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      <title>Galealto</title>
      <author>Torquato Tasso</author>
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    <extent>64 Kb in UTF-8</extent>
    <publicationStmt>
      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
      <pubPlace>Roma</pubPlace>
      <date>2003</date>
      <idno>bibit001104</idno>
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        <p>Questa risorsa digitale è liberamente accessibile per uso
              personale o scientifico. Ogni uso commerciale è vietato</p>
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      <title>Collezione BibIt</title>
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        <title>Opere di Torquato Tasso</title>
        <author>Tasso, Torquato</author>
        <editor id="ed">Sozzi, Bortolo Tommaso</editor>
        <publisher>Tipografia Editrice Secomandi</publisher>
        <pubPlace>Bergamo</pubPlace>
        <date>1952</date>
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                    <p>Tutti i materiali paratestuali della fonte cartacea non riconducibili alla
                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                      digitale</p>
                  </samplingDecl>
                  <editorialDecl>
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                      <p>Livello medio: controllo a video con collazione con edizione di
                      riferimento</p>
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                    <quotation form="data" marks="all">
                      <p>I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea
                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
                    </quotation>
                    <hyphenation eol="none">
                      <p>I trattini di sillabazione a fine riga sono stati soppressi e le parole
                        ricomposte</p>
                    </hyphenation>
                  </editorialDecl>
    <editorialDecl><p>Rispetto all'originale cartaceo i capoversi sono in minuscolo. Il titolo TRAGEDIA NON FINITA è stato omesso. Alla fine dell'Atto I, scena IV, si trova la parola "Coro", come se dovesse seguire una battuta. La parola Ã è stata codificata come didascalia</p></editorialDecl><classDecl><taxonomy id="CDD"><bibl>Classificazione Decimale Dewey</bibl></taxonomy><taxonomy id="CGB"><bibl>Classificazione generi BibIt</bibl></taxonomy></classDecl></encodingDesc>
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        <term>851 - POESIA ITALIANA</term>
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        <term>Letteratura teatrale</term>
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      <date>Data sconosciuta anteriore al 2000</date>
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      <item>Digitalizzazione</item>
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      <item>Correzione linguistica</item>
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        <name>Marta Zanazzi</name>
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<div1 type="atto">
<head>ATTO PRIMO</head>
<div2 type="Scena">
<head rend="sc">Scena prima</head>
<stage rend="italic">Nutrice, Alvida Principessa</stage>
<sp>
<l>Figlia, e Signora mia, deh qual cagione</l>
<l>sì per tempo ti sveglia? Ed or ch' a pena</l>
<l>desta è nel ciel la vigilante Aurora,</l>
<l>e ch' il garrir de l' aure e de gli augelli</l>
<l>dolce lusinga i matutini sonni,</l>
<l>dove vai frettolosa? E quai vestigi</l>
<l>di timore in un tempo e di desio</l>
<l>veggio nel tuo bel volto? Il qual per uso</l>
<l>sì longo è noto a me, che non sì tosto</l>
<l>d'alcun novello affetto egli si imprime,</l>
<l>ch'io me n' avveggio. A me, che per etate,</l>
<l>e per officio di pietosa cura,</l>
<l>e per zelo d' amor madre ti sono,</l>
<l>e serva per volere e per fortuna,</l>
<l>non dee men noto il cor esser, ch' il volto:</l>
<l>e nulla sì riposto, o sì secreto,</l>
<l>deve tenere in sé, ch' a me l' asconda.</l>
</sp>
<sp><speaker>Alvida</speaker>
<l>Cara Nutrice, e madre, è ben ragione</l>
<l>ch' a te si scuopra quello, onde osa a pena</l>
<l>ragionar fra se stesso il mio pensiero.</l>
<l>Però ch' a la tua fede ed al tuo senno,</l>
<l>canuto più che non son gli anni e 'l pelo,</l>
<l>meglio è commesso ogni secreto affetto</l>
<l>ed ogni del mio cor tacita cura,</l>
<l>che a me stessa non è. Temo e desio,</l>
<l>no 'l nego; ma so ben quel ch' io desio,</l>
<l>quel ch' io tema non so. Tem' ombre e sogni,</l>
<l>e un non so che d' orrendo e d' infelice,</l>
<l>ch' un dolente pensiero a me figura</l>
<l>confusamente. Ohimè, giamai non chiudo</l>
<l>queste luci meschine in breve sonno,</l>
<l>ch' a me forme d' orrore e di spavento</l>
<l>non appresenti il sonno: ora mi sembra</l>
<l>che dal fianco mi sia rapito a forza</l>
<l>il caro sposo, e scompagnata e sola</l>
<l>irne per longa e tenebrosa strada;</l>
<l>ed or sudar e gocciolar le mura</l>
<l>d' atro sangue rimiro, e quanti lessi</l>
<l>mai ne l' istorie, o in favolose carte,</l>
<l>miseri avvenimenti e sozzi amori,</l>
<l>tutti s' offrono a me. Fedra e Iocasta</l>
<l>gl' interrotti riposi a me perturba,</l>
<l>agita me Canace; e spesso parmi</l>
<l>ferro nudo veder, e con la penna</l>
<l>sparger sangue ed inchiostro: onde, s' io fuggo</l>
<l>il sonno e la quiete, anzi la guerra</l>
<l>de' notturni fantasmi, e s' anzi tempo</l>
<l>sorgo del letto ad incontrar l' aurora,</l>
<l>maraviglia non è, cara nutrice.</l>
<l>Lassa me, simil sono a quella inferma,</l>
<l>cui la notte il rigor del freddo scorre,</l>
<l>e 'n su 'l mattin d' ardente febbre avvampa;</l>
<l>però che non sì tosto il freddo cessa</l>
<l>del notturno timor, che in me succede</l>
<l>l' amoroso desio, che m' arde e strugge.</l>
<l>Ben sai tu, mia fedel, ch' il primo giorno</l>
<l>che Galealto agli occhi miei s' offerse,</l>
<l>e che sepp' io che dal suo nobil regno</l>
<l>della Norvegia era venuto al regno</l>
<l>di mio padre in Suezia egli medesmo</l>
<l>a richiedermi in moglie, io mi compiacqui</l>
<l>molto del suo magnanimo sembiante,</l>
<l>e di quella virtú per fama illustre,</l>
<l>sempre cara per sé ma vie più cara</l>
<l>s' ella viene in bel corpo, e se fiorisce</l>
<l>co 'l verde fior di giovinetta etade.</l>
<l>E sì di quel piacer presa restai,</l>
<l>ch' il mio desir prontissimo precorse</l>
<l>l' assenso di mio padre: e prima fui</l>
<l>amante sua che sposa. Or come poi</l>
<l>il mio buon genitor con ricca dote</l>
<l>per genero il comprasse, e come in pegno</l>
<l>di casto amor, d' indissolubil fede</l>
<l>la sua destra ei porgesse a la mia destra;</l>
<l>come negasse di voler le nozze</l>
<l>celebrare in Suezia, e corre i frutti</l>
<l>del dolce matrimonio in fin che fosse</l>
<l>giunto al paterno suo norvegio regno,</l>
<l>ove dicea desiar la sua madre</l>
<l>ch' il primo fior di mia virginitade</l>
<l>nel letto genial del re norvegio</l>
<l>fosse colto, là 'v' ella ancora giacque</l>
<l>vergine intatta, e con felici auspicii</l>
<l>ne sorse poi sposa feconda e madre,</l>
<l>tutto è già noto a te. Sai parimente</l>
<l>che pria che dentro di Norvegia ai porti</l>
<l>la nave ei raccogliesse in riva al mare,</l>
<l>in erma riva e 'n solitarie arene,</l>
<l>stimulando la notte i suoi furori,</l>
<l>come sposo non già, ma come amante</l>
<l>rapace celebrò furtive nozze,</l>
<l>le quai sol vide il raggio de la luna:</l>
<l>e quei notturni abbracciamenti occulti</l>
<l>ivi restar, ch' alcun non se n' avide:</l>
<l>se non forse sol tu, che nel mio volto</l>
<l>ben conoscesti il rossor novo e i segni</l>
<l>de la perduta mia virginitade,</l>
<l>onde dicesti a me: – Donna tu sei. –</l>
<l>Ed io, tacendo e vergognando, a pieno</l>
<l>confermai le parole. Or, poi che siamo</l>
<l>giunti ne la cittade, ov' è la sede</l>
<l>real del re norvegio, ov' è l' antica</l>
<l>suocera, che da me nipoti attende,</l>
<l>che s' aspetti non so; ma veggio in lungo</l>
<l>trar de le nozze il desiato giorno.</l>
<l>S' è venti volte il sol tuffato e sorto</l>
<l>di grembo a l' Oceàn da che giungemmo,</l>
<l>ch' i giorni ad un ad un conto e le notti,</l>
<l>e pur ancor s' indugia; ed io fra tanto,</l>
<l>(debbol dir, o tacer?) lassa, mi struggo</l>
<l>come tenera brina in colle aprico.</l>
</sp>
<sp><speaker>Nutrice</speaker>
<l>Alvida, anima mia, sì come folle</l>
<l>mi sembra il tuo timor, ch' altro soggetto</l>
<l>non ha che d' ombre e sogni, a cui, s' uom crede,</l>
<l>più degli stessi sogni è lieve e vano,</l>
<l>così giusta cagion parmi che t' arda</l>
<l>d' amoroso desio: che giovanetta,</l>
<l>che per giovane sposo in cor non senta</l>
<l>qualche fiamma d' amor, è più gelata</l>
<l>che dura neve in rigid' alpe il verno.</l>
<l>Ma donnesca onestà temprar dovrebbe</l>
<l>la tua soverchia arsura, e dentro al seno</l>
<l>chiuderla sì, che fuor non apparisse:</l>
<l>che non conviene a giovane pudica</l>
<l>farsi incontro al desio del caro sposo,</l>
<l>ma gli inviti d' amor attender deve</l>
<l>in guisa tal, che schiva e non ritrosa</l>
<l>se 'n mostri, e dolcemente a sé l' alletti</l>
<l>con l' onesto rossor più che co' i vezzi.</l>
<l>Frena, figlia, il desio, che breve ormai</l>
<l>esser puote l' indugio, e sol s' attende</l>
<l>il magnanimo re de' Goti alteri,</l>
<l>che viene ad onorar le regie nozze.</l>
</sp>
<sp><speaker>Alvida</speaker>
<l>Sollo, e questa tardanza anco molesta</l>
<l>m' è per la sua cagion. Non posso io dunque</l>
<l>premer il letto marital, se prima</l>
<l>non vien fin dal suo regno il re de' Goti?</l>
<l>forse perch' egli è del mio sangue amico?</l>
</sp>
<sp><speaker>Nutrice</speaker>
<l>Amico è del tuo sposo, e dee la moglie</l>
<l>amar e disamar non co 'l suo affetto,</l>
<l>ma con l' affetto sol del suo consorte.</l>
</sp>
<sp><speaker>Alvida</speaker>
<l>Siasi, come a te par: a te concedo</l>
<l>questo assai facilmente. A me fia lieve</l>
<l>d' ogni piacer di lui far mio piacere.</l>
<l>Così potess' io pur qualche favilla</l>
<l>smorzar de le mie fiamme, od a lui tanto</l>
<l>piacer, ch' egli sentisse uguale ardore.</l>
<l>Lassa, ch' invan ciò bramo. Egli mi sembra</l>
<l>vago di me non già, ma di me schivo;</l>
<l>perché da quella notte, in cui di furto</l>
<l>godette del mio amor, a me dimostro</l>
<l>non ha si sposo più segni o d' amante,</l>
<l>non dolce bacio nel mio volto impresso,</l>
<l>non pur giunta la sua con la mia mano,</l>
<l>non pur fissato in me soave sguardo.</l>
<l>Madre, io pur te 'l dirò, benché vergogna</l>
<l>affreni la mia lingua, e risospinga</l>
<l>le mie parole indietro: io pur sovente</l>
<l>tutta in atto amoroso a lui mi mostro,</l>
<l>e li prendo la destra, e m' avicino</l>
<l>al caro fianco; egli s' arretra, e trema,</l>
<l>e di pallor sì fatto il volto tinge,</l>
<l>che mi turba e sgomenta: e certo sembra</l>
<l>pallidezza di morte, e non d' amore;</l>
<l>e china gli occhi a terra, e pur turbata</l>
<l>volge la faccia altrove; e, se mi parla,</l>
<l>parla in voce tremante, e con sospiri</l>
<l part="I">le parole interrompe.</l>
</sp>
<sp><speaker>Nutrice</speaker>
<l part="F">O figlia, segni</l>
<l>narri tu di fervente intenso amore.</l>
<l>Tremar, impallidir, timidi sguardi,</l>
<l>timide voci, e sospirar parlando,</l>
<l>effetti son d' affettuoso amore,</l>
<l>che per soverchio amor teme ed onora;</l>
<l>e s' or non vien a te con quello ardire,</l>
<l>che mostrò già ne le deserte arene,</l>
<l>sai che la solitudine e la notte</l>
<l>sproni son de l' audacia e de l' amore.</l>
<l>Ma la luce del giorno e la frequenza</l>
<l>de le case reali apporta seco</l>
<l>rispettosa vergogna; e s' egli fue</l>
<l>già ne' luochi solinghi audace amante,</l>
<l>accusar non si dee, s' or si dimostra</l>
<l>ch' è, ne la regia sua, modesto sposo.</l>
</sp>
<sp><speaker>Alvida</speaker>
<l>Piaccia a Dio che t' apponghi. Io pur tra tanto,</l>
<l>poi ch' altro non mi lice, almen conforto</l>
<l>prendo dal rimirarlo; e sono uscita,</l>
<l>perché so che sovente ha per costume</l>
<l>venir tra queste spaziose loggie,</l>
<l>a goder del mattin il fresco e l' òra.</l>
</sp>
<sp><speaker>Nutrice</speaker>
<l>Figlia e signora mia, più si conviene</l>
<l>al decoro regale, ed a quel nome,</l>
<l>che di vergine ancor sostieni e porti,</l>
<l>a le tue regie stanze ora ritrarti,</l>
<l>e quindi (se pur vuoi) chiusa e celata</l>
<l>dal balcon rimirarlo.</l>
</sp>
</div2>
<div2 type="Scena">
<head rend="sc">Scena seconda</head>
<stage rend="italic">Galealto Re. Consigliere</stage>
<sp>
<l>Ahi, qual Tana, qual Istro, e qual Eusino,</l>
<l>qual profondo Oceàn con tutte l' acque</l>
<l>lavar potrà la scelerata colpa,</l>
<l>ond' ho l' alma e le membra immonde e sozze?</l>
<l>Vivo ancor dunque, e spiro, e veggio il sole?</l>
<l>Ne la luce de gli uomini dimoro?</l>
<l>Son detto cavalier? son re chiamato?</l>
<l>È chi mi serve, e chi mi onora e cole?</l>
<l>E forse ancor chi m' ama? Ah certo m' ama</l>
<l>colui che del mio amor tai frutti coglie.</l>
<l>Ma che mi giova, ohimè? s' esser mi pare</l>
<l>di vita immeritevole, e se stimo</l>
<l>che indegnamente a me quest' aria spiri,</l>
<l>e 'ndegnamente a me risplenda il sole?</l>
<l>Se l' aspetto de gli uomini m' è grave;</l>
<l>se 'l titol regal, se 'l nome illustre</l>
<l>di cavalier m' offende? e s' ugualmente</l>
<l>i servigi e gli onor disdegno e schivo,</l>
<l>e s' in guisa me stesso odio ed aborro,</l>
<l>che ne l' esser amante offesa i' sento?</l>
<l>Lasso, io ben me n' andrei per l' erme arene</l>
<l>solingo, errante, e ne l' Ercinia folta,</l>
<l>o ne la negra selva, o in quale speco</l>
<l>ha più profondo il Caucaso gelato,</l>
<l>mi asconderei dagli uomini e dal cielo.</l>
<l>Ma che rileva ciò, se a me medesmo</l>
<l>non mi nascondo, ohimè? Son io, son io</l>
<l>consapevole a me d' empio misfatto.</l>
<l>Di me stesso ho vergogna, ed a me stesso</l>
<l>son vile e grave ed odioso pondo.</l>
<l>Che pro, misero me, che non paventi</l>
<l>i detti e 'l mormorar del volgo errante,</l>
<l>o l' accuse de' saggi, se la voce</l>
<l>de la mia propria conscienza immonda</l>
<l>mi rimbomba altamente in mezzo il core?</l>
<l>S' ella a vespro mi grida ed a le squille,</l>
<l>se mi turba le notti, e se mi scuote</l>
<l>dagli infelici miei torbidi sogni?</l>
<l>Misero me, non Cerbero, né Scilla</l>
<l>latrò così giamai, com' io ne l' alma</l>
<l>sento i latrati suoi: non can, non angue</l>
<l>de l' arenosa Libia, né di Lerna</l>
<l>Idra, né de le Furie empia cerasta,</l>
<l>morse giamai, com' ella morde e rode.</l>
</sp>
<sp><speaker>Consigliere</speaker>
<l>Signor mio, se la fè, che già più volte</l>
<l>si sia dimostra a manifeste prove</l>
<l>ne le liete fortune e ne l' averse,</l>
<l>porger può tanto ardire ad umil servo,</l>
<l>ch' egli osi di pregare il suo signore,</l>
<l>che de' secreti suoi parte li faccia,</l>
<l>io prego te che la cagion mi scopra</l>
<l>di questi novi tuoi duri lamenti,</l>
<l>e qual fallo commesso abbi sì grave,</l>
<l>che contra te medesmo ora ti renda</l>
<l>accusatore e giudice sì fiero.</l>
<l>Non me 'l negar, signor, perché ogni doglia</l>
<l>s' inasprisce tacendo, e ragionando</l>
<l>si mitiga e consola; ed uom, che il peso</l>
<l>de' suoi pensier deponga in fide orecchie,</l>
<l>molto ne sente allegerito il core.</l>
</sp>
<sp><speaker>Galealto</speaker>
<l>O mio fedel, a cui già il padre mio</l>
<l>la fanciullezza mia diede in governo,</l>
<l>perché informassi tu l' animo molle,</l>
<l>e l' ancor rozza mia tenera mente</l>
<l>di bei costumi onesti e del sapere,</l>
<l>ch' è richiesto a color ch' il ciel destina</l>
<l>a grandezza di scettri e di corone,</l>
<l>ed ad esser de' popoli pastore;</l>
<l>ben mi sovien con quai prudenti e saggi</l>
<l>detti m' ammaestravi, e quai sovente</l>
<l>mi proponevi tu dinanzi agli occhi</l>
<l>d' onestà, di virtú mirabil forme,</l>
<l>e quai di regi esempi e di guerrieri,</l>
<l>che ne l' arte di pace e di battaglia</l>
<l>furon lodati, e con quai forti sproni</l>
<l>di generosa invidia il cor pongevi,</l>
<l>e con quali d' onor dolci lusinghe</l>
<l>l' allettavi a virtú. Lasso, m' accresce</l>
<l>quest' acerba memoria il mio dolore,</l>
<l>che quant' io dal sentier, che mi segnasti,</l>
<l>mi veggio traviato esser più longe,</l>
<l>tanto più contra me di sdegno avampo:</l>
<l>e s' ad alcuno</l>
<l>asconder per rossor dovessi il fallo,</l>
<l>che la vita mi fa spiacente e grave,</l>
<l>esser tu quel dovresti, i cui ricordi</l>
<l>così male da me fur posti in opra.</l>
<l>Ma l' amor tuo, la conosciuta fede,</l>
<l>l' avedimento e 'l senno e quella speme,</l>
<l>che del consiglio tuo sola mi avanza,</l>
<l>benché speme assai debole ed incerta,</l>
<l>mi confortano a dir quel che paventa</l>
<l>e inorridisce a raccordarsi il core,</l>
<l>e per duol ne rifugge, e che la lingua</l>
<l>tremante e schiva a palesar s' induce;</l>
<l>e per questo in disparte io t' ho qui tratto.</l>
<l>Ben rammentar ti dei, ch' a pena io fui</l>
<l>di fanciullezza uscito e da quel freno</l>
<l>sciolto, co 'l qual tu mi reggesti un tempo,</l>
<l>che, vago di mercar fama ed onore,</l>
<l>lasciai la patria, il caro padre e gli agi</l>
<l>de le case regali, e peregrino</l>
<l>vidi varii costumi e varie genti;</l>
<l>e sconosciuto io mi trovai sovente,</l>
<l>ove il ferro si tratta e sparge il sangue.</l>
<l>In quegli errori miei (come al ciel piacque)</l>
<l>mi strinsi d' amicizia in dolce nodo</l>
<l>co 'l buon Torrindo, principe de' Goti,</l>
<l>che giovinetto anch' egli, e dal medesmo</l>
<l>desio spronato d' onorata fama,</l>
<l>peregrinava per li regni estrani.</l>
<l>Seco i Tartari erranti e i Moschi i' vidi,</l>
<l>abitator de' paludosi campi,</l>
<l>gli uni Sarmati e gli altri e i Rossi e gli Unni,</l>
<l>e de la gran Germani i monti e i lidi,</l>
<l>e in somma ogni paese che si giaccia</l>
<l>soggetto ai sette gelidi Trioni.</l>
<l>De la milizia i gravi affanni seco</l>
<l>soffersi, e sempre seco ebbi commune</l>
<l>i perigli non men e le fatiche</l>
<l>che le palme e le prede. Assai sovente</l>
<l>ei del suo proprio petto a me fè scudo</l>
<l>e mi sottrasse a morte; ed io talora</l>
<l>la vita mia per la sua vita esposi.</l>
<l>Né dopo che moriro i padri nostri,</l>
<l>e ch' a la cura de' paterni regni</l>
<l>richiamati ambo fummo, i dolci offici</l>
<l>cessàr de l' amicizia; ma disgiunti</l>
<l>di luogo, e più che mai di core uniti,</l>
<l>cogliemmo anco di lei frutti soavi.</l>
<l>Misero, or vengo a quel che mi tormenta.</l>
<l>Questo mio caro e valoroso amico,</l>
<l>pria che a lui fesse elezione e sorte</l>
<l>me de l' armi compagno e degli errori,</l>
<l>mentre ei sol giva sconosciuto attorno,</l>
<l>trasse in Suezia a l' onorata fama</l>
<l>d' un torneamento, ond' ebbe poscia il pregio.</l>
<l>Ivi in sì forte punto agli occhi suoi</l>
<l>si dimostrò la fanciulletta Alvida,</l>
<l>che ne la prima vista egli sentissi</l>
<l>l' alma avampar d' inestinguibil fiamma.</l>
<l>E ben ch' ei non potesse far ch' in guisa</l>
<l>favilla del suo ardor fuor tralucesse,</l>
<l>che dagli occhi di lei fosse veduta,</l>
<l>perch' essa più del tempo in casta cella</l>
<l>era guardata da la madre allora,</l>
<l>quasi in chiuso giardin vergine rosa,</l>
<l>non di men pur nodrì nel core il foco</l>
<l>di memoria vie più che di speranza.</l>
<l>Né longhezza di tempo o di camino,</l>
<l>né rischio, né disagio, né fatica,</l>
<l>né il veder novi regni e nove genti,</l>
<l>piagge, monti, foreste, e fiumi, e mari,</l>
<l>né di nova beltà nova vaghezza,</l>
<l>né, s' altro è che d' amor la face estingua,</l>
<l>intepidiro i suoi amorosi incendii;</l>
<l>ma qual prima gli corse ardente al core</l>
<l>l' imagine di lei, tal vi rimase.</l>
<l>De le fatiche sue solo ristoro</l>
<l>era il parlar di lei meco talvolta,</l>
<l>talor tra se medesmo; ed involava</l>
<l>le dolci ore del sonno a la quiete,</l>
<l>per darle a' suoi pensier, che sempre desti</l>
<l>tenea ne l' alma il vigilante amore.</l>
<l>Così de' suoi pensier e de' suoi detti</l>
<l>esca facendo al suo gradito fuoco,</l>
<l>che quasi face a lo spirar de' venti</l>
<l>s' avvivava commosso a' suoi sospiri,</l>
<l>secretamente amò tutto quel tempo</l>
<l>che peregrino andò; e del suo core</l>
<l>fummo sol secretarii amore ed io.</l>
<l>Ma poi che, richiamato al patrio regno,</l>
<l>nel gran soglio degli avi egli s' assise,</l>
<l>e ch' a le nozze l' animo rivolse,</l>
<l>tentò con destri ed opportuni mezzi</l>
<l>s' indur potea d' Alvida il vecchio padre</l>
<l>che la figliuola sua li desse in moglie;</l>
<l>ma indurato il trovò d' alma e di core.</l>
<l>Però che il vecchio re, crudo d' ingegno,</l>
<l>di natura implacabile e tenace</l>
<l>d' ogni proposto, e di vendetta ingordo,</l>
<l>ricusò di voler pace coi Goti,</l>
<l>non ch' amicizia o parentado alcuno,</l>
<l>da cui sì spesso depredato ed arso</l>
<l>vide il suo regno, violati i tempi,</l>
<l>profanati gli altari, e da le cune</l>
<l>tratti i teneri figli e da' sepolcri</l>
<l>le ceneri degli avi e sparse al vento;</l>
<l>da cui, non ch' altro, un suo figliuol su 'l fiore</l>
<l>fu de l' età miseramente estinto.</l>
<l>Poiché sprezzar ed aborrir si vede</l>
<l>il buon Torrindo, ancorché giusto sdegno</l>
<l>concetto avesse contra il fiero veglio,</l>
<l>che fatto avea di lui aspro rifiuto,</l>
<l>non però per repulsa, o ver per l' ira</l>
<l>che l' ardea contra il padre, ei scemò dramma</l>
<l>di quell' amor, onde la figlia in moglie</l>
<l>così cupidamente aver bramava.</l>
<l>E ben è ver che negli umani ingegni,</l>
<l>e più ne' più magnanimi ed altieri,</l>
<l>per la difficoltà cresce il desio,</l>
<l>e ch' a quel ch' è negato, uom s' affatica</l>
<l>con isforzo maggior di pervenire;</l>
<l>però che la repulsa e 'l novo sdegno</l>
<l>al vecchio amor del principe de' Goti</l>
<l>fur quasi sferza e sproni, e confermaro</l>
<l>l' ostinato voler ne l' alta mente.</l>
<l>Dunque ei fermato di voler, malgrado</l>
<l>del padre, aver la figlia, e di volere</l>
<l>viver con lei, o di morir per lei,</l>
<l>d' acquistarla per furto o per rapina</l>
<l>pensava, e varii in sé modi volgea,</l>
<l>ora d' accorgimento ora di forza;</l>
<l>al fin, come al più agevole e più breve,</l>
<l>al pensier s' appigliò ch' ora udirai.</l>
<l>Per un secreto suo messo fedele,</l>
<l>e per lettere sue, con forti prieghi</l>
<l>mi strinse ch' io la bella Alvida al padre</l>
<l>per consorte del letto e de la vita</l>
<l>chieder dovessi, e che, da poi ch' avuta</l>
<l>l' avessi in mio poter, la conducessi</l>
<l>a lui, che se n' ardeva e che non era</l>
<l>del pertinace re genero indegno.</l>
<l>Io, se ben conoscea che quest' inganno</l>
<l>irritati gli sdegni e forse l' armi</l>
<l>incontra me de la Suezia avrebbe;</l>
<l>e se ben conoscea che tutto quello</l>
<l>ch' è in fraude, o c' ha di fraude almen sembianza,</l>
<l>brutta il candido onor più ch' altra macchia,</l>
<l>perché la fraude è non pur vizio infame,</l>
<l>ma 'l più sozzo de' vizii e il più nocivo;</l>
<l>nondimen giudicai, ch' ove interviene</l>
<l>de la sacra amicizia il sacro nome,</l>
<l>quel che meno per sé sarebbe onesto</l>
<l>acquisti d' onestà sembianti e forme;</l>
<l>e, se ragion mai violar si deve,</l>
<l>sol per l' amico violar si deve;</l>
<l>ne l' altre cose poi giustizia serba.</l>
<l>Questa credenza dunque, e 'l creder anco</l>
<l>che 'l beneficio allor a chi 'l riceve</l>
<l>più grato sia, quando colui che il face</l>
<l>con suo periglio il fa, furon cagione</l>
<l>ch' io posposi al piacer del caro amico</l>
<l>la mia pace e del regno; e mi compiacqui</l>
<l>divenir disleal per troppa fede.</l>
<l>Questo fisso tra me, non per messaggi,</l>
<l>né con quell' arti, che tra' regi usate</l>
<l>sono, tentai del suocero la mente;</l>
<l>ma, per troncar gli indugi, io stesso a lui</l>
<l>de la mia volontà fui messaggiero.</l>
<l>Ei gradì la venuta e le proposte,</l>
<l>e per oste e per genero m' accolse,</l>
<l>e congionse a la mia la regal destra,</l>
<l>e a me diede e ricevé la fede,</l>
<l>ch' io di non osservar prefisso avea.</l>
<l>Indi, sì com' a sposo, a me concesse</l>
<l>la figlia sua, che vergine matura</l>
<l>fioria, cresciuta di bellezza e d' anni.</l>
<l>Ed io, tolto congedo, in su le navi</l>
<l>posta la preda mia, spiegai le vele,</l>
<l>e per l' alto oceàn drizzai le prore.</l>
<l>Noi solcavamo il mare, e la credente</l>
<l>mia sposa al fianco mi sedeva affissa</l>
<l>sempre, e pendea da la mia bocca intenta;</l>
<l>e dai suoi dolci sguardi e dai sospiri</l>
<l>ben comprendea ch' ella nel molle core</l>
<l>ricevuto m' avea sì fattamente,</l>
<l>che si struggea d' amore e di desio.</l>
<l>Io, che con puro e con fraterno affetto</l>
<l>rimirata l' avea, come sorella,</l>
<l>prima che del suo amor mi fossi accorto,</l>
<l>quando vidi ch' amando ella ad amare</l>
<l>mi provocava, mi commossi alquanto;</l>
<l>pur ripresi de l' alma i moti audaci,</l>
<l>e posi freno ai guardi, e le parole</l>
<l>ritenni, e tutto mi raccolsi e strinsi.</l>
<l>Ma 'l luogo angusto, il qual seco congiunto</l>
<l>mi tenea, mal mio grado, e l' ozio lungo,</l>
<l>e i suoi d' amor reiterati inviti,</l>
<l>tanto efficaci più quanto temprati</l>
<l>eran più di modestia e di vergogna,</l>
<l>vinsero al fin la conbattuta fede.</l>
<l>Ahi, ben è ver che risospinto amore</l>
<l>dopo mille repulse, assai più fero</l>
<l>torna a l' assalto; ed è sua legge antica,</l>
<l>ch' egli a nissun amato amar perdoni.</l>
<l>Già con gli sguardi ai guardi e co' sospiri</l>
<l>rispondeva ai sospiri, e le mie voglie</l>
<l>a le voglie di lei si feano incontra,</l>
<l>su la fronte venendo e 'n su la lingua;</l>
<l>ma pur anco di me signor intanto</l>
<l>era, ch' io contenea le mani e i detti.</l>
<l>Quando ecco la fortuna e 'l cielo averso,</l>
<l>con amor congiurati, un fiero turbo</l>
<l>mosser repente, il qual grandine e pioggia</l>
<l>portando e cieche tenebre, sol miste</l>
<l>d' incerta luce e di baleni orrendi,</l>
<l>volser sossopra l' onde; e per l' immenso</l>
<l>grembo del mar le navi mie disperse,</l>
<l>e quella, ov' era la donzella ed io,</l>
<l>scevra da tutte l' altre, a terra spinse,</l>
<l>sì ch' a gran pena il buon nocchiero accorto</l>
<l>la salvò dal naufragio, e si ritrasse</l>
<l>dove si curva il lido e fra due corna,</l>
<l>che stende in mar, rinchiude un cheto seno,</l>
<l>che porto è fatto dagli opposti fianchi</l>
<l>d' un' isola vicina, in cui si frange</l>
<l>l' onda che vien da l' alto e si divide.</l>
<l>Quivi ricoverammo, e desiosi</l>
<l>ponemmo il piè ne le bramate arene.</l>
<l>Mentre altri cerca i fonti, altri le selve,</l>
<l>altri rasciuga le bagnate vesti,</l>
<l>altri appresta la mensa, io con Alvida</l>
<l>solo lasciato fui sotto il coperto</l>
<l>d' una picciola tenda. E già sorgeva</l>
<l>la notte amica de' furtivi amori,</l>
<l>già crescea per le tenebre l' ardire,</l>
<l>e fuggia la vergogna; allor mi strinse</l>
<l>la vergine la man tutta tremante:</l>
<l>questo quel punto fu...</l>
<l>Allor amor, furor, impeto e forza</l>
<l>di fatal cupidigia al cieco furto</l>
<l>sforzar le membra temerarie, ingorde;</l>
<l>ma la mente non già, che si ritrasse</l>
<l>tutta in se stessa schiva e disdegnosa,</l>
<l>e dal contagio de' diletti immondi</l>
<l>pura si conservò quanto poteva.</l>
<l>Ma com' esser può pura in corpo infetto?</l>
<l>Allor ruppi la fede, allor d' onore</l>
<l>e d' amicizia violai le leggi.</l>
<l>Allor, di sceleraggine me stesso</l>
<l>contaminando, traditor mi feci:</l>
<l>allor di cavalier, di rege e d' uomo</l>
<l>perdei l' essere e 'l nome: allor divenni</l>
<l>fero mostro odioso, esempio infame</l>
<l>di mancamento e di vergogna eterna.</l>
<l>Da indi in qua son agitato, ahi lasso,</l>
<l>da mille interni stimoli, e da mille</l>
<l>vermi di pentimento, ohimè, son roso;</l>
<l>né da le furie mie pace, né tregua</l>
<l>giamai ritrovo. O furie, o dire, o mille</l>
<l>debite pene e de' miei ingiusti falli</l>
<l>giuste vendicatrici, ove ch' io giri</l>
<l>gli occhi, o volga il pensiero, ivi dinanzi</l>
<l>l' atto, che ricoprì l' oscura notte,</l>
<l>mi s' appresenta, e parmi in chiara luce</l>
<l>a tutti gli occhi de' mortali esposto.</l>
<l>Ivi mi s' offre in spaventosa faccia</l>
<l>il mio tradito amico; odo l' accuse</l>
<l>e i rimproveri giusti, odo da lui</l>
<l>rinfacciarmi il suo amore, e ad uno ad uno</l>
<l>tutti i suoi benefici e tante prove,</l>
<l>che fatto egli ha d' inviolabil fede.</l>
<l>Misero me, fra tanti artigli e tanti</l>
<l>morsi di conscienza e di dolore,</l>
<l>gli amorosi martir trovan pur loco;</l>
<l>e di lasciar la male amata donna</l>
<l>(che è pur forza lasciar) m' incresce in guisa,</l>
<l>che di lasciar la vita anco dispongo.</l>
<l>Questo il modo più facile e più breve</l>
<l>mi par d' uscir d' impaccio; e poi che il nodo</l>
<l>onde amor e fortuna involto m' hanno</l>
<l>scior non si può, si tronchi e si recida:</l>
<l>ch' avrò, morendo, almen questo contento,</l>
<l>ch' in me, giudice giusto, avrò punito</l>
<l>io medesmo la colpa onde son reo.</l>
</sp>
<sp><speaker>Consigliere</speaker>
<l>Signor, tanto ogni mal sempre è più grave,</l>
<l>quanto in parte più nobile e più cara</l>
<l>adivien ch' egli caggia; e dal soggetto</l>
<l>natura e qualità prende l' offesa.</l>
<l>Quinci vediam che quel che leggier colpo</l>
<l>forse parrebbe ed insensibil male</l>
<l>ne la spalla e nel braccio e 'n quelle membra,</l>
<l>che natura formò robuste e dure,</l>
<l>quel medesmo negli occhi è grave e reca</l>
<l>di cecità pericolo e di morte.</l>
<l>Però quest' error tuo, che per se stesso</l>
<l>non saria di gran pondo, e lieve fora</l>
<l>negli uomini volgari, e 'n quelle usate</l>
<l>cittadine amicizie, che congiunge</l>
<l>l' utile, o in quelle che diletto unisce,</l>
<l>grave divien (no 'l nego) oltre misura</l>
<l>tra grandezza di scettri e di corone,</l>
<l>e tra il rigor di quelle sante leggi,</l>
<l>che la vera amistà prescrisse altrui.</l>
<l>Error di cavalier, di re, d' amico,</l>
<l>contra sì nobil cavaliero e rege,</l>
<l>contra amico sì caro e sì leale,</l>
<l>che virtude ed onor ha per oggetto,</l>
<l>fu questo tuo; ma pur chiamisi errore,</l>
<l>abbia nome di colpa e di peccato,</l>
<l>di sfrenato desio, di cieca e folle</l>
<l>cupidigia si dica indegno fallo:</l>
<l>nome di sceleragine non merta.</l>
<l>Lunge, per Dio, signor, per Dio sia lunge</l>
<l>da ciascun' opra tua titol sì brutto;</l>
<l>non sottentrar a non devuto carco:</l>
<l>che, s' uom non dee di falsa laude ornarsi,</l>
<l>non dee gravarsi ancor di falso biasmo.</l>
<l>Non sei tu no (la passion t' accieca)</l>
<l>scelerato, signor, né traditore.</l>
<l>Scelerato è colui che la ragione,</l>
<l>ch' è del ciel caro e prezioso dono,</l>
<l>data perch' ella al ben oprar sia duce,</l>
<l>torce di sua natura e piega al male,</l>
<l>ed incontra il voler di chi la diede</l>
<l>guida a l' opre, e le fa malvage ed empie,</l>
<l>e mostra ne l' insidie e ne le fraudi.</l>
<l>Ma quel che senza alcun fermo consiglio</l>
<l>di perversa ragion trascorre a forza,</l>
<l>ove il rapisce impetuoso affetto,</l>
<l>scelerato non è, quantunque grave</l>
<l>sia il fallo ove il trasporta ira od amore.</l>
<l>D' ira o d' amor, potenti e fieri affetti,</l>
<l>la nostra umanitade ivi più abonda</l>
<l>ov' è più di vigor; e rado aviene</l>
<l>che cor feroce, generoso e pieno</l>
<l>d' ardimento e di spirito guerriero,</l>
<l>concitato non sia da' suo' duoi moti,</l>
<l>quasi da vento procelloso mare.</l>
<l>Ora a memoria richiamar ti piaccia</l>
<l>ciò che fanciullo udir da me solevi.</l>
<l>Mira de' prischi Greci i duo più chiari,</l>
<l>e vedrai l' un che per concetto sdegno</l>
<l>siede fra l' armi neghittoso e niega</l>
<l>feroce, inesorabile e superbo,</l>
<l>soccorso ai vinti e quasi oppressi amici;</l>
<l>l' altro ammollito da pensier lascivi</l>
<l>vedi spogliarsi il duro cuoio, e involto</l>
<l>in gonna feminil torcere il fuso.</l>
<l>Mira Alessandro ancor, che da' conviti</l>
<l>corre sovente al ferro, e talor mesce</l>
<l>col vino il sangue, e su le liete mense</l>
<l>i suoi più cari furioso uccide;</l>
<l>in questi esempi ti consola, o figlio.</l>
<l>Vedesti bella e giovinetta donna,</l>
<l>e 'n tua balia l' avesti; e non ti mosse</l>
<l>la bellezza ad amare, ed invitato</l>
<l>non rispondesti a gli amorosi inviti:</l>
<l>desti ad amor quattro repulse e sei,</l>
<l>raffrenasti il desio, gli sguardi e i detti;</l>
<l>al fin amor, fortuna, il tempo e 'l loco</l>
<l>vinser la tua costanza e la tua fede.</l>
<l>Errasti, e gravemente, in vero, errasti:</l>
<l>ma però senza esempio e senza scusa</l>
<l>non è il tuo fallo, né di morte degno.</l>
<l>Né morte, ch' uom di propria man si dia,</l>
<l>scema commesso error, anzi l' accresce.</l>
</sp>
<sp><speaker>Galealto</speaker>
<l>Se morte esser non può pena od emenda</l>
<l>giusta del fallo, almen de' miei martiri</l>
<l part="I">sarà rimedio e fine.</l>
</sp>
<sp><speaker>Consigliere</speaker>
<l part="F">Anzi principio,</l>
<l>e cagion fora di maggior tormento.</l>
</sp>
<sp><speaker>Galealto</speaker>
<l>Come viver debb' io? Sposo d' Alvida?</l>
<l>O pur di lei privarmi? io ritenerla</l>
<l>non posso, che non scuopra insieme aperta</l>
<l>la mia perfidia; e s' io da me la parto,</l>
<l>come l' anima mia restar può meco?</l>
<l>Il duol farà quel che non fece il ferro.</l>
<l>Non è, questo, non è fuggir la morte,</l>
<l>ma sceglier di morir modo più acerbo.</l>
</sp>
<sp><speaker>Consigliere</speaker>
<l>Non è duol così acerbo e così grave,</l>
<l>che mitigato al fin non sia dal tempo,</l>
<l>consolator degli animi dolenti,</l>
<l>medicina ed oblio di tutti i mali.</l>
<l>Benché aspettar a te non si conviene</l>
<l>quel conforto ch' al volgo anco è commune,</l>
<l>ma prevenirlo devi, e da te stesso</l>
<l>prenderlo e da la tua virtude interna.</l>
</sp>
<sp><speaker>Galealto</speaker>
<l>Tarda incontra al dolor sarà l' aita</l>
<l>se dee il tempo portarla; e debol fia</l>
<l>se da la vinta mia virtù l' attendo.</l>
</sp>
<sp><speaker>Consigliere</speaker>
<l>Virtù non è mai vinta e 'l tempo vola.</l>
</sp>
<sp><speaker>Galealto</speaker>
<l>Vola, quando egli è apportator de' mali,</l>
<l>ma nel recarci i beni è lento e zoppo.</l>
</sp>
<sp><speaker>Consigliere</speaker>
<l>Ei con giusta misura il volo move;</l>
<l>ma nel moto inegual de' nostri affetti</l>
<l>è quella dismisura, che rechiamo</l>
<l>pur suso al ciel noi miseri mortali.</l>
</sp>
<sp><speaker>Galealto</speaker>
<l>Or, posto pur che il tempo e la ragione,</l>
<l>ragion, misero me, frale ed inerme,</l>
<l>mi difenda dal duolo: essere Alvida</l>
<l>può moglie insieme di Torindo e mia?</l>
<l>Se la fe', ch' io le die', fu stabilita</l>
<l>con l' atto (ohimè) del matrimonio ingiusto,</l>
<l>fatta è mia moglie: or, s' io la cedo altrui,</l>
<l>la cederò qual concubina a drudo.</l>
<l>A guisa dunque di lasciva amante</l>
<l>si giacerà nel letto altrui la moglie</l>
<l>del re norvegio; ed ei soffrir potrallo?</l>
<l>Vergognosa union, divorzio infame,</l>
<l>se da me la disgiungo in questa guisa,</l>
<l>e l' unisco a Torindo, ei non per questo</l>
<l>donzella goderà pura ed intatta;</l>
<l>tal aver non la può, ch' il furor mio</l>
<l>contaminolla, e 'l primo fior ne colsi.</l>
<l>Abbia l' avvanzo almen de' miei furori,</l>
<l>ma legitimamente; ed a lui passi</l>
<l>a le seconde nozze, onesta almanco,</l>
<l>se non vergine donna, Ah, non sia vero,</l>
<l>che, per mia colpa, d' impudichi amori</l>
<l>illegitima prole al fido amico</l>
<l>nasca, e che porti la corona in fronte</l>
<l>bastardo successor del regno goto.</l>
<l>Questo, questo è quel nodo, oh me dolente,</l>
<l>che scioglier non si può se non si tronca,</l>
<l>e non si tronca insieme</l>
<l>il nodo ond' è la vita</l>
<l>a queste membra unita.</l>
</sp>
<sp><speaker>Consigliere</speaker>
<l>Veramente or, signor, ragion adduci</l>
<l>per le quai non mi par che in alcun modo,</l>
<l>rimanendo tu vivo, Alvida possa</l>
<l>unirsi in compagnia del re de' Goti;</l>
<l>ma non rechi tu già dritta ragione,</l>
<l>per la qual debba tu contra te stesso</l>
<l>armar la destra violenta, e l' alma</l>
<l>a forza discacciar dal nobil corpo,</l>
<l>ove quasi custode Iddio la pose,</l>
<l>onde partir non dee pria che, fornita</l>
<l>la sua custodia, al cielo ei la richiami.</l>
<l>Nulla dritta ragion ch' a ciò ti spinga</l>
<l>ritrovar si potria, che non si trova</l>
<l>d' ingiusto fatto mai giusta cagione.</l>
<l>Ma poi che tu senza la vita, o deve</l>
<l>senza l' amata rimaner Torindo,</l>
<l>senza l' amata sua Torindo resti.</l>
</sp>
<sp><speaker>Galealto</speaker>
<l>Egli privo d' amata, ed io d' amico,</l>
<l>ed insieme d' onor privo e di vita,</l>
<l>come vivremo? ohimè, duro partito!</l>
</sp>
<sp><speaker>Consigliere</speaker>
<l>Duro (no 'l nego), ma soffrir conviene</l>
<l>ciò che necessità dura commanda:</l>
<l>necessità degli uomini tiranna,</l>
<l>se non quanto è 'l voler libero e sciolto,</l>
<l>a cui non solo i miseri mortali</l>
<l>soggetti son, ma i cieli anco e le stelle;</l>
<l>e le leggi di lei ne' moti loro</l>
<l>serbano inviolabili ed eterne.</l>
<l>Ma pur consiglio io vedo, onde d' onore</l>
<l>privo non rimarrai; perché, s' è vero</l>
<l>che nel petto d' Alvida abbia sì fisse</l>
<l>l' amor tuo le radici, ella giamai</l>
<l>consentir non vorrà che ignoto amante,</l>
<l>nemico amante ed odioso, e tinto</l>
<l>del sangue del fratel, sposo le sia.</l>
<l>Ella negando di voler Torindo,</l>
<l>non piegandosi a' preghi pertinace,</l>
<l>ti porgerà legitimo pretesto</l>
<l>di ritenerla; e dir potrai: Non lece</l>
<l>a cavalier far violenza a donna,</l>
<l>a vergine, a regina, a chi creduta</l>
<l>ha ne la fede mia la vita sua.</l>
<l>Pregherò teco, amico, e teco insieme</l>
<l>co' i preghi mischierò sospiro e pianto,</l>
<l>ed userò per persuaderla ogn' arte;</l>
<l>ma sforzar non la voglio. Il buon Torindo,</l>
<l>s' egli è di cor magnanimo e gentile,</l>
<l>farà ch' amor a la ragion dia loco.</l>
<l>Così la sposa tua, così l' amico,</l>
<l part="I">così l' onor non perderai.</l>
</sp>
<sp><speaker>Galealto</speaker>
<l part="F">L' onore</l>
<l>séguita il bene oprar com' ombra il corpo;</l>
<l>ed io, s' in ciò non lealmente adopro,</l>
<l part="I">privo non rimarrò?</l>
</sp>
<sp><speaker>Consigliere</speaker>
<l part="F">L' onor riposto</l>
<l>è ne le opinioni e ne le lingue,</l>
<l>esterno ben, ch' in noi deriva altronde;</l>
<l>né mancamento occulto infamia reca,</l>
<l>né gloria vien d' alcun bel fatto ignoto.</l>
<l>Ma perché con l' onor anco l' amico</l>
<l>conservi, e strettamente a te l' unisca,</l>
<l>darai d' Alvida in vece a lui Rosmonda,</l>
<l>sorella tua, che, se l' età canuta</l>
<l>può giudicar di feminil bellezza,</l>
<l part="I">vie più d' Alvida è bella.</l>
</sp>
<sp><speaker>Galealto</speaker>
<l part="F">Amor non vuole</l>
<l>cambio, né trova ricompensa alcuna</l>
<l part="I">donna cara perduta.</l>
</sp>
<sp><speaker>Consigliere</speaker>
<l part="F">Amor d' un core,</l>
<l>per novello piacer, così si tragge</l>
<l>come d' asse si trae chiodo con chiodo.</l>
</sp>
<sp><speaker>Galealto</speaker>
<l>Ma che? se mia sorella è così schiva</l>
<l>degli amori non sol, ma de le nozze,</l>
<l>come mai fusse ne l' antiche selve</l>
<l>rigida ninfa, o ne' rinchiusi chiostri</l>
<l part="I">vergine sacra?</l>
</sp>
<sp><speaker>Consigliere</speaker>
<l part="F">È casta ella, ma saggia</l>
<l>non men che casta; e della madre i preghi,</l>
<l>e i soavi conforti, e i dolci detti,</l>
<l>e i tuoi consigli, e le preghiere oneste,</l>
<l>soppor faranle al novo giogo il collo.</l>
</sp>
<sp><speaker>Galealto</speaker>
<l>O mio fedel, nel disperato caso</l>
<l>quel consiglio, che sol dar si poteva,</l>
<l>da te m' è dato. Io seguirollo; e quando</l>
<l>vano ei pur sia, per l' ultimo refugio</l>
<l>ricovrerò ne l' ampio sen di morte,</l>
<l>ch' ad alcun non è chiuso, e tutti coglie</l>
<l>i faticosi abitator del mondo,</l>
<l>e gli sopisce in sempiterno sonno.</l>
</sp>
</div2>
<div2 type="Scena">
<head rend="sc">Scena terza</head>
<stage rend="italic">Straniero. Coro. Galealto. Consigliero.</stage>
<sp><speaker>Straniero</speaker>
<l>L' errar lontan da la sua patria, e 'l gire</l>
<l>peregrinando per le terre esterne,</l>
<l>mille disagi seco e mille rischi</l>
<l>suole ogni ora apportar; ma pur cotanto</l>
<l>è 'l piacer di veder cose novelle,</l>
<l>paesi, abiti, usanze e genti strane,</l>
<l>e così ne le menti de' mortali</l>
<l>il desiderio di sapere è innato,</l>
<l>che del peregrinar non si pareggia</l>
<l>co 'l diletto l' affanno. Altri ozioso</l>
<l>sieda pur ne le sue paterne case,</l>
<l>del letto marital covi le piume,</l>
<l>e nel sen de la moglie i molli sonni</l>
<l>dorma securo, or sotto l' ombra al suono</l>
<l>d' un mormorante rivo, or dove tempri</l>
<l>il rigor d' Aquilon tepida stanza:</l>
<l>ch' io però gli ozii suoi nulla gl' invidio.</l>
<l>Me di seguir il mio signor aggrada,</l>
<l>o de' monti canuti il ghiaccio calchi,</l>
<l>o le paludi pur ch' indura il verno.</l>
<l>Ed or, quanto m' è caro, e quanto dolce</l>
<l>l' esser seco venuto a l' alta pompa,</l>
<l>che s' apparecchia per le regie nozze</l>
<l>in quest' alma cittade! Egli mi manda</l>
<l>suo precursore al prencippe norvegio,</l>
<l>perch' io gli dia del suo arrivar aviso.</l>
<l>Ma voglio a quel guerrier, che colà veggio,</l>
<l>chieder dove del re sia la magione.</l>
<l>Amici, a me, che qui straniero or giongo,</l>
<l>chi fia di voi che l' alta regia insegni?</l>
</sp>
<sp><speaker>Coro</speaker>
<l>Vedi là quel di marmo e d' or superbo</l>
<l>edificio sublime: ivi è la stanza</l>
<l>del signor nostro; ed egli stesso è quello,</l>
<l>ch' or vedi in atto tacito e pensoso</l>
<l>starsi con quel canuto e saggio vecchio.</l>
</sp>
<sp><speaker>Straniero</speaker>
<l>O magnanimo re de la Norvegia,</l>
<l>il buon Torindo, regnator de' Goti,</l>
<l>t' invia salute, e questa carta insieme.</l>
</sp>
<sp><speaker>Galealto</speaker>
<l>La lettra è di credenza. Amico, esponi</l>
<l part="I">la tua ambasciata.</l>
</sp>
<sp><speaker>Straniero</speaker>
<l part="F">Il mio signor Torindo</l>
<l>a le tue nozze viene; e ormai non solo</l>
<l>dentro a' confini del tuo regno è gionto,</l>
<l>ma sì vicino l' hai, che pria ch' il sole,</l>
<l>che ora è ne l' orto, a mezzo giorno arrivi,</l>
<l>dentro al cerchio sarà di queste mura.</l>
<l>Ed ha voluto ch' io messaggio inanti</l>
<l>venga a dartene aviso, ed a pregarti</l>
<l>che tu 'l voglia raccorr senza solenne</l>
<l>publica pompa, e senza quei communi</l>
<l>segni d' onor che son tra regi usati;</l>
<l>però ch' al vostro amor foran soverchi</l>
<l>tutti del core i testimoni esterni.</l>
<l>Ei teco usar non altramente intende</l>
<l>di quel che già solea, quando in più verde</l>
<l>età ne giste per lo mondo erranti.</l>
</sp>
<sp><speaker>Galealto</speaker>
<l>Frettolosa venuta! Oh come lieto</l>
<l>del mio novello amico odo novella!</l>
<l>Sarà dunque ei qui tosto? Ohimè, sospiro,</l>
<l>perché il piacer immenso, onde capace</l>
<l>non è il mio cor, convien ch' in parte esali.</l>
</sp>
<sp><speaker>Coro</speaker>
<l>La soverchia allegrezza e 'l duol soverchio,</l>
<l>venti contrari a la vita serena,</l>
<l>soffian da l' alma: egualmente i sospiri.</l>
<l>E molti sono ancor nel core i fonti,</l>
<l>onde il pianto deriva: il duol, la gioia,</l>
<l>la pietade e lo sdegno; onde da questi</l>
<l>esterni segni interiore affetto</l>
<l>mal s' argomenta; ed or nel mio signore</l>
<l>l' infinito diletto effetto adopra,</l>
<l>qual suole in altri adoperar la doglia.</l>
</sp>
<sp><speaker>Straniero</speaker>
<l>Signor, se sì con tenero ed ardente</l>
<l>affetto ami il mio re, giurar ben posso</l>
<l>ch' ei ne l' amar ti corrisponde a pieno.</l>
<l>Qual è di lui più fervido ed acceso,</l>
<l part="I">o qual più fido amico?</l>
</sp>
<sp><speaker>Galealto</speaker>
<l part="F">Ohimè, che sento!</l>
<l>Come son dolci al cor le tue parole!</l>
</sp>
<sp><speaker>Straniero</speaker>
<l>Egli de le tue nozze è lieto in modo</l>
<l>ch' ogni tua contentezza in lui transfusa</l>
<l>sembre; s' ode lodar la bella sposa,</l>
<l>ne gode sì, come se sua foss' ella,</l>
<l>come s' a lui quella beltà dovesse</l>
<l>recar gioia e diletto, e spesso chiede...</l>
</sp>
<sp><speaker>Galealto</speaker>
<l>Di lei chiede, e di me: nulla di novo</l>
<l>narra mi puoi, ch' il mio pensier previsto</l>
<l>non l' abbia; e te, che del camin sei lasso,</l>
<l>non vuo' che stanchi il ragionar più lungo.</l>
<l>Or per risposta sol questo ti basti,</l>
<l>ch' il re Torindo qui così raccolto</l>
<l>sarà, com' egli vuol: che è qui signore.</l>
<l>Or va, prendi riposo; e tu 'l conduci</l>
<l>a l' ospitali stanze; e sia tua cura</l>
<l>ch' abbia quegli agi e quegli onor riceva,</l>
<l>che merta il suo valor, e che richiede</l>
<l>la dignità di lui, ch' a noi lo manda.</l>
</sp>
</div2>
<div2 type="Scena">
<head rend="sc">Scena quarta</head>
<sp><speaker>Galealto</speaker>
<l>Pur tacque al fin, e pur al fin dagli occhi</l>
<l>mi si tolse costui, le cui parole</l>
<l>m' erano al cor avvelenati strali.</l>
<l>O maculata conscienza, or come</l>
<l>ti trafigge ogni detto! Ohimè, che fia,</l>
<l>quando poi di Torindo oda le voci?</l>
<l>Non al capo di Sisifo sovrasta</l>
<l>così terribil la pendente pietra,</l>
<l>com' a me 'l suo venire. Ahi, Galealto,</l>
<l>come potrai tu udirlo? o con qual fronte</l>
<l>sostener sua presenza? o con quali occhi</l>
<l>drizzar in lui lo sguardo? o cielo, o sole,</l>
<l>che non t' involvi in sempiterna notte,</l>
<l>perché visto io non sia, perch' io non veggia?</l>
<l>Misero, allor ciò desiar dovea,</l>
<l>per non veder, quando affissar osai</l>
<l>nel bel volto d' Alvida i lumi audaci</l>
<l>e baldanzosi: allor trasser diletto,</l>
<l>onde non conveniasi. È ben ragione</l>
<l>ch' or siano aperti a la vergogna loro,</l>
<l>e di là traggan noia, onde conviensi.</l>
<l>Ma l' ora inevitabile s' appressa,</l>
<l>e fuggir non la posso; or che più tardo,</l>
<l>che non ritrovo la mia antica madre,</l>
<l>perché constringa con materno impero</l>
<l>la mia casta sorella a maritarsi?</l>
<l>Alvida so ch' a' prieghi miei fia pronta,</l>
<l>a recar in se stessa ogni mia colpa.</l>
<l>Ma chi m' affida, ohimè, che di Torindo</l>
<l>l' alma piegar si possa a novo amore?</l>
<l>Vano, vano, ohimè, fia questo consiglio,</l>
<l>né rimedio ha 'l mio male altro che morte.</l>
</sp>
<stage rend="italic">Coro.</stage>
</div2>
</div1>
<div1 type="atto">
<head>ATTO SECONDO</head>
<div2 type="Scena">
<head rend="sc">Scena prima</head>
<stage rend="italic">Rosmonda sola.</stage>
<sp>
<l>Oh felice colui, che questa immonda</l>
<l>vita nostra mortale in guisa passa,</l>
<l>che non s' asperga de le sue brutture!</l>
<l>Ma chi non se ne asperge? e chi nel limo</l>
<l>suo non si volge e tuffa? Ahi, non son altro</l>
<l>diletti, onor mondani, agi e ricchezze,</l>
<l>ch' atro fango tenace, onde si rende</l>
<l>sordida l' alma e 'n suo cammin s' arresta.</l>
<l>Però, chi men di cotai cose abonda,</l>
<l>men nel mondo s' immerge, e più spedito</l>
<l>e più candido al ciel si riconduce.</l>
<l>Io, che da la fortuna alzata fui</l>
<l>a quella altezza che più il mondo ammira,</l>
<l>e son detta di re figlia e sorella,</l>
<l>quanto ho d' intorno, ohimè, di quel che macchia</l>
<l>ed impedisce un' alma! Oh come lieta</l>
<l>dagli agi miei, dal lusso e da' diporti,</l>
<l>da questo regal fasto e da le pompe</l>
<l>de' sublimi palagi io fuggirei</l>
<l>a l' umil povertà di casta cella!</l>
<l>Or tra lascive danze e tra' conviti</l>
<l>spendo pur, mal mio grado, assai sovente</l>
<l>i lunghi giorni interi, e giongo a' giorni</l>
<l>de le notti gran parte, e neghittosa</l>
<l>abbandono a gran dì le piume e 'l letto,</l>
<l>ond' ho talor di me stessa vergogna.</l>
<l>E gran vergogna è pur che gli augeletti</l>
<l>sorgano vigilanti ai primi albori</l>
<l>a salutar il sole, e ch' io sì tarda</l>
<l>sorga a lodare il creator del sole.</l>
<l>La monacella al suon di sacre squille</l>
<l>desta previen l' aurora, ed umilmente</l>
<l>canta le lodi del signore eterno;</l>
<l>poscia in onesti studi e 'n bei diporti</l>
<l>con le vergini sue sacre compagne</l>
<l>trapassa l' ore, insin che 'l suon divoto</l>
<l>la richiami di nuovo a' sacri offici.</l>
<l>Oh quanto invidio lor sì dolce vita!</l>
<l>Ma ecco la regina a me sen' viene.</l>
</sp>
</div2>
<div2 type="Scena">
<head rend="sc">Scena seconda</head>
<stage rend="italic">Filena. Rosmonda.</stage>
<sp><speaker>Filena</speaker>
<l>Figlia, tu sola forse ancor non sai,</l>
<l>ch' oggi arrivar qui deve il re de' Goti.</l>
</sp>
<sp><speaker>Rosmonda</speaker>
<l part="I">Anzi pur sollo.</l>
</sp>
<sp><speaker>Filena</speaker>
<l part="F">Ma saper no 'l vuoi.</l>
</sp>
<sp><speaker>Rosmonda</speaker>
<l part="I">E chi ciò dice?</l>
</sp>
<sp><speaker>Filena</speaker>
<l part="F">Tu medesima dici.</l>
</sp>
<sp><speaker>Rosmonda</speaker>
<l part="I">Fatto motto non ho.</l>
</sp>
<sp><speaker>Filena</speaker>
<l part="F">Nè fatto hai cosa</l>
<l>per la qual mostri di voler saperlo.</l>
</sp>
<sp><speaker>Rosmonda</speaker>
<l>Che debbo far? Non so ch' a me s' aspetti</l>
<l part="I">alcuna cura.</l>
</sp>
<sp><speaker>Filena</speaker>
<l part="F">Or non sai dunque, o figlia,</l>
<l>che tu con tua cognata essere insieme</l>
<l>devi a raccorlo? E ch' egli è quel cortese</l>
<l>prencipe e cavalier che il grido suona?</l>
<l>Visiterà la sposa, e forse prima</l>
<l>ch' il sudor e la polve abbia deposta.</l>
</sp>
<sp><speaker>Rosmonda</speaker>
<l part="I">Così certo mi credo.</l>
</sp>
<sp><speaker>Filena</speaker>
<l part="F">Or come dunque</l>
<l>così gran rege in sì solenne giorno</l>
<l>raccor tu vuoi così negletta e inculta?</l>
<l>Perché non orni le leggiadre membra</l>
<l>di preziose vesti, e non accresci</l>
<l>con l' arte feminil quella bellezza,</l>
<l>onde natura a te fu sì cortese?</l>
<l>Beltà negletta e in umil manto avolta,</l>
<l>è quasi rozza e mal pulita gemma,</l>
<l>ch' avolta in piombo vil poco riluce.</l>
</sp>
<sp><speaker>Rosmonda</speaker>
<l>Questa nostra bellezza, onde cotanto</l>
<l>il volgo feminil se 'n va superbo,</l>
<l>di natura stim' io dannoso dono,</l>
<l>che nuoce a chi 'l possiede ed a chi 'l mira:</l>
<l>il qual vergine saggia anzi dovrebbe</l>
<l>celar, che farne ambiziosa mostra.</l>
</sp>
<sp><speaker>Filena</speaker>
<l>La bellezza, figliuola, è proprio bene,</l>
<l>e propria dote del femineo stuolo,</l>
<l>com' è proprio degli uomini il valore.</l>
<l>Questa, in vece d' ardire e d' eloquenza</l>
<l>e di sagace ingegno, a noi natura</l>
<l>diede, più liberale in un sol dono</l>
<l>ch' in mill' altri ch' a' maschi ella dispensa.</l>
<l>Con questa superiamo i valorosi,</l>
<l>i facondi e gli industri; e son le nostre</l>
<l>vittorie più mirabili che quelle</l>
<l>onde va glorioso il viril sesso:</l>
<l>perché i vinti da lor son lor nimici,</l>
<l>ch' odiano la vittoria e i vincitori;</l>
<l>ove i vinti da noi son nostri amanti,</l>
<l>ch' aman le vincitrici, e lieti sono</l>
<l>de le nostre vittorie. Or s' uomo è folle,</l>
<l>s' egli ricusa di fortezza il pregio,</l>
<l>folle stimar devi colei non meno,</l>
<l>la qual rifiuti il titolo di bella.</l>
</sp>
<sp><speaker>Rosmonda</speaker>
<l>Io più tosto credea che doti nostre</l>
<l>fossero la modestia e la vergogna,</l>
<l>la pudicizia e la pietà devota;</l>
<l>e mi credea ch' un bel silenzio in donna</l>
<l>agguagliasse le doti de' facondi.</l>
<l>Ma se pur la bellezza è così cara,</l>
<l>come tu dici, ella è sol cara in quanto</l>
<l>di queste altre virtù donnesche è fregio.</l>
</sp>
<sp><speaker>Filena</speaker>
<l>Se fregio è, dunque, esser non dee negletto.</l>
</sp>
<sp><speaker>Rosmonda</speaker>
<l>Se d' altri è fregio, adorna è per se stessa;</l>
<l>e benché tale a mio parer non sono,</l>
<l>come giudichi tu, che mi rimiri</l>
<l>con lo sguardo di madre, ornar mi debbo</l>
<l>per esser, se non bella, almeno ornata;</l>
<l>e lo farò non per piacer ad uomo,</l>
<l>ma per piacer a te, de le cui voglie</l>
<l>è ragion ch' a me stessa io faccia legge.</l>
</sp>
<sp><speaker>Filena</speaker>
<l>Saviamente ragioni; ed a me giova</l>
<l>sperar, che tale al peregrino eroe</l>
<l>parrai, quale a me sembri; ond' ei sovente</l>
<l>dirà fra se medesmo sospirando:</l>
<l>Già sì belle non son, né sì leggiadre,</l>
<l>le figliuole de' prencipi de' Goti.</l>
</sp>
<sp><speaker>Rosmonda</speaker>
<l>Tolga Iddio, che per me sospiri alcuno.</l>
</sp>
<sp><speaker>Filena</speaker>
<l>Vaneggi? Or dunque a te saria discaro</l>
<l>che sì forte guerrier, re sì possente</l>
<l>sospirasse per te di casto amore,</l>
<l>in guisa tal che farti egli bramasse</l>
<l>de' bellicosi suoi Goti regina?</l>
</sp>
<sp><speaker>Rosmonda</speaker>
<l>Madre, io no 'l negarò: ne l' alta mente</l>
<l>questo pensiero è in me riposto e fitto</l>
<l>di viver vita solitaria e sciolta</l>
<l>da' maritali lacci; e conservarmi</l>
<l>de la virginitade il caro pregio</l>
<l>stimo più ch' acquistar scettri e corone.</l>
</sp>
<sp><speaker>Filena</speaker>
<l>Ei si par ben che, giovinetta ancora,</l>
<l>quanto sia grave e faticoso il pondo</l>
<l>de la vita mortal tu non conosci,</l>
<l>poi che portar sì agevolmente il credi.</l>
<l>La nostra umanitade è quasi un giogo</l>
<l>gravoso, che natura e 'l ciel n' impone,</l>
<l>il qual ben sostentato esser non puote</l>
<l>da l' uom, s' egli è disgiunto, o da la donna.</l>
<l>Ma quando avien ch' in matrimonio uniti</l>
<l>di conforme voler marito e moglie</l>
<l>compartano fra lor gli uffici e l' opre,</l>
<l>scambievolmente allor l' uno da l' altro</l>
<l>riceve vita, e fanno sì ch' il peso</l>
<l>lieve lor sembra e dilettoso il giogo.</l>
<l>Deh chi mai vide scompagnato bue</l>
<l>segnare i solchi? o, cosa anco più strana,</l>
<l>che sola donna sterilmente segni</l>
<l>i fruttiferi campi de la vita?</l>
<l>Questo, ch' io ti dico or, figlia, l' insegna</l>
<l>l' esperienza, mastra de' mortali;</l>
<l>però che quel signore, a cui mi scelse</l>
<l>compagna il cielo, e 'l suo volere e 'l mio,</l>
<l>in guisa m' aiutò, mentre egli visse,</l>
<l>a sopportar ciò che natura e 'l caso</l>
<l>suole apportar di grave e di noioso,</l>
<l>ch' alleggiata ne fui, sé sentii mai</l>
<l>cosa che di soverchio il cor premesse.</l>
<l>Ma poi che morte ci disgiunse (ahi morte</l>
<l>memorabil per me sempre ed acerba),</l>
<l>sola rimasa sotto iniqua soma,</l>
<l>pavento spesso di cader tra via,</l>
<l>oppressa dagli affanni; ed a gran pena</l>
<l>per l' estreme giornate di mia vita</l>
<l>trar posso il fianco debole ed antico.</l>
<l>Lassa, né torno a ricalcar giamai</l>
<l>lo sconsolato mio vedovo letto,</l>
<l>ch' io no 'l bagni di lacrime notturne,</l>
<l>rimembrando fra me ch' io già solea</l>
<l>vederlo impresso de' vestigi cari</l>
<l>del mio signore, e ch' ei solea ricetto</l>
<l>dar a' nostri riposi ed agli onesti</l>
<l>piaceri, ed esser secretario fido</l>
<l>de' celati consigli e de le cure.</l>
<l>Ma dove mi trasporta il mio dolore?</l>
<l>Or, ritornando a quello onde si parla,</l>
<l>s' a me d' alleggiamento e di diletto</l>
<l>fu il ben amato mio signore, ed io</l>
<l>a lui sovente agevolai gli affanni;</l>
<l>e quant' ei co' consigli in me operava,</l>
<l>tant' io co' dolci miei conforti in lui,</l>
<l>e co 'l soppormi a' suoi travaglia stessi,</l>
<l>e con piangerne seco; e mentre ei volto</l>
<l>era a' civili offici ed a le guerre,</l>
<l>sovra me tutto ei riposava il peso</l>
<l>de' domestici affari: in cotal guisa</l>
<l>questa vita mortal, se non felice</l>
<l>(che felice non è stato mortale)</l>
<l>contenta almeno e fortunata i' vissi;</l>
<l>e sventurata sol, perché quel giorno</l>
<l>che chiuse a lui le luci, anco non chiuse</l>
<l>queste mie stanche membra in quella tomba,</l>
<l>ov' egli i nostri amori e i miei diletti</l>
<l>sen' portò seco, e se li tien sepolti.</l>
<l>Oh piaccia al ciel, ch' a te vita e consorte</l>
<l>simil sia destinato; e tal sarebbe,</l>
<l>per quel ch' io di lui stimo, il re de' Goti.</l>
<l>Tu s' avvien ch' egli a te l' animo pieghi,</l>
<l>schiva non ti mostrar di tale amante.</l>
</sp>
<sp><speaker>Rosmonda</speaker>
<l>Se ben di noi, che giovinette siamo,</l>
<l>quella è più saggia che saper men crede,</l>
<l>e che le cose co 'l canuto senno</l>
<l>de la madre misura, e non co' suoi</l>
<l>giovenili consigli, io nondimeno</l>
<l>osarò dir quel che ragion mi detta,</l>
<l>che, scompagnata ancor da esperienza,</l>
<l>suol molte volte non dettar il falso.</l>
<l>Non nego io già ch' alleggerir non possa</l>
<l>la compagnia de l' uom la noia in parte,</l>
<l>onde la vita feminile è grave;</l>
<l>ma parmi ben che s' in alcune cose</l>
<l>ci alleggia, in alcune altre ella ci preme,</l>
<l>e che di peso più che non ci toglie</l>
<l>ci aggiunge. Io lasso che dificil soma</l>
<l>stimar si può l' imperio de' mariti,</l>
<l>qualunque egli si sia, severo o dolce:</l>
<l>or non è ella assai gravosa cura</l>
<l>la cura de' figliuoli? E non son gravi</l>
<l>le morti e i morbi loro? E, s' il ver odo,</l>
<l>la gravidanza ancora è grave pondo</l>
<l>e del parto gravissimi i dolori:</l>
<l>sì che il figliuol, ch' il frutto è de le nozze,</l>
<l>al padre è frutto ed a la madre è peso:</l>
<l>peso anzi al nascer grave, e più nascendo,</l>
<l>né poi nato leggiero. E pur di questo,</l>
<l>di cui la vita virginale è scarca,</l>
<l>il matrimonio solo è che ci aggrava.</l>
<l>Che dirò s' egli avvien che sian discordi</l>
<l>il marito e la moglie? O se la donna</l>
<l>s' incontra in uom superbo, o crudo, o stolto?</l>
<l>Misera servitude e ferreo giogo</l>
<l>puote allor dirsi il suo. Ma sian concordi</l>
<l>d' animi e di consigli, e viva l' uno</l>
<l>ne la vita de l' altro; or che ne segue?</l>
<l>Forse questa non è gravosa vita?</l>
<l>Allor, quanto ama più, quando conosce</l>
<l>d' essere amata più, tanto la donna</l>
<l>a mille passioni è più soggetta,</l>
<l>ed agli affetti propri aggiunge quelli</l>
<l>del caro sposo suo, che proprii fassi:</l>
<l>teme co' suoi timor, duolsi co 'l duolo,</l>
<l>piange con le sue lacrime e co' suoi</l>
<l>gemiti geme; e, benché stia sicura</l>
<l>in chiusa stanza, o in ben guardata rocca,</l>
<l>esposta è seco nondimeno a' casi</l>
<l>de le battaglie incerte ed a' perigli.</l>
<l>Di ciò non cerco io già stranieri esempi,</l>
<l>ch' abondo de' domestici, e li prendo</l>
<l>da te medesma; e tu stessa ragioni</l>
<l>contra le tue ragioni a me ministri.</l>
<l>Ma se 'l marito muor, sente la moglie</l>
<l>tutto ciò che di grave è ne la morte,</l>
<l>e seco muore, e in un medesmo tempo</l>
<l>vive, e sostenta de la vita i pesi.</l>
<l><gap desc="sequenza di punti, lacuna del manoscritto" resp="ed"/>onde conchiudo,</l>
<l>che sia noioso il maritale stato,</l>
<l>in cui l' essere sterile o feconda,</l>
<l>l' essere amata od odiosa, apporta</l>
<l>solleciti pensier, fastidi e pene</l>
<l>quasi egualmente. Io non però le nozze</l>
<l>schivo, per ischivar gli affanni umani,</l>
<l>ma più nobil desio, più santo zelo</l>
<l>me de la vita virginale invoglia.</l>
<l>E somigliar vorrei, sciolta vivendo,</l>
<l>libera cerva in solitaria chiostra,</l>
<l>non bue disgiunto in mal arato campo.</l>
</sp>
<sp><speaker>Filena</speaker>
<l>Non è stato mortal così tranquillo,</l>
<l>qual ei si sia, del quale accorta lingua</l>
<l>molte miserie annoverar non possa.</l>
<l>Però, lasciando il paragon da parte</l>
<l>de le due varietadi, io sol dirotti</l>
<l>che a te stessa tu sol non ci nascesti:</l>
<l>a me, che ti produssi, ed al fratello</l>
<l>ch' uscì del ventre stesso, a questa egregia</l>
<l>cittade ancor nascesti. Or perché dunque</l>
<l>in guisa vuoi di scompagnevol fiera</l>
<l>viver sola e selvaggia a te medesma?</l>
<l>Chiede l' utilità forse del regno</l>
<l>e del caro fratel che ti mariti.</l>
<l>Dunque al pro' de la patria e del germano</l>
<l>fia il tuo piacer preposto? Ah, non ti stringe</l>
<l>la materna pietà? Non vedi ch' io</l>
<l>del mortal corso omai tocco la meta?</l>
<l>Perché m' invidi quel piacer compito,</l>
<l>ch' avrò s' io veggio, anzi ch' a morte giunga,</l>
<l>rinascer la mia vita e rinovarsi</l>
<l>ne l' imagine mia, ne' miei nipoti,</l>
<l>nati da l' uno e l' altro mio figliuolo?</l>
</sp>
<sp><speaker>Rosmonda</speaker>
<l>Già non resti per me, che de' nipoti</l>
<l>tu felice non sia, ch' egli è ben dritto</l>
<l>ch' a la sua genitrice ed al germano</l>
<l>obedisca la figlia e la sorella.</l>
</sp>
<sp><speaker>Filena</speaker>
<l>Ben è degna di te questa risposta.</l>
</sp>
</div2>
</div1>
<trailer><add resp="ed">non passò più oltre il Poeta</add></trailer>
</body>
</text>
</TEI.2>
