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      <title>Relazione di Francia (1605-1608)</title>
      <author>Pietro Priuli</author>
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    <extent>213 Kb in UTF-8</extent>
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      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
      <pubPlace>Roma</pubPlace>
      <date>2005</date>
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      <title>Collezione BibIt</title>
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        <title>Relazioni di ambasciatori veneti al Senato : tratte dalle migliori edizioni disponibili e ordinate cronologicamente</title>
        <title type="part">vol.</title>
        <author>Firpo, Luigi</author>
        <publisher>Bottega d'Erasmo</publisher>
        <pubPlace>Torino</pubPlace>
        <date>1965</date>
        <note>Il volume sesto va dal 1600 al 1656.</note>
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                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                      digitale</p>
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                      <p>I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea
                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
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<div1 n="Relazione di Francia di Pietro Priuli">
<head>Relazione di Francia
di
Pietro Priuli 
ambasciatore
ad Enrico IV
dall'anno 1605  al 1608.</head>
<div2><head>Premessa</head>
<argument><p>Informazione
fatta dall'Ambasciatore
Pietro Priuli
sullo stato delle trattative per una lega
tra la Francia ed i Principi d'Italia
nel 1608.</p></argument>
<opener><salute>Serenissimo Principe.</salute></opener>
<p>Conviene all'obbligo di quelli che ricevono l'onore dalla
Serenità Vostra di essere impiegati nel carico delle ambascierie
di dare al loro ritorno distinto ragguaglio di tutto quello che hanúno trattato con quel principe alla residenza del quale sono stati
destinati. Viene non di meno ordinariamente dispensato quest'obúbligo dall'umanità dell'Eccellenze Vostre senza alcuna prescrizioúne di tempo, acciò sia permesso a quelli che servono di poter
con soddisfazione e quiete del loro animo adempire al loro deúbito.</p>
<p>Confidavo per ciò che sarebbe stato a me permesso di godere
quelle medesime comodità che ad altri sono concesse, ed a quelli in
particolare che oltre alle fatiche dei negozii pubblici hanno a penúsare a restaurare la loro salute, per rendersi tanto più atti alla
continuazione del servigio che devono prestare alla patria. Pure
essendomi jeri stato comandato di dover dar conto nell'Eccellenútissimo Senato di tutto quello che è avvenuto nel principio, mezúzo e fine del negozio della lega che la Serenità Vostra colla mia
opera ha trattata con Sua Maestà, non ho potuto far di meno di
non obbedire, sebbene questa parte doveva da me essere rappreúsentata nel fine della mia relazione, per rendere maggiormente
informate le Eccellenze Vostre di questa materia, e facilitare con
tal conoscenza la risoluzione loro in quello che avessero stimato
proprio al loro servigio.</p>
<p>Fu da M. di Fresnès, già ambasciatore residente per la
Maestà Cristianissima appresso la Serenità Vostra, promosso queústo negozio di lega allorchè ella procurava esser fatta siúcura di quanto poteva promettersi dalla Maestà Sua, mentre si
stava in dubbio, che le differenze vertenti tra Vostra Serenità ed
il pontefice terminassero colla rottura. Valendosi quel ministro
dell'occasione, sì per il desiderio ch'egli aveva di essere istruúmento di negozio di tanta conseguenza attinente al servizio del
suo re, come anco perchè colla conclusione sua, sperava ritrar
non solo gran riputazione, ma gran parte nella grazia del re anúcora; si prese allora quel ministro maggior autorità di quella si
conteneva nelle sue commissioni in questo negozio, onde il re
sentì gran disgusto, conoscendo che il trattare in congiuntura
tale di collegarsi con la Repubblica lo portava ad aperta dichiaúrazione dell'animo suo contro il papa. E per questo particolare
rispetto non volse nè anco dar imaginabile ombra di voler entraúre in tale trattazione. Stimando però tempo opportuno di tocúcare di questo negozio, mi disse che dovessi far sapere all'Eccelúlenze Vostre che la proposta di M. di Fresnès era stata fatúta per via di discorso, e come da lui, e non per ordine suo, non
comportando la congiuntura e l'occasione di metter mano qui
dentro; ma ben poteva ciò farsi, quando si fosse veduto qual esito
avessero avuto gli affari con Sua Santità; volendo il re per suo
interesse portare di questa maniera la cosa in lungo fino a che fosúsero terminate le differenze, per non dichiararsi e restare di tal
modo escluso dal pontefice dalla trattazione ed accomodamento
di quegli affari.</p>
<p>Restò comprovata questa intenzione, poichè subito accomoúdato il negozio si lasciò meco liberamente intendere che era alloúra tempo di proseguire nella trattazione della lega, e venir ad
una buona e presta conclusione per la reciproca conservazione
degli Stati comuni, coll'includervi il papa ed altri principi d'Itaúlia: credendo d'aversi obbligato il pontefice in particolare per la
parte che aveva avuto nel levarlo dai travagli: e presupponendo
insieme che quello fosse tempo opportuno di alienarlo per tal via
in tutto dall'inclinazione agli Spagnuoli; aggiungendo Sua Maeústà che quando la Repubblica fosse stata collegata seco in partiúcolare, avriano gli Spagnuoli avuto riguardo di darle in alcun temúpo molestia, nè sariano stati così solleciti nell'inventare novità,
nè cosi pronti ad abbracciare tutte quelle occasioni che loro si
fossero rappresentate in Italia d'ingrandire le loro forze con l'uúsurpazione degli Stati degli altri; e che in somma non potevano
l'Eccellenze Vostre stabilir meglio la conservazione della loro
quiete e del loro Stato che col far questa unione. </p>
<p>Il medesimo mi fu confermato da tutti li ministri, sebbene, seúcondo l'ordinario di portare artificiosamente li suoi interessi, proúcurarono di farmi credere che questo pensiero uscisse dalla Maeústà Sua non con altro fine che per il bene della Repubblica e per
la conservazione di essa, mostrandomi che quanto al suo particoúlare poco Sua Maestà aveva a desiderare per il mantenimento del
suo regno, avendolo ella con le sue prudentissime azioni ridotto
in tanta sicurtà e quiete che non aveva bisogno di valersi delle
forze, nè dell'assistenza d'altro principe per il mantenimento di
esso.</p>
<p>Intesa dalle Signorie Vostre Eccellentissime la proposta di
quel re, ritrovandosi allora accomodate col pontefice, m'imposeúro di rispondergli, che lodavano il suo nobilissimo pensiero, come
quello che mirava al servigio comune, al mantenimento della liúbertà d'Italia ed al particolare loro utile, e che però avrebbero aúscoltato tutto quello che dalla Maestà Sua fosse stato di nuovo proúposto. Facendomi aggiungere che per esser allora il bisogno urúgentissimo di provvedere agl'inconvenienti che con facilità poútevano succedere nei Grisoni per li moti in quel paese, giudicavaúno esser bene attendere a questo, conoscendo chiaramente che il
lasciarlo imperfetto avrebbe impedita ogni trattazione di altri neúgozii.</p>
<p>Fu in quel punto veramente creduto dal re che Vostre Eccelúlenze, per questo essenziale rispetto dei Grisoni, restassero di proúseguire nella trattazione: ma fatto poi riflesso sopra tal risposta,
col parere de' suoi ministri, e con quello che gli fu scritto da M.
di Fresnès in questo proposito, sospettò che la Serenità Voústra avesse intenzione di portare colla proposizione fatta il negoúzio in lungo, e che in essenza non avesse animo di venire ad altra
conclusione di questo fatto. </p>
<p>Non mostrò però meco alcun segno del concetto che teneva,
ma consigliata la risposta che aveva a farmi, risolse di commenúdare il giusto rispetto che moveva l'Eccellenze Vostre di attendeúre l'accomodamento dei Grisoni, coll'aggiungere che questo terúminato, sarebbe sempre stato tempo di ripigliare il negozio. </p>
<p>Fece non di meno M. di Fresnès nuova istanza per orúdine di Sua Maestà acciò restasse assicurata se in questo negozio
Vostra Serenità camminava con risoluzione di far alcuna cosa,
ovvero di portarlo innanzi; al che fu dall'Eccellenze Vostre rispoústo che erano inclinate ad incamminarlo, e che sebbene conveniva
grandemente al loro interesse il procurare che le dissensioni che
erano tra i Grisoni restassero terminate, essendo di quella imporútanza che si poteva molto ben comprendere, con tutto ciò sarieno
state pronte per questa unione, aspettando d'intendere volentieri
tutto quello che fosse dalla molta prudenza della Maestà Sua proúposto. Ma aggiunsero che avrebbero stimato bene per il buon eúsito dell'affare, che nell'unione vi restassero inclusi li principi
d'Italia, ed il pontefice in particolare, come ella aveva da princiúpio ricordato, affine di ricevere questo comune servizio di tener
lontana Sua Santità dallo stringersi maggiormente cogli Spagnuoli.</p>
<p>Pervenuta a notizia del re questa risposta, e veduto che con
essa mostravano l'Eccellenze Vostre di non stimare più il rispetto
dei Grisoni, ma mettevano innanzi il doversi far ufficio col ponteúfice in particolare, perchè avesse a restare incluso in questa lega,
entrò in sospetto ch'elleno avessero penetrati gli ufficii fatti fare
da lui con Sua Santità in questo proposito per cavarne la sua inútenzione, e che insieme si fosse da loro risaputo che la Beatitudiúne Sua si fosse non solo mostrata aliena da questi pensieri, ma in
qualche modo disgustata della Maestà Sua, perchè il cardinale di
Guisa nel terminare le differenze non l'avesse fatto con quell'avúvantaggio che da lei le fu data intenzione che sarebbe seguito. E
però tanto più dubitò che con questa proposizione volessero le Siúgnorie Vostre Eccellentissime o non far altro, o portar in lungo la
cosa; ed avvedutasi appresso che siccome lei nel principio aveva
proposta facile la riuscita di tanto affare, così poi le riesciva difúferente dal suo pensiero, determinò convenire alla sua riputazione
lasciare di parlarmi per qualche giorno sopra ciò, ed attendere
che se Vostre Eccellenze avessero desiderio che restasse terminaúto, gliene fosse da loro fatta nuova istanza. Passarono due mesi
in circa che nè il re nè li ministri mi dissero alcuna cosa in queústo particolare, ma trovatomi un giorno seco, essendomi da lui
accennato quanto convenisse al servizio comune il conservarsi
uniti, uscì a dirmi, che aveva sempre avuta affettuosa inclinazioúne verso la Serenità Vostra, e aveva sempre desiderato che quella
intelligenza s'andasse maggiormente stringendo, ma che in vero
era stato da lui scoperto non essere nell'Eccellenze Vostre quella
risoluzione che per effettuar tali pensieri si ricercava, e però, disse,
non era passato più oltre in questo particolare.</p>
<p>Io assicurai la Maestà Sua dell'osservanza verso di lei, e
della buona disposizione ch'elle tenevano di dimostrare con efúfetti quello che altre volte da me le era stato detto; con aggiuúgnerle, che se il negozio non era camminato più oltre, era proceúduto dalla Maestà Sua, non da causa datale da loro, essendosi
sempre mostrate pronte d'ascoltare quello che da lei fosse stato
proposto in questa materia.</p>
<p>Mostrò il re di credere essere nell'Eccellenze Vostre quella
disposizione di animo che gli accennai, e si lasciò intendere, che
prima del mio partire avrebbe pensato a dirmi alcuna cosa acciò
a bocca la riferissi, essendo questo negozio per l'importanza
sua meglio da trattarsi con la voce che con la penna, credendo
che le Signorie Vostre Eccellentissime avriano avuta occasione di
dar credenza a quella relazione ch'io avessi potuto fare dell'afúfetto col quale invigilava a quelle cose che concernevano il
servizio di questa Serenissima Repubblica, per il lungo tempo che
mi ero appresso di lei trattenuto.</p>
<p>All'arrivo poi dell'illustrissimo mio successore fu da Vostra
Serenità comandato, e a lui ed a me insieme, di dover dare alla
Maestà Sua parte di quello che ad esso mio successore era stato
proposto dal signor Duca di Savoja in questa materia di lega,
mentr'egli passò per Torino. Sopra la qual proposta il re non
ne avendo per anco avuta da quel principe alcuna notizia, e per
esser molto bene dalla Maestà Sua conosciuta la natura di lui, fece
poco fondamento, mostrando la difficoltà che aveva in sè l'unire
l'intenzione dei principi d'Italia guidati chi dall'uno e chi dalúl'altro interesse, e particolarmente del papa, per quell'obbligo
nel quale credeva esser posto con gli Spagnuoli, e perchè ne avea
già fatto prova, come le ho accennato. Aggiuntavi poi l'occasioúne che la Maestà Sua aveva per le cose passate di creder poco ad
esso signor duca di Savoja, stimando ch'egli non tenga nel suo
interno altro pensiero, che d'inventare occasioni dalle quali posúsa derivare la rottura tra il Cattolico e la Maestà Sua, sperando
forse con l'alterazione dello stato nel quale si attrovano le cose
del mondo di poter avvantaggiare la sua fortuna molto ristretta,
avuto rispetto a' vasti suoi disegni; che dovevasi aver riguardo
alle sue operazioni, mostrar di credere ch'egli potesse eseguir
quello che proponeva, dargli speranza di volerne venire all'effetúto per tenerlo lontano dalla pratica con gli Spagnuoli, ma mirar
bene per tali rispetti di non concludere alcuna cosa col mezzo di
lui, non potendosi fare che cattivo fondamento nella sua fede. </p>
<p>Consultò il re dopo con suoi ministri questa proposta del
duca, e quando andai a prender licenza dalla Maestà Sua me ne
parlò di nuovo, e mi disse, che avendosi posto già in obbligo di
espressamente significarmi prima del mio partire quale fosse l'aúnimo suo in questo particolare acciò lo rappresentassi alle Signoúrie Vostre Eccellentissime, mi faceva sapere che avrebbe sempre
conservato nel suo petto quell'ottima volontà e disposizione che
per il passato aveva avuto di procurare il servizio e comodo di
questa Serenissima Repubblica, e far tutto ciò ch'avesse compreúso poterle giovare; che però per darle vivamente a conoscere
questo, desiderava d'unirsi strettamente con lei, e che per effetto
di questa colleganza, poichè s'era rappresentata l'occasione della
proposta del duca di Savoja di far una lega con tutti li principi
d'Italia, opinava che l'Eccellenze Vostre (potendo ciò giovare)
gli facessero rispondere, che avrebbono assentito alla proposta
quando in essa lega vi si fosse indotto il re di Francia ancora
come capo, per indur quel duca a tanto più alienarsi dagli Spaúgnuoli; ma che quando ciò non fosse seguito, o non fosse parso
buon termine a Vostra Serenità, egli sarebbe sempre stato pronto
ad unirsi con lei, come per il passato me ne avea dato certa ed
indubitata intenzione; incaricandomi di nuovo a dover tutto ciò
per nome suo riferir alle Signorie Vostre Eccellentissime. </p>
<p>Stando io sulla partenza molti dei ministri di Sua Maestà
vennero a vedermi, e fra gli altri M. di Rosny, il quale dopo pasúsati alcuni ragionamenti mi aggiunse ch'era bene ch'io colla
mia venuta alla patria avessi procurato d'eccitare Vostre Eccelúlenze a stabilire quella colleganza, della quale s'era già discorso
doversi per servizio comune fare tra il re e l'Eccellenze Vostre,
e che sebbene egli stimava che quella neutralità, con la quale la
Serenissima Repubblica già tanto tempo s'era governata, dovesúse impedire di venire ad una tal risoluzione, tuttavia non voleva
serbare di ricordarmi quello che conosceva esser servizio comuúne, sperando che potessero le Eccellenze Vostre accomodare li
suoi pensieri e risoluzioni conforme alla natura de' tempi, dicenúdo infine che questa lega si sarebbe poi intesa secondo il termine
a che per maggior sicurezza degli Stati si fosse l'una parte e
l'altra accordata di appigliarsi, e che per effetto di essa il re
avrebbe date alla Repubblica agenti pagate quant'ella avesse voúluto, facendole condur per mare quando non vi fosse stato altro
passo, e la Repubblica all'incontro ne' bisogni avrebbe corrispoústo a Sua Maestà con denari in proporzione.</p>
<p>Ha Vostra Serenità inteso le cause per le quali il re dopo esúsere stato proposto questo negozio di lega da M. di Fresnès lo porútasse in lungo. Ora parmi convenirsi al mio debito, per quella
cognizione ch'io ho potuto apprendere col soggiorno fatto appo
S. M. Cristianissima di trentadue mesi, e per le straordinarie freúquenti occasioni che ho avuto di trattare con lei, e così penetrare
ne' suoi interessi, significare alla Serenità Vostra il mio sentiúmento intorno a quello che mosse la Maestà Sua a desiderare di
collegarsi con lei.</p>
<p>Procura il re di lasciare appoggiata la sua discendenza
all'affezione di principe che cammini colli suoi interessi, e dal
quale possi promettersi reale e sincera corrispondenza; e questa
conosce egli non poterlo sperare da altri che dalla Serenità Voústra. E fa egli questo con molta avveduta prudenza temendo che
la sua età non possi portarlo tanto innanzi che il Delfino sia in
istato di reggere col suo consiglio il governo del regno, e coúnoscendo non trovarsi nella regina tanta abilità che possa far speúrare esser ella atta al reggimento e conservazione di un sì grande
ed ampio Stato.</p>
<p>Si è mosso ancora a ciò per la certa cognizione ch'egli ha
dell'animo di molti principi suoi sudditi li quali nelle passate ocúcasioni hanno benissimo denotata la perfidia de' loro cuori. E se
bene ora piuttosto per timore che per altro trattengono nel loro
petto i loro vasti sleali pensieri, scopre nondimeno la Maestà Sua
che altro non attendono che la sua morte per uscir subito, e proúcurare di far nascere delle tumultuazioni in pregiudizio de' fiúgliuoli.</p>
<p>Lo eccita anco il vedere il suo regno ripieno di un grande
numero di Ugonotti al cui governo sono sottoposte forse le prinúcipali piazze della Francia, temendo che questi mancando lui,
uniti con i cattolici o separati, procurino d'impossessarsi non
solo delle piazze che hanno nelle mani, ma d'avanzare anco le
loro cupidità nel tentare nuovi acquisti, colla speranza facile di
conseguirli, tanto più se vedranno restare la corona senza apúpoggio di principe grande. </p>
<p>Serve poi per grande eccitamento a Sua Maestà il pensare
la poco buona intelligenza che passa tra lei e il re d'Inghilúterra, dandogli ella occasione di restarle poco ben affetto per
non aver giammai Sua Maestà dato segno d'amare e mostrarsi
ben disposta alla natura e costumi di quel re, il che è particolarúmente conosciuto da quella Maestà. Oltrechè conosce anche il
re Cristianissimo quello esser principe che sebbene ora pare esser
alieno dai pensieri della guerra, sarebbe nondimeno cosa facile
a riuscire, che invitato dall'occasione dell'intelligenza ch'egli tiene
cogli eretici della Francia, dall'assistenza che potrebbe sperare
dagli Spagnuoli, e finalmente dalla speranza dell'utile (potente
mezzo a violentar il più delle volte la volontà dei principi) egli
si risolvesse dopo la morte di Sua Maestà di travagliare il regno;
lasciando anche di considerare a Vostra Serenità che oltre il
poco buon affetto che il Cristianissimo porta a quel re, s'aggiunúge la poca fede che ha di lui, più e più volte confermatami
dalla Maestà Sua. E quando si cominciò ad entrar in questo neúgozio di lega, e che intese esser allora proposto col consenso di
M. di Fresnès, che si avesse a far anco coll'inclusione di quella
corona, non l'aggradì; onde puossi tener quasi per certo che
quando si venisse un giorno a qualche deliberazione in questo
proposito, Sua Maestà non assentirebbe in modo alcuno che v'inútervenisse quello d'Inghilterra. </p>
<p>Altra causa anco eccita in Sua Maestà desiderio di collegarsi
colla Serenità Vostra, ed è la manifesta impossibilità d'impedire
la riuscita della pace in Fiandra, per l'artificio che usano gli
Spagnuoli di far sentire, col portare il negozio innanzi, a quei
popoli afflitti da una sì lunga guerra di quaranta e più anni, il
gusto che si trae dalla pace; vivendo oltracciò dubbiosa che la
volontà e animo di quelli che hanno il governo nelle mani, sia
in progresso di tempo colla forza dell'oro guadagnato, e in
conseguenza fermata una pace con condizioni diverse da quelle
che converrebbono al loro servizio, la quale poi seguita, sta in
dubbio la Maestà Sua con che disposizione d'animo si mostrasseúro quei popoli verso di lei, persuadendosi che gli Spagnuoli non
lascieranno con tutti quelli maggiori termini che sarà loro perúmesso d'obbligarseli in maniera che siano sempre pronti a diúpender dalle loro volontà e d'adoprarsi in loro servizio; sebbene
con molta prudenza il re non ha mancato, in quanto gli è stato
permesso, d'assicurarsi in questo, e di aver quelle genti ben disúposte verso la sua persona, collo stabilire col mezzo del presiúdente Jeannin una lega difensiva; ciò facendo anche Sua Maestà
per non esser in tutto sicura dell'affetto di quei popoli verso di
lei, per qualche causa data loro per lo innanzi di poca soddisfaúzione, non avendo effettuate molte promesse di danari ne' loro
bisogni, nè fatto loro capitare anco quello che li somministrava
d'ordinario con molta lentezza, onde gli restavano con niuna o
poca obbligazione, anzi parve che entrassero in sospetto, che il
fine di Sua Maestà fosse di artificiosamente ridurli in necessità a
sottomettersi alla sua obbedienza, ovvero astretti dal bisogno ad
impegnarle alcuna delle loro piazze principali. Onde il re per li
rispetti considerati, e per levar tali ombre, mettendo in securo
se stesso, ed in un istesso tempo impedir agli Spagnuoli la facilità
di valersi delle forze di quei popoli a pregiudizio suo, stabilì la
sopradetta lega, promettendo di assisterli, quando gli Spagnuoli
mancassero di ciò che promettessero nella conclusione della paúce, e quelli si sono offerti di corrispondere col dichiararsi per diúfesa della corona di Francia contra qualsisia principe che tenútasse offenderla e con altre condizioni tra l'una e l'altra parte. </p>
<p>S'aggiugne di più a tutto questo, come una delle ragioni
principalissime del volersi stringer in lega con Vostra Serenità,
che siccome il re non può prevedere l'esito che abbia a riuscire
dai pensieri degli Spagnuoli, stabilita che sia la pace in Fiandra,
così scopre, che vedendo essi non rappresentarsi a loro per ora
impresa degna d'abbracciarsi, saranno quasi necessitati di stare
per qualche anno senza occasione di spendere, e per conseguenza
verranno ad aumentare maggiormente le loro forze, e si faranno
formidabili a tutto il mondo col pensar poi a nuove imprese. </p>
<p>Il che tutto fa nascere gran tema nella Maestà Sua per il suo
regno, tanto più se mutasse faccia quella buona fortuna che sin
qui ha sempre accompagnato i savii e nobilissimi suoi pensieri, duúbitando appresso di poter nello spazio di pochi anni terminare
la sua vita. Onde tutto ciò dà giusta causa a Sua Maestà di temeúre che la sua discendenza entri al possesso del dominio del reúgno con altrettanto travaglio, con quanta tranquillità ella l'ha
goduto.</p>
<p>E per conclusione di tutto mi resta a dire a Vostra Serenità
che non avendo il re cristianissimo, principe in Italia, e forse anúco fuori, dal quale possi maggiormente sperare d'essere nelle
sue occasioni aiutato di denari che dalla Serenità Vostra, avendo
per certo che li suoi tesori siano assai abbondanti, per questa
causa che si può tener la principale, e sopra la quale fonda egli il
suo pensiero e desiderio di collegarsi con questa Serenissima Reúpubblica, procura di mantenersi in buona intelligenza con lei,
promettendosi certo frutto dalla sua benevolenza. E pensa di poúterlo fare con maniera più profittevole a sè stesso, che con obúbligarla con questo vincolo di lega e di reciproca corrispondenúza, conoscendo che gli riuscirebbe difficile poter ritrarre dalla
Serenità Vostra alcuna cosa a lui necessaria, altrimenti che con
questo mezzo, il quale oltre al suo particolare, pensa anco Sua
Maestà, che possi servire ad indurre la Serenità Vostra, in ogni
caso che non segua la pace in Fiandra, a dar aiuto a quei popoli
per la continuazione della guerra.</p>
<p>Queste sono le cause per le quali il re si mosse a desiderare
di collegarsi colle Signorie Vostre Eccellentissime, alle quali posúso asseverantemente affermare che in quelle occasioni che potesúsero nascere di disgusto col pontefice in particolare non potranúno in alcun tempo promettersi da quella Maestà alcuna aperta
assistenza o protezione, s'ella non si troverà obbligata con una
reciproca convenzione alla Serenissima Repubblica, poichè vorrà
avere in ogni caso qualche apparenza ragionevole di potersi salúvare con Sua Santità, per mostrare d'essere necessitata a far
per obbligo quello che farebbe per elezione. E Vostre Signorie Ecúcellentissime nelle occasioni passate hanno potuto con la loro
prudenza benissimo scoprire questo rispetto, poichè appunto quel
re guidato dal suo interesse particolare per molte e replicate inústanze che io gli abbia fatte per ordine della Serenità Vostra a
dichiararsi sulla sua protezione, non fu possibile poter in questo
proposito ottener alcuna cosa, e sebbene appresso di lui hanno
avuto forza li rispetti già considerati, e del pontefice o dei motivi
nel suo regno, non è però stata meno inferiore la causa, del non
aver egli alcuna certezza in mano di poter sperare dalla Repubública la medesima corrispondenza ne' suoi bisogni.</p>
<p>Camminerà il re con li medesimi rispetti nel dichiararsi scoúpertamente colla Serenità Vostra s'ella sarà in alcun tempo moúlestata dagli Spagnuoli, o da altri potentati loro aderenti, se non si
troverà legata con questo obbligo d'alleanza, con dubbio anco
che il dichiararsi per la Serenità Vostra desse agli Spagnuoli ocúcasione di rompergli la guerra, prevedendo che l'Eccellenze Voústre cercheranno sempre per loro interesse e per ragione di Stato
a terminare piuttosto che a proseguire li rumori; avendo la Mae-
stà Sua questo concetto ch'Elleno abbiano per fine nel loro interno
di non ingrandire le loro forze con quelle d'altri, ma mantenersi
e conservarsi nel possesso di quello che per grazia di Dio feliceúmente godono.</p>
<p>Ora se all'Eccellenze Vostre pare di essere assicurate dell'asúsistenza di Sua Maestà col collegarsi seco, e che convenga al loro
servizio l'appoggiarsi alle forze d'un principe di questa qualità,
e il rendersi con tal azione in istato di esser temute dal pontefice
sì che desista per l'avvenire di far loro alcuna instanza fuori dei
termini della ragione, ed essere anco rispettate dal Cattolico e da
qual si sia altro principe dipendente pure da quella Corona, laúscierò ch'elle faccino quella distinzione che conviene alla loro
somma prudenza, bastando a me solo che mi sia lecito dirle con
ogni debito termine di riverenza, che se alcuna ragione ha da perúsuadere la Serenità Vostra a collegarsi col cristianissimo, quest'una
mi pare potentissima e conveniente all'interesse di lei; che quanúto più la Serenità Vostra si stringerà con quella Maestà e la
renderà obbligata con questo termine di alleanza a prestare alla
Serenità Vostra assistenza nelle occasioni che fosse molestata da
qualche principe, è si grande il timore che ha quella Maestà di
esser tirata alla guerra, dalla quale conosce manifestamente aver
a derivare notabilissimo pregiudizio non solo allo stato suo preúsente, ma a quello del Delfino, per quello che potesse succedere
dopo la sua morte, Che si adopererà sempre efficacemente per acúcomodare tutte le differenze che potessero nascere tra la Serenità
Vostra ed altri principi a lei poco ben affetti. Onde si potrebbe
dire che con questa azione la Serenità Vostra venisse piuttosto a
rendere maggiormente stabile la quiete nel suo dominio con la
trattazione della Maestà Cristianissima, che con altra assistenza
che fosse per darle colle sue forze.</p>
<p>Per il che concludo col dire all'Eccellenze Vostre riverenteúmente il mio sentimento, che quando Elleno potessero stabilire una
lega con la persona semplicemente del re cristianissimo senza obúbligarsi che in essa vi fosse incluso il serenissimo Delfino, per
quelli rispetti che Elle possono cavare da quanto ho sin qui acúcennato, e che io rappresenterò poi d'avvantaggio nella mia Reúlazione, stimerei esser questa la più profittevole ed utile risoluúzione che Elleno potessero fare per sicurtà delle cose loro. E sebúbene io prevedo che ciò sia assai difficile da superare, avendo la
Maestà Cristianissima questo principal fine, che ho di sopra espresúso, di lasciar appoggiata la sua successione a principe, dal quale
possa sperar aiuto ed assistenza nella conservazione e manteniúmento del suo regno, tuttavia colle trattazioni si rendono alcuna
volta facili quei negozii che in apparenza si scoprono molto difúficili.</p>
<p>Ciò è quanto per obbligo della mia riverenza ho stimato
convenirmi succintamente toccare per intelligenza di Vostre Ecúcellenze essendomi così stato comandato, riserbandomi a comproúvare maggiormente questa mia opinione, e quello di più che io
procurerò di mostrare medesimamente all'Eccellenze Vostre nelle
altre parti della mia Relazione, non potendo per ora far di
avvantaggio per la brevità del tempo nel quale dagli Eccellenútissimi Signori Savii sono stato posto di dover rappresentare alle
Signorie Vostre Eccellentissime il contenuto di questo negozio. </p>
<p>Presentata nell'Eccell. Collegio addì VII luglio 1608 .</p></div2>
<div2><head>Prima parte della relazione</head>
<p>Sono le cose del regno di Francia così varie e sottoposte
alla mutazione, che sebbene si può credere, che la prudenza e le
altre virtù, che sono felicemente possedute da Enrico IV che ogúgidì regna, abbiano forza a mantenere, lui vivente, quella quiete
che per quarant'anni sotto diversi re è stata perturbata: tuttavia
dovendo Sua Maestà accomodare talora le azioni proprie con le
operazioni degli altri principi, e moderare gli affetti della volontà
con gli umori del regno e con li correnti interessi, è forza che
nel regnare tra' suoi, e nel conservarsi cogli stranieri, muti ed inúclinazione e stile, dando occasione non a me solo, ma a quelli anco
che a me succederanno, di considerare alla Serenità Vostra qualúche particolare che potesse giornalmente esser portato dalla quaúlità de' tempi.</p>
<p>Rappresenterò adunque per ora a Vostra Serenità, con quel
più breve termine che mi sarà permesso, sotto quattro capi diústinti quelle code che pajono proprie della sua intelligenza. </p>
<p>Il primo conterrà lo stato e l'ordine con che fu costituito il
suo governo. Il secondo la persona di Sua Maestà e gl'interessi
di lei con i sudditi. Il terzo le entrate e spese regie. Il quarto,
gl'interessi che ha con i principi stranieri e le pretensioni di Sua
Maestà.</p>
<p>La Francia per l'antichità, per la riputazione acquistata
dagli imperatori e dai re che ne sono stati originarii, per le imúprese ed acquisti fatti contro li primi principi del mondo e per le
prerogative che tiene, è il primo regno del Cristianesimo, e la Naútura per renderlo tale e per farlo atto alla perpetuità, ed acciocchè
unita la virtù propria dentro ai suoi confini potesse con molte faúcilità e con molta difesa resistere a chi tentasse di travagliarlo, lo
volse riparare dagli altri stati dei principi esterni con le qualità di
un sito sicuro, posto dentro a' fiumi, fra mari e fra monti, dove
sebbene egli ha avuti tutti li confinanti per nemici, come fu sotto
Lodovico XI, lo favorì però la fortuna in maniera che, se lo conúsentì travagliato non lo permise abbattuto.</p>
<p>Gl'Inglesi gli hanno posseduta la Piccardia per forza, la Guaúscogna e la Brettagna per parentato, ma poco hanno goduto queústo dominio poichè ne furono spogliati. </p>
<p>Gli Svizzeri l'hanno più volte molestato nella Borgogna da
dove si ritirarono li Mori anticamente ed ultimamente gli Spagnuoúli che sebbene l'hanno dannificato per opprimerlo, quelli con la
moltitudine e questi con l'oro nelle discordie civili, ne hanno però
pagata la pena, perchè ai Mori servì la Francia di sepoltura, e gli
Spagnuoli sono restati burlati con la perdita dei denari e dei diúsegni in uno stesso tempo.</p>
<p>Sono mille cento ottantotto anni che ebbe principio questo
regno, nè di lunghezza di dominio ha chi lo superi, solo lo eguaglia
con poca differenza questa Serenissima Repubblica; considerazioúne fatta dai medesimi Francesi e che oltre gli altri interessi magúgiormente serve alla congiunzione d'affetto colla Serenità Vostra. </p>
<p>Non ha in così lungo tempo mutate che tre volte famiglie reúgie, dalle quali sono esciti sessantatrè re compreso Enrico IV ora
regnante.</p>
<p>La lunghezza e conservazione sua è veramente indizio di un
perfetto governo, sebbene le perdite degli acquisti fatti in diversi
tempi potrebbono anco mostrare il contrario. Si contenta però
ora dei limiti proprii, e di tal maniera dà segno che abbia a sue
spese imparato il vero modo di contenersi.
Dalla descrizione altre volte fatta delle genti del regno è faúcile il saper ora in quale parte egli si trova abbondante, perchè
se nelle guerre i popoli si distruggono, nella pace altrettanto molútiplicano ed aumentano.</p>
<p>Furono descritti da Enrico III predecessore di questo re, tre
milioni e cinquecento mille famiglie, compresavi però indifferenútemente ogni condizione di persone. Ora che hanno lasciate le arúmi, prese le mogli e godono una quiete molto tranquilla, bisoúgna con ragione credere che il numero sia accresciuto; condizioúne di molta importanza per arricchire il paese col commercio, per
renderlo comodo col negozio, per farlo fertile colla coltura: ma
molto più per difenderlo da' nemici, e per renderlo formidabile
cogli abitanti, gloriandosi Sua Maestà di poter nei tempi presenti
porre insieme trecento mille uomini da combattere, tutti veterani
e che hanno militato in diverse provincie del regno, ovvero in suo
favore ovvero contro di lei, e ciò dalla bocca di Sua Maestà mi è
stato più volte confirmato. Fu divisa la Francia, allorchè la legge
Salica andò in osservanza, in diversi membri, ma dopo che li priúmogeniti per la stessa legge furono dichiarati padroni di ogni coúsa, si riunì tutta, nè al presente ha in se alcuna divisione che
quella delle provincie, delle generalità per governi, divisione che
apporta utilità non tanto per il governo, quanto per le entrate
della corona, la quale avendo per ciascuna generalità i suoi tesoúrieri ed officiali, viene ad essere più prontamente servita. Ha queústo regno diecisette provincie, otto delle quali sono le principali
che come guardie ed antemurali abbracciano e difendono il regno
da tutte le parti; la Borgogna, la Sciampagna, la Piccardia, la
Normandia, la Brettagna, la Guascogna, la Linguadoca e la Proúvenza.</p>
<p>Il paese propriamente detto Francia non è compreso nel
numero di questi in qualità, ma è nel cuore del regno come sono
anco il Poitù, il Berry, l'Anjoù, l'Auvergne, il Bourbon e simili. </p>
<p>Ha medesimamente la Francia molti fiumi, ed i principali soúno il Rodano, la Senna, la Mosa sui confini, la Loira e la Garonna
nel mezzo, ed in questi sbocca una infinità di acque che sono
divise a guisa di vene per il suo corpo, e che la rendono molto
comoda a trasportare le cose conforme al bisogno. Dal che ne
risulta che la Francia godendo la comodità da sè stessa e non
dagli altri paesi tenga le città più principali dentro la terra abúbondanti di tutto quello che loro può abbisognare, e si vede
manifestamente che la grandezza e la perfezione di quel regno
nasce dalla virtù che ha in se stesso e non da quella che per via
di mare o per altra strada gli possa essere somministrata.</p>
<p>Si formava anticamente quel regno di dieciotto nobilissime e
potentissime duchee, sotto le quali si contenevano trentacinque
grossi contadi feudali, alcuni dei quali ve n'erano sudditi, altri
liberi non sottoposti a duchi, le più nobili delle quali furono l'iúsola di Francia, la Sciampagna, Tolosa, l'Artois e la Fiandra.
Tutte le provincie e stati d'allora si trovano anco ne' tempi preúsenti sotto la corona, eccetto quella parte della Borgogna che
contiene il contado Charolais, l'Artois e la Fiandra paesi tutti
pervenuti negli Spagnuoli, dei quali sebbene prima davano oúmaggio al re di Francia e lo riconoscevano per superiore, ne
furono nondimeno esentati e fatti liberi poi da Carlo V nelle capiútolazioni di Cambray con Francesco I.</p>
<p>Le duchee che al presente si contano in Francia non hanno
alcun determinato numero, eleggendo li re a loro piacere in duúchea ogni piccolo luogo per onorare con questo titolo di duca
qualcheduno dei suoi sudditi.</p>
<p>Si numerano di più, circa ottantasei contadi, numero di titoúlati assai piccolo in novantaquattro città, in cinquecento otto terúre murate, ed in sei mille villaggi che tanti appunto si contano in
quel regno, oltre ad una quantità innumerabile di feudi. </p>
<p>La maggior parte di tutti questi stati così grandi come picúcoli furono in diversi modi nei primi tempi distaccati dalla coroúna ed alcuni di essi anco dopo col titolo di feudi o d'altro. Ma
estinta la linea dei maschi che li hanno posseduti, si sono di nuoúvo incorporati, e quelli specialmente che erano le parti dei conúfini, o che per particolari qualità furono giudicati comodi all'inúteresse e necessarii all'unione della corona, come la Normandia,
la Brettagna, la Guascogna e la Borgogna. </p>
<p>Pochissimi sono li feudi che non rimangano sottoposti all'obúbligo dei diritti regali ed ai decreti ed appellazioni del supremo
magistrato della provincia, che è il parlamento, e tra questi reústano liberi i seguenti:</p>
<p>Sedan, primo luogo del duca di Bouillon e piazza di molto
momento situata negli ultimi termini della Francia sui confini
della Spagna e di Alemagna.</p>
<p>Il principato di Dombes, il Delfinato e l'Auvergne che era
del già duca di Montpensier principe del sangue. </p>
<p>La viscontea di Turenna pure del duca di Bouillon. </p>
<p>Musson presso Sedan di Sua Maestà, posseduto da lei come
patrimonio portato innanzi che pervenisse al regno. </p>
<p>E Tutot in Normandia. </p>
<p>Questi soli hanno l'alta giustizia, mero e misto imperio,
coll'autorità di far battere monete, pronunciare decreti innappelúlabili, così civili come criminali, e tutti gli altri riconoscono come
ho detto la giustizia e li comandi di Sua Maestà e delli Parlamenúti. Tale è lo stato della Francia nel quale non mi diffonderò più
particolarmente, stimando superfluo il ripetere quello che ad
ognuno è concesso poter con molta facilità capire. Vengo ora al
punto del governo. </p>
<p>Tre sono le cause che gli apportano prosperità e gliela apúportano anche per lungo tempo. La prima è l'esclusione che hanno
le donne dalla successione della corona; la seconda la dichiaraúzione dei più cospicui del sangue a questa successione; la terza
la proibizione del non potersi alienare il patrimonio reale. </p>
<p>Se le donne fossero successe nel regno è già molto tempo
che egli sicuramente sarebbe soggetto ad altra nazione. Se li
prossimi della corona non fossero stati ammessi, giammai si saúrebbero terminate le discordie civili. Infine, se si avesse potuto
smembrare il patrimonio regale, se ne avrebbe donato cosi proúdigamente, lasciato eredità tali alli secondogeniti ed alli naturali
e maritate le figlie in maniera che la corona avrebbe di proprio
o niente o molto poco. </p>
<p>Il patrimonio regale non si può assolutamente smembrare,
nè dividere, nè alienare, e se alcuna volta si dona, non si può dire
veramente dono ma imprestito. Se si aliena ciò si fa con condiúzioni ristrette ed indispensabili come per occasioni urgenti di
guerre, per paghe di soldati o per rimunerazione. Se si smembra
è per sostentamento dei secondogeniti e per le doti delle figlie, e
lo fanno con questo titolo di appanaggio che in nostra lingua
vuol dire provvisione di pane od alimento, e si dà con espressa
condizione che i feudi a ciò assegnati terminino dopo l'estinzione
dei maschi alla corona, non avendo li possessori dei feudi menútre godono il possesso di essi, che una semplice giurisdizione
sottoposta anco alla superiorità regia ed all'autorità del Parlaúmento. Si aliena anco per vendita in urgentissimi bisogni ma si
fa con patto di poter ricuperare il venduto. È insomma la Franúcia uno strettissimo fedeicommisso, e siccome si conserva in uno,
così non si attende che alla grandezza di un successore, la quale
negli antichi tempi non fu mai sicura rispetto alla potenza di
quei duchi di Borgogna e di Brettagna che possedevano la magúgior parte del regno. Ora che altra forza non vi è che quella
della corona la conservano in questo stato, avendo gli altri deboli
e con bisogno, acciò in tutto e per tutto abbiano a dipendere
da lei.</p>
<p>Questi fondamenti, sebbene sono atti a conservare quel regno
ed a farlo per così dire eterno, non sono però le cause ma le cirúcostanze della sua perfezione: perchè sebbene è vero che li poúpoli in tanto si governano bene in quanto sono guidati dalle buoúne leggi, tuttavia questo non basterebbe se il principe che ha
l'autorità di farle eseguire negli altri, ne volesse esser libero lui,
o se non fosse il primo ad eseguirle in se stesso; onde si può
credere che la vera causa di ciò sia che la perfezione dei buoni
ed antichi ordini dispongano la persona del re ad obbligo tale che
egli non operi più di quello che gli viene prescritto, anteponendo
la giustizia all'impero, la ragione alla volontà e l'equità all'afúfetto. Cose che nei dominii assoluti rare volte succedono, usurúpando i principi con titolo di eredità e con proprio beneficio quelúlo che fu loro concesso per pura elezione del popolo, la quale viene
fatta, non a comodo di chi regna, ma a benefizio e conservazione
di chi viene governato. </p>
<p>Che li re di Francia sottopongano la loro volontà alli buoni
ordini è cosa praticata già molti secoli e fino al giorno d'oggi,
perchè se si danno appanaggio che vuol dire, come ho accennato,
provvisione per alimentarsi, se donano feudi, se contribuiscono
doti o se in alcuno di questi od altri modi alienano il patrimonio
della corona, non è valida tale concessione se non viene comproúvata ed accordata dal Parlamento.</p>
<p>Quello che fu assegnato per il vivere a Carlo figliuolo di Franúcesco I ed alli fratelli di Carlo IX per non dire degli antichi, tutto
fu conceduto dal Parlamento. </p>
<p>Se il re stipula accordi con condizioni di assegnare qualche
cosa nel regno, niente è fatto senza la concessione suddetta. È ben
vero che dopochè incominciarono le guerre civili si è in qualche
parte infiacchita quella antica libertà, procedendo dalla debolezza
di una cosa per lo più il vigore dell'altra; hanno li re accresciuta
molto la loro autorità e particolarmente nella esazione di non
pensati tributi, per i quali dagli antichi Parlamenti non ebbero
autorità alcuna, anzi che li officiali della Camera dei conti se
si avvedevano che la corona avesse avuto d'avvantaggio di quelúlo che le era necessario, diminuivano le imposizioni dei popoúli, ed il regno moderava le spese vane, le prodigalità e li doni
superflui del re, con un rigore severissimo e senza alcun rispetto,
nè s'imponevano taglie senza il consenso universale degli stati,
se non con evidente necessità ed utile del servizio pubblico. Ma
dopo che si sfoderarono le armi e s'insanguinarono insieme, e
che gli ordini si confusero, sovrabbondando le necessità dello
spendere, e nel regno la mala intelligenza, restò nel petto del re
solo quella autorità che prima fu di tutti, ed abusandola ne nacúquero due inconvenienti notabili con mala soddisfazione dei poúpoli; l'uno della superfluità delle imposizioni e gravezze, e l'alútro che le imposizioni straordinarie si convertivano in ordinarie,
per il che ora che è pace si cava dalle provincie quel medesimo
che si cavava nel tempo della guerra, nè perchè sia cessata sono
diminuite le imposizioni e le taglie dei popoli. Non si scordano
però essi l'antica libertà, anzi la sospirano, ma considerato poi
come il re si abbia incoronato con la potenza della sua spada, pare
loro che la forza e le fatiche sofferte nel farsi padrone del regno lo
esentino in certo modo dall'obbligo comune delli re suoi anteúcessori, gli danno maggior libertà per governarsi più largamente
e per allontanarsi in alcuna cosa dall'antico rigore delle leggi.</p>
<p>Il fondamento di questa suprema podestà e giurisdizione, ed
il suo vero segno è l'imporre tributi, gabelle e dazii, l'istituire
magistrati, il perdonare e far grazie con l'attenuare il rigore e
la severità della giustizia, il legittimare e concedere la naturalità,
il nobilitare e simili altre cose.</p>
<p>Questi sono gli ordini ed instituzioni antiche colle quali fu
fondato il governo della Francia, regno sottoposto ad un monarúca dato dalla natura per sangue, creato dalle leggi per istituzioni,
moderato dai magistrati nella soverchia licenza e frenato dai poúpoli in occasione di tirannia, onde si può concludere non potersi
vedere in una monarchia forma più singolare di questa, e sebbene
ella si vede in qualche parte corrotta o dalla malvagità dei tempi
li quali in fine tutto corrompono, ovvero dalle sedizioni civili, si
deve nondimeno credere che contro siffatti mali sia per lungamenúte mantenersi.</p>
<p>Ora che ho rappresentato lo stato ed il governo del regno,
verrò a trattare della persona di Sua Maestà e degl'interessi di
lei con i sudditi.</p>
<p>Discende Enrico IV da Roberto fratello di san Lodovico, la
linea e posterità del quale terminò in Carlo IV. Dopo esso, Filipúpo suo zio capo della casa di Valois salì alla corona e la sua diúscendenza durò sino ad Enrico, ultimo re che fu ammazzato nè
lasciò figliuoli. Restò il colonnello di Roberto che è la casa di Borúbone, della quale è capo il re presente, il quale come più prossimo
successe alla corona. Ritiene Sua Maestà il titolo, la pretensione
e quel poco di paese che avanza al di là dei Pirenei del regno di
Navarra come discendente da Caterina di Fois, ultima regina e niúpote di Ferdinando il cattolico, quello appunto che spogliò essa ed
il marito del regno sotto pretesto della scomunica di Giulio II. </p>
<p>Tutti li suoi antecessori per parte di donne dopo Caterina
di Fois sono stati Ugonotti, il che cominciò da Enrico figliuolo di
essa Caterina e da Margherita sorella di Francesco primo, moglie
di esso Enrico, la quale abbandonò la religione cattolica, perchè
avendo concetto odio contro il papa come autore della perdita
della Navarra, non potendo fare altra vendetta, lasciò la fede roúmana per non obbedire al pontefice romano.</p>
<p>Restò di questo matrimonio una figlia unica che si chiamò
Giovanna che fu promessa in matrimonio al duca di Gheldria,
ma avendole Carlo V tolto lo stato in quel tempo che domò gli
altri principi alemanni, ed essendo perciò restata povera, fu maúritata in Antonio di Borbone duca di Vendo3me, dal quale nacque
Sua Maestà.</p>
<p>Le fatiche e li travagli della sua gioventù ora contro ed ora
a favore delli re Carlo IX ed Enrico III, per esser noti e riferiti
da altri li tralascierò, come anco la sua assunzione al regno che
fu nel 1589 , il ripudio di Margherita di Valois ancora vivente, soúrella degli ultimi re, sua prima moglie, nè il parentato col granúduca, le conspirazioni ed i tradimenti fatti in diversi tempi contro
lo stato per gloria sua, perchè sarebbe soggetto di noiosa e suúperflua replica. </p>
<p>È Sua Maestà d'anni cinquantacinque, mesi otto, diecinove
dei quali ne ha di dominio nel regno di Francia. È di natura proúsperosa e forte, e sebbene bianco di pelo ha però le forze fresche.
Fa grandissimo esercizio, la caccia del cervo è il suo passatempo
prediletto. Fin qui si è mantenuto libero da forti indisposizioni,
ma al presente la gotta ha principiato a travagliarlo e gli apporta
fastidio più che ordinario essendo egli impaziente dell'ozio e non
avvezzo al male, parendogli strano il restare talora impedito e non
poter muoversi; con tutto ciò la doma col passeggiare e travaúgliare in maniera che stanca anco quelli che negoziano seco. Atútende con molta vigilanza a quello che concerne il servizio del suo
regno, nè lascia passare cosa per piccola che si sia della quale
egli non voglia sapere. Non ha molta cognizione di lettere, ma la
vivacità della natura, l'esperienza delle cose passate lo rende pruúdentissimo nelle sue azioni. Tratta e risolve tutti gli affari imporútanti e ciò il più delle volte passeggiando ne' suoi giardini o alútrove, col semplice consiglio dei tre soli ministri che sono il
gran cancelliere, M. di Rosny e M. di Villeroy: la natura e condiúzione dei quali descriverò in altro luogo. Nelle materie gravissime
e di gran momento intende anco separatamente il parere di quelli
che da lui sono stimati prudenti, senza però scoprire quale sia il
suo voto, e li manda alcuna volta a dimandare dalle più lontane
parti del regno, non guardando che siano di altra religione, e inútende le opinioni separate così degli uni come degli altri, facendo
con la vivacità del suo spirito distinzione di quello che gli par proúprio per il suo servizio: e così cammina con riserva sì per non
errare, come per mostrare di non presumere di se stesso d'avúvantaggio del suo sapere, per il che le sue azioni accompagnate
da tanta prudenza lo rendono ammirabile da tutti li principi del
mondo. È di natura affabile e dolce, ma facile alla collera; si placa
però agevolmente. Perdona volentieri, e da ciò ricava molto utile
nel servizio del suo regno. È risoluto nelle azioni; dà soddisfaúzione di parole, nè è scarso in questo favore usandolo particolarúmente verso li forestieri. Viene in qualche parte tacciato di teúnacità.</p>
<p>Si fa egli forte della opinione volgare e gode nel vedere
che la fortuna gli ha dato pochi per compagni nelle prosperità,
non solo nelle cose passate felicemente successegli, ma anco come
non si stanchi la medesima in proteggerlo e favorirlo col liberarlo
dalla furia di chi tentò levargli la vita e preservarlo dal pericolo
di annegarsi allorchè con la regina si rovesciò in un fiume con la
carrozza; oltre molti altri pericoli li quali quanto più pare che da
esso si vadano incontrando tanto più essi lo vanno fuggendo. </p>
<p>La regina sua moglie è Maria de' Medici figliuola del granúduca Francesco, amata con istraordinario affetto dalla Maestà Sua,
ed essendo ella elevata ad un tanto regno, si può dire la più felice
donna del mondo, godendo appresso un marito gloriosissimo e
dal quale non ricevè per se stessa altro disgusto che di conoscere
di non essere la sola posseditrice di lui, avendo sette figliuoli naúturali, quattro de' quali sono maschi e tre femmine. Ha il re diúverse volte procurato di farla introdurre nei Consigli acciò si anúdasse impadronendo degl'interessi del regno e della maniera del
governarlo per tutto quello che potesse succedere dopo la sua
morte, ma fosse, o per incapacità di quella principessa, o per la
poca inclinazione ch'ella abbia avuto in materia tale, non ha il re
ricevuto quell'effetto che si prometteva.</p>
<p>La natura di lei è assai difficile per impadronirsi dell'animo
di quella nazione, poichè data al favorire ed arricchire una donna
cresciuta con lei, e per sua causa a far grande il merito di quella,
pare che poco curi il resto, e che anteponga l'interesse di coloro
alla soddisfazione della corte. Non si mostra con li principi affaúbile di quella maniera che sono state le altre regine di Francia,
difetto appresso la corte il maggiore che essere vi possa e che le
nuocerà nelle sue occasioni, poichè se restasse vedova nella pueúrizia dei figliuoli, non avrà tempo di conciliarsi l'animo dei prinúcipi e della nobiltà, nè avrà a quel tempo terribile alcuno a cui
possa affidare la sicurtà di se stessa e di quelli. Non lascia però
di conciliarsi gli animi della casa di Guisa col mezzo della
principessa di Contì, la quale continuamente l'assiste, il che può
col tempo produrre dei mali, perchè mostrando lei la diffidenza
nelli principi del sangue farà nascere tra loro qualche mala intelúligenza. È la regina in età di trentasette anni in circa, ed ha fin qui
partorito al re cinque figliuoli, tre maschi e due femmine tutti di
nobilissimo aspetto.</p>
<p>Il Delfino è di spirito tale che supera la sua età, cammina al
settimo anno e si tratta in maniera che pare conosca da chi è nato,
chè procede nei giuochi puerili con gravità maravigliosa. Fa della
sua vita tutti quelli esercizii che vuole, non si vede a ridere che
rare volte ed è facilissimo alla collera. Si mostra inclinatissimo
alle armi, spesse volte quando si trova alla presenza del re mostra
con le parole gran desiderio di volersi impiegare nella guerra
come sia in età atta alla stessa. Porta odio agli Spagnuoli, e talora
che gli viene detto da quelli che sono al suo governo, che sarà
marito della principessa di Spagna, mostra di sprezzarla. Lo fa il
re istituire nell'esercizio della religione cattolica con molto ferúvore, ed ha determinato che si applichi alla cognizione di quelle
lettere che si convengono ad un principe della sua qualità, e già
ha dato anco principio allo esercizio delle armi. Nel resto viene
allevato senza quelle delizie che sono ordinarie a quelli che sono
figliuoli de' re. Onde nato con questa magnanima natura ed alleúvato nelle fatiche e con sprezzo della propria persona, si può far
certa conjettura che sia per operare per genio, ed effettuare egli
stesso in virtù della educazione tutto quello che gli occorrerà di
grande e di laborioso.</p>
<p>La principessa maggiore è in età di cinque anni, di grandisúsimo spirito, di molta vivacità e bellezza, come è anco la seconda,
nata in tempo che mi ritrovavo alla Corte. </p>
<p>Nacque medesimamente un anno dopo a questa, pur al mio
tempo, il secondogenito, del quale Sua Maestà fece grandissime
dimostrazioni d'allegrezza, come anco l'universale dei buoni sudúditi. Ma riuscì all'incontro di grande dolore alli pretendenti e deúsiderosi di novità, tanto più che molti, essendo ordinariamente
che li desiderii immoderati vengono accompagnati da immoderata
superstizione, dicevano che nella nascita del Delfino si scoperseúro influssi tali, che gli minacciavano breve vita, e per il contrario
in quella del duca di Orléans, che così si nomina questo secondo
figliuolo, fu trovato l'oroscopo felicissimo e che gli prometteva
regno, e nella notte del suo natale fu veduto sopra il palazzo un
gran splendore, ed un'aquila sopra il tetto della stanza dove era
nato; cose tutte che nell'animo di molti di quella nazione partoriúrono effetti di molta credenza, Come inclinata a prestar fede a tali
novità. Questo titolo di duca di Orléans alli secondogeniti del re
fu conferito dopo che la corona unì a se la Brettagna, la Normanúdia e la Borgogna, le quali provincie si davano in quei tempi alli
figliuoli reali, ma dopo che si avvidero del danno che ne seguiva
e che più poteva l'ambizione che il sangue, e che li re malamente
potevano vivere quieti, avendo nel regno principi del sangue così
grandi e potenti, risolsero, uniti questi Stati alla corona, provveúdere per lo innanzi i figliuoli regii di stati minori, e diedero Orúléans ai secondogeniti, alli terzi Angiò, alli quarti Alanc6one ed
alli quinti Berry, e così di mano in mano con titolo di duchi. È
ben vero che li duchi d'Orléans sono sempre stati grandi e poútenti e quello che è peggio sempre inimici alli re, onde anco semúbrava conveniente che per questo rispetto avesse dovuto Sua Maeústà assegnar loro altro Stato.</p>
<p>Il terzogenito duca d'Angiò e nato dopo la mia partita di là,
sarà principe ricco ancor lui e signore d'un grande Stato. </p>
<p>Il primo dei figliuoli naturali del re è il duca di Vendo3me,
di età di 10 anni, di spirito elevatissimo, amato dal re con affetto
sì grande che difficilmente si può distinguere che sia inferiore a
quello che porta al Delfino. Sempre lo tiene appresso la sua perúsona facendolo mangiare alla sua tavola, privilegio che non viene
goduto da alcuno fuorchè quando la Maestà Sua si allontana dalla
stanza ordinaria del palazzo reale. Va procurando di sempre più
avanzarlo in ricchezza e lo ha già provvisto di grosse rendite,
come anco ha procurato il matrimonio tra lui e la figliuola del
già duca di Mercoeur e la dote ascenderà a più di cento mille
scudi d'entrata.</p>
<p>Degli altri figliuoli e figliuole naturali non ho che discorrere
per esser ognuno di essi in tenera età. Ben dirò a suo luogo alúcuna cosa di M. di Verneuil figliuolo della marchesa, comportando
così la materia; servirà questo solo, che non lascia passar occaúsione che non procuri di recar beneficio a questo figliuolo anche
talvolta a danno dei legittimi figliuoli della corona, il che produce
un disgusto nei principali della corte.</p>
<p>Assicurata adunque Sua Maestà della successione con tre fiúgli legittimi, non è però certa che questa fosse atta a rassicurare
le cose del regno nello stato in cui sono. Poichè lasciate le inimiúcizie dei principi esterni emuli della sua grandezza, che in ogni
occasione lo travagliano, ha in casa propria due cause che lo poútranno rendere inquieto e travagliato. L'una degli Ugonotti, e l'alútra di quei cattolici che mal soddisfatti della parsimonia di Sua
Maestà e sicuri di non poter quella vivente migliorare le loro forútune per via di rumori, aspettano di farlo dopo la morte. E perúchè mi viene a proposito il parlare dei sudditi, dirò, per quanto
mi fu dato a conoscerli, il genio ed i pensieri loro.</p>
<p>Amano li Francesi la libertà, sono liberali, generosi ed incliúnatissimi alle armi e perciò animosi nei pericoli. Per lo contrario,
sebbene amino la libertà, si lasciano fare schiavi da un'apparente
affabilità dei re e principi loro. La libertà in essi è o profusione
o prodigalità o inutile ostentazione. Siccome non hanno modo nè
misura in alcuna cosa, perciò, se sono animosi nelle armi, per lo
più riescono temerarii, e non calcolano in nessun modo il pericolo,
chè stimano anzi viltà il fuggirlo. Da ciò sono nati tanti duelli
che in questi pochi anni di pace sono morti più di ottomille
gentiluomini senza quelli di minor condizione. Non sono molto
atti al patire per essere nudriti in paese che li rende abbondanteúmente comodi di tutte le cose. La maggior fede tra loro è quella
del duello, nel quale non commetterebbero nè tradimento, nè alúcuna viltà; per questo hanno caro l'onore. Nel resto stimano che
dell'astuzia e dei di lei partiti vantaggiosi l'uomo si debba prevaúlere in ogni maniera ed in tutti i casi. Vantano la loro nazione e
disprezzano le altre, il che procede dalla grande opinione che
hanno di se stessi, ed in ciò vivono duri ed ostinati. Gli affetti delúla loro natura li dimostrano nell'universale coll'aver travagliato
colla guerra quasi tutto il mondo, e nel loro paese vivendo in
esso in perpetua inquietudine. </p>
<p>La nobiltà ha grandissime pretensioni verso il proprio re,
per le quali si fa lecito di domandare per merito quello che conúcedendosi le spetterebbe per la sola grazia di Sua Maestà. Il fonúdamento di ciò è lo aver ella le armi in mano, l'assistere alla perúsona regia, difenderla ed assicurarla da ciascheduno con la forza
accompagnata dalla profusione delle proprie sostanze, militando
essi a proprie spese, onde non istimano domandare ricompensa, ma
aver merito di ottenerla, e non ottenendola, essere ingiustizia l'aúvergliela negata. Il che, a dire il vero, sarebbe talvolta ragionevole
se gli affetti loro fossero mediocri, e se nei desiderii non fossero
così insaziabili ed ingordi; ma se questo metodo hanno tenuto con
li re passati, tanto più lo hanno in uso col presente, e quelli in
ispecie, che lo hanno tanti anni servito nelle guerre, volendo che
riconosca la corona da loro, e che divida tutto con essi, riputando
onesto essere partecipi così della prospera come sono stati compaúgni dell'avversa fortuna; ma diversi pensieri tiene Sua Maestà che
considera essere re per legge e per giustizia, essere stato assunto
con ogni ragione in tanto grado, nè servigii dei sudditi obbligarúlo, perchè il rimunerare ognuno sarebbe non solo difficile ma imúpossibile, bensì li rattiene con le buone e simula di non intendere
quello che apparentemente legge nelle fronti di ciascheduno di
loro, e la corte però è ridotta a pochissimi soggetti dei quali Sua
Maestà debba dubitare.</p>
<p>Fra li tre principi del sangue che ora vivono, il primo è il
principe de' Condè, giovane di spirito e di anni. Ha poca autorità
e minor seguito, come quello che nato al regno, la fortuna lo ha
escluso, gettando da cavallo tutte le sue speranze. Non ha alcun
patrimonio, onde poverissimo gli conviene dipendere dal re che
lo ajuta e mantiene con la pensione di ventitremille scudi, la
quale, dopo di avergli maritato la sorella nel principe di Oranges,
gli ha accresciuto fino alli ottantamille. È allevato da donne,
però con educazione assai libera; cominciò fino dalla puerizia a
darsi in preda alle femmine, il che lo ha ridotto a poca sanità.
Ha umori maggiori della sua fortuna, i quali sebbene si possano
dire difetti di gioventù, fanno non di meno che egli concepisca
progetti grandissimi e si riducono ad abito se non vengono reúpressi da contrario uso. Si duole col re di essere nato principe,
ma di vivere come privato. Sua Maestà non ne fa conto, sì per
li suoi costumi, sì perchè l'aggrandirlo non può in natura tale
essere di giovamento ai suoi figliuoli. Forse che gli Ugonotti poútrebbero col tempo aver l'occhio su lui per la memoria del padre
che fu gran capitano, e perchè non sarebbe di poca autorità al
loro partito aver per capo il primo principe della Casa di Francia,
ma non essendo altro in lui che l'apparenza sola di questa granúdezza, ed una ferocità inconsiderata e senza consiglio, perciò
credo che tutto mancherebbe di fondamento. </p>
<p>Il principe di Contì, uomo di quarantaotto anni, sordo, e che
si lascia governare, non ha spiriti che eccedano l'imperfezione
ed il mancamento della sua natura. Si contenta di ventimille scudi
che Sua Maestà gli dona, con i quali, in uno alle rendite di San
Germano che sono di altri diecimille, sostenta la sua casa. Ha per
moglie la sorella dei Guisa, e s'egli avrà discendenza di maschi,
può loro servire di pretesto, col quale copriranno il desiderio che
hanno di farsi più grandi; ma tutti questi sono discorsi, perchè
la posterità regia è assicurata con troppo certa successione. </p>
<p>Il conte di Soissons suo fratello è principe di grandi conúcetti, di molta estimazione di sè stesso, di grande animo e di non
minor seguito, ma di poco consiglio, ed in questo anco assai
ambizioso.</p>
<p>Al tempo delle discordie civili volle molte volte tentare la
sua fortuna, e con poco fondamento si frappose fra la Lega ed
il re, sperando come terzo godere il frutto dei loro conati. Veúdeva la fazione dei Guisa poter difficilmente spuntare al regno, ed
il re sotto pretesto di religione esserne tenuto lontano, onde egli
come principe del sangue sperava di avanzare li Guisa per legge,
e come cattolico il re per fede. Non successogli il pensiero si
voltò al servigio di Sua Maestà della quale è al presente poco
contento. Rammemora gli ajuti prestatigli nelle occasioni i quali
non vengono compensati con altro che con una pensione di dodiciúmille franchi. Ha signorie nel Peretè, paese singolare per la qualità
del sito, essendo per la sua strettezza inaccessibile alla cavalleria
ed a genti nemiche. Ha sudditi e dipendenze, ma poco buona voúlontà, poche forze e gli manca l'occasione. Sebbene la nascita del
duca di Orléans agli aspiranti di novità recò ogni spirito, gli
uomini non di meno di gran cuore come questo, non si spavenútano. È ben vero che l'aver il fratello la fazione dei Guisa a sua
devozione, e l'essergli poco amico gli leva ogni speranza; onde
credo che ancora lui si risolverà a consigliarsi con l'opportunità
del tempo, attendendo la morte di Sua Maestà e riservando al
tempo di un nuovo successore il fare novità, le quali non può più
sicuramente sostentare che col farsi capo degli Ugonotti. Se ciò
sia per avvenire non lo so: gli andamenti del mondo sono ampii,
le occasioni mutabili e che invitano all'alterazione; perciò il diúscorso non è senza ragione, nè l'opinione senza fondamento,
tanto più che questo principe viene considerato non solo desideúroso di novità ed ambizioso, ma, quel che è peggio, nemico del re
ed inimico dei principi, come quello che pretende che la dichiaúrazione di primo principe del sangue nella persona del principe
di Contì sia invalida, e sebbene ha la Maestà Sua procurato di
farlo approvare con la dichiarazione del Parlamento, viene tenuto
per quello che si è lasciato confidentemente intendere, che egli
abbia una antica dichiarazione del Parlamento dei suoi antenati,
per la quale ragionevolmente deve succedere egli nella dignità di
primo principe, tanto più trovandosi il fratello inabile per il diúfetto ch'egli ha dalla natura di esser quasi che privo d'intelletto, 
oltre lo aver egli tante giustificazioni quante sono necessarie per
mostrare che il principe di Condè sia figliuolo naturale di Sua
Maestà e che di suo fratello non ha mai fatto conto alcuno. Onde
tiensi quasi per fermo ch'egli sia per gettarsi a qualsivoglia
partito per innovare le cose, a fine di travagliare la posterità
reale e farsi re, cosa che al sicuro gli sarà difficile e forse
impossibile. </p>
<p>Morì negli ultimi giorni che io mi trovava a Parigi il duca
di Montpensier, ultimo nel numero dei quattro principi del sangue,
signore di umanissime condizioni, ricchissimo ed amatissimo da
ogni uno, e lontano da qual siasi pretensione col re. Lasciò
una unica figliuola erede dei suoi stati, i quali sono molti, e vaúgliono d'entrata più di cento mille scudi l'anno. E perchè, menútre questo principe per la sua grave infermità era in disperato di
vita, cominciò a correr voce che la principessa sua moglie, gioviúne di ventidue anni, figliuola del duca di Joyeuse ora cappucino,
fosse per condiscendere a nuove nozze col duca di Guisa: Sua
Maestà per levare questa commodità di maggiore grandezza, così
dannosa al regno di Francia nella casa di Guisa, fece passare suúbito intelligenza di parentela fra il figliuolo del duca di Orleans e
la figliuola di esso principe, il che restò stabilito, e fu la madre
legata e disturbato il suo pensiero, come anco quello del conte di
Guyon, che voleva questa figliuola per il suo figliolo maggiore,
il che fece che il re tanto più sollecitasse la conclusione di queústo matrimonio.</p>
<p>Succedono alli principi del sangue li principi stranieri, cioè
quelli che sono della casa di Lorena, la quale è partita nei due coúlonnelli, di Guisa e di Mayenne. Quanto da questa casa sia stato
travagliato quel regno, non vi è chi nol sappia, che essa sola
sia stata causa e promotrice di tutti li mali e danni di quello. Io
non ne farò memoria alcuna, non mi toccando parlare che delle
cose presenti, circa delle quali dico: </p>
<p>Che il duca di Mayenne dopo essersi accomodato con Sua Maestà ha 
veramente deposti tutti li pensieri di travagliare il reúgno e dimostra affetto grande ai figliuoli, l'uno dei quali, che è
il duca di Bouillon, è da Sua Maestà favorito assai ed onorato delúl'officio di cameriere maggiore, l'altro, che è il conte di Sommaúriva, è giovine di quietissimi costumi, e ad ogni altra cosa incliúnato che a rumori, e vive memore dei favori ricevuti dalla Sereúnità Vostra quando fu qui, per il che resta con desiderio ardentisúsimo di esser impiegato nel suo servizio. </p>
<p>Bouillon è ben giovine di spirito siccome è di terribile aspetúto, ma non possono sorgere dubbii al presente, dovendo ogni
uomo assicurarsi, che il re è così temuto, che lui vivente non vi
sarà chi ardisca pensare a cose nuove. Ha il duca di Mayenne
cinquanta mille franchi che sono diecisette mille scudi in circa di
pensione ed il governo di Soissons di patrimonio, nè ha cosa alúcuna sebbene la moglie è ricca di trenta mille scudi di entrata. Del
duca di Guisa, che fu fatto morire da Enrico III, restarono quatútro figli: il primo ha il titolo di duca, come ebbe il padre, il seúcondo di principe di Joinville, il terzo è arcivescovo di Reims ed
il quarto è cavaliere di Malta.</p>
<p>Il duca è cavaliere di grande valore, professa un grande afúfetto verso Sua Maestà, dalla quale ha tre pensioni e donazioni
intorno a trentamille scudi l'anno. Spende assai, fa lunga dimora
nel suo governo di Provenza in Marsiglia, dal quale cava molto
utile, perchè stando in corte non gli basterebbe l'entrata, e sebúbene non ha il seguito che aveva il padre, ha però l'amore di
molti e della nobiltà in particolare. Desidera di impiegarsi, e di
esser impiegato in qualche cosa, e perchè in casa non se gli apúpresenta occasione, vorrebbe perciò applicarsi al servizio di queústa Serenissima Repubblica. Il re gli porta affezione e conoscendo
il suo bisogno, suole anco dargli spesso qualche aiuto. </p>
<p>Il principe di Joinville è giovane di buoni costumi sì
ma inquieti, professa mala soddisfazione e ne ha dato segno
al re in diverse occasioni, ultimamente essendosi partito dalla
corte rinunciò in mano di M. di Rosnì l'assegno di quattro
mille scudi che riceve da Sua Maestà con parole acerbe e risentiúte. Uscì di Parigi con duecento cavalli. Si trattiene in Inghilterra
appresso di quel re che è suo parente, e sebbene poteva avere la
grazia assai facilmente essendo al re passata la collera, non volle
però per molti mesi domandarla, non sapendo nè con parole, nè
con fatti dissimulare l'interno dell'animo suo. Ripatriò alla fine
graziato da Sua Maestà che facilmente perdona, e tanto più, che
il disgusto preso dal principe era sopra una imputazione falsa e
giovanile.</p>
<p>L'arcivescovo di Reims è giovine di venti anni, è il primo
prelato del regno, ed è quello che fa le cerimonie dell'ungere i
re. Lo chiamano Cardinale e ritiene il nome senza le dignità, creúdo che sarà per ottenerla difficilmente, perchè la memoria del vecúchio Cardinale di Guisa, è documento che sta contro a quella
famiglia.</p>
<p>Il cavaliere di Malta per esser giovane assai non è in prediúcato alcuno.</p>
<p>Fra i principi stranieri tengono luogo dopo questi li duchi
di Nevers e Nemours, tutti due se non italiani, almeno discenúdenti da essi, Nevers figliuolo del signor Lodovico Gonzaga fraútello dell'ultimo duca di Mantova morto, Nemours della casa di
Savoia. Sono quasi di una medesima natura in bontà e dolcezza.
Il primo è più attivo, ha il governo della Sciampagna e dieci miúla franchi di pensione. Altrettanti ne ha il secondo, ma senza caúrico, è per sè povero, con molti debiti, e vive in istretta fortuna,
con tuttociò è per le sue qualità onorato e stimato molto. È figlio
della sorella del già duca di Ferrara, onde viene ad essere fraútello uterino delli Guisa morti, e del presente duca di Mayenne. 
Il restante delli personaggi e signori del regno sebbene hanúno titoli di duchi, non vengono però nominati principi, eccetto
che li figli bastardi del re, come è il conte di Auvergne, il quale
oltre la prigionia ha perduto al mio tempo per giustizia il contaúdo di Auvergne guadagnato dalla regina Margherita sua zia, onúde resta povero di libertà e di roba, con la sola pensione di venútimille franchi che gli dona il re. Si crede che la sua carcere sarà
lunga per quanto durerà la vita di essa regina, la quale per esúser donna di timida impressione vivrebbe se egli ottenesse la liúbertà, con qualche dubbio della propria vita. Laonde in tale maúniera ne vivrà il re sicuro e senza gelosia alcuna, essendo questo
conte uomo di grande risoluzione, inquieto, coraggioso, imbratútato della cospirazione di Byron, condannato a morte, ma riteúnuto in vita per semplice grazia e per amor del Contestabile suo
suocero.</p>
<p>Il Contestabile duca di Montmorency vecchio decrepito non
mi dà occasione di parlare di lui, per aver egli tanto meno di viúta quanto è maggiore di autorità e di grado. Dirò non di meno
ch'egli è persona di rettissima natura, liberale, magnanimo, paúdre dei soldati e molto affezionato alla Serenità Vostra. È stato in
tutti i tempi un grande capitano. Ha il governo di Linguadoca,
del quale ha fatto investire il figliuolo dopo di lui, e questo gioúvine di sedici anni resterà ricco, e se avrà l'inclinazione del padre
sarà buon servitore della casa di Francia. Ha ottantaquattro mila
e seicento franchi di pensione per il grado di Contestabile, prima
persona dopo il re nella milizia; nè credo che vacando questo caúrico sia Sua Maestà per conferirlo in altri per la somma autorità
che tiene, la quale potrebbe essere dannosissima, se venisse ad
applicarsi in persona contaminata e di poca fede.</p>
<p>Il duca di Epernon favorito e arricchito dal re morto è uomo
di gran testa, attende ai fatti suoi, alleva i figliuoli ormai granúdi e di buona inclinazione. È considerato da Sua Maestà come
gli altri, ma lo stima per conoscerlo ricco e perchè ha il carico
generale delle fanterie; fu nel tempo delle guerre inimico implaúcabile e fu delli ultimi che ritornassero alla sua obbedienza, e
sarà perciò sempre poco amico della casa reale. </p>
<p>Vi sono altri gran signori ma il discorrerne è superfluo, serúvendo una considerazione per tutti, ed è che ognuno di essi ha
feudi e per conseguenza seguito. Sono poveri e la pace ne è la
causa, spendono assai e l'entrate sono tenui. Dal re nulla posúsono sperare, onde tutti universalmente desiderano alterazione.
Temono bene Sua Maestà e si guardano dall'offenderla, ma si
crede che la sua vita così prosperosa riesca a molti di mal gusto. 
Questi sono in ristretto gli uomini che presso a poco si posúsono conoscere essere nella Francia, e che per essi, se non in viúta, almeno dopo la morte di Sua Maestà, si possa dubitare di alteúrazione.</p>
<p>Ora verrò alla seconda causa che più d'ogni altra può teúmersi sia per travagliare internamente il regno, sturbare la sicuúrezza, confondere il tutto, ed è quella degli Ugonotti, i quali preútendendo per capo alcun gran principe, come ho accennato, daúrebbero autorità con tal mezzo a sè medesimi, ed accrescerebbero
la loro fazione non solo con la forza, ma col nome di chi li goúvernasse; onde se il timore delle loro forze muove i grandi, l'apúparenza ed il nome moverà i popoli, e li renderà nelle risoluzioni
del re dubbiosi ed incostanti. Però considerando Sua Maestà quello
che ciò importa, procura di rimediarvi col tirare a sè con i beúneficii e gli onori li principali Ugonotti, e col mantenere a tutti
universalmente le promesse, così nell'editto di pacificazione delúl'anno 1599  come negli articoli secreti, pagando annualmente
li cento ottanta mille scudi per le guarnigioni nelle piazze tenute
da loro, li quarantacinque mille per gli alimenti e collegio dei miúnistri, e li trentaseimille e novantadue per le guarnigioni del Delúfinato; sicchè trovandosi soddisfatti non vi è sospetto, nè penúsiero di novità durante la sua vita. E perchè questo è il più imúportante interesse che la Maestà Sua abbia nel regno, per esser
quello che ha travagliata la Francia dal tempo di Enrico II fino
alli anni passati, ne toccherò qualche cosa.</p>
<p>L'accordo fatto dagli Ugonotti con Sua Maestà consiste nelúla libertà della coscienza e nell'esercizio della loro religione; e
perchè da Carlo IX furono ingannati e tagliati a pezzi il giorno
di san Bartolomeo con aver fatto secretamente passare per tutúto il regno questa sua intenzione, che a guisa di fiamma nascosta
in un medesimo tempo mandò fuori le sue ruine, perciò non istiúmando loro utile il fidarsi più nè delle promesse reali, nè dell'inúcostanza dei popoli, dalli quali vengono moralmente odiati, hanúno in poter loro ottenuti da Sua Maestà settantasei luoghi preúsidiati col denaro da lei in tutte le parti del regno, nelle quali vi
si mantengono quattro mille fanti, con i suoi governatori e genti
di comando, tutti di loro medesimi.</p>
<p>Sono questi luoghi, parte città e parte castelli, assegnati
nell'accordo, escludendo da questo la Rocella e dieci altre piazze
nelle quali per essere tutte abitate da Ugonotti, non tengono alúcuna guarnigione tenendosi per sè stessi sicuri, eccettuate anco
le città e i castelli che sono in proprietà o patrimonio delli signori
Bouillon, di Rohan, de la Valle, de la Tremouille, di Chatillon, di
Lesdiguieres, di Sully e di altri principi della stessa religione, e
quelle anco nelle quali per esserci più numero di loro che di catútolici vi sono superiori ed arbitri, e che a tempo delle guerre vi
hanno tenute proprie guarnigioni come nella provincia di Tolosa
e Bordeaux, dove avanti l'editto in più di cento terre chiuse, ed
in mille fra parrocchie e monasterii, non vi era alcun servizio delúla religione cattolica.</p>
<p>Vi è opinione di uomini pratici che il partito degli Ugonotti
abbia tremille cinquecento gentiluomini di comando, tutti siúgnori grandi di feudi e che in ogni bisogno mettono insieme altri
gentiluomini di minor condizione in molto numero. Le più imúportanti fortezze del regno sono da essi tenute con maggior
guardia, e sono nella Turenna, nel ducato di Orleans, nel
Poitù, nel Limosino ecc. Fra le piazze poi dove non tengono
presidio per esser tutte abitate da Ugonotti la Rochelle è fortisúsima.</p>
<p>Hanno il principato d'Oranges che li spalleggia, il quale,
sebbene sia sotto principe cattolico e fuori del regno, è però conúgiunto, abitato e comandato da governatori ed officiali Ugonotti. </p>
<p>Questo è quel tanto che appartiene al mantenimento loro
esterno e militare, chè quanto a quello poi che tocca all'aumento
della religione è molto maggiore, perchè nell'isola di Francia vi
hanno ottanta otto chiese, dove si predica ed esercita il rito loro,
nella Borgogna undici, nel Lionese quattro, nel ducato d'Orleans
e nel Berry trentanove, nella Linguadoca alta novantasette, nella
bassa cento undici, nella Provenza novanta quattro, nella Norúmandia cinquantanove, nella Brettagna quattordici, e molte altre.</p>
<p>In settecento e trentanove si predica e si esercita la religione deúgli Ugonotti.</p>
<p>Tengono anco quattro collegii per l'educazione dei giovaúni, uno nella Turenna, gli altri in Montpellier, Montalban e Nimes,
spendono delli quaranta cinque mille scudi che loro dà Sua Maeústà per questo effetto quaranta mille, ed il resto va nelle spese che
si fanno nel raccogliere il denaro per lo stipendio dei Collettori.
Hanno un principalissimo e famosissimo Collegio frequentato dai
figliuoli di molti principi di Alemagna, che per esser fuori di queúst'ordine non l'ho posto in numero.</p>
<p>Escono da questi collegii ogni anno uomini dottissimi e vi si
vedono i frutti per le stampe di Francia e d'Alemagna, col porútar danno all'autorità pontificia, della quale professano essere
acerrimi ed implacabili oppugnatori.</p>
<p>Parte degli articoli secreti sopranominati, e che per ispeciaúle grazia è stato a me permesso di vedere, sono questi: </p>
<p>Esenta Sua Maestà gli Ugonotti da ogni riparazione di fabúbriche, di chiese, dalle spese per gli ornamenti sacerdotali, dagli
ufficii per le cose de' religiosi, e da tutte le opere simili, eccettuaúti quelli che sono obbligati ad alcuna di queste cose per dotazioni
fondate, ovvero disposizioni dei loro maggiori per virtù dei vecúchi testamenti e legati.</p>
<p>Gli è concesso l'esercizio della loro religione in due piazze
di ciascheduna giurisdizione a loro scelta, e se per qualche causa
non si potesse concedergliele sono assegnati due villaggi o terre
prossime.</p>
<p>I principi Ugonotti sono atti a tutte le dignità del regno, coúme se fossero cattolici, non ostante gli editti da Sua Maestà proúmulgati, per la redizione di alcuni principi e città cattoliche alla
sua obbedienza, li quali editti s'intendono non aver luogo in preúgiudizio della religione. In tutti i luoghi dove hanno gli Ugonotti
tal esercizio, possono convocar il popolo al suono di campana,
così per il suddetto bisogno come per il governo e disciplina, e
per tenere Sinodi e Congregazioni provinciali e nazionali. </p>
<p>Li ministri Ugonotti non possono essere sforzati di dar conúto alla giustizia delle cose che si fanno nelle loro assemblee, se
non fosse per cosa toccante all'esercizio del re e dello Stato, cose
che per la grande unione che hanno tra di loro difficilmente,
quando anche avessero cattivo animo, si potrebbero penetrare. </p>
<p>Non può esser inquisito contra quei preti ed altri apostati,
li quali lasciata la religione cattolica prendono moglie, e detti
matrimonii s'intendono validi, ma però li figliuoli che di questi
nascono non possono succedere se non nei beni che sono acquiústati dopo contratto il matrimonio.</p>
<p>Se alcuno della religione lascia per testamento legati per
trattenimento dei ministri, dottori, secolari e poveri della religioúne, sono essi legati validi, ancorchè vi fossero antichi giudizii
in contrario: riservato però il diritto regio in quello che apparútiene a' legati lasciati ai luoghi pii.</p>
<p>Possono metter taglie fra di loro coll'assistenza però di un
giudice di Sua Maestà per mantenere le spese de' loro ufficiali
nell'esercizio della religione.</p>
<p>Li ministri sono anco liberi da tutti gli aggravii pubblici e
sono esenti dall'alloggiare soldati e da tutte le taglie. </p>
<p>In caso di vacanza nei tribunali supremi in luogo degli Ugoúnotti ne vengono posti degli altri, dovendo però goder il benefiúcio del luogo coll'attestazione del collegio e sinodo di essi. </p>
<p>Si è perdonata la colpa per li danari intercetti alla corona
al tempo delle guerre in qualsivoglia maniera, ancorchè fossero
stati rotti li scrigni dove erano riposti. </p>
<p>Restano degli altri articoli assai concernenti l'esercizio di
quella religione, membro principale della loro libertà, ma li traúlascierò come lontani dal mio proposito. </p>
<p>Furono stipulati il primo di aprile 1598  per li otto anni susseúguenti, li quali spirati, restano confermati di nuovo per altri otto,
e così si anderanno confermando successivamente fino a che staúranno in pace, e che a Dio piacerà tener in quiete quel regno, il
quale può esser sicuro di goderla quando i re procurino di teúner soddisfatta questa condizione di persone, le quali in ogni moúdo si dogliono di Sua Maestà in secreto, perchè conoscono la poúca inclinazione ch'ella ha verso di loro. Ed invero, a quello che
si vede, le favorisce per le leggi di necessità, per guardare il suo
Stato dai rumori, conoscendo per prova quanto possano le discorúdie indebolire l'autorità regia e travagliare la successione dei
figliuoli.</p>
<p>Il principio per il quale Sua Maestà permette la libertà di
coscienza e l'esercizio pubblico di essa, fa che lo si biasimasse voúlendo che si dovesse anteporre una guerra ad una pace iniqua, ed
una ruina con servizio di Dio ad una quiete con danno della reúligione. Ma chi vuol considerare il vero e giudicare conforme alla
prudenza umana con cuore cristiano, dirà che è stata risoluzione
necessaria non solo quanto al mondo, ma anco quanto a Dio. Gli
esempii lo fanno manifesto, perchè le armate mosse contra la reúligione degli Ugonotti in Fiandra e in Alemagna, non solo non
hanno fatto frutto, ma nociuto: e se Iddio lo permette, è perchè
la causa sua non si avvantaggiò con l'armi, ma con la parola, con
la carità e col buon esempio.</p>
<p>La pacificazione in Francia tornò in tanto maggior onore di
Dio in quanto fu causa che ritornò l'esercizio della religione catútolica in molte città, dove prima era stato levato, e particolarúmente nelle provincie di Linguadoca e Guascogna. </p>
<p>Possono stimarsi principali di questa nazione ugonotta M.
di Rosnì, il duca di Bouillon, M. di Lesdiguieres e M. di Rohan,
oltre altri che tutti hanno forze, seguito e dipendenze. Di M. di
Rosnì parlerò a suo luogo.</p>
<p>Del maresciallo di Bouillon siccome Ugonotto non hanno
avuta occasione di valersi di lui, così meno se ne fiderebbero
molto, perchè nell'accomodamento suo col re, che fu con la
terminazione dei rumori di Sedan, oltre l'aver dato segno di teúmere grandemente la Maestà Sua, non si levò la macchia addossaútagli dalla cospirazione di Biron, anche quando Sua Maestà lo riúdusse a sottomettersi; avendo condotto sin sotto Sedan l'esercito
si contentò di cedere le piazze, confessò quella cospirazione e si
può dire pubblicamente anche tutte le altre colpe ed offese contra
il re: termine ordinario accostumato sempre dalli re di Francia
con i sudditi, quando hanno commesso alcun fatto rilevante, voúlendo con questa azione dinotare l'autorità che tengono sopra
di loro, e l'obbligo che li delinquenti devono avere di trattare
con essi con la medesima candidezza con la quale si tratta con
chi ha autorità di assolvere i nostri peccati; e se per fortuna, o
per malizia il delinquente lascia di confessare un solo fallo per il
quale avesse a Cadere sotto la censura del suo principe, questo
risaputo non si ha riguardo alla confessione, e per il lasciato può
essere posto prigione, e ricevere anco il castigo conforme al deúlitto. Onde essendo stato il Bouillon infedele al suo re, non lo stiúmerebbono di buona fede con loro, e tanto meno quanto che la
Maestà Sua l'ha obbligato di assistere giorno e notte al servizio
della sua persona, col carico di primo gentiluomo della camera.
E sebbene a questo termine pare che straordinariamente lo favoúrisca ed accarezzi, so nondimeno essersi la Maestà Sua confidenútemente fatta intendere, che questi onori gli si facevano a fine di
renderlo, e tenerlo tanto obbligato alla persona sua, che non posúsa aver adito di pensare, non che di effettuare alcuna cosa preúgiudiciale al suo servizio.</p>
<p>È egli veramente capitano di gran nome, ed ha dipendenza
e parentato con i principi d'Alemagna, col favore dei quali, non
ostante tutti li rispetti, potrebbe portare la sua parte così bene
come alcun altro in altri tempi.</p>
<p>M. di Lesdiguieres non ha scopertamente favorita la sua reúligione, anzi che le ha piuttosto nociuto, motivo per il quale
gli Ugonotti non bramano di militare sotto le sue insegne. Non
ha figlioli maschi, ma ben una figliola maritata in un cattoliúco. Credo che pensi alla quiete e che poco curi il resto, essendo
lui per ricchezza e per fortuna giunto a quel segno, che può arriúvare non un gentiluomo suo pari, ma una persona di migliore
condizione; tuttavia se le cose si movessero, compresa però semúpre la condizione della morte di Sua Maestà, che Dio la tenga
lontana, poichè se ad essa non è quel regno per alterarsi, non
veggo causa ch'essendo egli quello che professa di essere, e tratútandosi di religione, sia per abbandonare la sua, ed in questo caúso egli potrebbe esser padrone del Delfinato, dove ora risiede, e
governa Grenoble fortezza di quella provincia, la quale è abiútata e guardata anco da Ugonotti in dodici piazze, sicchè può
dirsi che la Francia cominciando da quella parte e girando
giù per la Provenza, Linguadoca, Guienna, Poitù e Normandia sia
per ogni parte cinta dagli Ugonotti, li quali cresceranno anco di
avvantaggio con la guerra che è solita apportare frutti di questa
qualità, col privilegio della licenza, coll'aumento dei bottini e
colla speranza di accrescere le proprie fortune con gli altrui
danni.</p>
<p>M. di Rohan sebbene sia persona di molta stima e di conoúsciuto valore per esser assai giovine, è però di gran sangue e forútuna, e tiene congiunti al presente gl'interessi suoi con quelli di
M. di Rosnì, per averne presa la figliuola per moglie: l'uno porúterà l'altro agli stessi fini.</p>
<p>Questo solo tra gli Ugonotti si può dire principe per sanúgue, per esser discendente dalla casa d'Albret, che regnò in Navarra
il quale se Sua Maestà non avesse avuto figliuoli, o non avesse inúcorporata la Navarra alla corona di Francia, succederebbe nelle
ragioni di quel regno: tuttavia non si vede sorgere al presente
causa alcuna o nella persona, o nelle sue condizioni, dalla quale si
possa argomentare che egli fosse per esser eletto capo del partito.</p>
<p>Niuno dunque di questi si può dire che sia nell'universale
abbracciato sì per le dette cagioni, come perchè la condizione dei
tempi ammorza in ognuno quell'affetto che nel mostrarsi più o
meno parziali in questa causa li renderebbe considerabili. E per me
credo che quando si risolvessero di servirsi di un capo per la loro
fazione, senza ricorrere ai principi del sangue, farebbono elezione
di persona di non molta grandezza per esser sicuri di potersene
fidare; ma quando questo non avvenga e che volessero appoggiaúre la loro causa al consiglio ed all'assistenza di un principe della
Francia, io tengo per certo che non mancherebbe loro, sebben al
presente professino tutti di esser cattolici, e dovrà in ciò servire
d'esempio quello che fece il vecchio duca di Guisa quando il re
presente, allora re di Navarra, abjurò la religione, che fu la prima
volta sotto Carlo IX che si offerse per capo agli Ugonotti, ai quali
era inimicissimo. E la ragione di questo è che le differenze della
fede non sono altro che pretesti sotto i quali si raggirano gl'inúteressi particolari, e perciò alcuni di Ugonotti che erano si feúcero cattolici, ed altri di cattolici Ugonotti, lasciandosi volgere
questa macchina non dagli affetti della coscienza, ma da quelli
degl'interessi.</p>
<p>Non troverebbero meno difficoltà nell'elegger alcuno de' prinúcipi del sangue a quel carico, il quale da essi sarebbe accettato e
tenuto caro, perchè la casa di Borbone ha sempre avuto inclinaúzione a quel partito.</p>
<p>Tutti infatti sotto Enrico III vi aderirono infino anche il gioúvine conte di Borbone, ed il vecchio vi avrebbe forse acconsentito
anco lui, se l'interesse di farsi re come fu poi vanamente proúnunciato, non lo avesse ritenuto dalla parte dei cattolici. Si può
però concludere, che quando gli Ugonotti avranno pensiero di
travagliare la Francia, non mancheranno loro capi per assisterli,
gente per combattere, paesi per campeggiare, fortezze per assicuúrarsi, e principi ancora che presteranno loro ajuti e che avranno
caro di veder la Francia travagliata, perchè ne spereranno benefiúcio anch'essi, e quei guadagni che bene spesso può fare il terzo
fra' due che contendono.</p>
<p>In vita di Sua Maestà non c'è argomento di mutazione. La
ragione nasce dalla divisione dei loro stati, non dico quanto all'inúteresse della religione, ma quanto alla conservazione del presente
stato delle cose.</p>
<p>E questa disunione sarà tra essi ogni volta che dal re venga
proibita l'assemblea generale, solita concedersi da Sua Maestà una
volta all'anno, nella quale concorrono tutti i capi degli Ugonotti
del regno, il che se non avviene, saranno a guisa di un corpo
senza anima, nè potranno aver conoscenza, nè intelligenza alcuna
fra loro stessi, perchè questo adunarsi insieme, se unisce col conúsiglio quel corpo che la natura ha disunito con la distanza dei
luoghi, così di questa privi saranno senza forze ed in arbitrio di
chi vorrà deprimerli, e questo appunto è quell'anno nel quale
corrono rischio che non sia loro concessa, trovandosi il re alteúrato, perchè nel sinodo tenuto alla Rocella l'anno passato abbiano
ammesso il precetto proposto da loro per articolo di fede, cioè che
sia necessario il credere che il papa sia l'Anticristo profetizzato
da San Giovanni, punto fermato nell'assemblea dell'anno 1602 ,
e da Sua Maestà fino d'allora ricercato di cancellarsi. E se il re
negherà tale assemblea, il che però non credo, sarà un principio
di negar altre cose assai. Una cosa sola è considerabile che sebúbene il re non è in istato di temerli, il timore non di meno è parútito in maniera, che se è temuto, anch'esso teme che la quiete che
gode venga a sturbarsegli in qualche maniera.</p>
<p>Temporeggia perciò non per temere il pericolo, ma per fugúgirlo, e quando proibisce l'assemblea lo farebbe a fine, che reústassero in sè disuniti, perchè un membro con l'altro non avesse
nè intelligenza, nè partecipazione.</p>
<p>Ma con tutto ciò concludo pure che si può dubitare che
dopo la morte di Sua Maestà, o da se stessi, o fomentati da altri,
muovano alle perturbazioni sotto qualche pretesto, che potrebbe
anco nascere dalle pretensioni che in altro tempo e forse anco al
presente restò nel petto dei principi del sangue, che la nascita del
Delfino e dei fratelli non sia approvata per legittima con quei riti
coi quali si governa la Chiesa Gallicana, la quale ammettendo i
matrimonii clandestini, come quella che non ha accettato il Conúcilio di Trento, ne segue che il matrimonio presente sia invalido,
stante la promessa che in iscrittura di mano propria fece in altro
tempo il re alla marchesa di Verneuil di maritarsi seco, con la
quale ebbe anco un figliuolo, come la Serenità Vostra è stata parúticolarmente informata dai miei precessori di quel tempo, e che
dopo anco tentasse il re di riavere quella scrittura come gli sucúcesse, sebbene pare che essa marchesa e li suoi appassionati fauútori vadano dicendo che Sua Maestà non abbia ottenuta se non
la copia di quella, e che l'autentica sia ancora appresso la marcheúsa. Ma in fine non vi saranno pretensioni di tanto vigore che baústino a perturbare la successione del Delfino, perchè il re preveúdendo qual disturbo potesse apportare questo negozio sino da
allora fece dichiarare dal Parlamento esser invalide tutte quelle
pretensioni che in questo proposito potesse avere la marchesa. E
gli stessi principi hanno resa debole questa pretensione con aver
accettato il Delfino per legittimo e vero successore della coro-
na, e sebbene tanto dovrebbe bastare per levare l'ombra che per
questo capo il Delfino fosse per ricevere alcun travaglio od impeúdimento nella successione, ha il re non di meno determinato di
fare che M. di Verneuil, che è questo appunto sopra il quale si
vanno fondando tutti questi vani pensieri, si faccia di chiesa. E
perciò gli ha assegnate diverse abbadie per il valore di trentamille
scudi di entrata, ed ultimamente gli ha fatto conferire il vescovato
di Metz, vacato per la morte del cardinale di Lorena, avendo otútenuto dal pontefice la dispensa, per averlo dopo la morte del carúdinale di Guisa che ne ha la cura e gode ora le entrate che sono
intorno alli quarantamila scudi; e se non fosse in età sufficiente
al carico pastorale, dovrà mettere un suffraganeo; onde colla
speranza certa di tanto utile, va procurando la Maestà Sua di leúvar alla madre qualche sinistro pensiero che avesse di maggiorúmente innalzare le fortune e travagliare il legittimo successore
al regno. E per assicurarsi maggiormente che tali pretensioni
restino senza alcun fondamento, si contentò Sua Maestà con
molta prudenza, che la regina Margherita prima sua moglie, riúpudiata per rispetto alla impossibilità sua alla procreazione, veúnisse in Parigi ad abitare, e la persuase di far eredi di tutti li suoi
beni il Delfino, come figliuolo legittimo, primogenito e succesúsore della corona; e con questa azione e dichiarazione venne a
stabilire in un medesimo tempo e la dissoluzione del matrimonio,
col quale Sua Maestà per lo innanzi era legata seco, ed a renúder maggiormente invalide le pretensioni già considerate della
marchesa di Verneuil. La venuta di questa principessa alla corte
diede occasione nel principio a molti di ragionare, ma scoprenúdosi poi il fine per il quale la Maestà Sua la fece venire, fu lodata
l'azione e commendata grandemente. </p>
<p>Dipendendo le operazioni di Sua Maestà bensì da quella coúgnizione ed esperienza ch'ella ha per la gran pratica acquistata
nel governare il suo regno, ma essendo anco per lo più da sette
di quel Consiglio che gli viene somministrata, descriverò all'Eccelúlenze Vostre le qualità delli tre principali già nominati. </p>
<p>Il consiglio che il re riceve nelle cose più gravi ed importanti
da suoi ministri è fondato sopra M. de Sillery, M. di Rosnì e M.
di Villerey; nè altri hanno parte nelle grazie ed importanti deliúberazioni se non accidentalmente.</p>
<p>M. di Sillery fu da Sua Maestà sostituito a M. di Bellièúvre gran cancelliere del regno, nel tempo che egli andò nel Limoúsino e pose in tal carica tant'arte ed astuzia che il servizio di
Sua Maestà non poteva riescire migliore, cosicchè l'età grave del
vecchio, per la quale non gli era possibile seguitare, fece che otútenne di poter esercitar il carico in vita di lui, e per questa via si
assicurò dopo la di lui morte tale dignità. </p>
<p>Gode ora questo ministro per la morte del vecchio tal digniútà, la quale nella Francia viene chiamata la principale, terminanúdo il gran cancelliere col suo assento tutte le deliberazioni concerúnenti il governo del regno in materie gravi, senza il quale non
resta stabilita alcuna cosa.</p>
<p>Tale carica gli apporta grandissime utilità, le quali si vegúgono molto meno in apparenza di quello che sono in realtà, nè
riesce possibile il poterlo penetrare, nè anco dalla Maestà Sua per
i gran donativi secreti che sotto mano vengono fatti da quelli che
desiderano esser con brevità ispediti dalla lunghezza che porta
ordinariamente seco la gravità dei negozii.</p>
<p>Non mi diffonderò molto nel rappresentare alle Signorie Voústre la natura di questo ministro, essendo egli vecchio nel serviúzio e per conseguenza conosciuto dalle Signorie Vostre. Solo in
generale dirolle esser egli uomo, che si fa strada più con l'arte che
con la fondata cognizione delle cose. Si mostra affabile e dolcissiúmo nella conversazione, ma nel negozio riesce piuttosto doppio
che sincero. Fra tutti gli altri ministri viene dato a lui il primo
luogo nel saper dare gusto a Sua Maestà e nell'aderire ai suoi deúsiderii. Ha un figliuolo giovane di spirito e di valore, che si va inúcamminando nel carico di secretario di Stato, e dopo la morte di M.
di Villeroy avrà egli il suo luogo, ed ultimamente Sua Maestà lo
fece tesoriere dell'ordine dei Cavalieri di Santo Spirito. </p>
<p>M. di Rosnì viene dal re più di ogni altro amato, e ciò potrò
dire con verità avendomi Sua Maestà in diverse occasioni liberaúmente detto tenere la fede di questo per la più candida e più
sincera. Dimostra il re l'affetto che gli porta lasciandogli eserciútare il carico di finanziere generale di tutto il regno, per le mani
del quale passano tutte le entrate della corona. A lui non sono veúduti li conti, ma egli bensì li rivede agli altri. Tiene in mano il teúsoro, e con l'avere anche le artiglierie restano nel suo potere, le
armi e la sopraintendenza di tutti gli Arsenali del regno. Per
prova dell'affetto che Sua Maestà gli porta lo fece duca di Sully
e pari di Francia; titolo antichissimo e tenuto in grande stima,
nè si sa essere stato mai conferito a chi ha avuto il carico delle
Finanze, ma solo delle principali cose del regno di Francia. È</p>
<p>egli abbondantissimo di ricchezze, e le sue entrate ascendono a più
di settanta mille scudi all'anno, e tiensi per fermo che abbia per
il valsente fra denari e gioje di più di un milione e mezzo d'oro,
e forse potrebbe anco avanzare questa somma per i guadagni
grossissimi che egli fa, veduti così facilmente da ognuno. È di naútura tenacissima nel dar fuori il denaro regio, non portando riúspetto a chi che si sia: si estende tant'oltre questa sua tenacità
che alcuna volta contradice alla volontà del re e gli parla in maúniera quasi ch'egli fosse tutore; nè passa mai anno che egli non
vada restringendo le provvisioni a questo ed a quello. È diligenútissimo nel proporre al re partiti, con l'effetto dei quali va ogni
giorno estinguendo debiti della corona, e ciò fa senza esborsare
denaro, avendo nel tempo che io sono stato in Francia ricuperate
molte entrate regie, Che erano state perdute dai re passati; dalla
propria bocca di lui ho inteso aver avvantaggiata la corona di
quattordici milioni d'oro. Onde si può tener per certo che se queústo ministro vivrà lungamente sarà di grandissimo profitto alla
corona. Queste sono le cause principali per le quali il re ha posto
il suo affetto verso questo ministro, che sono in vero potentissiúme per accomodarsi in tutto alla sua natura ed inclinazione. Solo
dispiace al re, ch'egli sia di altra religione, per tutto quello che
potesse succedere dopo la sua morte vedendolo tanto ricco ed
appoggiato da parentato a M. di Lesdiguières. E sebbene ha granúde occasione di credere che egli si abbia a mantenere sempre feúdelissimo ministro, non solo della Maestà Sua ma anco alla sua
discendenza, procura però ch'egli si faccia cattolico e lo fa col
mezzo del cardinale Epernon avendolo a tal fine richiamato da
Roma per poter vivere con l'animo più riposato, e levare
le occasioni agli Ugonotti di poterlo dopo la sua morte noúminare per loro capo: partito, che facilmente potrebbe fare imúpressione nell'animo di chi è nato ed allevato sino all'età di cinúquanta anni con grandissimo fervore nella religione protestante.
Per il che si crede che difficilmente muterà stato, sì per la emiúnenza e grandezza ch'egli conserverà nella sua persona, mentre
continuerà a vivere nella sua religione, come anco per il dubbio
ch'egli avrà di quello che gli potesse succedere dopo d'essersi
fatto cattolico e dopo la morte del re. E seppure avesse a venire
a tal risoluzione si è lasciato intendere con i suoi confidenti che
non lo farebbe per altro che con essere dichiarato Contestabile di
Francia, dignità sì sublime, che tiensi per fermo che il re non
gliela conferirebbe per la ragione già accennata alla Signoria
Vostra.</p>
<p>Segue M. Villeroy, uomo che di valore sopravanza qualsiasi
altro ministro del re, sì per la vastità del suo ingegno come per
la inclinazione ch'egli ha sempre avuta di penetrare nell'interesúse di tutti i principi, de' quali si trova particolarmente instrutto,
che il trattarne seco rende meraviglia a ciascheduno, come anco
per aver avuto il carico di primo segretario di stato per lo spazio
di quaranta anni, esercitato sotto quattro re. Queste circostanze
lo portano a grande stima appresso Sua Maestà e gli fanno strada
alla sua benevolenza; con tutto che egli sia stato nei tempi pasúsati della Lega, ed abbia fatto parte dei suoi nemici. Tratta però
con tanta lealtà e con Consiglio così fondato gl'interessi del re
che non si può per alcuna maniera rendere ora sospetta la sua
fede. Le ricchezze di questo ministro non passano la somma di
trentamila scudi l'anno, e questi sono tutti da lui spesi nella lauútezza che usa nel vivere; si ritiene però ch'egli abbia somma asúsai rilevante di denari contanti, i quali però non si può facilmente
penetrare presso di chi li abbia collocati. È egli in età di 66 anni
in circa, di complessione delicatissima e sottoposta a molte indiúsposizioni, le quali a quest'ora lo avrebbero ridotto al fine della
vita, se egli non si fosse governato con una particolare regola
di vita. </p>
<p>Dalla disposizione di questo ministro verso il servizio di
V. S. non posso dir altro solo che in tanto lo ho conosciuto ben
affetto verso gl'interessi di lei in quanto ad essi vi era accompaúgnato l'utile di Sua Maestà, essendo le sue operazioni guidate orúdinariamente più dall'interesse che dall'affetto personale verso
chi che sia; tuttavia ho in M. di Rosnì scoperta maggiore dispoúsizione di buona volontà. </p>
<p>Il terzo capo da me proposto è quello dell'entrate, spese ed
interesse della Corona.</p>
<p>Si divide tutto il regno di Francia in vent'una parte, e ciaúscheduna si chiama generalità, ed in ognuna di esse vi stanno
Ragionieri, Generali delle Finanze, Revisori generali ed altri ofúficiali che hanno cura di riscuotere le imposizioni che sono poste
sopra i popoli, di tenere appresso di loro i denari che possono
bastare al pagamento delli carichi ordinarii che vengono assegnaúti sopra le loro generalità, come dirò più innanzi, di mandare il reústante col suo conto ad un magistrato in Parigi, dal quale venúgono dispensate secondo gli ordini che ricevono dal magistrato
delle finanze del re.</p>
<p>Crederò di poter dare alla S. V. certissima e vera relazione
di queste entrate, e tanto più che mi è riuscito il vedere ciò dalli
conti pubblici. Il che sebbene non è permesso a tutti, tuttavia per
la confidenza acquistata con quelli che sono destinati a questa cuústodia mi è stato concesso di indicarli.</p>
<p>Darò dunque relazione dell'anno 1607 , dal quale potrà la
S. V. far giudizio degli altri anni che doveranno riuscire al meúdesimo conto, o con poca alterazione, se dura la quiete del regno.
Vengono le entrate regie riscosse sotto molti capi. Le principali
però sono sei, taglie, taglione, gabelle, ferme, sovvenzioni delle
città franche, ed aides, che noi diremo sussidii.</p>
<p>Danno titolo di taglia a quell'ordinario tributo che riscuote
il principe dal suddito in tutti i tempi per mantenimento della perúsona e dignità sua, per il che si chiama con nome di sussidio orúdinario, ed importa tre milioni, tremille trecento cinquanta
scudi.</p>
<p>Taglione è quella gravezza che era posta ai popoli nei bisoúgni straordinarii. La chiamano per ciò sussidio straordinario
come proprio ed accomodato alla sua natura, e questo fu instiútuito ai tempi delle prime guerre per le occasioni di gran bisoúgni della corona, ma con speranza data ai popoli che terminata
la guerra restassero sgravati, tuttavia ora sebbene è venuto il caso
della pace, dura e durerà, se non viene fatta qualche straordinaúria riforma, cosa che non ha punto del verisimile; importa queústo taglione scudi trecento e trentamille circa. </p>
<p>Le gabelle dei principati di Lione e Linguadoca, senza l'auúmento che dimostrerò poi in partita a parte, sommano a scudi
cento e quattordici mille circa. </p>
<p>Le ferme, che sono tutte quelle cose che vengono assunte
al pubblico incanto dai particolari, come li dazj più minuti e parúticolari delle provincie, li passi dei fiumi, i ponti e le peschiere,
importano scudi novecento e trenta mille.</p>
<p>Le città franche, che sono quelle che dai re per privilegio
furono esentate dalla contribuzione dell'interesse della taglia e del
taglione, per apportare in qualche altra parte aiuto alla corona,
pagano sotto titolo di sovvenzione scudi cento e ottantatre mille,
per il che, sebbene hanno questo titolo di esenzione, godono piutútosto la pompa e la vanagloria che l'utile essenziale.</p>
<p>I sussidii e gli aumenti delle gabelle e delle ferme importano
scudi duecento e trentadue mille. </p>
<p>Questa è tutta la entrata che effettivamente viene in mano di
Sua Maestà nella tesoreria in Parigi. Importa cinque milioni
quattrocento mille cinquanta scudi in circa, che compresi col deúnaro che resta in mano delle Generalità per pagar gl'interessi orúdinarj della corona, come dirò a suo luogo, fanno in tutto dieci
milioni settecento ventisette mille novecento e sette scudi.</p>
<p>Le spese all'incontro che fa Sua Maestà delli denari della
tesoreria per la sua casa, per quella della regina e dei figliuoli,
computate le fabbriche, caccie, guardie del corpo ed altri bisogni
domestici, consistono in un milione duecento e trentatremille seiúcento e trenta due scudi.</p>
<p>Oltre di questi gli va all'anno per salario deúgli Ambasciatori scudi 63,334;
per salarj alli Governatori delle provincie scudi 23,334;
in pensioni secrete scudi 245,184;
nello stipendio delli uomini d'arme scudi 310,000;
in quello dei cavalleggieri scudi 62,234
Nelle marine di levante e di ponente scudi 86,000;
negli interessi fuori del regno per imprestiti
di denari ricevuti scudi 655,830;
nei personaggi provisionati da lui in Inghilúterra ed Olanda scudi 33,032;
in fortificazioni, spese d'Arsenale, secrete
ricompense, fabbriche d'artiglierie, riúparazioni dei ponti, argini ed altre cose
simili, con le sopradette spese fa scudi 5,151,068.</p>
<p>Esce medesimamente dai tesorieri delle Generalità il denaúro per la soddisfazione delli tre carichi ordinarii della corona, dei
quali non può mai trovarsi libera, onde perciò si chiamano ordiúnarii.</p>
<p>Il primo carico è quello delle pensioni che si pagano a dueúcento quarantacinque personaggi, questo importa scudi 691,219. </p>
<p>Il secondo carico è di pagare li salarii agli officiali del regno,
il numero di questi è incredibile poichè nella sola città di Parigi
ve ne sono settecento. Fra questi si comprendono il Cancelliere, li
Presidenti, li Consiglieri e li sette Parlamenti della Francia; scuúdi 1,076,000.</p>
<p>Il terzo carico e l'usufrutto delli denari delli quali la corona
va debitrice con li suoi medesimi sudditi, importa scudi 2,280,000. </p>
<p>Oltre di queste spese ordinarie ha questo re aggiunte delle
altre non meno ordinarie di queste. </p>
<p>L'una è il pagamento di 25,096 scudi agli Ugonotti per
piazze che furono loro consegnate per sicurtà alle convenzioni seúcrete come ho già detto.</p>
<p>L'altra è di 24,000 scudi che dà ai Ginevrini per manteniúmento della guarnigione in quella città. La spesa in somma comúputata una cosa con l'altra, chè il nominarle tutte come potrei,
sarebbe di superfluo tedio, è di scudi 10,333,114. </p>
<p>Avanza Sua Maestà a questo conto poco meno di scudi 322,000.
Avanzerebbe più d'un milione se si moderassero, come può facilúmente farsi, molti straordinarii, e se dal corpo di questi avanzi
non si fossero estratti denari che si mandano nei Paesi Bassi. </p>
<p>Deduco perciò che Sua Maestà potrà aver di contanti intorúno a tre milioni e mezzo d'oro, che all'anno avanzerà di sicuro
se vorrà vicino ad 800,000 scudi, e se la guerra di Fiandra od alútro disturbo non lo molesterà ne incassarà un milione. </p>
<p>Questa adunque è quella notizia che di certa scienza e per
conto fatto ho stabilito. </p>
<p>Verrò ora al quarto ed ultimo capo che contiene gl'interessi
di Sua Maestà con i principi e le pretensioni della corona. </p>
<p>Procura Sua Maestà di conservarsi in buona intelligenza col
papa ancorchè le occasioni delli disgusti sieno poco meno che orúdinarie rispetto ad Avignone, dove li ministri regii procurano in
quei confini di avanzare la giurisdizione.</p>
<p>La libertà della coscienza, li libri che vengono ammessi alle
stampe scritti contro alla corte di Roma danno al papa straordiúnario fastidio, per il che qualche volta mostra il re di dargli sodúdisfazione e fa cercare gli stampatori, nondimeno fuggito quel
punto fanno e stampano a loro modo.</p>
<p>L'essere finalmente l'autorità pontificia non solo posta in
dubbio ma corretta, censurata e debilitata dal parlamento di Franúcia e da molti buoni teologi dà grandissimo dispiacere e danno,
tanto più che nelle collazioni dei beneficii non ha parte come neúgli altri regni. E può dire che quel residuo di autorità che vi manútiene, sia cosi leggiermente attaccato che il primo accidente basta
ad atterrarla affatto. L'essere similmente li prelati e li cardinali
non guardati, poco onorati dal re, e meno dai cortigiani, non è
poco disgusto, non facendosi differenza alla presenza di Sua Maeústà da un cardinale ad altro soggetto, stando tutti sempre egualúmente scoperti, pretendendo li principi l'anzianità e pigliandoúsela quando ne viene l'occasione; con tutto ciò il re tratta con
grandissimo rispetto verso il papa, come dirò in altro luogo parúlando di altra materia. Nella corte di Roma procura egli di avanúzare quanto più può la sua autorità colle pensioni ch'egli dà a
diversi cardinali così pubbliche come secrete. Ciò fa che maggiorúmente si stabiliscano le cose del suo regno, come per avere la sua
parte nella elezione del pontefice a concorrenza degli Spagnuoli,
e l'ambasciatore che è andato ultimamente in Roma per Sua Maeústà cristianissima ha avuta commissione non solo di mantenere
ben disposti quelli che già dipendono dalla sua fazione, ma con
qualche nuova pensione tentare di guadagnarne degli altri. </p>
<p>L'interesse che Sua Maestà tiene con l'imperatore non si
estende in altro che in quello che comporta la ragione di Stato,
poichè la lontananza degli Stati, li fa vivere con poca gelosia l'uno
dell'altro, nè la casa d'Austria fu mai amica a quella di Francia,
nè l'imperatore ha il re in altro concetto, che di parziale dei proútestanti. Ha Sua Maestà procurato sempre di nutrire li disgusti
dei fratelli coll'imperatore per tenere tanto maggiormente disuúnita la casa d'Austria. Ebbe anco opinione di procurarsi la eleúzione a re dei Romani, dubitando che il re di Spagna avesse queústo medesimo pensiero, ma avendolo scoperto d'altra inclinazione
non se n'è molto occupato, sì per averne giudicata la riuscita difúficile, sì anco perchè era sicuro, che sarebbe convenuto abbandoúnare in gran parte gl'interessi del suo regno il quale antepone a
qualsivoglia altro dominio che la fortuna gli potesse donare. Non
tiene Sua Maestà ambasciatore in Praga per le dichiarazioni già
fatte intorno alla precedenza con quello di Spagna, onde per fugúgire ogn'incontro vi tiene un semplice gentiluomo. Nelle passate
discordie tra i fratelli e l'imperatore si crede che Sua Maestà abúbia fomentati gli umori dell'arciduca Mattia, sperando che la riúconciliazione loro non avesse dovuto avvenire così presto, e che
questo negozio avesse apportato lunghezza, e per continuare queústo scisma nell'impero, diminuzione nelle sue forze, debolezza e
declinazione nella casa d'Austria. Li principali amici che Sua Maeústà tiene nell'impero sono li due Elettori Palatino e di Brandemúburgo, li duchi di Wirtemberg, di Dupont e il principe di Anhalt.
Ha debito, e ne paga l'interesse a questi tre ultimi. Ne' suoi bisoúgni è stato favorito di denari da tutti loro, e dal principe di Anúhalt fu soccorso colla propria persona e con buon numero di eserúcito. Con gli altri protestanti vive in buona intelligenza particoúlarmente con Sassonia e Brunswich. 
Col re di Spagna commemora i danni, le dispute e le oppresúsioni fino dal tempo dei suoi bisavi, la perdita della Navarra sotto
titolo di decoro e servigio di Dio, l'essere stato allevato suo avo
come protestante per arte di Carlo quinto e di Filippo suo figliuoúlo per renderlo inabile per la diversità della religione alla succesúsione della corona, l'essere stata attraversata la sua fortuna dalle
forze delli danari, dalli consigli e dalle arti spagnuole per levarúgli il regno; d'averlo, dopo fatta la pace, ingannato col tentativo
di sorprendergli due città nella Linguadoca, Marsiglia in Proúvenza, come fu ultimamente; di aver tenuta mano nei tradimenti
di Biron, del conte d'Auvergne e di quelli anco che più d'apúpresso colli coltelli in mano hanno insidiato per levargli la vita;
di nutrire le contese del regno, di proteggere quelli che gli sono
mal affetti, oltre l'emulazione iniqua, che è stata sempre tra queúste due nazioni inacerbita più dallo spargimento del sangue che
dall'avidità dell'onore, la quale ha finalmente ceduto colla perdita
di tanti Stati, di Napoli, di Milano, di Navarra, dell'Artois e di
Fiandra, in modo che ormai non vedo causa perchè tanto duri la
poca flemma francese fatta paziente in tanti danni dal conoscere
per cause palpabili, che il volere imprendere fuori di tempo imúprese importanti sia deliberazione di precipitoso consiglio. Per
tante cause adunque è da credere non esservi per alcun tempo
mai speranza di vera amicizia, tanto più che pretendendo la
Spagna la monarchia del mondo, non vede chi più l'impedisca
della Francia, come quella che alla Fiandra ha per la guerra dato
alimento d'uomini e di denari contro di lei, che negli Svizzeri
bilancia la sua potenza, procurando che il numero sterminato dei
ministri nelle tre Leghe non le corrompa tutte, ma con diúversi antidoti vada sostentando le ormai depravate forze di quelúla nazione; pensieri che tutti sanno essere nutriti dal re di Franúcia, il quale non manca di simili officj facendo ogni mossa per veúdere la declinazione e mutazione nella fortuna di Spagna così riúcercando la qualità dello Stato e la presente condizione del mondo,
ma molto più l'inveterato e più volte per molte cause rinnovato
odio contra quella nazione.</p>
<p>Si aggiunge alli disgusti particolari la gelosia che il re di
Spagna deve avere per le pretensioni che la corona di Francia
ha nella maggior parte de' suoi regni e Stati; tacerò quelle che
ha nella Sicilia, in Napoli ed in Milano, per essere alle Siúgnorie Vostre Eccellentissime così note che il narrarle è suúperfluo.</p>
<p>Pretende il ducato di Fiandra, come patrimonio antico della
corona di Francia, e l'isola di Maiorica, per la donazione fatta a
Lodovico di Angiò dalla marchesa di Monferrato sorella di Giacoúmo ultimo re di Maiorica erede di quegli Stati. </p>
<p>Inoltre alla Biscaglia per parte della casa di Alanc6one. </p>
<p>All'Aragona, per la doppia donazione, l'una di papa Martiúno a Filippo terzo ed a Carlo suo secondogenito, l'altra di Reúnato di Angiò re di Sicilia a Luigi.</p>
<p>Al Portogallo, come erede dello Stato e delle ragioni di Maútilde moglie d'Alfonso re di Portogallo. </p>
<p>Alla Navarra poi per aver questo re incorporato quel regno
alla Francia, e le ragioni sono come si è detto, perchè la madre di
Sua Maestà fu erede di Caterina regina di Navarra, privata da Ferúdinando suo zio per aver il marito di lei favorite le parti di Franúcia contro il papa.</p>
<p>Coll'istesso titolo pretende alle piazze della Guascogna, proúvincia contigua a quel regno, per aver la regina Isabella moglie di
Ferdinando, alla sua morte testato che le fossero restituite per
discarico della sua coscienza. Di più a molti luoghi e città incorúporati per istrumento di donazione a quel regno da Giovanni di
Aragona padre di Ferdinando.</p>
<p>Pretende similmente coll'istesso titolo Guipuscoa, provincia
anticamente unita al regno di Navarra. </p>
<p>Accampa in fine diritti sul regno di Castiglia come usurpato
a donna Bianca sorella di Enrico primo re di Castiglia morto senza
figliuoli, cadendo gli Stati per legge di Spagna nei maschi se ve
ne sono, ed in caso diverso, nelle femmine primogenite, come era
questa che fu madre di San Lodovico.</p>
<p>Queste sono in ristretto le pretensioni della Francia verso la
Spagna le quali se non fanno altro effetto, nutriscono coll'emulaúzione presente una perpetua diffidenza e mala volontà tra esse,
facendo i Francesi al conto loro le guerre ragionevoli e col fonúdamento di giustizia, e pensando quindi che loro possa arridere la
fortuna, la quale avendo con molta violenza portata in pochissimo
tempo la grandezza spagnuola quasi al sommo, stà per stancarsi
e deporre precipitosamente il carico; solendo lei nell'istessa maúniera che esaltò uno deprimerlo anco, e produrre poco dopo un
grande favore, una grave ed impensata ruina. </p>
<p>Con l'Inghilterra passa Sua Maestà amicizia assai fredda e
di poco sangue. Le nazioni per natura sono l'una e l'altra iniúmiche, e se l'occasione si porgesse, quel re si scoprirebbe tra li
primi e più caldi suoi avversarii, tanto più che non ostante tutti
li disgusti si vede molto inclinato alla casa di Spagna, e che dopo
la morte della regina Elisabetta per mostrarsi ben affetto non
avendo voluto contribuire li soliti ajuti agli Olandesi, fu causa del
crollo che le cose loro presero nella Frisia, anzichè quando in
questa ultima estate si trattava la pace essendo ricercato di
mandarvi i suoi ambasciatori rispose, che volentieri, se fosse
stato per compiacere al re di Spagna suo fratello. Gran cose preútendono gl'Inglesi, e lasciato il titolo che usurpano del regno, diúcono esser di loro ragione Cales, Boulogne, la Normandia, la Bretútagna e la Guascogna, dimodochè se la Francia sarà travagliata, non
gliela risparmieranno in modo alcuno. Si aggiunge la stretta parenútela che il re d'Inghilterra ha con la casa di Guise, per esser nato
da una donna di quella casa, la quale per l'opinione di chi proúfessa esser buon francese ed aiutatore della pace pubblica è in conúcetto, come si è detto, di aver aspirato e forse aspirare al regno,
onde concludo che e per sangue contrario si conserverà tale in
ogni occasione alla corona di Francia, e potrà anco facilmente
metter ad effetto la sua disposizione d'animo per le aderenze
ch'egli ha con gli Ugonotti del regno. </p>
<p>Polonia, Svezia e Danimarca sono principi settentrionali e
lontani; la Danimarca ha qualche potenza in mare, ed è più viciúna all'Inghilterra colla quale corre parentado ed amicizia. </p>
<p>Col Turco procura di continuar buona intelligenza per vaúlersene nelle occasioni dell'Africa, per sollevarsi con tal diverúsione da qualsiasi danno, che di là potesse ricevere. Rincrebbe
grandemente alla Maestà Sua la pace seguita tra l'imperatore e
il Sultano, poichè siccome fu ella causa di farlo con li suoi ofúficj mover la guerra a Sua Maestà Cesarea, per tener non solo
travagliato l'Impero ma gli Spagnuoli ancora per le aderenze
che hanno con la casa d'Austria, così desiderava la continuazioúne di essa, onde con gran difficoltà si persuaderà il re di esser
partecipe nella depressione dell'impero ottomano, nè altra causa
lo potrà persuadere a ciò, che il veder il Cattolico risoluto di muoúver tutte le sue forze con l'assistenza di qualche altro principe
alla totale distruzione di quello, nel qual caso non lo permetteúrebbe senza ch'egli non procurasse di avere la parte sua. </p>
<p>Con gli Olandesi ha Sua Maestà disegni ed interessi granúdissimi, ma il non aversi voluto palesare con essi ha apportato
pregiudizio alle cose sue; allorchè gli Olandesi si risolsero di voler
godere la loro libertà, trovarono molti amici per la conformità
della religione: questi furono la regina d'Inghilterra ed i proteústanti d'Alemagna. Fecero con essi notabilissimi progressi, e tali
che gettati li fondamenti della loro libertà, ridussero gli Spagnuoúli a termine di difendere la Fiandra piuttosto che avere speranza
d'espugnare essi nell'Olanda. Morta la regina, furono costretti
gettarsi nelle braccia del re di Francia, al quale ben sapevano
non tornar conto che fossero debellati, poichè restando vinti, si
rendevano le armi di Spagna maggiori di autorità e di riputaúzione, e quello che più importa pronte a volgersi ai confini, tra'
quali il più opportuno per essi era la Francia. Continuando adunque
nella propria difesa, non più con le forze d'Inghilterra e d'Alemaúgna unite ed aperte, ma con gli ajuti di Francia secreti, e questi
non bastando, furono astretti, prima con insensibile danno e poi con
insopportabile carico dei popoli, aggravarsi di spese gravissime,
sopportate non di meno con indicibile costanza, finchè astretti
dalla povertà, fecero intendere al re di essere al termine, non li
aiutando d'avvantaggio, di assoggettarsi agli Spagnuoli, e per non
venir a questo, chiedevano che egli più di quello che fino allora
aveva fatto li proteggesse. Non fece il re molta stima di questo,
non pensando mai che una guerra invecchiata di quarant'anni,
con tanta difficoltà di religione e superiorità fosse per sopirsi, e
che gli Stati dopo di aver perduto tanto sangue per mantenersi in
libertà fossero costretti di sottoporsi agli Spagnuoli. Per questo
rispetto adunque presupponendo Sua Maestà che in niun modo
gli Stati fossero per venire ad alcuna trattativa di pace o di treúgua, si lasciò liberamente intendere, rispondendo alle grandi doúmande che gli venivano fatte per il mantenimento della guerra,
che non voleva dar loro d'avvantaggio di quello che pagava, e se
non restavano contenti, li lasciava in libertà di far quello che più
tornasse utile al loro servizio. E ciò disse il re per il dubbio che
aveva che gli Olandesi non gli facessero tante dimande per moústrarsi necessitosi, e cavare da lui grossa somma di denari con
tal artificio. Ma la prudenza umana, ancorchè mossa da giuste
cause, non sempre riescì conforme alle sue supposizioni; poichè
valendosi gli Stati della permissione loro concessa entrarono davúvero nella trattazione di tregua con gli Spagnuoli, e tanto più
lo fecero, quando videro levata l'occasione agli Spagnuoli d'imúpiegare le loro forze in Italia col pretesto della protezione del
pontefice, essendosi accomodata Vostra Serenità colla Santa Sede,
onde veduto il re riuscire la cosa diversamente da quello che egli
presupponeva, pentito procurò di rompere il negozio col mezzo dei
ministri mandati espressamente nei Paesi Bassi. </p>
<p>Questo trattato non è successo nè con gusto, nè con sodúdisfazione del re che conosce come la Francia non abbia a temere
che dalla Spagna, dalla quale può facilmente essere offesa mediante
la Fiandra, e sa inoltre come senza guerra si renda essa ognor
più potente; e se ora ha forze da poter nuocere in qualche parte
al suo regno, molto più ne avrà allorchè con la pace potrà riunire
quelle che ora sono divise.</p>
<p>Per applicare un rimedio a questo male, ed assicurarsi che il
Cattolico non abbia ad operare in pregiudizio del suo regno e
della sua discendenza, ha pensato di conchiudere col mezzo del
presidente Jeaonin con quelle promesse e reciproche offerte, che
sono già note all'Eccellenze Vostre, e che avranno effetto nel caso
che segua la pace, della quale pare che resti per qualche tempo
dubbiosa la conclusione per il punto difficile a stabilirsi della naviúgazione delle Indie, perchè siccome gli Olandesi non vogliono col
cederlo perdere quell'utile che ricevono da tale traffico, così gli Spaúgnuoli col concederglielo non vorranno soggiacere a quei danni che
ricevono per la vendita che fanno gli Olandesi delle loro mercanzie.</p>
<p>Procura Sua Maestà con ogni spirito la conservazione dei
Grisoni, nè li lascierà in alcun tempo perire, non tanto per imporútargli i loro interessi, quanto per quelli del suo proprio regno;
perciò va pensando di valersi di quelle azioni che potriano diverútire l'animo degli Spagnuoli, quando in alcun tempo mai avessero
pensiero di travagliare la Francia, e per questo rispetto fa ogni
possibile il re per mantenere viva l'alleanza che tiene con detta
nazione, con animo nell'occorrenze de' suoi travagli valersene a
farla muovere a pregiudizio del Cattolico nello Stato di Milano,
nel quale venni assicurato tener Sua Maestà secreta corrisponúdenza con diversi soggetti principali, che quando fosse in animo di
lei di far alcuna cosa in quello Stato, sarieno potentissimi per faúcilitare l'esito di tutti i suoi pensieri.</p>
<p>Fra gli altri principi d'Italia ama Sua Maestà il duca di Manútova, non tanto per esserle cognato, quanto per conoscerlo a lei
ben affetto, e che procura di non darle alcun disgusto, ancorchè
per i suoi interessi continui in buona disposizione con la corona
di Spagna. Dimostrò il re questa sua buona volontà verso questo
principe coi molti onori che fece alla duchessa sua moglie quanúdo al mio tempo capitarono a quella parte per il battesimo del
Delfino, non tralasciando alcuna cosa per renderla certa della sua 
benevolenza. Tiene il duca un suo gentiluomo residente a quella
corte per tal reciproca corrispondenza e buon affetto, che è corúrisposto da Sua Maestà col buon termine che usa nel trattare
col detto ministro.</p>
<p>La repubblica di Lucca ha sempre avuta molta inclinazione
alla corona di Francia, onde si vede che i Lucchesi hanno semúpre continuato i loro commercii in quel regno; e ancor più dopo
che Pietro Martire predicò in quella città l'opinione di Calvino, la
quale fu abbracciata da molti, che essendosi poi ridotti a Ginevra
e sparsi ancora in Francia, hanno quasi naturalmente conservata
nei parenti rimasti in Lucca questa devozione verso la Francia. </p>
<p>Infine mostra il re di portare una particolare affezione a queústa Repubblica e la annovererà tra i più cari e veri amici ch'egli
abbia, e del quale può far conto con maggior fondamento che
sopra qualsiasi altro principe di Italia; parla di ciò pubblicamenúte, ha gusto che si sappia, e si creda aver egli grande autorità
con la Serenità Vostra. Le occasioni passate m'hanno aperto l'aúdito per penetrare nel suo interno, e di assicurarmi anco in gran
parte di quello che le Signorie Vostre Eccellentissime possono
promettersi dal suo affetto, onde concludo che quella inclinazioúne ch'egli ha alle cose d'Italia, che invero è poca, non avendo
egli alcuno Stato in questa provincia, tutta dimostra esser volta
nell'avvantaggiare sè stesso per li fini già considerati, e per conúservarsi anco l'amicizia di questa Serenissima Repubblica. </p>
<p>Restando terminato il discorso sopra li capi proposti, aggiunúgerò all'Eccellenza Vostra questo d'avvantaggio per fine. </p>
<p>All'arrivo mio in Francia trovai l'ambasciatore della Sereúnità Vostra, cavaliere Badoer, in molta riputazione e stima presúso tutti li principali signori per la prudenza, intelligenza e valor
suo; e per queste onorande qualità lasciò di sè stesso onoratissiúmo concetto.</p>
<p>A me successe il signor Foscarini.</p></div2>
<div2><head>Seconda parte della relazione </head>
<p>Mi resta dar parte all'Eccellenze Vostre, di quello che ho
osservato intorno all'ordine con cui il re governa il suo regno, in
quelle cose nelle quali il pontefice procura di estendere la sua auútorità, e con quali termini sostenti la sua dignità, e procuri
di non derogare a quella de' suoi antecessori, acciò Vostra Seúrenità possa prevalersi nelle occasioni, della natura di quegli
esempi, con i quali un principe che porta in fronte il titolo di
Cristianissimo, governa il suo regno. Contenendo questo capo
due articoli, nel primo tratterò dell'origine della libertà della
chiesa di Francia, e suo progresso, come sia stata usata dalli re,
come abusata, e come quasi alfine distrutta; nel secondo ragioneúrò del clero; e poi in appendice del negozio di Roma.</p>
<p>La libertà della chiesa di Francia ebbe principio da che i
vescovi entrarono in proprietà di que' beni, che loro erano stati
depositati per dispensare a' poveri, e dopo che per ben stabilirsi
in questo acquisto si dichiararono liberi da magistrati, chiaúmando quest'azione col nome di libertà ecclesiastica e assicuranúdolo con tante scomuniche, proibizioni, interdetti ed anco con
i privilegi di principi, che niuno poi ardì di porvi mano per dubúbio di commettere sacrilegio nelle persone e nella religione. Si
accorse la Francia che a cacciare questa libertà ne voleva un'alútra, e trovarono la libertà gallicana, la quale come chiodo con
chiodo represse l'altra libertà. Riuscì il rimedio ne' tempi d'allora
variamente, secondo che li re di Francia furono l'uno più dell'alútro generosi. Ma la stessa cagione dell'aumento nella libertà ecúclesiastica, fu causa della diminuzione nella libertà gallicana, riúdotta da Francesco l in qua a poco spirito e quasi affatto anniúchilata, anzichè, se non fossero alcuni ben pochi che procurano
di tenerla viva, già sarebbe estinta.</p>
<p>Gli antichi re della Francia come protettori della Chiesa sulúla quale non era ancor stata ritrovata distinzione di foro, fondaúrono questa libertà, instituendo gli ordini circa il culto divino,
assegnando beneficii, dotando chiese, e facendo custodire la vera
libertà ecclesiastica, che è la riverenza verso i sacerdoti, l'onore
delle chiese, la libera l'amministrazione dei sacramenti e delle preúdicazioni, ed il vitto quotidiano a sufficienza e non a superfluità,
nè in simili operazioni s'ingerirono che re buoni e santi. Anzi
quelli che dalle loro qualità furono giudicati degli altri migliori,
non si contentarono della superficiale protezione de' religiosi, che
di più vollero correggerli e castigarli, quando ne occorse il bisoúgno. Per questo Carlo Magno fece leggi colle quali frenò la licenúza de' laici favorendo in questo l'immunità ecclesiastica, e corúresse gli ecclesiastici coll'esempio e coi costumi, non contravveúnendo perciò a detta immunità. Il che egli fece con tanto maggior
fondamento di ragione quanto che tali provvisioni furono non soúlo laudate, ma approvate da tutti li Concilii della Francia. E si
vede ancora in istampa il libro delle leggi date agli ecclesiastici
da Carlo Magno e da Lodovico Pio suo figliuolo. </p>
<p>Passati molti anni con questa buona regola, cominciò il clero
a corrompersi a cagione delle ricchezze acquistate colle buoúne opere de' suoi maggiori, abusandole con danno notabile della
religione, del re e del regno; onde conosciuta la necessità di
porre qualche freno ad esso, si risolsero i Francesi di lasciar da
parte le devozioni ritenute dannose, nè si lasciando abbagliare
da questi titoli d'immunità, usati a loro parere solo a benefizio
temporale e non a servizio di Dio, si fecero intendere di riconoúscere il papa restringendo la superiorità pontificia dentro a' terúmini della spiritualità, riservando il resto in ogni caso, purchè aúvesse ogni minima partecipazione di temporale, alla giurisdizione
regia ed al foro secolare.</p>
<p>Vennero a questa risoluzione tanto più prontamente, quanto
più precipitosamente hanno veduto diminuire la disciplina eccleúsiastica e confondersi l'ordine dei benefizii col porli in commende 
e col ridurli da regolari in secolari, unendo gl'incompatibili e
smembrando quelli che per natura dovevano stare uniti. </p>
<p>Li re che effettivamente si opposero a simili inconvenienti
ricevettero disgusti ed incontri grandissimi, perchè non solo non
trovarono gli animi dei papi ben disposti, ma, quello che è pegúgio, fatti forti nell'autorità e nella consuetudine, piuttosto conferúmarono le provvisioni, le annate, le decime e gli spogli. </p>
<p>Con simili contrasti si visse sino al regno di san Lodovico,
il quale ritenendo che tutti questi disordini nascevano dall'aversi
il papa assunta la collazione e dispensa dei benefizii, levando l'auútorità a coloro che per ragion comune e per la disposizione dei
Canoni si apparteneva, con una legge intitolata la Pragmatica
Sanzione, colla quale restituì la giurisdizione del conferir li beneúfizii e di eleggerli a chi prima li aveva, bandì le simonie, comandò
che le promozioni delle dignità fossero fatte conforme alla deterúminazione de' Concilii, confermò tutte le libertà, franchigie, imúmunità, prerogative e privilegii fatti per lo innanzi da' suoi preúdecessori alle chiese e persone ecclesiastiche. E quanto a Roma
espresse l'animo ed il voler suo con queste parole, tradotte ad
litteram dalla Pragmatica: l'esazioni e carichi gravissimi di denaúri imposti dalla corte di Roma alla Chiesa del nostro regno, per
le quali è egli rimasto miserabilmente impoverito, fecero sì che ci
siamo decisi di ordinare che in avvenire non se ne possa più imúporre alcuno, eccetto che per ragionevole, pia ed urgentissima
causa, o per necessità inevitabile, e di spontaneo ed espresso conúsenso nostro e dell'istessa chiesa del regno nostro.</p>
<p>Fu per qualche tempo in osservanza questa legge; ma in
tempo di Bonifacio VIII che sopra tutti gli altri ebbe l'opinione
di dominare il mondo, Filippo il Bello gli arrestò il denaro
che l'ordinario collettor di Roma aveva raccolto nel regno. E
perchè il papa s'era dichiarato superiore a tutti li principi del
mondo in temporale, si dichiarò ancor lui principe libero senza
superiore alcuno e soggetto a Dio solamente. </p>
<p>Sotto Carlo VII fu estratta e confermata dal concilio di Basiúlea un'altra pragmatica sanzione, ed è quella tanto famosa, che
fu la base vera della libertà gallicana, nella quale ebbe quel conúcilio intenzione di suffragare la Francia, di corregger gli abusi e
di frenare la potenza degli stessi pontefici. Restituì in essa
il concilio l'autorità a tutte le chiese, collegi e capitoli di eleggere il
prelato, e tolse al papa tutte le riserve le quali egli si aveva
assunte, eccettuate quelle delle terre sottoposte alla giurisdizione
temporale di Roma, nelle quali egli concesse l'eccezione, non
come papa, ma come signore temporale. Rimise la confermazione
di queste elezioni a chi andava di ragion comune, come quella
di un prete al vescovo, del vescovo all'arcivescovo, dell'arciveúscovo al primate, del primate al papa, il quale esortava a concedere
questa confermazione gratis, altrimenti gliene protestava appello
al futuro concilio, il quale era determinato farsi di dieci in dieci
anni.</p>
<p>E proibì medesimamente le riserve, le espettative, le collaúzioni dei beneficii, rimettendole agli Ordinarii ed a chi vanno di
ragione. Comandò che le cause lontane 4 giornate da Roma si
finissero ne' loro paesi eccetto le privilegiate; che le annate fosúsero bandite e che non si spendesse pur un soldo per qualsiasi tiútolo di confermazione.</p>
<p>Gli effetti di questa pragmatica mirarono a por sesto ed orúdine alla confusione dell'ordine ecclesiastico, non essendo restata
alli vescovi alcuna giurisdizione di giudicare e di conferire benefiúcii, nè alli capitoli di eleggere, nè alli juspatronati di presentare,
poichè il privilegio e l'ufficio d'ognuno di questi era stato levato
dal papa con le sue riserve, le quali assorbivano in Francia tutúte le cose. Levò gl'inconvenienti che si notavano nella rovina
delle chiese, perchè il beneficiato spendendo in corte, non poteva
da sè riparare la fabbrica, fornire la sacrestia e rimborsarsi dello
speso nell'espedizione delle bolle. </p>
<p>Si schivarono così le liti che in Roma sono perpetue e senza
fine nel concorso dei beneficii, impetrandosi molte volte un beneúficio da molti, tra' quali conviene litigarlo: danno irreparabile,
tanto più che il più delle volte si concedono beneficii e si rimuneúrano quelli che si sanno più insinuare nella grazia di chi comanúda, restando li poveri, se ben virtuosi e letterati, privi di questo
bene, il che non seguirebbe, se i vescovi che conoscono i meriti
del loro clero, ovvero li capitoli avessero questa prerogativa, coúme l'ebbero anticamente. Usciva di Francia avanti di questa pragúmatica un milione d'oro per materie di beneficii, ducentomila
scudi per indulgenze, dispense dai voti, casi riservati e matrimoúnii, alcuna volta sono usciti due milioni e ottocentomila scudi in
un anno, non computati li spogli, la ricchezza dei quali era esúorbitante.</p>
<p>Il negozio del conferir li beneficii nella corte romana è inúsomma il maggiore e più dannoso inconveniente per li principi di
ogn'altro, sì per le considerazioni fatte del loro interesse, come
perchè ingrossandosi per essi la corte, ne viene che loro medesiúmi la facciano forte contro sè stessi. </p>
<p>Ebbe per queste cause il Concilio di Basilea mira principale
di levare al papa la collazione dei beneficii nella pragmatica, colla
obbedienza della quale cominciarono le chiese ad essere servite;
alli vescovati non venivano promosse che persone degne, e questi
per il merito di lunga servitù prestata assiduamente alla loro chieúsa. Il clero si conservava osservante verso il suo prelato fissando
le sue speranze e l'amor suo in esso e non in altri. Non vi erano
cause di ambire, poichè non vi essendo che pretendere a Roma,
ognuno si contentava del suo stato, e seppure si ambiva con tale
effetto, era congiunto piuttosto con virtù di merito che con vizio
d'arroganza.</p>
<p>Le disposizioni e gli ordini dei Concilii erano ubbiditi, stanúdo unita la diocesi sotto il suo vescovo, la provincia sotto il suo
arcivescovo ed il regno sotto il suo primate, professando susseúguentemente il servizio di Dio nel culto, il buon esempio col
prossimo e la riverenza verso il re, il quale come protettore coústituito da Dio levava tutte le confusioni e liti, che nascere poteúvano tra gli ecclesiastici ed i secolari.</p>
<p>Durò si fatto stile per lo spazio di 120 anni, da Carlo VII
fino a Francesco I, dal quale fu divisa con papa Leone questa veúste indivisibile tenendone ognuno di essi un pezzo. Si trovaúva quel re allora alle strette per l'inimicizia di Carlo V, e geúloso dell'amicizia del papa, si lasciò persuadere per soddisfarlo di
rinunciare la pragmatica nella quale si includeva l'anima della
libertà del suo regno; ne fecero pubblico istrumento con diversi
capitoli chiamati li Concordati, in virtù dei quali tornò il pontefiúce nell'antico possesso delle annate, nella confirmazione dei beneúficii, nelle spedizioni delle bolle, e la dataria nei vecchi suoi guadaúgni. Il premio che di ciò riportò il re in cambio fu la parola di
una buona intelligenza ed il jus della presentazione, in luogo della
elezione che prima era dei capitoli, privandone questi senza alúcuna causa per investirne lui; acciò ognuno di essi godesse: il
papa coll'utile delle annate ed altri simili emolumenti, ed il re
col comodo di rimunerare li suoi servitori; da che ne sono seguiti
poi e ne seguono innumerabili disordini, vedendosi possedere veúscovati ed abbazie non solo da uomini indegni ed ignoranti, ma
quel che è peggio totalmente alieni dalla professione clericale,
come laici, donne e molti anco di contraria religione, oltre li
baratti, vendite e mercature che se si fanno sopra; concedendo
anco il re presente per troppa benignità e bontà le vacanze al
primo che le domanda, il quale avendone l'entrata investe un
prete del titolo.</p>
<p>S'appellò da questa convenzione, dall'annullazione della
prammatica e dalla instituzione dei concordati, la Università di
Parigi al futuro Concilio. Esiste tale appellazione in istampa presúso molti, sebbene questa e tutte le altre cose in proposito tale soúno proibite.</p>
<p>La collazione adunque dei beneficii è al senso mio per tutte
le conseguenze uno dei maggiori abusi che esser possa e che sia
oggidì in Francia, tuttavia non è dannosa come nelli Stati degli
altri principi alli quali non è concessa la nominazione. </p>
<p>Il clero di Francia, perchè ha dal re quello che ha, l'osserva
con gran venerazione ed in tutto dipende da lui; i buoni perchè
conoscono così convenire, i cattivi per timore della podestà regia 
e per avidità e speranza di ottener cose d'avvantaggio. E nelle
occasioni ha esso clero dichiarato di stimare il re assai più che il
papa, perciò fu Sua Maestà ammessa nella comunione, coronata
ed unta non ostante le forze della Lega, le scomuniche di papa
Sisto, di Gregorio XIV, le proteste ed inibizioni di papa Clemente. 
Tutte le resistenze che sono state fatte alli pontefici dai re di Franúcia, sono state autorizzate dall'assistenza e dal consiglio dei preúlati del regno, nè l'avrebbero fatto se avessero avuto dipendenza
dal papa solamente come hanno li prelati nello Stato della Sereúnità Vostra.</p>
<p>Vivono i re di Francia procurando di non permettere che li
papi prendano esempio di superiorità in cosa alcuna, perciò quanúdo gli mandano ambasciatori per la cerimonia dell'ubbidienza, 
dichiarano di far questo ufficio come figliuoli, non come sudditi
ovvero principi inferiori. </p>
<p>Hanno li re anco esercitata la loro autorità nelle cose eccleúsiastiche, come protettori di esse, ed in quanto hanno avuto riúspetto alla polizia e quiete de' proprii Stati, onde perciò a loro beúneplacito convocarono Concilii ed in essi diedero regole, fecero
leggi ed ordinazioni delle quali alcune furono poste in uso dalla
Chiesa universale, ed altre furono approvate dagli stessi Concilii
generali; tra le altre è memorabile quella che vietò ai gentiluoúmini il farsi frati, che proibì ai religiosi lo esercizio delle cose
profane, che ordinò che l'elezione dei vescovi fosse fatta per il
capitolo, che proibì alli prelati di scomunicare nè città, nè colúlegi, nè università, nè altro corpo di Francia, che bandì le esaúzioni di Benedetto XIII, stracciando e bruciando le sue bolle per
mano del ministro di giustizia, e che vietò l'ubbidienza alli Brevi
delle riserve ed aspettative di Roma: tutti effetti di principi criústiani, il zelo dei quali era nella religione più di apparenze che
di fatti, li quali oggidì quanto più hanno faccia di adulazione
tanto più nuocciono alla Repubblica Cristiana. Se da Roma venúgono Legati a latere nel regno non vi vengono se non permessi
o ricercati, non avi esercitino autorità alcuna, se prima non proúmettono solennemente in iscritto di non usarla che per quanto
piacerà a Sua Maestà, specificando che ella sia tale che non farà
pregiudizio alli concilii generali, alli decreti, franchigie, libertà e
privilegii della Chiesa Gallicana, delle Università e studii pubblici
del regno, nè esercitano essa autorità, se non la presentano in
iscritto alla corte del Parlamento, ove è esaminata, registrata, reúgolata e pubblicata sopra le dette condizioni.</p>
<p>Similmente se li Legati che vanno in Avignone hanno la
loro autorità che si dilata fuori di quel contado ne' sudditi della
corona, non vien loro permesso di usarla se prima nella stessa maúniera non abbino presentate le loro Bolle al Parlamento del Delfiúnato dal quale alcuna volta vengono rejette. E se pur le accetta,
questo è con condizione che non s'ingeriscano nelle cose secoúlari, che non scomunichino gli ufficiali del re, e che non imprenúdano negozio contro la libertà della Chiesa Gallicana, nè contro
gli editti, costumi, statuti e privilegi del paese, e si approva la
licenza col placet e con lettere di Sua Maestà. Se il papa vuol
servirsi in qualche negozio sia spirituale o di altra natura di qualúche prelato della Francia, non ha tal soggetto libertà di uscire
dal regno senza licenza e comandamento di Sua Maestà. </p>
<p>Non può il papa esigere denari in Francia per qualsivoglia
pretesto, nè con titolo d'imprestito, spoglia, decima od altro,
senza consentimento del re ed anco del clero, nè può col dar inúdulgenze astringerli ad elemosine per riservarle a se stesso, e nemúmeno dar dispensa perchè ne venga utile alla Camera Apostolica,
perchè tutti questi sono reputati abusi e simonie gravissime. </p>
<p>La Bolla in <hi rend="italic">Coena Domini</hi> non ha passate le Alpi, non la voúgliono perchè uscendo dalla spiritualità intacca il foro laico e la
giurisdizione temporale.</p>
<p>La legittimazione dei bastardi fatta dal papa è invalida per
tutte le cose fuori che pei beneficii. Può anco essere invalida per
questa causa se è contraria alle intenzioni dei fondatori del beneúficio o di altro privilegio.</p>
<p>Non permettono che il papa commuti i legati nelle materie
<hi rend="italic">ad pias causas</hi> contro l'intenzione dei testatori. </p>
<p>Non può concedere facoltà ai religiosi sieno secolari o regoúlari di testare dei beni e frutti dei loro beneficii. </p>
<p>Non può dispensare l'alienazione dei beni ecclesiastici per
qualsivoglia o accidentale utilità o urgente necessità e per niuna
forma di contratto. Sebbene li detti beneficii fossero esenti e sogúgetti immediatamente alla Sede Apostolica, può ben delegare la
cognizione del caso al giudice secolare, e dopo il giudizio interúporvi la confirmazione del contratto, mentre però detta confirmaúzione non sia giudicata pregiudiziale al foro secolare.</p>
<p>Non può ingerirsi nella separazione dei matrimonii, nelle
petizioni di doti, adulterii, spergiuri, sacrilegi, usure e restituzioni
di beni acquistati per contratti illeciti, che in coscienza e nel
foro penitenziale.</p>
<p>Non vengono ammessi sequestri da Roma in materia alcuna
beneficiale ecclesiastica. </p>
<p>Nelli casi di grave scandalo li religiosi etiam regolari posúsono ricorrere al Parlamento senza licenza del superiore ecúclesiastico, nè perciò s'intendono irregolari o incorsi in cenúsure.</p>
<p>Non può il papa dispensare nessun caso che sia <hi rend="italic">de jure
divino</hi>, e <hi rend="italic">de jure naturae</hi>, nè può similmente far grazie contro le
determinazioni dei Concilii.</p>
<p>Non può dispensare li gradi dei studii, cioè far dottori per
privilegio perchè siano perciò capaci ad ottenere beneficii, perúchè chi li vuole, o bisogna averli per grazia del re, o bisogna esúsere dottore in essenza e non in apparenza.</p>
<p>Non si eseguiscono Bolle siano di scomuniche o di citazione,
senza il placet del re o de' suoi ufficiali, e l'esecuzione si fa per
il giudice laico.</p>
<p>Con queste si potrebbero dire altre cose assai per comproúvare la pratica della libertà gallicana, ma per non apportare tedio
termino questo articolo e vengo al secondo del clero. </p>
<p>È partito quel regno in 12 metropoli sotto delle quali vi saúranno incirca 82 vescovati, non computato Avignone, metropoli
con i suoi suffraganei. Vi sono circa 600 abbazie, la maggior
parte sono in commenda, l'entrata non ha somma, basti il dire
che il terzo del regno ed anco più è goduto da' religiosi.</p>
<p>Molte di queste abbazie e vescovati sono signorie di feudo,
hanno l'alta giustizia cioè mero e misto impero nei sudditi. Ma
però, sebbene questa autorità è annessa alli feudi per privilegio
antico, non è al presente ammessa nella Francia che molto condiúzionatamente. Delli casi che si riservano al re non si può dar reúgola per essere infiniti ed il più delle volte arbitrarii, basta solo
sapere che non vi è feudo tanto privilegiato che sia esente dalúl'applicazione alli Parlamenti.</p>
<p>I vescovi nelle loro diocesi come vescovi non imprendono nè
possono imprendere giudicio di caso alcuno che abbia mira alla
temporalità o che sia in qualche parte misto, e se se ne ingerisse
gli sarebbe dal tribunale laico impedita l'esecuzione e castigato.</p>
<p>Questo è avvenuto al mio tempo nella persona del cardinale di
Sordì arcivescovo di Bordeaux, che per non aver voluto riconoúscere il giudicio nè obbedire alle inibizioni del Parlamento fu conúdannato in cinque mila scudi, con riserva di proceder più oltre se
egli non levava la scomunica fulminata contro del Parlamento,
aggravando la colpa con titolo di lesa maestà. </p>
<p>È il clero di Francia aggravato da due carichi, l'uno moderúno, l'altro antico, ed è quello che fu concesso dai papi alla corona
per le guerre di Terrasanta. Passa questo sotto il titolo di sussiúdio per la guerra Saladina, è levata la causa, non il pagamento:
onde il re ne cava lo istesso denaro che se ne cavava quando si
guerreggiava con gl'infedeli.</p>
<p>Non si gode la temporalità di niun fondo ecclesiastico che
non abbia pagata l'ammortizzazione: ordine assai più severo e
contrario alla libertà ecclesiastica che la Parte fatta dalla Serenisúsima Repubblica del non alienare li stabili degli ecclesiastici. È
l'ammortizzazione un'imposta pecuniaria, la quale venendo paúgata dagli ecclesiastici si rendono capaci alla possessione dei beni
stabili, dando in una sola volta quello che in molte avrebbe dato
un laico che fosse stato possessore del detto stabile. </p>
<p>Lodovico XI fu il primo che astringesse gli ecclesiastici al viúgore di questa legge, facendola osservare al clero di Normandia;
dopo di lui Francesco I fece lo stesso col clero di Borgogna, di
Nantes, d'Orleans e di altre provincie.</p>
<p>Enrico II fece pagare l'ammortizzazione a tutto il clero. Da
ciò si deduce che ogni volta, che vengono trasferiti nella Chiesa
beni stabili, s'interpone l'autorità regia a simile traslazione, acciò
e conservandoli sia con licenza del re, ed alienandoli, si riconosca
come onesto prezzo il danno che ne viene a ricevere la corona, leúvandosi i beni dal poter esser confiscati e devoluti al pubblico,
come potrebbe avvenire se fossero restati in mano de' laici, o per
mancamento di eredi o per altra simil occasione, e ne avviene che
se la chiesa fatta patrona di qualche luogo tralasci di pagar l'amúmortizzazione, è in tal caso astretta a privarsi del possesso venden-
dolo a persona laica soggetta al foro fiscale. </p>
<p>Non sono però gli ecclesiastici, ancorchè paghino l'ammorútizzazione, eccettuati dagli ordinarii carichi che si pagano alla coúrona: ma oltre a quello che pagano per titolo dei beneficii, sono
obbligati alle taglie o per titolo di patrimonio, o per obbligo perúsonale, conforme alle leggi municipali delle provincie. </p>
<p>Le imposizioni nella Provenza sono reali onde l'ecclesiastico
che non ha patrimonio è esente da questo carico; nel resto che
possede, sia nobile, sia religioso, è obbligato alla soddisfazione
della tassa. Si osserva lo stesso in Linguadoca; in Orleans perchè
la nobiltà ed il clero erano privilegiati, fu fatto un editto che
non pagando i privilegiati le imposizioni affittassero li loro beni
a persone non privilegiate le quali fossero obbligate pagarla per
i luoghi affittati: con ciò non trovarono chi li pigliasse ad affitto
al prezzo ordinario per doverne per sopra più pagar anco il caúrico, e furono astretti di darli a quel manco prezzo, che fu limitato
per diffalco delle imposizioni, onde restarono in nome privilegiati
ed in effetto aggravati.</p>
<p>Il clero di Borgogna fu tassato al pagamento del terzo di
quanto veniva imposto e degli altri due terzi la plebe. E sebbene
il clero si appellò al Parlamento di Parigi, non gli giovò, perchè la
determinazione fu laudata dai Senatori. 
Nel Bearnese gli ecclesiastici non hanno esenzione di sorte
alcuna, pagano come gli altri. In Brettagna si è proceduto più dolúcemente, perchè la sola metà era soggetta alle taglie. 
Oggi sono tutti costretti pagare in una sola maniera, non
v'è legge che lo comandi, ma v'è necessità di obbedire a chi può
far legge.</p>
<p>Cava il re oltre l'ordinario di tempo in tempo quando cenútomila scudi, quando più e meno, nè per averli vi occorre altro
che un minimo cenno alli sindici del clero che risiedono in Paúrigi, li quali poi mandano la tassa per tutte le provincie, la riúscuotono, e pagano prontamente senza alcun rumore o querela.</p>
<p>Ha il re oltre tutti questi regressi, per privilegio di Bonifaúzio VIII, facoltà di valersi delli denari del clero senza saputa del
papa in ogni necessità o particolare o generale per difesa di quel
regno.</p>
<p>Hanno li re nei bisogni con licenza del papa venduti beni ecúclesiastici, come fece Enrico III per la somma di centomila scudi
d'entrata e come fa la Maestà presente per la somma di sessantaúmila.</p>
<p>Il jus che hanno li re nelle entrate dei vescovati vacanti è di
grandissima considerazione ed è sotto titolo di regalia, la quale
è una riserva per il re dei frutti del vescovato tra la morte del
vescovo vecchio e la elezione del nuovo. È questa legge immemoúrabile, nata nei primordii del regno di Francia, confermata dall'uso
e dagli statuti in diversi tempi. Hanno fatto tanto capitale di queústa giurisdizione li re che, sebbene è venuta occasione di alienare
gli Stati della corona per concederli alli figliuoli, non però hanno
ceduta mai la regalia, ma se l'hanno riservata in ogni tempo, di
che se ne vedono memorie ed esempi. </p>
<p>È anco di grande considerazione che li vescovi promossi a
quella dignità fanno omaggi al re per li beni temporali del vescoúvato e gli giurano fedeltà per la potestà spirituale, non perchè la
riconoscano da esso, ma per le occasioni che loro si potessero
presentare di abusarla a danno del regno e con deservizio di sua
Maestà.</p>
<p>Trovai al mio arrivo in Francia congregata in Parigi una
assemblea di vescovi e di altri prelati del regno che durò otto
mesi continui, nè vi sapevano dar fine per l'utile che ne riúportava ciascheduno di essi, venendo pagati dalli due fino ai sei
scudi d'oro per persona al giorno, se Sua Maestà intendendo che
il clero ne veniva perciò aggravato di più di trecento e trenta
scudi il dì, non si avesse fatto intendere che non si risolvendo di
finirla essi, si sarebbe risoluto egli di finirla. Si disciolse però dopo
esservi corsa una spesa di duecentomila scudi. Procurai di intenúdere le materie che si erano trattate, che furono:</p>
<p>La riforma degli ecclesiastici, primo articolo di tutti li sinoúdi e congregazioni, che però non entra giammai in conclusione;
il modo di pagar le decime al re; il modo di alienare col minor
danno possibile tanti beni ecclesiastici, che importassero la somúma di sessantamila scudi di entrata, per adempire quanto Sua
Maestà aveva ottenuto da Clemente VIII, e della qual somma già
si era rinvestita grossa parte nel collegio fondato dal re; modeúrare le tasse dell'assemblee le quali si fanno di triennio in trienúnio; raccogliere le querele degli ecclesiastici contro quelli della
religione, poichè intendevano che volessero dolersi del clero
presso Sua Maestà per diverse operazioni fatte in loro pregiudizio,
contro la forma dell'editto di pacificazione, ed aumentare le enútrate applicate per trattenere li ministri Ugonotti che si convertiúvano alla fede cattolica. Non seguì di tutti questi articoli alcuna
provisione eccetto che nel pagare le decime al re, in che furono
fermate due cose, l'una che i beneficii pagassero per porzione
delle entrate, avendo fino allora pagato conforme alla tassa vecúchia, senza aver riguardo che un beneficio povero pagasse quanúto il ricco. L'altra fu di accrescere a Sua Maestà quarantaotto
mila scudi di decime all'anno sopra li quattrocento mila che oúgni anno gli si pagano ordinariamente, non compreso il sussidio
straordinario che sotto nome di dono si è fatto ogni anno in grosúsa somma come ho già detto.</p>
<p>E perchè nel conto fatto delle entrate della corona non ho
posta questa somma del clero, saprà la Serenità Vostra che li
quattrocentomila scudi sono assegnati al pagamento dei debiti
non compresi nella partita delli carichi ordinarii, li quarantaotto
mila aggiunti per ordine dell'assemblea, non so se si ripongono
nella Bastiglia, venendo io fatto certo che di questi danari non si
sia mai avanzato un soldo, ma prevalutosi di essi in ispese partiúcolari per le quali non mancano mai occasioni non pensate, ancorúchè sfuggite da Sua Maestà per ogni via e maniera possibile. Il
che è quanto mi occorre per il presente capo e per soddisfazione
circa a quanto promisi di trattare della libertà gallicana e del
clero di Francia.</p></div2>
<div2><head>Appendice alla relazione di Francia</head>
<p>Ora dirò: come sieno passate le differenze che le Eccellenze
Vostre hanno avuto col pontefice; come era stato inteso e portato
il negozio da Sua Maestà cristianissima; in che maniera si era ella
dimostrata inclinata all'interesse pubblico; che pensieri sieno
stati li suoi, e quello che le Eccellenze Vostre possono promettersi
dalla sua affezione e dagli effetti della sua benevolenza; col rapúpresentare insieme quello che mi è riuscito di operare a serviúzio di questa Serenissima Repubblica in affare si grave. </p>
<p>Pervenne il rumore delle differenze vertenti tra il pontefice e
questa Serenissima Repubblica, a notizia del re Cristianissimo, inúnanzi che dalla Serenità Vostra ne fosse data parte alla Maestà Sua,
e li disgusti si erano anco avanzati assai prima che da me fosse
ragguagliata dello stato nel quale si trovava il negozio, il che rese
sospetto all'animo di Sua Maestà che in affare di tanta conseguenúza la Serenità Vostra, stimata principe a lei così bene affetto, moústrasse questo segno di diffidenza. Onde curiosa d'assicurarsi della
intenzione della Serenità Vostra, mi tenne ragionamento in questo
proposito, ed in tutte le occasioni che io avevo di trattare seco di
altri affari, mostrava grandissima curiosità d'intendere alcuna
cosa. E quanto più andavo io ristretto, non avendo per anco
avuto commissione di comunicarle alcuna cosa, altrettanto la sua
curiosità si faceva maggiore, ed accrescevasi il sospetto ed il tiúmore insieme che Vostra Serenità non volesse porre il negozio
in mano della Maestà Sua, quando le cose fossero passate innanzi.
Nè potè perciò astenersi di dirmi, acciò lo scrivessi, che alla fine,
non vi era altro principe nel mondo più atto di lui a levare la
Repubblica da travagli, e che con maggior affetto portasse il suo
servizio.</p>
<p>Fece tale sospetto qualche soggiorno nell'animo della Maeústà Sua e tanto più quanto vide diligentissimo il papa in fargli
sapere le sue ragioni, il che fece egli prevedendo o per dir meglio
presupponendo, che avrebbe avvantaggiata assai la sua causa col
darla in mano del re, sicuro che la Maestà Sua si sarebbe per tale
effetto adoperata vivamente, vedendosi in questa maniera largo
campo di guadagnarsi la disposizione e buona intelligenza della
Santità Sua. </p>
<p>Avuta poi dalle Eccellenze Vostre notizia dello stato nel
quale si trovavano le cose, e comandatomi di darne parte al re,
gli rappresentai come il pontefice pretendeva di metter le mani
nell'indubitata giurisdizione di questo Serenissimo Dominio, ed
avanzare la sua autorità nella inveterata consuetudine di questo
governo, e tentava di legare la libertà della Serenità Vostra e
sovvertire e distruggere la conservazione del suo Stato e dei suoi
sudditi, col ricercare che fossero rilasciati li due ecclesiastici,
ritenendo che con usurpata autorità fossero stati trattenuti, e
l'annullamento delle leggi che proibivano l'alienare beni laici e di
altri luoghi pii, senza permissione di questo Eccellentissimo Seúnato; facendo appresso constare la causa che le Eccellenze Vostre
avevano di mantenersi in quella libertà nella quale Dio le aveva
fatte nascere, e di persistere nel sostentare le sue ragioni, stiúmando novità indebita il volersi Sua Santità opponere e contraústare a quello che restava commendato dalla prudenza degli altri
sommi pontefici, e sostentato dalla Serenità Vostra, non solo per
il suo particolare interesse, ma per quello che spettava ancora
alla manutenzione dello Stato e Dominio dei principi liberi: faúcendo diffatti apparire alla Maestà Sua, come fosse ragionevole
che il pontefice si allontanasse da questi pensieri nelli quali perúsistendo, vedevasi derivare la totale rovina ed esterminio della criústianità tutta, nonchè della sola Italia. </p>
<p>Furono dalla Maestà Sua intese le ragioni delle Signorie
Vostre Eccellentissime, che conforme gli ordini loro le andavo
considerando, con molta soddisfazione, stimandole per essenzialisúsime e dipendenti in tutto dalla vera onestà, detraendo quelle del
pontefice ed in particolare la risoluzione di mandare il monitorio
nominandola precipitosa, specificando che la sua autorità doveva
sopra la Repubblica estendersi nelle cose spirituali e non nelle
temporali; ed in somma nel principio andava ben commendando
la causa di Vostra Serenità, ma con fine di cattivarsi in maniera
la benevolenza di lei, che il negozio gli dovesse cader nelle mani
per guidarlo conforme al suo desiderio, e sotto apparente fine
del bene e comodo dell'una e dell'altra parte, ritrarne effetti
propri per il suo servizio; pensando di apportare colle sue negoúziazioni qualche alterazione nell'Italia, per rendere tanto più staúbile la continuazione della quiete nel suo regno, con quell'utile
che egli poteva sperare dal vedere, che negli Stati degli altri
principi lontani le forze dei suoi nemici fossero impiegate. </p>
<p>Non camminò però la Maestà Sua cosi risoluta in tal penúsiero, senza voler prima sentire il parere di quelli col cui consiúglio stabilisce le sue deliberazioni, per determinare poi di qual
maniera doveva interessarsi.</p>
<p>Varie furono le opinioni dei ministri e, conforme all'ordinaúrio, guidate per la maggior parte dal proprio interesse. </p>
<p>Persuadeva, M. di Villeroy, il re a non si ingerire per alcun
modo in questo negozio che con fine di quiete e di accomodaúmento, fondando le sue ragioni sopra base molto essenziale per
indurlo nella sua opinione. Metteva innanzi alla Maestà Sua che
il procurare la rottura del negozio era un porsi in necessità d'inúteressarsi nella guerra, conoscendo chiaramente che la Repubblica
non poteva lungo tempo persistere nella difesa del suo Stato, doúvendo contrastare non col pontefice solo, ma con la potenza e
forze di Spagna, le quali non si doveva aver dubbio che non si
unissero colla Chiesa; onde succedendo questo come certamente
si poteva temere, veniva la Maestà Sua volontariamente ad inconútrare in quello che per il suo Consiglio doveva abborrire più che
tutte le altre cose, che era nella guerra, e guerra altrettanto peúricolosa quanto inutile al suo Stato, per quei rispetti che avevano
altre volte travagliata la Francia. E per condurre maggiormente
Sua Maestà nella sua opinione, gli mise all'incontro innanzi gli
occhi l'utile manifesto che avrebbe conseguito dalla quiete, ed
adducendogli per principal punto esser questa opportunissima e
propria occasione di guadagnare e obbligarsi l'animo del ponteúfice, la confidenza e buona intelligenza del quale non doveva
giammai perdere, nè avventurare per gl'interessi del suo regno.
Con queste ed altre ragioni procurava egli persuadere il re a doúver piegare ed intraprendere l'occasione della pace. Movevasi
questo ministro ad esortare Sua Maestà alla quiete, con fine del
servizio di lei, ma era anco accompagnato e guidato il consiglio
dall'ambizione che egli aveva, che il signor d'Arlincourt suo
figliuolo allora ambasciatore residente in Roma, dovesse conseúguirne quella riputazione che egli conosceva poter cavare dalla
partecipazione che avrebbe avuta nell'accomodamento di questo
affare, prevedendo che per necessità la Serenità Vostra dovendosi
accomodare (come lo tenne per certo sempre) non si sarebbe
valsa dell'interposizione di altro principe che del suo re. A queústo si aggiungeva anco il suo particolare interesse di conciliarsi
maggiormente l'affetto del pontefice, per quei pensieri che si sono
diverse volte sospettati aver egli nel suo interno speme del cardiúnalato, affine di aver con tal mezzo la precedenza sugli altri miúnistri di Sua Maestà, ed esser capo del Consiglio di Stato; a che
poi in fine da ognuno viene tenuto che Sua Maestà non vi assenútirebbe, per non permettere che ministro tanto informato degli
interessi e pensieri suoi, avesse obbligata la sua fede a principe
che, si può dire, dovrebbe essere interessato con la Spagna. </p>
<p>M. di Sillery gran cancelliere del regno, guidando il suo
parere in tutto dove piega la opinione di M. di Villeroy, consiúgliava medesimamente la Maestà Sua a lasciare da parte ogni
pensiero, che Ella avesse di ricevere profitto in questo negozio
coll'essere istrumento della guerra, ma farsi conoscere mediatore
di pace, dalla quale ne avrebbe sempre conseguito accrescimento
di gloria ed effetti di notabil servizio, allo stabilimento della quiete
nei suoi regni. Valevasi questo ministro di tali ragioni in persuaúdere Sua Maestà, premendo anche grandemente al comodo delle
cose sue, che la Francia si conservi in pace. </p>
<p>M. di Rosny che per l'ordinario pare si opponga all'opinione
di Villeroy e di Sillery, se ben in vero lo fa piuttosto perchè tale
crede essere il servizio di S. M. che per altra causa, sentiva tutto
il contrario, e procurava di farle chiaramente constare esser queústa opportunissima occasione di mettere in sicurtà il regno di Franúcia, e sollevarsi da gran parte dell'interesse che sentiva per le
cose della Fiandra; adducendo che col rompersi la guerra in Italia,
(a che il papa non sarebbe venuto in nessuna maniera senza l'inútervento degli Spagnuoli), mentre fosse durata, poteva lei con molúta comodità e soddisfazione goder quietamente in casa sua, sicura
che gli Spagnuoli non avriano avuto il potere di dividere le sue
forze in Italia ed in Fiandra, e che questa guerra avrebbe continuaúto quanto fosse tornato comodo alla Maestà Sua, avendo ella modo
di tenerla in piedi senza inimicarsi il papa, col prestare alla Seúrenità Vostra sotto mano quegli ajuti che di poco o niun inteúresse avrebbono fatto il suo servizio, resa soddisfatta e mantenuta
in istato questa Serenissima Repubblica, e se il negozio poi fosse
andato in lungo, e che la occasione si fosse rappresentata, avrebbe
sempre la Maestà Sua avuto largo campo di voltarsi verso la Fian-
dra, e con molta facilità, con intelligenza di quei popoli, rendersi
signore di quella provincia, Stato sì vicino e quasi unito con
quello della Maestà Sua, ove le conveniva fissar più l'occhio che
in qualsivoglia altra parte. Inoltre le considerò che gli Spagnuoli,
posto il pensiero alle cose d'Italia, avriano data comodità agli
Olandesi di non ricevere quella continuata molestia con che li teúneva in quel tempo oppressi il marchese Spinola, il quale, non
avendo il re cattolico impiegato le sue forze in altre parti, camúminava con gran progresso in quei paesi ed avrebbe ridotto finalúmente quei popoli a cercare una pace con grandissimo disavvanútaggio delle cose loro. E quando la Maestà Sua avesse voluto imúpedirla, sarebbe stata necessitata di scoprirsi liberamente a faúvore di quelle genti e rompersi cogli Spagnuoli; che doveva
premere molto più alla Maestà Sua di procurare che gli Stati non
cadessero sotto il dominio del cattolico, che il danno che ella poúteva ricevere dalla rottura della guerra in Italia, provincia che
già molti anni non l'aveva sentita, e perciò molto ben atta per
gli accumulati tesori a resisterle per buon pezzo, e sebbene disúunita per la quantità dei principi, premendo però ad ognuno
che gli Spagnuoli non facciano maggiori progressi in essa proúvincia, così sarebbe l'un l'altro persuaso di stringersi assieme per
comune interesse e per la reciproca conservazione dei loro Stati e
libertà.</p>
<p>Li fini per i quali questo ministro si mostrava tanto inclinato
a volersi valere della occasione per farla rompere in questa proúvincia, procedevano non solo dal giudicare che così convenisse al
servizio di Sua Maestà, ma anco, per quanto ho scoperto, dal non
far egli quella stima che si converrebbe delle cose d'Italia. E per
essere di differente religione invigilava anco in persuadere il re
a quello che stimava poter giovare allo interesse della sua fazione
ed al comodo degli Olandesi.</p>
<p>Questa varietà di pareri in negozio sì importante fece reústare la Maestà Sua con l'animo tutto perplesso, non sapendo a
quale applicarsi, onde differì la risoluzione più a lungo dell'ordiúnario.</p>
<p>Stando adunque le cose in tal termine, in negozio attinente
la quiete di questo Serenissimo Dominio, mi adoperai per peneútrare ove era per piegare la Maestà Sua e seppi essersi rimossa
dalla prima opinione e risolta di fuggir ogni occasione dalla quale
potessero risultare motivi pericolosi ad introdurre novità nel suo
regno.</p>
<p>Era allora che il papa aveva già protestato alle Eccellenze
Vostre che avrebbe eseguito quello che per lo innanzi si aveva
lasciato intendere, di venire cioè alla fulminazione dell'interdetto,
quando non riceveva quella soddisfazione che ricercava, ond'io
mi affaticai colla forza della onestà delle ragioni di Vostra Sereúnità di far constare al re l'importanza di un tanto negozio, perúsuadendolo ad intraprenderlo, ed essere instrumento di operaúzione tanto degna, concernente il bene e la quiete della cristianiútà , sicuro con tal azione di farsi gloria al mondo. E stimai con
ciò necessitarlo insieme maggiormente nella protezione delle Ecúcellenze Vostre, giudicando non poter la loro causa ricevere che
molta reputazione, se un sì gran re avesse ad intraprenderla.</p>
<p>Restò da questo ufficio persuaso il re di commettere subito
alla mia presenza a M. di Pisius che scrivesse a Sua Santità preúgandola a suo nome di astenersi per qualche giorno dall'effettuare
quanto aveva in pensiero contro le Eccellenze Vostre, perchè si
prometteva tanto dal loro affetto che sperava d'indurle con li suoi
ufficii a dare la soddisfazione convenevole; e poichè dubitò che
la strettezza del tempo impedisse di far avvisato il pontefice di
questo suo desiderio, aggiunse che se l'interdetto fosse stato di
già pubblicato, si contentasse almeno di sospenderlo. Ed acciò la
Santità Sua s'inducesse a questo, le andò considerando le alteraúzioni che poteva produrre alla religione una dimostrazione di tanta
conseguenza contro un principe cattolico per lo Stato e grandezza
del quale si conservava l'Italia in libertà. E sebbene per tale efúfetto spedì in grandissima diligenza, tuttavia non potè il corriere
arrivare che dopo la pubblicazione dell'interdetto. Dal che prese
occasione il pontefice di rispondere a Sua Maestà: che gli dispiaúceva di non aver modo di gratificarla, poichè il ritrattare o soúspendere immediatamente quello che con tante consultazioni e con
tanto intervallo di tempo aveva fino a quell'ora portato in lungo,
conosceva non poter essere da lui fatto senza evidente e notabile
pregiudizio della dignità ed autorità pontificia. Che pregava la
Maestà Sua a restare soddisfatta della sua buona volontà, ed attriúbuire il tutto al voler di Dio, che era d'illuminare la mente di
quelli che alle proprie passioni posponevano l'ossequio e la riveúrenza che devono al Vicario di Cristo in terra. E sebbene il re
replicò l'istanza, usò però la Santità Sua dei medesimi concetti,
aggiungendo che non era possibile che condiscendesse a gratifiúcare la Maestà Sua, si perchè quello era già pubblicato, come
anco per il protesto che la Repubblica aveva mandato fuori conútro le censure, il quale fu da' più intelligenti del regno stimato
di molta sostanza, come all'incontro non si presupponeva che a
Vostra Serenità venisse giammai in pensiero di mandare alle stamúpe siffatta dichiarazione contro il papa, la qual diede in quel prinúcipio chiaramente ad intendere a cadauno esser appoggiata ad esúsenziali ragioni la causa di Vostra Serenità.</p>
<p>Non avendo adunque il re per alcuna di queste replicate
istanze potuto ottenere dal papa l'effetto del suo desiderio, gli
parve che Sua Santità non avesse corrisposto alla stima che egli
doveva fare della regia sua persona; onde proruppe a biasimare
tanto più quest'altra sua risoluzione precipitosa, che egli aveva
fatta, chiamandolo uomo poco pratico degl'interessi di Stato. Ed
in vero con questa azione venne da Sua Maestà cimentata la naútura ed inclinazione del pontefice, vedendo che l'autorità di lei
non si estendeva quanto aveva forse presupposto e giudicava inúsieme convenire al suo merito per la parte che aveva avuta nel
portarlo al pontificato. Ma dall'altro canto, dominando il re conúforme alli suoi interessi le sue passioni, celò questo disgusto, e
col mezzo delle occasioni che gli si rappresentavano, pensò di guaúdagnarsi l'animo del pontefice. E tanto più si confermò in questo
pensiero, quantochè ne vide facile la riuscita, poichè per nome delúle Eccellenze Vostre col mezzo di Mr. di Fresnes suo ambasciatoúre appresso loro residente, fu assicurato essere in esse determinaúta intenzione di non metter in mano d'altro principe questo neúgozio che della Maestà Sua per l'accomodamento, sicure che saúrebbe stata lei sufficiente per indurre il papa a rimuoversi dalla
sua opinione, e restare soddisfatto del buon affetto della Serenissiúma Repubblica e della devozione sua verso la Chiesa. E però si riúsolse d'intraprendere la negoziazione, e sebbene si mosse con aúnimo di levar la Serenità Vostra di travaglio, ebbe però mira di
trarne quel profitto che ho accennato a Vostra Serenità, di guadaúgnarsi ed obbligarsi l'animo del pontefice, confidandosi di otteúnere quel tanto da questa Serenissima Repubblica che bastasse
a rendere effettivamente contenta la Santa Sede, fondandosi
particolarmente sopra gli altri avvisi che teneva da Mr. di Fresnes,
che Vostra Serenità fosse risoluta di non venire, se non astretta
e violentata, alla rottura. </p>
<p>In questo mentre gli Spagnuoli si dichiararono di assistere il
pontefice, onde il re si ingelosì che Sua Santità invitata da questa
dichiarazione si trovasse posta in obbligo di piegare la sua voúlontà e soggiacere a quello che le persuadeva il cattolico, e però
infervoratosi maggiormente perchè fosse per suo mezzo condotta
a fine quest'opera, si accese di maggior desiderio nell'accomodaúmento, e mandò strettissime commissioni al suo ambasciatore in
Roma, acciò accuratamente osservasse che il negozio non gli fosse
levato di mano, per non perdere quella gloria a che con tanto arúdore aspirava. E dall'altro canto pensò di trovare qualche ripiego
che avesse del ragionevole per ottenerlo dalla Serenità Vostra,
onde comandò a M. di Villeroy che pensasse a qualche temperaúmento.</p>
<p>Fu consultato sopra diversi partiti i quali non parmi necessaúrio di rammemorare tutti, per non apportar tedio alla Serenità
Vostra, e vennero concordemente coll'assenso regio nella propoúsizione di due:</p>
<p>Il primo che Sua Santità sospendesse la censura, e Vostra
Serenità sospendesse non già le sue leggi, ma la esecuzione
di esse, dovendo restare ognuno di passare più innanzi mentre
duravano queste sospensioni e risolver anco l'accomodamento. </p>
<p>L'altro che il papa levasse le censure, ed il re domandasse in
grazia li prigioni a Vostra Serenità, senza pregiudizio però delle
ragioni di lei.</p>
<p>E siccome furono a me notificati questi due partiti per saúpere a qual di essi fosse accondiscesa la Repubblica, così diedero
anco ordine a M. di Fresnes che facesse il medesimo ufficio anúche con la Serenità Vostra.</p>
<p>Decretarono allora le Signorie Vostre Eccellentissime di riúsponder al re: che a sua particolare gratificazione si contentavano
di donargli li prigioni, e levare il loro protesto contro le censure,
quando però il papa le avesse assolutamente annullate e fosse così
il negozio del tutto terminato. Onde siccome Sua Maestà mostrò
di restare soddisfatta di quello a che le Eccellenze Vostre erano
condiscese, così sentì disgusto che intorno la sospensione M. di
Fresnes avesse tanto premuto, poichè gli bastava sapere il suo
senso, non volendo quando fosse stato diverso dal pensiero di lei,
nel far la richiesta, la negativa. Ora vedendo non essere bene riútrattare il già proposto, deliberò che si continuasse nella istanza,
tanto più che il medesimo ambasciatore M. di Fresnes, perchè non
gli fosse addossata la colpa dell'ardir troppo e passare gli ordini
di Sua Maestà, si valse di questo concetto: essere presso la Repubública il negozio dei prigioni facile ad ottenere in ogni tempo, onde
M. di Villeroy che procurava conseguire l'effetto delle sue opiúnioni, consigliò e sollecitò il re perchè instasse a ricevere anco
questa soddisfazione, per confermarsi in istato sicuro della grazia
di Sua Santità.</p>
<p>Non restò tuttavia la Maestà Sua di scrivere a Roma affine di
assicurarsi se quello che aveva ottenuto dalla Repubblica bastava
a contentare il pontefice, e scoprì che se ne mostrava renitente,
e persisteva nelle sue opinioni, dicendo convenire alla dignità 
pontificia di procurare di ridurre, se non coll'amore, col timore e
colla forza ancora la Repubblica a renderlo intieramente soddisúfatto.</p>
<p>Sentendo il re questi ufficii, desiderando compiacere il papa,
ed avendo veduto la facilità con che aveva ottenuta la promessa
dei prigioni e del toglimento del protesto, pensò di poter otteúnere anco questo punto della sospensione. E però fece sapere al
papa che non restando la Santità Sua soddisfatta di quello che la
Repubblica aveva di già eseguito, si avrebbe adoperato per inúdurla a sospendere l'esecuzione delle leggi, e che era sicuro che
l'affetto portatogli dalla Repubblica avria trovato forza di farla
venire in tale risoluzione. E questa fu una di quelle cause che inúdusse il pontefice maggiormente a star risoluto in questa domanda
ed al volere ancora d'avvantaggio. Si andò poi il re interessando
sempre più in questo negozio, e maggiormente quando gli Spaúgnuoli fecero elezione di don Francesco di Castro perchè venisse
a trattare colle Eccellenze Vostre sopra queste materie, per il soúspetto e timore che ebbe che quel ministro potesse esser atto a
conseguire la gloria dell'accomodamento. </p>
<p>E però per controminare ai disegni degli Spagnuoli, e faciliútare insieme la cosa, non lasciando intanto gli ordinarii ufficii,
andò pensando di destinare anch'egli persona espressa a questo
effetto, tanto più che seppe che Sua Beatitudine, nonostante la diúchiarazione di Sua Maestà cattolica, desiderava di accomodarsi
amichevolmente. Ed io avendo presentito il pensiero del re mi
adoperai in fargli conoscere la difficoltà che avrebbe avuta nelúl'accomodare questo negozio, quando non avesse risolto di manúdare persona di grande autorità in Roma, per persuadere il papa
nell'accomodamento con mettergli innanzi di quelle ragioni, che
seco portava la grande alterazione che sarebbe seguita. Per il che
risolvè subito d'impiegare il cardinale di Gioiosa col mandarlo a
Venezia alla Serenità Vostra e poi a Roma.</p>
<p>Aveva gran desiderio di essere adoperato in questa carica
M. di Villeroy, ma non vi riescì, perchè avendo io informato M.
di Rosny che li fini di lui avrebbero difficultata la buona concluúsione e levata la gloria a Sua Maestà, lo indusse a fare elezione
del Gioiosa.</p>
<p>Elesse il re il cardinale con non minore prudenza che artifiúcio, conoscendolo più atto di qual si fosse della Francia a persuadere
il pontefice, ed a trattare con gli Spagnuoli con più credito di
quello che avrebbe fatto alcun altro, per l'antica intelligenza che
la sua casa ha sempre avuta con essi, come si è veduto nelle pasúsate guerre di Francia; ed il re con azione di tanta prudenza
fece tre importantissimi effetti: si assicurò che la fama e la gloria 
dell'accomodamento non si potesse attribuire che alla sua persoúna; levò di mano agli Spagnuoli quella gran parte che speravano
aver in esso, con arte non pensata forse da loro; ed obbligò con
termine di tanto onore il cardinale di Gioiosa, che lo costrinse
ancora di ammorzare quella piccola scintilla di originale mal afúfetto che restava nel petto di quel principe.</p>
<p>La causa e le ragioni della Serenità Vostra intanto erano
portate da me con quel termine che giudicavo proprio, e perúciò anco stimate appresso tutti gli uomini di Stato ed eccleúsiastici non appassionati, per buone e giuste. Nè a me fu mai
posto impedimento di andare alle messe e di ricevere i Sanútissimi Sacramenti della Chiesa, tuttochè il Nunzio Barberino,
ora Cardinale, non lasciasse di fare efficaci ufficii col re acciò
non fosse ammessa la mia persona nei luoghi sacri. Il re nondiúmeno non lo assentì, ma lasciò che io continuassi nelle mie ordiúnarie devozioni, si per dimostrare anco con questo il suo affetto
verso Vostra Serenità, come per non pregiudicare con tale esemúpio il suo interesse, per tutto quello che in qualche tempo poútesse succedere in materie tali. Non cessava però il Nunzio di
dispensare quelle scritture che venivano da Roma per maggiorúmente onestare le ragioni del pontefice, ma ciò poco gli giova
per la dilucidazione di quelle di Vostra Serenità portate da diverúse scritture che vedute ed intese da molti che erano di opinione
contraria si rimasero e particolarmente per quanto scrisse l'illuústrissimo Gio. Antonio Querini di felice memoria, e monsignor
Marsiglio, le opere dei quali uscirono mirabilmente e fecero granúdissima impressione nell'intelligenza di tutti quelli che le videúro, comprovando ognuno il fondamento con che la Serenità Voústra mostrava la faccia al pontefice, sostentava la sua dignità, e
difendeva le sue valide e giuste ragioni. Il che mi fece risolvere di
far scrivere anco da' più provetti uomini di quel regno. E sebbene
ciò era con severissimi ordini proibito da Sua Maestà astenendosi
di prestar l'assenso a quelle azioni che lo potevano dimostrar inúclinato più ad una che all'altra parte, non restava perciò di supúplire al bisogno, col far anco nella mia casa giorno e notte stamúpare e tradurre tutte quelle scritture che a me parvero profitteúvoli nel servizio della Serenità Vostra, perchè fossero intese in
quella lingua facendole distribuire per tutto il regno coll'operar
che fossero vendute anco sopra le fiere.</p>
<p>Oltre la pubblicazione che faceva il Nunzio delle ragioni del
pontefice, col mezzo delle sue scritture andava detraendo la granúdezza della Repubblica sì nella quantità del danaro come del nuúmero, qualità e devozione dei suoi sudditi. Poco nondimeno gioúvavano questi mali ufficii, avendo per contrario in effetto evidentisúsimo la verità delle forze e del potere di questa Serenissima Reúpubblica molto bene conosciute e stimate poter resistere in ogni
tempo a quelle del pontefice in particolare. Inteso dall'altro canúto il papa con quanta risoluzione la Serenità Vostra proseguiva
gli apparati, fece col mezzo del detto suo Nunzio ricercare la
Maestà Sua con efficaci ufficii e reiterate istanze a dichiararsi di
accettare la protezione della Chiesa, adducendo esser egli in obúbligo a doverlo con ogni prontezza fare come figliuolo primogeúnito di essa. Mostrò il re in negozio di tanto momento quale veúramente fosse la sua prudenza, poichè senza negare come anco
senza compiacere Sua Santità le diede apparenza di onesta soddisúfazione. Rispose al Nunzio con parole molto amorevoli, che il
pontefice restasse sicuro, che siccome non avrebbe mancato cogli
effetti di portare alla dignità della Chiesa ed alla religione cattoliúca ogni maggiore servizio, così lo consigliava a piegar l'animo
suo e terminare queste differenze piuttosto col negozio che penúsare alla violenza, offerendosi di persuader la Repubblica a partiti
tali che il pontefice se ne avrebbe potuto contentare, e che per esúsere buon mediatore, e non pregiudicare al servizio di lei, non
doveva scoprirsi seco interessato, per non perdere colla Repubbliúca quella credenza ed autorità, che sapeva di potersi promettere
con lei.</p>
<p>Soddisfece il re con tale artificio il papa, ed ottenne quello
che desiderava, d'interessarsi tanto nel negozio che gli Spagnuoli
non lo potessero scavalcare.</p>
<p>Fec'io dopo, conforme ai comandamenti della Serenità Voústra, replicate efficacissime istanze a Sua Maestà, perchè si lasciasse
meco intendere di quello che le Eccellenze Vostre si potevano proúmettere di aiuti in caso di rottura. Fu questa istanza causa che
militassero nell'animo del re diversi pensieri, ed in particolare il
comprovare con veraci effetti quella disposizione che egli aveva
sempre dimostrata verso il servigio della Serenità Vostra, il conúservarsi la benevolenza di lei, e guadagnarsi la buona intelligenza
col pontefice. Onde al primo ufficio rispose: che non doveva la
Repubblica restar dubbiosa in alcuna parte del suo affetto, ma che
non poteva dichiararsi contro il pontefice, perchè così veniva da
se stesso ad escludersi dal trattar più col papa, poichè mostranúdosi parziale con Vostra Serenità, come aveva fatto il re di Spagna
colla Chiesa, le sue trattazioni sarebbero sempre state sospette. E
perchè il maggior servizio che la Serenità Vostra fosse per riceúvere in questo negozio, dipendeva dall'esser lui il mediatore, era
anco necessario, che si conservasse con l'apparenza neutrale, e
coll'essenza poi quel buon amico che era sempre stato e che saúrà delle Eccellenze Vostre. E però che si contentassero, chè la meúdesima risposta aveva data al pontefice, con intenzione di voler
trovare in ogni modo ripiego per acquietar le discordie. E siccome
egli si mostrò meco renitente nel voler dichiararsi di prender paúlesemente la protezione, mandò M. de Rosny a far meco un affetútuosissimo ufficio, col quale procurò di assicurarmi della buona
inclinazione sua, e che la Repubblica si poteva promettere da lui
quanto fosse stato desiderato per conservazione della sua granúdezza, e se il papa non si avesse voluto accomodare, ed a pregiuúdizio di Vostra Serenità si fosse unito con gli Spagnuoli, la Maestà
Sua non lo avrebbe comportato. Il che mi confermò, sebbene non
tanto espressamente, M. di Villeroy.</p>
<p>Mi fu poi comandato dalla Serenità Vostra di rinnovare la
istanza a Sua Maestà, quando discoprì che gli Spagnuoli si andaúvano sempre più stringendo col papa; e che perciò M. di Fresúnes sollecitò la Serenità Vostra, col darle ferma promessa che il
suo re sarebbe stato sempre pronto ad assisterla, quando si fosúse presentata la occasione, di mandare ambasciatore espresso
alla Maestà Sua per concertare e deliberare quello che si avesúse a fare per opporsi a questa unione; ma Sua Maestà usò dei meúdesimi concetti di prima, anzi essendo di già, se non compiutamenúte, almeno in buona parte, assicurato di aver il negozio nelle mani,
si ritenne più sulla sua, biasimando la proposizione del ministro,
perchè sarebbe stata certa dichiarazione di lei contro il pontefice.
Dispiacquero assai al re questi pensieri di M. di Fresnes, ma molúto più le apportò disgusto che egli col pigliarsi maggiore autoriútà di quella se li doveva, dopo d'aver più volte conformata la buoúna disposizione di Sua Maestà verso le Eccellenze Vostre, e che si
potevano promettere ogni cosa da lei, di nuovo le avesse anco asúseverantemente assicurate della sua assistenza, e della prontezza
che era in lei di prendere la loro protezione; e che ciò avrebbe
fatto allora che le Eccellenze Vostre si fossero dichiarate in favor
dei Grisoni. Ed il re effettivamente mostrò questo disgusto quanúdo io di nuovo procurai cavare dalla viva voce di lui la ratificaúzione delle offerte fatte dall'ambasciatore per ordine della Maestà
Sua: udendo lei che la Serenità Vostra veniva di questa maniera
a far esperienza dell'inclinazione del suo affetto, col ridurla anco
in necessità di levarsi dal cammino della neutralità che nell'animo
suo aveva già determinato. Per non venire a questo, credutasi toútalmente sicura che il negozio non poteva esserle levato di mano
e che la conclusione di esso doveva succedere col mezzo delle sue
negoziazioni, esagerò meco che la Repubblica, non mirando ad alútro fine che al solo suo interesse volesse ridurlo in necessità di faúre di quelle cose che pregiudicano al beneficio del suo Stato, e
voleva si dichiarasse per lei senza che ella si fosse dimostrata tale
nelli suoi urgentissimi bisogni; e però consigliava, esser bene atútendere allo accomodamento e non pensare alle rovine, perchè pur
troppo facilmente s'incontravano: che in ciò si doveva prestar fede
alle sue parole poichè erano proferte con buon senso per l'espeúrienza acquistata nelle passate turbolenze del regno. Ed in somma
procurò con simili ed altri concetti di levare la Serenità Vostra dal
tentativo della dichiarazione. A questi ufficii io supplii con Sua Maeústà col mantenere la dignità della Serenità Vostra, e col rammenútarle quello che in altre occasioni era stato fatto in servizio della
corona e dei re suoi predecessori, ricordandole insieme la dimoústrazione che le Eccellenze Vostre fecero nel mandarlo a riconosceúre per vero e legittimo re di Francia, senza aver riguardo di disúgustare il papa od il re di Spagna, principi dei quali la Serenità
Vostra per ragioni di Stato ne doveva far quella stima che le perúsuadeva il suo interesse.</p>
<p>Diede anco segno di questa neutralità, e che non voleva in
maniera alcuna venire a dichiarazione della sua intenzione, quando
io lo ricercai che impedisse, col mezzo dei suoi ministri, la levata
in Svizzera che voleva far il papa di gente di quella nazione, ed
all'incontro coadjuvare quella della Serenità Vostra, non volendo
lui nè l'uno nè l'altro, asserendo che tanto avrebbe bastato per
dichiararsi.</p>
<p>Non devo lasciare di considerare alla Serenità Vostra le cause
principali, per le quali al re non parve di dichiararsi di assistere
alla conservazione dello Stato di lei nelle passate congiunture. </p>
<p>Aveva il re per il consiglio preso dai suoi ministri stabilito
nell'animo convenire al suo servizio di doversi in questa causa
mantenere neutrale, acciò non gli restasse preclusa la strada di
continuare nello accomodamento sì con l'una che con l'altra parúte, perchè il dichiararsi per la Serenità Vostra era appunto un
inimicarsi il papa ed entrare in guerra con gli Spagnuoli. E con
questa faceva un'altra considerazione, che sebben fosse venuta la
Serenità Vostra in rottura, nello spazio di poco tempo si sarebbe
riconciliata con Sua Santità, ed egli poi restava impegnato coi
re di Spagna, dubitando appunto che dal pontefice e dalla Serenità
Vostra per proprio interesse si fosse fomentata questa guerra, con
notabilissimo danno e pregiudizio del suo regno. E tanto più troúvava non essere suo servizio rimuoversi dalla neutralità quanto
che vedeva che li principi d'Italia non si erano dichiarati contro
il papa, della intenzione dei quali aveva Sua Maestà procurato di
assicurarsi e particolarmente col mezzo del signor don Giovanni
de Medici e di quella del Granduca, il quale si lasciò intendere che
si sarebbe mosso conforme a quello avesse operato la Maestà
Sua; e prevedeva che quando le cose fossero andate innanzi colúla rottura, restava in necessità di soggiacere a tutti gl'incomodi,
non facendo egli alcun fondamento nè stima della offerta del re d'Inúghilterra (la quale procurai che pervenisse ad intelligenza anco
del Nunzio), anzi quando diedi a Sua Maestà conto della risoluúzione di quel re, per la poca fede che egli tiene, non lasciò di metútermelo in malissimo concetto detraendo le sue operazioni, abbasúsando le sue forze, ed insomma me lo descrisse per mancatore
di parola e principe nel quale la Repubblica non dovesse nè si
potesse assicurare di cosa che egli promettesse, per il timore che
avrebbe avuto di disgustare gli Spagnuoli, dei quali aveva più stiúma di quella che in apparenza dimostrava. </p>
<p>Tutte queste cause servirono al re per efficace stimolo di
persistere in quella neutralità, nella quale si aveva e col Nunzio e
meco e con altri lasciato intendere di volersi conservare. Ma non
lasciò tuttavia, condotto dall'ambizione, d'impiegarsi per ridurre
a fine la trattazione di tanto affare. Nel che si vide la sua risoluúzione fatta con altrettanto spirito, perchè fosse conosciuto quasi
arbitro del mondo ed in particolare della cristianità, e per levare
agli Spagnuoli il merito, che volevano, dell'accomodamento. Ed
avendo veduto M. di Rosny di non poter effettuare quello che aveva
prima consigliato, non essendovi speranza che la Serenità Vostra
venisse alla rottura, procurò con molti ufficii di persuadere la
Maestà Sua ad adoperarsi acciò il negozio fosse accomodato con
ogni avvantaggio della Serenità Vostra, mettendole innanzi questo
interesse, che quando il pontefice avesse guadagnato alcuno degli
articoli che egli contendeva, l'esempio non poteva apportare che
travaglio e disturbo nel suo regno. </p>
<p>Io poi con quegli ufficii che mi parevano necessarii conforme
al tempo ed alla occasione, facevo conoscere al re ed alli ministri
che gli Spagnuoli si affaticavano assai per persuadere il pontefice
a contentarsi di quelle soddisfazioni che la Repubblica aveva di
già concesse alla Maestà Sua cristianissima, e questo giovò per il
timore che lei ebbe che gli Spagnuoli inducessero il papa a contenútarsi delle medesime soddisfazioni che ella aveva ricevuto dalla Seúrenità Vostra; faceva però riflesso sopra simile materia e andava
tra sè stessa pensando al rimedio, per il che comandò efficaci uffiúcii ai suoi ministri, acciò operassero che gli Spagnuoli fossero
esclusi dalle negoziazioni. </p>
<p>In questo mentre si offrì il duca di Savoia alla Maestà Sua di
venirsene personalmente a Venezia e poi passare a Roma per coúadiuvare l'accomodamento, ma non riuscì di molto gusto la ofúferta, sapendo che questo principe non si moveva con altro fine
che per procurare d'interessare maggiormente gli Spagnuoli nel
negozio, essendosi conosciuto che avea fatta la medesima offerta
al cattolico. Il re gli fece rispondere che essendo le cose già riúdotte a buon termine colle trattazioni de' suoi ministri, non gli
pareva conveniente di dovergli apportare questo incomodo. </p>
<p>Molto meno gli riuscì caro l'intendere che l'imperatore si
volesse interporre nell'accomodamento col mezzo del marchese
di Castiglione, scoprendo che ciò pure fosse fatto fare dagli Spaúgnuoli per levargli la conclusione di questo negozio, essendo inútrapreso da principe che nella cristianità tiene grado sì sublime
ed eminente, ed a cui sarebbe stata facilmente attribuita la magúgior parte della perfezione di quest'opera. Onde il re che non
pensava ad altro che a superare tutti gli artificii spagnuoli, con
maggior efficacia intraprese la negoziazione, sollecitando l'esito di
essa con ogni diligenza possibile. Ed io per coadiuvare e magúgiormente eccitare il re ad affaticarsi, non lasciai (con commisúsione però delle Eccellenze Vostre) di assicurarlo di nuovo che
con tutto che l'imperatore ed il cattolico si fossero interposti, tutútavia non sarebbe stato riconosciuto ed ascritto il favore e l'obúbligo ad altri che alla Maestà Sua; ma non ostante questi ufficii
ella non prestava molta fede anzi temeva che la Serenità Vostra
fosse per dare alcuna soddisfazione al pontefice a persuasione in
particolare di don Francesco di Castro, nè poteva contenersi di
non far conoscere il desiderio suo di saper la qualità degli ufficii
fatti da detto ministro, credendo che Vostra Serenità per mantenerúsi in buona intelligenza col cattolico, rispetto alla vicinanza degli
Stati con quel principe, avesse intenzione che il negozio restasse
piuttosto terminato coll'interposizione di Sua Maestà, che di lei.
E sebbene nel principio si lasciò intendere che non avrebbe avuto
discaro che qualsisia altro principe si fosse impiegato per ridurre
il papa all'accomodamento, dispiacquegli poi di aver passato tanút'oltre, e perciò d'allora sempre più andò riscaldando gli ufficii.
Mentre l'esito di questo negozio riusciva difficile a poterúsi prevedere, stante le molte difficoltà che vertevano per le inúvigorite pretensioni del pontefice tormentato dagli Spagnuoli,
dubbiosa Sua Maestà del successo e credendo che piuttosto potesúse incamminarsi verso la rottura che all'accomodamento, mi proúpose che quando si fosse veduta la manifesta rovina di questo afúfare, sarebbe stato bene che la Serenità Vostra avesse eccitato sotútomano i Grisoni perchè si movessero nello Stato di Milano, il che
avrebbe servito a divertire quegli ajuti che dagli Spagnuoli fossero
per darsi al pontefice, per la necessità che avriano avuta di difenúdersi nello Stato di Milano, assistere al papa e continuare a manútenere l'esercito in Fiandra.</p>
<p>Parve bene che questo ricordo avesse per solo fine di coaúdiuvare il servizio della Serenità Vostra, ma il re che con molta
arte vuol cavare dall'altrui interesse il proprio comodo, procuúrava, che ciò riuscisse per beneficio degli Olandesi, e per restar
egli in qualche parte sollevato da quello che annualmente contriúbuiva, coll'assicurarsi insieme della continuazione di quella guerra. </p>
<p>Mentre le cose passavano di questa maniera, posso con veriútà affermare alla Serenità Vostra aver nei principi della Franúcia, nei signori e negli uomini di professione militare in quel
regno, trovata un'ottima e pronta volontà di venire a sosteúnere colle loro forze la Serenissima Repubblica, e fra gli altri
il signor duca di Mayenne offerse il conte di Sommariva suo
secondogenito con quel numero di gente che gli fosse stato dalla
Serenità Vostra commesso, dolendosi egli di ritrovarsi in istato di
non poter esservi in persona a servirla per le sue indisposiúzioni.</p>
<p>Esibì anco se stesso il signor duca di Nivers, con mille caúvalli a tutte sue spese, e non contento di questo condusse a me
due principali cavalieri di Brettagna che si offersero l'uno e l'altro
di venire a spendere le loro vite per difesa di Vostra Serenità, col
promettere che seco avrebbero avuto per tale effetto buon numero
di gente.</p>
<p>Con molta prontezza poi si offerse il duca di Guisa non
solo di servir la Serenità Vostra mentre vertivano le difficoltà, ma
dopo anche desiderando esser accettato nel luogo del conte di
Vaudemont, avendoglielo già altre volte mentre ero in Francia acúcennato con mie lettere.</p>
<p>M. di Lesdighiéres mostrò anch'egli particolare inclinazione
verso questa Repubblica, offrendo venticinque vecchi capitani conúsumati nella disciplina militare, esercitati continuamente nelle pasúsate guerre, i quali avrebbero condotti seco duecento fanti per
uno.</p>
<p>Molti altri signori e cavalieri principali francesi, non solo
cattolici ma religiosi ancora, significarono quanto stimassero il
servizio della Serenità Vostra, e quanto ambissero di venire in
quell'occasione ad attestarlo cogli effetti: che per essere in gran
numero non mi pare necessario dilatarmi per non apportar tedio
alle Eccellenze Vostre.</p>
<p>Servirà solo a loro intelligenza che per descrizione fatta di
queste offerte mi trovavo in istato di poter inviare sicuramente
alle Signorie Vostre Eccellentissime 14 in 15 mille fanti e 2 in 3
mille cavalli, che nello spazio di poco più di un mese sarebbero
stati in termini di trovarsi al comandamento della Serenità Voústra, non temendo che le angustie del passo glielo impedissero.
Il che dovrà servire anco alle Signorie Vostre Eccellentissime per
cognizione di quanto possono promettersi dall'affetto di quella
nazione, appresso la quale viene in universale stimata questa Seúrenissima Repubblica e tenuta in concetto sì grande di essere abúbondante di molti tesori, che ognuno, oltre l'inclinazione naturale,
colla speranza dell'utile e sicurtà del buon trattamento che usa a
chi la serve, ambisce a gara l'onore di essere annoverato tra li
suoi servitori.</p>
<p>Gli Stati di Fiandra poi mi fecero anco sapere per il loro agenúte che si trattiene in Parigi, che quando la Serenità Vostra avesse
avuto intenzione delle loro forze, le esibivano di mandar vascelli
armati in quel numero e dove ella avesse comandato, e si moústravano pronti in quest'occasione per il mal'affetto che tengono
al pontefice come contrarii alla religione cattolica ed al re di Spaúgna, quanto per la speranza di essere dalla Serenità Vostra corriúsposti nei loro bisogni ed occorrenze della guerra.</p>
<p>Giudicai a proposito per il servizio delle Serenità Vostra il
far pervenire a notizia del Nunzio tutte queste offerte, e la facilità
insieme che ella aveva di valersi di quelle forze le quali procurai
di ampliare maggiormente di quello che in essenza erano, e volle
Iddio per favorire la giusta causa delle Eccellenze Vostre che elle
nel medesimo tempo facessero quella prudentissima risoluzione di
commetter la levata di gente in Lorena e nel paese degli Svizzeri,
che fece gran rumore nel regno e ciascheduno teneva per certo che
la guerra si fosse per rompere.</p>
<p>Onde il Nunzio considerato tutto ciò e veduto il comodo che Vostre 
Eccellenze potevano ricevere in quel regno, concluse essere
in lei determinata intenzione di volerla piuttosto rompere che ceúdere in alcuna cosa pregiudiziale alla sua libertà; per il che spedì
corriero espresso a Sua Santità con dargli minuto ragguaglio di
tutti questi particolari, li quali ebbero tanta forza nell'animo di
lei che la fecero risolvere di voler terminare in ogni maniera queústo negozio amichevolmente. Il che riuscì colla grazia di Sua Mae-
stà, dopo superate tutte le difficoltà, con quelle condizioni che dalla
prudenza delle Eccellenze Vostre furono stabilite, le quali il re ed
i ministri stimarono concluse con grande avvantaggio di questa
Serenissima Repubblica, e riputazione delle Eccellenze Vostre, esúsendo particolarmente stato sopramodo lodato il contenuto della
lettera mandata alle stampe per notificazione ai vescovi e prelati
dello stato della levazione del suo protesto, la quale feci per inútelligenza di ognuno tradurre in quell'idioma.</p>
<p>Venuta nuova dell'accomodamento, diede il re segni di straúordinaria allegrezza, e volle con lettere di sua propria mano, porútatemi espressamente da un suo segretario, farmi partecipe di
questa sua allegrezza che mi fu poi da lui confermata con parole
di molto affetto, quando andai a rendergli grazie del favore. E
non solo a me, ma ad ognuno ancora fece manifestamente apparire
il gusto che ne sentiva, per la riputazione che egli vedeva di aver
conseguita. </p>
<p>Aveva la Maestà Sua determinato che si dovessero far segni
di allegrezza per il buon esito di questo negozio, ma essendogli
stato scritto dal suo ambasciatore non essersi qui, in questo parúticolare, passato ad alcuna dimostrazione, risolse ancora di asteúnersene, ma non restò però di far parte di questo accordo a tutti li
Parlamenti del regno, e per conseguente del gusto che ne sentiva. </p>
<p>Quanto riuscì caro al re ed a' ministri e ad altri della corte,
per quei rispetti che sono andato considerando alle Eccellenze
Vostre, questo accomodamento, altrettanto mortificò l'ardore di
quei cavalieri che nati all'armi, altro non bramavano che vederúsele a fronte ed in mani snudate per le speranze che avevano
concette nel loro animo di acquistare in Italia colla guerra ripuútazione ed utile; poichè cessando l'occasione di adoperarsi conúvenivano nutrirsi in casa nell'ozio, spender anzi profondere senza
riacquistare quello che la fortuna loro concedeva, restando quasi
che morta quella stima, che coll'esercizio di buon soldato e di vaúloroso cavaliere avrebbono potuto far passare alla voce del mondo
tutto, di se stessi.</p>
<p>Ha il cardinale di Gioiosa accresciuta molta gloria al suo
nome, coll'essere stato istrumento di accomodare negozio di
tanto rilievo, e sebbene devesi con verità attribuire il tutto alla
semplice esecuzione degli ordini che gli erano in tal proposito
mandati puntualissimi da quella Maestà e con diligenza straordinaúria, non è però che egli non meriti somma lode di averli con
tanta prontezza eseguiti. Al suo ritorno in corte fu grandemente
accarezzato dal re e molti dei principali signori andarono a conúgratularsi seco per la parte che aveva avuta di conseguir alla coúrona di Francia tanta riputazione. Riferì a Sua Maestà gli onori
e buoni trattamenti che aveva ricevuti dalla Serenità Vostra, e la
Maestà Sua mostrò di aggradire tanta munificenza e gratitudine loro. </p>
<p>Riceverono gran mortificazione li gesuiti di quel regno
quando videro essersi accomodate le cose con l'esclusione loro,
poichè non avevano prima lasciata cosa intentata per ajutarsi con
quella Maestà, acciò ella dovesse essere istrumento per l'inclusione
loro nell'accordo. Ma vedendo poi che la loro compagnia da tale
dichiarazione veniva a ricevere una offesa, andarono pensando
di rimediar a questo, e d'indurre il re, ad adoperarsi colla Sereúnità Vostra perchè fossero di nuovo ricevuti in sua benigna graúzia. Al che facilmente sarebbe stato persuaso il re, quando io non
avessi procurato di far conoscere a lui ed alli ministri la necessità
che ha Vostra Serenità di tenerli lontani dal suo Stato col significarúgli insieme, che era nell'animo delle Signorie Vostre Eccellentisúsime di non permettere che ad essi in alcun tempo servisse più
questo Stato per abitazione. E feci anco per quelle vie, che mi
parvero dover servire alla causa, pervenire alla Maestà Sua, che
non conveniva alla sua dignità intraprendere un negozio del quale
era sicura non poter conseguire quel fine che desiderava. Oltreúchè avrebbe portato alla Serenissima Repubblica grandissimo disúgusto, coll'esser ricercate le Eccellenze Vostre di cosa della quale
in niun modo potevano indursi a gratificare la Maestà Sua, e che
però non era bene il muovere più questi umori; ufficio che veraúmente ritenne la disposizione che aveva Sua Maestà di commetútermi che io dovessi tentarle di ciò, sebben era eccitata dalle nuoúve efficaci istanze che furono fatte da un padre Barisoni padovaúno mandato in Francia espressamente dalla sua congregazione,
con pensiero di ottenere dalla Maestà Sua, che in tal proposito vaúlendosi del mio mezzo, ricercasse le Signorie Vostre per ottener
questa grazia.</p>
<p>Non si mosse il re, per affetto particolare verso questo orúdine, a voler instare Vostra Serenità per il suo ricevimento, ma
per puro e mero interesse con fine di penetrare alcuna cosa degli
andamenti degli Spagnuoli e degli altri principi. </p>
<p>Ora passerò ad accennar a Vostra Serenità quello che ella
avrebbe potuto sperare d'assistenza da quella Maestà, quando le
cose fossero terminate colla rottura. </p>
<p>Non avrebbe al sicuro il re permessa la diminuzione dello
Stato di Vostra Serenità e particolarmente procurata dalle forze
di principe, la grandezza del quale dovrà sempre apportare gran
gelosia alla quiete e conservazione del suo regno. Sopra la qual
massima si può con fondamento tenere che Vostra Serenità avrebbe
avuta, se non scoperta almeno tacita, assistenza e difesa. E quello
che aveva egli in tal proposito deliberato col consiglio de' suoi
ministri era di tacitamente permettere che al servizio delle Eccelúlenze Vostre fosse venuto tutto quel numero di sudditi che avesúsero avuto tal pensiero. E si conferma ciò dall'assenso dato, sebúbene segretamente, ad alcuni principali signori che procurarono
intender se sarebbe riuscito di gusto di Sua Maestà che fossero
venuti a servir questa Serenissima Repubblica; ma tal licenza veúniva loro concessa con commissione che dovessero lasciarsi intenúdere non essere venuti con sua permissione. Ed all'incontro neúgolla ad altri che la chiesero per andare a servire il pontefice, diúcendo loro che aveva a valersi delle persone, e che manco il
bisogno lo ricercava, perchè le cose si andavano ogni giorno
istradando all'accomodamento, coll'aggiungergli che quando pure
fosse successa la rottura avrebbe loro permesso di andar ad ajuútar quella che avesse meritato; come anco sottomano sarebbero
stati da lei eccitati gli Ugonotti a dimostrarsi pronti in servizio
della Serenità Vostra e fra questi in particolare si saria valso del
Lesdighières per tale effetto, con apparenza che l'elezione fosse
nata dalla propria volontà di lui.</p>
<p>E questa sua disposizione d'animo vien comprovata dall'uffiúzio che fece assai scopertamente col conte di Vaudemont, il quale
essendo venuto in Parigi per consigliarsi con Sua Maestà di quello
dovesse fare e risolversi intorno al venire a servire Vostra Sereúnità, fu dalla Maestà Sua fattogli chiaramente conoscere l'obbligo
che aveva di non abbandonarla, considerandogli che facendo alútrimenti si sarebbe addossato un gran biasimo, poichè se in tempo
di pace aveva ottenuta l'ordinaria annuale pensione che gli era
destinata per la sua condotta, non doveva lasciar Vostra Serenità
in tempo di guerra e nei suoi maggiori bisogni, esortandolo ed
animandolo e senza alcun rispetto venire ad esercitare con effetti
la sua obbligazione.</p>
<p>Di tale sorte di ufficii, per mia credenza, Vostra Serenità si
poteva promettere, ma che si fosse il re risoluto di impugnar la
spada, e metter mano ai suoi tesori per scopertamente ajutarla,
non posso accomodarmi ad affermarglielo per li rispetti già conúsiderati, importandogli molto più la perdita della grazia del ponútefice che quella della Serenità Vostra, poichè la disgrazia di Sua
Santità può con gran facilità far nascere nel suo regno di quelle
rivoluzioni nei popoli che hanno per quaranta e più anni nutrite
le discordie civili in esso e particolarmente tra cattolici ed ugoúnotti. E questo mio pensiero è fondato sopra la vera e certa coúgnizione di quei concetti, che allora passavano per la mente di Sua
Maestà; onde dall'esempio delle cose successe la Serenità Vostra
può congetturare quello che possa promettersi dall'assistenza e
dalla protezione del re cristianissimo quando il bisogno lo ricerúcasse contro il papa od altri principi. Concludo però che in tanto
le Eccellenze Vostre andranno facilitando la buona disposizione
dell'animo di Sua Maestà nel prender la loro protezione, in quanto
si troverà astretta da qualche reciproca obbligazione. E maggiorúmente parmi di poter affermare questo, quanto che siccome le riúsoluzioni dei principi non sono guidate da altra stella che da quella
del proprio interesse, così se alcun principe drizza le sue operaúzioni a tal fine, il cristianissimo ha questo per solo oggetto. E però
se torni conto il collegarsi seco per tali rispetti, lo lascierò al pruúdentissimo giudizio delle Eccellenze Vostre, bastando a me solo
di aver riverentemente accennato il mio senso in questo discorso,
ed avendo data relazione di questo negozio quanto comportava,
non stimo a proposito il replicare d'avvantaggio.</p>
<p>Non lascierò di aggiungere anco la buona disposizione dei
letterati verso Vostra Serenità, alcuni dei quali colla voce sono
andati sostentanto le ragioni di questo Serenissimo Dominio, altri
le hanno anche palesate al mondo nei loro scritti che già più
volte mandai a Vostra Serenità, e per l'una e per l'altra
parte ha supplito M. di Thou presidente e consigliere di Sua Maestà che in 
ogni tempo si è fatto conoscere affezionatissimo alla Serenissima 
Repubblica; e prima che io partissi mi si offerse, come per lo inúnanzi aveva anco più volte fatto, di descrivere nelle sue storie, il
seguito nelle differenze passate col pontefice, e che avrebbe porútato le cose che in modo che colla verità sarebbero tornate a
grande onore della Serenità Vostra. Mi instò a fargli aver copia
di quelle cose che più aggradissero a questo Eccellentissimo Seúnato che fossero da lui rappresentate. Però se si compiacerà poútrà comandare che sia fatta scelta di quel tanto che stimerà per
sua prudenza e proposito, e far che col mezzo del suo ambasciaútore Foscarini gli sia capitato, affinchè possi quel signore soddisúfare al suo desiderio, che è di scrivere con buon fondamento
quanto è successo e così servir questa Repubblica con profitto
molto di lei, per la memoria che resterà impressa nei posteri della
maniera in particolare colla quale il negozio fu accomodato. È la
penna di questo soggetto stimata la più celebre che sia in tutto
il regno, e lo dimostrano le opere che ha manifestato alle stampe.
Onde convengo riverentemente dire alle Eccellenze Vostre non
essere questa occasione da abbandonare, che da uomo sì singolare
sieno descritte le loro ragioni.</p>
<p>Si è anco dimostrato nelle occasioni passate devotissimo serúvitore di Vostra Serenità M. Fougasses, uomo di buona cogniúzione delle cose del mondo e lo ha comprovato non solo coll'aver
egli tradotte nella lingua francese diverse opere attinenti le ragioni
della Serenità Vostra, ma anco con un'altrettanto laboriosa quanto
diligente fatica nel raccogliere tutto quello che da diversi storici
è stato scritto dalla fondazione di questa Repubblica fino ai nostritempi, avendo appresso sommariamente raccolto il passato, nei
negozii di Roma. Ha voluto onorare l'opera che per nome di lui
presentai a Vostra Serenità, col dedicarla alla Maestà cristianissima
ed a lei, per la buona intelligenza che passa fra l'uno e l'altro. </p>
<p>Conosco essere in obbligo di attestare a Vostre Eccellenze
esser questo soggetto meritevole della munificenza loro, per corúrispondere alle fatiche ed alla devozione insieme di lui, perchè
siccome accresceranno in esso gli affetti di servirle in altro tempo,
così stabiliranno negli animi degli altri la volontà d'impiegarsi,
per quello potesse succedere, con ogni prontezza nel loro serviúgio. Grazie.</p></div2></div1></body></text></TEI.2>
