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      <title>Il trionfo della Croce</title>
      <author>Giacomo Leopardi</author>
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    <extent>12 Kb in UTF-8</extent>
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      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
      <pubPlace>Roma</pubPlace>
      <date>2004</date>
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              personale o scientifico. Ogni uso commerciale è vietato</p>
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      <title>Collezione BibIt</title>
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        <title>Tutte le opere</title>
        <author>Leopardi, Giacomo</author>
        <editor id="ed">Felici, Lucio</editor>
        <publisher>Lexis Progetti Editoriali</publisher>
        <pubPlace>Roma</pubPlace>
        <date>1998</date>
        <note>L'edizione elettronica fa riferimento al testo Giacomo Leopardi, Poesie e Prose, a cura di R. Damiani-M.A. Rigoni, II, Milano, Mondadori, ("I Meridiani") 1987.</note>
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                    <p>Tutti i materiali paratestuali della fonte cartacea non riconducibili alla
                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                      digitale</p>
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                      <p>Livello medio: controllo a video con collazione con edizione di
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                      <p>I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea
                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
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                      <p>I trattini di sillabazione a fine riga sono stati soppressi e le parole
                        ricomposte</p>
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<div1><head>IL TRIONFO DELLA CROCE</head>

<p>Giù per le balze del monte di Hai fugge precipitoso Isdraello. Giosuè suo duce, l'invitto domator delle genti, sprezzator de' pericoli, fugge ancor egli. A tergo l'inseguono animosi ed esultanti gli Aiti, fatti omai quasi certi di compiuta vittoria. Di già fuggendo quelli, inseguendo questi, son giunti alla valle sottoposta, nè ancor si ristanno gli Aiti dal correre alle spalle del fuggitivo Israele, che lontano dalle mura nimiche presto omai si rimira ad esser vittima infelice del furror degli Amorrei. Tutto minacciar sembra al popol di Dio inevitabile eccidio, ed a' suoi nemici prometter sicuro trionfo. Quando ad un tratto al cenno improvviso dell'Onnipotente leva Giosuè alto sull'asta lo scudo che in man tenea, su cui luminosi e fiammanti rimbalzando i raggi solari feriano con abbagliante fulgor le pupille. Ed ecco di repente sbucar a quel segno le ascoste insidie, che penetrando tra le mura nemiche dai finallor vittoriosi Cananei abbandonate, vi pongono il fuoco, che innalzandosi ben presto con ondosi vortici di fumo e fiamme al cielo, tutta distrugge ed incenerisce la città amorrea. Ecco a quel segno animato lo stuol fuggitivo volgersi prontamente e presentar la terribil fronte al nemico, che, avvilito e confuso al repentino assalto, regger non puote al valor d'Israele e, a ceder costretto, soggiace suo malgrado allo sdegno ed al ferro dell'esercito ostile. Ecco cangiata in compiuta vittoria degl'Israeliti la fuga, ed in vergognosa sconfitta degli Aiti il vicino trionfo. Ravvisate, ornatissimi, nello scudo del condottier d'Israele un misterioso simbolo della Croce del Divin Redentore, quale più sacri interpreti han creduto ravvisarvi. Oppressa l'umanità dal giogo infernale, gemea tra le aspre catene della colpa, e tutto presagir sembrava all'uomo infelice perpetua la schiavitù, e all'Angelo delle tenebre perpetuo sull'uomo il dominio. Ma, dal seno dell'Eterno suo Padre disceso, il Figlio unigenito fatto carne innalzò a conforto dell'afflitta umanità il vessillo della Croce, ed ecco a quel segno atterrito l'inferno, abbattuta la colpa e, diradate le caligini di morte, vittoriosa e trionfante la vita. Se dal misterioso scudo del vincitor di Canaan gloria ritrasse l'Onnipotente, salute il popol suo prediletto, terrore e sconfitta il perfido Amorreo, così dalla Croce del Divin Figlio Umanato gloria al Ciel ne provenne e pace al giusto e salute, non meno che all'empio maledizione ed orrore. Solleva il capo, Umanità perduta, ed apri le pupille a mirar della Croce Divina l'augusto trionfo e della tua salvezza la cagione portentosa, e voi, ornatissimi, me seguite col pensier vostro, che tutto ciò mi accingo a mostrarvi.</p>
<p>1. Già dalle mura di Gerosolima tra gli urli, le fischiate, le strida de' manigoldi e del popolo infuriato se n'esce Gesù con la sua Croce sul dorso. Gerusalemme ingrata, ecco che il tuo Signor t'abbandona. Parte da te per mai più rivederti. Infelice! conoscer non volesti il tuo Salvatore, il tuo Dio e, sorda alle sue parole, gli occhi chiudesti per non veder quella luce che tuo malgrado ti balenava sugli occhi; verrà tempo che il fio pagherai di tua durezza e tuo malgrado la fronte chinerai a quegli che da te scacciasti, e frall'estreme ruine conoscerai quegli che conoscer non volesti fra le tue fortune. Lasciamo, ornatissimi, la sventurata Sionne in preda all'imminente ruina che le sovrasta e volgiam lo sguardo a Gesù che, circondato da' spietati carnefici, fatto compagno di due malfattori, s'innoltra verso il Calvario colla sua croce sul dorso. Oh Dio! qual terribile avvilimento, è mai questo! Il Re de' Regi, il Signor dell'Universo è quegli che al grave incarico soggiace di quella Croce, che già fu mai sempre apportatrice funesta di maledizion, di terrore, <hi rend="italic">maledictus a Deo est, qui pendet in ligno</hi>. <note place="foot"><p>Deut. XXI, 23 — Ad Gal. III, 13. </p></note> Ah, questa sì è quella che per l'orribile tormentosissima confusione e rossore quasi a morte riduce il verbo Divino: <hi rend="italic">facta est confusio mortis</hi>. <note place="foot"><p>1. Reg. V, 6. </p></note> Ah, perchè mai ad un sì funesto spettacolo non si commuove inorridito il suolo e non sprofonda nelle cupe sue viscere i barbari crudelissimi autori di confusion così grande! perchè ad incenerirli non piovon dal Cielo irritato le folgori vendicatrici! perchè... Ma dove audace trascorre il mio labbro, e quai parole ad articolar mi spinge il cuor commosso da sì infelice spettacolo? Fede, candida Fede, sovrana Regina degli affetti e dei pensieri dell'uom cattolico, qual gloria mai tu mi mostri figlia portentosissima di confusion sì funesta! Sì, ornatissimi, dall'avvilimento medesimo del Divin Figlio incarnato gloria ne nacque, <hi rend="italic">infinita gloria in confusione</hi>. <note place="foot"><p>Ad Philip. III, 19. </p></note>No, più non è infame la croce, più non è di maledizione apportatrice e di sventura, dacchè degna ella fu resa di farsi agli omeri del Redentor Divino gloriosissimo incarico: <hi rend="italic">evacuatum est scandalum crucis</hi>. <note place="foot"><p>Ad Gal. V, 11. </p></note>Spingete lo sguardo, o Signori, attraverso i numerosi secoli devorati dal tempo fugace e mirate qual colla croce alla mano scorre qual fulmine devastator dell'idolatria, Tommaso nell'Indie, Giacomo nell'Iberia, nell'Affrica Mattia. Mirate qual della Croce armato vince Giovanni il molle Asiatico, Bartolommeo l'Armeno feroce, Matteo il dovizioso Persiano. La Croce è di scudo e di spada insieme ai divulgatori felici dell'evangelico lume, la Croce è a' Martiri di aiuto per trionfar di tutti gli sforzi del nimico infernale, la Croce è ad essi di conforto nell'ultime mortali agonie, la Croce trionfa perfino dell'ostinazione de' Cesari, della perspicacia degl'Imperatori. Piegano alla Croce la fronte i troni più eccelsi, le città più sublimi, le più potenti monarchie. Spargonsi pel mondo tutto i trionfi della Croce, e la Regina istessa del mondo a gloria si ascrive di adorarla inalberata sulle cime del Campidoglio e del Tarpeo. Trionfante la Croce mai sempre delle porte infernali, domatrice de' crudeli persecutori, sostegno e difesa invincibile della Cattolica Fede, ben dimostra quanta gloria al Divin Redentore provenga dalla confusion sua medesima: gloria ben dovuta alla Passione sua dolorosissima, gloria infinita ed eterna, gloria finalmente ridondante tutta a maggior salute del giusto e confusione dell'empio.</p>
<p>2. Rammentate, ornatissimi, quel giorno per sempre memorando e terribile allorquando il popolo d'Israello conquistator di Hai, vincitor di Gerico, domator per fino degli elementi medesimi, congregossi nella valle di Hebal e di Garizim a compier la solenne augustissima cerimonia già da gran tempo da Mosè stabilita. Eretto, giusta il sacro rito, di pietre non tocche da ferro l'altare sull'Hebal, collocasi nel mezzo alla valle l'arca sacrosanta tra numerosa turma dei Leviti e di Capi del popolo e quindi, schierate le tribù in forma di due ale sul monte Garizim dall'una parte e sull'Hebal dall'altra, si dà principio al solenne atto di religione. Pubblicata altamente la Divina Legge volgono i Sacerdoti e i Leviti la fronte a Garazim, e <hi rend="italic">Benedetto</hi>, esclamano, <hi rend="italic">Benedetto il fedele osservatore di questa legge, benedetto l'adorator del Divin nome, benedetto l'amator della pace, della castità, della giustizia. Amen Amen</hi>, rispondono le tribù schierate sul dorso a Garizim, <hi rend="italic">Amen Amen, sì, benedetto. Maledetto</hi>, intuonano orribilmente i Sacerdoti volgendo all'Hebal la fronte, <hi rend="italic">maledetto lo sprezzator dei divini precetti, maledetto l'amator di sangue, maledetto l'empio, l'adultero, l'ingiusto. Amen Amen</hi>, rispondono le tribù schierate sull'Hebal. <hi rend="italic">Amen Amen, sì, maledetto</hi>. Al suono di queste orribili maledizioni l'aria turbata si corruccia, e mugghiando i monti e le valli ripeter sembrano <hi rend="italic">Amen Amen, sì, maledetto</hi>. Il sangue istesso delle scannate vittime chieder sembra vendetta all'Eterno, e ripetere anch'egli <hi rend="italic">Amen Amen, sì, maledetto</hi>. Ahimè, qual terribile immagine non ci presenta, ornatissimi, un sì tremendo spettacolo! La Giustizia Divina, roteando la spada lampeggiante e spaventosa, rimira l'amabil Redentore che, gravato il dorso di una pesantissima Croce, l'erte pendici a stento già monta del Calvario, e da questo e come dall'arca i Sacerdoti, <hi rend="italic">Benedetto</hi> esclamar sembra l'apprezzator del Sangue Divino, <hi rend="italic">Benedetto l'adorator fedele di questa Croce, sì, benedetto, maledetto lo sprezzator dei Divini patimenti, l'odiator dei seguaci della Croce, il conculcator del Sangue Divino, sì, maledetto</hi>. Gli Angeli anch'essi in bell'ordin disposti e di zelo ardenti per l'onor vilipeso del Dio della gloria, eco fanno alle voci dell'irata giustizia, e <hi rend="italic">Amen</hi> rispondono, <hi rend="italic">sì, maledetto l'empio, il ribelle, il nemico della Croce, Amen Amen, sì, maledetto</hi>. Ah mai non sia, ornatissimi religiosi signori, che alcun di noi soggetti esser debba a maledizion sì funesta. Già il Redentor Divino dopo mille stenti e mille atrocissimi spasimi è giunto al Calvario, e omai il sangue Divino cancellar dovrà la spaventosa maledizion del peccato e il tesoro aprire delle celesti benedizioni. Corriam dunque tutti appiè della Croce Divina, ammiriam la gloria infinita che ritrar ne seppe l'Onnipotente, e quella salvezza riconoscendo che da questa a noi ne provenne, di evitar procuriamo quella maledizion funestissima di cui giusta cagione ella fu per l'empio. </p></div1></body></text></TEI.2>
