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      <title>Risposta all'Accademia della Crusca in difesa del suo dialogo del piacere onesto</title>
      <author>Torquato Tasso</author>
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      <pubPlace>Roma</pubPlace>
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        <title>Tutte le opere</title>
        <author>Tasso, Torquato</author>
        <editor id="ed">Quondam, Amedeo</editor>
        <publisher>Lexis Progetti Editoriali</publisher>
        <pubPlace>Roma</pubPlace>
        <date>1997</date>
        <note>L'edizione elettronica fa riferimento al testo Le prose diverse, a cura di C. Guasti, I, Firenze, Le Monnier 1875.</note>
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                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                      digitale</p>
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                      <p>I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea
                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
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<div1><head>Risposta all'Accademia della Crusca </head>

<argument><p>RISPOSTA ALL'ACCADEMIA DELLA CRUSCA IN DIFESA DEL SUO DIALOGO "DEL PIACERE ONESTO".</p></argument>
<p>Di nuovo s'arma contra di me l'Academia Fiorentina, che si chiama della Crusca per ricoprirsi sotto questo nome in quella guisa che fanno coloro che si nascondono negli agguati: nè solo contra me stesso, perchè avrebber potuto creder agevolmente ch'io avesse o perdonata l'ingiuria, o infintomi di non saperla, o tacciutomi almeno, e ritardata la risposta sin'a tempo migliore: ma contra mio padre; del quale io debbo in tutti i tempi e 'n tutti i luoghi prender la difesa: dimostrando in questo modo di voler meco guerra immortale, e prendendo per occasione di nuovo sdegno le mie modestissime risposte; nelle quali, fra tante mie difese, non si vede alcuna offesa fatta a quella nazione; la cui magnanimità avrei desiderata altrettanto quanto la modestia, perchè non si conviene al magnanimo di perseguir le fortune degli afflitti. Ma essi hanno proceduto altrimenti: perciò che, mentre fui in buono stato, m'invitarono a l'amicizia, la quale io non ricercava; e da poi ch'io sono in cattivo, hanno voluto costringermi a la nemicizia, la quale io rifiutava: ed allora fecero maggiore acquisto dell'animo mio, ch'essi medesimi non avevan procurato; ed ora avrebbon fatta minor perdita della mia benevoglienza, ch'altrui non sarebbe piacciuto. Ma continovando nell'istesso proponimento, sono stati più veloci nel seguirmi ch'io nel ritirarmi; laonde non è maraviglia che m'abbiano aggiunto: perchè niuna cosa è presta più della cupidigia, niuna è più tarda della mansuetudine. Ma se questa loro non è cupidità di vendetta, di che altro può esser appetito? Se di gloria, è nobil desiderio; ed io vorrei sodisfarli, perchè non sono nè fui invidioso già mai della riputazione Fiorentina: se d'avere, accuso più tosto la mia fortuna che l'industria loro: se d'altro, più conviene a gli altri manifestarlo ch'a me palesarlo. Ma qualunque sia, e 'n qualunque modo nata e cresciuta questa passione, poich'ella m'ha pur giunto mentre, a guisa di zoppo corridore, io cercava d'allontanarmene; almeno cercherò che non mi opprima sotto il peso ch'io porto: e 'l peso chiamo l'obligo che mi costringe a difendere mio padre; grave per le mie deboli forze, ma grato per la mia vera affezione.</p>
<p>Io dico dunque, rispondendo, ch'il parer di mio padre, dato al Principe di Salerno ne' romori di Napoli, fu migliore di quel del Martello, e quasi il medesimo con quel del Sessa; e più sicuro da ogni sospizione: e soggiungo appresso, che fu buono assolutamente; perchè miglior non fu avuta nè poteva aversi, nè fu detta nè poteva dirsi miglior sentenza; doppo la quale egli sodisfece a l'amicizia come doveva. Ma il Martello non si dimostrò così buon amico quanto poteva: nè fu da mio padre nè da me calonniato: perchè un di noi gli manifestò il suo parere, il quale doveva seguire; l'altro gliele attribuì più retto che non aveva seguito: laonde l'uno lo ammonì, l'altro lo onorò con la propria opinione. E tutte queste cose io proverò così particularmente come le ho proposte: ma nell'altre, ch'appartengono al mio biasimo, o vero a la laude di quella nazione, dimostrerò maggior sofferenza che invidia: perchè nell'una parte io non contendo; nell'altra, non ho che invidiare. Or sia questo il principio della mia difesa.</p>
<p>L'ottimo consiglio è dell'ottima azione: ma se l'azione da mio padre consigliata fu l'ottima, ottimo senza dubbio fu quel consiglio: e perch'ella superasse o potesse superare tutte l'altre di bontà, si può conoscer in questa guisa. L'azioni, o sono di guerra, o di pace; ma perchè la pace è miglior della guerra, si debbon più tosto elegger quelle che si fanno a questo fine, che l'altre le quali son fatte guerreggiando; e tanto elle sono migliori, quant'è miglior la pace: laonde, se la pace è l'ottima, l'operazione sarà l'ottima per conseguente. Ma la pace è interiore o esteriore, sì come ancora è la guerra: e s'è peggior la guerra intrinseca della estrinseca, è migliore la pace interna che l'esterna: ma senza dubbio la guerra che si fa dentro (la quale è detta sedizione, con proprio nome) è di più rea e più biasimevole natura; dunque, di più benigna e laudevole sarà la pace c'hanno le parti in se medesime e co 'l tutto: e questa si chiama concordia, propriamente. E quante sono le specie della sedizione, tante sono ancora le contrarie: e ricercando l'une e l'altre, più facilmente conosceremo. La sedizione è fra nobili e popolari, come fu quella de' Romani quando la plebe si ritirò nel Monte Sacro; o fra nobili e nobili, come fra Cesare e Pompeo, per le quali il Senato si divise in due parti, e l'una seguì la fortuna del suocero, l'altra si congiunse co 'l genero; o tra la plebe e la plebe, come in Atene nelle sedizioni di Pisistrato e Solone, di Temistocle e Aristide, di Pericle e Tucidide, di Focione e di Iperide, tutti, in republiche popolari, capi di una parte del popolo; o fra i nobili contra 'l principe, come successe quando Bruto e Cassio e gli altri congiurati tolsero la vita a Cesare nel Senato; o della plebe contra 'l principe, o degli eserciti contra il medesimo, come fur quelle nelle quali Massimo, Macrino e Diadumeno e Giulio Massimo e Vibio Gallo co 'l figliuolo, ed altri imperatori furono uccisi parimente da' soldati; o de' servi contra i signori, simile a quella ch'avenne fra gli Sciti, ed a l'altra di Spartaco fra' Romani, il quale fu vinto da Crasso, doppo molti danni fatti a la Republica. Dunque, ancora la concordia sarà fra i nobili e' plebei; o fra i nobili e i nobili; o fra i popolari e i popolari; o fra i nobili e 'l principe; o fra i plebei e l'istesso; o fra gli eserciti e 'l capitano; o tra' servi e il signore. Ma fra tutte le specie, delle sedizioni è la peggiore quando i nobili s'armano contra il principe, perchè ella è fra le parti principali; la cui mala disposizione, o l'offesa, è cagione di maggiore infirmità: sì come suole avenire ne' corpi umani: o veramente è pessima, quando i nobili e la plebe insieme prendono l'armi contra 'l re; perchè allora non rimane alcuna parte che non sia contaminata nel regno, per salute del quale sogliono armarsi gli eserciti: e tale era, o poteva divenir facilmente, la sedizion Napolitana. Ottima operazione, dunque, averebbe fatto colui ch'avesse cercato di riunir a Carlo quinto quelli animi così ubbidienti, come debbono i membri al suo capo: nè meritò tanta lode alcuno, negli antichi o ne'moderni tempi, il quale consigliasse a depor l'arme, quanta avrebbe meritata quel Principe che avesse acquetati i tumulti di quella città. Ma l'operazione eccellentissima non si conviene a tutti; ma a gli eccellentissimi solamente: e s'ella pur convenisse, è impossibile che sia fatta d'alcun altro; perciò che i principi e gli uomini di Stato debbono esser somiglianti a' sapientissimi artefici nell'operare: e come solo Fidia poteva scolpire una perfettissima imagine di Minerva, e solo Apelle dipingere la bellissima imagine di Venere; così il Principe eccellentissimo avrebbe potuto imprimere negli animi de' nobili e degli ignobili l'amore della concordia, e l'ubbidienza verso l'Imperatore; non solamente colorirlo nelle parole. Al Principe eccellentissimo, dunque, si conveniva di prender questa impresa: e s'ella fosse stata utile, poteva concederla a gli altri; perciò che i magnanimi sogliono lasciare a gli amici assai spesso l'utilità, e d'ogni lode debbon esser liberali parimente; ma l'onesta non è conceduta altrui da coloro che son amatori dell'onesto. Ed essendo quell'operazione onestissima, se 'l Principe era amico della verità, non doveva privarsene per alcun altro, quantunque egli potesse contentarse ch'altri n'avesse la gloria: ma niuna operazione già mai fu migliore di quella; dunque, egli non doveva schivarla, o cercar ch'altri gli fosse preposto nell'elezione; o pur, come dice il Martello, divertirla; perchè la diversione (nome usato da' medici) propriamente è nel corpo, degli umori cattivi: e nel regno, a questa similitudine, si dice delle cose maligne. Ma l'elezione è buona, perciò ch'ella è operazione fatta con molto consiglio, per la quale prendiamo le cose migliori che sono in nostro potere, e rifiutiamo l'altre. Laonde se la Patria fosse apparita al Principe con la corona d'oro e con lo scettro e co 'l manto reale, e con gli ornamenti delle vittorie maritime e terrestri, mostrandoli da l'uno de' lati il mar pieno di vele e di legni armati; da l'altro, la terra coperta di cavalieri e di fanti; e gli avesse detto: Che desideri tu, o Ferrante? niuna altra occasione doveva eleggere, che quella ch'allora si offeriva, d'acquetar la città co 'l liberarla da' sospetti dell'Inquisizione, e con l'osservazion de' capitoli. Dunque ottimo fu veramente il consiglio di mio padre; perch'egli consigliò l'ottima operazione, la qual è di pacificar la patria con la grazia dell'Imperatore: e 'l consiglio fu dato a Principe eccellentissimo, com'era conveniente, perchè non aveva alcuno superiore fra gli altri di quel Regno, e niuno era congiunto a Cesare di più stretto parentado; laonde niuno altro doveva più volentieri prender questa cura di riunirla a lui: e nell'accettar quell'ufficio fece quello ch'era perfetto ufficio, ed osservò quel ch'era sommo decoro.</p>
<p>Or paragoniamo questo consiglio a quel del Martello; il quale, persuadendo l'andata del Principe nel tempo della partita del Duca di Somma, e dissuadendolo in questo, prepone la minor onestà a la maggiore. Perciò che, quantunque fosse onesto ch'egli si purgasse di quella sospizione che la fuga del parente poteva aver generata nell'animo di Carlo; nondimeno era più onesto ch'egli li porgesse aiuto nel commune pericolo, e ch'anteponesse la causa di tutta la Città o di tutto il Regno a la sua propria, o pur a quella del suo legnaggio. Ma sin'ora la contesa e 'l paragone è fra le cose oneste, delle quali mio padre considerò la vera essenza e la vera luce; ma al Martello bastò il colore, scrivendo al Principe: «Che quando si potesse schivar l'andata con colore ch'abbia dell'onesto, che non si lassi di farlo; rimettendomi però al vostro saldo giudicio, e supplicandola di perdono della mia temerità.» Ma s'egli fosse stato buon consigliere, non gli sarebbe paruto abbastanza di colorirla; nè averebbe posta nell'una delle bilancie, «con la disgrazia di Cesare, co 'l pericolo della vita, e con la diminuzione delle facoltà, con l'abbandonare i vassalli e le sue cose in preda altrui, la privazione de' suoi diletti»; quasi volesse aggiungere sovra il monte Olimpo, e sovra Pelia e sovra ad Ossa, anzi sovra cosa ch'è di peso maggiore che tutta la terra e tutto il mare, una leggierissima piuma per aggravarla. Laonde fu data occasione al ragionamento del Sessa; nel quale egli dimostra, che non si prende consiglio dell'utile o dell'onesto solamente, o del paragone che si può fare tra loro in più modi, ma del piacevole ancora; il quale, come che possa e soglia considerarsi in molte guise, nondimeno non doverebbe aver luogo alcuno nella considerazione di cose gravissime; com'è quella della quale si dava consiglio. Ma perchè il Martello pesa la bontà del suo parere non da la ragione ma da l'evento, non conchiude che quel di mio padre fosse cattivo; perchè questa bilancia è popolare, e propria degli uomini volgari, i quali concedono a la fortuna quel giudicio che si conviene a la virtù. E quantunque il consiglio paresse al fine infelice; non fu nondimeno infelice a la patria, ma forse dannoso al Principe, a mio padre, ed a me che scrivo. Ma quel d'Attilio Regolo ancora fu dannoso al consigliero, o mortale più tosto; e per questa ragione meritò lode maggiore. Nè quel di mio padre non sarebbe stato cagione d'alcun danno, se 'l Principe gli avesse così prestata credenza l'altre volte come prestò la prima: pur lasciando da parte altre cose che successero, in fin ch'ebbe l'archibugiata nella gamba. Da poi ch'avenne questo caso, egli sospettò che 'l feritore, suo vassallo e fratello d'un suo cameriero, non fosse favorito da più alta persona, che non meritava quel fatto: laonde ragionandone con mio padre, disse che voleva andare a la Corte dell'Imperatore; e fu da lui confermato in questa opinione; e si sparse questa voce publicamente, e fu creduta da mio padre istesso, che n'era il consigliero, e da ciascuno degli altri più fedeli e più intrinseci. Ma da poi ch'egli uscì de' confini del Regno, in Terracina, terra del Papa, manifestò il suo proponimento al signor Americo Sanseverino, al signor Francesco Torre, ed a mio padre; il qual era d'andarsene a la Corte di Francia. E dispiacque a lui più ch'a ciascun altro, perchè più aveva da perder di tutti: nè parlo delle facoltà simplicemente, le quali in mio padre erano mediocri, ed in alcuno di loro assai picciole; ma della moglie e de' figliuoli; perciò ch'il signor Francesco, quantunque non fosse senza moglie, era senza successione, e 'l signor Americo non aveva nè l'uno nè l'altro. Ma niuna di queste cagioni tanto il mosse, quanto il servizio del padrone, il quale lasciava così bello e così nobile stato, e si ribellava da uno Imperatore vittorioso per andare a servire un Re straniero, in paesi lontani, e nella età sua che cominciava ad invecchiare. Laonde il consigliò ch'egli si fermasse in Vinegia sin che s'assicurasse di quel sospetto, ch'egli aveva, dell'animo di Cesare: il quale per la clemenza nuovamente dimostrata ne' Principi tedeschi, non era ragionevole che volesse incrudelire contra la persona o contra la dignità d'un suo parente, che, per giudicio di mio padre, non aveva fallato. E se questo secondo consiglio fosse stato creduto, il Martello non averebbe acquistata lode di buon indovino, o di profeta degli altrui danni. Dunque, non mancò la prudenza a mio padre, ma la fortuna; perciò ch'egli, seguendo quella del padrone, manifestò la sua fede, con la perdita di tutte le sostanze, con le quali poteva onorevolmente nutrire i figliuoli, e sostener la vecchiezza.</p>
<p>Ma lasciamo le doglianze da parte, perchè questo non è tempo di lamentarsi, ma di scrivere. Io confermo, dunque, che 'l consiglio di mio padre fu buono in comparazione di quello del Martello, perch'egli fu giovevole a la patria; nè sarebbe stato dannoso al Principe, se nell'altre cose l'avesse similmente persuaso: ma fu buono ancora in paragone di quel che diede il Nifo, perch'egli considerò molte cose più tosto in persona di qualche consigliero Imperiale, che nella propria; le quali appertengono a le condizioni del Principe, ed a l'autorità ch'egli aveva co' Napolitani; e sono anzi ragioni di stato che filosofiche. Ma quelle che son proprie della filosofia, fondò principalmente sovra il paragone di due cose oneste; cioè: a cui più tosto dobbiam servire, a la patria, o vero al re legitimo e per natura, com'era Cesare veramente. E quantunque ci siano argomenti da l'una parte e da l'altra; nondimeno si raccoglie dal suo parlare, che non può servire al re chi non procura il giovamento del regno; perciò che la perfetta operazione del re è di giovare a' soggetti, come è quella di ciascuno altro sovraposto a qualche ragunanza: laonde in quella azione non ci nasceva alcuna contesa fra due cose oneste; ma più tosto una concordia fra l'una e l'altra, per la quale l'una con l'altra più si congiungeva. Ma quella che 'l Nifo mette in quistione, mio padre propone come indubitabil cosa: onde, quantunque il parere dell'uno non sia punto diverso da quel dell'altro; nondimeno l'uno ha maggior parte di quello acume il quale è conveniente a la disputa, l'altro è più acconcio a la persuasione; perciò che, persuadendo che 'l Principe vada ambasciatore a Carlo quinto, non consigliava alcuna cosa contra 'l servigio di Sua Maestà; essendo il fine d'ogni buono ambasciatore la concordia della persona che manda e di quella a cui si manda: e perchè tutte l'altre unioni son men necessarie di quelle delle membra co 'l capo, persuadeva non solo ottima cosa, ma necessaria. Fu dunque il suo consiglio non solamente buono, ma perfetto assolutamente. E già, se non m'inganno, abbiam provato tre delle cose proposte: che 'l consiglio di mio padre fosse migliore di quello del Martello, non diverso da quello del Sessa, e buono semplicemente.</p>
<p>Ora si devrebbe dimostrare ch'egli sodisfacesse a l'amicizia ch'aveva co 'l Martello, se la cosa fosse in modo oscura ch'avesse bisogno d'altra prova, di quella che si raccoglie da le lettere d'ambedue: la qual tuttavolta è chiarissima; perchè mio padre si giustificò con molte verissime ragioni, come doveva, facendo stima dell'amico; ed egli prese, o mostrò di prendere in gioco la giustificazione, non potendo rispondere a la verità: nella qual cosa non offese tanto mio padre, quanto se stesso; poi ch'egli co 'l suo giudicio medesimo manifesta, che persona di tanta autorità e di tanta gloria nella professione dello scrivere non doveva esser disprezzata: ma soverchia passione mostrava di non stimarla; e da l'altra parte credeva d'acquistare grandissimo onore nella contesa: laonde non era ben concorde a se stesso: e chi da se medesimo discorda, non può con gli altri concordare; perciò che la concordia interiore è principio e quasi fonte dell'esteriore. Non doveva ancora il Martello rifiutar le ragioni come false, non dimostrando la falsità: ma non poteva dimostrarla, perciò che elle eran vere altretanto quanto i testimoni; e se i testimoni eran conformi a le ragioni, come si legge in una lettera del Principe al Martello; essendo veri gli uni, non potevano l'altre esser false in modo alcuno. Fu dunque la giustificazione di mio padre fondata sovra gli argomenti ragionevoli, e sovra l'autorità di persone degne di stima; perciò che ella era necessaria, e convenevole nel purgar le sospizioni degli amici: ma egli, non l'accettando, fu somigliante a quelli infermi i quali ricusano le medicine salutifere perchè sono amare: e chiamò veleno quel ch'era più tosto assenzio, o vero aloe, datogli per purgarlo di quella invidia o di quella emulazione per la quale egli aveva violate le sante leggi dell'amicizia. E come ch'ella si discopra in tutte le cose, si manifesta particolarmente nel pervertire le parole e i sentimenti; perciò che, dove mio padre dice d'esser stato ministro della sua fortuna, egli attribuisse a l'amico che gli rimproveri d'esser stato autore della sua dignità; la quale il Tasso dice d'aver solamente procurata: ma il procurare è operazione di ministro. Dunque, nelle cose dette cortesemente da mio padre, e dal Martello sinistramente interpretate, si conosce la modestia dell'uno e la malignità dell'altro: il quale peraventura l'aveva sottratto a mille fatiche, da lui chiamate indignità; perchè mio padre non gli fu inferiore, quantunque assai spesso avesse bisogno del suo favore in riscuotere l'entrate assegnateli, ed in altre occasioni somiglianti, come si vede in quelle medesime lettere che cita l'oppositore. Ma i benefici che mio padre aveva ricevuto, non dovevano distrugger nell'aversario la memoria di quelli ch'egli aveva fatti a lui; anzi era convenevole più tosto, che da l'una parte e da l'altra potessero confermar l'amicizia. Nè mio padre, dicendo d'esser stato il primo in fargli piacere, negava alcuno di quelli per li quali il Martello voleva che gli fosse tenuto: ma sì come nelle battaglie de' nemici ha gran vantaggio il primo feritore; così nell'amichevoli contese è molto superiore quello che prima ha fatto beneficio. E questo basti per quella parte nella quale del debito loro si doveva ragionare: da la quale passeremo a l'altra delle calunnie, ch'è di maggior importanza.</p>
<p>Ma in questo non voglio altro testimonio che quel del Martello istesso: e non ricerco ch'ad alcuno sia più creduto ch'a le sue medesime parole; perciò ch'egli si confessa calunniatore nel principio della sua Risposta, dicendo: «Qual fu più bella sottilità, che doppo aver seminato le mie calunnie in tutte le parti d'Italia, acciò ch'or forse non se ne perda la memoria, l'avete raccolte con tanto bell'ordine nella vostra ingegnosa lettera?» avegnachè le calunnie del Martello fosser quelle con le quali egli aveva calunniato mio padre; chè s'egli ne fosse stato il calunniato, non l'averebbe chiamate sue calunnie, ma del Tasso. Non chiama dunque il Martello calunniatore il Tasso, ma se medesimo. Si duole ancora, che l'amico calunniato abbia voluto divolgarle o, com'egli dice, seminarle: la qual doglienza non è giusta; ma tuttavolta non è odiosa, perchè lascia molto luogo a la redintegrazione dell'amicizia nell'altre parole di quella medesima lettera, non differenti da le prime; perciò ch'il Martello non si duole che mio padre fabricasse le calunnie, ma che le colorisse. Il Martello, dunque, era stato il fabro delle calunnie; le quali pervenendo a gli occhi di mio padre, egli l'averia colorite in quella guisa che Fra Bastiano coloriva le statue. E questo io dico, non perch'io creda che fosse così a punto come divisa il Martello; ma perch'è ragionevole che mio padre, parlando delle calunnie del finto amico, o scrivendone, usasse quegli istessi colori retorici, e quegli istessi ornamenti del dire, de' quali vestiva gli altri suoi concetti: e s'altri non avesse prima intesa la secreta confessione del Martello, e 'l sottil avedimento co 'l quale fa mio padre sospetto dell'altrui colpe, consideri la proprietà del suo parlare; e conoscerà ch'io non mi dilungo dal vero. Fu, adunque, il Martello il calunniatore, e mio padre il calunniato. Ma forse il Martello fu da me pagato dell'istessa moneta. Or come? Non scrive egli nella lettera al signor Alfonso Rota queste parole: «In questa ultima deliberazione ho esclamato con la lingua e fulminato con la penna, per impedir la prima elezione, e da poi l'andata; dove da loro l'una e l'altra di queste cose era stata procurata, o almeno caldamente desiderata.» Dunque, non solo aveva scritto, ma parlato; e le parole potevano esser state raccolte da gli altri: ed io ho cercato di rinovare la memoria, e l'ho rinovata non come istorico, ma come scrittore di dialogo; il quale non può calunniare, perchè non fa professione di narrar in tutte le cose la verità; ma più tosto s'obliga al verisimile ch'al vero. Laonde Platone istesso, quantunque voglia che le cose scritte da lui non fossero sue, ma di Socrate, nondimeno in molte cose più tosto ha risguardo al decoro delle persone ch'a l'istoria de' tempi; come è notato d'alcuni, i quali osservano ch'egli introduca a parlar molti che non furono già mai insieme. Laonde mi doveva esser conceduto ch'io componessi l'orazione del Martello e del Tasso, e i ragionamenti del Nifo co 'l signor Cesare; non mi partendo da quel ch'era conveniente. Ma se pur i Fiorentini n'erano offesi, dovevano allora mostrare risentimento, non dopo tanti anni, dopo tante parole scrittemi da loro, per le quali doveva esser certo d'aver ricuperata la grazia di tutti, e dopo tante mie lodi e tante dimostrazioni d'onore e di riverenza.</p>
<p>Ma tornando a la quistione, mi par d'esser tanto lontano da le calunnie, ch'ardisco d'affermare, ch'il consiglio ch'attribuisco al Martello fia migliore del suo proprio, perciò che nel suo medesimo parla di Carlo quinto, giustissimo imperatore, in quel modo che si converrebbe d'un principe ingiusto; come si conosce in quelle parole: «Non resterò di dire, ch'a Sua Maestà non piacerà, co 'l valore e con la nobiltà e con la moltitudine de' vassalli vostri, sia aggiunta ancora una voluntà generale di questo Regno, e una confidenza sì grande; perchè queste cose pongono negli animi de' Principi timor di novità a l'interesse de' successori; e per consequenza, desiderio d'estinguerle in quelle occasioni che s'offriranno loro;» avegna che Carlo quinto non cercò d'estinguere alcuno, perch'egli fosse amato o perchè gli fosse data credenza da' popoli: e s'egli avesse avuta questa passione, n'averebbe estinti molti, i quali premiò liberalmente: e chi gliel'attribuisce, il finge d'animo tirannico. E questa senza fallo è quella temenza la quale confessa il Martello nel fine della sua prima lettera, e quella imprudenza la quale egli non volle confessare; perciò che, quantunque questi affetti possano facilmente capire negli animi grandi e cupidi del signoreggiare per la gelosia degli Stati, nondimeno rade volte si manifestano, e può l'uomo agevolmente ingannarsi: laonde non doveva il Martello scriverne in modo ch'egli offendesse un principe grandissimo come l'Imperatore; il quale parimente offese con quell'altre parole. «Anzi io sono d'opinione in tutto diversa, che per non aggiunger Sua Maestà a la grandezza dell'altre vostre qualità l'amor di questo Regno, se ben'avesse animo di farli grazia alcuna, non la farebbe per mezzo vostro; anzi cercherà di differirla in altro tempo, e mandarne voi male spedito, con mala sodisfazione di quelli ch'aspettano:» perciò ch'era forse vero, non che verisimile, che questo fosse intendimento d'alcuno Ministro di Sua Maestà. Ma in quel Principe magnanimo, ch'aveva conceputa la guerra contra Solimano, e l'antica grandezza del Romano Imperio, non par conveniente ch'avesse luogo così basso pensiero: nè deve attribuirsi a Cesare alcuna cosa, la quale non convenga a l'Imperial Maestà, nè misurar quell'animo altissimo con le picciole misure del nostro giudicio. Il Martello, dunque, scrive dell'Imperatore, nelle sue lettere, come s'egli fosse un principe interessato ed ingiusto: ma nel mio Dialogo ne parlo come di giusto monarca, ed amico dell'onesto, il quale debba legitimamente commandare in un Regno che fu sempre signoreggiato. Nè falsifico il suo parere: perchè il falsificator delle monete, mescolando il rame con l'argento, e l'argento con l'oro, le fa peggiori; ma io ho fatte migliori le ragioni di Stato, mescolandovi quelle della filosofia, che sono come oro purissimo. Dunque, niuna calunnia ho attribuito al Martello; ma quella riverenza con la quale conveniva parlare di grandissimo re: il che mi sarebbe stato lecito s'io avessi fatta professione di scriver istorie, come scrisse Senofonte; e molto più mi si doveva concedere scrivendo dialogi. Ma perchè meglio si conosca la prudenza che dimostra il Martello nella sua lettera, considerinsi queste altre parole: «Mi par che vada a perdita manifesta; non dico del pericolo della vita, della quale pur si deve far caso, in questa deliberazione; nè di lasciar le sue cose imperfette, che cominciavan pur a prender qualche forma; nè della disgrazia del Vicerè, da la quale nasceranno mille incommodi alle vostre facoltà, e mille oltraggi a' vostri servitori; perchè non lascia il Vicerè senza sospetto di molta ingiustizia:» laonde in questa parte l'aversario ha poco che rimproverarmi.</p>
<p>E poichè mi par d'aver provato a pieno tutte quelle cose ch'io aveva deliberato di mostrare, non ci rimane altro che 'l parlare de' miei biasimi, e della lode della nazione Fiorentina. Ma non riprovando io le cose dette in onor di quella città, sarebbe forse convenevole ch'alcuno di loro medesimi acquetasse il mormorare di chi mi trafigge. Pur io sentendomi così fieramente morso da la maledicenza, cercherò di medicar le mie piaghe medesime. Or comincio da questa che, se non è la maggiore, è quella che più sento nell'animo. «Dovette Torquato Tasso immaginarsi peraventura, quando egli scrisse il Dialogo, dove egli ha inzeppate le soprascritte orazioni, ch'e' non dovesse scoprirsi questo suo giuoco di bagatelle, e ch'altri non s'avedesse che delle stesse orazioni fosse stato il compositore, e l'introduttore in un tempo.» E poco appresso: «Lasciando questo, e tornando a la falsità; dovette credere il Tasso che quel volume del Martello fosse sepolto nella dimenticanza;» e tutto quel che segue di quella clausula, e d'alcune altre appresso; nella quale egli mi biasima di cosa per cui Platone non fu mai se non lodato da ciascuno: perciò ch'egli nel Fedro inscrisse una orazione di Lisia ed una di Socrate, non altramente ch'io facesse quella del Martello e di mio padre; e se ne fosse egli medesimo il compositore e l'introduttore, o pur se Lisia la scrivesse, peraventura sarebbe dimanda d'uomo troppo curioso: perciò che ne' dialoghi, come nelle poesie, non si ricerca necessariamente la verità, ma la verisimilitudine e la convenevolezza: e fra quante io n'ho vedute de' Greci, non lessi mai quella orazione di Lisia, nè c'è peraventura chi l'abbia letta; laonde ragionevolmente è creduta di Platone. E se l'orazioni che si leggono nel mio Dialogo fusser riputate mie, non però dovrei esser tenuto io calunniatore; perchè la calunnia non si fa per giuoco, ma nelle cose che son dette senza scherzo: e s'egli stima giuoco il mio Dialogo, m'assolve da la calunuia e da la falsità; quantunque, chiamandolo giuoco di bagatelle, gli dà nome sconvenevole; perciò ch'egli è ragionamento di cose gravi. Nè io pensava che quel volume delle Lettere fosse sepolto nell'oblivione; o quella lettera almeno, perch'io l'aveva letta non molti anni a dietro; benchè allora ch'io scrissi il Dialogo non potessi averla: ma sapeva che minor fondamento di verità suol dare materia a molte composizioni somiglianti. Nè avenne mai ch'alcuno in loro accusasse la falsità dell'occasioni, ma quella delle ragioni; nella quale egli non mi riprende, come riprese Aristotele ne' ragionamenti Socratici l'opinione di Socrate, di Parmenide, di Timeo e degli altri. Nè io ricuso che le ragioni scritte o dette da me, siano considerate nell'istesso modo; perciò che dove non mancano l'opposizioni, possono abbondar le difese: ed io mi persuado che ne' miei Dialoghi la verità ci abbia tanta parte, quanto basta per non escludere ogni convenevolezza de' ragionatori; a la quale io non ebbi così picciol risguardo, ch'introducessi a dir cose sconcie: perciò che il Martello non biasima Napoli, per assomigliarlo al leone ed al cavallo; ma dimostra insieme con la sua ferocità e con la fortezza e con la disposizione a la guerra, quella virtù particolare dell'ubbidienza e della destrezza, per la quale i cavalli sogliono esser così pronti sotto il buon cavalcatore: e senza esse non si potrebbe in paese alcuno, nè tra alcuna nazione, introdur la forma d'un regno; perciò che difficilmente possono riceverla gli uomini inclinati ed avezzi a viver in libertà e in licenza, come i Fiorentini vissero lungamente: e s'egli pur lodò la sua patria, non fu suo proponimento di vituperar Napoli; ma 'l fece con intenzione d'avilire altre città, le quali egli credeva che non dessero tanta riputazione a' suoi gentiluomini, quanta dà Fiorenza: laonde niuna malevolenza procurava dal Principe in questa parte; ma cercava d'addur in disprezzo l'aversario.</p>
<p>Or passiamo a quel che segue. «Certamente il detto Tasso in questa sua manifattura ha mostrato maraviglioso arteficio nel contrafare:» e considerinsi l'altre cose che vanno appresso. In risposta delle quali io dico, che niuno sottile artificio è questo, ma semplice dimostrazione della mia benevolenza; perciò ch'io sempre amai il buono e pacifico stato di quella Città, nel quale ella si può conservare ed accrescere sotto la signoria di clementissimi Principi, più securamente che non avrebbe fatto in quella antica e sediziosa libertà, per cui sempre era in briga con vicini e con se stessa. E s'io non la dimostrai più chiaramente con lodar le sue bellezze in quel Paragone tra l'Italia e la Francia, avenne perch'in quel tempo io non aveva veduta Fiorenza, nè pur alcuna parte di Toscana; la quale viddi alcuni anni da poi: ed ora, se l'occasione il portasse, manifestarei che niuno affetto maligno m'impediva il conoscimento delle sue magnificenze, delle quali io vidi alcune; perchè ci fui condotto da M. Battista Deti, che m'albergò cortesemente: ma non le vidi tutte, nè quelle del territorio tanto lodato da l'Ariosto; perchè l'occasione non mi concedeva ch'io potessi fermarmici se non breve tempo.</p>
<p>Ma ci resta da guarire un'altra piaga, la quale mi dà l'aversario dicendo «ch'io ho fondato il mio Dialogo sovra la menzogna, contra il fondamento del Parere del Martello, il quale si vede stampato:» ma ella è medicata in parte dal Martello medesimo; il qual dice, ch'in questo suggetto esclamò con la lingua e fulminò con la penna. Laonde, oltre le cose che da lui sono scritte, è ragionevole ch'egli ne dicesse alcune altre, che potevan da me spiegarsi in dialogo; e non men ragionevole ch'io più volte usi l'istesso impiastro, poich'una m'ha fatto giovamento: e se con le scritture di mio padre, gran parte delle quali perdei insieme con le facoltà, non avessi perduto ancora molti suoi libri stampati, potrei addur alcune cose per confermazione del mio parere. Ma troppo s'è ragionato, oltre il nostro proponimento, di quel ch'appertiene al Martello.</p>
<p>Or torniamo, poi ch'a lui così piace, a quelle che l'oppositore chiama offese della Città, dicendo ch'io ho fondato i biasimi, ch'io studio di darle, agguagliandola a Roma e ad Atene. Ma chi riprende altrui di contrarietà, dovrebbe guardarsi di non contradir a se stesso: ed apertamente si contradice; perciò che l'affermare ch'io biasimi Fiorenza, e ch'io l'agguagli ad Atene ed a Roma, sono manifeste contradizioni: poi che io la paragono con due republiche, le più nobili e le più famose che mai fossero al mondo, le quali già fiorivano non solamente di lettere e di studi, ma d'arme e d'imperio. Ma volli solamente con questo paragone dimostrar la natura delle republiche popolari, o delle miste, come più gli piace, nelle quali molte fiate le nuove famiglie superarono le vecchie, e si presero il governo della Città: il principio della quale non fu dissimile da quel di Roma, sì come non fu dissimile il suo accrescimento; perciò che Roma s'accrebbe per le rovine d'Alba, e Fiorenza per quelle di Fiesole. Nondimeno, se ne' Romani fu biasimata l'ignobiltà dell'origine da Mitridate re di Ponto, poteva essa ne' Fiorentini similmente biasimarsi da qualch'oratore; al quale è conceduto di farlo, perchè tutta questa parte della lode e del biasimo è sua propria materia: e poteva farlo senza pericolo; perch'i Fiorentini non sono signori di mezzo il mondo, come furono i Romani. Ma di tanto fu cortese mio padre, il quale porrò nel numero degli altri oratori, che non volle offenderli con altri testimoni, che con quelli ch'egli tolse da gli scrittori di quella nazione medesima: io dico Dante, e Giovanni Villani, l'uno de' quali fu istorico, l'altro poeta. Quantunque l'istorico debba scrivere il vero, al poeta si conveniva onorar la sua città, come fece Virgilio dell'antichissima origine di Roma, derivata dal nobilissimo regno de' Troiani: nondimeno, Dante non volle farlo, vinto peraventura da soverchia passione. Laonde non è maraviglia ch'un oratore, in una contesa ch'egli ebbe con Fiorentini, si vestisse del medesimo affetto, e parlasse in quel modo ch'avevano parlato i suoi figliuoli più cari, de' quali più si gloria e si tiene in maggior stima: nè solamente gli antichi, ma i moderni, a cui la Corte poteva aver insegnate le nuove usanze; perciò che Monsignor della Casa, nel suo Trattato de' costumi, dice che alcune d'esse son convenienti «a' Napolitani, la città de' quali è abbondevole d'uomini di gran lignaggio, e di baroni d'alto affare; ma le medesime non si converrebbono a' Lucchesi e a' Fiorentini, che per lo più sono mercanti e semplici gentiluomini.» Ma peraventura Monsignor della Casa il disse nella persona di Galateo: laonde, se pur disse il falso, non fu calunnia, ma opinione che porta il Veronese della nobiltà Fiorentina; della quale è più ragionevole che si creda al Fiorentino istesso, come è l'oppositore; il qual dice altramente, dividendo le famiglie nobili in tre ordini, e numerandone gran quantità dell'illustrissime. Nè voglio già negare che molte delle nominate da lui non sian illustri o molto illustri; ma che ce ne sia gran numero d'illustrissime non mi par vero, per alcuna ragione; perciò che se molte fossero l'illustrissime, sarebbono eguali: ma non possono esser eguali ed illustrissime, perchè le cose alzate nel sommo grado non ricevono parità. Una, dunque, in ogni nazione è la famiglia illustrissima, sì come uno per numero è l'eccellentissimo: e s'a me non lo crede, lo dovrebbe almeno credere ad Aristotele, che lo afferma nella Divina Filosofia. Ma qual sia questa tra' Fiorentini, non stimo che se ne potesse dubitare al tempo di Lorenzo e di Giuliano, che furon duchi d'altri paesi, non ch'a quel d'Alessandro e di Cosmo, che furon duchi di Fiorenza. Ma in questa parte io non posso se non lodare la discrezione dell'oppositore, il quale avendo raccontato molte nobili stirpi c'hanno prodotto uomini di grandissimo valore e di gran dignità, e particolarmente quella de' Medici, da la quale sono usciti sei Cardinali, ha taciuto di tre Pontefici; perciò che questo splendore è così grande, ch'a tutte l'altre doveva bastare il riceverlo da loro, senza entrare in competenza dell'Illustrissimo. E questo voglio che sia fine della mia Risposta, e 'l termine della mia difesa, che la necessità mi dimostra e la ragione mi prescrive. </p></div1></body></text></TEI.2>
