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      <title>Discorsi del poema eroico</title>
      <author>Torquato Tasso</author>
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    <extent>459 Kb in UTF-8</extent>
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      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
      <pubPlace>Roma</pubPlace>
      <date>2004</date>
      <idno>bibit000856</idno>
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        <p>Questa risorsa digitale è liberamente accessibile per uso
              personale o scientifico. Ogni uso commerciale è vietato</p>
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      <title>Collezione BibIt</title>
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        <title>Prose</title>
        <author>Tasso, Torquato</author>
        <editor id="ed">Mazzali, Ettore</editor>
        <editor id="ed2">Flora, Francesco</editor>
        <publisher>Ricciardi</publisher>
        <pubPlace>Milano [ecc.]</pubPlace>
        <date>1959</date>
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                    <p>Tutti i materiali paratestuali della fonte cartacea non riconducibili alla
                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                      digitale</p>
                  </samplingDecl>
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                      <p>Livello medio: controllo a video con collazione con edizione di
                      riferimento</p>
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                      <p>I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea
                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
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                      <p>I trattini di sillabazione a fine riga sono stati soppressi e le parole
                        ricomposte</p>
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      <date>500</date>
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        <term>851.4 - POESIA ITALIANA, 1542-1585</term>
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    <front>
      <div1 n="Dedica" type="dedica">
        <opener>
          <salute>A L'ILLUSTRISSIMO E REVERENDISSIMO SIGNOR CARDINALE ALDOBRANDINO</salute>
        </opener>
        <p rend="italic">Io non dubito di dedicare a V. S. illustrissima questa mia opera del Poema
          eroico, benché ella sia più tosto riguardevole per artificio che per grandezza; anzi ho
          deliberato d'appoggiarla a l'autorità di V. S. illustrissima, come a saldissima pietra.
          Laonde potrà di lei avvenire quel che avviene de le picciole statue, le quali, collocate
          in altissima parte, non sono occulte, paiono assai minori nondimeno a' risguardanti; ma la
          picciolezza de l'opera può essere compensata non solamente da la mia devozione e da la
          servitù, la quale ho con lei e con tutta la sua illustrissima casa, ma da la sua grazia
          parimente. V. S. illustrissima ha l'animo eguale al giudicio, e l'uno e l'altro maggiore
          de la sua propria fortuna, ma non de la sua cortesia, con la quale ha sempre riguardato me
          e le cose mie assai benignamente: però m'assicuro che ne le picciole opere ancora debba
          esser la mia servitù di qualche considerazione; e le bacio umilissimamente la mano. </p>
        <p rend="italic">Di V. S. illustris. e reverendis. </p>
        <p rend="italic">Servitore</p>
        <closer>
          <signed>TORQUATO TASSO.</signed>
        </closer>
      </div1>
    </front>
    <body>
      <div1 type="parte">
        <head>LIBRO PRIMO</head>
        <p>I poemi eroici, e i discorsi intorno a l'arte, e il modo del comporli a niuno
          ragionevolmente dovrebbono esser più cari che a coloro i quali leggono volentieri azioni
          somiglianti a le proprie operazioni ed a quelle de' lor maggiori: perciò che si veggono
          messa innanzi quasi un'imagine di quella gloria per la quale essi sono stimati a gli altri
          superiori; e riconoscendo le virtù del padre e de gli avi, se non più belle, almeno più
          ornate con varii e diversi lumi de la poesia, cercano di conformar l'animo loro a quello
          esempio; e l'intelletto loro medesimo è il pittore che va dipingendo ne l'anima a quella
          similitudine le forme de la fortezza, de la temperanza, de la prudenza, de la giustizia,
          de la fede, e de la pietà, e de la religione, e d'ogni altra virtù, la quale o sia
          acquistata per lunga esercitazione o infusa per grazia divina. Avendo dunque io proposto
          di correggere e pubblicar quel che io, già molti anni sono, scrissi in quattro libri, ne'
          quali mostrai quasi l'idea del poema eroico, ho voluto fare l'elezione de la persona di V.
          S. illustrissima a cui dovessi dedicarli, perciò che ella è nata di progenie a cui questo
          nome si può attribuire, non meno che ad alcuno altro de' moderni secoli e de gli antichi;
          e molti sono stati ne la sua nobilissima stirpe veramente eroi e veramente dotati di
          fortezza e d'ogni altra virtù eroica. Ma questo non è luogo proprio de le sue lodi, ma de
          le ragioni che si possono rendere e de l'arteficio dei poema epico, il quale, tutto che
          fosse occulto, sarebbe conosciuto da V. S. illustrissima. Ma essendo dimostrato da gli
          argomenti e da l'autorità e da gli esempi, non può trovar meglior giudice, né più giusto
          estimatore; né la benevolenza o l'amicizia possono impedire in lei il conoscimento: perché
          l'una virtù non impedisce le operazioni d'un'altra, ma più tosto suole agevolarla. V. S.
          illustrissima suole adoperare quel ch'adopera con tutte le virtù insieme. Laonde in una
          sola azione mostra molte perfezioni, e merita molte lodi unitamente, come in un solo cielo
          risplendono molte stelle. Non dubito dunque che 'l suo giudizio debbia diminuir la sua
          cortesia, o la sua cortesia far minore il suo giudizio; ma la prego che si degni di legger
          questi brevi <title>Discorsi</title>, e d'accettarli quasi veri testimonii de la mia
          antica servitù. Ed acciò che sia più facilmente da lei riconosciuta, non ho voluto fare in
          loro molte mutazioni né molto accrescimento, quantunque con gli anni sogliono crescere
          quelle cose che non hanno ancora ricevuto la loro perfezione. Oltre a ciò, ho dubitato che
          altri non potesse credere ch'io volessi attribuirmi l'opinione d'alcuni: però de le molte
          cose che io ho dopoi lette e considerate in questa materia, ho aggiunte solamente quelle
          de le quali aveva ragionato publicamente in Bologna, o privatamente in Ferrara e in altre
          parti con molti amici miei. Per niuna cagione adunque deve esser rifiutato il testimonio
          di questa piccola opera, la quale io composi in pochi giorni e molti anni prima ch'io
          ripigliassi il poema tralasciato nel terzo o nel quarto canto. Ma, benché si prestasse
          fede a l'anteriorità, non si dee negare a le ragioni; ed io ho scelte alcune di quelle
          ch'in questa materia possono essere scritte con acconcio modo, perciò che non apportano
          seco necessità senza persuasione, né fanno violenza a l'animo di chi legge, ma lasciano
          libero il giudizio de l'approvare. </p>
        <p>Dico adunque che in tutte le cose si dee riguardare a l'ultimo, come dice Aristotele ne
          la <title>Topica</title>; ma l'ultimo è uno, laonde non si può ritrovare unitamente in
          molti particolari; ma considerando le bontà ne l'eccelenze che sono divise fra molti, si
          forma l'idea de la bontà e de l'eccelenza, come formò Zeusi quella de la bellezza quando
          volle dipingere Elena in Crotone; e questa differenza è peraventura fra l'idee de le cose
          naturali che sono ne la mente divina, e quella de l'artificiali, de le quali si figura e
          quasi dipinge l'intelletto umano: ché ne l'una l'universale è innanzi le cose stesse, ne
          l'altro da poi le cose naturali. L'idea dunque de le cose artificiali è formata dopo la
          considerazione di molte opere fatte artificiosamente, ne le quali tuttavolta non è
          l'ottimo, ma quella è migliore che più gli s'avvicina. Dovendo dunque io mostrar l'idea de
          l'eccelentissimo poema eroico, non debbo proporre per esempio un poema solo, benché egli
          fosse più bello de gli altri; ma, raccogliendo le bellezze e le perfezioni di ciascuno,
          insegnare come egli si possa fare bellissimo e perfettissimo insieme. </p>
        <p>Ma prima debbiamo peraventura ricercare quel che sia il poema eroico, o pur quel che sia
          il poema che è il suo genere; e dopoi considerare l'idea, perché da l'idea si conosce,
          come dice Aristotele nel medesimo libro de la <title>Topica</title>, se la definizione sia
          vera e propria, e benché in alcune cose non convenga a fatto, in questa di cui parliamo
          sicuramente possiamo considerare l'una e l'altra insieme. Oltre a ciò, se per abondare
          d'argumenti debbiamo rimirare ne l'esemplare, rimiriamo ne l'idea, perché l'idea è 'l vero
          esemplare e 'l vero esempio, se così vogliamo dire più tosto: anzi possiamo usare la
          perfetta definizione in vece di regola e d'esempio, come insegna Alessandro Afrodiseo,
          esponendo Aristotele nel medesimo luogo. Ricerchiamo dunque prima quel che sia il poema o
          la poesia in generale; e poi troveremo la definizione di questa specie, io dico del poema
          eroico o epico che sia chiamato. </p>
        <p>La poesia ha molte spezie; e l'una e l'epopeia, l'altre la tragedia, la commedia, e
          quelle che si cantano con la cetera e con le pive o con le sampogne o con altri
          instrumenti pastorali, le quali tutte convengono ne l'imitare. Laonde possiamo affermare
          senza dubbio che la poesia altro non sia ch'imitazione. Ma imitano anco la pittura e la
          scoltura, e molte arti oltre queste. Però è necessario che s'aggiunga qualche differenza
          che la separi da l'altre arti imitatrici. Né già paiono diverse per la diversità de le
          cose imitate, perché il medesimo argomento de la guerra di Troia o de gli errori di Ulisse
          potrà esser preso dal pittore e dal poeta: dunque la differenza de le azioni rassomigliate
          non gli fa differenti; ma l'uno ne l'imitare adopera i colori, l'altro le parole, o
          sciolte o più tosto legate con qualche certo numero. È dunque la poesia imitazione fatta
          in versi. Ma imitazione di che? De le azioni umane e divine, dissero gli Stoici. Dunque
          coloro che non cantano l'azioni umane o divine non sono poeti. Non fu dunque poeta Omero,
          quando egli descrisse la battaglia fra le rane e fra' topi; né poeta Virgilio de
          scrivendoci i costumi e le leggi e le guerre de l'api. Da l'altra parte chi descriverà le
          azioni divine sarà poeta. Poeta fu dunque Empedocle, insegnandoci come l'amore e la
          discordia corrompano questo mondo sensibile e generino l'altro intelligibile; o poeta
          Platone quando introduce Timeo a narrare come Iddio padre, chiamando gli altri iddii
          minori, creasse il mondo; e se non fu poeta intieramente perché gli manca il verso, almeno
          e dignissimo di questo nome in quello che appertiene a le cose imitate. Ma se questo è
          vero, essendo tutte l'azioni de la natura amministrate con divina provvidenza, chi scrive
          l'azioni de la natura par che sia poeta. Né credo già che gli eroici poeti avessero
          escluso Omero o Empedocle o Parmenide o vero Oppiano, o altro sì fatto il quale prendesse
          il verso in presto da' veri poeti a guisa d'un carro, come dice Plutarco; forse averebbono
          scacciato da questo numero poetico Lucrezio, perché egli scaccia quella loro antichissima
            <foreign lang="grc">pronoia</foreign> là onde la creazione del mondo per suo aviso non
          fu divina azione, ma fatta a caso; e l'azioni somiglianti non sono, per opinione di
          Aristotele, convenevole soggetto de la poesia. Ma peraventura alcuno potrebbe desiderare
          di sapere la ragione per la quale l'azioni divine ed umane solamente siano soggetto de la
          poesia, e l'azioni de gli elementi e l'altre naturali non siano. Ma se tutte l'azioni
          possono essere imitate, essendo molte le spezie de l'azioni, molte saranno le spezie de'
          poemi; e perché in questo genere equivoco, come dice Simplicio ne'
          <title>Predicamenti</title>, la prima spezie è la contemplazione, la quale è azione de
          l'intelletto, la contemplazione ancora potrà essere imitata dal poeta; e, come pare ad
          alcuni, il poema di Dante ha per soggetto la contemplazione, perché quello suo andare a
          l'inferno ed al purgatorio altro non significa che le speculazioni del suo intelletto.
          Altri vogliono che 'l soggetto sia un sogno, come è quello de' <title>Trionfi</title> del
          Petrarca, e l'<title>Amorosa visione</title> del Boccaccio; ma coloro che tengono questa
          opinione il fanno soggetto a maggiore opposizione che non è, secondo Platone, l'imitatore
          medesimo, perché nel primo grado de la verità è l'idea, nel secondo la forma naturale e la
          cosa istessa, nel terzo la sua imitazione o l'imagine. Ma l'imitatore il quale rassomiglia
          non una azione vera, ma un sogno, l'imagine de la azione essendo più lontana da la verità,
          sarebbe per conseguente più imperfetto; né si può concludere altro con la dottrina di
          Platone, quantunque Sinesio scrivesse che le favole hanno avuto principio da' sogni, e che
          non sia inconveniente che il sogno sia fine de la favola, com'è principio; ma col parer
          d'Aristotele, dicendo egli che Empedocle e più tosto fisico che poeta, non si può
          concludere assolutamente ch'egli non sia poeta in modo alcuno; ma s'egli pur è poeta, le
          azioni de gli elementi ancora che sono ne l'infimo grado saran soggetto de la poesia.
          Dunque poeta è similmente Lucrezio e 'l Pontano e gli altri ch'in versi hanno scritte le
          cose de la natura; e se questa definizione è vera, non si dee diffinir la poesia
            <emph>imitazione de le azioni umane e divine</emph>, perché se ne escluderebbono quelle
          de gli elementi e l'altre naturali e quelle de gli animali. Laonde sarebbono cacciati da
          questo numero non solo i poemi d'Empedocle e di Lucrezio e d'Oppiano, ma alcuno di quelli
          di Omero medesimo. Da l'altra parte a me non pare che sia imitata alcuna azione divina in
          quanto divina, perché in quanto tale peraventura non si può imitare con alcuno di quegli
          instrumenti che sono propri de la poesia: però che scrisse Aristotele nel primo de la
            <title>Politica</title> che molti fingono le vite de gli iddii, come le figure e
          l'imagini, a somiglianza di quelle de gli uomini; ed Isocrate, che la poesia d'Omero e le
          prime tragedie sono degne di maraviglia, perché, avendo considerato la natura de l'ingegno
          umano, usiamo impropriamente l'una e l'altra forma, altri trattando falsamente le guerre e
          le battaglie de' semidei, altri supponendo le favole a gli occhi. E Marco Tullio disse che
          Omero aveva trasportate le cose umane a le divine, «<foreign lang="lat">mallem divina ad
            nos»:</foreign> volendoci dare a divedere ch'egli aveva descritti gl'iddii come uomini,
          e le passioni umane come divine, perché il parlare e 'l consigliarsi sono umane azioni, e
          l'adirarsi e 'l muoversi a compassione passioni de gli uomini. Atanasio ancora (per
          aggiongere uno scrittore sacro a tanti profani) nel libro <title>Contra i gentili</title>
          lasciò scritto ch'Iddio adorato da' gentili è quasi un composto di ragionevole e
          d'irragionevole: però ne la sua imagine si congiunge l'una e l'altra forma, cioè l'umana e
          quella di bestia, come appresso gli Egizi Cinocefalo e Anubi; e l'azioni ancora furono
          attribuite a' loro iddii quasi ferine. Laonde se il pittore, quantunque dipinga Giove e
          Marte, Iside ed Osiri, non è pittore d'altra forma che de l'umana o di quella di fiera,
          perché la divinità non può da lui essere imitata, così il poeta di queste forme e di
          queste azioni non è imitatore, ma de l'umane principalmente o propriamente. Tanta è dunque
          la diversità fra l'imitatore de le cose divine e de le cose umane, quanta fra quelle che
          sono propriamente idee e queste che chiamiamo imagini e simolacri. Ma ne l'idee ancora
          (come piace ad Aristotele nel primo de la <title>Metafisica</title>, e ad Alessandro suo
          comentatore) è questa differenza di ragionevole e d'irragionevole, o cosa che con questa
          abbia proporzione; non è dunque maraviglia se i simolacri siano stati formati in questa
          guisa. Ma tornando ad Omero, dico che s'egli imita gli iddii sotto questa considerazione
          quasi contraria de le forme, de l'azioni e de le passioni de' mortali, si può affermare
          che egli sia imitatore de l'elezioni umane e de gl'iddii in quanto uomini. Parimente ne la
          battaglia fra le rane e i topi sono trasferite ne gli animali le parole e gli affetti ed i
          costumi che sono propri de gli uomini. Laonde io direi più tosto che la poesia altro non
          fosse che imitazione de l'azioni umane, le quali propriamente sono azioni imitabili; e le
          altre non fossero imitate per sé, ma per accidente, o non come parte principale, ma come
          accessoria; ed in questa guisa ancora si possono imitare non solo le azioni de le bestie,
          come la battaglia del liocorno co 'l leofante o del cigno con l'aquila; ma le naturali,
          come le tempeste maritime, le pestilenze, i diluvi, gl'incendi, i terremoti e le altre sì
          fatte. Oltre acciò, dovendo, come abbiamo detto, ciascuna definizione risguardare a
          l'ottimo, debbiamo ne la definizione de la poesia preporci un ottimo fine; ma l'ottimo
          fine è quello di giovare a gli uomini con l'esempio de l'azioni umane, perché l'esempio de
          le bestie non può giovare egualmente, e quel de le divine non e nostro proprio: dunque a
          questo deve esser dirizzata. La poesia è dunque imitazione de l'azioni umane, fatta per
          ammaestramento de la vita. E perché ogni azione si fa con qualche consiglio e
          qualch'elezione, si tratterà del costume e de la sentenzia per conseguente, la quale da'
          Greci è detta <foreign lang="grc">dianoia;</foreign> e benché, facendosi questa
          imitazione, si dia grandissimo diletto, non si può dire che duo sian i fini, l'uno del
          diletto, l'altro del giovamento, come pare che accennasse Orazio in quel verso: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>
                <foreign lang="lat">Aut prodesse volunt aut delectare poetae:</foreign>
              </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">perché un'arte sola non può aver due fini, l'uno de' quali a l'altro non
          sia subordinato; ma o si dee lasciare da parte il giovamento de l'ammonire e del
          consigliare (come dice Isocrate), e co l'esempio di Omero e de' tragici rivolger tutto lo
          sforzo de l'orazione al dilettare; o volendo ritener il giovamento, si dee dirizzar il
          piacere a questo fine; e peraventura il diletto è fine de la poesia, e fine ordinato al
          giovamento. Però si legge ne la seconda orazione del medesimo Isocrate che gli antichi
          poeti lasciarono ammaestramenti de la vita, per li quali gli uomini divennero migliori; e
          nel Panatenaico, che la poesia ci divertisce da molti delitti. Però null'altro esercizio
          più conviene a la giovenezza. Ma il giovamento è considerato principalmente da quell'arte
          che è quasi architetto di tutte l'altre. Però al politico s'appartiene di considerare
          quale poesia debba esser proibita e qual diletto, acciò che il piacere, il quale dee esser
          in vece di quel mele di cui s'unge il vaso quando si dà la medicina a' fanciulli, non
          facesse effetto di pestifero veleno, o non tenesse occupati gli animi in vana lezione. Non
          dee dunque il poeta preporsi per fine il piacere, come peraventura credeva Eratostene,
          ripreso da Strabone che difende Omero da l'imputazioni, ma 'l giovamento: perché la
          poesia, come estima il medesimo autore, seguendo l'opinione de gli antichi, è una prima
          filosofia, la qual sin da la tenera età ci ammaestra ne' costumi e ne le ragioni de la
          vita. Ma quei che seguirono poi portarono opinione che solo il poeta fosse sapiente.
          Almeno si dee credere che non ogni piacere sia il fine de la poesia, ma quel solamente il
          quale è congiunto con l'onestà: perché sì come il diletto, il quale nasce dal leggere
          l'azioni brutte e disoneste, è indignissimo del buon poeta, così il piacere d'imparar
          molte cose congiunto con l'onestà è suo proprio. Laonde peraventura questo fine non è così
          da sprezzare come parve al Fracastoro nel suo Dialogo de la poesia; anzi paragonandolo a
          l'utile, è più nobil fine quel del piacere, perciò ch'egli è desiderato per se stesso, e
          l'altre cose per lui sono desiderate. Laonde in ciò è tanto simile a la felicità, la quale
          è il fine de l'uomo civile, che niuna cosa si può trovar più somigliante; oltre acciò è
          amico de la virtù, perché egli fa magnifica la natura de gli uomini, come si legge in
          Ateneo; onde coloro che amano il piacere e magnanimi e splendidi sogliono divenire. Ma
          l'utile non si ricerca per se stesso, ma per altro: per questa cagione è men nobil fine
          del piacere, ed ha minor somiglianza con quello che è l'ultimo fine. Se 'l poeta dunque in
          quanto poeta ha questo fine, non errerà lontano da quel segno al quale egli dee dirizzare
          tutti i suoi pensieri, come arciero le saette; ma in quanto è uomo civile e parte de la
          città, o almeno in quanto la sua arte è sottordinata a quella ch'è regina de l'altre, si
          propone il giovamento, il quale è onesto più tosto che utile. De' due fini dunque i quali
          si prepone il poeta, l'uno è proprio de l'arte sua, l'altro de l'arte superiore; ma
          riguardando in quel che è suo proprio, dee guardarsi di non traboccare nel contrario,
          perché gli onesti piaceri sono contrari a' disonesti. Laonde non meritano lode alcuna
          coloro che hanno descritti gli abbracciamenti amorosi in quella guisa che l'Ariosto
          descrisse quel di Ruggiero con Alcina o di Ricciardetto con Fiordispina; e peraventura il
          Trissino ancora avrebbe potuto tacere molte cose, quando ci pone quasi innanzi a gli occhi
          l'amoroso diletto che prese l'imperator Giustiniano de la moglie; ma egli volle imitare
          Omero, il quale finge che Giunone e Giove in cima del monte Ida fossero coperti da una
          nuvola: invenzione leggiadramente trasportata dal Tasso nell' Amadigi, quand'egli descrive
          l'abbracciamento di Mirinda e di Alidoro, quasi volendoci accennare che l'altre cose deono
          essere ricoperte sotto le tenebre del silenzio, oltre tutte l'altre. Ma Virgilio ne gli
          amori d'Enea con Didone fu modestissimo, e accenna con brevi parole quel che seguisse dopo
          la pioggia mandata da Giunone: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>
                <foreign lang="lat">Speluncam Dido, dux et trojanus eandem deveniunt etc..
                </foreign>
              </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">È dunque, come abbiamo detto, la poesia imitazione de l'azioni umane, a
          fine di giovare dilettando: è il poeta uno imitator sì fatto, il quale con l'arte sua
          potrebbe dilettare altrimente, come hanno dilettato molti senza giovamento; ma non
          facendolo, è buon poeta, e peraventura è in ciò simile a l'oratore, il quale si considera,
          come parve ad Aristotele, non solamente da la scienza, ma da la volontà, a differenza del
          dialettico che si stima non per l'animo, ma per la facoltà. E quinci avviene che alcuna
          volta ne le diffinizioni non si diffinisce la cosa ignuda, ma la cosa ben disposta e
          perfetta, come dice il medesimo Aristotele ne la <title>Topica</title>: nel qual genere di
          definizione è quella de l'oratore, perciò che l'oratore è colui che può conoscere tutto
          ciò che è degno di fede in qualunque cosa e non ne tralascia alcuna: è buono oratore senza
          fallo. Da le quali parole peraventura fu mosso prima Strabone a dire che la virtù del
          poeta sia congiunta con quella de l'uomo, e che non possa esser buon poeta chi non è uomo
          da bene; e poi Quintiliano a definir l'oratore uomo da bene ed ammaestrato nel parlare,
          non pensando le parole d'Aristotele, ne le quali non lo chiama uomo da bene, ma buon
          oratore. Ma non so se questa definizione di Quintiliano meriti d'esser ripresa dal
          Cavalcante: perciò che l'oratore ben disposto e perfetto non poteva peraventura essere
          altrimenti definito, quantunque la bontà non sia parte del suo artificio, ma perfezione de
          la natura e de l'abito; ma s'ella è pur sottoposta a qualche reprensione, a niuna altra è
          più soggetta che a quella datale da Alessandro Afrodiseo, il quale dice che ne le
          definizioni sì fatte non si diffinisce il tutto, ma la parte. E forse non volle
          Quintiliano che la definizione de l'oratore convenisse a tutti gli oratori, ma al perfetto
          solamente. Così ancora ne la definizione del poeta, chi dirà che il poeta sia uomo da bene
          e buono imitatore de le azioni e de' costumi de gli uomini a fine di giovar co 'l diletto,
          non darà peraventura definizione la quale convenga a tutti i poeti: definirà nondimeno
          l'ottimo ed eccelentissimo poeta. Dunque se il poeta è imitatore de le azioni e de'
          costumi umani, la poesia sarà imitazione de l'istesse cose; e s'egli è buono imitatore, la
          poesia sarà una imitazione sì fatta. Ma alcuni hanno voluto che il poeta non riguardi
          tanto a la bontà, quanto a le bellezze de le cose: fra' quali è il Navagerio, appresso il
          Fracastoro, là dove prova che il fine del poeta sia di riguardare ne l'idea del bello,
          quasi volendo contradire a l'opinione che mostrò Aristotele d'aver ne' libri morali, ne'
          quali dice che l'idea non giova cosa alcuna ne l'operazione; ma qualunque fosse il
          giudizio d'Aristotele in quel luogo e dichiarato dal greco espositore, a me non può
          dispiacere in alcun modo che il poeta rimiri ne l'idea de la bellezza; ma se più sono
          l'idee ne le quali suol drizzar gli occhi l'oratore, com'è piaciuto ad Ermogene, non so
          perché il poeta debba considerare solamente quella de la bellezza, e non l'altre sei
          similmente. Ma peraventura parve al Navagerio che ne la forma de la bellezza fossero
          comprese tutte le altre, o che il bello fosse in tutte: perciò che ne la chiarezza, ne la
          grandezza, ne la velocità, ne l'affetto, ne la gravità e ne la verità è il bello; e se non
          m'inganno, il Navagerio desiderava che la chiarezza non fosse chiara solamente, ma chiara
          e bella similmente, e così tutte l'altre forme. Ma perché questa parte appertiene
          particolarmente a l'elocuzione, sarà da me considerata quando io discorrerò de l'artificio
          del parlare. </p>
        <p>Ora non mi pare che debba essere disprezzata l'opinione di Massimo Tirio, il quale volle
          che la filosofia e la poesia fossero una cosa doppia di nome, ma di semplice sostanza,
          come è la luce per rispetto del sole; e però definisce la poesia una filosofia antica di
          tempo, di suono numerosa, d'argomenti favolosa; ma la filosofia è, com'a lui pare, una
          poesia giovene d'età, e più sciolta di numeri, e ne le ragioni più aperta. Ma io estimo
          che 'l modo di considerare le cose faccia l'una da l'altra differente, perciò che la
          poesia le considera in quanto belle, e la filosofia in quanto buone, come accenna il
          medesimo autore in un altro luogo, dicendo ch'Omero ebbe da far due cose, l'una
          appertenente a la filosofia, l'altra a la poesia; ed in quella ebbe risguardo a la virtù,
          in questa a l'effigie de la favola. È dunque la poesia investigatrice e quasi
          vagheggiatrice de la bellezza, e in duo modi cerca di mostrarla e di porcela davanti a gli
          occhi: l'uno è la narrazione, l'altro la rappresentazione; e l'uno e l'altro è contenuto
          sotto la imitazione, come sotto suo genere; ma alcuna volta si denomina da una particolar
          maniera d'imitare. Coloro adunque i quali hanno definito la poesia narrazione d'azione
          umana memorevole e possibile ad avenire, non hanno data definizione che convenga a tutte
          le spezie de la poesia, ma al poema epico solamente, o eroico che vogliam dirlo, ed hanno
          esclusa la tragedia e la comedia, se pure in questo nome di narrazione non è alcuna
          doppiezza di significato, la qual potea da loro esser meglio distinta e dichiarata con
          l'autorità d'Aristotele medesimo, com'io feci alcuna volta, e poi gli altri han fatto più
          perfettamente. Diremo adunque che il narrare sia proprio del poema epico, perché con
          questo nome sono chiamati coloro che scrivono le cose fatte da gli eroi, per testimonio di
          Cicerone e d'Eustazio comentatore d'Omero. Un'altra differenza ancora, oltre il modo, è
          tra l'epopeia e la tragedia; e questa nasce da la diversità de le cose con le quali
          imitano o da gl'instrumenti, perché la tragedia, oltre il verso, adopera per purgar gli
          animi il ritmo e l'armonia. In due condizioni dunque sono differente: ne le cose con le
          quali s'imita, e nel modo de l'imitare; in una concorde, ne le cose imitate, perché la
          tragedia ancora, come dice Aristotele ne' <title>Problemi</title>, simula le azioni de gli
          eroi. Ma da la comedia il poema eroico in tutto è differente, perché è diverso ancora ne
          le cose e ne le persone imitate. Ma lasciamo la tragedia e la comedia da parte, ed una
          specie di poesia narrativa, la quale in comparazione de la comedia è come
          l'<title>Iliade</title> paragonata a la tragedia, perché in lei s'imitano le cose brutte,
          come fece Omero nel Margite, ad imitazione del quale fu peraventura da' nostri poeti
          formato il Margut: perché di queste e de l'altre specie non è mia principale intenzione di
          ragionare. </p>
        <p>Io dico che il poema eroico è una imitazione d'azione illustre, grande e perfetta, fatta
          narrando con altissimo verso, a fine di giovar dilettando, cioè a fine che 'l diletto sia
          cagione ch'altri leggendo più volentieri non escluda il giovamento. Ma 'l giovar
          dilettando è peraventura di tutte le poesie: perché giova dilettando la tragedia, e giova
          dilettando la comedia. Ma il fine di ciascuna dovrebbe esser proprio, perché sì come altro
          fine ha l'arte de' freni, altro quella del far l'alabarde (tutto che l'una e l'altra sia
          subordinata a l'arte de la guerra e dirizzata a quel fine ch'ella si propone), così altro
          fine dovrebbe aver la tragedia, altro la comedia, altro la epopeia, o altra operazione.
          Perché la forma di ciascuna cosa si distingue per la propria operazione ; ma l'operazione
          de la tragedia è di purgar gli animi co 'l terrore e con la compassione, e quella de la
          comedia di muovere riso de le cose brutte (come dichiara il Maggi in quel suo libro De'
          ridicoli ch'egli compose separatamente) e da questa operazione de la comedia nasce il
          giovamento, perché noi ridendoci de la bruttezza che veggiamo ne gli altri, ci vergogniamo
          di far cose che siano brutte egualmente. Dee dunque ancora l'epopeia aver il suo proprio
          diletto co la sua propria operazione; e questa peraventura e il mover maraviglia, la quale
          non pare propriissima de la epopeia, perché muove maraviglia la tragedia, come si
          raccoglie da quelle parole d'Isocrate ch'io addussi pur dianzi. Però sono degni
          d'ammirazione la poesia d'Omero e coloro che prima ritrovarono le tragedie. Ma di ciò si
          potrebbe nondimeno dubitare, perché se la maraviglia è de le cose nuove, poteva parer
          meravigliosa la poesia d'Omero, ma non quelle tragedie le quali dopo tanti anni trattarono
          de le medesime cose già divolgate per la Grecia, e fatte famigliari a ciascuno: se forse
          non le fece parer meravigliose un nuovo moda di trattarle, il quale, come invecchiato con
          l'uso, non parve poi meraviglioso ne' tragici che seguirono. Da molti detti ancora
          d'Aristotele ne la <title>Poetica</title> si può raccogliere che le tragedie debbano
          muover meraviglia, e particolarmente da quelle: <foreign lang="grc">epei de ou monon
            teleias esti praxeos he mimesis, alla kai phoberon kai eleeinon. Tauta de ghinetai
            malista toiauta, kai mallon hotan ghenetai para ten doxan di' allela; to gar thaumaston
            houtos hexei mallon e ei apo tou automatou kai tes tuches ecc.:</foreign> anzi i casi
          meravigliosi sono cagione che più agevolmente s'induca l'orribile e 'l miserabile. Muove
          ancora maraviglia la comedia, non bastando la bruttezza sola senza la maraviglia a far
          ch'altri rida de le cose che ci paiono brutte: laonde cessata la maraviglia o la novità,
          cessa il riso. Nondimeno a niuna altra specie di poesia tanto conviene il muover
          maraviglia quanto a la epopeia; e ce l'insegna Aristotele ed Omero istesso ne la fuga
          d'Ettore: perché quella maraviglia che ci rende quasi attoniti di veder ch'un uomo solo
          con le minacce e co' cenni sbigottisca tutto l'esercito, non converrebbe a la tragedia;
          tuttavolta rende mirabile il poema eroico: né converrebbono ne la scena la morte d'Ettore,
          o l'altre: le quali, come racconta Filostrato nella <title>Vita</title> di Apollonio,
          furono proibite da Eschilo chiamato padre de la tragedia, perché molto mitigò la sua
          crudeltà. Non sarebbe ancora convenevole ne la scena la trasmutazione di Cadmo in
          serpente, la quale convenevolmente fu narrata da Ovidio; non quella di Aretusa; non quella
          de le ninfe converse in navi, la quale si legge appresso Virgilio; non quella di Proteo in
          tante sembianze descritta nella <title>Georgica</title>, e prima
          nell'<title>Odissea</title>; non quella nel cerchio de' ladroni, de la quale Dante si
          vanta con queste parole: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Taccia di Cadmo e d'Aretusa Ovidio,</l>
              <l>ché se quello in serpente e quella in fonte</l>
              <l>converte poetando, i' non l'invidio; </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">non quella di Fileno in fonte appresso il Boccaccio, o del mago in tante
          forme appresso il Boiardo, o d'Astolfo in mirto appresso l'Ariosto; non tante altre che si
          leggono con maraviglia in tanti altri poeti moderni e antichi; non tante maraviglie le
          quali nel teatro sarebbono peraventura sconvenevoli, e ne l'epopeia sono lette volentieri,
          sì perché sono sue proprie, si perché il lettore consente a molte cose, a le quali nega il
          consentimento colui che risguarda. Laonde le machine rade volte si lodano ne la tragedia;
          ma ne l'epopeia spesso scendono dal cielo gl'iddii e gli angeli, e s'interpongono ne
          l'operazioni de gli uomini, dando consiglio ed aiuto, come fanno Apollo e Minerva ne
            l'<title>Iliade</title> e ne l'<title>Odissea</title> d'Omero e ne
          l'<title>Ercole</title> del Giraldi; e Venere ne l'<title>Eneide</title> di Virgilio e nel
          Bolognetto; e tanti altri iddii in questi ed in altri poemi. In questo medesimo modo
          scende l'angel Michele nel <title>Furioso</title>, e l'angel Palladio e l'angel Nettunio
          ne l'<title>Italia liberata</title>. Laonde tutti questi poemi paiono quasi fatti e
          condotti a fine da la previdenza, a la quale a pena si lascia luogo ne la tragedia, per
          ché l'averebbe ancora in lei l'indegnazione, a cui Aristotele non la concedeva: però non
          deveva il Giraldo e gli altri introdurre Nemesi ne la scena. Oltre a ciò, gli altri poemi
          muovono maraviglia per muover riso o compassione o altro affetto. Ma 'l poeta epico non ha
          altro fine; ed a l'incontro muove compassione per muover maraviglia; però la muove molto
          maggiore e più spesso. Diremo dunque ch'il poema eroico sia imitazione d'azione illustre,
          grande e perfetta, fatta narrando con altissimo verso, a fine di muover gli animi con la
          maraviglia, e di giovare in questa guisa. </p>
        <p>Ha il poema epico le sue parti, come ogn'altra cosa che sia tutta; e quattro sono senza
          dubbio quelle che chiamano di qualità: la favola, la quale è definita da Aristotele
          imitazione dell'azione, e per lei massimamente di coloro che fanno l'azione: questa è da
          lui chiamata principio ed anima del poema; la seconda parte è il costume de le persone
          introdotte ne la favola; la terza, la sentenza; l'ultima è l'elocuzione. Ma quelle de la
          quantità è maggior dubbio quante elle siano; ma peraventura si possono dividere in altre
          quattro: perciò che ne la prima parte, la qual corrisponde al prologo de la tragedia, il
          poeta propone e narra e dichiara lo stato de le cose e dà alcuna notizia de le passate,
          come fa Omero in tutti i suoi poemi, e particolarmente ne l'<title>Odissea</title>; ne la
          seconda si turbano le cose; ne la terza cominciano a rivolgersi; ne la quarta hanno il
          loro fine e quasi la perfezione loro; e volendo nominarle con proprio nome, si possono
          chiamare l'introduzione, la perturbazione, il rivolgimento ed il fine: fra le quali io non
          ho numerato l'episodio, benché questa parte sia propria al tragico ed a l'epico, anzi più
          convenevole a l'epico, perciò che nel poema eroico non ha alcun luogo determinato, come
          deono avere le parti de la quantità. Si potrebbono ancora le parti de la quantità dividere
          in tre solamente, e chiamarle principio, mezzo e fine, come le chiama Aristotele ne la
          definizione del tutto; ma questa divisione è più conveniente a' poemi che non hanno la
          favola inviluppata, ma semplice. Le parti poi de la favola sono tre: il rivolgimento, che
          peripezia prima dissero i Greci, la quale e una mutazione da la buona ne la rea fortuna, o
          da la rea ne la buona; ma nel poema eroico è doppia, perché alcuni passano da la prospera
          a l'avversa fortuna, ed altri da questa a quella; e dee esser sempre in meglio, perché il
          fine più felice è quello ch'è più conforme a questo poema. Laonde non merita molta lode il
          Pulci, il quale finì con la morte d'Orlando e d'altri paladini. L'altra parte de la favola
          è l'agnizione, cioè un passar da l'ignoranza a la notizia di persone prima conosciute e
          poi dimenticate, o sia semplice come quello d'Ulisse, o scambievole come tra Ifigenia ed
          Oreste; ma questo passaggio dee esser cagione di felicità o di miseria. E la passione è la
          terza, cioè la perturbazione dolorosa e piena d'affanni, come sono le morti e le ferite e
          i lamenti e i rammarichi che possono mover a pietà; e questa parte si può considerare ne
          l'ultimo de l'<title>Iliade</title>. </p>
        <p>Ora, conosciuta la natura di questo nobilissimo poema e de le sue parti, potremo
          considerare con quale artificio possono esser composti, e giudicaremo la definizione de
          l'idea. Ma averemo qualche risguardo ancora a la materia, perché le forme artificiali si
          considerano con la materia, e non voglio chiamar materia de la poesia le lettere, le
          sillabe, le parole, come chiamò lo Scaligero, perché queste sono peraventura materie de
          l'orazione e del verso ; ma la materia de la poesia mi pare che si possa convenevolmente
          dire il soggetto ch'ella prende a trattare, avenga che, come dice Porfirio, in tutte le
          cose un non so che suoi ritrovarsi che risponde per proporzione a la materia e a la forma;
          e questo soggetto non è propriamente fine, come parve a lo Scaligero, perché la materia
          non è mai fine, né la causa materiale e la finale sono l'istesse; ma la formale e la
          finale sogliono spesso esser insieme e, come dicono i Latini, coincidere: il fine, dunque,
          e la forma data da l'artificio del poeta, il quale, aggiungendo e scemando e variando,
          dispone la materia e dà un'altra imagine e quasi un'altra faccia a l'azione ed a le cose.
          Ora cominciarsi a trattar de l'arte sua quasi con un nuovo principio, se non mi si facesse
          a l'incontro qualche opposizione fatta ad Aristotele dal Castelvetro: la quale è, che egli
          non doveva trattare de l'arte poetica, se prima non trattava de l'arte istorica, perché sì
          come prima è l'istoria de la poesia, e il vero del verisimile, casi primieramente si dovea
          dar l'arte di scrivere il vero, poi quella d'adornare il verisimile: la quale dopo la
          prima non sarebbe forse stata necessaria. Questa opinione a me pare fondata sopra due
          fondamenti, de' quali l'uno è falso in tutto, ciò è che l'istoria sia prima de la poesia,
          avenga che i poeti siano antichissimi oltre tutti gli altri scrittori, e gl'isterici
          cominciarono a scrivere molte centinaia d'anni dopo loro: laonde non si dee stimar prima
          l'arte di quella cosa la quale nacque dopoi. Oltre a ciò, se ne l'arte de gl'istorici ha
          alcuna parte il numero e gli ornamenti e le figure del parlare, chi non sa che queste cose
          furono quasi prestate dal poeta a l'oratore? Però né l'oratore e né gli altri che scrivono
          in prosa hanno alcuna cosa che non sia quasi usurpazione. Ma s'egli o altri replicasse che
          l'istoria è prima per natura, quantunque sia seconda per tempo, siccome quella che scrive
          del vero, il quale è prima de la sua somiglianza, io direi che il poeta non considera il
          verisimile se non come universale: però si dovea dare prima l'arte di scrivere questo
          universale; né fa mestieri di considerare se l'universale sia innanzi a tutte le cose, o
          sia dopo, come disse alcuna volta Aristotele: basta che sia più noto. Non ci diede
          Aristotele ammaestramenti di scrivere istorie, stimando forse che ella fosse di più
          semplice considerazione; e s'ella appartiene a l'oratore, bastavano i precetti retorici; e
          s'ha pur alcune cose di proprio, come accenna Demetrio Falereo (il quale assegna altro
          periodo a l'istorico, altro a l'oratore), non erano forse tante che meritassero un'arte
          divisa e separata da l'altre: però con artificio medesimo si può trattare il vero ed il
          verisimile; anzi dicendo Aristotele che la poesia considera più l'universale, c'insegna
          per conseguente l'officio de l'altra, ch'è di narrare il particolare; ma questo non è
          l'imitare, perché l'imitazione non è congiunta con la verità per sua natura, ma con la
          verisimilitudine. Non deono dunque imitare gl'istorici; e peraventura non sono prive
          d'imitazione l'orazioni, perché l'istorico il più de le volte non racconta quel che fu
          detto nel senato o negli eserciti, ma quel che è verisimile che fosse detto ; e, fra
          l'orazioni, più convenienti a l'istorico sono l'oblique che le rette, come parve a Trogo
          Pompeio. Molti ragionamenti ancora si leggono in Erodoto, in Senofonte, scrittori de le
          cose greche, e ne gli altri che poi seguirono, ne' quali si vede un'imitazione quasi
          poetica; laonde pare che l'istorico, non contento de' suoi termini, trapassi ne' confini
          de la poesia. Ma di queste cose, se mi sarà conceduto, tratterò in luogo proprio di
          materie così fatte, esaminando e quasi ponendo in bilancia da l'una parte il giudizio di
          Polibio che scrisse istoria e insieme insegnò com'ella dovesse essere scritta, e di
          Dionigi Alicarnasseo che fece il giudizio di Tucidide; da l'altra l'autorità di questo
          medesimo autore e de gli altri due prima nominati, e di Livio e di Sallustio, che fra'
          Latini sono di maggiore stima e, se non m'inganno, imitarono li Greci. Ma questa
          imitazione non è quella di cui parliamo, né quella di cui intese il Fracastoro, la quale
          non è conveniente a l'istorico; laonde tra la diversità de li scrittori e de le opinioni
          non potrà parer soverchio scrivere di questo artificio. Ma ora il mio proponimento è
          scrivere de le cose incominciate. </p>
      </div1>
      <div1 type="parte">
        <head>LIBRO SECONDO</head>
        <p>Fra tutte le operazioni de la nostra umana ragione, illustrissimo signore, niuna e più
          malagevole, niuna più degna d'esser lodata de l'elezione: però che le operazioni fatte a
          l'improviso possono peraventura come divine e meravigliose esser considerate, ma non
          meritano lode di maturità e di consiglio e di prudenza; ma l'eleggere è cosa propria de
          l'uomo che si consigli fra se stesso; e 'l bene eleggere propriissimo del prudente: tanto
          maggiore nondimeno si mostra la prudenza del far l'elezione, quanto è minore la certezza
          de le cose elette. Ma qual'è più incerta, quale più instabile, quale più incostante de la
          materia? Prudentissimo dunque conviene che sia colui il quale non s'inganni ne lo
          scegliere dove è tanta mutazione e tanta incostanza di cose; e la materia è simile ad una
          selva oscura, tenebrosa e priva d'ogni luce. Laonde se l'arte non l'illumina, altri
          errarebbe senza scorta e sceglierebbe peraventura il peggio in cambio del meglio. Ma
          l'arte distingue fra le cose disposte a ricever la forma e quelle che non sono disposte; e
          quantunque la materia propriamente si dica quella de gli elementi o de' nostri corpi, o
          quella de' colossi o de le piramidi o de' ponti o de le navi o de l'altre cose che si
          possono vedere e toccare e sono sottoposte a' nostri sentimenti, nondimeno ne le cose
          intellettuali ancora si trova un non so che simigliante a la materia, e, per analogia o
          proporzione che vogliamo dirla, può esser dimandato con l'istesso nome. Laonde non solo
          diciamo la materia de l'orazione o del sillogismo o del verso, ma chiamiamo materiale
          ancora una potenza dell'intelletto nostro, atta a ricever tutte le forme. Ma lasciando ora
          da parte la sottilissima investigazione de' filosofanti, niuna selva fu già mai ripiena di
          tanta varietà d'alberi di quanta diversità di soggetti è la poesia. La materia poetica
          adunque pare amplissima oltre tutte l'altre, però che abbraccia le cose alte e le basse,
          le gravi e le giocose, le meste e le ridenti, le publiche e le private, l'incognite e le
          conosciute, le nuove e le antiche, le nostre e le straniere, le sacre e le profane, le
          civili e le naturali, l'umane e le divine: laonde i suoi termini non pare che siano i
          monti o i mari che dividono l'Italia o la Spagna; non il Tauro, non l'Atlante, non Battro,
          non Tile, non il Mezzogiorno o 'l Settentrione o l'Oriente o l'Occidente, ma il cielo e la
          terra: anzi l'altissima parte del cielo e la profondissima del più grave elemento: perciò
          che Dante, innalzandosi dal centro, ascende sovra tutte le stelle fisse e sovra tutti i
          giri celesti; e Virgilio ed Omero ci descrissero non solamente le cose che sono sotto la
          terra, ma quelle ancora che a pena con l'intelletto possiamo considerare; ma le
          ricoprirono con un gentilissimo velo d'allegoria. È dunque grandissima la varietà de le
          cose trattate da loro e da gli altri che prima o dopo hanno poetato; è grandissima la
          diversità de le opinioni, o più tosto la contrarietà de' giudicii, la mutazione de le
          favelle, de' costumi, de le leggi, de le cerimonie, de le republiche, de' regni, de
          gl'imperatori, e quasi del mondo istesso, il quale pare che abbia mutata faccia, e ci si
          rappresenta quasi in un'altra forma ed in un'altra sembianza. Onde s'alcuno, fra tanta
          moltitudine di cose dubbie ed incerte, potrà scegliere il meglio e quello che e più
          acconcio a ricevere ornamento e bellezza, sarà artificiosissimo e prudentissimo oltre
          tutti gli altri, però che l'arte non deve essere scompagnata da la prudenza e, come ad
          alcuni parve, è la prudenza istessa, avegna che le sue operazioni e i suoi giudicii non
          siano fatti senza elezione e senza consiglio, benché altri abbiano avuto opinione che il
          consultare non abbia luogo ne l'arti esattissime. Ma ora io scrivo queste cose in guisa
          d'uomo che dica il suo parere e chieda l'altrui, quasi volendo accendere una gran luce di
          molte scentille ch'illustri le tenebre che fanno oscura la grandissima selva de la materia
          poetica. </p>
        <p>A tre cose dee aver riguardo, illustrissimo signore, ciascuno che di scriver poema eroico
          si prepone: a sceglier materia tale che sia atta a ricever in sé quella più eccelente
          forma che l'artificio del poeta cerca d'introdurci; a darle tal forma; ed a vestirla
          ultimamente con que' più rari ornamenti ch'a la natura di lei siano convenienti. Sovra
          questi tre capi dunque, così distintamente come io gli ho proposti, sarà diviso tutto
          questo Discorso: però che cominciando dal giudicio che egli dee mostrare ne l'elezione de
          la materia, passerò a l'arte e a l'invenzione che se gli richiede servare prima nel
          disporla e nel formarla, e poi nel vestirla e nell'adornarla. </p>
        <p>La materia, la quale da alcuni è detta nuda, perché non ha anco ricevuta qualità alcuna
          da l'artificio del poeta o de l'oratore, cade sotto l'artificio del poeta in quella guisa
          che il ferro o il legno è considerato dal fabro: perché, come dice Filopono nel principio
          del suo comento sovra il terzo libro <foreign lang="lat">Priorum analiticorum,</foreign>
          s'appartiene a colui che sa non solo considerare le specie de le cose subiette, ma la
          materia e la disposizione a ricever le forme; come colui che fa le navi considera i legni
          che si deono porre in opera nel naviglio; e l'architetto e 'l muratore le pietre
          apparecchiate per edificare; e il simile aviene ne le altre arti, e in quelle ancora che
          sono dette ragionevoli. Così Aristotele, volendoci insegnare le specie de' sillogismi,
          prima ci ammaestrò nelle specie de le proposizioni, che sono materie de' sillogismi. Al
          poeta similmente conviene non solo aver arte nel formar la materia, ma giudizio ancora nel
          conoscerla; e dee sceglierla tale che sia per natura capace d'ogni ornamento e d'ogni
          perfezione. E benché, dandosi un metodo e una via da trovare le proposizioni, si potesse a
          questa similitudine andar considerando il modo e la strada tenuta da coloro i quali hanno
          finto l'argumento e il soggetto, nondimeno ora si ragiona di quella parte che è propria
          del giudizio, non de l'altra ch'appartiene a l'invenzione, ne la quale è più libero il
          poeta che l'oratore: perché a l'oratore, e a quello particolarmente che s'esercita nel
          giudizio de le cause criminali, la materia è spesso offerta dal caso e da la necessità; al
          poeta da l'elezione, al quale è lecito ancora di fingerla, e la finzione è riputata
          invenzione: quinci aviene che a le volte quel che non è convenevole nel poeta, è lodevole
          ne l'oratore, o tollerabile almeno. Si biasma il poeta che faccia nascere la compassione
          sovra persona che volontariamente abbia macchiate le mani nel sangue del padre e del
          fratello, o commessa altra sceleraggine; ma a l'oratore si concede la difesa del
          colpevole, come fu opinione di Quintiliano e de gli altri retori; non parlo de' filosofi:
          perché portaranno contraria opinione, essendo lecito (come si legge nel
          <title>Gorgia</title> di Platone) che l'amico accusi l'amico, o il parente il parente, e
          procurino nel giudizio che la pena sia medicina del vizio e de la malvagità; ma
          peraventura questa fu troppo severa filosofia, né si poteva vivere con queste leggi o con
          questa usanza in altra republica che in quella di Platone. Ne l'altre si biasma la mala
          elezione del poeta e si scusa la necessità de l'oratore, anzi si loda l'ingegno: parlo
          nondimeno di quelli oratori che ragionano davanti il tribunale di giudici: perché gli
          altri che vivono lontano da lo strepito del palazzo possono eleggere l'argomento, e
          meritano molta lode per la buona elezione, come meritò Isocrate da Dionigi d'Alicarnasso,
          scrittore de la sua vita e giudice de' suoi scritti. Anzi Isocrate medesimo in
          quell'orazione de la <title>Permutazione de' beni</title>, ne la quale si difende da
          l'opposizione fattagli da gli accusatori, niuna più certa ragione adduce che la bontà de
          le sue orazioni; e ne la lode d'Elena lasciò scritte queste parole, o somiglianti: «Qual
          uomo di sana mente delibera di lodar la calamità? ma si conosce agevolmente che molti per
          infirmità de l'ingegno rifuggano a questi argumenti». E poco appresso: «A niuno mai, chi
          volesse lodar l'ape o il sale o l'altre cose di questa sorte, mancaranno le parole». Molti
          luoghi, oltre questi, si potrebbono recare e da questa orazione e dal panegirico e da
          l'altre, ne' quali disprezza la viltà e la bassezza de' soggetti, ed ogni artificio che vi
          possa esser usato. Lodò nondimeno Elena prima lodata da Gorgia e Busiride comendato o
          difeso da Policrate, benché la lode di Busiride sia fatta per altrui ammaestramento e con
          scusa di se medesimo, e conchiuda che' mali argumenti non debbono trattenerci in modo
          alcuno, come quelli che porgono grande occasione a' calunniatori de' buoni studi. Virgilio
          nel quarto de la <title>Georgica</title>, quasi egli fosse di contraria opinione, prende
          l'api per soggetto non solamente d'ammaestramento, ma di lode, e chiama Busiride illaudato
          in quei versi: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>
                <foreign lang="lat">. . . Quis aut Eurysthea durum, aut illaudati nescit Busiridis
                  aras?</foreign>
              </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">o perché egli non avesse letto Isocrate, o più tosto perché non lodava
          Isocrate di quella falsa laude, chiamando Busiride illaudato, quasi illaudabile e indegno
          di laude. E peraventura Virgilio stimò vera quella opinione d'Isocrate, il quale, come
          racconta Plutarco ne la sua <title>Vita</title>, dimandato quel che fosse la retorica,
          rispose ch'era officio del retore il far le cose grandi picciole, e le picciole grandi. Ma
          se ciò fosse vero, sarebbe similmente officio del medesimo il far le cose degne indegne, e
          l'indegne degne, l'illustri e l'oscure illustri, le compassionevoli degne di riso, e le
          ridicole meritevoli di pietà, e il toglier la maraviglia a le meravigliose, e la
          verisimilitudine a le vere, aggiungendola a le cose contrarie con l'eccelenza del suo
          artificio, col quale può superare la difficultà de la materia e la natura intessa.
          Tuttavolta la cosa sta altrimenti: perché Isocrate, mutando opinione, s'ebbe mai quella
          che da Plutarco gli fu attribuita, disse: «È agevol molto il superare le cose picciole con
          l'orazioni, ma parlando aguagliar le grandi è malagevolissimo; e de' fatti gloriosi è
          difficil dire quello che non si è detto prima; ma de le cose basse e di piccol' estima ciò
          che si dice a caso, è proprio». In molti altri luoghi manifestò la medesima opinione, ne
          la quale fu seguito da' migliori e più giudiziosi maestri de l'eloquenza. Laonde non è
          dubbio che l'eccelentissime forme s'introducono meglio ne la materia che sia atta a
          riceverle. Onde presupponiamo che col medesimo artificio e con l'istessa eloquenza altri
          voglia mover compassione da Edippo che per semplice ignoranza uccise il padre; altri da
          Medea, la qual, conoscendo la sua sceleraggine, lacerò li figliuoli; molto più sarà
          compassionevole la favola tessuta de gli accidenti d'Edippo che l'altra composta del fiero
          proponimento di Medea: quella infiammerà gli animi di pietà; questa a pena potrà
          intepidirli, ancor che l'artificio usato ne l'una e ne l'altra fosse non solo simile, ma
          eguale. Similmente la medesima forma del sigillo molto meglio fa sue operazioni ne la cera
          ch'in altra materia più liquida o più densa; e più sarà in pregio una statua di marmo o
          d'oro ch'una di legno o di pietra men nobile, benché in ambedue si lodasse parimente
          l'industria di Prassitele o di Fidia. Queste cose ho dette acciò che si conosca quanto
          importi nel poema l'eleggere più tosto una che un'altra materia. Or debbiam considerare in
          qual luogo ella debba ricercarsi: il che appertiene in qualche modo a l'invenzione. La
          materia, che può chiamarsi ancora argomento, in questi tempi ne' quali sono scritte le
          cose degne di memoria, o si finge, e allora pare che il poeta abbia gran parte non solo ne
          la scelta, ma nel ritrovamento, o si prende da l'istorie. Ma ne gli antichissimi tempi,
          prima che fosse Omero, il quale non fu tra gli scrittori del primo secolo, ma tra quelli
          del secondo o del terzo, i poeti peraventura non avevano il soggetto da l'istoria, avenga
          che l'istoria non sia più antica de la poesia, ma più nuova; ma i poeti o seguivano le
          relazioni di coloro che erano stati presenti a' fatti medesimi, o la fama e l'opinione.
          Omero nondimeno, il quale fu dopo Lino e dopo Orfeo e dopo Museo e dopo Olimpo e dopo
          molt'altri, fu ancora inferiore d'età ad Orebanzio Trexenio e a Darete Frigio, il quale
          fece istoria de la guerra di Troia, come scrive Eliano. Gli altri ch'hanno seguìto Omero e
          imitatolo, tutti fondarono il poema sovra l'istorie, perché non si può fare quasi
          altrimenti, essendo sinora scritte tutte l'azioni memorevoli: laonde quelle che non sono
          scritte non paiono degne di memoria. Molto meglio dunque è, per mio giudizio, che
          l'argomento sia prestato da l'istoria, che non sarebbe se egli in tutto si fingesse: però
          Sinesio nel suo libro <title>De' sogni</title> lasciò scritto che Alceo ed Archelao furono
          degni che la posterità conservasse memoria di tutto ciò che lor piaceva o dispiaceva, non
          avendo essi voluto spender vane parole ne gli argomenti finti; e loda Omero e Stesicoro,
          ch'avevano fatto più illustre co' lor poemi la progenie de gli eroi; biasima a l'incontro
          i savi del suo tempo, i quali vanamente s'erano occupati ne' falsi argomenti. E di questa
          opinione tra gli altri fu Macrobio nel <title>Sogno di Scipione</title>, nel quale,
          distinguendo le favole, dice che in alcune di loro il poeta vuoi solo piacere a gli
          orecchi e fa quasi professione di falsità e di bugia: quali sono quelle di Menandro e de'
          suoi imitatori e gli scherzi d'Apuleio; e queste vuole che la sapienza scacci dal suo
          tempio ne le cune de le nutrici. Ma di quelle ch'hanno qualche forma di virtù si fa la
          seconda distinzione: in alcune l'argomento è finto, come ne le favole d'Esopo; in altre è
          fondato ne la sodezza del vero, e questo è molto acconcio a la filosofia, ove la verità,
          la quale è mescolata con alcune cose finte e composte da l'artificio del poeta, non sia
          nascosa sotto un manto quasi contrario di sozze invenzioni e di brutte parole, ma dentro
          un pio velame di cose oneste e di nomi splendidi ed illustri. Questa distinzione di
          Macrobio peraventura, la quale scaccia le comedie o le favole d'Apuleio ne la cuna de le
          nutrici . . ., però che le favole sì fatte deono esser lette da' giudiziosi e da gli
          attempati anzi che no; a' fanciulli, come vuoi Platone nel terzo de le sue
          <title>Leggi</title>, deono più tosto da le nutrici esser cantate le lodi de gli dii e de
          gli eroi. Ma oltre l'autorità si potrebbono adducere molte ragioni, per le quali al poeta
          eroico si conviene fare il suo fondamento nel vero; e prima, dovendo l'epico cercare in
          molte parti il verisimile, non è verisimile che un'azione illustre, come sono quelle da
          lui trattate, non sia scritta e passata a la memoria de' posteri con la penna d'alcuno
          istorico; e i grandi e fortunosi avvenimenti non possono esser incogniti; e ove non siano
          recati in scrittura, da questo solo argumentano gli uomini la loro falsità; e falsi
          stimandoli, non consentono di leggieri a le cose scritte, per le quali or sono mossi ad
          ira, ora a pietà, ora a timore, or contristati, or pieni di vana allegrezza, or sospesi,
          or rapiti, ed in somma non attendono con quell'espettazione il successo de le cose, come
          farebbono se l'estimassero vere in tutto o in parte: perché, dove manca la fede, non può
          abbondare l'affetto o il piacere di quel che si legge o s'ascolta; ma dovendo il poeta con
          la sembianza de la verità ingannare il lettore, suol dilettarlo co la varietà de le
          menzogne, come dice Pindaro ne la prima ode de l'<title>Olimpiache</title>: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>
                <foreign lang="grc">e thaumata polla.</foreign>
              </l>
              <l>
                <foreign lang="grc">kai pou ti kai broton phrena,</foreign>
              </l>
              <l>
                <foreign lang="grc">huper ton alethe logon, </foreign>
              </l>
              <l>
                <foreign lang="grc">dedaidalmenoi pseudesi poikilois </foreign>
              </l>
              <l>
                <foreign lang="grc">exapatonti muthoi.</foreign>
              </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p>Imperò che il diletto de la bugia, variando l'aspetto de la verità, e co' suoi colori
          quasi dipingendolo, suole ingannare più agevolmente. Cerca nondimeno il poeta di
          persuadere che le cose da lui trattate siano degne di fede e d'autorità, e si sforza di
          guadagnarsi ne gli animi questa opinione e questa credenza con l'autorità de l'istoria e
          con la fama de' nomi illustri, e d'acquistarsi benevolenza con la lode de la virtù e de
          gli uomini valorosi, avvenga che sia pericoloso l'essere odiato, come dice Platone: parlo
          di quelli che imitano le azioni illustri, quali sono il tragico e l'epico; e ciò si
          potrebbe confermare con l'autorità d'Aristotele, perché se i poeti sono imitatori,
          conviene che siano imitatori del vero, perché il falso non è; e quel che non è, non si può
          imitare: però quelli che scrivono cose in tutto false, se non sono imitatori, non sono
          poeti, ed i suoi componimenti non sono poesie, ma finzioni più tosto: laonde non meritano
          il nome di poeta o non tanto. Fra costoro sono i comici de la nuova comedia, nata dopo la
          morte d'Aristotele: perché la vecchia, la quale fiorì a' suoi tempi, introduceva ne la
          scena le vere persone, laonde erano in qualche modo imitazioni del vero. Si concedeva
          nondimeno a la vecchia comedia, o a quella che fu meno antica, il fingere i nomi, come
          dice Aristotele medesimo: <foreign lang="grc">epi men oun tes komoidias ede touto delon
            gegone. sustesantes gar ton muthon dia ton eikoton, houto ta tukhonta onomata
            epititheasi.</foreign> Ma la nuova, o perché alcuna legge il condannasse, o perché
          rappresenti ancora le azioni vili e popolaresche, sempre suol finger le persone e l'azioni
          e i nomi a sua voglia; né ripugna al verisimile che de l'azioni private non s'abbia alcuna
          contezza fra gli uomini, ancora che sono abitatori de la medesima città. E benché leggiamo
          ne la <title>
            <title>Poetica</title>
          </title> d'Aristotele che le favole finte sogliono piacere per la novità loro, come fu tra
          gli antichi il <title>Fior</title> d'Agatone, e tra' moderni Toscani le favole eroiche del
          Boiardo e de l'Ariosto e le tragedie d'alcuni più moderni, non debbiamo però lasciarci
          persuadere che favola alcuna finta sia degna di maggior lode: perché già si è conchiuso il
          contrario per molte ragioni, e oltre a tutte l'altre n'adduciamo due, l'una d'Aristotele
          medesimo: perciò che quelle cose sono credibili che si possono fare; ma quelle che non è
          chiaro che siano fatte, sono credute poco possibili; e l'ultima è quasi frutto del seme
          istesso: nata, dico, da la sua dottrina, che la novità del poema non consista
          principalmente ne la falsità del soggetto non udito, ma nel bel nodo e ne lo scioglimento
          de la favola. Fu l'argumento di Tieste, di Medea, di Edippo da vari antichi trattato ne la
          lingua greca e ne la latina; ma tessendolo diversamente, il facevan di comun proprio e di
          vecchio nuovo. Però molto s'inganna il Robertello in assegnar al poema per materia il
          falso, avenga che il falso, per giudizio di Platone e d'Aristotele, sia la materia del
          sofista, il quale s'affatica intorno a quel che non è; ma il poeta si fonda sovra qualche
          azion vera e la considera come verisimile, onde la sua materia è il verisimile che può
          esser vero e falso; ma suole esser più tosto vero, non essendo ragionevole in modo alcuno
          che il verisimile sia più tosto falso, dal quale è molto dissimile: perciò che ove è
          dissimilitudine, non può essere identità, per così dire; ma le cose somiglianti possono
          esser l'istesse, se non ne la sostanza, almeno ne la qualità. Dunque poco meno errò
          monsignor Alessandro Piccolomini, volendo che il soggetto del poema sia più tosto il falso
          che il vero. Ed in questo medesimo errore, s'io non m'inganno, è il signor Iacomo Mazzone,
          de le cui opere ho appena veduto alcuna parte, ma da poi ch'io ebbi scritte le cose
          antecedenti ed alcune de le seguenti in questo libro, e gli altri libri che seguono, tal
          ch'io sono stato costretto d'aggiungerne alcune altre per confermar la mia opinione.
          Scrive il Mazzone, ne l'introduzione de la <title>Difesa di Dante</title>, che
          l'imitazione è di due maniere, l'una icastica, l'altra fantastica, seguendo in ciò la
          dottrina insegnataci da Platone nel <title>Sofista</title>; e chiama icastica quella
          ch'imita le cose che si trovano o si sono trovate, fantastica l'altra specie ch'è
          imitatrice de le cose che non sono; e questa vuol sia la perfetta poesia, la qual ripone
          sotto la facoltà sofistica di cui è soggetto il falso e quel che non è; ma per consolare i
          poeti, e me con gli altri, a cui fa più d'aiuto e di consolazione mestieri, fa due o tre
          specie d'arte sofistica, e ripone la poesia sotto la prima specie ch'è la più antica; e
          questa, s'io non m'inganno, è quella medesima ch'è in tanti luoghi rifiutata da Socrate e
          da Platone. Però io non posso concedere né che la poesia si metta sotto l'arte de'
          sofisti, né che la perfettissima specie di poesia sia la fantastica. Quantunque io gli
          concedessi che la poesia fosse facitrice de gl'idoli, come la sofistica, e non solamente
          de gl'idoli, ma de gli iddii (poi che a la sovrana lode de' poeti si conviene il deificare
          ed il riporre i principi giusti e valorosi nel numero de gl'immortali, ed a gl'immortali
          secoli consecrar la lor memoria), non gli concederei nondimeno che fosse la medesima
          l'arte de' sofisti e quella de' poeti. Dico adunque che senza dubio la poesia è collocata
          in ordine sotto la dialettica insieme con la retorica, la qual, come dice Aristotele, è
          l'altro rampollo de la dialettica facultà a cui s'appartiene di considerare non il falso,
          ma il probabile: laonde tratta del falso, non in quanto egli è falso, ma in quanto è
          probabile; ma il probabile, in quanto egli è verisimile, appertiene al poeta, perciò che
          il poeta usa le prove men efficacemente che non fa il dialettico; anzi l'imitazione e
          l'esempio e la comparazione sono debolissime maniere di prove, come c'insegna Boezio ne la
          sua <title>Topica</title>; ma 'l sofista, per giudizio d'Aristotele, pur ne' libri de la
          sua <title>Topica</title>, non considera il probabile, ma il probabile apparente, cioè
          quello che non è veramente probabile, ma par ad alcuni probabile; del quale Alessandro
          Afrodiseo ne' suoi <title>Comenti</title> adduce alcuni esempi. È dunque il sofista in ciò
          differente non solamente dal dialettico, ma dal poeta ancora, perciò che quello che per sé
          è probabile, quello è verisimile. E perché 'l poeta, come ancora il dialettico, è diverso
          dal sofista più tosto per elezione che per facoltà, quinci aviene che 'l buon poeta si dee
          affaticare più volentieri di ciascuno altro intorno a' soggetti per sé probabili, come
          fece Omero, il qual ne la persona d'Ettore volle dimostrarci che lodevolissima cosa sia il
          difender la patria, ed in quella d'Achille che sia lodevolissima la vendetta, e da
          magnanimo, e per conseguenza giusta e favoreggiata da gli dei. Le quali opinioni, essendo
          senza fallo per sé probabili, son verisimili; e per l'artificio d'Omero divennero
          probabilissime o provatissime e similissime al vero. O direi che la poesia non fosse
          compresa sotto la dialettica, ma sotto la logica più tosto, la qual contiene tre parti, la
          dimostrativa, la probabile e l'apparente probabile, ch'è la sofistica: però che 'l poeta
          in alcune cose dimostra, come fece Parmenide ed Empedocle tra gli antichi Greci, Lucrezio
          e Boezio fra' Latini, Dante fra' Toscani; in alcune altre sillogizza probabilmente: il che
          fa più spesso, perché in questa parte s'impiega propiamente il suo officio; in alcune usa
          il paralogismo: il che fa più di rado. E se ciò è vero, la latitudine de la poesia è
          quanto quella de la logica, ed ha tre parti subordinate e corrispondenti a le tre
          superiori de la logica: alcune volte dimostrando co' filosofi e usando il filosofema;
          altre seguendo il verisimile e servendosi de l'esempio e de l'entimema, come fecero Omero
          e Virgilio; e altre volte, come il sofista, s'appiglia a l'apparente probabile; e con
          l'equivoco e con l'altre maniere de' fallaci argomenti, i quali consistono ne le parole e
          ne le cose, prende gli auditori del suo piacere; e questo sofistico artificio fu usato da'
          poeti toscani ne l'amorose poesie più che da alcuno altro, e forse da molti non se
          n'avedendo. Nondimeno la perfettissima imitazione, o la propriissima specie de la poesia,
          non si ripone sotto la sofistica, o nuova o antica ch'ella sia, ma sotto la dialettica.
          Molto meno è vero quel che dice il Mazzone, che la perfettissima poesia è la fantastica
          imitazione: perché sì fatta imitazione è de le cose che non sono e non furono già mai; ma
          la perfettissima poesia imita le cose che sono, che furono o che possono essere: come fu
          la guerra di Troia, e l'ira d'Achille, e la pietà d'Enea, e le battaglie fra Troiani e
          Latini, e l'altre che furono o possono essersi fatte. Ma i Centauri, l'Arpie e i Ciclopi
          non sono adeguato o principal subietto de la poesia, né i cavalli volanti e gli altri
          mostri de' quali son piene le favole de' romanzi. Ma perché il poeta, per sentenza
          d'Aristotele, imita le cose, o com'elle sono, o come possibili, o come è fama ch'elle
          siano, e come son credute, il principale soggetto del poeta è quel ch'è, o quel che può
          essere, o quel che si crede, o quel che si narra; o tutte queste cose insieme, come
          piacque ad Aristotele, potendo essere imitate dal poeta, sono il soggetto adeguato de la
          poesia sotto questa consecuzione di verisimile. Non è dunque un solo di questi membri il
          soggetto adeguato de la poesia, come stima il Mazzone, né quella ragione dimostra: «la
          poesia è facitrice de gl'idoli, la sofistica è facitrice de gl'idoli, adunque la poesia è
          sofistica»: non solo perché ne la seconda figura del sillogismo le due affirmative
          proposizioni sono viziose, ma ancora perché il nome de gl'idoli riceve alcuna distinzione
          e, secondo che egli è variamente definito, cosi appertiene al poeta o al sofista il formar
          gl'idoli. Definì Favorino gl'idoli (come riferisce l'istesso Mazzone) una similitudine
          ombrosa ed una cosa finta che veramente non è: una forma che non ha sussistenza, come le
          forme che appaiono ne l'acque e ne gli specchi; e deriva dal verbo <foreign lang="grc">eido</foreign> che vuol dire <emph>appaio</emph> e <emph>rassomiglio</emph>. Ma
          gl'idoli, come gli definisce Suida, sono effigie di cose non sussistenti, quali sono i
          Tritoni e le Sfingi e i Centauri; e le similitudini sono imagini di cose sussistenti, come
          di fiere e d'uomini. Esichio, dichiarando con altra voce i sentimenti del nome idolo,
          disse: idolo è imagine e similitudine e segno, quasi egli sia de le cose che sono e di
          quelle che non sono: come parve ancora ad Ammonio e a Platone medesimo. Quando diciamo
          adunque: il sofista è facitor de gl'idoli, intendiamo de gl'idoli che sono imagini di cose
          non sussistenti, perché 'l subietto del sofista è quel che non è; ed in questa
          significazione disse S. Paolo: «<foreign lang="lat">Idolum nihil est».</foreign> Ma quando
          affermiamo che 'l poeta sia facitor de gl'idoli, non intendiamo solamente de gl'idoli de
          le cose non sussistenti, perché il poeta imita ancora le sussistenti, e principalmente le
          rassomiglia. Laonde quantunque il poeta sia facitor de gl'idoli, ciò non si dee intendere
          ne l'istesso significato nel qual si dice che il sofista è fabro de gl'idoli; ma dobbiam
          dir più tosto che sia facitare de l'imagini a guisa d'un parlante pittore, ed in ciò
          simile al divino teologo che forma l'imagini e comanda che si facciano; e se la dialettica
          e la metafisica, la qual' era la divina filosofia de' gentili, hanno tanta conformità che
          furono da gli antichi stimate l'istessa, non è maraviglia che 'l poeta sia quasi il
          medesimo che è il teologo e il dialettico. Ma la divina filosofia, o la teologia che
          vogliam dirla, ha due parti, e ciascuna di loro è convenevole e propria ad una parte de
          l'animo nostro composto del partibile e de l'impartibile, non solo per sentenzia di
          Platone e d'Aristotele, ma de l'Areopagita, il quale scrisse ne l'epistole a Tito
          pontefice, ne la <title>Mistica teologia</title> e altrove, che quella parte de la più
          occulta teologia, la quale è contenuta ne' segni ed ha virtù di far perfetto, si conviene
          a la parte de l'animo nostro indivisibile. che è il simplicissimo intelletto. L'altra,
          studiosa di sapienza, la qual dimostra, attribuisce a la parte de l'animo divisibile,
          molto men nobile de l'indivisibile. Laonde il conducere a la contemplazione de le cose
          divine e il destare in questa guisa con l'imagini, come fa il teologo mistico ed il poeta,
          è molto più nobile operazione che l'ammaestrar con le demostrazioni, com'e officio del
          teologo scolastico. Il teologo mistico adunque e il poeta sono oltre tutti gli altri
          nobilissimi, quantunque san Tomaso nella prima parte de la <title>Somma</title> riponesse
          la poesia ne l'infimo genere de la dottrina; ma egl'intese di quella parte de la poesia
          ch'insegna con prove assai deboli, quali sono gli esempi e le comparazioni usate per
          dimostrare; tuttavolta non la collocò sotto l'arte de' sofisti, che non è dottrina, ma
          inganno d'apparenzia e arte simile a quella de' prestigiatori. Dunque il poeta facitor de
          l'imagini non e fantastico imitatore, come parve al Mazzone e dopo di lui a don Gregorio
          Comanino, canonico regolare, benché l'uno sia fornito di gran dottrina, e l'altro di
          grande eloquenza, anzi ambedue dotati d'ambedue, e miei amici parimente. Ma se l'imagini
          sono di cose sussistenti, questa imitazione appertiene a l'icastico imitatore. Ma quali
          cose direm noi che siano le sussistenti? le intelligibili o le visibili? Le intelligibili
          veramente, e per giudicio ancora di Platone, il quale ripose le cose visibili nel genere
          del non ente, e solamente le intelligibili pose nel genere de gli enti. Dunque l'imagini
          de gli angeli, descritte da Dionigi, sono di cose più di tutte l'umane sussistenti; e il
          leone alato ancora, e l'aquila e 'l bue e l'angelo, che sono imagini de gli Evangelisti,
          non appartengono dunque a la fantasia principalmente, né sono suo proprio obietto, perché
          la fantasia è ne la parte divisibile de l'animo, non ne l'indivisibile, la quale è
          simplicissimo intelletto: se pure, oltre la fantasia che è virtù de l'anima sensitiva, non
          se ne trovasse un'altra che fosse virtù de l'intellettiva: il che pare assai convenevole,
          perché la fantasia tra' Greci fu così detta dal lume (e ciò si legge nel libro <title>
            <foreign lang="lat">De placitis philosophorum</foreign>
          </title> scritto da Plutarco), sì come quella potenza la quale è simile al lume ne
          l'illustrar le cose e nel dimostrar se medesima; e ciò si conviene più tosto a la fantasia
          intellettuale; ma questa, quantunque sia posta da' nostri teologi che concedono la memoria
          intellettiva e da' platonici filosofi, non fu conosciuta o non fu conceduta da Aristotele,
          né da Platone nel <title>Sofista</title>: altrimenti egli non distinguerebbe l'icastica
          imitazione da la fantastica, potendo l'icastica convenire ancora a la imaginazione
          intellettuale; e di lei intese peraventura Dante quando egli disse: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>A l'alta fantasia mancò qui possa; </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">e altrove: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Poi piovve dentro a l'alta fantasia</l>
              <l>un crocifisso dispettoso e fiero.</l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">È dunque il poeta, benché sia facitore de l'imagini, più tosto simile al
          dialettico ed al teologo ch'al sofista: anzi non solo fra gli antichi, per aviso
          d'Aristotele, i poeti e i teologi furono i medesimi, come Lino, Orfeo, Museo, ma fra'
          moderni ancora, come scrive il Boccaccio nella <title>Vita</title> di Dante; e però la sua
          imitazione è più tosto icastica che fantastica; e se pur fu operazione de la fantasia,
          intendasi d'una imaginazione intellettuale; ma questa non si può contradistinguere da
          l'icastica. Con un'altra ragione possiam provare che 'l soggetto del poeta sia più tosto
          il vero che 'l falso: la quale è derivata da la dottrina di san Tomaso ne la
          <title>Somma</title> ed in altre opere sue. Dice egli che 'l bene e 'l vero e l'uno si
          convertono, e che 'l vero è bene de l'intelletto: oltre a ciò vuole che 'l male non sia
          natura. Laonde non essendo in qualche natura, è fondato in qualche bene o in qualche cosa
          buona, perché non si trova alcuna cosa rea e mala del tutto. In questa medesima guisa ogni
          moltitudine è fondata sovra l'unità, né ci e alcuna moltitudine che non partecipi de
          l'unità; ed ogni falsità si fonda su la verità: però quel ch'e in tutto falso, non può
          esser subietto de la poesia, anzi non è. Esiodo, antichissimo poeta greco, ne la
            <title>Geneologia de gli dei</title>, scrisse che le Muse sanno dir molte bugie simili a
          la verità, e sanno, se vogliono, dir il vero; ma assolutamente le chiama figliuole di
          Giove, e veridiche, come si legge in quei versi: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>
                <foreign lang="grc">Poimenes agrauloi, kak'elegkhea, gasteres oion, </foreign>
              </l>
              <l>
                <foreign lang="grc">idmen pseudea polla legein etumoisin homoia. </foreign>
              </l>
              <l>
                <foreign lang="grc">idmen d'eut'ethelomen alethea muthesasthai.</foreign>
              </l>
              <l>
                <foreign lang="grc">hos ephasan kourai megalou Dios artiepeiai. </foreign>
              </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p>Laonde io concluderei che questa fosse un'arte o ver facoltà di dire il vero ed il falso;
          ma 'l vero principalmente. Tra gli scrittori sacri, Atanasio non ha diversa opinione da
          quella ch'io stimo migliore, però ch'egli, scrivendo contro i gentili, i quali estimavano
          che fosse proprio del poeta il finger quel che non è, dimostra il contrario, e il prova
          con l'esempio de' poeti, i quali dissero le bugie, ma più de gli dii che de gli uomini,
          perché, scrivendo de le umane azioni, non furono in tutto bugiardi; e adduce l'autorità di
          Omero medesima, il quale, se di tutte le cose avesse scritto il falso, avrebbe attribuita
          ad Achille la timidità, e la fortezza a Tersite. Dunque il poeta in qualche parte è amico
          de la verità, la quale illustra e abbellisce di nuovi colori, e si può dire che, di
          vecchia e d'antica, la faccia nuova. E nuovo sarà il poema in cui nuova sarà la testura
          de' nodi, nuove le soluzioni, nuovi gli episodi che per entro vi sono traposti, quantunque
          la materia fosse notissima e da gli altri prima trattata: perché la novità del poema si
          considera più tosto a la forma che a la materia. A l'incontro non potrà dirsi nuovo quel
          poema in cui finti siano i nomi e le persone, là dove il poeta faccia il nodo e lo
          scioglimento fatto da gli altri; e tale è peraventura alcuna moderna tragedia, a cui manca
          l'autorità che porta seco l'istoria, e la fama e la novità de la finzione. E s'io non sono
          errato, è soggetta a questa opposizione l'<title>Avarchide</title>, poema epico de
          l'Alamanno, perché, quantunque la favola non sia nota, e quell'istessa de l'<title>
            <title>Iliade</title>
          </title> d'Omero; laonde non merita gran lode ne l'invenzione, e resta ancora privata di
          quella autorità che suol essere ne l'istorie o ne la fama; non se ne vede nondimeno
          alcun'altra meglio tessuta e, per mio giudizio, è la più perfetta che si legga in questa
          lingua. </p>
        <p>Comunque sia, l'argumento de l'eccelentissimo epico dee fondarsi ne l'istorie. Ma
          l'istoria o è di falsa religione o di vera; né giudico che l'azioni de' gentili ci diano
          soggetto altissimo del quale si formi il poema epico, perché ne' poemi sì fatti o vogliamo
          ricorrere a le deità che da' gentili erano adorate, o non vogliamo: se non vi ricorriamo,
          manca il maraviglioso; se ci rivolgiamo a quelle medesime che furono invocate da gli
          antichi, in quella parte è privo del verisimile e del credibile, o non l'ha per virtù de
          la favola e de l'imitazione, ma del verso e de gli altri ornamenti: perché, come dice
          Pindaro ne l'istesso luogo, <quote rend="block">
            <lg>
              <l>
                <foreign lang="grc"> kharis d'haper hapanta teu khei ta meilia thnatois, </foreign>
              </l>
              <l>
                <foreign lang="grc">epipheroisa timan, </foreign>
              </l>
              <l>
                <foreign lang="grc">kai apiston emesato piston </foreign>
              </l>
              <l>
                <foreign lang="grc">emmenai to pollakis. </foreign>
              </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p>Ma, s'io non m'inganno, Pindaro intende di quella grazia e di quella venustà de' poeti,
          de la quale intese ancora Isocrate ne l'<title>Evagora</title>, e Aristide, dopo lui,
          lodando la retorica: di quella, dico, che s'acquista con le misure del verso e co' numeri
          e che, dissolvendosi co' medesimi, si perderebbe. Noi cerchiamo una persuasione e una
          forza che ne la prosa faccia ancora il medesimo effetto e diletti similmente come, per mio
          aviso, dilettarebbono quelle maraviglie che muovono non solamente gli animi de
          gl'ignoranti, ma de' giudiziosi ancora: parlo de gli anelli incantati, de' corsieri
          volanti, de le navi converse in ninfe, e di quelle larve che s'interpongono ne la
          battaglia, de l'ardente spada, de la ghirlanda de' fiori, de la camera difesa, de l'arco
          de' leali amanti, e d'altre invenzioni che piacciono ancora ne la prosa, e si leggono
          volentieri e si rileggono senza la grazia del verso. Ma se questi miracoli, o prodigi più
          tosto, non possono esser fatti da virtù naturale, è necessario che la cagione sia qualche
          virtù sopranaturale o qualche potenza diabolica; e rivolgendoci a la deità de' gentili,
          cessa in gran parte il verisimile, o il probabile o il credibile che vogliamo dir più
          tosto, se pur sono il medesimo nel subietto: perché non è l'istesso, per giudizio
          d'Aristotele nel primo de la <title>Topica</title>, il probabile e quello che pare
          probabile; anzi niuna di quelle cose che paiono probabili a prima vista ed
          estrinsecamente, è in tutto probabile. Veramente probabile, per opinione d'Alessandro suo
          comentatore, è che gli dii possano tutte le cose; m non è vero, e s'ingannò Alessandro, se
          egli intese de' falsi dei che furono adorati da la Grecia. Oltre a ciò, il medesimo
          Aristotele c'insegna ne l'ottavo de la <title>Topica</title> che non è il medesimo quel
          che in tutto è probabile e quel che è probabile ad alcuno solamente. Non è probabile in
          tutto che gl'idoli abbino tanta potenza; ma fu probabile a que' miseri, i quali, come dice
          Atanasio, non adoravano l'artefice, ma l'artificio; non lo scoltore, ma la statua. Non è
          probabile semplicemente quel che fu probabile al gentile; né quel che al gentile pareva
          verisimile, par verisimile a ciascuno: non è verisimile, non è credibile al cristiano quel
          che è creduto da l'idolatra; e se credibile, come dice Aristotele ne la
          <title>Poetica</title>, è quello che si può fare; quello che non si può fare non è
          credibile; e parimente non è credibile che da loro sia fatto quello che da loro non può
          esser fatto già mai. Quanto dunque il maraviglioso che portano seco i Giovi e gli Apollini
          sia scompagnato da ogni probabilità, da ogni verisimilitudine, da ogni credenza, da ogni
          grazia e da ogni autorità, ciascuno di mediocre giudizio se ne potrà facilmente avedere,
          leggendo i moderni scrittori; ma ne' poeti antichi queste cose deono esser lette con altra
          considerazione e quasi con altro gusto, non solo come ricevute dal volgo, ma come
          approvate da quella religione, qualunque ella fosse. Laonde senza alcuna ragione il
          Robertello biasma la bellissima favola e la dottissima allegoria del ramo d'oro, ma la
          vitupera come cosa impossibile; e se quello ch'è impossibile per natura fosse impossibile
          ancora a gli dii, come volle Alessandro, buona sarebbe l'opinione del Robertello; ma se a
          gli dei niuna cosa è impossibile, non dee questa maraviglia essere riputata più
          impossibile de l'altre, né merita maggior riprensione del vello d'oro o de' pomi d'oro,
          de' quali si favoleggia in tante poesie con tanta lode de' favoleggiatori e con tanto
          diletto de' lettori. Però che queste cose ancora da' fisici sarebbono riputate
          impossibili; ma a' teologi de' gentili non parvero tali: essi diedero a' poeti questo
          ardire e questa licenza di fingere; anzi i teologi e i poeti antichi furono i medesimi,
          come dice Aristotele ne la sua <title>Metafisica</title>, la quale non considerò molto il
          Robertello, perché ivi averebbe letto quel che i teologi scrivessero de l'ambrosia e de
          l'altre cose riprese da lui, le quali egli non riprende come cristiano teologo, a cui solo
          questo officio si converrebbe, ma come critico de' gentili poeti: potea parimente
          ricercare nel <title>Filebo</title> di Platone e ne gli altri suoi dialoghi, e ne'
          commenti del Ficino, la buona interpretazione de le cose non bene intese. Non merita
          maggior biasimo la conversione de le navi: perché se Iddio può creare <foreign lang="lat">ex non entibus, vel ex non existentibus</foreign>, come dicono i teologi, molto più
          agevolmente potrà ciò fare <foreign lang="lat">ex praeexistenti materia.</foreign>
          Concedasi dunque a Virgilio l'aver attribuito a quel suo Giove, che era il maggior dio
          ch'avessero i gentili, questa meravigliosa potenza del trasmutare la materia d'una in
          un'altra forma. Concederei ancora che fosse probabile a' nostri poeti che molte cose
          meravigliose e prodigiose fossero fatte con arte diabolica, perché tutti gl'idoli de le
          genti sono diavoli; ma non si dee concedere loro quella potenza ch'era attribuita a'
          medesimi da' gentili, da' quali furono adorati come dii e come benefattori. Replicherò in
          questo luogo quel che altre volte ho detto, cioè che l'eccelentissimo poema è proprio
          solamente de la eccelentissima forma di governo. Questa è il regno; ma il regno non può
          esser ottimamente governato con falsa religione. Conviene adunque a l'ottimo regno la vera
          religione; ed ove sia falsa pietà e falso culto d'Iddio, non può essere alcuna perfezione
          nel principe o nel principato. Però i poemi ancora partecipano de l'istessa imperfezione;
          ma il difetto non è de l'arte poetica, ma de la politica, non del poeta, ma de'
          legislatori. Conchiudiamo dunque che non si debba lodare alcun poema soverchiamente
          prodigioso, acciò che i magi e i negromanti siano introdutti con qualche verisimilitudine
          nel poema. Ma nel suo luogo sarà considerato quel che sia <foreign lang="grc">to
          dunaton</foreign> che ricerca Aristotele nel <foreign lang="grc">kata to eikos</foreign>,
            <foreign lang="lat">vel</foreign>
          <foreign lang="grc">kata to anagkaion,</foreign> perché io non intendo il necessario, come
          intende il Robertello.</p>
        <p>Ma ora seguiamo il nostro proposito, come il verisimile possa esser congiunto co 'l
          maraviglioso senza la grazia ancora e senza la venustà de' versi, che sono quasi lusinghe
          da persuadere a gli orecchi. Diversissime sono, illustrissimo signore, queste due nature,
          il meraviglioso e 'l verisimile, e in guisa diverse che sono quasi contrarie fra loro:
          nondimeno l'una e l'altra nel poema è necessaria; ma fa mestieri che arte di eccelente
          poeta sia quella ch'insieme le accoppii: il che se ben è stato sin ora fatto da molti,
          niuno è (che io mi sappia) il quale insegni come si faccia; anzi alcuni uomini di somma
          dottrina, veggendo la ripugnanza di queste due nature, hanno giudicato quella parte ch'è
          verisimile ne' poemi non essere meravigliosa; né quella ch'e meravigliosa, verisimile, ma
          che nondimeno, essendo ambedue necessarie, si debba or seguire il verisimile, ora il
          meraviglioso, di maniera che l'una a l'altra non ceda, ma l'una da l'altra sia temperata.
          Ma io questa opinione non approvo; né stimo che parte alcuna debba nel poema ritrovarsi
          che non sia verisimile; e la ragione che mi muove a così credere, è tale. La poesia non è
          altro che imitazione; e questo non si può chiamare in dubbio; e l'imitazione non può
          essere discompagnata dal verisimile, perché l'imitare non è altro che il rassomigliare.
          Non può dunque parte alcuna di poesia esser separata dal verisimile: ed in somma il
          verisimile non è una di quelle condizioni richieste ne la poesia per maggior sua bellezza
          ed ornamento, ma è propria ed intrinseca de l'essenza sua, ed in ogni sua parte sovra
          ogn'altra cosa necessaria. Ma benché io stringa il poeta epico ad un obligo perpetuo di
          servare il verisimile, non però escludo da lui l'altra parte, cioè il meraviglioso: anzi
          giudico che un'azione medesima possa essere e maravigliosa e verisimile; e molti credo che
          siano i modi di congiungere insieme queste qualità cosi discordanti; e rimettendo gli
          altri a quella parte ove de la testura de la favola si tratterà, la quale è lor proprio
          luogo, qui parleremo di quello che più si conviene. Attribuisca il poeta alcune operazioni
          che di gran lunga eccedono il potere de gli uomini a Dio, a gli angioli suoi, a' demoni, o
          a coloro a' quali da Dio o da' demoni è conceduta potestà, quali sono i santi, i magi e le
          fate. Queste opere, se per se stesse saranno considerate, meravigliose parranno: anzi
          miracoli sono chiamati nel comune uso di parlare. Queste medesime, se si averà riguardo a
          la virtù ed a la potenza di chi l'ha operate, verisimili saranno giudicate: perché avendo
          gli uomini nostri bevuta ne le fasce insieme col latte questa opinione, ed essendo poi in
          loro confermata da i maestri de la nostra santa fede, cioè che Dio ed i suoi ministri, e i
          demoni e i magi, permettendolo lui, possano far cose sovra le forze de la natura
          meravigliose; e leggendo e sentendo ogni dì ricordarne nuovi esempi, non parrà loro fuori
          del verisimile quello che credono non solo esser possibile, ma stimano spesse fiate esser
          avenuto e poter di nuovo molte volte avenire: sì come anco a quegli antichi che vivevano
          ne gli errori de la lor vana religione, non deveano parer impossibili que' miracoli che
          de' lor dei favoleggiavano non solo i poeti, ma l'istorie, perché, se pur gli uomini
          scienziati vi prestavano picciola credenza, basta al poeta in questo, com'in molte altre
          cose, la opinion de la moltitudine, a la quale, molte volte lasciando l'esatta verità de
          le cose, e suole e dee attenersi. Può esser dunque una medesima azione e maravigliosa e
          verisimile: maravigliosa, riguardandola in se stessa e circonscritta dentro ai termini
          naturali; verisimile, considerandola divisa da questi termini ne la sua cagione, la quale
          è una virtù sopranaturale, possente ed usata a far simili maraviglie. Ma di questo modo di
          congiungere il verisimile col maraviglioso privi sono que' poemi ne' quali s'introducono
          le deità de' gentili, come l'<title>Ercole</title> del Geraldo e 'l
          <title>Constante</title> del Bolognetto: né senza molta sconvenevolezza, mi pare,
          introducea il Bolognetto Giove, iddio de le genti, a predire, come amico e benevolo, la
          grandezza de' pontefici romani, perché prediceva per conseguenza la destruzione de
          gl'idoli suoi e de' tempii e de gli altari e de' molti sacrificii; e, quel che è peggio,
          la predizione è fatta a Venere, non s'accorgendo il poeta che niun aspetto e niuna
          congiunzione di Giove con Venere, niuna genealogia de gli dei, niuna favola, niuna istoria
          faceva tolerabili queste cose nel suo poema: le quali in Virgilio sono maravigliose per
          l'opinione avuta da' Romani d'esser discesi da Enea figliuolo di Venere e d'Anchise, e
          particolarmente da Giulio Cesare e da la gente Iulia, de la quale Iulo figliuolo di Enea
          era stato progenitore. Per tutte queste cagioni, le poesie di Virgilio son degne di tanta
          laude, quanta può darsi a poeta di quella età ne la quale egli scrisse. Oltre a ciò, chi
          vuoi formare l'idea d'un perfetto cavaliere, non so per qual cagione gli nieghi questa
          lode di pietà e di religione. Laonde proporrei di gran lunga la persona di Carlo e d'Artù
          a quella di Teseo e di Giasone. Ultimamente, dovendo il poeta aver molto riguardo al
          giovamento, molto meglio accenderà l'animo de' nostri cavalieri con l'esempio de' fideli
          che de gl'infideli, movendo sempre più l'autorità de' simili che de' non simili, e de'
          domestici che de gli stranieri. E se noi consideriamo il <title>Panegirico</title>
          d'Isocrate, conosceremo di leggieri la cagione per la quale la poesia d'Omero fosse tanto
          cara a' popoli de la Grecia ne' suoi tempi; e quest'altro non fu che la inimicizia
          antichissima tra' Greci e barbari, per la quale più volentieri de l'altre cose erano lette
          le vittorie de' Greci e cantate ne gl'inni; ma per le morti de' medesimi si fecero i
          lamenti e l'altre poesie sì fatte. Per queste cagioni medesime a i nostri tempi le
          vittorie de' fideli contro gl'infideli porgeranno gratissimo e nobilissimo argumento di
          poetare. Dee dunque l'argumento del poema epico esser derivato da vera istoria e da non
          falsa religione. Ma l'istorie e le scritture sono sacre o non sacre; e de le sacre alcune
          hanno maggiore, altre minore autorità. Maggior autorità hanno l'ecclesiastiche e le
          spirituali, se così è lecito il dire, perché tutte le cose spirituali son sacre, come
          parve a san Tomaso, ma non tutte le sacre spirituali; l'altre senza fallo sono meno
          autorevoli. Ne le istorie de la prima qualità a pena ardisca il poeta di stender la mano;
          ma si possono lasciare ne la pura e semplice verità, perché non si fa fatica alcuna nel
          trovare ed a pena par ch'il fingere ivi sia lecito; e chi non fingesse e non imitasse,
          obligandosi a que' particolari medesimi che ivi sono contenuti, poeta non sarebbe, ma più
          tosto istorico. In queste medesime istorie si può fare un'altra distinzione: perché o
          contengono avvenimenti de' nostri tempi, o de' tempi remotissimi, o cose non molto moderne
          né molto antiche. L'istoria di secolo o di nazione lontanissima pare per alcuna ragione
          soggetto assai conveniente al poema eroico, però che, essendo quelle cose in guisa sepolte
          ne l'antichità ch'a pena ne rimane debole ed oscura memoria, può il poeta mutarle e
          rimutarle, e narrarle come gli piace. Ma con questo commodo è un incommodo peraventura, e
          non picciolo, perché insieme con l'antichità de' tempi è quasi necessario che s'introduca
          nel poema l'antichità de' costumi; ma quella maniera di guerreggiare usata da gli antichi,
          i conviti, le ceremonie e l'altre usanze di quel remotissimo secolo paiono alcuna volta a'
          nostri uomini noiose e rincrescevoli anzi che no, come aviene ad alcuni idioti che leggono
          i divinissimi libri d'Omero trasportati in altra lingua. E di ciò in buona parte è cagione
          l'antichità de' costumi, la quale da coloro c'hanno avvezzo il gusto a la gentilezza e al
          decoro di questa, è schivata come cosa vieta e rancida. Ma chi volesse con l'antichità de'
          secoli descriver l'usanze moderne, potrebbe forsi parere simile alcuna volta a poco
          giudizioso pittore che ci mostrasse l'imagine di Catone o di Cincinnato vestito secondo le
          fogge de la gioventù milanese o napolitana; o, togliendo ad Ercole la clava e la pelle del
          leone, l'adornasse di sopraveste e di cimiero, come fece il Giraldo nel suo poema; ma non
          senza grande esempio, perché prima Esiodo avea descritte l'arme o lo scudo di Ercole quasi
          gareggiando con Omero, e la battaglia fatta da lui con Cigno figliuolo di Marte. Portano
          l'istorie moderne gran comodità e molta convenevolezza in questa parte de' costumi e de le
          usanze; ma togliono quasi in tutto la licenza di fingere e d'imitare, la quale è
          necessariissima a' poeti, particolarmente a gli epici. Oltre a ciò, per un'altra ragione
          par che nieghi Aristotele al poeta tragico l'argumento de le cose moderne: perché la
          tragedia è imitazione di uomini più eccelenti che non sono i moderni e per l'istessa
          ragione non deono le cose presenti o quelle che sono passate di poco tempo esser soggetto
          del poema eroico. Ma ne l'azioni di Carlo Quinto dee esser più tosto considerata la prima
          ragione, o le prime, avenga che troppo ardito parrebbe colui che volesse descriverlo
          altrimenti di quello che molti sanno esser avenute, o per se medesimi, o per certe
          relazioni de gli avi o de' padri che ne sono informati. Oltre a ciò, l'azioni di Carlo
          sono state così grandi e così laudevoli, anzi così maravigliose, c'hanno più tosto tolta
          che data a' poeti l'occasione d'accrescerle. Ma non si dee trapassare in questo luogo
          senza considerare quel che scrive Isocrate ne l'<title>Evagora</title>: «Sarebbe dunque
          officio de gli altri il lodar gli uomini eccelenti de la sua età, acciò che coloro, i
          quali possono ornar con le parole gli egregi fatti de gli antichi, dicessero il vero a gli
          altri i quali hanno notizia de le cose, ed incitassero i giovani con maggior emulazione de
          la virtù, sapendo di dover esser più lodati di quelli antichi, la cui virtù hanno
          superata. Ora chi non perde l'animo, veggendo coloro i quali vissero ne la guerra troiana,
          o avanti quel tempo, esser celebrati con divine laudi, e le cose fatte da loro messe
          innanzi a gli occhi per spettacolo de la tragedia, e sappia, benché avanzasse la virtù di
          quegl'istessi, di non dover mai essere stimato degno di laude somigliante, il che si
          dovrebbe imputare a l'invidia?» Ma da le cose ch'egli poi soggiunge, si raccoglie che i
          fatti de gli uomini presenti, o vicini a la nostra memoria, possono esser trattati da gli
          oratori, benché cedano in molte cose a' poeti: intendeva nondimeno, per mio aviso, de gli
          scrittori de' panegirici e de l'ode che solevano cantarsi, fra' quali fu Pindaro: perché,
          de gli epici e de' tragici parlando, manifestò la sua opinione assai chiaramente nel
            <title>Panatenaico</title>, quando egli disse che Agamennone, dopo le cose fatte da lui
          e l'esempio lasciato a gli altri, era defraudato de la gloria per colpa di coloro che
          prepongono i portenti a' benefizi e la bugia a la verità; e, per mio aviso, intende
          Isocrate de le cose mirabili fatte da Achille con molto favor di Giove e con poca
          riputazione d'Agamennone, divenuto supplichevole ad un giovane adirato. Si può a queste
          cose aggiungere l'autorità d'Aristotele ne' <title>
            <title>Problemi</title>
          </title>, e la ragione che egli adduce perché ci piaccia più la narrazione de le cose non
          troppo nuove, né troppo vecchie: la quale è questa, che noi diffidiamo de le cose troppo
          lontane, ma non possiamo aver diletto di quelle, ne le quali non abbiamo fede; ma l'altre
          che sono troppo nuove pare che ancora le sentiamo: però n'abbiamo minor diletto. </p>
        <p>Tutte queste condizioni, illustrissimo signore, che si richiedono ne la materia nuda o
          informe, ma non però in guisa che, mancandogliene una, ella divenga inabile a ricever la
          forma del poema eroico, ciascuna per sé sola fa qualche effetto, chi più e chi meno; ma
          tutte insieme tanto rilevano che senz'esse non sarebbe capace di perfezione. Ma oltre
          queste, richieste nel poema per maggior eccelenza, una n'addurrò semplicemente necessaria,
          come si può raccorre da la sua definizione. Quest'è che l'azione che dee venire sotto
          l'artificio de l'epico sia nobile ed illustre ed abbia grandezza. E non altra differenza è
          quella, la quale costituisce la forma de l'epopeia. Convengono in ciò la poesia eroica e
          la tragica; ma sono differenti da la comedia, ch'e imitatrice de le basse e popolaresche
          azioni. Ma communemente si crede che la tragedia e l'epopeia non siano differenti fra loro
          ne le cose imitate, imitando l'una e l'altra parimente l'azioni grandi ed illustri; ma che
          la differenza fra loro nasca da la diversità del modo. È dunque necessario che ciò più
          minutamente si consideri. Costituisce Aristotele ne la sua <title>Poetica</title> tre
          differenze essenziali e specifiche, per le quali un poema da l'altro si separa e si
          distingue, e con poche parole sono da lui espresse in questa guisa: <foreign lang="grc">e
            gar to genei heterois mimeisthai, e to hetera, e to heteros, kai me ton auton
          tropon,</foreign> le quali significano ne la nostra lingua: «imitano o con le cose diverse
          di genere, o cose diverse, o in modo diverso». Le cose imitate sono l'azioni; il modo è il
          narrare o il rappresentare. Narrare si dice quello nel quale appare la persona del poeta;
          rappresentare, ove è occulta quella del poeta e si manifesta quella de li istrioni; e
          l'uno si dice da' Greci di'apangelian; l'altro di questi modi è detto drammatico. Le cose
          con le quali s'imita, cioè l'instrumenti de l'imitazione, sono il parlare, il ritmo e
          l'armonia. Parlare è la composizione di molte parole significatrici de' nostri concetti,
          secondo il nostro compiacimento; l'armonia si può diffinire una concordia di voci
          discordi; per il ritmo intendo la misura de' movimenti e de' gesti che fanno gl'istrioni.
          Poiché Aristotele ha poste queste tre differenze essenziali, dice che la tragedia è simile
          a la comedia nel modo de l'imitare e ne le cose con le quali imitano, però che l'una e
          l'altra rappresenta, ed ambedue, oltre il verso, si vagliono ritmo e de l'armonia; ma quel
          che le fa differenti di natura è la diversità de le cose imitate, perché la comedia imita
          gli umili, la tragedia uomini più eccelenti ch'oggi non sono. L'epopeia è più conforme a
          la tragedia in quello in che la comedia è dissimile; ma le fa differenti il modo. Narra
          l'epico; rappresenta il tragico; e narra il primo <foreign lang="grc">monon tois logois
            psilois e tois metrois</foreign> cioè col parlar nudo e non condito, e co' versi; il
          tragico, oltre il verso, usa il ritmo e l'armonia, ch'è quasi condimento de le parole. Con
          queste cose dette da Aristotele brevemente, ma con quella oscura brevità ch'è propria di
          lui, è stato creduto il tragico e l'epico in tutto conformarsi ne le cose imitate: la qual
          opinione, benché commune ed universale, si può nondimeno considerare più esquisitamente.
          Se l'azioni epiche e tragiche fossero de l'istessa natura, produrrebbono gli stessi
          effetti, però che da le medesime cagioni sono derivati gli effetti medesimi; ma producendo
          diverse passioni, ne seguita che diversa sia la natura. Muovono l'azioni tragiche l'orrore
          e la compassione; e dove manchi il miserabile e lo spaventoso, non sono più tragiche. Ma
          gli epici non sogliono ne l'istesso modo contristar gli animi; né questa condizione in
          loro si richiede come necessaria. Imperò che dice Aristotele che il rallegrarsi de la pena
          de gli scelerati, quantunque piaccia a gli spettatori, non è proprio de la favola tragica,
          ma ne l'eroica si loda senza fallo; e se talora ne' poemi eroici si vede qualche cosa
          orribile o compassionevole, non si cerca però l'orrore e la compassione in tutto il
          contesto de la favola, ne la quale ci rallegriamo de la vittoria de gli amici e de la
          perdita de' nemici; ma de' nemici, come sono i barbari e gl'infideli, non si dee avere
          egualmente misericordia. Non è ancora illustre parimente l'azione del tragico e quella de
          l'epico: o quello illustre è quasi diverso di natura e di forma. L'uno consiste ne la
          inaspettata e sùbita mutazione di fortuna e ne la grandezza de gli avvenimenti che muovono
          misericordia e terrore; ma l'illustre de l'eroico è fondato sovra l'eccelsa virtù militare
          e sopra il magnanimo proponimento di morire, sovra la pietà, sovra la religione e sovra
          l'azioni ne le quali risplendono queste virtù, che sono proprie de l'epopeia e non
          convengono tanto ne la tragedia. E quinci aviene che le persone le quali ne l'uno e ne
          l'altro poema s'introducono, non sono de la medesima natura, quantunque siano de' re e de'
          prencipi grandi. Richiede la tragedia persone né buone, né cattive, ma d'una condizione di
          mezzo: tale è Oreste, Elettra, Giocasta, Eteocle, Edippo, la cui persona fu da Aristotele
          giudicata altissima a la favola tragica. L'epico a l'incontro vuole il sommo de le virtù:
          però le persone sono eroiche come è la virtù. Si ritrova in Enea l'eccelenza de la pietà,
          de la fortezza militare in Achille, de la prudenza in Ulisse. E se alcuna volta il tragico
          e l'epico prendono per soggetto la persona medesima, è da loro considerata diversamente e
          con vari rispetti. Considera l'epico in Ercole, in Teseo, in Agamennone, in Aiace, in
          Pirro il valore e l'eccelenza de l'armi; gli risguarda il tragico come caduti per qualche
          errore ne l'infelicità. Ricevono ancora gli epici non solo il colmo de la virtù ne le
          persone da lor descritte, ma l'eccelenza del vizio con minor pericolo assai che i tragici
          non sono usi di fare. Tale è Mezenzio, Busiri, Procuste, Diomede, Tersite e gli altri
          somiglianti; tali, o non molto diversi, sono Ciclopi e Lestringoni, ne' quali la ferità è
          in vece del vizio, ma molto più terribile del vizio e più spaventosa. </p>
        <p>Per le cose dette può esser manifesto che la differenza è fra la tragedia e l'epopeia:
          non nasce solamente da la diversità de gl'instrumenti e del modo de l'imitare, ma prima da
          la varietà de le cose imitate, la quale è molto più propria de l'altre; e da Aristotele
          ancora è accennata in quelle parole: <foreign lang="grc">hoste te men ho autos an eie
            mimetes Homero Sophokles, mimountai gar ampho spoudaious:</foreign> perché se Omero in
          qualche modo non e diverso da Sofocle, imitando l'uno e l'altro gli uomini eccelenti, non
          ne segue però che sia affatto simile. Bastò ad Aristotele accennar questa differenza,
          perché l'altre due sono in guisa note che non lasciano loco a dubbio alcuno. Ma
          quell'illustre ch'abbiamo detto esser proprio de l'eroico, può esser più o meno illustre:
          quanto la materia conterrà in sé avvenimenti più nobili e più grandi, tanto sarà più
          disposta a l'eccelentissima forma de l'epopeia. Però disse Aristotele ch'Omero oltre tutti
          gli altri fu eroico e, per così dire, principalmente eroico; e, mossi da la sua autorità,
          alcuni portano opinione che l'amore non sia convenevol materia de l'eroico o del tragico;
          e dicono ch'egli in due poemi, l'<title>Iliade</title> e l'<title>Odissea</title>, a pena
          si ricorda d'amore. Il medesimo provano con l'autorità di Sofocle, il quale fra l'altre
          sue tragedie non ne scrisse pur una di soggetti amorosi. Questi medesimi non lodavano
          Virgilio ch'avesse finta Didone innamorata d'Enea, riprendendolo del soverchio diletto con
          que' versi del nostro poeta toscano: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>taccia 'l vulgo ignorante, i' dico Dido, </l>
              <l>ch'amor pio del suo sposo a morte spinse, </l>
              <l>non quel d'Enea, com'è publico grido. </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">Parea nondimeno a costoro che Virgilio fosse stato più ristretto e parco
          che non siamo noi altri: perché molte cose e' poteva dire de l'amor d'Enea, molte di
          quello di Iarba, molte di quello di Turno e di Lavinia, le quali da lui sono taciute o a
          pena accennate. Aggiungevano la ragione a l'autorità, dicendo che l'uno e l'altro poema è
          gravissimo: laonde non pare ch'io lor si convenga l'amore in modo alcuno, avegna ch'egli
          sia passione di animo leggiero: onde si legge: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Ei nacque d'ozio e di lascivia umana, </l>
              <l>nudrito di pensier dolci e soavi, </l>
              <l>fatto signore e dio da gente vana. </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">Assegnavano dunque l'amore più tosto a la comedia. Ma io fui sempre di
          contrario parere, parendomi ch'al poema eroico fossero convenienti le cose bellissime; ma
          bellissimo è l'amore, come stimò Fedro appresso Platone; ma s'egli non fosse né bello, né
          brutto, come fu più tosto giudizio di Diotima, non però conviene a le comedie, le quali
          dilettano con le cose brutte, e con quelle muovono a riso. Laonde la comedia vecchia dee
          esser peraventura più lodata, come credeva il Maggio: perché la nuova ci ha dipinto alcuna
          volta l'amore così bello che per poco non si poteva descrivere nel poema eroico con più
          be' colori. Ma non si può negare che l'amor non sia passione propria de gli eroi, perché a
          duo affetti furono principalmente sottoposti (come stima Proclo, gran filosofo ne la setta
          de' platonici), a l'ira ed a l'amore; e se l'uno è convenevole nel poema eroico, l'altro
          non dee esser disdicevole in modo alcuno. Convenevolissima è l'ira per giudizio di tutti e
          di Omero medesimo, il quale da l'ira d'Achille prese il soggetto del suo nobilissimo
          poema: dunque l'amore è convenevole similmente; ed amore fu quello d'Achille e di
          Patroclo, come parve a Platone. Laonde ne l'istesso poema non solamente è descritta l'ira
          d'Achille contra Agamennone e contra Ettore e gli altri Troiani, ma l'amor suo verso
          Patroclo. Taccio di Criseida e di Briseida, benché quelli abbracciamenti amorosi non
          fussero senza amore; ma l'amore non fu nobile, come disse il Petrarca: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Tu sai che 'l grande Atride e l'alto Achille </l>
              <l>e di tutti il più chiaro </l>
              <l>un altro e di virtute e di fortuna, </l>
              <l>lasciai cader in vil amor d'ancille. </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">Taccio, dico, l'amore che non è nobile; ma non posso trapassare sotto
          silenzio l'amor d'Elena nobilissimo e forse bellissimo, quantunque ingiusto: perché la
          causa del bello è superiore a quella del giusto, come stima l'istesso Proclo, tra i
          platonici filosofo di grandissima stima: il quale pone nel grado superiore il buono o il
          bene, nel secondo il bello, nel terzo il giusto. Ma ciò si dee intendere solamente ne'
          principii de le cose, perché ne l'anima nostra non può esser bellezza senza giustizia.
          Nondimeno Isocrate ancora stimò che tutta la grazia e la venustà de' poemi d'Omero
          nascesse da la bellezza d'Elena. Laonde non è maraviglia se i Troiani, per ritenerla,
          guerreggiarono tanti anni contra la giustizia, non ascoltando il consiglio de' più savi, i
          quali persuadevano che si rendesse a Menelao, come nota Aristotele ne' suoi libri morali,
          a la cui autorità debbiamo prestar maggior fede ch'a quella d'ogni altro filosofo. Ma, per
          suo giudizio, non è negato al poema eroico; e per opinione de gli altri, è conceduto. E se
          gravissima è la tragedia, niun'altra avrebbe maggior bisogno che la sua soverchia severità
          fosse temperata con la piacevolezza d'amore. Né questa piacevolezza ricusò di darle
          Euripide ne la sua <title>Fedra</title>; e di poi Seneca ne l'<title>Ippolito</title>; e
          Sofocle medesimo sparse l'Antigone de gli amorosi affetti e del pietoso amore di Emone, e
          le <title>Trachinie</title> e l'<title>Ercole</title> in Eta de le passioni amorose di
          Deianira. Laonde Demetrio Falereo nel libro suo <title>De l'elocuzione</title> scrisse che
          niuna cosa fa più graziose le tragedie de l'amore. Ma noi parliamo de l'amor di cavaliero,
          qual fu o poté esser quel d'Achille con Polissena, accennato a pena da' tragici; e di
          questo non si potrebbe dubitare se egli fosse convenevole al poema eroico. Ma qual de le
          due passioni fosse più conveniente, l'ira o l'amore, Omero stimò senza dubbio più
          conveniente l'ira, perché altrimente avrebbe formato il poema de l'amor d'Achille e di
          Polissena. Ed oltre ciò, la ragione e l'autorità di Platone par che più ci confermi quella
          d'Omero, perché fra le tre potenze de l'animo nostro, io dico la ragione e l'appetito
          irascibile e 'l concupiscibile, senza fallo nobilissima è la ragione, e quasi regina de
          l'altre; ma il concupiscibile appetito somiglia più tosto al rubello popolare, il qual,
          sollevandosi e facendo tumulto ne l'animo, nega di prestare obedienza a la ragione, là
          dove l'irascibile è quasi guerriero e ministro de la ragione in raffrenare l'altro che le
          fa contrasto. Dunque de l'ira più tosto che de l'amore dee prendere soggetto il poeta
          eroico. E ciò peraventura sarebbe vero se gli eroi fossino tutti e sempre soggetti a le
          passioni; ma se l'amore e non solo una passione ed un movimento de l'appetito sensitivo,
          ma uno abito nobilissimo de la volontà, come volle san Tomaso, l'amore sarà più lodevole
          ne gli eroi, e per conseguente nel poema eroico. Ma gli antichi o non conobbero questo
          amore, o non volsero descriverlo ne gli eroi; ma se non onorarono l'amore come virtù
          umana, l'adorarono quasi divina: però niun'altra dovevano stimar più conveniente a gli
          eroi. Laonde azioni eroiche ci potranno parer, oltre l'altre, quelle che son fatte per
          amore. Ma i poeti moderni, se non vogliono descriver la divinità de l'amore in quelli
          ch'espongono la vita per Cristo, possono ancora, nel formarvi un cavaliere, descriverci
          l'amore come un abito costante de la volontà; e così gli hanno formati, oltre tutti gli
          altri, quegli scrittori spagnuoli i quali favoleggiarono ne la loro lingua materna senza
          obligo alcuno di rime, e con sì poca ambizione ch'a pena è passato a la posterità nostra
          il nome d'alcuno. Ma qualunque fosse colui che ci descrisse Amadigi amante d'Oriana,
          merita maggior lode ch'alcuno de gli scrittori francesi; e non traggo di questo numero
          Arnaldo Daniello, il quale scrisse di Lancillotto, quantunque dicesse Dante: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Rime d'amore e prose di romanzi </l>
              <l>soverchiò tutti; e lascia dir gli stolti, </l>
              <l>che quel di Limosì credon ch'avanzi. </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">Ma s'egli avesse letto <title>Amadigi</title> di Gaula o quel di Grecia o
            <title>Primaleone</title>, peraventura avrebbe mutata opinione, perché più nobilmente e
          con maggior costanza sono descritti gli amori da' poeti spagnuoli che da' francesi, se pur
          non merita d'esser tratto da questo numero Girone il Cortese, il quale castiga così
          gravemente la sua amorosa incontinenza a la fontana; ma senza fallo è maggior lode avere
          in guisa disposto l'animo ch'alcuno affetto non possa prender l'arme contra la ragione.
          Laonde più perfetta sarebbe stata l'amicizia di Girone con Danaino, s'ella non fosse stata
          perturbata da l'amore. Assai men grave nondimeno è 'l fallo di Girone che quello del
          Biscaglino nel <title>Furioso</title>, anzi non può quasi tra loro esser fatta alcuna
          comparazione; e se Girone non fosse stato così vicino al commetter fallo, la sua virtù ci
          parrebbe maggior senza dubbio; ma non sarebbe così piacevole il poema in quella parte. La
          virtù nondimeno di Leone nel <title>Furioso</title> supera tutti gli altri esempi ch'io
          abbia letto. Laonde mi pare che scioccamente si dubiti qual sia maggiore cortesia, quella
          di Leone o quella di Ruggiero: perché non è cortesia quella ch'e fatta contra l'onesto e
          contra il dritto; ma non era onesto che Ruggiero ingannasse Bradamante: non fu dunque
          cortesia quella di Ruggiero: però non doveria contendere con quella del prencipe greco, a
          la quale si può paragonare in qualche modo quella di Gisippo, uomo de l'istessa nazione,
          ma non de la medesima fortuna, perché quell'altra di messere Ansaldo fu similmente una
          generosa pazzia, ma degna di riprensione più tosto che di lode. In somma l'amore e
          l'amicizia sono convenevolissimo soggetto del poema eroico; e se vogliam chiamare amicizia
          quella d'Achille e di Patroclo, niun'altra potea dar materia di poetar più eroicamente. Ma
          non dee l'opinione di Dante esser tralasciata, perché la sua autorità, in questa lingua
          non mediocre, può esser fondamento de la nostra opinione. Egli dice ne' libri <title>De la
            volgare eloquenza</title> che tre sono le cose che deono esser cantate nel sommo stile:
          la salute e l'amore e la virtù. La salute come utile; l'amor come piacevole; la virtù come
          onesta. Ma se il sommo stile è il tragico in quanto è l'istesso con l'eroico, o in quanto
          il contiene, l'amore senza fallo dee esser cantato dal poema eroico. Ma egli considera
          l'amore come piacevole; e si potrebbe considerare ancora come onesto o come virtù
          cavalleresca, cioè come abito de la volontà. Concedasi dunque che 'l poema epico si possa
          formar di soggetto amoroso, com'è l'amor di Leandro e d'Ero, de' quali cantò Museo
          antichissimo poeta greco; e quel di Giasone e di Medea, dal qual prese il soggetto
          Apollonio fra' Greci e Cornelio Flacco tra' Latini; o quel di Alessandro e d'Elena
          descritto da Coluto Tebano e dal cardinale Sfondrato padre di Gregorio XIIII, non solo a'
          suoi tempi grandissimo prelato, ma grandissimo poeta; o quelli di Teagene e di Cariclea, e
          di Leucippe e di Clitofonte, che nella medesima lingua furono scritti per Eliodoro e per
          Achille Tazio; o gli altri d'Arcita e di Palemone, e di Florio e di Biancofiore, di cui ne
          la nostra lingua poetò il Boccaccio; o gli avvenimenti di Piramo e di Tisbe, i quali
          diedero materia ad un picciol poema del Tasso mio padre, o la pazzia di Narcisso, da cui
          prese soggetto l'Alamanno. Ma in questa idea ch'ora andiamo cercando del perfettissimo
          poema, fa mestieri ch'abbiamo riguardo a la nobiltà ed a l'eccelenza più ch'a tutte le
          cose. Però debbiamo scegliere azione in cui la nobiltà sia in sommo grado, come è ne
          l'impresa de gli Argonauti che passarono al vello d'oro, di cui fecero i loro poemi Orfeo
          prima e da poi Apollonio. È parimente questa condizione ne la guerra di Troia e ne gli
          errori di Ulisse cantati da Omero, ed in quella di Tebe e ne la fanciullezza d'Achille
          scritta da Stazio; e ne la guerra civile e ne la seconda Africana ridotte in versi da
          Lucano e da Silio Italico e dal Petrarca, il quale ne gli amori di Massinissa superò il
          primo di gran lunga; ma oltre tutte l'altre è nobilissima azione la venuta di Enea in
          Italia, perché l'argumento è per sé grande ed illustre; ma grandissimo ed illustrissimo,
          avendo riguardo a l'Imperio romano ch'ebbe origine da quella, come nel principio de
            l'<title>Eneide</title> accenna il divino poeta: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>
                <foreign lang="lat">Tantae molis erat romanam condere gentem. </foreign>
              </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">Tale era la liberazione d'Italia da' Goti, che porse materia al poema del
          Trissino; tali sono quelle imprese che per la confermazion de la Fede o per l'esaltazione
          de la Chiesa o de l'Imperio furono felicemente e gloriosamente adoperate, le quali per se
          medesime acquistano gli animi de' lettori e muovono aspettazione e diletto maraviglioso;
          ed aggiontovi l'artificio de l'eccelente poeta, non è cosa che non possano ne gli animi
          nostri. Dee dunque il poeta schivar gli argomenti finti, massimamente se finge esser
          avvenuta alcuna cosa in paese vicino e conosciuto e fra nazione amica, perché fra popoli
          lontani e ne' paesi incogniti possiamo finger molte cose di leggieri, senza toglier
          autorità a la favola. Però di Gotia e di Norvegia e di Svevia e d'Islanda o de l'Indie
          Orientali o di paesi di nuovo ritrovati nel vastissimo oceano oltre le Colonne d'Ercole,
          si dee prender la materia de' sì fatti poemi. Non tocchi ancora il poeta quelle cose che
          non possono esser trattate poeticamentei e ne le quali non ha luogo la finzione e
          l'arteficio; rifiuti le troppo rozze, a cui non si può quasi aggiongere splendore; e si
          ricordi di quel precetto d'Orazio: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>
                <foreign lang="lat">....................................et quae</foreign>
              </l>
              <l>
                <foreign lang="lat">desperas tractata nitescere posse, relinque.</foreign>
              </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">Rifiuti le male ordinate a guisa di tronco troppo torto, il quale non sia
          buono per la fabrica; ricusi le materie troppo asciutte e troppo aride, le quali non danno
          molte occasioni a l'ingegno ed a l'arte del poeta, e quelle che sono noiose e
          rincrescevoli soverchiamente e l'infelici, com'è la morte de' paladini e la rotta di
          Roncisvalle: perché fra' Greci ancora o fra' Latini, niuno è che celebrasse in poema
          eroico la sconfitta de gli Ateniesi o de gli Spartani, e le vittorie de' Persiani o pur
          quelle de' Francesi; anzi Allia per l'occisione de' nostri fu riputato nome infausto ed
          infelice, come dovrebb'esser quel di Roncisvalle. Figuri la morte e l'occisioni fra gli
          avversari, come fece Omero che l'accrebbe fra' Troiani e fra' barbari. Men savio consiglio
          veramente fu quello di Stazio, che celebrò la calamità de gli Argivi, e la morte o la
          rotta de l'esercito condotto da' sette Regi, perché quello è soggetto tragico anzi che no;
          e fra i Greci fu trattato da Euripide, il quale, come dice Aristotele, è <foreign lang="grc">traghikotatos.</foreign> Non s'invaghisca il poeta de le materie troppo
          sottili e convenienti più tosto a le scuole de' teologi o de' filosofanti ch'a' palagi de'
          principi ed a' teatri; non si mostri ambizioso ne le questioni naturali e teologiche; e
          non dimentichi quello che dice Orazio lodando Omero e proponendolo a molti filosofi, i
          quali avevano scritto de le virtù e de l'onesto, come si legge ne la seconda epistola a
          Lollio: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>
                <foreign lang="lat">Troiani belli scriptorem, maxime Lolli, </foreign>
              </l>
              <l>
                <foreign lang="lat">dum tu declamas Romae, Praeneste relegi; </foreign>
              </l>
              <l>
                <foreign lang="lat">qui quid sit pulchrum, quid turpe, quid utile, quid non,
                </foreign>
              </l>
              <l>
                <foreign lang="lat">plenius ac melius Chrysippo et Crantore dicit. </foreign>
              </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">Non si mostri troppo curioso ne la cognizione de l'antichità oscura e
          quasi nascosta, ove l'oscurità non fosse di cose grandissime e degne de la cognizione; de
          le cose minute sia sprezzatore anzi che no; ne l'acute magnifico; ne le riposte aperto, ed
          in tutte meraviglioso; non sia troppo lungo ne le cerimonie de le cose sacre o profane; e
          ne' giuochi sia ornato, efficace, e ponga le cose innanzi gli occhi, e non descriva tutti
          quelli che si fanno, ma i più celebri ed illustri, e quelli che sono quasi simulacri de la
          guerra o sua esercitazione, come fecero Virgilio ed Omero, l'uno ne l'esequie di Patroclo,
          l'altro ne la sepoltura d'Anchise. Ma ora in vece di giuochi sono succeduti torniamenti e
          giostre che magnificamente furono descritte da' nostri poeti, come fu da l'Ariosto quello
          di Damasco, e dal Tasso quella di Cornovaglia più convenevolmente: perché ne l'Inghilterra
          solevano usarsi, ma non era costume de' Turchi o de' Saracini il giostrare: laonde soleva
          dire Geme, fratello di Salim imperadore de' Turchi, mentre egli fu prigioniero in Roma,
          che era troppo da scherzo e poco da dovero. Abbia ancora risguardo il poeta a la gloria de
          la nazione, a l'origine de le città e de le famiglie illustri, a' principi de' regni e de
          gl'imperi, come ebbe oltre a tutti gli altri Virgilio; non sia troppo licenzioso nel
          fingere le cose impossibili, le mostruose, le prodigiose, le sconvenevoli, come fece colui
          il quale volle imitare la favola di Tiresia, che, percotendo e ripercotendo i serpenti, di
          maschio divenne femina, e poi di femina maschio, ma poco felicemente trasmutò Rinaldo in
          una donna; ma consideri il poter de l'arte maga e de la natura istessa quasi rinchiuso
          dentro a certi confini e ristretto sotto alcune leggi, e gli antichi e i vecchi prodigi, e
          l'occasioni de le maraviglie e de' miracoli e de' mostri, e la diversità de le religioni,
          e la gravità de le persone; e cerchi di accrescere quanto egli può fede a la maraviglia
          senza diminuire il diletto. Però non dee rifiutar gl'incanti, non le caccie, benché elle
          fossero di fiere terribili e rare volte vedute, come fu quella che fece Agramante in
          Biserta; ed in questa parte possiamo seguir l'autorità de gli antichi ne la caccia del
          porco ucciso da Atalanta, che diede occasione a l'infelicità di Meleagro, celebrato da'
          greci e da' latini poeti, ed in quella del toro che fu domato da Teseo, o del serpente
          ucciso da Ercole; descriva le tempeste, gl'incendi, le navigazioni, i paesi e i luoghi
          particolari; si compiaccia ne la descrizione de le battaglie terrestri e maritime, de gli
          assalti de le città, de l'ordinanza de l'esercito e del modo di alloggiare; ma in questo
          schivi il soverchio e temperi il rincrescimento di troppo esquisita dottrina, perché non
          abbiamo esempio di Virgilio o d'Omero o d'altro antico poeta, ma del Trissino solamente;
          non sia troppo lungo ne gli ammaestramenti de l'arte militare, ne' quali il Tasso imitò
          Claudiano, inducendo Perione ch'ammaestra Galaoro in quel modo che Teodosio imperatore
          avea tenuto con Onorio suo figliuolo. Simile avertimento potrebbe mostrare ove descrive la
          fame, la sete, la peste, il nascer de l'aurora, il cader del sole, il mezzo giorno, la
          mezza notte, le stagioni de l'anno, la qualità de' mesi o de' giorni, o piovosi o sereni o
          tranquilli o tempestosi; ma ne' consigli e ne le rassegne può distendersi più securamente
          con l'autorità de gli antichi poeti; e nel descriver l'arme, l'imprese, i cavalli, le
          navi, i tempii, i palagi, i padiglioni, le tende, le pitture e le statue e l'altre cose
          somiglianti, abbia sempre riguardo a quel che conviene, e schivi la noia che porta seco la
          soverchia lunghezza. Ne le morti cerchi la varietà, l'efficacia, l'affetto; ne gli
          incontri di lancia e ne' colpi di spada la verisimilitudine, non passando troppo quel ch'e
          avvenuto, o che può avvenire, o che si crede, o che si racconta. Ne le minacce sia altero
          ed acerbo; ne' lamenti breve ed affettuoso; ne gli scherzi piacevole e grazioso; non
          asconda le cose vere ne l'antichità e quasi ne le nuvole; non mostri le finte al sole, ma
          più tosto al buio, quasi merci che in quel modo si vendono di leggieri; e fra i nostri
          tempi e gli antichissimi secoli scelga quelli che sono lontani da la nostra memoria con
          distanza conveniente, a guisa di pittore che non metta le pitture sotto gli occhi, né
          ancora tanto lontane che non possano essere raffigurate, ma le disponga al lume in parte
          alta convenevolmente. Elegga, fra le cose belle, le bellissime; fra le grandi, le
          grandissime; fra le maravigliose, le maravigliosissime; ed alle maravigliosissime ancora
          cerchi d'accrescere novità e grandezza; lasci da parte le necessarie, come il mangiare e
          l'apparecchiar le vivande, o le descriva brevemente, come le descrisse Virgilio in que'
          versi: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>
                <foreign lang="lat">Illi se praedae accingunt dapibusque futuris: </foreign>
              </l>
              <l>
                <foreign lang="lat">tergora diripiunt costis et viscera nudant; </foreign>
              </l>
              <l>
                <foreign lang="lat">pars in frusta secant veribusque trementia figunt; </foreign>
              </l>
              <l>
                <foreign lang="lat">littore ahena locant alii flammasque ministrant. </foreign>
              </l>
              <l>
                <foreign lang="lat">Tum victu revocant vires; fusique per herbam </foreign>
              </l>
              <l>
                <foreign lang="lat">implentur veteris Bacchi, pinguisque ferinae. </foreign>
              </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">Ed in quegli altri: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>
                <foreign lang="lat">At domus interior regali splendida luxu </foreign>
              </l>
              <l>
                <foreign lang="lat">instruitur, mediisque parant convivia tectis. </foreign>
              </l>
              <l>
                <foreign lang="lat">Arte laboratae vestes ostroque superbo, </foreign>
              </l>
              <l>
                <foreign lang="lat">ingens argentum mensis, caelataque in auro </foreign>
              </l>
              <l>
                <foreign lang="lat">fortia facta patrum, series longissima rerum, </foreign>
              </l>
              <l>
                <foreign lang="lat">per tot ducta viros antiqua ab origine gentis. </foreign>
              </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">E ne' seguenti: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>
                <foreign lang="lat">Dant famuli manibus lymphas Cereremque canistris </foreign>
              </l>
              <l>
                <foreign lang="lat">expediunt, tonsisque ferunt mantilia villis: </foreign>
              </l>
              <l>
                <foreign lang="lat">quinquaginta intus famulae, quibus ordine longo </foreign>
              </l>
              <l>
                <foreign lang="lat">cura penum struere et flammis adolere penates; </foreign>
              </l>
              <l>
                <foreign lang="lat">centum aliae, totidemque pares aetate ministri, </foreign>
              </l>
              <l>
                <foreign lang="lat">qui dapibus mensas onerent et pocula ponant.</foreign>
              </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">Ma queste descrizioni tanto sono più lodevoli, quanto sono più lontane di
          luogo e più diverse d'apparecchio. Sdegni ancora il nostro poeta tutte le cose basse,
          tutte le populari, tutte le disoneste, com'è la novella de la Fiammetta e quella del
          Dottore; a le mediocri aggiunga altezza, a l'oscure notizia e splendore, a le semplici
          artificio, a le vere ornamento, a le false autorità; e se pur alcuna volta riceve i
          pastori, i caprari, i porcari e l'altre sì fatte persone, deve aver riguardo non solo al
          decoro de la persona, ma a quello del poema, e mostrarli come si mostrano ne' palazzi
          reali e ne le solennità e ne le pompe. </p>
        <p>Ecco, illustrissimo signore, le condizioni che giudizioso poeta dee ne la materia
          ricercare: le quali, riepilogando in breve giro di parole quanto s'è detto, sono queste:
          l'autorità de l'istoria, la verità de la religione, la licenza del fingere, la qualità de'
          tempi accomodati e la grandezza de gli avenimenti. Ma questa, prima che sia caduta sotto
          l'artificio de l'epico, materia si chiama: dopo ch'è stata dal poeta disposta e trattata e
          con l'elocuzione è vestita, se ne forma la favola, la qual non è più materia, ma è forma
          ed anima del poema; e tale è da Aristotele giudicata. Ma il poema non è forma semplice,
          perché egli è composto di materia e di forma. Ma avendo nel principio di questo Discorso
          assomigliata quella materia che fu detta nuda a quella che chiamano i naturali materia
          prima, giudico che, sì come ne la materia prima, benché priva d'ogni forma, nondimeno vi
          si considera da' filosofi la quantità, la quale è perpetua ed eterna compagna di lei, ed
          innanzi il nascimento de la forma vi si ritrova, e dopo la sua corruzione vi rimane; così
          anco il poeta debba in questa nostra materia, innanzi ad ogn'altra cosa, la quantità
          considerare: però che è necessario che, togliendo egli a trattare alcuna materia, la
          toglia accompagnata d'alcuna quantità. Avertisca dunque che la quantità ch'egli prende non
          sia tanta che, volend'egli poi, nel formare la testura de la favola, interserirvi molti
          episodi, e adornare ed illustrare le cose che semplici sono in sua natura, il poema cresca
          in tanta grandezza che disconvenevol paia e dismisurato: però che non dee il poema
          eccedere una certa determinata grandezza, come nel suo luogo si tratterà: ché s'egli vorrà
          pure schivare questa dismisura e questo eccesso, sarà necessitato lasciare le digressioni
          e gli altri ornamenti che sono necessari al poema, e quasi rimanersi ne' puri e semplici
          termini de l'istoria. Il che a Lucano ed a Silio Italico si vede in qualche parte
          avvenuto, l'una e l'altro de' quali troppo ampia e copiosa materia abbracciò: perché
          quegli non solamente la giornata di Farsaglia, come dinota il titolo, ma tutta la guerra
          civile fra Cesare e Pompeo, questi tutta la seconda guerra africana prese a trattare: le
          quali materie, sendo in se stesse ampissime, erano atte ad occupare tutto quello spazio
          ch'è conceduto a la grandezza de l'epopeia, non lasciando luogo alcuno a l'invenzione ed a
          l'ingegno del poeta; ed alcune volte paragonando le medesime cose trattate da Silio poeta
          e da Livio istorico, molto più asciuttamente e con minor ornamento mi par di vederle nel
          poeta che ne l'istorico, al contrario apunto di quello che la natura de le cose
          richiederebbe. Di questa riprensione non è afatto sicuro Stazio, benché abbia l'invenzione
          poetica; nondimeno, cominciando da i primi principii de la guerra, disprezza
          l'ammaestramento d'Orazio e spende molti libri prima c'abbia condotti i Greci sotto Tebe;
          e la venuta di Teseo nel fine e la battaglia che si fa per dar sepoltura a i morti pare
          quasi soggetto d'un altro poema. A questa medesima è soggetto il Trissino. Ciascuno in
          somma che materia troppo ampia si propone, è costretto d'allungare il poema oltre il
          convenevol termine (la qual soverchia lunghezza sarebbe forse
          nel'<title>Innamorato</title> e nel <title>Furioso</title>, chi questi due libri, distinti
          di titolo e d'autore, quasi un sol poema considerasse, come in effetto sono); o almeno è
          sforzato di lasciare gli episodi e gli altri ornamenti, i quali sono necessari al poeta.
          Maraviglioso fu in questa parte il giudizio d'Omero, il quale, avendo propostasi materia
          assai breve, quella accresciuta d'episodi e ricca d'ogn'altra maniera d'ornamento a
          lodevole e conveniente grandezza ridusse. Più ampia alquanto la si propose Virgilio, come
          colui che tanto in un sol poema raccoglie quanto in due poemi d'Omero si contiene; ma non
          però di tanta ampiezza la scelse che 'n alcuno di que' duo vizi sia costretto di cadere.
          Con tutto ciò se ne va a le volte così ristretto che sebben quella gravità e brevità sua è
          maravigliosa e inimitabile, non ha peraventura tanto del poetico quanto la faconda copia
          d'Omero. E mi ricordo in questo proposito aver udito dire da lo Sperone (uomo
          eccelentissimo, la cui privata camera, mentre io in Padova studiava, era solito di
          frequentare non meno spesso e volentieri che le publiche scuole, parendomi che mi
          rappresentasse la sembianza di quella Accademia e di quel Liceo in cui Socrate e Platone
          aveano in uso di disputare), mi ricordo d'aver udito da lui che 'l nostro poeta latino è
          più simile al greco oratore ch'al greco poeta, e 'l nostro latino oratore ha maggior
          conformità co 'l poeta greco che con l'orator greco; ma che l'oratore e 'l poeta greco
          aveano ciascuno per sì conseguita quella virtù ch'era propria de l'arte sua, ove l'uno e
          l'altro latino avea più tosto usurpata quell'eccelenza che a l'arte altrui era
          conveniente. Ed in vero chi vorrà sottilmente esaminare la maniera di ciascun di loro,
          vedrà che quella copiosa eloquenza di Cicerone è molto conforme con la larga facondia
          d'Omero, sì come ne l'acume e ne la pienezza e nel nervo d'una illustre brevità sono molto
          somiglianti Demostene e Virgilio. </p>
        <p>Raccogliendo dunque quanto s'è detto, dee la quantità de la materia nuda esser tanta e
          non più che possa da l'artificio del poeta ricever molto accrescimento, senza passare i
          termini de la convenevole grandezza. Ma poiché s'è ragionato del giudizio che dee mostrare
          il poeta intorno a la scelta de lo argomento, l'ordine richiede che nel seguente Discorso
          si tratti de l'arte con la quale deve esser disposto e formato. </p>
      </div1>

      <div1 type="parte">
        <head>LIBRO TERZO</head>

        <p>Credono molti, illustrissimo signore, che de le scienze e de l'arti più nobili sia
          avvenuto come de' popoli, e de le province, e de le terre, e de' mari, molti de' quali non
          erano ben conosciuti da gli antichi, ma di nuovo son ritrovati oltre le Colonne d'Ercole
          verso Occidente, overo di là da gli altari che pose Alessandro ne l'Oriente: e
          rassimigliano costoro gli ammaestramenti de l'arte poetica e de la retorica a le mete ed
          a' segni i quali son posti per termini a' timidi naviganti. Ma sì come io non biasimo
          l'ardire guidato da la ragione, così non lodo l'audacia senza consiglio, parendomi pazzia
          ch'altri voglia fare arte del caso, virtù del vizio e prudenza de la temerità, e tutto
          concedere a la fortuna, la qual ha minor parte ne l'operazioni de l'ingegno che ne le
          fatiche del corpo: tuttavolta in quelle medesime che si fanno con la parte men nobile,
          cerchiamo di moderare i fortunosi avvenimenti e di restringerli quasi sotto alcuna legge.
          Laonde molto più debbiamo considerare l'operazioni de l'intelletto, a cui sempre è
          proposto a guisa di segno un obietto medesimo nel quale ei rimira: e questo è il vero, il
          quale non si muta già mai, né sparisce a gli occhi de la mente. Ma l'Orse si celano a
          coloro ch'avendo passato Abila e Calpe, navigano ne l'ampissimo oceano: nondimeno altre
          stelle sono in quello emispero, con le quali essi deono reggere il corso; altrimente non
          avrebbono arte alcuna del navigare; e possono in qualche modo schifare l'incostanza de le
          maritime cose con la costanza de le celesti. Ma quanto sono più stabili, quanto più vere,
          quanto più certe le cose intellettuali, a le quali drizziamo l'intelletto? e se pur
          talvolta consideriamo le cose verisimili, non possiamo aver altra notizia di loro, se non
          quella che ci dà la cognizione del vero. Però andiamo formando l'idee de le cose
          artificiali: ne la quale operazione ci pare d'esser quasi divini e d'imitare il primo
          artefice. Ma qualunque sia questo nostro artificio, da niuno altro può esser meglio
          estimato. Legga dunque V. S. illustrissima quel ch'io discorro con lei quasi in un
          ragionamento: perché s'egli è gran difficoltà il ritrovare il vero fra le cose verisimili,
          il giudicarlo non è minor lode, o a la filosofia men conveniente. </p>
        <p>Scelta ch'averà il poeta materia per se stessa capace d'ogni perfezione, gli rimane
          l'altra assai più difficile fatica, che è di darle forma e disposizion poetica; intorno al
          quale officio, come intorno a proprio soggetto, quasi tutta la virtù de l'arte si
          manifesta. Ma però che quello che principalmente constituisce e determina la natura de la
          poesia, e la fa da l'istoria differente, non è il verso, come dice Aristotele (perché
          facendosi in versi l'istoria d'Erodoto, non sarebbe meno istoria), ma è il considerare le
          cose non come sono state, ma in quella guisa che dovrebbono essere state, avendo riguardo
          più tosto a l'universale che a la verità de' particolari, prima d'ogni altra cosa dee il
          poeta avvertire se ne la materia ch'egli prende a trattare sia avvenimento alcuno, il
          quale, altrimente essendo succeduto, fosse più meraviglioso e verisimile o per
          qualsivoglia altra cagione portasse maggior diletto; e tutti i successi che sì fatti
          troverà, cioè che meglio in un altro modo potessero essere avvenuti, senza rispetto alcuno
          di vero o d'istoria a sua voglia muti e rimuti, ordini e riordini, e riduca gli accidenti
          de le cose a quel modo ch'egli giudica migliore, mescolando il vero co 'l finto, ma in
          guisa che 'l vero sia fondamento de la favola, come insegna Aristotele ne la
            <title>Retorica</title> ed Alessandro Piccolomini nel suo libro <title>De le
          stelle</title>. Questo esempio ci diede Omero, il quale ci ammaestra con la favola e con
          l'istoria (come disse Dione Crisostomo, e prima di lui Strabone scrisse) che i poeti
          interpongono la falsità ne le cose vere e le favole ne le vere contemplazioni, come fa
          colui che fonde l'oro intorno a l'argento. Ebbe opinione il medesimo autore che la licenza
          de' poeti abbia queste tre parti: l'istoria, la favola e la disposizione; e che 'l fine de
          l'istoria sia la verità, de la disposizione l'espressione, de la favola il piacere; ma che
          'l fingere tutte le cose non convenga, né paresse ad Omero conveniente. Virgilio ancora ne
          gli errori d'Enea e ne la guerra fatta fra lui e Latino non scrisse solamente le cose che
          vere estimò, ma quelle che giudicò migliori e più eccelenti: perché non solo è falso
          l'amore e la morte di Didone, e favoloso quello che scrive di Polifemo e de lo scender
          d'Enea a l'inferno; ma le battaglie fra lui e i popoli del Lazio descrive altrimente di
          quello ch'avvennero secondo la verità, come si conosce chiaramente paragonando il suo
          poema con l'istoria di Dionigio Alicarnasseo e d'altri greci e latini c'hanno scritto
          davanti e dopo lui. Egli in Didone confuse di tanto spazio l'ordine de' tempi con quella
          figura che da' Greci è detto <foreign lang="grc">anakhronismos</foreign> o più tosto con
          quella licenza che fu prima di Platone e de' poeti greci ch'introdussero insieme a
          ragionare persone vissute in secoli differenti, come nota Ateneo nel <title>Convito de'
            Dinosofisti</title>. Questa licenza fu parimente d'Ovidio ne le sue
            <title>Trasformazioni</title>, nel fine de le quali Pitagora, italiano filosofo,
          ammaestra Numa re de' Romani, quantunque sia più certa opinione che Pitagora nascesse dopo
          qualche centinaio di anni. La medesima dottrina o 'l medesimo artificio del mescolare il
          vero co 'l falso o co 'l finto si può raccogliere da Orazio e da Plutarco nel principio de
          la <title>Vita</title> di Teseo, da Macrobio nel <title>Sogno di Scipione</title> e da
          Servio sopra Virgilio, e molto prima da' platonici scrittori, e da Platone medesimo, e da
          Xenofonte nel suo <title>Ciro</title>; e quantunque egli non fosse poeta, ma filosofo ed
          istorico, nondimeno, nell'avere risguardo a l'universale ed a l'idea, fu più somigliante
          a' poeti ch'a gli istorici; ma di questa mescolanza non fu lodato «Erodoto di greca
          istoria padre», e ne gli oratori fu biasimata. Laonde Isocrate riprende Policrate de
          l'errore e de la confusione de' tempi, ne la quale, seguendo la favolosa licenza de'
          poeti, finge che fussero in un medesimo tempo Ercole e Busiride, avenga che molto prima
          nascesse Busiride, sì come colui che fu anteriore a Perseo di anni più di ducento, e
          Perseo nacque avanti ad Ercole quattro secoli intieri: talché tra il primo e l'ultimo
          furono interposte sei età. Con queste autorità e de' nuovi e de' vecchi scrittori può
          esser difeso Virgilio; ma egli forse cercò occasione di mescolare tra la severità de
          l'altre materie i piacevoli ragionamenti d'amore, quantunque seguisse la morte di Didone,
          fiero ed infelice avvenimento; o più tosto volle assignare un'alta ed ereditaria cagione
          de le inimicizie tra' Romani e Cartaginesi: ne la quale fu poi imitato da Silio Italico
          ch'introduce Annibale giovanetto, anzi fanciullo, a giurare perpetua inimicizia contra i
          Romani, così persuaso da Amilcare suo padre. Ma con l'artificiosa narrazione de la rovina
          e de l'incendio di Troia rimosse Virgilio da gli animi quella suspizione che s'ebbe
          d'Enea: perché egli fu sospetto di tradimento, come dice Servio; e con le parole dette da
          Diomede a gli ambasciatori de' Latini l'onorò più che non avea fatto Omero ne la sua
            <title>Iliade</title>; e v'aggiunse la favola di Polifemo, de la Sibilla, e la
          conversione de le navi in ninfe, per accoppiare il maraviglioso col verisimile; e raccontò
          diversamente la morte di Turno; non volle far menzione di quella d'Enea, se non accennando
          ch'egli al fine accrescerebbe il numero de gl'iddii; v'aggiunse quella d'Amata; mutò gli
          avvenimenti e l'ordine de le battaglie per accrescer la gloria d'Enea e terminar con un
          fine più perfetto il suo nobilissimo poema. A queste finzioni fu molto favorevole
          l'antichità de' tempi; ma non dee peraventura la licenza de' poeti stendersi tanto oltre
          ch'ardisca di mutar l'ultimo fine de l'imprese ch'egli prende a trattare, o pur narrare al
          contrario di quello che sono avvenuti alcuni de gli avvenimenti principali e più noti che
          già sono ricevuti per veri ne la notizia del mondo. Simile audacia mostrarebbe colui che
          descrivesse Roma vinta e Cartagine vincitrice, o Annibale vincitore in campo aperto di
          Fabio Massimo, non con arte tenuto a bada; quantunque si legga ne'
          <title>Paralleli</title> di Plutarco che Fabio ne la guerra africana fosse mandato da'
          Romani con cinquecento soldati contra Annibale e che, spronando furiosamente il cavallo,
          gli cavasse il diadema e poi gli morisse appresso, avendo prima ricevuta una mortalissima
          ferita. Simile sarebbe stato l'ardire d'Omero, se fosse vero quel che falsamente si dice,
          benché a proposito de la loro intenzione: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>che i Greci rotti, e che Troia vittrice, </l>
              <l>e che Penelopea fu meretrice: </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">a le quali parole prestando peraventura credenza il Bolognetto, e' si
          propose per fine de la favola la liberazione di Valeriano imperatore, il quale se ne morì
          ne la prigione di Sapore re di Persia; ma non tanto era felice il suo poema per due
          nobilissime guerriere celebrate ne l'istorie, dico Zenobia e Vittorina (ch'egli chiama
          Vittoria), quanto infelice per il suo fine; pur egli volea mutarlo; ma questo era un
          privare affatto la poesia e l'istoria de la sua autorità. Da la qual ragione mosso, io
          conclusi che l'argomento de l'epopeia dovea esser fondato sovra qualche istoria o sovra
          qualche verità. E quantunque Dione Crisostomo, in una orazione che scrive a quelli d'Ilio,
          si sforza di provare che Troia non fusse presa, non fu peraventura sua intenzione di
          biasimare Omero, ma di mostrare il modo co 'l quale i poeti dicono le menzogne per
          ingannare, mutando e rimutando l'ordine de le cose, come a loro pare il meglio. Tanta
          emulazione era de la gloria tra gli scrittori di prosa e' poeti! Ma Teseo figliuolo
          d'Ippocrate scrisse che le guerre di Troia non furono favolose; e molti istorici fanno
          testimonianza del medesimo, e fra gli altri «Erodoto di greca istoria padre». Lasci dunque
          il nostro epico l'origine ed il fine de l'impresa, ed alcune cose più illustri e ricevute
          per fama, ne la loro verità, o poco o nulla alterata; muti poi, se così gli pare, i mezzi
          e le circostanze, confonda i tempi e l'ordine de l'altre cose, ed in somma si dimostri più
          tosto artificioso poeta che verace istorico; ricordandosi spesso di quel detto di Plutarco
          nel libro <title>De la fortuna de' Romani</title>, cioè che l'uomo, il qual nasconde la
          bugia ne l'antichità de' tempi, è simile a colui che ricovera da luoghi chiari e luminosi
          ne gli opachi e tenebrosi. Ma se ne la materia ch'egli s'avrà proposta saranno alcuni
          avvenimenti apunto come dovrebbon esser succeduti, che deve fare il poeta? può forse
          mutarli? sì, veramente che poetica sia la narrazione, non spogliandosi de la persona del
          poeta per vestirsi quella de l'istorico: perché può a le volte avvenire ch'altri come
          poeta, altri come istorico tratti le medesime cose; ma saranno da loro considerate con
          diverso rispetto, perché l'istorico le narra come vere, e 'l poeta le imita come
          verisimili. E se io non credessi che Lucano fosse poeta, a ciò non mi moverebbe quella
          ragione che persuade gli altri, cioè ch'egli abbia perduto questo nome per la narrazione
          de le cose veramente avvenute. Questo solo non basta per giudizio d'Aristotele, il quale
          dice: <foreign lang="grc">kan ara sumbe genomena poiein, ouden hetton poietes
          esti:</foreign> cioè, se 'l poeta s'avverrà ad alcune di quelle cose che sono state
          veramente, non riman d'esser poeta, perché non si vieta che de le cose fatte, alcune sieno
          com'è verisimile che fossero fatte o possibile: secondo le quali è poeta. Ma se Lucano non
          è poeta, ciò avviene perché s'obbliga a la verità de' particolari, e non ha tanto
          risguardo a l'universale e, come pare a Quintiliano, è più simile a l'oratore ch'al poeta.
          Oltre a ciò, l'ordine osservato da Lucano non è l'ordine proprio de' poeti, ma l'ordine
          dritto e naturale in cui si narran le cose prima avvenute: e questo é commune a
          l'istorico. Ma ne l'ordine artificioso, che perturbato chiama il Castelvetro, alcune de le
          prime deono esser dette primieramente, altre posposte, altre nel tempo presente deono
          esser tralasciate e riserbate a miglior occasione, come insegna Orazio. Prima deono esser
          dette quelle senza le quali non s'avrebbe alcuna cognizione de lo stato de le cose
          presenti; ma se ne posson tacer molte, le quali scemano l'espettazione e la meraviglia,
          avenga che il poeta debba tenere sempre l'auditore sospeso e desideroso di legger più
          oltre. Ma non voglio già ostinatamente affermare che l'ordine artificioso sia ne l'uno e
          ne l'altro poema d'Omero; ma se ne l'uno è il naturale, ne l'altro è l'artificioso senza
          fallo, perché, secondo l'ordine de la natura, le cose prima succedute, o siano parte de la
          favola o non siano, dovrebbono esser prima raccontate: ma ne l'ordine naturale ancora non
          dee cominciar il poeta da principio troppo remoto e, come dice Orazio, «<foreign lang="lat">ab ovo».</foreign> Però in questa parte merita maggior lode e minor
          riprensione Lucano di Stazio: perché l'uno, volendo cantar de le guerre civili, mette
          Cesare su 'l passo del Rubicone, dove, giudicato nemico dal Senato, fu costretto a far la
          guerra; l'altro comincia da le furie e da le maledizioni d'Edippo, che furono prima e
          fatal cagione de la discordia fra Eteocle e Polinice. Nondimeno Lucano ancora avrebbe
          fatto meglio s'avesse posto Cesare in Tessaglia e collocatolo a fronte a Pompeo, e l'altre
          cose prima contenute avesse fatto raccontare. Simile ne l'ordine a Stazio ed a Lucano è
          Silio Italico: però prepongo a tutti il Petrarca in quanto a la disposizione de la favola
          ed a l'ordine ch'egli tenne ne l'<title>Africa</title>, lasciando a gli altri il giudizio
          de la lingua e de l'elocuzione; ma ne gli affetti amorosi ancora è meraviglioso, come ho
          detto ne l'altro libro. Ma seguitiamo in questo a parlar de l'altre cose necessarie. </p>
        <p>Poiché avrà il poeta ridutto il vero ed i particolari de l'istoria al verisimile ed a
          l'universale, che è proprio de l'arte sua, procuri che la favola (favola chiamo la forma
          del poema che difinir si può testura, o composizione de gli avvenimenti o de le cose),
          procuri, dico, che la favola ch'indi vuol formare sia intiera, o tutta che vogliam dire,
          sia di convenevol grandezza, e sia una. E sovra queste tre condizioni distintamente e con
          quell'ordine che le ho proposte, discorrerò. Tutta o intiera dee esser la favola, perché
          in lei la perfezione si ricerca; ma perfetta non può esser quella cosa ch'intiera non sia.
          La perfezione e l'integrità si troverà ne la favola, s'ella avrà il principio, il mezzo e
          l'ultimo. Principio è quello che necessariamente non è dopo altra cosa, e l'altre cose son
          dopo lui. Il fine è quello che è dopo l'altre cose, né altra cosa ha dopo sé. Il mezzo è
          posto fra l'uno e l'altro, ed egli è dopo alcune cose, ed alcune n'ha dopo sé. Ma per
          uscire alquanto da la brevità de le difinizioni, dico che intiera è quella favola che in
          se stessa ogni cosa contiene ch'a la sua intelligenza sia necessaria, e le cagioni e
          l'origine di quella impresa che si prende a trattare vi sono espresse, e per li debiti
          mezzi si conduce ad un fine, il quale niuna cosa lassi o non ben conclusa o non ben
          risoluta: come veggiam aver fatto Omero ne l'<title>Odissea</title>, il quale, prima con
          le peregrinazioni di Telemaco a Nestore ed a Menelao, e poi con le narrazioni d'Ulisse
          fatte ad Alcinoo, dechiara perfettamente lo stato de le cose, e quel che fosse avvenuto
          dopo che Ulisse partì da Troia; Virgilio parimente col racconto d'Enea a Didone. E
          quantunque il poeta rapisca l'auditore nel mezzo de le cose come se fossero note,
          nondimeno a poco a poco lo va poi informando di quello che prima è succeduto. Ma
            l'<title>Orlando Innamorato</title> e 'l <title>Furioso</title> non sono intieri, e sono
          difettosi ne la cognizione di quel che loro appartiene. Manca al <title>Furioso</title> il
          principio, manca a l'<title>Innamorato</title> il fine; ma ne l'uno non fu difetto d'arte,
          ma colpa di morte; ne l'altro non ignoranza, ma elezione di finire ciò che dal primo fu
          cominciato. Che l'<title>Innamorato</title> sia imperfetto, non vi fa mestieri prova
          alcuna; che non sia intiero il <title>Furioso</title>, è parimente manifesto: però che se
          noi vorremo che l'azione principale di quel poema sia l'amor di Ruggiero, vi manca il
          principio; se vorremo che sia la guerra di Carlo e d'Agramante, parimente il principio è
          desiderato: perché come fosse preso Ruggiero da l'amor di Bradamante non vi si legge; e né
          meno quando o in che modo gli Africani movessero guerra a' Francesi, se non forse in uno o
          in due versi accennato; e molte volte i lettori ne la cognizione di queste favole
          anderebbono al buio, se da l'<title>Innamorato</title> non togliessero ciò ch'a la lor
          cognizione è necessario. Ma si dee, come ho detto, considerare <title>l'Orlando
          Innamorato</title> e 'l <title>Furioso</title> non come due libri distinti, ma come un
          poema solo cominciato da l'uno e con le medesime fila, benché meglio annodate e meglio
          colorite, da l'altro poeta condotto al fine; ed in questa maniera risguardandolo, sarà
          intiero poema, a cui nulla manchi per l'intelligenza de le sue favole. Questa condizione
          de l'integrità mancherebbe parimente ne l'<title>Iliade</title> d'Omero, se vero fosse
          ch'avesse preso la guerra troiana per argomento del suo poema; ma questa opinione è falsa,
          benché sia da molti antichi approvata, e da Orazio medesimo, il quale chiamò Omero
          scrittore de la guerra troiana; e se Omero istesso è buon testimonio de la propria
          intenzione, non la guerra troiana, ma l'ira d'Achille si canta ne l'<title>Iliade</title>:
            <quote rend="block">
            <lg lang="grc">
              <l>Menin aeide, thea, Peleadeo Akhileos </l>
              <l>oulomenen, he muri' Akhaiois alghe' etheken,</l>
              <l>pollas d'iphthimous psukhas Aldi proiapsen </l>
              <l>heroon. </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">E tutto ciò che de la guerra troiana si dice, propone di dirlo come
          dipenda da l'ira d'Achille, e come azione ch'accresca la grandezza de la favola e l'ira de
          l'offeso figliuolo di Peleo; ma le sue cagioni e l'origini si narrano compiutamente ne la
          venuta di Crisa sacerdote e ne la concessione di Criseide e di Briseide, talché la favola
          con perpetuo filo sino al fine è condotta, cioè sino a la pace fra Achille ed Agamennone,
          cagionata da la morte di Patroclo. Laonde perfettissima è quella favola, la quale contiene
          tutto ciò ch'è necessario per la cognizione di se stessa, né le conviene accattare
          altronde cose estrinseche. Si può peraventura riprendere alcun moderno poema, nel quale è
          necessario ricorrere a quella prosa che dinanzi per sua dichiarazione porta scritta, però
          che questa tal chiarezza che si ha da gli argomenti e da altri sì fatti aiuti, non è né
          artificiosa, né propria del poeta, ma estrinseca e mendicata. </p>
        <p>Ma essendosi trattato a bastanza de la prima condizione richiesta a la favola, passiamo a
          la seconda, cioè a la grandezza; né paia o soverchio o disconvenevole se, essendosi già
          ragionato de la grandezza in quel luogo ove de la elezione de la materia si tratta, ora se
          ne parli ove l'artificio de la forma si dee considerare: perch'ivi a quella grandezza
          s'ebbe riguardo che portava seco nel poema la materia nuda; qui a quella grandezza s'avrà
          considerazione che viene nel poema da l'arte del poeta co 'l mezzo de gli episodi.
          Ricercano le forme naturali, come insegna Aristotele ne' libri de la
          <title>Natura</title>, una determinata grandezza, e sono circonscritte dentro a certi
          termini del più e del meno, da i quali né con l'eccesso, né co 'l difetto è lor concesso
          d'uscire. Ricercano similmente le forme artificiali una quantità determinata; né potrà la
          forma de la nave introdursi in un grano di miglio, né meno ne la grandezza del monte
          Olimpo: però ch'allora si dice esservi introdotta la forma non in vano che l'operazione
          propria e naturale di quella tal forma vi s'introduce; ma non potrà già trovarsi
          l'operazione de la nave, ch'è di solcare il mare e di condurre gli uomini e le merci da
          l'uno a l'altro lido, in quantità ch'ecceda di tanto o di tanto manchi. Tale ancora è
          forse la natura de' poemi; ma non voglio però che si consideri sino a quanta grandezza
          possa crescer la forma del poema eroico, ma insino a quanta grandezza sia convenevole che
          s'accresca. Senza alcun dubbio, maggior dee essere la favola epica de la comica e de la
          tragica, la quale aveva due termini, l'uno artificioso, l'altro privo d'arte: senza
          artificio era il tempo assegnatole da la clepsidra, ma prendeva artificiosamente il suo
          termine da la mutazione de la fortuna felice ne l'infelice, o da l'avversa a la prospera;
          e questo termine istesso legittimo e naturale è chiamato da Aristotele, da Averroe e da
          gli altri comentatori, esponendo quelle parole: <foreign lang="grc">kat'auten phusin tou
            pragmatos horos:</foreign> quasi l'arte abbia non solamente le sue leggi, ma la sua
          natura medesima. Ma non so che l'epopeia avesse alcuna misura o termine estrinseco,
          quantunque io abbia letto in Ateneo e ne gli altri che l'<title>Iliade</title> e
            l'<title>Odissea</title> soleano essere recitate ne la scena. Ma senza fallo dee avere
          il suo termine naturale ed artificioso, il quale ne le favole doppie può esser constituito
          e quasi fisso ne' duo contrari estremi de la mutazione di fortuna; ma ne le favole
          semplici non so dove questo termine si possa fermare, se pure non vogliamo che la memoria
          sia giusta estimatrice de la grandezza del poema. Grande senza fallo conviene che sia quel
          del poema che dee esser bello: perché sì come ne' corpi piccioli può esser leggiadria,
          così ne le picciole poesie si loda più tosto la grazia e l'acume che la bellezza o la
          perfezione. È necessaria dunque la grandezza; ma non di eccedere il convenevole in guisa
          che si rappresenti Tizio, «lo qual disteso nove campi ingombra»: perciò che le cose troppo
          smoderate danno sospizione di non esser una, come dice Aristotele ne' <title>
            <title>Problemi</title>
          </title>; ma l'unità ne la favola è necessaria, come appresso proveremo. Sia dunque grande
          abastanza, ma non soverchiamente. Ma sì come l'occhio è dritto giudice de la grandezza del
          corpo, così il giudicare la quantità de' poemi s'appartiene a la memoria. Grande dunque
          sarà convenevolmente quella poesia in cui non si perda né si smarrisca, ma, tutta
          unitamente comprendendola, possa considerare come l'una cosa con l'altra sia congiunta e
          da l'altra dependente. Ma viziosi senza dubbio sono quei poemi che sono simili a i corpi
          che non possono esser rimirati in un'occhiata, ed in buona parte perduta è l'opera che vi
          si spende: ne' quali di poco ha il lettore passato il mezzo che del principio si è
          dimenticato: però che vi si perde quel diletto che dal poeta, come principale perfezione,
          dee esser con ogni studio ricercato. Questo è come l'uno avvenimento dopo l'altro
          necessariamente o verisimilmente succeda, come l'uno con l'altro sia legato e da l'altro
          inseparabile, e come da una artificiosa testura de' nodi nasca una intrinseca e verisimile
          ed inaspettata soluzione. E per aventura chi l'<title>Innamorato</title> e 'l
            <title>Furioso</title> come un solo poema considerasse, gli patria parere la sua
          lunghezza soverchia anzi che no, e non atta ad esser contenuta in una semplice lezione da
          una mediocre memoria. Dopo la grandezza siegue l'unità, che fu l'ultima condizione da noi
          a la favola attribuita. Questa e quella parte, cortesissimo signore, la quale ha data a'
          nostri tempi occasione di varie e lunghe contese a coloro «che 'l furor literato in guerra
          mena». Però che alcuni necessaria l'hanno giudicata; altri a l'incontra hanno creduto la
          moltitudine de le azioni al poema eroico più convenirsi; «<foreign lang="lat">et magno
            iudice se quisque tuetur».</foreign> Facendosi i difensori de la unità scudo de
          l'autorità d'Aristotele, de la maestà de gli antichi greci e latini poeti, né mancando
          loro quelle armi che da la ragione sono concedute, hanno per avversari l'uso de' presenti
          secoli, il consenso universale de le donne, de' cavalieri e de le corti e, sì come pare,
          l'esperienza ancora, infallibile paragone de la verità: veggendosi che l'Ariosto il quale,
          lasciando le vestigia de gli antichi scrittori e le regole d'Aristotele, ha molte e
          diverse azioni nel suo poema abbracciate, è letto e riletto da tutte l'età, da tutti i
          sessi, noto a tutte le lingue, piace a tutti, tutti il lodano, vive e ringiovenisce sempre
          ne la sua fama, e vola glorioso per le lingue de' mortali; ove il Trissino a l'incontro,
          che i poemi d'Omero religiosamente si pensò d'imitare e d'osservare i precetti
          d'Aristotele, mentovato da pochi, letto da pochissimi, muto nel teatro del mondo e morto a
          la luce, sepolto a pena ne le librarie e ne lo studio d'alcun letterato si ritrova. Né
          mancano in favor di questa parte, oltre l'esperienza, saldi e gagliardi argomenti: però
          che alcuni uomini dotti ed ingegnosi, o perché così veramente credessero, o pur per
          mostrar la forza de l'ingegno loro e farsi graziosi al mondo, lusingando a guisa di
          tiranno (ché tale è veramente) questo consentimento universale, sono andati investigando
          nuove e sottili ragioni, con le quali l'hanno confermato e fatto più forte. Ma come che
          abbia costoro in somma riverenza per dottrina e per eloquenza, e l'Ariosto per le medesime
          cagioni e per felicità d'ingegno e di stile, dico nondimeno che non dee esser seguìto ne
          la moltitudine de l'azioni, la quale può bene essere scusabile ne l'epopeia rivolgendo la
          colpa al comandamento de' signori o ad altra ragione sì fatta; ma la scusa sarà più tosto
          de la fortuna che de l'arte e fia scompagnata d'ogni lode. Né per temerità o a caso mi
          muovo a così dire; ma per molte ragioni, le quali, o vere o verisimili che siano, possono
          in me confermare questa opinione. Perché se la pittura e l'altre arti imitatrici ricercano
          che d'uno una sia l'imitazione, se i filosofi, che vogliono sempre l'esatto e 'l perfetto,
          fra le principali condizioni richieste ne' lor libri vi cercano l'unità del soggetto, la
          qual cosa mancandovi imperfetto lo stimano se ne la tragedia e ne la comedia è da tutti
          giudicata necessaria, dee esser necessaria ancora nel poema eroico, non apparendo niuna
          causa per la quale questa unità cercata da' filosofi, seguita da' pittori e da' scultori,
          ritenuta da' comici e da' tragici, debba esser da l'epico fuggita e disprezzata. E se
          l'unità porta in sua natura perfezione, ed imperfezione la moltitudine, se i pitagorici
          numerano l'una fra' beni e l'altra fra' mali, se questa a la materia s'attribuisce e
          quella a la forma, perché ne la buona favola ancora de l'epopeia non sarà ricercata
          l'unità? Oltre a ciò, presupponendo che la favola sia il fine del poeta (come afferma
          Aristotele, e niuno ha sin qui negato), s'una sarà la favola, uno sarà il fine; se più e
          diverse saranno le favole, più e diversi saranno i fini. Ma quanto meglio opera quel che
          riguarda ad un sol fine di colui il qual diversi fini si propone, tanto ancora sarà più
          lodato l'imitatore d'una sola favola e d'una sola azione. Aggiungo che da la moltitudine
          nasce l'indeterminazione; e questo progresso potrebbe andare in infinito, senza che le sia
          da l'arte prefisso o circonscritto termine alcuno. Laonde dice Aristotele ne' <title>
            <title>Problemi</title>
          </title> che noi più volentieri sogliamo udir quelle istorie ch'espongono una cosa
          solamente de l'altre da le quali più ne sono raccontate, perché siamo più attenti a le
          cose e possiam meglio intendere le più note. Ma l'uno è più noto, perch'è definito; a
          l'incontro le cose che son molte participano de l'infinito. Il poeta ch'una favola tratta,
          finita quella, è giunto al suo fine: chi più ne tesse, o quattro o sei o dieci ne potrà
          tessere, né più a questo numero che a quello è obligato. Non potrà aver dunque determinata
          certezza qual sia quel segno ove convenga fermarsi. Ultimamente la favola è la forma
          essenziale del poema: laonde, se più saranno le favole, l'una de le quali da l'altra non
          dependa, più saranno conseguentemente i poemi. Essendo dunque questo che chiamiamo un
          poema di più azioni, non un poema, ma una moltitudine di poemi insieme congiunta, o quei
          poemi saranno perfetti o imperfetti: se perfetti, bisognerà ch'abbiano la debita
          grandezza; ed avendola, ne risulterà una mole più grande assai che non sono i volumi de'
          legisti; se imperfetti, è meglio a far un sol poema perfetto che molti imperfetti. Lascio
          da parte che se questi poemi son molti e distinti di natura, come si prova per la
          moltitudine e distinzion de le favole, avranno molto del confuso co 'l mescolare le membra
          de l'uno con quelle de l'altro. Ma perché io ho detto che il poema di più azioni è una
          confusione di molti poemi, e prima dissi che l'<title>Orlando Innamorato</title> e 'l
            <title>Furioso</title> erano un sol poema, non si noti contrarietà ne la mia opinione:
          però che qui intendo la voce esattamente secondo il suo proprio e vero significato, ed ivi
          la presi come comunemente s'usa: un sol poema, cioè una sola composizione d'azioni, come
          si direbbe una sola istoria ed un sol libro. Da queste ragioni mosso peraventura
          Aristotele, o da altre ch'egli vide ed a me non sovvengono, determinò ch'una fosse la
          favola del poema. </p>
        <p>Ma a questa quasi legge de la <title>Poetica</title> (la qual fu come buona accettata da
          Orazio là dove egli disse: «Ciò che si tratta, sia semplice ed uno») vari con varie
          ragioni hanno ripugnato, escludendo da que' poemi eroici che romanzi si chiamano l'unità
          de la favola, non solo come non necessaria, ma come dannosa eziandio. Ma non voglio
          referir già tutto ciò ch'intorno a questa materia è detto da loro, perché alcune cose si
          leggono in alcuni assai leggiere e indegne di risposta. Solo addurrò quelle ragioni che
          con maggior similitudine di verità confermano questa opinione: le quali in somma a quattro
          si riducono, e sono queste. Il romanzo (così chiamano il <title>Furioso</title> e gli
          altri simili) è specie di poesia diversa da la epopeia, e non conosciuta da Aristotele;
          per questo non è obligata a quelle regole che dà Aristotele de la epopeia. E se dice
          Aristotele che l'unità de la favola è necessaria ne l'epopeia, non dice però che si
          convenga a questa poesia di romanzi non conosciuta da lui. Aggiungo la seconda ragione.
          Ogni lingua ha da la natura alcune condizioni proprie e naturali di lei ch'a gli altri
          idiomi per niun modo convengono: il che apparirà manifesto a chi andrà minutamente
          considerando quante cose ne la greca favella hanno grazia ed efficacia meravigliosa, de la
          quale son prive ne la latina; e quante ve ne sono, ch'avendo forza e virtù grandissima ne
          la latina, la perdono ne la toscana, e riescono fredde e quasi sciocche. Ma fra l'altre
          condizioni che porta seco la nostra favella italiana, una è questa, cioè la moltitudine de
          le azioni; e sì come a' Greci e Latini disconvenevole sarebbe la moltitudine de le azioni,
          così a' Toscani l'unità de la favola non si conviene. Oltre a ciò, quelle poesie sono
          migliori che da l'uso sono più approvate, appo il quale è l'arbitrio e la podestà così
          sovra la poesia come sovra l'altre cose; e di ciò fa testimonianza Orazio ove dice: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>
                <foreign lang="lat">quem penes arbitrium est et ius et norma loquendi:</foreign>
              </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">ma questa maniera di poesia, che romanzo si chiama, è più approvata da
          l'uso: migliore dunque dee esser giudicata. Ultimamente così concludono: Quello è più
          perfetto poema che meglio conseguisce il fine de la poesia; ma molto meglio è conseguito
          dal romanzo che da l'epopeia, cioè da la moltitudine che da la unità de le azioni: si dee
          dunque il romanzo a l'epopeia preporre; ma che 'l romanzo meglio conseguisca il fine è
          così noto, che non vi fa quasi mestiero prova alcuna, però che, essendo il fine de la
          poesia il dilettare, maggior diletto ci recano i poemi di più favole che d'una sola, come
          l'esperienza ci dimostra. </p>
        <p>Questi sono i fondamenti sovra i quali si sostiene l'opinione di coloro che la
          moltitudine de le azioni hanno giudicata ne' romanzi conveniente: saldi sì come a lor
          pare, ma non tanto che da le macchine de la ragione non possano esser espugnati (se pur la
          ragione sta da la parte contraria, come a me giova di credere), e contra i quali la
          debolezza del mio ingegno non resterò d'adoperare. </p>
        <p>Ma vegnamo al primo fondamento ove dice: È il romanzo spezie distinta da l'epopeia non
          conosciuta da Aristotele; per questo non dee cadere sotto quelle regole a le quali egli
          obbliga l'epopeia. Se il romanzo è spezie distinta da l'epopeia, chiara cosa e che per
          qualche differenza essenziale è distinto, perché le differenze accidentali non possono
          fare diversità di spezie; ma non trovandosi tra il romanzo e l'epopeia differenza alcuna
          specifica, ne segue chiaramente che distinzione alcuna di spezie fra loro non si trovi.
          Che non si trovi fra loro differenza alcuna essenziale, a ciascuno agevolmente può esser
          manifesto. Tre solamente sono le differenze specifiche ne la poesia, come nel precedente
          Discorso dicemmo: la diversità de le cose imitate, la diversità d'imitare e la diversità
          de gl'istromenti co' quali s'imita. Per queste sole gli epici, i comici, i tragici sono
          differenti. Da queste, se pur vi fosse, nascerebbe la diversità de la spezie fra 'l
          romanzo e l'epopeia. Ma il romanzo imita le medesime azioni, imita co 'l medesimo modo,
          imita con gli stessi istrumenti; e dunque de la medesima spezie. Imitano il romanzo e
          l'epopeia le medesime azioni, cioè l'illustri; né solo è fra loro quella convenienza
          d'imitar l'illustri in genere, che è fra l'epico e 'l tragico, ma ancora una più
          particolare e più stretta d'imitare il medesimo illustre, quello, dico, che non è fondato
          sovra la grandezza de' fatti orribili e compassionevoli, ma sovra le generose e magnanime
          azioni de gli eroi; e non si determina con le persone di mezzo fra 'l vizio e la virtù, ma
          elegge le valorose in supremo grado di eccelenza: la qual convenienza d'imitare
          chiaramente si vede fra' nostri romanzi e gli epici de' Latini e de' Greci. Imita il
          romanzo e l'epopeia con l'istesso maniera: ne l'uno e ne l'altro poema vi appare la
          persona del poeta; vi si narrano le cose, non vi si rappresentano; né hanno per fine la
          scena e l'azioni de gl'istrioni, come la tragedia e la comedia. Imitano co' medesimi
          istrumenti: l'uno e l'altro usa il verso nudo, al quale non paion necessari il ritmo e
          l'armonia che son ricercati quasi necessariamente da' versi tragici e da' comici. Da la
          convenienza dunque de le azioni imitate e de gl'istrumenti e del modo di imitare si
          conclude esser la medesima spezie di poesia quella che epica vien detta e quella che
          romanzo si chiama. Onde poi questo nome di romanzo sia derivato, varie sono l'opinioni
          ch'ora non fa mestieri di raccontare; ma non e inconveniente che sotto la medesima spezie
          alcuni poemi si trovino diversi per diversità accidentali, i quali con diverso nome siano
          chiamati: sì come fra le comedie alcune sono vecchie, altre nuove, altre di mezza età;
          altre far dette palliate (le quali furono de' Greci), altre togate (che furon de' Romani),
          e quelle ch'introducevano persone più nobili si dimandarono pretestate; altre atellane, da
          Atella città de la Campania; alcune tabernarie; alcune altre per l'unità de l'argumento
          fur dette planipedie; alcune mimi e rintonice. Se dunque il romanzo e l'epopeia sono d'una
          medesima spezie, a gli obblighi de le stesse leggi deono esser ristretti, massimamente
          parlando di quelle che non solo in ogni poema eroico, ma in ogni poema assolutamente sono
          necessarie. Tale è l'unità de la favola, la quale Aristotele ricerca in ogni spezie di
          poema, non più ne l'eroico che nel tragico o nel comico: onde se fosse vero ciò che si
          dice del romanzo, non però ne seguirebbe che l'unità de la favola non fosse in lui secondo
          il parer d'Aristotele necessaria. Ma che ciò non sia vero, a bastanza mi pare dimostrato:
          perché, se pur volevano affermare che 'l romanzo è spezie distinta da l'epopeia, conveniva
          lor dimostrare ch'Aristotele è manco e difettoso ne l'assegnare le differenze (come ha
          creduto alcuno che, dipoi ch'io ebbi scritte alcune di queste cose, comentò la
            <title>Poetica</title> d'Aristotele, la quale a lui pare un di que' libri che son detti
          memoriali, e ciò prova con l'autorità d'Ammonio, forse ingannato da la memoria: perché non
          Ammonio, ma Simplicio sovra i predicamenti fa menzione de' libri memoriali d'Aristotele;
          ma perché quelli contenevano varie cose che non erano drizzate ad un fine e ad una
          intenzione, e ne la <title>Poetica</title> tutte sono drizzate ad un medesimo segno, è
          necessario che quel libro non sia memoriale; e chi ben considera quelle differenze, da le
          quali par che proceda diversità di spezie fra 'l romanzo e l'epopeia, sono in guisa
          accidentali che non è più ne l'uomo l'esser esercitato nel corso e ne la lotta o saper
          l'arte de lo schermo. Tale è quella che l'argomento del romanzo sia finto, e quello de
          l'epopeia preso da la istoria. Che se questa fosse differenza specifica, necessariamente
          sarebbono diversi di spezie tutti que' poemi fra' quali questa differenza si ritrovasse.
          Diversi dunque di spezie sarebbono il <title>Fior</title> d'Agatone e
          l'<title>Edippo</title> di Sofocle, ed in somma quelle tragedie il cui argomento fosse
          finto, da quelle che l'avessero da l'istoria; e, secondo la ragione usata da loro, la
          tragedia d'argomento finto non avrebbe l'obligo di quelle medesime regole che ha la
          tragedia d'argomento vero. Onde né l'unità de la favola sarebbe in lei necessaria, né 'l
          movere il terrore e la compassione sarebbe il suo fine. Ma questo, senza alcun dubbio, è
          inconveniente; inconveniente dunque sarebbe ancora che la finzione o verità de l'argomento
          fosse differenza specifica. Del medesimo valore sono l'altre differenze ch'assegnano, e
          co' fondamenti de l'istessa ragione si possono confutare. E perché molti hanno creduto che
          'l romanzo sia spezie di poesia non conosciuta da Aristotele, non voglio tacer questo, che
          spezie di poesia non è oggi in uso, né fu in uso ne gli antichi tempi, né per un lungo
          volger de' secoli di novo sorgerà, ne la cui cognizione non si debba credere che
          penetrasse Aristotele con quella medesima sottigliezza d'ingegno con la quale tutte le
          cose ch'in questa gran macchina Dio e la Natura rinchiuse sotto dieci capi dispose, e con
          la quale, tanti e sì vari sillogismi ad alcune poche forme riducendo, breve e perfetta
          arte ne compose. Vide Aristotele che la natura de la poesia non era altro che imitare;
          vide conseguentemente che la diversità de le sue spezie non poteva in lei altronde
          derivare che da qualche diversità de l'imitazione; e che questa varietà solo in tre guise
          potea nascere, o da le cose o dal modo o da gli istromenti. Vide dunque quante potevano
          essere le differenze essenziali de la poesia; ed avendo viste le differenze, vide in
          conseguenza quante potevano essere le sue spezie; perché, essendo determinate le
          differenze che constituiscono le spezie, determinate conviene che sian le spezie, e tante
          solamente quanti sono i modi ne' quali possono congiungersi le differenze. </p>
        <p>Era la seconda ragione, ch'ogni lingua ha alcune particolari proprietà e che la
          moltitudine de le azioni è propria de' poemi toscani, come è l'unità de' latini e de'
          greci. Non nego io che ciascuno idioma non abbia alcune forme proprie di lui: però che
          alcune elocuzioni veggiamo così proprie d'una lingua che 'n altra favella dicevolmente non
          possono esser trasportate: però disse Iamblico nel suo trattato <title>De' misteri</title>
          che ciascuna gente ha alcune cose proprie, le quali non possono esser significate a
          l'altre nazioni, e che le proprietà de le significazioni interpretate per altra lingua non
          conservano l'intessa mente. Avevano i nomi de' barbari molta efficacia ed una concisa
          brevità; e ne la significazione de le cose divine erano a tutti gli altri anteposti, e fu
          usata gran perseveranza nel conservarli; ma i Greci furono amatori di cose nuove, e per
          l'instabilità trasformarono la pura elocuzione. È nondimeno la lingua greca molto atta a
          la espressione d'ogni minuta cosa; a questa istessa espressione inetta è la latina, ma
          molto più capace di grandezza e di maestà; e la nostra lingua toscana, se bene con egual
          suono ne la descrizione de le guerre non ci riempie gli orecchi, con maggior dolcezza
          nondimeno ci lusinga nel trattare le passioni amorose. Quello dunque ch'è proprio d'una
          lingua, o è elocuzione, e ciò nulla importa al nostro proposito, parlando noi d'azioni e
          non di parole; o pur diremo proprie d'una lingua quelle materie, le quali meglio da lei
          che da altra sono trattate, com'è la guerra da la latina, e l'amore da la toscana. Ma
          chiara cosa è che se la toscana favella sarà atta ad esprimere molti accidenti amorosi,
          sarà parimente atta ad esprimere uno; e se la lingua latina sarà disposta a trattare un
          successo di guerra, sarà parimente disposta a trattarne molti. Si ch'io per me non posso
          conoscere la cagione che l'unità de le azioni sia propria de' latini poemi, e la
          moltitudine de' volgari. Né peraventura ragione alcuna se ne può rendere: perché se
          costoro a me chiederanno per qual cagione le materie de la guerra sono stimate più proprie
          de la latina, e l'amorose de la toscana, risponderei che ciò si dice avvenire per le molte
          consonanti de la latina e per la lunghezza del suo esametro più atto a lo strepito de le
          armi ed a la guerra, e per le vocali de la toscana e per l'armonia de le rime più
          convenevole a la piacevolezza de gli affetti amorosi. Ma non però queste materie sono in
          guisa proprie di questi idiomi che l'arme ne la toscana e gli amori ne la latina non
          possano convenevolmente essere cantate da eccelente poeta. Concludendo dunque dico che, se
          ben è vero ch'ogni lingua abbia le sue proprietà, è detto nondimeno senza ragione alcuna
          che la moltitudine de le azioni sia propria de' volgari poemi, e l'unità de' latini e de'
          greci. </p>
        <p>Né più malagevole è il rispondere a la terza ragione, la quale era che quelle poesie sono
          più eccelenti che più sono approvate da l'uso: onde più eccelente è il romanzo de
          l'epopeia, essendo più da l'uso approvato. A questa ragione volendo io contradire,
          conviene che per maggior intelligenza e chiarezza de la verità derivi da più alto
          principio il mio ragionamento. Si ritrovano alcune cose che in sua natura non sono né
          buone né ree, ma, dependendo da l'uso, buone o ree sono secondo che l'uso le determina.
          Tale è il vestire, che tanto e lodevole quanto da la consuetudine viene accettato; tale è
          forse il parlare; e perciò fu convenevolmente risposto a colui: «Vivi come vissero gli
          uomini antichi, e parla come oggidì si ragiona»: quinci avviene che molte parole, che già
          scelte e pellegrine furono, or, trite da le bocche de gli uomini, comuni, vili e
          popolaresche sono divenute; molte, a l'incontra, che prima come barbare ed orride erano
          schivate, or come vaghe e cittadine si ricevono; molte ne invecchiano, molte ne muoiono, e
          rinascono e rinasceranno molte altre, come piace a l'uso, che con pieno e libero arbitrio
          le governa; e questa mutazion de le voci fu con la comparazion de le foglie mirabilmente
          espressa da Orazio: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>Ut sylvae foliis pronos mutantur in annos, </l>
              <l>prima cadunt, ita verborum vetus interit aetas, </l>
              <l>et iuvenum ritu florent modo nata vigentque. </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">E soggiunge: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>Multa renascentur quae iam cecidere, cadentque </l>
              <l>quae nunc sunt in honore vocabula, si volet usus, </l>
              <l>quem penes arbitrium est et ius et norma loquendi. </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p>Per questa ragione concludono i peripatetici, contra quello che alcuni filosofi
          credettero, che le parole non siano opere da la natura composte, né più in lor natura
          significhino una cosa che un'altra: perché se tali fossero, da l'uso non dependerebbono;
          ma che siano fattura de gli uomini: onde, come a lor piace, può or questo, or quel
          concetto esser da esse significato: e, non avendo bruttezza o bellezza alcuna che sia lor
          propria e naturale, belle e brutte paiono secondo l'uso le giudica: il quale,
          mutabilissimo essendo, è necessario che mutabili sieno tutte le cose che dependono da la
          consuetudine. Tali in somma sono non solo il vestire e 'l parlare, ma tutte quelle che con
          un nome comune si chiamano usanze e fogge. Queste, come il lor nome dimostra, da la
          consuetudine al biasimo ed a la lode sono determinate. E sotto questa considerazione
          caggiono molte di quelle opposizioni che si fanno ad Omero intorno al decoro de le
          persone, come alcuni dicono, mal conosciuto da lui. Alcune altre cose si ritrovano poi che
          tali determinatamente sono in sua natura: cioè o buone o ree sono per se stesse, e non ha
          l'uso sovra loro imperio o autorità niuna. Di questa sorte e il vizio e la virtù: per se
          stesso è malvagio il vizio; per se stessa è onesta la virtù; e l'opere virtuose e viziose
          sono per se stesse e lodevoli e degne di biasimo. E quel che per se stesso e tale, benché
          i costumi si variino, sempre nondimeno è sì fatto. Laonde il pascersi di carne umana
          sempre sarà riputato ferità, benché appresso alcune nazioni fosse in uso. Sempre fu e sarà
          virtù la pudicizia, quantunque le donne spartane fossero riputate men caste. S'una volta
          meritò lode colui che rifiutò l'oro de' Sanniti o colui che «legò sé vivo, e 'l padre
          morto sciolse», non saran mai biasimati di sì nobile operazione. Di questa sorte sono
          parimente l'opere de la natura: laonde quel ch'una volta fu eccelente, mal grado de la
          instabilità de l'uso, sarà sempre eccelente. È la natura stabilissima ne le sue
          operazioni, e procede sempre con un tenore certo e perpetuo, se non quanto per difetto ed
          incostanza de la materia si vede talor variare: perché, guidata da un lume e da una scorta
          infallibile, riguarda sempre il buono e 'l perfetto, ed essendo il buono e 'l perfetto
          sempre il medesimo, conviene che 'l suo modo di operare sia sempre l'istesso. Opera de la
          natura è la bellezza, la qual consistendo in certa proporzion di membra con grandezza
          convenevole e con vaga soavità di colori, queste condizioni che belle per se stesse una
          volta furono, belle sempre saranno, né potrebbe l'uso fare ch'altrimente paressero: sì
          come a l'incontra non può far l'uso sì che belli paiano i capi aguzzi o i gozzi fra quelle
          nazioni ove si veggiano ne la maggior parte de gli uomini e de le donne. Ma tali in se
          stesse essendo l'opere de la natura, tali in se stesse conviene che siano l'opere di
          quell'arte che, senza alcun mezzo, de la natura è imitatrice. Laonde ragionevolmente da
          Cicerone ne la <title>Topica</title> la natura e l'arte sono annoverate fra le cagioni le
          quali hanno costanza, perché non sogliono variare i loro effetti, come in quel luogo
          medesimo dechiara Boezio. E per fermarsi su l'esempio dato, se la proporzion de le membra
          per se stessa è bella, questa medesima, imitata dal pittore e da lo scultore, per se
          stessa sarà bella; e se lodevole è il naturale, lodevole sarà sempre l'artificioso che al
          naturale s'assomiglia. Quinci avviene che quelle statue di Prassitele o di Fidia che salve
          da la malignità de' tempi ci sono rimase, così belle paiono ai nostri uomini, come belle a
          gli antichi solevano parere; né il corso di tanti secoli o l'alterazione di tante usanze
          cosa alcuna ha potuto scemare de la loro degnità. Avendo io in questo modo distinto,
          facilmente a quella ragione si può rispondere, ne la quale si dice che più eccelenti sono
          quelle poesie che più approva l'uso, perché ogni poesia è composta di parole e di cose. In
          quanto a le parole ora concedasi (poiché nulla rileva al nostro proposito) che quelle
          migliori siano che più da l'uso sono commendate, però che in se stesse né belle sono, né
          brutte; ma quali paiono, tali la consuetudine le fa parere: onde alcune voci che appresso
          l'imperator Federico ed il re Enzo ed appo gli altri antichi dicitori furono in prezzo,
          suonano a l'orecchio nostre un non so che di spiacevole. Le cose poi che da l'usanza
          dependono, come la maniera de l'armeggiare, i modi de l'avventure, i costumi de' sacrifici
          e de' conviti, le cerimonie, il decoro e la maestà de le persone, queste, dico, come piace
          a l'usanza che oggi vive e signoreggia il mondo, si possono accomodare. Però
          disconvenevole sarebbe ne la maestà de' nostri tempi ch'una figliuola di re insieme con le
          vergini sue compagne andasse a lavare i panni al fiume; e questo in Nausicaa, introdotta
          da Omero, non era in que' tempi degno di riprensione. Parimente chi 'n cambio de la
          giostra descrivesse il combatter su i carri, meriterebbe picciola lode, e molte altre cose
          simili che per brevità trapasso. In questa parte non fu lodato il Trissino ch'imitò in
          Omero quelle cose ancora che avea rendute men lodevoli la mutazione de' costumi. Ma quelle
          che per se stesse sono buone, non hanno riguardo alcuno a la consuetudine, né la tirannide
          de l'uso sovra loro in parte alcuna si estende. Tale è l'unità de la favola, che porta in
          sua natura bontà e perfezione nel poema, sì come in ogni secolo passato e futuro ha recato
          e recherà. Tali sono i costumi: non quelli che con nome d'usanze sono chiamati, ma quelli
          de' quali formiam gli abiti che si possono aggiungere fra le cause costanti, come parve a
          Boezio, anzi ad Aristotele istesso; e di loro parla Orazio in que' versi: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>Reddere qui voces iam scit puer, et pede certo </l>
              <l>signat humum, gestit paribus colludere, et iram </l>
              <l>colligit ac ponit temere et mutatur in horas; </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">ed Aristotele lungamente ne la <title>Retorica</title>. A questi costumi
          del fanciullo, del vecchio, del ricco, del possente, del povero, del nobile e de
          l'ignobile, quel che in un secolo è convenevole, in ogni secolo è convenevole: ché se ciò
          non fosse, non n'avrebbe parlato Aristotele: però ch'egli di sole quelle cose fa
          professione di ammaestrarci che sotto l'arte possono cadere; e l'arte essendo costante e
          determinata, non può comprendere sotto le sue regole ciò che, dependendo da la instabilità
          de l'uso, è mutabile ed incerto. Sì come anco non avrebbe ragionato de l'unità de la
          favola, s'egli non avesse giudicata questa condizione essere in ogni secolo necessaria. Ma
          mentre vogliono alcuni nuova arte sovra nuovo uso fondare, la natura de l'arte
          distruggono, e quella de l'uso mostrano di non conoscere. Questa è, signor mio, la
          distinzione senza la quale non si può rispondere a coloro che dimandassero quali poemi
          debbono esser piuttosto imitati, o quelli de gli antichi epici o quelli de' moderni
          romanzatori: perché in alcune cose a gli antichi, in alcune a' moderni debbiamo
          assomigliarci. Questa distinzione mal conosciuta dal vulgo, che suol più rimirare gli
          accidenti che la sostanza de le cose, è cagione ch'egli, credendo di conoscer poca
          convenevolezza di costumi e poca leggiadria d'invenzioni in que' poemi ne' quali la favola
          è una, crede che l'unità de la favola sia parimente biasimevole. Questa medesima
          distinzione mal conosciuta da alcuni dotti gli indusse a sprezzar la piacevolezza de le
          avventure e de le cavallerie de' romanzi e il decoro de' costumi moderni, lodando ne gli
          antichi insieme con l'unità de la favola l'altre parti ancora che ci sono men care e non
          gradite. Questa, ben conosciuta e ben usata, fia cagione che con diletto non meno de gli
          uomini volgari che de gli intelligenti i precetti de l'arte siano osservati, prendendosi
          da l'un lato, con quella vaghezza d'invenzioni che ci rendono sì grati i romanzi, il
          decoro de' nostri tempi, da l'altro con l'unità de la favola la gravità e la
          verisimilitudine che si vede ne' poemi d'Omero e di Virgilio. </p>
        <p>Resta l'ultima ragione, la qual era ch'essendo il fine de la poesia il diletto, quelle
          poesie sono più eccelenti che meglio questo fine conseguiscono; ma meglio il conseguisce
          il romanzo che l'epopeia, come l'esperienza dimostra. Concedasi quel che si può negare,
          cioè che 'l diletto sia il fine de la poesia; concedo parimente quel che l'esperienza ci
          dimostra, cioè che maggior diletto rechi a' nostri uomini il <title>Furioso</title> che
            l'<title>Italia liberata</title> o pur l'<title>Iliade</title> o
          l'<title>Odissea</title>. Ma nego però quel ch'è principale e che importa tutto nel nostro
          proposito: cioè che la moltitudine de le azioni sia più atta a dilettare che l'unità:
          perché il contrario si prova con l'autorità d'Aristotele e con la ragione ch'egli adduce
          ne' <title>Problemi</title>; e benché più diletta il <title>Furioso</title>, il quale
          molte favole contiene, che altro poema toscano o pur i poemi d'Omero, non avviene per
          rispetto de la unità o de la moltitudine, ma per due ragioni le quali nulla rilevano nel
          nostro proposito. L'una, perché nel <title>Furioso</title> si leggono amori, cavallerie,
          venture ed incanti, ed in somma invenzioni più vaghe e più accomodate a le nostre
          orecchie; l'altra, perché ne la convenevolezza de le usanze e nel decoro attribuito a le
          persone l'Ariosto è più eccelente di molti altri. Queste cagioni sono accidentali a la
          moltitudine ed a l'unità de la favola, e non in guisa proprie di quella che a questa non
          siano convenevoli. Laonde non si dee concludere che più diletti la moltitudine che
          l'unità. Ma per un'altra cagione peraventura si potrebbe provare: perciò che, essendo la
          nostra umanità composta di nature assai fra loro diverse, è necessario che d'una istessa
          cosa sempre non si compiaccia, ma con la diversità procuri or a l'una, or a l'altra de le
          sue parti sodisfare; essendo dunque la varietà dilettevolissima a la nostra natura,
          potranno dire ch'assai maggior diletto si trovi ne la moltitudine che ne l'unità de la
          favola. Né già io niego che la varietà non rechi piacere, perché il negar ciò sarebbe un
          contradire a la esperienza ed a' sentimenti, veggendo noi che quelle cose ancora che per
          se stesse sono spiacevoli, per la varietà nondimeno care ci divengono, e che la vista de'
          deserti e l'orrore e la rigidezza de le alpi ci piace dopo l'amenità de' laghi e de'
          giardini: dico bene che la varietà è lodevole sino a quel termine che non passi in
          confusione, e per poco l'unità n'è capace sino a questo termine istesso, perché a l'unità,
          che non è la prima, è accidentale, come dice Boezio, la moltitudine; e se la diversità sì
          fatta non si vede in poema d'una azione, si dee credere che sia più tosto imperizia de gli
          artefici che difetto de l'arte, i quali, per iscusare forse la loro insofficienza, questa
          lor propria colpa attribuiscono a l'arteficio. Non era peraventura così necessaria questa
          varietà a' tempi di Virgilio e d'Omero, essendo gli uomini di quel secolo di gusto non
          così isvogliato; però non tanto v'attesero: maggiore nondimeno in Virgilio che in Omero si
          ritrova. Gratissima era a' nostri tempi; e perciò devevano i nostri poeti co' sapori di
          questa varietà condire i loro poemi, volendo che da questi gusti sì delicati non fossero
          schivati; e s'alcuni non tentarono d'introdurlavi, o non conobbero il bisogno o il
          disperarono come impossibile. Io e soavissima nel poema eroico la stimo e possibile a
          conseguire: però che, sì come in questo mirabile magisterio di Dio che mondo si chiama, e
          'l cielo si vede sparso o distinto di tanta varietà di stelle e, discendendo poi giù di
          regione in regione, l'aria e 'l mare pieni di uccelli e di pesci, e la terra albergatrice
          di tanti animali così feroci come mansueti, ne la quale e ruscelli e fonti e laghi e prati
          e campagne e selve e monti sogliamo rimirare, e qui frutti e fiori, là ghiacci e nevi, qui
          abitazioni e culture, là solitudine ed orrori, con tutto ciò uno è il mondo che tante e sì
          diverse cose nel suo grembo rinchiude, una la forma e l'essenza sua, uno il nodo dal quale
          sono le sue parti con discorde concordia insieme congiunte e collegate, e, non mancando
          nulla in lui, nulla però vi è che non serva a la necessità o a l'ornamento: così parimente
          giudico che da eccelente poeta (il quale non per altro è detto divino, se non perché, al
          supremo artefice ne le sue operazioni assomigliandosi, de la sua divinità viene a
          partecipare) un poema formar si possa, nel quale, quasi in un picciolo mondo qui si
          leggano ordinanze di eserciti, qui battaglie terrestri e navali, qui espugnazioni di
          città, scaramucce e duelli, qui giostre, qui descrizioni di fame e di sete, qui tempeste,
          qui incendi, qui prodigi; là si trovino concilii celesti ed infernali, là si veggiano
          sedizioni, là discordie, là errori, là venture, là incanti, là opere di crudeltà, di
          audacia, di cortesia, di generosità, là avvenimenti d'amore, or felici, or infelici, or
          lieti, or compassionevoli; ma che nondimeno uno sia il poema che tanta varietà di materie
          contegna, una la forma e l'anima sua, e che tutte queste cose sieno di maniera composte
          che l'una l'altra riguardi, l'una a l'altra corrisponda, l'una da l'altra o
          necessariamente o verisimilmente dependa, sì che una sola parte o tolta via, o mutata di
          sito, il tutto si distrugga. E se ciò fosse vero, l'arte del comporre il poema sarebbe
          simile a la ragion de l'universo, la qual e composta de' contrari, come la ragion musica:
          perché s'ella non fosse moltiplice, non sarebbe tutta, né sarebbe ragione, come dice
          Plotino. Ma questa varietà sì fatta tanto sarà più meravigliosa, quanto recherà seco più
          di malagevolezza e quasi d'impossibilità, non potendo le qualità contrarie ritrovarsi
          insieme, se non eminentemente come nel cielo, o almeno rintuzzate come ne gli elementi.
          Nel poema dunque nel quale si congiungesse la tragedia con la comedia, il riso non
          dovrebbe esser riso se non rintuzzato. È certo assai agevol cosa e di niuna industria il
          far che 'n molte e separate azioni nasca gran varietà di accidenti; ma che la istessa
          varietà in una sola azione si trovi, «<foreign lang="lat"> hoc opus, hic labor
          est».</foreign> In quella che nasce da la moltitudine de le favole per se stessa, arte o
          ingegno alcuno del poeta non si conosce, e può essere a' dotti e a gl'indotti comune;
          questa in tutto da l'artificio del poeta depende, e conseguita da lui solo si riconosce,
          né può da mediocre ingegno essere conseguita: quella tanto meno diletterà, quanto sarà più
          confusa e meno intelligibile; questa, per l'ordine e per la legatura de le sue parti, non
          solo sarà più chiara e più distinta, ma porterà molto maggior novità e meraviglia. Una
          dunque dee esser la favola e la forma, come in ogni altro poema, così in quelli che
          trattano l'armi e gli amori de gli eroi e de' cavalieri erranti, i quali con nome comune
          son chiamati poemi eroici. Ma una si dice la forma in più guise. Una si dice la forma de
          gli elementi, la quale è semplicissima e di semplice virtù e di semplice operazione; una
          si dice parimente la forma de le piante e de gli animali: questa, mista e composta,
          risulta da le forme de gli elementi insieme raccolte e rintuzzate ed alterate, de la virtù
          e de la qualità di ciascuna di loro participando. Ed una si dice la lettera e la parola;
          ed una, per composizione di molte lettere e di molte parole, è detta l'orazione, sì come
          insegna Aristotele ne' libri de l'<title>Interpretazione</title>. E ne la poesia l'unità
          si considera in molti modi; e le favole son dette semplici o doppie o miste in vari
          significati. Doppie chiama Aristotele alcune favole, ne le quali altre persone passano di
          felicità in miseria, altre di miseria in felicità; e la composizione di queste egli
          biasima ne la tragedia, come conveniente a l'epopeia. In altra significazione semplici
          sono le favole di quelle tragedie che non hanno agnizione, né mutamento di felice fortuna
          in miseria, o al contrario; doppie quelle ne le quali con l'agnizione sono gran
          rivolgimenti di fortuna. Patetiche o affettuose si dicono quelle in cui è la
          perturbazione, che fu posta per terza parte de la favola. E quelle, a l'incontra, le quali
          sono senza questa parte, ma che più manifestano il costume, sono dette morate o costumate.
          Ma questo è luogo senza fallo di dichiarar più minutamente quel che sia la peripezia,
          l'agnizione e la perturbazione, che sono le parti de la favola. La peripezia e mutazione
          de le cose che si fanno, in contrario: la qual, come dice Aristotele, si fa o
          verisimilmente o di necessità: in contrario, intendiamo da la prospera ne l'avversa
          fortuna, o da l'avversa ne la prospera. Questo secondo modo si conviene a l'epopeia, a la
          comedia o ad alcune tragedie le quali da' moderni impropriamente son dette tragicomedie.
          Il primo è proprio de la tragedia; ma alcuna volta la mutazione è doppia, perché altri
          passa da miseria in felicità, altri da felicità in miseria, come si vede in Carlo ed
          Agramante; e questa doppia mutazione conviene più a l'epopeia ch'a gli altri poemi.
          L'agnizione è de le cose inanimate o del fatto o de le persone: de le cose inanimate, come
          quella d'Edippo, il qual riconosce il bosco sacro a le Furie, e di M. Torello che
          riconosce la chiesa dov'egli fu portato per arte magica; ma questa il più de le volte par
          che abbia per fine l'altra de le persone. L'agnizione del fatto è più propria de gli
          oratori che de' poeti, de' quali è propriissima l'agnizione de la persona, la quale è una
          mutazione de l'ignoranza ne la notizia, affine d'amicizia o di nemicizia fra coloro che
          divengono felici o infelici. Per questa cagione bellissima è l'agnizione s'è congiunta con
          la mutazione de la fortuna, com'è ne l'Edippo tiranno. Di queste alcuna è semplice
          agnizione; altra mutua o vicendevole. Semplice agnizione è quella ne
          l'<title>Odissea</title>, ne la quale Ulisse non conosciuto conosce Eumeo, Euriclea,
          Telemaco, Penelope, da' quali al fine è riconosciuto. Doppia o scambievole è ne
              l'<title><title>Ifigenia</title> in Tauris</title>, quando ella riconosce Oreste, e da
          lui è riconosciuta; o quella di Filotete ne la tragedia che fece Sofocle di questo nome,
          in cui egli riconosce Neoptolemo ed Ulisse, essendo prima conosciuto da loro. Una
          nondimeno può esser l'agnizione, come appare in alcuni de gli esempi già detti; ed alcuna
          volta l'agnizione è non solamente de le persone vive, ma de le morte, come quella d'Edippo
          che riconosce Iocasta, sua madre, viva e Laio, suo padre, morto; o quella di Tieste che
          riconosce morti i figliuoli. Ma in sei modi si fa l'agnizione. Nel primo, meno di tutti
          artificioso, si fa per segni; e questi o sono infissi e colorati ne la pelle, come la
          lancia ne' figliuoli de la Terra nati da' denti seminati da Cadmo e ne' loro discendenti,
          e la stella o la spalla d'avorio ne' figliuoli e nepoti di Pelope, o le lettere nel petto
          di Splandiano, come si legge ne l'<title>Amadigi</title>; altri sono accidentali, come la
          cicatrice d'Ulisse ne la gamba, per la quale fu riconosciuto nel bagno, o quella che
          Beltenebroso avea nel volto fatta da la lancia d'Archeloro, per cui fu raffigurato da la
          donzella di Davismara; altri sono estrinseci, come la spada per la quale Teseo fu
          riconosciuto da Egeo suo padre, e la scafa in cui furono esposti Romolo e Remo, ch'essendo
          portata da Faustulo sotto la vesta, fu cagione che Numitore loro avolo si certificasse de'
          nepoti; e questi ancora possono usarsi più e meno artificiosamente. La seconda maniera di
          agnizione non è tanto priva d'artificio, perch'è fatta per le cose finte dal poeta; come,
          appresso Euripide, Oreste è conosciuto da Ifigenia sua sorella da lor lettera, ed egli
          riconosce lei ad altri indizi; ma perché questa nasce più tosto da la volontà del poeta
          che da la composizione de la favola, agevolmente incorre nel medesimo errore; e tale ne
            l'<title>Inferno</title> è peraventura l'agnizione di Cianfa (il quale fu nominato e
          conosciuto per lo suo nome, non perché la favola il ricercasse, ma perché il poeta così
          volle), ed il riconoscimento di Geri del Bello. Il terzo modo di riconoscimento si fa
          ricordandosi d'alcuna cosa per la quale egli si manifesti e sia riconosciuto: come Ulisse,
          nel racconto che si fa appresso Alcinoo, pianse per la memoria de le cose udite, e dal
          pianto fu riconosciuto. Il quarto è per sillogismo: nel qual modo Oreste fu riconosciuto
          da Elettra in una tragedia d'Eschilo, perché ella in questa guisa argomentò: «Niuno ha le
          vestigia pari a le mie, se non Oreste; ma queste vestigia sono eguali a quelle de' miei
          piedi; dunque Oreste è qui venuto»; e ne l'<title>Ifigenia</title> di Polide il sofista
          Oreste sillogizzò ch'a lui si convenisse d'esser sacrificato, perché la sorella ancora fu
          offerta al sacrificio; e fu per questo suo sillogismo riconosciuto da la sorella con
          questo altro argumento: «Se questo è fratello di chi fu offerta al sacrificio, è mio
          fratello». In questa medesima maniera Agricane riconobbe Orlando, quando gli disse: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Se tu sei cristiano, Orlando sei: </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">però ch'egli stimava che niun altro cristiano avesse potuto combatter
          seco del pari. L'altra spezie d'agnizione si fa nel teatro per paralogismo, o per falso
          sillogismo, il quale si fa de le cose non conosciute come s'elle fosser conosciute: in
          questa guisa, nel <title>Falso messaggiero</title>, colui che non aveva mai veduto l'arco
          d'Ulisse disse di riconoscer l'arco, e cercò d'acquistar fede a le cose ch'egli narrava de
          la sua morte. Ma ottima agnizione e bellissima oltre tutte l'altre è quella che nasce da
          la composizione de la favola stessa, ed è congiunta co 'l mutamento de la fortuna, com'è
          quella d'Edippo e quella d'Alvida nel <title>Torrismondo</title>. La terza parte de la
          favola è la passione, o la perturbazione che vogliamo dirla, la qual consiste ne le morti
          che si fanno in publico e ne le ferite e ne' lamenti e ne l'altre cose ch'apportano
          dolore; e, come ad alcuni parve ne l'<title>Iliade</title> d'Omero, questa è quella parte
          ne la quale sovra il corpo d'Ettore già morto si lamentano Priamo, Ecuba, Andromache,
          Elena. Ma sì come queste parti variamente si compongono co 'l costume, ne risultano vari
          generi di favola. Sì che quattro sono i generi, o le maniere o le forme che vogliam dir,
          di favola: il semplice e 'l doppio, l'affettuoso e 'l morale. E talora sono accoppiate,
          come piace ad Aristotele, in due guise: ne l'una s'accoppia il semplice e l'affettuoso, ne
          l'altra il doppio e 'l costumato. Semplice e compassionevole è l'<title>Iliade</title>;
          morata e doppia è l'<title>Odissea</title>. Ma peraventura si possono congiungere in due
          altre guise: ne l'una potrà stare il semplice e 'l costumato; ne l'altra il doppio e 'l
          perturbato. Anzi, se la peripezia o 'l rivolgimento è cagione di perturbazione, non veggio
          come questa coppia potesse meglio congiungersi insieme; e, s'ella si congiunge ne la
          tragedia, non so perché non si possa congiungere ed accoppiare ne l'epopeia. Ma in un
          altro modo ancora s'intende la favola esser doppia o mista: cioè quando ella contenga in
          sé molti argomenti e quasi molte favole: la qual mescolanza si può trovare ancora in
          quelle favole che non hanno mutazione di fortuna congiunta co 'l riconoscimento, come non
          ha l'<title>Iliade</title>, in cui, benché vi sia gran mutazione, non procede però da
          l'agnizione. Laonde Aristotele la volle chiamar semplice anzi che no. Di questa mescolanza
          si fece accorto Aristotele quando, disputando qual dovesse esser preposto, o il poema
          tragico o l'epico, disse molto più semplici esser le favole de la tragedia che quelle de
          l'epopeia; e che di ciò è segno che da una sola epopeia si posson cavar molte tragedie. Ma
          questa maniera di composizione è cosi biasimevole ne la tragedia, com'è lodevole
          quell'altra che si fa con la peripezia e con l'agnizione: perché, quantunque la tragedia
          ami la sùbita ed inaspettata mutazione de le cose, le desidera nondimeno semplici ed
          uniformi, e schiva la varietà de gli episodi, i quali fanno grande e bella l'epopeia. Che
          cosa sia episodio non è definito da Aristotele; ma Suida gli chiama <foreign lang="grc">pragmata exagonia,</foreign> cioè azioni fuor de la cosa di cui si tratta, le quali si
          pigliano d'altra parte e sono estrinseche. Ma non si loda ne le tragedie, come s'è detto,
          all'alcuni passino di felicità in miseria, altri di miseria in felicità, se non per
          ignoranza del teatro: perché questo fine lassa più consolati gli uditori, là dove questa
          mutazione sia accompagnata da la amicizia o almeno da la giustizia; ma questa composizione
          è più tosto conveniente a l'epopeia, purché non sia simile a quella del Pulci, il quale,
          cominciando da le feste di Carlo e de' paladini, finisce ne la «rotta dolorosa» ne la
          quale «Carlo Magno perdé la santa gesta». Platone nondimeno pare che porti contraria
          opinione, dicendo ch'una è la ragione de la favola tragica o vero comica, la quale
          contenga in sé molte battaglie; ma si dee intendere che ciascuna di loro sia una per sé,
          non che l'una e l'altra sia l'istesso. Nondimeno io sinora non ho letta alcuna favola
          comica simigliante né tragica, se tragica non si chiama quella d'Omero; ma se nominiam
          quella tragedia, altri consideri qual si possa nominar comedia. Debbiam dunque in ciò
          seguir l'opinion d'Aristotele, che discorda da Platone nel nome solamente, chiamando con
          nome specifico epopeia quella che Platone nominò tragedia. Si potrebbe nondimeno aver
          qualche considerazione a le <title>Fenisse</title> d'Euripide, ne le quali è raccontata la
          battaglia seguita fra Tebani ed Argivi, quantunque, seguendo l'opinion d'Aristotele, non
          possiam laudar le favole episodiche, le quali da lui sono biasimate: anzi, se 1'arte è
          imitazione de la natura, non facendo la natura cosa alcuna per episodio (come dice
          Aristotele ne la <title>Metafisica</title>), l'arte ancora non dovrebbe farla; e certo, se
          'l fare episodio è operar oltre il primo proposito, né l'arte né la natura fanno alcuna
          cosa per episodio, perché l'una e l'altra opera ad un fine determinato. Ma ciò appare
          chiaramente ne l'opere de la natura; in quelle de l'arte non tanto: perché l'arte alcuna
          volta finge d'operare a caso ed impensatamente, e molte volte si spazia in altre cose,
          oltre quelle ch'avea proposte di narrare. Laonde elle paiono straniere o avventizie, come
          si dice. </p>
        <p>Ma discorriamo con qual arte il poeta introduca ne la favola questa varietà così
          piacevole e così desiderata da coloro c'hanno avvezzi gli orecchi a' poeti moderni. Ma
          niuna cosa si dee considerare senza l'esempio de' prìncipi de la poesia greca e latina,
          però che il ricercar nuove strade porta seco maggior riprensione che lode, e si potrebbe
          incorrere di leggieri in quel vizio manifestatoci da Orazio: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>qui variare cupit rem prodigaliter unam, </l>
              <l>delphinum sylvis appingit, fluctibus aprum. </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p>Dico adunque ch'alcuno potrebbe stimar agevolmente che Omero non cercasse la varietà,
          come colui il quale a nomi stessi dà spesse volte il medesimo aggiunto, chiamando Giove
            <foreign lang="grc">aighiokhos,</foreign> Giunone <foreign lang="grc">leukolenos,</foreign> Minerva <foreign lang="grc">glaukopis,</foreign> Achille <foreign lang="grc">okus,</foreign> Ulisse <foreign lang="grc">ptoliporthos,
          polumekhanos;</foreign> ed oltre a ciò, spesso dice le medesime cose con le parole
          istesse; da l'altra parte, avendo egli mescolate nel suo poema tutte le lingue usate da'
          Greci, si può affermar il contrario. Oltre a ciò da lui furono usati tutti tre gli stili:
          io dico il grande, il mediocre e l'umile: perché, sì come nota Aulo Gellio, il sublime è
          attribuito ad Ulisse, il temperato a Nestore, il tenue a Menelao, il quale, essendo
          spartano, dovea parlare più acutamente de gli altri. E se ciò è vero, il sommo poeta, ne
          l'usare tutti gli stili, non è dissimile al sommo oratore; ma l'uno e l'altro può
          conseguire nel suo genere l'ultima perfezione, quantunque paia che Cicerone (nel libro
            <title>Del perfetto genere de gli oratori</title>) già dicesse altrimenti. Omero
          descrisse ancora con diversi modi le morti de' Greci e de' Troiani, e fece diverse
          comparazioni per rassomigliarli e quasi per metterceli davanti a gli occhi, laonde si può
          credere ch'egli prima d'ogn'altro insegnasse ad usar la varietà de le cose, non solo
          quella de le parole, meravigliosa ne l'<title>Odissea</title>, perché la sua favola è
          assai breve, come possiam conoscere da queste parole d'Aristotele: «Essendo andato
          molt'anni un cavaliero errando per diverse parti del mondo, rimase senza alcuno de'
          compagni, ed aveva lasciate le cose de la sua casa in modo che le sue ricchezze da
          l'insolenza de' drudi eran dissipate, ed al suo medesimo figliuolo si tendevano insidie;
          egli finalmente pervenne ne la sua patria, spinto da la tempesta del mare, e dandosi a
          conoscere ad alcuni, e congiungendosi con essi loro, al fine gli oppresse». Nondimeno
          Omero la variò con molti episodi e con la narrazione di molte cose meravigliose. Né gli
          bastando che la narrazione de gli errori d'Ulisse, fatta da lui medesimo ad Alcinoo re de'
          Feaci, tenesse gli uditori per molti libri occupati e pieni di meraviglia, descrisse prima
          la peregrinazione di Telemaco, il quale, desideroso di trovare il padre, andò in Pilo a
          Nestore ed in Sparta a Menelao, e da lui udì le favolose trasmutazioni di Proteo, e gli
          altri suoi errori parimente per l'Africa e per l'Egitto, assai più brevi nondimeno di
          quelli del padre. Ma d'Ulisse, sì come racconta Strabone, è dubbio s'egli andasse vagando
          per il mare Mediterraneo o fuor de le Colonne d'Ercole per l'oceano. Laonde per la
          diversità de' paesi descritti in tre peregrinazioni e per la moltitudine e novità de le
          cose vedute, grandissima conviene che sia la varietà; e par questo poema composto d'errori
          e di viaggi di tre persone diverse. Maggior varietà nondimeno si trova ne
          l'<title>Eneide</title>, perché non congiunge gli errori con gli errori, come avea fatto
          Omero, ma gli errori con le battaglie de l'uno e de l'altro poema. Nondimeno è proprio il
          dirizzar tutte le cose ad un medesimo fine: perciò che, avendosi proposto Omero per
          oggetto il ritorno d'Ulisse a la patria, e Virgilio la venuta d'Enea in Italia, tutte le
          cose sono dirizzate a questo segno, perché sono mezzi di questo fine ed agevolezze, per
          così dire, o impedimenti e disturbi, eccettuatene alcune poche che servono per
          introduzione de la favola. Fra i mezzi io numero Minerva e Mercurio, Nausicaa, i Feaci e
          le cose avvenute fra loro ed Ulisse, e dopo quel ch'egli trattò col porcaro, col capraro e
          con la nutrice medesima, prima ch'egli uccidesse i drudi: tra gl'impedimenti annovero
          Calipso, Circe, Scilla, Cariddi, i Lestrigoni, i Lotofagi, i Ciclopi e l'altre cose sì
          fatte. Parimente in Virgilio chiamo impedimenti Didone, Turno, Mezenzio, Camilla; e mezzi
          Aceste che gli diede aiuto per venire in Italia, ed Evandro, e Pallante, e i Toscani e gli
          altri che l'aiutarono a vincere, non solo a guerreggiare. Tutta dunque la varietà nel
          poema nascerà da' mezzi e da gli impedimenti: i quali possono esser diversi e di molte
          maniere e quasi di molte nature, e non distruggeranno l'unità de la favola, nondimeno,
          s'uno sarà il principio dal quale i mezzi dependeranno, ed uno il fine a cui sono
          dirizzati, dopo il quale è soverchio tutto quel che s'aggiunge, come da molti è giudicata
          l'opera di Quinto Calabro de le cose tralasciate da Omero, e quella di Maffeo Vegio che
          segue Virgilio: perché l'uno volle finir con la morte di Ettore, l'altro con quella di
          Turno. Ma gli impedimenti, benché possano dependere da vari principii, ad una cosa
          riguardano, cioè ad impedire il ritorno d'Ulisse in Itaca e 'l regno d'Enea in Italia. </p>
        <p>A bastanza abbiamo ragionato de la diversità, mostrando com'ella possa esser accresciuta
          con gli episodi e come gli episodi vi debbano esser introdotti, o secondo il verisimile o
          secondo il necessario: perché altrimenti la favola sarebbe episodica. Favola episodica
          Aristotele chiama quella in cui gli episodi non sono congiunti <foreign lang="grc">oute
            kat'eikos, oute kat'anagken,</foreign> cioè né verisimilmente, né per necessità.
          L'episodio è dunque o verisimile o necessario; ma non considero il necessario com'è
          considerato dal Robertello, il quale vuole che in duo modi sia lecito al poeta di mentire,
          o ne le cose secondo la natura o 'n quelle che sono contra natura. Se finge le cose che
          sono naturali, può servare <foreign lang="grc">to eikos </foreign> ed <foreign lang="grc">anagken;</foreign> se contra natura, c'inganna co 'l paralogismo. Ma io stimo ch'in
          tutti i modi possa osservare il verisimile o 'l necessario, ma non intendo di quello ch'è
          necessario <foreign lang="lat">simpliciter,</foreign> ma di quello ch'è necessario di
          conseguenza, e ne le cose ancora contra natura, come sono i Ciclopi e l'Arpie e gli altri
          mostri. Per esempio, s'Ulisse e i compagni si salvano dal Ciclope divenuto cieco, è
          necessario che 'l Ciclope fosse prima accecato; s'Enea intende le cose future da Celeno, è
          necessario che Celeno possa predirle. Ed in altre favole sì fatte la dipendenza e la
          congiunzione de gli episodi può esser necessaria, benché le favole siano impossibili. </p>
        <p>Ora si deono dire alcune cose del costume: perché, quantunque la poesia principalmente
          sia imitazione d'una azione, nondimeno l'azione non può esser fatta se non v'è chi la
          faccia; e l'agente, per così dire, e l'operante convien chtabbia alcune qualità, cioè
          ch'egli sia buono o reo o participi de l'uno e de l'altro. Il poeta dee esprimer i costumi
          come fanno i buoni pittori, fra' quali Polignoto imitò i migliori, Pausania i peggiori, e
          Dionigi i simili. Omero espresse questa diversità de' costumi meglio di tutti gli altri:
          perciò che la poesia fu tirata in diverse parti e quasi distratta secondo i propri costumi
          de' poeti; e i più magnifici imitarono l'azioni più belle e de' più simili a loro, ma i
          più dimessi quelle de' più vili, componendo da prima villanie ed ingiurie, come gli altri
          laudi e celebrazioni. Ma Omero, come dice Aristotele, fu ne la magnificenza tra gli altri
          massimamente poeta, e fu ancora il primo che fece vedere l'imitazione de la comedia,
          avendo rappresentata non villania, ma cosa da far ridere; e quantunque il mover riso e il
          dir villania non sia il medesimo, nondimeno spesso, dicendo villania, si muove riso, sì
          come, lodando, si genera meraviglia. Laonde errò senza dubbio il Castelvetro quando egli
          disse che al poeta eroico non si conveniva il lodare, perciò che se il poeta eroico
          celebra la virtù eroica, dee inalzarla con le lodi sino al cielo. Però san Basilio dice
          che l'<title>Iliade</title> d'Omero altro non è che una lode de la virtù; ed Averroe,
          sopra il comento de la poesia, porta la medesima opinione; e Plutarco, nel libro ch'egli
          scrisse <title>Del modo d'intendere i poeti</title>: nel quale ancora c'insegna ch'al
          poeta è lecito di biasimare e d'interporre il suo giudizio, il qual prima accusa la
          malvagità, mostrando in questo mezzo quel che sia utile; altrimente ci potrebbe nocere con
          l'esempio de le cose imitate, e pericolosa molto sarebbe la lezione de' poeti, se ne'
          passi dubbi non ci mostrassero il camino de la virtù e non ci servissero quasi di guida.
          Ultimamente s'a l'istorico è lecito a lodare, come parve a Polibio, a Dionisio
          Alicarnasseo ed a molti altri scrittori de l'istorie, molto più dovrebbe esser lecito al
          poeta. Lasciando dunque i seguaci del Castelvetro ne la loro opinione, or noi seguiam
          quella di Polibio, di Damascio, di san Basilio, d'Averroe, di Plutarco e d'Aristotele
          medesimo. Ma si ricercano appresso Aristotele ne' costumi quattro condizioni: che sian
          buoni, che sian convenienti, che sian simili e che sian eguali: perché molte fiate i
          costumi sono buoni, ma non sono convenienti, come la fortezza a la donna. Esempio di reo
          costume ci diede peraventura Sulmone, il quale ne l'<title>Orbecche</title> è reo senza
          necessità; e nel <title>Furioso</title> il Dottore che vende la sua onestà al brutto
          Etiope, ed Olimpia che troppo crudelmente taglia la gola a l'amante condotto per lei a
          l'insidie. Di non convenevol costume è esempio Rodomonte che, dopo l'esser stato
          abbattuto, cede troppo agevolmente a la nemica; ed in un ferocissimo il non stare a' patti
          sarebbe stata convenevolezza. Non convenevole ancora è ne la presa di Napoli la lunga
          disputa d'amore tra Belisario e Massenzio, mentre ancora erano con l'arme indosso.
          L'inequalità del costume si conosce per Rodomonte, il qual, dopo la prima rotta ricevuta
          da Carlo, troppo cortesemente prende commiato da Bradamante; ed in Ruggiero, il qual ne
          l'altro poema non si mostrò molto constante in amarla; e la dissimilitudine in Marfisa, o
          in Patino e ne gli altri romani, i quali sono formati assai dissimiglianti da quel che
          sono o furono i cavalieri romani. Ma i costumi si manifestano con le parole, ne le quali
          appaia buona o malvagia elezione, e con l'operazioni, ed alcuna volta sogliono esser
          manifesti con gli atti e co' sembianti: però Dante disse: «se vo' credere a i sembianti»;
          e ne l'<title>Inferno</title>, volendo dipingere un ladro scelerato, disse: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>le mani alzò con ambedue le fiche,</l>
              <l>gridando: Togli Dio, ch'a te le squadro; </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">ed altrove: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>e di triste vergogna si dipinse; </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">e nel <title>Purgatorio</title> ci descrive la magnanimità di Sordello in
          que' versi: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Ella non ne diceva alcuna cosa, </l>
              <l>ma lasciavane andar, solo guardando </l>
              <l>a guisa di leon quando si posa; </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">e nel <title>Purgatorio</title> ci pone avanti gli occhi la leggiadria e
          l'onestà di Matelda: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Come si volge, con le piante strette </l>
              <l>a terra ed intra sé, donna che balli, </l>
              <l>che piede innanzi piede a pena mette; </l>
              <l>volsesi in su' vermigli ed in su' gialli </l>
              <l>fioretti verso me, non altrimenti </l>
              <l>che vergine che gli occhi onesti avvalli. </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p>Ma il costume de' forti nel gravissimo dolore de le ferite è da' poeti espresso ne le
          tragedie greche e latine. E perché il dolore è cosa aspra, amara, difficile a tollerarsi e
          inimica de la natura, si concede (per opinione di Marco Tullio ne le <title>Questioni
            tuscu lane</title>) a Filotete il gemere, sì come a colui che prima avea veduto Ercole
          nel monte Eta per la grandezza dei dolore stridere e la mentarsi: «<foreign lang="lat">itaque exclamat auxilium expetens, mori cupiens»</foreign>: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Heu qui salsis fluctibus mandet</l>
              <l>me ex sublimi vertice saxi?</l>
              <l>Iam jam absumor; conficit animam</l>
              <l>vis vulneris, ulceris aestus.</l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p>Ma veggiamo Ercole medesimo, il quale allora fu vinto e quasi dirotto dal dolore quando
          con la morte cercava l'immortalità, come si lamenti e con quai voci appresso Sofocle ne le
            <title>Trachine</title>: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>O multa dictu gravia, perpessu aspera, </l>
              <l>quae corpore exant lata atque animo pertuli! </l>
              <l>Nec mihi Iunonis terror implacabilis, </l>
              <l>nec tantum invexit tristis Eurystheus mali, </l>
              <l>quantum una vaecors Oenei partu edita. </l>
              <l>Haec me irretivit veste furiali inscium, </l>
              <l>quae lateri inhaerens morsu lacerat viscera, </l>
              <l>urgensque graviter pulmonum haurit spiritus; </l>
              <l>iam decolorem sanguinem omnem exsorbuit. </l>
              <l>Sic corpus clade horribili absumptum extabuit, etc. </l>
              <l>Perge, aude, nate, illacryma patris pestibus; </l>
              <l>miserere; gentes nostras flebunt miserias. </l>
              <l>Heu virginalem me ore ploratum edere, </l>
              <l>quem vidit nemo ulli ingemiscentem malo! </l>
              <l>Sic foeminata virtus afflicta occidit. </l>
              <l>Accede, nate; assiste, miserandum aspice </l>
              <l>evisceratum corpus lacerati patris. </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p>Non altrimenti si duole Prometeo affisso al monte Caucaso ne la tragedia d'Eschilo, con
          molte parole oltre queste: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>Luctifica clades nostro infixa est corpori, </l>
              <l>ex quo liquatae solis ardore excidunt </l>
              <l>guttae, quae saxa assidue instillant Caucasi. </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p>Ma con maggior gravità è descritto Enea da Virgilio, e con maggior fortezza d'animo,
          mentr'è medicato de la ferita de la gamba. I versi del medesimo son questi: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>Saevit, et infracta luctatur arundine telum </l>
              <l>eripere auxilioque viam, quae proxima, poscit: </l>
              <l>ense secent lato vulnus telique latebram </l>
              <l>rescindant penitus seseque in bella remittant; </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">e poco appresso: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>Stabat, acerba fremens, ingentem nixus in hastam </l>
              <l>Aeneas, magno iuvenum et moerentis Iuli </l>
              <l>concursu, lacrymis immobilis. </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p>Somigliante è il costume d'Euripilo medicato da Patroclo ne l'<title>Iliade</title>, come
          il medesimo Cicerone insegna ne' medesimi libri de le <title>Tusculane</title>. In somma,
          sì come ne le pitture non basta il disegno s'insieme non si veggiano i costumi, così nel
          poema non è bastevole la favola senza l'espressione di quest'altra parte. E possiamo
          paragonare le poesie c'hanno il costume a le pitture di Polignoto; ma quelle che ne sono
          prive, a l'imagini dipinte da Zeusi: sì veramente che la favola fusse eccelentissima e
          senza costumi. </p>
        <p>La terza parte di qualità è la sentenza. Ma ne' costumi si dimostran più tosto gli abiti
          morali; ne la sentenza quelli de l'intelletto e la prudenza particolarmente, la quale è
          una de le virtù intellettuali. Sentenza chiamo in questo luogo quella che da Aristotele ne
          la <title>Poetica</title> è detta <foreign lang="grc">dianoia,</foreign> di cui son parti
          il dimostrar, il solvere, il mover gli affetti (come sono la misericordia, l'ira, il
          timore), l'aggrandire e il diminuire, o il farci conoscer la grandezza e la picciolezza de
          le cose. Laonde in questa sola parte de la poesia si contengono quasi tutte le cose di cui
          si tratta ne la retorica: tanto la poesia o l'arte poetica è più ampia de la retorica. Ma
          a questa parte si conviene di far ciò con la forza dei parlare, il quale è indizio di
          questa potenza de l'animo: perché 'l far queste medesime operazioni con le cose istesse è
          più tosto officio de la favola. E quantunque questa parte, che da' Greci è detta <foreign lang="grc">dianoia,</foreign> non sia quella che nel secondo de la
          <title>Retorica</title> d'Aristotele è chiamata <foreign lang="grc">gnome,</foreign>
          nondimeno l'uso de la <foreign lang="grc">gnome</foreign> (che ne la nostra lingua si dice
          similmente <emph>sentenza</emph>) s'appartiene a questa parte che si disse <foreign lang="grc">dianoia:</foreign> perché, essendo officio della <foreign lang="grc">dianoia</foreign> (che noi possiam chiamar con altro nome <emph>discorso</emph>) il
          provare e il dimostrare e 'l solvere e'l confutare, facendo tai cose usa la <foreign lang="grc">gnome,</foreign> cioè la sentenza. Questa è definita da Aristotele nel
          secondo de la <title>Retorica</title> una enunziazione o vero un parlare de le cose
          universali: non però di tutte, ma di quelle solamente ch'appartengono a l'azione; e deono
          essere elette o rifiutate; e suole alcuna volta esser principio de l'entimema, alcuna
          conclusione, alcuna tutto l'entimema. Laonde è tale verso l'entimema, quale la definizione
          per rispetto dei sillogismo: perché l'uno serve a l'azione, l'altro a la speculazione,
          come insegna Egidio interpretando questo luogo de la <title>Retorica</title>. Ma de la
          sentenza Aristotele pone quattro spezie: due non hanno bisogno di prova, due l'hanno:
          quelle che non l'hanno, o sono di cose prima sapute e conosciute, com'è quella: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>in giovenil fallire è men vergogna; </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">o quell'altra: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>che tal morì già tristo e sconsolato, </l>
              <l>cui poco innanzi era il morir beato; </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">o di cose che subito s'intendono e sono credute, come questa del medesimo
          autore: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Gran giustizia a gli amanti è grave offesa; </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">e quest'altra: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>un bel morir tutta la <title>Vita</title> onora. </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">De l'altre due spezie, una è questa: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>.........Nessun maggior dolore </l>
              <l>che 'l ricordarsi del tempo felice </l>
              <l>ne la miseria: e ciò sa 'l tuo dottore: </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">perché l'autorità è in vece di prova, o con la prova espressa: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Sempre a quel ver c'ha faccia di menzogna </l>
              <l>dee l'uom chiuder le labbra quanto ei puote, </l>
              <l>però che senza colpa fa vergogna; </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">e questa è uno entimema intero. L'altra spezie è d'una parte; ma, come la
            <foreign lang="grc">dianoia,</foreign> così la <foreign lang="grc">gnome,</foreign>
          provando e confutando, con meraviglioso movimento d'affetti da Virgilio ci è mostrata
          meglio d'alcun altro ne l'orazione di Drance e di Turno. Prova Drance che non si debba
          continuar la guerra con la sentenza: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>Quid miseros toties in aperta pericula cives </l>
              <l>proiicis, o Latio caput horum et caussa malorum?</l>
              <l>Nulla salus bello: pacem te poscimus omnes etc.; </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">riprova Turno con un'altra sentenza opposta a quella: «<foreign lang="lat">Nulla salus bello»</foreign>: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>... cur indecores in limine primo </l>
              <l>deficimus? cur ante tubam tremor occupat artus? </l>
              <l>Multa dies variusque labor mutabilis aevi </l>
              <l>rettulit in melius: multos alterna revisens </l>
              <l>lusit, et in solido rursus Fortuna locavit. </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p>Ma perché nel poema eroico si dee aver riguardo non solo al buono, ma a l'ottimo,
          conviene aver riguardo a tutte queste cose unitamente, perché da tutte insieme risulta il
          decoro: né già estimo che 'l decoro sia un inganno intorno al bello, come dimostrò di
          creder Socrate per pigliarsi giuoco d'Ippia il vecchiarello; ma o quello ch'è secondo la
          dignità, come piace a Plotino; o l'onesto, come vuole Aristotele; o quella dignità
          ch'accompagna l'onestà per congiungere insieme l'una e l'altra opinione, avegna che il
          decoro non si può separar da l'onesto, come disse Marco Tullio ne gli
          <title>Offici</title>: e se tra loro è alcuna differenza, si può intender più tosto che
          spiegare. Ma 'l decoro è confuso con la virtù, com'è la bellezza con la sanità, e sol si
          distingue con la mente. Questo decoro è doppio: perché l'uno è generale, il quale
          risplende in ogni azione onesta; l'altro è a questo soggetto, il qual si conosce ne le
          parti de l'onestà: e ciò conosciamo esser vero, considerando quel decoro c'hanno osservato
          i poeti, i quali allora sono più lodati ch'osservano quel ch'è conveniente. Laonde ne la
          persona d'Atreo, che fu crudel tiranno, volentieri sentiamo «<foreign lang="lat">oderint
            dum metuant».</foreign> Ma queste istesse parole ci spiacerebbono ne la bocca di Eaco e
          di Minos, che furono riputati giusti. Questo riguardo ebbe ancora Omero, s'io non
          m'inganno, perciò che egli attribuì a molte persone virtù singulari: laonde per
          conseguente ebbe in maggior considerazione il decoro particolare. Laonde ad Ulisse assegna
          l'industria, a Diomede la confidenza, a Teucro l'arte del saettare, a Menesteo quella
          d'ordinare le squadre, a Nestore il buon conseglio, ad Aiace la fortezza, o più tosto
          parte de la fortezza, cioè quella che propriamente è sofferenza o toleranza; ed alcuna
          volta l'assomiglia a l'asino, il quale non lascia i pascoli per battitura o per percossa
          de' fanciulli, parendogli che in niun altro modo potesse meglio dimostrarci la picciola
          stima ch'egli faceva de l'armi de' Troiani; gli dà ancora uno scudo coperto sette volte
          d'un cuoio di bue, co 'l quale si difende in guisa ch'egli non è mai ferito; né minor
          fortezza dimostra ne l'animo che nel corpo, mentre egli difende le navi da Ettore
          vittorioso e da gli altri Troiani che volevano accenderle. L'altra parte de la fortezza,
          la quale consiste ne l'assalire e nel portar guerra, è propria d'Achille, ne la cui
          persona non si possono schivar l'opposizioni d'avarizia e di crudeltà fattegli da Platone
          ne' <title>Dialoghi del Giusto</title>, dal qual forse imparò Pirro re degli Epiroti suo
          pronepotel ad esser rnagnanimo, o da altro più antico. Laonde egli disse quella magnanima
          sentenza che si legge appresso Ennio: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>Nec mi aurum posco, nec mi precium dederitis, </l>
              <l>nec cauponantes bellum, sed belligerantes; </l>
              <l>ferro, non auro, <title>Vita</title>m cernamus utrique, </l>
              <l>vos ne velit an me regnare hera, quidve ferat fors, </l>
              <l>virtute experiamur; et hoc simul accipe dictum </l>
              <l>quorum virtuti belli fortuna pepercit, </l>
              <l>eorundem me libertati parcere certum est. </l>
              <l>Dono, ducite, doque volentibus cum magnis Dis </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p>Ma Virgilio, se non m'inganno, vide meglio il decoro generale, perché formò in Enea la
          pietà, la religione, la continenza, la fortezza, la magnanimità, la giustizia e
          ciascun'altra virtù di cavaliero; ed in questo particolare il fece maggiore del fero
          Achille, il quale vendé al padre supplichevole il corpo d'Ettore, là dove Enea donò quel
          di Lauso, ed altrove, a chi gli prometteva molti talenti d'oro e d'argento, disse: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>Argenti atque auri memoras quae multa talenta, </l>
              <l>gnatis parce tuis. </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">Ma ne la sepoltura de' morti, disse a gli ambasciatori di Latino quelle
          veramente pietose parole: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>Pacem me exanimis et Martis sorte peremptis </l>
              <l>oratis? equidem et vivis concedere vellem. </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p>Simile o maggiore pietà ne la sepoltura de' morti fu dimostrata da Antigone appresso
          Sofocle ne la tragedia di questo nome: perciò che, avendo Creonte tiranno di Tebe proibito
          a ciascuno che non seppellisse il corpo di Polinice giudicato nemico de la patria,
          Antigone la sorella contra l'editto del tiranno ebbe ardimento di seppellirlo; ed
          essendone da lui medesimo addomandata, rispose quelle veramente magnanime parole che si
          leggono ne l'istesso autore, le quali io addurrò, come in latino furono trasportate:
            <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>Non summus haec mihi imperarat Iuppiter; </l>
              <l>nec Iustitia, deos quae habitat apud inferos, </l>
              <l>inter homines qui iura sanxerunt pia; </l>
              <l>nec iussa tanti ponderis tua aestimo, </l>
              <l>mortalis ut perennia deorum queas </l>
              <l>temerare iura insculpta mentibus hominum. </l>
              <l>Non haec heri, aut sunt nuper admodum edita: </l>
              <l>vixere semper; quoque tempore coeperint </l>
              <l>scit nemo. Non haec debui ego, hominis ullius </l>
              <l>perculsa sceptro, aut arrogantiam timens, </l>
              <l>violare, postmodo diis poenas graves </l>
              <l>pensura. Moritura sum: id me haud fugerat. </l>
              <l>Quid ni? etiam id, etsi publico praeconio </l>
              <l>non imperasses, si ante tempus appetam, </l>
              <l>id in lucro positura sum: nam, plurimis </l>
              <l>quicumque vivit involutus miseriis, </l>
              <l>veluti ego, qui non si occidat, lucrum ferat? </l>
              <l>Sic quoque mihi hoc fato mori nihil dolet. </l>
              <l>At ex eodem progenitum utero fratrem </l>
              <l>sic insepultum si reliquissem, dolor </l>
              <l>iustus foret. </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">Appresso Stazio ancora la medesima Antigone dimostra la pietà e la
          magnanimità: costumi veramente di donna eroica: perciò ch'ella ne l'orror di una
          spaventosa notte se n'uscì da la città per seppellire il corpo del fratello, il quale andò
          ricercando in una campagna piena di corpi morti, e quivi s'avvenne in Evadrie moglie di
          Capaneo, la qual era condotta da l'istessa pietà a seppellire il marito: avvenimento senza
          dubbio maraviglioso e degno del gentile artificio del poeta e de le pietose lagrime dei
          lettore. Si legge ancora ne l'istesso poema de la <title>Tebaide</title> che Teseo re
          d'Atene mosse guerra a' Tebani, i quali con insolita crudeltà negavano la sepoltura a'
          corpi de gli Argivi uccisi ne l'assalto di Tebe: tanta in quegli antichissimi secoli fu la
          pietà e la religione dei seppellire i morti. E di ciò, ancora si fa menzione ne
            l'<title>Orazioni</title> d'Isocrate. Laonde per questa ragione ancora e per questo
          esempio pare Achille degno di maggior biasimo, non avendo avuto risguardo a l'antichissimo
          costume ed a l'umanità de' popoli de la Grecia. Alcuni nondimeno fra' moderni hanno voluto
          biasimar Enea di pari crudeltà, perch'egli negò la vita a Turno supplichevole; ed
          incolpano Turno di pusillanimità in quell'istesso modo ch'Ettore di soverchio timore ed
          Achille di soverchia ferità è biasimato. Ma peraventura non con le ragioni pari: perché
          molte difese sono proprie di Virgilio, le quali non si possono far comuni ad Omero,
          bench'a monsignor di Caserta o al Possevino suo discepolo o a lo Sperone paresse
          altrimenti: i quali, essendo per altro di contraria opinione, in biasimar Virgilio
          principe de' poeti latini si mostrano assai concordi. A me nel rispondere sovvengono molte
          ragioni, de le quali alcune tacerò. E taccio prima di ciascun'altra la ragione di stato,
          per la quale Enea non si poteva assicurar de le cose d'Italia, vivendo Turno turbator de
          la pace e de la quiete pubblica; ma questa medesima ragione non poteva muover Achille, il
          quale non aveva alcuna pretensione nel regno di Troia, né per cupidità di signoreggiare
          alcuna necessità d'uccidere il nemico, difensore de la patria, non oppressore de l'altrui
          signoria, com'era Turno, a cui Latino suocero di Enea era costretto di cedere il governo
          del regno. L'obbligo de la vendetta ne l'uno e l'altro era eguale: obbligo non picciolo,
          se la vendetta è giusta ed onorevole fra i principi e i cavalieri, come estima il Bernardo
          ed il Possevino. Ma in Enea a l'obbligo comune de la vendetta s'aggiunge quel de la sua
          propria parola: perch'egli, rimandando il corpo di Pallante ad Evandro, si duole di non
          aver sodisfatto a le sue promesse, come si legge in que' versi de l'XI de
          l'<title>eneida</title>: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>Non haec Evandro de te promissa parenti </l>
              <l>discedens dederam, </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">e poco appresso: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>Haec mea magna fides! </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">Ma, non avendo potuto rimandarlo salvo al padre, non poteva mancar al
          desiderio paterno de la vendetta dimandata da Evandro con efficacissime parole, o negare
          questa consolazione a l'animo esacerbato de l'infelice vecchio: come si manifesta
          espressamente in quegli altri versi con le parole dette da Evandro a' Troiani: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>Vadite et haec memores regi mandata referte: </l>
              <l>quod <title>Vita</title>m moror invisam, Pallante perempto, </l>
              <l>dextera caussa tua est, Turnum gnatoque patrique </l>
              <l>quam debere vides. Meritis vacat hic tibi solus </l>
              <l>fortunaeque locus. </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">Ma da Menezio padre di Patroclo non era dimandata la vendetta in questa
          guisa: perciò che egli, troppo più lontano da gli avvisi, non sapeva ancora cosa alcuna de
          la morte del figliuolo. Era dunque per questa cagione maggior l'obbligo d'Enea; e per
          giudicio d'Evandro non gli rimaneva altro luogo da meritare. La religione ancora il
          costringeva, non potendo egli placare in altra maniera l'ombra di Pallante, come si
          raccoglie da questi versi del x: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>quattuor hic iuvenes, totidem, quos educat Ufens, </l>
              <l>viventes rapit, inferias quos immolet umbris, </l>
              <l>captivoque rogi perfundat sanguine fiammas. </l>
              <l>..................... </l>
              <l>Hoc patris Anchisae manes, hoc sentit Iulus. </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">E che da l'ombre de' morti fosse ricercata la vendetta e 'l sagrificio
          d'umana vittima, si conferma co 'l testimonio d'Euripide ne l'<title>Ecuba</title>, ne la
          quale è scritto che l'ombra d'Achille dimandava d'esser placata co 'l sangue di Polissena,
          come si raccoglie da que' versi: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l> Namque e sepulchro visus Aeacides suo, </l>
              <l>Argivm Achilles tenuit omnem exercitum </l>
              <l>remum ad penates dirigentem ponticum. </l>
              <l>Meam is sororem postulat Polyxenam.</l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">Ma questa difesa è peraventura comune a l'uno ed a l'altro principe de
          l'eroica poesia; ma sino a la morte solamente: perch'oltre la morte non si dee stender
          l'ira de gli eroi, né deono a guisa di cani rabbiosi incrudelir ne' corpi morti, almeno
          poi ch'a l'ira è conceduto giusto spazio d'intepidire. Ma si potrebbe dire a l'incontro
          che 'l sacrificio d'umana vittima è cosa empia e crudele, benché fosse non solamente
          ricevuta da' barbari e da' Greci, ma da' Romani istessi: i quali, come scrive Livio, ne'
          grandissimi pericoli solevano sacrificare <foreign lang="lat">Gallum et Gallam,</foreign>
          o <foreign lang="lat">Graecum et Graecam; </foreign> tuttavolta fu popolo riputato
          religiosissimo e giustissimo ed amico de la pietà e de la clemenza. Ma falsa fu quella
          religione; e però, come dice Lucrezio epicureo filosofo: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>Tantum relligio potuit suadere malorum. </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">Ma questa non è colpa né accusa de l'arte poetica, ma de la religione:
          laonde se pur è difetto ne' poeti, par difetto non per sé, ma <foreign lang="lat">per
            accidens.</foreign> Concedasi dunque a Virgilio, nato in quella religione de' gentili,
          che possa, come buon poeta, dir quelle terribili parole in persona d'Enea, quand'egli
          diede la morte a Turno, impaurito da le Furie: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>Ille, oculis postquam saevi monumenta doloris </l>
              <l>exuviasque hausit, furiis accensus et ira </l>
              <l>terribilis: Tune hinc spoliis indute meorum </l>
              <l>eripiare mihi? Pallas te hoc vulnere, Pallas </l>
              <l>immolat et ponam scelerato ex sanguine sumit. </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">Questa fu dunque la vendetta lecita al cavaliero gentile (il quale non
          può esser riputato crudele da' gentili, o in comparazione de gli altri), e molto più
          convenevole che la vendetta fatta da Achille. Però che l'uno, come abbiam detto, uccise il
          difensor de la patria, che non aveva alcuna colpa nel periurio o nel violar de' patti; ma
          l'altro tolse la vita al rompitor de' patti ed al perturbator de la pace. Però con alcuna
          ragione dal nemico Enea son dette quelle parole sovra l'infelice giovane: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>... et poenam scelerato ex sanguine sumit. </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p>Non sono ancora pari le ragioni nel timor d'Ettore e di Turno, perché Turno è descritto
          audace e temerario giovane, Ettore prudente anzi che no; ed oltre a questo, Turno è
          spaventato da le Furie: laonde il suo timore pare in lui non difetto di natura, ma
          violenza del Fato, maggiore ch'in Ettore. Era ancora assai conveniente che 'l giovine
          inamorato si descrivesse temerario; ma 'l tiranno, come Mezenzio, è descritto intrepido ne
          la sua morte per le cagioni scritte da me altre volte: le quali io pensava di confermare
          con molte altre, ma bastino queste in questo proposito. Possiamo dunque concludere che
          Virgilio nel formare il cavaliero si avvicinò più al segno, che non fece Omero. </p>
        <p>E dovendo noi considerare l'idea e per lei approvar la definizione de la poesia, debbiamo
          aver riguardo a l'azione ed al come e a tutte l'altre cose insieme. Ma se crediamo a
          Massimo Tirio, non mancò questa perfezione ad Omero, perch'egli ci finge in Nestore
          l'imagine de la virtù perfetta; ma vi manca peraventura la perfezione de l'età, la quale
          non era più atta a la milizia o ad altra azione, ma solamente al consiglio: perch' un
          perfetto eroe non si dee peraventura descriver ne la decrepità, avegna che 'l perfetto
          costume sia costume d'età perfetta. Dunque tra le qualità de' costumi già ricercate
          debbiam particolarmente considerare quel che si convenga a ciascuna età: perché il vecchio
          è tardo ne le operazioni, prudente ne le deliberazioni, e maturo ne' consigli, e timido
          anzi che no di tutte le cose che possono avvenire, com'è descritto in quelle parole:
            <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>O praestans animi iuvenis, quantum ipse feroci </l>
              <l>virtute exsuperas, tanto me impensius aequum est </l>
              <l>consulere, atque omnes metuentem expendere casus; </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">ed in quell'altre: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>Si Turno exstincto, socios sum adscire paratus, </l>
              <l>cur non incolumi potius certamina tollo? </l>
              <l>Quid consanguinei Rutuli, quid cetera dicet </l>
              <l>Italia? Ad mortem si te (fors dicta refutet) </l>
              <l>prodiderim, natam et connubia nostra petentem? </l>
              <l>Respice res bello varias: miserere parentis </l>
              <l>longaevi etc..</l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">Il medesimo è lodator de le cose passate e di se stesso, come ci dimostra
          Virgilio in Entello dicendo: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <lg>
                <l>Si mihi, quae quondam fuerat, quaque improbus iste </l>
                <l>exsultat fidens, si nunc foret illa iuventa, </l>
                <l>haud equidem praetio inductus pulchroque iuvenco </l>
                <l>venissem, etc. </l>
              </lg>
              <lg>
                <l>Quid si quis caestus ipsius et Herculis arma </l>
                <l>vidisset tristemque hoc ipso in litore pugnam?</l>
              </lg>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">Ed in Evandro che desidera di ringiovenire, come si legge: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>O mihi praeteritos referat si Iuppiter annos! </l>
              <l>Qualis eram, cum primam aciem Praeneste sub ipsa </l>
              <l>stravi scutorumque incendi victor acervos, </l>
              <l>et regem hac Herulum dextra sub Tartara misi.</l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">Ma del costume del giovine si vede espressa l'imagine in Turno: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>Talibus exarsit dictis violentia Turni; </l>
              <l>dat gemitum rumpitque has imo pectore voces: </l>
              <l>larga quidem, Drance, tibi semper copia fandi </l>
              <l>tum, cum bella manus poscunt, patribusque vocatis </l>
              <l>primus ades. Sed non replenda est curia verbis, etc. </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">E ne' pericoli de la guerra mostrò insieme quasi depinti i costumi de'
          vecchi, de' gioveni e de le donne: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>Arma manu trepidi poscunt: fremit arma iuventus: </l>
              <l>flent maesti mussantque patres. Hic undique clamor </l>
              <l>dissensu vario magnus se tollit in auras. </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">Ma del giovane innamorato si vede colorata l'effigie in quegli altri
          versi: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>Illum turbat amor figitque in virgine vultus: </l>
              <l>ardet in arma magis paucisque affatur Amatam: </l>
              <l>ne, quaeso, ne me lacrymis, </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">e quel che segue. È figurato il costume dei fanciullo generoso in
          Ascanio: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>At puer Ascanius mediis in vallibus acri </l>
              <l>gaudet equo, iamque hos cursu, iam praeterit illos </l>
              <l>spumantemque dari pecora inter inertia votis </l>
              <l>optat aprum, aut fulvum descendere monte leonem; </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">ed in quegli altri versi: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>Vidisti, quo Turnus equo, quibus ibat in armis </l>
              <l>aureus; ipsum illum, clipeum cristasque rubentes </l>
              <l>excipiam sorti, iam nunc tua praemia, Nise </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">Anzi è descritto il buon costume di molti fanciulli e di molti giovani in
          que' versi: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>Ante urbem pueri et primaevo flore iuventus </l>
              <l>exercentur equis domitantque in pulvere currus, </l>
              <l>aut acres tendunt arcus, aut lenta lacertis </l>
              <l>spicula contorquent cursuque ictuque lacessunt </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">Non solo si deve aver riguardo a quel che convenga a l'età, ma a quel che
          convenga a la natura, a la fortuna, a la nazione, a l'officio, a la dignità. Ecco la
          natura come si scopre nel costume de' padri: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>Aeneas (neque enim patrius consistere mentem </l>
              <l>passus amor) rapidum ad naves praemittit Achaten, </l>
              <l>Ascanio ferat haec ipsumque ad moenia ducat; </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">ed altrove: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>omnis in Ascanio cari stat cura parentis </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">Ma la pietà del figliuolo appare in quegli altri versi: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>. . . . . . . Percussa mente dederunt </l>
              <l>Dardanidae lacrymas: ante omnes pulcher Iulus, </l>
              <l>atque animum patriae strinxit pietatis imago. </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">Si riconosce la magnanimità d'un povero re in que' versi: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>Aude, hospes, contemnere opes et te quoque dignum </l>
              <l>finge Deo rebusque veni non asper egenis. </l>
              <l>Dixit, et angusti subter fastigia tecti </l>
              <l>ingentem Aenean duxit, etc. </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">e la ricchezza d'un re in quegli altri: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>nuntius ingentes ignota in veste reportat </l>
              <l>advenisse viros. Ille intra tecta vocari </l>
              <l>imperat, et solio medius consedit avito. </l>
              <l>Tectum augustum, ingens, centum sublime columnis, </l>
              <l>urbe fuit summa, Laurentis regia Pici, </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">e quel che segue. Il costume de la gente s'esprime in questo modo: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>Mos erat Hesperio in Latio, quem protinus urbes </l>
              <l>Albanae coluere sacrum, nunc maxima rerum </l>
              <l>Roma colit, cum prima movent in proelia Martem, </l>
              <l>sive Getis inferre manu lacrymabile bellum </l>
              <l>Hyrcanisve Arabisve parant, seu tendere ad Indos, </l>
              <l>auroramque sequi Parthosque reposcere signa. </l>
              <l>Sunt geminae belli portae (sic nomine dicunt) </l>
              <l>relligione sacrae et saevi formidine Martis: </l>
              <l>centum aerei claudunt vectes aeternaque ferri </l>
              <l>robora; nec custos absistit limine Ianus: </l>
              <l>has, ubi certa sedet patribus sententia pugnae, </l>
              <l>ipse Quirinali trabea cinctuque Gabino </l>
              <l>insignis reserat stridentia limina consul. </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">In quelli parimente: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>Quare agite, o iuvenes, tantarum in munere laudum </l>
              <l>cingite fronde comas et pocula porgite dextris, </l>
              <l>communemque vocate Deum et date vina volentes.</l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">A l'officio ebbe riguardo Virgilio in que' versi, descrivendoci quello
          d'un buon re, il qual veglia per la salute comune: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>Talia per Latium: quae Laomedontius heros </l>
              <l>cuncta videns, magno curarum fluctuat aestu </l>
              <l>atque animum nunc huc celerem, nunc dividit illuc, </l>
              <l>in partesque rapit varias perque omnia versat: </l>
              <l>sicut aquae tremulum labris ubi lumen ahenis </l>
              <l>sole repercussum aut radiantis imagine lunae, </l>
              <l>omnia pervolitat late loca iamque sub auras </l>
              <l>erigitur summique ferit laquearia tecti. </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">Ed altrove: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>Nox erat, et terras animalia fessa per omnes </l>
              <l>alituum pecudumque genus sopor altus habebat, </l>
              <l>cum pater in ripa gelidique sub aetheris axe, </l>
              <l>Aeneas, tristi turbatus pectora bello, </l>
              <l>procubuit seramque dedit per membra quietem </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">Ed in quell'altro luogo nel quale fa officio di capitano: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>........castra Aeneas aciemque movebat </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">Parimente si descrive la religione e la pietà di un re vittorioso in
          quell'altro: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>Aeneas (quamquam et sociis dare tempus humandis </l>
              <l>praecipitant curae turbataque funere mens est) </l>
              <l>vota Deum primo victor solvebat Eoo. </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">L'officio del medico si descrive in quelli: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>....................Ille retorto </l>
              <l>Poeonium in morem senior succinctus amictu, </l>
              <l>multa manu medica etc. </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">Del sacerdote ne gli altri: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>Hic Helenus, caesis primum de more iuvencis, </l>
              <l>exorat pacem Divum vittasque resolvit etc. </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">Ma dell'officio de la madre di famiglia ci mostra in quella comparazione:
            <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>........cum foemina primum, </l>
              <l>cui tolerare colo <title>Vita</title>m tenuique Minerva </l>
              <l>impositum, cinerem et sopitos suscitat ignes, </l>
              <l>noctem addens operi famulasque ad lumina longo </l>
              <l>exercet penso, castum ut servare cubile </l>
              <l>coniugis et possit parvos educere natos. </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">A la dignità d'una regina ebbe riguardo nel primo: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>Tum foribus Divae, media testudine templi, </l>
              <l>septa armis solioque alte subnixa resedit. </l>
              <l>Iura dabat legesque viris operumque laborem </l>
              <l>partibus aequabat iustis aut sorte trahebat. </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">A quella di re ne l'ultimo: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>Interea reges, ingenti mole Latinus </l>
              <l>quadriiugo vehitur curru, cui tempora circum </l>
              <l>aurati bis sex radii fulgentia cingunt, </l>
              <l>solis avi specimen etc. </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p>Ma benché si potessino addurre infiniti esempi di questo e de gli altri poeti, ci bastino
          questi pochi. In somma si dee aver gran considerazione a tutte quelle cose, le quali sono
          considerate da Aristotele nel secondo de la <title>Retorica</title> e da Orazio ne la
            <title>Poetica</title>: perché questa parte del costume da molti è stimata poco meno de
          l'altra ch'è la principale, e non si può quasi separare, avegna che l'azione sempre sia
          fatta da qualche agente; ma l'agente convien ch'abbia qualche qualità, o buona o rea o
          degna di lode o di riprensione. Laonde fra tutte le circostanze è prima questa de la
          persona, ne la quale si deve osservare quel costume che da la fama l'è attribuito: però
          non estimava Orazio ch'Omero avesse errato nel descriver Achille in questa guisa: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>Scriptor, honoratum si forte reponis Achillem, </l>
              <l>impiger, iracundus, inexorabilis, acer, </l>
              <l>iura neget sibi nata, nihil non arroget armis. </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">Ma nel finger una nuova persona, abbia il poeta quell'altre
          considerazioni che c'insegna il medesimo autore. Parve nondimeno al Castelvetro che non
          fosse lecito di formar nuova persona non conosciuta per fama, e riprese Virgilio che
          l'avesse formata. Ma Giulio Cesare da la Scala porta altra opinione e, se non m'inganno,
          migliore: cioè che le persone si formano dal necessario o dal verisimile che di ciò sia
          cagione l'azione istessa, la quale principalmente è irnitata. Io nondimeno più lodo
          l'opinione di Atanasio nel libro contra' gentili, nel qual si legge che se l'azioni son
          finte da' poeti, essi ne' nomi ancora hanno mentito; ma se dissero il vero de' nomi, il
          dissero de l'opere sirnilmente. Ma si potrebbe aggiungere a le cose dette che l'azione è o
          tutta vera o tutta finta o parte vera o parte falsa: se tutta vera, tutte le persone
          ancora dovrebbono esser vere; se tutta falsa, converrebbe che tutte le persone fossero
          false; se parte vera e parte falsa, le persone ancora potrebbeno esser in questo modo vere
          e finte. Nondimeno l'ardimento de' poeti s'è steso più oltre, fingendo una falsa azione di
          vera persona, sol che l'abbiano finta verisimilmente, perché la persona accresce autorità
          a l'azione. Ne le persone si considerano non solo la natura, la fortuna, l'età, la
          nazione, ma gli abiti e gl'istrumenti e 'l tempo e 'l luogo nel quale sogliono operare.
          Gli abiti, come quel di Venere in forma di cacciatrice: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>Namque humeris de more habilem suspenderat arcum </l>
              <l>venatrix dederatque comas diffundere ventis, </l>
              <l>nuda genu nodoque sinus collecta fluentes. </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">O quel di Camilla: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>attonitis inhians animis, ut regius ostro </l>
              <l>velet honos leves humeros, ut fibula crinem </l>
              <l>auro internectat, Lyciam ut gerat ipsa pharetram </l>
              <l>et pastoralem praefixa cuspide myrtum.</l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">E l'armi che si possono annoverar fra gl'istrumenti, li quali da Virgilio
          son descritti nel catalogo, come quelli de gli Ernici e de' Prenestini e d'altri popoli:
            <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>.............Non illis omnibus arma, </l>
              <l>non clypei currusve sonant; pars maxima glandes </l>
              <l>liventis plumbi spargit, pars spicula gestat </l>
              <l>bina manu fulvosque lupi de pelle galeros </l>
              <l>tegmen habet capiti; vestigia nuda sinistri </l>
              <l>instituere pedis, crudus tegit altera pero. </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">E quelle de gli Aurunci e de gli Osci: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>...............Teretes sunt aclides illis </l>
              <l>tela; sed haec lento mos est aptare flagello: </l>
              <l>laevas cetra tegit, falcati cominus enses. </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">E quelle de' popoli Sarrasti: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>Teutonico ritu soliti torquere cateias; </l>
              <l>tegmina quis capitum raptus de subere cortex, </l>
              <l>aerataeque micant peltae, micat aereus ensis. </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">E fra gl'istrumenti sono gli arieti e 'l cavallo troiano, di cui si
          legge: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>aut haec in nostros fabricata est machina muros etc. </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">Il tempo è descritto in que' versi: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>Tempus erat, quo prima quies mortalibus aegris </l>
              <l>incipit, et dono Divm gratissima serpit: </l>
              <l>in sommis ecce ante oculos moestissimus Hector. </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">E la mezza notte in quegli altri. <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>Nox erat, et placidum carpebant cuncta soporem, </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">e quel che segue. E 'l nascer de l'aurora: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>Postera iamque dies primo surgebat Eoo </l>
              <l>humentemque Aurora polo dimoverat umbram. </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">E ne l'istesso libro: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>Iamque rubescebat stellis Aurora fugatis, </l>
              <l>cum procul obscuros colles humilemque videmus </l>
              <l>Italiam. </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">E nel quarto: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>Et iam prima novo spargebat lumine terras </l>
              <l>Tithoni croceum linquens Aurora cubile. </l>
              <l>Regina e speculis ut primum albescere lucem </l>
              <l>vidit et aequatis classem procedere velis etc. </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">E la sera è descritta in quegli altri: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>Sol ruit interea et montes umbrantur opaci. </l>
              <l>Sternimur optatae gremio telluris ad undam </l>
              <l>sortiti remos, passimque in litore sicco </l>
              <l>corpora curamus: fessos sopor irrigat artus. </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">E le qualità del tempo sono descritte similmente: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>Nam neque erant astrorum ignes, nec lucidus aethra </l>
              <l>siderea polus; obscuro sed nubila caelo, </l>
              <l>et lunam in nimbo nox intempesta tenebat. </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">E la tempesta, come quella del primo: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>Talia iactanti stridens Aquilone procella </l>
              <l>velum adversa ferit fluctusque ad sidera tollit. </l>
              <l>Franguntur remi; tum prora avertit et undis </l>
              <l>dat latus: insequitur cumulo praeruptus aquae mons. </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">E la tranquillità, di cui si legge: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>Sic ait, et dicto citius tumida aequora placat </l>
              <l>coliectasque fugat nubes solemque reducit. </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">E la peste è descritta nel terzo similmente: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>.............subito cum tabida membris, </l>
              <l>corrupto caeli tractu, miserandaque venit </l>
              <l>arboribusque satisque lues, et lethifer annus. </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">Ne la descrizione di luoghi ancora è meraviglioso Virgilio, come in
          quello accomodato a gli aguati: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>Est curvo anfractu valles, accomoda fraudi </l>
              <l>armorumque dolis, quam densis frondibus atrum </l>
              <l>urget utrinque latus, tenuis quo semita ducit, </l>
              <l>angustaeque ferunt fauces aditusque maligni.</l>
              <l>Hanc super in speculis summoque in vertice montis, </l>
              <l>planities ignota iacet tutique receptus: </l>
              <l>seu dextra laevaque velis occurrere pugnae, </l>
              <l>sive instare iugis et grandia volvere saxa. </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">Si consideri ancora l'eccelentissimo artificio del poeta divino in quegli
          altri versi: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>Est locus, Italiae medio sub montibus altis, </l>
              <l>nobilis, et fama multis memoratus in oris, </l>
              <l>Amsancti valles: densis hunc frondibus atrum </l>
              <l>urget utrinque latus nemoris, medioque fragosus </l>
              <l>dat sonitum saxis et torto vertice torrens. </l>
              <l>Hic specus horrendum et saevi spiracula Ditis </l>
              <l>monstrantur, ruptoque ingens Acheronte vorago </l>
              <l>pestiferas aperit fauces. </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">Considera la medesima felicità in quella descrizione: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>Portus ab Eoo fluctu curvatus in arcum etc.. </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">Ma quello fu divinissimo: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>Est in secessu longo locus: insula portum </l>
              <l>efficit obiectu laterum, quibus omnis ab alto </l>
              <l>frangitur inque sinus scindit sese unda reductos. </l>
              <l>Hinc atque hinc vastae rupes geminique minantur </l>
              <l>in caelum scopuli, </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">e quel che segue. Tuttavolta alcun potrebbe dubitare perché Virgilio
          descrivesse un porto appresso Cartagine, il quale veramente non è in quella parte di
          Africa, ma, come Servio ed alcuni altri hanno creduto, in Cartagine nuova, città di
          Spagna, ora detta Cartagena. Ma peraventura egli ebbe risguardo non al vero, ma a la
          bellezza, se non mi fosse lecito il dire a l'idea del porto; e volendoci descrivere il più
          bel porto che potesse imaginarsi, fece la finta descrizione del luogo, e v'aggiunse
          l'antro de le ninfe e l'altre cose, ne le quali volle imitare Omero; e questa finzione
          peraventura sarebbe soggetta a maggiore opposizione s'ella fosse ne la geografia,
          quantunque gli errori de la geografia ancora o de la descrizione universale de la terra
          sian per accidente ne l'arte poetica; ma essendo una topotesia, cioè una particolar
          descrizione del luogo, può di leggieri esser lodata, non sol tolerata: perché dopo lungo
          spazio di anni più agevolmente avengono le mutazioni ne le picciole parti de la terra che
          ne le grandi, benché ne le grandi ancora sogliono avvenire, come c'insegna non solamente
          Aristotele ne' libri <title>De le cose sublimi</title> e Strabone ne la
          <title>Geografia</title>, ma il medesimo poeta in quel verso: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>tantum aevi longinqua valet mutare vetustas. </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">Oltre a ciò, la spelunca riceve molte allegorie, come l'antro di Platone
          figurato per lo mondo, e quello d'Omero, del qual Porfirio compose un picciolo, ma dotto
          libretto; e questo ancora può aver la sua occulta significazione e i suoi meravigliosi
          misteri. Ma non è ora mia intenzione parlar di questa materia, de la quale non ragiona
          Aristotele; ma forse ne' libri seguenti toccherò alcuna cosa de la opinione d'altri
          eccelenti scrittori, a l'autorità de' quali molto dovrebbe esser creduto.</p>
      </div1>
      <div1 type="parte">
        <head>LIBRO QUARTO</head>
        <p>Dovendo io trattare de l'elocuzione, si tratterà per conseguente de le forme del parlare,
          perché, essendo egli pieghevole a guisa di cera, prende molte forme e quasi molti
          caratteri, ciascuno de' quali è diverso da gli altri ed ha la sua propria eccelenza e la
          sua propria laude. Ma intorno a ciò sono state varie l'opinioni, come sa V. S.
          illustrissima, a cui non è occulta alcuna cosa ch'appartenga al bene intendere o al bene
          scrivere. Laonde non è chi meglio sappia giudicar le cose scritte, o trovarle prima che
          sieno scritte, se pur ve n'è alcuna che in sì lungo corso di secoli e d'anni sinora non
          sia ritrovata. Ma se 'l rinovar l'opinioni o le ragioni con le quali si posson provare e
          confermare sarà quasi un nuovo ritrovamento, io e gli altri possiamo sperar qualche nuova
          lode ne l'invenzione, la qual più volentieri riceverei da voi, mio signore, come da quello
          ch'è lodatissimo da ciascuno. Ma in questa materia poche sono le cose che non sieno
          scritte e confermate con buone ragioni e con grande autorità, e grande è il numero de
          l'opinioni e de gli autori che n'hanno ragionato. Laonde io non avrei tanta fatica in
          raccor molte cose da molte parti, quanto in elegger le migliori e de' migliori Greci e
          Latini. </p>
        <p>Ma prima ch'io venga a trattar di questa ultima parte di qualità, non estimo
          inconveniente che si tratti de la proposizione de l'opera e de l'invocazione, la quale il
          poeta dee fare poi ch'avrà ritrovata e disposta la favola, avanti ch'egli cominci a
          spiegarla: perciò che non si può proporre quello che non s'è ancora ritrovato ed ordinato.
          E come che l'invocare l'aiuto divino in tutt'i luoghi ed in tutti i tempi sia necessario,
          nondimeno gli scrittori sogliono farlo assai spesso nel principio de l'opere loro; alcuna
          volta nel mezzo o nel fine, e sempre che s'avvengono a cosa che paia ricercarlo: dico gli
          scrittori, perché non invocano solamente i poeti, ma i filosofi e gli oratori,
          com'appresso Platone Timeo, il quale n'ammonisce che si debba invocare in tutte le cose, e
          grandi e picciole. E ne l'<title>Eutidemo</title> s'invocano le Muse e la Memoria, de la
          quale elle furono generate; Lucrezio invoca Venere, dea ch'è sovra la generazione;
          Demostene, ne la sua orazione de la <title>Corona</title>, tutti gli dei e tutte le dee. E
          non è vero quel che n'insegna il Castelvetro sotto la persona del Grammaticuccio, ch'a'
          poeti soli si convenga d'invocare, perché soli i poeti sian mossi da divino furore,
          avvegna che la retorica ancora abbia la sua divinità, come prova Aristide ne l'orazione ne
          la quale egli la difende da l'opposizioni fattele da Platone; e la sua invenzione è non
          altrimenti attribuita a Mercurio che quella de la poesia ad Apolline. Molto meno è vero
          che non si convenga l'invocare ne le cose picciole: perché niuna cosa è così picciola che
          non abbia bisogno de l'aiuto divino; e i piccioli poemi sogliono spesso apportar seco
          grandissima difficoltà. Però ne le brevi poesie invocarono Mosco e Teocrito; e non si
          disdice a' lirici l'invocare, com'estimò il Grammaticuccio; ed invocò Pindaro, principe
          de' poeti lirici, ne l'<title>Agesidamo</title> (ch'è la decima oda de
          l'<title>Olimpiche</title>), la Musa e la Verità figliuola di Giove; ne
          l'<title>Ergotele</title> (ch'è la duodecima) supplicò a la Fortuna; nel
          <title>Ierone</title> (ch'è la prima ode fra le <title>Pizie</title>) invocò Apolline e le
          Muse. Taccio del <title>Psaumide</title>, perché quella è più tosto consecrazione de
          l'inno a Giove. Orazio similmente, ne la prima oda del primo libro, invocò Polinnia. Dante
          invocò Amore, che si mostrava ne gli occhi de la sua donna; ed in un'altra canzone gli
          chiese non solamente la voglia di piangere, ma la scienza di saper acconciamente
          lagrimare: in quella, la qual comincia: «Voi ch'intendendo il terzo ciel movete», volle
          gl'intelletti divini per auditori. Il Petrarca, che molte volte ragionò d'Amore, una volta
          sola, ch'io mi ricordo, il chiamò in aiuto, dicendo: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Deh porgi la mano a l'affannato ingegno. </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">Il Bembo chiamò le Muse in que' leggiadrissimi versi: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Dive, per cui s'apre Elicona e serra, </l>
              <l>date a lo stil, che nacque de' miei danni, </l>
              <l>viver quando io sarò spento e sotterra. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">Monsignor de la Casa invocò similmente le Muse nel primo sonetto: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Oh se cura di me, figlie di Giove, </l>
              <l>talor vi punge al primo suon di squilla, </l>
              <l>date al mio stil costei seguir volando. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">S'inganna parimente il Grammaticuccio quando egli dice che l'invocazione
          è argomento di superbia e di presunzione. Opposizione somigliante fece l'antico sofista
          Protagora ad Omero, dicendo ch'egli chiama la Musa con un modo imperioso, quasi egli
          voglia comandarle. Ma Aristotele ne la sua <title>Poetica</title>, difendendo i poeti,
          rispose ancora a questa opposizione, mostrando che ciò avveniva più tosto per difetto di
          colui che recitava i versi, il quale poteva pronunciarli in altro modo; e senza fallo le
          medesime parole si possono pronunciare imperiosamente e supplichevolmente: laonde il
          difetto era più tosto ne l'arte de l'istrione. Altri ha voluto che l'invocare sia segno di
          modestia, ma io direi più tosto che fosse argomento di pietà e di religione, sì veramente
          che non sia invocata deità che 'l poeta riputi falsa, o non con questa intenzione perché
          alcuni ebbero opinione che Dante invocasse il buono Apollo ed il Petrarca il chiamasse
          immortale a differenza de gi'idoli o pur de' demoni che sono mortali, come disse Plutarco
          in quella operetta ne la quale egli disputò de la cagione per la quale gli oracoli son
          mancati; ma perdonisi questa licenza a' poeti, e mutisi il nome, purché la buona
          intenzione non sia condennata. Più sicuramente Dante ne la sua <title>Comedia</title>
          invocò l'ingegno e la mente: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>O Muse, o alto ingegno, or m'aiutate; </l>
              <l>o mente che scrivesti ciò ch'io vidi etc., </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">come prima Orfeo aveva invocato l'intelletto. Sarà dunque lecito al poeta
          cristiano invocar la mente e l'intelligenze, imperò che le Muse non furono credute altro
          che intelligenze. </p>
        <p>Ma nel modo del proporre e de l'invocare è tenuto diverso ordine. Omero, Esiodo e gli
          altri greci fanno insieme l'invocazione e la proposizione, cominciando da l'invocare.
          Virgilio e gli altri latini prima sogliono proporre, poi invocare; alcuni rivolgono il
          parlare a' principi, come l'stesso autore ad Augusto ne' libri de l'agricoltura, ed Ovidio
          ne' suoi <title>Fasti</title> a Germanico: il quale uso fu seguito da' moderni. Orazio
          diede per ammaestramento, ne la proposizione e ne l'invocazione, che non si cominciasse da
          parole troppo gonfie, biasimando Antimaco il quale diè principio al suo poema con questo
          verso: <quote rend="block">
            <lg>
              <l><foreign lang="lat">Fortunam Priami cantabo, et nobile bellum</foreign>, </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">lodando a l'incontra Omero, il quale cominciò l'<title>Odissea</title>
          con questo altro: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>
                <foreign lang="lat">Dic mihi, Musa, virum captae post tempora Troiae: </foreign>
              </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">quantunque la comparazione si potesse fare tra l'<title>Iliade</title> e
          'l poema biasimato, nel quale era cantata la fortuna di Priamo. Ma la proposizione
            dell'<title>Iliade</title>, o l'invocazione, può esser considerata da chi meglio suol
          giudicare lo stil de' poeti greci. Pindaro peraventura portò diversa opinione, estimando
          che 'l principio de' poemi dovesse esser grande, magnifico e luminoso, e simile a'
          frontispici de' palagi, come scrisse in que' versi l'<title>Agesia</title>: <quote rend="block">
            <lg lang="grc">
              <l>Kruseas hupostasantes euteikhei prothuro thalamou </l>
              <l>kionas hos hote thaeton megaron </l>
              <l>paxomen. arkhomenou d'ergou prosopon etc. </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">Ma forse Pindaro diede esempio ai lirici. Orazio ammaestrò gli epici con
          l'autorità d'Omero; e per mio avviso non biasimò Orazio tutti i principii alti ed
          illustri, ma quelli solamente a' quali non corrispondono l'altre parti: però che non si
          conviene, com'egli dice, dare <foreign lang="lat">ex fulgore fumum, sed ex fumo
          lucem;</foreign> ma il dare <foreign lang="lat">ex luce lucem </foreign> non sarebbe
          biasimato da Orazio medesimo. Diremo adunque che o si dà luce da luce, o luce da fumo, o
          fumo da luce, o fumo da fumo; e con parole proprie diremo: o che sono principii chiari e
          l'altre cose chiare, o dopo gli oscuri principii seguitano più chiare narrazioni, o da
          chiari principii nascono l'oscure, o da gli oscuri similmente l'oscure, e parimente le
          basse dopo i bassi, e le basse dopo gli alti, e l'alte appresso gli alti, e l'alte che
          seguono i bassi cominciamenti. Di queste quattro coppie, che i Latini chiamano
          combinazioni, due per mio parere sono degne di biasimo, l'altre di lode: merita biasimo il
          dar le cose oscure dopo l'oscure e l'oscure dopo le chiare. L'altre due sono laudevoli
          molto; e l'istesso giudizio si può fare de l'altre quattro coppie, se l'alte cose e le
          basse insieme s'accoppieranno. Virgilio accoppiò l'alto stile e l'illustre ne la
          proposizione: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>
                <foreign lang="lat">Arma virumque cano: </foreign>
              </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">e simili sono i seguenti versi; e sempre avrebbe continuato ne la
          medesima altezza e nel medesimo splendore, s'alcuna volta non avesse voluto variar le
          forme del parlare. Laonde io non posso riprovare in modo alcuno il giudicio di Tucca e di
          Varo, seguito assai arditamente da Lucano in que' primi versi de la sua proposizione:
            <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>Bella per Emathios plusquam civilia campos </l>
              <l>iusque datum sceleri canimus; </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">e più arditamente da Stazio in quegli altri: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>Fraternas acies alternaque regna profanis </l>
              <l>decertata odiis, sontesque evolvere Thebas </l>
              <l>pierius menti calor incidit; </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">o pur in quelli: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>Magnanimum Aeacidem formidatamque Tonanti </l>
              <l>progeniem canimus;</l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">e con grande animo ancora da Silio Italico, quando egli disse: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>Ordior arma quibus coelo se gloria tollit </l>
              <l>Aeneadum; </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">né con minore da Claudiano in quelli: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>Inferni raptoris equos afflataque curru </l>
              <l>sidera Taenario, caligantesque profundae </l>
              <l>Iunonis thalamos, audaci prodere cantu </l>
              <l>mens concussa iubet.</l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">Non posso adunque biasimare la proposizione alta, chiara ed illustre, ove
          il poeta eroico, che da Orazio è detto «<foreign lang="lat">promissi carminis
          auctor»,</foreign> non manchi de le sue promesse; anzi, se la proposizione è quasi un
          proemio del poeta, il muover espettazione ed il fare attento il lettore è molto
          convenevole per mio giudizio ne la proposizione, la qual peraventura si fa alcuna volta
          nel mezzo de' poemi, come il proemio ne l'orazione: ma l'invocazione senza fallo suol
          farsi molte, e n'abbiamo esempio da Omero e da Virgilio, il quale, dopo la prima
          invocazione, invocò di nuovo: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>Nunc age, qui reges, Erato, quae tempora rerum, </l>
              <l>quis Latio antiquo fuerit status, advena classem </l>
              <l>cum primum Ausoniis exercitus appulit oris, </l>
              <l>expediam, et primae revocabo exordia pugnae. </l>
              <l>Tu vatem, tu, Diva, mone: dicam horrida bella, </l>
              <l>dicam acies actosque animis in funera reges </l>
              <l>tyrrhenamque manum totamque sub arma coactam </l>
              <l>Hesperiam. Maior rerum nihi nascitur ordo, </l>
              <l>maius opus moveo: </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">ne' quai versi dopo l'invocazione segue la proposizione quasi congiunta.
          Invoca ne gli altri libri ancora: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>Pandite nunc Helicona, Deae, cantusque movete etc. </l>
              <l>Vos, o Calliope, precor, adspirate canenti etc.</l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p>Ora consideriamo quel ch'appartiene a l'elocuzione, ne la quale si dimanda l'aiuto divino
          per favellare altamente, non meno che per la memoria de le cose già sepolte ne
          l'oblivione. Io dico che l'elocuzione altro non è che uno accoppiamento di parole, la qual
          si risolve ne' nomi e ne' verbi e ne l'altre parti ond'è composta; e queste ne le sillabe;
          e le sillabe ne le lettere, che sono chiamate elementi con l'istesso nome co 'l quale si
          chiamano i quattro principii de le cose di cui è composto l'universo. E quantunque le
          parole siano <foreign lang="lat">ad placitum,</foreign> come vuole Aristotele ne' libri de
            l'<title>Interpretazione</title>, ed Alessandro ne le <title>Questioni</title>,
          nondimeno si possono dire in qualche modo per natura, s'essi son composti in quel modo che
          c'insegna Ammonio nel medesimo libro, come diremo appresso più lungamente. Ora darò la
          definizione de le parti de l'elocuzione: le quali sono l'elemento, la sillaba, la
          congiunzione, il nome, il verbo, l'articolo, il caso, l'orazione. </p>
        <p>Elemento è una voce indivisibile; ma non ogni voce indivisibile è elemento: perché quelle
          de le bestie non si posson chiamar con questo nome, ma quelle solamente le quali possono
          esser intese; ma di queste alcune sono vocali, altre semivocali, altre mute. Vocali son
          quelle le quali senza percossa hanno voce che può esser udita, come A ed O; semivocale è
          quella la quale con la percossa ha voce che può udirsi, come S e R; muta quella che con la
          percossa non ha voce, ma diviene sì fatta in compagnia de l'altre che l'hanno, in guisa
          che ella può esser udita, come F e D. E queste son differenti fra loro per le figure de la
          bocca, per luogo, per grossezza e sottigliezza, per longhezza e brevità, e oltre a ciò per
          acume e gravità e per quello accento ch'è mezzo tra l'uno e l'altra. </p>
        <p>Sillaba è una voce che non significa cosa alcuna, composta da la lettera muta e da la
          voce, come <emph>Gra</emph>. </p>
        <p>La congiunzione è una voce che non significa alcuna cosa, e non impedisce, né fa una voce
          significativa di molte voci, e può aver luogo nel mezzo e ne gli estremi, se più non le si
          convenisse il principio; o ver diremo che la congiunzione sia una voce che non significhi,
          ma sia atta a fare una voce di più voci che significhino insieme, cioè un parlare di molte
          parole: perché gli espositori non intendono de' nomi congiunti, ma de le parti de
          l'orazione legate insieme, come staltri dicesse: «Sotto essa giovanetti trionfaro Scipione
          e Pompeo». </p>
        <p>L'articolo è una voce che non significa, la qual distingue i generi e i numeri o casi di
          quelle che hanno significazione; e per sua natura ne la nostra lingua si mette nel
          principio solamente, benché in quella de' Greci alcuni dimostrassero il principio, i quali
          sono chiamati <foreign lang="grc">protaktikoi,</foreign> altri dichiarassero il fine, i
          quali da gli stessi furono detti <foreign lang="grc">hupotaktikoi;</foreign> altri ne
          l'istessa lingua separano una cosa da l'altre; ed in luogo di questi i Latini posero
            <foreign lang="lat">ille</foreign> ed <foreign lang="lat">iste, </foreign> come dechiara
          il Vittorio nel suo comento sovra la <title>Poetica</title> d'Aristotele. </p>
        <p>Nome. . . . . . . . . . . . . . . </p>
        <p>Verbo è una voce composta, la qual significa insieme co 'l tempo, di cui niuna parte
          separata significa per sé, come abbiamo detto de' nomi: perciò che dicendosi
          <emph>uomo</emph> o <emph>bianco</emph>, non è significato il quando; ma chi dice
            <emph>camina</emph> o <emph>caminò</emph>, significa insieme quando: l'uno il tempo
          presente, l'altro il passato. Il caso è quel che dimostra ne' verbi e ne' nomi la
          mutazione de' numeri e de le persone: perciò ch'egli si trova ne gli uni e ne gli altri.
          Ne' nomi diremo <emph>di questo</emph> ed <emph>a questo</emph>, overo <emph>l'uomo</emph>
          e <emph>gli uomini</emph>; ne' verbi dicendosi <emph>camina</emph> e <emph>caminò</emph>,
          perciò che l'uno e l'altro cade da <emph>camino</emph>, ch'è prima persona del presente. </p>
        <p>L'orazione è una voce, overo un parlar composto, il qual significa; e le sue parti
          significano ancora per sé qualche cosa. Ma l'orazione si dice una in due modi: o quella
          che significa una sola cosa, come la definizione de l'uomo, <emph>l'uomo è animal
            ragionevole</emph>; o quella la qual, congiungendo molte cose insieme, ne fa una di
          molte, come l'<title>Iliade</title>. </p>
        <p>Ma le specie de' nomi son la semplice e la doppia, che si può dir composta; ed ogni nome
          è o proprio o straniero o trasportato o usato per ornamento, o fatto o allungato o
          accorciato o mutato. Proprio è quello ch'usa ciascuna gente e lingua. Straniero è quello
          ch'usa la diversa: perché straniero e proprio può essere il medesimo, ma non a' medesimi,
          avvenga che <emph>retaggio</emph> a' Francesi sia proprio, a noi è strano. Traslazione è
          trasportamento di nome proprio o da genere a spezie, o da spezie a genere, o da spezie a
          spezie, o secondo la proporzione: dico da genere a spezie come in que' versi di Dante,
          quando egli, parlando de' giganti, disse: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Certo Natura, quando lasciò l'arte </l>
              <l>di sì fatti animali, assai fe' bene.</l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">Da spezie a genere, dicendo <emph>mille volte</emph> in vece di
            <emph>molte</emph>, perché mille son molte, come fece il Petrarca: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Mille fate, o dolce mia guerrera.</l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">Da la spezie a la spezie quando si pone l'una per l'altra, come fece
          Dante, il qual chiamò <emph>volo</emph> la navigazione, la quale è un'altra spezie di
          movimento: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>de' remi facemmo ale al folle volo. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">Per proporzione si farà la metafora, se chiamaremo la morte <emph>occaso
            de la Vita</emph> o l'occaso <emph>morte del giorno</emph>, ad imitazione di Dante, il
          qual disse: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>che paia 'l giorno pianger che si more: </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">perché la medesima proporzione è tra 'l secondo e 'l primo ch'è tra il
          quarto e 'l terzo, cioè tra la morte e la vita, la qual è tra l'occaso e 'l giorno. Laonde
          sogliamo prendere il secondo in luogo del quarto e 'l quarto in luogo del secondo; ed
          alcuna volta s'aggiunge quello, perché si dice, come feci io in que' versi: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>
                <foreign lang="lat">Muto poeta di pittor canoro. </foreign>
              </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">Fatto o finto è quel nome che, non essendo mai stato usato da alcuno, il
          poeta il fa di nuovo: come fece Dante <emph>binato</emph>, e similmente <emph>intuassi,
            immii, inciela, impola, imparadisa, inoltra, insempra</emph>; ma particolarmente son
          lodati quelli che son più atti a l'imitazione ed al por le cose avanti gli occhi, come
          quello in quel verso: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Alto sospir che duolo strinse in hui </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">Anzi il poeta dal finger de' nomi prende il suo nome, perché egli è detto
          poeta dal verbo greco <foreign lang="grc">poiein,</foreign> che significa tanto
          <emph>fare</emph> quanto <emph>fingere</emph>. Laonde così dal finger i nomi come dal far
          la favola è denominato. Il nome usato per ornamento è l'epiteto, o 'l nome aggiunto che
          vogliam dirlo: il qual Aristotele chiamò co 'l nome greco <foreign lang="grc">kosmon;</foreign> e questo nome significa quella sorte d'epiteti che son detti
            <emph>oziosi</emph> e <emph>vani</emph>, come piace al Vittorio; overo quello che da'
          Greci è detto <foreign lang="grc">oikeion,</foreign> cioè <emph>proprio</emph> o
            <emph>appropiato</emph>, come dechiara il Maggi: benché più mi piace l'altra opinione,
          perché la proprietà non suole apportar grande ornamento. L'allungato sarebbe s'altri
          dicesse <emph>simìle</emph> in vece di <emph>sìmile</emph>, il quale ha la penultima
          breve, o <emph>ignudo</emph> in vece di <emph>nudo</emph>. L'accorciato, chi dicesse
            <emph>secol</emph> o <emph>pensier</emph> o <emph>caval</emph> in vece di
          <emph>secolo</emph>, di <emph>pensiero</emph> o di <emph>cavallo</emph>. Il mutato è
          quando rimane una parte del nome, e l'altra si cambia: come dicendosi <emph>desiro</emph>
          in vece di <emph>desire</emph>, o <emph>desire</emph> in vece di <emph>desiderio</emph>, o
            <emph>alloro</emph> in vece di <emph>lauro</emph>, o <emph>allegiamento</emph> in cambio
            d'<emph>alleviamento</emph>. </p>
        <p>Ma la virtù de la elocuzione, se crediamo ad Aristotele, è che sia chiara, non umile,
          quasi ne l'umiltà non possa essere alcuna virtù. Chiarissima veramente è quella, la quale
          è composta de' nomi propri; ma è umile, come sono i Capitoli del Bernia o del Mauro. Ma
          quella sarà grave, la quale userà vocaboli affatto peregrini. Peregrini chiama Aristotele
          la varietà de le lingue, l'accorciamento e l'allungamento, e ciascuno altro nome che non
          sia proprio; ma s'alcuno mescolasse insieme tutte queste cose, farebbe enigma o
          barbarismo; se mischiasse le traslazioni, enigma; se le lingue, barbarismo. I nomi dunque
          stranieri e i traslati e gli ornati e l'altre forme potranno fare il parlare non umile, ma
          sublime; e i propi il faranno chiaro e manifesto. Ma perché da una medesima cagione suol
          nascere l'oscurità e la grandezza e derivar quasi da un medesimo fonte, e da l'altro la
          umiltà e la chiarezza, fa di mestieri di gran giudizio e di grand'arte in accoppiare le
          voci proprie con le straniere e con le trasportate e con l'altre in guisa che ne risulti
          un parlare tutto splendido e tutto sublime. Dovrà dunque scegliere il poeta quelle
          traslate ch'averanno maggior vicinanza. con le proprie e che non saranno trasportate cosi
          di lontano. Dee ancora sceglierle da cose gratissime a la vista ed a gli altri sensi e
          schivar quelle che sono spiacevoli ad alcun di loro, come deveva far Dante, il qual,
          chiamando il sole «lucerna del mondo», ci fe' quasi sentir l'odor de l'olio. E si debbiamo
          fuggire la suspizione di tutte le cose brutte e troppo plebeie e popolari, come quella la
          qual è tratta dal chiavar de le porte, e l'altre somiglianti. Però non lodo colui il qual
          disse che <emph>la Republica era castrata per la morte di Scipione</emph>; né meritò molta
          lode il Caro chiamando i Francesi <emph>Galli intieri</emph>. Si deono anco lasciar quelle
          metafore, le quali per l'uso sono divenute proprie: perch'alcune cose ne le traslazioni si
          dicono più pienamente e più propriamente che non con le proprie e medesime, come dice
          Demetrio Falereo. Non dee il poeta trasportar la metafora da le cose minori a le maggiori,
          come il suono de la tromba al tuono; ma da le maggiori a le minori, come il
            <emph>torreggiar</emph> a' giganti: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>torreggiavan di mezzo la persona </l>
              <l>gli orribili giganti. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">In somma le metafore deono esser vaghe, piacevoli, agevolmente intese ed
          illustri, com'e quella: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>ridono i prati, il ciel si rasserena; </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">e quell'altre: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>e le rose vermiglie infra la neve </l>
              <l>mover da l'ra e discovrir l'avorio </l>
              <l>che fa di marmo chi da presso 'l guarda; </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">e quelle: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>perle e rose vermiglie, ove l'accolto </l>
              <l>dolor formava ardenti voci e belle; </l>
              <l>fiamma i sospir, le lagrime cristallo; </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">e facilmente intese, illustri, sublimi e magnifiche, come quelle altre:
            <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Io pensava assai destro esser su l'ale, </l>
              <l>non per lor forza, ma di chi le spiega; </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">e quelle: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Rotta è l'alta colonna e 'l verde lauro, </l>
              <l>che facean ombra al mio stanco pensiero; </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">e quelle: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>spargendo a terra le sue spoglie eccelse, </l>
              <l>mostrando al sol la sua squallida sterpe. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">Dee ancora schivar le metafore troppo oscure, le quali paiono quasi
          enigma, come alcune de la canzone: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Mai non vo' più cantar com'io soleva; </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">né si deono continuar le metafore, ma interporre tra le parole traslate
          le proprie, se vogliamo che 'l parlar sia chiaro e sublime; altrimenti se ne farebbe
          allegoria: perché allegoria è la metafora continuata, come è quella: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Passa la nave mia colma d'oblio </l>
              <l>per aspro mare a mezza notte il verno </l>
              <l>infra Scilla e Cariddi; ed al governo </l>
              <l>siede il signore, anzi 'l nemico mio. </l>
              <l>A ciascun remo un pensier pronto e rio, </l>
              <l>che la tempesta e 'l fin par ch'abbi' a scherno: </l>
              <l>la vela rompe un vento umido eterno </l>
              <l>di sospir, di speranze e di desio ecc. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">La metafora continuata nondimeno conviene al grave dicitore e ne' misteri
          e ne le minacce; ma oltre tutte le metafore che son lodate da Aristotele, è quella che si
          chiama <emph>metafora in atto</emph>, cioè quella che pone la cosa innanzi a gli occhi, e
          le dà quasi movimento ed anima, e di inanimata la fa quasi animata. Perché s'alcuno
          dicesse che l'uomo dabene è «ben tetragono a' colpi di ventura», fa metafora, perché l'uno
          e l'altro e perfetto; ma non significa alcuna operazione, però che non mette alcuna cosa
          innanzi gli occhi; ma dicendosi: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Nell'età sua più bella e più fiorita, </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">pare che quasi ci rappresenti la primavera. Similmente metafora in atto è
          quella: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Pon mano in quella venerabil chioma </l>
              <l>sicuramente, e ne le treccie sparte, </l>
              <l>sì che la neghittosa esca del fango: </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">perché segue l'operazione; e quell'altra, pur del Petrarca: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>vinca il ver dunque e si rimanga in sella;</l>
              <l>e vinta a terra caggia la bugia; </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">e quella di Dante: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>..............infin che 'l ramo</l>
              <l>rende a la terra tutte le sue spoglie; </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">e quell'altra: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>io chinai 'l viso; e quei sen venne a riva </l>
              <l>con un vasello snelletto e leggiero </l>
              <l>tanto che l'acqua nulla ne 'nghiottiva; </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">e quella del Boccaccio ne la <title>Teseide</title>: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Ad un'ora ruggiàr tutte le porte. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">Si vede adunque che ciascuno di questi poeti si compiacque di far le cose
          animate d'inanimate, come prima s'era compiaciuto Omero, con questa medesima traslazione,
          la quale è cagione di grandezza, perché dà anima a le cose e dà chiarezza, perché le pone
          innanzi a gli occhi. Dee similmente il poeta, per accoppiar queste due condizioni, pigliar
          le parole straniere da quelle lingue le quali hanno qualche similitudine con la nostra,
          come è la spagnuola e la francese, si veramente che lor si dia il fine de le parole
          toscane, ad imitazione di Cesare e d'altri, i quali a le parole barbare diedero la
          terminazione latina. Laonde non è da lodare il Guicciardino, il qual disse «Monsignor de
          l'Escu», potendo dir <emph>Monsignor de lo Scudo</emph>, benché in ciò abbia avuto
          infiniti imitatori. E ciò similmente conviene avvertire non solo ne le voci traslate e ne
          le straniere, ma ne le fatte di nuovo; altrimenti il parlare sarebbe simile a quello de
          gli Sciti, come dice Demetrio, o pur a quel de' Tedeschi e de gli Schiavoni. Laonde io non
          posso lodare affatto que' versi di Dante: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>.............che se Tabernicch </l>
              <l>vi fosse su caduto o Pietrapiana, </l>
              <l>non avria pur da l'orlo fatto cricch. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">Similmente per congiunger queste qualità ne la scelta de' nomi antichi si
          deono schivar quelli c'hanno del vieto e quasi del rancido, come son quelli: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>e non v'era mestier più che la dotta; </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">e quelli: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>E se miseria d'esto loco sollo </l>
              <l>rende in dispetto noi e' nostri preghi, </l>
              <l>cominciò l'uno, e 'l tristo aspetto e brollo ecc. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">E quell'è biasimata da Dante medesimo nel libro de la <title>Volgare
            eloquenza</title>: «e andavamo introcque». Ma per risolver questo dubbio con le parole
          usate da Aristotele ne la <title>Retorica</title>, io dirò che la virtù de l'elocuzione è
          che sia chiara, perché, stella fosse oscura, non farebbe il suo officio; ma non dee esser
          umile, né più gonfia che non conviene: la poetica non è umile; ma non è conveniente. Da le
          quali parole si raccogliono due cose: L'una, che la virtù de l'elocuzione oratoria è la
          chiarezza e la convenevole altezza; l'altra, che 'l parlare ne' poeti sia più sublime che
          ne gli oratori, ma non già proprio: perché i poeti, come dice Marco Tullio, parlarono
          quasi con lingua aliena; ma da l'altre parole che seguono si raccoglie che le parole
          proprie fanno l'orazione piana, ma non ornata, e gli altri nomi, i quali più convengono al
          poeta, le accrescono ornamento, e particolarmente le parole disusate la fanno più
          venerabile, perché sono come forestieri tra' cittadini: laonde paiono peregrine e
          producono meraviglia; ma la meraviglia sempre apporta seco diletto, perché il dilettevole
          è meraviglioso. Tuttavolta il parlar sì fatto è più convenevole nel verso che ne la prosa,
          ne la quale si deono usar poche volte le parole straniere e le finte e l'altre ch'abbiamo
          annoverate. Ma le metafore sono più accomodate a l'oratore: de le quali abbiamo detto
          alcune cose e dato quasi alcuni precetti. E, riepilogando, possiam dire con Egidio
          (interprete d'Aristotele) che tre sian le proprietà de la metafora: ch'ella sia presa da
          cose convenevoli, da vicine e da manifeste; o che sian quattro, seguendo l'opinione
          d'altri ed aggiungendovi ch'ella sia presa da cose belle e grate a la vista; anzi, potendo
          esser presa da due cose belle, debbiam prenderla da la più bella, come fece il Petrarca,
          il quale, parlando de l'aurora, disse: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>con la fronte di rose e co' crin d'oro. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">Ma Dante prima avea detto che le guance de l'aurora <quote rend="block">
            <lg>
              <l>per troppa etate divenivan rance. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">Laonde non si doverebbe dire che l'aurora fosse rossa, ma purpurea più
          tosto. Si possono a le dette proprietà aggiungerne due altre: ch'elle sian prese da cose
          maggiori e da migliori, sì veramente che la nostra intenzione sia di lodare: perché s'ella
          fosse di vituperare, possiamo prenderla da le peggiori, come fece Dante nel biasimar la
          sua donna: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>questa scherana micidiale e ladra. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">A queste cose, dette da Aristotele e da Demetrio Falereo, aggiunge
          Cicerone alcun'altre de l'origin de le metafore, dicendo ch'elle son fatte o per bisogno o
          per diletto: per bisogno come quelle che sono uscite da villani, i quali dicono
            <emph>gemmar le viti e lussureggiar le biade</emph> e l'altre simili; per diletto, come
          l'altre che son ritrovate per ornamento del parlare. Ma Porfirio non vuol che quelle le
          quali sono usate per necessità sian metafore, ma nomi equivoci più tosto: la quale
          opinione egli raccolse da le parole d'Aristotele medesimo, il qual nel terzo de la
            <title>Retorica</title> disse che la metafora porta diletto oltre la necessità. Laonde
          par ch'escluda quelle che son ritrovate per bisogno. Comunque sia, le traslazioni, usate
          con queste condizioni, accrescono molto la bellezza del parlare con gran lode di chi le
          trova; né può ritrovarle convenienti chi non conosce la similitudine de le cose ne la
          dissimilitudine. Laonde par ch'a gl'ingegni filosofici propriamente convenga il
          ritrovarle; e Platone oltre tutti gli altri le ritrovò e l'usò senza risparmio, e per ciò
          fu tenuto arditissimo. Senofonte si servì più volentieri de le imagini o de le
          similitudini che vogliam dirle: e c'è dato per consiglio di trasmutar in imagine la
          metafora pericolosa: il che si fa agevolmente con la giunta de la particella
          <emph>quasi</emph>, come fece il Petrarca: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>e d'intorno al mio cor pensier gelati </l>
              <l>fatto avean quasi adamantino smalto; </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">e 'l Caro dopo lui: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Giace quasi gran conca infra due mari.</l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">Si può assicurar ancora la traslazione con un altro aiuto, cioè con
          l'epiteto, come assicurò Dante, il quale, parlando de gli alberi pieni di neve, disse:
            <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Sì come neve tra le vive travi.</l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">E 'l Petrarca, per opinione d'alcuni, chiamò a l'incontro una cassa di
          legno «secca selva»: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>E pria sarò sotterra in secca selva;</l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">e spesso usò questo aiuto, come chiamando gli occhi di madonna Laura
          «angeliche faville», ed in un altro luogo il destro occhio «destro sole», e 'l volto
          «calda neve». Alcuna volta i nostri poeti hanno usato gli aggiunti per ammollir l'asprezza
          del nome che sta per sé, come usò il Petrarca dicendo: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>O viva morte, o dilettoso male; </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">e monsignor de la Casa: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Pietosa tigre ad amar diemmi, e scoglio;</l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">ed altrove: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>..........serena e piana</l>
              <l>procella il corso mio dubbioso face.</l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">Ma benché questo nome di metafora paia tanto ristretto da Aristotele
          quanto abbiam veduto, nondimeno alcune volte l'usò in larghissimo significato, perch'egli
          suole chiamar metafora ogni nome che non è proprio. Laonde Cicerone estima ch'Aristotele
          comprendesse sotto il nome di metafora tutto quel che da' grammatici e da' maestri del
          dire (i quali dividono e spezzano le cose) vien chiamato con vari nomi; e senza fallo i
          nomi d'ipallage, di metonimia e d'allegoria furono dopo Aristotele di nuovo ritrovati:
          perciò ch'egli riprese alcuni sofisti, i quali posero nomi diversi a cose che non erano
          diverse in modo alcuno. Laonde non è meraviglia se di poche figure ritroviamo appresso
          Aristotele alcuna menzione; ma non era convenevole ch'Aristotele facesse menzione di
          quelle cose che non si possono raccogliere sotto alcuna arte; ma le figure peraventura si
          possono multiplicare in infinito. Laonde Cicerone ne la <title>Topica</title> disse che le
          figure de le parole o de le sentenze, le quali i Greci chiamano <foreign lang="grc">skhemata,</foreign> eran cosa infinita: però può cadere più tosto sotto la
          distribuzione de le parti che sotto la divisione. Son dunque anzi parti de l'orazione che
          forme o spezie; e s'elle fossero forme, come piace a Boezio, e spezie del genere,
          potrebbono ricever l'istesso nome, perciò che a ciascuna di loro conviene il nome del
          genere, là dove a le parti non si conviene quel del tutto; nondimeno ciò nulla rileva,
          perciò ch'essendo in potestà del dicitore multiplicare le figure del parlare, può
          multiplicarle in infinito, perché, insieme co 'l mutar de l'elocuzione, si mutano le
          figure, fra le quali non è alcuna differenza sostanziale, ma solamente accidentale. Laonde
          par che non possano avere genere comune, perché ciascun genere ha le sue differenze
          specifiche. È meglio dunque seguir l'altra opinione di Cicerone, seguita da Boezio
          istesso, che l'elocuzione sia il tutto, e le figure sieno alcune parti in lei tessute in
          molti e diversi modi, quasi tronconi o foglie o animaluzzi o altre si fatte imagini nel
          drappo de la seta e de l'oro. Ma se ciò è vero, non debbiam diffinir la figura <emph>forma
            fatta di nuovo con qualche artificio; ma una parte artificiosamente rinovata e mutata e
            diversa la l'altre</emph>. Ma se le figure son parti, di loro non si può dare arte
          esquisita, perché non si posson raccogliere sotto certo numero. Non errò dunque Aristotele
          in tralasciarle; o più tosto non le tralasciò, perché tutte le raccolse sotto la metafora
          e le distinse da le parole proprie; né si può imaginare altra più perfetta divisione o
          altra più certa partizione di quella ch'egli fece ne la <title>Poetica</title>. Ma non
          deono esser però disprezzate le cose dette da gli altri. Demetrio divise le figure in
          quelle de le sentenze e de le parole; ma ne l'insegnare confuse questo ordine egli
          medesimo. L'istesse divisioni fece da poi Marco Tullio, o l'autore ad Erennio; ma perturbò
          l'ordine similmente, perché le figure de le sentenze son prima che quelle de le parole, si
          come son prima le cose de le parole; ma peraventura ebbe riguardo a qualche comodità de
          l'insegnare o disprezzò l'avvertimento come troppo minuto. Il Trapezunzio confuse ne
          l'istesso modo le figure del parlare con quelle del sentimento. Quintiliano le numera per
          ispezie. Aldo Manuzio, seguendo gli antichi grammatici, subdivide quelle de le parole in
          tre generi: cioè de la voce, de la construzione e de l'elocuzione. Ma Giulio Cesare da la
          Scala promette di darne arte esquisita: e difinisce la figura un disegno de le specie o de
          le forme ch'abbiamo ne la mente, e vuol che tanti sieno i sommi generi de le figure quante
          sono le scienze; e fra le scienze mette la dialettica per principale, le cui figure sono
          la disposizione del mezzo termine, perché in questo modo le chiamò Aristotele. La
          grammatica ha le sue figure, che sono mutazioni fatte nel parlare contra le sue leggi, o
          contra le sue regole che vogliam dirle; e sono sotto una somma scienza, la qual contiene
          la poesia, l'istoria e l'arte oratoria. Ma peraventura quelle de la grammatica sono
          confuse con quelle ch'usano i poeti, gli istorici e gli oratori; anzi i grammatici non ne
          conoscono altre. Oltre a ciò, se molti sono i sommi generi de le figure, non vi è un
          genere universo il quale contenga tutti e sia superiore a gli altri: laonde non so come si
          possa darne una sola definizione. </p>
        <p>Lasciam dunque ora da parte le figure de la logica, perch'in questo nome è qualche
          equivocazione; ma non biasimo già la divisione fatta in quelle ch'appartengono a la
          poesia, ch'alcune figure significano quel ch'è, altre il contrario; e di quelle che
          significano quel ch'è, altre il significano egualmente, altre meno, altre altrimenti:
          tuttavolta questa divisione è sua propria fatta per le specie. Nondimeno non l'ha potute
          raccoglier tutte sotto i suoi generi: né io prenderò questa fatica, o impossibile o
          malagevolissima molto; e voglio più tosto presupporre, come ho detto, ch'elle sian parti
          de l'elocuzione. Ma forme son quell'altre ch'idee son state chiamate: le quali altri
          chiamò caratteri, altri generi, ciascun de' quali ha la sua propria laude e la sua propria
          eccellenza. Ma questa divisione fu fatta dopo Aristotele, il quale non distinse le forme
          del parlare in quel modo che dopo lui furono distinte da Demetrio o da alcuno più antico,
          se non m'inganno, e da poi da Marco Tullio e da Ermogene e da' retori e da' grammatici
          greci e latini. E cominciando da l'opinione di questi che sono più vicini, quattro sono i
          generi del parlare: il breve e 'l lungo, il mezzano e 'l fiorito. Ma il primo vizio in
          questa divisione, come piace a Giulio Cesare da la Scala, è che le parti de la divisione
          sian troppe; l'altro, ch'elle non sian separate per le differenze specifiche; il terzo,
          che così il lungo come il breve può esser fiorito. A le medesime opposizioni mi par quasi
          soggetta la divisione che Ermogene fa de le idee: le quali sono la chiara, la grande, la
          bella, la veloce, l'affettuosa, la grave e la vera, perciò che sono molte e non son divise
          per contrarie differenze; e s'alcuno la volesse chiamar partizione, non divisione, ne
          seguirebbe ch'elle fossero parti, non forme, né idee, come vuole Ermogene; ma noi abbiam
          presupposto che sian forme, a differenza de l'altre che son parti. Oltre a ciò, se pur si
          trova la forma del dire veloce, perché non si trova la tarda ? e se ci è la vera, perché
          non ci è la falsa? benché non si può dubitar ch'ella non vi sia, perché molti
          ammaestramenti si potrebbon dare di questa forma, solamente considerando la narrazione di
          Sinone appresso Virgilio. Più breve e più spedita mi par la divisione di Cicerone nel suo
            <title>Oratore</title>, che tre siano i generi del parlare: l'alto, il mediocre e
          l'umile: perciò che il mediocre si fa o inalzando l'umile o abbassando il sublime. Laonde
          due generi solamente sono i principali: e questi sono gli estremi. Ne l'istesso modo può
          esser difesa la divisione di Demetrio, il qual divide le forme in quattro semplici: ne la
          tenne, o sottile che vogliamo dire, ne la magnifica, ne l'ornata e ne la grave, e ne
          l'altre che di queste son mescolate. Ma tutte non sono miste con tutte; ma l'ornata con la
          sottile, e l'ornata ne l'istesso modo con l'una e con l'altra; sola la magnifica non si
          mescola con la sottile; ma sono quasi forme poste a l'incontra e contrarie. Per la qual
          cagione volsero alcuni che fosser due forme solamente, e l'altre due poste nel mezzo; ma
          l'ornata è attribuita a la tenue, e la magnifica a la grave, come se l'ornata avesse
          qualche sottigliezza, e la grave, mole e grandezza. Ma 'l parer di costoro parve a
          Demetrio degno di riso: perch'egli vide tutte l'altre mescolate insieme, non solo le due
          già dette; e conobbe che ne' versi d'Omero e ne le prose di Platone e di Senofonte e
          d'altri molti è molta magnificenza mescolata con molta gravità e con molta bellezza. Tanta
          differenza è tra la felicità del comporre e la sottigliezza del disputare. Nondimeno ne
          l'assegnare i nomi a' caratteri, egli non fece grande stima de l'autorità d'Aristotele, il
          quale nel terzo de la <title>Retorica</title> riprese coloro che trasportavano questo nome
          di magnificenza da' costumi a l'elocuzione, e peraventura non si ricordò d'aver ciò letto;
          ma più sicuramente si chiamerebbono le forme semplici co' nomi opposti, cioè alto e basso,
          se la bassezza non fosse vizio. Ma questa è lite de' nomi; e pur ch'intendiamo e siamo
          intesi, poco importa comunque sian detti. Dicansi dunque o caratteri, come li nomina
          Demetrio; o generi, come Marco Tullio; o specie o forme, come son dette da l'uno e da
          l'altro; o idee, come le disse Ermogene e prima di lui Plutarco. Ma la forma si può
          difinire l'effigie del parlare, e 'l carattere, il segno. Chiamandosi generi, pare che le
          spezie quasi più minute sotto a lui sian contenute. Laonde se le forme sono spezie,
          conviene che sian soggette al genere. E se ciò è vero, il sublime e l'alto genere avrà,
          come sue spezie, la grande, la bella, la splendida, la grave forma, che è quella ch'è
          piena di dignità, e l'aspra, l'affettuosa e la veemente; il mediocre: la graziosa, la
          soave, la dolce, la piacevole, l'ornata e la fiorita; l'umile: la chiara o ver la facile,
          la semplice, l'acuta, la sottile, la motteggevole o ver quella che muove a riso, ed altre
          simiglianti: benché Giulio Cesare da la Scala abbia voluto che alcune di queste siano più
          tosto affetti che spezie: perché, se fossero spezie, sarebbon separate per differenze
          contrarie; ma aviene altrimenti, come egli estima, perché la chiarezza e la bellezza sono
          necessarie ad ogni sorte d'orazione, ma la grandezza non a tutte. Nondimeno per l'opinione
          de gli antichi si potrebbe replicare chtal parlar de gli oracoli ed a quel che s'usa ne'
          misteri non è necessaria la chiarezza; né la bellezza nel parlar di colui che vitupera e
          che rimprovera altrui le sue colpe. Laonde Beatrice, nel riprender Dante, non usò questa
          forma quando ella disse: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>O tu che ancor di là dal fiume sacro</l>
              <l>per udir se' dolente, alza la barba;</l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">del che egli s'avvide; però soggiunse: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>e quando per la barba il volto prese,</l>
              <l>ben conobbi il velen de l'argomento.</l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">Ma molto meno usò questa forma il Boccaccio nel riprender la vedova che
          l'aveva schernito: anzi raccolse i più sozzi vocaboli e i più vili ch'usasse il popolo
          fiorentino, come fece Dante ancora spesse fiate ne l'<title>Inferno</title>, cioè nel
          primo canto del suo poema: perché si fece lecito di riprendere e di morder le persone co
          'l proprio nome, si come s'usava ne la comedia vecchia: benché per altra cagione ancora
          gli poté dare questo nome, come altrove ho detto. Ma lasciando questa questione da parte,
          io dico che le forme si mescolano insieme in guisa ch'è difficil cosa trovarle mai
          separate, eccettuatene quelle che sono contrarie. Talché possiamo assomigliare il parlare
          ad una cera, la qual prende diversi segni e diverse figure. Ma le parole sono imagini de'
          concetti, i quali sono ne l'animo nostro, come dice Aristotele; e i concetti de le cose
          che son fuori de l'intelletto. Le parole adunque sono imagini de l'imagini: però deono
          assomigliarle; e benché il concetto, il quale è quasi un parlare interno, sia fatto in uno
          instante, le parole nondimeno sono pronunziate in qualche tempo; e il tempo è numero:
          laonde il numero ancora si dee considerare ne le parole. Tre condizioni dunque concorrono
          in queste che noi dimandiamo forme del parlare: le parole, quasi materia che dee ricever
          la forma; il numero; e 'l concetto, o sentenza che vogliam dirla. Consideriam dunque quali
          parole, quai numeri e quai concetti a le forme sian più convenienti; e poi andremo
          ricercando quai figure sian proprie di ciascuna. Io non ho fatta menzione de le cose,
          perché Demetrio ancora disse che la magnificenza consisteva in queste tre: cioè ne la
          sentenza, ne la elocuzione e ne la composizione de le parole convenienti, da la quale
          nasce il numero; ma da poi considerò la quarta condizione, dicendo che la magnificenza era
          ne le cose, ove si tratti e descriva alcuna grande ed illustre battaglia terrestre o
          navale, e dove si ragioni del cielo e de la terra. De la qual opinione fu ancora Nicia
          pittore, il qual volle che l'argomento non fosse picciola parte de l'arte del dipingere,
          perché alcuno, dipingendo cosa somigliante, dee mostrar molte figure di cavalli, de' quali
          alcuni corrano, altri caggiano, altri stiano dritti, e molte ancora di cavalieri, i quali
          saettino o caggiano dal cavallo saettando; ma gran fallo commetterebbe se quasi spezzasse
          l'arte in molte minutissime parti, dipingendo fiori ed uccelletti. Ma gli esempi non si
          ritrovan più belli o maggiori che ne' versi di Virgilio; de la battaglia terrestre in
          quelli: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . </l>
              <l>Anceps pugna diu, stant obnixa omnia contra. </l>
              <l>Haud aliter Troianae acies, aciesque Latinae </l>
              <l>concurrunt: haeret pede pes densusque viro vir. </l>
              <l>At parte ex alia, qua saxa rotantia late </l>
              <l>intulerat torrens arbustaque diruta ripis, </l>
              <l>arcadas, insuetos acies inferre pedestres, </l>
              <l>ut vidit Pallas Latio dare terga sequaci etc.; </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">e in quelli altri del medesimo poeta: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>Caedicus Alcathoum obtruncat, Sacrator Hydaspem, </l>
              <l>Partheniumque Rapo et praedurum viribus Orsen, </l>
              <l>Messapus Cloniumque Lycaoniumque Ericeten: </l>
              <l>illum infraenis equi lapsu tellure iacentem, </l>
              <l>hunc peditem. Pedes et Lycius processerat Agis, </l>
              <l>quem tamen haud expers Valerus virtutis a<title>Vita</title>e </l>
              <l>deiicit: Thronium Salius Saliumque Nealces, </l>
              <l>insignis iaculo et longe fallente sagitta. </l>
              <l>Iam gravis aequabat luctus et mutua Mavors </l>
              <l>funera: caedebant pariter pariterque ruebant </l>
              <l>victores victique; neque his fuga nota neque illis; </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">e quel che segue. Molti altri esempi e quasi vive imagini de la battaglia
          terrestre sono nel divin poeta; ma la navale è figurata ne lo scudo, come si legge: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>Haec inter tumidi late maris ibat imago </l>
              <l>aurea, sed fluctu spumabant caerula cano; </l>
              <l>et circum argento clari delphines in orbem </l>
              <l>aequora verrebant caudis aestumque secabant. </l>
              <l>In medio classes aeratas, Actia bella </l>
              <l>cernere erat; totumque instructo Marte videres </l>
              <l>fervere Leucaten, auroque effulgere fluctus. </l>
              <l>Hinc Augustus agens Italos in praelia Caesar, </l>
              <l>cum patribus, populoque, Penatibus et magnis Dis, </l>
              <l>stans celsa in puppi; geminas cui tempora flammas </l>
              <l>laeta vomunt patriumque aperitur vertice sidus. </l>
              <l>Parte alia ventis et Dis Agrippa secundis, </l>
              <l>arduus agmen agens, cui, belli insigne superbum, </l>
              <l>tempora navali fulgent rostrata corona. </l>
              <l>Hinc ope barbarica variisque Antonius armis </l>
              <l>victor ab Aurorae populis et littore rubro </l>
              <l>Aegyptum, viresque Orientis, et ultima secum </l>
              <l>bactra vehit sequiturque (nefas!) Aegyptia coniux. </l>
              <l>Una omnes ruere, ac totum spumare reductis </l>
              <l>convulsum remis rostrisque tridentibus aequor. </l>
              <l>Alta petunt; pelago credas innare revulsas </l>
              <l>Cycladas, aut montes concurrere montibus altos: </l>
              <l>tanta mole viri turritis puppibus instant. </l>
              <l>Stuppea flamma manu telisque volatile ferrum </l>
              <l>spargitur. </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">Ma l'esempio de le cose del cielo e de la natura si vede in quelli altri
          del medesimo poeta: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>Principio caelum ac terras camposque liquentes </l>
              <l>lucentemque globam Lunae Titaniaque astra </l>
              <l>spiritus intus alit totamque infusa per artus </l>
              <l>mens agitat molem et magno se corpore miscet.</l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">Ma per la medesima cagione suol esser la magnificenza ne' versi de'
          nostri poeti, come in quelli di Dante: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>La gloria di colui che tutto move, </l>
              <l>per l'universo penetra, e risplende </l>
              <l>in una parte più e meno altrove. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">Le cose adunque possono ancora accrescer la magnificenza, quantunque
          Giulio Cesare Scaligero porti contraria opinione, dicendo che non è necessario che nel
          carattere grande sian grandi le cose, e nel sottile sottili, ma che basta nel poeta l'usar
          parole scelte, sonore, depinte, e la composizione de le cose numerosa. Ma in queste parole
          doppiamente s'inganna: prima perché lascia a dietro i concetti e le sentenze, il qual
          errore è insopportabile; da poi, perché esclude le cose. Ma questo errore più facilmente
          può esser perdonato, perciò che le cose picciole possono esser trattate con
          grand'ornamento, come trattò Virgilio quelle de l'api, dicendo: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>Protinus arii mellis caelestia dona </l>
              <l>exsequar. Hanc etiam, Maecenas, aspice partem. </l>
              <l>Admiranda tibi levium spectacula rerum </l>
              <l>magnanimosque duces totiusque ordine gentis </l>
              <l>mores et studia et populos et praelia dicam. </l>
              <l>In tenui labor, at tenuis non gloria: si quem </l>
              <l>numina laeva sinunt auditque vocatus Apollo: </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">ne' quai versi il poeta formandosi ne l'animo il concetto o d'una città o
          d'un esercito ch'abbia legge, costumi e studi, e popoli e duci magnanimi, agevolmente usò
          parole gravi ed ornate. Né basta che 'l numero e le parole siano sonore e depinte, se non
          corrispondono i concetti e le sentenze, perché già abbiam detto che le parole sono imagini
          de le passioni de l'animo; ma le imagini deono esser simili a l'imaginato. Tutta volta i
          concetti ancora sono imagini de le cose; e quantunque le cose concorrano egualmente a la
          grandezza de la forma, nondimeno Demetrio Falereo dice che le cose ampie si deono dire
          ampiamente, e tutte l'altre deono esporsi con parole acconce e proprie del concetto; e
          facendosi altrimenti par che si scherzi. Laonde ne le materie gravi non è lecito che le
          parole discordino da le cose, benché alcuni stimassero che sia gran segno d'eloquenza il
          dir le cose picciole altamente. Ma ciò si concede per gioco o per altra cagione; e perché
          scherzava, fu lodato il Berno quando egli disse: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Dal più profondo e tenebroso centro </l>
              <l>ove ha Dante alloggiato i Bruti e i Cassi, </l>
              <l>fa, Florimonte mio, nascere i sassi </l>
              <l>la vostra mula per urtarvi dentro. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">Di quella opinione fu Giulio Camillo, il quale scrisse ne la sua orazione
            <title>De l'eloquenza</title> queste parole: «<foreign lang="lat">At in iisdem libris,
            ut summissa mirabiliter dicantur, his verbis praecepit: “In eloquentia autem multa sunt
            quae teneant; quae si omnia summa non sunt, et pleraque tamen magna sunt, necesse est ea
            ipsa quae sunt, mirabilia videri”».</foreign> Ma da queste parole di Cicerone ne
            l'<title>Oratore</title> io raccoglio più presto che non solamente le cose grandissime,
          ma le grandi ancora, benché non sian le somme, possono ricever meraviglioso ornamento: né
          Marco Tullio portò opinione lontana da questa. Lasciamo dunque co' suoi seguaci Giulio
          Camillo e Giulio Cesare da la Scala, il quale più presto dovrebbe esser seguito in
          un'altra opinione, estimando egli che l'umiltà di Virgilio ne lo stile sublime, cioè ne
            l'<title>Eneide</title>, sia differente da quella de la <title>Buccolica</title> in
          spezie; ma l'altezza da la umiltà de l'<title>Eneide</title> sia diversa non di spezie, ma
          di modo. Più sicuramente nondimeno si può affermare che il temperato e 'l sublime e
          l'umile de l'eroico non sia il medesimo con quelli de gli altri poemi; e se fosse pur
          lecito al poeta usar lo stil dimesso ne l'epopeia, non dee però inchinarsi a quella
          bassezza ch'è propria de' comici, come fece l'Ariosto quando egli disse: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>ch'a dire il vero egli v'avea la gola; </l>
              <l>e riputata avria cortesia sciocca, </l>
              <l>per darla altrui, levarsela di bocca; </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">e in quelli altri: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>E dicea il ver; ch'era viltade espressa </l>
              <l>conveniente a un uom fatto di stucco etc. </l>
              <l>Che tuttavia stesse a parlar con essa, </l>
              <l>tenendo basse l'ale come il cucco. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">Troppo, per dir il vero, sono vili e disonesti questi modi; e per la
          bruttezza de la cosa che ci si mette avanti a gli occhi, o che s'accenna, non convengono
          al poeta eroico. Di questo numero sono ancora quegli altri: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>e fe' raccorre al suo destrier le penne, </l>
              <l>ma non a tal che più l'avea distese. </l>
              <l>Del destrier sceso, a pena si ritenne </l>
              <l>di salir altri. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">E come c'insegna Marco Tullio nel libro <title>Del perfetto genere de
            l'oratore</title>: «<foreign lang="lat">In tragaedia comicum vitiosum est; et in
            comaedia turpe tragicum».</foreign> Laonde, essendo questi modi convenienti a la
          comedia, son disconvenevolissimi a la tragedia, e ne l'epopeia o nel poema eroico
          parimente. E perch'è maggior conformità tra il lirico e l'epico, non s'abbassò a la
          mediocrità lirica senza decoro, ma seguì l'esempio di Catullo in quelli altri: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>La verginella è simile a la rosa </l>
              <l>ch'in bel giardin su la nativa spina, </l>
              <l>mentre sola e sicura si riposa, </l>
              <l>né gregge, né pastor se le avvicina; </l>
              <l>l'aura soave e l'alba rugiadosa, </l>
              <l>l'acqua, la terra al suo favor s'inchina: </l>
              <l>gioveni vaghi e donne innamorate </l>
              <l>bramano averne e seni e tempie ornate. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">Il qual fu poi imitato nel suo <title>Canzoniere</title> con molta
          convenevolezza da monsignor de la Casa: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Qual chiuso in orto suol purpureo fiore, </l>
              <l>cui l'aura dolce 'l sol tepido e 'l rio </l>
              <l>corrente nutre, aprir tra l'erba fresca etc. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p>Lo stile eroico adunque non e lontano da la gravità del tragico, né da la vaghezza del
          lirico; ma avanza l'uno e l'altro ne lo splendore d'una meravigliosa maestà. Non è
          disconvenevole nondimeno al poeta epico ch'uscendo alquanto da' termini di quella sua
          illustre magnificenza, alcuna volta pieghi lo stile a la gravità del tragico, il che fa
          più spesso; alcun'altra al fiorito ornamento del lirico, il che fa più di rado. Ma lo
          stile de la tragedia, quantunque descriva avvenimenti illustri e persone reali,l per due
          cagioni dee esser meno sublime e più semplice de l'eroico: l'una, perché suol trattar
          materie più affettuose; e l'affetto richiede purità e semplicità, perch'in tal guisa è
          verisimile che ragioni uno che sia pieno d'affanno o di timore o di misericordia o d'altra
          simile perturbazione; l'altra cagione è che ne la tragedia non parla mai il poeta, ma
          sempre coloro che sono introdotti agenti ed operanti, a' quali si dee attribuire una
          maniera di parlare men disusata e men dissimile da l'ordinaria. Ma 'l coro peraventura dee
          parlar più altamente, perch'egli, come dice Aristotele ne' <title>Problemi</title>, è
          quasi un curatore ozioso e separato; e per l'istessa ragione parla più altamente il poeta
          in sua persona, e quasi ragiona con un'altra lingua, sì come colui che finge d'esser
          rapito da furor divino sovra se medesimo. Ma lo stile del lirico non è pieno di tanta
          grandezza quanta si vede ne l'eroico; ma abonda di vaghezze e di leggiadria, ed è molto
          più fiorito: perché i fiori e gli ornamenti esquisiti sono propri de la mediocrità, come
          c'insegna Marco Tullio ne l'<title>Oratore</title>; e Pindaro prima di lui nominò gli
          ornamenti de la sua poesia <foreign lang="lat">hymnorum flores.</foreign> Le materie
          ancora il ricercano, e la persona del poeta che quasi mai non si nasconde; ma se lc cose
          fossero piene d'affetti e di costumi, sarebbono peraventura contente di minor ornamento, o
          non vorrebbono i medesimi, perciò che non tutte le figure convengono a tutte le forme ne
          la medesima composizione di parole, ma alcune sono più convenevoli a l'una ch'a l'altra,
          com'estima Demetrio. Ora seguirò questa opinione, lasciando quella del Trapezunzio, che
          tutte le figure siano usate in tutte le forme: non perch'io voglia imporre alcuna
          necessità a gli altri o a me stesso, ma perché l'ammaestramento non mi par soverchio, né
          degno d'essere disprezzato. </p>
      </div1>

      <div1 type="parte">
        <head>LIBRO QUINTO</head>

        <p>Fra i più cari e preziosi doni fatti da Iddio a la natura umana è stato quello del
          parlare, il quale ne la dignità e ne l'eccelenza si pareggia quasi a la ragione. Però tra'
          Greci ebbero l'istesso nome di <foreign lang="grc">logos,</foreign> nome che significa
          l'uno e l'altra parimente; e quantunque la ragione sia quella che ci distingua da gli
          animali bruti e ci faccia simili a l'intelligenze ed a le nature divine, nondimeno, per
          opinione di molti filosofi, fu creduto che gli animali participassero di ragione; ed
          Aristotele medesimo, ne l'<title>Istoria</title> loro e ne'libri <title>De la generazione
            e de le parti</title>, attribuisce a le fere l'ingegno e l'avvedimento e la prudenzia;
          ma nel parlare elle non hanno con gli uomini alcuna convenienza, se già non vogliam
          credere a le favole d'Apollonio Tianeo ed a la meravigliosa filosofia di Porfirio. Però
          par che la favella separi l'uomo principalmente da le bestie, e il faccia lor superiore e
          quasi re e principe de gli animali. Anzi se fu mai alcun tempo nel quale egli
          pacificamente a le bestie signoreggiasse, ciò solamente avvenne per virtù del parlare.
          Taccio quel che si favoleggia d'Orfeo e d'Anfione, i quali, se crediamo a Marco Tullio, in
          quegli antichissimi secoli con la virtù de l'eloquenza raccolsero insieme gli uomini che
          prima viveano vita salvatica e bestiale; ma non debbiam dubbitare che l'uomo non fosse
          colui che prima imponesse i nomi a' bruti e, chiamandoli imperiosamente in virtù de' nomi,
          li facesse obedienti al suo imperio, come si legge in Filone ebreo e ne gli scrittori de
          le sacre lettere. È dunque nobilissimo dono del primo donatore il parlare, ch'altramente
          si dice elocuzione, e potentissimo ministro de l'intelletto e vero interprete de l'animo
          nostro. Però l'eloquenza, che prende il nome da l'elocuzione, non cede a la prudenza, se
          fosse possibile che l'una da l'altra si separasse, avvenga che molti uomini prudenti,
          privi di questo dono, furono esclusi dal governo de' regni e de le republiche e riputati
          quasi infanti. Grande è stato adunque l'errore di coloro ch'estimarono che l'elocuzione
          non fosse propria de l'oratore e de l'eloquente, ma parte che si concede a l'istrione:
          fra' quali fu monsignor Antonio Bernardi cognominato il Mirandulano. Si fondava questo
          filosofo sovra l'autorità d'Aristotele, o che gli pareva, raccogliendo da le sue parole ne
          la sua <title>Retorica</title> a Teodette ch'oltre l'entimema e l'esempio, co' quali
          persuade l'oratore, l'altre cose siano accessorie e quasi estrinseche da l'arte sua, come
          quelle che per se stesse non persuadono né fanno alcuna prova, ma servono a commover gli
          animi de gli uditori. Aristotele nondimeno ne la <title>Poetica</title> assegna quattro
          parti di qualità a la tragedia, che sono proprie di quell'arte: fra le quali numera
          l'elocuzione; ed a queste aggiunge le due estrinseche, che sono la musica e l'apparato. Ma
          se l'elocuzione è parte del poeta e non de l'istrione, tutto che l'istrione sia ordinato
          a'servigi de la poesia, è ragionevole e quasi necessario che sia parte ancora de
          l'oratore, il quale non ha alcun commercio con l'istrione. Aristotele medesimo conobbe
          quanta virtù di persuadere consista ne le parole: laonde se la retorica è un'arte la qual
          considera e ritrova tutto quello ch'è atto al persuadere, dee principalmente essere
          investigatrice e quasi giudice de l'elocuzione e di quelle forme del dire che sono più
          acconce a la persuasione, com'io mi sforzerò di provare quando tratterò di tutta
          l'eloquenza, in quanto in lei si contengono quasi egualmente gli ammaestramenti de' poeti
          e de gli oratori e de gl'istorici, e de' filosofi ancora che vogliono scrivere e parlare
          con qualche ornamento. Ora mi basta di confermare che la poesia è un'arte subordinata a la
          logica o veramente una sua parte; non solamente perch'ella è arte de l'orazione, la qual
          cerca il diletto, non altrimenti che la grammatica il regolato parlare, e la retorica la
          persuasione; ma perché nel parlar poetico, il quale non è senza imitazione, è una tacita
          prova e molte volte efficacissima: perché non si può imitare senza similitudine e senza
          esempio; ma ne l'esempio ed in ogni cosa che paia verisimile è la prova. </p>
        <p>Seguendo adunque il trattar de l'elocuzione, io dico che la lunghezza de' membri e de'
          periodi, o de le clausole che vogliam dirle, fanno il parlar grande e magnifico non solo
          ne la prosa, ma nel verso ancora, come in quelli: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Tu c'hai, per arricchir d'un bel tesauro, </l>
              <l>volte l'antiche e le moderne carte, </l>
              <l>volando al ciel con la terrena soma, </l>
              <l>sai da l'imperio del figliuol di Marte </l>
              <l>al grande Augusto, che di verde lauro </l>
              <l>tre volte trionfando ornò la chioma, </l>
              <l>ne l'altrui ingiurie del suo sangue Roma </l>
              <l>spesse fate quanto fu cortese etc.; </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">ed in quelli altri: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Quel che d'odore e di color vincea </l>
              <l>l'odorifero e lucido Orrente, </l>
              <l>d'ogni rara eccellenzia il pregio avea, </l>
              <l>dolce mio lauro, ov'abitar solea </l>
              <l>ogni bellezza, ogni virtute ardente, </l>
              <l>vedea a la sua ombra onestamente </l>
              <l>il mio signor sedersi e la mia dea etc.; </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">e in quelli altri: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Quand'io mi volgo indietro a mirar gli anni </l>
              <l>c'hanno, fuggendo, i miei pensieri sparsi, </l>
              <l>e spento 'l foco ov'agghiacciando i' arsi, </l>
              <l>e finito il riposo pien d'affanni, </l>
              <l>rotta la fé de gli amorosi inganni, </l>
              <l>e sol due parti d'ogni mio ben farsi, </l>
              <l>l'una nel cielo, e l'altra in terra starsi, </l>
              <l>e perduto 'l guadagno de' miei danni; </l>
              <l>i' mi riscuoto etc. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">In queste rime e cagione di grandezza ancora il senso che sta largamente
          sospeso: perché avviene al lettore com'a colui il qual camina per le solitudini, al quale
          l'albergo par più lontano quanto vede le strade più deserte e più disabitate; ma i molti
          luoghi da fermarsi e da riposarsi fanno breve il camino ancora più lungo. </p>
        <p>L'asprezza ancora de la composizione suol esser cagione di grandezza e di gravità, come
          in quel verso: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Come a noi il Sol, se sua soror l'adombra; </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">o 'n quelli altri: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>né gran prosperità il mio stato avverso </l>
              <l>può consolar di quel bel spirto sciolto; </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">ed in quelli: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>ch'ogni dur rompe, ed ogni altezza inchina; </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">ed in quelli: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Ella si sta pur come aspr'alpe a l'aura.</l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p>Il concorso de le vocali ancora suol producere asprezza o piacevol suono, come in quel
          verso: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>fu consumato, e 'n fiamma amorosa arse; </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">ed in quelli altri di Dante, ne' quali non s'inghiottono le vocali, ma si
          fa quasi una apertura ed una voragine: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>poi è Cleopatras lussuriosa; </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">ed in quello: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>là onde il carro già era sparito;</l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">ed in quelli altri: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Queste parole di colore oscuro</l>
              <l>vid'io scritte al sommo d'una porta; </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">e quelli: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Nel ciel che più de la sua luce prende</l>
              <l>fu' io etc., </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">quantunque il concorso dell'I non faccia così gran voragine o iato, come
          quello de l'A e de l'O, per cui sogliamo più aprir la bocca. Tutte queste cose sogliono
          senza dubbio esser cagion de' medesimi effetti, perché la composizione molle ed eguale è
          forse più cara e piacevole a gli orecchi, ma non ha loco ne la magnificenza; però fu molto
          schifata da monsignor de la Casa, perché quel di Dante io non mi risolvo a dire se fosse o
          artificio o caso: l'uno e l'altro nondimeno sono somiglianti a colui ch'intoppa e camina
          per vie aspre; ma questa asprezza sente un non so che di magnifico e di grande. </p>
        <p>I versi spezzati, i quali entrano l'uno ne l'altro, per la medesima cagione fanno il
          parlar magnifico e sublime, come quelli: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>I dì miei più leggier che nessun cervo, </l>
              <l>fuggir com'ombra; e non vider più bene </l>
              <l>ch'un batter d'occhio e poch'ore serene, </l>
              <l>ch'amare e dolci ne la mente servo; </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">ed in quelli parimente: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Ora hai fatto l'estremo di tua possa, </l>
              <l>o crudel Morte; or hai 'l regno d'Amore </l>
              <l>impoverito; or di bellezza il fiore </l>
              <l>e 'l lume hai spento, e chiuso in poca fossa. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">In molti altri sonetti ancora del Petrarca, in molti del Bembo, in molti
          di monsignor de la Casa si può osservar il medesimo; ma particolarmente in quello: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>O sonno, o de la queta, umida, ombrosa </l>
              <l>notte placido figlio; o de' mortali </l>
              <l>egri conforto, oblio dolce de' mali </l>
              <l>sì gravi, ond'è la via aspra e noiosa; </l>
              <l>Soccorri al core omai che langue, e posa </l>
              <l>non ave; e queste membra stanche e frali </l>
              <l>solleva; a men ten vola, o Sonno, e l'ali </l>
              <l>tue brune sovra me distendi e posa. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p>Ma oltre tutte le cose che facciano grandezza e magnificenza ne le rime toscane, è il
          suono o lo strepito per così dire de le consonanti doppie, che ne l'ultimo del verso
          percuotono gli orecchi; come in quel sonetto lodatissimo dal Bembo: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Mentre che 'l cor da gli amorosi vermi </l>
              <l>fu consumato e 'n fiamma amorosa arse, </l>
              <l>di vaga fera le vestigia sparse </l>
              <l>cercai per poggi solitari ed ermi; </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">ed in quell'altro: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Al cader d'una pianta che si svelse, </l>
              <l>come quella che ferro o vento sterpe, </l>
              <l>spargendo a terra le sue spoglie eccelse, </l>
              <l>mostrando al sol la sua squallida sterpe; </l>
              <l>vidi un'altra, ch'Amor obietto scelse, </l>
              <l>subietto in me Callope ed Euterpe; </l>
              <l>che 'l cor m'avvinse e proprio albergo felse, </l>
              <l>qual per tronco o per muro edera serpe; </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">ed in quegli altri versi d'una canzone: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>A le pungenti, ardenti e lucid'arme, </l>
              <l>a la vittoreosa insegna verde, </l>
              <l>contra cui 'n campo perde </l>
              <l>Giove, ed Apollo, e Polifemo, e Marte. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">Conviene ancora ordinare i nomi in guisa che gli ultimi vadano sempre
          accrescendo, come si conosce ne l'esempio pur ora addotto: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>A le pungenti, ardenti e lucid'arme; </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">ed in quell'altro: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Il dì s'appressa, e non pote esser lunge, </l>
              <l>sì corre il tempo e vola, </l>
              <l>Vergine unica e sola: </l>
              <l>e 'l cor or conscenzia, or morte punge; </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">ed in quel mio: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>né tanto scoglio in mar, né rupe alpestra, </l>
              <l>né pur l'alpe s'inalza o 'l mauro Atlante.</l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">E ciò conviene particolarmente osservar ne l'iperbole e ne lo
          smoderamento, nel qual le cose dette in ultimo tanto deono esser accresciute, che le prime
          ci paiano picciole, quantunque fossero grandi per se stesse, come ci mostrò Omero prima de
          gli altri in que' versi del Ciclope, ne' quali dice ch'egli non è pare a gli uomini
          c'hanno il nutrimento da la terra, ma ad uno scoglio o ad un colle selvaggio, anzi ad un
          alto monte che superi gli altri monti: <quote rend="block">
            <lg lang="grc">
              <l>. . . . . . . . oude eokei </l>
              <l>Andri ge sitophago alla rhio huleenti etc.</l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">Le congiunzioni ancora, essendo raddoppiate, alcuna volta accrescono
          forza al parlare, come in quel verso di Dante: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>S'io avessi le rime et aspre e chiocce;</l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">ed in quello del Petrarca: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>fe' mia requie a' suoi giorni e breve e rara;</l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">e in quelli altri: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>più leggiera che 'l vento, </l>
              <l>e reggo e volvo quanto al mondo vedi etc. </l>
              <l>al tuo nome e pensieri e 'ngegno e stile. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p>Alcuna volta ancora la dissoluzione, ch'è contraria a la congiunzione, fa il parlar
          grande e più magnifico, come in que' versi: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Cercar m'ha fatto deserti paesi; </l>
              <l>fiere e ladri rapaci: ispidi dumi; </l>
              <l>dure genti e costumi, </l>
              <l>ed ogni error ch'i pellegrini intrica; </l>
              <l>monti, valli, paludi e mari e fiumi; </l>
              <l>mille lacciuoli in ogni parte tesi; </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">ne' quali il parlar non è affatto disciolto, ma pur vi mancano molte
          congiunzioni. Ma con maggiore artificio la dissoluzione accresce grandezza in quelli
          altri: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Fammi sentir di quell'aura gentile </l>
              <l>di fuor, sì come dentro ancor si sente; </l>
              <l>la qual era possente, </l>
              <l>cantando, d'acquetar gli sdegni e l'ire, </l>
              <l>di serenar la tempestosa mente, </l>
              <l>e sgombrar d'ogni nebbia oscura e vile, </l>
              <l>ed alzava il mio stile etc.; </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">e ne la seguente stanza: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Fa' ch'io riveggia il bel guardo, ch'un sole </l>
              <l>fu sopra 'l ghiaccio, ond'io solea gir carco; </l>
              <l>fa' ch'io ti trovi al varco, </l>
              <l>onde senza tornar passò 'l mio core. </l>
              <l>Prendi i dorati strali e prendi l'arco; </l>
              <l>e facciamisi udir, sì come sòle, </l>
              <l>col suon de le parole, </l>
              <l>ne le quali io 'mparai che cosa è amore. </l>
              <l>Movi la lingua, ov'erano a tutt'ore </l>
              <l>disposti gli ami ov'io fui preso, e l'esca </l>
              <l>ch'i' bramo sempre; e i tuoi lacci nascondi </l>
              <l>fra i capri crespi e biondi: </l>
              <l>che 'l mio voler altrove non s'invesca. </l>
              <l>Spargi con le tue man le chiome al vento: </l>
              <l>ivi mi lega; e puomi far contento. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">Ho detto con maggior artificio, perché, numerando molte cose, è meglio
          raddoppiar le congiunzioni, come ci ammonisce Demetrio Falereo, perché l'istessa
          congiunzione replicata dimostra un non so che d'infinito. Ma questa considerazione non
          ebbe peraventura il Petrarca in que' versi: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Non Tesìn, Po, Varo, Arno, Adige e Tebro, </l>
              <l>Eufrate, Tigre, Nilo, ermo, Indo e Gange, </l>
              <l>Tana, Istro, Alfeo, Garonna e 'l mar che frange, </l>
              <l>Rodano, Ibero, Ren, Sena, Albia, Era, Ebro. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">Tutta volta al Petrarca ciò poteva esser lecito per un'altra cagione,
          perché il numerar senza congiunzione par che dimostri la fatica del numerare, rimovendosi
          le parole quasi soverchie. Anzi se la congiunzione fa una cosa di molte, come dice
          Aristotele, rimovendosi quel ch'è uno per sé, parrà uno esser molte cose, e maggiormente
          apparirà la moltitudine; ed oltre a ciò, il parlar usato in questi versi è di maggior
          suono e di maggior pienezza. Laonde, benché si debba considerar la ragion di Demetrio, più
          si dee stimar quella d'Aristotele istesso. </p>
        <p>L'antipallage similmente, che si può dire mutazione de' casi, può accrescer la
          magnificenza del parlare, come in que' versi del Petrarca nel primo <title>Trionfo
          d'Amore</title>: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Que' duo pien di paura e di sospetto,</l>
              <l>l'uno è Dionisio, e l'altro è Alessandro; </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">ed in que' de la mia tragedia: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>De' duo pesci lucenti il petto e 'l tergo,</l>
              <l>l'uno al borea inalzarsi, e l'altro scendere:</l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">perché, secondo la diritta forma del parlar, si dovrebbe dire: <emph>De'
            duo pesci lucenti l'uno al borea inalzarsi</emph>. E questa medesima figura o simile è
          forse in quegli altri del Petrarca: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Due rose fresche e colte in paradiso, </l>
              <l>. . . . . .. . . . </l>
              <l>bel dono, e d'un amante antiquo e saggio, </l>
              <l>tra duo minori egualmente diviso; </l>
              <l>. . . . . . . . . . . . . </l>
              <l>. . . . . . . . . . . . .. </l>
              <l>di sfavillante ed amoroso raggio </l>
              <l>a l'uno e l'altro fe' cangiare il viso: </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">perché il dritto uso del parlare ricercherebbe che si dicesse: <emph>Un
            bel dono di due rose fresche, tra duo minori egualmente diviso, fece cangiare il viso a
            l'uno ed a l'altro</emph>. Ma senza dubbio ne la mutazione de' casi, quanto più ci
          allontaniamo da l'uso comune, tanto lo stile diviene più nobile e più sublime. Porta
          ancora grandezza ne le figure il non fermarsi ne' medesimi casi, come in que' versi del
          Petrarca che si leggono ne' <title>Trionfi</title>: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Con questi duo cercai monti diversi, </l>
              <l>andando tutti e tre sempre ad un giogo: </l>
              <l>a questi le mie piaghe tutte apersi. </l>
              <l>Da costor non mi può tempo, né luogo </l>
              <l>divider mai (sì come spero e bramo) </l>
              <l>in fin al cener del funereo rogo. </l>
              <l>Con costor colsi 'l gloroso ramo,: </l>
              <l>onde forsi anzi tempo ornai le tempie </l>
              <l>in memoria di quella ch'i' tant'amo. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">E 'l cominciar il verso da casi obliqui suole esser cagione del medesimo
          effetto nel parlare, il quale si può chiamar obliquo o distorto, come in que' versi:
            <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Del cibo onde 'l signor mio sempre abbonda, </l>
              <l>lagrime e doglia, il cor lasso nudrisco; </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">ed in quelli altri: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>La sera desear, odiar l'aurora</l>
              <l>soglion questi tranquilli e lieti amanti; </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">ed in quelli altri similmente: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>A qualunque animale alberga in terra </l>
              <l>se non se alquanti c'hanno in odio il sole </l>
              <l>tempo da travagliare è quanto è 'l giorno. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">E 'l duplicare le parole ancora è ornamento ch'arricchisce e fa magnifica
          la poesia; e possono addursi per esempio que' versi: <quote rend="block">
            <lg>

              <l>Veramente siam noi polvere ed ombra; </l>
              <l>veramente la voglia è cieca e 'ngorda; </l>
              <l>veramente fallace è la speranza. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p>Ma in altri modi ancora si posson replicar le parole, cioè non cominciando la replica dal
          principio, ad imitazione del Petrarca, il qual disse: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Nestor, che tanto seppe e tanto visse. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p>E si possono replicare in due versi seguenti, come io replicai in un mio sonetto al
          signor P. Antonio Caracciolo: <quote rend="block">
            <lg>

              <l>Ma che? la mia Fortuna è la mia Parca; </l>
              <l>perché Febo m'è scarso, e secco il fonte </l>
              <l>io ritrovo in Parnaso, e secco il lauro. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p>Ma particolarmente gonfia il parlare la voce raddoppiata, s'ella sarà grande per
          significazione o per suono, come quella: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Di qua da lui chi fece la grand'arca; </l>
              <l>e quel che cominciò poi la gran torre. </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p>Ha del grande ancora l'allegoria: però fra tutte le canzoni del Petrarca si può dare il
          principato a quella: <quote rend="block">
            <lg>

              <l>Nel dolce tempo della prima etade; </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">ma da una stanza sola si posson conoscere l'altre: <quote rend="block">
            <lg>

              <l>Ella parlava sì turbata in vista </l>
              <l>che tremar mi fea dentro quella petra </l>
              <l>udendo: I' non son forse chi tu credi. </l>
              <l>E dicea meco: Se costei mi spetra, </l>
              <l>nulla <title>Vita</title> mi fia noiosa o trista; </l>
              <l>a farmi lagrimar, signor mio, riedi, </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">e quel che segue. E la medesima grandezza si può conoscere ne l'allegoria
          di quell'altra canzone: <quote rend="block">
            <lg>

              <l>D'un bel diamante quadro e mai non scemo </l>
              <l>vi si vedea nel mezzo un seggio altero, </l>
              <l>ove sola sedea la bella donna, </l>
              <l>dinanzi una colonna </l>
              <l>cristallina, ed iv'entro ogni pensero </l>
              <l>scritto; e fuor tralucea sì chiaramente </l>
              <l>che me fea lieto e sospirar sovente. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">Ma altissima, oltre tutte l'altre di questa o d'ogn'altra lingua, è
          quella allegoria de la statua ch'avea la testa d'oro e il petto d'argento e l'altre parti
          di ferro e rame e 'l piè di terra cotta: quantunque Dante la prendesse da la Sacra
          Scrittura. Simile a questa è l'altra nel <title>Purgatorio</title>, dopo l'invocazione :
            <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Or convien che Elicona per me versi, </l>
              <l>et Urania m'aiuti co 'l suo coro </l>
              <l>forti cose a pensar, mettere in versi. </l>
              <l>Poco più oltre sette alberi d'oro ecc., </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">anzi tanto maggiore, quanto la dignità de la Chiesa è maggior di quella
          de l'Imperio. E ragionevolmente fu detto che l'allegoria fosse simile a la notte ed a ale
          tenebre: laonde ella dee esser usata ne' misteri; e per conseguente ne' misteriosi poemi,
          com'è il poema eroico. Però molte cose sono scritte de l'allegoria d'Omero; e
          particolarmente Porfirio compose un picciol libretto de l'<title>Antro d'Omero</title>.
          Aristotele non fa menzione de l'allegoria, non perch'egli non la conoscesse, ma perché
          questo nome allora non era in uso. La conobbe Platone similmente, ma non la chiamò con
          questo nome quando egli scrisse nel <title>Fedro</title>, ragionando in persona di lui e
          di Socrate: <quote rend="block">
            <sp>
              <speaker>Fedro</speaker>
              <p>«O Socrate, pensi che questa favola sia vera? </p>
            </sp>
            <sp>
              <speaker>Socrate</speaker>
              <p/>
            </sp>
          </quote></p>
        <p>Già s'io non pensassi come pensano i savi, non sarebbe però sconvenevole la mia opinione;
          da poi, interpretando le cose, direi che 'l vento di Borea gittò da le vicine pietre
          Oritia mentre scherzava con Farmacia; e però, essendo morta in tal guisa, si finge che da
          Borea fosse rapita. V'è un'altra fama, che non da questo luogo, ma da un altro fosse
          rapita; ma io, o Fedro, stimo queste cose assai piacevoli, ma d'uomo troppo curioso ed
          affannato e non aventuroso; non per altra cagione se non perché gli sarebbe necessario
          interpretar la forma de' Centauri e de le Chimere; vi concorre ancora una moltitudine di
          Gorgoni e di Pegasi e d'altre imagini mostruose: onde stalcuno di queste cose porterà
          altra opinione di quella che si narra, e vorrà ridurre ciascuna d'esse a senso
          conveniente, fidandosi d'una rustica sapienza, averà bisogno d'ozio soverchio». Ma s'egli
          chiama <emph>rustica sapienza</emph> quella di coloro ch'abitano in villa, dove Socrate
          non volle mai abitare, dice, per mio avviso, il vero senza alcun dubbio, perché
          l'investigazione di sì fatte cose conviene ad uomo poco occupato: tutta volta Platone, che
          non volle interpretarle, lasciò a molti altri filosofi la cura, anzi la noia de
          l'interpretazione non solo di quel suo Glauco maritimo, ma del Tartaro e de' fiumi che
          passano sotto terra, de' quali abbiamo la dichiarazione in alcuno de' suoi interpreti e
          nel comento d'Olimpiodoro sovra Aristotele. Da Plotino ancora è dechiarato quel che
          significhino le Parche e 'l fuso fatale e 'l simolacro d'Ercole: anzi non è favola de le
          sue (che sono molte) che da vari filosofi non sia ampiamente illustrata. Possiamo adunque
          affermare ch'egli non biasimasse l'allegoria, ma non la nominasse, né si degnasse d'esser
          l'interprete. Fra i primi che la nominarono fu Demetrio Falereo. Plutarco, dopo lui, nel
          libro <title>De l'udire i poeti</title>, lasciò scritte queste o somiglianti parole:
          «Appresso Omero tacitamente è ascosa una sorte di dottrina di non inutile contemplazione,
          massimamente ne le favole interposte fra le narrazioni, le quali, con l'annotazioni de gli
          antichi, e come ora dicono con l'allegorie, alcuni vanno torcendo e volgendo in altro
          sentimento, e dicono che l'adolterio di Marte e di Venere significa che, nel
          congiungimento del Sole con la stella di Venere, Marte sia causa de l'adultera
          generazione, la qual, per la presenza del Sole e per la vicinanza, non può essere
          occulta». Dichiara appresso la favola del cesto di Venere, ed alcune altre similmente; e
          non è ricusata questa difesa de' poeti che, fra l'altre sue, o fu ricusata da Aristotele
          o, com'io stimo, non considerata; direi non conosciuta, ma dubito alcuna volta che
          l'enigma e l'allegoria non siano cose diverse: laonde s'Aristotele parlò de l'enigma,
          parlò de l'allegoria, ma con altro nome. Nondimeno se l'enigma è una questione da scherzo
          e giocosa, come si legge appresso Ateneo, non pare che sia una cosa medesima. Ma se gli
          enigmi o simboli di Pitagora non sono proposti per giuoco, ma per ammaestramento de la
          vita, potrebbe facilmente l'enigma e l'allegoria essere l'istesso di spezie, o di genere
          almeno. De l'una e de l'altro si vagliono i poeti. Con l'allegoria è difeso, anzi è lodato
          Omero non solamente da' già detti scrittori, ma da molti altri, come si legge in Ateneo
          fra' Greci, e fra' Latini in Macrobio nel <title>Sogno di Scipione</title>, ove dechiara
          che significhi che Giove e gli altri iddii vadano al convito de l'Oceano. Ma infinite sono
          l'interpretazioni date a' sensi misteriosi da gli autori de le due lingue più famose. Ne
          la nostra toscana favella Dante, oltre tutti gli altri, accrebbe riputazione a
          l'allegorie: perché nel suo maggior poema non è parte che non sia allegorica; ma egli non
          dichiara se stesso, benché accenni alcuna volta che 'l velo sia molto sottile. Ne le
          canzoni egli medesimo manifesta la sua intenzione; e nel comento c'insegna che quattro
          sono i sensi: il literale, il morale, l'allegorico e l'anagogico: de' quali il primo è
          assai semplice ed inteso senza difficultà; il secondo è per ammaestramento de' costumi;
          gli altri due servono più a la parte intellettiva: ma 'l terzo conduce a la speculazione
          de le cose inferiori; il quarto a quella de le superiori; e con l'uno e con l'altro si
          possono scusare gli errori che sono fatti dal poeta ne l'imitazione; ma se la difesa è con
          qualche difetto del primo senso, e congiunta con difetto nel decoro, e con qualche
          bruttezza o sconvenevolezza ne le cose imitate, non è buona né lodevole difesa. Però
          Aristotele non la numerò fra l'altre; e se l'allegoria fosse perfezione accidentale nel
          poema, non sarebbe ragionevole che potesse scusare i vizi de l'arte, che sono vizi per sé.
          L'enigma ancora non fu rifiutato da' poeti, come si legge in Sofocle di quello che la
          Sfinge propose ad Edippo; e Teodette ne la medesima tragedia, per relazione d'Ateneo, ci
          descrive la notte e la giornata con questo enigma: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>Germanae geminae, gignit quarum altera semper</l>
              <l>alteram, et inde parens fit filia nata vicissim.</l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">Ma non era questo luogo di trattar de l'enigma o de l'allegoria, se non
          considerandoli come figure di parlare; però soverchiamente e quasi a caso n'ho sì
          lungamente discorso, dovendo ciò fare in altro luogo più opportuno: seguirò dunque il
          primo proponimento. </p>
        <p>Magnifica similmente è quella figura che da' Latini è detta reticenza, perch'ella suol
          lasciar sospizioni di cose maggiori di quelle che son dette, bench'alcuna volta non
          apporti tanta magnificenza, come è quella ne l'<title>Inferno</title> quando scende
          l'Angelo per aprir le porte, e Virgilio aspetta il suo venire: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Attento si fermò com'uom ch'ascolta, </l>
              <l>ché l'occhio no 'l potea menare a lunga </l>
              <l>per l'aer nero e per la nebbia folta. </l>
              <l>Pure a noi converrà vincer la punga, </l>
              <l>cominciò ei; se non . . . tal ne s'offerse. </l>
              <l>Oh quanto tarda a me ch'altri qui giunga! </l>
              <l>I' vidi ben sì com'ei ricoperse </l>
              <l>lo cominciar con l'altro che poi venne, </l>
              <l>ché fur parole a le prime diverse. </l>
              <l>Ma nondimen paura il suo dir dienne; </l>
              <l>perch'io traeva la parola tronca </l>
              <l>forse a peggior sentenzia ch'e' non tenne. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">L'esempio ancora di questa figura è ne' <title>Trionfi</title> del
          Petrarca in quel luogo: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Ma non si ruppe almeno ogni vel, quando </l>
              <l>sola i tuoi detti, te presente, accolsi </l>
              <l>«Dir più non osa il nostro amor» cantando? </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">Ma gravissima oltre tutte l'altre è quella di Virgilio ne
          l'<title>Eneide</title>, ne la quale Nettuno irato ritiene la collera e le parole insieme:
            <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>Quos ego . . . Sed motos praestat componere fluctus. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p>Ma in somma l'epifonema (così la chiamano i Greci) par che avanzi tutte l'altre, e
          somiglia le pompe de' ricchi, ne le quali è sempre qualche cosa la quale è soverchia.
          Laonde questa figura si può divider in due parti: L'una de le quali serva a
          l'intelligenza, l'altra a l'ornamento. Serve a l'intelligenza quel verso e 'l mezzo che
          segue: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>di sé, nascendo, a Roma non fe' grazia,</l>
              <l>a Giudea sì;</l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">e sono gli altri per ornamento: <quote rend="block">
            <lg>

              <l>. . . . . . . tanto sovra ogni stato</l>
              <l>umiltate esaltar sempre gli piacque.</l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">De la medesima figura la prima parte è in que' versi: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Le stelle e 'l cielo e gli elementi a prova </l>
              <l>tutte lor arti ed ogni estrema cura </l>
              <l>poser nel vivo lume, in cui natura </l>
              <l>si specchia, e 'l sol, ch'altrove par non trova.</l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">Ma con grandissimo ornamento seguita poi l'altra: <quote rend="block">
            <lg>

              <l>L'opra è sì altera, sì leggiadra e nova, </l>
              <l>che mortal guardo in lei non s'assecura; </l>
              <l>tanta ne gli occhi bei for di misura </l>
              <l>par ch'amore e dolcezza e grazia piova. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">Ed in quegli altri, se non bastano a la dichiarazione i primi: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>poco vedete e parvi veder molto; </l>
              <l>che 'n cor venale amor cercate o fede. </l>
              <l>Qual più gente possede, </l>
              <l>colui è più da' suoi nemici avvolto. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">Gli altri abbondano ne la ricchezza de lo stile: <quote rend="block">
            <lg>

              <l>O diluvio raccolto </l>
              <l>di che deserti strani </l>
              <l>per inondar i nostri dolci campi! </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p>Può parer questa figura simile a l'entimema, cioè a lo sillogismo imperfetto; ma sono
          differenti: perché l'entimema s'usa per provare; e questo per adornare. Laonde più tosto
          si pone in suo luogo la sentenza, la qual sia con l'esclamazione; e benché non sia questa
          figura, nondimeno occupa la sua sede, come quella: <quote rend="block">
            <lg>

              <l>O nostra <title>Vita</title>, ch'è sì bella in vista, </l>
              <l>com' perde agevolmente in un mattino </l>
              <l>quel che 'n molt'anni a gran pena s'acquista!</l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">Anzi, se crediamo a Teone sofista, la sentenza che dopo la narrazione
          d'alcuna cosa insegni ed adorni, parimente e sentenza ed insieme epifonema. </p>
        <p>Ma non è minor cagione di grandezza e di ornamento, a mio giudizio, la prosopopea, ne la
          quale si danno persona e voce e parole a le cose inanimate, come il Petrarca in que' versi
          a Fiorenza: <quote rend="block">
            <lg>

              <l>L'aspetto sacro de la terra vostra </l>
              <l>mi fa del mal passato tragger guai, </l>
              <l>gridando: Sta su, misero; che fai? </l>
              <l>E la via di salir al ciel mi mostra. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">E l'usar la definizione in vece del nome, come fece il Petrarca che,
          parlando del lauro, disse: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>de l'arbor, che né sol cura, né gielo.</l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">E 'l salir quasi per gradi, figura che da' Latini e detta <foreign lang="lat">gradatio</foreign>, e da' Greci <foreign lang="grc">klimax,</foreign> non si
          convien meno al magnifico ch'al grave dicitore. L'esempio l'abbiamo in Dante: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>onde la vison crescer conviene, </l>
              <l>crescer l'ardor che di quella s'accende, </l>
              <l>crescer lo raggio che da esso viene.</l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">Ma questa è peraventura mescolata con la repetizione, o con la replica
          che vogliamo dirla. Semplice e quell'altra: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>. . . . . Noi semo usciti fuore </l>
              <l>del maggior corpo al ciel ch'è pura luce; </l>
              <l>luce intellettpal piena d'amore; </l>
              <l>amor di vero ben pien di letizia; </l>
              <l>letizia; che trascende ogni dolzore. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p>Dice de la metafora similmente molte cose Demetrio Falereo; e, seguendo il giudizio
          d'Aristotele, loda più quella che pone le cose in atto, com'abbiamo già conchiuso; e
          questa, al mio giudizio, particolarmente conviene al poeta, perciò ch'egli e imitatore; e
          gli convengono ancora le similitudini e le comparazioni assai più ch'a l'oratore, il quale
          schiva le troppo lunghe, come son quelle di Dante: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>un fracasso d'un suon pien di spavento </l>
              <l>. . . . . . . . . . . . </l>
              <l>non altrimenti fatto che d'un vento </l>
              <l>impetoso per gli avversi ardori, </l>
              <l>che feer' la selva, e senza alcun rattento </l>
              <l>li rami schianta, abbatte e porta fuori: </l>
              <l>dinanzi polveroso va superbo, </l>
              <l>e fa fuggir le fere e li pastori.</l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">E quelle del Petrarca ne la battaglia tra madonna Laura e Amore: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Non fan sì grande e sì terribil suono </l>
              <l>Etna, qualor da Encelado è più scossa, </l>
              <l>Scilla e Cariddi quand'irate sono.</l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">Il Boccaccio vide quel ch'era conveniente, come in quella de la Teseide:
            <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Né saria stato, se giunto vi fosse </l>
              <l>quel che Lipari fece, o Mongibello, </l>
              <l>o Strongile, o Vulcan, quand'e' più scosse; </l>
              <l>né quando Giove più crucciato e fello </l>
              <l>Tifo di spavento più percosse, </l>
              <l>tonando forte: omai chente fu quello, </l>
              <l>pensil ciascun di voi etc. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">E molte altre somiglianti se ne leggono in questi tre poeti toscani. Ma
          quelle più de l'altre si convengono al magnifico dicitore, ne le quali non si ritrova
          solamente similitudine, ma l'ornamento e l'accrescimento. Oltre le forme assegnate dal
          Falereo a questa forma magnifica del dire, ve ne sono peraventura alcune altre egualmente
          da lei ricercate, fra le quali e la prima la conversione, come quella: <quote rend="block">
            <lg>

              <l>Rettor del ciel, io chieggio </l>
              <l>che la pietà che ti condusse in terra, </l>
              <l>ti volga al tuo diletto almo paese. </l>
              <l>Vedi, Signor cortese, </l>
              <l>di che lievi cagion che crudel guerra.</l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">poi l'esclamazione: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>O mondo, o pensier vani, </l>
              <l>o mia forte ventura, a che m'adduci! </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">massimamente stella è fatta con qualche sdegno, come in que' versi:
            <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Ahi nova gente, oltra misura altera,</l>
              <l>irreverente a tanta ed a tal madre! </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p>Si può annoverar con queste il pervertimento de l'ordine, quando si dice innanzi quel che
          devrebbe esser detto dopo, perché al magnifico dicitore non si conviene una esquisita
          diligenza. Questa usò il Petrarca in que' versi: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>talor, ov'Amor l'arco tira ed empie; </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">ed in quell'altro: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Amor con tal dolcezza m'unge e punge. </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p>E quando si pone per lo tutto la parte, figura che da' Greci e da' Latini fu detta
          sinedoche, come quella: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>umida gli occhi e l'una e l'altra gota, </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">benché alcuni vogliano che sia più tosto greca costruzione. </p>
        <p>E la parentesi, o interposizione che vogliamo chiamarla, come quella: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>A qualunque animale alberga in terra, </l>
              <l>se non se alquanti c'hanno in odio il sole, </l>
              <l>tempo da travagliare è quanto è 'l giorno. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p>E quella ch'è da' grammatici detta endiadys in que' versi: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>onde vanno a gran rischio uomini ed arme. </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p>E la figura detta zeugma, la qual si fa quando il verbo o 'l nome discorda ne la voce da
          quello a cui si rende, ma concorda nel significato: di cui si ritrovano alcuni esempi in
          Virgilio: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>
                <foreign lang="lat">pars in frusta secant; </foreign>
              </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">e l'altro: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>
                <foreign lang="lat">Hic manus ob patriam pugnando vulnera passi.</foreign>
              </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">E 'l Boccaccio ne la <title>Teseide</title> fece questa figura nel
          numero, ad imitazione del primo luogo: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>E 'n guisa tal la turba sì piangente </l>
              <l>co' fuochi i corti morti consumaro. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">E Dante ne l'<title>Inferno</title> fece l'altra nel genere solo: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Supin giaceva in terra alcuna gente.</l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p>E la trasportazione de le parole, perch'ella s'allontana da l'uso commune, come quella:
            <quote rend="block">
            <lg>
              <l>ch'e belli, onde mi strugge, occhi mi cela.</l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p>E 'l perturbar l'ordine naturale, posponendo quelle che doveriano esser anteposte; come:
            <quote rend="block">
            <lg>
              <l>per la nebbia entro de' suoi dolci sdegni.</l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p>E l'<foreign lang="grc">hyperbaton</foreign>, che si può dir distrazione o
          interponimento, di cui si ha l'esempio: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Quel che d'odore e di color vincea </l>
              <l>l'odorifero e lucido orente, </l>
              <l>frutti, fiori, erbe e frondi; onde 'l ponente </l>
              <l>d 'ogni rara eccellenzia il pregio avea, </l>
              <l>dolce mio lauro etc. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p>E l'abbondanza, che pleonasmo fu chiamata ne l'altre lingue, a me par che mostri molta
          magnificenza ne' molti aggiunti, come in quelli: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>santa; saggia, leggiadra, onesta e bella;</l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">e in quelli altri: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>A le pungenti, ardenti e lucid'arme.</l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">Ed alcuna particella soverchia suol far quasi il medesimo effetto; e
          n'abbiamo l'esempio in quel verso: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Orso, e' non furon mai fiumi né stagni;</l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">ed in quello: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>tal che mi fece or quand'egli arde il cielo, </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">benché questa possa parere uso leggiadro più tosto. </p>
        <p>E quella ne la qual il verbo s'accorda co 'l nome più vicino, e ne gli altri bisogna
          supplire, come: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Ivi era il curoso Dicearco,</l>
              <l>ed in suoi magisteri assai dispari</l>
              <l>Quintil ano e Seneca e Plutarco;<note anchored="yes" place="intr">
                  <p> cioè: ivi erano ecc.</p>
                </note></l>
            </lg>
          </quote></p>


        <p>E commune ancora a questa figura, ne la quale il numero singolare concepisce il plurale,
          è quella figura la quale attribuisce a duo quello ch'è proprio d'uno; ed ha similmente del
          magnifico, perciò chc dimostra un certo disprezzo de la soverchia diligenza; e questa fu
          usata da Omero quando egli disse ne l'<title>Iliade</title>: <quote rend="block">
            <lg lang="grc">
              <l>. . . . anemoi duo ponton orineton ikhthuoenta,</l>
              <l>Borees kai Zephuros, to te Threkethen aeton;</l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">cioè: <emph>due venti perturbano il mare piscoso, Zefiro e Borea, i quali
            spirano da Tracia</emph>: essendo proprio di Borea solamente lo spirar da Tracia, perché
          Zefiro soffia da l'occaso, come vogliono i gramatici, quantunque Strabone difenda questo
          luogo altrimenti nel primo de la <title>Geografia</title>, mostrando che Zefiro ancora
          spira da la Tracia a coloro che sono ne l'isola di Lenno e ne la Samotracia. Tuttavolta di
          questa sorte di silepsi abbiamo altri esempi; ed in questa guisa parlò figuratamente il
          Petrarca dicendo: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>. . . . . . . . e 'n quali spine</l>
              <l>colse le rose e 'n qual piaggia le brine etc.: </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">perché l'esser colte si conviene a le rose, ma non a le brine. </p>
        <p>E l'apposizione, ne la quale si congiungono due nomi sostantivi, come quella: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Arbor vittorosa tr'onfale,</l>
              <l>onor d'imperadori e di poeti;</l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">e quell'altra: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>rotte l'arme d'Amor, arco e saette.</l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p>Oltre le quali se ne potrebbono peraventura ritrovar alcune altre conosciute da' retori o
          da' gramatici; ma bastano quelle de le quali sin ora abbiamo ragionato, in questa forma di
          parlare sublime e magnifica, ne la quale non abbiamo stimate le più minute divisioni e
          compartimenti. E perché la forma sublime e magnifica è propria de l'eroico, e quantunque
          possa mescolarsi con l'altre, nondimeno il poeta eroico è detto magnifico e sublime
          dicitore, non sarà necessario trattar de l'altre forme così lungamente; ma non
          tralasceremo in tutto alcune figure che possono essere usate nel poema eroico, ne gli
          altri ammaestramenti i quali deono esser da lui considerati. Nel parlar ornato e grazioso
          (ch'in questo modo voglio chiamar quello che da' Latini è chiamato <emph>venusto</emph>, e
          da' Greci <foreign lang="grc">glaphuros)</foreign> sono alcune piacevolezze ed alcuni
          scherzi e giuochi, per così dire, maggiori e più nobili, che sono propri de' poeti lirici;
          altri più umili, che si convengono a la comedia. Scherzi convenienti a' poeti lirici son
          quelli meravigliosi: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>qual fior cadea sul lembo, </l>
              <l>qual su le trecce bionde, </l>
              <l>ch'oro forbito e perle </l>
              <l>eran quel dì a vederle: </l>
              <l>qual si posava in terra, e qual su l'onde: </l>
              <l>qual con un vago errore </l>
              <l>girando parea dir: Qui regna Amore. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">A' comici sono convenienti quelli che mordono, ed a gli scrittori de la
          satira parimente: e quegli ancora che non son molto lontani de la buffoneria. Ma Omero usò
          gli scherzi per acerbità; e scherzando parve terribile ne' suoi motti, come in quel del
          Ciclope: <foreign lang="grc">Outin ego pumaton edomai.</foreign> E parte di questa
          acerbità ritenne l'Ariosto nel suo poema, come ne la spelunca dove Orlando trova Isabella;
          sopraggiungendo i malandrini, dice un di loro: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>. . . . . . . . Ecco quel nuovo</l>
              <l>a cui non tesi, e ne la rete il trovo.</l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">E la risposta d'Orlando muove riso con sdegno: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Sorrise amaramente in piè salito </l>
              <l>Orlando, e fe' risposta al mascalzone: </l>
              <l>Io ti venderò l'arme ad un partito </l>
              <l>che non ha mercatante in sua ragione. </l>
            </lg>
          </quote></p>


        <p rend="noindent">Ma le grazie particolarmente convengono a la poesia lirica, ed a l'eroica
          quasi prestate da lei: e gl'imenei, e gli amori, e le liete selve, e i giardini, e l'altre
          cose somiglianti, de le quali è piena la poesia del Petrarca, e particolarmente quelle due
          canzoni: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Se 'l pensier che mi strugge etc. </l>
              <l>iare, fresche, e dolci acque etc.</l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">e quella ancora: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>In quella parte dove Amor mi sprona, </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">la quale è piena di vaghissime similitudini; ma quella è meravigliosa
          oltre tutte l'altre: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Non vidi mai dopo notturna pioggia </l>
              <l>gir per l'aere sereno stelle erranti </l>
              <l>e fiammeggiar fra la rugiuda e 'l gielo, </l>
              <l>ch'i' non avesse i begli occhi davanti, </l>
              <l>ove la stanca mia <title>Vita</title> s'appoggia, </l>
              <l>qual io li vidi a l'ombra d'un bel velo; </l>
              <l>e sì come di lor bellezze il cielo </l>
              <l>splendea quel dì, così bagnati ancora </l>
              <l>li veggio sfavillar; ond'io sempre ardo. </l>
              <l>Se 'l sol levarsi sguardo, </l>
              <l>sento 'l lume apparir che m'innamora; </l>
              <l>se tramontarsi al tardo, </l>
              <l>parmel veder, quando si volge altrove, </l>
              <l>lassando tenebroso onde si move. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p>Ne' <title>Trionfi</title> ancora la casa d'Amore è descritta con la medesima vaghezza e
          con la medesima felicità, come si può conoscer in que' versi: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>E rimbombava tutta quella valle </l>
              <l>d'acque e d'augelli, ed eran le sue rive </l>
              <l>bianche, verdi, vermiglie, perse e gialle: </l>
              <l>rivi correnti di fontane vive; </l>
              <l>e 'l caldo tempo su per l'erba fresca; </l>
              <l>e l'ombra folta, e l'aure dolci estive etc.; </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">e in molti altri del medesimo <title>Trionfo</title>. Né si dipartì da
          questa imitazione il Poliziano, il quale ne la descrizione de la casa d'Amore versò quasi
          tutti i fiori e tutte le grazie de la poesia. Grandissima lode ancora meritò in questa
          maniera di poetare il signor Bernardo Tasso mio padre ne le canzoni, ne le sestine, ne le
          ode, ne gli inni, e ne l'epitalamio fatto ne le nozze del duca Federico (il quale fu
          peraventura il primo che si leggesse in questa lingua), e nel suo maggior poema, ed in
          tutte l'altre sue poesie; ma si posson legger con meraviglia la canzone de la Notte, e
          quella ne la quale loda il giorno in cui nacque Antiniana, e l'inno a Pane, ed alcun'altre
          ch'io tralascio per brevità. </p>
        <p>Ma in questa forma di poetare al lirico ed a l'eroico non dee peraventura esser conceduta
          la medesima licenza, perciò che in ciascuna forma, oltre il numero, sono considerate
          l'elocuzioni e i concetti; e non è dubbio che maggior non sia la virtù de' concetti de la
          bellezza de le parole; ma quando uno discordasse da gli altri, si conoscerebbe in loro
          quella disconvenevolezza la qual si vedrebbe in uom di contado vestito di robba. Per
          ischivarla adunque, è convenevole di vestire i concetti grandi con elocuzione magnifica,
          siccome fece il Petrarca; ma Dante ne' sonetti e ne le canzoni non ebbe sempre la medesima
          avvertenza. Ma potrebbe forse alcuno dubitare di quel che s'e detto, perché se ciò fosse
          vero, usando il lirico i medesimi concetti ch'usa l'eroico, lo stile dovrebbe esser
          l'istesso. A questo io rispondo che 'l lirico e l'eroico alcuna volta trattano peraventura
          de le medesime cose, cioè de gli dii e de gli eroi e de le vittorie, ma non usano sempre i
          medesimi concetti. Laonde da la varietà de' concetti nasce in loro la diversità de lo
          stile più che da quella de le cose, quantunque questa ancora non sia picciola cagione di
          tal diversità: perciò che la materia del poeta lirico non è determinata, quantunque Orazio
          ne la <title>Poetica</title> gli assegnasse qualche soggetto; ma si spazia per tutte le
          cose e per tutte le materie proposte, come l'oratore; e benché alcuna volta mostri timore
          di cantar le cose grandi, come dimostrò Orazio, tuttavolta il suo proprio soggetto sono le
          lodi de gl'iddii e de gli eroi, e quelle di Bacco particolarmente: però la poesia
          ditirambica fu nobilissima parte di questa poesia che melica è detta da Marco Tullio;
          comunque sia, usa alcuni concetti suoi propri, che non sono così convenienti al tragico e
          a l'epico. Non direi dunque che la poesia lirica prendesse la forma da la dolcezza, dal
          numero e da la sceltezza de le parole, e da la pittura de' traslati, e da gli altri
          colori, e da gli altri lumi de l'elocuzione, come alcuno ha giudicato; ma più tosto da la
          piacevolezza, da la grazia e da la beltà de' concetti, da' quali trapassa alcuna volta ne
          l'elocuzione un non so che di lascivo e di ridente. </p>
        <p>Ma consideriamo come il lirico e l'eroico poeta ne le medesime cose usino diversi
          concetti. Ci dimostra Virgilio la bellezza d'una donna ne la persona di Didone: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>regina ad templum forma pulcherrima Dido </l>
              <l>incessit, magna iuvenum stipante caterva. </l>
              <l>Qualis in Eurotae ripis aut per iuga Cynthi etc.. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">Semplicissimo concetto è quello: «<foreign lang="lat">forma pulcherrima
            Dido»; </foreign> hanno alquanto di maggior ornamento gli altri, ma non tanto che siano
          soverchi. Ma se questa medesima bellezza dovesse descrivere il Petrarca, non si
          contenterebbe di questa gravità di concetti; ma direbbe che la terra si gloria d'esser
          tocca da' suoi piedi; che l'erbe e i fiori desiderano d'esser calcate da lei e che hanno
          riposti i suoi vestigi; che 'l cielo, percosso da' suoi dolci rai, s'infiamma d'onestà e
          che si rallegra d'esser fatto sereno da sì begli occhi; che 'l sole si specchia nel suo
          volto, non trovando altrove paragone; ed inviterebbe Amore che si fermasse a contemplar la
          sua gloria. Ma paragoniamo altri luoghi de l'uno e de l'altro, acciò che questa verità si
          conosca di leggieri. Descrivendo Virgilio l'abito di Venere cacciatrice, disse: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>. . . dederatque comam diffundere ventis;</l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">ma il Petrarca v'aggiunge: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Erano i capei d'oro a l'aura sparsi</l>
              <l>che 'n mille dolci nodi gli avvolgea;</l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">e l'uno e l'altro conobbe il convenevole ne la sua poesia, perché
          Virgilio superò tutti i poeti eroici di gravità, il Petrarca tutti gli antichi lirici di
          vaghezza; e niuno più se gli avvicinò del Tasso. Si loda ne l'eroico quello: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>
                <foreign lang="lat">ambrosiaeque comae divinum vertice adorem spiravere;</foreign>
              </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">ma forse soverchie sariano state quell'altre vaghezze: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>E tutto il ciel, cantando il suo bel nome,</l>
              <l>sparser di rose i pargoletti Amori. </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p>Descrive Virgilio l'innamorata Didone, che sempre avea fisso il pensiero ne l'imaginato
          Enea, e dice: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>. . . Illum absens absentem auditque videtque.</l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">Intorno a l'istessa materia trova concetti meno acuti e men gravi, ma più
          vaghi, il Petrarca: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>I' l'ho più volte (or chi fia che mel creda?) </l>
              <l>ne l'acqua chiara e sopra l'erba verde </l>
              <l>veduta viva, e nel troncon d'un faggio; </l>
              <l>e 'n bianca nabe sì fatta che Leda </l>
              <l>avrìa ben detto che sua figlia perde; </l>
              <l>come stella che 'l Sol copre col raggio; </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">e di simili concetti ne l'istessa materia è quasi piena tutta quella
          canzone. Or consideriamo come Virgilio descriva il pianto di Didone: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>
                <foreign lang="lat">Sic effata, sinum lacrimis implevit obortis:</foreign>
              </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">bastava tanto per una vedova. Molto maggior ornamento ne' concetti e ne
          le parole cerca nel duodecimo, ponendoci innanzi gli occhi il pianto di Lavinia: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>Accepit vocem lacrimis Lavinia matris, </l>
              <l>flagrantes perfusa genas; cui plurimus ignem </l>
              <l>subiecit rubor, et calefacta per ora cucurrit, </l>
              <l>indum sanguineo veluti violaverit ostro </l>
              <l>si quis ebur, aut mixta rubent ubi lilia multa </l>
              <l>alba rosa; tales virgo dabat ore colores. </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">Fioriti son questi e quasi convenevoli al lirico; ma più meravigliosi
          sono quelli altri, né si converrebbono a poeta che non fosse innamorato: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Amor, senno, valor, pietate e doglia </l>
              <l>facean piangendo un più dolce concento </l>
              <l>d'ogn'altro che nel mondo udir si soglia; </l>
              <l>ed era 'l cielo a l'armonia sì 'ntento </l>
              <l>che non si vedea in ramo mover foglia: </l>
              <l>tanta dolcezza avea pien l'aere e 'l vento. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">Semplicissimi concetti son quelli di Virgilio nel descrivere l'aurora:
            <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>humentemque Aurora polo dimoverat umbram.</l>
              <l>Oceanum interea surgens Aurora reliquit.</l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">Con più ornamento fu descritto il nascer de l'aurora dal Petrarca: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Il cantar novo e 'l pianger de gli augelli </l>
              <l>in su 'l dì fanno risentir le valli, </l>
              <l>e 'l mormorar de' liquidi cristalli </l>
              <l>giù per lucidi freschi rivi e snelli. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p>Nel paragone dunque de l'eccellentissimo epico e de l'eccellentissimo lirico chiaramente
          si manifesta che la diversità de lo stile nasce da la diversità de' concetti. Laonde,
          quando Virgilio vuol descriver le cose con grandissimo ornamento, non è agguagliato da
          lirico alcuno, come appare più manifestamente ne la descrizione de la medesima notte:
            <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>Nox erat, et placidum carpebat fessa soporem </l>
              <l>corpora per terras, silvaeque et saeva quierant </l>
              <l>aequora, quum medio volvuntur sidera lapsu, </l>
              <l>quum tacet omnis ager, pecudes pictaeque volucres, </l>
              <l>quaeque lacus late liquidos, quaeque aspera dumis </l>
              <l>rura tenent, somno positae sub nocte silenti </l>
              <l>lenibant curas, et corda oblita laborum. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">Più brevemente la descrisse il Petrarca; nondimeno usò alcuni de
          gl'istessi concetti in que' versi: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Ora che 'l ciel e la terra e 'l vento tace, </l>
              <l>e le fere e gli augelli il sonno affrena, </l>
              <l>notte 'l carro stellato in giro mena, </l>
              <l>e nel suo letto il mar senz'onda giace. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">E quinci si può raccogliere che se l'epico e 'l lirico trattasse le
          medesime cose co' medesimi concetti, adoprerebbe per poco il medesimo stile. Possiamo
          dunque concludere che le parole seguono i concetti, e 'l verso parimente. Ma di questa
          materia tratteremo nel fine del libro che segue, più lungamente. </p>
      </div1>

      <div1 type="parte">
        <head>LIBRO SESTO </head>

        <p>Il trattar de le forme in tutti modi, illustrissimo signore, apporta seco grande oscurità
          e gran malagevolezza: perciò che s'altri considera le forme separate, ch'idee sono state
          dette da' filosofi, può di leggieri esser persuaso ch'elle o non siano o nulla giovino a'
          nostri umani arteficii ed a l'operazioni de' mortali; e, se non persuaso, almeno da la
          contraria ragione e costretto di lasciar così alta contemplazione; ma, contemplando le
          forme ne la materia, trova ancora grandissima difficultà, perciò che la materia è cagione
          d'incertitudine e d'oscurità: laonde a le tenebre ed a gli abissi da gli antichi filosofi
          fu assomigliata; ma separandole con l'imaginazione, divien quasi bugiardo e, se pur non
          dice menzogna, non contempla a fine d'alcun bene. Ne le parole similmente molti dubbi
          apporta la contemplazione de le forme, e 'l conoscerle e 'l distinguerle è così malagevole
          che niuna più difficile impresa si prepone a l'eloquente. Tutta volta è quasi necessario,
          perché la natura, o l'arte sua imitatrice, ha segnate le cose tutte de' propri caratteri,
          o de le proprie note che vogliam dirle, de le quali altre sono maggiori, altre minori.
          Talché di acutissimo intelletto fa mestiere in discerner le più minute; e noi l'abbiam
          tralasciate, o come fatica poco utile, o come troppo noiosa. Ma de le maggiori abbiamo
          discorso ne' precedenti e ne tratteremo ne' seguenti; e quantunque il contemplar l'idea
          del bene fosse studio più conveniente a questa età ed a questa fortuna, ed io potessi
          farlo con maggior grazia di V. S. illustrissima, nondimeno credo che non le debba esser
          grave di legger quel che ragionevolmente si può conchiudere de l'idea del bello, ne la
          quale la poesia è più intenta che in tutte l'altre. Laonde alcuni hanno creduto che questa
          sola fosse il segno e quasi la meta di tutti i poeti, fra' quali è il Fracastoro; ma,
          considerando le sue proprietà, questo inganno di leggieri ci sarà manifesto. </p>
        <p>Molti hanno creduto che 'l diletto che nasce da le cose piene di grazia e 'l riso sia
          l'istesso; però in tutte hanno cercato di moverlo, e tutte le scritture hanno pieno di
          questo loro artificio: le novelle, le lettere, l'orazioni, le satire e gli altri capitoli
          burleschi, le comedie e 'l poema eroico ancora hanno voluto quasi sparger di questo sale,
          e per poco la tragedia medesima, la qual volentieri riceve le grazie, ma e nemica del
          riso, come dice Demetrio Falereo. E de l'istessa natura è, per mio avviso, il poema
          eroico, il quale mosse peraventura un riso terribile co 'l Ciclope; ma ne l'istesso modo
          poteva moverlo la tragedia d'Euripide chiamata co 'l suo nome, se pur è tragedia, e non
          satira come alcuni hanno creduto; ma essendo poema tragico, è de' meno perfetti, perché
          ne' perfettissimi il riso non avrebbe peraventura alcun luogo, come non l'ha nel poema
          eroico, se non in quel modo che s'è detto, pieno di acerbità e di spavento e lontano da la
          disonestà: anzi questo non è propriamente riso, perché il riso nasce da le cose brutte,
          senza dolore. Le parole dunque che mettono innanzi a gli occhi la bruttezza possono muover
          a riso: le quali, essendo quasi imagini de le cose brutte, sono brutte parole. Ma le belle
          parole sono cagione di quel grazioso diletto ch'al poeta eroico ed al lirico oltre tutti
          gli altri è conveniente; e conviene ancora a la tragedia, ma non tanto. Da cagioni opposte
          dunque nascono il riso e 'l grazioso: cioè l'uno da le belle, e l'altro da le brutte; e
          sono differenti, come Tersite ed Amore. Ma l'uno e l'altro nondimeno nasce con la
          meraviglia, perch'ella suole accompagnare l'une e l'altre. Laonde ci maravigliamo de' nani
          e de le brutte vecchie c'hanno volto di bertuccia, come avea Gabrina; e ci maravigliamo
          ancora de la bellezza giovenile: però Laura ancora fu chiamata mostro dal suo gentil
          poeta: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>o de le donne altero e raro mostro.</l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">Ma benché la meraviglia nasca da l'una e da l'altra poesia, cioè da
          quella ch'imita le cose brutte e da quella che rassomiglia le belle, nondimeno non è così
          propria de l'una come de l'altra: perché tosto suol mancare la meraviglia de le cose
          brutte, le quali con la novità perdono ancora l'estimazione ; ma la meraviglia de le cose
          belle è più durevole e di maggiore estima. E bellissimo oltre tutti gli altri poemi è
          l'eroico: laonde questo diletto è suo proprio. Ed ancora il poema eroico e
          magnificentissimo; e per questa altra ragione ancora gli si conviene. Né per altro, s'io
          dritto estimo, l'opere di altissima e di regale magnificenza furono chiamate miracoli del
          mondo. E quantunque io non biasimi il Pontano, il qual volle che l'officio di ciascuno
          poeta fosse muover meraviglia, nondimeno a tutti gli altri stimo assai meno convenirsi
          ch'al poeta eroico; e se di questo solo avesse inteso il Fracastoro, non avrebbe
          peraventura errato soverchiamente, assignandogli per fine l'idea del bello. Ma se molte
          sono l'idee, e quelle de la magnificenza e de la gravità sono differenti da quella de la
          bellezza, a molte idee rivolge gli occhi il poeta eroico, ed in questa non meno che ne
          l'altre; e già s'è detto che le parole belle e le vaghe e le graziose sono
          appropriatissime a questa forma, de le quali il Petrarca e 'l Tasso e gli altri composero
          le loro composizioni, intessendo gli amori e i lusignuoli e i gigli e i ligustri e le rose
          ne la meravigliosa testura de le rime toscane: perché in niuno altro si leggono questi
          nomi o gli altri sì fatti così spesso. Ma i concetti e le cose ancora deono essere
          convenienti, perché 'l poeta indarno proverebbe con la forza de le parole far ch'una Furia
          infernale rassomigliasse una Venere; ma dee quasi dipingere co 'l suo stile la sua donna
          ora in forma di ninfa, or d'altra diva «che del più chiaro fondo di Sorga esca», o far
          verdeggiare il lauro e 'l ginebro, e descriverci e quasi ponere innanzi gli occhi le
          selve, i colli vestiti d'alberi, e le campagne e i prati ornati di fiori, e i fonti, e i
          fiumi <quote rend="block">
            <lg>
              <l>ch'avean pesci d'argento, arene d'oro;</l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">e le carole de le ninfe, in guisa che noi veggiamo come <quote rend="block">
            <lg>
              <l>su le minute arene e 'n su le sponde </l>
              <l>danzava Dori, ed Aretusa a paro </l>
              <l>sovra i delfini, di vermiglie rose </l>
              <l>coronati; </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">e l'altre cose che seguono o che precedono. In due modi adunque il
          grazioso è differente dal ridicolo: ne la materia e ne l'elocuzione. La materia che muove
          riso è quella ch'abbiamo quasi dimostrata; ed oltre a ciò le favole, come quelle d'Esopo,
          e l'altre note ne le satire, e le imagini, come quella del tedesco dimostrata da Cicerone.
          Ma de le cose che paion graziose, abbiam già detto a bastanza. </p>
        <p>De l'elocuzione possiamo anco ragionare. Il parlare è spesse volte grazioso per la
          brevità; ma dilatandosi perde la grazia: e di ciò abbiamo uno esempio lodatissimo appresso
          Senofonte, oltre molti altri che si potrebbon raccogliere dal medesimo autore e da gli
          altri. L'esempio è quel del fiume Telesboa addotto dal Falereo, ad imitazione del quale io
          dissi parlando del Metauro: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>O del grande Appennino</l>
              <l>figlio picciolo sì, ma gloroso: </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">là dove s'lo avessi spiegato questo concetto con più giro di parole, di
          leggieri avrebbe perduta ogni grazia. Assai graziosi sogliono esser per la medesima
          cagione i piccioli poemi, e ne' piccioli poemi i piccioli versi, come quelli di Guido
          Cavalcanti: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Perch'io no' spero di tornar giamai, </l>
              <l>ballatetta, in Toscana, </l>
              <l>va' tu leggiera e piana </l>
              <l>dritto a la donna mia, </l>
              <l>che per sua cortesia </l>
              <l>ti farà molto onore. </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p>Ma le figure de la forma graziosa possono più agevolmente esser ricevute dal poema eroico
          e mescolate con quelle de la magnificenza e con l'altre. Una fra l'altre è la repetizione,
          o la replica che vogliam dirla, la quale, come che sia attissima ad irritar gli animi, può
          esser nondimeno usata per acquistar grazia, come in quella canzone del Tasso: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>E cantando diceano: Udite, udite </l>
              <l>l'aventuroso fato di costei, </l>
              <l>mortali fortunati, età beata. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p>Nasce ancora da la traslazione o da la metafora, la quale s'accomoda ancora in questa
          forma, come in que' versi del Petrarca: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>tu 'l vedi, Amor, che tal arte m'insegni. </l>
              <l>Non so s'i' me ne sdegni: </l>
              <l>che 'n questa età mi fai divenir ladro </l>
              <l>del bel lume leggiadro etc. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">e in quelli altri: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>una chiusa bellezza è più soave. </l>
              <l>Benedetta la chiave che s'avvolse </l>
              <l>al cor e sciolse l'alma etc. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p>E da le parole basse e volgari suol nascere alcuna volta il grazioso, e da' proverbi più
          che da l'altre, come ne la istessa canzone del Petrarca: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Un'umil donna grama, un dolce amico.</l>
              <l>Mal si conosce il fico. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">E da la comparazione ancora nasce la grazia, come ne la canzone
          ch'abbiamo addotta: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>e come augello in ramo, </l>
              <l>ove men teme, ivi più tosto è colto; </l>
              <l>così dal suo bel volto </l>
              <l>l'involo or uno ed or un altro sguardo; </l>
              <l>e di ciò insieme mi nutrico ed ardo. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">E quella è comparazione graziosissima: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>che 'l poverel digiuno </l>
              <l>vene ad atto talor che 'n miglior stato </l>
              <l>avria in altrui biasmato. </l>
              <l>Se le man di pietà invidia m'ha chiuse, </l>
              <l>fame amorosa, e 'l non poter mi scuse. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p>E 'l dire alcuna cosa soverchia, quasi per abbondanza, suol esser fatto con leggiadro
          artificio, o per usanza più tosto, come quello: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>tal che mi fece or quand'egli arde il cielo; </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">e quell'altro: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Se Virgilio ed Omero avessin visto</l>
              <l>quel sole, il qual vegg'io con gli occhi miei.</l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p>Gli scherzi ancora, che <foreign lang="lat">allusiones</foreign> furono dette da' Latini,
          convengono a questa forma più ch'a tutte l'altre, come è quel del Petrarca: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>L'aura, che 'l verde lauro e l'aureo crine; </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">o quell'altro, nel quale graziosamente par che scherzi de la sua
          vecchiezza: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>o s'infinge, o non cura, o non s'accorge</l>
              <l>del fiorir queste innanzi tempo tempie;</l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">e quel de' <title>Trionfi</title>: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Quest'è colui che 'l mondo chiama Amore;</l>
              <l>amaro, come vedi, e vedrai meglio ecc.</l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p>Ma perché in questa forma bella ed ornata si ricerca principalmente il diletto, e 'l
          diletto nasce da le metafore, da l'efficacia e da l'opposizione, tutte tre son proprie di
          questa figura; e particolarmente mi paion belli i contrapposti, come son quelli del Bembo:
            <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Non son, se ben me stesso e te risguardo, </l>
              <l>più da gir teco; i' grave, e tu leggiero; </l>
              <l>tu fanciullo e veloce, i' vecchio e tardo. </l>
              <l>Arsi al tuo foco, e dissi: Altro non chero, </l>
              <l>mentre fui verde e forte: or non pur ardo </l>
              <l>secco già e fral, ma incenerisco e pero. </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p>E 'l render a ciascuna cosa il suo proprio suol esser cagione di grandissimo ornamento,
          come in quel sonetto: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Amor m'ha posto come segno a strale, </l>
              <l>come al sol neve e come cera al foco </l>
              <l>e come nebbia al vento, e son già roco, </l>
              <l>donna, mercé chiamando, e a voi non cale. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p>Ma questa figura, propria de l'ornato dicitore, e talora sprezzata dal magnifico: però a
          torto fu ripreso il Caro dal Castelvetro, quando egli disse: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>E tu mi desta, e avviva </l>
              <l>lo stil, la lingua e i sensi, </l>
              <l>perch'altamente io ne ragioni e scriva. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p>Bellissimi ancora sono ed ornatissimi gli aggiunti, i quali implicano contrarietà e
          contradizione, come quelli: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>e dannoso guadagno ed util danno; </l>
              <l>e gradi, ove più scende chi più sale; </l>
              <l>stanco riposo e riposato affanno; </l>
              <l>chiaro disnor e gloria oscura e nigra; </l>
              <l>perfida lealtate e fido inganno: </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">ad imitazione de' quali disse monsignore de la Casa: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>. . . avversità seconda </l>
              <l>mi diede Amore, e foco </l>
              <l>m'accese al cor di refrigerio pieno. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">Ed altrove: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Pietosa tigre il Ciel ad amar diemmi, </l>
              <l>donne; e serena e piana </l>
              <l>procella il corso mio dubbioso face. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">Ma questa figura è propria de' Toscani, quantunque da' Greci e da' Latini
          ne siano usate altre assai simili, ed alcuna volta con la negazione espressa, come son
          quelle <foreign lang="grc">adora dora, agamous, gamous, </foreign> ed <foreign lang="lat">insepulta sepultura</foreign> che fu detto da Marco Tullio, e da Catullo <foreign lang="lat">funera nefunera,</foreign> e da Ovidio <foreign lang="lat">iusta iniusta;
          </foreign> ed Ennio molto prima avea detto <foreign lang="lat">artem inertem. </foreign> E
          la distribuzione o 'l componimento stimo ancora proprio di questa forma bella ed ornata,
          come per esempio: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Amor, Fortuna e la mia mente schiva </l>
              <l>di quel che vede, e nel passato vòlta, </l>
              <l>m'affliggon sì ch'io porto alcuna volta </l>
              <l>invidia a quei che son su l'altra riva. </l>
              <l>Amor mi strugge 'l cor; Fortuna il priva </l>
              <l>d'ogni conforto: onde la mente stolta </l>
              <l>s'adira e piange etc. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">Massimamente se vi è alcuna opposizione, come quella: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>I' da man manca, e' tenne il cammin dritto; </l>
              <l>i' tratto a forza, ed ei d'Amore scorto; </l>
              <l>egli in Gerusalem, ed io in Egitto. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">E i membri e le parole c'hanno il medesimo fine sono dolcissime in questa
          forma: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>non è sì duro cor che, lagrimando, </l>
              <l>pregando, amando, talor non si smova; </l>
              <l>né sì freddo voler che non si scalde. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">Anzi la rima stessa ha peraventura avuto origine da quella figura ch'e
          Latini chiamano <foreign lang="lat">similiter desinens</foreign> o <foreign lang="lat">pariter cadens;</foreign> e ne la rima le parole piene di vocali sono più dolci e più
          atte in questa forma vaga e fiorita di poesia, come quelle: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Da' be' rami scendea </l>
              <l>(dolce ne la memoria) </l>
              <l>una pioggia di fior' sovra il suo grembo; </l>
              <l>ed ella si sedea </l>
              <l>umile in tanta gloria, </l>
              <l>coverta già de l'amoroso nembo: </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">perché l'ultima rima, piena di consonanti, vi è giunta per temperamento,
          avenga che la forma bella sia insieme la temperata, la quale schiva i freni de l'orazione,
          che son fatti dal concorso d'asprissime lettere, come è il <emph>polysigma</emph> in cui
          si fanno sentire molte s; e schiva ancora il metacismo e l'altre figure sì fatte, come
          dice Marzian Capella ne le <title>Nozze di Mercurio</title>. Nondimeno, per giudicio del
          Falereo, e amica del <emph>labdacismo</emph>, perché grandissima grazia e bellezza ancora
          suol nascer da quelle lettere che son dette liquide e, più che da l'altre, da la l; anzi
          quando molte parole cominciano da questa lettera, se ne fa un dolcissimo composito che da'
          Greci fu chiamato <emph>melismo</emph>, o una figura che vogliam dirla, come in quelle
          parole di Virgilio: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>
                <foreign lang="lat">quaeque lacus late liquidos; </foreign>
              </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">ed in quelle dolcissime del Petrarca: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>e le frondi e gli augei lagnarsi e l'acque.</l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">Ed in questa forma, più che in tutte l'altre, è convenevole la dolcezza e
          la soavità de le rime, e la composizione de le parole e de' versi tenera, molle e
          delicata. Laonde tanto son più lodati i versi, quanto sono meno interrotti e perturbati ne
          l'ordine de le sentenze e de le parole, sì veramente ch'elle siano scelte e sonore e
          depinte e traslate, e da l'altre figure, quasi gemme intessute in un lavoro d'oro e di
          seta di vari colori: sia per esempio quel sonetto del Petrarca: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Erano i capei d'oro a l'aura sparsi, </l>
              <l>che 'n mille dolci nodi gli avvolgea; </l>
              <l>e 'l vago lume oltra misura ardea </l>
              <l>di que' begli occhi ch'or ne son sì scarsi; </l>
              <l>e 'l viso di pietosi color farsi, </l>
              <l>non so se vero o falso, mi parea: </l>
              <l>i' che l'esca amorosa al petto avea, </l>
              <l>qual meraviglia se di subit'arsi? </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">e quel che segue. E quell'altro di monsignor de la Casa, nel quale una
          volta sola l'un verso entra ne l'altro: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Dolci son le quadrella ond'Amor punge; </l>
              <l>dolce braccio le avventa; e dolce e pieno </l>
              <l>di piacer, di salute è 'l suo veneno, </l>
              <l>e dolce il giogo ond'ei lega e congiunge: </l>
              <l>quant'io, Donna, da lui vissi non lunge, </l>
              <l>quanto portai suo dolce foco in seno, </l>
              <l>tanto fu 'l viver mio lieto e sereno; </l>
              <l>e fia finché la <title>Vita</title> al suo fin giunge. </l>
              <l>Come doglia fin qui fu meco e pianto, </l>
              <l>se non quando diletto Amor mi porse, </l>
              <l>e sol fu dolce, amando, il viver mio; </l>
              <l>così fia sempre; e loda aronne e vanto; </l>
              <l>ché scriverassi al mio sepolcro forse: </l>
              <l>questi servo d'Amor visse e morìo. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">Ma l'usar molte parole, le quali abbiano principio da la m, conviene al
          pianto; e peraventura in questa medesima forma è conveniente, come: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>di me medesmo meco mi vergogno.</l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">Ma s, r sono asprissime oltre l'altre; però ne la magnifica avranno luogo
          più agevolmente, e ne la grave ancora, ne la quale tre cose parimente si considerano: le
          sentenze, le parole e la composizione. Ma alcune cose sono gravi per se stesse, ch'essendo
          narrate, fanno più grave il parlare; ma non basta che le cose sian gravi, s'elle non son
          dette con gravità, come quelle: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Per le camere tue fanciulle e vecchi </l>
              <l>vanno trescando e Belzebù in mezzo </l>
              <l>co' mantici e col foco e con gli specchi. </l>
              <l>Già non fostu nudrita in piume al rezzo, </l>
              <l>ma nuda al vento e scalza fra gli stecchi; </l>
              <l>or vivi sì ch'a Dio ne venga il lezzo. </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p>La brevità in questa forma si richiede più ch'in tutte l'altre, perciò che il molto nel
          poco si mostra molto più grave: però gli Spartani, ch'erano di natura gravissima,
          parlavano brevemente. Il comandar ancora si fa con brevi parole; e 'l riprender le cose
          presenti porta seco non mediocre gravità, come si conosce in que' versi: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>. . . . . . . . . . . . </l>
              <l>né trovo chi di mal far si vergogni. </l>
              <l>Che s'aspetti non so, né che s'agogni </l>
              <l>Italia, che suoi guai non par che senta, </l>
              <l>vecchia, ozosa e lenta. </l>
              <l>Dormirà sempre, e non fia chi la svegli? </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">Nondimeno è pericoloso; e 'l lusingar è pieno d'indignità; e tra questo e
          quello è quasi mezzo il riprender il vizio de gli amici ne gli altri, facendo insieme due
          effetti, cioè di conservar il decoro e di por le cose in securo. Ma con molta gravità si
          lodano le cose passate, quando vi sia mescolata insieme alcuna riprensione de le presenti,
          come in que' versi: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>L'antiche mura, ch'ancor teme ed ama </l>
              <l>e trema 'l mondo, quando si rimembra </l>
              <l>del tempo andato e 'n dietro si rivolve; </l>
              <l>e i sassi dove fur chiuse le membra </l>
              <l>di ta' che non saranno senza fama, </l>
              <l>se l'universo pria non si dissolve; </l>
              <l>e tutto quel ch'una ruina involve, </l>
              <l>per te spera saldar ogni suo vizio.</l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">I simboli ancor sono gravi, e l'allegorie, come quelle: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>. . . ed or siam giunte a tale, </l>
              <l>che costei batte l'ale </l>
              <l>per tornar a l'antico suo ricetto; </l>
              <l>io per me sono un'ombra etc. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p>Ma niuna cosa par più grave che 'l por nel fine quello ch'oltre tutte l'altre cose è
          gravissimo, come è quello: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Ira è breve furor; e chi nol frena </l>
              <l>è furor lungo, che 'l suo possessore </l>
              <l>spesso a vergogna, e talor mena a morte. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">Là dove rivolgendosi l'ordine de le parole, molto perderebbe la sentenza
          de la sua gravità. In questo modo è quello del Bembo: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Questo è le mani aver tinte di sangue;</l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">assai parrebbe men grave, tramutandosi: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Questo è le mani aver di sangue tinte.</l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">E quell'altro di monsignor de la Casa <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Crudele, or non è questo a Dio far guerra? </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">in qualunque modo si trasmutasse, ponendo nel fine quel ch'è nel mezzo,
          diverrebbe più languido per la mutazione. L'oscurità suole ancora in molti luoghi esser
          cagione de la gravità: perciò che tutto quello ch'è piano ed aperto suole esser sprezzato.
          Alcuna volta ancora lo spiacevol suono fa gravità, come quello: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Però, al mio parer, non gli fu onore </l>
              <l>ferir me di saetta in quello stato, </l>
              <l>e a voi armata non mostrar pur l'arco. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">E quell'altro: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>e per tardar ancor vent'anni o trenta, </l>
              <l>parrà a te troppo; e non fia però molto. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p>La dolcezza del suono a l'incontra, o più tosto la tenerezza, per così dire, e
          l'egualità, suole esser nemica de la gravità: nemici ancora de la gravità son i
          contraposti e le sentenze contrarie fatte con affettata diligenza e con arte viziosa; e,
          s'io non m'inganno, di questo vizio possono esser biasimati molti moderni dicitori:
          tuttavolta i contraposti soglion gonfiare il verso; laonde, mescolati con la figura de la
          gravità, fanno il parlar più riguardevole e più magnifico e più bello; e noi cerchiamo la
          bellezza e la magnificenza oltre tutte l'altre cose. Laonde lodiamo quelle orazioni e que'
          poemi i quali sono esattissimi ed insieme magnificentissimi, e somigliano le statue di
          Fidia, ch'erano fatte con politissima arte ed aveano insieme de l'esquisito e del grande;
          e possiamo in ciò securamente approvar il giudizio di Demetrio e d'Aristotele più tosto
          che l'esempio o l'autorità de' poeti antichi. </p>
        <p>Ma tra le figure de le sentenze che fanno la gravità, principalissima è la prosopopeia:
          la qual si fa introducendo a parlare la patria, come abbiamo detto, o Italia, o Roma,
          ch'abbia presa la forma feminile: come fece il Petrarca ne la canzone a Cola di Rienzo, de
          la quale abbiamo già fatta menzione: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>di costor piagne quella gentil donna </l>
              <l>che t'ha chiamato, acciò che da lei sterpi </l>
              <l>le male piante che fiorir non sanno. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">Si posson introdurre ancora i padri e gli avi e quelli che son morti,
          come ne l'istessa canzone: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>E se cosa di qua nel ciel si cura, </l>
              <l>l'anime che lassù son cittadine </l>
              <l>ed hanno i corpi aobbandonati in terra, </l>
              <l>del lungo odio civil ti pregan fine ecc., </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">perché quelle parole saran più gravi e più illustri, le quali fien dette
          non in propria persona, ma in persona de' trapassati, come c'insegnò a fare Platone nel
          suo <title>Epitafio</title>. </p>
        <p>E la reticenza e l'omissione, che noi possiam dir <emph>tralasciamento</emph>, sono usate
          acconciamente in questa forma del parlare: come quella: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Cesare taccio, che per ogni piaggia </l>
              <l>fece l'erbe sanguigne </l>
              <l>di lor vene, ove 'l nostro ferro mise; </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">e quell'altre: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Passo qui cose glorose e magne </l>
              <l>ch'io vidi, e dir non oso: a la mia donna </l>
              <l>vengo ecc., </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">quantunque possano esser fatte per altra cagione che per quella che
          c'insegna il Falereo. Io numerarei ancora tra le figure, le quali convengono a questa
          forma, l'ironia, de la quale son pieni i ragionamenti di Socrate, e n'abbiamo ancora
          l'esempio in Dante: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>tu ricca, tu con pace, tu con senno.</l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p>E quella la qual, benché non sia ironia, ha similitudine con l'ironia, e lascia dubbio
          stella sia fatta con disprezzo o meraviglia. </p>
        <p>E la dimostrazione, come quella: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>questo fu il fel, questi gli sdegni e l'ire, </l>
              <l>più dolci assai che di null'altra il tutto. </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p>Le parole in questa forma deono esser le istesse che ne la magnificenza sono scelte. Ma
          tra le figure del parlare, il raddoppiar le parole si fa acconciamente e con molta
          gravità, come fece Dante: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Ah Pistoia, Pistoia, che non stanzi etc. </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p>Gravissima ancora e quella detta da' Greci <foreign lang="grc">Epanaphora, </foreign>
          perché non solo comincia ne la medesima parola, ma finisce ne l'istessa, e i membri sono
          senza congiunzione; e bisogna sapere che la dissoluzione, o 'l discioglimento che vogliamo
          chiamarlo, e buon maestro de la gravità: laonde non conviene meno a questa forma ch'a la
          magnifica, fra le quali sono comuni molte figure. </p>
        <p>Grave ancora è l'interrogazione, perché più dimanda che non dice; e richiama in dubbio
          l'uditore, quasi egli non sappia rispondere e sia confuso, come in quelle che già sono
          state addotte: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>vecchia, oznosa e lenta </l>
              <l>dormirà sempre, e non fia chi la svegli? </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">Ed in quell'altra: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Voi, cui fortuna ha posto in mano il freno </l>
              <l>de le belle contrade, </l>
              <l>di che nulla pietà par che vi stringa, </l>
              <l>che fan qui tante pellegrine spade? </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">E 'l moderarsi e 'l correggersi, come: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Vergine saggia, e del bel numero una </l>
              <l>de le beate vergini prudenti, </l>
              <l>anzi la prima. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">E 'l affermar certamente, in quel modo: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Fammi (ché puoi) de la sua grazia degno. </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p>E 'l fermarsi molto in una cosa, e farci quasi fondamento, giova molto a la gravità, come
          in que' versi del Petrarca: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>E per dir a l'estremo il gran servigio, </l>
              <l>da mill'atti inonesti l'ho ritratto etc. </l>
              <l>Ancora (e questo è quel che tutto avanza) </l>
              <l>da volar sopra 'l ciel gli avea dat'ali </l>
              <l>per le cose mortali. </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p>Ma le comparazioni non son convenienti a questa forma, perché sono troppo lunghe. Ritiene
          ancora qualche parte di gravità colui il quale dice le cose odiose come piacevoli;
          s'ascondano alcune volte con parole pietose, come, volendo persuadere un prencipe
          vittorioso a la crudeltà, il consigliero gli disse che <emph>doveva usar la
          vittoria</emph>, ed un altro, che <emph>doveva assicurarsi del nemico</emph>. Molte altre
          cose son dette de la gravità, le quali noi tralasceremo, perché sono più appartenenti a
          l'oratore che al poeta. </p>
        <p>Ora consideriamo l'umil forma di parlare, se non la vogliamo chiamar più tosto tenue o
          sottile: de la quale diremo poche cose, perché le molte non son necessarie al nostro
          proponimento. Le cose picciole sono accomodate a questa maniera, e le parole deono esser
          proprie ed usate: perché tutto quello che s'allontana da la consuetudine è magnifico. Non
          si convengono dunque i nomi trasportati o finti, o i peregrini, o gli altri detti di
          sopra; e l'elocuzione dovrebbe esser piana e chiara. Ma quella ch'è senza congiunzioni è
          oscura, come erano gli scritti d'Eraclito: però non le si conviene. Non è disdicevole
          nondimeno ne la comedia, perché la dissoluzione è propria de l'azione de l'istrione:
          laonde riesce molto meglio disciolta che legata. Ma ne le scritture dee aver le
          congiunzioni, quasi nodi e legami che la ritengano, acciò che non si dissolva a guisa di
          scopa dislegata o d'altro fascio. Deve ancora la piana scrittura fuggir tutte l'ambiguità
          ed usar quella figura che da' Greci si dice epanalepsi: ne la quale si replica la medesima
          copula o la medesima parola, dove temiamo che l'uditore per lunghezza non se ne sia
          dimenticato, come in quello esempio: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Ma pur quanto l'istoria scritta </l>
              <l>in mezzo 'l cor, che sì spesso rincorro, </l>
              <l>con la sua propria man, de' miei martiri, </l>
              <l>dirò: perché i sospiri, </l>
              <l>parlando, han triegua, ed al dolor soccorro. </l>
              <l>Dico che, perch'io miri </l>
              <l>mille cose diverse attento e fiso, </l>
              <l>sol una donna veggio e 'l suo bel viso. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p>Si deono fuggire ancora quelle maniere di parlare che si fanno con gli obliqui, perché
          sono oscure; e si dee usare l'ordine naturale di parlare; e ne le narrazioni si dee
          cominciar dal caso retto, o dal quarto caso almeno, perché gli altri sogliono apportar
          oscurità. Non convengono ancora a questa forma né i membri lunghi, né i versi spezzati, e
          si deono fuggire i concorsi de le vocali lunghe e de' dittonghi, e le figure troppo
          riguardevoli e l'illustri, e tutto quello che s'allontana da l'uso comune. Ma la
          repetizione si può usare in questa forma. Ed oltre tutte cose è in lei richiesta quella
          probabilità e quella che da' Latini è detta <emph>evidenzia</emph>, da' Greci
            <emph>energia</emph>; da noi si direbbe <emph>chiarezza o espressione</emph> non men
          propriamente; ma è quella virtù che ci fa quasi veder le cose che si narrano, la quale
          nasce da una diligentissima narrazione, in cui niuna cosa sia tralasciata, come si vede ne
          le narrazioni del conte Ugolino: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>La bocca sollevò dal fero pasto </l>
              <l>quel peccator forbendola a' capelli </l>
              <l>del capo ch'egli avea di retro guasto; </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">e ne l'altre cose ch'ivi sono narrate. E quella compatazione ancora è
          piena di grande evidenza: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Come le pecorelle escon dal chiuso </l>
              <l>ad una, a due, a tre, e l'altre stanno </l>
              <l>timidette atterrando l'occhio e il muso; </l>
              <l>e ciò che fa la prima, e l'altre fanno, </l>
              <l>addossandosi a lei s'ella s'arresta, </l>
              <l>semplici e quete, e lo perché non sanno etc. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">Nasce ancora questa virtù quando, essendo alcuno introdotto a parlare,
          non solamente si descrivono le parole, ma si dipingono gli atti e i movimenti, come nel
          ragionamento di Farinata: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>guardommi un poco, e poi quasi sdegnoso;</l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">ed in quel di Massinissa: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Mirommi, e disse: Volentier saprei</l>
              <l>chi tu se' innanzi; </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">ed appresso: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Intanto il nostro e suo amico si mise, </l>
              <l>sorridendo, con lei ne la gran calca, </l>
              <l>e fur da lor le mie luci divise. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">E ne' medesimi <title>Trionfi</title>, parlando d'Antioco: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Ed egli al suon del ragionar latino, </l>
              <l>turbato in vista, si ritenne un poco; </l>
              <l>e poi, del mio voler quasi indovino, </l>
              <l>disse ecc.; </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">ed espresso: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Poi che da gli occhi miei l'ombra si tolse,</l>
              <l>rimasi grave, e sospirando andai.</l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">Suol nascer ancor questa evidenza quando si dicono cose consequenti a le
          cose narrate; così nel descrivere il viaggio de la nave si dirà che l'onda rotta diviene
          spumante e le fa rumore intorno. E descrivendo il suono de la tromba, acconciamente Ennio
          finse il nome di <emph>taratàntara</emph> in quel verso: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>
                <foreign lang="lat">At tuba, terribili sonitu, taratantara dixit:</foreign>
              </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">ad imitazion del quale disse poi il Tasso nel suo <title>Amadigi</title>:
            <quote rend="block">
            <lg>
              <l>La tromba ostil co 'l suo tarantantàra.</l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">E l'asprezza del suono ne' nomi finti: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Che Giove irato per vendetta tone;</l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">o quell'altro: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Io sentia già da la man destra il gorgo</l>
              <l>far sotto noi un orribile stroscio.</l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">E la dolcezza, come quel del Petrarca: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>. . . ed acque fresche e dolci</l>
              <l>spargea soavemente mormorando. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">E tutti i nomi finti, come <emph>rombo, rimbombo, susurro, mormorio,
            sibilo, fischio</emph>, e gli altri sì fatti, perché in tutti è imitazione; ed ogni
          imitazione ha seco l'evidenza. </p>
        <p>Ma perché l'imitazione è propria del poeta, è necessario che in questa parte consideriamo
          l'eccelenza d'Omero e di Virgilio, a' quali i poeti toscani non si possono paragonare di
          leggieri. L'arte , de' poeti, come disse Dion Crisostomo, è molto licenziosa; e quella
          d'Omero massimamente, il quale usò grandissima libertà, e non elesse una lingua, o con un
          carattere solamente, ma tutte volle adoperare, e tutte insieme le mescolò. Laonde niun
          tintore tinse mai sete di tanti colori, di quante egli fece l'opere sue; né contento
          d'usar le parole del suo tempo e di tutta la Grecia, usò l'antiche, a guisa di vecchia
          moneta cavata da' tesori di qualche ricchissimo signore; molte ancora ne ricevé da'
          barbari, e non s'astenne da alcuna, sol che gli paresse aver in sé qualche piacevolezza o
          qualche veemenza; né trasporta solamente i nomi vicini da' vicini, ma i lontani da'
          lontani, purché addolcisca l'auditore e, riempiendolo di stupore, l'incanti con la
          meraviglia; né però gli lascia nel proprio paese o ne la propria natura, ma questi
          allunga, altri accorcia, altri trasmuta e quasi volta sottosopra; ed in somma si dimostra
          non sol facitor di versi, ma di parole, o ponendo semplicemente nomi a le cose, o sopra i
          propri imponendone altri di nuovo, quasi imprimendo sigillo sovra sigillo; né si guardò da
          suono o da strepito alcuno di parole; ma, per dirlo brevemente, imitò le voci de' fiumi,
          de le selve, de' venti, del fuoco e del mare e, oltre a ciò, de' metalli e de le pietre e
          de le fiere, de gli uccelli, de le piume, ed in universale di tutti gl'istrumenti e di
          tutti gli animali; e primo ritrovò <foreign lang="grc">kanakhas</foreign> e <foreign lang="grc">bombous</foreign> ed altre sì fatte cose, e nominò i fiumi <foreign lang="grc">mormuronta,</foreign> e le saette <foreign lang="grc">klaxontas,</foreign> e
          l'onde <foreign lang="grc">boonta,</foreign> e i venti <foreign lang="grc">kalepainontas,</foreign> e disse molte altre cose somiglianti, ch'in vero paiono
          meraviglie e riempiono gli animi di tumulto e di perturbazione. Ma Virgilio, bench'usasse
          alcuni nomi antichi raccolti da Ennio e da gli altri poeti ed alcune terminazioni
          similmente ad alcune poche cose de' barbari, l'usò nondimeno con arte e con giudizio
          grandissimo e maturo, e rade volte; e mescolò le forme e i caratteri, ma gli dispose in
          guisa che nel suo poema sono molti quasi gradi d'un teatro, «onde si scende poetando e
          poggia», ma non si trova alcun precipizio o alcuno intoppo soverchiamente spiacevole, il
          quale offenda il lettore, e, quasi stanco, l'astringa a fermarsi mal suo grado. Ne
          l'espressione de le cose nondimeno, ed in quella che i Greci chiamano
          <emph>energia</emph>, fu meraviglioso ed eguale ad Omero, e co 'l suono e co 'l numero le
          imita in guisa che ce le pone innanzi a gli occhi, e ce le fa quasi vedere e udire.
          Veggiamo quasi cader il bue e precipitar la notte in quelle parole: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>
                <foreign lang="lat">. . . procumbit humi bos.</foreign>
              </l>
              <l>
                <foreign lang="lat">. . . ruit oceano nox. </foreign>
              </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">Vedi quasi la furia de' cavalli che s'urtano insieme, ed odi lo strepito
          di quelle altre: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>
                <foreign lang="lat">. . . perfractaque quadrupedantum</foreign>
              </l>
              <l>
                <foreign lang="lat">pectora pectoribus rumpunt. </foreign>
              </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">Né meno in quelle odi il rumor de le onde, e le vedi quasi rotte e
          biancheggianti: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>
                <foreign lang="lat">. . . spumas salis aere ruebant.</foreign>
              </l>
              <l>
                <foreign lang="lat">convulsum remis rostrisque tridentibus aequor.</foreign>
              </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">Ed odi il suono parimente in quelli altri: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>
                <foreign lang="lat"> . . . longe sale saxa sonabant.</foreign>
              </l>
              <l>
                <foreign lang="lat"> . . . nec fracta remurmurat unda.</foreign>
              </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">E s'appresenta innanzi a gli occhi un ruvinoso monte d'acque in
          quell'altro: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>
                <foreign lang="lat">. . . insequitur cumulo praeruptus aquae mons.</foreign>
              </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">La tardanza e la gravità in quello: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>
                <foreign lang="lat">Olli sedato respondit corde Latinus.</foreign>
              </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">E la tardanza parimente in quell'altro: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>
                <foreign lang="lat">proximus huic, longo sed proximus intervallo. </foreign>
              </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">Ma la velocità in queste: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>
                <foreign lang="lat">radit iter liquidum, celeres neque commovet alas.</foreign>
              </l>
              <l>
                <foreign lang="lat">Eia age, rumpe moras etc.; </foreign>
              </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">ed in questo: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>
                <foreign lang="lat">turbine corripuit, scopuloque infixit acuto. </foreign>
              </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">La tardanza con lo strepito de l'armi: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>
                <foreign lang="lat">quod votis optastis, adest perfringere dextra etc. </foreign>
              </l>
              <l>
                <foreign lang="lat">in clipeum assurgat, quo turbine torqueat hastam.</foreign>
              </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">Ma questo ti fa quasi sentir la debolezza: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>
                <foreign lang="lat">. . . telumque imbelle sine ictu; </foreign>
              </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">ed in quelle: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>
                <foreign lang="lat">. . . frigentque effoetae in corpore vires. </foreign>
              </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">Ma chi è che, leggendo quest'altra, non gli paia di vedere e d'udire un
          furioso? <quote rend="block">
            <lg>
              <l>
                <foreign lang="lat">Arma amens fremit, arma toro tectisque requirit; </foreign>
              </l>
            </lg>
          </quote></p>
        <p rend="noindent">e in quelle non senta la percossa de la caduta e 'l rimbombo de l'arme ?
            <quote rend="block">
            <lg>
              <l>
                <foreign lang="lat">. . . collapsa ruunt immania membra;</foreign>
              </l>
              <l>
                <foreign lang="lat">dat tellus gemitum, et clipeum super intonat ingens.</foreign>
              </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p>Ma di queste cose hanno scritto più lungamente il Trapezunzio ne la sua
          <title>Retorica</title> e 'l Vida ne la sua <title>Poetica</title>. Dante è quasi terzo
          fra costoro, come dice egli stesso, fra cotanto senno; ed è più simile ad Omero ne
          l'ardire e ne la licenza e nel mescolamento de le parole antiche e barbare ch'a Virgilio;
          ed il somiglia ancora in quella che da' Latini è stata detta <emph>evidenzia</emph>; ma
          egli dice d'esser imitatore e discepolo di Virgilio, e peraventura il somigliò ne la
          brevità; ma, paragonando le virtù de' duo maestri insieme, si può dubitare qual sia
          maggiore: perché l'uno mette più le cose innanzi a gli occhi e le particolareggia, come
          disse il Castelvetro; l'altro, cioè Virgilio, sta più su l'universale e, come pare al
          Castelvetro, per difetto d'arte; ma, come io stimo, per dir le cose più magnificamente o
          più gravemente: perché il descriverle minutissimamente non porta seco l'una né l'altra
          virtù. Ma la virtù d'Omero è virtù propria del poeta, e d'ogni poeta; quella di Virgilio
          propria del poeta eroico, a cui si conviene servar il decoro e sostener la grandezza oltre
          tutte l'altre cose. L'uno e l'altro nondimeno mescolò tutti i caratteri, ma questo con
          maggior temperamento; e perché sì come a la fortezza è vicina l'audacia, a la parsimonia
          l'avarizia, così ancora a le virtù d'elocuzioni è sempre vicino alcun vizio. Virgilio fu
          cauto sopra ciascuno in guardarsi da le forme viziose, le quali con diversi nomi furono
          chiamate da' Greci e da' Latini; ma Demetrio c'insegna che 'l parlar freddo è vicino al
          magnifico; il cacozelo che noi, seguendo Quintiliano, possiam dire <emph>male
          affettato</emph>, al venusto o grazioso; l'asciutto al tenue; l'invenusto o 'l disgraziato
          al grave. Il freddo, come il diffinisce Teofrasto, è quel ch'eccede la propria
          esposizione, perch'una cosa picciola e minuta s'espone con parole troppo grandi, le quali,
          ove siano senza sale, sogliono alcune volte riuscire fredde ed insipide molto, come quel
          che si racconta del sasso che'l Ciclope gittò nel la nave d'Ulisse, nel quale pascean le
          capre; ma volle peraventura Luciano far prova del suo ingegno ne le vere narrazioni,
          descrivendo alcune cose da scherzo in guisa che paiano graziose, quantunque superino la
          propria esposizione; e fu imitato graziosamente ne l'Orca, la quale aveva i molini ne la
          gola che macinavano; ed altre si fatte meraviglie si leggono nel medesimo poeta non senza
          grazia: alcune nondimeno sono fredde, come pare al Vittorio; ma questo difetto e proprio
          di coloro che scrissero romanzi in questa lingua, i quali dicono cotali cose sciocche, che
          posson mover riso, e con la sciocchezza solamente. Nasce il freddo, come il magnifico, ne
          la sentenza, ne le parole e ne la composizione; e ne le parole, per opinione d'Aristotele,
          in quattro modi: perché o sono mal composte, come usavano i ditirambi; o sono di molte
          lingue mescolate insieme; o sono aggiunti troppo lunghi e troppo spessi; o sconvenevoli
          metafore. De le parole composte viziosamente a pena possiamo darne esempio in questa
          lingua; ma fra le poche è quella ch'usò il Boccaccio: <emph>melliflue</emph>; la qual
          riuscirebbe in altro modo assai fredda, come sarebbe quella <emph>soaviloqua Musa
            anacreontica</emph>, se 'l poeta non parlasse da scherzo; e si caderebbe di leggieri in
          questo vizio componendo le parole ad imitazione de' Latini, e dicendo <emph>Diana
            boschicultrice</emph>, o <emph>la cerva boschivaga</emph>, o <emph>la prima età
            floricoma</emph>, o altri simiglianti. Ne gli aggiunti, quando dicono <emph>il latte
            bianco, la neve fredda, il foco ardente</emph>, peccano più tosto i prosatori che i
          poeti; e questo e vizio non sol del Polifilo, ma del Boccaccio istesso in alcune de
          l'opere da lui composte. Ne la varietà de le lingue spesso meritano d'esser ripresi i
          moderni dicitori; ma n'abbiamo un esempio non lodevole in quella canzone di Dante: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>
                <foreign lang="lat">Ahi faulx ris, per qe trais haves</foreign>
              </l>
              <l>
                <foreign lang="lat">oculos meos? et quid tibi feci,</foreign>
              </l>
              <l>che fatto m'hai così spietata fraude? etc.,</l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">il quale non avrebbe per mio avviso, meritato lode alcuna da Aristotele o
          da Demetrio, ben ch'essi riprendessero più tosto coloro ch'usavano la varietà de le lingue
          in quel modo ch'oggi e usato da molti. Ma ne le metafore sconvenevoli peccano molti, non
          se ne avvedendo; laonde non fu detto con tanta grazia: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Altero occhio de' fiumi, o bel Metauro,</l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">con quanta Catullo avea detto: <foreign lang="lat">Ocelle
          fluminum.</foreign> Ed errò alcun altro che chiamò le stelle <emph>chiodi del cielo</emph>
          e che disse a la sua donna: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Son gli occhi vostri archibugetti a ruota,</l>
              <l>e le ciglia inarcate archi turcheschi; </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">se pur egli non parlò da scherzo; e quell'altro il quale finse che
          Caronte avesse fatta la barca de gli strali lanciatigli da Amore, e 'l fiume de le sue
          lagrime; e colui che chiamò il velo della sua donna <emph>vela de la sua fortuna</emph>.
          Altri vi fu che, leggendo nel Petrarca quel leggiadrissimo verso: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>umana carne al tuo virginal chiostro, </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">intendendo del ventre, disse <emph>carnal chiostro</emph>, e volle
          intendere di tutto il corpo; e similmente <emph>carnal nido</emph>. Ma l'artificio di
          Dante ancora è sospetto in alcune traslazioni, come in quella: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>da la vagina de le membra sue; </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">e 'n quell'altra: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Dentro vi nacque l'amoroso drudo</l>
              <l>de la fede cristiana ecc..</l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">Né lodo que' traslati: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>Ben se' tu manto che tosto raccorce, </l>
              <l>sì che, se non s'appon di die in die, </l>
              <l>lo tempo va d'intorno con le force. </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">Né quella: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>La luce in che rideva il mio tesoro.</l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">Né mi piace quella: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>e 'n su le vecchie cuoia;</l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">né alcune altre sì fatte. In somma il parlar freddo, come dice Demetrio,
          è simile a la vanità, perché si come il vano si vanta d'aver quel che non ha, così il
          picciolo dicitore fa troppa ambiziosa mostra de le cose picciole e minute. L'altre forme
          viziose, cioè il cacozelo e la invenustà e l'aridità, nascono ne le medesime cose. Ma noi
          chiamiamo i vizi con altro nome: perch'al sublime facciamo vicino il gonfio; a l'ornato,
          l'affettato; al piano, il basso; e gli esempi di tutti questi vizi si ritrovano in molti.
          Ma essendosi conosciute le virtù, si conoscono i vizi di leggieri, i quali tutti dee
          fuggire il poeta eroico, ora costeggiando gli amenissimi lidi de la poesia, ora spiegando
          le vele ne l'altissimo mare de l'eloquenza; ma schifi Scilla e Cariddi, e le Sirti, e le
          Sirene, oltre tutti gli altri mostri di questo mare, perch'elle incantano chi ascolta
          troppo attentamente l'armonia de l'amorose parole e de' numeri che possono addormentar gli
          animi ed intenerirli co 'l piacere. Laonde ne l'eleggere il verso ancora dee mostrarsi
          giudiziosissimo il poeta eroico. I Greci e i Latini non hanno alcun dubbio ne l'elezione,
          perché il verso di sei piedi è attissimo oltre tutti gli altri a trattar questa materia;
          ma la difficoltà è in questa lingua, ne la quale egli è quasi straniero, sì come sono
          tutti gli altri i quali caminano sovra i piedi usati da' Greci e da' Latini; e non hanno
          la rima, la quale è naturale di questa lingua, e quasi nata con esso lei, né potrebbe
          farsi ne la lingua latina così acconciamente, o così a lungo, senza generar fastidio,
          tuttoché si senta in que' quattro versi di Virgilio: <quote rend="block">
            <lg lang="lat">
              <l>Sic vos non vobis nidificatis, aves; </l>
              <l>sic vos non vobis vellera fertis, oves; </l>
              <l>sic vos non vobis mellificatis, apes; </l>
              <l>sic vos non vobis fertis aratra, boves; </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">ed in alcuni versi d'Adriano imperatore e in molti inni de gli scrittori
          sacri. Il medesimo non converrebbe ne l'altre lingue, le cui parole finiscono in
          consonanti, perché la consonanza non sarebbe così dolce e così grata a gli orecchi. Da
          l'altra parte la nostra lingua non è avvezza a caminar sovra i piedi che non sono suoi
          propri, né conosce così bene la brevità e la lunghezza de le sillabe, come faceva la
          latina, la quale pronunziava diversamente e quasi cantando. Laonde s'ella pur volesse
          ricever i versi stranieri, non dee lasciare il proprio; ma o ritener questo solamente, o
          usar gli uni e gli altri a guisa di coltore, il quale con la diligenza e con artificio
          faccia più belle non solamente le piante del paese e le domestiche, ma le selvagge e le
          peregrine, perché tutte crescono per coltura e tutte acquistano bellezza e perfezione. Ma
          fra i versi nostri, quel d'undici sillabe è atto al parlar magnifico, ed è quello che
          riceve maggior ornamento. Il terzetto ha troppo stretto seno per rinchiudere le sentenze
          de l'eroico, il quale ha bisogno di maggior spazio per spiegare i concetti, ed oltre a ciò
          non ricerca una catena perpetua, né i riposi così lontani, come sono nel capitolo; ma,
          spiegando i suoi concetti in più largo e più ampio giro, spesso desidera dove acquetarsi.
          Nel sonetto e ne le canzoni è troppa varietà di modi, o di mutazioni che vogliam dirle.
          Laonde quella maniera di verso è più atta a le mutazioni del canto e de l'armonia
          conveniente al teatro. Ma ne la stanza d'otto versi d'undici sillabe è maggiore uniformità
          e maggior gravità e maggior costanza e stabilità: la quale non è propia de la scena, ma
          conviene a' poemi eroici, come dice Aristotele medesimo ne' <title>Problemi</title>, e può
          assai acconciamente esser cantata con armonia dorica o con alcuna simile, s'in questa età
          n'abbiamo simigliante, la qual non riceva molte mutazioni, e somigli quella lodatissima
          non solo da Socrate e da Platone ne' Dialoghi de la <title>Republica</title> e de le
            <title>Leggi</title>, ma da Aristotele ancora ne' suoi <title>Problemi</title> e ne
          l'ottavo de la <title>Politica</title>, e da Plutarco e da Massimo Tirio e da altri
          gravissimi scrittori. Ma la musica frigia e la lidia, e quella che di queste è mescolata,
          sono più ricercate ne le tragedie e ne le canzoni, sì come in quelle che possono commover
          gli animi e quasi trarli di se stessi, ma non sono atte ad ammaestrarli, benché sino a'
          tempi di Plutarco la tragedia non avesse ricevuto la maniera del canto cromatico e
          l'enarmonia; ma la cetera, assai più antica, da principio gli aveva cominciato ad usare. E
          perché la musica non fu trovata solamente per trattenimento de l'ozio o per medicina e
          quasi purgazione de l'animo, ma per ammaestramento ancora, come piace ad Aristotele ne
          l'ottavo de la <title>Politica</title>, potrà la musica grave e stabile e simile a la
          dorica servire meglio d'alcun'altra al poema eroico: però ne' primi tempi furono i
          medesimi i musici e i poeti, come Lino, Orfeo, Olimpo, Femio. Da poi queste arti fur
          divise per l'umana imperfezione, per la quale non bastiamo a molte cose. Ed Omero istesso
          ne l'<title>Iliade</title>, introducendo Achille a cantare i fatti de gli eroi a la
          cetera, c'insegna chiaramente che l'azioni de gli eroi deono esser cantate. Il medesimo ci
          dà a divedere ne l'<title>Odissea</title> con l'esempio di Femio ceteratore antichissimo
          fra' Greci, il quale cantava a la tavola del re de' Feaci. Poi Terpandro, come racconta
          Plutarco, aggiungendo i modi a' suoi versi ed a quelli d'Omero, diede le leggi a
          l'armonia, e fu quasi legislatore de la musica; e fu il primo ancora che ponesse il nome e
          desse le leggi a le corde de la cetera. Nondimeno il canto ritrovato da Terpandro fu quasi
          semplice sino a l'età di Frinide, famosa cortigiana, la quale adulterò e quasi contaminò
          la musica, facendo lecito quel ch'era piacevole. E quantunque i canti di Terpandro e
          quelli d'Olimpo fosser cantati a la cetera di poche corde, nondimeno coloro che poi
          seguirono ve n'aggiunsero molte, ma non potevano agguagliare, né pur imitare la perfezione
          di que' primi. Sacada poi, essendo tre toni, il dorio, il frigio e il lidio, in ciascuno
          d'essi fece un coro con le sue strofe, o vero una canzona che vogliam dirla, con le sue
          conversioni, ed a ciascuna ancora diede le sue leggi. Laonde le leggi furono, per così
          dire, tripartite; e ciascuno usò quelle che più gli erano a grado. Gli Spartani nondimeno
          amavano più le doriche, lor proprie e naturali; e Platone, benché fosse ateniese,
          l'antepone a l'altre, e ne la composizione de l'anima, ne la quale dimostrò grande studio
          de la musica, loda più la dorica. Ed Aristotele, dopo lui, conferma ne l'ottavo de la
            <title>Politica</title> che l'anima nostra è armonia o non senza armonia. E l'istessa
          opinione ebbe un altro Aristotele, cognominato il Platonico, il quale non solamente ne la
          composizione de l'animo, ma in quella del corpo dimostra la sua musica. Ma lunga opera
          farebbe chi volesse referire quel che n'è scritto non solamente da Platone e da l'uno e
          cla l'altro Aristotele e da Plutarco, ma da Aristosseno ancora e da Tolomeo e da Boezio e
          da Marzian Capella e da Pietro d'Abano e da altri più moderni. Bastici adunque d'avvertire
          che nel poema eroico si richiede principalmente la musica, la qual conservi il decoro de'
          costumi e la maestà, come faceva la dorica, e si schivino quelle soverchie perfezioni o
          imperfezioni, per le quali Timoteo, che a le sette corde aggiunse molte altre, è biasimato
          da Ferecrate comico, da cui fu introdotta in scena la Musica a lamentarsi con la Giustizia
          di essere stata lacerata da Timoteo. Ne' versi latini esametri, oltre tutti gli altri. è
          gravissimo il verso spondaico, nel quale lo spondeo occupa il luogo del dattilo; e con
          questa sorte di versi e di piedi, s'io non m'inganno, soleva l'istesso Timoteo frenare il
          furore d'Alessandro, che da l'altra maniera di musica era concitato a l'armi, come si
          legge in Dion Crisostomo. Numerosissimo nondimeno è quel verso esametro nel quale il
          dattilo ha la penultima sede e l'ultima lo spondeo: ed a questa similiuldine sono
          numerosissimi ancora i nostri endecasillabi, come quel del Petrarca: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>battendo l'ali verso l'aurea fronde; </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">e quelli altri: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>fiere e ladri rapaci, ispidi dumi.</l>
              <l>ed avea in dosso sì candida gonna;</l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">e gli altri sì fatti, i quali ne le stanze del poema eroico potranno
          essere usati con gran convenevolezza, avendosi nondimeno risguardo a la variazione dcl
          numero: oltre a ciò la testura d'otto versi è capacissima, perché il numero ottonario,
          come dicono gli aritmetici, è primo fra i numeri solidi e cubi c'hanno pienezza e gravità.
          È perfetto ancora ed attissimo a l'azione, perch'egli è composto de la dualità, ch'è il
          primo moto o il primo mobile. E perché la musica e composta da' pari numeri e da gli
          impari, e dal finito e da l'infinito, per questa cagione ancora è perfetto l'ottonario, sì
          come quello che si compone dal quaternario duplicato, onde si forma una tessera
          saldissima, e dal binario quadruplicato, ed oltre a ciò dal ternario e dal quinario, che
          sono i primi fra' numeri impari. E se non bastasse alcuna volta una stanza sola al
          concetto, si può trapassar da l'una ne l'altra. Laonde il poeta eroico può elegger questa
          innanzi ad ogn'altra testura di rime. E 'l Boccaccio, che prima trattò cie l'armi e de gli
          amori in questa lingua, fece di lei giudiziosa elezione: e ben che ella nel suo nascimento
          fosse bassetta anzi che no, nondimeno può avvenir di lei quel che del sonetto è avvenuto,
          il quale con la coltura acquistò grandezza e magnificenza. Scelgasi dunque la stanza, o
          l'ottava che vogliam dirla, per attissima al poema eroico, oltre tutti gli altri modi di
          rimare che son propri e naturali de la favella toscana; e seguasi non sol la ragione, ma
          l'autorità di coloro che l'hanno adoperata in materia d'amore e d'arme: perché, dopo il
          Boccaccio, in questo verso Luigi Pulci scrisse il <title>Morgante</title>; e 'l fratello
          il <title>Ciriffo Calvaneo</title>; ed Angelo Poliziano (uomo di gran dottrina e di gran
          giudizio in que' tempi) l'amore e le giostre di Giuliano de' Medici; e 'l Boiardo
            <title>Orlando Innamorato</title>; e l'Ariosto Orlando <title>Furioso</title>; Pietro
          Aretino <title>Angelica innamorata</title>; e Luigi Alemanni <title>Giron Cortese</title>
          e l'<emph>avarchide</emph>; e 'l Tasso l'<title>Amadigi</title> e 'l
          <title>Floridante</title>, oltre il <title>Guidon selvaggio</title> che fu da lui prima
          cominciato; e 'l Dolce il <title>Sacripante, Achille</title> e gli altri poemi; e 'l
          Giraldo cantò d'<title>Ercole</title> in questo medesimo modo; e 'l Danese di
            <title>Marfisa</title>; e 'l Bolognetto del <title>Costante</title>; e 'l Pigna scrisse
          col medesimo gli <title>Eroici</title> oltre tanti altri nobilissimi ingegni che hanno
          trattate le favole e le materie d'amore: io dico Lorenzo de' Medici, il Benivieni, il
          Bembo, il Molza, il Guarino, Egidio Romano, il Martello, gli Academici Intronati di Siena,
          il Veniero, l'Anguillara, il Guarnello, il Verdizzotto, il Bonfadio, ed altri c'hanno
          avuta qualche fama ne la lingua toscana. </p>
        <p>Ora potrebbe alcuno dubitare qual sia più eccelente, l'epico o 'l tragico: perché de
          l'una opinione è difensor Platone, de l'altra Aristotele; ed io con gli altri tra
          l'autorità d'ambedue sono quasi irresoluto; e ben che quella d'Aristotele potesse terminar
          la questione, nondimeno in questa materia tanto si deono considerar le autorità quanto le
          ragioni. Dice Platone che l'epopeia è più perfetta, perch'ella ha minor bisogno d'aiuti
          estrinseci, come quella che si contenta di pochi uditori, e de' più gravi e giudiziosi; là
          dove a la tragedia, dovendo essere rappresentata in scena, sono necessari gl'istrioni, i
          quali alcuna volta troppo trapassano il verisimile nel contraffare e ne' movimenti, onde
          sono somiglianti a le simie; e la tragedia viene in qualche modo a participar de' lor
          difetti: però dee men nobile esser riputata. A questa ragione risponde Aristotele che
          l'opposizione non si fa a l'arte poetica, ma a quella de gl'istrioni, potendo avenire che
          l'epopeia ancora sia recitata con simili movimenti, come fu da Sosistrato, e cantata, come
          fu da Mnasiteo; e soggiunge poi che la tragedia ancora senza sì fatti movimenti
          conseguisce il suo fine, come fa l'epopeia, potendo per la lettura mostrar quale ella sia:
          laonde per l'altre cose migliore, e per questo difetto non è peggiore, non essendo
          necessario che si trovi ne la tragedia. Dice ancora Aristotele che la tragedia ha le cose
          le quali sono ne l'epopeia, potendo ella ancor servirsi del verso esametro, ed oltre a ciò
          ha la musica e l'apparato per la vista; ha maggior evidenza ed in minor tempo conduce la
          sua favola a fine; laonde il piacere è più unito e più ristretto; ma quella de l'epopeia è
          simile al vino troppo inacquato. Ultimamente dice che la favola de la tragedia è più
          semplice e più una, ed eccede ancora ne l'offizio e nel fine de l'arte, ch'è il dilettare:
          laonde si può conchiudere che sia megliore, perché meglio asseguisce il suo fine. Queste
          sono le ragioni d'Aristotele, le quali combattono molto contra una. Laonde sarebbe
          necessario che la ragione di Platone fosse quasi un altro Achille, che non si sgomentasse
          per la moltitudine de gli avversari. Ma considerisi il valor di ciascuno. L'opposizione di
          Platone non è fatta a l'arte de gli istrioni solamente, ma a la Poetica o a quella parte
          d'essa a la quale è necessaria l'Istrionica: perciò che non è vero che tutte le poesie e
          la tragedia particolarmente possano aver la sua perfezione senza gl'istrioni, avegna che
          ella sia poema drammatico, o rappresentativo che vogliam dirlo, nel quale non appare la
          persona del poeta: laonde ha bisogno d'alcuno che la rappresenti; e s'ella non avesse
          bisogno di chi la rappresentasse, non sarebbe dramatica; ma ne l'epopeia, la qual è poema
          narrativo, molte volte il poeta parla in sua persona: onde la rappresentazione o non è
          necessaria o è soverchia e viziosa. Oltre a ciò, se la tragedia non avesse bisogno de la
          musica e de l'apparato per conseguire il suo fine, Aristotele non avrebbe comprese l'una e
          l'altra parte ne la diffinizione; ma, avendole raccolte ne la diffinizione, sono
          necessarie almeno per conseguire l'ultima e propria perfezione, la quale consiste ne
          l'esser rappresentata. Si può aggiungere a questa un'altra ragione, che l'elocuzione de
          l'epopeia è fatta per esser letta; ma quella de la tragedia per esser recitata: laonde ha
          bisogno de la pronunzia de gl'istrioni, come si può raccorre non solo da Demetrio Falereo,
          ma da Aristotele medesimo nel terzo de la <title>Retorica</title>, il quale conobbe
          manifesta la differenza fra quella elocuzione che doveva essere scritta, e quella che
          ricercava l'aiuto de l'azione, chiamata <emph>disciolta</emph> e <emph>pendente</emph> ne
          l'istesso libro de la <title>Retorica</title>. È dunque la tragedia in questa parte
          gravosa, come dice Platone, e non senza carico. A quello poi che dice che la tragedia ha
          tutto quello che ha l'epopeia ed alcune cose di più, si può rispondere che quelle cose non
          sono sue proprie, ma quasi prestate da l'epopeia, come l'esametro, laonde non può usarlo
          se non rade volte; ma ordinariamente adopera l'iambo ed altri versi che sono minori e di
          minor suono e meno atti a la grandezza ed a la magnificenza; e le cose ch'ella ha di più
          sono più tosto impedimenti che perfezioni; e se perfezione è la musica, è perfezione
          estrinseca: può nondimeno esser ricevuta dal poeta eroico senza alcuna difficoltà de
          l'apparato e del teatro e de le machine, come abbiam già detto; anzi possono i poemi
          eroici esser cantati con quella sorte di musica ch'è perfettissima, come furono cantati i
          poemi d'Omero; e ne la nostra lingua particolarmente il poema eroico ha la rima, la quale
          è una propria e naturale armonia. Non è anche vero che la tragedia abbia maggiore
          evidenza, se noi vogliam parlare de l'evidenza propia de l'arte poetica, la quale nasce da
          una accurata narrazione e da gli aggiunti e da' conseguenti, come è quello: <quote rend="block">
            <lg>
              <l>
                <foreign lang="lat">. . . nec fracta remurmurat unda; </foreign>
              </l>
            </lg>
          </quote></p>

        <p rend="noindent">anzi questa evidenza è fatta dal poeta mentre egli parla ne la propria
          persona. Laonde la tragedia, ne la quale non appare mai la persona del poeta, n'è quasi
          affatto priva. Ma l'evidenza de la tragedia nasce da l'azione de gl'istrioni, senza la
          quale l'elocuzione è oscura, perch'ella non è fatta con alcuna diligenza, come dice
          Aristotele medesimo; ma è agonistica, cioè conveniente a le contese, le quali fanno
          gl'istrioni nel teatro: però senza l'aiuto de l'azione non fa la propria operazione e par
          quasi frivola; ma questa medesima imitazione, o simulazione fatta con l'azione e con
          movimenti de gl'istrioni, non è in modo alcuno necessaria al poema eroico, il quale ha la
          sua chiarezza per se stesso; e s'alcune volte sono stati recitati i poemi d'Omero, de'
          quali fu istrione Ermodoro, come racconta Ateneo, furono ancora rappresentate l'istorie
          d'Erodoto; e l'istrione fu Egesio comico. Ma la rappresentazione non conveniva più a l'uno
          che a l'altro; e mi perdoni Demetrio Falereo, il quale fu il primo ch'introducesse nel
          teatro gli omeristi. Anzi se fosse imperfezione alcuna ne la poesia d'Omero, ch'alcuni
          versi fossero troppo deboli, altri senza capo, altri quasi tronchi nel fine, questa
          imperfezione egli participò da la musica, a la quale accomodò i suoi versi, come dice il
          medesimo Ateneo; ma più tosto fu artificio eccellentissimo de la imitazione, ne la quale
          il musico e 'l poeta deono esser conformi. Non posso già negare che la tragedia in minor
          tempo non conduca la sua favola a fine e che quel piacere non sia più ristretto; ma aviene
          del diletto, il quale è ne la tragedia e ne la commedia, come de la virtù de' corpi
          piccioli e de' grandi: perché niuno è ch'eleggesse d'esser picciolo, quantunque la virtù
          sia più unita, e più dispersa quella de' grandi; ma a l'incontro è maggior virtù quella
          d'un corpo grande: così anco è maggiore il piacere de l'epopeia, anzi è vero piacere, là
          dove quello de la tragedia è mescolato col pianto e con le lagrime e pieno tutto
          d'amaritudine. Concedo parimente che la tragedia sia più semplice e più una; ma non ha
          potuto però schivare ogni composizione ed ogni doppiezza: laonde è composta e doppia in
          qualche modo; e sì come, fra i corpi composti, quelli sono perfetti i quali sono misti e
          temperati di tutti gli elementi e di tutte le qualità, così aviene peraventura tra le
          favole che le più composte siano le migliori. Ma non voglio già concedere che la tragedia
          meglio conseguisca il fine, anzi si move a quello per obliqua e distorta strada; ma
          l'epopeia per diritta: perciò che, ese.endo duo modi del giovar con l'esempio, l'uno
          d'incitarci a le buone operazioni mostrandoci il premio de l'eccellentissima virtù e del
          valor quasi divino, l'altro di spaventarci da le ree con la pena, il primo è proprio de
          l'epopeia, l'altro de la tragedia, la qual giova meno per questa cagione, e porta ancora
          minor diletto, perché l'uomo non è di così fiera e scelerata natura che riponga il suo
          sommo piacere nel dolore e ne l'infelicità di coloro che per qualche errore umano sono
          caduti in miseria. Concedamisi dunque ch'in questa ed in alcune altre poche opinioni lasci
          Aristotele per non l'abbandonare in cosa di maggiore importanza: cioè nel desiderio di
          ritrovar la verità e ne l'amore de la filosofia: perciò che in questa diversità di parere
          io imiterò coloro i quali ne la divisione de le strade sogliono dividersi per breve
          spazio, e poi tornano a congiungersi ne l'amplissima strada, la qual conduce a qualche
          altissima meta o ad alcuna nobilissima città piena di magnifiche e di reali abitazioni ed
          ornata di templi e di palazzi e d'altre fabriche reali e maravigliose.</p>
      </div1>
    </body>
  </text>
</TEI.2>
