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      <title>Prometeo</title>
      <author>Vincenzo Monti</author>
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      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
      <pubPlace>Roma</pubPlace>
      <date>2004</date>
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              personale o scientifico. Ogni uso commerciale è vietato</p>
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      <title>Collezione BibIt</title>
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        <title>Poesie</title>
        <author>Monti, Vincenzo</author>
        <editor id="ed">Bezzola, Guido</editor>
        <publisher>UTET</publisher>
        <pubPlace>Torino</pubPlace>
        <date>1969</date>
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                    <p>Tutti i materiali paratestuali della fonte cartacea non riconducibili alla
                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                      digitale</p>
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                      <p>Livello medio: controllo a video con collazione con edizione di
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                      <p>I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea
                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
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                      <p>I trattini di sillabazione a fine riga sono stati soppressi e le parole
                        ricomposte</p>
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        <term>851.6 - Poesia italiana. Periodo del rinnovamento, 1748-1814.</term>
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<div1><head>CANTO I</head>

<lg><l>L'accorto Prometéo, l'inclito figlio</l>
<l>a cantar di Giapeto il cor mi sprona,</l>
<l>e quanti sopportò travagli e pene</l>
<l>per amor de' mortali, e qual raccolse</l>
<l>di largo beneficio empia mercede,</l>
<l>se la diva, cui tutta a parte a parte</l>
<l>la peregrina istoria è manifesta,</l>
<l>del suo favor m'aita, e non ricusa</l>
<l>sovra italico labbro alcuna stilla</l>
<l>d'antica derivar greca dolcezza.</l></lg>
<lg><l>Ma de' suoi duri memorandi affanni</l>
<l>qual dapprima dirò? Forse la pena</l>
<l>del celeste suo furto, e di Pandora</l>
<l>il fatal vaso e la fatal sembianza</l>
<l>che di poca favilla al sol rapita</l>
<l>fe' sopra il rapitor l'alta vendetta?</l>
<l>O primamente del regal suo padre</l>
<l>canterem la magnanima caduta</l>
<l>e con lui tutta del titanio seme</l>
<l>sterminata la gloria e la speranza,</l>
<l>quando il forte Giapeto incontro a Giove</l>
<l>stette e gran pezza del poter di sue</l>
<l>folgori in cielo dubitar lo fece?</l>
<l>Certo il grande conflitto, onde prostrata</l>
<l>giacque d'Uran la generosa prole,</l>
<l>che di sorte minor ma non d'ardire</l>
<l>del ciel paterno la ragion perdéo,</l>
<l>di gran suono potrebbe empir la cetra</l>
<l>e dar molta al mio crin delfica fronda.</l>
<l>Ma lunge troppo il canto andrìa; né penne</l>
<l>per sì gran volo alle mie terga or sento.</l>
<l>E già sull'erto Caucaso mi chiama</l>
<l>de' liberi miei carmi disioso</l>
<l>il solitario Prometéo, che, seco</l>
<l>le rie vicende nel pensier volgendo</l>
<l>di sua stirpe infelice, e l'ire ancora</l>
<l>del superbo oppressor temendo accese</l>
<l>(ché nel cor de' potenti a lunga prova</l>
<l>ratto nasce lo sdegno e tardo muore),</l>
<l>su quell'orride balze sconosciuti</l>
<l>tragge misero eroe giorni dolenti:</l>
<l>se non che, quando sotto il sacro velo</l>
<l>delle tranquille tenebre notturne</l>
<l>tace del biondo Ipperion la luce,</l>
<l>ei, sovra il sommo della rupe assiso,</l>
<l>delle stelle che son lingua del fato</l>
<l>alle armoniche danze il guardo intende;</l>
<l>e, con lor ragionando, i vaghi errori</l>
<l>co' numeri ne frena e le fatiche,</l>
<l>primo degli astri assalitor felice.</l>
<l>Felice, se voler d'empio destino</l>
<l>alla sciagura del suo lungo esiglio</l>
<l>non aggiungea compagno Epimetéo;</l>
<l>l'incauto Epimetéo stolto fratello,</l>
<l>pel cui folle consiglio su la terra</l>
<l>versò l'uomo ingannato il primo pianto</l>
<l>e de' morbi sentì la punta acuta.</l>
<l>Come volgesse un sì gran danno il fato</l>
<l>ditelo, o sante Muse; e far vi piaccia</l>
<l>al ver che teme di mostrar la fronte</l>
<l>de' vostri accenti un verecondo velo.</l></lg>
<lg><l>Vita vivendo incolta orrenda e dura</l>
<l>l'umana gente, di pudore in tutto</l>
<l>d'accorgimento e di ragion spogliata;</l>
<l>e mal soffrendo del saturnio Giove</l>
<l>il superbo pensier, che alla tremenda</l>
<l>sua deità né tempio ancor sorgesse,</l>
<l>né altar fumasse né suonar s'udisse</l>
<l>su le labbra terrene il suo gran nome;</l>
<l>di sé mandar quaggiù prese consiglio</l>
<l>la conoscenza alfine e la paura,</l>
<l>e dell'alma del par che delle membra</l>
<l>le consonanti qualità diverse,</l>
<l>ond'abito novello e più gentile</l>
<l>dell'uom vestisse la mortal natura.</l>
<l>Vols'anco il guardo agli animanti; e manche</l>
<l>le facoltà veggendone e d'emenda</l>
<l>necessitose, sì che nulla omai</l>
<l>differenza avvisar sapea tra loro</l>
<l>che di membra e di pelo e di figura,</l>
<l>pietà n'ebbe il gran padre; e di lor pure</l>
<l>fatto pensoso noverarli a parte</l>
<l>del nuovo beneficio in cor concluse.</l></lg>
<lg><l>Agl'imperi di Giove obbediente</l>
<l>scese adunque Mercurio in aureo vase</l>
<l>il celeste tesor seco recando,</l>
<l>e di partirlo fra mortali e bruti</l>
<l>al saggio Prometéo diè norma e cura</l>
<l>ed allo stolto Epimetéo; ché tale</l>
<l>era il senno di Giove ed il consiglio.</l>
<l>Meravigliò turbossi a quel comando</l>
<l>il maggior Giapetìda; e, perché tutti</l>
<l>e di prudenza e di saper vincea,</l>
<l>arretrarsi modesto ed escusarsi</l>
<l>e non atto chiamarsi a tanta impresa,</l>
<l>del cui solo pensiero il cor tremava.</l>
<l>Ma l'altro, che di senno e d'intelletto</l>
<l>avea povero il capo e nondimeno</l>
<l>presuntuosi indocili e superbi</l>
<l>i pensieri nudrìa (ché d'ignoranza</l>
<l>ostinato figliuol sempre è l'orgoglio),</l>
<l>si trasse innanzi baldanzoso, e, nullo</l>
<l>timor prendendo del fatale incarco,</l>
<l>sopra l'omero suo l'assunse, e disse:</l></lg>
<lg><l>- Onorato di Maia egregio figlio,</l>
<l>all'olimpo ti rendi; e questa reca</l>
<l>non ingrata novella al tuo signore,</l>
<l>che del provvido suo supremo cenno</l>
<l>esecutor lasciasti Epimetéo. -</l></lg>
<lg><l>Disse: e Mercurio i bei talari aperse,</l>
<l>caro dono d'Apollo, onde volando</l>
<l>le preste superava ale de' venti;</l>
<l>e, della verga da Pluton temuta</l>
<l>agitando le serpi, in un baleno</l>
<l>fra le nubi si spinse, e sparve agli occhi.</l></lg>
<lg><l>Ma del fraterno temerario ardire</l>
<l>dolente Prometéo con amendue</l>
<l>le man coprissi vergognando il volto;</l>
<l>e, poiché tanta ad impedir follìa</l>
<l>opra invan fe' di preghi e di consigli,</l>
<l>s'involò sospirando; e al ciel converso</l></lg>
<lg><l>- O Sole, ei disse, o tu che tutte osservi</l>
<l>maestoso e tranquillo in tua carriera</l>
<l>de' mortali le cure e de' celesti,</l>
<l>se nell'ampio tuo corso unqua t'avvegna</l>
<l>fuggitivo e ramingo in su la terra</l>
<l>mirar qualcuno di mia stirpe oppressa,</l>
<l>fammi fede con esso, o Sole amico,</l>
<l>che niuna colpa nella colpa io m'ebbi</l>
<l>dell'incauto fratello. Oh aure oh venti</l>
<l>che dell'etra non pur scorrete i campi</l>
<l>ma battete le penne anco sotterra</l>
<l>e le bufere generate in grembo</l>
<l>del morto regno, se di voi taluno</l>
<l>là penetrar può dove il mio gran padre</l>
<l>nel procelloso tartaro profondo</l>
<l>di non giuste catene avvinto giace,</l>
<l>a lui portate le mie voci, e conto</l>
<l>gli fate, o venti, il mio destin crudele:</l>
<l>ma non gli dite del minor suo figlio</l>
<l>la demenza fatal; ché acerba al core</l>
<l>sarìa del prode genitor ferita</l>
<l>più che il cielo perduto, e sempiterno</l>
<l>di tristezza argomento e di vergogna. -</l></lg>
<lg><l>Così dicendo dileguossi; e mesta</l>
<l>apparve al suo dolor l'aria e la luce.</l></lg>
<lg><l>Lieto frattanto dell'assunta impresa,</l>
<l>e dell'alto suo senno persuaso,</l>
<l>impose mano all'opra Epimetéo.</l>
<l>E primamente congregati i bruti,</l>
<l>senza misura liberal fu loro</l>
<l>dei tesori di Giove, e così larga</l>
<l>quella sua stolta cortesia, che tutto</l>
<l>scoperse il vaso in un momento il fondo.</l>
<l>Dell'uomo allor si risovvenne; e gli occhi</l>
<l>dentro l'urna ficcando, e sotto e sopra</l>
<l>scotendola veloce onde un avanzo</l>
<l>una reliquia ritrovarvi ancora</l>
<l>della celeste dote, esser del tutto</l>
<l>già consumata la conobbe alfine.</l>
<l>A quella vista stupefatto e muto,</l>
<l>le pupille abbassò; tremògli il core,</l>
<l>gli tremar le ginocchia, e di man cadde</l>
<l>il vasello fatal, che cupamente</l>
<l>risonò rotolando in sul terreno.</l>
<l>Indi qual meglio seppesi, e dell'uomo</l>
<l>iniquamente del suo aver frodato</l>
<l>le rampogne temendo e le querele,</l>
<l>senza far motto, senza levar ciglio,</l>
<l>pauroso e confuso allontanossi.</l>
<l>Come fanciul che, quando manco il teme,</l>
<l>còlto repente dalla madre in fallo,</l>
<l>di vergogna s'imporpora, e la mano</l>
<l>paventando severa che più volte</l>
<l>gli fe' le orecchie dolorose e rosse</l>
<l>queto queto s'arretra, e con obliquo</l>
<l>occhio guatando al rischio suo s'invola:</l>
<l>d'Epimetéo tal era in quel momento</l>
<l>il fuggir l'arrossire e la paura.</l></lg>
<lg><l>Or che farà l'insano? A qual de' numi</l>
<l>o de' mortali chiederà consiglio,</l>
<l>e con qual fronte? perocché del pari</l>
<l>al cielo ei fece ed alla terra oltraggio.</l>
<l>Misero! non gli avanza in quello stato</l>
<l>altro più scampo che del buon germano</l>
<l>implorar la pietà. Deposta adunque</l>
<l>vergogna e tema (ché nel cor d'un folle</l>
<l>la tema sempre e la vergogna è breve),</l>
<l>a lui smarrito appresentossi e mesto;</l>
<l>ed intero narrando il suo fallire</l>
<l>- Deh! porgi, disse, all'error mio riparo,</l>
<l>dolce fratello, se non vuoi che l'ira</l>
<l>mi percota di Giove e mi distrugga;</l>
<l>ch'egli ha ben d'onde fulminarmi, e troppo</l>
<l>abbonda la ragion del mio castigo. -</l>
<l>Ed in queste parole il delinquente,</l>
<l>siccome vereconda verginetta,</l>
<l>singhiozzando e pregando lagrimava.</l></lg>
<lg><l>A quel pianto commosso, a quella doglia</l>
<l>il generoso Prometéo rispose:</l></lg>
<lg><l>- Dura mi chiedi e perigliosa impresa,</l>
<l>miserando fratello; ed obliasti</l>
<l>che da gran tempo dell'ingiusto Giove</l>
<l>il sospetto m'osserva e la vendetta,</l>
<l>da che spersi noi tutti e fulminati</l>
<l>e dell'Olimpo eternamente privi</l>
<l>noi miseri Titani ha quel superbo</l>
<l>del fulmine signor, che vinti ancora</l>
<l>tuttavolta ne teme e ne persegue</l>
<l>iniquamente; perocché spietati</l>
<l>fa la tema i tiranni, i quai demenza</l>
<l>estimano l'amor santo del giusto</l>
<l>e prudenza di regno esser crudeli.</l>
<l>Quindi il barbaro in me da quel momento</l>
<l>dell'oppresso Giapeto il sangue aborre,</l>
<l>e, più che il sangue di Giapeto, il core</l>
<l>che fermo e puro mi riscalda il seno,</l>
<l>e l'intelletto di saper nutrito</l>
<l>ond'anco ai numi m'avvicino e tutta</l>
<l>senza vel mi si mostra la natura.</l>
<l>L'invidia, fratel mio, col suo veleno</l>
<l>assale ancor degl'immortali il petto:</l>
<l>e dove in trono non s' asside il giusto,</l>
<l>colpa divien, che mai non si perdona,</l>
<l>dell'ingegno l'altezza e la virtude,</l>
<l>e fortunata è l'ignoranza sola.</l>
<l>Quindi non già tem'io di te, fratello,</l>
<l>ché te dall'ira del crudel tiranno</l>
<l>l'insipienza tua pone in sicuro;</l>
<l>né duolmi no del tuo destin, ché poche</l>
<l>son le pene ove poco è l'intelletto:</l>
<l>dell'uom ben duolmi, un infinito a cui</l>
<l>dannaggio partorì la tua stoltezza,</l>
<l>sì che fatto è minor del bruto istesso.</l>
<l>Ed io tel dissi, sconsigliato; e tu,</l>
<l>e tu fede negasti a mie parole.</l>
<l>Qual dunque adesso a tanto error salute?</l>
<l>Poco ti parve agli animai largito</l>
<l>aver scaltrezza ardir prudenza e senno</l>
<l>e del futuro il sentimento ancora,</l>
<l>che il più bello il più grande e prezioso</l>
<l>hai lor profuso de' celesti doni;</l>
<l>l'istinto io dico, quel divino occulto</l>
<l>non mai fallace e sempre vivo istinto,</l>
<l>che, con tacito cenno imperioso</l>
<l>ciò che nuoce insegnando e ciò che giova</l>
<l>dirittamente il bruto alla verace</l>
<l>sua natural felicità conduce.</l>
<l>Ciò che ieri gli piacque, anco domani</l>
<l>gli piacerà. De' suoi pochi desiri</l>
<l>il termine sta fisso; e ciò ch'ei trova</l>
<l>il suo bisogno a satisfar bastante,</l>
<l>sempre buon lo ritrova e sempre bello.</l>
<l>Fortunato, che l'arte ei non conosce</l>
<l>funesta e ria di fabbricar sventure,</l>
<l>l'orribil arte di crear le brame.</l>
<l>Fortunato, che docile la terra,</l>
<l>e liberal gli partorisce il cibo,</l>
<l>né col rastro gli è d'uopo e coll'aratro</l>
<l>piagar sudando alla ritrosa il seno,</l>
<l>né della vite spremere i funesti</l>
<l>dolci veneni ad ammorzar sua sete.</l>
<l>E fortunato ancor, che contro i nembi</l>
<l>contro il furor de' verni e l'aspro morso</l>
<l>dell'algente aquilon né vestimento</l>
<l>indossar gli è mestieri né la fiamma</l>
<l>ricercar di Vulcano entro la selce</l>
<l>e de' lor rami dispogliar le piante.</l>
<l>A lui spontanee l'erbe e senza l'uopo</l>
<l>di chimico tormento la segreta</l>
<l>lor medica virtù fan manifesta.</l>
<l>A lui la pioggia il vento e la procella</l>
<l>del lor muto appressar mandano il segno,</l>
<l>perché cauto ne scampi o se n'allegri;</l>
<l>e a lui la terra (meraviglia a dirsi!)</l>
<l>i suoi profondi scuotimenti avvisa,</l>
<l>quando a darle travaglio alza il tridente</l>
<l>l'irato Enosigéo. Fuggendo allora</l>
<l>atterrito per tutta la campagna,</l>
<l>con fioche voci e con lunghi lamenti</l>
<l>all'ignaro mortal predice e grida</l>
<l>il vicin crollo della madre antica,</l>
<l>ed accorto fa lui del suo periglio,</l>
<l>dell'uom non meno che di sé pietoso.</l></lg>
<lg><l>Né la virtù soltanto a lui si svela</l>
<l>or innocente or ria che nelle fibre</l>
<l>de' vegetanti imprigionò natura;</l>
<l>né sol degli elementi ei sente e dice</l>
<l>i vicini tumulti (ahi nostro danno,</l>
<l>che il sapiente favellar del bruto</l>
<l>capir non puote in intelletto umano!):</l>
<l>ma fra l'immenso popolo diverso</l>
<l>de' suoi simìli chi nel cuor gli desta</l>
<l>dell'amico ad un tratto e del nemico</l>
<l>la conoscenza? E quale iddio lo sforza</l>
<l>a tremar di paura innanzi a questo,</l>
<l>e innanzi a quello saltellar di gioia?</l>
<l>Chi tal gli diede e tanto e sì sublime</l>
<l>accorgimento, e ne lasciò l'uom privo?</l>
<l>Fu la tua cieca largitate, o caro</l>
<l>malaccorto fratello. Ahi che alla mano</l>
<l>che lo profuse più non torna il dono!</l>
<l>E taccio che partecipe del lampo</l>
<l>della diva ragion lo festi ancora;</l>
<l>la qual se pigra e languida e confusa</l>
<l>nell'animante scintillar si vede,</l>
<l>colpa è sol forse di sue membra a cui</l>
<l>non fu del tatto liberal natura,</l>
<l>né della lingua all'imperfetto guizzo</l>
<l>permise la volubile parola.</l></lg>
<lg><l>Nudo intanto ed inerme e degl'insetti</l>
<l>al pungolo protervo abbandonato,</l>
<l>l'uom, de' venti trastullo e delle piogge,</l>
<l>or tremante di gelo or da' cocenti</l>
<l>raggi del sole abbrustolato e bruno,</l>
<l>ovunque fermi ovunque volga il piede,</l>
<l>sia laddove d'Ammon ferve l'arena</l>
<l>sia dove ha cuna e dove ha tomba il sole,</l>
<l>dappertutto di vesti è l'infelice</l>
<l>il molle corpo a ricoprir dannato;</l>
<l>furando adesso la sua spoglia al solo</l>
<l>quadrupedante, per furarla un giorno</l>
<l>al vermicciuol pur anco ed alla pianta.</l>
<l>Se talor tanto la gentil sua cute</l>
<l>tollerando s'indura che gli eterni</l>
<l>ghiacci pur giunga a sostener d'Arturo,</l>
<l>e invan la pioggia lo flagelli invano</l>
<l>d'Orizia il punga l'ispido marito;</l>
<l>quanto affanno gli val quanto conflitto</l>
<l>quel penoso trionfo? e quanta insieme</l>
<l>natìa beltate al suo sembiante è tolta?</l>
<l>Squallido, bieco, rabbuffato ed irto,</l>
<l>di fiera il volto ei tien, di fiera il pelo;</l>
<l>e l'uom nell'uomo tu ricerchi indarno.</l></lg>
<lg><l>Né de' mali suoi tanti è qui la trista</l>
<l>serie conclusa. Primamente l'aria</l>
<l>co' vagiti a ferir l'invia natura</l>
<l>di tuttequante idee povero e nudo.</l>
<l>Misero! il solo de' viventi, il solo</l>
<l>cui d'aita sprovvisto in sul medesmo</l>
<l>limitar della vita aspra madrigna</l>
<l>la gran madre abbandona e della Parca</l>
<l>al severo governo lo rassegna.</l>
<l>Egro piangente derelitto ei dunque</l>
<l>né l'alimento suo né la materna</l>
<l>poppa conosce, a suggere la morte</l>
<l>pronto al par che la vita. Se vien manco</l>
<l>l'opra un istante della pia nutrice,</l>
<l>qual nauseoso miserando obbietto!</l>
<l>Uopo è dal corpo tenerello e nudo</l>
<l>degli elementi allontanar l'insulto,</l>
<l>uopo è il passo insegnargli e la favella.</l>
<l>Né migliora, crescendo, il suo destino.</l>
<l>Se vuol la piena traversar d'un fiume,</l>
<l>pria del nuoto imparar l'arte è costretto.</l>
<l>Se del ventre i latrati acquetar brama,</l>
<l>la dolce stilla del materno seno</l>
<l>mutar gli è forza nel caonio frutto,</l>
<l>e coll'aspro cinghial nella foresta</l>
<l>miseramente disputarsi il vitto.</l></lg>
<lg><l>Verrà poi tempo, è ver (ché l'alma Temi</l>
<l>delle sorti potente e del futuro</l>
<l>a me nell'antro del Parnaso il disse,</l>
<l>e molte rivelò meravigliose</l>
<l>dell'oscuro avvenir tarde vicende),</l>
<l>tempo verrà che Cerere divina,</l>
<l>delle provvide leggi ispiratrice,</l>
<l>dal ciel recando una gentil sua pianta,</l>
<l>cortese ne farà dono alla terra;</l>
<l>e dagli alati suoi serpenti addotto</l>
<l>Trittolemo inviando, un cotal figlio</l>
<l>di Metanira, a propagarne il seme</l>
<l>e l'uso ad insegnar del curvo aratro,</l>
<l>farà col senno e l'arte e la pietade</l>
<l>all'uom corretto abbandonar le querce</l>
<l>ed abborrir dell'irte fiere il cibo.</l>
<l>Ma parergli ben caro un sì bel dono</l>
<l>gli farà di Giunon l'aspro marito:</l>
<l>perocché dio severo, i petti umani</l>
<l>sollecitando con pungenti cure,</l>
<l>comanderà di tutte l'erbe inique</l>
<l>l'empio parto alla terra, onde penoso</l>
<l>del frutto cereal venga l'acquisto.</l>
<l>Di triboli e di felce orridi i campi</l>
<l>si vedran largamente. Aspra boscaglia,</l>
<l>l'ispido cardo e la sdegnosa ortica</l>
<l>abbonderà per tutto; e dei sudati</l>
<l>nitidi cólti si faran tiranni</l>
<l>l'ostinata gramigna il maledetto</l>
<l>loglio e le vote detestate avene;</l>
<l>le quai proterve alla divina pianta</l>
<l>il delicato corpo soffocando</l>
<l>e involando l'umor del pio terreno,</l>
<l>ingiusta le daran morte crudele.</l>
<l>Né fian già questi gli avversari soli.</l>
<l>Che palpitar di tema e di sospetto</l>
<l>il faticoso agricoltor faranno.</l>
<l>Allorché volte al rapitor cornuto</l>
<l>dell'agenorea figlia il sol le terga</l>
<l>de' fratelli Ledéi la spera infiamma,</l>
<l>e susurrando la matura spiga</l>
<l>le bionde chiome inchina e chiamar sembra</l>
<l>l'operoso villano a corne il frutto,</l>
<l>ecco nuovi terrori all'infelice,</l>
<l>ecco nuovi perigli e nuovi affanni.</l>
<l>La saltante gragnuola il caldo vento</l>
<l>i torrenti le selve e le voraci</l>
<l>torme pennute gli saran sovente</l>
<l>di lagrime cagione e di sospiri.</l></lg>
<lg><l>So ben che, quando di Dodona il vitto</l>
<l>in altro vitto cangeran le genti,</l>
<l>nuove sembianze ancora e nuovo rito</l>
<l>prenderà l'universo. All'auree stelle</l>
<l>darà figura allor sentiero e nome</l>
<l>l'audace navigante. Allor recise</l>
<l>dai patrii gioghi scenderan le querce,</l>
<l>che su i flutti volando andran superbe</l>
<l>co' venti a rinnovar la lite antica</l>
<l>e in remote a portar barbare terre</l>
<l>merci a vicenda e, più d'assai che merci,</l>
<l>costumanze e follie, morbi ed errori.</l>
<l>In uso volgerà dell'uomo allora</l>
<l>i suoi fuochi Vulcan, de' quai nascose</l>
<l>l'invido Giove nella fredda selce</l>
<l>gli elementi immortali. Le sue care</l>
<l>forme divine scoprirà natura;</l>
<l>germoglieran gli affetti e tutte insomma</l>
<l>si schiuderanno del desir le fonti,</l>
<l>che dovran l'uman cuore impetuose</l>
<l>irrigar sempre e non sbramarlo mai.</l>
<l>Generato il desir, tosto pur fia</l>
<l>generato il bisogno. E questo sozzo</l>
<l>mostro ingegnoso, col dolore al fianco</l>
<l>che acuto il punge, e col piacer da fronte</l>
<l>che dolce il chiama e l'aspra via gl'infiora,</l>
<l>s'ammoglierà non pigro alla malvagia,</l>
<l>che tutto vince, indomita fatica;</l>
<l>e con vile connubio alle pudiche</l>
<l>arti darà la prima vita, all'arti</l>
<l>di turpe genitor figlie vezzose.</l></lg>
<lg><l>Dall'antico suo stato a mano a mano</l>
<l>dunque l'uom tolto, ed innocente in prima</l>
<l>nelle selve gli augei nell'onde i pesci</l>
<l>insidiando; e poi fidando avaro</l>
<l>il frumento alla terra, al mar la vita;</l>
<l>reggitor della sua, poscia di molte</l>
<l>congregate famiglie; indi le mura</l>
<l>e le leggi ponendo in sua difesa;</l>
<l>indi in sen di natura in sen di Giove</l>
<l>spingendo il guardo, e all'un strappando e all'altra</l>
<l>l'oscuro vel che li tenea nascosi;</l>
<l>alfin dal seggio, in che gli avea locati</l>
<l>il suo primo timor, cacciando i numi,</l>
<l>e sé stesso mettendo in quella vece</l>
<l>dalla forza protetto e dal terrore;</l>
<l>l'uom, dico, a tanta di pensieri altezza</l>
<l>e delle cose alla cagion salito,</l>
<l>sé stesso, ahi folle! estimerà felice:</l>
<l>e misero più fia, quanto più lunge</l>
<l>l'arte vedrassi allontanar natura.</l></lg>
<lg><l>Sorgeran le città, si cangeranno</l>
<l>in superbi palagi le divelte</l>
<l>rupi, e morbide coltri e aurate travi</l>
<l>difenderanno de' mortali il sonno.</l>
<l>Più lauto il cibo più gentil la veste</l>
<l>troveranno le membra, e su le labbra</l>
<l>verrà d'amico più frequente il nome,</l>
<l>e più stretti gli amplessi e più soavi</l>
<l>faransi i modi e più cortesi i detti:</l>
<l>ma più bugiardo batterà nel petto</l>
<l>il cor pur anco, e latreran più vivi</l>
<l>i suoi rimorsi; più fugaci i sonni,</l>
<l>più fugace la vita; e con avaro</l>
<l>confin divisi si vedranno i campi,</l>
<l>e risonar la barbara parola</l>
<l>s'udrà del tuo del mio. Sovra le mense</l>
<l>manderan l'erbe i lor veleni, e colme</l>
<l>delle madrigne ne saran le tazze</l>
<l>e le tazze de' regi. Infame ordigno</l>
<l>diverranno di morte il bronzo e il ferro;</l>
<l>e, più del ferro e più del bronzo infame,</l>
<l>l'oro esecrato a tutte colpe il varco</l>
<l>spalancherà, poiché divelto un giorno</l>
<l>un rio demon l'avrà dal violato</l>
<l>sen della terra, che il chiudea gelosa,</l>
<l>del suo parto fatal forse pentita.</l>
<l>Di Temide per lui calcata e franta</l>
<l>si vedrà la bilancia, ed il delitto</l>
<l>lieto esultar dell'innocenza oppressa:</l>
<l>per lui mendica la virtù, per lui</l>
<l>ricco–vestita l'ignoranza, mute</l>
<l>d'onor le leggi, e con nefandi incensi</l>
<l>adorata la colpa e il ciel tradito.</l></lg>
<lg><l>Luogo sarà nelle cittadi impuro,</l>
<l>d'ogni vizio sentina, a cui di corte</l>
<l>daran nome i mortai, d'abisso i numi.</l>
<l>Quell'avversaria d'ogni patto, e d'ogni</l>
<l>scelleranza maestra e consigliera,</l>
<l>Ambizion vi sederà reina:</l>
<l>né in veruna così, siccome io veggo</l>
<l>nella man di costei, fabbro di mali</l>
<l>sarà l'empio metallo, onde la cruda</l>
<l>non pur la terra comprerà ma il cielo.</l>
<l>Quindi (iniquo mercato!) alla superba</l>
<l>l'amico un giorno venderà l'amico,</l>
<l>la consorte il marito, e la sua patria</l>
<l>sacrilego ed infame il cittadino;</l>
<l>a lei spergiuro le battaglie e il sangue</l>
<l>de' suoi prodi guerrieri il capitano;</l>
<l>a lei le ròcche il traditor custode,</l>
<l>e la voce de' numi il sacerdote.</l>
<l>E per lei nelle fervide fucine</l>
<l>suda Vulcano, in omicidi arnesi</l>
<l>le pacifiche falci figurando</l>
<l>e i vomeri innocenti: e Marte intanto</l>
<l>lo scudo imbraccia e la grave asta impugna,</l>
<l>e l'ugna de' cavalli procellosi</l>
<l>sanguinando per tutta la campagna,</l>
<l>di pianti allaga e di delitti il mondo.</l></lg>
<lg><l>Oh Marte! oh guerra! orribil mostro, nato</l>
<l>(chi 'l crederia?) nel cielo; ove d'olimpo</l>
<l>i cardini scuotesti, e colla tua</l>
<l>sanguigna face violasti il puro</l>
<l>delle vergini stelle almo candore,</l>
<l>e le prime saette in man ponesti</l>
<l>contro Saturno di Saturno al figlio;</l>
<l>oh guerra! oh delle Furie la più ria,</l>
<l>la più ria delle Furie e la più antica!</l>
<l>Al tremendo tuo nome il ciel si turba</l>
<l>per la memoria della prisca offesa,</l>
<l>e sbigottita palpita natura.</l>
<l>D'amor di caritate i santi nodi</l>
<l>tu rompesti primiera, e contro i padri</l>
<l>i figli armasti ambiziosi e crudi,</l>
<l>e i fratelli azzuffasti co' fratelli.</l>
<l>Le sitibonde glebe e ber sol use</l>
<l>le lagrime dell'alba tu con altre</l>
<l>stille disseti, e con allegro piede</l>
<l>squarciate membra calpestando e bocche</l>
<l>spiranti e petti palpitanti ancora</l>
<l>in tiepida di sangue atra laguna,</l>
<l>con fiera gioia a quell'orror sorridi,</l>
<l>crudele!, e l'inno di vittoria intuoni;</l>
<l>mentre sulla tua gota a calde gocce</l>
<l>gronda sangue l'allòr che ti corona.</l>
<l>Ahi! che tu sulle stesse are de' numi</l>
<l>sovente arruoti i tuoi pugnali, ed osi</l>
<l>santificar le colpe e temeraria</l>
<l>la vendetta arrogarti anco del cielo,</l>
<l>del ciel che tutta a sé serbolla ed alto</l>
<l>all'uom gridò - Mortal, perdona ed ama. -</l>
<l>E l'uom, sordo a quel grido e dai sonori</l>
<l>serpi d'Aletto flagellato e spinto,</l>
<l>l'un si squarcia coll'altro, e la più bella</l>
<l>a struggere dell'opre s'affatica</l>
<l>in che tanto pensier pose natura.</l>
<l>Sangue corrono i campi, e sangue i fiumi;</l>
<l>sangue si vende, oh dio!, sangue si compra,</l>
<l>e tradimento e forza a piè del trono</l>
<l>fan l'orrendo contratto. Occulta intanto</l>
<l>e d'atro velo ricoperta il viso,</l>
<l>la celeste pietà di porta in porta</l>
<l>va, delle spose scapigliate e degli</l>
<l>orfani figli e de' padri cadenti</l>
<l>asciugando le lagrime furtive;</l>
<l>furtive, e agli occhi e al mesto cor sol note,</l>
<l>poiché aperto dolor già fatto è colpa.</l>
<l>Deh, santissima dea! se chiusi in terra</l>
<l>sono i cuor de' tiranni alle tue voci,</l>
<l>se dei traditi vacillanti troni</l>
<l>ferma è pur la ragion, che d'altre piaghe</l>
<l>solcar si debba dell'Europa il petto,</l>
<l>perché tutto nell'angliche catene</l>
<l>gema Nettuno e fornicar si vegga</l>
<l>con peggior drudi l'agenorea figlia,</l>
<l>deh! tu squarcia le nuvole, e passaggio</l>
<l>dell'oppresso universo apri alle grida.</l>
<l>L'ale impenna ai sospiri, e nell'orecchio</l>
<l>del maggior nume come tuon li spingi.</l>
<l>Destalo: ed egli le saette impugni</l>
<l>già troppo neghittose, e sul tonante</l>
<l>carro immortal di sua giustizia assiso,</l>
<l>della terra, che tutta peccatrice</l>
<l>furiando delira e si distrugge,</l>
<l>la gran contesa a giudicar discenda. -</l></lg>
<lg><l>Così parlava il ben veggente e giusto</l>
<l>delle caucasee rupi abitatore;</l>
<l>e, tutto foco i rai, foco le gote,</l>
<l>del remoto futuro entro gli abissi</l>
<l>spingea le luci, che l'antica Temi</l>
<l>lunga stagion gli avea nella divina</l>
<l>grand'arte de' profeti esercitate.</l>
<l>E in quel sacro furor l'alma rapito</l>
<l>che i secoli sormonta e tutto al guardo</l>
<l>il turbine veloce e la ruina</l>
<l>dell'umane vicende sottomette,</l>
<l>mentre signor del fato e del suo libro</l>
<l>col più tardo avvenir parla il pensiero,</l>
<l>vedea quel saggio fra tempeste e nembi</l>
<l>sopra libere penne al ciel levarsi</l>
<l>della terra i sospiri, e seguitarli</l>
<l>con obliqui occhi e con incerto passo</l>
<l>(quali il greco cantor poscia le vide)</l>
<l>le dolorose ed umili Preghiere,</l>
<l>di lagrime per via bagnando il viso</l>
<l>e tutto alla pietà movendo il cielo.</l>
<l>Abbracciar le ginocchia le vedea</l>
<l>d'un dio maggior di Giove, a cui salire</l>
<l>distinto non sapeva il suo concetto</l>
<l>né nomarlo il suo labbro; e questo dio</l>
<l>stender la destra alle dolenti dive,</l>
<l>ed inchinar sovr'esse i maestosi</l>
<l>suoi neri sopraccigli, onde le chiome</l>
<l>d'ambrosia rugiadose tremolando</l>
<l>sulla fronte immortal diero una scossa</l>
<l>che tutto fece traballar l'olimpo.</l>
<l>Poi dalla grande orribile farètra,</l>
<l>che Morte ed Ira sue ministre al piede</l>
<l>rinfrescando gli vanno e mai non votasi,</l>
<l>il fulmine prendea, con cui tremendo</l>
<l>ai mortali ragiona il suo disdegno.</l>
<l>E tosto innanzi un giovinetto eroe</l>
<l>gli comparìa, che il gesto e il portamento</l>
<l>avea di Marte, e Marte egli non era.</l>
<l>Tricolor cinto gli fasciava il fianco</l>
<l>superbamente, e tricolor cimiero</l>
<l>gli ondeggiava sul capo. La sua fronte,</l>
<l>di cortesia temprata e di fierezza,</l>
<l>profondi palesava alti pensieri;</l>
<l>alla fronte di Giove simigliante,</l>
<l>quando Pallade ancor non partorita</l>
<l>gli affaticava l'immortal cerébro.</l>
<l>L'ineffabile nume onnipossente</l>
<l>a lui quindi facea queste parole:</l></lg>
<lg><l>- Prendi, invitto guerrier, prendi securo</l>
<l>la folgore di Dio. Per me la vibra</l>
<l>su gli ostinati troni, omai di troppo</l>
<l>sangue vermigli; col mio strale in pugno,</l>
<l>a chieder pace a supplicar gli sforza;</l>
<l>e finisca per te del mondo il pianto. -</l>
<l>Così dicendo, il fulmine supremo</l>
<l>gli consegnò; né della man mutata</l>
<l>accorgersi parea l'arme divina,</l>
<l>ma più terribil anzi e più sdegnosa</l>
<l>guizzar nel pugno del novello erede.</l>
<l>Ed ei con braccio vigoroso e saldo</l>
<l>su i germanici campi la vibrava</l>
<l>fieramente. Al nitrito al calpestìo</l>
<l>de' gallici cavalli risonavano</l>
<l>le retiche montagne, e attrita e pesta</l>
<l>sotto l'ugne ferrate si scaldava</l>
<l>la vindelica neve. Non potea</l>
<l>stupefatto raggiungere il pensiero</l>
<l>di sue vittorie il volo, e non ardìa</l>
<l>darle tutte la Fama alla sua tromba,</l>
<l>paventando bugiarda esser tenuta.</l>
<l>Al fragor de' suoi tuoni, al truce lampo</l>
<l>de' tremendi suoi sguardi e di sua spada,</l>
<l>ivan l'onde dell'Istro impaurite,</l>
<l>e con volo di timida colomba</l>
<l>fuggia scema dell'ali e degli artigli</l>
<l>la bellicosa degli augei reina.</l>
<l>Tremava tutta e si battea la guancia,</l>
<l>del contumace suo furor pentita,</l>
<l>la superba Lamagna; e del suo sangue</l>
<l>tinto e satollo alfin sorgea l'olivo.</l>
<l>All'apparir che fea sulle gelate</l>
<l>noriche vette l'arbore divina</l>
<l>esultava la terra, e rispettosi</l>
<l>a baciarla venieno a carezzarla</l>
<l>con molli penne d'ogni parte i venti.</l>
<l>Sulle pannonie rupi alto sferzando</l>
<l>i destrier rugiadosi in sul mattino</l>
<l>la salutava il Sole, e con soave</l>
<l>riso di luce dal mortal suo sonno</l>
<l>tutto svegliava a nuova vita il mondo.</l>
<l>Riconducean secure al pasco antico</l>
<l>l'allegre pastorelle i cari armenti.</l>
<l>Affilava cantando il villan duro</l>
<l>il curvo dente di Saturno, e lieto</l>
<l>l'ore affrettava di troncar la spica;</l>
<l>ché d'oltraggio guerrier più non temea.</l>
<l>Qua stringesi una madre al seno il figlio</l>
<l>cui già spento piangea, né al ciel si sente</l>
<l>più lamentarse del fecondo grembo.</l>
<l>Là del salvo marito al collo gitta</l>
<l>una tenera sposa ambe le braccia,</l>
<l>e, sull'adusto affaticato petto</l>
<l>le ferite cercando, con pietosa</l>
<l>bocca le bacia, e colla man le tenta</l>
<l>ripugnante d'orror. Odesi altrove</l>
<l>risonar d'inni il tempio e, sciolte in fumo</l>
<l>van l'odorate lagrime sabée</l>
<l>lassù le nari a rallegrar de' numi.</l>
<l>E per le piazze intanto e per le vie</l>
<l>un trambusto di danze e di guerrieri</l>
<l>cantici e ludi; un esclamar per tutto,</l>
<l>un abbracciarsi, un fremere di gioia,</l>
<l>che di dolce follìa l'alme rapisce.</l>
<l>E in cotanta esultanza ecco novello</l>
<l>di letizia argomento; ecco Minerva</l>
<l>che la sazia di sangue pesante asta</l>
<l>depon placata, e ne' cecropii prati</l>
<l>le vergini cavalle a pascer manda</l>
<l>il trifoglio divin, mentre lo scudo</l>
<l>stan nel fiume a lavar d'Argo le figlie.</l>
<l>Ed essa la gran dea per l'ampie sale</l>
<l>de' peripati l'attiche lucerne</l>
<l>raccende, in nembo d'erudita polve</l>
<l>strascinando il regal paludamento.</l>
<l>Riviver liete d'ogni parte vedi</l>
<l>d'Academo le selve, e in gran frequenza</l>
<l>correr l'Arti a sudar nei sacri arringhi.</l>
<l>Quindi un picchio incessante un cigolìo</l>
<l>di scalpelli e di marmi, un mescolarsi</l>
<l>di colori e pennelli onde operose</l>
<l>prendon le tele sentimento e vita;</l>
<l>poi di cetre un fragor, che vario e dolce</l>
<l>scorre sull'alme e giù dal balzo arriva</l>
<l>del beato Elicona. Ivi seduto</l>
<l>fra le pudiche aganippee fanciulle</l>
<l>lo stesso di Latona inclito figlio</l>
<l>di quel famoso giovinetto i forti</l>
<l>fatti cantava e le fatiche e l'ira,</l>
<l>con questo carme innamorando il cielo.</l></lg>
<lg><l>- Chi è colui che rapido qual folgore</l>
<l>scende dal monte, e sguardi formidabili</l>
<l>vibra in sembianze giovanili e tenere?</l>
<l>Lo precorre Bellona; e sotto il fervido</l>
<l>calpestar dei fumanti atri cornipedi</l>
<l>tremano l'Alpi, e su le porte cozie</l>
<l>l'italo genio spaventato affacciasi,</l>
<l>memore ancor dell'ardimento punico.</l>
<l>Oh del primo maggior secondo Annibale,</l>
<l>pochi sono i tuoi forti, e non si coprono</l>
<l>di ferro il petto né l'aìta affidali</l>
<l>di numidi elefanti, ma del gallico</l>
<l>valor l'usbergo portano sull'anima,</l>
<l>e l'arte sanno di morire o vincere.</l>
<l>Oh val di Dego orrenda! oh gioghi indomiti</l>
<l>di Montenotte! oh re de' fiumi Erìdano!</l>
<l>E tu Mincio fatal, che di cadaveri</l>
<l>le tue lagune già vedesti crescere</l>
<l>e dal nido natìo smarrita e pallida</l>
<l>l'ombra involarsi del cantor di Mantova;</l>
<l>e voi dell'Adda iniqui ponti, e d'Arcoli</l>
<l>ostinate pianure; e voi di Rezia</l>
<l>fieri dirupi, e dell'estremo Norico</l>
<l>risonanti fucine ove fa gemere</l>
<l>Vulcano a Marte la tedesca incudine;</l>
<l>dove son, rispondete, i vostri eserciti?</l>
<l>Dove i duci i cavalli e i tuoni e i fulmini</l>
<l>de' vostri bronzi? e il fior più scelto e vivido</l>
<l>della bionda Lamagna? Ohimè! l'italico</l>
<l>campo del sangue di quei prodi impinguasi,</l>
<l>e vagar l'insepolte ombre si veggono</l>
<l>sdegnosamente e fremere sull'Adige</l>
<l>di germanica strage ingombro e turgido.</l>
<l>Salve, o madre d'eroi, salve, terribile</l>
<l>francese Libertà! salve, magnanimo</l>
<l>campion che chiudi in fior di membra altissimo</l>
<l>vigor di senno! A te dinanzi attonita</l>
<l>tace la terra: ma dolente mòstrati</l>
<l>le non ben rotte sue catene Ausonia,</l>
<l>e di spezzarle interamente prégati.</l>
<l>Deh l'ascolta per dio! deh forte avvolgile</l>
<l>la man nel crine venerando, e salvala;</l>
<l>ch'ella t'è madre, e le materne lagrime</l>
<l>al cor d'un figlio la pietà comandano.</l>
<l>Poi sull'olimpo che t'aspetta il nèttare</l>
<l>vien co' numi a libar fra Giove ed Ercole. -</l></lg>
<lg><l>Questi accenti sposava alla sua cetra</l>
<l>il signor delle Muse; e, mentre i boschi</l>
<l>di Pindo e Citeron molce il suo canto,</l>
<l>tacciono i sacri ruscelletti, e l'aure</l>
<l>non osano di far rissa e bisbiglio.</l>
<l>Stillavan tutti liquida fragranza</l>
<l>i suoi biondi capelli, e all'agitarsi</l>
<l>della testa immortal quante sul suolo</l>
<l>cadean le gocce del licor celeste</l>
<l>tante nascean viole ed asfodilli.</l>
<l>Poi, finito il cantar, dell'aurea fronte</l>
<l>toglieasi Febo il suo bel lauro istesso,</l>
<l>di poeti superbia e di guerrieri,</l>
<l>e dell'invitto lo ponea sul crine.</l>
<l>Allor dal volto dell'eroe partissi</l>
<l>tal di raggi e di lampi un largo nembo</l>
<l>che tutta di sua luce empiea la terra;</l>
<l>non da quella diversa che Minerva</l>
<l>sul capo accese del divino Achille</l>
<l>e tremenda a toccar gli astri giungea,</l>
<l>quando apparve de' Teucri all'improvviso</l>
<l>sul terribile fosso, e alla sua vista</l>
<l>si rovesciar cavalli e cavalieri</l>
<l>confusamente, e salva si sottrasse</l>
<l>dall'ettoreo furor la combattuta</l>
<l>esangue spoglia del diletto amico.</l>
<l>Tal era lo splendor che dalle care</l>
<l>fiere sembianze del guerriero uscìa.</l>
<l>Tergea l'Europa, in lui mirando, il pianto,</l>
<l>e, il suo possente salvator da lungi</l>
<l>colla manca accennando alle sorelle,</l>
<l>porgea lor colla destra il ramoscello</l>
<l>del sacro olivo, e promettea che presto</l>
<l>colla vindice man tolte le avrìa</l>
<l>dell'anglico ladrone alle catene.</l>
<l>Carco d'odii frattanto e di delitti,</l>
<l>con mozzi artigli e dischiomata giuba,</l>
<l>agonizzar dell'Adria si vedea</l>
<l>l'orgoglioso decrepito lione:</l>
<l>e all'avara del Tebro meretrice</l>
<l>dai scettrati suoi drudi abbandonata</l>
<l>cadean guaste dagli anni e vilipese</l>
<l>le tre corone al crin lascivo avvinte.</l></lg>
<lg><l>D'arcano velo circondati e chiusi</l>
<l>eran questi i portenti che per entro</l>
<l>la sacra notte del futur vedea</l>
<l>l'indovino Titano: e preso intanto</l>
<l>di stupor di rispetto e di paura</l>
<l>non alitava non battea palpèbra</l>
<l>a quell'alte parole Epimetéo.</l>
<l>E come, quando ne' Carpazii flutti</l>
<l>che avea turbati l'aquilon, se chiude</l>
<l>l'enfiata bocca l'iperboreo dio</l>
<l>e gli muor la procella in su le labbra,</l>
<l>a poco a poco quetasi pur anco</l>
<l>la discordia dell'onde, e al sol che torna</l>
<l>leggiadramente tremolar le vedi;</l>
<l>allor la rete il pescator ripiglia,</l>
<l>ed allegro il nocchier, lasciando il porto</l>
<l>e spiegando la vela, al mar di nuovo</l>
<l>le sue speranze crede e la sua vita:</l>
<l>non altrimenti di Giapeto al figlio,</l>
<l>poiché lo spirto racquetossi e il petto</l>
<l>dal profetico ardor sconvolto e scosso,</l>
<l>il primo volto venne il color primo.</l>
<l>E calmato e sereno - Or via, fratello,</l>
<l>datti pace, soggiunse: al tuo fallire</l>
<l>non disperar salute: io te n'affido,</l>
<l>sorgerà l'uomo dal suo basso stato,</l>
<l>e tanto al ciel si leverà sublime</l>
<l>che d'invidia n'andran pur tocchi i numi. -</l></lg>
<lg><l>Disse: e, nel cor magnanimo premendo</l>
<l>il suo disegno, e dal disìo soltanto</l>
<l>di liberar le sue promesse acceso,</l>
<l>verso la sacra argolica contrada</l>
<l>per molta terra e molto mar divisa,</l>
<l>come del fato lo spingea la forza,</l>
<l>senza più dubitar prese la via.</l>
<l>E doloroso di lasciar l'antico</l>
<l>dolce ricetto - Addio, sclamava, addio,</l>
<l>care selve beate, che ramingo</l>
<l>nel vostro sen mi riceveste il giorno</l>
<l>che mal del cielo disputò l'impero</l>
<l>il misero mio padre, e voi pietose</l>
<l>agli strali di Giove in quel periglio</l>
<l>mi nascondeste, né veruno il seppe</l>
<l>de' mortali gran tempo e de' celesti.</l>
<l>Salve, rupe sublime, ov'io solea</l>
<l>nei sacri della notte alti silenzi</l>
<l>interrogar le stelle e in quei lucenti</l>
<l>volti del fato esaminar le vie;</l>
<l>mentre queti d'intorno e rispettosi</l>
<l>tacean sul monte e nella selva i venti,</l>
<l>e sol nell'ombra mormorar da lunge</l>
<l>quinci il Caspio s'udìa quindi l'Eusino.</l>
<l>Addio, sonante Arrago; addio, veloce</l>
<l>onda del Gerro, alle cui fonti assiso</l>
<l>io salutava in oriente il sole,</l>
<l>e contemplar godea come all'aspetto</l>
<l>dell'immortal sua lampa genitrice</l>
<l>rivestivansi allegre e rugiadose</l>
<l>del deposto color l'erbette e i fiori</l>
<l>e tutta dal suo sonno uscìa la terra.</l>
<l>Voi dunque di mie veglie e di mie pene</l>
<l>confidenti pietosi, o boschi, o fiumi,</l>
<l>o spelonche, o dirupi, ricevete</l>
<l>del fido vostro solitario amico</l>
<l>i dolenti congedi. Io v'abbandono:</l>
<l>ma il cor che spesso l'avvenir segreto</l>
<l>co' suoi palpiti avvisa, il cor mi viene</l>
<l>significando occultamente in petto</l>
<l>che tornerò pur anco al vostro seno,</l>
<l>ed illustre darò perpetua fama</l>
<l>con più grandi sventure a queste rupi.</l></lg></div1></body></text></TEI.2>
