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      <title>Relazione di Polo Renier (1769)</title>
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      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
      <pubPlace>Roma</pubPlace>
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        <title>Relazioni di ambasciatori veneti al Senato : tratte dalle migliori edizioni disponibili e ordinate cronologicamente</title>
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        <author>Firpo, Luigi</author>
        <publisher>Bottega d'Erasmo</publisher>
        <pubPlace>Torino</pubPlace>
        <date>1965</date>
        <note>Il volume quarto va dal 1658 al 1793.</note>
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                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
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<div1 n="Relazione di Paolo Renier (1769)">
<opener><salute>Serenissimo Principe. </salute></opener>
<p>Se io fossi quel primo fra i Cittadini, che avessi avuto il grande 
onore di servire Vostra Signoria in Vienna nella luminosa figura di Ambasciatore, e che dovessi al mio regresso in Patria fare la relazione di 
quella gran Corte, mi troverei non solo assai imbarazzato per la 
lunghezza, che divenirebbe inevitabile di questo scritto, ma mi troverei anco confuso per dare un certo ordine a quelle idee, che 
copiosissime si presentarebbero alla mia imaginazione, concorrenti 
tutte a far conoscere la grandezza, et il sistema di quella potentissima 
Corte. Ma come soggetti illustri in molto numero furono quelli, che 
mi precedettero assai superiori a me di talento e di esperienza, i 
quali obbedendo alla legge, al loro ritorno presentarono la commandatagli relazione, perciò credo bene di raccorciare questa imperfetta mia carta, e di narrare soltanto quelle cose, che mi parvero 
degne di giungere a publica cognizione.</p>
<p>Reca molto stupore, quando si riflette, che Casa d'Austria benché 
nello spazio di trenta cinque anni abbia perduto grande porzione 
de' riguardevoli Stati, e siasi ella di un terzo di sua estensione diminuita, tanto e tanto nei tempi presenti, per quello risguarda alle 
finanze, al commercio, ed alla milizia, sia giunta a quel segno di 
grandezza, e di forza, a cui essa non giunse mai né pure in mezzo 
alla prosperità di se stessa. Questo stupore anderà cessando, allorché 
rifferirò li mezzi dei quali si servì la presente Imperatrice Regina 
per arrivare allo stato di potenza, in cui essa si trova. </p>
<p>Salita Maria Teresa sul trono, dovette essa, come è noto, incontrare una crudelissima guerra fattagli da' Francesi per sminuire la 
potenza di Casa d'Austria antica emula loro, e le vicende di quella 
guerra non gli concedettero di poter riordinare le cose interne del 
proprio Stato. Venuta finalmente la pace con il trattato d'Aquisgrana, 
e resa pacifica posseditrice di quei dominii, che le disavventure della 
guerra, e lo stato abbatuto di sue finanze gli permisero di conservare, 
si diede essa assistita da alcuni de' suoi valenti Ministri a prendere 
grande cura nel riordinare il sistema interno di quei Stati, che gli 
restarono, forzata dalla necessità, e dal pericolo, che gli sovrastava, 
per l'accrescimento di potenza dei due suoi vicini, cioè della 
Francia, e di Prussia. </p>
<p>La Corte di Vienna nei tempi di Leopoldo, di Giuseppe e di 
Carlo, senza parlare degl'antecedenti Imperatori, governava li Stati 
proprii con non gran vigilanza, e lasciava, che le provincie ad essa 
soggette si mantenessero in una certa tal quale indipendenza 
dall'auttorità del Sovrano, e se il Sovrano medesimo voleva fargli sentire 
la subordinazione, moltissime volte gli resistevano sotto il pretesto 
specioso de' patti di dedizione, de' privileggi e diritti accordati con Imperiali diplomi. Non erano ancora arrivati in Europa quei calamitosi 
tempi di aggravare smoderatamente li sudditi, perché li piani militari 
delle più robuste Potenze non erano eccessivamente accresciuti, né il 
lusso nelle Case de' Sovrani non era così eccedente, né li stipendii 
a Ministri non erano arrivati all'altezza, a cui essi presentamente 
si trovano, e li Principi per conseguenza non raffinavano tanto nello 
spremere denaro da suoi proprii popoli. Ora questa Imperatrice 
Regina abolì la maggior parte dei privileggi, che godevano le provincie restatele soggette, introdusse una conferenza di Stato, nella 
quale si esaminano gli affari delle provincie, accrebbe notabilmente 
con ciò la rendita propria per motivo della quantità dei proggetti economici accettati, che gli vennero di tratto in tratto esibiti; cosiché 
essa Imperatrice Regina cava per ciaschedun anno di rendita quaranta milioni di fiorini, quando che suo padre, con Stati molto maggiori, non ne rascoteva che trenta milioni. </p>
<p>Questa conferenza di Stato, che si tiene due volte alla settimana con l'intervento dei due Sovrani, produsse effetti maravigliosi 
in quel Governo, perché eccitò il talento negli uomini nell'affaticarsi 
di giungere alla cognizione delle cose, affine di mostrare il loro 
talento, ed il loro zelo in faccia della stessa Imperatrice, sperando 
con ciò di possedere onori, e stipendii maggiori; poi condusse quei 
tali uomini ad una necessità di istruirsi perfettamente di ciascheduna 
delle materie, che devono cadere sotto alla consultatione: non basta, 
ma in questa tal conferenza si esaminano tutti i principii generali 
dei quali può essere suscettibile uno Stato, e li dicasterii, o siano 
magistrature dipendono, ed obbediscono ciecamente a quei sistemi, 
che la detta conferenza di Stato con l'approvazione del Sovrano crede 
bene di stabilire. </p>
<p>Tutte le provincie, eccettuata quella dell'Ungheria, della quale 
parlerò separatamente in progresso, sono pontualissime al pagamento 
delle imposizioni; perché come la maggior parte de' Stati ereditarii 
sono quasi tutti beni feudali, il padrone si fa lui il malevadore nel 
rascuotere, e nel portare alla Casa Imperiale tutto quello, che esso 
deve raccogliere da suoi sudditi di ragione della Sovrana. Da tale 
metodo di rascossione due grandissimi beni derivano a quello Stato; 
l'uno che non si moltiplica il numero dei Ministri, dalla cui moltiplicazione nascono grandissimi inconvenienti, il secondo la sicurezza, e 
la pontualità esattissima del pagamento. Le imposizioni poste sopra 
dei sudditi delle già dette provincie si andarono di tratto in tratto 
aumentando secondo le circostanze violenti dei tempi, ed al giorno 
d'oggi non sminuirono per niente, benché scorrano ott'anni, che 
sia fatta la pace: anzi che posso rifferire a Vostra Signoria che esse aumentarono sotto il pretesto di pagare li debiti, che per cento e ottanta 
milioni fecero al sostenimento della recente passata guerra. Questa 
summa di cento ottanta milioni si minorò di trenta milioni, perché 
avendoli trovati effettivi lasciati dall'Imperatore Francesco Primo, 
con una tale riguardevole summa fecero due beneficii all'Imperiale 
Reggio Erario, l'uno di riseccare un tanto capitale passivo per la 
Corte, ed il secondo poterono senza offendere la fede, e la fantasia 
de' creditori (cose tutte e due importantissime per le finanze di uno 
Stato) sminuire li censi de' capitali delle cinque e mezzo, che pagava 
l'Imperatrice Regina, e ridurli alle quattro per cento, offrendo ai 
creditori con il mezzo del molto oro ritrovato al morto Imperatore, 
di riprendere i loro denari, o di lasciarli al quattro per cento. Questo 
tal sistema di riduzione non urtando, come già dissi, né la fede, 
né la fantasia de' sudditi, e forastieri, non gli produsse nessuno cattivo effetto, anzi che il Banco di Vienna, per la prontezza de' pagamenti, montò a tanto credito, in maniera che quelli, che hanno capitali in quel banco, possono girarli con il profitto di uno ed un quarto
percento. </p>
<p>La ragione, per la quale l'Imperatrice sostiene le medesime 
gravezze sopra i suoi sudditi, non fu solamente quella, che mi diedi 
l'onore di dire, cioè per sotisfare li debiti contratti nell'ultima guerra, 
quanto che per eseguire quei piani militari, che il Marescialo 
Lasey Presidente di guerra presentò alli due Sovrani, come necessarissimi per la difesa degli Stati, e come pur necessarii a 
cogliere i profitti dalle combinazioni dei tempi. Li sudditi di tutte le 
provincie soggette a questo Impero eccettuata l'Ungheria, sgridano 
apertamente della insoportabile altezza delle imposizioni, ma l'Imperatrice con molta prudenza lascia libero, ed impunito questo sfogo 
de' sudditi, ben conoscendo, che il frenarlo sarebbe cosa per essa 
pericolosa, e la ragione si è, perché bisogna lasciare sempre aperta 
una via, onde il dolore dei sudditi possa sfogarsi, quando questo 
tal sfogo non prorompe a sedizione. </p>
<p>La libertà di parlare che la Sovrana lascia ai suoi sudditi non 
è quel solo conforto, che essa presta a medesimi, perché questo 
sarebbe troppo tenue e non proporzionato alla loro aflizione: ma 
conoscendo essa la necessità di caricarli di tanto peso, cerca di rinvigorirli nella forza, cioè nel concedere premii, e nel prestare capitali proprii a quelli, che gli introducono manifatture, ed arti nuove, 
ed a quelli pure, che cercano di mettere in commercio esterno i prodotti delle lor terre. Essa può tanto più facilmente riuscire in questi 
suoi tentativi, quanto più che la providenza la costituì padrona di 
paesi fertilissimi, come si è singolarmente la Boemia, la Moravia, 
l'Austria e l'Ungheria. Posso con verità rifferire, che li Stati Ereditarii di Casa d'Austria sono talmente abbondanti di tutto quello, che 
è necessario per sostenere potentemente le guerre, senza che abbino 
bisogno di prendere cosa nessuna né dalli vicini, né dalli lontani 
paesi altrui; perché hanno essi copia abbondantissima di qualunque 
sorte di biade; sono copiosissimi di animali di tutte le specie; boschi 
in quantità inumerabile; lane in alcune provincie di buona natura; 
miniere di ferro copiose e perfette; abbondanti di acciali, latonami 
e piombi: miniere di argenti vivi, di argento e di oro; bronzi eccellenti, canapi e lini; in somma niente ad essi manca per vivere 
comodamente nelle paci, e per difendersi nelle guerre. </p>
<p>Non è possibile a descriversi li sommi beneficii, che la mente 
commercievole, ed economica del morto Imperatore abbia recato </p>
<p>alla Città di Vienna. Il giro, che esso faceva del denaro proprio, e 
l'aiuto, che esso prestava nel perfetionare le manifatture antiche 
della natione, e li premii che concedeva a quelli, che si esibivano di 
introdurre di nuove. Sarei troppo lungo, e noioso se entrare volessi 
nel dettaglio di tutte le sapienti cose istituite da quel Monarca. Molte 
però di queste dopo la di lui morte cessarono, perché l'Imperatore 
presente non sembra inclinato a promuovere arti nuove, né a sostenere co' suoi denari le già introdotte. </p>
<p>Il desiderio di accrescere di comercio li Stati proprii sta però 
impresso veementemente nell'animo della Sovrana: creò essa una 
turba di consiglieri chiamati di comercio; non si può negare, 
che non lo abbia notabilmente accresciuto, se selo confronta coi 
tempi di Carlo VI suo padre, ma lo potrebbe accrescere molto di 
più, se fosse minore il numero de' Ministri a tale importante officio 
destinati; se questi avessero maggiore intelligenza nelle grandissime 
materie, che devono esaminare, e se le provincie a quell'Impero 
soggette non avessero fra esse una contrarietà di interessi e di fini, 
dalla cui contrarietà e differenza impediscono le mutue circolationi, 
ed impediscono la rettificazione e la sortita libera de' prodotti, e di 
manifatture, che più abbondanti, e perfette sortirebbero dagli Stati, 
e per conseguenza farebbero una attrazione più felice dentro a se 
stessi del dinaro altrui. Ciò non ostante come le provincie sono tali, 
quali superiormente ho descritte, cioè abbondantissime di prodotti, 
di animali, di miniere e di uomini atti per la pacienza alla imitazione 
delle cose vedute, io nello spazio di quattr'anni li viddi in tali nature 
di cose accresciuti, e con l'occhio della riflessione credo che siano 
in uno stato di aumento. </p>
<p>Ommetto di parlare del porto di Trieste, dei grandi dispendii 
fatti dall'Imperatrice Regina, delle speranze, della quantità delle 
fabriche Imperiali, e private, del concorso delle mercantie, che ascendono, e che discendono, dei fili di communicazione fra quel centro, 
e le linee di circonferenza intra quel porto, e li Stati Ereditarii, perché ne feci de' cenni in alcuni miei imperfettissimi 
dispacci, e perché sono certissimo che Vostra Signoria ne averà li più esatti 
riscontri da illustri soggetti, che pressiedono al Magistrato de' 
cinque Savi. </p>
<p>Se la Corte di Vienna si raffinò moltissimo negli studii di diriggere le sue finanze, e di migliorare il suo comercio, posso dire, che 
ruiscì essa ancor molto più in ciò, che attiene alla milizia. La cagione, 
per la quale ella giunse al grado di perfezione in cui la si trova, si è 
il sommo timore, e l'estremo pericolo in cui cadette nell'ultima 
guerra con il Re di Prussia, il qual timore generò il posteriore regolamento di sue finanze, e regolò altresì quello delle sue truppe. Venuta 
la pace, e trovando sminuito il numero della milizia non tanto per 
la lunghezza di quella guerra, quanto per li molti disagi, e patimenti, 
che dovettero sopportare gli officiali, e li soldati; i corpi lor militari si trovavano depauperati di numero, e li officiali, alcuni 
dall'età, alcuni altri dalle ferite, e moltissimi dalle malattie si avevano 
illanguiditi. V'era allora il Marescialo Daun Pressidente di guerra 
non tanto oppresso dagl'anni, ma dalle sue indisposizioni reso debole, 
ed infermiccio, né poteva per conseguenza attendere ad introdurre 
ordine e forza in una gran massa, quale si è il corpo militare di Casa 
d'Austria. Sopravenuta la morte di questo Marescialo, pensò la Corte 
di Vienna di trasciegliere un uomo giovane d'anni, né si lasciò vincere da quei pregiudicii di nascità e di nationalità, principi, che da 
qualche anno erano radicati nella mente della Sovrana. Si trascielse 
dunque il Generale Lasey, giovane d'anni, nato Irlandese, pieno di 
talento, laboriosissimo, ed impegnato, vedendosi preferito alle più 
grandi famiglie Austriache, di rifformare tutti i disordini della milizia, 
ed introdurre lo stesso militare sistema del Re di Prussia. Ebbe 
nel suo principio gagliardissime opposizioni, ma assistito, e protetto 
della fermezza dei due Sovrani, mandò ad effetto, con una incredibile fatica, i piani divisati da lui, e ridusse quella milizia, si può dire, 
al colmo di sua perfezione. </p>
<p>Il piede presente della medesima è di teste 200.000; tutti li reggimenti sì d'Infanteria che di Cavalleria sono riempiti perfettamente, 
ed hanno una grandissima facilità di riempirli, perché li Feudatarii, 
che come superiormente narrai, sono non solo li malevadori delle 
rascossioni, ma sono ancora quelli, che devono consegnare tanti 
uomini di quei villagi, che sono alla loro giurisditione soggetti: si 
mise ordine alla forma del vestiario, combinando in ciò la decenza, 
e l'economia: li ospitali e quartieri per la truppa caminano del 
tutto a dovere: le armi, che adoperano li soldati sono eccellenti, e 
sono tenute dalli medesimi sempre preparate, pronte e polite: nelli 
officiali vi regna una cieca subordinazione, ed obbedienza: si fanno 
ogni giorno replicati essercitii alla truppa, e conoscendo, che per 
ridurla alla perfetione del mestiere questi non bastano, perciò di 
tratto in tratto si fanno degli accampamenti, non solo per avvezzare 
il soldato ad aloggiare sotto le tende, e che la novità del luogo non 
gli faccia impeto nell'animo, ma perché da ciò non gli nasca 
infirmità nella machina: non si trascura la revista delle truppe 
aquartierate, e divise per le provincie, e sono destinati per 
ispettori sì dell'Infanteria che della Cavalleria li più riputati Generali, affine di scoprire li cambiamenti, e disordini; e conseguentemente di regolarli. Le scuole e collegi militari piantati in 
Vienna, ed in altre Città vicine, nei quali si essercità la gioventù 
nelle teorie, e nei militari essercitii, sono governati da officiali 
generali, e visitati di tratto in tratto dall'Imperatore e dalla Imperatrice per vederne i profitti: persone ricche e zelantissime del 
bene dello Stato, che in luoco di lasciare nell'estinzione delle loro 
famiglie le sostanze proprie agl'Ecclesiastici, le lasciano per la 
fondazione, e sostenimento dei predetti militari Collegi. Tutta la 
legislatione militare è ridotta in un libro, il quale si diede alle 
stampe, affine che non s'intinga ignoranza da chi che sia, ed ogni 
Capo di Compagnia lo deve avere per eseguirlo, e farlo eseguire: 
non è permesso né pure alla stessa Imperatrice di alterare la stampata legislazione, ed essa mise confini alla stessa Sovrana sua auttorità, perché dall'esperienza fu convinta, che li Principi prudenti 
tengono la militia, non per essercitare sopra di questa il dispotismo 
con una perpetua variatione di ordini, e di leggi, ma per difendere 
lo Stato, e per accrescerlo, quando le circostanze lo vogliano: non 
basta tutte le antedette cose, che mi diedi l'onore di rifferire, ma 
devo ancora significare, che li Principi Sovrani si onorano di servir 
nelle truppe, e che io stesso ne viddi taluni col fucile alla guardia 
fuori del Palazzo Imperiale, da ciò ne nasce, che la divisa militare è 
al sommo rispettata, ed onorata cominciando dall'Imperatore, che è 
sempre dell'uniforme coperto, ed in conseguenza onorata da tutto 
il Corpo della Natione. Li officiali cominciando dal grado di Capitanio fino a quello di Marescialo sono liberalmente trattati, cioè con 
altezza di stipendii, e con ciò meno soggetti alle tentazioni: reggimenti dati o ad officiali di lunga esperienza, e di conosciuto valore, 
o alle famiglie più illustri dello Stato, o dell'Imperio Germanico: 
ciaschedun reggimento ha due Colonelli, l'uno che si chiama il 
proprietario, e l'altro che si denomina il direttore: tutti li principali Signori, e Nobili, che sono li proprietarii dei reggimenti, hanno 
la virtuosa emulatione, che il suo reggimento sia migliore, e per la 
scielta degli uomini, e per la forma del vestito, per la bellezza e 
per la perfezione dell'armi, e finalmente per la destrezza dell'armi 
stesse. La Maestà dell'Imperatore dispensa le laudi a quei reggimenti, che egli trova meglio coperti, e disciplinati: li officiali 
stessi, non con modi servili, non convenienti al mestiere, si presentano alla Maestà dell'Imperatrice, e dicono francamente le loro 
ragioni, quando essi credono che nelle promotioni gli sia fatta 
qualche ingiustizia, né per questa militare franchezza adoperata 
verso la stessa Reale persona, sopportano alcun pregiudicio, e danno; 
anzi con somma umanità cerca l'Imperatrice di accarezzarli, e di 
farli stare a ragione nutrendogli la speranza di essere un giorno 
esauditi. La persona stessa dell'Imperatore con molta frequenza si 
porta di buon mattino a veder la Parada, ed è presente agli essercitii della sua truppa. Tutto il giorno si studia nuove maniere 
di migliorar la milizia, e nella decenza esteriore, e nell'intrinseco 
del mestiere. </p>
<p>Come l'odierno sistema di far la guerra, rispetto alla forza 
sua, consiste nell'Artiglieria, perciò non posso io a tal passo rifferire l'immensità dei dispendii fatti da questa Imperatrice Regina per 
accrescerne il numero, e perfezionarne la qualità. Quello che posso 
dire con verità si è, che la Corte di Vienna al giorno d'oggi per giudicio universale di tutti gli uomini militari di diverse nazioni con li 
quali parlai, la giudicano la più formidabile di tutte le altre Potenze 
Europee. Li pezzi di canon da campagna, che sono di calibri 
diversi, in un solo minuto tirano quindici colpi; io stesso viddi sì 
quelli di ferro, che quelli di bronzo, non solo bellissimi alla vista, 
ma eccellenti per la mistura e per le proportioni. Inventarono un 
canone per poter essere caricato a mitraglia, e ne fecero l'esperienza in faccia allo stesso Imperatore, il qual canone ferisce quattrocento passi in distanza, e niente può resistere alla forza, e moltiplicatione de' colpi suoi, in somma lo studio sulla milizia si può chiamare lo studio di quella natione, e guai a quei Principi, che dovranno sentire a piombar sopra loro gli effetti, che secondo tutte le 
probabilità dovranno riuscirgli assai tragici. </p>
<p>Nel mezzo però alli descritti incessanti studii di guerra non 
cessa l'Imperatrice di coltivare le liberali arti, avendo istituito Accademie di pittura, e di scoltura, volendo fare un saggio del genio di 
proprii sudditi nelle dette due arti. </p>
<p>Può quella Sovrana regolare a suo talento le provincie, delle 
quali ne feci sommariamente la descrizione, senza temere la resistenza de' popoli suoi, perché il genio de' medesimi nato, ed avvezzo 
da secoli alla servitù, si lasciano essi dispoticamente signoreggiare; 
ma questa Sovrana non può fare lo stesso sopra il vastissimo, e 
potentissimo Regno dell'Ungheria. Perché Vostre Eccellenze ne abbiano 
una qualche idea, credo necessario di narrare le cose seguenti. </p>
<p>Dopo che l'Ungheria soffrì dentro a se stessa le interne, ed 
esterne grandissime sue perturbationi, e che per motivo delle interne si lasciò in certa guisa governare da un Principe esterno ad 
essa, non fece ciò ciecamente, ma si diede sotto il dominio di Casa, 
d'Austria con alcune conditioni, e fu sempre vigilantissima nel sostenerle. Anco quando questo tal Regno era dominato dai naturali suoi 
Re, trovavasi temperato con leggi in modo, che riteneva più la 
sostanza di una Republica Aristocratica, di quello che d'una Monarchia. La nobiltà divisa in Comitati, e questi Comitati ridotti in diete 
governavano tutte le importanti cose di quel Reame. Con l'istessa 
forma di governo si lasciarono dominare dagli Austriaci, né può 
l'Imperatrice Regina mettere imposizioni, far leve de soldati, introdurre figure nelle diete, né nei Comitati, senza che essi non lo concedino. Regnò sempre nell'Ungheria due partiti contrarii, come è 
solito a nascere in tutti i corpi civili di antica origine, cioè il partito 
dei nobili, e quello del popolo. Li nobili, che fino dai antichi tempi 
furono li padroni, si fecero le leggi comode a loro, perché loro soli 
sono quelli, che non pagano imposizione nessuna, e loro soli sono pur 
quelli, che hanno tutte le altre preminenze, e privileggi, che in 
molto numero godono in quello Stato. Da questa tal differenza di 
nascita, e di trattamento, sorsero li inimicizie fra li due già detti 
partiti, e la Corte di Vienna vedendo di non poterli opprimere tutti 
e due, e farli affatto soggetti, si pose in mezzo a loro; io non dirò, 
che essa ne fomenti la seditione, ma non cerca il modo di toglierla, 
o perché lo creda pericoloso per ella stessa, o perché trovando ciò 
incorregibile, creda utile di aprofittare nella discordia. L'Imperatrice 
dal Corpo della nobiltà Ongarese non cava un dinaro, eccettuato che 
da quei tali, che non avendo figlioli, muoiono senza disponere della 
facoltà propria. Li villici sono quelli, che pagano al Reggio Erario 
le gravezze imposte sù quelle terre, che sono di lor proprietà, ed in 
oltre le personali, ma se la Sovrana non può rascuotere da' Nobili, 
essa in qualche maniera si rissarcisse sopra la ricchezza, e quantità 
de' beni ecclesiastici, che hanno in quel Regno. </p>
<p>Per le antiche leggi dell'Ungheria dal corpo della natione fu 
conceduta alli Re, che la dominarono nei trapassati secoli la facoltà 
di appropriarsi la rendita di due annate di tutti li beneficii ecclesiastici, che si rendessero vacanti, oltre la collatione de' medesimi 
dipendente dalla auttorità del Sovrano. Questo tal diritto di appropriarsi la biennale rendita forma una considerabile ricchezza alla Imperatrice, la quale si mantenne ferma nei Reggi diritti accordati a' suoi 
precessori; anzi li estese maggiormente, come è solito ad accadere 
in tutti quei governi signoreggiati dal sesso feminile, perché li 
popoli sopportano più facilmente la perdita dei suoi diritti, quando il 
colpo gli è dato da un sesso diverso da loro, o per una certa inclinatione, che natura v'introdusse, o perché dato il giudicio, che essi 
l'anno della debolezza del femineo intelletto, v'entri in loro un minor 
timore d'essere affatto oppressi. </p>
<p>Oltre le annue gravezze, che il corpo ecclesiastico contribuisce 
all'Imperiale Reggio Erario, la Sovrana di tratto in tratto mette allo 
stesso corpo delle estraordinarie impositioni sotto il specioso nome 
di doni gratuiti, e di sussidii coperti sotto il mantello della fortificazione delle piazze, che sono confinanti alli Turchi, per difendere 
quel Regno dalli improvisi assalti del suo vicino, e con ciò anco 
per sostenere la religione. Questo è un fonte di rendita per l'Imperatrice Regina, che ben presto divenirà perenne, perché si 
stabilì di non dimandare da qui inanzi a Pontefici la facoltà di 
gettare la detta estraordinaria gravezza sopra li beni ecclesiastici di 
quel Regno. </p>
<p>Le miniere di argento, e di oro, che nella Transilvania e 
nell'Ungheria si scopersero, sono di proprietà della Regina, ed essa, 
rispetto a quelle dell'oro ritraerà due milioni annui di fiorini. Alcuni 
pretendono, che Casa d'Austria cavi dall'Ungheria dieci milioni di 
fiorini per ciaschedun anno: può quel Regno resistere a tanta sortita 
del suo denaro per la somma fertilità di se stesso, perché dalle 
accurate informazioni, che presi, seppi che vi entrano dodici miloni 
di fiorini per anno della vendita de' suoi animali, e de' suoi prodotti, 
che sortono, e che vengono per conseguenza dagl'altri comprati. 
Non è credibile quanto quel Regno nello spatio di venti cinqu'anni 
siasi accresciuto di popolatione, e di coltura: alcuni, che erano semplici villagi, divennero città popolose; cominciarono a fiorire molte 
arti, che prima non esistevano: ora si cerca di impiantare de' Morari 
per aver sete in abbondanza, ed è quasi che certo, che il popolo si 
aumenterà ancor maggiormente, perché una quantità di Polacchi, e 
di Moldavi, per motivo della guerra presente, abbandonarono il 
patrio terreno, e si trasportarono nella Transilvania, ed Ungheria. </p>
<p>Non contenta la Corte di Vienna di quello, che ha da quel 
fertile Regno, che cerca anco di accarezzare le famiglie più potenti, 
condotta a far ciò dalle successive accadutegli ribelioni. Dispensa 
essa ad alcune persone più riguardevoli l'ordine del Tosone, quello 
di Santo Stefano resuscitato dalla presente Imperatrice, e l'ordine di 
Maria Teresa. Con tutti questi accarezzamenti però gli Ongaresi 
mantengono la gelosia della potenza degli Austriaci sopra di loro, né 
si lasciano vincere dalle blanditie, e temono sempre di restare 
oppressi. La Imperatrice, per quanto sia essa zelantissima della 
Religione cattolica, conviene, che per ragione di Stato lasci una 
libertà di credenza in quel Regno, perché colà vi è un mescuglio 
di sette antichissime, e moderne. Il Grecismo vi abbonda sopra di 
tutto, e vi fu particolarmente nei tempi dell'Imperatore Carlo VI, 
delle grandissime contentioni fra li Vescovi greci, e latini, le quali 
andarono a prorompere in pericolosisissime seditioni, che furono poi 
frenate con una legislatione formata dal celebre Principe EUgenio, 
il quale mise argine a quella irrutione con contentamento universale 
di quei popoli, legislatione, che continua ancora nella sua verde 
osservanza, impeditiva ai Vescovi latini, di molestare in nessuna 
parte le cose dei Greci. </p>
<p>Narrate che ebbi a Vostre Eccellenze in via sommaria, ed estratta ciò 
che attiene alle finanze, al comercio, alla milizia, ed al Regno 
dell'Ungheria, reputo di mio dovere, di rappresentare il sistema generale 
politico, che la Corte di Vienna cominciò a piantare fin dall'anno 1755, 
e che lo continua fino al giorno presente. Benché la Francia avesse 
promesso di non offendere la Pragmatica Sanzione formata dopo tanti 
studii ed oppositioni da Carlo VI; subito che questo Imperatore 
finì di vivere, cominciarono li Francesi dichiarare la guerra alla 
presente Imperatrice Regina, e per conseguenza mancarono a quei 
patti, che solennemente promisero al detto Imperatore. Le cose di 
quella guerra procedettero nel modo già noto, e la Corte di Vienna, 
dopo di avere provata una notabile diminutione de' Stati propri, e 
dopo di avere provato ancora dagli Inglesi antichi amici, ed alleati 
suoi, non dirò una infedeltà, ma una certa freddezza, e contrarietà 
d'interessi (cosa per altro solita ad accadere) nata questa freddezza, 
e questa contrarietà per le idee del Porto di Ostenda fatalmente introdotte nell'animo di Carlo VI, che rispetto al comercio si opponevano alle idee degli Inglesi; questa tal Corte di Vienna si credette 
costretta di abbandonare le antichissime inimicizie, ed odii, che da 
secoli regnavano fra le due famiglie Borbone ed Austria. Le replicate paci, che furono obbligati di fare con loro danno con li Francesi, 
forzati dall'Inghilterra senza le previe communicazioni, concerti ed 
assensi, gli esacerbarono potentemente l'animo, cosiché si disposero 
a cambiare il sistema. Il Gabinetto di Parigi, che si vidde nel mezzo 
alla prospera fortuna sua con un aumento de' Stati, quali sono quelli 
dell'Alsatia, della Lorena e delle Fiandre divenute francesi, pensò di 
stabilire amicizia con quella Corte, che sola in Europa glielo poteva 
turbare: e come questo tal gabinetto, fino da' secoli, temete l'unione 
del corpo Germanico, che mette l'estremità sue ai confini della medesima Francia; studiò tutte le maniere di rendersi amico il capo, 
ma nello stesso tempo di abbassarlo non di Stati, ma di potenza ne' 
suoi diritti. L'Imperatrice Regina timida dalle passate sue perdite, e 
particolarmente da quei Stati, che essa ancora possiede nella Fiandra, 
e nell'Italia, Stati che sono lontanissimi dai massimi centri suoi, 
credete di assicurarli facendo alleanza con li Francesi. Il Re di 
Prussia divenuto più potente con il mezzo della Francia, ma più 
potente ancora per il diligentissimo governo delle sue cose, acrebbe 
il timore in quella Sovrana; cosiché la combinazione di tutte queste 
idee la forzarono a fare il grande cambiamento del suo sistema politico. </p>
<p>La potenza Ottomana, che se fosse stata creduta nel suo antico 
vigore, averebbe servito di oppositione all'impianto di questo nuovo 
sistema perché la Corte di Vienna non si averebbe staccata 
dall'alleanza con la Moscovia; l'opinione dico di decadenza ne' Turchi 
contribuì a formare il grande fenomeno politico dell'unione fra Francesi ed Austriaci: e tanto premette alli primi di concludere il trattato 
di Versaglies, il quale in sostanza è una garantia delli Stati, che 
l'una, e l'altra delle Potenze contraenti possiedono, che li Francesi 
non si avvidero di urtare in un grande inconveniente, rispetto alla 
Porta, cioè di promettere a Casa d'Austria il soccorso di 20.000 uomini 
di truppe contro qualunque Potenza, che volesse attaccarla, e venire 
all'occupatione de' Stati suoi; in guisa che se l'Imperatrice è attaccata dalla Porta, in vigor del trattato li Francesi sono tenuti ad 
assistere con l'armi loro gli Austriaci, lo che saputo da' Turchi con 
il mezzo del Re di Prussia, perdettero in Costantinopoli la grande 
auttorità, che avevano nelle cose politiche de' Munsulmani. 
È ben vero, che in oggi pare, che il Gabinetto di Parigi abbi 
grande influenze in Costantinopoli, ma queste sono apparenze, le 
quali nascono dal sommo disordine e dal moltissimo pericolo, in cui 
si trova la Porta, la quale non per elezione, ma per necessità derivata dalle calamitose sue circostanze, si attacca a quelle tali Potenze, 
verso alle quali ha diffidenza minore. </p>
<p>Li Francesi per la durazione del trattato di Versaglies reputata 
utilissima alle loro vedute, cercarono di legare vie più la Corte di 
Vienna, non solamente con li matrimonii, oggetto che seppero che 
stava potentemente a cuore nell'animo dell'Imperatrice Regina per 
la collocatione delle sue figlie; ma vedendo che l'Imperatore presente 
sembrava non inclinato ai loro interessi, accuirono sempre più l'intelletto coll'abbassare li diritti dello stesso nel corpo Germanico: 
fecero inoltre tutto il possibile, perché la Regina accadesse al patto 
di famiglia, che realmente è la sola alleanza offensiva, e defensiva, 
che regni oggidì nell'Europa. A questo gran tentativo pratticato 
dalla Francia resistette quella Sovrana di acconsentire, non fidandosi 
delle sempre volubili idee dei Francesi, e dubitando di essere con 
ciò strascinata, malgrado la sua pacifica intentione, ad entrare in 
una guerra, e dubitando altresì di peggiorare le proprie sue conditioni nei possessi de' Stati, che essa ha in Italia, per gli accrescimenti, che è molto probabile, che voglia dare la Francia stessa al Duca 
di Parma, e dubitando ancora di prestare occasione al Re di Prussia unito con la Moscovia, di mettergli a pericolo li Stati non lontani 
dalla sua capitale. Non ostante a tutta la resistenza fin'ora pratticata 
dall'Imperatrice Regina nel secondare in ciò le idee del Gabinetto di 
Parigi, queste due Corti però si communicano reciprocamente tutti 
li passi politici, che fanno verso gli altri Principi. Sorge di tratto 
in tratto, come è ben naturale, qualche diffidenza fra essi, come 
nacque per la Corsica, e per la sorpresa di Avignone, e di Benevento, 
ma queste non sono che efimere suspitioni, e pare, che queste due 
grandi Corti vogliano stare immobilmente attacate alle massime 
superiormente narrate. Sarebbero forse nate delle variationi del 
presente politico sistema, se il Gabinetto Austriaco avesse veduto 
negli Inglesi più concordia di nazione, e più vigore nelle loro finanze, 
e se avessero opinione di buona fede nell'animo del Re di Prussia, 
il quale tentò fin'ora invano di convincerli, che gli sarebbe stato 
buono amico, e che durante la vita propria, quando non fosse stato 
assalito, non averebbe alterato il trattato ultimo di pace. </p>
<p>Tali sono li principii di Casa d'Austria nelle cose politiche 
risguardanti gran parte di Europa. Per quello poi concerne alla Porta 
Ottomana, vedendola illanguidita dalla lunghezza della pace, l'Imperatrice Regina essendo distratta dalle guerre sofferte, e dalle finanze 
abbattute per alcuni anni, non pensò alla cose de' Turchi; ma cominciate a sorgere le perturbationi nella Polonia, prima di tutto si riordinò perfettamente al di dentro, tenendo nell'Ungheria, nella Transilvania, e nella Boemia un Corpo di 120.000 uomini proveduti intieramente di atrecci militari, e vettovaglie, per essere rispettata non 
solo, ma per essere a portata delle future combinazioni. Dopo il 
scioglimento di alleanza con la Moscovia, non stabilì essa contro de' 
Turchi alcun trattato, ma stette vigilantissima all'andamento delle 
cose di questa guerra, la quale se finirà senza grande perdita de' 
Stati Ottomani, è molto probabile, che ripigli l'alleanza con la Moscovia, non volendo essa solo restare esposta alla potenza Turchesca 
con la diversione, che sempre teme del Re di Prussia, e per un altro 
soggetto ancora, cioè quello di infievolire l'unione di quel Re con 
la Russia stessa, mediante l'alleanza, che contraerebbe per le cose 
de' Turchi. </p>
<p>Ommetto di parlare del sistema politico di questa Corte sulle 
cose d'Italia, perché li matrimonii fatti, e da farsi nella medesima di 
Arciduchesse, e di Arciduchi lo fanno lucidamente conoscere. Quello 
che credo di dover dire si è, che di questa Italia con molta ragione 
gran cura ne tengono sì l'Imperatore, che l'Imperatrice, e che l'attaccamento per questa si acrebbe vie più, dopo che l'Imperatore la vidde 
quasi che tutta con l'occhio proprio. Questo è tutto quello, che con 
il solito di mia conosciuta imperfettione credei bene, in obbedienza 
alla legge, di far giungere a publico lume. </p>
<p>Credo pure di mio dovere, di rendere conto a Vostre Eccellenze del servizio che prestò in Vienna il Fedelissimo Segretario Uccelli, il quale per 
il corso intiero della da me sostenuta legatione diede pienissimi saggi 
di esatezza, e di abilità nel suo officio; per ciò sono certissimo, che 
tutte le incombenze, che gli saranno in avvenire da Vostre Eccellenze 
adossate, lui le sostenirà con fedeltà, con pontualità scrupolosa, con 
moltissimo talento, e con instancabile assiduità: da ciò sembrami che 
possa egli rendersi meritevole della publica clemenza. Grazie. </p>
<closer><dateline>Venezia lì 29 Dicembre 1769. </dateline>
<signed> 
Polo Renier Kaiser Ambasciator ritornato. </signed></closer></div1></body></text></TEI.2>
