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    <titleStmt>
      <title>Composizioni per il saggio (1810)</title>
      <author>Giacomo Leopardi</author>
    </titleStmt>
    <extent>31 Kb in UTF-8</extent>
    <publicationStmt>
      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
      <pubPlace>Roma</pubPlace>
      <date>2004</date>
      <idno>bibit001105</idno>
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        <p>Questa risorsa digitale è liberamente accessibile per uso
              personale o scientifico. Ogni uso commerciale è vietato</p>
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      <title>Collezione BibIt</title>
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      <bibl>
        <title>Tutte le opere</title>
        <author>Leopardi, Giacomo</author>
        <editor id="ed">Felici, Lucio</editor>
        <publisher>Lexis Progetti Editoriali</publisher>
        <pubPlace>Roma</pubPlace>
        <date>1998</date>
        <note>L'edizione elettronica fa riferimento al testo Entro dipinta gabbia. Tutti gli scritti inediti, rari e editi 1809-1810 di Giacomo Leopardi, a cura di M. Corti, Milano, Bompiani 1972.</note>
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                    <p>Tutti i materiali paratestuali della fonte cartacea non riconducibili alla
                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                      digitale</p>
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                      <p>Livello medio: controllo a video con collazione con edizione di
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                      <p>I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea
                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
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                      <p>I trattini di sillabazione a fine riga sono stati soppressi e le parole
                        ricomposte</p>
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    <langUsage><language id="ita">Italiano</language><language id="lat">Latino</language></langUsage>
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<div1 type="poesia"><head>1.</head><head>Madrigale</head>
<lg type="madrigale"><l>Queste da penna umile impresse note,</l>
<l>Son d'inesperta mano opra, e lavoro.</l>
<l>Là d'Elicon' sul monte</l>
<l>Ricetto amico a l'Apollineo coro;</l>
<l>Là d'Ippocrene al fonte,</l>
<l>Per cui famoso è il Mantovan Cantore;</l>
<l>Per cui l'Argivo Vate ha eterno onore;</l>
<l>Ed immortale or vive</l>
<l>Il fervido Tebano, e il suo Seguace;</l>
<l>Ascender volli audace,</l>
<l>E le corde toccar di ardita cetra,</l>
<l>Sedendo accanto d'Aganippe a l'acque.</l>
<l>Se il canto mio dispiacque</l>
<l>Al Ceto abitator di Pindo ameno,</l>
<l>Mi sia benigno il Leggitore almeno.</l></lg></div1>
<div1 type="paragrafo" lang="lat"><head>2.</head><head>Hannibal Romanis aeternum odium indicens</head>
<p>Ensem nudat imberbis juvenis, terribilemque in armis se protendit. Miserande puer, quid agis? Laeva parvula ferrum extollens, micantibus oculis, ardentique vultu ad aram gressum tendit. Opaca lauru obumbrata, atroque sanguine sacrificiorum fluens ipsa erigitur. Redolent thures, odoremque suavem ubique spargunt. Numina adorans procumbit populus. Ast Hannibal apparet, jamque est arae proximus. Mirabile dictu! Adolescens nondum clipei, galeaeque pondus regens, adversam dexteram in altare reponit, atque in clarissimos, strenuosque Romanos solemniter odium, bellumque pollicetur aeternum. Miratur populus, miratur et ipsa Romulea civitas. Quid audes miserande? quid egisti? An Romam vincere posse putas? Iam Cunctator ille Fabius te debilitat; jam ardens Marcellus armis tibi occurrit, jam terribilis, fulmineusque Scipio te devincit, Emilianusque magnus Carthaginem igni urit, terracque assimilat. Ipse tu prostratus moreris. Cur Affricae pacem perturbas? Desiste ad incepto desiste, ni Romanorum in tui exitium vim experiri cupis.</p></div1>
<div1 type="paragrafo"><head>3.</head><head>Il Sacrificio di Laocoonte</head>
<p>In riva all'ampio ondoso mare, che or placido appiana i flutti, ora fremente l'acque agitate in alto spruzza, e l'arena fino dall'imo fondo sconvolge, si alza al marino Nettuno un altare, già pronto al solenne sacrifizio. Il Sacerdote è presente; Laocoonte è desso. Cinto dalle sacre bende le tempia, avendo i figli accanto, riverente all'altare si appressa. Coronato di fiori le alte corna un nero toro vittima è destinato. Il Trojano popolo intorno si affolla. Già il pesante maglio è librato in aria, già gli attenti ministri i vasi sottopongono a ricevere il ferino sangue. Quando (orrenda vista!) due sanguinosi serpenti dall'isola opposta nel mar gettandosi, alto le purpuree creste alzando, con immensi giri al contrario lido rapidi si diriggono. Trema ognuno, e impallidisce. Il sacerdote stupido si arresta, e rattiene impaurito la ferrea scure. I serpenti son giunti, e con le sinuose spire in terra strisciandosi al Sacerdote, ed ai miseri figli si rivolgono. S'agghiaccia in tutti nelle vene pel timore il sangue, e v'è ancora chi fugge a tutta possa. I feroci draghi intorno al corpo de' semivivi, e pallidi figli attorcendosi già son giunti al collo, e con rabbiosi morsi già incominciano a far scempio delle tenere membra. Vi accorre pronto il misero Genitore, ma sul punto assalito si vede dagli uccisori degl'infelici figli, che dopo d'avere, e le vesti, e le sacre bende di velenosa bava imbrattate, fra i contorcimenti, e le arrabbiate smanie crudelmente l'uccidono. Giace spaventoso cadavere, e di Troja l'estrema ruina par che appalesi nel suo lacrimevole memorando scempio.</p></div1>
<div1 type="poesia"><head>4.</head><head>La tempesta</head>
<argument><p>Anacreontica</p></argument>
<lg type="non-definito"><lg><l>Dal cavo speco orribile,</l>
<l>De' venti atra magione,</l>
<l>Ove s'annida l'Affrico,</l>
<l>Il E il Noto, e l'Aquilone;</l></lg>
<lg><l>Cinta da tale orrifica</l>
<l>Turba, alle navi infesta</l>
<l>E Con piè furente, e celere</l>
<l>Già sbuca la tempesta.</l></lg>
<lg><l>Discende a lei su' l'omero</l>
<l>L'irto ceruleo crine,</l>
<l>E bieca a mirar ponesi</l>
<l>Le ondose acque marine.</l></lg>
<lg><l>Vede il tranquillo pelago</l>
<l>Moversi gorgogliando,</l>
<l>Ed aleggiare il zeffiro,</l>
<l>I suoi flutti increspando.</l></lg>
<lg><l>Mira le navi placide,</l>
<l>Spinte d'amico vento</l>
<l>Solcar col rostro ferreo</l>
<l>L'infido, ampio elemento.</l></lg>
<lg><l>Invida, irata, e torbida</l>
<l>Il passo avverso arresta,</l>
<l>E il crudo sdegno, fervido</l>
<l>Nel petto a lei si desta.</l></lg>
<lg><l>Mirar non puote scorrere</l>
<l>Tranquillamente l'onde,</l>
<l>Ma vuol, che le sconvolgano</l>
<l>Procelle furibonde.</l></lg>
<lg><l>Gli austri il suo cenno ascoltano</l>
<l>Umili, ed ubidienti,</l>
<l>E contro de' l'Oceano</l>
<l>Si scagliano furenti.</l></lg>
<lg><l>Ecco d'intorno oscurasi</l>
<l>Ottenebrato il cielo,</l>
<l>E lo ricopre un torbido,</l>
<l>Atro-funesto velo.</l></lg>
<lg><l>Striscia fra dense nuvole</l>
<l>Il lampo, e col fulgore</l>
<l>Veloce il cielo illumina</l>
<l>E inspira alto terrore</l></lg>
<lg><l>Dai sommi poli eterei</l>
<l>Il tuono strepitoso</l>
<l>Muggisce con orrisono</l>
<l>Fragore spaventoso.</l></lg>
<lg><l>Per il sulfureo folgore</l>
<l>Ardere il ciel già sembra,</l>
<l>E ognuno ha fredde, e gelide</l>
<l>Le palpitanti membra.</l></lg>
<lg><l>Ma lo sconvolto pelago</l>
<l>Alzando i suoi spumanti</l>
<l>Flutti nembosi, e torbidi,</l>
<l>Assorbe i naviganti.</l></lg>
<lg><l>E poppe, e prore vedonsi</l>
<l>Infrante galleggiare,</l>
<l>E vele, e sarte, e gomene</l>
<l>Per l'Oceano errare.</l></lg>
<lg><l>I venti alfin s'acchetano,</l>
<l>E la tempesta altera</l>
<l>Torna mugghiando a chiudersi</l>
<l>Nella magion sua nera.</l></lg></lg></div1>
<div1 type="poesia"><head>5.</head><head>Favola.</head>
<head>I Filosofi, e il Cane</head>
<lg type="non-definito"><lg><l>Stavan certi Filosofi parlando</l>
<l>Assisi intorno in dotta compagnìa,</l>
<l>E de' l'alma de' bruti quistionando.</l></lg>
<lg><l>Spiegando una sottil filosofìa</l>
<l>Nel sostenersi eran' cotanto ardenti,</l>
<l>Ch'esser bestia qualcun voluto avrìa.</l></lg>
<lg><l>Provavano il parer con argomenti</l>
<l>Da intimorire e Socrate, e Platone,</l>
<l>Se quivi stati fossero presenti.</l></lg>
<lg><l>Ciascuno si credea di aver ragione,</l>
<l>Come spesso succede, e a dirla invero,</l>
<l>Al mondo non vi fu simil quistione.</l></lg>
<lg><l>Chi spirto la credeva inquieto, e fiero;</l>
<l>Chi macchina insensata la chiamava;</l>
<l>E chi con bizzarrissimo pensiero</l></lg>
<lg><l>Che fossero Demonj contestava,</l>
<l>Che stasser de' le bestie al corpo uniti,</l>
<l>E in questo suo parer fisso restava.</l></lg>
<lg><l>V'erano alcuni poi cotanto arditi,</l>
<l>Che credevan, che fossero immortali;</l>
<l>Spropositi mai più nel mondo uditi!</l></lg>
<lg><l>Bella cosa veder per gli animali</l>
<l>Applicati, e Filosofi, e Dottori,</l>
<l>Come Avvocati a cause criminali.</l></lg>
<lg><l>Sembravan tanti nobili Oratori,</l>
<l>E si sapean difendere talmente,</l>
<l>Che avuti Ciceron n'avrìa timori.</l></lg>
<lg><l>Mentre la dotta turma, ed eloquente</l>
<l>Pensava al suo parer' onde provarlo;</l>
<l>Ne' la camera un cane entra repente.</l></lg>
<lg><l>Presto dov'è il baston? per discacciarlo</l>
<l>Ognun contro gli và; ma il cane umile</l>
<l>Chiede a loro, che vogliano ascoltarlo.</l></lg>
<lg><l>Essi per poco acchetano la bile,</l>
<l>E il can, che conoscea coteste inquiete</l>
<l>Risse, così parlò nel proprio stile.</l></lg>
<lg><l>A voi Signori miei gli occhi volgete,</l>
<l>Osservate voi stessi indi di noi,</l>
<l>se non vi spiace, ragionar potrete.</l></lg>
<lg><l>Doveva il saggio can parlare a voi,</l>
<l>Che de' difetti altrui sol vi curate,</l>
<l>Gli altri soltanto riprendete, e poi</l></lg>
<lg><l>Voi stessi in obblivion sempre lasciate.</l></lg></lg></div1>
<div1 type="poesia"><head>6.</head><head>La morte di Cesare</head>
<argument><p>Sonetto</p></argument>
<lg type="sonetto"><lg><l>Quegli, che già de' Galli ebbe l'impero,</l>
<l>Che il Brittanno domò ardir pugnace,</l>
<l>Che con l'aspetto spaventoso, e fiero</l>
<l>Fè tremar l'universo; estinto giace.</l></lg>
<lg><l>Vittima ci cadde de l'orgoglio altero,</l>
<l>De la sfrenata ambizione audace;</l>
<l>Cadde, e cadendo fè nel mondo intero</l>
<l>Arder di guerra la terribil face.</l></lg>
<lg><l>Ecco la curia d'atro sangue tinta,</l>
<l>Ecco morto il gran Duce, ecco i pugnali;</l>
<l>Ma resta ancor la Libertade avvinta:</l></lg>
<lg><l>E di Cocito su la nera foce</l>
<l>Freme, presaga de' futuri mali,</l>
<l>Di Bruto la sdegnosa ombra, feroce.</l></lg></lg></div1>
<div1 type="paragrafo"><head>7.</head><head>Il Mese di Dicembre</head>
<argument><p>Quadro</p></argument>
<p>Questa è pur la campagna, dove, non son, che tre mesi, i giorni passavo deliziosi, e ameni! Son pur quelle le opposte colline, di verde manto in quel tempo ricoperte!... i! pur quello il prato, dove fra molli erbette, e pinti fiori uso era a deliziarmi! Quelli son gli alberi; quello il fiume, quella la marina, che al guardo mi offrivano un grato spettacolo! Oh come tutto cangiò d'aspetto!... Ecco il monte. Siede su' d'esso rabbuffato il crudo verno. Il gelido scettro v'innalza sulle balze nevose. Tutto colà è tacito, tutto è romito, e l'orso fiero, e l'ingordo lupo fuggono anch'essi dalla fame cacciati. Il timido usignuolo, e il vispo cardellino non più vanno canticchiando di bosco, in bosco, e di ramo in ramo, ma invece fischia impetuosa l'invernal bufera, per cui spogliato ogni albero di verde fronda, mostra brinati i suoi rami, e collo stridulo lor frastuono l'orrore accrescono dell'urlo cupo di lontane grotte. Larghi strati di gelo ingombrano il prato, per cui geme, inceppata d'ogni erbetta, e d'ogni fiore la debil vita. Là dal montano, nativo sasso scende precipitoso il fiume, e seco trae romoreggiando le svelte quercie, ed i pesanti smisurati massi, e là dalla povera, affumicata cappanna, sporgendo il capo, attonito resta il semplice pastorello al vedere le fragorose acque spumanti. Neghittosi gli armenti nelle fumanti stalle si ricovrano, e intorno al focolare si asside ozioso il bifolco, e la saggia villanella le lunghe ore consuma col fuso, e la rocca. Il Sole or mostrasi, or fugge fra le squarciate, ammonticchiate nubi, e scarso tributo manda di lontana luce. Oh deliziosa campagna, troppo a me grata io ti abbandono, nè più mi vedrai finchè non tornerai di un nuovo ammanto adorna.</p></div1>
<div1 type="paragrafo" lang="lat"><head>8.</head><head>In Iezabellis morte</head>
<p>Ad lethum infandum viam sternunt peccata. Ultor Deus a tergo impios, nec non superbos insequitur. Iezabel procax! oh quam bene hoc es periclitata. Putasti Iehu benevolentiam captare posse. Spes vana! Fallax cogitatum! Quod optabat non obtinuit, vitamque miserrime amisit. Suam speciem jactet, aurataque regia suis deliciis fruatur. Dei gladius jam super ejus caput micat, atque istius beatae impendet cervici. Interea ipsius rumor aures percutit. Clamorem lo tollit, se torquet frustra. Sublata est, et ad alto dejicitur. Vestes, capilli, ejusque lacerti per aerem fluctuare videntur, aetherque personat suis quiritatibus. Ast ut quid? Iam terrae affligitur, et sanguis, cerebrumque ejus huc illuc volvitur. Miserabile visu! Equi, Victorisque currus exanime corpus illidunt, et jumentorum ungulae, rotaeque atro sanguine tabescunt. Elapsa quadriga, esurientes, dentesque ringentes accedunt canes, artusque ejus singulos devorant. Quid dicam? aut quid omnino non dicam? Mens animusque abhorret ad hoc infelici, miserabilique spectaculo. Samariae civitas moesta illacrymat. Omnium oculi nudis illis ossibus orribilibus caracteribus scripta legunt = Superbiae hic est Enis: Sic Deus malorum poenas infligit.</p></div1>
<div1 type="paragrafo"><head>9.</head><head>Morte di Cristo</head>
<p>Secoli propizj, dall'edace tempo divorati, tornate indietro, e tu mostrati presente, giorno felice della mia redenzione. Con te mi unisco, e sull'ore tue trascorrendo vado gli affanni, e i tormenti del buon Gesù. Già per un mar di sangue son giunto al Calvario. Chiudetevi occhi miei per non vedere di uno spettacolo sì funesto la vittima sventurata. È questi Gesù! Pende da un tronco infame, dove la rabbia de' Giudei con lunghi, e grossi chiodi lo affisse. Langue, agonizza, more... Oh Dio qual momento è questo!... Il Sole si oscura; trema la terra; le pietre si spezzano; gli Angeli della pace in amaro pianto si sciolgono, e colle azzurre penne fanno agli occhi un doppio velo: Tutto è orrore. Adamo, Adamo dove sei? Vieni del tuo peccato a vedere il frutto... Vieni... Ma già dal sonno di morte si scuote, e con altri estinti torna a rivedere la luce del giorno. Pauroso, palpitante fra le nere caligini, che d'ogni intorno lo cingono, alza gli occhi, e mira insanguinato, e morto, un uomo pendere da un alta croce. Chi sia quegli dimanda. Risposto gli viene esser Gesù, il Figlio di Dio. Il Figlio di Dio... oimè! che seppi! che vedo!... Alza in così dire adirate ambe le mani, e la fronte rugosa si percuote, e i bianchi capelli furiosamente si strappa. Pensoso indi si arresta, ed Eva, poi dice, Eva, che mai facesti? Tu m'ingannasti, ed io per te la morte ho data al mio Signore! Tanto dunque vi volea per redimere il mondo!</p></div1>
<div1 type="paragrafo" lang="lat"><head>10.</head><head>In perfidum Sinonem</head>
<argument><p>Imprecatio</p></argument>
<p>Dii te perdant improbe, atque in pallentem adigant Erebum; nox atra infaustis umbris tibi occurrat; nullusque dies tibi sit jucundus; luna sanguineum tibi offerat lumen, ac sol semper tibi sit obscuratus; latebrosa nemora sylvestres linquant ferae ad te lacerandum, saevaeque colubrae tuum cor laniant; aerumnae omnes tibi eveniant, in malam abeas rem, imaque tellus te dehiscat; Dii immortales tuam altae Trojae subversionem inultam non relinquant; Divinae irae fulgura in te pluant; omnibusque tandem exemplo sis, ut discant numquam fallere, et a mendacibus semper abhorrere.</p></div1>
<div1 type="paragrafo"><head>11.</head><head>Agrippina a Nerone</head>
<argument><p>Prosopopeja</p></argument>
<p>Son questi forse i semi, che in te infonder cercai, o Figlio ingrato? Forse la vita io ti diedi affinchè tu empiamente a me la togliesti? Con tanti stenti io ti allevai perchè poi divenir dovesti sì crudo, e spietato? Figlio infame! sconoscente Figlio? Il solo tuo nome da tutti viene abborrito, la tua crudeltà ti rende dovunque odioso; e in me, ed in altri dar ne volesti esempj d'eterna memoria. Barbaro Figlio, è questa forse la gratitudine, che dovresti a tanto amor mio? Quegli incendj della Patria opra sono delle tue mani, e tu su' lieta cetra intanto cantando vai di Troja l'ultimo eccidio. Quelle stragi, quelle uccisioni, quel lutto universale sono le belle conseguenze dell'ottimo tuo regno. E a tanto orrore, e a tanto scempio punto non si commove il cuor tuo? Empio! crudele! Imperversa pure a tuo talento, ma sappi, che il cielo vorrà far le sue vendette, e allora richiamerai, ma invano, i savj consigli dell'amorosa tua madre.</p></div1>
<div1 type="paragrafo" lang="lat"><head>12.</head><head>Sennacherib exercitus cladis</head>
<p>Frustra eccellentur impii, non est consilium, non est sapientia contra Deum. Superbia facillime retunditur, et armorum conatus a Coelo irridetur. Hujus veritatis dilucidationem in se, suisque maxime praebet Assiriorum Rex Sennacherib. Ortum ducit ille pene simul cum improbitate, omnibusque vitiis ad incunabulis certat. Coelum non timet, gladium omnia diruentem spernit. Victus, debellatusque Aegyptus ejus animum superbia inflat, putatque demens Deum, ut idolos, vincere posse. Arma igitur in Ierusalem vertit; ast hic Ezechias dominatur, atque illi Deus auxilium affert. Iam Sennacherib equitatus, peditatusque ad coedem proeliumque parantur. Vertitur interea coelum, et nox magna involvit umbra et terram et polum. Fusi per moenia civitatis incolae anxium accipiunt somnum, sed illorum Regis oculos sopor non occupat. Vigilat ille; Deumque exorat pro populi sui salute. Pius votus ad Olimpum ascendit, ejusque compos efficitur. Superbus exercitus maximo silentio, primaque sepultus erat quiete. Et ecce Dei Angelus extinetor fulgido ignis ense ad agmen trucidandum se inijcit. Quis cladem illius noctis explicet fando? Corpora passim sternuntur, volat ubique mors; terror, confusio omnes animos replent; ubique desolatio, ubique procumbitur. Dira denique mors laxatur in necando, Deique simul Spiritus locum relinquit. Lucida interim Aurora obscurum noctis velum scindit. Laetus somno excutitur impius Rex, avidosque in agmina vertit oculos. At quid illis ostenditur? Exanimis cadaveribus contectum aspicit humum, exercitumque interfectum. Vix sibi credens ad castra gressum tendit, ast efferam conspiciens stragem in trepidam, turpemque fugam se conijcit. Sed in ipsum longa sine mora ruit Divinus ensis. Hic nisi cum coede necavit, non ad eo sustulit Eliorum iram. Illum hi perimunt haud ulla pietate, et ejus sanguine iram Dei in scelestos signant, cito, aut sero miserrime irruere.</p></div1>
<div1 type="poesia"><head>13.</head><head>Clelia che passa il Tevere</head>
<argument><p>Endecasillabi</p></argument>
<lg type="non-definito"><lg><l>O Roma, o nobile città, immortale,</l>
<l>Dunque il tuo seno me non accoglie,</l>
<l>E l'amor patrio in me non vale?</l></lg>
<lg><l>Or tutto è tacito, e un denso velo,</l>
<l>Copre le stelle, che incerte splendono,</l>
<l>Tutto è in silenzio la terra, e il cielo.</l></lg>
<lg><l>O Fiume, o Tevere, ah tu mi vieti</l>
<l>Tornare ai patrj tetti, amatissimi</l>
<l>Giorni a trascorrere contenti, e lieti.</l></lg>
<lg><l>Ma un morir nobile più assai mi giova,</l>
<l>Che star fra vincoli d'umil ostaggio,</l>
<l>Che morte barbara ognor rinuova.</l></lg>
<lg><l>Che pensi, o Clelia? ah non rammenti</l>
<l>L'illustre sangue, la patria gloria?</l>
<l>E ancor tu palpiti?... e ancor paventi?</l></lg>
<lg><l>Dunque... disprezzisi l'alto periglio;</l>
<l>Roma a te vengo, Giove, soccorrimi,</l>
<l>Volgi a me provvido pietoso il ciglio.</l></lg>
<lg><l>Sì dice intrepida Clelia pensosa;</l>
<l>Il cielo mira, a Roma volgesi,</l>
<l>E lieve lanciasi sull'acqua ondosa.</l></lg>
<lg><l>Clelia, deh fermati, ah mira il dorso</l>
<l>Spazioso, e vasto del Sume rapido,</l>
<l>Che gonfio mormora nell'ampio corso.</l></lg>
<lg><l>Ma non ascoltami, e già veloce</l>
<l>Lieta galleggia l'ostaggio odiabile</l>
<l>Mirando in nobile atto feroce.</l></lg>
<lg><l>L'onde ammiraronla, stupiron l'acque,</l>
<l>E meno altere vidersi scorrere;</l>
<l>Il padre Tevere pensoso tacque.</l></lg>
<lg><l>Già la Romulea opposta sponda</l>
<l>Festosa afferra, e ad essa lanciasi,</l>
<l>E così esprimesi lieta, e gioconda.</l></lg>
<lg><l>O Nume, o Apolline, che la cittate</l>
<l>Saggio proteggi del forte Romolo,</l>
<l>Già mira Clelia le mura ingrate.</l></lg>
<lg><l>Se me scacciarono io pur ritorno</l>
<l>Nè al mio coraggio pon l'onda ostacolo</l>
<l>Ma fu dal Tevere fatto più adorno.</l></lg>
<lg><l>Gioisci, o nobile possente Roma,</l>
<l>Che la magnanima illustre Clelia</l>
<l>Da' lacci ferrei nò non fu doma.</l></lg></lg></div1>
<div1 type="poesia"><head>14.</head><head>La morte di Abele</head>
<argument><p>Quartine</p></argument>
<lg type="non-definito"><lg><l>Dove... che miro, o cieli? odo il suonante</l>
<l>Nembo di colpi, il crin Caino afferra</l>
<l>Rabbioso al pio Fratello, e con le piante</l>
<l>Il preme, e crolla furibondo a terra.</l></lg>
<lg><l>Lo sfracella furioso, e l'odio, e l'ira</l>
<l>Compagni son ne l'uccision crudele;</l>
<l>Spezzato il cranio, e disanguato spira,</l>
<l>Lacero, e d'atra polve intriso Abele.</l></lg>
<lg><l>De' l'empia morte inonorata giace</l>
<l>La vittima primiera, ecco già tinto</l>
<l>Di sangue il suolo l'inamabil face</l>
<l>Erge Discordia, e mira il corpo estinto.</l></lg>
<lg><l>Tripudia, e mostra il ferro suo stillante</l>
<l>L'atroce invidia, ed il crudel furore</l>
<l>Legge, e dover calpesta scintillante</l>
<l>Da le accese pupille odio, e livore.</l></lg>
<lg><l>Ma tuona il cielo, e lampeggiando scuote</l>
<l>La folgore tremenda, e per gli ameni,</l>
<l>Aerei campi su le ignite ruote,</l>
<l>Scorre sdegnato il Nume infra i baleni.</l></lg>
<lg><l>Tremano i mostri, e spaventati, e mesti</l>
<l>Fuggon' veloci, ma già s'apre il suolo,</l>
<l>Piomban' frementi ai regni atro-funesti,</l>
<l>A la magion d'interminabil duolo.</l></lg>
<lg><l>Da le spelonche oscure, e cavernose</l>
<l>Mugge la terra, e si sconvolgon l'acque,</l>
<l>S'alzano al cielo l'onde alte, e spumose:</l>
<l>Tanto il delitto al sommo Dio dispiacque!</l></lg></lg></div1>
<div1 type="poesia"><head>15.</head><head>La morte di Saulle</head>
<argument><p>Canzone</p></argument>
<lg type="canzone"><lg><l>Vinto Saulle? il trionfante, il forte,</l>
<l>Il vincitor di mille schiere, e mille,</l>
<l>Cui vide il campo ostile</l>
<l>Grondante in faccia di onorate stille?</l>
<l>Di cui sperimentar l'alta possanza</l>
<l>Il forte Naas, e gli Ammoniti alteri?</l>
<l>Lui che possenti, e fieri</l>
<l>Popoli assoggettò, che ognor si vide</l>
<l>Di replicati allori ornato, e cinto;</l>
<l>Sconfitto ci cade inonorato, e vinto?</l></lg>
<lg><l>Dunque fia ver, che d'Israello io miri</l>
<l>Scosso l'impero con pupille immote,</l>
<l>Ed il nemico altero</l>
<l>Su le veloci andar vittrici ruote?</l>
<l>Dunque fia ver, che inutilmente appenda</l>
<l>Al fianco il brando inoperoso, e vile?</l>
<l>Nò se il valore ostile</l>
<l>Superar non potesti, a tanti mali</l>
<l>Tu sottrar mi dovrai... giorno funesto!</l>
<l>Nò, non vedrò de le tue ore il resto.</l></lg>
<lg><l>Come talor su' le Garganie selve</l>
<l>Antico faggio, ovver quercia frondosa</l>
<l>Da l'Aquilon percosso</l>
<l>Il forte tronco, e l'alta cima annosa</l>
<l>Cade atterrata, e la cervice altera</l>
<l>Abbassa, e scuote la superba chioma,</l>
<l>Da l'Austro ancor non doma:</l>
<l>Così trafitto dal funesto ferro</l>
<l>Cade Saulle, e sul terren si aggira,</l>
<l>Spirando ancor dagli occhi orgoglio, ed ira.</l></lg>
<lg><l>Morte... sdegno... furore... ombre fatali...</l>
<l>L'insolito pallor... gli orrendi spetri...</l>
<l>L'immagini funeste...</l>
<l>Larve... pensieri spaventosi, e tetri;</l>
<l>Tutto d'innanzi inaspettata scena</l>
<l>Gli mostra... oimè qual improviso lume</l>
<l>Gli balena a la mente? ah il Nume, il Nume...</l>
<l>Il cielo oimè sprezzai</l>
<l>Del Dio vendicator giusto, è lo sdegno</l>
<l>Tutto perdetti, e la corona, e il regno!</l></lg>
<lg><l>Sì dice, e bieco intorno il guardo volge,</l>
<l>E de le ferree spade infra il romore</l>
<l>Mira un guerriero: ah vieni,</l>
<l>Vieni, gli dice, dal trafitto cuore</l>
<l>L'alma non si disgiunge, ah tu m'uccidi.</l>
<l>Nol nega quegli, e il fatal brando innalza,</l>
<l>E con marzial vigore</l>
<l>Sul collo il cala; sanguinoso balza</l>
<l>Il capo, e scritto gli si mira in fronte,</l>
<l>= Punite son del ciel le offese, e l'onte. =</l></lg></lg></div1>
<div1 type="poesia"><head>16.</head><head>Sonetto Pastorale</head>
<lg type="sonetto"><lg><l>Tirsi, Tirsi, un atro velo</l>
<l>Cuopre l'aria, ottenebrato</l>
<l>Mira ovunque il nero cielo,</l>
<l>Minaccioso, ed oscurato.</l></lg>
<lg><l>Scaglia il Nume ignito telo,</l>
<l>Erra il gregge spaventato,</l>
<l>Stringe oimè rigido gelo</l>
<l>Il mio cuor disanimato.</l></lg>
<lg><l>Schianta il bosco, e tra le fronde</l>
<l>Romoroso stride il vento,</l>
<l>E terror funesto infonde.</l></lg>
<lg><l>Tutto inspira alto spavento,</l>
<l>Freme il mare, e innalza l'onde;</l>
<l>Deh che fa l'amato armento?</l></lg></lg></div1>
<div1 type="poesia"><head>17.</head><head>Sonetto</head>
<lg type="sonetto"><lg><l>Senti là senti gli augelli,</l>
<l>O Damon, lieti cantare,</l>
<l>Odi i limpidi ruscelli</l>
<l>Tremolanti mormorare.</l></lg>
<lg><l>Sotto i floridi arboscelli</l>
<l>Puoi venire a riposare,</l>
<l>Coridone i sparsi agnelli</l>
<l>Ora andranne a radunare.</l></lg>
<lg><l>La tua voce armoniosa,</l>
<l>O Damon, deh sciogli intanto,</l>
<l>Or che già tutto riposa.</l></lg>
<lg><l>Dolcemente, e l'alma, e il cuore</l>
<l>Tocca il tuo soave canto,</l>
<l>E ti ammira ogni Pastore.</l></lg></lg></div1>
<div1 type="poesia"><head>18.</head><head>Sonetto</head>
<lg type="sonetto"><lg><l>Come oimè, fedel Damone,</l>
<l>Sempre inseguemi sventura!</l>
<l>Con l'armento quel caprone</l>
<l>Si smarri, che n'avea cura.</l></lg>
<lg><l>N'andò in cerca Coridone,</l>
<l>Che il guidava a la pastura,</l>
<l>Nè tornò, forse un Lione</l>
<l>Addentollo in selva oscura.</l></lg>
<lg><l>Ma chi è mai quello, che lento</l>
<l>Verso noi rivolge il passo?</l>
<l>Mira là, vedi l'armento.</l></lg>
<lg><l>Coridone a noi ten'riedi,</l>
<l>Sopra quel rotondo sasso</l>
<l>Il sudor tergendo siedi.</l></lg></lg></div1>
<div1 type="poesia"><head>19.</head><head>Sonetto</head>
<lg type="sonetto"><lg><l>Mentre jer stava vedendo</l>
<l>Pascolar l'armento amato,</l>
<l>Sotto un arbore sedendo</l>
<l>Sopra un verde ameno prato:</l></lg>
<lg><l>Un lion vidi ruggendo</l>
<l>Escir fiero, ed affamato,</l>
<l>Talchè appena io fui fuggendo</l>
<l>Da le zanne sue salvato:</l></lg>
<lg><l>Poi tornando il mio diletto</l>
<l>A guidare armento, amico;</l>
<l>Vidi ucciso un agnelletto.</l></lg>
<lg><l>Di purpureo sangue, o Elpino,</l>
<l>Vidi tinto il campo aprico:</l>
<l>Ahi crudel, fiero Destino!</l></lg></lg></div1>
<div1 type="poesia"><head>20.</head><head>Sonetto</head>
<lg type="sonetto"><lg><l>Quel lion, che al gregge mio</l>
<l>Fiera guerra avea già mossa,</l>
<l>Quel lion crudele, e rio</l>
<l>Cadde jeri ne la fossa</l></lg>
<lg><l>Affannato lo vid'io,</l>
<l>Che ruggìa con ogni possa;</l>
<l>Ma pagò col sangue il fio,</l>
<l>E ne fu la terra rossa.</l></lg>
<lg><l>Ora il teschio spaventoso</l>
<l>Tra le fronde io vò intricare</l>
<l>Del vicino olmo ramoso.</l></lg>
<lg><l>Del lion la cruda morte</l>
<l>Farà agli altri paventare</l>
<l>La medesma avversa sorte.</l></lg></lg></div1>
<div1 type="poesia"><head>21.</head><head>La Fortuna</head>
<argument><p>Anacreontica</p></argument>
<lg type="non-definito"><lg><l>Voi, che in sublime soglio</l>
<l>Fra gloria, e onor sedete,</l>
<l>Voi, che lo scettro nobile</l>
<l>Su' regni ampj stendete;</l></lg>
<lg><l>O Voi, cui spesso cinsero</l>
<l>Il crin superbi allori,</l>
<l>Cui vinte turme diedero</l>
<l>Di vincitor gli onori:</l></lg>
<lg><l>Nò non sperate stabile</l>
<l>Vedere ognor la sorte,</l>
<l>Cade a un suo cenno il povero,</l>
<l>Il ricco, il vile, il forte.</l></lg>
<lg><l>Girò la ruota, e al ferreo</l>
<l>Brando del fier Romano,</l>
<l>Cadde dal sommo a l'infimo</l>
<l>Il nobile Affricano.</l></lg>
<lg><l>Lui, che Quirin già vincere</l>
<l>Potè con l'armi altere;</l>
<l>Dovè a' suoi piedi abbattere</l>
<l>Aste, trofei, bandiere.</l></lg>
<lg><l>Roma il Cannese eccidio</l>
<l>Con mesto aspetto vide,</l>
<l>Mentre Cartago il gemito,</l>
<l>E il duol disprezza, e ride.</l></lg>
<lg><l>Ma tosto al fier Numidico</l>
<l>Impallidissi il volto,</l>
<l>E vinto cadde in Iugubri,</l>
<l>Dogliose spoglie avvolto.</l></lg>
<lg><l>E di Fortuna al valido</l>
<l>Comando, imperioso</l>
<l>Il piè bagnò di lacrime</l>
<l>Al Duce vittorioso.</l></lg>
<lg><l>Volse la ruota instabile,</l>
<l>E l'Arator bifolco,</l>
<l>Dal grato armento patrio,</l>
<l>Dal faticoso solco,</l></lg>
<lg><l>Stese la destra al nobile,</l>
<l>Possente scettro, e il piede</l>
<l>Pose su l'alto soglio</l>
<l>De la Romulea sede.</l></lg>
<lg><l>Virtù, Virtù dolcissima,</l>
<l>Tu dai felicitade,</l>
<l>In te sicura, e libera</l>
<l>Riposa umanitade.</l></lg>
<lg><l>Il tuo contento, e il giubilo</l>
<l>Toglier non può la sorte,</l>
<l>Con te sol lieto vivesi,</l>
<l>In te grata è la morte.</l></lg></lg></div1>
<div1 type="poesia"><head>22.</head><head>Favola</head>
<head>La Rosa, il Giglio, e il Serpillo</head>
<lg type="non-definito"><lg><l>In un giardino fertile</l>
<l>Di verdi erbette ornato,</l>
<l>Fiorìa rosa purpurea,</l>
<l>Col bianco giglio a lato.</l></lg>
<lg><l>D'api uno stuolo instabile</l>
<l>Sempre a la rosa intorno</l>
<l>Ronzar vedeasi, e suggere</l>
<l>Il mel dal fiore adorno;</l></lg>
<lg><l>Che in se raccolto, ed umile</l>
<l>A se l'api traea,</l>
<l>E del suo succo amabile</l>
<l>Ad esse il don facea.</l></lg>
<lg><l>Doleasi il bianco giglio,</l>
<l>Che solo al vicin fiore</l>
<l>Voli l'augel mellifero,</l>
<l>E sprezzi il suo candore.</l></lg>
<lg><l>A suoi lamenti il semplice</l>
<l>Serpil così rispose.</l>
<l>Se il dolce succo avessero</l>
<l>Da te, ch'han dalle rose,</l></lg>
<lg><l>Non meno a te verrebbero,</l>
<l>Ma tu col succo ingrato</l>
<l>Fuggir fai dal tuo calice</l>
<l>Il lieve augello alato.</l></lg>
<lg><l>Con aspri modi, e ruvidi</l>
<l>Male s'ottien l'intento;</l>
<l>Urbanità piacevole</l>
<l>Ognun rende contento.</l></lg></lg></div1>
<div1 type="poesia"><head>23.</head><head>Favola.</head>
<head>I Fringuelli</head>
<lg type="non-definito"><lg><l>Sopra un ameno poggio</l>
<l>D'alberi ornato un Rocolo insidioso,</l>
<l>Ai creduli augelletti ognor dannoso,</l>
<l>Maligno verdeggiava,</l>
<l>E gl'inganni apprestava.</l></lg>
<lg><l>Di Fringuelli uno stuol canoro, e folto,</l>
<l>Dal dolce canto, e grato,</l>
<l>E dal bosco allettato</l>
<l>Con basso volo a gli arboscelli scende.</l>
<l>Il cacciatore attento</l>
<l>Con l'ignoto fragor gli dà spavento,</l>
<l>E mentre intimorito ognun si abbassa</l>
<l>Urta incauto, e s'intrica</l>
<l>Ne l'insidiosa rete a lor nemica.</l></lg>
<lg><l>Talun sotto modesto, e vago aspetto</l>
<l>Mortifero veleno asconde in petto.</l></lg></lg></div1>
</body>
</text>
</TEI.2>
