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      <title>Lezione sopra un sonetto di monsignor della Casa</title>
      <author>Torquato Tasso</author>
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      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
      <pubPlace>Roma</pubPlace>
      <date>2007</date>
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      <title>Collezione BibIt</title>
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        <title>Tutte le opere</title>
        <author>Tasso, Torquato</author>
        <editor id="ed">Quondam, Amedeo</editor>
        <publisher>Lexis Progetti Editoriali</publisher>
        <pubPlace>Roma</pubPlace>
        <date>1997</date>
        <note>L'edizione elettronica fa riferimento al testo Le prose diverse, a cura di C. Guasti, II, Firenze, Le Monnier 1875.</note>
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                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                      digitale</p>
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                      <p>I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea
                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
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<div1 type="parte" n="Lezione">
<head>LEZIONE RECITATA NELL’ACADEMIA  FERRARESE SOPRA IL SONETTO QUESTA VITA MORTAL DI MONSIGNOR DELLA CASA.</head>
<p>Due sono le cagioni, da le quali l’eccellenza della Poesia, e particolarmente del verso, suol derivare; la natura, e l’arte: ma la natura, o sia dono dell’influenze celesti, o effetto della temperatura del corpo, che così al poetare inchinati ci renda, come ora ad uno ora ad un altro esercizio ci dispone, più tosto si desidera che si possa con alcuna sorte di studio conseguire; ed è anzi degna di ammirazione in colui nel qual si ritrova, che di alcune lodi d’industria sia meritevole. L’arte poi a le fatiche ed a li studi delli uomini è (per così dire) esposta, e da chi con qualche lume di giudicio la cerca, impossibil non è che sia conseguita. Ma molti di coloro, c’hanno l’ingegno abile e disposto al poetare, e che sono (come si dice) nati a i versi e a le rime, compiacendo al genio, e ricusando il freno dell’arte, si lasciano da quella loro natural disposizione inconsideratamente trasportare. Altri poi, o privi di questo dono, a l’arte si rivolgono, o non contenti di esso, cercano con la cura o con l’industria di abbellirlo e di adornarlo. Ma questi tali per due strade assai diverse caminano; però che alcuni, proponendosi l’esempio d’eccellente poeta, fingono a quella similitudine i versi loro, e con gl’istessi colori e con l’ombre istesse i lineamenti e la forma medesima procurano di dar loro, che nell’esemplare proposto si vede: tanto credendo da la perfezione allontanarsi, quanto da quella tale somiglianza si dilungano. Alcuni poi, assai da questi differenti, osservando i precetti di coloro che dell’arte hanno scritto, cercano con la misura di quelle regole misurare i lor componimenti, e talvolta più oltre passando, sì come già fecero quei medesmi che dell’arte sono stati inventori o maestri, si danno ad investigar le cagioni per le quali questo verso dolce ci paia, questo aspro; questo umile e plebeio, questo nobile e magnifico; questo sonoro, questo di poco numero; questo troppo negletto, questo troppo fucato; questo freddo, questo gonfio, questo insipido; qui si lodi il corso e la velocità dell’orazione, qui la tardità e la dimora; qui il parlar retto, qui l’obliquo; qui il periodo lungo, qui il breve; qui il membro diletti gli ascoltanti, e qui l’inciso; ed in somma, perchè piacciano e dispiacciano i componimenti: e trovate le cagioni di tutte queste cose, ne formano nell’animo alcuni universali veri, e infallibili, raccolti da l’esperienza di molti particolari, la cognizione de’ quali propriamente Arte si dimanda: e come che questo modo sia, e in se stesso più nobile, e più certo, e più securo dell’altro; è nondimeno più difficile, ed opera di dottrina e d’ingegno molto maggiore; e di tali, quali a pena il corso de’ molti secoli due o tre ne produce: sì, ch’io non lodarei mai chi, troppo di se stesso presumendo, quel primo modo affatto disprezzasse; anzi, non solo utile ma quasi necessario stimo, l’uno e l’altro congiungendo, l’imitazione a l’arte accompagnare; cioè, imitar solamente quelle cose che la ragione degne di imitazione esser ci dimostra, e qual sia l’oro, e qual l’argento, e qual il rame de’ poeti co ’l parangone dell’arte discernere e distinguere. Ma come questo si faccia, cioè con qual considerazione si debbano leggere i poeti, mi sforzerò io co ’l presente mio discorso in qualche parte dimostrare, leggendo un sonetto di Giovanni Della Casa, e le cose dette da lui a i precetti de’ retori, ed i precetti de’ retori a le loro cagioni riducendo, ed insieme procurerò di dichiarare tutto quello che in questo picciolo poema mi parerà d’essere esposto e dichiarato. Ed io ho eletto più tosto di leggere composizion sua che d’alcun moderno, o pur del Petrarca istesso; però che molti conosco io che suoi imitatori vogliono esser giudicati, massimamente in questa novella schiera di poeti, ch’ora comincia a sorgere; i quali quando abbiano imitato nel Casa la difficultà delle desinenze, il rompimento de’ versi, la durezza delle construzioni, la lunghezza delle clausule, e il trapasso d’uno in un altro quaternario, e d’uno in un altro terzetto, ed in somma la severità (per così chiamarla) dello stile, a bastanza par loro ciò aver fatto: ma quel che è in lui maraviglioso, la scelta delle voci e delle sentenze, la novità delle figure, e particolarmente de’ traslati, il nerbo, la grandezza e la maestà sua, o non tentano, o non possono pur in qualche parte esprimere; simili, a mio giudicio, a coloro de’ quali parla Cicerone nell’Oratore, che volendo esser tenuti imitatori di Tucidide, in lui niente altro che le cose men degne imitavano. Ma non s’aspetti già alcuno da me in questa materia un lungo e pieno discorso; chè solo tanto dirò, quanto nella brevità del tempo prescrittomi, e nella considerazione d’un solo sonetto potrò raccogliere: e farò a guisa di pittore, che ristretto fra i termini d’una picciola tela, accenna con brevi linee solamente i lontani delli edificii e de’ paesi, ed il rimanente a l’imaginazione de’ riguardanti rimette. Il sonetto è questo:</p>
<lg type="sonetto"><lg type="quartina"><l>Questa vita mortal, che ’n una o ’n due</l>
<l>Brevi e notturne ore trapassa, oscura</l>
<l>E fredda, involto avea fin qui la pura</l>
<l>Parte di me nell’atre nubi sue.</l></lg>
<lg type="quartina"><l>Ora a mirar le grazie tante tue</l>
<l>Prendo; chè frutti e fior, gelo ed arsura,</l>
<l>E sì dolce del Ciel legge e misura,</l>
<l>Eterno Dio, tuo magisterio fue.</l></lg>
<lg type="terzina"><l>Anzi il dolce aer puro, e questa luce</l>
<l>Chiara, che ’l mondo a gli occhi nostri copre,</l>
<l>Traesti tu d’abissi oscuri e misti:</l></lg>
<lg type="terzina"><l>E tutto quel, ch’in terra o ’n Ciel riluce,</l>
<l>Di tenebre era chiuso, e tu l’apristi;</l>
<l>E ’l giorno e ’l Sol delle tue man sono opre.</l></lg></lg>
<p>Sarà questa mia Lezione in due parti divisa; e nella prima si cercherà, in che sorte di stile sia questo sonetto composto; e trovatala, alcune cose communi a quella maniera di stile si considereranno, movendo, ove l’occasione il ricerchi, qualche dubitazione. Nella seconda parte poi, solo a quello che è proprio di questa particolar composizione s’avrà riguardo, e nella esposizione d’esso alquanto mi spazierò.</p>
<p>Da vari scrittori, vari caratteri o idee o forme, che vogliam dirle, di stile sono state constituite; perchè Demetrio Falereo, il qual da Marco Tullio dolce oratore ed acuto filosofo è nominato, quattro ne pone. Una delle quali chiama magnifica, veemente l’altra, umile la terza, e l’ultima florida o ornata. Molto più ne mette Ermogene nel suo libro delle Idee; che sono, l’idea chiara, la grande, la bella, la morata, la vera e la grave; ed altre poi ad alcune di queste sottopone. Cicerone ultimamente nel suo Oratore tre ne constituisce, a l’una delle quali di sublime dà nome, di umile a l’altra, e di temperata a la terza. Ma, quale sia la miglior di queste divisioni, rimettendo per ora a l’altrui giudicio; chiara cosa è, che quella forma, che magnifica da Demetrio, grande da Ermogene, e sublime da Cicerone vien detta, è una medesima, e quasi le medesime condizioni da tutti le sono attribuite; nella qual forma senz’alcun dubbio il presente sonetto si vede esser composto: il che maggiormente ci fia manifesto, se qual sia questa dichiararemo. È la forma magnifica o sublime quella, che cose eccellenti contiene, da le quali concetti conformi ad esse derivano, e con scelte parole illustri e con numerosa composizione sono spiegati. Ma, prima che cominciamo ad investigare se tutte queste condicioni nel sonetto si trovino, non sarà forse fuor di proposito che si consideri, s’egli è pur lecito che ’l sonetto nella forma di parlar altissima si compona; chè intorno a ciò non picciol dubbio ci muove l’autorità di Dante. Perchè egli, in quel suo volume che della Volgare Eloquenza intitolò, tutti i poemi in tre specie divide; cioè in Tragedia, in Comedia, ed in Elegia. Sotto la prima specie ripone tutti i poemi scritti in stilo grave; sotto la seconda i mediocri, e gli umili sotto la terza: tra’ quali è il sonetto annoverato. Questa medesima distinzione seguendo, egli poi chiama il suo nobile poema Comedia, e l’Eneida di Virgilio Tragedia; perchè quello di stilo mediocre, e questo di grave riputò che fosse tenuto.
<quote rend="block"><l>Euripilo ebbe nome, e così il canta</l>
<l>L’alta mia Tragedia in alcun loco.</l></quote>
Ma, con pace di Dante sia detto, se egli è pur lecito che nel sonetto concetti gravi e magnifici abbiano luogo, sarà parimente lecito che le parole siano gravi e magnifiche; però che essendo le parole, come Aristotele nel terzo della Retorica c’insegna, imitazione de’ concetti, debbono la loro bassezza e la loro altezza imitare. Oltre di ciò, se la natura non ad altro effetto ci ha dato il parlare, se non perchè con esso significhiamo i concetti dell’animo nostro, e se da l’arte a questo istesso effetto fu ritrovato il verso; chiara cosa è, che i concetti siano il fine e conseguentemente la forma dell’orazione; e le parole, e la composizione del verso, la materia o l’instromento: però convenevole mi pare che l’instromento serva al fine, e il men nobile al più nobile; chè più nobili sono i concetti dell’elocuzioni, checchè alcuni retori se ne dicano. Ma che i concetti gravi e sublimi possano ne’ sonetti aver luogo, Dante istesso ce ’l dimostra in quel suo,
<quote rend="block"><l>Là nella sfera che più larga gira;</l></quote>
e l’approvato da lui Guido Cavalcanti:
<quote rend="block"><l>Senz’alcun moto da la man di Dio</l>
<l>Uscîr le stelle e le sfere celesti.</l></quote>
Nel qual sonetto si tratta materia assai conforme a quella che nel presente sonetto del Casa veggiamo. Aggiungasi, che ’l sonetto è parte o specie della lirica poesia; e la lirica poesia, come nella Poetica d’Orazio si legge, canta degli Dii e degli Eroi:
<quote rend="block" lang="lat"><l>Musa dedit fidibus divos puerosque Deorum.</l></quote>
Ed altrove:
<quote rend="block" lang="lat"><l>Quem virum, aut Heroa lyra vel acri</l>
<l>Tibia sumis celebrare, Clio?</l>
<l>Quem Deum, etc.</l></quote>
Onde dubbio alcuno non v’è, che la sua composizione talora non possa esser grave e magnifica, tanto più che non sempre a gli epigrammi, ma alcuna volta a l’ode de’ Latini e de’ Greci corrisponde; le quali sono poesia sublime o magnifica. Onde il medesimo Poeta di Pindaro così disse:
<quote rend="block" lang="lat"><l>Multa Dircaeum levat aura cygnum,</l>
<l>Tendit, Antoni, quoties in altos</l>
<l>Nubium tractus.</l></quote>
Ma l’error di Dante da la falsità de’ suoi principii dipende. Pone egli per essenza della poesia, non i concetti, o la favola, come Aristotele, ma il verso e la corrispondenza delle rime, da la qual vuole che tutte l’altre cose prendino legge e si determinino: però, giudicando egli la forma del sonetto esser poco atta a l’altezza dello stile, se bene i concetti erano nobili, bassamente nondimeno gli spiegava. Il qual errore, commune a tutti gli altri scrittori di quei tempi, non fu già seguìto dal Petrarca, però che quel giudicioso molto bene s’avide che da i concetti l’altre cose dovevano prender legge e determinarsi: oltra di ciò, che la forma del sonetto non era sì poco atta a la magnificenza dello stile, come da quei primi fu giudicato; il qual giudicio è stato da’ padri nostri, e da noi altri ch’ora viviamo, e approvato e imitato. E tanto basti aver detto intorno a questa materia, della quale ho visto molte fiate tra uomini dotti dubitarsi.</p>
<p>Sendo dunque nel sonetto convenevole la magnificenza dello stile, veggasi se in questo sonetto si ritrovano le condicioni ch’a la forma magnifica sono richieste. E cominciando da’ concetti, Demetrio Falereo con queste precise parole ne parla: «È ne’ concetti la magnificenza, se di alcuna grande ed illustre battaglia navale o terrestre, o del cielo o della terra, si ragiona;» e quel che segue. E di questo, che egli dice, tale si può rendere la ragione, che non sendo i concetti altro che imagine delle cose, che nell’animo nostro ci formiamo e figuriamo, tanto maggiori saranno, quanto maggiori sono le cose delle quali essi sono ritratti: ma qual cosa maggiore o più illustre si può al nostro senso o a l’intelletto rappresentare, della terra e del Cielo? Certo, niuna. Questa condicione che desidera Demetrio ne’ concetti, in questo espressamente si vede, ove del cielo e della creazion del mondo e d’altre simili cose si favella. Ma pare a prima vista che non sia vero che i ragionamenti del cielo e della terra, e gli altri somiglianti, siano convenevoli a la forma sublime di dire: perciò che, da chi queste cose sono più che da’ filosofi trattate? Nondimeno Cicerone disse nel libro del perfetto Oratore, la mediocrità dello stilo a’ filosofanti convenirsi. Quando io dico stilo, intendo non l’elocuzione semplicemente, ma quel carattere che da l’elocuzioni e da’ concetti risulta. Ed Aristotele nel terzo della Retorica ci insegna, che da le parole signoreggianti la cosa, cioè da le proprie, nasce l’umiltà dell’orazione, e da le translate e da le peregrine, e da le descrizioni, e da altre simili figure deriva la grandezza del parlare: e pur si sa che i filosofi non sogliono altre voci, che le proprie, metter in opera, e solo dell’altre si prevagliono quando le proprie lor mancano. Oltra di ciò, usano concetti più tosto sottili ed acuti, che nobili e gravi, che non pungono, non dilettano, non muovono, non rapiscono, ma insegnano solamente: onde pare che l’altezza dello stile in niun modo a lor sia convenevole, e conseguentemente a quelli che di simili materie favellano. A questa difficoltà io così risponderei: che quando alcuno ragiona del cielo o della terra, o d’altre cose somiglianti, come maestro, e per volere insegnare, allora deve egli ragionarne con parole proprie, con concetti scientifici e con ordine minuto e distinto; con le quai condicioni impossibile è che s’introduca la magnificenza dello stilo: ma quando alcuno di queste cose ragiona come colui, che da quel bello e maraviglioso, che ’n loro appare, fia desto ad ammirargli ed a contemplargli, ed in somma, come poeta o come oratore, che non abbia riguardo a l’insegnare, nè sia obligato di parlare, nè con quelli ordini nè con quei concetti minuti; allora la pompa e l’altezza dello stile è ricercata; e come tale ne ragiona in questo sonetto il Casa, e però quasi nobilissimo cigno al più sublime giogo di Parnaso s’innalza. E quale fosse il giudicio di questo poeta, dal paragone si può più chiaramente conoscere; però che trattando questa istessa materia Guido Cavalcanti, in quel suo sonetto,
<quote rend="block"><l>Senz’alcun moto da la man di Dio</l>
<l>Uscîr le stelle e le sfere celesti, ec.</l></quote>
affetta così nei concetti come nelle parole l’ostentazione di una esatta dottrina, e mentre la lode di dotto si procura, non tanto quella conseguisce, quanto quella di eloquente affatto si perde: a l’incontro il nostro Poeta accenna solamente quelle cose che sono considerazione di più profonda dottrina, e schivando l’odioso nome di maestro, per gli ornamenti e per le bellezze che sono proprie della poesia con mirabile giudicio si spazia. Io per me, come che sommamente ammiri la dottrina e l’altezza d’ingegno di Guido Cavalcanti, e di Dante in particolare, e di molti che nel poetare sono loro simili più tosto che a niuno delli antichi Greci o Latini scrittori, o pur al Petrarca istesso; e come ch’io stimi che s’alcun poeta si trova fra quell’anime che sono cittadine del Cielo, d’altra qualità non siano i suoi concetti; stimo nondimeno che la strada tenuta da loro, sì come è più nova e men calcata dell’altre, così non sia quella che ci conduce a quell’eterna gloria, che dal consenso universale di tutti gli uomini e di tutti i secoli a li eccellenti poeti è apparecchiata. Però che quei concetti, che dal più intimo seno della filosofia e dell’altre scienze nella poesia sono trasportati, se bene hanno del sacro e del venerabile (ch’io no ’l niego), non tanto recan seco di novità quanto di difficoltà, nè tanto di maestà quanto d’oscurità e d’orrore, e più tosto sono come nemici aborriti da gli uomini communi, che come stranieri o peregrini guardati o rimirati; massimamente quando di certo loro abito vestiti ne vengono, cioè delle loro proprie voci, di quelli atti, dico, di quelle potenze, di quelle materie prime, di quelli enti, le quali Dante mescolò (o fosse elezione o necessità della materia trattata) fra i fiori, onde è sì adorno il suo nobilissimo poema. Le fuggì in tutto il Petrarca; sì che non si vede cosa alcuna nelle sue divinissime composizioni, che non abbia non solo del sacro e del venerabile, ma del gentile e del delicato: da’ Platonici tolse non de’ più difficili e incogniti concetti, ma de’ più facili e de’ più divolgati; più tosto da’ limitari che dal centro della filosofia: ma con tanta modestia e così parcamente e così cautamente nella poesia gli trasportò, con tant’arte gli temperò, di tali fregi gli vestì e adornò, che paiono non forestieri ma naturali della poesia, e nutriti in Parnaso medesimo, non venuti da l’Academia o dal Liceo: e quel di peregrino che in lor si vede, è per maggior vaghezza e per maggior leggiadria. Tali sono quelli:
<quote rend="block"><l>Per le cose mortali,</l>
<l>Che son scala al Fattor, chi ben le stima,</l>
<l>D’una in altra sembianza</l>
<l>Poteo levarsi a l’alta cagion prima.</l></quote>
E quelli:
<quote rend="block"><l>Conobbi allor sì com’in Paradiso</l>
<l>Vede l’un l’altro, in tal guisa s’aperse</l>
<l>Quel pietoso, ec.</l></quote>
E quelli:
<quote rend="block"><l>Quando giunge per gli occhi al cor profondo</l>
<l>L’imagin donna, ogn’altra indi si parte,</l>
<l>E le virtù, che l’anima comparte,</l>
<l>Lascian le membra quasi immobil pondo, ec.</l></quote>
Ma non voglio che per ora mi vaglia l’autorità del Petrarca, non quella di Omero, di Pindaro, di Alceo, di Stesicoro, di Saffo, di Anacreonte; non quella di Virgilio, di Orazio, di Tibullo, di Catullo, di Ovidio, di Properzio: vagliami almeno quella di Platone, padre e dio (se così dire è lecito) de’ filosofi. Leggansi i suoi Epigrammi amorosi, che salvi da l’ingiuria de’ tempi ci sono restati; che non si vedrà in loro nè il carro del suo Fedro, nè le cose che dice Socrate aver da Diotima apparate; ma sì ben concetti puri, candidi, gravi ed arguti, e tali, quali egli giudicò a quella maniera di poesia convenirsi: chè già non si può dubitare che egli per difetto degli altri filosofici, questi così fatti usasse. E per esempio, uno ne voglio addurre che egli scrisse ad un fanciullo, nomato Stella, il quale era intento a lo studio della sfera; e con tutto ciò, nè la qualità di quel giovane erudito, nè la materia il persuase, che più tosto dotto volesse parere in quella scienza, che arguto nel commune uso di parlare. ***</p>
<p>Vagliami la ragione, la qual è tale; che dovendo il poeta dilettare, o perchè il diletto sia il suo fine, come io credo, o perchè sia mezzo necessario ad indurre il giovamento, come altri giudica; buon poeta non è colui che non diletta, nè dilettar si può con quei concetti che recano seco difficoltà ed oscurità: perchè necessario è che l’uomo affatichi la mente intorno a l’intelligenza di quelli; ed essendo la fatica contraria a la natura degli uomini ed al diletto, ove fatica si trovi, ivi per alcun modo non può diletto ritrovarsi. Parla il poeta non a i dotti solo, ma al popolo, come l’oratore; e però siano i suoi concetti popolari: popolari chiamo non quai il popolo gli usa ordinariamente, ma tali, che al popolo siano intelligibili: ed è l’effetto dell’eloquenza, come dice Marco Tullio, l’applauso della moltitudine: e così come il pittore imita solamente la superficie delle cose, non esprimendo la profondità, che ciò non è proprio dell’arte sua; così deve il poeta, che è un pittore parlante, toccar solamente la superficie delle scienze. Nè già è men difficile o meno artificiosa questa maniera di scriver popolare, che quell’altra esatta e filosofica, però che molti fra la schiera degli scienziati si troveranno, che derivano da i fonti di Platone o d’altri filosofi alcun concetto; e quello con buone e scelte parole, e con numeroso suono spiegheranno: ma chi sappia fare i concetti di vecchi nuovi, di volgari nobili, di communi proprii, molto è più malagevole che si ritrovi. Qual più ordinario, qual più trito concetto è di questo, che la fama dell’eloquenza d’un uomo e della bellezza d’una donna resti dopo la morte loro? qual più raro, qual più arguto, qual più meraviglioso, che questo medesmo, in virtù dell’elocuzione e degli spiriti del Petrarca?
<quote rend="block"><l>Ch’io veggio nel pensier, dolce mio foco</l>
<l>Fredda una lingua e duo begli occhi chiusi,</l>
<l>Rimaner dopo noi pien di faville.</l></quote>
Usitatissimo e trivialissimo è quest’altro, che se bene scema la bellezza della donna amata, non però scema l’amor suo, novissimo ed acutissimo pur detto da lui in questo modo:
<quote rend="block"><l>Uno spirto celeste, un vivo Sole</l>
<l>Fu quel ch’i’ vidi; e se non foss’or tale,</l>
<l>Piaga per allentar d’arco non sana.</l></quote></p>
<p>Ma che vo io annoverando l’arene del lido e l’onde del mare? Vedete che la divinità di questi versi, non da la profondità de’ sensi filosofici, ma da la vivacità degli spiriti e da l’ornamento dell’elocuzione deriva. Tali sono i concetti che in questo sonetto usa il Casa, chiari, puri, facili, ma d’una chiarezza non plebea, d’una purità non umile, d’una facilità non ignobile. Dice egli che la varietà delle stagioni, e la legge e misura de’ movimenti celesti è magisterio di Dio; che egli trasse l’aria e questa luce, che ci scuopre tutte le cose del mondo, da la confusione degli abissi; e che tutto ciò che risplende, era chiuso di tenebre, ch’egli l’aperse e distinse; e che il giorno ed il Sole son opre delle sue mani. Vedete che grandezza, che magnificenza, che maestà di concetti, non misti d’alcuna durezza, d’alcuna oscurità, d’alcuna difficoltà di sentimenti!</p>
<p>Ma basti di aver sin qui ragionato di questa parte; e vediamo se nella composizione delle parole si trovano le condicioni richieste a la magnifica forma di parlare: e riguardisi primieramente, che le parole di questo sonetto sono in modo congiunte, che non v’è quasi verso che non passi l’uno nell’altro; il qual rompimento de’ versi, come da tutti gli maestri è insegnato, apporta grandissima gravità: e la ragione è, che ’l rompimento de’ versi ritiene il corso dell’orazione, ed è cagione di tardità, e la tardità è propria della gravità: però s’attribuisce a i magnanimi, che son gravissimi, la tardità così de’ moti come delle parole. E Dante:
<quote rend="block"><l>Genti v’eran con occhi tardi e gravi.</l></quote>
Per questo i Latini ancora, che cercano la gravità, usano più tosto lo spondeo, che è più tardo, che il dattilo, che è veloce. Ma fra tutte l’altre rotture de’ versi, che sieno in questo sonetto, maravigliosa grandezza le prime gli accrescono:
<quote rend="block"><l>Questa vita mortal, che ’n una o ’n due</l>
<l>Brevi e notturne ore trapassa, oscura</l>
<l>E fredda.</l></quote>
E mi pare, che ciò che Demetrio disse di Tucidide, lodando la magnificenza del suo stile, qui si verifichi. Disse Demetrio, che i lettori di Tucidide erano simili a coloro che per aspra ed iscoscesa via caminano, che ad ora ad ora intoppano, e sono constretti ad arrestarsi. E come che ciò da gli obtrettatori del Poeta sia notato per il suo maggior difetto, è però tal’ora in lui non picciola virtù; perciò che la felicità ed equalità dell’orazione ha ben del soave; ma ove non si tempri, spesso quella facilità riesce fanciullesca ed isnervata, e tutto toglie da’ versi quello onde essi magnifici ed ammirabili appaiono. Ma questo rompimento di versi, che ’l Casa usa con molto giudicio, ove la gravità del soggetto il ricerchi, è da molti suoi imitatori usato senza giudicio e senza distinzione in ogni materia, in quelle ancora che mollissimamente deveriano esser trattate. E mi raccordo aver letto un sonetto di persona famosa, ad imitazione di quel dolcissimo del Casa:
<quote rend="block"><lg type="quartina"><l>Dolci son le quadrella onde Amor punge,</l>
<l>Dolce braccio l’avventa, e dolce e pieno</l>
<l>Di piacer, di salute è ’l suo veneno,</l>
<l>E dolce il laccio ond’ei lega e congiunge;</l></lg></quote>
nel quale ogni verso è facile, corrente, molle e soave: mi ricordo, dico, d’aver letto un sonetto a questa imitazione, il quale non potrebbe esser nè più aspro nè più rigido, se in esso non delle dolcezze d’amore, ma dell’asprezza e rigidità dell’alpi, o della rigidità del ghiaccio ove sono puniti i traditori di Dante, si trattasse. Ma questo è difetto di persona che, come ho detto, non discerna che quello, che è convenevole in un luogo, non è sempre convenevole. Consideri parimente in questo quaternario, che non vi è nel primo o nel secondo o nel terzo verso luogo, ove ’l lettor possa fermarsi o riposarsi; anzi è di mestiero arrivare co ’l senso sino a la fine, e quindi ancora non picciola gravità nelle composizioni si deriva: e la cagione di questo, Dionisio Alicarnasseo con simile comparazione ci dichiara: che, come le strade lunghe, corte ci paiano, quando spesso fra via troviamo alberghi ove fermarsi; ma le solitudini ancora nella picciolezza del camino ci dimostrano un non so che del grande e del lungo: così il trovar spesso ove fermarsi nell’orazioni, picciole e dimesse le grandi ed elevate ci rende; e la lunghezza dello spazio, che tra l’uno e l’altro riposo si trova, del contrario effetto è cagione: ma sì come il rompimento de’ versi, così anco questa distanza de’ riposi, solamente a le materie è dicevole. Nè sono di minor considerazione i concorsi delle vocali che in questo sonetto si trovano, massimamente quello che da l’ultime parole dell’ultimo verso risulta:
<quote rend="block"><l>E ’l giorno e ’l Sol delle tue man sono opre;</l></quote>
dove quelle due vocali <emph>o</emph> <emph>o</emph> insieme s’affrontano. Di questo concorso delle vocali vari famosi scrittori variamente sentirono; perciò che Isocrate, a cui la composizione delle voci molle e soave dilettava, così il concorso delle vocali fuggì, che diede occasione a Plutarco che con simili parole lo schernisse in quel suo libro, ove egli cerca se Atene fosse più per lo mestier dell’arme o per l’eccellenza delle lettere gloriosa. Le parole di Plutarco sono queste, o somiglianti: «E com’avrebbe potuto costui il suono delle trombe e lo strepito dell’armi e delle schiere pugnanti sostenere, se il suono di due vocali, che insieme s’affrontino, sì fattamente lo spaventava?». E fu seguace in questo di Isocrate, come nell’altre cose, Teopompo. E Cicerone dice anche egli nell’Oratore, che fra’ Latini non v’era alcuno sì rozzo dicitore, che il concorso delle vocali non ischivasse. Ma a l’incontro Platone e Tucidide, come Cicerone riferisce, questo concorso con studiosa cura affettavano: e Demostene ed Omero, come il Falereo n’è testimonio, anch’essi del concorso delle vocali si compiacevano; ed era tanto grato a l’orecchie di Demetrio il concorso delle vocali, che disse, che chi da l’orazione il toglieva, non pur la rendeva men sublime, ma da quella in tutto e le Grazie e le Muse rimovea; adducendo, oltra molt’altre ragioni, che gli Egizii con alcune voci di sette vocali le lodi de’ loro Dei celebravano, non parendo loro che altre parole fossero di tanta grandezza o di tanta soavità cagione. Quintiliano ultimamente, nel libro nono, dice che in vero il concorso delle vocali, se ben rende alquanto aspra l’orazione, l’inalza però maravigliosamente: e di questo tale sia la cagione, che quando le vocali insieme s’affrontino, una delle due se ne butta, o nel numerar le sillabe o nello scander li piedi; e così viene moltitudine maggiore di lettere a rinchiudersi nel verso: da la qual moltitudine ed inculcazion delle lettere nasce la pienezza del suono, che produce poi la grandezza del verso. Ma fra i Latini e fra i Greci forse si può dubitare, se si debba o schivare o fuggire il concorso delle vocali: fra noi Toscani, non; perchè, terminando tutte le parole in vocali, necessario è che insieme s’affrontino. Solo si può rivocare in dubbio, se sia bene che l’istesse insieme s’affrontino. Ma per quanto ho osservato nel Petrarca, ove egli cerca la gravità, molte volte suol commettere questo concorso di vocali; come si vede in quel suo nobilissimo sonetto:
<quote rend="block"><l>Mentre che ’l cor da gli amorosi vermi</l>
<l>Fu consumato, e ’n fiamma amorosa arse.</l></quote></p>
<p>Similmente, in quell’altro gravissimo
<quote rend="block"><l>I’ vo piangendo i miei passati tempi,</l></quote>
nell’ultimo de’ quaternari dice:
<quote rend="block"><l>E i miei difetti di tua grazia adempi.</l></quote>
Dante ancora, nel primo canto del <title>Paradiso</title>, il qual si conosce che fu da lui accuratamente polito, come tutti gli altri principii, commette il concorso di molte vocali:
<quote rend="block"><l>Nel ciel che più della sua luce prende,</l>
<l>Fui io, e vidi cose che ridire, ec.;</l></quote>
potendo in questa maniera accommodar il verso,
<quote rend="block"><l>Io fui, e vidi cose che ridire;</l></quote>
ma gli piacque il concorso delle vocali, o giudicò che quell’<emph>io</emph>, posposto, avesse maggior forza. Sì come fece altrove:
<quote rend="block"><l>Queste parole di colore oscuro</l>
<l>Vidi io scritte al sommo d’una porta;</l></quote>
potendo dire <emph>Io vidi</emph>, come concia il Ruscelli, o, per dir meglio, come guasta il Ruscelli. Ma se pur è lecito questo tal concorso di vocali, non sia mai lecito ove più la dolcezza che la gravità si richiede.</p>
<p>Resta ora che intorno a le figure del parlare alcuna cosa si dica: e prima s’avertisca, che questo sonetto è illustre per molte vaghe e belle metafore; le quali figure, come che ancora a l’altre forme di dire si convengano, sono però a quella sublime, secondo il giudicio dell’Alicarnasseo, accommodatissime. Le parole scelte, onde la composizione magnifica si rende, sono tante, che chi le numerasse, quasi tutte le numerarebbe. Ma considerisi in questo l’arte dell’autore, che avendo egli letto in Demetrio, che, sì come Pietro Vittorio riferisce, gli era famigliarissimo, che non deve il magnifico dicitore affaticarsi perchè l’una parola a l’altra corrisponda; ma ciò deve egli quasi umile affettazione sprezzare: e sapendo che Cicerone gli antiteti ed i contraposti a la moderata forma di stile attribuisce, non volse a quella sorte di figura l’altezza del suo stile inchinare; ed avendo in questo terzetto,
<quote rend="block"><l>Anzi il dolce aer puro, e questa luce</l>
<l>Chiara, che ’l mondo a gli occhi nostri scopre,</l>
<l>Traesti tu d’abissi oscuri e misti,</l></quote>
risposto a le parole <emph>puro</emph> e <emph>chiara</emph> con le parole <emph>misti</emph> e <emph>oscuri</emph>, vi mise quello epiteto di <emph>dolce</emph> ad arte, acciò che vi fosse alcun nome a cui nissun altro si contraponesse; e così quella figura, non propria del magnifico dicitore, si venisse in qualche parte a ricoprire. La qual considerazione ebbe parimente il Petrarca in quella gravissima canzone:
<quote rend="block"><l>Italia mia, benchè il parlar sia indarno;</l></quote>
perchè in quei versi,
<quote rend="block"><l>E i cor, ch’indura e serra</l>
<l>Marte superbo e fero,</l>
<l>Apri tu, padre, intenerisci e snoda,</l></quote>
avendo risposto a la voce <emph>serrare</emph> ed <emph>indurare</emph> con <emph>aprire</emph> ed <emph>intenerire</emph>, v’aggiunge la voce <emph>snoda</emph>, a cui nissun’altra è che si contraponga. Ma non l’ebbe già il Bembo, il quale ogni sua, benchè gravissima, composizione va spargendo senza misura alcuna di questi contraposti; e questo, o sia virtù o vizio ereditario, ha da lui per suo peculiare la sua nazione; che, pur ch’empiano le loro composizioni di antiteti, nulla curano se di spiriti e di concetti sono vuote: ma la ragione per che al magnifico dicitore questa figura non si convenga, può esser tale, che offuscando sempre la moltitudine degli ornamenti esteriori la bellezza, che è propria e naturale d’una cosa, sì come veggiamo che fa il liscio nelle donne, si deve nella forma magnifica schivare questo soverchio ornamento, acciò che risplenda in lei la propria e natural bellezza de’ concetti. Oltra di ciò, come che sia sempre vizio il manifestar l’arte, vizio e particolarmente nella forma magnifica di dire, ove l’uomo finge di parlar... e di attender più a l’importanza delle cose, che a li scherzi delle parole: però deve fuggir questa figura, per la quale troppo apertamente l’affettazione dell’arte si manifesta. Avendo parimente letto il Casa nelle Partizioni, che minuta è ogni diligenza; volse con nobile negligenza, per dissimulare l’arte, queste tre voci nel sonetto due volte replicare: <emph>Trapassa oscura</emph>, <emph>Abissi oscuri e misti</emph>, <emph>E sì dolce del Cielo</emph>, <emph>Dolce aer puro</emph>, <emph>Involto avea la pura</emph>. Queste cose sì brevemente trapasso, e molte in tutto ne taccio, poi che questa prima e più lunga parte del mio ragionamento veggio esser più oltre che al convenevole termine arrivata.</p>
<p>Ora ci riman solamente che alcune cose pertinenti a la sposizione del sonetto si dicano. Il concetto è questo; che dice, che da la oscurità del mondo e da la vita, ov’era stato lungamente involto, a la contemplazione delle grazie divine esser finalmente rivolto.
<quote rend="block"><l>Questa vita mortal, che ’n una o ’n due</l>
<l>Brevi e notturne ore trapassa, oscura</l>
<l>E fredda.</l></quote>
Misteriosamente dice il Casa, che la vita trapassa in una o in due ore, perchè la vita nostra in due parti si divide: nell’una viviamo con l’anima irrazionale, nell’altra apriamo gli occhi dell’intelletto a le cose nobili e sublimi: molti vivono solamente la prima ora, come fanciulli che seguono per iscorta il senso; altri passano a la seconda, che sono quelli che arrivano a la maturità degli anni. E dirò qui come disse Aristotele nel primo dell’Etica, che co ’l medesmo nome chiamò quelli che d’anni, e quelli che d’intelletto sono fanciulli. Questa distinzione mostra il Casa, ragionando della prima ora nel primo quaternario, e della seconda nel secondo.</p>
<p><emph>Ore notturne</emph>. Assomiglia il Casa la vita a la notte, ove il Petrarca ad un giorno di verno l’assomigliò:
<quote rend="block"><l>Che più ch’un giorno è la vita mortale,</l>
<l>Nubilo, freddo, breve e pien di noia?</l></quote>
E tuttochè questa metafora di proporzione dal giorno a la notte sia da Aristotele nel fine della Poetica molto commendata; con maggior forza, a mio giudicio, volendo descriver la sua miseria e la sua cecità, a la notte s’assomiglia.</p>
<p><emph>La pura Parte di me</emph>. Questa è quella parte, della quale ragionando Platone, disse non esser sempre vero che ’l tutto sia della parte più nobile, sendo più nobile l’intelletto solo del composto, che da lui e dal corpo congiunto risulta.
<quote rend="block"><l>Ora a mirar le grazie tante tue</l>
<l>Prendo.</l></quote>
Ragionevolmente chiama grazie i magisterii di Dio, poscia che per grazia e per bontà sua furono create. Onde san Tomaso, nell’ottavo della Fisica, cercando per qual cagione Dio creasse il mondo, disse che ciò fece acciò vi fusse chi de’ suoi beni participasse, ed in cui la sembianza della sua bontà e perfezione risplendesse; sì come anco non volle crearlo <foreign lang="lat">ab eterno</foreign>, acciò che apparisse che, tutte l’altre cose non essendo, egli in se stesso avesse compitamente ogni felicità. Platone ancora nel Timeo rende l’istessa ragione, che egli era buono, e ’l buono da nissuna invidia è commosso; onde, sendo ogni invidia da lui lontanissima, volse che tutte le cose, in quanto la loro natura patisse, a lui s’assomigliassero.
<quote rend="block"><l>E sì dolce del Ciel legge e misura.</l></quote>
Convenevolmente questi due nomi al Cielo si attribuiscono; perchè, come (dice Aristotele) tutte le cose con movimenti de’ Cieli si misurano, così tutto l’ordine dal Cielo, tutta l’inconstanza e varietà della materia dipende per legge e per misura. È forse dal Poeta inteso il medesimo, nè per ciò commette errore; dicendo Aristotele, nel terzo della Retorica, che l’usar due nomi che importino il medesimo, se bene a l’oratore non si conviene, non è però disdicevole al poeta: e questa autorità di sì maraviglioso Retore e Filosofo basti a far tacere Servio Onorato Grammatico.</p>
<p>Ora, passando a i terzetti, che di gran lunga sono di bellezza a i quaternarii superiori, veggiamo s’altro vi resta.
<quote rend="block"><l>Anzi il dolce aer puro.</l></quote>
Non dice <emph>dolce</emph>, perchè questa qualità a l’aria si convenga, convenendosi a gli elementi solo le qualità prime, cioè il caldo, il freddo, l’umido e il secco; le quali prime si dimandano, perchè de’ primi corpi sono proprie, e perchè ogn’altra da esse dipende; e se nell’acqua l’amarezza sentiamo, ciò viene dal mescolamento della terra, ch’è a lui soggiacente: così forse da altra commistione può in lei altra qualità esser cagionata: ma per <emph>dolce</emph> intende il Poeta, grato e piacevole a riguardare. Così il medesmo Poeta altrove:
<quote rend="block"><l>... e parla e spira</l>
<l>Veracemente, e i dolci membri move.</l></quote>
Così Dante:
<quote rend="block"><l>Dolce color d’oriental zaffiro,</l>
<l>Che s’accoglieva nel sereno aspetto</l>
<l>Dell’aer puro.</l></quote>
Così il Petrarca:
<quote rend="block"><l>Dolci colli, dolce oro e dolce suono.</l></quote>
Belle metafore in vero, poi che da le cose, ond’il senso diletta, sono prese: e le tali molto commenda Aristotele nella Retorica, e Cicerone nell’Oratore; ed in somma, si può questa voce a l’oggetto d’ogni sentimento attribuire.
<quote rend="block"><l>.... E questa luce</l>
<l>Chiara, che ’l mondo a gli occhi nostri scopre,</l>
<l>Traesti tu d’abissi oscuri e misti.</l></quote>
Questa voce <emph>traesti</emph> importa movimento, e nella persona traente, e nella cosa tratta: però si può dire, che non sia usata qui nel suo proprio significato, ma traslativamente in difetto; che, come dice san Tomaso e gli altri Scolastici, il mondo non fu prodotto con movimento alcuno, ma per sua semplice creazione uscì da le mani dell’eterno Producitore. Onde Guido Cavalcanti:
<quote rend="block"><l>Senz’alcun moto da la man di Dio</l>
<l>Uscîr le stelle.</l>
<l>Anzi il dolce aer puro.</l></quote>
Pone da un lato l’abito, e da l’altro la privazione; chè per abissi oscuri e misti si deve intendere non la materia informata di simili qualità, ma la privazione di luce e di purità. Così parimente, ove Platone dice nel Timeo, che Dio prese ciò che sotto la vista non tranquillo e quieto, ma era a caso agitato ed ondeggiante, e quello da un disordinato raggiramento ad ordine ridusse; così vogliono alcuni interpreti suoi, e Simplicio del Cielo, che egli non della disordinata materia, ma della privazion dell’ordine intendesse.
<quote rend="block"><l>Di tenebre era chiuso.</l></quote>
Quelle tenebre eran diverse da queste nostre, che fan notte: quelle erano pura privazione senza soggetto: queste si considerano nella trasparenza dell’aria nascosa da l’opacità della terra; nè son così pure, che non abbian qualche poco di luce congiunta. Notisi ancora, che volendo il giudicioso Poeta manifestare la perfezion del mondo, fa menzion della luce, perchè da questa il bello e la vaghezza ed i colori son detti participazion di luce, e finalmente depende da la luce qualunque forma si sia. Degno è parimente d’annotazione in questi ternarii, come da l’un lato è posto, <emph>Aer puro e dolce</emph>; <emph>Luce chiara</emph>; <emph>Riluce giorno</emph>, e <emph>Sole</emph>; da l’altra, <emph>Abissi oscuri e misti</emph>, e <emph>Tenebre</emph>: e come da questa opposizione si dichiara la grandezza del Creatore, che da l’uno a l’altro sì grande estremo fu potente di tirar il mondo. Deh! mirate ancora, come questi abissi e queste tenebre, percosse da quella luce e da quel Sole, si rischiarano, e ripercuotono lucentissimi raggi di bellezza e di gloria, che non pur questo sonetto e questo libro, ma il nome dell’Autore, e la nostra lingua, eternamente se n’illustra.</p></div1>
</body>
</text>
</TEI.2>
