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      <title>La Torta</title>
      <author>Giacomo Leopardi</author>
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    <extent>12 Kb in UTF-8</extent>
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      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
      <pubPlace>Roma</pubPlace>
      <date>2004</date>
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        <p>Questa risorsa digitale è liberamente accessibile per uso
              personale o scientifico. Ogni uso commerciale è vietato</p>
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      <title>Collezione BibIt</title>
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        <title>Tutte le opere</title>
        <author>Leopardi, Giacomo</author>
        <editor id="ed">Felici, Lucio</editor>
        <publisher>Lexis Progetti Editoriali</publisher>
        <pubPlace>Roma</pubPlace>
        <date>1998</date>
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                    <p>Tutti i materiali paratestuali della fonte cartacea non riconducibili alla
                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                      digitale</p>
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                      <p>Livello medio: controllo a video con collazione con edizione di
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                      <p>I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea
                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
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                      <p>I trattini di sillabazione a fine riga sono stati soppressi e le parole
                        ricomposte</p>
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      <date>800</date>
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        <term>850.9 - LETTERATURA ITALIANA. STORIA</term>
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<div1><head>La Torta</head>
<opener><byline><hi rend="italic">Poemetto di A. Settimio Sereno</hi></byline></opener>
<note place="foot"><p>Questo vago poemetto di 123 versi nel testo, ove ha titolo: <hi rend="italic">Moretum</hi>, sta tra le cose dubbie di Virgilio, di cui dice l'autore della sua Vita ascritta a Donato: <hi rend="italic">Deinde (fecit) Catalecton et Moretum et Priapeia et Epigrammata et Diras et Calicem quum esset annorum quindecim</hi>. Dal Sig. di Saumaise fu creduto di Svevio, e questi pur fece un <hi rend="italic">Moretum</hi> che però certi versi allegatine da Macrobio fan chiaro essere stato altro dal nostro. Ora è sentenza de' dotti (e fu pure dello Scaligero, del Barthio, dello Weitzio) che autore di questo sia un A. Settimio Sereno o Severo, poeta Falisco, vivuto come pare, al tempo de' Vespasiani, e citato da Terenziano Mauro suo quasi contemporaneo, che ricorda un libro di lui, <hi rend="italic">Docuit quo ruris opuscula</hi>, da Sidonio Apollinare da Marciano Capella da Mario Vittorino da Diomede da Servio da Nonio che fa memoria delle sue operette rurali, e da Giovanni di Salisbury. Certo il <hi rend="italic">Moretum</hi> è del buon tempo, e se merita fede quel che si legge in un Codice dell'Ambrogiana, appartiene in certa guisa ad autor greco. In quel Codice ha il nostro poemetto con queste parole avanti: <hi rend="italic">Parthenius</hi> (parlarsi di Partenio di Nicea, poeta greco del secolo d'Augusto) <hi rend="italic">Moretum scripsit in graeco, quem Virgilius imitatus est</hi>. Se questo è vero Giuseppe Scaligero, che fece il <hi rend="italic">Moretum</hi> in greco, lo restituì alla sua lingua natia. In versi italiani questo poemetto è stato recato per Alberto Lollio e Vincenzo Rai nel cinquecento, per Francesco Antonio Tomasi e Ciriaco Basilico nel seicento, per Francesco Maria Biacca detto Parmindo Ibichense nel settecento, e al nostro tempo per Giambattista De Velo. </p></note>
<lg>
<l>Era il verno, e trascorsa oltra dieci ore</l>
<l>La notte, e 'l gallo il giorno avea predetto,</l>
<l>Quando Simulo il rustico cultore</l>
<l>Di breve campicel, dal rozzo letto,</l>
<l>Temendo digiunar nel dì futuro,</l>
<l>Scosso adagio il sopor, s'alza a lo scuro. </l></lg>

<note place="foot"><p>Chi ha letto il Celeo a buon dritto lodatissimo del Baldi, vedrà leggendo la Torta che questi due poemetti hanno la stessa andatura e paiono fatti ad una stampa. E che ciò non sia stato opera del caso è fatto apertissimo per li primi versi del Celeo che in parte sono quasi traduzione de' primi versi della Torta:
<quote rend="block">
<lg>
<l><hi rend="italic">Sparir vedeasi già per l'oriente</hi></l>
<l><hi rend="italic">Qualche piccola stella e spuntar l'alba;</hi></l>
<l><hi rend="italic">Già salutar il giorno omai vicino</hi></l>
<l><hi rend="italic">S'udia col canto il coronato augello,</hi></l>
<l><hi rend="italic">Quando pian pian dal letticciuolo umile</hi></l>
<l><hi rend="italic">Celeo, vecchio cultor di pover orto</hi></l>
<l><hi rend="italic">Alzò desto dal sonno il pigro fianco.</hi></l>
</lg></quote></p></note>

<lg><l>Esplorando le tenebre a tastone</l>
<l>Va passo passo, e giunto al focolare,</l>
<l>S'acceso anco vi sia qualche carbone</l>
<l>Cerca così che sentesi scottare:</l>
<l>Pronto la man ritragge, e vede allora</l>
<l>Il foco luccicar non morto ancora.</l></lg>
<lg><l>Un tizzon che la sera ivi riposto</l>
<l>Simulo avea con provvido consiglio,</l>
<l>Giacea sotto la cenere nascosto.</l>
<l>Volgesi il buon villano e dà di piglio</l>
<l>A la lucerna e 'n giù la piega, e chino</l>
<l>Co l'ago slunga l'arido stoppino.</l></lg>
<lg><l>Desta col soffio il moribondo foco</l>
<l>Ch'al fin chiarisce, e la lucerna accende;</l>
<l>Poi sorge e s'incammina a poco a poco,</l>
<l>E 'l lume infermo co la man difende;</l>
<l>Men timido e più franco indi s'avanza,</l>
<l>E guarda e schiava l'uscio de la stanza.</l></lg>
<lg><l>Con misura, che tanto è sol capace,</l>
<l>Sedici toglie poi libbre di grano</l>
<l>Da scarso monticel che 'n terra giace,</l>
<l>E presso ad una macina da mano,</l>
<l>Sopra piccola mensa ad un cantone</l>
<l>Del muro appesa, il lume suo depone.</l></lg>
<lg><l>Striga le braccia, e di vellosa pelle</l>
<l>Di capra cinto, il mulinello appresta.</l>
<l>Parton l'opra tra lor le due sorelle;</l>
<l>Insiem colei volge la ruota, e questa</l>
<l>Versa il frumento ch'al girar del sasso</l>
<l>Scorrendo va, fatto farina, al basso.</l></lg>
<lg><l>La destra man talor, talor la manca</l>
<l>Compie a la volta sua l'istesso uffizio:</l>
<l>L'una a l'altra succede quando è stanca,</l>
<l>Sì ch'alternando van loro esercizio:</l>
<l>E con suo rozzo canto rusticano</l>
<l>Alleggia sua fatica il buon villano.</l></lg>
<lg><l>Cibale chiama al fin. Sol questa avea</l>
<l>In casa il contadin fante Affricana,</l>
<l>E fede di suo genere facea</l>
<l>Tutta del corpo la sembianza strana:</l>
<l>Eran sue chiome tortuose, ed era</l>
<l>Sua faccia di color pressochè nera.</l></lg>
<lg><l>Tumido labbro, petto spazioso,</l>
<l>Ventre e mamme giacentisi e compresse,</l>
<l>Larga pianta, esil gamba, aspro e scabroso</l>
<l>Calcagno avea per lunghe rughe e spesse.</l>
<l>A questa impon che legna al focolare</l>
<l>Arrechi ed arda, e ponga acqua a scaldare.</l></lg>
<lg><l>Ma de la ruota già finita è l'opra.</l>
<l>Simulo co la mano il gran raccoglie</l>
<l>Entro uno straccio e l'abburatta, e sopra</l>
<l>Restan le grosse Cereali spoglie,</l>
<l>Mentre purgato in sottil pioggia il grano</l>
<l>Cade pe' fori in sul supposto piano.</l></lg>
<lg><l>A la farina poi che ragunata</l>
<l>Ha sopra liscia tavola, dispensa</l>
<l>Tepid'onda il villano, e l'aggrumata</l>
<l>Pasta scorrendo co la man l'addensa,</l>
<l>Liquido sal vi sparge, e 'l tutto insieme</l>
<l>Mesce e volge sossopra e mena e preme.</l></lg>
<lg><l>Poi ch'assodata fu la facil massa,</l>
<l>Ei co le palme a dilatarla imprende,</l>
<l>Appianala, rotondala, l'abbassa,</l>
<l>La segna in quadri uguali e la distende</l>
<l>E la compone in aggiustato loco</l>
<l>Che Cibale mondò vicino al foco.</l></lg>
<lg><l>Di piatti la ricopre, indi con arte</l>
<l>La veste di carbon. Mentre Vulcano</l>
<l>E' piatti al foco fan la loro parte</l>
<l>Quel non si sta co le sue mani in mano,</l>
<l>Ma cerca d'altro cibo, onde men grato</l>
<l>Non sia pane senz'altro al suo palato.</l></lg>
<lg><l>Sopra 'l fumo non pende al suo cammino</l>
<l>Secco tronco di porco o duro tergo,</l>
<l>Ma sol di crespo aneto ha il poverino</l>
<l>Pendente un vecchio fascio entro l'albergo</l>
<l>E una forma di cacio. Il villan saggio</l>
<l>Ad altra cosa volge il suo coraggio.</l></lg>
<lg><l>Giacea presso la casa un piccol orto,</l>
<l>E di canne e di vimini contesta</l>
<l>Fratta 'l munia. Quest'era il suo conforto</l>
<l>Ne' tempestosi dì, ne' dì di Festa,</l>
<l>Quand'arar non potendo, era costretto</l>
<l>Di starsi neghittoso entro 'l suo tetto.</l></lg>
<lg><l>Opra sol di sue cure, ei quindi avea</l>
<l>Quanto abbisogna a poverello; e spesso</l>
<l>Cose assai di quell'orto richiedea</l>
<l>Al povero cultore il ricco istesso,</l>
<l>Ch'e' di semi il forniva, e al buon terreno</l>
<l>Qualche vicino rio menava in seno.</l></lg>
<lg><l>La zucca ivi giacea sul ventre tondo,</l>
<l>E malve e bieta e 'l porro che nomato</l>
<l>È da la testa, e 'l romice fecondo</l>
<l>E 'l cavolo e 'l papavero gelato</l>
<l>E lattuga v'avea che grata viene</l>
<l>Fra laute messi in cittadine cene.</l></lg>
<lg><l>Ma questi cibi il povero padrone</l>
<l>Raro a la bocca d'appressare ardia.</l>
<l>Fasci d'erbe recando ei ne le None</l>
<l>Da la campagna a la città venia,</l>
<l>E quindi a casa ritornar contento</l>
<l>Scarco il capo solea, grave d'argento.</l></lg>
<lg><l>Pressochè mai da cittadin macello</l>
<l>Cibo recava a poco prezzo tolto:</l>
<l>Di nasturcio nutriasi il poverello,</l>
<l>Che raggrinzar fa cui lo morde, il volto,</l>
<l>Di cipolla o vil porro, o di ruchetta</l>
<l>Ch'a l'amorose brame i pigri alletta.</l></lg>
<lg><l>Vien dunque a l'orto, e levemente scava</l>
<l>Co le dita il terren: quattr'agli in prima</l>
<l>Con spesse fibre trae che 'l suol celava,</l>
<l>Di poi ruta e coriandoli e la cima</l>
<l>Coglie de l'appio, e torna, e al foco siede,</l>
<l>La fante appella, ed il mortaio chiede.</l></lg>
<lg><l>Indi a que' cibi il primo velo agreste</l>
<l>E la vil buccia destramente toglie,</l>
<l>E ad uno ad un li monda e li disveste,</l>
<l>Spargendo il suol de le neglette spoglie;</l>
<l>Bagna poscia ne l'acqua e si riserba</l>
<l>E nel mortaio getta il bulbo e l'erba.</l></lg>
<lg><l>Di sal gli asperge e duro cacio e bianco,</l>
<l>E co la destra man tratta il pestello.</l>
<l>L'aglio ammollisce, e fa vicino al fianco</l>
<l>Co la sinistra al rozzo lin puntello.</l>
<l>Ammacca pria le più superbe cime,</l>
<l>Poi tutto infrange, e un misto succo esprime.</l></lg>
<lg><l>Gira il pestello, e ne l'informe pasta</l>
<l>Di più colori fassi un sol colore:</l>
<l>Bianco non è, che l'erba gliel contrasta,</l>
<l>Verde no, che gliel nega il bianco umore.</l>
<l>Fan que' cibi, in perdendo lor virtute,</l>
<l>Una di molte lor virtù perdute.</l></lg>
<lg><l>Spesso l'acuto odor saetta il naso</l>
<l>Che si raggrinza, al povero villano,</l>
<l>Ond'egli il volto in ritirar dal vaso,</l>
<l>Le lagrime col dosso de la mano</l>
<l>Si terge; e qualche volta ito in furore,</l>
<l>Maladice 'l suo pranzo e quell'odore.</l></lg>
<lg><l>Andar vede il pestello omai più lento</l>
<l>Vicino al fin de l'opra il villan lieto,</l>
<l>E sul saporosissimo alimento</l>
<l>Stilla con parca man pungente aceto,</l>
<l>Ed olio pure in maggior copia infonde;</l>
<l>Il tutto poi rimesce e riconfonde.</l></lg>
<lg><l>Va con due dita intorno, e al mezzo porta</l>
<l>La massa omai ben assodata e mista:</l>
<l>E per sua man la desiata Torta</l>
<l>La sembianza in tal modo e 'l nome acquista.</l>
<l>Il pane appunto allor Cibale attenta</l>
<l>Tolto dal foco al contadin presenta:</l></lg>
<lg><l>Che satisfatte omai viste sue brame,</l>
<l>E per quel dì dopo le rustich'opre</l>
<l>Sicuro già di non morir di fame,</l>
<l>Calza i stivali e col cappel si copre,</l>
<l>Indi fuor esce, ed aggiogati i buoi,</l>
<l>Gli spinge il solco a far pe' campi suoi. </l></lg></div1></body></text></TEI.2>
