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      <title>Relazione di Francia di Antonio Capello (1790)</title>
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      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
      <pubPlace>Roma</pubPlace>
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        <title>Relazioni di ambasciatori veneti al Senato : tratte dalle migliori edizioni disponibili e ordinate cronologicamente</title>
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        <author>Firpo, Luigi</author>
        <publisher>Bottega d'Erasmo</publisher>
        <pubPlace>Torino</pubPlace>
        <date>1965</date>
        <note>IL volume settimo va dal 1659 al 1792.</note>
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                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                      digitale</p>
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                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
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<div1 n="Relazione di Antonio Capello.">
<opener><salute><hi rend="italic">Serenissimo Principe</hi>, </salute></opener>
<p>Non è facile impresa il tessere accuratamente la relazione della 
Francia nell'attuale sua situazione; per lo che vi vorrebbe altro ingegno 
ed altra penna. Descrivere la più sorprendente rivoluzione, che la posterità averà pena a credere, e di cui sono stato non lieto testimonio, 
degli effetti spiegare le cause, render conto de' fatti del Clero, della 
nobiltà e delle Magistrature, non meno che de' torti della Corte e di 
quelli della nazione; dalla rivoluzione passar alla costituzione stravagante, indefinibile nella sua forma, esaminar le finanze, prima origine di tutti i suoi mali, percorrere rapidamente il nuovo ordine di 
cose, in tutti gli oggetti, religiosi, civili, politici ed economici; e finalmente richiudere in poche linee la materia di molti volumi, quest'è 
il laberinto immenso, in cui imperiosa necessità d'uffizio ora m'involge. </p>
<p>È noto a tutto il mondo, che la grande catastrofe, che ha rovinato 
la Francia, almeno per lunghissima serie d'anni, ebbe la sua prima sorgente dal disordine delle finanze: è questa una terribile lezione per tutti 
i Sovrani; che non vi è niente in sicuro, quando non v'è ordine nelle 
finanze pubbliche; e che una saggia economia è virtù necessaria, non 
solo in un privato, ma più ancora in un principe. Un <hi rend="italic">deficit</hi> incominciato già da' remoti tempi dall'ambizione di Luigi quartodecimo, accresciuto dalle voluttà del Re defunto, e portato al sommo così dall'ultima 
non necessaria guerra, quanto poco onorevole ne' suoi motivi, altrettanto rovinosa ne' suoi effetti, e così pure dalle dilapidazioni dell'erario 
fatte sotto il Re presente, con tutto che non abbia mai speso un soldo 
per sé; questo così accumulato <hi rend="italic">deficit</hi> verso la fine del 1786 
pose in sommi imbarazzi il Ministero. Non v'era altra risorsa, che imposizioni o 
imprestiti; ma i Parlamenti, che dopo il loro impolitico richiamo dall'esilio, contrariavano sempre il Governo, si opposero a tutto, ed adducendo di non avere il diritto di registrare le imposizioni, non consentite 
dalla nazione, fecero una confessione, ch'era un'accusa di se stessi 
i quali avevano per secoli ecceduto i loro poteri. Si convocarono nel 1787 
i Notabili, cioè soggetti del regno i più distinti per lume, ma per la disgrazia dei tempi, prevalendo sempre gli interessi privati negli affari 
pubblici, quest'assemblea, che doveva ristaurar le finanze, produsse più 
scandalo, che frutto. </p>
<p>Sempre imperiosi i bisogni, e sempre renitenti i Parlamenti, questi 
domandarono gli Stati generali più per un palliativo, che per voglia di 
averli, e si unirono in questa stessa dimanda i due ordini del Clero e 
della Nobiltà, che nell'assemblea de' Notabili sostennero vittoriosamente il loro privilegio, o piuttosto abuso di non pagare le imposizioni. 
Era allora principal ministro l'arcivescovo di Sens, che abbracciato 
aveva un sistema tirannico; ultima risorsa d'un moribondo ministeriale dispotismo, sistema, che ha rivoltato tutta la nazione. Egli promise di tenere dopo un termine di quattro anni gli Stati generali, ma 
senza volontà di mantener la promessa, vedendo la generale fermentazione, di cui presentiva i pericoli. Però dopo la sua espulsione dal ministero, successo Necker, che aveva più presunzione che talenti di 
Stato; questi affrettò possibilmente la convocazione della nazione, ed 
accordò la doppia rappresentanza al terzo stato contro il voto dei Notabili, da lui prima chiamati per consultarlo. Non può negarsi che a 
questa metamorfosi, di aver fatto divenir metà il terzo, si deve attribuire lo scoppio della rivoluzione attuale, ch'è opera sua, sebben innocente, poiché non ebbe maggior vista, che di far pagare i corpi privilegiati, dando la preponderanza dei voti al terzo stato. Ma non s'accorse, 
che tardi, de' pericoli di far governare il popolo: invano egli cercò di 
poi di deludere la prerogativa accordata al terzo stato col far deliberare per ordine, e non per testa; poiché il male non voleva più rimedio; 
e dopo aver date l'armi a de' furiosi è andato in collera, perché non 
le hanno adoperate a suo modo. Il dover del mio uffizio non permette 
che nasconda all'eccellentissimo Senato lo sfortunato concorso di 
tante cause, che produssero la rivoluzione operata con meraviglioso 
contentamento, e nata molto prima negli animi. Degli abusi senza 
numero, che pullulavano sempre più nel Governo dei giornalieri colpi 
di autorità, la debolezza del Re, sempre vittima delle sue buone intenzioni, il dispotismo dei ministri, l'odiosità del regime feudale, tanta 
riunione di cose, che lungo sarebbe il dettagliarle, faceva già desiderare 
una mutazione a' popoli. Persa la fiducia de' sudditi, si perde anche 
l'ubbidienza. Già una pretesa filosofia, espansa col mezzo della licenziosa libertà della stampa, e che fece perder la riverenza prima alla 
Religione e poi al Governo, aveva molto influito sull'opinione, e tolto 
il freno del Cielo tolse anche quello della terra. Il disprezzo del Monarca successe all'amore, tutto dispiacque in lui, prendendo sembianza 
di vizio le stesse virtù, persino la sua tenerezza coniugale; ed i francesi, che sotto tanti regni sopportarono il giogo di una favorita, trovarono poi delitto l'ascendente d'una moglie. </p>
<p>Fra le cause della rivoluzione bisogna annoverare il Duca d'Orleans, di cui non si può tacere senza taccia, né si può parlare senza 
orrore. Egli aveva formato un piano contro del Re e la famiglia reale, che 
sarebbe difficile rendere con precisione, ma le sue distribuzioni di danaro al 
popolo, per far nascere le sollevazioni in Parigi, non finirono che coll'eccidio
della sua economia. Senza la notte delli 6 ottobre 1789, 
senza la pubblicità del processo degli attentati commessi 
a Versaglies allora quando fu trasportato il Re come prigioniero a Parigi, le atrocità di questo primo principe del sangue sarebbero rimaste 
fra le tenebre dell'incertezza, e le liberalità di un avaro non avrebbero 
lasciato alla giusta posterità che de' sospetti senza prove. </p>
<p>Gli Stati generali, sempre teatro in Francia di scene cruente, allora 
quando hanno voluto operar delle cose, erano già antiquati da 175 anni, 
cioè dal 1614, e questi però fecero meglio degli altri, nulla facendo. 
Sarà singolare nell'istoria, che non già il terzo stato, il solo passivo, 
ma bensì i corpi i più interessati negli abusi abbiano domandati gli 
Stati generali, e che questi siano stati la rovina di tutti quelli, che gli 
hanno domandati. Non parlerò di intrighi, né di delitti, da' quali aborrisce l'animo, né del come il terzo stato è divenuto la nazione, dettagli, 
che non possono essere di questa riverente carta, e che furono rappresentati ne' miei imperfetti sì, ma zelanti dispacci. </p>
<p>Passerò alla costituzione non ancora finita, e che trovo indefinibile: 
questa non è <hi rend="italic">monarchica</hi>, perché toglie tutto al Monarca; non è <hi rend="italic">democratica</hi>, perché il popolo non è legislatore; non è <hi rend="italic">aristocratica</hi>, perché fino il nome di aristocrata è un delitto, non di lesa maestà, ma di 
lesa nazione. Quest' è un mostro di costituzione, che confonde tutti 
i poteri, e che unisce due vizii, che finora si successero, ma non si combinarono nei Governi, cioè il <hi rend="italic">dispotismo</hi> e l'<hi rend="italic">anarchia</hi>. Ogni governo 
è composto di tre poteri: <hi rend="italic">legistativo</hi>, <hi rend="italic">esecutivo</hi> e <hi rend="italic">giudiziario</hi>, la 
combinazione di questi forma la costituzione. Una costituzione è buona 
quando i poteri sono distinti, equilibrati e ben combinati; una costituzione è viziosa, quando i poteri si confondono e si concentrano nelle 
stesse mani in oppressione del Corpo politico. Ma l'Assemblea nazionale cominciò dall'invadere tutti i poteri, e dal confondere in sé tutte 
le delegazioni della sovranità, usurpando al potere <hi rend="italic">esecutivo</hi> le funzioni 
amministrative, ed al poter <hi rend="italic">giudiziario</hi> il giudizio in affari criminali. 
Insomma esercita essa la sua sovranità sopra la nazione medesima, 
né contenta di una rivoluzione nelle cose, portò anche una rivoluzione 
nelle idee ricevute universalmente in tutti i secoli. Mise in testa della 
costituzione la dichiarazione dei diritti dell'uomo, insegnando i diritti 
a chi doveva insegnare i doveri. Confondendo lo stato naturale con lo 
stato civile, e l'uomo selvaggio con l'uomo sociale, i deputati i più 
fanatici dei principî popolari piantarono una dottrina, in cui spesso 
vi è più metafisica, che realità, e ne tirarono delle conseguenze perniciose. Dalla favorita massima della sovranità del popolo, vera in 
astratto, ma ineseguibile in atto pratico, è scaturito il dogma dell'eguaglianza assoluta di tutti gli uomini, la quale non esiste nemmeno in 
stato di natura, e per realizzarla convenne tutto distruggere, e si sono 
aboliti tutti gli ordini, tutt'i corpi, tutt'i ranghi intermediarii, che 
come tanti anelli legano il sovrano ai sudditi, ed i sudditi al sovrano. 
Quest'idea chimerica, disordinando le teste, portò l'indisciplina nelle 
armate e l'insubordinazione in tutto. Poiché il sistema dell'eguaglianza 
assoluta è incompatibile con la nobiltà, si distrusse la nobiltà, e poiché 
non vi può essere monarchia senza nobiltà, si distrusse anche la 
monarchia, e vi si sostituì una democrazia regale, cioè un governo senza 
nome. Si tolse al Re ogni cooperazione alla legislazione, non lasciandogli 
che un veto sospensivo, che dopo breve tempo si rende vano; e se 
gli tolse ogni influenza nell'amministrazione della giustizia, spogliandolo dei diritti inerenti alla Corona da quattordici secoli, e perfino 
de' suoi dominii patrimoniali. Si fece man bassa sulla giurisdizione 
ecclesiastica e sulle proprietà del Clero, levando ogni autorità spirituale 
ed ogni concorso del supremo Pontefice, e tutti li beni agli ecclesiastici, 
che si ridussero allo stato incerto, e precario di salariati. Si è armata 
una guardia nazionale, ossia un milione di sudditi. Si è abbandonato 
il regime anteriore delle assemblee popolari, e si è dato in mano la 
forza pubblica a quaranta otto mila municipalità, che bisogna pagare, 
e che non possono andar d'accordo fra di esse. Si tolse dalle radici 
l'odioso regime feudale. Si fece una nuova geometrica divisione del regno 
in ottantatrè dipartimenti, già aboliti tutti li privilegi delle provincie, 
dei corpi e degli individui. E si distrussero i Parlamenti, che hanno 
fatto nascere gli Stati generali. </p>
<p>Questa nei punti più essenziali è l'opera della costituzione, che raccolta in sette volumi mi onoro di presentare alla sapienza per tutti 
quelli di Vostre Eccellenze, che volessero leggere una collezione di 
decreti, parte utili e parte incredibili e contradittori, e che sotto nome 
di Monarchia stabiliscono un genere di democrazia, quale appena potrebbe realizzarsi in una piccola città o cantone, ma non in un topografico così grande, come la Francia, che contiene più di ventiquattro milioni di sudditi. L'assemblea nazionale che si è resa permanente, 
che si proroga oltre il mandato della nazione, di cui ora vuole essere 
sovrana, e non delegata, si è impadronita di tutti i poteri, perché manca 
il potere moderatore, sopra di cui unicamente è fondata la libertà 
politica. </p>
<p>A forza di rammemorare, di esagerare i mali del passato Governo, 
a forza di presentare una libertà menzognera, a forza di supposti complotti, a forza d'armare i poveri contro i ricchi, essa non cerca, che di 
nascondere i mali presenti, farsi credere necessaria, e tener sempre 
viva l'animosità del popolo, che potrebbe forse un giorno dimandar 
anche le leggi agrarie, la qual'idea assurda, impraticabile, sorta già 
l'anno passato in qualche piccolo luogo, fu fortunatamente distolta 
dalle rappresentazioni di alcuni vecchi e savi paesani. Quest'assemblea 
nazionale deliberante in pubblico vuol conoscere e giudicare anche 
degli affari politici, e per una vertigine di mente si crede la legislatrice 
di tutto il mondo. </p>
<p>È vero quanto alla Francia, che gli abusi nell'amministrazione meritavano una riforma dai rappresentanti della nazione, giacché dei re 
cacciatori fanno dei ministri despoti; ma altro è riformare i vizii ed altro distruggere dai fondamenti il governo, e sulle sue rovine edificare 
una forma nuova, che non può convenire ad un grande imperio. Resta 
da esaminare le sue operazioni in via finanziera, oggetto primario 
della sua convocazione. Chiamata a distruggere il <hi rend="italic">deficit</hi>, il <hi rend="italic">deficit</hi> è la 
sola cosa, che non ha distrutto, anzi lo ha accresciuto di molto, diminuendo le sorgenti della rendita pubblica, ed aumentando quelle della 
sua spesa. La rendita in marzo 1789 era di quattrocento settantacinque milioni, ma amputata dalla sospensione della gravezza sul sale, 
oggetto di sessanta milioni all'anno, di cui il rimpiazzamento non è 
effettuato, dalla perdita di venti milioni sul tabacco, di cui fu resa libera la cultura e la vendita, da tante altre perdite, che lungo sarebbe 
il dettagliare, non vi può essere altra questione, che sul quantitativo 
di queste diminuzioni, che l'ex7ministro Calonne porta sino a cento 
diecinove milioni per anno. La spesa, secondo il rapporto dello stesso 
Comitè delle Finanze dei 27 agosto passato, è di cinquecento ottantatre milioni, ed anche accresciuta dopo quest'epoca per le più recenti 
deliberazioni dell'Assemblea nazionale. </p>
<p>Questi due fatti della rendita e della spesa non essendo ipotesi, 
la differenza dell'intiero loro risultato, che io non oso qui ditar con 
precisione, è però assai grande, anche dopo l'aggiunta alla rendita di 
cinquanta milioni in sostituzione alla gabella ed altri diritti soppressi, 
e l'altra aggiunta dell'imposizione reale, che scaturisce dalla soppressione dei privilegi sulle terre. Ecco uno sbilancio ed un <hi rend="italic">deficit</hi> senza 
dubbio maggiore di quello che esisteva prima dell'Assemblea nazionale, né vi è altro mezzo di livellar la rendita con la spesa, che quello 
di un'aggiunta d'imposizioni. È impossibile caricar maggiormente le 
terre senza un eccidio dell'agricoltura, e le imposizioni indirette sulla 
rendita consumo ed altro oggetto caderebbero sul popolo, al quale 
s'è sempre parlato di diminuire e non di accrescere i pesi. E poi, come 
costringere alle imposizioni un popolo armato, quando la forza non 
esiste in mano di chi ha da esigere, ma di chi ha da pagare? Forse 
che i francesi vorranno, che tutto il frutto della rivoluzione sia di essere sopraccaricati di una massa di imposizioni reali e personali? Li 
beni del Clero e quelli della Corona, chiamati dominii nazionali, sono 
ancora una nuova miniera, sin che dura la quale il nuovo ordine di 
cose non perirà per la Finanza, giacché con la creazione di una carta 
sforzata e senza interesse si è trovata la maniera di sforzar a comprar 
i beni nazionali. Io non farò l'estimo del residuo dei beni ecclesiastici, 
sottrazion fatta dalle decime abolite, della spesa intiera del tutto, e 
de' debiti del Clero; ma certamente, alienati i beni, restando i pesi 
senza la rendita, questi graviteranno sul popolo sopraccaricato anche 
del mantenimento dei poveri, che non possono più ricever soccorsi 
dai parrochi e dai vescovi. Già paralizzata l'industria ed il commercio 
in tutti i suoi rapporti, un Governo così dispendioso non è sopportabile allo stato della Francia, per cui si prepara un avvenire niente più 
felice del presente. Non parlerò d'esterni pericoli, né azzarderò pronostici sulla politica degli altri Sovrani, sempre condotta dall'interesse. 
Quando anche l'affare dei principi lesi della Germania non tirasse a 
serie conseguenze, l'interno di questo regno tuttavia non è ridente, 
e certamente le cose restar non possono nello stato, in cui sono oggidì. 
Non reformido di ripetere nei termini medesimi ciò che ho scritto con 
asseveranza sin dai primordi nello ossequioso mio dispaccio 198, che la 
rivoluzione presente necessita un'altra rivoluzione. Ma forse il migliore 
ed anzi il solo mezzo di pervenirvi è di lasciare agire questa potenza, 
giacché il bene non può sperarsi che dall'eccesso dei mali. </p>
<p>Questa divota relazione, distaccandosi dal solito metodo delle altre, mi dispensa pure dal far il ritratto dei ministri, uomini nulli, servi 
del loro salario, de' quali dopo la rivoluzione riesce cosa indifferente 
conoscere il carattere; ma altri tempi esigono altre cure ed altri doveri. 
I deputati più fanatici del sistema popolare hanno delle società stabilite per una corrispondenza generale in favore della propagazione 
de' loro principî. Non solo hanno un club in ogni città del regno, ma 
corrispondono anche al di fuori col mezzo di missionari e libri, che vanno 
a propagare la loro benefica dottrina da per tutto. Nel Brabante non 
vi hanno molto riuscito, e due di questi apostoli della libertà non hanno 
salvata la vita che con la fuga. Ma è certo, che quanto ora succede a 
Berna è opera loro. Chiudendo con questi zelanti cenni mi ridurrò 
alla sola lusinga, che durante il mio ministero l'amicizia costante fra le 
due Corti sofferto non abbia alcuna alterazione dalla mia tenuità, e 
sopravenute delle estraordinarie ardue circostanze a chi appena poteva 
essere sufficiente nei tempi ordinari, se mai cittadino ha avuto bisogno 
dell'indulgenza di Vostre Eccellenze, io certamente sono quello, che 
supplice l'implora. Grazie. </p>
<closer><dateline>Parigi, 2 decembre 1790. </dateline>
<signed>ANTONIO CAPELLO primo, cavalier ambasciator. </signed></closer></div1></body></text></TEI.2>
