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      <title>Martirio de' santi padri del monte Sinai e dell'eremo di Raitu composto da Ammonio monaco</title>
      <author>Giacomo Leopardi</author>
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      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
      <pubPlace>Roma</pubPlace>
      <date>2004</date>
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      <title>Collezione BibIt</title>
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        <title>Tutte le opere</title>
        <author>Leopardi, Giacomo</author>
        <editor id="ed">Felici, Lucio</editor>
        <publisher>Lexis Progetti Editoriali</publisher>
        <pubPlace>Roma</pubPlace>
        <date>1998</date>
        <note>L'edizione elettronica fa riferimento al testo Giacomo Leopardi, Tutte le opere, a cura di W. Binni-E. Ghidetti, I, Firenze, Sansoni 1989.</note>
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                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                      digitale</p>
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                      <p>I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea
                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
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MARTIRIO DE’ SANTI PADRI DEL MONTE SINAI E DELL’EREMO DI RAITU COMPOSTO DA AMMONIO MONACO VOLGARIZZAMENTO FATTO NEL BUON SECOLO DELLA NOSTRA LINGUA NON MAI STAMPATO
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<div1>
<head>L’EDITORE A CHI LEGGE</head>
<p>Ho tratto questo Volgarizzamento da un codice a penna in cartapecora, che si conserva nel monastero di Farfa, e mostra essere scritto circa il trecentocinquanta, di molto buona lettera, contenente, oltre a questa, parecchie altre Leggende di Santi in lingua toscana, tutte divulgate, ma che in molte parti, se io non m’inganno, si potrebbero col riscontro del detto codice ridurre a miglior lettura che la stampata. Primo autore di questa presente Relazione fu, come si legge nel titolo e nel fine della medesima, un Ammonio monaco, il quale la scrisse in lingua egiziana, cioè copta: e non sarebbe alieno dal verisimile che questo primo testo, tra le molte Leggende di Santi che serbansi manoscritte in quella lingua, durasse anche oggi. Trovo questa Leggenda in greco nel libro pubblicato a Parigi dal Combefis l’anno milleseicentosessanta col titolo <title lang="lat">Illustrium Christi Martyrum lecti triumphi, vetustis Graecorum monumentis consignati</title>; la qual versione greca è di non so qual Giovanni prete, che si nomina esso medesimo nel fine, e dice averla fatta dal copro. Trovo anche nella tavola degli autori greci manoscritti senza nome adoperati dal Ducange nel Glossario Greco, il titolo di un frammento o sunto di un <title>Sermone sopra la strage dei santi Padri morti in Raitu</title>. Un’altra Relazione del caso dei Solitari uccisi in Raitu e nel Sinai, scritta da Nilo monaco, si legge in latino nelle Raccolte del Surio e dei Bollandisti, e in greco e latino fu pubblicata dal Poussines a Parigi del milleseicentotrentanove. Il nostro Volgarizzamento debb’esser fatto da qualche versione latina antica del testo greco divulgato dal Combefis, che sarà ita attorno a quei tempi; della quale io non ho altra notizia, e non so anche dire se ella oggi si trovi o in istampa o pure scritta a mano. Mi è paruto degno questo volgarizzamento della luce pubblica, non solo per la purità e la candidezza della lingua, ma eziandio per la qualità delle cose narrate, i costumi dei Solitari di Arabia del quarto secolo rappresentati al vivo, e medesimamente quelli dei Blemmi (popolo poco noto, del quale in questi anni addietro ha scritto con molta dottrina il signor Niebuhr negli Atti dell’Accademia romana di Archeologia), gli effetti del timore e dell’estremo pericolo in animi da altra parte infervorati dalle credenze religiose, descritti con sincerità ed efficacia grande; in fine lo stile schietto, sano, insigne per naturalezza e semplicità; il quale considerando io nel greco del Combefis, mi meravigliava di trovare in una età quasi barbara una forma di dire che, salvo quanto appartiene alla lingua molto diversa da quella dei buoni tempi, tiene assai della foggia di Senofonte. Nel manoscritto non è distinzione alcuna di capitoli: io n’ho voluto fare una per più comodità.</p>
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<body>
<div1>
<head>Capitolo 1</head>
<argument><p rend="sc">INCOMINCIASI IL MARTIRIO DE’ SANTI PADRI DEL MONTE SINAI E DELL’EREMO DI RAITU COMPOSTO DA AMMONIO MONACO</p></argument>
<p>Stando io un dì nella mia celluzza presso ad Alessandria in un luogo che ha per nome Canopo, vennemi in pensiero d’andarmene in peregrinaggio nelle parti di Palestina, con ciò sia cosa che non mi sofferisse l’animo di vedere le persecuzioni e tirannie che erano fatte ai fedeli di Cristo, e quello nostro santissimo vescovo Piero il quale era costretto di rifuggire e nascondersi ora qua e ora là, e impedito che e’ non potesse pascere la sua santa greggia Appresso a questo egli m’era nato in cuore uno disiderio grande di vedere quelli onorati luoghi, e la Sepoltura e la Resurrezione di Cristo signore nostro, e gli altri luoghi santi per li quali andava esso Cristo al tempo che e’ recava a fine i suoi misteri. E così venuto a quelli santi luoghi, e adorato che io gli ebbi e preso molto diletto delle opere di Dio e goduto di quelli santi luoghi secondo che era stato il mio disiderio, anche mi dispuosi a dover vedere il Monte santo, acciocchè ancora io fussi fatto degno di fargli onore: sicchè messomi per lo diserto, e abbattutomi a una brigata di religiosi uomini che teneano quello medesimo viaggio, con esso loro insieme, sì come piacque a Dio, andai quanto è a dire diciotto giornate, e venni al santo luogo. E fatto orazione, stetti pochi dì, e mi pigliava piacere di quelli santi Padri spirituali, imperciocchè io per lo profitto dello spirito gli andava a trovare spesso alle loro celline. Ed era la virtù d’essi Padri come sèguita qui appresso. Tutta la settimana passavano in silenzio continuo, e la notte del sabato in sul barlume della domenica, si raunavano alla chiesa, e recitato le ore notturne, come egli aggiornava, participavano i salutiferi misteri di Cristo, infino a tanto che e’ si ritornavano ciascheduno a suo luogo. Egli erano a vedere angioli, con ciò sia cosa che e’ fussono smorti e disfatti, e quasi che incorporali dalla grande astinenza, come quelli che nè vino nè olio nè pane usavano, nè altro che facesse a lussuria, ma pure alcuni pochi datteri, che sono a dire certe frutte, in tanto solamente che e’ sostentassono la necessità del corpo: salvo che e’ serbavano alquanti pani appo il Proposto del luogo per servigio de’ peregrini i quali colà capitavano per alcuno loro voto.</p>
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<div1>
<head>Capitolo 2</head>
<p>Ora non andarono molti dì che repentemente e’ ci venne addosso uno stormo di Saracini, morto che egli era il capo di loro tribù; e quanti trovarono per li casamenti che erano attorno a quella parte, tutti gli uccisono: ma le genti che stavano presso alla torre, come elle ebbono udito il romore e lo scompiglio, così ricoverarono dentro dalla fortezza in compagnia del santo Padre il quale aveva nome Dula (e questi si era il Proposto), come quello che era vero servo di Dio, e molti erano che lo chiamavano per nome Moisè, considerando la pazienza e la mansuetudine che esso dimostrava sopra tutti gli altri. Adunque ammazzarono in Getrabbi quanti vennero loro alle mani, che furono assai, e in Cabar e Codar altresì, e per tutte le circostanze del Monte santo, tutti missono a morte. E giunti là dove noi eravamo, poco mancò che non ne uccidessono, avvenga che niuna contesa fusse loro fatta; se non che il pietoso Iddio, il quale si è usato di porgere la mano a quelli che lui cordialmente invocano, fece che in sul comignolo del Monte santo comparse uno grande fuoco, in tanto che la montagna si fu piena di fumo e i tagli delle fiamme correvano infino al cielo. E noi sbigottiti di quello grande miracolo faccendo orazione a Dio che menassene a salvamento di quella fortuna, avvenne che ancora i Barbari, per la novità di quello incendio, cotale spavento presono, che e’ non missono tempo in mezzo, e lasciato le armi e i cammelli, tutti a un tratto si fuggirono.</p>
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<div1>
<head>Capitolo 3</head>
<p>La qual cosa veggendo noi di sopra il castello, demmo gloria a Dio, il quale non lascia perire qualunque è che lui fedelmente invoca, e scesi giù della torre, cercando quale e dove fusse stato ucciso, montaro i nomi de’ Padri morti di quella sciagura infino a trentotto; i quali erano feriti tra d’una o d’altra maniera di piaghe in diverse membra; ma il modo come egli erano venuti a morte, niuno fu che ridire lo potesse, con ciò sia che niuno si fusse trovato a vedere il caso: e questi si furono in Getrabbi infino a’ dodici, e gli altri infino a’ trentotto in diverse parti. Anche furono il Padre Esaia e ’l Padre Saba i quali traevano ancora il fiato, pognamo che e’ fussono feriti. E così fatto le esequie a’ defunti con grande corrotto e lagrime, ponemmoci dattorno agl’infermi. Perciocchè quale è sì disumanato e sviscerato uomo che egli non fosse stato tocco di grande pietà e cordoglio a vedere uomini santi e onorati vecchi prostesi in terra, col capo spiccato dal busto per modo che e’ si teneva solo alla pelle e chi spartito per lo mezzo, e alcuni a’ quali per la grande percossa sostenuta nel capo, le pallotte degli occhi fuori delle occhiaie penzolavano, e tale altro, mozzo le mani e piedi, rivesciato in terra sì come è a vedere un fusto di legno? Ma per certo niuno è che bastasse a potere spiegare quello che a noi venne veduto mentre che trattavamo i corpi de’ santi Padri. Ora quanto si è a’ due fratelli infermi, l’uno d’essi, ciò è a dire Esaia, la sera del giorno vegnente passò di questa vita. L’altro, ciò fu il Padre Saba, come quello che non portava molto pericolo dalla piaga ed era in isperanza di guarigione, rendeva grazie a Dio delle cose che gli erano intervenute, e stava pure di mala voglia, come e’ non fusse fatto degno della compagnia de’ Santi, e però piangendo diceva: Sconsolato a me peccatore, sconsolato a me indegno del coro de’ santi Padri che sono morti per amore di Cristo! Imperciocchè io sono stato rigettato in sulla undecima ora, e io ho veduto il porto del regno e io non sono entrato dentro. Ancora diceva: O Dio Padre onnipotente, il quale mandasti il tuo Figliuolo unigenito per la salute del mondo, il quale se’ buono e misericordioso, non volere che io sia scompagnato dalla schiera de’ santi Padri che avanti di me sono morti, ma sì bene che io compia il quarantesimo novero de’ servi tuoi. O signore Giesù Cristo, esaudisci la mia orazione, il quale amai e seguitai te infino dall’ora del mio nascimento, avvenga che io mi sia peccatore e immondo. E detto questo con tanto animo, rendette lo spirito a Dio quattro giorni di poi la morte de’ Santi, la quale avvenne il secondo dì del mese di Tibi.</p>
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<head>Capitolo 4</head>
<p>Ora ecco, in quella che noi stavamo ancora con grande amaritudine e pianto della morte de’ Padri, venne uno Ismaelita dicendo come tutti i Monaci dell’eremo più addentro, il quale si chiama di Raitu, erano stati uccisi da’ Mori. Ed è il sito di questo eremo in sulla piaggia del Mare rosso, due giornate dal Monte santo; e avvi dodici fontane e settanta palme, secondo che dice la Scrittura, se non che elle oggi si veggono essere multiplicate in processo di tempo. E dimandato colui del modo come egli erano stati uccisi, e quanti, rispuose che non sapeva, ma solo aveva udito dire che i monaci che nel predetto luogo abitavano, erano stati messi a morte. Veramente andò il grido attorno, e altri eziandio vennono e rapportarono quelle stesse cose. E ivi a pochi dì venne uno Monaco di quello eremo, volendosi fermare nel Monte santo, con ciò fusse cosa che i Blemmi avessono disfatto l’eremo suo. E vedutolo il Padre Dula, raccolsero di buona voglia: e dimandavamolo che e’ ne dovesse raccontare per ordine il caso di quelli santi Padri, e come e’ fusse campato dalle mani de’ Barbari, e le virtudi e opere di quelli Santi.</p>
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<div1>
<head>Capitolo 5</head>
<p>Adunque esso incominciò a raccontare e disse come egli non è grande spazio di tempo che io dimorava nell’eremo, con ciò sia cosa che e’ potrà essere da poi che io venni quivi ad abitare, circa di vent’anni, dove che alcuni erano i quali infino da quaranta e cinquanta e sessanta anni addietro, stavano nel predetto ermo. Tutto il luogo si è piano e campestre, e per lo lungo corre infino a grandissimo tratto verso mezzodì, e per lo largo fa dodicimila passi. Da levante ha una ordinanza di montagne in forma d’una muraglia, tale che l’uomo, salvo se e’ non è pratico del paese, no ’l puote mai penetrare. Da ponente confina col Mare rosso, il quale, sì come egli è il grido, aggiunge infino all’Oceano. A questo mare sovrastà una montagna, e da questa montagna scendono dodici fontane che annaffiano grande moltitudine di palme. Ancora sono a poco intervallo altri pozzi e fiumicini, i quali danno acqua ad altre arbori di palma e discorrono a mano a mano su per la campagna infino al mare. In questo monte facevano loro stanza molti Eremiti, i quali abitavano, secondo che dice l’Appostolo, per monti e spelonche e nelle rotture della terra; e loro chiesa non era in sullo stesso monte, ma quivi presso. Questi si erano veramente angioli in carne, con ciò sia cosa che e’ non curassono il corpo loro più che se e’ fosse stato altrui, e non pure una virtude avessono, ma in tutte fussono provati. E se io volessi raccontare a una a una le battaglie e agonie di quelli santi uomini e le tentazioni fatte loro dal diavolo, per certo io non potrei, considerato la grande moltitudine di loro opere. Ma come io avrò tocco solamente una o due cose, lascierò stare, acciocchè voi da queste prendiate argomento di tutte le altre.</p>
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<head>Capitolo 6</head>
<p>Fu uno santo uomo di quella contrada chiamato Moisè, il quale veniva della terra di Faran, e insino da puerizia sempre vivette in solitudine, e perseverò in vita eremitica per ispazio di settantatrè anni. Questi dimorò in sul monte, dentro d’una spelunca vicino alla chiesa, e fu novello Elia sanza alcuno dubbio, perciocchè niuna cosa era la quale e’ dimandasse a Dio, che e’ non la impetrasse; ed ebbe virtù contra gli spiriti immondi e curò molti demoniaci, e sì come piacque a Dio, tante infirmitadi sanò, che egli ebbe recato alla fede di Cristo quasi tutta la gente che sta in sui confini degl’Ismaeliti della terra di Faran. La quale veggendo i segni e miracoli fatti da questo santo uomo, credeva in Giesù Cristo, e venuta alla santa Chiesa cattolica, riceveva l’acqua del santo battesimo. E come è detto, molti liberò dello assediamento degl’immondi spiriti per la potenzia di Cristo. Mentre e’ fu nel romitorio, mai non gustò pane, pognamo che certi se ne cibassono, imperciocchè la gente della contrada procacciava frumento in Egitto, e fornivali d’alcuno poco pane, e in quello scambio toglieva di loro lavorii e del frutto delle palme. Ora esso cibavasi di pochi datteri e beeva acqua, e ’l vestimento facevasi di quella buccia delle palme la quale si chiama Sibinnio. Solitudine e silenzio amò quanto niuno altro, come che molto amorevolmente riceveva quelli che a lui venivano per loro quistioni e dubbi. Tutte l’ore del dì vegghiava, se non solamente di poi l’officio notturno, che e’ prendeva un poco di sonno. In tempo di Quaresima, per insino a Pentecoste, mai non apriva l’usciuolo della spelunca, e non aveva dentro per lo suo nutrimento altro che venti datteri e uno sestiere d’acqua, li quali molte fiate, secondo che il suo Converso diceva, guardò infino a tanto che e’ non ebbe aperto l’uscio della cellina. Adunque nel tempo di Quaresima fugli menato un demoniaco della terra di Faran acciò che e’ lo dovesse curare, il quale era capo della sua gente e aveva nome Obediano. E come esso fu arrivato presso della cella del santo uomo quanto a uno stadio, incominciò l’immondo spirito a rompergli la gola, e con grande voce gridava e diceva: Oimè che io non sono bastato a fare che questo vecchio si parta dalla regola sua pure uno momento di tempo. E detto questo, uscì del corpo di quello uomo, il quale subitamente fu guarito, e credette in Giesù Cristo con altri molti insieme i quali ancora non avevano ricevuto il santo battesimo, e ritornossene alla sua stanza sano, e per tanto e’ non ebbe veduto il servo di Cristo. E dove molte altre cose sarebbono a dire di questo santo uomo, tutte passerò via, con ciò sia che elle non fanno per questo tempo.</p>
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<div1>
<head>Capitolo 7</head>
<p>Ebbe il detto Moisè uno scolaio di nome Soe, il quale nascette nelle parti di Tebaida e abitò più sopra in sul monte anni quarantasei, nè della regola del predetto santo uomo nulla cosa mutò, anzi fu come una impronta e una scolpitura del suo maestro. E in quello primo tempo che io mi presi a stare nell’ermo, puosimi per discepolo con questo Soe, ma per la sua grande austeritade presto dipartimmene, con ciò sia che io non potessi durare la sua ismodata penitenzia e macerazione della carne. Questi di poi fu messo a morte da’ Barbari insieme cogli altri. E di quale di loro che io volessi fare menzione, sì maggiori opere io potrei dire di quelle che io abbia detto. Ma lasciato pure tutte le altre, una sola dirò, avvenga che questa sia tanto fiera e mirabile che ella mai non convenga essere passata. Uno cotale Gioseppo, di nascimento elesio, dimorava nella pianura, discosto dalla marina forse duomila passi, là dove e’ s’aveva fatto una casuccia di sua mano; e fu uomo savio e discreto, e fu perfetto in ogni cosa e pieno della grazia di Dio. Stava questo Gioseppo nel predetto luogo già dintorno di trent’anni, e aveva uno suo discepolo quivi dappresso in un altro abituro. A questo Gioseppo venne non so quale uomo a fare una sua quistione, e come e’ picchiava e niuno rispondeva e guardando per gli spiragli dell’uscio, viddelo che egli si stava ritto in piede, e da imo a sommo tutto era in modo d’una fiamma di fuoco. Di che per lo grande spavento cadde in terra come morto; e poi che e’ fu stato così per ispazio d’un’ora, levossi e puosesi a sedere quivi appiè dell’uscio. E di questa cosa il vecchio, come quello che era assorto in contemplazione, niente s’avvedeva. E in capo di cinque ore, tornato in sembiante di uomo, aperse, e menò il fratello dentro; e posti a sedere, dimandollo: Quando se’ tu venuto? il quale rispuose e disse: Già quattro ore e più, ma per non ti noiare io non ho picchiato se non pur dianzi. E comprese il vecchio che quello uomo avea conosciuto le sue bisogne; e di ciò non fece parola con esso lui, ma soddisfattogli di ciascuno suo dimando, e liberatolo delle sue perplessitadi, rimandollo in pace: e di poi, temendo la gloria mondana, si fu fatto invisibile. Appresso a questo, venendo l’Abate Gelasio, il quale era suo discepolo, come e’ no ’l trovò, e cercato molto e non trovandolo, con grande sconforto stettesi nella cella del santo vecchio. E passato sei anni, in sull’ora nona, sentì battere all’uscio, e aperto, vidde lo Abate, il quale stava di fuori: e maravigliando, si pensò che quello fusse uno spirito; ma però niente isbigottito, disse: Òra, Padre; e come quegli ebbe orato, ricevettelo con grande allegrezza; e abbracciatisi l’uno coll’altro, baciaronosi del bacio santo: e disse il vecchio: Bene hai fatto, o figliuolo, che la orazione m’hai dimandato innanzi a ogni cosa, imperocchè molti sono i lacciuoli dello inimico. Alla qual parola rispondendo il fratello, disse: Perchè o santo Padre, pigliasti consiglio di partirti da’ tuoi compagni e me lasciare orfanello? Ecco io stava con grande scontentamento per tua cagione. E ’l vecchio rispuose e disse: Il perchè voi non mi aggiate veduto, sasselo Iddio. Ma non però di meno io mai per insino a ora non mi sono dilungato da questo luogo, e io non ho passato pure uno dì di domenica che io non abbia participato i misteri di Cristo. E maravigliossi l’Abate Gelasio come il vecchio entrando e uscendo, niuno l’avesse veduto. E disse a lui: Come dunque vieni ora al tuo servo? il quale rispondendo disse: Oggi da questo corpo tristo io me ne vo al Signore. E io sono venuto a diporre questo corpo nelle tue mani, acciocchè tu lo seppellischi nel modo che tu vorrai, e che tu rendi alla terra quello che è suo. E così, poi che egli ebbono ragionato lungamente dell’anima e de’ beni a venire, steso le mani e i piedi, si riposò in pace. Allora l’Abate Gelasio correndo, tutti noi convocò. E venuti con ramicelli di palma e cantici, portammo quello sacro corpo, il quale fiammeggiava in viso d’una grande chiarità di luce, e ponemmolo nella sepultura de’ santi Padri morti per lo addietro.</p>
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<div1>
<head>Capitolo 8</head>
<p>Ora potendo io, come detto è, raccontare molte più cose, queste voglio che mi bastino, imperciocchè il tempo richiede che io venga in ultimo a dire delle cose de’ Barbari, le quali voi sopra ogni altra, come io bene m’avveggio, disiderate di udire. Vivevano adunque i santi Padri, così perfetti di spirito, in grande povertà e disagio, con forte animo sostenendo per amore di Giesù Cristo il patimento e la corporale afflizione, sanza niuno difetto, intendendo a pregare e lodare il signore Iddio. Eravamo tra tutti, quarantatre di novero, i quali stavamo in esercizio di virtudi ciascheduno da se, noti soli a Dio, il quale conosce ancora le cose occulte. Ed ecco dall’altra riva del mare vennono due in su certi battelli strani, i quali battelli sono delle parti d’Etiopia, e dissono <emph>che una mano di Blemmi in su la piaggia di là, fatto èmpito, avevano tenuto uno cotale navilio, il quale era da Ela e stava in un porto della predetta piaggia. E quelli Blemmi volevano passare a Clisma. E a noi che eravamo in su quello navilio, dissono: Toglietene su, e portatene a Clisma, e niuno di voi non ammazzeremo. E tanto promettemmo loro di fare: e aspettavamo il dì che e’ traesse vento di Noto, che noi dovessimo sciorre la nave dal porto. Ma in questo mezzo noi due di nottetempo, la buona mercè di Dio, siamo potuti fuggire dalle mani de’ Barbari; e così vegnamo e annunziamovi che v’aggiate cura per questi pochi dì e guardiate le anime vostre, che forse i Barbari, passando di queste parti, non iscorressono qua, e tutti voi non uccidessono. E loro numero si è nel torno di trecento.</emph></p>
</div1>
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<head>Capitolo 9</head>
<p>Noi dunque, udito questo, ponemmo certi speculatori presso alla marina i quali n’avvisassono se egli avessono veduto venire il navilio, e pregavamo Iddio che e’ disponesse quello che ne dovesse tornare in beneficio dell’anime. L’altro giorno in sull’ora del vespro fu veduto il navilio, il quale veniva dirittamente verso di noi a vele alte: per la qual cosa tutti i laici del paese de’ Faraniti si missono in punto di combattere contro i Blemmi per loro donne e figliuoli e per le mandrie de’ cammelli. E ragunaronsi circa a dugento fra tutti, sanza le donne e i fanciulli, a uno luogo poco di là dalle palme. E noi raccogliemmoci dentro alla chiesa, la quale era murata d’intorno intorno d’opera di mattone alta quanto è due stature d’uomo. Or dunque i Barbari, preso terra, scorgendogli i marinari, vennono infino presso alla costa di ponente della montagna, e ivi stettono quella notte, a poco andare dalle fontane. Fatto dì, legato i marinari, lasciarongli in quello medesimo luogo, salvo uno, il quale missono a guardia della nave solo, acciò che e’ non potesse spiegare le vele, e puosono seco uno Moro, e così vennono alle fontane. E in questo fattasi loro allo incontro la gente del paese, e’ s’abboccarono insieme a battaglia presso delle fonti e de’ collicelli, intra le fosse dell’acqua, e uno nugolo di saette volavano dall’uno lato e dall’altro. Ma i Barbari, come quelli che di numero avevano grande vantaggio e bene erano esperti di guerra, in poca d’ora ebbono rotto e fugato i nostri; e perseguitandogli, n’uccisono infino a centoquarantasette. Gli altri, parte correndo su per lo monte e parte appiattati infra gli arbori, providdono a loro scampo. E quelli ribaldi, predato le donne e i fanciulli, tenevangli quivi presso alle fonti.</p>
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<head>Capitolo 10</head>
<p>E di subito sanza niuno indugio, come bestie salvatiche e indomite, vennono al castello nel quale noi eravamo, credendosi di trovare quivi molte ricchezze nascoste: e accerchiato il muro, schiamazzando e urlando per isconci modi, e in voci barbare minacciando, noi, per la istremità del pericolo, venuti in grandissima ambascia e caduti d’animo, non sappiendo che ci fare, levavamo gli occhi a Dio e piagnevamo forte; e chi durava con grande cuore in quella stretta, chi piagneva, chi faccendo orazione rendeva grazie a Dio, chi sforzavasi d’innanimare il vicino, e tutti insieme con grandi voci gridavano: domine, miserere di noi. Qui levatosi su il nostro santissimo Padre chiamato di nome Pagolo, il quale era da Petra, stando nel mezzo della congregazione, disse: Ascoltate il mio parlare, Padri e fratelli, il quale mi sono peccatore e minimo di tutti. Ben sapete che per amore di Giesù Cristo signore nostro siamo convenuti in questo diserto brutto e aspro, dipartendoci dalla vanità del mondo, a fare vita penitente e portare il giogo di Cristo, quantunque indegni e peccatori, in fame e sete e grandissima povertà e travaglio, dispregiando ogni utilità e agiamento della vana e stolta vita, acciocchè dovessimo avere luogo e parte nel regno d’esso Cristo. E per certo in questa medesima ora niente n’addiverrà che esso no ’l sappia e disponga. Adunque se egli ne vuole diliberare di questa vita misera e transitoria e levarne a stare con esso seco, molto dobbiamocene rallegrare e ringraziarlo, e niente isconfortare, con ciò sia cosa che quale è maggiore diletto e dolcezza che vedere la gloria e la faccia di Cristo signore nostro? Ricordivi, Padri e fratelli miei, come spesse fiate, seggendo e ragionando insieme, per beatissimi reputavamo quelli che al santo nome di Cristo rendettono testimonianza di martirio, e come tutti di buon cuore saremmo voluti essere in compagnia di quelli Santi. Ora ecco dunque, o figliuoli, il tempo è venuto, e il vostro disiderio avrà fine, che insieme con esso loro, secondo che disideraste, abiterete in eterno nella vita a venire. E perciò non vogliate prendere affanno e rammaricarvi nè spaventare, e non fate opera che a voi male si convegna; ma vestite fortezza, e la morte sostenete con buon animo, imperciocchè il signore Iddio gradevolmente nel suo regno raccèttavi. Allora tutti rispondendo dicemmo: Così come tu hai detto, venerabile Padre, così faremo. Imperocchè qual cambio potremo rendere al signore Iddio di tutto quello che e’ diede a noi? Veramente berremo il calice della salute e chiameremo il nome di Dio. E voltatosi il nostro santissimo Padre inverso l’oriente, e levato gli occhi e le mani al cielo, mirando colassù nell’alto, disse: Giesù Cristo signore e Dio onnipotente, il quale se’ la speranza e ’l refugio nostro, non dimenticare i servi tuoi, ma rimèmbrati della nostra meschinità e miseria, e fortificane in questa necessitade, e l’anime di tutti noi ricevi per graziosa ostia in odore di suavità; con ciò sia cosa che a te si convegna onore e gloria in questo dì e sempre e ne’ secoli de’ secoli, amen. E replicando noi, amen, udendo tutti, venne come dallo altare una voce che diceva: Venite a me tutti che siete affaticati e gravati, e io riposerovvi. Della qual voce incominciammo a palpitare e tremare, e le ginocchia non ci potevano reggere, imperciocchè, come dice il Signore, lo spirito è apparecchiato, ma la carne si è fiebole. E così disperati al tutto di questa vita, mirando fiso inverso il cielo, stavamo pure cogli occhi levati in alto.</p>
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<head>Capitolo 11</head>
<p>E i Barbari, niuno contrasto avendo, recarono certe travi lunghe, e per quelle montati in sulla muraglia, e spalancato la porta, in guisa di lupi famelici e di fiere selvagge, colle spade isguainate, s’avventarono dentro; e la prima cosa che feciono, preso un Monaco di nome Ieremia, il quale sedeva in sul sogliare della chiesa, favellandogli per uno interprete, il quale si era l’uno di loro novero, impuosongli che mostrasse loro quale fusse il Proposto. Alla qual parola il predetto Monaco, mirando quelli visaggi barbari e quelle coltella ignude, niente impaurito, rispuose e disse: Io di voi, scellerati uomini e nimici di Dio, veruna temenza aggio, e quello che cercate non vogliovi dimostrare, avvenga che e’ sia qui presso. E maravigliati i Barbari di tanta sicurtà e franchezza, come quello Monaco nulla fusse ismarrito, anzi rampognatili arditamente, all’ultimo datogli di piglio, e legatogli le mani e i piedi, e spogliatolo tutto ignudo, missonlo come per segno, e lo incominciarono a saettare, e non si rimasono che e’ non ebbono lasciato parte del suo corpo che fusse ignuda. E così quello santo Monaco valentemente portatosi incontra il diavolo, e conculcato infino alla morte la testa del serpente, imprima di tutti gli altri fu incoronato, e fu primizia de’ Santi e nobile essemplo negli occhi loro.</p>
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<head>Capitolo 12</head>
<p>Le quali cose veggendo il nostro santissimo Padre Pagolo, immantenente venne fuori allo incontro de’ Barbari, gridando e dicendo come io sono quello che voi cercate; e disegnava se col dito, mostrando come egli era quello che essi cercavano. E diedesi nelle mani de’ Barbari, come prode servo di Cristo, nulla ispaurito, non pensando le pene e i tormenti che quelli perversi uomini gli erano per fare avanti che e’ l’uccidessono. I quali messogli le mani sopra, dimandaronlo che insegnasse loro il luogo dove e’ tenesse celate le sue ricchezze. E quegli, sì come era usato di favellare, così piacevolmente e per dolce modo rispuose e disse: Credete a me, figliuoli miei, che per verità io non ho cosa niuna se non se questo ciliccio vecchio e logoro che io porto addosso. E colla mano pigliando della sua tonacella, mostravane a quelli Barbari. I quali picchiandogli il collo con certi sassi, e con loro frecce foracchiandogli il viso e le guance, dicevano: Recane qua la tua roba. E poichè lungamente ebbonlo martoriato e fattone beffe, a nulla riuscendo, trassongli a mezzo il capo uno fendente di spada; e quello sacro capo partito in due, rivesciossi di qua e di là in sugli omeri del santo Padre. Il quale, ancora tagliandolo e trafiggendolo i Barbari di moltissime piaghe per tutta la persona, cadde morto appiè dell’altro Padre ucciso, e fu secondo vincitore e trionfatore del diavolo, e come che grande e mirabile strazio avesse durato, mai non ebbe rammorbidito l’animo per niuno tormento.</p>
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<head>Capitolo 13</head>
<p>Ora io miserello, veggendo quello inumano scempio, e sparto il sangue de’ Santi, e le loro interiora versate in terra, dalla grande temenza cercava pure un luogo dove io mi nascondessi e salvassimi. Erano quivi in un cantoncello da mano manca della chiesa certi rami di palme ammontati; e io nascosamente dai Barbari, in quello che egli erano intorno al santo padre Pagolo, corsi e ripuosimi di sotto questi cotali rami, così discorrendo meco medesimo: O che io camperrò dalle mani de’ Barbari, o perchè elli pure mi truovino, niuno maggior male che trarmi di vita non mi faranno; e pognamo che io mi rimanga e non mi nasconda, tanto m’addiverrà. Dopo questo i Barbari, lasciato quelli due che elli avevano morti di fuori, concordevolmente urlando e menando le coltella per lo aere e tragettando le mani, corsono dentro della chiesa, e dettono cominciamento allo eccidio; e quale di loro in un modo e quale in un altro fedivano tutti quelli che egli scontravano, a questo dando in sul capo, a quello cacciavano tutta la spada nel ventre per insino alla manica, e ritraggevanla con esso tutte le interiora appiccate alla punta; e a chi per lo dosso piantavano la lancia nel cuore, ed e’ non l’avevano ritratta che ’l santo uomo era passato. E quello Monaco queste cose narrando, piagneva a dirotta, e noi simigliantemente provocava a lamentare e piagnere.</p>
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<head>Capitolo 14</head>
<p>Poi soggiunse: Che dirò, fratelli carissimi? e come seguiterò di narrare quello che io viddi con questi propri occhi? Era quivi uno Padre chiamato di nome Salatiello, il quale aveva uno suo parente monaco vissuto seco nell’eremo già per ispazio forse di quindici anni, che quello buon vecchio avevasi notricato infino da piccioletto e ammaestrato della scienza monacale e bene informato a combattere contro il nimico. E quelli Barbari, veduto questo Monacello, e come egli era giovanetto e aveva uno cotal viso gentile, seco dispuosono di serbarlo; e uno di loro, afferratolo colla mano, sì ’l tirava al di fuori. Onde quello garzonetto veggendo come e’ non era fatto degno di morire insieme cogli altri Santi, e come gli bisognava ire per compagno di quelli spietati e malvagi uomini, amaramente piagneva e traeva guai: e veduto ciò niente valere, pigliato grande animo, e gittato da se ogni paura e viltade, arditamente correndo, arrappò il coltello di mano a un Barbaro e con esso dètte a uno di loro in sulla spalla, volendo fare che e’ si crucciassono e uccidessonlo. E veramente così fu; con ciò sia cosa che i Barbari fortemente arrabbiati, stralunando gli occhi e strignendo i denti, a membro a membro tutto lo minuzzarono; il quale rideva e a gran voce gridando diceva: Benedetto sia lo signore Iddio, il quale non mi diè nelle mani de’ peccatori. E dicendo questo, rendette l’anima a Dio; e morto ancora, fu percosso di molte piaghe per la persona. Questo Monaco avea nome Sergio.</p>
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<head>Capitolo 15</head>
<p>Sicchè io queste cose veggendo, pregava il buono e pietoso Iddio che mi coprisse da quelli Barbari, e loro accecasse per modo che essi non mi vedessono, acciò che io fussi salvo e dèssi sepoltura ai corpi de’ santi uomini: i quali morendo sanza niuno contristamento, avevano piena la chiesa di sangue, godendo, e ringraziando Iddio, e tegnendo la mente rivolta inverso il cielo in esso Signore. E per questo modo, bene avendo retto la vita loro in sulla terra, come vivi templi di Dio altissimo, e lasciata ogni cosa temporale e corruttibile, e seguìto solo Iddio, morirono di spada in diverse forme, e ora vivono colassù in cielo mescolati ai cori degli Angioli. Poichè i Barbari si credettono avere ucciso tutti quanti, sperando trovare alcuna poca di roba, diedonsi a tastare per tutto, non sappiendo che quelli Martiri niuno bene avevano in questa terra, con ciò sia cosa che ogni loro sustanzia fusse nell’altro mondo. E io veggendo questa cotale cosa, non restavami pure una gocciolina di sangue, ma giaceva quasi come morto, fermamente credendo che elli dovessono frugare in quelli rami di palme e così mi fussono per trovare. E tratto tratto piegando un cotal pocolino il capo tra li predetti rami, spiava quando venissono i Barbari, veggendomi la morte davanti; e pregava Iddio che se a lui fusse piaciuto, che mi campasse. Vennono dunque i Barbari anche colà, e veduto essere rami, nulla curandosene, tornarono addietro; imperciocchè Iddio coperse loro gli occhi e la mente acciò che e’ non cercassono nel detto luogo. E da indi a poco, lasciati i corpi de’ Santi riversati in terra gli uni in sugli altri, niuna cosa avendo trovato che pigliare, tornaronsene alle fontane.</p>
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<head>Capitolo 16</head>
<p>E volendosi da capo imbarcare e tornare a Clisma, trovarono rotto il navilio: con ciò sia cosa che quello guardiano che e’ v’aveano lasciato, il quale era seguitatore di Cristo, nascosamente da quello Barbaro che ero rimaso con esso lui tagliato i canapi del navilio, percosselo in una secca e roppelo, e ammazzato quello Moro, notando, venne a terra, e salvossi in sulla montagna. Scherniti dunque i Barbari della loro speranza, non sappiendo che fare, non potendosi riducere alla loro contrada, vennono in grandissimo accoramento e affanno; e imprima per la smisurata niquità e furia, dato di piglio a quelle donne e a quelli fanciulli che egli avevano riservato, le quali donne e i quali fanciulli erano grande moltitudine di persone, tutti gli ammazzarono; e fatto questo, accesono uno indicibile fuoco, e spietatamente arsono e consumarono quasi tutti gli arbori delle palme. E in questo mezzo che elli adoperavano queste cotali cose, molto isconfortandosi e tribolandosi per lo disiderio della patria, convennono da secento Ismaeliti della terra di Faran, i quali tutti erano saettatori scelti, e avevano udito quello che era intervenuto: per la qual cosa i Barbari, intendendo lo avvenimento di questi Ismaeliti, s’apparecchiarono a combattere, e ritrassonsi alcuna cosa inverso il mare. Azzuffaronsi gli uni e gli altri insieme in uno luogo piano nell’ora che nasceva il sole, e malamente saettavansi di qua e di là: e i Faraniti, come quelli che erano molti più di numero, maggiore uccisione faceano. Ma i Barbari niuna speranza avendo di poter fuggire e salvarsi, valentemente contrastavano, e reggevano la battaglia, la quale durò infino all’ora della nona. E morirono in questo dì ottantaquattro uomini della gente di Faran, e molti altri della medesima gente furono fediti. E i Barbari morirono tutti quanti in quello medesimo luogo, niuno de’ quali aveva dato le spalle e niuno mossosi da quello cotale luogo che gli era toccato.</p>
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<head>Capitolo 17</head>
<p>Dunque io in quel tanto, preso un poco di sicurtà, uscito del mio nascondiglio, incominciai a ricercare i corpi de’ Santi che erano stati uccisi; e trovai che tutti erano passati, se non tre, i quali si chiamavano Domno, Andrea ed Orione. E primieramente Domno, ferito nel fianco d’una spaventevole piaga, giaceva in terra con grande spasimo. Andrea, come che molte piaghe avea ricevuto, per tutto questo non morì, con ciò sia che le dette piaghe non fussono mortali. Orione niuna piaga aveva, imperciocchè il Barbaro menògli colla spada un colpo da mano ritta, e la spada venne a dare nella parte manca, e non toccò la persona, avvenga che passasse il ciliccio. Onde quello Barbaro pensandosi averlo finito, lasciò stare questo, e volsesi contro un altro. E Orione gittatosi sopra i cadaveri degli uccisi, giaceva come fusse morto. Questi levatosi, su andava attorno insieme con esso meco palpando le reliquie de’ Santi, lamentando e piagnendo forte di quella sciagura. Dopo questo i Faraniti, ucciso tutti i Blemmi, lasciato i corpi de’ Barbari in sulla ripa del mare per cibo alle fiere e agli uccelli, tornaronsi, e raccolsono i corpi della loro gente che erano morti da prima e di poi, li quali erano grande numero, e feciono sopra loro uno maraviglioso pianto, e seppellitili appiè del monte in certe spelunche presso delle fontane, vennono a noi e s’apparecchiarono di seppellire i corpi de’ Santi insieme con esso noi e con Obediano capo della loro gente. Ed entrati a raccôrre i predetti corpi, lacrimavamo e sospiravamo veggendo la greggia di Cristo prostrata in terra, a modo di pecorelle ammazzate dal lupo. Imperocchè molto spaventevoli e orrende erano le uccisioni di quelli servi di Cristo e Martiri, alcuno tagliato dall’omero in giù per insino al bellico, alcuno partito in due, altro diviso dalla cima del capo per insino al collo, e chi aveva le interiora metà nel ventre e metà spase per terra. Così adunque i santi Martiri quale in uno e quale in altro modo piagati, passarono di questo secolo; e ora godono in cielo insieme cogli Angioli: i quali Santi, pognamo che avessono il corpo in terra, neentemeno ogni loro pensiero e conversazione si fu pure nel cielo, nulla curando di loro corpo, ma portando in esso la mortificazione di Cristo acciocchè fussono vivificati nel secolo avvenire; e in tutta la loro vita conversarono virtuosamente per amore di Dio, e fu lo estremo d’essa vita uno accrescimento di virtude, con ciò sia cosa che elli fussono chiarificati per lo proprio sangue, e messi nell’ordine de’ Martiri, imperciocchè tutti questi Santi furono uccisi per lo nome di Cristo. E ragunati che furono i corpi di tutti loro in un medesimo luogo, Obediano e gli altri principi della terra di Faran, recate certe vesti lucenti e preziose, acconciarono i predetti corpi, i quali furono trentanove, con ciò sia cosa che Domno, il quale era romano, ancora non fusse passato. E tutti quelli che erano quivi, preso de’ rami delle palme, vennono incontro ai santi corpi e cantando salmi, con grande allegrezza, portarongli e ripuosongli dirimpetto al castello tutti insieme, salvo Domno. Il quale eziandio, in sul far della sera, rendette l’anima e simigliantemente portaronlo e sotterraronlo, non insieme coi Santi, ma in un altro luogo in disparte, vicino a loro, non volendo da capo aprire il sepolcro, e turbare le reliquie de’ santi Martiri. Morirono questi valenti cavalieri di Cristo adì due del mese di Tibi, in sulla nona ora; ma secondo i Romani, la memoria di questi Santi si fa del mese di Gennaio adì quattordici. L’Abate Andrea ed Orione perseverarono a stare in quello eremo infino al presente, dubitando seco medesimi se elli vi dovessono rimanere o se elli se ne partissono. Ma io non potendo sostenere la calamità della desolazione di quello luogo, e ’l compianto che v’era per li santi Padri uccisi, venni qui da voi, come che il religioso uomo Obediano molto mi pregava che io mi dovessi rimanere quivi, promettendo che esso voleva venirci a vedere spesso, e servirci di buona voglia. Ma io non mi lasciai muovere a questi prieghi per le ragioni dette. Sono anche certe altre cose a noi addivenute, le quali io racconterovvi partitamente. Ora prego voi che per simile mi debbiate narrare quelle che sono state qui, poichè bene siete informati delle cose nostre.</p>
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<head>Capitolo 18</head>
<p>E detto che noi gli avemmo ogni cosa, ciascheduno si maravigliò come tutti erano morti in un medesimo giorno, e come uno era il numero e sì de’ Santi che morirono nel monte Sinai e sì di quelli che morirono in Raitu. E levatosi in piedi lo Abate Dula, ciò era il Proposto, disse: Questi, o santissimi Padri, come degni servi di Cristo ed eletti ministri suoi, furono fatti degni della letizia e del regno d’esso Cristo, e di poi tante battaglie e afflizioni e tentazioni, all’ultimo furono incoronati della corona de’ Martiri, e vivono in grande onore e gloria. Ora noi leviamoci su, e a noi medesimi attendiamo, ringraziando il Signore Iddio il quale ci liberò dalle mani de’ Barbari, e preghiamolo che ci conceda grazia d’avere a essere uccisi insieme coi Santi Martiri. E queste parole dette, con ispirituali ragionamenti tutti noi consolò. Ed io umile fraticello Ammonio, fatto ricordo delle sopraddette cose in una carta, come Dio volle, tornàmene alle parti d’Egitto, non in quello mio primo luogo il quale si chiama Canopo, ma vicino a Menfi in un abitacolo piccolissimo, nel quale io mi rimango e assiduamente leggo le istorie de’ valenti Martiri di Cristo, godendo delle loro battaglie e passioni, a gloria del Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo. Io Giovanni prete, come piacque a Dio, trovai questa Leggenda in casa d’uno Eremita vecchio, presso a Naucrate, la quale Leggenda era scritta in lettera egiziaca; e traslataila in greco, secondo che di sopra si mostra, come bene intendente della lingua egiziaca, pigliandomi questa fatica a gloria de’ Santi, insieme colli quali deaci il Signore Iddio parte nel suo regno. E tutti quelli che leggerete queste narrazioni dei santi Martiri, orate per me peccatore. E sia gloria a Dio per tutti i secoli de’ secoli, amen.</p>
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</TEI.2>
