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      <title>Gramatica ragionata della lingua italiana</title>
      <author>Francesco Soave</author>
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      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
      <pubPlace>Roma</pubPlace>
      <date>2006</date>
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        <p>Questa risorsa digitale è liberamente accessibile per uso
              personale o scientifico. Ogni uso commerciale è vietato</p>
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      <title>Collezione BibIt</title>
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        <title>Gramatica ragionata della lingua Italiana</title>
        <author>Soave, Francesco</author>
        <publisher>presso i fratelli Faure</publisher>
        <pubPlace>Parma</pubPlace>
        <date>1771</date>
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                    <p>Tutti i materiali paratestuali della fonte cartacea non riconducibili alla
                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                      digitale</p>
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                      <p>Livello medio: controllo a video con collazione con edizione di
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                      <p>I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea
                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
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                      <p>I trattini di sillabazione a fine riga sono stati soppressi e le parole
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<text>
<front>
<div1>
<head>A' leggitori.</head>
<p>Fra la moltitudine delle gramatiche, che intorno alla lingua italiana si son fin qui pubblicate, una gramatica ragionata tuttavia attendevasi, e questa è quella, che or, leggitori cortesi, vi si presenta.</p>
<p>Lo studio delle lingue arido per sé stesso, e stucchevole allora solo può divenir piacevole ad un tempo, e fecondo di utili cognizioni, quando considerata a fondo la natura, e l'indole delle lingue in generale, e esaminato quindi attentamente il genio, e l'uso di quella, che prendesi particolarmente a trattare, se ne stabiliscano fissamente i principj, se ne deducan le regole con semplicità, e con chiarezza, si distingua ciò, che dipende dal sol capriccio dell'uso, da ciò che nasce da' principj fondamentali, e ciò che è uso costante, e universale da ciò che è mera bizarria, o stravaganza di qualche scrittore particolare, si osservi l'analogia di una lingua coll'altre, si notino le loro irregolarità, si rilevino col confronto i loro pregi o difetti, e così discorrendo. Questo è quello, che l'autore della presente gramatica si è proposto di fare, e che egli si è studiato di eseguire coll'ordine, colla chiarezza, e colla precisione maggiore.</p>
<p>Della parte metafisica egli è debitore ai signori <name lang="fre" rend="italic">Lancelot</name>, e <name lang="fre" rend="italic">Du Marsais</name>, al <title>Trattato delle lingue italiana, e latina</title> dato alla luce alcuni anni sono da un celebre professore di questa R. Università, e alle proprie riflessioni; della parte gramaticale al Buommattei, al Cinonio, al Corticelli, al Soresi, e alla lettura diligente de' migliori italiani scrittori. Circa a quest'ultima egli ha creduto di dover discendere a tutte le particolarità ancor più minute, che giovar possano a chi ama d'apprendere la lingua italiana fondatamente: e quanto alla prima nel tempo stesso, ch'egli s'è studiato di analizzare esattamente tutto ciò, che può maggiormente interessare la metafisica delle lingue, ha procurato anche di farlo in modo, che nulla fosse tuttavia superiore all'intelligenza comune.</p>
<p>Per soddisfare poi chi amasse in questa parte meditazioni ancor più profonde egli spera di pubblicar fra non molto alcune sue <title>Ricerche intorno all' istituzione delle lingue, e la loro influenza su le umane cognizioni</title>, nelle quali stabilita l'ipotesi di due fanciulli di sesso diverso abbandonati in un'isola deserta, ei fa vedere come crescendo, e moltiplicandosi potranno questi formare a poco a poco una vera, e perfetta società, come potranno istituire una lingua, e come le loro cognizioni, di cui determina la picciolissima estensione nello stato naturale, coll'istituzione de' segni articolati verranno di mano in mano accrescendosi, e perfezionandosi.</p>
<p>Voi accogliete frattanto di buon grado, leggitori cortesi, ciò ch'egli or vi presenta, e vivete felici.</p>
</div1>
<div1 n="Imprimatur">
<opener>
<byline>NOI PRESIDENTE, E RIFORMATORI DE' REGJ STUDJ</byline>
</opener>
<p rend="italic">Avendo riconosciuto dall'attestazione dell'Ecclesiastica Potestà, come nel libro intitolato <title>Gramatica ragionata della lingua italiana</title> non vi ha nulla che ripugni ai dogmi della religione, ed alla purità della morale cristiana, e parimente per quella del revisore da noi spezialmente deputato nulla, che si opponga ai diritti de' sovrani, permettiamo ai fratelli Faure di pubblicarlo, presentandone quindi un esemplare alla Reale Segreteria di Stato, ed un altro alla Reale Biblioteca.</p>
<closer rend="italic">
<dateline>Parma, 17 maggio 1771.</dateline>
<signed>PRES., E MAG. DE' RIF.</signed>
<signed>A. Mazza. Segret.</signed>
</closer>
</div1>
<div1>
<head>Introduzione</head>
<argument><p><hi rend="italic">Delle parti del discorso in generale</hi>.</p></argument>
<p>Il fine di ogni nostro discorso egli è quello di manifestare ad altri i nostri pensieri. A ciò sono necessarj in primo luogo i <emph>nomi</emph>, ed i <emph>verbi</emph>; e queste due parti sono di necessità assoluta. Per ben comprenderlo basta osservar prima come nascano in noi l'idee, e come da noi si combinino; indi ciò che è richiesto per poterle palesare ad altrui. Io assaggio per esempio un frutto, e lo trovo amaro. Due idee si formano nella mia mente, una dell'oggetto, che è il frutto, e l'altra della qualità ch'egli ha d'esser amaro, ossia di produrre in me quella sensazione disgustosa, che io chiamo amarezza. Or se vorrò manifestare ad alcuno l'idea che in me si è destata di quest'oggetto, converrà che adoperi un qualche segno, com'è la parola <emph>frutto</emph>; se vorrò esprimere l'idea della sua qualità, bisognerà che n'adoperi un altro, qual è la parola <emph>amaro</emph>. Ma quei segni con cui si esprimono l'idee degli oggetti, come <emph>frutto, albero, terra, acqua, cielo</emph> ecc., si chiamano <emph>nomi sostantivi</emph>, e quelli con cui s'esprimono l'idee delle qualità, come <emph>amaro, dolce, bianco, nero</emph> ecc., si chiamano <emph>nomi aggettivi</emph>. Conciossiaché adunque il parlare consista principalmente nel significare agli altri l'idee che abbiamo degli oggetti, e delle lor qualità: ognun vede che i segni, che servono ad esprimere queste idee, cioè i <emph>nomi</emph> son nel discorso assolutamente necessarj.</p>
<p>Ma dopo che in me si è destata l'idea del frutto, e della amarezza; d'essere nata l'una all'occasione dell'altra fa, che naturalmente insieme io le combini; e sapendo che il frutto è quello, che in me ha prodotto la sensazione amara, dica fra me medesimo: <emph>questo frutto è amaro</emph>, o <emph>ha la qualità di essere amaro</emph>. Quell'atto della nostra mente, con cui ella afferma, o nega fra sé che una qualità convenga ad un oggetto si chiama <emph>giudicio</emph>. Ora se io vorrò esprimere con parole ad un altro questo mio giudicio, non basterà ch'io dica semplicemente <emph>frutto amaro</emph>, perché con questo risveglierò bensì l'idea del frutto, e della qualità, che si significa col nome <emph>amaro</emph>; ma non farò già intendere, che questa qualità si trovi nel frutto, di cui io parlo. Converrà adunque aggiugnervi qualch'altro segno, e dire per esempio <emph>il frutto è amaro</emph>; e questo segno con cui si afferma che una qualità si trova in un oggetto è quello, che chiamasi <emph>verbo</emph>.</p>
<p>[1.] Ogni giudicio della nostra mente espresso colle parole si dice essere una <emph>proposizione</emph>, vale a dire tale si chiama ogni serie di parole, con cui si affermi, o si neghi, che una proprietà convenga ad un oggetto; quindi <emph>il frutto è amaro</emph> sarà una proposizione, <emph>il frutto non è dolce</emph> sarà un'altra. E in ogni proposizione il nome dell'oggetto, in cui si afferma, o si nega l'esistenza della tale, o tal altra qualità si dice il <emph>soggetto</emph>, il nome della qualità, che al soggetto s'attribuisce, si chiama l'<emph>attributo</emph>, e il verbo si chiama <emph>copula</emph> dal latino <foreign lang="lat" rend="italic">copulare</foreign>, perché serve ad unire l'attributo col soggetto mostrando la convenienza, o disconvenienza dell'uno coll'altro. Quindi nella prima proposizione il <emph>frutto</emph> sarà il soggetto, <emph>amaro</emph> sarà l'attributo, e il verbo <emph>è</emph> sarà la copula. Or non essendo ogni nostro discorso che una serie più, o men lunga di proposizioni, ella è manifesta la necessità e de' nomi, e de' verbi, senza di cui niuna proposizione si può formare.</p>
<p>Le altre parti del discorso non sono di una necessità egualmente assoluta, ma sono però di una grandissima utilità.</p>
<p>E primieramente sovvente accade di dovere in due, o più proposizioni successive parlare del medesimo oggetto. Ora il ripetere sempre lo stesso nome formerebbe una replica troppo nojosa. Usiamo adunque di sostituirvi alcuni aggettivi, che ne risveglin l'idea, quali sono <emph>egli, lo stesso, il medesimo</emph> ecc., e questi dall' ufficio, che fanno si chiaman <emph>pronomi</emph>; così in vece di dire: «Pirro cercò di corromper Fabrizio colle ricchezze: ma <emph>Fabrizio</emph> con animo forte ricusò <emph>le ricchezze</emph>», diciamo: «ma <emph>egli</emph> – o <emph>questi</emph> – con animo forte <emph>le</emph> ricusò».</p>
<p>2. Oltre all'idea della convenienza, o disconvenienza di una qualità con un oggetto noi vogliamo sovvente destare anche quella di una qualche relazione, che tale oggetto abbia con altri, il qual nome di <emph>relazione</emph> significa ciò che una cosa è rispetto ad un'altra, o paragonata ad un'altra. Or questo potrebbe ben farsi alcune volte coi nomi, e coi verbi soltanto: ma il discorso per lo più verrebbe lungo, e intralciato di modo, che non si potrebbe intendere agevolmente. Per esprimere adunque le relazioni con più chiarezza, e più brevità si sono introdotte alcune voci, che si chiamano <emph>preposizioni</emph>, perché si sogliono sempre premettere ai nomi, con cui ha relazione l'oggetto del quale si parla, e sono <emph>di, a, da, per, con</emph> ecc. Quindi dicendo: «Pietro passeggia <emph>con</emph> Paolo» la preposizione <emph>con</emph> indica tosto la relazione di compagnia, che uno ha coll'altro; laddove se non si volesse far uso di niuna preposizione, converrebbe dire: «Pietro passeggia; egli ha un compagno; questo compagno è Paolo».</p>
<p>3. Tutti i verbi, eccettuato il verbo <emph>essere</emph>, contengono in sé oltre all'affermazione anche un aggettivo, che vien poi ad essere l'attributo della proposizione; così <emph>amare</emph> è lo stesso che <emph>esser amante</emph>, <emph>vivere</emph> è lo stesso che <emph>esser vivente</emph>. Da questo viene, che per esempio <emph>Pietro ama, Pietro vive</emph> sono due proposizioni compiute, benché sembri, che non vi sia se non il soggetto, ed il verbo, perché gli attributi sono gli aggettivi <emph>amante</emph>, e <emph>vivente</emph> inchiusi nei verbi medesimi. Ora dicendo: <emph>Pietro ama</emph>, o <emph>è amante</emph>, <emph>vive</emph>, o <emph>è vivente</emph>, il verbo <emph>è</emph> esprime in primo luogo l'esistenza di Pietro, in secondo luogo afferma, che a lui convengono gli attributi <emph>amante</emph>, o <emph>vivente</emph>. Ma tanto l'esistenza, e l' affermazione espresse dal verbo <emph>essere</emph>, quanto le proprietà espresse dagli attributi posson ricevere varie modificazioni. Io posso per esempio affermare con certezza, o con dubbio che Pietro viva, e vario può essere il luogo, il tempo, il modo, in cui egli vive, o è vivuto. Tutte queste modificazioni si potrebbero indicare bastantemente colle preposizioni, e coi nomi, dicendo: «Pietro vive <emph>senza</emph> <emph>dubbio</emph>, vive <emph>in questo luogo</emph> – o <emph>in questo tempo</emph> – vive <emph>con felicità</emph>». Ma per abbreviare il discorso, e per variarlo s'adopera in vece d'una preposizione, e d' un nome una sola parola, che a loro equivale, e si chiama <emph>avverbio</emph> perché serve ad esprimere una qualche modificazione del verbo, o dell'attributo, che in lui si contiene; onde si dice: «Pietro vive <emph>certamente, qui, ora, felicemente</emph>».</p>
<p>4. Per lo stesso fine d'abbreviare il discorso, e di variarlo si usa pure spesse volte di cangiare i verbi in nomi aggettivi, come sono <emph>amante, amato</emph>; <emph>vedente, veduto</emph> ecc., i quali perché partecipan del nome, e del verbo, si chiamano <emph>participj</emph>. La loro proprietà si è quella di ridurre due, o più proposizioni in una sola. E a questo uso pur servono alcuni altri nomi derivati dai verbi, e che perciò si dicon <emph>verbali</emph>, come <emph>amatore, conoscitore</emph> ecc. Oltreché in vece dei participj <emph>amante</emph>, <emph>vedente</emph> ecc., spesso si adoprano i gerundj <emph>amando, vedendo</emph>, che fanno lo stesso ufficio, e si chiaman <emph>gerundj</emph> perché hanno la terminazione del gerundio dativo dei Latini. Come sappiano questi nomi ristringere il numero delle proposizioni si potrà osservar di leggieri ne' seguenti versi del Petrarca:</p>
<p><emph>Giunto</emph> Alessandro alla famosa tomba</p>
<p>Del fero Achille <emph>sospirando</emph> disse ecc. Qui non abbiamo che una sola proposizione: laddove sostituendo alle voci <emph>giunto</emph>, e <emph>sospirando</emph> i verbi, da cui derivano, le proposizioni sarebber tre: <emph>Giunse Alessandro alla famosa tomba del fero Achille; ivi egli sospirò; e disse</emph> ecc. Che le parole di Alessandro fossero: «Perché non ho io pure un Omero <emph>celebratore</emph> delle mie imprese?», questa proposizione equivarrebbe anch'essa alle due: <emph>Perché non ho io pure un Omero</emph>; <emph>che celebri le mie imprese?</emph>.</p>
<p>5. Se nel discorso le proposizioni fossero tutte staccate senza niuna connessione, egli verrebbe sovvente oscurissimo, e inintelligibile. Per unire adunque le proposizioni una coll'altra si sono introdotte alcune altre voci, che perciò chiamansi <emph>congiunzioni</emph>, e sono <emph>e, ma, benché, pure</emph> ecc. Queste nel medesimo tempo servono ad un altr'uso grandissimo, ed è quello di risparmiare la replica di molte parole, che altrimenti necessariamente si dovrebbon ripetere; così nell' esempio anzidetto: <emph>ivi egli sospirò, e disse</emph>, la congiunzione <emph>e</emph> oltre a connettere le due proposizioni risparmia la ripetizione del soggetto <emph>egli</emph> e dell'avverbio <emph>ivi</emph>, che altrimenti sarebbe necessaria.</p>
<p>6. Finalmente per esprimere gli affetti dell'animo più naturalmente, e con più forza si sogliono adoperare alcune voci, che chiamansi <emph>interposti</emph>, o <emph>interjezioni</emph>, perché s'usano d'ordinario frammezzo al discorso, benché s'adoprino spesse volte anche al principio; e sono <emph>oh, ahi, deh</emph> ecc. Queste voci equivalgon ciascuna ad un'intera proposizione; così <emph>ahi</emph> equivale alla proposizione: <emph>io son dolente</emph>, o <emph>io sento dolore</emph>, ed esprime poi la sensazion di dolore, che uno ha, con molto maggiore energia che non farebbe la proposizione medesima, accostandosi la voce <emph>ahi</emph> ad uno di quei gridi, che il dolore trae naturalmente da uno appassionato.</p>
<p>Da questa enumerazione delle parti del discorso, e dei loro usi si vede chiaramente, che oltre ai nomi, ed ai verbi le altre non sono di una necessità assoluta: ma sono però di grandissima utilità, perché rendono il favellare più breve, più chiaro, più ordinato; e per questo si sono introdotte in tutte le lingue.</p>
<p>Dovendo ora passare a discorrere di ciascuna di esse particolarmente, e delle regole con cui si devono presso noi adoprare (nell'ordinata esposizione, e dichiarazione delle quali consiste la <emph>gramatica</emph> di una lingua) tratteremo in primo luogo del <emph>nome</emph>, e del <emph>pronome</emph>, quindi del <emph>verbo</emph>, e del <emph>participio</emph>, che sono le parti, che chiamansi <emph>declinabili</emph>, perché soggette a varj cambiamenti di desinenza; appresso dell'<emph>averbio</emph>, della <emph>preposizione</emph>, della <emph>congiunzione</emph>, e dell' <emph>interposto</emph>, che sono le parti <emph>indeclinabili</emph>; poi del modo, con cui queste parti insieme si debbono combinare nel discorso, vale a dire della <emph>sintassi</emph>; e finalmente della maniera di esporre un discorso correttamente in iscritto, cioè dell'<emph>ortografia</emph>.</p>
</div1>
</front>
<body>
<div1>
<head>Parte I.</head>
<head>Del nome, e del pronome.</head>

<p>Abbiam già detto, che i nomi sostantivi sono que' segni, che esprimon gli oggetti, e i nomi aggettivi quelli, che esprimono le qualità. Or sarà bene prima di passar oltre accennar brevemente l'origine di questa denominazione di <emph>sostantivo</emph>, e di <emph>aggettivo</emph>.</p>
<p>Negli oggetti noi propriamente non vediamo, e non sentiamo, che le loro qualità, cioè l'estensione, la solidità, la figura, il colore ecc. Ma queste qualità non sussistono da sé medesime. S'io prendo in mano a cagion d'esempio una palla d'argento, posso ben considerare separatamente ora la sua rotondità, ora la sua bianchezza, or la durezza ecc. Ma questa rotondità, questa bianchezza, questa durezza levate via dall'argento posson elle sussistere di per sé stesse? No. Come dunque sussistono nell' argento? Qual è quella cosa, che nell' argento le tien congiunte, e le sostiene? Questo è quello, che non sappiamo. Per saperlo converrebbe conoscere l'intima essenza dell'argento, saper cioè che cosa egli sia in sé stesso, che cosa formi la sua intima natura; il che probabilmente dagli uomini non si arriverà a conoscer giammai. Ma qualunque siasi questa cosa, noi concepiamo però, che nell'argento (e così dicasi degli altri oggetti) vi ha qualche cosa, che sta come nascosta sotto alle sue qualità, e serve loro di vincolo, e di sostegno. Or questa cosa qualunque siasi è quella, che da' filosofi si chiama <emph>sostanza</emph> dal latino <foreign lang="lat" rend="italic">sub stare</foreign> “star sotto”.</p>
<p>Ma il nome di sostanza non è limitato ad esprimere solamente ciò che negli oggetti serve di vincolo, e di sostegno alle qualità. Egli si adopera ancor più generalmente per significare gli oggetti medesimi: ed ogni cosa, che sussiste di per sé stessa si chiama generalmente una sostanza. Or di qui è che i nomi degli oggetti, come <emph>Pietro, Paolo</emph>, <emph>uomo, albero, frutto, oro, argento</emph> ecc.,si dicono <emph>sostantivi</emph>. Tali essi si chiamano, perché esprimenti le sostanze, cioè le cose, che sussistono da sé medesime.</p>
<p>All'opposto perché le qualità da sé non sussistono, ma non sono, che altrettante modificazioni aggiunte alla sostanza degli oggetti, perciò i loro nomi, come <emph>bianco, nero, rotondo, quadrato</emph> ecc., si appellano <emph>aggiuntivi</emph>, o <emph>aggettivi</emph>.</p>
<p>Ma anche le qualità si consideran talvolta separatamente dagli oggetti come se da sé medesime sussistessero. In tal caso anche i loro nomi diventano sostantivi, quali sono <emph>bianchezza, nerezza, rotondità</emph> ecc. Ma di questi parleremo fra poco più distintamente.</p>
<p>Or sarà d'uopo premetter prima alcune nozioni generali riguardo ai nomi necessarie per ben intendere quel che verrà in appresso: e passar quindi ad esporre le regole, che nell'uso di essi nella nostra lingua si devono osservare.</p>

<div2>
<head>Capo I.</head>

<argument><p><hi rend="italic">Dei nomi particolari, e universali, ossia proprj, e appellativi</hi>.</p></argument>

<p>Le prime idee, che gli uomini acquistano sono tutte d'oggetti particolari. Un bambino comincia ad acquistar per esempio l'idea di suo padre, di sua madre, della nutrice ecc. Vedendo poi, che altri oggetti hanno le stesse proprietà, e fanno le stesse operazioni, che suo padre, e sua madre, comincia a rifletter fra sé a queste proprietà comuni prescindendo dagli oggetti particolari, in cui elle esistono, e allora vien formando l'idea universale degli uomini. L'<emph>idea</emph> adunque <emph>universale</emph> non è altro, che la cognizione delle proprietà, che competono a più oggetti particolari. Ora i nomi esprimenti l'idee di questi oggetti particolari diconsi <emph>particolari</emph>, o <emph>proprj</emph>; come sono <emph>Parma, Piacenza, Paolo, Pietro</emph> ecc., e quei che esprimono l'idee universali delle classi in cui si contengon gli oggetti, che hanno le stesse proprietà, si chiamano <emph>universali</emph>, o <emph>appellativi</emph>, quali sono <emph>città, uomo, albero, frutto</emph> ecc.</p>
<p>Se noi considereremo queste classi universali, vedremo che alcune sono fra loro diverse, altre hanno della somiglianza. Le pietre per esempio sono molto differenti dagli uomini; ma all' opposto i cavalli, i cani, i pesci, gli uccelli ecc., hanno questo di comune cogli uomini, che anch'essi si movon da sé, vivono, sentono ecc. Or siccome gli oggetti particolari fra loro simili si riducono sotto d'una medesima classe universale, così anche le classi, che hanno della simiglianza fra loro s'uniscono sotto d'un'altra classe più universale. Così gli <emph>uomini</emph>, e le <emph>bestie</emph>, che separatamente formano due classi distinte, entrano tutti insieme nella classe, che chiamasi degli <emph>animali</emph>. Medesimamente gli <emph>alberi</emph> che sono simili all'<emph>erbe</emph>, ai <emph>fiori</emph>, alle <emph>biade</emph> in questo, che tutti prendono il nutrimento dalla terra, germogliano, crescono ecc., si comprendono insieme con loro, sotto d'una medesima classe, che dicesi dei <emph>vegetabili</emph>. Questi insieme coi minerali, colle pietre, e con tutte le altre cose materiali s'uniscono nella classe dei <emph>corpi</emph>; i corpi, e gli spiriti in quella delle <emph>sostanze</emph>, le sostanze finalmente insieme colle qualità, e con tutto ciò, che dalla nostra mente si può concepire, si comprendono sotto alla classe universalissima degli <emph>enti</emph>.</p>
<p>Or è da osservare, che le classi contenute in un'altra più universale si chiamano <emph>specie</emph>, e quella che le contiene si dice <emph>genere</emph>. Quindi è, che una classe medesima può esser genere rispetto ad una, e specie rispetto ad un'altra classe: così <emph>animale</emph> è specie rispetto a <emph>sostanza</emph>, e genere rispetto ad <emph>uomo</emph>; uomo che è specie relativamente ad animale sarà genere rispetto alle varie classi degli uomini; e così via via finché s'arriva agli oggetti particolari, che chiamansi <emph>individui</emph>.</p>
<p>Or si potrebbe domandare per qual motivo alcuni oggetti particolari oltre al nome universale della lor classe abbian anche un nome proprio, e distinto, altri no. Gli uomini diffatti, le città, i fiumi oltre a questi nomi appellativi hanno ciascuno i loro proprj, come <emph>Pietro, Paolo, Parma, Piacenza, il Taro, il Po</emph>; al contrario i frutti (e così si dica degli alberi, delle pietre ecc.) hanno bensì varj nomi secondo le loro varie specie, come <emph>mele, castagne, pere</emph>; ma non già ciascun individuo un nome distinto. Ciò viene dal bisogno che abbiamo nei primi di spesso nominare il tal uomo, la tal città, il tal fiume particolare, il che non avvien nei secondi. Perciocché se uno ha desiderio per esempio di mangiare una pera, bisognerà bene che abbia il nome <emph>pera</emph>, con cui indicare che vuol un frutto di questa specie, e non d'un' altra: ma nel medesimo tempo purché gli si dia una pera, che importa a lui che sia piuttosto la tale, che tal altra particolare? Egli non occorre adunque che stabilisca un nome particolare per accennarla. Senzaché questa briga a che servirebbe, se subito dopo ch'egli avesse dato alla pera un nome proprio, ei se la mangerebbe, e le torrebbe così l'occasione di essere nominata mai più? Che se pure volesse accennarne una particolarmente, non mancan maniere di farlo, come vedremo nel capo 6 di questa parte, senza che sia necessario di stabilire un nome proprio per ciascuna.</p>
</div2>
<div2>
<head>Capo II.</head>
<argument><p><hi rend="italic">Dei sostantivi, e aggettivi fisici, e metafisici</hi>.</p></argument>

<p>Tutti i nomi degli oggetti fisicamente, e realmente esistenti, siano particolari, siano universali si chiamano <emph>sostantivi fisici</emph>; come similmente <emph>aggettivi fisici</emph> si chiamano i nomi delle qualità o <emph>reali</emph>, cioè che realmente esistono negli oggetti, come <emph>esteso, solido, figurato</emph>, o <emph>apparenti</emph>, cioè che sembrano esistere negli oggetti medesimi, come <emph>bianco, nero, caldo, freddo</emph>, quantunque in loro non vi sia che una certa configurazione, un certo moto, una certa disposizione di parti, atte a produrre in noi quelle sensazioni, a cui diam poi il nome di colore, di caldo, di freddo.</p>
<p>Ma osservando noi varj oggetti, non possiamo a meno di fare qualche paragone fra loro, dal quale poi nascono in noi le idee delle relazioni, che fra lor passano, nome, che abbiamo già detto nella introduzione significare appunto ciò che una cosa è rispetto ad un'altra, o paragonata ad un'altra. Or gli aggettivi <emph>grande, piccolo, maggiore, eguale, minore, bello, brutto, buono, cattivo, virtuoso, vizioso</emph> ecc., con cui poscia esprimiamo queste idee relative, propriamente si chiamano <emph>aggettivi relativi</emph>: ma si dicon anche <emph>metafisici</emph>, perché non indicano alcuna qualità reale, né apparente di alcun oggetto, ma unicamente una nostra maniera di concepire le cose una rispetto all'altra.</p>
<p>Sebbene poi come abbiamo veduto, niuna qualità possa esistere da sé fuori del suo soggetto, pure noi siamo soliti di considerarle talvolta da sé medesime separatamente, senza aver riguardo al soggetto in cui sono. Dopo avere per esempio sovvente osservato nella neve, nell'argento, nel latte, nell'avorio, nel marmo il color bianco, formiamo di questo colore un'idea, considerando lui solo, senza badare agli oggetti, in cui l'abbiamo osservato, e a quest'idea diamo il nome di <emph>bianchezza</emph>. Or quell'atto della nostra mente, col quale consideriamo una qualità separatamente da sé senza badare agli oggetti, in cui ella si truova chiamasi <emph>astrazione</emph>; l'idee che formiamo delle qualità così da sé sole considerate si dicon <emph>idee astratte</emph>, e i nomi con cui le esprimiamo, quali sono <emph>figura, estensione, colore, durezza, calore, freddo</emph> ecc., s'appellano <emph>sostantivi astratti</emph>, o <emph>metafisici</emph>.</p>
<p>Questa astrazione medesima si fa ancora delle qualità relative, e i nomi <emph>eguaglianza, bellezza, bruttezza, virtù, vizio</emph> ecc., con cui elle s'esprimono, <emph>sostantivi astratti</emph>, o <emph>metafisici</emph> similmente s'appellano.</p>
</div2>
<div2>
<head>Capo III.</head>
<argument><p><hi rend="italic">Dei generi</hi></p></argument>
<p>Premesse queste nozioni passiamo ora alle regole della nostra lingua riguardo all'uso dei nomi. Sono essi distinti in due generi <emph>maschile</emph>, e <emph>femminile</emph>; divisione inesatta, perché non dovrebbe competere, che ai soli animali, in cui v'ha distinzione di sesso, e le cose inanimate dovrebbero tutte porsi in un terzo genere diverso dai primi due, qual sarebbe il genere <emph>neutro</emph> dei Greci, e dei Latini, se in esso tutte le cose inanimate essi avessero collocato.</p>
<p>Il genere dei nomi si scorge dalla lor terminazione, la quale perché fosse regolare non dovrebbe essere, che una sola per tutti i maschili, e un'altra sola per tutti i femminili; ma anche questa regolarità manca sì alla nostra, che alle altre lingue. Né è maraviglia, perché si sono tutte formate a poco a poco, né è stato possibile, che nella introduzione di nuovi vocaboli si tenesse sempre da tutti una regola fissa, e costante di collocarli nel loro genere convenevole, e di terminare tutti quei dello stesso genere a un medesimo modo.</p>
<p>Questa irregolarità di terminazione si trova massimamente nei sostantivi; tutta volta la desinenza in <emph>-o</emph> è propria per lo più dei maschili, eccettuandone <emph>mano</emph>, alcuni nomi proprj derivati la maggior parte dal greco, come <emph>Saffo, Erato, Cloto, Atropo, Aletto</emph>, e alcuni nomi accorciati, che s'usano di frequente in poesia come <emph>Dido, Cartago, immago, testudo</emph> in vece di <emph>Didone, Cartagine, immagine, testudine</emph>.</p>
<p>In <emph>-a</emph> cadono per lo più i femminili, trattine varj nomi proprj, come <emph>Andrea, Ermagora, Anassagora</emph>, alcuni nomi di dignità, come <emph>papa, patriarca</emph>, alcuni nomi di professione, come <emph>geometra, poeta, leggista, moralista</emph>, e alcuni altri nomi cavati quasi tutti dal greco, come <emph>dramma, epigramma, stemma, diadema, poema, problema</emph>, e simili. Le desinenze in <emph>-e</emph>, in <emph>-u</emph>, in <emph>-i</emph>, e in tutte le vocali accentate sono comuni all'incontro tanto ai maschili, quanto ai femminili.</p>
<p>Quando i nomi dalla desinenza in <emph>-o</emph> passano a terminare in <emph>-a</emph>, di maschili divengono femminili, come <emph>cavallo</emph>, e <emph>cavalla</emph>; <emph>colombo</emph>, e <emph>colomba</emph>; <emph>passero</emph>, e <emph>passera</emph>; e ciò avviene ancora nelle cose inanimate, come <emph>orecchio</emph>, e <emph>orecchia</emph>; <emph>nuvolo</emph>, e <emph>nuvola</emph>; <emph>bricciolo</emph>, e <emph>briciola</emph>.</p>
<p>Ma i nomi degli alberi, e dei frutti variando di terminazione non solo varian di genere, ma ancora di significato, perché terminati in <emph>-o</emph> sono maschili, e significan l'albero, terminati in <emph>-a</emph> son femminili, ed esprimono il frutto, tali sono <emph>castagno</emph>, e <emph>castagna, pero</emph>, e <emph>pera, ciriegio</emph>, e <emph>ciriegia</emph> ecc. S'eccettuin <emph>fico, arancio, cedro</emph>, e <emph>pomo</emph>, che terminan sempre in <emph>-o</emph> maschile, e significan tanto l'albero, come il frutto.</p>
<p>I nomi all'incontro, che cadono indifferentemente in <emph>-a</emph>, e in <emph>-e</emph>, ovvero in <emph>-o</emph>, e in <emph>-e</emph>, ovvero in <emph>-o</emph>, in <emph>-e</emph>, e in <emph>-i</emph>, ritengon sempre il medesimo genere. Così <emph>ala</emph>, e <emph>ale</emph>; <emph>arma</emph>, e <emph>arme</emph>; <emph>canzona</emph>, e <emph>canzone</emph>; <emph>dota</emph>, e <emph>dote</emph>; <emph>froda</emph>, e <emph>frode</emph>; <emph>macina</emph>, e <emph>macine</emph>; <emph>fronda</emph>, e <emph>fronde</emph>; <emph>redina</emph>, e <emph>redine</emph>; <emph>scura</emph>, e <emph>scure</emph>; <emph>tossa</emph>, e <emph>tosse</emph>; <emph>vesta</emph>, e <emph>veste</emph>, son tutti femminili (s'eccettui <emph>gregge</emph>, che è maschile, e cadendo in <emph>-a</emph> fa <emph>greggia</emph> femminile). Così similmente <emph>cavaliero</emph>, e <emph>cavaliere</emph>; <emph>sentiero</emph>, e <emph>sentiere</emph>; <emph>consolo</emph>, e <emph>console</emph>; <emph>pensiero</emph>, e <emph>pensiere</emph>; <emph>scolaro</emph>, e <emph>scolare</emph>; <emph>barbiero</emph>, <emph>barbiere</emph>, e <emph>barbieri</emph>; <emph>destriero, destriere</emph>, e <emph>destrieri</emph>; <emph>mestiero, mestiere</emph>, e <emph>mestieri</emph>, son tutti maschili: ma tra questi è da notare, che <emph>ale, arme, canzona, dota, macine, scura, tossa, barbieri</emph>, e <emph>destrieri</emph> son poco in uso.</p>
<p>Vi sono dei nomi, che hanno una sola terminazione, e s'adoprano in amendue i generi come <emph>aere, arbore, fine, fune, fonte, fronte, trave, ordine, carcere, domane, margine</emph>: ma <emph>arbore, fune, fronte</emph>, e <emph>trave</emph> s'usano ordinariamente nel femminile, e <emph>aere, ordine, domane</emph>, e <emph>margine</emph> nel maschile; onde <emph>fine, fonte</emph>, e <emph>carcere</emph>, sono i soli, che s'usino più comunemente e nell'uno, e nell'altro genere. Anche i nomi delle città, come <emph>Milano, Firenze, Napoli</emph> s'adopran egualmente nell'uno, e nell'altro genere, eccetto quelle che cadono in <emph>-a</emph>, le quali son sempre femminili. Le lettere dell'alfabeto son pure di amendue i generi perché si dice egualmente una <emph>b</emph>, una <emph>c</emph>, e un <emph>b</emph>, un <emph>c</emph>.</p>
<p>Circa agli animali ve n'hanno alcuni, il cui nome s'adopera o solamente al maschile, come <emph>tordo, merlo, fringuello</emph>, o solamente al femminile come <emph>aquila, volpe, tortora</emph>. Degli altri quale ha per la femmina un nome affatto diverso dal maschio, come <emph>bue</emph>, e <emph>vacca</emph>; quale cambia la terminazione dall' <emph>-o</emph> in <emph>-a</emph>, come sopra abbiamo veduto; quale s'adopera colla medesima terminazione in ambi i generi, come <emph>il serpe</emph>, e <emph>la serpe</emph>, <emph>il</emph> <emph>lepre</emph>, e <emph>la</emph> <emph>lepre</emph>.</p>
<p>Negli aggettivi vi ha maggior regolarità, perché la terminazione in <emph>-o</emph> non appartiene che ai maschili, e in <emph>-a</emph> ai femminili; quella in <emph>-e</emph>, e in <emph>-i</emph> però anche fra loro è comune ad amendue i generi.</p>
</div2>
<div2>
<head>Capo IV.</head>
<argument><p><hi rend="italic">Dei numeri</hi>.</p></argument>
<p>Siccome due i generi, così anche due sono i numeri nella nostra lingua. Quando si vuol accennare un oggetto solo il suo nome si termina ad un modo, e allora egli si dice essere del <emph>numero singolare</emph>, o <emph>del meno</emph>; quando si vuole significarne più d'uno, il nome si termina ad un altro, e allora si dice essere del <emph>numero plurale</emph>, o <emph>del più</emph>.</p>
<p>Le desinenze di cui abbiamo parlato nel capo precedente sono quelle, che i nomi secondo il loro diverso genere hanno nel numero singolare.</p>
<p>Nel plurale tutti i maschili finiscono sempre in <emph>-i</emph> qualunque sia la lor terminazione singolare, e però da <emph>sonetto, poema, sermone</emph>, si fa <emph>sonetti, poemi, sermoni</emph>; eccettuati soltanto quei nomi, che son monosillabi, o cadono in vocale accentata, che conservano ancor nel plurale, la stessa desinenza o siano maschili, o femminili; laonde si dice egualmente <emph>un re, una città, una tribù</emph>, come <emph>molti re, molte città, molte tribù</emph>. Alle volte però si sogliono questi nomi nel singolare terminare anch'essi alla maniera degli altri, aggiungendovi una sillaba, come <emph>rege, cittate</emph>, o <emph>cittade</emph>; <emph>virtute</emph>, o <emph>virtude</emph>, e allor nel plurale finiscono in <emph>-i</emph> come <emph>regi, cittati, virtuti</emph>; o <emph>cittadi</emph>, e <emph>virtudi</emph>; ma queste maniere son più del verso, che della prosa.</p>
<p>Vi sono alcuni nomi maschili, che nel numero del meno cadono soltanto in <emph>-o</emph>, e in quello del più oltre la desinenza in <emph>-i</emph> ne hanno anche un'altra in <emph>-a</emph>, colla quale divengono femminili. Tali sono <emph>anelli</emph>, e <emph>anella</emph>; <emph>bracci</emph>, e <emph>braccia</emph>; <emph>calcagni</emph>, e <emph>calcagna</emph>; <emph>carri</emph>, e <emph>carra</emph>; <emph>castelli</emph>, e <emph>castella</emph>; <emph>cigli</emph>, e <emph>ciglia</emph>; <emph>coltelli</emph>, e <emph>coltella</emph>; <emph>comandamenti</emph>, e <emph>comandamenta</emph>; <emph>corni</emph>, e <emph>corna</emph>; <emph>demonj</emph>, e <emph>demonia</emph>; <emph>diti</emph>, e <emph>dita</emph>; <emph>fili</emph>, e <emph>fila</emph>; <emph>fondamenti</emph>, e <emph>fondamenta</emph>; <emph>frutti</emph>, e <emph>frutta</emph>; <emph>fusi</emph>, e <emph>fusa</emph>; <emph>gesti</emph>, e <emph>gesta</emph>; <emph>ginocchi</emph>, e <emph>ginocchia</emph>; <emph>gridi</emph>, e <emph>grida</emph>; <emph>labbri</emph>, e <emph>labbra</emph>, e in verso anche <emph>labbia</emph>; <emph>legni</emph>, e <emph>legna</emph>; <emph>lenzuoli</emph>, e <emph>lenzuola</emph>; <emph>letti</emph>, e <emph>letta</emph>; <emph>membri</emph>, e <emph>membra</emph>; <emph>mulini</emph>, e <emph>mulina</emph>; <emph>muri</emph>, e <emph>mura</emph>; <emph>ossi</emph>, e <emph>ossa</emph>; <emph>peccati</emph>, e <emph>peccata</emph>; <emph>quadrelli</emph>, e <emph>quadrella</emph>; <emph>risi</emph>, e <emph>risa</emph>; <emph>sacchi</emph>, e <emph>sacca</emph>; <emph>tini</emph>, e <emph>tina</emph>; <emph>vestigj</emph>, e <emph>vestigia</emph>; <emph>vestimenti</emph>, e <emph>vestimenta</emph>. Ma <emph>coltella, comandamenta, demonia, letta, mulina, peccata, tina</emph>, son da lasciarsi a chi ama di singolarizzare. All'opposto <emph>braccia, calcagna, ciglia, dita, gesta</emph> in significato d'imprese, <emph>ginocchia, labbra, membra, ossa, quadrella</emph>, e <emph>risa</emph>, son meglio usati, che <emph>bracci, calcagni</emph> ecc. Si trova anche <emph>frutte, geste, legne, osse</emph>, e <emph>vestigie</emph>; ma i primi tre vengono dai singolari femminili <emph>frutta, gesta, legna</emph>. Gli antichi usaron anche <emph>fruttora, campora, pratora</emph>, e simili: ma queste parole or sono affatto antiquate. V'han finalmente alcuni nomi maschili, che nel plurale cadono solamente in <emph>-a</emph>, come le <emph>centinaja</emph>, le <emph>migliaja</emph>, le <emph>miglia</emph>, le <emph>moggia</emph>, le <emph>staja</emph>, le <emph>paja</emph>, le <emph>uova</emph>.</p>
<p>I femminili, che nel singolare finiscon in <emph>-a</emph> hanno il plurale in <emph>-e</emph>, come <emph>musa</emph>, e <emph>muse</emph>, e quei che finiscono in <emph>-e</emph> l'hanno in <emph>-i</emph>, come <emph>madre</emph>, e <emph>madri</emph>: si eccettuin <emph>requie, specie, superficie, barbarie, serie</emph>, e <emph>progenie</emph>, che ritengono anche in plurale la stessa terminazione per ischifare la cacofonìa, o sia il cattivo suono, che nascerebbe dai due <emph>i</emph>, se si dicesse <emph>reqii, specii</emph> ecc. Quelli poi, che hanno nel singolare la doppia terminazione in <emph>-a</emph>, e in <emph>-e</emph>, hanno anche nel plurale la doppia terminazione in <emph>-e</emph>, e in <emph>-i</emph>; onde <emph>ale</emph> e <emph>ali</emph>; <emph>arme</emph>, e <emph>armi</emph>; <emph>canzone</emph>, e <emph>canzoni</emph>; <emph>dote</emph>, e <emph>doti</emph>; <emph>frode</emph>, e <emph>frodi</emph>; <emph>macine</emph>, e <emph>macini</emph>; <emph>fronde</emph>, e <emph>frondi</emph>; <emph>redine</emph>, e <emph>redini</emph>; <emph>scure</emph>, e <emph>scuri</emph>; <emph>tosse</emph>, e <emph>tossi</emph>; <emph>veste</emph>, e <emph>vesti</emph>; ma <emph>canzone</emph>, <emph>dote</emph>, <emph>frode</emph>, <emph>macini</emph>, <emph>scure</emph>, <emph>tosse</emph>, e <emph>veste</emph> non sono del miglior uso.</p>
<p>Un'osservazione da farsi riguardo ai plurali si è, che i nomi maschili terminati nel singolare in <emph>-co</emph>, e <emph>-go</emph> se hanno avanti a queste sillabe una consonante, nel plurale finiscono in <emph>-chi</emph>, e <emph>-ghi</emph>, come da <emph>palco</emph> <emph>palchi</emph>, da <emph>albergo</emph> <emph>alberghi</emph>; trattone <emph>porco</emph>, che fa <emph>porci</emph>; se hanno una vocale finiscono per lo più in <emph>-ci</emph>, e <emph>-gi</emph> come da <emph>medico</emph>, e <emph>teologo</emph> <emph>medici</emph>, e <emph>teologi</emph>; ma ve ne sono però molti eccettuati, come <emph>fichi, antichi, fuochi, cuochi, pochi, biechi, ciechi, roghi, luoghi, dialoghi, analoghi</emph>, ed altri; e ve ne son pure alcuni, che hanno amendue le desinenze, come <emph>mendici</emph>, e <emph>mendichi, pratici</emph>, e <emph>pratichi, salvatici</emph>, e <emph>salvatichi, domestici</emph>, e <emph>domestichi, astrologi</emph>, e <emph>astrologhi</emph>. Nei femminili la cosa è più regolare, perché quei che finiscono in <emph>-ca</emph>, e <emph>-ga</emph> siano queste sillabe precedute da una consonante, o da una vocale, hanno tutti il plurale in <emph>-che</emph>, e <emph>-ghe</emph>, come da <emph>monaca</emph>, e <emph>verga</emph>, <emph>monache</emph>, e <emph>verghe</emph>.</p>
<p>Si dee osservare per ultimo, che alcuni nomi s'adoprano solamente al singolare, come fra i sostantivi <emph>mele</emph>, e <emph>mane</emph> in significato di “mattina”, e fra gli aggettivi <emph>niuno, veruno, ciascuno, qualche</emph><note resp="aut" place="foot"><p>Di <emph>qualche</emph> usato in plurale v'ha un esempio nel Boccaccio:</p>
<p>Addormentato in <emph>qualche</emph> verdi boschi; ma da non seguirsi. A <emph>qualunque</emph> allorché si voglia plurale si sostituisce <emph>quantunque</emph>, come nel Petrarca: Fra <emph>quantunque</emph> leggiadre donne, e belle.</p></note>, <emph>qualunque</emph>, e simili. Altri all' opposto non s'usano che al plurale, come <emph>nozze, esequie</emph>, e <emph>vanni</emph>.</p>
</div2>
<div2>
<head>Capo V.</head>
<argument><p><hi rend="italic">Delle declinazioni</hi>.</p></argument>

<p>Da quello, che abbiam veduto nei due capi precedenti, è chiaro che le varie terminazioni dei nomi hanno due usi, nella nostra lingua cioè di risvegliare con una sola voce non solo l'idea di quell'oggetto, o di quella qualità, che dal nome è significata; ma l'idea ancora del suo genere o maschile, o femminile, e della sua unità, o moltiplicità: così il nome <emph>colombo</emph> non solo fa pensare all'oggetto che egli esprime, ma spiega eziandio, che si parla di un maschio, e di un solo; e <emph>colombe</emph> fa conoscere che si parla delle femmine di questa specie e di più d'una.</p>
<p>I Greci, ed i Latini valevansi delle diverse terminazioni dei nomi ancora ad un altr'uso, ed era d'esprimer con esse varie di quelle relazioni, che noi esprimiamo per via delle preposizioni. Le desinenze variate a questo fine chiamavansi <emph>casi</emph>, e i nomi che nella variazione de' loro casi terminavano al medesimo modo, dicevansi della medesima <emph>declinazione</emph>. Ma nella nostra lingua per esprimere le relazioni mai non si varia la desinenza de' nomi; e i casi si significan invece con alcune preposizioni, che perciò comunemente si dicono <emph>segnacasi</emph>.</p>
<p>Pel nominativo, e per l'accusativo s'adopera il nome semplice, o accompagnato soltanto dall'articolo il quale pei maschili è <emph>il</emph>, o <emph>lo</emph> nel singolare, e <emph>i, li</emph>, o <emph>gli</emph> nel plurale; e pei femminili <emph>la</emph> nel singolare, e <emph>le</emph> nel plurale.</p>
<p><emph>Lo</emph>, e <emph>gli</emph> si usano quando il nome comincia per <emph>s</emph> impura cioè seguita da un'altra consonante, o per <emph>z</emph>, o per vocale (nel qual caso però si fa per lo più l'elisione dell'<emph>-o</emph>, in <emph>lo</emph>, ed anche dell'<emph>-i</emph> in <emph>gli</emph> se la vocale seguente è un <emph>i</emph>, non già se è diversa); onde si dice <emph>lo studioso, lo zotico, lo amore</emph>, o <emph>l'amore, lo innamorato</emph>, o <emph>l'innamorato</emph>; e <emph>gli studiosi, gli zotici, gli innamorati</emph>, o <emph>gl'innamorati</emph>, e <emph>gli amori</emph>, ma non <emph>gl'amori</emph>, del che recherem la ragione nell'ortografia. <emph>Il</emph>, <emph>i</emph>, e <emph>li</emph> s'usano quando il nome comincia per qualunque altra consonante fuori della <emph>s</emph> impura, e della <emph>z</emph>, trattone <emph>dei</emph>, che vuol <emph>gli</emph>, onde si dice <emph>gli dei</emph>, non <emph>i dei</emph>, o <emph>li dei</emph>; e <emph>li</emph> s'usa di rado ancora cogli altri nomi, che tutti amano d'essere accompagnati piuttosto dall'<emph>i</emph>, come <emph>i campi, i prati, i fiori</emph>, non <emph>li campi</emph>, <emph>li prati</emph>, <emph>li</emph> <emph>fiori</emph>. Quando poi ai nomi si debba dare l'articolo, e quando no, il vedremo nel capo seguente.</p>
<p>In vece della terminazione del genitivo si premette al nome la preposizione <emph>di</emph>, in vece del dativo la preposizione <emph>a</emph>, e in vece dell'ablativo le preposizioni <emph>da, per, con, in</emph> ecc., e ciò qualunque sia il genere, e 'l numero del nome, ov'egli non debba essere accompagnato dall'articolo.</p>
<p>Quando poi ha l'articolo, questo s'unisce colle preposizioni, e se ne formano <emph>del, dello</emph>, e <emph>della</emph>; <emph>al, allo</emph>, e <emph>alla</emph>; <emph>dal, dallo</emph>, e <emph>dalla</emph>; <emph>nel, nello</emph>, e <emph>nella</emph> pel singolare (in poesia si tollera anche <emph>in la</emph>) e <emph>de', dei, delli, degli</emph>, e <emph>delle</emph>; <emph>a', ai, alli, agli</emph>, e <emph>alle</emph>; <emph>da', dai, dalli, dagli</emph>, e <emph>dalle</emph>; <emph>ne', nei, nelli, negli</emph>, e <emph>nelle</emph> pel plurale: ma <emph>delli, alli, dalli</emph>, e <emph>nelli</emph> son da schifarsi.</p>
<p><emph>Per</emph> unito all'articolo fa <emph>pel</emph>, o <emph>per lo</emph>, e <emph>per la</emph> nel singolare (<emph>per il</emph> rigorosamente non può dirsi); e <emph>pe'</emph>, o <emph>pei</emph> o <emph>per gli</emph>, e <emph>per le</emph> nel plurale (<emph>per i</emph> è riguardato come errore; <emph>per li</emph> si truova usato da molti, ma da' migliori gli si preferisce <emph>pe'</emph>, o <emph>pei</emph>; gli antichi usarono anche <emph>pella</emph>, e <emph>pelle</emph>, ma non sono seguiti).</p>
<p>La preposizione <emph>con</emph> ama anch'essa d'incorporarsi coll'articolo, e far <emph>col, collo</emph>, e <emph>colla</emph> nel singolare, e <emph>co', coi, cogli</emph>, e <emph>colle</emph> nel plurale piuttosto che andarne staccata facendo <emph>con lo, con la, con gli</emph>, e <emph>con le</emph>; molto meno poi <emph>con il, con i</emph>, e <emph>con li</emph>.</p>
<p>Ecco due esempi di due nomi di diverso genere colle loro preposizioni e senza l'articolo, e coll'articolo.</p>

<table>
<row><cell><emph>singolare</emph></cell><cell/><cell><emph>singolare</emph></cell><cell/></row>
<row><cell>padre</cell><cell>madre</cell><cell><emph>il</emph> padre</cell><cell><emph>la</emph> madre</cell></row>
<row><cell><emph>di</emph> padre</cell><cell><emph>di</emph> madre</cell><cell><emph>del</emph> padre</cell><cell><emph>della</emph> madre</cell></row>
<row><cell><emph>a</emph> padre</cell><cell><emph>a</emph> madre</cell><cell><emph>al</emph> padre</cell><cell><emph>alla</emph> madre</cell></row>
<row><cell>padre</cell><cell>madre</cell><cell><emph>il</emph> padre</cell><cell><emph>la</emph> madre</cell></row>
<row><cell><emph>da</emph> padre</cell><cell><emph>da</emph> madre</cell><cell><emph>dal</emph> padre</cell><cell><emph>dalla</emph> madre</cell></row>
</table>
<table>
<row><cell><emph>Plurale</emph></cell><cell/><cell><emph>Plurale</emph></cell><cell/></row>
<row><cell>padri</cell><cell>madri</cell><cell><emph>i</emph> padri</cell><cell><emph>le</emph> madri</cell></row>
<row><cell><emph>di</emph> padri</cell><cell><emph>di</emph> madri</cell><cell><emph>dei</emph> padri</cell><cell><emph>delle</emph> madri</cell></row>
<row><cell><emph>a</emph> padri</cell><cell><emph>a</emph> madri</cell><cell><emph>ai</emph> padri</cell><cell><emph>alle</emph> madri</cell></row>
<row><cell>padri</cell><cell>madri</cell><cell><emph>i</emph> padri</cell><cell><emph>le</emph> madri</cell></row>
<row><cell><emph>da</emph> padri</cell><cell><emph>da</emph> madri</cell><cell><emph>dai</emph> padri</cell><cell><emph>dalle</emph> madri</cell></row>
</table>


<p>Da questi esempi è manifesto, che ritenendo i nomi italiani sempre una medesima desinenza nel singolare, una medesima nel plurale, non si può dire ch'essi abbiano casi, e per conseguenza neppur declinazioni. Quindi in vece di dire il <emph>nominativo</emph> dovrebbe dirsi il soggetto della proposizione, perché il nome ponevasi dai Greci, e dai Latini in questo caso appunto per significare il soggetto; in vece del <emph>genitivo</emph> dovrebbe dirsi il nome accompagnato dalla preposizione <emph>di</emph>, e così discorrendo. Tuttavolta noi ci varremo e dell'una, e dell'altra denominazione secondo che per la chiarezza, e per la brevità sembrerà tornar più in acconcio.</p>
</div2>
<div2>
<head>Capo VI.</head>
<argument><p><hi rend="italic">Dell'articolo, e degli aggettivi, che determinan il significato de' nomi universali</hi>.</p></argument>
<p>Noi abbiamo veduto nel capo 1 per qual motivo gli oggetti simili fra di loro si sian divisi in varie classi, e a ciascuna di esse si sia imposto un nome universale. Ora nel discorso noi vorremo tal volta di una, o d'un'altra classe d'oggetti risvegliare semplicemente l'idea, e allora basterà soltanto pronunciarne il nome. Ma vorremo talora altresì dichiarare, che parliamo o di tutta quella classe, o di una qualche sua parte (e questa ora sarà determinata, ora indeterminata), o soltanto di uno, o più oggetti particolari in lei contenuti. A questo fine non basta il pronunciare soltanto il nome della classe: ma conviene aggiugnervi qualche cosa, che indichi l'estensione maggiore, o minore, in cui vogliamo ch'ella si prenda.</p>
<p>I. Adunque quando si vuol comprendere tutta la classe, è necessario l'articolo, o uno degli aggettivi <emph>ogni, ognuno, ciascuno, tutti</emph> ecc. Quindi se io dirò: <emph>nel tal luogo non v'erano che uomini</emph>, ciò farà ben pensare, che gli oggetti, che in quel luogo trovavansi, erano della classe degli uomini, ma non esprimerà né quanti, né quali uomini fossero. Se dirò all'incontro: <emph>l'uomo deve essere ragionevole</emph>; <emph>gli uomini devono giovarsi scambiavolmente</emph>, ognuno intenderà ch'io parlo di tutti gli uomini, e di doveri, che agli uomini tutti convengono.</p>
<p>II. Quando si vuole accennare solamente una parte degli oggetti contenuti in una classe, ciò si può fare in più modi. Questi hanno tutti delle qualità, o delle relazioni comuni, per cagione di cui ad una classe medesima si riducono; e tali qualità, o relazioni non li posson distinguere gli uni, dagli altri: ma ne han anche di quelle, che convengono ad alcuni di loro solamente, e ciascheduno di più ne ha qualcuna sua propria e particolare. <emph>L'esser sensibile</emph> per esempio conviene a tutti gli animali: ma <emph>l'essere ragionevole</emph> conviene agli uomini solamente; quante siano poi le proprietà, e quanti i contrassegni che distinguono un uomo dall'altro ognuno il vede manifestamente. Or indicando queste qualità, o relazioni noi veniamo a ristringere il significato d'un nome universale a quegli oggetti soltanto, a cui esse appartengono. Questo può farsi in tre maniere: 1. cogli aggettivi esprimenti tali qualità, o relazioni, come dicendo <emph>corpi solidi, corpi fluidi, uomini virtuosi, uomini viziosi</emph>; 2. coll'aggiugnere al nome universale un genitivo, ossia un altro nome accompagnato dalla preposizione <emph>di</emph>, come <emph>monete d'oro, monete d'argento</emph>, il qual genitivo equivale sempre ad un aggettivo, come infatti <emph>d'oro, d'argento</emph> equivalgono ad <emph>aureo, argenteo</emph>; 3. coll'aggiugnervi una delle proposizioni, che chiamansi <emph>incidenti</emph> (delle quali si parlerà nel capo 8 di questa parte più ampiamente), e che pure corrispondono ad un aggettivo; così <emph>corpo, che pesa</emph> vale lo stesso, che <emph>corpo pesante</emph>. Ma dopo che coll'aggiunta di queste qualità, o relazioni io avrò ristretto il significato del nome di una classe a quella parte di oggetti solamente, a cui esse convengono, o vorrò di questa parte destare semplicemente l'idea senza determinarla di più, e allora sopprimerò l'articolo; così dicendo <emph>nei grandi affari sono necessarj uomini d'integrità, e di prudenza</emph>, non dico quanti, né quali: o vorrò determinatamente comprendere tutta questa parte, e sarà necessario l'articolo, o qualcuno degli aggettivi sopraccennati <emph>ogni, ognuno</emph> ecc.; quindi non potrò dire <emph>uomini virtuosi devon esser pregiati</emph>, ma <emph>gli uomini virtuosi</emph>, perché qui ben si vede, ch'io parlo di tutti quegli uomini, a cui conviene il titolo di virtuosi: o vorrò finalmente di questa parte accennare soltanto alcuni oggetti indeterminatamente, e potrò farlo in tre modi, cioè servendomi o dell'aggettivo <emph>alcuni</emph>, o della preposizione <emph>di</emph> senza l'articolo, o della preposizione medesima unita all'articolo, con cui si formano, come abbiamo già detto, le voci <emph>del, della, dei, delle</emph> ecc.; così là dove disse il Boccaccio gior[nata] 4, nov[ella] 4: «<quote>fece due galee sottili armare, e messivi su di valenti uomini; con essi sopra la Sardigna n'andò</quote>», avrebbe potuto dire ancora «messivi su <emph>dei</emph> valenti uomini», cioè <emph>alcuni</emph> valenti uomini. Si osservi però, che <emph>del, dello, della</emph> ecc., s'adoperan anche quando al nome universale non s'aggiugne niuna qualificazione, cioè quando si vuol esprimere una parte indeterminata di tutta una classe, come <emph>veggo degli uomini</emph>, vale a dire <emph>alcuni</emph> <emph>uomini</emph>; ma <emph>veggo di uomini</emph> non si può dire, né può mai usarsi in questo senso la preposizione <emph>di</emph> scompagnata dall'articolo, se non quando al nome universale vada unito qualche aggettivo<note resp="aut" place="foot">La ragione di quest'uso è forse, che dicendo <emph>veggo degli uomini</emph> si sottintende <emph>veggo alcuni oggetti della classe degli uomini</emph>. Or non si potrebbe già dire: <emph>veggo alcuni oggetti della</emph> <emph>classe d'uomini</emph>, perché il nome <emph>uomini</emph> è determinato in questo luogo a tutta la classe, e richiede per conseguenza l'articolo. All'opposto poté ben dire il Boccaccio <emph>messivi su di valenti uomini</emph>, perché l'aggettivo <emph>valenti</emph> ristringe il significato di <emph>uomini</emph> ad una parte soltanto della sua classe, e di questa parte se ne prende un numero indeterminato, sottintendendovi <emph>una compagnia, un corredo, un buon numero di valenti uomini</emph>.</note>.</p>
<p>III. Quando poi col nome universale di una classe si vuol indicare uno, o più oggetti particolari in lei contenuti, o ciò si vuol fare indeterminatamente, e basta porvi gli aggettivi <emph>uno, qualche, qualcuno, certo, un certo, taluno</emph>, o <emph>tale</emph>, che s'usa anche nel medesimo senso di <emph>taluno</emph>, come per esempio: <emph>ho veduto una persona</emph>, o <emph>certa persona</emph>; <emph>vorrei qualche vostro libro</emph>, o <emph>qualcuno de' vostri libri</emph>; <emph>vi ha taluno</emph>, o <emph>tale che antepone l'interesse all'onore</emph> ecc.; o si vuol determinare l'oggetto particolarmente, e in questo caso se l'oggetto è già noto a chi ascolta, o per le circostanze del discorso, o per altro checchessiasi, basta l'articolo solo; così avendo parlato poc'anzi per esempio dell'<title>Eneide</title> di Virgilio, dirò <emph>il poema è bellissimo, i versi son pieni di dignità</emph> ecc., se poi non è noto bisogna esprimere o con un aggettivo, o con un genitivo, o con una proposizione incidente qualche contrassegno, che lo determini, e aggiugnervi pure l'articolo, che sempre è necessario quando un nome universale deve essere determinato. Dirò dunque per esempio <emph>le truppe romane, l'armi di Cesare, i regni che ha conquistato Alessandro</emph>.</p>
<p>IV. Quando però l'oggetto di cui io parlo sia o vicino a me, o vicino a chi m'ascolta, ancorché non sia noto per alcuna circostanza precedente, basterà per determinarlo aggiugnervi solamente gli aggettivi <emph>questo</emph>, o <emph>cotesto</emph> dicendo per esempio <emph>questo</emph>, o <emph>cotesto libro, queste</emph>, o <emph>coteste carte</emph>; perciocché l'aggettivo <emph>questo</emph> significa sempre una cosa vicina di luogo a chi parla, e <emph>cotesto</emph> a chi ascolta. Il primo s'adopera ancora per significare una cosa vicina di tempo, o vicina di discorso, cioè che poco prima si sia nominata; ma ad un tal uso non può servire il <emph>cotesto</emph>, che esprime solamente vicinanza di luogo, e vicinanza a chi ascolta. Per il che non sono da imitare coloro che avendo per esempio nominato innanzi le orazioni di Cicerone diranno <emph>coteste orazioni</emph> in vece di <emph>queste orazioni</emph>. Poiché malgrado qualche esempio contrario, che vi potesse essere anche di buono scrittore si deve sempre nel discorso conservare la proprietà de' vocaboli, e non confonderne il senso.</p>
<p>L'aggettivo <emph>quello</emph> siccome esprime una cosa distante, e da chi parla, e da chi ascolta, e questa distanza può essere o maggiore, o minore, così per sé solo non basta a determinare l'oggetto se non si accenna col dito, o non si esprime qualche suo contrassegno.</p>
<p>V. Per fissare la quantità degli oggetti si adoperano gli aggettivi numerali <emph>uno, due, tre</emph> ecc.: ma dicendo per esempio <emph>vorrei due libri</emph> esprimo bene quanti ne voglia, ma non già quali. Volendo dunque esprimere anche questo, converrà ch'io v'aggiunga o l'articolo solamente se son già noti o qualche altra determinazione di più nelle maniere che si son dette di sopra, se non son noti.</p>
<p>Che se ci basta di accennarne una quantità indeterminata, ci serviamo allora degli aggettivi <emph>alcuni, certuni</emph>, e simili; se questa è grande diciam <emph>molti, assai, parecchi, varj, diversi</emph>, se è piccola diciamo <emph>pochi</emph>, o <emph>scarsi</emph>.</p>
<p>VI. Gli aggettivi <emph>maggiore</emph>, e <emph>minore</emph> esprimono il paragone tra due quantità diverse, e perciò si chiamano <emph>comparativi</emph>. In loro vece spesso s'adoprano gli avverbj <emph>più</emph>, o <emph>meno</emph> sottintendendovi <emph>grande</emph>: come <emph>il tale ha più</emph>, o <emph>meno amore di prima pe' suoi parenti, e per la patria</emph>, incambio di <emph>più grande</emph>, o <emph>men grande amore</emph>. Questi avverbj posti dinanzi agli altri aggettivi se non hanno l'articolo esprimono il comparativo, ma se l'hanno esprimono il superlativo, che io chiamerei <emph>superlativo di paragone</emph>, come <emph>il men grande</emph>, o <emph>il più grande di tutti</emph>, che equivale al <foreign lang="lat" rend="italic">minimus</foreign>, o <foreign lang="lat" rend="italic">maximus omnium</foreign> dei Latini, ed è diverso dal superlativo assoluto, ove il paragone non è mai espresso, e che si forma col dare all'aggettivo la terminazione in <emph>-issimo</emph>, come <emph>grandissimo, picciolissimo</emph> eccettuati alcuni pochi, che finiscono in <emph>-errimo</emph>, come <emph>acerrimo, celeberrimo</emph>. In tanto poi il superlativo di paragone richiede sempre l'articolo, in quanto appunto l'oggetto, al quale egli s'aggiunge, resta da lui assolutamente, e precisamente determinato fra tutti quegli altri, con cui egli si paragona.</p>
<p>VII. Quanto agli aggettivi <emph>mio, tuo, suo, nostro, vostro, loro</emph> che si chiamano <emph>possessivi</emph>, perché indican sempre possesso, o attinenza, egli è chiaro, che uniti ai sostantivi universali ne ristringon di molto il significato. Perciocché dicendo a cagion d'esempio <emph>vostre terre</emph> io parlo di quelle sole, che a voi appartengono. Ma siccome queste posson esser diverse, così il loro senso non è del tutto determinato, e a determinarlo è necessario l'articolo o solo, o con qualche qualificazione ancora di più, se bisogna, come <emph>le vostre terre</emph>, ovvero <emph>le vostre terre di pianura</emph>, o <emph>di collina</emph>. Non v'hanno che i sostantivi <emph>padre, madre</emph>, e talvolta anche <emph>figlio, fratello, sorella, cugino, zio, nipote, cognato, avo</emph>, e simili che uniti agli aggettivi possessivi rifiutan l'articolo, perché sono da essi determinati abbastanza. Quando però s'aggiunga loro qualche qualificazione voglion l'articolo anch'essi, se questa qualificazione è posta prima del sostantivo, come <emph>l'ottimo vostro padre, la vostra amorosa madre</emph>. Imperocché sentendo <emph>ottimo vostro</emph>, o <emph>vostra amorosa</emph> senza l'articolo prima di sapere a che sostantivo si riferiscano, l'orecchio ne rimarrebbe offeso, usando noi sempre d'aggiugnere ai possessivi l'articolo, quando sono accompagnati da un altro aggettivo, perché il sostantivo seguente viene allora ad essere determinato; così dicendo <emph>il vostro bel libro</emph> io accenno necessariamente un libro determinato, e particolare appartenente a chi m'ascolta. All'incontro mettendo <emph>vostro padre</emph>, o <emph>vostra madre</emph> prima, si può dopo aggiugner loro qualunque qualificazione, che l'articolo non è più necessario: laonde si dirà ottimamente <emph>vostro padre saviissimo uomo, vostra madre piissima donna</emph>, e simili. Nei poeti si trovano spesse volte gli aggettivi possessivi uniti ancora cogli altri nomi senza l'articolo, come dove dice il Petrarca: Mio ben non cape in intelletto umano: ma ciò nella prosa è da schivarsi, benché ve n'abbia pur qualche esempio.</p>
<p>Dal fin qui detto apparisce, che innanzi ai nomi universali, o appellativi si dee por sempre l'articolo quando si hanno a prendere in un senso determinato, toltone allora che vi sia un aggettivo, che pienamente li determini per sé stesso, come <emph>ogni, ciascuno, ciascheduno, cadauno</emph> (che è voce però da fuggirsi), <emph>tanto, quanto, altrettanto, niuno, nessuno, nullo, veruno</emph> ecc. Si eccettui l'aggettivo <emph>tutto</emph>, col quale benché i nomi universali siano abbastanza determinati, pure amano, d'aver anche l'articolo; onde non si può dire <emph>tutti uomini</emph>, ma convien dir <emph>tutti gli uomini</emph>. Ciò è forse perché questo aggettivo esprime una universalità indefinita, che abbraccia ogni qualunque cosa, la quale universalità vien poi ristretta, e determinata dal sostantivo, che segue. Diffatti udendo <emph>tutti</emph> noi pensiamo tosto in generale a tutte le classi degli enti, la cui universalità quest'aggettivo può esprimere. E però se alcuno poi vuol ristringere questa universalità ad una classe soltanto, come a quella degli animali, o degli alberi, o dei metalli ecc., ei vi deve aggiugner l'articolo per indicare, che essi sono quei nomi determinati, a cui il significato dell'aggettivo <emph>tutti</emph> si vuol ristretto. V'han però <emph>tuttodì, tutto giorno</emph>, e pochi altri, che s'adoprano senza l'articolo, come quando dicesi: <emph>quel che accade tutto giorno</emph>. Ma si osservi, che il nome <emph>giorno</emph> in questo senso è preso indeterminatamente, e l'espressione <emph>tutto giorno</emph> è piuttosto un modo avverbiale (di cui altrove parleremo) corrispondente all'avverbio <emph>continuamente</emph>, che altro. Infatti quando il nome <emph>giorno</emph> è preso determinatamente, richiede anch'egli l'articolo, come dicendo <emph>il tale ha lavorato tutto il giorno</emph>. All'incontro quando il senso di un qualche nome universale si vuole indeterminato, l'articolo si deve ommettere.</p>
<p>Passando ora dai nomi universali, o appellativi ai nomi particolari, o proprj, egli pare che essendo questi per sé determinatissimi non dovrebbero aver mai l'articolo, e infatti non si dice <emph>il Pietro</emph>, o <emph>il Paolo</emph>, ma <emph>Pietro</emph>, e <emph>Paolo</emph>. Tuttavolta ai nomi di femmina si dà sovvente, come <emph>la Fiammetta, la Tancia</emph> ecc.; e si dà pure ai nomi di famiglia applicati ad una sola persona, come <emph>il Boccaccio, il Petrarca, il Tasso</emph>. Ma se bene osserveremo, ciò si fa ordinariamente per dare al nome un non so che di maggiore determinazione (tanto più che i nomi, e cognomi medesimi convengon a molti); né si userà se non parlando d'una persona che sia nota, e in questo caso si userà ancora coi nomi di maschio, massimamente ove siano alterati (di cui parleremo nel capo seguente), come <emph>il Peppino, il Mariuccio, il Carlone</emph>; laonde è come se si dicesse <emph>quella Tancia, quel Peppino</emph> ecc., <emph>che voi</emph> <emph>ben conoscete</emph>, o <emph>che ben vi è noto</emph>.</p>
<p>Quando poi i nomi proprj hanno davanti un aggettivo, o un nome di dignità, o di professione, o altra cosa simigliante, allora l'articolo è assolutamente necessario; perciò si dice <emph>il re Antioco, il poeta Ovidio, il grande Alessandro, il famoso Archimede</emph>. E la ragione si è, che i nomi <emph>re, poeta</emph> ecc. sono sostantivi universali, che restano poscia determinati dai nomi proprj <emph>Antioco, Ovidio</emph> ecc. Essi devono adunque necessariamente aver l'articolo; perciocché è come se si dicesse <emph>il re chiamato Antioco</emph>, <emph>il poeta chiamato Ovidio</emph>. E lo stesso è pure quando al nome proprio si premette un semplice aggettivo; poiché vi si sottintende sempre il nome universale di quella classe, a cui il nome proprio appartiene, il qual nome universale spesse volte anche si suole esprimere, come infatti invece di dire semplicemente <emph>il grande Alessandro</emph>, <emph>il famoso Archimede</emph>, si dice spesso <emph>il gran re</emph>, o <emph>conquistatore Alessandro, il famoso geometra Archimede</emph>.</p>
<p>Da questa regola ciò non ostante si sottraggono alcuni nomi di titolo, come <emph>donno, messere, sere, maestro, santo, monsignore, donna, madonna, madama, suora</emph>, e <emph>frate</emph>, i quali allorché stanno innanzi a un nome proprio ricusan sempre l'articolo; onde si dice <emph>don Alberto, messer Cino, ser Brunetto</emph> ecc. Di ciò non v'ha altra ragione che l'uso. Perciocché infatti qual ragione vi può mai essere, ch'ei debba darsi a <emph>signore</emph>, e <emph>padre</emph>, come quando dicesi <emph>il signor</emph> tale, o <emph>il padre</emph> tale, e si debba poi negare a <emph>sere</emph>, e <emph>frate</emph>?</p>
<p>Al nome <emph>papa</emph>, l'articolo si dà, e si toglie indifferentemente, dicendosi al pari a cagion d'esempio <emph>papa Urbano</emph>, e <emph>il papa Urbano</emph>; se non che il mettervi l'articolo indica un certo maggior rispetto in chi parla. L'Ariosto lo tolse anche a <emph>re</emph>, dicendo <emph>re Carlo, re Pipino</emph>: ma da' migliori non è seguito.</p>
<p>V'hanno de' nomi proprj, che indicano oggetti di grande estensione, come <emph>cielo, terra, aria, mare</emph>, e tutti i nomi di <emph>provincie</emph>, di <emph>città</emph>, di <emph>monti</emph>, e di <emph>fiumi</emph>. Ora siccome accade, che vogliamo di questi ora semplicemente risvegliare l'idea, ora accennarne una parte indeterminata, e ora esprimere tutta la loro estensione, o qualche loro parte determinata; così ne' primi due casi essi rifutan l'articolo, e lo vogliono ne' secondi. Quindi uno dirà bene indeterminatamente: <emph>non si vedeva che cielo, e mare</emph>, ma determinatamente dovrà dire <emph>il cielo italico, il mar toscano</emph>: né potrà dirsi <emph>il tale ha scorsa Lombardia</emph>, ma sibbene <emph>la Lombardia</emph>, perché s'intende tutta questa provincia.</p>
<p>Circa ai nomi di città, di monti, e di fiumi però vi ha una specie di irregolarità, ed è, che i primi ricusano tutti costantemente l'articolo, fuori d'alcuni pochi, come <emph>il</emph> <emph>Cairo</emph>, e <emph>la Mirandola</emph>, i secondi lo voglion sempre, come <emph>l'Alpi, gli Appennini, i Pirenei</emph>, i terzi fuorché quando si vogliano accennare affatto indeterminatamente, come <emph>cadere in Po</emph>, il richieggono più comunemente essi pure, onde si dice <emph>il Tamigi, la Senna</emph> ecc. Quindi nasce tuttavia un comodo, il quale è che dove per una città scorra un fiume del medesimo nome, basta l'articolo solo a distinguer tosto l'uno dall'altra: così <emph>Parma</emph> a cagion d'esempio significa la città, e <emph>la Parma</emph> il fiume.</p>
<p>I sostantivi metafisici siccome quelli, che non esprimono alcun oggetto reale, ma semplicemente la maniera, con cui noi concepiamo l'idee delle qualità, o delle relazioni in astratto, non dovrebbero avere che un significato solo, e determinato. Ciò non ostante noi siamo soliti a favellare di queste idee come si fa degli oggetti reali, e le dividiamo esse pure in tante classi, come son quelle <emph>delle virtù, dei vizj, delle arti, delle scienze</emph> ecc. Quindi è che ai loro nomi eziandio ora si dà, ora si nega l'articolo colle medesime regole, come se fossero nomi universali.</p>
<p>Osserviamo ora per ultimo due cose: 1. il vantaggio, che la nostra lingua per via dell'articolo acquista su la latina. Questo è stato già notato assai bene dal Buommattei, di cui riferiremo qui le parole: «<quote>I Latini dicono <foreign lang="lat" rend="italic">vinum bibere</foreign>. Noi lo diciamo in tre modi con tre significati diversi: <emph>bere vino, bere il vino, ber del vino</emph>. Il primo modo significa semplicemente non si astenere da vino; il secondo accenna ber tutto il vino; il terzo inferisce bere alcuna quantità di vino... Ma il latino perché non ha articoli, confonde tutti e tre questi diversi significati</quote>»; 2. quanto sia irragionevole quel precetto, che si trova nei dialoghi del Bembo sopra la lingua toscana che quando ad un nome sostantivo viene appresso un altro accompagnato dalla preposizione <emph>di</emph>, se il primo ha l'articolo, lo debba avere anche il secondo, di maniera che si debba dir per esempio <emph>le chiome dell'oro</emph>, e non <emph>le chiome d'oro</emph>. Io non so perché il Bembo non abbia riflettuto, che l'ufficio dell'articolo è quello di determinare il significato de' nomi, e che per conseguente dei due nomi noi dobbiam porre l'articolo a quello che vogliamo determinare, e lasciarne senza quel che vogliamo, che resti indeterminato.</p></div2>
<div2>
<head>Capo VII.</head>
<argument><p><hi rend="italic">De' nomi alterati</hi>.</p></argument>

<p>Questi son quelli, che servono ad accrescere, o diminuire il significato de' nomi semplici. I primi si dicono <emph>aumentativi</emph>, o <emph>accrescitivi</emph> quando dinotan ingrandimento, e finiscon in <emph>-one</emph> se son maschili, come <emph>alberone, braccione</emph>; e in <emph>-one</emph>, o <emph>-ona</emph> se son femminili: la prima maniera però è più usitata, e li converte anch'essi in maschili, come da <emph>casa</emph> <emph>casone</emph>, e da <emph>porta</emph> <emph>portone</emph>; e ve n'han pure alcuni, che non significan ingrandimento della medesima cosa, ma una cosa differente, come da <emph>pianta</emph>, <emph>carta</emph>, <emph>piantone, cartone</emph>. Si dicon poi <emph>peggiorativi</emph> quando significan peggioramento, o malvagità, e cadono in <emph>-accio</emph> o <emph>-azzo</emph>, e <emph>-accia</emph> o <emph>-aglia</emph> come <emph>popolazzo</emph> o <emph>popolaccio</emph>, e <emph>gentaccia</emph> o <emph>gentaglia</emph>, in <emph>-astro</emph>, e <emph>-astra</emph>, come <emph>giovinastro</emph>, e <emph>giovinastra</emph>, e talora s'unisce il peggiorativo coll'accrescitivo, facendone <emph>omaccione, ribaldonaccio</emph>, e simili. Degli accrescitivi ve n'ha un altro pure, che però s'adopera ordinariamente per vezzo, e finisce in <emph>-otto</emph>, e <emph>-otta</emph>, come <emph>giovinotto</emph>, e <emph>giovinotta</emph>.</p>
<p>Quelli che diminuiscono il significato si chiamano <emph>diminutivi</emph>, e s'adoperano quando per vezzo, e quando per dispregio. Finiscono in <emph>-ino</emph>, e in <emph>-ina</emph>, come <emph>fanciullino</emph>, e <emph>fanciullina</emph>, in <emph>-etto</emph>, e in <emph>-etta</emph> come <emph>giovinetto</emph>, e <emph>giovinetta</emph>, in <emph>-ello</emph>, e in <emph>-ella</emph>, come <emph>contadinello</emph>, e <emph>contadinella</emph>, in <emph>-uccio</emph>, o<emph>-uzzo</emph>, e <emph>-uccia</emph>, o <emph>-uzza</emph>, come <emph>sonettuccio</emph>, o <emph>sonettuzzo, cosuzza</emph>, o <emph>cosuccia</emph>: e spesso si fa un doppio diminutivo, come <emph>cosettina, cassettuccia</emph>. Vi son anche alcune altre specie di diminutivi, come <emph>cerbiatto</emph> “per piccolo cervo”, <emph>casipola</emph> per “casa piccola, e cattiva”, <emph>amarognolo</emph> per “alquanto amaro”, <emph>verdigno</emph> per “alquanto verde”, <emph>tristanzuolo</emph> per “alquanto tristo”.</p>
</div2>
<div2>
<head>Capo VIII.</head>
<argument><p><hi rend="italic">De' pronomi</hi>.</p></argument>

<p>I pronomi entran anch'essi propriamente nella classe degli aggettivi, essendo l'ufficio loro quello di significare l'identità di un oggetto già nominato, nell'atto medesimo che ne risveglian l'idea. Non tutti però gli aggettivi, che stanno talvolta da sé, e richiaman l'idea d'un sostantivo precedente, o sottinteso, a cui si riferiscono, debbonsi annoverar tra i pronomi; altrimenti se io dirò: «tutti gli uomini cercano la felicità, ma pochi la trovano, e non sono che i saggi, e i virtuosi», <emph>pochi, saggi</emph>, e <emph>virtuosi</emph>, sarebber pronomi, e generalmente niun aggettivo dovrebbe da questo numero esser escluso potendo tutti far l'ufficio medesimo quando che sia.</p>
<p>Tra i pronomi debbonsi porre quei soli, che si usano espressamente, e al solo fine di risvegliare l'idea d'un sostantivo già nominato senza che alcuna nuova qualificazione v'aggiungano; e tali sono <emph>egli</emph>, o <emph>esso</emph>, e <emph>desso, lo stesso</emph> o <emph>il medesimo, questi</emph> o <emph>costui, chi, altri, altrui, quegli</emph> o <emph>colui, cotesti</emph> o <emph>cotestui, che</emph> o <emph>il quale</emph>, e l'articolo quando s'adopera assoluto invece di <emph>lui, lei, loro</emph>.</p>
<p>Siccome i pronomi si pongono invece dei sostantivi, così non s'accompagnano mai coi sostantivi medesimi, e però non si dice <emph>egli</emph> <emph>uomo</emph>, né <emph>questi</emph>, o <emph>costui, cotesti</emph>, o <emph>cotestui, quegli</emph>, o <emph>colui uomo</emph>. Che se <emph>esso, stesso, medesimo</emph>, e <emph>quale</emph>, si veggon talvolta accompagnati coi sostantivi, allora sono aggettivi semplici, e non più pronomi.</p>
<p>Quanto ai nomi personali <emph>io, tu, noi, voi, sé</emph>, io non so come siano stati collocati fra i pronomi, essendo essi veri sostantivi universali che significano una, o più persone, che parlano, o che ascoltano, e una o più persone da queste diverse considerate in sé medesime; non già aggettivi che si riferiscano ad alcun nome, e ne richiamin l'idea. Noi parleremo tuttavia anche di essi nel presente capo, essendo questo il luogo più opportuno di favellarne.</p>
<p>Il pronome <emph>egli</emph>, e i nomi personali sono soggetti a molte variazioni di desinenza. Eccole tutte per ordine.</p>
<p>Variazioni del pronome <emph>egli</emph></p>
<table>
<head><emph>Sing[olare]</emph></head>
<row><cell><emph>Masch[ile]</emph></cell><cell><emph>Fem[minile]</emph></cell></row>
<row><cell>egli, ei, e'</cell><cell>ella</cell></row>
<row><cell>di lui</cell><cell>di lei</cell></row>
<row><cell>a lui, lui, gli</cell><cell>a lei, lei, le</cell></row>
<row><cell>lui, lo, il</cell><cell>lei, la</cell></row>
<row><cell>da lui</cell><cell>da lei</cell></row>
</table>
<table>
<head><emph>Plur[ale]</emph></head>	
<row><cell>Eglino, ei, e'</cell><cell>elleno, elle</cell></row>
<row><cell>di loro, o loro</cell><cell/></row>
<row><cell>a loro, o loro</cell><cell/></row>
<row><cell>li, gli, loro</cell><cell>le, loro</cell></row>
<row><cell>da loro</cell><cell/></row>
</table>
<p>Osserviamo qui in primo luogo, che <emph>lui, lei</emph>, e <emph>loro</emph> non possono mai usarsi nel caso retto, ossia nel nominativo, ma negli obliqui soltanto, e se ve n'ha qualche esempio non è da seguirsi. Tre eccezioni si fanno: 1. quando il senso del discorso esprime tal simiglianza di due persone, o di due cose, che l'una si prenda in iscambio dell'altra, come è nel Boccaccio gior[nata] 3, nov[ella] 7: «<quote>Maravigliossi forte Tedaldo, che alcuno in tanto il simigliasse che fosse creduto lui</quote>»; e come avvien pure in quelle maniere comuni <emph>s'io fossi lui, s'io fossi lei</emph>: ma qui ognuno vede, che si deve supplire “<emph>in</emph> lui”, “<emph>in</emph> lei”: e nel primo esempio si dice <emph>lui</emph>, e non <emph>egli</emph>, perché essendo <emph>alcuno</emph> il soggetto della proposizione <emph>che fosse creduto lui</emph>, mettendo <emph>egli</emph> parrebbe, che si riferisse ad <emph>alcuno</emph>, e non a <emph>Tedaldo</emph>; 2. quando il pronome è preceduto dal <emph>come</emph>, o <emph>siccome</emph>. Tale è quell'esempio del Boccaccio: «<quote>Si vergognò di fare al monaco quello, che egli, siccome lui, aveva meritato</quote>»; ma qui pure il <emph>lui</emph> è posto per evitar l'ambiguità tra <emph>egli</emph>, e <emph>monaco</emph>; e diffatti quando questa non v'abbia si dice egualmente <emph>siccome egli</emph>, e <emph>siccome lui</emph>; 3. nelle esclamazioni, come <emph>oh lui beato!</emph>, <emph>oh lui misero!</emph>, ma qui il <emph>lui</emph> è accusativo come lo è <foreign lang="lat" rend="italic">me beatum, me miserum!</foreign> nelle esclamazioni latine.</p>
<p><emph>Lui, lei</emph>, e <emph>loro</emph> spesso s'adoprano per semplici aggettivi invece di <emph>quello</emph>, o di <emph>colui</emph> ecc., e ciò massimamente in verso, e quando sono seguiti dal pronome relativo <emph>che</emph>, come nel Petrarca: Ad or ad or a me stesso m'involo Pur lei cercando, che fuggir dovria; in vece di <emph>quella</emph>, o <emph>colei</emph>. <emph>Lui</emph>, e <emph>lei</emph> in dativo in vece di <emph>a lui</emph>, e <emph>a lei</emph> si possono usar qualche volta in poesia, ma parcamente.</p>
<p><emph>Loro</emph> all'accusativo non è di un uso troppo frequente, e in suo luogo s'adopera <emph>gli</emph>, o <emph>li</emph>, e <emph>le</emph>. <emph>Gli</emph> si usa quando segue una vocale, o una <emph>s</emph> impura, come <emph>gli unì, gli sparse</emph>; e <emph>li</emph> quando segue qualunque altra consonante, come <emph>li trovò, li perdette</emph>. S'avverta che <emph>gli</emph> in dativo non si può mai usare invece del plurale “a loro”; ma solamente nel significato del singolare “a lui”; e però <emph>gli scrisse</emph> significa “scrisse a lui”, non “a loro”. Anche <emph>ei</emph>, o <emph>e'</emph> nel plurale si trovan di rado, e s'usano in cambio <emph>eglino</emph>, o <emph>essi</emph>. <emph>Di lui, di lei</emph>, e <emph>di loro</emph> posti fra l'articolo, e il nome, come <emph>il di lui</emph> <emph>onore, il di loro coraggio</emph> sono maniere da schifarsi, e si dice in cambio <emph>il loro coraggio</emph>, o <emph>il coraggio loro</emph>, e <emph>l'onor di lui</emph>. V'hanno alcuni esempi di <emph>ella</emph>, e <emph>elle</emph> usati ne' casi obliqui; ma non sono da imitare. <emph>Ello</emph> per <emph>egli</emph>, e <emph>elli</emph> per <emph>eglino</emph> son maniere antiquate. Dopo il <emph>non</emph> il pronome maschile nell'accusativo singolare dev'esser <emph>lo</emph>; e volendo pure usar <emph>il</emph>, convien unirlo col <emph>non</emph> in una sola parola, dicendo <emph>nol</emph>; come <emph>non lo veggo</emph>, o <emph>nol veggo</emph>. Quando si parla, o si scrive ad uno in terza persona, siccome si parla alla signoria di quel tale, così bisogna usare il pronome femminile, onde si deve dire <emph>le raccomando</emph>, o <emph>la prego</emph>, e non <emph>gli raccomando</emph>, o <emph>lo prego</emph>. Molto più poi si dee fuggire l'error volgare di dir <emph>ci offero, ci dico</emph> in vece di <emph>le offero, le dico</emph>.</p>
<p><emph>Egli, ei, e'</emph>, ed <emph>ella</emph> si pongono spesso per puro vezzo di lingua, e si chiaman allora <emph>ripieni</emph>, o <emph>particelle espletive</emph>. I tre primi si usano in tutti i numeri, e in tutti i generi, come <emph>egli non è cosa</emph> <emph>strana, egli vi sono molti</emph>. Il quarto soltanto nel femminile. Nello stil famigliare, e nel burlesco in vece di <emph>egli</emph> si usa anche <emph>gli</emph>, e di <emph>ella, la</emph>, come <emph>gli è grande, la non è piccola</emph>.</p>
<p><emph>Esso</emph>, e <emph>essa</emph> che hanno il medesimo significato di <emph>egli</emph>, e <emph>ella</emph> s'adoprano indifferentemente e nel caso retto, e negli obliqui, se non che nel retto si dice piuttosto <emph>egli</emph>, e <emph>ella</emph>. Anche questo pronome spesso si usa per puro ripieno, ma sempre colla terminazione maschile, come <emph>essolui, essolei, essoloro, sovr'esso il ponte, lungh'esso il fiume</emph>.</p>
<p><emph>Desso</emph> esprime qualche cosa di più, che <emph>egli</emph>, o <emph>esso</emph>, e significa <emph>egli appunto</emph>, o <emph>egli stesso</emph>, come <emph>lo veggo; è desso</emph>. Questo pronome non s'usa che nel caso retto.</p>
<p>Variazioni dei nomi personali <emph>Singolare</emph> io tu di me di te di sé a me, mia te, tia sé, si me, mite, tisé, si da me da te da sé <emph>Plurale</emph> noi voi di noi di voi di sé a noi, ci, nea voi, via sé, si noi, ci, ne voi, vi sé, si da noi da voi da sé</p>
<p><emph>Io</emph>, e <emph>tu</emph>, non s'adoprano che nel caso retto. <emph>Mi, ti, si, ci, ne, vi</emph>, come pure i pronomi <emph>gli, le, il, lo, la, li</emph> si debbon por sempre innanzi al verbo, come <emph>mi vide, lo incontrai, gli dissi</emph>, o ponendoli dopo si debbono con lui unire in una sola parola, come <emph>videmi, dissegli</emph> ecc. Essi allora si chiamano <emph>affissi</emph>, e spesso se ne appone più d'uno, come <emph>dirovvelo</emph>, o <emph>dirollovi</emph>. Quando però vi sia corrispondenza di due, o più pronomi, o nomi personali, l'affisso non può usarsi, ma si dee in quella vece adoperare il nome personale, o il pronome staccato. Quindi disse il Petrarca par[te] 1, son[etto] 3: Ferir me di saetta in quello stato, E a voi armata non mostrar pur l'arco. I nomi personali <emph>mi, ti, si, ci, ne, vi</emph> spesso s'accoppiano coi pronomi <emph>lo, la, gli, le, li</emph>, ma conviene ne' primi cangiare l'<emph>i</emph> in <emph>e</emph>, come <emph>me lo diede, ce li ritolse, ve le offro</emph>; se non che tal volta per grazia di lingua il pronome si mette davanti al nome personale, come <emph>il vi darò, la vi ho data</emph>.</p>
<p>Il pronome <emph>gli</emph> si unisce egli pure sovvente cogli altri anzidetti, aggiungendovi un'<emph>e</emph> frammezzo, e ne nascono <emph>glielo, gliela, gliele</emph> ecc. Quest'ultimo, invece di cui s'usa anche <emph>gliene</emph> si trova adoperato nei buoni autori per riguardo al <emph>gli</emph> in amendue i generi cioè tanto in significato di <emph>a lui</emph>, come di <emph>a lei</emph>; e per riguardo al <emph>le</emph> in amendue i generi, e i numeri, cioè tanto per significare <emph>lo</emph>, e <emph>la</emph>, come <emph>li</emph>, e <emph>le</emph>. Così il Boccaccio gior[nata] 3, nov[ella] 3, disse: «<quote>piena di stizza gliele tolsi di mano, ed holla recata a voi, acciocché voi gliele rendiate</quote>», cioè “<emph>la</emph> tolsi <emph>a lei</emph>, acciocché <emph>a lui la</emph> rendiate”, e gior[nata] 2, nov[ella] 9: «<quote>Portò certi falconi pellegrini al soldano, e presentogliele</quote>», cioè “<emph>li</emph> presentò <emph>a lui</emph>”.</p>
<p>Oltre al proprio significato di nomi personali le voci <emph>ne, ci</emph>, e <emph>vi</emph> ne han pure un altro. Il <emph>ne</emph> corrisponde alle parole <emph>di questa</emph>, o <emph>quella cosa, da questo</emph>, o <emph>quel luogo</emph>: così <emph>ne vengo ora</emph>, vuol dire “vengo ora da quel luogo”; <emph>non ne trovo</emph> vuol dire “di questa”, o “di quella cosa”. Il <emph>ci</emph> significa propriamente “in questo luogo”, o “a questo luogo”; e il <emph>vi</emph> “in quello”, o “a quel luogo”; e però rigorosamente <emph>non ci è</emph> vuol dire “qui”, e <emph>non vi è</emph> “ivi”; <emph>non ci torno</emph> significa “non torno qua”, e <emph>non vi torno</emph> “non torno là”: ma spesso si pongono indifferentemente l'uno per l'altro. Sovvente pur nel discorso servono di mere particelle espletive. Il nome <emph>sé</emph>, che si chiama <emph>reciproco</emph>, s'adopera quando vuolsi esprimere, che l'azione significata dal verbo rimane nel soggetto medesimo della proposizione, ossia nel nome medesimo da cui il verbo è regolato. Così dicendo: <emph>Catone piuttosto che cadere nelle mani di Cesare si uccise</emph>, significa “uccise sé medesimo”, e volendovi dare ancora più forza dirò <emph>da sé stesso si uccise</emph>, ma non già <emph>da lui stesso</emph>, e <emph>di</emph> <emph>sua</emph> <emph>propria mano</emph>, non già <emph>colla</emph> <emph>di lui propria</emph> <emph>mano</emph>, come alcuni per errore pur soglion dire. Giacché siamo entrati a parlare del possessivo <emph>suo</emph>, sarà bene accennar qui brevemente quand'egli s'abbia ad usare, e quando in sua vece si debba adoperare <emph>di lui</emph>. Egli è dunque regola generale, che quando la cosa, di cui si discorre, appartiene al nominativo, ossia al soggetto della proposizione si deve usar <emph>suo</emph>, e non <emph>di lui</emph>, onde <emph>il padre deve amare i suoi figli</emph>, e non <emph>i di lui figli</emph>, o <emph>i figli di lui</emph>; se però questo soggetto è plurale invece di <emph>suo</emph> s'adopera <emph>loro</emph>; diremo pertanto <emph>i figli sono tenuti a riamare il loro padre</emph>, non <emph>il suo padre</emph>. Quando poi la cosa spetta a tutt'altro nome diverso dal soggetto della proposizione, rigorosamente dovrebbesi usar <emph>di</emph> <emph>lui</emph>, ma ove non possa nascere ambiguità si adopera indifferentemente anche il <emph>suo</emph>. Quindi io dirò egualmente: <emph>amo Pietro, e i suoi figli</emph>, o <emph>i figli di lui</emph>; ma non dirò già <emph>Paolo ama Pietro, e i suoi figli</emph>, perché s'intenderebbe che ami i figli proprj, non i figli di Pietro. I possessivi <emph>mio, tuo, suo, nostro, vostro, loro</emph> si pongono spesso assolutamente senza compagnia di sostantivo, il quale però loro sempre si sottintende, ed è <emph>avere</emph>, o <emph>roba</emph> se sono nel singolare; <emph>parenti</emph>, o <emph>famigliari</emph> se son nel plurale. Laonde <emph>consumar tutto il suo</emph> vuol dire tutto il suo avere; <emph>rivedere i suoi</emph>, vuol dire i suoi parenti, o famigliari.</p>
<div3>
<head>[1.]</head>
<argument><p><hi rend="italic">Dei pronomi “questi”, e “costui”, “cotesti”, e “cotestui”, “quegli”, e “colui”</hi>.</p></argument>

<p><emph>Questi, cotesti</emph>, e <emph>quegli</emph> non s'adoperan in singolare se non nel caso retto. Alcuni pretendono, che non si possano usar nemmeno se non quando si riferiscono ad uomo, e che riferendosi ad altro animale, o ad oggetto inanimato si debba dire <emph>questo, cotesto</emph>, e <emph>quello</emph>: ma abbiamo ne' buoni autori degli esempi contrarj, come nel Dante <emph>Inf[erno]</emph>, cant[o] 1: Ma non sì, che paura non mi desse La vista, che m'apparve d'un leone. Questi parea, che contra me venesse; e nel Boccaccio gior[nata] 4, nov[ella] 1: «<quote>Dall'una parte mi trae l'amore ecc., e dall'altra giustissimo sdegno: quegli vuole ch'io ti perdoni, e questi vuole che contra a mia natura in te incrudelisca</quote>». Oltreché siccome <emph>egli</emph> s'adopera indistintamente qualunque sia l'oggetto, di cui dee risvegliare l'idea, così pare, che debba farsi lo stesso ancora di questi altri pronomi: tanto più che <emph>questo, cotesto</emph>, e <emph>quello</emph> posti assolutamente significan “questa”, “cotesta”, e “quella cosa”, come <emph>ciò</emph> significa “essa”, o “tal cosa”. Checché ne sia però <emph>questi, cotesti</emph>, e <emph>quegli</emph> fuor di quando si riferiscono ad uomo, che debbonsi usare necessariamente, in altre occasioni s'adopran di rado, e solo si trovan usati qualche volta riferiti ad altro animale, o a cosa che nel discorso faccia sembiante di animata, come lo sono <emph>amore</emph>, e <emph>sdegno</emph> nell'esempio del Boccaccio. Quando siansi innanzi nominate due cose, di cui s'abbia a continuare a discorrere in appresso, <emph>questi</emph>, o <emph>questo</emph> significa l'ultima, e <emph>quegli</emph>, o <emph>quello</emph> la prima, come dal medesimo esempio del Boccaccio apparisce.</p>
<p>Invece di <emph>quegli</emph> singolare in verso si dice anche <emph>quei</emph>, come nel Dante: E quale è quei che disvuol ciò che volle. Il Dante l'usò ancora nel caso accusativo invece di <emph>quello</emph>: Che non soccorri quei, che t'amò tanto? ma non è da imitarsi. Nel plurale quand'è pronome invece di <emph>quegli</emph> si dice piuttosto <emph>quelli, quei</emph>, o <emph>que'</emph>, e servono per tutti i casi.</p>
<p>Ma spesso invece di esser pronome egli è un semplice aggettivo, che accompagna il suo sostantivo, come <emph>quel frutto, quell'albero</emph>. In tal caso se il sostantivo comincia per vocale, o per <emph>s</emph> impura, o per <emph>z</emph> nel singolare si dice <emph>quello</emph>, e nel plurale <emph>quegli</emph> come <emph>quello spazio, quegli anni</emph>; se il sostantivo comincia per tutt'altra consonante nel singolare si usa <emph>quel</emph>; e nel plurale <emph>quei</emph>, o <emph>que'</emph>, come <emph>quel frutto</emph>, e <emph>quei frutti</emph>, o <emph>que' frutti</emph>: il dire <emph>quelli frutti</emph> non è di buon uso. Anche <emph>questo</emph>, e <emph>questa</emph> sovvente son semplici aggettivi. Invece di <emph>questa</emph> coi nomi <emph>mane, sera</emph>, e <emph>notte</emph> si usa anche <emph>sta</emph>, come <emph>sta mane, sta sera, sta notte</emph>. Ma cogli altri nomi ciò non può farsi. I poeti incambio usan talvolta <emph>esto</emph>, e il Dante «<quote>esta selva</quote>», «<quote>esti tormenti</quote>». I pronomi <emph>costui</emph>, e <emph>costei, colui</emph>, e <emph>colei</emph>, equivalgono a “questi”, e “questa”, “quegli” e “quella”, e servono per tutti i casi: ma noi v'abbiamo ora allegata una certa idea di disprezzo in modo, che non si debbono usare parlando di una persona, a cui s'abbia rispetto. <emph>Cotesti</emph>, e <emph>cotestui</emph> son di rarissimo uso.</p>
</div3>
<div3>
<head>[2.]</head>
<argument><p><hi rend="italic">Dei pronomi “il medesimo”, e “lo stesso”</hi>.</p></argument>

<p>Questi servono a determinare precisamente l'identità di un oggetto, e però quando sono pronomi sempre voglion l'articolo. S'uniscono sovvente cogli altri pronomi, come <emph>egli stesso, questo medesimo</emph>: ma essi allora, come ben si vede, non son che semplici aggettivi. In vece di <emph>medesimo</emph> in verso si dice anche <emph>medesmo</emph>: ma <emph>medemo</emph> è termine del volgo.</p></div3>
<div3>
<head>[3.]</head>
<argument><p><hi rend="italic">Dei pronomi “che”, “cui”, “il quale”, “onde”, e “chi”</hi>.</p></argument>

<p>Nel capo 6 si è detto, che per ristringere il significato di un nome aggiugnendovi una qualche qualificazione, in luogo d'un aggettivo, o di un genitivo può adoperarsi una proposizione incidente, che ad un aggettivo equivale. Queste proposizioni si dicono <emph>incidenti</emph>, perché cadono in una proposizion principale, e formano una parte di essa, come farebbe appunto un semplice aggettivo. Così dicendo: <emph>l'uomo, che vive in ozio, è indegno di godere i vantaggi della società, a cui egli non fa niun bene</emph>, avremo una sola proposizion principale, come se dicessimo: <emph>l'uomo ozioso è indegno di godere i vantaggi della società da lui niente beneficata</emph>.</p>
<p>Or per unire le proposizioni incidenti coi nomi, a cui elle si riferiscono, s'adoprano i pronomi <emph>che</emph>, e <emph>il quale</emph>, che perciò chiamansi <emph>relativi</emph>. Il primo è invariabile, e si usa al nominativo, e all'accusativo di ambedue i numeri, ma sempre senza l'articolo, perché unito coll'articolo significa non <emph>il quale</emph> semplicemente, ma <emph>la qual cosa</emph>: benché in questo senso talvolta si truova anche senza l'articolo, come nel Boccaccio introd[uzione]: «<quote>L'un fratello l'altro abbandonava, e (che maggior cosa è) i padri, e le madri i figliuoli</quote>». Quando poi ha l'articolo, questo dev'essere piuttosto <emph>il</emph>, che <emph>lo</emph>, ed è meglio detto <emph>il che</emph> che <emph>lo che</emph>. Negli altri casi obliqui a <emph>che</emph> si sostituisce <emph>cui</emph>, e si dice <emph>di cui, a cui, per cui</emph> ecc., e quando il pronome debba essere accusativo, e usando <emph>che</emph>, o <emph>il quale</emph> possa nascere ambiguità, s'adopera <emph>cui</emph> per levarla; così dicendo <emph>è morto l'amico, che Pietro amava moltissimo</emph>, non si saprebbe se fosse Pietro, o l'amico quel, che amava; sostituendo <emph>cui</emph> il senso è chiarissimo, non potendo questo mai essere che caso obliquo. Le preposizioni <emph>di</emph>, e <emph>a</emph> sovvente con lui si ommettono, come <emph>il cui valore</emph>; <emph>cui egli tolse</emph>, e simili, invece di dire, <emph>il valore di cui</emph>, o <emph>a cui egli tolse</emph>. <emph>Il di cui valore</emph> è maniera viziosa.</p>
<p>Anche il <emph>che</emph> si può unire talvolta colle preposizioni, benché sia semplice relativo, come <emph>quello di che vi dolete, quello a che avete atteso, quello in che v'occupate</emph>, e la preposizione <emph>in</emph> specialmente se si parla di tempo si può ancor tralasciare, come: <emph>l'anno, che morì il Galileo nacque il Newton</emph>. Gli antichi usaron anche di sopprimer con esso varie altre preposizioni, come il Petrarca: da quel nodo sciolta Che più bel mai non seppe ordir Natura; e il Boccaccio: «<quote>Involato avrebbe con quella coscienza, che un uomo offerirebbe</quote>»; ove il <emph>che</emph> è usato per “di cui”, e “con cui”: ma da' migliori moderni quest'uso non è troppo seguito. <emph>Il quale</emph> quando è pronome relativo vuol sempre l'articolo, onde per esempio: <emph>la lettera, qual mi scriveste</emph> è errore. All'opposto quando è semplice aggettivo esprimente qualità, e correlativo di <emph>tale</emph>, o <emph>altrettale</emph>, come anche quando s'adopera per esprimer dubbio, o per interrogare, non lo vuol mai: come nel Boccaccio gior[nata] 8, nov[ella] 8: «<quote>assai dee bastare a ciascuno, se quale asino dà in parete, tal riceve</quote>»; e gior[nata] 10, nov[ella] 8: «<quote>non so quale Iddio dentro mi stimola, ed infesta</quote>»; e finalmente gior[nata] 5, nov[ella] 6: «<quote>“impetratemi una grazia da chi così mi fa stare”. Ruggieri domandò: “Quale?”</quote>». Invece di <emph>quale</emph> aggettivo semplice s'adopera eziandio il <emph>che</emph>, quando però non vi sia il correlativo <emph>tale</emph>, come: <emph>mira in che stato io sono</emph>; <emph>che cosa è mai? non so che cosa ella sia</emph>; e i sostantivi <emph>stato</emph>, e <emph>cosa</emph> spesso ancor si tralasciano, come <emph>vedi a che son ridotto</emph>; <emph>che è mai? non so che sia</emph>. All'opposto non son da seguire quei che dicono: <emph>non so cosa sia</emph>; <emph>cosa è mai?</emph>, lasciando il <emph>che</emph>. Alle volte questo nome è anche un puro sinonimo di <emph>cosa</emph>, come quando si dice <emph>un gran che</emph>. Dopo <emph>tale, tanto, così, più, meno</emph> ecc., si mette il <emph>che</emph> per correlativo, ma allora è semplice congiunzione corrispondente all'<foreign lang="lat" rend="italic">ut</foreign>, o al <foreign lang="lat" rend="italic">quam</foreign> dei Latini. <emph>Onde</emph>, che è anch'egli una congiunzione equivalente a <emph>laonde</emph>, o <emph>per la qual cosa</emph>, si usa pure nel senso di “quale” accompagnato dalle preposizioni <emph>di, da, con</emph>, o <emph>per</emph>, come: <emph>la cosa, onde si parla</emph>; <emph>il luogo, onde ei viene</emph>, o <emph>onde è passato</emph>; <emph>il laccio onde è avvinto</emph>. La preposizione <emph>da</emph> qualche volta vi si unisce, e i nomi <emph>luogo</emph>, o <emph>cosa</emph> si ommettono, come <emph>non so d'onde venga</emph>, cioè “da qual luogo”; <emph>non so d'onde proceda</emph> cioè “da qual cosa”. <emph>Chi</emph> significa “colui che”, o “coloro che”. Egli pure è invariabile, e s'adopera in tutti i generi, e in tutti i numeri. In sua vece tal volta si pone <emph>cui</emph>, come nel Boccaccio: «<quote>vedi cui do mangiare il mio</quote>» in cambio di <emph>a chi</emph>, e altrove: «<quote>Macchie apparivano a molti a cui grandi, e rade, e a cui minute, e spesse</quote>». Talvolta all'incontro si usa il <emph>chi</emph> invece di <emph>cui</emph>, come in quel verso:</p>
<p>Tra' magnanimi pochi, a chi 'l ben piace.</p>
<p>Il <emph>chi</emph> si adopera nelle enumerazioni nel senso medesimo, in cui s'adoperan <emph>quale, tale, uno, altri, questi</emph>, e <emph>quegli</emph>, come: « degli uomini <emph>chi</emph> è avventurato, <emph>chi</emph> misero; <emph>quale</emph> è buono, <emph>qual è</emph> malvagio; <emph>tale</emph> è troppo ardito, <emph>tal è</emph> troppo timido; <emph>uno</emph> piange, <emph>uno</emph> ride; <emph>altri</emph> ama, <emph>altri</emph> odia; <emph>questi</emph> di tutto è pago, <emph>quegli</emph> di tutto si lagna».</p>
</div3>
<div3>
<head>[4.]</head>
<argument><p><hi rend="italic">De' pronomi “altri”, e “altrui”</hi>.</p></argument>

<p><emph>Altri</emph> s'adopera nel caso retto, e significa propriamente “altr'uomo”, come nel Boccaccio gior[nata] 1, nov[ella] 8: «<quote>Né voi, né altri con ragione potrà più dire, ch'io non l'abbia veduta</quote>». Ne' casi obliqui si dice <emph>altrui</emph>, e con esso le preposizioni <emph>di</emph>, e <emph>a</emph> spesse volte si tralasciano. <emph>Altrui</emph> significa ancora le cose appartenenti ad altri, come <emph>consumare l'altrui</emph>, cioè “la roba degli altri”.</p>
<p>Vi ha anche <emph>altro</emph> che si pone talvolta assolutamente, e vuol dire “altra cosa”, come nel Boccaccio gior[nata] 7, nov[ella] 3: «<quote>sembiante facendo di rider d'altro</quote>». <emph>Uno, alcuno, veruno, qualcuno, ciascuno, chiunque, chicchessia, taluno, tale, niuno, nessuno</emph> si pongon anch'essi spesse fiate assolutamente sottintendendovi <emph>uomo</emph>, o <emph>persona</emph>. Si osservi però che <emph>niuno</emph>, e <emph>nessuno</emph> quando son posti innanzi al verbo non possono avere la negativa <emph>non</emph>, altrimenti la negazione si toglie, e formano un senso affermativo: ma quando son dopo il verbo, l'ammettono senza cambiar di senso. Per il che si dirà egualmente: <emph>niuno quaggiù è pienamente felice</emph>, e <emph>non v'ha niuno quaggiù pienamente felice</emph>; ma non già <emph>niuno non è quaggiù pienamente felice</emph>, perché <emph>niuno non è</emph> equivarrebbe a <emph>tutti sono</emph>. Lo stesso si dica ancora dei sostantivi <emph>niente</emph>, e <emph>nulla</emph>. V'hanno dei casi però, in cui la particella <emph>non</emph> si può replicare anche dopo <emph>niuno</emph>, e <emph>niente</emph> senza che tolga la negazione, come <emph>di ciò niente non gli importa</emph>; <emph>niuno non v'è, che non si maravigli</emph> ecc.; ma ciò non si dee fare, se non con molto riguardo, e allora soltanto, che il senso sia per sé stesso chiarissimo.</p>
</div3>
</div2>
</div1>
<div1>
<head>Parte II.</head>
<head>Del verbo, e del participio.</head>
<div2>
<head>Capo I.</head>
<argument><p><hi rend="italic">Dei numeri, e delle persone de' verbi</hi>.</p></argument>
<p>L'ufficio del verbo abbiam già detto esser quello di affermare, o negare l'esistenza di qualche proprietà in qualche soggetto. Or siccome il verbo <emph>essere</emph> è il solo, che posto da sé esprima l'affermazione, e accompagnato dal <emph>non</emph> la negazione, così egli pure è il solo, che propriamente debbasi chiamar verbo. Agli altri in tanto si dà questo nome, in quanto contengon tutti il verbo <emph>essere</emph> insieme con un aggettivo, che esprime una qualche proprietà, o operazione del soggetto, e fa perciò nella proposizione l'ufficio dell'attributo. Quindi è, come abbiam notato, che un solo nome, e un solo verbo posson formare un'intera proposizione, perché <emph>io vivo, io spiro</emph>, tanto valgono quanto <emph>io sono vivente, io sono spirante</emph>.</p>
<p>Ma a formare un'intera proposizione può anche bastare il verbo solo quando il soggetto sia uno dei nomi personali <emph>io, tu, noi, voi</emph>. E ciò perché sì nella nostra lingua, come nella più parte delle altre si è introdotto di dare al verbo una diversa terminazione secondo che il soggetto della proposizione, a cui il verbo si riferisce, è o la persona che parla, che dicesi <emph>persona prima</emph>, o quella che ascolta, che dicesi <emph>persona seconda</emph>, oppure una persona, o una cosa diversa da amendue, che dicesi <emph>persona terza</emph>. E una diversa terminazione gli si dà pure secondo che queste persone sono del numero singolare, o del plurale. Per la qual cosa dicendo <emph>vivo</emph>, o <emph>vivi</emph> io formerò una proposizione compiuta, perché quantunque il soggetto non sia espresso, la sola terminazione però indica bastantemente, che è <emph>io</emph>, o <emph>tu</emph>; e così pure due proposizioni perfette saranno <emph>viviamo</emph>, e <emph>vivete</emph>, perché egli è chiaro, che <emph>noi</emph>, e <emph>voi</emph> ne sono i soggetti. Di questo comodo mancan gli Inglesi, presso cui il plurale de' verbi ha una sola desinenza per tutte e tre le persone, la quale trattone il presente del dimostrativo è comune ancora alla prima, e alla terza del singolare: onde presso di loro per distinguere le persone è necessario sempre il nome personale, fuorché nella seconda del singolare, che ha una particolare terminazione o del verbo medesimo, o del prefisso, che vi soglion aggiugnere per la distinzione de' modi, e de' tempi.</p>
<p>Quando però il soggetto è di terza persona anche presso di noi il solo verbo non basta a formare una proposizione. Perciocché <emph>vive</emph>, e <emph>vivono</emph> accennan bene, che il soggetto è diverso da chi parla, e da chi ascolta; e il primo accenna ancora che egli deve esser plurale: ma non possono già dimostrare qual sia. Pertanto fa di mestieri, ch'ei vi si aggiunga, toltone quando sia stato nominato poco innanzi, o facilmente si possa sottintendere.</p>
</div2>
<div2>
<head>Capo II.</head>
<argument><p><hi rend="italic">Dei tempi</hi>.</p></argument>

<p>Le operazioni, e le proprietà, che i verbi affermano, o negano esistere in un soggetto, possono in lui trovarsi presentemente, o esservi state per lo passato, o dovervi essere in avvenire. Queste varie determinazioni di tempo si esprimono anch'esse col dare ai verbi diverse desinenze, cioè variando secondo il tempo, che vuolsi significare, le desinenze dei numeri, e delle persone. Quindi è che <emph>scrivo</emph> mostra che questa operazione esiste nella prima persona singolare nel tempo presente; <emph>scrissi</emph> che vi è stata in un tempo di già passato; <emph>scriverò</emph> che vi debb'essere in un tempo, che ha ancora a venire.</p>
<p>Il tempo presente non è, né può essere, che un solo, perché quel ch'è presente non può dirsi che sia più o men lontano, più o men vicino di tempo. Il passato all'incontro, e 'l futuro siccome posson essere più o men lontani, o vicini, così posson anche ricevere più di una determinazione.</p>
<p>Riguardo al passato quando l'azione si considera come già affatto compiuta, ei si chiama <emph>passato perfetto</emph>, e questo in italiano si esprime in due modi, come <emph>fui</emph>, e <emph>sono stato</emph>. Il primo si usa quando si parla di un tempo lontano assai, e che non abbia più niuna concatenazione col tempo presente, o d'un tempo passato indeterminato; quindi si chiama <emph>perfetto indeterminato</emph>, e può dirsi anche <emph>rimoto</emph>. Tale sarebbe se noi dicessimo: <emph>Roma cominciò da piccioli principj</emph>; <emph>i Greci furon un tempo selvaggi</emph>. Il secondo si adopera quando si tratta di un tempo determinato, e vicino; o che se è lontano si considera come unito tuttavia al tempo presente; e perciò dicesi <emph>perfetto determinato</emph>, o <emph>vicino</emph>, come <emph>jeri</emph>, o <emph>oggi</emph>, o <emph>l'altro giorno ho veduto il tale</emph>; <emph>in questo secolo le scienze si sono di molto perfezionate</emph>. Ma parlandosi di uno stesso tempo si può usare talvolta indifferentemente e l'uno e l'altro perfetto secondo la maniera con cui egli si concepisce. Si può dire per esempio<emph>: nel principio dell'era cristiana sono vissuti in Roma dottissimi uomini</emph>, e <emph>nel principio dell'era cristiana vissero in Roma dottissimi uomini</emph>, perché nel secondo caso io considero la distanza assoluta di tempo, che passa fra 'l principio dell'era cristiana, e l'età nostra; laddove nel primo malgrado la distanza di diciassette secoli, e più io considero il tempo come vicino, perché egli forma una parte dell'era cristiana, in cui siamo noi pure tuttavia.</p>
<p>Se colla mente ci trasportiamo in un tempo passato, e consideriamo le cose, che allora eran presenti il tempo si chiama <emph>passato imperfetto</emph>, o <emph>pendente</emph>, e potrebbe chiamarsi ancora <emph>presente di passato</emph>. Così dicendo: <emph>Archimede fu ucciso da un soldato romano mentre stavasi tutto attento a' suoi studj</emph>; l'azione di Archimede sebbene già passata di molti secoli, si considera come presente a quel tempo, in cui egli fu ucciso.</p>
<p>Quest'abito di trasferirci col pensiero nei tempi ancor più lontani fa, che descrivendo le azioni d'allora usiamo spesso il presente, come se ora avvenissero. Così all'immaginazione rappresentandomi il fratricidio di Caino potrò dire come se ne fossi spettatore attuale: <emph>guida egli maliziosamente in un campo l'innocente fratello, e qui sfogando la sua malsana invidia furioso l'assale, e l'uccide</emph>.</p>
<p>Che se favellando d'un tempo passato vogliamo esprimere qualche cosa avvenuta prima d'allora, il tempo dicesi <emph>passato più che perfetto</emph>, o <emph>trapassato</emph>, come: <emph>Temistocle fu esigliato da quella patria medesima ch'egli avea salvata col suo valore, e colla sua avvedutezza</emph>. Espresso in questo modo il <emph>trapassato</emph> dicesi <emph>imperfetto</emph>, perché si forma coll'imperfetto dei verbi <emph>avere</emph>, o <emph>essere</emph>. Ma quando gli si premettono gli avverbj <emph>poiché, dopoché, allorché, quando</emph>, e simili, egli si forma allora col perfetto indeterminato de' medesimi verbi <emph>avere</emph>, o <emph>essere</emph>, e dicesi <emph>trapassato perfetto</emph>; come <emph>Temistocle dopoché ebbe salvata la patria, ne fu bandito</emph>. Questo tempo però scompagnato dagli avverbj suddetti non esprime che il passato indeterminato, o rimoto, come nel Boccaccio gior[nata] 2, nov[ella] 5: «<quote>Alzata alquanto la lanterna ebber veduto il cattivello di Andreuccio</quote>», ove è manifesto, che <emph>ebber veduto</emph> equivale a <emph>videro</emph>.</p>
<p>I futuri italiani son due, uno si chiama <emph>imperfetto</emph>, e esprime semplicemente una
	cosa avvenire. L'altro si chiama <emph>perfetto</emph>, e significa una cosa futura bensì, ma che
	deve esser compiuta prima d'un'altra, così dicendo: <emph>quando avrò ordinate le cose mie, verrò</emph>, il primo verbo sarà futuro perfetto, il secondo imperfetto. Molte altre specie di futuri si posson fare coll'unire i varj tempi de' verbi<emph>essere</emph>, o <emph>avere</emph> cogli altri verbi, frapponendovi le preposizioni <emph>per</emph>, o <emph>a</emph>, come <emph>io son per amare, io era per amare, io ebbi ad amare, avrò ad amare</emph> ecc.</p></div2>
<div2>
<head>Capo III.</head>
<argument><p><hi rend="italic">Dei modi</hi>.</p></argument>

<p>Noi siam paghi talvolta di accennare semplicemente con un verbo l'esistenza di qualche operazione, o proprietà senza determinare il numero, né la persona del soggetto, a cui ella conviene. Il verbo dicesi allora di modo <emph>infinito</emph>, cioè indefinito, o indeterminato, e ha una sola desinenza per tutte le persone, e tutti i numeri, come <emph>amare, leggere, udire</emph> ecc.</p>
<p>Ma se col dare al verbo una particolar desinenza vogliamo non solo risvegliare l'idea della proprietà, o operazione da lui espressa, ma significare eziandio il numero, e la persona del soggetto, in cui si trova, e il tempo, in cui v'è stata, o v'è, o vi debb'essere: il verbo si dice allora di modo <emph>finito</emph>, cioè definito, o determinato. Tali sono <emph>amo, amasti, amerà</emph> ecc. Il modo definito distinguesi in <emph>assoluto</emph>, e <emph>relativo</emph>. Allorché il verbo afferma assolutamente da sé senza dipendere da niun altro, che una tal proprietà, o operazione esiste in un tal soggetto, e in un tale determinato tempo, il verbo è di <emph>modo assoluto</emph>, il qual modo si chiama anche dai gramatici <emph>dimostrativo</emph>, o <emph>indicativo</emph>. Così dicendo: <emph>io veggo Paolo, io leggo un libro</emph>, i verbi <emph>veggo</emph>, e <emph>leggo</emph>, affermano per sé assolutamente l'atto di vedere, e di leggere senza aver dipendenza da niuno, e sono perciò di modo assoluto.</p>
<p>Ma quando il verbo si riferisce ad un altro, e da un altro dipende, il modo si chiama allor <emph>relativo</emph>; e di questi ne abbiamo due nella nostra lingua, che sono l'<emph>imperativo</emph>, e il <emph>soggiuntivo</emph>. Il primo s'adopera quando si vuole esprimere comando, preghiera, consiglio, avviso, esortazione di far qualche cosa, e con una sola voce si vuol significare e 'l comando, e l'azione, che deve farsi. Così dicendo: <emph>va nel tal luogo, fa la tal cosa</emph>, si sottintende <emph>io ti comando</emph>, o <emph>ti prego</emph> ecc.; ma la sola terminazione di <emph>va</emph>, e <emph>fa</emph> equivale a questi verbi, a cui essi non lascian per altro di riferirsi. Che se i verbi suddetti si voglion esprimere, quello che lor si soggiunge invece di esser posto all'imperativo, si manda al soggiuntivo, e si dice: <emph>io comando, prego, consiglio, esorto, avviso, desidero, voglio</emph>, ecc., <emph>che tu faccia la tal cosa</emph>; ove egli è chiaro, che i verbi <emph>comando, prego</emph>, ecc., affermano assolutamente il volere, o il desiderio, ch'è in me, e perciò sono di modo assoluto; ma il verbo <emph>faccia</emph> non afferma già che l'operazione si eseguisca, ma è soggiunto ai verbi precedenti per indicare qual sia l'operazione, che si vuole eseguita. V'ha nella nostra lingua un'altra specie di soggiuntivo, che chiamasi <emph>condizionale</emph>, perché indica l'esistenza di un'operazione, o di una proprietà colla condizione, che se ne verifichi un'altra; così <emph>s'io potessi farei la tal cosa</emph> vuol dire “pongo la condizione ch'io potessi, e dico che farei la tal cosa”. Spesse volte il primo soggiuntivo esprimente la condizione si ommette, ma allora però soltanto, che facilmente vi si possa sottintendere; come <emph>vorrei esser sano, vorrei esser tranquillo</emph>, ove è chiaro che si sottindende <emph>se potessi, se mi fosse permesso</emph>. I Greci per esprimere il desiderio davano al verbo una particolar desinenza, e avevan perciò un altro modo di più, che dal suo ufficio chiamavasi <emph>ottativo</emph>. Ma questo modo non dee ammettersi né in latino, né in italiano, non v'essendo per esso alcuna particolar terminazione. In fatti i Latini adoperavan invece il soggiuntivo preceduto dall'interposto <foreign lang="lat" rend="italic">utinam</foreign>, e noi due soggiuntivi usiamo, come: <emph>piaccia al cielo, o voglia Iddio, che voi diventiate un giorno buoni cittadini, e utili alla vostra patria</emph>, ove si sottintende <emph>io desidero, che piaccia al cielo</emph> ecc.</p>
<p>Per distinguere i modi l'uno dall'altro si dà al verbo una desinenza diversa in tutti i suoi tempi, i suoi numeri, e le sue persone. Quindi nei verbi le varie desinenze servono a quattro usi, cioè ad esprimere con una sola parola: 1. la persona del soggetto; 2. il numero del medesimo; 3. il modo con cui o si afferma, o si accenna solamente in lui l'esistenza di qualche proprietà, o operazione; 4. il tempo, in cui si afferma, o si accenna, che questa operazione, o proprietà in lui esista. Così colla sola parola <emph>vivo</emph> s'indica, che 'l soggetto è la prima persona singolare, si afferma assolutamente, che in lei esiste la proprietà di vivere, e che esiste nel tempo presente.</p>
<p>Il dimostrativo ha otto tempi; il presente <emph>amo</emph>, il passato imperfetto <emph>amava</emph>; due passati perfetti <emph>amai</emph>, e <emph>ho amato</emph>, due trapassati <emph>aveva amato</emph>, e <emph>ebbi amato</emph>; e due futuri <emph>amerò</emph>, e <emph>avrò amato</emph>. Nelle proposizioni però, che esprimon dubbio i due futuri hanno un altro significato, vale a dire il futuro imperfetto equivale al presente, come: <emph>quante ore saranno adesso?</emph>, e il futuro perfetto equivale al passato, come: <emph>credo ch'ei sarà già partito</emph>.</p>
<p>L'imperativo non ha propriamente che il tempo futuro, perché le cose, che si comandano sono sempre da farsi ancora. Tuttavia quando l'azione si dee eseguir subito, il tempo si dice presente, e ha una terminazione propria; quando si dee eseguir dopo un'altra, o dopo qualche tempo, che v'abbia a scorrer di mezzo, s'adopera per lo più il futuro del dimostrativo, come: «<emph>va</emph> prima nel tal luogo, dopo <emph>andrai</emph> nel tal altro; <emph>passerai</emph> quindi al tal altro ecc.».</p>
<p>Il soggiuntivo ne ha cinque: il presente, che io <emph>ami</emph>; l'imperfetto che io <emph>amassi</emph>; il perfetto che io <emph>abbia amato</emph>; il più che perfetto che io <emph>avessi amato</emph>; e il futuro che io <emph>sia per amare</emph>, o che io <emph>abbia ad amare</emph>. Ma l'imperfetto si truova usato qualche volta nel senso del perfetto, come nel Boccaccio g[iornata] 1, n[ovella] 7: «<quote>Mangia pane, il quale mostra che egli seco recasse</quote>», ove <emph>recasse</emph> è invece di <emph>abbia recato</emph>; e qualche volta pure egli equivale al futuro rispetto ad un tempo passato, come <emph>ho pregato jeri l'amico, che venisse oggi da me</emph>.</p>
<p>Il soggiuntivo condizionale ha di proprio il presente, come <emph>se ora potessi verrei</emph>, e l'imperfetto, come <emph>se avessi potuto sarei venuto</emph>; quando poi la condizione è futura s'adopera il futuro del dimostrativo, come <emph>se potrò, verrò</emph>. Ma se trasportandoci in un tempo passato consideriamo le cose che eran future allora, si usa in tal caso il condizionale presente se il tempo è indeterminato, come <emph>l'amico m'ha promesso che verrebbe</emph>; e l'imperfetto se il tempo è determinato, come <emph>m'ha promesso che sarebbe venuto oggi</emph>.</p>
<p>L'infinito siccome è retto sempre da un altro verbo, così riceve tutte le determinazioni di tempo
	del verbo, da cui dipende: e però <emph>devo andare</emph> è presente,<emph>ho dovuto andare</emph>
	è passato, <emph>dovrò andare</emph> è futuro. Ha nondimeno anch'egli un passato proprio, come
	<emph>esser andato</emph>, e un futuro come<emph>essere per andare</emph>, o <emph>avere ad andare</emph>.</p></div2>
<div2>
<head>Capo IV.</head>
<argument><p><hi rend="italic">Dei verbi transitivi, e intransitivi</hi></p></argument>

<p>I verbi si chiamano transitivi, o intransitivi secondo la natura dell'attributo, che in lor si contiene. Allorché questo esprime un'azione, o una proprietà relativa, che non riman nel soggetto, ma dal soggetto passa per così dire in un altro oggetto, il verbo appellasi <emph>transitivo</emph> dal latino <foreign lang="lat" rend="italic">transire</foreign>, “passare”. Così dicendo <emph>il fuoco abbrucia le legna</emph>, l'azione di abbruciare non resta nel fuoco, ma passa nelle legna; <emph>abbruciare</emph> pertanto è un verbo transitivo, come lo sono pure <emph>amare, leggere, scrivere</emph> ecc. Quando all'opposto l'attributo esprime una proprietà, o un'azione, che non passa in alcun oggetto, ma modifica solamente il soggetto medesimo, il verbo si chiama <emph>intransitivo</emph>; così <emph>Pietro cammina</emph>, esprime bensì un'azione di Pietro, ma che rimane in lui, e modifica soltanto la sua esistenza senza passare in alcun altro oggetto.</p>
<p>I verbi transitivi si pongon anch'essi talvolta assolutamente senza esprimere niun oggetto, a cui il loro significato si riferisca; così ad uno, che mi chiedesse quel ch'io so, posso rispondere semplicemente: <emph>io leggo</emph>, o <emph>io scrivo</emph>, non significando che l'atto, in cui sono; ma per lo più anche l'oggetto si esprime, come <emph>io leggo l'Eneide</emph>; e in tal caso il soggetto della proposizione, perché è quello che opera, dai gramatici si chiama <emph>agente</emph>, e l'oggetto a cui l'operazione è diretta, perché vien come a soffrire quest'operazione sopra di sé, dicesi <emph>paziente</emph>.</p>
<p>Questi verbi talvolta esprimono direttamente l'azione del soggetto, sopra l'oggetto, e allora si chiamano <emph>attivi</emph>; ma talvolta la proposizione si rovescia di modo, che essi esprimono invece la passione per così dire, che l'oggetto soffre dall'azione del soggetto, e allora si chiaman <emph>passivi</emph>. Così dicendo: <emph>Achille uccise Ettore</emph> il verbo è attivo, e dicendo <emph>Ettore fu ucciso da Achille</emph> il verbo è passivo.</p>
<p>I verbi intransitivi, come ognun vede, non possono mai farsi passivi, perché non esprimono alcuna azione, che cada sopra d'alcun oggetto. Tuttavolta si usan anch'essi passivamente quando si vuole accennare indeterminatamente l'esistenza di qualche proprietà, o azione senza indicare il soggetto, in cui si trova, come <emph>si</emph> <emph>va, si viene</emph>; e qualche volta ancora quando il soggetto è espresso, ma in una maniera indeterminata, come: <emph>da tutti si corre al maraviglioso</emph>; <emph>da pochi si vive rettamente, e saggiamente</emph>. E questi si chiamano <emph>impersonali di voce passiva</emph>, perché si usan soltanto nella terza persona del singolare.</p>
<p>Gli intransitivi presso ai gramatici si chiaman <emph>neutri</emph>, cioè né attivi, né passivi; e fra i neutri si pongon ancora alcuni verbi transitivi di lor natura, ma che però dai Latini non si facevano mai passivi, perché il loro oggetto invece di esser posto all'accusativo mettevasi al dativo, come <foreign lang="lat" rend="italic">obedire, servire, studere alicui</foreign>, o <foreign lang="lat" rend="italic">alicui rei</foreign> invece di <foreign lang="lat" rend="italic">aliquem</foreign>, o <foreign lang="lat" rend="italic">aliquid</foreign>. Ma presso di noi tutti i verbi transitivi si possono far passivi egualmente, onde si dirà ottimamente: <emph>è vergogna che da noi si studiin per tanto tempo le lingue morte, o straniere, e non si studii la propria</emph>; <emph>chi ha diritto di comandare deve essere ubbidito</emph>; <emph>i padroni sovvente son mal serviti</emph> ecc.</p></div2>
<div2>
<head>Capo V.</head>
<argument><p><hi rend="italic">Dei verbi ausiliari “essere”, e “avere”</hi>.</p></argument>

<p>Prima di passare alle conjugazioni de' verbi cioè ad esporre la maniera, con cui secondo la diversità dei modi, dei tempi, dei numeri, e delle persone varian le lor desinenze, convien premettere le notizie necessarie intorno all'uso de' verbi <emph>essere</emph>, e <emph>avere</emph>, che servono alla formazione de' tempi passati di tutti gli altri, e chiamansi perciò <emph>ausiliari</emph>. La lor conjugazione è irregolare, ed eccola per disteso.</p>
<list>
	<head><hi rend="italic">Conjugazione del verbo “essere”</hi>.</head>
<label>MODO DIMOSTRATIVO.</label>
	<item>
		<list><item>Tempo presente. Singolare: io <emph>sono</emph>, tu <emph>sei</emph>, egli <emph>è</emph>. Plurale: noi <emph>siamo</emph>, voi <emph>siete</emph>, essi <emph>sono</emph>.</item>
<item>Passato imperfetto. Sing[olare]: <emph>era, eri, era</emph>. Plur[ale]: <emph>eravamo, eravate, erano</emph>. Passato perfetto indeterminato. Sing[olare]: <emph>fui, fosti, fu</emph>. Plur[ale]: <emph>fummo, foste, furono</emph>, e in poesia <emph>furo</emph>.</item>
<item>Perfetto determinato. Sing[olare]: <emph>sono stato, sei stato, è stato</emph>. Plur[ale]: <emph>siamo stati, siete stati, sono stati</emph>.</item>
<item>Trapassato imperfetto. Sing[olare]: <emph>era, eri, era stato</emph>. Plur[ale]: <emph>eravamo, eravate, erano stati</emph>.</item>
<item>Trapassato perfetto. Sing[olare]: poiché <emph>fui, fosti, fu stato</emph>. Plur[ale]: poiché <emph>fummo, foste, furono stati</emph>.</item>
<item>Futuro imperfetto. Sing[olare]: <emph>sarò, sarai, sarà</emph>, o <emph>fia</emph>. Plur[ale]: <emph>saremo, sarete, saranno</emph>, o <emph>fieno</emph>.</item>
<item>Futuro perfetto. Sing[olare]: <emph>sarò, sarai, sarà stato</emph>. Plur[ale]: <emph>saremo, sarete, saranno stati</emph>.</item></list>
	</item>
		<label>IMPERATIVO.</label>
	<item>
		<list>
<item>Presente. Sing[olare]: <emph>sii</emph>, o <emph>sia</emph> tu, <emph>sia</emph> egli. Plur[ale]: <emph>siamo</emph> noi, <emph>siate</emph> voi, <emph>siano</emph>, o <emph>sieno</emph> eglino.</item>
<item>Futuro. Sing[olare]: <emph>sarai</emph> tu, <emph>sarà</emph> egli. Plur[ale]: <emph>saremo</emph> noi, <emph>sarete</emph> voi, <emph>saranno</emph> eglino.</item></list>
	</item>
<label>SOGGIUNTIVO</label>
	<item>
		<list>
<item>Presente. Sing[olare]: che io <emph>sia</emph>, tu <emph>sii</emph>, o <emph>sia</emph>, egli <emph>sia</emph>. Plur[ale]<emph>: siamo, siate, siano</emph>, o <emph>sieno</emph>.</item>
<item>Imperfetto. Sing[olare]: <emph>fossi, fossi, fosse</emph>. Plur[ale]: <emph>fossimo, foste, fossero</emph>.</item>
<item>Passato perfetto. Sing[olare]: <emph>sia, sii, sia stato</emph>. Plur[ale]: <emph>siamo, siate, siano</emph>, o <emph>sieno stati</emph>.</item>
<item>Trapassato. Sing[olare]: <emph>fossi, fossi, fosse stato</emph>. Plur[ale]: <emph>fossimo, foste, fossero stati</emph>. Futuro. Sing[olare]: <emph>sia, sii, sia per essere</emph>. Plur[ale]: <emph>siamo, siate, sieno per essere</emph>.</item></list>
	</item>
<label>SOGGIUNTIVO CONDIZIONALE.</label>
<item>Presente. Sing[olare]: <emph>fossi</emph>, e <emph>sarei</emph>; <emph>fossi</emph>, e <emph>saresti</emph>; <emph>fosse</emph>, e <emph>sarebbe</emph>, o <emph>saria</emph>, o <emph>fora</emph>. Plur[ale]<emph>: fossimo</emph>, e <emph>saremmo</emph>; <emph>foste</emph>, e <emph>sareste</emph>; <emph>fossero</emph>, e <emph>sarebbero</emph>, o <emph>sarebbono</emph>, o <emph>sariano</emph>, o <emph>forano</emph>. Imperfetto. <emph>Fossi</emph>, e <emph>sarei</emph> ecc., aggiungendovi <emph>stato</emph>.</item>
<label>INFINITO.</label>
<item>Presente: <emph>essere</emph>. Passato: <emph>essere</emph> <emph>stato</emph>. Futuro: <emph>esser</emph> <emph>per</emph> <emph>essere</emph>, o <emph>avere</emph> <emph>ad</emph> <emph>essere</emph>.</item>
</list>
<list>
<head><hi rend="italic">Conjugazione del verbo “avere”</hi>.</head>
<label>DIMOSTRATIVO.</label>
	<item>
		<list>
<item>Presente. Sing[olare]: <emph>ho, hai, ha</emph>. Plur[ale]: <emph>abbiamo, avete, hanno</emph>.</item>
<item>Imperfetto. Sing[olare]: <emph>aveva</emph> o <emph>avea, avevi, aveva</emph> o <emph>avea</emph>. Plur[ale]: <emph>avevamo, avevate, avevano</emph>, o <emph>aveano</emph>.</item>
<item>Perfetto indeterminato. Sing[olare]: <emph>ebbi, avesti, ebbe</emph>. Plur[ale]: <emph>avemmo, aveste, ebbero</emph>.</item>
<item>Perfetto determinato. Sing[olare]: <emph>ho, hai, ha avuto</emph>. Plur[ale]: <emph>abbiamo, avete, hanno avuto</emph>.</item>
<item>Trapassato imperfetto. Sing[olare]: <emph>aveva, avevi, avea avuto</emph>. Plur[ale]: <emph>avevamo, avevate, aveano avuto</emph>.</item>
<item>Trapassato perfetto. <emph>Ebbi, avesti</emph> ecc., <emph>avuto</emph>. Futuro imperfetto. Sing[olare]: <emph>avrò, avrai, avrà</emph>. Plur[ale]: <emph>avremo, avrete, avranno</emph>. Futuro perfetto. <emph>Avrò, avrai</emph> ecc. <emph>avuto</emph>.</item></list>
	</item>
<label>IMPERATIVO.</label>
	<item>
		<list>
<item>Presente. Sing[olare]: <emph>abbi</emph> tu, <emph>abbia</emph> egli<emph/>. Plur[ale]: <emph>abbiamo</emph> noi, <emph>abbiate</emph> voi, <emph>abbiano</emph> eglino.</item>
<item>Futuro. <emph>Avrai</emph> tu, <emph>avrà</emph> egli ecc.</item></list>
	</item>
<label>SOGGIUNTIVO.</label>
<item>Presente. Sing[olare]: che io <emph>abbia</emph>, tu <emph>abbia</emph>, o <emph>abbi</emph>, egli <emph>abbia</emph>. Plur[ale]: noi <emph>abbiamo</emph>, voi <emph>abbiate</emph>, essi <emph>abbiano</emph>. Imperfetto<emph/>. Sing[olare]: <emph>avessi, avessi, avesse</emph>. Plur[ale]: <emph>avessimo, aveste, avessero</emph>. Perfetto. <emph>Abbia, abbi</emph> ecc. <emph>avuto</emph>. Trapassato. <emph>Avessi, avessi, avesse</emph> ecc. <emph>avuto</emph>. Futuro<emph/>. Che io <emph>abbia</emph>, tu <emph>abbi</emph> ecc. <emph>ad</emph> <emph>avere</emph>, o <emph>sia</emph> <emph>per</emph> <emph>avere</emph>.</item>
<label>SOGGIUNTIVO CONDIZIONALE.</label>
	<item>
		<list>
<item>Presente. Sing[olare]: <emph>avessi</emph>, e <emph>avrei</emph>; <emph>avessi</emph>, e <emph>avresti</emph>, <emph>avesse</emph>, e <emph>avrebbe</emph>, o <emph>avria</emph>. Plur[ale]: <emph>avessimo</emph>, e <emph>avremmo</emph>; <emph>aveste</emph>, e <emph>avreste</emph>; <emph>avessero</emph>, e <emph>avrebbero</emph>, o <emph>avrebbono</emph>, o <emph>avriano</emph>.</item>
<item>Imperfetto. <emph>Avessi</emph>, e <emph>avrei</emph>; <emph>avessi</emph>, e <emph>avresti</emph> ecc. <emph>avuto</emph>.</item></list>
	</item>
<label>INFINITO.</label>
<item>Presente: <emph>avere</emph>. Passato: <emph>aver</emph> <emph>avuto</emph>. Futuro: <emph>aver ad avere</emph>, o <emph>essere per avere</emph>.</item>
</list>
<p rend="noindent">Le qui notate sono le sole voci, che si debban usare di questi due verbi.</p>
<p rend="noindent">E perciò <emph>fossimo,</emph> e <emph>avessimo</emph>, o <emph>ebbimo</emph> per <emph>fummo</emph>, e <emph>avemmo</emph>; che tu <emph>fosti</emph>, o <emph>avesti</emph> per <emph>fossi</emph>, e <emph>avessi</emph>; <emph>saressimo</emph>, e <emph>avressimo</emph> per <emph>saremmo</emph>, e <emph>avremmo</emph> sono errori.</p>
<p rend="noindent"><emph>Ero</emph>, e <emph>avevo</emph> nella prima persona dell'imperfetto sebbene più regolari, perciocché distinguono la prima persona dalla terza, pure dai migliori non s'usano.</p>
<p rend="noindent"><emph>Semo, sete</emph>, e <emph>avemo</emph> per <emph>siamo, siete</emph>, e <emph>abbiamo</emph>; <emph>eramo, eri</emph>, e <emph>avevi</emph> <emph>per eravamo, eravate</emph>, e <emph>avevate</emph>; che io <emph>sii</emph>, o <emph>abbi</emph>, che essi <emph>siino</emph>, o <emph>abbino</emph> per <emph>sia, abbia, siano</emph>, e <emph>abbiano</emph>; io <emph>saria</emph>, o <emph>avria</emph> per <emph>sarei</emph>, <emph>avrei</emph>; <emph>averò, averai</emph> ecc. per <emph>avrò</emph>, <emph>avrai</emph> sono voci pur da guardarsene.</p>
<p rend="noindent"><emph>Furo, fia, fieno, saria,</emph> o <emph>fora</emph>, e <emph>sariano</emph>, o <emph>sarieno</emph>, o <emph>forano</emph>, invece di <emph>furono, sarà, saranno, sarebbe, sarebbero</emph> son più del verso, che della prosa, come pure <emph>aggio, ave, avei, avia, aggia, aggiate, aggiano</emph> invece di <emph>ho, ha, avevi, avea, abbia, abbiate, abbiano</emph>. <emph>Ebben</emph>, o <emph>ebbon, arò, arei</emph> per <emph>ebbero, avrò, avrei</emph> sono affettazioni.</p>
<p>Quanto al loro uso nella formazione de' tempi passati degli altri verbi, i transitivi quando sono attivi sempre voglion l'<emph>avere</emph>; quando sono passivi non solo i passati, ma tutti i loro tempi si formano col verbo <emph>essere</emph>, e il participio passato del verbo proprio, come <emph>sono amato, eri veduto, fu letto</emph> ecc. I verbi intransitivi s'accompagnano la maggior parte col presente, e coll'imperfetto del verbo <emph>essere</emph>, come <emph>sono andato, era venuto</emph>. Ma ve n'hanno alcuni, che amano in cambio la compagnia del verbo <emph>avere</emph>, e sono <emph>dormire, parlare, tacere, desinare, cenare, ridere, scherzare, tardare, indugiare, passeggiare, navigare, cavalcare</emph>, e pochi altri, che hanno ai passati <emph>ho dormito, ho parlato, ho taciuto</emph> ecc. E ve n'han pure di quelli, che richiedono ora l'<emph>essere</emph>, ora l'<emph>avere</emph>; e sono quei, che talvolta si pongon soli, talvolta sono seguiti da un nome colla preposizione, e talora da un nome senza preposizione. Questi nei primi due casi si costruiscono col verbo <emph>essere</emph>, come <emph>è fuggito dai ladri</emph>; <emph>è corso per lungo tratto</emph>; <emph>è vissuto per lungo tempo</emph>, o semplicemente <emph>è fuggito, è corso, è vissuto</emph>; nel terzo si costruiscono coll'<emph>avere</emph>, come se fossero verbi transitivi, e si dice <emph>ha fuggito i ladri</emph>; <emph>ha corso lungo tratto</emph>; <emph>ha vissuto molt'anni</emph>.</p>
<p>Quando i verbi si accompagnano coi nomi personali <emph>mi, ti, si, ci, vi</emph>, richieggono ai loro passati o l'<emph>essere</emph>, o l'<emph>avere</emph> secondo i varj ufficj che fanno questi nomi personali a lor congiunti. Qualche volta essi esprimono i passivi, come: <emph>la verità si odia da molti</emph> invece di dire <emph>è odiata</emph>; o gli impersonali di voce passiva, come <emph>si va, si viene, si corre</emph> ecc. Qualche volta significano, che l'azione, o la proprietà espressa dal verbo rimane nel soggetto medesimo, o sopra di lui ricade, come <emph>affligersi, rallegrarsi</emph>, che voglion dire “affligere”, “rallegrare sé medesimo”, e lo stesso si dica di <emph>vendicarsi, compiacersi, contristarsi</emph> ecc., i quali verbi benché si pongano fra gli intransitivi, egli è però chiaro, che sono transitivi di lor natura, e il loro oggetto, o accusativo paziente è il nome personale, che gli accompagna. Qualche volta finalmente questi nomi personali s'aggiungono ai verbi semplicemente per ripieno, e per grazia di lingua, e ciò si fa tanto coi transitivi, quanto cogli intransitivi, come per esempio: <emph>il tale non sa quel ch'ei si dica, e faria gran senno s'ei si tacesse</emph>.</p>
<p>Or nel primo, e nel secondo caso i tempi passati si forman sempre col verbo <emph>essere</emph>; onde si dice: <emph>non si è veduto nessuno</emph>; <emph>si è parlato molto</emph>; <emph>mi son doluto</emph>; <emph>ci siam rallegrati</emph> ecc. Nell'ultimo caso, se il nome personale aggiunto per puro ripieno va unito ad un verbo transitivo, questo seguita tuttavia a formare i suoi passati col verbo <emph>avere</emph>, come: <emph>ei non sa quello, che s'abbia detto</emph>. Ma se il verbo è intransitivo, ei si costruisce anche in questo caso col verbo <emph>essere</emph>; e perciò si dirà <emph>egli avrebbe fatto meglio, se si fosse taciuto</emph>.</p>
<p>Quanto ai verbi <emph>potere</emph>, e <emph>volere</emph> la regola è, che quando sono seguiti da un infinito, che soglia costruirsi col verbo <emph>essere</emph>, vogliono essi pure questo ausiliare, e quando da un infinito, che si costruisca coll'<emph>avere</emph>, anch'essi richiedon l'<emph>avere</emph>, e perciò si dirà <emph>non son potuto andare</emph>; <emph>non ho potuto vedere</emph>. Ma l'uso dei migliori dimostra, che quando non siano accompagnati dai nomi <emph>mi, ti, si, ci, vi</emph> si possono senza errore costruir sempre coll'<emph>avere</emph>; onde sarà ben detto egualmente <emph>non ho potuto</emph>, e <emph>non son potuto andare</emph>, <emph>non ho voluto</emph>, e <emph>non son voluto venire</emph>.</p>
</div2>
<div2>
<head>Capo VI.</head>
<argument><p><emph>Delle conjugazioni de' verbi regolari</emph>.</p></argument>
<p>I verbi, che varian nella medesima maniera le lor desinenze secondo la variazione de' modi, de' tempi, de' numeri, e delle persone si dicon essere della medesima conjugazione. Queste si distinguono dalla terminazione dell'infinito, e sono tre nella nostra lingua, in <emph>-are</emph>, in <emph>-ere</emph>, e in <emph>-ire</emph>, come <emph>amare, temere</emph>, o <emph>leggere</emph>, e <emph>sentire</emph>.</p>
<p>I Latini non avevano che queste tre medesime terminazioni; ma laddove presso di noi quei che cadono in <emph>-ere</emph> sia egli lungo, o sia breve son della stessa conjugazione, presso loro formavano due conjugazioni distinte.</p>
<p>Quei verbi, che in tutto seguono la lor conjugazione si chiamano <emph>regolari</emph>, quei che da lei s'allontanano si dicono <emph>anomali</emph>, ossia <emph>irregolari</emph>. In altro poi non consiste la maniera di conjugare un verbo italiano, che nel levargli la desinenza dell'infinito, e lasciando intatto il resto della parola sostituirvi quella, che è propria d'ogni modo, tempo, numero, e persona. Porremo qui l'esempio di quattro verbi regolari un della prima conjugazione, due della seconda colle due terminazioni in <emph>-ere</emph> lungo, e in <emph>-ere</emph> breve, e un della terza. Questi sono <emph>amare, temere, leggere</emph>, e <emph>sentire</emph>, i quali debbon servire di norma per la conjugazione di tutti gli altri verbi regolari.</p>
<list>
<head>MODO DIMOSTRATIVO.</head>
<label> Tempo presente.</label>
       <item>
       <list>
<item>Sing[olare]</item>
<item><emph>AmoTemoLeggoSento</emph></item>
<item><emph>amitemileggisenti</emph></item>
<item><emph>amatemeleggesente</emph></item>
<item>Plur[ale]</item>
<item><emph>amiamotemiamoleggiamosentiamo</emph></item>
<item><emph>amatetemeteleggetesentite</emph></item>
<item><emph>amanotemonoleggonosentono</emph></item></list>
	</item>
<label>Passato imperfetto.</label>
	<item>
		<list>
<item>Sing[olare]</item>
<item><emph>amavatemevaleggevasentiva</emph></item>
<item><emph>amavitemevileggevisentivi</emph></item>
<item><emph>amavatemevaleggevasentiva</emph></item>
<item>Plur[ale]</item>
<item><emph>amavamotemevamoleggevamosentivamo</emph></item>
<item><emph>amavatetemevateleggevatesentivate</emph></item>
<item><emph>amavanotemevanoleggevanosentivano</emph></item></list>
	</item>
<label>Perfetto indeterminato.</label>
	<item>
		<list>
<item>Sing[olare]</item>
<item><emph>amaitemeilessisentii</emph></item>
<item><emph>amastitemestileggestisentisti</emph></item>
<item><emph>amòtemélessesentì</emph></item>
<item>Plur[ale]</item>
<item><emph>amammotememmoleggemmosentimmo</emph></item>
<item><emph>amastetemesteleggestesentiste</emph></item>
<item><emph>amaronotemeronolesserosentirono</emph></item></list>
	</item>
<label>Perfetto determinato.</label>
	<item>
		<list>
<item>Sing[olare]</item>
<item><emph>Ho</emph></item>
<item><emph>hai</emph></item>
<item><emph>ha</emph></item>
<item>Plur[ale]</item>
<item><emph>amatotemutolettosentito</emph></item>
<item><emph>abbiamo</emph></item>
<item><emph>avete</emph></item>
<item><emph>hanno</emph></item></list>
	</item>
<label>Trapassato imperfetto.</label>
<item><emph>Aveva, avevi, aveva</emph> ecc. <emph>amato, temuto, letto, sentito</emph>.</item>
<label>Trapassato perfetto.</label>
<item><emph>Ebbi, avesti, ebbe</emph> ecc. <emph>amato, temuto, letto, sentito</emph>.</item>
<label>Futuro imperfetto.</label>
	<item>
		<list>
<item>Sing[olare]</item>
<item><emph>Ameròtemeròleggeròsentirò</emph></item>
<item><emph>ameraitemeraileggeraisentirai</emph></item>
<item><emph>ameràtemeràleggeràsentirà</emph></item>
<item>Plur[ale]</item>
<item><emph>ameremotemeremoleggeremosentiremo</emph></item>
<item><emph>ameretetemereteleggeretesentirete</emph></item>
<item><emph>amerannotemerannoleggerannosentiranno</emph></item></list>
	</item>
<label>Futuro perfetto.</label>
<item><emph>Avrò, avrai, avrà</emph> ecc. <emph>amato, temuto, letto, sentito</emph>.</item>
</list>
<list>
<head>MODO IMPERATIVO.</head>
<label>Tempo presente.</label>
	<item>
		<list>
<item>Sing[olare]</item>
<item><emph>amatemileggisenti</emph></item>
<item><emph>amitemaleggasenta</emph></item>
<item>Plur[ale]</item>
<item><emph>amiamotemiamoleggiamosentiamo</emph></item>
<item><emph>amatetemeteleggetesentite</emph></item>
<item><emph>aminotemanolegganosentano</emph></item></list>
	</item>
<label>Futuro.</label>
	<item>
		<list>
<item><emph>amerai, temerai, leggerai, sentirai</emph>; <emph>amerà, temerà, leggerà</emph>,</item>
<item><emph>sentirà</emph> ecc. come nel dimostrativo.</item></list>
	</item>
</list>
<list>
<head>MODO SOGGIUNTIVO.</head>
<label>Presente.</label>
	<item>
		<list>
<item>Sing[olare]</item>
<item><emph>amitemaleggasenta</emph></item>
<item><emph>amitemaleggasenta</emph></item>
<item><emph>ami temaleggasenta</emph></item>
<item>Plur[ale]</item>
<item><emph>amiamotemiamoleggiamosentiamo</emph></item>
<item><emph>amiatetemiateleggiatesentiate</emph></item>
<item><emph>aminotemanolegganosentano</emph></item></list>
	</item>
<label>Passato imperfetto.</label>
	<item>
		<list>
<item>Sing[olare]</item>
<item><emph>amassitemessileggessisentissi</emph></item>
<item><emph>amassitemessileggessisentissi</emph></item>
<item><emph>amassetemesseleggessesentisse</emph></item>
<item>Plur[ale]</item>
<item><emph>amassimotemessimoleggessimosentissimo</emph></item>
<item><emph>amastetemesteleggestesentiste</emph></item>
<item><emph>amasserotemesseroleggesserosentissero</emph></item></list>
	</item>
<label>Passato perfetto.</label>
	<item>
		<list>
<item>Sing[olare]</item>
<item><emph>abbia, abbi, abbia</emph> ecc. <emph>amato, temuto, letto, sentito</emph>.</item></list>
	</item>
<label>Trapassato.</label>
<item><emph>avessi, avessi, avesse</emph> ecc. <emph>amato, temuto, letto, sentito</emph>.</item>
<label>Futuro.</label>
	<item>
		<list>
<item><emph>sia, sii, sia</emph> ecc. <emph>per amare, temere, leggere, sentire</emph>, ovvero</item>
<item><emph>abbia, abbi, abbia ad amare, temere, leggere, sentire</emph>.</item></list>
	</item>
</list>
<list>
<head>SOGGIUNTIVO CONDIZIONALE.</head>
<label>Presente.</label>
	<item>
		<list>
<item>Quel che esprime la condizione è <emph>amassi, temessi, leggessi, sentisti</emph> come nell'imperfetto del soggiuntivo semplice; il suo correlativo è:</item>
<item>Sing[olare]</item>
<item><emph>amereitemereileggereisentirei</emph></item>
<item><emph>amerestitemerestileggerestisentiresti</emph></item>
<item><emph>amerebbetemerebbeleggerebbesentirebbe</emph></item>
<item>Plur[ale]</item>
<item><emph>ameremmotemeremmoleggeremmosentiremmo</emph></item>
<item><emph>amerestetemeresteleggerestesentireste</emph></item>
<item><emph>amerebberotemerebberoleggerebberosentirebbero</emph></item></list>
	</item>
<label>Imperfetto.</label>
	<item>
		<list>
<item>Quel che esprime la condizione è <emph>avessi, avessi, avesse</emph> ecc.</item>
<item><emph>amato, temuto, letto, sentito</emph>.</item></list>
	</item>
</list>
<list>
<head>MODO INFINITO.</head>
<item><label>Presente:</label> <emph>amare, temere, leggere, sentire</emph>.</item>
<item><label>Passato:</label> <emph>aver amato, temuto, letto, sentito</emph>.</item>
<item><label>Futuro:</label> <emph>essere per</emph>, o <emph>aver ad amare, temere, leggere, sentire</emph>.</item>
</list>
<p rend="noindent"><emph>Osservazioni sulle conjugazioni de' verbi regolari</emph>.</p>
<p>La maniera, con cui abbiamo disposto l'uno a fianco dell'altro i quattro verbi precedenti fa agevolmente distinguere in che sian essi diversi nelle loro desinenze, e in che s'accordino. In tutti i verbi regolari il presente del dimostrativo è quale da noi si è esposto.</p>
<p>Nell'imperfetto convien notare, che il dire nella prima persona <emph>amavo, temevo, leggevo, sentivo</emph> non è di buon uso; e il dire nella seconda del plurale voi <emph>amavi, temevi, leggevi, sentivi</emph> è error manifesto. Nei tre ultimi verbi invece di <emph>temeva, leggeva, sentiva</emph> si dice anche <emph>temea, leggea, sentia</emph>, e invece di <emph>temevano, leggevano, sentivano</emph> si dice <emph>temeano, leggeano, sentiano</emph>.</p>
<p>Nel perfetto indeterminato è errore il dire nella prima del plurale <emph>amassimo, temessimo, leggessimo</emph>, o <emph>lessimo</emph>, e <emph>sentissimo</emph>. I poeti usano nella terza anche <emph>amaro, temero, sentiro</emph>: ma <emph>amorono</emph>, o <emph>amorno</emph> invece di <emph>amarono</emph> è maniera bassa, e viziosa.</p>
<p>Quei della prima e della terza conjugazione seguono quasi tutti esattamente anche in questo tempo come negli altri i verbi esemplari <emph>amare</emph>, e <emph>sentire</emph>: ma quei della seconda varian moltissimo. Alcuni nella prima, e terza del singolare, e nella terza del plurale oltre alla terminazione accennata ne hanno un'altra in <emph>-etti, -ette, -ettero</emph>, come <emph>temetti, temette, temettero</emph>; <emph>credetti, credette, credettero</emph> ecc. <emph>Tacere, piacere, giacere, nascere, nuocere</emph> e i loro composti nelle tre anzidette persone fanno <emph>tacqui, piacqui, giacqui, nacqui, nocqui</emph>; <emph>tacque, piacque, giacque, nacque, nocque</emph>; <emph>tacquero, piacquero, giacquero, nacquero, nocquero</emph>.</p>
<p>I verbi, che nella prima del dimostrativo presente finiscono in <emph>-ggo</emph> terminan nel perfetto in <emph>-ssi</emph>, come da <emph>leggo, traggo, affliggo, struggo</emph> <emph>lessi, trassi, afflissi, strussi</emph>; questa terminazione è comune ancora a molt'altri, come <emph>scrivo</emph>, <emph>scrissi</emph>; <emph>vivo</emph>, <emph>vissi</emph>; <emph>muovo</emph>, <emph>mossi</emph>; <emph>cuoco</emph>, <emph>cossi</emph>; <emph>conduco, riduco, adduco</emph> ecc. <emph>condussi, ridussi, addussi</emph>; <emph>imprimo, esprimo, opprimo, reprimo</emph> ecc. <emph>impressi, espressi, oppressi, repressi</emph>; <emph>scuoto, riscuoto, percuoto</emph> <emph>scossi, riscossi, percossi</emph>; <emph>cedo, concedo</emph> ecc. <emph>cessi, concessi</emph>; quantunque i migliori in prosa usan piuttosto <emph>cedetti</emph>, e <emph>concedetti</emph>.</p>
<p>Quei che nella prima lor voce finiscono in <emph>-do</emph> preceduta da vocale hanno il perfetto in <emph>-si</emph>, come da <emph>chiedo, rido, rodo, chiudo</emph> <emph>chiesi, risi, rosi, chiusi</emph>. La stessa desinenza hanno pure quei che finiscono nella prima in <emph>-endo, -ondo</emph>, come da <emph>intendo, accendo, ascondo, rispondo</emph> <emph>intesi, accesi, ascosi, risposi</emph>. <emph>Fondo, confondo</emph> ecc. fanno <emph>fusi, confusi; pongo, compongo</emph> <emph>posi, composi</emph>; <emph>metto, prometto</emph> <emph>misi</emph>, <emph>promisi</emph>.</p>
<p>I verbi, che nella prima voce escono in <emph>-lgo, -ngo, -rgo</emph>, nel perfetto cadono in <emph>-lsi, -si, -rsi</emph>, come da <emph>scelgo, tolgo, valgo</emph> <emph>scelsi, tolsi, valsi</emph>; da <emph>piango, spengo, cingo, pungo</emph> <emph>piansi, spensi, cinsi, punsi</emph>; da <emph>spargo, immergo, porgo, sorgo</emph>, o <emph>surgo</emph> <emph>sparsi, immersi, porsi, sorsi</emph>, o <emph>sursi</emph>. S'aggiungano <emph>torco</emph>, che fa <emph>torsi</emph>, <emph>ardo</emph> <emph>arsi</emph>, <emph>mordo</emph> <emph>morsi</emph>, <emph>scerno</emph> <emph>scersi</emph>, <emph>corro</emph> <emph>corsi</emph>, <emph>presumo</emph>, e <emph>consumo</emph> <emph>presunsi</emph>, e <emph>consunsi</emph>; anche <emph>perdo</emph> presso i poeti qualche volta ha <emph>persi</emph>, ma è meglio <emph>perdei</emph>, o <emph>perdetti</emph>.</p>
<p>In <emph>-ei</emph> cadono <emph>empiere, battere, tondere, splendere, pascere, pendere, fendere</emph>; in <emph>-ei</emph>, e in <emph>-etti</emph> <emph>premere, vendere, rendere, ricevere, credere, cedere</emph>. <emph>Conoscere</emph> fa <emph>conobbi</emph>, <emph>piovere</emph> <emph>piovvi</emph>, e <emph>piovei</emph>, <emph>rompere</emph> <emph>ruppi</emph>.</p>
<p>Quanto ai tempi che si formano cogli ausiliari <emph>essere</emph>, o <emph>avere</emph>, e i participj degli altri verbi non vi è da osservare che le varie desinenze, che questi participj aver possono, e ne parleremo nel capo ultimo di questa parte. Nel futuro quei della prima conjugazione cangiano l'<emph>-a-</emph> di <emph>-are</emph> in <emph>-e-</emph>, il che pur accade nel soggiuntivo condizionale, onde <emph>amerò</emph>, e non <emph>amarò</emph>; <emph>amerei</emph>, e non <emph>amarei</emph>. Sono però eccettuati tutti i bisillabi, come <emph>darò, farò, starò</emph> ecc.</p>
<p>L'imperativo non ha di voce propria che la seconda persona singolare nella prima conjugazione; nelle altre prende in prestanza la seconda persona e singolare, e plurale dal presente del dimostrativo, e l'altre persone dal presente del soggiuntivo. Invece della seconda persona del singolare suole anche adoperarsi l'infinito, quando però il verbo sia accompagnato dal <emph>non</emph>, come <emph>non fare altrui quello, che non vorresti, che a te fosse fatto</emph>.</p>
<p>Nel presente del soggiuntivo la prima conjugazione ha tutto il singolare in <emph>-i</emph>, le altre l'han tutto in <emph>-a</emph>, salvo la seconda persona, che cade anche in <emph>-i</emph> quando non si possa confondere colla seconda del presente del dimostrativo, come da <emph>volere, sapere, potere</emph> <emph>vogli, sappi, possi</emph>. La terza del plurale nella prima conjugazione è sempre in <emph>-ino</emph>, nelle altre in <emph>-ano</emph>.</p>
<p>Nel soggiuntivo condizionale invece di <emph>amerebbe, temerebbe</emph> ecc. si dice anche <emph>ameria, temeria</emph>, e invece di <emph>amerebbero, temerebbero</emph>, <emph>ameriano</emph>, o <emph>temeriano, amerebbono</emph>, o <emph>temerebbono</emph>: ma non già <emph>ameressimo, temeressimo, leggeressimo, sentiressimo</emph> in vece di <emph>ameremmo, temeremmo, leggeremmo, sentiremmo</emph>.</p>
<p>Nell'infinito v'han molti verbi, che han doppia terminazione, come <emph>togliere</emph>, e <emph>torre, sciogliere</emph>, e <emph>sciorre</emph> ecc. ma questi son quasi tutti irregolari. Quanto ai verbi passivi, noi abbiamo già avvisato, che tutti i loro modi, e i loro tempi si formano con quelli del verbo <emph>essere</emph>, aggiungendovi il participio passato del verbo attivo, e nelle terze persone si forman anche col verbo attivo unito al <emph>si</emph>. Non resta da aggiugnere, se non che all'<emph>essere</emph> spesso si sostituisce il verbo <emph>venire</emph>, come: <emph>la moderazione nelle cose vien praticata da pochi</emph>, invece di dire <emph>è praticata</emph>.</p>
</div2>
<div2>
<head>Capo VII.</head>
<argument><p><emph>Dei verbi irregolari</emph>.</p></argument>
<p>In quasi tutte le lingue i verbi di maggior uso, e più frequente sono irregolari, il che naturalmente deriva da questo, che essi furono introdotti i primi, e in tempo per conseguenza, che formandosi una nuova lingua bastava agli uomini di poter convenire fra loro sopra il significato di alcune parole per manifestarsi scambievolmente col mezzo di esse i bisogni, e i pensieri più importanti, senza che potesser badare a terminarle tutte regolarmente ad un medesimo modo. Ciò si conferma maggiormente dall'osservare, che lo stesso avviene ancora dei nomi, e in quelli massimamente, che si usano pressoché di continuo, quali sono i nomi personali, ed i pronomi. Dall'altra parte finché in una lingua non si erano introdotte che le parole più necessarie, essendo elleno poche, malgrado la loro irregolarità non potevano generare confusione. Laddove quando le lingue han cominciato ad arricchirsi, e a farsi copiose colla introduzione successiva di sempre nuovi vocaboli, dovettero allora gli uomini pensar necessariamente a stabilire alcune regole generali di terminazioni uniformi per evitar la confusione, che altrimenti doveva nascerne.</p>
<p>Oltre agli ausigliari <emph>essere</emph>, e <emph>avere</emph>, di cui abbiam già parlato, ogni conjugazione ha i suoi verbi irregolari. Noi gli andremo enumerando, e riferiremo quei tempi, in cui dalla conjugazione regolare o in tutte, o in alcune delle loro voci si allontanano.</p>
<div3>
<head>[1.]</head>
<argument><p><emph>Anomali della prima conjugazione</emph>.</p></argument>
<list>
<item><label><hi rend="italic">ANDARE</hi></label>. Questo verbo ha alcune voci proprie, altre prese dal latino <emph>vadere</emph>. Dimostrativo. Presente. <emph>Vado</emph>, o <emph>vo</emph> che è meglio detto, <emph>vai, va. Andiamo, andate, vanno</emph>. Futuro. <emph>Andrò, andrai</emph> ecc., non <emph>anderò</emph>, <emph>anderai</emph>. Imperativo. <emph>Va, vada, andiamo, andate, vadano</emph>. Soggiuntivo. Presente. Che io <emph>vada</emph>, tu <emph>vadi</emph>, o <emph>vada</emph>, egli <emph>vada</emph>. <emph>Andiamo, andiate, vadano</emph>. Soggiuntivo condizionale. <emph>Andrei, andresti</emph> ecc., non <emph>anderei</emph>, <emph>anderesti</emph>.</item>
<item><label><hi rend="italic">DARE</hi></label>. Dimostrativo. Presente. <emph>Do, dai, dà, diamo, date, danno</emph>. Perfetto indeterminato. Io <emph>diedi</emph>, o <emph>detti</emph>, o <emph>die'</emph>, tu <emph>desti</emph>, egli <emph>diede</emph>, o <emph>diè</emph>, o <emph>dette</emph>. <emph>Demmo, deste, diedero</emph>, o <emph>diedono</emph>, o <emph>dierono</emph>, o <emph>dettero</emph>. Imperativo. <emph>Dà</emph>. Soggiuntivo. Presente. <emph>Dia, dii, dia. Diamo, diate, dieno</emph> piuttosto che <emph>diano</emph>. Imperfetto. <emph>Dessi, dessi, desse. Dessimo, deste, dessero</emph>; non <emph>dassi</emph>, <emph>dasse</emph> ecc.</item>
<item><label><hi rend="italic">STARE</hi></label>. Dimostrativo. Presente. <emph>Sto, stai, sta. Stiamo, state, stanno</emph>. Perfetto. Indeterminato. <emph>Stetti, stesti, stette. Stemmo, steste, stettero</emph>. Imperativo. <emph>Sta</emph>. Soggiuntivo. Presente. Io <emph>stia</emph>, tu <emph>stii</emph>, o <emph>stia</emph>, egli <emph>stia</emph>. <emph>Stiamo, stiate, stieno</emph> piuttosto che <emph>stiano</emph>. Imperfetto. <emph>Stessi, stessi, stesse. Stessimo, steste, stessero</emph>, non già <emph>stassi</emph>, <emph>stasse</emph> ecc.</item>
<item><label><hi rend="italic">FARE</hi></label>. È composto in parte di voci tratte dal latino <emph>facere</emph>. Dimostrativo. Presente. <emph>Faccio</emph>, o <emph>fo</emph> che è migliore, <emph>fai, fa. Facciamo, fate, fanno</emph>. Imperfetto. <emph>Faceva</emph>, e poetic[amente] <emph>fea, facevi, faceva</emph> ecc. Perfetto indeterminato. <emph>Feci, facesti, fece. Facemmo, faceste, fecero</emph>, e all'antica <emph>ferono, feciono, fenno</emph>. Imperativo. <emph>Fa</emph>. Soggiuntivo. Presente. Io, tu, egli <emph>faccia. Facciamo, facciate, facciano</emph>. Imperfetto. <emph>Facessi, facesse</emph>, e in verso <emph>fesse</emph>. <emph>Facessimo, faceste, facessero</emph>. Gerundio. <emph>Facendo</emph>. Participio passato. <emph>Fatto</emph>.</item>
<item><label><hi rend="italic">CONSUMARE</hi></label>. Nel perfetto indeterminato oltre alle terminazioni regolari <emph>consumai</emph>, <emph>consumasti</emph> ecc. ha <emph>consunsi, consunse</emph>, e <emph>consunsero</emph>: e nel participio passato oltre a <emph>consumato</emph> ha <emph>consunto</emph>, voci tratte dal latino <emph>consumere</emph>.</item>
</list>
</div3>
<div3>
<head>[2.]</head>
<argument><p><emph>Anomali della seconda conjugazione</emph>.</p></argument>
<list>
<head><emph>In</emph> -ere <emph>lungo</emph>.</head>
<item><label><hi rend="italic">CADERE</hi></label>. Dimostrativo. Presente. <emph>Cado</emph>, o <emph>caggio, cadi, cade. Cadiamo</emph>, o <emph>caggiamo, cadete, cadono</emph>, o <emph>caggiono</emph>. Perfetto indeterminato. <emph>Caddi, cadesti, cadde. Cademmo, cadeste, caddero</emph>. Futuro. <emph>Cadrò</emph>, o <emph>caderò, cadrai</emph> o <emph>caderai</emph> ecc. Similmente nel soggiuntivo condizionale <emph>cadrei</emph>, o <emph>caderei</emph> ecc. ma <emph>cadrò, cadrei</emph> ecc. è meglio usato che <emph>caderò</emph>, <emph>caderei</emph>.</item>
<item><label><hi rend="italic">DOVERE</hi></label>. Dimostrativo. Presente. <emph>Devo, debbo</emph>, o <emph>deggio</emph>; <emph>devi, debbi</emph>, o <emph>dei</emph>; <emph>deve, debbe,</emph> o <emph>dee. Dobbiamo, dovete, devono, debbono, deggiono, deono,</emph> o <emph>denno</emph>. Perfetto indeterminato. <emph>Dovetti, dovesti</emph> ecc. egli è regolare. Futuro. <emph>Dovrò, dovrai</emph> ecc. Soggiuntivo. Presente. Io <emph>debba</emph>, o <emph>deggia,</emph> tu <emph>debbi, debba</emph>, o <emph>deggia</emph>, egli <emph>debba</emph>, o <emph>deggia</emph>. <emph>Dobbiamo, dobbiate, debbano</emph>, o <emph>deggiano</emph>. Soggiuntivo condizionale. <emph>Dovrei, dovresti</emph> ecc.</item>
<item><label><hi rend="italic">PARERE</hi></label>. Dimostrativo presente. <emph>Pajo, pari, pare. Pajamo,</emph> o <emph>pariamo, parete, pajono</emph>. Perfetto indeterminato. <emph>Parvi, paresti, parve. Paremmo, pareste, parvero</emph>. Futuro. <emph>Parrò, parrai, parrà. Parremo, parrete, parranno</emph>. Soggiuntivo presente. Io, tu, egli <emph>paja. Pajamo, pajate, pajano</emph>. Soggiuntivo condizionale. <emph>Parrei, parresti</emph> ecc. Participio passato. <emph>Paruto</emph> piuttosto che <emph>parso</emph>.</item>
<item><label><hi rend="italic">POTERE</hi></label>. Dimostrativo presente. <emph>Posso, puoi, può</emph>, o <emph>puote</emph>, non <emph>puole</emph>. <emph>Possiamo, potete, possono</emph>. Perfetto. <emph>Potei, potesti, poté. Potemmo, poteste, poterono</emph>, non <emph>puoti, puote, puotero</emph>. Futuro. <emph>Potrò, potrai</emph> ecc. Soggiuntivo. Presente. Io <emph>possa,</emph> tu <emph>possi</emph>, o <emph>possa</emph>, egli <emph>possa. Possiamo, possiate, possano</emph>. Soggiuntivo condizionale. <emph>Potrei, potresti, potrebbe</emph>, o <emph>potria</emph>, o <emph>poria. Potremmo, potreste, potrebbero</emph>, o <emph>poriano</emph>.</item>
<item><label><hi rend="italic">SAPERE</hi></label>. Dimostrativo. Presente. <emph>So, sai, sa. Sappiamo, sapete, sanno</emph>. Perfetto. <emph>Seppi, sapesti, seppe. Sapemmo,</emph> <emph>sapeste, seppero</emph>. Futuro. <emph>Saprò, saprai</emph> ecc. Imperativo. <emph>Sappi</emph>. Soggiuntivo. Presente. Io <emph>sappia</emph>, tu <emph>sappi</emph>, o <emph>sappia</emph>, egli <emph>sappia</emph>. <emph>Sappiamo, sappiate, sappiano</emph>. Soggiuntivo condizionale. <emph>Saprei, sapresti</emph> ecc.</item>
<item><label><hi rend="italic">SEDERE</hi></label>. Dimostrativo. Presente. <emph>Seggo, siedi, siede. Sediamo</emph>, o <emph>seggiamo, sedete, seggono</emph>, o <emph>seggiono</emph>. Perfetto. <emph>Sedei, sedesti</emph> ecc. Soggiuntivo. Presente. <emph>Segga. Sediamo</emph>, o <emph>seggiamo, sediate, seggano</emph>.</item>
<item><label><hi rend="italic">TENERE</hi></label>. Dimostrativo. Presente. <emph>Tengo, tieni, tiene. Tenghiamo</emph>, o <emph>teniamo, tenete, tengono</emph>. Perfetto. <emph>Tenni, tenesti, tenne. Tenemmo, teneste, tennero</emph>. Futuro. <emph>Terrò, terrai</emph> ecc. Soggiuntivo. Presente. Io <emph>tenga</emph>, tu <emph>tenghi</emph>, o <emph>tenga</emph>, egli <emph>tenga. Tenghiamo, tenghiate, tengano</emph>. Soggiuntivo condizionale. <emph>Terrei, terresti</emph> ecc.</item>
<item><label><hi rend="italic">VEDERE</hi></label>. Dimostrativo. Presente. <emph>Vedo, veggo</emph>, o <emph>veggio, vedi, vede. Vediamo</emph>, o <emph>veggiamo, vedete, vedono, veggono</emph>, o <emph>veggiono</emph>. Perfetto. <emph>Vidi</emph>, o <emph>veddi, vedesti, vide</emph>, o <emph>vedde. Vedemmo, vedeste, videro</emph>, o <emph>veddero</emph>. Futuro. <emph>Vedrò, vedrai</emph> ecc. Soggiuntivo. Presente. Io <emph>veda, vegga</emph>, o <emph>veggia</emph>, tu <emph>vegghi</emph>, o <emph>vegga</emph>, egli <emph>veda, vegga</emph>, o <emph>veggia. Vediamo</emph>, o <emph>veggiamo, vediate</emph>, o <emph>veggiate, vedano, veggano</emph>, o <emph>veggiano</emph>. Soggiuntivo condizionale. <emph>Vedrei, vedresti, vedrebbe</emph> ecc.</item>
<item><label><hi rend="italic">VOLERE</hi></label>. Dimostrativo. Presente. <emph>Voglio</emph>, o <emph>vo', vuoi, vuole. Vogliamo, volete, vogliono</emph>. Perfetto. <emph>Volli, volesti, volle. Volemmo, voleste, vollero</emph>. Futuro. <emph>Vorrò, vorrai</emph> ecc. Imperativo. <emph>Vogli</emph> tu. Soggiuntivo. Presente. Io <emph>voglia</emph>, tu <emph>vogli</emph>, o <emph>voglia</emph>, egli <emph>voglia. Vogliamo, vogliate, vogliano</emph>. Soggiuntivo condizionale. <emph>Vorrei, vorresti, vorrebbe</emph> ecc.</item>
</list>
<list>
<head><emph>In</emph> -ere <emph>breve</emph>.</head>
<item><label><hi rend="italic">BEVERE</hi></label>, o <emph>BERE</emph>. Dimostrativo. Presente. <emph>Bevo</emph>, o <emph>beo, bevi</emph>, o <emph>bei, beve</emph>, o <emph>bee. Beviamo</emph>, o <emph>bejamo</emph>, che è però affettato, <emph>bevete</emph>, o <emph>beete, bevono</emph>, o <emph>beono</emph>. Imperfetto. <emph>Beveva</emph>, o <emph>bevea</emph> ecc. Perfetto. <emph>Bevetti</emph>, o <emph>bevvi, bevesti</emph>, o <emph>beesti, bevette</emph>, o <emph>bevve</emph>. <emph>Bevemmo</emph>, o <emph>beemmo, beveste</emph>, o <emph>beeste, bevettero</emph>, o <emph>bevvero: bebbi, bebbe, bebbero</emph> dai buoni non s'usano. Futuro. <emph>Berò, berai, berà</emph> ecc. Soggiuntivo. Presente. Io <emph>beva</emph>, o <emph>bea</emph>, tu <emph>bevi</emph>, o <emph>beva</emph>, o <emph>bei</emph>, o <emph>bea</emph>, egli <emph>beva</emph>, o <emph>bea. Beviamo</emph> o <emph>bejamo, beviate</emph>, o <emph>bejate, bevano</emph>, o <emph>beano</emph>. Soggiuntivo condizionale. <emph>Berei, beresti</emph> ecc.</item>
<item><label><hi rend="italic">DIRE</hi></label>, anticamente <emph>DICERE</emph>. Dimostrativo. Presente. <emph>Dico, dici, dice. Diciamo, dite, dicono</emph>. Imperfetto. <emph>Diceva, dicevi</emph> ecc. Perfetto. <emph>Dissi, dicesti, disse. Dicemmo, diceste, dissero</emph>. Futuro. <emph>Dirò, dirai</emph> ecc. Imperativo. <emph>Di</emph>. Soggiuntivo. Presente. Io <emph>dica</emph>, tu <emph>dichi</emph>, o <emph>dica</emph>, egli <emph>dica. Diciamo, diciate, dicano</emph>. Imperfetto. <emph>Dicessi, dicesse</emph> ecc. Soggiuntivo condizionale. <emph>Direi, diresti, direbbe</emph> ecc. Gerundio. <emph>Dicendo</emph>. Participio passato. <emph>Detto</emph>. Le stesse terminazioni hanno pure i suoi composti <emph>benedire, maledire</emph> ecc.</item>
<item><label><hi rend="italic">PORRE</hi></label> anticamente <emph>PONERE</emph>. Dimostrativo. Presente. <emph>Pongo, poni, pone. Poniamo</emph>, o <emph>ponghiamo, ponete, pongono</emph>. Imperfetto. <emph>Poneva, ponevi</emph> ecc. Perfetto. <emph>Posi, ponesti, pose. Ponemmo, poneste, posero</emph>. Futuro. <emph>Porrò, porrai</emph> ecc. Soggiuntivo. Presente. Io <emph>ponga,</emph> tu <emph>ponghi</emph>, o <emph>ponga</emph>, egli <emph>ponga. Ponghiamo, ponghiate, pongano</emph>. Imperfetto. <emph>Ponessi, ponesse</emph> ecc. Soggiuntivo condizionale. <emph>Porrei, porresti</emph> ecc. Gerundio. <emph>Ponendo</emph>. Participio passato. <emph>Posto</emph>. Tutti i suoi composti <emph>disporre, comporre, frapporre</emph> ecc. finiscono allo stesso modo.</item>
<item><label><hi rend="italic">SCEGLIERE</hi></label>, o <emph>SCERRE</emph>. Dimostrativo. Presente. <emph>Scelgo, scegli, sceglie. Scegliamo, scegliete, scelgono</emph>. Perfetto. <emph>Scelsi, scegliesti, scelse. Scegliemmo, sceglieste, scelsero</emph>. Soggiuntivo. Presente. Io <emph>scelga</emph>, tu <emph>scelghi</emph>, o <emph>scelga</emph>, egli <emph>scelga. Scelghiamo, scelghiate, scelgano</emph>. Participio passato. <emph>Scelto</emph>. Lo stesso è de' suoi composti.</item>
<item><label><hi rend="italic">SCIOGLIERE</hi></label>, o <emph>SCIORRE</emph>. Dimostrativo. Presente. <emph>Scioglio</emph>, o <emph>sciolgo, sciogli, scioglie. Sciogliamo, scogliete, sciogliono</emph>, o <emph>sciolgono</emph>. Perfetto. <emph>Sciolsi, sciogliesti, sciolse. Sciogliemmo, scioglieste, sciolsero</emph>. Futuro. <emph>Sciorrò, sciorrai</emph> ecc. Soggiuntivo. Presente. Io <emph>sciolga,</emph> tu <emph>sciolga</emph>, egli <emph>sciolga. Sciogliamo</emph>, o <emph>sciolghiamo, sciogliate, sciolgano</emph>. Soggiuntivo condizionale. <emph>Sciorrei, sciorresti</emph> ecc. Participio passato. <emph>Sciolto</emph>. Così fan pure i suoi composti <emph>disciorre, prosciorre</emph> ecc.</item>
<item><label><hi rend="italic">SPEGNERE</hi></label>. Dimostrativo. Presente. <emph>Spegno, spegni, spegne. Spenghiamo, spegnete, spengono</emph>. Perfetto. <emph>Spensi, spegnesti, spense. Spegnemmo, spegneste, spensero</emph>. Soggiuntivo. Presente. Io <emph>spenga</emph>, tu <emph>spenghi</emph>, o <emph>spenga</emph>, egli <emph>spenga</emph>. <emph>Spenghiamo, spenghiate, spengano</emph>. Participio passato. <emph>Spento</emph>.</item>
<item><label><hi rend="italic">TOGLIERE</hi></label>, o <emph>TORRE</emph> co' suoi composti ha le stesse variazioni che <emph>sciogliere</emph>, o <emph>sciorre</emph>.</item>
<item><label><hi rend="italic">ADDURRE, CONDURRE, PRODURRE, RIDURRE</hi></label> ecc., si piegano come se l'infinito fosse <emph>adducere, conducere</emph> ecc., se non che nel futuro hanno <emph>addurrò, addurrai</emph> ecc., e nel condizionale <emph>addurrei, addurresti</emph> ecc.</item>
</list>
</div3>
<div3>
<head>[3.]</head>
<argument><p><emph>Anomali della terza conjugazione</emph>.</p></argument>
<list>
<item><label><hi rend="italic">APRIRE, COPRIRE</hi></label> ecc., son regolari in tutto, se non che nel perfetto oltre alle desinenze in <emph>-ii, -ì</emph>, e <emph>-irono</emph> hanno anche quelle in <emph>-ersi, -erse</emph>, e <emph>-ersero</emph>, come <emph>aprii</emph>, e <emph>apersi</emph>; <emph>aprì</emph>, e <emph>aperse</emph>; <emph>aprirono</emph>, e <emph>apersero</emph>.</item>
<item><label><hi rend="italic">MORIRE</hi></label>. Dimostrativo. Presente. <emph>Muojo</emph>, e poeticamente anche <emph>moro, muori, muore. Moriamo</emph>, o <emph>muojamo, morite, muojono</emph>. Perfetto. <emph>Morii</emph>, e non <emph>morsi</emph>, che è perfetto di <emph>mordere</emph>. Futuro. <emph>Morrò, morrai</emph> ecc. Soggiuntivo. Presente. Io <emph>muoja</emph>, tu <emph>muoi</emph>, o <emph>muoja</emph>, egli <emph>muoja. Moriamo</emph>, o <emph>muojamo, moriate</emph>, o <emph>muojate. Muojano</emph>. Soggiuntivo condizionale. <emph>Morrei, morresti</emph> ecc. Participio. <emph>Morto</emph>.</item>
<item><label><hi rend="italic">SALIRE</hi></label>. Dimostrativo. Presente. <emph>Salgo, sali, sale. Saliamo</emph>, o <emph>salghiamo, salite, salgono</emph>, o <emph>sagliono</emph>. Soggiuntivo. Presente. Io <emph>salga</emph>, o <emph>saglia</emph>, tu <emph>salghi</emph>, o <emph>salga</emph>, egli <emph>salga</emph>, o <emph>saglia. Salghiamo</emph>, o <emph>sagliamo, salghiate</emph>, o <emph>sagliate, salgano</emph>, o <emph>sagliano</emph>.</item>
<item><label><hi rend="italic">UDIRE</hi></label> prende alcune voci dall'antico <emph>odire</emph>. Dimostrativo. Presente. <emph>Odo, odi, ode. Udiamo, udite, odono</emph>. Soggiuntivo. Presente. <emph>Oda. Udiamo, udiate, odano</emph>.</item>
<item><label><hi rend="italic">VENIRE</hi></label>. Dimostrativo. Presente. <emph>Vengo</emph>, o <emph>vegno, vieni, viene. Veniamo,</emph> <emph>venghiamo</emph>, o <emph>vegniamo, venite, vengono</emph>. Perfetto. <emph>Venni, venisti, venne</emph>, e non <emph>vense</emph>. <emph>Venimmo</emph>, e non <emph>vennimo</emph>, <emph>veniste, vennero</emph>. Futuro. <emph>Verrò, verrai</emph> ecc. Soggiuntivo. Presente. Io <emph>venga</emph>, tu <emph>venghi</emph>, o <emph>venga</emph>, egli <emph>venga. Venghiamo, venghiate, vengano</emph>. Soggiuntivo condizionale. <emph>Verrei, verresti</emph> ecc. Gerundio <emph>venendo</emph>, o <emph>vegnendo</emph>. Participio. Presente. <emph>Vegnente</emph>. Passato. <emph>Venuto</emph>.</item>
<item><label><hi rend="italic">USCIRE</hi></label>. Dimostrativo. Presente. <emph>Esco, esci, esce. Usciamo, uscite, escono</emph>. Soggiuntivo. Presente. <emph>Esca. Usciamo, usciate, escano</emph>. Benché alcuni dicano <emph>esciamo, esciva, escirò</emph> ecc., derivandole dall'infinito <emph>escire</emph>; fuori però delle voci sopra accennate, in tutte le altre questo verbo ama meglio di cominciare per <emph>u-</emph>, che per <emph>e-</emph>.</item>
<item><label><hi rend="italic">FINIRE</hi></label>. Dimostrativo. Presente. <emph>Finisco, finisci, finisce. Finiamo, finite, finiscono</emph>. Soggiuntivo. Presente. <emph>Finisca. Finiamo, finiate, finiscano</emph>. Al medesimo modo in questi due tempi si piegano <emph>Ambire, fiorire, gioire, impallidire, gradire, languire, concepire, riverire, conferire, riferire, sparire. Ferire</emph> poi, <emph>inghiottire, nutrire, offerire, proferire</emph> si piegano e all'una, e all'altra maniera, come <emph>fero, inghiotto, nutro, offero</emph>, o <emph>offro, profero</emph>; e <emph>ferisco, inghiottisco, nutrisco, offerisco</emph>, e <emph>proferisco</emph>: ma <emph>nutro</emph>, e <emph>offero</emph>, o <emph>offro</emph> son meglio detti che <emph>nutrisco</emph>, e <emph>offerisco</emph>; <emph>fero</emph> è più del verso, che della prosa; e <emph>proferisco</emph> all'incontro è più usitato di <emph>profero</emph>.</item>
<item><label><hi rend="italic">APPARIRE</hi></label> ha nel dimostrativo <emph>apparisco, apparisci, apparisce</emph>, o <emph>appare</emph>. <emph>Appariamo, apparite, appariscono</emph>, o <emph>appajono</emph>; e nel soggiuntivo <emph>apparisca</emph>, o <emph>appaja</emph>, e <emph>appariscano</emph>, o <emph>appajano</emph>. Lo stesso è di <emph>comparire, trasparire</emph>, e <emph>sparire</emph>.</item>
</list>
</div3>
</div2>
<div2>
<head>Capo VIII.</head>
<argument><p><emph>De' verbi difettivi</emph>.</p></argument>
<p>Verbi difettivi si chiamano quelli, che non han tutte le voci, siccome gli altri. Nella nostra lingua ve ne son varj; noi non accenneremo, se non quelli, che vengon più ad uso.</p>
<list>
<item><label><hi rend="italic">GIRE</hi></label> ha queste voci: <emph>gite</emph>; <emph>giva</emph>, o <emph>gìa, givi, givamo, givano</emph>, <emph>gìano</emph>; <emph>gisti, gì</emph>, o <emph>gìo</emph>, <emph>gimmo, giste, girono</emph>; <emph>girò, girai, girà, giremo, girete, giranno</emph>; <emph>gissi, gisse, gissimo, giste, gissero</emph>; <emph>girei, giresti, girebbe, giremmo, gireste, girebbono</emph>; <emph>gito</emph>.</item>
<item><label><hi rend="italic">IRE</hi></label> ha <emph>ite, iva, ivano, iremo, irete, iranno, ito</emph>.</item>
<item><label><hi rend="italic">RIEDI</hi></label>, <emph>riede, rieda, riedano</emph> sono le sole voci del verbo antico <emph>REDIRE</emph>.</item>
<item><label><hi rend="italic">CALERE</hi></label> ha <emph>cale, caleva, calse, calerà</emph>, o <emph>carrà, caglia, calesse, calerebbe</emph>, o <emph>carrebbe, caluto</emph>.</item>
<item><label><hi rend="italic">ARROGERE</hi></label> ha <emph>arroge, arrose, arrogendo</emph>.</item>
<item><label><hi rend="italic">OLIRE</hi></label> ha <emph>oliva, olivi, olivano</emph>.</item>
<item><label><hi rend="italic">SOLERE</hi></label> ha <emph>soglio, suoli, suole. Sogliamo, solete, sogliono</emph>, ha tutto l'imperfetto <emph>soleva</emph>, o <emph>solea, solevi</emph> ecc.; il soggiuntivo presente, <emph>soglia, sogli, sogliamo, sogliate, sogliano</emph>, e imperfetto <emph>solessi, solesse</emph> ecc., il gerundio <emph>solendo</emph>, e il participio <emph>solito</emph>.</item>
<item><label><hi rend="italic">LICE</hi></label>, o <emph>lece</emph> è la sola voce del verbo <emph>licere</emph>, o <emph>lecere</emph>, che non s'adopera neppure all'infinito.</item>
</list>
</div2>
<div2>
<head>Capo IX.</head>
<argument><p><emph>De' verbi adoperati in luogo de' nomi</emph>.</p></argument>
<p>Invece d'un sostantivo metafisico si usa spesso un verbo infinito, che esprime quella medesima idea astratta di qualche operazione, proprietà, o relazione, che dal sostantivo metafisico sarebbe espressa; così <emph>l'esser avaro è cosa sconvenevole</emph>, significa lo stesso, che <emph>l'avarizia è cosa sconvenevole</emph>, e si dice egualmente. Anzi egli è pur naturale, che gli uomini innanzi di inventare i sostantivi metafisici esprimessero prima le loro idee astratte col verbo <emph>essere</emph> e un aggettivo, o con un verbo, che li contenesse amendue dicendo per esempio <emph>l'esser vivo</emph>, o <emph>il vivere è cosa dolce</emph>; <emph>l'esser sano è cosa desiderabile</emph>; e che solo dappoi per abbreviare il discorso, e renderlo più vario abbiano inventati i sostantivi metafisici corrispondenti a questi infiniti dicendo <emph>la</emph> <emph>vita</emph> invece di dire <emph>l'esser vivo</emph>, o <emph>il vivere</emph>, <emph>la sanità</emph> invece di dir <emph>l'esser sano</emph>. Perciocché i primi nomi ad introdursi in ogni lingua devono certamente essere stati i sostantivi, e gli aggettivi fisici esprimenti l'idee degli oggetti reali, e delle qualità o reali o apparenti, che aveano gli uomini tutto giorno sott'occhio, e di cui avevan mestieri frequentemente di favellare. In appresso per esprimere le qualità relative tra due, o più oggetti avrann'essi inventato gli aggettivi, che chiamansi metafisici. Le idee astratte delle qualità o reali, o apparenti, o relative non si formano che dopo averle già negli oggetti osservate più volte, e avviene assai più di rado di averne a parlare. I segni adunque, con cui si esprimono sì fatte idee, cioè i sostantivi metafisici non debbon essere stati inventati, se non assai dopo. Or quando gli uomini avranno avuto mestieri di significare una qualche qualità considerata in astratto, si saranno serviti frattanto degli aggettivi, e de' verbi che già avevano, e che combinati fra loro bastano ad esprimerle egualmente. Questo è quello diffatti, che facciamo noi pure, quando ci occorra di dover favellare d'una qualche idea astratta, e ce n'han molte, per cui non siasi inventato ancora alcun sostantivo corrispondente. E di vero nella nostra lingua vi ha ben un nome, che significa l'atto di studiare, ed è <emph>studio</emph>; ma non ve n'ha già niuno, che esprima l'atto di imparare, e fa d'uopo, che diciamo necessariamente <emph>l'imparare</emph>. Oltreciò gli infiniti insieme coi nomi, che da loro son retti, giovan moltissimo per esporre alcune idee complicate, e composte, che mal si potrebbero dichiarare coi semplici nomi. S'io dirò per esempio: <emph>l'esser contento del proprio stato, il moderare i desiderj soverchi, il non lasciarsi né trasportare ad eccessiva gioja nelle prosperità, né abbattere nelle disgrazie</emph> ecc., <emph>formano il carattere d'un uomo saggio</emph>, s'intenderà facilmente quali siano le proprietà, che al carattere d'un uomo saggio io reputo convenire; laddove ciò mal potrebbesi esprimere coi soli nomi.</p>
<p>Gl'infiniti adoperati in questi casi s'accompagnano colle preposizioni, e coll'articolo secondo il bisogno come i nomi a cui equivalgono, e nelle proposizioni ora fanno l'ufficio del soggetto, ora dell'oggetto relativo del verbo. Così dicendo: <emph>l'invidiare altrui è cosa vile, e vergognosa</emph>, l'infinito <emph>invidiare</emph> sarà il soggetto, come lo sarebbe il nome <emph>invidia</emph>, a cui corrisponde. E dicendo <emph>desidero veder nei giovani un'onesta emulazione</emph>, l'infinito <emph>vedere</emph> insieme cogli altri nomi che l'accompagnano, esprimerà l'oggetto, a cui è indirizzato il mio desiderio. Ma può dirsi ancora <emph>desidero di vedere</emph>, e avremo allora un infinito accompagnato dalla preposizione <emph>di</emph>; l'oggetto però del verbo <emph>desidero</emph> non è più l'infinito, ma un sostantivo sottinteso, di cui questo infinito determina il significato: di maniera che è lo stesso, che se si dicesse «desidero <emph>la fortuna</emph> – o <emph>il piacere</emph>, o <emph>la consolazione</emph> – di vedere ne' giovani ecc. un'onesta emulazione».</p>
<p>Ma non sempre il verbo, quando nella proposizione fa l'ufficio dell'oggetto relativo, si mette all'infinito. Ei si pone anche talvolta ad un modo definito, cioè al dimostrativo, o al soggiuntivo premettendovi la particella <emph>che</emph>. Così invece di dire: <emph>tutti concedono la virtù essere necessaria alla felicità</emph>, si dice anche: <emph>tutti concedono, che la virtù è necessaria alla felicità</emph>. Anzi spesse volte egli ricusa di esser posto all'infinito, e vuole assolutamente un modo definito. Così non può dirsi: <emph>voglio te esser contento</emph>; ma deve dirsi: <emph>voglio che tu sii contento</emph>.</p>
<p>Or sarebbe qui da vedere quando si debba egli porre all'infinito, e quando al dimostrativo, o al soggiuntivo. La cosa non è sì facile a definire: noi farem tuttavia su di ciò le osservazioni più importanti. Conviene adunque badare in primo luogo, se il verbo che serve di oggetto relativo, appartenga al soggetto della proposizion principale, o appartenga ad altro nome. Dicendo per esempio <emph>voglio andar nel tal luogo</emph> il verbo <emph>andare</emph> spetta al soggetto <emph>io</emph>; e dicendo <emph>voglio che tu vada</emph> il verbo <emph>vada</emph> spetta al nome <emph>tu</emph>. Secondo, conviene osservare se il verbo della proposizion principale esprime un affetto dell'animo, come <emph>mi piace, mi duole, temo, spero, voglio, desidero</emph> ecc., o un atto della mente, come <emph>so, credo, conosco, dubito</emph> ecc., o una sensazione, come <emph>sento, pruovo</emph> ecc., o un'azione, che fassi col mezzo delle parole, come ei <emph>narra, dice, prega, esorta, consiglia, persuade, comanda, afferma, nega, induce, muove, raccomanda, commette, incarica</emph> ecc., o un movimento proprio, come <emph>va, viene, giugne, scende, ascende</emph> ecc., o un movimento fatto fare ad altri, come <emph>tira, conduce, strascina, spinge, manda</emph>, o altre cose simiglianti. Quando il verbo principale esprime un affetto dell'animo, se il verbo soggiunto appartiene al soggetto della proposizione egli ama di esser posto all'infinito, e trattone il verbo <emph>voglio</emph>, cogli altri ama anche di esser accompagnato dalla preposizione <emph>di</emph>, come <emph>voglio far la tal cosa</emph>, e <emph>desidero, bramo, mi piace, temo, spero, godo, m'incresce di far la tal altra</emph>, sottintendendo <emph>l'occasione, l'incontro, l'obbligo</emph> ecc. <emph>di farla</emph>: se poi appartiene ad altro nome, egli ama piuttosto di esser messo ad un modo definito; e questo dev'essere il soggiuntivo perché la proprietà, o l'azione da lui espressa non si afferma, ma si accenna soltanto. Quindi si dirà <emph>voglio, desidero, godo, mi spiace</emph> ecc., <emph>che tu faccia la tale, o tal altra cosa</emph>.</p>
<p>Se il verbo principale esprime un atto della mente, il verbo soggiunto si può mettere sempre all'infinito: ma se appartiene al soggetto vuole per ordinario la preposizione <emph>di</emph>, come <emph>egli sa, crede, conosce di essere innocente</emph>, laddove quando appartiene ad altro nome non la vuol mai, come <emph>io so, credo, parmi, dubito, penso, conosco lui esser reo</emph>: lo stesso è pure dei verbi <emph>dire, narrare, sentire, provare, affermare, negare</emph>, e simili. Che se il verbo soggiunto vuol porsi ad un modo definito, egli deve essere dimostrativo, quando il verbo principale è affermativo, e esprime una cognizione certa, ma all'incontro deve essere soggiuntivo quando il verbo è accompagnato dalla negazione, o significa una cognizione soltanto probabile, o dubbiosa. Si dirà adunque <emph>so, conosco, vedo, comprendo, che ciò</emph> <emph>è vero</emph>; e <emph>non so, non conosco, dubito, credo, parmi, che ciò sia falso</emph>. E la ragione n'è chiara: poiché nel primo caso l'oggetto della cognizione certa si afferma assolutamente, laddove nel secondo l'oggetto d'una cognizione o soltanto probabile, o dubbiosa non può che solamente accennarsi.</p>
<p>Coi verbi <emph>andare, venire, giugnere, scendere, ascendere, tirare, condurre, accompagnare, spingere, mandare, indurre, movere, sforzare</emph>, e con tutti quegli altri, che significano qualche specie di movimento o reale, o figurato, il verbo soggiunto dee porsi all'infinito accompagnato dalla preposizione <emph>a</emph>: come <emph>ei va, giugne, tira, sforza</emph> ecc., <emph>a prendere,</emph> o <emph>lasciar la tal cosa</emph>. Coi verbi <emph>raccomandare, commettere, incaricare, comandare</emph>, come pure coi verbi <emph>pregare, consigliare, esortare, persuadere</emph>, e simili abbiam già avvisato nel capo 3, che se il soggiunto si mette ad un modo definito egli dev'essere il soggiuntivo; se poi si mette all'infinito coi primi vuol essere preceduto dalla preposizione <emph>di</emph>, coi secondi ammette anche questa, ma colla preposizione <emph>a</emph> si accompagna più volentieri.</p>
</div2>
<div2>
<head>Capo X.</head>
<argument><p><emph>Del participio, del gerundio e dei nomi verbali</emph>.</p></argument>
<p>Siccome il participio non è che un verbo trasformato in nome, così ritiene la proprietà del verbo di significar varj tempi. I Latini avevano tre participj uno pel presente, uno pel passato, e un altro pel futuro, come <foreign lang="lat" rend="italic">amans, amatus</foreign>, e <foreign lang="lat" rend="italic">amaturus</foreign>. Noi altri non abbiamo che il presente, e il passato, che sono <emph>amante, amato, leggente, letto</emph> ecc., benché il Boccaccio, e il Dante per imitare i Latini abbian voluto farne ancor dei futuri, dicendo <emph>perituro</emph>, e <emph>passuro</emph>. Anzi lo stesso participio presente è pochissimo in uso, e gli si sostituisce ordinariamente il gerundio dicendo per esempio: <emph>egli vedendo il pericolo se ne fuggì</emph>, piuttosto che <emph>vedente il pericolo</emph>. Il participio presente della prima conjugazione termina in <emph>-ante</emph>, come <emph>amante, dichiarante</emph>, e il gerundio in <emph>-ando</emph> come <emph>amando, dichiarando</emph>. Nelle altre conjugazioni il participio presente finisce in <emph>-ente</emph> come <emph>vedente, leggente, sentente</emph> (sebbene questo non s'usa) e il gerundio in <emph>-endo</emph>, come <emph>vedendo, leggendo, sentendo</emph>.</p>
<p>Quanto al participio passato quei della prima, e della terza conjugazione hanno regolarmente la desinenza in <emph>-ato</emph>, e in <emph>-ito</emph>, come <emph>amato</emph>, e <emph>sentito</emph>; fra quei della terza però si debbono eccettuare <emph>comparire, aprire, concepire, morire, offerire, sepellire</emph>, che hanno per participj <emph>comparso, aperto, conceputo</emph>, o <emph>concetto, morto, offerito</emph>, o <emph>offerto, sepellito</emph>, o <emph>sepolto</emph>.</p>
<p>Quelli della seconda siccome nel perfetto, così anche nel participio passato son variissimi. I verbi, che han l'infinito in <emph>-ere</emph> lungo, hanno ordinariamente il participio in <emph>-uto</emph> come <emph>temere</emph> <emph>temuto</emph>, <emph>godere</emph> <emph>goduto</emph>, eccettuatone <emph>rimanere</emph>, che ha <emph>rimaso</emph>, o <emph>rimasto</emph>. Quei che l'hanno in <emph>-ere</emph> breve se nella prima persona del perfetto indeterminato finiscono in <emph>-ssi</emph>, hanno il participio in <emph>-tto</emph>, come <emph>lessi</emph> <emph>letto</emph>, <emph>distrussi</emph> <emph>distrutto</emph>, <emph>trassi</emph> <emph>tratto</emph>, <emph>afflissi</emph> <emph>afflitto</emph>; se nel perfetto cadono in <emph>-si</emph> preceduta da vocale, l'hanno in <emph>-so</emph>, come <emph>rasi raso</emph>, <emph>affisi</emph> <emph>affiso</emph>, <emph>rosi</emph> <emph>roso</emph>, <emph>chiusi</emph> <emph>chiuso</emph>; s'eccettuin <emph>chiesi</emph> che ha <emph>chiesto</emph>, <emph>posi</emph> <emph>posto</emph>, <emph>misi</emph> <emph>messo</emph>; se cadono in <emph>-lsi</emph> l'hanno in <emph>-lto</emph>, come <emph>scelsi</emph> <emph>scelto</emph>, <emph>tolsi</emph> <emph>tolto</emph>; s'eccettuin <emph>valse</emph>, e <emph>calse</emph>, che han <emph>valuto</emph>, e <emph>caluto</emph>; se cadono in <emph>-rsi</emph> altri l'hanno in <emph>-rso</emph>, altri in <emph>-rto</emph>, come <emph>sparsi</emph> <emph>sparso</emph>, <emph>dispersi</emph> <emph>disperso</emph>, <emph>morsi</emph> <emph>morso</emph>, e <emph>scorsi</emph> <emph>scorto</emph>, <emph>sorsi</emph> <emph>sorto</emph>; se cadono in <emph>-nsi</emph> l'hanno in <emph>-nto</emph>, come <emph>fransi</emph> <emph>franto</emph>, <emph>spensi</emph> <emph>spento</emph>, <emph>finsi</emph> <emph>finto</emph>, <emph>giunsi</emph> <emph>giunto</emph>; se in <emph>-ei</emph>, o in <emph>-etti</emph> l'hanno in <emph>-uto</emph>, come <emph>perdei</emph> <emph>perduto</emph>, non <emph>perso</emph>, <emph>ricevei</emph> <emph>ricevuto</emph>. V'han di quelli, che l'hanno in <emph>-esso, -isso, -osso, -usso</emph>, come <emph>concesso</emph>, invece di cui però meglio si dice <emph>conceduto, fisso, percosso, discusso</emph> ecc.</p>
<p>Abbiam già più volte osservato, che il participio passato unito col presente, e coll'imperfetto degli ausiliarj <emph>essere</emph>, e <emph>avere</emph> serve a formare i tempi passati de' verbi intransitivi, e transitivi attivi; e unito con tutti i tempi del verbo <emph>essere</emph> a formar tutti i tempi de' verbi passivi. Or nei verbi intransitivi egli deve sempre accordarsi, quando questi hanno l'<emph>essere</emph> per ausiliare, col soggetto della proposizione, onde si dirà <emph>è giunta l'ora, è giunto il tempo</emph>: all'opposto quando hanno l'<emph>avere</emph>, il participio ritiene sempre la terminazione in <emph>-o</emph> qualunque sia il genere, e il numero del soggetto; quindi si dice egualmente <emph>io ho taciuto</emph>, e <emph>molti hanno taciuto</emph>. Nei verbi passivi deve accordarsi col nome, che riceve sopra di sé l'azione, o la relazione espressa dal verbo; e però si dice: «Cartagine fu <emph>distrutta</emph> da Scipione»; «i Romani furon più volte <emph>sconfitti</emph> da Annibale». Nei verbi attivi dovrebbe sempre accordarsi coll'oggetto, a cui il suo significato si riferisce; e perciò si dovrebbe dire: «ho <emph>vedute</emph> molte persone, ho <emph>veduta</emph> molta gente»: ma si dice anche «ho <emph>veduto</emph> molte persone, o molta gente»; e ciò forse perché sentendo <emph>ho veduto</emph> noi vi suppliamo colla mente il nome universale <emph>un oggetto</emph>, il quale oggetto vien poi determinato qual sia dalle parole seguenti <emph>molte persone</emph>, o <emph>molta gente</emph>.</p>
<p>I nomi verbali son varj, e han vario significato. <emph>Commendabile</emph>, o <emph>commendevole, venerabile</emph>, o <emph>venerando</emph>, significan un oggetto degno d'essere commendato, o venerato; <emph>amatore</emph>, <emph>conoscitore,</emph> e simili significan un oggetto che ama, o che conosce ecc. Essi debbon sempre accordarsi col sostantivo a cui si riferiscono, come fan tutti gli altri aggettivi; e perciò quando il sostantivo è femminile si dice invece <emph>di amatore, conoscitore</emph>, <emph>amatrice</emph>, e <emph>conoscitrice</emph>.</p>
</div2>
</div1>
<div1>
<head>Parte III.</head>
<head>Dell'avverbio, della preposizione, della congiunzione, e dell'interposto.</head>
<div2>
<head>Capo I.</head>
<argument><p><hi rend="italic">Dell'avverbio</hi>.</p></argument>

<p>L'ufficio dell'avverbio già s'è spiegato abbastanza nella introduzione, dove abbiam detto, che egli serve ad esprimere qualche modificazione o dell'affermazione, e dell'esistenza significate dal verbo <emph>essere</emph>, o delle azioni, proprietà, e relazioni significate dagli attributi; e ad esprimerla con una sola parola, dove altrimenti necessaria sarebbe una preposizione con uno, o più nomi. Egli accade però sovvente, che un avverbio si vegga modificare, un semplice aggettivo, senza che sia l'attributo della proposizione, come <emph>è difficile trovare un uomo pienamente contento</emph>. Ma se vorremo esaminar questi casi attentamente, vedremo che sempre vi si sottintende il verbo <emph>essere</emph>, il quale forma una nuova proposizione implicita, di cui sì fatti aggettivi son gli attributi. Infatti nell'esempio arrecato non si sottintende egli manifestamente un uomo, <emph>che sia</emph> pienamente contento? Nella stessa maniera si può spiegare ancor l'uso di quegli avverbj, che si adoprano per dar maggiore, o minor forza ad un altro avverbio. In fatti <emph>vivere poco</emph>, o <emph>molto, più</emph>, o <emph>meno felicemente</emph>, non è egli lo stesso, che <emph>vivere</emph> <emph>in uno stato poco</emph>, o <emph>molto</emph>, <emph>più</emph>, o <emph>meno</emph> <emph>felice</emph>? E in questa proposizione non si sottintende apertamente il verbo <emph>essere</emph>, cioè in uno stato, <emph>che è</emph> poco, o molto, più o meno felice? Noi possiam dunque dire generalmente, che la proprietà degli avverbj è sempre di modificare o un verbo, o un attributo, e che qualora essi sembrano modificare un semplice aggettivo, o un altro avverbio, il verbo, o l'attributo vi è sottinteso.</p>
<p>Ciò posto agevolmente si vede in quante classi gli avverbj si debban distinguere. Perciocché essi debbono modificare o l'affermazione, e l'esistenza significate dal verbo essere, o le azioni proprietà, e relazioni espresse dagli attributi. Ma l'affermazione, e la negazione può farsi o con certezza, o con probabilità, o con dubbio. L'esistenza d'una operazione, proprietà, o relazione può trovarsi in un soggetto in uno, o in un altro tempo, in uno, o in un altro luogo. Le operazioni, proprietà, e relazioni medesime posson esser diverse, o riguardo alla quantità, o riguardo alla qualità. Vi saran dunque gli avverbj: 1. di <emph>affermazione</emph>, e <emph>negazione assoluta</emph>; 2. di <emph>probabilità</emph>, e di <emph>dubbio</emph>; 3. di <emph>tempo</emph>; 4. di <emph>luogo</emph>; 5. di <emph>quantità</emph>; 6. di <emph>qualità</emph>.</p>
<p>Nel numero degli avverbj si soglion porre comunemente alcune maniere, in cui è espressa la preposizione, e il nome a cui l'avverbio deve con una sola parola equivalere, come <emph>per verità, per certo, da senno</emph>, e simili. Queste maniere, come ognun vede non possono entrare per alcun modo nella classe degli avverbj. Tuttavolta siccome s'usano a modo d'avverbj, e l'uso n'è frequentissimo, noi riferirem queste pure, e darem loro il nome di <emph>modi avverbiali</emph>. Né ci prenderemo tuttavia la briga di separare i modi avverbiali dagli avverbj, perciocché è troppo facile il distinguerli per sé stessi, e avendo la maggior parte di essi dei veri avverbj a loro corrispondenti nel significato, sembra più opportuno il collocarli l'un presso all'altro, ciascuno nel proprio luogo.</p>
<div3>
<head>[1.]</head>
<argument><p><hi rend="italic">Avverbj, e modi avverbiali</hi>.</p></argument>
<p>Di AFFERMAZIONE, e NEGAZIONE assoluta. Tra questi si sogliono annoverare principalmente le voci <emph>sì</emph>, e <emph>no</emph>, e i loro composti <emph>maisì</emph>, e <emph>mainò</emph>: ma siccome esse equivalgono non ad una preposizione, e ad un nome, ma alle intere proposizioni “ciò è vero”, “ciò è falso”, così appartengono alla classe degli interposti. Le voci <emph>bene</emph>, e <emph>volentieri</emph> quando s'adoprano per affermare significan “va bene”, “il farò volentieri”. Sono adunque avverbj usati con ellissi (che è come vedremo una delle figure gramaticali, per cui si tralascia qualche parte del discorso, che facilmente si possa sottintendere) e in grazia dell'ellissi significan affermazione, che altrimenti di lor natura sono avverbj puramente di qualità.</p>
<p>I veri avverbj, e modi avverbiali di affermazione assoluta sono adunque: <emph>assolutamente, certamente, certo, per certo, di certo, francamente, sicuramente, di sicuro. Veramente, per verità, in verità, in vero. Infatti, difatti. Appunto, per l'appunto, propriamente, precisamente. Infallibilmente, infallantemente, senza fallo. Indubitatamente, senza dubbio, senza meno. Affé, per mia fé, in fede mia. Da senno, da buon senno. Da galantuomo, da uomo onesto</emph>. Come «<emph>certamente</emph> ei vi fu», «è così <emph>assolutamente</emph>», «è così <emph>appunto</emph>», «è così <emph>diffatti</emph>»; «ve n'assicuro <emph>da uomo onesto</emph>» ecc. Per la negazione assoluta servono gli avverbi medesimi, ove il verbo sia accompagnato dal <emph>non</emph>. Ella però ne ha inoltre alcuni suoi proprj e particolari, e sono <emph>mica, punto, per nulla, per niente, nulla, niente, niente affatto</emph>, i quali tutti amano d'esser posti dopo del verbo, e che il verbo tuttavia sia preceduto dal <emph>non</emph>; come «ei <emph>non è mica</emph> giunto»; «<emph>non</emph> l'ama <emph>punto, niente, niente affatto</emph>».</p>
<p>Di PROBABILITÀ. <emph>Probabilmente, naturalmente</emph>.</p>
<p>Di DUBBIO. <emph>Forse</emph>, che equivale a <emph>può darsi, può essere. Se mai, se a caso, se per avventura</emph>, che esprimono una condizion dubbiosa. <emph>Circa, incirca, all'incirca, intorno a, presso a, a un di presso, presso a poco, in quel torno, quasi, pressoché</emph>, che indican una quantità incerta.</p>
<p>Di TEMPO. Presente. <emph>Ora, adesso, presentemente, attualmente</emph>. Passato. <emph>Poco fa, poc'anzi, dianzi, or ora, testé</emph>, (che significa anche “in questo punto”) <emph>di fresco</emph>; <emph>recentemente. Già, una volta, anticamente. Prima, in prima, avanti, innanzi, anzi. Per l'addietro, per lo passato</emph>. Futuro. <emph>Fra poco, in breve, di corto. In avvenire, per l'avvenire, da qui innanzi, di qua in avanti, quando che sia</emph>. Per significare la successione d'una cosa, ad un'altra, o di un tempo, ad un altro. <emph>Appresso, dopo, indi, quindi, quinci, poscia, poi, di poi, dappoi, d'allora</emph>, o <emph>da quell'ora</emph>, o <emph>da quel punto in poi</emph>, o <emph>in appresso</emph>. Per significare l'avvenimento di due, o più cose nel medesimo tempo. <emph>Intanto, frattanto, mentre, in quel mentre, in questo, in quello, in questa</emph>, o <emph>in quella</emph>. Per esprimere prontezza, e celerità. <emph>Subitamente, subito, tostamente, tosto, tantosto, prestamente, presto, ratto, di presente, immantinente, incontanente, prontamente</emph>. Per esprimere tardanza, e lentezza. <emph>Tardi, adagio, a bell'agio, lentamente, pian piano, passo passo, a poco a poco</emph>. Per esprimere un tempo continuato. <emph>Continuo, di continuo, continuamente, continuatamente</emph>. Per significare, che una cosa dura anche al presente. <emph>Tuttora, tuttavia, ancora, puranco</emph>. Per significare, che è durata fino al presente. <emph>Finora, fino ad ora, infino ad ora</emph>. Per un tempo limitato. <emph>Finché, infinché, fino a tanto che</emph>. Per un tempo interrotto. <emph>Di quando in quando, di tratto in tratto, interrottamente</emph>. Per esprimere variazioni d'accidenti, o di fatti in diversi tempi. <emph>Ora, ora</emph>; <emph>quando, quando</emph>; <emph>adesso, adesso</emph>. Per significare un tempo lungo. <emph>Molto, assai, lungamente, a lungo, a dilungo</emph>. Per un tempo breve. <emph>Poco, non guari, brevemente, in breve, in poco d'ora</emph>. Per significare in qualunque tempo. <emph>Qualora, qualvolta, ogni qual volta</emph>. Se una cosa medesima suol avvenire più volte in diversi tempi. <emph>Spesso, di spesso, spesse volte, spesse fiate, sovvente, sovventi volte, sovventemente, più volte, assai volte, frequentemente, di frequente</emph>. Se tutte le volte. <emph>Sempre, mai sempre, sempre mai, ognora, ogni volta</emph>. Se quasi tutte. <emph>Il più, per lo più, il più delle volte, le più volte</emph>. Se poche. <emph>Raro, rado, di raro, di rado, rare</emph>, o <emph>rade volte</emph>. Se alcune volte soltanto. <emph>Alle volte, talvolta, talora, qualche volta, qualche fiata. Mai</emph> vuol dire <emph>in alcun tempo</emph>, e volendo esprimere <emph>in nessun tempo</emph> conviene aggiugnervi il <emph>non. Giammai, unqua, unquemai</emph> han lo stesso significato. Ma <emph>unquanco</emph> equivale all'<foreign lang="lat" rend="italic">unquam adhuc</foreign> dei Latini, o <emph>mai ancora</emph>: e io non so approvare quelli, che l'usano per <emph>mai</emph> semplicemente. <emph>Omai, ormai, oggimai</emph> talvolta significan “alla fine”, e talvolta “ora quasi” come: «egli è tempo <emph>oggimai</emph> che vi risolviate a tornare», cioè “alla fine”; «sono <emph>ormai</emph> sette mesi, che voi mancate di qui», cioè “sono ora quasi”. <emph>Oggidì</emph> vuol dire “a questi giorni”. <emph>Oggi, jeri</emph>, e <emph>domani</emph> per sé son veri sostantivi, come «<emph>oggi</emph> è lunedì, <emph>domani</emph> è martedì», e quando s'adopran come avverbj si sottintende loro la preposizione <emph>in. Finalmente, alla fine, in fine, ultimamente, per ultimo, in ultimo</emph> si adoperan nelle conclusioni, e per indicare il termine d'una cosa qualunque.</p>
<p>Di LUOGO. <emph>Qui, qua</emph> significan “in questo luogo”; <emph>costì, costà</emph> “in cotesto luogo”; <emph>lì, là, colà, quivi, ivi</emph> “in quel luogo”. <emph>Ivi</emph>, e <emph>quivi</emph> non s'adoperan, che parlando d'un luogo già nominato, e non si possono come gli altri unire colle preposizioni; ma incambio di dire <emph>di</emph> <emph>ivi</emph>, o <emph>di quivi</emph>, si dice <emph>indi</emph> e <emph>quindi</emph>. <emph>Lì</emph> non s'adopera che parlando d'un luogo vicino. <emph>Onde</emph> significa “da quale”, o “dal qual luogo”; <emph>ove</emph> “in quale”, o “nel qual luogo”; <emph>altrove</emph> “in altro luogo”; <emph>altronde</emph> “da altro luogo”; <emph>ovunque</emph> “in qualunque luogo”; <emph>pertutto</emph>, e <emph>da per tutto</emph> “in tutti i luoghi”; <emph>su</emph>, e <emph>sopra</emph> “nel luogo superiore”, <emph>giù</emph>, e <emph>sotto</emph> “nel luogo inferiore”; <emph>entro, dentro, per entro, addentro</emph> “nel luogo interiore”, <emph>fuori, fuora</emph>, e <emph>di fuori</emph>, o <emph>di fuora</emph> “nel luogo esteriore”. <emph>Avanti, davanti, innanzi, nanti</emph> “nel luogo anteriore”. <emph>Dietro</emph> “nel luogo posteriore”. <emph>Appresso</emph>, o <emph>presso</emph>, o <emph>vicino</emph> “in un luogo vicino”. <emph>Lontano</emph>, o <emph>lungi</emph> “in un luogo lontano”.</p>
<p>Gli altri sono: <emph>a parte, in disparte. Da un canto, da un lato, da una parte. A fianco, accanto, allato. Di rimpetto, di rincontro, incontro, di contra, di contro. Attorno, d'attorno, intorno, d'intorno. Addosso. Quassù, quaggiù. Lassù, laggiù. Costassù, costaggiù. In alto</emph>, o <emph>all'alto. Al basso, abbasso</emph>, o <emph>da basso. In fondo</emph>, o <emph>al fondo. Lungo</emph>, o <emph>al lungo</emph>, come <emph>lungo il fiume, al lungo della spiaggia</emph>.</p>
<p>Di QUANTITÀ, e di NUMERO. <emph>Tanto</emph>, o <emph>cotanto, quanto</emph> (invece di cui s'adoperan anche <emph>così</emph>, e <emph>come</emph>) ne sono i principali. <emph>Più, meno</emph>, o <emph>manco</emph>. <emph>Molto, assai, grandemente, d'assai, di gran lunga, di molto. Troppo, soverchio, soverchiamente, senza modo, oltremodo, senza misura, oltre misura, smisuratamente. Affatto, appieno, pienamente, compiutamente, al tutto, del tutto. Abbastanza, assai, sufficientemente. Il più, per lo più, per la più parte, per la maggior parte. Ancora, anche, eziandio, pure, pur anco. Di più, inoltre, oltre ciò. Solo, soltanto, solamente, unicamente, senza più. Almeno, almanco, neppure, nemmeno, nemmanco, neanche. Poco, scarsamente. Alquanto, alcun poco, qualche poco, in parte, in qualche parte. Nulla, punto</emph> ecc.</p>
<p>Di QUALITÀ, e di MODO. <emph>Bene, meglio, benissimo, ottimamente. Piuttosto, più presto, avanti, innanzi, anzi, prima</emph>, che s'usan tutti nel medesimo senso, e significan preferenza di una cosa ad un'altra. <emph>Male</emph> (che significa anche “difficilmente”, come <emph>mal si può uscire da questo impaccio</emph>), <emph>malamente, peggio, malissimo, pessimamente. Come, siccome, a modo di, a foggia di, a guisa di, a maniera di. Così, similmente, parimente, medesimamente, egualmente, al paro. Altrimenti, o altramente, diversamente, differentemente. All'incontro, al contrario, all'opposto, per lo contrario. Volentieri, di buon grado, di buona voglia. Mal volentieri, di mala voglia, a mal grado. Ad onta, a dispetto. A posta, a bello studio, avvertitamente, di proposito, espressamente. A senno, a talento, a capriccio, a sua posta, a suo genio, a sua fantasia. In balìa</emph>, o <emph>alla balìa. In palese, in pubblico, palesemente, pubblicamente, all'aperto, alla scoperta. Di nascosto, di soppiatto, nascostamente, celatamente</emph>.</p>
<space rend="stacco-narrativo"/>
<p>Oltre agli avverbj qui riferiti, ve n'hanno infiniti altri, che si formano col dare agli aggettivi la terminazione in <emph>-mente</emph>, come <emph>dottamente, prudentemente</emph> ecc., e hanno anch'essi i loro comparativi che si fanno coll'aggiugnervi <emph>più</emph>, o <emph>meno</emph>, trattine <emph>meglio</emph>, e <emph>peggio</emph>, che sono comparativi per sé stessi di <emph>bene</emph>, e <emph>male</emph>; hanno i superlativi, che si formano col terminarli in <emph>-issimamente</emph>, come <emph>dottissimamente, prudentissimamente</emph>. Alcuni hanno usato talvolta, seguendo due avverbj terminati in <emph>-mente</emph>, di troncare il primo, dicendo <emph>chiara, e distintamente, prudente, e giudiziosamente</emph> invece di <emph>chiaramente</emph>, e <emph>prudentemente</emph>. Ma dai buoni scrittori quest'uso non è seguito, se non quando l'avverbio troncato ha senso avverbiale da sé medesimo, come <emph>prima, e principalmente</emph>; <emph>forte, e vigorosamente</emph>, ove <emph>prima</emph>, e <emph>forte</emph> equivalgon da sé a <emph>primamente</emph>, e <emph>fortemente</emph>.</p>
</div3>
</div2>
<div2>
<head>Capo II.</head>
<argument><p><hi rend="italic">Della preposizione</hi>.</p></argument>

<p>Ogni relazione, siccome esprime il paragone, che si fa tra due cose, così contiene due termini. La cosa, che si paragona ad un'altra si chiama il <emph>primo termine</emph> della relazione, la cosa con cui si fa il paragone si chiama il <emph>secondo termine</emph>. Così in questa proposizione <emph>Pietro è con Paolo</emph>, <emph>Pietro</emph> è il primo termine, <emph>Paolo</emph> il secondo, e la preposizione <emph>con</emph> esprime la relazione di compagnia, che il primo termine ha col secondo.</p>
<p>Le preposizioni significan talvolta da sé sole la relazione che passa fra due cose, come fa la preposizione <emph>con</emph> nell'esempio precedente, e allora il loro senso può chiamarsi <emph>significativo</emph>: ma talvolta non fanno che indicare il secondo termine d'una relazione già espressa da altre parole, e il loro senso può dirsi allora <emph>indicativo</emph>. Così in questa proposizione <emph>Pietro è simile a Paolo</emph>, la relazione di simiglianza è espressa dall'aggettivo <emph>simile</emph>, e la preposizione <emph>a</emph>, non fa che accennare esser <emph>Paolo</emph> il secondo termine, con cui <emph>Pietro</emph> ha questa relazione. Noi tratteremo qui delle varie relazioni, che le preposizioni possono esprimere da sé medesime con senso significativo, riserbandoci a parlare nel cap[o] 1 della quarta parte dei casi in cui non hanno che il senso indicativo, e in cui la relazione è significata o dall'attributo contenuto nel verbo, o da un aggettivo. <emph>IN</emph>. La preposizione <emph>in</emph> significa propriamente la relazione di esistenza in un luogo, o in un tempo, o in uno stato determinato, come <emph>Gesù Cristo è nato in Betlemme nell'anno quattro mille dopo la creazione del mondo, mentre questo era tutto in piena pace</emph>, cioè “in uno stato di piena pace”. E perché le varie passioni diversamente modificano lo stato dell'animo nostro, perciò si dice essere <emph>in collera, in giubbilo, in afflizione</emph>, cioè “nello stato di collera, di giubbilo, di afflizione”. Similmente perché le vesti sono come il luogo contiguo al nostro corpo, si dice ancora <emph>essere</emph> <emph>in toga, in farsetto</emph> ecc. <emph>A</emph>. La preposizione <emph>a</emph> significa anch'essa la relazione di esistenza, ma in una maniera, meno determinata, sicché si comprendono anche i luoghi, e i tempi vicini. Laonde <emph>io sono in Parma</emph> per esempio vuol dire ch'io sono propriamente dentro alle mura di Parma: ma <emph>il</emph> <emph>tale è a Roma</emph> significa, ch'egli si trova o dentro Roma, o ne' suoi contorni. Così <emph>nel mezzo dì</emph> significa quel momento preciso, che divide il giorno in due parti eguali: e <emph>a mezzo dì</emph> non determina quel momento precisamente, ma indica o quel momento stesso, o un tempo ad esso vicino. Così pure essere <emph>al mezzo, al sommo, all'imo</emph> voglion dire “verso il mezzo, il sommo, o l'imo”. Questa preposizione serve ancora ad esprimere varie di quelle modificazioni, che può avere l'esistenza di un oggetto. Quindi si dice <emph>una</emph> <emph>nave</emph> <emph>a vela</emph>, o <emph>a remi</emph>, <emph>un</emph> <emph>orologio</emph> <emph>a molla</emph>, o <emph>a pendolo</emph>, una <emph>veste</emph> <emph>a fiori</emph>, o <emph>a liste, all'orientale</emph>, o <emph>all'oltramontana</emph>. E si dice pure <emph>stare</emph> <emph>a capo chino, a mani giunte, a occhi chiusi</emph>, <emph>star</emph> <emph>bene</emph>, o <emph>male</emph> <emph>ad arnese</emph>, o <emph>a danari</emph>. S'adopera anche qualche volta per esprimere simiglianza: ma vi si sottintende l'aggettivo <emph>simile</emph>, come nel Boccaccio gior[nata] 9, nov[ella] 5: «<quote>Cotesti tuoi denti fatti a bischeri</quote>», cioè “simili ai bischeri”. Tanto l'<emph>a</emph>, quanto l'<emph>in</emph> indicano coi verbi di moto a luogo il termine, a cui il moto è diretto: ma <emph>andare</emph> <emph>a casa</emph> vuol dir “verso casa”, e <emph>in casa</emph> significa “dentro la casa”. Invece di <emph>a</emph> in alcuni casi s'adopera <emph>da</emph>, e ciò accade principalmente quando il termine, a cui il moto è diretto, è un nome personale, un pronome, o un nome proprio, come nel Boccaccio gior[nata] 2, nov[ella] 10: «<quote>Vi menerò da lei</quote>».</p>
<p>L'<emph>a</emph> a rincontro qualche volta si usa in vece della preposizione <emph>da</emph>, come nel Boccaccio gior[nata] 2, nov[ella] 6: «<quote>Amenduni li fece pigliare a tre suoi servidori</quote>»; e gior[nata] 3, nov[ella] 10: «<quote>udendo a molti commendare la cristiana fede</quote>»; e ciò si fa appunto quando in una proposizione vi sono i verbi <emph>fare, udire, vedere</emph>, seguiti da un infinito, che benché espresso attivamente viene a prendere una significazione passiva. Infatti <emph>li fece pigliare</emph> è lo stesso, che <emph>fece, che fosser pigliati</emph>; e <emph>udendo a molti commendare</emph> è lo stesso, che <emph>udendo essere commendata da molti</emph>. Qualche volta l'<emph>a</emph> si adopera anche invece della preposizione <emph>con</emph>, come nel Boccaccio medesimo: «<quote>Nutricato a latte d'asina</quote>». Nel Boccaccio si trova pure usata invece di <emph>per</emph>, come gior[nata] 10, nov[ella] 8: «<quote>l'avrebbe egli a sé amata piuttosto, che a te</quote>»; ma questa è un'imitazione del dativo, che adoperavasi dai Latini nel medesimo senso, a cui ora si sostituisce comunemente la preposizione <emph>per</emph>.</p>
<p><hi rend="italic">CON</hi> esprime la relazione di compagnia; e perché gli stromenti, de' quali ci serviamo nelle nostre operazioni ci sono in esse come compagni, perciò si dice ancora <emph>lavorar</emph> <emph>colla lima, col pennello, collo scarpello</emph> ecc. Medesimamente fare una cosa <emph>con piacere</emph>, o <emph>con dolore, con facilità</emph>, o <emph>con difficoltà, con destrezza, con buon garbo</emph> ecc., significa, che il piacere, il dolore ecc., ci sono come compagni nell'azione. Coi nomi personali il <emph>con</emph> si può incorporare in una sola parola, e dire <emph>meco, teco, seco, nosco, vosco</emph>, (benché i due ultimi sono piuttosto del verso), e si può anche tuttavia replicare il <emph>con</emph> dicendo <emph>con meco, con teco</emph> ecc.</p>
<p><hi rend="italic">SENZA</hi> esprime la privazione di compagnia, e di stromento, e s'adopera o sola, o colla preposizione <emph>di</emph>, come <emph>senza voi</emph>, e <emph>senza di voi</emph>, sottintendendo <emph>la compagnia di voi</emph>. S'adopera anche in significato di <emph>oltre</emph>, come nel Boccaccio gior[nata] 5, nov[ella] 9: «<quote>Signor mio, senza le vostre parole, m'hanno gli effetti assai dimostrato della vostra benivolenza</quote>». Ma è chiaro, che si sottintende <emph>senza mentovare</emph>, o <emph>annoverare</emph> le vostre parole tra le dimostrazioni di benivolenza, cioè anche lasciando queste da parte.</p>
<p><hi rend="italic">PER</hi> ha varj significati. Esprime primieramente l'esistenza di un oggetto non fissa, ma variabile in un certo spazio, come <emph>essere per l'Europa, essere per l'oceano</emph>, cioè ora in un luogo, ora in un altro dell'Europa, o dell'oceano; e s'adopera anche per accennar varj luoghi, in cui avvenga una cosa medesima, come nel Boccaccio intr[oduzione]: «<quote>Per le sparte ville, e per gli campi, e per gli loro colti, e per le case di dì, e di notte morieno</quote>».</p>
<p>Significa la cagione, che ci muove a fare una cosa, e il fine, per cui si fa, come <emph>tacer per vergogna, lavorar per guadagno</emph>.</p>
<p>Dinota il mezzo di avere qualche cosa, come <emph>egli ha ciò ottenuto per l'intercessione, per l'opera, per le preghiere vostre</emph>, cioè “per mezzo dell'intercessione” ecc.</p>
<p>Si dice <emph>guidar per mano, prendere per un braccio, tirar pe' capegli</emph>, affine di indicare in che parte sopra di un altro tali azioni si esercitino.</p>
<p>S'usa come il <foreign lang="lat" rend="italic">pro</foreign> dei Latini per significare “a favore”, “a nome”, “in vece”. Come <emph>io parlerò per voi</emph>, che vuol dire tanto “a favor vostro”, come “a vostro nome”, e “in vostra vece”.</p>
<p>Significa distribuzione, come <emph>tanto per giorno, tanto per testa</emph> ecc.</p>
<p>Significa l'essere in procinto di far qualche cosa, come <emph>sta per partire, per morire, per affogare</emph> ecc.</p>
<p>Esprime durazione, o continuazione, come <emph>correre per un miglio</emph>; <emph>faticare per tutto un giorno</emph>.</p>
<p>Accenna il mezzo, o il canto dell'origine, e della discendenza di uno, come <emph>egli per padre discende dalla tale famiglia, per madre dalla tal altra</emph>. S'adopera in vece della preposizione <emph>da</emph>, specialmente coi passivi, come <emph>quello, che per me si può fare</emph>. Equivale a <emph>come</emph>, e <emph>a proporzione</emph>, per esempio <emph>tener per fermo, creder per vero</emph>, cioè “come fermo”, “come vero”: <emph>il tale per giovine è assai prudente</emph>, o <emph>per l'età sua è assai grande</emph>, cioè “a proporzione dell'esser giovine, o della sua età”. Ha forza talvolta di <emph>benché</emph>, e di <emph>non ostante che</emph>: come <emph>per molto pregare</emph>, o <emph>per molto che pregasse</emph>, o <emph>per molto pregar che facesse, non l'ottenne</emph>, cioè “benché molto pregasse”, o “non ostante che molto pregasse”. Gli si sottintende spesso <emph>amore, intercessione, opera, servigio, timore, riguardo</emph>, come <emph>il fo per voi, altrimenti io nol farei</emph>, cioè “per amor vostro”, “in grazia vostra”, “per vostro riguardo”; <emph>per me è cosa troppo faticosa</emph>, cioè “rispetto a me”, “per riguardo a me”; <emph>pel castigo se ne trattiene</emph>, cioè “per timor del castigo”. E s'adopera nelle preghiere, e nei giuramenti per esprimer l'oggetto in grazia di cui la persona pregata si debba movere; ovvero l'oggetto, che si chiama per testimonio, e mallevadore della verità di ciò, che si giura. <emph>DA</emph> significa dipendenza di una cosa da un'altra, e s'accompagna col nome da cui la cosa dipende, o ne dipenda come da principio, ond'esce, e deriva, o come da cagione, ond'è prodotta. Perciò si dice <emph>Cino da Pistoja, Rafaello da Urbino</emph>, per significare, che essi hanno tratto la loro origine da Pistoja, e da Urbino: perciò in tutte le proposizioni di senso passivo il soggetto, da cui l'azione sopra l'oggetto deriva, o è prodotta, s'unisce con questa preposizione; come <emph>Cartagine fu fabbricata da Didone, e distrutta da Scipione</emph>: perciò finalmente tutti i verbi o transitivi, o intransitivi, che dinotano origine, o dipendenza di qualunque maniera, come <emph>nascere, scaturire, provenire</emph> ecc., da questa preposizione vogliono accompagnato il nome, da cui viene l'origine, o la dipendenza: ma la preposizione in questi due ultimi casi non ha che il senso indicativo, e noi ne parleremo più ampiamente nel cap[o] 1 della quarta par[te]. Con questo senso medesimo, ove sia qualche verbo, o qualche aggettivo, che esprima <emph>separazione, dissomiglianza, partenza, allontanamento</emph>, ella s'adopera per indicare il secondo termine di tali relazioni, e di ciò pure tratteremo distintamente al luogo medesimo.</p>
<p>Ma con senso significativo oltre alla dipendenza questa preposizione esprime altresì <emph>attitudine, abilità, convenevolezza, necessità, importanza</emph>, come <emph>egli non è terreno da viti</emph>, cioè “acconcio alle viti”, <emph>egli è uomo da ciò</emph>, cioè “abile a ciò fare”, <emph>egli opera da uomo onesto</emph>, cioè “come ad uomo onesto conviene”; <emph>non era da farne tanto schiamazzo</emph>, cioè “non si dovea, non importava, non era mestieri farne tanto schiamazzo”. Così si dice <emph>esser da bene, esser da poco, da molto, da più, da meno, da troppo, da nulla, da tanto</emph>, cioè “esser atto a poco, a molto” ecc. Nelle asserzioni si dice <emph>da galantuomo, da cavaliere, da uomo onesto</emph>, cioè “sulla fede di galantuomo” ecc. Si dice pure <emph>vi è da cena, da desinare, da dormire</emph>, cioè quanto si richiede alla cena, al desinare, al dormire. S'adopera parlandosi d'un numero dubbioso nel significato di “circa”, come <emph>vi eran da venti persone, sono da dieci giorni</emph>.</p>
<p>Coi nomi personali significa una, o più persone sole, senza altrui compagnia, come <emph>egli sta da sé</emph>. E in questo caso vi s'aggiunge anche il <emph>per</emph>, come <emph>egli sta da per sé</emph>.</p>
<p><emph>Io sono passato da casa vostra</emph> vuol dire “innanzi alla casa vostra”, <emph>son passato da Bologna, da Modena</emph>, vuol dire “per Bologna”, “per Modena”. Quelle espressioni de' poeti <emph>dalle bionde chiome, dagli occhi neri</emph>, ecc., significan “avente le chiome bionde”, e “gli occhi neri”. <emph>Da giovane, da vecchio</emph> significan “mentre uno è, o era giovane, o vecchio”.</p>
<p><emph>INFRA, INTRA, FRA</emph>, e <emph>TRA</emph> esprimono l'esistenza di una cosa in mezzo ad una, o più altre. Quindi si dice <emph>stare fra 'l timore, e la speme</emph>, cioè “in mezzo a questi due affetti”; <emph>dir fra sé</emph>, o <emph>fra suo cuore</emph>, cioè “dentro di sé”, “dentro al suo cuore”; <emph>incontrare uno tra via</emph>, cioè “per la via”, o “in mezzo alla via”, <emph>innoltrarsi fra 'l mare, fra 'l bosco, fra l'isola</emph>, cioè “dentro”, o “in mezzo al mare, al bosco, all'isola”; <emph>v'ha uno fra gli altri</emph>, cioè “in mezzo agli altri”, “nel numero degli altri”; <emph>tra questo e quello non so qual sia il migliore</emph>, cioè “io sto sospeso in mezzo all'una, e all'altra delle due cose, e non so decidere qual sia la migliore”. <emph>Verrò fra tre giorni</emph>, cioè “dentro allo spazio di tre giorni”. Qualche volta si aggiunge anche la preposizione <emph>di</emph>, come <emph>fra di noi</emph>, cioè “nel mezzo”, o “nel numero di noi”.</p>
<p>Nelle enumerazioni ha lo stesso significato che <emph>parte, parte</emph>, come nel Boccaccio gior[nata] 8, nov[ella] 6: «<quote>Ragunata adunque una buona brigata tra di giovani fiorentini, che per la villa erano, e di lavoratori disse Bruno ecc.</quote>», cioè “parte di giovani fiorentini, e parte di lavoratori”. <emph>DI</emph>. Un nome accompagnato dalla preposizione <emph>di</emph>, siccome abbiamo già detto nei capi 5, e 6 della prima parte, equivale al genitivo dei Latini, e come questo serve ad esprimere qualche qualificazione, o determinazione di un sostantivo universale in quel modo, che si esprimerebbe con un aggettivo; così diffatti tanto vale il dire <emph>la guerra di Troja, i consoli di Roma, il mar di Toscana, l'orazioni di Cicerone, le colonne di marmo</emph>, come <emph>la guerra trojana, i consoli romani, il mar toscano, l'orazioni ciceroniane, le colonne marmoree</emph>.</p>
<p>Fuori di quest'uso la preposizione <emph>di</emph>, non ne ha nessun altro, né può servir per sé stessa ad esprimere alcuna relazione particolare. Egli è ben vero che molte volte si adopera ellitticamente, e sembra corrispondere al significato di varie altre preposizioni come <emph>a, da, in, per, con, tra</emph>; ma queste preposizioni sempre vi si sottintendono insieme con un sostantivo, a cui il <emph>di</emph> si riferisce. Infatti <emph>aver invidia di uno</emph> significa “alla fortuna di uno”; <emph>partir di Parma</emph> vale “dalla città di Parma”; <emph>esser nato del tal anno</emph> vuol dire “nel corso del tal anno”; <emph>morir di tant'anni</emph> significa “nell'età di tanti anni”; <emph>esser di guardia</emph>, o <emph>di servigio</emph> corrisponde a “essere nello stato o nella occupazione di guardia”, o “di servigio”; <emph>esser di noja</emph>, o <emph>di piacere</emph> vuol dire “esser cagione di noja”, o “di piacere”; <emph>lagrimar d'allegrezza</emph> è lo stesso, che “per cagione di allegrezza”; <emph>ferir di saetta</emph>, vuol dire “con un colpo di saetta”; <emph>uno, alcuno, ciascuno, ognuno, niuno, chi, quale, qualunque, il primo, il secondo</emph> ecc. <emph>di voi</emph>, o <emph>di noi</emph>, significa “tra 'l numero di voi”, o “di noi”.</p>
<p>Le voci <emph>tanto, quanto, alquanto, poco, molto, più, meno, assai, guari, troppo</emph> si pongono spesse volte assolutamente, e il sostantivo, con cui dovrebbero accordarsi si accompagna colla preposizione <emph>di</emph>, ma vi si sottintende sempre un altro sostantivo; così <emph>ho tanto, quanto</emph> ecc., <emph>più, meno</emph> ecc., <emph>di tempo</emph>, equivale a “tanto, quanto, più, meno spazio di tempo”. Quando il <emph>più</emph>, e <emph>meno</emph> servono a formare i comparativi, alla preposizione <emph>di</emph> si sottintende manifestamente <emph>a paragone</emph>, o <emph>a confronto</emph>; onde <emph>il tale è più</emph>, o <emph>men grande di me</emph>, significa “a confronto”, o “a paragone di me”. Anche con tutti i verbi transitivi, o intransitivi, che diconsi reggere un genitivo dopo di sé, cioè un nome preceduto dalla preposizione <emph>di</emph>, a lei sempre si sottintende un sostantivo universale, come altrove vedremo. Questa preposizione talvolta si tace, come <emph>a casa il medico, a porta S. Gallo, la Dio mercé</emph>, e come abbiam già notato nel capo ultimo della prima parte usarsi frequentemente innanzi ai pronomi <emph>costui, costei, costoro, colui, colei, coloro, cui</emph>, e <emph>altrui</emph>.</p>
<p>Unita cogli aggettivi, o coi sostantivi, ella serve a formare moltissimi de' modi avverbiali, come <emph>di necessità, di forza, di subito, di nuovo, di nascosto</emph> ecc. che significano “necessariamente”, “forzatamente”, “subitamente”, “nuovamente”, “nascostamente”.</p>
<p>Le riferite fin qui sono le sole vere preposizioni, che noi abbiamo. Da alcuni gramatici si pongono in questo numero moltissime altre voci, come <emph>dentro, entro, fuora, fuori</emph>, e in verso <emph>fuore, sopra, su, sotto, presso, appresso, vicino, lungi, lontano, discosto, rasente, lungo, verso, inverso, fino, infino, sino, insino, circa, oltre, avanti</emph>, o <emph>davanti, innanzi, dinanzi, anzi, prima</emph>, o <emph>pria, dietro, dopo, contro, contra, giusta, giusto, secondo, eccetto, salvo, fuori, infuori, quanto</emph>. Ma tra queste alcune son aggettivi, come <emph>vicino, lontano, discosto, eccetto, salvo</emph>; altre sono avverbj, equivalendo ad una preposizione, e ad un nome, come <emph>dentro, fuori, sopra, sotto</emph>, ecc.</p>
<p>Essi le chiamano avverbj, quando non reggono alcun nome, e quando reggono un nome le chiamano preposizioni. Ma i nomi non sono mai retti da loro; son retti sempre da una vera preposizione sovvente espressa, e talora sottintesa. Diffatti, <emph>dentro, entro, sopra, sotto, appresso, presso, vicino, verso, inverso, circa, avanti, davanti, anzi, innanzi, dinanzi, dietro, dopo, contro, contra</emph> sono seguiti ordinariamente dalle preposizioni <emph>di</emph>, o <emph>a</emph>, come <emph>dentro della</emph>, o <emph>alla casa, sapra del colle</emph>, o <emph>al colle</emph>. <emph>Fuora, fuori, prima</emph> dalla preposizione <emph>di</emph>, come <emph>fuori di città, prima di giorno. Lungi</emph>, e <emph>lontano</emph> dalle preposizioni <emph>di, da</emph>, e talvolta anche <emph>a</emph>, come <emph>lungi di qui, lungi da Roma, lungi ai rumori. Fino, infino, sino, insino</emph> dalle preposizioni <emph>da</emph>, o <emph>a</emph> secondo che il verbo esprime avvicinamento, o allontanamento da qualche termine, come <emph>è giunto fino a Napoli</emph>; <emph>è venuto fin dall'America. Oltre, lungo, rasente</emph>, e <emph>quanto</emph> dalla preposizione <emph>a</emph>, come <emph>oltre a ciò, oltre a tutto il resto</emph>; <emph>quanto a me, quanto all'ufficio mio</emph>; e nel Boccaccio gior[nata] 7, in fine: «<quote>lungo al pelaghetto</quote>»; e in Franco Sacchetti nov[ella] 129: «<quote>rasente a quella pentola</quote>». Se <emph>eccetto</emph>, e <emph>salvo</emph> non si accompagnano mai con alcuna preposizione, egli è perché sono aggettivi, che uniti coi sostantivi formano quello, che dai gramatici, si chiama <emph>ablativo assoluto</emph>, sicché <emph>tutti vennero</emph>, per esempio, <emph>salvo</emph>, o <emph>eccetto un solo</emph> è lo stesso, che “eccettuato un solo”, cioè “essendone eccettuato un solo”.</p>
</div2>
<div2>
<head>Capo III.</head>
<argument><p><hi rend="italic">Delle congiunzioni</hi>.</p></argument>

<p>Le congiunzioni, come abbiam detto, servono ad unire le proposizioni una coll'altra, ossia ad indicare le relazioni, o connessioni, che queste aver possono fra di loro. Or le proposizioni altre sono <emph>assolute</emph>, altre <emph>relative</emph>. Le prime son quelle, che stanno da sé nel discorso, e non dipendono da niun'altra. Elle contengono sempre un verbo di modo assoluto, o dimostrativo, come <emph>la luna non influisce sui vegetabili</emph>; <emph>le stelle non hanno alcun influsso su gli uomini</emph>. Le relative son quelle, che ad un'altra proposizione si riferiscono; e in questo numero entrano ancor le <emph>incidenti</emph>, le quali, come abbiamo veduto nel capo ultimo della prima parte, non istan mai da sé, ma sempre si riferiscono ad un nome, di cui esprimono qualche qualificazione alla maniera che fan gli aggettivi, e formano una parte della proposizion principale, in cui cadono. Delle proposizioni relative alcune dipendono da una assoluta, e chiamare si possono col solo nome di <emph>dipendenti</emph>, altre dipendono scambievolmente l'una dall'altra, e si possono dire <emph>subordinate</emph>. Così dicendo <emph>non sono venuto a trovarvi, perché le mie brighe non me l'hanno permesso</emph>, la prima proposizione è assoluta, la seconda dipendente; ma dicendo <emph>se le mie brighe me lo avessero permesso, sarei venuto ben volentieri a trovarvi</emph>, sono amendue subordinate, perché dipendono amendue scambievolmente una dall'altra, e una senza dell'altra non può far senso compiuto.</p>
<p>Quando in due, o più proposizioni successive, siano elleno assolute, o dipendenti, o subordinate, o incidenti, è comune il soggetto, o il verbo, o l'attributo, o qualche altra parte, ciò che v'ha di comune può tralasciarsi. Così in queste proposizioni: <emph>Cicerone fu filosofo, Cicerone fu oratore, Cicerone fu anche uno de' migliori poeti dell'età sua</emph>, comuni sono il soggetto, ed il verbo: potremo dunque formarne una sola proposizione lasciando la ripetizione del soggetto e del verbo, e unendo insieme i tre attributi col dire <emph>Cicerone fu filosofo, oratore, ed anche uno de' migliori poeti dell'età sua</emph>. La congiunzione <emph>e</emph> si chiama <emph>copulativa</emph> perché serve a congiungere quelle proposizioni che fra di loro convengono, lasciando ciò, che hanno di comune. Qualche volta però non fa l'ufficio di congiunzione, ma serve, principalmente ne' sensi interrogativi, a dar maggior forza al discorso, come: «E fino a quando vorrai tu pure, o Catilina, abusarti della nostra sofferenza?». Le voci <emph>anzi, di più, inoltre, oltracciò, oltreché, parimente, similmente, medesimamente, senzaché, altresì, anche, ancora, pure, puranche, puranco, anco, eziandio</emph>, che per sé sono avverbj, o modi avverbiali si adopran anche per esprimere aggiungimento di qualche cosa alle già dette, e allora chiamansi congiunzioni <emph>aggiuntive</emph>. Notisi che il <emph>pure</emph> in significato d'<emph>ancora</emph> non si può mettere al principio della proposizione, ma deve essere preceduto da qualche altra parola, come <emph>egli pure vi fu</emph>, non <emph>pure egli vi fu</emph>, che significherebbe “nondimeno”. <emph>Né, nemmeno, neppure, neanche, nemmanco</emph> s'appellano congiunzioni <emph>negative</emph>, perché servon sempre ad unire le proposizioni negative. Anticamente il <emph>né</emph> si usò qualche volta anche in significato di “o”, o di “e”, come nel Petrarca canz[one] 40:</p>
<p>Anzi la voce al mio nome rischiari, Se gli occhi suoi ti fur dolci, né cari. <emph>O, ovvero, oppure, ossia, o veramente</emph> si chiamano <emph>disgiuntive</emph>, perché separano le proposizioni una dall'altra, dichiarando di varie cose una sola doversi ammettere, o una sola esser vera. Perciò si adoprano quando di più cose si propone a sceglierne alcuna, come <emph>prendetevi questo, o quello a piacer vostro</emph>; si usano in quelle argomentazioni, che dai dialettici si chiaman <emph>dilemmi</emph>, come <emph>conviene o vincere, o morire</emph>; servono ad esprimere i nostri dubbj su la verità delle cose, e la nostra irrisoluzione su la loro scelta, ma in questi casi la prima proposizione vuol essere preceduta dal <emph>se</emph>, e la seconda dall'<emph>o</emph>, che corrispondono all'<foreign lang="lat" rend="italic">utrum, an</foreign> dei Latini, come <emph>non so se ciò sia vero, o falso</emph>; <emph>non so se mi scelga questo, o quello</emph>. Alcune volte lascian d'essere disgiuntive, e si usan anzi per esprimere che due termini han lo stesso significato, come <emph>la filosofia, ossia l'amore della sapienza</emph>. In questo senso l'<emph>ossia</emph> è quel che s'adopera più di frequente.</p>
<p>Il <emph>né</emph> si replica ordinariamente innanzi a tutte le voci, a cui conviene la medesima negazione, come <emph>non vi furono né l'uno, né l'altro</emph>. Il replicar nel medesimo modo l'<emph>o</emph>, e l'<emph>e</emph> suol dare al discorso un non so che di maggior forza, ed energia. Infatti <emph>conviene vincere, o morire</emph> ha assai meno di nerbo, che <emph>conviene o vincere, o morire</emph>; e il dire <emph>fu egli famoso e per pietà, e per dottrina</emph> dà maggior vigore all'asserzione, che il dire semplicemente <emph>fu egli famoso per pietà, e per dottrina</emph>. In vece dei due <emph>e</emph>, al medesimo uso s'adoprano le altre seguenti congiunzioni: <emph>sì, sì</emph>; <emph>sì, che</emph>; <emph>sì</emph>, o <emph>così, come</emph>; <emph>tanto, quanto</emph> ecc., come: <emph>sì per la sua pietà, che</emph> o <emph>come per la sua dottrina, sì per l'azioni gloriose, che ha fatto, sì per gli scritti dottissimi, che ne ha lasciato, egli è meritamente celebrato da tutti</emph>.</p>
<p>Quando le voci, che insieme debbonsi unire son più di due l'<emph>e</emph>, e l'<emph>o</emph> non si danno per lo più che all'ultima; quantunque il ripeterle innanzi a tutte suol qualche volta accrescere maggior vaghezza al discorso; così il Casa nell'orazione a Carlo V: «<quote>Al vostro altissimo grado si conviene, che ciò che procede da voi, sia non solamente lecito, e conceduto, ed approvato, ma magnanimo insieme, e commendato, ed ammirato</quote>». <emph>Cioè, vale a dire, cioè a dire</emph> sono congiunzioni, che s'usano quando s'hanno a dichiarare le cose dette, e perciò chiamansi <emph>dichiarative</emph>. <emph>Appresso, dopo, indi, quindi, quinci, poi, poscia, di poi</emph> sono avverbj, come abbiam detto, che indicano la successione di una cosa ad un'altra, o di un tempo ad un altro, ma entrano anch'essi nel numero delle congiunzioni, perché uniscono le preposizioni, con cui sì fatte successioni si sogliono esprimere. <emph>Finalmente</emph>, e <emph>per utlimo</emph> si adoprano quando dopo l'enumerazione di varie cose hassi a riferir l'ultima; e <emph>in</emph> <emph>somma</emph> quando le cose esposte precedentemente si voglion mettere in fine in un sol punto di vista, racchiudendole tutte in una sola proposizione; così dopo enumerate le delizie di qualche luogo potremo dire: <emph>in somma pare, che la natura, e l'arte gareggino nell'abbellirlo. Eccetto, salvo, trattone, toltone, fuorché, fuori di</emph> esprimono le eccezioni come nell'esempio, di sopra arrecato: <emph>tutti v'erano eccetto, salvo, trattone, toltone, fuori di un solo</emph>. Se la proposizione è negativa, l'eccezione si indica col <emph>che, se non</emph>, o <emph>se non se</emph>, come <emph>non mancava che egli solo, se non egli solo, se non se egli solo</emph>. Quando l'eccezione si deve esporre in una proposizione distinta, le congiunzioni sono <emph>eccettoché, salvoché, se non che</emph>. Per esempio <emph>egli potea chiamarsi felice appieno; se non che un pensiero talvolta lo amareggiava, ed era</emph> ecc.; <emph>a tutto si arrese, salvoché</emph>, o <emph>eccettoché non volle</emph> ecc.</p>
<p>Le congiunzioni fin qui riferite valgono a connettere principalmente le proposizioni assolute. Quanto alle dipendenti, elle posson dipendere da una assoluta o come ragioni, o come conseguenze. Imperocché alcune volte si propone innanzi ciò, che hassi a provare, e quindi si soggiungono le ragioni, altre volte da una proposizione o evidente per sé, o già abbastanza provata si trae una conseguenza. Nel primo caso s'adoprano le congiunzioni <emph>perché, poiché, posciaché, imperocché, imperciocché, perciocché, perocché, conciossiaché, conciossiacosaché, che</emph> (sottintendendovi <emph>perciò</emph>), <emph>avvegnaché, mercecché, mentre, stanteché, concioffosseché, concioffossecosaché</emph>: ma le due ultime or son maniere affettate, <emph>avvegnaché</emph>, si usa piuttosto in senso di “quantunque”, e <emph>mercecché, mentre, stanteché</emph>, non son di buon uso. Nel secondo caso si adoprano le congiunzioni <emph>dunque, adunque, il perché, per il che, perché, però, perciò, per questo, onde, laonde, pertanto, per la qual cosa, quindi, imperò</emph>. Ma <emph>imperò</emph>, e <emph>perché</emph> sono andate in disuso; <emph>per il che</emph> è più approvato, che <emph>per lo che</emph>, e <emph>adunque</emph> ama di esser posto non al principio della proposizione, ma dopo qualche parola. <emph>Dimanieraché, dimodoché, sicché, cosicché, talché, tantoché, intantoché</emph> servono anch'esse ad indicare una conseguenza, che si trae dalla proposizion precedente. Ma l'indican in una maniera più particolare. Perciocché mostrano tale essere la premessa, che la conseguenza ne viene necessariamente. Ciò si scopre più di leggieri quando queste congiunzioni si scompongono mettendo <emph>di maniera, di modo, sì, così</emph>, ecc. nella prima proposizione, e il <emph>che</emph> nella seconda, nel qual caso le due proposizioni diventano subordinate; come: <emph>egli è un uomo così onesto, e sincero, d'un cuor sì nobile, e generoso, sì manieroso, e piacevole</emph> ecc., <emph>che non può non essere da tutti apprezzato, ed amato</emph>.</p>
<p>L'ufficio della congiunzione <emph>ma</emph> è quel di mostrare la contrarietà, che passa fra due proposizioni; come <emph>gli empi posson parere felici talvolta, ma non già esserlo veramente</emph>. Queste proposizioni così esposte sono assolute amendue: ma se nella prima si pone un <emph>bene</emph>, o <emph>bensì</emph>, dicendo <emph>posson parere bensì</emph>, o <emph>possono ben parere felici, ma non già esserlo veramente</emph>, diventano subordinate. La contrarietà delle due proposizioni apparisce vie più quando nella prima si nega una delle due cose, ponendovi il <emph>non</emph>, o <emph>non già</emph>, e si afferma la contraria nella seconda, come <emph>ei si mostra riconciliato col suo nemico, non perché abbia deposto l'odio veramente, ma perché aspetta l'occasione di poterlo sfogare con più sicurezza</emph>. Anche in questo caso le due proposizioni sono subordinate; e tali sono puranco quando il <emph>ma</emph> è correlativo di <emph>non solo</emph>: ma allora in vece di significare contrarietà, significa anzi accrescimento alle cose precedenti, come <emph>il suo nome è celebre non solo in Italia, ma in tutta l'Europa</emph>.</p>
<p><emph>In vece, in luogo, in cambio</emph> esprimono anch'esse contrarietà, ed hanno l'<emph>anzi</emph> per correlativo, come: <emph>l'acquisto continuo di nuove ricchezze in vece di saziar finalmente l'ingorde brame di un avaro, le accende anzi sempre più</emph>. La contrarietà fra le cose espresse da due proposizioni è spesse volte apparente soltanto. Or ella in tal caso suole accennarsi nella prima proposizione premettendovi le congiunzioni <emph>quantunque, sebbene, benché, comeché, avvegnaché, contuttoché, ancorché</emph>, e si leva nella seconda colle congiunzioni <emph>pure, nondimeno, tuttavia, tuttavolta, contuttociò, ciò non ostante, ciò non di meno, ciò non pertanto, ciò nulla ostante, non pertanto, però</emph>; come: <emph>sebbene paja a prima vista la via della virtù esser aspra, e disastrosa; pure chi vi si incammina la trova ben presto amena, e dilettevole</emph>. Queste proposizioni come si vede sono anch'esse amendue subordinate, e la prima di loro vuol sempre il verbo al soggiuntivo, perché non fa che accennare la contrarietà, che tosto deve levarsi. Quando però il <emph>quantunque</emph>, e il <emph>benché</emph> non hanno per correlativi, il <emph>pure, nondimeno</emph> ecc. mandano il verbo piuttosto al dimostrativo, che al soggiuntivo, perché esprimono allora l'esistenza di una vera contrarietà; come <emph>voi potreste nel tale affare regolarvi in questo, o in quest'altro modo. Quantunque io temo, che ad ogni modo e' non vi possa riuscir bene</emph>. Subordinate son pure le proposizioni condizionali, quando contengono il soggiuntivo amendue; come <emph>se gli uomini si lasciassero trasportar meno a' lor desiderj disordinati, sarebbero più felici</emph>. Ma spesso la cosa che dee avvenire posta la condizione s'esprime in una maniera assoluta; come <emph>verrò da voi, se potrò</emph>; <emph>vengo, se il mi permettete</emph>. E in questi casi invece del <emph>se</emph> s'adoprano eziandio le congiunzioni <emph>purché, postoché, datoché, quando, dove</emph>, le quali voglion sempre il soggiuntivo; come <emph>verrò purché possa, quando possa, ove possa</emph> ecc. Due proposizioni subordinate esprimon talvolta l'elezion di una cosa in confronto d'un'altra, o la preferenza di una cosa ad un'altra. La proposizione in cui si contiene la cosa, che si preferisce ha allora le congiunzioni <emph>piuttosto, più presto, meglio, prima, anzi, innanzi</emph>, e l'altra ha per correlativo il <emph>che</emph>, o <emph>di quello che</emph>, e il verbo all'infinito, come <emph>qualunque cosa si deve soffrire piuttosto che mai commettere un'indegna azione</emph>. Due proposizioni subordinate altre volte esprimono la simiglianza, che passa fra due cose, e allora la prima proposizione ha le congiunzioni <emph>siccome, come</emph>, (non già <emph>comeché</emph>, che non ha altro significato, che quel di “quantunque”) <emph>in quel modo che, in quella maniera che, in quella guisa che</emph>, e la seconda ha per correlative le congiunzioni <emph>così, nello stesso modo, nella stessa maniera</emph> ecc. <emph>Siccome</emph> accenna spesse volte una proposizione certa, o probabile, e <emph>così</emph> una conseguenza, che se ne trae; e le due proposizioni contengono allora quella specie d'argomentazione, cha dai dialettici chiamasi <emph>entimema</emph>. Per esempio, <emph>siccome non v'ha oggetto più amabile dell'Autore supremo del nostro essere, così sopra d'ogni cosa egli deve per noi amarsi</emph>; che ridotto alla forma dialettica sarebbe: <emph>Non v'ha oggetto più amabile dell'Autore supremo del nostro essere. Dunque egli deve da noi amarsi sopra ogni cosa</emph>.</p>
<p>Finalmente con due proposizioni distinte noi abbiamo talvolta ad esprimere la successione di due cose avvenute una prima, e l'altra dopo. Ora di queste due o vogliamo considerare principalmente la cosa avvenuta innanzi, e le congiunzioni allora sono <emph>avantiché, primaché, innanziché, anziché</emph>: o principalmente la cosa avvenuta dopo, e le congiunzioni sono <emph>poiché, dappoiché, dacché, dopoché</emph>. Così diremo: <emph>Annibale fu sempre vittorioso contro i Romani primaché si abbandonasse alle delizie di Capua</emph>; <emph>Annibale dai Romani fu vinto, dopoché le delizie di Capua lo snervarono</emph>. Ma queste proposizioni si posson disporre eziandio in un modo contrario, dicendo: <emph>primaché Annibale si abbandonasse alle delizie di Capua fu sempre vittorioso contro i Romani. Dopoché le delizie di Capua lo snervarono dai Romani fu vinto</emph>. In questo caso nelle prime in vece di <emph>primaché si abbandonasse</emph> può dirsi ancora <emph>prima di abbandonarsi</emph>; nelle seconde io ho detto <emph>dopoché lo snervarono</emph> usando il perfetto indeterminato, ma è più regolare però l'usare il trapassato perfetto, dicendo <emph>dopoché l'ebbero snervato</emph>, poiché indica un'azione seguita innanzi ad un tempo di già passato e compiuto, qual è <emph>fu vinto</emph>. Anche in vece di <emph>dopoché</emph> può dirsi <emph>dopo di</emph> mettendo il verbo all'infinito, ma bisogna che questo sia retto da quel medesimo nome, che regge il verbo della seconda proposizione: e però in quest'esempio convien cangiarlo d'attivo in passivo dicendo: <emph>dopo d'essere stato snervato dalle delizie di Capua, Annibale dai Romani fu vinto</emph>. In cambio di <emph>poiché, dappoiché, dacché, dopoché</emph> si usan anche <emph>allorché, quando</emph>, e <emph>come</emph>; e questi vogliono costantemente il trapassato perfetto, come <emph>allorché fu snervato dalle delizie di Capua</emph> ecc.</p>
<p>Se la successione delle due cose è stata prossima l'una all'altra, si adopera <emph>tostoché</emph>; <emph>subito che</emph>; <emph>appena, che</emph>; <emph>come prima, così</emph>. Per esempio, <emph>subito che</emph>, o <emph>tostoché lo vide, corse ad abbracciarlo</emph>; o <emph>appena lo vide, che tosto corse ad abbracciarlo</emph>; o <emph>come prima lo vide, così corse subito ad abbracciarlo</emph>. <emph>Appena</emph>, e <emph>come prima</emph> star possono anche senza i correlativi <emph>che</emph>, e <emph>così</emph>, dicendo <emph>appena</emph>, o <emph>come prima lo vide corse ad abbracciarlo</emph>. Queste successioni spesso riguardano un tempo futuro. In tal caso <emph>primaché, avantiché, innanziché</emph> richiedono un soggiuntivo, dovendo egli accennare semplicemente la cosa, che dee succedere all'altra, come <emph>priaché venghiate sarà tutto pronto</emph>. <emph>Poiché, dopoché</emph> ecc. vogliono un futuro perfetto, dovendo egli esprimere l'avvenimento di una cosa innanzi ad un'altra, come <emph>dopoché avrò sbrigato gli affari, che ho per le mani, verrò a passare qualche giorno con voi. Tostoché, subito che, come prima</emph> ammettono e 'l futuro perfetto, e l'imperfetto, secondo che si vuole considerare o come finita la cosa, che deve precedere, o come contemporanea. Per esempio: <emph>tostoché verrà gli dirò quel che m'avete commesso</emph>; e <emph>subito che sarà giunto ve ne farò avvisato</emph>. <emph>Appena</emph> vuole ordinariamente il futuro perfetto, come <emph>appena fu giunto</emph>. <emph>Allorché, quando, come</emph> se corrispondono a “dopoché” richiedono il futuro perfetto, come <emph>quando avrò finito, verrò</emph>; se ad “in quel tempo che” l'imperfetto, accennando allora due cose, che seguir debbono nel medesimo tempo, come <emph>quando verrete troverete tutto disposto</emph>.</p>
</div2>
<div2>
<head>Capo IV.</head>
<argument><p><hi rend="italic">Dell'interposto</hi>.</p></argument>

<p>Gli interposti non sono per la più parte, che un'imitazione delle grida naturali, e quindi è, che assai più vivamente esprimono gli affetti dell'animo, che non farebbero le proposizioni a cui essi equivalgono. In vece degli interposti s'adoperano spesse volte alcuni nomi, verbi, e avverbj usati ellitticamente, che noi insieme con loro qui andremo enumerando, scorrendo pei varj affetti, che gli uni, e gli altri valgono a significare.</p>
<p>ALLEGREZZA. <emph>Oh</emph>, a cui se si unisce un nome personale, o un pronome dee porsi all'accusativo, come <emph>oh me avventuroso! oh lui beato!</emph>, non già <emph>oh io avventuroso</emph>, <emph>oh egli</emph> <emph>beato</emph>. <emph>Viva, evviva, bene, buono</emph>.</p>
<p>DOLORE. <emph>Ah, oh, ahi, ohi</emph>, e unendovi il primo nome personale <emph>ahimè, ohimè</emph>. Invece dell'accusativo ammetton essi eziandio il genitivo, e il dativo, come <emph>ahi meschino di me! ahi misero a me!</emph>. Quando v'han gli aggettivi <emph>beato, misero</emph> ecc., esprimenti la felicità, o la sciagura, che in noi cagionano l'allegrezza, o 'l dolore, gli interposti sovvente si ommettono, come <emph>me misero! felici voi!</emph> ecc. <emph>Lasso</emph>, che equivale a “misero” si usa ancora senza aggiugnervi il nome personale, o il pronome, come <emph>Lasso! che deggio io fare? Lasso! a che stato l'iniqua fortuna lo ha ridotto!</emph> cioè “lasso me”, “lasso lui”.</p>
<p>IRA, e DISPREZZO. <emph>Doh, oh, puh, guarda, guata, ve', oibò, via</emph>.</p>
<p>MINACCIA. <emph>Guai</emph>, e richiede il dativo, come <emph>guai a te, guai a voi</emph>.</p>
<p>MARAVIGLIA. <emph>Oh, doh, puh, poffare, viva 'l cielo, Dio buono</emph>.</p>
<p>DESIDERIO, e PREGHIERA. <emph>Deh, oh, oh se, così, pure</emph>; come <emph>oh se potessi</emph>; <emph>pur mi fosse lecito</emph>; <emph>così la fortuna mi secondasse</emph>.</p>
<p>TIMORE. <emph>Oh, oh Dio, ohimè, sta</emph>. Questo s'adopera per esprimere l'aspettazione di qualunque cosa, che credasi dover avvenire, ma più d'ordinario quando non si vorrebbe, ch'ella avvenisse; come <emph>sta ch'ei mi coglie, sta ch'ei mi gabba</emph>, cioè “sta a vedere”. Oltre a questi ve n'hanno alcuni, i quali non esprimono niun affetto, ma che si collocan tuttavia fra gli interposti, perché equivalgono anch'essi ad un'intera proposizione. Tali son quelli:</p>
<list>
<item><label>–</label>di affermazione, e approvazione: <emph>sì, bene, buono, sibbene, maisì</emph>;</item>
<item><label>–</label>di negazione, e di rimprovero: <emph>no, non già, mainò, eh via, oibò</emph>;</item>
<item><label>–</label>per chiamare: <emph>eh, olà, oh oh</emph>;</item>
<item><label>–</label>per far animo: <emph>su, via, alto</emph>;</item>
<item><label>–</label>per far tacere, o star cheto: <emph>zì, zitto, piano, cheto</emph>;</item>
<item><label>–</label>per indicare: <emph>ecco, eccoti</emph>;</item>
<item><label>–</label>per interrogare: <emph>ebbene? come? che?</emph></item>
</list>
</div2>
</div1>
<div1>
<head>Parte IV.</head>
<head>Della sintassi.</head>
<p>Se favellando non avessimo che ad accennare separatamente quando una, e quando un'altra delle nostre idee, basterebbe il sapere i termini, con cui elle si esprimono, e nulla più. Ma noi abbiamo bisogno altresì di fare intendere le varie combinazioni, che delle idee formiamo entro di noi. Quindi è necessario saper ancora come ad esprimere queste combinazioni debbansi le parole, che sono i segni dell'idee, accordare, ed ordinare fra loro, nel che consiste la <emph>sintassi</emph>, nome greco, che significa ordine, e connession di più cose. Dopo quello adunque, che abbiamo detto finora separatamente di ogni parte del discorso, parleremo ora: 1. della maniera con cui si debbon fra loro accordare, che abbraccia e ciò, che noi chiamiam <emph>concordanza</emph>, e ciò che i Francesi dicon <foreign lang="fre" rend="italic">régime</foreign>; 2. dell'ordine, con cui si debbon disporre, ossia della <emph>costruzione</emph>; 3. delle alterazioni, che nell'una, e nell'altra delle due cose precedenti sono permesse per grazia, e proprietà di lingua, cioè delle <emph>figure</emph>; 4. delle voci diverse, che esprimono una medesima idea, ossia dei <emph>sinonimi</emph>; 5. delle voci, che esprimono diverse idee.</p>
<div2>
<head>Capo I.</head>
<argument><p><hi rend="italic">Della maniera, con cui le parti del discorso si debbono accordare fra loro</hi>.</p></argument>

<p>Le parti del discorso altre sono soggette a variazione di desinenza, come i nomi, i pronomi, i verbi, e i participj, altre sono invariabili, come le preposizioni, gli avverbj, le congiunzioni, e gli interposti. Queste medesime <emph>variazioni</emph> altre sono <emph>assolute</emph>, ed altre <emph>relative</emph>. Assolute fra noi sono tutte le variazioni di desinenza nei sostantivi, o significhin esse il genere, o significhin il numero, percioché io non dico piuttosto <emph>colombo</emph>, che <emph>colomba</emph>, o <emph>colombi</emph>, o <emph>colombe</emph>, perché questo nome si riferisca nel discorso ad altre parole, ma perché voglio parlare di un oggetto solo di questa specie, e d'un maschio. Assolute similmente sono nei verbi le variazioni che significan tempo, perché si cangiano non secondo le altre parole, a cui s'accompagnano nel discorso, ma secondo l'idea, che noi abbiamo d'un tempo o presente, o passato, o futuro. All'opposto relative sono negli aggettivi, e per conseguenza anche negli articoli, nei pronomi, nei participj, nei nomi verbali, e nei nomi di titolo, di dignità, di professione (che uniti ad un altro sostantivo fanno anch'essi l'ufficio di aggettivi) le variazioni e di genere, e di numero, perché si riferiscono sempre al genere, ed al numero del lor sostantivo; relative sono nei verbi le variazioni di numero, e di persona, perché sempre si riferiscono al soggetto della proposizione; siccome pure quelle de' modi relativi, perché dipendono sempre nel discorso da un altro verbo. Or le regole della sintassi per ciò che riguarda la concordanza fra le parti del discorso debbonsi aggirar sopra quelle parti, che son soggette a variazione di desinenza, e fermarsi unicamente su le variazioni relative. Vedremo adunque in primo luogo, come debbansi accordare gli aggettivi coi loro sostantivi, e i verbi co' loro soggetti.</p>
<p>Quanto ai modi relativi de' verbi, avendo già mostrato abbastanza il loro uso nel capo terzo della seconda parte, e altrove qui non faremo, che replicar questo solo, doversi adoperare il modo assoluto quando si afferma assolutamente, e senza dipendenza da niun altro verbo l'esistenza di qualche proprietà in qualche soggetto; e i modi relativi quando il verbo dipende da un altro o espresso, o sottinteso, e non afferma assolutamente l'esistenza di una proprietà in un soggetto, ma l'accenna soltanto. Ma oltreciò noi abbiamo veduto, che molti verbi contengono un attributo relativo ad uno, o a più oggetti. Or è da vedere come i nomi di questi oggetti si debban congiungere coi verbi, a cui si riferiscono, nel che consistono le regole del <foreign lang="fre" rend="italic">régime</foreign>, che noi mostreremo in secondo luogo.</p>
<div3>
<head>ARTICOLO I.</head>
<argument><p><hi rend="italic">Del modo con cui si debbono accordare gli aggettivi coi sostantivi, e i verbi co' loro soggetti</hi>.</p></argument>

<p>Cominciando adunque dagli aggettivi, siccome questi o servono a richiamare l'idea d'un sostantivo già nominato, come i pronomi, o a determinarla, come <emph>questo, quello</emph> ecc., o ad esprimere qualche sua qualificazione, come fan tutti gli altri aggettivi, i participj, i nomi verbali, e i nomi di titolo, di dignità, di professione; così debbon sempre avere quella medesima determinazione di genere, e di numero, che ha il lor sostantivo. Quindi si dirà <emph>il re Nino</emph>, e <emph>la regina Semiramide</emph>; <emph>l'esercito vincitore</emph>, e <emph>l'arme vincitrici</emph>; <emph>Ercole pugnò con Anteo, e lo soffocò</emph>, <emph>Ercole pugnò coll'idra di Lerna, e la uccise</emph>. Quindi è pure, che l'attributo della proposizione, o sia egli un semplice aggettivo, o sia un participio dee accordarsi sempre col soggetto; e perciò diffatti nei verbi passivi, e negli intransitivi, che si costruiscon coll'<emph>essere</emph> essendo il participio passato l'attributo della proposizione, egli sempre col soggetto s'accorda, come abbiamo veduto. All'opposto nei verbi transitivi che ai loro passati si costruiscono col verbo <emph>avere</emph> l'attributo della proposizione è il participio <emph>avente</emph>; e il participio passato del verbo proprio non fa che modificare il suo oggetto; infatti <emph>io aveva amato Pietro</emph>, è lo stesso che <emph>io era avente Pietro amato</emph>: per questo coll'oggetto ei deve accordarsi, e quando ciò non si voglia, si deve dargli la terminazione del maschile accordandolo col nome universale <emph>oggetto</emph> che si sottintende.</p>
<p>Molte volte in una proposizione in cui v'abbiano due soggetti del numero singolare, il verbo e l'attributo si mettono al plurale: e in tal caso se dei due nomi uno è maschile, e l'altro femminile, l'attributo vuol essere maschile, come <emph>un uomo, e una donna son morti</emph>, non <emph>morte</emph>; se i soggetti sono plurali amendue, o un singolare, e l'altro plurale, l'attributo ama tuttavia di essere piuttosto maschile, che femminile; ma convien procurare, che il soggetto maschile sia il più vicino all'attributo, o accompagnare il nome femminile colla preposizione <emph>con</emph>, onde si dirà meglio <emph>molte case, e molti tempj rimasero incendiati</emph>, o <emph>molti tempj con molte case rimasero incendiati</emph>, che <emph>molti tempj, e molte case rimasero incendiati</emph>, o <emph>incendiate</emph>. Talvolta accade di dovere con varj sostantivi di diverso genere, e di diverso numero accompagnare un solo aggettivo, che non sia l'attributo. Si deve dare in tal caso ad ogni sostantivo l'articolo proprio, se lo richiede; l'aggettivo si dee mettere dopo dei sostantivi, ed accordare coll'ultimo di essi; e questo vuol essere, ove si possa, piuttosto maschile, che femminile, e plurale anziché singolare. Quindi non si dirà <emph>i gloriosi trionfi, e vittorie</emph>, ma <emph>i trionfi, e le vittorie gloriose</emph>, o piuttosto <emph>le vittorie, e i trionfi gloriosi</emph>, e replicando l' aggettivo, o mettendone a ciascuno un diverso si direbbe ancor meglio <emph>le gloriose vittorie, e i gloriosi trionfi</emph>; o <emph>le insigni vittorie, e i gloriosi trionfi</emph>.</p>
<p>Siccome quando a più sostantivi s'aggiunge in fine un solo aggettivo, si suppon d'ordinario, ch'egli si riferisca a tutti quanti, così bisogna osservare, che egli a tutti convenga: laonde non potrò dire <emph>le battaglie, e le vittorie riportate</emph>, perché <emph>riportate</emph> non può convenire a <emph>battaglie</emph>. Fa d'uopo adunque o aggiugnere anche a <emph>battaglie</emph> una qualificazione che sia adattata, come <emph>le battaglie sostenute, e le vittorie riportate</emph>, o mettere l'aggettivo <emph>riportate</emph> innanzi al sostantivo, sicché s'intenda, che a lui solo si applica, come <emph>le battaglie, e le riportate vittorie</emph>, o aggiugnervi dopo qualche altro sostantivo, sicché <emph>riportate</emph> non resti in fine, come <emph>le battaglie, le vittorie riportate, i trionfi</emph> ecc.</p>
<p>Quando più sostantivi, che si succedono, sono del medesimo genere e del medesimo numero può bastare il dare l'articolo al primo soltanto; anzi se questo ha un aggettivo, che convenga anche agli altri, l'articolo son si dee ripetere, altrimenti sembrerà, che l'aggettivo convenga al primo solo; o ripetendo l'articolo si deve ripetere ancor l'aggettivo. Si dirà adunque <emph>la vostra saviezza, e prudenza</emph>, o <emph>la vostra saviezza, e la vostra prudenza</emph>, non <emph>la vostra saviezza, e la prudenza</emph> senz'altro. Fuori di questo caso però suona meglio d'ordinario il ripeter l'articolo ad ogni sostantivo, massimamente quando ei sia congiunto con qualche preposizione. E perciò si dirà meglio: <emph>andò vagando per la pianura, e per la collina</emph>, o <emph>per la pianura, e la collina</emph>, che <emph>per la pianura, e collina</emph>.</p>
<p>Le variazioni di numero, e di persona nei verbi si sono introdotte per esprimere più determinatamente il soggetto in cui si trova la proprietà, che da loro si afferma, e nel capo primo della seconda parte abbiamo veduto il vantaggio, che ne deriva. Devono adunque i verbi accordarsi sempre col soggetto delle proposizione in persona, ed in numero; e se in una medesima proposizione la proprietà affermata dal verbo conviene a più nomi, che è quanto dire se vi sono più nomi, che servono di soggetto nella proposizione, ancorché tutti siano singolari, il verbo suol mettersi al plurale; e se questi nomi son di diverse persone s'accorda piuttosto colla prima, che colla seconda, e colla seconda anziché colla terza. Perciò quel passo di Cicerone a Terenzia: «<quote lang="lat">si tu, et Tullia valetis, ego et Cicero valemus</quote>», si tradurrà: <emph>se tu, e Tullia siete sane, io e</emph> (il figlio) <emph>Cicerone siam sani</emph>. I nostri antichi imitando i Latini ad un nome collettivo singolare hanno spesso unito un verbo plurale, come il Boccaccio gior[nata] 2, n[ovella] 6: «<quote>Il popolo a furore corso alla prigione, e uccise le guardie lui n'avevano tratto fuori</quote>». I moderni non l'usano se non più con <emph>il più, la più parte, la maggior parte, un buon numero, una gran truppa</emph>, e simili seguiti da un genitivo; come <emph>il più</emph>, o <emph>la più parte degli uomini secondano più le passioni, che la ragione</emph>.</p>
<p>Quando un soggetto singolare è seguito da un altro sostantivo, che abbia la preposizione di compagnia, il verbo può mettersi al plurale, convenendo allora la proprietà da lui espressa ad amendue, come nel Boccaccio gior[nata] 10, n[ovella] 6: «<quote>Il re co' suoi compagni rimontati a cavallo al reale ostiere se ne tornarono</quote>».</p>
<p>Quanto all'uso, che si è introdotto nella più parte delle lingue moderne di adoperare parlando ad un solo la seconda persona del plurale, o la terza del singolare, come se si parlasse a molti, o ad una persona diversa da quella, che ascolta, abbiam già notato nel capo dei pronomi, che parlando ad uno in terza persona, siccome si finge di parlare alla signoria di lui, così il pronome deve sempre essere femminile. Ora osserveremo di più, che nei tempi passati anche il participio deve essere femminile, quando accordasi col soggetto <emph>signoria</emph>; e però si deve dire per esempio, <emph>so che ella si è degnata</emph>, e non <emph>degnato</emph>. Nel progresso di un discorso, o d'una lettera diretta ad un uomo il mettere gli aggettivi a lui riferiti nel femminile sembra produrre talvolta della oscurità, e della incoerenza. Quindi è che alcuni sogliono metterli in vece al maschile. Ma l'uniformità, che nel discorso dee tenersi ovunque si può, par che richieda piuttosto di continuare col femminile tuttavia, e per togliere ogni incoerenza, ed oscurità, basta aggiugnervi il sostantivo <emph>persona</emph>, dicendo <emph>so che ella è troppo savia</emph>, o <emph>una persona troppo savia</emph>, piuttosto che <emph>troppo savio</emph>; o volendo pur dargli la terminazione maschile, conviene aggiugnervi anche un sostantivo maschile, come <emph>uomo, personaggio</emph>, od altro simile. Per questo medesimo amore di uniformità non è da niuno dei migliori imitato il Caro, che nelle sue lettere si vede spesso frammischiare il voi, e il V[ostra] S[ignoria] parlando alla stessa persona.</p></div3>
<div3>
<head>Articolo II.</head>
<argument><p><hi rend="italic">Del modo, con cui i nomi si debbon congiungere coi verbi, da cui son retti</hi>.</p></argument>

<p>Prima di tutto conviene qui ricordarsi della distinzione, che noi abbiam fatto dei verbi in transitivi, e intransitivi, chiamando <emph>transitivi</emph> quelli, che contengono un attributo relativo a qualche oggetto, come <emph>amare, vedere</emph>, e <emph>intransitivi</emph> quelli, il cui attributo non fa che modificare il soggetto della proposizione, come <emph>vivere, correre</emph>. Or tutti i verbi intransitivi, non richieggono per sé stessi altra compagnia, che quella del soggetto, e dell'attributo, come <emph>egli vive felice, egli corre frettoloso</emph>, nel che deve anche osservarsi, che <emph>felice</emph>, e <emph>frettoloso</emph> non sono propriamente gli attributi, ma sono modificazioni degli attributi <emph>vivente</emph>, e <emph>corrente</emph>, le quali modificazioni potrebbersi esprimere invece con degli avverbj, dicendo <emph>vive felicemente, corre frettolosamente</emph>.</p>
<p>Che se alcuni verbi intransitivi si veggon talvolta accompagnati da un altro nome alla maniera dei transitivi, questo nome non è già retto dal verbo, ma da una preposizione sottintesa, così <emph>vivere lungo tempo</emph> significa “<emph>per</emph> lungo tempo”, <emph>vivere una vita stentata</emph>, significa “<emph>in</emph> una vita stentata”, <emph>correre lungo tratto</emph> significa “<emph>per</emph> lungo tratto”. All'opposto i verbi transitivi contenendo un attributo relativo possono oltre al soggetto avere la compagnia di un altro sostantivo, che esprima l'oggetto, ossia il secondo termine della relazione. Questo secondo termine in vece di essere indicato da una preposizione, era indicato dai Latini col dargli la terminazione dell'accusativo, come <foreign lang="lat" rend="italic">Achilles Hectorem interfecit</foreign>; e da noi si indica col metterlo dopo del verbo, come <emph>Achille uccise Ettore</emph>.</p>
<p>Ma non è sempre necessario il considerare ne' verbi transitivi il significato dell'attributo come relativo a qualche oggetto; egli si può considerare talvolta come un semplice aggettivo, che modifica il suo soggetto. Quindi è che posso dire senz'altro <emph>io amo, io leggo, io scrivo</emph>, esprimendo semplicemente l'occupazione, o l'azione in cui sono, senza esprimere oggetto alcuno, su cui ella cada.</p>
<p>Quando l'oggetto relativo è espresso, noi abbiamo veduto, che il verbo si può rovesciare d'attivo in passivo. Or il soggetto, da cui viene l'azione si accompagna allora colla preposizione <emph>da</emph>, per esprimere la dipendenza, che la azione ha da lui, o colla preposizione <emph>per</emph>, affin di mostrare, ch'egli è la causa efficiente dell'azione, come <emph>esser condotto da alcuno</emph>, o <emph>per alcuno</emph>. Ma anche ne' verbi passivi non sempre si considera l'oggetto, sopra cui cade l'azione, o relazione espressa dall'attributo. Si considera talvolta semplicemente l'esistenza d'una azione, o relazione, come dicendo <emph>si legge, si scrive</emph>; e talvolta si considera insieme il soggetto da cui viene l'azione, ma non l'oggetto sopra di cui ella va a terminare, come <emph>da molti si legge</emph>, o <emph>si scrive</emph>. I verbi adoperati in questo modo si chiamano <emph>impersonali di voce passiva</emph>, perché non s'usano che nella terza persona del singolare, denominazione impropria per altro, perché la terza è una persona come le altre. A questa maniera si possono usare anche i verbi intransitivi, come <emph>si va, si viene</emph>, e si può aggiugnervi anche il soggetto, come nel Dante: Per me si va nella città dolente. Mi si permetta qui una piccola digressione sopra un uso particolar de' Francesi. In vece del nostro <emph>si</emph> per formare gli impersonali di voce passiva essi adoperano <foreign lang="fre" rend="italic">on</foreign>, o <foreign lang="fre" rend="italic">l'on</foreign>; ma con questa differenza, che il verbo, che segue all'<foreign lang="fre" rend="italic">on</foreign> presso loro deve esser sempre di terza persona singolare, benché egli regga dopo di sé un oggetto del maggior numero; laddove presso di noi quando il verbo preceduto dal <emph>si</emph> ha un oggetto, con esso deve accordarsi. Quindi ove dice il signor <name lang="fre">Du Marsais</name> «<quote lang="fre">On tombe encore dans un autre inconvénient, c'est, que <emph>l'on regarde</emph> les sciences comme autant de pays différens, où <emph>l'on ne</emph> <emph>fait</emph> voyager les enfans, que successivement</quote>» noi dobbiamo tradurre: «<emph>si cade</emph> ancora in un altro inconveniente, ed è che le scienze <emph>si riguardano</emph> come tanti paesi diversi, in cui i fanciulli non <emph>si fan</emph> viaggiare che successivamente». La ragione di quest'uso presso i Francesi si è, che il loro «<foreign lang="fre" rend="italic">on</foreign> (come dice il medesimo <name lang="fre">Du Marsais</name>) è una sincope della parola <emph>uomo</emph>, è l'uomo in generale, e in un senso indeterminato, e per questo si dice egualmente <foreign lang="fre" rend="italic">on</foreign>, o <foreign lang="fre" rend="italic">l'on</foreign> secondo, che meglio conviene all'armonia di ciascuna frase particolare; o piuttosto (segue egli) una tal maniera di parlare, è derivata da questo, che i nostri padri, come si vede negli antichi manoscritti, dicevano <foreign lang="fre" rend="italic">un dit</foreign> (“uno dice”) e pronunciavano quest'<foreign lang="fre" rend="italic">un</foreign> all'italiana <emph>oun</emph> (cioè coll'<emph>u</emph> toscano, che in francese si scrive <foreign lang="fre" rend="italic">ou</foreign>) onde è venuto <foreign lang="fre" rend="italic">on</foreign>». Sicché <foreign lang="fre" rend="italic">on tombe</foreign> equivale a “l'uom cade”; <foreign lang="fre" rend="italic">l'on regarde les sciences</foreign> “l'uom riguarda le scienze”; <foreign lang="fre" rend="italic">l'on ne fait voyager les enfans</foreign> “l'uom non fa viaggiare i fanciulli”. Ad alcuni questa spiegazione del signor Du Marsais parrà forse un po' troppo sottile: ma io lascio a' Francesi il deciderne.</p>
<p>All'opposto in italiano il <emph>si</emph> non fa che accennare il passivo, e perciò se il verbo non ha oggetto si mette alla terza persona del singolare sottintendendovi un oggetto indeterminato; ma se ha un oggetto espresso, con esso deve accordarsi.</p>
<p>Da quest'uso, che fanno i Francesi dell'<foreign lang="fre" rend="italic">on</foreign>, e dall'aver essi un'altra parola diversa per esprimere il nome personale di terza persona che è <emph>se</emph>, hanno un vantaggio sopra di noi, che è di poter fare impersonali anche i verbi, che alcuni chiamano <emph>neutri passivi</emph>, come <emph>addormentarsi</emph>, “<foreign lang="fre">s'endormir</foreign>”; <emph>risvegliarsi</emph>, “<foreign lang="fre">se réveiller</foreign>” ecc. Quindi volendo esprimere indeterminatamente l'addormentarsi, o lo svegliarsi essi diranno: <foreign lang="fre" rend="italic">on s'endort, on se réveille</foreign>; laddove noi non potremo già dire <emph>si si addormenta</emph>, <emph>si si sveglia</emph>. Convien, che noi prendiamo un diverso giro di frase; e quanto al primo potremo dire <emph>si prende sonno</emph>; ma quanto al secondo è necessario aggiugnervi qualche cosa, come <emph>si comincia</emph> <emph>a</emph> <emph>svegliarsi</emph>, <emph>si torna</emph> <emph>a svegliarsi</emph> secondo che il senso richiede; e dove dice il succitato signor <name lang="fre">Du Marsais</name> «<quote lang="fre">on rit à Florence de la maniere dont un Fran çois prononce le latin, ou l'italien, et <emph>l'on se moque</emph> à Paris <emph>de la</emph> prononciation du Florentin</quote>» noi tradurremo: «si ride a Firenze della maniera, con cui un Francese pronuncia il latino, o l'italiano, e <emph>si beffa</emph> – o <emph>si motteggia</emph> – a Parigi <emph>la</emph> pronuncia del fiorentino».</p>
<p>Ora tornando a noi; vi sono de' verbi transitivi, il cui attributo si riferisce a più d'un oggetto. I verbi <emph>dare, concedere, promettere</emph> per esempio fan subito pensare <emph>qual cosa</emph>, e <emph>a chi</emph>. Il primo oggetto, che è la cosa, che si dà, abbiam veduto, che si indica senza premettervi alcuna preposizione; ma il secondo che è quello, a cui l'azione di dare è diretta, convien, per distinguerlo, che sia indicato da qualche preposizione. A tal fine si è scelta la preposizione <emph>a</emph>. Quindi tutti i verbi, che esprimono un'azione diretta a qualche oggetto possono reggere due nomi, uno esprimente l'oggetto dell'azione, e l'altro l'oggetto, a cui questa è indirizzata, de' quali il primo si pone senza preposizione, e il secondo colla preposizione <emph>a</emph>, che ha allora non il senso significativo, ma l'indicativo soltanto.</p>
<p>I verbi <emph>ascrivere</emph>, e <emph>attribuire</emph> oltre alla cosa, che si ascrive, o attribuisce, e l'oggetto a cui si ascrive, o attribuisce, possono aver anche un altro nome, che significhi il modo, con cui si ascrive, o attribuisce, e questo pure si accompagna colla preposizione <emph>a</emph>: come <emph>il perdonare l'ingiurie non si deve ascrivere a vergogna, e ad infamia ad un uomo onesto, ma a gloria, e ad onore</emph>. I verbi <emph>dare, lasciare, appigionare, vendere, comprare</emph>, e <emph>pagare</emph> oltre alla cosa che si vende, o si paga ecc., e la persona a cui si vende, o si paga, richiedono qualche volta, che si esprima anche il prezzo. Or se questo è indeterminato, si unisce colla preposizione <emph>a</emph>, come <emph>vendere</emph>, o <emph>comprare a caro prezzo</emph>, o <emph>a buon mercato</emph>; se è determinato coi verbi <emph>dare, lasciare, appigionare</emph>, e <emph>comprare</emph> s'unisce pure colla preposizione <emph>a</emph>, come <emph>gliela lasciò, gliela diede a venti scudi, a venti zecchini</emph>; col verbo <emph>vendere</emph> vuole la preposizione <emph>per</emph>, o espressa, o sottintesa; come <emph>vendere una cosa per mille lire</emph>, o <emph>mille lire</emph>; il verbo <emph>pagare</emph> vuol qualche volta la preposizione <emph>con</emph>, come <emph>con dieci lire è pagata abbastanza</emph>; ma per lo più si sopprime, come <emph>pagare una cosa dieci, venti, trenta scudi</emph>. Egli è però chiaro, che in questi casi le preposizioni succennate hanno tutte il senso significativo, esprimendo per sé medesime la relazione di condizione, o di mezzo con cui una cosa o si vende, o si compra ecc., e che però i nomi di prezzo non son retti punto dal verbo.</p>
<p>I verbi, che da alcuni si chiaman neutri passivi, come <emph>darsi, applicarsi, arrendersi, avvezzarsi</emph> ecc., ma che noi abbiam già mostrato essere per la più parte di lor natura transitivi, avendo per primo oggetto relativo il nome personale, che gli accompagna, possono avere anch'essi un altro oggetto, a cui sia diretta la relazione espressa dall'attributo, e questo oggetto si deve anch'egli indicare colla preposizione <emph>a</emph>, come <emph>darsi, applicarsi, arrendersi, avvezzarsi ad una cosa</emph>, cioè <emph>dare, applicare</emph> ecc. <emph>sé ad una cosa</emph>.</p>
<p>E perché vi sono alcuni verbi intransitivi per sé stessi, ma il cui attributo ha un senso relativo di direzione a qualche oggetto, questo oggetto pure si indica colla medesima preposizione, come <emph>convenire, appartenere, accondiscendere, giovare, piacere ad alcuno</emph>. Coi verbi <emph>servire, ubbidire, soddisfare, compiere, adempiere</emph> si può considerare l'oggetto o come quello in cui l'azione finisce, o come quello, a cui è diretta; e perciò si dice tanto <emph>servire, ubbidire, soddisfare</emph> <emph>alcuno</emph>, come <emph>ad alcuno</emph>; <emph>compiere, adempiere</emph> <emph>il suo dovere</emph>, come <emph>al suo dovere</emph>. Ogni qualvolta adunque un verbo, o transitivo, o intransitivo ch'ei sia, abbia un senso relativo esprimente direzione a qualche cosa, il termine di questa direzione si indicherà sempre dalla preposizione <emph>a</emph>, la quale non avrà allora che il senso indicativo, essendo la relazione già espressa dal verbo; e il nome preceduto da questa preposizione per conseguenza sarà retto dal verbo, ossia dall'attributo del verbo, non dalla preposizione medesima.</p>
<p>Ma molti verbi in vece di esprimere la relazione di direzione a qualche cosa, esprimon all'incontro quella di allontanamento, o separazione, e quella di origine, o dipendenza da essa. Or siccome il termine a cui una cosa è diretta si indica colla preposizione <emph>a</emph>, così quello, da cui dipende, o deriva, o da cui vien tolta, e divisa, si indica colla preposizione <emph>da</emph>. Quindi un nome preceduto da questa preposizione aver possono i verbi transitivi <emph>separare, dividere, staccare, levare</emph> ecc., e gli intransitivi <emph>nascere, derivare, venire, discendere</emph> ecc. <emph>Togliere, rubare, involare, chiedere, domandare</emph>, e simili dovrebbero anch'essi aver sempre il secondo oggetto accompagnato da questa preposizione, come lo hanno diffatti qualche volta; ma per lo più egli si unisce colla preposizione <emph>a</emph>, uso per altro, che poco toglie alla regolarità della lingua, non avendo sì l'una, che l'altra preposizione in questi casi che il senso indicativo, ed essendo conseguentemente per sé stesso indifferente, che il secondo termine d'una relazione già espressa da altre parole sia accennata piuttosto con una, che con un'altra preposizione.</p>
<p>Gli intransitivi <emph>nascere, venire, uscire, partire, fuggire, guarire</emph>, e qualche altro invece della preposizione <emph>da</emph> ammettono la preposizione <emph>di</emph>; ma come abbiam già avvertito si sottintende sempre un nome universale retto dalla prima preposizione, del quale la seconda non fa che indicare doversi ristringere il significato: così <emph>venire</emph>, o <emph>partir di Roma</emph>, significa “dalla città di Roma”. V'hanno moltissimi verbi transitivi, che per sé non significano che una sola azione, o relazione, e perciò non reggono, che un solo nome; ma con cui tuttavia è sovvente necessario esprimere il modo, la materia, lo stromento, o il motivo, per cui, o con cui esiste l'azione, o relazione da loro espressa. Ora a tal fine qualche volta si adoperan le preposizioni <emph>con</emph>, o <emph>per</emph> di cui è proprio il significare le relazioni di materia, o stromento, e motivo; come <emph>accusar uno per delitto di furto, punir uno con pena di morte, ornare una cosa con fregi d'oro</emph>, o <emph>d'argento</emph> ecc. Ma il più delle volte queste preposizioni coi nomi universali, che da loro son retti si sopprimono, e si dice soltanto <emph>accusare uno di furto, punir uno di morte, ornare d'oro</emph>, o <emph>d'argento una cosa</emph>. Egli è chiaro però, che questi genitivi non sono retti dai verbi, ma dai nomi universali sottintesi.</p>
<p>Lo stesso avviene in molti verbi intransitivi. <emph>Morir di fame</emph> per esempio significa “per cagione di fame”; <emph>vivere di limosine</emph> significa “col mezzo delle limosine”. Dalle preposizioni pertanto, e dai sostantivi sottintesi, non da verbi sono retti anche questi nomi.</p>
<p>Quanto alle altre preposizioni <emph>in, con, senza, per, fra, tra</emph> avendo sempre un senso significativo sono esse sempre, che reggono i nomi, a' quali precedono, né può mai dirsi, che questi siano retti da alcuno verbo.</p>
<p>Per ridurre adunque alla sua vera semplicità questa parte, che da alcuni è stata avviluppata, e confusa a segno da voler introdurre anche nella nostra lingua una faraggine d'ordini di verbi attivi, passivi, neutri, neutri passivi, e che so io, come s'è fatto nella latina non so se per rischiarare o per confondere la mente de' poveri fanciulli; noi diremo, che i soli verbi, che reggan dei nomi accompagnati da qualche preposizione sono: 1. quelli il cui attributo ha un senso relativo di <emph>direzione</emph> a qualche cosa, co' quali il termine a cui il senso è diretto deve accompagnarsi colla preposizione <emph>a</emph>; 2. quelli il cui attributo esprime <emph>origine, dipendenza, allontanamento</emph>, o <emph>separazione</emph> da qualche cosa, co' quali l'oggetto, da cui viene l'origine, la dipendenza ecc. deve essere preceduto dalla preposizione <emph>da</emph>. Tutti gli altri per sé stessi non reggono, che un oggetto senza preposizione se son transitivi, e non richiedono, che il soggetto, e l'attributo o implicito, o espresso, se sono intransitivi. E perciò quando occorra di dover loro aggiugnere qualche nome con qualche preposizione essi per sé medesimi saranno sempre indifferenti ad ammettere qualunque preposizione ella sia, e dovrassi riguardare soltanto alla relazione, che si vorrà esprimere, per potere scegliere la preposizione conveniente da premettere al nome: osservando soltanto, che quando la relazione debba esser del modo, della materia, del mezzo, dello stromento, o del motivo per cui esiste, o si fa una cosa, invece d'essere significata colle preposizioni <emph>con</emph>, o <emph>per</emph> amerà qualche volta piuttosto la preposizione <emph>di</emph> usata ellitticamente, come poc'anzi abbiamo spiegato.</p>
</div3>
</div2>
<div2>
<head>Capo II.</head>
<argument><p><hi rend="italic">Dell'ordine con cui le parti del discorso si debbon disporre, ossia della costruzione</hi>.</p></argument>

<p>Quando agli altri per via delle parole presentiamo le nostre idee secondo l'ordine naturale la costruzione si chiama <emph>semplice</emph>, e quando vi ha qualche rovesciamento, o perturbazione di quest'ordine, si dice <emph>inversa</emph>. Ma non poco hanno fra loro conteso ai nostri tempi varj filosofi per fissare qual debba essere quest'ordine naturale. A me pare che il vero ordine naturale debba esser quello di far nascere in chi ci ascolta l'idee degli oggetti, delle loro qualità, e delle loro relazioni con quella medesima successione con cui le acquisterebbono da sé medesimi osservandoli co' proprj sensi.</p>
<p>Or presentandosi a noi qualche oggetto, egli è ben vero, che le sue qualità sono quelle, che ci avvisano della sua presenza, non potendo noi negli oggetti veder, né sentire, che le qualità solamente. Egli è vero per conseguenza che le idee delle qualità sono le prime, che si affacciano all'animo nostro, e che egli non può, se non dall'esame di queste conoscer l'oggetto in cui sono. Ma quest'esame attuale è necessario da principio in un fanciullo quando comincia ad acquistar dell'idee, e a riporle nella sua memoria. Egli non può riporvi l'idea composta di un oggetto, se non ha prima disaminato quali siano l'idee semplici, che la compongono. Molto meno vi può riporre l'idea universale di una classe d'oggetti, se non ha bene osservato in varj oggetti particolari quali siano le qualità, che in lor coesistono. Ma chi ha già nella sua mente ragunato un certo numero d'idee composte, e universali, chi a queste idee ha già fissato dei nomi, chi le ha dentro di sé già avute, e considerate più d'una volta, quando alcuna di esse lo avvisa della presenza di un oggetto, all'oggetto corre subito col pensiero, né si ferma a considerarne le qualità, se non dopo saper già prima, ch'egli ha presente un oggetto. E chi è diffatti, che vedendo, o toccando un'estensione solida, e figurata si trattenga a considerare l'estensione, la solidità, la figura senza che abbia prima l'idea, che quel che vede, o che tocca è un corpo? E se vedrò un albero, un cavallo, un uomo, il primo pensiero, che io formerò, non sarà quello, che l'oggetto a me presente è un albero, un uomo, un cavallo? Al presentarsi per tanto di un oggetto qualunque siasi alla nostra mente, la prima idea su cui ella si ferma si è l'idea composta dell'oggetto medesimo. Dopo ciò si trattiene, se le aggrada, ad analizzare dirò così questa idea, e ad esaminare partitamente l'idee semplici che la compongono; considera l'estensione, la figura, il colore, e le altre qualità a parte a parte, o sopra tutte fermandosi, o sopra alcune soltanto, secondo, che più le piace: e dove al primo presentarsi, che queste fecero tutte insieme, occupata a pensar all'oggetto, che le annunziavano, ella non ebbe di loro, che un'idea confusa, esaminandole distintamente, ne acquista un'idea chiara, e distinta. Si innoltra poi finalmente a paragonare l'esistenza, o le qualità dell'oggetto, che esamina, cogli altri oggetti, e viene così acquistando l'idee ancora delle sue relazioni.</p>
<p>L'ordine adunque con cui si succedon l'idee nell'animo nostro, quando osserviamo un oggetto da noi medesimi è questo: la prima idea, che acquistiamo è quella dell'oggetto in complesso; acquistiamo appresso l'idee distinte delle sue qualità; a cui seguono finalmente l'idee delle sue relazioni cogli altri oggetti.</p>
<p>Or non sarà egli questo medesimo l'ordine più naturale, che avrà a tenere chiunque voglia in noi far nascere le stesse idee colle parole? Dovrà egli adunque mettere in primo luogo un sostantivo, che esprima il soggetto principale di cui si parla, e se questo avrà bisogno di qualche qualificazione, che lo determini, v'aggiugnerà uno, o più aggettivi, un genitivo, una proposizione incidente secondo l'opportunità; dovrà esprimere in appresso il nome della qualità, ch'ei vuol farci sapere trovarsi, o non trovarsi in quel soggetto, e per indicare ch'ella vi si trova, o no, dovrà frapporvi di mezzo il verbo o solo, o accompagnato dalla negazione<note resp="aut" place="foot">Dico dovrà frapporlo di mezzo, perché ivi dee collocarsi, ciò che serve di unione o di legamento fra due cose, come è il verbo fra il soggetto, e l'attributo. Oltreché mettendo il nome della qualità subito appresso al soggetto sembrar potrebbe sovvente non l'attributo, ma un semplice aggettivo esprimente una qualificazione del sostantivo. Infatti dicendo: <emph>Cesare il vincitore fu in tutte le guerre</emph> par che si parli di un qualche Cesare soprannomato il vincitore, che siasi trovato in tutte le guerre, non già che si asserisca che Giulio Cesare fu il vincitore in tutte le guerre che fece.</note>; finalmente se la qualità significata dall'attributo sarà relativa ad altri oggetti, dovransi dopo esprimere i loro nomi, e le loro qualificazioni se essi ne avranno. Quanto agli avverbj se sono di affermazione, o d'esistenza, il loro proprio luogo sarò dopo il verbo essere o espresso, o contenuto in un altro; se sono di quantità, o di qualità dopo l'attributo. Quando una proposizione sia dipendente, o subordinata, o debba essere per qualunque modo congiunta con un'altra, si comincierà dalla congiunzione. Le preposizioni, e gli articoli si porran sempre immediatamente innanzi ai nomi, che essi determinano, e di cui esprimono, o indicano la relazione. Gli interposti non han luogo fisso, solamente siccome esprimono gli affetti dell'animo, così dovran collocarsi presso a quelle parole, che indican la cagione de' nostri affetti. Riguardo ai gerundj, e ai participj, essendo essi aggettivi, si debbono come gli altri metter dopo de' lor sostantivi.</p>
<p>Vi ha però rispetto a questi un'osservazione da fare, ed è che spesse volte essi s'adoprano assolutamente, e corrispondono all'ablativo assoluto dei Latini. Or in tal caso i participj presenti si posson mettere e prima, e dopo, massimamente quando sono accompagnati dai nomi personali, e dai pronomi, come <emph>me presente</emph>, e <emph>presente me</emph>; ma i participj passati, e i gerundj amano di star sempre innanzi ai sostantivi, di che non può darsi altra ragione, che l'uso; perché diffatti i Francesi ordinariamente li metton dopo, dicendo per esempio: <foreign lang="fre" rend="italic">le tems étant venu</foreign>, laddove noi diciamo <emph>essendo venuto il tempo</emph>; e i Latini ponevano tutti i lor participj indifferentemente e prima, e dopo; come <emph>Augusto imperante</emph>, e <emph>imperante Augusto</emph>. Questo è il modo con cui disporre si debbono le parti del discorso per far nascere nell'altrui mente l'idee con quel medesimo ordine, col quale da noi s'acquistano. Dico <emph>col quale da noi s'acquistano</emph>, non già <emph>col quale in noi si risvegliano, dopo che già acquistate le abbiamo</emph>, poiché di questo non può fissarsi alcun ordine certo. Vedendo dei fiori per esempio, in uno si risveglierà l'idea di qualche pittore, a cui ne abbia veduto dipingere, in un altro quella dei fiori, che colla seta, e colla cera artificiosamente si fanno, in un altro quella di un giardino, in cui n'abbia osservato di rari, e singolari, in altri altre cose diversissime. Ciò dipende dalle varie congiunzioni d'idee, che si formano nella nostra mente al mirare un oggetto in una, o in un'altra circostanza, le quali congiunzioni d'idee fanno, che risvegliandosi una si risveglino ancora l'altre.</p>
<p>Ora nel primo l'idea dei fiori presenti risveglia quella del pittore, e della proprietà ch'egli ha di dipingerli. L'ordine adunque delle sue idee in quell'atto è: <emph>fiori, pittore, dipingere</emph>. Ma non è già questo l'ordine ch'egli deve tenere per farle nascere in me naturalmente. S'io vedessi attualmente un pittore a dipinger dei fiori, la prima idea che nascerebbe in me sarebbe quella del pittore, appresso dell'atto in cui sta di dipingere; quella dei fiori in me non può nascere se non dopo, ch'io abbia veduto dal suo lavoro uscirne un fiore. L'ordine dunque è questo: <emph>pittore, dipingere, fiori</emph>; e quest'ordine stesso deve tenere chi voglia eccitare in me naturalmente queste idee colle parole, dicendo per esempio: <emph>il tal pittore dipinge fiori</emph>.</p>
<p>Quest'ordine però non è così necessario, che non si possa talor variarlo. La lingua latina anzi amava moltissimo l'uso dell'inversioni; e ciò perché le diverse desinenze dei nomi presso i Latini facevano agevolmente distinguere le loro diverse relazioni, onde senza pregiudizio della chiarezza se ne poteva in varie maniere trasporre l'ordine. Nelle lingue che non han casi, come la nostra, quest'uso non può essere così largamente permesso. E diffatti se invece di dire <emph>Augusto vinse Antonio</emph>, dicessi <emph>Antonio vinse Augusto</emph>, il senso sarebbe affatto contrario; e se dicessi <emph>vinse Augusto Antonio</emph>, o <emph>Augusto Antonio vinse</emph>, da chi non sapesse la storia, appena si potrebbe più intendere chi sia stato né il vincitore, né il vinto. Qualora adunque così il soggetto, come l'oggetto siano del medesimo numero, e il significato del verbo possa convenire egualmente e all'uno, e all'altro, la chiarezza richiede assolutamente, che si conservi l' ordine naturale, e si ponga il soggetto dinanzi al verbo, l'oggetto dopo. All'opposto quando i due nomi siano di diverso numero, o che il significato del verbo non possa applicarsi che al soggetto soltanto, si può allora nella nostra lingua eziandio liberamente usare l'inversione; onde si può dire egualmente <emph>vinse Alessandro i Persiani</emph>, e <emph>passò Cesare il Rubicone</emph>, come <emph>Alessandro vinse i Persiani</emph>, e <emph>Cesare passò il Rubicone</emph>. Anzi l'inversione in tal caso serve a levare la noja, che nasce necessariamente da una costruzione sempre uniforme. Sopra tutto le inversioni usar si debbono nel parlare appassionato; perciocché uno che sia agitato da qualche passione non può aver campo di analizzar freddamente le sue idee, e metter prima il soggetto, poi il verbo, indi l'attributo ecc.: egli nomina prima quello che più gli preme, e che è la cagione del suo turbamento, sia egli il soggetto, o l'oggetto del verbo, o qualunque altro termine.</p>
<p>Ma qualunque costruzione s'adoperi, o semplice, o inversa, convien badare: 1. di non lasciare giammai alcun termine isolato, un aggettivo per esempio senza sostantivo, un verbo senza soggetto, un soggetto, o un oggetto senza verbo, una proposizione incidente senza nome a cui si riferisca, una proposizione dipendente, o subordinata senza la sua compagna ecc., salvo solamente allorché queste cose apertamente si sottintendano; 2. che tutte le parti del discorso siano bene, e esattamente accordate fra loro secondo le regole, che n'abbiam dato.</p>
<p>Quanto alla collocazione delle parole, siccome la nostra lingua ama moltissimo l'armonia, e un'armonia non uniforme, ma variata; così l'orecchio si è quello, che ne deve diriggere, in modo però, che non si perda giammai di vista la chiarezza, che importa più di tutt'altro. L'armonia per dirne pur qualche cosa primieramente nasce [1.] dal sapere ben temperar le vocali di suono più grave, e più aperto che sono l'<emph>a</emph>, l'<emph>e</emph>, e l'<emph>o</emph> con quelle di suono più debole, e più ristretto, che sono l'<emph>i</emph>, e l'<emph>u</emph>, e le consonanti di spirito forte, che sono, sempre crescendo, la <emph>m</emph>, la <emph>n</emph>, il <emph>t</emph>, il <emph>p</emph>, la <emph>f</emph>, la <emph>s</emph>, il <emph>gh-</emph>, il <emph>ch-</emph> seguiti dall'<emph>e</emph>, e dall'<emph>i</emph>, o il <emph>g-</emph>, e il <emph>c-</emph>, seguiti dall'<emph>a, o</emph>, e <emph>u</emph>, la <emph>r</emph>, e la <emph>z</emph>, con quelle di spirito tenue, che sono il <emph>b</emph>, il <emph>d</emph>, la <emph>l</emph>, e il <emph>g-</emph>, e <emph>c-</emph> seguiti dall'<emph>e</emph>, e dall'<emph>i</emph>; 2. dal sapere ben moderare la gravità delle parole, che han molte consonanti, colla piacevolezza di quelle, che ne han poche; 3. dal ben disporre, e distribuire gli accenti, frammischiando accortamente le parole piane alle tronche, e alle sdrucciole, e le parole lunghe alle corte; 4. dal variar la costruzione acconciamente, nel che dee tenersi una via di mezzo fra la costante uniformità de' Francesi, e le molte trasposizioni dei Latini imitate spesso soverchiamente dal Boccaccio, e da' suoi imitatori, e dagli imitatori di questi.</p>
<p>Ma non ogni maniera di discorso richiede la medesima armonia. In un discorso famigliare, in un dialogo, in una lettera, in una narrazione si vuole un'armonia piacevole; tale cioè, che non si truovi mai cosa che intoppi, o che disgusti, e che non generi tuttavia sazietà, né fastidio. In un grave ragionamento l'armonia vuol essere più sonora, e più maestosa; quindi l'uso delle trasposizioni gli si concede un po' più largamente; e come i pensieri debbon essere più sublimi, e il parlare più forte, e più sostenuto, così anche le parole si vuol che siano più eleganti, e più gravi, e le figure più spiritose, e vivaci. Ma qui continuando noi entreremmo in ciò, che ai retori s'appartiene. Finirem dunque coll'avvertire soltanto di ben guardarsi da tutti gli estremi, sicché mentre si cerca il grave, e il magnifico, non si vada nell'ampolloso, e mentre si desidera il naturale, e il piacevole non si cada nel basso, e nell'insipido. Sopra tutto poi, che e nell'uno, e nell'altro l'amore soverchio dell' eleganza non porti all'oscurità, od alla affettazione, che sono i difetti da doversi schivare con più attenzione, l'uno perché il più pregiudicevole, l'altro perché il più nojoso.</p>
</div2>
<div2>
<head>Capo III.</head>
<argument><p><hi rend="italic">Delle alterazioni, che nelle cose precedenti per grazia, e proprietà di lingua sono permesse, ossia delle figure gramaticali</hi>.</p></argument>

<p>Siccome dell'altre cose suol avvenire, che inventate da principio per bisogno, si volgono poscia ancora al comodo, ed al piacere, così è avvenuto pur delle lingue. Dopo che si fu stabilito quanto era necessario per manifestare altrui i proprj pensieri, si è voluta nel discorso ancora la brevità, e l'eleganza. A questo fine si sono introdotte nelle regole alcune alterazioni, che si chiaman figure, le quali sono cinque principalmente: 1. l'<emph>ellissi</emph>, ossia <emph>difetto</emph>, per cui si tralascia qualche parte del discorso, che facilmente si possa sottintendere; 2. il <emph>pleonasmo</emph>, ovvero <emph>abbondanza</emph>, per cui se n'aggiunge qualcuna non necessaria, od anche superflua per dare al discorso maggior pienezza, ed ornamento; 3. la <emph>sillessi</emph>, ossia <emph>concezione</emph> per cui qualche parte del discorso non si accorda come dovrebbe coll'altre; 4. l'<emph>enallage</emph>, o <emph>permutazione</emph>, per cui una parte all'altra si sostituisce; 5. l'<emph>iperbato</emph>, o <emph>rovesciamento</emph>, per cui si turba l'ordine loro naturale. Noi parleremo brevemente di tutte e cinque.</p>
<div3>
<head>[1.]</head>
<argument><p><hi rend="italic">Dell'ellissi</hi>.</p></argument>

<p>Molte delle maniere ellittiche della nostra lingua già si sono da noi a' luoghi opportuni accennate, come è 1. il sopprimere nelle proposizioni, che si succedono ora il soggetto, ora il verbo, or altra cosa, che abbiano di comune, per esempio <emph>egli è un principe giusto, e pio</emph>, invece di <emph>egli è un principe giusto, egli è un principe pio</emph>; 2. il sopprimere innanzi alla preposizione <emph>di</emph> il sostantivo universale, come <emph>era di giorno, era di notte</emph>, in vece di <emph>era in tempo di giorno</emph>, o <emph>di notte</emph>; 3. il sopprimere i nomi personali quando sono il soggetto della proposizione, come <emph>vivo, vivete</emph> invece di <emph>io vivo, voi vivete</emph>. Ma queste ellissi sono passate cotanto in uso, che niuno più vi pon mente, e si riguardano generalmente come maniere piuttosto comuni, che figurate. Alcun'altre noi qui ne accenneremo di assai più particolare osservazione.</p>
<p>Ellissi del sostantivo. <emph>Cader da alto, scender dal basso</emph> sottintendendo <emph>luogo</emph>. <emph>Levarsi</emph>, tacendo <emph>del letto</emph>. <emph>Esser da molto</emph>, o <emph>da poco</emph>, cioè <emph>merito</emph>, o <emph>pregio</emph>. <emph>Durar molto, poco, troppo</emph>, cioè <emph>tempo</emph>. Ellissi del verbo finito. Bocc[accio] g[iornata] 8, n[ovella] 6: «<quote>Maraviglia, che se' stato una volta savio</quote>», cioè “maraviglia <emph>è</emph>”. <emph>Via di qua</emph>, cioè “<emph>va</emph> via”; <emph>qua</emph>, cioè “<emph>vieni</emph> qua”; <emph>bene</emph>, cioè “<emph>va</emph> bene”; <emph>volentieri</emph>, cioè “<emph>il farò</emph> volentieri”.</p>
<p>Ellissi del verbo infinito. <emph>Egli giunse fin là, ma più avanti non poté</emph>, o <emph>non seppe</emph>, o <emph>non volle</emph>; si supplisca <emph>andare</emph>, o <emph>fare. Andare</emph>, o <emph>mandare per una persona</emph>, o <emph>per una cosa</emph>, maniera usitatissima dai toscani, sottintendendo <emph>per chiamarla</emph> o <emph>per prenderla</emph>. Ellissi del participio. <emph>Misero! a che son io?</emph> cioè <emph>ridotto</emph>. Ellissi della preposizione. <emph>Dar mangiare</emph>, o <emph>bere</emph> usato spesso dal Boccaccio per “dare <emph>a</emph> mangiare”, o “<emph>a</emph> bere”. <emph>La Dio mercé</emph>, ove si sottintende “<emph>per</emph> la mercé <emph>di</emph> Dio”. Vi ha similmente la soppressione della preposizione <emph>per</emph> quando si usa <emph>che</emph> invece di <emph>perché</emph>, della preposizione <emph>in</emph> quando egli si usa in vece di <emph>in cui</emph>, come <emph>nel tempo che egli vivea</emph>. Coi pronomi <emph>costui, costei, costoro</emph> abbiam già notato come spesso si sopprima la preposizione <emph>di</emph>, e coi pronomi <emph>cui</emph>, e <emph>altrui</emph> anche la preposizione <emph>a</emph>. Ellissi dell'interposto. <emph>Misero me! lasso me! beato lui!</emph> sottintendendo <emph>oh</emph>, o <emph>ahi</emph>.</p>
<p>Ellissi della congiunzione. Il <emph>che</emph> quando equivale all'<foreign lang="lat" rend="italic">ut</foreign> dei Latini spesse volte si ommette, specialmente dopo i verbi <emph>temere, dubitare</emph>, e <emph>parere</emph>, come <emph>dubitava</emph>, o <emph>temeva non gli avvenisse alcun male</emph>; <emph>parmi non sia ancor tempo</emph>. Le congiunzioni <emph>pure</emph>, e <emph>così</emph> si ommetton anch'esse quando sono correlative di <emph>quantunque</emph>, e <emph>siccome</emph>, ove la proposizione precedente sia breve, e però facilmente vi si possano sottintendere, come <emph>quantunque fosse circondato da ogni parte, se ne fuggì</emph>; <emph>siccome temeva di qualche mala ventura, non volle restare</emph>. Si sopprime non di rado anche <emph>perciò</emph>, come <emph>il tempo minaccia, convien affrettarci</emph>. L'<emph>e</emph>, e l'<emph>o</emph> si taciono spessissimo spezialmente quando più aggettivi si debbano unire al medesimo sostantivo, nel qual caso la congiunzione non si dà per lo più, che all'ultimo, come nel capo delle congiunzioni abbiam già detto.</p>
<p>In molti de' neutri passivi s'usa l'ellissi de' nomi personali, come <emph>affondare</emph> per “affondarsi”. Gio[vanni] Villani: «<quote>E più galee delle sue affondarono in mare</quote>». <emph>Agghiacciare</emph> per “agghiacciarsi”. Petrarca: «<quote>Agghiaccio, ed ardo</quote>». <emph>Aggravare</emph> per “aggravarsi”, “peggiorar nella malattia”. Bocc[accio]: «<quote>E là portato non migliorava, ma quasi più forte aggravava</quote>». <emph>Ammalare</emph> per ammalarsi. Gio[vanni] Villani: «<quote>Avvenne che il detto patriarca ammalò a morte</quote>». <emph>Annegare</emph> per “annegarsi”. Gio[vanni] Villani: «<quote>Il qual Tiberio annegò nel fiume d'Albula</quote>». <emph>Annighittire</emph> per “annighittirsi”. Passavanti: «<quote>Non lo lasciano annighittire</quote>». <emph>Impoverire</emph> per “impoverirsi”. Bocc[accio]: «<quote>Tre giovani impoveriscono</quote>». <emph>Infermare</emph> per “infermarsi”. Bocc[accio]: «<quote>La reina di Francia infermò gravemente</quote>». <emph>Prosperare</emph> per “prosperarsi”, “aver prosperità”. Bocc[accio]: «<quote>La quale egli potea vedere sempre prosperare</quote>». <emph>Sbigottire</emph> invece di “sbigottirsi”. Bocc[accio]: «<quote>La donna senza sbigottir punto con voce piacevole rispose</quote>».</p>
</div3>
<div3>
<head>[2.]</head>
<argument><p><hi rend="italic">Del pleonasmo</hi>.</p></argument>

<p>A questa figura riduconsi <emph>le particelle espletive</emph>, o i <emph>ripieni</emph>, de' quali alcuni s'adoprano per dar maggior forza al discorso, e diconsi d'<emph>evidenza</emph>, altri si usano per semplice ornamento. I primi sono:</p>
<list>
<item><label><hi rend="italic">ECCO</hi></label>. Boccaccio g[iornata] 8, n[ovella] 7: «<quote>Ecco io non so ora dir di no</quote>». Similmente «<emph>ecco</emph> la cosa <emph>è</emph> riuscita tutto al contrario». «<emph>Ecco</emph> io sono ora per te ridotto a mal termine».</item>
<item><label><hi rend="italic">BENE</hi></label>. «V'andrò sì <emph>bene</emph>». «Or <emph>bene</emph>, che n'avverrà?». «Voi sapete <emph>bene</emph> – o <emph>troppo bene</emph> – quello, che avete a fare». «Gli involò <emph>ben</emph> cento doppie». «<emph>Ben</emph> presto se ne fuggì».</item>
<item><label><hi rend="italic">BELLO</hi></label>. Boccaccio: «<quote>Per belle scritte di loro mano s'obbligarono l'uno all'altro</quote>». «<quote>Le portò cinquecento be' fiorini d'oro</quote>». «<quote>Chi facesse le macini bell'e fatte legare in anella</quote>».</item>
<item><label><hi rend="italic">PURE</hi></label>. «Il dirò <emph>pure</emph>». «Egli è <emph>pur</emph> desso». «<emph>Pur</emph> finalmente – o <emph>pur</emph> una volta l'ho giunto». «Deh <emph>pur</emph> fosse così». <emph>GIÀ</emph>. «<emph>Già</emph> Dio non voglia che ecc.». «Se <emph>già</emph> non fosse che ecc.», in vece di cui s'adopera anche <emph>se pure</emph>, <emph>se mai</emph> <emph>non</emph> <emph>fosse</emph>. «Rispose: non <emph>già</emph>». «Il fece non <emph>già</emph> per amore; ma per interesse». «Non vi fu <emph>giammai</emph>».</item>
<item><label><hi rend="italic">MAI</hi></label>. <emph>Mai sempre</emph> per <emph>sempre. Maisì, mainò</emph>, per <emph>sì, no</emph>. «Vi sarebbe egli <emph>mai</emph> qui alcuno?». «È egli <emph>mai</emph> possibile?». «Quando <emph>mai</emph> si trovò, che ecc.?».</item>
<item><label><hi rend="italic">MICA</hi></label>, e <emph>PUNTO</emph>. Boccaccio: «<quote>Una ne dirò non mica d'uomo di poco affare</quote>». «<quote>Tedaldo non è punto morto</quote>».</item>
<item><label><hi rend="italic">TUTTO</hi></label>. «Stavasi <emph>tutto</emph> timido, <emph>tutto</emph> confuso». Bocc[accio]: «<quote>Tutto si raccapricciò</quote>». «<quote>Il giovane tutto solo</quote>». «<quote>Tutto a piè fattosi loro incontro, ridendo disse</quote>». «<quote>Il letto con tutto messer Torello fu tolto via</quote>».</item>
<item><label><hi rend="italic">UNO</hi></label>. Boccaccio: «<quote>Se i miei argomenti frivoli già tenete, quest'uno solo, ed ultimo a tutti gli altri dia supplimento</quote>». Petrarca: «<quote>E caramente accolse a sé quell'una</quote>».</item>
<item><label><hi rend="italic">ORA</hi></label>. Bocc[accio]: «<quote>Or che non vai là dove sei aspettato?</quote>» «<quote>Deh or t'avessono essi affogato, come essi ti gittaron là, dove tu sei degno d'esser gittato</quote>».</item>
<item><label><hi rend="italic">ALTRIMENTI</hi></label>. «Io non so <emph>altrimenti</emph> chi egli sia». «Egli non volle fare <emph>altrimenti</emph>». I nomi personali spesso si replican due volte. «<emph>Io</emph> il so bene <emph>io</emph> quel che farò». «<emph>Tu</emph> il vedrai bene <emph>tu</emph>, come ne sarai concio», e così degli altri. Quelli, che s'usan per semplice ornamento, sono <emph>EGLI, EI, E', ELLA</emph> e per accorciamento <emph>GLI, LA</emph>, come abbiam già notato nel capo ultimo della prima parte.</item>
<item><label><hi rend="italic">MI, TI, SI, CI, VI, NE</hi></label> o soli o uniti con <emph>LA</emph>, come: «Io <emph>mi</emph> credo, che niuno qui v'abbia». «Ei <emph>se la</emph> vive assai lietamente». «Non so se <emph>v'</emph>abbiate conosciuto un certo tale». «Tu di qua <emph>te n'</emph>andrai ben tosto», e simili.</item>
<item><label><hi rend="italic">ESSO</hi></label> con <emph>lui, lei, loro, noi, voi</emph> come <emph>essolui, essolei, essoloro</emph> ecc.</item>
<item><label><hi rend="italic">CON</hi></label> innanzi a <emph>meco, teco, seco</emph>, che già lo contengono. Il Boccaccio disse anche g[iornata] 3, n[ovella] 10: «<quote>con esso teco</quote>».</item>
<item><label><hi rend="italic">SÌ</hi></label>, che qualche volta si adopera invece di <emph>anche</emph>, come il Boccaccio g[iornata] 6, n[ovella] 9: «<quote>Oltre a quello che egli fu ottimo filosofo morale, sì fu egli leggiadrissimo, e costumato</quote>»; qualche volta per <emph>certamente</emph>, come lo stesso g[iornata] 4, n[ovella] 8: «<quote>Pognamo, che altro male non ne seguisse, sì ne seguirebbe, che mai in pace, né in riposo con lui viver potrei</quote>»; e qualche volta per semplice ripieno, come lo stesso pure g[iornata] 9, n[ovella] 9: «<quote>Se ti piace, sì ti piaccia, se non, sì te ne sta</quote>».</item>
<item><label><hi rend="italic">NON</hi></label> è pure sovvente un pleonasmo specialmente coi nomi <emph>niente</emph>, e <emph>niuno</emph>, e dopo il verbo <emph>temere</emph>, quando si teme che avvenga una cosa, che non si vorrebbe, come: «cominciò a <emph>temere</emph>, che il fatto <emph>non</emph> andasse a riuscir male»; e nel Bocc[accio] g[iornata] 7, n[ovella] 9: «<quote>Io temo forte, che Lidia con consiglio, e voler di lui questo non faccia per dovermi tentare</quote>». Anche il <emph>dovermi</emph> in questo esempio è un pleonasmo, essendo il senso: “questo non faccia per tentarmi”. E simili pleonasmi s'usano di frequente sì col verbo <emph>dovere</emph>, come coi verbi <emph>andare</emph>, e <emph>venire</emph>, come nel Boccaccio: «<quote>Richiese i cherici di là entro, che ad Abraam dovessero dare il battesimo</quote>», cioè “dessero”. «Tutto il venne considerando», cioè “lo considerò”. «Gli venne trovato un buon uomo», cioè “trovò”. «A me medesimo incresce andarmi tanto fra tante miserie ravvolgendo», cioè “ravvolgermi”. «Vanno fuggendo quello che noi cerchiamo di fuggire», cioè “fuggono”. Spesso però il verbo <emph>andare</emph> congiunto al gerundio d'un altro verbo significa il frequentativo; così <emph>spesso la medesima cosa gli andò dicendo</emph>, equivale a <foreign lang="lat" rend="italic">dictitavit</foreign>. I Francesi si valgono assai opportunamente del verbo <emph>andare</emph> per significare un futuro prossimo, come <foreign lang="fre" rend="italic">je m'en vais vous dire comme cela est arrivé</foreign>; e del verbo <emph>venire</emph> per significare un passato prossimo come <foreign lang="fre" rend="italic">ce que je viens de vous dire</foreign>. Al secondo noi suppliamo cogli avverbj <emph>testé, or ora</emph>; come <emph>quel che v'ho detto or ora</emph>: ma al primo non abbiamo espressione corrispondente, perciocché <emph>vi dirò ora, mi farò ora a dirvi</emph>, che potrebbero usarsi in cambio, non equivalgono appieno al <foreign lang="fre" rend="italic">je m'en vais vous dire</foreign>.</item>
</list>
</div3>
<div3>
<head>[3.]</head>
<argument><p><hi rend="italic">Della sillessi</hi>.</p></argument>

<p>Questa non è molto in uso. S'adopera tuttavia col verbo <emph>avere</emph>, come: «assai pochi <emph>vi ha</emph>, che nol veggano». <emph>Essolei, essoloro, esso noi, esso voi</emph> sono pure altrettante sillessi. Nei participj usati assolutamente si dice qualche volta <emph>trovato una spada</emph> invece di <emph>trovata, gettato più dardi</emph> invece di <emph>gettati</emph>: ma queste maniere si debbon riferire piuttosto all'ellissi, sottintendendosi “<emph>avendo</emph> trovato”, “<emph>avendo</emph> gettato”.</p>
</div3>
<div3>
<head>[4.]</head>
<argument><p><hi rend="italic">Dell'enallage</hi>.</p></argument>

<p>La sostituzione di una parte dell'orazione ad un'altra è di un uso assai più frequente, come dell'aggettivo invece dell'avverbio: «<emph>chiaro</emph> conosco» per <emph>chiaramente</emph>; «ti dico <emph>aperto</emph>» per <emph>apertamente</emph>; «temo <emph>forte</emph>» per <emph>fortemente</emph>; «<emph>dolce</emph> parla, <emph>dolce</emph> ride, <emph>dolce</emph> sospira» per <emph>dolcemente</emph>.</p>
<p>Del participio per l'infinito. Boccaccio nov[ella] ultima: «<quote>Fece venire sue lettere contraffatte da Roma, e fece veduto a' suoi sudditi ecc.</quote>» per <emph>fece vedere</emph>. Dell'infinito invece del soggiuntivo. Bocc[accio] g[iornata] 5, n[ovella] 10: «<quote>Qui ha questa cena, e non saria chi mangiarla</quote>» invece di <emph>chi</emph> <emph>la mangiasse</emph>: ma è da usarsi di rado.</p>
<p>Dell'imperfetto del soggiuntivo per lo trapassato. Boccaccio: «<quote>Alzò questi la spada, e ferito l'avrebbe, se non fosse uno, che stava ritto innanzi, che lo tenne per lo braccio</quote>», cioè <emph>se non fosse stato</emph>.</p>
</div3>
<div3>
<head>[5.]</head>
<argument><p><hi rend="italic">Dell'iperbato</hi>.</p></argument>

<p>Da' gramatici si distinguono cinque forme d'iperbato; l'<emph>anastrofe</emph>, cioè trasposizione, che è il porre avanti una parola, che si dovrebbe por dopo, come <emph>la pur dirò</emph>, invece di <emph>la dirò pure</emph>; <emph>la vi ho data</emph> invece di <emph>ve l'ho data</emph>; la <emph>tmesi</emph>, che è il dividere una parola frapponendone qualcun'altra, come <emph>acciò dunque che veggiate</emph> ecc., in vece di <emph>acciocché dunque</emph>; la <emph>parentesi</emph>, che è l'interrompere una proposizione, mettendone di mezzo un'altra o per rischiarare qualche parte della proposizion principale, o per avvertire alcuna cosa che si giudichi necessaria, o per dare maggior forza al discorso, come nel Boc[caccio]: «<quote>Io opposi le forze mie (come Iddio sa) quanto potei</quote>». Le parentesi debbono esser corte, perché non rompano l'ordine della proposizione principale; e quando la necessità pur richieda, che vengan lunge, si debbon ripetere le parole precedenti alla parentesi per ripigliare il filo della principale proposizione. Le altre due maniere di iperbato, che sono la <emph>sinchisi</emph>, cioè “confusione di costruzione”, e l'<foreign lang="lat" rend="italic">anacoluthon</foreign>, cioè “inconseguenza”, che è il mettere una voce isolata, e senza corrispondenza, sono anzi difetti, che figure, o proprietà di linguaggio, e si debbono però schifare.</p>
<p>Resta ad osservare riguardo alle figure in genere, che siccome esse a rigore sono altrettante irregolarità, così debbonsi usar parcamente. Chi ne fa un abuso soverchio oltre al cadere nella affettazione, dee introdurre necessariamente ne' suoi discorsi dell'oscurità, e della confusione.</p>
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<head>Capo IV.</head>
<argument><p><hi rend="italic">Delle voci diverse, che servono ad esprimere una medesima idea, ossia de' sinonimi: e con questa occasione dei veri vantaggi di una lingua</hi>.</p></argument>

<p>La copia de' sinonimi in una lingua può esser utile per una parte in quanto a chi ben la possiede porge maggiore facilità di scriverla, e giova alla varietà, uno de' principali fonti dell'eleganza; ma è pregiudicevole per l'altra in quanto la rende più vaga, e men precisa. La vera ricchezza di una lingua consiste nell'avere abbondanza di termini significanti diverse idee, esprimenti cioè i loro diversi gradi, le loro diverse collezioni più, o men generali, i loro rapporti scambievoli ecc. Io vorrei che formar si potessero come varj alberi, in cui il tronco contenesse una parola significante un'idea complessa formata di molte unioni di idee semplici; ciascuna unione d'idee semplici avesse le sue parole corrispondenti, e formasse le radici maggiori del tronco; e ogni radice maggiore fosse poi divisa in varie barbe minori contenenti i nomi dell'idee semplici, dalla cui unione risultano di mano in mano le più composte.</p>
<p>Che se non vi fossero altre voci primitive se non quelle, che esprimono l'idee semplici, e colla composizione di queste si potessero esprimere l'idee composte, quanto non sarebbe la lingua ancor più comoda, e più vantaggiosa? Quanta facilità nell'apprenderla, quanta brevità nell'eprimersi, quanta precisione nel determinare le proprie idee e nel risvegliarle in altrui? Quante definizioni, e dichiarazioni di termini, che non sarebbero più necessarie?</p>
<p>Ma questo ottenere non si potrebbe che in una lingua formata da filosofi a bella posta, nella quale infinite cose v'avrebbero ancora ad osservare. Converrebbe a cagion d'esempio, che nei nomi degli animali soltanto si facesse la distinzione de' due generi maschile, e femminile, che le cose inanimate si ponessero in un terzo genere, e che i nomi di un genere stesso avessero una stessa terminazione nel numero del meno, un'altra medesima in quello del più. Quanto ai casi non vi dovrebb'essere altra distinzione, che quella del nominativo, e dell'accusativo per distinguere agevolmente il soggetto della proposizione dall'oggetto relativo del verbo, e questa distinzione potrebbe indicarsi con un affisso, o con un prefisso costante senza introdurre novelle varietà di terminazioni. Nei verbi basterebbe una sola conjugazione con un segno costante per distinguere i passivi dagli attivi, e dagli intransitivi, e in questa conjugazione oltre alle determinazioni di numero, e di persona io vorrei anche tutte quelle de' tempi, e de' modi realmente diversi, de' quali riguardo ai primi a noi manca il futuro prossimo, che i Greci avevano, benché ne' passivi soltanto, e riguardo ai secondi l'ottativo, che essi pure avevano, e che non lascia d'essere di qualche uso. Quanto alla maniera di determinare queste varie modificazioni de' verbi, all'uso degli Inglesi di adoperare costantemente la desinenza dell'infinito, e premettere continuamente i nomi personali per indicare i numeri e le persone, e varj prefissi per indicare i modi e i tempi, preferirei quello delle diverse terminazioni, sì per evitare la soverchia uniformità e ripetizione de' medesimi termini, come per rendere più breve, e più chiaro il discorso. In questo io non so nemmeno approvare il lor uso di non variare gli aggettivi né per generi, né per numeri; tanto più, che servendosi essi non poco delle trasposizioni, principalmente nelle poesie, non si scorge sovvente a prima vista a qual sostantivo un aggettivo appartenga. Nei pronomi però sono essi più regolari degli altri, usandone uno costantemente pei maschi, un altro per le femmine, e un terzo per tutte le cose inanimate. Le medesime determinazioni di tempo esser dovrebbero ancora ne' participj, come lo avevano i Greci. Gli articoli abbiam veduto di quanto vantaggio siano per determinare il significato de' nomi; ma l'uso ne deve esser costante, e regolare. Tale deve esser pure quello delle preposizioni, degli avverbj, delle congiunzioni, e degli interposti; non fare, che una voce medesima abbia significati diversi, né che ve n'abbiano molte esprimenti una stessa idea. Di questi vantaggi le lingue o morte o viventi, che abbiamo, non godono se non in parte. L'ebraica, per esempio ha quello di trarre da poche radici, e semplicissime per la maggior parte tutta la varietà de' suoi termini; di poter con un verbo medesimo leggiermente diversificato esprimere sette sensi, come <emph>amare, esser amato, amar grandemente, esser amato grandemente, far amare, esser fatto amare, amar sé stesso</emph>. Oltre alle variazioni dei numeri, e delle persone gli Ebrei avevan nei verbi anche quella dei generi, utile spesse volte per accennare determinatamente il soggetto della proposizione. Ma scarseggiavan di troppo nei modi, e nei tempi non avendo rispetto ai primi che l'indicativo, l'imperativo, e l'infinito, e riguardo ai secondi avendo soltanto il passato, il futuro, e il presente, che però si confonde col participio, e non ha distinzion di persone. Oltre ciò nel futuro la seconda persona maschile del singolare, e la terza femminile hanno una medesima desinenza, come una stessa n'han pure la seconda, e la terza femminile del plurale. Riguardo ai nomi avevan anch'essi oltre al singolare, e al plurale il numero duale, come i Greci, il quale è per altro di pochissima utilità, avevan l'articolo, non avevano casi, e quanto alle desinenze de' generi, e de' numeri avevan la stessa irregolarità delle nostre lingue, sebbene forse minore, poiché sì i maschili, che i femminili avevan quasi tutti nel plurale una terminazione costante. Nella lingua greca utilissima era la composizione delle parole. Perciocché quante idee complesse per lei non si esprimevano con un sol termine? Ci avvantaggiavan ne' verbi d'un modo, e d'un tempo veramente significanti, come poc'anzi abbiam detto; avevano tutti i tempi ne' participj ancora. Nei nomi avevan gli articoli, e i casi, avevan tre generi, maschile, femminile, e neutro, tre numeri singolare, duale, e plurale, i quali numeri avevano ancora ne' verbi. Ma perché poi dieci declinazioni nei nomi; perché ne' verbi trentasei conjugazioni: tredici degli attivi, tredici de' passivi, e dieci de' medj, ossia comuni, verbi già difettosissimi per sé stessi, siccome quelli, che hanno con una medesima desinenza il significato or attivo, or passivo? Non vi dovrebbero essere nelle lingue altre variazioni di desinenza, se non quelle, che son necessarie per esprimere più brevemente, e più chiaramente i diversi significati, o assoluti, o relativi d'una medesima voce. I Greci all'opposto dopo aver già introdotto tante conjugazioni de' verbi attivi e passivi, dove una sola bastar potea, han voluto introdurre per confondere ne' medesimi verbi i due significati attivo, e passivo dieci altre conjugazioni. Non v'hanno che i verbi, che chiamano <emph>circonflessi</emph>, in cui il passivo, e 'l medio hanno una medesima desinenza. E ben poteano far lo stesso ancora cogli altri, siccome han fatto i Latini, che hanno anch'essi il difetto de' verbi comuni, e deponenti; ma almeno non han per essi introdotte nuove desinenze. S'aggiunga che ne' verbi han un tempo inutile, che è l'<emph>aoristo</emph> <emph>secondo</emph>, avendo egli il medesimo significato del primo, che è corrispondente per lo più al nostro perfetto indeterminato. E l'unione de' cinque dialetti, quanto non ha accresciuto la moltiplicità già eccessiva delle inflessioni de' nomi, e de' verbi? Quanti sinonimi inutili non ha poi introdotto? Alcuni ammirano in tutto questo la somma abbondanza della lingua greca; ma non so se le lingue che amano l'esattezza abbiano molto ad invidiarle questo vantaggio, come all'incontro le debbono invidiare gli altri veri vantaggi sovraccennati.</p>
<p>Quanto alla lingua latina cominciando dai casi, che a lei sono comuni colla greca, essi certamente e per la brevità, e per la chiarezza, e per la precisione non lasciano d'essere utilissimi. Si osservi però, che trattone il genitivo, che ha un significato corrispondente alla nostra preposizione <emph>di</emph>, gli altri casi presso di loro non hanno alcun senso significativo, ma hanno l'indicativo soltanto. Il nominativo indica il soggetto della proposizione, l'accusativo l'oggetto relativo del verbo; il dativo si accompagna sempre o con un verbo, o con un aggettivo per indicare semplicemente il secondo termine delle relazioni da loro espresse, se non che equivale qualche volta alla preposizione <foreign lang="lat" rend="italic">pro</foreign>; l'ablativo è sempre retto da una preposizione o espressa, o sottintesa; del vocativo non parlo, che non ha una terminazione propria se non nel singolare della seconda declinazione. Le relazioni adunque, che non sono espresse dai verbi, né dagli aggettivi, dovevansi esprimere ancor dai Latini per via delle preposizioni; ed è ben chiaro, che i nomi preceduti da queste non importa che abbiano una desinenza piuttosto, che un'altra. Tuttavia la distinzione almeno del nominativo, e dell'accusativo era certo utilissima, come già abbiamo notato: dell'ablativo al contrario avrebber potuto anch'essi comodamente far senza alla maniera de' Greci, unendo le preposizioni ai casi che di già avevano senza introdurre una nuova terminazione superflua.</p>
<p>Ma oltreciò quanta irregolarità e negli uni, e negli altri non v'ha in questa parte? Per parlare dei Latini soltanto, perché anch'essi stabilire cinque declinazioni ove una sola potea bastare, e poi confondere nella prima il genitivo, e dativo singolare col nominativo plurale, come <foreign lang="lat" rend="italic">musae</foreign> (non dico anche il nominativo coll'ablativo singolare, perché voglio supporre, che essendo l'<emph>-a</emph> finale dell'uno breve, e dell'altro lungo il distinguessero abbastanza colla pronunzia); nella seconda il dativo coll'ablativo singolare, come <emph>domino</emph>; nella terza quanto al singolare in molti il nominativo col genitivo, come <foreign lang="lat" rend="italic">hostis</foreign>; in altri il dativo coll'ablativo, come <foreign lang="lat" rend="italic">navi</foreign>; e quanto al plurale in tutti il nominativo coll'accusativo, come <foreign lang="lat" rend="italic">menses</foreign>; nella quarta il nominativo, e genitivo singolare col nominativo, e accusativo plurale, come <foreign lang="lat" rend="italic">sensus</foreign>; nella quinta il nominativo singolare col nominativo, e accusativo plurale; e il genitivo singolare col dativo, come <foreign lang="lat" rend="italic">dies</foreign>, e <foreign lang="lat" rend="italic">diei</foreign>; in tutte il dativo coll'ablativo plurale, e il vocativo tanto singolare, come plurale col nominativo (eccetto solo il singolare della seconda); e nei neutri oltreciò il nominativo tanto singolar, che plurale coll'accusativo? Han voluto moltiplicare le desinenze ove non v'ha bisogno, e han poi mancato di distinguere quelle, che realmente dovevan esser distinte. Riguardo ai generi giacché i Greci, e i Latini avevano introdotto anche il neutro, perché metter poi nel maschile, e nel femminile la maggior parte delle cose inanimate, che al neutro dovevano tutte appartenere?</p>
<p>La mancanza dell'articolo è un difetto della lingua latina, che rende in essa assai meno determinato il significato dei nomi, che nella ebraica, nella greca, e nelle lingue moderne. Nei verbi avevano i Latini quattro conjugazioni attive, e quattro passive, laddove noi ci contentiamo di tre sole attive, formando tutti i passivi col verbo <emph>essere</emph>. Mancavan eglino del perfetto indeterminato, e del soggiuntivo condizionale. Avevano maggior copia di verbi irregolari. Lascio, per non ripetere quel che ho detto di sopra, l'irregolarità de' verbi comuni, e dei deponenti.</p>
<p>Dei participj avevano più di noi il futuro, ma non potevano usare nei loro neutri il passato dicendo <foreign lang="lat" rend="italic">ventus</foreign> per esempio, o <foreign lang="lat" rend="italic">itus</foreign>, come noi diciamo <emph>venuto</emph>, e <emph>andato</emph>.</p>
<p>Nelle preposizioni eran più regolari di noi perciocché le diverse relazioni che noi siam forzati ad esprimere confusamente colle due preposizioni <emph>da</emph>, e <emph>per</emph> eran da loro distintamente significate colle preposizioni diverse <foreign lang="lat" rend="italic">a, ex, de</foreign>; e <foreign lang="lat" rend="italic">per, ob, prae, pro</foreign>; la relazione di stromento era distinta da quella di compagnia col sopprimere, come facevano per lo più la preposizione <foreign lang="lat" rend="italic">cum</foreign>; e così si dica d'alcune altre.</p>
<p>Quanto agli avverbj, alle congiunzioni, e agli interposti presso a poco siamo eguali.</p>
<p>Le regole del <foreign lang="fre" rend="italic">régime</foreign> erano nella lingua greca, e nella latina assai più avviluppate, che non son nella nostra a cagione del grand'uso ch'essi facevano dell'ellissi; quantunque alcuni gramatici son poi concorsi ad avvilupparle molto di più, che non l'erano naturalmente.</p>
<p>Quanto alla copia de' termini significanti, le lingue moderne hanno tutti quelli di più, che esprimono le nuove idee dagli uomini acquistate a misura che le loro cognizioni colle nuove scoperte si sono andate accrescendo. Ma se riguardiamo all'idee, che comuni erano ancor fra gli antichi, la lingua greca, e la latina han tuttavia molti termini esprimentissimi, che le moderne non hanno addottato, e a cui non ne hanno sostituito di altri corrispondenti. Egli sarebbe desiderabile, che tutti usassero la libertà degli Inglesi di arricchire la propria lingua con quello, che v'ha di meglio nell'altre. Quante nuove espressioni cavare non potrebbero gli uni dagli altri, e adattandole al genio della propria lingua renderla più feconda, più significante, più chiara, schivando le lunghe circonlocuzioni, che son necessarie molte volte per rendere quelle medesime idee, che da altri s'esprimono con una sola parola?</p>
<p>Non sono però da tollerare coloro che non sanno introdur che sinonimi. Perché infatti usare un latinismo, o un francesismo ove abbiamo in italiano già altri termini corrispondenti? È egli forse sì scarso il numero de' sinonimi fra di noi, che sia mestieri l'accrescerlo di vantaggio?</p>
<p>Sarebbe anzi all'opposto cosa degna dell'opera d'un filosofo il cercar di ristringerlo. Né intendo io già per questo, che s'abbiano a sbandir dall'Italia le voci, che già vi sono. Basterebbe soltanto esaminarle maturamente, e ben determinarne il significato, osservando quelle che esprimono un'idea più o men generale, più o men composta, penetrando a distinguere le loro minime differenze, i loro gradi diversi, i loro diversi usi, separando quelle che sono proprie da quelle che son figurate, le primitive dalle derivate, le semplici dalle composte ecc.</p>
<p>Io non so se si potrebbe scoprire in tutti i termini un significato diverso; so ben che moltissimi di que' che pajon sinonimi, e che si usano come tali comunemente, si vedrebbero aver un senso realmente distinto; e questa determinazione renderebbe la nostra lingua assai più precisa, ch'ella non è.</p>
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<div2>
<head>Capo V.</head>
<argument><p><hi rend="italic">Delle voci, che esprimono più idee diverse</hi>.</p></argument>

<p>Se è a parlar rigorosamente una superfluità pregiudicevole in una lingua l'aver più voci esprimenti una stessa idea, egli è un difetto assai più pregiudicevole l'esprimere diverse idee con una voce medesima, specialmente quando siano idee affatto disparate, e che non abbian tra loro niuna simiglianza, o relazione. Io non so tuttavia, se da questo difetto vi sia alcuna lingua, che vada esente. La nostra certo non l'è, in cui moltissime sono le voci, che hanno diversi sensi. Siccome però i sinonimi molto contribuiscono alla varietà, e all'eleganza, così fanno ancor queste voci, quando siano ben usate. Noi andremo qui enumerandone le principali cominciando dai verbi in cui ve n'ha maggior numero.</p>
<list>
<item><label><hi rend="italic">ACCATTARE</hi></label> oltre al significato di “mendicare” ha quello ancora di “prendere in prestanza”. Bocc[accio] g[iornata] 8, n[ovella] 2, nel tit[olo]: «<quote>Accattato da lei un mortajo il rimanda</quote>».</item>
<item><label><hi rend="italic">ADAGIARE</hi></label> si adopera per “fornire uno di qualche cosa”. Bocc[accio] g[iornata] 2, n[ovella] 8: «<quote>Gli ebbe di tutto ciò, che bisognò loro, e di piacere era, fatti adagiare</quote>».</item>
<item><label><hi rend="italic">AGGIUGNERE</hi></label> si usa invece di “giugnere”. Bocc[accio] g[iornata] 10, n[ovella] 3: «<quote>Quando aggiugnerò io alla liberalità delle gran cose di Natan?</quote>». <emph>AMAR MEGLIO</emph> s'adopera per “voler piuttosto”. Bocc[accio] n[ovella] 1: «<quote>Io amo molto meglio di dispiacere a queste mie carni, che ecc.</quote>».</item>
<item><label><hi rend="italic">ANDARNE</hi></label> <emph>la vita, andarne la testa</emph> significa “essere stabilita per un delitto la pena di morte”. Bocc[accio] g[iornata] 7, n[ovella] 8: «<quote>Come fostù sì folle, che tu confessassi quello, che tu non facesti giammai, andandone la vita?</quote>».</item>
<item><label><hi rend="italic">APPORRE</hi></label> si usa per “incolpar uno a torto”. Bocc[accio] g[iornata] 7, n[ovella] 8: «<quote>Il marito poteva per altra cagione essere crucciato con lei, e ora apporle questo per iscusa di sé</quote>». <emph>APPORSI</emph> vale “indovinare”. <title>Malmantile</title> cant[are] 2, ott[ava] 75: E venne immaginandosi, e s'appose, Ch'ella fosse sua moglie, ei suo marito. <emph>ATTENERSI</emph> si usa per “appartenere”. Ambra <title>Furt[o]</title>, att[o] 2, sc[ena] 7: «<quote>L'eredità s'attenerà a me</quote>». Per “esser parente”. Salviati <title>Spin[a]</title> att[o] 1, sc[ena] 4: «<quote>Erede d'uno, che non t'attiene quasi nulla</quote>». Per “tenersi, stare ad una cosa”. Bocc[accio] g[iornata] 8, n[ovella] 10: «<quote>Attenendosene Salabaetto alla sua semplice promessione</quote>».</item>
<item><label><hi rend="italic">AVERE</hi></label> s'adopera per “riputare”. Bocc[accio] n[ovella] 1: «<quote>Gli diede la sua benedizione avendolo per santissimo uomo</quote>». Per “ottenere”, e “procacciare”. <title>Nov[elle] Ant[iche]</title> 54: «<quote>Ebbe un cavallo, e da' suo' fanti il fece vivo scorticare</quote>». Per “ritenere”. Bocc[accio] g[iornata] 2, n[ovella] 4: «<quote>Disse alla buona femmina, che più di cassa non aveva bisogno, ma che se le piacesse un sacco gli donasse, e avessesi quella</quote>». Per “intendere”, o “sapere”. Bocc[accio] g[iornata] 4, n[ovella] 9: «<quote>Donna io ho avuto da lui, che egli non ci può essere qui domane</quote>».</item>
<item><label><hi rend="italic">AVVENIRSI</hi></label>, si usa per “abbattersi”. Bocc[accio] g[iornata] 9, n[ovella] 3: «<quote>Ovunque con persona a parlar s'avveniva</quote>». Per “convenire”, “star bene”. Guido Giudice p[agina] 271: «<quote>Oh come s'avvenne al savio uomo d'esser cauto!</quote>». E per “avere attitudine”, e “avvenenza nell'operare”. Firenzuola <title>Dial[ogo] [delle] bel[lezze] [delle] don[ne]</title> p[agina] 318: «<quote>Se ella va, ha grazia ecc. finalmente e' se le avviene ogni cosa maravigliosamente</quote>».</item>
<item><label><hi rend="italic">AVVISARSI</hi></label> per “accorgersi”. Franco Sacchetti nov[ella] 78: «<quote>Gentiluomo, avvisiti tu di nessuno, che queste cose ti faccia?</quote>». Per “deliberare”. Bocc[accio] n[ovella] 3: «<quote>S'avvisò di fargli una forza da qualche ragion colorata</quote>». E per “credere”, o “esser di parere”, nel qual senso s'adopera anche <emph>avvisare</emph>, o <emph>esser d'avviso</emph>.</item>
<item><label><hi rend="italic">CONDURRE</hi></label> per “indurre”. Bocc[accio] g[iornata] 2, n[ovella] 6: «<quote>Con la maggior fatica del mondo a prendergli, ed a mangiare la condusse</quote>».</item>
<item><label><hi rend="italic">CONFORTARSI</hi></label> per “concepir fiducia”. Bocc[accio] g[iornata] 3, n[ovella] 9: «<quote>Come costei l'ebbe veduto così incontanente si confortò di doverlo guerire</quote>».</item>
<item><label><hi rend="italic">CONOSCERSI</hi></label>, per “intendersi”, “aver perizia”. Bocc[accio] g[iornata] 8, n[ovella] 2: «<quote>Per quello che mi dice Bolietto, che sai, che si conosce così bene di questi panni sbiavati</quote>».</item>
<item><label><hi rend="italic">CONSENTIRE</hi></label> per “accordare”, “permettere”. Bocc[accio] g[iornata] 2, n[ovella] 8: «<quote>Prima soffrirebbe di essere squartato che tal cosa né in sé, né in altrui consentisse</quote>».</item>
<item><label><hi rend="italic">CONTENDERE</hi></label> per “vietare”, “impedire”. Gio[vanni] Villani lib[ro] 8, cap[itolo] 40: «<quote>Contesono loro il passo</quote>».</item>
<item><label><hi rend="italic">CRESCERE</hi></label> per “accrescere”. Gio[vanni] Villani lib[ro] 1, cap[itolo] 48: «<quote>E crebbono assai la città di Pisa</quote>». E per “allevare”. Bocc[accio] g[iornata] 2, n[ovella] 8: «<quote>Come figliuola cresciuta m'avete</quote>».</item>
<item><label><hi rend="italic">DOMANDARE</hi></label> per “interrogare”, e “richiedere di alcuna persona”. Bocc[accio] g[iornata] 2, n[ovella] 3: «<quote>Alessandro domandò l'oste là dove esso potesse dormire</quote>». E g[iornata] 1, n[ovella] 1: «<quote>Se ne andarono ad una religione di frati, e domandarono alcuno santo, o savio uomo</quote>».</item>
<item><label><hi rend="italic">ESSERE</hi></label> <emph>a una persona</emph>, o <emph>a un luogo</emph> vale “andare”, o “arrivare”. Bocc[accio] g[iornata] 5, n[ovella] 5: «<quote>I parenti dell'una parte, e dell'altra furono a lui, e con dolci parole il pregarono</quote>».</item>
<item><label><hi rend="italic">FARE</hi></label> si usa per risvegliar l'idea di qualunque verbo precedente. Bocc[accio] g[iornata] 2, n[ovella] 6: «<quote>Così lei poppavano, come la madre avrebber fatto</quote>», cioè <emph>poppato</emph>. Trattandosi di tempo, significa il termine di una quantità di esso determinata. Cecchi <title>Sti[a]va</title>, att[o] 5, sc[ena] 6: «<quote>Fa' tu a memoria, che or fan sedici anni, ch'e' mi fu tolto?</quote>». Così <emph>sul far del giorno, sul far della notte</emph> significan “nel cominciare del giorno”, o “della notte”. <emph>Far forza</emph> vale “importare”. Bocc[accio] g[iornata] 8, n[ovella] 8: «<quote>Disse il Zeppa: “Egli è ora di desinare di questa pezza”. Spinelloccio disse: “Non fa forza, io ho altresì a parlar seco d'un mio fatto”</quote>». In questo senso s'adopera anche il solo <emph>fare</emph>. Bocc[accio] g[iornata] 5, n[ovella] 4: «<quote>Che vi fa egli, perché ella sopra quel veron si dorma?</quote>». <emph>FARSI</emph> si usa per “innoltrarsi”. Bocc[accio] g[iornata] 2, n[ovella] 4: «<quote>Fattasi alquanto per lo mare</quote>». E per “affacciarsi”. Bocc[accio] g[iornata] 3, n[ovella] 3: «<quote>Né posso farmi né ad uscio, né a finestra</quote>». <emph>Fatti con Dio</emph>, vale “resta” o “vanne con Dio” modo di salutare, o di licenziare. Bocc[accio] g[iornata] 7, n[ovella] 10: «<quote>Meuccio fatti con Dio, ch'io non posso più stare teco</quote>».</item>
<item><label><hi rend="italic">FRAMMETTERSI</hi></label>, <emph>inframmettersi, trammettersi, intrammettersi</emph> vagliono “esser mediatore”, e “ingerirsi”. <title>Tratt[ato] [della] Piet[à]</title>: «<quote>L'uomo non si frammetta di giudicare ciò, che a lui non appartiene</quote>».</item>
<item><label><hi rend="italic">GIOVARE</hi></label> si usa alla maniera latina per “piacere”. Bocc[accio] g[iornata] 5, n[ovella] 5: «<quote>Poiché Filostrato ragionando in Romagna è entrato, a me per quella similmente gioverà d'andare alquanto spaziandomi</quote>». <emph>MENARE smanie, menar orgoglio</emph>, significa “smaniare”, “insuperbire”. Bocc[accio] g[iornata] 8, n[ovella] 2: «<quote>Ne invaghì sì forte, ch'egli ne menava smanie</quote>». Carlo Dati <title>Prose fioren[tine]</title> part[e] 1, vol[ume] 4, oraz[ione] 9: «<quote>Desiderabile è la nobiltà, ancorché di lei sola alcun non debba menar orgoglio</quote>». <emph>Menar la vita</emph> significa “vivere”.</item>
<item><label><hi rend="italic">METTERE</hi></label> si usa in senso intransitivo per “isboccare”. Gio[vanni] Villani lib[ro] 11, cap[itolo] 1: «<quote>Per l'aggiunta di più fiumi, che di sotto a Firenze mettono in Arno</quote>».</item>
<item><label><hi rend="italic">MONTARE</hi></label> per “importare”; e s'adoperan nel medesimo senso anche <emph>levare</emph>, e <emph>rilevare</emph>. Gio[vanni] Villani lib[ro] 10, cap[itolo] 86: «<quote>Assalivano l'oste ma poco levava, sì aveva Castruccio afforzato il campo</quote>». Dante <title>Par[adiso]</title>, can[to] 30: «<quote>La legge natural nulla rileva</quote>». Bocc[accio] g[iornata] 2, n[ovella] 9: «<quote>Tu diresti, e io direi, e alla fine niente monterebbe</quote>».</item>
<item><label><hi rend="italic">MORIRE</hi></label> si usa ne' passati per “uccidere”. Bocc[accio] g[iornata] 9, n[ovella] 5: «<quote>Ohimè! ella m'ha morto</quote>».</item>
<item><label><hi rend="italic">MOSTRARE</hi></label> si adopera con significato intransitivo per “sembrare”, o “apparire”. Bocc[accio] introd[uzione]: «<quote>Non è perciò così da correre, come mostra, che voi vogliate fare</quote>».</item>
<item><label><hi rend="italic">MUOVERE</hi></label> per “andare”. Petr[arca] canz[one] 5: «<quote>Or muovi non smarrir l'altre compagne</quote>».</item>
<item><label><hi rend="italic">PARTIRE</hi></label> per “allontanare”. Bocc[accio] g[iornata] 3, n[ovella] 9: «<quote>Egli aveva l'anello caro, né mai da sé il partiva</quote>». E per “dividere”. Petr[arca]: «<quote>Il bel paese Che Appennin parte, il mar circonda, e l'Alpe</quote>».</item>
<item><label><hi rend="italic">PENARE</hi></label> per “aver difficoltà a fare alcuna cosa”. Bocc[accio] g[iornata] 2, n[ovella] 5: «<quote>Mentre, ch'io penerò a uscir dell'arca, egli se n'andranno pe' fatti loro</quote>».</item>
<item><label><hi rend="italic">PICCARSI</hi></label>, per “offendersi di qualche cosa”. <title>Malmantile</title> can[tare] 7, ott[ava] 59: «<quote>Non ti piccar di ciò</quote>». E per “pretendere di saper bene in essa riuscire”. Salvini discor[so] 1, pag[ina] 3: «<quote>Allo stesso Socrate era fatta qualche domanda delle cose naturali, e divine ecc. delle quali il medesimo filosofo non si piccava</quote>».</item>
<item><label><hi rend="italic">PORRE</hi></label>, o <emph>porsi in cuore</emph> si usano per “deliberare”. Franco Sacchetti <title>Opere diverse</title> pag[ina] 123: «<quote>Tra loro hanno posto d'uccidermi</quote>». Bocc[accio] g[iornata] 7, n[ovella] 5: «<quote>Io mi posi in cuore di darti quello, che tu andrai cercando</quote>».</item>
<item><label><hi rend="italic">PORTARE</hi></label> per “esigere”, o “richiedere”. Bocc[accio] g[iornata] 10, n[ovella] 6: «<quote>Secondo che la stagione portava</quote>». <emph>Portare in pace</emph> val <emph>sopportare</emph>. Bocc[accio] g[iornata] 8, n[ovella] 7: «<quote>Portatelo in pace</quote>».</item>
<item><label><hi rend="italic">PRENDERE</hi></label>, per “intraprendere”, o “incominciare”. Bocc[accio] g[iornata] 2, n[ovella] 7: «<quote>Lasciatami prestamente presero a fuggire</quote>». <emph>RECARE</emph>, per “indurre”. Bocc[accio] g[iornata] 2, n[ovella] 9: «<quote>Io mi crederei in brieve spazio di tempo recarla a quello, che io ho già dell'altre recate</quote>».</item>
<item><label><hi rend="italic">RECARSI</hi></label> posto assolutamente vale “offendersi”. Gio[vanni] Villani lib[ro] 6, cap[itolo] 68: «<quote>E recaronsi, che gli Aretini avessero loro rotta la pace</quote>».</item>
<item><label><hi rend="italic">RICHIAMARSI</hi></label> s'adopera per “dolersi”. Boccaccio g[iornata] 8, n[ovella] 5: «<quote>Io son venuto a richiamarmi di lui d'una valigia la quale egli m'ha imbolata</quote>».</item>
<item><label><hi rend="italic">RICOVERARE</hi></label> vale “rifugiarsi”. Boccaccio g[iornata] 7, n[ovella] 4: «<quote>Come vide correre al pozzo, così ricoverò in casa, e serrossi dentro</quote>». S'adopera anche per “ricuperare”. <emph>RICORDARE</emph> si usa per “nominare”. Bocc[accio] g[iornata] 8, n[ovella] 9: «<quote>Perché ricordavate voi, o Dio, o i santi?</quote>». Vale anche “avvisare”, o “ammonire”.</item>
<item><label><hi rend="italic">RIMANERSI</hi></label> s'adopera per “cessare”. Bocc[accio] g[iornata] 7, n[ovella] 1, tit[olo]: «<quote>Vanno ad incantare con una orazione, ed il picchiar si rimane</quote>».</item>
<item><label><hi rend="italic">RIPOSARSI</hi></label> vale lo stesso. Bocc[accio] g[iornata] 10, n[ovella] 3, principio: «<quote>Riposandosene già il ragionare delle donne comandò il re a Filostrato, che procedesse</quote>».</item>
<item><label><hi rend="italic">RIPIGLIARE</hi></label>, e <emph>riprendere</emph> valgono “rimproverare”. Bocc[accio] g[iornata] 3, n[ovella] 3: «<quote>A voi sta bene di così fatte cose non che gli amici, ma gli strani ripigliare</quote>».</item>
<item><label><hi rend="italic">RITRARRE</hi></label> s'adopera per “distorre”. Petr[arca] canz[one] 48: «<quote>Da mille atti inonesti l'ho ritratto</quote>». <emph>Ritrarre da uno</emph> vale “somigliarlo”. Franco Sacchetti <title>Rime</title> p[agina] 18: «<quote>Da quella antica madre non ritrai, Ch'al mondo dimostrò la sua potenza</quote>».</item>
<item><label><hi rend="italic">ROMPERE</hi></label> usato assolutamente vale “far naufragio”. Dante <title>Convit[o]</title>, f. 205: «<quote>Laddove dovreste riposare per lo impeto del vento rompete, e perdete voi medesimi</quote>».</item>
<item><label><hi rend="italic">RUBARE</hi></label> si usa per “ispogliare”. Boccaccio g[iornata] 5, n[ovella] 4: «<quote>Molto ben sapeva la cui casa stata fosse quella, che Guidotto aveva rubata</quote>».</item>
<item><label><hi rend="italic">SENTIRE</hi></label> s'adopera per “conoscere”. Petr[arca] canz[one] 41: «<quote>Quel che tu vali, e puoi, Credo che il senta ogni gentil persona</quote>». E Bocc[accio] g[iornata] 2, n[ovella] 9: «<quote>Non ti sento di così grosso ingegno</quote>». E per “aver qualità”. Bocc[accio] g[iornata] 9, n[ovella] 10, principio: «<quote>Io il qual sento dello scemo anzi che no, più vi debbo esser caro</quote>». In questo senso si usa anche <emph>avere</emph>, come <emph>egli ha dello scemo, egli ha del pazzo</emph>. E <emph>tenere</emph>. Bocc[accio] g[iornata] 7, n[ovella] 1: «<quote>tenendo egli del semplice</quote>». <emph>Sentire avanti</emph> vale “saper molto”. Bocc[accio] n[ovella] 3: «<quote>Tu se' savissimo, e nelle cose di Dio senti molto avanti</quote>».</item>
<item><label><hi rend="italic">SOPRASTARE</hi></label> si usa per “indugiare”. Bocc[accio] g[iornata] 6, principio: «<quote>Delle sette volte le sei soprastanno tre, o quattro anni di più, che non debbono, a maritarle</quote>».</item>
<item><label><hi rend="italic">SOSTENERE</hi></label> per “comportare”, o “permettere”. Boccaccio g[iornata] 2, n[ovella] 6: «<quote>Vollele far la debita riverenza; ma ella nol sostenne</quote>».</item>
<item><label><hi rend="italic">SPERARE</hi></label> per “aspettare”. Boccac[cio] g[iornata] 5, n[ovella] 3: «<quote>Del quale sapeva, che non si doveva sperare altro, che male</quote>».</item>
<item><label><hi rend="italic">STAR BENE</hi></label> <emph>ad alcuno</emph> val “convenire”. Bocc[accio] g[iornata] 8, n[ovella] 4: «<quote>Io non son fanciulla, alla quale questi innamoramenti stiano oggi mai bene</quote>». <emph>Stare</emph> si usa anche per “consistere”. Passavanti p[agina] 35: «<quote>In questo sta la dignità, e l'eccellenza della Vergine Maria sopra gli altri santi</quote>».</item>
<item><label><hi rend="italic">STARSI</hi></label> vale “intertenersi”. Bocc[accio] g[iornata] 1, n[ovella] 4: «<quote>Per ciò statti pianamente fino alla mia tornata</quote>». E “astenersi dal far qualche cosa”. Bocc[accio] g[iornata] 3, n[ovella] 5: «<quote>Si è meglio fare, e pentere, che starsi, e pentersi</quote>».</item>
<item><label><hi rend="italic">TENERE</hi></label> si usa per “pigliare”, ma solo nell'imperativo. Bocc[accio] g[iornata] 7, n[ovella] 2: «<quote>Te' (cioè “tieni”) questo lume buon uomo</quote>»; e g[iornata] 8, n[ovella] 1: «<quote>Madonna tenete questi denari</quote>». Per “giudicare”. Bocc[accio] g[iornata] 3, n[ovella] 6: «<quote>Corrado avendo costui udito si maravigliò, e di grand'animo il tenne</quote>».</item>
<item><label><hi rend="italic">TENERSI</hi></label> per “trattenersi”. Bocc[accio] g[iornata] 1, n[ovella] 3: «<quote>Di Firenze usciti non si tennero, sì (cioè “finché non”) furono in Inghilterra</quote>».</item>
<item><label><hi rend="italic">TENER</hi></label> <emph>uscio, porta, entrata</emph>, e simili s'adoperan per “vietare”. Bocc[accio] g[iornata] 7, n[ovella] 5: «<quote>E quale uscio ti fu mai in casa tua tenuto?</quote>».</item>
<item><label><hi rend="italic">TENER favella</hi></label> vale “restar di parlare con alcuno per isdegno”. Bocc[accio] g[iornata] 8. n[ovella] 2: «<quote>La Belcolore venne in iscrezio col sere, e tennegli favella infino a vendemmia</quote>».</item>
<item><label><hi rend="italic">TENER credenza</hi></label> vale “tener segreto”. Bocc[accio] g[iornata] 3, n[ovella] 1: «<quote>Se io credessi, che tu mi tenessi credenza, io ti direi un pensiero, che io ho avuto più volte</quote>».</item>
<item><label><hi rend="italic">TOCCARE</hi></label> per “commovere”. Bocc[accio] g[iornata] 2, n[ovella] 8: «<quote>Questo ragionamento con gran piacere toccò l'animo dello abate</quote>».</item>
<item><label><hi rend="italic">TOGLIERE</hi></label> per “prendere”. Bocc[accio] g[iornata] 8, n[ovella] 2: «<quote>Togli quel mortajo, e riportalo alla Belcolore</quote>».</item>
<item><label><hi rend="italic">TORNARE</hi></label> per “riporre”. Bocc[accio] g[iornata] 3, n[ovella] 8: «<quote>Tacitamente il tornarono nell'avello</quote>». <emph>Tornar bene</emph> vale “esser di utile”, o “di piacere”. <emph>Tornare</emph> si usa anche per “ridondare”. Bocc[accio] g[iornata] 4, n[ovella] 3: «<quote>Ogni vizio può in grandissima noja tornare di colui, che l'usa</quote>».</item>
<item><label><hi rend="italic">TRAPASSARE</hi></label> per “morire”. Bocc[accio] g[iornata] 2, n[ovella] 7: «<quote>Il quale non istette guari che trapassò</quote>».</item>
<item><label><hi rend="italic">TRARRE</hi></label> si trova usato per “accorrere”. Bocc[accio] g[iornata] 9, n[ovella] 5: «<quote>Quasi al rumor venendo colà trassero</quote>».</item>
<item><label><hi rend="italic">VALERE</hi></label> per “giovare”. Boccaccio g[iornata] 6, princip[io]: «<quote>La regina le aveva ben sei volte imposto silenzio, ma niente valea</quote>». E per “meritare”. Boccac[cio] g[iornata] 1, n[ovella] 10: «<quote>Ch'io ami, questo non deve essere maraviglia ad alcuno savio, e specialmente voi, perciocché voi il valete</quote>».</item>
<item><label><hi rend="italic">VARIARE</hi></label> s'adopera in significato intransitivo per “essere differente”. Boccac[cio] g[iornata] 1, n[ovella] 5: «<quote>Quantunque in vestimenti, e in onori alquanto dall'altre variino</quote>».</item>
<item><label><hi rend="italic">VENIRE</hi></label> per “divenire”. Bocc[accio] <title>Ninf[ale] fiesol[ano]</title>: «<quote>E crescendo Proneo venne sì bello della persona, che ecc.</quote>». E per “uscirne odore”. Bocc[accio] g[iornata] 4, n[ovella] 10: «<quote>Dianzi io imbiancai miei veli col solfo ecc. sì che ancor ne viene</quote>». E per “riuscire”. Bocc[accio] introd[uzione]: «<quote>Tante più viene lor piacevole, quanto maggiore è stata del salire, e dello smontare la gravezza</quote>».</item>
<item><label><hi rend="italic">VOLERE</hi></label> si usa per “dovere”. Bocc[accio] n[ovella] 1: «<quote>Questi lombardi cani non ci si vogliono più sostenere</quote>»; cioè <emph>non ci si debbono</emph>. E “esser per essere”. Gio[vanni] Villani lib[ro] 12, cap[itolo] 100: «<quote>Per trattato de' Tarlati usciti d'Arezzo volle essere tradito, e tolto a' Fiorentini il castello di Laterino</quote>», cioè <emph>fu per essere</emph>.</item>
<item><label><hi rend="italic">USARE</hi></label> s'adopera per “frequentare”. Bocc[accio] g[iornata] 3, n[ovella] 4: «<quote>Usava molto la chiesa</quote>»; e n[ovella] 1: «<quote>A chiesa non usava giammai</quote>». S'adopera anche per “conversare”. Bocc[accio] g[iornata] 8, n[ovella] 9: «<quote>Quanto più uso con voi, più mi parete savio</quote>». Riguardo ai nomi io non ne accennerò che alcuni per non dilungarmi soverchiamente.</item>
<item><label><hi rend="italic">BELLA</hi></label>, e <emph>VECCHIA</emph> aggiunti a <emph>paura</emph> significan “grande”. Bocc[accio] g[iornata] 8, n[ovella] 2: «<quote>Per bella paura si rappatumò con lui</quote>». Pulci <title>Morgan[te]</title>, c[antare] 5, ott[ava] 48: «<quote>E fece a tutti una vecchia paura</quote>».</item>
<item><label><hi rend="italic">SOLENNE</hi></label> è usato dal Boccaccio per “grande”, “eccellente”, “straordinario”; e da lui si aggiunge a <emph>dono, convito, uomo, giucatore, bevitore, vino</emph> ecc.</item>
<item><label><hi rend="italic">FATTO</hi></label> s'adopera per “uomo”, “personaggio”, “cosa” ecc. Bocc[accio] n[ovella] 7: «<quote>Qualche gran fatto deve esser costui, che ribaldo mi pare</quote>».</item>
<item><label><hi rend="italic">PECCATO</hi></label> per “male” in genere, “danno”, “disordine”, Bocc[accio] n[ovella] ult[ima]: «<quote>Gran peccato fu che a costui ben n'avvenisse</quote>».</item>
<item><label><hi rend="italic">PEZZA</hi></label> significa “spazio di tempo”. Bocc[accio] g[iornata] 2, n[ovella] 5: «<quote>Egli è gran pezza, che a te venuta sarei</quote>». Ed anche il tempo presente. Bocc[accio] g[iornata] 8, n[ovella] 8: «<quote>Egli è ora di desinare di questa pezza</quote>».</item>
<item><label><hi rend="italic">PEZZO</hi></label> vale lo stesso. Bocc[accio] g[iornata] 2, n[ovella] 2: «<quote>Io mi veniva a star teco un pezzo</quote>».</item>
</list>
<p>Quanto alle preposizioni, agli avverbi, alle congiunzioni, e agl'interposti già abbiam dimostrato a' loro luoghi bastantemente i significati diversi, in cui si sogliono adoperare.</p>
</div2>
</div1>
<div1>
<head>Parte V.</head>
<head>Della ortografia.</head>

<div2>
<head>Capo I.</head>
<argument><p><hi rend="italic">Dell'alfabeto italiano</hi>.</p></argument>

<p>L'alfabeto italiano è simile al latino, se non che non ammette le tre lettere <foreign lang="lat" rend="italic">k, x, y</foreign>, e loro si sostituiscono invece nelle parole derivate dal latino, e dal greco le tre altre <emph>c, s, i</emph>; come da <foreign lang="lat" rend="italic">kalendae, exemplum, gyrus</foreign> <emph>calende, esempio, giro</emph>. La <emph>x</emph> però si conserva in alcuni pochi latinismi, come <foreign lang="lat" rend="italic">ex professo, ex proposito, ex abrupto</foreign>, e nel nome <emph>Xanto</emph>, fiume notissimo ne' poemi d'Omero, e di Virgilio, per distinguerlo da <emph>santo</emph>.</p>
<p>Il <foreign lang="lat" rend="italic">ph</foreign> similmente non si usa da noi, e s'adopera invece la <emph>f</emph>, come da <foreign lang="lat" rend="italic">philosophus</foreign>, <emph>filosofo</emph>. La <emph>h</emph> non si premette che alle voci <emph>ho, hai, ha, hanno</emph> del dimostrativo presente di <emph>avere</emph> per distinguerle dall'<emph>o</emph> disgiuntivo, dall'<emph>ai</emph> preposizione unita all'articolo, dall'<emph>a</emph> preposizione semplice, e dal nome <emph>anno</emph>. Alcuni in vece di <emph>ho, ha</emph> scrivono <emph>ò, à</emph>, ma la più parte gli scrivon anzi colla <emph>h</emph>, che coll'accento. Gli interposti <emph>ah, ahi, ahimè, oh, ohi, ohimè, eh, deh, doh, uh</emph> siccome si pronunciano coll'aspirazione, così richiedono la <emph>h</emph>.</p>
<p>Ella si soggiugne pure alle lettere <emph>c</emph>, e <emph>g</emph>, quando fan sillaba colle vocali <emph>e</emph>, ed <emph>i</emph>, e debbonsi pronunciare con un suono aspro, come è quello di <emph>ricchi</emph>, e <emph>ricche</emph>; avendo <emph>ce, ci, ge, gi</emph> senza la <emph>h</emph> un suono più tenue, quale è quello di <emph>cera, cima, genere, giro</emph>. Innanzi alle altre vocali la <emph>c</emph>, e la <emph>g</emph>, hanno un suono aspro per sé, e perciò la <emph>h</emph> è inutile, né si scrive per esempio <emph>charità</emph>, ma <emph>carità</emph>. Anzi quando innanzi all'<emph>a, o, u</emph>, si debbon esse pronunciare con un suono tenue, conviene frapporvi un <emph>-i-</emph>; quindi assai diverso è il suono di <emph>veggio</emph>, e <emph>veggo</emph>, di <emph>braccio</emph>, e <emph>bracco</emph>. Il <emph>t</emph> innanzi all'<emph>-i-</emph> seguita da altra vocale non ha il suono della <emph>z</emph> come nelle parole latine, e perciò in italiano si deve scrivere <emph>grazia, ambizione</emph>, non <emph>gratia, ambitione</emph>. V'han molte parole, che si scrivono indifferentemente colla <emph>z</emph>, e col <emph>c</emph>, come <emph>uffizio, benefizio, indizio, giudizio, spezie, delizie</emph>, e <emph>ufficio, beneficio, indicio, giudicio, specie, delicie</emph>. I plurali de' nomi maschili, che nel singolare finiscono in <emph>-io</emph>, invece di essere scritti con due <emph>i</emph>, si scrivono con un <emph>j</emph> come da giudizio, ozio, ufficio, <emph>giudizj, ozj, ufficj</emph>. Ciò non può farsi coi verbi, e però si scrive <emph>ringrazii, annunzii</emph>, non <emph>ringrazj, annunzj</emph>. Nei nomi pure sono eccettuati tutti quelli, in cui la voce si posa sull'<emph>i</emph> di <emph>-io</emph> come <emph>Dio, pio, restio, natio, mormorio</emph> ecc., che al plurale si scrivono con due <emph>i</emph>, cioè <emph>Dii, pii, restii, natii, mormorii</emph> ecc. Quelli all'incontro in cui nel singolare l'<emph>-io</emph> si pronuncia con un suono solo, si pronunciano, e si scrivono nel plurale con un solo <emph>i</emph>, come da <emph>raggio, occhio, figlio</emph>, <emph>raggi, occhi, figli</emph>. Alla <emph>j</emph> consonante, che dovrebbe piuttosto chiamarsi <emph>je</emph>, nelle parole derivate dal latino, si sostituisce generalmente in itaiano la <emph>g</emph>, come da <foreign lang="lat" rend="italic">major</foreign> <emph>maggiore</emph>, da <foreign lang="lat" rend="italic">jacere</foreign> <emph>giacere</emph>. Convien ben distinguere l'<emph>u</emph> vocale dal <emph>v</emph> consonante, che meglio potrebbe chiamarsi <emph>ve</emph>. Quando fa suono da sé egli è vocale, quando non può far suono se non appoggiato ad un'altra vocale egli è consonante, e il suo suono è quasi simile a quello della <emph>f</emph>, e del <emph>b</emph>. Infatti col <emph>b</emph> si scambia sovvente dicendosi egualmente <emph>servare</emph>, e <emph>serbare</emph>, <emph>nervo</emph>, e <emph>nerbo</emph>. Anche dalla sola maniera di pronunciarlo si può agevolmente distinguere quand'egli è consonante, e quando è vocale. Perciocché l'<emph>u</emph> vocale si pronuncia rotolando i labbri senza batterli un contro l'altro; e all'opposto il <emph>v</emph> si pronuncia battendo i denti superiori sul labbro inferiore. La parola <emph>uva</emph> ne può essere un chiaro esempio. Dopo il <emph>q</emph>, e il <emph>g</emph> l'<emph>u</emph> è sempre vocale, ed ha un suono sfuggito, come in <emph>questo, quello, guerra, guadagno</emph> ecc. Notisi che nelle parole <emph>acqua, tacque, nacque, nocque, giacque, piacque, acquisto</emph>, e in tutte quelle che da esse derivano innanzi al <emph>q</emph> si deve porre un <emph>c</emph>. L'<emph>u</emph> ha il medesimo suono sfuggito innanzi alla vocale <emph>o</emph> quando con lei fa dittongo, come <emph>uomo, figliuolo, cuore, buono, scuola</emph>. Convien però osservare che l'<emph>u</emph> non ha luogo se non quando la voce si posa sopra dell'<emph>o</emph> che lo segue; quindi <emph>bontà, scolare</emph>, e simili non si scrivon coll'<emph>u</emph>, battendo in queste parole la voce su d'altra vocale. S'eccettuin <emph>nuovamente, buonamente, suonare, giuocare</emph>, e alcune altre poche voci, in cui l'<emph>u</emph> si scrive tuttavia.</p>
<p>Innanzi a <emph>b</emph>, e <emph>p</emph> la <emph>n</emph> si cangia in <emph>m</emph>, come <emph>Giampiero, Giambattista</emph>. Lo stesso si fa ancora in <emph>tiemmi</emph> per “tienmi”. La <emph>m</emph> all'opposto si cambia sovvente in <emph>n</emph> quando è innanzi ad un'altra <emph>n</emph>, come <emph>andianne</emph> per “andiamne”. La <emph>n</emph> seguita dal <emph>g</emph> spesse volte si trasporta innanzi; come <emph>giugnere, piagnere, vegna</emph> ecc. per <emph>giungere, piangere, venga</emph>. I nomi proprj si scrivon tutti colla prima lettera majuscola, come <emph>Pietro, Parma, Italia, Tevere</emph> ecc. Ciò si fa ancora al principio di ogni periodo, e in poesia al principio d'ogni verso.</p></div2>
<div2>
<head>Capo II.</head>
<argument><p><hi rend="italic">Dell'accento</hi>.</p></argument>

<p>L'accento si sovrappone all'ultima vocale di quelle parole, che son di più sillabe, che finiscono in vocale, e in cui su di questa vocale, si appoggia la voce, come <emph>pietà, bontà, perché, però</emph> ecc. Nei monosillabi non si pone, se non quando contengono un dittongo, cioè due vocali pronunciate unitamente, come <emph>già, ciò, può, più</emph> ecc., e quando hanno due diversi significati, per distinguere i quali in uno si aggiugne l'accento, nell'altro si ommette; così <emph>è</emph>, e <emph>dà</emph> verbi, <emph>dì</emph> nome in significato di “giorno”, e imperativo del verbo <emph>dire</emph>, <emph>sé</emph> nome personale, <emph>sì</emph> interposto affermativo, e avverbio in significato di “così”, <emph>là</emph>, e <emph>lì</emph> avverbj, <emph>né</emph> congiunzione negativa hanno l'accento; e al contrario <emph>e</emph> e <emph>se</emph> congiunzioni, <emph>da</emph> e <emph>di</emph> preposizioni, <emph>si</emph> e <emph>ne</emph> nomi personali, <emph>la</emph>, e <emph>li</emph> articoli non l'hanno. Tutti gli altri monosillabi, che hanno un solo senso si scrivono senza accento; e da molti senza accento si suole scrivere anche il <emph>se</emph> così quand'è nome personale, come quando è congiunzione. Qualche volta l'accento si pone anche su la penultima vocale, come in <emph>balìa</emph> per distinguerlo da <emph>balia</emph> “nutrice”, in <emph>gìa</emph> verbo per distinguerlo da <emph>già</emph> avverbio, e in <emph>umìle, simìle, oceàno</emph> ecc. quando in poesia l'accento del verso si fa cadere sulla loro penultima sillaba. Da molti però simili accenti si sogliono ommettere. Un uso utilissimo, che si potrebbe introdurre riguardo agli accenti sarebbe quello di contrassegnarne in tutte le parole sdrucciole, e bisdrucciole o intere, o tronche la vocale, su cui si posa la voce, scrivendo per esempio <emph>lìbero, lìberano, lìberan, ùtile, ùtil</emph> ecc. Con questo si verrebbe a determinare chiaramente, e invariabilmente la pronuncia di tutte le parole. Perciocché la pronuncia di quelle, che finiscono in vocale accentata, come <emph>pietà</emph> già è fissa dall'accento, che vi si pone; quella delle sdrucciole o intere, o tronche, come <emph>ùtile</emph> e <emph>ùtil</emph> lo sarebbe dall'accento, che nuovamente vi si ponesse; e quella delle piane o intere, o tronche come <emph>amare</emph>, e <emph>amar</emph> lo diverrebbe dal non avere niun accento. Né per le sdrucciole sarebbe necessario d'introdurre un accento nuovo diverso da quello, che già si usa nelle parole accentate in ultimo. Poiché l'accento presso di noi non ha la forza, che aveva presso de' Greci. Appo loro l'accento significava alzamento, o abbassamento di voce; e perciò essi ne avevano tre distinti: l'acuto (2), il grave (1), e il circonflesso (4). Ma presso noi egli non serve che ad accennar la vocale, su cui si deve posar la voce: e quindi un solo sarebbe bastante. Quest'uso riuscirebbe di un grandissimo comodo per gli stranieri, i quali durano molta pena ad imparare quale delle nostre parole si abbia a pronunciar breve, e qual lunga; d'un grandissimo comodo pei fanciulli, che comincian a leggere; e d'un comodo non picciolo anche per noi, massimamente per determinare la pronuncia o breve, o lunga de' nomi proprj, molti de' quali per la mancanza appunto di un segno, che li distingua, restan affatto indeterminati. Né un tal uso, dovendosi contrassegnar solamente le parole sdrucciole, e quelle che terminan in vocale accentata, importerebbe gran briga a chi scrive; perciocché queste rispetto alle piane sono in picciolissimo numero. Io mi proverò di darne un esempio scrivendo a questa maniera il capo seguente. Ma giacché siamo entrati a parlar degli usi, che introdur si dovrebbono nella nostra lingua circa all'ortografia; ve n'ha un altro, che sarebbe ancora più necessario, ed è quello di distinguere con qualche segno quando l'<emph>o</emph>, e l'<emph>e</emph> si debbono pronunciare aperte, e quando strette. A tal fine o si potrebbero istituire due nuove lettere, a cagion d'esempio l'<foreign lang="grc" rend="italic">epsilon</foreign>, e l'<foreign lang="grc" rend="italic">omega</foreign> de' Greci, come voleva il Trissino; o basterebbe anche il supplirvi cogli accenti alla maniera de' Francesi. Il secondo modo sarebbe più comodo per due riguardi: 1. perché le lettere greche par che non bene s'accordino con quelle del nostro alfabeto; 2. perché un accento solo (´) basterebbe e per l'<emph>o</emph>, e per l'<emph>e</emph>, e basterebbe anche l'usarlo soltanto quando queste vocali si debbono pronunciare aperte, ommettendolo quando s'hanno a pronunciar chiuse. In tal caso noi avremmo nella nostra lingua due accenti, l'uno de' quali (`) servirebbe a determinare le pose della voce, l'altro (´) a distinguere le vocali aperte dalle strette<note resp="aut" place="foot">O si potrebbe anche meglio per le pose della voce usare l'accento (´), che dicesi <emph>acuto</emph>, e per le vocali aperte l'accento (`), che si chiama <emph>grave</emph>: quando poi la posa della voce cade sopra d'una vocale aperta, per indicare e l'una, e l'altra cosa adoperar si potrebbe l'accento <emph>circonflesso</emph> de' Francesi (∘).</note>: e la nostra ortografia non lascerebbe più nulla a desiderere né agli stranieri, né a noi medesimi.</p></div2>
<div2>
<head>Capo III.</head>
<argument><p><hi rend="italic">Dell'apostrofo</hi>.</p></argument>

<p>L'apóstrofo si mette quando l'última vocale di una parola si elide per l'incontro d'un'altra parola, che per vocale cominci. Nell'artícolo <emph>gli</emph> l'<emph>i</emph> non si puó elídere, se la parola seguente non comíncia similmente per <emph>i</emph>. Quindi si scriverá bene <emph>gl'italiani, gl'indiani</emph>; ma non <emph>gl'anni, gl'editti, gl'orsi, gl'uómini</emph>, perché <emph>gl'</emph> avrebbe quel suono aspro, che ha nelle parole latine <foreign lang="lat" rend="italic">gládius, gleba, glória, gluten</foreign>. Similmente <emph>-ce, -ci, -ge, -gi</emph>, non si póssono apostrofare, se non innanzi all'<emph>e</emph>, e all'<emph>i</emph>; onde lo scrívere <emph>piagg'amene</emph>, <emph>dolc'amico</emph> è errore; anzi queste síllabe si sógliono per lo piú scrívere intere anche innanzi all'<emph>e</emph>, e all'<emph>i</emph>, come <emph>piagge erbose, dolce incontro</emph> ecc. Le vocali accentate non póssono elídersi se non nei composti di <emph>che</emph>, come <emph>perché, benché</emph> ecc. Gli antichi usáron talvolta di elídere la prima vocale della parola seguente incámbio dell'última della parola precedente, come invece di <emph>all'incontro</emph> <emph>allo 'ncontro</emph>. Nelle parole che si tróncano anche innanzi a consonante (di cui verremo ora a parlare) l'apóstrofo non è necessário.</p></div2>
<div2>
<head>Capo IV.</head>
<argument><p><hi rend="italic">Del troncamento delle parole</hi>.</p></argument>

<p>Innanzi a voce che cominci per consonante si posson troncare ommettendo l'ultima vocale, i nomi singolari che finiscono in <emph>-e</emph>, o in <emph>-o</emph>, e che avanti a queste vocali hanno una delle consonanti liquide <emph>l, n, r</emph> non preceduta da altra consonante, come <emph>fedel servo, pien popolo, leggier vento</emph>. Ve n'han però alcuni, che non si troncano, come <emph>chiaro, raro, nero, oscuro, duro</emph> ecc. I nomi terminanti in <emph>-a</emph> non si troncano mai, ed è errore il dire come si fa da molti <emph>una sol volta, una sol cosa</emph> incambio di <emph>una sola volta, una sola cosa</emph>. S'eccettui <emph>suora</emph>, di cui si fa <emph>suor</emph>, ma solamente quando s'usa a modo di aggettivo, come <emph>suor Maria, suor Cecilia</emph>. Terminati in <emph>-e</emph>, o in <emph>-o</emph> si posson troncare, come abbiam detto, quando abbiano le consonanti liquide <emph>l, n, r</emph>, purché queste però sian semplici, e non precedute da altra consonante diversa; quindi non si dirà <emph>ingan</emph> per <emph>inganno</emph>, <emph>fer</emph> per <emph>ferro</emph>, <emph>ladr</emph> per <emph>ladro</emph> ecc. S'eccettuin <emph>capello, bello, quello</emph> e alcuni altri terminati in <emph>-llo</emph>, che si posson troncare tuttavia come <emph>capel biondo, bel viso, quel campo</emph>. Anzi <emph>bello</emph>, e <emph>quello</emph> innanzi a consonante, che non sia <emph>s</emph> impura, o <emph>z</emph>, aman piuttosto di esser troncati, che interi; perciò <emph>bello viso, quello campo</emph> ecc. non sono del miglior uso. Circa a <emph>quello</emph> abbiamo già avvertito altrove, che il suo plurale è <emph>quegli</emph> quand'è seguito da vocale, da <emph>s</emph> impura, o da <emph>z</emph>. Or lo stesso è ancor di <emph>bello</emph>: e però si dirà <emph>begli occhi, begli spiriti</emph>, non <emph>belli occhi, bei spiriti</emph>.</p>
<p>I nomi plurali regolarmente non si troncano benché ai poeti qualche volta sie permesso in grazia del verso. Nei verbi si troncano gli infiniti, le prime, e terze persone plurali del presente, dell'imperfetto, e del futuro dimostrativo, e la terza, ma non la prima del perfetto indeterminato, come <emph>amar, amiam, amavam, amerem, aman, amavan, ameran, amaron</emph>. Si troncan pure la prima, e la terza plurale del presente del soggiuntivo, e la terza dell'imperfetto, e del soggiuntivo condizionale, come <emph>amiam, amin, amasser, amerebber</emph>, o <emph>amerebbon</emph>. In alcuni pochi si tronca anche la terza singolare del presente dimostrativo, come <emph>suol, vuol, duol, cal, val</emph>, ecc. nel verbo <emph>essere</emph> anche la prima,cioè <emph>son</emph>: negli altri la prima non può mai troncarsi, e fu rimproverato perciò nel Tasso quel verso: Amico hai vinto, io ti perdon, perdona. Tra gli avverbj si troncano <emph>bene, male, fuori, ora</emph>, e i suoi composti <emph>allora, talora, finora</emph> ecc. V'han delle parole in cui si tronca un'intera sillaba come <emph>vo', me', e', ma', qua', be', gran, san, ver</emph>; per <emph>voglio, meglio</emph>, e <emph>mezzo, egli, mali, quali, belli, grande, santo</emph>, e <emph>verso</emph>.</p>
<p>Da' poeti antichi si trovano qualche volta computate per una sillaba sola le due finali <emph>-ajo, -oja</emph>, come nel Dante: Nello stato primajo non si rinselva; che dee pronunciarsi come se dicesse <emph>primai</emph>.</p>
<p>Notisi di passaggio, che questa terminazione in <emph>-ajo</emph>, e non già in <emph>-aro</emph>, aver debbono i nomi degli artisti, come <emph>librajo, ferrajo</emph> ecc., e i due mesi <emph>gennajo</emph>, e <emph>febbrajo</emph>. Tutti questi nomi poi terminati in <emph>-jo</emph> al plurale finiscono in <emph>-i</emph> semplice, come <emph>librai, ferrai</emph> ecc.</p></div2>
<div2>
<head>Capo V.</head>
<argument><p><hi rend="italic">Dell'accrescimento delle parole</hi>.</p></argument>

<p>Quando ad una parola che termini per consonante segue una parola cominciata per <emph>s</emph> impura, si dee alla <emph>s</emph> premettere un <emph>i</emph>, come <emph>con istudio, con istento</emph>. L'articolo maschile innanzi a queste parole è <emph>lo</emph>, e <emph>gli</emph>, come <emph>lo studio, gli studj</emph>, non <emph>il studio</emph>, né <emph>li studj</emph>, come già abbiamo avvertito altrove. Alla preposizione <emph>a</emph>, ed alle congiunzioni <emph>e</emph>, <emph>o</emph> seguendo vocale si aggiugne ordinariamente una <emph>d</emph>, dicendo <emph>ad, ed, od</emph>. Si dice anche <emph>ned</emph> in vece di <emph>né</emph>; <emph>sur</emph> in vece di <emph>su</emph>; e negli antichi si trova pure, <emph>sed</emph> per <emph>se</emph>, <emph>ched</emph> per <emph>che</emph>. I poeti alla terza persona singolare del perfetto indeterminato de' verbi che han l'infinito in <emph>-ire</emph> aggiungon un <emph>-o</emph>, e dicono <emph>unio, finio, morio</emph>; lo stesso fan pure colle terze persone di que' verbi terminati in <emph>-ere</emph>, che hanno il perfetto indeterminato in <emph>-é</emph> come <emph>batteo, feo, perdeo</emph>, e dicon anche <emph>fue</emph> per <emph>fu, die</emph> per <emph>dì</emph> e simili.</p></div2>
<div2>
<head>Capo VI.</head>
<argument><p><hi rend="italic">Della divisione delle parole in fin di riga</hi>.</p></argument>

<p>Le parole devon sempre dividersi esattamente fra sillaba, e sillaba. Quindi allorché vi hanno due consonanti l'una dee porsi al fin della riga che termina, l'altra al principio della seguente; eccetto quando elle siano una muta, e una liquida, o che la prima di esse sia una <emph>s</emph>, che allora amendue s'appoggiano alla vocale seguente; e però <emph>contrasto</emph> per esempio così dee dividersi <emph>con-tra-sto</emph>. Se v'ha un dittongo, non si può sciogliere, né si può scrivere per esempio <emph>sci-o-gli-e-re</emph>; ma <emph>scio-glie-re</emph>. Le parole composte debbon dividersi nelle lor componenti, e però si deve scrivere <emph>malagevole</emph>, non <emph>ma-lagevole</emph>. Conviene ancor procurare di non terminare la riga con una consonante apostrofata<note resp="aut" place="foot">Errore, che a noi è sfuggito nelle prime pagine.</note>; perciocché questa fa sempre sillaba colla prima vocale della parola seguente.</p></div2>
<div2>
<head>Capo VII.</head>
<argument><p><hi rend="italic">Del raddoppiamento delle consonanti</hi>.</p></argument>

<p>Nelle parole radicali, che corte esser sogliono, la pronuncia facilmente fa intendere dove la consonante debba esser doppia, e dove semplice. <emph>Atto</emph> per esempio chi non conosce doversi scrivere con due <emph>t</emph>? Non così facilmente da chi non abbia appresa per tempo una buona pronuncia si può per questo comprendere nelle parole derivate, che sogliono esser più lunghe. Tengasi però la regola, di scriverle sempre come la loro radice; quindi siccome <emph>atto</emph>, così anche <emph>attività</emph>, <emph>atteggiamento, attualmente</emph> ecc. richiederanno due <emph>t</emph>. A questa regola tuttavia si sottraggono <emph>dubbio</emph>, che ha <emph>dubitare, mele</emph>, che dà <emph>mellifluo, piaccio</emph>, e <emph>taccio</emph>, che fuori di <emph>piaccia, taccia, piacciano</emph>, e <emph>tacciano</emph> han tutto il resto con un <emph>c</emph> solo. Nelle parole composte la consonante dee sempre raddoppiarsi quando la prima delle voci componenti termina per vocale accentata, come in <emph>acciocché, cosicché</emph> ecc., e quand'essa è uno dei monosillabi seguenti <emph>a-, e-, i-, o-, da-, fra-, ra-, co-, so-, su-, in-</emph>, come <emph>accorrere, eccedere, irrigare, ommettere, dabbene, frapporre, raccorre, commettere, soggiugnere, supporre, innondare</emph>. Tutto questo però quando la seconda delle voci componenti cominci per consonante. Che se ella comincia per vocale, come <emph>adoperare</emph>, che è composto di <emph>ad</emph>, e <emph>operare</emph> la consonante deve esser semplice: e ciò si fa pure quando essa comincia per <emph>s</emph> impura, come in <emph>ascrivere, sospirare</emph> ecc. Dopo i monosillabi <emph>de-, se-, re-, ri-, tra-, pre-, pro-</emph> la consonante ordinariamente non si raddoppia, come <emph>deridere</emph>, <emph>sedurre, relegare, riferire, tradurre, premettere, proporre</emph>. S'eccettuin <emph>rinnovare, rinnestare, rinnegare, trattenere, proffilare, provvedere</emph> colle voci, che da loro derivano.</p>
<p><emph>Di-</emph> fa sempre raddoppiare la <emph>f</emph>, come <emph>differire, difficile</emph> ecc., trattine <emph>difetto</emph>, e <emph>difendere</emph>, fa raddoppiare similmente la <emph>s</emph>, come <emph>dissimile, disserrare, dissetare</emph> ecc. Si noti però, che quando la seconda delle parole componenti comincia per vocale, in cambio di <emph>di-</emph> le si premette <emph>dis-</emph>, ma con una <emph>s</emph> sola, come <emph>disinganno, disobbligante</emph> ecc. Di tutte le altre consonanti il monosillabo <emph>di-</emph> non ne fa mai raddoppiare nessuna, perciò si scrive <emph>dibattere, dilapidare, diriggere</emph> ecc.</p>
<p><emph>Contra-</emph>, e <emph>sopra-</emph> vogliono anch'essi la consonante raddoppiata, come <emph>contraddire, contraffare, soprammodo, sovrapporre</emph>; <emph>oltra-</emph>, e <emph>oltre-</emph> la voglion semplice, come <emph>oltramontano, oltramarino, oltremodo. Altre-</emph> la raddoppia in <emph>altrettanto</emph>, e in <emph>altrettale</emph>, ma non in <emph>altresì</emph>. La <emph>z</emph> mai non si raddoppia innanzi all'<emph>-i-</emph> seguita da altra vocale, trattone il nome <emph>pazzia</emph>.</p>
<p>La <emph>g</emph> similmente deve sempre esser semplice innanzi alle lettere <emph>-ion-</emph>, come <emph>ragione, cagionare, prigoniere</emph> ecc. Innanzi ad <emph>-io</emph>, e <emph>-ia</emph> semplicemente qualche volta ella è doppia, come in <emph>raggio</emph>, e <emph>reggia</emph> sostantivo, e qualche volta no, come in <emph>malvagio</emph>, e <emph>regia</emph> aggettivo. Egli è difficile il poter darne una regola precisa. Tuttavia si osservi che nelle parole derivate dal latino se il <emph>g</emph> è sostituito al <foreign lang="lat" rend="italic">d</foreign>, o al <foreign lang="lat" rend="italic">j</foreign> deve sempre esser doppio, come da <foreign lang="lat" rend="italic">modius, radius, Majus, major</foreign> ecc. <emph>moggio, raggio, maggio, maggiore</emph>. Se è posto invece del <foreign lang="lat" rend="italic">t</foreign>, della <foreign lang="lat" rend="italic">s</foreign>, o del <foreign lang="lat" rend="italic">g</foreign> latino, per ordinario è semplice, come da <foreign lang="lat" rend="italic">palatium, praetium, Ambrosius, collegium, naufragium</foreign>; <emph>palagio, pregio, Ambrogio, collegio, naufragio</emph>. S'eccettuin <emph>legge, leggere</emph>, e pochi altri. La <emph>b</emph>, e la <emph>c</emph> innanzi ad <emph>-io</emph>, e <emph>-ia</emph> per lo più si raddoppiano, come <emph>abbia, gabbia, nebbia, caccia, laccio, goccia</emph> ecc. Sono eccettuati da questa regola <emph>bacio</emph>, e i suoi derivati, <emph>audacia, Libia</emph>, e <emph>Polibio</emph>.</p>
<p>Egli è poi regola generale, che niuna consonante mai si raddoppia quand'è preceduta da altra consonante diversa: e però non si scriverà <emph>apparsso</emph> per esempio, ma <emph>apparso</emph>.</p>
</div2>
<div2>
<head>Capo VIII.</head>
<argument><p><hi rend="italic">Dei punti, e delle virgole</hi>.</p></argument>

<p>L'uso dei punti, e delle virgole si è introdotto per indicare le pause del discorso, e distinguerne i sensi. Il punto fermo, o finale si mette alla fine di ogni periodo. Se questo non contiene alcuna ammirazione, né interrogazione si adopera un punto semplice; se v'ha interrogazione si scrive in questo modo (?) se ammirazione in quest'altro (!).</p>
<p>I due punti si pongono fra un membro, e l'altro del periodo; e quando si debbono riferire le precise parole dette da alcuno. Il punto, e virgola si mette fra le parti di un membro del periodo, ed anche fra i due membri stessi, quando siano brevi.</p>
<p>La virgola serve a distinguere le proposizioni una dall'altra. E perciò siccome la congiunzione <emph>e</emph> si adopera per unire due proposizioni insieme, tralasciando quello, che in esse vi ha di comune (infatti <emph>Cicerone fu filosofo, ed oratore</emph> a cagion d'esempio vale lo stesso, come abbiamo veduto, che <emph>Cicerone fu filosofo, Cicerone fu oratore</emph>) così innanzi alla congiunzione <emph>e</emph> si pon sempre la virgola; il che si fa pure tra un aggettivo, e l'altro aggiunti allo stesso sostantivo, ancorché la congiunzione non vi sia, perché ella sempre si sottintende. Per la ragione medesima si pone la virgola avanti alle congiunzioni <emph>né, o, se</emph>, ai relativi <emph>che, il quale</emph> ecc. Presentemente però si è da alcuni introdotto l'uso di ommetter la virgola innanzi alle congiunzioni, e al pronome relativo quando non fanno che congiungere una, o più qualificazioni ad un medesimo sostantivo: quindi essi scrivono <emph>Cicerone fu filosofo ed oratore</emph> senza virgola. Ognuno può in questo seguir l'uso, che più gli piace, e noi pure ci siamo serviti or dell'uno, or dell'altro modo secondo che ci è sembrato tornar più comodo.</p>
<p>Le parentesi si racchiudono tra due virgole, o tra due semilune. Quando hassi a riferire un lungo passo di qualche autore al principio, e al fine si mettono due virgole, le quali si aggiungono d'ordinario anche al principio di ogni riga.</p>
</div2>
</div1>
<trailer><hi rend="italic">FINE</hi>.</trailer>
</body>
</text>
</TEI.2>
