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      <title>Tre relazioni anonime dalla Francia</title>
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      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
      <pubPlace>Roma</pubPlace>
      <date>2005</date>
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        <title>Relazioni di ambasciatori veneti al Senato : tratte dalle migliori edizioni disponibili e ordinate cronologicamente</title>
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        <author>Firpo, Luigi</author>
        <publisher>Bottega d'Erasmo</publisher>
        <pubPlace>Torino</pubPlace>
        <date>1965</date>
        <note>Il volume settimo va dal 1659 al 1792.</note>
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                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
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                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
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<div1 n="Tre relazioni anonime dalla Francia">
<div2><head>1</head>
<opener><salute><hi rend="italic">Serenissimo Principe</hi>, 
 </salute></opener>
<p>Pervenuto già al compimento della mia commissione, io, dietro 
agli antichi istituti, dovrei in brevi tratti delineata presentare a Vostra 
Serenità ed a Vostre Eccellenze l'attuale situazione dello stato da cui 
ritorno, marcando di esso l'interna forza e le esterne relazioni, onde 
servire di base ai calcoli, e di lume ai consigli dell'eccellentissimo Senato 
nelle politiche sue discussioni. Questo piano di cose mi è reso in ora 
d'impossibile esecuzione, non meno dalla circostanza di lunga assenza 
mia, che dai cangiamenti di una rapida rivoluzione che non lascia in 
Francia nemmeno per giorni punto fisso o d'interna coesione, o di 
esterni appoggi. Volendo per altro continuare fino all'ultimo il tributo 
del costante mio zelo per il pubblico servizio, ho creduto poter non demeritarmi il compatimento dell'eccellentissimo Senato, se alla consueta relazione sostituissi l'esposizione d'alcune generiche idee sopra la rivoluzione presente di Francia, quale dalle nozioni sul luogo con qualche diligenza raccolte, e dalle riflessioni fatte mi è sembrato risultare. Per dare 
qualche ordine ad una vasta e disgregata materia, la dividerò in tre parti, 
ed in un primo rispettoso numero parlerò delle cagioni che han preparato e delle occasioni che han fatto nascere la rivoluzione; in un secondo numero passerò a ragionare sulle ragioni, per la quali la rivoluzione è andata sempre crescendo sino ad arrivare al punto, a cui ora 
la vediamo. Mi riserverò in un terzo a far cenno delle conseguenze con 
cui la rivoluzione ha influito e può seguir ad influire, con più o meno 
rimoti rapporti sopra tutta l'Europa, delle quali dovere è, che ogni 
ben regolato Governo sia conoscitore e guardingo. 
</p>
<p>La Monarchia francese nei suoi principii fu limitata. Da tutti li scrittori è concordemente riconosciuto che sotto i Re Merovei, la Monarchia 
non era che una democrazia reale. Presso il popolo annualmente raccolto 
nei campi di marzo o di maggio così denominati per la stagione, sussisteva la facoltà di far leggi e lo uso di offerire ciascuno qualche libero 
donativo al Re; presso il Re era la intera autorità di farle eseguire, e 
la piena disposizion delle terre concesse dalla nazione nella prima conquista delle Gallie ad uso della Corona. 
</p>
<p>Nella dinastia dei Carlovingi, la facoltà legislativa passò dai campi 
di maggio ai placiti o malli. I placiti o malli erano assemblee della nazione convocate e presedute dai Re, le quali esercitavano in tutta pienezza l'autorità di far leggi non meno che di giudicare le cause maggiori. 
Queste assemblee erano per la più parte composte di grandi prelati ed 
ufficiali della Corona, principali baroni del Regno ed alquanti rappresentanti del popolo. Questo cambiamento di composizione nelle grandi 
assemblee della nazione, ha indotto alcuni autori francesi a denominar 
questa seconda forma di governo, Aristocrazia Reale. Entrata al Regno 
la famiglia dei Capeti sotto il terrore delle invasioni normanne, e nella 
dissoluzione dell'Impero in parti feudali, fu per più secoli silenzio e di 
leggi e di capitolari. Ogni feudo si resse coi propri usi, ogni feudatario 
fu legislatore e giudice nel suo distretto; al Re non rimase che l'autorità 
di fare gli ordini per le terre immediatamente soggette a lui, di esigere 
i servizi militari dai vassalli della Corona e di comandarne le armate. 
</p>
<p>Le crociate e le guerre contro gli Inglesi seguiron poi e, nel tempo 
stesso che accrebbero l'anarchia, distrussero ed impoverirono i feudatari, ed incorporarono molti gran feudi alla Corona; cosicché cacciati 
finalmente di Francia gli Inglesi, Carlo VII e Luigi XI, cresciuti di autorità e di forze, furono in grado di poter a poco a poco riunire al poter 
regio la piena facoltà legislativa ed il diritto d'imposta. 
</p>
<p>Siccome però questa illimitata podestà erasi introdotta per fatto e 
non mai sancita per legge, così l'esercizio ne fu sempre ammollito con 
delle formalità temperanti e quasi persuasive. 
</p>
<p>L'approvazione degli Stati generali, quando erano convocati, era 
riguardata come un libero consenso della nazione alle imposte. In loro 
mancanza il registro dei Parlamenti portava la sembianza d'un riconoscimento della loro necessità. Il registro delle leggi che nei Parlamenti 
facevasi prima di pubblicarle, induceva nella nazione una persuasione 
della loro opportunità e giustizia, dacché erano esse passate sotto l'esame 
d'una numerosa magistratura composta d'uomini principali tra la nazione o dotti. La ferma resistenza tal volta da quei Parlamenti opposta 
ai voleri del Re aveva accresciuta ad essi l'autorità e la confidenza 
della nazione, e così questo corpo di sua istituzione giudiciario, dipendente, amovibile, aveva insensibilmente nella opinione acquistato la 
consistenza di un corpo politico intermediario tra l'assoluta podestà 
del trono e la libertà del popolo. 
</p>
<p>Lo spirito d'ambizione più lento ad invadere li corpi che gl'individui, 
ma più fermo a tenergli quando li ha invasi, portò nel Parlamento di 
Parigi unito colla Camera dei Pari, la vista e la speranza di divenire 
esso pure per uso o per legge, quale già l'opinione e forse il desiderio 
di molti lo accreditava. Li nomi influiscono spesso nelle cose, e le vicinanze dei luoghi avvicinano anche le idee. Il Parlamento inglese è un 
corpo politico, e sotto la schiatta dei Carlovingi li placiti, che certamente 
erano corpi legislativi, si chiamarono anche Parlamenti. 
</p>
<p>Il Consiglio del Re, depositario della pienezza della sua autorità 
legislativa e giudiciaria, vide e vegliò d'appresso queste mire, e già 
il contrasto di queste due autorità era in contatto, e non miravano che 
ad una reciproca distruzione. Luigi XV, dopo cinquant'anni di regno 
e d'esperienza, convinto di non poter trasmettere alle mani del giovane 
suo successore fermo lo scettro de' suoi maggiori, senza la distruzione 
di questa crescente potenza rivale, devenne a sopprimerli, finché era 
a tempo. Il giovine Monarca, montato appena al trono, pesando più 
li desideri del suo popolo che la propria sicurezza, li ristabilì. Non la 
gratitudine del beneficio, ma la vendetta dell'ingiuria ed il pericolo li 
animò, attribuendo il loro risorgimento, non a bontà, ma a debolezza; 
le opposizioni moltiplicarono; si computò la forza dell'opinione, e questa 
opinione si promosse di ogni modo con la diffusione de' libri e de' principi favorenti li vecchi diritti e le libertà nazionali, e quando l'occasione parve matura, attesi li bisogni della Corte e l'effervescenza già 
introdotta nelle menti, s'invocarono li Stati generali, sperando da essi 
consolidazione del proprio e temperamento del potere reale. Questa io 
computo la cagione prima della rivoluzione, alla quale una seconda si 
congiunse e si appoggiò, che è volgarmente conosciuta sotto nome di 
nuova filosofia. 
</p>
<p>Le opinioni in materie tanto politiche che religiose ultimamente 
sostenute e diffuse dalli scrittori francesi di maggior nome, come da' più 
graziosi talenti, erano tutte dirette a promuovere un illimitato spirito 
di libertà. Ogni genere d'oppressione o d'inceppamento tanto religioso 
quanto civile fu l'oggetto de' loro raziocinî e più sovente de' loro sarcasmi; non è dubbio che in Francia l'altare ed il trono per combinazione delli avvenimenti e dei tempi si erano collocati tanto vicini che 
l'uno appoggiava l'altro; non tutti li cortigiani e ministri conobbero 
questa struttura, ed alcuni di essi non furono discontenti di vedere 
abbassare di alcuni gradi l'altare, non intendendo che questo indeboliva il vicino edificio. 
</p>
<p>Li Parlamenti videro bene li colpi battere contro ambedue, ma pensarono che le stesse pietre di colà tolte servirebbero alla più solida loro 
costruzione. La propagazione delle filosofiche idee fu per intervalli debolmente contrastata; ma in pieno promossa, ben conoscendo che 
tante idee e sensi di libertà non potevano in un popolo generoso lungamente consistere con fatti di servitù. Una unione intanto si formò di 
scienziati ed acuti uomini, alla quale fu il nome attribuito di setta 
delli economisti. Questi ad oggetto di nazionale vantaggio portando 
lo spirito e le forme d'analisi sulla pubblica economia, chiamarono necessariamente da tutte le sue parti ad esame la pubblica amministrazione. Si dimostrarono, o almeno si disputarono gli erronei principî e 
fallaci calcoli d'onde nascevano la malversazione della pubblica ricchezza, l'oppressione dei popoli, l'ingrasso dei finanzieri, la corruzione 
delli amministratori. Tutto ciò fu consegnato alle stampe, e da queste 
trasmesso ai discorsi d'ogni classe di persone; la promozione al ministero delle Finanze del signor Turgot, uno dei più accreditati fra quelli 
scrittori, accrebbe peso e voga alle opinioni e la sua pronta dimissione 
dal posto accrebbe vieppiù la dolorosa sensazione degli abusi, ed inasprì 
l'odio contro li abusatori. Erano per tanto le menti fino nelle classi 
più basse già disposte a voler libertà e correzione d'abusi; prossima causa 
ad una rivoluzione. 
</p>
<p>Una terza causa si debbe ripetere dalla sorda guerra di odi e 
d'invidie che mutuamente l'un contro l'altro accendeva le due principali 
classi dello Stato. 
</p>
<p>Il sistema di Colbert promotore delle manifatture, del commercio 
aveva creato una nuova classe d'uomini ignota prima alla monarchia 
francese. 
</p>
<p>Nel sistema agricoltore d'innanzi tra il gentiluomo francese ed il 
suo fermiere, o non vi era classe intermedia, o questa era presso che 
politicamente nulla, stante la mancanza del commercio e la povertà 
delle arti. Il commercio divenne (poi) ricco, la finanza moltiplicò e si 
accrebbe. La Corte aumentò in proporzione le sue spese ed i suoi bisogni, e trovò da questa classe le sue risorse d'onde venne che si fondò 
quasi in sistema dopo Luigi XIV la pratica di ripartire gli onori alla 
nobiltà, ed i mezzi di ricchezza a questi popolani. L'antico feudatario 
francese, potente e solo ricco era forse aborrito, ma sempre temuto; 
il nuovo gentiluomo, spogliato dalla Corte di quell'antico potere, e 
solo gonfio d'onori, era secretamente dal ricco popolano sprezzato ed 
invidiato. Una esterna vernice di polito costume copriva all'occhio 
meno indagatore questa interna scissione, ma la ricchezza non attendeva che con impazienza il momento o di abbattere, o di parteggiare 
la vanità; al che non potendo per la generalità pervenirsi che mediante 
un sovvertimento delli antichi ordini dello Stato, formava una terza 
causa di rivoluzione. 
</p>
<p>Intanto che le classi superiori e più potenti erano così secretamente 
attizzate a discordia fra loro, o dallo spirito di dominazione, o dalla 
emulazione ed invidia, il resto popoloso della nazione era generalmente 
pervaso da un senso di scontentezza, che lo rendeva irrequieto, e pronto 
ad ogni movimento di turbolenza. Questa scontentezza originava in 
lui da quelle due cagioni, che solo rendono scontenti i popoli, e sono: 
la difettosa amministrazione di giustizia ed il gravame d'imposte. 
I piccoli giudici, o tribunali subalterni nelle provincie, erano o rei, o 
creduti rei di venalità, e le gran Corti, o sieno Parlamenti, venivano 
dalla opinione tacciati di parzialità. Il parentado, il favore, la grazia 
credevansi valere presso loro più che la ragione; ed i beni confinanti 
ad un possessore parlamentario erano o fuggiti o a minor prezzo comperati. I pubblici danari che riscuotevansi dal Re non eccedevano certo 
la forza della nazione, ma l'ineguaglianza nel ripartirli, il modo del 
riscuoterli, la violenza nell'esigerli, l'applicazione inumana fatta sulla 
impotenza delle leggi penali solo intese contro la contumacia, sovra 
tutto la ricchezza ed il fasto insultante di quelli che fabbricavano giornaliere fortune sopra questa esundanza del danaro pubblico sì duramente raccolto, rendevano del tutto insoffribile questa parte di amministrazione e sopra tutto odiosa questa classe d'amministratori. I libri 
e i discorsi delli economisti avevano svelato ed inasprito le piaghe 
senza rimediarle. Il senso era acerbo, l'impazienza matura. La forza 
per reprimere li scontentamenti, altre volte riposta nell'armata, non era 
più quella. Li continui cambiamenti di disciplina sotto il ministero del 
conte di S. Germain, avevan reso inquieto il soldato e l'istesse novità 
lo avean fatto ragionatore. I favori della Corte giornalmente compartiti a pochi uomini di famiglie quasi nuove con dolore si sentivano 
dall'antica ed angustiata nobiltà delle provincie, alla quale il più degli 
ufficiali dell'armata appartenevano. I primari gradi militari distribuiti a 
giovini cortigiani altamente esacerbavano gli animi de' vecchi guerrieri 
che si vedevano con ciò tolti i premi delle fatiche e gli onori dei comandi. 
</p>
<p>Il nome di abuso giustificava anche presso l'onore il desiderio di 
cambiamento e l'armata non meno che il popolo, ciascuno per sue ragioni era pronto a secondarlo. 
</p>
<p>Predisposti così gli animi non meno che le menti di tutta la nazione 
ad un'alterazione di governo, non mancava che un'occasione allo scoppio, e questa si presentò con tale progressione. 
</p>
<p>La guerra d'America inconsideratamente intrapresa obbligò il Governo ad inviar colà truppe ed a versarvi tesori. Fatta la pace, ritornarono le truppe corrotte con indigesti principî di libertà e di repubblicanismo, e i tesori sparsi accrebbero vieppiù i bisogni dell'erario. Le 
riforme di Necker divennero odiose alla Corte; la sua affettata popolarità divenne sospetta al conte di Maurepas, che lo fece rimuovere. 
La prodigalità di Calonne verso i principi e i favoriti contrariò ed esaurì 
tutto l'effetto dei suoi progetti. Si chiamò un'assemblea di notabili. 
L'assemblea dei notabili condotta solo dalle ambizioni e dalle inimicizie cercò di ampliare i mali, e far disperar de' rimedi affine di rendere necessaria la convocazione delli Stati generali. Il cardinale di Lomenie, popolare ed economista finché vescovo, dispotico quando ministro, accumulò sopra sè tutti i disprezzi e tutti gli odi. Il signor Necker 
richiamato al ministero attribuì il suo esaltamento al bisogno che aveasi 
di lui, ed alla popolarità che avea saputo acquistarsi. Questa base popolare di sua fortuna, pensò egli pertanto ad accrescere colla convocazione delli Stati generali e colla doppia rappresentazione in essi accordata al terzo Stato, e da quel momento già la rivoluzione fu in piedi. </p></div2>

<div2><head>2</head>
<opener><salute><hi rend="italic">Serenissimo Principe</hi>, </salute></opener>
<p>Scoppiata appena la rivoluzione in Parigi li 14 luglio, ed a corso 
di corrieri diffusa in pochi giorni per tutto il regno, dove in ogni parte 
trovò gli spiriti e gli animi disposti a riceverla e secondarla per le ragioni nell'altro mio numero accennate, il comune grido e quasi parola 
di partito fu libertà; ma questa voce libertà, sebbene una nel suono, 
presentava però tanti sensi diversi quanti erano interessi in chi la pronunciava. Per gli uni voleva dire partecipazione all'autorità suprema; 
per gli altri abbassamento della Corte e delle famiglie potenti in favore; per i ricchi eguaglianza nei gradi di onorificenze e di distinzioni 
con gli ordini superiori; e finalmente per il popolo alleviamento delle 
gabelle e delli altri gravami introdotti o per antiche consuetudini, o per 
recenti abusi. Dal che apparisce che in quei principî, mentre l'interesse 
del Re era uno di conservare entro i legali limiti l'antica Monarchia. 
la disposizione delle forze era unita nelle sole sue mani, la deliberazione 
dei mezzi era discussa nel solo suo gabinetto; il partito sollevato per 
opposto era tra sè contrario d'interessi, disgregato di forze, diviso di 
consigli e separato per le distanze, e molto più per li pregiudizi e le abitudini di rimote provincie. Non era certamente possibile di effettuare 
la rivoluzione quale noi la veggiamo senza che la disgregata massa 
acquistasse unità, e la unità concentrata nel Re di forze, di autorità, 
di consigli si disciogliesse. 
</p>
<p>Fisserò per tanto l'attenzione di Vostre Eccellenze sopra questi 
due soli punti di vista, e lo spiegare per quali modi accadesse che si 
unisse il diviso e si separasse l'unito, sarà lo stesso che spiegare i mezzi 
per li quali la rivoluzione sempre avanzò fino all'intera distruzione 
della Monarchia e del Monarca. 
</p>
<p>Sebbene ciascuno de' partiti superiori fosse non solo d'interessi 
diviso, ma per pretensioni, nimico del suo vicino, con tutto ciò venuto 
dopo la rivolta il momento d'entrare in lotta contro l'autorità reale, 
ciascuno misurò la pochezza delle proprie forze rimpetto a quelle del Re, 
e la necessità dell'unione e dell'appoggio. 
</p>
<p>Questo appoggio si riconobbe nella enorme massa popolare, ed a 
questa ciascuno si unì. La sovranità del popolo fu proclamata senz'opporvi né limiti, né temperamenti, dacché in allora si credette di farne 
non già un vero sovrano, ma un interino simulacro di sovranità. A lui 
si profusero adorazioni, a lui si posero in mano le armi e si pensò, che 
mentre esso colla spada atterrirebbe, o abbatterebbe, gli altri maneggerebbero lo scettro per lui. L'Assemblea Nazionale dichiaratasi per se 
stessa rappresentante di questo popolo, ne divenne per conseguenza 
la guida, ed in essa non per diritto d'elezione libera, ma per fatto di 
tumultuario consenso la sua volontà e le sue forze si concentrarono. 
</p>
<p>Per confondere vieppiù insieme questa massa ed aggregarla in unione, 
si fecero tutto d'un colpo disparire le differenze di classi, di privilegi 
e fin di provincie; alla rinfusa si acconsentirono tutte le domande, si 
levarono tutte le doglianze, si empirono tutt'i desideri, né malavvisò 
chi da quel tempo previde che le abolizioni servirebbero a più unire il 
popolo tra loro, e le intemperanti concessioni ad unirlo a sè. Così le due 
giornate, quelle cioè del 1¦ giugno 1789|17890601} nella quale gli Stati generali si 
dichiararono per loro stessi Assemblea Nazionale, e la notte del 4 agosto 
del medesimo anno, nella quale in mezzo alla comune effervescenza si 
sospesero le imposte odiose, si soppressero le distinzioni di classi, i privilegi e d'individui e di provincie, li diritti, e di feudi e di cacce; si 
abolirono o si commutarono le decime, si debbono computare tra le principali epoche che consolidarono il già arrivato, e fissarono il destino 
dell'avvenire. Da quel momento l'Assemblea divenne centro di unità, 
e l'esperienza delli avvenimenti posteriori dimostrò che niuno, né uomo, 
né partito comandò più in Francia, che comandando per lei, o in lei. 
</p>
<p>Il seguito della rivoluzione non fu che un seguito di fazioni delle 
quali l'una soprafece l'altra; ma ogni fazione per dominare la Francia 
dovette dominar nel suo tempo l'Assemblea. Così i costituzionali guidarono l'Assemblea fino alla formazione della costituzione del '91. 
Nell'Assemblea nuova presero il comando i girondisti fino al maggio 93. 
Questi furono e di comando e di vita tratti dai giacobini, sotto la guida 
di Robespierre, che assunse col terrore le redini dell'Assemblea, e le 
tenne finché a lui estinto successero i moderati che maneggiarono gli 
affari fino alla presente costituzione. Durante la condotta di questi, 
ancorché non ben ferma, la società dei giacobini, violenta per disperazione, numerosa per l'unione di tutti li scellerati, diffusa per le corrispondenze subalterne in tutto il Regno, si mantenne potente per gli 
aderenti da lei resi potenti nelle amministrazioni; con tutto ciò quando 
tentò di assumer comando indipendentemente dall'Assemblea fu oppressa e soppressa. Gli individui esistono; la società non è più. 
</p>
<p>In questa continua estuazione e successivo urto e schiacciamento di 
potenti fazioni, tutt'i partiti, che dapprima aveano preparata e promossa la rivoluzione, furono stritolati e disparvero. Non più Parlamenti, 
non più Nobiltà, ma in sfavore o fuori; non più cariche, non più 
finanze, non più finanzieri. Cinque anni di continuo movimento cambiarono tutta la superficie di quella terra, la massa sola è rimasta. Non 
bastava però all'Assemblea, fatta centro della unità nazionale, d'aver 
unito il popolo tra loro ed a sè; affine di rendere più compatta questa 
unione, pensò a separar quel popolo da tutti gli antichi attaccamenti 
e prevenzioni, ed a rinserrarlo entro se stesso con un comune potente 
interesse. Al primo oggetto conveniva o infievolire o togliere la venerazione all'antica religione ed ai ministri di essa, tenuti sospetti di 
essere per persuasione ed interesse uniti al vecchio sistema; conveniva 
sradicare le abitudini di rispetto per le antiche leggi, usi e magistrati, 
sopratutto cancellare le profonde impressioni di ossequio verso il Re 
e la reale dignità. 
</p>
<p>Per questo ottenere la Francia fu in un tratto ripiena d'instruzioni, 
di scritti, di volontari o prezzolati predicatori. La società detta prima 
<hi rend="italic">club bretone</hi>, poi <hi rend="italic">giacobini</hi>, s'incaricò in gran parte di questo nuovo 
apostolato: libercoli, gazzette, giornali, canzoni si diffusero per ogni 
dove contenenti principî di smodata libertà e d'irreligione; si sparse 
sopra ogni cosa il ridicolo, il sarcasmo, l'ironia, armi più efficaci che il 
ragionamento; e innanzi a tutto si pose in uso la calunnia tanto più 
valida presso il credulo popolo quanto più assurda. Cento scandalosi 
romanzi sotto il nome o di vite o di memorie, o di aneddoti in piccoli 
libretti o in fogli periodici regolarmente da assegnate persone letti nei 
circoli popolari, a grado a grado svegliarono l'aborrimento, e accesero 
l'odio contro il Clero, la Corte e gli individui della reale famiglia supposti 
rei di quelle immaginate scelleratezze e dissoluzioni. 
</p>
<p>Sebbene così una prima barriera di separazione con nuove massime 
e nuovi sentimenti fosse introdotta, non però con questo erano spenti 
i germi di dissenzioni nella massa nazionale, per la diversità tuttavia 
sussistente di principî, d'interessi, di odi e di ambizioni. Ad oggetto 
non già di estinguere, ma di comprimere sempre più questi fermenti, 
si ebbe ricorso al timore, pensando questo della paura essere di tutti 
gli umani affetti il più valido a rinserrare gli uomini fra loro per un comune interesse. Ad ottenere questo fine con l'istessa calunnia si tennero 
ognora vive le apprensioni, o di aperti massacri, o di occulti tradimenti 
per parte della Corte e dei partigiani di lei. 
</p>
<p>Non arrivò disordine in una provincia, che nelle altre più remote 
non si attribuisse o a violenza, o a tradimento del partito reale. 
</p>
<p>Arrivò l'epoca infausta delle numerose emigrazioni e delle unioni 
sul Reno delli emigrati, ed il timor crebbe; finalmente la guerra scoppiò, 
ed in proporzione che la ragione del temere e la grandezza del male 
temuto si aumentò, divennero anche più stretti li legami d'unione, e 
più violenti gli sforzi della massa nazionale. 
</p>
<p>Tutto contraria a questa fu la condotta del Re. Questo Monarca, 
mite per indole, retto per principî, moderato di passioni, conoscitore 
ed apprezzatore dei suoi doveri, non aveva mai voluto, che il bene del 
suo popolo; non aveva perduto la lusinga di ottenerlo, e guardava con 
indifferenza ogni sacrificio di potere o di vanità, che fosse per essere 
a questo bene conducente. Con verità altre volte diceva: "non c'è, 
che io ed il signor Turgot che amiamo il popolo". 
</p>
<p>E con egual verità al duca di Lucemburgo, che gli rappresentava 
come la separazione dei tre ordini lo conservava sovrano sopra gli Stati 
generali, e la loro riunione lo rendeva soggetto ad essi, rispose: "tutto 
questo conosco, ma purché il bene segua, vi sono determinato". Al tempo 
stesso però e per una conseguenza di questa stessa indole e di questi 
principî, così teneramente amava la sua famiglia, era attaccato alle 
persone che da lungo tempo l'avvicinavano, apprezzava i consigli altrui, abborriva la frode, e non amava a sospettarla. Inimico del sangue, 
non volle mai acconsentire a cosa che potesse indurne lo spargimento, 
e per sistema pensò che le misure dettate dalla rettitudine e condotte 
con la buona fede, basterebbero a recare a buon fine dei cambiamenti, 
i quali temperando la Monarchia, la consoliderebbero, e metterebbero le 
basi d'una maggiore felicità del suo popolo. Questo sistema ottundendo 
l'impeto con la mollezza e rimenando alla ragione ed alla tranquillità 
colla calma, se fosse stato anche sostenuto colla uniformità e reso autorevole colla forza, avrebbe probabilmente adeguato l'intento, ma di 
questo sistema non si lasciò mai travedere, che la debolezza; la buona 
intenzione si oscurò, e l'unità e la forza si disciolsero. 
</p>
<p>Li principî del Re non erano quelli della real famiglia, gli interessi 
non erano quelli dei cortigiani. Ben è vero che il Re dopo il richiamo 
di Necker scelse sempre i suoi ministri tra le persone indicate e appoggiate dal partito della Assemblea, ma la condotta del ministero fu 
sempre fluttuante tra le massime dure del tempo, e gli ossequi indulgenti 
alla sensibilità della Regina. Il Re stesso fu spesso sensibile alla tenerezza per la moglie, ed all'amicizia per le persone di sua abitudine. 
Il sentimento più che il discorso dettava a lui delle determinazioni, e 
come i consiglieri erano tra loro divisi, così i consigli riuscivano variegati. 
</p>
<p>L'armata intanto che presentava la forza, s'era più che mai distaccata e disciolta. Le invidie tra la nobiltà provinciale e quella di Corte, 
tra gli ufficiali di servigio e quelli di favore avevano introdotto nell'armata, già stanca ed irrequieta per le continue innovazioni, uno spirito di disaffezione al servigio, ed un prurito di loquacità sul Governo. 
I più dei soldati avevano da principio sposati gl'interessi degli ufficiali 
con cui convivevano e questi non erano malcontenti di avere i soldati 
a parte de' loro torti, e ad appoggio de' loro reclami. La disciplina era 
lassa, e tali massime, come: che infine erano prima francesi, che soldati, 
e che erano soldati della lor patria e non della Corte, già dominavano 
per ogni reggimento francese, cosicché di tutta l'armata, non si potè mai 
far conto ai bisogni che su pochi reggimenti forestieri. L'avvicinamento 
delle truppe a Parigi, fatto per condiscendenza ai consigli e in contraddizione alle massime del Re di non voler mai usar della forza, non fece 
che vieppiù perdere l'esercito per la contagione de' principî democratici, 
e per la seduzione delle carezze e del danaro della capitale. Si rimandò 
l'armata; tutto fu attribuito dal popolo a debolezza, e il Re rimase 
senza confidenza e senza forza. Allora fu che il disprezzo incominciò 
a subentrare all'amore, e le concessioni del Re non si riguardarono più 
come doni della bontà, ma come conquiste sulla paura. La giornata 
del 6 ottobre e la venuta del monarca a Parigi solennizzarono questa 
opinione. Con il Re venne nella capitale la Corte, e per il popolo reso 
già sospettoso e che non poteva né avvicinare, né intendere il Re in 
persona, la condotta e i discorsi di coloro che lo avvicinavano, divennero la misura de' suoi privati sentimenti. Questa condotta e questi 
discorsi dei cortigiani erano certamente in aperta contraddizione con le 
massime dal Re adottate e con li sensi di tratto in tratto da lui espressi 
all'Assemblea Nazionale. Dunque si sospettarono le sue parole bugiarde 
e l'apparente bontà fu giudicata doppiezza. Il mal condotto tentativo 
di ritirarsi a Mont-Medy e l'infausto arresto per mal applicati principî di dolcezza seguìto a Varennes percosse prima di stupore, e poi 
alterò d'opinione e di affezione tutto il popolo della Francia. Qualunque 
giustificazione si facesse dei motivi del Re per ritirarsi entro il Regno 
in un luogo rimoto da strepito ed immune da violenza per maturare 
e per via di reciproche convenzioni fissare liberamente con l'Assemblea 
la nuova costituzione, qualunque appoggio a questa giustificazione cercasse di dare l'Assemblea medesima coi suoi giudizi, con tutto ciò dai 
furiosi seguì a proclamarsi e dall'ignoranti a guardarsi come un tradimento. L'accettazione della costituzione temperò l'acredine dei sentimenti, ma non estinse l'origine dei sospetti, li quali di nuovo ripigliarono, quando si seppe che la Corte incoraggiva in secreto l'emigrazione, 
sebbene in pubblico riprovata dal Re e vieppiù crebbero quando si videro le unioni armate di questi emigrati sulla frontiera tenere corrispondenze ed avere sussidî da alcuni della Corte medesima. Invano 
l'infelice Monarca d'animo [buono] disapprovò codeste unioni armate, 
invano pregò e comandò di discioglierle, e inviò espressi ministri ai principi territoriali di colà, affinché dai loro territori le rimovessero. 
Esclusive risposte per parte dei principi confinanti e mortificanti 
rimostranze, tanto per parte dei principi suoi fratelli che delli capi emigrati, 
rimproverandogli la mancanza di libertà, fu quanto la sua sincerità potè 
ottenere al di fuori mentre nell'interno l'opinione fondata sulle apparenze, accusava lui di secreta connivenza ed appoggio, e quindi già, 
non più la disaffezione, ma l'odio popolare incrudiva. 
</p>
<p>Infine la fatal guerra che oggidì devasta l'Europa, si dichiarò. A proporre questa guerra all'Assemblea ed a dichiararla, non tanto valse 
presso il Re il dovere di sostenere la gloria della sua nazione offesa, e di 
difendere l'impero minacciato di dismembramento, quanto il desiderio 
di liberare il proprio onore dai sospetti e dalle calunnie dai suoi medesimi sparse contro di lui di doppiezza e di tradimento. Una volta la guerra 
accesa e le prime imprese di essa disastrosamente condotte sotto Valenciennes, al volgo già disposto dal timore e dal sospetto ad ogni credulità, si fece credere, che un piano esisteva concertato tra la Corte 
di entro ed i nimici al di fuori per circonvenirlo ed opprimerlo. Il nome 
di <hi rend="italic">comité</hi> austriaco e di Coblenza per disegnare la Corte ed il palazzo risuonarono per tutta la Francia, ed il Re fu inappellabilmente giudicato 
per complice di tutto questo. L'odio popolare s'accese allora al furore 
e da quel punto l'infelice monarca; spoglio di confidenza, d'amore e 
di forze, rimase scopo ignudo a tutti gli attacchi ed ai furori dei suoi 
nemici, dei quali infine cadde vittima a tutt' i buoni lamentevole, alla 
sua nazione funesta. </p></div2>
 
<div2><head>3</head>
<opener><salute><hi rend="italic">Serenissimo Principe</hi>, </salute></opener>
<p>Le scosse prime che la rivoluzione diede alla Francia risuonarono 
per tutta Europa, e chiamarono naturalmente li sguardi e le riflessioni 
di tutti li governi sopra di lei. Li sentimenti furono in ragione degli 
interessi. Le potenze o alleate o protette, sentirono il pericolo, le rivali 
calcolarono l'abbassamento. Non però in quei principî si portarono 
né dalle une, né dalle altre le previsioni delli avvenimenti fino a quell'estremo a cui pervennero dappoi. La speranza del meglio rese inattive 
quelle che avevano un maggior interesse nella conservazione della tranquillità e potenza della monarchia; e le viste di vantaggi o politici, 
o commerciali indussero le altre a secondare, e forse anco promuovere 
dei movimenti, che non si pensava in allora che mai si stenderebbero, 
oltre i confini del regno. La rivoluzione intanto a gran passi avanzò, 
la intemperanza dei principî liberi e delle massime repubblicane incominciò a debordare nei paesi, a' quali era vicino ed aperto l'accesso 
della contagione, e le dissensioni de' partiti erano già montate a divenire aperta guerra di odî fra inimiche fazioni. 
</p>
<p>Due grandi potenze d'Europa furono allora attaccate l'una da timore, l'altra da speranza. L'Inghilterra, che non si era fino a quel momento occupata che della dilatazione del suo commercio e dell'incremento della propria ricchezza a spese della Francia, vide o credette 
vedere minacciati colla propagazione di rivoltosi principî e colla moltiplicazione di società popolari comunicanti di massime e di sentimenti 
coll'assemblee francesi, li fondamenti stessi della sua costituzione monarchica. Essa temette, e pensò alle vie di arrestare la progressione 
di tali massime, e di tagliare quelle pericolose corrispondenze. La guerra 
si presentò subito, come il mezzo più sicuro e più pronto. La guerra 
chiuderebbe intanto ogni comunicazione; la guerra sveglierebbe la nazione, unita alla propria difesa, e darebbe adito a renderla avvertita, 
e pavida dell'interno pericolo di cui era minacciata. Si convocò in 
istraordinario tempo il Parlamento, si domandò mediante la sospensione di alcune leggi un più dilatato potere per li ministri del Re, onde 
provvedere alla salute pubblica. Sul momento l'allarme si sparse per 
tutti li regni, e la guerra si preparò. Questa misura che al principio 
non fu che di paura e di cautela si sottomise a calcolo, e si pensò che il 
denaro raccolto nei primi anni della rivoluzione francese, mediante 
l'industria del commercio, potrebbe con vantaggio mettersi a frutto 
negli ultimi con delle conquiste sopra la Francia mediante una ben sostenuta guerra marittima. Il signor Pitt fino allora freddo nei timori, 
e restio alle misure ostili, traveduto un tal prospetto si unì all'opinione 
del Consiglio. I primi armamenti si allestirono, e i modi si fissarono 
con cui raccogliere li necessarî straordinari sussidî. 
</p>
<p>Intanto la rapida invasione delle armate francesi nella Fiandra, 
le imprudenti dichiarazioni dell'Assemblea, le nuove pretese sulla libera navigazione della Schelda, e li aperti attacchi sopra la Olanda, 
non lasciarono più in dubbio la necessità di accorrere al sostegno d'un 
governo più dipendente che alleato. La ferale catastrofe del Re eseguita 
a Parigi li 11 gennaio 1793 sopravvenne à render anche onorevole 
la giusta indegnazione d'un popolo generoso. Il ministro di Francia fu 
espulso e la guerra cominciò. 
</p>
<p>Mentre l'Inghilterra, dopo maturate deliberazioni indotte da ragionamenti e da calcoli, così liberamente imprendeva la guerra, la Germania già da più mesi ne ardeva, sospintavi da interessi non suoi, senz'averla mai essa né deliberata, né voluta. La Corte di S. Peterburgo 
per la distanza indifferente, per la sua costituzione aliena da tutt'i 
movimenti di Francia, dopo averne rimirato come spettacolo i primi 
avvenimenti, incominciò a contemplarne con attenzione l'emigrazione 
e li effetti che queste emigrazioni destavano nei paesi e presso le Corti 
circonvicine. Essa, occupata ognora profondamente de' pensieri dell'avanzamento della gigantesca sua grandezza, immaginò, che quelle 
vivaci scintille, qua e là disperse, se fossero opportunamente riunite e 
di leggier soffio alimentate potrebbero destare forse un incendio non 
inutile nelle circostanze alle proprie mire; in ogni caso poco sarebbe 
perduto a tentarlo. L'imperatrice adunque accolse con bontà ed anche 
con liberalità li primi emigrati, che si portarono a lei; essa si dichiarò 
la protettrice di tutta la nobiltà francese. Essa li appoggiò in tutte 
le Corti forestiere e l'incoraggì (da che dicevano esser forti di numero 
e di aderenze interne), a rendersi vieppiù forti colla riunione sotto i lor 
principi; essa li animò a fare delli arditi tentativi, e somministrò 
anche dei soccorsi in danaro per fare li primi armamenti o preparativi. Tutto 
questo, se fossero in allora entrati nel regno, avrebbe potuto produrre 
una guerra civile in Francia combattuta con alterne vicende, e forse 
con successo, se alla bravura si fosse aggiunta la moderazione; ma l'intelletto profondo di Catterina contemplava anche più. 
</p>
<p>Quelle unioni armate destavano la gelosia e l'odio della Francia, 
e in mezzo ai furori dell'anarchia e del fanatismo nazionale era ben 
difficile che si rispettassero i sacri limiti delle frontiere. Il trattato di 
Pilniz da lei [Catterina] promosso, non ebbe in prima vista che l'oggetto 
d'unire i due principali sovrani di Germania insieme alla difesa di 
tutt'i limiti e delle immunità dell'Impero germanico, dal che ne discendeva, che se mai questi fossero ostilmente dalla Francia violati, 
amendue si stringevano a rivendicarli in guerra aperta. Pretendesi che 
per cementare vieppiù quest'unione erano anche contemplate le rindennizzazioni, che ciascuno dei contraenti prenderebbe in caso di essere 
tratto a guerra ed a spese dalla violenza de' francesi. Io non assevererò 
dinanzi a Vostra Serenità l'esistenza ed il contenuto di questi secreti articoli; ma ben posso assicurare che una copia di questi articoli come 
autentica fu mandata al Re Luigi decimosesto dal suo ministro residente in allora presso la Corte di Due Ponti in Germania, e in quelli 
articoli si attribuiva alla Casa d'Austria in compenso l'Alsazia, la Lorena, la Fiandra francese. 
</p>
<p>Questo trattato una volta segnato, la czarina, conoscitrice degli 
uomini e delle cose, non ebbe più dubbi sull'esito; abbandonò l'effetto 
alli eventi, de' quali si tenne sicura; ritirò i maneggi, e si diede a preparare le misure sue per quando la guerra fosse accesa, l'Europa impegnata e le Potenze spossate; così infatti seguì. L'Austria, la Prussia 
e l'Impero, l'Inghilterra, la Olanda, la Spagna e la Sardegna tutte 
furono ad un tratto involte in una guerra generale. 
</p>
<p>L'inaspettata energia e la fortuna delle armi francesi rese questa 
guerra oltre ogni pensiero micidiale, costosa, devastatrice, così che appena un anno di guerra trascorso, l'imperatrice vide maturo il tempo 
per cogliere il frutto de' suoi progetti, e la divisione di Polonia fatta 
senza opposizioni di rivali, e con necessaria acquiescenza de' suoi compartecipanti, con poca spesa e poco sangue versato fu il premio delle 
sue premeditazione. Pertanto la sovversione dell'antico equilibrio tra 
le Potenze d'Europa, e l'estinzione della libertà e del nome polacco 
devonsi riguardare, come più o meno immediate conseguenze della rivoluzione francese. 
</p>
<p>La guerra, tuttavia guerreggiata è gravida d'altre sulle quali non è 
ora mio tema d'avanzare congetture. 
</p>
<p>Il contatto della Prussia colla Germania per una parte, coll'esten-
sione dei limiti e di fertili provincie che circondano l'Impero Ottomano 
da l'altra, come forniscono nuovi mezzi qua d'influenza, là d'ingrandimento, così naturalmente destano le riflessioni e le meditazioni dei Governi a calcolare da queste cause li loro probabili effetti sull'avvenire 
forse vicino, e non piaccia a Iddio, che il fine di questa guerra in 
Occidente sia principio d'un'altra in Oriente, egualmente fertile d'inquietudine e produttrice di sovversioni. 
</p>
<p>Non è però la sovversione de' limiti e degli interessi territoriali delle 
Potenze europee, la sola fatal conseguenza della rivoluzione; conseguenza della rivoluzione pure è il rinnovamento di erronee massime 
e di secreti odî serpenti nei Gabinetti e nei Consigli de' Principi, contro 
le forme di governi diverse dai loro, falsamente attribuendo ai nomi 
ciò che solo deve ripetersi dalla natura intrinseca delle cose. 
</p>
<p>Mentre che le massime di violenza, nel profondo di alcuni Gabinetti, 
anziché ammollirsi s'inasprano, nei popoli con meno secreto quelle 
d'intemperante libertà si diffondono; la diffusione delle armi francesi 
ha facilitato la diffusione de' loro principî. La curiosità dei fatti 
clamorosi 
di guerra anche nelle basse classi ha portato alla ricerca delle ragioni: 
le opinioni anche erronee, ma favorenti alle proprie passioni, facilmente 
in ogni paese si contraggono. Ben è vero che spesse volte il timor le 
ricopre, ma non però mai le sradica. Il senso delli aggravi ognor crescenti per i pesi della guerra sempre più accresce in alcuni le cagioni 
di discontento, li strepitosi successi della rivoluzione somministrano 
in altri alimento all'ardire. 
</p>
<p>Ogni prudente uomo di governo dopo aver esaminato la superficie 
non deve certo in tali tempi di scosse ommettere d'introdurre anche lo 
sguardo in questi che chiamerò sotterranei d'Europa per riconoscere le 
tante materie combustibili in essi raccolte. Una tal vista non deve 
eccitare prematuri timori, ma deve però ispirare prudenti cautele; 
come sarebbe un errore nelle congetture delli avvenimenti futuri l'applicare indistintamente alle altre nazioni il carattere, le affezioni e lo 
sviluppo delle passioni della nazion francese; così sarebbe una leggerezza pericolosa l'attribuire tutte le cose arrivate in Francia all'indole 
di quella nazione, e non molte di esse alla generale natura degli uomini 
in società. Ogni governo deve fare ai suoi popoli l'applicazione conveniente, e ciascuno deve dall'esempio di Francia imparare, che contro convulsioni simili, l'unico sostegno è l'armonia delle classi e la perfetta concordia di tutt'i buoni; e che la vera difesa non consiste né in fortezze né 
in armate, ma nel sapere, usando a tempo, ora le dignitose condiscendenze, ora il pronto rigore, dividere i malcontenti dai mal intenzionati. </p></div2></div1></body></text></TEI.2>
