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      <title>Quattro dispacci dalla Francia di M.V.</title>
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      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
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        <title>Relazioni di ambasciatori veneti al Senato : tratte dalle migliori edizioni disponibili e ordinate cronologicamente</title>
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        <author>Firpo, Luigi</author>
        <publisher>Bottega d'Erasmo</publisher>
        <pubPlace>Torino</pubPlace>
        <date>1965</date>
        <note>Il volume settimo va dal 1659 al 1792.</note>
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                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
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<div1><head>Parte 1</head>
<head>I DISPACCIO.</head> 
<opener><salute><hi rend="italic">Serenissimo Principe</hi>, </salute></opener>
<p>L'onorevole ed importante incarico di servir l'eccellentissimo Senato nell'ambasciata di Vienna occupa le mie cure incessanti, per 
mettermi in grado di produrmi a quella Corte subito che sia un poco 
mitigato il rigore della stagione, e che le strade della Germania permettano il sicuro trasporto del mio equipaggio. Tra queste disposizioni 
ed applicazioni non tralascio di cogliere i momenti d'intervallo per consacrarli in altro modo al servigio della patria e all'esatta obbedienza 
delle leggi. Non essendomi concesso l'onore speciosissimo di produrmi 
personalmente a deponere l'ambasciata di Francia a' piedi del trono 
di Vostra Serenità, non mi credo tuttavia dispensato dal dovere che 
m'impone la legge di rassegnare la relazione dell'ambasciata medesima. Affinché la lettura ne riesca meno incomoda all'eccellentissimo Senato ho stimato proprio dividerla in tre e forse quattro dispacci, ognuno de' quali tratterà materie separate, e potrà per conseguenza esser 
ascoltato disgiuntamente dagli altri, in quel modo che è solito per gli 
ordinari dispacci degli ambasciatori. </p>
<p>Tutti gli argomenti sui quali può esercitarsi la vigilanza di quel 
ministero, che mi è toccato di sostenere per un periodo di tempo la 
metà quasi più lungo dell'ordinario, fra le combinazioni d'importantissimi avvenimenti, mi sembrano riuniti e compresi sotto tre sommi 
capi. Primo gli affari di Vostre Eccellenze; secondo il sistema politico 
dell'Europa; terzo la situazione politica della Francia. Mi propongo 
dunque di render conto in questa umilissima relazione: in primo luogo, 
in quale stato rimangano gli affari pubblici pendenti; in secondo luogo, 
quale sia lo stato attuale degli affari e rapporti reciproci delle primarie 
potenze che costituiscono la bilancia dell'Europa; in terzo luogo, 
qual sia particolarmente la forza e la influenza politica della Francia 
nel tempo presente. Se l'importanza di questi argomenti supera di 
troppo la scarsezza de' miei talenti, non posso promettere altro riparo 
che quello che può dipendere dal trattarli con zelo e con verità. </p>
<p>Il primo punto sarà il soggetto del presente divoto foglio. L'unico 
affare di Vostre Eccellenze che resta in sospeso a questa Corte, è la 
mediazione intrapresa dal signor conte di Vergennes nella strana vertenza promossa dalla repubblica di Olanda per le note pretese dei negoziati Chomel e Jourdan. Se questo argomento giace nel silenzio da 
qualche tempo, non è già che il segretario di Stato si sia raffreddato 
nelle ottime sue disposizioni, ed in quell'intima persuasione che ha 
costantemente manifestata a favor della causa pubblica. Particolarmente nei miei riverenti numeri 206 e 209 stanno esposti con verità 
i sentimenti che il signor conte di Vergennes ha sempre mantenuti 
in questo negozio, e che furono accolti da Vostre Eccellenze con giusto 
aggradimento. Ma perché ad onta del verace suo impegno l'affare non 
è tuttavia terminato, né gli Stati generali hanno ancora richiesto l'interposizione di questa Corte, come sembra che fosse il desiderio dell'eccellentissimo Senato e lo spirito delle sovrane ducali dei 20 agosto 
decorso, così reputo mio dovere di esporre con chiarezza i motivi di tal 
sospensione. </p>
<p>Se avessi voluto riferire all'Eccellenze Vostre di volta in volta ogni 
discorso che feci col signor conte di Vergennes su di questo argomento, 
avrei temuto di comparir voglioso di ostentare le continue sollecitudini 
che ho posto in opera, e per coltivare il ministro, e per cogliere ogni 
occasione propizia onde risvegliare il suo impegno, e cavarne frutto. 
Ho reso esatto conto de' colloqui essenziali, ed ho creduto di non dover 
occupare il tempo prezioso dell'eccellentissimo Senato con quelli che 
non conducevano a risultati ed effetti nuovi e significanti. Ora poi 
ripassando i sommari de' molteplici ragionamenti, posso raccogliere 
insieme quelle parti che sono relative al presente mio assunto. </p>
<p>Con quel natural fervore, che l'amor patrio ispira nell'obbedire ai 
comandi di Vostre Eccellenze, e con quella familiar confidenza alla quale 
il segretario di Stato si compiaceva di ammettermi, io gli parlava sovente in questi termini: "Vostra Eccellenza potrebbe terminare la vertenza della Repubblica veneta con quella d'Olanda: basta ch'ella lo 
voglia, e tutto sarà finito: gli Stati generali devono avere il più gran 
riguardo per ogni suo cenno; s'ella, signor Conte, mostrerà desiderio 
d'impor fine a questa disgustosa controversia, essi dovranno pregarla 
ed avere compiacenza ch'ella voglia interporsi, benché si tratti di affare 
tenue e privato in origine". </p>
<p>Con questi modi adoperati in diverse guise, ed ampliati secondo gli, 
incontri, non cessavo di dar eccitamenti al signor conte di Vergennes 
per conseguire gli effetti che mi furono dall'eccellentissimo Senato 
inculcati. Ma il ministro mi rispondeva spesso che si stupiva che io lo 
stimolassi in questo affare; che non vedeva cosa potesse l'eccellentissimo Senato guadagnare per provocarne la trattazione; che se gli 
Stati generali non agivano, non si poteva che perdere risvegliandoli; che 
l'affare era affatto passivo per parte veneta; che essendo in se stesso di 
poca importanza, meritava di finir col silenzio, e che non vi era altra 
via più sicura per finirlo con onore e senza danno. Ordinariamente 
nelle trattazioni chi domanda vuol sempre spuntare di ottenere qualche 
cosa, né mancano mai speciosi pretesti per insistere; all'incontro se 
gli Stati generali si tengono nel silenzio, cosa si può desiderare di 
più per parte veneta? </p>
<p>Vostre Eccellenze possono bene immaginarsi, che sibbene questi 
argomenti non mi sembrassero destituiti di forza, pur non lasciava 
d'insorgere tenendo sempre fisso nell'animo lo spirito delle pubbliche 
commissioni. Diceva però che ciò che Vostre Eccellenze desideravano 
era la loro tranquillità, e che questa era stata già troppe volte dalle 
spiacevoli rimostranze ed ostili deliberazioni degli Stati generali turbata. Non bastavano queste, se non veniva suscitata anche la Corte 
di Prussia a frammischiarsi in affare sì piccolo con replicati memoriali; 
esser poi tempo che finiscano tanti disturbi, e doversi sperare che ciò 
succeda senza alcun dubbio, per poco che voglia frapporsi l'autorevole 
influenza del Re cristianissimo, il quale sembra aver fatto sua gloria 
di conciliar le discordie tra i potentati e protegger la pace universale. </p>
<p>Più volte pareva disposto il signor conte di Vergennes a far qualche 
nuova insinuazione a questi ambasciatori di Olanda, o anche a farla 
eseguire all'Aia col mezzo dell'ambasciatore di questa Corte: ma in 
seguito poi ritornava sempre a dirmi: che non vedeva utilità di risvegliare questo negozio; e che da nessuna trattazione l'eccellentissimo Senato poteva guadagnare tanto, quanto dal silenzio; che più 
l'affare invecchia, più si raffredda l'impegno di quei soggetti medesimi 
che l'hanno spinto o protetto sinora all'Aia, e che non vi era miglior 
partito che di schermirsi con dolci e destri modi da ogni ulterior tentativo che facessero gli interessati Chomel e Jourdan anche col mezzo 
della Corte di Prussia. </p>
<p>Tale è la sostanza delle moltissime conversazioni avute col ministro 
su questo proposito. Egli finì di confermarsi nella sua persuasione 
allorché vide che la pluralità delle provincie non adottò la proposizione 
ostile fatta da quella di Olanda il dì primo marzo decorso, e da me riferita col rispettoso numero 220. Restava un solo impedimento perché 
questo affare potesse esser sepolto nel silenzio, e questo impedimento 
era la presenza di un residente veneto all'Aia. Vostre Eccellenze hanno 
opportunamente rimosso quest'ostacolo, ed or si può dire con evidente 
argomentazione, che se gli Stati generali non abbracciarono l'occasione 
di entrare in trattazione durante il lungo soggiorno appresso di essi 
fatto da un residente di Vostra Serenità, spedito colà per questo preciso effetto, e se non si sono curati di profittare della mediazione di 
questa Corte, che ad essi avanza sufficienti aperture a tal fine, più 
patente non saprebbe essere la loro intenzione di lasciar cadere in oblio 
questo affare. Se si osservano i modi e le vie, con cui lo hanno diretto, 
è facile conoscere che hanno avuto sempre in mira d'imponere con ogni 
sorta di minacce, delle quali non avrebbero avuto bisogno se fossero 
stati persuasi che le loro domande erano giuste, giacché allora non avrebbero dubitato di prendere per arbitra o per mediatrice qualche Corte 
straniera. Si sono sottratti dall'uno e dall'altro di questi espedienti, 
perché non hanno avuto lusinga di riuscire nel loro assunto, se non 
per la via delle minacce: ma l'eccellentissimo Senato ha deluso con via di 
nobilissima fermezza i loro poco nobili consigli, ed ha trovata la vera 
confonderli col prudentissimo promemoria del 27 novembre 1784, 
il quale fu ammirato ed applaudito in tutte le Corti d'Europa. Dopo 
quella vittoriosa carta non si sono più fatti sentire, altro che per vie 
indirette e si può dir con franchezza, che quella carta ha imposto fine 
all'ingrata vertenza. </p>
<p>Siami adunque permesso di umilmente rappresentare all'eccellentissimo Senato per epilogo e conclusione del presente mio foglio che 
formò il primo argomento della mia relazione, che quest'affare si può 
considerare come terminato; che importa non far alcun passo; e che 
quando gli Stati generali o altre Corti lo risvegliassero in qualunque 
modo, sarà facile all'insigne virtù di Vostre Eccellenze il sottrarsi ad 
ulteriori disturbi, riportandosi unicamente al suddetto promemoria 
del 27 novembre. Posso assicurar con tutta fermezza l'Eccellenze Vostre che in Olanda non ha mai esistito l'opinione di venire ad aperte 
ostilità per questo piccolissimo motivo. Sarebbe stato tutto al più ordinato l'arresto dei veneti bastimenti nei porti di quella repubblica; 
ma quest'ordine non avrebbe avuto altro oggetto che di pura minaccia, 
e posso affermare con fondamento che non sarebbe stato eseguito 
giammai. Mi compiacerei di aver soddisfatto ai miei ultimi doveri su 
di questo argomento se il presente divoto foglio potesse servire a sollevar l'eccellentissimo Senato da ogni ulteriore apprensione e pensiero 
per questo conto. 
Parigi, li 22 gennaio 1785 M. V. </p></div1>

<div1><head>Parte 2</head>
<head>II DISPACCIO. </head>
<p>Dopo di aver col divoto foglio dei 22 del decorso descritto lo stato 
degli affari di Vostra Serenità, pendenti a questa Corte, il secondo punto 
che mi sono proposto per tesser la relazione dell'ambasciata che ho 
avuto l'onore di sostenere, mi chiama a render conto del sistema politico attuale dell'Europa. Grandi sono i cangiamenti che ha sofferto 
nel corso del mio servizio, durante il quale è successo un vastissimo 
smembramento, una guerra, una pace e molti altri trattati ed avvenimenti di sommo significato. Siccome la serie dei fatti sta già presente 
all'insigne reminiscenza di Vostre Eccellenze, così stimo limitarmi ad 
indagare le loro conseguenze, ossia le alterazioni che sono derivate 
nelle forze e nei rapporti reciproci delle primarie potenze dell'Europa. </p>
<p>La rivoluzione più strepitosa è senza dubbio quella che toccò all'Inghilterra di sopportare. Tre milioni di sudditi, sottratti al suo dominio, 
tredici provincie separate dalla metropoli, formano uno smembramento 
del quale non vi è idea dopo la caduta del romano imperio. Se ad una 
perdita tanto grande si aggiungono i tesori versati per sostenere una 
guerra sì sfortunata, se si osserva lo immenso peso dei debiti, di cui 
la Gran Brettagna rimane aggravata, e se si considerano le condizioni 
alquanto ineguali, alle quali ha dovuto adattarsi per ottenere la pace, 
si può con certezza conchiudere che la potenza anglicana ha perduto 
una porzione non mediocre della sua forza intrinseca e di quella considerazione estrinseca che imponeva generalmente. Ne è venuto un gran 
bene, cioè che i navigatori inglesi hanno moderato assai quelle idee di 
superiorità che li conducevano spesso ad usar prepotenze, e lo spirito 
di eguaglianza fra le diverse nazioni non ha forse mai regnato sul mare 
a quel grado come ne' tempi presenti. Questo felice sistema di libertà 
e di equità è dovuto senza dubbio in primo luogo al valore col quale 
i francesi sostennero l'ultima guerra, ed all'avvedutezza e destrezza 
estrema di questo Gabinetto nel maneggiarla; ma in secondo luogo 
non si può negare una parte del merito anche alla Imperatrice delle 
Russie, ed alla lega della neutralità armata che fu da lei immaginata 
e composta. </p>
<p>Da questo punto ha preso origine un altro cangiamento politico, 
giacché cominciò a raffreddarsi quell'intima connessione che passar 
soleva fra i Gabinetti di Londra e di Pietroburgo. Terminò poi d'indebolirsi allora quando apparirono in piena luce le nuove e strettissime 
relazioni della czarina con Cesare. Ho già indicato nel riverente numero 236 
le cause per cui non sussiste più in Inghilterra l'antica propensione alla 
Casa d'Austria. </p>
<p>Raffreddata così l'amicizia delle due Corti imperiali verso la 
Gran Brettagna, questa potenza si può pel momento considerare come 
quasi isolata. La Danimarca è forse la sola che le resti alleata, per l'unico 
oggetto di non ricever la legge dalla Russia. Passa è vero attualmente 
ottima corrispondenza fra la Corte di Londra e quella di Prussia: 
ma questa corrispondenza non ha una base stabile, perché gli interessi 
delle due potenze sono affatto diversi. La loro amicizia od inimicizia, 
caso che si accendesse una guerra in Europa, dipenderebbe unicamente 
dall'esser piuttosto quelli che questi i Principi belligeranti. </p>
<p>Se l'Inghilterra può mantenersi in pace per serie d'anni non breve, 
potrebbe risorgere ancora nel pristino splendore. Per questo non le 
bisogna di estendere il suo presente dominio: basta che si occupi bene 
ad incoraggiare il commercio con sane leggi e discipline. La situazione 
delle Isole Britanniche è fatta per essere la sede della prima potenza 
marittima del mondo e la prima potenza marittima sarà sempre formidabile ed avrà grande influenza anche sul sistema politico del continente. </p>
<p>Dalla Gran Brettagna passando a ragionare delle Corti del Nord, 
non ho materia di trattenermi sulla Danimarca e la Svezia. La prima 
ho già detto di sopra che si mantiene attaccata alla Corte di Londra; 
la seconda ha ravvivato da poco in qua gli antichi suoi legami alla 
Francia, come ne rassegnai le notizie a suo tempo. La Danimarca e 
la Svezia, come potenze finitime, sono necessariamente rivali e gelose 
l'una dell'altra. Ne vien di conseguenza che i loro rapporti devono essere con potenze rivali quali sono l'Inghilterra e la Francia. </p>
<p>Molte cose avrei da dir della Russia, se le gloriose gesta della regnante 
czarina non fossero note all'Eccellentissimo Senato, e se dell'intrinseco 
vigore di quel vastissimo imperio potessero mancargli le più individuali 
notizie. La Corte di Pietroburgo fu per qualche tempo collegata con 
quella di Berlino. Ma questa non era tanto a portata di secondare 
i suoi progetti per la conquista della Crimea, come lo era la Casa d'Austria. Anzi se questa con le sue formidabili forze avesse fatto ostacolo, 
giammai la czarina avrebbe potuto venire a capo di quell'impresa. 
Era dunque indispensabile, volendo occupar la Crimea, rinunziare ad 
ogni legame col Re di Prussia, senza di che ogni lusinga sulla cooperazione e dissimulazione di Cesare sarebbe stata vana. Tutta la consumata abilità di Federico II non potè riparare questo colpo, perché l'amicizia, per forte che sia, non può sussistere contro l'interesse. Siccome 
la Moscovia non ha altre parti ove possa sperare dilatazione più facile, 
che a danno dei Turchi, così è suo interesse di stringersi con la Casa d'Austria che è sopra ogni altra potenza meglio situata per secondarla, o 
per metterle impedimento. La czarina si è dunque legata manifestamente e strettamente con Cesare, affine di poter di tanto in tanto guadagnar qualche cosa sui Turchi, ed affine di conservare tranquillamente 
ciò che va conquistando: e Cesare ha accolto e coltiva con ogni studio 
e condiscendenza l'amicizia della czarina ad oggetto di toglier per 
sempre quest'appoggio al suo implacabile avversario il Re di Prussia. 
Questi sono i cardini sui quali consiste l'alleanza e la corrispondenza 
presente fra le due Corti imperiali. L'unione di esse è tanto formidabile, che pone in necessità tutte le altre di prender cautele, perché 
nessun'altra potenza di primo rango s'accosti alle dette due mentre 
allora l'equilibrio politico dell'Europa sarebbe in grave pericolo di 
rovina. </p>
<p>Importa dunque ora di esaminare se questo caso succeder possa. 
La Francia fu sempre protettrice dell'equilibrio ed è rivale per natura 
dell'Austria, e però non vi è probabilità che passi mai di concerto con 
le Corti di Vienna e di Russia per operare cangiamenti notabili nel 
sistema attuale delle cose. La Spagna è lontana dal centro d'Europa: 
il suo primo interesse è quello di non aver la Francia inimica, ed è dedita naturalmente alla pace: per questi ed altri motivi creder si può 
che non entrerà mai ne' progetti dei due formidabili alleati. </p>
<p>Fu un tempo alla verità nel quale il Re di Prussia si vide congiunto 
con essi per dividere in terzo una gran porzione della Polonia; ma quel 
tempo di terribile rimembranza giova sperare che più non ritorni. Nello 
stato presente delle cose la Corte di Berlino non può accettare né immaginare alcuna proposizione di nuovi partaggi con le sue Corti imperiali, poiché ogni loro ulteriore ingrandimento ed ogni ansa maggiore 
che data fosse al sistema di conquistare, non lascerebbero nelle medesime alcun ritegno per invadere e spartire fra loro due solamente 
tutta la Turchia Europea. </p>
<p>Del resto, lungi che vi sia luogo a temer di avvicinamenti e concerti, 
cresce ogni giorno più l'animosità tra le Corti di Vienna e di Berlino, 
essendo ben nota a Vostre Eccellenze l'opposizione veemente fatta 
dal Re di Prussia alla permuta della Baviera coi Paesi Bassi austriaci, 
indi la lega germanica da lui promossa ad oggetto di mettere impedimento non solo a questo, ma ad ogni altra novità ed alterazione che 
turbasse le possessioni attuali dei Principi dell'impero. Resterebbe ad 
esaminare se l'Inghilterra potesse per avventura associarsi alle due Corti 
imperiali; ma ho già indicato il raffreddamento della sua amicizia verso 
di esse, il gran bisogno che ha di lunga pace; al che si aggiunga l'adesione 
di quel Monarca alla lega germanica in qualità di elettore d'Annover. 
È vero che il Re non fa che una parte della costituzione inglese, e che 
i suoi trattati come elettore non portano la conseguenza che l'Inghilterra si appigli allo stesso partito qualora dovesse decidersi; ma le disposizioni presenti del Gabinetto britannico, l'ottima sua corrispondenza con la Corte di Berlino, e la manifesta freddezza verso le Corti imperiali, sono tutte circostanze che formano un complesso di probabilità 
e di tendenza in favor della lega germanica. </p>
<p>Epilogando le cose dette, mi sembra dunque che i rapporti politici 
attuali fra le primarie potenze dell'Europa si debbano considerare 
sotto due punti di vista: le alleanze offensive e le alleanze difensive. 
Chiamo offensive quelle che, sebbene non contengano espressa l'intenzione di far la guerra, o spiegare petizioni e pretese contro altri Principi nominatamente, sono però concepite e formate sul principio di procurare l'ingrandimento reciproco. Di tal natura vien considerata l'alleanza fra le due Corone imperiali. Abbenché padrone di vastissimi 
Stati, nessuno ardirebbe affermare che sieno contente di ciò che possedono e che non aspirino a dilatarsi. Quest'è pertanto l'unica alleanza 
che potrebbe disturbare la pace dell'Europa. Tutte le altre alleanze 
sono puramente difensive, e fondate sul solo manifesto fine di provvedere alla sicurezza dei contrattanti, e di mantenere la bilancia. Le potenze che sono di secondo ordine in quanto alle forze, si attaccano e si 
congiungono alle primarie per procacciare un appoggio valido alla propria quiete e conservazione. Le potenze primarie accolgono volentieri 
le secondarie per ingrossare il proprio partito, e per istituire qualche 
vantaggio reciproco di commercio. Di questa categoria sono le alleanze 
difensive dell'Inghilterra con la Danimarca, della Francia con la 
Spagna, l'Olanda e la Svezia; del Re di Prussia con diversi elettori 
e principi dell'impero. Quanto all'alleanza difensiva stipulata nel 
1756 fra le Corti di Francia e di Vienna, siccome nel corso di 
trenta anni non vi fu mai data esecuzione, così credo di non commettere 
errore lasciandola nel cumolo delle obsolete. </p>
<p>Questo è nel momento presente il quadro politico dell'Europa; 
a dipingere il quale con minor noia di Vostre Eccellenze bisogna in vero 
occhio più perspicace e mano più esperta della mia, non però lingua 
più vera, né cuore più dedito del mio al servizio della patria. 
Parigi, li 6 febbraio 1785 M. V.
</p></div1>
<div1><head>Parte 3</head>
<head>III DISPACCIO. </head>
<p>Per compimento all'intrapresa relazione dell'ambasciata da me sostenuta, mi resta da render conto all'eccellentissimo Senato della 
forza ed influenza politica della Francia nel momento presente, ch'è 
il terzo ed ultimo punto che mi sono proposto. Sopra due basi è fondata, 
per mio riverente parere, l'influenza politica di una potenza. Primo, 
sulla forza interna dipendente dalla estensione e fertilità, popolazione 
e ricchezza dello Stato, dalla prosperità delle arti e del commercio, 
dal numero delle truppe e delle navi, e dalla proporzione adeguata 
delle rendite pubbliche alle spese ed ai bisogni dell'erario. Secondo, 
sulla forza esterna dipendente dal credito e da' legami colle altre Corti. 
Quanto più sono degne di essere trattate con distinzione queste due parti 
della influenza politica di una delle più potenti monarchie dell'universo, tanto più mi conviene invocare i riflessi indulgenti di Vostre Eccellenze sopra la vastità e la moltitudine degli argomenti che si presentano a spaventare la mia insufficienza. </p>
<p>L'estensione del Regno di Francia (senza comprendere l'isola di Corsica, né le possessioni di questa Corona nelle altre tre parti del mondo), 
è stata determinata dalle ultime operazioni geografiche in poco meno 
di ventisettemila leghe quadrate, che corrispondono seguendo il calcolo 
matematico, a centocinquantacinquemila miglia quadrate. Se la figura 
di questo Regno fosse un quadrato perfetto, ogni lato tirerebbe all'incirca quattrocento miglia, e la diagonale cinquecentosettanta. È composto di trentadue grandi provincie, che si suddividono in cento ed otto 
territori: vi si contano diciannove arcivescovadi e centoventidue vescovadi contiene circa trecento fra città e grosse terre murate, e la sua 
popolazione, secondo le più recenti verificazioni, ascende a ventiquattro milioni settecentomila anime. In generale il suolo è fertile, e la nazione, piena d'industria ed attività, non lascia di trarne profitto. Ad 
ogni modo i prodotti delle terre sono più scarsi sensibilmente di quel 
che potrebbero essere, se l'agricoltura fosse meno aggravata d'imposizioni, e se non abbondassero altri mezzi più seducenti per aumentar 
le fortune private rapidamente. La frequenza degli imprestiti reali 
che da alquanti anni offeriscono, sempre e sotto diverse forme, un interesse maggiore del sei per cento, o del nove e anche dieci per cento 
ne' vitalizi; la facilità delle intraprese di commercio; gli impieghi 
ubertosi delle finanze e delle ferme; l'ambizione de' posti alla Corte; 
i piaceri della metropoli, sono tutti allettamenti fortissimi che attirano 
la gente e il danaro; sicché gran parte de' proprietari delle terre se ne 
allontana, o non si applica con fervore alla loro coltivazione; e i possessori di soldo poco si curano d'impiegarlo all'acquisto di stabili di 
campagna. Le investite a vitalizio sono quelle soprattutto che adescano 
la nazione perché il Francese è impaziente di godere. Questo nuoce 
veramente alla conservazione delle famiglie o del loro lustro; ma come 
ogni individuo ha la vaghezza di prendere un cognome particolare, 
così le rivoluzioni delle fortune e de' casati non cadono quasi sotto 
l'occhio, e del resto pare che non feriscano i principî di uno stato monarchico. </p>
<p>L'arti ed il commercio sono più favoriti dal governo di quello che sia 
l'agricoltura. L'erario regio spende ogni anno ottocentomila franchi 
per incoraggiare l'industria, premiar le invenzioni, aiutar le intraprese 
anche con somministrazione di capitali. Le arti e specialmente quelle 
di lusso sono infatti condotte ad un grado squisito di finitezza e di perfezione. Il signor Necker, che fa autorità in queste materie, mi disse 
con asseveranza che entrano in Francia almeno centocinquanta milioni 
di franchi all'anno per il solo articolo detto dei <foreign lang="fra"><hi rend="italic">bijoux</hi></foreign>. Questo 
felice smercio aguzza l'ingegno e la mano e dalla prospera riuscita 
nascono sempre maggiori incentivi alla perfezione delle arti. In complesso, secondo gli ultimi bilanci, il commercio attivo, ossia l'esportazione de' prodotti e manifatture francesi per le diverse parti del mondo, 
ascendono presso a poco a trecento milioni di franchi all'anno; e il 
commercio passivo, ossia le importazioni di generi stranieri, non sogliono oltrepassare duecentotrenta milioni per il che la bilancia del 
commercio sta in favor della Francia per settanta milioni all'anno. </p>
<p>Le scienze e le lettere ottengono pure benefici eccitamenti ed aiuti 
da parte del governo. Questa partita non va nientemeno che ad un 
mezzo milione di franchi all'anno, disposti al mantenimento delle Università, delle Accademie, della immensa real Biblioteca, del giardino 
botanico e del gabinetto di storia naturale, come pure in frequenti 
gratificazioni e in pensioni generose ai soggetti che più si distinguono, 
o che fanno utili scoperte. Ne vien infatti, che nel tempo presente 
questa nazione non la cede ad alcun'altra nella copia di uomini di 
prima sfera in quasi tutti i rami delle scienze e delle belle arti. </p>
<p>Ho data un'idea succinta degli avvantaggi principali di questa 
nazione; ma la sua ricchezza può misurarsi anche dai suoi disavvantaggi, 
cioè, dalla grandezza dei tributi che fornisce per alimentare i bisogni 
della Corona. La rendita pubblica, in monte e tutto compreso, ascende 
a cinquecento ottantacinque milioni di franchi. Se questa somma si 
scompartisce egualmente sull'estensione e sulla popolazione del Regno, 
si trova che ogni lega quadrata di terreno contribuisce ventiduemila franchi all'incirca, e gli abitanti uno per l'altro ventitré franchi, tredici soldi 
e otto danari, il che viene a star più di due zecchini veneti per testa. 
È cosa degna da notarsi, che la sola città di Parigi, la di cui popolazione 
fa circa settecentomila anime, paga la settima e l'ottava parte del 
totale delle rendite pubbliche, in guisa che si può dire con verità che 
il Re non ha alcuna provincia, la quale gli frutti tanto quanto la metropoli. Diviene perciò un oggetto politico del governo, dietro alle 
massime di Sully e di Colbert, di non risparmiar sacrifici per abbellirla, 
e per invitare il concorso degli stranieri con la fama di scelti spettacoli. 
Il soldo che versano i forestieri in questa capitale si computa a più 
di trenta milioni di franchi all'anno. </p>
<p>Dibattendo dal complesso della pubblica esazione tutte le spese 
di percezione, ed aggiungendovi nove milioni di entrate particolari 
del Re provenienti dalle sue terre e signorie, resta netto l'ingresso nel 
real tesoro di cinquecento quaranta milioni di franchi all'anno, rendita 
che sorpassa notabilmente quella di ogni altro sovrano dell'Europa. </p>
<p>Passo ora a considerare gli aggravii e le spese in cui viene impiegata 
e consunta questa grandiosa entrata. In primo luogo i debiti pubblici 
sono stati gradatamente ingrossati a segno, che adesso la somma degli 
annui pro fa spavento, poiché monta a duecento sedici milioni di franchi. 
Entrano per altro in questi sino ottantun milioni d'interessi vitalizi, 
i quali non esigono alcuna restituzion di capitale, ma si vanno continuamente estinguendo a misura che muoiono gli usufruttuarii. Se si 
dà un computo, al cinque per cento relativamente agli altri cento trentacinque milioni di livelli perpetui, risulta che questa Corona è debitrice 
dell'enorme somma di duemila settecento milioni di capitali. </p>
<p>Dopo il pagamento degli annui pro, la spesa più forte è quella che 
fa il dipartimento della guerra, e che monta a centoventidue milioni 
circa all'anno. In questa partita meritano particolar menzione due articoli, cioè il mantenimento degli invalidi, che costa un milione trecentomila franchi, ed il mantenimento della scuola militare che ne costa 
un milione e seicentomila. Le truppe di questa Corona, secondo il piano 
di pace, ascendono a poco più di duecentomila uomini d'infanteria, 
e a trentamila di cavalleria. In caso però di guerra questo numero si 
aumenta di molto, e persino del doppio. Le cernite, su dette milizie 
consistono in settantamila teste. </p>
<p>Il terzo capo di grande dispendio è quello della marina, che assorbe 
all'incirca quarantacinque milioni di franchi all'anno. La Francia possede attualmente settanta navi di linea, almeno altrettante fregate, e 
più di novanta piccoli legni da guerra: ciò che forma una formidabile 
marina di più di duecentotrenta vascelli da guerra. </p>
<p>Le spese di ogni sorta per il mantenimento della casa del Re, nelle 
quali è compreso il trattamento della famiglia reale, e gli stipendii 
di tutte le persone destinate al servizio della Corte, importa per lo meno 
trentatré milioni all'anno. </p>
<p>Finalmente un articolo assai gravoso è quello delle pensioni, il 
complesso delle quali monta alla riguardevole somma di milioni ventotto. </p>
<p>Saziate le grosse partite fin qui annoverate, rimangono dell'entrata circa cento milioni, i quali non bastano a tutti gli altri stipendii 
di ogni genere, di modo che nel piano ordinario vi è deficienza di dieci 
a dodici milioni. È vero che in questo piano sta inchiusa una partita 
di ventisette milioni destinati ad affrancazioni, per il che in realtà vi 
dovrebbe essere un avanzo annuo di diciassette milioni, il quale crescerebbe a misura che andasse calando la somma dei pro, in virtù delle 
affrancazioni. Ma come le spese straordinarie sogliono alterar gravemente il piano, così ne nasce la necessità di ricorrere a nuovi imprestiti, coi quali si aumenta la massa de' debiti, invece di profittar 
della pace per diminuirli. La bontà del Re non sa dar negative, quando 
gli vengono proposte intraprese sotto utile aspetto, o in favor del 
commercio, o per fabbriche ad ornamento della metropoli, o quando si 
tratta di beneficare quelli che s'impiegano nel suo servizio. Quindi è 
che alla fine di ogni anno vi è sempre un notabile sbilancio, giacché 
se il Sovrano è facile a condiscendere, non è naturale che i ministri 
vogliano esporsi all'odiosità col rendersi autori e promotori dell'economia e dei rifiuti delle grazie. È vero che intanto non si alleggeriscono 
le imposte che opprimono le provincie, e che in tempo di guerra venivano sopportate in silenzio a contemplazione della necessità; ma 
perché i clamori pervengano sino al Monarca, bisogna ordinariamente 
che sieno portati allo eccesso. Del resto questi sono mali per anco molto 
inferiori alle forze di un corpo robustissimo, e alle infinite risorse che 
può somministrare la Francia. </p>
<p>Non ho fatto parola delle possessioni di questa Corona fuori dell'Europa, perché il maggior frutto che rendono, consiste negli avvantaggi del commercio, del quale esposi in pieno la bilancia, i tributi di 
que' paesi sono di poco conto, se si dibattono le spese occorrenti al mantenimento di presidii, e all'amministrazione della giustizia. </p>
<p>Concluderò dunque che le intrinseche forze di questo Regno sono 
assai grandi, e tali che senza dubbio può dirsi che un altro non siavi 
nel mondo così potente per la riunione di tanti avvantaggi. La China 
sarà più popolata; il Mogol più ricco; l'Inghilterra più florida nel 
commercio marittimo; le possessioni della Corona di Spagna molto 
più vaste; e le truppe dell'Imperatore o del Re di Prussia meglio disciplinate e più formidabili: ma ognuna di queste potenze è inferiore 
alla Francia per tanti capi, che niuna può stare a suo paragone, quando 
si sommano insieme tutti i requisiti concorrenti a formare la forza di 
un regno. </p>
<p>Mi resterebbe ora di trattare qual venga ad essere in conseguenza 
il credito esterno della Francia, e la sua influenza politica attuale nelle 
altre Corti; ma in questo tema per non abusare della clemente sofferenza di Vostre Eccellenze, richiede un altro foglio, che sarà l'ultimo 
della presente umilissima mia relazione. Grazie. 
Parigi, li 20 febbraio 1785 M. V. 

%1%Parte 4
IV DISPACCIO. </p>
<p>Coll'ultimo riverente foglio ho presentato a Vostre Eccellenze una 
idea delle forze e risorse interne di questo gran regno. Mi resta da trattare della forza esterna, cioè del credito e della influenza di questa Corte 
nelle altre primarie dell'Europa. Sarà in tal modo con questo quarto 
mio dispaccio esaurito il terzo ed ultimo punto dell'assunta mia relazione, nel quale mi proposi di render conto della forza ed influenza 
politica della Francia. </p>
<p>Dissi già di passaggio nel penultimo foglio, annoverando le alleanze 
difensive ora sussistenti, che la Francia è collegata colla Spagna, 
l'Olanda e la Svezia. Ma ognuna di queste alleanze chiede speciale esame 
ed analisi, giacché il loro significato è molto diverso, anche facendo astrazione dalla disparità delle forze. </p>
<p>Notissimo è il patto di famiglia e i principî sui quali è fondato. 
La Spagna non ha altra potenza da temere in Europa, se non la Francia. 
Circondata e difesa dall'Oceano a tramontana, dal Mediterraneo a 
mezzogiorno, ha due soli principi confinanti: il Portogallo e la Francia. 
Il primo è troppo debole al suo confronto, la seconda è di molto più 
forte, quantunque i suoi Stati in complesso siano men vasti. Si può 
dir presso a poco che quanto sarebbe malagevole al Portogallo il resistere ad una invasione degli Spagnuoli, tanto sarebbe difficile alla 
Spagna il far argine a una invasione de' Francesi. </p>
<p>Il primo interesse della Spagna è dunque di non aver mai per nemica 
la Francia, ed anzi è suo interesse di averla amica ed alleata, giacché 
senza il suo appoggio riceverebbe colpi mortali dall'Inghilterra, sia nel 
commercio, sia nelle possessioni marittime fuori dell'Europa. D'altra 
parte molte ragioni concorrono a far che la Francia abbia interesse 
di aver amica la Spagna, sì perché un attacco delle truppe spagnuole 
sarebbe un diversivo molesto, in momento nel quale la Francia si trovasse impegnata in una guerra con altre potenze, sì perché il commercio attivo di questa nazione con la spagnuola meno industriosa 
forma un oggetto considerabile. Su questi fondamenti, più che sui legami della consanguineità, sta appoggiata l'unione dei due monarchi. 
Si può piantar per principio che in ogni emergenza politica d'importanza la parte di Madrid sarà sempre ligia di quella di Versailles, ma 
altresì è necessario che questa si conduca con molta industria per non 
parere di darle la legge. L'orgoglio spagnuolo ne sarebbe offeso, e l'orgoglio è sempre sospettoso. Nel principio dell'ultima guerra premeva 
alla Francia d'indur la Spagna a sfoderare la spada contro la Gran Brettagna. Incontrò fortissime renitenze nel gabinetto di Madrid, ma seppe 
vincerle ben presto esibendo prestargli aiuto per la conquista di Gibilterra, dell'isola di Minorica. </p>
<p>L'alleanza della Francia con l'Olanda è di un'altra natura. La Corte 
di Versailles non può contar tanto sulle forze di quella repubblica, 
quanto su quelle molto maggiori del Re cattolico. La diversità dei 
pareri fra le provincie, e le intestine animosità tra il partito repubblicano e quello dello Statolder, mettono impedimento ad agir con vigore. 
Per riunire gli animi e renderli tutti concordi per la comune salvezza, 
bisognerebbe che l'Olanda fosse attaccata nelle proprie sue possessioni. 
Fuori di questo caso, un alleato di quella repubblica non può lusingarsi 
di trarne aiuti efficaci. Ciò non ostante il ministero di Versailles ha 
accolto di buon grado l'alleanza proposta dagli Stati generali, poiché 
rende più manifesto e deciso il loro distacco dalle precedenti connessioni con l'Inghilterra. Si trattava di togliere alla potenza rivale un 
antico partigiano: questo è quasi l'unico motivo, che persuase il Re cristianissimo a gradire questa lega. Per quello che sia all'intenzione degli 
Stati generali nel chiederla, apparisce dalle loro deliberazioni essere 
stata quella di provvedersi di un valido appoggio, riconoscendo la decadenza delle proprie forze in confronto d'altri tempi, ne' quali non fu 
mediocre, né indifferente il peso di quella repubblica nella bilancia politica. Circondata da due vicini formidabili, il Re di Prussia e l'Imperatore, non giudicò sufficiente in adesso alla propria salvezza e conservazione l'inimicizia implacabile che regna fra i detti due sovrani, la 
quale sembrerebbe assicurare l'Olanda, che se l'uno di essi volesse 
opprimerla, l'altro non mancherebbe di darle un potente soccorso. 
Stimò necessario di ricercare l'alleanza della Francia, fondando sulla 
massima, che un alleato non confinante non può fare che del bene. 
Con questo trattato le loro alte Potenze tengono vivo il nome di quella 
repubblica nel codice diplomatico, conservano un certo credito ed una 
necessaria ingerenza nei maneggi ed affari politici e tengono aperta la 
porta a ricuperare il loro antico splendore, se qualche circostanza favorevole si presenta. Non ho sentito alcuna voce imparziale e perita 
di queste materie, la quale abbia disapprovato per nessun verso questo 
consiglio degli Stati generali. </p>
<p>Finalmente l'alleanza di questa Corona con quella di Svezia è di 
minor momento delle altre due, se si riguardano gli articoli espliciti 
che tendono quasi unicamente a favore del commercio reciproco. Ma 
in sostanza questa Corte fa molto più caso dei suoi legami con quella 
di Stoccolma, di quello che sia dell'alleanza con l'Olanda, sì perché 
quel monarca non è l'ultimo fra i potentati del Nord, sì perché può fornire al bisogno una squadra ragguardevole, sì perché finalmente le sue 
deliberazioni non dipendono se non da lui solo. </p>
<p>Se alla grandezza delle interne forze della Corona di Francia si 
aggiunge il peso ed il corredo delle esterne consistenti nelle annunziate 
sue relazioni ed alleanze con la Spagna, l'Olanda e la Svezia, ne nasce 
un complesso tale di potere che rende la Francia o arbitra, o mediatrice 
necessaria in tutte le discussioni politiche dell'Europa, come fa fede 
l'istoria degli anni recenti. Ma per soddisfare al mio assunto con più 
precisione, procurerò di definire, se non altro con rapidi cenni, qual 
grado d'influenza goda attualmente questa Corte in ciascuna delle 
altre di primo rango, fuori di quelle che ho già nominate. </p>
<p>Non si può certamente dire che il gabinetto di Versailles abbia 
veruna influenza diretta su quello di Londra, giacché la pace non 
estingue la rivalità naturale tra due nazioni, e l'ultima fu troppo amara 
agli Inglesi per non lasciare nel fondo dei loro cuori un irritamento 
che aguzza l'animosità nativa. Ma come i francesi si sono condotti 
nella guerra non solamente con valore, ma anche con nobiltà di procedere, così è manifesto per giornaliere prove che hanno molto guadagnato nella stima dei loro nemici. Tutto il credito che può aver questa 
Corte appresso quella di Londra consiste nell'essere considerata e rispettata, e giammai non lo fu certamente a quel grado come ne' tempi 
presenti. </p>
<p>Passo alla Corte di Berlino, e non temo asserire, che nessuna potenza 
ha tanto credito appresso di essa quanto la Francia. Questa essendo
confinante e di sua natura rivale della Casa d'Austria, ne viene che il 
Re di Prussia come nemico dichiarato di Cesare è alleato necessariamente della Francia. Egli mantiene per massima una corrispondenza
metodica ed intima con questo gabinetto, al quale comunica sempre 
ogni sua scoperta. Così ha fatto allorché la czarina minacciava i Turchi, 
e finì per impossessarsi della Crimea, così quando l'Imperatore meditava progetti e stringeva legami con la Czarina medesima, così pure 
quando Cesare teneva a bada l'Europa, minacciando gli Olandesi, 
nel mentre che stava trattando segretamente il cambio dei Paesi Bassi austriaci con la Baviera. In tutte queste grandi fermentazioni il Re 
di Prussia fu quasi sempre il primo a fare scoperte, e tosto le inviava 
al gabinetto di Francia. È ben vero che spesse volte vi aggiungeva 
del suo, perché voleva irritare la Francia contro l'Imperatore, ed accendere una guerra; ma questo ministero seppe accarezzarlo, e tenerlo 
amico, senza lasciarsi trasportare a passi violenti.</p>
<p>Per quel che riguarda la Corte di Pietroburgo è manifesto per le 
cose già dette che quella di Versailles non può avervi alcuna influenza 
nel tempo presente. Le intime connessioni dell'Imperatore con la czarina vi fanno ostacolo, attesta l'accennata rivalità tra la nazione francese e l'austriaca.</p>
<p>Questa rivalità non impedisce per altro che questa Corte non abbia 
attualmente un certo grado d'influenza appresso quella di Vienna. 
La maggior parte dei francesi pretende il contrario: cioè che la Corte imperiale influisca non poco su quella di Francia, atteso che questa sovrana, sorella di Cesare, è molto amata ed ascoltata dal monarca suo 
sposo.</p>
<p>Le nazioni attribuiscono facilmente alle principesse straniere l'amor 
della casa e del regno nativo. Ma le nazioni esagerano pur facilmente 
in questa sorta di sospetti. È vero che per conciliare l'Imperatore 
con l'Olanda, questa Corte si è piegata perfino a sagrificare nove milioni del proprio; sagrifizio che sembra avvilirla agli occhi di quelli 
che non sono a portata di penetrare nelle intime ragioni de' gabinetti. 
Io mi sono ingegnato di approfondarle, e ne ho fatto l'esposizione 
all'eccellentissimo Senato nel mio riverente numero 252. Ma in prova del 
credito che gode questa Corte presso quella di Vienna, mi basta rammemorare le pretensioni intavolate da Cesare contro i Turchi sotto titolo 
di regolare la confinazione. Queste pretese sarebbero andate molto 
avanti, ed avrebbero fatto una dilatazione molto riflessibile dell'impero 
austriaco in quelle parti, come Vostre Eccellenze ne avranno ricevuto gli 
individuali ragguagli dall'eccellentissimo bailo. Ma queste pretese dovettero soffocarsi, e le trattazioni languiscono già da qualche tempo, e ciò 
per nessun'altra ragione, se non perché il Re di Francia scrisse chiaramente all'Imperatore che non potrebbe secondarle, e che lo pregava 
a raddolcirle assai, affinché non dovesse soffrirne l'ottima corrispondenza 
che passava fra le due Corti.</p>
<p>Se si consideri finalmente l'influenza della Francia sui consigli 
della Porta Ottomana, è facile di provare che nessun'altra Corte vi gode 
tanto credito e tanta fiducia quanto quella di Versailles. Infatti la 
Russia e la Casa d'Austria sono due potenze finitime con le quali il 
Gran Signore ha continue questioni e le quali sono guardate dai Turchi 
con gran gelosia e diffidenza. L'Inghilterra, dopo i cattivi successi 
dell'ultima guerra, ha perduto una buona parte del suo potere appresso 
una Corte come quella di Costantinopoli, dove le apparenze e la fortuna 
decidono grandemente dell'opinione. Il Re di Prussia è stimato alla 
Porta, ed è facile indovinare il motivo; ma com'ei non è potenza marittima, così gli manca una parte di quella forza che può interessare 
il governo e la politica dei Turchi. La Francia è la sola fra le primarie 
potenze che ha tutto quello che è necessario per inspirar la fiducia ed 
escludere la diffidenza negli Ottomani. Da alcuni anni in qua si può 
dire che il gabinetto di Costantinopoli è condotto quasi intieramente 
dai consigli di quello di Versailles. Ne fa fede il prudente contegno 
tenuto dalla Porta verso le due Corti imperiali in circostanze scabrosissime. </p>
<p>Parmi di aver sufficientemente mostrato quanto sia grande la forza 
e l'influenza politica di questa Corona ne' presenti tempi. Mi sia lecito 
di concludere alzando i miei voti all'eccellentissimo Senato perché 
riponga la principal sua confidenza nel robustissimo appoggio di questa 
Corte, massime fin a tanto che gli affari politici saranno diretti dall'egregio impareggiabile signor conte di Vergennes, ministro abilissimo, ingenuo, e portato a fare il bene egualmente che il sovrano suo padrone. </p>
<p>Sono giunto al termine della mia relazione, secondo quel piano 
che mi ero proposto, e che ho diviso in tre parti, le quali sono state 
da me trattate in quattro dispacci. Nella prima parte ho reso conto 
degli affari di Vostra Serenità pendenti, ed ho rappresentato che l'ingrata vertenza con l'Olanda si può considerare come terminata dopo il saggio 
e luminoso promemoria di Vostre Eccellenze dei 27 novembre 1784, 
e dopo ritirata la presenza di un veneto residente all'Aia, 
la quale presenza impediva che l'affare cadesse nel silenzio. Nella seconda parte ho tentato di presentare sotto agli occhi dell'Eccellenze Vostre il quadro del sistema politico attuale dell'Europa. Nella terza parte 
ho dimostrato con due separati miei fogli, nel primo la forza interna 
del regno di Francia, e nel secondo, che è questo che ora sono per chiudere, la forza esterna dipendente dal credito e dall'influenza politica 
di questa Corte nelle altre primarie dell'Europa. Dedicate in tal modo 
alla patria tutte quelle poche cognizioni che ho potuto raccogliere nel 
corso di questa ambasciata, di cui per più di anni cinque ho sostenuto 
imperfettamente il peso, mi giova sperare che la clemenza di Vostre Eccellenze condoni gli involontarii miei difetti. </p>
<closer><dateline>Parigi, li 6 marzo 1786. </dateline></closer></div1></body></text></TEI.2>
