<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<!DOCTYPE TEI.2 SYSTEM "http://bibliotecaitaliana.it/dtd/bibit.dtd">
<TEI.2>
	<teiHeader>
  <fileDesc>
    <titleStmt>
      <title>Il Conte overo de l'Imprese</title>
      <author>Torquato Tasso</author>
    </titleStmt>
    <extent>202 Kb in UTF-8</extent>
    <publicationStmt>
      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
      <pubPlace>Roma</pubPlace>
      <date>2003</date>
      <idno>bibit000908</idno>
      <availability>
        <p>Questa risorsa digitale è liberamente accessibile per uso
              personale o scientifico. Ogni uso commerciale è vietato</p>
      </availability>
    </publicationStmt>
    <seriesStmt>
      <title>Collezione BibIt</title>
    </seriesStmt>
    <sourceDesc>
      <bibl>
        <title>Dialoghi</title>
        <author>Tasso, Torquato</author>
        <editor id="ed">Raimondi, Ezio</editor>
        <publisher>Sansoni</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date>1958</date>
        <note>3 v. in 4</note>
      </bibl>
    </sourceDesc>
  </fileDesc>
  <encodingDesc>
                  <samplingDecl>
                    <p>Tutti i materiali paratestuali della fonte cartacea non riconducibili alla
                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                      digitale</p>
                  </samplingDecl>
                  <editorialDecl>
                    <correction method="silent" status="medium">
                      <p>Livello medio: controllo a video con collazione con edizione di
                      riferimento</p>
                    </correction>
                    <quotation form="data" marks="all">
                      <p>I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea
                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
                    </quotation>
                    <hyphenation eol="none">
                      <p>I trattini di sillabazione a fine riga sono stati soppressi e le parole
                        ricomposte</p>
                    </hyphenation>
                  </editorialDecl>
    <classDecl><taxonomy id="CDD"><bibl>Classificazione Decimale Dewey</bibl></taxonomy><taxonomy id="CGB"><bibl>Classificazione generi BibIt</bibl></taxonomy></classDecl></encodingDesc>
  <profileDesc>
    <creation>
      <date>500</date>
    </creation>
    <langUsage><language id="ita">Italiano</language><language id="lat">Latino</language><language id="fre">Francese</language><language id="spa">Spagnolo</language><language id="grc">Greco</language></langUsage>
    <textClass>
      <keywords scheme="CDD">
        <term>853.4 - Letteratura narrativa italiana. 1542-1585</term>
      </keywords>
      <keywords scheme="CGB">
        <term>Trattati</term>
      </keywords>
    </textClass>
  </profileDesc>
  <revisionDesc>
    <change>
      <date>Data sconosciuta anteriore al 2000</date>
      <respStmt>
        <name>LIZ</name>
      </respStmt>
      <item>Digitalizzazione</item>
    </change>
    <change>
      <date>Data sconosciuta anteriore al 2000</date>
      <respStmt>
        <name>LIZ</name>
      </respStmt>
      <item>Correzione linguistica</item>
    </change>
    <change>
      <date>2003-05-15T00:00:00.000+02:00</date>
      <respStmt>
        <name>Simona Casciano</name>
        <name>BIBIT</name>
      </respStmt>
      <item>Codifica XML - Codifica manuale</item>
    </change>
    <change>
      <date>2003-06-03T00:00:00.000+02:00</date>
      <respStmt>
        <name>Elena Pierazzo</name>
        <name>BIBIT</name>
      </respStmt>
      <item>Validazione</item>
    </change>
  </revisionDesc>
</teiHeader>
	
<text>
<front>
<div1 type="dedica" n="Dedica">


<p>A l'illustrissimo signor cardinale San Giorgio.</p>


	<p>La mia servitù può esser molto meglio confermata da la grazia di Vostra Signoria illustrissima che da l'opere mie o pur da' meriti. Nondimeno, se l'opere o le fatiche o i meriti vi possono avere alcuna parte, io non sarò mai pentito d'onorarla e di celebrarla e di raccomandare e quasi di credere a la sua autorità la mia fama e la riputazione.</p>
	<p>Ora le dedico questo non lungo dialogo de l'imprese, nel quale, imitando Platone, che sotto il nome d'Ospite Ateniese volle ricoprir la sua propia persona, introduco a ragionar di questa da molti trattata materia assai nuovamente me stesso co 'l nome di Forestiere Napolitano e con lo stile; ancora che parrà forse peregrino in questa e ne l'altre, città, a quel di Platone nondimeno non è dissimile né lo stile né la dottrina con la quale ho cominciato di scrivere e di ragionare. Laonde Vostra Signoria illustrissima nel ricever questo picciol dono e nel gradirlo accettarà non picciola impresa, né minore di quelle di cui nel dialogo si discorre: l'impresa, dico, di raccogliere me e' le mie fortune e l'opere, se non m'è lecito dir le virtù, sotto la sua benignissima protezione, difendendole, da la malignità di coloro c'hanno il giudicio o l'appetito corrotto.</p>
	<p>E benché ciò sia molto malagevole, nondimeno a Vostra Signoria illustrissima, per l'alto grado in cui è collocata e per li molti suoi meriti e per le grazie che da Nostro Signore, come a suo meritevolissimo nipote, le son concedute, tutte le cose saranno più facili ch'a molti altri. Pegnisi dunque di rimirar umanamente questo assai breve volume, che non si vergogna di venirle avanti, quasi fedel testimonio de la mia devotissima volontà e non instabile opinione. E le bacio umilissimamente le mani.</p>
	<p>Di Vostra Signoria illustrissima e reverendissima</p>
<closer>
servitore
<signed>
TORQUATO TASSO.</signed>
</closer>

</div1>
<titlePage>
<docTitle>
<titlePart type="main"> IL CONTE OVERO DE L'IMPRESE </titlePart>
</docTitle>
</titlePage>


<castList n="Interlocutori"><head><emph>Interlocutori:</emph></head> <castItem type="role"><role>CONTE,</role></castItem> <castItem type="role"><role>FORESTIERO NAPOLITANO.</role></castItem></castList>


</front>
<body>
<div1 type="dialogo" n="Dialogo">

	<sp><speaker>F.N.</speaker><p>Io aspettava il ritorno del cardinale, e tra tanto era tutto intento a rimirar la nuova maraviglia de l'antico obelisco drizzato davanti la venerabil chiesa di San Giovanni Laterano; né per molta attenzione cessava la maraviglia, ma cresceva il desiderio di sapere molte cose appartenenti a quell'altissima mole in così miracolosa, maniera inalzata, né poteva per la distanza leggere le inscrizioni che dichiarano alcuna parte di quello che io desiderava d'intendere; laonde l'animo, sollecito investigatore del vero, non si acquetava nel diletto del rimirare, ma pensava più oltre a la grandezza de l'animo dimostrata dal nuovo pontefice con tante opere di non usata magnificenza, in quella guisa forse che alcuni da la vista e da la contemplazione del sole s'inalzano a quella di Dio, del quale si dice il sole essere imagine e simulacro. E mentre io era in questo modo sospeso fra 'l piacere de la vista e la cupidità del sapere, mi si fece appresso ne la medesima fenestra del palagio a la quale tutto solitario e pensoso m'era appoggiato, un giovane d'età matura, d'aspetto signorile, di maniera laudevole e pomposamente vestito, e di lingua, come a me parve, cortegiana, il quale faceva sembiante d'aver meco lunga dimestichezza, sì come colui che sapea, favellare acconciamente e in grado. E io gli dissi:</p>
	<p>Datemi per cortesia qualche contezza di questo obelisco e fate che io ascolti da la vostra voce quel ch'io non posso leggere.</p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Questo è uno de' miracoli di Roma, anzi del suo pontefice, al quale non basta il fare ogni giorno opere maravigliose, ma rinova l'antiche e, s'io non m'inganno, con maggior maraviglia. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Già questo m'era noto, perch'è divulgato con chiarissima fama in tutte le parti del mondo, non solo in Napoli, da la quale pochi giorni sono feci partenza; ma avendo trovata Roma nel mio ritorno più bella, mi vergogno di conoscer me stesso più ignorante che non era, perché l'animo, occupato da infinite sollecitudini, d'ogn'altra cosa è più ammaestrato che di quelle che son proprie di lei, e qui si deono sapere meglio che in altra parte: laonde, s'io avessi voluto altrove appararle, sarei simile a coloro che beono a piccioli e torbidi ruscelli, potendosi con la fatica di una breve strada trarre la sete ad un chiaro e amplissimo fonte. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Io dirò quello che mi sovviene e quel che ho inteso o letto, per compiacervi. Questo, come sapete, è un obelisco, anzi il maggiore di tutti gli altri e il più maraviglioso; però niuno altro con maggior ragione potea essere annoverato tra i sette miracoli del mondo, ma se tutti insieme furono cagione de la maraviglia, questo solo poteva ciò fare senza aiuto d'alcun altro. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Mirabil è certo per la sua grandezza e per la materia e per la forma. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> La grandezza, come dicono, eccede quella d'ogn'altro; la materia è per poco la medesima in tutti, cioè il sasso composto di minutissime particelle di varî colori, de le quali le maggiori rosseggiano, altre sono cristalline o transparenti a guisa di alabastro, altre più minute di nerissimo colore: è da molti annoverato fra le spezie di marmo, e fu chiamato con nome greco <emph><foreign lang="grc">pyrropecilas</foreign></emph>, che significa "variato in rosso"; fu detto ancora da la mistura de' colori <emph><foreign lang="grc">psaronio</foreign></emph>, e <emph><foreign lang="grc">tebaico</foreign></emph>&gt; da Tebaida, provincia del'Egitto, dal quale l'obelisco fu portato a Roma, e <emph>sienite</emph> da Siene, città de la Tebaide. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Assai avete detto de la materia, ma de la forma ancora desidero sapere alcuna cosa. </p></sp>
	<sp><speaker>C.</speaker><p> La forma è quadra, come vedete, la quale va sempre alquanto aguzzandosi: però i Greci gli nominano <emph>obeli</emph>, cioè spiedi, e <emph>obelisci</emph> quei ch'erano minori, quasi spiedetti. Ma questa figura fu giudicata misteriosa da gli Egizî e simile a quella de' raggi del sole, anzi con questo nome stesso, cioè "raggi del sole", solevano da quella nazione esser nominati: e da' re de l'Egitto al sole furono consacrati o al figliuolo del sole (così fur chiamati ne l'età seguente gli uomini illustri). Ora sono consacrati a la croce, ne la quale il sole intelligibile parve eclissarsi per interposizione de la sua umanità, la quale il teneva nascosto al nostro intelletto. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> E chi fu l'inventore di questi obelisci o di quella consacrazione? </p></sp>
	<sp><speaker>C.</speaker><p> Il primo re de gli Egizî che facesse l'obelisci fu, per testimonio di Plinio, Mitres, che risedeva in Eliopoli: Eusebio, che trascrisse i libri di Manetone, sacerdote egizio, il chiama Mefres, e ne l'istesso modo Gioseppe Ebreo. Altri vogliono, fra' quali è Diodoro Siciliano, che l'invenzione de gli obelisci fosse più antica, cominciata sino da Semiramis, reina de gli Assirî, la quale drizzò un obelisco in Babilonia; ma l'invenzione continuò ne gli Egizî, prima in Mefranutesi, successore di Mefres, poi sino a' tempi del re Sotis, il quale fece obelisci di maravigliosa grandezza. E non solamente i re, ma i sacerdoti di Egitto erano usi di farne, e peraventura opera furono de' sacerdoti i minori e de' regi i maggiori; ma la felicità di questi tempi ha voluto che il sommo sacerdote, nel quale è congiunta la potestà del sacerdozio con la reale, abbia consacrato al figliuolo del vero Iddio, quasi a figliuolo di vero e di grandissimo sole, il maggiore e il più riguardevole di tutti gli altri. Questo, come si dice, fu prima fatto dal re Ramises e intagliato di lettere ieroglifiche, le quali contengono la grandezza e l'imperio di Ramises Sotis, padre de l'altro Ramises; fu trasportato a Roma da Costanzo, figliuolo del gran Costantino, in quel tempo ch'egli per la morte di Costantino e di Costante suoi fratelli aveva unito in se medesimo l'imperio del mondo; laonde, volendo contendere di grandezza con Augusto, il quale peraventura superava di potenza, fece drizzar nel Circo Massimo questo grandissimo obelisco, benché Augusto ne avesse drizzato prima un altro minore, opera del re Samresete, a cui fu tolto il luogo di mezzo ch'egli aveva occupato: così piacendo a Costanzo, che in cima a l'obelisco fece porre una palla di bronzo indorata, ed essendo questa percossa dal fulmine, vi fece inalzare in luogo de la palla una fiaccola fiameggiante. Ora l'obelisco, sì come noi veggiamo, sostiene il trofeo de la croce, il quale in tanti altri luoghi è inalzato in Roma con tanta gloria di Cristo e del suo vicario; laonde ella dee gloriarsi senza comparazione più di questo solo che di quanti mai ne drizzarono i romani imperatori de le soggiogate nazioni. Si leggono ancora l'antiche inscrizioni ch'erano in quattro parti, rivolte a le quattro principali parti del mondo; la prima da levante:

<quote rend="block"><foreign lang="lat">PATRIS OPUS MUNUSQUE SUUM TIBI, ROMA, DICAVIT
AUGUSTUS TOTO CONSTANTIUS ORBE RECEPTO, etc.</foreign></quote></p>

<p>l'altra da settentrione

<quote rend="block"><foreign lang="lat">SED GRAVIOR DIVINAE;</foreign></quote></p>

<p>da ponente, verso il monte Aventino, la terza:

<quote rend="block"><foreign lang="lat">CREDIDIT ET PLACIDE;</foreign></quote></p>

<p>da mezzogiorno la quarta:

<quote rend="block"><foreign lang="lat">NUNC VELUTI RURSUS.</foreign></quote></p>

<p>Ora l'obelisco ha nuove inscrizioni: e in quella ch'è verso settentrione si legge il nome di Sisto; ne l'altra si rinova la memoria di Costantino, cristianissimo imperatore, e di Costanzo suo figliuolo. In questa guisa il santissimo pontefice ha cavato quasi da le tenebre e da le ruine il nome sepolto di quegli invittissimi principi e data a gli scrittori di questa età nobilissima occasione di celebrarlo. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Io desidero la copia de l'une e de l'altre inscrizioni, de le quali peraventura non mi bisognerà altro interprete, perché l'operazioni gloriose di Sisto e le imprese di Costantino e di Costanzo sono famose e illustri senza fatica ancora di nuovo scrittore. Ma qual notizia avremo de' fatti o de le imprese di Ramises Sotis? O forse è curiosità il voler saper troppo: perché a la falsa pietà de' gentili e de' barbari, la cui impietà ha eterno castigo, peraventura non si conviene il premio di più lunga o di più durevol fama; tuttavolta noi non ricerchiamo di sodisfare a la virtù de' barbari, ma al nostro desiderio di sapere le cose de' nemici e quelle in particolare che sono lontanissime di luogo e remotissime di tempo: però io vorei sapere, quai note o quai figure son queste de le quali è impresso l'obelisco, e qual sia la significazione di ciascuna. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Senza dubbio son lettere sacre e sacre sculture de gli Egizî, che da' Greci furon dette <emph>ieroglifica</emph> o <emph>ierogrammata</emph>; percioché, se ben mi rammento, due erano le maniere di lettere usate da gli Egizî: l'una sacra e l'altra popolare. Le lettere populari avean somiglianza con l'ebraiche o con le caldee, e lo scrittore, come afferma Erodoto, cominciava la scrittura da la man destra e procedeva verso la sinistra in quel modo che fanno gli Ebrei e gli Arabi e i Caldei: le sacre erano figure di cose naturali o artificiali con occulto e misterioso significato; ma quai fossero prima ritrovate, quai doppo, non afferma Erodoto. Ma Diodoro Siculo estimò che Mercurio fosse inventore de le communi al tempo di Osiris, ma che le sacre fossero date a gli Egizî molto prima da gli Etiopi. Questa differenza nondimeno era fra l'una e l'altra nazione, che l'esprimere i concetti con le figure di cose naturali o artificiose era commune a tutti gli Etiopi, a' populari ancora, ma fra gli Egizî era proprio de' sacerdoti; e, come scrisse Clemente Alessandrino, tre erano le spezie, o le maniere che vogliamo dirle, de le lettere ieroglifiche: l'una propria, la quale era in modo figurata che per essa si dimostrava la proprietà de la cosa significata, come il sole è significato da la figura del cerchio e la luna da quella del mezzo cerchio; l'altra tropica, la quale trasporta il sentimento de le figure a le cose figurate con molta convenevolezza, come ne le statue de' giudici senza mani, descritte da Plutarco, per dimostrare la giustizia non corrotta da' doni, o in quelle con la testa mezza rasa consacrata al sole, da le quali è significata la successione de la notte e del giorno, o nel simulacro di Minerva che calca il serpente, o in quel di Venere il quale ha la testudine sotto il piede: e così vollero significare che de le vergini si dovesse far diligente guardia e che le maritate non dovessero abbandonar la casa e la cura de le cose famigliari. La terza spezie de le lettere ieroglifiche contiene quelle figure che particolarmente son dette con questo nome, già usate da' sacerdoti egizî ne le publiche inscrizioni e ne le opere magnifiche e misteriose di pietra o di metallo, dico ne gli obelisci e ne le piramidi, ne le statue, ne' cerchi e ne i mezzi cerchi d'oro o d'argento e in tavole di bronzo, de le quali una antichissima si conservava ne lo studio del cardinal Bembo. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Egli nondimeno ne le sue <emph>Prose</emph>, ne le quali c'insegna le lettere e la lingua toscana, non mostrò di conoscere altre lettere più antiche che quelle de' Greci o de' Fenici loro maestri, a' quali, com'è fama, furono portate da Cadmo, benché altri ne attribuiscano l'invenzione a Palamede: fra' quali è Gorgia, antico sofista de' Greci, ne l'orazione ch'egli fa in sua difesa. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Palamede accrebbe il numero de le lettere, com'è opinione di Plinio, ma di quelle che prima erano ritrovate, le quali furo invenzione o de' Fenici o de' Pelasgi; ma i Romani l'ebbero da gli Arcadi e da Carmenta, madre di Evandro, che prima fu detta Nicostrata, come scrive Strabone. Tuttavolta le memorie di Carmenta, di Palamede e di Cadmo sono molto basse, e più antiche son quelle de' Caldei o de' gli Egizî. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Diremo adunque che ne fosse l'inventore Teut, demone de gli Egizî, come credeva Socrate nel <emph>Fedro</emph>.</p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Sì buona invenzione come quella de le lettere non sarebbe da me attribuita a così maligna causa com'è il demonio: laonde io direi più tosto che Teut fosse un uomo o sacerdote o re de gli Egizî, com'è creduto per molti uomini di molta dottrina, i quali estimono ch'egli fosse Mercurio Trimegisto; altri de' gentili portarono opinione ch'egli fosse Ercole Egizio, altri Memnone: Eschilo l'attribuisce a Prometeo, il quale fu inventore di tutte l'arti e particolarmente de le lettere, come si legge in quei versi:

<quote rend="block"><lg lang="grc">
<l><emph>Exèuron autòis grammàton te sunthéseis,</emph></l>
<l><emph>Mnémen th'apànton, mousométor' ergàtin.</emph></l>
</lg></quote></p>

<p>I cristiani e gli Ebrei, fra' quali sono Eusebio, Ioseffo e Filone, vogliono più tosto che l'inventore sia stato Mosè o Giob o Abramo, o pure innanzi, al diluvio ne recano l'origine ad Adamo istesso perché Adamo impose il nome a tutte le cose: e a me pare che appartenga a l'istesso il nominar le cose e lo scriverle. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Se non vi piace onorare i demoni di questa invenzione, onoriamone gli angeli più tosto, e diciamo che un angelo insegnasse ad Adamo di nominar le cose e un angelo dapoi portasse la legge scritta a Mosè, come fu opinione de l'Ariopagita. </p></sp>
	<sp><speaker>C.</speaker><p>Divina dunque, non umana fu l'invenzione de le lettere. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Divina senza fallo e ritrovata da Iddio e per mezzo de gli angeli mandata a gli uomini, com'è opinione del medesimo autore. Anzi, s'io non sono errato, le prime lettere non furono scritte ne le tavole di pietra o di metallo o ne le colonne o ne le piramide o ne l'erme o ne le sfingi o in altra opera materiale, ma ne l'anima de gli uomini, la quale portò seco dal cielo le note e quasi le lettere e le figure di tutte le cose; e, come parve a Basilio e a Gregorio e a gli altri filosofi e teologi, l'intelletto fu il pittore e lo scrittore, o sia l'intelletto divino o Dio medesimo. Laonde le colonne de' figliuoli di Set, l'una de le quali fu fatta di malta contra il diluvio, l'altra di pietra perché fosse sicura da l'incendio, e quelle di Mercurio in cui furono dapoi scritte le scienze de' gentili, come scrive Iamblico nel principio de' suoi <emph>Misterî</emph>, e gli epitaffî di Semiramis o di Giacob e le piramidi e gli obelisci furono riscritti di lettere meno antiche di quelle che sono segnate ne l'anima nostra, se pur è vero ch'ella non somigli una tavola rasa e priva di scoltura. E avanti queste lettere che portiamo ne l'anima, scrisse Iddio nel libro de la predestinazione, veduto in visione da san Giovanni, i nomi che sono certi de l'eternità e securi de la morte e de la oblivione, fra' quali senza dubbio si dee leggere i nomi di Costantino e di Sisto, pontefice di santa e gloriosa memoria: e fu vera pietà ch'egli volse rinovar quella de' due detti invittissimi e famosi imperatori. Tuttavolta è possibile che di queste lettere barbariche, o segni più tosto, che noi riguardiamo ne l'obelisco, fosse umano o diabolico il ritrovamento, e io vorrei averne qualche notizia o, come di cosa umana, per saperla, o per guardarmene, s'ella fosse in altro modo ritrovata. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> In qualunque modo ella avesse principio, non l'ebbe senza idolatria: laonde, com'è piaciuto a la divina providenza, cadde con l'imperio del mondo e risorse co 'l segno spirituale, fu gittata con gli idoli e inalzata con la croce. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Soverchio sarà adunque il ricercare quel che in questo obelisco sia scritto o efigiato, e quel che significhino le sue lettere. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Né soverchio né malagevol molto, perché, come si legge, fu fatto da Ramises e inscritto de la grandezza e de la potenza di Ramises Sotis suo padre. Ma de gli altri obelisci che sono stati drizzati da Sisto Quinto, il primo, ch'è davanti al maraviglioso tempio di San Pietro, e l'altro di Santa Maria Maggiore non hanno alcuna lettera sacra de' barbari, ma, come si crede, l'uno fu opera del re Noncoreo, che, essendo rotto alquanto, fu aguzzato verso la cima e portato a Roma e, come d'ogn'altro maggiore, consacrato da Caio imperatore ad Ottaviano Augusto e a Tiberio suoi predecessori, l'altro fu fatto da Smunes e da Efres, re de gli Egizî, e portato poi per comandamento di Claudio imperatore e drizzato insieme con molti altri nel mausoleo di Augusto; l'ultimo, ch'è innanzi a Santa Maria del Popolo, il quale nel Circo Massimo fu da Augusto consacrato al sole, si vede parimente impresso di lettere ieroglifiche, ne le quali peraventura è significato il nome di Semreserteo, detto da Erodoto Psammerato, figliuolo di Amasis, il quale, volendo nobilitar la sua ignobile origine, drizzò questo obelisco al sole co 'l nome di Ramises che finge suo progenitore, ma per nostra sciagura è guasto; e non si trova quel di Sesostri, che soggiogò gli Etiopi, gli Indi e i Battriani, e, passando con l'essercito fino a gli Sciti, fece tutti i popoli soggetti a la sua monarchia; però si legge di lui appresso Lucano:

<quote rend="block"><lg lang="lat">
<l>Venit ad occasum mundique extrema Sesostris,</l>
<l>Et Pharios currus regum cervicibus egit.</l>
</lg></quote></p>
</sp>

	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Di due maniere adunque sono questi obelisci: gli uni senza lettere, gli altri con lettere ieroglifiche, che non solamente deono significare i misteri de le arti e de le scienze, al quale uso furono prima ritrovate, ma la grandezza, la potenza e l'imprese, se così è lecito dire, de' re de l'Egitto; onde possiamo affermare che queste lettere fossero imprese o significatrici de l'imprese. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Questo è un nome equivoco. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Distinguiamolo dunque come s'usa ne la equivocazione de' nomi. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Imprese sogliamo chiamare i fatti illustri, come chiamò il poeta in quel verso:

<quote rend="block"><lg lang="lat">
<l>Rade volte adivien che a l'alte imprese</l>
<l>Fortuna ingiuriosa non contrasti.</l>
</lg></quote></p>

<p>E chiamiamo, come ora, imprese le figure e le note con le quali significhiamo i nostri concetti intorno a le cose fatte o che abbiamo da fare. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Non so come dal ragionamento de gli obelisci e de le lettere ieroglifiche siamo passati a quel de l'imprese, ma peraventura le lettere ieroglifiche e l'imprese si contengono sotto un genere commune, parlo di quelle imprese che non sono azioni ma figure. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Non ci dee increscere questo passaggio, co 'l quale da le cose antiche a le nuove siamo trapassati, perché la novità piace per se stessa. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Alcuni credono che quel de le imprese sia antichissimo ritrovamento e che il medesimo siano l'imprese e i ieroglifici; ma se siano l'istesse o diverse, non è stato ancora interamente determinato. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Di niun'altra cosa mi sarà più caro il ragionare o l'ascoltare, perché il sole non è ancora giunto al mezzogiorno. Qui è bello e fresco stare, e hacci, come voi vedete, letti e sedie e cuscini: laonde sino al ritorno del signore potrete rilevar l'animo da le sue noie co' vostri medesimi ragionamenti. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Dirò, per compiacervi, quel che mi sovviene. "Imprendere" o "intraprendere", se non m'inganno, significa il pigliar sopra di sé e il cominciare con fermo proponimento alcuna cosa che malagevolmente possa farsi. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Così stimo. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Ma se a Iddio niuna cosa è malagevole, né a gli angeli suoi, i quali agevolmente sogliono fare le maraviglie, non sarà Iddio o gli angeli i primi che abbiano fatte e ritrovate l'imprese, come d'alcuni è stato detto in questa materia, ma gli uomini più tosto, o fossero Inglesi o Greci o Troiani o pur de l'Asia innanzi a la guerra di Troia e di Tebe. L'impresa, poiché significa non l'azione istessa ma il pensiero espresso o il concetto di farla o di averla fatta, porta la medesima difficoltà, almeno nel significato, e così l'un nome è detto da l'altro, come da la scienza del medico o da lo studio l'operazione del medicare; laonde in questo senso non direi che Dio e gli angeli fossero inventori de l'imprese. Abbiamo sin ora quel che significhi questo nome d'impresa, il quale è analogo o <emph>ab uno</emph>, come dicono i loici; ma chi fosse inventore del'imprese in questo significato, non mi ricordo aver letto. Ma Amisodato Licio, come scrive Plutarco nel libro de le <emph>Donne illustri</emph>, portò ne la proda de la nave l'insegna del leone, ne la poppa quella del dragone, e fu preso da Bellorofonte con una velocissima nave detta Pegaso peraventura da l'insegna di quel mostruoso animale; né ho ritrovata ne le istorie invenzione più antica. Ma dapoi ne la guerra di Tebe, come scrive Eschilo, i sette duci portarono imprese: Capaneo aveva ne lo scudo un uomo con la fiaccola, Eteocle un uomo con la scala; ma Stazio dié a Polenice la sfinge, a Capaneo l'idra. Agamennone poi ne la guerra troiana portò ne lo scudo la testa d'un leone; Turno in quella de' Latini nel cimiero la chimera, come descrive Virgilio; Aventino l'idra, insegna del padre: ne le navi de' Greci e de' Troiani, come leggiamo in Virgilio e in Euripide, erano parimente l'insegne, da le quali fur denominate la Pistri e il Centauro e l'altre. Ma, come troviamo ne l'istorie, Dario re de' Persi portava la saetta; Artasserse l'arciero; Epaminonda il dragone; Pericle la civetta ne lo scudo; Alcibiade Amore co 'l fulmine piegato; Silla se medesimo nel sigillo co 'l re Boco da lui preso; Pompeo se medesimo con due teste in quella guisa ch'è figurato Iano; Augusto l'imagine d'Alessandro; Severo e Gordiano una luna e una stella; i Troiani una scrofa, i Romani l'aquila e 'l dragone e lo scarabeo, e i soldati Menbei particolarmente il can rosso in campo bianco, e la legion Decumana il can turchino o ceruleo ne lo scudo similmente bianco. Ma se queste furono imprese, furno avanti questo nome, il quale si usò fin al tempo de' francesi o de gli inglesi cavalieri erranti, e più antiche de l'armi, le quali, come scrive il Giovio, si cominciorno ad usare nel tempo di Federico Barbarossa. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Non so che differenza sia tra queste e quelle. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Il signor Marco Velsero nel libro de le cose d'Augusta e de' Reti, de' Vindelici, da lui scritte dottissimamente, porta diversa opinione; però niuna forse è la differenza o di picciola considerazione, perché dice che l'armi son communi de le famiglie, ma l'imprese proprie di ciascuno: ma questo alcuna volta si confonde. Or, se vi piace, cerchiamo se fra l'imprese che si fanno con le figure e le lettere ieroglifiche sia alcuna cosa commune, ne la quale l'une e l'altre convengano insieme, e poi cercheremo se ci sia qualche diversità. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Voi m'invitate a così bella e così dilettevole investigazione che niun altro invito mi sarebbe più caro. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> È, se non m'inganno, il genere commune de le imprese e de le lettere ieroglifiche la significazione e l'espressione de' concetti: perché con queste e con quelle vogliamo palesare i pensieri e le passioni de l'animo; laonde sono una cosa di genere, non solamente d'analogia; ma si può dubitare se le spezie siano diverse, e per quai differenze siano diverse. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Io ho letto che son molte differenze fra l'imprese e i simboli e gli emblemi e i rovesci di medaglie e i ieroglifici, ma quella mi pare assai principale per così dire, specifica, la qual consiste nel motto: perché ne l'impresa è ricercato il motto a guisa d'anima che dia vita al corpo, ma nel ieroglifico o nel simbolo non è necessaria l'inscrizione. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Così dicono, e io per l'ignoranza de le lettere ieroglifiche non ardirei d'affermare il contrario. Lessi nondimeno che le lettere sacre de gli Egizî, le quali corrispondono quasi da l'altra parte a le nostre imprese, erano mescolate con l'altre lor lettere popolari; laonde a questo essempio possiamo aver fatte l'imprese di note misteriose, che son le figure, e di communi e intese da ciascuno, che son quelle che si dicono lettere popolari. E se questo è vero, non e gran differenza fra l'imprese e simboli e i rovesci de le medaglie, ne' quali oltre a le figure sono impresse le lettere, come ne la medaglia di Germanico una sfera mossa da la Vittoria con queste lettere <quote rend="block"><foreign lang="lat">S.P.Q.R.</foreign></quote>, e in quella di Vespesiano una corona civica con le ghiande e con questa inscrizione <quote rend="block"><foreign lang="lat">S.P.Q.R. PP. OB CIVES SERVATOS</foreign></quote>; e in quella di Tito una imagine de la Giudea legata ad una palma, con quest'altra <quote rend="block"><foreign lang="lat">IUD. CAP. S. C.</foreign></quote>: nel rovescio de la medaglia erano impressi alcuni cavalli che gian pascendo, con queste parole <quote rend="block"><foreign lang="lat">VEHICULATIONE ITALIAE REMISSA</foreign></quote>; e in quella d'Antonino Pio un caduceo e un ramo d'oliva con frutti e con le foglie insieme: e le parole erano <quote rend="block"><foreign lang="lat">FELICITAS AUGUSTI</foreign></quote>; il quale in un'altra medaglia fece scolpire una figura che aveva ne la man destra un cappello e ne la sinistra un'asta, con queste parole <quote rend="block"><foreign lang="lat">LIBERTAS CONSULARIS</foreign></quote>. Scolpì Severo Pio un leone, sopra cui sedeva una donna che teneva in mano un'asta fissa in terra e con l'altra pareva che volesse gittare un fulmine, e vi fece questo breve intorno <quote rend="block"><foreign lang="lat">INDULGENTIA AUGUSTI IN... </foreign></quote>; e in un'altra un simulacro con un ramo d'oliva e con due parole <quote rend="block"><foreign lang="lat">FUNDATORI PACIS</foreign></quote>. Gallieno, gloriandosi che tutti i re fossero soggetti a la sua cura, vi pose una cerva con l'inscrizione <quote rend="block"><foreign lang="lat">DIANAE CONSULARI AUGUSTAE</foreign></quote>, la quale fu prima usata da Adriano in un suo rovescio con queste voci greche <emph>Ártemi Ephesía</emph>; e in un'altra scolpì una nave con remi ad imitazione d'Augusto, scrivendovi <quote rend="block"><foreign lang="lat">FOELICITATIS AUG. S. C. IIII.</foreign></quote> Dunque l'inscrizione del motto non fa differenza tra l'imprese e rovesci de le medaglie, né la farebbe peraventura tra l'imprese e le lettere ieroglifiche, se fossero da noi bene intese o se potessimo avvederci se le popolari son mescolate fra loro, com'è costume de l'imprese, sì come s'usa ne le cifre o in altro modo; ma forse la differenza non è nel motto semplicemente, ma nel motto regolato e con molte osservanze: ma appresso gli antichi la inscrizione non era sottoposta a tante opposizioni e a così esquisite censure.</p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Forse la differenza è ne la figura umana, che non è ricevuta ne l'imprese, ma ne' rovesci è usitatissima, e peraventura non fu esclusa da' simboli de gli Egizî, appresso i quali, come si legge in Oro Egizio, la figura di un uomo co 'l cuore attaccato a la gola dimostrava la sincerità, la mano destra aperta la liberalità, la sinistra chiusa l'avarizia; e volendoci i medesimi figurare un uomo preso dal piacere de l'adulazione, figuravano, come scrive il Pierio Valeriano un cervo il quale ascolta un pastore che suona la sampogna; e per dimostrar la virtù che domi gli affetti, dipingevano un uomo il quale cavalca il leone: e una donna parimente sovra il leone dimostrava che le forze cedono a l'eloquenza. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> La figura umana ne l'imprese ancora è ricevuta, come in quella de l'uomo salvatico e del servo ch'è su 'l carro trionfale co 'l vittorioso imperatore, de la qual fu il motto <quote rend="block"><foreign lang="lat">CURRU PORTATUR EODEM</foreign></quote>. Dunque né la figura umana né l'inscrizioni né i motti possono distinguere l'imprese da' ieroglifici o da' rovesci, quantunque si possa dubitare s'elle aggiungano o togliano perfezione a l'impresa. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Così mi pare. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Ma consideraremo poi qual più sia perfetta, qual meno: ora ricerchiamo la differenza, se pure alcuna ve n'ha, la quale per mio parere non è ne' colori o ne gli intagli o ne la materia d'oro, d'argento e di pietre preziose. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Molto meno che ne l'altre cose già dette. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Ora mi sovviene quella differenza ch'io stimo esser cagione di tanta diversità. Non abbiamo noi detto che le lettere ieroglifiche son sacre note? </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Abbiamo. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Ma le imprese sono elleno sacre parimente? </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> O non sono o non tutte, ma la maggior parte è d'arme e d'amore, come parve al Giovio. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Tuttavolta sacro potrebb'esser l'amore, come quello di Cristo verso l'uomo, che fu significato co 'l pellicano che risuscita i figliuoli co 'l sangue; e sacra parimente la guerra: e tale fu quella di Gottifredi Buglione e de' principi suoi seguaci contra gli infedeli. Di amor dunque e di guerra sacra si potrebbono fare imprese. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Si potrebbono per mio aviso; e sì fatto sarebbe non solo il pellicano ma il vello di Gedeone, se vi si aggiungesse il motto. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Ma fra le cose sacre e le non sacre suol esser questa differenza, che a significare le cose sacre, come c'insegna prima Dionigi Areopagita e poi san Tomaso ne' suoi <emph>Opuscoli</emph>, s'usano più tosto le dissimili similitudini, e per significar le non sacre si deono mettere in uso più convenevolmente le simili similitudini. Questa sarà la più essenziale differenza che si possa ritrovare fra i ieroglifici e l'imprese non sacre, che a le non sacre si conviene il significare con ogni somiglianza, a le sacre con qualche dissimilitudine; ma questa differenza sarà solamente fra le lettere ieroglifiche e l'imprese d'arme e d'amore cavalleresco: ma se alcuna si ritrovasse d'altra maniera o in altra guerra, in quella sarebbono ancora convenienti l'imprese con le dissimili similitudini. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Io non so per qual cagione le dissimili similitudini si convengono a le cose sacre. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> La ragione è addotta da l'istesso autore nel primo libro de la <emph>Celeste Ierarchia</emph>; la quale è questa, che ne le cose divine le negazioni son vere, ma l'affermazioni non convengono né son degne de la maestà d'Iddio occultissimo, e più conviene ne le cose non soggette a gli occhi de' mortali l'esprimerle con pittura d'imagini non somiglianti; laonde non fanno vergogna a le divine e le celesti nature le descrizioni e le figure dissimili, ma con misterioso onore e con riverenza ci danno a divedere che sono più eccelenti di tutte le forme corporee le quali possono essere intese o imaginate da l'animo nostro: e non è cosa che maggiormente risvegli la nostra mente e l'inalzi al cielo, de le oscure similitudini: però non s'appressarono tanto a la verità coloro che nel formare i simulacri celesti gli finsero tutti di oro e resplendenti e coronati di raggi e vestiti di luce, quanto gli altri che l'adombrarono quasi ne le tenebre e ne la caligine d'una oscura similitudine. Per l'istessa cagione chi loda la divinità, che vince tutte l'altre nature, l'onora con questi nomi di verbo, di mente, d'essenzia; chi la finge quasi un lume e quasi una fiamma e un vento e la chiama vita: le quali forme, quantunque siano più eccelenti de le materiali, nondimeno molto perdono e sono inferiori a la divinità. Oltre questa cagione alcun'altre n'adduce san Tomaso ne la prima parte de la <emph>Somma</emph> e ne le <emph>Operette</emph>, le quali possano intorno a ciò rimovere ogni dubitazione. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Alti e sacri misteri son questi che spiegate, ragionando de l'imprese. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Rivolgiamo dunque gli occhi da la luce a le tenebre, e consideriamo Dio e le cose divine ne le oscure similitudini usate non solamente da gli egizî e da gli ebrei ma da' cristiani scrittori. Gli Egizî ci figurorno Iddio co 'l cocodrillo, perché, quando il cocodrillo è sotto l'acqua, dicono che gli cala da la fronte una membrana sottile, per la qual egli vede altri e non è veduto: e ciò conviene ancora al sommo Dio, io dico di vedere e di non esser veduto. Dicono ancora che il coccodrillo femina partorisce l'uova fuor del Nilo in quel luogo a punto il quale dee esser termine de l'inondazione del fiume; per la quale dimostra le cose future che sono conosciute solamente dal grandissimo Iddio. Era significato Iddio da l'uomo che siede sopra il loto e, come scrive Proclo, dal falcone ancora: perché il falcone è d'acutissima vista e grandissima velocità nel volo, e solo fra gli altri uccelli, volando in alto, discende quasi per dritta linea e fa violenza a gli inferiori. I sileni ancora e i cinocefali dimostravano che la divinità è occulta ne le cose vili e non apparenti. Dio ancora fu significato da lo scarabeo: la qual significazione non dispiacque a s. Augustino; lo scarabeo significava similmente il sole appresso gli Egizî, perché egli sta come il sole sei mesi sovra la terra e altrettanti sotto. Il mondo fu significato da gli Egizî co 'l serpente che si rivolgeva in se stesso e mordeva la coda; l'anno in simil maniera; il sole e la luna da' cerchi; la luna nascente dal cinocefalo, perché, come essi dicevano, il cinocefalo si drizza e par molto sollecito nel nascimento de la luna. L'orizonte si figurava, come scrisse Plutarco, con l'effigie d'Anubi, e appresso gli Egizî similmente <emph>Neephthyr</emph> significava l'inferiore emispero e Iside il superiore: perché questo è lucido e diurno, quello oscuro e notturno, e Anubi partecipa de l'uno e de l'altro. Appresso gli Ebrei si legge che Dio si mostrò a Mosè in forma di fuoco; e prima a guisa d'uomo aveva lottato con Giacob, e con le colonne di fumo e di fuoco, l'una de le quali era guida la notte, l'altra il giorno, condusse il popolo d'Israele a la terra di promissione: nel deserto co 'l serpente essaltato figurò il figliuolo che doveva esser sospeso in croce, e l'agnello sacrificato da Abramo aveva significato il sacrificio del figlio unigenito. Nel Nuovo Testamento muore come agnello, risorge come leone, non disdegna la similitudine di pastore, di pietra, di porta, di vite, di fiore, di via, di tempio distrutto e riedificato, di pane, di fonte. Da' santi Padri è chiamato scarabeo e verme, co 'l qual nome il sacro poeta l'avea prima chiamato ne' suoi versi, inspiratigli da divino spirito. La beata Vergine similmente ne le sacre lettere è significata co 'l nome di terra, di cielo, di sole, di luna, d'aurora, di stella del mare di luce, di paradiso, di neve, di palma, di cedro, di oliva, di cipresso, di nardo, di mirra, di platano, di rosa piantata in Ierico, di giglio che sorga fra le spine, di vite d'uve feconda, di colomba, di aquila, di candelabro e di trono de la divinità; quantunque alcuni di questi nomi e di queste figure abbiano più tosto simile imagine che dissimile similitudine: ma e con gli uni e con gli altri la sua gloria suol essere più e meno chiaramente dimostrata. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Io nondimeno, con gli altri che sono di meno alto intendimento, sempre restarò più sodisfatto de le imagini somiglianti. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Già non sono elleno rifiutate da la teologia medesima, ma noi ricerchiamo quel che sia più conveniente. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Le cose simili sempre convengono con le simili. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Ma qual cosa estimate voi così simile a l'altra che non sia in alcuna parte dissomigliante? forse le stelle del cielo? O pure in queste ancora è qualche dissimilitudine? </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Grandissima ne la grandezza, ne' colori, nel sito, ne i movimenti e ne gli effetti. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> E de l'imagini de gli elementi e de le figure che opinione portate? </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Già lessi che al fuoco era attribuita la figura piramidale, cioè di sei base, a l'aria quella d'otto, a l'acqua quella di venti, a la terra la cuba. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> E de le cose da loro generate che credete? </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Tutte sono dissimili a se medesime, come le comete e l'altre impressioni de l'aria, l'arco celeste, che ha tanti colori, e le corone de la luna e il suo cinto. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Ma se ne le cose semplici è tanta dissimilitudine, maggiore senza dubbio sarà la dissomiglianza ne le cose composte. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Senza fallo, e non solo di ciascuna cosa per rispetto de l'altra, ma di tutte insieme e di ciascuna verso di sé. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> È dunque il simile sempre congiunto co 'l dissimile, anzi queste due nature sono affisse insieme quasi con uncini o con ami, come si legge nel <emph>Parmenide</emph> di Platone ch'è l'ente co 'l non ente; laonde possiamo conchiudere che niuna cosa sia simile in tutto a l'altre, né pure a se medesima, anzi, in quanto ciascuna partecipa di quel che non è, io dico de la privazione, partecipa ancora del dissimile, e solo quello ch'è vero ente, il quale, parlando di sé, disse: <quote rend="block"><foreign lang="lat">Ego sum qui sum</foreign></quote>, è in tutto somigliante a se medesimo. Non troveremo adunque le simili similitudini in modo alcuno, ma tutte saranno similitudini dissomiglianti. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Così mi pare per questa ragione. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> E di queste quelle che saranno più dissimili saranno più convenienti a le cose divine. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Io con gli altri che non sono di così alto intendimento rimarremo sempre più sodisfatti de le imagini che siano, quanto si può, somiglianti. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> E quali son queste? </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Le belle per mio parere sono quelle che più convengono a le cose divine, perché io non so né imaginare né intendere cosa più bella de la divinità. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Già questo modo non è rifiutato da la teologia medesima, la quale, come dice Dionigi Areopagita, per figurarci la divinità, raccolse insieme tutte le maniere di varia bellezza. Concedasi adunque a la divinità, de la quale sogliamo affermar molte cose, sì veramente che l'altro de le dissimilitudini e de le negazioni sia riputato propriissimo de' sacri misteri, e l'uno serva a sensi e l'altro a l'intelletto solamente. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Già intendo la distinzione. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Or, se vi pare che le cose proprie debbano esser separate da l'improprie e da le communi, separiamo questi due modi o queste due spezie di significazione, e sia usato ne le cose divine o sacre il significare i concetti con imagini dissomiglianti; ma ne le cose non sacre si esprimano i pensieri e gli affetti de l'animo con imagini somiglianti. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Come a voi pare. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Diremo adunque che l'impresa è una espressione overo una significazione del concetto de l'animo, la quale si faccia con imagini somiglianti e appropriate. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Buona mi pare la diffinizione. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Ma peraventura non perfetta: perché non ogni pensiero né di tutti gli animi deono esser significati ne le imprese, ma i pensieri solamente de gli animi nobili, o siano di guerra o di pace o d'amore; benché più ne le azioni che ne le contemplazioni, e de le azioni più ne le militari che ne le civili paiono ricercarsi l'imprese; anzi, se ricerchiamo l'origine sua, ella fu ritrovata da principi e da capitani e da uomini guerrieri e dipinta ne le insegne militari e ne gli elmi e ne gli scudi, o cominciasse insieme con questo nome al tempo de' cavalieri erranti o molto prima fosse usata da' Latini e da' Greci e da' barbari e chiamata con altro nome. Ma lasciamo ora da parte quel che appartiene a l'origine, e consideriamo le parti necessarie a la diffinizione; noi abbiamo già detto che l'impresa è significazione di pensiero deliberato intorno a cosa non minuta e non indegna, la quale porti seco difficultà ne l'essequire. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Così mi pare conveniente. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Ma perché l'impresa non riguarda solamente il futuro ma tutti i tempi, come la profezia, la difficoltà si può considerare così ne le cose fatte come in quelle che si fanno o che deono farsi, e non in tutte le cose, ma ne le degne e ne le nobili solamente. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Così mi pare. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Tuttavolta l'impresa riguarda più il futuro che gli altri tempi; e se pur è del passato, com'è quella d'Antonio da Leva, il quale finse uno sciamo d'api co 'l motto <quote rend="block"><foreign lang="lat">SIC VOS, NON VOBIS,</foreign></quote> ha nondimeno considerazione al futuro, perché, se non m'inganno, quel signore volle in quella significare a l'imperatore che la sua virtù era degna di luogo onorato e sublime. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Assai mi piace l'opinione, perché l'imprese a gli ignobili sono come l'arme, che non sono lor convenienti in modo alcuno. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Cotesto è vero; tuttavolta la nobiltà dee considerarsi più ne la virtù e ne l'animo che ne la fortuna o nel nascimento: laonde coloro che hanno avuto in dono dal cielo l'altezza de l'animo, tutto che siano nati d'oscuri progenitori, possono far l'arme de la sua famiglia, a la quale essi danno l'origine, e l'insegne e l'imprese parimente: e io ho conosciuto un cavaliero nato di picciola condizione, ma, sì come si dimostrava, magnanimo, il quale per impresa fece il monte Olimpo con questo motto <quote rend="block"><foreign lang="lat">TENTANDA VIA EST</foreign></quote>. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Bella è l'impresa. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> È cortesia vostra; ma non lasciamo la diffinizione de l'impresa, ne la quale, come abbiamo detto, si dee principalmente aver riguardo al tempo avenire; ma il fine è quello che principalissimamente si considera: dee adunque dichiararsi il fine, il quale in tutte l'azioni civili e militari è l'onore. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Ma ne le amorose, per le quali son fatte gran parte de l'imprese, è l'amore. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Già sassi che l'onore e l'amore era quasi l'istesso, o tanto differente quanto è il segno esteriore da lo effetto intrinseco, percioché da niuna cosa siamo più onorati che da la benevolenza de gli uomini di giudizio: e l'amor de la donna, non che altro, suol dimostrarsi con qualche favorevole dimostrazione d'onore, per la quale i valorosi cavalieri deono esporsi a l'imprese magnanime e degne d'eterna gloria, non solamente portarle dipinte ne gli scudi e ne gli stendardi o ne' superbi palagi o in altra parte riguardevole dove siano da ciascuno rimirate. Diremo adunque che le imprese siano segni o imagini convenienti e simili a i nobili pensieri de l'animo e fatti per desiderio di onore, e che di questi alcune siano imagini di cose naturali, altre d'artificiali, e de le naturali altre eterne, altre corruttibili, de le artificiose altre disusate, altre che sono in uso. Eccovi la diffinizione e la divisione ch'io addurrei de le imprese; ma la diffinizione non so quanto sia simile o dissimile a le diffinizioni de gli altri, le quali si potevano innanzi revocare in dubbio e quasi chiamare al giudizio considerando se in ciascuna di esse è parte soverchia o manchevole o discorde da la nostra opinione. Ma noi siamo entrati in questo ragionare quasi a caso, e io senza l'aiuto vostro non spero di poterne fare splendida riuscita. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Quel che prima non s'è fatto, di considerare l'altrui diffinizioni, si potrebbe far dapoi che io ho intesa la vostra, perché io per me non so qual fra' due modi sia il migliore, né la cagione. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Forse io mi son dimenticato di quelle de gli altri?</p>
    </sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Io me ne ricordo alcune; e, se non vi spiace di considerarle, udite questa che mi si para davanti: "L'impresa è una mutola comparazione de lo stato e del pensiero di colui che la porta, con la cosa ne la impresa contenuta".</p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> La voce "mutola", che prima mi ferisce le orecchie, per sé non mi dispiace, perché veramente l'impresa è l'arte o specie d'una muta poesia; ma io direi più tosto "muta similitudine" che "muta comparazione", né porrei il nome de l'impresa ne la sua diffinizione. Ma se buona è questa diffinizione, il motto non solamente non è necessario ne l'impresa, ma è soverchio e vizioso, né altro mi par di poter raccogliere de l'intenzione de l'autore. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Questo, se non m'inganno, fu il suo intendimento. Ma udite l'altra, che forse più vi piacerà: "L'impresa è componimento di figura e di motto, rappresentando virtuoso e magnanimo disegno".</p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> In questa diffinizione nulla si può desiderare peraventura, se il motto è necessario, come molti estimano, e se l'impresa è quasi un composto di corpo e d'animo, quantunque il nome "disegno" sia usato metaforicamente, come quello che si dice propriamente de la pittura e non si trasporta ne i pensieri de l'animo. Ma ne le azioni di cose sì fatte io non sono severo soverchiamente e non biasmo le translazioni, tutto che da Aristotele e da Averroè siano riprese; Platone ancora diffinì l'anima luogo de le forme e il suo discepolo disse <add>che</add> la memoria era quasi una pittura de l'anima. Ma passiamo più oltre. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Questa è, come dicono, del Palazzo: "L'impresa è un modo d'esprimere qualche nostro concetto, principalmente affettuoso, con l'imagine di cosa che abbia con questo  convenienza, necessariamente accompagnata da un breve motto di parole a questo atte".</p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Pone l'impresa fra i modi del significare, benché ella sia più tosto tra le spezie; ma il modo più propriamente è de l'arte che de la opera artificiosa, la quale non è modo, ma fatta con modo. Ma queste sono considerazioni o troppo sottili o troppo severe, come sarebbe s'io dicessi che l'impresa fosse un modo d'esprimere tutti i concetti, non solamente qualche concetto; ma questa peraventura è di quelle diffinizioni d'Aristotele, ne la <emph>Topica</emph>, ch'esso e Alessandro suo commentatore chiamano diffinizione de la cosa ben disposta, la quale par che sia più ristretta de l'altre e non contenga tutti i particolari: solo mi fa dubbio ch'egli v'includa il motto come necessario. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Questa diffinizione ancora mi sovviene: "L'impresa è un segno proprio ad alcuno e preso da lui per adornamento o per discoprimento d'alcuna cosa fatta o da farsi o perdurante, overo per parte de le sopradette cose".</p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Quasi tutte l'imprese fossero proprie e non alcune communi; ma, s'io non sono errato, ve ne sono alcune portate da molti, come per giudizio del Giovio fu quella de' giunchi portata da' signori Colonnesi co 'l motto <quote rend="block"><foreign lang="lat">FLECTIMUR, NON FRANGIMUR</foreign></quote>. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Un'altra diffinizione mi sovviene de l'Armigio: "L'impresa è una mestura mistica di pittura e di parole, rappresentante in picciol campo a qualunque uomo di non ottuso intelletto qualche recondito senso d'una o di più persone".</p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> L'Armigio accommuna fra molti quel che l'altro appropria. Ma di questo proposito mi sovvengono le parole di Dante, parlando de le parti:

	<quote rend="block"><lg>
<l>L'uno al publico segno i gigli gialli</l>
<l>Oppone e l'altro appropria quello a parte;</l>
<l>Sì che non so veder qual più si falli.</l>
</lg></quote></p>

<p>Da le quali io raccoglio che l'aquila fosse publico segno e non privato né proprio, e che ciascuno erri appropriandolo a qualche parte, come fanno i ghibellini, non meno che opponendosi a l'aquila, com'è, de' guelfi; ma l'aquila per mio aviso fu insegna de' Romani avanti che fosse trovato questo nome d'impresa, e soleva esser portata in guerra con molte altre insegne, che furno quattro per opinione di Plinio: il lupo, il minotauro, il cavallo e il cinghiale, a le quali Vegezio aggiunge il dragone. Ma alcuni anni avanti Mario l'altre erano lasciate ne gli alloggiamenti e sola l'aquila era portata in battaglia; Mario al fine, il quale da l'apparir de l'aquila aveva preso ottimo augurio, rifiutò tutte l'altre insegne e di questa sola volle servirsi ne la guerra, consacrandola quasi propria a le legioni romane, da le quali fu portata con varî colori e in varî campi, se pur debbiamo prestar credenza a Giovanni Villani, in cui si legge che Mario contra i Cimbri portò l'aquila d'argento, e Catilina, quando fu sconfitto da Antonio ne le parti di Pistoia, e il gran Pompeo portò il campo azzurro l'aquila d'argento. Cesare la portò d'oro nel campo vermiglio; Augusto suo successore mutò l'insegna, portando nel campo dorato l'aquila naturale, cioè nera, la quale fu similmente spiegata da gli altri imperatori romani insino a tanto che da Costantino e da gli altri imperatori greci fu di nuovo inalzata in campo vermiglio ad imitazione di Cesare, il quale la tinse del sangue civile ne' campi di Farsaglia. E ora si potrebbe senza dubbio affermare ch'ella fosse stata impresa de' Romani e prima de' Persiani, da' quali fu portata in guerra sino al tempo di Ciro, come si legge in Senofonte: peroché l'aquila ha tutte quelle condizioni che son richieste a l'impresa de gli imperatori e de' regi, né so che le manchi se non il motto, per lo quale distinguono molti l'armi da le imprese. Dicono ancora che l'armi sono <emph><foreign lang="lat">insignia gentis</foreign></emph> e proprie, d'una famiglia, ma l'imprese vogliono che siano particolari: distinzione in vero volontaria, la quale non porta seco alcuna necessità. Altri son d'altra opinione e vogliono più tosto che il campo determinato da colori o da sbarre, il quale non si richiede ne l'imprese, sia proprio de l'arme, o sua differenza specifica per la qual si distingue da l'impresa e fa arme, come dicono, per sua natura. Ma da le cose dette potrebbono nascere molti dubi ne la diffinizione de l'impresa; e prima, se le parole siano necessarie o soverchie ne l'impresa, e s'elle son necessarie per dichiarar l'intenzione o in qual altro modo, e poi se l'imprese siano proprie o se communi, se differenti da l'armi o se l'istesse, e qual diversità sia ne l'antichità e ne l'origine di queste e di quelle; a le quali si potrebbono aggiungere molte altre questioni de la simplicità o de la moltitudine de' corpi e de le figure e de' colori, se meritano biasimo le umane o le prodigiose, e molti precetti intorno a ciò e molte osservazioni. Ma io oltre al Giovio e al Ruscello e l'Ammirato pochi altri ho letti in questa materia, ne la quale, come ho inteso, scrissero Claudio Paradino, Gabriel Simeone, Lodovico Domenichi, Claudio Pittoni, Alessandro Farra, Luca Contile, Bartolomeo Taegio, oltre a l'Alciato, che scrisse de gli emblemi, e Pierio Valeriano, che trattò la materia de le ieroglifiche assai somigliante. Io, già prima che fossero usciti questi ultimi libri, ne dissi alcune cose che ho poi riconosciute, quasi mie; altre ne udii, de le quali conservo alcuna memoria. Ma senza vostro aiuto estimo più difficile il fine del ragionamento che non mi parve il principio; ed essendo entrato senza molto pensiero in questo quasi campo de l'imprese, son molto sollecito del modo d'uscirne; aiutatemi adunque a dubitare almeno, se non a terminare le questioni ne le quali gli altri si sono affaticati. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Questo è così largo e così fiorito campo che lo spaziarvi a me sarà caro, come però a voi non paia soverchiamente faticoso; ma io non so che aiuto darvi che vi trattenga. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Or cominciamo da quella parte che io prima proposi, dico se le parole siano necessarie a l'imprese; e se troveremo ch'elle vi si ricerchino necessariamente, suppliremo a l'imperfezione di quella che da noi è stata data. E perché meglio intendiamo il vero, io vi domando il vostro parere, se voi riponete l'artificio del far l'imprese sotto l'arte de la poesia o no. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> A me pare che il facitore de l'imprese sia poeta, come parve ad alcun altro, il quale disse che l'impresa è non solo parte di poesia, ma di eccelente e di sovrana poesia. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Ma s'ella fosse poesia, usarebbe gli instrumenti de la poesia, che sono il parlare, il ritmo e l'armonia, e non altri. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Così pare ragionevole, se il poeta non ha altri instrumenti. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Altri da Aristotele non sono assegnati al poeta: dunque il pennello e il colore, che usa nel dipingere il pittore de l'impresa, non sono instrumenti convenevoli al poeta e molto meno lo scarpello o il martello, co 'l quale si scolpiscono l'imprese ne' marmi; e se non sono instrumenti del poeta, chi gli usa non è poeta. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Cotesto par vero; tuttavolta io credeva che la poesia avesse alcune arti ordinate al suo servigio, come l'arte de gli istrioni e la musica e la pittura: laonde nel servirsi de gli instrumenti de le arti sottoposte non perde la sua dignità. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Ma è imperfetta, se non ha alcuno instrumento proprio co 'l quale possa fare le sue operazioni, come potrete conoscere a questo essempio, che l'uomo di cui il servo è instrumento e separato, non ha questo solo instrumento esteriore ne le azioni civili e militari, ma i suoi propri ancora, con i quali non solamente governa la republica e combatte, ma contempla le cose celesti e immortali: le mani, dico, gli occhi, la lingua, la fantasia e gli altri sentimenti esteriori e interiori. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> In questo modo ancora potremo affermare che il motto sia l'instrumento. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Molto ha perduto di dignità, poiché d'anima ch'egli era, come dicono, è diventato instrumento; ma questo non rileva, perché l'impresa senza l'imagine figurata ne la carta o in altra cosa materiale non sarebbe impresa. Dunque riporremo l'impresa sotto l'arte de la pittura o del disegno. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Questa opinione più mi piaceva nel principio, ma io mi attenni a l'altra per salvar la vita al motto, il quale per quest'altra via corre molto pericolo. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Peraventura è vero quel che voi dite, perché, se l'impresa è fatta de la pittura o del disegno, non ha bisogno di parole. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Sogliono i pittori e gli scultori nondimeno far le inscrizioni ne le statue e ne le pitture alcuna volta. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Solevano gli antichi pittori, come dice Aristotele nel sesto de la <emph>Topica</emph>, aggiungere l'inscrizione per dichiarazione de la cosa dipinta; ma questa per suo giudizio è imperfezione ne la pittura, come ne la diffinizione che non s'intenda di qual cosa ella sia diffinizione, percioché la pittura deve esser conosciuta per se stessa senza aiuto alcuno estrinseco. Si conferma l'autorità d'Aristotele co 'l testimonio di Serino filosofo, il quale scrive, come si legge appresso a Stobeo, che ne l'antichissima città di Sais era una gran simulacro consacrato a Minerva, detta Iside, con questa inscrizione:

<quote rend="block"><foreign lang="lat">EGO SUM OMNE QUOD FUIT QUODQUE EST QUODQUE ERIT:
ET PEPLUM MEUM NEMO MORTALIUM REVELAVIT.</foreign></quote></p>
</sp>

	<sp><speaker> C.</speaker><p> Questa inscrizione a me pare molto misteriosa: laonde estimo ch'ella giungesse autorità a l'imagine, e non meno ha bisogno di dichiarazione di quel che avesse l'imagine medesima. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Autorità senza dubbio più tosto che chiarezza o notizia aggiunge questa descrizione: e le così fatte piacciono ne le statue e ne le pitture e ne le imprese più che in tutte l'altre; perché l'inscrizioni e i motti troppo chiari paion popolari e di niuna stima, e per questa cagione sogliono esser fatti più tosto ne la lingua estrana che ne la propria. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Io vorrei che il motto si allontanasse da' popolari e da' volgari più tosto ne' sentimenti e ne' pensieri che ne le parole: e amo meglio i concetti peregrini con le nostre voci naturali che i plebei con le peregrine. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Cotesto è vero; nondimeno le parole non si scelgono ne la propria lingua se non da parte molto nobile e da scrittore molto eccelente; ma i concetti medesimi significati con le similitudini e l'imagini deono avere non solo del vago e del leggiadro, ma de l'occulto e del misterioso. Però si legge in Porfirio, riferito del medesimo autore che, sì come Apolline in Delfo non dice né asconde, ma accenna secondo il costume d'Eraclito, così ne i simboli pittagorici quel che par che si dica s'asconde, e quel che par nascosto s'intende. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> A questa imitazione, s'io non sono errato, dovrebbono esser fatti non solo i motti, ma i corpi de le imprese. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Chiamiamo corpo la pittura: dunque il motto è l'anima. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Così disse il Giovio innanzi a tutti gli altri. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> E se non può esser corpo vivo senz'anima, morte sono quelle imprese che non hanno il motto. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Questo è assai vero per giudizio di molti; ma altri hanno giudicato che la forma essenziale de l'impresa sia la comparazione. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Se la comparazione è la forma essenziale e la forma essenziale è anima de le cose animate, ne segue che la comparazione sia l'anima: laonde l'imprese non hanno bisogno di motto, perché la comparazione sola e la pittura può farle vive. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> O l'una o l'altra opinione è vera. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> E se sono contrarie, non possono esser vere l'una e l'altra; ma l'una è vera, l'altra è falsa di necessità. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Senza dubbio. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Potrebbono essere nondimeno concordi in qualche modo e in qualche parte: sì come al corpo nostro, già vivo e animato, sopraggiunge di fuori la mente immortale a guisa di peregrino, così a l'impresa, già viva per artificio del pittore, è dato dal poeta, quasi da celeste iddio, nuovo intelletto con le parole, che fa immortale la vita de la pittura, la quale per se stessa avrebbe fine come l'anima de' bruti e de le piante. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Voi togliete la necessità al motto, ma non la perfezione. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Sarà dunque ne la definizione necessario, almeno in questa maniera, perché in lei si dee difinire una cosa perfetta; ma ne le definizioni, se non m'inganno, i nomi analogi sono assai volte ricevuti, e Aristotele medesimo, avendo a diffinire l'anima mortale e l'immortale, non la volse o non la poté diffinire altramente. Laonde questi nomi di segno e d'imagine possono attribuirsi non solo a la forma de l'impresa materiale, ma al motto, ch'è quasi divino intelletto; e Aristotele ancora ne' libri de l'<emph>Interpretazione</emph> chiamò le parole note di quelle cose che abbiamo ne l'animo, che tanto rileva quanto s'egli l'avesse chiamati segni e imagini de' nostri concetti. Non dobbiamo adunque per questa cagione aggiungere cosa alcuna a la diffinizione. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Così mi pare che abbiate provato chiaramente con l'autorità del principe de' filosofi. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Confermaremo adunque che l'imprese siano segni o imagini convenienti e simili a' nobili pensieri de l'animo, fatte per desiderio d'onore: e di queste imagini altre saranno di cose naturali, altre d'artificiose; e tra le naturali altre di eterne, altre di corruttibili. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> A questa divisione altri aggiungono un terzo membro, dicendo che de le imagini alcune sono naturali, altre artificiose, altre civili. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Le civili si possono ridurre sotto l'artificiose come sotto a suo genere, perché la civilità è un'arte, anzi l'arte oltre a tutte l'altre nobilissima, a la quale niuna è che si sdegni d'ubbidire: però è somigliante a l'architetto, il quale comanda a molti ministri. Ma l'istessa divisione da' più antichi è fatta in altro modo: perché dissero che de le figure scolpite da gli Egizî ne gli obelisci altre sono naturali, altre artificiose, altre imaginarie; ma l'imaginarie si possono riponere sotto l'artificiose, come si crede che siano i satiri, i centauri, le sirene, i tritoni, le sfingi e le chimere e le gorgoni, perch'è licenza non solamente de' poeti ma de' pittori congiungere insieme le nature diverse e quasi contrarie in guisa che

<quote rend="block"><lg>
<l>Desinat in piscem mulier formosa superne.</l>
</lg></quote></p>

<p>Altri le riporrebbe sotto le naturali, come in tutti i monstri che nascono per difetto o per eccesso di materia oltre il proponimento de la natura istessa. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Io mi ricordo d'aver letto in molti di questi libri che trattano de' secreti de la natura alcune maraviglie: Plinio pone i satiri ne' monti Subsolani, Pomponio Mela ne l'Atlante, il Sabellico ne l'Ato; de' grifi, che sono quasi pegasi e custodiscono l'oro ne' monti Rifei, ragiona, non che altri, Dion Crisostomo, gravissimo autore; de' tritoni e de le sirene Plinio, Olao Magno e Pietro Messia; de le gorgoni Ateneo, il quale estima che sia quello animale che d'Aristotele e da Plinio è detto catoblepa. Gli arimaspi per opinione di molti abitavano ne' monti Rifei; Giorgiana ha quattro o cinque maniere d'uomini mostruose; l'Affrica molte per testimonianza di santo Agostino, il quale ne vide l'imagini ne la città di Cartagine. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Il considerare la verità di questo dubbio si appartiene ad altra considerazione, ma in questo proposito si può conchiudere senza fallo che i mostri favolosi si possono annoverare con l'imagini artificiose, gli altri con le naturali. E cominciando da queste e da quelle che sono eterne per natura,

<quote rend="block"><lg>
<l>Chiamaci il cielo, e intorno ci si gira,</l>
<l>Mostrandoci le sue bellezze eterne,</l>
</lg></quote></p>

<p>come dice Dante, de la cui imagine si può formare la più bella e la più riguardevole di tutte l'altre che noi rimiriamo: e prima del cielo stellato fu fatta quella nobilissima impresa di cui fa menzione il Giovio, co 'l motto <quote rend="block"><foreign lang="lat">ASPICIT UNAM</foreign></quote>. L'istessa portò per impresa il cardinal d'Este mio signore con le parole <quote rend="block"><foreign lang="lat">IN MOTU IMMOTUM</foreign></quote>, per dimostrare la stabilità e la costanza de l'animo suo nobilissimo fra i movimenti de la fortuna, da cui allora era agitata la Francia ne le guerre civili e quasi tutta Europa, e per timore de l'armi barbariche con le quali il Turco minacciò ruina a' regni de' cristiani: e fu invenzione del signor Benedetto Manzuolo, suo filosofo e secretario, e poi a vescovo di Reggio. Io poi feci una impresa con l'istessa imagine del cielo stellato, nel quale son molte imagini, al signor cardinal Montalto, e vi sottoscrissi <quote rend="block"><foreign lang="lat">PULCHRIORA LATENT</foreign></quote>, volendo accennare che questo signore d'animo nobilissimo, il quale assai spesso si ritirava da le publiche occupazioni de la Chiesa apostolica a lo studio de le scienze, era mosso a contemplare da l'istessa cagione che mosse i primi contemplanti, cioè da la bellezza e da la maraviglia de le cose celesti: e perché da loro siamo inalzati a la cognizione de le intelligibili e divine, particolarmente d'Iddio, l'impresa mi parve conveniente a l'altezza de l'animo di quel signore, ch'è nuovo mecenate del patriarca di Gierusalemme, di monsignor Papio, del Baldi e d'altri teologi e poeti che vivono ne la sua corte; e fu la prima di molte, le quali poteano esser concette in diverse occasioni d'animo grande e occupato ne le azioni. Di Saturno non so chi abbia fatta impresa: ma essendo egli il primo fra i pianeti e nobilissimo fra gli altri e velocissimo nel movimento, come stimava Platone, benché sia detto tardo, e significando la contemplazione, ch'è nobilissima operazione de l'intelletto, mi parve che potesse aver luogo ne l'imprese; ma la difficoltà è nel far che la stella sia conosciuta per quella di Saturno: e quantunque ciò possa conoscersi dal colore, perché ciascun pianeta ha il proprio colore, come scrive Olimpiodoro ne la <emph>Meteora</emph>, nondimeno, perché l'impresa non dovrebbe aver bisogno di colore, meglio mi parve di collocarlo ne la sua propria casa, la quale, come scrivono gli astrologi, e Macrobio particolarmente nel <emph>Sogno di Scipione</emph>, è l'Aquario o il Capricorno, e vi aggiunsi per maggior notizia il motto <quote rend="block"><foreign lang="lat">TARDISSIME VELOX</foreign></quote> o <quote rend="block"><foreign lang="lat">VELOCISSIMA TARDITAS</foreign></quote>, come dovrebbe esser quella non solamente de gli studiosi ma de' prudenti, benché a questa impresa si potrebbe applicare il motto d'Augusto <quote rend="block"><foreign lang="lat">LENTE FESTINA</foreign></quote>. Del sole molti hanno portata impresa: assai nota è quella con le parole <quote rend="block"><foreign lang="lat">OBIECTA NUBILA SOLVIT</foreign></quote>, e quell'altra del gentilissimo poeta mantovano, che affissa l'aquila a la sua luce, con l'inscrizione:

<quote rend="block"><foreign lang="lat">PUR CHE NE GODAN GLI OCCHI,
ARDAN LE PIUME; </foreign></quote></p>

<p>e quella, attribuita a l'imperatore Massimiliano, de l'aquila che volge i figli coronati al sole, co 'l motto <quote rend="block"><foreign lang="lat">EXPERIAR</foreign></quote>. Ma io doppo tutte l'altre feci al signor cardinal Montalto, mentre governava lo Stato de la Chiesa nel pontificato di Sisto, questa medesima imagine del sole ne la eclittica, la quale, com'è opinione de gli astrologi, è una linea nel Zodiaco trapassata da gli altri pianeti, ma il sole solamente non n'esce: era il motto <quote rend="block"><foreign lang="lat">NON TRANSGREDIAR</foreign></quote>; il mio intendimento fu a mostrare che il cardinale, figurato convenevolmente per la sua illustrissima azione co 'l sole, non trapassava il comandamento e l'ordine del papa: il sole in Leone, ch'è il suo proprio albergo, e l'arme del cardinale poteva dimostrar lo splendore accresciuto a la sua casa da la virtù e da la fortuna di questo signore; il motto fu questo... Ma perché fra tutti i pianeti Venere solamente esce del Zodiaco per utile de la generazione, come dice Plinio, in quelle parti remotissime, che sono <emph><foreign lang="lat">extra anni solisque vias</foreign></emph>, volsi figurare una Venere uscita del Zodiaco per significare un concetto amoroso di nobilissima signora, co 'l motto <quote rend="block"><foreign lang="lat">TRANSGRESSA IUVAT</foreign></quote>: de l'istesso pianeta fece prima don Francesco d'Avalos, di gloriosa memoria, una impresa co 'l motto <quote rend="block"><foreign lang="lat">MONSTRANTE VIAM</foreign></quote>; ma ella è conosciuta da la compagnia del sole, il quale ora la segue e ora le va innanzi.</p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Avete lasciati Marte e Giove a dietro senza parlarne.</p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Gli ho lasciati a coloro che sono più felici ne la guerra e ne l'azione, a' quali non mancaranno soggetti di nuova impresa, s'essi estimeranno che la varietà de' colori o la proprietà de le case possa bastare per dichiarazione; ma lasciarò ancora Mercurio a quei felici ingegni che ne la eloquenza hanno acquistata chiarissima fama. De la luna scema e crescente portò impresa il re Enrico co 'l motto <quote rend="block"><foreign lang="lat">DONEC TOTUM IMPLEAT ORBEM</foreign></quote>: a la piena fu aggiunto quest'altro <quote rend="block"><foreign lang="lat">AEMULA SOLIS</foreign></quote> per dimostrare l'emulazione tra quel re d'animo grandissimo e il re Filippo mio signore, che senza dubio ha superato tutti i principi del mondo di grandezza d'animo, di stati e di fortuna e nel principio del suo regno, nel quale parve un sole oriente: onde a gran ragione alzò per impresa il carro del sole co 'l motto <quote rend="block"><foreign lang="lat">IAM ILLUSTRABIT OMNIA</foreign></quote>. De gli ecclissi del sole e de la luna si fecero imprese similmente; ma discendiamo da le cose celesti a gli elementi, se non volete ch'io ritorni un'altra volta nel cielo.</p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p>Questo è camino usato da gli animi immortali: però non vi spiaccia il ritorno.</p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Tutte le quarant'otto imagini del cielo stellato possono dar soggetto bellissimo e pieno di luce e di splendore a l'imprese; ma a gli imperatori e a' re e a' grandissimi principi si converrebbe la Libra co 'l motto <quote rend="block"><foreign lang="lat">OMNIBUS IDEM</foreign></quote>, ch'è proprio di Giove; a' sacerdoti l'altare; a' poeti la cetra e 'l cigno; a le donne caste la corona d'Arianna; e i giusti e fortunati principi potrebbono ancora portar lo Scorpione co 'l motto <quote rend="block"><foreign lang="lat">AEQUA PLUS PARTE RELINQUIT</foreign></quote>. Augusto figurò il Capricorno, che fu poi ascendente di Carlo imperatore; e l'impresa è di Cosmo, fortunatissimo principe de' nostri tempi e oltre a tutti gli altri prudentissimo: laonde si può affermare ch'egli fosse l'architetto de la sua medesima fortuna.</p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Questo ragionamento con grandissimo piacere m'ha tocco l'animo; laonde io vorrei che sempre ci fosse lecito di star fra le cose celesti.</p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Io n'ho ragionato ad utilità di voi alquanto più largo che per altro non avrei fatto. Ma torniamo a parlare de le imagini men sublimi, almeno per memoria de la nostra fragilità, perché il fare impresa de le cose celesti è cosa d'animo grandissimo che si prometta molto di se stesso e de la sua fortuna e de l'aiuto divino: però alcuni presero il soggetto de l'imprese da cose più umili, altri non volsero far impresa alcuna ad imitazione di Roncoreo, figliuolo di Sesostre, e di coloro i quali, non potendo pareggiar la gloria de gli antecessori, fecero le piramidi senza inscrizioni: fra questi fu Anfiarao, che solo fra' sette re non portò a Tebe impresa alcuna, per la qual cagione fu lodato da Eschilo, e quell'altro di cui scrisse Virgilio: <quote rend="block"><foreign lang="lat">Parmaque inglorius alba</foreign></quote>.</p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Discendiamo a le cose inferiori, quando vi piace, ma per gradi, accioché lo scendere non apporti pericolo e ci paia faticoso.</p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> De le nature corruttibili alcune sono semplici, altre composte: semplici son quelle che chiamiamo elementi e principio d'esse cose generate, fra' quali prima è il fuoco, che ha date molte occasioni a' simboli e a l'imprese. Alcuno, per dimostrare il generoso animo e la chiarezza de l'origine sua, portò la fiamma co 'l motto <quote rend="block"><foreign lang="lat">SUMMA PETIT</foreign></quote>; il signor duca d'Urbino, giudiciosissimo, liberalissimo e valorosissimo principe, che fa ritratto da quelli ond'egli è nato, figurò la fiamma co 'l motto <quote rend="block"><foreign lang="lat">QUIES IN SUBLIMI</foreign></quote>, accennando in questa guisa la nobiltà de l'origine e l'altezza de' pensieri, che non possono acquetarsi se non in nobilissime operazioni. E perché è natura del fuoco il separar le cose simili da le dissimili, sì come a l'incontro quella del freddo è di congregar le cose di natura dissomigliante, io ne feci una impresa ad un principe mio amico, il quale ne la sua corte non volse molti tristi in compagnia di pochi buoni, co 'l motto di Virgilio <quote rend="block"><foreign lang="lat">SECRETOSQUE PIOS</foreign></quote> o con questo greco <emph><foreign lang="grc">eteroghénea, ex éris</foreign></emph>. Il fuoco insieme con l'acqua, come scrive Plutarco ne gli <emph>Ammaestramenti del matrimonio</emph>, significò la congiunzione del marito con la moglie, e fu spesso usata da gli antichi: de l'aria e de l'acqua e de la terra non so chi facesse impresa senz'altro corpo.</p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> A me soviene quella del fiume, portata dal vescovo di Feltro co 'l motto <quote rend="block"><foreign lang="lat">VIRESQUE ACQUIRET EUNDO</foreign></quote>.</p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> È assai bella e cavata di buon luogo, del quale prima il Vida, scrittore e dottissimo poeta, aveva fatta una comparazione: e de' fonti miracolosi, de' quali il Petrarca fece similitudini, altri poi fece l'imprese; ma de la terra sola si potrebbe fare una bellissima impresa per la monarchia di Carlo imperatore o di Filippo, re di tanti regni, o d'altro gran principe co 'l motto <quote rend="block"><foreign lang="lat">PONDERIBUS LIBRATA SUIS</foreign></quote>. De' monti, che son parte de la terra, molte imprese abbiamo vedute, ma con altri corpi, com'è quella, portata da' duchi di Mantova, de l'Olimpo, il quale, come si scrive, è sempre sereno ne la sommità e quieto da l'impeto de' venti; laonde coloro che in cima vi sacrificavano, lasciandovi le ceneri rimase nel sacrificio, le trovavano l'anno seguente: il motto è <quote rend="block"><foreign lang="lat">FIDES</foreign></quote>. Io feci per impresa del signor cardinal Montalto il monte Cassio, ne la cui più alta parte si vede il sole quattr'ore prima che apparisca a gli altri, e volsi in questa guisa dimostrare la vigilanza del buon principe; Atlante si potrebbe fingere per figura del monarca: ché, come dice Simplicio sovra Aristotele ne' libri del <emph>Cielo</emph>, le colonne di Atlante significano il peso de la monarchia; Etna fu portato da molti; l'isola di Delo, la quale era prima errante e dapoi si fermò, come si legge ne le favole, fu impresa d'una vedova gentildonna, il cui nome era Delia, co 'l motto <quote rend="block"><foreign lang="lat">QUIEVIT</foreign></quote>. Oltre ogni estimazione bellissima fu quella impresa de la scala platonica, cioè de' quattro elementi e de gli otto cieli, co 'l verso del Petrarca <quote rend="block"><foreign lang="lat">D'UNA IN UN'ALTRA SEMBIANZA</foreign></quote>; e assai bella la confusione de gli elementi, detta caos, portata da gli academici Confusi co 'l motto <quote rend="block"><foreign lang="lat">ANTE</foreign></quote>.</p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Se bella è la confusione, quanto maggior bellezza dee ritrovarsi ne la distinzione?</p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Bellissimo è l'ordine senza fallo, ma al medesimo artefice s'appartiene l'ordinare e il confonder le cose: però ne la confusione ancora è il suo diletto e la sua maraviglia: io feci per me stesso un Amore che usciva dal caos, come dice Esiodo, co 'l motto <quote rend="block"><foreign lang="lat">DISTINGUET</foreign></quote>. Ma io sono uscito, non me ne avveggendo, da la via prescritta e, parlando de la confusione, ho confuso l'ordine che si dee servare ne la divisione: lasciamo dunque Amore da parte e torniamo a i corpi semplici, fra' quali peraventura si potrebbono numerare le comete e l'altre imagini di fuoco che si veggono ne la sublime region de l'aria, tutto che siano generate da essalazion terrestre. Bella fu quella de la cometa, apparita ne la morte di Cesare, come dice Virgilio: <quote rend="block"><foreign lang="lat">Ecce Dionaei processit Caesaris astrum</foreign></quote>, e detta da Orazio <emph><foreign lang="lat">Iulium sydus</foreign></emph>: e le sue parole <quote rend="block"><foreign lang="lat">INTER OMNES</foreign></quote> fur molto convenienti a l'intenzione di quel signore. De l'arco celeste, che fu detto Iride da' Latini, è stata fatta impresa: e si potrebbe far di quello che i Greci dicono <emph><foreign lang="grc">halos</foreign></emph>, che noi possiamo dir corona de la luna, per dimostrar la varietà de l'umane grandezze e di queste corone de' principi del mondo, le quali si dileguano ad ogni vento di contraria fortuna: laonde di quella di Cipro non appar vestigio, quella di Scozia e quella d'Ungaria sono quasi sparite a' nostri giorni, quella di Francia, già lucentissima, ci lascia dubbi del suo splendore e fra le nuvole de l'eresia a pena si discerne.</p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Troppo gravi querele son queste in così piacevole ragionamento.</p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Perdonate a la mia fiera maninconia, che mi trasporta in così dolorosa materia; ma per compiacervi seguirò il mio parlare. De' fulmini ancora, de' venti, de la neve, de la pioggia, che son misti imperfetti, sono state fatte e così potrebbono farsi imprese; ma è cosa malagevol molto che siano senza compagnia d'altri corpi, i quali, come abbiamo detto, o sono semplici o misti, e de' misti alcuni perfetti, altri imperfetti. De gli imperfetti abbiamo ragionato a bastanza; fra' perfetti altri sono animati, altri privi d'anima; fra gli animati alcuni hanno il senso, altri son privi di sentimento: di quelli che sono sensati, parte è fornita di sottili avvedimenti e di ragione, parte è senza ragione e senza intelletto. Ma prima ci si appresenta la natura ragionevole ne la figura umana: e questa ancora si divide ne gli iddii e ne gli uomini; fra gli iddii antichissimo è Amore, come piace ad Esiodo, e da lui Alcibiade fece quella bellissima impresa co 'l fulmine piegato, volendoci dimostrare che la potenza d'Amore è tanta che può togliere a Giove l'arme di mano, come dice il poeta:

<quote rend="block"><lg>
<l>Ch'avrebbe a Giove nel maggior furore</l>
<l>Tolte l'armi di mano, e l'ira morta.</l>
</lg></quote></p>
    </sp>

	<sp><speaker> C.</speaker><p> A questa imitazione il signor Bernabò Adorno finse Amore con l'archibugio, ch'è il fulmine de' moderni.</p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> L'invenzione è assai gentile, tuttavolta l'antica è più misteriosa. Si potrebbe ancora figurare Amore con la spada, come si legge ne' <emph>Problemi</emph> d'Alessandro, fingendo ch'egli o per cruccio o da scherzo l'avesse tolta a Marte, e con la cetra involata a Febo, con la quale cantando dettasse a' poeti versi amorosi, e co 'l caduceo di Mercurio, come fosse divenuto messaggiero per apportar pace a' miseri amanti. E con l'armi di Minerva ancora si potrebbe fingere Amore in qualche bellissima impresa, percioché Ovidio nel libro del <emph>Remedio d'amore</emph> gli attribuisce l'egide, che fu lo scudo di Minerva con la testa di Medusa, in quel verso:

<quote rend="block"><lg lang="lat">
<l>Decipit hac aegide oculos dives Amor.</l>
</lg></quote></p>

<p>Di Glauco, iddio marino e misterioso, si potrebbe similmente fare impresa, e più agevolmente che d'altro iddio il quale si dipinga con figura umana: perché l'ali d'Amore e la parte di pesce, ch'è in Glauco, non paiono cose naturali e umane, ma prodigiose più tosto o imaginarie: però ne la divisione si potevan forse riporre più acconciamente sotto il genere de le imagini artificiose. Ma io mi sono lasciato trasportare dal corso del ragionamento a non considerare queste cose così minutamente.</p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Possono per mio giudizio esser numerate ancora fra le naturali, avendo riguardo a l'opinione de gli antichi e a la fama.</p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Meglio nondimeno si converrebbono con l'altre imaginarie. Ma io feci ancora un'impresa d'Ercole, appropriandola ad un gran signore di questo nome, de la cui impresa potevano scolpirsi le colonne in miglior età e men soggetta a l'avarizia de' principi stranieri, co 'l motto <quote rend="block"><foreign lang="lat">IUBET EURISTHEUS</foreign></quote>; e non ebbi risguardo a l'osservazione di molti che non vogliono che ne l'imprese abbia luogo la figura umana e a pena il concedono a gli dei favolosi. Ma Ercole ne le fasce è impresa del signor duca d'Urbino, il quale sin da le fasce si concitò grandissima aspettazione, che ha sostenuta co 'l valore e con la prudenza dimostrata ne l'armi e nel governo de' proprî stati; Castore e Polluce fur de gli academici di Padova. Altri nondimeno più arditi hanno figurati ne le imprese gli uomini non deificati, come fece colui che nel carro trionfale portò dipinto il servo insieme co 'l trionfatore; ma quanto sia lecito, altri se 'l veggia: or seguitiamo l'ordine del dividere sino al fine, come abbiamo cominciato. De gli animali alcuni sono terrestri, alcuni aquatili: fra i terrestri ottiene il primo luogo di dignità il leone, re de le fere, come dice, Basilio Magno, e ne le lettere ieroglifiche ebbe molte significazioni: ora significava la magnanimità, ora le forze de l'animo e del corpo congiuntamente, alcuna volta l'obedienza de' figliuoli verso il padre, in altre pitture dimostrava la custodia, la terribilità, la signoria de l'uomo, la vendetta e la clemenza; la magnanimità dimostra per se solo l'animo domato o il domator de l'animo con la figura de l'uomo che frena il leone, per la quale si dimostra che la parte animosa e piena d'ira dev'esser tenuta a freno; la clemenza e la vendetta verso l'uomo parimente co 'l leone è significata; la vigilanza e la custodia con una sua parte, cioè co 'l capo, il quale sia posto sovra l'altare, perché il leone o mai non dorme, come fu opinione di Manetone e de gli altri Egizî, o è di pochissimo sonno, perché la vigilia continua ne gli animali è incredibile, come giudicò Aristotele. La testa dimostra similmente la terribilità; però ne lo scudo d'Agamennone fu scolpito il capo del leone e lo scudo restò lungamente sospeso al tempio d'Olimpo con questa inscrizione:

<quote rend="block"><lg lang="grc">
<l>Oùtos mèn fòbos brotòis, ode Agamémnon,</l>
</lg></quote></p>

<p>che, trasportandola nel felice idioma toscano, diverrebbe questa:

<quote rend="block"><lg>
<l>Questo è il terror de' miseri mortali:</l>
<l>Colui che 'l porta è il valoroso Atride.</l>
</lg></quote></p>

<p>Congiunto co 'l cinghiale, significa che le forze de l'animo son congiunte con quelle del corpo. È segno de la nobiltà e de la progenie regale: però Alessandro Magno voll'essere scolpito ne le medaglie con le spoglie del leone, e de l'altro lato v'era impresso Giove con l'aquila, o perché fosse disceso da Ercole, o perché Filippo sognasse, doppo ch'egli fu conceputo, di sigillare il ventre d'Olimpia sua madre co 'l sigillo del leone; e nominò Alessandria, da lui edificata città leonina. I re di Sparta ancora si gloriavano de la medesima nobiltà e Marco Antonio appresso i Romani, come Plutarco racconta ne la sua <emph>Vita</emph>, s'adornava con le spoglie del leone ad imitazione d'Ercole suo predecessore; ne' tempi moderni è insegna del regno di Leone, in Ispagna e di quello di Boemia: e da Carlo Quarto, cognominato il Boemo, l'ebbe la casa Gonzaga; e l'Acquaviva e la Caracciola, famiglie d'antichissima nobiltà, portano il leone azzurro, la Gesualda il nero con cinque gigli rossi per dimostrare la nobiltà de gli antichissimi principi normandi e del re Gulielmo, progenitore o parente almeno de' progenitori. E perché il leone sulle svegliar i figli co 'l ruggito, com'è scritto da' filosofi naturali, a ciascuno di questi principi giovanetti ci potrebbe dare per impresa il leoncino co 'l motto <quote rend="block"><foreign lang="lat">SOMNO GRAVIORI EXCITUS</foreign></quote>, o con altro somigliante ch'avesse insieme riguardo a la natura del leone e al sonno di Temistocle, il quale per sollecitudine di gloria e d'onore era rotto assai per tempo da' trofei di Milciade: perché a quelli posso agguagliar le vittorie riportate da' loro antecessori ne l'Asia e ne l'Africa e ne l'Italia medesima. Significa ancora il leone la religione: laonde è segno de la divinità adorata ne l'ordine superiore, nel quale sono l'aquila e il gallo, animali sacri similmente al sole. Alessandro congiunse ne la sua medaglia l'aquila e il leone, i quali sono ancora congiunti ne le sacre lettere, ma ne le gentili si scrive che il leone si spaventa a la presenza del gallo, perché la virtù del sole è più compartita al gallo che al leone e in grado più alto: laonde fu creduto che i demoni apparissero con fronte di leone e gli angeli in forma di galli; ma ne la cristiana e divina teologia gli angeli da l'aquile son significati. Dimostra dunque il leone per mio aviso ne la sua forma naturale la podestà terrena e regia, la nobiltà, la magnanimità, la clemenza e la religione: però è veramente insegna e impresa dignissima de' principi, de' sacerdoti e de' magnanimi e valorosi cavalieri; e il leone ferito fu portato a' nostri tempi.</p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Voi passate con silenzio il leone alato, quasi mistico e più conveniente a' teologi.</p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Per questa causa veramente; ma del leone senz'ali ancora si legge che ne la parte davanti rappresenta le cose celesti, in quella di dietro le terrene: laonde vogliono che per lui si dimostri la natura divina congiunta a la umana.</p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Dunque ora è assomigliato a Cristo, ora al demonio: tanta è la varietà de le similitudini quando sono con alcuna dissimilitudine. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Or passiamo a l'elefante, il quale di religione, come si scrive, supera tutti gli altri. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> E di prudenza ancora, come parve a Marco Tullio e a molti gravissimi scrittori. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Cotesto è vero; tuttavolta Aristotele fra gli animali bruti par che stimi prudentissima la cerva, la quale suole partorire solo ne le strade publiche, dove non vanno le fiere per timor de gli uomini e per altre cagioni. Ma de l'elefante si raccontano cose maravigliose; né vogliono solamente ch'egli intenda il parlar natio, ma che abbia un proprio parlare, come dicono Aristotele e Oppiano. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Questa m'è cosa nuova, benché io avessi prima udito dire che gli uccelli parlano ne la propria favella, la quale fu intesa da Apollonio Tianeo, di cui si racconta che, ritrovandosi in una compagnia d'amici e avendo udita una rondinella, disse a gli altri che presso a la città era caduto un asino carico di frumento e che la rondinella ne dava aviso a le compagne: e prima di lui Tiresia e Melampo intendevano il parlar de gli animali. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Così scrive Porfirio in un trattato ch'egli fa di questa materia, volendo provare che l'anime sensuali siano immortali e ragionevoli: e Plutarco nel <emph>Grillo</emph> ha trattato l'istesso argomento. Empedocle, Democrito e Aristotele medesimo non negò ritrovarsi ne i bruti qualche parte di ragione, in quei libri nondimeno ch'egli scrisse de gli <emph>Animali</emph>; ma Galeno ne l'orazione ch'egli scrisse al figliuolo affermò che ne l'animale è qualche participazione <emph><foreign lang="grc">tôu lógou</foreign></emph>, ma di quello ch'è nel discorso, non de l'altro ch'è nel parlare. Crediamo dunque che gli animali non abbiano voce distinta, come c'insegna Aristotele ne' libri de l'<emph>Interpretazione</emph>, benché ciascuno con la voce inarticolata possa significare gli affetti d'anima: e peraventura in questa guisa Annone, maraviglioso elefante mandato dal re di Portogallo in dono a papa Leone, era inteso dal suo maestro. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> In altro modo nondimeno egli intendeva il maestro, e conviene che fosse fornito di sottile avvedimento, se de le sue persuasioni era capace. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Così scrivono; e a ciascuno sono note l'altre cose mirabili scritte da la religione de l'elefante, per la quale egli adora la luna nuova e si purga nel fiume, o del desiderio d'onore per cui, essendo notato d'infamia, antepone la morte a la vita, o de la temperanza ch'egli usa nel mangiare, rifiutando le misure dupplicate, o de la mansuetudine ch'egli mostra con gli animali più deboli, a i quali non fa alcuna ingiuria, anzi suole addomesticarsi per la vista de le pecore e de' montoni; ma provocato da qualche ingiuria, è ferocissimo e combatte con i serpenti e co 'l rinocerote, il quale ha con l'elefante inimicizia naturale: nel parto è tardissimo e partorisce doppo due anni o, secondo alcuni, doppo dieci. Vogliono ancora ch'egli sia figura de l'uomo possente, il quale non ha bisogno de l'aiuto altrui: ha nondimeno timore de l'ombra e si spaventa de la sua imagine medesima la quale egli vede ne l'acque; però suol bere le torbide. È figura accommodatissima a significare il giusto e moderato imperio di principe poderoso: ne le solitudini si fa guida di coloro che hanno smarrita la strada; però è clementissimo oltre a tutti gli altri animali: per questa cagione, se non m'inganno, prima Augusto e poi Tito volsero trionfare sovra il carro tirato da gli elefanti, e Claudio concedette il medesimo onore a Livia sua avola, e il senato romano, liberato dal timore di Massimiano, consacrò le statue ad Albino e a Gordiano con l'imagine de l'elefante. Ma peraventura io troppo mi son compiaciuto in raccontarvi molte di quelle cose che a voi possono esser note parimente, perché sono scritte da molti autori</p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Le cose alcuna volta paiono nuove per essere troppo antiche, e tali peraventura sono alcune di queste, ch'io non intesi giamai; ma d'alcune ho letta più lunga scrittura. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Basta dunque l'accennare l'imprese de gli elefanti, l'una portata dal signor Astorre Baglione co 'l motto <quote rend="block"><foreign lang="lat">NASCETUR</foreign></quote>, l'altra del duca di Savoia con le parole <quote rend="block"><foreign lang="lat">INFESTUS INFESTIS</foreign></quote>; benché l'una e l'altra pare appropriata al duca Emanuele, padre di questo ch'oggi vive, il quale è molto degno veramente de l'espettazione e con la grandezza de l'animo agguaglia quella de la fortuna e può superare, non solamente sostenere, così grande avversaria. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Se l'impresa co 'l motto <quote rend="block"><foreign lang="lat">NASCETUR</foreign></quote> fosse stata del duca Filiberto, io sperarei che fosse quasi una profezia di questi tempi, ne' quali la Francia perturbatissima aspetta l'imperio d'un giusto e mansueto re e degno per nobiltà di succedere a la corona reale. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Ma l'altra dee assicurare de la sua grazia gli uomini amici di pace e de la sua gloria, e poteva figurare l'elefante co 'l rinocerote in battaglia: ma volse più tosto mostrarci la sua mansuetudine che la ferocità. L'impresa co 'l rinocerote fu portata dal duca Alessandro co 'l motto <quote rend="block"><foreign lang="lat">NON BUELVA SIN VENCER</foreign></quote>; ma, come dicono, è figura de l'uomo robusto. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> De l'unicorno n'ho vedute alcune: altri assai leggiadramente ha figurato l'unicorno fulminato sotto il lauro, forse per darci a divedere che gli amanti de le vergini non sono sicuri sotto l'ombra de la virginità e de la castità, perché gli unicorni, come dicono, rifuggendo a le vergini e nel lor grembo addormentandosi, son presi da' cacciatori; altri portò l'unicorno che purga la fonte dal veleno con la secreta virtù del suo corno, e vi aggiunse questo motto <quote rend="block"><foreign lang="lat">VENENA PELLO</foreign></quote>.</p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> L'unicorno fulminato sotto il lauro mi fa sovvenir d'una vaghissima impresa de la cerva, descritta in quel sonetto del Petrarca:

	<quote rend="block"><lg>
<l>Una candida cerva sopra l'erba</l>
<l>Verde m'apparve con duo corna d'oro,</l>
<l>Fra due riviere a l'ombra d'un alloro,</l>
<l>Levando il sole, a la stagione acerba;</l>
</lg></quote></p>

<p>con le parole del medesimo autore <quote rend="block"><foreign lang="lat">NISSUN D'AMOR MI TOCCHI</foreign></quote>.</p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Il motto è preso da un luogo medesimo con l'imagine: il che da alcuni suol esser biasimato, parendogli peraventura che sia picciola fatica nel ricercarlo: ne l'istesso modo un timido gentiluomo, divenuto per amore quasi guerriero, finse un cervo con le parole <quote rend="block"><foreign lang="lat">IMBELLES DANT PROELIA</foreign></quote>.</p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> La difficoltà suol accrescere la lode, sì veramente che non si faccia peggio per far meno agevolmente. Ma de le osservazioni e de l'arte parlaremo poi, se non vi sarà noioso il ragionarne.</p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Ora seguiamo a guisa di cacciatori le fiere in questa selva de l'invenzione, e prendiamo ciascuna al suo luogo e quasi ne la sua tana, e leghiamla con le parole in modo ch'ella non si possa disciogliere.</p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Il ricercare in tutti i luoghi sarebbe quasi impossibile; ma non sarà mica picciola preda o di poca stima se ne avremo prese alcune. Il pardo, ch'è si veloce, si lascerà giungere da l'intelletto, ch'è più di lui veloce, come disse il poeta:

<quote rend="block"><lg>
<l>Intelletto veloce più che pardo,</l>
<l>Pigro in antivedere i dolor miei.</l>
</lg></quote></p>
    </sp>

	<sp><speaker> C.</speaker><p> Bella impresa sarebbe per mio aviso la figura del pardo per dimostrare la velocità de l'ingegno.</p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Bastarebbe l'autorità del Petrarca; ma Omero e gli altri scrittori dopo lui hanno voluto ch'egli significhi la parte concupiscibile: e per questa cagione Alessandro, preso dal piacere di Elena, si vestiva de le spoglie di leopardo. Dante lo pone co 'l leone e con la lupa, anzi davanti a gli altri due, per dimostrare le tre passioni proprie de la gioventù, de la virilità e de la vecchiezza: perché la prima è vinta dal piacere, la seconda è superata da l'ambizione, la terza da l'avarizia. Plinio narra che suole asconder la testa (di sembianza assai spaventosa) per allettar gli altri animali con la vaghezza de' colori; ma Aristotele vuole che gli alletti non solo con la diversità de' colori ma con la soavità de gli odori: laonde il mio buon padre la diede per impresa ad uno de' cavalieri del suo <emph>Floridante</emph> co 'l motto <quote rend="block"><p>PER ALLETTARMI</p></quote>. E s'io non m'inganno, la testa ricoperta significa i pericoli nascosi a coloro che s'invaghiscono del piacere, il quale si dimostra con ben mille varietà di lusinghe. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Già abbiamo presa questa fiera co 'l riconoscerla.</p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Ma guardiamo che non ci prenda, come suole avenir in quella caccia ne la quale il cacciatore alcune volte è preda de le fiere medesime. Simile ne la varietà de' colori è la lince, detta lupocerviero: ed è d'acutissima vista e più d'ogn'altra smemorata; laonde, come racconta Plinio, si dimentica de la preda che ha davanti, se avviene ch'ella rimiri in altra parte: può significare l'oblivione amorosa de' giovani amanti, che non rimirano le cose amate. L'istrice significa l'uomo il quale si ricuopre ne la sua virtù e in questa guisa suole assicurarsi da l'insidie e da gli assalti de la fortuna: e, come dice Plinio, può non solamente punger d'appresso, ma adoperar di lontano le spine a guisa di saette: fu impresa del re Lodovico XII co 'l motto <quote rend="block"><foreign lang="lat">COMINUS ET EMINUS</foreign></quote>. Il camaleonte appresso Plutarco significa l'adulazione, perché prende i colori di tutte le cose vicine, se non il bianco, e perciò si dinota che la candidezza de' costumi non è imitata da gli adulatori; e il taranto è de la medesima natura e, come si legge in Plinio, rappresenta i colori de gli arbori, de' frutti e de' fiori e de' luoghi ne quali si nasconde per timore. Che dirò de la lepre, che per temenza confonde i proprî vestigi? che del castore, che si sterpa i genitali? che de la capra selvaggia, che fuggendo porta la saetta avvelenata dentro il fianco? che de la maliziosa volpe, ch'è sì cauta in tutte le sue operazioni, e particolarmente nel trapassare i fiumi quando sono agghiacciati, laonde, come racconta il medesimo Plinio, avvicinando l'orecchia al ghiaccio, fa congettura de la sua grossezza? </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> La timidità è stata rifiutata per impresa da' magnanimi e da' valorosi, né trovò gran fatto chi abbia voluto figurarla; tuttavolta le proprietà di questi animali sono molte e ne le dissimili similitudini possono significare gli occulti pensieri più acconciamente. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Nondimeno noi ricerchiamo figure riguardevoli e forme nuove e pellegrine, perché le communi e le domestiche e quelle che assai spesso ci si parano davanti non muovono di sé maraviglia ed espettazione di saper più oltre. Penetraremo dunque ne le profonde selve di Germania a ricercar de l'alce e del bonaso e del bisonte, o pur ne le solitudini d'Africa e d'Etiopia la manticora e la catoblepa e l'altre sì fatte? </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Di queste non ho inteso né letto giamai che si facesse impresa alcuna. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Potrebbono peraventura farsi, e a noi basta d'aver ritrovati i luoghi. Il camelo ne aspetta fuor de la selva ne le stanchevoli arene o carico de la soma con quel motto, del quale voi dovete ricordarvi, <quote rend="block"><p>PIÙ NON POSSO</p></quote>, o presso al fonte intorbidato con quell'altro <quote rend="block"><foreign lang="fre">IL ME PLAIT LA TROUBLE</foreign></quote>. Il toro parimente, animale nato con l'agricoltura e al sacrificio, si lascia vedere fra l'altare e l'aratro co 'l motto <quote rend="block"><foreign lang="lat">IN UTRUMQUE PARATUS</foreign></quote>, volendoci dimostrare ch'egli è apparecchiato egualmente a la morte e a la fatica. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Bellissimo veramente è il motto, e l'impresa è figurata fra l'altre del Ruscelli, e l'autore fu Onofrio Panvino. Ma dove lasciamo il cane, che potrebbe darci aiuto ne la caccia e svegliar, se dormissero, gli orsi e i tassi e i ghiri e gli altri che dormono molti mesi de l'anno? </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Il cane fu ieroglifico de gli Egizî, e fra loro significava l'obedienza verso i padroni, come scrive Pierio Valeriano. Giulio Camillo il pone per figura de la fede e de l'amicizia in quel suo gentil sonetto:

	<quote rend="block"><lg>
<l>Il verde Egitto per la negra arena,</l>
<l>Ma più per quei che l'adornar d'ingegno,</l>
<l>Finse già d'amicizia dolce pegno</l>
<l>La forma nostra, d'ogni fede piena.</l>
</lg></quote></p>

<p>E de la fede di questi animali Plinio e altri scrittori narrano cose degne di maraviglia. Fu portato per insegna da Oliviero ne la battaglia ch'egli fece con Orlando contro Agramante, e ne sono a' nostri dì fatte alcune imprese: si vede legato, e 'l motto è <quote rend="block"><p>CON MAGGIOR CATENA</p></quote>. Con la bocca legata e impedita dal morso il portò il signor Vespasiano Gonzaga, duca di Sabioneta e signore di bello e ricco stato, ma d'animo, di valore, di prudenza, d'intelligenza superiore a la sua propria fortuna e degno d'esser paragonato co' maggiori e più gloriosi principi de' secoli passati. Disciolto, ha, sottoscritte, queste parole <quote rend="block"><p>E IN LIBERTÀ NON GODO</p></quote>; appresso un ardentissimo rogo quest'altre <quote rend="block"><foreign lang="lat">EADEM FLAMMA CREMABIT</foreign></quote>, ne la quale impresa si accenna l'istoria di quel cane che, non volendo sopravivere al padrone, si gittò ne la fiamma; davanti ad uno albergo è dipinto con queste parole, che girano attorno a l'orlo de lo scudo, <quote rend="block"><foreign lang="lat">BLANDITUR AMICIS</foreign></quote>, o con queste più tosto di Pindaro, <emph><foreign lang="grc">phílon éie philêin</foreign></emph>, a le quali vengono appresso l'altre de l'istesso autore  <emph><foreign lang="grc">potì d'echthòn àt'echthròs eòn</foreign></emph>, e tutte insieme significarebbono "avenga ch'io ami l'amico e sii nemico de l'inimico"; e bench'egli usi la similitudine del lupo, nondimeno, come si legge ne la <emph>Republica</emph> di Platone, la natura di coloro che sono posti a guardia de la città devrebbe essere somigliante a quella de' cani, che lusingano gli amici e si mostrano terribili a' nemici.</p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> In questo proposito assai leggiadro è quel motto del poeta fiorentino:

<quote rend="block"><lg>
<l>Latrai a' ladri ed a gli amanti tacqui.</l>
</lg></quote></p>
    </sp>

	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Ma non molto conforme a la gravità di Platone, o di Socrate più tosto, il quale con l'accommunare le cose tolse l'occasione non solamente de' furti, ma gli amori furtivi. Ma oltre tutte queste imprese de le quali abbiamo ragionato, se ne potrebbeno formar e quasi fingere di nuovo alcune altre; dimostrarebbe gran fede congiunta a grandezza d'animo quella d'un molosso ch'avendo incontra o cinghiale o lupo o pur orso, si stesse a giacere: e le parole sarebbono forse queste o somiglianti <quote rend="block"><foreign lang="lat">MAIORA EXPETO</foreign></quote>; e in questo modo s'avrebbe riguardo a la istoria del cane donato ad Alessandro, il quale parve che ricusasse la zuffa co 'l porco selvaggio e con l'orso e al fine s'azzuffò co 'l leone e l'uccise. A la natura del cane è somigliante quella del cavallo, almeno ne l'amicizia de gli uomini, perché i cavalli ancora sono morti co' padroni o non hanno voluto sopravivere, com'è noto per molte istorie; ma di questa materia non è fatta impresa. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Potrebbe farsi? </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Non per altra cagione si parla de la proprietà de gli animali, se non per dimostrare i luoghi ne' quali possiamo ricercar l'imprese. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Altri ha voluto che i luoghi del formar l'imprese e quelli de gli argomenti siano i medesimi. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Peraventura è vero d'alcuni: perché dal luogo del simile si possono fare le simili similitudini e da quello de' contrari o de' repugnanti di leggiero si caveranno le similitudini dissomiglianti; ma non so se di tutti i luoghi topici avvenga il medesimo, e il ricercarne mi pare troppo curiosa investigazione: piacciavi più tosto che seguitiamo quest'ordine di non sottil divisione. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Come vi piace. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> La natura del cavallo, come sapete, è guerriera, ed egli è segno de la guerra. <quote rend="block"><foreign lang="lat">Bellum, terra hospita, portas, </foreign></quote> disse Anchise a l'Italia, ne la quale gli erano appariti i cavalli: però, dipinti e scolpiti in varî modi, sono imagini convenientissime d'animo guerriero non meno che il bue sia di servitù; ma il cavallo frenato dimostra la ferocità insieme con la soggezione: fu portato per impresa dal signor Marino Cavallo co 'l motto <quote rend="block"><p>MATURA</p></quote>, per dimostrare che il freno de la prudenza fa tardi gli animi generosi ne le deliberazioni e ne le operazioni similmente. Il cavallo sfrenato può significarci la fortezza irritata da l'ira, e mi piacerebbe l'inscrizione <quote rend="block"><foreign lang="lat">CONCITATA FORTITUDO</foreign></quote>; rivolto al sole, può farci avveduti che l'animosità, rivolta al lume de la ragione o a quel sopranaturale de la fede, rimane attonita; e in questa guisa leggiermente consente d'esser domato. Il cavallo con l'oliva mi fa sovenire l'origine d'Atene, ne la quale contesero, per dargli il nome, Minerva e Nettuno; e l'uno, percotendo la terra co 'l tridente, fece uscirne il cavallo, l'altra la colpì con l'asta, dal quale colpo germogliò l'oliva; a questa impresa aggiunsi quel verso tronco del Petrarca <quote rend="block"><p>NON LAURO O PALMA... PIETÀ MI MANDA E 'L TEMPO RASSERENA</p></quote> per dimostrare che non gli manda il cavallo, co 'l quale si possono acquistare i trionfi e le vittorie, ma l'oliva, segno di pace: e piaccia a Dio che sia tranquilla.</p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Altri v'aggiunse <quote rend="block"><foreign lang="lat">IN UTRUMQUE PARATUS</foreign></quote> per dimostrare ch'egualmente era pronto a la pace e a la guerra.</p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Non voglio che il cavallo mi trasporti più oltre, e mi doglio de la fortuna, la quale suol fare cavalli e navi, come dice il Petrarca; ma io non posso congiungerli in una medesima impresa. Abbia dunque fine il ragionamento de gli animali terrestri, almeno di quelli che si muovono di luogo in luogo; perché del dragone e del serpente, che si muovono raccorciandosi e ristendendosi, si potrebbono raccontar nuove maraviglie.</p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Il dragone suole ne le favole significar la vigilanza: però da' poeti è fatto guardiano de gli orti de le Esperidi, e un grandissimo cardinale ne fece impresa con questo motto <quote rend="block"><foreign lang="lat">NON CUSTODITA DRACONI</foreign></quote>. Poi una donna si vantò d'avergli fatta miglior guardia, figurando il giardino e la pianta de l'Esperidi con questo <quote rend="block"><foreign lang="fre">IO MEJOR LAS GUARDERÈ</foreign></quote>. Fu interpretato ch'ella guardarebbe i frutti del suo paradiso molto meglio e con maggior diligenza: per frutti intese, come dicono, la castità e l'onore, i quali, essendo colti o corrotti, guastano la fama e la pudicizia; ma se i pomi de l'Esperidi furono i cedri, come stima il Pontano, e i cedri guardano da la corruzione, assai conveniente è l'allegoria o simbolo. Ma quel che ne induce maraviglia è il considerare come d'una figura medesima siano fatte imprese di sentimento contrario. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Ciò può avenire non solamente perché nel motto si affermi o si nieghi con poco artificio, ma perché ne la natura figurata siano le qualità e proprietà diverse e quasi contrarie, le quali possono esser tirate in diverso significato, come dicemmo poco dinanzi del leone, il quale rappresenta la possanza terrena e la celeste. Il dragone similmente ne le sacre lettere de gli Egizî e de' cristiani or significa la malizia, or la prudenza, or la superbia, ora l'umiltà, alcune volte la vecchiezza, alcune altre l'età rinovata e quasi ringiovenita; suol significare la morte e l'eternità, la diabolica natura e la divina, almeno l'umanità a la divinità congiunta. Suole ancora dinotare il genio o l'anima immortale, come demostra nel quinto de l'<emph>Eneide</emph> il serpente che apparisce ne l'essequie d'Anchise; e nel secondo sono indizio di religione i due dragoni che si ricovrano ne la più alta parte del tempio di Minerva, i quali figurò per impresa il signor Filippo Sega, aggiungendovi le parole del medesimo poeta <quote rend="block"><foreign lang="lat">AD SUMMA</foreign></quote>.</p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Bella impresa veramente e degna di signore di tanto merito, al quale non possono convenirsi onori o degnità se non sublimi.</p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Bella fu l'impresa e ottimo l'augurio de la sua essaltazione al cardinalato, al quale fu chiamato da un altro Gregorio. Ma la serpe che mutò le spoglie dimostrò la mutazione de la fortuna in quella impresa del signor Michele Codegnale co 'l motto <quote rend="block"><foreign lang="lat">ALTERA MELIOR</foreign></quote>, quando egli trapassò da la servitù del re di Francia a quella del re di Spagna. Di questa spezie, o di questo genere almeno, è la dipsade o 'l ramarro: di essi si scrivono molte proprietà, e particolarmente quella di non lasciar le cose ch'egli prende; ma di questa fu figurata l'antica impresa de la casa Gonzaga. Ora il signor duca l'ha fatta dipingere con una pianta di camomilla, con la quale egli si ristora de la stanchezza e si riposa de le fatiche; il breve da cui è circondata l'impresa è questo <quote rend="block"><foreign lang="lat">AETERNUMQUE TENENT</foreign></quote>, al quale l'intelletto supplisce con l'altre parole di Virgilio <quote rend="block"><foreign lang="lat">per saecula nomen</foreign></quote>; e in questa guisa volse farsi intendere che la chiarissima gloria de' suoi predecessori si rinovava e riprendeva vigore con la sua virtù medesima, celebrata da' versi altissimi de' moderni poeti. Ma sia qui fine al ragionamento de' serpenti, perché ne le lodi di questo nobilissimo signore <quote rend="block"><foreign lang="lat">Serpit humi tutus nimium timidusque procellae</foreign></quote>; laonde al poeta sarebbono necessarie l'ali del cigno o de l'aquila a fin che potesse spaziarsi ne la più alta parte de la sua gloria.</p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Passiamo dunque da gli animali che vanno serpendo per terra a quelli che volano. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Passiamo, perché io non voglio far più sottodivisione, bench'io sappia che le differenze de gli animali son fatte o per le vite o per l'azioni o per i costumi o per le parti, come scrive Aristotele medesimo, il quale nel primo de l'<emph>Istoria de gli animali</emph> ne trattò prima in una certa forma, dapoi ne disputò più diligentemente, raccogliendo le differenze de le vite e de le azioni con un genere più commune: perché de gli animali alcuni sono aquatili, alcuni terrestri, e de' terrestri altri respirano, come l'uomo e tutti quelli che hanno il polmone; altri, benché ricevano l'aere, la qual cosa è detto respirare, hanno la sede in terra perpetuamente e da lei prendono il cibo, come l'api e le vespe e alcuni insetti, il corpo de' quali quasi si cinge ne l'incisure o ne la parte prona o ne la supina. Ma benché molti animali de' terrestri cerchino il cibo ne l'acqua, niuno de gli aquatili, che ricevono l'acque, lo ricerca da la terra: o vero diremo che de' terrestri alcuni sono volatili, come gli uccelli e l'api, altri pedestri; i quali si dividono con tre altre differenze, perché alcuni si muovono co' piedi, altri serpono e altri tirano quasi se medesimi. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Sottil divisione è questa veramente e a me assai nuova, perché non aveva prima udito che gli uccelli si riponessero sotto al genere de' terrestri. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Sono messi in questo genere perché non solamente si pascono de' frutti de la terra, ma hanno in lei similmente la quiete e il riposo, quantunque ne la terra niuno animale abbia sede stabile e ciascuno possa mutare albergo di luogo in luogo, ma ne l'acqua solamente, ne la quale le spogne sono affisse a li scogli, e ben mille maniere di conchiglie maritime: però questa è considerazione che appartiene ad altra materia. Noi consideriamo gli uccelli in quanto sono figura conveniente a l'impresa, o prendendogli da sé solamente o in compagnia d'altri animali terrestri o aquatili: percioché ne l'uno e ne l'altro modo si possono far l'imprese, come da gli altri è stato detto; tuttavolta a me pare che la prenda il nome e quasi la forma de l'animale ch'è principale ne l'operazione, come suol esser l'aquila. Da lei dunque cominciamo. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Altissimo principio, il quale è rivolto ad altissimo fine. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Ma volendo cominciare da la naturale imagine, lasciaremo da parte l'artificiosa, ne la quale son congiunte due teste a dimostrar l'unione de l'imperio orientale e occidentale, già diviso con l'autorità, non solamente con le forze, o per farci conoscere la podestà ne le cose umane e ne le divine. Lasciaremo ancora l'aquila bianca, antica insegna de' Romani e da lor portata, come dice Plinio, perché si vedesse di lontano, e l'aquila d'oro e la vermiglia e l'altre artificiose imagini; e prenderemo l'aquila nel suo proprio colore, se pure ha bisogno d'esser colorita, o come riguarda il sole o come fa esperienza de' figliuoli; la quale è fatta da quella spezie d'aquila ch'è detta "morina"; ma già di queste imprese abbiamo fatto menzione quasi fuor di luogo. Veggiamo poi l'aquila sopra le nubi con un ramo di lauro ne gli artigli, impresa del cardinal Francesco Gonzaga, con l'inscrizione <quote rend="block"><foreign lang="lat">BELLA GERANT ALII</foreign></quote>: per la dichiarazione de la quale si deve sapere ch'Eliano ci dà contezza d'una sorte d'aquila la quale non vive di rapina, ma, quasi ammaestrata ne le scuole di Pittagora, s'astiene dal fiero e sanguinoso pasto de gli animali e vive d'erbe vita innocente e pacifica, onde per questa cagione fu sacra a Giove. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> L'impresa <add>oltre</add> ad ogni estimazione è bellissima e conveniente a quel signore, nutrito ne gli studi de le sacre lettere, tutto che fosse nato di stirpe guerriera e di chiarissima fama e di padre in opera d'arme e in virtù militare pregiato sopra ogni prencipe di Lombardia. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Si vede poi l'aquila non in guerra, ma per sé solamente apparecchiata a farla, co 'l motto <quote rend="block"><foreign lang="lat">FORTES CREANTUR FORTIBUS</foreign></quote>, la quale io diedi al signor Ferrante figliuolo del signor Carlo, valoroso figliuolo di valorosissimo padre; e si potrebbono figurare l'aquila e i leoni con l'istesse parole, perché l'una e l'altra è arme de la casa Gonzaga. L'aquila ne la quercia, co 'l motto <quote rend="block"><foreign lang="lat">TUTISSIMA QUIES</foreign></quote>, fu portata dal signor duca d'Urbino con molta convenevolezza, perché così l'arbore come l'uccello fu sacro a Giove: e oltre a ciò è gran proporzione fra la nobiltà de l'aquila e la nobiltà di quella onoratissima casa, splendidissimo albergo d'ogni virtù reale e a principi conveniente. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Or rimiriamo l'aquila in guerra, poi che l'abbiamo veduta in pace. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> L'aquila che porta il dragone è impresa ritratta da' versi d'Omero e di Virgilio. L'aquila che ne l'aria fa battaglia co 'l cigno e dal cigno è vinta fu impresa del cardinal Ercole Gonzaga con le parole <quote rend="block"><foreign lang="lat">SIC REPUGNAT</foreign></quote>. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Dunque l'aquila può esser vinta da altro uccello? </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Può, come si narra per Aristotele ne' libri de gli <emph>Animali</emph>, ma da' cigni solamente: tanta è la grazia che questi animali innocenti hanno avuta dal cielo e da la natura, co' quali tutti gli altri vogliono pace, e l'aquila solamente suole assalirgli. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> In questa impresa è principale il cigno. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Senza dubio; ed ei dimostra quasi in figura la divinità e l'innocenza del sacerdote, superiore a la dignità reale. Il trochilo, picciolo uccello chiamato, come dice Aristotele, re e senatore, non ricusa di combatter con l'aquila: laonde può significare la virtù de' minori che fa resistenza a quella de' più possenti, co 'l motto <quote rend="block"><foreign lang="lat">NON DETRECTO</foreign></quote>. L'aquila morsa da la dipsade, co 'l motto <quote rend="block"><foreign lang="lat">SEMPER ARDENTIUS</foreign></quote>, fu impresa del marchese d'Azzia, gentilissimo cavaliero. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Io non cerco altra interpretazione, perché ne le cose d'amore non si dovrebbe mostrar soverchia curiosità. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Il cigno, co 'l motto <quote rend="block"><foreign lang="lat">SIBI CANIT ET ORBI</foreign></quote>, fu figurato dal vescovo di Bitonto per dimostrar la sua divina e maravigliosa eloquenza, ne la quale veramente fu un cigno de' nostri tempi. L'ardea o l'areone sovra l'aere tenebroso fra le nubi e il sole, a cui siano sottoscritte queste parole <quote rend="block"><foreign lang="lat">NATURA DICTANTE FEROR</foreign></quote>, è portata da la casa Colonna e da la casa di Capua con queste <quote rend="block"><foreign lang="lat">HUMILIA DESPICIT</foreign></quote>; degna veramente de l'altezza de l'origine e del sangue, de' pensieri che l'una e l'altra ha dimostrato in tutte l'onorate occasioni e in tutti i pericoli maggiori nel corso di centenaia d'anni e ne la revoluzione d'Italia e ne la mutazione de' re e de' regni, da l'armi barbare perturbate. La fenice nel rogo, con l'inscrizione <quote rend="block"><foreign lang="lat">UT VIVAT</foreign></quote>, è del cardinal Madruccio, signore di grandissimo merito e ornato d'ogni virtù cristiana. Lo struzzo che nel becco ha il ferro, con questo detto <quote rend="block"><foreign lang="lat">SPIRITUS DURISSIMA COQUIT</foreign></quote>, fu del capitan Matteo, nobile cavaliero romano, che fece vendetta d'ingiuria lungo tempo dissimulata. Il pavone rotato spiega le sue penne con bellissima pompa d'arte e di natura ne la impresa del signore Alberico Cibo, prencipe d'antichissima prosapia, che dichiarò la sua intenzione con parole francesi <quote rend="block"><foreign lang="fre">LEAULTÉ PASSE TOUT</foreign></quote>. La pavona la quale con l'ale alzate ricopre i figli, e l'inscrizione <quote rend="block"><foreign lang="lat">CUM PUDORE LAETA FOECUNDITAS</foreign></quote>, fu figurata da monsignor Giovio a la duchessa di Fiorenza, nobilissima madre di fioritissima prole. Del porfirione, uccello affricano e a gli affricani dei consacrato e incognito a le nostre parti, si potrebbe far bellissima impresa per significazione de la castità custodita: perché de la maravigliosa natura di questo uccello scrivono molte cose Aristotele, Filemone, Alessandro, Ateneo, e particolarmente ch'egli è nemico de l'adulterio e guarda fidelissimamente le donne che sono sotto l'imperio del marito, e per dolore de l'altrui fallo suole spesso esser micidiale di se medesimo: ha i piedi fessi e partiti in cinque dita e quel di mezzo lunghissimo, le gambe lunghe e le penne di color ceruleo, il rostro purpureo, il collo variato; si vede spesso con l'ali atteggiate e si nudrisce ne le tenebre. Il motto sarà <quote rend="block"><foreign lang="lat">PUDICITIAE CUSTOS</foreign></quote>.</p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Rara impresa certo è questa e veramente peregrina. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Una bella e gentilissima donna che avea stanchi tutti gli specchi nel vagheggiarsi, si accese de l'amore di se stessa e al fine fu presa de l'altrui piacere: laonde fece dipingere per segno del suo amore una pernice che avea a l'incontro un laccio e uno specchio, co 'l detto <quote rend="block"><p>COSÌ FUI PRESA</p></quote>: percioché la pernice, come narra Clearco nel libro che scrisse sopra la <emph>Republica</emph> di Platone, quando è riscaldata d'amore, corre a la figura che vede ne lo specchio e incappa nel laccio che gli è teso da l'uccellatore. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Non so mai se questa impresa fosse fatta per desiderio d'onore, e se tutte deono esser fatte a questo fine, come questa possa esser tra l'altre annoverata. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> La vergogna e il guastamento de l'onore è in cose palesi, e voi sapete che bene l'onor s'acquista in far vendetta: laonde la gentildonna, presa ad inganno, pensò di vendicarsi con l'impresa, dimostrando il sottile artificio de l'amante e la sua incauta simplicità ne gli amorosi abbracciamenti. Ma dove lasciamo l'alcioni, de le quali fu fatta vaghissima pittura e, se non m'inganno, con nobilissimo sentimento? Sono, come dice Aristotele, uccelli non molto maggiori de le passare e riguardevoli per la varietà de' colori ceruleo, purpureo e verde, i quali non sono separati, ma ne risplendono l'ali e 'l collo e tutto il corpo con uno splendore quasi indistinto: il rostro è lungo e quasi verde, il nido somigliante ad una palla marina, fatto di fiori del mare; partoriscono in tempi sereni sette giorni avanti e sette doppo la bruma, che da loro furono detti alcionei, come scrissero Simonide è Aristotele. Sono simbolo de la castità e de l'amore fra il marito e la moglie, ma furono usate dal Giovio per significar l'opportunità de la guerra, con questo motto <quote rend="block"><foreign lang="fre">NOUS SAVONS BIEN LE TEMPS</foreign></quote>.</p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> A me sovviene d'averla veduta in molti luoghi con altro motto, ma non mi torna a memoria. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Peraventura non è necessario l'esser più lungo in questa materia, e possiamo dire

<quote rend="block"><lg>
<l>Che più de l'opra che del giorno avanza.</l>
</lg></quote></p>

<p>Però fia bello il ragionar d'alcuni, come disse il poeta, e d'altri fia laudabile tacerci. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Tacciamo adunque del pico marzio, insegna de' Romani; de la grue, vigilantissimo uccello; del trochilo, che purga i denti al coccodrilo: non perché non fossero assai belle imprese e accomodate a' pensieri di chi le portava, ma perché son già divulgate e note a ciascuno; nota parimente è quella del passere solitario, per cui si figura la solitudine de gli amanti. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Molte cose communi di lui si scrivono, ma i poeti greci gli fanno onore, che a molti non è manifesto: perché l'hanno consacrato a Venere e vogliono che il suo carro sia tirato da le passare, non solo da le colombe o da' cigni, come piace al Bembo. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Agguagliano dunque i passeri a' cigni: ma questo è cognome di nobile e generoso signore in questa corte, amator de le buone lettere e de' letterati e giusto estimator de gli altrui meriti, il quale si spera che debba esser collocato in altissimo grado dal signor cardinale Aldobrandino suo zio, a cui tutti promettono il pontificato. Però non parliamo de' passeri in questa materia, né lasciamo il vaso de le pecchie portato da l'Ariosto co 'l detto <quote rend="block"><foreign lang="lat">PRO BONO MALUM</foreign></quote>, perché i poeti sono simili a l'api, cacciati da l'ingratitudine e dal fumo de l'altrui ambizione. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Non può aver fine il ragionamento de le api con la similitudine de' poeti, tutto che Platone nel dialogo intitolato l'<emph>Ione</emph>dica che i poeti sono sacri e da divino furore inspirati, e da lui commossi volino a guisa di pecchie e si spaziino intorno a' fonti de le Muse e a i fiori de la poesia: percioch'ella rappresenta così maggiori le leggi, le città, i costumi, i popoli, i duci magnanimi e, quel ch'è più maraviglioso, la eternità de l'origine <add>non</add> contaminata da alcuna lascivia. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Così lessi in Virgilio:

<quote rend="block"><lg lang="lat">
<l>Admiranda tibi levium spectacula rerum</l>
<l>Magnanimosque duces totiusque ex ordine gentis</l>
<l>Mores et studia et populos et proelia dicam.</l>
</lg></quote>

e altrove:

<quote rend="block"><lg lang="lat">
<l>Verum ipsae e foliis natos, <add>e</add> suavibus herbis</l>
<l>Ore legunt; ipsae regem parvosque Quirites</l>
<l>Sufficiunt aulasque et cerea regna refigunt.</l>
</lg></quote></p>
</sp>

	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Non fu opinione di Virgilio solamente, ma derivata in lui da più antichi: perché Senofonte nel suo <emph>Ciro</emph> assomiglia il monarca e il re per natura al re de le api, come aveva fatto ne' medesimi tempi Platone; tuttavolta quello che dice Virgilio del parto de le api, è richiamato in dubio d'Aristotele, e perché nel quinto de l'<emph>Istoria de gli animali</emph> è negato da molti ch'elle si congiunghino o partoriscano, nel nono afferma egli medesimo che altre nascono da padri domestichi, altre da selvaggi; ma ne l'uno e ne l'altro luogo dice cose mirabili, che l'api facciano i favi de' fiori, la cera de la lacrima de gli alberi, il mele de la rugiada de l'aria il più de le volte nel nascimento de le stelle e de l'arco celeste; ma vuole che il mele sia accresciuto da la siccità, la moltitudine de' figli da le pioggie, laonde in un medesimo tempo è abbondanza d'olive e d'api, ma non di mele e d'oglio ne l'istessa stagione. Quinci fanno argomento che l'api nascano da' fiori de l'oliva, quasi raccolte con la bocca e con la bocca mandate fuori, ma non sogliono volare dal ligustro a la rosa né da la rosa al giacinto o dal giacinto al narcisso ne l'istesso viaggio, ma volano di viola in viola senza fare altra mutazione di fiori: sono presaghe de le pioggie e de le tempeste, quasi abbiano parte di spirito divino; quando sono agitate da' venti, si confermano nel volo con qualche picciola pietra a guisa di nave che porta la savora; fanno con mirabile artificio le celle e gli alberghi di sei angoli; mandano fuori colonie; hanno in odio quelli che sono andati in essilio; puniscono i ladri con la morte, muoiono ne le percosse. In tutti gli uffici de la vita sono somiglianti a i regni e a le republiche ben governate: i soggetti espongono la vita per lo suo re non altrimente che facciano gli uomini per quello de' Persi o de gli Indiani; il re è privo di aculeo per l'animo, non per la podestà del ferire. Contraria opinione portò Plutarco, che i re l'abbiano, ma non l'adoprino: e fu prima opinione d'Aristotele medesimo, ma in un altro luogo, dico nel terzo de la <emph>Generazione de gli animali</emph>, nel quale afferma che l'api non hanno sesso di maschio o di femina, né partoriscono per congiungimento, contra l'opinione di coloro che n'hanno la cura; e vuole ne l'istesso luogo che il re sia ne l'aculeo somigliante a l'api, ne la grandezza a i fuchi. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Grande impresa si può fare di sì picciolo animale, se pur son vere le maraviglie che di lui sono scritte fra gli antichi. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Grande veramente e conveniente al granduca, principe per natura, per clemenza e per grandezza d'animo dignissimo di questo nome e di maggiore. Il motto a me sarebbe piaciuto con queste parole <quote rend="block"><foreign lang="lat">ARMATA CLEMENTIA</foreign></quote>, per non seguir più l'una che l'altra opinione: ma non mi soviene di quelle che sono impresse ne la sua medaglia; questo nondimeno sarà più conveniente termine al ragionamento de l'api. Ora parliamo de gli aquatici, de' quali l'ordine è doppio; altri vivono ne l'acque e cavano il vitto da l'acque parimente, perché ricevono e rendono vicendevolmente l'umore, né vivrebbono ne l'asciutto, come avviene a la maggior parte de' pesci; altri menano la lor vita ne l'umido, e ivi si nudriscono, ma ricevono l'aere, non l'umore, e sogliono partorire di fuori. Di questo genere sono più maniere: parte camina, come il cocodrilo e la lontra, parte vola, come il mergo e gli altri che si tuffano ne l'acque, alcune non hanno piedi, come la nadrice o l'idra; ce ne sono d'una terza maniera, la quale, vivendo ne l'acque né potendo vivere altrove, non riceve nulla d'aria o d'umore, come l'ostrica e l'altre conchiglie. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Io raccolgo da le cose dette da voi che de gli uccelli altri sono terrestri, altri aquatili; ma niuno è detto aereo, ché da l'aere niuno si nutrisce, tanto importa il vitto e il nutrimento: e molt'altre cose raccolgo, che possono bastare ad intelletto curioso. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Possiamo gli aquatili dividere in altra maniera, perché altri sono del mare, altri del fiume, altri del lago e de la palude; ma tutte le sottili divisioni mi paiono soverchie ne la materia de l'imprese. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Cominciate adunque da qual parte vi pare; ché in tutti i modi lodo il vostro diviso. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Da' maritimi: fra' quali prudentissimo è il delfino, e amicissimo a l'uomo. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Io ho sentito raccontar molte cose de gli amori de gli animali con i fanciulli e con le donne; e non solamente narrano questo del delfino, ma del pavone, del gallo, del papero, de l'elefante: il che a pena mi si lascia credere. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Sono miracoli de la natura, de' quali non possiamo render ragione che ci appaghi: tuttavolta la favola d'Arione è notissima e raccontata da Erodoto. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Io mi ricordo d'aver veduta un'antichissima moneta di Corinto, ne la quale era impressa l'imagine del delfino: e in altri rovesci si vede parimente, e in molte case di Venezia nobilissime è dipinta e scolpita, e in Roma e in altre parti. S'ha per costante ch'egli predìca la tempesta, innanzi a la quale apparisce o per dar aiuto a' naviganti o per fargli avveduti del pericolo vicino: io l'ho veduto ancora figurato in un mare pieno di scogli con questo motto, preso da Virgilio, <quote rend="block"><foreign lang="lat">INCIPIUNT AGITATA TUMESCERE</foreign></quote>. Ma da voi si desiderano cose più riposte e quasi ascose a la cognizione de' volgari. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Io poche volte ho letta altra filosofia che quella di Platone e d'Aristotele, nel quale si legge che il delfino spira e riceve l'aria respirando come la balena e tutti i pesci che hanno la fistola, i quali hanno parimente il polmone: laonde suol dormire, ed è stato veduto co 'l rostro fuor de l'acque ronfare. Di lui si legge parimente che suol portare i figliuoli infermi, e cresciuti accompagnarli, e che dimostra gran carità verso la prole: però del sonno e de la carità, non meno che de l'amore del delfino, si possono formar vaghissime imprese. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> L'impresa del delfino che dormisse sarebbe simile a quella del vitello marino, animale d'incerta natura: perché abita nel mare e partorisce nel lido e, quando il mare è perturbato, dorme ad uno scoglio, sì come quello ch'è sicuro dal fulmine, e fa quasi un muggito dormendo. Il motto fu <quote rend="block"><foreign lang="lat">SIC QUIESCO</foreign></quote>.</p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> L'impresa è bellissima e degna del cavaliere da cui fu portata, né stimo che altra impresa d'animale che dorma possi esserle agguagliata. Ma fra il delfino e il vitello marino, che foca peraventura fu detto da gli antichi, è commune non solamente il sonno e il muggito e l'aver latte e mammelle, ma l'ammaestrare i figliuoli e l'aver quasi carità ne l'allevargli: però l'uno e l'altro si può mostrare in figura co' figliuoli e con queste parole <quote rend="block"><foreign lang="lat">PIETATEM NATURA DOCET</foreign></quote>. De l'echino, detto remora perché ritarda le navi, già vidi un bello e leggiadro sonetto del signor Bernardino Rota, nel quale assomigliava se medesimo a la nave ritardata, una picciola parte del merito de la sua signora a la remora, e le sue lodi a l'oceano: de l'istesso pensiero fece il poeta l'impresa, facendo dipingere in un tranquillissimo mare una grandissima nave con le vele spiegate da un picciolissimo pesce esser ritenuta; il motto fu <quote rend="block"><p>NEL MAR DE' VOSTRI ONORI</p></quote>. La remora similmente, come scrive Aristotele ne l'<emph>Istoria de gli animali</emph>, e doppo lui Apuleio ne la sua <emph>Apologia</emph>, è di gran virtù ne' giudizî e ne le malie amorose: e di questo concetto ancora sono state fatte imprese di cui non mi ricordo. Ma doppo la remora mi soviene de la torpedine, pesce similmente maraviglioso, il quale, come nel medesimo luogo scrive Aristotele, fa stupidi gli altri pesci; ma Teopompo e Clearco e Simplicio ne' libri del <emph>Cielo</emph> afferma che le corde ancora de le reti ne le quali ella è presa fanno stupide le mani de' pescatori: il signor Bernardo Tasso mio padre se ne servì in un concetto amoroso co 'l motto <quote rend="block"><foreign lang="lat">E PRAEDA STUPOR</foreign></quote>. Bella fu parimente l'altra del polpo, così detto da gli otto suoi piedi, co' quali rappresenta l'otto potenzie de l'anima, e di lei è simbolo, come riferisce Plutarco nel libro <emph><foreign lang="lat">De placitis philosophorum</foreign></emph>: e del polpo scrivono molte altre cose Aristotele e Ateneo, ch'egli giovi a' piaceri amorosi, che fuggendo muti il colore e si assomigli a' luoghi ne' quali s'asconde, che rifugga ne le caverne sparse di sale, che non abbia l'inchiostro negro come la seppia, ma rosso in un fiore quasi pappavero, che si nutrisca de la carne de le picciole conchiglie, cavando l'ostriche da le sue caverne, che viva fra le foglie de' pini e che per soverchia fame roda se stesso; ma queste cose non sono necessarie a la dichiarazione d'una impresa ch'io ne feci. Ma scrive Oppiano nel quarto de' <emph>Pesci</emph> ch'egli, innamorato di gente straniera, è portato in terra da l'amore; s'avviene che ne le rive del mare frondeggi qualche albero d'oliva, s'avvolge al tronco e a rami de la felice pianta co' suoi quasi capelli, che sono detti <emph>cerri</emph> da' Latini. Dipingasi adunque il polpo con otto piedi, fra' quali quelli di mezzo sono grandissimi, e i minimi sono gli inferiori: ne abbia due ne' suoi capelli, co' quali suole attraere il nutrimento, e gli occhi ne la parte superiore, la bocca nel mezzo de' piedi; abbracci co 'l cerro il tronco de l'oliva o s'avviticchi a' suoi rami co' capelli. Il motto sia <quote rend="block"><foreign lang="lat">PEREGRINUS AMOR</foreign></quote>.</p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Bella impresa veramente e maravigliosa per la figura quasi mostruosa del pesce. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Il nautilo non è il polpo, ma simile, come dice Aristotele, ne la forma de' capelli: ha la testa ne la schiena, esce da la profondità del mare, avendo la conca volta verso se medesimo per non prender acqua, e in questa maniera naviga, alzando a guisa di vela i due crini superiori, fra' quali è una membrana simile a quella de' piedi de l'anitre o d'altro uccello simigliante: gli altri due distende in mare in vece di timone; se vede cosa che gli venga incontra, raccoglie i piedi e, riempiendo la sua conca d'acqua, si sommerge nel profondo, dove suole ancora fuggir la tempesta. È impresa del signor Girolamo Catena, gentiluomo in questa corte di molte lettere e di molta esperienza e di molta reputazione, il quale ha voluto assomigliare la navigazione del nautilo a quella del cortegiano, e dichiara la sua intenzione con questo motto <quote rend="block"><foreign lang="lat">TEMPESTATIS EXPERS</foreign></quote>.</p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Felice navigazione è la sua, il cui porto è la grazia e l'autorità di sì giudizioso signore com'è il cardinale Alessandrino, nel quale rimane ancor la gloria de la più nobile azione che facesse mai l'Italia o la Santa Chiesa contra gli infedeli. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Il signor Girolamo Catena mi fa sovenire del signor Statilio Paulini, secretario del signor cardinale Aldobrandino, che già molt'anni sono ha sparsa la fama de la sua virtù in tutte le parti del mondo: e veramente il secretario è degno di così buono, di così prudente e di così dotto cardinale, e sarebbe degno di grandissimo pontefice. La sua impresa è la orata, pesce che nasce ne la Sonna, come si legge appresso Stobeo, e di nero si fa bianco al raggio de la luna, quando ella cresce: il motto, preso dal salmo, è di questa sola parola <quote rend="block"><foreign lang="lat">DEALBABOR</foreign></quote>, molto accommodato a significar l'innocenza de l'animo e la purità de la conscienza e la candidezza de' costumi e de le belle e polite lettere, ne le quali è singolare. Ma di questa impresa io vidi già scritto un libro intero ne l'academia di Perugia, sì che poco sarebbe e di niuna stima quel ch'io potessi ragionarne. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Questi due gran cortegiani finalmente hanno demostrato ne' pesci la loro intenzione; ma noi siamo passati dal mare nel fiume senza ricordarci de le conche e de le purpore, de le quali per mio giudizio sono apparite bellissime imprese, come quella del principe di Bisignano, principe nobilissimo di nobilissima stirpe in nobilissimo regno: egli portò la conca la qual s'apre a la rugiada matutina e, fatta quasi gravida da la virtù de' raggi del sole, genera la perla, com'è discritto da Plinio e da gli altri scrittori; Teofrasto, s'io n'ho inteso il vero, la ripone fra le pietre preziose: vogliono che nasca ne l'Asia fra' Persi e ne l'India, e che ne la medesima conca nascono altre pietre simili a l'oro, altre somiglianti a l'argento, ch'allora se ne generi maggior copia quando il cielo è più turbato da le gran pioggie e da' tuoni e da' lampi: allora le conche, ritirandosi nel fondo del mare, fanno la perla più bella e più lucente. Il motto fu <quote rend="block"><foreign lang="lat">HIS PERFUSA</foreign></quote> e, com'io intendo, da la ruggiada: perché, s'egli avesse voluto figurare il cielo turbatissimo, la conca non avrebbe potuto vedersi. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Sia qui fine, se vi pare, al ragionamento de' pesci; e non ricerchiamo se la narrazione sia vera o favolosa, come piace a molti de' più moderni. Soverchio è ancora il ricercare più a dentro l'intenzione de l'impresa o di chi la fece: e lasciamo, se vi piace, non solamente le purpure e i favi de le purpure nel mare, somiglianti a quelli che l'api fanno in terra, ma le tante differenze di conchiglie e d'altri pesci, e particolarmente l'ippopotamo e la murena, omai divulgate ne le imprese e ne le scritture de gli autori moderni. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Usciamo da l'acque a le selve e a fioriti prati de la pittura e de la poesia, dove potremo per breve ora spaziarci, perché il sole è omai vicino a l'occaso. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Usciamo, benché il mare ancora ha i suoi fiori, i quali son portati dal Ponto ne l'Ellesponto, come narra Aristotele medesimo; e ricerchiamo ne le similitudini de gli alberi i luoghi de le imprese. Il genere de gli alberi si divide per opinione di Teofrasto in queste prime differenze, che alcuni d'essi nascono spontaneamente, altri per umano artificio, o vero che alcune siano selvagge, altre domestiche: perché le silvestri sogliono nascer per sé, l'altre per industria de l'agricoltore, il quale suol piantarle e far gli innesti: fra le selvagge notissima e robustissima è la quercia, portata per insegna dal signor Marc'Antonio Colonna co 'l motto <quote rend="block"><foreign lang="lat">SEMPER IMMOTA</foreign></quote>; e benché de la costanza e del valore di quel signore si potesse fare lunga orazione, verrò a l'altre. Il pino, che nasce ne' monti, ne' quali agevolmente è superato da' venti, suol esser trasportato ne' giardini, dove di leggieri è crollato da l'istessa violenza: fu impresa del signor Giovan Francesco Macasciuola co 'l motto <quote rend="block"><foreign lang="lat">QUID IN PELAGO? </foreign></quote>, ne le quali parole ebbe riguardo a le navi, che si fanno de l'istessa materia e da' turbini e da le tempeste sono agitate. Il pino fulminato, co 'l motto <quote rend="block"><p>IL MIO SPERAR, CHE TROPPO ALTO MONTAVA</p></quote>, fu disegnato dal signor Curzio Gonzaga; il frassino, del quale si fanno le lance, e particolarmente, come si legge, ne fu fatta quella d'Achille, domandata Pelia, era impresa del signor C., al quale era stato proibito il portar l'arme: le parole furono di Virgilio <quote rend="block"><foreign lang="lat">FUROR ARMA MINISTRAT</foreign></quote>. La palma, de la cui proprietà sono scritte infinite cose, co 'l detto <quote rend="block"><foreign lang="lat">INCLINATA RESURGIT</foreign></quote>, fu portata per impresa dal signor Francesco Maria duca d'Urbino, il cui valore inestimabile risorse da l'oppressione di contraria fortuna con la fama d'una gloriosa vittoria. La palma rivolta al sole, con quest'altre parole <quote rend="block"><foreign lang="lat">HAUD ALITER</foreign></quote>, fu pensiero del marchese del Pignone, cavaliere a' suoi giorni di molto merito e di grande stima, il quale volse accennare la sua intenzione con la proprietà de la palma, ch'è di nascere e di morire co 'l sole come la fenice. Un ramo di palma con un ramo di cipresso congiunto, co 'l motto <quote rend="block"><foreign lang="lat">ERIT ALTERA MERCES</foreign></quote>, significa l'onoratissimo desiderio o di vittoria o di morte, manifestato dal signor Marc'Antonio Colonna il vecchio ne le sue laudatissime azioni. L'innesto, co 'l motto tedesco <quote rend="block"><foreign lang="fre">VAN GOT VIOLT</foreign></quote>,che significa "quando Dio vorrà", dichiarò il proponimento del vescovo di Nocera. Il persico trasportato in più felice regione, con le parole <quote rend="block"><foreign lang="lat">TRANSLATA PROFICIT ARBOS</foreign></quote>, fu invenzione del Domenichi. Dite voi, per grazia, se ve ne sovviene alcun'altra de le già fatte. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Oltr'a tutte l'altre è sceltissima quella de l'arbore descritto da Virgilio co 'l ramo d'oro e con le sue parole medesime <quote rend="block"><foreign lang="lat">UNO AVULSO, NON DEFICIT ALTER</foreign></quote>: e supera tanto l'altre imprese di bellezza e d'artificio, quanto il suo principe gli altri di grandezza e di fortuna. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Doppo questa bisogna rimanersi a bocca muta o dirne almanco alcuna nuova che piaccia almeno per la novità. Io ne sentii lodare una la quale non so se fosse appropriata al duca d'Urbino o a quello di Savoia o pure ad altro principe, il quale, caduto da l'altezza de lo stato, ritornasse nel suo regno per virtù e per natura, non solamente per fortuna: forse fu del re Ferrante il giovane. Ma qualunque fosse il facitore de l'impresa, ella mi piacque oltra modo: è un platano svelto da le radici in cima ad un monte che signoreggia il mare, con le parole <quote rend="block"><foreign lang="lat">PROLAPSA RESURGIT</foreign></quote>, e per aventura la dichiarazione non è necessaria; ma pur io dirò che si legge nel libro de le <emph>Cause de le piante</emph> di Teofrasto che nel monte Antandro un platano, dibarbato da la violenza de' venti, tornò ad abbarbicarsi nel medesimo luogo e in questa guisa fu restituito a la vita: e il medesimo avvenne d'una pioppa e d'un salce ne' campi Filippici. La cagione rende Teofrasto, la qual è che a l'albero, gittato a terra, fu tagliato solamente qualche parte de' rami e de la scorza intorno al tronco e la radice tirò seco molta terra, con la quale, inalzata di nuovo da l'istessa forza de' venti, si ricongiunse al medesimo luogo. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Maraviglioso veramente fu il caso, e l'impresa è degna di maraviglia, s'è bene intesa o pur se questo caso può interamente esser dimostrato ne la figura. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Io pensai, quando lo lessi, farne una comparazione, perché le comparazioni e l'imprese si formano quasi co 'l medesimo artificio. Ora udite questa, benché si possa annoverar più tosto fra i simboli antichi che fra le nuove imprese. Scrive Proclo, filosofo platonico, che la natura del loto è di volgere le sue frondi al sole, e il medesimo afferma Teofrasto nel terzo libro de le <emph>Cause de le piante</emph>, dicendo che ciò suole avvenire nel solstizio de l'estate non solamente al loto, pianta che nasce ne l'Eufrate, ma a l'olmo e a l'oliva e a molti fiori, i quali si chiudono la notte e s'aprono il giorno e si girano attorno co 'l sole; e rende una cagione commune: percioché il fiore suol rinchiudersi con l'umore raccolto e quasi condensato e aprirsi co 'l caldo che si diffonde; ma questa è una di quelle cagioni che possono rendere i naturali. Chi per lo sole ha voluto intendere misticamente Dio e per la notte la privazione de la sua luce o de la cognizione, ha data più alta interpretazione a l'impresa. Il signor Ferrante Caraffa, nobilissimo cavaliere e poeta di fecondissimo ingegno, per sole intese la sua donna con questo motto <quote rend="block"><foreign lang="lat">SIC DIVA LUX MIHI</foreign></quote>.</p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Assai simile è l'impresa de l'elitropia, che girasole si dice volgarmente, co 'l motto <quote rend="block"><foreign lang="lat">MENS EADEM</foreign></quote>; e assai nota è la favola di Clizia convertita da Apolline in quest'erba, e l'altre cose che sono state scritte da' più moderni per interpretazione del senso mistico. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> La malva ancora, erba così nota, patisce il medesimo effetto: tuttavolta fra' moderni non se ne ragiona, o poco; ma gli antichi scrittori, fra' quali è Teofrasto, dicono che questa sia una passione commune a molte cose e diverse, la qual si vede non solamente ne i fiori ma ne la pianta, percioché il loto non solamente ora apre e ora rinchiude i fiori, ma il gambo medesimo alcuna volta s'inalza, alcuna si tuffa ne l'acqua de l'Eufrate e n'esce fuori da l'occaso del sole sino a mezzanotte. Molte altre cose nuove da narrare e assai riguardevoli da mirare mi sovviene d'aver lette ne la istoria di Teofrasto, ma io sceglierò de le molte alcune poche, de le quali ho fatte o potrei fare imprese per me o per altri. L'oliva e 'l mirto sono congiunte d'amore vicendevole: però, sì come scrive Androzione, le radici de l'una e de l'altro sogliono esser abbarbicate insieme, e le verghe del mirto germogliano per mezzo a le frondose braccia de l'oliva, e il frutto è ricoperto in guisa da le frondi che non sente violenza di sole né di vento e divien dolce e tenero, ma tuttavolta minore che ne' luoghi esposti al sole. Significarei dunque co 'l mirto l'amore, con l'oliva gli studî de la pace e de la sapienza, e vi farei questo motto <quote rend="block"><foreign lang="lat">MUTUO AMORE CRESCUNT</foreign></quote>. A l'incontro, volendo dimostrare la repugnanza de le nature, figurarei il fico e la vite, le quali non possono fare insieme frutto, e vi scriverei intorno queste parole... S'io volessi dimostrar la protezione la quale i grandissimi principi sogliono prendere de' poeti e de la poesia, figurarei il pino, ch'è arbore assai grande e, come si legge nel medesimo luogo di Teofrasto, di benigna natura e di semplice radice: laonde il lauro e il mirto piantato sotto l'ampissima ombra del pino possono crescere e inalzarsi liberamente. La fillica, per opinione de l'istesso, è arbore oltra tutti gli altri obedientissimo: però vi leggerei il motto <quote rend="block"><foreign lang="lat">OBSEQUIUM AMICOS</foreign></quote>, o vero <quote rend="block"><foreign lang="lat">OBSEQUIO FLECTITUR</foreign></quote>. Lessi nel medesimo autore che gli alberi fruttiferi, quanto più sono carichi di frutti, tanto hanno minore spazio di vita: però ne feci una impresa appropriata a me stesso e a gli studî miei, i frutti de' quali non so quanto siano dolci al gusto de gli uomini moderni, ma certo a me sono di soverchia fatica in guisa che da la mia indebolita complessione non posso aspettarne lunga vita. Dipingerò dunque una pianta di oliva o d'altro, oltra modo carica di frutti, co 'l motto <quote rend="block"><foreign lang="lat">LAETUS MORTE FUTURA</foreign></quote>.</p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Non voglia Dio che sia alcuna forza ne l'augurio, perché i vostri studi deono essere a voi non solamente cagione di chiarissima fama, ma di lunghissima vita. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Non so quanto sia dolce l'ingannarsi in questa speranza, ma lasciamo da parte il pensiero de la morte, tutto che al filosofo molto convenga. Un'altra impresa feci a me medesimo, ne la quale finsi un lauro che sorga da un platano, come suole avvenire per qualche principio occulto: e per lo platano (sotto il quale Socrate soleva disputare) intesi la filosofia socratica, dal lauro è significata la poesia; volsi adunque intendere che la poesia germoglia da la scienza: e l'inscrizione fu questa <quote rend="block"><foreign lang="lat">E DECORE DECUS</foreign></quote>. Parimente fu mia quella de l'erba moli, portata in dono da Mercurio ad Ulisse per assicurarlo da le malie e da gli incanti di Circe: nel qual dono, come dicono, si figura l'eloquenza; però ci aggiunsi <quote rend="block"><foreign lang="lat">DEORUM MUNUS</foreign></quote>.</p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Da le piante siamo passati a l'erbe e a' fiori, che in vero sono bellissimo soggetto de l'imprese, come quello de le traslazioni, le quali sono trasportate da cose grate a i sensi; tuttavolta assai nuova mi parve l'impresa in cui si figura una pianta o un'erba odorifera fra due piante di cipolla, co 'l motto <quote rend="block"><foreign lang="lat">PER OPPOSITA</foreign></quote>.</p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Odora de la medesima dottrina di Teofrasto, il quale scrisse che le cose odorifere, piantate appresso l'agre, come la cipolla, odorano maggiormente. Ma poi che siamo fra gli odori, pensate questa, che a me pare bellissima. Io fingerei un mirto in riva ad amplissimo fiume, non lontano ad una fiamma o ad altra cosa che dimostrasse il vestigio almeno de l'incendio, sotto un cielo quasi piovoso, nel quale apparisse il sole e, disgombrando le nubi più folte, si dipingesse l'arco celeste di più colori. Per dichiarazione de l'impresa si deve sapere che il mirto d'Egitto avanza tutti gli altri d'odore: però vorrei che il fiume fosse conosciuto esser il Nilo: il che non malagevolmente può esser fatto per artificio del pittore. L'arco celeste rende odorati i luoghi ne' quali appare, e allora più che sia appresso qualche fiume, perché la calidità e la siccità sogliono esser cagione de gli odori, i quali vengono da l'Arabia e da l'altre parti orientali, che sono caldissime: e la state ne' gran caldi, s'avviene ch'egli piova, la terra suole odorare, perché l'umore, mescolandosi con la materia infiammata, genera un vapore odorato. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Avete manifestato il secreto de la natura, ma non aperto ancora la vostra intenzione. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> L'impresa potrebbe servire in materia d'amore, né buono intenditore deve ricercar più oltre; ma se desiderate le parole, possiamo prenderle d'Anacreonte: <emph><foreign lang="grc">Kúrpin ólen pnéousa</foreign></emph>, cioè "spira tutt'amore".</p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Non ricerco più oltre, anzi alcuna volta ho creduto che il dichiarar l'impresa sia contra l'intenzione di colui che non ha voluto essere inteso chiaramente. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> A l'altre già dette aggiungerei la corona de' fiori d'aurelia, la quale gli ha somiglianti a l'oro e ha le foglie bianche, come si legge ne l'ultimo libro de l'<emph>Istoria de le piante</emph>; e perché era creduto ch'ella avesse gran virtù e giovasse a l'acquisto de la gloria, vi aggiungerei questo motto <quote rend="block"><p>SPERATO AVEA</p></quote>. Del pollione ancora, ricordato da Museo e da Esiodo, e de l'antirizzo s'ebbe l'istessa opinione fra quegli uomini che volsero accrescere autorità e reputazione al loro artificio; ma l'aurelia mi piace per la bellezza de la forma e del nome. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Noi siamo passati da le cose naturali a le artificiose senza fare menzione del diamante o de l'asbetide, la quale fu impresa del vostro Tancredi nel vostro poema, o de l'oro, che si affina nel fuoco, o d'altra cosa sì fatta. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Nuova fatica ci si appresenta: e mi pare che, parlando de le cose artificiose, mi vengano incontro i pegasi, le gorgoni, le sfingi, i centauri, i minotauri, le arpie, i cerberi, i ciclopi, i gerioni e tutti quei monstri da' quali fu spaventato Enea, guidato da la Sibilla. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Mi ricordo de' versi:

<quote rend="block"><lg lang="lat">
<l>Multaque praeterea variarum monstra ferarum,</l>
<l>Centauri in foribus stabulant Scyllaeque biformes</l>
<l>Et centumgeminus Briareus et bellua Lernae</l>
<l>Horrendum stridens, fiammisque armata chimaera,</l>
<l>Gorgones harpiaeque et forma tricorporis umbrae.</l>
</lg></quote></p>
</sp>

	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> A guisa di Enea, il quale <quote rend="block"><foreign lang="lat">strictam aciem venientibus offert</foreign></quote>, potete con l'acume del vostro ingegno opporvi a così spaventosa schiera; ma io sono assicurato dal Pegaso, ch'è animale amico a' poeti, e fu impresa del gran cardinale Farnese, nuovo Mecenate o più tosto nuovo Augusto de' nostri tempi, il quale non solo aperse il fonte di Parnaso a i belli ingegni, ma fece d'Elicona nascer fiume, anzi i fiumi di felicissima eloquenza: seppelo Roma e l'udì in quello fortunatissimo secolo il Bembo, il Tolomei, il Guidiccione, il Molza, il Cappello e 'l Caro e altri gentilissimi poeti. Ma non più di questo. Il gorgone o la testa di Medusa o l'idra fu portata per significazione di pensiero amoroso con questo motto <quote rend="block"><p>E S'IO L'UCCIDO</p></quote>, <quote rend="block"><p>PIÙ PRESTO RINASCE</p></quote>. Il signor Antonio Feltro, gentiluomo napolitano conosciuto per la memoria e per la fama del padre, portò la testa di Medusa con questo motto <quote rend="block"><foreign lang="lat">TELA OMNIA CONTRA</foreign></quote>. E la chimera similmente fu impresa d'un nobilissimo cavaliero mio amico, a la quale aggiunse questa parola d'Orazio <quote rend="block"><foreign lang="lat">CEDIT</foreign></quote>, e per intelletto può supplire con le seguente: <quote rend="block"><foreign lang="lat">tremendae flamma chimerae</foreign></quote>. Il minotauro nel laberinto, con l'inscrizione <quote rend="block"><foreign lang="lat">IN SILENTIO ET SPE</foreign></quote>, fu del signor Consalvo Perez. La gorgona, come è noto a ciascuno, fu scolpita da Fidia ne lo scudo di Minerva: io per l'impresa vi aggiunsi il motto <quote rend="block"><foreign lang="lat">TERRORE ET ARMIS</foreign></quote>. E la sfinge fu parimente simbolo de gli antichi e usata dal Giovio con questo detto <quote rend="block"><foreign lang="lat">INCERTA ANIMI DECRETA RESOLVIT</foreign></quote>. Ma passiamo a i tempi, a le colonne, a le piramidi, a le mete, a' teatri e a l'altre maraviglie de l'umano artificio; e, se vi pare, lasciamo da parte la minuta divisione de l'arti, la quale altri potrà ricercare nel <emph>Politico</emph> di Platone, perché, quantunque l'arte imiti la natura ne l'ordine, nondimeno, quando il tempo ci affretta al dipartire, potremo in parte tralasciarlo. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Io saprò dove cercarne. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Poiché mi concedete ch'io trapassi l'ordine, comincerò dal fine, cioè da le colonne di Carlo Quinto, imperadore oltre tutti gli altri gloriosissimo, il quale trapassò tutti i termini de la gloria mondana: però a le colonne di Ercole aggiunse questo <quote rend="block"><foreign lang="lat">PLUS ULTRA</foreign></quote>.</p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Questo è un cominciare più tosto da l'infinito, il quale non ha principio né fine. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> È come voi dite: avviciniamoci dunque a le mete del granduca Guidobaldo, ne le quali è proposto il premio a colui che passa tutti gli altri ne l'amar la virtù, co 'l motto <emph><foreign lang="grc">Philaretotáto</foreign></emph>, o a la piramide del cardinale di Lorena, circondata da l'edera, co 'l motto <quote rend="block"><foreign lang="lat">TE STANTE VIREBO</foreign></quote>, o a quell'altra di Egitto, co 'l motto <quote rend="block"><foreign lang="lat">UMBRAE NESCIA</foreign></quote>.</p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Avete lasciata la piramide di Lorenzo Cibo, il quale la figura co 'l sole in cima e con due mani congiunte su la pietra quadra, percioch'ella ancora ci dimostra l'infinito co 'l motto <quote rend="block"><foreign lang="lat">SINE FINE</foreign></quote>, e le colonne di Carlo Nono insieme congiunte, co 'l detto <quote rend="block"><foreign lang="lat">PIETATE ET IUSTITIA</foreign></quote>, e quelle del fumo e del fuoco, celebrate ne le sacre lettere, le quale portò il signor Bartolomeo Vitellozzo con le parole <quote rend="block"><foreign lang="lat">ESTOTE DUCES</foreign></quote>.</p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Belle sono veramente e degne di memoria, ma da altri a pieno descritte: veniamo adunque a i tempi, e prima a quello famosissimo di Diana Efesia, impresa del famosissimo signor Luigi Gonzaga con l'inscrizione <quote rend="block"><foreign lang="lat">UTRAQUE CLARESCERE FAMA</foreign></quote>, o a quella del tempio di Giunone Lacinia nel quale sotto il cielo aperto era l'altare con la cenere immobile a tutte le procelle, come affermano Plinio e Valerio Massimo. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Maraviglioso altare fu questo. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Anzi maravigliosissimo; laonde in sua comparazione non estimo più miracoloso quello in cima al monte Olimpo, perché i venti non turbano la purità de l'aria e del cielo sempre sereno, come si legge in quei versi di Claudiano:

	<quote rend="block"><lg lang="lat">
<l>...Sed ut altus Olimpi</l>
<l>Vertex, qui spatio ventos hiemesque reliquit,</l>
<l>Perpetuum nulla concretum nube serenum,</l>
<l>Celsior exsurgit pluviis auditque ruentes</l>
<l>Sub pedibus nimbos et rauca tonitrua calcat.</l>
</lg></quote></p>

<p>Ma che in questa parte de l'aria perturbata da' venti un altare possa conservar le ceneri un anno intero, è miraculo forse maggiore, e di religione più tosto che di natura.</p>
    </sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Altri nondimeno volse che in quello altare fosse il fuoco sempre acceso, e prese errore peraventura, perché attribuì al tempio di Giunone Lacinia il fuoco, il quale fu sempre conservato in quello di Vesta, come scrive Plutarco: e s'egli peraventura s'estingueva, non era lecito d'accenderlo di cosa terrena, ma con alcuni vasi triangolari si prendeva dal sole. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Doppo questi tempi fu dipinto quello edificato da Marcello a la virtù e a l'onore insieme, in modo che non si poteva entrare in quello de l'onore se non per quello de la virtù, con questa inscrizione <quote rend="block"><foreign lang="lat">PATET ADITUS</foreign></quote>. Bello è ancora il teatro co 'l motto spagnuolo <quote rend="block"><foreign lang="spa">EL BUENO A SI MISMO</foreign></quote>. Belle sono le statue, come quella del Palladio portata per impresa da molti, e quella di cui scrive Svetonio ch'era nel tempio di..., ne la quale, in quel tempo che Cesare vinse Pompeo, germogliò un ramo di palma: io ne feci l'impresa con questo motto <quote rend="block"><foreign lang="lat">EX RELIGIONE VICTORIA</foreign></quote>.</p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Mi maraviglio che il mausoleo d'Artemisia e quello d'Augusto e d'Adriano imperadore non abbiano dato soggetto a l'imprese: e potean darlo il Circo Massimo e il Settizonio parimente; e dapoi che l'uomo aveva posto mano a le piramidi, a le mete, a i tempi, a i teatri, non doveva lasciar, gli archi e le terme senza emulazione. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> L'ardimento umano non ha voluto ancora promettere tutte le cose di se medesimo, ma ne le imprese riguardevoli si conosce senza fallo molto ardire del facitore: passiamo dunque a l'altre. Il bersaglio co 'l motto greco <emph><foreign lang="grc">Báll'óutos</foreign></emph>, preso da l'<emph>Iliade</emph> d'Omero, può dichiarar l'intenzione di quello illustrissimo signore la cui autorità poteva essere scudo al valore de' fratelli, se pure non voleva intendere la suprema autorità del zio. De lo scudo de la Verità, di cui si legge ne la Scrittura, è stata fatta impresa co 'l motto <quote rend="block"><foreign lang="lat">CIRCUMDABIT</foreign></quote>.</p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Concediamo questo poco tempo che n'avanza a l'imprese militari più tosto; ma io sin ora non ho veduta la più bella de lo scudo spartano, usato dal gran marchese di Pescara co 'l motto <quote rend="block"><foreign lang="lat">AUT CUM HOC AUT IN HOC</foreign></quote>.</p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Bella veramente: e peraventura non son degne di questo paragone l'altre de lo scudo da me fatte. Belle ancora sono le corsesche da lanciare, che usò il signore Andrea di Capua, duca di Termine e capitano a i suoi dì di estremo valore militare e d'infinita providenza, con l'inscrizione <quote rend="block"><foreign lang="lat">FORTIBUS NON DEERUNT</foreign></quote>.</p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Ditemi, vi prego, alcune di quelle fatte da voi. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Al signor duca di Parma donai una impresa, ne la quale era figurato uno scudo e una spada con le parole <emph><foreign lang="grc">di'amphótera</foreign></emph>, che in volgare sarebbono "in vece d'ambo": ne le quali ebbi riguardo a quello che Plutarco scrive ne la <emph>Vita di Marco Marcello</emph>, che Fabio Massimo era lo scudo de' Romani e Marcello la spada. Io volsi congiungere lo scudo con la spada, cioè l'una e l'altra parte de la fortezza, la quale senza dubbio è in questo valorosissimo signore, per dimostrare che in questi tempi men fecondi d'uomini valorosi egli solo può servire a Roma e a tutta Italia e al suo re medesimo non meno ne l'offesa che ne la difesa. </p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> Il dono veramente non poteva essere rifiutato da principe così magnanimo. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Feci medesimamente in queste guerre de l'Europa per impresa lo scudo caduto dal cielo, come narra Livio, al tempo di Numa Pompilio, a somiglianza del quale furono fatti gli altri che da' Latini sono detti <emph>ancilia</emph>: e furono instituiti a Marte i sacerdoti detti Salî, i quali con la tonica dipinta e co 'l petto armato di usbergo andavano per la città cantando e ballando con maravigliosa festa, descritta da Virgilio ancora in quei versi:

<quote rend="block"><lg lang="lat">
<l>Hinc exultantes Salios nudosque Lupercos</l>
<l>Lanigerosque apices et lapsa ancilia caelo</l>
<l>Excuderat, etc.</l>
</lg></quote></p>

<p>Il motto ch'io aggiunsi a l'impresa fu <quote rend="block"><foreign lang="lat">AB ALTO</foreign></quote>, avendo riguardo a quelle parole: <quote rend="block"><foreign lang="lat">Indue virtutem ab alto</foreign></quote>. Fu mia impresa similmente in concetto amoroso lo scudo lunato de l'Amazzone e la bipenne e la faretra e il cinto, co 'l motto latino <quote rend="block"><foreign lang="lat">DULCES EXUVIAE</foreign></quote>, e il cinto solo con quest'altro greco <emph><foreign lang="grc">zostêra sòn lyonte</foreign></emph>. Fu similmente mia la faretra piena di saette, con le parole di Pindaro <emph><foreign lang="grc">fonánta synetóisin</foreign></emph>. Feci ancora una targa e una scimitarra turchesca co 'l motto <quote rend="block"><foreign lang="lat">VIRTUS AN DOLUS</foreign></quote>?; e per uscir omai da le spade e da gli scudi, feci due carri falcati con le parole <quote rend="block"><foreign lang="lat">VIAM INVENIANT</foreign></quote>; un tridente e un'asta co 'l detto <quote rend="block"><foreign lang="lat">UBIQUE</foreign></quote>; una torre battuta dal vento e da la tempesta con l'inscrizione spagnuola <quote rend="block"><foreign lang="spa">NON CRESCA SU CUIDADO</foreign></quote>; una nave in mar turbato co 'l motto <quote rend="block"><p>IN GUERRA E IN TEMPESTA</p></quote>.</p></sp>
	<sp><speaker> C.</speaker><p> La nave è stata usata da molti con varia inscrizione. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Così è avenuto in varie imagini, le quali sono diverse per le parole solamente e per l'applicazione, come avviene alcuna volta ne le comparazioni e ne le metafore, ne le quali la nuova applicazione è cagione di varietà. Il cardinal Granvela usò la nave co 'l motto <quote rend="block"><p>DURATE</p></quote>. Il signor Antonio Costantini, gentiluomo di bello ingegno e di molta litteratura e così nel verso come ne la prosa leggiadrissimo scrittore, si servì parimente de la nave per impresa, ma in diversa forma: perché, essendo favoritissimo dal suo prencipe, caminava a gran passi a i primi onori de la corte, ma voltatasegli contra una crudel borasca di persecuzione, mossagli da due emuli, se non fosse stato armato d'una più che netta conscienza, sarebbe restato sommerso nel mare de l'altrui malignità; e però egli figurò una nave con le vele tutte inalborate, le quali si veggono da la rabbiosa furia de' due venti contrarî squarciate, rotti gli arbori che le sostenevan. È la nave agitata fra due scogli con evidente pericolo o di sommergersi o di fracassarsi; ma egli, gettata l'ancora nel mare, che volle intender la speranza ch'aveva ne la buona giustizia del prencipe e ne la propria innocenza, e serbato il timone intero, significato per la prudenza nel soffrir la persecuzione manifesta, v'aggiunse il motto <quote rend="block"><foreign lang="lat">TANDEM SECUNDIS</foreign></quote>, alterato da le parole di Virgilio, ma significante l'istesso sentimento: e ne seguì l'effetto, percioché fu riposto ne' medesimi onori con sua maggior riputazione. </p></sp>
	<sp><speaker>C.</speaker> <p>Non poteva sceglier figura più a proposito, né con maggior giudizio e arte rappresentar l'offesa e la difesa. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Il cardinale Scipion Gonzaga, dignissimo molti anni prima di questo grado, a cui l'ha inalzato il suo proprio merito e la nobiltà de gli antecessori, essendo abbandonato dal favore de la fortuna o per la morte del cardinale di Mantova o per le discordie intrinseche de la sua casa, prese per impresa la galea, a la quale essendo mancato il vento, si calano le vele e si prendono i remi, co 'l motto <quote rend="block"><foreign lang="lat">PROPRIIS NITAR</foreign></quote>: il signor Scipione Costanzo la galea, co 'l motto <quote rend="block"><foreign lang="lat">PER TELA, PER HOSTES</foreign></quote>. Bella similmente è quella de le due ancore con l'iscrizione <quote rend="block"><foreign lang="lat">SUFFULTA</foreign></quote>, e il timone, già usato dal cardinal San Giorgio co 'l motto <quote rend="block"><foreign lang="lat">HOC OPUS</foreign></quote>, che <add>che</add> ne paia a gli altri; ma laudevolissima fu l'impresa del gran cardinale de' Medici, primo ornamento d'Italia e de' suoi tempi, la quale era un giogo co 'l motto <quote rend="block"><foreign lang="lat">SUAVE</foreign></quote>. La statera fu usata dal conte di Matalone co 'l motto <quote rend="block"><foreign lang="lat">HOC FACIES, ET VIVES</foreign></quote>: e peraventura quel giudiciosissimo signore in questa guisa ci volle dare a dividere che tutte le azioni deono esser pesate; ma perché la statera ne le sacre lettere significa il libero arbitrio, come dice Basilio, dimostrò che l'azioni debbono esser pesate co 'l giudizio volontario, non con la necessità, la quale alcuna volta pare imposta da la fortuna. Ma fra' gentili le bilance significano più tosto la necessità del fato, come si può raccogliere da quei versi di Virgilio, fatti tuttavolta ad imitazione d'Omero:

<quote rend="block"><lg lang="lat">
<l>Iuppiter ipse duas aequato ex ordine lances</l>
<l>Sustinet et fata imponit adversa duorum,</l>
<l>Quem damnet labor et quo vergat pondere letum.</l>
</lg></quote></p>

<p>Ma di queste bilance ancora, che sono nel cielo, fa menzione Dionigi Areopagita, le quali egli nomina <emph><foreign lang="lat">divinae lances</foreign></emph>. Una parte de la nobilissima casa Caraffa, la quale ha prodotti duchi, principi e cardinali e un grandissimo pontefice, e ora è copiosissima di signori e di ricchezze e particolarmente conservata in riputazione e in grandezza dal principe di Stigliano, porta la statera co 'l motto <quote rend="block"><foreign lang="lat">HOC FAC, ET VIVES. E</foreign></quote> peraventura Iddio suol pesare con queste non la fortuna o il fato, ma i meriti e i demeriti de' mortali. </p></sp>
	<sp><speaker>C.</speaker><p> De le nostre bilance mi sovviene d'aver vista una impresa bellissima per mio giudizio, in cui si pesavano l'armi con l'oro, co 'l motto <quote rend="block"><foreign lang="lat">NON AEQUO EXAMINE LANCES</foreign></quote>: e forse colui che fece l'impresa ebbe riguardo a le bilance de' Francesi, aggravate da l'altra parte co 'l peso del ferro o del rame, e a l'oro pagato da' Romani per riscuotere i prigioni, quando giunse Camillo, del quale dice il Petrarca:

	<quote rend="block"><lg>
<l>Vidi il vittorioso e gran Camillo</l>
<l>Sgombrar l'oro, e girar la spada a cerchio,</l>
<l>E riportare il perduto vessillo.</l>
</lg></quote></p>
</sp>

	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Le bilance mi fanno ricordare de la misura: io ne volsi usar una impresa con le parole <quote rend="block"><foreign lang="lat">EADEM REMETIETUR</foreign></quote>, la quale è una di quelle de la Scrittura: <quote rend="block"><foreign lang="lat">Qua mensura mensi estis, eadem remetietur vobis</foreign></quote>. Due candelieri ancora con due olive, già vedute da san Giovanni in visione, pensava di far dipingere in una impresa con le parole greche prese dal medesimo luogo del medesimo autore: dapoi mi sovvenne che molti non lodavano che le parole e la figura fossero ricopiate dal medesimo luogo, e vi scrissi quest'altre <quote rend="block"><foreign lang="lat">DIVINO LUMINE FULGENT</foreign></quote>, perché, sì come leggiamo, <quote rend="block"><foreign lang="lat">accendit Deus lumen in anima</foreign></quote>. Ma lasciamo l'imprese sacre. </p></sp>
	<sp><speaker>C.</speaker><p> I candelieri furono usati ancora dal gran Turco, ma in numero dupplicato, de' quali tre avevano le candele spente e uno la candela accesa. Era il motto in lingua turchesca <quote rend="block"><foreign lang="lat">HALLA VERE</foreign></quote>, che sonarebbe ne la nostra "Iddio la darà", intendendo, come dicono, de la luce, che può tutti illuminarci: da la quale Solimano pensò forse d'essere illustrato e d'illustrarne l'Oriente, rimanendo l'Occidente e l'altre parti del mondo prive di luce. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Io non sapeva che i Turchi ancora usassero imprese. </p></sp>
	<sp><speaker>C.</speaker><p> L'usano, quantunque appo loro l'usanza non sia frequente, ma de le cose che si fanno di rado: tuttavolta l'imprese non si fanno tra loro di tutte le figure, perché in ciò sono somiglianti a gli Ebrei, i quali rigidamente interpretavano quelle parole del <quote rend="block"><foreign lang="lat">Deuteronomio: Non facies tibi sculptibile, vel similitudinem omnium rerum quae in caelo sunt et quae in terra deorsum et quae versantur in aquis</foreign></quote>. Ma la dichiarazione si deve cercare ne le seguenti: <quote rend="block"><foreign lang="lat">Non adorabis eas, neque coles</foreign></quote>.</p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Leggiamo nondimeno ne l'<emph>Istorie</emph> di Gioseffo Ebreo che questo commandamento non fu interamente osservato da gli Ebrei, ma disprezzato al tempo di Erode, il quale inalzò innanzi a la porta del tempio l'aquila, impresa de' Romani, e prima Salomone, medesimo ne l'edificazione del tempio fece fare alcune figure di cose animate, e particolarmente i leoni per sostegno di quel gran vaso, chiamato mare; ma de' Turchi leggiamo che antichissima impresa fu la luna, a' quali nondimeno si converrebbe il Sagittario, usato d'Artasserse, o pur l'insegna de le saette per testimonio de la loro antica origine. Ma io vo ricordando alcuna impresa che sia termine di questo discorso de le imagini artificiali. </p></sp>
	<sp><speaker>C.</speaker><p> Il termine medesimo fu da molti usato per impresa, e si legge ch'egli non volle cedere il Campidoglio a Giove, a cui in quel luogo si soleano sospendere le spoglie de' vincitori. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Io penso più tosto a gli altari. Voi sapete che gli antichi solevano porre i termini de' paesi, da loro soggiogati ne le lontanissime regioni de' barbari, con le colonne e con gli altari: Ercole drizzò le colonne ne l'occidente; Alessandro gli altari ne l'oriente, come racconta Strabone, e Cesare dapoi e Germanico gli consacraro ne l'ultime parti del settentrione: laonde io formarei per impresa di questo nuovo e romano Alessandro quattro altari in riva del mare, che fosse figurato per l'oceano, con l'inscrizione <quote rend="block"><foreign lang="lat">IMPERIUM OCEANO</foreign></quote>. Benché, se fosse possibile, vorrei ch'ella significasse particolarmente che la terra fosse soggiogata per la fede di Cristo, e, non potendosi dimostrare ciò acconciamente con le parole, farei in su gli altari inalzar la croce. </p></sp>
	<sp><speaker>C.</speaker><p> L'impresa in questa guisa che da voi è divisata è cristianissima e bella molto, e degna del poeta che l'ha fatta e del principe che dovrebbe usarla: però non desidero che vi stancate più lungamente nel racconto de l'imprese e ne la dichiarazione; ma perché l'ora non è così tarda che non ci conceda un breve spazio di ragionare, poiché molto abbiamo detto de la materia e de la forma, vorrei che si trattasse alcuna cosa de l'artificio del far l'imprese. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Io già dissi che questo artificio era somigliante a quello del poeta nel far le metafore e le similitudini e le comparazioni, le quali non deono esser trasportate da luogo molto lontano ma da vicino, non da basso ma da alto e rilevato, non da oscuro ma da chiaro e illustre, non da brutto ma da cosa che sia grata a' sensi: e aggiunsi tutti quegli altri ammaestramenti che son dati da' retori nel far le metafore e l'imagini. Ma io intendeva di quelle imprese solamente che si fanno con le simili similitudini: perché l'altre, fatte con dissimili dissimilitudini, deono peraventura essere trasportate da lontana parte e non molto riguardevole. Avrei dunque ricercate l'imprese come gli argomenti ne' luoghi o proprî o communi: proprî diciamo la proprietà di ciascuna cosa, communi la similitudine ch'è fra molte e la congiunzione che l'una ha con l'altra, o la conseguenza. Da' simili adunque, da' congiunti, da gli antecedenti e da' conseguenti estimava che potessero ritrovarsi, l'altre dissimili più tosto da' contrarî e da' repugnanti; ma ne la diffinizione e ne la numerazione de le parti non soleva ricercare impresa alcuna, ne le quali peraventura alcun altro più sollecito investigatore di questa preda, che io non sono, avrebbe potuto ritrovarle. Estimava ancora che non fossero di molta importanza gli altri precetti e l'osservazioni, o non tutti, ma alcuni solamente; ma voi, che tutti gli sapete, fate, di grazia, ch'io m'avveggia de la mia antica ignoranza con la dottrina de' più moderni, e ditemi in quanti precetti e in quali vogliono che sia ristretto questo artificio. </p></sp>
	<sp><speaker>C.</speaker><p> Cinque sono le prime regole e quasi le prime leggi di quest'arte, le quali furono stabilite con l'autorità di monsignor Giovio, che andò scegliendo le più belle e le più ingegnose imprese che fossero state vedute sino a quei tempi. La prima è che l'impresa sia con giusta proporzione di corpo e d'animo; la seconda che non pecchi per soverchia oscurità, né per troppa chiarezza divenga popolare; la terza che abbia bella vista; la quarta che non abbia forma umana; la quinta che vi si richiede è il motto, quasi anima d'un corpo. Danno poi quasi per legge al motto ch'egli sia breve, di lingua peregrina e non molto oscuro; altri vi aggiunge che non sia preso da l'istesso luogo del quale si forma l'impresa: i più moderni poi oltra tutte queste leggi hanno voluto che l'impresa debba essere maravigliosa com'è il poema. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Io sono così smemorato che comincerò l'ultima cosa che avete detta, perché de le prime regole peraventura non conservo memoria ordinatamente. Vogliono adunque costoro che ogni impresa sia maravigliosa. </p></sp>
	<sp><speaker>C.</speaker><p> Senza fallo. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Ma l'impresa per vostro aviso è de le cose antiche o de le nuove più tosto? </p></sp>
	<sp><speaker>C.</speaker><p> De le nuove anzi che no, perché la novità fa maravigliare altrui. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Ma se le cose nuove fossero picciole in comparazione de l'antiche, saranno elle più maravigliose o meno? </p></sp>
	<sp><speaker>C.</speaker><p> Forse meno maravigliose; ma io parlo de le nuove che siano grande. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> E nuove chiamate l'opere de l'arte o de la natura? </p></sp>
	<sp><speaker>C.</speaker><p> De l'una e de l'altra. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Ne gli artefìci l'età nuova non pareggia l'antica, e Roma istessa se n'avvede, perché non ha di che gloriarsi in questi tempi: e sono mostrate in lei come sue maraviglie la mole d'Adriano e quella fatta da Agrippa e l'anfiteatro e le terme e le colonne e gli archi; e queste cose peraventura son meno maravigliose che non erano le piramidi de gli Egizî o il laberinto o pur quello fatto da Dedalo o da Porsena: dunque l'antichissime per questa ragione saranno più maravigliose perché sono maggiori. </p></sp>
	<sp><speaker>C.</speaker><p> Così pare. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Tuttavolta mirabile per grandezza e per artificio è il tempio di San Pietro, del quale per poco non è chi facesse impresa o chi pensasse di farla, come di quello di Giunone Lacinia o di Vesta o di Diana Efesia. </p></sp>
	<sp><speaker>C.</speaker><p> Non piacerebbe l'impresa per mio aviso. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Dunque le cose nuove, benché siano grandissime come questa, non sono maravigliose. Or che diremo de l'opere de la natura, l'istesso o cosa diversa? </p></sp>
	<sp><speaker>C.</speaker><p> Peraventura ne faremo diverso giudizio. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Se le cose nuove possono muovere maraviglia, noi prenderemo per soggetto i mostri de l'Affrica, la quale genera sempre qualche cosa di nuovo, o pur le cose de l'India: perché l'altre, o siano nostre o peregrine, sono le istesse con l'antiche di genere e di spezie, se non di numero. </p></sp>
	<sp><speaker>C.</speaker><p> Cotesto è vero; ma l'Affrica ha peraventura cessato a far novità, e de gli animali de l'India e de le piante io ho vedute poche imprese e niuno sin ora l'ha fatta del legno santo, il quale ha sì maravigliosa virtù. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Dunque cercaremo pure le più riguardevoli e che ci parranno più maravigliose. </p></sp>
	<sp><speaker>C.</speaker><p> Così estimo. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Ma ditemi, vi prego: fra l'antiche non estimate antichissime l'eterne o quelle che da principio fece quel fabro maraviglioso de l'universo, detto da' savî scrittori <emph><foreign lang="lat">Anticus dierum</foreign></emph>?</p></sp>
	<sp><speaker>C.</speaker><p> L'opere sue sono senza fallo maravigliosissime. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> E antichissime parimente, com'è il mondo, il sole, la luna e le stelle; e antichissime ancora sono le sue leggi, con le quali sono fatti i congiungimenti e l'opposizioni de' pianeti e i loro viaggi torti e molte volte a ritroso e quasi da violenza divina sforzati. </p></sp>
	<sp><speaker>C.</speaker><p> Non estimo che di ciò possa dubitarsi. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Non ci muova dunque l'opinione del volgo, il quale non suol maravigliarsi de le cose eterne, come dice Lucrezio; ma crediamo che l'imprese de le cose celesti sieno le più belle e le più maravigliose, almeno in questa maniera d'impresa che si fa con similitudine somigliante. </p></sp>
	<sp><speaker>C.</speaker><p> Così stimo. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Nondimeno in tutte l'opere de la natura, come nel libro de le <emph><foreign lang="lat">Parti</foreign></emph> dice Aristotele, è ascosto qualche segno maraviglioso; laonde non è si picciolo animale che non possa muovere maraviglia, ma de l'opere artificiose non avviene forse il medesimo. Più maravigliose adunque saranno le naturali. </p></sp>
	<sp><speaker>C.</speaker><p> Saranno. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Ora consideriamo l'altra maniera fatta con imagini dissomiglianti. Gran maraviglia è che la vita umana, sì bella in vista, sia significata da quel picciolo animaletto detto efemero, il quale nasce in riva a l'Ippane e suol morire il giorno medesimo del suo nascimento. O Iddio grandissimo, da un picciol verme, da un scarabeo. </p></sp>
	<sp><speaker>C.</speaker><p> Questa è peraventura maggior maraviglia, ma l'altra si riguarda con maggior diletto. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> E forse nel forno d'Eraclito erano presenti gli dii immortali: però ivi diceva esser qualche maraviglia. Ma facciamo un salto da l'ultima a la prima legge, lasciando quelle di mezzo inviolate. Stimate che sia necessaria la proporzione fra 'l motto e la figura? </p></sp>
	<sp><speaker>C.</speaker><p> Così dicono. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Dunque fra il corpo e l'anima. </p></sp>
	<sp><speaker>C.</speaker><p> Fra 'l corpo e l'anima, se è vero che il motto sia l'anima. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> L'anima è infinita e divina, il corpo caduco e terminato: fra lei dunque e il corpo non può essere proporzione; e se il motto è quasi anima de l'impresa e partecipa de la divinità e de la immortalità del poeta, non può avere alcuna proporzione con la figura, ma la proporzione si considera fra le parti del corpo. </p></sp>
	<sp><speaker>C.</speaker><p> Peraventura le sue parole possono ricevere altra interpretazione. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Quale dunque? Volle forse significare quel che disse Aristotele contra Pittagora, che l'anima ragionevole non è differente da quella de' bruti per gli organi solamente: laonde al corpo d'un elefante e d'un leone non può in modo alcuno attribuirsi l'anima de l'uomo? </p></sp>
	<sp><speaker>C.</speaker><p> Forse questa fu la sua intenzione. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p>Ma se ciò è vero, a la figura de le fere o de gli uccelli non si convengono le parole in modo alcuno, ma a quella de l'uomo solamente, tutto al rovescio di quel che altri dice, che il motto non giunge perfezione a la figura umana. </p></sp>
	<sp><speaker>C.</speaker><p> I motti, come ho letto in un altro di coloro che hanno scritto di quest'arte, si fanno o affermativi o negativi o interrogativi, o ne la prima persona o ne l'altre: ma ne l'imprese la cui figura è ferina e bestiale più si conviene ne la terza persona, quasi altri parli in sua vece. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Questo vi concedo, ma potrebb'essere che le fiere fossero introdotte a ragionare per prosopopea come le cose inanimate o come appresso Plutarco ragiona il Grillo e contende con Ulisse de la nobiltà de la spezie; ma comunque sia, o il motto non è necessario o, s'è necessario, più si conviene a la figura umana, la quale da molti è biasimata. </p></sp>
	<sp><speaker>C.</speaker><p> È biasimata con ragione a mio parere irrepugnabile, dov'ella non sia con qualche apparenza insolita o vestita almeno d'abito peregrino e non usato a rimirarsi, perché altramente sarebbe troppo commune: e l'imprese vogliono essere di cose rare e riguardate con maraviglia. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Noi tuttavolta abbiamo conchiuso che l'imprese si facciano con similitudini somiglianti, ma la similitudine di simili si cerca o nel genere o la spezie o ne l'individuo. </p></sp>
	<sp><speaker>C.</speaker><p> Così stimo. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Or in qual di queste tre cercaremo la somiglianza? ne l'individuo forse? E il Tasso, già vecchio e trasformato da quello ch'esser soleva, farà una impresa o vero una imagine di se stesso giovenetto con questo verso:

<quote rend="block"><lg>
<l>Quando era in parte altro uom di quel ch'io sono;</l>
</lg></quote></p>

<p>o con quest'altro:

<quote rend="block"><lg>
<l>Stamane era un fanciullo, ed or son vecchio.</l>
</lg></quote></p>
</sp>

	<sp><speaker>C.</speaker><p> Non mi pare che alcuno debba portar l'imagine sua medesima in luogo d'impresa, benché forse Capaneo la portasse sotto Tebe, e doppo lui Asdrubale, fratello di Annibale, e Roma ne' rovesci de le sue medaglie figurò se medesima e vi fece scrivere il suo proprio nome. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Dunque la comparazione o la similitudine deve farsi o nel genere o ne la spezie, perché ne l'individuo rifiutata, o quasi l'istessa o quasi troppo simile o troppo dissimile. </p></sp>
	<sp><speaker>C.</speaker><p> Così stimo. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Ma di qual similitudine fareste più tosto impresa, di quella ch'è nel genere o di quella ch'è ne la spezie, in altrui figurando quello che di voi intendete dimostrare? </p></sp>
	<sp><speaker>C.</speaker><p> Gli academici di Siena dicono che la comparazione non deve farsi ne la spezie, ma nel genere. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Aristotele nondimeno ebbe diversa opinione, perché ne i libri de la <emph>Filosofia naturale</emph> dice espressamente che la comparazione deve farsi ne la spezie; e se le similitudini somiglianti sono tanto migliori quanto sono più simili, più lodo io quelle che sono ne l'istessa spezie. </p></sp>
	<sp><speaker>C.</speaker><p> Dunque l'imagine de l'uomo sarà conveniente a questa maniera d'impresa? </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Sì veramente, ma ch'ella sia vestita d'abito trionfale o con ornamento e con armi attribuite a gli dei, come sono ad Ercole le spoglie del leone, a Perseo lo scudo di Medusa. </p></sp>
	<sp><speaker>C.</speaker><p> La vostra ragione conchiude, ma non persuade. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Forse perché l'uomo, come dice Aristotele nel primo libro de la <emph>Generazione de gli animali</emph>, è animale notissimo, e noi ricerchiamo cose ignote. </p></sp>
	<sp><speaker>C.</speaker><p> Per questa cagione. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Ma le cose note non sogliono significar l'ignote più tosto; ma se peraventura vi spiace la notizia e la soverchia somiglianza, e non volete meco gloriarvi ch'essendo l'uomo imagine di Dio, con niun'altra similitudine può meglio esprimere i suoi concetti che con quelle le quali sono celesti e immortali; ma se non volete che il principe, simulacro di Dio, figuri la sua intenzione co 'l sole, ch'è l'altro simulacro, cerchiamo l'imagine dal genere più vicino, e più tosto dal leone che da lo ippo<add>po</add>tamo o dal cocodrillo: e voi ne' vostri amorosi desiderî non vogliate esser così segrete, e non seguite le similitudini più lontane e l'imagini men conosciute in modo che altri non possa scoprire il vostro pensiero. </p></sp>
	<sp><speaker>C.</speaker><p> Questo non farò io, ma cercherò d'occultarlo quanto sarà possibile: e solo a la mia donna aprirò la mia intenzione con quelle chiavi del mio core ch'ella sa volgere così soavemente. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Concedasi adunque l'esser tanto misterioso ne le figure quanto arguto ne' motti; e se amate meglio di piacere a lei sola che a mille severi giudici, scegliete le parole spagnuole e non rifiutate le vostre italiane: solamente fate ch'elle abbiano del gentile e del peregrino, lasciate le latine e le greche e l'ebraiche e le caldee a questi che cercano gloria di scienza singolare e di esquisita dottrina e di cognizione di molte favelle barbare e straniere. </p></sp>
	<sp><speaker>C.</speaker><p> Io mi atterrò al vostro consiglio, se mai mi potrà cader ne l'animo di far segno d'alcun mio occulto pensiero o d'amorosa passione. Ma ecco che giungono i cocchi: sarà tempo di partire. </p></sp>

</div1>
</body>
</text>
</TEI.2>
