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    <titleStmt>
      <title>Del felice progresso di Borso d'Este</title>
      <author>Michele Savonarola</author>
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    <extent>211 Kb in UTF-8</extent>
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      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
      <pubPlace>Roma</pubPlace>
      <date>2004</date>
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              personale o scientifico. Ogni uso commerciale è vietato</p>
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      <title>Collezione BibIt</title>
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        <title>Del felice progresso di Borso d'Este</title>
        <author>Savonarola, Michele</author>
        <editor id="ed">Mastronardi, Maria Aurelia</editor>
        <publisher>Palomar</publisher>
        <pubPlace>Bari</pubPlace>
        <date>c1996 (stampa 1997)</date>
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                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                      digitale</p>
                  </samplingDecl>
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                      <p>I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea
                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
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<text>
<front>
<div1>
<head>A lo illustrissimo et excelso principo Borso dilla cha ' da Este.</head>
<p>Del felice suo progresso al marchionato di Ferara et al ducato di Modena e di Rezio e dil contato di Rodigio.</p>
<p>Libretto di Michele Savonarolla padoano, phisico suo.</p>
</div1>
<div1>
<head>Proemio</head>
<argument><p><foreign lang="lat">Prohemium incipit feliciter.</foreign></p></argument>
<p>Bem che piuosore operette mie ad te dirizato ebba, illustrissimo principo e caro mio signore, e quelle dil glorioso nome tuo insignite, le quale tutte bem cognosciuto ho esser state ad te gratissime, nientedimeno, essendome questa operetta dinanti de gli occhi de la mente mia apparuta, connoscendomi in tal mio scrivere a toa signoria non picolo piacere dar dovere, cussì me disponette quella ad te mandare e dil tuo degno nome insignire, concesiaché, a le cose le quale io risento te delectare, sempre prompto e vigile mi ritrove; che certo, segnor mio, biem che seppa le altre mie opere molto ad te haver piazute, pur spero che in lo lezere di questa mazor dilecto assai toa signoria più cha nel lezere di veruna altra ricever debba. E maximamente il perché in tale lezerai il gran triumpho et honore con il quale pervenuto sei al glorioso tuo marchionato e con quanto splendore al felice ducato di Modena e di Regio et al contato di Rodigio e con quanto ornamento quelo scripto ho.</p>
<p>Lezerai ancora in questo nostro volume quanto in te potuto ha la natura e quanta gloria per propria prudentia al mondo acquistato hay e di quanti magni e gloriosi ornamenti doctato ti ha la fortuna, che non se ritrova principo alcuno a cui lei como ad te sì dolce e sì seconda stata sia, per le quale magne docte a Dio, dil tutto Signore, facto sei gran debitore, sì che biem studioso ti debbi cum buone opere a quello gratie grande refferire.</p>
<p>Ancora in questo lezeray le prestante condictione a' principi pertinente, aprendo il degno suo modo di principare, e cum i soi ciptadini il suo felicemente vivere . Pregote doncha, signor mio, dignar ti vogli questo tale mio libretto, di molte moralità rico, con uno grato animo ricevere e me apresso lui caro tenire, che, se in ello lezendo / alcuna cosa ritroverai o minuita o meno che biem scripta, supplico che tal diffecto tua signoria imputare il voglia a la grandeza di lo amore di la mia voluntà che ad te porta, per quelo facta ciecha, la quale sempre arde in tutte quelle cose che ley spiera e crede a toa signoria dilecto dar dovere.</p>
<p>Partirò adonca, con toa grata licentia, questo nostro volumetto in tre parte, tractendo ne la prima del felice tuo progresso al marchionato di Ferara, ne la siconda del felice tuo progresso al ducato di Modena e di Rezo et al contato di Rodigio. Tractaremo, tertio, de alquante nobel cose morale, a' principi tutti pertinente di sapere, cussì havendo nui tractato dei principati; le quale certo suono degne da quelli essere con grande attentione audite et a loro memoria comendate, il perché suono come una forma dil iusto principare. E tu, entendendo quelle, cussì essere da te observate me spiero toa signoria, quelle aldendo o lezendo, gran piacere ricevere dovere.</p>
<trailer lang="lat">Explicit Prohemium</trailer>
</div1>
</front>
<body>
<div1>
<head>Parte prima</head>
<argument><p>Incomintia la prima parte</p></argument>
<p>Lo illustrissimo padre tuo, Nicolò marchese, il giovene nominato, principo certo di memoria sempiterna degno, spesso spesso, risguardendo Leonello, tuo fratel mazore, e te, essendo vuy fanzulletti, tanto gie delectava il vostro iocondo aspecto, il quale ad ognomo pur troppo grato era, che celar non potea a li astanti il suo gran dilecto che dil conspecto vostro riceveva. Il che biem è da credere che spesso dir dovesse come Homero di Priamo dicea: «<quote>Questi garzonetti mei tanto sono de indole iocundi e segnorilli, che degni suono veramente di principato</quote>», che tal iocunda indole è come uno inditio naturale di la probità e di la generosità di l'animo di l'uomo. E biem fu vero che non mentite, concessia che ciascun di vui principo e glorioso doventasse. / Et essendo adonca quello come padre costrecto da ardente amore dei fiolli, cussì se disponette di farve a tuto suo potere grandi et excellenti nel stato de gli altri homeni, adciò che la vita non fosse da vuy consumata senza vostra gloriosa fama e grande honore, che biem cognosceva esser offitio dil buom padre a tuto suo potere i fiolli dignificare dovere. Il perché, pensendo per lo exercitio de le arme vuy dover montare a mazor stato e farve principi di gran gloria cha per verun altro, cussì ne l'animo se disponette a quello invitarve, sperendo vuy doventar dovere grandi e gloriosi, di gente d'arme imperatori. Ma, essendo pur ancora troppo tenera la età vostra, deliberò in questo tempo mezo che far vi dovevi adulti, di mandarve a scuola per emparar Gramatica. Il che, per ciò meglio exequire, per maestro vi dete Guglielmo Capello , huomo di età perfecta, biem acustumato e di bone lettere docto, che biem entendeva le littere rendere a' principi docti gran splendore e gloria, che cussì se riducea a memoria la fama di Cesaro Caio, la quale lui facilmente comprendette per lo lezere che già facto haveva nei soi <title>Comentarii</title>, intendendo quello per quelli al mondo facto esser anco glorioso. Che è pur vero di molti esser stato opinione non menor gloria e splendore tal <title>Comentarii</title> a Cesaro nel mondo rendere cha i facti suoy d'arme, cussì, essendo quisti tali di opinione che a ciascuno principo sia quasi come necessario essere di lettere ornato se lui desidera essere di fama immortale, che certo a me pare tale opinione con ogni supportation essere di commendatione degna. E ciò provare e persuadere mi par essere facile assay. Il perché, signor mio, in questa, con toa pace, transgredirò alquanto, pur cussì per mazor dilecto ad te dare. Nui vidiamo che nelle contione, over congregatione d'i populi facte nel conspecto d'i principi, e per semigliante in quelle che facte suono in conspecto di la multitudine di la gente d'arme, i principi e capitani suono quelli ai quali sempre assignato è il primo loco al parlare il perché è di bisogno quelli essere più degli altri e docti et elloquenti, adciò che la brigata, aldendo quelli, cum una admiratione di tanta soa prudentia et elloquentia, cussì sia iudicato / per tutti essere di principato e de imperio meritamente degni, che, entendendo loro tanta sua eloquentia cum tanta gravità de sententie, cussì se ebbano a rendere e supportare più facilmente assay il iugo de la servitù sua et a quelli ad ogni soa voluntà più facilmente consentire. Che pur pare esser necessario a' principi e per semigliante a' capitani quello che gie piace e che credeno esser cosa più degna a la brigata persuadere sapere, e quello che gie dispiace, quello disuadere; apresso sapere consolare i soi ciptadini; quando sono presi da grande angustia, quelli confortare e drizarli a bone opere. E rivoltendome ai capitani: quando le schiere de la zente d'arme son biem preparate, certo molto giova il prudente, grave et elloquente conforto dil capitano a far quelle più vigorose et ardite assay, come rende anco il gran cridare dil populo i corsieri quando correno assay più veloci e correnti, che tal suo eloquente parlare è a la gente d'arme come il sperone al cavallo. Dove concludo che tutti i principi doverebono essere studiosi a far i fioli eloquentia imparare, che per quella tale se renderanno più accepti sempre ai populi suoy, che quelli cussì saperanno meglio confortare, riprendere e persuaderge quello tutto che desiderarano. E che cosa di questa più prestante può il principo in sé havere? Che certo spesso accade che quello che apresso i populi pare impossibile, il principo per soa elloquentia il rende facile e credibile. Ma voglio qui una codetta aiungere, che tal cose di la eloquentia dicte non puono luoco havere se non serano cum prudentia e rasone gubernate, e poco fructo farano. Imperò biem dice Cato che ad ogni homo è concesso il parlare ma a pochi il savio parlare. Sì che puoco giova a le ciptà la sapientia senza eloquentia, ma la eloquentia senza prudentia a quelle spesso nuocer soleno. Il che è da concludere la eloquentia in sé havere gran forza, che i principi e capitani voleno essere da natura prudenti et havere di la eloquentia l'arte. Non però voglio dire che tuta la età sua in quella imparare consumar debbano, ma biem mi pare esser cosa degna che di quella ne siano tanto docti che grave et eloquentemente sapiano satisfare a l'offitio di la eloquentia, ora persuadendo, ora confutendo, ora obiurgando /, ora consulendo. Ma forsi dirai come Socrates philosopho, che dice la eloquentia esser a l'uomo da la natura concessa, il che queluy che per natura è tale, non ha di bisogno di quella altramente emparare. Dico che è vero in gran parte. Di la quale la toa signoria e magnamente doctata e da quella sente grande ornamento et utele ricevere. Ma voglio seppi che questa naturale da la accidentale riceve grandissimo splendore et aiuto, che la naturale è gran fundamento di l'accidentale; e come la bella vesta e i belli ornamenti rende la dona al vedere più iocunda assai, cussì l'accidentale per la naturale se fa a lo audito più grata e più iocunda, che certo la naturale è uno freno a l'accidentale, che, come il cavallo per lo freno se governa, cussì la elloquentia accidentale per la naturale. E questo quando cum prudentia è coniuncta, che biem dico: chi manca de eloquentia naturale may non si ritrova per lettere emparate esser biem elloquente. Sì che molto è da esser comendata la naturale in uno principo, il quale per longa pratica sua essendo naturalmente prudente, cussì doventa elloquentissimo senza arte. E qui non voglio, signor mio, che me apelli gnatuone se te reponerò nel numero di quilli, che pur voglio toa signoria sapere alquante fiate io fenzere dovere per adornamento dil libretto nostro, come è di costume d'ogni scriptore che libro compone, sì che, se io cussì fenzendo usarò alcuna fiata parole adulatorie et ornate, quelle ascrivere le vogly a lo ornamento dil dir mio e non a gnatonaria, come toa signoria biem entenderà. Io forzato mi ho di scrivere il vero, il perché so ad te cussy più piacere che se scrivesse il falso.</p>
<p>Suono adonca i studii de le lettere da non esser pretermetuti dai fioli de' principi, che pur vidiamo li homini litterati ne le ciptà fra gli altri come stelle risplendere. E questi tali non se voriano ritrare da tal studii inanti l'anno decimo octavo, che cussì fermati et habituati nei detti de' philosophi, potessino senz'altro doctore rivoltare i volumi de li autori più difficilli e quelli per sé soli entendere, che certo le lettere preparano li animi generosi a virtù et a biem operare, et anco, come dicto ho, per le lettere le arme ricevano gran splendore.</p>
<p>Voglio ritornare, signor mio, a quel pensiero che dicto habiamo de lo / illustro tuo genitore, il quale era circa de vuy fratelli, dicendo quello che dice Virgilio di Enea: <foreign lang="lat">«<quote>Omnis in Ascanio cura parentis erat</quote>»</foreign>, che tuto il pensiero di Enea era in Ascanio suo fiolo. Et avegna che l'animo suo fosse che vuy fratelli più presto dar vi dovesti a lo exercitio de le arme cha a le lettere, nientedimeno, cussì dimandendo la età vostra, come dicto è, pur a quelle emparare vi sollicitava, sperendo per quelle vui alquanta parte di eloquentia imparar dovere. Ma, pur havendo il suo final proposito a le arme, anco in tal tenera età vostra vi drizava ad imparar di scrimia, a cavalcare, a giostrare o ver bagordare et a somegliante opere fare, per le quale vuy vi rendesti più habilli e più prompti ne l'armezare, et perciò vi teneva maestri avantezati. O troppo grande diligentia d'un padre a' fioli! Essendo adonca pervenuti a la età de li adulti, de anni sedeci o circa, cussì nutriti di gran prudentia naturale, se deliberò ne l'animo suo di mandar Leonello al signor Brazo, signor di Todi e di Perosa, strenuissimo imperatore di molta gente d'arme, e cussì quello gie ponete ne le sue braze, raccomandandogielo como proprio fiolo. Il quale gie mandò cum una nobil compagnia, con piuosuor cavalli e biem im punto, mandendo con lui il generoso e strenuo cavalero messer Nanni de Strozzi, fiorentino, suo amantissimo compagno, i quale da quel segnore e nobil imperatore forono lietamente ricevuti e con magne offerte. Ma te ti conzuò con la illustrissima signoria di Vinesia, cum cavalli trecento, di quelli facendotte nobel conductore. E questo il perché biem cognobbe la gran prudentia di to padre tu havere per natura altro governo nei facti d'arme cha Leonello, e quello più di te essere a le lettere inclinato, non havendo il cuor suo come te caldo. Che, pervignendo a la età de anni dicenove, cognoscendo il savio Senato de' Venetiani e quello tanto cauto de' Fiorentini, ambi dui inseme colligati, la gran prudentia tua naturale, la tua experta aptitudine ne lo armezare, cussì se deliberorono di farte imperatore di mille doxento cavalli. Certo cosa è pur de admiratione degna, uno garzone da tanti sapientissimi Senati essere in tanta altezza rilevato. / O garzone al mondo facto tanto felicie, a cui succeduto è tanto duono de la fortuna! Non sey tu da essere a Scipione assimilato, il quale, in la età soa tenera di anni vintidue, fuò dal Senato romano del suo exercito, in Affrica mandato, ellecto degno imperatore, il perché fuò dapoi Scipione Africano nominato? Passato dapoi alquanti zorni, apresso di L'Aquilla, ne l'Abruzuo, fuò il segnor Brazo rotto da messer Antonio Caldoro, e da lì a zorni duy, morto da Ludovico di Michilazi. Il perché Leonello ritornò a Ferara.</p>
<p>Da può la ritornata sua, fuò tractato di dargie dona, il che data gli fuò per moglie la fiola dil marchese di Mantoa. Havendo adonca Leonello più cha te datosse a le lettere et essendo a quelle naturalmente inclinato, cussì ritornò al studio de le lettere, dendo opera a quelle quando il tempo gie serviva, che pur occupato era per lo stato, havendo sopra di sé quello gran cargo. E piacendogie molto più lo exercitio de le lettere cha quello de le arme, per satisfare a tanto suo desiderio e quello più degnamente compire, se elesse in suo preceptore Guarino Veronese, a nostra età de li oratori principo, huomo certo, e per costume e per doctrina, di gran riverentia degno, e sotto di luy militò molti anni, sì che di buone lettere e di eloquentia accidentale reuscite molto docto.</p>
<p>Ma il perché, illustre signor mio, statuito ho questo nostro volume, oltra il tuo contento, che spero tu ricever dovere, esser anco fructuoso e di piacere a tuti i principi che in luy lezeranno, cussì supplico pacientemente sopportar mi vogli se alquante fiate transgrederò in qualche utele e iocunda cosa, non però dal proposito nostro molto lontana.</p>
<p>E cussì, con toa gran pace, descenderò a movere una dubitatione, la quale spiero a te serà iocunda de aldire et anco sarà a tuti i principi delectevolle. <foreign lang="lat">Succedit dubitatio notabilis</foreign> <emph>Quale opinione è di comendation più degna, o quella dil padre o quella del fiolo, che l' pare il padre più le arme cha le lettere commendare, dico anco nei principi. /</emph></p>
<p>Per far tal cosa essere più chiara et ad te più delectevole assay, cum supportatione de' mazori mei, dirò in questa forma. Primo, che 'l principato è uno offitio con dignità coniuncto, il quale è da essere exequito dai principi ne le re publice, semoto ogni amore, odio, ira e presio, adcioché cum gran quiete d'i populi e cum gran iustitia quelle debbano imperando biem rezere e gubernare, cussì ogni soa opera drizendola secundo iustitia e recto iuditio, non intendendo de fare, né volere, nuomà cose iuste, havendo sempre in mente de drizare, a tuto suo potere, i populi suoy al culto de Idio, aciò che ebbano casone de vivere <foreign lang="lat">quiete, pacifice e beate.</foreign> Ma dirò, sempre con pace tuoa, ciò i principi biem far non potere se prima loro non se faranno spechio de' buoni costumi, nel quale tutti i populi suoy se ebbano a spechiarse, che dice il proverbio: «<quote>Capra mal castigata mal castiga becho </quote>». Si che, se serà buom spechio di biem vivere, farà i boni doventar migliori, a' cativi darà casone di vergognarsi dil suo male adoperare, e de cativi buoni doventare.</p>
<p>E quivi, come per exemplo di tal dir nostro, adurò il segnor da Padoa passato, il quale molto grandemente accusava il sumptuoso vestire de' principi, dicendo questo tal vestire essere come cosa assay vana et inutile e più a le done pertinente cha a li homeni. Apresso, che questo tal vestire non era altro in li principi che passare di vanità gli occhi di soy ciptadini et a quelli dar dilecto con gran sua iactura. Per la qual cosa se ritrazeva da tale sumptuoso vestire, vestendossi di panni pur di lana e humele assay, senza oro né perle, adcioché, per suo exemplo, cussì i ciptadini suoy non se argumentasseno di vestire delicatamente, né anco le sue donne. Il che, tutta la ciptà discorreva pur con veste humele e di poco presio, senza rechami né prede pretiose. Et essendo più intrinsecamente domandato il perché ciò faceva, che pur parea a la brigata di ciò errare, rispondea: — Io ciò fazo aciò faccia richi i mey ciptadini de dinari —, che cussì gie parea tanto ornamento e sumptuoso / vestire far stare i ciptadini oppressi con puoca monetta et esser come un vago impoverire la brigata. Ancora dicea: — Tanta gloria è vana che di tal vestire escie, è principio di rendere l'uomo superbo, cum tanta ambitione, facendo l'uno l'altro dispresiare e cussì nascere discordia et odio fra ciptadini —. Ancora: — Tal vestire, drieto di sé, conduce luxuria per cotal suo pavonezare, che biem si ritrovano alcune poverete da vanagloria tente, le quale per una bella vesta lasseno cengliar la mulla —. Apresso, temendosse de' suoy vicini, che potenti troppo erano, diceva: — Se gie vegnisse voglia di farme guera, che aiuto dar mi poteriano tal veste pretiose? Non è meglio che ritrove i mey ciptadini pieni de ducati cha de veste, con i quali me poterano molto meglio e più axevolmente soccorrere? Ancora diceva: — Quelli che di rendita viveno, per tal vane spese, sempre stano in buca de' lupi usurari,.e i poveri, volendo con i richi comparere, cussì più delicatamente se vestono. E per tal spesa, muore da puo' da fame a casa la moglie con i fioli, pur sempre sparegnando e persimonizendo il manzare e il bere per satisfare al debito contracto per tal suo vestire, e spesso tal vesta va a lo ebreo. Da poi le donne, vagezandosse cum tal riche veste, le cerchano di mostrarle e vanno più spesso intorno che non farebono se le fusse vile. Il che, i moschoni le seguitano, cussì rendendosse più ioconde e vage per tanto suo ornamento, e quelli più spesso le beccano. Or sono inteso. Basta —. E di ciò facendo fine, non laudo tal sua opinione in tutto, che certo in ogni cosa se vuole haver modo e mesura, e di luy anco a suo luoco di sotto se ne aricorderemo, che pur principo era e come principo se doveva ornare, che non pare esser conveniente mettere il basto de l'aseno al cavallo, né anco la sella a l'aseno, come a' nostri zorni se pratica.</p>
<p>E per rimover alquanto di tedio che me par sentire toa signoria haver ricevuto di tal longo mio disgredere, qui apresso riziterò pur a tal proposito, una solatevole risposta che in quel tempo fece / meser Meleduxe Forzatté, nobel cavaliero e gran zintilhuomo padoano, da tua signoria biem cognosciuto, caro compagno di lo illustre tuo genitore. Essendo lui da quel principo electo ambasciatore al re di Franza, como nobil huomo e di animo generoso, per meglio e più honoratamente potere comparere dinanti la maestà dil re, se fiece una vesta di setta negra a la guisa di Franza, stretta cioè e curta. Il che, venendo la maitina a corte in questa vesta, la brigada vedendo quella, tutta se meravegliò di tal spesa, e l'uno dicea a l'altro: — È bella vesta, ma è troppo stretta —. L'altro dicea: È troppo curta —. E luy, aldendo tal parole, si rivoltava a quelli, dicendogie: — Como stretta o curta? Al corpo de Idio, la tiene moza ottanta de Melliga. Non so se curta sia o strecta —. Volse dire che 'l gi' era intrato quasi tutto il rendedo de quello anno de le possessione suoe.</p>
<p>E lassendo tal cosa, ritorniamo a le cose lassate di sopra, dicendo che di tal dir nostro seguita che a' principi s'appartiene di esser di natura prudenti, cussì biem sapendo ordinare le cose presente et haver l'ochio a le future, spesso riminendo per la mente quello che gie poteria facilmente adicontrare, adciò che non gie sopragiunga lo insperato infortunio e dapoy dicano: — Non li credea —. Debbeno spesso aricordarse de le cose passate, adciò che, per exemplo di quelle, doventeno più prudenti, e cussì, più prudenti facti, sapiano soy ciptadini più prudentemente rezere o governare, e loro ancora. Che certo non è possibile la re publica esser biem recta se 'l principo non è bem prudente. La qual prudentia senza virtù esser non puote.</p>
<p>Et ad acquistare più facilmente tutte tal cose che dicte habiamo, meglio se adoperano le lettere cha le arme, sì che biem dicete coluy che scripse: «<quote> Huomo senza scientia è come provinzia senza leze</quote>». Il perché Averoys, il gran commentatore di auctorità, di Alexandro scripse: «<quote>L'uomo di lettere ornato tanto è diferente da quello che de lettere mancha quanto l'uomo vivo diferente è dal morto</quote>». E Platone, in consonantia di tal sen/tentia: «<quote>Beato seria il mondo se i sapienti rezesseno</quote>». Per la qual cosa ancora aricordiamo che i principi con gran diligentia studiar debbono che i fioli se deano al studio de le lettere, il quale conduce l'uomo più facilmente a la vera sapientia. Che, segnuor mio, lo ornamento de le lettere nei principi rendono, come vidiamo, a quelli gran splendore, che certo suono di quelli un gran texoro, essendo gran preparamento ad acquistare ogni altra virtù cum gran gloria, che, lezendo loro i libri d'i prudenti e savii homini passati, nei quali ritrovano tanti nobel consegly e dicti prudenti, per tal lezere se rendono più prudenti, come adviene al garzone, che per conversatione di boni e docti homeni, di buono diventa migliore e più docto assay. Sì che tal principi docti, lezendo e greci e latini, mandendo tal historie, consegli e documenti a memoria, sanno da puo' meglio e più prudentemente se rezere e i populi suoy governare. E di questo nostro tal dire habiamo a concludere che se 'l principo è da natura prudente e non sia cussì docto ne la lettera, che alora tale debbe una de le doe cose fare, o haver persona docta sempre apresso de luy, la quale continuamente gie leza, o che ebba in vulgar scripto tale historie e documenti e in quelli tal libri continuamente lezere, dico continuamente, cioè nel tempo che a lui comodo se gie ripresenta.</p>
<p>E vogly, pregotte, signuor mio, a la memoria rivocare quanto splendore e quanta gloria recevuto ha e tutavia receve Alexandro Magno per haver havuto sempre apresso di sé Aristotile e per havere la doctrina di quello con gran diligentia observata. O principi moderni, considerate biene dentro da vuy se 'l vostro principare è somegliante a quello morale e philosophico di Alexandro e se di tale expectati tanta gloriosa fama quanto luy per il suo conseguitato ha!</p>
<p>E con ogni supportatione e pace dil tuo illustre padre, quello alquanto acuserò in questo luoco, che gran fallo fece, non facendote proseguitare più / longamente il studio de le lettere, essendo tu di tanta prudentia naturale ornato e di memoria grande, cum tua tanta promptitudine de inzegno, che certo haresti di le lectere conseguitato al mondo gran splendore. Biem mi credo non dover dir cosa a le orechie dissona, dicendo che 'l principo in principato posto che di prudentia mancha, è come uno sterlino nel calculo d'i merchadanti posto, il qual vale uno bagattino, e spesso è messo in luoco de uno migliaro de' fiorini. O quanto realegrar se debbano i populi, i quali recti suono dal principo prudente, di la quale prudentia meraviosamente doctato sey! Che la prudentia è quella che il principo driza in virtù et in ogni altra opera laudevolle e in gran benivalentia d'i soy ciptadini, in gloriosa fama, in odio dil nome tyranneo et in ogni altro buom fine. Sì che, segnuor mio, biem sey tenuto quella nel tuo regimento adoperare. E che cosa più degna di questa esser può nel principo?</p>
<p>Apresso, non voglio tacere che non dica ogni glorioso principo questi beni exteriori e temporalli a la fortuna subiecti apresiar non dovere, né per sua grande habundantia renderse felice, che certo per questi tale non è però megliore, come né anco il cavallo non è megliore per havere belli e richi fornimenti. Non debbe questi tanto amare che 'l perda il nome di principo, rivoltarse cioè a' soi ciptadini e quelli depredare como tyranno, anci debbe de' soi proprii beni più presto a quelli soccorrere, contra di quelli rendendosse magnifico e liberalle, sì che i beni temporalle il principo amar debbe, in quanto per quelli se rende virtuoso.</p>
<p>Et havendomi tanto la prudentia laudata nel principo, forsi dimanderay: — E che cose a luy fare alpertiene, che questa tal prudentia cussì biem usar la possa? — Ti rispondo cum Aristotile che otto suono tale in numero, cioè memoria (et è la prima); l'altra, providentia; terza, intelligentia; quarta, rasone; a le quale seguitano solertia, docilità, experientia e cautione, che certo queste suono / le parte di la prudentia principale.</p>
<p>Debbe havere il prudente memoria de le cose passate, non che mutar le possa, ma adciò che per quelle le future meglio disponer seppa, che il più de le fiate le cose passate se asomegliano a le venture. Imperò Exopo: <foreign lang="lat">«<quote>Praeteriti ratio scite futura facit</quote>»</foreign>. Debbe esser providente in queste cose future che cussì, quelle cogitendo, ricerca le vie megliore per le quale possa meglio disponere e i periculi futuri fugire et evitare. Debbe intelligentia usare, che studio dar debbe in saper le leze al regimento necessarie; sapere le consuetudine, le quale fanno al biem essere e pacifico vivere di la re publica sua, sempre drizendo i populi in commendabil fine. Et imperò è di bisogno il principo esser molto rasonevole, adciò che biem entenda che cosse convene a tal leze e consuetudine per conservatione di quella. Convene esser solerte e docile, che essendo in tanto culme de dignità, è de bisogno che luy studie a ritrovare i mezi per i quali il populo pervenir possa ai beni suoy desiderati. E, non essendo l'uomo per sé solo tanto sufficiente como bisognaria, imperò è di bisogno che se faza docile, cussy havendo il conseglio d'altruy, che la proprietà di l'uomo prudente è non dispresiar i consegly, ma sempre voluntiera aldire e asentire ai consegly de ly homini autentici e probati. E devendo intendere il principo le consuetudine particulare di la gente a luy comessa, cussì fa di bisogno luy di le cose del mondo experientia havere, che è una doctrina di quelle particulare, adciò che le seppa in miglior fin drizare, che certo né il principo, né il medico, biem che seppano le regole di l'arte, non puoteno conseguire di suoa opera degna laude senza exercitio et experientia. Imperò tutti i principy e medicy vorebbono essere di età perfecta e di la antichità tocare; et imperò è dicto che bisogno è che cauto sia il principo, il quale senza capilli canudi mal cauto esser può, che dinanti di quello, di zorno in zorno, gie suono proposte bosie cum verità mescolate, che mal se cognoscono se l'uomo non è biem savio, cauto et experto.</p>
<p>E dovendo i principi, per tal suo regimento gravoso, ricevere a l'anima et al corpo di le molestie assay, cussy è honesto che alquante fiate se ebbano a seperare / da quelle e darse a le cose a loro grate e di sua grata recreatione, o cazendo o uselendo o in altra guisa di piacere; ma in tutte tal cose gie vole havere tal moderamento, che facte siano senza nocibilità de la re publica suoa. Che se si ritroverà uno principo giovene che da tal cose se ritraza per satisfar meglio al regimento suo, havendo luy tanta licentia, certo serà degno de principare, togliendo ciò per vero segno tutto il suo pensiero esser in buon governo de la re publica soa. E di tal cosse voglio haver dicto assai, se dirò che veruno principo prudente esser può che se crede esser savio e de luy troppo extima se fa.</p>
<p>Ora drieto tanta digna disgressione, ritorniamo a la questione nostra, se da' principi le arme suono da essere a le lettere proposte. Già declarito habiamo l'offitio dil principo meglio assay adimpirsi per le lettere cha per le arme, il perché, adonca la toga è da principi essere a le arme preferita, che ciò persuadere anco potiamo. Il perché, al debito regimento di la re publica, al principo sempre necessaria è la toga, ma le arme nuomà a certo tempo, sì che biem facilmente concluder si può i fioli d'i principi più presto esser invitati a le lettere cha a le arme. Imperò biem scripto è: «<quote>Tutte le ciptà starevano in gran fiore se i philosophi regnasse, cioè se i rezenti philosophasse</quote>», che certo apena può queluy errare che biem entende e vole la equità, che pur vidiamo i litterati esser di meglior costumy cha i non litterati. E di tal dire seguita li medeci esser più amati assay dai populi cha li iurista, il perché i medici sono sempre necessarii, o per conservar la sanità o quela recuperare, ma i legisti non suono necessarii, nuomà a certi tempi, cioè di litagare. Apresso diciamo le armi fuoreno trovate in principio per lo biem essere de le re publice, che essendo al tempo che ogni cosa era comuna, come Socrates philosopho ai populi persuadea, cussì non erano le arme necessarie. Ma, come comparseno a campo queste doe cose, meo e tuo, per rimovere le contentione e discordie che di queste tale reussivano, cussì li homini ritrovoron le arme in defensione. Il che, adonca, ritrovate suono a defensione di la re publica e in quella ordenate come in suo fine, et essendo / il fi— ne, secondo Aristotele, più degno assai che le cose in quello ordinate, è adonca da concludere la toga esser a le arme preferita. Ma non passendo questo luoco, illustre signuor mio, molto mi maraviglio di Seneca tanto morale e prudentissimo, che luy cadesse in la opinione di Socrates, cussy laldendo meglio esser a le ciptà se ogni cossa fusse comuna, che 'l dice in li Proverbi soy: «<quote><foreign lang="lat">Quiete et pacifice viverent homines si haec duo tollerentur, meum videlicet et tuum</foreign></quote>», che quieta e pacificamente viveraveno li homeni se tale doe cose non fosseno, me' e tuo, cioè se ogni cosa fusse comuna. E per darte alquanto più piacere, transgrederò in questa opinione, dicendo che Socrate voleva non solamente il pane, vino e somegliante esser comune, ma anco la moglie e fioli, che certo è pur cosa da habominare. E luy se credeva per tal comunità doverse levare ogni offesa e con gran pace la brigata vivere dovere, che ad me pare, pur con pace di tanto huomo, tal sua opinione esser molto da increpare. Il perché non si ritrova tutti li homini esser equalmente prudenti, né anco tutti esser equalmente utelli a la re publica, sì che quelli che più se estimano e che degli altri se credeno esser più degni, cussì voleno esser più honorati e gli altri come inferiori tenere. Il perché nasse fra loro le contentione e li odii. Il che tal comunità con pace star biem non può. E se le moglie fosse comune, ceserebbe l'amor di la moglie al marito, d'i padri ai fiolli, et anco non cognoscereveno i padri luoro fiolli né i fioli il padre. E cussì seviendo, il padre incontrar poteria che amazaria il fiolo, e 'l fiolo il padre, ciò non sapendo, come spesso intraviene ne li animal brutti, che pur li homeni da quelli debbono essere differentiati. Ma considerando io tanta gravità di uno huomo quanta era quella di Socrates, certo me pare tal suo parlare di qualche nobel sententia e grave esser pregno. Il perché, cum supportatione, dirò questa sententia haver voluto Socrates in tal suo dire, che quietamente e beati viverebono li homeni se ogni cosa fusse comuna, quanto cioè a l'amore e cura, che ognuomo amasseno le altrue cose e de quelle facesseno come de le suoe proprie, risguardendole e da dano e da vergogna. Ma il perché li homeni pur han posto amor e cura al suo proprio e / non a quel dil compagno, imperò dice Seneca: «<quote>Questo tuo è mio </quote>», cioè che dil tuo non ho cura né quello amo quale el mio, cussì suono casone di far vivere li homeni senza quiete e pace. Che altro dir non volse nomà che la vera amicitia fra citadini fa le ciptà vivere beatamente, come expresse vidiamo la lor discordia quelle rendere infelice, che di ciò al presente exemplificar potiamo di Genoa, la quale è in tanta angustia e fatica per la divisione d'i suoi ciptadini nassuta. E pur ritornendo a le arme et a la toga, diremo la toga al principo e per guera e per pace essergie necessaria, ma le arme solamente a tempo di guera, le quale sono come il brazo e le mane membri dil corpo, da natura producti per difendere il capo e li altri membri da li suoy inimici. Chi è adonca sì insano che dicesse la mane e il brazo esser dil capo e di gli altri membri tutti più degno e di esser più ellecto? Il che, signuor mio, più decente cosa è al principo, e dico assay, esser biem litterato cha buom imperator di zente d'arme. E imperò dice Seneca che veruno altro cha l'uomo litterato meglio sa comandare e rezere; il perché, queluy sa biem comandare e gubernare che ha creato i princìpi e che dei princìpi facto ha iuditio, come facto hanno philosophi prima. E ritornendo a Socrates, pur sperendo a tua signoria piacere dare, luy constituendo la ciptà, quella partiva in cinque parte: la prima facea il principo; la segonda i consigliery; la terza li homini bellatori, cioè d'arme, i quali al tempo di guera havesseno a defender la ciptà; la quarta era li artifici; la quinta i rurali. Sì che constituiva le arme membro e il principo capo, dal quale il governo di tutto descender dovia. E questa tal sententia Pheleas philosopho confirmava, subiungendo li homeni d'arme essere brazo e mane di la ciptà. E per provare il principal proposito nostro, che la toga cioè sia da esser preferita, diciamo che non è cosa che da l'uomo debba esser tanto desiderata come è la felicità, et essendo il studio de le lettere via a quella, cussì drizendo l'uomo a buone opere, a buom fine e finalmente in virtù e secondo quella vivere; e le arme, spetialmente di nostra età, drizendo li homeni a robare, a far tradimenti, omicidii, stupri e simil grande mali, cussì da ogni principo / è molto più da esser desiderato lo ornamento de le lettere cha di lo armezare. Et imperò i fioli d'i principi suono più presto da esser invitati a le lettere cha a le arme. Apresso, le lettere ensegnano come l' uomo se de' biem governare e rezere, che chi non sa se medesimo biem governare, mal governarà altruy, e chi non sa biem se imperare o ver segnorezare, mal segnoreza altruy. Queluy biem se sa segnorezare che sa sottoponere le sue concupiscentie a la rasone e i soi sentimenti domare, che non è decente cosa che queluy che non sa tenere in sé i moderamenti di biem vivere, sia facto iudice di la vita di altruy. Adonca ai principi che debbono altrui governare, rezere et amonire, cussy gie sono le lettere molto più cha le arme necessarie, che il principo savio, sopravignendo il tempo de la guera, cussì congregarà i suoy consigliery e con quelly se conseglierà, come fa ne' le cose ardue di la re publica. E se diray tutty i populi più honorano i capitani e le zente d'arme cha i litterati, dico prima che <foreign lang="lat">absolute</foreign> ciò non è vero che tutti ciò fazano. Ma se pur i vulgari ciò fanno, questo adviene il perché non intendono la dignità di la virtù, fazendo più estima assay d'i biem de la fortuna. Ma quelli che di virtù hanno qualche cognitione honorano le lettere de degno honore. E se honorano da può le arme, ciò fano per paura o per vergogna, e la riverentia facta tale non è da esser chiamata honore. Il perché, come dice Aristotile, «<quote>Lo honore è la exhibition di riverentia in premio di virtù facta</quote>», che certo bem demente è la opinion dil vulgo, il quale crede l'uomo più risplendere di quello d'altruy cha del suo proprio. E forsi la opinione dil vulgo de' essere preferita a quella d'i philosophi, i quali voleno lo honore esser premio di la vertù sola, sì che solo l'uomo virtuoso è degno di honore, non dico solamente il litterato, ma ogni tale ornato di vertù? E se honor se fa ai principi et altri in dignità posti, ciò se fa il perché ogni dignità di sua natura in sé include virtù, che le dignità sono trovate per esser date a quelli che le meritano, e questi tali suono quelli che la vertù adorna, a Dio drizata, la quale mai l'uoma non abandona, né per forza a quello può fir tolta come i beni di la fortuna, che oggi / l'uomo è rico et in gran stato, domane cadde et è in gran povertà, come de zorno in zorno vidiamo. Et imperò Bias philosopho, essendo Athene, sua ciptà, posta a sacomano, confortato dai soy che sieco portar dovesse qualche cosa per il suo sovegno, rispose: — Io porto ogni cosa dil mio meco, che quello che lasciato ho a casa non è mio, ma era di la fortuna, e quello che la fortuna ne dà non è nostro —. O fortuna, pur di te dico in questo luoco, tanto che a me pare, se luoco alcuno hay e possanza ne le opere humane, maxime tu le hay nei facti d'arme! Sì che i principi drizar i fioli a lo exercitio de l'arme è quelli a la fortuna riccomandare, di la quale per nulla l'uomo fidar se debbe, cumzessia che sta sempre su la rotta instabile, movendo quel di sotto, di sopra e spesso fazendo l'aseno in sedia montare e il cavallo aseno diventare. Ma la toga rende li homeni più splendidi e beati, dove per quella altramente risplende il principo cha per le arme, che certo il principo togato è come una stella al mondo resplendente. E per tanta soa modestia di vita, tanto cresse l'amore d'i populi a quello, che la gente a luy comessa la tene con tale amore, sotto timore, non meno di quello che faria la gente d'arme. Il perché la modestia tanta dil principo è al populo come un freno di non lassare i populi in li vitii discorrere, sì che il vero amore pare di forza superar le arme et ogni altro tormento.</p>
<p>E cussì assai ieiunamente expediti di tal dubitatione, mi rivolterò a lo illustre Nicolò, tuo padre, il quale, essendo da Philippo Maria, di Milano duca, con grande instantie pregato che andar volesse al governo dil suo stato e quello havendolo in padre ellecto, tanta proferta non sapendola denegare, cussì anduò, lassendo il governo dil stato suo ne le mane di lo illustre Leonello, tuo fratello, essendo tu in facti d'arme. Adivene che, di tanta sua exaltatione essendogie invida la fortuna, sempre instabile, cussì la vita comutò con la morte. E, approsimandosse a la morte, fece testamento, lassendo di tal stato governatore e segnore Leonello solo, pur raccomandandogie i fratelly suoy tutti. Et intendendo Leonello / sapientissimo tanto suo governo e di tanto cargo haver di bisogno di savio e prudente et affidato conseglio, cussì te rivochoe da le arme per due casone: la prima, adciò che 'l te dimostrasse quel vero amore che luy ad te sempre portato haveva; e secundo, aciò che quello stato suo governasse cum maturo e fidiel conseglio, il quale non dubitava da te expectare. Che certo, tal suo amore verso di te sempre havuto, biem te 'l dimostrò nel tuo primo giongere a luy, che da gran dolceza di cuore, di lacrimare, di abrazarte e di basare saturare non si potea, cussì da tanta alegreza rimanendo come huomo senza lengua.</p>
<p>Et essendo per certo spatio di tempo passato Leonello privato di la moglie, che da Mantoa conducta havea, tiecho si consegliò di tuor moglie. Il che, deliberasti che 'l tolesse la figlia di Alphonso re di Catelonia e di Napoli, la quale certo nobele e prudente madona era, che cussì desiderava Alphonso quella a luy dare, intendendo la grande virtù di Leonello. E concluso che fuò il parentato, ti mandò cum una nobil copia di zintilhuomini e di honorata fameglia a quella desponsare e a condurla a Ferara, facendo di te e fidendosse come di se stesso. E ritornato che fusti, facte le gloriose noze, con quelli vixisti anni nove o circa, cum grande amore e pace, tuttavia manezando i facty del stato come proprio Leonello, sì che non dui, ma uno principo haveva il stato suo, che il voler di l'uno era quelo di l'altro.</p>
<p>Essendo in tanto gaudio e piacere, la fortuna, nimica d'ogni bene, havendove invidia, percosse Leonello di una ferita mortale in Belriguardo, loco amenissimo. Il che, da puo' quella, nel trigesimo septimo zorno, comutuò la vita con la morte. Di cui la morte cum quanto dolor di cuore e cum quante amare lacrime tu piangesti! Lasso ai lectori facilmente iudicare, che di lacrimare e di dolerte manchar non sapevi. O quanto pianzuto fuò da il populo ferarese tuo e da li altri tuoy populy! Certo li lamenti e le voci penetravano il ciello, tutti gridendo: — O infelice nuy, quanta perzeda fata habiamo, havendo perduto il glorioso / principo, padre nostro, non tanto signore! — Pianzevano le donne e i fanciulletti cum tanto clamore che la ciptà era tutta piena di voce meste di gran tristeza, e certo biem pianzevano la morte di uno degno e glorioso principe. Ma, da l'altra parte, vedendosse i membri, cioè i ciptadini essere rimasti senza il capo glorioso, murmuraveno fra loro di la electione dil principo loro.</p>
<p>E per dare di questo lezere più piacere a toa signoria, cussì fabrichendo, descriverò uno nobele Conseglio, secondo il mio picolo iuditio, molto da bene, come far se doveria in ogni degna electione di principo che elezer se debbe. E pregote, segnor mio, d'aver vogly patientia se, inanti che narre la conclusione di la electione, narerò pur a tuo ornamento e gloria prima tutto quello che dicto et agitato fuò in quelo Conseglio, che mi spero tal narratione esser dovere non picolamente ad te non solamente grata ma ancho iocunda et ai lectori delectevole molto, che biem entenderai quanto iocunda, grata e felice fuò una tal tuoa electione.</p>
<p>Congregato adonca che fuò tal Senato nostro di Ferara, essendo miser Francesco di Moro, doctor di leze, spectato tuo ciptadino e de grande auctorità havuto nel populo, essendo anco il più degno dil Consiglio, cussì nel primo luoco se levò a parlare e incomenciò a dire:</p>
<p>Ornatissimi ciptadini mei, biem so ognuno di vuy sapere ormay la morte dil principo nostro messer Leonello certo da nuy esser sempre pianta e lamentata, come facto habiamo. Il che, a quella tale non gie essendo più rimedio alcuno, mi pare che ormay dibbiamo retenire li ochii nostri dal pianto e quilli aperire cum buona e grande prudentia a risguardare di trovare a tanta nostra perzeda buon remedio, che a me mi pare siamo conducti come nave nel mare senza governo. Et è adonca di bisogno che ciascuno di nuy pona tutto il suo pensiero circa la futura electione, la quale al presente far dobiamo, e dire, in tal caso nostro, ognuno il suo parere con vero cuore, postponendo ogni bene proprio, amore, odio, ira et aspectato premio, che pur è vero / che di questa re publica fioli tutti siamo, sì che nuy questa nostra madre come veri e buoni fioli drittamente debbiamo consegliare. Il che, a tutty fo pregiere, e tante quante io so e posso, voglia ciascuno tutto il suo inzegno aciò adoperare, il perché la buona e cativa electione è per venire sopra di nuy e d'i fioli nostri, sì che apritigie biem gli occhi —.</p>
<p>E proseguitando dicea: — Ogni re publica, ciptadini mey, se vuole rezere a uno de duy modi, o per rezimento de uno principo solo o per rezimento de piuosuori ciptadini, a tal rezimento dal populo electy. Il che mi pare che in questa nostra electione che far aspettiamo, prima discutere dobbiamo se 'l è meglio che la re nostra publica sia per uno principo governata o per piuosor ciptadini cussì electy. E dapoy che piazuto vi ha che occuppe nel dire il primo luoco, cum supportatione di tutty, in tal dubitatione dirò quelo che 'l mio assay facil iuditio sente, posponendo ogni odio, ira, amore et ogni proprio bene, havendomi non tanto al presente ma zà fa multi anni tal cosa per la mente mia ruminata, acorrendome piuosor rasone per questa parte, che meglio e più honorifica cosa è a la re publica esser governata per il principo cha per moltitudine de' ciptadini, il perché nulla cosa è più prestante in la re pubica quanto è la pace e unione d'i suoy ciptadini, che questo è il felice et ultimo fine di quella. E di ciò habiamo doctrina dal Signor nostro Idio, cussy spesso a' suoi apostoli e ciptadini annuntiandogie la pace come come cosa prestantissima in ogni moltitudine, dicendo: — <foreign lang="lat">Pax vobis —.</foreign> Ma questa pace meglio se ritruova in li ciptadini essendo la re publica per uno principo solo cha per moltitudine. Adonca meglio è cussy anco nuy uno principo elezere cha rezerse a Comune. Ma che questa pace meglio se ritrove essendo la re publica meglio per uno principo gubernata, il proviamo, il perché nuy habiamo per documento d'i philosophi che l'arte debbe in le suoe operatione seguitar la natura, concessia che la natura non erre per esser da la intelligentia non errante governata, come dice il gran philosopho Aristotile. Vidiamo che la sannità nel corpo humano, che è come il picol mondo, se conserva per coequalità e pace de li humori e spiriti / di quelo, e per somegliante, per la pace d'i membri suoy, cioè quando veruno di quelli è distemperato, che tutty da uno membro solo dil corpo hanno dependentia, il quale se nomina il membro regio, cioè che tutti li altri regge e governa, che è il cuore. E, per somegliante, in la re publica è da credere quella dovere esser meglio governata per uno solo principante che per piuosuori. E ciò ne amaistra et insegna il governo che ha tutto il mondo celeste e terrestre, il qual se governa per uno Idio principo solo e non per piuosuori, come credevano i gentilli. Sì che, togliendo nuy da Idio vero nostro Signore, da la natura e da l'arte buono e vero exemplo, cussy pare lo governo de la re publica molto meglio esser recto per uno principo solo cha per piuosuori gubernato. E questo ne persuade ancora la impossibilità aparente di potere fra multi sempre esser vera concordia per tanta varietà di sententie, le quale in diversi homeni diverse se ritrovano, aducendo il comune dicto: «<quote>Tanti capi tante sententie</quote>». Il perché, in tale e tante diversità, fa di bisogno nascere contentione e discordie, per le quale se lacera il bene de la re publica. E ciò habiamo a' nostri zorni spesse fiate veduto e come al presente vidiamo ne la re publica di Genoa, ciptà tanto magna, degna e gloriosa, che certo come il reame non può essere biem recto per duy reale, cussì né la re publica per piuosuori. Che io credo che se lo 'nferno se rezesse a Comune, dove gie è una libra di confusione, gie ne seria centenara. Da presso vidiamo la virtù unita esser più forte assay cha quela dispartita; sententia è di tutty i philosophi. Essendo adonca tuta la possanza e il rezimento di la re publica in uno principo solo, cussy quella se renderà assay più vigorosa che se la ritroverà dispersa ne' multi. E cunzessia che la doctrina per exemplo suol esser più efficace assay, imperò adurò tal exemplo per il dicto nostro confirmare. Non è dubio che piuosor homeni tirante la nave, se quelli nel tirar non se acorderano, cussy quella mal tirata serà; ma se insieme se convenerano, serà molto biem tirata. Adonca, se tanta possanza quanta è quella di tutti quelli che tirano posta fusse in uno solo, non è da dubitare che tal nave più equalmente e meglio / tirata seria, che certo, in tante persone tirante, è verissimile che di luoro gie sia uno più forte di l'altro e che tutti cum una equal potentia a quella tirare non concoreno, sì che spesso acade alcuno di quelli impazar li altri nel tirare. Somegliante è da credere intravenire nel tirar il caro dil bene di la re publica, quando per piusori tirato serà. E tal dir nostro anco confirmiamo pur per l'opera di la natura, che nuy vidiamo in la multitudine di tante ave o ver ape, la natura a governo di quelle darge uno principo regale, over re, come scrive il gran Baxegio. Dice che le ave tra luoro elezeno uno re, non per sorte, non per fortuna et a caso, ma fra luoro quello che è dil corpo prestante e di virtù più potente, il quale non ha aculeo ma è solamente di la potentia di suoa maestà armato e per natura pio, et a questo mai non se rebeleno, e, come questo muore, cussy ne elezano uno altro, e star non sano senza re over principo. E se tale non ritrovano, come dice Plinio, alora se riducono sotto il rezimento dil re di un'altra multitudine, per fin che ne ritrovano uno a lor contento, e fra luoro may non se rezeno a segnori né a populo.</p>
<p>E se in contrario dil dir mio aducerete il glorioso Senato di Vinesia, vi risponderò che mi contradicete cum una cornice bianca, la quale facta è bianca e beata. Il perché i cavalli non hanno potuto correre su le porte enee dil ducato suo, ma pur ancora, per servare la dignità de la monarchia, fra luoro elezeno uno principo che è come capo di tanto Conseglio —.</p>
<p>E fornito il suo dire, se levò Pietro Ziro, huomo certo grave e di auctorità grande nel Senato, e deponuto che ebbe la beretta e rivoltati li ochii ad intorno, incominzò a dire:</p>
<p>Non voglio, padri mei conscripti, che creduto sia che quelle cose che dirò dir le voglia per contendere e contradire a quello che dicto ha il mio fratel mazore, ma pregove che siano tal parole havute sempre in buona parte, il perché facilmente entendo vuy tutti biem sapere che per le contraditione meglio e più chiaramente le cose se dilucidano, come dice il Philosopho: «<quote> Uno opposito, over contrario, apresso l'altro posto, meglio se reluce</quote>», e ciò vediamo per experientia, ponendo il bianco / apresso il negro. Essendo adonca tal cosa nostra degna di experientia e lucidità, per il pericolo grande che incorere poterissimo non facendo buona electione; imperò per far quella megliore e più perfecta, con pace di tutti, contradirò a quello che dicto è per il fratel mio, cussy dicendo: nuy vidiamo, per experientia, dui ochii meglio vedere e più perspicacemente che uno, dui intellecti o tri inseme più elucidamente e meglio discutere ogni altra cosa cha uno solo, e cussy di somegliante. Adonca meglio è per la re publica nostra quella esser recta per la moltitudine cha per uno solo, essendo per la multitudine ogni sua cosa meglio e più perspicacemente elucidata, dove Aristotele ne la Politica: «<quote>Piuosori principante ne la ciptà suono come uno principo che ebba molti ochii e molte mano</quote>». Apresso, è molto da esser observato ne le re publice che 'l biem comune sia preposto al biem proprio. Ciascun principo, sia chi se voglia, è come li altri homeni inclinato per natura più al biem proprio che al comune. Imperò se volga: «<quote><foreign lang="lat">Pro nobis bene, pro aliis competenter</foreign></quote>», sì che concludo più fedelmente e meglio la nostra re publica essere per la multitudine recta che per un solo huomo. Ancora tal cosa persuadeami, che li animi di queloro che governano e reze se puono da ira, odio corrumpere, e de facto se corrumpeno, e la corruptione di tale è casone di la destructione d'i stati, ma a corrumpere uno è più facile cosa cha multi. Pare adonca il stato di la re publica cussì recto per piuosori esser molto più securo. E dicto ho —.</p>
<p>Dietro Piedro si levoe Paulo dal Bondene, huomo certo perito e biem experto, dicendo che luy cadea più presto in la sententia di messer Francesco cha in quella de Piero e quella assay più laudava. E per non parere senza rasone parlare, iungea al suo dire che le rasone dicte da messer Francesco erano quelle che ad ciò dire il persuadea, havendo luy a quelle di Pietro efficace risposte al suo iuditio, ma nientedimeno pur sempre star voleva a la determinatione di la mazuor parte. Dicea adonca, rispondendo a le rason di Pietro:</p>
<p>— Io biem confesso dui ochii meglio vedere cha uno e duy intellecti più perspicacemente intendere e discutere e uno huomo più facilmente poterse corumpere cha duy e tri, et anco ciascuno amare / il bem proprio etcetera. Ma io dico che cussy elezendo un principo dobbiamo biem guardare che ne eleziamo uno il quale ebba di molty ochii e de molte mane e de molti intellecti, come dice Aristotile, e questo serà tal principo, il quale desidera saviamente di bem rezere e biem governare il populo a lui comesso. E dimandato chi serà quello, respondo: quelluy il quale apresso di sé harà savii, buoni e fidati conseglieri, con il conseglio d'i quale se rezerà in le opere suoe, tutte quelle exequendo sempre con gran prudentia, e cussy non se lasserà corrumpere per odio, ira e d'altra cosa. Sì che concludo, al mio picol iuditio, che un principo elezere dobbiamo e non rezerse a comunità, ma che siamo cauti e diligenti in fare tale electione e tutto il nostro sapere circa de ciò rivoltare, che questa cosa cum sì porta gran peso. Ho dicto —.</p>
<p>Nel quarto luoco se levoe Nicolò da Rippa, huomo molto enzegnoso e di lettere ornato, et incomenciò a dire:</p>
<p>Ornatissimi ciptadini e padri mei, io me aricordo haver lecto in la <title>Politica</title> di Aristotile quale è meglio o tuore uno principo per successione di sangue o per electione. E questa tale dubitatione vi porgo dinanti, non senza gran casone, il perché biem so tutti vuy sapere lo illustre Nicolò, già principo nostro, haver lassato molty fioli, dei quali ciascuno seria di principato degno. E ricordendosse nuy di tanto suo amore havuto a la re publica nostra e a tutti nui e di tanti benefitii da luy recevuti, cussy ad me parerebbe che uno de queli è quello che facesse più al proposito nostro elezere doveressimo in nostro principo, che pur è verissimile che ciascuno di questi, per lo inato amor patrio, cum più vero e dolce cuore rezerà la re publica nostra che verun altro, come di ciò havuti habiamo la experientia nel glorioso e pacifico rezimento de lo illustre Leonello, il quale cum tanto amore ne ha gubernati. Ma è pur vero che contra tal iuditio mio mi occorrerà una persuasione pur rethorica, et è questa: il principo che per electione è constituito, se eleze cum arte et cum prudentia, ma quello che è tale per successione, dato è dalla fortuna. Cuncessia, adonca, che ogni cosa tale facta per prudentia sia preeligibile di quella facta per fortuna, cussy concluder dobbiamo meglio esser che nuy con/stituamo uno principo per electione. E ciò conferma la auctorità dil Savio, dicente che 'l principato non si debbe dare al sangue, ma a la vita, cioè a la vertù. E considerando io che fra questi tali heredi biem ne ritroveremo uno e virtudioso e molto da bene e di principato degno, cussì, quelo elezendo, satisfaremo a la electione e al sangue insieme. Il perché mi pare da concludere che fra questy uno elezere dobiamo in nostro principo glorioso. Voglio cum queste mie poche parolle e cum supportatione haver dicto tanto —.</p>
<p>Se levoe dapoy, nel quinto luoco, cum una gran modestia, maestro Nigrisollo, de Tullio fiollo, huomo certo tutto morale e in medicina e in le liberale arte molto docto, il quale nel Senato haveva grande auctorità, e per la suoa facundia et eloquentia, quando parlava, sempre stava tutto il Senato cum le boche asserate e le orechie molto aperte, quello sempre longamente senza alcun tedio, cum gran dilecto aldendo. E cum una voce risonante incomenzò cussy a dire:</p>
<p>Sapientissimi et ornatissimi padri mei, essendo gravemente lo illustre Leonello infermo, io domandai messer Michele, suo medico principale e caro mio fratello, quello che di lui sperava, e me rispuose che senza alcuno dubio per fina pochy zorni era per morire. Il che, subito in la mente mi vene questa tale disceptatione, al presente da nui agitata, la quale, oltra il gran dolore che di tal risposta recevetty, tanto me molestava la mente, che in ciò pensendo, parea ad me non ritrovar riposso, né zorno né nocte, sì che per fina al presente ho molto più assai vigilato cha dormito. E rivoltendome per l'anemo maturamente tal cosa con molte rasuone, pur sempre mi concludea molto meglio essere, per la re publica nostra, quella da uno principo fir governata cha da la multitudine d'i ciptadini. Ma in quello elezere era di bisogno far un gran scruptinio, cioè prima bem investigare le conditione le qualle debbe il principo havere, e se tale se ritrova in alcuno, non è da pensare sopra la electione di quello, che certo, quando uno fosse tale, degno seria non tanto dil principato di Ferara, ma dil principato di tutto il mondo. E biem che non / havesse tutte quelle qualità che narreremo al principo necessarie, havendo la mazor parte e le più principale, al mio parere quello anco seria da esser electo in nostro principo. E per dare ampla materia a ciascuno di vuy di far buona electione, cum supportation di tutti, narerò le conditione le quale haver debbe uno degno principo e quelle aprirò, adciò che da ognomo meglio enteso sia, pregandove tutti cha mi voglia haver per supportato se nel parlar mio serò alquanto longo e tal mio dire non ascrivere a presumptione, che certo tal cose in brieve parole e bene dir non se puono. Vogliate, pregovi, biem considerare quanto tal cosa degna è di longo e maturo scruptinio, che pur mi sforzerò con più breve parolle che poterò, quelle a le reverentie vostre aprire. Mazuori fratelli mei, io ritrovo, rivoltendo i volumi d'i philosophi, XIV conditione, le quale debbe havere ciascun degno principe, e la quintadecima, la quale acciede a grande ornamento e dignità a tutte le altre.</p>
<p>E seguitando in lo numero di quelle, dico che al vero e degno principe alpertiene esser prudente da natura, iusto, temperato, forte, liberale, magnifico, magnanimo, di honor amativo, humile, mansueto, amicabile, verace, iocundo et eloquente, con le quale, se si congionge la beleza e formosità dil corpo suo, cussy tutte se rendeno più grate e più iocunde a' populi. Imperò biem dicea Virgilio: «<quote><foreign lang="lat">Gratior et pulchro veniens de corpore virtus</foreign></quote>». E quel principo che tutte queste harà, o in la mazor parte, cussy se renderà tutto studioso e solicito al bene di la re publica suoa. Queste adonca tal splendide vertù, in lo principo degno necessarie io con suo ordine proseguitarò di una in una, adciò che <foreign lang="lat">saltim</foreign> da li homeni docti de lectere siano meglio entese, e per tal suo intendimento possiamo descernere e meglio aprovare la electione che dil principo far dobbiamo —.</p>
<p>Era, come è dicto, sempre nel Senato tanta la auctorità di questo huomo e la suoa eloquentia e facundia ad ognomo grata, che biem mille anni parea a ciascuno che nel dir suo proseguisse. Il che, per tanta suoa dolce expectatione, may non parea il suo / dire troppo longo. Proseguitendo, adonca, dicea che bisogno era che 'l principo da natura fosse prudente, cumcessia che la prudentia drize ogni altra vertù et ogni atto humano in buom fine, e che di ogni tale operatione quella sia il temone; che, come dicto habbiamo, il principato è uno offitio honorato cum dignità coniuncto, il quale ha a governare la gente a luy comessa, e quella in buon fin drizare. Imperò Aristotile: «<quote>Quelli estimemo prudenti i quali sanno ad sé ed altri biem provedere</quote>»; che certo il principo è come patrone di la nave e il populo è la nave, la prudentia come il temone, e come il patrone con il temone driza la nave dove vole et al termene che vole, cussy il principo fa il populo con suoa prudentia, quello gubernendo come vole. E di la prudentia voglio da me tanto dicto sia, essendo stato tanto di ley dicto de sopra, e questo iungerò, che molto alpertiene al principo recognoscerse esser de Idio ministro e il popul suo in quello drizare, che chi Idio biem non cognosce e quello non teme, non può esser prudente, dicendo il propheta: «<quote><foreign lang="lat">Initium sapientiae est timor Domini</foreign></quote>».</p>
<p>Dicevamo, segondo, che iusto esser conviene, adciò che per iniustitia suoa de principo non divente tyranno, e che il felice suo stato non si riverse, che la iustitia è quella che parturisse la pace e la concordia d'i ciptadini. E che bisogno è al principo persuadere la iustitia, che biem so ciascuno sapere la iustitia, come dice Aristotile, esser di le virtù tutte la più preclara et in ciascuno principo maxime necessaria, cuncessia che ogni principo nominato sia vero custode de la iustitia, come il pastore de le pecore? E chi pur non tacerò che non aricorde Idio, dil tutto principo, esser la summa iustitia?</p>
<p>Vuole esser di temperantia ornato, che non è cosa che tanto renda il principo ignominioso quanto la intemperantia sua in ogni suo acto, che quello rende a' populi odioso e senza riverentia havuto, aricordendo in questo luoco Sardanapallo, principo intemperato.</p>
<p>Debbe esser forte, adciò che in tanta suoa licentia di peccare non / se lasse venzere a la dolceza di le voluptà, il che, de virtuosa forteza vestir se debbe, adciò che nel tempo di le guerre se ebba ad exponere senza timore ai pericoli et arsaltar le cose ardue pur per biene et utilità di la re publica suoa e cum suo forte animo rendere i populi vigorosi e forti.</p>
<p>E che dir debbo de la liberalità, la quale, biem che sia da esser laudata in ogni huomo, maxime è da esser laudata nei principi, come in queli anco l'avaritia è da esser più vituperata che de la liberalità? Pur tanto dirò che la è in ogni principo molto necessaria, et in questo luoco non tacerò che non dica queluy esser liberale il quale dà con l'anemo libero, a cui il dà tanto quanto il debbe secundo il merito, e dà a la persona che tal dare o ver duono merita, e dà per rispecto di bene non di male, e che in tal dare non il promove delecto voluptuoso né tal voluntà, ma solamente il merito e la vertù di queluy a chi il dà. E per tal dire concludo esser molto difficile al principo tenir la liberalità suoa, per sì facto modo che alquante fiate non casche in prodigalità, che certo tanta licentia di pecare quanto hanno i principi e di poter seguire ogni soa voluntà, havendo denari e robba assai, è gran incitamento a condure facilmente l'uomo in prodigalità. Et è sì forte e potente che per experientia vidiamo i principi farse prodigi, daendo il suo a chy non il merita e cussy dando più che non doveriano. Et anco tal duoni la mazor parte fanno pur per voluntà, senza rasuone, e spesso per amor lascivo, che pur vidiamo tal gnatoni, histrioni, homeni di cativa conscientia esser da luoro premiati per suoe vane opere o per qualche cativo aviso da lor dato, o per qualche cativo obiecto che a luoro delectano, non dico però di ruffianezo, che il liberalle biem mesura la quantità dil duono, la virtù di queluy a cuy il dà e il fine buono. Il perché cussy dona e dà, che certo spesso sia meglio per luoro che non havesseno tanta robba, né tanta licentia, sì che il buom principo debbe esser liberale, non prodigo, e dar e donar a' buoni che il duono meritano, e da sé scazare tal / gnatoni, buffoni e homeni vitiosi, e volere dai vertuosi e non da questi vitiosi fama e gloria expectare. Che 'l principo debe esser come il padre di fameglia, il quale ha moglie, fioli e servi e la casa debitamente governa, che la re publica è la moglie dal principo sposata, i ciptadini suono suoy fioli, la ciptà è la casa e i servi; che 'l buom principo debbe haver buona cura di la moglie quando è inferma che non muora, come il buom marito, e debbe studiar ai suoy mancamenti. E come il marito veste et adorna la moglie e non la lassa andar strazata, cussy debbe il principo la re publica ornare e non permetere che quella strazata sia, e, per somegliante, cura dee haver di la casa, che non piove, che non ruine, quella adornendo e substinendo, suplendo a' suoy manchamenti, ai servy dare e donare, distribuendo tal duoni secondo i meriti e le persone, e in lo dare sempre haver mesura. E di questo nostro dire, biem pare esser manifesto come la liberalità è spetie di iustitia, il perché a ogni principo iusto apertiene esser liberale, non prodigo, adciò che le spese non sopravanzie la intrata, che, sopravanzendo, <foreign lang="lat">finaliter</foreign> de liberale non divente avaro. E per tal liberalità i principi apresso li altri populi acquistano buona fama e gloria e suono dai soy meglio amati. Dico buona fama, che, dendo a' buffoni e ioculaturi e a' maldicenti e vitiosi, acquistano infamia et odio dai suoy e da' li straney, che certo non so laudare quelli che fanno molti doni per acquistar fama vana da' vani homeni, che il più de le volte ciò fanno per una obstentatione cha per voluntà e spesso per vergogna, adciò che dicti siano benefici, che certo è pur uno simulare, il quale è più coniuncto cum una vanità cha cum liberalità et honestà. E forsi vuy, preclari ciptadini, me acusate di tanto mio dire de la prodigalità, ma ciò facto ho il perché ho voluto ciascuno entendere dovere la mazor parte d'i principi essere o prodigi o avari, cussy ritrovendossene pochi che tengano il mezo, cioè che liberali veramente siano./</p>
<p>Dicessimo, apresso, il principo conve nire essere non meno magnifico che liberale, che la magnificentia consiste in l'operare come la liberalità in dare, che queluy è magnifico che fa le opere magnifiche. La quale magnificentia i principi prima dimostrar debbano inverso il culto divino, come a construere magnifici templi, ogni altra cosa al culto divino pertinente liberalmente e magnificamente adimpire e per somegliante ne la ciptà suoa fare, facendo magnifiche cose a sua perpetua fama e gloria pertinente, vivere, vistire magnificamente, e tal suoe opere magnifiche in li subditi suoy degni e che ciò hanno meritato extendere e communicare. Sì che certo non so laudare quello principo che veste troppo humilmente, siandogie tal vestire attribuito a parvificentia et avaritia. Ma pur dice Aristotile che, queluy che in tal opere magnifiche più expende che non porta la suoa facultà et excede la qualità d'i suoy rendidi, se nomina <foreign lang="lat">benasos</foreign>, cioè fornace e fuoco, cussy mandendo el suo in fumo, che è vitio e non virtù.</p>
<p>Vole ancora il principo esser magnanimo, la quale magnanimità più resguarda lo honore cha le cose, il che biem nominar se può virtù di honor amativa, di la quale li extremi poneno philosophi esser pusilanimità e presumptione, che queluy chiamato è pusilanimo il quale per parvità di animo se smarisse in le gran cose; presumptuoso è quello che in le gran cose se intromette, quelle non potendo adimpire, i quali Aristotile nomina ventuosi, che la magnanimità sede fra questi estremi, repremendo la pusilanimità, moderendo la presumptione. È adonca la magnanimità circa i grandi honori e virtù, che da veruno, spetialmente da' principi, non è più da esser dignificati i beni exteriori cha lo honore, cumcessia che questi tali beni siano instrumenti a conseguitar honore. L'uomo magnanimo se expone ai gran periculi e non perduona a la vita per conseguitar grande honore e fama, puoco extimando i beni exteriori E ciò maximamente fa quando / intende per tal suo exponere la vita conseguitar cosa a Idio molto piacente, quale seria morire per la fede, o di extrema utilità a la sua re publica, come serebbe quella dal sacomano liberare. Questo cotale magnanimo è vero amatore di la verità, non ficto, non doppio, come esser debbe ogni principo di principato degno, il quale esser debbe buom exemplo ai soy populi, rendendolli veraci, e debbe sempre stare in dare e retribuire ai soy secondo loro meriti con liberalità, come dicto è.</p>
<p>Debbe il principo esser dil suo honore amativo, non però tanto che di quello dovente ambitioso, sì che il para tutto il fine suo ponere in essere honorato, ma sempre debbe esser desideroso di far cose di honor degne.</p>
<p>Vuole essere humile, cumcessia che 'l Signor dica: «<quote>Beati li humelly, d'i quale è il reame dil cielo</quote>», che biem a quello re celeste i terrestri conformar debbonse. L'huomo humelle in le cose sue honorifiche non cerca più honore di quello che vole la rasone, ma se pone fra la superbia e la deiectione, di la humiltà dui extremi, sì che repprime e dispresia la superbia e modera la deiectione, la quale nel vestire non moderava il principo padoano di sopra aricordato.</p>
<p>A la magnanimità gi è annexa la humiltà, che 'l magnanimo non estima né fa gran caso de le laudatione de li homeni. Chi adonca vole esser magnanimo conviene sia humille. Ma io comendo molto che 'l principo sempre tenga sì factamente il culto dil suo stato et in tanto honore che non cada in contempto d'i suoy populy.</p>
<p>Molto al principo conviene la mansuetudine, la quale è mezo fra la ira et irascibilità, che l'uno e l'altro extremo modera, che il principo per ira non debbe esser molto precipite a vendetta che para tal suo punire esser da luy facto per vendicarse, ma quelli tali delinquenti debbe cum mansuetudine corezere, che la ira, come dice Catone, in tal punitione alcuna fiata impaza il vero iuditio.</p>
<p>Alpertiene al principo esser amicabile, che la amicabilità è una benivola conversatione et è una vertù, la quale prepara tutte le opere de li homeni e il suo tutto parlare ad una honesta conversatione, la quale se puone fra la superhabundantia e defecto, che alquanti suono i quale se mostrano esser troppo amichevoli, / come gnatoni, blanditori e troppo sotiali. Alquanti suono che da tal compagnia se ritragono, come i desviati, che suoli vadeno, e alquanti agresti e rusticali che con li altri huomeni né vogliono né sanno accompagnarse; sì che al principo apertiene sapere moderare tal extremi, che per troppa sua familiarità non cada in contempto e somegliante per farse troppo salvatico. Questa tale amicabilità spesso sole esser accompagnata di simulatione e di falsità, da le quale il principo più che puote ritraher se debbe, dico più che puote che certo, al mio parere, quello conviene spesso simulare per multi scandali evitare.</p>
<p>Se debbe il tuto degno principo enzegnare di essere verace, che la verità è virtù troppo degna, dove il Salvatore, di sé medesimo parlendo, dice: «<quote><foreign lang="lat">Ego sum via et veritas</foreign></quote>». Questa tale reprime i manchamenti e modera la iactantia, che vidiamo li homeni partirse da la verità il più de le fiate o per troppo laudarse o per troppo vilirse. Ma più cha in veruno altro la verità debbe locarse nel principo, il perché la bosia più in lui despare, come la machia in lo più nobel vestito, che il principo è il spechio dil biem vivere d'i suoy populy. Né veruno certamente biem vivere può, nuomà coluy dil quale la verità è a la vita consona, per la qual cosa è summamente decente al principo attendere quello che 'l promette. Ma inanti che 'l prometta tal cosa, debbe prima biem masticare, adciò che, non attendendo, sia dai populi bosadro riputato, che certo le bosie in uno principo suono la morte di la sua bona fama.</p>
<p>Debbe il principo esser iocundo e iocundità ritrovare a tanti suoy affanny, che, come dicto habbiamo, l'arte debbe la natura imitare. Vidiamo che drietto tante fatiche havute da l'uomo il zorno, la natura haver introducto la nocte, adciò che in quella se riposse. Cussy anco debbe il principo fare drieto suoy tanti affanni di l'anemo, ritrovar qualche cosa che a quello iocundità e piacere daga, come uccellare, cazare o a qualche solacevole ioco iuchare, come di sopra è anco aricordato. E in questi solaci fa bisogno che se ebba sì a moderare, che quelli non ritorne in nocumento a la re publica suoa, che questa / iocundità è una vertù da Aristotile eutropellia nominata, la quale ha a moderare i giochi, lo uccellare, cacciare e somegliante, et anco ha a corezere la paucità de 'quelli, che, se il principo a tal iocundità non se desse, seria dai populi non principo ma come agreste huomo riputato. E se debbe anco il principo guardare che tali suoy iochi non siano puerili, ma modesti e liberali, né suono tal iochi da esser riputati vanni quando cussy suono ordinati a buom fine, cioè in relevamento e recreatione di tanti suoy affanni, adciò che da puo' si ritrove il principo più vigoroso et ardente al bene de la re publica. Ma se per tale recreatione se distrahesse da le bone opere, certo quello seria de reprension degno. E di questo luoco togliamo che le parolle iocose et facty iocosi non suono sempre da esser accusati, come spesso fanno alcuny agresti religiosi, che anco di Zuane evangelista se leze che con i discipuli suoy a certa hora dil zuorno iocava a trar cum l'arco, e ciò vedendo, uno rustico se meravigliò di luy, il perché enteso haveva di la sanctità suoa grande. E ciò vedendo Zuane in spirito, chiamò ad sé il rustico e dimandollo se tutto il zorno trar se poteria con questo arco. Rispuose che no. Dimandò il perché. Respose che 'l se rumperia o se snerveria. — Cussy — gie disse Zuane faria anco il corpo nostro se sempre stessimo in oratione —.</p>
<p>Apresso iungerò che i principi debbono discorrere le contrate di la ciptà, adciò che se rendino iocundi a tutto il populo. Apresso, che como boni padri di fameglia dezeno circuire, vedendo se la casa sua (cioè la ciptà) ha o no le mura, o in le strate, o in le case alcuno diffecto, se manazano ruina o somegliante, e quelli deffecti corezere dendo alturio a' poveri et impotenti, e non circuire per vagezare e far despiacere ad alcuno suo ciptadino. E per tal casuone credo fosse introducto il cavalcare de' segnori per le ciptà.</p>
<p>Dicea di sopra la eloquentia essere nel principo molto necessaria, <foreign lang="lat">specialiter</foreign> quella che è da natura, che anco di l'accidentale, per arte acquistata, vole esser docto, a che ciò cum questa preclara e divina virtù seppa i populy suoy biem confortare a le cose necessarie e utele a la re publica / e quelli consolare ne le suoe adversità, e quelli rendendoli animosi ad ogni altra cosa, e cum quella i seppa refrenare da le cupidità suoe inhoneste, da le suoe iracondie e somegliante cose, come cadde di zorno in zorno nei populi. E che cosa esser può di questa in uno principo più prestante cha cum una grande admiratione da quelloro che l'alde parlare esser riputato degno di principato? E che cosa più gloriosa esser in luy può cha sapere doctamente dimandare, più saviamente rispondere e in tal cose a generare di sé una grande admiratione apresso i populy suoy? Che certo li homeni e le campane suono per simel muodo laudati, li homeni per il suo dolce et elloquente parlare e le campane per il suo suave suono, che pur certa cosa è che il savio et eloquente parlare induce li auditori a meraviglia. Il che, biem pare questa eloquentia esser accomodata ad ogni cosa, imperò è nel principo necessaria.</p>
<p>Et a queste quatordexe conditione nel principo necessarie aiungo la quintadecima, la quale è grande ornamento de tutte le altre, rendendo a quelle apresso i populi gran splendore. E questa è la bellezza e formosità dil principo, che certo tal spetiosità rende l'uomo et ogni suoa cosa più grata assay che se bruto e disformato fosse, come di sopra è stato aricordato di auctorità di Virgilio: «<quote><foreign lang="lat">Gratior et pulchro veniens de corpore virtus </foreign></quote>». Ma forsi direte: chi havesse un tal principo se potria laldare di havere una cornachia biancha. E dove si ritroverà alcuno tale? Vi rispondo che forsi se ne ritroverà uno, e non senza gran casone tante cose suono in questo luoco aricordate. E se pur non havesse tutte queste conditione e havesse la mazuor parte e principale, cussy me pareria de non pensar altro nuomà quello in nostro principo elezere.</p>
<p>Voglio di le conditione dil principo haver dicto tanto, adciò che, essendo cussy biem aperte e dechiarite, la brigata seppa miglior electione dil principo futuro fare, che a tanto longo mio dire non mi ha conducto la doctrina d'i mey mazuori ma la imperitia d'i menori. Spiero di esser stato sì biem enteso in tal mio dire, che drietto di me serà qualcuno che ritroverà tal / conditione in uno huomo, il quale non dubito a tutti piacerà —.</p>
<p>Drieto maistro Nigrisollo levavassi Antonio Gaio, il quale, levendosse cum una gran gravità, che pur de lettere huomo era, incomenzò a dire:</p>
<p>Prestantissimi mazuor mey, hora mi par questa tal nostra futura electione esser stata nel Senato vehementemente e cum gran lucidità aperta, sì che mi pare facilmente concludere che la mazuor parte concorra in questa sententia, molto meglio essere per la re publica nostra quella esser dovere governata per uno principo che per pluralità de' ciptadini, in la qual sententia io concoro per le rasone le quale hanno composto quasi tutti vui. Et affirmendo tal sententia, dico più che biem guardare dobbiamo e con gran diligentia che nuy eleziamo uno principe di le conditione aricordate, biem docto e <foreign lang="lat">saltem</foreign> de le piuosore e de le principale. E il perché mi pare esser stato dicto assay in generalle, hora mi par tempo che nuy descendiamo a le particularità. E non facendo altra mia scusa, cussy io incomenzerò, cum pace di tutti, aricordare uno in particularità, il quale secundo il mio iuditio, è di tal quindece conditione aricordate tutto ornato o <foreign lang="lat">saltem</foreign> in gran parte e de le principale. Apresso che ha la sextadecima conditione, la quale a molti spiero dover piacere; apresso che ha una septimadecima, che mi rendo conto moverà li animi di molti a quello elezere in principo nostro.</p>
<p>Amantissimi mazuor mei, biem so esser stato aricordato che 'l principato dar se vuole per electione e vertù e non tanto per sangue, e questa tal sententia al presente non voglio riprobare, ma voglio biem questa laudare, che se tale electione nostra far potiamo per electione e virtù e per successione di sangue, che nulla di tale puote esser megliore. E rivoltendome adonca a la persona de lo illustre Borso, dil sangue d'i nostri principi passati, cussì me pare in lui ritrovare le qualità nel principo necessarie et aricordate apresso la successione dil sangue, sì che, facendo in luy nostra electione, parme, salvendo sempre ogni / meglior iuditio, che quello in nostro principo elezer dobbiamo, che, discorrendo le conditione dicte, le quale da Aristotile son quindeci aricordate, io in questo degno huomo ne ritrovo dexedotto, como chiaramente entenderete. Il perché, adonca, è huomo che questo nostro principato e mazuor assay degnamente merita. Voglio adonca, cum brevità di parolle, quelle in vostro conspecto narrare, adciò che al luoco mio sia meglio e più degnamente satisfacto e che la brigata entenda se di ciò facto ho buom iuditio.</p>
<p>E seguitando l'ordine posto per il fratel mio mazuore, mastro Nigrisollo, incomenciarò da la prudentia suoa, la quale per il dir mio chiaramente se comprenderà. E prima dirò di la prudentia di quello circa il culto divino, che è la prima parte di la prudentia. Questui, havendo Idio in gran riverentia e la Giesa sua, come ognuomo estimar debbe, per suo exercitio spirituale ogni zorno dice l'<emph>Offitio</emph> entegramente come se prette fosse, e ciò è a tutti vuy noto, che quello per nulla il lassarebbe. Apresso io revoco a la memoria vostra il grande alturio da lui dato a la fabrica dil monastiero dil Corpo di Cristo, il gran suo subsidio facto a quel di santo Augustino, nei quali luochi suono uno centenaro e mezo di verzene che zorno e nocte pregano Idioper il bene di questa nostra ciptà. Taceroglio forsi quello che continuamente fa a quelli devoty de Sancto Spirito religiosi; che per il bem di questa ciptà stanno in continua oratione? Suon forsi tal degne opere da esser dimenticate? O Ferara, quanto debito hay cum questo huomo, che ora è venuto el tempo de recognitione d'i tanti suoy benefitii!</p>
<p>L'altra parte di prudentia, che risguarda le cose temporale, a nuy chiaramente ne puote esser manifesta per la electione di lui facta dal prudentissimo Senato di Vinesia e da quello di Fiorenza insieme colligati, che essendo prima cum luoro, di anni circa dicesepte, suo conductore di cavalli tricento, cognoscendo tanta in lui prudentia suoa, la grande habilità ne lo exercitio de le arme, il suo animo / magnanimo, non dubitorono di farlo capitano, di anni dicenove o circa, di cavally mille e dosento. Taceroglio forsi che'l stato nostro nel tempo de lo illustre Leonello fosse per luy in la mazuor parte governato, sì che essendo consueto di principare, certo cussy ne saperà meglio governare, che malgovernare sa chi non è usato di principare? Sì che questuy ha di ciò l'arte e la experientia, le quale nui tutti experto habiamo.</p>
<p>De la sua iustitia singulare voglio vi sian testimonii i vostri ciptadini, i quali erano cum luy in campo, che tutti stavano come religiosi per rispecto de l'altre compagnie.</p>
<p>Sua temperanza n'è manifesta in li acty suoy, cumcessia che in quelli serve modestia.</p>
<p>La forteza di l'animo suo anco quella entesa habbiamo nel tempo che in campo era.</p>
<p>La liberalità sua de zorno in zorno dinanti li ochy suoy dimostrata ne è per li doni facti ai ciptadini et a' suoy famegli.</p>
<p>La magnificentia suoa bem dimostra in le magnifiche sue spese che tuttavia fa, et anco questa tale, come dicto è, dimostrò ne lo edificare di tal templi, ai quali gie fece cussy magnifico subsidio.</p>
<p>La suoa magnanimità dimostrò cum grande ardire quando era in facti d'arme, non temendo i pericoli per conseguitar honore.</p>
<p>Quanto il sia mansueto, quanto humele, quanto amicabele non mi pare esser di bisogno aprire, cumcessia tal cose esser a nuy tutti più cha manifeste.</p>
<p>Quanto sia iocundo et amabile nui il sentiamo, che certo non dico huomo tanto, ma non è femena né garzone che quello non ame cum grande dilecto, che forsi di la cha' da Este non fuò mai uno tanto dal popul nostro amato.</p>
<p>Quanto sia eloquente, di la eloquentia naturale, quanto dil corpo spetioso, quanto verace non è necessario ciò provare, che, come dice Aristotile, la cosa per sé manifesta non ha bisogno di probatione. Infine voglio dire quelo che disse Homero di Priamo: «<quote>La formosità e beleza di Priamo degna è d'imperio</quote>» sì che / a me pare in questo huomo essere le quindeci conditione di ogni degno principo.</p>
<p>Apresso habiamo la sextadecima e la septimadecima, cioè la beleza e formosità e la successione dil sangue in luy, che è la decima otava, et, apresso questa, di aricordo degna è la grande obligatione cioè che habiamo e la ciptà nostra a questo huomo per i benefitii da luy recevuti. Il che biem concludere potiamo che la electione di lui facta in nostro principo megliorare non se puote. Adonca in quella procediamo arditamente, senza scrupolo alcuno di dubietà, quello in nostro principo elligendo. Voglio tanto, cum pace di tutti, di tale electione dicto havere —.</p>
<p>In ultimo luoco se levoe Catone, al quale il Senato in gran parte dato gie haveva auctorità di tale electione fare, parendo di voler stare a la determinatione sua, sì che la brigata, cum grande expectatione e desiderio, stava attenta per entendere quello che di ciò luy dir volea. E cussy, levato cum una gran maturità, divolvendo gli ochy dintorno a tuto il Senato, incomenzò a dire:</p>
<p>Amantissimi ciptadini mei, biem facilmente entendo vuy haver posto sopra le mie spalle in gran parte questo gravoso peso, il quale certo prima molto mi aggrevava; ma quando da vuy enteso ho tante chiare e dimostrate rasuone, tante nobel persuasione, cussy de gravoso me facto molto leziero, <foreign lang="lat">spetialiter</foreign> per quello che al presente dicto ha, e saviamente, Antonio al vostro conspecto, che certo, biem che sia di tutti vuy più antico, non mi vergognerò di dire che in me non è cosa di tal materia che da vuy non sia stata veduta e cum gran gravità expedita. Per la qual cosa mi pare che ormay fine imponer dobbiamo a tanto nostro disputare e pervenire a tanta gloriosa particularità per Antonio aricordata. Che, entendendo io tante e tutte le conditione in lo illustre Borso trovare, le quale suono nel digno principo necessarie, iungendo che dil sangue d'i principi nostri passati è composto, cussy concorro ne la opinion de Antonio che lo illustre Borso in nostro marchexe / glorioso elezer dobbiamo. E tuty vuy confortar vi vo' che far dobbiate, che, a tale electione fare, anco muover vi debbe le voce submisse che drieto da me aldo che dicono: — Borso, Borso, Borso —, e quelle che cridano in piaza, che pare dal ciel venire, che per fina i parette cridano: — Borso! —.</p>
<p>Et inanti che compito havesse de dire, incomenzuorono in consiglio cridare ad alta voce: — Borso marchese! Viva Borso nostro principo! — E, ciò aldendo, il populo che en piaza stava aspectendo tal determinatione dil Senato, per somegliante, cridare incomenzò: — Viva Borso!— E tanto era il gran stridore di tal voce, che tutte le contrate propinque di la ciptà resentiano tal rimbombo. Il che, putti, femine et ogni altra persona, chi per la contrata, chi a le finestre, cum vulti aliegri ridendo, cridavano: — Borso marchexe! Borso marchexe! —. E tutti di tale electione Idio ringratiavano.</p>
<p>E sedato che fuò tal rimbombo e gran cridare che l'aere sfendea, subito il Senato ellesse quatro ciptadini di grande auctorità, quelly drizendoli a lo illustre Borso per suoy ambassatori, il quale era a Belriguardo, distante da Ferara miglia octo, dove lo illustre Leonello haveva la vita cum la morte commutato, nel qual Belriguardo gi è uno palazo signorille e meraviglioso, il più bello che ebba in villa alcuno signore christiano. E per aprire suoa magnificentia dirò queste puoche parolle, che in la fabrica di quello, senza le opere manualle, spese il magnifico et illustre principo Nicolò marchexe aricordato centomillia ducati d'oro.</p>
<p>Il che questi ambassatory, il sequente zuorno, tutti vestiti di veste lugubre, andorono a Belriguardo, et essendo apresentati dinanti de lo illustre Borso, maistro Nigrisollo di Tullio, cum una gravità levendo gli ochy e risguardendo il ciello, sublevendo anco le spalle, en quelle strenzendosse, dimostrando il suo gran dolore, cussy incomenziò a dire.</p>
<p><emph>Oratione ornata a lo illustre Borso per li oratori de la comunità di Ferrara.</emph></p>
<p>Pensato mai non havevemo, illustre Borso, cum tal lugubre veste e cum tanta nostra mestitia e gran dolore dinanti ad te comparer dovere, cumcessia che tuta nostra speranza fusse che lo illustre Leonello, tuo fratello e già principo nostro, dovesse per molty e molty anny a nuy viver dovere, essendo di tanta modestia di vita, di tanta benigna complexione cum il cuor suo caldo coniuncta, che tal cose per natura prometeno pur longità di vita; il perché biem speravimo luy dovere li anni dil padre tuo superare e piú lungamente vivere. Essendone adonca cussy subito da la morte dinanti gli ochy nostri ensperatamente tolto, è da credere ciò esser intravenuto per voluntà de Idio, il quale ha voluto l'anima suoa, che cussy gloriosamente ha vivuto, per i suoy degni meriti, quella nel suo glorioso sino collocare e quella perpetuamente felice rendere e non più lassarla in subiectione di la fortuna. Che certo pur troppo misera cosa è sempre stare subiecto a quella, spetialmente i principi, i quali sempre viveno in gran timore di la fortuna, la quale spesso rende de felice infelice per sua tanta instabilità, invidia e crudellità, che creder anco dobbiamo per tal suoa morte Idio haverne voluto dare tanta alegreza, che, Idio laudendo, dir potiamo: «<quote><foreign lang="lat">Benedictus ipse qui in Domino mortuus est</foreign></quote>». Che pur da credere è ciò esser vero, quello havendo tolto in suo felice stato, che, como dice Seneca morale: «<quote> Quando la vita di l'uomo è felice, alora la conditione di la morte suoa è optima</quote>». Che, drieto di quella, cussy conseguita eterno e glorioso stato, che cum gran gaudio ciò de lo illustre Leonello tuo creder dobbiamo, havendo luy lassato di sé tanto felice nuome e tanta gloriosa fama. Il perché ognuomo il predica beato, che la buona fama di l'uomo, cussy da tutty populi commendata, may non suole mentire. Essendo adonca tanto pianto Leonello et alamentato, lassendo drieto sé sì glorioso nuome, e spetialmente da li homeni prudenti e virtuosi, non è da dubitare quello essere in paradiso, da Idio segniore posto e facto principo glorioso in ciello, che certo non è a' principi / cosa più prestante, né da luoro esser più desiderata, come il glorioso suo nuome, che tal splendor di gloria e di nuome molto più reluce nei principi cha in li altri homeni. Non è adonca da nuy esser pianto, né de suoa morte dolere se debbiamo, e spetialmente, essendo cussy felicemente morto et havendo per tal suo beato vivere ricatato tanto buono albergo, che a luy doverebbe esser intravenuto come a ciascuno il quale lietamente muore, che quelluy iocundamente more, il quale se sente haver menata vita buona, cioè a Idio piacente. Per le qual cose, illustre Borso, ti sapemo confortare de la morte dil tuo caro fratello, cussy alegrar ti debbi e non tristarte et ormay astergiere li ochy tuoy da tante lacrime dolorose e quelli far gietare lacrime di alegreza, cussy entendendo quello ne le sedie eterne regale come degno principo esser collocato; che pur proprietà è dil savio huomo come tu sey de non più dolerse de la cosa suoa quando è perduta, quella cognoscendo non esser più recuperabile.</p>
<p>Siamo adonca ad te venuti adciò che da li ochy nostri ebbi ancuora a scazare tante lacrime di dolore e quelli riempire di lacrime di dolceza, che ciò fare lievemente poterai se il tuo volere uniray con il nostro. Siamo ad te venuti con il cor pio e vero, supplichendoti che a questa nostra imsperata iactura e gran piaga cum la tuoa sancta medicina soccorrere dignar ti vogly. E per quella da te obtenere, mandati ti siamo ambassatory et oratori dal popul ferarese, sperendo quella da te lievemente obtenere, la quale è che sopra le spalle tuoe poner vogly la bachetta dil rezimento di Ferara, la quale biem cognosciuto hanno per lo passato tu in gran parte portata e substenuta havere, che se rende certo che tanto amore e la grande affectione che a quello hay, ti farà quella facile e lieve a substenere. Il che, concludendo, ancuora ti supplichemo cum ogni nostra forza e dolceza di cuore, quello che domandemo negar non ne'l vogly, adciò che, cussy essendo tu facto nostro principo, ebbi a scaciare ogni / moerore dal cuor nostro e mundare li ochy nostry da ogni lacrima dolorosa, che certo nulla medicina di la tuoa megliore trovare non ha saputo. E, repplichendoti, supplichemo ciò far vogly volentiera, adciò che in consolatione et alegreza tiecho viver possiamo in perpetuo. <foreign lang="lat">Ad laudem dei. Amen —.</foreign></p>
<p><emph>Ornata responsione de lo illustre Borso a quelly.</emph></p>
<p>Non mi rendo puoco obligato, prestantissimi ciptadini, a quella re publica nostra, che in tanto mio dolore e mestitia se ebba dignato di mandarme per ambassatori cussy facti venerabili e sapientissimi homeni e di tanta reputatione come vuy sette, venuti ad me più per consolarme, non tanto cum dolce parolle, ma ancuora cum una grandissima offerta quanta è quella dil governo e dil principato dil stato di Ferara. Ma non potendo per tanto mio gravissimo dolore e continuo fluxo di lacrime, come biem comprendette, rispondere a vuy cum quella longeza e dignità di parolle le qualle in questo caso seriano $146$necessarie, cussy ad me darete perdono se cum puoche me asforzerò in qualche parte al debito mio satisfare. Il che, in prima, di ciò referisco gratie grande, tutte quelle che posso, a Idio mio del tutto segnore; referisco ancuora gratie non piccole a quella magnifica re publica et ancuora a vuy, spectati ciptadini. E non potendo io più parlare, vogliati, pregove, di queste mie puoche parolle star contenti e quelle cum grato animo ricevere. Questo peso che vuy me confortati sopra le spalle mie ricevere, io di buom core assumere il voglio per satisfare a tanto amore e suo desiderio quanto quella magnifica communità in verso di me dimostrato ha, adciò che mai dicto non sia di tanto benefitio me esser stato ingrato, apresso che non se dica che per pusilanimità io quello negleto ebba. Sì che, come desideravi, ritorniate alegri e cussy tutti di ciò ralegrar faciate, che vi prometto non temerò fatica alcuna per satisfar al bene di quella re publica, sforzendo/mi di superare tutty li altri si— gnor mei passati in quella bonificare, riccomandendome sempre a quella magnifica re publica vostra.</p>
<p>E tolta la debita da luy licentia, partivasse li ambassatori, ritornendo a Ferara.</p>
<p>E congregato il Conseglio, cussy referirono la gratissima risposta de lo illustre Borso, e quanto gie fosse dolce e iocunda manifestò le dolce lacrime e vere che dai cori di tutti veniano, che, e piccolo e grande, per alegreza, da pianzere contenere non se potea. Né prima fornita fue tal suoa risposta, che subito le voce incomenziorono l'aere sfendere e il ciello penetrare, gridendo tutty ad una voce: — Borso, Borso! — Alquanti pur in zenochiuni se ponevano, alzando le mane e gli ochy al ciello, Idio sempre rengratiendo, pur dicendo: — <foreign lang="lat">Te Deum laudamus —,</foreign> sì che tutta Ferara dil nome di Borso rimbombava.</p>
<p>E sedato tanto rimbombo e strepito, aluora il Senato ordinò certi offitiali, i quali havesseno per lo zorno sequente ad ordenare il modo che tener se doveva per andar in contra a lo illustre Borso e quello in pallazo d'i segnori usato condure. Il che, ordenoreno che i fanzulleti prima muover se dovesseno cum rame di oliva e zoglie, e quelli seguitar dovesseno le Arte tutte cum i confalloni; i zintilhomeni montar a cavallo e incontra di quello andare. E ciò fuò facto, che tutto il popullo, il sequente zorno, da può manzare, se movette et andarono per fina a san Zorzo, fuora di la terra una balestrata, dove zunto era lo illustre Borso cum i zintilhomeni; et in questo deponete la vesta negra che per il fratel portava e vestite una rossa d'oro, de principo degna, cum una beretta da principo. Montò da puo' a cavallo sopra un caval bianco come armelino, cussy quello seguitendo i zintilhuomeni et anticipando i fanciulletty, seguitendo il resto dil populo. Entrava adonca lo illustre Borso cum tanto populo e ordene dentro da la terra, ma pur, il perché ancuora il dolore di la morte di Leonello occupava le viscere de alquanti, quelli cussy senza strepito se movevano, ma fanzuletti e il resto di la brigata, sfendendo l'aere, frequentendo le voce, cridavano: — Borso, Borso! Viva Borso marchexe!— chi dicea: — <foreign lang="lat">Benedictus qui venit in nomine Domini. Osanna in excelsis —,</foreign> chi altre somegliante parolle pur di grande alegreza, che tal voce certo mai non manchavano. E pur lo illustre Borso cum gran gravità la brigata seguiva, come prudente, il quale ancora haveva il cuor adolorato per la morte dil caro fratello. E cussy, seguitendo il populo, pervenia cum grande admiratione a la giexia Katedrale, che certo pur era cosa stupenda a vedere per le contrade tante persone, e femine e homeni e fanzuletti, similmente per i balchoni. E vedevi molte matrone, chi dar una goltata, chi tirare, e forte, i capilli per fina a lacrimare a' suoy fanzuoletti, dicendo: — Aricordate che ozi, che è Zobia, fece la intrata miser Borso dil marchionato di Ferara —.</p>
<p>Or ritorniamo a luy. Zonto che fuò a la porta principale di la giexia Katedrale, lì desmuontuò da cavallo et accompagnato dal vescovo fuò cum gran multitudine di pretti e d'altra gente per fina a lo altaro grande. E subito lì zuonto, se ponette in zenochioni, et elevate le mane iuncte e gli ochy inverso il ciello, rendendo a Idio sempre gratia di tanto suo duono a luy dato, fece a quello tale oratione.</p>
<p><emph>Devota oratione de lo illustre Borso al summo Idio.</emph></p>
<p>— Segnuor mio Iesù Christo, unico e vero di tutty refugio, vero padre e conforto d'i sconsolati, da cui prociede ogni bene et ogni duono, ad te vengo, ad te mi riduco, supplichendote che di me peccatore misericordia haver ti degni e dil tuo sancto lume illuminarme, adciò ch'io possa e seppa d'i tanti benefitii e de exaltatione, quanti non per mey meriti ma per gran gratia toa prestato me hay, farme buon riccognitore. O Signuor mio, che facto ti ho che di me tanto memorioso facto sey, io che son uno vermicello e gran peccatore, che non sum altro che polvere da esser gietata al vento? E il perché, Signore, voluto me hay tanto exaltare e tanto duono dare? O Signuor mio, ad te oratione / facio, che di— gnar ti vogly tanta mia exaltatione, a la quale nel presente chiamato me hay, che sempre sia a tua laude e gloria sempiterna et a salute di l'anima mia, e per lo bene dil stato dil populo di Ferara e di tutti li altri che cussì subiecti ad me esser voleno. Et aciò che tal cosa più felicemente adempir puossa, te supplicho, Signuore, cum humil cuore degnar ti vogly armar il capo mio di una armatura forte di iustitia e ponermi in bocha di la verità la dignitade, nel cuore misericordia e pietà e farme cum gran mansuetudine vivere cum i populli, i quali statuito hay ad me esser subiecti. E ciò far vogly, supplichotte, per la gloriosa intercessione di la Madre tuoa sanctissima, mia divota, la quale cussy per me interceder degnar ti voglia. <foreign lang="lat">Amen.</foreign></p>
<p>E subito drieto tale oratione, si rivoltò a la Nostra Donna, a quella in questo modo facendo oratione.</p>
<p><emph>Giocunda di lo illustre Borso oratione a la Nostra Donna.</emph></p>
<p>Gloriosa e dulcissima Verzine Maria, madre d'i peccatori e vera consolatione d'i sconsolati, vera speranza di cui in te spera, ad te io peccatore e per i peccati miei sconsolato mi riduco, vera speranza mia, ad te facendo oratione e supplichendote, per quelle septe alegreze che dil tuo sanctissimo fiolo havesti, dignar ti vogly effundere, per me peccatore e servo tuo divoto, dolce et efficace pregiere in conspecto dil tuo dilectissimo fiolo, che di tanta mia alegreza et exaltatione mi faza buom ricognitore, non mi lassendo in tal mio principato, che luy dignato se ha di prestarme, caminare per la via de li erranti ma sempre per quella dritta di la iustitia, quella administrendo cum misericordia, a suo laude sempre et in salute di l'anima mia et a iocundo vivere d'i populi ad me subiecti. <foreign lang="lat">Amen.</foreign></p>
<p>Levato che fuò in piede, havendo facto il condecente onore al vescovo et a tutto il populo, se puose a sedere sopra una katedra, ornata come a principo deceva, sedendo il vescovo / sopra la suoa. E da poy, quietato che fu il rimbombo dil populo, lo vescovo se levoe e luy ancuora; dapuoy se ponette in zenochioni dinanti l'altaro cum grande humilità, trazendosse la beretta. Et aluora incomenziò il vescovo cum molte oratione quello benedire, dendogie in l'ultimo di l'acqua sancta; dapoy se ponette insieme cum il vescovo a sedere, ciascuno su la catedra suoa. E cussy, stendo dinanti da quello, se gie apresentorono il Giudice e Savii de la ciptà. E factogie il conveniente honore, Augustino da Villa, il quale era d'i Sapienti Iudice nominato, incomenzò, inverso di quello in questa forma orare.</p>
<p><emph>Oratione dil Iudice de' Savii allo illustre Borso.</emph></p>
<p>Quanto gratissima stata sia a tutto il popul nostro la tua felice electione, illustre Borso, il qual mi par degnamente nominar potere nostro principe e signore, e quanto quella dolcissima sia, non mi pare che faticar me debba a quella per rasone ad te dimostrare, cumcessia che biem me ne avedo tu facilmente ciò comprendere per la iocundità et alegreza grande, la quale de le faze de tutty nuy uscire cum gli ochy vedi, che certo è pur vero che le faze dimostrano la qualità dil cuore. Ma pur dir voglio tanto, che a questo populo tutto pare al suo gran dolore per la morte de la felice memoria di Leonello havuto, non haver potuto più felice medicina di tal tuoa electione vi trovare, la quale fosse stata sufficiente unguento a tal nostra piaga consolidare. È adonca apresso nuy tutty questa gran speranza come un gran tesoro apresso di nuy reposto, che questa nostra re publica, per la consueta tuoa iustitia, serà sì biem recta e governata, che in questa ciptà nostra ciascuno viverà quiete, pacifice e beatamente, e che per lo tuo felice principare serà Ferrara beata dicta. Il perché speriamo, per lo tuo iocondo e beato rezere, che de molti gloriosi ciptadini de le altre ciptà veranno a questa habitare, che / certo non è cosa che renda le ciptà tanto beate quanto fa la iustitia in quelle observata, che faticar non mi voglio ad te quella persuaderte, cumcessia che per longa experientia veduto habiamo tu quella sempre honorata havere, che certo non è cosa in li principi di quella più prestante né esser può. E che cosa è apresso il principo più dolce, né di quella più delectevole esser puote, cha esser da' suoy ciptadini biem amato? Questa è quella vertù la quale tira cum grande amore i populi ad amare i principi suoy. Che bisogno è che in laude più di quella discorra, rendendo l'uomo che iustitia aministra cussy accepto in ogni gente, che pur certa cosa è che non è opera humana a Idio più acceptabile né più grata de la iustitia, cumcessia che luy è summa iustitia? Amar adonca vogli quella, come speriamo tu far dovere, e come sempre facto hay —.</p>
<p>Et, estendendo la mane, dicea:</p>
<p>— Tuoy, adonca, illustrissimo principe nostro, questa bachetta di iustitia e di la segnoria di Ferara e dil contato, la quale ad te do in nome di questo populo che te creato ha suo glorioso principe e vero segnore, cussy manifestendo per quella il dominio di questa ciptà, al quale tutto il populo ad una voce, <foreign lang="lat">nemine discrepante,</foreign> cum gran gaudio chiamato ti ha; che biem te prego e supplico, segnuor nostro, che questa faci per tutto il mondo sì relucere, che sia come uno dolce e glorioso richiamo, chiamendo i populi de le altre ciptà a venire ad habitare Ferara come casa de iustitia e di pace. <foreign lang="lat">Ad laudem Dei. Amen.</foreign></p>
<p>E tolto che 'l ebbe la bachetta in mane, cum una gran modestia e gravità, cum gran reverentia se ponete in zenochione, rivoltendosse al tabernaculo di l'ostia sacrata, cussy a Idio rendendo sempre gratia di tanto suo stato e benefitio da quello ricevuto. Dapuoy se levoe in piedi e cum gran modestia e riverentia rengratiò tutto il populo. Il che, il populo tutto, a quello facendo honore come a suo segnuore, levoe la voce in alto, tutty cridendo: — Viva il marchese Borso, nostro felice principe e signore!	E cussy, compagnato dal vescovo e da la chierexia, cuin gran multitudine di persone se mosse, pervenendo a la reza mazuore, dove lassato haveva il cavallo, cussy dal populo capezato. E zunto che fu a la porta, tolta cum gran / riverentia licentia da quelli che accompagnato l'avevano, a cavallo montuono per più suoa dignità che non haveva nuomà a passar la piaza. E, come arrivato fuò a la scalla dil pallazo d'i marchexe passati, dismontuò dil cavallo, il quale fuò posto a sacomano dal populo, come è di costume in tal caso fare. E in questo tempo ascendete le scalle, pervenendo a la camera, in quella per certo tempo ripossendosse, come honesto era et anco di bisogno per tanti affanny e fatiche in quel zorno ricevuti, e di anima e di corpo. E gietato sopra del lecto incomenziò a dare certi ordeni, pur per la re publica suoa utelli et honesti.</p>
<p>E per dare più consolatione e gaudio a questo populo di questa felice e nova creatione di tanto segnuore suo, pur mi ha parso cussy in brevità ricapitulare le magne et adorne e necessarie conditione, le quale in uno principo se rechiedono a compimento di quello, nel Conseglio aricordate, adciò che 'l populo tutto biem entenda di quanto principo è questa nostra ciptà dignificata. E questo il perché tutto il populo non fuò al Conseglio, sì che quelle aluora audire non puottè, che certo mi rendo quelle repplichare et in brevità daranno gran dilecto a li auditori, non rendendo tedio alcuno, che pur spero di aiungere qualche cosseta a quelle di laude e di honore dil principo nostro, che seranno casone di accrescere l'amore dil populo a quello.</p>
<p>E seguitendo l'ordine in Conseglio narrato, incomenzerò da la prudentia, pur in brevità expediendo, pigliendo la prima parte di quella, cussy rivoltendome a tutto il populo come persona montata in bancha in mezo la piaza. Bem so tutty vuy fratelli mei haver inteso i magni e grandi benefitii circa il culto divino da luy facty e sì al monastiero di sancto Augustino come al Corpo di Christo et a' frati di la observantia di San Spirito. Non debbo io ancuora aiungere quel suo secretto magnifico, nel pecto suo per fino a hora riservato, di fondare zioè una nobele Certoxa, che subito, creato che fuò segnuore, quello a suoy revellò, dicendo volergie spendere ducati cinquanta millia ne la fabrica di quella e di rendida dargie ducati mille e cinquecento, e cussy ordenò che a tal suo magnifico pensiero / principio dato gie fusse. Il che, ellesse ad tanto edifitio superstite duy notabeli ciptadini suoy, messier Nicolò dal Varro, doctore, e Bartholomeo dai Carri, homeni certo prudentissimi e di grande enzegno e non di menor diligentia ornati, i quali subito elesseno il luoco di la fabrica e bel sito, dendo ordene a le altre cose per quello edifitio erano necessarie. O Ferara, quanto di laude degna sey, havendo voluto esser grata d'i tanti magnifici benefitii da questo huomo ricevuti! Che havendo luy, come diremo, decesepte conditione di vero principo, questa obligatione è tanta, che biem reponere la debbi in luy cum le altre, facendo la decima otava, come dicto è, sì che in questo huomo ne vi trovy tre più di quelle che Aristotile e li altri philosophi connumerano in ogni degno principo. Il perché biem poy star contenta et alegra e Idio rengratiare di tanto tuo degno principo, che pur dirò, cum pace de le altre ciptà, non si ritrovare veruna altra esser da uno sì degno principo segnorezata. Taceroglio luy ogni zorno dir l'<emph>Offitio</emph> come prette e quello mai per nulla lassare. O quanto degnamente questa prima parte di prudentia è da lui in execution mandata! Passo a la siconda, la quale anco in lui reluce, cumcessia che nei facti de la re publica sia solerte, cum tanta sollicitudine vogliendo ogni minima cosa particulare passare per il suo scrutinio, adciò che ogni tale sia cum rasuone expedita, sì che non vole alcuna cosa passare senza buom conseglio, cautione et experientia. E di ciò chiari stati siamo nel governo che luy con lo illustre Leonello per lo passato facto ha. Quanto sia suoa iustitia manifestamente se vede, che in li suoy rescripti sottoscrive <foreign lang="lat">Fiat ius,</foreign> cussy admonendo continuamente il podestà che rasuone ardentemente dar debba. E per fare che la iustitia ebba in tutto luoco, cussì ha constituito uno Syndico generale per tutty i luochi suoy, homo prudente, doctore venerabile e biem litterato, messer Ludovico Cocapane da Carpi, il quale ebba tutty i luochi suoy circuire, a ciò che cum tal timore tenga li offitiali in freno, sì che non ardiscano di lassare il caval suo scapuzare. Quanta sia la temperantia suoa, manifesto ne è di zorno in zorno ne le suoe modeste operatione. La forteza suoa, quella, quando in campo / era, cussy dimostrò. Ma de la liberalità suoa grande non dimando altro testimonio che vuy, che, facto che fuò segnore, tutti quelly che gie dimandò in dono, a veruno denegò la suoa dimanda, in modo che ad me parea che fusse di prodigalità grandemente di esser accusato. Che biem son vero testimonio, che la sera, a cena ritrovandome con luy, me disse: — Certo mi doglio assay che veruno non ebba havuto tanto ardire che me ebba in dono dimandato la mia guardarobba —. Volea dire che d'i biem de la fortuna facea puoca extima, pur che a' suoy ciptadini se facesse benivolo e liberale. La magnificentia suoa dechiareno i gran duoni facti a li monasteri dicti, la grande e magnifica spesa in casa suoa sempre usata, e quella che al presente statuita ha, volendo tenire quattrocento cavalli, famegli, cani et occelli in gran copia e tante magne provisione dare, che deliberato ha Zuan Galeaz, uno signor di Faenza, messer Alberto, uno d'i segnur di Carpi, messer Antonio, uno d'i segnur da Corezo, per suoy cari compagni havere e non solamente quelli provisionendo, ma anco molty nobel suoy ciptadini. Non mi extendo a la sua magnanimità et humilità, il perché tutty vuy ne seti buoni testimonii, havendolo più fiate veduto cum una grande mansuetudine a pregiere di una vile feminuzulla esser in la via retenuto, a quella prestendogie cum grande humilitá le orechie.</p>
<p>E il perché le altre dotte di natura al principo necessarie vi suono manifeste, per non venirve in tedio dil mio longo sermone, imperò quelle lassendo, mi rivolterò a la eloquentia suoa naturale, e parte per longo suo exercitio come per arte acquistata. E biem che per maestro Nigrisollo di Tullio di quella a pieno dicto sia, niente di manco in questo luoco a quella adiungerò di lui queste poche parolle: puochi principi ritrovarse, e forsi veruno, a cui tanta gratia de dire per natura concessa sia quanta a luy. E come posponerò tanta suoa spetiosità, certo di principato degna, come disse Homero di Priamo: «<quote><foreign lang="lat">Speties Priami digna est imperio?</foreign></quote>» Che pur mi ardisco di dire che, quando la natura quello produsse, cussy volse produre uno corpo di principato degno. Sì che biem facilmente / concluder dovette vuy Feraresi e tutty i populi a lui subiecti de expectare da luy uno salubre e felice rezimento —.</p>
<p>In questo tempo mezo, consegliato con i suoy fidelli e iusti consiglieri, fuò deliberato de mandare una nobel ambassaria al Summo Pontifico, a quello notificare tal suoa gloriosa electione, supplichendogie che quello per auctentica suoa Bulla confermar degnar se volesse, il perché Ferara è di la Giesia camera, a lo imperio di la Giesia romana sottoposta. E facto il scruptinio, di molti ciptadini di tal ambassaria degni, elessero Marco, Mario, Antonio e Scipione, quatro d'i più notabeli ciptadini di Ferara, ai quali fuò imposto che tal zuorno drizar dovessino il suo camino inverso Roma, essendogie prima biem proveduto di danari e lectere di cambio, famegli, spenditore e di cavalli posti biem in ordine. E cussy cavalcorono.</p>
<p>Lassiamo quelli caminare e ritorniamo al principo, il quale dì e nocte stava studioso e sollicito, spesso perdendo il sonno per vacare a le provisione necessarie et utelle per la suoa re publica, che, vedendo il populo tanta suoa sollicitudine e diligentia circa il bene di la republica suoa, cussy stava di tal principo suo troppo contento et aliegro, fra luoro dicendo: — Idio glorioso dato ne ha tal principo quale desideravimo tutty —. Il perché refferivano gran gratia al Dio.</p>
<p>Lasseremo adonca qui per uno spatio il rasonare dil principo e di suoa cura circa la re publica e quello che 'l populo de luy dicea e sì se rivolteremo al mazo de li ambassatori, i quali, come zonti furono a Roma, cercono cum gran diligentia di potere exponere la suoa ambassata dinanti il Summo Pontifico, in publico Concestoro. Il che, per monsegnore di San Marco dito gli fuoe che domane venir dovessino, che gratiosamente seriano auditi.</p>
<p>Venuta la maitina, andorono al palazo e qui, introducti per el cardenal di San Marco, cussy essendo a la presentia dil Papa e di tutti i cardenali, datogie il luoco di exponere la commessa suoa ambassata, Antonio di Tullio, posto in zenochioni cum il capo discoperto, incomenziò in questo muodo orare.</p>
<p><emph>Suavissima oratione al Summo Pontifice exposta per li ambassatori feraresi da lo illustre Borso mandati</emph> — Et avenga siamo indegni ambassatori, <foreign lang="lat">Beatissime Pater,</foreign> di comparere dinanti la sanctità tuoa et in tanto dignissimo conspecto effundere la nostra debele et insipida oratione, pur confisi di la humanità de la sanctità tuoa, sempre inverso i toy servi usata, cussy biem sperato habiamo nuy indegni ambassatori di quella comunità tuoa, gratiosamente audir doverne, la quale assay humelmente se raccomanda ai pedi de la sanctità toa. Sapiamo bene, <foreign lang="lat">Beatissime Pater,</foreign> tuoa sanctità haver inteso la morte di quello illustrissimo fiol tuo, già nostro principo, a questi zorni passati; per la qual cosa quella comunità, vedendosse essere rimasa come membri senza capo, et essendo tanto desolata, cussì recercuò de remediare a tanta suoa perzeda e qualche buom medicamento a tanto suo dolore ritrovare, per la quale rimasta era come cosa morta. E facendosse cum ogni suo studio circumspecta per quello ritrovare, a ley parso ha non haver potuto medicamento più suave, né più dolce a quel suo tanto affano trovare, quanto stata è la persona de lo illustre Borso, d'i marchesi da Este nato, che, come il nome suo gie fuò aricordato, amantenente di morta se fece viva, cussy sentendo ogni suo dolore dal cuore suo esser partito et essere in luoco di quello entrato una grande alegreza, e <foreign lang="lat">spetialiter,</foreign> entendendo luy chiaramente havere tutte le conditione che ad ogni degno principo se richiedeno. Che oltra di ciò, se levò il popul tutto cridendo: — Borso, Borso! — Ciò vedendo quel Senato e comprendendo quanto luy oltra la prudentia suoa e le altre virtù, docto et experto era nel principato, sperendo la re publica da luy esser sapientemente recta e governata, cum queste vive voce populare, cussy anco, viva voce, senza alcuna discrepatione, lo elessero per suo principo. Per la qual cosa ancuora humelmente supplichemo, cum tutte quelle pregiere e forze che da nuy expectare poy, che questa electione, a quel populo tanto grata e facta cum tante voce, tua sanctità degnar se voglia quella cum tuoa auctorità confermare, sempre a laude de Idio omnipotente e di beati apostoli Pietro e Paulo et a tuoa gloria / immortale, significando a tuoa segnoria veruna altra cosa di questa più grata, quella comunità, ad te cara tanto e fidelle, da te expectare non potere —.</p>
<p><emph>Giocundissima a quelly dil Summo Pontefice risponsione.</emph></p>
<p>E finita che fuò la oratione de li ambassatori, il Papa rispose, dicendo.</p>
<p>Ornatissimi ciptadini e fideli nostri dilecti, habbiamo bem entexa cum grato animo la luculente et ornata oratione vostra, rispondendove prima che quella nostra dilecta comunità ne è sempre al cuore, cum gran riccomandatione affixa. Secundariamente, ve diciamo la morte di quello nostro fiolo esserne stata a nuy gravissima, ma havendo tal suoa morte a Idio piazuta per lo suo biem vivere, anco a nuy non ne debbe despiacere. A quello che diciti de la electione, vi rispondemo che quella non vituperemo, ma di la confirmatione di quella vi reduretti dal fratel nostro misser de San Marcho, il quale ve farà la risposta di ciò necessaria, sì che da mo inanti vi havete a lui redure per quella havere —.</p>
<p>Passati adonca che fuò quatro zorni, se redusseno al cardinal del San Marcho, il qual gie fece tal risposta:</p>
<p>Il nostro Signore e tutty nuy cardinalli recevuto habbiamo grande alegreza di la creatione di quello illustre signore, e luy e nuy l'abiamo molto comendata, dicendo fra nuy quella comunità non haver potuto per il suo bem essere più degna, né migliore electione facto havere, per la qual cosa, per compiacere a quella comunità, statuito ha nostro signore quella degna electione cum la Bolla suoa d'oro, cum lieto animo, confirmare. Ma il perché, per molte occupatione che questa preciede convegniristi qui far luonga dimora e gran spexa, vi conseglio il ritornare a Ferara, dicendo a quel fratel nostro e vostro segnore che per lo presente e per lo advenire io voglio che veramente creda che io me constituisco suo buom defensore, e in ogni altra cosa a luy pertinente, la quale in corte se habia ad agitare, esser / suo buom scuto e procuratore, e che cussy creder voglia e non altramente, il perché luy sa la longa et inveterata amicitia nostra esser stata sempre ferma fra nuy, e che certo se renda che lo amo di buom cuore, e quello confortatillo da mia parte —.</p>
<p>E il perché havevano <foreign lang="lat">in mandatis</foreign> de obedire a tutto quello che monsegnor di San Marcho i consegliava, cussy se disponeteno di ritornare a Ferara.</p>
<p>Lassiamoli caminare e in questo tempo mezo diciamo quello che a Ferara se facea.</p>
<p>Lo illustre Borso tuttavia, cum gran studio e vigilie, sollicitava le cose utele et honorifiche di la re publica, e cum quello sempre stavano gran multitudine di zintilhomeni a disinare et a cena, ricevendo luy de quelly e quelly de luy gran piacere. E non solamente di tal suoa creatione se alegravano i suoy, ma anco i circonstanti vicini, principi, segnuri e segnorie. Il perché il Senato di Vinesia gie manduò quatro nobeli zintilhuomeni, in quello molto riputati, secondo sua usanza vestiti di veluto cremesino, capuzio e vesta longa per fino a' pedi di varo fodrata, in muodo de' doctori, quelli di la morte di Leonello dogliendosse e realegrendosse cum luy di suoa tal felice creatione. Il somegliante fece lo illustre duca de Millano, lo illustre duca de Urbino, la comunità di Fiorenza, il segnor d'Arimino, quello di Cesena, il segnuor di Faenza e quello da Imola, la comunità di Modena, quella di Rezo, i segnori da Carpi, quelly da Corezo, tutte le comunità de' castelli a luy subiecte, che certo era per tanta multitudine de persone nobele e de dignità Ferara piena, che me parea veder un'altra Roma quando di stato fioriva, che certo non manchava le ambassarie da ogni canto, che pur tutti conveniano in quello che dicto havevano li ambassatori di Venesia, dogliendosse zioè di la morte di Leonello e alegrendosse di la sua creatione.</p>
<p>Ritorniamo a li ambassatori, i quali, zonti a Ferrara, exponeteno l'ambassata suoa, dicendo come erano stati biem veduti e gratamente auditi e come per conseglio de monsegnore erano partiti e / cussy speravano per fina a pochi zorni le Bolle dover essere portate.</p>
<p>E qui finisse il glorioso progresso de lo illustre Borso al marchionato di Ferara.</p>
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<head>Parte seconda</head>
<argument><p rend="italic">Incomenzia la segonda parte del felice progresso al ducato di Modena e di Rezo e dil contado di Rodigio</p></argument>
<p>Borso, principo illustrissimo, come prima entendete Federico tertio descendere dovere in Italia per andar a Roma de lo Imperio coronarse, subito ne l'animo suo magnanimo e grande gie entrò il pensiero de farse fare di Modena e Regio duca, che suono ciptà a lo Imperio subiecte, e questo per quelle cum iusto titulo signorezare, pur havendo sempre dinanti gli ochy la iustitia, che prima da' suoy predecessuori erano state senza titulo alcuno possesse.</p>
<p>E cussy, passati che erano anny duy dil suo marchionato, discese Federico in Italia. Et essendo zonto a Padoa, lo illustre Borso marchexe gie mandò una notabelle et honorata ambassaria; e da puo', facta che ebbeno li oratory suoy la degna reccomendatione dil suo segnore, lo invitorono da sua parte a Ferara, offrendosse a quello cum tutta la compagnia sua di farge large et habundante spexe (era con mille cavalli di baroni piuosuori e cavalieri senza numero biem accompagnato). Et intendendo Federico tanta magnanimità di Borso, esendo pur prima de le virtù suoe biem informato, cum una faza alegra acceptò la offerta, preso da grande amore di quello in presentia d'i suoy, cum una admiratione quella magnifichendo.</p>
<p>Il che, passati che forono sey zorni, Federico drizò il camino suo cum la nobele suoa compagnia a Ferara. Et in questo tempo mezo che 'l camina, Modena e Rezo e tutto il paese ricerca salvadesine et uccellame per a quello far honore: Ferara / ricerca pane, vini avantezati, adornamen ti di luochy e stantie per cavally; confectione se fanno a furore, se ordena feste e giochy, caze per a tanto signuore dar ogni dilecto. Il che, cussy zonzette Federico a Ferara, recevuto da lo illustrissimo Borso cum gran triumpho et honore, in la quale stete zorni quindeci, sempre a tutte spese di quello. Stete, dico, cum tanta voluptà e piacere, che ebbe a dire che mai non recevette tanto dilecto né a l'animo suo tanto contento, troppo piacendogie Ferara e il suo stare, che biem è da credere che spesso se agurasse de havere un'altra Ferara in la Lemagna. E per a tanto signore piacere mazuor dare, se facea bally, geostre, caze e semegliante cose magnanime. E per rendere quello segnuor più alegro, il condusse a Belriguardo, di sopra nominato. E quando el vedette tanto magnifico palazo e tanto adorno da gran meraveglia se signoe, dicendo: — <foreign lang="lat">Totus mundus non habet similem domum in rure —,</foreign> tutto il mondo non ha semigliante casa in villa, che biem credo sia vero, cumcessia che ebba circa cinquanta camere magne et adorne, duy inchiostri cum le columne dintorno (e <foreign lang="lat">specialiter</foreign> il secondo cum le colonne di marmoro magne), una salla di tanta longeza e largeza che in quella se gie giocha a la balla grossa e picola cum gran spatio. Ha il luoco di becharia, di spenderia, di panataria, cuxina, cancelleria magnifica, ricepto bello dinanti con le colonne di marmore cum una bellissima torre, casa dil castaldo più cha honorevolle da uno comune ciptadino, cum gran stalla e cortille grande; la stalla, dal palazo separata, di continentia de' cavalli doxento, ornata adintorno con le suoe staliere e manzadure , apresso di la quale è la mareschalcaria e luoco dil mereschalco; drieto il palazo il broillo cum una braia, aserato di uno gran fosso di circuito circa de uno migliaro, che certo biem dicete / il vero Federico che 'l mundo non ha il simile in villa.</p>
<p>Fra questo tempo se tractava de la investisione del ducato di Modena e di Rezo e dil contato di Rodigio. E finalmente a quella data fuò il muodo, ma pur andò un puoco di longo, il perché Federico voleva uno censo troppo ingordo, non dico però che l'avaritia lo abbrazasse, ma dicea ciò fare per augumento de la intrata de lo Imperio, come tenuto era fare per suo zuramento. E lo illustre Borso, liberale e magnanimo, per suoa liberalità e grande animo suo volse vincere non dico l'avaritia, ma la pusilanimità di Federico, cussì condescendendo ad ogni suo volere. E facti che forono di una voluntà, Federico statuì quello creare duca de Modena e di Rezo e di Rodigio conte.</p>
<p>In questo tempo mezo se pone ordine al tribunale, a le vestimente, bandiere et altre cose a la dignità dil ducato pertinente, che certo, facto che fuò il tribunale et adornato, pur troppo magna cosa era a vedere quelo de tanti nobel razi e tapedi magnificato, che, guardendo li oltramontani tal magnifico adornamento, rimanevano come stupidi, non havendo mai più veduti veruna cosa tale e tanto magnificamente ornata, e mazormente più se meravegiono. Il perché comparavano la potentia dil suo segnore a quella del duca Borso, che pareva a loro in magnificientia Borso duca il suo segnore superare, che non credevano che tutta Italia havesse tanti magni razi e tanti adornamenti quanti loro vedevano essere circa il tribunale, in le camare, sopra i lecti e circa le salle, che ogni cosa tale di razi coperta resplendea.</p>
<p>Venuto che fu il zorno di la creatione dil ducato, la brigata se ponete in ordene, e Federico con i soy, e lo illustre Borso marchexe, tutti per andare al tribunale. Il che, prima se mosse Federico, in maiestà imperiale vestito, e de la camera suoa se partite e pervene al tribunale, il quale era apresso il palazo e per sì facto muodo asiato era che, usciendo per una porta da novo / facta nel muro di quello, cum grande habilità muntò in tribunale, accompagnato di una nobele e resplendente baronia, certo degna da vedere. Et extendendo Federico li ochy soy sopra la multitudine di le persone, che luy vedea cussy frequente ne le piaze che uno che da novo venuto fosse non haria potuto ritrovare uno piccolo logozuolo, cum gran meraveglia come stupido rimanea, vedendo apresso il frontespiso dil vescovato, che per inscontro gie stava il palazo e le finestre dil vescovo, il palazo dil podestà e le gran suoe balconate, i tecti tutty di le botege atorno le piaze et ogni altro luoco di persone capace, cussy de homeni, fanzulli e di donne esser occupati e pieni. E per somegliante se meravegliaveno tutti i soy barony e cavalieri. Et in questo tal suo risguardare, le voci d'i garzuony e dil populo l'aere sfendeano, penetrendo il cielo, tutty cridendo: — Borso, Borso! Duca, duca! — che tanto era il rimbombo de le voce humane, che occupavano il suono di le trombette e d'i piffari, che erano senza numero. Et è pur vero che tanta era ancora la loro multitudine in quel tribunale, che stretti e cum incomodità gie stavano, ma il dilecto che resentiano dil vedere tanta nobilità di persone li faceano stare como insensati.</p>
<p>Stavano adonca i Todeschy non tanto admiranti de la multitudine quanto de la pretiosità de le veste, che vedevano di pano d'oro e di arzento e di setta, e panni de grana fini in gran moltitudine, dicendo fra luoro che bem credevano tutta Alemagna non havere tante pretiose veste quante al presente luoro vedeano. E fra luoro tacitamente l'uno cum l'altro comperaveno il vestire taliano a quello de li ultramontani, e di loro alquanti diciano: — Sono forsi queste veste simele a le nostre beretine e di griso? Sono forsi le nostre donne a questa zintil guisa ornate, che certo tutte pareno duchesse e gran maestre? — Diceano alquanti: — Questa gioventù di Ferara è purtroppo bella e di persuona zintile e il populo / ancuora, che non è da credere che in uno aere marzo cativo se potesse nutricare le persone cum tanta beleza e sannità. Sì che gran torto hanno i nostri Alemanni, i quali accusano Ferara e quella vituperano per tanta suoa distemperantia di aere, che a nuy pare questo aere esser dovere sincerissimo e salubre per tanta beleza, multitudine e formosità di persone. Alquanti, più atodescati, non se potevano dismenticare i buoni vini che bevuti havevano, malvasia cioè e vin de Tyro, e buon trebbiam da Sirollo, le perdice, fasani, capretti e vitelli, rosti e lessi, gelatine et altre molte vivande delicate de diversi sapori, quelli ciby a le soe suppe todesche e carne di boe comparando, comparando ancora tal delicati vini a la cervoxa suoa, d'orzio facta. E satiare non se potevano di comendare il pane bianco refesso, quello comparando al suo, facto di orzo e segalla. Alquanti, che havevano pur dil francese, comparavano li ornamenti de le camere et i nobel lecty e lenzuolly e coperte a le soe stuve e camere a le suoe schiavine (lenzuoli grossi di canevo) et a' suoy matterazi, sì che tutti insieme convegnivano Ferara esser un altro paradiso in terra. Che mi credo, se Ferara havesse havuto questa sola gratia da Idio, che Po, suo fiume, fosse corso dal ponte di castel Tedaldo infina a quel di san Zorzo a Trebiano, da Sirollo avantezato, cussy forsi tal Todeschi con lo imperatore se haveriano deliberati de vignir sempre habitare questo tal paradiso, che biem certo un paradiso parea, che alora per quelli iudicato fuò Ferara esser la più zintil ciptà de Ytalia, che da può, in camera con lo imperatore, questi tal, dicendo di la nobiltà di Ferara, non sapesseno far fine a tante laude quante gie davano.</p>
<p>E beato zorno, che certo bem beato fusti, rendendo tanto splendore a Ferara e a la casa di marchesi da Este! Che quello zorno fuò il zuorno di la Ascensione, nel quale / Idio volse dimostrare a tutti i po— puli la gloriosa ascensione de la casa da Este, facendolla di marchexe ascendere al splendore di la dignità dil ducato.</p>
<p>O Ferrara, quanto a Idio obligata sey, quanto a lo illustre Borso tuo, per il quale in questo zorno recevi tanta gloria e tanto splendore al mondo, che per luy ozi stata ti sia biem purgata la macula antica tuoa, per la quale per lo mundo tanto dispresiata eri, che la feza di le altre ciptà de Italia tu esser se dicea, et hora sey di quella facta il paradiso, che certo biem stata sey aveduta e grata di haver posto la ymagine suoa di marmore sopra la colonna, in piaza, a suoa perpetua gloria, in tuoa grande comendatione!</p>
<p>Ora lasciamo questi Todeschi guardare le donne e la multitudine di le persone e il suo rasonare, e vegniamo a la expectatione da quelle facta cum tanto desiderio.</p>
<p>Stava adonca Federico in tribunalle, in maiestà imperatoria, sopra la katedra imperiale sedendo, e apresso di luy era il duca Alberto, vestito come duca, con il manto e infuolla, di Federico fratello. Da l'altra parte stavano il marchese di Misina, il qual teneva il mondo in mane, il duca di Saxogna, che tenea la spada, il conte di Maimbruch, il qual tenea la bachetta imperiale. Tutti stavano in gran maestà, expectendo il marchese Borso, il quale se partiva dal Castel Vechio, vestito di rosso, pur di setta, e d'oro, a cavallo, accompagnato dai soy zintilhomeni, essendogie dinanti portati tri confalloni, bianco cioè, verde e l'altro rosso, drizendo il camino suo inverso il tribunalle cum piffari e trombetti in gran numero. E, zonto in piazza e a la scalla dil tribunalle, che magnifica era, cussy dal populo fuò squarzati queli confalloni e posti a sacomano, come è in tal cosa usanza di fare, insieme cum il cavallo. Et in questo squarzare, lo illustre marchexe montava la scalla, e, zuonto a la presentia di Federico, factogie lo honorato e conveniente saluto, se gie ponete in zenochione dinanti, dicendo per lettera in questa forma. / <emph>Pregiera de lo illustre Borso a Federico imperatore, in latino</emph></p>
<quote rend="block">
<p><foreign lang="lat">Serenissime princeps et Christianorum m dignissime Imperator, cum civitates hae duae, Mutina et Lumbardorum Regium Policenumque Rodigii, multis iam in annis a praedecessoribus meis sine titulo dominatae fuerint et in praesentiarum absque titulo aliquo a me possideantur, quae tuo subiacent imperio, ut iustitiae locus detur et ille iusto titulo a me in futurum dominentur, tuae supplico maiestati ut sua auctoritate dignetur earum iustum dominum necnon verum ducem me creare, ad laudem omnipotentis Dei et tui nominis gloriam immortalem —</foreign></p>
</quote>
<p>Fece tale oratione per lettera, il perché Federico non haveva il vulgare latino. A cuy Federico, cum una gran gravità, pure per lettera respondette, dicendo.</p>
<p><emph>Benegna responsione, pur in latino, per Federico terzo de' Cristiani dignissimo Imperatore allo illustre Borso.</emph></p>
<quote rend="block">
<p lang="lat">— Fili noster dilectissime, quoniam magna cum honestate quod ardenti animo optas a nobis expostulasti, cumque ea quae a nobis honesta petuntur minime denegare debeamus, hinc votis tuis satisfacere decrevimus, eoque permaxime cum ad eam peragendam rem nos compellant singulares tuae virtutes, tua marchionatus excellens dignitas, sanguinis tui generositas, a quo tot principes illustres emanarunt, tua praestans magnanimitas in nos nostrosque omnes habita, tua colenda iustitia, quam in dies in populos tibi subiectos extendis, quorum omnium equidem docti sumus: quasobres te tanta dignitate dignum fieri facile enuntiamus. Verum, ut saluberius aequiusque tuae satisfatiamus petitioni, in primis opus est eas habilitare civitates, ut tam gloriosae dignitatis capaces reddantur; non enim impressio agentis nisi impatiente disposito recipi potest. Quam ob rem Mutinam et Lumbardorum Regium, civitates has duas, imperio nostro subiectas, exaltare atque sublimare / cupientes, ad suscipiendum ducatus titulum nostra auctoritate disponimus, principibus istis, nostris coram, qui tantae rei nostrae fideles testes erunt in perpetuum —.</p>
<p lang="lat">Ex postea, vero, ad illustrem Borsium se convertebat, inquiens:</p>
<p lang="lat">Et te filium nostrum dillectissimum earum civitatum cum titulo ducatus iustum dominum, auctoritate nostra, creamus, facimus et pronuntiamus, Rodigiique comitem, tibi tribuentes privilegia, emolumenta omnia immunitatesque, quibus duces omnes, tum ex lege, tum ex consuetudine, gaudere consueverunt. Ad laudem omnipotentis Dei. Amen</p>
</quote>
<p>E drieto tal suoa risposta o ver parlare, subito cum gran strepito di trombe, piffari e voce humane gie ponete in capo la infuolla dil ducato, fodrata di varo, e il manto rosso perfina a terra, come la infuolla di varo pur fodrato; da poy gie dete la beneditione et <foreign lang="lat">osculum pacis.</foreign></p>
<p>E di tal concessa e dignità data, ne fuò facto instrumento per il maestro canzeliero di lo Imperatore, testimonii di la quale forono i quatro barony prenominati, messier Antonio da Corezio, strenuo cavaliero e di Corezio segnore, Gallasso da Carpi, de Carpi segnore; il conte Lorenzo di Strozzi, di messer Nanni sopranominato, di lo illustrissimo duca Borso caro compagno, e Ludovico Casela, dil duca Borso degno refferendario.</p>
<p>Et elevato che fuò il duca Borso de zenochioni, il duce Alberto il prese per la mano e quello abrazoe, e somegliante fece li altri barony, da puoy.</p>
<p>E subito la brigata se mosse inverso la giesia Katedrale, cum grande ordene, e lo imperatore quella seguiva. E pervenuti che furono a lo altare grande, posti in zenochioni e facto il conveniente e degno honore a Idio e al luoco, cussy Federico fece zurare Borso duca su l'altare fidellità a lo Imperio e a la persuona suoa, e cussy zurò cum gran reverentia. E subito comenzò sonare i piffari e trombetty, aviandosse verso il pallazo de lo imperatore con gran strepito di voce de fanciully, tutty cridendo: — Duca, duca!</p>
<p>Sequitavano / adonca tutta la brigata e lo imperatore ancora tuttavia, tenendo il duce Alberto per le mane il duca di Modena e di Rezo e di Rodigio conte, e cussy perveneno a la camera di lo imperatore cum grande et inexistimabile multitudine di persone, conti duchy e cavalieri senza numero. E zuonto che fuò Federico a la camera, cum uno grato e signorille inclinar di capo, licentia tolse da la brigata, entrendo in la camera. Ma, inanti che entrasse, il ducha Borso se enzenochiò, da quello togliendo licentia, e cussy se rivoltò a la via dil Castello vechio, accompagnato magnamente. E zonto al Castello, licentiò tutty i suoy zintilhomeni e il resto dil populo che accompagnato lo haveano; in quello entroe cum i soy domestici soli.</p>
<p>O principo mio felicissimo, biem hay a contemplare la tuoa tanta felicità ad te da Idio nel mondo data, in tuoa tenera età, in gioventù et ora in età dil primo tuo senio, che garzone di anni XVIII o circa ti ritrovaste duce di mille e doxento cavalli; in gioventù tuoa facto marchese, nel fine di quella, pervenendo al primo senio, esser facto glorioso e primo duca dil sangue di la cha' di Este, cussy tuoa fameglia magnifichendo e sublimendo! E dove ritroveremo un altro Borso, da Idio di tanti doni e gran benefitii doctato? Certo biem a quello grande obligatione hay e quello spesso, e al continuo, rengratiar il debbi e non volere esser ingrato, che sempre la ingratitudine degna è di esser accusata, che biem ardisco dire che non è veruna cosa a Idio più accepta quanto è la recognitione d'i dati suoy benefitii, che ciò tuoa segnoria in sé biem provato ha, quanto a l'animo molesto gi è stato suo servitore, quando d'i tuoy benefitii se ha permetuto di ingratitudine esser tento, che nuy vidiamo tal gratitudine esser come cosa naturale, che pur comprendemo anco le bestie fuzere la ingratitudine e farse grate a quelli che le benefica.</p>
<p>Non vogli adonca, segnor mio, che tanti / [ ... ]. </p>
<p>[ ... ] posito di la mensa d'i principi tal dubio introducto.</p>
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<head>CAPITOLO PRIMO </head>
<argument><p rend="italic">Capitulo primo. Come haver se debbono i principi azò che la gente a lor commessa da quelli sia bem recta e biem governata</p></argument>
<p>Debbono tutti i principi in prima sapere che l'offitio d'i principi in gubernare è una arte, come arte è l'offitio de lo imperatore de lo exercito, imperò biem dicto habbiamo veruno biem principar potere né sapere chi non è vivuto sotto principo, como anco né saperà alcuno biem medicare, il quale praticato non ha cum qualche valente medico. Hanno i principi nel suo governo a comandare como lo architeta nel fundar di la casa, che come l'architeta comanda che tal cosa sia cavata, quella sia rimossa, l'altra posta, e di somegliante, cussy fa il principo ne la ciptà, comandendo questo e quello come artifice superiore, per biem fundare la ciptà di boni costumi e di bene e pacifico suo vivere, ad ogni cosa dendo ordene, come soleno li artifici ne le suoe opere ordinare. Essendo adonca tale, e, come scripto è, l'arte debbe imitare la natura, la qualle ne le opere suoe mai non comette errore, essendo gubernata da la intelligentia non errante, cussy i principi nel suo principare debbono l'arte imitare, aciò che in quel tale non ebbano ad error comettere. E il perché la doctrina per exemplo se rende più efficace, imperò, in declaratione dil nostro dire, adurò tal exemplo. Queluy che vol biem sagittare, prima ordena che la sagitta facta sia biem dritta, aciò che, andendo per l'aere, quella sia da quello meno empazata, che la storta quello divide anco lateralmente il perché il suo dritto andare gie è empazato. Secundo, ordina che sia impennata, aciò che cum le penne meglio l'aere sfenda e più drettamente al segno pervenga; da puo' la munisse di ferro, aciò che rimanga nel luoco dove drizata serà; da puo' quella cussy preparata, il sagittatore cum l'arco e cum l'ochio quella driza al segno desiderato. Per somegliante il principo haver se debbe nel rezere e drizare la gente a lui sottoposta, al fine che luy entende, che prima debbe procurare / de haver le cose biem disposte, per le quale meglio può la gente suoa pervenire al desiderato termine. Secundo, rimuover debbe tutte le cose che hanno tal desiderio suo impedite; dapoy haver l'ochio suo al fine nel quale quella vole drizare. E per esser meglio inteso, dico che al principo tre cose haver gie conviene se vole la gente suoa nel fine optato condure, e sono virtù, scientia e beni esteriori, che 'l fine nel quale debbe il principo suoa gente condure è quietamente, beatamente, cum gran pace vivere. È adonca di bisogno che 'l principo sia virtuoso, adciò che come spechio di biem vivere, il populo, havendo tal exemplo, se drize in vivere pacifico, quieto e beato, che ciò far non se può senza virtù, cumcessia che virtù sia una arte di bene e drittamente vivere, il perché quella rimove ogni inzuria, ogni discordia e non vuole nomà quello che iusto è et honesto e fa l'uomo amare altrui come se medesimo, posponendo i beni di la fortuna a lo amore humano. Sì che di bisogno è che 'l principo sia virtuoso, aciò che per suoa virtù a' buoni daga buom exemplo, quelli rendendolli megliori, e a' cativi facendolli dil suo male adoperare haver vergogna. Che biem saper debbe ogni principo che nulla è che più renda prompto il suo populo ad ogni cosa che gie piace, quanto fa l'amore d'i suoy ciptadini, né che tanto induca a l'amore dil principo quanto fa la suoa virtù, né anco cosa alcuna è che renda e faza il stato d'i principi più forte di quello che fa l'amore d'i ciptadini suoi. Imperò dicea Aristotille: «<quote>L'amor d'i ciptadini è uno castello che expugnar non se può</quote>». Biem adonca concludiamo che bisogno è il principo esser virtuoso se 'l vole esser amato, se forte et inexpugnabele vole essere il stato suo e se drizar vole in buom fine e in quieto vivere il populo a luy comesso.</p>
<p>E di questo tal nostro dire apertamente se seguita che, per somegliante, al bene e felice vivere di le ciptà è di bisogno li offitiali d'i principi esser buoni, non di pravi costumi, temer Idio, non esser marci dentro, a ciò che, pratichendo come fanno con i principi, quelli non habbiano a corrumpere, facendoli de virtuosi principi / vitiosi tyranni doventare e quilli elongare da l'amore d'i suoy ciptadini, che certo a questo debbe biem aprire l'ochio ciascuno principo, come il sagittatore, se drizar desidera il popul suo a biem dritto vivere, che pur è vero quello che dice il philosopho: «<quote>La cossa che sta apresso l'altra marzia, cussy se corumpe e se marcisse </quote>», como vidiamo il pomo sano marcire quando presso è posto il marzo. Et, extendendome come philospho in tal nostro dire, pur credendo dir il vero, cum pace de molti segnori, dirò questo, che 'l pare alquanti di loro pur da l'avaritia lassarse cecare, prestendo le orechie a' cativi e pravi e marci suoy offitiali, i quali finalmente i robbano e fasse grassi di la suoa robba, e suoy segnori ingrassa de bosse e di male usanze e di gran odio de' suoy ciptadini, togliendogie la fama e la gloria suoa, facendolli inimicare cum i soy e cum i straney. O Idio, quanta perzeda è questa, da luoro poco extimata! Che pur è troppo grande e da esser biem da loro lamentata che multi tale veduti ne habiamo, che, havendo i segnuori in fine conossuto tal ribaldoni (che tal nome meritano) haverli robbati e factogie cattiva fama, cussy li hanno presi e facti morire e toltogie la robba, e cussy pelato hanno il porco grasso cum suoa ignominia grande e non con picol danno di sé e d'i suoy ciptadini.</p>
<p>Ma inanti che più oltra procieda, narerò una historia a proposito, a mio iuditio di comendatione degna. Era a mio tempo a Mantoa uno ciptadino, messer Remondino nominato, che pur portava speroni d'oro in gran vituperio de la cavalaria et era grande usuraro e spesso se embratava nel tuor d'i datii afficto da quel segnore. Il che, essendo uno zorno con lui, aricordendogie sempre pur qualche aviso di avaritia e di suo vituperio, gie disse: — Segnore ho il muodo de cressere i vostri datii ogni anno de intrata ducati domilia. E certo io ve i darò, se la segnoria vostra me vol promettere de donarme quelli doe milia ducati del primo anno, e sì me volio / obligare a tuore questo datio, dil quale vi darò lo aviso, panni diece ogni anno, pagendo ducati doe millia — . Parse al segnore bella cosa, e cussì gie promettete di fare, pur che tal datio non fusse exorditante, né di vergogna suoa; il che gie, rispose che non seria exorditante né vergognoso. Et aprendo tal cosa, gie disse: — Voglio, segnuore, che tu ordeni che ciascuno linzuollo che se sugerà al sole, page dui quatrini; uno mantille, uno; la tovaglia, uno dinaro, e somegliante uno tovagliuollo e le peze picole; una peza di pano, uno peyone sulo tanto —. E cussy a tutte tal cose che di sole haveva di bisogno, poneva il suo datio, che certo, secundo il mio parere, non se indaciava ma impaciava, cumcessia che 'l sole a Mantoa staga il più de l'anno ascosto. Imperò, essendo stato papa Martino a Mantoa tre mesi che 'l sole non era apparuto, domandò il marchexe di qual mese nasseva il sole a Mantova. Il che, quello nobele e zintil segnore, come magnifico e non di avaritia tento, prima gie fece questa risposta e certo degna et a proposito: — Io sunto contento, ma cum questo voglio di zonta che quando vorano altruy sugare i soy panni, che obligato sey a fare il sol parire, e se non parerà, tu sey obligato al suo interesso —. D'altra parte il fece prendere e ponere in presone, dicendogie: — Braco da denari e ribaldone, usuraro maledetto! È questo lo avanzo che ensegnar far mi voi, farme per tutto il mondo per uno sevo tyranno publicare? Orsù, tu mi ha' voluto tore la mia bona fama, e io te toro la vita, scelerato, ribaldone che sey! — E quello amantenente il fece ponere in presone e sì gie 'l tenette piuosuor mexi; da poy il banditte de terre e logi soy. El cativello venne a Padoa e si teneva il bancho di la uxura come stato fosse zudeo, e drieto da poi poco tempo, se morite da peste, e la robba suoa andò come andoe, che molti la godette, i qualli a quella acquistare non gie haveva sudato, come spesso intravenir / vidiamo di le robbe tale, e lui a casa calda dove vano tal suo pari in sempiterno, che cussì tutti i segnori doveriano tal mascalzoni da sé vituperosamente cazare e non prestargie le orechie.</p>
<p>E fuò questo tale somegliante al tuo ciptadino di Marinetti, Ludovico nominato, il qual volse tore il datio del vento che conducea le barche a Ferara, volendo ogni barcha da vella pagasse tanto. Et a questo il marchese Nicolò, dicto il Zotto, feceli simel risposta che fece quel da Mantoa, dicendogie che volea s'obligasse di far l'aere sempre ventare quando le barche volevano vinire a Ferara, pur cum aspere parole quel reprendendo e da sé cazendo, che certo tal tyrannesche usanze, come poste suono, durano in perpetuo, e come durano sempre, cussy <foreign lang="lat">in aeternum</foreign> suono cruciate le anime di queloro che sono stati casone di tal trovare. E cum pace d'i principi, pur iungerò che tanto serà punito che tiene come quello che scortica.</p>
<p>Apresso debbon i principi creare li offitiali suoy degni e non persone vile, il perché prima representono la persona dil principo, la quale certo se tenze per sì stessa di gran vilità quando costituiscono vili offitiali. Secundo, quando li homini nobeli e digni gie vanno dinanti, se suono vili, pur per rispecto dil segnor se poneno la mane cum gran gravità a la bretta, facendogie scarso honore, ma sotto il manto gie danno le fiche a foglia coperta; e se per aventura hanno da quelli cattiva risposta, ritornano in dretto cum male parolle, dicendo che è pur asino, biastimando il Segnore e incorporendosse di grande odio contra amby dui. Certo, certo la vilità de l'offitiale invilisse la monarchia d'i principi, e suono casone di gran murmurare et odio grande generare a' soi segnori, che, come dicto è, non è al principo cosa più prestante quanto l'amore d'i soi ciptadini, e che, havendo quello, che cosa può a lui manchare? Sì che biem pare come ai principi apertiene haver boni e degni / offitiali, che per questi come per mezani drizano in lo vero fine politico la gente a loro comessa, fazendo ognomo biem e quietamente vivere, et a ció asforzar se debbe ciascun principo et in questo debbe esser tutto il suo studio.</p>
<p>Dicea l'altra cosa esser la scientia, la quale i principi debbono molto amare e quella grandemente honorare, che la scientia è via a la virtù, il perché la scientia è via a la philosophia e la philosophia è dritta via a la virtù , sì che al principo molto gie conviene esser biem doctrinato. Imperò dicea Platone il mondo esser beato se li philosophanti rezesseno, cioè se i principi facesseno come comanda la philosophia. E di questo luoco tuor potiamo esser cosa molto ai principi pertinente, quando la facultà suoa sustenir il può, haver ne la ciptà suoa il studio de le lettere, adciò che apresso di loro habbiano continuamente litterati e docti homeni, dil conseglio d'i quale luy usar possa a suo talento, che certo anco per quello redonda gran benefitio a la re publica, facendosse il popul suo più docto, scazendogie dai ochy l'ombra de la ignorantia, che dove è la sapientia e la fonte di le lettere, quel tal populo se fa più savio, e per lo mondo se sparze il nome dil principo e la gloria di le ciptà. De, ditime segnor mio, se non fosseno le lettere, che memoria serebbe d'i nostri passati, di tanti suoy nobeli gesti, e come resplenderebbe il suo glorioso nome al presente? Sì che le littere suono quelle che non lassano i principi ne le opere suoe da puo' la morte morire, rendendoli vivi et al mondo degni di gran splendente honore risplendere. È adonca li homini litterati splendore et ornamento d'i principi, il perché da quelli debbono essere meritamente amati, honorati et apresiati. Questi son quelli che fanno i principi sempre vivere! Questi sono quelli ai quali i principi doveriano dare il suo oro et argento, non a' buffoni e ioculatori e cetera ceteroni, i quali sepelisseno la buona fama d'i principi, dove, credendo per quelli esser magnificati, cussì suono in vita e morte vituperati! Et avenga che la scientia sia per lettera, nientedimeno è da consegliare / i principi sempre tenere valenti homeni e docti apresso di sé e anco farse in vulgare translatare i libri degni et in quelli lezer per farse scientifichi e più prudenti, per tal lectura facendossi domestici de li homeni prudenti che, come dicto è, chi pratica cum il buono doventa buono, con il prudente prudente, como aricorda Salamone: «<quote><foreign lang="lat">Si cum bono bonus eris, si cum malo perverteris</foreign></quote>».</p>
<p>E tanto dicto dil secundo, passiamo al terzo, cum il quale debbe il principo drizare la gente a luy comessa nel vero fin politico. E questo dicto è esser i beni de la fortuna, i quali suono veri instrumenti dil biem vivere, che il principo debbe ponere ogni suo studio a far che i ciptadini suoy siano habundanti di tal beni, aciò che ebba a cessare ne la ciptà le usure, le usurpatione, le quale intravene per povertà; apresso dare e soccorrere dil suo ai ciptadini bisognosi, quelli subveniendo. Debbe anco il principo esser sollicito a rimover quelle cose che sono casone de impedire il vivere quieto e pacifico d'i ciptadini. E queste cose sono prima le descensione e le discordie e le extorsione, e questo fare cum la bachetta de la iustitia, il perché non è cosa che tanto puossa in tal casi come la iniustitia, che certo questa sordida iniustitia perverte et imbrata ogni felice vivere d'i populi; che, come la iustitia è madre e radice di ogni bene, cussì la iniustitia de ogni male. Che nuy vidiamo pur in una casa dove è padre, fioli, madre et altri parenti, se non suono recti cum iustitia, ogni cosa ruinare, stando tutti inseme discordi; il perché, adonca, fa di bisogno il principo esser iusto e non perdonar a' cattivi, più e meno agramente puniendo. E di questa iustitia, biem che apieno dicto ne habiamo di sopra, nientedimeno a quelli dicti aiungeremo questo : chi vole biem mantenere iustitia, incomenze prima quella in sé observare fra la carne e l'anima sua, facendosse iusto iudice et in quella habituarse, le voluptà inhoneste cussy suppeditendo.</p>
<p>E qui a laude e gloria de li Alemani narerò quello che loro statuito hanno per observare vera iustitia, a la qualle più salubremente pro/vedeno di quello che fano Taliani. Prima observano cum gran diligentia che veruno delinquente passe senza punitione, a chi non giova pregiere né precio. Secundo, statuiscono i Censori in le ciptà, i quali tutto il zorno e nocte circueno per le contrade, e tuti quelli che gie pareno come desviati dimandano di la suoa conditione e vita, dicendo: — Chi dato gie ha quel vestito, quella centura? — Cercano le borse, chi datogie ha queli dinari e somegliante cosse, e come li ritrovano balbuzare, li mandano a la presone e lì i domandano con il tormento, e quelli che trovano delinquenti di subito li puniscono, e cussy purgano le suoe ciptà da tal latrunculi. E per somegliante puniscono quilli che stano otiosi su per i cantoni de le strate, i quali stano a vagezare per altruy far despiacere, e questo per fare i ciptadini cum più pace quietamente insieme vivere. O offitio degno, quanto sey necessario in molte ciptà de Ytalia, non dico a Ferara, il perché non si ritrovano i zoveni circuir le case degli altri ciptadini per farge cresser la fameglia, come se fa a Vinesia! Che certo, secundo il mio iuditio, a tal cose i principi gie doveriano esser molto solliciti e studiosi. Ma il perché a la re publica non tanto utelle è a removere li impedimenti intrinsechi per il suo biem vivere, ma anco se conviene removere li impedimenti extrinsechi et a quelli havergie li ochy aperti per tanti periculi, imperò debbono spesso i principi quelli per la mente suoa rivoltare, e questi suono le guerre e le possanze de li nimici oculti; imperò apertiene al principo congregare di la moneta, cum la quale, vegnendo guerra, cussì possa la suoa ciptà deffendere. E per congregar quella, se debbe riguardare da le male spese e vane e superflue e biem quelle cum la suoa intrata mesurare. Non dico però che persuada l'avaritia, ma ciò pur dico perché se riguarde da la prodigalità, in la quale incuore la mazor parte d'i principi. E sì conforto per tal dir nostro che ogni principo questo verso sempre in memoria tenir debba: «<quote><foreign lang="lat">Accidit in puncto quod non contingit in anno </foreign></quote>». E non si voglia fidare di la prospe/rità di la fortuna.</p>
<p>Voglio che in ogni cosa il principo serve misura e ordene, sì che tutto il studio d'i principi debbe esser in drizar i populi suoy in buom fine, e tal cosa consiste il suplir le cose obmesse e non manchare da adimpire tutte le cose che lui cognosse esser utelle a la re publica, e tutto ciò fare cum conseglio d'i suoy consiglieri, i quali debbe degnamente rimunerare.</p>
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<head>CAPITOLO SECONDO </head>
<argument><p rend="italic">Capitulo secondo. De le cose che far debbono i principi per conservatione dil suo Stato</p></argument>
<p>Dicto che habbiamo come haver se debbono i principi circa il stato suo, consequentemente tractar mi par dovere de le cose le quale a loro apertene per conservatione di quello, che sono da cadauno principo degne di sapere. E quelle discurrendo, ritovo che suono diece in numero.</p>
<p>La prima, che 'l principe non debbe pattire che ogni minima transgressione dei delinquenti punita non sia, come aricordato habbiamo che fanno li ultramontani, e questo il perché non ebbano casone, non essendo cossì puniti, di transgredere in mazuore, che pur è vero che molti quatrini fanno uno bolognino; imperò proverbialmente se dice: «<quote> Da le zoppe facilmente vengono a le priede </quote>».</p>
<p>La siconda è honorare i soy subditi, <foreign lang="lat">spetialiter</foreign> quelli che de honore degni suono, et a quelli degni offitii tribuire, et a quelli, quando bisogna, socorso dare, che a contribuire li offitii a le persone indigne e quelle honorare, non è far altro ch'al populo suo inimicarse, come dicto habbiamo, e dove dil principo prima diceano esser principo, fra loro dicono che è uno tyranno, e cussì fi infamato ancora apresso di quelli che non il cognosce.</p>
<p>Tertia è sapere cum amore far stare il populo suo timoroso, adciò che ebbano casone suoy ciptadini di stare più uniti, verbigratia dicendogie di guerra futura, e tenirli in qualche prudente modo suspexi, mostrendo luy a tal cosa voler provedere et essergie studioso per il bene de la re publica suoa, adciò che cum tale demostratione tenga il populo in timore e quella riduca in suo / grande amore.</p>
<p>La quarta è esser curioso di levar via ogni discordia fra suoy ciptadini nassuta e <foreign lang="lat">spetialiter</foreign> d'i potenti, che le discordie d'i ciptadini potenti suono come capara de la ruina dil stato di la re publica e de lo infelice viver di quella.</p>
<p>Quinta, che il principo sempre debbe star con li ochy aperti e cum le orechie attente circa di quelli ai quali dato ha offitio e che ha in alto sublimati et esser solicito di sapere come se portono nel populo e quelli che 'l trova boni, quelli laudare e magnificare e biem premiare, cussy di grado in grado quelli exaltendo, ma i cattivi e pravi da sé scazare e quelli punire, che per tal cosa i boni doventarano migliori e cattivi se vergognaranno, disponendosse de doventar megliori. O Idio, che dir debbo, che nuy vidiamo più i cattivi regnare et esser exaltati cha i boni? Et imperò biem disse Platone: «<quote>Beati i rezimenti, se i rezenti philosophasseno </quote>», il perché i cattivi non hariano luoco.</p>
<p>La sexta, che 'l principo, inanti che eleza uno ad offitio suo fare, overo quel in dignità ponere, cussy prima debbe di tal volere esser biem informato, che ciò non facendo non ebba a scapuzare, sì che non debbe essere precipite in dar li offitii e conferir le dignità. Il che, adonca, guardar se debbe de dare i magistrati a' bisognenti, il perché comunamente i magistrati soleno li animi de li homini corumpere e <foreign lang="lat">spetialiter</foreign> quelli che suono, da la povertà gravati, usi grassamente vivere, sì che se voleno dare cum grande e maturo conseglio. Et in observatione di tal canone adurò in exemplo lo illustrissimo Nicolò marchese, tuo besavo, dicto il Zotto, il quale imbusolava tutti i soy ciptadini che a luy parea degni di offitio, e sicondo la diversità de li homeni e de li offitii diversificava i brevi; il che, iugnendo il Natale, tirava fora dil bossolo de li imbussolati a la podestaria di Modena uno breve, e queluy a chi tochava, mandava per podestà, il quale né parlato, né pregato haveva il segnore, anci molti reffutaveno, adducendo sue legiptime casuone. E somegliante faceva di tutti li offitii, cussì sempre quelli distribuendo in ciptadini da bene. Huò, che scriverogio de quelly segnori che / vendono le podestarie? Non so altro dire nuomà che fanno buom mercato di la iniustitia, cum grande sua infamia e presente e futura, essendo sempre da tutti i populi dil mondo maledicti. O principi mei, tacerogio il comune vostro errore, che le vostre pretorie spesso date a poveri zintilhomeni da la fortuna balanzati, havendo a la nobilità cussy conducta gran compassione? Certo non vi vitupero per ciò che gie habbiati compassione ma vi laudo, ma dico bene che meglio seria darge provisione dil vostro e non di quello d'i poveri homeni, che vi so biem dire che la nobilità mal sa comportare la povertà e la viltà dil vestire et anco il vil manzare quando usata è al grasso vivere. Il che, adivene che pur viver voleno et anco avanzare e ciò far non pono cum la parvità d'i sallarii che gie datti. Il che, in le questione se lasseno onzere facilmente le mano, spesso cometendo iniustitia. Danno picol salario a' vicarii e iudice, a li quali comportano de le cose mal facte; apresso non danno sallario né a' contestabile, né a' biri, come sollevano e doveriano fare, a quelli comportendo mille strassinamenti di poveri homeni, sì che de pretori doventano robbatori. E ciò che scrivo non è folla, che cussy tutty i palazi sono doventati spelonche da latroni. Debbeno adonca i principi che iustitia amano, aciò che dicto è, aprire bem gli ochy suoy.</p>
<p>La septima è haver sempre il bem de la re publica suoa al cuor suo affixo, come il buom padre de fameglia a la casa, che ogni amante sempre temme che a la cosa suoa amata non gie inscontre qualche molestia: cussy anco cum timor star debbe il buom principo che a la suoa re publica non gie encontre qualche incomodità.</p>
<p>La octava, che 'l debbe havere piuosori exploratori, i quali cercar debbono il biem vivere e i modi che tengono i soy ciptadini e sapere di molti de luoro de che vivano, e quando alde dire de le spexe grande che fa questo e quello più che la facultà suoa non porta, voler sapere di che ciò facto ha, come anco è intravenuto a mio tempo a Ferara di alcuni talli, e cussy come / buom principo quelli corezere e punire. E se ciò facesseno, anco cussy sapendo d'i soy offitiali, molto gie ritorneria a grande honore.</p>
<p>La nona è che asforzar se debbe il principo di esser buono e iusto, che queste sono due cose che tirano i populi ad amar i principi, come la magnete il ferro.</p>
<p>Ultimo, debbono notitia havere de la policia suoa, per le quale principono, e debbono voler enteder le cose che hanno quella corrumpere e quella salvare. Et imperò debbe spesso il principo pensare sopra le cose passate e come passorono, che le cose passate se asssomigliano a le future et amaistrano l'uomo di quelle, come allegato è: «<quote><foreign lang="lat">Praeteriti ratio scire futura facit</foreign></quote>». Debbe anco di tempo in tempo le presente ricercare come suono regulate e somegliante cose per l'anemo continuamente ruminare.</p>
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<head>CAPITOLO TERZO</head>
<argument><p rend="italic">Capitulo terzo. Come i principi se debbono fare amare e temere da li suoy populy</p></argument>
<p>Una de le principal cose che faza stabilire il stato d'i principi è haver degni e reputati consiglieri, che cussy ogni cosa che fa il principo sia creduto per tanta auctorità di quelli esser facta cum gran iustitia. Per la qual cosa cum l'anemo quieto i populi ogni tale cum gran patientia supporta, che certo ogni effecto che da la virtù escie è da tutti sempre laudato, et avenga che i pravi e vitiosi quello cum la bocha condanne, nientedimeno nel cuor suo quello non acusano, il perché il recto dictame de la rasone, e come a ciascuno naturale, è laudare il bene e vituperare il male. Debbe adonca il principo molto studiare e di ciò esser sollicito che 'l sia biem amato da' suoy ciptadini, che a lui non debbe esser cosa di questa più grata, né più accepta.</p>
<p>Diremo adonca sey esser le cose che tiranno i populi in l'amore dil suo segnore: benificentia, cioè, e liberalità, forteza e magnanimità, equalità e iustitia. Di queste tale, biem che dicto ne habbiamo nel manifestare le conditione dil principo, pur a complemento e a perfectione dil capitolo / presente, cussì descureremo alquanto per queste tale cum Aristotile ne la Rhetorica suoa, dicendo: «<quote>Li populi ama et honora i benefici, i denari e li homeni liberali </quote>», il perché loro non entendeno nuomà le cose sensibile e quelle sole amano. Sì che vole el principo esser benifico e liberale, non avaro, se amato esser vole, che, come dicto è, nuy vidiamo per fina i brutti amare quelloro che gie fa bene. Et imperò dise Nostra Donna: «<quote><foreign lang="lat">Magnificat anima mea Dominum, et exultavit spiritus meus in Deo salutari meo, quia fecit mihi magna</foreign></quote>». E qui aiungerò che 'l principo ferarese, fra li altri, spesso debbe dai suoy de camera esser advisato se alcuno d'i suoy, nobele e buono ciptadino, è infermo, et a quello presentare de le perdice, fasiani, i quali senza numero a lui fi apresentati, cumcessia che veruno di Ferara e del ferarexe quelli tali uccelli prendere se argumenta, né de quelli se vendono in piaza; che certo con megliore appetito quelli manzano cum il sapore di l'amore dil principo, e cussì quelli meglio nutricano e rendono tal ciptadini in perpetuo cum grande amore al principo obligati, che ciò biem servava la felice memoria dil tuo genitore.</p>
<p>Vole manifestare la suoa forteza e magnanimità in qualche cosa che 'l populo entenda quello esser tale, aciò che, cussy entendendo, lo habbiano da amare, dicendo fra loro: — Certo il principo nostro è tanto magnanimo e forte che per salute di la re publica nostra se poneria ad ogni gran periculo, tanto ne ama —, cussy ponendo gran speranza in luy.</p>
<p>Quanto la iustitia commova i populi ad amare i principi dicto habiamo di sopra, imperò Aristotiles: «<quote>Nui amiamo molto i iusti</quote>».</p>
<p>E rivoltendome al timore, diremo che non è cossa che faza tanto temere il principo come fa le punitione dei delinquenti, cussy non sparagnendo veruna, né picola, né grande. E questa tal punitione in sé claude doe cose, la persona cioè che punita esser debbe e il modo dil punire. Se debbeno punire i delinquenti e quelli che perturbano il bene di la re publica. Vole essere la punitione dretta e a veruno perdonare, non a padre, non a fiolo, non ad amico, cussì facendo vero iuditio e iusto, che, se sempre il principo tale observerà, serà temuto, intendendo la brigata non potere evadere la punitione comettendo il fallo. Anzi Aristotile ensegna i principi esser ne / le punitione più severi ne li suoy cha in li estranei. E qui a proposito aricorderò la iustitia e la grande observatione di quella di Traiano imperatore, il quale, dimandendogie rasone una donna vedoa, il fiol de la quale il fiol suo, correndo il cavallo, morto haveva, per ristauratione sua, volendo che la iustitia luoco havesse, gie consignò e dette il proprio fiolo a quella per suo, e cussì contenta remanette, che in altra mainera quello morire far voleva.</p>
<p>Apresso, aricorderò quello che fece un altro imperatore, il nome del quale al presente non mi occorre. Havendo facto il bando che veruno mechar dovesse, in pena di perdere gli ochy, et occorrendo che 'l proprio fiolo cussy mecasse contra il bando facto, fece cavare uno ochio al fiolo et un altro ad sé, dicendo quello volere al fiol suo prestare, aciò che la iustitia in tutto observata fosse. Ma pur qui aricorderò il dicto de Tullio: «<quote><foreign lang="lat">Summum. ius, summa iniustitia</foreign></quote>», che tal <foreign lang="lat">summa iustitia</foreign> è <foreign lang="lat">iniustitia.</foreign> Il modo del punir è cum le leze, usanze e cum misericordia e gran prudentia.</p>
<p>Diciamo ultimamente in questo che, avenga che 'l principo l'uno e l'altro desiderar debba, esser cioè amato e temuto, pur debbe esser più corioso ad esser amato cha temuto: il che con queste doe cose debbe il populo suo drizare in buom fine de la re publica suoa.</p>
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<head>CAPITOLO QUARTO</head>
<argument><p rend="italic">Capitulo quarto. Di la qualità d'i consegliery </p></argument>
<p>Havendo spesso aricordato i conseglieri d'i principi, cussy parso mi ha de quelli e di suoa dignità mentione fare, il perché non è cosa tanto congrua e al principo più salutiffera quanto è havere buom e degno Conseglio, cumcessia che ogni suoa opera ebba da quelli dependentia e per tutty quelly governar se debba il stato suo; e per somegliante non è cosa più a' principi pestiffera cha havere mali conseglieri, per i quali i stati d'i principi soleno ruinare, sì che biem attenti e studiosi esser debbono a quelli elezere. E questo vole essere il suo primo studio, quando entrano in principato. / Volono adonca quelli elezere savii e prudenti e homeni, biem experti, che molto vale la experientia nel rezere e governare i stati, come quella vale nel medicare d'i corpi. E qual cosa può esser nel principo più gloriosa cha sapere biem prudentemente rezere la gente a lui comessa? E quel principo prudentemente reze il quale da prudente conseglio fi recto, che, come il principo despresa il conseglio, cussì se ellonga da esser prudente, il perché è al prudente cosa propria non negligere il Conseglio, che certo i pensieri de li homeni vanezano quando non sono facti cum buom conseglio e dove sono più persone, cussy se consolidano e suono più efficace. Il che, il principo non se debbe a sé solo credere, ma in ogni suoa opera degna e grave debbe havere maturo conseglio, che certo queluy che se crede essere de li altri più savio, alquanto se tenze di spetie di materia. Debbe adonca ogni savio principo elegere conseglieri d'i quali prima sia biem informato e che ebbano le qualità over conditione a' conseglieri pertinente, le quali qui apresso narraremo. Prima voleno esser boni e boni homeni tenuti, cumcessia che ciascum tale molto se adopere a la forteza dil stato dil principo, che certo troppo grande è l'auctorità di l'uomo buono e riputato buono, che cussy ciò che luy dice anco parlendo, non aducendo dil suo dir rasone, gie fi creduto. Sì che eleza il principo per suo consegliero quello che lui sa esser buono e prudente, cumcessia che la buntà cum la prudentia coniuncta madre sia de ogni buom conseglio. Voleno experti essere, il perché la experienta rende quelli più prudenti, che per tanta suoa experientia sanno meglio consegliare. Voleno esser amici veri, non ficti, i quali non cerchino di riempire el ventre suo, cussy persuadendo quello che gi è utele a loro, non risguardando al bene del principo suo. Voleno esser tale che persuadano al principo quello che a se medesimi se fossero in quel stato, che certo non è conseglio sopra di quello che dato è dal vero amico. Voleno esser vechi, il perché la sapientia in li vechy alberga, quali per età longa experti facti suono, che l'uomo vechio per longa experientia e per longa consuetudine è molto più prudente dil giovene, dico sempre, ponendo / buona parità fra loro, che biem se ritrovano alcuni zoveni più savii assai che alquanty vechy. Voleno esser veridici, il perché, come il principo sente uno suo consegliero pur quello sempre aplaudere e temer de dirge il vero, quello privar debbe del suo conseglio, e, come se accorze il consigliero suo pur sempre aricordar le cose buone e vivamente, quello debbe honorare e apresiare. O Idio gorioso, non so che dir me dica, che 'l pare in questa nostra età esser più exauditi li gnatoni e ficti cha i veridici! E perché se dice come proverbio: «<quote>Voi tu esser mio amico? Non me dicere il vero</quote>». Vole ogni buom consigliero essere alieno da ogni ira, odio, amicitia, libidine e da lo amore dil proprio bene. E chi è quello? E non vole esser festino, ma tardo, che certo queste doe cose suono nemiche di ogni buom conseglio, festinantia cioè et ira . Sì che i principi debbono elezere per conseglieri homini boni, vechi et experti, prudenti et amici, che questi tale, cussy postposto ogni timore, consegliano i principi che 'l suo non dagano inutelmente né quello dissipe, che la ciptà stia habundante per lo biem essere d'i poveri, e che soliciteno de levare le discordie d'i ciptadini, quelle cerchendole de sapere e per solicitare il principo a quelle via levare. Apresso, che servate siano le leze, senza observatione di le quale la re publica suoa biem star non può, e che se guarde di comettere le casone de' suoy ciptadini a' ciptadini, il perché quelle tale difinire non se possono senza odio e malivolentia; sì che lasse che diffinite siano per le leze e statuti soy e secundo usanza de la ciptà. Ma forsi diray: — Questo consigliero che havesse tal conditione tutte seria una cornachia bianca —. Dico che è pur vero, e puochi se ritrovano tale: tutti gnatonezano, ma ciò ho dicto il perché i principi sapiano megliore electione fare, dendo apresso tal segno più che possiano.</p>
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<head>CAPITOLO QUINTO</head>
<argument><p rend="italic">Capitulo quinto. Quali zoveni debbono i principi elezere per soy donzelli e quali reffutare</p></argument>
<p>Essendo da nui dicto di la electione d'i conseglieri e quanto studio i principi haver debbono in quelli elezere, cussy pare esser consequente anco dire de le conditione le quale haver debbono i suoy donzelly / e di questi tali esser anco attenti, considerando che per le mane di quelli continuamente hanno a passare. Apresso, che se serano mal acustumati e vitiosi, cussy serano casone de infamia dil principo, dicendo il proverbio: «<quote>Tale il servo quale il segnore</quote>». E, per contrario, se serano biem acustumati e virtuosi, serano gran gloria suoa, dicendo ognomo, e domestici e forestieri: — Certo tal principo ha pur una zintil fameglia e biem acustumata —. Diciamo, adonca, che i costumi d'i zoveni riceveno gran diversità da la fortuna, il perché vidiamo quelli che nassuti sono di zintilhomeni o di gran richi haver altri costumi cha quelli che di rurali o de homeni molto humili sono producti, sì che i costumi d'i zintil garzoni nutriti nobilmente suono più conformi assay a quelli d'i principi cha quelli d'i poveri e nutriti poveramente. Il perché a' principi apertiene elezere in soy donzelli i fioli d'i zintilhomeni e dei nutriti zintilmente, <foreign lang="lat">spetialiter</foreign> ai servitii et offitii degni e zintilli, che certo, per questi zintili, i principi e le corte suoe conseguitano assai mazor splendore cha se fosseno rurali, anco se fosseno tale luoro, e le corte suoe receveriano grande infamia, dicendo la brigata : — E' una corte piena de vilani —. Ancora, cussy togliendo tal fioli vili, incorreno odio e malivolentia d'i suoy zintilhomeni e grassi ciptadini, da le quale doe cose il principo in ogni modo ritrar se debbe, che è pur vero che questi tali suono da esser più extimati. Ma biem se ritrova che anco questi tali non suono tutti sam Pietro e di costumi equali, che biem di loro alquanti se ritrovano esser discoli e vitiosi, avenga che siano zintilmente nati. Et imperò voglio qui aprire alquanti costumi che sono decenti a li donzelli dil principo, ai quali anco tutti i zintil zoveni debbono le orechie sue extendere. I costumi a tal donzelli pertinenti diciamo esser questi. Voleno i donzelli dil principo esser boni, liberali et erubescitivi. Voleno esser boni, abominendo vitii et amendo le virtù e li homeni virtuosi, drizendo ogni suoa opera pur a virtù. Voleno esser liberali, che l'avaritia in l'omo zovene è uno inditio di gran malignità, in quello <foreign lang="lat">spetialiter</foreign> non havendo il suo haver acquistato cum faticha; ma quando se ritrova uno giovane che cum fatica ha acquistato la robba, / se se fa un poco stretto, gi'è da perdonare, che è da sapere che ogni zovene per natura più declina a la prodigalità cha a l'avaritia, sì che quando è avaro violenta la natura. Voleno esser animosi e di bona speranza, che la animosità è nuntia di la calidità dil cuore; e tali esser voleno, come anco in le qualità dil principo dicto habiamo, che cussy exponendosse ai periculi il principo, anco loro sia animosi a quelli animosamente arsaltare. Dezeno esser magnanimi et amatori di honore, cussy sempre pensendo e rasonendo di cose magne. Non voleno esser ruffiani e maligni, cussì corrumpendo li altri, che certo il principo doverebbe pudicitia a quelli comandare e <foreign lang="lat">spetialiter</foreign> contra le moglie e fiole d'i suoy ciptadini, dimostrendo lo grande amore che a quelli porta e per evitare de multi gran scandali che in la ciptà occorere pono, et a quelli raccomandargie san Biasio. Miserativi, il perché la crudellità rende l'uomo difficile ad amare altrui, sì che tali cum gran fatica amano il principo suo e luy dil suo amore poco sperar debbe. Debbono esser verecundi et erubescitivi, che certo la verecundia in lo zovene è optimo segno e cussy quando per ogni minimo fallo se inrussiscano, che pur è signo che desiderano et amano honore e temeno vergogna. Quelli suono dal principo esser reffutati, i quali suono de mali costumi, a le lascività dati, di parlar desonesti, che pur è vero che i pravi colloquii corrumpeno i buom costumi. E quelli che non sono in alcuna cosa liberali non se voleno tenere, <foreign lang="lat">spetialiter</foreign> quando pur hanno d'i beni de la fortuna, che l'avaritia sforza l'uomo a comettere ogni excidio, il perché di questi tali i principi fidar non se debbono. E, sumendo, diceamo che i vitiosi, rixosi e quelli che non honora il culto divino, avari e lascivi, voleno esser dai principi scazati e per nulla quelli tenere, né per donzelli, né per camerlengi. O corte moderne, biem mi realegro cum tutte vuy, il perché veruno tale in vuy se ritrova, né anco habitar può! Ultimo dico che e biem conveniente, e sì commendo, i principi haver garzoni humilmente nati, i quali ebbano a spazare la camera loro e a far tal vil servitii necessarii anco per la persona dil principo, e quelli cari havere secundo la lor vertù, e quelli biem / meritare et exaltare in processo di tempo, secundo che meritato hanno, che, usati in belli costumi, dendogie robba, cussy gie ebba a dar principio de nobilitarse. Ma pur a li offitii ai quali e le zintileze e nobiltà deputati suono, come seschalcaria e somegliante, certo gran riguardo haver gie debbono i principi de non gie mettere homeni i quali non siano in zintileza nutriti, il perché quelli, non cognoscendo che cosa è zintileza, spesso spesso fanno a' principi vergogna.</p>
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<head>CAPITOLO SESTO</head>
<argument><p rend="italic">Capitulo sexto. Come i principi debbono esser studiosi a fare che i loro fioli siano biem acustumati</p></argument>
<p>Habiamo dicto d'i costumi d'i principi; bene è adonca, consequente, che nuy diceamo come anco loro debbono esser solliciti che luor fioli siano biem acustumati. E il perché i costumi sono in doe maniere, costumi cioè al culto divino pertinente e costumi pertinente a la vita politica e morale, come di sopra dicto habiamo, cussy diremo prima dei primi, dapoi d'i secundi.</p>
<p>Diceamo adonca, seguitendo i primi, che i costumi al culto divino attinente probare non se puono per rasone, né anco per efficace persuasione rhetorice, il perché la fede è sopra ogni rasone. E' adonca necessario che i christiani solliciteno i fioli da infantia sua a' costumi di la fede et in quella quelli per longa solicitudine nutrire, adciò che quelli, da infantia cussì abituati, per fina che vengono a la età mazore habiano fermamente quelli tenere e credere, e che per persuasione rhetorice né morale se ebbano da quelli elongare. Tal advertentia più assay haver debbono i principi cha li altri christiani, per tanta mazor licentia che hano lor fioli, che nuy vediamo comunamente i fioli d'i principi, come perveneno a la gioventù, subito se dano a le lascività e voluptà dil corpo, poco extimendo Idio e sancti pur che compiscano le lor voluntà lascive. Che, se non harano facto prima buono e fermo fundamento in tal costumi divini, da quelli leziermente se lontanarano, rempiendosse cum tal suoe persuasione che a lor delecteno il capo di nove opinione, non credendo dai cuppi infuxo. Sì che fo gran capitale che in loro infantia siano in questi tali biem nutriti et habituati, che essendo loro grazonetti, vivendo più per i sentimenti cha per rasone, di ciò che aldeno non dimandendo rasone, cussì tutto / quello che i padri e le madri gie dicono fermamente credeno. E cussy, a il longo andare, in quelli la fede se gie fa forte e robusta e quasi come naturale, come intravene ne le altre cose per lunga consuetudine aquistate; il che, cussì habituati, non se lasseno da può corrumpere per rasone che allegate gie siano in contrario. Debbono adonca i principi i fioli suoi, come comenzano esser capaci di doctrina, farli imparare i princìpi de la fede christiana, che sono li articuli contenuti nel <title>Credo</title>. E se non pono quilli perspicacemente emparare, basta sepur grossamente quelli imparano. Somegliante condurli a la giesa, a le messe, facendolli honorare il Segnore; insegnarge il <title>Paternostro</title>, <title>Ave Maria</title>, e somegliante, le opere di la misericordia et a quelle far invitarli, et <foreign lang="lat">finaliter</foreign> a tutti i costumi cristiani secundo loro età, crescendo tal doctrina e mazore secundo che loro in età mazor crescono, che certo tal cosa è più degna e necessaria in li fioli d'i principi cha in li altri. Il perché per il fervore de la fede in quelli, casone esser pono di mazor bene in la religione christiana, e per contrario può esser casone di mazor nocumento di quella, come di Federico tertio di sopra aricordato habiamo, che anco pur vidiamo i notabel templi de' christiani e li grandi e degni ornamenti di quelli esser facti per i principi, come al tempo nostro facto ha a Ferara quel illustre principo e di memoria degno, tuo padre, il quale fece fundare e compire Santa Maria da gli Anzoli, dove stano tanti notabil religiosi, a quelli del suo dendogie il victo e il vestire. E tu facto hai la Certosa, di sopra aricordata, dove spenduto gie hai tante dexene de migliara de ducati, havendogie proveduto e dil vestire e del manzare e di ogni altra cosa necessaria al suo talento.</p>
<p>Et havendo di questi dicto tanto, rivoltiamosse a li altri costumi a la re publica et al vivere morale pertinente, d'i quali i fioli d'i principi debbono esser sopra li altri ornati, che, come degnamente quelli sopra li altri fioli debbono preeminere, cussy anco quelli debbono in bei costumi quelli superare. Che certo i principi non debbono essere men soliciti ad amaistrare li fioli in virtù e buoni costumi de quello che sono a farli potenti, che la vertù e bey costumi suono da non esser de la potentia meno extimati, la quale è subiecta a la fortuna, né nostra è, né esser può, come di sopra è probato de auctorità de Biante philosopho. / Il perché adonca suono questi tali da piccolini esser amaistrati, aciò che non cadano in le lascività, in le quali suono per natura proni a cadere. Imperò dicea Aristotile che i giovani non sono convenienti auditori di philosophia morale il perché suono executori de le passioni suoe. Sì che, expectendo di principare come i padri, cussì voleno esser biem acustumati e virtuosi per esser buono e vero spechio di biem vivere ai populi che gie serano subditi. Voleno adunca esser buoni, adciò che i boni doventino megliori e i cattivi se vergogneno di mal vivere, che i belli costumi molto nobilita l'uomo, <foreign lang="lat">spetialiter</foreign> quando è di sangue più zintile; imperò dice il proverbio: «<quote>Nobilità non è altro cha belli costumi et anticha richeza</quote>». Ma, sopra tutti, i costumi che de la virtù ussisseno sono più da esser honorati assay cha quelli che dil sangue esseno; imperò i costumi d'i fioli d'i principi virtuosi, cussy ussendo dil sangue e di la vertù, sono sopra tutti preeminenti e da esser meritamente più honorati. Tacerogio la gran cecità d'i populari, i quali appellano li homeni zintilli per tenir cavagli, cani, occelli assay e tal bestie. E come è la brigata sì cieca che creda le bestie l'uomo nobilitare, le quale non hanno, né haver possono, in sé nobilità alcuna? Che certo tal zente, che tanto amore e spesa poneno in tal brutti, suono degni di grande acusatione, non dico per i principi, ma per particular ciptadini, che tal uccellare cum canni fuò ritrovato a ricreatione d'i principi per le fatiche grande nel rezimento di la re publica sostenute, non per li richi, né anco è honesto al sorze fare come fa il leone.</p>
<p>Suono adonca i figlioli d'i principi da esser sollicitati a buom costumi più assai de li altri, il perché i suoy costumy stanno molto più assay per giovare e nuocere a la re publica et a la religione christiana de quelli de li altri fioli.</p>
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<head>CAPITOLO SETTIMO</head>
<argument><p rend="italic">Capitulo septimo. A qual scientie sono da esser invitati i fioli d'i principi</p></argument>
<p>Dicto habiamo quanto i fioli d'i principi suono da essere solicitati a' buom costumi; biem consequente è che diciamo che cosa esser può a quelli più necessaria per quelli meglio conseguitare. Certo, illustre segnor mio, secundo il mio / iuditio, non credo che 'l sia cosa alcuna che tanto l'uomo invite a buom costumi quanto fa la scientia, che pur nuy vidiamo sottosopra li homini scientifici esser de li altri più acustumati. Et imperò i principi debbono invitare i fioli suoy ad imparare scientia, che la scientia driza l'uomo a la vertù, e cussì, essendo virtuosi, saperano meglio drizare la gente a luor comessa nel vero fine di la vita politica. E pur aricordarò il dicto di Platone: «<quote>Beato il mondo se i philosophanti rezesse</quote>», che biem anco dir volse se quilli che rezeno rezesseno philosophicamente, cioè moralmente, non venti da le passione, ma in tutto de iustitia executori. Suono adonca tal garzonetti da esser invitati a le lettere, per le quale certo l'uomo se fa più cauto e più prudente e più intelligente assay.</p>
<p>Ma forsi dimanderà toa signoria a qual scientie sono da esser invitati. Dico, a Gramatica et a certe arte liberale, le quale se nomina liberale il perché non poteano a tempo antico in quelle studiare nomà i fioli de li homini zintili e liberi. Prima adonca dezeno emparare Gramatica, adciò che de le lettere e de le dictione de tutte le altre scientie cussì cognitione habiano et intelligentia, che questa è quella che insegna parlare secondo lo ydioma d'i philosophi, che ensegna come proferire e drictamente scriver se debbe, e finalmente è origine, madre e fundamento di tutte le altre scientie, che, cumcessia che i philosophi scripto habiano per lettera, cussy, senza cognitione di la Gramatica, de le sententie de quelli notitia alcuna haver se potrebbe; sì che prima a questa voleno esser invitati.</p>
<p>E il perché continuamente cade dinanti i principi casone d'i ciptadini diverse, le quale ciascuna parte studia di quelle paliare e cum verità e cum boxie, ciascuno aducendo suoe rasone, imperò mi par esser cosa a quelli assai pertinente havere apresso la Gramatica alquanta notitia di Loyca, la quale ensegna discernere il vero dal falso e cognoscere le rasone, over argumenti, veramente o falsamente concludenti, sì che a conseguitar meglio la iustitia cussì pare essere molto utele e necessaria ai fioli d'i principi, expectendo loro di principare. E certo credo ancor dir il vero che è scientia che ogni huomo da / bene, litterato, ne doverebbe essere ornato alquanto, che questa è maestra di ritrovare i mezi per i quale l'uomo ha a concludere e questo e quello. Che certo, se 'l principo serà prudente et haverà un poco de Loyca, quella molto l'aiuterà ad esser solerte in ritrovare i mezi necessarii a le facende che lui aspecterà di fare.</p>
<p>Quanto la Rethorica, la quale gie ensegna eloquentemente parlare, sia al principo necessaria, biem ciò habbiamo di sopra per molte rasone aperto, sì che non bisogna più di ciò entenderse. Questa tal Rethorica Aristotile l'apella una grossa Loyca, cumcessia che ne le cose morale se procieda grossamente e figurative, non speculative, come se fa ne le altre scientie. E qui pur aricorderò quello che Aristotile dice nel principio de la <title>Rethorica</title> suoa, cioè la Rethorica è assecutiva de la Dyalectica, ad aprire lo error comune d'i zoveni, che prima dano opera a Rethorica, da puo' a Dyaletica.</p>
<p>Debbeno i fioli d'i principi in ogni modo darse a la Musica, e questa fa Aristotile in quelli come cosa necessaria. Dice: «<quote>I garzoni iuveni di natura non possono substenere le cosse tristabile e, sì come dezeno esser più di li altri delectevole e iocundi, cussy quelli suono da esser invitati a le cose che gie hanno a dare mazor dilecto. Queste sono quelle che gie suono consentanee e come naturale</quote>». E tale certo sono le cose musicale, canti e soni, che nuy vidiamo, quando i fanzuletti piangono e se tristano, che, se lor madre gie cantano, amantinente se aquietano; sì che biem pare la Musica a la natura humana in recreation di quella più cha veruna altra cosa esser accomodata. Suono adonca per quelli recreare e render più alegri e iocundi da esser invitati a la scientia musicale, che pur gi è necessaria alquanta recreatione, la qual ritrovano ne la Musica senza nocibilità alcuna. Che i fioli dì principi non hanno, né haver debbono, exercitio mecanico, come fanno alquanti de loro che per tedio se toleno exercitio di far rethe, carnirolli, collari da cani, capelletti da ocelli e somegliante. Adonca, adciò che le mente loro per longa otiosità non ebbano a discorrere in le lascività, cussy se voleno tenir ocupati / ne lo exercitio musicale, il quale, senza veruno nocumento, quelli rende iocundi et alegri. Che di tal dir nostro appare quanto suono da esser da' principi desiderate le cazasone, le quale non se adimpiscono senza gran periculi, nei quali spesso cadeno i cazaturi. Non però voglio dire che non debbano andare a cazare, ma che lo exercitio musicale è più securo e rende l'anima dil principo più perfecta, che molto più eligibile è esser buom musico cha esser buom cazatore, che uno più de l'altro rende al principo mazor splendore assai.</p>
<p>Apresso dico che i fioli d'i principi gi' è conveniente molto a sapere Geometria, il perché spesso se occupano in lo edificare de le forteze suoe e cavamenti dil paese, in condure le aque de uno loco a l'altro, con quelle fortificandolo e rendendollo più fructuoso e di somegliante. E ciò ensegna la Geometria.</p>
<p>Di la Astrologia dico che non gi' è necessaria, ma pur quella sapere rende al principo splendore, come fece a Tolomeo re, che per quella ancora vive suoa gloriosa fama.</p>
<p>Di l'Arsmetrica dico che di quella anco ha di bisogno siano alquanto tenti, adciò che possano entendere i soy conti.</p>
<p>Ma in l'ultimo pur tanto dir voglio che sopra tutto se voriano farli imparare le scientie morale, il perché queste ensegnano biem rezere se medesimo e i populi e le fameglie, che certo veruno saperà biem altruy rezere che non saperà lui biem governare. La Ethica insegna a l'uomo come biem governare e se medesimo rezere debbe; la Politica come i populi e la gente a lui comessa il principo biem desponer debe; la Yconomica, la fameglia; il che, biem apare se suono a quelli necessarie. Ma forsi dirà alcuno: — Nui pur vidiamo i principi senza tante scientie biem governare le ciptà e populi e sé medesimi —. Dico che è vero, ma, se tal scientie sapesseno, anco meglio governare saperiano, e forsi più beatamente i populi viverebeno, come è sententia di Platone spesso pur aricordata. Che i principi moderni, se ornati fosseno di tal scientie, forsi se ritrazeraveno da molte cose che non fanno e seria più mundo il suo principare, sì che pur concludo: <foreign lang="lat">Morale negotium principibus plurimum attinere. / </foreign></p>
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<head>CAPITOLO OTTAVO</head>
<argument><p rend="italic">Capitulo octavo. Che a la mensa d'i principi né quelli che senteno, né quelli che serveno debbono in parolle habundare</p></argument>
<p>Suole la mensa d'i principi habundare di molto e superfluo parlare e <foreign lang="lat">spetialiter</foreign> quando è circumdata da cazatori et uccellatori; che certo tal cosa, secundo il mio iuditio, mi pare esser degna de accusatione, che cussy pare anco Aristotille ne la Politica quella riprendere . Ma damnare una inveterata consuetudine è come vituperare la natura, che come dice i philosophi: «<quote><foreign lang="lat">Consuetudo est altera natura </foreign></quote>», et imperò ciò fare senza alcuna rasone è riputato a stultitia. Il perché di tal accusatione mi asforzerò di adur rasone, <foreign lang="lat">saltem</foreign> persuasive e morale, per le quale parerà tal cosa esser degna di accusatione. Diceamo adonca, cum auctorità di Aristotile, in questa forma: «<quote>Li humani acti et anco le arte hanno havuto principio da la natura </quote>», il perché in quelli li homini debbono la natura imitare, permaxime essendo quella da la intelligentia non errante gubernata, come è dicto. Cumcessia, adonca, che la natura ebba ne le opere suoe in abominatione la confusione, per somegliante debbe l'uomo in li acti suoy et opere suoe non esser confuso ma determinato. Havendo adonca la natura la lingua per parlar creata et anco il perché la ie serva al gustare, e, deservendo al gusto, non può biem deservire al parlare, che parlar e manzare insieme biem far non se pò, che uno impaza l'altro, par adonca non esser honesto che quelli che suono deputati a manzare debbano a tavola zarlare, cussì confundendo uno acto cum l'altro, ma debbeno stare cum grande honestà e gravità inanti il conspecto dil principo, a cui ogni tale, in ogni suo acto, debbe havere gran moderatione e riverentia. Apresso, quando uno tanto zarla a tavolla, cum tanto suo zanzare viene in tedio a la brigata astante e zenera apresso di quello uno suo despresiare, dicendo di loro alquanti: — La gazuolla ha troppo bevuto —. Apresso, se longa il disnare e di tal lungeza i servituri murmura, i quali cum gran desiderio expectano di beccare. <foreign lang="lat">Item,</foreign> il perché in tanto parlare è da credere che spesso gie cade di le parolle non biem / dicte, il che per quelle l'uomo cade in dispresio.</p>
<p>Somegliante ciò far non debbeno li servente e donzelli, che, attenti al suo zarlare, spesso se desmentegano di metter del vino in tavolla quando bisogna, e cussì sono accusati di negligentia. Ancora, pur è vero che la tavolla d'i principi è da essere con dignità celebrata, e per rispecto di la excellentia suoa, anco di la nobilità d'i comensale, cumcessia adonca che 'l scilentio sia, apresso de ogni persona grave e degna, molto più apresiato cha la eloquacità: imperò inanti il principo non se debbe molto parlare, anzi la brigata debbe stare cum scilentio e gran modestia. E ciò persuade tal discorso. Come decente è a ciascuno, in presentia dil principo, di ogni suo membro esser honesto e moderato, cussy anco esser debbe la lengua suoa modesta e temperata, che certo è pur cosa al savio huomo propria il poco parlare, e tanto meno parlare debbe quando la lengua occupata è in altro offitio. De, dittime, pregove, vuy zarlatori: non debbe la tavolla d'i principi esser differentiata da quella d'i contubernali, a la quale ogni homo zarla, dicendo pur parolle infructuose e scurille, che certo ne anco i principi ciò comportar doverebbeno, ma fare che il luoco di la persona suoa fosse cum gran dignità observato? Et a questo che dicto habiamo, voglio aiungere questa rason morale: ciascuno creder debbe a li homeni i quali cognosce esser di grande auctorità, anco parlendo quelli e non aducendo la rasone dil suo parlare, ma debbe havere la auctorità suoa come per una suoa rasone. Vidiamo adonca che Cato tanto morale disse: «<quote><foreign lang="lat">Pauca loquere in convivio</foreign></quote>». Et Aristotile quella medesima sententia in la <title>Politica</title> pone, come dicto è. Pythagora philosopho tanto la taciturnità a la mensa comenda. E Hyppocrate, come gie era presentato alcuno discipulo da nuovo, la prima cosa che lui facea, gie prestava il sacramento di la taciturnità in scola per la dignità dil loco, che in quello vertù habitava. Sì che da observare è il luoco degno cum taciturnità, come anco fanno i boni religiosi, i quali poneno il breve dil scilentio in certi luochy del monasterio, da loro degni et in riverentia havuti.</p>
<p>Se adonca tanti phi/losophi e homeni di tanta auctorità degni hanno comendato il scilentio, <foreign lang="lat">spetialiter</foreign> in li luogy di riverentia degni, et essendo tale il loco di la mensa dil principo, <foreign lang="lat">spetialiter</foreign> luy presente, è biem facilmente da concludere che a quella zarlare e longo e vano parlare haver non se gie debbe. Ma pur qui in fine aricordare voglio che, secundo il mio iuditio, è cosa molto degna et a' principi molto conveniente, che al tempo dil manzar d'i principi se ritrovasse uno homo docto, il quale lezesse o recitasse cose di audito degne, come historie d'i soy passati e de li altri assay i quali lassato hanno di sé gloriosa memoria ; e somegliante bey documenti, per i quali il principo se havesse a fare più prudente e più docto e li astanti ancora. Ancora, lezere de le hystorie di quelloro che sanctamente vivuti sono, ad amaistrare la brigata a li costumi divini et a biem vivere, che questo tal lezere non è altro cha seguitare le vestigie d'i padri sancti e d'i boni religiosi; che nuy vidiamo, quando i religiosi manzano, esser uno in alto il quale leze qualche bella hystoria di qualche huomo degno o altri documenti sancti e morali. E cussì ozi lezere di una cosa, l'altro zorno di un'altra; il perché per tal diversità l'uomo se rende più docto e più cauto. E se diray che la mensa d'i principi debbe esser differentiata da quella d'i religiosi, te rispondo che come quella d'i religiosi debbe esser taciturna e sancta, cussy quella d'i principi debbe esser con poche parole e tutta morale, e se ancora fusse sancta non seria di pezo niente. Certo, certo, è aricordo degno da principo. E ciò servava a nostro tempo Alfonso re di Catelogna e di Neapoli e il segnor Carlo di Malatesti de Arimino. Et essendo il vulgare più comune cha la littera, per conseguir mazuor fructo, cussy tal lezere per vulgare più comendo, ma pur aricorderò che, fra le altre lectione, ai principi più pertinente seria et è la lectura de Egidio, <title lang="lat">De regimine principum.</title></p>
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<head>CAPITOLO NONO</head>
<argument><p rend="italic">Capitulo nono. Dove se dichiara se la vita humana al presente e più breve di la passata</p></argument>
<p>Havendo tanto dicto de la mensa d'i principi, sopra de la quale se ripone ogni zorno molte e diverse vivande, et essendo tal multitudine e diversità de cibi pur sempre delicati e di buom gustare, cussy è / verissimile che l'uomo se lasse spesso incorrere in manzare di quelle più che non gie seria di bisogno, e, ciò facendo, per le indigestione che conseguitano, cussy a poco a poco se zenera grande infirmità, le quale suono casone di brevità di vita di l'uomo. Essendo adonca io, tuo phisico, desideroso de la longitudine di la vita tuoa et anco d'i toy a te grati comensali, cussy mi ha parso esser debitore dil tractar alquanto de tal cose in spetialità, che suono casone de la brevità de la vita humana. Il perché deliberato ho, in fine di questo nostro libro, tractare questa questione, se la vita humana è al presente più breve di lo usato, sperendo questa tale a tuoa signoria dilecto dar dovere et anco non senza fructo andare, sì che ho concepto, come medico, questo nostro volumetto di uno sigillo medicinale e dilectevole sigillare. E, pervegnendo al dubio, diceamo prima che, per quello che scripto è nel <title lang="lat">Genesis</title>, pare la nostra vita esser più breve assay dil passato, che lì se scrive Adam haver vivuto novecento e trenta anni, Matusalem novecento, Noè septecento. Al presente viveno octanta anni e pochi se ritrovano a quelli pervenire, rarissimi a cento. E pur pare anco tale abbreviatione di vita esser stata di volontà de Idio, il perché se scrive ne lo <title>Levitico</title> Idio haver dicto a Moyses: «<quote> Non permetterò il spirito — cioè l'anima — in l'uomo — il perché è carne — ultra cento e vinti anni</quote>». Il che li astrologi anco questo confermano, che cussy il ciello al presente dispone l'uomo oltra tal tempo viver non potere. E' pur vero che David sapientissimo dicea: «<quote><foreign lang="lat">Et in potentatibus octaginta annis amplius labor et dolor</foreign></quote>», il che è per noi menare la vita nostra in anni ottanta . Ma Averoys, che da puo' luy fue, scrive il termine ultimo di la gioventù di l'uomo non se extendere ultra trentacinque anni, che cussy lui par fare l'ultimo termine e comune di la vita humana presente anni settanta. E ciò dicea Mahumeto philosopho, la vita humana esser fra il sexanta e il settanta. Se ritrovava vivere Averoys del Mille e quindeci, sì che credo che la presente è più breve, il perché anco puochi se ritrovano havere anni septanta. E questo tal dir voglio pur per auctorità et anco per opera d'i medici confermare, il perché per lo passato i medici per medicina purgativa davano lo elleboro, / e negro e bianco, il quale al presente per suoa forteza i corpi non il può sostenere, cussy essendo debilitata la natura, che, come dice Mesue, gran medico, ne è al presente a nui facto come veneno. Apresso solevano i medici dare le medicine solutive in mazor peso assay de quello che fazano al presente e da tal peso se ritrazeno, pur il perché cognosceno la natura esser facta debile, e quello, come soleva, sostenir non potere. Scrive al proposito dil dubio nostro Aristotile che li animali che hanno pochi denti per natura suono di curta vita, come al dire che per moltitudine di quelli arguir potiamo longeza di vita. Nui vidiamo che, a questa nostra età, comunamente li homeni hanno denti vintiocto, i quali per lo passato solevano haverne trentadui, sì che pare anco per questo segno phisionomico la vita dal consueto esser abbreviata. Et a tale degne opinione, <foreign lang="lat">cum pace maiorum,</foreign> adiungerò questa mia, che 'l termene comune de la vita humana è anni sesantasei, el perché havendo voluto Idio padre il filio suo in ogni sua opera tenere il mezo, essendo luy mediator nominato, è da extimare che anco quello morir volesse nel mezo del chamino di nostra vita, il che, essendo morto de anni trentatré o circha, da credere è sessantasei essere il termene de la vita humana comune.</p>
<p>Et havendo nui cussì argumentato et exemplificato per satisfar al dubio, constituito ho de descendere a le casone de la brevità de la vita nostra in questa età, cussì lassendo al proposito le casone astronomice e pervenendo a le sey cose non naturale, per le quale diversificate cussì se diversifica la brevità e longeza di la vita humana. Solamente di quelle farò mentione che ne le mense d'i principi se usono e de altre a quelle consequente. E prima voglio tua signoria sapere che li antichi padri nostri non se nutricaveno de cibi delicati come al presente se fa, ma se nutricaveno di castagne, ghiande e someglianti cibi grossi; imperò dicea Boetio:
<quote rend="block">
<lg lang="lat">
<l>«Felix nimium prior aetas,</l>
<l>contenta fidelibus arvis</l>
<l>nec inerti perdita luxu</l>
<l>facili quae sera solebat</l>
<l>ieiunia solvere glande,</l>
<l>nec bachica munera norant».</l>
</lg>
</quote>
</p>
<p>De questi tal cibi se zeneraveno li humori forti e compacti, a la corruptione over putrefatione molto resistente et ad ogni casone che quelli alterar potesse. E cussy, non usendo diversità de cibi e bevendo aqua, non sapevano che cosa fusse gotte, mal de fianchi e someglianti mali. E biem che Hyppocrate dica li castratti e i garzoni non incorrere il mal de le gotte, pur vidiamo per lo disordenato vivere e delicato che fanno a' nostri zorni i castratti e putti, cussì esser alquanti di loro da le gotte molestati, si che el delicato vivere fa li / humori delicati e facile passibile; il per— ché li homini spesso più assai de lo usato per cason de quello se enfermano. E per tanta delicateza de li humori, i medici, al presente, molto temono il dare de le medicine alquanto forte. E, acostendosse più intrinsecamente a la casone di tanto male, diceamo che la disordinata cibatione, comprendendo anco il bere, è casone fortissima di questo nostro diffecto di la vita, dico disordinata per rispecto di la hora, di la qualità d'i cibi e d'i vini, di la quantità e di la substantia di la cosa in sé. Per rispecto di la hora, che più presto se manza che non se debbe, cussì ponendo indigesto sopra digesto, che certo non è cosa più preparativa di corpi a le infermità di questa. Imperò Avicena: «<quote><foreign lang="lat">Quod in corpore exitu deterius enutriens super nutriens, quod non est digestum mittere</foreign></quote>», overo più tardo, che l' tardare è anco casone, come dice Avicenna, de aggregare cattivi humori nel stomacho e quello de quelli rempiere. Imperò dice: «<quote><foreign lang="lat">Tolerare famem, stomachum malis replet humoribus</foreign></quote>». Per rispecto di la qualità, che cussì se messeda caldi cum fredi, sechi cum humidi, e per tale messedare l'uno corrumpe l'altro. Per rispecto di la quantità, che tanto se ne tuole che quello il stomacho mal padir lo può, e ziò anco intraviene per rispecto dela delicateza d'i cibi. Per rispecto de la substantia, che se messeda grosso cum subtille, senza ordene, e quanto uno è digesto, l'altro è indigesto; sì che la digestione se corrumpe, causativa de infermità, maxime quando è tale che il figado quella corezere non può. Sì che in le tavole d'i principi se gie pone de diverse qualità e molto delicati, di gran quantità e de diversità di substantia, il perché cussì i corpi preparano a le infirmità e a la brevità di vita. Dico il somegliante dil bere, et imperò laldo che tuoa segnoria seguite il suo costume anticho, come fa che manza de una vivanda sola o de doe al più, preponendo il subtille al grosso, et usendo il vino et in quantità puro, come fa pur anco quello proportionendo al manzare.</p>
<p>E seguitendo le sey cose da medici dicti non naturale, / cussì aricorderò alquanto il luxuriare sotto la inanitione contenuto, nel quale promuove e zoveni e vechi il delicato vivere, cussì facendo quelli quello senza freno discorrere. Or intenda e stiano attenti i soy seguaci, i quali se fanno anco per grande occiositade soy familiari, che non è veruna cosa che tanto debilite il corpo de l'uomo e la vertù e forza di quello quanto fa il luxuriare, che, come per experimento vidiamo, et è sententia vera d'i philosophi, che 'l sperma se decide da tutti i membri, come ciascuno iudicar può in sé, in quello acto sentendo i suoy membri tutty resentirse e da poy rimanendo debelle e languidi, dove Avicenna, nel suo <title lang="lat">de animalibus,</title> dice che più debilita l'uomo vecchio una onza di sperma che de lui escie cha se gie uscisse quaranta sey onze di sangue . Il perché, adonca, il frequente luxuriare è casone di la brevità di la vita, al qual te conduce la paparia, cortesano. Et imperò li observativi dezunano gran parte di l'anno. Apresso, io credo che una potissima casone de la brevità di la vita humana al presente è il presto coniungere la donna cum l'uomo, inanti il compimento di lo augmento suo, che vidiamo i garzoni maritarsi de deceotto anni, le garzone di sedici, che voriano i gioveni esser de vintiquattro in vinticinque, le donne di deceotto in vinti, che coniungendossi inanti il compimento de lo augmento suo, cussì in sperma son debeli e, de debil fundamento se fa debel casa, la quale più facilmente dal vento è gietata a terra, sì che è casone de più brevemente vivere. Che pur a mio tempo erano le donzelle de vintiquattro anni e più e li zoveni de vintiocto in trenta inanti che se maritasseno, che certo cosa è che 'l feto seguita i suoy generanti, sì che, essendo quelli debeli, se produce il feto debele e di breve vita et essendo forte è di longa vita. Dove questa tal leze dil tempo dil maritare servano ancora i Frixoni, imperò suono fortissimi homeni respecto de nui Taliani. Et in questo tale acto se coniunge la desordinatione di la hora, che non è piccola casone dil breviar la vita. Che essendo cussy blando e losen/ gevolle questo <emph>fedo</emph> acto luxurioso, adviene che la nocte quasi tutti con il stomacho pieno a quello fare se promoveno, e cussy se turba la digestione debita dil stomacho, dove Avicena: «<quote>Non è cosa al stomacho dil coyto più nociva, né anco più utelle quanto è da quel guardarse</quote>». Sì che, chi vuol viver longamente non ebba con luy troppo grande amistà. Apresso, li exercitii desordenati che spesso fanno cortesani con il cibo nel stomacho è casone di abbreviatione di la vita, come dicto è.</p>
<p>Per somegliante gran damno fa la distemperanza di l'aere, fredo grande, gran caldo, nebuloso, piuvoso, ventoso.</p>
<p>Da le quale cose aricordate, pregote illustre mio segnore, guardar se voglia tuoa signoria, <foreign lang="lat">spetialiter</foreign> di la destemperanza di l'aere: quando è fredo, nebuloso, non cavalchare a buona hora ad uccellare, cacciare <foreign lang="lat">etcetera,</foreign> e dil forte exercitio, che in spetialità nomino queste doe, il perché ne le altre sei moderato. Ma pur dirò tanto di queste doe, con toa pace, che poca extima fai di queste, il perché sei forte e gagliardo; ma aricordar ti vogli che le botte in zoventù non sentite, in vechiagia se senteno. Sì che di queste casone di la brevità e longità di la vita voglio al presente tanto haver dicto, sempre cum pace di la tuoa segnoria, a la quale Idio omnipotente per suoa misericordia se degne di perlongarge la vita a fructo di l'anima tuoa, al pacifico e iocundo vivere di la re publica tuoa, a gran dilecto e consolatione de tutti i toy servitori e di me in spetialità, sempre pure a suoa laude e gloria sempiterna. <foreign lang="lat">Amen.</foreign></p>
<trailer lang="lat">Explicit opus Michaellis savonarollae Patavi, quod principum qualitates aperit et eorum bene vivendi modus.</trailer>
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</text>
</TEI.2>
