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            <title TEIform="title">Lettere</title>
            <author TEIform="author">Torquato Tasso</author>
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            <publisher TEIform="publisher">Biblioteca Italiana</publisher>
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               <title TEIform="title">Lettere di Torquato Tasso</title>
               <author TEIform="author">Tasso, Torquato</author>
               <editor id="ed" role="editor" TEIform="editor">Quondam, Amedeo</editor>
               <publisher TEIform="publisher">Lexis Progetti Editoriali</publisher>
               <pubPlace TEIform="pubPlace">Roma</pubPlace>
               <date TEIform="date">1997</date>
               <note place="unspecified" anchored="yes" TEIform="note">L'edizione elettronica fa riferimento al testo T. Tasso, Lettere, a cura di C. Guasti, Firenze, Le Monnier 1854-55. - T.Tasso, Lettere inedite e disperse, in Vita di Torquato Tasso, a cura di A. Solerti, Torino-Roma, Loesher 1895.</note>
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            <p TEIform="p">Tutti i materiali paratestuali della fonte cartacea non riconducibili alla
                responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                digitale</p>
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               <p TEIform="p">Livello medio: controllo a video con collazione con edizione di
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               <p TEIform="p">I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea
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            <head TEIform="head">EDIZIONE GUASTI</head>
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                  <salute TEIform="salute">A VITTORIA COLONNA. Napoli</salute>
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               <p TEIform="p">Il soccorrer un povero gentiluomo caduto in miseria e calamità senza colpa sua e per conservazione de l’onore, è officio d’animo nobile e magnanimo come è il suo: e se Vostra Eccellenza col suo favore non rimedia a questo inconveniente, il poverino di mio padre si morrà di disperazione; ed essa perderà un affezionato e devotissimo servidore. Oppongasi la virtù di Vostra Eccellenza a la malignità de la fortuna sua, e non sopporti che la rapacità e impietà de gli uomini il facciano morir disperato. Come ella intenderà dal procuratore mio, Scipione De’ Rossi mio zio cerca di maritar mia sorella con qualche povero gentiluomo, col quale forse abbia da stentar tutto il tempo de la sua vita, con isperanza di godersi il resto de la eredità di mia madre.</p>
               <p TEIform="p">Il dolor, signora illustrissima, de la perdita de la roba è grande, ma del sangue è grandissimo. Questo povero vecchio non ha altro che noi doi; e poichè la fortuna l’ha privato de la roba e de la moglie che amava quanto l’anima, non consente che la rapacità di costui lo privi de l’amata figliuola, nel seno de la quale sperava di finir quietamente questi ultimi anni de la vecchiezza sua. Noi non avemo in Napoli amici; chè per lo caso di mio padre ognuno teme: i parenti ne sono nemici. Vostra Eccellenza sola può con la sua autorità sollevarlo di tanta miseria; e faccialo arditamente, poichè considerata l’onestà de la causa sua, in suo favore hanno scritto gl’illustrissimi cardinali, di Trento, Santafiore, Medici e Morone. La figliuola sta in casa di Giovan Giacopo Coscia parente di mio zio, dove non può persona nè parlarle nè darle lettere. Gli è tanto il dolore ch’io sento, signora mia eccellentissima, che siccome ho confuso l’animo, così queste lettere saranno confuse dal mio non saper dire il bisogno mio. Vostra Eccellenza conoscerà la grandezza de l’affanno. E pregando Dio per la sua felicità, farò fine. Di Roma (1556).</p>
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                  <salute TEIform="salute">A MONSIGNOR CESI, vicelegato di Bologna</salute>
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               <p TEIform="p">Io so bene che colui il quale spesso è sforzato di purgare inanzi al medesimo giudice la sospizione di nuovi errori, suole l’animo di quello verso sè il più de le volte mal disposto ritrovare, e quasi impresso ed informato de le maligne relazioni dategli; perch’è verisimile che l’uomo che molte volte è incolpato, alcuna volta sia colpevole; e par che più tosto si deggia presumer in un solo il peccato e l’errore, che in molti e diversi la bugia e la malignità: e per questo dubito che l’accusa l’altro giorno datami non fortifichi questa seconda, e ambedue accompagnate insieme non rendano l’animo di Vostra Signoria reverendissima poco favorevole verso l’innocenza mia. Ma se a me solo non si negherà quello che la giustizia e la benignità vostra a tutti gli altri concede, non dubito che questa istessa arme, c’or pare che sì m’oppugni, (mutato stile) non sia per difendermi da la iniquità dei maligni: perchè se Vostra Signoria reverendissima vorrà chiarirsi quanto io sia lontano da quel peccato del quale questi mesi passati io era fatto reo (il che sarà a lei agevolissimo), conoscerà ne la passata accusa la mia innocenza e la malignità de gli avversari; e potrà ora il medesimo di me e di questi novelli avversari ragionevolmente giudicare, dovendosi sempre (se ’l contrario non appare) tenere per buono colui che una volta per tale è stato conosciuto, e conseguentemente scelerati coloro che lo calunniano. Nè mi deggio io vergognare d’esser più volte accusato, purchè più volte sia assoluto; chè quello da la malignità altrui, e questo da l’innocenza mia procede: e tanto più sendo il medesimo accaduto ad uomini in qualsivoglia sorte di virtù chiarissimi, de la compagnia de’ quali io mi deggio anzi che no gloriare. Ma perchè non paia ch’io voglia solo con le parole difendermi, prego Vostra Signoria c’oda le mie ragioni, e quelle de gli avversari miei insieme; e per avventura (quando l’averà udite) s’accorgerà non esser vero quel che da loro si va spargendo: cioè, ch’essi così prontamente m’hanno accusato, confidatisi ne la giustizia de la lor causa; e ch’io così vo allungando la risposta, diffidandomi de la mia innocenza: anzi più tosto giudicherà, che la loro prontezza da sfacciataggine, e la mia tardità da giusti impedimenti sia derivata; com’è vero ch’io alcuni di viaggi e di malattie n’abbia avuti.</p>
               <p TEIform="p">Dicono costoro, ch’io sono stato l’autore di alcuni versi infamatorii, che ancora veduti in iscritto non si sono (ch’io sappia); ed a sì fattamente credere per quattro cagioni, secondo loro importantissime, si muovono: prima, perch’io son uso a far versi; dappoi, perc’alcuni di questi versi si sono da la mia bocca uditi; ed anco perch’io sempre di ciò mi son riso; ed ultimamente aggiungono, per la mia subita partita. Considerate, perdio, signor reverendissimo, che forti argomenti sono questi! Fo versi, il confesso: ma era io forse solo che gli facessi, o gli sapessi fare, in cotesta città? nè altra volta forse, se non a l’ora che vi era io, si sono di questi tali pasquini in cotesto Studio veduti? o pur gli riconoscono a lo stile che sian miei, se mai altra cosa tale del mio non s’è vista; nè questi stessi ora si veggono, sì che se ne possa dar giudicio? Nè anche credo che mi pregiudichi l’aver io recitati alcuni di questi versi; chè molti, oltra me, sono incorsi nel medesimo errore, se pur d’errore merita nome. Or se dunque perciò io ho da esser castigato, castighinsi parimente gli altri, empiansi le prigioni, sazisi la loro ingordigia, sfoghisi la lor rabbia, girisi attorno la falce de l’ingiustizia; e così il colpevole come gli innocenti ne siano percossi. Non dicano già ch’io sia stato il primo a pubblicargli; chè ancora io, prima che gli recitassi, gli ho da altri uditi: nè anco potranno dire che siano giammai da la mia bocca usciti alcuni di que’ pasquini che pungono altrui su ’l vivo, ma solamente alcuni di quelli che leggermente mordono; perch’in ciò ho avuto più considerazione, ch’essi peraventura non hanno. Soggiungono poi: egli se ne ridea. Me ne ridea, sì; c’ancor ch’io fossi trattato peggio de gli altri, niente di meno, conoscendo che nulla di me con verità si dicea, me ’l recava a giuoco: laddove essi, forse sentendosi toccare sul vero, gravemente se n’affligevano. Nè l’altra lor ragione è più gagliarda de l’altre, nè la partita mia fu così subita e furtiva com’essi affermano; anzi Vostra Signoria reverendissima si può ricordare com’io, prima che la corte cominciasse a procedere contra di me, le richiesi licenza per andarmene, sendomi venuto meno quel soccorso ch’io avevo da lei, nè potendo per la povertà de la fortuna mia sostenermi più in lungo in vita conveniente a gentiluomo, così per la general carestia, com’anche per alcune spese le quali maggiori l’uomo in Bologna che altrove è costretto di fare. Da l’altra parte, monsignor reverendissimo, mi difende da questo sospetto la mia natura; e questa quale ella sia non lo dirò io, ma lascierò che lo dicano coloro che hanno con me qualche spazio di tempo conversato: mi difendono quelle poche mie composizioni che vanno attorno, le quali, per brutte ch’elle siano, sono però tutte in materia grave, o epica o lirica; e rare volte avviene c’una medesima persona a l’una e a l’altra sorte di stile sia inclinata, e ne l’una e ne l’altra si eserciti, richiedendo ciascuna di loro genio non solamente diverso, ma contrario da l’altra: mi difendono l’occupazioni che tutti quei giorni mi tennero impedito; perchè sa il conte Onofrio de la Porta, sa il signor Niccolò Salandri, sanno molt’altri miei amici e signori, ch’io di continuo attendeva ad alcune mie composizioni, fuor che le tre ore inanzi a la campana, e ’l tempo dopo cena, il quale tutto ho speso in casa del signor Rettore e del signor Bolognetto ne’ publici trebbi, come infiniti ne possano far testimonio: mi difendono maggiormente le mie scritture, le quali sendomi state tolte di camera improvisamente, sono state con incredibile studio lette e rilette dal diligente messer Marcantonio Arresio auditore del criminale; nè però da esse s’è potuto sottraggere indizio alcuno contra di me, se forse egli, che ha proceduto in tutte l’altre cose così moderatamente, anco in questa per la sua somma umanità e affezione verso i buoni non ha voluto chiuder gli occhi a’ miei errori di non vedergli. Nè si può dire ch’io, sì per sospetto de la corte e di quel che poi avvenne, avessi stracciato il pasquino: ch’io non solo non aveva temenza de gli sbirri; anzi da una parte di loro, trovandomi fuori solo e disarmato e di notte, mi feci accompagnare a la casa del conte de la Porta, mentre l’altra parte venne a la camera mia per prendermi; e non trovandomi, usò quel solennissimo atto che si suole usare ne’ sospetti, o più tosto ne’ delitti di ribellione. Ma quello c’a mio giudizio più d’ogni altra cosa mi difende, e mi libera da ogni sospetto, è che in questo caso mi danno per compagno il signor Giovann’Angiolo Papio. Guardate se sono insolenti, se sono sfacciati, se sono tanto ripieni di malignità quanto scemi di cervello! poichè osano d’affermare, c’un uomo gravissimo e prudentissimo e di somma bontà sia incorso in simili errori, o di sciocchezza o di malignità che siano.</p>
               <p TEIform="p">Ma concedasi loro, perdio, c’ogni presunzione contra di me, e nessuna in mio favore si ritrovi: di che m’accusano? perchè usavano tanta diligenza di pormi in prigione? di che mi vogliono castigare? D’una pasquinata da me fatta, diranno. Ov’è questa pasquinata? produchisi un poco fuori; faccian sì ch’io la veda, acciò ch’io possa affermare o negare d’averla fatta, mostrimisi il mio errore, o almeno quello che mio errore è giudicato, sì ch’io o mi vergogni del mio fallo o mi doglia de la mia cattiva fortuna. Ma se non si trova, se nessun dice (ch’io sappia) d’averla veduta, se nessuno d’averla udita tutta, se i versi (per quanto io n’intendo) non si sanno; perchè procedere contra me con tanta rabbia, con tanto veleno, con animo sì fellone, con sì poco rispetto, e siami lecito ancor di dire, con sì poca anzi niuna considerazione, per una cosa che non solo non si sa se sia stata fatta o non fatta da me, ma appena si sa se semplicemente sia stata fatta o non fatta? Vorrei sapere da quai leggi s’apprende questa giustizia, da quai dottori è insegnata, da quai giudici amministrata, e in quai terre si costuma. E se pur tanto importa al viver civile, e a la tranquillità de le città e de gli Studi, castigare gli autori di simili composizioni; perchè solamente il facitor di questa si ricerca, de la quale quasi di nuova chimera si sente molto ragionare, nè però in luogo alcuno si vede? perchè a la mia stanza per una lieve nè molto ragionevole sospizione si mandano gli sbirri, si procede ingiuriosamente co’ miei compagni, mi si togliono i libri? perchè si mandan tante spie attorno per sapere ov’io fossi? perchè si sono fatti con un certo strano modo esaminar tanti onorati gentiluomini? e per altre pasquinate, le quali si veggono, si leggono, e de le quali tante copie vanno per le mani di tutti, non si fanno tanti romori, tanti schiamazzi, nè si cerca l’autore con tanta ansietà, anzi non si cerca pure in nessun modo? E certo mi pare che se agli altri si porta rispetto, si dovesse parimente portar a me, send’io gentiluomo, ed avendo in me qualche qualità da non esser in tutto disprezzata, e vivendo sotto la protezione de l’eccellentissimo signor duca d’Urbino: l’una de le quai parti mi fa eguale a questi miei persecutori; sì che non più tosto si deve al lor desiderio, anzi al loro sfrenato furore, che a la mia innocenza aver risguardo: e l’altre due, o per dir meglio, la terza sola è di tanto peso, che quand’io fossi stato colpevole (il che però non si troverà mai vero), o non si doveva contra me procedere, o pur con più moderazione procedere si doveva. Ma non mi maraviglio se coloro che non hanno risguardo a l’onestà nè a la giustizia, non l’abbiano parimenti a gli uomini.</p>
               <p TEIform="p">Veggio bene, o reverendissimo monsignore, ch’io son trascorso con la penna più oltra forse che non mi si conveniva scrivendo a persona sì grande e sì illustre e sì degna d’ogni osservanza, com’è Vostra Signoria; nè tanto mi è caro l’avere sfogato il giustissimo sdegno de l’animo mio, quanto mi pesa la temenza di non avere offeso il suo: ma se a gli altri il farmi ingiurie di fatti è lecito, a me il ributtarle con parole si conceda. E s’io non dubitassi di turbar maggiormente le sue orecchie co ’l lodar lei, che ora non ho fatto co ’l lamentarmi d’altrui, numerando le sue opere egregie ad una ad una; per quelle e per la mia innocenza la pregherei che volesse a loro un’altra opera lodevole aggiungere, interponendo la sua autorità in questo mio caso, sì che io mi possa liberamente presso qualche mansueto giudice constituire. Che sì come mi partii da Bologna per andare a trovare mio padre in Mantova, il quale (no ’l sapend’io) era per altra strada dal suo duca mandato a Roma; così volentieri vi tornerei, per mostrar che non rimorso di coscienza, ma altra cagione indi mi fe’ partire. E qui farò fine, desiderando non meno di poterla in qualche occasione servire, che di esser cavato fuori da questi non meritati fastidi. Viva lieta. Di Castelvetro, l’ultimo di febbraio del LXIV.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVANN’ANGIOLO PAPIO. Bologna</salute>
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               <p TEIform="p">Io passai per Correggio, dove parlai a lungo con la signora Claudia di Vostra Signoria, e le feci le sue raccomandazioni, com’ella m’avea ordinato; le quali a quella signora, che già per fama è informata del valor suo, furono carissime, e mi pregò ch’io volessi rendergliele dupplicate; aggiungendo che desiderava, che Vostra Signoria in ogni sua occorrenza si valesse di lei e di suo marito, come de’ più cari e vecchi amici c’abbia: e in somma si mostrò desiderosissima di conoscerla, e di farle ogni piacere. Quivi intesi da lei, come il signor Fabrizio non sarebbe quest’anno venuto altrimente in Bologna, perciochè il cardinale, de la cui volontà facea legge a se stesso, avea mutato opinione. Allora io non restai di darle informazione de lo Studio di Bologna, la migliore ch’io potessi; ma io m’avvidi che ciò non era a proposito.</p>
               <p TEIform="p">De le cose mie non so che dirle altro, se non che dimorai tre dì in Modena, solo aspettando il conte Fulvio Rangone, il quale nè era allora, nè ora è (per quel ch’io mi creda) ritornato da Ferrara. Solamente ho saputo di più, ch’egli ha lasciato il suo segretario a la corte, acciochè proccuri la spedizione de la cosa nostra. Il signore Dio faccia quello che gli parrà migliore per noi. Mio padre sta sano e con una buona ciera; ed egli ed io desideriamo che Vostra Signoria ci comandi per pagarle una picciola parte de gli oblighi che le abbiamo. Salutate i signori Cusani ed i signori nipoti del reverendissimo vicelegato, e vivete lieto. Di Mantova, il 15 di luglio (1564).</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVANN’ANGIOLO PAPIO. Bologna</salute>
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               <p TEIform="p">Io scrissi già a Vostra Signoria, e le mandai quella canzona che le avea promessa, ed alcune altre mie composizioni, le quali forse avranno smarrita la strada, perchè lor bisognava andar prima a Modena, e di là venirsene a ventura in Milano. Pur quando così sia, le rimanderò di nuovo a Vostra Signoria accompagnate da certe stanze che feci questi giorni addietro; e gliel’avrei portate io stesso, se non fosse così tosto giunto il tempo di leggere. Son molti dì che non abbiamo avuto novella de la corte. Credo che le prime lettere ci risolveranno in bene, o in male; ed io le darò avviso del tutto. Fra tanto mi conservi in grazia sua, e baci le mani in mio nome al signor Cusano ed al signor Tuccia. Vivete lieto. Di Ferrara, il 15 di novembre (1564).</p>
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                  <salute TEIform="salute">A BENEDETTO VARCHI. Firenze</salute>
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               <p TEIform="p">Nessuna eredità nè maggiore nè più onorata mi potrebbe lasciare mio padre, che le molte amicizie che egli s’ha in lungo corso d’anni, conversando con virtuosi, acquistato. Fra le quali non ne deve esser alcuna più da me stimata di quella di Vostra Signoria, sendo ella tale che in bontà di costumi e di lettere a null’altro è giudicata inferiore. Però ho risoluto con questa, e con un sonetto che gli mando, cominciar sin da ora ad entrarne in possessione: nè forse mi sarei arrischiato tanto, se la fama de la sua cortesia non m’avesse porto ardire. La prego bene, quanto più caldamente posso, che non mi voglia imputare ad arroganza l’avere scritto in materia ne la quale tante composizioni di tanti grandi uomini si vedranno: chè di ciò è stato solo cagione il desiderio che ho di mostrarle l’affezione e l’osservanza che le porto. E le bacio le mani. Di Ferrara, il dì 11 di ottobre (1565).</p>
            </div2>
            <div2 type="epistola" org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="div2">
               <head TEIform="head">6</head>
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                  <salute TEIform="salute">A ERCOLE TASSO. Bologna</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io avea determinato, dopo così lungo silenzio, scrivere a Vostra Signoria ed al signor Papio parimente; nè volea far uno di questi offici, che non facessi l’altro, parendomi c’ambo fossero debiti egualmente: ma sendo per la mia solita negligenza indugiato a scrivere sin a quel punto che ’l corriero si vuol partire; nè dandomi il cuore di sodisfare, in così breve spazio di tempo, a quell’obligo che tengo con Vostra Signoria e co ’l signor Papio, mi era risoluto di aspettare migliore occasione; quando un nostro comune amico, venendomi a trovare, e dimandandomi le lettere ch’io aveva promesso di darli, mi ha in modo fatto vergognare, che sforzando la mia natura, mi sono indutto volontariamente a questa pena de la penna, ancora ch’io non sappia se le mie lettere saranno scritte a tempo che possa darle al corriero. Ma perchè scrivendo al signor Papio bisognerebbe che con molte parole mi scusassi di quello errore c’ho commesso verso lui, non so se ora farò quest’officio: e facendolo, il farò così brevemente, che se Vostra Signoria non adempie con la sua eloquenzia i difetti de la mia negligenza, dubito che anzi non si sdegni maggiormente per la brevità e secchezza del mio scrivere. Prego dunque Vostra Signoria che non solo si contenti di perdonarmi, ma che s’adopri ancora in modo che mi sia perdonato dal signor Papio; e sia assoluto non pur de la colpa, ma de la pena ancora: cioè, ch’io non sia obligato per l’avenire a pagarli l’usure del mio passato silenzio; e che s’appaghi di quelle lettere che mi scrive sempre di lui nel cuore l’affezione e l’osservanza ch’io li porto. Di questi due favori il primo, cioè, che voi mi perdoniate, il richieggo da voi per grazia, e lo riconoscerò in dono da la vostra cortesia: il secondo, cioè che voi m’impetriate perdono dal signor Papio, benchè io sia per riceverlo parimente in grazia, devete però voi concederlomi come debito, per uscir da quell’obligo nel quale io vi posi questo anno passato, mostrando la vostra epistola latina, ove si contenevano le lodi de la signora Emilia Gonzaga, al signor Scipione suo figliuolo; chè certo, se ben v’adoperaste molt’anni per me, non mi pagareste a pieno il servizio. E benchè alcuni mi referiscano che voi vi recaste quel mio atto in un certo modo ad offesa; a me giova di credere o che non mi riferiscano il vero, o pur che voi simulaste di sentirven’offeso, per dissimular insieme l’obligo che me ne sentivate. E questa sarebbe una de l’arti c’usa oggidì il mondo.</p>
               <p TEIform="p">Se desiderate esser raguagliato del mio stato, sappiate ch’io mi trovo a i servigi del cardinal da Este, e c’ora sono in Padova per alcuni miei negozi particolari, e che andrò fra pochi giorni a Mantova, ove aspetterò che ’l cardinale torni di Roma. Si stamperanno fra pochi giorni le Rime de gli Eterei, ove saranno alcune mie rime non più stampate. Sono arrivato al sesto canto del Gottifredo, ed ho fatti alcuni dialoghi ed orazioni; ma non in istilo così familiare e plebeio com’è quello di questa lettera; nè anco così boccaccievole come piace ad alcuni, ed a me non piacque mai. Baciate la mano in mio nome al signor Cristoforo, al signor Vertoa, al signor Orazio mio dolcissimo, a i signori Giulio et Odorico. Baciatele ambedue a gli Arrigoni ed al Capilupo. Baciate le mani e la bocca a la signora...; e riponete me in quella parte de la vostra mente, ove solete serbare il suo nome. Di Padova (1566).</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">7</head>
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                  <salute TEIform="salute">A ERCOLE TASSO. Bologna</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Se da che io mi partii da Bologna non ho scritto mai a Vostra Signoria, è ciò avvenuto perchè così ella, com’io, è stata quasi sempre in moto; e poi anco, per parlar ingenuamente, bench’io sia ardentissimo ne l’amare gli amici, sono però negligentissimo ne l’usar con loro quella sorte d’uffici che compimenti si chiamano e che più tosto superfluità si devrebbono chiamare: a me basta di essere amato da lei, ed aver qualche luogo ne la sua memoria; e desidererei anco ch’ella si contentasse d’esser amata ed onorata da me, e tenuta ne la più nobil parte de’ miei pensieri. Sin qui ho scusato la mia negligenza: da qui inanzi vorrò, non dico accusare la vostra negligenza; perch’io non la reputo degna di biasmo; ma palesarla, e renderla più chiara al parangone. Ed avvertite, che queste parole non saranno drizzate solamente a voi signor Ercole; ma a voi signor Cristoforo ancora, ed a tutto il rimanente de l’orrevole o brigata o academia, che vogliam nominarla: e per cominciar dico, ch’io da Padova in quegli ultimi giorni che me ne partii, e poi di Pavia ove stetti un mese, vi scrissi due lunghe e larghe lettere, e vi mandai insieme alcuni sonetti. Or vedete se ’l vanto de la negligenza, ch’è mio riputato, più tosto a voi si converrebbe. Ed in vero, se riputaste soverchio il rispondere a le mie lettere, non devevate riputar soverchio il lodarmi le mie composizioni: chè devete ben sapere, che nessuno officio si fa verso altrui, che più grato gli sia, e che più gli paia necessario, che il lodarli i parti del suo ingegno.</p>
               <p TEIform="p">Ho inteso da l’Arrigone più vecchio e men bello, che ’l signor Orazio Merciari giace ammalato: del che tanto io mi doglio, quanto mi rallegrerò d’intender che sia guarito, com’è ragione, e com’io spero. Co ’l signor Vertoa mi rallegro, che divenga tuttavia più bello: come anco mi congratulo co ’l signor Maffetti de la buona fama che si è sparsa di lui, di studioso. De’ signori Cusani, del conte Cavra, de’ Puiani, e de gli altri, non ho inteso novella alcuna: pur credo che stiano bene.</p>
               <p TEIform="p">Sin qui la lettera è stata comune a tutti: ora sarà propria vostra, signori Tassi. È giunto qui stasera il signor Marc’Antonio Tasca, il qual m’ha detto che voi non siete per andar questa state a Bergamo: e questa mi è stata gravissima novella; perch’io designava di godervi là qualche giorno, dove a i prieghi di mia zia credo d’andare al più fra due settimane; e ciò che vi troverò, credo che mi sarà noioso senza voi. Che abbiate detto al Tasca ch’io sia sviato, ve ne ringrazio; e ve ne renderei a Bergamo il contracambio, s’io credessi di farvi dispiacere, e che voi affettaste d’esser tenuti studiosi. E vi bacio le mani. Di Mantova (1566).</p>
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               <head TEIform="head">8</head>
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                  <salute TEIform="salute">A MADAMA LEONORA DA ESTE (Dedicatoria)</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Fu già tempo, illustrissima ed eccellentissima madama, ch’io osai di celebrare la bellezza ed il valore de la signora Lucrezia Bendidio; ma conoscendo poi per lunga esperienza, che mal poteva esser espresso da la lingua ciò che non era compreso da l’intelletto, di temerario non pur cauto ma timido divenuto, posi freno non solo a le rime ma a’ pensieri ancora; i quali per lungo riposo fatti altrettanto pigri quanto paurosi, sarebbono giaciuti in un ozio perpetuo, se finalmente i comandamenti ed i conforti de l’Eccellenza Vostra non gli avessero eccitati ed inanimiti. Contuttociò essendo io consapevole a me stesso de la debolezza del mio ingegno, al quale l’eccellenze de la signora Lucrezia sono oggetto troppo sproporzionato, non ardirei mai d’impiegarlo immediatamente ne le lodi di lei e ne le contemplazioni de le sue virtù. Ma siccome i mortali considerano Iddio non ne la sua pura e semplice divinità (chè a questo non sariano essi bastanti), ma nel magistero de l’opere sue; o pur come sogliamo rimirare il sole, non in se stesso ma ne la sua immagine che è ripercossa da l’acqua; così io parimente sono deliberato di fare, cioè di contemplare e di celebrare, per quanto in me sarà, questa gloriosa signora ne gli effetti suoi: de’ quali tuttochè molti, e molto grandi e notabili, ve ne siano; nessuno però ve n’ha che superi o che pareggi di dignità le rime amorose, non so se io debba chiamarle del secretario Pigna o de la signora Lucrezia: perciochè da la mente de l’uno furono partorite, e da l’altra discese quel valore che le informò. Ma perdonimi il signor Pigna, se io defraudo lui di questa gloria: le dirò pur rime de la signora Lucrezia: perciochè tante e sì diverse poesie, in brevissimo spazio composte, in tante e sì diverse materie, con tanto e sì diverso artificio, fra le occupazioni di negozi importantissimi, e fra le speculazioni di una lettura continua, non si debbono giudicare semplicemente fatture d’arte o di dottrina, che ciascuno conosce nel Pigna; ma opere e creature d’amore più tosto. Intraprenderò dunque per soggetto de le mie Considerazioni tre canzoni, che sono picciola ma nobil parte però de le molte rime che si leggono in deificazione de la signora Lucrezia; ne le quali tre sorelle si tratta de l’amor divino in paragone del lascivo: e peraventura da queste canzoni si trasfonderà in me tanto di quello spirito di che esse son piene, che io in virtù de la signora Lucrezia scriverò de l’artificio de l’immagine sua non indegnamente. Ma qualunque sia per essere questa mia scrittura, piaccia a l’Eccellenza Vostra di riguardarla con quella benignità con la quale in ogni occasione è solita così prontamente di favorirmi. (1568)</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">9</head>
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                  <salute TEIform="salute">AL CASTELLANO DI MANTOVA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Non avendo ancora avuto risposta da Vostra Signoria ne la cosa di mio padre, che preme tanto ad ambidue noi, benchè sappia che ciò sarà proceduto da le occupazioni sue o di Sua Eccellenza, ho voluto nondimeno dargliene un nuovo ricordo; e pregarla in nome di mio padre e mio, che voglia, quanto prima le tornerà comodo, avvisarci del suo parere intorno a l’elezione del luogotenente, e particolarmente intorno a la persona del Bertano. Con che facendo fine, le bacio le mani. Di Ferrara, il 13 di agosto 1569.</p>
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               <head TEIform="head">10</head>
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                  <salute TEIform="salute">A FLORIO TASCA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non negherò mai che mio padre non abbia a la casa vostra tutti quelli oblighi che Vostra Signoria può numerare maggiori, e che io, come figliuolo amorevole che fo professione di essergli, non debba in ogni occasione fare in vostro servizio tutto quello che per un amico si può fare. E volesse Dio che mi si presentasse occasione ne la quale io potessi mostrare, che sì come conosco il debito mio, così ho l’animo di pagarlo. Ma in quanto a quello che appartiene a’ ventiquattro ducati, io non ho fatto se non quello che non solo la necessità, ma il dovere e la carità paterna m’esortavano; perchè avendo io trovato che mio padre e per le molte malattie, e per i disordini de la casa, essendo stato rubato grossamente da i servitori, era incorso in estrema necessità, deliberai di rimediarvi; e il rimedio fu, che io providi che non potesse per l’avvenire più esser rubato, volendo che a me si rendesse il conto di tutto ciò che si spendeva. Nè bastando questo, vi posi dieci o dodici scudi del mio in pagargli alcuni debiti che nol lassavano vivere. Ma perchè gli erano necessarie molte cose, non trovandomi per ora altra commodità di denari, ricorsi a quel partito che solo mi restava, cioè a i denari di Castiglione, i quali sapeva ben io che vi erano obligati; ma mi parea men male dare qualche discomodo a voi, che vedere patir mio padre: e così con vostra buona grazia cercherò di riscuotere la somma di questi ventiquattro con ogni via che potrò; ma vi prometto bene la fede mia, che se sopravvenisse la morte di mio padre prima che aveste avuto l’intiero pagamento, io vi sodisfarò non solo de’ ventiquattro, ma ancora di tutto quello che dite esservi debitore mio padre per mio conto, diffalcando ogni anno qualche parte de la provvisione che mi dà il cardinale, se altra occasione non mi verrà di pagare, come potrebbe facilmente avvenire. A la quale promessa intendo però d’esser solamente obligato, se da Vostra Signoria non sarò impedito nel riscotere questi denari; ancora ch’io sia certo che, quando volessi mettere in opra i favori, non potrei esser impedito. E se vorrà qualche cosa scrivermi, potrà inviare le lettere a m. Andrea Bertano che me le farà avere. E le bacio le mani. Di Ostiglia, il 20 d’agosto 1569.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">11</head>
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                  <salute TEIform="salute">A FELICE PACIOTTO. Pesaro</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ebbe il dì quarto di settembre fine la lunga e travagliata vita di mio padre. L’anima sua era con sì forti e tenaci nodi di complessione congiunta al corpo, che difficilmente e con grandissimo stento se ne separò: ma con tutto che la passione che mostrava ne’ gemiti fosse acerbissima, passò nondimeno, per quanto mi parve di comprendere, pazientemente e con buona e santa disposizione. Ne ho voluto dare avviso a Vostra Signoria, perchè con gli amici si debbono participare così i dispiaceri come i piaceri. Ne do similmente ragguaglio a Sua Eccellenza: e sono stato così tardo a far questo uffizio per l’impedimento d’una fastidiosa malattia, la quale mi sopragiunse due giorni doppo la sua morte. E di questa tardanza avrei sommamente caro che Vostra Signoria mi scusasse col signor duca; tanto più ch’io mi persuado, che ne l’opinione di Sua Eccellenza mio padre fosse morto molto prima, essendosi sparsa questa voce nel tempo che la signora Ginevra era costì: ma io non sarei stato così negligente, c’avessi mancato a questo debito, sapendo massimamente l’amore che ’l signor duca portava a mio padre, del quale tante volte avea visti segni sì manifesti. Altro per ora non m’occorre di dirle, se non ch’io sono avidissimo di pascer l’animo mio de’ suoi ragionamenti, che altro cibo più grato o di maggior nudrimento non può desiderare; e spero che questo desiderio sarà tosto sodisfatto, o qui in Ferrara o pure costì in Pesaro; se pure le nostre speranze fioriranno questo verno, come si crede. E le bacio le mani. Di Ferrara, il 28 di settembre (1569).</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">12</head>
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                  <salute TEIform="salute">A GUIDUBALDO II, duca di Urbino. Pesaro</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Piacque al signor Iddio di richiamare a sè il quarto di settembre la benedetta anima di mio padre; la cui morte benchè matura molto, è nondimeno a me paruta acerbissima: e mi persuado c’assai dispiacerà a l’Eccellenza Vostra, avendolo avuto, come ha mostro con tanti segni, nel numero de’ suoi più cari servitori, e conoscendo quanto egli particolarmente sovra ogn’altro la osservava. Ma di questa osservanza, e de li oblighi infiniti c’aveva a l’Eccellenza Vostra, io molto volentieri sono rimaso erede; e se così passerà verso me quella benevolenza con la quale Vostra Eccellenza ebbe sempre in protezione lui e le cose sue, assai ampio patrimonio giudicherò che m’abbia lasciato. E con questo, pregando felice fine a’ suoi onorati desiderii, umilmente le bacio le mani. Di Ferrara, il 28 di settembre (1569).</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">13</head>
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                  <salute TEIform="salute">A ERCOLE RONDINELLI, in Ferrara. (Memoria.)</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Perchè la vita è frale, se piacesse al Signor Iddio disporre altro di me in questo viaggio di Francia, sia pregato il signor Ercole Rondinelli a prendere cura d’alcune mie cose: e prima, in quanto a le mie composizioni, procuri di raccogliere i miei sonetti amorosi e i madrigali, e gli mandi in luce: gli altri, o amorosi o in altra materia, c’ho fatti per servigio d’alcun amico, desidero che restino sepolti con esso meco, fuor che quel solo: <title TEIform="title">Or che l’aura mia dolce altrove spira</title>. L’orazione ch’io feci in Ferrara nel principio de l’Accademia, avrei caro che fosse veduta, e similmente quattro libri del poema eroico; del Gottifredo i sei ultimi canti, e de’ due primi quelle stanze che saranno giudicate men ree: sì veramente che tutte queste cose sieno riviste e considerate prima dal signor Scipion Gonzaga, dal signor Domenico Veniero, e dal signor Batista Guarino; i quali, per l’amicizia e servitù ch’io ho con loro, mi persuado che non ricuseranno questo fastidio. Sappiano però, che mia intenzione sarebbe che troncassero e risecassero senza risparmio tutte le cose che o men buone o soperchie giudicassero; ma ne l’aggiugnere o nel mutare andassero più ritenuti, non potendosi questo poema vedere se non imperfetto. De l’altre mie composizioni, s’al suddetto signor Rondinello ed a’ prefati signori alcuna ne paresse non indegna d’esser veduta, sia loro libero l’arbitrio di disporne. Le mie robbe che sono in pegno presso Abram.... per venticinque lire, e sette pezzi di razzi che sono in pegno per tredici scudi appresso il signor Ascanio, e quelle che sono in questa casa, desidero che si vendano, e del sopravanzo de’ denari se ne faccia uno epitaffio a mio padre, il cui corpo è in san Polo; e l’epitaffio sarà l’infrascritto. E se in alcuna cosa nascesse qualche impedimento, ricorra il signor Ercole al favor de l’eccellentissima madama Leonora, la qual confido che per amor mio gliene sarà liberale. Io Torquato Tasso scrissi. Ferrara, 1570.</p>
               <epigraph lang="lat" TEIform="epigraph">
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                     <head TEIform="head">EPITAFFIO</head>
                     <l part="N" TEIform="l">BERNARDO</l>
                     <l part="N" TEIform="l">MUSARUM OCIO ET PRINCIPUM NEGOTIIS</l>
                     <l part="N" TEIform="l">SUMMA INGENII UBERTATE ATQUE EXCELLENTIA</l>
                     <l part="N" TEIform="l">PARI FORTUNA VARIETATE AC INCONSTANTIA</l>
                     <l part="N" TEIform="l">RELICTIS UTRIUSQUAE INDUSTRIAE MONUMENTIS CLARISSIMO</l>
                     <l part="N" TEIform="l">TORQUATUS FILIUS POSUIT.</l>
                     <l part="N" TEIform="l">VIXIT AN. SEPTUAGINTA ET SEX</l>
                     <l part="N" TEIform="l">OBI. AN. MDLXIX DIE IV SEPTEMB.</l>
                  </lg>
               </epigraph>
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            <div2 type="epistola" org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="div2">
               <head TEIform="head">14</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A CONTE ERCOLE DE’ CONTRARI. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mi pregate, molto illustre signor conte, (se però i preghi sono quelli che hanno forza di astringere l’altrui volontà) che io voglia scrivervi diffusamente il mio parere intorno a’ costumi e a’ paesi de la Francia: ed aggiungete a’ vostri commandamenti li stimoli del signor Ascanio, per tormi con la potestà del ricusare, la commodità ancora del differire. Ma soverchia era veramente meco ciascuna instanza; perciochè a la pienezza de l’affezione e de la riverenza che io vi porto, si conviene non solo darvi ciò che chiedete, ma darlovi ancora nel migliore e più espedito modo che a me sia possibile. Onde, per avanzare in qualche parte la vostra dimanda, e precorrere la vostra volontà; non solo vi scriverò ciò che mi pare semplicemente de la Francia, ma ciò che di essa giudico in paragone de l’Italia, e la cagion di ciascuna mia opinione. E certo che conosco di essere stato troppo incontinente nel desiderio che io ho di sodisfarvi: perciochè i paragoni sono di loro natura odiosi; il render la ragione di ciascun suo parere è cosa difficile e pericolosa molto; nè io son tale, o per cognizione di lettere o per esperienza di cose vedute, che meriti di essere giudice. Ma comunque sarà chiamata questa mia impresa da gli altri, o ardire o temerità o sciocchezza, assai sarà ella felice e ben impiegata, se voi la prenderete in grado, ed argomenterete da essa il desiderio che ho di servirvi: chè se de le cose de le quali sono poco meno che ignorante, ragiono così liberamente per compiacervi; quanto più volontieri mi adopererò in quelle (se pure alcuna ve n’ha) ne le quali io mi conosca di valere alquanto! dove sarà col vostro piacere accompagnata la mia riputazione, o almeno non congiunta la mia vergogna.</p>
               <p TEIform="p">Chiunque considera alcuna provincia, o in se stessa o in paragone di alcun’altra, a due maniere di cose deve avere riguardo: a quelle che sono in lei naturali, e a quelle che accidentali possono esser chiamate. Naturali dico le cose che sono sì proprie d’una provincia, che non si mutano per la mutazione di principato o di religione, o per lunghezza di tempo, se non molto di rado e con grande sforzo di natura; come di Sicilia leggiamo, che di terra ferma divenne isola. Accidentali chiamo quelle che non sono perpetue di alcuna provincia; ma di una in un’altra trapassano, secondo la varietà de’ governi e delle religioni, secondo il commercio che si ha vicendevolmente con le genti straniere. Fra le naturali riporremo (e ciò sia per esempio) la qualità del cielo, il sito e fertilità de le terre; fra le accidentali, li studi de la pace e de la guerra, e l’uso de l’arti meccaniche. Ma la prima maniera di cose in due guise può cadere sotto la considerazione altrui, o in se stessa o in quanto opera alcuno effetto ne la disposizione de gli abitatori; e questo modo di considerare par che sia proprio del politico, come di colui che ha per oggetto il bene e la felicità de gli abitanti. Però Platone, parlando del sito de la città ne la quale vuole introdurre la perfetta forma del governo, loda il sito montuoso, come quello che fa gli uomini robusti; e biasima la propinquità del mare, potendo facilmente l’uso de le genti straniere alterare e corrompere la purità de’ costumi di quelle città le quali giacciono su la marina.</p>
               <p TEIform="p">Or dovendo io, signor conte, paragonar l’Italia e la Francia, conviene che, secondo queste regole da me poste, ricerchi le condizioni di ciascuna. Non crediate però che io voglia filosofare troppo severamente, preponendo il paese mezzanamente fertile e delicioso al vaghissimo ed abondantissimo, ed i luoghi alpestri e solitari a’ marittimi e frequentati, come prepose Platone: nè meno rivocherò in dubbio se la vicinità del mare sia da eleggere o no, come rivocò Aristotile. Ma parlerò di questa materia come uomo di corte e di mondo, togliendo da le contemplazioni di quei Saggi quel solo che da la opinione de gli uomini civili può essere rivocato: tanto più che io considero dette provincie, non in quanto in quelle si può introdurre la perfetta forma di un giusto e tranquillo principato; ma più tosto secondo che ciascuna di loro è abile a l’accrescimento de le ricchezze e de l’imperio. Ma, prima che io passi più oltre, è bene ch’io dichiari qual paese intenda sotto questo nome di Francia. Nè già prendo questo nome come fanno i geografi il vocabolo di Gallia, perchè convenendosi loro avere riguardo più tosto a’ termini che pone la natura, che al posseditore di quei stati, danno per confino a questa provincia da la parte di oriente il Reno: nè meno ristringerò questo nome a quella picciola parte di questo regno che specialmente si chiama Francia, e da altri Francia Contea o l’Isola di Francia; ma abbraccierò sotto esso tutto ciò che ora è dal re posseduto: ne parlerò nondimeno in generale per dar più perfetta forma a questo discorso, rimettendomi de le cose non vedute o a le relazioni o a gli scritti di coloro la cui testimonianza è approvata.</p>
               <p TEIform="p">Cominciando dunque da le cose che in una provincia sono perpetue, come da quelle che per natura sono prime, e considerandole in quella guisa che ho detto esser più propria del politico, esaminerò due parti, oltre le quali non rimane peraventura che esaminare; l’aria, e la terra: e sotto il nome de la terra abbraccierò i fiumi e l’altre acque che scaturiscono da lei, ed i mari che la inondano; perchè Aristotele parimente, sotto questa voce tutto ciò che si raccoglie ne l’ultimo globo è uso di comprendere. Egli non è dubbio che ciascun paese, secondo che più o meno a l’uno de gli estremi del nostro emispero si va avvicinando, o al polo o a l’equinoziale; più ancora, o meno produce gli uomini atti a la speculazione e a le azioni civili e militari; perchè gli uomini che nascono ne’ paesi che soggiacciono al mezzogiorno, se ben vagliono d’ingegno, avendo poca quantità di sangue, sono timidi e deboli e inetti a’ pericoli e a le fatiche de la guerra: dico naturalmente, perchè so bene io quanto possa la disciplina, e che in virtù di lei, ovunque nasce l’uomo, nasce soldato; onde in queste istesse provincie australi sono stati buonissimi soldati, come i cartaginesi. Le regioni, a l’incontro, che sono sottoposte al settentrione, producono gli uomini di gran nodrimento e di molto sangue, e però robusti e guerrieri; ma di spiriti grossi ed ottusi, e d’ingegno stupido, e poco disposto a la speculazione, e a gli uffici de la civilità: ed i fisici recano le cagioni di questi effetti al mal temperamento de l’aria, e a l’eccesso del caldo e del freddo. Ma le regioni di mezzo, per la temperie de l’aria fanno gli uomini non deboli e paurosi, come quelle di mezzogiorno; nè temerari, e d’ingegno rozzo e materiale, come le settentrionali; ma con nobile mescolamento, prudenti e forti di mano e d’ingegno, e al guerreggiare ed al filosofare disposti. E tali sono, sopra tutte le provincie del nostro mondo, la Grecia e l’Italia; se però l’esperienza, confermata da la ragione, non si riprova. E come che l’una e l’altra sia stata madre di uomini in ogni maniera di liberale esercizio eccellenti; i greci nondimeno che più piegano verso il mezzodì, hanno superato di sottilezza d’intelletto ne le discipline e ne l’arti; e gl’italiani, che sono più volti a la tramontana, sono stati superiori di prudenza e di generosità ne gli studi militari e cittadineschi. Or paragonando la Francia a l’Italia, dico che la Francia, per essere alquanto più remota da questo mezzo, è conseguentemente meno atta a generare gli uomini in questo temperamento di prudenza e d’ardire, ed in questa vivacità d’ingegno speculativo, che noi cerchiamo; anzi, sì come ella più inchina verso uno de gli estremi, così ancora gli uomini sono più inchinati a l’impeto ed a la ferocità, discostandosi da la prudenza e da la gravità de i costumi.</p>
               <p TEIform="p">Ma molti non concederanno questo, perchè vogliono che il cielo de la Francia sia più tiepido de l’italiano, provandosi qui il verno molte fiate freddi assai minori che ne l’Italia, e particolarmente ne la Lombardia, non si sentano: e di qui potranno argomentare che, dipendendo questo temperamento dal cielo, il quale opera ne’ corpi nostri, e per conseguenza ne gli animi, i francesi siano per conseguenza di più acuto ingegno de gl’italiani, e meglio ne gli animi loro si trovi questa mediocrità di audacia e di timore, e di mansuetudine e di ferocità. A queste obiezioni rispondo, che l’aria e la region francese in sua natura è più fredda de l’italiana, come quella che è alcuni gradi più lontana dal camino del sole (parlo paragonando le parti più settentrionali de la Francia a le più settentrionali de l’Italia, e le più australi de l’una a le più australi de l’altra); e di ciò è indicio apertissimo il color de le carni e de’ capegli, che è più vivace e più biondo ne’ francesi, sì come in tutti li paesi freddi suole avvenire: ed oltre ciò gli alberi nimici del freddo più commodamente allignano ne l’Italia, che in questi paesi non fanno. Ben è vero che ne la Francia quasi tutta piana e aperta ed esposta d’ogni intorno a tutti i venti, (il che de l’Italia non è) spesse volte avviene che, soffiando per alcun tempo continuo i venti caldi, ne la maggior asprezza del verno sogliono intepidire il rigore del freddo; ma quando a l’incontro continovano i fiati settentrionali, i freddi sono continovi ed insopportabili, come per due mesi di quest’anno gli abbiamo provati. Quando ancora instabilmente ora succedono i venti aquilonari a gli australi, ora gli australi a gli aquilonari, instabile è parimente la qualità de la stagione: ed io per me ho visto alcun giorno tanta mutazione da la mattina a la sera, che mi pareva senz’alcun mezzo essere dal gennaio a l’aprile trapassato.</p>
               <p TEIform="p">Chi potesse dunque, come favoleggiano i poeti, rinchiudere per un verno intero tutti i venti ne le spelonche di Eolo o ne gli otri d’Ulisse, sì che ne l’Italia e ne la Francia fosse una lunga e stabile tranquillità; allora senz’alcun dubbio si conoscerebbe quanto il cielo francese sia più freddo de l’italiano, se non forse ove la vicinanza de’ monti il fa più freddo in qualche luogo d’Italia, che ne’ piani de la Francia. Ma concedendo ancora, che i freddi e i caldi siano meno intensi ne la Francia; non ne segue però che il cielo sia migliore in rispetto de la virtù de gli abitanti, concorrendo a questa bontà de l’aria molte altre qualità, oltre le predette. E qual temperamento si può trovar in tanta instabilità, e in una sì spessa vicissitudine di caldo e di freddo? E se questo elemento che ci circonda, e per tante vie entra e penetra ne’ nostri corpi, alterando loro, opera qualche cosa ne gli animi nostri (come si deve credere); si dee credere ancora, che l’inconstanza di questo clima sia in buona parte cagione de l’inconstanza di questa nazione, la quale io per me non attribuisco loro, se non quanto l’istorie ne favellano. Ma poi che ragioniamo de’ venti, non tacerò che questa regione, essendo così signoreggiata da loro, riceve da tal servitù un commodo non picciolo, che al soffio de’ venti si rivolge in lei una quantità di molini grandissima, massimamente ne le parti più aperte, come sono la Francia Contea e la Ciampagna, e l’altre tali; di maniera che quelle commodità di macinare, che gl’Italiani non hanno se non ne l’opportunità de’ fiumi e tra le acque, è qui su le mura di Parigi stesso, e quasi in ciascun altro luogo circonvicino.</p>
               <p TEIform="p">Ora che si è veduto come l’aria italiana e francese concorre a la virtù de l’animo, rimarrebbe che si avesse riguardo a gli effetti che l’una e l’altra di loro opera ne’ corpi; le virtù de’ quali principalmente sono quattro: sanità, bellezza, robustezza, e agilità. Ma perchè questa ultima parte è di minor importanza che la prima, ed io temo che questa mia lettera non cresca ne la grandezza d’un volume, mi basterà, quasi di passaggio senza punto fermarmici, toccarne alcune cose. Vogliono che l’aria francese sia più sana, particolarmente come quella che sveglia più l’appetito, e aiuta meglio a la digestione: ma siasi la colpa o de l’aria o del modo del vivere, qui sono gli uomini ordinariamente di vita più breve che in Italia. Segue la bellezza; ed a formar questa intieramente concorrono tre condizioni: vaghezza di colori, grandezza, e proporzione di membra. Ne la piacevolezza de’ colori sono superiori i francesi, e specialmente le donne, le quali per lo più sono bellissime di vivacità di carne e di gentilezza di lineamenti. La procerità de’ corpi è attribuita da Cesare e da gli altri istorici a’ francesi: e a me sovviene d’aver letto in Polibio, che dopo un fatto d’armi passato fra romani e francesi, i cadaveri de’ francesi erano riconosciuti da gli altri a la grandezza de’ corpi; e così par che la ragion naturale, tolta da la freddezza e da la sottilità de l’aria, ne mostri che dovesse essere: ma, qual se ne sia la cagione, ora non sono maggiori de gl’italiani; e ne la proporzione similmente mi paiono assai difettosi i nobili de la gioventù francese, perciochè in universale hanno le gambe assai sottili, rispetto al rimanente del corpo. Ma di ciò peraventura la cagione non si deve riferire a la qualità del cielo, ma a la maniera de l’esercizio; perciochè, cavalcando quasi continuamente, esercitano poco le parti inferiori, sì che la natura non vi trasmette molto di nodrimento, attendendo ad ingagliardir quelle parti che sono da movimenti frequentatissimi affaticate. De la robustezza e agilità de’ francesi non mi è occorso di vedere esperienza alcuna in paragon de’ nostri. Vostro sia dunque, signor conte, il giudicio, e di coloro che si sono trovati molte fiate a simili paragoni.</p>
               <p TEIform="p">Segue al ragionamento de l’aria il discorso de la terra, la quale si considera o come ella è commoda e utile, o come ella è piacevole a gli albergatori suoi. Sotto l’utile, tre considerazioni si raccogliono: che ella sia atta al nutrimento de la città, a la conservazione ed accrescimento de le sostanze. Il primo capo pertiene a la fecondità del paese; il secondo, a la fortezza del sito; il terzo, a l’opportunità di esso nel muover guerra a le nazioni straniere, e ne l’avere con esso loro commercio di mercanzia. E cominciando da l’abondanza del nodrimento, ella consiste in due cose; e ne’ frutti che produce la natura, e ne gli animali. In quanto al numero de gli animali e bontà de le carni, non è dubio che, secondo la proporzione de la grandezza di ciascuna di loro, la Francia non avanzi di molto l’Italia; e particolarmente ottimo cibo sono le carni de’ castrati e de’ buoi: ma se io volessi minutamente parlare de’ volatili e de’ pesci, de’ quali questa provincia, e particolarmente questa città è copiosissima, farebbe mestieri che io fossi molto migliore conoscitore de’ giudicii de la gola, che in effetto non sono. Dirò solo che, sì come ne la quantità e qualità de gli armenti e de le greggi la Francia è superiore di gran lunga, così ancora credo che de’ pesci e de gli uccelli non ceda a l’Italia: parlo sempre in universale; chè credo ben io che il ferrarese, in quanto a la bontà de’ fagiani e de le pernici, non trovi paragone alcuno in questi paesi. Seguono i frutti de la terra: e in quella parte che pertiene a’ grani (per quanto dicono i pratici, chè io per me ne sono semplice relatore), se la Francia ha vantaggio, come vogliono che veramente l’abbia, questo non avviene perchè le sue campagne siano più feconde che i piani o pur le maremme d’Italia; ma più tosto perchè nissun paese vi ha qui che fertile non sia, ove in Italia molti se ne trovano alpestri e sterili affatto. De’ vini non so che mi dica, perchè i chiarelli, i grechi e le lacrime sono troppo famosi: e oltre a ciò, quest’anno è corsa in Francia una stagione così maligna, che non vi è vino alcuno che non sia brusco o verde, come essi sono usati di dire; ma per quanto da quelli de gli anni passati posso conoscere, i vini francesi sono e più generosi e più maturi e più digestibili de gl’italiani; e, quello che è somma lode, hanno molta virtù e pochissimo fumo: onde non so come possano piacer tanto ad alcuni, essendo appunto il roverso de la natura loro. Ma ciò che desidero nel vino, è un non so che, che o lusinghi o morda la lingua e ’l palato, o faccia l’uno e l’altro effetto insieme: confesso l’imperfezione del mio gusto, al quale sono più grati i vini dolci e raspanti d’Italia che questi di Francia; i quali mi paiono tutti (parlo de’ buoni) d’un medesimo sapore, sì che malagevolmente distinguerei l’un da l’altro. De l’erbe e di quelli che più propriamente frutti dichiamo, che ancor essi s’annoverano fra i parti de la terra, e di quelli in particolare che sono propri de l’estate, non so se qui sia minore la copia o più scarsa la bontà; e l’Italia è in ciò tanto superiore, che non vi è luogo a comparazione: e, quello che è difetto grandissimo, privi sono questi paesi de le olive, ornamento e trastullo de le mense; il cui liquore è non solo utilissimo a l’uso de la vita, ma ministro ancora de le vigilie de’ studiosi: chè se la Provenza è di tutte queste cose abondante, non è però che l’altre parti de la Francia, quasi tutte, inopia non ne patiscano.</p>
               <p TEIform="p">Ma maravigliosa sopra tutto è stata la providenza de la natura in questa provincia ne la moltitudine e nel compartimento de le riviere, da le quali è accresciuta oltramodo l’abondanza di questi paesi: perchè, non essendo ogni terra atta a produr quanto basti a la moltitudine de’ suoi abitanti, ed essendo in alcun luogo soprabondanza di quelle cose de le quali altrove è difetto, in guisa sono disposte queste riviere, che scambievolmente ciascuna parte con l’uso de le navigazioni può, mandando fuori il soverchio, ricevere il necessario. Questi fiumi, parte scendendo da le alpi, parte da’ pirenei e dal Cemeno, si raccogliono parte ne l’oceano e parte nel mediterraneo; di maniera che da l’un mare a l’altro, interponendovi poca fatica di vettura per terra, or a seconda or contra ’l corso de’ fiumi, è quasi continua la navigazione. Nè meno è mirabile il magistero de la natura ne le leggi che ella ha imposte a questi fiumi; perciochè molti di essi sono fiumi regi e di perpetua grandezza, e contenendosi dentro a loro alvei, non passano, se non molto di rado, quei confini che le sono stati prescritti, dico, da la natura, non da l’industria de gli uomini che con ripari ed argini cerchi di ritenerli: e se pur talora inondano, non fanno danno molto grave. In questo de le riviere, molto inferiori son i nostri paesi; perciochè non vi è navigazione dal destro al sinistro fianco d’Italia, nè commercio alcuno, se non o conducendo le vettovaglie su per lo dosso de l’apennino, o girando un grandissimo tratto di mare; e pochi fiumi (trattone il Po) vi sono commodamente navigabili: gli altri accresciuti di forze avventizie, e più tosto torrenti che fiumi, compensano l’utile de le navigazioni col danno de le inondazioni; e il Po stesso in queste parti è dannosissimo, sì che vi toglie talora il frutto de le fatiche e le speranze di molti anni.</p>
               <p TEIform="p">Or passando a la fortezza del sito, fortissimo molto è quello d’Italia; perciochè è in isola tra dui golfi del mediterraneo, se non quanto l’alpi, a guisa di fortissima muraglia, la serrano da un lato, ed ha per entro molti passi alpestri e difficili; onde assai sicura sarebbe da’ diluvi de’ popoli stranieri, s’ella medesima non aprisse e spianasse loro le strade. Ma la Francia, a l’incontro, ha i confini apertissimi a le feroci nazioni di Germania; ed essendo quasi tutta piana e larga, facilmente potria da ogni inondazione di genti essere in breve tempo trascorsa.</p>
               <p TEIform="p">Nè tacerò (benchè non abbia proposto di parlarne) quanto il sito d’Italia sia non solo più forte, ma faccia eziandio gli uomini più forti e più faticosi, che la Francia non è atta a fare. È la Francia, come abbiamo detto, quasi tutta pianura; perchè, se ben si sale e si scende spesso, le ascese e le discese sono sempre facili e lievi, e molte volte a pena sensibili: ove l’Italia è partita, quanto dura la sua lunghezza, da l’apennino, e di qua e di là ha il piano talor largo e aperto, talor distinto e compartito da colline e da monticelli. La quale mescolanza di piano e di monte rilieva non poco al valore de gli abitatori; perciochè per sua natura (eccettuo sempre la disciplina) gli uomini che albergano ne’ luoghi piacevoli e piani, sono non dirò imbelli, ma mansueti e pacifici; e gli altri abitatori de’ monti hanno natura robusta e bellicosa; e gli uni e gli altri, quando siano vicini fra loro, danno e ricevono vicendevolmente alcuni beneficii: perchè questi porgono aiuto d’armi e di forze; quelli di vettovaglie, e d’industria d’arti, e di civilità di costumi; di maniera che congiungendosi la mansuetudine con la ferocità, viene a farsene un maraviglioso temperamento, quale noi veggiamo ne gli italiani; ove ne’ luoghi totalmente alpestri e malagevoli, e separati dal commercio del piano, si trova la gagliardia e la ferità scompagnata da ogni umanità e industria civile. E di ciò siano esempio li Svizzeri, la virtù de’ quali ancor che si debba riconoscere da la disciplina, non è però da negare che il sito non sia di molta importanza; veggendosi che la loro virtù da’ tempi di Cesare sino a’ nostri è continuata, benchè forse sia molte volte mutata la disciplina. Ma ne la Francia, che ha il paese tutto piano o leggiermente rilevato, il popolo è vilissimo; chè se i nobili sono impetuosi e arditi feritori, questo si deve attribuire in tutto (oltre a quella generosità che inserisce la nobiltà ne gli animi nostri) a la disciplina loro, la quale conosciamo esser tutta rivolta a stabilire con esercizio continuo il vigore de’ corpi, ed a confermare con l’uso de’ continui pericoli l’audacia de gli animi. Ben è vero (cosa che da gli antichi politichi fu avvertita) che ne’ paesi piani la nobiltà ordinariamente è guerriera, come quella che può più commodamente nodrir cavalli, ed esercitarsi a questo modo di guerreggiare; e per ciò sovrasta ella al popolo: e a i governi popolari sono più atti i luoghi montuosi, che i piani; sì come, per il contrario, il principato d’un solo o de’ pochi più facilmente s’introduce e si conserva ne la pianura.</p>
               <p TEIform="p">Era la terza in ordine l’opportunità del sito, in quanto appartiene a l’accrescimento de l’imperio e de le ricchezze. La Francia è non ne’ confini, ma ne’ luoghi interiori de l’Europa; e per questo non ha alcun facile trapasso ne le altre due parti del mondo, l’Asia e l’Africa; nè potrebbe così tosto traportarvi l’arme, nè traportate mantenerlevi: e se pur la Francia ha vicini gli altri paesi aquilonari e occidentali, ciò non è di tanto momento a la dilatazione de l’imperio; perciochè que’ paesi, oltra che sono più astretti e forse men ricchi, sono abitati da genti bellicose e quasi indomabili; onde assai gloria riportò Cesare già vincitore de la Francia d’aver fatto il ponte sul Reno, e posti i piedi ne’ lidi d’Inghilterra: e, per quanto raccogliamo da l’istorie di Francia, è stata più volte occupata e da’ popoli di Germania e da gl’inglesi; ma non si legge (che io mi ricordi) che gente partita di Francia occupasse paese alcuno de l’Inghilterra o d’Alemagna, se non quanto si fa menzione in Cesare di alcune colonie mandate da’ francesi oltra il Reno, molto innanti la sua venuta in quel regno. Ma l’Italia, sendo collocata ne l’estremità de l’Europa, e però divisa da l’altre regioni di quella, si stende con una de le sue fronti assai vicino a l’Africa, e la guarda quasi minacciando; l’altra sporge nel seno adriatico, e per quello e per l’Arcipelago ha facilissimo il tragetto ne la Grecia e ne’ regni de l’Asia: onde pare così situata da la natura acciò c’acquisti l’imperio de l’universo. E come ha maggior commodità di guerreggiare, così ancora ha più commodo il traffico, che non ha la Francia: più commodamente, dico, può e ricevere le mercanzie de l’Asia e de l’Africa, e mandarle loro; ma non già con tanta agevolezza trasportarle da un suo luogo ad un altro, come la Francia per rispetto de le riviere, de le quali di sopra si è fatta menzione. Ma novella commodità ha ricevuto la Francia da la navigazione de’ portoghesi, da i quali l’è somministrato ciò che prima da Venezia con maggior incommodo conveniva che accettasse. Ma non però è più facile questo commercio a la Francia, che quel di levante a l’Italia, quando le guerre e le difficoltà che nascono da coloro che sono signori de’ mari non l’impediscono; le quali cose ora non abbiamo in considerazione, trattando semplicemente de la natura de’ luoghi.</p>
               <p TEIform="p">Sèguita la bellezza del paese. Certo, in quanto a l’amenità che procede da’ fiumi, giudico io la Francia alquanto superiore a l’Italia; ma non concorro già ne l’opinione di coloro, da’ quali la vaghezza di questi paesi è tanto dilettevole giudicata, perchè non credo (chè in ciò non do tanta fede al mio giudicio, che non so quanto sia buono, quanto al senso medesimo) che la nostra vista possa dilettarsi ne l’asprezza d’un paese, nel quale ella trascorra senza ritegno alcuno; anzi provo in me stesso, che gli occhi si compiacciono de la diversità de gli oggetti, e che godono che gli sia interrotto il passo da’ colli e da le valli e da’ virgulti e da gli arbori; e che più? La sterilità e rigidezza de l’alpi, facendone paragone a la vaghezza de gli altri spettacoli, suole molte fiate riuscire piacevolissima: le quali condizioni non trovo fra’ paesi che ho visti, se non in alcune parti de la Borgogna, ed in quella parte del Lionese che con lei è congiunta. Nè per altro la pittura, saggia imitatrice de la natura, mescola l’ombra a i colori, se non perchè con la comparazion di questo oscuro i colori maggiormente si spicchino, e appaiano più vivaci e più rilevati. Onde io per me stimo, che chiunque loda quella nuda solitudine e quella semplice conformità che si vede nel gran cammino tutto è ne la campagna e ne’ contorni di Parigi, e ne’ paesi più vicini a lui de la Normandia, e ne la Piccardia; loderebbe anco, non le pitture del Buonaroto o di Raffaelo, ma quelle più tosto ove maggior copia di porpora o di azzurro oltramarino fosse disteso. Ben è vero che io intendo maraviglie del paese di Lorena, e de la Provenza: ma se a questi tali si possono contraporre la riviera di Salò e di Genova, e quel tratto di spiaggia che si stende da Gaeta a Reggio di Calabria, tanto celebrate da gli scrittori, ne rimetto la sentenza a coloro che gli uni e gli altri hanno visti e considerati. A me però giova di credere, che non senza alta cagione i poeti, soprani giudici de le bellezze de le cose, fingessero che ’l mar napolitano fosse albergo de le sirene: ma ovunque sia il vantaggio de’ particolari, ne l’universale oserò di dire, che la natura volse dentro a’ confini d’Italia mostrare un picciolo ritratto de l’Universo; e per questo, ciò che ella aveva sparso e disseminato in varie parti del mondo, quivi tutto dentro un breve spazio raccolse e compartì; onde, se vaga è la varietà, vaghissima oltre a ciascun’altra è l’Italia.</p>
               <p TEIform="p">Eccovi, signor conte, minutamente discorso in quali cose io reputi che la natura abbia avvantaggiata una di queste provincie da l’altra. Rimarrebbe ora che io favellassi di quelle condizioni che io ho chiamate accidentali, perchè si mutano con la mutazione de le religioni, de’ tempi e de’ principi; ne le quali, secondo questi scambiamenti, or l’una or l’altra provincia può essere superiore. E questo ragionamento si dividerebbe in due parti: ne le cose che caggiono sotto le azioni de gli uomini civili; ed in quelle che s’inducono da l’industria de gli artefici.</p>
               <p TEIform="p">Il primo capo abbraccierebbe le leggi, e i modi di trattar le paci e le guerre; il culto de la religione, ed i riti e le cerimonie tutte. Ne l’altro si conterrebbe la considerazione de l’arti; così di quelle che sono necessarie al vivere o al ben vivere, come di quelle che sono state trovate per pompa e per lussuria de gli uomini.</p>
               <p TEIform="p">Io per me credo che in quanto a quest’ultimo capo, in molte cose superi la Francia, e in molte sia superata. Ma se io volessi per ciascuna di loro arditamente discorrere, converrebbe che io avessi maggior esperienza ne le cose e de la Francia e de l’Italia, e maggior ozio di considerarle e di scriverle: ma, per non tacere di tutte, parlerò de la maniera de gli edifici, come di parte importante molto. E che con altra maestria ed altra leggiadria non siano edificate le città italiane, non è chi dubiti. Taccio de la fortezza de le muraglie publiche; perchè questo medesimamente è chiaro. In quanto a le case de’ particolari, lascio stare che queste di Francia siano per l’universale di legno e senza giudicio alcuno di architettura fabricate: io non trovo in loro quella commodità de la quale erano lodate; se però fra i commodi non si ripongono le scale lumache, le quali con loro strettissimi rivolgimenti fanno girare la testa attorno. Aggiungi, che le camere sono per lo più scure e malinconiche; e aggiungi che non vi è alcuna continuazione di stanze, che faccia commoda forma d’appartamento. Tali sono ordinariamente le case de’ privati.</p>
               <p TEIform="p">Ma mirabile è veramente la Francia per le chiese; così per lo numero di esse, che è quasi innumerabile e ne le città e ne le campagne, come per grandezza e magnificenza di ciascuna: indicio certissimo de l’antica divozione di questa provincia. Ma ben che le chiese abbiano del ricco e del sontuoso, vi si ammira più tosto le spese di chi le fondò, che vi si lodi l’arte de l’architetto; perciochè l’architettura è barbara, e si conosce che è stato avuto solo riguardo a la sodezza e a la perpetuità, e niente a l’eleganza e al decoro: oltre di ciò, quasi tutte sono occupate dal coro, il quale essendo collocato nel mezzo de le chiese impedisce la vista, nè lascia che la grandezza di quella possa unitamente essere considerata. Non vi è poi opera di pittura e di scoltura, se non rozza è disproporzionata; se forse tra le pitture non vogliamo porre le finestre di vetro colorite ed effigiate, le quali in moltitudine grandissima sono degne d’ammirazione non che di lode, così per la vaghezza e vivacità de’ colori, come anco per lo disegno e artificio de le figure. Ed in questa parte hanno i francesi che rimproverare gl’italiani; perchè l’uso de l’arte de’ vetri, che presso noi è principalmente in pregio per pompa e per delicia de’ bevitori, è da loro impiegata ne l’ornamento de le chiese di Dio, e nel culto de la religione. Nè minor vaghezza aggiungono a le chiese di Francia i campanili, i quali (sì come anco le chiese) sono coperti d’una sorte di pietra o di tufo, che imitando il piombo naturalissimamente, fa una apparenza molto vaga, e di spesa molto maggiore. Concludo in somma, che quanto le chiese di Francia avanzano nel numero e ne la grandezza di fabriche massiccie e durabili, tanto le nostre sono superiori ne l’architettura e ne l’ornamento de’ quadri e de le statue: parlo in universale; chè chi a’ particolari vorrà aver riguardo, non è dubio che in quella parte ancora, che pertiene a la magnificenza e a la grandezza de gli edificii, il domo di Milano, e forse alcun’altra d’Italia trapassa tutte le chiese di Francia, de le quali io ho notizia, ed in particolare questa tanto celebrata di Nostra Dama di Parigi.</p>
               <p TEIform="p">Ma poi che siamo condotti ne la menzione di Parigi, non vi dispiaccia, signor conte, che io traviando ricerchi, se alcuna città d’Italia è tale che meriti di essergli paragonata. Nè parlerò di Roma o di Napoli; perchè quella venerabile per la maestà del pontificato e per le vestigie de l’antica grandezza, e questo chiarissimo per la piacevolezza e commodità del sito, e per la moltitudine de’ baroni e de’ cavalieri, sono però così in ogni cosa dissimiglianti da Parigi, che non possono venire a questa comparazione. Milano, che più gli s’assomiglia, le cede nondimeno infinitamente, così di frequenza di abitatori e di moltitudine di mercanzie e di ricchezze, come ancor di vaghezza e di opportunità di sito, non essendo egli diviso da una riviera grande e navigabile, come è Parigi.</p>
               <p TEIform="p">Ma forse non è Venezia indegna d’esserle agguagliata: perciochè, se ben ell’è minor di circuito, e men copiosa di persone, e meno ricca di mercanzie; è però molto più riguardevole per moltitudine di palagi e di edificii superbissimi, per la quantità de le navi, de le galee e de gli altri legni da guerra e da carico, e per la qualità del sito, il quale avanza l’altre maraviglie. È Parigi poco forte di mura; ne già possono dire i parigini (uomini oltre a tutti gli altri vilissimi) ciò che dissero gli Spartani: Il petto de gli uomini esser la fortezza de la città. Ma il sito di Venezia, monito da la providenza de la natura, assicura da tutti gli assalti e da tutte l’ossidioni quella città: sì che contraponendo il peso di quelle qualità ne le quali Parigi e Venezia o perde l’una da l’altra o è superiore, difficil cosa è conoscere quale dia a la bilancia il crollo maggiore. Crederei bene, che chi potesse sottoporre, quasi in un teatro, l’una e l’altra di queste città a gli occhi di persona straniera ma giudiciosa, maggior maraviglia prenderebbe quel tale da la vista di Venezia che di Parigi. Ma noi, per lo fastidio e per lo disprezzo in che ci sono le cose nostre, ammiriamo le pellegrine; e altri peraventura, vinto da l’affezione che porta al paese nativo, l’antepone a tutti gli altri: nel numero de’ quali io dubito non esser posto, parlando contrario a l’opinion de’ molti. Ma se alcuno vi è, il quale non si lasci vincere in guisa da la novità de le cose non più vedute, che disprezzi quelle che ha famigliari per lungo uso, e insieme si guardi da l’altro estremo, cioè dal soverchio amore di se stesso; al giudicio di questo tale io sottopongo molto volontieri il mio giudicio: nè già mancherà sì fatto giudice, ove voi siate, signor conte; il quale sete uso di misurar le cose non da la vostra passione o da la apparenza di esse, ma da la verità e natura loro.</p>
               <p TEIform="p">Sarebbe or tempo che io chiudessi il mio discorso col paragone de gl’instituti, e de la disciplina francese e italiana; ma, per la poca cognizione che ho sin’ora de’ costumi e de le leggi di Francia, non sodisfarò in questa parte nè al vostro volere nè a la volontà che ho di sodisfarlo, la quale di ogni vostro picciolo desiderio fa mia ardentissima cupidità: oltre che la condizione de le cose non patisce che si faccia questa comparazione; perciochè il meglio e il più de l’Italia è soggetta a re straniero; parte n’è governata da la Chiesa; parte da’ veneziani, e parte da principi feudatari o da republiche raccomandate; de’ quali ciascuno è diviso di voleri e di consigli, e diverso di forma di governare: onde non si può d’Italia fare una unita considerazione. Ma la Francia, sottoposta a re solo e naturale, e perciò più conforme a se stessa, (chi non ha riguardo a’ presenti tumulti de la religione) è sì come in questa parte più felice, così anco, per quanto m’imagino, in molte cose meglio instituita e meglio governata.</p>
               <p TEIform="p">Nondimeno tre costumi di Francia, de’ quali io ho notizia, a me non possono se non dispiacere. Il primo è barbarissimo molto: che il popolo in alcune parti ordinariamente nodrisce i bambini di latte di vacca; chè se di medolla di leoni o d’altri animali feroci, come si finge d’Achille e di Ruggiero, sarebbe più comportevole: però che il bue è animale servile, e tollerante non solo de le fatiche ma de le percosse eziandio; e il nodrimento che in quella età si riceve, imprime un non so che de la sua qualità ne’ corpi e ne gli animi ancora teneri de’ fanciulli: e se i medici o’ politici non accettano per nudrici le donne inferme o quelle di malvagi costumi, quanto meno accetterebbono gli animali bruti?</p>
               <p TEIform="p">Ma sì come aborrisco questa usanza de la plebe, così non lodo quella de’ nobili, che ciascuno abita ritiratamente ne’ suoi villaggi e lontano da le congregazioni de le città: perchè, lasciando da parte che l’uomo sia animal civile e di compagnia, e che per niun’altra cagione sia lodevole il ritirarsi da le adunanze de gli altri se non per attender a le contemplazioni; dirò che il nobile, praticando per il più co’ servi e co’ villani, si avvezza d’una maniera di vivere imperiosa, e diviene insolente; e l’ignobile ne la città non usando con coloro ne’ quali è alcuna gentilezza, si conferma in quella bassezza d’animo e di costumi, ch’è loro impressa da la viltà del nascimento. So che questa usanza è commune a la Germania e a l’altre nazioni straniere; e so che si può rispondere, che i nobili, e spesso ne le corti, e sempre passando d’un villaggio a l’altro, conversano insieme: con tutto ciò nè accetto l’autorità, nè mi appago de le ragioni; e parmi di conoscere che l’errore di questa opinione sia radicato sopra la superbia di non voler conoscere i magistrati per superiori.</p>
               <p TEIform="p">Il terzo costume, che io non lodo, è che le lettere, e particolarmente le scienze, abandonate da’ nobili, caggiono in mano de la plebe: perchè la filosofia (quasi donna regale maritata ad un villano), trattata da gl’ingegni de’ plebei, perde molto del suo decoro naturale; e di libera e investigatrice de le ragioni, diviene ottusa e scema de l’autorità; e di regina moderatrice de gli uomini, ministra de le arti sordide e de l’ingordigie de l’avere. Di questo molto prima s’accorse Platone ne la sua Republica; ed io ora per l’esperienza conosco esser verissime le sue ragioni.</p>
               <p TEIform="p">E qui, signor conte, sarà finito quanto che io con esso voi avea proposto di ragionare: il che se sarà da voi considerato come parere di uomo ancora inesperto, e scritto tumultuariamente ne’ disagi de la corte di Francia, troverà, se non lode, almeno scuse del vostro giudicio; ove scompagnato da queste considerazioni, temo che vi porgerebbe troppo larga occasione di riprenderlo. E vi bacio le mani. MDLXXII.</p>
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               <head TEIform="head">15</head>
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                  <salute TEIform="salute">AL CARDINALE GIOVAN GIROLAMO ALBANO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io feci le raccomandazioni di Vostra Signoria illustrissima a questi principi miei signori, le quali furono raccolte da loro così graziosamente, che anch’io, che n’era l’apportatore, venni a participare di questa grazia, e ad esserne ricevuto con maggior favore; considerandomi essi non semplicemente come servitor loro, ma ancora come creatura di Vostra Signoria illustrissima. Del qual titolo io m’onoro, non senza qualche ambizione, ogni volta che mi s’appresenti l’occasione; benchè io conosca che non sia picciolo obligo il far professione di suo, essendo poi necessario di corrispondere a questo nome con azioni che se ne mostrino meritevoli. Ma sì come io farò dal mio lato tutto ciò che mi sarà possibile per apparir non indegno de l’amore e de la protezion sua; così prego Vostra Signoria illustrissima, che col comandarmi in qualche occorrenza voglia dichiararmi per suo servitore; ch’io l’assicuro, che non sarà cosa così picciola ch’io mi sdegni di fare, nè così grande e difficile ch’io mi spaventi d’intraprendere in suo servizio. Altro non m’occorre di dirle, se non che i miei padroni le baciano le mani, ed io con ogni umiltà le fo riverenza. Di Ferrara, il 4 di maggio 1572.</p>
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               <head TEIform="head">16</head>
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                  <salute TEIform="salute">A MADAMA LEONORA DA ESTE. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Non ho scritto a l’Eccellenza Vostra tanti mesi sono, più tosto per difetto di soggetto che di volontà: perciò ora che mi s’è appresentata una occasione, benchè picciola, di farle riverenza, non ho voluto lasciarla. Le mando dunque un sonetto, il quale per questa volta sarà mio introduttore con l’Eccellenza Vostra, parendo di ricordarmi ch’io le promisi di mandarle tutto ciò che mi venisse fatto di nuovo. Il sonetto non sarà punto simile a quei belli che m’imagino che ora l’Eccellenza Vostra sia solita di udire molto spesso; ed è così povero d’arte e di concetti, come io sono di ventura: nè in questo mio stato presente potrebbe venire altro da me. Pur gliel mando, parendomi che, o buono o cattivo, farà quell’effetto ch’io desidero. Ma perchè non si creda ch’io per adesso sia tanto vacuo di pensieri che potessi dare nel petto mio luogo ad alcuno amore, sappia che non è fatto per alcun mio particulare (che peraventura sarebbe men reo), ma a requisizion d’un povero amante; il quale essendo stato un pezzo in collera con la sua donna, ora, non potendo più, bisogna che si renda e che dimandi mercè.</p>
               <p TEIform="p">Altro non m’occorre di dirle, se non che la venuta di madama sua sorella si va più tosto dilungando c’altrimenti; ed io non credo che si metterà in viaggio per Ferrara innanzi ai XVIII di questo. E le bacio umilissimamente le mani. Di Casteldurante, il 3 di settembre (1573).</p>
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               <head TEIform="head">17</head>
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                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">L’apportatore de la presente sarà messer Silvio Belli, matematico eccellentissimo, e per la sua eccellenza largamente provisionato dal signor duca. Egli, se ben è mio conoscente di poco tempo, è nondimeno molto amato da me, sì perchè il suo valore m’obbliga a questo, com’anche perchè mostra d’amarmi assai: e se i sembianti potessero esser testimoni del cuore, ardirei d’affermare che pochi desiderassero più il mio bene di lui. Onde io, poichè con altro più efficace modo non posso per ora corrispondere a quelle dimostrazioni di benevolenza ch’egli usa verso me, prego Vostra Signoria che voglia, mentr’egli starà in Roma, fargli ogni sorta di carezze, e particolarmente invitarlo talora seco a pranso: il che m’immagino che gli debba esser carissimo, perchè gli darà maggior occasione d’intrinsicarsi ne la servitù di Vostra Signoria, de la quale si mostra desideroso. Diedi ricapito a la lettera di Vostra Signoria, intorno a la quale io le scriverò più a lungo. E con questo fine le bacio le mani. Di Ferrara, il 14 d’ottobre.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A BARTOLOMEO DI PORZIA, nunzio in Germania</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ho visto quanto Vostra Signoria reverendissima scrive di me e del mio poema al signor Benedetto Lamberti, e ne ho presa infinita consolazione; non tanto perchè io senta divolgarsi la fama di esso poema da così chiaro e laudato laudatore (chè in questa parte il piacere è mescolato dal dubbio, che la soverchia espettazione non sia per essergli troppo acerba avversaria), quanto perchè ho compreso e da le parole che scrive, e da gli uffici che ella fa per mia riputazione, che l’amor suo verso me non ha bisogno di presenza che lo scaldi, nè di lettere che gli facciano puntello; ma è saldissimo e fervente ne la lontananza e nel silenzio. Del che se ben avea prima certissimo argomento per quello che passò tra il signor duca mio signore e Vostra Signoria reverendissima, caro e dolce nondimeno m’è stato questo nuovo testimonio; e le giuro che di tanta stima è presso me l’esser amato da Vostra Signoria, ch’io l’antepongo ad ogni applauso del mondo, ad ogni gloria che potesse recarmi il mio poema; ed assai mi parrà d’esser glorioso appresso i presenti e i futuri, ne’ quali si ritrovi fior di giudizio, s’io da loro sarò conosciuto come amato da Vostra Signoria reverendissima.</p>
               <p TEIform="p">In quanto al mio poema, io aveva comincio quest’agosto l’ultimo canto; quando assalito da una improvvisa quartana e da una infinita languidezza deposi la penna, nè l’ho poi ripigliata, nè son per ripigliarla sin ch’io non mi liberi o non m’allegerisca alquanto da questo male. Ai Discorsi non posi più mano: ma ho studiato e pensato molto per arricchirli e fortificarli; e molte nuove considerazioni ho trovate, ed osservati molti luoghi ed esempi d’antichi a questo proposito. E se non fosse che questa lontananza di Vostra Signoria è con tanta sua riputazione, e con tanto utile de la cristianità, che non può fra queste considerazioni aver luogo in animo composto il rispetto de’ propri comodi, desiderarei che Vostra Signoria fosse in luogo che ne potesse esser giudice; sì come anco la vorrei più vicina, perchè fossero date da le sue mani le mosse al mio poema verso le stampe; chè so che v’andrebbe più sicuro di buono esito. Altro non m’occorre dirle; se non che, pregandole ogni felicità, le bacio le mani. Il dì 3 di novembre 1574. Ferrara.</p>
               <p TEIform="p">A la dimestica servitù ch’io ho con Vostra Signoria so che facilmente sarà perdonata questa forse soverchia sicurtà di scriverle per altrui mano, avendosi riguardo a la mia presente languidezza. E le bacio di nuovo le mani, ringraziandola infinitamente de’ favori duplicati che ogni giorno ricevo da lei.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A VINCENZIO ALMERICI. Padova, alla cà di Dio</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mi sono risoluto di fermarmi a Padova. Verrò domenica o lunedì, e forse venerdì; ma al più tardi lunedì. Trovatemi una camera; dico una, perchè potrebbe essere che rimandassi il mio servitore a Ferrara: però di questo non son risoluto, e parleremo poi. Smonterò a le stanze di Vostra Signoria, non sapendo dove altrove smontarmi: dia ordine, s’ella non vi fosse, che la padrona non m’escluda, come un bergamasco che io sono; e faccia il favore di procurarmi fra questo mezzo la licenza de la carne, e comprarmi un mastello di vino. E le bacio le mani. Da Vicenza, il 4 di marzo.</p>
               <p TEIform="p">Non verrò certo venerdì, ma domenica o lunedì in ogni modo. Il vino credo che sarà meglio comprarlo a la mia venuta, se pur si può avere pronto ad ogn’ora; pur lo rimetto non solo al suo consiglio, ma anco al suo gusto. Baci in mio nome le mani al signor Giolito, ed a’ paesani.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ho ricevuto l’ultime di Vostra Signoria de i sette di marzo, con lo scattolino; e ne la ringrazio. Il mio sospetto è nel termine ch’io le scrissi per l’altra mia. Sono in grandissima ansietà d’animo, vedendo che Vostra Signoria non m’accusa la ricevuta de’ quattro primi canti ch’io le mandai da Ferrara il 2 di quaresima, nè meno la ricevuta del quinto ch’io le mandai da Padova quindici giorni sono; nè risponde ad alcune mie lettere che vennero co i canti, di molta importanza: di maniera che stimo c’ogni cosa sia mal capitata, almeno que’ primi; ne la perdita de’ quali, oltre la fatica del trascrivere, e ’l dispiacere c’avrei che fossero in mano d’altri, vi sarebbe il danno di molte correzioni de le quali non ritenni copia; e non me ne ricordo. Io gl’indirizzai al Lamberto, consignandoli a suo fratello. Parli con lui; e ’l preghi in mio nome, che faccia tutta quella diligenza che sarà possibile in sì fatto caso. In quanto al quinto canto, vivo in alcuna speranza che possa esser comparso dopo ch’ella m’ebbe scritto. Però non replicherò quello che si conteneva ne la lettera alligata, sin che Vostra Signoria non mi certifichi s’esso ancora si sia smarrito. Io avevo il sesto apparecchiato per mandarlo con questo ordinario; ma mi son risoluto di ritenerlo sin a tanto c’abbia nuova de gli altri: chè non vorrei che tutti fessero la medesima strada. Al particolare del...., abbastanza avrà risposto l’ultima mia lettera, se sarà arrivata.</p>
               <p TEIform="p">Verrà a Roma, inanzi pasqua, messer..., nato d’onorata famiglia; il quale verrà a baciar le mani a Vostra Signoria, desideroso d’esserle servitore. Nè dirò a Vostra Signoria ch’egli sia intendentissimo de le leggi, e molto avanzatosi ne gli studi d’umanità, e di buonissimo gusto ne l’eloquenza così poetica come oratoria; perchè tutto questo credo ch’ella il conoscerà conversandolo. Le dirò solo due cose; le quali desidero che vagliano tanto appresso Vostra Signoria, ch’egli ne sia ricevuto da lei nel numero de’ suoi più intrinsechi. L’una è, che se v’è lealtà e nobiltà d’animo ne gli uomini, è in lui quanto in alcun altro: l’altra, che (trattone Vostra Signoria) è colui ch’io più amo, e da cui più sono amato; ond’è ragione che tenga appresso Vostra Signoria quel luogo di servitù, che terrei io se fossi a Roma. È uomo a prima vista assai freddo, e niente ostentatore di molte cose che sa; e che in somma ha bisogno anzi di sprone che di freno. Però sia contenta (e conceda questa grazia a l’amor che mi porta) di provocarlo talora a quella famigliarità, a la quale non so s’egli da se stesso saprebbe insinuarsi, per molto che ’l desideri. E nel rimanente mi persuado, che non gli mancherà in alcuna cosa del suo favore. Egli è informato di ogni mia intenzione e d’ogni mio fastidio, e con lui potrà Vostra Signoria parlar liberamente de le cose mie. Ben è vero, che di quest’ultimo particolare del... vorrei che se ne perdesse affatto la memoria, perch’io mi sono troppo ingannato, e me ne vergogno. E le bacio le mani. Di Padova, il 18 marzo 1575.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Gran conforto m’ha portato la lettera di Vostra Signoria, perchè io dubitava che i canti fossero perduti; e questo mi faceva temer di peggio. Non resti però d’avvisarmi, quanto prima potrà, che gli altri sieno capitati. E perchè sospetto che la cagion de la tardanza non sia stata curiosità del sig.... o del fratello, c’abbia voluto leggerli lì, e forse trascriverli; supplico Vostra Signoria a farne dal canto suo quelle provisioni che saran possibili, perchè non si divulghino, nè vadano in mano d’alcuno, com’avvenne de l’egloga. E certo io non potrei sentir cosa che più mi dispiacesse per infiniti rispetti. Ne parli di grazia al sig.... su ’l saldo, ch’io ne scriverò al fratello. Scriverò al cardinale Albano, e chiederò che mi faccia grazia d’impetrarmi il privilegio. Fra tanto proccuri Vostra Signoria quel di Napoli e di Parma; chè di Fiorenza non mi risolvo ancora come governarmi.</p>
               <p TEIform="p">Io son certissimo che Vostra Signoria mi ama, e che ne’ miei particolari non ha altro oggetto del mio bene; però ogni testimonio in questo caso è soperchio. Non mi sarebbe discaro saper, quanto a dentro si può, ciò ch’io mi possa promettere del favor del.... Scriverò anche a lui, e con la lettera aprirò la strada a Vostra Signoria ed al signor Lamberto d’investigare la verità. Desidero che mi consigli nel particolare del...., come la pregai per l’altra mia. Le scrissi di mess....: ora le replico, che ogni favore che sarà impiegato da Vostra Signoria ne la sua persona, mi sarà più caro che se fosse impiegato ne la mia propria. Egli se ne viene per viver ne la corte di Roma, e volentieri s’introdurrebbe al servigio d’alcun cardinale: e questo mi scordai di scriverle per l’altra mia.</p>
               <p TEIform="p">Co’ primi quattro canti è una lettera, dove dava ragguaglio a Vostra Signoria di molte mie intenzioni intorno al poema, de le quali credo che sia bene che sia informata: però m’avvisi se l’avrà ricevuta. Le mando il sesto canto; e le manderei il settimo, se non volessi mutarvi una stanza. L’avrà per quest’altro ordinario. In quanto a i nomi, non ho già dato l’arbitrio a Vostra Signoria? Voglio però che sappia, che mi servo più volentieri de i nomi de l’istoria, quando vi sono, che de i finti; come mi pare che per molte ragioni si debba fare. E Dudon di Consa fu un gran cavaliero, che veramente fu a quella impresa; ma Guidone o Ugone o Ottone alcuno non si legge che vi fosse: pur mi rimetto. Quel nome d’Eustazio vorrei ben che mi fosse accomodato alquanto da Vostra Signoria. Intorno a i concieri, credo che dica più che vero, ch’io in alcun luogo abbia peggiorato. Pur mi sarà poi caro l’intenderne il loro giudicio più particolarmente.</p>
               <p TEIform="p">Io credo tornarmene a Ferrara fatte le feste: ma di questo l’avviserò più risolutamente venerdì che verrà. Avrei caro d’intendere se la pratica fu sopita con sodisfazione, e come. Non si maravigli s’io non scrivo a questi cardinali oggi, perchè, oltre le molte occupazioni che mi dà la revisione, non posso supplire a i molti banchetti e a la curiosità de gli uomini, che mi tiene occupatissimo. E le bacio le mani. Di Padova, 26 marzo 1575.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
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               <p TEIform="p">Questa mattina, ch’è il giovedì santo, me ne torno a Ferrara: risoluzione improvisa, ma cagionata da commodità di carrozza e da compagnia d’amici che mi conducono. Lascio al signor Giovan Vincenzo Pinelli il settimo canto, che l’invii a Vostra Signoria; nel quale ho sudato molto, perchè molto avea bisogno di lima: ho cancellatevi molte cose affatto, e ritrattele di novo; quanto felicemente non so: e tanto più ne sono incerto, quanto io sono meno atto a giudicare de i parti ancor rescenti. Questo so bene, che per tutto il canto sono sparse alcune cose che non mi piacciono, e ne ho segnate due o tre. Que’ duoi versi de l’Araldo non li voglio per niente, anzi vo’ dire altro. Nel verso “... ma raddoppiando – Va tagli e punte...” non so se <emph TEIform="emph">tagli</emph> si prenda in significato di colpo tirato di taglio; non piacendo, si muti così: “... ma raddoppiando – Va le percosse...” <emph TEIform="emph">Purpurei tiranni, Povero cielo</emph>” son miei capricci; ma però prima che miei, furon d’Orazio l’uno, l’altro di Dante. Altro per ora non m’occorre di dirle intorno a i canti, riserbandomi ad esser più lungo ne la risposta a le sue, quando l’avrò ricevute: e l’aspetto con grandissimo desiderio, sperando d’intender che i quattro primi canti siano arrivati, e ’l giudizio che n’è fatto da lei e da altri.</p>
               <p TEIform="p">In quanto al rimanente, Vostra Signoria sappia, che in... molti mi molestano, ma nessuno me ne caccia: io però sono risoluto di cedere quel luogo che non credo che facilmente mi fosse tolto; e perchè non mi contento interamente d’esso, e perchè mi pare troppo gran fatica star sempre su lo schermo: nè gli utili e gli onori, o le speranze... sono tante, che meritino tante difese; chè già, per cosa che ’l meritasse, non mi rincrescerebbe il combattere. Verrò dunque a Roma alcun mese dopo la edizione: e fra i doni ch’io ebbi da Urbino, e ’l guadagno che farò del libro, spero ch’io metterò insieme quattrocento scudi. Questi non mancheranno: se il signor duca, o altro Estense, mi donerà alcuna cosa, <foreign lang="lat" TEIform="foreign">lucro apponam</foreign>, ancor che d’uno, cioè del marchese da Este, sia certo che farà qualche dimostrazione. Ma che sono quattrocento scudi, a voler godere i frutti e non consumare il capitale? Pur se bisognerà anco consumare del capitale, son risoluto a farlo. In Roma vo’ vivere in ogni modo, o con buona o con mediocre o con cattiva condizione, se sarà più potente la malignità de la mia fortuna, che ’l favor di Vostra Signoria o d’altri miei signori. I... per patroni non gli vo’ in alcun modo, nè ora nè poi: però Vostra Signoria tronchi ogni occasione che senza alcun mio pro possa solo portarmi una vana sodisfazione, ma con molto mio danno possa movere la mia vanità a vaneggiare; ed avvertisca di non scrivere a... sovra questo particolare cosa che, smarrendosi la lettera e capitando in man d’altri, potesse nocermi. De l’altre pratiche si può scrivere più liberamente. E con questo le bacio umilissimamente le mani: e viva lieta. Di Padova, il 31 di marzo 1575.</p>
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               <head TEIform="head">23</head>
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                  <salute TEIform="salute">AL CARDINALE GIOVAN GIROLAMO ALBANO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io, da che partii di Roma, in questa mia lontananza di due anni ho sempre serbata vivissima memoria de’ favori fattimi da Vostra Signoria illustrissima, e de gli oblighi miei. Da l’altra parte se bene io so, ch’ella con la solita grandezza d’animo suole scordarsi de le grazie che fa altrui, non credo però che si scordi de le persone in cui le impiega; ma stimo che insieme la dimenticanza de’ beneficii conservi la memoria de’ beneficati. Ond’io son certo che a Vostra Signoria illustrissima non sovvenendo forse quanto io le sia tenuto, le sovviene di me come di suo caro servitore. E tant’oltre mi confido de la sua cortesia, che non presumendo cosa alcuna di me stesso, ardisco nondimeno attribuirmi quest’onorato titolo, e me ne glorio e meco stesso e con altri. Ora assicurato da questa fidanza, lasciando da parte ogni scusa del mio lungo silenzio, vengo a pagarle un picciolo omaggio de la mia servitù: e questo è l’avviso del mio stato e de’ miei studi; riserbandomi a riconoscerla per mio soprano signore con maggior segno, quando mi s’appresenterà maggior occasione di poter farlo. Sappia dunque Vostra Signoria illustrissima, che dopo una fastidiosa quartana sono ora per la Dio grazia assai sano, e dopo lunghe vigilie ho condotto finalmente al fine il poema di Goffredo. E questa libertà che m’è rimasa dal male, e che tosto mi rimarrà da le occupazioni poetiche, per nissun’altra cagione m’è più cara, che per poterla impiegare in alcuna cosa di sua sodisfazione, ove si degni di comandarmi. E se, com’io spero, potrò col consiglio d’alcuni giudiciosi ed intendenti dare il poema a la stampa questo settembre, me ne verrò poi a stare alcun mese a Roma: il che prima non ho giudicato che mi fosse lecito di fare, non avendo sodisfatto a quel che mi pareva d’esser obligato col serenissimo signor duca mio padrone; dal qual obligo mi parrà d’essere in parte alleggerito con la dedicazione del poema. E certo molti desideri mi tirano a Roma; ma nissun maggior però, che quello di far riverenza a Vostra Signoria illustrissima, e col consiglio di lei dirizzare il corso de la mia vita. Fra tanto mi confido, che se in alcuna cosa avrò bisogno del suo favore (il che le sarà significato, quando occorrerà, dal signor Scipion Gonzaga), me ne sarà al solito liberale. E con questo umilmente le bacio le mani, desiderandole quella prosperità de la quale è degna la sua virtù. Di Ferrara, il 6 d’aprile 1575.</p>
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               <head TEIform="head">24</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Sono intorno al nono canto, nel quale non mi pare che vi sia molto che fare. Manderei per questo ordinario l’ottavo, se non avessi deliberato di non mandar cosa alcuna, se prima non ho avviso che la precedente sia capitata: e questo dico, perchè lasciai in Padova al signor Pinello il settimo, perchè il mandasse a Vostra Signoria. Come io sia certo che lo Scalabrino sia giunto a Roma, e sappia ove indrizzar le lettere, darò a lui questa cura: che veggio bene ch’indiscrezione sarebbe la mia, s’io volessi co’ miei prieghi gravar di questo fastidio ancora Vostra Signoria, la quale in tante altre cose s’adopera in mio favore ed a mio beneficio; e temo non forse ch’io abbia troppo abusata la sua cortesia e dimestichezza, per così chiamarla.</p>
               <p TEIform="p">Le scrissi per l’altra mia di volere discorrere alcune cose intorno a le annotazioni del signor Barga: ho poi pensato che sarà meglio raccoglier ogni cosa insieme in una lettera, perchè sì come credo ch’in molte cose sarà da me accettato il consiglio altrui, così stimo che potrà talora essere tale che non vorrò accettarlo; ed in questi casi mi pare d’esser quasi obligato a render ragione de la mia deliberazione, che potrebbe forse da alcuni esser riputata arroganza. E tanto più giudico necessaria questa dichiarazione de le mie ragioni, quanto che io so che ’l modo servato da me in questo poema, se bene, per quel che me ne paia, non è punto contrario a i precetti aristotelici, non è però astretto a l’esempio di Virgilio, e meno a quello di Omero: anzi talora se ne dilunga; ma però in cose, secondo me, che non sono de l’esistenza de l’unità, nè per altro de l’essenza de la poesia. Ma gli uomini, che universalmente si movono più per l’esempio che per la ragione, giudicariano facilmente il contrario: nè questo dico per li revisori, a i quali attribuisco molto; ma parlo in generale. E se bene ne’ miei Discorsi ho fatto e farò questo, non mi pare però soverchia la lettera; perchè quelli parlano in universale, e questa avrà particolar riguardo al mio proprio poema, ed a gli avertimenti non accettati. Non argomenti però Vostra Signoria da questo mio pensiero ostinazione o alterezza; chè di già io le dico ch’in alcuna cosa de le dette m’acqueto al giudicio del signor Barga.</p>
               <p TEIform="p">Avrei molto caro d’intendere se la mia lettera, ch’era co’ quattro primi canti, si smarrì o no, perch’in essa scrivea alcuna cosa ch’è necessario che Vostra Signoria sappia. Ora le replicarò solamente, ch’io la prego con ogni affetto, che non le sia grave l’affaticarsi alquanto per mia gloria, particolarmente ne la politura de’ versi; chè certo ve ne sono alcuni, se non son molti, duretti, e talora troppo inculcati; nè a me è venuto fatto di mutarli: e so quanto ella sia buona maestra, non solo nel far di novo, ma nel rapezzare. Dubito ancora di non essere alquanto licenzioso ne le voci latine; però quelle che si potranno tor via senza scemar la maestà, sarà ben fatto che si tolgano. De la copia de’ canti non ho più quella fretta ch’io li scrissi: pur avrei caro d’averne alcuna parte almeno al fin di questo mese. De’ luoghi dubbi, o detti in più modi, si scriva quello che vorrà Vostra Signoria: de gli altri nondimeno avrei caro che si tenesse un poco di memoria in una carta appartata, e mi si mandasse insieme con la copia. A’.... sarà buono che Vostra Signoria non parli così tosto, perchè tardi disegno che gli si mostrino i canti, acciochè la scusa sia più verisimile, quand’io me ne voglia valere. Conosco ch’è mio debito scrivere a ciascuno de’ revisori, e lo farò. Intanto prego Vostra Signoria a baciar a ciascuno di loro le mani in mio nome. E perchè so che lo Scalabrino torrà volentieri ogni fatica per me, Vostra Signoria faccia ch’egli trascriva i luoghi non accettati, e talora altro, se bisognerà; ed io glielo scriverò, come sappia dove. E viva felice. Di Ferrara, il 13 d’aprile 1575.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ho ricevuta la lettera di Vostra Signoria del 9 d’aprile, a me tanto cara, quanto sono tutte le sue, e particolarmente in soggetto che m’importa tanto: e rispondendo dico; che, poi che ’l signor Flaminio concorre co ’l signor Barga, è necessario ch’io creda più a l’autorità loro c’ad ogni apparenza di ragione che mi paia di vedere in contrario. Muterò dunque, come consigliaranmi. Ben è vero, ch’in quanto a l’episodio d’Olindo voglio <foreign lang="lat" TEIform="foreign">indulgere genio et principi</foreign>, poichè non v’è altro luogo ove trasporlo: ma di questo non parli Vostra Signoria con essi loro così a la libera.</p>
               <p TEIform="p">Credo che in molti luoghi troveranno forse alquanto di vaghezza soverchia, ed in particolare ne l’arti di Armida, che sono nel quarto: ma ciò non mi dà tanto fastidio, quanto il conoscere che ’l trapasso, ch’è nel quinto canto, da Armida a la contenzione di Rinaldo e di Gernando, e ’l ritorno d’Armida, non è fatto con molta arte; e ’l modo con che s’uniscono queste due materie, è più tosto da romanzo che da poema eroico, come quello che lega solamente co ’l legame del tempo e co ’l legame d’un istante, a mio giudicio assai debol legame. La contenzione in se stessa, e l’arti d’Armida sono <foreign lang="lat" TEIform="foreign">ex arte</foreign>, come quelle che procedono da un fonte, cioè dal consiglio infernale, e tendono a un fine medesimo e principalissimo, ch’è il disturbo de l’impresa; ma in somma vorriano esser meglio attaccate fra loro. Io aveva già pensato come legarle; ma oltre che non mi piacque interamente il nodo, la fatica mi spaventò; la qual però non sarebbe molta, quando nel rimanente mi sodisfacessi. Vostra Signoria ci pensi, e ne parli con loro, manifestando questo dubbio mio, o accorti o no che si siano de l’imperfezione che mi par di vedervi.</p>
               <p TEIform="p">Nel rimanente potrà forse parer loro, che nel principio del settimo canto ne gli errori d’Erminia e di Tancredi io mi slarghi troppo da la favola; ma in questa parte io ho apparecchiato gagliardissime difese (così mi paiono) e di ragioni e d’autorità: pur mi sarebbe di poca fatica il fare che Tancredi stesso narrasse poi la sua prigionia. In somma mi è paruto, sin che le machine non erano fatte, nè v’era che fare, ch’io mi potessi slargare alquanto, senza però perder di mira il fine del tutto; ma poi che le machine son fatte, e che la guerra si stringe, anch’io mi stringo con la favola, nè me ne parto punto, sin che la necessità, che s’ha di Rinaldo, non me n’allontana. Ma la lontananza anco è in occasione, che per difetto di machina, e di stagione ardentissima, non si può far nulla intorno a Gerusalemme; dove si torna dopo indugio non lungo forse, e certo non inopportuno; nè si lascia mai, sin ch’ella non sia presa. Ho discorso queste cose volentieri con Vostra Signoria, e perch’ella sia informata de la mia opinione, e perchè ne possa informare altri; ond’essi conoscano ch’io so molto bene d’essermi dilatato assai più di Virgilio e d’Omero, procurando di dilettare; ma che stimo però che questa latitudine, per così dirla, sia ristretta dentro a i termini d’unità d’azione almeno, se non d’uomo: benchè i molti cavalieri sono considerati nel mio poema come membra d’un corpo, del quale è capo Goffredo, Rinaldo destra; sì che in un certo modo si può dire anco unità d’agente, non che d’azione. Scrivo in fretta, e confuso: a lei basta accennare, ed è forse soverchio anco questo.</p>
               <p TEIform="p">Le mando con la presente l’ottavo e ’l nono canto; e saranno i plichi diversi; e a l’ottavo sarà alligata questa lettera. Vostra Signoria faccia cercar del nono, se non gli fosse peraventura portato insieme con l’altro. In quanto a l’ottavo, ho da dirle ch’io non rimango a pieno sodisfatto de la congiunzione che ha co ’l precedente canto; ed ancora che prima fosse più distaccato, perchè cominciava da la venuta di Carlo, non so però se quelle quattro stanze aggiuntevi operino tutto quello ch’io vorrei. E di questo potrà ancora Vostra Signoria intendere il parere de’ revisori, essendo ella promotrice del ragionamento. Ed a confessarle il vero, tutto quello ch’è sino al nono trattine i tre primi canti rifatti quasi del tutto, furono fatti in tempo ch’io non era ancora fermo e sicuro, non dirò ne l’arte, ma in quella ch’io credo arte; onde han bisogno di maggior considerazione, che non avrà il rimanente del libro da qui inanti; dove, a mio giudicio, si vedrà miglior disposizione. Il passaggio e la morte di Dano è vero quasi in quel modo ch’è scritto da me; e ne parla Guglielmo arcivescovo di Tiro nel quarto libro. Ben è vero che non Dano, ma Sueno aveva nome il cavaliero: non mi piaceva il nome vero, nè ’l ritrovato mi piace. Tutto ciò ho voluto dirle, perchè molti amano che vi siano molte cose istoriche mescolate. Vero è parimente l’assalto de gli arabi, ch’è nel nono canto: ma di questo, solo parla una Cronica, già datami dal signor duca, d’un Rocoldo conte di Prochese, che fu in quella guerra, pur se ne vede alcun vestigio in Roberto Monaco, ancor che debole. Nel nono io ho aggiunto alcune cose che mi parevano necessarie, e conformi ad una mia intenzione che ho, d’accompagnar la poesia, quanto sia possibile, con passi de l’istoria e con descrizioni de’ paesi: poche n’ho mutate; e fra le mutate io ho peggiorati i versi onde ho tolta la parola <emph TEIform="emph">mori</emph>; ma così bisognava, perchè gli arabi non son mori nè tartari: e bastimi, non v’era alcun cristiano allora. Il verso “Per tempo al suo dolor, tardi a l’aiuto” era troppo rubato dalla Canace. Il verso ove è la parola <emph TEIform="emph">schianta</emph> ho mutato, perchè non so se lo <emph TEIform="emph">schiantar</emph> sia proprio de’ ferri, a cui si converria <emph TEIform="emph">troncare</emph>. Ne l’altre mutazioni ho avuto solamente riguardo d’addolcire il numero, o di torre alcune parole di che non intieramente mi sodisfaccio, come <emph TEIform="emph">canizie</emph>: e potrebbe esser che nel resto avessi peggiorato. Vostra Signoria ne sia giudice. Sappia però, ch’io credo che nel canto ch’è appresso lei, sieno alcune correzioni ch’io non trascrissi nel mio originale.</p>
               <p TEIform="p">Una cosa mi rimane di dirle di molta importanza, e questa si è: che per unire l’azione maggiormente in quanto a la parte c’appartiene a i saracini, e ridurre i lor progressi ad un capo, io avea pensato di aggiungere nel nono canto, appresso le due stanze aggiunte di Solimano, alcune altre ne le quali si dicesse; che Solimano, dopo che fu cacciato di regno, si ritirò ne la corte del re d’Egitto, e che da lui fu posto al governo de l’Arabia; dove stando egli, avea contratta amicizia co’ capi di quelli arabi che non han sede ferma, e gli avea tirati a sua divozione, e del califfo; e che dopo il ritorno d’Alete, il califfo gli fece intendere con maravigliosa prestezza, o forse prima, da ch’egli cominciò a sospettare che i cristiani passassero a l’espugnazione di Gerusalemme, che cercasse di disturbare in alcun modo Goffredo da l’assalto, o di tenerlo a bada insin ch’egli giungesse col maggior esercito. Questo pensiero mi nacque già per alcuna ragione, e per l’imitazion di Virgilio e d’Omero, che uniscono i nemici: ed avendo questo riguardo, giunsi quelle parole nel sesto canto, parlando d’Argante, “Ch’era di Solimano emulo antico;” ed alcune altre nel XVII, facendo gli arabi a divozione o sudditi del califfo. Non ho però voluto far le stanze, le quali però non saranno più che cinque o sei, sin che non ne senta il parer di Vostra Signoria e de’ revisori; perchè potrebbe forse piacere ad alcuno, ch’io mi conformassi con l’istoria, come ho fatto: il che però a me non piace tanto.</p>
               <p TEIform="p">Or passando ad altra materia, prego Vostra Signoria che venendo monsignor Lamberti a Ferrara, come dice, voglia parlarli di tutto ciò c’avrà caro ch’io sappia. Credo che Vostra Signoria a quest’ora avrà visto lo Scalabrino, perc’a punto mi scrive del gran desiderio c’ha d’esserle servitore; o deve avere aspettato mie lettere. Le ricordo i privilegi: e s’è necessario prima sapere il nome de lo stampatore, vederò di stabilir l’accordo con alcuno quanto prima. Qui va pur intorno questo benedetto romore de la proibizione d’infiniti poeti: vorrei sapere se ve n’è cosa alcuna di vero. Patisco infinitamente di non aver qui con chi conferire: e come abbia una parte de’ canti, non sarebbe gran cosa che mi trasferissi sin a Venezia, perchè quest’altra volta non feci nulla.</p>
               <p TEIform="p">Vostra Signoria ne la sua mi dice un no so che di lite: non so s’intenda di lei o di suo cognato. Io m’era rallegrato, essendomi stato riferito che le sue cose erano stabilite co ’l duca di Mantova, com’ella desiderava; e non vorrei essermi rallegrato in vano.</p>
               <p TEIform="p">Di grazia mi faccia favore, per mio contento, esplicarsi de gli episodi inanzi a l’intiera introduzione de la favola. Ne sono alcuni ne l’Odissea, ed altrove; e forse con minor congiunzione a la favola, che ’l mio: ma di ciò un’altra volta. E le bacio le mani. Di Ferrara, il 15 d’aprile 1575.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Sarà con questa mia il decimo canto, il quale non ho voluto indugiare a mandare sino a l’avviso de la ricevuta de gli altri, acciochè non passi tanto tempo da la lettura di quelli a la lettura di questo, che l’uomo si scordi de le cose precedenti; oltre che m’è paruto mill’anni ch’essi abbiano la metà del poema. Voglio però che sappia, che questa è più tosto metà del quanto, che de la favola; perch’il mezzo veramente de la favola è nel terzodecimo, perchè sin a quello le cose de’ cristiani vanno peggiorando: son mal trattati ne l’assalto; vi è ferito il capitano; è poi arsa la lor machina, ch’era quella che sola spaventava gli nemici; incantato il bosco, che non se ne possono far de l’altre: e sono in ultimo afflitti da l’ardore de la stagione, e da la penuria de l’acque, e impediti d’ogni operazione. Ma nel mezzo del terzodecimo le cose cominciano a rivoltarsi in meglio: viene, per grazia di Dio, a’ prieghi di Goffredo la pioggia; e così di mano in mano tutte le cose succedono prospere. Vostra Signoria non aspetti per un mese altro, perchè voglio questa settimana che viene cominciar a purgarmi, e non far nulla per dieci giorni; e poi non ve ne vorrà manco che quindici intorno a l’XI. Se fra questo mezzo mi fosse da Vostra Signoria rimandata la copia de’ canti, l’avrei assai caro, perchè la manderei a Venezia, e non si perderebbe tempo; ed avrei più cara la copia che ’l mio originale, per saper come governarmi ne la scrittura.</p>
               <p TEIform="p">Vostra Signoria mi farà favore a rispondere a tutti que’ particolari che per l’altre mie le scrissi; e di più a dirmi se Barga è cognome o patria del signor Pietro Angeli, e se va nel soprascritto, perch’io vorrei scriverli. Saria facil cosa che fosse rimasa alcuna cosa ne la penna nel X canto, e ancor che l’abbia riletto più volte, non me ne sia accorto: se ciò fosse, non potendo Vostra Signoria per se stessa supplire al difetto, me n’avvisi. <emph TEIform="emph">Furno</emph> io l’ho per sincope, che si possa usare regolatissimamente; sì come <emph TEIform="emph">rifondarno</emph>, e molti simili si dicono: pur dispiacendo, dica ne gli altri modi. Ne l’ultime stanze, ove Goffredo raccoglie di novo i principi perchè si richiami Rinaldo, saria forse bene il dire più minutamente le cose dette da lui, e le risposte da l’altra parte: dubito di tedio. Secondo la via d’Omero, è certo necessario. N’aspetto consiglio; e le bacio le mani. Di Ferrara, il 27 d’aprile 1575.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mi piace l’avvertimento del quarto, e il modo con che consigliano che si debba schivare l’obiezione; e tanto più mi piace, quanto ch’essendo quel governo non così semplicemente regio, che non participasse alquanto de lo stato de gli ottimati, non era verisimile ch’essendo gli altri tutti contrari a Goffredo d’opinione o di volontà, nissuno parlasse; Eustazio massimamente, che s’era così largamente offerto ad Armida, e che, come aventuriero, era sciolto d’alcuni oblighi di quella obedienza che da gli altri si deve al capitano. Farò dunque come consigliano; e mi dà il cuore di far parlare Eustazio in modo, che le sue parole saranno lette con diletto, e che potranno trarre il Consiglio nel suo parere, e Goffredo dirà alcune parole a proposito. Se m’è lecito vantarmi con esso lei, dirò ch’io rivolgea fra me stesso il medesimo pensiero ch’è caduto ne l’animo di Vostra Signoria intorno a l’unione de gli episodi del quinto; e se mi rimanea alcun dubbio, Vostra Signoria me l’ha rimosso, facendo perfette, e quasi colorando quelle cose che nel mio disegno erano rozze e abozzate; onde gliene resto con molto obligo. Ben è vero che, se la fatica non mi spaventasse, vorrei cominciare il quinto da un ragionamento fra Eustazio e Rinaldo; nè per ora scriverò quale. Vostra Signoria non faccia transcrivere le prime stanze del quinto, lasciando luogo a le mutazioni e a le aggiunzioni; ma cominci da la prima stanza, dove si dice chi e qual fosse Gernando. Sovra gli altri avvertimenti avrò considerazione; bench’io credo che quelli del tempo e de la machina non faccian dubbio.</p>
               <p TEIform="p">Vostra Signoria non risponde cosa alcuna a quel particolare ch’io le chiedo con tanta instanza; cioè, se dubita che debba esser negato il privilegio, e se gli amori saranno condennati: ed io, argumentando dal silenzio che così debba essere, me n’affliggo. Se non in tutto o in parte vano è il mio sospetto, me ne liberi di grazia: io non vorrei esser affaticatomi molti anni in vano; pur se così piacesse a chi può, la piaga antiveduta sarebbe men grave. Le ricordo i privilegi di Napoli e di Parma: e la prego che procuri di chiarirsi onde nasce che le lettere scritte da me in diversi tempi arrivino a Vostra Signoria in un medesimo dì: e se vi è fraude, me n’avvertisca; e per più sicurezza mandi le lettere al conte Ercole Tassone: ma l’altre, ne le quali non si conterrà cosa pertinente a questo particolare, e pertinente al dubbio de gli amori, può mandarle a la posta. Potria anco lassare alcun vuoto nel quarto, in quella parte ove sarà il ragionamento d’Eustazio in Consiglio; se però è possibile di far ciò in alcun modo, non sapendosi il numero de le stanze che vi saranno aggiunte. Scriverò per quest’altro ordinario al signor Iacomo. E a Vostra Signoria bacio le mani. Di Ferrara, il 3 di maggio 1575.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
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               <p TEIform="p">Mandai l’ottavo e ’l nono canto, se ben mi ricordo, il decimosesto d’aprile, consegnato qui al maestro de la posta. Vostra Signoria non mi dà nuova de la ricevuta, nè da lo Scalabrino me n’è fatto motto; nè anco d’alcune lettere ch’io scrissi a Vostra Signoria ed a lui per quello ordinario e per l’altro appresso, comechè scriva d’essere stato egli medesimo a la posta. In quelle lettere erano molte cose pertinenti al poema, intorno alcune parti de le quali non mi sodisfaccio: nè vorrei che fossero smarrite; ma più mi noia il dubbio che non siano state intercette, e mi si vanno avvolgendo mille pensieri fastidiosi per la testa. Supplico Vostra Signoria c’usi ogni diligenza per trovare i canti e le lettere; e trovandole, procuri che messer Giorgio intenda dal mastro de le poste, se vennero per quel medesmo ordinario ch’io dico: ed esamini bene se sono state aperte, o no; chè vorrei pur uscire di questo dubbio che m’affligge, cioè, che molte mie scritture siano ritenute, e poi mandate.</p>
               <p TEIform="p">Messer Luca m’ha scritti gli avvertimenti del quarto e quinto canto. Mi piacciono: ed a me diede sempre dubbio, che la risoluzione di Goffredo non paresse poco prudente: ma non ho saputo trovar modo come consolarla; nè ora il trovo, che mi contenti. Messer Luca m’accenna un non so che di parere de’ revisori, ma troppo su ’l generale; e vorrei più particolarmente esser consigliato del modo. Scrissi a Vostra Signoria per la mia ultima, che io nel decimosettimo dico tutte le cose che sono appartenenti a l’apparecchio del califfo, perchè quello mi pare luogo opportuno; ed unisco insieme molte cose che dette sparsamente, oltre che mi romperiano il filo de l’altre, non fariano a mio giudizio tanta impressione ne’ lettori. Ivi appare che ’l califfo era a Gaza, ovver v’avea trasferita la sede, con l’armata in punto per lo sospetto c’aveva avuto molto prima de’ suoi luoghi maritimi. Gaza poi, sì come è vero che fosse frontiera del califfo, così è terra di porto, e tanto vicino a Gerusalemme, che ’l tempo non mi muove dubbio. Scrivea nondimeno, che s’era riputato che non fosse bene lasciare il lettore tanto sospeso in questo dubbio, io ne darei prima alcuna notizia dietro quella stanza:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">Del gran re de l’Egitto eran messaggi,</l>
                     <l part="N" TEIform="l">E molti dietro avean scudieri e paggi.</l>
                  </quote>
Non ostante ciò, perchè non mi torna bene che l’armata egizia comparisca sì tosto per alcuni altri rispetti; cioè, perchè desidero che Guglielmo capitan de’ genovesi venga tardi al campo, come Vostra Signoria vedrà poi; ho deliberato che quel corriero, che viene nel quinto canto, non porti altro che la nova del grand’apparecchio de l’armata egizia. Non si trascrivano dunque quelle ultime stanze del corriero, ma mi si mandino in disparte; e dia Vostra Signoria parte di tutto questo ai revisori. Nel decimo canto v’è una contradizione, che pare ch’io presupponga la corte del califfo in Egitto: e questa è nata, perchè quando io faceva quel canto avea deliberato di porla nel Cairo; e poi per molti rispetti, quando fui al XVII, mutai risoluzione, constituendola ne’ confini di Giudea in Gaza. Volsi mutare quelle parole del decimo che facevan dubbio, e credeva d’averlo fatto, quando serrai il plico del decimo: mi pare poi di ricordarmi ch’io, non compiacendomi d’un verso, soprastessi: in somma, non mi ricordo se fossero da me cassate o no quelle parole che facevan la contradizione, e son queste:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">Che sa le vie, nè di chi il guidi ha d’uopo</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Vêr la montana Arabia e vêr Canopo.</l>
                  </quote>
               </p>
               <p TEIform="p">Le quali, se non son mutate, mutinsi così:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">Che sa le vie, nè d’uopo ha di chi ’l guidi</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Verso il confin de’ palestini lidi.</l>
                  </quote>
               </p>
               <p TEIform="p">Questo ultimo verso è quel che non mi piace, e che mi fe’ soprastare; pure servirà per un <foreign lang="lat" TEIform="foreign">interim</foreign>. Poco più appresso, ove dice “A i gran regni del Nilo è il tuo camino” dicasi: “Verso a l’antica Gaza è il tuo camino.” Mi pare anco di ricordarmi ch’in quella stanza io scrissi <emph TEIform="emph">appono</emph>. <emph TEIform="emph">Appongo</emph> è meglio, e più toscano; chè <emph TEIform="emph">pongo</emph> dicono, e così credo che si debba osservare ne’ composti. Ne la medesima stanza si dà l’aggiunto di <emph TEIform="emph">grande</emph> al viaggio non grande. Vostra Signoria mi favorisca di mutarlo. Tutto ciò scrivo, presupponendo che ’l decimo canto, che mandai poi appresso gli altri, sia arrivato; e deve essere, se la mia sventura non mi perseguita in ogni cosa. A quella stanza ch’è nel primo canto, e comincia “Ha da quel lato, donde il giorno appare, ec.” bisogna fare un segno; perchè mi son lasciato guidare da Guglielmo Tirio, il qual credo che prendesse in ciò alcun errore, come le tavole mi dimostrano. Scrissi per l’ultima mia, e per le smarrite, ch’io non mi compiaceva del trapasso, ch’è nel quinto canto, da Armida a la contenzione di Rinaldo e di Gernando, come di quello che non mi par che leghi bene quelle materie; e credeva certo che senza altro dovesse esser notato da’ revisori. Poichè non l’han fatto, Vostra Signoria conferisca con esso loro il mio dubbio, il quale ne l’altre lettere è più a lungo esplicato. Nel principio del settimo potrà parere ch’io vaghi troppo; e che sarebbe meglio far poi, che Tancredi stesso narrasse la sua prigionia: e di questo intenda il loro giudizio. Di Tancredi è facile il rimedio; di Erminia, non così facile. In somma, come le scrissi, mi pare che la disposizione dal quarto al nono potesse esser migliorata, e che si possa far senza molta fatica: de le parti seguenti mi compiaccio più. Or mi sovviene ch’in molti luoghi del poema si dice, che s’aspetta il soccorso d’Egitto e l’oste d’Egitto: ciò non credo che possa mover alcun dubbio, ancor che Gaza non sia in Egitto. Solo un luogo forse potria parer dubbio; e questo è nel secondo, ove Argante parla ad Alete:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <lg org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="lg">
                        <l part="N" TEIform="l">È da lui ditto</l>
                        <l part="N" TEIform="l">Al suo compagno, or ce n’andremo omai,</l>
                        <l part="N" TEIform="l">Tu in Gerusalemme ed io in Egitto.</l>
                     </lg>
                  </quote>
               </p>
               <p TEIform="p">Credo che ciò si possa dire, come si direbbe che vada in Francia, d’uomo c’andasse in Provenza o in Bretagna o in altro luogo sottoposto al re ed unito con quel regno: pur se offende, dicasi “Io in Gerusalem, tu verso Egitto;” ovvero “Io vêr Gerusalem, tu verso Egitto.” La risposta di Goffredo ancora, ch’è pur nel secondo canto, a gli ambasciatori:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <lg org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="lg">
                        <l part="N" TEIform="l">Or riportate</l>
                        <l part="N" TEIform="l">Al vostro re, che venga e che s’affretti,</l>
                        <l part="N" TEIform="l">Chè la guerra aspettiam che minacciate;</l>
                        <l part="N" TEIform="l">E se non vien, fra ’l Nilo suo ci aspetti.</l>
                     </lg>
                  </quote>
               </p>
               <p TEIform="p">Questa risposta, dico, se ben pare che ponga il re in Egitto, non mi dà fastidio; perchè essendo in modo di bravata, deve parlar de l’intimo del regno. Altro non mi sovviene che dirle in questa o in altra materia. Aspetto con desiderio di sapere che sarà avvenuto de’ canti e de le lettere: e le bacio le mani. Di Ferrara, il 3 di maggio 1575.</p>
            </div2>
            <div2 type="epistola" org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="div2">
               <head TEIform="head">29</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Che a Vostra Signoria non siano dispiaciute alcune mie soluzioni, mi piace molto: desidero nondimeno intendere come gli altri se ne siano sodisfatti. Trasferirò la stanza ch’è nel decimosettimo, nel secondo, com’ella consiglia; ancor che ciò non si potrà fare senza rompimento di quella serie di molte cose ch’io avea ordinate nel decimosettimo, e senza il vizio de la replicazione. A quello ch’ella mi dice, che da le parole d’Argante si comprende la fame e sete ne’ soldati, e non nel popolo solo; risponderò forse vanamente, pur con quella confidenza ch’io soglio con lei: c’a me pare che lo stato de la città si debba considerare da le parole del poeta e non da le parole d’Argante, il quale è di sua natura impazientissimo, e vuol persuadere il combattere; però non si disconviene ch’egli faccia la cosa maggior del vero. Con tutto ciò Vostra Signoria mi scriva quali parole pare a lei che debbano esser mitigate, ch’io mi sforzerò di mitigarle; e ciò farò molto volentieri, perchè, comechè sempre abbia creduto poco al mio giudicio, ora vi credo meno che mai.</p>
               <p TEIform="p">Mi rincresce bene che l’opposizione di che mi scrive messer Luca, cioè che nel quarto stia l’azione principale troppo sospesa, sia di difetto irremediabile; che se di tale non fosse, io vi rimediarei come i signori revisori consigliassero; ancor che, per confessare il vero (colpa forse del mio giudicio), io non intenda l’opposizione, nè conosca il suo valore. Che cinque o sei stanze si spendano fuor de l’azione principale, e senza parlar punto di lei, non veggio come possa parer strano a coloro i quali mettono la favola de l’Iliade non ne la guerra troiana ma ne l’ira d’Achille, e che credono esser vero quello che dice Aristotele, che i due cataloghi, l’un de’ quali segue a l’altro, siano episodi ne l’Iliade; ch’episodi essi non sarebbono, se la guerra troiana fosse favola: oltra molte altre ragioni che ciò provano, de le quali ne’ miei Discorsi: perchè se così è, sta talora per molti libri intieri sospesa ne l’Iliade la favola principale. Non confesserò dunque che siano ne l’arti d’Armida tante stanze, che da esse si possa argomentare lunghezza di tempo. Ora considerando il tempo speso in quel canto, io non mi risolvo se ’l consiglio diabolico sia episodio o più tosto parte de la favola. Ma siasi episodio: in un’ora si può fare tutto ciò c’appartiene al Consiglio ed a la trattazione del diavolo, al ragionamento del re con Armida, al viaggio d’Armida. A l’arti usate da lei nel campo non credo che sia necessario d’assegnare più di dodici giorni di tempo, perchè in sei o ’n sette giorni si viene di Damasco in Gerusalemme. Che la sospensione di dodici giorni sia molta, non ardisco di negare, nè posso dire che mi paia: dirò bene, che nessuno episodio è in Virgilio, nè forse in altro buon poeta, men necessario, men congiunto a la favola, e di minore operazione, che i giuochi fatti a la sepoltura d’Anchise; però chè quelli fatti ne l’esequie di Patroclo, onde nacque l’imitazione, sono molto più dependenti da la favola. Ma in questa parte, ch’è nel quinto libro, dieci giorni si spendono, de’ quali otto dì non si fa niente, nel nono fannosi i giuochi. Dunque gli otto sono o vani o ’n grazia de’ giuochi: quai giuochi poi, non so di che cosa siano in grazia, ed a che tendano. Vostra Signoria legga dal verso:
<quote rend="block" lang="lat" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">Postera cum primo stellas oriente fugarat;</l>
                  </quote>
sino a quell’altro:
<quote rend="block" lang="lat" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">Expectata dies aderat nonamque serena;</l>
                  </quote>
chè vedrà essere come io le dico. E se così è, perchè è lecito a Virgilio soprastar dieci giorni da la favola; e a me dodici, o siano quindici, non lece? soprastando egli in occasione ch’Enea molto bene potea seguire la sua navigazione fatale e necessaria; e io in occasione che i cristiani, senza machina, non potevano seguire i progressi de la guerra. Oltre ciò consideri, prego, Vostra Signoria, che è meglio: spendere dieci giorni in ozio, o ne l’operazione d’alcun episodio? in ozio si spendono questi nove, in ozio nove de la tregua in Virgilio, e nove in Omero; e se non in ozio, in operazione ch’importa poco tempo, e ricerca poche parole. Io (guardi s’era arrogante) mi credeva che ’l tempo che ne l’epopeia passa così invano, rispondesse in un certo modo a la scena vota, ch’è ne la tragedia e ne la comedia: però dicendo la mia istoria, che i cristiani spesero un mese ne la composizione de le machine (il luogo è in Guglielmo Tirio, libro 8, capo 10), mi pareva di meritar molta lode, di aver saputo fare in modo che la mia scena epica (per così dirla) non rimanesse vota per questa occasione, come rimane alcuna volta in Virgilio ed in Omero, ne’ quali in una parola si passano dieci giorni. E poi ch’è necessario, come dice Aristotele, che la favola per se stessa breve cresca a perfetta grandezza per gli episodi, mi compiaceva più che mediocremente d’aver introdotti quasi tutti gli episodi non solo di molta o d’alcuna operazione, ma anco in tempo ch’i cristiani per difetto di machine non possono fare nè molta nè alcuna operazione intorno a Gerusalemme. Questa fu la mia credenza, o la mia vanità, se così pare; ne la quale ora credo e non credo d’essermi ingannato, movendomi d’una parte l’autorità de’ vivi, da l’altra quella de’ morti, ed alcuna mia ragione. Ma ingannato o no che mi sia, non vedo modo a la mutazione, se non mi è mostro.</p>
               <p TEIform="p">Se le Signorie Vostre sono lente a la revisione, io vi son lentissimo da la mia parte; sì che anzi mi si conviene l’essere affrettato che l’affrettare. E con questo le bacio le mani. Di Ferrara, il 14 di maggio 1575.</p>
            </div2>
            <div2 type="epistola" org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="div2">
               <head TEIform="head">30</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Per quest’altro ordinario risponderò a tutti i particolari c’appartengono al privilegio, e scriverò al signor Iacomo in ogni modo. Ho cominciato a distendere l’argomento de la favola e de gli episodi interseritivi, così in prosa; ma occupato da un dolor di testa eccessivo, non ho potuto finirlo. Il finirò, e manderollo mercordì; ed in esso potranno i signori revisori considerare parte di quel che desiderano, e ch’è necessario: è ben vero che la spiegatura è assai breve, sì che se talora non v’apparirà come l’una parte si congiunga con l’altra, apparirà almeno intieramente qual sia la favola.</p>
               <p TEIform="p">Il dubbio del signor Flaminio ne l’ottavo mi piace; e mi fa spiacere quella parte. “I miracoli sono soverchi e, quel ch’è peggio, non belli; e quel canto poco legato e con l’anteriore e fra se stesso: ma molte volte si fanno de le cose, perchè non ne sovvengono de le migliori.” Strettezza di narrazione non mi par già di vedervi, massimamente parlandosi in persona d’altri; c’a queste tali narrazioni si conviene minor larghezza, c’a quelle fatte dal poeta <foreign lang="lat" TEIform="foreign">immediate</foreign>. A quel che dice il signor Barga de la fame, non assentisco: e’ vi è pure alcun vestigio di fame in Virgilio ed in Omero; ma Vostra Signoria non dica altro, sin ch’io non mi dichiaro meglio. Nel decimo non s’ha intiera cognizione de l’arti d’Armida e del caso de l’armi di Rinaldo: s’avrà poi; e però questo sia per avviso. Il lasciar l’auditor sospeso, procedendo dal confuso al distinto, da l’universale a’ particolari, è arte perpetua di Virgilio; e questa è una de le cagioni che fa piacer tanto Eliodoro, ed è molte volte usata (male o bene, non so) in questo libro. Siale ora per esempio Erminia, de la quale e de gli amori de la quale s’ha nel terzo canto alcuna ombra di confusa notizia: più distinta cognizione se n’ha nel sesto; particolarissima se n’avrà per sue parole nel penultimo canto, che s’io non m’inganno... Ma dove trascorro? Vostra Signoria il vedrà.</p>
               <p TEIform="p">“E quando nulla a la mia donna avegna” non è ben detto, com’ella avvertisce: se le verrà fatto di conciarlo, il riceverò in sommo grado. “Infin la torre” è ben detto, senza alcun dubbio. Dante, Giovan Villani, il Boccaccio accompagnano questa particella <emph TEIform="emph">infino</emph> con l’accusativo, senza la preposizione <emph TEIform="emph">a</emph>: ho notati i luoghi, ma non ho tempo di cercarli. Messer Luca, che è dantista, è, s’io non m’inganno, già avvertito da me di quest’uso, facilmente n’avrà alcuno in pronto.</p>
               <p TEIform="p">Vostra Signoria mi gonfia di tanta ambizione con sì segnalato favore, com’è ch’ella trascriva di sua mano sì lunga Iliade, ch’io non ne capisco in me stesso. La cortesia d’Alessandro non si paragoni a questa, nè Alessandro a Scipione in molte cose. Io non voglio entrare ne’ ringraziamenti; chè questo campo omai non voglio correr con lei. Di grazia, rinnovi le mie scuse col signor Barga, e mi conservi in sua grazia. E con questo le bacio le mani. Di Ferrara, il 20 di maggio 1575.</p>
            </div2>
            <div2 type="epistola" org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="div2">
               <head TEIform="head">31</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A LUCA SCALABRINO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Manderò fra diece o quindici giorni, al più lungo, l’undecimo e ’l duodecimo canto: e seguirò poi, mandando gli altri di mano in mano: chè mandargli tutti, e così tosto, come il Signor desidera, è impossibile, non essendo ancora rivisti da me. Ma perchè i revisori si compiacciano di veder tutta unita la testura del poema, ho preso per espediente di scriver l’argomento d’esso in prosa, e mandarlo loro; e per quest’altro ordinario l’avranno.</p>
               <p TEIform="p">“Donna, se pur tal nome a te conviensi, ec.” Ben si pare che l’avvertimento vien da Roma, e par che senta ancora un non so che del collegio germanico. Ma io chiederei: onde si raccoglie che Eustazio dubiti che sia una dea, e qual parola del poeta accenna questo? e perchè non si può credere ch’egli dubbiti che sia un angiolo, quasi che ne la natura angelica sia sesso; e che, volendo apparire un angiolo in forma umana, non possa vestire la figura così di donna come d’uomo? Già questo è ammollito da l’uso: “Nova angioletta sovra l’ali accorta.” E molte cose simili si dicono, e scrivono: ma io non voglio tanta filosofia in Eustazio, giovanetto, com’io lo descrivo, inconsiderato; ma rispondo, a mio giudizio, realissimamente. Il poeta deve esprimere ed imitare in Eustazio il costume ed il parlare de’ giovani o amanti o proni a l’amore; a’ quali apparendo nova bellezza e maravigliosa, sono rapiti da l’affetto a dir cose sovra la lor credenza; a chiamare il luogo dove loro appare la donna paradiso, e lei dea: non già perchè così veramente credano; ma perchè la grandezza de l’affetto e l’uso e l’adulazione amorosa ricercano parole smoderate ed iperbolice. Quest’uso de gli amanti imitando, i poeti dicono:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">In dea non credev’io regnasse morte.</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Angioletta gentil di paradiso.</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Esser credea nel cielo.</l>
                     <l part="N" TEIform="l">E ’l core in paradiso.</l>
                  </quote>
               </p>
               <p TEIform="p">Nè però son messi a l’Inquisizione: anzi l’uso ha tanto ammolliti i nomi ed i concetti sì fatti, che da essi non si può argomentare altro, che l’opinione d’un’eccellente e singolar bellezza. O dunque Eustazio la crede un angiolo, o parla con l’iperbole amorosa: Diana o Venere non se la pensò mai egli, per quanto m’ha giurato a fé di cavaliero.</p>
               <p TEIform="p">– <emph TEIform="emph">Figli d’Eva</emph>, <emph TEIform="emph">Seme d’Adamo</emph>, <emph TEIform="emph">Figli d’Adamo</emph>, sono frequenti presso Dante e gli antichi; ed a me tale elocuzione piace oltra modo. – <emph TEIform="emph">Rese</emph>. So ben io che la nostra accademia padovana ne la revisione de le rime, instigando l’Atanagio, l’escluse da le Rime Eteree, e forse non da tutte. E veramente non si trova ne’ colti antichi: e s’io il potessi fare senza molto disconcio, volentieri il torrei via. – <emph TEIform="emph">Come l’oro saria</emph>; forma leggiadrissima, e virgiliana: <emph TEIform="emph">Come l’oro faria</emph>; plebea. – <emph TEIform="emph">E ’n quattro o ’n sei</emph> percosse. V’avete voluto vendicare con l’acerbità de le parole, poich’io non rimossi il verso che vi spiaceva, a’ vostri conforti. Veramente è vulgare e basso, e bisogna mutarlo: saprà però chi non lo sa, che la numerazion de’ colpi non così è propria di Bovo, che non sia anco d’Omero.</p>
               <p TEIform="p">A l’episodio di Sofronia opposero: prima, che fosse troppo vago; appresso, che fosse troppo tosto introdotto; ultimamente, che la soluzione fosse per machina. A le quali opposizioni risposi, secondo me, veramente e realmente, mostrando ch’erano di non molto valore. Ora voi mi scambiate i dadi in mano, referendomi che pare che non sia fortemente connesso. Di questo, in vero, io sempre dubitai; e voi il sapete, che ve ’l dissi quando il faceva: ma non è però così poco attaccato, che non ve ne siano de’ manco attaccati in Virgilio ed Omero: pure vo ripensando se si potesse stringer più con la favola. Ho il medesimo dubbio de la narrazione di Carlo, e già l’ho scritto al signore Scipione: nè solo quell’episodio mi pare male attaccato, ma la ventura de la spada dubito che senta del romanzo. Chi potesse fare che tutto quel canto non contenesse altro che la sedizione, allungandola con altre circonstanze, saria forse meglio; comechè ne la narrazion di Carlo sian molte parti de le quali mi compiaccio. Date parte di tutto ciò ch’io scrivo, al Signore: e vivete lieto. Di Ferrara, il 24 di maggio 1575.</p>
            </div2>
            <div2 type="epistola" org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="div2">
               <head TEIform="head">32</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A LUCA SCALABRINO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io credo che siate in collera meco, e n’avete cagione; pure vi prego a lasciarla. Lessi a le Casette l’ultimo canto a Sua Altezza, per quanto mostrò, con infinita sua sodisfazione; e con la prima occasione, la quale non potrà tardare oltre quindici o venti giorni, comincierò a rileggerlo tutto ordinatamente da principio.</p>
               <p TEIform="p">Ritornando a Ferrara ho ritrovato una vostra lettera, ed in essa veduta l’opposizione al nono. Io aspettava in questo luogo a punto del nono una opposizione, ma non questa che mi è stata fatta; anzi, molto diversa. L’opposizione mi parea che dovesse esser tale: che indarno i cavalieri amanti d’Armida e Tancredi sono stati allontanati dal campo, se senza essi resta vincitore il campo cristiano, e se ’l lor ritorno opera così poco a la vittoria; dove parrebbe ragionevole, che la vittoria in gran parte devesse dependere da la tornata loro: così per mostrare, che di non poca conseguenza erano state l’arti d’Armida e gli altri episodi precedenti, come per attribuire tanto più a Rinaldo ch’è autore, per così dire, de la loro liberazione e del lor ritorno; sì che questa vittoria ancora venisse, in un certo modo, a riconoscersi da lui. Questi dubbi aveva io intorno a quella parte, i quali mi pareano di tanta importanza, c’andava deliberando di far che l’aiuto giungesse un poco prima, quando la battaglia era incerta: il che si potrà fare con la sola mutazione di tre o quattro stanze, con pochissima difficoltà. Il dubbio vostro non mi muove punto. Sono tra’ saracini, Solimano, Argante, Clorinda valorosissimi; tra’ cristiani, Goffredo, che si può e si deve opporre e preporre (tale è la fama, e tale sempre il dipingo) a ciascuno di loro: gli altri due non avranno incontro di due altri soli che lor resistano, sendo lontani Tancredi e gli altri. E quel che s’è detto prima da me de la bravura di Argante e di Clorinda, s’è detto sin a questo termine, cioè; che ciascun altro del campo cristiano (trattine i tre primi, Goffredo, Rinaldo, Tancredi) sia considerato da per sè inferiore a ciascun d’essi. Ma sono però, come appare nel settimo, rimasi nel campo cristiano Balduino, i due Guidi, Ruggiero, Gerniero, Pirro, il conte de’ Carnuti, Normanno, Eberardo, Stefano, Rosmondo, Odoardo, Gildippe, Raimondo; de’ quali ciascuno s’offerì di combatter con Argante in pugna singulare. Questi tutti insieme non è dubbio che non siano giudicati atti a resistere a Clorinda e ad Argante, andando la cosa non da due a due, ma da quattordici a due. Omero fa che Enea, molto superiore a ciascun greco (trattine Achille, Diomede, gli Aiaci ed Agamennone), avendo certa la vittoria sovra Menelao, come Antiloco si congiunge a Menelao, lascia subito la battaglia, e si ritira: e pure Antiloco non è nè de’ primi nè de’ secondi. E ch’io non discordi da me stesso, chiaramente si vede nel settimo, dove non entrando Goffredo in battaglia, Argante e Clorinda cedono il campo a Balduino, ed a la sua schiera. Se dunque Goffredo può contraporsi a Solimano, e Raimondo seguitato da sei o otto di que’ principali rimasi può esser giusto contrapeso a Clorinda e ad Argante (che è verisimile, perchè seguìto da gli altri); essendo sopragiunto il giorno, scacciati i demoni da l’angiolo, combattendo da una parte un esercito d’Europa ferocissimo, veterano, bene armato, invecchiato ne le vittorie; da l’altra, una moltitudine di arabi tumultuari disarmati, e di soriani, non vi essendo altro di robusto che una squadra di turchi; certo è ragionevole che non solo vincano i cristiani, ma molto presto: e mi è sempre paruto che ’l far la vittoria doppo il giorno tarda e faticosa, non avesse del verisimile, e fosse con poco decoro del campo cristiano, ch’io formo valorosissimo, e tale è per fama. Quanta stima si debba fare de la fama, la quale può derivare ancora da molte istorie concordi, rispondendo ad alcun’altre opposizioni il dirò con Orazio ed Aristotele; sì che quest’altro dubbio fu cagione ch’io non volessi attribuire totalmente la vittoria a l’aiuto dato da Tancredi e da gli altri che seco vennero, parendomi di fare troppo torto al campo cristiano. Considerisi che la lontananza d’Achille sola non basta a far vittoriosi i troiani, ch’in ogni modo i greci avrebbono vinto facilissimamente. Ma Omero, volendo da una parte non dire cosa indegna de l’opinione che s’avea di quel campo de’ greci; da l’altra, fare che l’oste troiana metta in fuga la greca, ed assalti il muro, riparo suo difficilmente da lei difeso; ricorre a Giove, fingendo che non la virtù d’Ettore, per grande che sia, ma ’l favor di Giove dia la vittoria a’ troiani. Io non posso ricorrere a Dio in questo caso, e far che ’l suo favor dia la vittoria a’ saracini; chè sarebbe, se non impietà, almeno stranissima ed insopportabile poesia: nè altra via mi è sovvenuta, con la quale si potesse dare la vittoria a’ saracini. In somma non ho giudicato bene, per molte altre cagioni che scriverò in altro proposito, far perdenti i cristiani in battaglia campale. Da l’altra parte era necessario indurli in molta necessità, volendo fingere necessario il ritorno di Rinaldo. Patiran dunque grandissimo danno ne l’assalir della città; saran loro spezzate bruciate le machine, impedita la via del farne de l’altre; e saranno in somma in stato, che se non temeranno d’esser rotti in campo, dubiteranno almeno d’esser constretti partirsi vergognosamente da l’impresa; e sarà chi tenterà persuaderlo: e colui ch’è attore, assai perde quando non vince. Così mi governo ne i canti seguenti per far necessario il ritorno di Rinaldo, come è necessario a la vittoria de’ greci che Achille vesta l’armi. Se bene o male, altri sel veda. Questo so bene, ch’io non sono più in tempo di mutare; nè muterò. Ma in quanto al nono canto, se, considerate tutte le ragioni da l’una e da l’altra parte, giudicheranno i signori revisori che si debba attribuire la vittoria a l’arrivo de’ cavalieri sopravegnenti, che non sono già tutti aventurieri, io il farò: ed inchino a l’opinione che si debba fare, non ostante gli altri rispetti: e sarà facile il farlo; anzi di già l’aveva comincio, e poi mi ristetti.</p>
               <p TEIform="p">Ho considerato, dopo avere scritto le precedenti cose, su ’l progresso de l’azioni fatte da Argante; e trovo che due volte inanzi al nono (una nel terzo, l’altra nel settimo) si trova in battaglia; e sempre al fine è costretto, se bene in maniera onoratissima, di cedere il campo a’ cristiani: e la penultima volta non v’era nè Rinaldo nè Tancredi nè alcuno che mancasse ne l’ultima; sì che non so vedere perchè, facendo questa terza volta quel che ha fatto ne l’altre due prime, si mostri dissimile a se stesso. Io non ricevo affatto nel mio poema quell’eccesso di bravura che ricevono i romanzi; cioè, che alcuno sia tanto superiore a tutti gli altri, che possa sostener solo un campo: e se pure il ricevo, è solo ne la persona di Rinaldo: chè se da lui a gli altri amici e nemici (trattone Goffredo; al qual, com’a capitano, non son lecite alcune cose) non fosse molta differenza, scioccamente il poeta gli attribuirebbe tanto. Vedrassi al suo luogo, che Rinaldo scorre la battaglia a sua voglia: non avviene il medesimo de gli altri. Voi vi devete ricordare con quanta facilità uccide Solimano e gli altri principali del campo egizio: dove a l’incontra, fra Tancredi ed Argante la battaglia è molto dubbiosa; e l’uno riman morto, l’altro tramortito. E ’ntorno a questo proposito ho considerato, che questo sommo eccesso di bravura è da Omero concesso ad Achille solo, non ad Aiace o a Ettore. E questa gran differenza ch’è da Achille a gli altri, è introdotta con maggior arte, che la poca ch’è fra Ruggiero e Rodomonte, se Ruggiero è così necessario a gli africani. Onde dunque si raccoglie, che questo eccesso di valore in Argante sia tanto grande, che possa agguagliare un popolo imbelle ad un fortissimo? da alcuna sua precedente azione? Certo no. Forse da parole dette da me, descrivendo il suo valore? Potrebbe essere che ve ne fosse alcuna (chè non mi ricordo tutti i luoghi) che dinotasse ciò. Ma questo non monta nulla, perchè il poeta non è obligato a corrispondere a le comparazioni ed a l’iperbole poetice co’ fatti; perchè, se ben si dice c’uno è più impetuoso d’un fulmine o d’un vento, non però è necessario che faccia a gran pezzo ciò che farìa un fulmine o un vento. Dice Virgilio, che Camilla poteva correre sovra l’acqua senza bagnar le piante: però se fosse occorso il caso di passare un fiume, l’avrebbe fatta notar, non correre o caminare su l’onde. Omero, parlando de la velocità d’Achille, il prepone a i venti: nondimeno, seguendo Ettore (de la velocità del quale cosa alcuna grande non si narra), gira tre volte Troia intorno intorno, prima che ’l possa giungere; nè già Ettore è aiutato da Apollo, se non verso l’ultimo. Or riepilogando: il poeta, fingendo un cavaliero, deve servar in lui un perpetuo tenor d’azioni, e corrispondere a’ fatti co’ fatti; ma non è necessario che co’ fatti corrisponda a le parole dette per aggrandimento poetico. Ed a me pare che Argante ne le sue operazioni sia sempre il medesimo, nè mi pare d’esser obligato a più.</p>
               <p TEIform="p">Leggete al Signor questa lettera, mandando inanzi il protesto, che non intendo che la confusa ed inelegante spiegatura mi pregiudichi: egli poi, se le parrà che le mie ragioni il vagliano, potrà conferirle co’ revisori. Non sarebbe male che le lettere che ho scritte o scriverò in questo proposito si serbassero: ma questo dico a voi in secreto, e voi fate quel che vi pare. Vi sono alcune considerazioni, che Dio sa se me le ricorderò mai più.</p>
               <p TEIform="p">In Venezia non ho potuto trovar tavola alcuna di Gerusalemme, venale; nè per altra via: sì che mi maraviglio ch’in Roma ve ne siano de le stampate. Quelle di tutta Palestina non fanno a proposito; perch’io vorrei il sito particolare de la città, ch’in quelle non si conosce.</p>
               <p TEIform="p">Questa sera, ch’è del dì del Corpo di Cristo, si va a cena a Belriguardo: dicesi che torneremo dimane, ma non è certo. Se torneremo, manderò a ogni modo l’argomento de la favola. E con questo vi bacio le mani. Di Ferrara, il 2 di giugno.</p>
               <p TEIform="p">Mostrate questa scrittura al Signor nostro illustrissimo, pregandolo che non parli con uomo del mondo del contenuto in essa, nè pur l’accenni; ed io non ne ho voluto toccare cosa alcuna ne la lettera che gli scrivo, acciò che, se gli parrà, possa mostrare la lettera a chi vuole. La differenza fra...... e me, assai disputabile, e forse sola disputabile fra coloro ch’intendono l’arte addentro, è questa. Vuole.... che l’azione del poema sia non solo una ma d’uno, e d’uno <emph TEIform="emph">numero</emph>, non <emph TEIform="emph">specie</emph>; benchè la seconda condizione non si trovi mai nè espressa nè accennata da Aristotele: e si fonda su l’esempio de’ poemi omerici, e sovra alcune sue ragioni. Voglio io che l’azione debba necessariamente esser una, e che possa esser d’uno <emph TEIform="emph">numero</emph>; ma che possa esser ancora nel poema eroico, non in altri poemi, una di molti, pur che que’ molti convengano insieme sotto qualche unità; e che questa tale unità de’ molti, come che assolutamente sia meno perfetta, è meno perfetta ne la tragedia; ne l’epopeia nondimeno (tale è la sua natura) sia più perfetta: e ciò si prova con ragione, e con autorità d’Aristotele. Il Barga, per quanto mi scrisse il signore Scipione, mostrò d’esser de la mia opinione: ora, non se n’accorgendo, non solo passa, ma precipita inevitabilmente ne l’opinione del....; perc’ogni volta che faccia che i cristiani senza Rinaldo non possano in battaglia (il che però non fa Omero de’ greci senza molte circostanze) resistere a i saracini, l’azione inevitabilmente necessariamente è una d’uno, non più una di molti in uno; però che tutti gli altri non solo sono inetti senza il principale a conseguir il fine principale, cioè la vittoria, ma sono anco inetti a temporeggiare ed a tutte l’altre cose; di maniera che intervengono nel poema non più come partecipi de la vittoria e de l’azione principale, ma come difesi, come liberati dal principale, ed in somma come coloro che de la loro vergogna porgono materia a l’altrui gloria. Avvertasi che quel.... sa più che molti non credano; e che concessogli questo punto, che pare a gli uomini che non sia in pregiudizio nè d’Aristotele nè de’ poeti antichi, passa a cose maggiori: e come avviene c’una eresia porta seco un’altra in conseguenza, conclude con questo mezzo un’altra conclusione che segue inevitabilmente: cioè, che l’arte d’Aristotele sia manca ed imperfetta; ed il poema di Virgilio non solo molto imperfetto, ma molto più imperfetto de l’Ancroia. A dedurre questa conseguenza da la prima conclusione vi bisogna poca fatica; pur io per ora non ho tempo di scriver più oltre. Credamisi; o chi non mi vuol credere questo, creda almanco ch’io non sia cieco affatto. Bisogna dunque fermarsi sovra quel primo passo, ed in quel farsi forte: che l’azione possa esser una di molti in uno; talmente però, che oltre il principale, gli altri concorrano ancora come partecipi de la vittoria. Questo solo si può difendere e tenere, se dopo il discorso di molti anni conosco cosa alcuna. Gli altri, che paiono forti, al primo impeto saranno presi. E sappiate che ’l.... si ride di tutte l’altre difese; e di questa sola, se ben nol mostra, ha paura, e va in collera con chi gliene parla. Chi cede questo punto, è spedito e spacciato affatto il mio poema; ma in compagnia così onorata, che non gli dee rincrescere. Questa controversia, ch’è fra.... e me, fu causa ch’egli giudicasse, per quanto ho poi compreso, che non si potesse far poema esatto sovra l’istoria di Gerusalemme, onde tolgo l’occasion del poema; e ch’io non mi sia mai risoluto di volere in ciò il suo giudizio, sapendo che s’io avessi voluto seguire il suo consiglio mi conveniva fare un altro poema, nel quale non avessi mirato punto a la sodisfazione del mondo presente, nè fatto stima de l’autorità di Virgilio. Ora, ancora che io intenda che tutte le ragioni del...., ed in particolare quelle che saranno dirette contra il mio poema, si possono rigettare; ho però caro d’essere io quello che con gli scritti miei prevenga l’offese, e faccia alcuna buona impressione ne l’opinione de gli uomini; perchè so molto bene quanto possa la prima impressione. I miei Discorsi, precursori di tutto l’esercito de l’eloquenza, faranno la scoperta. Fra tanto non ho caro che si movino questi umori; chè peraventura (e perdonimi il mio Signore) nè egli s’avvede intieramente, nè il signor Barga, quanto importi questo motivo. E vi bacio le mani. Vo’ pure aggiunger questo: che se bene Omero ed io convenimo in questo, che ciascuno forma un cavaliero fatale e necessario, differimo però in un’altra cosa di molta importanza: differimo nel fine a ch’è dirizzato il cavaliero; perchè io ho per fine l’espugnazione di Gerusalemme, ed egli non quella di Troia: la qual diversità è di tanta importanza, che in molte altre cose è a me lecito e necessario essere in parte diverso. Considerisi questo punto; e s’io non sarò inteso, mi dichiarerò poi.</p>
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               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A LUCA SCALABRINO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Signor mio zoroastrissimo. Altro ch’il signor Piero a cui per eccellenza si convenisse il nome di Strozza, non ho sentito nominare; però quel signor Strozza vostro, <foreign lang="lat" TEIform="foreign">de quo in causa</foreign>, non saprei indovinare chi si fosse. Ho molti amici di questo cognome in Venezia, in Mantova e in Ferrara. Veggiamo che non sia il signor Piero risuscitato da voi con la vostra arte magica, o pure il conte Palla; co ’l quale è possibile che abbiate parlato in quel modo che mi scrivete d’aver parlato co ’l signor Scipione Ruggiero, il quale da due mesi in qua ogni giorno è stato visto da me in Ferrara, e voi l’avete avuto sempre presente in Roma in questo tempo medesimo. Orsù, come tornate vo’ che mi facciate trovare una sera ne la camera quel monsù di Rondan, di cui mi scriveste; benchè stando anco voi in Roma, il potrete far venir qui d’India non che di Francia. Ma senza burla: chi volete che v’intenda, s’ora scambiate i nomi, ora gli tacete? Ascanio forse voleste dire, e diceste Scipione. Ma quello Strozza chi è? Questo non saprei così bene indovinare. Orsù, anch’io vo’ trovar l’arte: – Belzebù, ti scongiuro per la deità del Cantone, ec. – Eccoti! io il so; è il signor Giulio. C....! l’avete trovato il messo fedele: è gentiluomo veramente gentilissimo, ma non ha conscienza scrupolosa in queste cose. È cortigiano in fatti, galante come son io e ci siamo trovati insieme in <foreign lang="lat" TEIform="foreign">fractione panis et sigilli</foreign>; chè, rompendo un sigillo, abbracciamo poi la lettera. Vuole, in somma, vedere i secreti che son contenuti ne le lettere che gli capitano ne le mani: pensate quel che farà de’ bandi d’Apollo! chè tali sono le poesie. Mi contento che ne tolga una copia. Sia qui fornito il male, ch’io dico gran mercè a la provvidenza del signor Scipittone. Egli m’immagino che sia l’autore di questo consiglio ottimo: e si crederà d’aver assicurati i miei canti con que’ suoi sigilli mirabili, che sono tanto belli ch’è un peccato a guastarli; ed io per me non ardisco talor d’aprir le lettere per non guastar cosa sì bella. Il riso non mi passa il gozzo; e se non fosse che ’l signor duca m’ha donata oggi una botte di XII mastelli di vino preziosissimo, che m’ha tutto raddolcito il palato, sputerei fele ed aloè. La signora Lucrezia e il signor Palla se ne sono risi dicendo, che quando egli nel tornare a Mantova dice di fare la strada di Ferrara, si terrebbe vituperato a farla. Orsù, Dio ve la perdoni: ma non vi voglio già io perdonar quest’altro. Mostrate tanto timore inanzi che mi diate un avvertimento, ed usate quell’artificiose clausule e que’ colori di rettorica pelosa, i non so se ve lo debba dire: dunque son io tale che chiuda a gli amici, quali reputo voi..., la strada di parlarmi liberamente? voglio dunque in ogni cosa esser adulato? Non mi pare di aver data occasione nè a voi nè ad altri, che m’abbia in tal concetto. De l’avvertimento vi ringrazio, e credo che diciate vero; pur me n’informerò. E con questo ringraziandovi ancora de la diligenza che usate ne lo scrivermi, vi bacio le mani. Di Ferrara, il 7 di giugno.</p>
               <p TEIform="p">Quanto a i canti, credo che ’l Signore sarà condannato in un’altra copia: pure staremo a vedere quattro o sei dì. Ho fornito l’undecimo. Con buona occasione, sarebbe bene che ’l Signore facesse intendere a’ revisori, ch’in questa prima revisione io attendo più a le cose ed a riempire i vôti, che al suono, riserbandomi a farne un’altra: e sia detto questo per mio onore.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">34</head>
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                  <salute TEIform="salute">A LUCA SCALABRINO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Non rispondo al signor Scipione, nè a voi pienamente, perchè sono occupato ne la trascrizione di due canti, i quali disegno di fornire oggi, e darli a la posta, convenendomi dimane seguire il signor duca a Belriguardo, e forse più oltre. Per questo ordinario seguente in ogni modo saranno inviati l’undecimo e ’l duodecimo: se non vi si frapone alcuna sventura de le solite, da me certo non mancherà. Siatene avvisato dunque, ed anticipate il tempo di parlarne con cotesto maestro de le poste: ed abbiate per certissimo ch’io gli abbia mandati, s’io non iscrivessi espressamente in contrario. Se ci fermeremo a Belriguardo, manderò di là, a tempo che potrà venir co’ canti, l’argomento de la favola: nè ora il posso mandare, perchè non è scritto in lettera leggibile.</p>
               <p TEIform="p">Lo Strozza <foreign lang="lat" TEIform="foreign">tandem</foreign> capitò, ma non già i canti. Dice che sono in una valigia ch’è indirizzata a Venezia, e di là sarà mandata a Ferrara. Vedete che girandola! Ributta la colpa nel conte Ercole, dal quale non gli fu detto ch’io n’avessi fretta; pur mi giura per tutte le gerarchie del cielo, ch’io gli avrò sicuramente fra otto dì, non visti da alcuno: non so se me li creda. Il conte Ferrante, in vero gentilissimo, è poco sodisfatto di suo fratello in questo negozio; ed io, pochissimo. Col signor duca non so più che scusa prendermi, e son disperato. Di Ferrara (10 giugno 1575).</p>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Scrivo a Vostra Signoria illustrissima col piè in carrozza. Avrà con la presente lettera l’undecimo e ’l duodecimo; ne’ quali temo che vi siano infiniti errori di penna, perchè non ho avuto tempo di rivederli, ed alcune voci troppo spesso replicate ne l’undecimo, che spero di variar poi a più bell’agio.</p>
               <p TEIform="p">Fu tempo ch’io mi credetti che si potesse fare una torre, o altra machina tale da oppugnare le mura, stabile e di legno: ho poi imparato che stabile e di legno ne l’arti de la guerra sono termini incompatibili; perchè le stabili si fanno di terra o di pietra, e le mobili di legno. Sì che volendo fare questa torre di legno, per farla più facilmente sottoposta a l’incendio, mi è bisognato mutare molte cose ne l’undecimo; e in conseguenza, alcuna, ma di poca importanza, nel duodecimo: e Vostra Signoria facilmente comprenderà per se stessa la causa de la mutazione. Vi era un’altra difficoltà, che le torri mobili si riducono dopo l’assalto dentro al vallo; e l’abruciata da Clorinda era presupposta fuori. A questa difficoltà ho rimediato, come Vostra Signoria vedrà; e, per quanto a me ne paia, assai tolerabilmente. In somma, torre stabile non poteva essere, sì perchè le stabili non sono accensibili; sì perchè, se fosse stata tale, è verisimile che ne l’assalto notturno fosse stata arsa: non essendo stata, ne dee seguire che fosse in mezzo del vallo e non fuori. Per alcun’altre ragioni ho mutato l’altre parti de l’undecimo; sì che è parto freschissimo, e come di tale, non ne posso fare giudizio alcuno. S’è una co...., scusatene la fretta. Forse il secondo assalto, che fu fatto non in quindeci dì come questo, ma in quaranta o cinquanta, parrà a Vostra Signoria più sopportabile.</p>
               <p TEIform="p">Se ci fermeremo a Belriguardo, manderò l’argomento de la favola tanto a tempo, che l’avrà Vostra Signoria insieme con quest’altre scritture. Aspetto i versi migliorati con grandissimo desiderio, e i canti trascritti, che ancor non sono arrivati; ma parte ne va errando per lo mondo, ed io mi do... poco meno che no ’l dissi. Dio perdoni al cont’Ercole e a lo Strozza la poca amorevolezza de l’uno e de l’altro; che non voglio per ora usar nome più grave.</p>
               <p TEIform="p">La voce <emph TEIform="emph">guarda</emph> per <emph TEIform="emph">guardia</emph> ho usata alcuna volta in rima, nè ve n’ho esempio: mi pare ben d’averla vista, ma non mi ricordo dove. Pur la licenza per se stessa mi par lecita: me ne rimetto. A la voce <emph TEIform="emph">brando</emph> ho animo di dar bando, e a <emph TEIform="emph">rese</emph> similmente. L’ultimo verso del decimo canto credo che dica così: “Quel dì rivolse ad oppugnar le mura.” Bisogna tor via quelle due parole <emph TEIform="emph">Quel dì</emph>, perchè ciò non era possibile. Bisognerà aggiungere nel catalogo menzione di Palamede. E le bacio la mano. Di Ferrara, il 11 di giugno 1575.</p>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN VINCENZIO PINELLI. Padova, al Santo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">I versi del Castelvetro, per diligenza usatavi, non ho potuto ritrovare; nè meno cavar da le mani del marchese o de gli eredi di don Cesare le lettere antiche. In quanto a i fiori, procurarò che Vostra Signoria resti servita e sodisfatta, rimettendomi per ciò a l’altrui giudicio; ch’io in questa materia non ne ho punto. Manderò le stanze, come sia venuta una copia de i dodici primi canti, c’aspetto di Roma, onde altri potrà facilmente trascriverle; nè può tardar una settimana a venire. Del mio originale sarebbe impossibile c’altri ch’io medesmo le cavasse; nè vorrei questa fatica in tante mie occupazioni: che sono, la revisione del libro, e l’esser col duca continuamente; il qual seguito ora per le lacune di Comacchio, or per selve e per campagne, con invidia de gli emuli, con allegrezza de gli amici, ma non mia: chè vorrei poter attendere a la revisione, e v’ho pochissimo tempo; sì che non spero di cominciare la stampa inanzi Natale. I favori son grandi; gli gusto, ma non me ne inebrio: vorrei qualche cosa, più di sodo. Desidero di parlar con Vostra Signoria inanzi ch’ella si parta; e com’abbia letto tutto il libro al duca, che sarà a l’arrivo de’ dodeci canti, o poco poi, spero che potrò involarmili otto o dieci giorni, i quali tutti voglio spender con Vostra Signoria. Ho da conferirle molte cose intorno a la somma de la mia vita, e alcune intorno al giudicio che si fa del poema in Roma. Il quale in somma è tale (perdonate voi la vanità, che ne siete cagione, perch’io voglio usare que’ termini a punto ch’essi usano): ammirano i concetti, l’elocuzione e lo stile in ogni parte; salvo ch’in alcuni pochi luoghi notati par loro ch’il numero, per altro stimato eroico, si potesse addolcire. De la favola sperano bene, e lodano il principio; ma non affermano cosa alcuna del tutto, sì che non ne abbiano visto il tutto. M’hanno dimandato l’argomento in prosa, ed io l’ho mandato loro. Lodano il procedere (così lo chiamano) poetico ed eroico. Sperano che non debba mancar a questo poema il diletto che si trova ne’ romanzi: non dicono quello a punto, ma equivalente. M’hanno sin al decimo (chè più oltra non ho nova c’abbian visto) fatto quattro opposizioni: la prima ad alcune stanze che seguono a la proposizione, esortatorie a i principi cristiani; le quali non vorrebbono in quel luogo: la seconda a un episodio, come a poco ligato con la favola: la terza al costume, ch’in un luogo par che Goffredo non sia simile a se stesso; ma a questa si rimedia con la mutazione di due stanze: la quarta è intorno al tempo; ne la quale s’ingannano, credendo ch’io m’inganni, e so donde procede l’inganno. Ma di tutte queste cose a bocca più comodatamente. Vostra Signoria saluti in mio nome il signor Pavolo, e m. Domenico; e viva lieto. Di Ferrara, il 22 di giugno.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
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               <p TEIform="p">Scrissi a Vostra Signoria di Ferrara, la sera ch’io avea da partirmi per Bologna, in tanta fretta, che io mi scordai di dirle due cose. L’una è, che nel terzodecimo io credo di volere introdurre il caldo altramente che non ho fatto, e mutare quella stanza che comincia: “Parla così tutto di fiamma in volto.” L’altra, che nel medesimo terzodecimo non mi piace quella stanza:
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                     <l part="N" TEIform="l">Così quel contra morte audace core,</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Nulla forma turbò d’alto spavento.</l>
                  </quote>
               </p>
               <p TEIform="p">Perchè vorrei che Tancredi fosse superato in qualche cosa pertinente a la fortezza; però vo pensando che da poi ch’egli avrà dato il colpo a l’arbore, veggia imagini orribilissime, e vengano terremoti e turbini che gli scuotano la spada da le mani. Voglio in somma, che veggia il sangue e senta i gemiti de l’arbore: ma voglio che la causa principalissima, ch’egli perda la spada, sia forza ed orrore de l’incanto. Credo ch’io gli scrivessi che nel ragionamento d’Ugone, disegno che particolarmente egli mostri a Goffredo i bisogni c’avrà di Rinaldo, e che gli mostri quant’egli sia debilitato di forze, e quanto senza lui sarebbe inabile ad espugnar la città, e a sostener l’oste d’Egitto. Nel nono non si può fare di non dar la vittoria intera a i Cristiani; altrimente non si verrebbe a l’assalto: ma ne l’undecimo farò che tutti o quasi tutti i principi, da Tancredi in poi, siano mal trattati, e che molti più ne muoiano.</p>
               <p TEIform="p">È qui il nostro signor Borghese in stampa d’Aldo, pieno di favori e di scudi, per quanto e’ dice. I canti de lo Strozza credo che sian perduti: io intorno a ciò mi rimetto a messer Luca. La fretta che n’ho, è grandissima: mi rincresce di non aver potuto gustar la gloria di sì segnalato favore. E le bacio le mani. Di Bologna, il 27 di giugno 1575.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">38</head>
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                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ne la lettera che da me fu scritta a Vostra Signoria illustrissima mi sforzai di mostrare, che non era nè possibile nè necessario nè forse convenevole, che la necessità di Rinaldo consistesse ne la perdita e rotta de’ cristiani; e quando ciò scrivea, presupponeva che la mia azione fosse tale a punto quale è l’omerica. Ne l’altre mie scritture e lettere poi, distinguendo fra l’azione una d’uno <emph TEIform="emph">numero</emph>, ed una di molti in uno, ho concluso, o mi è paruto di farlo, che fosse non solo convenevole ma necessario il non attribuire ogni cosa a Rinaldo, ma lasciare anco a gli altri alcuna parte. Ora ancor che io sia più che mai fermo ne la mia credenza, nondimeno la stima ch’io fo del giudizio di Vostra Signoria, al quale piacque l’opposizione, e la gelosia c’ho de la sua buona opinione, m’han fatto pensare e ripensare se fosse possibile, senza ruinar la mia fabrica e senza discordar da i miei principii, di sodisfare in tutto o ’n parte al giudizio suo; ed ho trovato il modo facilissimo, senza repugnanza de’ miei principii: e non solo ho pensato, ma eseguito ancora il pensato; nel che solo mi rincresce aver mescolata la mia letteruccia con la sua. Il modo è questo: che nel settimo canto, da poi che Argante è volto in fuga, io non aspetto che i demoni aspettino a mover il turbine sin che sian rotte le genti di Clorinda ancora, ch’erano ferme a mezzo il colle; ma movono il turbine e la tempesta inanzi che i primi pagani fuggitivi arrivino a le genti di Clorinda: di maniera che Clorinda prende l’occasione, ed inanimando le sue genti (le quali non erano troppo offese da’ venti e da le grandini ricevendole ne le spalle), assalta i cristiani, che avendo i turbini e le gragnuole ne gli occhi, sono rotti, e fuggono cacciati sin al vallo; dove, per valor solo di Goffredo, senza grandissimo danno si salvano; e ’l capitano, poichè tutti gli altri sono nel vallo, cede anch’egli la vittoria e si ritira, e tornano in dietro i saracini. Questo modo non ha portato seco se non la giunta di tre o quattro stanze e la mutazion di due. È ben vero ch’io conosco che bisognerebbe dire alcuna cosa alquanto più particolarmente; ma ne la seconda impressione si farà. Ed a confessare il vero, mi sono per altro compiaciuto del conciero infinitamente: prima, perch’era verisimile, e quasi necessario, che i demoni autori de la violazion del patto fossero un poco più solleciti in aiutar i saracini; poi, perchè questa rotta non essendo universale, ma d’una parte sola de le genti, non potea impedire il disegno de l’assalto; ed anco perch’essendo in absenza non solo di Rinaldo ma de gli altri aventurieri, non riguarda così semplicemente la lontananza di Rinaldo, che non possa avere anco alcun riguardo a gli altri: il che è necessario, se la loro partita non è introdotta in vano. Mi piace per ultimo; perochè in quel modo che i greci sempre che son rotti, son rotti per disfavor di potenza sopranaturale, in quel modo a punto i nostri sono perditori. Nel nono e ne l’undecimo io muterò come scrissi; e credo che sarà non solo a bastanza, ma da vantaggio: nè credo c’una sola vittoria, e sanguinosa, de’ cristiani, e vittoria riportata d’esercito imbelle, accompagnata da tante altre sciagure, possa pregiudicare a Rinaldo, se le prosperità de’ greci non pregiudicano ad Achille; il quale però è solo ne l’Iliade, ove Rinaldo non è solo nel mio poema. Aspetto d’udire che non piaccia che Raimondo e Tancredi prendano la rôcca, perchè questo avviene in conseguenza da la prima opposizione; o forse anco vorreste che ’l campo egizio assediasse il nostro: ma a me pare d’aver risposto a i fondamenti, e sto ne la mia credenza. Segnerò ne la Poetica del Castelvetro tutti i luoghi ove si parla de l’istoria e de la fama, ne’ quali egli attribuisce loro più che non fo io: e segnerò parimente alcun luogo ov’Aristotele dice che la epopeia non è così una come la tragedia, nè ciò può dire in rispetto de gli episodi solo; ed avviserò Vostra Signoria in quali pagine siano, acciochè possa vederli, se vorrà. Se Vostra Signoria legge con tanto gusto i miei versi con quanto io vagheggio il suo carattere e la diligenza de l’ortografia, o me beato! E le bacio le mani. Di Ferrara, il 5 di luglio 1575.</p>
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               <head TEIform="head">39</head>
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                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Quanto più ho ripensato il rimedio del signor Barga, tanto più m’è piaciuto; e se già mi parve tolerabile, ora mi pare ottimo: e certo in ogni sua parte questo rimedio fa simile la narrazion di Carlo a la narrazion de’ legati di Latino, dico in ogni parte che appartenga a la connessione; ed anco come quelli legati giungono in tempo turbulento de’ latini ed accrescono i loro timori, così Carlo arriva in stagione poco prospera a i cristiani. Prego dunque Vostra Signoria a ringraziarne particolarmente in mio nome il signor Barga. Vorrei nondimeno alquanto più oltre; cioè che la narrazione non solo avesse connessione da la parte anteriore (chè questo ci dà pienamente il signor Barga), ma anco da la posteriore; e che fosse quasi una previa disposizione a la richiamata di Rinaldo: chè certo quelli episodi sono perfetti, che nascono non solo da la cosa istessa, ma tendono anco al fin de la favola, comechè ciò sempre non si possa, nè sia necessario.</p>
               <p TEIform="p">Piacemi che i signori revisori concedino a i cristiani la signoria de la campagna; chè per battaglie campali intendo io tutte quelle c’operano questo effetto: ma vorrei che ciò fosse concesso da loro per giustizia, non per grazia. Però desiderarei che fossero ben informati de le mie ragioni, che non mi paiono disprezzabili affatto: vorrei nondimeno che non fosse taciuto, com’io distinguo l’azione d’uno da l’azion di molti, perchè certo è nuovo pensiero. Gli altri usano ben questo termine, d’uno e di molti; ma non lo chiariscono così, anzi se la passano come cosa nota: nel che nondimeno parmi ch’erri talora il Castelvetro stesso, che pone la distinzione, prendendo azion d’uno per azion di molti. Rileggendo il Castelvetro ho ritrovata un’opinione di mezzo fra l’opinione del...... e la mia. Non esclude egli l’azione una di molti da l’epopeia; anzi afferma, che si può ricever con molta lode: attribuisce nondimeno la soprana lode a l’azion una d’uno, perochè in essa si manifesta maravigliosamente l’ingegno del poeta, che in una azion d’uno trova tanta varietà d’accidenti, quanta trovò Omero ne l’ira d’Achille: la qual varietà tutta si riconosce da l’ingegno del poeta, e niente da la materia nuda. Io, comechè abbia alcune ragioni probabilissime contra questa opinione, come mi pare d’averne alcune necessarie contra la prima del...; nondimeno, per parlare ingenuamente, non la posso se non lodare, quando quel ch’egli presuppone per fatto, fosse o fatto o fattibile in epopeia di guerra: ma questa tanta varietà ch’ei presuppone, non solo non la vedo in Omero, ma vi veggio anco (e Aristotele il nota), che volendo recar ogni cosa ad uno, fa alcune cose contra il verisimile: ma di questo più a lungo un’altra volta. Piacemi nondimeno di non esser singolare in conceder l’azion di molti a l’epopeia, perochè non vale l’argomento del... Il poeta ama il perfettissimo; dunque il non perfetto non è lecito. Che se ciò fosse vero, sendo la favola doppia la perfettissima, quella de l’Iliade, ch’è semplice, non sarebbe accettabile; e così non si potrebbe fare se non d’una sola sorte d’agnizioni e di rivolgimenti: il che tutto sarebbe contra l’autorità d’Aristotele, e contro l’uso de gli ottimi poeti. Torno di nuovo a dimandar perdono a Vostra Signoria de la mia insolenza; e prego Vostra Signoria che mi mandi quanto prima gli avvertimenti, acciò ch’io non abbia a conciar cosa che debba esser rifatta. E le bacio le mani.</p>
               <p TEIform="p">Ho ricevuto, dopo avere scritto, una di Vostra Signoria, a la quale io risponderò più a lungo. Solo le dirò per ora, che ’l pensiero del signor Flaminio è giudiciosissimo; ma porterebbe seco infinita discommodità e disconcio, e poca verisimilitudine, se Clorinda andasse sola. Si potrà dunque pensar di mutar più tosto l’occasione per la quale Clorinda si move; nè questo anco vorrei, perchè è assai opportuna: il meglio sarebbe, che ’l re volesse c’andasse accompagnata; e già una mia mutazione ebbe riguardo a questo, perc’ove prima diceva “Non ricusar l’alto compagno i due,” mi pare ch’io mutassi così: “E volle il re, ch’ei s’aggiungesse a i due.” Certo io ebbi questo pensiero, e feci questo verso: non mi ricordo però di certo, se ne la sopra mandata a Vostra Signoria il ponessi, o lasciassi; nè a che mi risolvessi. Basterà forse, c’Argante e Clorinda vadano al re non così concordi, e che ’l re gli accordi. Questo è certo necessario, che Solimano sia accettato con maggior resistenza. Su ’l rimanente penserò meglio; e Vostra Signoria m’aiuti di grazia, e ci pensi anch’ella: ma in somma, ogni cosa si può fare, se non far andare Clorinda sola. Ma nè anco vorrei perdere il ragionamento suo con Argante. Si potrebbe trovare alcuna cosa di sua grand’intrinsichezza con Argante contratta ne la guerra, o qualc’altra cosa simile, che, non ostante l’emulazione, l’inducesse a scoprire il pensiero, e che con tutto ciò il re gli accordasse. Vostra Signoria fa scusa di quello di ch’io dovrei scusarmi seco: mi perdoni di grazia. Aspetto con grandissimo desiderio consiglio intorno a tutto il contesto; che Clorinda, prima che scoprisse il pensiero ad Argante, discorresse fra se stessa, se dovesse attribuire questo a l’amicizia, o no. E le bacio le mani. Di Ferrara, il 15 di luglio 1575.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io sono in letto a pagare il tributo solito ed ordinario d’ogni anno a la mia fortuna, ed oggi è il terzo dì che vi son posto. Questi due giorni passati sono stato in guisa travagliato da febbre e da dolori e da stupori di testa, che ho talora dubitato di non aver a lasciare Vostra Signoria esecutrice d’un duro uficio. Pur oggi, la Iddio grazia, sono quasi libero di febbre, e col capo meno intronato.</p>
               <p TEIform="p">Mi giunsero ieri i tre canti trascritti di man di Vostra Signoria; ma giunsero in modo conci da la pioggia, che gran cosa sarà ch’io gli possa leggere: altri certo non potrebbe. Pure almeno mi serviranno per memoria locale. Vo immaginando c’a li due c’ho mandati nel medesimo tempo a Vostra Signoria sia avvenuta la medesima sciagura: e così deve esser certamente, acciochè queste sole mie scritture non sieno più privilegiate de l’altre.</p>
               <p TEIform="p">Ho inteso da messer Luca, ch’ella se ne va a Tivoli a passare questo avanzo del caldo; e credo d’indovinare qual sia la compagnia con ch’ella va. Vostra Signoria m’intende. S’io m’appongo, la prego di grazia a non voler che le mie cose servano per trattenimento; non già perch’io non mi rechi a favore che le mie poesie sieno ascoltate da così alti auditori, ma per que’ tanti rispetti ch’ella sa così bene com’io; li quali m’inducono anche a pregarla, che voglia proccurare con ogni suo sforzo, che i canti già divolgati non si divulghino maggiormente. Mi è stato di somma consolazione l’udire che la testura di tutto il poema sia stata approvata da i signori revisori in quella maniera che mi scrive messer Luca. Con tutto ciò aspetto ch’essi le diano un’altra più diligente revisione. E perchè le cose spettanti a l’arte, a giudicio d’uomini così severi, stanno presso che bene; e di quelle c’appartengono a lo stile, m’assicura Vostra Signoria; resta solo ch’io dubiti del diletto. Io non mi proposi mai di piacere al vulgo stupido; ma non vorrei però solamente soddisfare a i maestri de l’arte. Anzi sono ambiziosissimo de l’applauso de gli uomini mediocri; e quasichè altrettanto affetto la buona opinione di questi tali, quanto quella de’ più intendenti. Prego dunque Vostra Signoria che me ne scriva quel tanto c’avrà potuto sottrarre dal parere de’ cortigiani galanti, e de gli uomini mezzani.</p>
               <p TEIform="p">Io disegnava di fare che Vostra Signoria avesse il compimento del libro per tutto agosto. Ora trovandomi in questo stato, non so quello che possa promettere. E quand’io guarisca prima de la mia espettazione, non so s’io debba molto affrettare, trovandosi Vostra Signoria in luogo che non può attendere. E qui facendo fine, le bacio le mani; e la prego di non tramettere, perchè sia alquanto più lontana, il favore che mi fa continuamente di scrivere. Di Ferrara, il 16 di luglio 1575.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mi sono scordato di scrivere a Vostra Signoria che nel quarto canto, ove si parla d’Idraote, si parla di lui così, che quasi pare che voglia personalmente intravenire a quella guerra; però bisognerà torre quelle due o tre parole che possan dare sospetto di questo. Nel medesimo quarto canto, oltre il ragionamento d’Eustazio, il quale ho già comincio, credo che bisognerà giungere una stanza di qualche secreta pratica fra Aronte e quei di Damasco, che s’offerissero di dar loro una porta, o cosa simile; acciò che la cosa sia più verisimile, che con dieci soli si possa sperare tant’oltre. Nel quinto poi non vorrei quella tanta improntitudine de i cavalieri, che chiedevano d’esser eletti, perchè non si porga maggior occasione a Goffredo di ritenerli; o vorrei in somma levar di là quelle due stanze de l’arti d’Armida. Sto ancora in dubbio, se vorrò lasciar ne l’ultimo canto la riconciliazione d’Armida con Rinaldo; e credo che vorrò finire questa materia ne la fuga d’Armida: ma sovra ciò scriverò più a lungo a Vostra Signoria illustrissima.</p>
               <p TEIform="p">Il signor duca è andato fuori, ed ha lasciato me qui <foreign lang="lat" TEIform="foreign">invitus invitum</foreign>; perchè così è piaciuto a la signora duchessa d’Urbino, la quale togliendo l’acqua de la Villa, ha bisogno il giorno di trattenimento. Leggole il mio libro; e sono ogni giorno con lei molte ore <foreign lang="lat" TEIform="foreign">in secretis</foreign>. Le ho conferito il mio disegno di venire quest’ottobre a Roma: non l’ha approvato, e giudica ch’io non debba partirmi di Ferrara anzi l’edizion del libro; se non fosse solo per andare seco a Pesaro; chè ogn’altra andata, per quant’ella m’afferma, sarebbe discara e sospetta: e m’ha detto alcuna cosa, che m’ha dato a divedere ch’io mi sono apposto in gran parte; sì che cessi omai messer Luca di dar tanta fede a le sue opinioni. Ora io, c’ardo di desiderio non solo de la peregrinazion romana, ma anco di riveder il terren nativo per quindici giorni, non posso far altro che procurar di sbrigarmi da questo benedetto poema. O che bel peregrinar sarebbe a pasqua! Con questa saranno i due canti; o per dir meglio, un con questa, et un da per sè. E le bacio le mani. Di Ferrara, il 20 di luglio 1575.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Non voglio dissimulare la mia ambizione. Quel che mi scrive Vostra Signoria del molto piacere con che da molti è letto il mio poema, ha recato a me infinito diletto: pur io desiderarei d’intendere più particolarmente di qual ordine d’uomini siano costoro a cui tanto piace; perchè, a confessarle il vero, io ho sempre sperato d’avere a sodisfare a i versati ne li studi poetici, ed il mio dubbio era solo intorno a gli altri.</p>
               <p TEIform="p">L’argomento che Vostra Signoria dimanda, non potrei ora mandarlo senza molto mio discommodo: mi basterà solo, dunque, che si consideri se quello accompagnare l’azione d’Armida con l’azione principale, quasi sino al fine, potrà dare altrui noia, e far parere ch’io abbia presa Armida per soggetto principale, e ch’io riguardi in lei non solo in quanto distorna i cristiani e ritiene Rinaldo, ma anco prima e per sè. Se questo non offende, del rimanente parmi quasi essere o sicuro o risoluto, come l’ho scritto per l’altre mie: ma se questo noiasse, si potrebbe rimovere quella riconciliazione fra lei e Rinaldo, ch’è ne l’ultimo canto, e fornire ne la sua fuga; perochè in tutti gli altri luoghi dove di lei si parla, dopo il sestodecimo, non se ne parla se non brevissimamente, e sempre per accidente. De la ritrovata d’Erminia non ho il medesimo dubbio che d’Armida, perochè e la sua ritrovata nasce da le cose precedenti, ed opera alcuno effetto ne le subsequenti. Credo ancora, che quando volessi accompagnare Armida sino a l’ultimo; non mi mancarebbono alcune ragioni, ed alcun esempio d’Omero stesso; perochè quella persona o quella cosa che s’introduce per necessità, non è necessario che subito, cessata la necessità, s’abbandoni; anzi si può seguire a parlare di lei per semplice verisimilitudine, e per sodisfazione de’ lettori: e lasciando stare molti esempi ch’io potrei raccorre da l’Iliade e da l’Eneide, ne darò uno de l’Odissea, il quale a mio giudicio è chiarissimo. S’introduce ne l’Odissea la nave de i Feaci non per altro, se non perchè riconduca Ulisse ad Itaca: poichè dunque Ulisse è giunto ad Itaca, poteva Omero solo attendere a parlare d’Ulisse? e non era necessario ch’egli facesse più motto nè de’ Feaci nè di loro nave: nondimeno egli, forse per dare questa sodisfazione a i lettori o per qualsivoglia altra cagione, s’attiene a la semplice verisimilitudine, e seguita narrando il ritorno de’ Feaci a casa; descrive lo sdegno di Nettuno contra loro, e ch’egli converse lor la nave in uno scoglio che sovrasta a Corfù, e le toglie la vista. Si potrebbe dire il medesimo ancora, per non tacer questo, de’ giuochi che si fanno ne la morte di Patroclo, i quali non sono punto necessari, e poteasi fermare Omero subito dopo la vendetta fatta di lui; nondimeno seguita oltra per una conseguenza di verisimilitudine. Tanto mi basta aver detto; ma pure se parerà che quella parte si rimova, io la rimoverò volentieri. In quanto a quello che appartiene a la narrazione di Carlo, non ho più dubbio in parte alcuna. Vostra Signoria ha ragione a non lodare ne la spiegatura quella stanza che gli mandai ultimamente; ma io non posso più: la vena è così esausta e secca, c’avrebbe bisogno de l’ozio d’un anno, e d’una lieta peregrinazione per riempirsi: vedrò di mutarla in alcun modo. Ho fornito il ragionamento d’Eustazio; nè me ne son compiaciuto, se non d’un non so che nel fine.</p>
               <p TEIform="p">Altro non mi occorre di dire a Vostra Signoria, se non ch’io son quasi sano, e c’aspetto con grandissimo desiderio d’udire il medesimo del signor Casale: e certo non poteva udire cosa che più mi rincrescesse. E con questo a Vostra Signoria illustrissima bacio le mani. Facciami favore, la prego, d’avvisarmi de la giunta del decimosesto e decimosettimo canto. Di Ferrara, il 29 di luglio 1575.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">La ventura de la spada a nessuno spiacque mai più che a me: ma io non mi risolvea a rimoverla, non sapendo di che riempire il loco vuoto, o, per dir meglio, che dire in quella vece. Ora m’è sovvenuto come si possa tor via la maraviglia de la ventura, lasciando la previa disposizione: e ciò sarà, se ’l cavaliero di Danismarca per consiglio de l’eremita porterà la spada con determinato consiglio di donarla a Rinaldo, e d’esortarlo a la vendetta dovuta a lui, e per l’amor che Dano gli portava, e per fatale disposizione, o providenza, per meglio dire. Si tacerà tutto ciò che si dice de le macchie di sangue; ma si dirà quello che basta per intenerir gli animi per la commemorazione di Rinaldo, e per disporli a la sua richiamata: e tutta questa mutazione si potrà fare con pochissima fatica. De l’aquila scrissi ch’era risoluto a seguir l’altrui giudizio.</p>
               <p TEIform="p">Resta solo ch’io le dica, ch’io confesso di non intendere questo termine <emph TEIform="emph">machina</emph>, o <emph TEIform="emph">soluzion per machina</emph>; perchè in tutto il mio libro non ve ne riconosco altro che una, e quella tolta di peso da Omero e da Virgilio. Questa è la divisione del duello fra Raimondo ed Argante. Quella di Sofronia non è per machina: ma concedendo che sia, ricerco la terza; chè due parimente ve ne sono ne l’Eneida. Vostra Signoria mi faccia favore d’avisarmi come gli altri intendano questo termine; chè in quanto a me, non ciò ch’è maraviglioso è per machina: ma <foreign lang="lat" TEIform="foreign">de his hactenus</foreign>.</p>
               <p TEIform="p">I canti bagnati, a dire il vero, non potranno servire per quello ch’io desiderava; ma non ardisco di gravar Vostra Signoria illustrissima più oltra. – <emph TEIform="emph">Scorgeano</emph> e <emph TEIform="emph">scorgono</emph>, credo toscanamente si dica; ma se ’l fare <emph TEIform="emph">scorgiense</emph> par duro, o che non s’accordi, mutarò: bench’io credo che ve ne sia alcun esempio ne’ buoni antichi; pur non l’affermo: <emph TEIform="emph">scorgeanse</emph> scrissi per error di penna. – Ho fornito di trascrivere il decimottavo, e dimane cominciarò il decimonono. Aspetto con desiderio i versi corretti e i canti trascritti, e la supplico a mandarmi quelli e questi quanto prima. Mi vergogno di dire che per quest’altro ordinario manderò a Vostra Signoria la lettera del Barga; ma la manderò senza fallo. E le bacio le mani. Di Ferrara, il 2 di settembre 1575.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A LUCA SCALABRINO. Roma</salute>
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               <p TEIform="p">Quel che mi scriveste del Romanzevole, me lo scriveste come vi fu detto a punto, perchè nel medesimo modo me ne scrisse il signor Scipione; anzi si dichiarò chiarissimamente che così intendeva, come sonavano le parole. Se poi ha cambiati a voi i dadi in mano, non ve ne maravigliate; chè meco ha fatto il medesimo, e pur io avea il <emph TEIform="emph">carta canta</emph>: ma ciò poco rileva. Di grazia, fatevi dichiarare che significhi <emph TEIform="emph">soluzion per machina</emph>, o <emph TEIform="emph">machina</emph>; perchè dicendo che ve ne son molte nel mio libro, non intendono il termine: pur a questa volta non mi ci corranno; ch’io non vo’ scriver la mia opinione prima ch’intenda la loro. Scrivo al Signore che mi dichiari il termine: imparatelo ancor voi. Ho trovato di mutar con poca fatica la ventura de la spada, che certo mi spiaceva: vedete quel che gliene scrivo. Salutate il signor Teggia, baciandoli le mani con ogni affetto. Vi sarà un’inclusa del Rondinello. Di Ferrara, 7 di settembre 1575.</p>
            </div2>
            <div2 type="epistola" org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="div2">
               <head TEIform="head">45</head>
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                  <salute TEIform="salute">A LUCA SCALABRINO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Dirovvi (poichè mi chiedete con tante istanze la mia opinione, e volete darmi questa fatica) quel ch’io credo che significhi il termine <emph TEIform="emph">soluzione per machina</emph>: e dirovvi prima il suo proprio significato; dipoi, sino a che si può estendere applicando. Ne le favole sceniche i nodi alcuna volta erano da i poeti in guisa intrigati, che a sciorli non bastava l’arte di que’ tali, volendo sciorli con le medesime persone con le quali le avevano avviluppate, cioè con persone umane; di maniera che erano astretti di ricorrere a li dei: li quali dei non comparivano in iscena per le medesime vie per le quali vi venivano gli altri interlocutori; ma o sorgevano dal palco, o calavano dal cielo de la scena con l’aiuto d’alcuno ordigno, o machina che vogliam dirla: e per questo la soluzione che non era fatta da quelle persone che fecero il nodo, ma era fatta da iddii, fu chiamata <emph TEIform="emph">soluzione per machina</emph>, avendosi riguardo al modo con che comparivano questi dii. Queste tali soluzioni furono introdotte da’ primi poeti; perchè non trovarono altro modo da sviluppare i loro gruppi. Ma perchè piacque a gli spettatori; come a quelli che si dilettano assai del maraviglioso, ed amano la vaghezza de la vista e la magnificenza che appare ne la machina; molti poeti poi, troppo vaghi di piacere al popolo con nodi non propri de l’arte loro, affêttarono sconvenevolmente sì fatte soluzioni. La soluzione dunque per ordigno si trova solamente, se proprio si parla, ne le favole sceniche; e non sono soluzioni per ordigno tutte quelle che non sono interne, ma estrinsiche; ma de le estrinsiche quelle solamente, che sono fatte da persone che vengono per machine: nè queste tali però son sempre cattive; ma alcuna volta accettate da Aristotele, e similmente da Orazio, ove dice: <quote lang="lat" TEIform="quote">Nec deus intersit, nisi dignis vindice nodus</quote>. Si trovano dunque alcuni nodi, c’a svilupparli non è inconveniente ricorrere a gl’iddii. Aristotele mette gli esempi, ma non mi sovvengono. Questo termine poi di <emph TEIform="emph">soluzione per machina</emph> s’è steso anche a queste soluzioni de’ poemi epici, che sono fatti da li dei, o da altre persone che operino sopraumanamente: e si dicono <emph TEIform="emph">per machina</emph>, non perchè c’intervenga machina, che non può intervenire in que’ poemi che non si rappresentano a la vista, ma sono oggetto semplicemente de lo udito; ma si dicono così, perchè somigliano in natura a le soluzioni de la tragedia, le quali sono fatte per machina.</p>
               <p TEIform="p">Avete inteso quel che significa propriamente <emph TEIform="emph">soluzione per machina</emph>, e fino a che termine questo termine si può estendere; ed avete inteso parimente, che le soluzioni sì fatte non sono tutte cattive: ora raccogliete da le cose dette che le soluzioni fatte da persone sopravvenienti, purchè le sieno persone c’oprino con arte umana, non si possono dire <emph TEIform="emph">per machina</emph>, nè strettamente nè largamente. Voglio anco che consideriate, che ne le soluzioni per machina sceniche pare che vi sia per lo più poca arte; perchè altre sono le persone ed i modi con che si fa il nodo, altre quelle e quelli con che si scioglie; perchè gli uni sono umani, gli altri sopraumani. E questa è sola la cagione che fa parere queste soluzioni poco artificiose, dovendo il buon poeta rispondere a se stesso, e così sciogliere come annoda, e non trascendere <foreign lang="lat" TEIform="foreign">de genere in genus</foreign>. Se cessasse adunque questa cagione del trascendimento, cesserebbe tutto o quasi tutto quello che rende le soluzioni sì fatte meno artificiose. Quando dunque il poeta epico comincia a far il nodo non per mezzo di persone ordinarie nè per vie umane, ma sopraumane, se la soluzione è sopraumana, è quale deve essere e quale è necessario che sia; non v’è trascendimento, non v’è difetto d’arte; nè occorre in questo caso parlare di machina, nè v’ha luogo il termine nè strettamente nè largamente. Il poeta fornisce come comincia, ed osserva quel che promette. Or questo avviluppare per via maravigliosa non si trova ne le favole sceniche, ma si trova solamente lo sciogliere. Non è maraviglia, adunque? che non si trovando la cosa, non si trovi anco il nome: però leggiamo spesso <emph TEIform="emph">soluzione per machina</emph>, ma non mai <emph TEIform="emph">nodo per machina</emph>; nè si trovando l’imagine, non si può trovare l’imaginato. Non si può dunque ne’ poemi epici, ne’ quali s’avviluppa maravigliosamente, chiamare il nodo in alcun modo per machina; perchè la metafora bisogna che sia tolta da qualche luogo, e qui non è luogo onde torla. Or mi potreste chiedere, onde nasca che i tragici non facciano i nodi per vie sopraumane, e gli epici sì. Di questo due sono le cagioni principali, oltre alcun’altra che ne scrissi già al Signore: l’una, che avendo l’epico per proprio fine il mirabile, che non è proprio fine del drammatico, cerca più il mirabile per tutte le strade; l’altra, che sendo il senso de la vista molto più schivo e sottile giudice del verisimile, che non è quello de l’udito, il tragico schiva gli ordigni, come quelli che il più de le volte portano poca verisimilitudine. Aggiugnerò per conclusione di questa lunga diceria, che siccome io non riconosco altro che una soluzione per machina nel mio libro, così quella reputo lodevolissima; e perchè è fatta ad imitazione d’Omero e Virgilio, e perchè è fatta dopo un’altra soluzione intrinseca: il che essi non feciono. Aggiugnerò ancora, ch’io non mi pento che gli errori di Rinaldo sieno maravigliosi; anzi avrei per difetto se non fossero tali. Maravigliosa parimente è la ritenzione d’Ulisse, e maraviglioso il ritorno, nel medesimo modo di maraviglioso che è ripreso nel mio poema; il quale, sì come ne le cose che succedono a Gerusalemme ha molta simiglianza con l’Iliade, così mi giova che ne gli errori di Rinaldo s’assomigli a l’Odissea ne l’eccesso de la maraviglia. E perchè questo mirabile portentoso, come che si convenga a ogni parte del poema epico, in quella però che tratta d’errori sia necessario, scriverò un’altra volta; c’ora sono stanco, e vo’ giocare ai tarocchi: chè l’arte mi riesce meglio che la poetica. Ho scritto in fretta, e confusamente, e con l’animo <foreign lang="lat" TEIform="foreign">in patinis</foreign>. Se avessi scritto qualche co......, perdonatemi, e intendetemi per discrezione. Scrissi questa mattina al signor Scipione; pure m’avanzano molte cose da dire a voi ed a lui, a le quali risponderò per quest’altro ordinario. E vi bacio le mani. Il dì 16 di settembre 1575.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">46</head>
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                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ritornando di Capparo, villa del signor duca, ho ritrovato due lettere di Vostra Signoria, a le quali brevemente risponderò; perchè son veduto per alcuni miei affari, nè mi fermo questa notte dentro. E prima: in quanto a quel ch’ella dice, che la magia naturale consiste ne l’applicare <foreign lang="lat" TEIform="foreign">activa passivis</foreign>; ed a quel ch’ella mi chiede, come si possono ridurre a cagioni naturali alcuni effetti maravigliosi, qual’è quel del moto de la nave; credo che mi basti per risposta l’addurre una dottrina d’Aristotele, de la quale egli si valse per difender Omero e gli altri poeti da gli antichi critici. I poeti (dice egli) rappresentano le cose o come sono ed erano, o come son possibili e devono essere, o come paiono o son dette e credute. Queste, o simili parole dice Aristolele. Or sotto il terzo membro di questa divisione si riparano e si difendono da le calunnie tutti i maravigliosi, come è stato notato anco da altri, ed in particolar dal Castelvetro; sì che mi par soverchio il cercar quant’oltre si stenda la potenza de l’arte maga, o sia naturale o demonica. Basta solo il sapere, sin a quanto sia ricevuto da l’opinione de’ popolari (a’ quali scrive il poeta, ed al lor modo parla sovente), ch’ella si possa stendere. Poichè dunque gli uomini, che teologi non sono, stimano il poter de’ diavoli maggior che in effetto non è, e maggior l’efficacia de l’arte maga; poterono con buona conscienza i poeti, ch’inanzi a me han scritto, in questo attenersi a l’opinione vulgare: io poi c’ho tanti esempi, di che debbo dubitare? Spoglisi dunque il signor Flaminio e spoglisi Vostra Signoria la persona di teologo, e prendetene una popolare; e poi movete il dubbio, e lasciate rispondere a me: e se a me fate il dubbio, fatelo anco ad Omero e ad Apollonio; poichè nè i teologi gentili attribuivano l’onnipotenza a i magi.</p>
               <p TEIform="p">Mi chiede poi Vostra Signoria non so che de l’allegoria. A questo risponderò con maggior agio, e risponderò a lungo: per ora le dico solo, ch’io crederei che potesse bastare l’esaminare il senso litterale, chè l’allegorico non è sottoposto a censura; nè fu mai biasmata in poeta l’allegoria, nè può esser biasmata cosa che può esser intesa in molti modi: pur, io dico, chiarirò un’altra volta la mia intenzione. Mi piace sommamente d’aver imaginata cosa prima imaginata da Vostra Signoria, poichè questo m’è certo argomento ch’ella sia buona.</p>
               <p TEIform="p">Aspetto la mutazione de’ versi, e me ne prometto molto utile e sodisfazione. Conosco ne’ protesti la solita modestia di Vostra Signoria, la quale veramente è soverchia meco per molti rispetti; e guardisi Vostra Signoria dal biasmo che diede Aristotele a Socrate, che ricusò il nome di maestro. Ho inteso che si è stampata una Poetica d’Alessandro Piccolomini, e che si vende in Roma: qui non è anco arrivata, nè a Venezia. Prego Vostra Signoria che me ne trovi una, e la mi mandi per lo cavalier Gualengo, o per altra occasione. Al fine di questo mese avrà i tre ultimi canti. E con questo le bacio le mani. Di Ferrara, il 17 di settembre 1575.</p>
            </div2>
            <div2 type="epistola" org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="div2">
               <head TEIform="head">47</head>
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                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Non manderò per quest’ordinario gli tre ultimi canti, com’avea promesso: certissimamente Vostra Signoria, li avrà per l’ordinario di mercordì prossimo. Cagione di questa dilazione sono stati un mio dolore di testa assai grave, e la seccaggine d’un gentiluomo forestiero, da’ quali successivamente sono stato occupato alcuni giorni: ora, la Dio mercè, ne son libero; e perchè questo giorno deputato a lo spaccio non vada vuoto, scriverò alcuna di quelle cose ch’io avea deliberato di scrivere con quella lettera c’accompagnerà i canti.</p>
               <p TEIform="p">Signor mio, quando io feci queste ultime parti del mio poema, come troppo desideroso di fornirlo, m’affrettai oltre il dovere; sì che lasciai trascorrere molte cose, de le quali allora non mi compiaceva punto, avendo intenzione di mutarle: e tra per la fretta e la malattia che sopragiunse, questi ultimi canti più di ciascuno altro rimasero sparsi di molte macchie; nè ora in questa prima revisione, come abbia mutate molte cosette, gli ho però politi molto diligentemente, riserbando questa esatta politura a l’ultima revisione, a la quale desidero con grandissima impazienza di venir quanto prima sia possibile: con tutto ciò credo ch’in essi (forse amor m’inganna) sia tanto di buono, quanto in qual si voglia de gli altri lor fratelli; e mi compiaccio assai del penultimo ed ultimo, ma più de l’ultimo. L’antepenultimo non può ne la sua prima parte se non dispiacermi, essendo pieno di quel maraviglioso del quale il gusto di voi altri non s’appaga: non dico il medesimo de la seconda parte; perchè se bene anch’ella è piena di maraviglie, però tutte quelle maraviglie sono non solo proprie de la religione cristiana, ma anco tolte con poche o nissuna mutazione da l’istorie. E certo, tutto ciò che si legge nel mio poema, de la colomba messaggiera, de l’incendio, de l’apparizione de l’anime, è tolto di peso da Paulo Emilio e da Guglielmo Tirio: ed in ciascun’altra parte di quel XVIII e XIX canto mi conformo assai con l’istoria, trattone quel c’appartiene a Tancredi, a Rinaldo, a Vafrino. Non credo, dunque, che la maraviglia de la seconda parte debba spiacere: ma son più che sicuro che spiacerà, e moveranno quasi nausea i miracoli del bosco. E s’io ho a dirle il vero, son quasi pentito di aver introdutte queste maraviglie nel mio poema; non perch’io creda che in universale per ragion di poesia si possa o si debba far altrimenti (chè in questo sono ostinatissimo, e persevero in credere che i poemi epici sian tanto migliori, quanto son men privi di così fatti mostri); ma forse a questa particolare istoria di Goffredo si conveniva altra trattazione; e forse anco io non ho avuto tutto quel riguardo che si doveva al rigor de’ tempi presenti, ed al costume c’oggi regna ne la corte romana: del che è buon tempo ch’io vo dubitando; ed ho temuto talora tant’oltre, che ho disperato di potere stampare il libro senza gran difficultà: e messer Luca me ne può essere testimonio, e Vostra Signoria medesima, a la quale n’accennai alcuna cosa quando la pregai a procurare il privilegio del papa, ed a fare le provisioni che erano necessarie per previa disposizione. Or basta: al passato ed al fatto non v’è rimedio; non v’è rimedio, dico, perch’io son necessitato, per uscire di miseria e d’angonia, di stampare il poema, se non potrò prima, almeno dopo pasqua: e le giuro per l’amore e per l’osservanza ch’io le porto, che se le condizioni del mio stato non m’astringessero a questo, ch’io non farei stampare il mio poema nè così tosto, nè per alcun anno, nè forse in vita mia; tanto dubito de la sua riuscita. Ma dove mi lascio trasportare a scriver cose che non pensai mai di scrivere?</p>
               <p TEIform="p">Or torno a quel ch’è mia intenzione: prego Vostra Signoria a legger questi tre ultimi come cosa imperfettissima. La prego anco a non mostrarli ad alcuno, se ben può leggerli a chi vuole; perchè sarebbe gran vergogna la mia, che fossero visti così male scritti, con tante cancellature e con tanti errori di penna, quanti vi debbono essere; e ho gran dubbio che Vostra Signoria stessa non saprà leggerli. Di lei non mi vergogno tanto, sapendo ch’ella, che mi stima sovra il mio merito, attribuisce alcuna sorte d’errori più tosto a fretta o a negligenza c’ad ignoranza; ma gli altri, giudicandomi da le mie scritture, mi potrebbono riputare un grande ignorante: pur mi consola l’aver letto che Plotino, del quale nissun mai più dotto o eloquente uscì da le scuole platoniche, scriveva scorrettissimamente, e non sapea alcuna regola d’ortografia.</p>
               <p TEIform="p">Or passiamo ad altro. Non so se Vostra Signoria abbia notato un’imperfezione del mio stile. L’imperfezione è questa: ch’io troppo spesso uso il parlar disgiunto; cioè, quello che si lega più tosto per l’unione e dependenza de’ sensi, che per copula o altra congiunzione di parole. L’imperfezione v’è senza dubbio; pur ha molte volte sembianza di virtù, ed è talora virtù apportatrice di grandezza: ma l’errore consiste ne la frequenza. Questo difetto ho io appreso de la continua lezion di Virgilio, nel quale (parlo de l’Eneide) e più ch’in alcun altro; onde fu chiamato da Caligula, arena senza calce. Pur se bene con l’autorità si può scusare e difendere, sarebbe meglio rimediarvi talora. Io mi ci son provato, e mi ci riproverò: Vostra Signoria mi favorisca d’averci anch’ella un poco d’avvertimento. Secondariamente vorrei c’avvertisse a la dolcezza del numero, ne la qual sola considerazione ho desiderato alquanto la diligenza di Vostra Signoria; chè certo ne l’altre parti è tanta e sì giudiciosa, che non potrìa essere più: ma in questa non mi par corrisponder (dico ogni cosa a libertà) a se medesma; anzi mi pare ch’ella non si curi punto, per quanto raccolgo o da alcun conciero o dal giudizio che fa d’alcun luogo dubbio, del concorso de le consonanti e de le vocali d’una stessa natura; come in quello, “Drudo di donna;” e ’n quell’altro, “Fra quei che segno dier d’ardir più franco – O non men, che la man.” Ve ne sono alcuni altri simili. Io riconoscendo d’essere stato alcuna volta aspretto anzi che no, ho cercato d’addolcir molti versi; e talora non tanto gli ho addolciti, quanto gli ho peggiorati nel rimanente: il che è stato molto ben conosciuto da Vostra Signoria; ma non ho potuto o saputo più. Per questa cagion di fuggir l’asprezza non mi son talor curato di fornire alcun verbo; come: “L’odono già nel cielo anco i celesti.” Chè ’l dire “L’odon già su nel ciel, ec.”, per li troppo monosillabi ed accenti, è duretto. E poi che son tornato a parlar de’ suoi avvertimenti, non mi stancherò di tornare a dirle ciò che per l’altra mia le scrissi; ch’io quanto più li rileggo, tanto maggiormente ne rimango sodisfatto, e maggiori conosco esser da una parte il giudizio, la diligenza e l’amorevolezza di Vostra Signoria; da l’altra, gli oblighi miei e la fortuna del mio poema: e come che di molti, anzi de la più parte de’ suoi concieri mi compiaccia, di quel rimango sodisfattissimo: “Non morì già, chè sue virtuti accolse, ec.” E non posso, quando il leggo, non ridermi, e non burlarmi di me stesso, che penai tutta una sera per accomodare que’ due versi, e gli mutai in cento modi; e pur non mi sovvenne questo così buono e così naturale. La ringrazio ancora infinitamente che m’abbia insegnato, che la creazione sia opera di tutte tre le Persone, ec.: chè certo in questo io prendea bruttissimo errore; ma un dì, se m’avanzerà tempo, o se n’avrò a bastanza, anch’io vo’ divenir gigante. Che non si possa dir <emph TEIform="emph">mal grado mio</emph>, o <emph TEIform="emph">mio mal grado</emph>, è certissimo; e così sempre appresso tutti i buoni. Lodo similmente che non si collida il <emph TEIform="emph">che</emph> interrogativo, e per l’esempio addotto da Vostra Signoria, e per l’altro: “Che altro, c’un sospir breve, è la morte?” e per la ragione, la quale a mio giudizio è questa; che posandosi tutta la forza de la interrogazione su la parola <emph TEIform="emph">che</emph>, quella si deve intendere e pronunziare intiera, e non colliderne alcuna parte. Non mi risolvo ancora affatto ne l’altro avvertimento <emph TEIform="emph">or ora</emph>, sì come son già risoluto che <emph TEIform="emph">pingo</emph> si dica e si possa dire non meno che <emph TEIform="emph">spingo</emph>; e me ne rimetto a tutti gli antichi. Scriverò alcun’altre cose, come v’abbia meglio considerato. Ora solo vo’ dirle che quel mutar “Si va in guisa avvampando appoco appoco” fu error di penna; chè troppo meglio sta <emph TEIform="emph">avanzando</emph>; e così <emph TEIform="emph">torna</emph>, <emph TEIform="emph">riguarda</emph>, <emph TEIform="emph">tempesta de’ pensieri</emph>, ed alcuni altri; del che mostra troppo bene d’accorgersi Vostra Signoria.</p>
               <p TEIform="p">Chiuderò questa lettera con una risposta ad una de le opposizioni che concernono a le cose. Coloro ch’esercitano l’offizio di gran contestabile (il quale offizio si trova in ogni regno, se ben con diverso nome) non vanno a guerreggiar mai fuori del regno, ma sono capitani solamente ne le guerre defensive; onde allora bisognerebbe ch’io adducessi alcuna particolar cagione, quando Emireno foss’egli il gran contestabile, che in quel caso non dovrebbe andare, se vi fossero altri capaci del capitanato; o sarebbe almeno necessario dire per c’andasse. Vostra Signoria men vedrà tutto il poema, se non vede insieme alcun segno de la mia gratitudine: e sovra ciò le scriverò a lungo. E le bacio le mani. Di Ferrara, il 1 di ottobre 1575.</p>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">A questa saranno alligati i tre ultimi canti, intorno a i quali mi restano ancora da dir molte cose a Vostra Signoria illustrissima: e perch’io non vo’ durar fatica di pensar con qual ordine si debbano disporre, le dirò così confusamente, come prima mi s’appresenteranno. E cominciando da l’allegoria, dico che dubitando io che quelle parti mirabili non paressero poco convenevoli a l’azion intrapresa, ne la quale forse alcun buon padre del collegio germanico avria potuto desiderare più istoria e men poesia; giudicai c’allora il maraviglioso sarebbe tenuto più comportabile, che fosse giudicato c’ascondesse sotto alcuna buona e santa allegoria. E per questo, ancora ch’io non giudichi l’allegoria necessaria nel poema, come quella di cui mai Aristotele in questo senso non fa motto; e ben ch’io stimi che ’l far professione che vi sia, non si convenga al poeta; nondimeno volsi durar fatica per introdurvela, ed a bello studio, se ben non dissi, come fe’ Dante:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">Aguzza ben, lettor, qui gli occhi al vero;</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Però che ’l velo è qui tanto sottile,</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Che dentro trapassarvi fia leggiero.</l>
                  </quote>
               </p>
               <p TEIform="p">Non mi spiacque però di parlar in modo, c’altri potesse raccogliere ch’ella vi fosse; rimettendo al vostro giudizio se questo parlar fosse vizioso secondo l’arte, o no: ed a ciò far mi mossi tanto più sicuramente, quanto io vedea che l’opposizioni fatte da Platone ne’ dialoghi del Giusto ad Omero, erano difese da Aristotele e da Plutarco non con altra difesa, che col mostrar che sotto le cose dannate v’è allegoria. Ed ancora che l’allegoria, essendo perfezione accidentale, non possa contrapesare i difetti de la imitazione, che son per sè, sì che male in gran parte riman difeso Omero; pur rimane a mio giudicio difeso in alcuna parte, cioè in quella dove l’opposizioni riguardano alcune cose accidentali. Se dunque i miracoli miei del bosco e di Rinaldo convengono a la poesia per sè, com’io credo, ma forse sono soverchi per la qualità de’ tempi in questa istoria; può in alcun modo questa soprabondanza di miracoli esser da’ severi comportata più facilmente, se sarà creduto che vi sia allegoria. V’è ella veramente: quanto buona, io non so; ma un’altra volta ne discorreremo. E sì come v’è, così avrei caro c’altri credesse che vi fosse: ma in quel c’appartiene al rimover o a l’alterare alcune parole, mi rimetto al vostro giudicio. Ma perchè parrà forse ad alcuno di veder che non ogni particella del bosco o de gli errori di Rinaldo contenga allegoria, sottoscriverò qui alcune parole del Ficino sovra ’l Convivio, nel capitolo <title lang="lat" TEIform="title">De antiqua hominis figura</title>. “<quote lang="lat" TEIform="quote">Nos autem, quae in figuris</quote> (che per questo termine significhi l’allegoria, si vede chiaramente) <quote lang="lat" TEIform="quote">superiorum et aliis describuntur, singula exacte ad sensum pertinere non arbitramur</quote>.” E pur parla de l’allegorie di Platone ancora, che n’è il maestro. Soggiunse poi: “<quote lang="lat" TEIform="quote">Nam Aurelius Augustinus non omnia, inquit, quae in figuris finguntur, significare aliquid putanda sunt; multa enim propter illa quae significant, ordinis et connexionis gratia adiuncta sunt: solo vomere terra proscinditur; sed ut hoc fieri possit, coetera quoque huic aratri membra iunguntur</quote>.” Se dunque vi fosse alcuna particella vota d’allegoria, non credo d’aver errato. Ma in quel particolare de l’Oceano v’è certo allegoria, e tolta da Proclo: ma di ciò un’altra volta; chè questa materia ricerca da sè una lettera intiera.</p>
               <p TEIform="p">Or prima che passi ad altro, dirò ch’io ringrazio molto Vostra Signoria de l’avvertimento sovra quelle parole de l’episodio di Sofronia, <quote TEIform="quote">o fosse volto a volto</quote>; chè certo quelle parole non convengono in persona di grave poeta, quale dev’esser l’epico, principalmente in materia sì fatta.</p>
               <p TEIform="p">Or ritornando a l’allegoria, intorno a la quale m’era scordato di dir non so che; potrebbe parer ad alcuno estrano, che l’incanto del bosco non serbi il medesimo ordine con Tancredi, che con Rinaldo: ma di questo, quando io discorrerò seco de gli altri miei capricci, vedrà facilmente la cagione.</p>
               <p TEIform="p">Ne l’ultimo canto sono queste parole: “Sta dubbia in mezzo la Fortuna e Marte.” Potrà forse parere ad alcuno ch’io introduca le deità de’ gentili. Se così è, rimovansi queste e tutte l’altre parole simili: ma vo credendo che queste voci sì fatte siano tanto ammollite da l’uso, c’altro omai non suonino, nè altro senso ricevano da gli uomini, se non che la sorte de la guerra, per lo valore de’ soldati contrapesato, era dubbia. E credo che queste parole si possano recare a quella figura (non so come la chiamino) ne la qual si prende il nome de la deità per lo nome de la cosa sottoposta. Sono similmente nel poema alcune comparazioni, ne le quali è la cosa a cui si assomiglia, o Giove o Bronte per esempio. Dante ne mette alcune sì fatte in mezzo del Paradiso: e credo che si possano difendere, e la difesa sia tale. Le comparazioni (parlo delle poetiche) non si fan per dichiarar solamente, ma molte volte per semplice ornamento; onde si posson trarre non solo da cose vere e naturali, come credeva l’Amalteo, ma anche da cose famose. Chi dunque assimiglia Tisaferno a Bronte, non erra, perchè non presuppone che Bronte fosse o sia, nè mostra di creder ciò; ma presuppone solo, che Bronte sia un non so che di noto in quanto al nome, al quale sia attribuito un’operazione simile o minore a quella ch’egli descrive. E chi non fa comparazioni de la fenice e de’ centauri? e pur <foreign lang="lat" TEIform="foreign">non dantur</foreign> questi animali in natura. Ma forse troppo s’è detto intorno a ciò.</p>
               <p TEIform="p">Or torniamo indietro da l’ultimo al penultimo canto. Non parrà forse ad alcuni che sia cagione bastante, che da’ principi saracini fosse fatta partecipe Erminia de la congiura, la notizia ch’ella aveva de l’armi ed insegne de’ cristiani, potendo forse essi intender questo per altra via. Questo pensiero m’è nato questa sera; non so quant’egli vaglia: pur se l’opposizion fosse di peso, facilissima cosa mi sarà il mutare, fingendo c’alcun de’ congiurati, invaghito d’Erminia, credendosi di consolarla, gliela scoprisse. Pur la prima cagione, rimosso il dubio, sarebbe migliore, perch’è più intrinseca. La morte del soldano ne l’ultimo non piacerà a chi dispiace quella di Turno: pur credo che Virgilio facesse con molte ragioni quel che fece; e credo di saperne alcuna.</p>
               <p TEIform="p">Per conclusione, mi ricordo che Vostra Signoria già mi scrisse che ’l Barga lodava ne l’undecimo ch’io descrivessi così particolarmente le prove di molti. Intesi il motto: e certo non si lodava quella parte, che tacitamente non se ne riprendessero alcun altre. Ma Vostra Signoria, con la solita sua modestia e destrezza, mi volse far intendere l’altrui opinione in modo, ch’io sentissi più il dolce de la lode che l’amaro de la censura. In risposta dirò, ch’io mi persuado che tutti i dotti che leggeranno il mio poema, conosceranno che molto bene io ho conosciuta qual fosse la maniera d’Omero, avendola usata assai spesso, se ben alquanto più parcamente che non è stata usata da alcuni altri moderni suoi imitatori. Conosceranno parimente, che quando non l’ho usata, non ho giudicato ben il farlo; se ben forse in questo giudicio mi condanneranno: pure a chi avrà riguardo non solo al luogo ove manca questa larga imitazione, ma a le cose seguenti ed antecedenti ancora, potrà facilmente apparere ch’il più de le volte ch’io, lasciando questa larghezza, ho ricevuto la brevità, l’ho fatto o per necessaria o per potente cagione: nè ricuserei di star al sindicato di ciascun particolare. Questo so bene, che Virgilio non meno spesso, o forse più spesso di me, si ristringe a la narrazione, lasciando l’imitazione. E s’io avessi fatti d’una battaglia sola otto libri intieri senza frapporvi altra cosa, chi gli avrebbe letti? Forse....; il qual non niego che non sia <foreign lang="lat" TEIform="foreign">instar multorum</foreign>: basta, ogn’uno ha i suoi umori. Altro non mi sovviene nè mi avanza da dirle, se non pregarla che polisca in modo questi tre ultimi canti, che non abbiano che invidiare a i lor fratelli. E le bacio le mani. Di Ferrara, il 4 d’ottobre 1575.</p>
            </div2>
            <div2 type="epistola" org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="div2">
               <head TEIform="head">49</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io, per conceder gran parte a Goffredo ne l’azione, avea ordinate le battaglie in quel modo che Vostra Signoria ha lette: e necessario mi parea d’attribuirli molto, se più che molto gli è attribuito non solo dal vero ma da la fama. Ma poichè è paruto altrimente, e ch’in alcune cose s’è tolto alquanto, o si torrà a lui per dare ad altri, credo che sia necessario mutare in parte la proposizione; cioè, proporre non il capitano prima, e i cavalieri in conseguenza; ma prima i cavalieri, e il capitano non già in conseguenza, ma in quel modo che Vostra Signoria vedrà. Dirò dunque
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">L’armi pietose e i cavalieri i’ canto,</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Che de la croce si segnar di Cristo;</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Quant’operar sotto Goffredo, e quanto</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Seco soffrir nel glorioso acquisto.</l>
                  </quote>
               </p>
               <p TEIform="p">Il proporre molti, ove sia alcuno eminente, è lecito per ragione a chi intende di cantar di molti: e v’è l’esempio di Apollonio, se ben mi rammento, perchè il perdei nel ritorno di Venezia; ma senza fallo credo che sia così. Il Barga proponeva non Goffredo, nè alcun particolar, ma gli eroi. Il nominar Goffredo è non solo introdotto per aver alcun particolare riguardo a lui, ch’è famosissimo sovra gli altri, ma anco per differenza specifica (s’è vero che la proposizione debba aver le condizioni de la diffinizione); perochè queste parole “sotto Goffredo” separano l’azione da tutte l’altre precedenti, che non furon fatte essendo lui capitano. – “Seco soffrir.” Sotto queste voci vengono l’arti diaboliche, e l’armi pagane, e in somma tutti gli episodi a distornamento de l’impresa. – “Nel glorioso acquisto.” Me non offende che qui non vi sia nominato Gerusalemme; perochè assai dichiarano le condizioni precedenti, c’altro acquisto non si può intendere. Oltre che questa parola era così assolutamente detta da tutti gli istorici antichi; <foreign lang="lat" TEIform="foreign">idest</foreign>, Giovan Villani, Matteo ec., che dicono <emph TEIform="emph">Passò a la conquista</emph>, intendendo di Terrasanta. Forse quelle parole “sotto Goffredo” non son belle; ma non ne trovo più a proposito, chi non volesse circonscrivere: il che, oltre che non m’è commodo, non è lecito. Avrò caro d’intenderne il parer di Vostra Signoria illustrissima e de gli altri, e me ne farà favore singolarissimo. Gli altri quattro versi sequenti, credo che siano compresi ne la dannazione de la stanza “Sai che là corre il mondo;” però non ne chiedo consiglio: ma vorrei sapere che importano quelle parole ne la proposizion di Virgilio:
<quote rend="block" lang="lat" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">... Genus unde Latinum,</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Albanique patres, atque alta moenia...</l>
                  </quote>
               </p>
               <p TEIform="p">Chi considera sottilmente, vedrà che siamo soggetti a l’istessa opposizione, come mi sforzerò di mostrar poi; la quale a me non dà punto di fastidio: ma per ora Vostra Signoria non metta in consulta questa seconda parte, sin ch’io non le scrivo altro.</p>
               <p TEIform="p">La narrazione, se piacerà a Vostra Signoria e al signor Barga, comincierà in questo modo:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <lg org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="lg">
                        <l part="N" TEIform="l">Già il sesto anno volgea che ’l grand’Urbano,</l>
                        <l part="N" TEIform="l">Ch’ebbe le chiavi ond’il ciel s’apre e serra,</l>
                        <l part="N" TEIform="l">A concilio raccolse il pio cristiano</l>
                        <l part="N" TEIform="l">In Chiaramonte, e ’l persuase a guerra,</l>
                        <l part="N" TEIform="l">A liberar dal popolo profano</l>
                        <l part="N" TEIform="l">Di Gesù la natia sacrata terra:</l>
                        <l part="N" TEIform="l">E cingendo la spada a’ duci al fianco,</l>
                        <l part="N" TEIform="l">Diè lor purpurea croce, abito bianco.</l>
                     </lg>
                     <lg org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="lg">
                        <l part="N" TEIform="l">E vincitrice già per l’oriente</l>
                        <l part="N" TEIform="l">L’oste correa, che mosse a l’alta impresa, ec.</l>
                     </lg>
                  </quote>
               </p>
               <p TEIform="p">Vostra Signoria mi faccia favore di scrivermi se piace questa, o più particolarmente in qual altro modo la desiderano. Al Magno parve che <foreign lang="lat" TEIform="foreign">omnimodo</foreign> si dovessero torre le stanze, “Qual rabbia, o figlio di Gesù, ec.;” ma che si devesse lasciar non solo, “Tu magnanimo Alfonso, ec.;” ma anco la precedente, “Sai che là corre il mondo, ec.” Il principio de la narrazione a lui parve sofficiente assai: pur mi giova d’aver mutato, e di rimutar, se bisognerà. E le bacio le mani.</p>
            </div2>
            <div2 type="epistola" org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="div2">
               <head TEIform="head">50</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A LUCA SCALABRINO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">In risposta de l’ultima vostra vi dico, che per molte cagioni io non avrei caro che mandaste il canto a l’Ariosto; una parte de le quali dovreste pure imaginarvi: ma, se vi parrà, potrete bene assicurarlo, ch’egli potrà leggere ne la mia camera tutto ciò che vorrà, a suo agio: e questo scriveteglielo, o non iscriveteglielo, come vi pare. E vi dico di più, che se io il diedi al signor Orazio Capponi (chè ad altri mai non è stato dato di mia volontà), il diedi perchè egli non potea venir da Siena a Ferrara così a suo comodo. In quanto a lo Speroni, io desidero assai che mi ami e che proceda meco sinceramente; e voi mi farete cosa cara ad usarvi ogni artifizio: ma s’egli vorrà essere Fabio Massimo, non vi mancherà Scipione. Quello ch’egli dice de l’Eunuco è nulla affatto affatto; e se a lui parrà di divulgare questa opinione, per me non resti.</p>
               <p TEIform="p">Dite al Signore, che a me tornerebbe molto comodo di partire la seconda settimana di quaresima per Venezia, e che s’egli mi manda il libro, io partirò. Procurate ch’egli mandi in ogni modo almeno la parte che sarà revista; e se tutto insieme non si può mandare, mandisi in tre o quattro volte per la via de la posta: ma non si cominci sin a nuove mie lettere. Al Mei scriverò per quest’altro ordinario. E vi bacio le mani. Di Ferrara, il 16 di gennaio.</p>
            </div2>
            <div2 type="epistola" org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="div2">
               <head TEIform="head">51</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Aspetto con grandissimo desiderio, che Vostra Signoria illustrissima m’avvisi in che termine sia la revisione, così in quel c’appertiene a l’arte, come in quel che tocca a la religione. Io mi affatico intorno al quartodecimo; e veramente posso chiamar questa fatica, poich’è senza diletto. La musa non mi spira i soliti spiriti; sì che credo ch’in queste nuove stanze non vi sarà eccesso d’ornamento o d’arguzia: spero nondimeno che ne’ versi sarà chiarezza, e facilità senza viltà; e spero d’accoppiare insieme due cose, se non incompatibili, almeno non molto facili ad accompagnarsi; e queste sono, la necessità o la fatalità, per così dire, di Rinaldo, e la superiorità di Goffredo, e quella dependenza che tutta l’azione del poema deve avere da lui: e quando io dico superiorità, non intendo semplicemente superiorità di grado; sì che si potrà raccogliere da alcun mio verso c’altrettanto fosse necessario a l’impresa Goffredo, quanto Rinaldo; ma l’uno era necessario come capitano, l’altro come esecutore. Nè questa necessità di due è cosa nova, perchè a l’espugnazion di Troia erano necessari Pirro e Filottete. Onde nel Filottete di Sofocle dimandando Neottolemo ad Ulisse: Come dici tu, che Filottete sia necessario a quest’espugnazione? non son io colui c’ha da distrugger Troia? – risponde Ulisse: Nè tu puoi distruggerla senza lui, nè egli senza te. – E tanto basti intorno a la necessità di Goffredo e di Rinaldo, ed a la coordinazione che è fra loro. Ne l’altra coordinazion de l’eremita al mago naturale, io procederò come si concluse fra ’l signor Flaminio e Vostra Signoria e me, quel dì che ne ragionammo: e questa invenzione sarà simile a quella di Dante. Finge Dante che Beatrice, cioè la teologia, guidi lui per mezzo di Virgilio, che vogliono alcuni che s’intenda per la scienza naturale.</p>
               <p TEIform="p">Come io abbia fornita questa parte, la qual darà pienamente notizia di ciò che può contenersi ne l’altra metà del quartodecimo e nel decimoquinto canto, io la manderò a Vostra Signoria; e presto la fornirò, e poi non andrò più oltre, perchè non posso. Non posso, perchè la mia valigia, ove è il decimoquarto e decimoquinto canto, non compare: ed io non ho altra copia, nè so come mi fare; perchè, se bene voglio mutare in parte le cose fatte, in parte rimarranno com’erano prima. Or veda Vostra Signoria se questo rappezzamento si può fare senza libro! Ebbi una lettera di messer Giorgio in Pesaro, ne la quale mi dava intenzione che la mia valigia sarebbe partita di Roma il secondo giorno de l’anno, e sarebbe portata per la via di Pesaro. Da poi non ho inteso altro: ma ieri ebbi una lettera di Pesaro de i 20 di gennaio, ne la quale son avvisato che la valigia non è anco giunta. Certo io ne sto con molto fastidio, perchè, oltra i due canti già detti, vi son tutti gli altri e dupplicati; ed io non ho copia di tutti, ed in particolare non l’ho de’ due. Vostra Signoria mi favorisca di parlar di questo negozio con messer Giorgio.</p>
               <p TEIform="p">Fra le cose che notò Vostra Signoria, so che notò la rima di <emph TEIform="emph">rediense</emph> con <emph TEIform="emph">Estense</emph>, e replicò poi, d’opinione de gli altri revisori, che non era accettabile. A me pareva d’averne esempi e ragioni; perch’i toscani dicono non solo <emph TEIform="emph">parevano</emph> e <emph TEIform="emph">pareano</emph>, ma <emph TEIform="emph">parieno</emph> e <emph TEIform="emph">paren</emph>, come:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">Paren l’occhiaia anelli senza gemme:</l>
                  </quote>
ed infiniti altri esempi sì fatti si troveranno, ne’ quali non si può dubitare che sia error di stampa. Pur mi tacqui, non mi sovvenendo alcun esempio in rima: or n’ho trovato uno nel duodecimo de l’Inferno:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <lg org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="lg">
                        <l part="N" TEIform="l">Così prendemmo via giù per lo scarco</l>
                        <l part="N" TEIform="l">Di quelle pietre, che spesso moviensi</l>
                        <l part="N" TEIform="l">Sotto i miei piedi per lo nuovo carco.</l>
                     </lg>
                     <lg org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="lg">
                        <l part="N" TEIform="l">Io gìa pensando; e quei disse: tu pensi, ec.</l>
                     </lg>
                  </quote>
               </p>
               <p TEIform="p">Credo ancora che chi andasse ricercando, ne troverebbe alcun altro: pur quando a Vostra Signoria paia che questo si debba attribuire a la licenza di Dante, non ad uso di lingua, non vo’ che la sua autorità mi vaglia; peroch’io vorrei parer di seguirlo ne gli usi del parlare, e non ne le licenze; le quali però non credo che siano nè tante nè tali in lui, come molti estimano. Mai non m’è sovvenuto concetto più degno di Dante.</p>
               <p TEIform="p">La lettura de’ miei canti vada secreta per amor di Dio, nè si mandi fuor copia. Altro non so che dirle, se non ch’io la prego a baciar le mani in mio nome a i signori revisori, ed in particolar al signor Barga, al quale mi conosco in particolare obligato. Al signor Cipriano ancora, ed al signor Giulio Battaglino desidero d’esser ricordato per servitore. E con questo pregando il Signor Iddio c’adempia ogni suo nobile desiderio, umilmente a Vostra Signoria fo riverenza. Di Ferrara, il 24 di gennaio 1576.</p>
            </div2>
            <div2 type="epistola" org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="div2">
               <head TEIform="head">52</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Il canto decimoquinto è giunto a tempo, c’omai non mi restava più che fare. Io ne farò cavar una copia, e ’l rimanderò a Vostra Signoria co ’l principio del decimo quarto. La navigazione non credo che sia possibile che resti tutta, poichè fra l’andare e ’l ritorno vi correrebbe un mese di tempo; e questo mi pare pur troppo lungo spazio. Ne rimarrà almen parte, cioè sino a lo stretto: anzi uscirà pur la nave da lo stretto; ma costeggiando la riviera d’Africa, che tende verso l’equinoziale, farà pochissimo viaggio: non si perderà nondimeno l’occasione di dire del Colombo e de gli altri quel che si dice. Con tutto ciò, credo che ’l canto rimarrà troppo corto; nè veggio che rimedio pigliarvi. Cominciarò bene la navigazione non de l’Egitto, ma de la Palestina; ed in questa mutazione vi son due vantaggi: l’uno, che la navigazione sin a lo stretto s’allunga; l’altro, che ’l tempo de la peregrinazione s’accorta, perchè i due cavalieri dal campo al fiume, che sgorga in mare presso Ascalona andranno in due giorni, ed in dieci non andavano al Nilo. Pur l’accrescimento, che con la descrizione di Palestina e de l’Arabia si farà a la navigazione, sarà di due o di tre stanze al più; e questo è pur troppo picciolo augumento in rispetto del molto che scema. Io pur ancora non so imaginare alcuna commoda maniera di maggiore accrescimento. In somma, essendosi posposta la richiamata di Rinaldo, egli non deve nè può esser aspettato più che diece o dodici giorni. Vostra Signoria m’aiuti a pensarci, o, per dir meglio, a trovar la via d’allungarlo; avendo però questo riguardo, che i moti fatti per arte magica, sia magia diabolica o naturale, se ben sono fatti più velocemente, è nondimeno questa velocità ristretta dentro ad alcune leggi di natura.</p>
               <p TEIform="p">Mi dispiace la tardità del signore....., ed anco il rigore. Credo che Vostra Signoria voglia intendere ch’egli sia rigoroso in quel c’appartiene a l’Inquisizione: e certo, se così è, io crederei che con minor severità fosse stato revisto il poema dal medesmo Inquisitore; il qual si ritrova or qui in Ferrara, e vi starà alcun giorno. Ma io farò un bel tratto: ch’io non mostrarò al frate quelle censure le quali mi parranno troppo severe; ma gli mostrarò semplicemente, senza dirli altro, i versi censurati; e s’egli li passerà come buoni, io non cercherò altro.</p>
               <p TEIform="p">Non mi piacerebbe anco molto, che questo rigore del signor....... si stendesse a l’arte poetica; perch’io son risoluto di non voler per ora conciar, se non alcune cose che mi paiono reali, ed appertenenti a la favola, ed a la somma del tutto. E so ben io ch’in materia, qual’è la poetica, probabile, si possono dire molte cose apparenti contra la verità: e certo a me darebbe il cuore di fare a l’Edippo tiranno cinquanta opposizioni simili a quelle che fanno molti critici a gli altri poemi; non per tanto, giudico che quella sia ottima tragedia. Questo dico per dubbio ch’egli ancora non voglia mostrar più tosto acume d’ingegno ne le mie cose, c’una certa gravità e realtà di giudizio. Per questa medesma ragione non mi curo (e ’l medesimo ho scritto a messer Luca) di sapere tutto quello che sarà abbaiato da i botoli ringhiosi, non ch’io voglia occuparmi in rispondere loro.</p>
               <p TEIform="p">Colui che fe’ l’opposizion de la <emph TEIform="emph">sferza</emph>, non sa che si dica; e Vostra Signoria rispose bene, e più che bene: e vi sariano molti esempi in termine in nostro favore, ed in particolare de la <emph TEIform="emph">sferza</emph>, ma non voglio perder tempo in cercarli: ho pur troppo che fare! Ne la voce <emph TEIform="emph">avvolto</emph>, non v’è improprietà alcuna; più tosto è ne la voce <emph TEIform="emph">insieme</emph>: e forse quel ch’io volsi dire, è male esplicato; chè <emph TEIform="emph">insieme</emph> non s’intenderà mai che vaglia tanto quanto <emph TEIform="emph">in un medesmo luogo</emph>. Il conciero sarà facilissimo, essendovi la voce <emph TEIform="emph">sepolto</emph>, ch’è propria; ma io per ancora non ho avuto alcun diligente riguardo a le voci ed a la lingua, riserbandomi sempre di far ciò in ultimo ed in fretta. M’è rincresciuto che col mostrar le mie cose si sia dato occasione di cianciare a i pedanti; ed io in parte ho in ciò colpa, c’ho messo in considerazione alcune parole e cose, che peraventura non erano avvertite: ed a punto in Siena, leggendo il duodecimo canto, dissi che la parola <emph TEIform="emph">guarda</emph> non era usata da altri, e notai il verso ov’è la voce <emph TEIform="emph">avvolto</emph>; e poi de l’una e de l’altra di queste parole s’è fatto tanto romore. Ma basti sin qui di costoro; chè mi vergogno di me stesso, che mi curi di lor biasmo o di lor lode.</p>
               <p TEIform="p">L’avviso che mi dà Vostra Signoria, m’è stato carissimo; e se ben io il sapea prima, non avea però certezza che ’l negozio fosse così passato, come Vostra Signoria mi scrive. In quanto a quel c’appartiene a messer Luca, sia Vostra Signoria illustrissima secura di due cose: ch’egli non ha altro maggior desiderio (e l’effetto il mostrerà) che di compiacere al desiderio di Vostra Signoria; e ch’egli le ha detto, ed è per dirle il vero senza alcuno artificio cortigiano: ma di questo mi riservo a scriverle più a lungo. E le bacio le mani. Di Ferrara, li 11 di febraio 1576.</p>
            </div2>
            <div2 type="epistola" org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="div2">
               <head TEIform="head">53</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A SPERONE SPERONI. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io scrissi a Vostra Signoria molti giorni sono; ma, per quanto m’avvisa messer Luca, la lettera non ha avuto ricapito; nè so per qual fato o per qual’arte avvenga, che le lettere che scrivo a Vostra Signoria si smarriscano, nè si smarriscano l’altre che sono da me drizzate per la medesima strada, ch’è l’ordinaria de la posta, ordinariamente infallibile. Ma qualunque si sia la cagione di questo smarrimento; o mia sciagura, o malizia o negligenza altrui, io non so come provederci meglio, che col mandare le lettere che a voi scriverò, ad alcun altro perchè a voi le dia. Questa dunque vi sarà data da messer Luca, ne la quale replicherò brevemente ciò che ne l’altra si conteneva.</p>
               <p TEIform="p">Io, come voi m’imponete, motteggiai; ma ’l motto non fu inteso, o almeno non gli fu dato risposta, ed a me non è paruto di poter con vostra dignità proceder più oltre. Ne parlai bene liberamente con la duchessa d’Urbino, perchè mi parve di poterlo fare: e le dissi molte ragioni per le quali io giudicava che voi doveste essere invitato; e infiammai, per così dire, l’animo per se stesso acceso di desiderio, e poco men che non dissi d’amore, chè certo in guisa ella desidera la vostra presenza, o almen le occasioni di vedervi spesso e di ragionar con esso voi, che si può dire innamorata de la vostra eloquenza. In somma, ella è così vaga di favorirvi, quanto di servirvi; ed assai mi par di dire, dicendo questo: e per mezzo suo si potrà trattare questo negozio con intiera vostra sodisfazione, purchè s’appresenti alcuna occasione, la quale non tarderà forse a venire molti mesi: per lettere a lei non pare di poterlo trattare. La promessa de l’eredità le fu carissima; ma desidera più oltra: desidera che di parte almeno le sia fatta una donazione <foreign lang="lat" TEIform="foreign">inter vivos</foreign>. Io sono stato così ardito, che l’ho assicurata che sarà compiaciuta da voi: e dovete compiacerla, così perchè con questo dono vi acquisterete affatto la volontà di questa signora, come anco perchè le vostre cose non potriano essere in luogo ove fossero o guardate sotto più severa custodia o mostrate con maggior solennità; perchè se ad alcun mai si mostrassero, ciò non si faria altramente che se elle fossero sacre reliquie. Vi consiglio bene, e vi prego, che se per alcuna cagione a me incognita non vorrete sodisfar a questo suo desiderio, vogliate almeno scriverle in maniera che non le sia grave la vostra risoluzione. Altro per ora non so che dirvi, se non che cotesti viceinquisitori sono tanto lenti ne la revisione del mio poema quanto.... anzi pur so che siano scrupolosi: e certo questo indugio m’è molestissimo, e dannosissimo a tutti i miei disegni. Frattanto io vo mutando alcune cose, secondo il consiglio di Vostra Signoria; a la quale bacio la mano. Di Ferrara, il 17 di febraio.</p>
               <p TEIform="p">Mi farà favore segnalatissimo, se farà diligentemente ricercar l’altra mia lettera. Mi perdoni di grazia s’io le mando lettera piena di tante liture: ho scritto con grandissima fretta, e non ho tempo di trascriverla.</p>
            </div2>
            <div2 type="epistola" org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="div2">
               <head TEIform="head">54</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io seguirò il mio solito costume di dar avviso a Vostra Signoria del progresso ch’io fo ne la revisione. Sappia dunque che, da poi ch’ebbi data a la prima metà del quartodecimo quella perfezione che per me si poteva maggiore, cominciai a riveder il decimoquinto, che opportunamente giunse, e l’ho ridutto a buon termine; anzi non m’avanza più che fare in lui, se non mutare alcuni pochi versi. Io n’ho rimosso il maraviglioso de la chioma, seguendo in ciò più tosto l’altrui giudizio, c’un certo mio compiacimento: e quel che prima era da me attribuito a la chioma, ora è attribuito ad una vela ordinaria. Comincio la navigazione da Ascalona, luogo vicinissimo a Gerusalemme; e la nave maravigliosa viene a passar per Gaza, sì che può veder alcuni de gli apparecchi del re d’Egitto: e quivi i due cavalieri intendono da la donna, che l’esercito regio non è ancor tutto ragunato. Arriva la nave in otto giorni a l’isole. Nel Morgante, Rinaldo portato per incanto va in un giorno da Egitto in Roncisvalle, a cavallo: e cito il Morgante, perchè questa sua parte fu fatta da Marsilio Ficino, ed è piena di molta dottrina teologica. E certo questa menzione che si fa qui de l’assemblea de’ pagani, è molto a proposito; così perchè parea che troppo s’indugiasse a parlarne, non se ne parlando sino al decimosettimo canto, com’anco perchè fra l’altre parti di questo canto, le quali possono parere semplicemente episodiche, si mescola pur alcuna cosa che per sè e principalmente si drizza a la favola. E questo mescolamento di cose appertenenti a la favola è stato da me introdotto in molti luoghi del canto precedente, in maniera che questi due canti non saranno così semplicemente di Rinaldo, che non v’abbia gran parte Goffredo e gli altri principali. Termino poi la navigazione ne l’isole Fortunate, perchè questo m’è paruto il più opportuno luogo che si potesse trovare fuor de lo stretto, così per la vicinanza, come per dar occasione a l’altre cose che si dicevano. Oltrechè la particolar descrizione de l’Isole porta seco non so che di vago e di curioso: ed essendovene alcune disabitate, trovo in loro tutte quelle condizioni ch’io potessi desiderare.</p>
               <p TEIform="p">Ebbi nuova che la valigia era stata inviata da Pesaro a Ferrara, ma non è ancor giunta. Per buona sorte ho ritrovata quella copia de’ tre canti che si bagnò, de la qual non mi ricordava; sì che non starò ozioso sin’a la sua giunta.</p>
               <p TEIform="p">In Venezia s’è rinovellato il sospetto de la peste: quanto questa nuova mi piaccia, Vostra Signoria può imaginarselo. Io veggio i miei fini per questi accidenti andarsi tanto allontanando, che non veggio come o quando poterci arrivare. Avrei caro di sapere se in Roma vi sarebbe commodità di buona e di bella stampa, ancora ch’io non creda di avermene a servire; perchè stampare senza il privilegio de’ veneziani non mi mette conto, ed essi nol concedono a chi stampa fuor di Venezia. Aspetto con grandissimo desiderio lettere di Vostra Signoria illustrissima, ed in particolare alcuna conclusione de’ revisori. E le bacio le mani. Di Ferrara, il 20 di febraio 1576.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">55</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A LUCA SCALABRINO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Poichè questi revisori tardano tanto, non ne farò altro col Mei, ma supplirò con una semplice lettera di cerimonia. Dunque, come prima potete, mandatemi i XIII primi canti; e mandateli compartiti in più fascetti, ed involti in carta pecora, acciò che non si bagnino. Mandateli per la posta, e mandatene uno per ordinario. Se gli altri si debbano mostrare a lo Sperone o no, mi risolverò a più bell’agio.</p>
               <p TEIform="p">Ho fatti due sonetti: uno a la contessa di Sala, che avea la conciatura de le chiome in forma di corona; l’altro a la figliastra, che ha un labrotto quasi a l’austriaca; e con occasione di udirli, il duca mi ha fatto molti favori: ma io vorrei frutti e non fiori. Non mando i sonetti, perchè non mi risolvo se sono belli o no. Questo so bene, che avendoli io detti, mal mio grado, al Maddalò, li ascoltò con volto severissimo: pur credo che ce ne sian molte copie per lo mondo a quest’ora, uscite, cred’io, per arte magica. Ma sia che si voglia, non so chi facesse molto di meglio. E vi bacio le mani. Di Ferrara, l’ultimo di febraio.</p>
               <p TEIform="p">La tavola non credo che sia possibile che la possiate fare in pochi giorni, però non ve ne parlo.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">56</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vostra Signoria illustrissima m’accennò già in una sua lettera un non so che de la soverchia severità del signor....: di questo poi più chiaramente sono stato avisato da messer Luca, il qual mostra particolarmente di dubbitare, che debbia muovere alcun dubbio ne l’episodio di Sofronia. Se ’l dubbio si stenderà solamente ad alcun verso, com’a quello, “Che vi portaro i creduli devoti;” ciò non mi dà noia: mi rincrescerebbe bene infinitamente che ’l dubbio fosse diretto contra la sostanza de l’episodio; ed in questo caso io desiderarei che Vostra Signoria illustrissima con alcun destro modo operasse ch’egli rimanesse sodisfatto, che quando dal giudizio di due Inquisitori la digressione fosse approvata, io potessi, contentandomi del lor giudizio, non cercar più oltre. Domani, tutto che sia l’ultimo di carnevale, io voglio andare a starmene con l’Inquisitor ferrarese per chiarirmi di questo dubbio.</p>
               <p TEIform="p">Ne la revisione da molti giorni in qua non ho fatto progresso alcuno, onde mancano ancora nel quartodecimo le lodi de la casa da Este: il rimanente ha quasi l’ultima perfezione; ed il canto sarà convenevolmente grande, perchè senza le lodi arriva al numero di settantanove stanze, bench’io credo di voler esser brevissimo ne le lodi. E per confessare, com’io soglio, la mia vanità, io mi son compiacciuto assai nel conciero di questo canto; o, per dir meglio, ne la total riformazione: perochè non solo ho accomodato a mio gusto tutto ciò c’apparteneva a la favola; ma ancora migliorate molte cose che riguardavano l’allegoria, de la quale son fatto, non so come, maggior prezzatore ch’io non era; sì che non lascio passar cosa che non possa stare a martello. E per questo desidero di rimovere dal decimoquinto la battaglia del mostro, perch’in somma quel mostro era affatto ozioso ne l’allegoria: oltre ch’in questo compiacerò, per altra cagione, al giudizio del signor Barga con iscemare i mirabili. In vece del mostro introdurrò la descrizione de la fonte del riso, celebrata da molti ed in particolar dal Petrarca, ed attribuita da la fama e da i geografi a l’isole Fortunate; ne la quale se i due guerrieri avesser bevuto, sarebber morti: e da questa uscirà un fiumicello, che formerà il laghetto. E vedete se ’l lago m’aiuta; che non solo in cima d’una de le montagne di queste isole è veramente posto da i geografi il lago ch’io descrivo, ma questa fonte e questo lago mi servono mirabilmente a l’allegoria. Questa mutazione io intendo di fare oltre l’altra, che si può più tosto dir giunta che mutazione, de la quale scrissi a messer Luca che desse conto a Vostra Signoria, sì che sarebbe impossibile ch’io fossi in ordine per pasqua. E però sopporto con minor fastidio l’impedimento de la peste, la quale omai non si può più dissimular da i veneziani: nè so come, cominciando così a buon’ora, noi ce ne potremo difendere qui in Ferrara. Questo disturbo, quanto m’allontani da i miei fini, Vostra Signoria se ’l vede; pur mi vo consolando, poichè ogni indugio è con qualche miglioramento del mio poema, e forse <foreign lang="lat" TEIform="foreign">fata viam aperient</foreign>. Ma se bene io non continuo ne la risoluzione d’andare così tosto a Venezia, continuo nondimeno nel desiderio che mi si mandino i canti, non però prima che siano stati visti dal signor Nobile. Ma Vostra Signoria potrà così di mano in mano venirmi mandando quelli che saranno stati visti da lui.</p>
               <p TEIform="p">Vostra Signoria mi faccia favore di dire a messer Luca ed a messer Giorgio, ch’io ho ricevute le lor lettere; ed in particolare di dire a messer Luca, che quel <emph TEIform="emph">mistura</emph> del.... e del signor.... non mi piace, perchè in somma non mi fido del.... affatto affatto. E con questo facendo fine, farò un trapasso da la penna a le penne, o a le piume, che vogliam dirle; e le bacio le mani. Di Ferrara, il penultimo dì del carnevale 1576.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">57</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A LUCA SCALABRINO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vengo a voi, messer Luca umorosissimo umorista, re de gli umoristi. Direte al Signore, ch’io ho avuta la sua lettera, e ch’io mi contento che la severità del Poetino non abbia passati quei termini ch’egli mi scrive; e se così sarà, io vo’ seguir la loro ammonizione in tutto e per tutto, almeno in quello che appartiene a la religione. Io scrivo a Sua Signoria illustrissima ancora; ma perchè potrebb’essere ch’egli non avesse la sua lettera così tosto, fategli intanto parte di questa.</p>
               <p TEIform="p">La peste di Venezia cresce tuttavia, e omai ha cominciato ad entrare ne le case de’ nobili con la morte di alcuni di loro; e qui si cominciano a far di grandissime guardie: sì che io non posso pensare a la stampa per tre o quattro mesi ancora; e poi, Dio sa che sarà! perchè fra tanto il turco, il quale esce pur fuora con la sua malora, piglierà Messina, pur che si contenti di tanto. Ma girino le cose del mondo come piace a chi le governa: io, poichè non vi posso rimediare, mi voglio sforzare di non pensarvi; e ingannando me stesso, voglio sperare che tutti questi impedimenti mi s’attraversino inanzi per mio bene, acciochè io possa interamente sodisfarmi ne la revisione del libro, e mandarlo poi fuora con maggior mia riputazione. Avendo dunque fatto questa risoluzione, ho deliberato, in conseguenza, di aggiugner non solo quelle cose de le quali v’ho già scritto, ma alcune altre ancora, le quali desidero che sian conferite dal Signore con gli altri revisori, e da voi con lo Sperone.</p>
               <p TEIform="p">Io so quanto sia caro a molti il riconoscer ne i poemi una certa similitudine e quasi imagine de la storia, in quello che non guasta la poesia: il che se ne le altre istorie si desidera, di questa che io ho preso a trattare poeticamente si dee, per le sue qualità, maggiormente desiderare. Ho deliberato dunque di compiacer quanto più si potrà in questa parte a’ Castelvetrici, ed anco a me stesso: e prima vorrei trovar modo di dire in un episodio brevemente tutte le azioni principali che furono fatte da’ cristiani ne’ sei anni precedenti de la guerra; e ’l modo potrebb’essere questo: che quando i cristiani (nel primo canto) si ragunano a concilio, si ragunino in un tempio dove sian dipinti il concilio di Chiaramonte, il passaggio per terra e per mare de’ cristiani, la unione fatta da loro sotto Nicea, l’espugnazione di Nicea, le rotte di Solimano, la presa d’Antiochia, la rotta de’ Persi, il passaggio oltre l’Eufrate; chè se bene di tutte queste cose ve n’è sparsa qua e là alcuna menzione per lo poema, non so vedere perchè non debba esser carissimo al lettore che gli si dia in dieci o quindici stanze, al più, ordinatamente la vera notizia de le azioni fatte da’ cristiani. Oltre che, questa notizia chiarirà maggiormente quale sia lo stato de le cose e la constituzione de’ tempi; il che piace tanto a lo Sperone. E forse ebbe Virgilio un simil pensiero di dare alcuna informazione de le guerre di Troia, da le quali dipendeva la sua azione, con la dipintura del tempio di Giunone, benchè la sua principale azione fosse dirizzata ad altro. Si potrebbe poi fingere, che queste pitture fossero state fatte per comandamento di Goffredo, il quale con quest’arte forse intendesse di eccitare maggiormente i principi cristiani a la guerra. Io poi mi sforzerò di descrivere le mie pitture in modo, che se bene ne parlerò con maniera poetica, darò nondimeno piena e chiara informazione al lettore, sì che egli non abbia in questo poema da desiderar nulla di quello che appartiene a tutta la spedizione de’ cristiani che passeranno a l’acquisto. Questa vorrei che fosse la prima aggiunzione.</p>
               <p TEIform="p">Trovo poi ne l’istoria, che la moglie e la sorella di Solimano in Nicea rimasero prigioni de i cristiani; sì che porgendomi Nicea quell’occasione che non mi porge Antiochia, sarà forse meglio di fare Erminia sorella di Solimano: nè credo che vi sia cosa nel libro che possa impedire questa mutazione, poichè Solimano non si trovò in Gerusalemme nel tempo de la fuga di lei; solo bisognerà aggiugnere alcuna cosa, che di questa fuga si ragioni fra il re e Solimano. Ho trovato ne le Storie de l’Abate Uspergense germano, istorico degnissimo di fede, che Guelfo VI (quello di cui io parlo nel poema) ebbe nome nel battesimo Rinaldo, e fu poi ne l’addozione chiamato Guelfo; ed ho trovato parimenti, ch’egli fu con gli altri principi ne le imprese, e fece molte cose onorate, e che nel ritorno si morì in Cipri assai giovane: sì che questo voglio che sia il mio Rinaldo, non quell’altro Rinaldo figliuolo di Sofia e di Bertoldo. Che questo Guelfo fosse figliuolo di Azzo da Este e di Cunigonda, non si legge ne l’Abate; si legge bene, ch’egli d’Italia, ov’era chiamato Rinaldo, passando fanciulletto in Germania, fu chiamato Guelfo, ed adottato ne la famiglia de’ Guelfoni: e questo l’ho letto con gli occhi miei in un libro stampato più di cinquant’anni fa, e libro assai famoso in Germania. Il Sardo poi, parlandomi di questa materia, mi disse che per molti altri confronti si son accertati, che Guelfo VI è figliuolo di Azzo e di Cunigonda: ma di questo, siane quel che si vuole, a me non importa, bastandomi la fama e l’opinione di due istorici. Ora vedete come il caso m’ha appresentato modo di rimover quella persona principale affatto favolosa che tanto mi dispiaceva; ed in questa mutazione non avrò altra fatica se non mutar quella stanza del catalogo ove si parla del padre e de la madre di Rinaldo, e poi mutare alcuni versi ov’è chiamato figliuolo di Bertoldo e di Sofia, chiamandolo figliuolo di Azzo e di Cunigonda. Ben è vero, che per fare la cosa più probabile e più conforme a l’Abate Uspergense bisogna ch’io aggiunga in alcun luogo una stanza, ove sia predetto che la morte di Guelfo (ch’io chiamerò Rinaldo) sarà in Cipri nel suo ritorno. Maggior difficoltà sarà l’attribuire ad un altro quella persona che ora è di Guelfo; ma persona che non è molto principale, non mi dà molta noia se sarà in tutto favolosa.</p>
               <p TEIform="p">Oltre le già dette, intendo d’aggiugnere alcune altre cosette che ricercheranno una o due stanze al più, acciochè l’ultima battaglia sia riconosciuta per quella che veramente fu fatta (se ben fu fatta) quattro mesi dopo la presa di Gerusalemme. E questo vuo’ che mi basti in quanto a la simiglianza de la storia, a la quale in ogni parte del poema ho avuto alcuna considerazione. In quanto a l’episodio di Sofronia, ho pensato di aggiugnere otto o dieci stanze nel fine, che ’l farà parer più connesso; e di quelle sue nozze farò come vorranno. In ogni modo quella stanza. “Va dal rogo a le nozze” avea da esser mutata.</p>
               <p TEIform="p">Conferite tutte queste cose con lo Sperone, co ’l quale troverò comodo modo di scusarmi se non gli mostro altro per ora; e ve lo scriverò quest’altro ordinario. Avrete i sonetti dal signor Orazio, poichè li volete a mio dispetto; ed il Signore vedrà da essi che io non sono più quel buon versificatore ch’egli si crede, e che forse fui già. E certo ho bisogno di lungo riposo per riempire la vena esausta. Oh s’egli sapesse quanto peno a fare un verso, m’avrebbe compassione! Al Teggia dite e mostrate quel che volete, ma io non ne vuo’ saper nulla, nulla; chè ho altro che fare. E vi bacio le mani. Di Ferrara, il 12 di marzo.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">58</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">La mia offerta è stata accettata con mio grandissimo dispiacere, veggendomi tolto così onorato pretesto d’una subita licenza. Or che debbo io fare? Farò forza a un mio antico e giustissimo desiderio di viver fra gli uomini? troncherò l’ali a la mia fortuna, perchè mai più non le rimetta? Ah non sia vero ch’io abbia a dolermi da sezzo, quando il pentirsi nulla giova. Mi consolo ch’io richiesi, non fui richiesto: son attore, e non reo. Posso dunque desistere da la dimanda, e non provocare chi peraventura non provocato non si moverà; chè certo, per quanto a me ne pare, la mia proposta è stata accettata più tosto graziosamente che con fervore: però giudico che con non molta difficoltà potrò ritirarmi da l’impresa; e quando anco la difficoltà fosse anco molta, vo’ superarla in ogni modo. Non potrei, scrivendo de’ tempi di Leone e di Clemente, non dispiacere a coloro, a’ quali sono obligato, non che desideroso di sodisfare. Dunque prometto assolutamente, seguane che ne può, d’abbandonar questa impresa; a la qual per altro sott’entrava molto volentieri, e forse io non sarei stato così debole a sostenerla, come Vostra Signoria m’accenna c’altri mostra di credere; al quale spero un giorno far mutar sentenza, non senza sua sodisfazione.</p>
               <p TEIform="p">In quanto a l’altra risoluzione, io non dubito di non poterla fare conforme al desiderio di Vostra Signoria e mio: ben è vero che non è possibile ch’io la faccia sì tosto, come l’avrei fatta se la mia offerta era rifiutata. Pur questa dilazione sarà dilazione non d’anni ma di giorni, o al più di pochissimi mesi. Mi piace che ’l successor del morto, gli è successor anco ne la malevolenza verso me, e quel galant’uomo dal convito, del qual già scrissi: spero che la sua malignità sarà instrumento de la mia buona fortuna; ed io gli farò, bel giuoco, e a punto quale il desidera: egli riderà de la mia sciocchezza, et io de la sua delusa prudenza.</p>
               <p TEIform="p">Nessuna cosa può, o deve qui ritenermi, altro che un dono: questo, se sarà presto, sarà picciolo, e non proporzionato a le mie fatiche; s’avesse ad esser convenevole, saria tardo. Io rifiutarò il dono picciolo, e non aspettarò il grande, prevenendolo co ’l chieder licenza. Dono presto e convenevole, sarebbe mostro e portento ne la natura di questo mondo di qua; e però, come di cosa impossibile, non occorre farne consulta: e per accrescere quest’impossibilità, v’userò io ogni artificio. Questo è quanto posso ora dirle de la mia volontà quando sarà tempo di proceder più oltre, aviserò Vostra Signoria di quel che sarà mia intenzion di fare; nè dirò cosa, senza saputa e consiglio suo. Fra tanto andrò gittando alcuni fondamenti; fondamenti però non d’edificio, ma di destruzione. Prego Vostra Signoria che baci in mio nome la mano al signor Cipriano; e lo ringrazi de’ cortesi offici c’opera a mio beneficio. Aspetto risposta di questa lettera per la medesima via: e ne la buona sua grazia umilmente mi raccomando. Di Ferrara.</p>
            </div2>
            <div2 type="epistola" org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="div2">
               <head TEIform="head">59</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io avea prima scritto a Vostra Signoria illustrissima in questa medesima materia, ne la quale ora scrivo: ma non essendo ancora stata inviata la lettera, l’ho ritolta indietro; e rescrivo ora alquanto diversamente, se ben questa diversità non procede da mutazion d’animo, ma da novità d’accidenti e d’occasioni.</p>
               <p TEIform="p">Ch’io dicessi il vero a Vostra Signoria d’essermi offerto a quella carica, e che vero sia che la mia offerta fosse accettata, non mi sforzerò ora di persuadere a Vostra Signoria nè con molte mie parole nè con altrui testimonio, avendo certissima opinione ch’ella creda ad una semplice mia affermazione. Ma se per sodisfazione, se non di Vostra Signoria almen d’altri, sarà desiderato ch’io confermi il mio detto con alcun testimonio; il Canigiano, ambasciator qui di Toscana, me ne potrà far fede. Ch’io desideri sommamente di mutar paese, e ch’io abbia intenzion di farlo, assai per se stesso può esser manifesto, a chi considera le condizioni del mio stato. Assai credo che Vostra Signoria il conoscesse nel mio volto, che non cuopre sotto contrario manto gli affetti suoi: e le giuro per l’amor ch’ella mi porta, e per l’osservanza mia verso lei, che sin’a questa ora nessuna mutazion di consiglio s’è fatta in me, nè credo che sia per farsi. Ben è vero che quanto con maggior dilazione si differisce lo stampare, tanto veggio men certo il successo de la mia deliberazione, e più soggetto a vari accidenti. Sì che non volendo prometter io cosa che non volessi poi osservar ancor con la rovina mia, non mi risolvo di venire ad una risoluta promessa. Di questo sia ben sicura Vostra Signoria, ch’in nissun caso mi valerò con altri de le offerte fattemi da lei; non, s’io credessi di venirne più ricco che Mida: e s’assicuri ancora, ch’io non mi legarò con nuovo nodo così forte, ch’io non mi possa con buona occasione disciorre. Dirò di più, che sì come questa dilazione mi fa da l’un lato temere di qualche impedimento, così da l’altro mi porge speranza che possa in questo mezzo nascere occasione che m’agevoli la strada a doppio trapasso.</p>
               <p TEIform="p">Vedrà Vostra Signoria una qui inclusa scrittami di Polonia da messer Ascanio. Questo messer Ascanio so che parlò a lungo di me e del mio poema col duca; e quindi ebbero origine i miei umori de l’anno passato. Ora mi scrive. Io gli ho risposto, e pregatolo a dichiarirsi: e potrei forse intender cosa da lui che mi farebbe risolver a quello che non pensai mai di venire. Vedrà parimente da una lettera scrittami da mia sorella la sua necessità, e l’obligo ch’io ho di soccorrerla; e come in tanta mia povertà sono stato costretto a darle alcuno aiuto. Vedrà in ultimo ciò che mi scrive la duchessa, e ch’io sono in guisa sospetto che non m’è pur creduto il vero. Tutte queste lettere m’han messo il cervello a partito. Dio m’inspiri.</p>
               <p TEIform="p">Vostra Signoria in questo negozio, e per la servitù mia e per debito di pietà cristiana, mi pare obligata ad aver più tosto riguardo al mio bene che a l’altrui sodisfazione; non perchè debba più a me c’a gli altri (chè non sarei io così arrogante che ciò dicessi), ma perchè qui si tratta di cosa che a me importa tutto quello che può importare ne l’onore, ne l’utile e ne la sodisfazione de la vita, ed a gli altri poco rilieva al fine, in qualunque modo ella succeda. Supplico dunque Vostra Signoria illustrissima con ogni affetto, che se non potrà (chè forse non è giusto) mantener gli altri in obligo, non volendo io obligarmi a l’incontra; mantenga almeno viva ne gli animi loro la memoria e ’l desiderio di me; in tal modo che mi sia sempre aperto l’adito a la grazia e protezion loro, con quelle condizion che altre volte mi sono state proposte, o con non molto inferiori. E certo essi devrebbono in ciò sodisfare al desiderio di Vostra Signoria per molte cagioni, de le quali taccio alcuna per buon rispetto. Dirò solo c’a la lor magnanimità è convenevole il mostrare c’amor de la virtù, non odio verso altri, gli abbia già mossi ad invitarmi con invito così largo. Ed a Vostra Signoria illustrissima bacio le mani. Di Ferrara, il 24 di marzo.</p>
            </div2>
            <div2 type="epistola" org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="div2">
               <head TEIform="head">60</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A SILVIO ANTONIANO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ne gli avvertimenti di Vostra Signoria de l’uno e de l’altro genere, ho chiarissimamente conosciuto, o più tosto riconosciuto, il suo giudizio, la dottrina, la religione e la pietà; ed insieme ho visto molta benevolenza verso me, molto zelo de la mia reputazione, e grandissima diligenza ne le cose mie. E poich’ella ha così pienamente adempiti tutti gli offici di cristiano, di revisore e d’amico; io (quel c’a me si conviene) mi sforzarò di far sì, che non abbia a parerle persona o incapace di ricevere i suoi beneficii o ingrata nel riconoscerli. La ringrazio dunque prima, infinitamente de la fatica presa per giovamento del mio poema e per sodisfazion mia; e me l’offero prontissimo ad ogni suo piacere, aspettando da lei, in luogo di nuovo beneficio, alcuna occasione in cui possa servirla. Desidero poi, che sappia che de’ suoi avvertimenti n’ho già accettati parte, e sovra gli altri avrò diligente considerazione. Ho accettati quelli che appertengono a la mutazione d’alcune parole o d’alcuni versi, i quali potrebbono esser malamente interpretati, o in altro modo offender gli orecchi de’ pii religiosi. Ed in quel che tocca a le cose, rimoverò del mio poema non solo alcune stanze iudicate lascive, ma qualche parte ancora de gli incanti e de le maraviglie: perochè nè la trasmutazion de’ cavalieri in pesci rimarrà; nè quel miracolo del sepolcro, in vero troppo curioso; nè la metamorfose de l’aquila; nè quella vision di Rinaldo, ch’è nel medesmo canto; nè alcune altre particelle che Vostra Signoria o condanna come inquisitore, o non approva come poeta. E pongo fra queste l’episodio di Sofronia, o almen quel suo fine che più le dispiace. Ben è vero, che gl’incanti del giardino d’Armida e quei de la selva, e gli amori di Armida, d’Erminia, di Rinaldo, di Tancredi e de gli altri, io non saprei come troncare senza niuno o senza manifesto mancamento del tutto.</p>
               <p TEIform="p">E qui desidero che Vostra Signoria abbia riguardo non solo a tutto quello che già mostra aver considerato de la natura de la poesia e de la lingua; ma che miri ancora con occhio indulgente lo stato e la fortuna mia, il costume del paese nel quale io vivo, e quella che sin ora giudico mia natural inclinazione. Sappia ancora, che ne gli incanti e ne le maraviglie io dico non molte cose le quali non mi siano somministrate da l’istorie, o almeno non me ne sia porto alcun seme, che sparso poi ne’ campi de la poesia produce quelli alberi che ad alcuni paiono mostruosi: perchè l’apparizion de l’anime beate, la tempesta mossa da’ demoni, e il fonte che sana le piaghe, sono cose intieramente trasportate da l’istoria; sì come l’incanto de le machine si può dire che prenda la sua origine da la relazione di Procoldo conte di Rochese, ove si legge c’alcune maghe incantarono le machine de’ fedeli: e si legge in Guglielmo Tirio, istorico nobilissimo, che queste medesime maghe l’ultimo giorno de l’espugnazione furono uccise da’ cristiani. Ma s’egli sia lecito al poeta l’aggrandir questo fatto, e s’importi a la religione che si variino per maggior vaghezza alcune circostanze, a Vostra Signoria ne rimetto il giudicio. Questo solo a me pare di poter dire senza arroganza, ch’essendo l’istoria di questa guerra molto piena di miracoli, non conveniva che men mirabile fosse il poema.</p>
               <p TEIform="p">Nè minor occasion mi viene offerta da gli istorici di vagar ne gli amori; perch’è scritto che Tancredi, che fu per altro cavaliero di somma bontà e di gran valore, fu nondimeno molto incontinente ed oltramodo vago de gli abbracciamenti de le saracine. È scritto parimente, c’Odoardo, barone inglese, accompagnato da la moglie che tenerissimamente l’amava, passò a questa impresa, ed insieme vi morirono: nè sol la moglie di costui, ma molte altre nobili donne, in questo e ne gli altri passaggi, si trovarono ne gli eserciti cristiani. Nè sia grave a Vostra Signoria ch’io da una lettera che si trova ne le Prose antiche toscane, scritta da frate Luigi Marsigli a Domicilla vergine, rechi qui alcune parole, che son queste: “Dico dunque, che ’l diavolo non udì mai predicare cosa che più gli piaccia, che questa del passaggio; però che migliaia di donne onestissime farà meretrici, e migliaia di giovine, che portano il fior de la virginità, il lasceranno fra via.” Così dice egli: ed in altra parte di quella lettera ancora chiaramente dimostra, quali fossero molti de’crocesignati, e con qual zelo passassero in Asia. Ora, ch’io accresca et adorni questi amori, e c’alcuno del tutto ve n’aggiunga, facilmente credo che mi debba esser comportato da chi comporta la poesia; perchè l’accrescere, l’adornare e ’l fingere sono effetti che vengono necessariamente in consequenza col poetare: e tanto più stimo che mi debba esser conceduto, quanto che, se diam fede a gli istorici, molti di que’ principi furono non solo macchiati d’incontinenza, ma bruttati ancora di malizia e di ferità: è, s’in vece de l’ingiustizie, de le rapine, de le frodi e de’ tradimenti, descrivo gli amori e gli sdegni loro (colpe men gravi); non giudico di rendere men onorata o men venerabile la memoria di quella impresa, di quel ch’ella si sia per se stessa; nè d’oscurar la fama d’alcun d’essi, in quella guisa che Virgilio denigrò quella di Didone; nè mi pare d’essere a quelle accuse soggetto, per le quali Omero è scacciato da la republica di Platone: e insomma credo, che senza alcuno scandolo sarà letto il mio poema da coloro che avranno letto e che leggeranno l’istorie di questa guerra; parlo de le particolari, le quali, comechè siano molte e molto nel rimanente tra loro discordi, in questo almeno sono conformi, che ciascuna d’esse ci pone inanzi a gli occhi molte imperfezioni di quei principi, e sol Goffredo in tutto buono e pio ci vien rappresentato. Nè già poteva io dipingere ciascun altro tale; non solo perchè il poeta deve aver molto riguardo a i costumi che da la fama sono attribuiti e quasi affissi a le persone, ma ancora perchè ne la poesia è altrettanto necessaria, quanto dilettevole, questa varietà di costumi. Ho ben io procurato di scusar ogni difetto de’ principali, quanto l’arte mi parea che richiedesse. Perchè io fingo che la iattanzia e la ritrosità di Raimondo, che fur vizi de la sua natura, sian costumi de la vecchiezza; e la lascivia di Tancredi, che ne la sua matura età era inescusabile, formandolo io giovinetto, si può men difficilmente perdonare a la tenerezza de gli anni. Che se nel mio poema si parla d’un sedizioso, e d’un che rinieghi la fede; di molti sì fatti si fa menzione ne le istorie. Ma tanto mi basti d’aver detto in questa materia, ne la quale volentieri ho spese molte parole, sperando che la notizia d’alcuni particolari, i quali peraventura non l’erano così noti, possa far parer a Vostra Signoria la mia causa assai più onesta, che non parrebbe se si presupponesse che tutti i principi che concorsero a l’acquisto, fossero in opinione di buoni e di santi.</p>
               <p TEIform="p">Ma poichè io ho parlato a lungo de gli amori e de gli incanti, accioch’essi con minore difficultà siano accettati dal politico; non sarà forse fuor di proposito ch’io soggiunga alcune ragioni, da l’apparenza de le quali io sia indotto a credere ch’essi non debbiano essere esclusi dal poeta epico. Io stimo ch’in ciascun poema eroico sia necessarissimo quel mirabile ch’eccede l’uso de l’azioni e la possibilità de gli uomini: o sia egli effetto de gli dei, com’è ne’ poemi de’ gentili; o de gli angioli, o vero de’ diavoli e de’ maghi, com’è in tutte le moderne poesie. Nè questa differenza del mirabile mi pare essenziale, e tale che possa constituire diverse spezie di poesie; ma accidentalissima, la qual si varii e si debba variare secondo la mutazion de la religione e de’ costumi. Basta a me, che l’Odissea non meno che ’l mio poema, anzi assai più, sia ripiena di questi miracoli, che Orazio chiama <quote lang="lat" TEIform="quote">speciosa miracula</quote>; perchè se volse Omero seguir l’uso de’ suoi tempi, a me giova di seguir il costume de’ miei, in quelle cose però sovra le quali ha imperio l’uso. Nè già io gli attribuisco piena autorità sovra la poesia, come molti fanno; stimo nondimeno c’alcune cose gli si debbano concedere, le quali veramente sono <foreign lang="lat" TEIform="foreign">sui iuris</foreign>: e pur che si difendano da lui le leggi de la poesia, che sono essenziali e fisse da la natura e da la ragione stessa de le cose (come è il precetto de l’unità e de la favola, ed alcuni altri simili); non reputo inconveniente ch’in quelli accidenti ne’ quali non si dà nè si può dar certa regola, il poeta, per accomodarsi a i piaceri di questo possente tiranno, s’allontani da la imitazion de gli antichi, a i quali è forse superstizione il volere in ogni condizione assomigliarsi. Ed a me pare c’Aristotele, tacendo, assai apertamente c’insegni questa dottrina ne la Retorica e ne la Poetica; perch’egli mostra di giudicare quelle cose, de le quali tace, tali e sì fatte che non possano esser richiamate sotto alcuna norma de l’arte. E questa medesima difesa può peraventura servire a gli amori: oltre che nè Virgilio nè Appollonio gli scacciarono da’ lor poemi; nè mancò fra gli antichi chi desiderasse che la ritirata d’Achille fosse più tosto effetto de l’amor suo verso Polissena, che de lo sdegno contra Agamennone.</p>
               <p TEIform="p">Stimo bene a l’incontro di non essermi senza alcun pericolo dilungato da le vestigie de gli antichi in quello che giudiziosamente è avvertito da Vostra Signoria, cioè nel conceder troppo a Rinaldo. E certo io ho sempre dubbitato che così sia: pur io m’indussi a far tanto principale questa seconda persona, non solo per quell’artificio cortigiano il quale è sì conosciuto da lei; ma ancora perchè volendo io servire al gusto de gli uomini presenti, cupido molto de l’aura popolare, nè contento di scrivere a i pochissimi, quando ancora tra quelli fosse Platone, non sapea come altramente introdurre nel mio poema quella varietà e vaghezza di cose, la quale non è da lor ritrovata ne’ poemi antichi: chè se Rinaldo non fosse a l’impresa necessario, oziosi mi parrebbono tutti quelli episodi ove di lui si ragiona. Credo nondimeno, come Vostra Signoria vedrà nel canto decimoquarto c’ora le invio, d’avere in gran parte schivato questo pericolo, accoppiando in maniera la necessità di Rinaldo con la superiorità di Goffredo, che non solo l’azione ne resti una, ma uno ancora si possa dire il principio dal quale ella depende. E questo è Goffredo, il quale eletto da Dio per capitano, è fatto necessario a l’impresa: e s’egli ha bisogno di Rinaldo, l’ha come il fabro del martello, o come il cuore de le mani; sì che da questo suo bisogno non si può argomentare altra imperfezione in lui, se non quella che è comune non solo di tutti i capitani, ma di tutte le cose mortali, di operare con mezzi e con istrumenti. E questo accoppiamento di due persone diversamente necessarie ad una impresa, non è però cosa sì nuova, che non se n’abbia alcuno esempio ne l’antichità; perchè Sofocle nel Filottete finge, che maravigliandosi Neottolemo che Filottete sia ricerco come necessario a l’espugnazion di Troia, e stimando d’esser egli quel cavaliero fatale a cui la vittoria si riservasse, gli risponde Ulisse: – Ambo sete necessari; nè egli senza te potrebbe espugnar Troia, nè tu senza lui. – E forse questa necessità di due persone è con miglior modo introdotta da me, poichè fra Rinaldo e Goffredo è un certo ordine di dependenza e di superiorità, il qual non si vede fra Pirro e Filottete. Se a Quinto Calabro, poeta greco e antico, (le quali condizioni, quando tutte l’altre mancassero, gli possono dare molta autorità) è lecito, seguendo Sofocle, far che Filottete sia richiamato da l’isola di Lenno; non cred’io c’a me sia disconvenevole il richiamar Rinaldo da le Canarie: e se pur d’alcuna riprensione io fossi meritevole, spero che Vostra Signoria altrimenti parlerà come avvocato, di quel c’abbia parlato come consigliero; e che non meno sarà eloquente in difendere il mio errore, che sia stata giudiziosa in conoscerlo. E questo officio, così in questo come in ogni altro particolare, aspetto da la sua cortesia e da l’amicizia nostra; la quale si può dire anzi rinovata che nova, essend’ella antichissima: ma o nova o vecchia, assai è ora ferma e stabilita co i fondamenti del suo valore e de la mia affezione. E con questo, rendendole di nuovo grazie infinite, le bacio le mani. Di Ferrara, il 30 di marzo.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">61</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Da la lettera di messer Luca ho inteso le opinioni del signor Barga, le quali mi piacciono oltramodo, e vorrei che ciascun altro se ne sodisfacesse; chè certo mi sarebbe un grande alleviamento di fatica, il non aver a mutar alcune de le cose ch’egli approva. Io, in quanto a me, fo tanta stima de la sua autorità che non cercarei più oltre; ma gli altri non so già se s’acqueteranno a l’autorità. E però giudicarei più sicuro consiglio quel, che si potrà con poca fatica schivar ogni occasione di reprensione, e nel rimanente armarsi almeno di buona ragione. Or non sia grave a Vostra Signoria ch’io cominci a discorrere minutamente sovra molti particolari, e mostri qual sia la mia opinione o ’l mio dubbio: potrà ella poi conferire ogni cosa con lui, e procurar d’intendere non solo il <foreign lang="lat" TEIform="foreign">quia</foreign> di quel che dice, ma anco il <foreign lang="lat" TEIform="foreign">propter quid</foreign>.</p>
               <p TEIform="p">Cominciaremo a parlar del verisimile; la qual materia è tale, che non solo da’ maestri di poesia, ma ancor da gli altri è spesso considerata: ed a me pare che con più fastidioso gusto ricerchino molti il verisimile ne’ poemi moderni, di quel che facciano in Virgilio ed in Omero, ne’ quali si leggono infinite cose molto men verisimili di quelle, che come poco verisimili son dannate nel mio poema. È verisimile ne l’Odissea c’Ulisse, dopo il naufragio, nuoti nove giorni senza mangiare, senza bere, e senza c’appaia ch’egli sia aiutato da alcun Dio? Or chi comportarebbe questo in alcun poema moderno? Pare strano spettacolo al signor Silvio, ch’Erminia s’armi, che monti a cavallo, ch’esca de la città: ma non gli parerà forse strano spettacolo che Scilla, per tradire il padre, esca de la città, e vada al campo de’ nemici; nè strano gli dee parere che Clelia con tant’altre vergini date per ostaggio da’ romani a’ toscani, ingannino le guardie, si partano da l’oste de’ toscani, e passino di notte il Tevere. “<quote lang="lat" TEIform="quote">Dux agminis virginum, frustrata custodes, inter tela hostium Tiberim tranavit, sospitesque omnes Romam ad propinquos restituit</quote>.” Queste son le parole di Livio, se ben mi ricordo. Maggior miracolo è che si trovino cinquanta ardite, che trovarne una: maggiore impresa passare il Tevere, c’armarsi e montare a cavallo: manco efficace è la cagione che spinse le vergini, di quella che mosse Erminia; poichè quella fu l’emulazion de la viril virtù, questa l’amore: e pure il maggior miracolo, sì come è vero, così par verisimile; il minore, se pur miracolo si dee chiamare, non è accettato come verisimile. Dice Aristotele ne la Poetica, che non è inverisimile che molte cose avvengano fuori del verisimile; e questi tali verisimili accetta egli: e noi affatto affatto gli escluderemo? Ma perchè, potendo schivare ogni dubbio, non si deve fare? Sarà forse bene, dopo quei versi –
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">Nè già d’andar ne le nimiche schiere</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Per mille strani rischi avria paura;</l>
                     <l part="N" TEIform="l">C’andrìa, d’Amore scorta, in fra le fere</l>
                     <l part="N" TEIform="l">De l’arenosa Libia ancor sicura –</l>
                  </quote>
soggiunger ch’Erminia, come colei ch’era stata assediata e presa ed avea corso molti pericoli, avea deposta in gran parte quella timidità ch’è propia de le donne. Ma soggiungendo questo, bisognerà rimovere quel che poi si dice del suo soverchio timore. Segue il secondo dubbio pur sovra Erminia: Se pensa come possa uscire, perchè non pensa come possa entrare nel campo de’ cristiani? Risponde il signor Barga: Cieca d’amore, inconsideratamente si lascia trasportare. A me piace la risposta; ma pur, per maggior sicurezza, non mi spiacerebbe chi potesse accommodare la cosa del servo in modo che bene stesse: ma vi trovo molte difficoltà in tutti i modi. Se ’l servo va il giorno inanzi, come più piace al signor Sperone, e se Tancredi consente ch’Erminia possa venire a trovarlo; perchè Tancredi non mette ordine tale, ch’ella possa venire a trovarlo sicuramente? A questo si potrebbe rispondere, ch’Erminia non significa a Tancredi di volerlo andare a trovare con l’arme di Clorinda; e però è presa in cambio. Ma perchè non si dà ella a conoscere? o almeno, perchè il suo servo non dice alcuna cosa? Ma se ’l servo non va se non quella notte medesma, e di poco inanzi a lei, essendo presa da i due fratelli, perchè non dice: Menatemi a Tancredi, ch’io ho da rivelare a lui cose d’importanza, ec.? – Questi dubbi mi danno gran fastidio, e volentieri vorrei che si rimovessero. Sarebbe forse bene ch’Erminia, avendo l’ordine di partire una notte, per alcun impedimento non potesse uscir quella notte, et indugiasse sin’a l’altra, o per impazienza anticipasse di molte ore il tempo; e così non fosse intromessa da coloro a i quali Tancredi avea commesso ec., trovandosi altri a la guardia: nè Tancredi, sentendo parlare di Clorinda, crederebbe ch’ella fosse Erminia, non essendole stato significato ch’ella dovesse venire sotto l’armi di Clorinda, nè a quell’ora. Aspetto con grandissimo desiderio sovra questo minuta risposta.</p>
               <p TEIform="p">Nel medesmo canto vorrei mutar due altre cose: non vorrei, prima, c’Argante combattesse quella querela, che i cristiani per ingordigia di dominare ec.; perchè essend’egli prima interamente vincitore, e poi non affatto vinto, non mi pare che con tutto l’onore de’ cristiani si combatta tal querela; ma che semplicemente sfidasse i cristiani per persona di valore, come Ettore sfida i greci appresso Omero. Mi parrebbe poi, che fosse meglio che Goffredo commettesse a Tancredi che prendesse la battaglia, ed a Clotario che l’accompagnasse: ma essendo Tancredi fermatosi o a parlar con Clorinda, o a mirarla, Argante impaziente lo sgridasse; ed egli o non udendo o per altra cagione andando più lento, Clotario cominciasse la battaglia. Non parve nè prima al signor duca, nè poi al signore Sperone, c’Argante dovesse combatter con tanti, o che Goffredo dovesse commetter l’impresa se non a i valorosissimi: ed in questa cosa del verisimile e del decoro io giudico che ’l poeta debba procurar di sodisfare a tutti. Nel canto duodecimo Clorinda non uscirà sola, ma uscirà sol con Argante: e si diran cose, per le quali apparirà e l’utilità e la difficultà de l’impresa. Sia detto sin qui del verisimile: ora passiamo a quello che non può esser giudicato se non da gl’intendentissimi de l’arte.</p>
               <p TEIform="p">Io ho già condennato con irrevocabil sentenza a la morte l’episodio di Sofronia, e perch’in vero era troppo lirico, e perc’al signor Barga ed a gli altri pareva poco connesso e troppo presto; al giudicio unito de’ quali non ho voluto contrafare, e molto più per dare manco occasione a i frati che sia possibile. Ora io vorrei riempire il luogo vuoto d’alcuna cosa più conveniente, e volentieri vorrei vedere il giudizio de’ revisori così concorde ne l’introduzione del nuovo episodio, com’è stato conforme ne l’esclusione de l’altro.</p>
               <p TEIform="p">Mi scrive il signore Scalabrino, che ’l signor Barga non approva nè il racconto de la presa d’Antiochia, nè la pittura del tempio, come non necessari episodi e come quelli ne’ quali si verifica quel detto d’Aristotele: <quote lang="lat" TEIform="quote">quia sic poetae placuit</quote>. Or io qui desiderarei d’intender s’egli crede, che tutti gli episodi sian necessari; perchè io, a confessar la mia ignoranza, ho sempre avuto contraria opinione, la quale era stata generata in me da le parole d’Aristotele. Parlando Aristotele del verisimile e del necessario, secondo che si ricercano ne la favola o ne gli episodi, ne parla sempre disgiuntivamente, non mai copulativamente. “<quote lang="lat" TEIform="quote">Haec vero in ipso rerum contextu ita adstruenda sunt, ut ex his, quae prius acta fuerint, necessario sequi, aut certe verisimiliter agi videantur</quote>.” Ed altrove: “<quote lang="lat" TEIform="quote">Oportet autem et in moribus, quemadmodum in rerum constitutione, semper quaerere vel necessarium vel verisimile</quote>.” Molti altri luoghi sono ancora, ne’ quali dice o necessariamente o verisimilmente, parlando non solo de gli episodi ma, quel ch’è più, de la favola. Che s’egli avesse voluto in tutti gli episodi necessaria connessione, avrebbe detto, siano e verisimili e necessari; ma dicendo o necessari o verisimili, mostra contentarsi de la verisimilitudine. Oltra l’autorità d’Aristotele, m’induceva in questa opinione ancora l’autorità de’ poeti. Nissuna necessaria connessione hanno con gli errori d’Ulisse gli errori di Menelao, i quali nel principio de l’Odissea son narrati da Menelao istesso: nissuna la morte d’Agamennone, e le fortune di tutti gli altri greci, che prima sono raccontate da Nestore a Telemaco: nissun congiungimento necessario ha co’ fatti d’Enea la favola di Caco, o la morte e la sepoltura e l’esequie di Miseno; e mi par di ricordarmi che Servio dica in quel luogo, che si parli di questa morte avendosi riguardo a l’istoria; quasi egli creda, c’alcune cose non necessarie si possano verisimilmente dire in grazia de l’istoria. Quelle parole poi d’Aristotele, “<quote lang="lat" TEIform="quote">Haec igitur ipse dicit, quae vult poeta, sed non fabula</quote>,” non intendo bene a che fine s’alleghino in questo proposito. Quando Aristotele parla de le molte maniere d’agnizione, mette fra le agnizioni meno artificiose, e non però ne l’ultimo luogo, quella agnizione la qual proceda da parole dette non perchè il contesto de la favola necessariamente le ricerchi, ma perchè il poeta vuol che si dicano. Ora non veggio come questo detto d’Aristotele si possa stendendo applicare a tutti gli episodi; nè so che Aristotele dica altrove queste o somiglianti parole. A me pare che molto più strette leggi sian quelle de l’agnizione, che non son le leggi de gli episodi; perochè l’agnizione è non solo ne la favola, ma è parte principal d’essa; e ne l’agnizione principalmente si manifesta l’artificio del poeta, sì che vi si ricerca un non so che d’esatto e d’esquisito: e ’l voler ricercar la medesima esquisitezza in tutti gli episodi, è forse un voler più oltra che non si conviene a la lor natura, e che non si può dar loro. Non veggio poi pittura alcuna in alcun poeta, a la qual non si possa attribuir questo difetto: <foreign lang="lat" TEIform="foreign">quia poeta vult</foreign>. Qual necessità è che nel tempio di Didone sian dipinte le guerre troiane? perchè non vi potevano esser dipinte le fenici? Perchè ne lo scudo d’Enea, perchè ne lo scudo d’Achille sono poste più tosto quelle c’altre pitture? Nissuna necessità si vede in ciò, ma una certa verisimilitudine, c’a me non par meno arte di quel che paia la necessità a i suoi luoghi.</p>
               <p TEIform="p">Mi scrive anco messer Luca che, avendosi a far racconto, il signor Barga loda che si faccia più tosto verso il mezzo del poema che nel principio. Signore, quanto io stimi l’autorità e ’l giudicio del signor Barga è assai noto per gli effetti, avendo io in tante parti del mio poema seguiti i suoi consigli. Dirò dunque alcune cose non per contradire a la sua opinione, ma solo per dargli occasione ch’egli m’insegni quel che non so, e che tanto m’importa di sapere. E può ben credere Vostra Signoria, c’affetto non mi move a parlare (amore, intendo, di novo parto), perchè di questa narrazione nulla n’ho fatto, ne anco determinato: vedendo che non solo da me, ma da tutti è molto desiderata, vorrei pur introdurla, e vorrei saper dove e come. Del come, non son risoluto; del dove, a me pareva nel principio, e per queste ragioni. Da l’arte de le tragedie si raccoglie in gran parte l’arte de l’epopeia; perochè, come dice Aristotele, tra le parti quantitative de la tragedia, quella che si chiama prologo (nome ch’equivocamente s’attribuisce a quella diceria ch’è fuor de la tragedia o de la comedia) è la prima in ordine, ed è inanzi a l’entrata del coro: ed in questa parte, secondo l’uso de’ migliori tragici, si narra tutto quello che si ha da narrare de le cose passate, la notizia de le quali è necessaria acciochè s’intendano quelle c’hanno a seguir ne la favola: e chi ciò non facesse ne le prime scene, il lettore andarebbe al buio. Con questa parte de la tragedia detta prologo deve (a mio giudizio) conformarsi, se non nel nome almeno ne l’offizio e ne gli effetti, la parte de l’epopeia ch’è prima in ordine; ed in essa devono farsi tutte le narrazioni de le cose passate (se però alcuna particolar ragione no ’l vieta), e dirsi tutto ciò che parve per introduzion de la favola, e per maggior chiarezza de le cose c’hanno a seguitare. Ma che vo io dietro a l’uso de’ tragici, se l’uso de gli epici ancora è tale? Virgilio non introduce egli il racconto d’Enea nel secondo libro? Mi si potrebbe replicare, che quel racconto è parte de la favola, non episodio. Voglio io conceder quel che niega il Castelvetro, che ’l terzo libro, nel quale son contenuti molti de gli errori d’Enea, sia parte de la favola; ma non veggio come l’arte di Sinone descritta con tanti ornamenti, e la presa di Troia sia parte de la favola: questo so bene, o mi pare di saperlo, che se Virgilio avesse trasportato il racconto de la presa di Troia fra le battaglie del settimo o de l’ottavo, avrebbe fatto cosa poco grata al lettore, il quale allora desidera di sapere com’Enea vinca Turno, non come sia stato cacciato di Troia. E certo sì fatta notizia de le cose passate in quel luogo mi parrebbe intempestiva; sì come intempestivo mi parrebbe, quando l’uomo desidera d’intendere novelle di Rinaldo o d’Armida, o come s’espugna Gerusalemme, il narrarli come sia stata presa Antiochia. Omero parimente nel principio del terzo libro; il quale, chi numera i versi, non è più remoto dal principio di quel che sia il secondo de l’Eneide; Omero, dico, nel terzo de l’Odissea introduce Nestore, che narra il ritorno ed i vari successi de’ principi greci; e poi Menelao nel quarto narra i suoi medesmi errori; ed ancora non si sono dette d’Ulisse venti parole: s’è detto solo ch’egli è ne l’isola di Calipso, desideroso ec. Finalmente Omero nel fine del quinto libro comincia a parlare d’Ulisse; e subito ch’egli l’ha condotto a l’isola de’ Feaci, l’introduce a raccontare i suoi errori. Mi sovviene d’aver già udito dire dal signor Sperone, che quest’arte d’Omero è maravigliosa, e che gli piace più l’Odissea de l’Iliade: però da lui si potranno in questo particolare intendere molte ragioni, ch’io non saprei dire. Ma tornando al nostro proposito, quand’io vidi condannato l’episodio di Sofronia, perch’egli era poco connesso e troppo presto, non cedetti così facilmente a l’altrui ragioni, parendomi di vederne in Omero alcuni non men tardi, ma certo manco a prima vista connessi. Ma considerai poi meglio, e mi parve di conoscere che quelli d’Omero, essendo di materia non aliena, apportando molta notizia de le cose passate, erano con grande artificio introdotti; ma ne l’episodio mio di Sofronia, alcuna di queste condizioni non riconobbi: sì che più facilmente mi son lasciato indurre a mutarlo. Ora in questo racconto d’Antiochia mi par di conoscere tutte le condizioni che sono negli episodi omerici: desidero dunque sommamente d’intendere per qual ragione il signor Barga, al qual credo anco senza ragione, abbia contraria opinione: e certo, s’io non vedessi il signor Sperone e ’l signor Flaminio e ’l signor Silvio desiderare unitamente questo episodio, io, senza cercare altro, seguirei il consiglio del signor Barga; ma in tanta diversità di pareri non mi posso contentare de l’autorità. Prego dunque Vostra Signoria illustrissima con ogni affetto, a procurare ch’io esca di questa ignoranza e di questa ambiguità: e quando sia pur concluso che si faccia questo racconto, non so da chi meglio possa esser fatto che da Erminia; perchè narrando Goffredo, o alcun de’ vincitori, la narrazione non potrebbe riuscire patetica, e la presa d’Antiochia, narrata senza l’affetto doloroso, avrebbe de l’insipido. Qui metto in considerazione, che Ulisse ed Enea non narrano le vittorie loro, ma le sciagure, e più tosto quel c’han patito che quel c’han fatto: le vittorie ricercano d’esser magnificate; nè da la bocca de’ vincitori possono magnificarsi. Questo episodio per altro mi servirebbe assai assai a la introduzione de le persone d’Erminia e di Clorinda: pur in tutto e per tutto mi rimetto al giudizio di cotesti signori, e non ne farò altro sinchè non abbia a pieno inteso il parer loro. Quella opinione del Castelvetro, che non si debba ricever nel poema persona principale favolosa, pare anco a me falsissima; pur è tenuta da molti, ed in particolare da molti gioveni dotti di Toscana. E con questo facendo fine, a Vostra Signoria illustrissima bacio le mani. Di Ferrara, il 3 d’aprile 1576.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A LUCA SCALABRINO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Molto umorista signor mio osservandissimo. Oh! mirabile considerazione e quella del nostro Marguttino, che poema non cominci per C, perochè da C comincia c.... c...., c....; di maniera che sentirebbe del c...., del c.... e del c...... Aggiungasi, che ’l secondo verso anco comincia per C; di maniera che la c.... s’.... senza fine. Ma quel <emph TEIform="emph">Capitan</emph> perchè gli dispiace? Questo è pur un nome da imperatore. Orsù, gli scriverò dieci righe, o pur una lettera intera profumatissima cortigiana: e cancaro a l’umore! Io se non quanto son cristiano nel resto, in quel che non è contrario al cristianesimo vo’ essere epicureo affatto; e dico <foreign lang="lat" TEIform="foreign">Pereat qui crastina curat</foreign>. Studio le mie ore: il resto del tempo me lo spendo ridendo, cantando, cianciando, praticando, ma però con pochissimi; perochè vi so dire che sto su la mia. E non v’è barone nè ministro del duca, per grande che sia, che mi trovi pronto a l’ossequio: e non c’altro l’Altissimo, accortosi del nostro sussiego, molto spesso mi previene con le sberettate; ed io gli rispondo con tanto sussiego e con tanta gravità, che par che sia allevato in Ispagna. Le genti dicono: donde fronte così allegra, e donde tanta riputazione? ha costui trovato un tesoro? Due volte sono stato, da che tornai di Roma, a disnar fuora di casa; e vi so dire che m’ho fatto pregare: e poi senza alcun contrasto ho accettata la scranna in capo di tavola. Io m’ho fatta veder da tre astrologi la mia natività; i quali, non sapendo chi io mi fossi, tutti <emph TEIform="emph">uno ore</emph> mi dipingono per un grand’uomo in lettere, e mi promettono lunghissima vita ed altissima fortuna: e toccano così bene quelle perfezioni o imperfezioni de le quali io son consapevole a me stesso, così ne la complessione come ne’ costumi, ch’io comincio a tener per certo d’avere ad esser un grand’uomo; e di già spaccio la grandezza come s’ella fosse in alto. Tutti sono concorsi a dire, che da donne avrò gran beneficii. Ieri ebbi una lunga lettera da la duchessa d’Urbino, ne la quale s’offeriva di spender in mio favore quanto avea d’autorità co ’l fratello, ancora ch’io di ciò non l’abbia ricercata. Madama Leonora oggi m’ha detto, fuor d’ogni occasione, che sin ora è stata poco commoda; ma c’ora, che per l’eredità de la madre comincia ad aver qualche commodità, vuol darmi alcun aiuto. Io non chiedo, nè chiederò, nè ricorderò, nè a loro nè al duca: se faranno, gradirò ogni picciol favore, ed accetterò volentieri.</p>
               <p TEIform="p">Or per tornare a la duchessa, ella mi scrisse a’ giorni passati una lettera, ne la quale motteggiava questa mia tardanza di stampare: ora me lo scrive apertamente; e mostra d’adombrarsi di questa mia lentezza. Questo mi fa venire un poco d’umore; com’anco mi salta su al naso la mostarda, ed anco con la collera l’indegnazione per l’abbaiare d’alcuni bracchetti c’ogni giorno mi sono spinti addosso: pur sia rimesso ogni cosa a chi regge; a me giova di sprezzar questi botoli, e di sperar bene.</p>
               <p TEIform="p">Ho fatta fornire la mia camera estiva di corami e di trabacca orrevole, ho accresciuta ed ornata la libreria; spese per vero dire soverchie: ma io mi consiglio con le natività. Il conte Ferrante m’ha pregato tanto, ch’io son costretto ad andar seco a fare le feste a Modana. Diman mi parto, e vi starò almeno sino a l’ottava di pasqua. Là dunque drizzate le lettere, dandole al cont’Ercole Tassone: ma i canti drizzateli pur qui sotto il mio nome, avvisando però con una lettera l’Ariosto che vada a torli; ch’io ho data commissione a Battista de la posta, che gli li dia. Ma avvertite che non gli drizziate sotto il suo nome, perch’io non voglio condannarlo ne le spese.</p>
               <p TEIform="p">Ho ricevuto la vostra, e quella del Signore, con la scrittura del signor Flaminio. De la lettera del Signore intendo la conclusione, ma non le premesse, nè il <foreign lang="lat" TEIform="foreign">propter quid</foreign>: de la vostra non intendo nè premesse nè conclusioni. In somma, avviluppate in modo le costruzioni, confondete così i nomi e i tempi, i casi, i generi, che non v’intenderebbe Salomone. E la confusione è appunto in quella parte ch’io ho voglia d’intendere. Di grazia, non vi sia grave di replicarmi tutto ciò che mi scrivevate de la mia lettera, del sonetto, de lo Sperone, del Signore; perch’io credo che quando dite....... vogliate dir Sonetto, e quando dite Signore vogliate dir Sperone. Al Signore, mi scrivete, è piaciuto stupendamente il vostro sonetto, e disse ec.; e poi soggiungete, E lo Speron dice. Anco per intender quella ch’ebbi l’ordinario passato bisognò ch’io mi spogliassi in camicia. Lo Sperone non credo che rimarrà sodisfatto de la mia lettera; pur io non voglio ingannarlo. Voi difendetemi, se n’avrò bisogno. Raccomandatemi a l’Ingegniero: è bello ingegno, ma non ha sodezza. E baciovi le mani. Di Ferrara, il lunedì de l’antesettimana santa de l’anno che successe a quello del giubileo.</p>
               <p TEIform="p">Di grazia, venite a Ferrara; non vi fate più pregare. Messer Camillo e messer Ottavio se ne muoion di voglia: ma veniteci senza umor marcantonio, e veniteci con animo di lasciarvi la flemma. Di grazia, dite al Signore del giudicio che lo Sperone fa de l’episodio di Sofronia: e cancaro ai pedanti!
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                        <l part="N" TEIform="l">Di Vostra Signoria</l>
                        <l part="N" TEIform="l">fratello in umore</l>
                        <l part="N" TEIform="l">L’Umore raddolcito.</l>
                     </lg>
                  </quote>
               </p>
               <p TEIform="p">Ho letta la scrittura di messer Flaminio; bella certo ed a me cara, come son tutte le cose sue sopra quelle di ogni altro; ma ci vo’ mettere, quasi. Pur dice che gli amori si possono scusare per la qualità de i tempi: lo voglio difender contra tutto il mondo, chè l’amore è materia altrettanto eroica quanto la guerra; e ’l difenderò con ragione, con autorità d’Aristotele, con luoghi di Platone che parlano chiaro chiaro chiaro, chiarissimamente chiaro. Dite questa conclusione al signor Scipione, e sottraete quel che ne senta lo Sperone. Orsù, ricordo che lo Sperone fu de la mia opinione contra il Pigna: e cancaro ai pedanti!</p>
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               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Scrissi a Vostra Signoria che se ’l nome di <emph TEIform="emph">mago</emph> dava fastidio a cotesti signori, io il rimoverei da quei pochi luoghi ove si legge, ponendovi <emph TEIform="emph">saggio</emph> in quella vece. Ora le dico di più, che se quella verga, se quell’aprir de l’acqua, noia chi vuole esser vescovo o cardinale, io mi contento di fare ch’entrino sotto terra per una spelonca, senza alcuna de le maraviglie. Io ho già rimosso il miracolo del sepolto, la conversione de’ cavalieri in pesci, la nave maravigliosa: ho moderata assai la lascivia de l’ultime stanze del vigesimo, tutto che da l’Inquisitore fosse vista e tolerata, e quasi lodata. Rimoverò i miracoli del decimosettimo; torrò via le stanze del papagallo, quella dei baci, ed alcune de l’altre in questo e ne gli altri canti, che più dispiacciono a monsignor Silvio, oltre moltissimi versi e parole. E tutto questo ho fatto o farò, non per dubbio ch’io abbia d’alcuna difficultà in Venezia; ma solo perchè temo che non mi sopragiungesse alcun impedimento da Roma. Vostra Signoria intenderà da messer Luca il mio timore, e quel ch’io desidero, e la prego a compiacermi, ed a scrivermi intorno a ciò il suo parere. La prego che voglia da l’una parte contener monsignor Silvio in fede, e far ch’egli rimanga sodisfatto di me; da l’altra ringraziar infinitamente il signor Flaminio, in mio nome, de l’ultima scrittura che m’ha mandato; assicurandolo però ch’io non abusarò quella licenza ch’egli mi dà, e la restringerò più tosto c’allargarla.</p>
               <p TEIform="p">Io son qui in Modana, dove si dice ch’in Mantova muoiono cento e più persone ordinariamente il giorno: io però non credo tanto male. Il male nondimeno è grande senza dubbio, come avisano i signori de la Mirandola e di Coreggio; uno de’ quali, tornando da Mantova, s’è rinchiuso a far la quarantena. Piaccia al Signore Dio di conservarci. Sin ora ne lo stato del duca di Ferrara è la maggior sanità che sia stata a ricordo d’uomini in simile stagione. E a Vostra Signoria illustrissima bacio le mani. Di Modana, il 14 d’aprile 1576.</p>
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               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A LUCA SCALABRINO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ho visto quanto mi scrivete de l’opinione del signor Flaminio e del Signore circa gli episodi de’ successi de’ sei canti precedenti. In somma, io <foreign lang="lat" TEIform="foreign">persisto in sententia</foreign>, che in nissun modo, per nissuna regola de l’arte, per nissun esempio di buon poeta, sia lecito di tardare a far questo racconto sino a l’ottavo canto: e non potendosi far prima, credo che sia meglio a lasciarlo. Ed oltra a tutte le ragioni dette da me ne l’altre mie lettere, aggiungo questa, che la persona di Carlo mi pare poco opportuna; perochè Carlo vien d’Europa, ove si dee presupporre notissima la cagione de la guerra, e l’adunanza de’ principi fatta in Chiaramonte. È stato in Costantinopoli; ove e da l’imperatore, come se ne fa menzione ne l’ottavo canto, e dal messaggiero di Goffredo è verisimile, e quasi necessario, c’abbia tutto ciò che gli può esser detto da Goffredo: ed in vano andò quell’ambasciador di Goffredo, se doveva star mutolo. Che a me la pittura non paia alquanto prestetta, non dirò; perchè certo io la vorrei anzi nel fine del primo o nel secondo canto, che in quel luogo. Ma sì come nel secondo non v’è luogo per la pittura; così, doppo che s’è cominciato a menar le mani, non mi par che si possa o si debba introdurre il racconto.</p>
               <p TEIform="p">Un altro rimedio m’è sovvenuto; il qual se non piace, ritorno a la pittura: e se nè la pittura nè questo è approvato, seguirò più tosto l’opinion del Barga, de la qual per sè stessa non mi sodisfaccio molto. Il rimedio è questo. Co’ cristiani cacciati da Gerusalemme esce fuora (e questo è anco detto da l’istoria) il patriarca di Gerusalemme, uomo valoroso e di santissima vita. Avea già deliberato di dire alcuna cosa d’avvantaggio circa l’arrivo de’ fedeli cacciati nel campo, del quale è necessario parlare. Ora Goffredo riceverà, e consolerà costoro; e narrerà, pregato dal patriarca, la prima origine del lor passaggio, e le cose più principali fatte ne l’Asia. E sì come si può molto ben presupporre che ’l patriarca sia ignaro di quelle cose, de le quali è forza che Carlo abbia notizia; così la dignità sua è tale, che merita che da Goffredo gli sia fatto questo ragionamento. Sarà fatto nel secondo canto, il qual luogo mi pare il più opportuno che si possa ritrovare: e la venuta d’Alete e d’Argante si trasferirà nel terzo. A quel che dicono contra, che non pare <foreign lang="lat" TEIform="foreign">ex arte</foreign>, che si narrin prima le cose fatte prima, risponde Aristotele e l’uso di tutti i poeti: ma io non mi credea che questa opinione de i grammatici, cavata da alcune parole d’Orazio, fosse più in <foreign lang="lat" TEIform="foreign">rerum natura</foreign>, da poi che s’è comincio a vedere Aristotele. A l’altra opposizione, che la favola non è anco introdotta; assai mi pare introdotta la favola, se ben anco l’esercito non è sotto la città, quando si sono già dette le cause de la guerra, e tutti gli apparecchi d’essa guerra, de l’una parte e de l’altra; e quando il campo è già nel territorio di Gerusalemme: benchè si potrebbe dire, che queste opposizioni fossero fatte a la pittura ch’era messa alquanto prima.</p>
               <p TEIform="p">Ma tre dubbi restano a me in questo racconto di Goffredo al patriarca: l’uno, che tutto questo canto secondo si leggerà con poco diletto; ed a questa difficultà non veggio come poter rimediare: l’altro è, che le vittorie non possono esser magnificate, nè ricever alcun ornamento da la bocca del vincitore; ma a questa credo di rimediare, introducendo Goffredo or piamente a riconoscere tutte le vittorie da l’aiuto divino, ed a magnificar la providenza di Dio, e talor modestamente tacer di se stesso e lodare i compagni: l’ultima difficoltà è, che dubito che la narrazione non sia per riuscire alquanto nuda e stretta; ma di questa giudicarei nel fatto. E se la musa spirasse, se ne potrebbe sperare non tutto male. Il canto riuscirebbe lungo: vorrei nondimeno che la narrazione fornisse col fin del canto. Or mettete questa lettera, o ’l contenuto d’essa, in consulta; ed avisatemi qual sia tenuto l’ottimo consiglio, o il lasciar affatto l’episodio (il che non credo, nè stimo), o introdurlo con la pittura, e con Erminia, o pur co ’l ragionamento di Goffredo al patriarca. Di Carlo, in quanto a me, son risoluto; se nuova e più potente ragione non mi facesse risolvere in contrario. I miracoli di quello amico dubito che se saranno in tutto conformi a i precedenti, troveranno il mio cuore indurato, nè potranno convertirlo in tutto a l’idolatria omerica. E vi bacio le mani.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A LUCA SCALABRINO. Roma</salute>
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               <p TEIform="p">Parlando a lo Sperone, desidero che li diciate ch’io m’induco a rimover l’episodio di Sofronia, non perch’io anteponga l’altrui giudizio al suo, dal quale fu accettato per buono; ma perch’io non vorrei dar occasione a i frati co quella imagine, o con alcune altre cosette che sono in quell’episodio, di proibire il libro. E certo, in quanto a quel c’appartiene a l’arte, io persisto ancora ne la mia opinione: ma veggio che costoro giudicano che ci siano soverchi amori; e non vorrei dar loro alcun pretesto da sfogarsi contra l’amore. Io non ho caro che per Roma si risappiano le difficultà mossemi da monsignor Silvio, ed avvertitene di grazia il Signore. Potrete dire a chi ve ne dimanda, ch’io non vengo a l’atto de la stampa per l’impedimento de la peste: e questa voce ho caro che si divolghi. Aspetto d’udire con grandissimo desiderio l’opinione de lo Sperone intorno a le imagini del tempio; ma con maggiore, aspetto che mi scriviate com’egli creda che si possa introdurre l’episodio d’Antiochia: ed avvertite che ’l vorrei nel secondo canto, e non altrove. E vi bacio le mani.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
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               <p TEIform="p">Io sempre previdi la difficultà d’introdurre il racconto; e se quei proposti da me non sodisfacciono, non me ne maraviglio. Il modo proposto ultimamente dal signor Barga non è, secondo me, contrario a i precetti de l’arte, perchè, a creder mio, l’arte non si ristringe dentro a gli esempi de i poeti; ma mi par bene non secondo l’uso de i poeti: ed a coloro che non conoscono altr’arte che l’esempio di Virgilio e d’Omero, potrà parer poco artificioso. Questi racconti non sono fatti ne’ poeti, se non da le persone principali de la favola, o almeno a le principali. Principali sono Ulisse ed Enea, che raccontano; assai principale è Telemaco, a cui si racconta: ma Sveno e ’l messaggiero non solo non son principali, ma non sono o a pena sono persone de la favola. Pur non farei molta stima di questa opposizione, sì come non la fo de l’opposizioni che potessero esser fatte a la persona d’Erminia. Ma per altro questo modo, il quale fu da me il primo pensato, non mi piace, come quello che porta seco molto incommodo ed infinite difficultà. Bisognerebbe, a chi volesse per questo modo introdurre il racconto, troppo turbare l’ordine de le cose che son dette, e ’l compartimento de’ canti: oltre che non può venire il messaggiero a questo racconto, che prima non si dicano molte cose, se non de la sua navigazione, almeno del suo arrivo e de la maniera con che s’introduce a i principi, de l’esortazioni sue al meno, perchè affretti il viaggio: cose, che sì come non importano niente a la favola e sono affatto oziose, così anco credo che con poco diletto sarebbon lette. E per conclusione mi parrebbe d’affrettar troppo questo racconto, se non trovando alcun luogo commodo per lui in Palestina, io mi trasferissi solo per amor suo sino a Constantinopoli. Concludo dunque di non volermi servire nè di questo modo nè di quel proposto dal....., il quale mi pare assai peggior di questo. Mi servirò o de le pitture o de l’un de’ due modi proposti da me; de’ quali il primo mi pare assai vago, e l’altro manco soggetto a le reprensioni, che nissun altro: e forse non mi curerò d’introdurre questo racconto, non essend’egli in somma necessario. Ma ci è tempo a pensare, perchè questa ha da essere l’ultima fatica mia intorno a questo poema.</p>
               <p TEIform="p">Altro è, che mi dà maggior fastidio. Da la lettera scrittami da..... ho raccolto, che ’l mio lungo discorso seco non ha fatto altro frutto, se non ch’egli mi stima dotto; e di quest’io non mi curava: ma quel ch’io desiderava non m’è riuscito, perchè egli mostra di persistere affatto ne le prime opinioni, e d’aver detto ogni cosa per conscienza. Io son sicuro di fare stampare il mio poema in Venezia, e in ogni altro luogo di Lombardia con licenza de l’Inquisitore, senza mutar cosa alcuna, con la mutazion sola d’alcune parole: ma mi spaventa l’esempio del Sigonio, il quale fe’ stampare con licenza de l’Inquisitore, e poi il libro li fu sospeso: mi spaventa un altro esempio del Muzio, narratomi dal Borghesi: mi spaventa la severità di...., imaginandomi che molti siano in Roma simili a lui: temo assai d’alcun cattivo offizio del...., il quale chiaramente si dimostra maligno ed ingrato: chè certo ho fatto per lui nuovamente alcuni offici che non avrei fatto per me stesso; e prima l’ho sempre amato, onorato e celebrato. Così va! Egli, per quanto m’è stato referto da persona che dopo la mia partenza di Roma ha parlato seco, vuol che la causa del mio poema e de i suoi Dialogi sia la medesma: e ne la scrittura del Poetino ho chiaramente conosciuto che.... ha parlato seco a lungo sovra i miei particolari. Io il feci già conoscere al duca; ed in gran parte per opera mia il duca fece tal concetto di lui, che l’avrebbe tolto a’ suoi servigi con grandissime condizioni. Egli per allora non ne fe’ conto. Ora, perch’il duca no ’l riprega, m’è poco amico: c’altra cagione non so imaginare. Questo so bene, che novamente ho parlato di lui e con la duchessa d’Urbino e co ’l duca di Ferrara in modo che non solo era onorevolissimo per lui, ma era tanto opportuno ad alcuni suoi disegni, quanto inopportuno a la somma de’ miei. Tanto mi basti d’aver detto di quest’uomo insaziabile.</p>
               <p TEIform="p">Ora torno a i miei sospetti, e a i rimedi. Io conosco d’aver fatto errore in far veder il mio poema in Roma: ma poi che questo è fatto, nè si può distornare, prego almeno Vostra Signoria che sopprima la fama sua, o buona o cattiva, quanto sarà possibile, e schivi ogni occasione di mostrarlo o di parlarne; e se vuol leggerne, non ne legga parte amorosa. Desidero poi infinitamente che non significhi con parola o con cenno alcuno ad alcuno, sia chi si voglia (ne cavo messer Luca), questo mio sospetto; e si guardi altrettanto da’ domestici, quanto da gli esterni. Sopra tutto persuada a...., ch’io, se ben con licenza de gli Inquisitori potrei lasciare scorrere molte de le cose notate da lui, voglio però in gran parte sodisfare a la sua conscienza, non solo a la mia. E certo il mio disegno è di fare, se non tanto quanto desidero c’a lui si prometta, almeno molto più che non sarà comandato da gli Inquisitori; perochè non lascerò parola o verso alcuno di quelli c’a lui paiono più scandalosi. Accomoderò anco l’invenzion del mago naturale a suo gusto: rimoverò dal quarto e dal sestodecimo quelle stanze che gli paiono le più lascive, se ben sono le più belle: e perchè non si perdano affatto, farò stampare dupplicati questi due canti, e a diece o quindici al più de’ più cari e intrinseci padroni miei darò gli canti intieri; a gli altri, tutti così tronchi come comanda la necessità de’ tempi: ma di questo non occorre far motto.</p>
               <p TEIform="p">Nota una cosa messer Flaminio, la quale a bell’arte fu fatta da me: che non v’è quasi amore nel mio poema di felice fine (e certo è così), e che questo basta loro perchè essi tolerino queste parti. Solo l’amor d’Erminia par che, in un certo modo, abbia felice fine. Io vorrei anco a questo dar un fine buono, e farla non sol far cristiana, ma religiosa monaca. So ch’io non potrò parlar più oltre di lei, di quel c’avea fatto, senza alcun pregiudicio de l’arte; ma pur non mi curo di variar alquanto i termini, e piacer un poco meno a gli intendenti de l’arte, per dispiacer un poco manco a’ scrupolosi. Io vorrei dunque aggiunger nel penultimo canto diece stanze, ne le quali si contenesse questa conversione. Vostra Signoria potrà conferire questo mio pensiero con monsignor Silvio e con messer Flaminio: con gli altri no; chè se ne riderebbono: e frattanto penserò con qual modo ciò si possa fare.</p>
               <p TEIform="p">Non voglio rimaner d’avisar Vostra Signoria, che ne la lettera scrittami da.... si contengono queste parole formali: “Mi duole che la mia natura o la mia vocazione in alcuna parte m’abbiano fatto troppo rigoroso; e la prego a perdonarmi, e tanto più ch’io n’ho già avuto qualche punizione; poichè forse per questa cagione la faccia di tale ch’io amo ed osservo sommamente, mi s’è mostrata alcun giorno non turbata, ma manco serena del solito.” Io credo ch’egli intenda di Vostra Signoria illustrissima: se così è, la prego a dissimulare, ed a mostrarsi per suo e mio rispetto sodisfattissimo. Io anco gli scriverò, mostrandomi di lui interamente sodisfatto.</p>
               <p TEIform="p">Mi sovviene che ne l’ultima mia lettera scrissi a Vostra Signoria ch’io dubbitava, che quell’aprir de l’acque non piacerebbe a chi vuole essere a qualsivoglia grandezza. Sia sicura, che quando ciò scrissi non aveva ancora ricevuta quella sua lettera, ne la quale ella mostrava di non compiacersi di quel miracolo: e quelle mie parole non furo drizzate a lei in alcun modo; chè so bene che con altri mezzi, e più degni di lei, aspira a le grandezze debite al suo valore. Non vo’ tacerle un altro particolare ch’è ne la lettera del Poetino, ed è questo: che desiderarebbe che ’l poema fosse letto non tanto da cavalieri, quanto da religiosi e da monache. E tanto mi basti averle detto in questo negozio, pregandola a volermi scrivere liberamente il suo parere.</p>
               <p TEIform="p">È qui il...., mezzo nudo e mezzo scalzo: io l’ho aiutato in quel c’ho potuto. Volea per mezzo di supplica tentar d’accomodarsi a i servigi del duca di Ferrara: io l’ho dissuaso, persuadendolo a procurar questa servitù co ’l mezzo di qualche signore. Scrive al cardinal di Trento: se ’l cardinale il raccomanda a Sua Altezza, son quasi sicuro che farà qualche effetto. Che è al duca dare a questo povero uomo sette o otto scudi il mese? ogni modo ne butta tanti altri; nè rifiutò mai servitore. L’esser gentiluomo, l’esser...., son condizioni che potranno agevolar il negozio: se Vostra Signoria il potrà favorire, dovrà farlo per carità. Altro non m’occorre dirle, se non ch’io credo d’esser in Ferrara inanzi che passino i quindici giorni; sì che potrà inviare la risposta di questa a Ferrara. E le bacio le mani. Di Modana, il 24 d’aprile 1576.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A LUCA SCALABRINO. Roma</salute>
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               <p TEIform="p">Male dimostra monsignor Silvio d’esser rimaso appagato de la mia lettera, poichè continua ostinatamente in tutte le sue opinioni. In somma io temo che mi sia fatta qualche burla, e mi rimetto a quello che v’ho scritto per l’altra mia, e a quello che ora ne scrivo al Signore; ma avvertite di non palesare ad alcuno questo mio sospetto.</p>
               <p TEIform="p">De lo Sperone son chiaro, così per quello che mi scrivete voi, come per altre cose che da altri ho intese. In somma, egli ha una gran voglia che ’l mio poema sia consorte de’ suoi Dialogi, e non lascierà, per adempire questo suo desiderio, di mettervi alcuna buona paroletta. Mala deliberazione fu la mia quand’io mi risolvei a mostrargli il poema; e vorrei esser digiuno di cotesta revisione romana. Que’ suoi avvertimenti sono affatto affatto nulla, non solo perchè l’uno e l’altro fatto è fuor de la favola, ma anco per altre ragioni ch’io un dì vi scriverò sì chiare che non v’avrà luogo ingegno di sofista. Bastivi ora di sapere, che ne l’amore di Tancredi non v’è errore alcuno; e ch’è molto meglio l’introdurre la elezione del capitanato, che ’l presupporla ne’ suoi primi anni: nè già la mia causa e quella di Sofocle è la medesima, perchè la sua è difensibile e scusabile, ma la mia non ha bisogno nè di scuse nè di difesa; ma merito lode assolutamente, e facendo altrimenti da quello che fo, male farei. Io presuppongo ne i sei anni precedenti il campo non senza guida, ma con molte scorte pari o quasi pari d’autorità; e presuppongo il vero, nè solo il vero, ma il verisimile. Oh Dio, quante volte è ciò avvenuto! Dovrebbe pure il tuo vecchio ricordarsi di quel picciolo ma famoso esercito de’ greci, tanto invidiato poi da Marc’Antonio, di cui parla Senofonte nel libro intitolato l’Espedizione di Ciro minore; e si vedrebbe com’esso non ebbe sommo e assoluto capitanato se non ne l’ultimo del viaggio, e quando avea già fatte tante battaglie e scorsi tanti pericoli. Dovrebbe ricordarsi de la Argonautica di Apollonio, e di tutt’i passaggi de i cristiani. Dovrebbe almeno ricordarsi ch’egli, movendomi questo medesimo dubbio, mostrò di restare appagatissimo a la risposta. Ma io dirò pur anco, ch’egli non mostra di aver ben letto i poeti, se non sa con qual arte si frappongano le digressioncelle ne’ catalogi, e quante cose per brevità si lasciano, e si rimettono a la discrezione del lettore. Suppongasi che Tancredi abbia fatto tutto ciò ch’egli vuole; io no ’l debbo dire in quel luogo, e basta quello che ho detto a fare che l’uomo imagini il resto. In somma, bisogna che si presuppongano molte cose; e chi nega questo principio è eretico. Ma io sono entrato a scrivere per impazienza quello che non credeva di scrivere; non ho però scritto tutto ciò che si può, nè quello che ho scritto è ben dedotto. Un’altra volta mi dichiarerò meglio: ora voi seguite pure dissimulando; così farò io. Ma di grazia, forniscasi tosto questa benedetta revisione, e mandatemi tutti i miei canti (ch’è ben tempo omai) de’ quali pare che vi siate scordato, e non so perchè non ne parliate più. Io potrei omai averne bisogno, almeno per mostrare al duca tutto il corpo insieme.</p>
               <p TEIform="p">Ricordatevi de le acque e de l’olio da peste, e indirizzate la risposta di questa a Ferrara. Io ho scritto al Signore la cagione perchè non mi piace il consiglio del Barga. E mi vi raccomando. Di Modana, il 24 d’aprile.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A SPERONE SPERONI. Roma</salute>
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               <p TEIform="p">Io credo che la signora si movesse a dir quelle parole avendo risguardo a i meriti vostri, ed insieme a quella che è creduta vostra natura. Meritava il vostro valore, c’altri mostrasse maggior desiderio di veder fornito ciò che da voi era stato sì altamente comincio, sicchè assai giusta occasione di sdegno vi era porta; e voi (così ella talora accennava di credere) sete assai facile a l’ira ed a la indignazione. Mi ricordo d’alcune parole che passarono fra lei e me, de le quali mi pare di potere in parte raccogliere ciò c’ora vi scrivo. Voi prendete quest’ultima parte da me, non come detta da compagno d’opinione, ma come da semplice relatore: e questo è quanto io saprei dirvi per chiarezza del vostro dubbio.</p>
               <p TEIform="p">Sto aspettando, con un desiderio impazientissimo d’ogni tardanza, ciò che a Vostra Signoria parrà di scrivere o di dire a messer Luca intorno a gli ultimi miei canti; e spero di potere aver da lei con maggior suo comodo più accurato giudicio di tutta l’opera insieme. Frattanto la prego ad amarmi quanto deve: e molto deve; se v’è debito in amore; perch’è amata ed osservata ed ammirata da me infinitamente. Dio lei contenti. Di Ferrara, il primo di maggio.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
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               <p TEIform="p">Sempre le lettere di Vostra Signoria illustrissima, di qualunque materia sieno ed in qualunque tempo arrivino, mi sogliono esser non solo gratissime, ma dolcissime. Nissuna però n’ebbi mai nè più grata nè più dolce di quella che iersera ricevei: perchè, se ben in essa avrei potuto leggere novella più da me desiderata, e più atta a trarmi da la irresoluzione del mio stato presente; nondimeno, perchè nissun’altra sua mai non mi manifestò più chiaramente, insieme con l’amor ch’ella mi porta, la bontà e la sincerità de l’animo suo geloso del mio onore non meno che desideroso de’ miei comodi, è giusto che questa a tutte l’altre tanto si preponga, quanto si dee più stimare la vera benevoglienza d’un padrone, c’ogni acquisto d’oro o d’argento. E bench’io non sia mai stato punto in dubbio de l’amor che mi porta, del quale ho veduto in tante occasioni tanti efficacissimi segni; non è però (a confessare il vero) ch’io non abbia talora sospettato che Vostra Signoria per soverchio desiderio del mio utile, o per una certa tenerezza d’affetto d’avermi o vicino o men lontano, non abbia potuto essere alquanto trascurata in considerare quel che per legge d’onore mi si conveniva. Ora, s’alcun sospetto mai ho avuto di ciò, tutto s’è dileguato al legger de la sua de i dodeci del passato, ne la quale ella mostra d’aver così riguardo ad ogni cosa, che adempie ogni mio desiderio. Ed io ancora conosco, e conobbi anco quando le scrissi la prima lettera, che s’altre volte fui richiesto e rifiutai, ora si conviene il richiedere; e che non posso venire a questo, se non vengo risoluto: nè ad alcun altro avrei scritto così irresolutamente. Ma scrivendo a Vostra Signoria illustrissima (ch’è una parte de l’animo mio, e la migliore), così ho con esso lei parlato, come suol l’animo talvolta fra se stesso ragionare; e non mi son vergognato di scoprirle il flusso e ’l riflusso de’ miei pensieri, e quella irresoluzione la quale è stata, e temo che non debba essere, la rovina di tutte le mie azioni. E con questo a Vostra Signoria bacio le mani. Di Ferrara.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A LUCA SCALABRINO. Roma</salute>
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               <p TEIform="p">Oh mi piace che mandiate il Poetino in Germania! or vada pur colà a spacciar il santo. Vorrei ch’intendeste da lo Sperone, se gli fu mandata una mia dal signor Scipione, perchè de la ricevuta di questa non m’è stato mai scritto cosa alcuna. Io mi vo risolvendo di lasciare l’episodio di Sofronia, mutando alcune cose in modo ch’egli sia più caro ai chietini, nè resti però men vago. De le pitture non so quel che mi delibererò.</p>
               <p TEIform="p">Datemi alcuna nuova del turco e di Polonia. Mandatemi, se sarà possibile, l’olio per la peste, e soprattutto mandatemi i miei canti. Dite al signor Torquato, che ’l Bertazzola m’ha detto d’aver una lettera ch’egli mi scrive, ma non me l’ha ancor data: la vorrà prima vedere a suo agio, come fa sempre. Gli risponderò come l’avrò avuta: ma se il signor Torquato vorrà scrivermi, indrizzi le lettere per la via ordinaria, senza raccomandar l’agnelle al lupo. E baciovi la mano, pregandovi ch’in mio nome le baciate al Signore illustrissimo. Di Ferrara il 3 maggio.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A LUCA SCALABRINO. Roma</salute>
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               <p TEIform="p">Perchè mi scrivete, e non mi scrivete se volete mandare o non mandare i miei canti? Onde nasca questa tardanza, ed il vostro silenzio intorno a ciò, io non so imaginarmi. Perchè cominciate quel che non volete fornire? quali furono le paroline de lo Sperone? S’egli vuol udire i miei ultimi cinque canti, leggeteglieli; ma io avrei caro che non si curasse d’udirli. Dategli buone parole, dicendogli ch’io disegno di trascrivere tutto il libro di mia mano, e mandarglielo: farò poi quello che mi tornerà commodo, e non mancheranno mai pretesti. A ogni modo, o tardi o per tempo, l’avemo a rompere; e la rottura sarà tanto maggiore quanto più tarda. Io non vo’ padrone se non colui che mi dà il pane, nè maestro; e voglio esser libero non solo ne’ giudicii, ma anco ne lo scrivere e ne l’operare. Quale sventura è la mia, che ciascuno mi voglia fare il tiranno addosso? Consiglieri non rifiuto, purchè si contentino di stare dentro a i termini di consigliero. Ma chiaritemi d’un altro dubbio. Perchè non gli mostraste i miei sonetti, e avendovene io pregato? S’io mi fossi governato con lui a mio senno, avrei fatto meglio; e dovea farlo, conoscendolo io meglio che ciascun altro. Ma poichè son tanto inanzi, sia compiaciuto di questo: mostrate, dico, che tutto ciò che ho scritto a voi, l’ho scritto perchè con esso lui il conferiate; e sovra tutto pregatelo che pensi a i dubbi che ho mossi intorno a la partita d’Erminia: devete aver la mia lettera. Con più agio vi mostrerò quanto scioccamente abbia mosse l’ultime dubitazioni de le quali mi scriveste, ed alcune altre le quali prima m’accennaste. Scriverò al Teggia, ed amatemi. Di Ferrara, il 4 di maggio del 1576.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A LUCA SCALABRINO. Roma</salute>
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               <p TEIform="p">Avete il torto in mille modi; e sia detto con vostra pace. Scrivendo a me, peccate in materia ed in forma; ma io non ne incolpo se non me stesso. Tanto mi basta di rispondere ad una parte de la vostra lettera, a la quale risponderò più a lungo come avrò letto non una volta l’alfabeto greco, ma dieci e venti volte i salmi: frattanto stiate sicuro che io v’ho sempre amato, e vi amo svisceratamente; nè sono ancora tanto pazzo che, amandovi com’io fo, debba con tanto ardore procurare la vostra vergogna. De’ miei secreti sono signore, e posso, senza offesa altrui, rivelarne quella parte che mi piace a chi voglio. De gli altrui, tanto ne dico quanto piace a chi li commette a la mia fede; e se io altre volte ho discoperto, contro vostra voglia, a vostro padre il vostro male, l’ho fatto per soverchio zelo de la vostra salute, de la quale son risoluto di non volere aver maggior cura di quella che voi vogliate che s’abbia: ma ben vuo’ pregarvi, per l’amore che vi porto, che se io rimango sodisfatto di voi, a cui nulla ascosi mai de i miei pensieri, che non usiate meco estraordinaria secretezza di alcuni vostri o affetti o disegni che a molti son palesi, nè dobbiate poi sdegnarvi contra me se alcuna particella a caso, non la cercando io, me n’è riferita; o almeno sfogate meco tutto questo sdegno senza dimostrarlo altrui; chè ciò non potete fare, che non diate insieme a divedere che poco m’amiate e nulla mi prezziate. Ho detto più di quello ch’io voleva: perdonatemi; chè la mano, spronata da un giusto dolore, è trascorsa mal grado de la volontà. Ora passiamo ad altra materia.</p>
               <p TEIform="p">Il signor Orazio, il quale è prigione, nel sonetto del labro commise due errori. <quote TEIform="quote">Molle si sporge et humidetto</quote> scrisse, e doveva scrivere <emph TEIform="emph">Molle si sporge e tumidetto. – Io c’altre volte fui ne l’amorose Insidie colto, or lo riconosco E lo discopro – or ben lo riconosco E le discopro</emph> è ne l’originale de la mente. Di grazia, se aveste datane copia, emendate gli errori. Mi sarà caro che la spediate con lo Sperone, e che mi rimandiate il rimanente de’ canti quanto prima, chè n’ho gran bisogno. Sono notate ne’ due ultimi canti alcune parole ottime ed alcuni versi, nè so vedere la causa de la mutazione. Dite al Signore, che <emph TEIform="emph">me ne</emph> sempre dice il Petrarca; <emph TEIform="emph">se ’n</emph> o <emph TEIform="emph">me ’n</emph>, ma alcuna volta, ancora che seguiti consonante, <emph TEIform="emph">se ne</emph> o <emph TEIform="emph">me ne</emph>; verbigrazia, “se ne vien l’aurora.” Ditegli che ho già conciato il duodecimo in modo che non possa esser più luogo ad alcun dubbio; ed in particolare ho giudicato che sia bene, che quando Argante parla al popolo, prima che dica “Odi, Gerusalem, ciò che prometta” con garbata maniera dia conto, ch’egli subito che s’accorse che Clorinda era rimasa fuora, volle seguirla, e fece ogni cosa per uscire, ma fu impedito dal re; e soggiunga, che s’egli fosse uscito, o avrebbe ricondotta salva Clorinda, o sarebbe morto seco, ma che poi al cielo e a gli uomini era paruto altrimenti, ec.</p>
               <p TEIform="p">Ora sono intorno al sesto canto; e le prime mutazioni designate (le quali, a creder mio, sono necessarissime) le farò tali quali ho scritto. Mi rimane alcun dubbio intorno a l’uscita di Erminia, e volentieri n’udirei il parere di costà più minutamente. Il Poetino m’è paruto men rigido in parole che in lettere. Egli m’assicura quasi che non si procederà altramente contra il poema, ma che sarà men caro in Roma. Di questo non mi curo molto. Quel suo bailo, <emph TEIform="emph">co.... da forche</emph>, per dirlo a la ferrarese, mi ha scoperto che il Signore è quello da la faccia men serena. Ditelo al Signore, ed insieme mettetevi per mio amore a memoria questi ultimi particolari; chè mi farete piacere grandissimo a dargliene ragguaglio. Scriverò al Teggia, ma sono troppo occupato. E vi bacio le mani. Di Ferrara, il 11 di maggio.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A LUCA SCALABRINO. Roma</salute>
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               <p TEIform="p">Ho ricevuto i tre ultimi canti sani e salvi, com’ebbi ancora gli altri; sì che di questo non abbiate pensiero: ma non mi scrivendo voi cosa alcuna de lo Speroni, io avviso che non abbiate voluto mostrarglieli; nè mi spiace l’effetto in se stesso, ma ben mi duole che non m’abbiate dato a tempo l’avviso de la mutazione de la vostra volontà, se non de la cagione de la mutazione, chè io non avrei scritto a lui ne la maniera che ho scritto. Ma chi è bastante ad intendere i muti che non fan cenno? Ora, poichè avete cominciato a governar questo negozio a vostro modo, pensate anco di trovarvi quel rimedio che più vi parrà opportuno; che io, non essendo informato di cosa alcuna, non so che dire, se non che mi rimetto a la vostra prudenza. Bene vi prego, che vogliate fare ch’io sappia ciò che ho a scrivere a lui; chè altramente non ci accorderemmo. Io spero per me stesso di ridurre il mio poema in buono stato; e tali sono i miglioramenti che di giorno in giorno vo facendo, che poco avrà fors’egli a temere i giudicii de’ più severi critici, purchè la severità loro sia gusto de l’intelletto, e non gusto contaminato da la volontà. A gli ammalati il vino pare amaro. In somma, ora che ho messo l’animo in pace di voler alquanto lentamente procedere ne l’edizione del mio poema, non dubito di nulla; ma per altri rispetti (i quali voi potete immaginare) avrei a caro, se fosse possibile, di non rompere così tosto con esso lui, se ben io giudichi affatto impossibile il durar seco lungamente. Baciategli in mio nome le mani, e ditegli che la duchessa mi ha mandata la copia de l’ultima sua lettera, ne la quale egli scrive di volerle pagare il suo debito con moneta, se non d’oro, almen di rame; e che quella signora ha mostrato meco tanta sodisfazione di questa intrinseca amicizia contratta seco, che è cosa incredibile. Sì che io ’l prego a volere, per rispetto almeno di lei, dissimular lo sdegno c’ha conceputo con altri; chè non credo ch’egli abbia a temere.</p>
               <p TEIform="p">Le profezie di madama Leonora non producono ancora effetto alcuno, nè credo che siano per produrlo così tosto. Il signor Cornelio mi fa carezze straordinarie, e vedo che ha gran voglia ch’io mi dimestichi seco; ma se ciò non mi ha a portare qualche segnalato giovamento, non me ne curo.</p>
               <p TEIform="p">Il signor Montecatino mi disse ieri, che se io voleva scriver le Storie, procurerebbe che me ne fusse dato il carico; e ciò mi disse non sapendo, o mostrando di non sapere le cose passate. La dimanda mi fe’ maravigliare e pensare a molte cose; ma conchiudo che questo movimento venga da Pesaro. Io mi prometto assai de l’amorevolezza del signor Montecatino; pure non credo che <foreign lang="lat" TEIform="foreign">expediat</foreign> sottentrare, con tanto detrimento de’ miei studi, a così grande e fastidiosa impresa senza certa utilità presente. Io vorrei essere reo, non attore. Faccia Dio: voi di questo non fate motto ad alcuno.</p>
               <p TEIform="p">Orazio Ariosto è stato alcuni dì prigione, e poi a casa, la sera ch’egli uscì. Io non l’ho più veduto; sì che risolvo privarmi anche in parte di questa pratica, che per altro m’era molto cara. E in somma, vuo’ cominciar a vivere a la cortigiana in tutto e per tutto, e mirare a tutte quelle apparenze a le quali fin ora non ho avuto riguardo così particolare.</p>
               <p TEIform="p">L’olio, a chi l’abbiate mandato non lo so: se a l’Ariosto, lo avrò quando mel porterà; chè mi pare onesto. E baciovi le mani. Datemi alcuna nuova. Il 19 maggio.</p>
            </div2>
            <div2 type="epistola" org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="div2">
               <head TEIform="head">74</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A LUCA SCALABRINO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Legga Vostra Signoria, se non le è incomodo, l’inclusa al signore Scipione, e parli del particolare di Erminia con lo Sperone; e n’intenda il suo parere. M’è stato caro ch’egli non abbia veduto i cinque ultimi canti: caro, dico, avendo riguardo a l’effetto; ma dubito del modo. Voi vi dovete esser chiarito di quello ch’io sono certo ora, e prima sempre ne sospettava. Ch’egli con poco lieto animo sia per sentire ogni mio accrescimento di gloria, ne sono certo per alcune relazioni, oltre a le vostre; pure dissimulerò; e voglio imparare questo mestiero ben bene. Quello ch’egli v’abbia detto di me, nol cerco; ma imagino assai male.</p>
               <p TEIform="p">Ne’ miei sonetti, in quello de’ <emph TEIform="emph">capelli</emph> massimamente, vi potrebbe fors’essere maggior ornamento e pompa di parole, ma non vi manca cultura; altro è l’ornamento, altro la cultura. Verso alcuno basso non v’è, e men di tutti gli altri sono bassi i due ch’egli nota. Saranno umili, bassi non mai; nè l’umiltà disdice, ma non è in que’ versi notati: è bene in quello, “E le discopro, o giovinetti, a voi.” Ma di questo non più, ch’egli non ha orecchio de la delicatura de lo stile lirico; e chi vuol vedere come sian fatti i versi bassi, legga i suoi pochi sonetti, i quali (trattine due) ne son pieni. Questo sia detto a voi solo; e voi, leggendoli, ve ne chiarirete.</p>
               <p TEIform="p">Avrete l’olio per quest’altra settimana. E a Vostra Signoria bacio le mani. Di Ferrara, il 22 di maggio.</p>
               <p TEIform="p">Chi ’l crederebbe? il re di Persia è venuto a visitarmi.</p>
            </div2>
            <div2 type="epistola" org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="div2">
               <head TEIform="head">75</head>
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                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io, come per l’altra mia scrissi a Vostra Signoria illustrissima, attendo a migliorare il mio poema quanto prima si può, e vi attendo con animo tanto tranquillo e libero da ogni fastidio quanto non mi ricordo aver avuto molti anni sono. Ho riletto, per assicurarmi maggiormente, la Poetica d’Aristotile, e insieme Demetrio Falereo, il quale parla più che alcun altro esattamente de lo stile, e mi sono risoluto intorno a molte opinioni; ma cominciando da quelle che appartengono a lo stile, tutte o gran parte de le forme di dire e de le parole, le quali sono state da me trapiantate nel mio poema da’ buoni libri antichi, delibero di lasciarvele; e credo che sian per recare a me riputazione, e splendore e maestà al poema: dico, a lungo andare; chè forse in questi principii molti, leggendole, torceranno il grifo. Ma a l’incontro conosco d’essere stato troppo frequente ne’ contrapposti, ne gli scherzi de le parole, ne le allusioni, ed in altre figure di parole, le quali non sono proprie de la narrazione, e molto meno de la narrazione magnifica ed eroica; sì che giudico che mi sia quasi necessario andar rimovendo alquanto del soverchio ornamento da le materie non oziose, perchè ne le oziose nessun ornamento forse è soverchio. Ne gli spiriti e ne gli ornamenti che nascono non da le parole ma da’ sensi, mi pare, senza partirmi da i precetti de l’arte, di poter essere molto men severo; nè stimo, a verun patto, vizio l’essere alquanto più spiritoso e vivace che non fu Omero e Virgilio. E questo quanto a lo stile.</p>
               <p TEIform="p">Quanto a gli amori e a gli incanti, quanto più vi penso, tanto più mi confermo che siano materia per sè convenevolissima al poema eroico; parlo de gli amori nobili, non di quelli de la Fiammetta, nè di quelli che hanno alquanto del tragico. Nè tragici io chiamo solamente gl’infelici di fine (sebbene questi maggiormente son tragici), perchè la infelicità del fine, come testimonia Aristotele, non è necessaria ne la tragedia; ma tragici chiamo tutti quelli che son perturbati con grandi e maravigliosi accidenti e grandemente patetici; e tale è l’amore di Erminia, de la quale accennerei volentieri nel poema il fine, e ’l vorrei santo e religioso. Ora questa parte de gli amori io spero di difenderla in modo che non vi rimarrà peraventura luogo a contraddizione; e mi varrò anco, fra le altre ragioni, de la dottrina del signor Flaminio nostro, insegnatami da lui ne’ suoi libri morali, ov’egli attribuisce l’eccesso de l’ira e de l’amore a gli eroi, quasi loro proprio e convenevole affetto; e questa opinione è in guisa platonica, ch’insieme è peripatetica. La parte poi de le maraviglie non credo che avrà bisogno di difesa, perchè rimovendone io, per altri rispetti, gran parte, non ve ne rimarrà quantità soverchia; e Dio voglia che ve ne resti a bastanza.</p>
               <p TEIform="p">Rimangono solo le altre due opposizioni; parlo de le universali. E la prima, che il poema sia di un’azione di molti, per quanto ho di nuovo raccolto da molti luoghi d’Aristotele chiaramente, è di nessun peso affatto. La seconda, che il poema sia episodiaco, non mi dà gran noia; oltre che non si chiama favola episodiaca quella ne la quale gli episodi son molti, ma quella in cui sono oziosi e fuor del verisimile: così dichiara Aristotele. Intorno a le opposizioni che riguardan i luoghi particolari, dirò solo questo; ch’io concierò tutte quelle parti che giudicherò che n’abbian bisogno: e spero di emendare in modo che non si conosca la cucitura. Solo due dubbi mi rimangono; nel rimanente son risoluto. Dubito come s’abbia ad introdurre la narrazione de’ sei anni precedenti; e fin qui mi pare il più sicuro modo, rimovendo l’episodio di Sofronia, fare che Goffredo faccia il racconto al patriarca di Gerusalemme; e a questo credo di appigliarmi. Dubito parimenti ne l’uscita e ne la caccia ad Erminia, perchè non solo sia poco del verisimile ch’egli non pensi punto ad entrare ne gli steccati, ma è poco ancora verisimile ch’ella sia seguìta in quel modo da coloro che sono posti a guardia; perchè radissime volte si mettono i corpi di guardia fuori del vallo, e inanzi a i capitani si trovano le sentinelle le quali non lascierebbero arrivare Erminia sin al luogo ov’è veduta da Poliferno, senza gridare; e troppo grande incontinenza è quella di Alcandro, e troppo si parte da l’uso e da la disciplina militare. Io ho concio in maniera le prime parti di questo sesto canto, che mi persuado che a ciascuno apparirà il miglioramento, e massimamente quando dico, come ad Erminia venisse questo pensiero di armarsi, e come avesse comodità d’involare le armi; che certo ogni cosa è fatta molto verisimile. Resta ch’io muti l’ultima parte, e la mutazione potrebbe forse essere come segue.</p>
               <p TEIform="p">Erminia, risoluta de l’uscire e del modo, manda uno scudiero a Tancredi per intender da lui s’egli si contenta di ricevere con sicurezza e segretezza una donzella che, uscendo da la città, vuol andare per sua salute a ritrovarlo, e imporre a lo scudiero che così parli, nè specifichi chi ella sia. Tancredi si contenta, e dà gli ordini di riceverla. Erminia esce, e prima c’arrivi al luogo dove doveva esser raccolta, rincontra Alcandro e Poliferno che tornavano al campo; in quella guisa che nel nono de l’Eneide Eurialo e Niso s’abbattono in Volscente che torna al campo de’ latini. È creduta da costoro Clorinda, ed è seguìta; e dandosi a l’arme, Tancredi udendone il rumore si parte, e con più ragione si parte perchè si ricorta de le parole amorose dette già da lui nel terzo canto a Clorinda; ed avendo inteso questo solo universale, che una donzella vuol venire per sua salute al campo, pensa talora che colei che gli mandò l’imbasciata possa esser Clorinda; e la voce di salute ambigua è molto a proposito. Comunque si sia, udendo che Clorinda è uscita (e facilissimamente può udirlo), è verisimile che la segua. Solo due difficoltà mi pare che restino. L’una è di trovare qualche ragionevol occasione per la quale a quell’ora Alcandro e Poliferno tornino al campo; e questa credo che facilmente sarà trovata dal signor Cornelio: l’altra, di trovar la cagione per la quale Erminia comanda a lo scudiero che non la nomini; e a questo penserò io, e Vostra Signoria mi farà favore di pensarci anch’ella.</p>
               <p TEIform="p">Ho scritte tutte queste cose per significare a Vostra Signoria illustrissima le ultime mie risoluzioni, e per non avere, se sarà possibile, a scriver più intorno a questa materia, perchè omai sono stanco, e vorrei lasciar questa pratica di scrivere per ogni ordinario così lunghe lettere. Le mie risoluzioni non sono però in modo ferme che, s’io sentirò a l’incontro ragione che m’appaghi, non sia per mutarmi di opinione; e Vostra Signoria illustrissima mi farà segnalatissimo favore a scrivermene il suo e l’altrui parere quanto prima le tornerà comodo. Al signor Flaminio bacio le mani; al quale significherò per mia lettera particolare il mio concetto allegorico, e lo pregherò anco chè voglia aiutarmi; chè n’ho bisogno. E con questo fo fine, facendo a Vostra Signoria illustrissima riverenza, e pregandola che in mio nome saluti il signor Barga e ’l signor Cipriano. E viva lieto. Di Ferrara, il 22 di maggio.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">76</head>
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                  <salute TEIform="salute">A LUCA SCALABRINO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vostra Signoria per l’ultima sua mi dimanda perdono di non m’aver palesato il suo amor concupiscibile; e per l’altre sue, che prima m’ha scritto, ha sempre mostrato di credere ch’io sia sdegnato con esso lei, perch’ella non m’abbia rivelato questo suo desiderio carnale, e rende assai onesta cagione de la sua segretezza e del silenzio usato meco. Io, che ho deliberato di confermar quella deliberazione ch’io feci molt’anni sono; cioè d’aver Vostra Signoria non solo per caro e cordiale amico, ma per lo più caro e per lo più intrinseco di tutti gli altri, ed in somma per parte de l’anima mia; non voglio più lungamente lasciarla in questo errore e in questo inganno: e se pur non s’inganna, ma vuol mostrar d’ingannarsi, non le voglio lasciar questo pretesto, nè posso soffrire c’almeno ne le cose mie, e in quel c’appartiene a me, ella non corrisponda a la mia ingenuità, o sciocca o filosofica che sia. Sappia dunque, ch’io non mi sdegnai perchè Vostra Signoria non mi scoprisse il suo amore (c’a questo per nessuna ragione voi eravate obbligato); ma mi sdegnai perchè voi vi recaste a così grande ingiuria che l’Ariosto me n’accennasse un non so che. Nè solo vi sdegnaste, ma a lui scriveste in modo che ben si poteva comprendere che vi riputavate offeso da lui gravemente. A me poi scriveste una lettera piena di tanto disprezzo, che nulla più. Confesso c’avevate occasione di dolervi fra voi stesso, che l’Ariosto avesse palesato questo secreto a me, il quale so mal tacere i miei propri secreti; ma certo nissuna ragione voleva che, per cosa di sì poca importanza, così apertamente fosser da voi dette parole così acerbe e a lui e a me medesmo contra la mia riputazione. L’amico deve ricoprire i difetti de l’amico; ed io, che sono il più loquace uomo del mondo, non ho mai detto cosa alcuna c’a voi possa spiacere, nè in questa nè in altra occasione; se non solo che palesai a vostro padre ed a m. Antenore la vostra infermità per soverchia gelosia de la vostra salute. E Dio mi sia testimonio, che di nissun altro vostro particolare ho io ragionato, se non in quel modo ch’io ho saputo, non che creduto c’a voi fosse caro. Ma sia qui il fine de le mie querele. Io mi ricorderò solamente le tante cortesie ed amorevolezze ch’io ho ricevuto da voi; e di questa baia non terrò memoria, ma perdonerò l’impeto di quelle lettere a la vostra natura; sì come prego voi a perdonare a la mia l’acerbità d’alcune lettere, ne le quali, esortandovi al purgarvi, usava luoghi troppo aspri e veementi. Siam patti e pagati, come si dice: da ora inanzi io, non iscemando punto nè de l’amore nè de la confidenza che ho in voi, mi guarderò di provocar la vostra collera. Io vi dimando perdono de le lettere passate: a voi non occorre dimandarlo a me com’a superiore, perochè io in nessuna cosa vi sono superiore, e in molte vi cedo. E se pur volete usare questa creanza, usatela senza offendermi, mentre volete sodisfarmi: chè non la superiorità de la persona, ma la superiorità de la causa mi fa meritevole che da voi mi sia chiesto perdono; ed io vel concedo, e voi concedetelo a me, e brindisi!... e più non si parli di queste co... Insomma, io son tutto vostro. Scrivo dopo desinare, e scrivo con gran fatica. Ho finito di conciare il canto sesto, ma no ’l manderò per questa settimana.</p>
               <p TEIform="p">Stanco di poetare, mi son volto a filosofare, ed ho disteso minutissimamente l’Allegoria non d’una parte ma di tutto il poema; di maniera che in tutto il poema non v’è nè azione nè persona principale che, secondo questo nuovo trovato, non contenga maravigliosi misteri. Riderete leggendo questo nuovo capriccio. Non so quel che sia per parerne al Signore e al signor Flaminio ed a cotesti altri dotti romani; chè non per altro, a dirvi il vero, l’ho fatto, se non per dare pasto al mondo. Farò il collo torto, e mostrerò ch’io non ho avuto altro fine che di servire al politico; e con questo scudo cercherò d’assicurare ben bene gli amori e gl’incanti. Ma certo, o l’affezione m’inganna, tutte le parti de l’allegoria son in guisa legate fra loro, ed in maniera corrispondono al senso litterale del poema, ed anco a’ miei principii poetici, che nulla più; ond’io dubito talora che non sia vero, che quando cominciai il mio poema avessi questo pensiero. Vi vedrete maneggiata, e volta e rivolta gran parte de la moral filosofia così platonica come peripatetica, ed anco de la scienza de l’anima; e se ben son molti anni ch’io non ho letto queste cose, non temo nondimeno che vi siano molti errori: temo bene di non aver saputo, o di non saper accompagnar le cose filosofiche con alcune teologiche che vi sono necessarie; però molte volte lascio lo spazio in bianco, acciochè il signor Flaminio il riempia a suo modo. Dite al Signore ch’io ho fatta questa fatica, la quale in vero non è stata fatica se non d’un giorno, e che gliela manderò per quest’altro ordinario senza fallo.</p>
               <p TEIform="p">Il dottor messer Antonio (del quale v’ho da scrivere una bella novella, ed una gran malignità sua verso me) desidera d’esser informato per mezzo vostro, quale officio potrebbe egli dimandare ne lo stato de la Chiesa; parlo de i governi. Di grazia, scrivete quattro parole, mostrando ch’io ve n’abbia scritto molto prima, e che voi non avete potuto anco torne informazione dal signor Teggia, per non esser egli in Roma, nè dargli la mia lettera che gli scrivo sovra ciò. Mostrate anco di desiderare ch’egli v’informi con una sua meglio del suo desiderio. E tutto questo vi prego che mi scriviate quanto prima, perchè non voglio ch’egli s’accorga ch’io mi sia accorto, se ben so che ne sospetta. Il complice del tradimento è Madalò; ed anco per render ben per male, gli farò aver lettere di favore da alcuni principi. Ho avuto le lettere al Borgo, e vi bacio le mani.</p>
               <p TEIform="p">Scrivete in maniera, che paia che un’altra volta m’abbiate scritto che ’l Teggia è fuor di Roma.</p>
            </div2>
            <div2 type="epistola" org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="div2">
               <head TEIform="head">77</head>
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                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">
                  <foreign lang="lat" TEIform="foreign">Est Deus in nobis, agitante calescimus illo</foreign>. Io non ho potuto aspettar che giungesse la risposta di Vostra Signoria di Roma, la quale ha così bene risoluto ogni mio dubbio; ma ho condotto a fine la favola d’Erminia, come ha voluto la musa, se non come avrebbe voluto l’arte. Piacemi almeno d’essermi in molte cose affrontato con l’opinione di Vostra Signoria; peroch’Erminia, fatto per una verisimile occasione un subito pensiero d’uscire con l’armi di Clorinda, non vi pone tempo in mezzo, nè pensa a la difficultà de l’entrata, se non quando è tanto lontana da la città, ch’è sicura di non potere essere ritenuta. Allora vi pensa; nè parendole di potere entrar sicura sotto quelle arme, e desiderando da l’altra parte d’entrarvi sconosciuta, e di non palesarsi prima ad altri ch’a Tancredi, dice a lo scudiero:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <lg org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="lg">
                        <l part="N" TEIform="l">Essere, o mio fedele, a te conviene</l>
                        <l part="N" TEIform="l">Mio precursor; ma sii pronto e sagace.</l>
                        <l part="N" TEIform="l">Vattene al campo, e fa c’alcun ti mene</l>
                        <l part="N" TEIform="l">E t’introduca ove Tancredi giace:</l>
                        <l part="N" TEIform="l">A cui dirai, che donna a lui ne viene,</l>
                        <l part="N" TEIform="l">Che gli reca salute, e chiede pace;</l>
                        <l part="N" TEIform="l">La quale il prega che raccor la voglia</l>
                        <l part="N" TEIform="l">Secretamente quanto più</l>
                     </lg>
                  </quote>
si potrà – <emph TEIform="emph">si potroglia</emph>, vorrei che si dicesse. E soggiunge:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <lg org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="lg">
                        <l part="N" TEIform="l">E ch’essa ha in lui sì certa e viva fede,</l>
                        <l part="N" TEIform="l">Ch’in suo poter non teme onta nè scorno.</l>
                        <l part="N" TEIform="l">Dì sol questo a lui solo: e s’altro ei chiede,</l>
                        <l part="N" TEIform="l">Dì non saperlo; e affretta il tuo ritorno.</l>
                     </lg>
                  </quote>
               </p>
               <p TEIform="p">Lo scudier parte: e si dice in una sola stanza, com’è raccolto da le guardie e introdotto a Tancredi, c’ascolta lietamente l’imbasciata; e come, lasciando lui pien di mille dubbi, se ne torna con felice risposta. Sin qui così ho fatto a punto come Vostra Signoria mostra di desiderare: nel rimanente mi sono alquanto allontanato da quel ch’ella giudicava più opportuno. Perchè, come per l’altra mia scrissi di voler fare, fingo che Poliferno ec. avessero disposti prima gli aguati, per far ripresaglia de i foraggieri ec.: la qual invenzione, sebben porta seco nel resto alcuna maggior difficultà (a la quale però cerco di provedere, nè so s’io lo faccia interamente), in quel nondimeno c’appertiene a la partita di Tancredi è molto più commoda; perch’in questo modo Tancredi può più verisimilmente e più tosto intendere che Clorinda sia seguita. Ma comunque si sia, io manderò a Vostra Signoria fra pochi giorni il canto tutto, e giudicherà meglio su ’l fatto. Mi resta solo a mutar quella stanza che nota monsignor Silvio, ove pare che troppo s’attribuisca ad amore sovra la libertà de la volontà, ed alcune altre de le cose notate da lui. Ben vorrei che si perdonasse la vita a que’ due versi: “Gode amor, ch’è presente ec.”; ch’io per me non vedo che scandalo possan dare.</p>
               <p TEIform="p">In quanto a gli ornamenti, io sono più tosto indulgente nel lasciarli, che molto severo nel rimoverli; perchè nuovamente leggendo Demetrio ed altri che parlan de lo stile, ho considerato una cosa che a me par verissima e realissima. Molte de le figure del parlare, ch’essi attribuiscono come proprie a la forma magnifica di dire, non sono state ricevute da la lingua vulgare; per che, per esempio, malamente si potrà dire in questa lingua <foreign lang="lat" TEIform="foreign">armato milite complent</foreign>, o chiamar <emph TEIform="emph">selva</emph> un ramo. Non ha ricevuto, oltra ciò, questa lingua la composizion de le parole ch’è ne la latina e più ne la greca, non la trasposizione tanto lodata da Aristotele, se non in poca parte. Chi direbbe <foreign lang="lat" TEIform="foreign">transtra per</foreign>, che non paresse schiavone? Son molti e molti altri modi di dire, che son propri del magnifico, ed innalzan lo stile senza esquisito ornamento. Or non avendo la nostra lingua molti di questi modi, che dee fare il magnifico dicitor toscano? Quei soli c’ha ricevuti la lingua, non bastano peraventura. Certo, o accattar molte figure e molti modi da la mediocre forma o da la umile. De la umile è propria passion, per così dire, la purità; de la mediocre, l’ornamento. Ma s’egli per sua natura è più vicino e più simile a la mediocre che non è a l’umile, perchè non servirsi de gli aiuti vicini e conformi, più tosto che de’ lontani e difformi? L’Ariosto, Dante e ’l Petrarca ne’ Trionfi, molte volte serpono; e questo è il maggior vizio che possa commetter l’eroico: e parlo de l’Ariosto e di Dante, non quando passan nel vizio contiguo a l’umiltà, ch’è la bassezza, ma quando usano questa umiltà, che per se stessa non è biasmevole, fuor di luogo. Or per conchiudere, io giudico che questo essere talora troppo ornato non sia tanto difetto o eccesso de l’arte, quanto proprietà e necessità de la lingua. Considerisi, oltra ciò, che l’instrumento del poeta eroico latino e greco è il verso essametro, il qual per se stesso senza altro aiuto basta a sollevar lo stile: ma ’l nostro endecasillabo non è tale; e la rima ricerca e porta di sua natura l’ornamento, più che non fa il verso latino e greco. Sì che si deve avere anco accessoriamente qualche riguardo a l’instrumento, non solo al principale, come s’ha in non romper tanto i versi, quanto si rompono ne l’essametro: si deve anco condonare a la lingua vulgare e a le stanze qualche eccesso d’ornamento. Tutto questo ho detto non solo come teorico, ma come pratico ancora: pur Vostra Signoria vedrà nel canto ch’io le manderò, sin a quanto giudico che si debba stendere questa moderazione d’ornamento, la quale in alcune cose in ogni modo è necessaria. Ho scritto queste cose in fretta, e confuse. Vostra Signoria le intenda per discrezione; e mi faccia favore di conferire questa mia opinione co ’l signor Barga e co ’l signor Flaminio. E le bacio le mani. Di Ferrara, il 14 di giugno.</p>
            </div2>
            <div2 type="epistola" org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="div2">
               <head TEIform="head">78</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A LUCA SCALABRINO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">“Già corre lento ogni lor ferro al sangue,” dettò Febo: se la penna non lo scrisse, qual colpa è de la mente o de l’orecchio? Mi piace poi, che voi v’ingegnaste di trovar che fosse composto ad arte quel che fu scritto per trascuraggine; e certo, che de’ versi sì fatti, ne’ quali non si fa alcuna collisione, è pieno Dante: pur non mi giova d’imitarlo. <emph TEIform="emph">Aveva</emph> fra ’l verso, non seguente vocale, non s’usa dal Petrarca o da petrarchisti; nè io intendo di allontanarmi da loro esempio, non tanto perch’io la stimi grand’imperfezione di numero, quanto perchè mi pare che ’l cercar brighe, dove si possano schivar con suo onore, sia da cervel gagliardo e contenzioso. Sì che mi sarà cara ogni diligenza che ’l Signore userà per rimovere da’ miei versi tutte le parole simili: e ’l supplico e scongiuro a seguir come ha cominciato.</p>
               <p TEIform="p">È ben vero ch’io vo dubbitando ch’in un particolare non siamo assai differenti e di gusto e d’opinione. Egli mi scrive un non so che di languidezza di versi, per finimento di parole: <emph TEIform="emph">non necessario</emph> scrisse; se ben intese, <emph TEIform="emph">non convenevole</emph>. Se le parole sono queste, o simili: <emph TEIform="emph">soprano</emph>, <emph TEIform="emph">sereno</emph>, <emph TEIform="emph">saracino</emph>, <emph TEIform="emph">fedele</emph>; male ho fatto a fornirle non seguendo vocale, e bisogna che siano accorciate in ogni modo: pur mi maraviglio de la mia trascuraggine; che sapendo io questa regola, e guardandomi di non romperle la testa, abbia nondimeno errato contra essa in molti luoghi; ch’in alcuno credo di aver errato, ma in molti sarei stato troppo trascurato. Stimo dunque che ’l finimento sia ne’ nomi sdruccioli: verbi grazia, <emph TEIform="emph">orribile</emph>, <emph TEIform="emph">formidabile</emph>, <emph TEIform="emph">nobile</emph>, c’anco questi pare ad alcuni che caggiano sotto la medesima regola; a me non già: anzi a bello studio ho introdotte alcune parole sì fatte con l’intiero finimento, sì come fece anco il Petrarca in questi luoghi:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">Tornando da la nobile vittoria.</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Nobile par de le virtù divine.</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Chi pone in cosa stabile sua spene.</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Vinto a la fin dal giovine romano.</l>
                  </quote>
               </p>
               <p TEIform="p">Nè solo in questi il fece, ma in altri ancora che non mi sovvengono. Nè mi piace l’opinione di coloro che non approvano i Trionfi per autentici; perchè i Trionfi furono fatti da lui ne l’età più matura, ed approvati dal suo giudizio, come appare in una epistola latina: e se forse non sono così levati come il canzoniere, non si conveniva forse a poema narrativo quella esquisita e diligente levatura che si conviene al lirico. Così crede lo Sperone, e ben crede: ed io passo oltre con la mia credenza, e stimo che ad un poeta epico convenga aver maggior riguardo a’ capitoli c’a i sonetti ed a le canzoni, almeno in certi luoghi. So ancora che i critici greci e latini lodano Omero e Catullo, che ne’ loro versi essametri abbiano spesso accettato il verso spondaico, ed alcune parole lunghe e cadenti: e par loro che Virgilio in questo abbia troppo fuggite queste condizioni, le quali non convengono a lo stile fiorito o ornato per sè; ma a l’alto e magnifico sono quasi necessarie. La ragione di questo è data da loro: ed io ne tratto ne’ miei Discorsi, ove parlo de lo stile. In somma, lo stile magnifico vuole talora il non curante, se ben non ama il trascurato. Cosa da trascurato sarebbe il fornire <emph TEIform="emph">capitano</emph>, <emph TEIform="emph">cavaliero</emph> o <emph TEIform="emph">baleno</emph>; ma non già <emph TEIform="emph">orribile</emph> o <emph TEIform="emph">nobile</emph>. Anzi mi sovviene che Iacopo Corbinelli fiorentino, uomo dotto, che ha speso tutto il suo tempo in considerar i numeri del parlar così legato come sciolto, in un’operetta ch’è quasi traduzione di Demetrio Falereo, ammira quel di Dante, “A l’orribile torre;” ove alcuno altro richiederebbe che si dicesse “A l’orribil torre.” E questo medesimo lodò assai in casa del Pinelli, ch’io avessi ricevute volentieri nel mio poema le parole lunghe: ne le quali non niego però di non essere stato un poco frequente; chè certo mi pare che vi siano troppo spesse, e che sarà ben fatto torne alcuna: pur non fu caso, ma studio, se non arte. Ed il mio giudizio ed il mio orecchio concorrono in questo, che da tai parole nasca molta magnificenza: e così crede Aristotele ancora, se bene non sono forse d’esquisito ornamento.</p>
               <p TEIform="p">E qui torno a replicare quel che ho detto, che non è il medesmo carattere il magnifico e l’ornato; e se ben il magnifico non ricusa l’ornato, anzi molto volentieri e molto spesso il riceve e se ne copre tutto, per così dire; tuttavia l’ornamento è proprio de la forma di dire mediocre, quale è la lirica; ne la quale si schiva, come viziosissima, la replicazione de le parole, e s’affettano i contraposti e gli antiteti. Il magnifico a l’incontro non cura di mirar sì basso: e talora, avendo proposto tre cose, risponde a due; nè, se per altro è opportuna, fugge la replicazion de le parole. Di ciò, oltra l’autorità e le ragioni del Falereo e l’autorità de’ greci e latini, n’abbiamo assai chiaro l’esempio del Casa; uomo studiosissimo di Demetrio, e che mosse il Vittorio a publicarlo e comentarlo. Il Casa, dico, in quel sonetto magnifico, “Questa vita mortal, ec.,” replica non una ma più fiate alcune parole medesme, nè serva la regola de’ contraposti. Questo sia detto per iscusare la replicazion de le parole ch’è nel mio; la quale però, a confessare il vero, comechè alcune volte sia nata da elezione, alcune però è proceduta da trascuraggine: però bisognerà averci su diligente riguardo, acciochè la sprezzatura non sia come quella di colui che per isprezzatura si lasciava cader le brache. Oltra i nomi sdruccioli c’hanno la penultima breve, massimamente quelli c’han la <emph TEIform="emph">L</emph> per ultima consonante; oltra questi, dico, sono alcuni verbi che non è sempre necessario accorciarli. Già io avea fatto un verso, ch’è nel terzo canto, così: “Non osan pur d’assicurar la vista.” Poi schivando di posarmi su la quarta, in che son troppo frequente, volsi più tosto dir così: “Non ardiscono pur d’alzar la vista.” Nè quello <emph TEIform="emph">ardiscono</emph> ivi m’offende; e ve n’è alcuno esempio ne’ Trionfi, ma non l’ho pronto. In somma, io non vo’ <emph TEIform="emph">l’aveva</emph>, o i simili; non <emph TEIform="emph">soprano</emph>, o <emph TEIform="emph">cavaliere</emph>, o <emph TEIform="emph">baleno</emph>, o le simili fornite; ma non ricuso il fornimento de gli sdruccioli e d’alcuni verbi. E se ben ho Dante e l’Ariosto nel numero di coloro che si lasciano cader le brache; stimo nondimeno che tutto ciò c’ha ricevuto il Petrarca ne’ Capitoli, trattene alcune voci, non solo si possa ricever senza imperfezione, ma che non si possa sempre lasciare senza soverchio d’affettata diligenza; la quale, ad una voce, tutti i retori latini e greci escludono dal magnifico. Questo tanto ch’io scrivo, desidero che sia letto dal mio Signore, perch’egli sappia la mia opinione; ma ’l prego nondimeno, e ’l supplico che perciò non rallenti punto la cura intrapresa; chè so bene che dal suo giudizio e da la sua mano non potranno uscir se non infiniti miglioramenti: ed io ho sempre più confidato ne la sua lima, che ne la mia.</p>
               <p TEIform="p">“Onde pon fine a i cominciati carmi:” la connessione v’è; ma se par lontana, migliorisi. E vi bacio le mani. Di Ferrara.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">79</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io, per confessare a Vostra Signoria illustrissima ingenuamente il vero, quando cominciai il mio poema non ebbi pensiero alcuno d’allegoria, parendomi soverchia e vana fatica; e perchè ciascuno de gli interpreti suole dar l’allegoria a suo capriccio; nè mancò mai a i buoni poeti chi desse a i lor poemi varie allegorie; e perchè Aristotele non fa più menzione de l’allegoria ne la Poetica e ne l’altre sue opere, che s’ella non fosse <foreign lang="lat" TEIform="foreign">in rerum natura</foreign>. Dice ben egli ne la Poetica un non so che d’allegoria; ma intende per allegoria la metafora continuata, qual è “Passa la nave mia colma d’oblio;” la quale equivocamente, o almeno per analogia, così si chiama: in somma, non è quella di cui parliamo. Ma poi ch’io fui oltre al mezzo del mio poema, e che cominciai a sospettar de la strettezza de’ tempi, cominciai anco a pensare a l’allegoria, come a cosa ch’io giudicava dovermi assai agevolar ogni difficultà. E la trovai (accomodando le cose fatte a quelle che s’aveano a fare) qual Vostra Signoria vedrà; non così distinta però, nè così ordinata in ogni sua parte: chè certo quest’ordine e questa condizione è fatica novissima, e fatta la settimana passata.</p>
               <p TEIform="p">Quel ch’io discorro in generale de l’allegoria, non l’ho trovato scritto non in alcun libro stampato, ma nel libro de la mente; sì che peraventura avrò detto alcuna cosa che non starà a martello: pur io mi sono uno, che quando la ragione spira, noto, e a quel modo che detta dentro, vo significando. S’avrò detto cosa non conforme a la ragione, o a la natura de l’allegoria e de l’imitazione, volentier son per ridirmi: ma se solo avrò contradetto a quel che dicono i libri scritti (che però nol so), non me ne cale. Lessi già tutte l’opere di Platone, e mi rimasero molti semi ne la mente de la sua dottrina, i quali peraventura avranno potuto produrre questo frutto; ed io non m’accorgo che sia nato di tal semenza. Questo so bene, che la dottrina morale de la quale io mi son servito ne l’allegoria, è tutta sua; ma in guisa è sua, ch’insieme è d’Aristotele: ed io mi sono sforzato d’accoppiare l’uno e l’altro vero, in modo che ne riesca consonanza fra le opinioni. Potrebbe ben egli esser ch’io avessi preso alcuno errore, perchè sono molti anni ch’io non ho letto nè le Morali d’Aristotele nè quelle di Platone; ed ora non ho rilette se non alcune postille: nel rimanente ho procurato che la reminiscenza m’aiuti. Ma temo sopratutto di non aver saputo ben drizzar questa moral filosofia a la cristiana teologia. Pur se in questo v’è errore, come io mi persuado, a Vostra Signoria ed al signor Flaminio appartiene non solo d’emendarlo, ma d’insegnarmi ancora in che modo io mi possa accordare a l’umor di questi tempi: perochè mia opinione è sin ora, di far stampare l’allegoria in fronte del poema con una lettera c’a pieno dichiari come il poeta serva al politico e il frutto che da lui si può trarre.</p>
               <p TEIform="p">Signore, se al Pico de la Mirandola ed a tanti altri è stato lecito d’accordare Platone con Aristotele ne le cose ne le quali manifestamente discordano; perchè, in virtù di Vostra Signoria, non potrebbe ardire un suo servitor di congiunger con la bocca e con la lingua di lei, piena di autorità, i principii poetici d’Aristotele e di Platone, massimamente non dicendo l’uno cosa contraria a l’altro, se non di picciolissimo rilievo? Ben è vero ch’il silenzio d’Aristotele par che danni l’allegoria, o che non la stimi: pur, mancando i due ultimi libri de la sua Poetica, il suo silenzio non conclude. Io crederei accoppiando Platone con Aristotele di fare una nuova mistura, e dir cose, buone o ree non so, ma certo non più udite nè pensate anco da me medesimo, se non dopo il mio ritorno di Roma. Questo posso promettere arditamente, che per nuova opinione ch’io abbia de l’allegoria, o del modo con che il poeta ha da servire al politico, non pur non muterò alcuna de le mie prime opinioni, ma tutte le confermerò grandemente, e preparerò nuova difesa al mio poema; e de le nuove e de le vecchie opinioni farò una ordinata catena. E se Proclo, e se alcuni altri platonici, e se Plutarco fra i peripatetici, non con altra difesa salvano Omero da le opposizioni fatteli, che con l’allegoria; perchè non sarà lecito a me, non lassando le prime difese, in vero più sode e più reali, servirmi anco di queste non meno ingegnose, e forse più atte a mover molti, per la magnificenza che si vede in loro?</p>
               <p TEIform="p">Se.... intende novelle di questa mia scrittura, la guerra è rotta. Perchè vede ben Vostra Signoria a che fine ella tende: pur io non offendo, ma mi difendo; e la difesa è concessa da tutte le leggi. Scriverò per questo altro ordinario al signor Flaminio: fra tanto Vostra Signoria mi favorisca di pregarlo in mio nome, che non l’incresca di drizzare questa mia scrittura a quella meta a la quale per me stesso non saprei drizzarla. Dico questo, perchè non so bene qual sia la vita attiva del cristiano, nè alcune altre cose appartenenti a questo proposito. Avvertisca però di mescolare fra i miei concetti manco concetti teologici che sia possibile; perchè io desidero che si possa credere che sia mia fattura: e da l’altra parte non voglio fingere di saper teologia, non ne sapendo; c’a questo troppo ripugna la mia natura. Io non credo che sia necessario che l’allegoria corrisponda in ogni particella al senso litterale; perochè nissuna tale allegoria si vede, nè pur le platoniche, che son le più esatte. In Omero e in Virgilio, solo in alcun libro si trova l’allegoria. E Marsilio Ficino sovra il Convivio riferisce queste parole di santo Agostino: “<quote lang="lat" TEIform="quote">Non omnia quae in figuris finguntur, significare aliquid putanda sunt; multa enim propter illa, quae significant, ordinis et connexionis gratia adiuncta sunt. Solo vomere terra proscinditur; sed ut hoc fieri possit, coetera quoque huic aratri membra iunguntur.</quote>” La quale opinione egli approva. Sì che, quando anco i due cavalieri non significassero, non crederei ch’importasse molto: pur meglio sarà che significhino; ma io non so trovar cosa che s’adatti. Vostra Signoria e ’l signor Flaminio mi faran favore a pensarci.</p>
               <p TEIform="p">In quanto a le parole, la scrittura è incultissima, ed anco forse alquanto inordinata: ma io ho già avezzo Vostra Signoria e ’l signor Flaminio a sì fatte lezioni; sì che non parrà loro strano. La signora T. m’ha detto di volermi mandar la risposta, ma non è comparsa ancora. Ed a Vostra Signoria bacio umilmente le mani. Di Ferrara, il 15 di giugno.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">80</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Credo che Vostra Signoria illustrissima a quest’ora avrà avuta l’Allegoria, e sto con gran desiderio aspettando quel c’a lei e al signor Flaminio ne sia paruto; perchè comechè in tutte le cose poco m’attribuisca, vi sono nondimeno alcune materie ne le quali mi sento men debole. Io, oltre il sesto c’ho in gran parte riformato, ho aggiunte molt’altre stanze ad alcuni de gli altri canti; ed alcuna toltane, per quanto a me pare, con manifesto miglioramento de la favola. Ben è vero che non tutti i rapezzamenti mi sono riusciti felici; d’alcuni però assai mi compiaccio.</p>
               <p TEIform="p">Ho fatto ancora alcuni concieri pertinenti a lo stile, o per legar il parlare troppo sciolto, o per rimover alcun soverchio ornamento, o per schivar alcun modo di dire forse troppo audace e non del tutto puro. Ma in questa parte non m’avanza poco che fare, e sarà necessario che rimetta qualche cosa a la seconda edizione. Non mando a Vostra Signoria questi concieri, perch’essend’io occupatissimo, non potrei trascriverli senza molto mio incommodo: vedrò nondimeno di trovare alcuno che mi trascriva il sesto canto, e manderollo; se ben in alcun luogo d’esso la spiegatura non anco è stabilita affatto. Ora m’affatico intorno al decimosettimo canto, ove ho da fare molte faticose e noiose mutazioni; e dubito più di questo solo che di tutto il rimanente, perchè ormai mi par d’aver superati gli altri luoghi più difficili.</p>
               <p TEIform="p">In quanto al quartodecimo, al quale ho differito di por mano, sono ben io risoluto di rimuovere tutti que’ miracoli che possono offendere gli animi de’ scrupolosi; ma fra questi miracoli non numero l’abitazion sua sotterranea, perc’oltra che chiara è l’allegoria, c’altro non è abitar sotto terra che il contemplar le cose che ivi si generano; qual miracolo è questo così grande? Ed io ho letto ne l’istorie gotice, novamente, cosa che a questa mia invenzion s’assomiglia: dico cosa naturale, non fatta per arte diabolica. Il castello d’Armida è forza che sia guardato; ma sarà guardato da serpi solo, de’ quali è gran copia in una de le Fortunate, che si chiama perciò Lacertaria. E la verga che gli fa fuggire sarà di frassino o d’alcun altro di quelli arbori che, se crediamo a coloro c’hanno scritto de’ secreti de la natura, impauriscono e fanno fuggire i serpenti. Se questo effetto sia vero o no, non importa; basta che alcuno lo scriva per vero. E così il saggio non farà cosa alcuna ch’ecceda il poter de l’arte sua. Vostra Signoria mi faccia favore di conferire queste cose co ’l signor Flaminio, al quale bacio le mani; e le bacio similmente al signor Barga e al signor Cipriano e al signor Battaglino, s’è mai ritornato. Lettera anco non è comparsa; ed io di rado esco di casa: pur domenica farò visita. Viva felice, e mi conservi in grazia. Di Ferrara, il 23 di giugno.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">81</head>
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                  <salute TEIform="salute">A LUCA SCALABRINO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">L’Ariosto vi mandò una mia canzona come sua, mosso non so da quale spirito. Giudicò, forse, che in questi secoli pieni di santità non si convenisse ad un uomo che passa trent’anni parlare così lascivamente; e per questo ebbe riguardo a la mia fama. Comunque si sia, la canzona è mia; e voi forse, senza ch’io il dicessi, l’avreste conosciuta per mia. L’Ariosto si scordò un verso ne la penna:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">De l’armi tue sol le virtù dannose</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Son note, e l’altre ascose:</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Perchè di tanto onor te stessa prive?</l>
                  </quote>
Quest’ultimo verso lassò; voi aggiungetelo. Seguita poi: “Ah! luci belle e dive.” In quel verso “Mesci a i dolci susurri, a’ risi, a i vezzi,” se al Signore dispiacesse c’al verbo <emph TEIform="emph">mescere</emph> si desse il dativo, al quale gli antichi danno sempre l’ablativo, dica “Mesci co’ dolci tuoi risi, e co’ vezzi;” e così sarà più sicuro. “Conosci i modi e i lochi;” mutate: “Sai gli opportuni lochi.”</p>
               <p TEIform="p">Se non avete mostrata la canzona al Signore, mostrategliela come mia. Dite al signor Speroni, che tornando da Consandolo, ove sono stato undici giorni con madama Leonora, ho trovato una sua lettera, a la quale risponderò per quest’altro ordinario. Temo che voi non siate ammalato; però, se non è vero, cavatemi di questo sospetto, ed avvisatemi se ’l vecchio è morto o vivo. Il poema dorme. Io studio istorie continuamente. Mi sono chiarito di cento tradimenti che m’aveva orditi Brunello. E vi bacio le mani.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">82</head>
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                  <salute TEIform="salute">A ORAZIO CAPPONI. Firenze</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">A me pare d’aver fatto un grand’acquisto in avermi guadagnato l’affezione del signor cavalier Salviati; e bench’io riconosca questa sua benevolenza verso me principalmente da la sua cortesia, non è però ch’io non ne senta molto obbligo a l’intercessione di Vostra Signoria, ed a i buoni offici ch’io son sicuro ch’ella avrà fatti in mio favore. Io vidi già una sua orazione in genere dimostrativo, la quale mi parve piena di tutti quelli ornamenti e di quelle amplificazioni che son proprie di quel genere, ed in somma perfetta. Vidi poi alcune altre sue cose, che confermarono ed accrebbero in me quel concetto ch’io aveva fatto del suo valore; ed ultimamente queste due scritture fatte da lui in difesa del mio poema, m’hanno dato non minor segno de la dottrina e giudizio suo, che de la sua cortesia. Stimandolo dunque io straordinariamente, come fo, ne seguita anco ch’io debba fare straordinaria stima de le sue laudi. E chi è così sprezzatore de l’umana gloria, che non si rallegri <foreign lang="lat" TEIform="foreign">laudari a laudato viro</foreign>? Io poi son nato ed allevato in corte; sì che, riguardandosi il nascimento e l’educazione, non posso essere senza ambizione: ma da l’altra parte, io non sono così cieco ne l’amor di me stesso, ch’io non mi persuada che il mio poema non sia senza molti difetti; e dubito molto, che s’egli l’avesse veduto tutto, molte cose ci avrebbe trovate degne di biasimo; sì che reputo che sia mia ventura, ch’egli non l’abbia visto. Ben è vero che, se non fosse la brevità del tempo ed alcuni altri rispetti che nol consentono, io gli manderei il mio poema; non tanto per desiderio di lode, quanto per l’utile ch’io spererei da’ suoi avvertimenti.</p>
               <p TEIform="p">Ma acciochè non paia ch’io poco stimi quella offerta che par quasi Vostra Signoria mi faccia in suo nome; e per non defraudar me stesso d’un grand’onore e d’un gran piacere, quando pur avvenisse ch’egli giudicasse il mio poema non indegno d’onorata menzione; non potendogli mandar il poema, gli manderò la favola, non ristretta in poche parole, come restringe Aristotele quella de l’Odissea, ma alquanto più larga, sì che vi si veggano anco gli episodi. Conosco nondimeno, ch’io scemerò assai di quella opinione la qual egli mostra aver assai buona di me, in fargli veder la favola così nuda: perchè ne la favola e ne gli episodi, mentre ho proccurato di dilettar altrui, non ho talora interamente sodisfatto a me stesso, che sono di gusto severo anzi che no; ma ne le sentenze, nel costume, ne l’elocuzione e nel movimento de gli affetti, non nego di non aver manco dispiaciuto al mio medesimo giudicio. Pur se ’l signor Salviato riguarderà la mia favola non con l’occhio del rigore, ma con quello de la indulgenza, ho alcuna speranza che non sia per giudicarla del tutto rea: perchè se bene io medesimo conosco d’essermi allontanato alquanto da l’esempio d’Omero e di Virgilio, mi pare nondimeno di essermene manco allontanato che qualsivoglia altro poeta greco o latino o toscano, ch’io abbia letto; eccettuando Dante e l’Alemanni ne l’Avarchide: benchè il poema de l’Alemanni si può chiamare anzi traduzione, che nuovo poema; e la Commedia di Dante, per la sua divinità, non deve discendere in questi paragoni. Ma non eccettuo l’Italia liberata, se bene fu opera d’uomo così intendente, come il giudica il Vittorio, e come fu in vero; perchè l’Italia liberata è forse più licenziosa ne gli episodi che non è il mio Goffredo, ed ha gli episodi meno attaccati a la favola, e meno dipendenti da essa. Oltra di che, io non prendo a cantar se non quel solo che, dopo sei anni di guerra, fu fatto in tre o quattro mesi per la espugnazion sola di Gerusalemme; e cerco d’unirlo in maniera in un nodo, che non si possa dubitare de l’unità de l’azione: e non hanno punto dubitato che la mia azione sia una e intiera e di convenevol grandezza, il Barga e lo Sperone, per altro severissimi. Ma il Trissino canta tutta la guerra intiera fatta per la liberazione d’Italia; sì che v’è non solo ciò che si fa intorno a Roma, ma ciò che si fa per tutta Italia, con l’espugnazione di molte città. Io non ardirei però mai di dire, che queste fosser molte azioni, come apertamente dicono lo Sperone e ’l Barga; parendomi che tutti quei fatti dipendano da un principio, e tendano ad un fine; sicchè si può salvare che l’azione sia una. Pur questa unità così larga, e composta di tante azioni, non è approvata da Aristotele, quand’egli dice, che bene fece Omero a non descriver tutta la guerra troiana. Confesso nondimeno, che la mia azione è alquanto più ampia e più composta di quella de l’Iliade: ma s’io mi fossi proposto altro fine che l’acquisto di Gerusalemme, non avrei potuto esser così vario ne gli episodi, com’io desiderava; oltre c’avrei fatto quel medesimo che fece Omero prima, e poi l’Alemanno. Ma qualunque si sia la mia favola, io volentieri la sottopongo al giudicio del signor Salviato, dal quale non desidero che si conceda alcuna cosa a la grazia ed a l’amicizia; ma tornandogli per altro comodo di parlar del mio poema, ne parli liberamente. Vorrei bene che concedesse a l’amicizia ed a la intercessione di Vostra Signoria questo solo favore; cioè ch’egli, se ’l può fare senza suo discomodo, si dilatasse alquanto in rispondere a l’opposizione del Castelvetro, dico a quella de l’istoria, ed anco in mostrare che l’ornamento è proprietà de’ poemi toscani; dico l’ornamento c’alquanto ecceda l’uso de’ greci e de’ latini: ed accioch’egli possa esser giudice de lo stile ancora, gli manderò un di que’ canti, ne’ quali descrivo i fatti d’arme; e mi farà segnalatissimo favore di notare in questi tre canti tutte quelle parole o quelle forme di dire che gli dispiaceranno. Protesto nondimeno, che fin ora ve ne sono alcune de le quali io medesmo non mi compiaccio. E tanto basti aver detto intorno al Salviato, al quale scriverò in generale ringraziandolo; e nel rimanente rimetto in tutto e per tutto al giudicio di Vostra Signoria, ed a quelli offici che parranno a lei convenevoli.</p>
               <p TEIform="p">Or passando ad altro, mi rallegro infinitamente che i miei canti piacciano a cotesti ingegni, i quali sono i più elevati d’Italia, ed ove la poesia e la lingua s’intende e si parla meglio che in altro luogo: e se ben io, conoscendo il mio poco valore, non mi posso dare intieramente a credere che così sia, pur mi giova d’ingannar me stesso. Non mi meraviglio anco, che in Siena mi sieno state fatte tante opposizioni, sapendo c’a tutti i poemi si possono fare molte opposizioni, ed al mio particolarmente: e poi si dice che Siena è Modena di Lombardia, e Modena Siena di Toscana; sì che è ragionevole che il Castelvetro v’abbia molti seguaci. E certo, chi negasse che il Castelvetro non fosse stato uomo di grande erudizione e di grande ingegno, e che molto addentro penetrò ne’ secreti de la poetica, negherebbe il vero; ma pure a me pare che la sua dottrina sia molte volte falsa cavillosa e chiaramente sofistica: molte cose presuppone c’hanno bisogno di prova; anzi, che non hanno bisogno di confuta, se non semplice e <foreign lang="lat" TEIform="foreign">de facto</foreign>, perchè apertamente son false. Falso è c’Omero non mescoli talora la narrazione fra l’imitazione, che in persona del poeta non lodi, che non biasimi, che non interponga il giudicio: e mostra di non aver ben letto Omero, e di non aver pur visti molti nobilissimi autori greci; i quali, dicendo in questi propositi cose contrarie a le sue opinioni con fortissime ragioni, non meritavano di essere passati con silenzio: mostra anco d’aver talora poca cognizione del modo con che procede Aristotile, poca cognizione di termini di filosofia e di loica; e forma alcuni argomenti che sono falsi in materia ed in forma. Queste sono maldicenze; però prego Vostra Signoria a tenerle secrete, almeno sino a tanto ch’io scopra al mondo, ch’io non parlo per malignità.</p>
               <p TEIform="p">A l’ultima opposizione Vostra Signoria rispose ottimamente, e indovinò il mio pensiero: ma quella debile aura di fama è passata a noi da l’istoria, tale quale appunto io dico; perchè, dice il conte di..... ne la sua Istoria, in questa guerra fu combattuto non solo fra gli uomini, ma fra le donne: perochè molte donne cristiane passarono in Asia, e si mescolarono ne le battaglie; e le donne saracine difesero le città con virile ardimento, e oltr’a ciò con tutte le insidie femminili procurarono d’allettare i cristiani nel loro amore, e di convertirli a la lor fede. Queste o simili parole si leggono ne l’istoria francese: ma in Paolo Emilio e in Roberto Monaco si legge, che ne gli ultimi anni de la guerra, ne’ cristiani s’era intiepidito il zelo de la religione, e che commisero molti peccati con le donne saracine; sì che da alcuni santi sacerdoti fu detto, che l’avversità de’ cristiani procedevano da i loro amori scelerati. Eccovi l’<emph TEIform="emph">origine</emph> de la fama, eccovi l’occasione con la quale io introduco gli amori nel poema; non punto di cattivo esempio, poichè gl’introduco come instrumento del diavolo: nè trovandosi ne le istorie alcun particolare de gli amori de’ cristiani e de le loro concupiscenze carnali, ben poss’io particolarizzare questo universale a mia voglia, senza contradire a l’istoria. Tutto ciò ch’io dico anco de l’ira del mio Achille, de la sedizion del campo de gli incanti, nasce da alcun seme de l’istoria: ma l’istorie sono molte e molto varie, sì che colui che vuol giudicare, bisogna che l’abbia tutte viste. Non nego però, ch’io non mi prenda ardire d’introdurre alcuna cosa del tutto finta: ma ne la somma de la guerra non molto m’allontano dal vero; altero solo alcune circostanze.</p>
            </div2>
            <div2 type="epistola" org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="div2">
               <head TEIform="head">82a</head>
               <p TEIform="p">Canto I. – Già volgeva il sesto anno ch’i principi cristiani erano passati in Asia, i quali pieni di diversi affetti e poco concordi, sopraggiungendo un verno piovosissimo, s’erano divisi; e omai era vicino il principio de la primavera, quando Iddio, volgendo gli occhi a terra, rimirò i secreti de’ lor cuori. Iddio manda l’angelo a Goffredo, e Goffredo invita i principi a congregarsi in Tortosa. S’adunano: Goffredo li esorta a l’impresa di Gerusalemme. È da loro eletto general capitano. Si fa la mostra de le genti. L’esercito marcia. Goffredo manda un messaggiere ad affrettare il principe di Dania, che nuovamente era passato in Asia, che venga ad unirsi seco. Ha vettovaglie dal re di Tripoli; è guida de i cristiani del monte Seir. Giunge a Gerusalemme la fama de l’esercito cristiano che s’è mosso. Si dà alcuna notizia del re e de lo stato de la città. Il re fa i suoi apparecchi, caccia il patriarca e quei cristiani che erano atti a portar armi, da la città. Giunge Clorinda in sua difesa.</p>
               <p TEIform="p">Canto II. – I cristiani cacciati si congiungono in Emausse con l’esercito de’ fedeli. Goffredo gli consola; e narra al patriarca l’imprese fatte da loro in Asia, ne’ sei anni precedenti.</p>
               <p TEIform="p">Canto III. – Giungono ambasciatori del re d’Egitto. Offeriscono l’amicizia e la protezione del lor re, pur che l’esercito cristiano non molesti lo stato del re di Gerusalemme confederato. Ultimamente annunzian guerra, Goffredo l’accetta. Argante, divenuto di messaggiero nemico, entra in Gerusalemme. Torna Aleto al suo re con la risposta. Il campo giunge a vista di Gerusalemme. Si descrive la divozione de’ principi e de’ soldati. Escono Clorinda e Argante a scaramucciare. Clorinda s’affronta con Tancredi. È riconosciuta da lui. Erminia, figliuola del già re d’Antiochia, riparatasi, dopo la sua liberazione, in Gerusalemme, mostra da una torre al re i principi cristiani, e li nomina a dito. S’accenna ch’ella sia amante di Tancredi. In tanto i saracini sono, per valore di Rinaldo e di Tancredi, cacciati ne la città. Dudone, capitan de gli avventurieri, seguitando troppo ardentemente la vittoria, è ucciso da Argante. Goffredo considera il sito de la città. S’accampa. Si fanno le esequie di Dudone. Si tagliano legni per le macchine, senza le quali giudica Goffredo che non si possa espugnare Gerusalemme. E si dice che nel paese di Gerusalemme è solo un bosco ove si possa avere materia per le macchine.</p>
               <p TEIform="p">Canto IV. – Consiglio de’ demoni. Venuta d’Armida.</p>
               <p TEIform="p">Canto V. – Mentre Armida procura d’invaghire i principi cristiani, e sollecita il soccorso, Goffredo chiama a se gli avventurieri, tenta di rimoverli dal lor proponimento, adducendo ragione perchè non voglia sforzarli, ma desideri persuaderli. Gli è risposto da Eustazio; il quale, come anco tutti gli altri fanno, ricopre l’amore sotto il pretesto de l’onore. Si risolve al fin Goffredo, ch’essi eleggano, com’altre volte ancora avevano fatto, il lor capitano, il quale scelga i dieci campioni d’Armida a suo senno, ma non passi questo numero. Eustazio, geloso, cerca di persuader a Rinaldo, giovine bello e valoroso sovra ciascun di loro, che chieda il grado del capitanato, o c’offertogli l’accetti. Rinaldo ricusa di chiederlo; si contenta d’accettarlo. Gernando, fratello del re de’ norvegi, si fa suo competitore; e stimolato dal diavolo, dice a Rinaldo parole ingiuriose: Rinaldo l’uccide. È accusato e difeso: ricusa d’andar prigione e di sottoporsi al giudizio del capitano, secondo i termini ordinari. Minaccia. Persuaso da Guelfo suo zio, e da Tancredi, si parte. Goffredo parla di nuovo a gli avventurieri, ritoglie loro l’autorità concessa d’eleggersi il capitano. Destina per lor capitano quel di loro, che primo salirà su le mura. I campioni d’Armida si cavano a sorte. Eustazio, e molti de’ più forti, non essendo usciti dal vaso, la seguono di notte ascosamente.</p>
               <p TEIform="p">Canto VI. – Argante procura di persuadere al re, che tenti la fortuna de la battaglia: il re ricusa, e dice d’aspettar presto soccorso da Solimano. Argante chiede licenza di venir a duello con alcun cavalier cristiano. Manda la disfida; è accettata. Esce in campo, accompagnato da Clorinda. Tancredi esce da gli steccati per combatter con esso lui. Si ferma a vagheggiare Clorinda, dimenticandosi quasi la ragione per cui si era armato. Ottone, un de gli avventurieri, giovine impaziente, va contra Argante: è vinto. Tancredi si riscuote; combatte: sopraggiunge la notte. Sono partiti da gli araldi: si danno la fede di tornar il sesto dì a terminar la loro querela. Si digredisce ne gli amori d’Erminia, amante di Tancredi, e desiderosa di medicarlo. Tancredi, per uno strano accidente, ferito com’egli è, si parte dal campo, credendo d’aver tosto a ritornare.</p>
               <p TEIform="p">Canto VII. – Si narra quel c’avvenga d’Erminia, e come Tancredi resti prigioniero nel castello d’Armida. Argante s’appresenta a la battaglia: rampogna i cristiani: minaccia. Erano, per vari accidenti, lontani dal campo Rinaldo, Tancredi, e tutti gli altri più forti: i presenti non ricusano la pugna, e non ardiscono di chiederla. Goffredo si sdegna, si vuole armare: è ritenuto dal vecchio Raimondo, conte di Tolosa; il qual non diffida del valore del capitano, ma giudica che quella battaglia non si convenga a la sua dignità. Raimondo riprende i principi cristiani: loda i tempi passati. Molti chiedono la pugna; Raimondo fra gli altri. Si rimette l’elezione a la sorte. Raimondo è tratto fuor del vaso. Fa orazione a Dio. Scende l’angelo custode in sua difesa. Combattono i due guerrieri. Si rompe la spada ad Argante. I guerrieri, per istigazione diabolica, rompono il patto. S’azzuffano gli eserciti; Argante fa gran cose. I saracini son posti in fuga. I diavoli muovono pioggia e tempesta e vento impetuosissimo contro i cristiani. Clorinda, presa l’occasione, gli assale. I fuggitivi si volgono. I cristiani fuggono. Goffredo solo difende i suoi; reprime l’impeto d’Argante; raccoglie le genti sparse ne gli steccati.</p>
               <p TEIform="p">Canto VIII. – Giunge al campo un cavaliere di Dania. Narra che ’l suo principe e tutti i suoi compagni sono stati tagliati a pezzi da Solimano. Porta la spada del principe in dono a Rinaldo. Sono portate quel giorno medesimo l’arme di Rinaldo sanguinose al campo. Si crede per certissime conietture, che Rinaldo sia stato ucciso da’ cristiani. Aleto appare in sogno ad Argillano, sotto l’immagine di Rinaldo ucciso. Argillano accusa Goffredo, move la sedizione. Aleto sparge il suo veleno. Goffredo, con ardire e con autorità, reprime la sedizione, fa imprigionare Argillano. È visto l’Angelo custode apparecchiato in sua difesa.</p>
               <p TEIform="p">Canto IX. – Aleto va a trovar Solimano, già re de’ turchi, che dopo la perdita del suo regno s’era ricoverato in corte del re d’Egitto, e con l’oro d’Egitto aveva assoldato gran moltitudine d’arabi. Gli appare sotto la forma d’Araspe. L’esorta ad assalire il campo de’ fedeli. Porta l’avviso a Gerusalemme del disegno di Solimano. Solimano assalta di notte tempo i francesi. Prima fa grande strage di loro. Poi sovraggiungendo Goffredo, che faceva non minor uccision de gli arabi, s’azzuffa con lui. Escono da l’altra parte Argante e Clorinda; si combatte con dubbia fortuna. I demoni inspirano forza e ardire a i saracini. Iddio manda Michele a discacciarli. Si fa giorno. Arrivano in aiuto de i cristiani cinquanta cavalieri. Gli arabi sono sconfitti. I soriani si ritirano. Solimano fugge, ma generosamente.</p>
               <p TEIform="p">Canto X. – Si narra come Solimano sia condotto da Ismeno mago per via secreta ne la città, e come giungendo improvvisamente nel consiglio, interrompe i parlamenti di pace e di tregua. Goffredo avendo riconosciuto i cavalieri, de’ quali aveva ricevuto l’insperato aiuto, ch’erano Tancredi e i seguaci d’Armida, intende da un di loro com’e’ fossero imprigionati da Armida, e come liberati da Rinaldo; e s’ha alcuna confusa notizia de l’armi di Rinaldo.</p>
               <p TEIform="p">Canto XI. – Essendo già fornite le macchine, Goffredo s’apparecchia a l’assalto. Si cantano, per consiglio di Pietro Eremita, le letanie. Vanno i cristiani a l’assalto. Nel principio procedono loro le cose assai felicemente; poi, ritirandosi Goffredo ferito, si muta la fortuna de la guerra. Sono piagati quasi tutti i principali del campo. Argante invita Solimano, emulo suo, ad uscir fuori per lo rotto d’un muro. Escono. Uccidono molti cristiani. Spezzano le macchine minori. La maggior torre è difesa da Tancredi. I due pagani, a’ preghi de’ suoi, si ritirano. Goffredo è medicato; torna a l’assalto; fa gran prova. La notte però divide la battaglia. Si rompono a la gran torre di legno, mentre è ricondotta in dietro, le ruote già peste ed indebolite per le percosse ricevute: è puntellata. Goffredo vi lascia gente in guardia, e comanda che sia racconcia.</p>
               <p TEIform="p">Canto XII. – Morte di Clorinda.</p>
               <p TEIform="p">Canto XIII. – Ismeno il mago, vedendo i cristiani senza macchine, pensa d’incantare il bosco, onde essi non possano rifarne de l’altre. Si descrivono i suoi incanti; dà poi avviso al re di quanto ha fatto. Gli predice che tosto si congiungerà Marte col sole in leone; e per questa ed altre cagioni seguirà stagione, oltre ogni usanza, calda e secca. Gli promette certissima vittoria; e ’l persuade a non combattere. Fuggono i mastri de le macchine dal bosco, gl’incanti del quale altro non sono che illusioni. Molti cavalieri tentano la ventura; tutti ritornano indietro spaventati. Tancredi supera tutte l’apparenze, salvo l’ultima, da la quale è vinto. Goffredo vuole esporsi al pericolo, ma se ne rimane per consiglio de l’Eremita. Sopraggiunge caldo intollerabile; si secca il rivo; sono avvelenati i fonti. I cristiani languiscono. I greci si fuggono dal campo. Molti latini fan consiglio di partirsi. Tutti universalmente accusano Goffredo come ostinato, e sopravvenendo il campo d’Egitto, si mettono per vinti. Goffredo chiede ne le sue orazioni la pioggia al Signore Iddio. Iddio riguarda con occhi benigni il campo, e dice:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">Or cominci novello ordin di cose,</l>
                     <l part="N" TEIform="l">E lor si volga prospero e beato.</l>
                  </quote>
Piove larghissimamente; cresce il fiumicello: l’aer si rinfresca.</p>
               <p TEIform="p">Canto XIV. – Dormono i cristiani, e si ristorano de le fatiche e de le vigilie. Iddio manda a Goffredo sogno simile a quello di Scipione. Gli sono predette le sue vittorie, e la sua assunzione al regno. È consigliato a perdonare a Rinaldo; e gli è detto:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">Perchè, se l’alta provvidenza elesse</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Te rettor de le squadre e capitano,</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Destinò insieme, ch’egli esser dovesse</l>
                     <l part="N" TEIform="l">De’ tuoi consigli esecutor sovrano:</l>
                     <l part="N" TEIform="l">A te le prime parti, a lui concesse</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Son le seconde; tu sei capo, ei mano</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Di questo campo; e sostener sua vece</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Altri non puote, e farlo a te non lece.</l>
                  </quote>
               </p>
               <p TEIform="p">Goffredo de’ re raduna il consiglio. Guelfo, così inspirato dal Signore, chiede la grazia del nipote; tutti i principi pregano in suo favore; Goffredo concede la grazia. Guelfo vuol mandar messaggieri in Antiochia, ove crede ch’egli sia. Il romito, che sostien la persona di Calcante, dice che non è in Antiochia; indirizza messaggieri altrove ad un Saggio suo amico. Hanno i messaggieri novella di Rinaldo; e come Armida, perseguitandolo, e avendolo preso, si era finalmente accesa de l’amore di lui: sono indirizzati, e consigliati.</p>
               <p TEIform="p">Canto XV. – Si descrive il viaggio de i messaggieri, e particolarmente com’essi passano vicino al luogo ove s’adunava l’oste del re d’Egitto, ed intendono la cagione de la sua tardanza. Si descrivono le difficoltà che trovano, prima che entrino nel castello d’Armida.</p>
               <p TEIform="p">Canto XVI. – Si descrive il giardino d’Armida, l’abito e la vita di Rinaldo, la sua liberazione. Armida tenta di ritenerlo con gli incanti; non può, chè la sua arte è vinta da maggior virtù. “Lassa gli incanti, e vuol provar se vaga – E supplice beltà sia miglior maga.” Prega affettuosissimamente, c’almen le sia concesso di seguirlo. L’è data cortese ripulsa. Va in furia. Tramortisce. Rinaldo si parte. Armida ritorna in se. Si lamenta. Si risolve a la vendetta. Va ne l’esercito de gli egizi.</p>
               <p TEIform="p">Canto XVII. – Si descrive il regno e la possanza del re d’Egitto. Si fa un catalogo de le sue genti. Egli elegge il generale. Armida parla. Accende i principi saracini contra Rinaldo. Rinaldo è incontrato ed armato dal Saggio.</p>
               <p TEIform="p">Canto XVIII. – Giunge ne l’esercito cristiano. S’appresenta a Goffredo. Si confessa. Disincanta il bosco. Si fanno le macchine. È presa una colomba con una lettera che scriveva il capitano egizio al re di Gerusalemme. Goffredo mostra la lettera a i principi. Raimondo consiglia che si mandi una spia nel campo de’ saracini. Va per ispia Vafrino scudiere di Tancredi. Sono fatte le macchine, più tosto e con maggior artificio, per l’arrivo di Guglielmo il Ligure, artefice famoso. Si dà l’assalto. Rinaldo è primo a salir su le mura. Goffredo da l’altra parte s’affronta con Solimano. Il vento improvviso il difende da i fuochi artificiosi, e volge il foco contro i ripari de’ saracini. Solimano cede. Goffredo primo pianta lo stendardo su le mura. Pianta poi il suo da la sua parte Tancredi. Il re di Gerusalemme si ritira a la più alta parte de la città, e lassa l’entrata libera a Raimondo. Rinaldo apre e rompe le porte.</p>
               <p TEIform="p">Canto XIX. – Tancredi s’incontra con Argante. Argante il rimprovera: si disfidano. Escono soli de la città: fanno un fiero duello. Argante è ucciso. Tancredi gli cade appresso tramortito. Rinaldo scorre la città, espugna il tempio di Salomone. Solimano fa entrare il re ne la rocca detta la Torre di David. Difende la piazza. Arriva Raimondo. Sopraggiungono Goffredo e Rinaldo. Solimano si ritira ne la rocca, consola i saracini. Con le macchine infestano la città, e proibiscono a i cristiani d’entrare nel tempio, ov’era il Sepolcro. Goffredo parla a i suoi, vieta l’uccisione e gli stupri. S’apparecchia d’assaltare la torre. Vafrino entra nel campo infedele. Spia. Ode parlare d’una congiura. Vede Armida. È conosciuto da una donzella; conosce egli lei, che era Erminia, già prigioniera di Tancredi. Teme, si rassicura: fuggono. Scopre Erminia la congiura contra Goffredo. Narra come sia stata balestrata da la fortuna in quella parte. Trovano il secondo dì Argante morto, e Tancredi tramortito. Erminia stima che l’amante sia morto; si lamenta: poi s’accorge ch’è vivo, ed il medica. Tancredi è portato ne la città. Vafrino è introdotto nel consiglio: fa sua relazione. Muta Goffredo il consiglio d’assalir la rocca: si prepara a la giornata. Argante, per commissione di Tancredi, è onorato di sepoltura. Lamenti de le donne saracine.</p>
               <p TEIform="p">Canto XX ed ultimo. – Compare l’oste d’Egitto. Goffredo va ad incontrarla, e lassa i cristiani de la Soria e Raimondo co’ guasconi intorno a la rocca. Ordinano i due capitani le schiere. Parlano ai soldati. Rinaldo è fatto capitano de gli avventurieri, e posto in una squadra separata. Si combatte. Rinaldo penetra nel mezzo de la battaglia, ov’era Armida; è assalito da i suoi cavalieri, i quali uccide: si descrivono i vari affetti di lei. Vince il corno destro de’ fedeli per valor di Goffredo, e di nuovo è posto in fuga il sinistro. Goffredo riordina le genti; s’incontrano i due corni vittoriosi. Intanto Solimano e gli altri escono sovra i cristiani de la città. Solimano n’uccide molti, abbatte Raimondo; fuggono i cristiani. Solimano esce da la città, e viene a la maggior battaglia. Tancredi ferito e nudo esce in soccorso de’ suoi; difende Raimondo, e il ricopre con lo scudo. Raimondo risorge; uccide il re. Prendono i fedeli la rocca. Intanto Solimano è ucciso da Rinaldo, da cui sono anco uccisi alcuni de’ più forti de l’oste nemica. Armida fugge. Goffredo dà morte a molti de’ nemici più valorosi, e in particolare al capitano valorosissimo. Fuggono gli egizi. È espugnato il lor vallo, Goffredo riconduce l’esercito vittorioso ne la città, e adora il Sepolcro.</p>
               <p TEIform="p">Ne’ tre primi canti seguito l’istoria non solo ne la somma del fatto, ma in tutte le circostanze ancora: nulla vario, nulla aggiungo; se non alcune poche cose di Clorinda e d’Erminia. Fatto questo fondamento di verità, comincio a mescolare il vero col falso verisimile. Ne la morte del principe di Dania, nel caldo, ne la sete che afflisse i fedeli, ne le letanie cantate da loro, ne la presa de la colomba, ne la venuta di Guglielmo il Ligure, ne la composizion de le macchine, ne’ due assalti dati a la città, ne la presa di essa, e ne la espugnazion del tempio di Salomone, o nulla o poco mi allontano da gli istorici. I fatti sono aggranditi da me, ma per altro passarono così: la gran giornata fra gli egizi ed i cristiani, parimente. Ben è vero che seguì alquanti mesi dopo l’espugnazione di Gerusalemme, ed alquante miglia più lontano; ma queste piccole differenze del luogo e del tempo, da qual poeta sono considerate? De l’assalto notturno nulla se ne legge ne la maggior parte de gli istorici; pur in alcuni se ne vede accennato non so che; ma fu leggerissima fazione. De gli amori se ne ha quel solo ch’io scrissi. In quanto a gli incanti, si legge in Guglielmo Tirio: <quote TEIform="quote">alcune incantatrici incantarono le macchine de’ cristiani</quote>; e quinci ho presa occasione d’introdurre gli incantesimi. Le altre cose sono quasi in tutto mie finzioni: i nomi de’ saracini sono per la maggior parte finti, ma ne l’istorie non si leggono i veri; le quali, in quel che appartiene a i saracini, sono varie ed incerte, e piene di tenebre.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">83</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">La signora.... mi promise di mandarmi la lettera inanzi la sua partita, e si mostrò più che mai accesa: questa promessa mi fu fatta la mattina, e ’l dopo desinare se n’andò a Gualtiero, nè più è ritornata, nè lettera è comparsa. Questo è quanto posso dire a Vostra Signoria, di lei; ma in ogni modo vo che le scriva: e parlo così, perchè son risoluto che ’l faccia.</p>
               <p TEIform="p">Il cavalier Salviati, gentiluomo de’ più letterati di Fiorenza, c’ora fa stampare un suo Commento sovra la Poetica, a questi giorni passati mi scrisse una lettera molto cortese; ne la quale, mostrando d’aver veduti alcuni miei canti, mi lodava assai sovra i meriti miei. Abbiamo per lettere non solo cominciata, ma stabilita in guisa l’amicizia, ch’io ho conferito seco alcune mie opinioni, e mandatoli la favola del mio poema, largamente distesa, con gli episodi. L’ha lodata assai; e concorre ne la mia opinione, ch’in questa lingua sia necessaria maggior copia d’ornamenti, che ne la latina e ne la greca: e mi scrive ch’egli non scemerebbe punto de l’ornamento. Nè solo me lo scrive; ma mi manda separatamente una scrittura, ne la quale con molte ragioni si sforza di provare questa sua intenzione. Io nondimeno son risoluto di moderarlo in alcune parti; e tanto più mi confermo in questa deliberazione, quanto che per lo più l’eccesso de l’ornamento è ne le materie lascive, le quali per altre cagioni ancora bisogna moderare.</p>
               <p TEIform="p">Ma tornando al Salviati, egli non solo m’ha fatti tutti questi favori, ma s’è offerto ancora di fare nel suo Commento onorevolissima menzione del mio poema: se ’l farà, l’avrò caro. Nel disegno e ne la verisimilitudine pare a lui, che nulla si possa aggiungere o migliorare: così son varie l’opinioni.</p>
               <p TEIform="p">Ma che fa il turco? È possibile che messer Giorgio sia sì crudele, che non me ne voglia mai dare un picciolo aviso? Che si tratta ne la dieta? Noi qui assediati da la peste non abbian più lettere di Venezia, nè sappiam nulla. Di misser Luca non parlo; ch’egli, ch’è su’ colli o che vi va almeno ogni giorno, non si ricorda de i miseri che giacciono ne’ pantani: pazienza! Io sono a Vostra Signoria, al solito, servitore; e la prego che si ricordi di me, e che m’ami al solito. Di Ferrara, il 27 di luglio.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">84</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A LUCA SCALABRINO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ho avuto la lettera di Vostra Signoria, la quale mi è stata carissima per molte cagioni, ma particolarmente perchè mi ha assicurato de la vostra salute, de la quale cominciava a sospettare, non avendo inteso già molti giorni novella di voi, ancorchè io n’avessi dimandato a vostro padre, ed a molti de’ vostri amici. Ringrazio infinitamente il signor Flaminio de la fatica ch’egli ha durata per me, e ditegli in mio nome, che il suo discorsetto m’è piaciuto assai, e che più mi piace quel ch’egli dice in generale de l’allegoria del poema epico, che quello ch’io n’avea scritto; sebbene la mia opinione si potea difendere con alcune ragioni, e con l’autorità di Massimo Tirio filosofo platonico nel sermone XVI; ma in somma, quello ch’egli scrive mi par più reale. È ben vero ch’io non veggio perchè non si possa particolareggiare l’allegoria alquanto più che non fa egli, e cercar anche il senso allegorico ne le parti ancora non favolose, poichè ne le parti ancora non favolose molti il vanno cercando in Virgilio ed in Omero; e particolarmente a me pareva che la persona di Rinaldo fosse ben espressa per la potenza concupiscibile. <foreign lang="lat" TEIform="foreign">Sed de his hactenus</foreign>.</p>
               <p TEIform="p">Mi avete alcuna volta, scrivendomi del Signore, tocchi alcuni tasti or di riso, or di sonno, ed ora di poco compiacimento d’alcuna mia lettera; co’ quali m’avete quasi adombrato, e fatto entrar in pensiero, ch’io non gli sia più così caro come soleva: il che certo mi spiacerebbe infinitamente. Non mi pare d’avergliene data alcuna cagione, se non fosse una di non essermi risoluto secondo le sue voglie; ma s’egli si vestirà de la mia persona, vedrà ch’io sono degno di compassione e di scusa. Potrebbe forse anche essere che la mia soverchia familiarità lo avesse alcuna volta offeso, e di questa mi guarderò per l’avvenire, e con lui e con tutti: in somma, mi pare d’esser ormai un altr’uomo, e d’essermi quasi affatto ammodernato. Così porta la corte. Comunque sia, voi tenetemi in sua grazia quanto potete, più che certo ch’io me gli conosco molto obligato, e l’amo molto, e molto desidero d’esser amato da lui.</p>
               <p TEIform="p">Col maestro del sacro palazzo non ho ancora bisogno di cosa alcuna; mi farete nondimeno cosa carissima a conservarmi la sua amicizia, perchè in alcuna occasione mi potrebbe far qualche favore. Del Teggia non mi meraviglio; ma io con altra occasione gli scriverò un’altra lettera, per servire al tempo e per conservarmelo amico. Orsù, vedete se io comincio ad accortigianarmi! <foreign lang="lat" TEIform="foreign">Forsan et haec olim meminisse iuvabit</foreign>.</p>
               <p TEIform="p">Se lo voglio, disporrò la duchessa a trattare col duca la pratica dello Sperone, acciocchè Sua Altezza lo inviti a’ suoi servigi con titolo di consigliero; e credo che mi disporrò a volere, sebben per ragion di corte, e per lo suo procedere verso di me, non dovrei volere: pure n’aspetto il vostro parere. Io con queste due signore mi vo governando con quanta maggior destrezza so adoperare. Dio m’aiuti; chè ’l negozio è così difficile, che n’ho particolarissimo bisogno. Vi bacio le mani, e voi baciatele al Signore, e a messer Giorgio, in mio nome. Di Ferrara, il 29 di luglio.</p>
            </div2>
            <div2 type="epistola" org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="div2">
               <head TEIform="head">85</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A ORAZIO CAPPONI. Firenze</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">La mia lontananza da Ferrara, e i miei disturbi sono stati cagione ch’io non abbia sin ora risposto a tre lettere di Vostra Signoria, fra le quali ve n’era una lunghissima che m’invitava a lungo ragionamento. Ora rispondendo, e cominciando da l’ultima, come da soggetto che più mi preme, le dico ch’io intrai in questa tresca non volontariamente, nè mosso da ira e da impeto inconsiderato; ma sforzato dal mio onore, e provocato da una mentita insolentissimamente ed impertinentissimamente replicatami. E sì come contra mia voglia io ci sono intrato, così mi sforzerò con ogni mio potere di uscirne quanto prima sarà possibile; ma d’uscirne però con ogni mio onore e sodisfazione. Perchè ancora ch’io sin ora sia superiore a l’avversario non sol ne la giustizia de la causa, ma anche ne’ fatti che son passati fra noi; avendo io percosso lui da uomo da bene, ed egli percosso me da traditore, ed aggiunta al tradimento la viltà de la subita fuga; sì che senz’altro potrei dopo la narrazione del fatto far la pace, quand’egli fosse mio pari; nondimeno, essendo fra la sua persona e la mia molta disuguaglianza di sangue, e dirò anche d’ogn’altra condizione, se mai verrò a quest’atto, vorrò che in questo ancora appaia al mondo quant’egli mi sia inferiore: e s’altro rispetto che quel di lui e de’ fratelli non m’avesse ritenuto sino a quest’ora, egli forse se ne sarebbe accorto, nè s’andrebbe vantando d’aver fatto, ec. Ma per esser questa mia querela complicata con mille altri intrichi, non vuo’ correr a furia. Non mi meraviglio ch’egli ardisca di mostrar il caso in iscritto, poichè da un infame ogni cosa si può aspettare: ma s’egli non fosse tale, molto me ne maraviglierei. Perochè così il risentimento de lo schiaffo ch’io gli diedi, come il suo assassinamento, fur fatti non di notte e ne’ deserti, ma l’uno e l’altro di mezzo giorno, nel cortile e ne la piazza: e tutta Ferrara sa che quando io il percossi, io era solo e disarmato; e ch’egli non fece nè mostrò di voler far risentimento. Venne poi accompagnato da molti a darmi di dietro, e fuggì pria quasi che mi toccasse. Ma sì come qui si sa, così tosto credo che per tutta Italia si saprà, perochè si procederà contro lui come si conviene. Non disse già bugia a Vostra Signoria, quand’egli disse d’aver veduto un monte di sue lettere: perochè, oltre alcune ch’io glien’avea mostrate, egli con sua industria s’era ingegnato di veder l’altre, avendo fatto fare una chiave falsa ad una cassetta dove io tengo le mie scritture. Ma tanto mi basti aver detto di questo infame, al quale non credo che ’l signor Cortile avrà dato ricetto con molta sodisfazione del signor duca, e se ne potrà esser accorto.</p>
               <p TEIform="p">Or passando ad altro, mi spiace infinitamente che ’l signor Salviato vada a Parigi, e perchè mi toglie la speranza d’averlo a veder per qualche anno, e perchè io m’aveva promesso d’aver a ricevere molto giovamento da lui in questa revision del mio poema: ma se questa sua andata sarà con suo utile ed onore, come io spero, il piacere ch’io prenderò del suo bene non mi lascierà sentir la noia de’ miei incomodi. Vostra Signoria, di grazia, li baci in mio nome le mani, e la ringrazi de l’onorata menzione c’ha in animo di fare del mio poema; e l’assicuri ch’io me gli conosco molto obbligato, e gli sono affezionatissimo servitore.</p>
               <p TEIform="p">In quanto al discorso di Vostra Signoria, m’è paruto pieno di dottrina e d’erudizione, e sovra tutto ingegnoso; e m’ha fatto, a confessar il vero, molte volte vergognare d’alcune mie sciocchezze, che troppo chiaramente me le fa conoscer per tali. Pur s’io ho a parlar liberamente, in quel c’appartiene a l’articolo principale, io continuo ne la prima mia opinione, e mi pare di poter solver le sue opposizioni, e di poter molte cose a l’incontro opporre a la opinione sua. Ma non mi trovo per ora disposto a trattar questa materia, così per li presenti miei disturbi, com’ancora perch’io non ho molto presenti alcuni testi de la Poetica, avendo da alcuni anni in qua atteso più a la pratica c’a la teorica. Ma un giorno ella vedrà intorno a ciò distintissimamente la mia opinione.</p>
               <p TEIform="p">Il primo canto, ch’ella mi dimanda, non posso mandarlo per ora, non me ne trovando aver copia; ma le prometto ch’ella il vedrà prima che si stampi. E con questo a Vostra Signoria con tutto il cuore bacio le mani; ringraziandola di nuovo de l’amor che mi porta, e pregandola che continui a darmi avviso di costui. E le bacio le mani. Di Ferrara, il dì 10 di ottobre (1576).</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">86</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io sono stato tutti questi giorni in camera, se non quanto una volta ho visitato la duchessa, ed una, madama Leonora: nè parlandosi più de le cose mie, io cominciava a credere che ’l mio negozio si dovesse sopire; ma iersera fui invitato in nome di Sua Altezza ad andar seco a Lopare, ove oggi se n’andrà con pochissimi. Questa mattina poi il Crispo, consiglier secreto di Sua Altezza, e supremo ne le cose de la giustizia, m’ha fatto chiamare; e m’ha riferite alcune onorate ed amorevoli parole dette publicamente dal signor duca in dimostrazion de l’amor che mi porta, e de la stima che fa di me; le quali mi sono state confermate da molti altri. M’ha soggiunto poi, che non mi maravigli se nel mio caso è proceduto lentamente; chè ciò ha fatto con arte, credendo di poter aver i rei più facilmente ne le mani: ma che ora, ch’egli sa che sono fuori de lo stato, ha commessione dal signor duca di proceder contra loro con rigore straordinario. De la commession di Sua Altezza son certo: il rimanente gli l’ho creduto.</p>
               <p TEIform="p">Ho scritte queste cose così a lungo, perchè Vostra Signoria veda che ’l mio negozio s’incamina a buon fine. Darò poi a Vostra Signoria aviso di quanto passerà fra ’l signor duca e me. Al signor Cipriano Vostra Signoria baci di grazia in mio nome la mano; perchè, se bene non credo d’aver in questa occasione bisogno de l’opera sua, desidero nondimeno infinitamente che egli sia certo che io gli sia amico e servitor di core, e che io son gelosissimo de la sua grazia.</p>
               <p TEIform="p">Ho ricevute le lettere di Vostra Signoria e di messer Luca; il quale vorrei che m’avisasse se quel signor in bianco è il Raspone: io m’imagino che sia egli; ma non mi ricordo del suo nome, e vorrei scriverli ringraziandolo. Sappia messer Luca nostro che ’l dottor suo vicino è altrettanto tristo, quanto co...: egli vorrebbe divenir successore di Madalò; ma io me ne sbrigherò con buon modo. L’amico del sospetto antico, la cui lettera mandai alcuni mesi sono a Vostra Signoria, è senza dubbio disleale: e me ne son chiarito, chiaritissimo, con un sottile avvedimento. Ora dica messer Luca, ch’io son troppo sospettoso. Non posso tacer una de le prodezze di Brunello. Egli, sempre ch’io andava fuori, mi dimandava la chiave de le mie stanze, mostrando di volersene servir in fatti d’amore; ed io gliele concedeva, serrando però la camera ov’io teneva i libri e le scritture, ne la quale era una cassetta, in cui, oltre le mie composizioni, io riserbava gran parte de le lettere di Vostra Signoria e di messer Luca, quelle particolarmente che contenevano alcuno avvertimento poetico. Ragionando poi con lui, e con alcuni altri, sentiva far al mio poema, ch’essi non avean visto, alcune de le opposizioni fatte dal signor Barga; onde cominciai a entrar in sospetto: e tanto più, quanto io, conoscendo gli uomini, sapeva ch’essi per sè non eran atti a dir quelle cose. Con questo sospetto cominciai ad andar pescando; e intesi finalmente da un servitor del conte Luigi Montesucoli, mio vicino, che quando io era questa quaresima in Modana, vide intrare con Brunello, essendo già notte, un magnano ne le mie stanze. Tanto andai poi cercando, che trovai il magnano; il qual mi confessò d’essere stato in corte ad aprir una camera, de la quale diceva il conduttore d’aver perduta la chiave. Vostra Signoria argomenti il resto. Questa è una de le sue frodi; ma ce ne son molte altre, non men belle: e credo che ve ne siano alcune di molta maggior importanza; ma io non me ne posso accertare. Mi consola che io stracciava tutte le lettere di Vostra Signoria e di messer Luca, ne le quali era detta liberamente alcuna cosa; trattene quelle de i particolari de lo Sperone. Altro non mi occorre per ora, se non c’a Vostra Signoria illustrissima bacio con ogni affetto le mani. Di Ferrara.</p>
            </div2>
            <div2 type="epistola" org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="div2">
               <head TEIform="head">87</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A LUCA SCALABRINO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Finalmente quel piccino, che non fu visto da me fra gli altri candidati, m’ha portato quasi di furto la Poetica a la camera, e parea che m’avesse a dire un gran secreto. Ho conosciuto il vostro artificio, e vi ringrazio de la buona volontà. Or tornando a la Poetica, io n’ho letto molto in molti luoghi; e perchè so che n’aspettate il mio giudizio, eccovelo.</p>
               <p TEIform="p">Mi risolvo che i due più moderni comentatori vulgari sian migliori de i tre latini; ma qual fra i vulgari debba precedere, non me ne son risoluto. Maggiore ed erudizione ed invenzione si vede nel Castelvetro, senza alcun dubbio; ma sempre fra le sue opinioni mescola un non so che di ritroso e di fantastico: lascio di ragionar di quella sua rabbia di morder ciascuno; chè questo è vizio de l’appetito, non de l’intelletto. Nel Piccolomini si conosce maggior maturità di giudizio, e forse maggior dottrina in minor erudizione; ma senza dubbio dottrina più Aristotelica, e più atta a l’esposizione de’ libri aristotelici: bench’i nemici a mio dispetto lodo. Dico così, perchè quell’azione una di molti, concessa dal Castelvetro, non è concessa da lui: tuttavia non la riprova così chiaramente, che le sue parole non possano ricevere amica interpretazione; nè anco adduce ragioni perchè la riprovi. E perch’io sono in gran dubio d’aver ad avere gran parte de i critici contra in questa opinione, pregate in mio nome il Signore, che di grazia vi dica liberamente quel che sente il Barga e ’l signor Flaminio di questo articolo: <foreign lang="lat" TEIform="foreign">utrum</foreign> che possa in poema epico riceversi azione una di molti, che concorrano insieme ad un fine. Non dimando l’opinion del Signore; perchè so che non è favorevole, non dirò a la mia opinione, chè in questo caso ora son quasi academico, ma al mio poema; sì come so che quella de l’abbate Ruggiero, uomo assai dotto, è favorevole: di grazia scrivetemi il vero. Io credetti un tempo che fosse in poema epico l’unità di molti più perfetta che quella d’uno; ora (a dire il vero in confessione) sono academico in quest’articolo, perchè vedo molte ragioni probabili <foreign lang="lat" TEIform="foreign">pro et contra</foreign>; che mi fanno star sospetto: e l’autorità d’Omero può far gran contrapeso a molte de le mie ragioni; sì che, s’io fossi costretto a fare, non so quel che facessi. Vedete, parlo a voi ed al Signore in confessione. Questo credo bene più che mai fermamente, che sia quasi impossibile il fare a questi dì poema de l’azion d’un solo cavaliero, che diletti: e credo anco, c’avendosi a tesser l’azion una di molti in uno, si debba tesser in quel modo a punto, ch’io l’ho tessuta, e non altrimenti in parte alcuna. Ma per consolazion vostra, ed anco del Signore, dai quali so ch’è amato altrettanto il mio poema quanto da me, dirò questo solo: che se l’unità di molti è lecita ne la tragedia, molto maggiormente deve esser lecita ne l’epopeia: così prova ogni ragione, se ben vi mancano autorità; autorità dico di poeti, non di luoghi d’Aristotele. Ma tre sono le tragedie in Euripide, in cui l’unità è una di molti; e sono le Fenisse, le Supplici e le Troiane: e sono almeno le Fenisse e le Troiane, de le più belle, de le più care, quelle che sono state più stimate e più piacciono. Or, per che diavolo (se ben non ci è esempio di chi l’abbia fatto in epopeia, se non quello d’Apollonio, di Stazio e di Quinto Calabro, che non son de la prima bussola, come Euripide) per che diavolo, dico, non deve esser lecito ne l’epopeia? Mi risponderai: Aristotele non loda sempre Euripide ne la constituzion de la favola. È vero; ma avendolo ripreso in particolari di minor importanza, l’avria ripreso in questo che tanto importa. E sì come disse c’aveano errato coloro, c’aveano scritte le molte azioni di Bacco e di Teseo; così anco, se l’avesse stimato difetto, avrìa detto ch’erra Euripide, ricevendo ne le Fenisse Eteocle e Polinice, come persone egualmente principali, e com’egualmente principali per un’altra considerazione Edippo e Iocasta: e più chiaramente avria detto ch’erra ne le Troiane e ne l’Ecuba (or mi sovviene), ove Polissena, Polidoro, Astianatte, Ecuba, Andromache, Elena sono persone niente più unite in una considerazione, e forse meno che non sono nel mio poema Goffredo, Rinaldo, Tancredi, ec. Leggansi quelle tragedie, e considerisi, e vedrassi ch’io sono un uomo da bene. Ma perch’io son riscaldato in questa materia che mi dà fastidio, dirò anco, che tanto più era ragionevole che Aristotele riprendesse Euripide, c’alcuno epico, quanto che dà più distinti i precetti de la tragedia, che de l’epopeia. E che sia vero, la ragione con cui prova l’unità, ch’è la più efficace, anzi è la sola c’usa, è tolta dal fine; chè ’l fine deve esser uno, e le cose debbono tendere ad un fine. Or a questa benedetta unità di fine tanto riguarda la mia unità, quanto quella d’Omero. E s’Aristotele avesse riputata necessaria l’unità de la persona ancora, dovea dire che le cose debbon tendere ad un fine, e derivar da un principio: benchè, quando anco così avesse detto, che non ha, vi sarebbe amica interpretazione: perchè una adunanza di molti in uno è un principio solo, se ben composto, e non semplice; e l’unità de l’epopeia, second’egli afferma, deve esser più mista che la tragica. Ma potea pur tacer il Piccolomini quelle tre parolette, e non dar a me questo fastidio. Mostrate al Signore quanto scrivo: forse si potrebbe guadagnare un’anima. Dal Piccolomini abbiam però questo di favorevole, ch’egli intende la necessità de gli episodi non in quel modo che l’avete intesa voi altri, stiticamente, a dire il vero; ma come la uso io, anzi più largamente ancora, ed assai. È certo altrimenti non si può intendere, chi vuol salvar tutti gli episodi de l’Odissea e de l’Eneide; al qual passo non so quel che rispondiate: e s’accettate Virgilio ed Omero <foreign lang="lat" TEIform="foreign">in omnibus</foreign>, o no, chiaritevi: io per me non gli accetto; e parmi che bene spesso la mia causa sia migliore. Ma passiamo a la revisione seconda.</p>
               <p TEIform="p">Ho seguito <foreign lang="lat" TEIform="foreign">ut plurimum</foreign> i concieri e l’elezion del Signore: nel primo, oltra quel che scrissi, ho mutato quel che si diceva de lo sdegno di Tancredi, ed ho aggiunta una stanza del parere di Rinaldo, ch’era necessaria: nel secondo non è necessario che si dica che ’l califfo sia in Gaza, essendosi detto nel primo. S’è rimosso in Sofronia quello “O fosse volto a volto;” e mutata la prima stanza de l’orazion d’Alete, in maniera che si leva quella che parea soverchia adulazione, e si risponde a quel dubbio che Goffredo sia prima presupposto capitano; perochè dice Alete, c’a ragione quella adunazione d’eroi non si sdegna ora d’ubidirlo, poic’anco prima che fosse capitano, ella riconosceva da lui o da i suoi consigli tutte le vittorie e i regni. Sì che può ragionevolmente Alete, nel progresso del ragionare, mostrar d’attribuir a lui solo tutte le vittorie passate. Nel terzo poi ho mutato tutti i versi c’offendevano, ed in particolare il vostro; di maniera che stimo che stia assai bene. Ho aggiunta una stanza, in nominar particolarmente chi sono gli uccisi da Dudone: e forse n’aggiungerò un’altra. “Che cento, e cento opprime,” era troppo secco.</p>
               <p TEIform="p">Quel dubbio del Barga, che non convenga a la virtù eroica di Rinaldo, ch’egli esorti gli altri ec., quanto più vi penso, mi dà minor fastidio, e mi risolvo a non mutar per la ragion che scriverò poi. Or sono intorno al quarto: e desiderarei di saper dal Signore più particolarmente, quali parole l’offendano nel parlare di Plutone; avvertendolo ch’io non mi curo per ora d’altro, se non di quello che può noiare gli Inquisitori.</p>
               <p TEIform="p">Rimovo alcune parole latine, <emph TEIform="emph">lustri</emph>, <emph TEIform="emph">insta</emph>, <emph TEIform="emph">prorompere</emph>; e muto alcun’altre cosette a mio gusto. <emph TEIform="emph">Lustri</emph>, intendo non lo spazio di tempo; ma “A le fere, a gli augelli i lustri e ’l nido.” La parola <emph TEIform="emph">inimici</emph> non la vorrei per niente. De la parola <emph TEIform="emph">guarda</emph> per <emph TEIform="emph">guardia</emph>, son dubbio. Manderei tutti i concieri, ma non ho tempo. Scriverò al Signore a lungo sovra Guido e Carlo. Avisatemi de i tre ultimi canti. E vi bacio le mani. Di Ferrara, il 15 d’ottobre.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A LUCA SCALABRINO. Roma</salute>
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               <p TEIform="p">Siamo assediati: in Mantova ancora s’è scoperta la peste, ed in Venezia continua: gran cosa sarà, che Ferrara si difenda. Che dite? mi consigliate a far un salto almeno sino a mezza strada: bench’io odo c’anco da l’altro estremo d’Italia ha ricominciato a farsi sentire, pur vi è lontana assai. O Dio! chi mi ritiene? Ma passiamo ad altro.</p>
               <p TEIform="p">Stanotte mi sono svegliato con questo verso in bocca: “E i duo che manda il nero adusto suolo.” Et in dicendolo mi sovvenne che l’epiteto nero non conviene, perchè la terra adusta è anzi bianca che nera, e ’l color negro ne le terre è segno di grassezza e di umidità. Tornai a dormire; e sognando lessi in Strabone, che l’arena di Etiopia e d’Arabia è bianchissima: e poi questa mattina ho trovato il luogo. Vedete che sogni eruditi sono stati questi! Bisogna dunque mutar quel verso ch’è ne l’ultimo canto, e dire: “E i due che manda il più fervente suolo.” Se voi fuste per crederlo, i’ direi; ma certo è vero che su l’alba poi, in sogno, mi nacque questo dubbio: come avendo detto “Altamoro ha i re persi e i re Africani,” soggiunga &lt;E i duo che manda a noi l’adusto suolo;” quasi Etiopia non sia in Africa. Ma a questo dubbio ripensando poi ne la vigilia, ho trovato che facilmente si solve; perchè il nome d’Africa, se bene si dà a tutta quella terra ch’è numerata per la terza parte del mondo, è però proprio de la provincia ove fu Cartagine; e del paese universale il nome proprio è Libia. Così Tolomeo, numerando le provincie de la Libia, vi mette l’Africa: sì che il dubbio non solo è soluto, ma anco si dà occasione a una di quelle annotazioni, de le quali mi toccaste un non so che, e de le quali ho gran voglia.</p>
               <p TEIform="p">Ho ricevuto due lettere del Signore, e risponderò per quest’altro ordinario. Per ora gli dite, ch’io facilmente accetto che non si debba collider l’<emph TEIform="emph">o</emph> in quel verso: “O a par de la man luci spietate;” e per l’esempio de’ buoni che nol collidono, e per la ragione medesima per la quale io scrissi non doversi collidere il <emph TEIform="emph">che</emph> interrogativo. Il verso “O non men che la man luci spietate” a ragione è stimato da voi naturale, poichè in su ’l fervor maggiore fu così fatto da me. E nel primo originale, che ricopiò il Signor di furto, potrà legger, se non l’ha dato altrui, questo verso a punto: pur io non me ne compiaccio affatto. E vi bacio le mani. Di Ferrara, il 20 di ottobre.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
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               <p TEIform="p">A la lettera di Vostra Signoria illustrissima risponderò con più commodo: ora non posso, perchè, avendo fra due o tre giorni a partirmi di Ferrara, sono molto occupato. Frattanto le confermo quel che per l’altra mia le scrissi; la qual non so però se riceverà inanzi questa. Dico che si scrive contra il mio poema, e forse contra ad altre mie cose: lo scrittore è, o sarà l’Ariosto; al qual credo però, anzi son sicuro, che da altri saranno somministrate l’armi ch’egli mi lancerà contra. Io sopporto questa ed ogn’altra offesa da lui con animo non sol paziente ma amorevole verso lui. Sol mi rincresce di aver parlato seco troppo spesso o troppo a dentro d’ogni mia opinione e d’ogni opposizione che mi possa esser fatta: e più mi peserebbe ch’egli alcune se n’attribuisse, che non farebbe se tutte l’impugnasse. Non so s’avranno pazienza d’aspettar ch’io mandi fuori il poema, o i Discorsi; ma io non riconoscerò per mia, cosa non publicata da me. È degno di riso il vedere che, non ostante questi sospetti o queste certezze, siamo tutto il giorno insieme: “O gran bontà de’ cavalieri antiqui!” Egli, poi che si vede scoperto, non ardisce di negare: e siamo venuti a tale, che parliamo di questa pratica liberamente; ed io gli ho promesso che per dargliene maggiore occasione, vuo’ considerare molte cose ne l’Ariosto, che non mi pare che siano state anche considerate. Ma perchè contra me si procede con troppo artificio, non sarà se non bene che Vostra Signoria illustrissima si faccia dare i miei Discorsi da messer Luca, se gli ha, ed ogn’altra mia lettera scritta in materia de la Poetica; e le tenga in modo, che non possano esser viste da alcuno. E con questo facendo fine, a Vostra Signoria illustrissima bacio le mani. Di Ferrara.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A LUCA SCALABRINO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">In risposta de la vostra, altro non vuo’ dire se non che pur finalmente mi sono avveduto ch’io non ho mai troppo sospettato, ma sì bene molte volte troppo creduto. L’amico ha operato contra a me molto più di quel che si possa credere. Da voi altro non desidero, se non che sollicitiate la risposta de lo Sperone, non per mia, ma per sodisfazione de la signora duchessa. E vi bacio le mani. Di Modana, il 3 di decembre.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
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               <p TEIform="p">Io credeva di trovar quiete in Modana, e v’ho trovato maggior disturbo ch’io non aveva in Ferrara. Con tutto ciò mi son finalmente risoluto di voler prendere ogni cosa in pazienza, e ridermi del mondo. E mi son anche risoluto di non poter partirmi da la servitù del signor duca; perchè (oltre ch’io gli ho tant’obligo, che quando spendessi la vita per lui, non avrei appieno sodisfatto al debito mio) non credo ch’io potrei trovar maggior quiete altrove, che nel suo stato. Le persecuzioni ch’io patisco, sono di maniera, che non meno mi turberebbono altrove che qua. Desiderio di maggior comodo, s’altre volte non m’ha mosso, non vo’ ch’ora mi muova. S’io debba proccurar la scomunica, o no, co ’l signor Giacopo, non ne sono ancor risoluto: ci penserò meglio, e poi ne scriverò a Vostra Signoria illustrissima; a la quale non men lontano che vicino sarò devotissimo servitore, e mi sforzerò in ogni occasione di farglielo conoscere, per quanto s’estenderà la debolezza de l’ingegno e de le forze mie. Fra tanti disturbi non m’abbandonano i pensieri de la poesia; però riceverò in grazia singolare da lei, che mi scriva quel che le sarà paruto de’ sonetti. E con questo a Vostra Signoria illustrissima bacio le mani. Di Modana, il 7 di gennaio 1577.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
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               <p TEIform="p">Ho ricevuta questa mattina la lettera di Vostra Signoria, mandatami dal signor Torquato Rangone; la quale m’è stata carissima per molti rispetti, e particolarmente per aver da essa compreso che il signor Giacopo non ha perduta memoria di me. Ma se bene io mi prometto molto del favore di quel signore, non voglio per ora dimandarle la grazia de la scomunica. Per l’ultima ch’io le scrissi, Vostra Signoria illustrissima avrà inteso ch’io finalmente mi son risoluto e di prendere ogni persecuzione, che mi sia fatta, in pazienza, e di fermarmi perpetuamente a i servigi del signor duca. E questa risoluzione è stata non meno necessaria che volontaria; chè certo io non solo non doveva, ma non poteva far altramente: ma non ogni cosa si può scrivere.</p>
               <p TEIform="p">Di messer Luca nostro che altro posso dirle, che quello che Vostra Signoria illustrissima avrà potuto conoscere de la sua pratica? Egli è di somma bontà, di somma sofficienza; particolarmente il reputo attissimo a questo ufficio de lo scrivere. Quanto egli ci sia inclinato, non so; ma farà ciò che vuole. Io sì come persuado Vostra Signoria illustrissima ad accettarlo, così persuaderei lui a proccurar questo servizio; se di già, per quanto ella scrive, non mi ci paresse inclinato. Aspetto con grandissimo desiderio di sentire che questo negozio sia concluso. Ed a Vostra Signoria illustrissima bacio le mani. Di Modana, li 11 di gennaio.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Desidero di sapere se Vostra Signoria illustrissima è mal sodisfatta in alcuna cosa di me, e s’io posso liberamente credere tutto ciò che da lei mi viene scritto. Le parrà strano questo quesito; pur m’è venuta una lettera di Roma (che non posso dire da cui, nè intorno a che), che mi ha messo alquanto il cervello a partito. Ho finalmente conosciuto ch’è una mera malignità; pur desidero d’esser certificato da lei medesima, s’io sono ne la solita sua grazia. So che da cavaliero che è, se si tenesse offesa da me, mi direbbe l’animo suo liberamente, ed a me darebbe il core di purgare ogni calunnia. Ho riserbata la lettera per mostrargliela, o per mandargliela quando sarà tempo: conoscerà ch’io non mento. Non posso vivere, nè scrivere. Non faccia parte di cosa ch’io le scrivo ad alcuno di casa o forestiero. Desidero d’intendere che fine avrà avuto il negozio di messer Luca. Mi si volge un non so che per l’animo. Aspetto risposta per la via che verrà questa; e le bacio le mani. Di Modana, il 13 di gennaio.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A ORAZIO ARIOSTO. Ferrara</salute>
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               <p TEIform="p">Quando anche le vostre stanze mi fossero state mostre sotto altro nome che ’l vostro, l’avrei nondimeno per vostro parto conosciute, in quella guisa c’alcuni figliuoli sono riconosciuti a la somiglianza c’hanno co i padri: perochè in esse non solo si vede l’imagin del vostro ingegno, ma alcuni quasi lineamenti ancora del vostro costume: e sopra tutto appare in loro l’affezione che mi portate, la quale non vorrei però che fosse stata così strabocchevole, che v’avesse trasportato a darmi laudi forse intempestive, ma certo smisurate; perchè se bene io amo d’essere laudato (e massimamente da voi, che ne la fanciullezza meritate già le laudi che si convengono a la virtù virile), mi spiacerebbe nondimeno che con le mie laudi fosse congiunto alcun vostro biasimo. E, per ver dire, non senza biasimo d’audacia e temerità potete prepormi a tutti gli altri scrittori: e di questo vostro ardire temo più in vostro servigio, che di quello che vi pare avere usato soverchio ne le metafore; perochè quello, qualunque egli si sia, non è però senza la difesa di molti grandi ed illustri maestri de l’eloquenza, con la scorta de i quali è meglio peraventura l’errare, che per le vie calpestate andare a dritto cammino con la guida de i pedanti: ma questo, con quale autorità si difende? o sotto quale scudo si ripara, se non forse sotto quello d’amore? Pur se voi, perchè molto mi amate, vi fate lecito il lodarmi smoderatamente, a me per la medesima ragione si conceda che modestamente vi riprenda. Strano guiderdone pare, in vero, il render riprensioni per laudi: ma questi effetti così diversi derivano nondimeno da uno stesso principio, e si volgono al medesimo obietto; chè se voi laudandomi avete per mira la mia gloria, ed io in queste mie riprensioni altro bersaglio non mi propongo che la vostra riputazione: la quale come ci può essere, se voi, anzi fanciullo che giovane, volete non solo sedere a scranna, e giudicare; ma giudicar falsamente, ma giudicar tirannicamente la lite (se pur v’è chi la muova) e de la dignità e de la superiorità del grado? E voi pronunciate sentenzia d’esiglio? e voi bandite indifferentemente tutti gli altri scrittori? Or non v’accorgete c’offendete me insieme con gli altri? Se volete me far primo, bisogna che vi sia il secondo: ma se tutti gli scacciate, fra quali sarò io primo? Chi vide mai primo senza secondo? Son le leggi, non dirò d’abisso, ma di natura così rotte,
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                     <l part="N" TEIform="l">O è mutato in ciel nuovo consiglio?</l>
                  </quote>
Poco obligo v’ho veramente d’avere, poichè da voi son fatto re d’un regno voto, e principe d’una republica abbandonata. Ma verso il fine de le vostre stanze, quasi dimenticatovi de la prima sentenza, senza altrimente rivocarla, diversamente sentenziate: ed imitando forse l’antica usanza o legge de l’ostracismo, secondo la quale erano mandati fuor d’Atene i più eccellenti per virtù e per gloria; me, che già tale avete vostra mercè dichiarato, scacciate non da una città o da un collegio, ma da tutto questo mondo inferiore; e tutti gli altri vi ritenete, e voi fra gli altri vi mescolate; e volete ch’io, sciolto dal mio velo, voli sovra il cielo. Non è questo un uccidermi, e un voler ch’io sia
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">De l’umana natura posto in bando?</l>
                  </quote>
– Or fanno gli angioli sì fatte cose? – dimandò la buona femina da cà Quirini. Et io dimando: fanno versi l’Intelligenze, o gli ascoltano? Se la virtù de la poesia m’ha d’alzare al cielo, non è necessario che mi spogliate del corpo; anzi è necessario che non me ne spogliate, perochè ’l poetare (se ben mi ricordo quel ch’udì un giorno a caso ne le nostre scuole, e forse da voi medesimo signor filosofo) non è operazione d’intelletto separato, nè si può egli fare senza fantasmi: anzi, chi ha più bisogno de’ fantasmi, che ’l poeta? o qual fu mai buon poeta, in cui la virtù imaginatrice non fosse gagliarda? e che altro è il furor poetico che rapto, che l’imaginazione fa di noi? Voi, mentre mi togliete il corpo, mi togliete in consequenza quella gloria poetica che vivendo posso acquistare; de la quale s’a questo modo mi private, che poss’io dir altro se non
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                     <l part="N" TEIform="l">Egregiam vero laudem, et spolia ampla refertis?</l>
                  </quote>
               </p>
               <p TEIform="p">Ma direte: io ti do in contracambio la gloria del cielo. Non vi basta dunque l’aver seduto <foreign lang="lat" TEIform="foreign">pro tribunali</foreign> in parnaso, che volete farvi anche giudice in paradiso, ed esser dispensator de’ premi che colà si danno a l’anime ben nate? Guardate che questo ardire non meriti altro castigo che quello che possono dare le sferze de’ critici: e contentatevi d’avermi coronato, senza voler deificarmi; ch’io non ricuso la corona postami da un giovenetto, poi che Febo ancora si dipinge sì fatto. Ma che dico io? Se questa corona è una di quelle che si donano a chi non ignobilmente ha poetato; così come non osarei d’attribuirlami, così offertami non la ricuso: ma se voi, dopo c’avete occupata la tirannide d’Elicona, volete riformar le leggi antichissime, nè vi piacciono tante corone; ma distruggendo tutte l’altre, una sola ne riserbate per premio de l’eccellentissimo e del soprano; questa nè anche offertami, accettarei io da voi. Ella già dal giudicio de’ dotti e del mondo, e dal parere, non che d’altri, di me stesso (il quale, se non annoverato fra’ dotti, non debbo almeno essere escluso dal mondo) è stata posta sovra le chiome di quel vostro, a cui sarebbe più difficile il torla, che non era il torre ad Ercole la mazza. Ardirete voi di stender la mano in quelle chiome venerabili? vorrete esser non solo temerario giudice, ma empio nipote? E chi poi da mano malvagia e contaminata di sceleraggine riceverà volontieri il segno e l’ornamento de la sua virtù? Dunque, nè da voi io l’accetterò, nè per me tanto ardisco; ma tanto non desidero. Quel buon greco che vinse Serse, soleva dire ch’i trofei di Milziade spesso il destavan dal sonno: nè questo gli avveniva perchè disegnasse egli di struggerli; ma perchè desiderava d’alzarne per sua gloria altri, a quelli o eguali o simiglianti: ed io non negherò che le corone <foreign lang="lat" TEIform="foreign">semper florentis Homeri</foreign> (parlo del vostro Omero ferrarese) non m’abbiano fatto assai spesso <foreign lang="lat" TEIform="foreign">noctes vigilare serenas</foreign>; non per desiderio ch’io abbia mai avuto di sfiorarle o sfrondarle, ma forsi per soverchia voglia d’acquistarne altre, se non eguali se non simili, tali almeno che fossero per conservar lungamente il verde, senza temere (userò le vostre metafore) il gelo de la morte. Questo è stato il fine de le mie lunghe vigilie, il quale s’io conseguirò, terrò per bene impiegata ogni mia fatica; se non, mi consolerà l’esempio di molti famosi, i quali non si recarono a vergogna il cader sotto grandi imprese.</p>
               <p TEIform="p">Ho fatto quel che fu mio proponimento, cioè ripresovi; ma certo l’ho fatto alquanto più liberamente che non m’aveva proposto, e forsi ch’io non doveva, non avendo riguardo a la umiltà per non dir a la bassezza e indegnità de la mia persona: ma mi son lasciato trasportare non solo dal molto amore che vi porto, ma anche da una mia antica usanza de la quale, dopo tanti danni ricevutine, ancor non mi pento. Voi, se vi pare, rimproveratemi quella stessa incontinenza de la quale io vi accuso; chè io più volontieri udirò rimproverarmi le mie colpe, che non ho letto le mie soverchie lodi, o per dir meglio, le non mie lodi. Ma conosco la vostra sofferenza, e so che solete prendere in grado tutto ciò che da me vi viene, sì che non dubito d’avervi offeso; e se stimo che senza alcuna turbazion d’animo abbiate sofferito ch’io vi riprenda, ben credo che più facilmente sosterrete ch’io vi consigli.</p>
               <p TEIform="p">Dico dunque, che non dovete riformar le antiche leggi di parnaso. Molti sono colà i gradi, molti i premi; qual maggior qual minore, qual più qual meno glorioso; ma tutti però grandi e onorati. Non vogliate ridurre questa moltitudine ad unità, e far che chi non è il primo non sia <foreign lang="lat" TEIform="foreign">in rerum natura</foreign>: chè questo altro non sarebbe che un annullare le muse e l’arti e gl’ingegni; e voi di nulla sareste giudice, e di nulla riformatore. Ne’ contrasti del corpo sono proposti premi non solo a i primi, ma a i secondi ed a i terzi: è dato il tauro ad Entello vincitore; riceve Darete
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                     <l part="N" TEIform="l">Ensem atque insignem galeam, solatia vieto.</l>
                  </quote>
Perchè dunque ne le contese de l’ingegno (ove se il vincere è più glorioso, il perder però non ha in sè vergogna alcuna) non si debbono parimente, oltre il primo, molti premi proporre? Benchè io non discendo in questo campo quasi nuovo Darete, il quale
<quote rend="block" lang="lat" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">.... caput altum in proelia tollit,</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Ostenditque humeros latos, alternaque jactat</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Brachia protendens.</l>
                  </quote>
               </p>
               <p TEIform="p">Sia pur lunge da me questo orgoglio, e questa giovenil confidenza: segga per me, e si riposi il vostro vecchio Entello, ch’io non lo constringo con importuna disfida ad alzarsi da la sua sedia; ma l’onoro, e me gl’inchino, e lo chiamo con nome di padre, di maestro e di signore, e con ogni più caro ed onorato titolo che possa da riverenza o da affezione essermi dettato. Ma s’altri richiama in dubbio la sua palma, o s’egli vuol di nuovo contendere per vincer di nuovo; io, quasi uno di molti nel gioco de le navi, dico tra me stesso:
<quote rend="block" lang="lat" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">Nec jam prima peto Mnestheus: nec vincere certo,</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Quamquam oh! sed superent quibus hoc, Neptune, dedisti.</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Extremos pudeat rediisse.</l>
                  </quote>
               </p>
               <p TEIform="p">Chi può condannare come superbo questo mio modesto desiderio? o chi fia che mi nieghi il premio che fu concesso a Mnesteo? una lorica, dico, (premio convenevole al mio bisogno) che mi difenda da l’armi de gli invidi e de’ maligni. Cingansi pur le tempie di lauro al vostro Cloanto, e sia dichiarato vincitore <foreign lang="lat" TEIform="foreign">magna praeconis voce</foreign>: nè già manca il trombetta, poichè fa l’officio la fama; ma se pur mancasse, io mi offerirei; chè se ben non ho la voce di Stentore, sperarei nondimeno di parlar sì alto, che m’udrebbe tutto il paese
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">C’apennin parte, e ’l mar circonda e l’alpe.</l>
                  </quote>
E che cosa direi io? Direi,
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">Rime d’amore, e versi di romanzi</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Soverchiò tutti; e lascia dir gli stolti;</l>
                  </quote>
e soggiungerei:
<quote rend="block" lang="lat" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">Cedite, romani scriptores, cedite graii;</l>
                  </quote>
ed intonerei per conclusione:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">Onorate l’altissimo poeta.</l>
                  </quote>
Nè già credo che, per essermi fatto trombetta, mi si togliesse l’esser annoverato tra coloro che hanno conteso, e il seder, se non nel luogo di Mnesteo, almeno in quello che da voi mi fosse assegnato. Or se tanto mi amate, quanto le vostre parole e gli affetti ancora dimostrano, attribuitemi quello che mi si conviene; e scemando il soverchio de le laudi datemi, se volete ch’io me ne vesta, rendetele proporzionate a la mia misura: altrimenti così saranno da me rifiutate, come ricusò Socrate l’orazion di Lisia, assomigliandola ad una scarpa, bella sì, ma poco accomodata al piè di chi dovea calzarsene. Questo è il consiglio ch’io vi do: e s’a i consigli possono giungere punto di forza le preghiere, io vi prego per le leggi de l’amicizia, le quali non sono state mai da me violate nè con l’opere nè con le parole nè co ’l pensiero; vi prego, dico, che vogliate in guisa onorarmi, che l’onorare non sia men testimonio del vostro giudicio che de la vostra benevolenza verso me. Questo testimonio avrò io caro; di questo mi vanterò: l’altro gradisco solo, in quanto è segno d’amore ma non in quanto è segno d’onore.</p>
               <p TEIform="p">Or rimarrebbe che io dicessi alcune cose intorno al giudicio che voi medesimo fate de le vostre stanze, vituperandole come piene di metafore ardite e d’improprietà; e lodandole, o pur anche vituperandole, ch’io non v’intendo bene, come composte di stile diseguale: ma troppo lungo soggetto sarebbe il parlare de l’egualità de lo stile, e de la proprietà; dirò dunque solo alcuna cosa de l’ardire de le translazioni, o pur de l’ardire in universale. Non niego che non ci siano ne le vostre stanze alcune forme di dire ch’io, uomo audacissimo, non mi assicurerei d’usare; ma se l’esser audace non è ripreso, ma sì l’esser audace infelicemente, perchè non deve sperare il signor Orazio che ogni suo ardire gli succeda felicemente? Se l’antico Orazio fa detto <quote lang="lat" TEIform="quote">feliciter audax</quote>; perchè il moderno non si può promettere la medesima felicità? A tanto studio, a tanto ingegno, quanto è in voi, non mancherà la felicità che vien dal favor de le muse. Qual maggior presagio di felicità, che l’esser nato da la famiglia de gli Ariosti, più famosa ne le lettere, che non fu quella de gli Eacidi ne l’armi. Imitate dunque Virgilio, che fu detto croce de i gramatici: imitate Platone, di cui scrive Aristide, che variava il commune uso del parlare, ed usava così licenziosamente le forze del suo ingegno come i re sogliono la loro podestà. Ardite voi, a cui si conviene; e lasciate temere a noi altri (porrò me in questo numero) di poca letteratura, di poco ingegno e di poca esercitazione, di nissun giudicio, di nissun gusto, di nissuna vena poetica. Noi, in quella maniera che i fanciulli ch’imparano a scrivere non ardiscono di stendere alcuna lettera fuor de le righe segnate, ci conterremo dentro a i segni prescrittici da chi più sa; e temendo ad ogni suono di sferza, con man tremante scriveremo i nostri versi (come alcun dice) puerili. Ma parmi udirvi ridere, e dire: qual nova modestia è questa? veggio che volete trarmi dal numero di coloro che debbono stare rinchiusi ne i cancelli gramaticali. Deh guardate c’amor non v’inganni! pur io non ripugno (se così vi pare) d’uscirne: e sì come esorto voi a non vi ci serrare, così vi consiglio a non ve ne allontanare, nè pur anche per ischerzo, più di quello che l’esempio de’ più laudati e ’l vostro giudicio vi dimostrerà esser convenevole: e forsi non fia se non prudente consiglio lo starci qualche tempo rinchiuso, per poter poi ir vagando più sicuramente. Prendete tutto ciò c’ho detto come da uomo amicissimo e desideroso del vostro onore; ed amatemi. Di Modana, il 16 di gennaio 1577.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">95</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A GUIDUBALDO MARCHESE DEL MONTE. Pesaro</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">L’Antica servitù ch’io ho con Vostra Signoria, cominciata quasi col cominciar de la nostra età, se ben non è stata molto nè coltivata da offizi nè frequentata da familiarità, è tale nondimeno che m’assicura che sarà in lei quella prontezza nel favorirmi, che sarebbe in me nel servirla. Però non spenderò molte parole in pregarla: m’allungherò più tosto in significarle il mio bisogno.</p>
               <p TEIform="p">Sappia adunque Vostra Signoria, che da otto mesi in qua ho avuto molti travagli: ma fra tutti i miei danni il maggiore è quello ch’io ricevo da’ miei servitori; i quali essendomi stati un pezzo in casa per vie occulte, al fine mi si sono scoperti manifesti nemici, e da loro mi sono state rubate alcune de le mie scritture più care, e fatti altri danni notabili; perochè la lor sceleraggine, che è notissima a me ed a molti, è più tosto ammantelata che convinta da’ giudici; nè s’essi vanno impuniti, posso sperare di aver in questo Stato servitore che non sia per imitarli. Onde ho deliberato di ricorrere a Vostra Signoria, e di pregarla per la nostra antichissima conoscenza, per l’osservanza che sempre l’ho portata, per la sua virtù, per l’umanità, ed insomma per lo debito di cavaliero e per la carità cristiana, che mi mandi da cotesto Stato, o pur da’ suoi propri castelli un servitore, su la fede del quale io possa riposare. E tanto è il timore ch’io ho che mi sia corrotto, che riceverò per grazia singolarissima s’opererà c’a la sua autorità s’aggiunga quella del signor duca d’Urbino, il quale lo minacci di gastigo gravissimo, ogni volta che egli commetta verso me alcun mancamento: ed in questo dica di volersene stare a la mia relazione, perchè pruove iuridiche di qui, in questo caso, non potrebbe aspettare. Dica di farlo; e quando avenisse il caso (il che non credo) faccia quel che giudicherà convenevole. Io scrivo per questa cagione a Sua Eccellenza così in generale; rimettendomi a quel di più, che Vostra Signoria le dirà in mio nome.</p>
               <p TEIform="p">Gli anni del servitore non vorrei che fossero meno di XVII, nè più di trenta: la condizion tale, ch’egli non isdegnasse di far tutto ciò di che può aver bisogno un povero cortigiano: benchè egli avrà poco da fare, e non verrà mai meco per la terra; ed occorrendo che io faccia viaggio, lo menerò a cavallo. Che sia pro’ de la persona non m’importa, perchè non temo di violenza; se fosse, non mi spiacerebbe: ma perchè manchi questa condizione, non si resti di mandarlo, se per altro è buono. Il salario ch’egli avrà da me, sarà uno scudo e mezzo il mese, d’oro in oro; ed oltra il salario, gli darò tanti de’ miei panni, che poco avrà da spendere in vestirsi: ed essendo quale io spero, avrà da me più ch’io non prometto.</p>
               <p TEIform="p">Signor Guido Baldo, questo favore ch’io ora le domando, se si misura da la facilità con ch’ella il può fare, non è peraventura se non mediocre; se dal bisogno ch’io ne ho, è grandissimo, e tale, che se Vostra Signoria non mi dà servitore, sono costretto necessariamente a mutar patrone, e patrone amorevolissimo; o almeno, a mutar stanza. Quanto prima Vostra Signoria me lo manderà, più mi sarà caro: e s’è possibile, e se la brevità del tempo non deve pregiudicare al giudizio de la elezione, Vostra Signoria me lo mandi subito dopo la ricevuta di questa. Venga con suoi commodi, che li rimborserò quanto avrà speso per viaggio. Ecco ch’io le ho esposto il mio bisogno senza molte cerimonie, e senza molti prieghi; ma s’io nel pregarla non sono stato efficace, sarò gratissimo nel riconoscere il favore, il quale mi legherà d’obligo eterno. Ed a Vostra Signoria bacio le mani; pregandola a baciarle in mio nome al signor suo padre, ed al signor abate quando li scriverà. Di Ferrara.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">96</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A FRANCESCO MARIA DELLA ROVERE, DUCA D’URBINO. Pesaro</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non confidandomi in alcun servigio c’abbia mai fatto a Vostra Eccellenza, ma sì bene in molti favori c’ho da lei ricevuti, i quali è ragionevole che ella voglia conservare e mantenerne in me l’obligo, vengo a supplicarla d’una grazia, la qual per facil che sia a lei, sarà nondimeno a me così cara come potessero essere le difficilissime. Quel ch’io desideri, scrivo diffusamente al signore Guido Baldo. A Vostra Eccellenza dirò solo, che più gioverà a me questo favore, che non giovaro mai a mio padre tanti utilissimi benefici che ricevè dal suo di gloriosa memoria. E benchè la divozion mia verso Vostra Eccellenza non possa crescere, essendo già pervenuta a quel colmo che non patisce accrescimento, crescerà nondimeno tanto l’obligo, che non potrò senza grandissima ingratitudine restar di far ch’ella et altri conosca, ch’io le sono svisceratissimo servitore. Et a Vostra Eccellenza bacio le mani.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">97</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A GUIDUBALDO MARCHESE DEL MONTE. Pesaro</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Scrissi otto giorni fa a Vostra Signoria una lunga lettera, ne la quale io le dava ragguaglio de le mie gravissime persecuzioni, ed insieme de l’estremo bisogno ch’io aveva d’un servitore di coteste parti, fidato, e tale ch’io potessi promettermi che non potesse essere agevolmente corrotto: e la pregai non solo a mandarmene uno, ma a mandarmelo quanto prima; ed a procurare c’a l’autorità di Vostra Signoria s’aggiungesse quella del signor duca d’Urbino, il quale il minacciasse di gravissimo castigo, ogni volta che commettesse alcun mancamento contra me. Scrissi parimente al signor duca una lettera in questa stessa materia. Ora, se ben non passa il tempo de la risposta; nondimeno, parte per dubbio c’ho che le prime lettere non siano state ben dirizzate, parte anche spinto da la necessità, replico e le dimande e le preghiere; e la sollicito e l’importuno a farmi questo favore, nel quale consiste la mia quiete, la mia pace, e posso quasi dir la mia vita. Signor Guido Baldo, se la mia antica servitù, se la molta affezione ed osservanza ch’io le ho sempre portato, sono appresso lei di alcuna considerazione, me ’l mostri in questo mio urgentissimo bisogno; e quando per alcuna di queste cagioni non si movesse, si muova perch’è cavaliero e perch’è cristiano a favorirmi con favore così giusto e così pio, ed a me così caro, ed a lei così facile.</p>
               <p TEIform="p">Il servitore (replicherò quel che le scriveva, per dubbio de lo smarrimento de le lettere) vorrei che fosse d’età giovine, di condizion tale che non si sdegnasse far di tutto. Il salario ch’io gli darei, sarebbe uno scudo d’oro e mezzo il mese, oltre i vestimenti ed altro, ch’io gli donerei. No ’l vorrei pesarese, perchè mi spiacerebbe c’avesse conoscenza con alcuno di questi nostri, o di quei che dipendano da questa corte: urbinate mi piacerebbe, o de’ paesi più a dentro, o pur de’ suoi propri castelli. Tanto voglio che mi basti averle replicato. Starò aspettando risposta con impazientissimo desiderio: e le bacio la mano, assicurandola ch’è riposto in suo potere l’obligarmi infinitamente. Di Ferrara.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">98</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">AI CARDINALI DELLA SUPREMA INQUISIZIONE. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Torquato Tasso, umilissimo servitore di Vostre Signorie illustrissime, entrò ne’ mesi passati in fermissima opinione di essere stato accusato al Santo Uficio, perchè si accorse che con sottili artificii gli erano stati fatti tenere, fuor d’ogni sua intenzione, alcuni libri proibiti; oltre che il supplicante era consapevole a se stesso di aver dette con alcuni (che poi si scopersero suoi nemici, confidenti e dependenti da persone di molta importanza, da le quali è stato molto perseguitato) alcune parole assai scandalose, le quali poteano porre alcun dubbio di sua fede. Ora essendo il supplicante appresentato, fu assoluto più tosto come peccante di umor melanconico, che come sospetto di eresia: e chiedendo egli le difese, non gli furono concedute, ancorchè egli fosse esaminato intorno a punti importantissimi; perchè, come egli crede, il padre Inquisitore non volle spedir la sua causa acciochè il signor duca di Ferrara, suo signore, non si accorgesse de le persecuzioni patite dal supplicante nel suo Stato, volendo Sua Altezza voler vedere non solo i testificati, ma i nomi ancora di chi depone contra alcuno nel Santo Uficio; onde al fine per questa cagione, e per altra dependente da questa, il supplicante è stato fatto ristringere, come peccante di umor melanconico, e fatto purgare contra sua voglia: ne la qual purga temendo egli d’essere avvelenato, e temendo ancora, che non gli sia stata data qualche grave imputazione presso Sua Altezza, acciochè ella non si accorga de l’incertezza de la sentenza, supplica Vostre Signorie illustrissime che vogliano far sapere a Sua Altezza, acciochè essendo egli stato accusato, e per la sentenza data in Ferrara non intieramente assoluto, possa riavere la sua libertà, e uscire dal continuo sospetto de la morte e venirsene a Roma o dove rimarranno Vostre Signorie illustrissime d’accordo con Sua Altezza, a purgarsi, e a soddisfare al suo onore, e a la sua quiete; facendo egli sapere a Vostre Signorie illustrissime, che in questa sola certezza, che Sua Altezza abbia, de la verità, consiste la sua misera e insidiata vita.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">99</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Potrà Vostra Signoria comprendere da la supplica inchiusa il termine in che io mi ritruovo. O io sono non solo d’umor melanconico, ma quasi matto; o ch’io sono troppo fieramente perseguitato. Questa sola strada veggio che possa condurmi a tranquillità, ed acquetare i miei pensieri. Supplico Vostra Signoria illustrissima per l’antica servitù che ho seco, per la molta affezion che mi porta, ed in somma per la carità cristiana, che voglia in questo negozio proceder meco con quella sincerità che ha sempre fatto: cioè di presentar la supplica al cardinal di Pisa, o ad alcun altro cardinale de l’Inquisizione; nè per officio che sia fatto da alcuno con lei, nè perchè le sia dato ad intendere ch’io sia oppresso da umore, mancare a me de la sua parola; ma presentare la supplica al cardinale di Pisa, e proccurar con ogni diligenza con ogni efficacia, adoperando quant’ella ha di grazia, di favore e d’autorità costì, che ’l signor duca sia informato del vero: perchè da questo principio, come spero, certissimamente le farò conoscere molte cose; e s’io m’inganno, conoscerò il mio errore, e lascerò lieto governarmi da i medici. Io sono entrato in tanta diffidenza, che non crederò ad alcuno, se non a Vostra Signoria illustrissima, del quale riconosco la lettera. E s’ella m’assicurerà che la supplica sia presentata, vivrò sicuro del rimanente. E con questo le bacio le mani; pregandola che non possa più appresso lei l’autorità d’alcuno, di quel che deve valere la mia antica servitù ed il debito de la sua coscienza e de l’onor suo. E di nuovo a la sua fede raccomando la mia salute. Di Ferrara, li 11 di luglio.</p>
               <p TEIform="p">Per assicurarmi pienamente d’ogni sospetto, mi farà favore singularissimo a proccurare che ’l cardinal de’ Medici dimandi la mia libertà in grazia al signor duca di Ferrara, il quale per offici fatti contra me dal granduca è meco sdegnatissimo; e lo sdegno del granduca nacque per essere stato avvisato, ch’io aveva rivelato al duca di Ferrara.... Non posso esser più lungo; ma questo è il vangelo. Confesso il mio fallo, parte di necessità, parte di prudenza; ma i miei errori non meritano tanta pena.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">100</head>
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                  <salute TEIform="salute">A CURZIO GONZAGA. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Se Vostra Signoria ha cara la vita mia, proccuri prestissima spedizione di questa supplica ch’io scrivo a’ cardinali de l’Inquisizione; la quale ella potrà aprir e legger prima. Quanto ella ha costì di grazia e di favore, non lo può impiegare in più onesta causa che in questa: ed io, se ’l signor duca sarà informato del vero, riconoscerò la vita e l’onore da Vostra Signoria illustrissima; a la quale non dirò altro, se non che tanta speranza ho di vita e non più, quanta n’aspetto dal suo favore. Dia, la prego, raguaglio di questo negozio al signor Scipione, e non si creda al romore sparso di me, sin che la verità non si chiarisca. E con questo a Vostra Signoria illustrissima bacio le mani.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">101</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">AD ALFONSO DA ESTE, duca di Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">La signora duchessa mi può esser testimonio, ch’io le dissi com’io non era spedito de la Inquisizione, e che la sentenza era invalida, e stata data sì fatta di consenso de’ cardinali de la Inquisizione, acciochè non si venisse a quel punto che nel Santo Officio è di gran considerazione, e si schiva con ogni cautela, cioè che gli accusatori possano patire alcun danno; come forse avrebbono patito, se Vostra Altezza avesse veduto i nomi de gli accusatori e le loro testimonianze. Ma perchè Vostra Altezza a lungo andare si sarebbe accorta de l’inganno, perochè l’Inquisitore non poteva più lungo tempo tollerarmi non essendo io legittimamente assoluto, ed avendo detto de le cose molto più scandalose di quel che può credere Vostra Altezza; ordinarono i miei persecutori di cacciarmi, e trovarono la berta del vino: la qual s’assicuri pure Vostra Altezza ch’è vera, e il metta sul carico di coscienza a i frati de gli Angioli, a messer Giuseppe lor medico, ed a i quattro cavalieri che furo eletti per provvedere; la qual fu ordinata non per purgarmi, ma per cacciarmi: il metta, dico, in quel carico di coscienza ch’importa la vita d’un uomo, e faccia dar loro il giuramento in sua presenza, s’io m’ingannava o no.</p>
               <p TEIform="p">Vedendo i miei persecutori che per questa strada non mi potevano spingere, procurarono di darmi la stretta per la via di Fiorenza; e trovandomi io incorso in alcuni falli, certo gravissimi, potevano ragionevolmente credere co’ miei errori ricoprire gli inganni ch’essi avevano fatti a l’Altezza Vostra; inducendo Vostra Altezza in tanto sdegno contra me, che per sempre abbandonasse la protezione de le mie cose, onde si togliesse ogni occasione per la quale Vostra Altezza si potesse chiarire del fatto de l’Inquisizione. Questo medesimo sa la signora duchessa, ch’io previdi molto prima, e c’appunto quella sera ch’io fui preso, gliene parlava: ma di questo non occorre parlare, poichè l’infinita clemenza di Vostra Altezza m’ha perdonato il mio fallo, veramente degno di pena. Voglio anche dirle ch’io compresi, ch’era stato da’ miei persecutori fatto intendere al duca di Fiorenza, ch’io aveva rivelato parte de’ trattamenti passati a Vostra Altezza; per la qual cosa quel signore s’accese di molto sdegno contra me. Ma Vostra Altezza non sa forse a che fine io dica queste cose: ecco, io mi dichiaro.</p>
               <p TEIform="p">Confesso d’esser degno di pena per i miei falli, e ringrazio Vostra Altezza che me ne assolve; confesso d’esser degno di purga per lo mio umor melanconico, e ringrazio Vostra Altezza che mi fa purgare: ma son sicuro ch’in molte cose io non sono umorista, e che è Vostra Altezza (perdoni, la supplico, questa parola) quanto possa esser principe del mondo. Ella non crede ch’io abbia avuto persecutori nel suo servigio; ed io gli ho avuti crudelissimi e mortalissimi: ella si crede d’avermi spedito da la Inquisizione; ed io ci sono più intricato: la cosa de’ persecutori dico, perchè Vostra Altezza mi scusi s’io ho vacillato nel suo servizio; la cosa de l’Inquisizione, perch’ella pensi che talora non l’è detto il vero. Io le ho chieste molte grazie, le quali mi sono state concesse da lei. Ora le chiedo una grazia per giustizia; ch’ella voglia farsi mostrar da l’Inquisitore il mio processo, e ch’ella voglia, su quel carico di coscienza ch’importa la vita d’un uomo, costringerlo a dire il vero, ed a farmi dar le difese e dar i giuramenti; e questo si faccia mentre io mi purgo: e se Vostra Altezza si vorrà chiarire per quella maniera ch’io le dirò, che nel fatto de l’Inquisizione è ingannata, non trovando ch’io dico il vero, mi faccia in piazza squartar come traditore. Questa grazia non mi nieghi, o giustissimo principe, in questa estremità del mio umor melanconico, perch’ella deve farla altretanto per suo quanto per mio rispetto; e s’io saprò che da lei mi sia concessa, mi purgherò non sol volentieri ma con allegrissimo core, ben ch’in ogni modo giudico necessario il purgarmi; e tanto più mi sarà caro, quanto sarà più presto; perochè ben conosco che l’aver sospettato di Vostra Altezza, e l’aver de’ meri sospetti parlato publicamente, è pazzia degna di purga. Ma ne l’altre cose, clementissimo principe, mi creda per le viscere di Cristo, che crederà la verità; che non tanto io sono il folle, quanto ella è l’ingannata. Da qui inanzi s’io parlerò ad alcuno, confesserò a tutti quel che chiaramente conosco, di purgarmi per umore.</p>
               <p TEIform="p">Al padre Inquisitore desidero parlare; non per parlare d’alcun mio sospetto, ma per mia consolazione: ma non potendo ragionar con lui, Vostra Altezza mi conceda ch’io parli o col vicario de la Inquisizione, o con fra Domenico; e non mi tolga questo trattenimento d’alcun padre, il qual m’è di sommo diletto; avendo io massimamente deliberato, finita la purga, se potrò farlo con buona grazia di Vostra Altezza, farmi frate: a la quale torno a replicare per cosa certissima e fermissima, che tutte le mie persecuzioni e gran parte de’ miei umori nascono da l’esser io stato perseguitato, prima acerbamente per via de l’Inquisizione, e poi invalidamente assoluto; del che mi farà somma giustizia a chiarirsi. Supplico Vostra Altezza che non mostri il contenuto di questa lettera ad alcuno, ma parli a l’Inquisitore, e mi conceda in grazia ch’egli parli meco: se mi manderà di questa, risposta per lo cavalier Tassone, le rimarrò obligatissimo.</p>
               <ps>
                  <p TEIform="p">Poscritta. Supplico Vostra Altezza, che mi conceda ch’io possa scrivere una sola lettera a la signora duchessa, la qual da lei le sarà mostra; e vedrà ch’io non parlerò di sospetto di morte, nè pregherò; ma solo d’altro. Ed a Vostra Altezza bacio le mani.</p>
                  <p TEIform="p">Mentre io era in quel vano sospetto de la mia morte, io desiderava d’esser condotto a’ piedi di Vostra Altezza per farle solo conoscere che le mie persecuzioni nascevano da questo fonte de la Inquisizione; il che, se io le avessi parlato, le avrei dato certissimo modo di trovare: ora s’è ben cessato questo umore, non è però ch’io non desideri sommamente ch’ella conosca il vero, acciò che non m’abbia per più matto di quel che sono. Se dunque non vuol che le parli, non mi neghi ch’io le scriva, perchè questa grazia la dimando per giustizia; e non trovando ch’io le dica il vero, mi faccia tenagliare in un fondo di torre. Ma perchè questa verità non si può trovare in un dì, la supplico che faccia durar la purga dodici o quindici giorni, sin ch’ella si chiarisca: io frattanto non manderò lettera o ambasciata, che non sia direttiva a Vostra Altezza, o con sua saputa. Mi favorisca di farmi rispondere, se mi concede la grazia.</p>
               </ps>
            </div2>
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               <head TEIform="head">102</head>
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                  <salute TEIform="salute">Ad ALFONSO DA ESTE, duca di Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Dopo avere scritto a l’Altezza Vostra l’altra lettera la quale ho letta al padre priore, mi son risoluto di scriverle questa di nascoso; se ben non m’assicuro ch’ella possa capitar ne le sue mani, che non sia prima aperta. Le cagioni per le quali io sono entrato in sospetto, che non vogliano mettere alcun garbuglio ne la sentenza, son tante e così giuste, che quando l’Altezza Vostra le udirà, giudicherà ch’io non abbia sospettato fuor di proposito. Ma non mi risolvo che essi non abbiano proccurato di farmi sospettare, accioch’io discenda a questo ove son disceso; cioè di pregar l’Altezza Vostra che mi si concedano le difese, e di pregarla che si contenti che s’usi contra me somma giustizia; perchè i miei persecutori desiderando per tutte le vie possibili d’infamarmi, se saranno dati i punti de le cose oppostemi ad alcun dottore (e sia pur qual si voglia), faran tanto che divolgheran per la piazza, come vero, tutto ciò che mi s’oppone: e non v’è alcuno de la cui fede io sicuramente mi prometta; da tanti sono stato ingannato, e da tanti a’ quali Vostra Altezza con ogni efficacia m’ha raccomandato. Onde questo capo di dar le difese non desidero per ora che s’eseguisca; quando però l’Altezza Vostra non vedesse che ’l padre Inquisitore volesse venire a sentenza troppo rigorosa: ma in quell’altra parte che appartiene a la cautela de le proteste, e del concedermi di non voler vedere i nomi de’ testimoni e del far considerar diligentemente il punto de la tollerazione de gli eretici, desidero infinitamente che Vostra Altezza voglia compiacere al mio desiderio, quantunque forse troppo sospettoso. Io, se ho niente di cervello e se son consapevole a me stesso de la mia coscienza, son sicuro che non posso esser condannato come eretico, perchè m’accorgo che i testimoni sono singulari, e che sono quelli medesimi ch’io ho citati per nimici; i quali veramente son tali, e devono in molte cose aver malignamente deposto: ma sì come giudico di non poter essere condannato d’eresia senza somma ingiustizia, così giudico di non poter essere liberamente assoluto senza infinita misericordia. La sentenza non può cadere se non sopra un di questi due punti; o di condannarmi come gravemente sospetto, o come leggiermente sospetto: s’ella penderà troppo al rigore, mi condannerà di grave; se alquanto a l’equità, di leggiere suspezione. Io prima ch’esser condannato di grave sospetto, al che con ogni industria i miei avversari si sforzano di condurmi, eleggo di purgar gl’indizi non solo con la lunga prigionia, ma col fuoco, se bisognerà: e questo dico da senno, perchè mi sento alquanto più forte d’animo, ch’io non era quando venni a costituirmi. Ma quando per giustizia paia al padre Inquisitore di condannarmi <foreign lang="lat" TEIform="foreign">de levi</foreign>, l’Altezza Vostra mi farà favore a non impedire in alcun modo in questo la sua volontà: perc’oltre che questa sentenza non mi macchierà l’onore, e non ha pena di <foreign lang="lat" TEIform="foreign">relapso</foreign>; non voglio che la mia liberazione s’attribuisca totalmente al favore ed a la potenza de l’Altezza Vostra, de la quale desidero di prevalermi in quanto ella può esser congiunta con equità, non in quanto potesse parere scompagnata da giustizia. La mia spedizione quanto prima sarà, purchè non si precipiti, tanto sarà maggior l’obligo ch’io n’avrò a l’Altezza Vostra; a la quale umilissimamente bacio le mani.</p>
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               <head TEIform="head">103</head>
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                  <salute TEIform="salute">A LORENZO CANIGIANO. Firenze</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Se ora la mia imaginazione più non m’inganna di quel che m’abbia altre volte ingannato, la quale e qui in Ferrara prima, e molto più poi in Roma fu molto fallace, io giudico di non poter aspettare da altre parti più certo e più caro favore, che dal padre di Vostra Signoria e da lei medesima. Supplico dunque l’uno e l’altro, ed insieme la signora sua madre a non voler indugiar tanto a favorirmi, ch’io o perdendo la speranza del favore, o cominciando a dubitarne, mi risolva a prender altro consiglio. Aspetto il lor favore: e se tale verrà, quale io l’aspetto, verrà gratissimo e desideratissimo; ed io n’avrò loro maggior obligo, e mi sforzerò di pagarlo, e ’l pagherò più volentieri, che non farei a molti principi, a’ quali finora non mi par d’essere molto obligato. E s’assicuri Vostra Signoria, che altretanto riconoscerò il favor da chi proccura che sia fatto, quanto da chi il fa. E le bacio le mani. Di Ferrara, (1578).</p>
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               <head TEIform="head">104</head>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAMBATISTA BARILE. Venezia, San Cassiano</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Sono in Pesaro, ove se bene sono stato raccolto amorevolissimamente dal signor duca d’Urbino, e cortesemente trattato da tutti questi gentiluomini, non di meno non posso acquetar punto l’animo mio; perciochè ancor qui mi pare che si desideri ch’io intenda a cenno, e che parli co’ cenni. Ed io essendo animal ragionevole, a cui la natura ha concesso non solo il parlare, ma anche il parlare (s’amor di me stesso non m’inganna) convenevolmente, non voglio con tanto pregiudizio di me stesso, a guisa di bestia muta, significare i miei concetti. I quali non mi contento di spiegare ne le vive voci, ma desidero che ne le carte siano divolgati a gli uomini presenti e futuri. E certo, che s’ingiustizia di principi, e malignità ed invidia de gli uomini non impedisce questo desiderio mio, non men giusto che generoso, io tosto e facilmente l’adempirò. Ma senza altrui aiuto io non sono atto a superare o a rimovere l’impedimento de l’ingiustizia e de l’invida malignità. Ricorro dunque a l’aiuto ed al favore de’ miei bergamaschi, e prego ne la persona di Vostra Signoria tutta la città insieme; città che non deve sdegnarsi ch’io da lei tragga l’origine, s’io tanto m’appago di trarla: chè, quando anco fosse ricca di figli di valore a paro d’ogn’altra c’oggi fiorisca d’uomini e di lettere, com’io desidero che sia, e no ’l niego; non dovrebbe però rifiutar me, che non meno volentieri che ragionevolmente pretendo d’esser suo; e, non rifiutandomi, mi dee trattar come figlio, e non come figliastro. Perciochè con minore vergogna mi può ella chiamare non solo di nascimento ma d’origine straniero, che confessandosi, se non madre, avola, assomigliarsi a matrigna. E s’ad alcuni uomini greci o barbari, famosi ne l’arte c’ha renduto me non so se glorioso ma certo sfortunato, non fu negata la cittadinanza di Roma allora ch’ella era signora del mondo; non dee negarsi a me quella di Bergamo, nobile in vero ed onorata, ma serva di Venezia. Ma che spendo più parole? o perchè tento d’impetrar con le ragioni quello che debbo procurar più tosto con prieghi? Prego, e riprego dunque Vostra Signoria, che muova, quant’ella potrà, la città a prender la mia protezione; ed in particolar faccia officio sopra ciò co ’l signor Ercole, che costì risiede ambasciadore, e co ’l signor Cristoforo suo fratello. E s’assicuri che la giustizia de la dimanda non scemerà in me punto de l’obligo mio, se per mezzo suo ottenerò d’esser restituito a la prima mia condizione, e non escluso da la ragione de le genti e da le leggi de l’umanità. E se ben io più volentieri riceverei questo favore da un principe che da un altro, e più volentieri in una ch’in un’altra città abiterei; nondimeno e dal granduca il riceverò volentieri, e volentieri da’ duchi d’Urbino, di Ferrara, di Mantova e di Parma, e da’ cardinali c’a questi principi sono congiunti di sangue o d’amicizia: e, non potendo vivere ne lo stato di Toscana, d’Urbino, in Bergamo, o nel paese di Venezia, di Parma o di Mantova o di Ferrara, vivrò in Roma ed in ogni altro luogo. Non parlo di Spagna, perchè la lunghezza del viaggio e la mia povertà e la crudeltà de gli uomini tanto mi sgomenta, quanto mi c’invita la grandezza e benignità del re: ma nè Spagna nè Constantinopoli nè ’l Catai nè ’l Perù mi pareranno lontane città. Ed in somma, nissun timor di disagio o di pericolo mi sgomenterà da la peregrinazione, se non trovo in Italia, se non quella pietà che è debita a i miei passati infortuni, almeno quella giustizia che da’ principi è debita a ciascuno. E con questo a Vostra Signoria bacio le mani, ed insieme al signor..., ed a’ signori Primo e Baglioni. Di Pesaro, il 20 di luglio.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A FRANCESCO MARIA DELLA ROVERE, duca d’Urbino</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Se con alcuna mia azione ho confermata la fama, malignamente volgata, de la mia pazzia, certo è stato col drizzare, dopo la mia fuga, il viaggio ad altra parte che a la corte di Vostra Eccellenza; perciochè in alcun altro luogo, o con pericolo, o almeno con indignità ed incommodo, mi sarei riparato. Nè deveva io sperare di trovare altrove o maggior conoscenza di me, o maggior cortesia ne’ conoscenti, o in patron più generoso più efficace pietà de le mie sventure, o più pronta protezione de la mia innocenza. Sì che il lasciare refugio altretanto vicino e sicuro, quanto commodo e convenevole, per andare a ricoverarsi con disagio, o almeno senza decoro, in parte lontana e mal sicura, era, se non segno di follìa, argomento almeno di imprudenza e di sciocchezza: con tutto ciò, ove gli altri uomini, conoscendo di avere cosa stoltamente operato, n’hanno vergogna e pentimento; a me da quella mia mal considerata risoluzione risulta, in vece di penitenza e di rossore, compiacimento e consolazione; perciochè, sendo io capitato non dove volea, ma dove devea venire, ed avendovi trovato il porto ove io credea essere in mezzo il corso in alto mare; chiaramente conosco, che i miei passi sono stati guidati da la providenza di Dio. Ed a me deve essere tanto più caro l’essere quivi giunto per divina providenza che per umana, quanto più infallibilmente quella che questa conduce sempre le cose a buon fine, ch’ella ha disegnato. Ed in vero, che se io fossi qui venuto con intenzione di essere raccolto da Vostra Eccellenza sotto la sua protezione, gran contentezza avrei ricevuto, vedendo seguire gli effetti conformi a le mie speranze, e trovando in lei cortesia conforme al mio desiderio: ma contentezza senz’alcun dubbio e senza paragone molto maggiore sento, e ch’ella abbia non solo prevenuti, ma superati i miei desideri, e che quasi in un punto abbia svegliate et adempite in me le speranze. Dico, ch’ella l’ha adempite: perchè ne le cortesi dimostrazioni d’affezione e di pietà usate verso di me, e ne la promessa fattami di prendere la mia protezione, fondo io non la speranza ma la certezza de la salute de la quiete e de l’onor mio. Assai, ed anzi è il tutto per me, ch’ella abbia promesso. Del restante, se io dubitassi, o s’io sperassi con quelle speranze ordinarie che si suol avere de le cose incerte, torto farei a la amorevolezza, a la providenza, a l’autorità, a la prontezza de l’Eccellenza Vostra, e dimostrerei me stesso indegno non solo di quanto è per fare, ma di quanto sin qui ha fatto in mio favore. Sì che s’assicuri, che io vivo sicurissimo sotto la sua protezione; nè solo sicuro, ma lieto: perciochè non tanto m’incresce d’essere stato così fieramente ed iniquamente percosso da la fortuna, quanto mi piace di esserne sollevato da le mani de l’Eccellenza Vostra: e se non ci era altra strada di condurmi a lei e di collocarmi sotto l’ombra del suo favore, che questa così dura e così aspra de le persecuzioni, mi giova di esservi arrivato per questa; ed ho non solo per tolerabili, ma per felici e per fortunati quegli affanni che m’hanno condotto ad esser suo: quel che sempre desiderai, ancora quand’io era in men cattiva fortuna. Onde ardirò di usurpare quelle famose parole di Temistocle: Era rovinato, s’io non rovinava. Lascierò dunque da parte la lunga e pietosa istoria de le mie sciagure, come ormai soverchia; perciochè quel poco che Vostra Eccellenza ha inteso de’ miei casi, è stato a bastanza per muovere il suo magnanimo cuore a porgermi aiuto: nè cercherò di svegliare altra pietà ne l’animo suo di quello che, senza mio artificio, vi s’è desta per se medesima; perchè godo fra me stesso, che in questa sua nobil e cortese azione niuna mia industria abbia parte, ma tutta sia sua e tutta proceda da l’altezza e da l’umanità de l’animo suo.</p>
               <p TEIform="p">Ringrazierei ben io volentieri Vostra Eccellenza di quello che ha fatto, e di quello ch’è per fare a mio beneficio, se io sapessi imaginarmi parole o concetti atti a tal ringraziamento. Ma che posso o debbo dirle? Non posso nè debbo usare con lei que’ termini che usano i servitori verso i patroni, e i beneficiati verso i benefattori, e gli obligati con coloro a’ quali hanno l’obligo; perciochè, sì come la mia miseria era senza paragone e senza esempio, così conviene a me trovare nuovi termini per significare quel che debbo a Vostra Eccellenza che me ne libera. Dirò dunque, che sì come, sua mercè, io sorgo da stato così vile e così vergognoso e così miserabile, e risuscito ne la fama e ne la opinione de gli uomini, ne la quale io era totalmente morto, mi pare d’aver da lei una nuova vita ricevuta. Sì che io riconoscerò Vostra Eccellenza non solo come signore e benefattore, a cui molto debba, ma quasi (se è lecito a dirlo) come creatore: e poco mi parerà di dire, se dirò di essere suo obligatissimo servitore, molto beneficato da lei, non aggiungendo d’esser sua creatura. Tale dunque farò professione d’essere: e in tal concetto supplico che per lo inanzi voglia ella tenermi, e fare che da gli altri io sia tenuto; prendendo la possessione di me e del mio libero arbitrio, del quale le do liberamente la signoria. E con questo le bacio umilmente la mano; rendendola certa, che queste parole sono state da me prima impresse nel cuore che scritte ne la carta.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A CORNELIA TASSA. Sorrento</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Questa settimana passata ricevei una lettera di Vostra Signoria, in ora ch’io non poteva rispondere senza lasciar la cena e, quel che più importa, con molto mala creanza la compagnia d’alcuni gentiluomini: ora v’accuso la ricevuta, e v’assicuro che m’è stata carissima. Vi scriverò non solo spesso ma lungamente, e desidero che siate informatissima de le mie azioni; perchè essendo tali quali sono sempre state (e tali, in somma, che non possono portare se non somma riputazione a voi ed a me), è convenevole che voi le sappiate, acciochè possiate sgannare coloro che credono o c’hanno creduto altramente. Nè solo scriverò a voi, ma proccurerò che vi capitino ne le mani tutte le scritture ch’io farò in questa materia; le quali chiariranno il mondo ch’io non sono nè tristo nè matto nè ignorante, e faranno morder le labbra a quel tristo ferrarese che con tante falsità ha proccurato d’infamarmi. Ho già cominciato a scrivere, e proccurerò che per mezzo del signor Scipion Gonzaga vi sia mandata, una orazione ch’io drizzo al signor duca d’Urbino; la quale se da voi sarà fatta divolgare per Napoli, mi sarà carissimo.</p>
               <p TEIform="p">Dal duca di Ferrara mi son partito per ragioni giustissime; ma sappiate che ’l ritornare è in mia potestà, ch’egli ha martello de la mia partita, e che qui è stato un suo gentiluomo a posta, accioch’io me ne ritornassi con lui; ma io aspettava d’essere invitato: e ci è tuttavia un giovane nazionale de la signora duchessa sua sorella, co ’l quale io potrei ritornare. Sappiate anche, che dal cardinal suo fratello sarò sempre volentieri ricevuto: e credo anche che ’l granduca e ’l cardinal de’ Medici non mi rifiutarebbono. Molti sono stati ancora i signori, dopo la mia partita, i quali m’avrebbono accettato a i loro servizi; ma io non mi sono risoluto di farlo per non peggiorare di condizione. Iddio è giusto; ed io sono non solo innocente, ma tale che non ha molti pari; sì che voglio sperar bene: e s’io avrò del bene, Alessandro non ne sarà senza, perchè l’amo come figliuolo; e s’alcuna volta ho detto altramente, i’ l’ho detto perchè mi metteva conto il dissimulare. Io disegno risolutissimamente di volerlo appresso, o fermandomi con la casa d’Este o con quella de’ Medici. Questo è quel che per ora vi posso dire. Da voi desidero sapere se la signora Anna è maritata, e se voi sete uscita da vedovezza, perchè mi pare d’intendere c’abbiate anche voi marito. Scrivetemi il vero, se volete ch’io creda che voi mi amiate: e pregate Dio per me; e baciate le gigantesse. Di Pesaro, 25 settembre 1578.</p>
               <p TEIform="p">Al padre don Gervasio scriverò con più agio e manderôgli alcune mie composizioni fatte dopo il mio ritorno; perchè quelle che escono, escono molto scorrette.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">107</head>
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                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Scrissi l’altro giorno a Vostra Signoria illustrissima a lungo, e diedi la lettera al signor conte Federico; la qual credo che a quest’ora sarà per istrada. Ora di nuovo le scrivo, non per darle ragguaglio più minutamente de’ miei casi (perchè questa istoria è così lunga e così intricata che non può essere scritta in modo che il lettor ne sia capace), ma solo per pregarla che sospenda ogni credenza che le potesse essere stata impressa de la mia pazzia, ed anche ogni sinistra opinione ch’ella possa avere di me per altro. Perchè, come ch’io non nieghi di non aver commessi molti errori d’imprudenza e di vanità, non son però consapevole d’alcuna malizia a me stesso, de la quale senta rimordermi la coscienza. Che quando io sarò sicuro ch’ella al solito m’ami, e che non mi reputi più stolto di quel c’altre volte sia stato, non dubito ch’ella non sia per darmi in molte cose fermissima credenza, e per adoperarsi a mio beneficio con quella caldezza che sempre ha dimostrato in tutte le mie occorrenze. Io ho grandissima speranza nel signor duca d’Urbino, nè minore l’ho in Vostra Signoria illustrissima: ma se per sorte (il che non credo) Sua Eccellenza non volesse torre sovra sè l’assunto di cavarmi di travaglio, non avrebbe la mia speranza in chi appoggiarsi, se non in Vostra Signoria; e quand’anco il signor duca non ricusi la mia protezione, non rimarrà però Vostra Signoria illustrissima senza alcuna parte di questo peso. Scriverò più risolutamente a Vostra Signoria illustrissima com’io abbia parlato con Sua Eccellenza, la quale or si ritrova in Casteldurante. Fra tanto mi conservi in sua grazia; e si contenti di presentar le due inchiuse di sua mano, accompagnandole con qualche buon ufficio, e con dare a quei signori, a’ quali son dirizzate, quel ragguaglio che può dar loro di me. Ed a Vostra Signoria illustrissima bacio le mani con ogni affetto. D’Urbino.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN DOMENICO ALBANO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">La molta altrui malignità, e la mia poca prudenza così in non saper dissimular l’ingiurie come in risentirmene con parole troppo aspre; ed oltre ciò la soverchia fede c’ho avuta ne gli amici, e la poca lealtà c’ho trovata in loro, mi hanno condotto in istato miserabilissimo, nel quale il minor male ch’io patisca è quello che altre volte, essendo solo, mi pareva insopportabile: pur quando io possa assicurarmi che a la mia vita non siano tese insidie, e quando il signor duca di Ferrara o voglia esser giustificato o, non curandosi di giustificazione, voglia assicurarmi dal suo sdegno in modo ch’io possa acquietarmi; gli altri miei travagli non mi daranno noia, e spererò d’averli a superare senza aiuto altrui per me medesimo. Ma quella parte che appartiene a l’assicuramento de la mia salute, se non è presa da persona di molta autorità, e che voglia efficacemente adoperarsi a mio beneficio, non può esser sostenuta da la debolezza de le mie forze. Io ho riposta la principal mia speranza ne l’autorità e ne la prudenza di monsignor illustrissimo suo, e in quella amorevolezza ch’egli mi ha sempre dimostro. Perchè se ben io so ch’egli non potrà in alcun modo prender la mia protezione senza dispiacere a coloro che proccurano la mia rovina; sebbene io m’imagino che saranno fatti offici con lui perchè non ispenda parola per me; nondimeno, essendo io sicurissimo de l’affezione che mi porta per la comunanza de la patria, per la servitù che mio padre ha avuto seco, e per una naturale inchinazione, non posso dubitare che Sua Signoria illustrissima non sia per fare ogni pietoso e cortese ufficio a mio favore; massimamente perchè a questa sorte di uffici che io desidero, quando niun’altra ragione il dovesse persuadere, par che basti assai a persuadervelo la pietà e la carità cristiana. Io non desidero altro, se non che a gl’inimici miei basti l’avermi così aspramente e così iniquamente ingiuriato, e che si contentino di quanto hanno fatto. E s’io non desidero di vendicarmi, è ben ragione ch’essi non debban proccurare di tormi la vita. Ma quando pure per alcun rispetto monsignore illustrissimo non abbracciasse questa santa e pietosa opera con quel fervore ch’io giudico necessario a la difficoltà del negozio, spero che l’intercessione e le preghiere di Vostra Signoria illustrissima debbano infiammarlo. Ricorro al figliuolo perchè interceda co ’l padre, e ricorro ad un mio amorevolissimo ed antichissimo padrone acciochè supplichi per la mia salute un altro non meno antico nè meno amorevole; sì che vuol ragione ch’io sia esaudito.</p>
               <p TEIform="p">Dal signor Scipione Gonzaga avrà più minuto avviso di me; ed io medesimo le ne darò più distinto ragguaglio tra pochi giorni. Frattanto mi favorisca di risposta, la quale potrà indirizzare ad Urbino in casa del signor Fedrigo Bonaventura. Baci le mani umilmente in mio nome a monsignore illustrissimo, e mi conservi in sua grazia. Di Urbino, 1578.</p>
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               <head TEIform="head">109</head>
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                  <salute TEIform="salute">A FRANCESCO MARIA DELLA ROVERE, duca d’Urbino</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Se ben io non cedo, nel desiderio di onorar Vostra Altezza, ad alcuno di coloro che per obligo di particolar servitù o di vassalaggio le sono sottoposti; discordo nondimeno da tutti, o da la maggior parte d’essi, nel modo che si deve tenere per maggiormente onorarla; quando altri, o mosso da l’occasione o sforzato da la necessità, viene a trattar seco d’alcun suo affare, o giustificando sè, o informando lei, o cercando d’impetrar grazia o di conseguir giustizia. Perciochè la maggior parte de gli altri, considerando gli stati e i titoli suoi, e l’antica ed illustre gentilezza del suo sangue; nel quale, a qualunque lato si riguardi, o a gli avi ed a’ bisavi paterni o a’ materni, risplendono non solo prencipi e duchi e capitani invittissimi, ma sommi pontefici ancora, da’ quali il mondo fu governato co ’l cenno; considerando gli altri (dico) la grandezza de la sua nobiltà, de la sua dignità, de la sua potenza, giudicano che a gli orecchi suoi non debba giungere alcuna parola libera, nè a gli occhi suoi dimostrarsi alcun atto o alcun segno d’animo non servile; e che questo sia non solo debito, ma certissimo segno ancora di affezione, e sicuro testimonio d’onore e di riverenza. Ma io, come che parimente ammiri questi beni de’ quali la fortuna ha arricchito Vostra Altezza, non mi lascio però in guisa dal loro splendore abbagliare, ch’io non conosca che non sono particolari e propri suoi beni, nè i maggiori che in lei si ritruovino. Perchè ci sono altri principi ancora, e italiani e stranieri, ne’ quali rilucono o tutte o gran parte de le già dette condizioni, ed i quali tutti sono onorati co’ medesimi segni d’osservanza e di servitù: sì che nulla di singolare, nulla di notabile, nulla di raro è attribuito a Vostra Altezza, e con niuna nobile e generosa distinzione da gli altri è separata: del che dovrebbe Vostra Altezza rammaricarsi s’a questa persona di principe ch’ella sostiene, impostale da la fortuna e da la natura, niuna condizione la sua industria avesse aggiunta, che fra gli altri principi la rendesse singolare.</p>
               <p TEIform="p">Ma s’ella per propria virtù s’è sollevata sovra il volgo de’ principi (che così si può dire il volgo de’ principi, come già si disse la plebe de gli dei,) non dee stimare d’essere onorata da coloro che la mettono in ischiera fra la moltitudine de gli altri. Non sete voi principe e filosofo, che filosofate reggendo e reggete filosofando? Non è in voi questa mirabile unione di condizioni, a la quale si reca, come a propria cagione, la felicità de le città? Non avete voi a la contemplazione de le cose naturali e civili aggiunta la notizia de le istorie, e l’esperienza de l’azioni politiche e militari? Quanti, perdio, ne annovera l’Italia o la Germania o la Spagna o la Francia, c’abbiano, come voi, accoppiate la potenza con la sapienza? Mi giova anzi co ’l silenzio defraudarvi d’alcuna vostra propria lode, che co ’l picciolo numero de’ principi sì fatti far arrossir il mondo de le sue vergogne. Dunque parlerò io con esso voi, non come i persiani o i medi parlavano con Astiage o con Serse; nè meno come Calistene osava parlare con Alessandro; chè nè io sono Calistene, nè voi porgete a’ riprensori quella materia che ne porgeva Alessandro: ma favellerò come con Alessandro non ancora da costumi barbari contaminato; o pur come Augusto o Traiano o Vespesiano desideravano che con essi loro si ragionasse, non da’ filosofi solo, ma da gli uomini del volgo eziandio: fra gli uni e gli altri de’ quali io in mezzo collocato (nè so a qual de le due schiere più vicino) nel narrare a Vostra Altezza le mie sciagure, e nel chiederle alcun aiuto e favore, avrò non solo riguardo a la grandezza del suo stato, e a la bassezza del mio, ma anco a quelle condizioni che rendono lei tra’ grandi eccellente, e me fra’ bassi non ordinario. E se fusse mio fine di muover Vostra Altezza con prieghi compassionevoli a prender la mia protezione, non negherei peraventura buona parte di quegli errori de’ quali odo farmi reo da un grido o più tosto susurro falso di fama. Perciochè non tanto suol nascere la compassione sovra gli uomini affatto innocenti, quanto sovra coloro che per alcuno umano errore son caduti in infelicità: oltre che parrebbe, che la protezione vostra ivi con vostra maggior sodisfazione s’avesse a distendere, ove più trovasse di poter con la sua grazia gli altrui difetti adempire. Ma io, se ben credo c’abbiate animo che non difficilmente dà luogo ad ogni umano e gentile affetto, quali sono lo sdegno e la misericordia, o s’alcun ve n’ha somigliante; credo c’abbiate parimente intelletto capace d’ogni ragione: il quale così sedendo fra l’altre potenze de l’anima vostra, come voi sedete fra’ vostri popoli, ha per fine di conoscere il vero e di operar drittamente. Onde meglio, e più a mio pro estimo il persuadervi con alcuna ragione, o lasciar che la conosciuta verità per se stessa vi persuada, che il piegarvi o l’agitarvi col movimento de gli affetti: nè tanto riguardo al mio utile, che non l’abbia insieme a la vostra reputazione. E sì come non ci sarebbe il vostro onore, c’alcun vostro servo a suo senno governasse, e disponesse del vostro stato; così non ci sarebbe, se la parte di voi affettuosa, serva de la ragionevole, fusse principal cagione d’alcuna vostra, quantunque per altro laudabil, operazione.</p>
               <p TEIform="p">Dovend’io dunque parlar non solo a voi, ma a quella parte di voi che solo del vero e de l’onesto è solita d’appagarsi, da una vera narrazione de gli accidenti miei e de’ consigli (ne la quale apparirà molto maggiore l’altrui malignità che ’l mio errore, o pur niun mio errore e molta altrui malignità) spero di trar ragioni a bastanza per persuadervi a favorire ne la mia protezione non solo Torquato Tasso, già da’ primi anni suoi e vostri servitor vostro e di casa vostra, ma gli studi de l’arti e de le lettere, l’onestà, il devere, la ragione de le genti, ed in somma la reputazione, se non de i principi, almeno del principato; la quale si macchia, si brutta, si oscura ne le voci e ne l’opinioni de gli uomini.</p>
               <p TEIform="p">Dopo la mia fuga di Ferrara, la quale fu altrettanto onesta quanto necessaria, trascorrendo di luogo in luogo, e trovandoli tutti (salvo che ’l vostro stato) pieni di fraudi e di pericoli e di violenza, giunsi finalmente a Sorento in casa di mia sorella; ove, come in sicura stanza, mi fermai alcuni mesi: e di là cominciai a trattar per lettere co ’l serenissimo signor duca di Ferrara, e con le serenissime sorelle, procurando d’essere restituito ne la grazia del signor duca; con la quale io credeva (ed era ragionevole ch’io credessi) non solo di ricuperar ogni mio primo commodo ed ornamento di fortuna modesta ma di avanzarmi ancor molto, se non ne l’utile, almeno ne la reputazione. Ma, qual se ne fosse la cagione, dal signor duca e da la signora duchessa vostra moglie io non impetrai mai risposta; da madama Leonora l’ebbi tale, che compresi che non poteva favorirmi; da gli altri tutti m’era risposto in maniera che, senza speranza di quiete, mi accrescevano la disperazione: sì che io giudicai consiglio non solo necessario ma generoso, il ritornare colà ond’era partito, e la mia vita ne le mani del duca liberamente rimettere. E dopo vari impedimenti, caduto in pericolosa infermità, mi condussi a Roma, e mi riparai in casa del Masetto, agente di Sua Altezza. E perch’io conosceva il duca per natural inclinazione dispostissimo a la magnanimità e pieno d’una certa ambiziosa alterezza (la quale egli trae da la nobiltà del sangue e da la conoscenza ch’egli ha del suo valore, del quale in molte cose non si dà punto ad intendere il falso), giudicai di far accortamente se in quel modo seco procedessi, che co’ grandi e co’ magnanimi si suol procedere. Per ciò con l’esempio di Tetide, non rammemorando la mia servitù ed i meriti miei (de’ quali poteva pur dir alcuna cosa senza menzogna), ma numerando ed accrescendo i favori da lui ricevuti, procurava di renderlomi favorevole, così ragionando con altri come scrivendo a lui medesimo. Oltra che non solo tutti i miei ragionamenti erano ripieni de le sue laudi, ma di quelle in particolare che, ne’ paragoni, l’altrui depressione e ’l mio proprio biasmo rinchiudevano. Perciochè sapendo io, che ne l’animo suo s’erano impressi altamente due falsi concetti di me; l’uno di malizia, l’altro di folìa; quella non rifiutava ma con una tacita dissimulazione sopportava i morsi de l’altrui maledicenza, e questa liberamente confessava: nè tanto il faceva per viltà d’animo, quanto per soverchio desiderio di renderlomi grazioso: oltre che io stimava, che l’esser terzo tra Bruto e Solone non fusse cosa d’esempio vergognoso; sperando massimamente con questa confessione di pazzia aprirmi così larga strada a la benevoglienza del duca, che non mi mancherebbe col tempo occasione di sgannar lui e gli altri, s’alcun altro vi fusse stato che avesse portato di me così falsa ed immeritevole opinione.</p>
               <p TEIform="p">Questo desiderio dunque di compiacerlo, accompagnato da la speranza de la sua grazia, tant’oltre mi trasportò, ch’io ad ogni cenno fattomi dal signor cavalier Gualengo, suo ambasciatore, per significarmi la sua volontà, così prontamente mi moveva, come altre fiate mi sarei mosso a’ suoi espressi commandamenti. E certo, quella buona relazione ch’io posso dar in questo caso, de la fede e de la sincerità di quel valoroso gentiluomo, quella medesima credo ch’ei possa dare de la mia risoluta ed intrepida obedienza: a la quale non ha peraventura alcuna istoria de’ gentili che paragonare; e solo credo che si possa assomigliare (in quel modo però, che le cose profane possano venir in comparazione con le sacre) a l’ubidienza di Abramo; e non avendo io risguardo alcuno a la salute ed a la vita mia, con disordini di smoderata intemperanza aggravai volontariamente il mio male, in maniera che poco avev’io d’andare a rimanerne morto: non so però s’intemperanza si possa dir quella, ne gli atti de la quale niuna dilettazione riceve il senso del gusto o del tatto, ed i quali non da cupidigia ma da consigli sono derivati. Che certo, tutto quello ch’io prendeva di soverchio di cibo o di bevanda, il prendeva con noia e con sazietà, ed a fine (oltre la grazia del duca, ch’era il mio primo obietto) di avezzarmi a sprezzare la sanità e ’l piacere: sovvenendomi, c’ad alcuno de’ migliori filosofi è paruto che la soverchia sanità sia dannosa a la virtù, come quella che aiuta il corpo ad insignorirsi de l’animo e farsene tiranno; e che non solo l’uso di alcune nazioni c’oggi regnano e che già regnarono, ma gli antichi greci legislatori e i filosofi che formarono le republiche, ricevono l’ebriezza in alcune occasioni come giovevole: e ricordandomi che non solo Alcibiade, che fra gli spartani era esempio di continenza e di rigore, fra’ traci e fra gli asiatici era delicato e bevitore; ma che Socrate eziandio, il più severo maestro de’ costumi c’avesse l’antichità, celebrava lietamente i conviti, e ne le contese del bere superava tutti i cinciglioni; al qual, più tosto che ad alcun’altro, stimo di potermi in ciò assomigliare: perciochè mai non n’è rimasa impedita alcuna operazione del mio intelletto, nè mai fu per ciò da me tralasciato alcun ufficio civile o alcun debito di cortegiano; se non quando io avisava che fusse come debita e desiderata la tracutaggine. Anzi non meno ben pasciuto che sobrio, nè meno a mensa o tra’ bicchieri che ne lo studio o fra’ libri, era uso di poetare o di filosofare: e credev’io, e lo raccoglieva da molte verisimili conietture o più tosto da molti certissimi argomenti, che al duca fusse caro questo mio disprezzo de la sanità; non solo acciò ch’io, che sin a quel tempo era vissuto delicatamente, m’avezzassi a la sofferenza, ma anco perchè con notabil confidenza emendasse l’errore de la prima diffidenza; la quale però quanto fusse ragionevole, voglio che sia suo e vostro giudizio; ch’io per me son contento di credere ciò che da l’uno e da l’altro ne sarà giudicato. Ma presupponendo che ne la prima diffidenza vi fosse alcuna colpa, fu certo pienamente emendata da la fede ch’io mostrai in lui ultimamente; perchè confidai in lui non come si spera ne gli uomini, ma come si confida in Dio. E poneva la mia vita a tal rischio, che ogni picciolo accidente che fusse sopravenuto, avrebbe potuta torlami di leggiero. E pur mi pareva che mentr’io era sotto la sua protezione, non avesse in me alcuna ragione nè la morte nè la fortuna.</p>
               <p TEIform="p">Acceso dunque di carità di signore, più che mai fosse alcuno d’amor di donna, e divenuto, non me n’accorgendo, quasi idolatra, continuai in Roma ed in Ferrara (ove mi condusse il signor Gualengo, salvo ben che stanco) per molti giorni e mesi in questa devozione ed in questa fede; e con mille effetti d’affezione, d’osservanza e di riverenza e quasi d’adorazione passai tant’oltre, che a me avvenne quello che si dice, che ’l corsiero è tardo per troppo spronare; che col voler la sua benevoglienza troppo intensa verso me, venni a rallentarla. E sì come questo cattivo effetto nacque da buona cagione, così da altro buon seme altro cattivo frutto fu generato; perchè risapendo il duca, ch’io di molte cose era stato calunniosamente incolpato, e certificandosi più di giorno in giorno con l’esperienza, che in me non era stata nè pazzia nè malizia, e che v’era più costanza e più senno di quel che per l’adietro aveva giudicato; nacque ne l’animo suo nobilissimo un pensiero veramente indegno de la sua grandezza, o più tosto vi fu da maligno consigliero infuso ed instillato; il quale, con falsa imagine di riputazione, il disviò dal suo primo veramente nobile ed onorato proponimento.</p>
               <p TEIform="p">Vorrei con la medesima verità e simplicità di parole procedere oltre, narrando e ragionando; ma un’improvisa non so se rustica o civil vergogna mi sforza ad interrompere alquanto il corso del ragionamento; perciochè io stimo che non meno sia odioso il vanto, che la calunnia: e a me è convenuto, e forse converrà, favellare di me stesso forse più magnificamente di quel che usi di far l’ipocrita o ’l cortegiano. E conosco che gran vantaggio hanno i miei calunniatori; perciochè di due cose, l’una piacevole e l’altra noiosa ad udirsi, essi hanno occupata la dilettevole, ed hanno a me lasciata la molesta. Piace ordinariamente a ciascuno d’udir gli altrui biasmi; perchè ne’ biasmi, paragonando l’auditor se stesso a colui di chi si parla, il più de le volte si conosce superiore di bontà e di virtù, ed in questa superiorità, tanto cara a la superbia de l’umana natura, grandemente si compiace; ove ne le lodi non suole per lo più riconoscere in se medesimo alcuna maggioranza. E se avviene che ne l’altrui bocca non risuonino altre laudi che quelle di se stesso, tanto più l’ascolta malvolentieri, quanto che pare che il favellatore voglia a coloro che l’ascoltano farsi superiore. Ma certo, che a gran ragione è non solo noioso ma stomachevole il ragionamento di colui che per vanità, fuor di proposito, laudi se stesso: ma chi vien necessitato a lodarsi, non potendo ribattere a la calunnia altramente, e la verità ascosa manifestare, deve esser ascoltato se non con diletto, almeno con pazienza e senza sdegno; e tutto l’odio, che porta seco la laude di se stesso, deve esser torto e riversato su ’l capo di colui che, falsamente calunniando, è cagione c’altri si laudi veramente. Sì che io non solo chiedo che ’l maledico nemico mio sia odiato per la sua calunnia, ma anco con instanza adimando che sia per lo mio vanto mal voluto; se pur è mio vanto quello che non si scompagna da la verità. E tanto più arditamente l’adimando, quanto ch’io son consapevole a me stesso, che se ben talora con alcun mio intrinseco amico dissi di me quello ch’io credeva, nondimeno le parole e le scritture mie, che dovean publicarsi, fur sempre ripiene di quella modestia che ’l maledico nemico mio ricerca ne’ miei detti, non l’avendo egli ne l’animo e ne l’azioni sue. E s’avessi così a parlar con Vostra Altezza come ho a scrivere, non senza molto rossore potrei ragionare: ma la scrittura non arrossa; e con Vostra Altezza posso laudar me stesso, senza noiar lei in alcuna parte. Perciochè ella è così ricca de l’eccellenze e de le laudi convenevoli a principe, ed a principe formato di filosofo, che udendo le laudi de’ privati, non ha che invidiare o di che rammaricarsi.</p>
               <p TEIform="p">Dico adunque, che essendosi il duca accorto che s’era molto ingannato ne l’opinione c’aveva portata de la mia pazzia e de la mia malvagità, ed avvedutosi insieme ch’in quella parte che appartiene a la sufficienza avea fatto concetto inferiore a’ meriti miei; pensò che si convenesse a la sua grandezza il riconoscer largamente quello che tardi aveva conosciuto, e contrapesando la tardanza del conoscimento con la soprabbondanza del riconoscimento, e ricompensando con favori e con commodi tutti i disprezzi e tutti i disagi che per sua mala informazione o per altrui pessima natura aveva sopportati. De la qual sua deliberazione io avvedutomi, se ben molto mi compiacqui de la buona volontà, non mi compiaceva però de l’effetto; et andava rivolgendo fra me stesso, che, s’in mediocre stato che pendeva a l’umiltà io era stato così fieramente soggetto a gli strali de l’invidia cortegiana, maggiormente sarei sottoposto a i medesimi, se dopo così gran caduta, con subito ed inaspettato rivolgimento di fortuna, io passassi da l’un a l’altro estremo di favore e di condizione: ed oltre che ’l desiderio di quiete e l’amor de gli studi mi ritiravano da le grandezze cortegiane, mi ci faceva anco restìo una mia naturale, non punto finta nè affettata modestia; e la conoscenza c’ho d’alcune mie imperfezioni, per le quali io non mi credeva essere intieramente capace di que’ favori che voleva il duca versare in me con sì larga liberalità; e desiderava io più tosto ch’egli, con quella giustizia che comparte i premi secondo i meriti di ciascuno, onorasse me di favori dicevoli a le mie qualità, i quali fossero da me ricevuti non come ricompensa de’ miei affanni sofferti, nè come guiderdone de’ miei meriti, ma come dono de la sua liberalità: e quella medesima azione, che da lui fosse proceduta come giusta e come grata, da me fosse gradita come cortese e come liberale. Nè con animo men composto desiderava io la pena del nemico mio, parendomi bastevole quella ch’egli pativa per le furie de la sua conscienza, e per lo scorno d’esser caduto da l’opinione d’altissimo valore e di bontà non minore, in cui prima l’aveva il duca e la duchessa e quella parte de la città e de la corte che ’l misurava da la fama divulgata con molto artificio da’ suoi seguaci, e da alcuni suoi molto prima pensati e molto maturati ragionamenti (a’ quali egli si lasciava condurre quasi sproveduto, gonfiandosi de l’applauso de’ cortegiani e de l’aura popolare), e sovra tutto da la severità del ciglio filosofico, sovra il quale, non altrimenti che ’l cielo sopra Atlante, pareva che l’onor del duca e ’l ben publico fusse appoggiato. E questa sua pena non solo saziava ogni mio giustissimo sdegno, ma mi mosse anco talora a compassione de la sua vergogna, e cercai con ogni ufficio di cortesia e d’umiltà di consolarlo: e s’avessi in lui trovata alcuna rispondenza di mutata volontà, l’avrei ricevuto nel primo luogo d’amicizia e di benevoglienza.</p>
               <p TEIform="p">Or questo mio desiderio, manifesto in tutti i segni, in tutte le parole, in tutte l’azioni mie, potè dar alcun pretesto a la mutazione de l’animo del duca, o più tosto al maligno di farlo mutare: con ciò sia cosa che il duca, giudicando che la mia modestia fusse alquanto superba, fu persuaso che a la sua riputazione si convenisse trattarmi sì, ch’io fussi grande ed onorato, ma di quell’onore solamente che poteva dependere da lui; non di quello ch’io con gli studi e con l’opre poteva procacciarmi: anzi s’alcuno n’avea acquistato, o era per acquistarne, tutto consentiva che fusse oscurato, e macchiato di vergogna e d’indegnità. Sì che, in somma, l’ultimo suo pensiero fu l’ammantellare la sceleragine del suo ministro co ’l mio palese vitupèro; e nobilitare poi, e far adorna la mia vergogna con gli ornamenti del suo favore. Onde avvenne che tutte le mie composizioni, quanto migliori le giudicava, tanto più gli cominciavano a spiacere: ed avrebbe voluto ch’io non avessi aspirato a niuna laude d’ingegno, a niuna fama di lettere; e che tra gli agi e i commodi e i piaceri menassi una vita molle e delicata ed oziosa, trapassando, quasi fuggitivo de l’onore, dal parnaso, dal liceo e da l’academia, a gli alloggiamenti d’Epicuro; ed in quella parte de gli alloggiamenti, ove nè Virgilio nè Catullo nè Orazio, nè Lucrezio stesso, albergarono giamai. Il qual pensiero suo, o più tosto d’altri (perciochè così era suo, come ne i corpi gentili sono l’infermità non nate per malignità d’umori, ma per contagioni appigliate), fu non dubiamente conosciuto da me; e mi mosse a tanto e sì giusto sdegno, che dissi più volte con viso aperto e con lingua sciolta, c’avrei meglio amato d’essere servitore d’alcun principe nemico suo (s’alcuno ve n’ha che gli sia nemico), che consentire a tanta indegnità: e in somma, <foreign lang="lat" TEIform="foreign">odia verbis aspera movi</foreign>. Sì che il duca consentì, c’altri s’usurpasse la possessione de le mie composizioni già a lui dedicate; acciochè non perfette e non intere e non viste uscissero in luce, e fussero censurate da quel sofista... filosofo dire volsi (sempre qui erro), che già molti anni sono andava apparecchiando arme contra me, e raccogliendo veleno, e infettandone mezza Italia; acciochè tutto da tutti fosse contra me in un tempo medesimo vomitato, e fussero censurate per lo più con quelle ragioni, de le quali parte avea apprese da le lettere mie, che con industria degna di filosofo era solito d’aprire e serrare, falsificando così forse il sigillo come già la filosofia aveva falsificata: parte da un fanciullo che l’avea apprese da me; al quale il nuovo Censorino o, per dir meglio, il novello Socrate, con iscambievole gratitudine insegnava, in que’ loro ragionamenti notturni, di por così bene le virtù morali in esecuzione.</p>
               <p TEIform="p">Ma a me non manca che rispondere loro. E se Dio difenderà così la mia vita da le insidie de’ privati, come l’ha difesa da pericoli maggiori; non dubito punto, ch’egli non abbia a mordersi le dita per pentimento d’esser entrato armato d’arme furtive, quasi nuovo Martano, in un aringo voto: ove non contra me, ma contra il simulacro mio (chè simulacro de’ poeti sono i poemi) quasi contra chintana, corre lancie che non offendono chi non sente d’esser offeso; ma fa solo con lo strepito maravigliare que’ suoi, a’ quali la prodezza del buon cavaliero par maravigliosa. O dio! e sarà dunque vero che non debba sortir l’evento, e meritar il castigo di colui del quale ha così bene imitato la viltà e la sceleraggine? Ma s’io non potrò risaper ciò ch’essi scrivono contra me, saprò almeno far guerra offensiva contra le lettere e contra i costumi: e ’l farò di maniera, che non vibrerò entimema che non vada a ferire il cuore: questo voglio aver detto contra l’oppositore. Ma che dirò di quel signore che s’ha presa la signoria de le mie cose; se non forse ch’egli lo giudica giusto possesso, non usurpazione? e forse, se ci è violenza, è onorata per me, ma dannosa molto; e nasce da grandezza d’animo, c’agguaglia quella del sangue e de la fortuna: l’una e l’altra de le quali è tanta, che in quell’ordine non fu in alcun tempo maggiore. Ben vorrei che o per cortesia egli, cedendo ogni sua ragione, si contentasse di privarsene e renderlemi; o se per sue le vuole, come sue l’amasse, e a loro e a me desiderasse pregio ed onore: chè già l’onor del servo non è che non si possa accoppiare con quello del signore; anzi l’onor del buon servo non si può scompagnare da quello del buon signore, nè questo da quello ne le azioni che a l’uno ed a l’altro comunemente appartengono. Comunque sia, se bene io non credo che nè le mie composizioni nè le opposizioni si leggano se non iscritte a mano, e da pochi; desidererei nondimeno che quelle mi fussero restituite, acciochè con libera elezione potessi mutarle o migliorarle secondo il mio primo proponimento, e disporne a mio pro ed a mia voglia; e queste manifestare per risponder loro come meglio sapessi: chè se non hanno arrecato altro contra me, che quello che da me è stato lor detto, non estimo che sia grande difficultà il rispondere; nè a quello istesso diffiderei molto di contradire.</p>
               <p TEIform="p">Ma (per tornare onde mi sono alquanto allontanato) conoscendo il signor duca, che questo suo non era giusto desiderio; e volendo che fusse posto ad effetto da me, nè potendo esser posto se non era inteso; e vergognandosi di significarlomi con parole, procurò di farlomi conoscere con cenni; sì come prima altre cose con cenni m’avea significato. Ed io che da prima poteva verisimilmente infingermi di non intendere, non avevalo fatto; perchè, siccome per mio danno era stato troppo sottile ed acuto intenditore, così avea troppo desiderato di ubidire a’ cenni ancora de’ suoi comandamenti: e se ben mi sforzai di ridurre il negozio da i cenni a le parole, non potei; perchè a le parole non era risposto se non con parole vane e con fatti cattivi. E perchè tuttavia da la lor parte, se non da la mia, continuavano i cenni; tentai di parlare a la signora duchessa ed a madama Leonora: ma mi fu sempre chiusa la strada de l’udienza; e molte fiate, senza rispetto e senza occasione alcuna, i portieri mi vietarono d’entrar ne le camere loro. Volli parlarne a Sua Altezza, ma compresi ch’egli aborriva d’udirmi in questa materia; ne parlai al suo confessore, ma indarno. Sì che non potendo io vivere in così continuo tormento, ove niuna consolazione di parole nè di fatti temperava l’infelicità del mio stato, fu vinta finalmente quella infinita mia pazienza; e lasciando i libri e le scritture mie, dopo la servitù di tredici anni, continuata con infelice constanza, me ne partii quasi nuovo Biante, e me n’andai a Mantova, ove fu proceduto meco co’ medesimi termini co’ quali si procedeva in Ferrara; salvo che dal serenissimo prencipe, giovenetto d’età e di costumi eroici, di quei favori che a la sua tenera età era conceduto di farmi, fui consolato graziosamente. Da Mantova passai a Padova ed a Venezia; ed ivi ancor trovando indurati gli animi (perchè l’interesse e ’l desiderio di compiacer a’ principi serrava le porte a la misericordia), feci tragitto nel vostro stato, in ogni tempo onorato ricetto de l’innocenza e de la virtù travagliata.</p>
               <p TEIform="p">Ha inteso Vostra Altezza la narrazione de gli accidenti avvenutimi dopo la mia fuga, e le cagioni che mi mossero prima a tornar in Ferrara senza invito, e partirmene poi senza commiato: con la quale quelle ragioni che appartengono a provare la falsità de la calunnia sono in guisa per natura congiunte, che senza alcun mio studio, per se stesse appaiono facilmente. Or da questa narrazione potrei trar gran copia di ragioni, con le quali mi darebbe il cuore di provar a Vostra Altezza, che sarebbe operazione degna de la sua virtù l’abbracciare la mia protezione in maniera, ch’io avessi a ringraziar la fortuna, che mi avesse porto occasione di aver bisogno del suo favore. E certo ch’io nel principio di questo mio ragionamento aveva proposto di farlo, e di non rispiarmare niuna sorte di libertà di parlare, niuna maniera d’argomento, ed in somma trattarne in modo, come se del vostro non del mio interesse si disputasse, del vostro non del mio onore si consigliasse; parendomi il mio onore e ’l mio interesse accompagnato in guisa con l’onestà, che da niuno ingegno di sofista potesse essere discompagnato. E l’onestà voleva io derivare da la qualità e da la nuovità de la causa; la quale tirando in alto, e riducendo da’ particolari a l’universale, era mio proponimento di mostrarvi, che la contesa non è fra me e l’avversario mio, ma fra il torto e ’l devere, fra la giustizia e la violenza, fra l’umanità e l’impietà: e che cadendo la determinazione contra la parte migliore, con esempio pernicioso si confermava quell’antica opinione celebrata ne le scene tragiche, che ’l prudente non dee ammaestrare il figliuolo sino a l’eccellenza del sapere; perchè s’apparecchia infesta l’invidia de’ cittadini: sì che tacerebbono le muse, diverrebbe muta l’eloquenza, si chiuderebbono le scuole e l’academie, si sbigottirebbono gl’ingegni pellegrini, e quasi da torpore agghiacciati ed oppressi dormirebbono, e le scienze e l’arti liberali o sarebbono a morte condennate o rilegate in qualche barbara nazione, tornerebbono di nuovo a i bracmani ed a’ gemnosofisti; e, quel che non meno importa, il timore ed il rispetto che si deve a’ principi, rimarrebbe esposto a gli scherni ed a l’insolenza et al disprezzo de’ ministri scelerati.</p>
               <p TEIform="p">Voleva io poi, richiamando questa medesima causa, ed istringendola a le circonstanze de le persone, ridurvi a memoria, chi siete voi, chi sono io, e chi è l’avversario mio: e quello che s’aspetta da voi di generoso verso me e di cortese, verso lui di giusto e di rigoroso: e maravigliarmi, ch’egli fosse favorito da chi l’odia, o ’l deve odiare; ed io non aiutato da chi m’ama o è tenuto di armarmi. Voleva anche persuadervi, che niun rispetto de’ principi, amici o parenti, dovrebbe ritenervi dal favorirmi, o dal darmi cortese ricetto in questo stato, fin che le mie cose avessero ricevuto qualche onesta forma d’accomodamento: e ch’era più convenevole a la vostra grandezza, che la vostra intercessione temprasse il loro sdegno, che non sarebbe che la vostra buona volontà fusse da alcuno loro poco amorevole ufficio impedita: ed ultimamente voleva, con buona pace vostra, lamentarmi di coloro, per grandi o per soprani che siano, i quali, non facendomi ingiustizia, credono di farmi giustizia; non s’accorgendo che de le due parti de la giustizia, l’una quanto men commendata da le leggi, tanto più degna de l’animo eroico, è da loro affatto tralasciata ed abbandonata.</p>
               <p TEIform="p">Ma sovvenendomi ch’io dissi di voler parlar con voi in quel modo che si conveniva a la vostra virtù che si ragionasse, or mi sovviene in consequenza ciò che voi potete per voi stesso argomentare o conchiudere; ed è, che torto si farebbe a l’acutezza del vostro ingegno col procedere più oltre sillogizzando: perchè sì come la bontà de l’animo vostro non ha bisogno di prieghi che la muovano a generosamente operare; così la bellezza del vostro intelletto non ha bisogno di ragione che, separando l’apparenza da la verità, gli dimostri quel che gli si conviene. Che farò dunque, poi che nè pregare nè argomentar debbo? nè so dilettare: anzi m’avviso che le mie noie fastidiscano altrui, e che voi siate altrettanto sazio di leggere, quant’io stanco di scrivere. Tacerei certo, s’un affetto smoderato non mi trasportasse alquanto a ragionare: il quale siami concesso di sfogare con esso voi. E crediate, ch’io non ragiono per perturbare l’animo vostro, ma per isgombrare il mio da la passione che giustamente m’affligge; la quale mi giova di manifestare in luogo ove almeno i lamenti miei abbiano alcuno onorato testimonio.</p>
               <p TEIform="p">È certo miserabile cosa l’esser privo de la patria, spogliato de le fortune; l’andar errando con disagio e con pericolo; l’essere tradito da gli amici, offeso da’ parenti, schernito da’ servidori, abbandonato da’ patroni; l’aver in un medesimo tempo il corpo infermo e l’animo travagliato da la dolorosa memoria de le cose passate, da la noia de le presenti, dal timor de le future: miserabile, che a la benivolenza si risponda con odio, a la simplicità con inganno, a la sincerità con fraude, a la generosità con bassezza d’animo: miserabile molto, ch’io sia odiato perch’io sia stato offeso; nè sia ben voluto, perchè dopo l’offese abbia amato gli offensori; ch’io perdoni a’ fatti, altri non perdoni a’ detti; ch’io dimentichi l’ingiurie ricevute, altri non dimentichi le fattemi; e ch’io desideri l’onor altrui ancora con alcun mio danno, altri desideri la mia vergogna senz’alcun suo pro. Ma più ancora è miserabile, ch’io sia incorso in questa miseria; non per malizia, ma per simplicità; non per leggierezza, ma per constanza; non per esser troppo cupido del mio utile, ma per esserne troppo disprezzatore. E più anco è miserabile, ch’io non sia stato mai appo alcuno miserabile; nè quando nel principio de le mie sciagure alquanto più me n’affliggeva, che ad uomo forte non conveniva; nè quando poi, come esercitato ne’ mali, gli ho sostenuti con ogni robustezza d’animo. Ma sovra tutto è miserabile, ch’io sia stato precipitato in tante miserie da uomo così degno d’odio, com’io di compassione. E pure, o giudicio di Dio quanto sei tu nascosto! s’a chi è portato odio, non gli nuoce odio che gli si porti; se a me è avuta compassione, non mi giova compassione che mi sia avuta. Egli ha errato, io son punito; a me nuocono le laudi de l’ingegno, a lui non sono dannosi i vizi de l’animo; io dispiaccio altrui perchè piacciono i miei mal fortunati componimenti, egli è tenuto caro ancor che dispiacciano le sue mal pensate azioni; a me non è lecita la difesa, a lui è concessa la offesa; a’ miei studi non son proposti altri premi che l’indegnità e ’l disagio, a’ suoi non solo l’onor e la ricchezza ma la tirannide. Non sono tiranni i principi, non sono, no: egli è il tiranno; egli esercita la tirannide: ed i principi e le republiche grandissime non si sdegnano di servire indegnissimamente a i desideri ingiustissimi d’un sofista. Non amano più i principi le lor glorie, perchè è congiunta la loro con la mala satisfazione di costui; non favoriscono l’industria, perchè costui vuol gli altri oziosi per far egli il tutto. Aspetto ormai che si vieti al Pendasio il leggere, ed al Panigarola il predicare, poichè a costui non piace che da questi uomini mirabili il loro ufficio sia, con tanta utilità del mondo, così gloriosamente esercitato.</p>
               <p TEIform="p">Ma non piaccia a Dio, ch’egli mitighi gli acutissimi morsi de l’invidia e de la conscienzia con sì fatte satisfazioni: e a me giova di sperare, ch’io potrò mal suo grado e scrivere e favellare; ed egli potrà forse rallegrarsi di vedermi povero e mal agiato, ma di vedermi umile ed abietto non goderà giamai. E certo, che a me non tanto incresce di vedermi privo d’alcuni commodi per li commodi stessi, quanto per la poca riputazione che a me, e per la molta satisfazione che a lui ne segue. Il qual, filosofo di nome e d’abito, e sofista d’ingegno, ed ippocrita di costumi, fa quella stima de gli onori e de le ricchezze, che da’ cortegiani e da’ mercatanti suol esserne fatta. Ma io nè stimo molto sì fatti beni, nè affatto gli disprezzo: e maggiormente li disprezzerei, se non fusse ch’io sarei necessitato a disprezzare anco coloro che possono con tali premi guiderdonare il valore e l’industria de gli uomini. Per ciò che tanto ciascuno d’essi suol esser onorato, quanto è in opinione di aver fatto o di poter fare altrui beneficio: non parlo di quei pochi a’ quali l’onore si concede come premio de l’eccellente virtù; benchè questi ancora quell’altra maniera d’onore più popolare non sogliano, se non grandemente, gradire.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A EMANUELE FILIBERTO, duca di Savoia</salute>
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               <p TEIform="p">Non so s’io abbia maggior bisogno di protezione o maggior desiderio d’esser protetto, in particolare da la Reale Vostra Altezza, perchè l’amor de la quiete e de l’onor mio, e l’ammirazione de la maestà e virtù vostra, e la benivoglienza che umilissimamente le porto, come al primo ed al più valoroso ed al più glorioso principe d’Italia, van così di pari, ch’io sono altretanto suo per affezione e per riverenza, quanto mio per natura. Dunque non più la prego che mi favorisca, che io le mi offerisca per suo: anzi per suo mi offero solamente; poichè ne l’accettazione di questa offerta è rinchiuso l’adempimento di tutte le mie voglie onorate. E se l’offerta è vile per se, accettata da Vostra Serenità, diverrà nobile: ch’ella può dare e torre dignità a chi le piace. Gradisca il mio affetto umilissimo; e s’assicuri ch’io vorrei esser di molto valore, non men per suo servigio che per mia riputazione: ma a bastanza mi stimerà il mondo valoroso, se da lei sarò giudicato atto di servitù. E con questo le bacio riverentissimamente il ginocchio, pregando il Signor Iddio per la felicità sua, e del serenissimo prencipe suo figliuolo. Di Urbino.</p>
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               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">AL CARDINALE LUIGI DA ESTE. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Poichè la mia fortuna ha voluto che ’l signor duca suo fratello m’abbia escluso da la servitù, e ch’io nè abbia potuto venire a Roma, nè parlare con alcuno de’ principi del suo sangue che sono in Ferrara, voglio supplicar Vostra Signoria serenissima, che per pietà e per cortesia si degni favorirmi, sì ch’io con alcuna condizione tollerabile sia raccolto a i servigi di alcuno di questi principi o signori suoi parenti e amici, che si trovano ora in Turino: e di questo rimarrò a Vostra Signoria serenissima con obligo eterno. E umilmente le bacio le mani. Di Turino, l’ultimo di settembre 1578.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL CARDINALE GIOVAN GIROLAMO ALBANO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Se io non avessi con le mie incerte imaginazioni sospettato di tutti coloro ne’ quali io doveva maggiormente confidare, crederei che Vostra Signoria illustrissima, che è uno di coloro sopra i quali mi nacque sospetto, potesse avere tanto più particolar cagione di sdegno contra me, quanto più particolare era la mia servitù verso lei, e l’amor suo verso di me. Ma avendo io indistintamente diffidato di ciascuno, non posso persuadermi che Vostra Signoria illustrissima si debba appropriare offesa comune; anzi mi giova più tosto di credere ch’ella voglia accomunare quel che devrebbe esser suo proprio, il perdono, dico, e ’l favore e la protezione; e che questo ella sia per fare per abondanza d’amore e di cortesia. Perciochè se ben ella per se stessa, perdonandomi e raccogliendomi sotto il favore e protezione sua, potrebbe in gran parte appagarmi, non che acquetarmi; nondimeno sarà più degno de la sua grandezza d’operare, che in un punto medesimo io sia certificato d’esser restituito ne la sua grazia e ne la grazia di tutti que’ signori i quali la mia fortuna e ’l mio umor malinconico ha fatti consorti de la mala sodisfazione verso me: e s’assicuri, che quanto più la sua grazia si stenderà verso me, accompagnata da quella de gli altri, tanto più l’obligo mio verso lei sarà singolare; sì che, procurandomi la benevolenza di molti, mi stringerà con la benevolenza e con la fede tutto a se.</p>
               <p TEIform="p">Sappia dunque Vostra Signoria illustrissima, ch’io mi ritrovo in Turino in corte del signor marchese da Este, al quale per l’antica servitù c’ho avuta con la sua casa serenissima, per l’inclinazione c’ho a la sua persona, per la devozione ch’io porto al duca suo suocero, per la volontà ch’io ho di vivere in queste parti, desidero infinitamente di servire: ed ancor ch’egli m’abbia detto di ricevermi a i suoi servigi, nondimeno questa sua parola, in tanta instabilità de’ miei umori e de la mia fortuna, non mi può intieramente fare stabile; se ella non è confermata da alcuno che, restipulando, possa promettere più, di me stesso, ch’io medesimo non posso: e questa può essere Vostra Signoria illustrissima, la quale, col peso de l’autorità che ha sopra di me, può fermare i moti de la mia mente, sempre che per inconstanza o per follìa vacillasse. Ma ovunque sia il difetto, o ne l’intelletto o ne la fortuna, l’adempia Vostra Signoria illustrissima de la sua grazia, e stabilisca me in questo servizio in quel modo che si conviene a la sua benignità, e a la memoria che deve a l’ossa di mio padre, che le fu così affezionato servitore: ch’io le prometto a l’incontra, che se bene per questa mia infermità potessi trascorrere in alcuna leggierezza, nondimeno per imaginazione alcuna, ancor che di morte crudelissima, non mi lascerò trasportare ad atto alcuno non che buono ed onorato. Questo prometto così a lei, come già l’ho promesso a Dio ed al mio onore: e s’ella mi favorirà, come spero, spero che non si pentirà d’avermi favorito, e che mi conoscerà per l’avvenire tanto pieno di gratitudine, quanto per l’adietro m’ha giudicato pieno di sospetto. E con questo a Vostra Signoria illustrissima fo umilissima riverenza, ed insieme bacio le mani al signor Abate suo ed al signor Maurizio. Viva felice. Di Turino, il dì de’ morti, 1578.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL CARDINALE GIOVAN GIROLAMO ALBANO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Quanto avrò maggiore speranza de la protezione di Vostra Signoria illustrissima, tanto gli effetti che da me deriveranno saranno migliori. Perciochè chi desidera d’esser suo, convien che si sforzi d’esser degno di lei: e quando il mio sforzo non bastasse, potrà o la grazia di Vostra Signoria illustrissima adempire ogni mio difetto, o ’l favore ricoprire ogni imperfezione. Ma io desidero anzi d’essere che di parere, o d’ascondermi: onde supplico che i suoi favori procedan verso me corrispondenti al mio desiderio, sì ch’io mi senta in effetto sollevato da questa miseria, ne la quale per poco accorgimento e per soverchia imaginazione son precipitato. Il Natale è tempo di grazia; e tuttochè ella sia sempre atta a procurarla ed a farla, nondimeno può la stagione aiutare la sua naturale inclinazione di giovare altrui. La quale trova sin’ora in me tanta corrispondenza, e sì straordinaria affezione di farle servizio, che poco potrà crescere, perchè da la sua parte crescano i beneficii verso me, e da la mia gli oblighi verso lei; se bene molto potranno crescere i segni, co’ quali io gliele manifesterò. E disiderando a Vostra Signoria illustrissima grado degno de la sua virtù, le fo riverenza. Di Turino, il primo di decembre 1578.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A MAURIZIO CATANEO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">La lettera di Vostra Signoria m’è stata cara molto per se stessa, e carissima per la speranza che mi dà de la risposta di monsignor illustrissimo Albano; la quale, se verrà, sarà uno de’ maggior favori che io abbia ricevuto in questi anni de’ miei travagli, e mi parrà che mi restituisca a le leggi de gli altri uomini; a le quali vorrei più tosto essere restituito, che guadagnare un miglion d’oro. E se ben conosco, ch’io medesimo con le mie false imaginazioni ho dato occasione d’esserne escluso; credo nondimeno che vi abbia anche gran parte la malignità de la mia fortuna, per non dir de gli uomini. Comunque sia, io mi presterò così obbediente a’ comandamenti del signor cardinale, se non ricusa la cura mia come disperata, ch’egli non si pentirà d’averla tutta tolta sopra di sè. E come che io desideri d’uscir d’affanno per ogni modo possibile, mi sarà nondimeno particolarissimamente caro d’uscirne per lo suo favore; e tutte quelle grazie che mi verranno per suo mezzo, mi saranno carissime: se ben io non voglia negare, che desidererei più tosto che Sua Signoria illustrissima impiegasse la sua autorità a mio beneficio co ’l serenissimo signor duca di Ferrara che con alcun altro, acciochè Sua Altezza si concentrasse non solo di restituirmi i libri e le scritture mie e alcune altre mie poche cosette, ma di darmi ancora qualche centinaio di scudi perch’io potessi recar a fine l’opera incominciata sotto la sua protezione, e trattenermi co ’l signore marchese in una tollerabile povertà; perciochè questa c’ora sostegno, a lungo andare sarebbe insopportabile. E dovrebbe il signor duca di Ferrara farlo non solo perchè è suo costume di non mancare ad alcuno che gli sia stato servitore, ma ancora perchè io l’ho riverito ed amato, ed amo singolarmente; ed al molto amore si perdonano molte colpe. Ma faccia monsignore illustrissimo quel che giudicherà convenevole, ch’io me ne rimetto a la sua prudenza.</p>
               <p TEIform="p">Gli rimango con infinito obligo che m’abbia impetrato il perdono da gl’illustrissimi signori cardinal d’Este e de’ Medici, come che io non sappia in che mai aver offeso monsignore illustrissimo d’Este, se non forse in partirmi di casa sua e di Roma senza fargli riverenza: ma il primo errore nacque per soverchio d’umore; ne l’altro io non ebbi colpa alcuna, trovandomi in potere d’altrui. Il signor cardinale de’ Medici avrebbe peraventura maggior occasione di sdegno verso di me; onde ch’egli l’abbia deposto, ne resto con maggior obligo a monsignor illustrissimo: e mi sarà caro ogni segno che ne le occasioni mi dia il cardinale de’ Medici d’avermi in quel grado di grazia che prima m’avea; tal che poche altre cose potrebbono succedere a la mia vita, che mi fosser più care. A l’uno ed a l’altro nondimeno di questi grandissimi cardinali sono ugualmente umilissimo servitore: ed al signore Abate illustrissimo, ed al signore Scipione Gonzaga son quel servitore che sempre fui; e tanto or più, quanto la mia fortuna e ’l mio intelletto mi fan da meno di quel che prima io era. L’intelletto nondimeno, in quel che s’appartiene a lo scrivere, è nel suo vigore, come Vostra Signoria potrà tosto vedere da un dialogo ch’io scrivo de la Nobiltà; il quale potrà esser un saggio di quel ch’io potessi fare, s’io scrivessi con quiete e con libri.</p>
               <p TEIform="p">Io aveva determinato d’andare a Ferrara; ma la speranza de la lettera di monsignore illustrissimo, e ’l dubio di non ismarrirla s’io mi partissi, m’ha ritenuto. Farò nondimeno quello ch’egli mi consiglierà; non d’arrivare sino a Ferrara, ma fino a Roma se bisognasse. Sappia però Sua Signoria illustrissima, ch’io credo d’aver particolarmente obligo al duca di Savoia, e che non risparmierei la vita in suo servizio, quando si presentasse occasione degna da uom da bene: e di tale con la grazia di Dio e co ’l favore di monsignor illustrissimo spero di fare, e di mantener sì esatta professione, che sopirò tutti i rumori de la mia vita passata, veri o falsi che siano. E con questo a Sua Signoria illustrissima bacio co ’l desiderio i piedi, ed a Vostra Signoria molto reverenda le mani. Di Turino, il primo di decembre del 1578.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL CARDINALE GIOVAN GIROLAMO ALBANO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">La lettera di Vostra Signoria illustrissima mi è stata cara sopra modo, più tosto perchè io me ne conosco favorito, che perchè io ne abbia sentito alcuno alleggiamento a le mie miserie. Spero nondimeno di averlo a sentire; e frattanto la supplico con ogni affetto, che voglia adoprar tutta la forza del suo favore co ’l serenissimo signor duca di Ferrara, co ’l quale so ch’ella può, e dal quale anzi desidero esser sollevato da questa infelicità, che da niun altro. Ed a Vostra Signoria illustrissima umilmente bacio le mani. Di Turino, a’ 14 di decembre 1578.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A MAURIZIO CATANEO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io desidero infinitamente d’esser favorito da monsignor illustrissimo nostro padrone, non solo per utile ed onor mio, ma ancora per aver occasione di rimanergli obligato e di potergli mostrar la mia riverenza. E può creder Vostra Signoria, che se con mio dispiacere l’animo mio s’alienò da lui, ritornerà con mia molta contentezza a la sua prima divozione; onde scrivendomi ora Vostra Signoria, che ’l signor duca di Ferrara mi raccoglierà di nuovo a’ suoi servigi, mi giova di creder che questa buona volontà di Sua Altezza sia stata aiutata da gli uffici di monsignore illustrissimo, il quale accorgendosi di poter più giovar in quella che in questa corte, abbia rivolta la forza del suo favore e de la sua autorità a quella parte ove ha creduto di fare miglior effetto. Ma se bene Vostra Signoria mi scriva ch’io vada a queste famose e da me desiderate nozze, io non so come; perchè il signor marchese, al quale chiesi grazia che mi volesse mandare, non me l’ha voluto concedere, dicendomi che mi vi condurrebbe questa quaresima. Da la qual risposta io non potei altro raccoglier, se non ch’egli non voleva che mi valessi de l’occasione: onde, con buona pace sua, io procurerò c’altri mi favoriscano a l’andare; e quando prima non potessi partire, spero almeno che a la ricevuta di questa monsignore illustrissimo procurerà che mi sia dato il modo di poterlo fare.</p>
               <p TEIform="p">Quanto a quello ch’ella mi scrive di mia sorella, sappia ch’io le desidero ogni bene che sia scompagnato dal mio male, e desidero particolarmente la buona riuscita di Alessandro, il quale, se accomodassi le cose mie, disegnerei di porre a’ servigi d’una de le principesse di Ferrara, o de’ principi di Mantova. Qual sia l’affetto di mia sorella verso di me, non so: ma ella, almeno per suo onore, dovrebbe desiderare ch’io non fossi astretto a commettere indegnità; e s’ella non crede che ’l suo onor ciò richiegga, è donna, e non sa più. Ma a lei, e ad alcun altro (Iddio mi dia vita) mostrerò che da me, in quel che appartiene a le leggi d’onore, possono molto sperare, tutto ch’io non avessi peraventura eseguito quello che insegnerò. A monsignore illustrissimo e al signor Abate fo riverenza, ed a Vostra Signoria bacio le mani. Di Turino, l’ottavo di febraio del 1579.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL CARDINALE GIOVAN GIROLAMO ALBANO. Roma</salute>
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               <p TEIform="p">Ringrazio Vostra Signoria illustrissima del favore che mi ha fatto col serenissimo signor duca di Ferrara, al quale son per dare ogni sodisfazione così di lasciarmi purgare, come di trattare co’ suoi in quel modo che Sua Altezza desidera. Ne ho già scritto al signor conte Scipione dal Sacrato, suo favorito; e potendo, m’invierò a Ferrara. Supplico Vostra Signoria illustrissima che favorisca la mia andata; e s’assicuri ch’io rinunzierei ogni speranza di futura grandezza per alcuna presente sodisfazione. Son nondimeno risoluto di accomodarmi a la fortuna. E le bacio umilissimamente le mani. Di Turino, il 10 di febraio del 1579.</p>
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               <head TEIform="head">118</head>
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                  <salute TEIform="salute">A MAURIZIO CATANEO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Scrissi a Vostra Signoria l’altro giorno, e le diedi avviso del mio arrivo in Ferrara. Ora le fo sapere, che io qui ho trovato quelle difficoltà che m’imaginava, non superate punto nè dal favore di monsignore illustrissimo, nè da alcuna sorte d’umanità ch’io abbia saputo usare. Ne ho voluto dar ragguaglio a Vostra Signoria, ed insieme pregarla che mi procuri una lettera di raccomandazione al signor duca così efficace, che mi faccia aver i libri e le scritture mie, e insieme il modo di fermarmi qui o di venir a Roma. So che al signor cardinale sarà agevole d’impetrarmi questa grazia da Sua Altezza, s’egli si dispone a richiederla. Ed a Vostra Signoria bacio la mano. Di Ferrara, il 24 di febraio 1579.</p>
               <p TEIform="p">Qui non è il signor Scipione Gonzaga, nè so s’egli verrà con la principessa di Mantova. Vostra Signoria mi farà favore di rispondermi, e di procurarmi risposta da monsignore illustrissimo, al quale scrivo quattro parole.</p>
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               <head TEIform="head">119</head>
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                  <salute TEIform="salute">AL CARDINALE GIOVAN GIROLAMO ALBANO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Il signor Maurizio mi diede con sue lettere intenzione che, venendo io a queste nozze, impetrerei da Sua Altezza in grazia la restituzione de’ libri e de le scritture, e il modo di vivere: al che sono assai dubbio se sia per corrisponder quell’effetto che desidero, perchè mi par di conoscer l’animo del signor duca assai indurato contra me. Io non resterò di far tutto quello che debbo per placarlo; e supplico Vostra Signoria illustrissima che voglia favorirmi con una sua lettera, almeno in quello che appartiene a farmi render le cose già mie; chè nel rimanente io sarò contento di ciò che più a Sua Altezza piacerà. Ed a Vostra Signoria illustrissima ed al signor Abate umilissimamente bacio le mani. Di Ferrara, il 24 di febraio del 1579.</p>
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               <head TEIform="head">120</head>
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                  <salute TEIform="salute">AL CARDINALE GIOVAN GIROLAMO ALBANO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Il desiderio ch’io ho di servire Vostra Signoria illustrissima e di mostrarle molti segni de l’affezione e de l’osservanza ch’io le porto, mi dà altretanto ardire di pregarla, quanta è la speranza che ho di ottenere la grazia ch’io le dimando; non mi parendo in alcun modo ragionevole che ella, come principe magnanimo e cortese, non debba in qualche modo e con qualche effetto corrisponder a quella divozione, con la quale io l’amo e l’onoro. Supplico dunque Vostra Signoria illustrissima, che voglia in mio favore scrivere al signor duca di Ferrara così efficacemente, ch’egli mi restituisca la provisione e ’l luogo che già mi dava ne’ suoi servizi, o almeno mi dia ne la sua corte alcun luogo eguale al primo che io aveva. E perchè io spero che Vostra Signoria illustrissima si debba muovere più per volontà che ha di giovarmi, che per alcun artificio o lunghezza di mie preghiere, umilissimamente baciandole le mani, farò qui fine. Di Ferrara, li 12 di marzo del 1579.</p>
               <p TEIform="p">Sopra tutto la supplico che voglia far sì, ch’io sia accomodato d’alloggiamento stabile, ov’abbia commodità di studiare.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL MARCHESE FILIPPO DA ESTE. Torino</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Quant’io più mi confermo ne la certezza di queste nozze, de le quali per alcune cagioni sono stato dubbio, tanto più mi pare di non aver bisogno di altro favore che di quello de la casa d’Austria e Gonzaga, che s’è con nuovo parentado congiunta col duca mio signore. Nondimeno, perchè il desiderio che ho di servir Vostra Eccellenza per sè è grandissimo, ed è fatto poi molto più grande per la dipendenza che ha dal re mio sovrano e dal serenissimo di Savoia al quale io ho tant’obligo, non ho voluto rimaner di replicare nuova lettera, e di supplicarla che si degni di agevolar questo mio desiderio con operare che il signor duca di Savoia non voglia negarmi parte di quel favore che merito, se non per altro, per la riverenza che porto al suo nome glorioso; e meriterò anche, perchè farò in ogni mio componimento di prosa, onorata ed efficace menzione del suo nome e de’ meriti suoi. E con questo a Vostra Eccellenza bacio umilissimamente le mani, pregandola che baci a Sua Altezza il ginocchio in mio nome; ed al signor principe di Piemonte mi ricordi per devotissimo servitore, ed a la signora marchesa sua. Di Ferrara.</p>
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               <head TEIform="head">122</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A MAURIZIO CATANEO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Le raccomandazioni di monsignor illustrissimo Albano fecero qualche effetto, ma non quello c’avrei voluto; perchè non potei aver audienza, senza la qual non potrei aver la grazia, perchè non c’è chi la dimandi. Nè cercherei men volentieri fra le prediche quel che non potei ritrovar fra le maschere; perchè non sono tanto desideroso di piacere, quanto di quiete; la quale, essendo infermo, non trovo ne la solitudine: onde mi piace la compagnia, o per sanità o per consolazione del male; e questo piacere si devrebbe conceder a la quaresima più facilmente. Ed io n’avrei pregato il signor conte Ercole Tassone, se fosse venuto a ritrovarmi: e non conviene ch’io mandi a chiamarlo, avendogli parlato in Giudecca, e promessomi di fare questo favore: ma non venendo, ne pregherò questi de la signora duchessa d’Urbino; i quali vedo più spesso, e mi compiacciono talora: ma io vorrei esser compiacciuto sempre, perchè sempre è infinita la maninconia che mi tormenta. E tutto quel ch’io ne dicessi, avanzerebbe ogni credenza, ma non agguaglierebbe la verità. Però non so come possano questi signori pensare al mio bene, se non pensano almeno a la prima libertà e a’ primi commodi, senza i quali io mi morrò; e non avrò da loro avuta una picciola sodisfazione de l’animo. Dunque ricordo a Vostra Signoria le sue promesse e la mia lunga miseria; la quale è senza paragone alcuno, e senza esempio: laonde non posso consolarmi ne’ casi altrui; ed in me stesso non trovo altro conforto, che ’l saper certo d’aver molta ragione con gli amici, e con tutto il mondo. Ma voglio troncar questo principio di tragedia.</p>
               <p TEIform="p">Ho letto volentieri la canzona del signor Guarnello: e farò il sonetto, e qualche altra composizione, perchè Alessandro non si dolga di me; chè voglio torre a ciascuno tutte le materie e tutte l’occasioni di lamentarsene: e con questa intenzione spero ch’Iddio m’aiuterà per sua divina misericordia. Quel che mi proponete di Antonino, mi piace; e me ne ricorderò, quando sarà conveniente. E mi vi raccomando. Di Ferrara.</p>
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               <head TEIform="head">123</head>
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                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non so, illustrissimo signore, se per indurre Vostra Signoria illustrissima a prendere in alcun modo la mia protezione debba volgere verso lei o la forza de le ragioni o l’affetto de’ preghi: perciochè da l’un lato la mia calamità grida così altamente, che il suono de le sue voci mirabili arriva per l’universo; onde sordo è chi non l’ode, e chi non l’esaudisce, severo: da l’altro, gli occhi del vostro intelletto sono così acuti che possono per se stessi vedere non sol tutti quegli argomenti che in quei luoghi risiedono, da’ quali comunemente le difese de’ rei sono tratte; ma penetrando anche a dentro ne la natura de gli errori e de’ peccati, e ne la convenevolezza de’ premi e de le pene, e nel decoro de la giustizia e de la clemenza, sono atti a conoscere ciò che, dopo tante mie afflizioni, verso me dovrebbono usar coloro i quali, essendo in questo mondo ministri di Dio, de la sua divina giustizia e de la clemenza debbono essere imitatori. Se dunque la mia miseria per se stessa si fa udire, e voi per voi stesso potete conoscere ciò che a mio favore o per giustizia o per pietà dovete operare, soverchio è peraventura che io, insieme pregando e argomentando, voglia affaticarvi; ma ancora che io con un sol di questi due modi cerchi di persuadervi a quello a che o per vostra bontà e cortesia siete già persuaso, o se non siete, non siete anche disposto ad essere o da mie lagrime commosso o da mie ragioni piegato; perchè nè quelle possono recarvi cosa alcuna di nuovo del mio dolore, nè queste verità da voi non conosciute farvi conoscere: e forse meglio sarebbe che un mio lacrimoso e modesto silenzio, senza vostra fatica e senza rinnovamento di mio dolore, cagionasse in voi quell’effetto, il quale son molto dubbio se da le parole possa essere cagionato. Ma perchè io ho conosciuto per prova che il tacer non m’è stato più giovevole che il ragionare, non vo’ che mi paia nè fatica nè pericolo, dopo la perdita de’ comodi, de la quiete, de la sodisfazione, de la riputazione, de l’onore de la libertà e quasi de la vita stessa, che si può dir mal viva, arrischiar le parole, tentando alcuna parte de le cose perdute ricuperare. Parlerò dunque con esso voi, e tanto più volentieri con ragioni che con preghi, quanto so che più siete ragionevole che affettuoso; perchè tanto solo e non più nel ben coltivato animo vostro è rimaso d’affetto, quanto, senza eccedere e senza uscire de l’ordine prescritto da la ragione, può adornarlo di cortese umanità: e parlerò non come si suole al popolo ignorante, o a’ giudici, o a’ senatori, più avvezzi a le azioni che a le contemplazioni de le cose; ma come con uomo interamente filosofo deve ragionare chi de la filosofia è, se non intendente, almeno vago ed amatore.</p>
               <p TEIform="p">Tutte le cose, illustrissimo signore, de le quali sono incolpato, e per le quali in questa infelicità sono così sventuratamente caduto, a due capi possono richiamarsi. Sempre che l’uomo pecca, pecca contra Iddio; perciochè Dio è per tutto ed è in tutti, nè si può cosa alcuna offendere, che ad una fattura di Dio non si faccia oltraggio. Ma in due modi contra Iddio si commette errore: o immediatamente, per così dire; e queste sono quelle ingiurie che sono dirizzate contra la sua divina Maestà: o mediatamente; e queste sono l’offese che a le sue creature si fanno: le quali ancora o trapassano ne la persona del prossimo; come sono gli omicidi, gli adultèri, i tradimenti e l’altre tali: o si fanno ne la persona di colui che le commette; e tali sono gli atti semplici d’incontinenza o d’intemperanza assoluta o no ch’ella sia, e i pensieri vani e accidiosi, e per dirlo con le parole del poeta,
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">La gola e ’l sonno e l’oziose piume.</l>
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               </p>
               <p TEIform="p">Ma fra gli errori che contra il prossimo si commettono, gravissimi son quelli da’ quali la maestà de’ principi viene offesa; e s’assomigliano in alcun modo a quelli che contra la grandezza d’Iddio da la superbia e da l’empietà de gli uomini sono dirittamente rivolti; perchè i principi in terra sono ministri d’Iddio, e imagini e simulacri de la sua potenza: onde se uno, percotendo con mano o con parole oltraggiando una figura di Cristo o d’alcun santo, è degno di molto gastigo; degno ancora di gastigo deve esser riputato se oserà d’armar la lingua di veleno o le mani di ferro contra li principi che sono l’imagini d’Iddio, le quali egli ha costituite in terra perchè siano con somma riverenza ubbidite e venerate. Ora essendo tante le maniere de’ peccati, io per mia colpa, e parte per mia sciagura, d’alcuna d’esse sono o calunniato o accusato; perciochè come ribello contra il principe mio signore per elezione, come ingiurioso contra gli amici e conoscenti, e come ingiusto contra me stesso (se contra se medesimo si può commettere ingiustizia) sono trattato; e sono scacciato da la cittadinanza, non di Napoli o di Ferrara, ma del mondo tutto; sì che a me solo non è lecito dire ciò che a tutti è lecito, cioè d’esser cittadin de la terra: escluso non solo da le leggi civili, ma da quelle de le genti e de la natura e d’Iddio: privo di tutte l’amicizie, di tutte le conversazioni, di tutti i commerci, de la cognizion di tutte le cose, di tutti i trattenimenti, di tutti i conforti: rigettato da tutte le grazie, e in ogni tempo e in ogni luogo egualmente schernito e abbominato. La qual pena è così grande, che s’ella d’alcuna speranza non fosse accompagnata, la morte senza alcun dubbio non parrebbe molto maggiore; e forse ad uomo forte e magnanimo, qual io d’esser non mi conosco, molto minore sarebbe giudicata. Ma se questa speranza non è promission di bene c’abbia a venire, ma inganno più tosto o conforto, simile a quel che si dà a gli infermi disperati de la salute; non so ben risolvermi s’ella sia alleggiamento o aggravamento di pena, vedendomi d’ora in ora riuscir fallace quel che d’avere a conseguir in breve aveva conceputo. E certo i parricidi che, cuciti in un cuoio con una volpe e con un gallo, sono gettati nel mare, in guisa che mentre spirano non possono a sè trar l’aria, e mentre sono da’ flutti agitati non si purgano ne l’onde, e mentre sono esposti sul lido non si riposano ne la terra; i parricidi, dico, poco hanno che invidiare a le mie pene: ed io, se la speranza non fosse, lascerei in modo la mia ragione trasportar dal dolore, il quale forse i gastighi mi dipinge molto più gravi di quel che in effetto sono, che ardirei d’affermare che la mia pena fosse eguale a la loro: falsamente certo; perchè ogni gastigo che mi si dia, è in alcun modo addolcito non solo con la speranza, ma co ’l modo del darlo. Ma pure se non la grandezza del tormento, almeno la novità e la stravaganza farebbe questa falsità tollerabile ne la lingua d’uno addolorato; perchè se di coloro che il padre hanno ucciso si dice: che cosa è così comune a gli ondeggianti, come l’onde? e a’ gettati sul lido, come l’arena? e a gli spiranti, come l’aria? e pur mentre ondeggiano, non si lavano ne l’onde; e mentre spirano, non godono de l’aria; e mentre son gettati sul lido, non son degni di toccar l’arena; ed io direi: che cosa è così comune a gli uomini come il significare i concetti suoi con parole? a’ poveri, come il guadagnarsi il vitto con le fatiche e co ’l sudore? a gli studiosi, come sperare onore e utile da gli studi loro? ed io parlo e ascolto in maniera, che son sicuro che le parole non son significatrici de’ concetti; m’affatico per arricchire altri co’ miei stenti; e studio, senza fine di commodo o di riputazione o di gloria. Ma non bene i paragoni s’agguagliano ne le bilance, direte voi; ed io il confesso: nè da la bontà di quel principe, in cui poter sono, si potrebbe aspettar pena che avesse del crudele; nè del suo ingegno clemente e mansueto può essere invenzione gastigo tirannico: e questo che ora patisco, qualunque egli si sia, può esser più tosto degno d’esser dato a me, che degno d’esser dato da lui; ed è fattura, per così dire, de la mia fortuna; e trovato da molte cagioni accidentali che sono concorse maravigliosamente a le mie sciagure; e cominciato quando egli pensava più tosto di favorirmi che di punirmi. Ma pur nè io son micidial del padre, nè alcun fu mai tale, il quale assoluto manifestamente una volta dal giudicio d’Iddio, fosse dopo dal giudicio de gli uomini di nuovo per la stessa cagione ingiustamente condannato. E quel che uccise la madre, dopo che per giudicio d’Apolline fu assoluto, non fu più da gli uomini perseguitato: ed io che dal giudicio non d’Apolline, ma di Dio vero e onnipotente (oserò pur dirlo), contra il volere e contra l’opinione de gli uomini tutti, sono stato miracolosamente tolto da le mani e da la gola de la morte, che una e due e tre volte venne per divorarmi; perchè di nuovo son da gli uomini gastigato? Non basta loro, se i miei falli sono così grandi come giudicano, che io, quasi nuovo Oreste, da’ rimorsi de la coscienza e da la vergogna de la perduta riputazione sia tormentato? E se non li giudicano così grandi che per se stessi possano esser pena, perchè rinnovellano il gastigo, certo non piccolo, nè ordinario nè usato nè udito nè imaginato giammai? Ma il fallo d’Oreste fu uno, ed i tuoi son molti; diranno; ed egli uccise la madre per vendetta del padre: ma tu, da quale cagione sei stato indotto a così malvagiamente operare? Or qui ricerca l’occasione, che io de’ miei falli e di me stesso non senza rossore, ma arditamente nondimeno e largamente ragioni. E s’a me il manifestare le mie vergogne non è grave, a voi d’ascoltarle non sia noioso: e se non volete, come amico e signore, i falli di servitore e d’amico con alcuna clemenza ascoltare; almeno come uomo quelli d’uomo, come peccatore quelli di peccatore, come soggetto a la fortuna quelli d’uno sfortunatissimo, con alcuno spirito d’ umanità degnatevi d’udire.</p>
               <p TEIform="p">Non fu mai alcuno così acerbo accusatore, che non si contentasse che ne le tenebre de la fanciullezza e de la prima gioventù rimanesse ascosa alcuna parte de gli errori di coloro ch’esso accusava: quelli massimamente che non contra Dio erano dirizzati, nè il prossimo se non leggierissimamente avevano offeso: e che ne la persona del commettitore, senza partirsi o divolgersi molto, s’erano fermati. Ma questi miei nemici che, a guisa di porci, sono stati vaghi di rivolgersi per le mie brutture, e tutte con la bocca diligentemente ricercarle, se de le lor proprie sordidezze son netti, come voglio credere, incontinenti sono stati ne l’odio e smoderati ne le acerbità: ma s’essi ancora d’alcun fallo pari o somigliante sono colpevoli, (il che però non affermo), non aspettino che io vada curiosamente investigando, quando anche far lo potessi, i segreti de la lor gioventù; ma si contentino che io dica solo, che poco consideratamente hanno usata tanta acerbità, se loro poteva alcuna lor colpa esser rimproverata. Ma molto fortunatamente l’hanno usata contra persona la quale o non vuole o non può o non deve vendicarsi con la vendetta che solo giustizia fu giudicata da’ pittagorici; quella, dico, di rendere il pari: ma io sì come non desidero altra vendetta (e così Dio me ne sia testimonio) se non quella che bene scrivendo o bene operando potrò prender di loro, s’essi pur di ciò vorranno tenersi offesi, così confesso che non senza molte mie colpe son caduto in questa infelicità. Ma se fu errore de la gioventù o de l’umanità il fallare, fu certo malignità de la mia fortuna, che quando la mia vita cominciava a riformarsi, e quando si spargeva di me fama onorata, la quale io col bene operare aveva speranza d’andare ogni giorno accrescendo, ogni mia buona fama in infamia fosse convertita, e l’età virile de’ non suoi difetti fosse macchiata e vituperata. Pure, qualunque si siano le cose oppostemi; chè non so appunto quel ch’esse siano; non son certo tali, se la mia conscienza non è di soverchio lusinghiera, che non meritassero omai più tosto perdono e dimenticanza, che pena o rinnovamento di memoria. Gli altri errori sono anzi molti in numero che gravi in peso, secondo l’opinion de gli uomini: e s’alcuno volesse in mio favor imitar Cristo; il quale, essendogli condotta innanzi la peccatrice, disse che colui che mondo era de’ peccati, prima prendesse il sasso e la lapidasse; si porrebbe silenzio a’ mormoratori, o pure a’ divolgatori e a’ banditori de le mie infamie: ma s’altro di nuovo non sopraggiungeva, tosto si sarebbe acchetato quel romore de’ falli giovenili, che da’ miei nemici con infinito studio e con diligenza curiosa era stato risvegliato. Ma l’accuse datemi d’infedele al mio principe, mescolate con quell’altre primiere accuse, fecero un torrente e un diluvio d’infortuni così grande, che argine o riparo d’umana ragione o favore de le serenissime principesse, che molto per mia salute s’affaticarono, non furono possenti di ritenerlo. Or che risponderò a queste grandi accuse? o qual testimonio potrò addurre in mio favore? Il vostro, signor mio, credo che potrà in una parte, se non del tutto scaricarmi del peso de l’infamia, almeno molto alleggerirmene. Nè dirò già io, che l’uomo non è signore de l’apparenze, e che il credere non è operazione de la volontà, ma atto de l’intelletto, il quale crede ciò che da la ragione gli è mostrato per vero; onde in lui, non ne la volontà consiste la libertà de l’uomo: nè dirò che la volontà, seguace de l’intelletto, vuole solamente quello che l’intelletto prima sillogizzando ha concluso che si debba volere: nè dirò che quegli atti che non dipendono da la volontà, meritano o lode o biasimo: nè con questa dottrina de’ filosofi andrò mescolando qualche detto de’ cristiani, in mal senso convertito; come sarebbe a dire, che se la volontà potesse comandare a l’intelletto assolutamente, ch’egli credesse o non credesse a suo modo, questo imperio de la volontà sarebbe tirannico; ma che fra le potenze de l’animo non si concede tirannide, ma solamente civile o regio comandamento: onde, quando ancora si concedesse che la volontà fosse superiore a l’intelletto (al che pare che ripugni l’umana ragione) non si dee però concedere ch’ella tirannicamente eserciti il suo imperio. Non dirò queste cose, no: non piaccia a Dio, a cui piace sempre il bene de le sue creature, che io sia malvagio, non solo cristiano ma filosofo; ma più tosto accuserò il mio errore, non solo con le ragioni sue e de’ suoi (che sue sono, poichè egli le inspira), ma con quelle ancora che i filosofici ingegni, non senza sua grazia, hanno ritrovato.</p>
               <p TEIform="p">Dirò dunque con Aristotele, che l’uomo in gran parte è signore de le apparenze; e che se ciascuno è cagione a se stesso de gli abiti suoi, è anche in conseguenza cagione che una cosa gli paia d’una o d’altra maniera: perchè il giudicio seguita l’abito; e se l’abito è ne la parte morale o ne la volontà, ne segue che l’operazioni de l’intelletto dipendano da quelle de la volontà e da le morali. Dirò anche co ’l medesimo Aristotele, che la malvagità rende torto l’intelletto, ed è cagione che intorno a’ principii de l’operazione noi siamo ingannati, sì che il bene non può essere conosciuto se non da l’uomo dabbene: con le quali autorità, male considerate da’ moderni filosofi, rimprovero io loro la loro ignoranza, la quale tant’oltre si stende, che usano d’affermare certissimamente, che la libertà de l’arbitrio sia ne l’intelletto, non ne la volontà. Che più? con le medesime arme d’Aristotele andrò a ferirli, non ne le parti esteriori, ma nel cuore: che se Aristotele crede che de’ principii morali non ci sia ragione, sì come anche quelli de la matematica non si provano ma si suppongono, qual follìa è il voler cercare esquisita ragione de’ secreti d’Iddio e de la fede di Cristo? E se l’uomo, bene operando secondo i costumi, si rende atto a ben intender la scienza morale; perchè non dee credere di non poter, cristianamente operando, farsi degno di ricevere il dono de la fede? dono veramente, ma dono ch’è concesso a chi il dimanda, e a chi si prepara per riceverlo. E se chi vuole ricevere i principi mondani ne la casa sua, l’adorna e la pulisce e la netta di tutte le brutture e di tutte le sordidezze; chi vuole il signor Iddio nel suo cuore raccogliere, e farlo albergo e tempio de la sua fede, non userà diligenza alcuna in placare i moti de l’ira, in intepidire i fervori de la concupiscenza, in umiliar l’altezza de la superbia, in riempir la vanità de la vanagloria, in risvegliar la sonnolenza de l’accidia, in raddolcire il veleno e l’amaritudine de l’invidia? non laverà l’anima che per la contagione de le membra è contaminata, e immonda da mille carnalità e da mille brutture? Dunque non mi scuso io, Signore, ma mi accuso, che tutto dentro e di fuori lordo e infetto de’ vizi de la carne e de la caligine del mondo, andava pensando di te non altramente di quel che solessi talvolta pensare a l’idee di Platone e a gli atomi di Democrito, a la mente d’Anassagora, a la lite e a l’amicizia d’Empedocle, a la materia prima d’Aristotele, a la forma de la corporalità, o a l’unità de l’intelletto sognata da Averroe, o ad altre sì fatte cose de’ filosofi; le quali, il più de le volte, sono più tosto fattura de la loro imaginazione, che opera de le tue mani, o di quelle de la natura tua ministra. Non è maraviglia, dunque, s’io ti conosceva solo come una certa cagione de l’universo, la quale, amata e desiderata, tira a sè tutte le cose; e ti conosceva come un principio eterno e immobile di tutti i movimenti, e come signore che in universale provvede a la salute del mondo e di tutte le specie che da lui sono contenute. Ma dubitava poi oltra modo, se tu avessi creato il mondo, o se pur ab eterno egli da te dipendesse: dubitava, se tu avessi dotato l’uomo d’anima immortale, e se tu fossi disceso a vestirti d’umanità; e dubitava di molte cose che da questi fonti, quasi fiumi, derivano. Perciochè come poteva io fermamente credere ne i sacramenti, o ne l’autorità del tuo pontefice, o ne l’inferno, o nel purgatorio, se de l’incarnazion del tuo Figliuolo e de la immortalità de l’anima era dubbio? I secondi dubbi, nondimeno, non da proprie radici nascevano, ma da i primi, quasi rami, germogliavano: pur m’incresceva il dubitarne; e volentieri da sì fatti pensieri avrei richiamato il mio intelletto, per se stesso curioso e vago de l’alte e sovrane investigazioni; e volentieri l’avrei acchetato a credere senza ripugnanza quanto di te crede e predica la santa Chiesa cattolica romana. Ma ciò non desiderava io, Signore, per amore che a te portassi e a la tua infinita bontà, quanto per una certa servil temenza che aveva de le pene de l’inferno; e spesso mi suonavano orribilmente ne l’imaginazione l’angeliche trombe del gran giorno de’ premi e de le pene; e ti vedeva sedere sopra le nubi, e udiva dirti (parole piene di spavento): Andate, maladetti, nel fuoco eterno. E questo pensiero era in me sì forte, che alcuna volta era costretto participarlo con alcuno mio amico o conoscente: e vinto da questo timore, mi confessava e mi comunicava ne’ tempi e col modo che comanda la tua Chiesa romana; e s’alcuna volta mi pareva d’aver tralasciato alcun peccato per negligenza o per vergogna, ch’io aveva, d’avere in alcune cose di pochissima importanza vilmente operato, replicava la confessione, e molte fiate la faceva generale di tutti gli errori miei. Nel manifestare nondimeno i miei dubbi al confessore, non gli manifestava con tanta forza ne le parole, con quanta mi si facevan sentire ne l’animo, perciochè alcuna volta era vicino al non credere; non tanto per vergogna o per malizia, quanto per timore ch’egli non mi volesse assolvere: e fra gli altri dubbi che io aveva, questo era il principale, che non mi sapeva risolvere se la mia fosse miscredenza o no, e s’io potessi o non potessi essere assoluto. Ma pure mi consolava credendo, e ciò più fermamente che ogni altra cosa, che tu dovessi perdonare anche a coloro che non avessero in te creduto; purchè la loro incredulità non da ostinazione e malignità fosse fomentata: i quali vizi tu sai, Signore, (ed in questo la mia coscienza mi francheggia) che da me erano e sono lontanissimi. Perciochè tu sai che sempre desiderai l’esaltazione de la tua fede (sebbene non creduta, o non interamente creduta da me) con affetto incredibile; e desiderai con fervor più tosto mondano che spirituale, grandissimo nondimeno, che la sede de la tua fede e del pontificato in Roma sin a la fin de’ secoli si conservasse: e sai che il nome di luterano e d’eretico era da me, come cosa pestifera, abborrito e abominato; sebben di coloro che per ragion, com’essi dicevano, di stato, vacillavano ne la tua fede e a l’intera incredulità erano assai vicini, non ischivai alcuna fiata la domestichissima conversazione: e sai che de’ miei dubbi non ragionai con alcuno per contaminarlo, ma solo per isgravar l’animo da quel peso che alcuna volta soverchiamente l’affliggeva: e sai che dopo che la tua sferza mi cominciò a percuotere in quella parte dove la mia umanità aveva più di senso, ne l’onore, dico, e ne la riputazione, io non fuggii da te, ma a te procurai d’unirmi; e la freddezza del mio cuore cominciai, se non a riscaldare, almeno ad intiepidire del tuo amore. E sebbene si dice che i tiepidi sono peggiori de’ gelati; questo nondimeno è peraventura sol vero quando l’uomo di quello stato di tiepidezza si contenta; ma quando procura di maggiormente riscaldarsi, può forse credere di essersi ne la tua grazia avanzato. Perciochè tu non sempre maravigliosamente accendi e infiammi l’uomo del tuo amore, come facesti Paolo; ma talvolta operi con mezzi ordinari: e tali furono quelli che usasti con Cipriano, il quale, per goder de l’amata vergine, cristiano si rendette, e per lo mezzo de l’amore lascivo al divino trapassò: e allora, se non m’inganno, da la freddezza al fervore non si può passare, se non per mezza de la tiepidezza. Nè già io de la mia tiepidezza mi contentava, ma conosceva che con questo tiepido desiderio de la tua grazia era mescolata ardentissima cupidità di gloria e d’onor mondano. Mi rallegrava nondimeno, che il caldo de la concupiscenza e de la carnalità fosse in me quasi affatto estinto: nè m’incresceva, per confessare il vero interamente, d’essere ambizioso, avendo io letto in Cornelio Tacito, che l’abito de l’ambizione è l’ultima vesta de la quale si spogli il saggio. Tal era io ne l’amor verso te: e col frequentare più spesso i sacri uffici, e col dire ogni giorno alcune orazioni, in questo stato, con qualche miglioramento, m’andava conservando; e la mia fede s’andava di giorno in giorno più confermando: e col pensar di te, se non nel modo con che si dee, almeno con miglior maniera che io non soleva, cominciava il mio intelletto a presumere di se stesso meno che non era usato; e cominciava a conoscere chiaramente per prova, ch’egli ubbidisce la volontà, almeno in esercitar se stesso a voglia di lei; e che in buone speculazioni e in santi pensieri esercitandosi, si fa degno di ricevere la fede in dono da Iddio: de la quale veramente si può dire, che sia atto de l’intelletto comandato da la volontà. E già in gran parte rideva de’ miei dubbi passati, non perchè io sapessi scioglierli, o perchè io sapessi dire appunto quel che tu fossi, o perchè io interamente conoscessi la natura ed essenza tua; ma perchè io conosceva che tu eri inconoscibile, e ch’era follìa il pensar di raccoglier te, che sei infinito, dentro a’ piccioli confini del nostro umano intelletto; e di misurar con le misure de l’umana ragione la tua bontà, la tua giustizia, la tua onnipotenza smisurata. Onde fra’ gentili saggio io giudicava Simonide, il quale, essendo addimandato da Jerone siracusano quel che tu fossi, chiese un giorno di termine a rispondere: il quale fornito, ne addimandò due; e passati i due, quattro pregò che gliene fusser dati; e passati i quattro, otto procurò d’impetrare: e così in infinito andava moltiplicando, per dare a divedere al curioso signore, che tu sei un non so che d’infinito, di cui meglio si può dire quel che tu non sia, che quel che tu sia. E tra’ fedeli stimava Paolo, che al terzo cielo fu rapito; e Mosè, che al monte fu fatto degno di salire, ove teco era solito di ragionare; tuttochè nè l’uno nè l’altro interamente ti conoscesse, o sapesse dire a pieno quel che tu fossi. Perchè gli angeli stessi son più lontani da te, e da la perfetta cognizione di te, di quel che la lor dignità da la umiltà de la nostra umana natura sia lontana. Ma io fortunato mi avrei stimato se avessi potuto, non come Paolo salir al cielo, o come Mosè ascendere al monte; ma, come uno de’ più purgati, a la nube, dentro la quale tu ti ricopri, avvicinarmi, e da la moltitudine alquanto separarmi. E assai mi pareva appiè del monte de la contemplazione, con orecchi e con occhi non immondi, udire la voce solamente e la tromba che suona parole di pietà, e vedere il monte fumante, e tutto di fulmini e di lampi luminoso. Così mi viveva contento di conoscerti non più solo come primo motore, ma anche come creatore de l’universo: non solo come cagion finale e conservatrice del mondo, ma come facitore ancora di tutte le cose: non solo come principe che ha una certa general cognizione di tutte le specie, e in universal provvede che tutte si perpetuino, e che nulla manchi a questa sua macchina di perfezione; ma come amorevol signore eziandio, che non si sdegna d’aver minuta cognizione di tutti i particolari, nè perciò stima di avvilirsi; e come padre di più, che a la salute e a la conservazione di tutte le cose, come a bene de’ suoi figliuoli, è intento. E sebbene io conosceva che questo non era conoscere Iddio ne la sua essenza divina, o almeno vederlo a faccia a faccia, come vide Mosè; ma era un vedere i vestigi de le sue piante ch’egli ha impresse ne le cose create da lui, o al più una parte de le sue mani onnipotenti, con la quale ha fabbricata questa gran macchina de l’universo; nondimeno, per umiltà, di questa cognizion m’appagava in guisa d’uomo che, non potendo affissar gli occhi nel sole, rimira ne l’acqua l’imagine de la sua luce. E mi sovveniva che Aristotele, che fu gentile, disse che a l’uomo cupido di sapere era più caro l’intendere una particella de le cose divine, che l’aver di tutte l’umane perfetta cognizione: sì come giovane amante (sia lecito di mescolare il suo esempio) più s’appaga in rimirar la mano de la sua donna, che in riguardare il corpo tutto di qualsivoglia attempata femmina. Divenuto io, dunque, omai giusto misuratore de le deboli forze del mio intelletto, così fra me stesso ragionava: Chi mi dimandasse, che fosse la materia prima; che altro saprei rispondere, se non ch’ella non è, nè il che, nè il quanto, nè il quale, nè altra cosa è, che si possa o co ’l dito mostrare o con le parole diffinire? E se pur questa risposta non mi piacesse, ricorrerei forse a qualche somiglianza; e direi, che tale ella è in rispetto de le forme naturali, quale è l’oro e l’argento in rispetto de le artificiali: perciochè sì come di questi metalli si posson fare e monile e medaglia e coppa da bere e vasi da oprar ne la tavola o da por ne la credenza per ornamento; così ella è atta a ricevere la forma de la vite, de la palma, del leone, del destriero e de l’uomo o di che altro si sia. Dunque, se de la materia prima, vilissima e ignobilissima cosa, io non ho altra cognizione, nè posso darla altrui, se non quella che o negando o paragonando s’appresenta a l’intelletto; ardirò io d’aspirare a l’altissima cognizione d’Iddio nobilissimo e perfettissimo? o presumerò di significare altrui quello che io non intendo? o mi parrà strano o maraviglioso, se io non sono atto a conoscerlo o a parlarne in modo o con paragone, che a la sua maestà sia convenevole? perciochè la luce del sole è oscura, e la grandezza de l’oceano è una brevissima stilla d’acqua, s’a Dio s’assomiglia. Negherò dunque di sapere quel che sia Dio, ma non già di saper ch’egli sia; essendo questo sì chiaro, che può esser certissimo principio a provar l’altre cose de le quali si dubita: e non solo gli angeli nel cielo, e gli uomini ne la terra, ma il confessano i demoni ne l’inferno: e gli augelli ne l’aria rendono grazie, cantando, a lui che gli ha creati; e gli armenti ne’ pascoli, e le fiere ne’ boschi, come possono, co’ lor mugiti e con le lor voci ferine mostrano d’avere alcuna conoscenza di questa divinità; e i pesci ancora, ne le caverne e ne le profondità de’ fiumi e de gli stagni e del mare, pare che in un certo modo de la gloria di Dio facciano armonia; e le piante e l’erbe e i fiori rinnovellandosi, mostrano di conoscere e di ringraziare la divina provvidenza di lui ch’è creatore e conservatore e perpetuatore di tutte le cose. Crederò dunque che sia Dio; e crederò di lui quel di più che per rivelazione se ne sa: ch’egli sia trino e uno; e che il suo Verbo nel ventre verginale di Maria si vestisse d’umanità; e che egli ascendesse in cielo, e che lasciasse Piero vicario in terra: e crederò che la vera e certa determinazione così di questi, come di tutti gli altri articoli de la fede, si debba prender da’ pontefici romani, che sono di Piero legittimi successori. E se il mio intelletto non capisce come sia l’eterna generazion del figliuolo non creato, nè fatto dal padre, ma generato; o com’egli, incarnandosi, accoppiasse la divinità con l’umanità in guisa, che una sola persona in due nature ne risultasse: e se il mio intelletto, dico, s’abbaglia a questo sole di certissima verità, qual maraviglia è, poichè ancora molte fiate resta abbarbagliato ad alcuni piccioli raggi de le cose naturali? E se del nascimento di Cristo e de la sua eterna generazione non so render cagione, non la so anche rendere de la generazione de’ tuoni e de’ lampi e de le grandini e de le tempeste e de’ venti, se non molto fallace e incerta: nè so, se non molto dubbiosamente, come l’aria si dipinga di tanta varietà di colori in quel suo arco, che arco del patto è nominato: nè come ne la regione del fuoco o ne la vicina ci appaiano le comete, e la strada di latte, e tante altre apparenze ora spaventose ora vaghe, ma sempre maravigliose: nè so come ne le viscere de la terra si generi l’oro e l’argento e gli altri metalli, e nel letto del mare le perle e i coralli si producano: nè saprei de la generazion de gli animali abbastanza ragionare; o come o perchè alcuni di materia putrida, altri di seme sien generati; e come quelli che altra madre non hanno che la putrefatta materia, e altro padre che il sole, siano poi atti a generar figliuoli a se somiglianti: e come dal tergo del bue spuntino l’api; e con quale artificio il verme, che cavaliero in queste parti è nominato, pascendosi di foglia di gelso, tessa a se medesimo ricca e vaga prigione di seta e muoia e rinasca maravigliosamente; e come la fenice deponga la vecchiaia nel fuoco e a lunghissima vita si rinnovelli; o come di due bruti di diverse specie ne nasca un misto che nè a la madre nè al padre sia somigliante, o come i mostri sian generati oltre l’intenzione de la natura, ch’è sì saggia e sì possente maestra. E se pure di sì fatte cose un non so che simile al vero dicono i filosofi, quante altre ce ne sono ne le quali confessano di non conoscere l’ambizioso artificio de la natura; e a quelle loro proprietà occulte si riducono, come sotto lo scudo d’Aiace era solito Teucro di ripararsi? Questi erano i miei pensieri, e i ragionamenti che fra me stesso faceva, per li quali sempre più mi andava accorgendo de l’incertitudine de le scienze mondane, e sempre meno di credenza prestando a tutto ciò che da’ filosofi contra la nostra religione può essere addotto; sì che ormai nulla, o molto poco, da quelle mie prime molestie era agitato. E se in ciò mento, tu Dio, che sei spiator de’ cuori, e sei giustissimo giudice, in quel tanto da me temuto giorno non aspettar di rammentarlomi; ma qui con maravigliosa dimostrazione, simile a quella con la quale in vita m’hai conservato, la mia menzogna fa manifesta.</p>
               <p TEIform="p">Ma tempo è ormai, illustrissimo signore, che io a voi mi rivolga, e che dopo sì lunga digressione, (la quale non mosso da artificio oratorio, ma rapito da un certo spirito di verità ho fatta, non contra mia voglia, ma certo oltre ogni mia intenzione) il cominciato ragionamento torni a seguitare.....</p>
               <p TEIform="p">Ma perchè a me giova di prender tutte le cose in buona parte, purghi egli la sua coscienza al cospetto d’Iddio, e giustifichi l’azione nel giudicio de gli uomini: ch’io, quanto a me, di lui rimango sodisfatto. Dico ciò, perchè può ben essere che un’azione sia giusta, e che insieme ingiustamente sia fatta, e malvagio sia chi la fa: sì come, a l’incontro, un’operazion malvagia può essere operata da un che malvagio non sia; perchè così il vizio come la virtù consiste ne l’abito, il quale principalmente nel modo o ne le circostanze si manifesta. E se alcuno per danari, o per interesse di roba e d’ambizione, o per invidia dirà il vero, o farà una cosa per sè buona; e un altro, o per vergogna, o per giusto timore, o per altra necessità negherà il vero, o farà cosa per sè rea..... E questa dottrina si raccoglie così espressa, e così chiara da Aristotele e da quanti filosofarono mai, che non rimane intorno a ciò che dubitare..... Onde, se nel tribunale de la giustizia talora sedessero non i rigidi e indotti assicuratori de la legge scritta, ma i correttori de la sua severità, e gl’interpretatori de la mente dei legislatori, e gl’imitatori de la divina giustizia, molte fiate i dannati sarebbon gli assoluti e gli assoluti condannati. Ma perciochè il giudicar in tal modo secondo la detta interpretazione, se ben non si disdice a’ giudici ordinari, nondimeno è proprio de’ principi, che son legge viva e animata; concedasi a’ giudici di seguir la comune usanza, purchè a’ principi non si neghi; o per dir meglio, purchè essi, che tutto possono, a se medesimi non lo neghino, nè a la lor grandezza lo stimino sconvenevole. Ma peraventura così è soverchia questa vera ragione, come è falso che il mio amico da mala intenzione fosse mosso ad operar contra me; pur se non mi gioverà per aggravar lui (che nè io in ciò desidero che mi giovi), almeno per disgravar alcune mie azioni d’infamia non sarà inutile, e per porre in considerazione che non basta che le cose sien giuste, se non si fanno giustamente. Ma quando m’accorsi che da lui era stato accusato, mi parve d’accorgermi (e forse m’inganno) che contra me, per fortificar le sue accuse, si procedeva con modi non punto nè giusti nè legittimi nè ordinari; ond’io pensai, che se i modi de l’incolparmi erano straordinari, non fosse di sconvenevole ch’io con istraordinarie maniere procurassi di liberarmene, così negando il vero come m’imaginava che del falso volessero incolparmi: e ne parlai al serenissimo duca di Ferrara, mio amorevolissimo e amatissimo signore; e con sua licenza m’appresentai. Ma ne l’esamine, invero, grandemente mi lasciai non solo da l’affetto ma da la imaginazione trasportare; perchè alcune cose affermai ch’io credeva veramente, ma non sapeva però s’elle fossero o non fossero: e in particolare volli rendere sospetta d’iniquità persona eccellentissima, de la quale niun atto aveva visto mai se non giusto. Ma se i modi tenuti da me non furono usitati, nè usitato fu il procedere del giudice: il quale, quando di sì fatto procedere, per la rarità del caso, potesse scusarsi; quale scusa può egli meritare o appresso Iddio o appresso giudicioso principe, di non aver voluto fare niun ufficio per mia quiete? e se pure pretendeva di gastigarmi, doveva procurare ch’io potessi partirmene, senza avere a temer de la vita; o almeno non impedir la mia partita, quando io voleva prender cavalli per andare a Bologna; bench’essendo egli, per quanto n’odo, uomo di vita buona ed esemplare, si può credere che da giusti e possenti rispetti fosse mosso a disfavorirmi. Ma mi conceda, se non vuol che io di lui mi lamenti, che almeno de la mia fortuna mi quereli; la quale, se non potè torre la giustizia a i giusti, tolse la provvidenza a’ prudenti, la sincerità a’ sinceri, la pietà a’ pietosi, e rendè la bugia ne le bocche de’ veraci piena di fede e d’autorità, togliendo al vero ch’io diceva ogni fede, e ogni autorità a qualche condizione ch’era in me, degna pure d’alcuna stima. Da questo fonte derivarono mille rivi, anzi mille torrenti rapidissimi di mie sciagure e di pene e di vergogne così grandi, che alcun mai tali peraventura non le sopportò. Onde devrebbe ciascuno..... guardare il mio caso con gli occhi de la pietà e de la equità: e se vuole il mio fallo aggravar con gli altri de’ quali sono incolpato, potrebbe altrettanto e più alleggerirlo con la considerazione de le circostanze; perciochè gli accusatori e i giudici e l’occasioni de l’accusare e i modi del giudicare sono di tanto peso, che posti in bilancia contra gli errori miei, tutti possono farli parere leggieri anzi che no: e chi in compagnia di sì fatte circostanze ponesse i mali che a me ne sono avvenuti, e i danni miserabili ch’io n’ho sofferti, non potrebbono peraventura essere contrappesati da quelle sceleraggini che ne le scene de’ tragici sogliono per ispavento dal vulgo esser magnificate. Nè considero ora tanto la natura del peccato, il quale essendo un rivolgimento dal bene infinito ad oggetto creato, può parer degno d’ogni pena, quanto gli effetti e l’operazioni sue; perciochè i legislatori, ne l’impor le pene a i delitti, principalmente gli considerano come più o men nocivi a la cittadinanza: e sì come non le virtù maggiori son le più premiate, ma le più giovevoli al principe o a la città.... o l’operazioni che da l’ira procedono o da altro moto violento de l’animo; ma sì bene quelle che da perversa ragione sono prodotte: la qual suol lentamente maturar ne l’animo i malvagi consigli, e l’opere fraudolenti pensatamente e con molto studio partorire. Del qual vizio e de’ quali errori so d’esser così netto, che quando di tutti gli altri io fossi macchiato, non essendo colpevole del sovrano e del più odioso a gli uomini, debbo sperare di potermi agevolmente lavare. E se fra’ gentili s’usava l’espiazione, ne’ casi massimamente miseri e fortunosi; qual fu quello che racconta Erodoto di colui, che dopo il primo misfatto, raccolto cortesemente da Creso re di Lidia, il figliuolo, oltre ogni sua intenzione, in caccia gli uccise; fra’ cristiani, de’ quali è propria virtù la pietà, non so perchè questa medesima o simil purgazione non si debba usare, benchè forse assai purgato riman colui.... Ma io non ricuso di ricever quella pena; ben m’incresce che contra me s’usi non usata severità e nuova maniera di gastighi contra me si vada imaginando.... E mi rincresce che coloro che dovrebbero essere, se non sollevatori, almeno confortatori ne le miserie, siano ministri del rigore ed esecutori de l’acerbità: e duro mi pare.... e se alcuna cosa, quasi loglio fra il grano, era in lor di lascivo, si sa ch’era mia intenzione di rimuoverla.... Nè questi miei novelli errori, dopo l’ultima mia partenza di Ferrara, mi dovrebbero essere imputati; perciochè chi vuole che altri divenga forsennato, non si dee dolere s’egli fra la disperazione di non poter fare le cose non possibili, e fra la confusione di tutte le cose e fra l’agitazione di mille speranze o di mille sospetti, non può por freno o modo a la pazzia. E niun reo fu mai così tormentato e niuna città mai così combattuta da le machine, come io sono stato e tormentato e combattuto. Nè si può dire che io mi sia partito dal mio onesto proponimento; ma più tosto, che io ne sia stato a forza sospinto e discacciato....</p>
               <p TEIform="p">Or rimane che io passi a l’imputazione datami, d’essere stato malvagio e infedel servidore del principe mio signore: signore che per grandezza di stato, per nobiltà di sangue, per isplendor di corte, ma più per valor d’animo e di corpo, e per bontà e cortesia di natura, merita d’essere servito con ogni fede e con ogni amore; e che da me particolarmente così doveva esser servito. Perchè egli da le tenebre de la mia bassa fortuna a la luce e a la riputazion de la corte m’innalzò: egli, sollevandomi da’ disagi, in vita assai commoda mi collocò: egli pose in pregio le cose mie con l’udirle spesso e volentieri, e con l’onorar me che le leggeva, con ogni sorte di favore: egli mi fe’ degno de l’onor de la mensa e de l’intrinsichezza del conversare; nè da lui mi fu mai negata grazia alcuna, che io gli richiedessi; ed egli ultimamente, nel principio de le mie persecuzioni, mi mostrava affetto non di padrone, ma di padre e di fratello: affetto che rade volte ne gli animi de’ grandi suol aver luogo. Or come posso io scusarmi d’aver disservito così alto, così valoroso, così cortese, così benigno signore, se non rigettando tutta la colpa ne l’altrui difetto e ne la malignità de la mia fortuna e ne la necessità, ch’è tiranna de gli uomini; lasciandone la mia volontà non solo alleggerita, ma libera e scarica d’ogni colpa e d’ogni sospezion di colpa? E dirò anche di più, che s’io avessi mai pensato di operare alcuna cosa contra la vita, contra lo stato o contra l’onor suo, sarei degno non solo de le pene ordinarie o di queste che mi si danno, ma di quante ancora più crudeli ne immaginò mai Falari o Mezenzio. Ma, in somma, io non l’offesi mai, se non con alcune parole leggieri, le quali sogliono spesso udirsi ne le bocche di cortigiani mal sodisfatti, o in trattar mutazion di servitù, per la necessità di quelle occasioni ch’egli può da me sapere, se vuole, e con quel modo che a voi, illustrissimo Signore, è noto; del quale non credo che gli si possa tener offeso: e anche con parole che, quando non fossero state dette condizionatamente, non sarebbono di molta importanza. Ma oltrechè fur dette per impeto di grandissimo e giustissimo sdegno, non contra lui, ma contra chi me ne dava ingiustissima cagione, fur dette con intenzione di non aver ad effettuarle, come tante esperienze poi dimostrarono; e fur dette in modo così riservato, che ben si poteva comprendere che, stando a’ suoi servigi, io non pensava di disservirlo; anzi procurava più tosto d’andare in parte, ove io non fossi costretto a far o a dir cosa che in alcun tempo gli potesse esser mai noiosa. Qui vorrei poter fare lunga narrazione di tutti li miei accidenti come sono passati, per la qual apertissimamente si conoscerebbe la mia buona intenzione e la mia cattiva fortuna; ma perchè non è mio proponimento d’irritar gli animi più di quel che siano, tacerò le mie ragioni per non mescolarvi le colpe altrui: nè mi curerò di fraudar me stesso d’una giusta difesa, sperando che l’accortezza di Vostra Signoria illustrissima e la bontà anche de’ miei serenissimi signori debbano adempire i difetti del mio silenzio, e consentire che, senza aiuto de la mia penna, la verità per se stessa così altamente ragioni, che la sua voce non solo sia ascoltata da gli uomini presenti, ma anche a la notizia di tutti i futuri secoli possa trapassare. Non negherò nondimeno che il mio signore, che de’ segreti del mio cuore non era conoscitore, per alcune mie leggerezze e per l’autorità di gravissimi testimoni, non si movesse giustissimamente a gastigarmi. Ma quel gastigo che la sua pietà, governata da la pietà d’Iddio, non sostenne di darmi, fu poi dato da altri in modo che tutto quello che di più s’adopra ora contra me, mi pare che trapassi alquanto i termini del gastigo, e che prenda forma e natura di vendetta. Ma se questa sia vendetta, e se la vendetta contra sì basso soggetto sia operazion di sì alti principi, con ogni riverenza porrò ne la vostra considerazione; non per offender loro che io sommamente desidero d’onorare, nè per insegnare a voi dal quale so di poter molto imparare; ma perchè queste mie ragioni siano da voi fortificate, e passando per lo mezzo del vostro favore, quasi venti che tra’ fiori divengono odorati, o quasi acque che per canali si purghino e s’addolciscano, a l’Altezze loro umilissimamente s’appresentino.</p>
               <p TEIform="p">Un atto medesimo, illustrissimo signore, secondochè variamente procede da l’intenzione de l’operante, può essere e gastigo e vendetta e purgazion nominato; perchè se colui che gastiga gli errori si muove a gastigarli per eseguir i comandamenti de la legge o per tener gli altri in freno con l’esempio e giovare a la cittadinanza, questo s’addimanda pena o gastigo; ma s’egli si muove a la punizion per affetto d’ira o di malavoglienza, e non ha per oggetto il giusto e ’l pubblico bene, ma o il male del punito o la sodisfazion del suo appetito, allora l’operazion sua non propriamente pena, ma vendetta deve esser nominata. Ma se ’l suo principal intendimento è d’introdurre con la punizione nel punito emenda d’errori o correggimento di costumi, l’operazion sua, con degno titolo, purgazion può chiamarsi. Quinci è che Socrate, non so se contra Gorgia ma nel Gorgia disputando, dice che il buon oratore non dee procurare che i colpevoli da’ giudici siano assoluti, ma più tosto deve essere il suo proponimento di farli dal giudice punire; e tanto più, quanto i nocenti sono più suoi amici: perchè la punizion è la purgazion de l’anima, e la libera e la netta dal vizio; onde chi accusa gli amici viziosi al giudice perchè siano puniti, è simile a colui che gli amici ammalati conduce al medico perchè sian risanati. E ben la dottrina di Platone nel Gorgia s’accorda con quella che da le parole del medesimo Socrate nel Fedro si può raccogliere; ove ponendo due arti, a le quali appartiene la cura de gli animi, e due che si raggirano intorno al corpo, vuol che l’arte de’ giudici sia collocata quasi dirimpetto a la medicina, e per proporzione le corrisponda. Ora io richiedo, illustrissimo signore, se questi principi vogliono purgarmi, gastigarmi, o se contra me voglion vendicarsi. Se purgarmi vogliono, sono pietosi; se gastigarmi, giusti; se contra me vendicarsi, sdegnosi. Io desidero la purga, non rifiuto il gastigo; ma da la vendetta, quanto posso pregando e supplicando e chiamando il cielo e la terra in mio favore, mi ritiro, e sotto la protezione de gli amici e parenti loro umilissimamente mi ricovero.</p>
               <p TEIform="p">Or consideriamo ciascun di questi tre capi distintamente, da la purgazion cominciando. L’animo e ’l corpo, nobilissimo signore, con nodi di tanta armonia sono congiunti, che l’uno de’ beni e de’ mali e de le noie e de le allegrezze de l’altro partecipa: onde al languir del corpo l’animo, benchè forte, è necessitato in alcun modo di compatire; e dal languir de l’animo segue l’infermità del corpo, quasi necessariamente; e, trattone l’intendere, niun’altra operazione ha l’animo che sia sua propria, ma tutte l’ha comuni co ’l corpo. Dovendo dunque questa purga de’ giudici esser a beneficio de l’animo, sebbene non è necessario che si riguardi così minutamente a la sanità del corpo, si dee nondimeno aver a lui tanto riguardo, quanto basti a conservar l’animo nel suo vigore e ne l’attitudine di poter operare; perciochè quell’operazione ancora, ch’è sua propria, del discorso, difficilmente può egli fare che bene stia, quando gli stromenti e i sensi, che sono ministri de l’intendere, sono ammalati. Nè basta che l’animo migliori ne la parte de’ costumi, e peggiori in quella de l’intelletto; perciochè, come può esser sano l’animo, se la virtù de la mente e la virtù de gli affetti non fanno armonia? o con qual ragione si dee far offesa a la parte più nobile, per giovare a la men degna? o come la parte affettuosa, che per se stessa è cieca, potrà governarsi, se da la mente non è illuminata? Le purghe dunque de’ buoni giudici, che a buon medico possono assomigliarsi, oprano nel corpo non infermità lente e micidiali, ma dolori grandi e di poca durata; i quali non lasciano dopo sè alcuna rea impressione, e ne l’animo cagionano rimordimento di conscienza e vergogna, per la quale l’uomo s’invoglia a ricuperare l’onor perduto ed a bene operare. E tali erano quelle dimostrazioni, che gli antichi capitani usavano contra i soldati che avessero o lasciata l’ordinanza o rivolte le spalle al nemico. Ma non è peraventura officio de l’infermo il voler prescrivere al medico il modo e le leggi del curare: ed io, che sono egro altrettanto del corpo quanto de l’animo, altro non debbo far che scoprirgli le mie infermità. Nè già mi lamento, che ’l cuore sia affannato da pena quasi continua, e la testa sempre grave e molte volte dolente, e l’udito e la vista molto indebolita, e le membra tutte magre ed estenuate; ma passando tutto ciò sol con un breve sospiro, mi stenderò in raccontar l’infermità de l’animo, e particolarmente dirò ch’egli, ch’è vago d’onore, non potrà mai risanarsi se l’onor non riacquista; nè crederà mai d’averlo ricuperato, se alcun segno non ne vede: perciochè l’onore è segno de l’opinion di beneficenza, se ad Aristotele crediamo; o è premio de la virtù, come dal medesimo Aristotele altrove è definito. E questo premio consiste anch’egli in alcun segno esteriore: nè una muta opinione, non manifestata per segni, si può in alcun modo chiamar onore. Ma pur quando altro segno non ne vedessi, dovrei almeno veder questo, d’esser restituito a la servitù de’ principi e a la conversazione de’ nobili, con quel modo co ’l quale io già solea servire e conversare. Perchè se verso me si continuano que’ termini che si sono cominciati, e s’io sono astretto a procedere come ora procedo; come potrò creder giammai d’esser restituito a l’onore? e se l’onore è fra le cose dilettevolissime, qual diletto potrò io avere di quelle dichiarazioni che a mia notizia non pervengono e che nulla mi rallegrano? quella forse che prendono gli ammalati quando si sognano di bere?.... Ma passiamo da la purgazione al gastigo. Il gastigo dee esser, senza alcun dubbio, proporzionato al fallo; ma s’io sia stato sin ora gastigato abbastanza o no, il rimetto a la pietosa considerazione di que’ principi a’ quali appartiene il giudicar di me; e se stato non sono appena punito, i confini, i bandi, l’esclusioni da le camere de’ principi sono forse pene bastevoli, date massimamente dopo le prime che m’han percosso così aspramente ne la vita, ne l’onore e ne’ comodi: e se queste lor dispiacciono, perchè sono pene ordinarie, e pur de la novità son vaghi; l’esser costretto ad intender a cenno, a guisa di muto o di bestia; l’esser privo de la cognizion de le cose del mondo, e privo d’ogni azione, e privo de’ secreti trattenimenti, e de’ secreti ragionamenti, e de la fede vicendevole de l’amicizia, e privo di tutti quegli oggetti che possono dilettare il gusto e la vista o l’udito, dovrebbon parer pene convenevoli; senza che a tante sciagure s’aggiungesse l’infermità, la mendicità, l’indegnità, e la privazion de lo scrivere. Dirò anche, che la principale azione de la quale sono incolpato, e la quale peraventura è sola cagione che io sia gastigato, non dee essere peraventura punita, come assolutamente rea, ma come mista; perchè non per elezione la feci, ma per necessità: necessità non assoluta, ma condizionata; e per timore, ora di morte, ora di vergogna grandissima, ora d’infelice e perpetua inquietudine. E perciochè Aristotele pone due maniere d’azioni miste, una degna di laude e l’altra di perdono: sebbene io non ardisco di collocar la mia ne la prima specie, di riporla ne la seconda non temerò. Nè giudico men degne di perdono le parole ch’io dissi, perchè fur dette da uomo non solo iracondo, ma in quella occasione adiratissimo: e vuole Aristotele, che chi offende altrui per ira o per altro umano affetto faccia cosa ingiusta sì, ma non perciò si possa dire uomo reo e ingiusto; perciochè l’ira è senza maturo consiglio, e non ha nulla in sè nè d’insidioso nè di maligno; e molte fiate ove l’ira più abbonda, ivi è maggior abbondanza d’amore. Ed io, consapevole a me stesso, ne potrei addurre molti testimoni, che in amare il mio signore e in desiderar la grandezza e la felicità sua ho ceduto a pochi de’ suoi più cari; e nel portar affezione a gli amici, e nel desiderar e procurar lor bene, quanto per me s’è potuto, ho avuto così pochi paragoni, come niuna corrispondenza. E se Dio perdona mille bestemmie con le quali tutto il dì è offeso da’ peccatori; possono bene anche i principi alcuna parola contra lor detta perdonare. Nè solo le parole ingiuriose perdonò Cesare, ma anche si dimenticò de le note di perpetua infamia con le quali Catullo l’aveva segnato; e, se ben mi rammento, Svetonio afferma che quella sera, o la seguente, a cena l’invitò. Nè tacerò che, tuttochè Aristotele voglia che ciò che si fa per ira sia spontaneo; Platone nondimeno pare che ne dubiti, e che tenga che molto s’avvicini a la natura de l’involontario: e nel libro de le Leggi, ove più de la sua opinione manifestò, chiama le cose fatte per ira, imagini de l’involontarie. Tanto sia detto de l’ira: e s’ella è cagione che io molto ami e affettuosamente, e che le temerarie parole con l’accurate lodi ricompensi, non molto m’incresce d’esserne così pienamente fornito. Ma perciochè i falli commessi per ira son falli nondimeno, e l’azioni miste non son buone, sebbene clemente e magnanimo può esser detto chi non se ne risente, non segue però che giusto sia chi le gastiga: e ’l conservar l’autorità de’ principi e de le leggi, e ’l raffrenar popoli con l’esempio è di tanta importanza, che molte volte il rigore con altrettanta ragione è lodato, con quanto la clemenza sia commendata; onde fu molto dubbia l’antichità, qual fosse degna di maggior pregio, la severità di Torquato o la piacevolezza di Valerio: ma pur chi al severo e al rigido vuol accostarsi, deve aver l’occhio che il gastigo al fallo corrisponda, e che a l’oggetto che abbiam detto sia dirizzato. Ma ’l dar per gastigo ad un artefice che non si eserciti ne l’arte sua, è certo esempio inaudito; perciochè nè per esso la maestà de le leggi si mantiene, nè onore al principe, nè beneficio a la cittadinanza ne risulta; anzi pare più tosto, che questo gastigo sia altrettanto dannoso al mondo, quanto a colui che lo patisce. E tanto sono lontane le leggi da l’impor questa pena, che più tosto consigliano che gli artefici eccellenti, quantunque nocenti e colpevoli di gravissimi misfatti, debbano in vita esser conservati: e volentieri sostengono che ogni loro rigore sia temperato, acciochè d’uomo o d’opera eccellente non si faccia perdita. Onde grida Augusto in quei suoi versi co’ quali l’Eneide di Virgilio difende da le fiamme:
<quote rend="block" lang="lat" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">Frangatur potius legum veneranda potestas,</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Quam tot congestos nocteque dieque labores;</l>
                  </quote>
e quel che segue. Or, vorranno i principi moderni esser d’Augusto imitatori? così in questa come ne l’altre sue virtù procurino d’assomigliargli: o pur d’alcuni non dirò imperadori, ma mostri, vorranno seguir l’esempio? e di quali, per dio? di quelli di cui tutto l’ordine lunghissimo de gli imperadori non ebbe i più malvagi, nè ha i più vituperati: di Caligola, dico, di Nerone e di Giuliano; due de’ quali furono gentili, e l’altro cristiano, ma cristiano peggior d’ogni gentile; perchè la fede rinnegò, e quanto potè cercò d’opprimerla, e da tutti i suoi fedeli da la radice stirparla. Bandì Caligola da le librerie l’imagini e i libri di Virgilio e di Livio: e di quali scrittori, o dio buono? di quelli per li quali l’imperio romano è altrettanto venerabile, quanto per le vittorie de’ suoi capitani. Fu Nerone invidioso de la gloria di Lucano, e per invidia il fe’ morire: non so se in ciò degno d’alcuna scusa; poichè ciò fece non come imperadore, ma come emulo ne l’arte del poetare. Proibì Giuliano a Gregorio Nazianzeno e a Basilio Magno che in greco non iscrivessero, acciochè non confermassero e non accrescessero la religione ancor nuova: ma quanto bene di ciò gli succedesse, il suo fine il dichiarò; e la gloria di quei dottissimi ed eloquentissimi teologi sempre più s’è andata avanzando, e in tutti i secoli e in tutte le lingue sarà ammirata e venerata. Ma forse è fuor di proposito tutto ciò che lungamente ho ragionato; perchè nè io merito d’esser fra gli eccellenti annoverato, nè ’l pensiero del mio signore fu simile a quello de gli scellerati imperadori; essendo egli, se alcun principe fu mai, giudicioso conoscitore e liberal riconoscitore de gl’ingegni, e amator de gli artefici e de l’arti nobili, e desideroso così di far cose degne d’onesta memoria, come di veder fiorir quelli studi, i quali la memoria de le cose possono ornare e conservare. Ma volle peraventura esercitar la mia pazienza, o far prova de la mia fede, e vedermi umiliare in quelle cose da le quali conosceva che alcuna mia altezza poteva procedere; con intenzion poi di rimuovere questo duro divieto, quando a lui paresse che la mia umiltà il meritasse: ad imitazion forse de la providenza d’Iddio, la quale, poichè ebbe formato l’uomo, il collocò nel terrestre paradiso, e l’onorò del libero arbitrio, e gli diede la legge; e la legge fu, qual arbore dovesse toccare e da quale astenersi: e quella che gli era vietata, era la pianta de la cognizione; non male da principio piantata, nè invidiosamente proibita, se opportunamente i suoi frutti fossero stati colti. Ma la pianta de la contemplazione, a la quale solo coloro c’hanno la perfezion de l’abito potevan ascendere sicuramente, non era anche buona per li semplici e per coloro ch’erano ingordi d’appetito, sì come a’ teneri e bisognosi di nudrimento di latte il cibo sodo e duro non si conviene. Ma io non sol poco ubbidiente in trapassar i cenni del suo comandamento, ma molto incontinente eziandio in lamentarmi che mi fosse imposta sì dura legge, partii non solo scacciato ma volontario di Ferrara; luogo ove io era se non nato, almeno rinato, e dove ora non sol dal bisogno sono stato costretto a ritornare, ma sospinto anche da grandissimo desiderio ch’io aveva di baciare le mani a Sua Altezza, e di riacquistar ne l’occasion de le nozze alcuna parte de la sua grazia. E benchè io non veda segno ancora, per lo quale io possa sperare che ’l signor duca mi debba far degno de la sua servitù, o almeno essere cortese del suo favore a conseguir la servitù del serenissimo signor principe di Mantova; ch’è quel signore che per l’opinion che ho de la sua singolar virtù, e per espettazion di riuscita maravigliosa, e per favori ricevuti da lui, ne l’affezione e nel desiderio di servirlo a tutti gli altri prepongo; mi pare nondimeno, che assai di cortesia m’usasse a non riputarmi indegno che, dopo tante mie licenziose parole, gli baciassi le mani: e spero che se di questa grazia non mi fu scarso, de l’altre ancora non debba essermi avaro; fra le quali quella che più desidero è, che rimuova l’impedimento de lo scrivere. Chi ti vieta, direte voi, che tu a tua voglia non iscriva? Nè ora alcuno mi vieta lo scrivere, nè quando io partii alcun me ’l vietava; ma quando io mi partii molte cose me l’impedivano, ed ora niuno impedimento veggio rimosso.</p>
               <p TEIform="p">Dottissimo signore, voi sapete che niun agente opera senza fine, e che se ’l fine s’impedisce, s’impedisce l’operare; ma fra l’azioni, alcune non hanno altro fine che l’operazione stessa; perchè l’uomo o fortemente o temperatamente o liberalmente operando, de la sola operazion si contenta. Alcuni, oltre l’operazion che passa ed è di brevissima durata, vogliono lasciar dopo sè alcuna opera stabile, come l’architetto vuol lasciar il palagio, lo scultore la statua, e ’l pittore il ritratto: nè alcuna di queste o de l’arti somiglianti opererebbe, se non a fine di produrre qualche opera, che rimanesse dopo l’operazione; e quanto gli artefici sono più nobili, tanto maggiormente solo intenti a procurare che l’opere loro restino dopo sè lungamente. Or credo che senza alcun dubbio riporrete me fra quelli artefici che voglion che de la loro operazione rimanga alcuna opera; perciochè i poeti lascian dopo sè i poemi, e gli eloquenti l’orazioni e i dialoghi o altra cosa simile. E sebben l’arte oratoria non ha per fine, necessario il lasciar l’orazioni, potendo ella esercitarsi o innanzi ai giudici o co ’l popolo o in senato con la viva voce, come l’esercitarono Pericle e Alcibiade e Cleone; nondimeno allora ella solo non ha questo fine quando è accompagnata con l’azion civile, come i soprannominati l’accompagnarono; ma quando n’è scompagnata, rimira sempre a lasciar le scritture dopo sè: nè quando anche è negli uomini attivi e civili, sdegna però la perpetuità de le scritture, ma più tosto sommamente la desidera. Onde in tre ordini trovo che i greci oratori furono distinti: i primi parlarono, e non scrissero; e tali furono non solo Pericle, Alcibiade e Cleone, ma Temistocle, Cimone e molti altri che con loro fiorirono ne la amministrazione de la republica: i secondi scrissero e parlarono; come Demostene, Eschine, Iperide e gli altri di quel secolo: i terzi scrissero ma non parlarono; de’ quali a mia notizia sono arrivati Aristide e Dione, due grandissimi lumi d’arte e d’eloquenza: e potrei fra loro annoverar Isocrate, se non fosse che la molta distanza de l’età con lungo intervallo gli divide. Ma essendo a me impedita ogni operazion d’uomo civile, e mancandomi tutte l’occasioni di esercitar l’eloquenza (se pur n’è alcuna in me, chè io non la riconosco) affine di persuadere; riman solo che io mi proponga il fine di lasciar l’opere: e se questo m’è negato, è necessario che da fatica così vana e inutile io mi ritiri. Dico necessario, perchè sì come la natura di necessità si propon alcun fine, così l’arte, che de la natura è imitatrice, deve necessariamente in alcun fine riguardare. Ma perciochè l’artefice suol aver il più de le volte due fini; uno, che è il suo fin proprio, in quanto egli è artefice, e questo è l’opera; l’altro, ch’è fine accidentale, e questo è l’utile o l’onore; avviene molte fiate che i fini accidentali muovono con maggior efficacia che non fanno i propri de l’arte: onde si dice, che l’onore nudrisce l’arti; e si vede per esperienza, che gli oratori e i poeti fiorirono in Atene non in Isparta; perciochè fra gli ateniesi erano tenuti in pregio, e fra’ lacedemoni poco stimati: se da questo numero non volessi trarre Tirteo zoppo e ateniese, il quale meritò esser fatto capitano de gli spartani, tuttochè fosse anzi poeta che guerriero. E in Roma tardi cominciarono a fiorir l’eloquenza o la poesia, perchè tardi cominciarono ad esser tenute in pregio; e sovra Claudio Cieco e Livio Andronico non c’è memoria di chi nobilmente orasse o poetasse; ma co’ premi de gli onori proposti, l’una e l’altra arte pervenne tosto a somma perfezione.</p>
               <p TEIform="p">Or debbo io da questi fini accidentali lasciarmi muovere? Certo, scompagnati dal primo potrebbono in me quel che ne gli altri uomini; perchè, per usar le parole di Cremete, niuna cosa umana stimo aliena da me: ma peraventura potrebbono in me alquanto meno di quel che sogliono ne gli altri potere; ed a maggior ventura mi recherei s’io potessi dire, <foreign lang="lat" TEIform="foreign">Exegi monumentum aere perennius</foreign>. Ma in istato son io, che non so se quelli o se questi fini mi siano maggiormente impediti: onde la mente si mostra infingarda al pensare, la fantasia pigra a l’immaginare, i sensi negligenti in somministrare loro l’imagini de le cose, la mano neghittosa a lo scrivere, e la penna quasi da questo ufficio rifugge, e tutto sento ne l’operazioni agghiacciarmi, e quasi da inusitato stupore e stordimento esser soprappreso; nè senza qualche dimostrazione di cortese favore potrei risvegliare in me quelle vivacità e quelli spiriti che sono, forse, non molto meno ne le prose che ne’ versi, generosi. Il qual favor già sperai da un valorosissimo e generosissimo principe, e de le lettere come d’ogni altra nobil professione intendentissimo: ma, qual si fosse la mia disgrazia, egli meco si dimostrò men grazioso di quel che con gli altri sia usato di mostrarsi. Ora certo e da lui e da ogni altro molto volentieri il riceverei; ma particolarmente mi sarebbe caro d’esser, per vostra intercessione, in ciò favorito dal serenissimo signor duca e dal signor principe vostro; il quale in questa mia avversa fortuna con tanta cortesia meco è proceduto, che con maggior niun par suo trattò meco ne la prospera e nel colmo de la mia riputazione. Onde è ragione che io desideri di consacrar così il padre come il figliuolo con ogni sorte di scritti a l’immortalità; o, per parlar con minor arroganza, di far nota a’ secoli futuri la gratitudine de l’animo mio, quanto più per me si potrà. Dico ciò presupponendo che co’ serenissimi principi, miei signori, voi vogliate addoperar altra che la vostra medesima autorità, la qual per se stessa nondimeno ad impetrar maggior grazia sarebbe bastevole.</p>
               <p TEIform="p">Ma per tornar a le ragioni: qualunque io mi sia, l’opere mie non da le mie condizioni, ma da le lor proprie debbono esser giudicate, e secondo il lor pregio stimate. Perchè Aristotele chiaramente c’insegna, che ne’ cambi de l’opere de l’arti non si considera la disuguaglianza de la bontà e de la dignità de le persone; ma tra Achille e Tersite, e tra Nicia e Iperbolo non si fa differenza alcuna: nè pur Aristotele l’insegna, ma tutte le leggi il comandano, e l’uso di tutte le città l’approva. Nè rivocherò in dubbio se la proporzion che in sì fatti cambi si considera, sia aritmetica o geometrica; ma tornerò di nuovo ad affermar assolutamente, che qualunque ella sia, riguarda l’opere per sè: e se pur a gli artefici s’avesse alcun riguardo, sarebbon essi considerati come dotti e famosi artefici, o come indotti e di poco grido, non già come uomini buoni o malvagi. E perchè il ragionamento mi ha portato a parlar de la aritmetica e de la geometrica proporzione, non vo’ tacere una cosa, parendomi che l’opportunità il ricerchi, che per altri rispetti aveva pensato di tralasciare. Vi dee esser noto, cortesissimo signore, che se da me alcun fu mai in alcun tempo offeso, infiniti sono coloro da’ quali sono stato iniquissimamente ingiuriato, con danno mio quasi irreparabile; e s’io de’ miei falli sono stato gastigato, niuno di que’ falli che contra me ha commesso è stato punito. E quando la giustizia non avesse alcuna considerazione a la proporzione aritmetica, ma solo la geometrica considerasse, certo non però tutti i miei offensori dovrebbono esser privilegiati; perciochè molti sono di loro i quali nè preposti nè agguagliati mi debbono essere, considerando insieme le buone e le ree qualità, e le doti così de l’animo come de l’ingegno. Ma ora non si tratta di compartimento di premi e d’onori; il qual ufficio è proprio de la giustizia distributiva: chè se di ciò si trattasse, a niun’altra proporzione si dovrebbe aver l’occhio, che a la geometrica; a quella, dico, che osserva egualità diseguale, secondo la disuguaglianza de le persone: ma si ragiona d’offese fatte e ricevute, di gastighi dati e da dare; la qual parte tocca solo a la giustizia o a la ragion emendativa, che non considera altra proporzion che l’aritmetica; nè persona, per grande o per valorosa che sia, privilegia; nè uomo alcuno, quanto si voglia vile o malvagio, discaccia dal suo tribunale. Ed è questa ragione così severa pesatrice de’ fatti, e così poco conoscitrice de le persone, che a coloro in cui balìa sono le leggi, e a gli imperadori stessi non teme di contraddire. Onde si legge che, da questa giustizia accompagnata, ardì una vedovella di por freno a Traiano, e d’arrestarlo quando egli già per andar a la guerra spingeva il cavallo e moveva l’esercito; e il giusto signore, vincendo l’affetto de l’animo che al contrario l’inchinava, ragione non gli negò: e tanto il beato Gregorio di questo atto si compiacque che, secondo piamente si crede, l’anima d’un gentile con le sue orazioni al cielo fe’ degna di salire. Da questa giustizia accompagnato potrei chieder ragione arditamente contra molti, non solo di questo, ma de gli stati stranieri eziandio, i quali allora m’hanno offeso, quando ancora a niun principe era odioso e da niuna sentenza dannato. E perciochè questa emendativa ragione è mediocrità non d’affetto, come l’altre virtù, ma tra ’l più e ’l meno; e l’offenditore ha sempre il più, e ’l meno l’offeso; io potrei ragionevolmente non solo per equità, ma per rigor di giustizia aspettare ch’ella, togliendo il soverchio a gli offenditori, me di quel che mi manca riempisse, senza che io da loro avessi a riconoscerlo. Nè ciò ora io dico tanto perchè o del male altrui sia desideroso o di vendetta troppo ingordo; chè nè di vendetta son cupido, nè ’l male altrui mi piacerebbe; e se ’l mio bene desidero, il desidero come mio bene, non come altrui male: ma ciò dico solamente per porre in considerazione a’ giudici quel che ragionevolmente mi pare che nel mio caso si debba considerare; e s’essi vorranno, spogliando la severa persona di giudice, vestirsi quella di pacificatore, faranno cosa per se stessa lodevole ed a me gratissima. Ma non meno il paciaficatore che il giudice è mezzo fra ’l meno e ’l più: e’ son simili al mezzo il quale è fra’ dodici e gli otto, il quale toglie a’ dodici i due che lor soverchiano, e aggiunge a gli otto i medesimi due che lor mancano; e così agguaglia la lor disparità. E perchè molte fiate il danno ricevuto non si può ristorare con cosa de la medesima sorte, così l’uno come l’altro è obligato a procurare che sia ristorato con cosa d’egual valore, e che faccia, quanto è possibile, giusto contrappeso. Solo in tanto sono forse differenti il giudice e ’l pacificatore, che ove il giudice considera i danni e l’offese ricevute separate da le persone, il pacificatore l’accompagna con la considerazion de le persone, ed ha maggior riguardo a quel che convenga al decoro e a la dignità de l’ingiuriato e de l’ingiuriatore; perciochè il fine del pacificatore altro non è che d’introdurre amicizia ov’è stata nimicizia: ma l’amicizia è di due sorti; una fra gli eguali, che propriamente si chiama amicizia, e propriamente quando ella è fondata non sovra l’utile nè sovra il dilettevole, ma sovra l’onesto; l’altra fra’ diseguali, e questa è detta amicizia in eccellenza, non essendo dovuti i medesimi uffici nè le medesime dimostrazioni d’onore da l’amico maggiore al minore, che sono debiti dal minore al maggiore: e si governa questa seconda amicizia con la proporzion geometrica, come la prima con l’aritmetica. Ma nè questa si può conservare quando a l’amico minore non sia dato quel che gli si conviene; perchè altramente sarebbe servitù non sol di nome, ma di effetto: dico d’effetto, perchè, secondo l’essenza de la cosa, non solo non è servitù la conversazione che comunemente s’ha con privati maggiori, ma nè anche quella che s’ha co’ principi e propriamente servitù; ma più tosto amicizia in eccellenza, la quale per riverenza s’ha preso il nome di servitù, che da l’adulazion del mondo e de le corti è stato poi molto addolcito, come ben mostra monsignor De la Casa nel suo Trattato de gli uffici de gli amici minori verso i maggiori; e solo gli schiavi son quelli che propriamente servi si possono dimandare. Ma ritornando onde alquanto ci siamo allontanati, così l’uno come l’altro ufficio è ufficio degno di principe; ed a’ prìncipi s’appartiene non solo il giudicare e ’l pacificare, ma far l’uno e l’altro con giustizia e con clemenza, ad imitazione di quell’eterno e sovrano principe de’ principi e signor de’ signori, il quale in niuna sua azione la giustizia da la pietà discompagna.</p>
               <p TEIform="p">Or raccogliendo quanto del gastigo ho detto, a me pare che i miei errori fossero degni di perdono, e d’averne nondimeno sin ora ricevuto il gastigo: e mi pare anche, che se nuovi gastighi mi voglion dare, potrebbono contentarsi che non fossero nè tanti in numero nè sì gravi in peso; e che si potrebbe anche, per lo perdono c’a miei nemici s’è conceduto, i miei errori con maggior clemenza riguardare.</p>
               <p TEIform="p">Ma forse non gastigarmi, ma vendicarsi di me vogliono i serenissimi principi.
<quote rend="block" lang="lat" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">...Tantae ne animis caelestibus irae?</l>
                  </quote>
               </p>
               <p TEIform="p">Tolga Iddio che mai questo affetto ne l’animo loro, o questo pensiero ne la mia mente possa cadere; perchè sì come l’affetto è indegno de la lor grandezza, così non debbo io pensare ch’essi sian per fare ciò che a la lor grandezza non si richiede. Ma la vendetta, diranno, è approvata da’ filosofi, cattivi senza fallo; e l’ira, per la speranza de la vendetta, innonda il cuore più dolce d’un rivo di mele. Ed io tutto ciò confesso: ma qual vendetta può desiderar un principe contra un privato? un possente contra un debole? un temuto contra un supplichevole? un venerato contra uno che ’l riverisce? Il desiderio de la vendetta è desiderio che può nascer tra gli eguali, o tra coloro tra’ quali è poca differenza; ma ove non è egualità, ove non è similitudine, ove non è vicinanza, ove non è proporzione, ove è tanta distanza quanta è da l’oriente a occidente, quanta è dal cielo a l’inferno, come può nascer sì fatto desiderio? S’addira Achille, ma s’addira contra Ettore e contra Agamennone, e sovra loro desidera di vendicarsi, e si vendica; ma contra gli araldi, che vengono a torgli la donna amata, non s’addira, nè desidera vendetta. S’addira Turno, ma contra Enea: a Drance, tuttochè gravissimamente addirato, non si degna di minacciar di tor la vita, ma dice:
<quote rend="block" lang="lat" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">.....habitet tecum, et sit pectore in isto.</l>
                  </quote>
Ma s’addira Alessandro, e uccide Calistene suo filosofo: l’uccide per violenza d’un subito affetto; ma noi ora parliamo di quella vendetta che procede da affetto confermato e indurato; e questo ragionevolmente non può nascere se non tra pari o tra poco disuguali. Ma si legge che Dio è chiamato Dio de le vendette: si legge ne la legge vecchia; ma ora non è più Dio de le vendette, ma Dio de le grazie: e i principi, che son principi cristiani, non gentili o maomettani, debbono esser principi de le grazie non principi de le vendette: benchè nè allora Iddio si chiamava Iddio de le vendette perchè veramente si vendicasse. E come può vendicarsi chi non s’addira, nè odia? e in Dio non cade nè ira nè odio nè alcun’altra di queste nostre umane passioni: ma noi mortali, secondo il nostro modo del ragionare, così diamo a la natura impassibile le passioni, come a l’incorporea il corpo; e perciochè i gastighi ch’egli dava eran simili a quei che danno gli uomini vendicativi, furon chiamati vendette; ma propriamente erano gastighi. Ma ora ch’egli è di tanti doni grazioso, consiglia anche noi a dimenticarsi ogni affetto di vendetta. Lascio di annoverare i doni di Dio, chè sarebbe lungo o più tosto infinito ragionamento; e dirò solo, che ora per sua grazia siede ne la sede di Pietro un pontefice giusto, clemente, prudente e saggio al pari di quanti fossero giammai; il quale è così privo d’ogni affetto mondano che, potendo aggrandire i suoi con ricchezze e con parentadi convenevoli a le grandezze de la fortuna ne la quale ora si ritrovano, ha voluto, con esemplare e cristiana modestia, dentro a’ termini d’una onorata mediocrità ritenerli; tuttochè non sol per fortuna ma per valore, il fratello e i due nipoti cardinali, il signor Giacopo e gli altri fossero d’ogni onor capaci e d’ogni grandezza meritevoli. Iddio dunque è Iddio de le grazie, e la stagione è la stagione de le grazie: e i principi cristiani saranno i principi de le vendette? Or se la cortesia, se la clemenza, se la generosità, se l’esempio de’ lor gloriosi antecessori, più pronti al perdonare che al vendicarsi, non giovano a me; se le cose da l’uno e da l’altro di loro magnanimamente ed eroicamente adoperate non si rivolgon loro per la mente e non gli esortano a non partirsi in questa azion verso di me dal lor solito modo d’operare; gli esortino almeno la pietà e la carità cristiana, de la qual non son meno adorni, che de l’altre virtù reali ed eroiche. Nè io parlo con esso loro come farei co’ giudici; non mi scuso, ma m’accuso; non diminuisco più i miei falli, ma gli accresco; non dimando giustizia più no, ma perdono e grazia; non mi vaglio de’ torti che da’ loro soggetti a me sono stati fatti, ma tutto il fondamento de’ preghi e de le speranze mie è sovra l’offese che io ho fatte a l’Altezze loro: nuovo e strano fondamento, ma pur sodo e stabile, nè punto sofistico. Se l’offesa fu inconsiderata, l’emenda sarà considerata; se l’offesa fu leggiera, l’emenda sarà tanto grande, quanto più da me si può aspettare. Passo più oltre: al forte è caro che gli sia data occasione di mostrar la fortezza; al prudente è grato che gli sia porta materia da operar prudentemente: ed essi, che sono clementi e magnanimi, debbono aver caro che i miei errori sian quasi occasion o materia de la lor magnanimità, e ch’io sia mostrato a dito per esempio de la lor clemenza; e si potranno compiacer in me, come in soggetto in cui riluca la grandezza de la loro virtù.</p>
               <p TEIform="p">Or rivolgo, cortesissimo mio signore, a Vostra Signoria illustrissima il mio ragionamento. Ma come dico rivolgo, se sempre a voi l’ho dirizzato? chè le precedenti parole a voi venivano, nè ardirebbono per se stesse al cospetto di due serenissimi principi appresentarsi, se dal vostro favore non andassero accompagnate. Seguo dunque di ragionar con esso voi; e vi prego, per l’amor che dal vostro e per la riverenza che dal mio lato cominciò co ’l cominciar de la nostra giovinezza; per li testimoni che sempre avete fatti di qualche mio picciol merito, e per quelli che sempre ho fatto io del vostro valor singolare e maraviglioso; per li favori che ho ricevuti da voi, e per li servizi che ho desiderati di farvi; per tutti i segni e per tutte le dimostrazioni di scambievole affetto, che tante fiate abbiamo veduti; per l’altezza de l’animo vostro, e per la grandezza del mio infortunio; per tutte queste cose io vi prego, generosissimo signore, che vogliate in voi conservar la vostra antica benevolenza verso me, e in me tener vivi i vostri beneficii e la memoria de gli obblighi miei, e ’l desiderio di continuar con esso voi la mia affezionatissima servitù in quel modo che io aveva cominciata. E vi prego che in questo mio acerbissimo caso non mi vogliate essere scarso del vostro favore, ma liberalmente per me impiegarlo non solo co’ principi miei signori, ma co’ principi tutti d’Italia e co’ sovrani principi del mondo; se così giudicherete necessario: perchè non è regione alcuna così lontana, ove la vostra intercessione non sia d’autorità, e ove il vostro nome non sia grazioso.</p>
               <ps>
                  <p TEIform="p">Doposcritta. La fretta che ho di mandar oggi, ch’è il mercordì santo e ch’è giorno di spazio, questa scrittura, ha fatto che io non le abbia dato se non una rivista correndo: ho corrette molte cose, ma molte forse mi sono fuggite da l’occhio: ne ho la prima bozza, la quale limerò con più studio; chè questa da quella è copiata senza mutazione. Non mi ricordo se Caligola o se Claudio bandisse i libri di Virgilio e di Livio, e dubito che non fosse Claudio: Vostra Signoria illustrissima il troverà in Svetonio. S’alcuna cosa ci fosse non cattolica o non pia, è stata detta per ignoranza, e voglio che non sia detta, e ad ogni correzione mi sottometto.</p>
               </ps>
            </div2>
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               <head TEIform="head">124</head>
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                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Se con la prima scrittura, illustrissimo Signore, che ho mandato a Vostra Signoria illustrissima, non avessi altro operato, credo almeno d’aver con essa deposto il timore e la vergogna de lo scrivere, ed assuefatto me stesso a non tralasciar per rispetto le mie ragioni, e lei a leggerle con alcuna pazienza ed attenzione. E perchè colui c’una fiata i confini de la vergogna ha trapassati, dee esser bene ed animosamente sfacciato; io se non con isfacciataggine, almeno con sicurezza, da niun rispetto ritenuto, ardirò di nuovo scrivervi senza timor di noiarvi, se così de l’obligo vostro e del debito de gli altri intercessori ragionerò, come di quello de’ due principi, appresso i quali s’intercede, ho ragionato. Perciochè l’uno e l’altro di loro è così grande e per valore e per potenza, che chi è stato ardito di richiamar sotto alcuna legge la grandezza e la virtù loro, può ben anche sicuramente por la bocca in ciascun principe del lor ordine, per grande e per valoroso che sia, o che sia riputato. E quando io parlo di debito e d’obligo, non intendo di quello per lo quale innanzi a’ tribunali de’ giudici da’ creditori son citati coloro che debbon lor dare; ma di quello che impongono le leggi di natura e d’umanità a gli uomini; le leggi di virtù e d’onore a’ buoni, ed a coloro che amano di parer tali; le leggi divine e cristiane a chi d’esser cristiano si rammenta. E voi, illustrissimo signore, non solo come uomo, e come buono ed onorato, e come cristiano, sete ristretto a quell’obligo il quale è comune a tutti, e particolare a quei principi e signori i quali hanno maggior potere di far altrui beneficio, fra’ quali voi potete esser annoverato; ma ad un particolarissimo molto, perciochè amico e signore mi siete stato, e molto m’avete amato, e molto siete stato da me riamato. Ed ora se tal più non mi siete, nè in tal modo disposto verso me; non potete almeno negare di non conoscermi, e di non essere in parte stato cagione de la mia infelicità. Nè ora io vengo a ragionar del vostro debito con voi medesimo, tanto perch’io creda o che voi nol conosciate, o che nol vogliate conoscere, o che non vi curiate di pagarlo; quanto per aprirmi la strada a parlar de gli altri, de’ quali aspetto alcun favore in questa mia calamità; e perch’essi ascoltino di balzo con minor noia le mie ragioni, conoscendo che voi, verso il quale con diritto colpo son dirizzate, mercè vostra cortesemente l’ascoltate.</p>
               <p TEIform="p">Presupponendo dunque che i due serenissimi principi siano pieni verso me di sdegno e di mal talento, e che non siano in alcun modo inclinati a la grazia; pongo in vostra considerazione s’i miei falli, o per sè considerati, o accompagnati con l’altre mie condizioni, meritin che per me grazia e che per loro perdono si richieda; e se la meritano, come debba essere addimandata, e da chi, e particolarmente se voi dovete addimandarla, ed in qual modo. Quel Dragone, del qual si dice che scrisse le leggi non con l’inchiostro ma co ’l sangue, a tutti i peccati poneva per pena la morte; dicendo che i piccioli n’eran degni, ma che a’ maggiori maggior pena non sapea ritrovare: il quale se non fra greci, ma fra sciti fosse nato, sarebbe anche stato soverchio crudele. Or s’egli ne la mia causa fosse giudice, peraventura ogni mio fallo per se stesso degno di morte riputerebbe. Ma coloro che nel mio caso son giudici, non la ferità barbara, o la greca a la barbara somigliante, debbono proporsi per esempio; ma la giustizia di coloro, secondo le leggi de’ quali il mondo ancora è governato: de’ romani, dico, appresso i quali a pochissimi delitti era data la morte per pena; ed in ogni delitto, quantunque degno di morte, era luogo al perdono; ed era castigato chi, anticipando la pena, tagliava al perdono la strada. Onde a Curiazio (nel dubbio de’ nomi, a questa opinione m’appiglio) che uccise la sorella, fu perdonato; ed a Cicerone che fece strangolar Lentulo e Cetego, senza conceder loro le difese che a’ rei si danno, tuttochè per bene de la repubblica e con autorità del senato il facesse, non fu perdonato. E se pur ogni mio errore a i giudici ordinari paresse degno di pena, niun errore, niun misfatto, niuna atrocità è così grande, che da’ principi non possa, non soglia, e talor non debba esser perdonata. Si perdona a’ ladri, a gli assassini, a’ ribelli, a gli eretici, a’ traditori, ed a coloro che contra la vita de’ principi stessi han congiurato. E per non andar cercando esempio di lontano, non li prendiamo da le straniere regioni, ma da l’Italia; non da l’antichità, ma da’ tempi moderni; e non altronde che da Ferrara stessa, e da’ principi ferraresi.</p>
               <p TEIform="p">Alfonso primo, a coloro che di torgli la vita pensato avevano, magnanimamente perdonò: ed Ercole suo figliuolo, con egual magnanimità perdonò al Manfrone, vostro zio, che follemente e fuor di ragione aveva disegnato d’ucciderlo; ed a que’ soldati che nel tempo de la guerra con la medesima intenzione vennero a Ferrara, perdonò loro in maniera che i rei nel corpo alcun nocumento non sentirono, nè contra loro in alcun modo fu incrudelito. E se Cosmo non perdonò al Puccio, e se Francesco ad Orazio suo figliuolo non perdonò, non fu perchè loro mancasse grandezza d’animo per ciò fare; ma perchè giudiciosamente conobbero che in un regno nuovo, e pieno di male sodisfazioni e di spiriti sediziosi, non era nè sicuro nè d’utile esempio il perdonare. Ma quella grandezza d’animo che nel conceder loro la vita non si poteva nè si doveva dimostrare, nel donar la roba graziosamente si dimostrò. Or fra ’l mio caso e quello del Manfrone e del Pucci, qual cosa è o d’eguale o di simile? o qual circostanza è, che non aggravi il loro errore o che non alleggerisca il mio? Ma diranno che fra loro e la mia persona è molto non solo di dissimilitudine, ma disuguaglianza, e che l’altre mie condizioni rendono me di perdono immeritevole. Signor illustrissimo, io con esso loro non solo non vo’ venire nè in paragone di splendore di fortuna o di nobiltà di sangue, ma nè anche di bontà di vita voglio contendere; purchè voi vi contentiate ch’essi ancora in molte cose a me non possano essere agguagliati: nel qual paragone altro testimonio ed altro giudicio non cerco che ’l vostro medesimo. Chi più m’ha amato di voi? o chi più di voi m’ha stimato? E come potete voi, che siete fornito di tanta bontà e di tanto valore, amare od aver in pregio persona che nè per bontà nè per valore il meriti? Voi stesso condannate e il vostro giudicio riprovate, se me condannate. E se voi non m’avete conosciuto; chi m’ha potuto conoscere? o con chi ho io mai o più lungamente o più intrinsicamente o più caramente praticato? E chi è di voi o più accorto conoscitore de le nature de gli uomini, o più dritto stimatore de’ meriti loro? o chi ne la conversazione è più aperto, o più libero, o più anco inconsiderato di me? Così non foss’io stato tale; che in sì fatta infelicità non sarei caduto! Non sono ne l’animo mio, nè furon mai molte ritirate, nè molti nascondimenti; ma così l’ira come l’amore, e così la buona come la mala sodisfazione mi si legge ne la fronte, e ne la lingua si manifesta. E sepur ne l’animo mio era alcuna caverna o alcuna latebra (per così dire), ne la quale alcun mio grave difetto si nascondesse (ch’io non negherò di non essermi sempre sforzato di tener ascoso a gli occhi vostri il difetto, c’aveva, de la Fede), v’era anche conserva di cose più care che quelle non erano, che a prima vista si dimostravano; le quali non tanto vi scopersi io giammai, quanto con una vana famigliarità spesso v’accennava che ci fossero.</p>
               <p TEIform="p">Ma comunque sia, per quelle condizioni per le quali voi mi giudicaste degno d’amore e di stima, per quelle medesime, che in me non sono mancate, (tuttochè molte mie imperfezioni ed errori si sieno scoperti) degno sono di perdono, e degno che per me la grazia da alcun principe sia dimandata. E s’addimandar non la vogliono nè il cardinal d’Este, nè quel de’ Medici, nè le principesse di Ferrara, come partecipi de l’offese de’ fratelli, o per altro mal sodisfatte di me: e se per la stessa cagione è men cortese che non suole il signor don Alfonso; e i suoi gentilissimi figliuoli non vogliono ch’io possa vedere i frutti de la lor virtù, che con incredibile espettazione si va maturando: e se ’l signor marchese accusa la mia importuna venuta, ma non vuole, o non può, porger rimedio al mio male: e se ’l duca d’Urbino, mio antico signore e molto tempo da me amato e stimato, per nuove male sodisfazioni che non da me ma da la mia fortuna deve riconoscere, non vuole in mio favore impiegar la sua autorità: e se il cardinale Albano, antico ed amorevol padrone di mio padre e mio, non dimostra verso me quella stessa grandezza d’animo e quella pietà cristiana, con la quale ha posti in dimenticanza gli odi invecchiati e le gravissime nimicizie: e se il signor Giacomo, co ’l qual presi in Roma servitù, non usa meco alcun effetto di quel valore che ’l fa degno de la sua e di maggior fortuna; mal sodisfatto forse d’alcune parole che ne’ tormenti de la mia calamità sono stato astretto di dir lamentandomi: e se per la medesima cagione il cardinale Guastavillani si dimentica non solo del suo nome, ma de la sua cortesissima ed ufficiosissima natura: e se don Pietro, ritenuto dal rispetto che ritiene il cardinale, volge più tosto gli occhi che le mani pietose a le mie miserie: e se il duca e se ’l principe di Savoia più si tengono offesi da alcune parole dette per ira, c’onorati per le lodi scritte per elezione; o si rimangono di favorirmi per la straordinaria affezione ch’io porto al principe di Mantova: e se ’l duca di Mantova è più ricordevole d’alcuna mia antica e leggiera mala sodisfazione, che de la mia nuova ed affettuosissima inclinazion di servirlo; perchè non si mostra pronto a favorirmi il principe di Mantova, del quale non parlai nè scrissi mai, nè pur pensai, se non con sommo onore, con estrema riverenza, e con incredibil’affezione? E perchè, per la medesima cagione, la duchessa sua madre non si degna chieder grazia per me? O come può sostener la duchessa, figliuola de l’uno e sorella de l’altro, ch’io sia venuto a celebrar le sue nozze e pianto e co’ lamenti miserabili? e che nel tempo de le grazie a me sia stato rinovato il castigo, e serrata la mia prigione quando l’altre si sogliono aprire? E perchè il duca di Nivers non m’è ora così cortese del suo favore, come altra fiata in altra occasione non me ne fu scarso? Co ’l qual signore io sarei stato veramente ingrato a non fare quella menzion di lui, ch’era debita a la grandezza del suo valore singolare e maraviglioso, se da alcuni giusti rispetti non fossi stato ritenuto, i quali del tutto ora sono cessati. E perchè i gloriosi principi di Ghisa, sempre da me molto amati ed onorati, ed in particolar il duca d’Umena, al qual io baciai la mano, non mi favoriscono? E s’essi, che hanno fatte e che fanno tuttodì azioni eroiche e degne di memoria immortale, non favoriscono gli scrittori, chi deve favorirli?</p>
               <p TEIform="p">Ma certo che non solo da questi signori che ultimamente ho nominati, ma dal duca di Savoia, da quel di Mantova e da quel d’Urbino, dovrei ragionevolmente potere aspettare alcun favore. E mi dovrebbe giovar con quel di Mantova la fede c’ho mostrata in lui; per la quale io mi partii da Ferrara, ov’io viveva pur da gentiluomo, ed era servito; ed essendo in termine di ricuperar la sanità, poteva sperar di poter co ’l tempo accomodar tutte le cose; e per la quale io me n’andai a piedi per ritrovarlo, ove, quando a Ferrara tornai, a cavallo ci fui ricondotto. E con quel di Savoia, il faticoso viaggio che per fanghi e per acque ho fatto a piedi sin là; ed il molto che ho patito ne la sanità, così andando come dimorando. E con quel d’Urbino, l’antica servitù che mio padre ed io abbiamo avuta con lui e con la casa sua; e la gratitudine con la quale io ho dimostrato di conoscer sempre i beneficii da la lor liberalità ricevuti. E con tutti tre, la grandezza de l’animo, del sangue e de la fortuna loro; a la quale niun altro mai, se non io più d’ogn’altro misero ed infelice, indarno per favore è ricorso.</p>
               <p TEIform="p">Ma risponderete, che da tutti posso ricevere alcun favore, e che tutti dimandan grazia per me, e ch’io ne posso vedere alcun segno, ch’in quella guisa m’è dimostrato, con la quale le cose e i concetti a i muti si sogliono significare. Or se mi concedete ch’io possa esser degno di perdono, e che per me grazia si possa addimandare; resta che si consideri, in qual modo le grazie si debbano richiedere. Ne la quale occasione siami lecito di vagare alquanto filosofando.</p>
               <p TEIform="p">Ho letto in Omero, ch’innanzi la porta del cielo sono due grandi urne; l’una tutta piena di mali, e l’altra piena di mali co’ beni mescolata: ma che ci sia la terza, tutta di bene ripiena, non si legge in Omero. E dic’egli, che da queste due urne prende Giove i beni e i mali che fra noi mortali comparte; fra’ quali mai non si ritrova bene, che da mali sia scompagnato; ma il male puro e non mescolato, molte fiate si ritruova. E peraventura uno di questi fu il vaso di Pandora, il quale di tutti i mali era ripieno; se non quanto la speranza in alcun modo li consolava. Giova dunque a me di credere, che i già nominati magnanimi principi, essendo quasi Giovi terreni, vogliano, attenendosi a l’autorità di Omero, al celeste Giove assomigliarsi; il quale bene scompagnato da male non è solito di dare a gli uomini. E certo s’essi fossero gentili, in alcun modo sarebbe la loro opinione degna di scusa: ma essendo cristiani non solo, ma cattolici, non so come possano, ciò credendo, credere di ben credere. Perciochè l’opinione d’Omero è così perversa, che niuna è più: ed io stimo più tollerabile l’errore di quegli eretici i quali, vedendo che nel mondo erano così i mali come i beni, e non volendo affermare che Iddio fosse cagione de’ mali, ponevano un altro primo principio quasi contra Iddio collocato, il quale così fosse cagione de’ mali com’Iddio de’ beni era cagione. Ma veramente, parlando non solo secondo la cristiana ma ancora secondo la filosofica verità, nè altro primo principio si ritruova che Iddio, nè Iddio de’ mali è cagione, ma sì bene principio e fonte eterno, onde tutti i beni derivano. Perciochè egli non per altro creò il mondo se non perchè era buono, e perchè la sua bontà da le cose create fosse participata. E tutte le cose fatte da lui furon buone; ed egli le vide, e l’approvò come tali; e tutte le grazie che da lui vengono, sono da ogni imperfezione scompagnate.</p>
               <p TEIform="p">Dunque se i principi son Giovi terreni, e se le grazie de’ principi debbono essere ad esempio di quelle d’Iddio, debbono essere grazie graziose, non grazie disgraziate; grazie grate a chi le riceve, non utili a chi le fa o a chi le impetra, ed ingrate a chi le riceve. Ed in somma, sì com’Iddio, mentre egli fa grazia, è da noi più conosciuto per Iddio e più onorato che mentre fa giustizia; perchè, bench’in lui ogni perfezione sia eguale, nondimeno, secondo il modo del nostro considerare, alcuna par maggiore alcuna minore; così anco i principi sono per le grazie conosciuti per principi, e per le grazie onorati, ove per la giustizia, da un lor rigoroso ministro non sono differenti. E tanto è lontano dal vero che Iddio mescoli i beni co’ mali, ch’egli più tosto le pene con le grazie è solito di temperare. Onde quando scacciò Adamo dal paradiso terrestre, dandogli per pena la morte, mescolò (come dice il Nazianzeno) il castigo con la grazia, perchè la sua morte fu cagione che la sua miseria eternamente non durasse: ma quando si vestì d’umanità per riscuotere da le mani del diavolo l’umana generazione, e per farla degna di salire al cielo, la grazia con niuna pena accompagnò; ma egli si fe’ reo de le nostre colpe, e le nostre pene in se stesso sopportò. Dunque, innanzi la porta del cielo l’urna de’ mali è mescolata co’ beni; ma l’urna de’ beni è tutta pura, e da niun male infetta o intorbidata: o più tosto, niun male deriva dal cielo, e nel cielo non è male; perciochè non c’è materia, nè privazione, nè voglia d’angelo disordinata; ed il male altro non è, che o difetto de la materia, o disordine de l’anima; o più tosto il male non è, nè si trova natura di male, ma ivi diciamo essere il male ove veggiamo mancar il bene.</p>
               <p TEIform="p">Questa filosofia, se non m’inganno, è più degna d’essere ascoltata da’ principi, che l’omerica finzione. E s’essi vorranno mai innalzar gli occhi al cielo dal quale il lor intelletto è disceso, e dal quale è lor concessa ogni podestà sovra gli uomini, vedranno ch’egli egualmente piove in Roma ed in Augusta, a’ fedeli ed a gli infedeli; e ch’il sole egualmente riluce a’ buoni ed a’ malvagi, a’ giusti ed a gl’ingiusti; e che la vicenda de le stagioni, e la succession del caldo e del freddo, e de la brevità e de la lunghezza de le notti e de’ giorni, a beneficio di tutti gli uomini, in tutte le regioni, va alternamente variando. E se vorranno chinar gli occhi a la terra, onde hanno recato il corpo, vederanno che da lei scaturiscono i fonti e i fiumi egualmente dolci e salubri a’ ricchi ed a’ poveri, a’ nobili ed a’ vili, a’ virtuosi ed a gli scelerati; e che da lei mille erbe e mille piante volontariamente germogliano, per cibo e per uso non più de’ buoni che de’ tristi; e vedranno che ella, coltivata, così a l’industria de gli uni come a quella de gli altri largamente risponde. Onde, o vogliano imitar la beneficenza d’Iddio, di cui sono imagini, e ministri, e figliuoli; o vogliano quella de la natura imitare, di cui pur sono figliuoli e fattura; tuttochè io sia reo e colpevole di tutti i peccati, non potranno ragionevolmente essere scarsi di tutte le grazie; e quelle che da loro mi saranno concesse, non dovranno da alcun male essere contrapesate.</p>
               <p TEIform="p">Ma s’alcun d’essi, nel chieder per me grazia, vorranno non tanto aver riguardo al mio bene ed a la mia sodisfazione, quanto al lor proprio utile e sodisfazione; questa non è grazia degna d’esser concessa o impetrata da principe, ed assolutamente non è grazia; perchè la grazia deve esser giovevole a chi la riceve, non a chi la fa o a chi l’ottiene. Oltrechè la grazia, essendo contraria a la pena, non può congiungersi con la pena in un medesimo tempo e in un medesimo soggetto, s’ella molto non perde de la natura e de la forma sua, e s’ella non è così rotta e rintuzzata, come sono le forme de gli elementi, quando nel misto si congiungono. Ma quando è sì fatta, non si può più addimandar grazia, ma forse grazia imperfetta e grazia penosa. E gran differenza fo io da l’imperfetta a la penosa; essendo l’imperfetta una concessione d’una parte del bene senza alcun contracambio di male, come sarebbe a dire la concession di mezza la roba confiscata o di mezza la libertà tolta; ove la grazia penosa è con contracambio di male, come quando ad uno si concede la vita, e gli si dà per pena la galera o la prigione o l’infermità perpetua: la qual grazia, per replicar quel c’ho detto, è grazia ingrata e grazia disgraziata. Ma l’imperfetta tale non è, se ben non è con intiera sodisfazione di chi la riceve, o con compìta cortesia di chi la concede o di chi la domanda: non è grazia degna d’esser fatta o dimandata da principe; perchè se i principi nel far giustizia non debbon riguardare al loro utile ma a l’utile de’ soggetti, quanto più nel richieder grazia debbono aver per oggetto non il proprio interesse ma il bene di colui per chi si richiede.</p>
               <p TEIform="p">Ed accioch’io sia meglio inteso, vi ridurrò a memoria l’opinione di Trasibulo, da Socrate ne’ dialoghi del Giusto confutata. Credeva Trasibulo, che il giusto altro non fosse che quello che è giovevole a’ possenti. E s’egli intendeva del giusto legale, in alcun modo bene intendeva, perchè Aristotele stesso l’accenna nelle Morali, così dicendo: “Le leggi a quelle cose riguardano, le quali o a tutti sono  giovevoli, o a’ migliori, o a’ principali, i quali o per virtù o per altro cotal modo sono sì fatti.” Ove dicendo <quote TEIform="quote">per altro cotal modo sono sì fatti</quote>, non oscuramente ci significa la potenza. E chi riguarda l’intenzione de’ legislatori, vedrà che il proponimento di tutti è stato di formar leggi utili a quella maniera di governo ch’essi procuravano di fondare, o d’uno o di pochi o di molti ch’egli fosse. Ma Socrate, che non tanto il giusto legitimo considerava, il qual può essere or giusto or ingiusto, e giusto in un luogo ed in un altro ingiusto; quanto quello che veramente è giusto, e che sempre e ch’in ogni luogo è tale; prova in contrario per induzione, che giusto sia quello che è giovevole non a chi governa ma a chi è governato. Perchè se ’l medico nel medicare procura la sanità de l’infermo, o ne l’animo o nel corpo che la proccuri; e ’l pastor nel pasturare, la grassezza de gli agnelli, e ’l nocchiero nel navigare, la salute de’ naviganti ha per fine; e s’ogni arte ha per oggetto il bene e la perfezion de le opere sue; è ragionevole che ’l governatore nel governare rimiri al bene de’ governati. E quello, in somma, che distingue il principe dal tiranno è che l’uno ha per fine il bene de’ soggetti, e l’altro il suo proprio interesse; sebben l’uno e l’altro insieme possono e debbono accompagnarsi; com’i principi, de’ quali s’è ragionato, sogliono accompagnarlo: perchè per lo più quello che è giovevole al buon principe, è giovevole a’ soggetti, e quel c’a l’uno è dannoso, a gli altri è dannoso parimente.</p>
               <p TEIform="p">Ora da quel che s’è detto chiaramente si raccoglie, che se giustizia non è quella che si fa per proprio interesse, molto meno potrà esser grazia; e che s’i principi, facendo giustizia in tal modo, fanno cosa non degna di loro, facendo in tal modo grazia, o proccurando c’altrui in tal maniera sia fatta, molto più dal dovere e da la dignità, c’a la lor grandezza si conviene, s’allontanano. Onde quand’io avessi a lamentarmi o di quei principi che così rigorosamente mi castigano, o di quelli che così freddamente e scarsamente mi favoriscono, non so di quali dovessi mostrarmi più mal sodisfatto. Questo so bene, che quanto gli uni il nome di crudele dovrebbono schivare, tanto gli altri fuggire quello d’avari e di venali, e forse molto più: perchè la crudeltà non è sempre accompagnata da viltà, ed ha sempre il pretesto de l’ira e de lo sdegno; ove l’avarizia, sempre vilissima, non ha manto di scusa sotto il quale si possa ricoprire.</p>
               <p TEIform="p">Pur io nè quelli chiamo crudeli nè questi avari, ma me doppiamente sfortunato, che ne l’albergo de la pietà e de la liberalità trovi tanto rigore, e tanta penuria e scarsità di grazie. E per tacere ora de’ due principi da’ quali son punito: com’è possibile che ’l duca di Savoia; se mai rivolge fra l’animo la sua reale ed antica nobiltà, e se annovera mai il lungo numero de gli eroi da’ quali è disceso, e l’imprese e le vittorie e i trionfi loro, e ’l suo proprio valore e le sue proprie vittorie singolari che l’invidia e la fortuna hanno superato, e la moltitudine de le grazie ch’egli ha graziosamente ottenute da Iddio; possa recarsi a vendere una grazia ad uno sfortunato, ed a voler arricchire con la mendicità e con l’infermità d’uno se non innocente, almeno sventuratamente colpevole? o come è possibil almeno, ch’egli non s’induca a tralasciar parte del suo utile, acciochè io parte de la perduta sanità possa ricuperare? E com’è possibile che i duchi di Mantova e d’Urbino, non solo per l’antica nobiltà de gli antecessori in guerra ed in pace gloriosi, ma anche per la lor famosa liberalità obligati ad esser liberali; l’uno e l’altro de’ quali regge il suo stato con tanta giustizia, e con tanta prudenza ha acquetati i tumulti de’ popoli sediziosi, che ben ha dato a divedere che non indarno s’è affaticato ne le belle e buone lettere, de le quali è così fornito: com’è possibil, dico, ch’essi principi dottissimi vogliano trarre utile da la malattia d’uno scrittore, e negargli anco tutta quella sodisfazione che a tutti è concessa, di poter veder per le mani de gli uomini gli scritti loro; de la quale non solo ha goduto Lodovico Castelvetro, che è morto fuor del grembo de la Chiesa, ma ne godono tutti i seminatori di scandalo e di scisma, e tutti gli eresiarchi? Ed a chi, per dio, proibì mai il re di Francia o i principi de la Germania, di poter vendere e stampar l’opere loro? benchè, forse, la volontà de l’uno m’è in ciò più favorevole ch’io non istimo. Ma come posso apprezzare io quel favore che non so di ricevere?</p>
               <p TEIform="p">Che dirò del principe di Mantova? il quale, ad ogni lato che riguardi del suo sangue o paterno o materno, vede eroi e re ed imperatori; e tutto ciò che vede dentro e fuor di sè, il vede bello ed augusto ed eroico. O come non mi maraviglierò ch’egli, benchè giovinetto, non ardisca di rompere questa scarsa e severa union di principi, avendo massimamente il favore e l’autorità de la madre viva, la qual manca al principe di Savoia? E per ragionar de’ preti: se ’l cardinal de’ Medici dal rispetto del fratello è ritenuto a non mostrar alcun segno di quell’animo eroico ch’egli tragge da’ Leoni e da’ Clementi e da gl’Ippoliti; rispetto che parimente raffrena la cortesia, la pietà e la magnanimità di don Pietro; qual rispetto può ritenere il cardinal d’Este, libero signore di tutte le sue generosissime azioni? o come può in lui capir pensiero d’avarizia, il quale con la sua larghissima liberalità e con la reale magnificenza ha riempito di maraviglia e di splendore la corte di Francia, ed ora si fa ammirare e spesso invidiare in quella di Roma? O qual rispetto ritien gli altri, che de l’amor di Cristo si mostrano così caldi? o come non è fra loro alcuno che, imitando Cristo, con la sferza in mano cacci dal tempio i venditori e i compratori; i venditori e’ compratori, dico, del mio sangue miserabile?</p>
               <p TEIform="p">E se la grandezza de’ due principi che mi castigano è tale, che può più co ’l rispetto che con l’oro ne’ principi del loro ordine e ne’ cardinali; e se vano è ogni sospetto ch’io ho de l’altrui avarizia; non dee questo rispetto potere co ’l papa, o con l’imperatore, lor sovrani: massimamente non ricercando io vendetta (la qual pur m’è offerta d’alcun di coloro che mi negan la grazia, e che vogliono di quella anche far mercanzia), ma umiliandomi con ogni riverenza. E se così i lor superiori come il re di Spagna mio signor naturale, che è stato sempre da me veneratissimo e che mi sarà sempre venerabilissimo, è sordo a le mie umilissime preghiere; è possibile che non si ritrovi alcun cortese signore, che divotamente a’ piè del re di Franza le appresenti? re che non ha nè superior di grandezza o di nobiltà, nè eguale in valor d’arme, nè simile ’n eccellenza ed in moltitudine di vittorie avute, o di cose fatte eroicamente in battaglia o in consiglio prudentemente deliberate; re pieno d’affabilità, d’umanità, di piacevolezza, di cortesia; degno veramente, che per lui siano stati emuli due regni potentissimi, e che per lui abbian conteso in quella guisa che gli altri re per li regni sono usati di contendere. E sì come non gli dee spiacere l’affezione grandissima c’ho portata al mio principe naturale, meritevole d’esser amato e riverito da gli stranieri non che da’ soggetti; del quale io credeva fermamente, e dovea crederlo, d’esser soggetto non ribello: così dovrebbe avere alcuna compassione di me, che di tutti i beni paterni e materni sono stato privo, per esser nato di padre che le sue parti affettuosamente seguì; il quale credo che da la reina madre fosse conosciuto ed in alcuna occasione favorito. La quale, se non isdegnasse di ripormi in quel grado di riputazione e di quiete e di comodo, dal qual lo sdegno de’ suoi parenti m’ha fatto cadere, farebbe atto di pietà, degno peraventura d’esser posto in compagnia di tant’altri di fortezza, di magnanimità e di prudenza virile, che la rendono così gloriosa e così memorabil reina, come alcuna di cui sia ne le antiche e ne le moderne istorie menzione.</p>
               <p TEIform="p">E se niun altro si degnasse d’appresentar i miei prieghi a così alte Maestà, voi, cortesissimo signor mio non dovreste sdegnarvene; e particolarmente vostra questa cura dovrebb’essere, perch’io singolarmente v’ho riverito, e voi singolarmente m’avete amato. Ma diranno, che m’amavate mentre buono mi giudicavate; e c’ora non mi giudicando più tale, ragionevolmente con vostr’onore l’amicizia avete disciolta: parlo di quell’amicizia in eccellenza, che tra’ grandi pari vostri e i piccioli, come son io, può essere. Umanissimo signore: fra coloro fra’ quali l’amicizia si dissolve, o perchè l’uno molto s’avanzi di grado e di valore, o perchè l’altro malvagio divenga o tale si faccia conoscere, rimangono alcuni ufici di beneficenza ed alcuni oblighi di cortesia. Perchè non si può senza inumanità scacciar da la mente la memoria de la conversazion passata, de’ favori e de’ servigi vicendevoli, de l’affetto scambievole, de le operazioni e de’ ragionamenti gravi e giocosi. E vuole Aristotele, che quando il vizio de l’amico possa ricevere alcun rimedio ed alcun correggimento, il migliore amico per alcun modo non debba abbandonarlo, nè del suo aiuto nè del suo favore essergli scarso: il qual precetto è tanto conforme a la carità cristiana, che più esser non potrebbe. Ed a me par d’esser così disposto, c’ora per se stesso eleggerei sempre il bene e fuggirei il male. Ma io non dirò d’esser allettato al male con le speranze de gli agi e de la quiete e de la sanità (cose care e gioconde a gli uomini), ne dirò d’esser lusingato da’ piaceri a’ quali sono inclinatissimo, perchè peraventura la mia imagnazione potrebb’essere falsa: ma dirò che dal bene sono scacciato con troppo dure sferze e con troppo aspre battiture; perchè quella virtù che apparve a Ercole giovinetto non mostra a me, come a lui, strada alta ed erta e malagevole, e fatiche e disagi solamente, ma mi percuote con indignissima e vilissima povertà e con miserabil infermità. Ond’io tutto son volto e tutto inchinato a seguir il piacer, suo nemico, ed a tornar al mio antico modo di vivere, e forse a peggiore; lusingato certo da’ diletti, ma molto più spaventato dal timor di languir lungo tempo infelicemente ne lo spedale ove ora per mia sciagura mi ritrovo: e s’alcun cortese favore non sopraggiunge, che mi richiami a la parte migliore, tanto ritardo ad inviarmi per la peggiore strada, quanto mi manca l’occasione e ’l modo di poterlo fare; il quale, se sapessi come, per me stesso andrei proccurando.</p>
               <p TEIform="p">Oi me! misero me! Io aveva disegnato di scrivere, oltre due poemi eroici di nobilissimo ed onestissimo argomento, quattro tragedie, de le quali aveva già formata la favola, e molte opere in prosa, e di materia bellissima e giovevolissima a la vita de gli uomini; e d’accoppiare con la filosofia l’eloquenza in guisa che rimanesse di me eterna memoria nel mondo: e m’aveva proposto un fine di gloria e d’onore altissimo. Ma ora, oppresso dal peso di tante sciagure, ho messo in abbandono ogni pensiero di gloria e d’onore; ed assai felice d’esser mi parrebbe se senza sospetto potessi trarmi la sete da la quale continuamente son travagliato, e se, com’uno di questi uomini ordinari, potessi in qualche povero albergo menar la mia vita in libertà; se non sano, che più non posso essere, almeno non così angosciosamente infermo; se non onorato, almeno non abbominato; se non con le leggi de gli uomini, con quelle de’ bruti almeno, che ne’ fiumi e ne’ fonti liberamente spengono la sete, de la quale (e mi giova il replicarlo) tutto sono acceso. Nè già tanto temo la grandezza del male, quanto la continuazione c’orribilmente dinanzi al pensiero mi s’appresenta: massimamente conoscendo ch’in tale stato non sono atto nè a lo scrivere nè a l’operare. E ’l timor di continua prigionia molto accresce la mia mestizia; e l’accresce l’indegnità che mi conviene usare; e lo squallore de la barba e de le chiome e de gli abiti, e la sordidezza e ’l succidume fieramente m’annoiano; e sovra tutto m’affligge la solitudine, mia crudele e natural nimica, da la quale anco nel mio buono stato era talvolta così molestato, che in ore intempestive m’andava cercando o andava ritrovando compagnia. E son sicuro, che se colei che così poco a la mia amorevolezza ha corrisposto, in tale stato ed in tale afflizione mi vedesse, avrebbe alcuna compassione di me.</p>
               <p TEIform="p">Or quanto più crederò, generosissimo signore, che voi, udendo le mie miserie, siate per averne alcuna pietà? Sovvengavi che l’amico deve amare anzi l’utile e l’onor de l’amico, che ’l proprio utile e che ’l proprio onore (parlo di quell’onore di cui son vaghi gli ambiziosi), e che solo per sè maggior parte de l’onestà deve desiderare: ma è onesto che m’aiutiate; ed aiutandomi, di tutta onestà sarete possessore. E se preporrete questa onestà al vostro utile, non solo a’ principi presenti meriterete d’essere anteposto, ma a quel Scipione, al qual così nel nome come nel valore v’assomigliate: chè già non merita lode Scipione d’aver preposto il fratello a l’amico, quando, ricercando l’uno e l’altro la provincia de l’Asia, egli, perchè non a Lelio ma a Scipione suo minor fratello fosse data, s’offerse di voler seguirlo per legato ne la guerra. E forse non fu quel Scipione famoso ne l’amicizia, perchè la gloriosa e perfetta amicizia fu fra l’Emiliano Scipione e fra Lelio cognominato il Saggio, non tra gli avi loro, che furono nondimeno grandissimi amici. Ma potrete affermar ragionevolmente, che se voi siete Scipione, io non son però Lelio; e che s’amico vi sono stato, io non merito d’esser più tale. Nè io voglio negare che in gran parte il vero non dichiate. Ma voi anco non potete negare di non avermi, volendomi giovare, gravemente offeso, e di non aver porta alcuna occasione ed alcuna quasi necessità a i miei errori; sì che sarebbe opera degna de la vostra virtù;, che se contra il vostro volere m’avete nociuto, volontariamente mi giovaste, e che non voleste che i miei falli e la vostra (siami lecito a dirlo) poco considerata amorevolezza fosse stata materia de la mia miseria e de’ vostri comodi; i quali io desidero anco in parte col mio discomodo, ma non già con alcuna mia infelicità. E s’io Lelio non sono, posso col vostro favore divenire.
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">E più gloria è nel regno de gli eletti</l>
                     <l part="N" TEIform="l">D’un penitente core, e più si stima</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Che di novantanove altri perfetti.</l>
                  </quote>
               </p>
               <p TEIform="p">Vi prego dunque, illustrissimo signore, che come l’ape, cogliendo da più fiori l’umor più dolce di ciascuno e lasciando le parti più grosse, ne forma il mele; così voi, raccogliendo dal favor del duca di Savoia, e del duca e del principe di Mantova, e del signor don Pietro, e de gli altri principi tutti, e particolarmente de’ miei signori, se non tutto, qualche parte almeno di quel che c’è di buono, e lasciando il cattivo tutto, o almeno grandissima parte d’esso; formiate il mele de la vostra grazia, che con mio piacere e contentezza, e con vostra sodisfazione ed onore sia gustato da me, dopo il fele e l’assenzio e ’l veleno di tanti affanni, che così longamente ho bevuto, e c’ora di continuo beo in questa dolorosa prigione. E se non mele, ma ambrosia o nettare volete porgermi, potrete innalzarvi più su al favor d’alcun sovrano principe, e le mie presenti e le mie passate amaritudini raddolcirne. Di prigione in Sant’Anna, questo mese di maggio, l’anno 1579.</p>
            </div2>
            <div2 type="epistola" org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="div2">
               <head TEIform="head">125</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">AD ALFONSO DA ESTE, DUCA DI FERRARA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Non è titolo così alto ed illustre in alcuna eroica e gloriosa famiglia di principi, che ne la casa d’Este non si sia ritrovato e non si ritrovi; perciochè il titolo d’Altezza, che prima a’ nostri giorni dal duca di Savoia e poi dal granduca di Toscana è stato usato, da Borso molti anni era usato; et il <foreign lang="lat" TEIform="foreign">Dei gratia</foreign>, che usa il duca di Savoia, fu, molti centinaia d’anni sono, usato da Matelda principessa di questa gloriosa famiglia; e Vostra Altezza al suo ritorno d’Ungheria, quando me così amorevolmente raccolse al suo servizio, da’ principi e da le città di Germania fu onorato del titolo di Clementissimo; titolo che da l’imperatore e da’ principi grandi de la Germania è usato, e titolo di cui niun altro più si conviene a principe. E s’a niun si conviene, a Vostra Altezza si conviene non sol per rispetto de la sua grandezza, ma per rispetto ancora de la virtù de la clemenza, ch’in lei si ritrova singolarissima: la qual perchè a Vostra Altezza piaccia di mostrar verso me con alcun atto che consoli l’animo mio travagliato da l’umor melanconico, non men che ’l corpo da l’infermità, con lei de la clemenza brevemente discorrerò.</p>
               <p TEIform="p">De la clemenza, come di molt’altre virtù, non ragiona Aristotele; e pure è virtù tanto più bella de la giustizia, quanto è più proprio de gli animi grandi il perdonare che ’l castigare. E se le virtù umane con la misura de le divine si debbono misurare, quanto è più nobile effetto l’esser amato che temuto, tanto è più nobile la clemenza ch’è cagione de l’amore, che la giustizia che del timore è cagione. Quando Giove tuona, e quando fulmina nel cielo, i miseri mortali consapevoli de’ lor peccati temono l’ira de la divina giustizia; ed Augusto così ne temeva, come si legge, che ne le più secrete stanze era solito di ritirarsi, e la laurea nel capo portava per assicurarsi dal fulmine; perch’il lauro dal fulmine non è percosso: ma l’istesso Giove come clemente è amato, e come amato e desiderato tira a sè tutte le cose; e questa è quella catena d’oro, la qual mandando da cielo a terra, tira a sè gli dei, ch’essi a l’incontra non possono lui giù tirare. Ma se tale in rispetto de la clemenza umana è la divina clemenza de gli dêi, o, per meglio dire, quella d’Iddio ottimo massimo, il quale perdona non solo a chi sette volte ma a chi settanta volte sette ha peccato; tale ancora in rispetto de l’umana giustizia la divina giustizia deve esser riputata: e come dice Esiodo, e come si legge in Aristotele, la giustizia è sì bella, che nè espero nè lucifero luce più. Ma la clemenza non solo a la stella di Venere o a la luna, ma al sole stesso può esser paragonata; ed a lei si può così dire:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">O sol che sani ogni vista turbata.</l>
                  </quote>
Ma ch’ella sia bella e preziosa è assai chiaro: ma quel ch’ella sia, da chi è insegnato? Non l’insegna Aristotele; ma con la sua dottrina andiam ricercando, se quel che ella sia possiam ritrovare, e consideriam prima s’ella in alcun modo può essere una cosa istessa con la giustizia. La giustizia o è universale o particolare; e l’universale contiene in sè tutte le virtù: perciochè al forte comanda che non lasci l’ordinanze ne gli eserciti; ed al temperante, che non faccia adulterio; ed al magnifico, che spenda ne le pompe de le nozze, e ne’ publici edifici: così a tutte l’altre virtù; sì che niuna virtù è, che sotto lei non si comprenda. La particolar poi ne la distributiva e ne la emendativa si divide, e ne l’una e ne l’altra si consideran le proporzioni geometriche ed aritmetiche: ma quella maniera di giustizia che da’ pitagorici è detta <emph TEIform="emph">ritaliazione</emph>, e che da Dante è chiamata <emph TEIform="emph">contrapasso</emph> e ch’in somma altro non è che un render, come si dice, par pari; in qual de le due maniere di giustizia sarà riposta? Ne la emendativa più tosto che ne la distributiva; perciochè il render male per male, e l’istesso male per l’istesso male, è, un emendare ed un corregger l’error di colui c’ha errato: ma questa giustizia non è sempre giusta; perchè, se bene è convenevole che ’l percotente sia percosso, e c’al ladro sia rubbato; se ’l maggiore offende il minore, non deve esser offeso, o almeno non nel medesimo modo: ed a chi fura danari non deve esser furato onore nè fama; perciochè i danari sono di minor prezzo che non è l’onore e la gloria: e si debbon questi contracambi considerare secondo la proporzion geometrica, non secondo l’aritmetica; perchè l’aritmetica è molte volte ingiusta. Ma se si dà la ritaliazione nel male, si dee dare ragionevolmente nel bene; e questa è propriamente gratitudine, ed è opposta al contrapasso: onde a chi rende i danari, i danari debbono essere renduti; ed a chi rende la fama, deve essere renduta la fama: ma quando più si rende che non s’è ricevuto, questa è non gratitudine ma grazia. La grazia nondimeno non può essere, se le cose date o ricevute non son grate a colui che le riceve: onde chi non si compiace d’esser vestito de l’altrui penne, ingratamente riceverebbe la lode de gli altrui scritti; e chi ama le cose proprie per l’amore che porta a le cose proprie, non può sopportare ch’ella altrui sia attribuita: ma fra tutte le restituzioni, quella de la fama è la più grata; perchè molti si son ritrovati, che de l’onore sono stati liberali, concedendolo altrui; ma chi altrui la sua propria gloria concedesse, non si ritrovò giammai. E tanto sia detto de la giustizia, e de la gratitudine, e de la grazia. Ma prima che a la clemenza si venga, resta che de l’equità ancora alcuna cosa si ragioni.</p>
               <p TEIform="p">L’equità tanto si stende, quanto fa la giustizia universale: perchè sì come l’universal giustizia si stende per tutte le virtù che son comandate da la legge scritta; così l’equità, c’altro non è ch’emendazion de la legge scritta, dentro alcun termine non è circonscritta; perchè non solo s’usa verso chi i termini o de la fortezza o de la liberalità ha trapassati, ma verso ciascuno che i termini di qualsivoglia virtù abbia trasgrediti: e, com’abbiam detto, l’equità è emendazion de la legge scritta; percioch’il legislatore, che tutti gli accidenti particolari non può comprendere sotto definiti precetti, molte cose ha in universale comandate che buone sono, contra le quali l’errare alcuna volta non solo è necessario ma convenevole. Comanda egli, che lo straniero c’ascende le mura de la città sia punito: prudente legge: ma se lo straniero v’ascende per cacciarne i nemici, non deve esser punito in alcun modo; ma l’intenzione anzi che ’l fatto si deve riguardare, e ’l rigor con l’equità temperare. Onde rigido senza alcun dubbio fu Torquato che ’l figliuolo uccise, che contra ’l suo comandamento aveva combattuto: ma rigido non fu Bruto, che uccise i figliuoli che la republica volevan tradire.</p>
               <p TEIform="p">Ma in che la clemenza a l’equità ed a la giustizia s’assomigli, o da lor sia dissimile, andiam ricercando. La clemenza, sì come la giustizia, consiste ne la volontà, e contiene in sè l’equità; perchè non può essere equità ove non sia clemenza, ma ben può esser clemenza ove non è equità, come quella ch’è molto più ampia e c’abbraccia la mansuetudine: e se ben la mansuetudine consiste ne la potenza irascibile, e l’equità ne la volontà, non ripugna al vero, o almeno a la dottrina d’Eustazio non ripugna, che la cosa non possa così stare; perciochè sempre la potenza superiore lascia ne l’inferiore potenza alcuni vestigi, o, com’egli dice, alcune risonanze: così l’appetito ritiene in sè alcuni vestigi de la ragione, e la ragione è impressa d’alcuni vestigi de l’intelletto, potenza a lei superiore; c’altra potenza superiore a la ragione conoscono i platonici, la qual da’ peripatetici intieramente non è conosciuta: ma la clemenza seda non solo i moti de l’ira, ufficio proprio de la mansuetudine, ma l’odio eziandio, di cui l’ira è particella, come piace ad Aristotele ne la Politica; perchè l’odio altro non è, ch’ira confermata: benchè forse quel ch’egli ne la Politica afferma non è intieramente vero, e l’odio così da l’ira è contradistinto, ch’in modo alcuno l’ira non può esser sua parte; perciochè la parte ivi si ritrova sempre ove si ritrova il tutto: ma essendo l’ira in quell’ordine d’affetti c’han per oggetto il ben difficile, e l’odio in un altro ordine, ed in quello in cui è l’amore, non può l’ira in alcun modo esser parte de l’odio. Molte cose dice ancora Aristotele ne la Retorica, per le quali questo medesimo si può confermare: ma così l’una virtù è mescolata con l’altra, che difficil cosa è distinguerle ed attribuire a ciascuna il proprio soggetto; onde, come dice Platone, la giustizia è santa e la santità è giusta, e giusta la clemenza e clemente la giustizia. E tanto de la clemenza e de la giustizia avendo discorso, mi gitto a i piè de la vostra Clemenza, clementissimo signore; e la supplico che mi voglia dare il perdono de le false e pazze e temerarie parole per le quali io fui messo prigione, ed insieme operar che gli errori di tutte l’altre mie temerità, mi sian perdonati, e particolarmente quelli che concernon l’offesa d’alcun principe; chè s’io non per odio ma per ira errai contra Vostra Altezza e contra gli altri, sarà atto degno de la sua clemenza, che questo ed ogn’altro fallo mi sia perdonato. E con questo rinovando ne la sua memoria la memoria de le mie lunghe e miserabili infelicità, la supplico che non voglia indugiare a darmi alcuna consolazione; chiederei contentezza, se la dimanda non fosse superba: ma tanto sia, quanto piace a Vostra Altezza; a la quale in morte ed in vita, che lunga le desidero, prego felicità. Di Ferrara.</p>
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               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">AD ALFONSO DA ESTE, DUCA DI FERRARA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Adopro per intercessore con Vostra Altezza il glorioso nome di Carlo quinto, la cui memoria le deve essere graziosa per lo nuovo e per lo antico parentado, e per la restituzion di Modena e di Reggio che fece a Casa sua; e rinnovo tutte le umilissime preghiere che ne l’ultima mia supplica le porsi. E a la grazia di Vostra Altezza umilissimamente raccomandandomi, le prego e desidero felicità.</p>
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               <head TEIform="head">127</head>
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                  <salute TEIform="salute">AD ALFONSO DA ESTE, DUCA DI FERRARA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Clementissimo signor mio singolarissimo. Torquato Tasso, già servitore di Vostra Altezza serenissima, et or prigioniero ne lo spedale di Sant’Anna, lo supplica umilissimamente che si contenti d’agevolar il ricapito de le lettere ch’egli ha scritte ne gli stati di Sua Beatitudine e di Sua Maestà et d’altri principi e republiche, e le risposte che saran lor date; e la supplica parimente, che si contenti ch’egli possa a suo modo prevalersi di quelle poche robbicciuole che Vostra Altezza gli ha fatte rendere. E con questo pregandole dal signor Iddio ogni felicità, umilissimamente le bacio le mani. Di Vostra Altezza serenissima servitor molto umile e molto devoto.</p>
               <p TEIform="p">Riceverei anche a singolar grazia di poter parlar con qualche gentiluomo mio amico d’alcuni miei particolari.</p>
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               <head TEIform="head">128</head>
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                  <salute TEIform="salute">A SPERONE SPERONI. Padova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Quanto più credo che la mia vita debba esser breve, tanto più mi risolvo di spender questo avanzo a mio modo. Però ho deliberato, se mi sarà conceduto da l’infermità, di pubblicare alcuni discorsi de l’Arte poetica, e di scrivere alcuni dialoghi, ne’ quali è mio proponimento di difender Virgilio da tutte le opposizioni che li possono esser fatte, e particolarmente da quelle che intendo che voi medesimo gli fate. Dico intendo, percioch’io non lessi mai l’opera che di ciò avete scritto: nondimeno a quella son risoluto di contradire, se da Dio mi sarà dato qualche spazio di vita; non per odio che vi porti, perchè non v’è alcuno che v’ami più di me; nè per poca stima che io faccia di voi, perchè ’n quelle cose stesse ne le quali io ho deliberato di tenere altra opinione, lodo l’ingegno e la erudizione e l’artificio vostro; ma perchè a ciascuno dee esser lecito di dire e di scrivere le cose laudevoli, le quali possono giovare al mondo. E s’io volessi misurare l’animo vostro dal mio, vi pregherei che mi deste in ciò alcuno aiuto; perchè in simile occasione io lo darei a ciascuno che dissentisse da me più tosto d’opinion che d’animo. Pur tanto sia di ciò quanto vi piace. Nel rimanente vi prego che raccomandiate a monsignor reverendissimo di Ferrara l’onor mio; il quale non solo vorrei conservare, ma ricuperare in quelle cose, che per mia pazzia l’ho perduto. Se non piacerà a Dio di farmi questa grazia, mi sarà sempre caro uscir di questa vita, la qual m’è odiosa per tutti i rispetti. E vi bacio le mani. Di Ferrara, il 18 di dicembre (1579).</p>
               <ps>
                  <p TEIform="p">Poscritta. Questo proponimento di difender Virgilio fu fatto da me prima ch’io sapessi cosa alcuna che Vostra Signoria gli facesse opposizione: percioch’ella molto tardi mi conferì questo suo pensiero; e fu quando io fui co ’l serenissimo signor duca di Ferrara al Cataio. Però mi pare che Vostra Signoria ha minor occasione d’esser sdegnata meco per questa cagione, che per altra d’amarmi. E le bacio le mani.</p>
               </ps>
            </div2>
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               <head TEIform="head">129</head>
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                  <salute TEIform="salute">A’ SEGGI ED AL POPOLO NAPOLITANO TORQUATO TASSO, FIGLIUOLO DI BERNARDO TASSO E DI PORZIA ROSSI</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non so, signori Napolitani, s’io debba maggiormente gloriarmi d’esser nato del sangue vostro e nel vostro paese, o voi vergognarvi ch’io mi chiami figliuolo de la vostra città. Perciochè se nobiltà se grandezza se beltà se valore se cortesia di patria può apportare onore a’ suoi cittadini, assai ho io onde vantarmi. Da l’altro lato non dirò già, che se viltà se malvagità se sceleraggine di cittadino può macchiar la sua patria, voi debbiate recarvi ad onta ch’io a la vostra città rechi la mia origine materna: chè niun di questi vizi e di queste ree condizioni è in me tale o sì fatto, che peggior non si sia ritrovato in molti che sono seduti al governo de la vostra republica, e che da voi de l’onore de la cittadinanza degni sono stati giudicati. Ma dirò più tosto, che voi vergogna debbiate riputarvi d’avermi lassato in preda a la tirannide ed a la crudeltà di coloro, a’ quali è piaciuto sovra me sì fieramente esercitarla: chè tale sarei io stato, se voi tali eravate quali esser dovevate, c’avrei data più tosto occasione di migliorare, che di peggiorar le leggi; di rinovar gli esempi de l’antica virtù italiana, che d’innovare esempi di crudeltà barbara ed inumana; di correggere i difetti, che di moltiplicarli; ed in somma tale sarei stato, c’avrei potuto meglio consigliarvi come con vostra e sua sodisfazione ed onore aveste potuto al vostro re civilmente ubbidire, che voi me non avete sforzato a servir servilmente, non dirò a Busiri o a Falaride o a Dionigi, ma a la necessità, più fiera tiranna c’alcun di costoro o c’altro non fu ne le antiche o ne le moderne storie nominato. Allora voi, signori Napolitani, mi sforzaste quando non mi persuadeste; allora mi faceste ingiustizia quando negaste di farmi ragione; allora mi scacciaste quando non mi raccoglieste. E chi scacciaste voi? uno che, quasi ad asilo de’ ladroni, fosse a la vostra città ricorso con intenzione di male operare; od uno, più tosto, che tra gli altari e ne’ tempii de la sua patria credeva di poter esser sicuro, se non per coscienza de l’onesta vita passata, almeno per buona intenzione de l’onesta vita futura? A me, signori Napolitani, le camere de’ giudici furono stanze de’ barattieri; a me le chiese e i conventi de’ sacerdoti, spelonche di ladroni; a me i parenti e gli amici, carnefici ed esecutori de l’altrui inaudita crudeltà. Ond’io or vengo non tanto a scusarmi con esso voi de gli errori che per vostra cagione dopo ho commessi, quanto ad accusarvi che m’abbiate quasi necessitato a commetterli. Nè, come Lisia o Iperide ragionando al popolo ateniese proccurava di persuaderlo lusingandolo, io, lusingando, la vostra grazia proccurerò di guadagnarmi; ma più tosto, quasi nuovo Milone nulla pentito del fatto per lo quale era innanzi a’ giudici, intrepidamente l’altrui lagrime riguarderò, se ci sarà chi per me voglia spenderle; o pur anche, quasi nuovo Socrate, non tanto de’ miei falli quanto del vostro debito con esso voi ragionerò. Apparecchiatevi dunque, signori Napolitani, ad ascoltar le mie parole con quella altezza d’animo, con la quale io m’apparecchio di ricevere tutto ciò che di bene e di male, per pena o per premio de’ miei meriti o de le mie colpe m’è apparecchiato.</p>
               <p TEIform="p">Due sono i tempi ne’ quali le azioni mie possono esser considerate, o signori Napolitani. L’uno è quello ch’io ho speso ne la servitù del signor don Alfonso d’Este, duca di Ferrara. L’altro è quello che, dopo la mia fuga a Napoli, in vari errori ho trapassato. Perciochè l’altro più antico, che consumai ne’ servigi del signor cardinal d’Este, ragionevolmente ne le tenebre de la mia fanciullezza può esser lasciato nascoso; ne le quali anco l’avarizia usata da lui verso me (avarizia forse da lui verso alcun altro non usata) comporterò volentieri che resti celata. E due sono le cose contrarie e discordi fra sè, per le quali io credo che il commercio de le genti mi sia principalmente interdetto, e de le quali io credo principalmente d’esser incolpato. L’una è, che prima abbia negate tutte le colpe da me commesse, e particolarmente il difetto de la Fede: l’altra, che poi molto le abbia accresciute, e che mi sia fatto colpevole di quelle cose eziandio, di cui io era innocente. Queste imputazioni in guisa io mi sforzerò di purgare, che non tanto da sovrano giudice il mio procedere ne sarà condannato, quanto il procedere di questi giudici; i quali molto più dal costume de’ giudici si sono allontanati, ch’io dal costume de’ rei non mi sono dipartito. E questo soprano giudice nel cielo son sicuro io che non manca, al cui tribunale non solo come Socrate o come Palamede spererei d’appresentarmi, ma come Susanna ancora, o come la meretrice che del proprio figliuolo con la micidiale del suo venne in contesa. Ma mi giova anco di credere, che per me in terra debba ritrovarsi, e che quel sia che nato del sangue de’ vostri signori tiene il luogo nel mondo di sovrana dignità, il quale non come Lucifero per guerreggiar con Iddio ha posta la sua sede in aquilone, ma con intenzione più tosto pia ed angelica, di opporsi a’ nemici del nome cristiano, se da quel lato tenteranno d’aprirsi il passo ne le viscere de la Cristianità. Purgate ch’io avrò le circostanze del negare e de l’accrescere, che così pare c’accrescano i miei falli, resteranno le colpe nude ne la lor simplicità; le quali perchè mi pare d’avere a bastanza difese con l’imperadore, non voglio apparecchiar loro nuova difesa, credendo massimamente che la grazia di Sua Divina Maestà sia per adempire non solo il difetto de le mie ragioni, s’alcun ve ne fosse, ma per fortificarle, e per confermarle contra tutte l’arme e contra tutte le macchine sofistiche, c’a distruzion loro potessero essere adoperate. Or vegniamo a le ragioni ed a la forma de’ giudizi.</p>
               <p TEIform="p">Signori Napolitani, niun reo fu giammai, a cui in giudizio non fosse concesso non solo di negare le cose oppostegli, o d’alleggerirle, o di ricoprirle; ma di ritorcerle ancora ne gli avversari, e di spendere altrettanto de la sua orazione in biasimo loro, quanto in sua difesa. Sicchè s’io, appresentato a l’Uffizio de l’inquisizione, non confessai i segreti de la mia coscienza; se contra la malignità de gli accusatori miei dissi alcuna cosa, e alcuna ne dissi de la mia buona intenzione o de la mia pietà, o civile o cristiana ch’ella fosse; non commisi errore non commesso da tutti; non usai arte che da ciascuno non sia usata; non mi valsi di difesa che la natura medesima a gl’indotti e a gl’inesercitati non insegni. Contra un reo dunque, che co’ modi ordinari procedeva, non era ragionevole che con istraordinaria ragione i giudici procedessero. S’io negava, chi non niega? s’io accusava gli avversari, chi non gli accusa? s’io del favor del mio principe mi valeva, chi del favor del suo principe in sì fatti casi non si prevale? Non è non è, signori Napolitani, uffizio de l’inquisizione l’areopago, in cui non sia lecito di parlar fuor de la causa: ma più tosto ivi il men che si considera è talora il merito de la causa, perchè tutta la vita de l’uomo si va ivi ricercando. Onde non veggio perchè, quasi nuovo areopagita, il frate domenicano dovesse contra me incrudelire: e se areopogita esser voleva, perchè mi costrinse a parlar fuor de la causa, negando io prima di voler ciò fare? o perchè quegli avvocati e quelle difese non mi concesse, c’a tutti i rei si sogliono concedere? Forse perchè mi stimava colpevole? Or non sa egli che i giudizi de gli uomini sono fallaci, e che solo Iddio è conoscitor de’ cuori, e che questa proprietà è così propria sua, che nè a’ demoni nè a gli angeli stessi la partecipa? Questo doveva egli sapere come teologo; e come legista doveva sapere, o come giudice almeno da’ legisti avere inteso, che a la forma de gli ordinari giudizi la confession del reo è necessaria; e come filosofo, se pur è filosofo, saper doveva che meglio è assolver venti colpevoli che condannare un innocente. Non mi concedendo dunque le difese, nè d’esser giudice dimostrò, nè d’esser teologo o filosofo si ricordò. Ma più d’ogni altra cosa (taccio de la carità, la qual peraventura ne’ conventi de’ frati non si ritrova se non come il silenzio, scritto solamente ne le carte e ne’ muri), ma più d’ogn’altra cosa, dico, de l’umanità si dimenticò.</p>
               <p TEIform="p">Già migliaia d’anni son trapassati che la severità de l’areopago da’ giudicii è bandita, nè in Atene medesima lungamente fu gradita; nè Roma, che così di clemenza come di grandezza d’imperio e d’animo tutte l’altre città di gran lunga si lasciò a dietro, la ricevette; nè Venezia, in cui tanto può l’eloquenza quanto è ragionevole che possa in una città in cui può la ragione, la riceve; nè la ricevon le città o le corti de’ principi o de’ tiranni. Ove non vagliono (o Iddio buono!) le lagrime del pupillo e de la vedovella? ove l’età decrepita de’ genitori o l’inferma de’ figliuoli? ove i meriti de la gioventù non sono in considerazione? E qual colpa non si perdona a la speranza di crescente valore? quale a l’amor de l’onesto e del pubblico bene? ove la memoria de’ maggiori non è atta a risvegliare pietà? Da l’altro lato, in quale Scitia o in quale Numidia non è odiosa la crudeltà e l’inumanità? non è abborrita la perfidia? non è abbominato il tradimento? non è noioso il fasto e la superbia? non è rimirata con isdegno la gonfiezza e la soverchia persuasion di se stesso; e con odio e con abbominazion non è riguardato l’odio verso il genere umano, e il disprezzo verso di coloro in cui si ritrova più di valore; o pur l’invidia che, vestita de l’abito del disprezzo, tanto è più esecrabile quanto più va ricoperta con la simulazione? Misero me! a me solo ogni affetto d’umanità fu negato, a cui più si doveva concedere; e solo io non potei rendere altrui odiosi agli avversari miei, i quali senz’alcun mio artifizio a tutto il mondo dovrebbono esser odiosi. Ma quale artificio fu da me usato (o Iddio giusto!) se non pieno di somma giustizia? qual cosa fu detta da me, che da me veramente non fosse creduta? Tu, Signore giustissimo, che del mio segreto e de gli altrui sei conoscitore, vedi aperta e nuda la coscienza di ciascuno, e tu manda sovra colui più di pena in cui è più di difetti.</p>
               <p TEIform="p">Ma volgiendo a voi, signori Napolitani, il mio ragionamento; s’io contra gli avversari miei del falso non volli prevalermi, ma del vero, son amator di verità; e se sono amator di verità, son filosofo; e se son filosofo, mi deve esser lecito di poter con esso voi filosoficamente ragionare. Nè perchè io celassi alcuna parte de la verità, debbo men filosofo esser riputato; perciochè chi è più usato di nasconderla e di celarla a beneficio altrui, de’ filosofi? E se pur per filosofo perfetto non mi volete (chè nè io anco questo nome superbo attribuisco a me stesso), almeno come uomo d’ingegno, e di natura libera e filosofica, m’accetterete. Ma che dirò de la seconda volta che in Bologna al tribunale de l’Inquisizione m’appresentai? Potè forse l’inquisitore o trar da la mia bocca alcuna falsità contra gli avversari miei, ancorchè con molto artificio di parole di trarla s’ingegnasse? Non è dunque ragionevole, signori Napolitani, che vaglia il falso contra ad un uomo che con la falsità non s’ha voluto aiutare: ma ragionevol più tosto sarebbe, ch ’l dubbio e l’incerto a suo danno non fosse creduto, e che del certo ancora alcuna parte a la sua bontà fosse donata. E tanto sia detto intorno a la prima parte; quella, dico, del negare le colpe da me commesse, ed il difetto de la Fede particolarmente.</p>
               <p TEIform="p">Or passiamo a la seconda, de l’accrescere. L’accrescere le colpe non è per se stesso rea cosa, o signori Napolitani; ma per le circostanze solamente, o per la malvagia intenzione di colui che l’accresce. Perciochè se rea cosa fosse l’accrescerle, l’uomo tuttodì ne l’orazioni istituite da la Chiesa non si confesserebbe colpevole d’alcuni errori, ch’egli peraventura non ha mai commessi. Oltrechè molti si son ritrovati che, trasferendo in se medesimi le colpe de gli amici e de’ signori, sono stati più tosto degni di lode che di biasimo, ed anzi di premio che di pena meritevoli. Resta dunque che si consideri, s’io con cattiva intenzione le mie colpe accrescessi, o se le circostanze possono aggravare i miei errori. Quando ne le prigioni del castello di Ferrara, signori Napolitani, chiesi al signor duca di Ferrara la vita in dono, usai quell’artificio che con un principe magnanimo, come egli è, e desideroso d’imitare i fatti gloriosi de’ suoi maggiori, ciascuno dovrebbe usare. E l’usai con molta ragione; perciochè non scriveva io al giudice ordinario, ma al principe: e sì come, s’io avessi scritto ad un giudice, avrei dovuto proccurare che la giustizia la vita mi salvasse; così, scrivendo al principe, doveva da la grazia riconoscerla. S’io dunque una cosa medesima e negai al ministro e confessai al principe, feci non sol quel ch’era necessario ne la novità de’ modi straordinari, ma anche quel ch’era convenevole. Nè a me stesso contradissi; ma, sempre concorde a me stesso, il ministro come ministro trattai, e ’l principe come principe onorai. Ma quando a Turino dissi, ch’io affatto era stato miscredente, il dissi persuaso da chi in quella occasione poteva esser giudice, ed assicurato sovra la credenza e sovra la fede de’ principi onoratissimi. E ’l dissi con intenzione di riceverne onore, e non scorno; e con opinione non di nascondere il vero, ma più tosto che ’l vero si dovesse risapere. E s’io sono stato ingannato, l’inganno dee ragionevolmente recar vergogna non a l’ingannato, ma a l’ingannatore. A ragion dunque, dopo quell’azione, non mi reputo meno onorato di quel che prima io fossi. E s’io ricevo utile da quella azione, io ricevo quello che ragionevolmente debbo ricercare, anzi forse meno di quel ch’io dovrei. Perciochè s’è sentenza del duca di Ferrara, approvata dal re di Spagna, ch’io debba nudrirmi de la confessione del mio passato difetto de la Fede, o è giusta o ingiusta: se giusta, io l’ho approvata; se ingiusta, come a me pare, non poteva riprovarla, vedendo che tutto il mondo la riceveva. E che richiedo io (o Iddio giusto!) dopo tanti affanni sofferti, e dopo tante, dirò, morti quasi patite, se non la metà di quella gloria e di que’ premi che sono debiti a le mie fatiche? Se questo dunque solo chiedo, o signori Napolitani, più tosto come troppo largo e trascurato donator del mio, che come ingordo de l’altrui avere, dovrei essere biasimato.</p>
               <p TEIform="p">Ma a chi il chiedi? mi direte voi. Al duca di Ferrara, in servizio ed in onor del quale ho scritte molte cose degne di maggior ricompensa, che non è quella ch’io ardisco d’addimandare. E s’alcuna scritta n’ho non intieramente a suo gusto, o contra la sua riputazione, non debbo perciò meno arditamente addimandare il premio de le mie fatiche. Perciochè, s’io l’ho offeso, io l’ho offeso perchè ho creduto che voglia essere offeso: e s’egli, prendendo la mano d’alcuno e percotendosi, non può ragionevolmente castigarlo; non dee poter ragionevolmente castigare i trascorsi de la mia penna e de la mia lingua, che da la sua violenza e da gli artifici suoi, quasi da machina, sono stati sospinti. Io il reputo principe onoratissimo, valorosissimo e nobilissimo; e sempre, posto in mia elezione, come tale l’avrei celebrato e magnificato. Ma non credo già ch’egli sia o filosofo o tale, che de la verità de le cose non possa ingannarsi. E s’egli con la sua autorità ha voluto difendere l’ignoranza de’ suoi, non era io, che di filosofo fo professione, obligato a scrivere a sua voglia; e posso in giudicio convenirlo, ed il premio de le mie fatiche addimandargli. E s’egli non niega a’ suoi soggetti che con esso lui non possan litigare, a me non dee negare(chè nè soggetto gli sono nè servitore, se ben servitore desidero d’essergli) quella ragione che da’ suoi giudici ordinari fa altrui concedere. E quando pure egli le mie fatiche premiar non volesse, debbono perciò rimanere impremiate? Dipinge Tiziano o Rafaello in un quadro l’imagine di Carlo quinto o di Francesco e d’altri principi, e la dipinge simile al vero; ma non piace ad alcun di loro, perchè forse più bello vorrebbe vedersi ch’ivi non si vede: or mancheranno compratori a’ quadri di Rafaello o di Tiziano? o pure i compratori desidereranno ch’i ritratti al vero non s’assomiglino? Chi vide mai questi mostri o questi portenti, signori Napolitani? o da chi mai furono queste insolite cose ricercate? Perchè l’opere de l’arte mia (arte sovra tutte l’altre nobilissima, ed opere, s’amore non m’inganna, non ignobili) non debbono come l’opere de l’altre arti esser prezzate e premiate? Manca al duca di Ferrara non gusto non intelligenza non animo di spender largamente, ma voglia: perchè dee mancare al duca di Savoia? perchè al duca o al principe di Mantova? perchè, se non al granduca, al cardinale o al signor don Piero de’ Medici? Io non parlo de l’imperadore nè del re; perchè l’uno e l’altro, quasi nuovi Alessandri, desiderano forse solo da Apelle esser dipinti, e da Pirgotele o da Fidia intagliati. Ma (perdonisi l’arroganza a l’occasione) ed Apelle e Pirgotele e Fidia mi vanterei d’essere, s’essi così verso me l’animo d’Alessandro volessero dimostrare, come verso gli altri il dimostrano.</p>
               <p TEIform="p">Ma quando tutti gli altri mancassero, o signori Napolitani, dovreste voi de le mie opere esser giusti stimatori e liberali compratori. Vi dolete ch’io non vi dipingo o scolpisco sì belli come vorreste. A questo io rispondo, c’appresso Aristotele si trova menzione di tre maniere di pittori: di chi dipinge simile al vero, di chi fa le cose maggiori del vero, e di chi minori. Questa ultima è affatto da esser disprezzata; l’altre due meritan lode. Ed io ne l’una e ne l’altra intendo d’esercitarmi. Ne le cose che come filosofo scriverò, dirò come disse quel saggio: Amici sono gli Aragonesi, amici i Sanseverini, amici i Davali; ma più amica è la verità. Ne l’altre che come poeta tratterò, formerò colossi simili a quelli ch’i rodiani ammiran del Sole, e tutte l’opere mie saranno di statura gigantea. Ma se non ciascuna famiglia o ciascun uomo per sè, ma la patria tutta da ritrarre avessi, o signori Napolitani; quella Roma trionfante, che dal vostro Pirro Ligorio ne le carte è stata rinovata, sarebbe da me proposta per idea del mio disegno; il quale non in carte o in tele o in colori, ma in marmi ed in metalli distenderei sì nobili, che quelli di Paro o di Corinto vili verso di loro sarebbono giudicati. Nè crederei che l’idea dal vero molto s’allontanasse; perciochè la verità più ne l’idee si ritruova, che ne le forme materiali non è solita di ritrovarsi. Ma o vi piaccia, signori Napolitani, di comprare l’opere mie, o di proccurare che se non liberali almen giusti compratori si ritrovino; vostra sia l’elezione. Questo nondimeno voglio che sappiate, ch’io tutti insieme onorerò sempre per elezione sovra ciascun principe del secondo ordine, e sovra ciascuna republica, per grande e per possente e per nobile ch’ella sia: e molti di voi separati non meno onorerò, di quel che farei qualsivoglia de’ grandi di Spagna o de’ principi di Francia; e molto più gli amerò, se l’amor mio troverà da voi quella corrispondenza che deve; la qual non è ragionevole che da voi mi sia negata. Più de l’affezion mia e de l’opinione non posso promettervi, di questo che vi prometto; e se più vi promettessi, condannerei il giudizio de i re e de gl’imperadori vostri signori, i quali non si sono sdegnati di maritar le figliuole e le sorelle loro in questa nobilissima casa d’Este. Voi, s’alcuna cosa mi prometterete, proccurate che la vostra promessa sia osservata come da voi si conviene, nè crediate che de l’utile io sia principalmente sollecito, ma de la gloria de la libertà e de la dignità e de l’onore: le quai cose non veggo come senz’alcun utile convenevole possano essere o conseguite o sostenute. Persuadetevi, dunque, d’essere avvocati d’uno che non con animo mercantile, ma con filosofico, aspetta da l’imperadore la sentenza, c’a lui giova di credere che debba esser graziosa.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A’ SEGGI ED AL POPOLO NAPOLITANO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Nobilissimi e magnanimi signori. Mando questa seconda parte, la qual da la prima e da quella che segue può comodamente esser divisa, perchè così voi v’affrettiate a favorirmi, com’io son diligente in sollecitare il vostro favore, il quale in molte cose mi può esser di giovamento e di sodisfazione; ma in niuna più, ch’in far ch’io sia compiaciuto de le grazie che ho addimandate a Sua Divina Maestà ed al signor duca di Ferrara, appresso il quale niun’autorità quasi dovrebbe esser maggiore, che quella di voi tutti insieme, i quali così desidero uniti a favorirmi, com’io a tutti universalmente desidero onore e felicità; tuttochè molti anche di voi particolarmente sian tanto da me onorati ed amati, quanto basta a far ch’io me ne prometta ogni favore. Vivano felici.</p>
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               <head TEIform="head">131</head>
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                  <salute TEIform="salute">A’ SEGGI ED AL POPOLO DE LA REALE ED INCLITA CITTÀ DI NAPOLI</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">A’ Seggi ed al Popolo napolitano Torquato Tasso desidera felicità, e chiede favore conforme a quella intenzione ch’in molte sue suppliche ha dichiarato; la quale, fatta con giudiciosa elezione, delibera costantemente di conservare. Così piaccia a Cristo onnipotente, che sia con suo onore, e con sodisfazion de la città e sua, e senza disservizio di Sua Divina Maestà.</p>
               <p TEIform="p">Particolarmente desidero d’esser restituito al commercio de le lettere.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A ERCOLE COCCAPANI. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ringrazio Vostra Signoria de la maschera che mi manda, e de l’abito e del drappo; non perch’io sappia come adoprarle, ma perchè ne potrebbe venire occasione: la quale io cercherei, se potessi; e non potendo cercarla, l’aspetterò. Ma Vostra Signoria faccia ch’io le abbia tutto l’obligo; io dico non solo de l’abito, ma de la libertà, o almeno de la licenza de l’usare: e se vuol compartirlo, ricordi al signor Ippolito, c’a niun altro sarei più volentieri obligato. E per confermazione di ciò, prego l’uno e l’altro che mi comandino fino a quel termine che penseranno d’accrescerlo. E bacio le mani ad ambeduo. Di Sant’Anna, il 15 gennaio del 1580.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL MARCHESE GIACOMO BUONCOMPAGNO. Roma</salute>
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               <p TEIform="p">Sarà dunque vero che i duo Soli sensibili, che del gran Sole intelligibile sono dui grandissimi raggi, che l’una e l’altra strada del mondo e d’Iddio fra le tenebre de l’umanità ci sogliono discoprire, a me non vogliano compartir tanto de la loro luce, quanto basti a trarmi di cecità e d’errore? Sarà, dico, vero che ’l papa e l’imperatore egualmente il commercio de le genti e la comunione vogliano impedirmi? e che possa più con l’uno e con l’altro di loro il rigore di monsignore illustrissimo cardinale d’Este, che le mie giustissime ed umilissime preghiere, o pure che la loro medesima clemenza? con la quale l’uno ad esempio del gloriosissimo padre non meno ha domata la Germania, che con l’arme la domasse Carlo Quinto; sì che di lui si può ben dire quel che di Tito si disse, c’abbia vinto con le forze,
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                     <l part="N" TEIform="l">Ma più con la pietade il popol greco;</l>
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e l’altro, aprendo la mano a le grazie, arricchisce largamente i miseri mortali de’ tesori del cielo. E se pur a’ preghi miei non impenna l’ali così viva fede, ch’essi meritino d’innalzarsi tanto che siano raccolti dal papa e da l’imperatore; almeno a l’orecchie del clementissimo signor duca di Ferrara mio signore dovrebbono poter arrivare, a le quali molte volte senza aiuto altrui sono arrivati, ed ora forse arriverebbono, se da la invidia e da la malignità (venti contrari a la vita serena) non fossero dispersi. Deh pietosissimo signore! sia l’aura del vostro favore un nuovo aquilone che mi renda sereno questo cielo, che drizzi i preghi miei colà ov’io gl’invio; ma sia insieme austro che con soave tepidezza conforti la mia quasi smarrita virtù: prenda, dico, l’aura del vostro favore la tepidezza da l’uno e la serenità da l’altro, e soavemente spirando porti l’ale de le mie preghiere al clementissimo signor duca di Ferrara.</p>
               <p TEIform="p">Voglio che sin qui mi giovi con lasciva licenza poetica aver lusingate le vostre orecchie, in quel modo che quelle del principe di Salerno il signor Bernardo Tasso mio padre solea lusingare. Or con maturo stile comincierò con esso voi in quel modo a ragionare, che a la gravità vostra si conviene. Voi degnatevi di prendere in grado tutto ciò che da me vi sarà scritto; e di favorirmi, non meno come nipote di Sua Beatitudine, che come servitore del re e soggetto de l’imperatore, appresso il clementissimo signor duca di Ferrara, mio signore; il qual tanto e non più indugierà a cavarmi di miserie, quanto altri tarderà a farle conoscere quella verità c’ora è sommersa non nel profondo di Democrito, ma in antro ancora più cupo, se più si può dire; nel quale io non co’ risi di Democrito, ma più tosto co ’l pianto d’Eraclito, soglio rimirarla: di quell’Eraclito, dico, il quale a bello studio la nascose ne l’oscurità del suo stile, perchè ella ivi fosse più veneranda. È ella senza alcun dubbio al mio signore ascosa in tutto o ’n parte, perciochè o la verità de gli universali o quella de’ particolari gli è ignota; parlo ora di quelli universali che da’ filosofi morali son considerati. Ma qual parte più ignota gli sia, non saprei indovinare; e son di ciò altrettanto dubbio, quanto certo mi par d’essere che non manifesta le sia: e se ben io potrei sperare che dal tempo, che da alcuni falsamente è detto padre de la verità, ella potesse essere tratta in luce; nondimeno crederò io che non il tempo, ma Iddio sia padre de la verità. Voglio che mi giovi di credere che da’ suoi vicari ne debba esser tratta, o almen da voi, che de’ sovrani vicari di Dio sete così alto e così nobile ministro; il quale non aspetterete per aiutarmi le tarde rivoluzioni di Saturno, pigro pianeta, la misura del cui moto (s’è vera la opinione de gli antichi, che la sua sfera sia il primo mobile) è propriamente il tempo. Ma lasciando questi anni saturnini a coloro che le misure de gli altri non vogliono usare; voi, con gli anni solari e co’ lunari, e prima co’ più veloci e poi co’ più tardi, procurerete di porgere aiuto non a Torquato Tasso amator de la verità, ma a la verità medesima, che ne la causa di Torquato Tasso vede consistere tanto de la sua autorità, quanto peraventura in alcun’altra consistesse giammai.</p>
               <p TEIform="p">Ma perciochè non è conveniente ch’io a Vostra Eccellenza addimandi favor di verità se prima non purgo i sospetti de le menzogne, o almeno de le contradizioni, le quali insieme non possono stare; voglio farle conoscere, come quando io m’appresentai a l’Inquisizione dissi il vero, e come insieme vero sia quel che de la mia Fede ho scritto a l’imperatore. S’io ben mi rammento, quando in Bologna al Santo Ufficio m’appresentai, confessai a l’inquisitore ch’io come filosofo era stato dubbio ne l’immortalità de l’anima, ne la creazion del mondo, e in alcune altre cose; e gli confessai ancora d’aver avuta opinione, che la misericordia infinita di Cristo dovesse salvar l’anima di que’ giusti i quali, non per altro difetto che per mancamento di fede, sono immeritevoli de la gloria del paradiso; ma non gli dissi nondimeno d’aver avuta alcuna opinione luterana o ebraica. Ma scrivendo a l’imperatore io ho detto d’aver ebraizzato, e di non avere creduto a l’autorità del papa, e d’essere stato in molte cose non più inclinato a le opinioni de’ cattolici che de’ luterani. Fra le quali mie parole pare alcuna contradizione; ond’è necessario ch’io prima mostri c’alcuna non ce ne sia realmente, e poi ch’io renda la cagione perchè da l’apparenza di questa picciola contradizione non mi sia guardato. E se ben io potrei purgare agevolmente ogni sospetto di menzogna co ’l dire che la mia dimora in Bologna fu d’ora così breve, e l’esamine de l’inquisitore così poco diligente, che non è maraviglia che alcuna cosa potesse da me essere tralasciata o per ismemoraggine o per inavvertenza, o pur anco per timore e per vergogna; nondimeno voglio anco più efficacemente difendermi: e la difesa è questa; che può insieme stare ch’io abbia avuto alcune opinioni de’ luterani e de gli ebrei, e ch’io non sia stato o luterano o giudeo di fede. Onde quando io non dissi in Bologna d’essere stato luterano o ebreo, perch’io parlava de la forma de la mia credenza, nulla tacqui di vero: ma quand’io scrissi a l’imperatore d’aver giudaizzato e d’essere stato pieghevole a l’opinioni de’ luterani, perchè de la materia de l’opinioni ragionava, nulla dissi di falso. Chiamo materia de la fede l’opinioni e le conclusioni: verbigrazia, che la fede c’altri ha de l’infinita misericordia d’Iddio, se bene non è certa ne gli altri articoli, può salvare i giusti; che il papa non può trarre l’anime del purgatorio con l’indulgenze ch’egli concede: chiamo forma, le ragioni e i mezzi co’ quali queste opinioni provate si fermino ne l’animo; o fermamente, come la prima nel mio s’era fermata, o dubbiamente, come la seconda. E perchè le ragioni e i mezzi termini che mi rendevano o dubbio o incredulo o non ben credente, non erano tolti da alcuno scrittore del nuovo o del vecchio Testamento, o d’autorità di teologo o di scrittore di cose sacre; ma o da qualche dimostrazione d’Aristotele e d’altri peripatetici filosofi, o da luoghi comuni co’ quali in gran parte sono trattate le cose morali e civili; non si può dire che la forma de la mia credenza fosse o luterana o giudaica: e perchè la fede si dee, come tutte l’altre cose, denominare non da la materia ma da la forma, propriamente parlando non si può dire ch’io sia stato luterano o ebreo. Non era nondimeno inconveniente ch’io scrivendo a l’imperatore dicessi d’aver ebraizzato, con quello artificio co ’l quale i poeti e gli oratori molte volte da le cagioni materiali sogliono dar nome a le cose: ed io non senza qualche onesto mio disegno così elessi di ragionare; il quale ora intendo di palesare a Vostra Eccellenza.</p>
               <p TEIform="p">Il disfavore, illustrissimo signore, ch’io aveva ricevuto da la Chiesa, la quale a me s’era mostra non madre ma madrigna, negandomi quel nutrimento che da le madri ad alcuno non suol esser negato (nè parlo meno de gli spirituali che de’ corporali cibi; sebbene la carestia o la fame non era tanta, ch’ella, quasi nuova Maria ne l’assedio di Gerusalemme, dovesse pensare di nutrirsi de le carni e del sangue mio); il disfavor, dico, che da la Chiesa aveva ricevuto, era cagione non solo ch’io fondessi ogni buona speranza di favore ne la parte imperiale, ne la quale potea fondarlo senza separarmi da la Chiesa in quel c’a la fede appartiene; ma che ancora io procurassi di rendermi grazioso a gli Elettori. E perciochè alcuni di loro da la verità de la Chiesa si sono allontanati non per alcuna filosofica ragione, ma per autorità di Scrittura mal interpretata; io, per rendermi più degno de la lor compassione, non volli così distintamente ragionare, che si conoscesse che cagione molto diversa da quella c’aveva lor sedutti, me da la Chiesa avesse già secretamente e poi apertamente allontanato, con intenzione nondimeno di non allontanarmene. E s’essi fossero stati così pronti al mio soccorso, com’io desiderava, peraventura non mi sarei curato di manifestar più oltre de la verità; giudicando che l’uomo non sia sempre obligato a manifestare quelle cose le quali, senza offesa altrui e senza far torto al vero, può tacere, e co ’l silenzio de le quali egli può credere in alcun modo di fare a se medesimo giovamento. E s’alcun credere doveva di poter a se stesso giovare, io creder il doveva; perciochè io aveva avuta opinione che gli accusatori miei fossero stati messer Luca Scalabrino, cittadino ferrarese, e il signor Ascanio Giraldini, di nascimento ebreo ma nobilitato per la servitù ch’egli ha co ’l serenissimo signor duca di Ferrara; i quali, o vinti da qualche passione o da qualche interesse, o ingannati forse da quella ignoranza la qual di sì fatte materie non sarebbe a lor maravigliosa nè degna di molta riprensione, credeva io che come luterano e come ebreo m’avessero accusato: e credeva parimente, che la riputazion de l’uno fosse molto a cuore a l’illustrissimo monsignore il cardinale d’Este; ond’io, per non offendere il detto signore ne la persona ancor de’ suoi umili servitori e dipendenti, altrettanto per suo rispetto quanto per rendermi amici gli animi de’ principi Germani, non mi curai di riprovare più efficacemente la malignità o l’ignoranza de’ miei accusatori, se pur ne’ testimoni è falsità alcuna; ch’io non ne son certo, e ne parlo per congetture solamente. E se poi contra il cardinale d’Este sono trascorso in alcune pazzie, posso giurare che niuna rea opinione ch’io abbia de la bontà e de l’integrità de la vita sua, o pur de la sua religione, niun odio ch’io li porti, niun desiderio ch’io abbia di vendicarmi d’alcun disprezzo, n’è stato in alcuna parte cagione. Perciochè io avrei posposto ogni mio affetto a la riverenza ch’io debbo portare a signore sì nobile e sì valoroso, e sì gran cardinale de la Chiesa di Cristo.</p>
               <p TEIform="p">Ma le cagioni che m’hanno indotto sono state tali, che ogni altro avrebbono potuto parimente indurre. Mi ci doveva indurre la grandezza del re mio signore, la qual nel mondo è senza pari; e la mia grandissima divozion verso lui, la qual peraventura ha avuto ed ha pochissimi paragoni: giudicand’io che dovesse al cardinale bastare, ch’io l’onorassi come nobilissimo principe italiano, e c’avessi il re di Francia, dopo l’imperatore e ’l re, nel terzo luogo di stima; e che non dovesse da me ricercare ch’io in un medesimo tempo mi dimenticassi d’esser nato vassallo de la casa d’Austria, e ch’egli fosse nato figliuolo di quel buon duca Ercole, che di pietà e di cortesia e di creanza e di giudicio ebbe pochi pari a’ suoi giorni: e le medesime cagioni, che m’hanno mosso a vanteggiare contro il cardinale, m’hanno anco spinto a parlare del valorosissimo re di Francia con minor rispetto di quel che da me a la sua grandezza era dovuto. Perciochè quando egli non fosse tale, che di bellezza e di grandezza e di ricchezza di stato e di nobiltà di stirpe trapassasse tutti gli altri (salvo il re mio signore), il suo proprio singolarissimo valore, i frutti del quale egli ha dimostri quando altri non mostra a pena i fiori, dovevano empire di riverenza e d’affezione l’animo mio, che sempre a gli uomini grandi per natura è inclinato. E certo ch’io per l’addietro rivolgendomi per la mente, ch’egli era stato soldato quasi ne le fasce, e che aveva avuta la cuna quasi ne gli alloggiamenti militari, e che era stato capitano prima che barbuto, e che trionfato aveva in età c’altri appena gli altrui trionfi può seguire, e c’aveva vinto più battaglie c’altri non avesse vedute, e sconfitti più eserciti c’altri non aveva ragunati; e che gli aveva sconfitti non meno per difesa de la religione di Cristo, che del proprio regno; io non poteva fare di non amarlo molto, in quel modo che da’ generosi il valore ne’ nemici ancora suol esser amato. Nè avrei mai potuto persuadermi, ch’essendo egli re d’animo grandissimo, avesse tentato d’opporsi in alcun modo ad alcun mio onesto disegno, o ad alcuna grazia ch’io dal re mio signore (il quale di prudenza e di religione e di giustizia, che son virtù proprie di re, supera tutte le memorie de gli antichi, non solo tutte l’emulazioni de’ presenti) avessi, per intercessione d’alcun de’ principi de la casa d’Este o de la Gonzaga, addimandata. Perciochè se mio padre aveva per servizio suo, o almeno per seguitare le sue parti, perduta quella facoltà con la quale io doveva nudrirmi; era convenevole ch’egli, in queste mie necessità, o fosse il primo a sovvenirmi co ’l suo favore e co ’l prevenire la maturità spagnuola con frutti di cortesia (se lecito è d’usare una parola latina) precoci; o no ’l facendo con animo magnanimo consentir doveva ch’io a quella parte piegassi, ove da l’inclinazion de la natura e da l’obligo del nascimento e da l’amor de la patria e dal zelo del bene universale sentiva inclinarmi. Ma sovra tutte le altre cose strano fuor di modo m’è parso ch’egli, re religiosissimo e campione, s’alcun altro fu mai, de la fede di Cristo, e ’l cardinale d’Este, cardinal de la santa Chiesa di Roma, da la fede di Cristo vogliano separarmi. La qual mia imaginazione, o opinione che vogliam dirla, può ben essere che vera non sia, ma è certo verisimil molto. Perciochè io venni a Ferrara chiamato da l’autorità del cardinal Albano (signore che potrebbe aspirare con quei medesimi meriti al papato, co’ quali è salito al cardinalato; se piacesse a Dio, a cui non piaccia, di chiamare a sè Gregorio terzodecimo, che non meno co ’l nome che con gli effetti s’assomiglia a’ dodici suoi grandissimi predecessori); venni, dico, a Ferrara chiamato dal cardinal Albano, il qual m’aveva fatto scrivere molte cose de l’amorevolezza del cardinale d’Este verso me; in modo ch’io poteva comprendere che, secondo il suo giudicio, più doveva del cardinale d’Este promettermi, che del signor duca di Ferrara, o pur del magnanimo cardinale de’ Medici. E giunto in Ferrara, non fui raccolto da alcuno che dipendesse da Sua Altezza serenissima, ma da’ dipendenti del cardinale d’Este; appresso i quali non m’essendo osservata alcuna di quelle promesse che dal cardinale Albano m’erano state fatte, venni in quella risoluzione per la quale io fui imprigionato: ed essendo mia intenzione che ’l signor duca dovesse imprigionarmi, non fui messo ne le sue prigioni, nè ’n quelle del vescovo o de’ frati (ove ragionevolmente doveva esser messo, se l’Ufficio de l’Inquisizione aveva o voleva sovra me aver ragione alcuna); ma ne le prigioni de lo spedal di Sant’Anna, ove nè ’l duca come principe temporale, nè ’l cardinale o pure il vescovo come ministro del papa, mi tiene; ma solamente il cardinale, come signor don Luigi d’Este, con quella autorità la quale egli in alcun modo non può nè dee avere sovra la mia persona, se non la si usurpa come fratello del principe poco informato. La qual s’egli s’usurpi o no, in quel c’al corpo appartiene, lascio che Vostra Eccellenza se n’informi dal signor Agostino Mosto, prior qui de lo spedale, gentiluomo amator de la religione, che ha sempre perseguitati gli eretici con zelo di cattolico innamorato di Cristo, e gentiluomo di tanta cognizione di lettere e di tanta cortesia, che nè per difetto di volontà nè per mancamento d’animo e di giudicio sarebbe così rigido verso me, se non gli fosse comandato. Questo solo le vo’ dire, ch’io sono stato oltre quattordici mesi infermo in questo spedale, senza avere alcuna di quelle commodità di che si sogliono concedere a’ plebei, non che a’ gentiluomini pari miei. Nè meno mi sono state negate le medicine de l’animo, che quelle del corpo; perciochè, tuttochè qui sia un cappellano (persona, per quel ch’io imagino, assai intendente), non è mai ne la mia infirmità venuto a visitarmi, o ad usar meco alcun atto di misericordia: e se ben io ne l’ho pregato, non ha voluto mai o confessarmi o comunicarmi: e se pur egli mi giudicava indegno di sedere a la mensa de gli angeli e di cibarmi del corpo di Cristo, doveva almeno meco procedere <emph TEIform="emph">in convertendo</emph>, che non m’avrebbe peraventura trovato ostinato. Ma non l’avendo fatto, che posso credere io altro, se non che il cardinale non mi voglia cattolico? o per isdegno, ch’in Francia io volessi far maggior professione di cattolico di quel che ad alcuni suoi ministri paresse ch’io facessi, o per aver occasione di non darmi ne la sua corte luogo conveniente a qualche mio merito, o per non rimunerar quelle cose ch’io ho scritto in lode de la casa sua; le quali, quando dal serenissimo signor duca non fossero riconosciute, da lui ragionevolmente dovrebbono esser riconosciute. Comunque sia, se ’l cardinale è a me scarso de le sue ricchezze, de le quali a tutti gli altri è così largo, io non posso se non lamentarmi de la mia fortuna; la cui possanza non essendo tale che possa a me far mutare natura, la faccia nondimeno per mio danno mutare a principe così generoso.</p>
               <p TEIform="p">Ma ch’egli non voglia ch’io goda di quei tesori spirituali i quali s’appartiene di dispensare al papa, non voglio attribuirlo a la fortuna. Perciochè questo, comechè non sia nome di cosa vana affatto ed imaginativa, o tale che dal comune uso del parlare non meriti d’esser ricevuto; nondimeno in soggetto di religione cristiana non dee da me essere usurpato: ma dirò solo, che s’io per aver poco curati questi tesori in quel tempo ch’io con gli altri potea participarne, merito d’esser ora da la comunion d’essi escluso; almeno perchè la mia trascuraggine non fu mai da disprezzo accompagnata, ora che tanto desidero che a me liberamente sien compartiti, non dee la pietà cristiana tenermi chiuse le mani de la sua grazia. E particolarmente voglio io in questo proposito lamentarmi che la comunione mi sia negata; perciochè i padri Gesuiti, sotto la disciplina de’ quali io fui allevato, mi fecero comunicare quand’io non aveva anco forse i nov’anni, sebben tanto era cresciuto di corpo, e d’ingegno mostrava tai segni di maturità, che di dodici poteva esser giudicato. E quand’io mi comunicai, non aveva ancora inteso che ne l’ostia fosse realmente il corpo di Cristo: nondimeno, mosso da non so qual segreta divozione, che la gravità e la riverenza del luogo e l’abito e ’l mormorare e ’l battersi di petto de’ circostanti avevano in me generata, andai con grandissima divozione a ricevere il corpo di Cristo, e sentii dentro non so qual nuova insolita contentezza. E come ch’io non voglia lodare o biasimare la poca diligenza o l’uso di quei padri, che m’ammettessero al sacramento quand’io non sapea ancora che fosse sacramento; non tanto perchè io non potessi alcuna cosa intenderne, quanto perchè non m’era stato detto; questo nondimeno ardisco d’affermare, ch’io, come da gli effetti le ragioni s’argomentano, ricordandomi ora quale allora mi sentissi, chiaramente conosco ch’io ne l’albergo di queste mie membra terrene aveva dato ricetto al Figliuol di Dio; il quale allora si degnò di mostrare in me le meraviglie de gli effetti suoi più vivamente, perchè in luogo ancora incontaminato e semplice e puro le vidde raccogliere. E di tanta efficacia è ne l’animo mio ora questo argomento, che niuna filosofica ragione può a la parte contraria persuaderlo: ed è argomento tratto dal senso, del quale io faccio tanta stima, quanta coloro far debbono che ne le scuole peripatetiche hanno bevuto il latte de la dottrina. Perciochè i sensi non sono solamente i cinque esteriori, ma gl’interiori, che da Aristotele son nominati; da’ quali molte cose mirabili de l’immortalità e de la futura vita si possono argomentare. E certo, come ch’io non nieghi d’essere stato dubbio se ne ’l ostia fosse realmente il corpo di Cristo, niuna autorità di Scrittura, che da gli scrittori eretici sia addotta (i quali io non lessi mai), me ne faceva star dubbio; ma quelle medesime cagioni per le quali io de la creazion del mondo, de l’immortalità de l’anima, e de la onnipotenza assoluta di Dio alcuna volta dubitava. Perciochè non meno è dubbio tra’ peripatetici, se Iddio sia di rigore infinito, di quel che siano l’altre già dette cose: ma non prima io cominciai a credere l’assoluta onnipotenza d’Iddio (de la quale mille intrinsechi movimenti di natura, e mille esteriori argomenti me ne facevano persuasione più certa d’ogni ragione), ch’io cominciai parimente a credere che ’l corpo di Cristo fosse ne l’ostia: perciochè l’infinito non ha gradi, nè termini, nè misure di più o di meno; e chi può tutto, può con la medesima facilità le cose in sè facili, e le possibili, e le impossibili a noi o in sua natura. Onde se ben io più facilmente intendo come si provi la Trinità, che come insieme si salvi la prescienza d’Iddio e ’l libero arbitrio de l’uomo (punto che Alessandro nel libro del Fato non potendo intendere, s’indusse a dire, che gli dêi sapevano le cose contingenti come contingenti, cioè incertamente); e nondimeno intendo insiem, che ciò avviene o per alcun mio particolare diffetto, o per imperfezion de l’umana cognizione; non perchè quella che è maggior difficoltà nel nostro intelletto, o maggior difficoltà ne la cosa stessa, sia maggior difficoltà in Dio; il qual intende non secondo la lor natura, come piacque ad Alessandro, ma secondo il suo modo di conoscere, come volle Boezio; e può certamente prevedere le cose contingenti, lasciandole in lor natura e tal quale. Chi concede che possa fare alcuna cosa impossibile a noi, o impossibile per sua natura, non dee negare che l’altre non possa fare; e peraventura questi comparativi di più e di meno, come a l’infinito non convengono, così a l’impossibile non convengono: onde a Dio, la cui virtù è sempre ed in ogni occasione egualmente infinita, sono tutte le cose egualmente possibili. Oltre di ciò, niuna transustanzazione crediamo sì mirabile per fede, de la quale non si veda alcun vestigio ne l’anima nostra; che essendo prima di sua natura semplice potenza, si tramuta poi ne la natura de le cose intese, e diviene tutto ciò ch’ella intende, e Dio quasi, intendendo Iddio; onde se a l’anima nostra quasi è possibile di deificarsi, e se a Dio fu possibile d’umanarsi, e se può gli uomini transumanare, non si può dubitare che per beneficio de gli uomini non possa transustanziare la sostanza del pane.</p>
               <p TEIform="p">Con questi principii di pietà filosofando io, illustrissimo signore, credo chiaramente di fare altrui conoscere, quanto ora sia lontano da gli errori de gli empi, ed insieme quanto per l’addietro ci fossi poco inclinato. Or resta solo, che poichè Vostra Eccellenza ha intesa la verità de la mia Fede, e la concordia de le mie parole discordi, mi favorisca co ’l clementissimo signor duca di Ferrara, co ’l manifestargli la verità, ad impetrar quelle grazie ch’io gli ho addimandate, prima che la mia vita, molto più da l’infermità che da gli anni consumata, più si consumi; la quale anco non è fornita di sì pochi anni, ch’io non dovessi omai pensare a corre alcun frutto de le mie fatiche, e ad avere alcun ristoro di tanti affanni e di tanti mali sofferti. La prego anco, ch’ella non meno voglia favorirmi con questi qui, che di Sua Santità o del cardinale son ministri; ed insieme la salute de l’animo e quella di questo corpo miserabile umilmente le raccomando. Di prigione in Sant’Anna, questo dì XVII di maggio MDLXXX.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A VINCENZIO GONZAGA, PRINCIPE DI MANTOVA E DI MONFERRATO (Dedicatoria)</salute>
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               <p TEIform="p">Tanto Vostra Altezza è ricca d’ogni ornamento, quanto io povero di ogni protezione; onde nel dedicarle questo Dialogo non procuro a lei alcun onore, ma a me ed a lui qualche favore. Egli è scritto secondo la dottrina de’ platonici, la quale è in molte cose diversa da la verità cristiana. Vostra Altezza il legga come opera d’uomo che scrive come filosofo e crede come cristiano, e procuri che da gli altri ancora sia come tale letto e ricevuto; benchè quando anco niun altro il leggesse, ella mi serebbe in vece di molti: nè io desidero che si distenda per le mani de gli uomini per altro, se non perch’egli a chiunque il leggerà, sia un testimonio de l’affezione ch’io le porto e del desiderio c’ho di servirla; onde quando a lei non piacesse di farmi grazia di conservarlo in vita, amo meglio di vederlo morto sotto il suo nome, che sotto l’altrui vivere lungamente con isperanza d’eternità. Consideri nondimeno Vostra Altezza s’a la sua grandezza si conviene di lasciar perire ingiustamente, o almeno rigorosamente, chi sotto l’ombra del suo favore s’è riparato; e s’assicuri che ne la vita de la presente operetta si conservarà viva perpetuamente la mia devozione verso lei. E senza più le bacio umilissimamente la mano.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ho ricevuta una lettera di Vostra Signoria illustrissima in tempo che io aspettava ogn’altra cosa, sebben niuna più desiderava. La ringrazio quanto posso, che si sia degnata di rispondermi: favore che non istimo sì poco, ch’io ’l cambiassi con qualche centinaio di scudi. Sono infermo del corpo, che mai fossi in istato che non sia stato astretto a giacere: ma perchè la mente è sana, mi pare di star meglio che sia stato da molt’anni in qua. Il dialogo che ho scritto al signor principe, non fiderò se non in mano di persona a chi mi paia di poter confidarlo. Le altre cose, trattene alcune che ho destinato al signor fattor Coccapani, dedicherò a Vostra Signoria illustrissima, s’ella si degnerà avvisarmi de la ricevuta; rimettendo a lei che faccia quel che in tanta mia avversità di fortuna le par convenevole. Per ora le fo saper solamente, che desidererei che Vostra Signoria illustrissima mi favorisse con la Maestà Cesarea e con altri principi de la Germania, sì ch’io avessi il privilegio de le stampe, il quale vorrei ancora da alcuni altri.</p>
               <p TEIform="p">Del suo male m’incresce molto, e volentieri ne torrei alcuna parte per isgravarnela; ma a quest’ora Vostra Signoria dee esser sana. Del mio stato e de’ miei disegni mi rimetto a la relazione che n’avrà da questo cavaliero: e le bacio le mani. Di Ferrara, da lo spedale di Sant’Anna, il dì 2 di settembre 1580.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io so d’aver molte volte supplicato a Sua Altezza che faccia stampare il mio poema, l’egloga mia, un volume di rime ch’io le diedi, ed un altro che diedi poi al conte Ercole Tassone; perchè con danari che se ne traessero, potessi provedere a qualche mio bisogno. E perchè vo imaginando che Vostra Signoria illustrissima, come quella che m’è peraventura più amorevole di molti altri, si potrà per sè muovere a compiacermi in quel ch’ella può, le fo sapere che sì come io non sono oltre modo frettoloso di stampar le mie cose, così non mi spiacerebbe che Vostra Signoria illustrissima facesse stampare que’ primi dodici canti che sono in sua mano, ed oltre ciò l’egloga mia. Ma ne’ sonetti non veggo com’ella possa por mano con mia sodisfazione, se non quando ella volesse con diligente severità riprovar tutti quelli che non giudicherà degni di lodatissimo scrittore, de’ quali sono anco forse alcuni nel libro che io diedi al signor duca, ed in quel de gli Eterei. Ma bench’io non ricusi di veder insieme stampati tutti quelli che sono nel libro del signor duca, ed in quel che diedi al cont’Ercole; gli altri nondimeno, che non sono in questo numero, desidero che sieno severissimamente esaminati, e fatta di loro diligentissima scelta: perciochè sì come alcuni ce ne sono de’ quali io molto mi compiaccio, e quelli particolarmente che io feci nel principio del mio umore; ce ne sono nondimeno molti i quali mi sono usciti de le mani ne la mia pazzia, i quali per migliaia di scudi non vorrei che si vedessero. Or faccia Vostra Signoria quel che giudica che sia di maggior mia sodisfazione; e creda che se l’amorevolezza sua sarà eguale al giudicio, io rimarrò sodisfatto di Vostra Signoria illustrissima. Per molte cagioni io non ho fretta de la stampa, e particolarmente perchè io desidero di fare una scelta de le mie rime, e di ridur l’altre cose a quella perfezione ch’io desiderava. Ma quando pur, Vostra Signoria illustrissima si risolvesse che ben fosse, per trarmi di necessità, di stamparle; tanto più volentieri vedrò stampati i dodici primi canti, che non vedrei tutto il poema, quanto mi pare che abbiano minor bisogno di lima, e siano men soggetti ad opposizioni. Quando Vostra Signoria illustrissima non si risolvesse a fare stampar le mie cose, non si risolva a mandarlemi; perch’io l’ho per molto più sicure ne le sue mani che qui, ove non posso ricuperar cosa alcuna del mio. Il signor fattor Coccapani, il cont’Ercole Tassone, ed il signor conte Scipione Sacrato, credo che sieno presso che poco informati del mio compiacimento intorno a’ sonetti: e le torno a ridire, che io antepongo in questa parte la mia sodisfazione a l’utile, se per altro son desideroso di qualche onesta utilità. Creda Vostra Signoria illustrissima che un de’ gran desideri ch’io abbia, è che la memoria de la sua amorevolezza verso me, e de la mia osservanza verso lei, passi senza alcuno impedimento a la posterità. La prego che voglia affaticarsi per la mia liberazione quanto più potrà. E baci in mio nome le mani a monsignor illustrissimo Albano: e viva felice. Di Ferrara.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL MARCHESE FILIPPO DA ESTE. Torino</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mi ricordo che nel mio partir di Turino diedi a Vostra signoria illustrissima un mio dialogo de la Nobiltà, il quale ora riduco a maggior perfezione, de la quale quanto gli mancherà, tanto non niego che si tolga d’onore al mio giudicio. Desidero di farlo stampare con molti privilegi, e con quello del signor duca suo particolarmente, e con quel di Milano. Tratterei questo negozio con molti, e con chi a Vostra Signoria illustrissima più piacesse; da la quale riceverei in grazia una risposta a tante lettere ch’io le ho scritte. E le bacio le mani, e insieme a madama sua. Di Ferrara.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Diedi ieri ad un gentiluomo, chiamato il signor Filippo da Bresello, il qual mi dice d’aver de’ beni in quel di Gazzuolo e di San Martino, un dialogo intitolato Il Padre di famiglia, e dedicato a Vostra Signoria illustrissima; il quale molto prima avrei dato a messer Francesco cancelliero del signor fattor Coccapani, il qual mi portò la lettera di Vostra Signoria illustrissima, s’egli fosse più ritornato; ma io non l’ho più visto, nè so da chi sia stato impedito.</p>
               <p TEIform="p">Quando io venni a queste nozze de la figliuola del signor duca di Mantova, fui chiamato dal cardinale Albano; il qual mi diede intenzione, che dal serenissimo signor duca di Ferrara mi sarebbon aperte le mani de la liberalità e de la cortesia; e ch’io potrei, volendo, venirmene a Roma. L’effetto non seguì conforme a la promessa di monsignor illustrissimo Albano, per mala informazione, credo, del signor duca; onde, quando io credeva che i miei travagli dovessero aver qualche fine, crebbero e moltiplicarono infinitamente. Ora mi parrebbe tempo, doppo diciotto e più mesi d’infermità e di prigionia, che qualche anima pietosa s’adoprasse a mio favore in modo ch’io fossi liberato, e che avessi quel trattenimento il qual con la restituzione de le mie scritture m’offerì, già due anni sono, il serenissimo signor principe di Savoia, ch’era il medesimo che già soleva darmi il signor duca di Ferrara. Quest’anima pietosa sovr’ogn’altra desidero che sia Vostra Signoria illustrissima, la qual non potendo o con la propria autorità, o con quella de’ serenissimi e potentissimi principi de’ Medici, farmi ricuperar la servitù ch’io aveva già con Sua Altezza, e la mia solita provisione; dovrebbe almeno affaticarsi per la mia liberazione, acciò ch’io con buona grazia di Sua Altezza potessi venire a trovarla, o andarmene a San Martino; ove co ’l consiglio di Vostra Signoria illustrissima potrei pensare al modo di menar questa vita che m’avanza, con minor disagio che non ho fatto fin qui.</p>
               <p TEIform="p">Vidi questi giorni passati alcuni canti del mio poema, stampati in Vinegia, usciti da le mani del serenissimo di Fiorenza: del che mi dolsi con quella serenissima Republica, e con Vostra Signoria illustrissima, quanto doveva: e tanto mi doglio parimente di quei principi, quanto è il torto che mi pare ch’essi m’abbian fatto. Vidi in Turino l’illustrissimo ed eccellentissimo signor don Piero; il qual mi disse, che s’io scriveva in Toscana, avrei risposta. Me ne venni poi in qua. Tutto questo ho voluto che sappia Vostra Signoria illustrissima, acciò ch’ella, bene informata, possa meglio procurare la mia libertà, e porgermi alcuno aiuto ne’ miei bisogni. E de l’una e de l’altra cosa la prego egualmente per la sua nobiltà e virtù. E la prego che non voglia rispiarmare la grazia o l’autorità sua, o de’ parenti e de gli amici suoi, nè ne le corti di lor Maestà, nè in cotesta di Sua Beatitudine. E a Vostra Signoria illustrissima bacio con ogni affetto le mani. Il dì primo d’ottobre 1580.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A MONSIGNOR IPPOLITO CAPILUPI</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io so che Vostra Signoria reverenda è altrettanto amico de l’illustrissimo signor Scipion Gonzaga, quanto servitore del signor duca di Mantova; però non posso da lei promettermi se non ogni aiuto. Tornai da gli stati del serenissimo et invittissimo di Savoia, già venti mesi sono, a Ferrara, con l’occasione de le nozze de la figliuola di Sua Eccellenza; e per alcuni errori miei di pazzia, cagionati in gran parte da mala informazione del clementissimo signor duca di Ferrara, per la quale fui quasi astretto da la necessità a commetterli, fui imprigionato: nè ho avuta alcuna speranza di libertà, o di miglior fortuna, se non da due o tre mesi sono, che ricevei una lettera de l’illustrissimo signor Scipione. E bench’io sappia che quel signore per difetto di volontà non rimarrà mai d’aiutarmi; prego nondimeno Vostra Signoria reverenda che voglia sottentrare, ove per impedimenti mancasse l’illustrissimo signor Scipione, adoprandosi non meno co ’l signor duca di Ferrara che con quel di Mantova (a l’uno ed a l’altro de’ quali so ch’è grato egualmente) che mi sia renduta la libertà, de la quale m’è già stata data intenzione. E perc’anche so, quanta sia l’autorità sua con gli illustrissimi monsignor d’Este o de’ Medici, niun aiuto mi pare di poter aspettar da l’uno o da l’altro, più certo del suo. Ed a Vostra Signoria reverenda bacio le mani.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A LUCREZIA ED ELEONORA, PRINCIPESSE DI FERRARA (Dedicatoria)</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Dedico a Vostre Eccellenze illustrissime queste Rime, composte da me in questi ultimi anni de le mie infelicità, acciò che vedano che nè la malignità de gli uomini nè quella de la fortuna, ha potuto tormi o la conoscenza del valore e merito loro, o ’l desiderio di servirle e d’onorarle: e mi giova di credere che s’elle il conosceranno, il riconosceranno ancora, nè lascieranno o ’l giudicio de l’intelletto o l’affetto de la volontà senza alcun premio. Numererò nondimeno fra’ premi maggiori, che si degnino che queste Rime passino sotto la protezione del lor nome glorioso a la luce de gli uomini e del mondo; nel quale quanto dureranno, tanto durerà un certissimo testimonio de la virtù e grandezza loro, e de la servitù mia. Vivano felici. Di Ferrara, il 20 di novembre 1580.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GUIDO COCCAPANI. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Oggi messer Febo m’ha detto che Vostra Signoria desidera gli argomenti del mio poema da me. O gli desidera per lo mio poema, o per vedere com’io gli facessi: se per lo mio poema; quando egli potrà con mia sodisfazione essere stampato, allora anche si dovrà procurare ch’egli abbia quegli aiuti d’argomenti, e quegli ornamenti che sogliono aver gli altri poemi: chè s’io ora facessi i suoi argomenti, farebbon gli altri argomento, ch’io consentissi ch’egli di nuovo fosse stampato; a la qual cosa in alcun modo non consento: anzi, perchè la prima volta monsignor... non lo stampasse, andai a Mantova. Si contenti dunque Vostra Signoria ch’io per ora in questo ragionevolmente nieghi di sodisfarla: e quando anche con mia sodisfazione potrà stamparsi, vorrei ch’egli portasse seco tanta autorità, e tanta io gliene potessi dare, che meritasse da qualche bello ingegno l’onor de gli argomenti; perchè, se da me fosser fatti, parrebbe o ch’egli non meritasse c’altri in lui s’affaticasse, o ch’io stimassi c’altri non fosse degno d’affaticarvisi: l’una de le quali opinioni sarebbe falsa, l’altra superba molto.</p>
               <p TEIform="p">Ma se Vostra Signoria desidera ch’io faccia gli argomenti per veder com’io sapessi fare argomenti, io son molto contento di fargli a l’Ariosto o al libro del signor Erasmo Valvasone, ed a qual più parerà a Vostra Signoria; perchè dal mio modo di fare argomenti, non tanto quest’arte quanto la cortesia sia imparata dal signore Orazio Ariosto, gentiluomo di molto spirito; ma nondimeno giovine che non si dovrebbe sdegnare ch’io, come cortigiano se non pratico, almeno dopo tanti anni non inesperto, gl’insegnassi alcuna cosa de la cortesia: la quale io non voglio (come Guglielmo Borsiero insegnò a dipingerla al genovese) che sia dipinta ne’ camerini del signor duca, o ne le logge di Marmiruolo, o ne la galeria del signor Ferrante; ma ben vorrei che fosse impressa ne gli animi non sol del signore Orazio, ma di tutti coloro a’ quali io porto affezione. E se Vostra Signoria mi manderà l’Ariosto, vedrà che sì cortesemente porrò cura ch’egli d’argomenti fia ben fornito, ch’egli non avrà da desiderar da me onor di parole, nè molto da invidiar Virgilio, a cui da Ovidio furon fatti; se ben io vorrei potergli fare con miglior fortuna. Gli fece a l’Ariosto, oltre molt’altri, l’Anguillara, e gli vendea mezzo scudo l’uno; sì che due stanze si contavano per un ducato. Io nè venderli al signor Orazio vorrei, nè a Vostra Signoria; ma compiacere al desiderio ch’ella ha di vedere argomenti, ed insieme acquistarne benevolenza co ’l signor Orazio; ed acciochè se ’n alcun’altra cosa mai rimanesse offeso, questa demostrazion amorevole de gli argomenti potesse placar l’animo offeso. A Vostra Signoria, il mio gentilissimo signor Coccapani, mi raccomando; e la prego che non premia per ripulsa questa de gli argomenti, o per inobedienza, o per discortesia, ma per una ingenua libertà: la quale sì come m’ha dato ardire di negarle quel che m’addimandava, così desidero che lo porga a lei di valersi de l’opera mia in alcun’altra cosa per trattenimento o servigio suo. Ed a Vostra Signoria, ed insieme al signor suo figliuolo bacio le mani.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A ERCOLE RONDINELLI. Ferrara</salute>
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               <p TEIform="p">Io venni già due anni sono a Ferrara, chiamato da l’autorità di monsignor illustrissimo Albano, a le nozze de la signora Margherita Gonzaga; ne le quali non impetrando io dal serenissimo signor duca di Ferrara quelle grazie che ’l cardinale m’aveva data intenzione che impetrerei, per soverchio d’ira e d’imaginazione, e parte per necessità, trascorsi in alcuni errori; per li quali fui imprigionato; ed in questa prigione sono stato aspramente trattato da lo sdegno, se non m’inganno, di monsignor illustrissimo d’Este. Sebben molte fiate mi son raccomandato a l’illustrissimo ed eccellentissimo signor Lodovico Gonzaga, e raccomandate le lettere a Vostra Signoria (il che sin ora mi pare d’aver fatto indarno: e quel che sia per fare il signor Lodovico non so; sebben da l’illustrissimo ed eccellentissimo signor Scipion Gonzaga principe de l’Imperio, a cui Sua Eccellenza è molto amica, m’è data speranza che queste nozze, le quali io ho stimate false, non sian disperate, e che tutta la casa sua abbia buono animo verso me); perchè nondimeno l’aspettare e ’l patire più lungamente m’è venuto a noia, prego Vostra Signoria a pregar madama la duchessa di Nemis; e la supplichi in mio nome, che voglia aver pietà di me che sono ne lo spedale di Sant’Anna, e che voglia riserbar la mia vita tanto, che io possa fare alcun servizio a’ suoi figliuoli, a’ quali con affetto sincerissimo desidero ogni debita felicità. Se il cardinale impedisce i miei negozi, ella può agevolarli, e dee farlo altrettanto per l’amor che porto a’ figli, quanto per l’infinita riverenza che porto a la madre, dama veramente eroica, e di mente e d’animo grandissimo. L’autorità di madama la duchessa si dee stendere non solo in Francia, ma anche in Germania ed in Italia: sì che, pur che voglia, debbo creder che possa. Ed a Vostra Signoria bacio le mani. Di Ferrara, il 2 di gennaio del 1581.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL PADRE FRANCESCO PANIGAROLA. Ferrara</salute>
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               <p TEIform="p">Ho inteso che Vostra Paternità molto reverenda è in Ferrara, e n’ho sentito gran sodisfazione, e la prego che voglia essermi cortese de la sua visita; chè a lei agevolmente sarà concesso il poter venirmi a vedere quando vorrà: e se così tosto non potesse farmi questa grazia, si degni di scrivermi. Io le ho scritte molte lettere, e non ne ho avuta risposta. O non son capitate le mie lettere in sua mano, o le sue non mi sono state date; chè de la sua cortesia non posso aver men che cortese opinione. Son di Vostra Paternità molto reverenda l’usato servitore, e l’usato ammiratore; e l’amo com’io amo poc’altri, e com’ella da poc’altri è amata.</p>
               <p TEIform="p">Se madama Leonora migliorerà, come mi giova di credere e come molto desidero, Vostra Paternità molto reverenda le baci umilissimamente le mani in mio nome, facendole sapere che m’è molto incresciuto del suo male, il quale non ho pianto in versi, non so per qual tacita ripugnanza del mio genio. Ma s’in altro posso servirla, mi comandi, chè son pronto; dico particolarmente in cose di poesia più liete. A la serenissima signora duchessa faccia riverenza, e le ricordi ch’io son qui. Viva felice. Di Ferrara.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A CORNELIA TASSA. Sorrento</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">La lettera di Vostra Signoria, datami dal signor conte Ercole Tassone, m’ha apportata grandissima consolazione. Ne la ringrazio, e me le raccomando. La prego che voglia affaticarsi perchè io esca di prigione, e possa in alcun modo vivere com’io soleva, ed attendere a’ miei studi ed a seguir l’opere incominciate. E perchè tra tutte le strade, quella de la serenissima madama di Mantova mi pare la migliore, vi prego che facciate ch’il signor cardinale Albano le scriva in mia raccomandazione. Al signor conte Ercole ho molti oblighi antichi; ed a’ figliuoli di Vostra Signoria desidero ogni felicità.</p>
               <p TEIform="p">Di robba tanto son cupido, quanto basti a viver come conviene; e m’incresce che la mia fortuna m’abbia dato occasione di aver bisogno di voi, quando io sperava di aiutarvi. Ma pur è meglio esser aiutato dai suoi che da gli strani, i quali usano meco ogni maniera di alterezza e di orgoglio. Ed a Vostra Signoria bacio le mani. Di Sant’Anna in Ferrara, il 4 di febraio 1581.</p>
               <p TEIform="p">Non voglio diffidare in monsignor illustrissimo Albano; ma avendo avuto prima lettere da l’illustrissimo signor Scipione Gonzaga, credo che Sua Eccellenza non meno sarebbe atta con madama di Mantova a procurare la mia libertà. Ho veduto quanto mi scrive intorno a le mie pretensioni; e risponderò più a lungo.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A FEDERICO BUONAVENTURA. Pesaro</salute>
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               <p TEIform="p">Io non so quanto la signora duchessa d’Urbino sia informata del mio stato. Ieri nondimeno mi fu detto dal signore Strozza, che era già suo paggio, che Sua Altezza aveva buona volontà di favorirmi. Se l’avrà, avrà bene occasion di mostrarla ne’ particolari del mio poema, ed in molti altri. E l’illustrissimo signor Ippolito dovrebbe esser di tanta autorità seco, che s’ella o per natura o per rispetto fosse lenta, la potesse render più sollecita. Ed io per la servitù che ho con Sua Signoria la prego affettuosamente, che voglia pregarne la signora duchessa; nè meno, che scriva nel Regno in mio favore a la signora principessa di Bisignano, acciochè Sua Eccellenza prenda la mia protezione con quella città, ne la quale so d’aver parenti, e nuovamente so d’aver alcuni beni, come mia sorella m’ha scritto per una lettera portatami dal signor cont’Ercole Tassone. Invierò questa mia lettera per la medesima strada, e quella di mia sorella. Presuppongo che Vostra Signoria sappia che ’l mio poema sia stato stampato una volta; e c’ora si ristampi in più luoghi con mio danno non picciolo, ma con dolore ed afflizione maggiore de l’animo mio. Io ho domandati i privilegi d’alcuni stati, nè mi è data risposta a proposito; e mi pare quasi d’aver perduto quello che ’l serenissimo gran duca di Toscana m’avea concesso; co ’l quale se ’l signor duca vostro ha quella buona amicizia che già mi disse il signor conte Federico Gallo, quella stessa cagione che lo mi ha fatto perdere, dovrebbe farlomi ricuperare, com’io dirci ad alcun gentiluomo di cotesto stato, s’io il vedessi; e come avrei detto al signor Flaminio Buonaventura, s’egli fosse tornato a vedermi. Ed a Vostra Signoria bacio le mani. Di Ferrara.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A CORNELIA TASSA. Sorrento</salute>
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               <p TEIform="p">Io non credo che ci sia altro impedimento a la mia libertà, se non l’opinione che forse ha il signor duca di Ferrara d’alcun mio umore; onde per assicurarlo di quel di che nondimeno mi pare che potrebbe esser sicuro, ch’io non sono per incorrere in niuna pazzia, son pronto a prender ogni medicamento, pur che non sia quello de l’acqua; il quale ella sa ch’io ricusai ancora in casa sua, e che ella con molta amorevolezza si contentò che io il ricusassi. Fra tanto, trattone il signor fattor Coccapani e il signor Ercole suo figliuolo, e il signor Alessandro Malatesta, che in qualche modo dipende da loro, non è chi si prenda alcuna cura di me, nè a chi mi paia di dover esser in alcun modo obligato. Il signor conte Ercole Tassone è stato alcuna volta a vedermi; ma io ho bisogno di chi ci torni, e ci mandi spesso, sì ch’io possa trattar d’uscir di prigione; e mentre ci sto, starci con minor mia mala sodisfazione che sia possibile. Aveva scritto ad un Figliuolo di una sorella di nostro padre, che da Bergamo andò a star a Venezia; ma non ho avuta risposta, non tanto perchè io creda che quella nobilissima Republica abbia voluto disfavorirmi, quanto perchè forse le mie lettere non hanno avuto ricapito. Egli ha parenti ne’ confini de la Germania, fra’ quali io conosco un dottore che fu a Ferrara con l’ambasciatore de l’arciduca Carlo, e credo che possa aver alcuna servitù co ’l serenissimo duca di Baviera, già cognato del signor duca nostro; sì che agevolmente crederei che potesse trattar de la mia libertà, la quale o col favore del serenissimo duca di Baviera o con quello del serenissimo di Savoia o del serenissimo granduca di Toscana sarebbe assai agevole d’impetrare, se ci fosse chi la procurasse. Vostra Signoria è lontano tanto non solo di luogo, ma d’ogni sorte di dipendenza con questi principi grandi, che non mi pare che possa far altro che pregare l’illustrissimo signor cardinale Albano, e l’illustrissimo ed eccellentissimo signor Scipione Gonzaga, che s’adoprino per la mia liberazione; perchè di cotesti signori del Regno non conosco alcuno che abbia amicizia o parentado co ’l signor duca nostro, se non forse il signor marchese di Pescara o ’l principe di Bisignano. E se bene potrei aver qualche occasione di servitù con Loro Eccellenze, nondimeno non mi pare di tentar cosa alcuna, ma di rimetter il tutto al giudicio di Vostra Signoria. È qui il principe di Geneve, figliuolo di una sorella del signor duca, la quale fu prima maritata nel duca di Ghisa e poi nel duca di Nemors, dal quale ha avuto questo giovanetto. L’una e l’altra casa è nobilissima, ed i primi de la casa sono principi serenissimi, de’ quali veramente non so chi preceda; ma la lite loro pende a la corte de l’imperatore, che suole esser giudice convenevole. Io ho alcuna servitù co ’l serenissimo di Savoia: l’altro ho veduto solamente, che è il serenissimo duca di Lorena; e mi parve bellissimo principe.</p>
               <p TEIform="p">Queste cose le scrivo così minutamente, non solo perchè togliendomi la lontananza di poter ragionar con lei, mi giova di scriverli famigliarmente molte di quelle cose de le quali le parlerei per passatempo; ma perchè ella sia informata non meno de le amicizie o de le servitù e de le dipendenze ch’io posso avere, che di quelli che ad alcuni possono parer umori, ed a me paiono, quali essi si siano e con qualunque modo chiamati, assai tollerabili, non che altrove, ne la corte istessa. Potrà inviar la risposta per mezzo del signor fattore, il quale è cortese, e facilmente farà darmi ogni lettera che gli sia mandata. Ed a Vostra Signoria ed al signor consorte bacio le mani, e bacio i figliuoli. Di Sant’Anna in Ferrara, il 14 di febraio del 1581.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL DUCA CARLO EMANUEL DI SAVOIA. Torino</salute>
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               <p TEIform="p">Io non mi pentirò mai d’avere addimandato favore a Vostra Altezza serenissima, nè d’aver molto sofferto per suo amore: onde mi pare di poter pregarla, con ferma credenza d’esser compiaciuto, ch’ella si degni d’esser con la protezione presente per tutto, e di favorir il ricapito di tutte quelle lettere c’ho scritte e che scriverò. Io sono molto divoto a la casa d’Austria, molto a Vostra Altezza ed a’ signori principi d’Este, ed in particolare al serenissimo signor duca; molto ancora al serenissimo granduca di Toscana, ed a l’illustrissimo caradinale de’ Medici suo fratello: e mi pare che quando per l’affezione ch’io porto a tutte queste case non potessi esser fatto degno d’alcun favore, co ’l mezzo di Vostra Altezza invittissima facilmente possa. Favorisca dunque la mia buona intenzione: e se la sua grandezza è tale, che per manifestarsi non ha bisogno d’altrui depressione, voglia pensare c’a lei si conviene d’esser nemico de la malignità. Io ho addimandate molte grazie perchè mi pare di meritarle, e di meritar più che non dimando: se Vostra Altezza mi favorirà a farlemi conseguire, farà quel che deve per obligo de la sua grandezza. Ma sovra tutte le grazie io desidero che non si ricerchi da me, ch’io moltiplichi ne l’imaginazioni, da le quali non posso guardarmi, se da uomo d’autorità non mi viene scritto e parlato, e se meco non si procede con quelle maniere con le quali si tratta con gli altri uomini. Ed a Vostra Altezza serenissima desidero felicità.</p>
               <p TEIform="p">Mi farà grazia particolarissima a comandar che mi sia risposto, ed a far opera ch’io abbia lettere da Roma: e ne la supplico per la vita del re, suo e mio signore; la qual sempre tanto desiderai lunga e felice. Di Ferrara, il 20 di marzo del 1581.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AI CONSIGLIERI DI GRAZIA. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Torquato Tasso supplica le Signorie Vostre, che si contentino di comandare a messer Borso Arienti che venga a parlarli, perchè ha alcune sue cose de le quali ha bisogno; e fa sapere a le Signorie Vostre, che molte volte è ricorso non solo al favor di Lor due Signorie, ma a quello eziandio del serenissimo duca di Sassonia e del serenissimo granduca di Toscana, per dubbio ch’il serenissimo duca di Ferrara non sia ben informato de’ suoi particolari; benchè, quando anche il giudicasse informato, non li parrebbe aver fatto cosa soverchia: e li supplica parimente, che si contentino di consegnarli una casa per prigione. Ed a Vostre Signorie bacia le mani, pregandole che così con Sua Altezza voglian favorirlo, com’egli è desideroso di non essere cagione di scandolo.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A ERCOLE TASSO. Bergamo</salute>
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               <p TEIform="p">Raccomando la mia vita e la spedizion de le grazie addimandate a Vostra Signoria, la qual per l’antica amicizia ch’è fra noi non dee rimaner di pregar per me il signor duca serenissimo ed ogni altro principe al quale io son ricorso. E non meno al signor Cristoforo suo fratello la raccomando: e da l’uno o da l’altro di loro riceverei a somma ventura il ricever lettere, e (se possibil fosse) d’esser per sollecitudine loro posto in qualche casa o in qualche villa piacevole. Ed a Vostra Signoria bacio le mani, ed a lui insieme; al quale riduco a memoria i principii de la nostra fanciullezza, che con tanto e sì onorato amore passammo insieme. E viva Vostra Signoria felice. Di Ferrara.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A LAURA BOIARDI TIENE. Ferrara</salute>
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               <p TEIform="p">Ho scritto molte fiate ad Urbino ed a Pesaro: so che Vostra Signoria molto illustre ha parentado ed amicizia in quello stato; se mi favorirà ch’io n’abbia risposta, gliene rimarrò con obligo. Ho supplicato molte fiate al clementissimo signor duca, che mi faccia grazia di trarmi di questa prigione co’ modi ordinari, e di pormi in una casa, perciochè io sono assai infermo. So ch’ella il carnevale ha molte volte occasione di parlarli; e so che ’l signor duca si suol dimostrare assai pieghevole a i desideri di Vostra Signoria: s’ella impetrerà per me alcuna grazia, glie ne rimarrò con tanto obligo, quanto è stato sempre il desiderio ch’io ho avuto di servirla; il quale perch’io posso veramente affermare che non sia stato mediocre, creda anco che non sia mediocre l’obligo. E parmi che non debba sdegnarsi ch’io parli con parole moderate; perciochè molto più riserbo nel cuore, che non esprimo con le parole. Ed a Vostra Signoria molt’illustre bacio con ogni affetto le mani. Da le mie stanze di Sant’Anna, il 25 di marzo del 1581.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A IPOLITO BENTIVOGLI. Ferrara</salute>
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               <p TEIform="p">A me pare che l’illustrissimo signor Cornelio, padre di Vostra Signoria, dovesse esser più ricordevole de l’antica mia affezione e del desiderio c’avevo di servirlo, che d’alcuna nuova ingiuria ch’io le abbia fatta; perciochè questa non è stata affatto volontaria, ove quella fu sempre in me non tanto per inclinazion naturale ch’io ho a gli uomini di valore, quanto anco per elezione e per fermo proponimento. Ma se Sua Signoria vuole pure con animo inacerbito ricordarsene, non dee almen dimenticarsi come cavaliero, non dee pensare ad alcun discomodo d’un povero gentiluomo come son io. Io ho veduta stampata una parte del mio poema: e sapendo d’averlo lasciato tutto in casa di Vostra Signoria, ho sospettato che non possa esser uscito se non da le sue mani. Ma pur, non dovendo affermar se non quel ch’io so, me ne debbo rimettere a la sua coscienza. E s’in ciò più come cavaliero che come cristiano vorrà procedere a quel ch’egli sa essere il vero e noto al mondo; questo solo voglio ch’egli sappia, che tre anni sono, s’io avessi voluto fare stamparlo, n’avrei potuto guadagnar molte centinaia di scudi per lo meno: e monsignor illustrissimo d’Este, se ben mi ricordo, m’aveva fatto offrir mille scudi da monsignor Masetto. E si dovrebbe anco ricordare il signor vostro padre, ch’io s’ho fatta maggiore stima de l’illustrissimo ed eccellentissimo signor Filippo d’Este che di lui, e mostro maggior desiderio di servirlo; tanto in ciò da la ragione mi son lasciato guidare, quanto egli peraventura se n’è dilungato ne’ disfavori che da lui ho ricevuti.</p>
               <p TEIform="p">Questo m’è paruto di scrivere a Vostra Signoria, così perchè desidero ch’ella sia bene informata non men de l’opinione che de l’animo mio, come per pregarla che le piaccia di rimandarmi la copia del mio poema che restò in casa sua. Ed a Vostra Signoria bacio le mani. Di Sant’Anna, il dì 25 di marzo del 1581.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GUIDO COCCAPANI. Ferrara</salute>
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               <p TEIform="p">Vostra Signoria si contenti di far aver queste due lettere, una al signor Ipolito Bentivogli, l’altra a la signora Laura Tiene. So ch’ella parla spesso co ’l serenissimo signor duca; e se ben debbo sospettare ch’egualmente mi potesse esser noiosa la prigione di Castello quanto questa di Sant’Anna; nondimeno perchè Vostra Signoria è non sol castellano ma fattore, mi par di poter parlare con esso lei senza sospetto di prigionia, come già soleva parlarle in quel camarino di cortile. La prego, dunque, che prenda occasione di pregare il serenissimo signor duca, che m’allarghi alquanto la prigionia, se non gli piace di liberarmi affatto: bench’io rimarrei con molt’obligo a Sua Altezza se mi rendesse la libertà.</p>
               <p TEIform="p">Non vidi mai più messer Francesco suo, ne ’l Platone c’ha il signor Carlo; e se ben per ora non l’adoprerei, m’avrebbe fatto piacere a portarlomi: ma maggior piacere mi farebbe s’egli mi venisse a trascrivere alcune cose. Ed a Vostra Signoria bacio le mani; pregandola che ricordi al signor Pocaterra, che m’avisi se le suppliche mandate a gl’illustrissimi ed eccellentissimi senatori di Milano sono andate a buon ricapito. Se sarò favorito con alcuna visita, ne rimarrò sempre con obligo a chi si degnerà di venirmi a vedere.</p>
               <p TEIform="p">Mi fu ieri detto, che ’l serenissimo signor duca non era informato come fossi qui trattato. Io non so quel che me ne creda: ma prego Vostra Signoria che non voglia nè consenta, che la buona volontà di Sua Altezza serenissima sia defraudata. E di cuore le bacio le mani. Di Sant’Anna, il dì 25 di marzo del 1581.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ALESSANDRO POCATERRA. Ferrara</salute>
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               <p TEIform="p">M’ha detto Stefano, che niuno è più amorevole di voi; ed a me giova credere ch’egli m’abbia detto il vero, se ben non ho veduto effetto alcuno: ma questa credenza ha bisogno di confermazion d’effetti. Proccurate dunque, signor Alessandro mio onorando, che sia data alcuna risposta a le mie lettere, le quali tutte ho dirizzate per la vostra strada, o per quella del detto Stefano, con cui potete parlare. E ricordatevi c’avete nome Alessandro e non Fabio; e se ben non siete il grande Alessandro, siete però Alessandro, e non dovete a Fabio ne la lentezza assomigliarvi. Ed a Vostra Signoria bacio le mani. Di Ferrara.</p>
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               <head TEIform="head">154</head>
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                  <salute TEIform="salute">AL CARDINALE GIOVAN GIROLAMO ALBANO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io venni a Ferrara chiamato da l’autorità di Vostra Signoria illustrissima, con intenzione datami di molti favori, e con molte promesse, le quali per ancora non hanno avuto effetto, ancorch’io non abbia mancato d’onorare, giusta mia possa, il signor duca e gli altri principi di Ferrara e di Mantova, e mi sia loro raccomandato umilmente. Voglio ancor, che sappia ch’io, prima che fossi messo in prigione e poi in prigione, ho usata ogni maniera d’umiltà e di rispetto co’ gentiluomini ferraresi e co’ ministri di Sua Altezza; ed essi, a l’incontra, hanno usata verso me ogni sorte di mala creanza e d’inumanità; ond’io son risoluto di mutar procedere con esso loro, acciochè la mia soverchia umiltà non mi sia ascritta a viltà: il che fo anco volentieri per opinione c’ho, ch’essi non vogliano attribuirsi l’onor de le mie fatiche, del quale gli giudico immeritevoli; chè i principi non si sdegnano d’essere onorati de la mia penna. Assai è a me d’aver buona volontà e molto desiderio d’onorarli; e nel rimanente mi contento che essi si compiacciano pur che co ’l lor favore le mie opere vivano come mie ne le librarie. Se alcuno nondimeno di questi cavalieri ferraresi, o de lo stato, procederà meco come dee, e non vorrà attribuirsi quello ch’è proprio de’ principi, o che almeno a loro non si conviene; io non mancherò di portargli ogni debito rispetto. Ho voluto avisare Vostra Signoria illustrissima de la mia buona intenzione, acciochè non abbia occasione alcuna d’abandonarmi, e di mancarmi de le promesse; ed io particolarmente molto mi prometto de la sua bontà, e particolarmente molto la prego che voglia far opera co ’l signor duca mio signore, che si stampi il poema e le rime mie; così quelle che prima le diedi, come le altre che poi ho scritte, e ch’io giudico che possano essere vedute in quel modo che ultimamente mi sono uscite da le mani; ed oltre ciò, i dialoghi de la Nobiltà, de la Dignità e del Messaggiero, e due piccioli discorsi de le Virtù al cardinal Cesareo ed a la signora duchessa di Mantova: e che si stampino con i privilegi de l’imperatore, e de gli stati sottoposti a l’Imperio, così in Germania come in Italia, così del re o d’altri principi come di Republiche: e che quell’utile che se ne trarrà, molto o poco che sia, mi si doni, acciò ch’io abbia onde provedere a le mie necessità estreme. E se il signor duca mio signore si contenterà ch’io goda del privilegio del granduca, che già mi concesse, io volentieri accetterò questa grazia da lui. Ed a Vostra Signoria illustrissima umilmente raccomandandomi, e pregandola che mi favorisca ne’ miei giusti desideri, le bacio le mani. Di Ferrara.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">155</head>
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                  <salute TEIform="salute">AD ALESSANDRO POCATERRA. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vostra Signoria si contenti d’appresentar questo sonetto a la signora duchessa, e di far con questa occasione qualche buon uficio per me, in modo ch’io ne veda qualche effetto. Vi priego anche, che vogliate sollecitar non meno voi stesso che ’l signor conte Scipione, accioch’io abbia qualche risposta a le lettere c’ho scritte. E pregate il signor conte che supplichi il signor duca a farmi le grazie ch’io gli ho richieste. Mi scrivete che vostro figliuolo è intendente di logica e di filosofia; però posso discorrer con voi: chè quel che non intenderete, vi sarà da lui dichiarato. L’ultima scrittura ch’io mandai al cardinal Cesareo, non s’allontana da la dottrina peripatetica, ed è scritta problematicamente in quel modo c’Alessandro, principe de’ peripatetici, scrisse le Questioni morali. E se v’è alcun ornamento di proemio e d’eloquenza, sappiate che i peripatetici greci, cominciando da Teofrasto, non rifiutaro sì fatti ornamenti. La dottrina anche del dialogo de la Nobiltà e de la Dignità è aristotelica; se ben v’è alcuna mistura di platonica, la qual da Simplicio da Filopono e da Eustazio è ricevuta. Ma nel dialogo del Messaggiero la dottrina è platonica con qualche mistura di peripatetica, in quel modo ch’i platonici la ricevono. Disegno di scriver alcun’altre cose esattamente, e di queste servar la copia, e proccurar che si stampino. Altre poi ne potrò scriver più popolarmente, per compiacimento d’altri; de le quali non mi curerò di tener copia. E ne lo scriver alquanto più probabilmente non solo avrò per guida Cicerone Senofonte e Platone, ma Aristotele medesimo, il qual scrisse opere che chiamò acromatiche, ed alcun’altre che chiamò esoteriche. E le medesime cose alcuna volta ne l’acromatiche e ne l’esoteriche trattò, ma con diverso modo. Tanto sia detto de’ miei disegni. Voi ricordatevi di sollecitar ch’io abbia alcun principio di consolazione. Di Ferrara.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">156</head>
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                  <salute TEIform="salute">A MAURIZIO CATANEO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Sono due anni passati che Vostra Signoria reverenda, con l’autorità di monsignor illustrissimo suo, mi condusse a Ferrara, ove non trovai chi mostrasse di saper cosa alcuna di tante che Vostra Signoria m’aveva scritte; ed alcuni giorni prima che fornissero i due anni, il signor conte Ercole Tassone mi portò una lettera di mia sorella, e me ne lesse un’altra, se ben mi ricordo, scritta dal signor cardinale a lui medesimo. Non l’ho poi riveduto più; e quantunque io abbia alcune volte scritto a monsignor illustrissimo, non ho mai nondimeno avuto risposta: ma non ho però perduta la speranza che possa rispondermi, perciochè il tempo non è passato di molto. Aspetto che Sua Signoria illustrissima in queste feste di pasqua chiegga qualche grazia per me al signor duca di Ferrara: e s’ella fosse così grata a la serenissima Republica, sì com’era in quel tempo che io la conobbi assai grande in Venezia ed assai amorevole verso me, la pregherei che pregasse o ’l serenissimo principe o alcuno di quei clarissimi signori, che mi aprissero il commercio de le lettere senza alcuno impedimento. Ma perchè io non so se Sua Signoria illustrissima facesse volentieri quest’officio, mi pare che potrebbe almeno spender la sua autorità o co ’l serenissimo duca di Savoia o co ’l serenissimo di Toscana (ciascun de’ quali credo che la vedrebbe così volentieri papa, come la Republica sua), e può ella adoprarla in molte cose a mio beneficio; ma d’una sola la pregherò, che m’impetri i privilegi di quelle opere de le quali il signor duca di Mantova s’è offerto di farmeli avere da la Maestà Cesarea. Aspetterò la risposta fino al giovedi di pasqua: e le bacio le mani. Di Ferrara, in Sant’Anna, il 28 di marzo 1581.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">157</head>
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                  <salute TEIform="salute">AL CONTE FULVIO RANGONE. Modena</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Sin che le voci de la plebe o de la mia imaginazione m’hanno importunamente portato a gli orecchi il nome di Vostra Signoria molto illustre, io ora ho sperato in lei, ora seco mi sono adirato con tutte quelle pazze parole, che può dettar non sol l’ira, ma la disperazione: poichè finalmente s’è degnata di mandarmi a parlare un uomo conosciuto da me, dico che la ringrazio, e ch’io son così pronto a darle tutte quelle sodisfazioni che ella possa ricever da un uomo ch’è così risoluto al morire come pertinace in non voler fare indignità. E s’ella sarà altrettanto pronta a farmi favore, troverà in me più tosto alcuna sofferenza ne l’aspettare, che molta importunità ne l’addimandare. Ma perchè le sodisfazioni verso lei debbono da me cominciare, io le scrivo che l’ho in concetto di cavaliere di cui altrettanto si possa tenere onorato il signor duca di Ferrara avendolo per soggetto, quanto Vostra Signoria molt’illustre riconoscendolo in quel modo per signore co ’l quale si riconoscono i principi non tiranni: e le dico di più, che fra tutti i soggetti di Sua Altezza serenissima non conosco alcuno più degno di comandare in sua vece a’ popoli, o più degno ne la cui bontà e integrità sua Altezza confidi ogni affare; e v’aggiungo per conchiusione, che Vostra Signoria molto illustre può tenere a’ suoi servigi pari miei per nobiltà. Ma oltre che l’amicizia ch’ella ha avuto con mio padre, il quale ha servito a principi, non ricerca ch’ella proceda meco in modo diverso del passato, le condizioni de l’animo e de l’ingegno mio meritano ch’io sia tolto dal numero de gli altri miei pari; tra le quali s’alcune non buone ve ne sono state mescolate, non debbono ora pregiudicarmi, ch’io son risoluto di vivere onoratamente: comunque sia, quelle stesse non consentono ch’inchini l’animo mio quanto vorrebbe l’arroganza che porta seco la fortuna de’ nobili; la qual tanto desidero che sia lontana da Vostra Signoria molto illustre, quanto ella per altre condizioni s’è separata da molti. Creda il signor conte Fulvio, che molti vanno altieri di questo titolo di conte o di marchese su ’l regno di Napoli, a’ quali io non attribuirei più di quel c’a Vostra Signoria attribuisco; nè vo’ tacerle che l’illustrissimo ed eccellentissimo signor Scipion Gonzaga (che con lo scrivere ha prevenuto l’ambasciata di Vostra Signoria molto illustre) non sia in parte cagione ch’io così risponda. E le bacio le mani. Di Ferrara, il 3 d’aprile del 1581.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">158</head>
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                  <salute TEIform="salute">A MARCELLO DONATI. – Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">L’occasione d’un bergamasco che se ne viene costà, vorrei che mi facesse parer diligente e non importuno, ricordando a Vostra Signoria la spedizion de’ privilegi di Sua Maestà Cesarea, ed anco di quelli del signor duca suo, se a Sua Altezza parrà di farmi questo favore. Del rimanente mi rimetto a la relazione de l’apportatore di questa mia, al quale dirò alcune cose a bocca, le quali non ho giudicato bene scriverle. Baci Vostra Signoria in mio nome le mani a l’illustrissimo signor Carlo ed al signor Guido Gonzaga: e viva felice. Di Ferrara, il 5 d’aprile del 1581.</p>
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               <head TEIform="head">159</head>
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                  <salute TEIform="salute">A GINEVRA MALATESTA (Dedicatoria)</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mando fuori, illustrissima signora, sotto il nome di Vostra Signoria queste mie Conclusioni, non solo per darle qualche segno de la riverenza che, ricevuta ereditaria da mio padre, porto a l’infinito suo valore; ma ancora acciochè, s’elle non saranno per avventura ben difese da le mie ragioni, siano almeno da la sua autorità sostenute; onde insieme co ’l mio poco ingegno nel disputarle, si conosca il molto giudicio nel dedicarle. Prenda dunque Vostra Signoria lietamente questo più tosto peso che dono; nè si sdegni che ’l suo nome glorioso scenda ad abitare ne le mie carte: perchè se bene è ignobile l’artificio de l’architetto, nobile nondimeno, quanto esser possa più, è la materia di questa amorosa fabrica, ed a’ meriti suoi albergo in ogni parte convenevolissimo. E le bacio le mani.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">160</head>
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                  <salute TEIform="salute">A CORNELIA TASSA. Sorrento</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Riletta la vostra lettera, rispondo ad alcuni particolari, a’ quali per la fretta non ho potuto rispondere ne l’altra lettera scrittavi. Ch’ella sia maritata co ’l signor Giovan Ferrante Speziano molto mi piace; perchè, se ben mi ricordo, mi par di conoscerlo, e mi piacque assai ne l’aspetto. Verrei volentieri a trovarla, s’io fossi sicuro di non aver per istrada impedimento: se da persona di molta autorità sarò assicurato di poter venire sicuramente, può ben credere ch’io riceverò sempre molta contentezza di vederla. E perchè volentieri farei in coteste parti il rimanente de la mia vita, se le paresse di procurarmi un padrone, qual non mancherebbe in cotesto regno, glie ne rimarrei con obligo; ed io sovra tutti gli altri inclinerei al marchese di Pescara. È qui il principe di Geneve, al qual molto volentieri servirei, se non fosse ch’egli è francese: ed io, oltre che sono divotissimo non men che umilissimo servitore di Sua Maestà, non vorrei, pregiudicarmi in questa nuova speranza che mi dà. Ben è vero, che se l’illustrissimo ed eccellentissimo signor Scipion Gonzaga, ch’è servitor di Sua Maestà e nato di padre ch’è morto a’ servigi del padre, interponesse la sua autorità in qualche modo, a me parrebbe di poterlo servire: ma in questa materia così volentieri udirei il suo consiglio come quel del signore Scipione stesso; al quale ho scritto molte volte in molte mie occorrenze, ed a tutte le lettere non m’è stato risposto. Vostra Signoria trovi modo di far venire le lettere; e questa strada del signor conte Ercole a me pare assai buona.</p>
               <p TEIform="p">Non mostra di sapere che sia prigione; e forse la qualità e ’l modo de la mia prigionia non è noto al signor duca di Ferrara, nè a la signora duchessa d’Urbino: ma son qui tenuto come piace a...; in poter del quale m’ha condotto, pensando di farmi beneficio, monsignor...: ed egli usa meco ogni sorte di rigore e d’inumanità; e, contra la fede promessami da detto monsignore, mi disfavorisce in tutte le cose, e ne lo attendere a’ miei studi e ne lo scrivere e ne lo stampar l’opere mie principalmente, ne le quali più vorrei esser favorito e aiutato. E se Vostra Signoria ha niun pensiero de la riputazion mia, in niun’altra cosa dee più aiutarmi, ch’in questa; e in questa aiutandomi, sarà da me più amata senza alcuna finzione, che sorella fosse mai da fratello. Io ho scritto da questa prigione molte fiate al serenissimo granduca di Toscana, ed a monsignor illustrissimo de’ Medici, e pregatili che vogliano rendermi, non dico più al signor duca di Ferrara c’ad altro principe, ma al mio primo stato, ed a quella facilità ch’io aveva di procurarmi qualche buona fortuna. S’essi il faranno, ne rimarrò loro con obligo. Altro a Vostra Signoria non m’occorre di scrivere, se non che aspetto risposta; e che se vuole ch’io venga a lei, conviene che m’agevoli il venire: perch’io son prigioniero, e non posso. Ed a Vostra Signoria bacio le mani. Di Ferrara, il 15 d’aprile del 1581.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">161</head>
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                  <salute TEIform="salute">AL CONTE ERCOLE ESTENSE TASSONE. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Prego Vostra Signoria a mandar questa a mia sorella per via secura; chè per questa cagione a lei, e non ad altri, do volentieri questa noia. A l’illustrissimo cardinale Albano desidero ogni grandezza ne la Chiesa, e lunga e felice vita: altro in suo servigio non mi par di potere adoperare. S’egli farà che io conosca così la sua buona volontà, com’egli de la mia potrà informarsi e chiarirsi, non rimarrà dal mio lato alcuna cagione di mala sodisfazione, nè dal suo: s’altro non segue, ho convenevole cagione di non assicurarmi de le sue promesse in luogo alcuno ove monsignor illustrissimo d’Este abbia autorità. Ed a Vostra Signoria bacio le mani. Di Sant’Anna, il 15 d’aprile del 1581.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">162</head>
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                  <salute TEIform="salute">AL CARDINALE GIOVAN GIROLAMO ALBANO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Nuova ed inaudita sorte d’infelicità è la mia, ch’io debba persuadere a Vostra Signoria reverendissima di non esser forsennato, e di non dover come tale esser custodito dal signor duca di Ferrara, nè tenuto prigione: nuova ed inaudita certo a i nostri tempi, ed anco a quelli de gli avoli e de gli avoli de gli avoli nostri, perciochè alcuno esempio non se ne racconta: ma in Grecia avvenne anticamente caso non dissimile a questo; che Sofocle, famoso tragico, era da’ figliuoli impedito, come folle, di governar le facoltà ch’egli s’aveva per avventura acquistate; onde per liberarsi dal sospetto de l’imputata pazzia, lesse a’ giudici l’Edippo Coloneo, tragedia ch’egli aveva fatta ultimamente; per la quale fu sapientissimo giudicato. E s’io, che ne l’infelicità gli sono simile, potrò ne l’istesso modo a Vostra Signoria reverendissima (che non confido che debba esser men sincero giudice) persuadere di non esser folle, quando che sia, mi gioverà di raccontare le mie passate infelicità. La prego, dunque, che voglia leggere due dialoghi c’ultimamente ho fatti, l’uno de la Nobiltà, l’altro de la Dignità; i quali assai manifestamente possono dimostrare quale sia il mio senno: e se leggergli vuole, conviene che qui mandi alcuno che li prenda, o che almeno apra il commercio de le lettere, che m’è interdetto, nè so da chi. Ma se non solo gli scritti, ma l’azioni possono esser argomento c’altri non sia folle, perchè debbo io non sol folle ma forsennato esser giudicato? Chi è stato ucciso da me, chi ferito, chi percosso? o chi almeno m’ha dimandato piacere, che non l’abbia compiaciuto? chi ha voluto da me intendere, da me, alcuna cosa appartenente a gli studi miei, che non l’abbia intesa? chi m’ha voluto giovare, che da me sia stato schivato, come sarebbe da folle? Non certo i medici, i quali ho sempre oltre modo desiderati e pregati che vengano a vedermi; non i confessori, i quali ne l’istesso modo ho desiderati e pregati; non alcun de gli antichi amici miei, dei quali, come de’ confessori, non ho potuto ancora vedere alcuno. Se dunque niuno mio scritto mi condanna per forsennato, se niun’azion mia; con qual ragione il signor duca di Ferrara vuol come forsennato tenermi prigione?</p>
               <p TEIform="p">Diranno alcuni, per avventura, ch’io ho scritto molte cose più licenziosamente de’ principi e de’ privati, ch’io non doveva, e che nel medesimo modo ho parlato, e che diedi già una percossa ad un uomo custode de la mia prigione. A queste tre opposizioni, monsignor reverendissimo, partitamente risponderò. De’ principi è mio debito di parlar con onore e con rispetto; ed io non sono stato mai, non dirò sì folle, ma sì imprudente che non l’abbia conosciuto; non quando scriveva quelle stesse cose che potevano altrui maggiormente spiacere: ma io le ho scritte perchè ho creduto che Vostra Signoria reverendissima e l’illustrissimo ed eccellentissimo signor Scipion Gonzaga, principe d’Impero, volesse che prendessi la difesa di mio padre contra i duchi di Ferrara e di Mantova, contra monsignor illustrissimo d’Este, e contra Sua Maestà Cattolica eziandio; ed ho creduto parimente, che il serenissimo signor duca di Savoia, il duca d’Urbino, la republica di Vinegia, i clementissimi principi di Germania, il signor don Giovanni d’Austria, la difesa dovessero approvare. Ma nel difenderlo assai chiaramente ho dimostro di non esser folle: perch’i folli non han distinzion di persone; ma io con tanto rispetto ho parlato di Sua Maestà Cattolica, con tanto sdegno del cardinale d’Este e d’alcuni altri, che mi pareva c’assai chiaramente si potesse conoscere, che non mi mancava nè risoluzione di morire per lo padre, nè desiderio di vita, quando Sua Maestà Cattolica la vita del padre (chè vita è la memoria) a le lagrime del figliuolo avesse voluto donare. E chi in questo modo è risoluto di morire, e tanto stima la vita che per rincrescimento non vuol perderla, non può esser folle in alcun modo giudicato. Solo, monsignor illustrissimo, mi rincresce che quella difesa, che con l’autorità vostra e de l’illustrissimo ed eccellentissimo signor Scipione Gonzaga ho presa, non è stata da me trattata con quell’arte e con quell’eloquenza che in occasione di tanta importanza doveva dimostrare: ma s’alcuna cosa ho scritta che altrui non sia dispiaciuta, dal dolore è stata somministrata. Ma s’io m’inganno, monsignor illustrisimo, che l’autorità sua e de l’illustrissimo ed eccellentissimo signor Scipione Gonzaga m’abbia indotto a questa difesa, se questa è imaginazion falsa, se umor melanconico; è così lontana Ferrara da Roma, c’un messo, una lettera o de l’uno o de l’altro non mi potesse ammonire, ch’io lasciassi stare di scriver cose sì fatte? Me l’ha fatto dire il duca di Ferrara, me l’ha detto altri: ma doveva io ubbidire al duca di Ferrara in quello che per altrui autorità, contro la sua volontà, aveva preso di fare? Dunque l’autorità di coloro ch’erano stati autori di questa difesa doveva acquetarmi, non quella del signor duca di Ferrara; ch’io giudico principe d’animo alieno da me, poco amico de la mia riputazione, e molto inclinato a favorire, se non volete dire i nemici, almen gli emuli miei; ma s’io ne la vita, se ne l’onore, se ne’ comodi sono stato offeso, debbo dir più tosto nemici ch’emuli: e questo in quanto a la prima opposizione. A la seconda, de le parole, tanto mi par più facile di rispondere, quanto son più securo che non solo gli altri, ma il signor duca di Ferrara istesso desidera ch’io parli licenziosamente: ed io son securo; non debbo credere di potermi ingannare. Nondimeno, perchè vegga Vostra Signoria reverendissima ch’io voglio, come uomo ragionevole, con la ragione contendere, mandi il duca di Ferrara il cavalier Gualengo, mandi il conte Ercole Tassone a parlar meco; ch’io mi fermerò con loro in alcun proposito, in modo che non gli rimarrà nè occasione nè pretesto di tenermi prigione come matto. A la terza dico, ch’io non niego ch’io non percuotessi l’uomo custode de la mia prigione; ma che nondimeno gli ho voluto dare quelle sodisfazioni che uomo de la sua condizione potesse desiderare; ed a me pare ch’egli non potesse ricercarla maggior di quella ch’io gli diedi con queste parole, ch’io il percossi credendo ch’egli volesse ch’io il percotessi: perciochè se niuna ingiuria può essere con volontà de l’ingiuriato, s’io l’aveva percosso credendo ch’egli volesse, non l’aveva con animo di fargli ingiuria percosso: ma da che il percossi sono passati due anni; e dopo, egli ha avuto uno scritto di mia mano, nel quale io gli prometto ducento cinquanta scudi con alcune condizioni; al quale mi reputo obligato non solo in quel modo che vuol la ragione civile, ma che richiede ancora la cortesia di gentiluomo.</p>
               <p TEIform="p">Assai mi pare, o monsignor illustrissimo, d’aver provato ch’il duca di Ferrara, come forsennato non debba tenermi prigione: ora considero con Vostra Signoria illustrissima, s’egli mi ci possa tener come savio colpevole. Le colpe o sono antiche o nuove. Per l’antiche, essendo io ritornato sotto la parola di Vostra Signoria illustrissima, confermata dal conte Guido Calcagnini e dal signor Camillo Gilioli, suoi gentiluomini, non può con suo onore in alcun modo tenermici. Per le nuove, s’egli ha voluto ch’io in alcun modo l’offenda, non può dolersi ragionevolmente ch’io più ne l’uno che ne l’altro modo l’abbia offeso: perciochè l’imaginazione per la quale egli vuole per avventura che mi muova, non può esser certa; e potrei per avventura molte fiate aver detto cosa, credendo ch’egli volesse, la qual gli fosse dispiaciuta: e quando pure io potessi esser certo de la volontà, chi può frenar l’ira ragionevole? Io non desidero d’offenderlo; egli vuol che l’offenda in cosa che può nuocere più a l’onor mio c’al suo: dunque a suo modo non debbo offenderlo? Si duol dunque di me perch’io amo più me stesso che lui: se di questo si duole, a torto si duole; ed ha così poca cagione di dolersi di me, come di tenermi prigione. E s’alcuno è c’abbia contraria opinione, dico assolutamente ch’è poco intendente de le cose d’onore e di nobiltà.</p>
               <p TEIform="p">Ma acciò ch’il signor duca di Ferrara conosca ch’io non sol venni con intenzione d’onorarlo e di servirlo, ma che continovo ne l’istessa opinione; dico che non istimerò mai più il mio onore che ’l suo, s’egli di quell’onore vuole parlare del quale come principe e come cavaliero dee fare stima. Che vuole che io dica? che io il sodisfaccia ne l’onore di principe; che non l’ho per tiranno; e ch’io credo ch’egli la prima volta ragionevolmente sentenziasse quel che di me sentenziò, ch’io nol so? Ne l’onor di cavaliero, assai dee rimaner sodisfatto di me s’io l’ho per tale, quale ho tutti gli altri cavalieri del suo tempo. Ma non sono molte opinioni de le quali si dubbita fra cavalieri del suo tempo, e fra principi? se ’l trattato doppio sia lecito; se sia mai lecito mancar di fede; s’un debba far risentimento in presenza del principe: nè di queste sole, ma di molt’altre cose si dubbita. S’io avessi diversa opinione del signor duca di Ferrara, direi per questo ch’egli fosse meno onorato cavaliero de gli altri c’han l’istessa opinione? non certo: ed ho gli altri per onoratissimi. Per onoratissimo aveva il duca d’Urbino, di felice memoria, tutto c’approvasse il trattato doppio, ch’io non approvo: ma non credo già che ’l duca d’Urbino si fosse mosso ad operar cosa de la quale egli fosse stato dubbio, s’egli avesse potuto con suo onore farla o non farla; nè credo che il signor duca di Ferrara debba esser certo se, contra la promessa datami, gli sia lecito di ritenermi in prigione: e nel dubbio, non credo che con suo onore possa ritenermici: e chi ha altra opinione ne le cose d’onore, credo che sia molto ingannato; come credo che sia il signor duca di Ferrara. Ne l’altre cose c’a l’onore non appartengono, può il signor duca di Ferrara tener qual opinione gli piace, senza vergogna sua: ma s’egli approva quella di coloro co’ quali io ho avuta alcuna emulazione ne le lettere, o essi l’hanno avuta meco, non dee impedir me di scriver a mio modo. Non mi vuol donare s’io a suo modo non scrivo? non mi vuole onorare? può farlo, ch’io nol riprendo: ma che voglia impedirmi ch’io non possa acquistarmi da vivere, non so come con suo onore possa farlo. Quattrocento scudi l’anno assai comodamente avrei con le mie fatiche potuto guadagnar l’anno in Vinezia. Ne’ due dialoghi de la Nobiltà e de la Dignità c’ho scritti, ho dato occasione a’ signori Viniziani di negarmi quello c’a tutti gli uomini nei suo stato concedono; perciochè de la dignità del principe loro e di quella del serenissimo duca di Toscana e del serenissimo granduca di... e del duca di Ferrara e de gli altri duchi ho in maniera scritto, che mi pare d’aver provato, che per ragione il principe di Vinezia dovrebbe cedere, ma che se precede, precede solo perchè così piace al papa ed a l’imperatore. Altrettanti n’avrei guadagnati nel regno di Napoli tra le stampe, ch’ivi sono pure in alcun modo, ed i doni de’ principi e de i cavalieri: ma de la nobiltà anche di questi sei duchi ho scritto in maniera, che quegli illustrissimi signori del Regno se ne posson ragionevolmente tener poco sodisfatti. Mille scudi avrei cavati dal mio poema, se le due volte ch’è stato stampato fosse stato stampato da me: ed il signor duca di Ferrara ha consentito che si stampi; o non ha saputo provederci, volendoci provedere: e mi tiene prigione come matto, e non mi facendo dar se non le cose necessarissime. Due mila cinquecento scudi mi ha detto il cont’Ercol... ch’io per ragione posso ricuperare de la facoltà materna: e mia sorella mi scrive, che ne posso ricuperare migliaio e centinaio. Molte migliaia di ducati era la facoltà di mio padre, la quale io avrei potuto ricuperare con questi dialoghi e con questo poema. Ora, se per lo signor duca di Ferrara ho perdute non solo le speranze, ma quel che da le mie fatiche mi poteva assai certamente promettere nel regno di Napoli e ne lo stato di Vinezia; mi pare assai ragionevole ch’io non perda quel che per ragione posso ricuperare de le facoltà materne; le quali debbo riconoscere anzi da la giustizia de’ ministri regii, che da la cortesia de’ principi e de’ cavalieri napolitani: ed io prego Vostra Signoria reverendissima che faccia, ch’io possa dedicare i dialoghi e ’l poema a persona c’o m’aiuti a ricuperare i duemila e cinque scudi, o me ne dia il contracambio, e che parli a proposito, come io parlerò con chi in suo nome mi parlerà. Voglio oltreciò che sappia Vostra Signoria reverendissima, che in questa prigione tanto ho perduto de la mia sanità, che non sarei atto ad affaticarmi com’era prima: sicchè tra la debilezza de la mia complessione e ’l pregiudizio che m’ho fatto nel regno di Napoli ed in Vinezia, non così facilmente potrei, nè così comodamente, procurarmi il vivere come prima avrei potuto: onde Vostra Signoria reverendissima, ch’in Ferrara m’ha condotto di Savoia, ove il serenissimo signor principe m’aveva offerta la provisione che mi dava il signor duca di Ferrara, e le mie scritture, dee provedere, o far c’altri in alcun modo proveda, non dirò a’ miei bisogni ma a le mie convenevoli comodità. Vostra Signoria reverendissima può sapere come son nato e come sono stato allevato; e dee anco sapere in che grado ho servito il signor duca di Ferrara, ed in che grado ho potuto servire il serenissimo granduca di Toscana. Ora, dopo cinque anni d’infermità e di travagli, se per pazzia son caduto dal mio grado, come dicono, la pazzia è anzi degna di compassione che di pena; onde io non veggo perchè debban men onorare di quel che solevano, cominciando io a ricuperare il senno, come pare a gli altri: se per colpa, de la mia riputazion son caduto, com’io credo; quando non vogliano onorare come solevano, debbono almeno riputar che l’infermità e ’l disagio di cinque anni sia stata pena convenevole ad ogni colpa, e lasciarmi vivere ritirato e lontano da le corti e da’ favori; ma non astringermi ad alcuna sorte di servitù che non mi piaccia: a la quale io non veggo chi possa costringermi; perciochè sovra la mia volontà non ha alcuna ragione principe alcuno del mondo; sovra il corpo molti possono averla, e men de gli altri il duca di Ferrara. Se mi torrà il corpo, morrò certo mal volentieri, ma certo men mal volentieri che non vivrei in vita odiosa, qual sarebbe quella ch’io vo imaginando che alcuno vorrebbe ch’io facessi. Non muoio, com’ho detto, volentieri; ma per niuna cosa più desidero di vivere che per finire il mio poema, come aveva desiderato, e scrivere alcun’altre cose a sodisfazion mia. S’altri vuol donarmi la vita perch’io cedendo a gli emuli ed a’ nemici miei la palma, mi chiami vinto non sol ne la ragione de le opinioni, ma anche ne lo scrivere, può ritenersi il dono, chè io non gliel chiedo. Ben è vero che s’alcun fosse, il quale per sua sodisfazione volesse che io scrivessi, non per dare l’onore a’ nemici miei e torlo a me, non negherei di farlo, quando potessi; ma non posso: e s’io avessi risguardo a la sua sodisfazione, dovrebbe egli, per grande che fosse, averlo a la mia; e considerare che l’inimicizie e l’emulazioni nate per cagion di lettere sono affetti così possenti, che da niuna ragione possono essere acquetati ne gli uomini. Ma perchè sono assai risoluto che tutto quel che ’l signor duca di Ferrara ricevesse da me, non tanto per sua sodisfazione quanto per mia poca riputazione il ricercherebbe, e ch’egli la sua sodisfazione in altro che ne la mia poca riputazione non porrebbe; risolvo che poemi lunghi non solo non sono atto a fare, ma non voglio: brevi sonetti, dico, e canzoni ne farò com’egli vuole, s’a suoi servigi mi vuole: se non mi vuole, assai del suo debito ho parlato, e di quel di Vostra Signoria reverendissima e del mio, ch’è di morire e di vivere com’uomo; lieto se potrò, ma lieto com’uomo. Ed a Vostra Signoria reverendissima bacio le mani. Di Ferrara, il 23 di maggio.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL CARDINAL CARLO BORROMEO. Milano</salute>
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               <p TEIform="p">Io ho scritto molte volte a diversi signori per avere il privilegio de lo stato di Milano, del mio poema. Ora intendo che lo stampatore di Parma l’ha fatto stampare, e che n’ha il privilegio, il quale non so come gli sia stato concesso; ma so bene che la servitù ch’io aveva co ’l signor principe suo nipote meritava che a me, più tosto che ad altri, dovesse esser concesso il frutto de le mie fatiche. Ed ora ne priego non men lui che Vostra Signoria illustrissima, che mi favorisca ad averlo non men di questa che d’alcun’altre opere, de le quali le manderò la lista, se saprò che questa mia lettera sia stata mandata a Vostra Signoria illustrissima, e ch’ella l’abbia giudicata degna di risposta. E le bacio le mani. Di Ferrara.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A MAURIZIO CATANEO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Risponderò brevemente a la lettera di Vostra Signoria de li 24 di maggio. I miei travagli e l’infermità le riconosco non da alcun pianeta, ma da la giustizia del Signore Iddio, c’abbia voluto punire i miei peccati: e spero che la sua pietà, eguale a la giustizia, mi concederà il perdono. Del signor duca di Ferrara debbo sempre scrivere e parlare come di principe valoroso ed onorato molto; nè farò altramente. Che non ci sia alcun principe che m’odii, assai mi piace: e verso me, che facilmente mi sdegno nè so odiare, non devrebbe forse alcun mostrare segno d’odio: e quelli, de la cui buona volontà molto già mi promise l’illustrissimo signor cardinale Albano, alcun segno d’amore devrebbon dimostrare. Amo particolarmente il principe di Mantova, con molta inclinazione di servir Sua Altezza; ed avrei così volentieri ad alcun gran principe obligo che mi ponesse a’ suoi servigi, come a Sua Altezza volentieri l’avrò che interceda per la mia libertà: la qual più mi sarebbe grata per suo mezzo conseguita, che per quei di molti altri; perchè non posso pensar d’essere ingrato a chi mi fa favore. Nè mi sarà negata perch’io non obbedisca a quei comandamenti de l’illustrissimo cardinale Albano, i quali possono ragionevolmente esser fatti ad un par mio; nè per che io non procuri di dar a ciascuno di me ogni convenevole sodisfazione: ma conosco me stesso, e gli altri; e mi ricordo con quai promesse fui chiamato dal signor cardinale Albano, suo signore, a le nozze del signor duca di Ferrara.</p>
               <p TEIform="p">La mia tragedia nè ricuso di fornire, nè desidero; perchè i componimenti mesti sogliono perturbar l’animo: ed io, che son malenconico per natura e per accidente, debbo, quanto posso più, viver lieto, come Vostra Signoria m’esorta, senza far nondimeno cosa che sia contra l’onor de l’età e de la profession mia.</p>
               <p TEIform="p">Che ’l mio poema piaccia, mi piace: e se bene io non me ne compiaccio, non lo giudico dispiacevole; e vorrei potermene compiacere. E mi dolgo del signor duca di Mantova, che prima abbia consentito che mi sia fatto quel disfavor da gli uomini, che voi chiamate favor di fortuna; e che poi non mi abbia favorito in modo, che non rimanesse alcun luogo a la fortuna, ove la prudenza e l’arte devevano solamente operare; le quali cresciute in me con l’età, ed affinate co ’l giudizio, non debbono in quel che appertiene al poema lasciar luogo alcuno a la fortuna: nè posso non dolermi del serenissimo signor duca di Savoia, che s’ha alcuna buona volontà di farmi favore in questo particolare, non la mi faccia manifesta; e se non l’ha, mi lasci dubbio de l’animo suo.</p>
               <p TEIform="p">Scriverò sempre a Vostra Signoria molto volentieri per lo mezzo del signor cont’Ercole Tassone, s’egli me ne darà commodità; e li manderò le composizioni mie; e gli avrei già dati tre sonetti c’ho fatti per lo signor cardinale Albano, s’egli si fosse lasciato veder men di rado. Oggi m’è stata da lui portata una lettera de la signora mia sorella: questi mesi adietro me ne fu portata un’altra. Amo i miei nipoti quanto possa amare alcun zio, e gli vorrei veder ben allogati. Già pensai di por l’uno a’ servigi del signor duca di Ferrara: poi aveva disegnato di porne un altro per paggio del signor principe di Savoia, e l’altro al principe di Mantova: ora ne udirò quel che ne parrà a l’illustrissimo cardinale Albano. Ma io sono inclinato assai a porlo con l’illustrissimo signor Scipione Gonzaga, tutto che povero principe egli sia; perchè spererei che dovesse esser allevato non sol con buoni costumi e con belle creanze, che non mancano ne la corte di Mantova; ma con molto timor d’Iddio e con molta osservanza de la religione, che malagevolmente si posson trovare ne le corti grandi.</p>
               <p TEIform="p">II signor Scipione già m’aveva per lettere promessi i privilegi di Sua Maestà Cesarea per lo mio poema, e per altre opere mie: poi, quando questi giorni adietro fu a vedermi, me li confermò, e mi promise quelli del signor duca di Mantova ancora; ma non tornando a vedermi, come m’aveva promesso, son rimaso non so se più mal sodisfatto o maravigliato de la poca amorevolezza che Sua Eccellenza ha dimostro verso me.</p>
               <p TEIform="p">Io pensava ch’ella agevolmente potesse impetrar dal signor duca di Ferrara la mia solita provisione, acciochè io potessi trattenermi seco in Roma; stanza che per ogni altro rispetto, che per quel de l’aria, mi piacerebbe molto. Udirò volentieri quel che mi consiglierà il signor cardinale Albano, non solo in questo particolare, ma in quel de’ privilegi ancora. Io, oltre quelli che mi sono stati promessi, non ne chiedo alcun altro, nè ne rifiuto. Ora ben prego monsignore illustrissimo Albano che mi sia cortese, e non solo di consiglio, ma d’aiuto. Ed a Vostra Signoria bacio le mani. Di Ferrara, li 11 di giugno 1581.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A LUCREZIA DA ESTE, DUCHESSA D’URBINO. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Fui, alcuni giorni addietro, salutato in nome di Vostra Altezza dal signor Ippolito Bosco e da un messer Stefano, un ufficiale qui de lo spedale, e mi rallegrai infinitamente che la sua umanità si fosse fatta incontro a la mia indignità, ed abilitatala a ricevere favori sì fatti. Ma poi non ho più veduto il Bosco; e messer Stefano, che soleva esser qui mattino e sera, è sparito; sì che l’intenzione, che mi fu data insieme co ’l saluto, ch’io sarei tratto da questa prigione, non solo non è stata effettuata, ma quasi pare che mi sia tolta la speranza, che debba esser posta ad effetto. Madama serenissima, io la voglio supplicare, che se la sua umanità si fa incontro a la mia viltà, voglia anche la sua pietà farsi contro a la mia miseria, e porgermi alcun aiuto in modo ch’io ne senta alcun sollevamento; e non potendomi favorire ne la libertà, e nel riattaccare la mia servitù con Sua Altezza (ch’è il fine d’ogni mio desiderio, e che sarebbe l’estrema mia felicità), mi favorisca ora ne la sanità, e, quando che sia, ne la libertà: e s’assicuri ch’è ben possibile ch’io serva altro principe, o che da altro principe dipenda, che dal duca suo fratello; ma non è già possibile ch’io m’induca a dipender da alcuno che voglia ch’io disserva lui più oltre di quel che ho fatto. Perch’io son risoluto di non voler accrescere le mie colpe con nuova pazzia, se ben ne sperassi per premio onori e comodi grandissimi, e la ricuperazion de la sanità: e da questo proponimento non è per rimovermi la morte stessa. Io darò questa a un messer Antonio (perc’altri non compare), il quale non mi porta nè proposta nè risposta in nome d’alcuno, sperando che pur debba far capitarla ne le sue mani. E starò aspettando da lei risposta o di parole o d’effetti: e se de l’une e de gli altri mi fosse data, mi riputerei avventuroso servo di Vostra Altezza, ed obligato più che alcun mai le fosse. E le bacio le mani umilissimamente. Di Ferrara.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ALESSANDRO GUARINI. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io pregherei Vostra Signoria che mi prestasse Boezio <title lang="lat" TEIform="title">De consolatione philosophiae</title>, s’io non avessi maggior voglia d’uscire che di leggere. Ma non potendo io vivere in prigione senza consolare me stesso in qualche modo, non le sia grave di prestarlomi.</p>
               <p TEIform="p">Vidi l’altro giorno messer Tomasso segretario della signora donna Marfisa, e mi promise che Sua Eccellenza mi condurrebbe seco a Medalana: da poi non l’ho riveduto, ma l’aspetto co ’l buon tempo. Ed a Vostra Signoria bacio le mani, ed al signor Annibal Pocaterra ancora; e vivano lieti. Di Sant’Anna, il 16 di giugno 1581.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A CORNELIA TASSA. Sorrento</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Questi mesi passati promisi a Vostra Signoria mandarle un panegirico o una canzona per lo serenissimo signor don Giovanni d’Austria. Non l’ho fatto, perchè non mi sono sentito disposto al poetare, ed ancora perchè non sono informato dov’egli sia morto, nè come, nè in che occasione, nè dove seppellito. Ora scrivo un sonetto in questo proposito. Vostra Signoria il mandi al signor Fabrizio Caraffa, e al signor Giulio Cesare Correale, perchè il mostrino a la signora marchesa di Pescara, ed a li illustrissimi signori suoi cognati, ed a la signora principessa di Bisignano. Crederei che Vostra Signoria con ciascun di questi signori potesse far officio per la mia libertà, perchè una sorella per un fratello può scriver convenevolmente a’ principi stranieri, non che a quelli de l’istessa nazione. Di me e del mio stato non so che altro scriverle, se non ch’io sono prigione ed infermo, e ne l’istesso modo desideroso di libertà. Dal Signore Dio sono gli errori miei puniti clementemente; de gli uomini non voglio parlare. Piaccia a sua Divina Maestà che si ricordino d’esser nati uomini, e che io son nato uomo, ed uomo voglio morire. Ed a Vostra Signoria bacio le mani. Di Ferrara, in Sant’Anna, il 16 di giugno 1581.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A MAURIZIO CATANEO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vostra Signoria mandi l’inclusa lettera a mia sorella, e, se le pare, faccia veder il sonetto che v’è al signor cardinale Albano, e a qualc’altro signore. Sempre che avrò commodità di mandarle alcune altre cose, le manderò a Vostra signoria volentieri. Frattanto la prego che ricordi al signor cardinal suo, ch’io di niuna cosa non son più desideroso che di libertà, e che aspetto che Sua Signoria illustrissima con ogni sforzo de l’autorità sua la procuri. Ed a Vostra Signoria bacio la mano. Di Ferrara, in Sant’Anna, il 17 giugno 1581.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL CARDINALE GIOVAN GIROLAMO ALBANO. Roma</salute>
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               <p TEIform="p">II signor conte Ercole Tassone mi portò, questi mesi addietro, una lettera di mia sorella, la quale m’invitava a ricuperare alcuna parte de la facoltà materna. Poi, non sono molti giorni passati, in presenza del signor principe di Mantova, me ne diede un’altra; e mi diede insieme una lettera del signor Maurizio segretario di Vostra Signoria illustrissima, a la quale io risposi; ed avrei data la risposta al signor conte, se fosse tornato per essa. Ora non so che aggiungere a la prima lettera, se non che io non solo per mia propria inclinazione, ma per consiglio ancora del signor Maurizio suo, scriverò e parlerò sempre assai volentieri con ogni onore del signor duca di Ferrara; e se il signor conte Ercole farà aver a Vostra Signoria illustrissima la copia di un libro de la Nobiltà, ch’io diedi al signor principe di Mantova, vedrà ch’io non altrimenti ho scritto di Sua Altezza e de la Casa sua, di quel che dovesse fare un suo divotissimo servitore. Ne l’istesso modo ne scrivo in un altro de la Dignità, ch’io manderei a Vostra Signoria illustrissima, se sapessi come. E questo in quanto a quel che mi consiglia nel particolare del signor duca di Ferrara. Gli altri principi onorerò tutti a mio potere, o almeno mi sforzerò di non offendere. Pensi Vostra Signoria illustrissima come io più tosto con l’onorargli che con l’offendergli possa impetrar la libertà; e pensi ancora al mio presente stato, e al passato.</p>
               <p TEIform="p">Questa mattina ho mandato a mia sorella un sonetto, fatto per lo serenissimo don Giovanni d’Austria, che le sarà mostrato dal signor Maurizio. Prego Vostra Signoria illustrissima che si degni di leggerlo, e che ricordi a la signora duchessa la spedizione de la mia libertà. Viva felice. Di Ferrara, in Sant’Anna, il 17 giugno del 1581.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">170</head>
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                  <salute TEIform="salute">A MAURIZIO CATANEO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Da che il signor conte Ercole Tassone mi portò l’ultima lettera di mia sorella, accompagnata da una di Vostra Signoria, non l’ho più riveduto, nè da coteste parti ho potuto aver altra novella; ove io direi di voler inviare due dialoghi, l’uno de la Nobiltà, l’altro de la Dignità, s’io sapessi per quale strada, o se più tosto non desiderassi di portarli io medesimo. Ma quando a me non sia conceduto di poterli sì tosto portare, mi dovrebbe almeno esser data alcuna commodità ch’io potessi mandarli; ed a monsignore illustrissimo suo dovrebbe esser assai facile di aprirmi il commercio de le lettere per altri mezzi ancora, che per quello del signor Ercole. E quando vi fosse posto alcuno impedimento, com’io vo sospettando, senza saputa del signor duca, la sua autorità è tanta, che potrebbe del tutto rimoverlo. Io, non solo perchè da molti m’è affermato, ma ancora perchè da la ragione mi è persuaso, non posso creder che ’l signor duca sia informato de le qualità di mia infermità, de la quale a me pare di non poter in alcun modo risanare in questa prigione; e temo che quando più si tardi a darle alcun rimedio, ogni rimedio sia vano: onde supplico il signor cardinale, che quanto de la mia salute è desideroso, tanto si mostri sollecito nel negozio de la mia libertà. Da Sua Altezza n’ho avuta qualche promessa, la quale piaccia a Dio che in questo autunno resti adempita, acciò ch’io possa andarmene a’ bagni. Ed a Vostra Signoria bacio le mani. Di Ferrara, in Sant’Anna, il 25 di giugno 1581.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">171</head>
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                  <salute TEIform="salute">A CURZIO ARDIZIO. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Son passati molti giorni ch’io non ho inteso cosa alcuna di Vostra Signoria; pur credo ch’ella stia bene. Io, per grazia del Signor Iddio, sto alquanto meglio; e potrebbe facilmente avvenire che nel principio o nel fine di questo autunno andassi a Napoli. Non sono nondimeno risoluto; perchè la mia risoluzione pende da l’altrui. Ma s’io potrò fare alcuna certa deliberazione, ne darò aviso a Vostra Signoria. Fra tanto le mando un sonetto; e la prego che, con buona occasione, il mostri al signor don Ferrante Gonzaga; e baci a Sua Eccellenza in mio nome le mani; e saluti il signor Bernardino. Di Ferrara.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">172</head>
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                  <salute TEIform="salute">A CURZIO ARDIZIO. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Al fine la mia partita è conclusa, l’andata risoluta, il viaggio deliberato: la licenza non si niega, ma si desidera che sia presa da me, fra quelle tante che sogliono prendersi i cortegiani; de’ quali non so il numero. Ci rimane solo una picciola difficoltà; ch’io non ho dinari: e dico picciola; perchè io verrei a piedi, non sol per devozione, ma per desiderio di mutar aria. Che farem dunque, signor Ardizio? o che farò io, se non possiam correr la medesima fortuna; o se non debbiamo? Io avea pensato di chiedere in dono cinquanta scudi a la granduchessa; ma la dimanda si farà in altra occasione: ora non vorrei perder questa; perchè avendomi il signor duca di Parma fatto parlare alcune volte assai cortesemente, m’ha dato ardire di chiederli o di farli chiedere qualc’aiuto. Se farete qualche buono ufficio per me, ve n’avrò molto obligo: se non vi pare, o se non è spediente, scriverò io medesimo a Sua Altezza; e farò buona fronte, se avrò commodità di parlarle.</p>
               <p TEIform="p">Qui si rappresenterà una mia favola pastorale: ho invitato il signor principe di Molfetta, ed inviterei anche il signor principe Rannuccio, s’io avessi alcuna servitù con Sua Eccellenza; ma ’l signor duca vostro mi pare di poterlo supplicar liberamente, che mi faccia anch’egli questa grazia: e mi rincresce che voi et io non siamo servitori del signor don Giovanni de’ Medici; perchè la sua presenza sarebbe molto favorevole a questa mia favola. Fra tanto mando il sonetto; il quale ho rifatto, o più tosto fattone un altro: vedete di ritrovare il primo, e mandateli ambeduo; acciochè siamo essauditi di leggieri. Ma o si rappresenti questa beata favola, o non si rappresenti, verrò certo con un compagno almeno: fate che ritroviamo buon vino e buona acqua su l’osterie; e supplicatene madama, e direi ancora il legato di Romagna, se non temessi di darvi noia soverchia.</p>
               <p TEIform="p">A la signora principessa di Bisignano baciate le mani in mio nome: io non le scrivo, perchè in questi caldi è soverchia fatica questa de la favola: ma s’ella è così cortese signora come imagino, non dee sdegnar l’avanzo de la mia vita, e di quel che può fare il mio debile ingegno; poichè le prime parti son tocche a gli altri. Ma piaccia a Dio, che io possa vivere a me stesso, ed a’ suoi servigi, com’io vorrei; acciochè non paia fatto per necessità quel ch’è per elezione.</p>
               <p TEIform="p">Accetto l’offerta che Vostra Signoria mi fa, e ne la ringrazio; e la prego che scriva e faccia scrivere in mia raccomandazione a l’illustrissimo signor marchese di Carrara, ed a l’illustrissima donna Eleonora; l’uno e l’altro de’ quali possono molto giovarmi. Vivete lieto, signor mio. Di Ferrara.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">173</head>
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                  <salute TEIform="salute">A CURZIO ARDIZIO. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ringrazio molto Vostra Signoria de l’ufficio c’ha fatto per me co ’l signor don Ferrante; perchè molto volentieri rinnoverei con Sua Eccellenza la servitù ch’io aveva co ’l signor don Cesare suo padre: e prego Vostra Signoria che mandi due altri sonetti, ne l’un de’ quali fo menzione de l’avo suo glorioso: la quale, quantunque sia assai breve, non dee nondimeno esserle picciolo argomento de la buona volontà c’ho di lodarlo con più lunghe composizioni.</p>
               <p TEIform="p">Mando ancora a Vostra Signoria un sonetto per lo principe Rannuccio; del quale prima aveva udito ragionar con molta lode in quel c’appertiene a gli studi, e particolarmente a que’ de la poesia: laonde le rimarrò con molto obligo, s’ella cercherà di pormi in sua grazia. Il saluto de la principessa sua sorella m’è stato oltra modo caro; e caro mi sarà che di nuovo le baci le mani in mio nome, ed insieme al signor principe suo; e che mi raccomandi a tutti i gentiluomini di loro Altezze, e particolarmente al signor Marcello.</p>
               <p TEIform="p">Il sonetto di Vostra Signoria m’è assai piacciuto: del rimanente parleremo costì, se ’l Signore Iddio mi farà grazia ch’io possa venirci, come desidero. Fra tanto mi comandi, come si suole a gli uomini pronti di spirito, ma deboli di forze: e viva felice. Di Sant’Anna.</p>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">A CURZIO ARDIZIO. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mando a Vostra Signoria il primo sonetto del signor principe Rannuccio, mutato in alcun loco, come vedrà. Nel quinto verso non ho fatta alcuna mutazione: vederei nondimeno volentieri il parer del signor Marcello, e del signor Pontevico, e de gli altri academici; dico se paresse lor meglio di replicar il <emph TEIform="emph">mentre</emph>, così:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">E mentre l’avo giusto amica terra</l>
                     <l part="N" TEIform="l">In pace regge.</l>
                  </quote>
Parimente, se nel nono piacesse loro di porre la particella che disgiunge, nel loco di quella che congiunge:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">E co ’l parlare sciolto, o co’ bei carmi.</l>
                  </quote>
               </p>
               <p TEIform="p">Oltre il primo sonetto, ne mando a Vostra Signoria un altro; e la prego che m’avisi de la ricevuta de l’uno e de l’altro. Al signor Cavallara baci in mio nome le mani. E viva felice. Di Sant’Anna.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">175</head>
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                  <salute TEIform="salute">A CURZIO ARDIZIO. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">De’ duo sonetti ch’io ho scritto al signor principe Rannuccio, Vostra Signoria mostra d’averne ricevuto un solo, ch’ella chiama bellissimo; e dee forse essere il primo, che comincia “Mentre il tuo forte padre;” il quale io non istimo tale: mi piace nondimeno che tal sia paruto a Vostra Signoria, e che non sia stato disprezzato da quel cortese principe, al quale io desidero accrescimento di grandezza e felicità. Il secondo, che comincia “Nel campo de la vita,” credo che Vostra Signoria omai l’avrà avuto; e la prego che gliele mandi: e se non l’avesse avuto, me n’avisi; ch’io n’ho copia. Ora le mando il terzo, nuovamente fatto: il quale vorrei che per mezzo di Vostra Signoria fosse veduto non solo dal signor principe, ma da madama d’Urbino ancora; ne la cui bontà ebbi sempre molta fede, ed ora non ne debbo disperare.</p>
               <p TEIform="p">Del ritorno del signor don Ferrante aspetto esser avisato da Vostra Signoria tanto a tempo, ch’io possa rallegrarmene con Sua Eccellenza non fuor di tempo. Frattanto ne lo stato nel quale io mi ritrovo, del quale può aver più piena informazione dal signor Giulio Mosti, avrò bisogno de l’opera sua, per riscuotere otto scudi da un ebreo mantovano, de’ quali m’è debitore, come Vostra Signoria potrà intender da messer Pier Giovanni Marini, or servitore del signor duca di Mantova, e già cancelliero di mio padre.</p>
               <p TEIform="p">Manderò fra pochi dì al signor principe di Mantova un dialogo, ch’io dedico a Sua Altezza; e se non sarà portato da alcun particolare gentiluomo, l’invierò più volentieri a Vostra Signoria c’ad alcun altro. Ella sa quel che può, e che dee fare per un amico, com’io le sono: però non le darò altro ricordo. Il sonetto, che mi dimanda per quel signore di cui tace il nome, farò senza fallo alcuno: e s’in altro posso servirla, mi comandi, che mi troverà sempre assai pronto. E le bacio le mani. Di Ferrara.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">176</head>
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                  <salute TEIform="salute">A CURZIO ARDIZIO. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mandai ieri a Vostra Signoria il sonetto del signor principe di Parma. Questa mattina ho racconcio un verso o due in questo modo; e sono i primi:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">Sacrò ne l’oriente il re di Pella</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Famosi altari; o, marmorei altari.</l>
                  </quote>
Scegliete qual vi piace, e piacciavi il meglio; e fatelo ben ricopiare, acciochè sia bene stampato. Se l’altro vi fu mandato, mandatemene copia con la canzona del signor principe di Molfetta; e baciate le mani al signor principe Rannuccio: perchè a l’uno di questi signori eccellentissimi sono servitore per gratitudine, a l’altro per isperanza; nè già io son di quelli che fanno maggiore stima di coloro da’ quali aspettano beneficio, che di quelli da cui l’hanno ricevuto. Ma di niuna cosa più mi rallegro, che de la buona amicizia ch’è fra loro. Potrebbono venire ambedue a la mia raccolta.</p>
               <p TEIform="p">Vorrei un picciol libro di Proclo, il qual contiene l’Allegoria de l’antro d’Omero: qui non si ritrova, se non fosse in Pesaro o in Roma. Vostra Signoria mi faccia favore di mandarmelo: e procuri questa lettera di favore dal signor duca suo, o da madama; perch’io n’avrò perpetuo obligo. E vi bacio le mani. Vivete lieto, signor mio; ed amatemi. Di Sant’Anna.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">177</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A DON FERRANTE GONZAGA. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io sono stato molti anni in grande calamità, non sol con molto disagio ma, come a me pare, con molta indignità: da la quale Vostra Eccellenza illustrissima ha cominciato a sollevarmi con molto mio onore; perciochè i doni de’ pari suoi sogliono apportarlo a chi li riceve, massimamente fatti con quel grazioso modo co ’l quale ella ha fatto il suo, e per mezzo di così certo ed onorato amico com’è il signor Ardizio. Laonde se per sodisfazione d’alcuno dovessi spender l’onore, dovrei spenderlo per quello di Vostra Eccellenza illustrissima: confido nondimeno ne la sua bontà, che le sarà molto grato ch’io me lo conservi. L’altre mie cose, se pur ho alcuna cosa che sia mia, e la vita stessa, non ricuserò di spendere per servizio e riputazion sua; nè in Ferrara, dove ora sono; nè in Napoli, dove ho molti parenti illustri; nè in Bergamo, dove gentiluomini in quella città principali m’onorano sempre come tale; nè in alcuna altra parte, ov’io sarò: e perchè con alcun mio amico ho conferito alcun particolare d’importanza, il quale le potrebbe pervenire a gli orecchi, vorrei ch’ella credesse che quando io parlai seco non ebbi alcun riguardo a la sodisfazion di molti altri che molto presumon di se medesimi, e l’ebbi a quella di Vostra Eccellenza illustrissima. E le bacio le mani. Di Ferrara, a’ 14 di luglio del 1581.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">178</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A CURZIO ARDIZIO. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io debbo ringraziar molto il Signor Iddio d’aver ricevuto assai più da la liberalità del signor don Ferrante Gonzaga, che non poteva aspettar da la giustizia del signor duca di Mantova; massimamente avendo egli mandato il dono de’ cinquanta scudi in tempo ch’io credo d’andare a Napoli; ove non mi mostrerò meno affezionato a l’onore ed a la riputazione de la Casa sua, di quel ch’io mi mostrerei in Lombardia ed in Mantova medesima; ma se piacesse al Signor Iddio che la mia partita si prolungasse, Vostra Signoria il preghi, che non lasci adietro alcuna raccomandazione che possa giovarmi. Io il ringrazio con una mia lettera: ma più particolarmente vorrei che Vostra Signoria sapesse, che benchè pochi potessero provedere a’ miei bisogni più facilmente di Sua Eccellenza, molti nondimeno dovevan fare quel che potevan più prontamente: i quali avendo mancato non solo a la speranza mia, ma al debito loro, hanno scemata la fede ch’io aveva in loro, ed accresciuta la volontà, che fu sempre in me, di servire il signor don Ferrante; per servigio ed onor del quale non risparmierei il sangue, non che l’inchiostro: molto mi rincresce che da la fortuna mi sia tolta ogni occasione di servirlo; e da l’infermità, quasi ogni speranza di scriver cosa che possa piacerli.</p>
               <p TEIform="p">Manderò a Vostra Signoria il dialogo del Piacer onesto, quanto prima potrò. Oltre quello, ce ne sono alcuni altri ne’ quali avrei bisogno di consiglio; benchè io sia assai risoluto d’aver in tutto particolar risguardo a la sodisfazion del signor don Ferrante: e ’l consiglio a niuno più volentieri dimanderei che a Vostra Signoria, s’io potessi parlarle: forse le scriverò di ciò alcuna cosa, passati questi caldi.</p>
               <p TEIform="p">Al signor principe Rannuccio può mandare i sonetti quando le pare: e ne ho fatto nuovamente un altro a Sua Eccellenza, che forse sarà stato mandato costà. Per servigio di Vostra Signoria vorrei poter far molto: ma poi che è piaciuto al Signor Iddio, che ella possa giovarmi co ’l favore di cotesti principi suoi signori; sua sarà la prima laude, ch’è di fare altrui beneficio, e mia la seconda, ch’è di riceverlo con gratitudine d’animo, il qual è inclinatissimo. Baci in mio nome le mani al signor Bernardino; e viva felice. Di Sant’Anna.</p>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">A GIULIO MOSTI. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ho rescritti i sonetti, e mutate in loro alcune parole, come vedrà Vostra Signoria. Sia contenta di mandar questa copia al signor Ardizio; e potrà ritener, se le pare, quel primo del principe Ranuccio. Se è diminutivo di Rana, dee essere scritto con una sola <emph TEIform="emph">n</emph>, ma potrebbe facilmente esser ch’egli derivasse dal latino <emph TEIform="emph">Rhamnuzio</emph>. Mi ricordo d’averlo letto nel Casa:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">Alessandro e Rannuccio miei, che fanno?</l>
                  </quote>
e volentieri avrei veduto come lo scrive. Ed a Vostra Signoria bacio le mani. Di Ferrara.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">180</head>
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                  <salute TEIform="salute">A ORAZIO URBANO. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Già mi fu concesso dal serenissimo e potentissimo suo signore il privilegio per lo mio poema eroico, e s’ora da la grazia di Sua Altezza clementissima mi sarà confermato, ne rimarrò a lei con molto obligo. Fra tanto se messer Febo Bonnà vorrà mandar ne gli stati suoi alcuna parte de’ libri fatta da lui stampare ne lo stato del signor duca di Ferrara, prego Vostra Signoria che gli dia il suo favore, e che supplichi l’Altezza del suo signore, che non consenta che altri libri stampati da altri, ne lo stato del signor duca di Parma, o ’n quello de la illustrissima Signoria di Vinegia, ci sian venduti. Ed a Vostra Signoria bacio le mani; pregandola che rinuovi in monsignor illustrissimo de’ Medici la memoria de l’affezione ch’io sempre le ho portata: e viva felice. (Luglio 1581)</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">181</head>
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                  <salute TEIform="salute">A MAURIZIO CATANEO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">A Vostra Signoria, da che il signor conte Ercole Tassone mi portò l’ultima lettera di mia sorella, ho scritto tante volte, che assai agevolmente mi può perdonare s’io mi sono dimenticato non solo del numero de le lettere, ma ancora di quello che in esse si conteneva. Di questo almeno mi ricordo, che ho pregato monsignor illustrissimo suo, che faccia officio per la liberazion mia, acciochè innanzi questo autunno prossimo possa andarmene a’ bagni: ed ora a Vostra Signoria ne rinnovo la memoria, e pregola che ne solleciti Sua Signoria illustrissima, perciochè si tratta de la mia vita; la quale, se tosto non si provede a la mia infermità, è in grandissimo pericolo. Le ricordo ancora il negozio de’ privilegi; e di quei di Lucca potrà parlare in mio nome al buon Filippo de’ Nobili. Saluti gli amici; e nostro signore Dio sia con lei. Di Ferrara, in Sant’Anna, il 28 di luglio 1581.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">182</head>
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                  <salute TEIform="salute">A CURZIO ARDIZIO. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ho molto obligo al signor Giulio Mosti, che dia buon ricapito a le lettere ch’io scrivo a Vostra Signoria, parimente a quelle ne le quali è alcun mio componimento; perciochè de’ molti che prima n’aveva fatti e mandati a Vostra Signoria e ad altri amici miei, non ho avuto avviso alcuno; e dubito che non siano stati dati a coloro a’ quali sono scritti. Ben è vero che tra le lettere ch’io ho date al signor Giulio, credo che se ne sia smarrita una, ne la quale così era racconcio il primo terzetto del primo sonetto ch’io scrivo al principe Rannuccio:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">co ’l sermone sciolto e co’ be’ carmi</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Gli altri e te stesso avanzi, e ’n sì gentile</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Studio la verde età passar t’aggrada.</l>
                  </quote>
La qual mutazione non muto sin <quote TEIform="quote">a te stesso avanzi</quote>; ma, se le pare, può soggiungere:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">... e ’l verde aprile</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Così de gli anni tuoi passar t’aggrada.</l>
                  </quote>
Ed assai rimarrò sodisfatto di Vostra Signoria, se farà ricopiare il sonetto e ’l manderà al signor principe Rannuccio. De’ duo c’ho scritti al signor principe di Mantova, intenderò molto volentieri quel che gliene sarà paruto. E volentieri avrei parlato co ’l signor Marcello per molte cagioni; ma principalmente per ricuperar co ’l consiglio e con l’aiuto suo la sanità: la quale io stimo che mi sarà molto difficile da racquistare, e quasi impossibile, se i medici senza più tardare non ne prendono la cura; o se non mi si concede ch’io prenda que’ medicamenti ch’io stimerò più giovevoli; i quali forse il signor Agostino non mi fa dare perchè sa ch’io non sono medico: nondimeno spererei di poter fare alcun miglioramento purgandomi com’io soleva; e prego Vostra Signoria che muova il signor don Ferrante a scriverne efficacemente a la signora duchessa di Ferrara.</p>
               <p TEIform="p">In questa mia infermità la mia memoria è molto indebolita; ma più in quel c’appertiene a le lettere che ne l’azioni, ne le quali non mi serve così poco, ch’io non potessi trattar securamente de’ fatti miei e de gli altrui, s’io n’avessi occasione: sì che molto mi dolgo che nel negozio de gli otto scudi si dia maggior fede al falso testimonio d’un orefice c’a la verità, la quale semplicemente è detta da un gentiluomo che non cercò mai d’ingannare alcuno: e perchè vorrei che Vostra Signoria ne fosse bene informata, sappia ch’io vendei in Mantova per necessità un rubino, già donatomi da la signora duchessa d’Urbino (il quale era stato stimato, da chi più l’aveva stimato, settanta scudi, e da chi meno, trentacinque), per venti scudi: ma messer Pier Giovanni, sapendo che non l’aveva potuto vendere a debito prezzo, s’offerse di farmene dare per giustizia otto altri scudi, de’ quali disse che madonna Anna sua moglie mi farebbe camicie o altri panni lini; e molto mi maraviglio c’ora parli altramente nondimeno, perchè quando sua moglie fu a vedermi questo verno non mi negò cosa alcuna c’appertenga a la verità di questo fatto, aspetto d’udirne quel ch’egli ne dirà, s’io lo vedrò mai. I trentadue scudi ch’egli dice, non mi furono dati per pagamento d’un anello; ma per quel d’una collana la quale io le diedi da vendere, ed egli la vendè quattro scudi meno di quel che pesava l’oro: nè fur di questi que’ danari de’ quali io pagai il barbiero; ma d’alcuni filippini che ’l serenissimo duca di Ferrara m’aveva fatti donare; bench’io allora non servissi Sua Altezza. Come si sia, se pare a Vostra Signoria che non ci sia rimedio di ricuperare questi danari per giustizia, non se ci affatichi.</p>
               <p TEIform="p">Dal signor don Ferrante Gonzaga non aspetto alcuna ricompensa di cosa ne la quale Sua Eccellenza non ha alcuno obligo di ricompensarmi; ma non rifiuto alcun dono de la sua liberalità, a la qual non vorrei che fosse persuaso da’ preghi d’alcuno: basti ch’egli sia informato de le mie necessità, quando Vostra Signoria gli presenterà il mio dialogo del Piacer onesto; nel quale è introdotto a ragionare il serenissimo principe suo padre, con Agostino da Sessa, filosofo famoso de’ suoi tempi. Frattanto da Vostra Signoria o da le sue donne accetterò volentieri quel c’un povero amico può donare ad un poverissimo; ma la prego che non si discommodi.</p>
               <p TEIform="p">La mia memoria, come le ho scritto, è tanto indebolita che non deverà maravigliarsi se io non mi ricordo da quale scrittore sia dato il velo ad Imeneo. Catullo il quale ho in questa stanza, gli dà la face, la ghirlanda ed i coturni, ma non gli dà il velo: di Claudiano e d’altri c’ho letti, non ardisco d’affermare o di negare cosa alcuna; e conforto Vostra Signoria a cercarne, s’ella pure non ha pronta l’autorità. Il sonetto per altro modo mi piace; perchè non è in lui concetto o parola c’a mio giudizio meriti biasimo; quantunque ad alcuni potesse parere ch’ella con maggior lode avesse schivato il nome prole, nome nondimeno usato dal Boccaccio, e poi da’ moderni; il quale io non ho sempre rifiutato. Ed a Vostra Signoria bacio le mani. Di Ferrara.</p>
            </div2>
            <div2 type="epistola" org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="div2">
               <head TEIform="head">183</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">AL CARDINALE GIOVAN GIROLAMO ALBANO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Il signor Alessandro Pocaterra informerà Vostra Signoria illustrissima de la prontissima volontà ch’io ho di scrivere, e di compiacere al signor duca di Ferrara, quanto in questa debolezza de la mia complessione, e in questa mia infermità, potrò più; ed insieme le darà avviso del desiderio che ho de la libertà, senza la quale non ispero di risanar giammai. Vostra Signoria illustrissima faccia con la sua autorità, che l’una sia conosciuta, e l’altro adempito: e con ogni affetto di cuore le bacio le mani. Viva felice. Di Ferrara, in Sant’Anna, il 9 d’agosto del 1081. Vostra Signoria illustrissima si assicuri certissimo, ch’io di scrivere e di compiacere al signor duca, più che a tutti gli altri di Casa sua, son desideroso.</p>
            </div2>
            <div2 type="epistola" org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="div2">
               <head TEIform="head">184</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">AL CAVALIER ERCOLE CATO. Lendenara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">In quella scrittura ne la quale interpretai un mio sonetto scritto a Vostra Signoria in risposta d’un suo, scrissi (se ben mi ricordo) che c’erano alcune cose degne di maggior considerazione; e per questa cagione la pregai che non volesse publicarla. Ora, la prima che mi s’appresenta, perch’io la consideri, è quella ch’io diedi quasi per diffinizione de l’Ordine, dicendo che l’ordine è posizione de le parti; la quale è falsa pure, ed a le parole d’Aristotele manifestissimamente ripugnante; perciochè Aristotele nel secondo libro de i Predicamenti, nel primo capitolo, dice che quel che non rimane non ha posizione, ma un certo ordine più tosto: ne le quali parole, senza alcun dubbio, l’ordine da la posizione par che distingua, assegnando questa a le cose che rimangono, e quello a l’altre che, per così dire, trascorrono e non si fermano giamai: ma se l’ordine loro solamente si conviene, male han ragionato o scritto coloro che, ragionando o scrivendo di cose ferme e stabili, hanno questa parola usato. E tali credo io che fossero quelle piante che Ciro medesimo con la sua mano piantò e dispose, de le quali fu detto (se ben mi rammemoro), che con alcun ordine fossero disposte: e tali sono oggi quelle che fanno così ombrosa la strada del Te, chi che se le piantasse. Nè solo le piante mi pare che ordinate si possan dire, a differenza di quelle che senza alcun ordine o senza alcun compartimento sono piantate; ma le stanze eziandio: onde d’un appartamento del palagio d’Urbino, o di quel di Mantova, diremo assai convenevolmente, un bello ordine di stanze. Ma chi può dubitare, se le stanze e i palagi, e questi particolarmente, che non solo per commodità de gli abitatori, ma per gloria de’ lor magnifici fondatori furono edificati, siano fra le cose che rimangono, o fra quelle che trapassano? E quando o Francesco Maria ordinava le sue squadre, o pure a’ suoi tempi Giovanni de’ Medici le ordinava, accioch’elle contra ogni impeto di nimici potessero rimaner ferme nel luogo loro, quelle avrebbe dette meglio ordinate, che più atte fossero a la resistenza. Dunque e le piante e le stanze e le squadre, tutto che siano de le cose che rimangono, si dicono ordinate; e tutti gli uomini in questo modo ragionano, e quelli particolarmente che o di piantar gli alberi o di edificare i palagi o di ordinare gli eserciti c’insegnano; i quali se quello c’insegnano che da alcun’arte può essere insegnato, co’ termini de l’arte loro ragionano.</p>
               <p TEIform="p">Ma forse Vostra Signoria desidera di saper da me, se questo uso e questa proprietà di ragionare da gli uomini tutti e da gli artefici ricevuta, sia da Aristotele e da’ suoi seguaci come buono accettato. A questo che posso io altro rispondere, se non che nel principio di ciascuno libro loro, de l’ordine de’ libri si disputa: e se i libri fossero tra le cose che trapassano, non fra quelle che rimangono, peraventura Aristotele, e gli altri, meno in loro si sarebbono affaticati. Diranno forse gli sprezzatori di gloria, che l’ordine del quale ne’ libri loro si disputa, è l’ordine de l’orazione; la quale non rimane, ma l’una parola così a l’altra succede, come nel torrente l’una dopo l’altr’onda suol seguitare. Ma io concederò facilmente loro, che l’ordine s’attribuisca a l’orazione, o al parlar che vogliam dirlo, il quale trascorre e non si ferma giamai: ma chiederò loro ancora, se non d’una scrittura, in quanto scrittura, si può dire ch’ella sia ordinata; e se dir si può, non meno de le cose che rimangono che di quelle che trapassano dirò che sia proprio l’ordine: e comecchè io non nieghi che la scrittura sia imitazione del parlare che mai non si ferma, nondimeno il parlare de’ concetti non altramente è imitazione, che di lui sia la scrittura: e se i concetti non si fermassero, non si darebbe alcun’arte de la memoria per conservarli. Dunque, prima si trova l’ordine ne’ concetti che rimangono; poi, ne le parole che trapassano; ultimamente, ne le scritture che non solo come i concetti rimangono, ma anco più lungamente, nè per altro sono state ritrovate che per conservare lungamente i concetti e le parole.</p>
               <p TEIform="p">Assai mi pare di aver sin ora dimostrato, che l’ordine non meno si convenga a quel che rimane che a quel che trapassa: ma percioch’io nel sonetto mio, e ne l’interpretazione d’esso parlava del cielo e de l’ordine celeste, toccherò un’autorità d’Aristotele; il quale, di questo soggetto istesso ragionando, usa la medesima parola. L’autorità è tolta dal secondo del Cielo, ed è questa: “<quote lang="lat" TEIform="quote">De ordine autem imposito, quo quidem modo singula ponuntur, et haec quidem esse priora, haec posteriora, et quomodo se habent ad invicem elongationibus, ex his quae circa Astrologiam, consideretur</quote>.” Potrebbe nondimeno alcuno qui dubitare, se l’ordine del quale parla Aristotele sia di quel che rimane o di quel che succede e si varia continuamente: perciochè quei vicendevoli dilungamenti si fanno con due vari moti; l’uno de’ quali è da l’oriente a l’occidente, l’altro da l’occidente a l’oriente; onde può parere ch’egli ragioni di ordine che in successione sia considerato: ma comech’io non nieghi che di questo anco egli non possa intendere, parlando nondimeno di quello per lo quale la sfera di Marte e di Mercurio a la sfera di Venere sono superiori, e quella di Venere a quelle del Sole e de la Luna, con pace de gli espositori, parla d’ordine che non si varia ma sempre è l’istesso nel cielo; onde chi riguarda il cielo, se a le parti superiori ed a l’inferiori vorrà aver risguardo, dirò che l’ordine del cielo sia sempre lo istesso; nondimeno, pur che alcune parti del cielo, che in alcun tempo son destre, in altro posson farsi sinistre, posson destre divenire: per questa ragione l’ordine del cielo, variabile potrà esser chiamato. Comunque sia, egli ne la disposizion de le parti può esser considerato; e ben io dissi che l’ordine fosse posizion de le parti: ma più perfettamente avrei detto, se detto avessi che in quelle cose che rimangono, l’ordine è la retta e la convenevole disposizione de le parti; perciochè in quelle che non rimangono, altramente può essere definito: onde due specie d’ordini si posson fare, l’una de le quali con più proprio nome sia chiamata ordine; e questa, se così piace ad Aristotele, s’attribuisca a quelle cose che sono in moto e successione; quale è il parlare, quale è la catena de le cause e de gli effetti che da gli aspetti celesti con stabile varietà derivano; ed ordine di cause necessarie (se ben mi rammento di quel che in Aulo Gellio ed in altri scrittori ho letto) il fato da gli Stoici fu diffinito: sì che alcuno non male intenderebbe se, leggendo il mio sonetto, di quest’ordine volesse intendere; nondimeno io così intesi come allora scrissi, ed ora in questo modo mi dichiaro. E le bacio le mani.</p>
            </div2>
            <div2 type="epistola" org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="div2">
               <head TEIform="head">185</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">AL CAVALIER ERCOLE CATO. Lendenara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Quando ieri scrissi a Vostra Signoria era l’ora sì tarda, che per oscurità de l’aria non poteva scrivere più lungamente, nè leggere: or rileggendo quel testo del secondo de’ Predicamenti, nel quale Aristotele parla de l’ordine, mi pare che se ne possa assai chiaramente trarre, che l’ordine in quel che non rimane si considera secondo il primo ed il poi; onde direi, che in quel che rimane deve esser considerato secondo il destro e ’l sinistro e l’altre posizioni del luogo: nè, se propriamente ragionar volessi, direi in alcun modo che fosser due specie di ordini, perciochè la disposizione la quale assegnai per genere de la prima definizione, non può esser genere de l’ordine che è ne le cose che passano, ne le quali non è nè posizione nè disposizione propriamente, ma direi più tosto che fossero due generi d’ordini; l’un de’ quali diffinirei, disposizione de le parti convenevole; e l’altro, precedenza e successione, o susseguenza convenevole de le parti. E questo basti aver tocco de gli ordini.</p>
               <p TEIform="p">Se ben mi rammento, ne la lettera che scrissi ieri a Vostra Signoria son queste o simili parole: “Le lettere sono imitazion de le parole, come le parole de’ concetti;” de le quali non mi sodisfaccio: e quantunque sia stato detto, che le parole sono imagini de’ concetti, nè puote essere imagine alcuna che non sia imitazione; la prego nondimeno che riponga in luogo d’imitazione, imagine, o segni; che sarà più sicuramente usato.</p>
               <p TEIform="p">Ho perduto, non so come, l’ultimo suo sonetto, al qual risponderei volentieri: si contenti dunque rimandarmene copia. E le bacio le mani.</p>
            </div2>
            <div2 type="epistola" org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="div2">
               <head TEIform="head">186</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">AL DOTTOR VERINI. Ligorzano</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mando a Vostra Signoria il sonetto sovra il nome di Pandolfina, ch’ella m’ha chiesto. A l’altro suo sonetto risponderei, s’io l’avessi; ma, come per l’ultima mia lettera le scrissi, l’ho perduto, nè so come: se le piacerà di rimandarmene copia, risponderò volentieri. Fu restituita da me al signor Giulio la copia de la mia scrittura: mi sarebbe stato oltramodo grato ch’ella me n’avesse fatto far una, de la quale avessi potuto servirmi a mia voglia. Viva felice, e goda de la villa, e de’ frutti de la stagione, e di cotesta libertà; e desideri me ne la sua dolcissima compagnia. Di Ferrara, il 24 di settembre.</p>
            </div2>
            <div2 type="epistola" org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="div2">
               <head TEIform="head">187</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">AL CAVALIER ERCOLE CATO. Lendenara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Il signor Giulio Mosti mi diede, questa settimana passata, la copia de la mia scrittura fatta per interpretazione del sonetto co ’l quale rispondo a quel di Vostra Signoria; ed oggi m’ha portato una sua lettera del primo d’ottobre, ne la quale era inchiusa la copia del suo primo sonetto e de la mia risposta, e d’un nuovo che Vostra Signoria me ne scrive. E rispondendole partitamente dico, che la ringrazio molto de la diligenza che usa in rimandarmi le mie scritture in lettera molto miglior de la mia. E se le piacerà di mandarmi similmente trascritte l’altre due lettere de l’Ordine, ne rimarrò a Vostra Signoria con molto obligo: non ne la gravo però, se non quanto ella giudicherà che possa esser comodo suo; ma solo l’avvertisco, che non voglia così facilmente mostrarle a chiunque gliele dimanderà, perch’io non riconosco in loro quella dottrina che Vostra Signoria per sua cortesia dice di conoscere. Al sonetto di Vostra Signoria rispondo, come vedrà, per l’istesse parole; ed ancorchè non difficilmente avessi potuto servirmi de la voce <emph TEIform="emph">morale</emph>, la quale è da lei posta nel secondo verso, nondimeno ho voluto più tosto sceglierne un’altra che più mi piaceva, che servar intieramente l’ordine di risponder per l’istesse parole, il quale talvolta dal Petrarca è disprezzato, non so se per questa o per altra cagione. Non riprendo Vostra Signoria c’usata l’abbia, perchè da Dante è stata usata in quel verso:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">Tullio, e Lino, e Seneca morale;</l>
                  </quote>
ma le ricordo solo, c’a le delicate orecchie non potrebbe parer delicata abbastanza. Il sonetto sovra il nome di Pan..., (o più tosto in lode d’una gentildonna c’abita su l’Adige, che così è detta) che ella mi richiese questi giorni passati, e c’ora di nuovo mi richiese in quest’ultima lettera, fu da me dato questa settimana, o l’altra, al signor Giulio Mosti perchè lo mandasse a Vostra Signoria; ed ivi scherzai sovra il nome di Pan..., come meglio seppi. E se ’l signor Giulio l’avrà mandato, come dice, a quest’ora Vostra Signoria l’avrà ricevuto. Io non me n’ho serbato copia alcuna; ma egli dice di averla: onde quando per isciagura il primo non avesse avuto ricapito, potrà ricopiarlo, e rimandargliele. Mi sforzerò di farne un altro che scherzi sovra l’ultima parte solamente del nome di Pan..., com’ella mostra di desiderare; benchè non so per qual cagione possa desiderare ch’io tratti concetto trattato da lei, se non forse perch’io rimanga inferiore; il che facilmente potrà avvenire: ed io non negherò di pormi a questo rischio per compiacerla, parendomi che sia una sorta d’onore il contendere co ’l signor Cato, e perdere in quelle composizioni particolarmente de le quali egli, come innamorato, si compiace o si sforza di compiacere.</p>
               <p TEIform="p">Il nome di Pan... m’ha fatto sovvenire de la casa Delfina, ch’è de le nobili e de le grandi de la nobilissima e grandissima città di Venezia; con alcun de la quale io ebbi già amicizia e servitù, ed ora non men volentieri vorrei che mi s’appresentasse occasione di fargli servitù, che di chiederli favore. Questo scrivo a Vostra Signoria, acciò faccia testimonio de l’animo mio, quando le occorrerà d’andare o di scrivere a Venezia. E le bacio le mani. Di Ferrara, il 4 d’ottobre 1581.</p>
            </div2>
            <div2 type="epistola" org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="div2">
               <head TEIform="head">188</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">AL PADRE MARCO DA FERRARA, CAPUCCINO. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non dubito punto che ’l Signor Iddio sia conoscitore del cuore de gli uomini; ma che i secreti del cuore d’un uomo siano ad un altro rivelati senza miracolo, non ne sono così certo, che volentieri non intendessi sovra ciò il parer di Vostra Reverenza; a la quale se dal Signor Iddio alcun mio secreto pensiero è stato manifestato, ne lodo Sua infinita Bontà, che si sia degnata di conformare la sua divina a la mia umana volontà; perciochè s’io commodo n’avessi avuto, molto volentieri molti miei secreti a Vostra Reverenza avrei detti, i quali ora io non le scrivo, non essendo sicuro de la costanza de l’animo mio, de la quale nuovamente non ho fatta prova alcuna; e per l’esperienze passate non debbo tanto confidarmene, ch’io ardisca di promettere altrui di me alcune di quelle cose ch’io vo rivolgendo fra me stesso. E se questa diffidenza ch’io ho di me stesso non m’avesse ritenuto, avrei già più fiate dato avviso a’ principi ed a’ cavalieri napolitani, e particolarmente al signor Vespasiano Gonzaga, non solo de lo stato mio esteriore, il quale da molti può esser saputo; ma anco de l’intrinseca disposizion de la volontà, la quale non può esser conosciuta se non da Iddio, o da coloro a’ quali egli la manifesta. Onde se Vostra Reverenza per rivelazione n’è in alcun modo consapevole, di due cose la prego: prima, che ne le sue sante orazioni preghi il Signore Dio che la mi confermi in modo, ch’io non diffidi di me stesso in quel c’appartiene al servigio ed a l’onor di Sua Divina Maestà: poi, che non voglia, quel ch’ella sa o crede de’ miei secreti, altrui manifestare: perciochè il Signore Dio ha data a gli uomini la volontà libera d’operar bene e male; onde molti potrebbono essere, i quali, se fossero certi d’alcuna mia buona deliberazione, tenterebbono d’impedirla tanto, ch’io secondo essa non potessi operare. E quantunque la bontà d’Iddio soglia con modi maravigliosi rimuovere molte volte quelli che sono impedimenti de le buone azioni; nondimeno, avendo egli data a l’uomo la ragione perchè bene ed in suo pro l’adoperi, non dee l’uomo in guisa adoperarla, che l’esterne azioni possano esserle impedite, se da l’onnipotenza d’Iddio non sono rimossi gli impedimenti. E questo mi basti per ora in risposta de la sua: forse un’altra volta con più commodo ne le scriverò più lungamente. E a le sue sante orazioni mi raccomando. Di Ferrara, li 7 d’ottobre del 1581.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">189</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">AL PADRE MARCO DA FERRARA, CAPUCCINO. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Quelle parole che Vostra Reverenza scrive ne la lettera sua, che non è maraviglia che Iddio l’abbia fatta consapevole del mio cuore, sono state da me interpretate, che non sia miracolo: perciochè maraviglia (propriamente ragionando) è, per opinion mia, una passion de l’anima nostra; e miracolo è anzi il mirabile che la maraviglia, ed è quello che suol muovere la maraviglia: onde miracoli sono state chiamate quelle opere de gli uomini, che per la grandezza loro movevano maraviglia; quali furono le piramidi de’ re de l’Egitto, e ’l colosso del sole ch’era in Rodi, e ’l sepolcro che a Mausolo drizzò Artemisia sua moglie, e gli altri quattro che per antica fama sono celebri. L’opere ancora d’Iddio e de la natura, le quali ci muovono a maraviglia, sono state dette miracoli: e perchè de i giganti e de’ nani e de’ mostri tutti, che son generati per difetto o per abbondanza di materia, ci maravigliamo, convenevolmente miracoli possono essere addomandati. Ma se miracoli son quelli de’ quali ci maravigliamo, e noi di quelle cose prendiamo maggior maraviglia de le quali non sappiamo la cagione; a quelle, più che a l’altre, questo nome di miracolo par conveniente. E così giudicò alcuno, il qual non solo d’intendere ma di parlare fu eccellentissimo maestro. S’io dunque non so la cagione la quale que’ secreti del mio cuore, che ad alcuno non ho rivelati, abbia a Vostra Reverenza fatti manifesti; ragionevolmente posso dire ch’ella gli sappia per miracolo, e maravigliosa chiamar quella cognizione ch’ella n’ha.</p>
               <p TEIform="p">Dunque, dirà la Reverenza Vostra, non sai tu chi sia Iddio, o non hai di lui conoscenza? Ma se l’hai, come puoi negar di conoscere la cagione ch’i tuoi secreti mi fa manifesti? A questo poss’io rispondere che allora alcuno, de gli effetti o nuovi ed insoliti o grandi o riguardevoli si maraviglia, quando perfettamente non ne conosca la cagione: onde, quantunque io conosca Iddio; perchè la cognizione ch’io ho di lui è molto imperfetta; di questa, e di molt’altre opere et operazioni sue soglio maravigliarmi; e allora cesserà la maraviglia, quando perfettamente conoscerò la cagione che la muove. Posso rispondere ancora che, conoscendo Iddio, conosco la cagione universale di quello che mi muove a maraviglia; la quale perchè può operare per mezzo d’altre cagioni particolari, allora cesserà la maraviglia, ch’io conoscerò le cagioni particolari d’essa, ed i modi de le operazioni loro. Ma se quando saranno conosciute cesserà in me la maraviglia (così piaccia al Signore Dio ch’io possa tosto conoscerle), dirò allora che sia miracolo che Vostra Reverenza sappia i secreti de l’animo mio; o più tosto, che non sia? sì come ora non chiamo miracolo l’arco celeste, nè quel cader de’ vapori che par cader di stelle, nè molte altre cose de le quali quando io era fanciullo soleva quasi di miracoli maravigliarmi. Dunque una stessa cosa più in un tempo che in un altro non parrà miracolo? e ad alcuno parrà miracolo, ad alcun altro non parrà tale? Nè cosa alcuna è che sia sempre per sè miracolosa, ma tale è solamente forse per l’ignoranza de gli uomini? O pur anco sono alcune cose che in ogni tempo sono per sè maravigliose, o nota o ignota che ne sia la cagione? E se ciò è vero, non intieramente parlarono quei filosofi che dissero, che miracoli sono quelli de’ quali le cagioni non sono conosciute. Ma quali sono quelle cose che mirabili potranno esser giudicate da coloro che la cagione ne sapranno? le impossibili forse? de le quali o si sappia o non si sappia la cagione sempre muovono la maraviglia. E se fatte saranno, saranno miracoli? E fra le impossibili sono quelle forse più miracolose, la cagione de le quali è men conoscibile dal nostro intelletto? più tosto: se queste non sono tutte egualmente impossibili, i miracoli saranno maggiori o minori, secondo ch’elle più o meno saranno impossibili? Ma come distingueremo noi i gradi de l’impossibile? Come quelli del necessario, forse? perchè l’impossibile segue con ordine converso il necessario. O basterà forse in questo proposito di dire, che de le cose alcune sono impossibili per impedimento, altre per natura impossibili; com’è quella che fece Giosuè, il qual fermò il sole con semplici parole, non altramente che destriero nel corso soglia esser fermato? Ma i demoni, quantunque possono rimovere l’impedimento, non possono far le cose che per natura sono impossibili: laonde non si può dubitare, se ’n virtù d’Iddio o de’ demoni quel miracolo fosse fatto; perciochè le cose che per natura sono impossibili, a’ demoni ancora sono impossibili, e possibili solo a Dio o a coloro che operano con la grazia sua. Ma la cognizione che la Reverenza Vostra ha del mio cuore, sarà da me come impossibile ammirata? o crederò c’alcuna scienza di cose naturali o soprannaturali ci possa dar cognizione de’ pensieri altrui? Non crederò io giamai che per alcuna natural scienza possa l’uno uomo conoscere i secreti de l’altro, nè per quelle che ne le scuole de’ filosofi sono chiamate sopranaturali; de le quali peraventura il demonio è miglior maestro, che noi non siamo: nè crederò ch’egli per alcun’altra, che ne le scuole non s’insegni, sia de gli umani secreti conoscitore: nondimeno, perchè per molte congietture possono i demoni argomentare quello che gli uomini rivolgono fra se stessi, se ne può avere alcuna cognizione, la qual certa non è. Ma certo non è men miracolosa de la generazion de’ tuoni e de le pioggie, benchè per arte d’alcun mago fosse ella fatta; ma molto meno che non è l’operazione di quelle cose che per natura sono impossibili. Ma se quelle siano egualmente impossibili o no; e se d’esse alcune possa Iddio far più facilmente, altre meno, non ardisco determinare; quantunque mi paia che a l’infinita sua possanza tutte le cose dovrebbono esser facili, non che possibili egualmente: nondimeno perchè quelle che sono per sua natura più impossibili (s’alcune ve ne sono) non vuole o non suole Iddio far così spesso; quelle che più di rado sono fatte, paiono più mirabili. E perchè di quelle che men di rado son fatte, o de l’imagini loro son piene tutte quelle chiese che da peregrini e da altre divote persone sogliono essere visitate; prego Vostra Reverenza che preghi per me la sua bontà infinita, che si degni di darmi grazia ch’io possa visitar la chiesa consacrata in Loreto a la sua Madre gloriosa, e quella che in Ascisi fu edificata in onore di San Francesco. Frattanto se con la dottrina sua, o con quella d’alcun suo padre, può trarmi d’alcuno errore, ne le rimarrò con molt’obligo: e sappia ch’io ho voluto scrivere a lei de’ miracoli non per insegnarle alcuna cosa; ma acciochè ella, sapendo il poco ch’io ne so, possa procurare che mi sia insegnato il molto che non so. E a Vostra Reverenza mi raccomando sempre ne le sue divote orazioni. Di Ferrara, li 11 di ottobre del 1581.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A MAURIZIO CATANEO. Roma</salute>
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               <p TEIform="p">Ancorch’io dovessi più desiderare d’esser riputato buono che dotto, nondimeno mi dee dispiacere d’esser giudicato ignorante. E se la virtù è scienza, o se senza scienza non si fa alcuna perfetta azione, tanto dovrei stimar la fama de la dottrina, quanto quella de la bontà. Onde se al Signor Iddio piacerà di concedermi vita, mi sforzerò di rimuovere da l’animo degli uomini quell’opinione che per mia sciagura, e per altrui malignità, credo che sia divolgata. Ma perch’ella non può ora esser in tutto rimossa da me, darò solamente avviso a Vostra Signoria de’ disturbi ch’io ricevo ne lo studiare e ne lo scrivere. Sappia dunque, che questi sono di due sorte; umani e diabolici. Gli umani sono grida di uomini, e particolarmente di donne e di fanciulli, e risa piene di scherni, e varie voci d’animali che da gli uomini per inquietudine mia sono agitati, e strepiti di cose inanimate che da le mani de gli uomini sono mosse. I diabolici sono incanti e malìe; e come che de gl’incanti non sia assai certo, perciochè i topi, de’ quali è piena la camera, che a me paiono indemoniati, naturalmente ancora, non solo per arte diabolica, potrebbono far quello strepito che fanno; ed alcuni altri suoni ch’io odo, potrebbono ad umano artificio, com’a sua cagione, esser recati; nondimeno mi pare d’esser assai certo, ch’io sono stato ammaliato: e l’operazioni de la malìa sono potentissime, conciosia che quando io prendo il libro per istudiare, o la penna, odo sonarmi gli orecchi d’alcune voci ne le quali quasi distinguo i nomi di Pavolo, di Giacomo, di Girolamo, di Francesco, di Fulvio, e d’altri, che forse sono maligni e de la mia quiete invidiosi. E se tali non sono, cortesemente oprerebbono, se la mala opinione che per le male arti di loro ho conceputa, cercassero di rimovere. M’ascendono ancora, più in quel tempo che in alcun altro, molti vapori a la testa, quantunque assai volte scriva innanzi al mangiare, in modo che i fantasmi ne sono assai perturbati. E s’essi tali sono in me, non è maraviglia se scrivendo al cardinal suo gli chiamai impropriamente <emph TEIform="emph">instrumenti de l’intendere</emph>: nè è maraviglia s’alcun’altre non propriamente da me sono state scritte. E s’avviene che con questi interni impedimenti s’accordino gli esterni, come il più de le volte avviene, mi muovo ad ira grandissima; e molte fiate non fornisco le lettere, ma le straccio, e poi le ricomincio a trascrivere; come di questa ho fatto, che molte copie n’ho stracciate e molte ricominciate. Alcun’altre tali ne mando, quali la prima volta scritte assai velocemente m’escono da le mani. Ne le quali s’ho commesso alcun errore, dovrebbe da cortese lettore esser riputato anzi error d’uomo perturbato, che d’ignorante. Percioch’io ripensando a quel che ho scritto, me n’accorgo assai facilmente; ma non potendo corregger gli errori, ne sento fra me molto affanno.</p>
               <p TEIform="p">Nè solo le lettere scritte da me, ma l’altre composizioni ancora sono state fatte con la medesima perturbazion d’animo; onde non dirò mai che sieno buone, nè mai confesserò che sien mie, sinchè non abbia tempo di rivederle. Perciochè non quelli che da animo concitato, ma quelli che da intelletto queto sono stati prodotti, debbon ragionevolmente essere stimati miei componimenti. Oltre di ciò, alcuni d’essi non sono stati scritti con quella ch’io stimo buona arte, per molte cagioni, de le quali in altre occasioni, s’avrò vita, scriverò più a lungo. E tal fu una scrittura che due anni sono mandai a l’imperatore, ed alcune altre che mandai a la serenissima signora duchessa di Mantova, ed a l’illustrissimo signor Scipion Gonzaga: a le quali non avendo potuto dar forma d’orazione, pensava quest’anno passato di stendere in molte orazioni le pruove di molti affanni che ho sostenuti, e di molti torti che ho ricevuto; e quelle de la qualità de gli errori miei, i quali non son degni de la pena di cui i nemici gli han giudicati meritevoli, e sono peraventura minori de i loro. Ma spaventato da la fatica e da gl’impedimenti ch’io aveva, lasciai di scrivere, o pure a miglior occasione differii di farlo. Ora m’è uscita in tutto di mente la divisione ch’io ne aveva fatta, perciochè la memoria molto mi s’è indebolita in questa mia infermità: nè me ne ricorderei, se molto non ci ripensassi; e forse altramente le dividerei. Ma quando a monsignor illustrissimo suo, il quale assai prudentemente m’ha sempre consigliato, paresse ch’io dovessi più tosto dimenticarmi de le offese ch’io ho fatte altrui, e c’altri ha fatte a me, che rinovarle e ne la mia e ne l’altrui memoria con lo scrivere; porrò molto volentieri silenzio a le cose passate. Prego nondimeno monsignor illustrissimo, che li sia raccomandata la riputazione e la quiete mia, ed aspetto suo consiglio; senza il quale mal volentieri prenderei risoluzione alcuna. Ed acciochè nel darlomi sia sicuro di quel ch’io mi prometto di me stesso, sappia che quando io non sia agitato da tanti strepiti, i quali in quest’ora ch’io scrivo non sono cessati; e certo tali sono che potrebbono far divenire forsennati gli uomini più savi; e sia purgato e nutrito di cibi che non accrescano l’umor melanconico; non diffido di non saper esercitare l’uficio di segretario. E sono assai sicuro che poche lettere trascriverei; e quelle ch’io riscrivessi, non riscriverei più d’una volta. Non desidero nondimeno d’esercitarlo: e se di due mila e cinquecento scudi che nel regno di Napoli posso dimandare per giustizia, e d’un migliaio e più de’ quali mi pare che ’l signor duca di Ferrara mi sia quasi debitore (chè tanti se ne debbono esser tratti da quelle stampe del mio poema, ch’io ho vedute), io potessi averne almen la metà; penserei d’attendere a gli studi miei, non tanto per isperanza di gloria, quanto per desiderio di quiete, la quale piaccia al Signor Iddio di concedermi in alcun modo. Ed a Vostra Signoria bacio le mani. Di Sant’Anna di Ferrara, il 18 d’ottobre 1581.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL PADRE MARCO DA FERRARA, CAPUCCINO. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Le lettere di Vostra Reverenza mi sono sempre molto care; ma questa che mi ha portato ultimamente il signor Giulio Mosti, m’è stata carissima oltre tutte l’altre sue; perciochè in lei mi promette di dirmi, come sappia qualche pensiero de la sua venuta a Ferrara: ne la quale vedrò molto volentieri quel che in questo proposito le risposi, perchè non mi riserbai copia alcuna de la lettera; ed ora sono tanti mesi passati da che le scrissi, che non posso ricordarmi intieramente d’ogni parola. E volentieri le dirò ancora per qual cagione mi movessi a credere ch’ella volesse accennarmi di saper tutti i miei pensieri; la qual conclusione nondimeno io non volli, come logico, trar necessariamente da le sue parole. Tra tanto sappia, ch’io non potrei aver più cari testimoni de l’affezion sua verso di me, di quelli ch’ella m’adduce, s’io giudicassi che l’affezion sua n’avesse bisogno d’alcuno. Ma perch’io son altrettanto sicuro de la benevolenza del signor..., assai mi sarebbe grato che Vostra Reverenza, o co ’l proprio testimonio o con quel de l’illustrissimo ed eccellentissimo signor duca di Sabbionetta confermasse in me l’opinione che io già ne aveva. Ed accioch’ella abbia occasion di parlarne innanzi la sua venuta con Sua Eccellenza illustrissima, le mando un sonetto che feci quest’anno passato sovra il signor Luigi ed il signor Carlo padre loro; e le rimando l’altro che mi chiede, scritto al signor duca, al quale do que’ titoli che da gli altri duchi sono usati; i quali allora lasciai, parendomi che ’l nome di così valoroso principe assai fosse onorato per se stesso. Ed oltre questi due, le ne rimando un altro che le mandai questi mesi passati; ma non mi scrive d’averlo ricevuto. Mi sforzerò anche di far l’altro sonetto che mi dimanda, e l’avrà a la sua venuta. A l’illustrissimo signor Pirro, e al signor Ferrante suo cognato baci in mio nome le mani: e se scrive a Novellara, ricordi a que’ signori ed al signor conte Pietro Bonarelli, ch’io son loro quell’affezionato servitore ch’io sono stato per l’addietro. Ed a Vostra Reverenza bacio le mani. Di Ferrara, il 3 di decembre 1581.</p>
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               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A CURZIO ARDIZIO. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mando a Vostra Signoria il sonetto che dal signor Giulio Mosti m’ha fatto addimandare: vorrei che fosse tale c’a lei ed a ciascun altro piacesse; ma qualunque egli sia, Vostra Signoria mi farà favore d’avvisarmi d’averlo ricevuto. E baci in mio nome le mani al signor Giulio Gonzaga, al signor Girolamo del Nero, al cavaliero Capilupo, ed al signor Marcello; e m’ami com’io amo lei. Di Ferrara, li 4 di dicembre nel 1581.</p>
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               <head TEIform="head">193</head>
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                  <salute TEIform="salute">AL CONTE GIUSTINIANO MASDONI</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mando a Vostra Signoria un sonetto che ho fatto nel passaggio del signor don Ferrante Gonzaga in Ispagna. Prego Vostra Signoria che l’indirizzi a’ signori accademici di Parma, perchè glielo mandino. S’oggi Vostra Signoria verrà a vedermi, le darò i due sonetti fatti nel nascimento del figliuolo de la signora marchesa. Mi farà piacere, s’ha conoscenza del signor Borso Arienti, di dirgli in mio nome che mi mandi il mio Orazio. E le bacio le mani. Di Sant’Anna, il 6 di dicembre.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A PAOLO LEONI, VESCOVO DI FERRARA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Feci questo sonetto iersera, e quando il cominciai, prima di tutti gli altri mi s’appresentò il verbo <emph TEIform="emph">comanda</emph>; perciochè non così propriamente si dice che le leggi insegnino, come si direbbe ch’elle comandano. Ma il lasciai, perchè l’altre rime che seco concordano, non mi servivano a spiegar il mio concetto; e scelsi il verbo <emph TEIform="emph">insegnare</emph>, come più acconcio a dir quel ch’io voleva, ed anco di migliore e più dolce suono. Potrebbe alcun dubitare se sia ben detto, che le virtù s’insegnino ne le leggi; ma chi vuole che cognizion de le leggi sia filosofia de’ costumi, come vogliono i legisti tutti, non dee in alcun modo dubitare se s’insegnino o non s’insegnino. Io nondimeno confesso d’aver men propriamente usato questo verbo, come usano coloro che d’alcuna scienza parlando, dicono ch’in lei s’insegni. Perciochè dubbio sono se la cognizion de le leggi sia scienza, a le quali ne la prima mia gioventù, prima ch’io studiassi filosofia, attesi un anno; anzi tanto, per dir vero, pendo a l’opinione ch’ella non sia scienza, che quasi affermar posso, con sua pace, che sia di lei risoluto. Ma lasciando star questa quistione da parte, e l’altra che far si potrebbe, se la virtù si possa insegnare; dico che, parlando in quel modo che i poeti sogliono, se la virtù si può imparare con lo spavento e con l’ammonizion de le pene, si può parimente insegnare. Ch’ella imparar si possa, n’adduco l’autorità di Virgilio, la qual da’ legislatori ancora, non che da gl’interpreti fu stimata. Egli nel sesto, parlando de le pene de i dannati, dice:
<quote rend="block" lang="lat" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">Phlegyas miserrimus omnes</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Admonet, et magna testatur voce per umbras:</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Discite iustitiam moniti, et non temnere divos.</l>
                  </quote>
Vedrei volentieri quel che scrive Orazio in questo proposito d’Omero, dal qual vuole che sia meglio insegnato quel che sia onesto e quel che sia utile, che da Crisippo e da Crantore. Nondimeno l’insegnamento d’Omero non è propriamente insegnamento, e per aventura è più simile a quello che si fa ne le leggi che a quello che si fa ne le ragioni de i filosofi. L’Orazio mio (il quale io conservo volentieri per memoria del signor Scipion Gonzaga e del gran cardinal Ercole, del qual prima fu) è con altri miei libri in casa del signor Borso Argenti; e quantunque egli sia infermo, come mi dicono, suo fratello nondimeno il potrà agevolmente ritrovare; e riceverò in grazia da Vostra Signoria reverendissima, che gli faccia sapere che venga a vedermi, ch’io desidero di parlargli. E le bacio le mani.</p>
               <p TEIform="p">Potrei mutare alcuna parola del secondo quaternario, e particolarmente nel terzo verso. Se Vostra Signoria reverendissima scriverà mai a l’eccellentissimo messer Sperone, gli baci le mani in mio nome. Di Ferrara.</p>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">A ERCOLE SOLE</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mando a Vostra Signoria la canzona quale l’ho scritta la prima volta, nè me n’ho riserbata copia alcuna. Ho giunto alcuna cosa al concetto mandatomi da Vostra Signoria; perciochè mi pare che niun obligo s’abbia altrui per lo dolore, se non in quanto egli è argomento d’amore; onde non facendosi menzion de l’amore, mi pareva imperfetto. La dia al signor marchese, e ’l preghi che non si scordi di parlar del mio negozio, il giorno di san Silvestro. Desidero ch’egli sappia, accioch’egli se ne vaglia in buon proposito, ch’io vo pensando di fare sovra ciascun de’ principi de la Casa d’Este, che son dipinti nel cortile, una picciola poesia: vorrei, per ciò, che mi fosse mandato l’arbor de la Casa, e l’Istoria del Pigna, ch’è fra gli altri libri miei. Ed a Vostra Signoria bacio le mani, pregandola che non si lasci alcuna occasione di sollecitare il signor marchese: e viva lieta. Di Sant’Anna, il 1O decembre 1581.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A CURZIO ARDIZIO. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">La lettera di Vostra Signoria in risposta de l’ultima mia, m’è stata in tutte le sue parti assai cara, ma carissima in quella ne la quale mi dà avviso de l’onorato luogo c’ha presso il signor duca di Mantova; ove non le mancherà occasione di mostrar l’ingegno e giudicio suo. Me ne rallegro, dunque, con lei quanto debbo; e debbo molto. Perchè molto? perchè molto stimo l’esser amato da lei: e ricevo le lodi ch’ella dà al sonetto ed a la lettera mia, come frutti de l’amor suo; le quali e per se stesse assai mi piacerebbono, e più mi piacciono poi che dal giudizio, com’ella dice, de’ più intendenti sono confermate. Ringrazio nondimeno il Signor Iddio, che non sono ora così incontinente nel gusto de le lodi come io soleva; ma non altrimenti le assaggio, di quel che sogliono gli uomini continenti i cibi piacevoli: sì che, s’io mi muoverò assai prontamente a rispondere ad alcune dimande di Vostra Signoria, non tanto per cupidità di lode mi muoverò, quanto per desiderio di compiacerle; dal quale sareimi mosso parimente a conciare il sonetto di Vostra Signoria, ed a lodare in alcuna composizione mia il signor don Ferrante Gonzaga, se mi paresse o di poter migliorare il suo sonetto, o di poter convenevolmente senza molto pensarvi, lodar prencipe di sì alta speranza; il qual desidero che non meno ne la fortuna che nel valore divenga uguale a l’avo suo di gloriosa memoria. Farò, dunque, ora per compiacimento di Vostra Signoria quel che posso: risponderò, dico, ad alcuna de le sue dimande; perciochè quelle de la creazione del mondo e de l’eternità mi paiono degne di maggiore e di più alta speculazione: oltrechè volentieri saprei prima, per qual cagione si muovano coloro che Vostra Signoria non nomina, ad affermare che da le ragioni naturali e peripatetiche l’eternità del mondo non sia dimostrata.</p>
               <p TEIform="p">Or cominciando da la prima de le sue dimande, supporrò come cosa detta, quella che è detta da Aristotele e confermata da gli altri tutti, Che l’onore sia bene esterno; e se egli è bene esterno, l’essenza sua non può esser ne l’anima: non è dunque (com’ella disse che alcuni dicono) amore, non carità, non pietà, non riverenza; perciochè ciascun di questi affetti o di questi abiti ha l’essere ne l’anima, ed è fra i beni interni, non ne gli esterni. Oltre di ciò, se l’onor fosse amore, coloro più amerebbono che più onorano; e più amati sarebbono i più onorati: ma questo non è vero; perchè i padri, che più amano i figliuoli, meno gli onorano; ed essi, che meno sono da’ figliuoli amati, più sono onorati. Non è carità: perchè la carità è una specie d’amore; e non essendo amore, non può esser carità. Non è pietà: perchè la pietà è quella con la quale paghiamo i debiti de la natura al padre; e l’onor si rende non solo al padre, ma a gli altri. O se è detta pietà molte volte quell’affetto co ’l quale ci dogliamo de gli altrui mali, o de l’animo o del corpo o de la fortuna, nè questo è l’onore; perchè l’onore si fa per gli altrui beni, non per gli altrui mali. Non è riverenza: perchè la riverenza non si stende se non a’ maggiori; e l’onor si volge non solo a’ maggiori, ma a gli equali, e molte volte a gl’inferiori. Non è anco il ben piacevole: perchè se fosse il ben piacevole, niuna cosa che dispiacesse ci renderebbe onore; e questo è falso: conciosiacosa che le ferite e le morti dispiacciano; nondimeno ci apportano onore. Non è fama: perchè la fama può esser buona e rea; ma l’onore è sempre buono. Non è in somma la virtù stessa, non la umana stima: perciochè l’una e l’altra è interna; e già si è concesso che l’onore è esterno. Ma è un premio de la virtù, ed un segno de la buona stima; sì che quando Vostra Signoria dica per opinione d’alcuni, che egli è segno de la beneficenza e de la bontà, non molto s’allontana dal vero. Ma uno direbbe che è segno de l’opinione che altri ha de l’altrui virtù o beneficenza. E perchè le lodi e i doni e i magistrati sono premi e segni sì fatti, ne le lodi e ne’ doni e ne’ magistrati si dice esser riposto l’onore; ma non già ne le lodi losinghevoli, ch’ella chiama adulazioni. E benchè alcuna volta possan parer segno de l’opinione c’altri ha de l’altrui beneficenza, e siano assai simili a le vere lodi; nondimeno così l’une da l’altre possono esser conosciute, come l’amico dal losinghiero. Ha Vostra Signoria inteso quel che non sia l’onore, ed anco quel che sia; e s’altro vuol saper de l’essenza sua, questo mi par che si possa aggiungere, che egli sia una di quelle cose il cui essere si riferisce ad alcuni: perciochè l’onore è de l’onorato; e l’essenza sua è in quella relazione che egli ha a l’onorato. Onde assai bene mi pare che sia definito, premio: perciochè il premio ancora si riferisce ad altri; e sempre il premio è del premiato; e parimente il segno è del segnato, o de la cosa dimostrata per segno, che vogliam dirla. Ma perchè de’ segni altri restano ed altri non restano, è l’onore ne gli uni e ne gli altri, ma maggiore in quelli che restano. E se ’l segno o ’l premio de la virtù è bene, tanto senza dubbio sarà maggiore quanto si perpetuerà; conciosiacosa che ciascun bene tanto è maggiore, quanto dura più longamente. Ma quando avviene che i premi de la virtù de gli uomini, o i segni de l’opinione che una città o un popolo o un principe ha avuto de l’altrui valore, restan dopo l’altrui morte o ne le statue o ne’ tempii, o pur anco ne gli encomi o ne’ panegirici e ne gli altri scritti de’ poeti e de gli oratori e de gli istorici, allora coloro non solo onorati son detti, ma gloriosi; perciochè gloria è propriamente quell’onore che lungamente si perpetua, e per molte parti si diffonde.</p>
               <p TEIform="p">Nè mi pare, per rispondere a la seconda dimanda di Vostra Signoria, che in alcun modo si possa sperare l’eternità de l’onore e de la gloria, supponendo anco che ’l mondo sia eterno, come piace ad Aristotele; perchè le memorie de gli uomini e de le cose mancano in lunghi rivolgimenti d’anni e di secoli, o per incendi o per diluvi o per altre cagioni. Ed assai felice mi par colui il quale, pensando mentre vive a la felicità de’ suoi posteri, spera che ne la sua famiglia o ne la sua città o ne la sua nazione debbano i suoi meriti per molte centinaia d’anni recar ornamento di nobiltà a’ successori; e più anco si spera che fra le straniere nazioni per li suoi meriti i suoi nepoti debbano essere conosciuti ed onorati.</p>
               <p TEIform="p">Paga desidero che rimanga Vostra Signoria di questo che, rispondendo a due sue dimande, ho scritto; almeno sino a tanto che oltre questa stanza, la qual per cortesia del signor Agostino m’è stata data assai commoda, mi sia data l’altra che m’è vicina, assai più ampia, ove possa filosofando passeggiare. Non lasci Vostra Signoria in questo mezzo alcuna occasione di pormi in grazia del signor don Ferrante, al quale e per la memoria del padre che molto m’amò, e per l’espettazione che s’ha del suo valore, sono oltre modo affezionato. Baci anco a mio nome le mani a quei signori che io per l’altra mia salutai; e viva felice. Di Ferrara.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A CURZIO ARDIZIO. Mantova</salute>
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               <p TEIform="p">Credo che Vostra Signoria avrà già ricevuta la mia lettera in risposta de la sua de’ 12 di decembre, la qual mandai subito a ritorre per farci alcuni concieri; nè potei riaverla, perchè l’era stata mandata. Ora mi sono scordato de la maggior parte d’essi: mi ricordo nondimeno d’alcuni, che sono forse di maggior importanza; i quali scriverò a Vostra Signoria acciochè, s’ella si risolve a mostrar quella lettera ad alcun gentiluomo letterato amico, gliele mostri in modo che non mi rechi vergogna. Ove scrissi “Non so con qual ragione si muovano ad affermare”, vorrei che conciasse, “Non so con quale argomento provino:” ed ove scrissi “Che il segno è de la cosa segnata,” conci “Che il segno è del segnato, o de la cosa dimostrata per segno, che vogliam dirla.” Quell’altre parole poi, “Che de’ segni alcuni si cancellano, alcuni durano lungamente; e che l’onore è piuttosto in quelli che durano lungamente” (perchè non interamente me ne ricordo) vorrei che da Vostra Signoria fossero mutate, come le pare, in questo senso: “De’ segni altri restano, altri non restano; e l’onore è ne gli uni e ne gli altri, ma maggiore in quelli che restano.” Mando a Vostra Signoria un sonetto in lode del signor Ferrante Gonzaga: e la prego che scrivendo a Sua Eccellenza, le baci in mio nome le mani. E viva felice. Di Ferrara.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A CURZIO ARDIZIO. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Le lettere di Vostra Signoria nè per lunghezza mi sono men care, nè per la frequenza mi vengono in fastidio; perciochè in molte più chiaramente si manifesta l’ingegno suo e l’amor che mi porta. Sia certa dunque, che assai volentieri lessi quella assai lunga che mi portò questi giorni adietro il signor Girolamo Mosti, a la qual subito diedi risposta; e che non men volentieri ho letta l’altra del 19 di decembre, che poco dopo m’ha portata il signor Giulio Mosti, a la quale non ho prima risposto, aspettando di mandare insieme con la risposta il sonetto pastorale che mi dimandò in lode de la signora Isabella Pallavicina, onorata dal Pallanzio con la dedicazione de la sua Bucolica. Ora gliel’invio con questa; e mi sarà gratissimo che quella nobil signora e quel gentil ingegno se ne sodisfacciano: e prego Vostra Signoria che se non le parrà tale che possa per se stesso piacere, l’accompagni in modo con le sue parole, che non sia da loro disprezzato. Ed a Vostra Signoria bacio le mani. Di Ferrara.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ALESSANDRO DA SPILIMBERGO. Venezia</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Bench’io abbia molti parenti nobili, ed alcuni illustri, ho fatto nondimeno sempre stima di Vostra Signoria; onde ora che il signor duca non nega di concedere ad alcuno de’ miei parenti, ch’io me ne vada seco, prego Vostra Signoria, ch’è il più vicino, che voglia venire a Ferrara: e credo ch’ella potrà farlo senza suo incomodo E le bacio le mani. Di Ferrara, il 21 gennaio del 1582.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A CURZIO ARDIZIO. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Benchè si soglia ne le lettere trattar più tosto de le cose appartenenti a la vita civile ed a la conservazione de l’amicizia, che de l’arti e de le scienze, le quali ricercano lungo tempo e molta considerazione; nondimeno a me è molto caro che Vostra Signoria ne le sue, non solo mi manifesti la sua buona volontà, ma ’l suo bello ingegno ancora; perciochè quanto io meglio il conosco, tanto maggior mi pare il nuovo acquisto ch’io ho fatto de la sua amicizia. E risponderò assai volentieri a’ dubbi ch’ella muove sovra la diffinizione de l’onore, ch’io recai, e sovra l’altre mie opinioni che le scrissi ne l’ultima lettera, non per insegnarle alcuna cosa, ch’io non mi stimo atto a farlo; ma accioch’ella ed io insieme c’ingegniamo di trovar la verità, s’altri non ci sarà più dotto di noi, che voglia dimostrarlaci.</p>
               <p TEIform="p">Il primo suo dubbio è questo: L’onore è premio di virtù; l’onore è ne l’onorante: dunque ciascun c’onora, premia se stesso. Al quale io rispondendo, dico: che se le proposizioni indefinite son di valore eguali a le particolari, non è buona la forma del sillogismo; ma s’io le concedessi che fosser di valore eguale a le universali, o s’ella ne l’una e ne l’altra aggiungesse la determinazione universale, buona sarebbe la forma del sillogismo: nondimeno non ne seguirebbe questa conchiusione. Dunque ciascun c’onora, premia se stesso; perciochè i termini non sono in lei appunto quelli che eran soggetto e predicato ne le proposizioni; ma ’l nome in verbo, e ’l verbo in nome è stato trasmutato con arte non dirò ingannevole, perchè non credo ch’ella abbia voluto ingannarmi; ma non così secura, che non debbiamo molto fidarcene. Oltre di ciò, quella ch’ella vuol trarre da la definizione, quasi sconvenevole, cioè Che ciascuno c’onori, premi se stesso, non è forse sconvenevole; perchè ciascun c’onora, fa buona operazione, e la buona operazione par che sia premio de l’operante. Ma certo non parve sconvenevole a Virgilio, dottissimo poeta, c’alcun potesse premiar se stesso, come si cava da le parole che nel nono de la sua maravigliosa Eneide dice Alete a Niso e ad Eurialo:
<quote rend="block" lang="lat" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">Quae vobis, quae digna, viri, pro laudibus istis</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Proemia posse rear solvi? pulcherrima primum</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Dî moresque dabunt vestri: tum caetera reddet</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Actutum pius AEneas, atque integer aevi</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Ascanius, meriti tanti non immemor unquam.</l>
                  </quote>
Sì che volentieri saprei per qual cagione giudichi sconvenevole c’alcun premi se stesso; perchè a quella che mi si fa inanzi, Che ’l premiante dee esser diverso dal premiato, si può replicare che per le diverse potenze che sono in noi, par che l’una possa l’altra onorare; e, se l’onorare è premiare, in conseguenza, premiare.</p>
               <p TEIform="p">Il secondo dubbio è: L’onore non può esser premio di virtù; perchè il premio dee eccedere o essere eguale al merito: ma l’onore è minor de la virtù che merita. E s’ella avesse voluto dargli forma di sillogismo, la conchiusion sarebbe, L’onor non può esser premio di virtù. Ma io non so se possa conchiudere la conchiusione di quel che non può essere, ma bensì di quel che dee essere, del qual non danno regola i loici. E forse io, concedendovi che i premi dovessero essere eguali a i meriti, potrei difendere che molti premi fossero e potessero esser minori, e che a la virtù fosse dato non solo l’eguale ma il minore: perch’ella ha due premi; l’uno interiore, il quale è la felicità o ’l piacer che si sente del ben operare; e di loro intese Virgilio, quando disse <quote lang="lat" TEIform="quote">Pulcherrima primum Dii moresque dabunt vestri</quote>; l’altro esteriore, ch’è l’onore: <foreign lang="lat" TEIform="foreign">tum caetera reddet Actutum pius AEneas, atque integer aevi Ascanius, tanta meriti non immemor unquam</foreign>. E se fra le cose esteriori non si può ritrovar maggior premio de l’onore; non dee mai senza molte considerazioni da l’uomo virtuoso esser rifiutato, e molte fiate dee esser accettato.</p>
               <p TEIform="p">II terzo suo dubbio è: L’onore è premio de la virtù; dunque per l’onore possiamo operare; perchè a ciascuno è lecito d’operare per lo premio: nel quale par che voglia conchiuder, come cosa sconvenevole, che noi possiamo operar per l’onore; perchè soggiunge: ma chi opera per l’onore, è ambizioso. Ma quale sconvenevolezza, che noi possiamo operar per l’onore? Sconvenevol sarebbe forse s’ella avesse conchiuso che noi dovessimo operar per l’onore come per premio; ma se l’onore è quasi fine de la vita civile, non è forse sconvenevole che gli uomini civili e atti ad operare, debbano operar per l’onore. Io nondimeno direi che quelli che fra loro sono più perfetti, non operino per altro premio che per l’interiore; perciochè l’esteriore è da loro non ricercato, ma accettato solamente.</p>
               <p TEIform="p">II quarto dubbio è: L’onore è tra le cose oneste; le cose oneste sono tra’ beni de l’animo; dunque l’onore sarà fra’ beni de l’animo. Saprei volentieri se ha alcuna autorità, che l’onore sia tra le cose oneste; oltre quella d’Aristotele nel terzo de l’Etica, ov’egli, parlando de la fortezza civile che non è vera fortezza, dice che questa fortezza è molto simile a quella che si fa per virtù; perciochè si fa per la vergogna e per lo desiderio di cosa onesta, cioè l’onore: perchè da queste parole io stimo che si possa cavare, ch’egli chiami cosa onesta non quella ch’è tale propriamente, ma quella che pare onesta a’ cittadini; chè s’ella fosse propriamente onesta, non sarebbe diversa da la virtù. Ma altrove Aristotele ripone l’onore fra’ beni piacevoli, non fra gli onesti: ed a me pare che non sia quel ch’è onesto per sè, ma che segua nondimeno sempre quel ch’è onesto. E questo forse basta per risposta de’ suoi dubbi.</p>
               <p TEIform="p">II suo emblema mi piace molto: ma in questo genere di cose, del quale niuno, ch’io sappia, ha scritto in modo ch’io ne rimanga intieramente sodisfatto, più mi piacerebbe che non si confondesser le favole con l’istorie.</p>
               <p TEIform="p">Quel che Vostra Signoria mi scrive del signor Cavallara, m’obliga molto a quel gentiluomo di tanto merito, ed a Vostra Signoria ancora, che m’abbia data occasione di servirlo. Ma non mi pare di poter fare il sonetto sovra la sua impresa, se non m’è dichiarato quel che abbia voluto significar con essa.</p>
               <p TEIform="p">Ringrazio Vostra Signoria c’abbia mandati i miei sonetti al signor don Ferrante, al qual desidero che succeda prosperamente ogni negozio in Ispagna. Così piaccia al Signor Iddio di concedergliene grazia; ed a me, ch’io possa rinovare in lui la memoria di quella servitù che mio padre ed io abbiamo col suo di felice memoria. Ed a Vostra Signoria bacio le mani. Di Ferrara, li 9 di febraio del 1582.</p>
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               <head TEIform="head">201</head>
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                  <salute TEIform="salute">A CURZIO ARDIZIO. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">L’impresa che Vostra Signoria m’ha mandata perch’io la consideri, m’è piacciuta molto; perciochè è di due corpi risguardevoli, i quali fanno bellissima vista; ed illustrata da’ versi d’Omero prima, e poi di Virgilio; e di significato assai alto: il quale nondimeno non saprei a pieno dichiarare; conciosiacosa che a l’aquila ed al serpente sono attribuite diverse proprietà, per le quali può ricevere diverse interpretazioni; ed in questa parte io doverò esser più tosto vostro discepolo, che maestro altrui: ma pur vedrete quel ch’io ve n’ho scritto in un sonetto, nel quale non tanto mi sono sforzato di parer buono interprete, quanto d’esser buon poeta: e s’io avessi saputo bene accoppiar insieme l’ufficio de l’uno e de l’altro, grandemente me ne rallegrerei fra me stesso, come mi rallegro con esso voi c’abbiate scelta l’aquila per impresa: e se ve ne fosse data alcuna briga, simile a quella che fu nel tempo de’ paladini per l’istessa insegna, stimo che con l’ardire e co ’l saper vostro ne pervenireste a buon fine. Non vi sarà però data da me; perch’io non voglio contendere con esso voi a guisa di serpente: benchè il prudente gli sia assomigliato ne la Sacra Scrittura. Nè vorrei ancora inalzarmi sotto l’ali vostre, come sotto quelle de l’aquila fece il Reatino: percioch’io son grande e grosso, come sapete; laonde difficilmente mi potrei nascondere ne le penne altrui: oltre di ciò sono lontanissimo da l’ingratitudine; però non mi curarei di superare coloro, co ’l favor de’ quali fossi asceso a qualche onore. In quel che mi scrivete poi del motto, non so facilmente risolvermi: perchè da l’un lato più mi piacerebbono le parole prese dal medesimo luogo di Virgilio; da l’altro quelle, <foreign lang="lat" TEIform="foreign">Hoc virtutis opus</foreign>, mi paiono più atte a significar il vostro concetto: e per questa cagione l’eleggerei più volentieri. E questo basti de l’impresa e del motto.</p>
               <p TEIform="p">De l’offerte che mi fate, vi ringrazio molto; e vi prego che non lasciate alcuna occasione che vi s’appresenti di giovarmi: perch’io son così povero d’amici come di tutte l’altre cose; ma s’io ne fossi ricco, non ve ne sarebbe da me preposto alcuno. Fate riverenza in mio nome a Sua Altezza: e se scrivete al signor Cavallara, baciateli le mani da mia parte: e vivete lieto. Di Ferrara.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A CURZIO ARDIZIO. Firenze</salute>
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               <p TEIform="p">Il sonetto de la Signoria Vostra senza lettera, ha più tosto commosso c’acquetato il mio desiderio; perciochè m’ha data tanta informazione de lo stato vostro, quanta mi basta per indrizzar le mie lettere; e de l’altre cose tutte sono quasi incerto: però vi prego che facciate, ch’in me la cognizione sia pari a l’affezione; perchè non è ragionevole che poco sappia chi molto ama. Raccomandatemi al signor vostro fratello, e leggete il sonetto ch’io vi mando in risposta. Da le mie stanze.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A CURZIO ARDIZIO. Firenze</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Molte consolazioni m’ha portate l’ultima lettera di Vostra Signoria; ma la maggiore è stata l’intendere che ’l mio poema abbia non solo oppositori, ma difensori ancora. E poichè sono così buoni amici, debbo ringraziarne Iddio, dal quale vengono tutte le grazie come da larghissimo fonte, o più tosto come da oceano infinito, ed al quale tutte debbono rendersi. Vedrei le opposizioni volentieri; non perch’io pensi di rispondere così tosto, ma per saper s’io vaglio a farlo, prima che veda l’altrui difese.</p>
               <p TEIform="p">Le mando un nuovo sonetto, c’ho scritto al principe Ranuccio Farnese: e con la risposta de’ suoi le manderò una canzona per lo signor don Ferrante Gonzaga, dal quale vorrei un favore: e prego Vostra Signoria che ne scriva una parola a Sua Eccellenza; ma può tardare sino a mie nuove lettere, per far quest’ufficio in occasione opportuna. Fra tanto bacio le mani al signor Guido Baldo; e mi conservi non solo ne la sua memoria, ma ne la sua grazia ancora, che è da me tanto desiderata, quanto ella sa. Di Ferrara.</p>
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               </opener>
               <p TEIform="p">La grazia di Vostra Signoria non fu mai estimata da me così poco, ch’io avessi ricusato di racquistarla, se n’era privo, o non cercato di conservarla, s’io la possedeva; ma non sarebbe grazia, s’ella si comprasse: ed a me pare, che ciascuno il quale mi dimanda sonetti e canzoni o altri componimenti, mi chieda il più caro prezzo de la sua benevolenza, ch’io possa dare; e pare che me la voglia vendere a suo modo: perchè questa sola è quella moneta che mi rimane da spendere; nè altro m’ha lasciato la fortuna di mio padre, e la mia: e sia d’oro o d’argento, come volete; perchè di rame voi non la stimareste: ma si può assomigliare più tosto al metallo che a la moneta: laonde, prima che sia cavato da le miniere del mio sterile ingegno, prima che sia battuto e stampato con l’imagine del principe, ci duro molta fatica, e molto tempo ci perdo: ed in questo mezzo dubitareste, ch’io non estimassi la vostra grazia. Siate dunque securo, ch’io tanto l’apprezzo, quanto merita la cortesia; e prendete questa risposta per una confermazione di quella amicizia che vi piacque di comunicare fra noi: per la quale non solo vorrei che mi credeste ch’io non posso far cosa alcuna, che non mi paia difficilissima; ma che m’aiutaste a levar questa briga da dosso. Signor Curzio, son molti anni ch’io patisco di umor malinconico e di frenesia; e così frenetico, ho fatto varie sorti di poesia per compiacere a gli amici, e per servire a’ patroni: ora sarebbe tempo ch’io pensassi a ricuperare la sanità, ed a vivere in ozio qualc’anno, o mese almeno: e questo non mi è conceduto dal comune consentimento del mondo, al quale bisogna mostrar la fronte; e cominciar da gli amici più cari, per aver minor vergogna di negare a gli altri. Se il signor Giulio Mosto è così vostro conoscente, può darvi aviso de le mie molte occupazioni e de gli altri fastidi.</p>
               <p TEIform="p">Io averei bisogno de la canzona che feci al signor don Ferrante, e de l’altra in lode de la granduchessa: e vorrei che mi mandaste l’una e l’altra, acciochè per ambedue v’avessi obligo egualmente; se non vi paresse più agevole di farmi liberare: nè vi scrivo i mezzi, perchè questi lascerei nel vostro arbitrio; sol che ne seguisse l’effetto. Fate dunque alcuna cosa per quella via che vi par migliore e più breve; e scrivete al signor Giulio, ch’egli fa torto a l’amicizia c’ha con esso voi, a tenermi così lungamente infermo e malinconico: e s’è difetto de l’aria e de l’acque, si devrebbe contentare ch’io andassi a migliorarle; se de la conversazione, sa quella che mi può rallegrare: rendetevi dunque certo, ch’egli sia tale come estimate. E vivete felice. Di Sant’Anna. </p>
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               <head TEIform="head">205</head>
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                  <salute TEIform="salute">A CURZIO ARDIZIO. Firenze</salute>
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               <p TEIform="p">Ebbi il piego che Vostra Signoria mandò al signor Giulio Mosti con la canzona scritta a la granduchessa di Toscana; ma non co ’l frutto che io sperava ch’ella devesse produrre: forse perchè la mia cattiva fortuna non consente che quella signora serenissima possa dimostrar la sua cortesia; ma in parte ne potrebbono essere state cagione le molte scorrezioni che si leggono ne la canzona: la quale è stampata men male; comech’in tutte l’altre composizioni, o ne la maggior parte, io sia stato così mal trattato da gli stampatori come da’ principi, che lor consentono che possano farmi questi dispiaceri. Io aveva pensato di lamentarmene co ’l senato veneziano, e con gli altri: ma aspetto di veder quest’altra parte che va a torno, ed imagino che sia così mal concia come l’altre. S’in altro Vostra Signoria non può aiutarmi o farmi beneficio, non voglia almeno in questa occasione tenermi ascoso quel ch’ella sa del vero.</p>
               <p TEIform="p">Il sonetto del signor principe di Parma a questa ora devrebbe essere stato mandato: ma essendosi smarrito, bisogna ch’io il rifaccia; perchè, credendo di averlo mandato in buone mani, non ne tenni copia. Fra tanto aspetto di ricever qualche favore da la signora principessa di Bisignano; perchè ella devrebbe esser mossa più tosto da la sua virtù, che da le mie laudi: e tanto sarà più meritevole di tutte quelle che possono darsi o imaginarsi, quanto meno le spiacerà di legger le lodi di molte a le quali ho così poco obligo: e se per alcuna cagione ne dovesse sentire dispiacere, niuna altra devrebbe essere, che sdegno de la mia infelicità; perchè la misericordia ormai non mi si conviene. Ma forse troppo arditamente ho filosofato co ’l signor Ardizio: e s’io potessi ricopiar la lettera, raffrenerei il mio sdegno, co ’l quale vorrei infiammare, o destare almeno quel d’alcuno altro: ma non voglio ora trattener più lungamente il portatore. Moderi Vostra Signoria con la sua prudenza la mia soverchia animosità, acciochè io debba averle maggior obligo che non pensava. E le bacio le mani. Di Ferrara.</p>
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               <head TEIform="head">206</head>
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                  <salute TEIform="salute">A CURZIO ARDIZIO. Mantova</salute>
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               <p TEIform="p">Mi spiace molto di non poter mandare a Vostra Signoria il dialogo del Piacer onesto, per lo signor Emilio Leoni; perchè ho deliberato di farci molte mutazioni, e non n’ho fatto ancora alcuna; nè stimo di poterci por mano fin ch’io non sia purgato. Altra mia composizione in prosa non è stata ancora da me revista, se non il dialogo del Messaggiero, il quale è ne le mani del signor don Cesare d’Este; e s’io il potessi riaver a tempo, il darei molto volentieri a questo gentiluomo: ma s’egli partirà prima ch’io il riabbia, gliele manderò per quella strada che Vostra Signoria stimerà migliore. E vorrei dedicarlo co ’l consiglio di Vostra Signoria: perchè se bene è in lui lodato altamente il serenissimo principe di Mantova, al quale io disegnava di dedicarlo; nondimeno, non gliele avendo mai mandato, non mi parrà di fare alcuna cosa sconvenevole s’io il dedicherò ad alcuno del suo sangue, il qual legga volentieri quelle lodi ch’io molto volentieri gli diedi: benchè io fossi in parte, ove il lodarlo mi poteva esser attribuito, se non a molta pazzia, almeno a molta semplicità; la quale, se in alcun uomo fu mai scompagnata da ogni malizia, fu in me quando scrissi quel dialogo. L’altre mie composizioni di prosa hanno tutte bisogno di molta considerazione: ed io in tutte ho bisogno di consiglio; ma non tanto per correggerle, quanto per dedicarle. Nè questo dico perch’io volentieri non manifestassi con la dedicazione d’esse al signor don Ferrante Gonzaga la gratitudine de l’animo mio, ma per altri rispetti; i quali son molti, e di molta importanza: e n’avrei volentieri parlato con Vostra Signoria a lungo; e se le pare che possiamo confidar questo secreto a le lettere, m’atterrò al suo parere. Pur io son di opinione, che sia meglio l’aspettar l’occasione d’alcun negozio che rimeni Vostra Signoria a Ferrara: la qual, per l’amicizia e per lo parentado ch’è fra questi principi, non può tardare lungamente. De la protezione del signor don Ferrante Gonzaga fo grandissima stima: e direi quasi, che non mi rincrescerebbe d’esser caduto in calamità, s’io dovessi esserne sollevato con l’autorità di Sua Eccellenza; perciochè non tanto piace l’uscir di travaglio, quanto l’uscirne co ’l favor di persona a la quale l’uomo abbia volentieri obligo: ed io l’ho così volentieri al signor don Ferrante Gonzaga, che per uscirne, non debbo cercar nè pur desiderar maggior fortuna di quella che può avere un servitor de’ principi suoi pari: e sempre che egli gradirà la mia affezione o alcuno mio servizio (se pur per mia buona sorte potrò mai fargliene alcuno) mi parrà d’aver nuova cagione di rimanerle obligato. Vostra Signoria gli mostri un mio sonetto, il quale le sarà mandato dal signor Giulio, insieme con un’altra mia lettera. Molti altri n’ho fatti in questi giorni, i quali non le manderò io; perchè la fatica del riscrivere m’è grave oltramodo, e la cortesia de gli amici miei devrebbe sgravarmene: ma se gli vuole, potrà facilmente averli dal signor Giulio. Farò il sonetto che mi dimanda; e se non potrò darlo al signor Emilio Leoni, il quale io non so s’io vedrò, il manderò per la strada del signor Giulio. E le bacio le mani. Di Sant’Anna.</p>
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               <head TEIform="head">207</head>
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                  <salute TEIform="salute">A CURZIO ARDIZIO. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Nel ritorno del signor Bernardino non voglio lasciar di risponder brevemente a la lettera di Vostra Signoria. Farò il sonetto, e ciascun’altra cosa che dimanderà; perciochè molto le sono obligato. Non ho potuto ricopiare a tempo il dialogo del Piacere onesto; ma sarà ricopiato fra pochi dì, e ’l manderò con la prima occasione. De l’altro del Messaggiero, mi sarei risoluto co ’l suo consiglio: ma poichè non me ne dà alcuno, sappia c’a niun altro ho maggiore affezione, che al signor don Ferrante; e se l’affetto è buon consigliero, non potrò errare. Ed a Vostra Signoria bacio le mani. Di Sant’Anna.</p>
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               <head TEIform="head">208</head>
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                  <salute TEIform="salute">A CURZIO ARDIZIO. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Non mandai a Vostra Signoria il sonetto per lo signor Emilio Leoni, perch’io intesi che la sua partita deveva esser troppo presta: ma oggi l’ho fatto, ed oggi gliele mando. Non so nondimeno se ne rimarrà sodisfatta; perchè ne la sua lettera non mi dichiara se ’l vuole per la dama sdegnata, o per lo cavaliero che in vano ha cercato di placarla: ma nel dubbio, mi sono attenuto a quello che mi pareva più ragionevole; e l’ho fatto per servitù del cavaliero. E se voi sete quello contra ’l quale la dama è sdegnata, assai sono io certo che ella è sdegnata a torto; perchè da la vostra lingua non può essere uscita parola che possa offendere l’onore d’una dama: ma s’è alcun vostro amico, grande argumento mi par che sia de la sua innocenza la vostra amicizia. E s’io fossi costì, mi darebbe il cuore di provare a quella dama, qualunque ella si fosse, che troppo facilmente avesse creduto a la falsa relazione: ma se voi, per alcun vostro affetto ragionevole, voleste collegarvi con lei contra ’l povero cavaliero, il qual fosse colpevole in alcuna cosa, che posso io altro che compiacervi? Avisatemene dunque, ch’io farò il sonetto in quel modo ch’io crederò che possa esservi più grato. E vi bacio le mani. Di Ferrara.</p>
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            <div2 type="parte" org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="div2">
               <head TEIform="head">209</head>
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                  <salute TEIform="salute">A MAURIZIO CATANEO</salute>
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                  <p TEIform="p">Da la lettera che Vostra Signoria scrive al signor conte Ottavio Tassone ho raccolto, ch’ella m’ha scritte de l’altre lettere, le quali non hanno avuto ricapito: il che m’è molto dispiaciuto, perciochè io le ho sempre aspettate con molto desiderio, ed ora le aspetto con maggiore che mai facessi. Laonde prego Vostra Signoria che per l’avvenire voglia dirizzarle al signor Giulio Mosti, il qual promette di darmele. Da lui sarà informata del mio stato; ed io ora non le scriverò altro, se non ch’egli è molto diverso da l’informazione ch’ella ne ha: sì che dee, per l’amor che mi porta, del quale appieno è contracambiata, proccurare ch’egli sia migliorato in qualche parte. So che l’autorità de l’illustrissimo cardinal suo padrone è grande con ogni principe; onde non può esser picciola con questi di Ferrara. Mando a Vostra Signoria un sonetto c’ho fatto al signor cardinale; e le manderei alcuni altri che gli ho fatto per lo passato, s’io n’avessi ritenuta copia: ma per l’avvenire sarò più cauto a mandarli. E con questo le bacio le mani; assicurandola che nè Sua Signoria illustrissima ha servitor che più desideri la sua grandezza di me, nè Vostra Signoria amico che più l’ami. Le faccia riverenza in mio nome, ed insieme al signor abbate; e saluti gli altri gentiluomini di casa. E viva felice. Di Ferrara, il 10 di giugno 1582.</p>
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               <div3 type="epistola" n="Altra lezione" org="uniform" sample="complete" part="N"
                     TEIform="div3">
                  <head TEIform="head">(Altra lezione.)</head>
                  <p TEIform="p">Ho raccolto da una lettera che Vostra Signoria scrive al signor conte Ottavio Tassone, che n’ha scritte a me alcune le quali non hanno avuto ricapito, e c’ha informazione del mio stato assai diversa dal vero: e molto me ne son doluto fra me stesso. Laonde la prego che per l’avvenire voglia drizzar le sue al signor Giulio Mosti, nipote del signor Agostino, priore de lo spedale di Sant’Anna; e da lui meglio informarsi de la verità. E se stimerà che l’autorità di monsignor illustrissimo suo possa giovarmi con la signora duchessa di Ferrara, com’io credo, faccia ch’io ne veda alcun effetto conforme a la cortesia de le sue parole, ed a l’amore che mostra di portarmi; al quale io corrispondo a pieno, come conoscerà in ogni occasione. Al signor cardinal suo sono divoto servitore, e mi reputerò assai fortunato quando mi comanderà alcuna cosa, ne la quale possa scoprirle la divozion mia. Ora gli mando un sonetto, e prego Vostra Signoria che glie le presenti in mio nome. Glie ne ho mandati alcuni altri, i quali forse non gli sono stati dati: ma imparerò d’esser più cauto. A Sua Signoria illustrissima ed al signor abbate suo fo riverenza: e bacio le mani a Vostra Signoria, ed a gli altri gentiluomini di casa. E viva felice. Di Sant’Anna, il 12 di giugno 1582.</p>
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               <head TEIform="head">210</head>
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                  <salute TEIform="salute">A MAURIZIO CATANEO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Altrettanta contentezza mi ha portato la lettera di Vostra Signoria de l’ultimo di giugno per l’affezione che mi dimostra, quanto dispiacere perchè io ho compreso ch’ella non è bene informata de lo stato mio; e molto mi maraviglio che ’l signor conte Ottavio Tassone non le n’abbia dato avviso. Ma poich’egli non l’ha fatto, il darò io medesimo a Vostra Signoria ne la sua venuta a Roma, la quale, com’egli mi ha detto, sarà tosto. Frattanto dia fede a quello che le scriverà il signor Giulio Mosti, per lo cui mezzo può mandar le lettere.</p>
               <p TEIform="p">De la buona volontà del signor cardinale Albano son certissimo, poichè l’onoro con tutto l’affetto de l’animo; onde ragionevolmente dal mio posso misurare il suo. Non dubito, dunque, ch’egli non debba fare ogni officio perchè io sia liberato: ne la prego nondimeno quanto più posso. Farò l’altro sonetto per Sua Signoria illustrissima, e con maggiori commodità le darò maggior segno de la mia divozione; ed allora non mancherò di mostrar anco a Vostra Signoria la stima che fo de’ suoi meriti, pari a la mia benevolenza.</p>
               <p TEIform="p">Di Bergamo non ho inteso cosa alcuna già molti mesi sono, ma mi è data speranza ch’io vi potrò andar a risanare; e piaccia a sua Divina Maestà di farmene grazia.</p>
               <p TEIform="p">Vostra Signoria baci in mio nome le mani al signor abbate, e saluti gli altri gentiluomini di casa; e in questi caldi mi faccia brindisi di quel buon vino che solevamo bere ad un tavolino medesimo: e ’l Signore Dio la conservi. Di Sant’Anna in Ferrara, il 6 di luglio del 1582.</p>
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               <head TEIform="head">211</head>
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                  <salute TEIform="salute">A ORAZIO LOMBARDELLI. Siena</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ne la lettera che Vostra Signoria scrive di me al signor Maurizio Cataneo, non so se con maggior affezione mi laudi, o con maggior accorgimento m’accenni quel che io debba fare; perciochè io non riconosco nel mio poema molte di quelle parti ch’ella tanto esalta: laonde stimo che artificiosamente abbia così parlato per farmi conoscere le imperfezioni che sono in lui, e le perfezioni che ci mancano; e benchè sia molto difficile il levar l’une ed aggiunger l’altre, nondimeno io ci aveva prima rivolto l’animo, come colui che m’era in buona parte accorto de’ miei errori; ed ora, ammonito da Vostra Signoria, penserei d’applicarvelo con alcuna diligenza, se da vari impedimenti non fosse impedito, i quali spero che l’autorità de l’illustrissimo cardinal Albano debba rimuovere quando che sia: e credo che gli avrebbe fin ora rimossi, s’io avessi dato maggior fede a’ suoi non meno amorevoli che prudenti consigli; a’ quali per l’avvenire crederò più, che non ho fatto per l’adietro.</p>
               <p TEIform="p">Quel che dice poi Vostra Signoria, ne l’istessa lettera, del titolo, è ricevuto da me con quell’animo co ’l quale ricevo le lodi; perchè so che gli avvertimenti, non meno che le lodi, ci fanno conoscere l’altrui buona volontà, e molte volte ci sogliono esser più giovevoli: non rimarrò nondimeno di dire a l’incontro il mio parere. Dico, dunque, che non mi dà noia quel ch’ella dice de la lunghezza del titolo; perciochè la lunghezza non si stende oltre due parole; ma di due parole molti se ne trovano fra greci e latini e toscani, come <title TEIform="title">l’Edipo tiranno</title>, e <title TEIform="title">l’Edipo colonèo</title> di Sofocle, e <title TEIform="title">l’Ercole furioso</title> di Seneca, e <title TEIform="title">’l Ratto di Proserpina</title> di Claudiano, e <title TEIform="title">l’Orlando innamorato</title> del Boiardo e ’l <title TEIform="title">furioso</title> le l’Ariosto, e quello a cui più s’assomiglia il mio, dico <title TEIform="title">l’Italia liberata</title> del Trissino; del quale io fo molta stima, perchè egli fu il primo che ci diede alcuna luce del modo del poetare tenuto da’ greci, ed arricchì questa lingua di nobilissimi componimenti. Quel che Vostra Signoria soggiunge appresso, che ’l titolo porgerebbe materia di scherno, non mi muove molto; perchè mi par che niuno scherno, che possa irritare il generoso sdegno de’ cristiani, sia inutile. Oltre di ciò, non è ragionevole lo scherno; perchè i cristiani veramente la racquistarono con tanto sangue di saracini, che non hanno di che schernirci: e se con ragione fu dato il titolo d’<title TEIform="title">Italia liberata</title>, bench’ella tornasse di nuovo ne la servitù de i goti, non pare che questo di <emph TEIform="emph">Gerusalemme racquistata</emph> possa esser dato senza ragione. A quel che ultimamente dice de l’ambiguità, perchè Gerusalemme è più propria de’ giudei che de’ cristiani, stimo che si possa rispondere, che Gerusalemme fosse propria de’ giudei innanzi la venuta di Cristo; ma da poi che Cristo discese in terra per la salute de l’umana generazione, niuna parte del mondo è che non sia propria di Cristo; e se è di Cristo, come può essere più de gli ebrei che de i cristiani? Nè Palestina è men propria de’ cristiani, che l’altre; perchè in lei, dopo la morte di Cristo, la sua fede fu insegnata da gli apostoli, e confermata co ’l martirio di Stefano; ed in progresso di tempo fu posseduta da’ cristiani, ed ebbe il patriarca Gerusalemme molto innanzi Eraclio imperatore, al tempo del quale, se ben mi ricordo, nacque Macometto. Ma quel che dice Vostra Signoria potrebbe più ragionevolmente muover dubbio, quando Gerusalemme anco da’ cristiani fosse stata tolta a gli ebrei, la quale non loro ma a’ macomettani fu tolta. Non mi muovono, dunque, tanto le ragioni di Vostra Signoria, che a me dispiaccia il titolo di <emph TEIform="emph">Gerusalemme racquistata</emph>: oltre che io posso addurre da la mia parte, che i poemi, ne’ quali sono scritte le guerre che sono state fatte in alcun luogo, non prendono il nome dal capitano, ma dal luogo stesso; come da Ilio il prese il poema d’Omero, e da Tebe quel di Stazio, e da la Farsaglia quel di Lucano, e da l’Africa quel del Petrarca. Aggiungerei a questo, che se ’l titolo ci dimostra il subietto del quale si tratta ne l’opera; non pare ragionevole che sia più o meno ampio di lui: ma chi dice Goffredo, mostra di volere scrivere di tutte le sue azioni, e non più di quelle ch’egli fece in Gerusalemme, che di quelle che egli fece in Germania, od altrove. Il titolo, dunque, sarebbe più ampio del subietto: nondimeno i titoli sì fatti si posson difendere non solo con l’autorità di Omero e di Virgilio, i quali ne l’Odissea e ne l’Eneida non si proposero di voler trattare di tutte le azioni d’Ulisse e d’Enea; ma con quella d’Aristotele ancora, che intitolò un suo libro De l’Interpretazione, benchè non trattasse in lui d’ogni interpretazione. E perciochè il mio proponimento ora non è d’oppugnare l’altrui opinioni, ma di difendere le mie, molto volontieri consento c’altri, se più gli piace, possa seguire l’esempio d’Aristotele, e di quegli altri uomini grandi; anzi io stesso (lasciando ora da parte quel c’appartiene a la considerazione del luogo) non difficilmente sarei stato persuaso a seguirlo, se quelle persuasioni fossero meco state usate che più potevano muovermi; ma poichè a Sua Divina Maestà non è piaciuto, assai volontieri sempre udirò il parer di Vostra Signoria, la qual mostra d’intendere molto ben quel ch’ella dice, pur che a me ancora sia lecito di dire quel che mi parrà. E benchè per lo passato io non abbia mai conosciuto Vostra Signoria, nondimeno il signor Maurizio, il quale è amico suo, e mio sin da la fanciullezza, mi par che possa esser convenevol mezzo che mi congiunga con lei ne l’amicizia, come ha cominciato a fare, mandando al signor Giulio Mosti la cortese lettera che Vostra Signoria scrive di me, perchè me la mostri: la quale, perchè non solo è scritta di me, ma è scritta ad un mio grande ed antico amico, stimo quasi che sia scritta a me stesso, onde mi reputo obligato a la risposta: e benchè io risponda assai tardi, nondimeno subito corrisposi con l’amore a quella buona volontà che mi manifesta: e prima ancora avrei risposto a la lettera, se prima avessi avuta commodità di mandar la risposta a buon ricapito, la qual ora invio per lo signor Giulio Mosti; ed a lui potrà Vostra Signoria indrizzar le sue, se le piacerà che discorriamo di alcuna cosa appartenente a questi studi, a’ quali ella ancora pare inclinata, in quel modo che concede la lontananza.</p>
               <p TEIform="p">Credo che Vostra Signoria sia sanese; ed io son molto affezionato a cotesta nobilissima città, perchè mi furono usate in lei molte cortesie quando di costà passai: e particolarmente son servitore di monsignor reverendissimo arcivescovo Piccolomini, il quale con le opere sue ha illustrata la lingua toscana. Vostra Signoria le baci in mio nome le mani: e saluti ancora il signor Lelio Marretti, s’egli è costì: e viva felice. Di Sant’Anna in Ferrara, li 10 di luglio 1582.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">212</head>
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                  <salute TEIform="salute">AD ALDO MANUZIO. Ferrara</salute>
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               <p TEIform="p">Io non aveva potuto mutare i duo ultimi versi del sonetto di Santa Anna, il quale ieri diedi a Vostra Signoria, in modo ch’io me ne compiacessi, benchè alcune volte mi fossi riprovato di migliorarli: ma questa notte gli ho mutati come vedrà, e, come a me pare, alquanto meglio. E le bacio le mani, pregandola che voglia racconciare in questa maniera la copia ch’ella n’ha. Il Signor Iddio la conservi. Di Sant’Anna, del 1582 a gli 8 di settembre.
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                     <l part="N" TEIform="l">Figlia sua madre, a cui tu siedi a canto</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Sovra ciascun ne gli stellanti chiostri.</l>
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               </p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ALDO MANUZIO. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Credo che il signor Giulio Mosti avrà mandato a Vostra Signoria il conciero ch’io ho fatto ne’ duo ultimi versi del sonetto di sant’Anna:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">Figlia sua madre, a cui tu siedi a canto</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Sovra ciascun ne gli stellanti chiostri.</l>
                  </quote>
Ma perchè non mi sodisfaceva a pieno del penultimo, l’ho rimutato in questo modo:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">Figlia la madre, che ti siede a canto;</l>
                  </quote>
nel quale suona senza dubbio meglio a gli orecchi. Prego Vostra Signoria che racconci la sua copia: e le bacio le mani. Di Sant’Anna, l’8 di settembre del 1582.</p>
            </div2>
            <div2 type="epistola" org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="div2">
               <head TEIform="head">214</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A FERRANTE GONZAGA. Guastalla</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io sono così servitore di Vostra Eccellenza, che sento in me stesso tutti i dolori e l’allegrezze sue come mie medesime: però in questo suo affanno io ho altretanto bisogno di ricever consolazione quanto di darla; e se pur Vostra Eccellenza n’avesse alcun mio, la puol prender de la sua medesima virtù, da la quale non è mai abbandonata. Di molte altre cose aveva deliberato di scriverle; ma non voglio ora ne le sue afflizioni narrarne alcune de le mie, ed aspetterò miglior occasione. Fra tanto sia certa, ch’io non desidero d’uscirne più per lo favore d’alcun principe, che per quello di Vostra Eccellenza: e le bacio umilmente le mani. Di Sant’Anna, il 14 di settembre del 1582.</p>
            </div2>
            <div2 type="epistola" org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="div2">
               <head TEIform="head">215</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A GIULIO CESARE GUALENGO. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Il signor Sebastian Cannella, nipote, com’io da Vostra Signoria intesi, del signor Giulio Cesare Caracciolo, mi disse, questi mesi passati, che l’illustrissimo ed eccellentissimo signor principe di Bisignano doveva andare quest’autunno a Loreto, e fermarsi alcuni giorni in Fossombrone. Non ho poi veduto lui, nè udito alcuna novella del signor principe: e l’udirei volentieri, non solo per l’affezione ch’io porto a Sua Eccellenza illustrissima, ma anco per qualche mio interesse; essendomi da l’istesso signor Cannella stato detto e confermato più volte, che ’l signor principe aveva scritto al signor duca di Ferrara in raccomandazion mia assai caldamente. Vostra Signoria mi faccia favore di drizzar questa lettera a Sua Eccellenza, e d’intendere dal signor Sebastiano quel che con l’autorità sua si sarà fatto. II signor Sebastiano suol ripararsi in casa del signor don Alfonso. E le bacio le mani. Di Sant’Anna, il 16 di settembre del 1582.</p>
            </div2>
            <div2 type="epistola" org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="div2">
               <head TEIform="head">216</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A ORAZIO LOMBARDELLI. Siena</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">La replica che fa Vostra Signoria a la risposta ch’io diedi a la sua lettera, è altrettanto dotta quanto ingegnosa; laonde io così volontieri lodo l’ingegno suo come seguirei l’opinione, s’io non avessi ancora alcune ragioni da recar contra le sue. Dice prima Vostra Signoria di non aver ripreso il titolo lungo semplicemente, ma il lungo non ispedito: contra la qual replica stimo che possa dirsi, che ogni titolo è o nome o fatto di più nomi; talchè non può esser fatto con altra ragione che con quella che c’insegna di formar i nomi: ma la diritta ragione del formare i nomi ha risguardo a la natura de le cose significate; dunque, dee averlo ancora la ragione che c’insegna di fare i titoli. E perchè i nomi sono imagini de le cose nominate, e le imagini s’assomigliano a le cose de le quali sono imagini, debbono i nomi essere simili a le cose nominate, e rappresentarleci quanto si può: e per questa cagione le cose liquide possono meglio esser rappresentate con parole piene di consonanti liquide che con alcun’altre; e l’altre, parimente, con voci composte di lettere che bene esprimano la natura loro. Le cose, dunque, tarde ed impedite non debbono esser significate co’ nomi veloci et espediti, ma co’ tardi et impediti più tosto. E perchè la guerra fatta sotto Gerusalemme non fu condotta al fine in pochi giorni ma in molti mesi, e fu piena di vari impedimenti, i quali sono accresciuti da me poeticamente; non le poteva esser dato da me alcun titolo più convenevol di quello che è fatto de’ nomi, come voi dite, tardi e non ispediti. A quel che dite appresso, che ’l titolo di due parole è fatto per necessità a differenza d’alcun altro; rispondo, che è necessario che di duo poemi, i quali abbian l’istesso titolo, l’uno sia fatto prima de l’altro. Laonde se la parola aggiunta per differenza, è aggiunta nel tempo nel quale egli è fatto, è aggiunta per differenza di poema non ancor fatto: verbigrazia, se fu aggiunto il <emph TEIform="emph">tiranno</emph> a l’<title TEIform="title">Edipo</title> quando egli fu fatto, fu aggiunto quando non era ancor fatto l’<title TEIform="title">Edipo in Colone</title>. Dunque io, per differenza di alcun poema c’avessi proposto di fare, poteva aggiunger nel primo la parola de la differenza; e poteva aver considerazione non tanto a quel ch’io avessi proposto di fare, quanto a quel che si può fare: come l’ebbe Gregorio Nazianzeno nel suo <title TEIform="title">Cristo</title>, al qual aggiunse la differenza di <emph TEIform="emph">paziente</emph> perch’egli fosse differente d’alcun altro poema il qual si può fare di Cristo. E se mi si ricercasse, se si possa fare altro poema di Cristo, ma particolarmente, se si possa fare altra tragedia; direi che la sua fuga in Egitto fosse convenevol soggetto di tragedia. Sofocle nondimeno intitolò il suo <title TEIform="title">l’Aiace portaflagello</title>, non avendo risguardo ad alcuna tragedia fatta o da fare; perciochè la persona di Aiace non par che ci dia altro argomento di tragedia, che quel solo: dunque niuna necessità il mosse; e forse niuna ne mosse il Trissino, se non quella che porta seco la nostra lingua, la qual non amando l’uso de’ patronimici, par necessitata ad esprimer con due parole quel che i greci e i latini dicono con una. Soggiungete poi, che i titoli di due parole non sono convenevoli a’ poeti ma a gli scrittori de l’arti: pur ciò assai mi pare riprovato da l’autorità d’alcuni di quei poeti che adducete; la qual non è sì picciola, che io debba credere senza forte ragione, ch’essi abbiano errato. E se l’autorità d’alcun altro si può desiderar oltre la loro, assai grande mi pare quella del Sannazaro, il qual fece di più nomi il titolo del suo nobilissimo poema. E questo stimo che possa bastar per difesa del titolo <title TEIform="title">Gerusalemme conquistata</title>, il qual diedi al mio poema; e per difesa parimente di quel del Trissino, che è, s’io non m’inganno, <title TEIform="title">Italia liberata</title>: e l’altre cose non sono necessarie, e possono essere sottointese.</p>
               <p TEIform="p">Replicate ancora a quel ch’io dissi, che i poemi ne’ quali son contenute azioni fatte in un luogo solo, prendono il nome dal luogo: chè se questa regola fosse vera, Virgilio non avrebbe intitolato il suo poema <title TEIform="title">Eneide</title>, perciochè spende sei libri in raccontar le guerre fatte in un luogo solo: nè ’l Pulci il suo, <title TEIform="title">Morgante</title>; ma <emph TEIform="emph">il Roncisvalle</emph>: nè l’Ariosto avrebbe detto il suo, <title TEIform="title">Furioso</title>; ma <emph TEIform="emph">Parigi assediata</emph>, o <emph TEIform="emph">Francia combattuta</emph>. A questo credo che si possa rispondere, che quantunque la regola sia vera, non segue però che i poemi debbano prendere il titolo da que’ luoghi ne’ quali tutta l’azione non è stata fatta, perchè di quelli solamente dee essere intesa la regola; conciosiacosachè io stimo, che ’l titolo debba principalmente dichiarare il subietto, come si può provare con l’autorità de la maggior parte de’ più lodati scrittori, o sian teologi o filosofi o istorici o retori o d’altra professione; i quali hanno per lo più intitolato l’opere dal subietto: ma il subietto è, o <emph TEIform="emph">adeguato</emph> o <emph TEIform="emph">principale</emph>: e credo che ciò sia vero non solo ne’ libri de’ filosofi, ma ne’ poemi ancora ed in alcun altro componimento. Subietto adeguato è tutto quello che è contenuto ne l’opera: principal, quello che è la principal parte contenuta. E quantunque io non nieghi che sia buon titolo quel che dimostra il subietto principale; nondimeno, perchè perfetto è quel che dimostra l’adeguato, quando l’adeguato non si può dimostrar co ’l nome del luogo, hanno voluto i poeti prender il titolo dal nome de la persona più tosto; la qual in alcun modo si può dir subietto, come disse il Petrarca:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">Vidi un’altra, c’Amore obietto scelse,</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Subietto in me Calliope ed Euterpe.</l>
                  </quote>
Aggiungo, che al poeta più s’appartien d’imitar le azioni che le persone; laonde, dovendo nel titolo esser dichiarato quel ch’egli intende di fare, migliore è quel titolo che dichiara l’azione: ma chi dice <title TEIform="title">Italia liberata</title> o <title TEIform="title">Gerusalemme conquistata</title>, quantunque nomini alcun luogo, significa insieme alcuna azione. Quel che poi dite, che ’l poeta non dee intitolar in un modo e proporre in un altro, confermo assai volentieri: ma nego quel che mi par che accenniate appresso; cioè, ch’io abbia ciò fatto perchè io ho intitolato il mio poema <title TEIform="title">Gerusalemme conquistata</title>, e propongo il voler cantar quanto Goffredo s’adoprò per sì fatto acquisto: e perchè Goffredo fu principal cagione di questa azione, era convenevole che insieme fosse compreso ne la proposizione. Nè più minuto riguardo ebbe sopra ciò il Trissino, com’è da voi considerato; nè Omero stesso, il quale intitolò <title TEIform="title">Iliade</title>, e propose:
<quote rend="block" lang="lat" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">Iram pande mihi Pelidae, diva, superbi.</l>
                  </quote>
               </p>
               <p TEIform="p">Quel che ultimamente adducete de le sette perfezioni del titolo, mi pare in parte manchevole, in parte soverchio: manchevole, perciochè lasciate quel che è quasi principale; cioè, ch’egli debba dichiarare il subietto: soverchio, perchè de le sette condizioni, ch’egli sia breve da le due a le sei sillabe, spedito, attrattivo, occulto, figurato, corrispondente, dichiarato o atto a dichiararsi, alcune non sono necessarie, altre si può dubitar che non siano. E prima, non è necessario ch’egli sia occulto, anzi è più tosto inconveniente; perciochè ’l titolo vuol dichiarare e significare, come particolarmente dimostra Ovidio in quel verso:
<quote rend="block" lang="lat" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">Inspice, die, titulum; non sum praeceptor amoris;</l>
                  </quote>
ed in quegli altri:
<quote rend="block" lang="lat" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">Caetera turba palam titulis ostendit apertis;</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Et sua delecta nomina fronte gerit.</l>
                  </quote>
Oltre di ciò, par che contradiciate a voi stesso; conciosiacosachè il titolo non può essere occulto e dichiarato: ma s’è dichiarato, non è occulto; e se occulto, non è dichiarato. Non mi par ancor necessaria l’altra condizione, ch’egli sia da le due a le sei sillabe: però, quando pur aveste voluto determinare il titolo, dovevate dargli quello stesso che date a le perfezioni del titolo, il quale è il settenario, molto più perfetto del senario, oltra il quale si distende il titolo de la guerra de le rane e de’ topi, detta da Omero <title lang="gre" TEIform="title">Batrachomyomachia</title>, e l’<title lang="lat" TEIform="title">Heautontimorumenos</title>, comedia di Terenzio. Molti titoli nondimeno di teologi, di filosofi, di poeti e d’istorici passan questo stesso del settenario; onde, quantunque io conceda che ’l titolo debba esser breve, non lo ristringerei a questo numero. Soverchia mi par ancora l’altra condizione, ch’egli sia spedito, potendo esser impedito per le cagioni che si sono già dette. Richiamo in dubbio l’altre. Attrattivo; perchè questa condizione par più tosto convenevole ad alcune cotali opere poco gravi e di poca degnità: dico per l’uso del nome; chè per altro Iddio stesso, che tira a sè tutte le cose, come amato e desiderato, potrebbe esser detto attrattivo. Dichiarato o atto a dichiararsi; conciosiacosachè ’l titolo dee più tosto dichiarare ch’esser dichiarato. Figurato; perchè molti nomi propri son titoli de l’opere, ne’ quali non riconosco alcuna figura. Non veggo dunque, signor mio, cagione sin ora, per la quale il titolo di <title TEIform="title">Gerusalemme conquistata</title> debba esser rifiutato da me: ma non mi spiace anco l’altro sì poco, ch’io volentieri non l’accettassi, se ’l cardinal di Lorena o i principi suoi fratelli, con un de i quali ho servitù, mostrassero di non disprezzare ch’io avessi poetato de la Casa loro. E questo in quanto a’ titoli; de’ quali s’alcuna cosa volessi aggiungere, direi c’a me pare di poter rifiutare convenevolmente quel che da voi m’è dato; e quello ancora che m’è dato dal signor Lelio Tolomei: l’uno come poco convenevole al mio sapere, l’altro a la fortuna mia; la qual benchè sia assai nota, non sostien nondimeno titolo che si dà solamente per rara significazione d’onore. Come si sia, quando io sostenessi pure che mi fosser dati i titoli che fur dati a mio padre, non posso ricever gli altri senza noia in questo stato nel quale ora io sono. M’è piaciuto nondimeno molto il sonetto che mi scrive esso signor Lelio, ma più la benevolenza ch’egli mi dimostra; ed a l’una ho già corrisposto con ogni affetto del cuore, a l’altro risponderò: e se non potessi ciò far sì tosto, vi prego che me ne scusiate con quelle scuse che sono ordinarie de’ poeti; oltre le quali ce n’ho molte altre. A monsignor reverendissimo arcivescovo di Rodi baciate in mio nome le mani, e ditegli che io mi sono oltra modo rallegrato ch’egli conservi memoria di me; perciochè quando io prima il conobbi, mi parve tale qual me ’l descrivete: e soggiungetegli, che in ogni occasione mi mostrerò servitore molto particolar de l’illustrissima Casa sua, con la quale mio padre ebbe molta servitù, e particolarmente co ’l duca d’Amalfi, che non solo in Napoli ma in Siena gli fece molti favori, come mi raccontò in quel tempo ch’era vivo il signor Salustio Mandoli Piccolomini. Salutate ancora in mio nome gli altri gentiluomini c’avete nominati; e fategli certi, ch’io amo tanto cotesta città, che in niuna compagnia vorrei viver più tosto che ne la loro, e particolarmente del signor Marretti, del quale ho conoscenza, e ne fo molta stima. Vedrò molto volentieri alcuna lor poesia: e sono molto obligato a la lor cortesia, che facciano tanto onore a le mie, quanto nè per la lor perfezione nè per mio saper meritarono giamai. Il Signor Iddio faccia felice cotesta nobilissima città, e Vostra Signoria particolalmente. Di Ferrara, li 28 di settembre 1582.</p>
            </div2>
            <div2 type="epistola" org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="div2">
               <head TEIform="head">217</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A MAURIZIO CATANEO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ho letto la lettera del signor Orazio Lombardelli, giovane, come Vostra Signoria scrive, mio affezionato e, come a me pare, molto erudito; sì che per l’una e per l’altra cagione debbo amarlo e stimarlo assai: e gli ho risposto come Vostra Signoria vedrà; ma non ardisco di far giudicio de le cose scritte da lui e da me; perchè quantunque colui che sa, sia certo di saper, nondimeno l’affetto può così perturbarlo, ch’egli non sia buon giudice di se stesso. Ben è vero ch’io mi spoglio d’ogni passione quant’io posso, e considero l’opinioni mie come altrui, e l’altrui come mie, e le composizioni ne l’istesso modo; e questo non so c’altri faccia. E però non mi contento di sottopormi al giudicio di questo secolo in quel c’appartiene a questa sorte di lettere, per le quali io sono stato onorato prima da alcuni più che non meritava, poi perseguitato da molti più che non era convenevole; e se vogliamo paragonare l’onor soverchio con le soverchie persecuzioni, molto maggiori senz’alcun dubbio sono state le persecuzioni: laonde stimo di potermene ragionevolmente richiamare a la posterità. Ma ne l’altre cose volentieri consentirò d’esser giudicato da monsignor illustrissimo Albano, il quale non fece mai professione di questi studi, benchè n’abbia molto gusto: sì ch’io intendo con gran mia sodisfazione che gli piacciano i miei componimenti; e saprei volentieri quel che gli paia, ch’io l’abbia chiamato ne l’ultimo sonetto <emph TEIform="emph">vecchio fortunato</emph>; perciochè sant’Agostino rifiuta il nome di fortuna, come disdicevole al cristiano. Nulladimeno par che sia ricevuto da’ dottori scolastici, e dal vescovo di Bitonto particolarmente, il quale usa molte volte ne le sue prediche: “Questo è quel dì fortunato, che deriva da lui, ec.” Io ne scrissi questi giorni passati il mio parere a Monsignor reverendissimo di Ferrara: pur queste son di quelle materie, ne le quali credo più a l’altrui giudicio che al mio medesimo.</p>
               <p TEIform="p">De la mia libertà, bench’io la desideri sopra ogn’altra cosa, non darei fretta alcuna al signor cardinal suo, s’io credessi di poter senza essa ricuperar la sanità, la quale gli raccomando quanto posso; e in fin che piacerà al Signor Iddio ch’io sia prigione, il priego che mi proccuri alcun comodo maggiore ch’io non ho avuto sin ora: e questo stesso dimando al signor abbate, al quale son servitor di cuore.</p>
               <p TEIform="p">A la dote materna non mi pare or tempo di pensare, almeno per via di lite; e volentieri cercherei d’impetrar per grazia quel che dicono esser mio per giustizia: ma senza il consiglio di monsignore illustrissimo suo non saprei a chi mi volgere. Del signor Ferrante mio cognato non debbo ragionevolmente diffidare, perch’io son molto inclinato a fargli servizio. E se passerò mai a migliore stato, conoscerà chiaramente, ch’io non mancherò a me stesso, nè al parentado c’ho seco. Mi maraviglio nondimeno, ch’egli non abbia risposto ad alcune lettere ch’io gli scrissi, quando prima intesi ch’egli aveva presa mia sorella per moglie; ma forse non ebbero ricapito.</p>
               <p TEIform="p">Al signor Lelio Tolomei risponderò senza fallo, perchè debbo molto stimare l’amicizia di così gentile spirito, nato di così nobil famiglia. Vostra Signoria baci in mio nome le mani a monsignor Masetto, e a tutti di casa; e viva felice. Di Ferrara, in Sant’Anna, il 29 di settembre del 1582.</p>
            </div2>
            <div2 type="epistola" org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="div2">
               <head TEIform="head">218</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A LELIO TOLOMEI. Siena</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">La famiglia de’ Tolomei era prima non sol conosciuta da me per la fama de gli uomini eccellenti che son nati in essa, ma amata per l’amicizia che monsignor Claudio ebbe con mio padre, al quale scrisse quel bel sonetto che non si legge in istampa:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">Lascia, Bernardo, la soave lira,</l>
                     <l part="N" TEIform="l">E ponti a bocca quell’altera tromba</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Che, quando vuoi, chiarissima rimbomba, ec.</l>
                  </quote>
Ma ora debbo più amarla per rispetto di Vostra Signoria, de’ cui meriti e de l’amor che mi porta è testimonio bastevole il signor Maurizio Cataneo, il quale è così mio amico, che non vuole ingannarmi, e così buon conoscitor de la natura e de la virtù altrui, che non può esser ingannato. Laonde tutto quel di più, che Vostra Signoria me ne mostra ne la sua lettera e nel sonetto, direi che fosse soverchio; se il merito o l’amore potesse esser soverchio ne l’amicizia, la quale co ’l buono augurio del suo nome mi par di poter cominciare assai felicemente. E quantunque io tema che a me, più tosto che a Vostra Signoria, manchino le qualità in lei ricercate, mi sforzerò nondimeno di stabilirla dal mio lato con tutti gli uffici convenevoli. Ed ora le mando la risposta che ho fatta al suo sonetto; ne la quale non so se vedrà l’imagine del mio ingegno così ben espressa, com’a me è paruto di vedere quella del suo: ma certo tanto in lui si conosce de l’affetto mio, quanto dovrebbe bastare a farla certa, ch’io volentieri vivrei seco ne la compagnia di quegli studi, per gli quali Vostra Signoria potrebb’esser meglio consapevole d’alcun mio concetto, che forse non è ora. Ma pur la ringrazio c’abbia voluto leggere un mio sonetto ne l’accademia de’ Filomati: e forse è stato mio vantaggio che non abbia da me intesa la mia intenzione, perciochè con l’ingegno suo ha potuto trovar ne le mie parole cose più belle, ch’io non pensai di dire. I saluti di monsignor di Rodi mi sono stati carissimi; e desidero molto di confermar seco quella servitù ch’io cominciai in Roma. Vostra Signoria gli baci in mio nome le mani, e continui ad amarmi. Di Ferrara, in Sant’Anna, il 2 d’ottobre del 1582.</p>
            </div2>
            <div2 type="epistola" org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="div2">
               <head TEIform="head">219</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A MAURIZIO CATANEO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ho poi risposto al signor Lelio Tolomei, e mando a Vostra Signoria la lettera e ’l sonetto, con altra del Lombardelli, de la quale intenderò volentieri quel che sia paruto costì: nondimeno, come le ho scritto, mi par di conoscere una grande alienazione de gli animi de’ letterati; e se ciò non è vero di tutti, Vostra Signoria con la sua prudenza può conservarmi amici quelli che giudicano sinceramente. E le bacio le mani. Di Sant’Anna, l’ottavo di ottobre del 1582.</p>
            </div2>
            <div2 type="epistola" org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="div2">
               <head TEIform="head">220</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A MAURIZIO CATANEO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ho scritto a Vostra Signoria molto reverenda due altre lettere, che le saranno mandate questa settimana, e mi son poi risoluto di scriver la terza. Io mi son molto maravigliato che ’l mio poema sia stato stampato co ’l titolo di <title TEIform="title">Gerusalemme liberata</title>; perciochè stando io in dubbio qual titolo dovessi eleggere, o questo o quello di <emph TEIform="emph">Gerusalemme racquistata</emph> o <emph TEIform="emph">conquistata</emph>, inclinava più tosto ad alcuno de gli ultimi due; ed ora mi risolvo nel <emph TEIform="emph">conquistata</emph>: e così desidererei che racconciasse ne la replica ch’io fo al Lombardelli, ov’è scritto <emph TEIform="emph">racquistata</emph>. Vorrei nondimeno saper come sia scritto ne l’esemplar di mia mano, ch’è in potere del signor Scipion Gonzaga, perchè non bene me ne ricordo. Nel sonetto di risposta al signor Lelio Tolomei conci così il terzo verso:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">Dove gli occhi non vanno, e dov’ei scelse.</l>
                  </quote>
               </p>
               <p TEIform="p">E le bacio le mani, e insieme a tutti i gentiluomini di casa. Di Sant’Anna, il 15 d’ottobre del 1582.</p>
            </div2>
            <div2 type="epistola" org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="div2">
               <head TEIform="head">221</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN MARTINO CASARIO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mando a Vostra Signoria la risposta c’ho fatto al primo suo sonetto; risponderò a l’altro ancora. Fra tanto m’ami quanto mostra di stimarmi; e, s’è in Napoli (com’io credo), baci in mio nome umilissimamente le mani a monsignor illustrissimo l’arcivescovo; ed al signor Lelio Orsino mi ricordi affezionatissimo servitore; ed al signor Fabrizio Carafa dica, che io gli sono quell’amico e parente e servitore, che per addietro gli sono stato. E viva felice. Di Ferrara, d’ottobre.</p>
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               <head TEIform="head">222</head>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVANN’ANTONIO VANDALI. Bagnacavallo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">In questo sonetto figuratamente è stato da me detto: “Ma pur chi de gli amanti i volti e i cori Colora meglio?” perciochè i cuori non sono i colorati, ma gli affetti de’ cuori. E questa stessa figura credo che fosse usata dal Petrarca in quel luogo: “Non vedete il mio cor ne gli occhi miei?” conciosiacosachè il Petrarca non dimostrava il suo cuore ne gli occhi, ma gli affetti del suo cuore. E molt’altri esempi de l’istessa figura si potrebbono (se non m’inganno), ritrovare nel Petrarca ed in altri scrittori: la quale alcun potrebbe stimar che quella fosse, in cui si pone il continente per lo contenuto, o il contenuto per lo continente: perchè gli affetti sono nel cuore, onde pare che dal cuore sian contenuti; nondimeno non essendo nel cuore come l’allogato è nel luogo, o come altra cosa contenuta è nel continente, non pare che sia la medesima figura, che metonomia è detta: e forse, oltre le figure ritrovate da gli altri, ce n’è una che pone il soggetto per le passioni e le passioni per lo soggetto; a la quale non è stato ancora posto nome. Molti esempi crederei nondimeno di trovarne ne gli altri poeti: e tra gli altri, uno credo che sia questo del cuore, c’ora ho addotto. E perchè quel ch’io giudichi de la figura usata da me, ho scritto a Vostra Signoria, vorrei ch’ella a me scrivesse che figura è quella usata da lei, quando dà l’aggiunto di <emph TEIform="emph">vittrici</emph> a l’<emph TEIform="emph">opre</emph>. E s’ella mi risponderà che sia metonomia, ne seguirà che la metonomia non solo ponga il trovator per lo trovato, e ’l possessor per lo posseduto, e il continente per lo contenuto, ed <foreign lang="lat" TEIform="foreign">e converso</foreign>, e dia a la cagione l’accidente o l’aggiunto de l’effetto, come Giulio Camillo disse; ma anco a l’effetto l’aggiunto de la cagione, ch’egli non disse; perciochè ne la sua figura è dato a l’opere, che sono effetti de gli uomini, l’aggiunto di vittrici, ch’è proprio de gli uomini: ma <emph TEIform="emph">arme vittrici</emph> si legge ancora in alcun poeta, e <emph TEIform="emph">causa vittrice</emph> in alcun altro. Nondimeno, quantunque l’armi siano così effetti de gli uomini come l’opere, la causa non è così effetto de gli uomini come sono l’opere. Ma di qual causa ivi si ragiona? Forse de la finale? dunque l’aggiunto, ch’è proprio del tacere, a la finale s’attribuisce. Ma se d’una di quelle, quali trattano i retori, con qual figura le si dà questo aggiunto? Aspetto d’udire il suo parere: io fra tanto voglio che sappi il mio, non solo di questa particolar figura, ma di tutte l’altre del parlare; il quale è, che se pur d’esse si può dare alcun’arte, la quale da Aristotele ne la Poetica e ne la Retorica fu tralasciata come impossibile, non sia stata data da alcuno ancora perfettamente. E a Vostra Signoria bacio le mani. Di Ferrara, li 10 novembre.</p>
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               <head TEIform="head">223</head>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVANN’ANTONIO VANDALI. Bagnacavallo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ne la lettera con la quale mandai a Vostra Signoria il sonetto in risposta del suo, le scrissi che si trovava ne’ poeti una figura che pone il soggetto per le passioni e le passioni per lo soggetto, a la quale non era stato dato ancor nome; et addussi per esempio del soggetto ch’è posto per le passioni quel verso del Petrarca: “Non vedete voi il cor ne gli occhi miei?” Ora ripensandoci, vi reco per esempio de le passioni poste per lo soggetto, quest’altro del medesimo poeta, c’allora non mi sovvenne: “Ov’amor vidi già fermar le piante.” E se ’n luogo di <emph TEIform="emph">passioni</emph> voleste dire <emph TEIform="emph">accidente</emph>, facilmente da me vi sarebbe concesso. Potrebbe alcun ridur questa figura sotto la metonomia, quasi sotto suo genere, e far molte specie di metonomia; ma sovra ciò avrò maggior considerazione. Fra tanto le bacio le mani: e se conosce il signor Giovanni de’ Gregori, ed ha seco amicizia, la prego che lo saluti in mio nome. Di Ferrara.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIULIO OTTONELLI</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Il sonetto di Vostra Signoria richiederebbe altra risposta di quella che da me si può dare nel mio stato presente. Però mi perdoni s’io sarò tardo a sodisfare a quello ch’in questa parte mi si conviene. E siccome non le prometto di dovere scrivere cosa che debba piacerle; così può esser sicura, che tutti i segni de l’animo suo mi sono grati oltre modo. E le bacio le mani. Di Ferrara.</p>
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               <head TEIform="head">225</head>
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                  <salute TEIform="salute">A CURZIO ARDIZIO. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mando a Vostra Signoria un sonetto, e la prego che ’l dia al signor principe per arra de la promessa ch’io le feci, e del desiderio ch’io ho di servirlo: e baci in mio nome le mani al signor Marcello ed a gli altri gentiluomini di Sua Altezza; e mi raccomandi ancora al signor Giovambatista Cavallaro. E viva felice. Di Ferrara, il 5 di decembre 1582.</p>
               <p TEIform="p">Prego Vostra Signoria che faccia ricopiar il sonetto prima che ’l mostri a Sua Altezza.</p>
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               <head TEIform="head">226</head>
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                  <salute TEIform="salute">AD ALESSANDRO POCATERRA (Dedicatoria)</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Questo picciolo dialogo, nel quale si discorre del Giuoco, operazione che tanto più artifiziosamente si fa, quanto meno a l’arbitrio de la fortuna soggiace, io dono assai volontieri a voi, signor Alessandro, acciochè con la vostra prudenza mi consigliate in modo, ch’io niuna azione di questa vita, ch’è quasi un giuoco, a la fortuna sottoponga. Voi gradite il dono, e siatemi cortese de’ vostri amorevoli consigli.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A BERNARDO GIUNTI, STAMPATORE. Venezia</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">L’amicizia cominciata tra Vostra Signoria e me co’ suoi doni, è stata cominciata nel più caro modo che possa essere, co’ doni massimamente de’ libri de la sua bella e buona stampa, i quali mi sono carissimi oltre tutti gli altri: laonde molto ne la ringrazio, e volentieri vorrei poter servirla in quel ch’ella mi chiede. Ma l’opere mie c’ha stampate, non solo sono state fatte da me fra molti disagi e molti disturbi; ma mi sono uscite ancora da le mani inconsideratamente e frettolosissimamente: sì che io l’ho vedute stampate con molto mio dispiacere. Crederei nondimeno di poter sodisfarmene facendo in tutte alcune mutazioni ed alcune aggiunte, salvo che nel Messaggiero, il quale ho più tosto scemato che accresciuto; ma però non senza mutar molte cose e molte migliorarne. E se mi sarà mai concesso di farlo, avrò quella considerazione a la cortesia di Vostra Signoria, che debbo. Fra tanto faccia de la stampa di quelli c’ha ne le mani ciò che le pare, ch’io non l’impedisco; e s’in altra cosa posso servirla, mi comandi. De la Volgare Eloquenza di Dante e de la Vita Nuova e de la Monarchia avrei gran bisogno; e se me li manderà, sarà sodisfatta da me o con danari o in qual altro modo più le piacerà. E le bacio le mani. Di Ferrara, il 21 di decembre 1582.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">228</head>
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                  <salute TEIform="salute">AD ALDO MANUZIO. Venezia</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Risponderò brevemente a due lettere di Vostra Signoria, e prima a la prima. Ho ricevute da messer Biagio Bernardi la Fabbrica e le Ricchezze de la lingua toscana, e gli Asolani ed il Corbaccio; ma non una Somma di teologia, la quale io le aveva parimente dimandata, e molto più desiderata. Mi sarà caro oltre modo che mi mandi con lei il Calepino e la Fiammetta e l’Istorie del Bembo, ma non le Lettere, perciochè questi giorni addietro mi furono date da messer Giulio Vasalini libraro di questa città.</p>
               <p TEIform="p">Che mi ringrazi de’ sonetti di Cosimo de’ Medici, è soverchio; perch’io debbo far molto più per onor d’un principe di tanto valore, di quanto fu Cosimo, e d’un letterato com’è Vostra Signoria. Ma le lodi ch’ella mi dà assai simili a quelle che già cotesti clarissimi signori davano a l’Aretino, sì come mi son poco convenevoli, così mi potrebbono esser più grate; e di ciò le direi un giorno assai volentieri la cagione. De gli altri miei componimenti Vostra Signoria avrà sempre quella parte ch’ella stessa vorrà, o ch’io potrò darle. Dopo le feste farò ricopiare il dialogo del Piacere onesto per mandarglielo; ma le Rime non posso mandarle sì tosto: perchè, oltre le stampate, io ho quasi dugento sonetti, i quali non possono essere scritti se non da me, e molti d’essi hanno bisogno d’alcun conciero; come hanno ancora gli stampati. Oltre a ciò, vorrei disporgli in miglior ordine di quello nel qual sono stati disposti, e fare l’argomento a ciascun d’essi: e quella fatica non è così picciola, che non ricerchi almeno due mesi di tempo; i quali sarebbono forse da me spesi in vano, s’io prima non facessi una diligente purga: ed in essa avrei gran bisogno del consiglio del signor Mercuriale e del signor Guilandino. E perchè ’l primo è de la patria del signor Bernardi, ne ragionerò con esso lui. Vostra Signoria m’aiuti quanto può; ch’io dal mio lato mi sforzerò per compiacerle quanto sia possibile.</p>
               <p TEIform="p">Sono stato più lungo ne la risposta de la prima, ch’io non credeva: or venendo a la seconda; il pittor bergamasco m’ha parlato non solo di pitture ma di statue, le quali non meno mi piacciono, e conferitomi un suo pensiero; ed io me gli sono offerto, in quel ch’era convenevole, assai semplicemente. Mi piace molto ch’egli sia tale quale Vostra Signoria mi scrive, per rispetto de la patria, a la quale son molto affezionato. I libri che scrive di mandarmi, non nomina quali siano, ed egli m’ha detto di non averli avuti; Vostra Signoria m’avvisi a chi li ha mandati, e per quale strada. Darò il sonetto al signor Bernardi senza fallo: non l’ho ancora fatto, e la prego che mi perdoni. Di Ferrara il 21 di decembre 1582.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">229</head>
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                  <salute TEIform="salute">AD ALDO MANUZIO. Venezia</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Questa mattina, avendo io già data al signor Giulio Mosti l’altra lettera ch’io scrivo a Vostra Signoria, è ritornato a vedermi messer Francesco Terzo, e m’ha donato il libro de l’Imagini de gli invittissimi principi de la Casa d’Austria, le quali mi son parute bellissime, ed opera veramente di mano eccellente. Laonde sì per lo dono, sì ancora per l’eccellenza de l’artefice e per la patria, mi reputo obligato di far per servigio suo quanto io posso. Ma quel ch’io ora posso, è molto poco. Ringrazio nondimeno Vostra Signoria, che m’abbia data occasione di conoscer uomo così raro; al quale questa state mi sforzerò di compiacere in alcun modo, se da’ servigi del serenissimo signor duca mio signore non sarò impedito. Ma dubito che ’l desiderio di sodisfare a lui non sia cagione ch’io prolunghi la stampa de le Rime: pur mi risolverò, e ne scriverò a Vostra Signoria; a la quale bacio la mano. Di Sant’Anna, il 22 di decembre 1582.</p>
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               <head TEIform="head">230</head>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVANN’ANGELO PAPIO. Bologna</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mi fu molto caro d’esser salutato dal signor Giacobino in nome di Vostra Signoria eccellentissima; ma più cara m’è stata la nuova del signor Giulio Segni, il quale non è venuto a vedermi senza lettere di Vostra Signoria eccellentissima. E perch’ella mostra desiderio di far alcuna cosa per amor mio, non saprei di quale pregarla principalmente: perciochè tante sono, e di tanta importanza, quelle ch’io desidero, che temerei di non parer poco discreto s’io volessi costringerla co’ prieghi a farne molte, o almeno alcuna de le principali. Non rimarrò nondimeno di dirle, ch’essendo io infermo d’infermità più tosto noiosa che grave, la quale è non meno fastidiosa a l’animo c’al corpo, in niun medico avrei fede maggiore, che nel signor Vincenzo Laureo, tanto amico di mio padre e di Vostra Signoria eccellentissima; il quale benchè ora sia vescovo, non si dee essere scordato de l’arte del medicare già da lui esercitata così felicemente e con tanta eccellenza: e come vescovo dee esser medico de gli animi; e ’l mio ho già detto ch’è infermo, e per la memoria de le cose passate non può esser sodisfatto de le presenti, nè spera che le future debbano esser tali, ch’egli se ne possa contentare a pieno. Eccole, signor mio, ch’io le ho accennato tanto de la mia infermità, quanto basta a buon intenditore. Faccia che non in vano le sia stata manifestata; e se più oltre desidera di saperne, n’avrà avviso innanzi al tempo nel quale si fanno ordinariamente le purghe. E benchè io commetta mal volentieri alcune cose a le lettere, mi sforzerò nondimeno di far che le sappia in alcun modo. Oltre di ciò, vorrei per sua intercessione impetrar licenza da Sua Beatitudine di tener l’Apologia di Dante, e il Decameron del Boccaccio, di qualunque stampa egli sia, non ostante alcun divieto fatto in contrario.</p>
               <p TEIform="p">Del signor Giulio Segni credo quel ch’ella me ne scrive, perchè so quanto sia buon giudice de l’ingegno e de la dottrina e de le composizioni altrui, quantunque egli non me n’abbia mostrata alcuna de le sue, nè ragionatomi di cosa per la quale io abbia potuto conoscere quale egli sia. Da me avrà già avuti due sonetti, che son gli ultimi ch’io abbia fatti. L’ho pregato che glieli mostri. S’ella anderà a Roma, accompagnerò la sua partita con alcuna mia poesia; e volentieri l’accompagnerei con la persona, e m’adoprerei in tutto ciò che per me si potesse, acciochè intieramente avesse ogni sua contentezza; perciochè non conosco persona più meritevole d’esser servita di quel ch’ella sia, da me particolarmente, il quale le son tanto obligato. Ma perchè non posso ora mostrarlemi in altra maniera più grato, che co ’l volerle esser obligato maggiormente, accetti la mia buona volontà, e accresca gli oblighi miei. E le bacio le mani. Di Ferrara, il 23 di gennaio 1583.</p>
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               <head TEIform="head">231</head>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN’ANGELO PAPIO. Bologna</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Oggi è tornato a vedermi l’amico di Vostra Signoria eccellentissima, e m’ha mostrati alcuni versi latini, che a me paiono assai belli. Ma in altro tempo mi riserbo a scriverle de le poesie. Ora la prego che voglia con sue lettere pregare il signor Giulio Cesare Brancaccio, del quale è tanto amica, che venga a vedermi; perciochè a lui dirò molte cose che non posso nè debbo confidare altrui. E se a Vostra Signoria eccellentissima parrà di poter spendere l’autorità sua in favor mio, le ne resterò molto obligato, ed al signor Giulio Cesare ancora, co ’l quale non ho molta intrinsichezza: nondimeno so che è valoroso cavaliere. E le bacio le mani. Di Ferrara, il 25 di gennaio 1583.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A MAURIZIO CATANEO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">L’avviso che Vostra Signoria mi dà de’ miei nepoti, m’è stato molto caro, perchè io gli amo assai; e s’io potessi far per loro quanto vorrei, essi non avrebbono ad alcuno maggior obligo, che a me: ma credo che sappiano il mio stato. Nondimeno, quel che potrò far per loro, il farò di buon cuore; e s’io potrò parlar questo carnevale al signor duca di Ferrara, il supplicherò che accetti l’un di loro per suo paggio; se non potrò, pregherò alcun di questi signori suoi favoriti, che gli chieda questa grazia in mio nome. E se mi sarà conceduta, n’avrò una de le gran consolazioni che io possa ricevere. Ma perchè per molte altre cagioni ho bisogno di parlar con Sua Altezza, se non mi riuscisse di poter ciò fare questo carnevale, cercherò di trovare alcuna occasione questa quaresima, o dopo pasqua. De l’altre cose le scrissi abbastanza la settimana passata; e le avrei scritto più a pieno, se non fosse ch’io mal volentieri confido ogni segreto a le lettere. Piaccia al Signor Iddio, che possiamo ragionare un giorno insieme lungamente. Le mando due sonetti fatti nel nascimento del figliuolo del signor conte Giovan Domenico, e la prego che gli mostri a monsignor illustrissimo suo, ed a cotesti altri signori a’ quali rendo il saluto, e particolarmente a monsignor reverendissimo di Sorrento. Al signor abbate, ed a monsignor Masetto, ed a Vostra Signoria bacio le mani. Di Ferrara, il 4 di febraio 1583.</p>
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               <head TEIform="head">233</head>
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                  <salute TEIform="salute">AL CONTE SCIPION SACRATO. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mando a Vostra Signoria un sonetto, nel quale parlo co’ miei libri; e se le piacerà di mostrarlo al signor duca, mi farà piacere. <emph TEIform="emph">Novo Alfonso</emph> dico, come disse il Petrarca <emph TEIform="emph">novo Carlo</emph>, parlando di quel re c’allor vivea. Aspetto che mi faccia sapere alcuna cosa intorno a quello di ch’io le parlai: e le bacio le mani. Di Ferrara il 9 di febraio 1583.</p>
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               <head TEIform="head">234</head>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVANN’ANGELO PAPIO. Bologna</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mi piace grandemente che Vostra Signoria eccellentissima abbia prolongata la sua partita sino al fine d’aprile; perchè in questo mezzo avrò forse occasione di parlar al signor Brancaccio, al quale dirò alcuni particolari che per molte cagioni non mi pare di poter confidar a le lettere. Fra tanto Vostra Signoria eccellentissima creda certo, che non ha alcun amico o servitore, che più di me sia per rallegrarsi d’ogni sua buona fortuna. E le bacio le mani. Di Ferrara, il 7 marzo 1583.</p>
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               <head TEIform="head">235</head>
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                  <salute TEIform="salute">A ERCOLE COCCAPANI. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vostra Signoria mi farà cosa gratissima se pregherà il signor duca di Ferrara in mio nome, che si contenti di leggere la prima parte di questo dialogo con quegli occhi amorevoli, co’ quali altre volte gli è piaciuto di favorir me e le mie le cose: e gli dica, che mi sarà grato che ’l mostri ad alcuni di questi suoi gentiluomini, i quali hanno maggior gusto di sì fatte cose; perciochè io non vorrei che molto si divolgasse. Resti servito il signor duca di mandarlo a Napoli per la strada del cardinale Granvela; e Vostra Signoria mi favorisca di farne da messer Agostino o da messer Febo suo cavarne copie; una de le quali sia mandata al signore Scipione Gonzaga, che l’indrizzi a la corte de l’imperadore, e la faccia vedere così secretamente in Roma ed in Mantova; e l’altra al signor Filippo marchese d’Este, che la mandi in Ispagna, mostra ch’in Turino l’avrà ad alcuni pochi; fra’ quali vorrei che fosse il signor Agostino Diacci: non parlo di Loro Altezze, per non gravarle oltre quello che lor piacerà.</p>
               <p TEIform="p">Vostra Signoria dica al signor duca, che poichè la mia fortuna ha voluto ch’io cada ne la sua disgrazia, niun ho maggior desiderio che di potere con maggior alcuna mia onestà e grata sodisfazione ricuperarla. E che ’l prego, c’assicurandosi di ciò, voglia dal suo lato far quello che giudicherà degno de la grandezza de l’animo suo. Se Vostra Signoria mi manderà la carta e i libri, mi farà cosa gratissima. S’il signor duca, o alcuna di quelle dame che gli son più grate, mi manderà soggetto per alcuna composizione, mi sforzerò di far che ’l signor duca resti sodisfatto.</p>
               <p TEIform="p">S’io avessi avuto libri, ne l’orazione del Martelli avrei cercato d’esprimere lo stile de’ fiorentini moderni; ma non n’avendo avuti, non l’ho fatto: ma co ’l medesimo mio stile ho scritta l’una e l’altra orazione. E Platone nel Fedro co ’l medesimo stile fa l’orazione di Lisia e quella di Socrate, sebbene non co ’l medesimo artificio. Io non mandai a Vostra Signoria il rimanente del dialogo, perchè non intesi nuova, s’ella l’avesse avuto o non avuto. Ora m’ha mandato un giovine ch’io conosco, in servigio del signor Cornelio; potrebbe essere ch’ella l’avesse tolto a’ suoi servigi: ma non so c’altro dire a Vostra Signoria, se non c’aspetto che mi parli in senso proprio, o mi scriva.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A TORQUATO RANGONE. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Risponderò al signor Paolo, e farò il sonetto che m’addimanda. Le canzoni furono da me fatte per servigio d’alcuni miei signori, da’ quali ne potrà facilmente aver copia; ma io non gliele darei volentieri senza licenza loro. Pur sarà servita in alcun modo: non però così tosto, perchè ora son occupato in iscrivere ad un mio amico, il quale già molti mesi sono mi mandò un’operetta volgare per intenderne il mio parere, nè ho potuto prima sodisfarlo. La prego dunque che mi perdoni, s’io tardassi alcun giorno: e le bacio le mani. Di Ferrara, il 21 di marzo 1583.</p>
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               <head TEIform="head">237</head>
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                  <salute TEIform="salute">A ***. Modena</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Quantunque conservassi grata memoria di quel giorno che Vostra Signoria mi visitò in compagnia del signor conte Gherardo Rangone, m’è nondimeno stato assai caro ch’ella abbia voluto rinovarla; e la ringrazio del desiderio che ha di favorirmi, al quale ora non posso corrispondere in altro modo più prontamente che co ’l mandarle il sonetto al signor Alberto Parma; e vorrei che fosse degno di lui e di quella signora ch’egli celebra. Ma qualunque egli sia, l’ho fatto volentieri per rispetto de l’una e de l’altro, e di Vostra Signoria che me n’ha pregato; e se sarà accettato con quello stesso animo co ’l quale io l’ho composto, non potrà se non piacere. E le bacio le mani. Di Ferrara, il 24 di marzo 1583.</p>
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               <head TEIform="head">238</head>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVANN’ANGELO PAPIO. Bologna</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">La visita del signor Decio Cavenago, e del signor Benedetto Pieni, e del signor Alfonso Casati, m’è stata molto grata; e più sarebbe stata, s’avesse confermata in me la speranza de la venuta di Vostra Signoria a Ferrara. Stimo nondimeno d’averle grand’obligo, che m’abbia data occasion di conoscere questi gentiluomini, i quali mi sono paruti degni d’esser onorati, non solo amati. E se non bastasse il testimonio de le sue parole che persuadono ciascuno, efficacissimo sarebbe quello de le lor graziose maniere, che possono quasi sforzar gli animi. Però gli ho ricevuti nel numero de’ più cari amici e signori miei; e particolarmente il signor Benedetto, co ’l quale ho parlato liberamente d’alcuni miei particolari; e Vostra Signoria n’avrà da lui informazione. E credo che per l’avvenire m’aiuterà, se non con le facoltà che sono minori del suo merito, almeno con l’autorità che gli è eguale. E le bacio le mani. Di Ferrara, il dì 26 marzo 1583.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A MUZIO MUZZOLI. Bologna</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Benchè molto mi spiacciano le mie imperfezioni, e particolarmente perch’io sono per ciò meno atto di servire a la signora duchessa di Sora; nondimeno s’io con esse le sono caro, come Vostra Signoria mi scrive, assai volentieri ho quello obligo a la sua grazia, il quale non ho nè a la natura nè a la fortuna; e mi giova di credere che poc’altri le ricopriranno con maggior cortesia, o le scuseranno con maggior amorevolezza. Scoprale dunque Vostra Signoria quanto può de’ miei difetti, che tutto spero che debba essere per mio piacere: ma non vorrei che facesse l’istesso con monsignor illustrissimo Guastavillani; al quale benchè sia forse noto il mio stato, tuttavia appresentandogli Vostra Signoria questa lettera, vorrei che l’accompagnasse con alcuno ufficio di cortesia, in modo ch’io ricevessi la risposta sua conforme a l’espettazione la quale io n’ho. L’altre lettere che mi scrive che sono caldissime, non so di chi siano; ma son volonterosissimo d’intenderlo: però aspetto la sua venuta, la qual mi sarà più cara, se sarà senza alcuno suo incommodo. Fra tanto baci in mio nome le mani al signor Pendasio, e gli dica da parte mia, che s’egli desidera vedermi in Bologna, può procurare ch’io sia in mia podestà di venirci; perchè quando io non ne avessi altra occasione, egli solo può bastare a tirarmici. E baci similmente le mani al signor Giovann’Antonio Orsino: e viva lieta. Di Ferrara, il 19 di maggio del 1583.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL CARDINALE FILIPPO GUASTAVILLANI. Bologna</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Benchè il favore che Vostra Signoria illustrissima s’apparecchia di farmi, come mi scrive il signor Muzzolo, sia tanto grande, che supera senza proporzione ogni merito mio; nondimeno non voglio, quasi pusillanimo, rifiutarlo; ma più tosto farmeli arditamente a l’incontra. La supplico dunque, che si degni di consolarmi con le sue lettere, e di confermare quella speranza, la quale io ho, di poterla un giorno servire. E quantunque ciò dovesse esser tardi, non mi parrà grave d’aspettarlo, s’io l’aspetto sotto la sua protezione; e mi sforzerò di mostrarmi sempre più meritevole di ricever la sua grazia, conforme a la buona volontà la quale altre volte ho conosciuta in lei. E le bacio le mani. Di Ferrara, li 19 di maggio del 1583.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A TORQUATO RANGONE. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Avrò caro di veder Vostra Signoria, non per ricever da lei alcun ringraziamento di parole, il quale è soverchio, ma perchè prendo tanto piacere de la sua conversazione, quant’io so di non poterle dar con la mia; perciochè <foreign lang="lat" TEIform="foreign">tot oblita mihi sunt carmina</foreign>, e tant’altre cose, che per l’avvenire io dovrei più tosto ascoltare che essere ascoltato. De l’offerte che poi mi fa, le resto con molt’obligo, nè le ricuso ne l’occasioni. E le bacio le mani. Di Ferrara, il 4 di giugno 1583.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL CAVALIER FLAMINIO CATTABENE. Fossombrone</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Avevo già prima intesa la nuova de le nozze fra ’l signor marchese del Vasto e la signora donna Lavinia, e m’era stata tanto cara, quanto è il desiderio ch’io ho de la felicità loro; nel quale io non cedo ad alcun de’ loro servitori. Nondimeno m’è stato carissimo che Vostra Signoria me l’abbia confermata, non solo perchè di dubbio ch’io n’era, ne sono stato fatto certo; ma ancora perchè Vostra Signoria mi dà occasione di mostrare a l’uno ed a l’altra alcuna parte de la molta affezione ed osservanza ch’io porto loro; la quale io prendo assai volentieri: e piaccia a Nostro Signore di darmene spesso di simili; chè sempre più volentieri le prenderò. Ma come Vostra Signoria può sapere, io soglio esser allora men felice ne le composizioni, ch’io mi sforzo d’esser più presto; laonde non voglio prescrivermi spazio alcuno di tempo. Ma le prometto di mandarle una canzona quanto prima potrò, la quale se sarà presentata da Vostra Signoria con quelle parole le quali le detterà la sua cortesia, non potrà se non piacere; perchè la grazia, ne la quale è appresso cotesti signori, la farà parer bella, quantunqu’ella non fosse. E con questo farò fine, ringraziandola molto de le offerte fattemi da lei, le quali io non ricuso. E le bacio le mani. Di Ferrara, il 14 di giugno del 1583.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A MARFISA DA ESTE</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Monsignor Licino, il qual procaccia la mia liberazione, presenterà a Vostra Eccellenza un picciol dialogo d’Amore, nel quale io ho voluto rinovar la memoria di quel favore che le piacque di farmi, già due anni sono; e supplicarla, che non solamente mi conceda l’istessa grazia, ma voglia darmi favore ne l’espedizione di questo negozio, accioch’io possa continovare ne la mia devota servitù, più lontano che vicino. Fra tanto si degnerà di dare al signor Gianluca, ed al signor Pocaterra quelle cortesi commessioni ch’io aspetto da la sua pietosa liberalità. E le bacio le mani. Di Sant’Anna.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIROLAMO MERCURIALE. Padova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Sono alcuni anni ch’io sono infermo, e l’infermità mia non è conosciuta da me: nondimeno io ho certa opinione di essere stato ammaliato. Ma qualunque sia stata la cagione del mio male, gli effetti sono questi: rodimento d’intestino, con un poco di flusso di sangue: tintinni ne gli orecchi e ne la testa, alcuna volta sì forti che mi pare di averci un di questi orioli da corda: imaginazione continua di varie cose, e tutte spiacevoli; la qual mi perturba in modo, ch’io non posso applicar la mente a gli studi pur un sestodecimo d’ora; e quanto più mi sforzo di tenervela intenta, tanto più sono distratto da varie imaginazioni, e qualche volta da sdegni grandissimi, i quali si muovono in me secondo le varie fantasie che mi nascono. Oltra di ciò, sempre dopo il mangiare la testa mi fuma fuor di modo, e si riscalda grandemente; ed in tutto ciò ch’io odo, vo, per così dire, fingendo con la fantasia alcuna voce umana, di maniera che mi pare assai spesso che parlino le cose inanimate; e la notte sono perturbato da vari sogni; e talora sono stato rapito da l’imaginazione in modo, che mi pare d’aver udito (se pur non voglio dire d’aver udito certo) alcune cose, le quali io ho conferite co ’l padre fra Marco capuccino apportator de la presente, e con altri padri e laici con i quali ho parlato del mio male: il quale essendo non solo grande, ma spiacevole sovra ciascuno altro, ha bisogno di possente rimedio. E benchè niun miglior rimedio si possa aspettar di quel che ci viene da la grazia d’Iddio, il quale non abbandona mai chi fermamente crede in lui; nondimeno, perchè la sua divina misericordia ci concede che noi, i quali uomini siamo, possiamo ricercare ancora i rimedi umani, io ricorro a Vostra Signoria eccellentissima per consiglio e per aiuto: e la prego che non potendo mandare i medicamenti istessi, come io vorrei, mi scriva almeno il suo parere; del quale io feci sempre grandissima stima, ed ora più volentieri mi ci atterrei che a quel di molti altri. Signor mio, quanto il bisogno è maggiore e maggior l’infelicità, tanto sarà maggior l’obligo ch’io le avrò, s’io ricuperarò la sanità per opera sua. E quantunque ora non solo per rispetto de l’infermità, ma per gli altri tutti, io possa dire d’essere in pessimo stato; tuttavia, per grazia di Nostro Signore, m’è rimaso tanto del mio solito ingegno, ch’io non sono ancora inetto al comporre. Ed in questa parte Vostra Eccellenza può aspettare da me ogni sorte di gratitudine: e s’alcuna mercede può o dee da lei a me esser ricercata, è questa; la quale non sarà mai ricercata in vano, ma molte volte pagata senza ch’ella sia dimandata. Mi farebbe ancora molto piacere d’intender il parere del signor Melchior Guilandino, e di raccomandarmi al signor Giovan Vincenzo Pinello caldissimamente, il quale ho portato molti anni nel seno, e porto ancora. E le bacio le mani. Di Ferrara, la vigilia di san Pietro del 1583.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIULIO SEGNI. Bologna</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vostra Signoria mi dimanda perdono di cosa, de la quale merita più tosto d’essere ringraziata, cioè d’aver fatti stampare i due sonetti che io scrissi al signor Papio, in compagnia di quelli di tanti altri eccellenti ingegni, con la quale sono più onorati che non sarebbono per se stessi. Poichè dunque Vostra Signoria, e come credo per modestia, chiede quel che non deve; io, per non insuperbire di soverchio, le renderò quelle grazie le quali le sono dovute per sì cortese giudicio, com’ella ha fatto, di me. Ben è vero che mi sarebbe stato più caro di vedere stampato il secondo sonetto, con una mutazione nel settimo verso, la qual’è questa:
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                     <l part="N" TEIform="l">E Roma sol può darti i premi degni;</l>
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acciochè a coloro i quali severamente sogliono giudicare de l’altrui composizioni, e particolarmente del numero de’ versi, non paresse di caminare per alcuna strada ineguale, come si trova spesso in coteste montagne. E pregandola ch’ella racconci il suo testo in questo modo, le bacio le mani. Di Ferrara, il 29 di luglio del 1583.</p>
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               <head TEIform="head">246</head>
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                  <salute TEIform="salute">A CESARE DA ESTE. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">La scrittura la quale ha mandata a Vostra Eccellenza illustrissima quel gentiluomo suo amico è così lunga, che m’ha quasi spaventato: però ho toccate solamente alcune le parti più piacevoli che appartengono a gli scherzi de’ concetti amorosi, ed a la bellezza de gli occhi e de’ denti; l’altre più gravi, de le virtù de l’animo, non ardisco di trattare in questi caldi. E s’io avessi potuto, avrei prima pagato quel debito, il quale volontariamente ho fatto; e voglio pagarlo, tardi o per tempo. Però prego Vostra Eccellenza che prenda questa parte come da povero creditore, il qual essendo prima ad altri obligato, dà a chi gli fa maggiore instanza quel ch’egli può. E le bacio le mani. Da le mie stanze in Sant’Anna, li 2 d’agosto del 1583.</p>
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               <head TEIform="head">247</head>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN VINCENZIO PINELLI. Padova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Dopo tanti mesi ed anni, ch’io non ho avviso alcuno di Vostra Signoria, voglio che mi giovi di salutarla e di pregarla di molte cose in un tempo. La prima, che mi mandi un libro de l’Imagini de la Casa d’Austria, stampato dal signor Manuccio; il quale da me le sarà restituito fra pochi giorni. L’altra, che mandi l’inchiuso sonetto ad un frate cremonese de’ canonici regolari, il quale a questa ora dee esser giunto a San Giovanni in Verdara, e con la solita cortesia le raccomandi il ricapito. La terza, che preghi il signor Mercuriale a mandarmi la ricetta de la conservativa; la qual vorrei che fosse giovevolissima e buona per la memoria, e rimediare a’ fumi de la testa. E tutte queste cose aspetto conforme a la nostra antica amicizia; la qual dal mio lato crescerà sempre con più illustri testimoni. E le bacio le mani; ed insieme a’ clarissimi signori Mocenigo e Gradenigo. Di Ferrara.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A CESARE DA ESTE. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mando a Vostra Eccellenza due madrigali de la lepre: e gliene avrei mandato maggior copia, s’io non avessi creduto, che le dovesse rincrescere di leggerne molti, in simile occasione massimamente, ne la quale le lepri possono aver più facilmente luogo nel convito, ch’inanzi o doppo. E se a sorte aggiungerò il terzo a gli altri due madrigali, non sarà tanto per accrescere il numero, quanto per farlo perfetto. Con che a Vostra Eccellenza illustrissima bacio e ribacio le mani senza fine. Da le mie stanze, il 15 d’agosto.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A CESARE DA ESTE. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Quel giorno che Vostra Eccellenza darà da desinare a Sua Altezza potrà assai convenevolmente addimandarle alcuna grazia per me; però gliene do ricordo: e se le pare ch’io sia in qualche luogo vicino, per baciarle poi la mano, io ci verrò assai volentieri. Fra tanto le mando due altri madrigaletti per quel cavalier suo amico; et andrò, forse, facendo alcuna altra cosetta. E me le raccomando con tutto il cuore. Da le mie stanze, il 16 d’agosto 1583.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A MAURIZIO CATANEO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">La lettera di Vostra Signoria de’ 17 d’agosto m’è stata molto cara, come sono state tutte l’altre sue, le quali conservo fra l’altre ch’io ho di maggiore stima, e conserverò sempre per memoria sua e de l’illustrissimo signor cardinale Albano, la grazia del quale io desidero a par di quella di ciascun altro principe. E s’io ne possiedo alcuna parte, me ne rallegro infinitamente; e priego Vostra Signoria che mi consegli in modo, ch’io non debba aver dubbio alcuno, perch’io conosco d’averne bisogno, e d’esser caduto per poca prudenza in queste calamità, da le quali non sono ancora in tutto risorto. Quantunque il serenissimo signor duca di Ferrara e le serenissime signore duchesse m’abbiano usate assai cortesi parole, e facciano fatti per gli quali io possa sperare di racquistare intieramente le grazie de la Loro Altezza; nondimeno credo che le raccomandazioni di monsignor illustrissimo suo mi gioveranno molto. E lo supplico per mezzo di Vostra Signoria (che è il più grato ch’io possa adoperare), che riducendosi a mente l’antica sua amorevolezza, impieghi ogni sua autorità perch’io resti alfine contento. E tanto basti di questo sinora.</p>
               <p TEIform="p">Al sonetto de la signora Margherita Sarrocchi ho risposto non profumatamente, perch’io non sto fra’ profumi, i quali nondimeno mi piacciono assai; ma come ho potuto, e come mi pareva convenevole a lo stato nel quale mi ritrovo, dovendo particolarmente mandare il sonetto in Roma. Mando ancora a Vostra Signoria un altro sonetto, il quale è scritto a lei medesima per un vivo testimonio de l’affezione ch’io le porto; de la quale vorrei poter mostrarle segni più manifesti. Ma accetti ora questo come da uomo sincerissimo, e m’aiuti in tutto quel che può co ’l conseglio e con l’autorità sua e del suo padrone, o più tosto nostro; al quale desidero lunga vita, e l’adempimento de’ suoi santi desideri. E le bacio le mani; ed insieme al signor abbate suo, ed a Vostra Signoria: e la prego che mi raccomandi a tutti i gentiluomini di casa. Di Ferrara, il 21 d’agosto 1583.</p>
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               <head TEIform="head">251</head>
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                  <salute TEIform="salute">A TORQUATO RANGONE. Modena</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Il signor Bernardo Tasso mio padre, dal quale io dovrei prendere esempio in tutte le cose, ma particolarmente in quel che appartiene a la creanza che dee essere usata tra gentiluomini, soleva dire che gli uomini generosi non debbono conservare alcuna inimicizia con le donne: e bench’io stimi d’essere stato disfavorito da tutte le gentildonne d’Italia, e non manco che da l’altre, da quella signora la quale Vostra Signoria mi persuade ch’io lodi; nondimeno non debbo nè voglio negarle quel che mi dimanda. Ma, come dovrebbe sapere, ora son poco disposto al poetare, e potrebb’essere che fra qualche giorno io mi sentissi manco male. Fra tanto saprei volentieri quel che mi dee dire in nome de la signora Tarquinia, a la quale baci le mani da mia parte; e mi conservi in sua grazia. Di Ferrara, il 26 d’agosto 1583.</p>
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               <head TEIform="head">252</head>
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                  <salute TEIform="salute">A MAURIZIO CATANEO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Rileggendo questa mattina il sonetto il quale scrissi l’altro giorno a Vostra Signoria, mi sono accorto che cominciando l’ultimo verso quasi da le medesime lettere ne le quali fornisce il penultimo, sarebbe stato meglio in luogo de la parola <emph TEIform="emph">onde</emph>, porre <emph TEIform="emph">da cui</emph>: e così vi prego che racconciate. Ma parendomi che questa fosse troppo picciola occasione di scrivervi, ho deliberato di farvi un altro sonetto; e subito dopo desinare l’ho fatto, e ve lo mando: e vi prego che facciate in modo ch’io possa scrivere più spesso non solo a voi, ma di voi; perciochè io sono stato tanto avaro de la vostra grazia, quanto ambizioso di quella di monsignor illustrissimo Albano, il quale spero che non si dimenticherà di me in alcuna occasione. Fategli riverenza in mio nome, ed al signor abbate ancora: e se scrivete a monsignor arcivescovo di Sorrento, baciategli le mani da mia parte. Vorrei salutarlo con qualche poesia; ma non so da qual lato cominciare, se da voi non mi è mandato il soggetto. Vivete lieto, ed amatemi. Di Ferrara in Sant’Anna, il 29 d’agosto del 1583.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">253</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN VINCENZIO PINELLI. Padova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Prego Vostra Signoria per l’amor di Cristo, che voglia rispondere a le mie lettere, acciò ch’io possa co ’l suo favore pensar d’uscire in alcun modo da questa pregionia de lo spedale dove io sono, e da l’estrema presente miseria ed infelicità. Ed a Vostra Signoria bacio le mani. Da le prigioni di Sant’Anna, di Ferrara.</p>
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               <head TEIform="head">254</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A ERCOLE RONDINELLI. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ho fatto un sonetto ne l’infermità di monsignor illustrissimo d’Este, de la quale tanto mi dolgo quanto alcun altro suo servitore: e prego Vostra Signoria che glielo mandi a buon ricapito, e mi conservi in sua grazia; o più tosto faccia ogni opera perch’io la ricuperi intieramente. E le bacio le mani. Da le mie stanze, il 2 di settembre del 1583.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">255</head>
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                  <salute TEIform="salute">A ERCOLE RONDINELLI. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mando a Vostra Signoria l’istesso sonetto, nel quale ho rassette alcune parole non infelicemente nel fine. Però la prego che mandi questa copia e stracci l’altra, o la serbi, se le pare; e, se le pare, ancora può conciar così il settimo verso:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">Pensa al suo porto ricondursi l’alma.</l>
                  </quote>
               </p>
               <p TEIform="p">Questo dico, se quel passo paresse metter la cosa in troppo pericolo. E le bacio le mani. Da le mie stanze, il 2 di settembre del 1583.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">256</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Benchè io abbia ferma fede che ne la manna ch’esce del corpo di sant’Andrea sia quella virtù che Vostra Signoria illustrissima mi scrive, nondimeno perchè lo scatolino è venuto aperto, nè so per quale strada, s’è rinnovato in me quel dubbio del quale scrissi già a Vostra Signoria molt’anni sono. Però non ho voluto pigliarne per bocca, nè mi risolverò a prenderne, se da l’Alario suo o da alcun altro de’ suoi non me ne sarà portata un’altra ampollina; e starò aspettando sin che ’l mandi in Lombardia per qualc’altro suo affare, come suole quasi ogn’anno. Fra tanto preghi, come scrive, per la mia salute e contentezza mia, non solo il Signore Iddio, ma ancora i principi del mondo, i quali con la sua grazia assai facilmente potrebbono contentarmi. Ed intanto le mando alcuni sonetti, tre de’ quali sono scritti a l’eccellentissimo signor Vespesiano Gonzaga, uno al padre Bonaventura suo fratello, e gli altri quattro a Vostra Signoria illustrissima. E stimo che la maggior parte n’avrà veduti stampati; pur io gli ho mutati dipoi in alcuni luoghi, e, come mi pare, miglioratili: il che non dubiterei di fare in tutte l’altre mie cose, s’io potessi ricuperare intieramente la sanità. Ma così di questi, come di tutto ciò che io le manderò, o le ho mandato, aspetto d’intendere il suo parere, il quale dovrebbe essere accompagnato da la sua cortesia. Peroch’ella potrà sapere, c’avendo io perduto, con la provisione ch’io aveva da Sua Altezza, tutto l’utile ch’io sperava da le stampe de l’opere mie, ed alcun’altre mie cose, sto a discrezione di questi ministri di corte; sicchè assai spesso ho bisogno di por mano a la borsa per cose necessarie o convenevoli. E per questa cagione ancora avrei voluto ch’ella cercasse di far co ’l signor principe suo quello effetto, ch’io per mia naturale vergogna era impedito di proccurare: la quale, comechè in alcun’altre cose possa essere scemata in qualche parte, in queste non è stata ancora diminuita da la mia povertà e quasi mendicità. Ma perchè la lettera non si vergogna, scriverò più liberamente a lei, che non avrei parlato con alcuni de’ gentiluomini di Sua Altezza: oltrechè l’amicizia ch’io ho con esso loro non è tanta, quanta è la servitù ch’io ho con Vostra Signoria illustrissima. Però me le raccomando; e se il signor principe ha bisogno di sprone, non dovrebbe mancare alcuno che fosse mosso da l’autorità di Vostra Signoria illustrissima, o da quella di qualche amico e parente suo. Egli se n’è ritornato a Mantova, senza ch’io abbia veduto alcun de’ suoi: ma per dir il vero, non l’ho ricercato. Laonde il dialogo gli si potrà mandare a tempo: e se le scorrezioni non sono tante, che non possano essere corrette da Vostra Signoria illustrissima, non è necessario che mel rimandi. Gliene vorrei mandar un altro, e tutte l’altre mie cose di mano in mano, sì come io verrò correggendole: ma ho bisogno d’aiuto, e di non essere impedito. Pur mi prenderei per trattenimento molte cose, e le farei volentieri per altrui servizio, se cessassero quelle che mi danno maggior noia. Però di nuovo me le raccomando, e più in quello che più importa. E senza più, le bacio le mani. Di Ferrara, li 13 di settembre 1583.</p>
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               <head TEIform="head">257</head>
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                  <salute TEIform="salute">A MAURIZIO CATANEO, Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Non risposi la settimana passata a la lettera di Vostra Signoria, perch’io voleva insieme rispondere al sonetto del signor Roncione; ma trattenuto da varie occupazioni non ho potuto dargli ancora risposta. Però non ho voluto tardar più di darla a l’ultima sua. Dico, dunque, che le raccomandazioni de l’illustrissimo signor cardinale Albano e del signor abbate al serenissimo signor duca di Ferrara, non mi potranno portar se non molto giovamento; laonde quanto prima saranno fatte da loro tanto maggiore sarà l’obligo mio. Ma a quel che sarà dettato loro da la cortesia, de la quale ho conosciuto così pronti effetti altre volte, vorrei che particolarmente s’aggiungesse, che Sua Altezza mi facesse grazia di darmi un giorno udienza, dopo la quale io scriverò a Vostra Signoria quel che mi sarà succeduto. E quantunque io dovessi aspettar da la sua clemenza tutte le grazie, perciochè niuna par che mi si possa negar convenevolmente, o per consolazione de le tante calamità ne le quali son caduto, o per guiderdone de la buona intenzione che mi condusse a Ferrara, o per ristoro de’ danni ch’io ho sofferti per cagione de’ suoi ministri o de’ miei nemici, o per dono de la sua liberalità, la quale è stata sempre grandissima verso i suoi servitori; nondimeno, perchè non aspetto da Sua Signoria illustrissima se non che scusi me de gli errori commessi oltre ogni mio proponimento, assai rimarrò sodisfatto de gl’intercessori e del principe, appresso il quale s’intercede, se l’Altezza Sua esaudirà almeno alcuna parte de le mie preghiere, com’io credo che debba fare. E con questo facendo fine, prego Vostra Signoria che ne dia ricordo al signor cardinale suo, e baci da mia parte le mani al signor Toso ed al signor Roncione, a’ sonetti de’ quali risponderò un’altra volta; e sopra tutti, al signor abbate. E viva lieta. Di Ferrara, il 20 di settembre 1583.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">258</head>
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                  <salute TEIform="salute">A BIAGIO BERNARDI. Forlì</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Al ritorno di Vostra Signoria risponderò al sonetto del signor Humaio, come sono obligato per la sua cortesia. Nè si maravigli s’io prendo tempo a rispondere, perciochè Febo m’è molto avaro; il quale avendo fatto quell’arte di stampare e di vendere i libri miei, ch’io pensava già di fare, se ne sta in Parigi fra dame e cavalieri, e si dà bello e buon tempo; nè mi fa parte alcuna de’ danari che se ne ritraggono, come m’avea promesso per sua poliza. Ma se d’altra arte di Febo intende il signor Humaio, saprei volentieri intorno a ciò la sua opinione; perciochè coloro i quali vogliono che la poesia sia furor poetico ispirato da Febo e da le Muse, non concedono ch’ella sia arte, come Vostra Signoria potrà considerare nel Jone di Platone. Comunque sia, di due cose l’assicuro: l’una, ch’io non sono di que’ poeti che non intendono le cose scritte da loro; l’altra, ch’io scrivo con molta fatica, la quale non soglion durare coloro che compongono mossi dal furor poetico. E tanto ella è maggiore, quanto è più nuova a me; il quale, prima che la memoria mi si fosse indebolita, soleva rade volte por mano a la penna, come colui che riteneva ne la mente trecento e quattrocento stanze per volta, ed ora appena posso ricordarmi d’un sonetto; e s’egli non è fatto molto di fresco, me ne dimentico in tutto. Sicchè, tra questa cagione e ’l rincrescimento ch’io ho di tutte le cose, non prendo quel piacer ch’io prendeva ne gli studi. Però Vostra Signoria mi scuserà s’io non potrò mandarle cos’alcuna di nuovo, se non forse qualche sonetto che non mi paia grave da ricopiare. E s’ella crede che l’arte del signor Mercuriale possa o ritornarmi la memoria perduta, o conservarmi questo poco che m’è rimaso, n’avrò grand’obligo a l’Eccellenza Sua ed a Vostra Signoria. Vidi il suo parere, che mi mandò in iscritto; e volentieri mi caverei sangue, e mi farei un altro cauterio nel braccio, come egli consiglia. Ma quello de la gamba, e l’astinenza del vino ch’egli mi comanda, sono rimedi troppo fastidiosi. Dico l’astenersene in tutto, ed il bere brodo di continuo; perchè nel ber poco vino e temperato, l’ubbidirei senza difficultà, s’io potessi far l’altre cose. Però prego Vostra Signoria che ritornando in qua, m’aiuti col signor conte Cammillo a risanare, o a conservarmi, prima che ve n’andiate a Padova. E se Vostra Signoria mi farà aver la ricetta ancora de la conserva, la quale vuol il signor Mercuriale ch’io prenda, mi sarà sopra modo cara; e tanto più, quanto ella sarà più grata al gusto: perchè, come Vostra Signoria sa, l’eccellenza de’ medici consiste in buona parte in dar le medicine non solo salutifere ma piacevoli. Ricordo dunque al signor Mercuriale, ch’io sono infermo, e che mangio con buono appetito, ma per altro assai fastidioso. Ed intanto stia sana; ch’io me le raccomando. Di Ferrara, il primo di ottobre 1583.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">259</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">AL CONTE ALFONSO TURCO. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ho letto il sonetto del Melchiori, dal quale sono stato punto ed unto. Perciochè ’l vedermi assomigliare a la sirena, è puntura tanto più grave, quanto è men convenevole; e se tutte le cose debbono esser misurate da la intenzione, la mia non fu cattiva, nè dissimile a quella di quei medici che ungevano di mele la bocca del vaso nel quale si dava la medicina: sicchè per questa cagione non debbo in alcun modo esser paragonato a le sirene. Ma s’alcuno avesse potuto sospettare de la mia volontà, se ne sarebbe chiarito, se fosse piaciuto a Dio ch’io stesso avessi potuto mandar fuori il mio poema. Pur, perchè a le cose passate difficilmente si può dar rimedio, altro non posso che dolermi che, per soverchio desiderio di piacere altrui, non proccurassi di compiacere intieramente a me stesso. E mi dolgo di questo gentiluomo, c’abbia voluto rinovare il mio dolore. Nondimeno non niego di rispondergli assai cortesemente, perch’è meglio sopportar un motto per acquistar un amico, che perderlo per averlo detto. Fra tanto prego Vostra Signoria che mi mandi il suo barbiero; chè gliene rimarrò con molto obligo: e con maggior le resterei, se domani mi menasse a San Francesco. Faccia nondimeno quel che l’è comodo. E le bacio le mani. Da le mie stanze, il terzo d’ottobre 1583.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">260</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Risponderò a ciascuna parte de la lettera di Vostra Signoria illustrissima distintamente, perchè ciascuna merita particolar risposta. E prima dico, ch’intorno a le ampolle io non farò deliberazione alcuna, se non in sua presenza; e le serbo per rendergliene una, se le bisognerà, perchè l’altra credo che basti per ogni infermità.</p>
               <p TEIform="p">Se co ’l signor Vespasiano farà alcun uficio, gliene resterò con molto obligo; ma non sono in tanto bisogno, ch’ella debba farne molta istanza; e non vorrei che Vostra Signoria illustrissima si discomodasse in alcun modo per mio rispetto, perchè so quanto le sue forze siano minori del suo merito. Ma co ’l signor principe di Mantova non mi pare soverchio alcuno uficio che sia fatto; perciochè non mi pare che Sua Altezza possa lasciar di fare alcuna liberal dimostrazione verso me, senza molto mio disprezzo; il quale io non so se meriti da altri, o no. E tanto ne sia, quanto Vostra Signoria illustrissima ne giudica; ma son sicuro che da Sua Altezza no ’l merito in alcun modo. Però la prego che s’adopri in questo sino a quel termine che stimerà convenevole; e nel rimanente, se bene io non mi prometto meno de la sua buona volontà verso me, non desidero nondimeno di vederne quegli effetti che altre volte ho potuto. Perochè sono stanco e quasi sazio del mondo, e di niuna altra cosa più desideroso che di quiete non discompagnata da riputazione, la quale io non andrò ricercando con molta arte nè con molto studio; ma non voglio perderne più di quel ch’io m’abbia perduto per mia pazzia, perchè il danno è irremediabile e m’apporta infinito dolore. E siccome non potrei scrivere più confidentemente a Vostra Signoria illustrissima, così la prego che faccia quanto può perchè la fede non mi noccia.</p>
               <p TEIform="p">In quanto a’ luoghi scorretti del dialogo, il primo dee esser letto così: “ne la quale volle che tutte gli s’assomigliassero;” ed il relativo si riferisce a la <emph TEIform="emph">bontà</emph>. L’altro mi pare che sia bene interpretato da Vostra Signoria illustrissima, sì come mi pare che ’l dialogo abbia ricevuto molto miglioramento. Perchè quantunque io non biasimi le autorità, e particolarmente quelle de’ poeti, le quali sono spesso addotte da Platone; nondimeno erano troppo spesse, ed alcuna volta non usate con quel garbo co ’l qual egli ed alcun altro buon maestro di sì fatti componimenti suole usarle. E poichè Vostra Signoria illustrissima concorre nel mio parere, vorrei che ’l medesimo le potesse parere de l’altre opere mie. Nè ricuso d’affaticarmici, ed accetto l’offerta ch’ella mi fa; ma vorrei che s’estendesse ancora a le mie Rime, le quali faranno un volume assai grande; e ci saranno molti notabili miglioramenti, e molte composizioni che non sono ancora stampate. E sinchè io non ho fornito di rivederle e di ricopiarle, non porrò mano a l’altre cose: il che avrei voluto poter fare in altro luogo, e sperava che mi dovesse esser concesso in grazia. Ma pur mi contenterò di star in questo, per non partirmi da la protezione de le due serenissime signore duchesse, le quali vorrei farmi favorevoli. Ma io son lento in tutte le cose, com’ella sa, e vinto da la fortuna e da l’afflizion de l’animo; laonde poco prometto di me a me stesso, e meno a gli altri, e nulla a Vostra Signoria illustrissima, per la quale io vorrei poter far molto: ma io non istimo c’abbia i medesimi desideri; e le cose non sono più in quello stato: e non potendole apportar onore, non vorrei farle vergogna. Pur ella è prudente, e può consolar se stessa e gli altri che n’hanno maggior bisogno, fra’ quali io sono uno. Intanto le mando un sonetto, e non l’obligo de la risposta, perchè niun obligo vorrei c’avesse meco, se non d’amarmi come soleva. E senza più, le bacio molto la mano. Di Ferrara, li 26 di ottobre 1583.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">261</head>
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                  <salute TEIform="salute">A MARFISA DA ESTE. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Direi d’essermi rallegrato del nascimento del figliuolo di Vostra Signoria illustrissima, se tra questa mia malenconia potesse aver in me luogo alcuna allegrezza; e direi di rallegrarmene con esso lei, se, non rallegrandomene in me stesso, potessi rallegrarmene con altrui. Mi dorrò dunque più tosto, ch’io non possa partecipare de la comune allegrezza; e pregherò il Signor Iddio, che dia al figliuolo suo valore eguale a quel del signor don Francesco suo, ed a me maggior occasione di servire quel signore di felice memoria. A Vostra Signoria illustrissima bacio le mani. Di Ferrara in Sant’Anna, li 21 novembre 1583.</p>
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               <head TEIform="head">262</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A MAURIZIO CATANEO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">La lettera di Vostra Signoria del 21 di decembre m’è stata data dopo l’ultima promessa fattami de la libertà, de la quale credo che non potesse ancora saper cosa alcuna, nè penso che queste Altezze abbian dopo mutata opinione: perchè in quello che Vostra Signoria mi scrive, de la stima che fanno di me, s’egli fosse vero, mi pare che farebbono gran torto al giudicio loro. E più volentieri consento, che la gelosia de la mia salute possa esser cagione, che difficilmente s’inducano a darmi licenza; la quale io non rimarrò di chiedere, nè chiederò con maggior istanza di quel che si convenga a la buona volontà ch’io ho di servirle. Solamente mi duole di non poter facilmente mostrarla per molte imperfezioni de la complessione, e per molti impedimenti de la fortuna mia. Pur io spero, che da principi così graziosi ogni picciola dimostrazione debba esser presa in luogo di certissimo argomento.</p>
               <p TEIform="p">Al particolar de’ miei nipoti risponderò dopo la risoluzion di questi signori, da la quale possono nascere diverse occasioni. E piaccia al Signore Iddio, che ne nasca alcuna conforme al desiderio mio. Ed a Vostra Signoria mi raccomando, pregandola che baci le mani da mia parte a monsignor illustrissimo con sommo affetto, ed al signor abbate ricordi che io gli son servitore. Di Ferrara, il 7 di gennaio 1584.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">263</head>
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                  <salute TEIform="salute">A ***</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Non so chi sia Giovan Cornelio Magnamino. Pur essendomi detto che è famigliare del signor marchese, gli rimando una canzona che mi mandò l’altro giorno, co ’l parere ch’egli richiede; il quale io ho scritto liberamente, ma non volentieri, perchè mi rincrescerebbe d’offender l’autore. Pure, quel che non è stato scritto volentieri da me, dee esser letto volentieri da lui; perchè se non trovasse che emendare ne la sua canzona, troverebbe almeno che riprendere nel mio giudicio, il quale può mostrare altrui e non mostrare, come più gli piace. Perciochè io, il quale non l’ho scritto per onor mio, ma per giovamento altrui, non m’ho proposto altro oggetto, che la sua sodisfazione e il servizio del signore, se pure v’è compreso in alcun modo. E con questo mi vi raccomando; e vi prego che baciate le mani a la signora contessa di Sala, ed a tutte quell’altre signore, ed a li signori Manfredi, da mia parte. Da le mie stanze in Sant’Anna, li 22 di febraio 1584.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">264</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A BENEDETTO PIENI. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Se fosse così in mio potere di venir a Roma, come di restare in queste parti, non rimarrebbe a monsignor reverendissimo Papio dubbio alcuno de la buona volontà ch’io ho di servirlo. Ma poi ch’io non posso nè deliberar di me stesso, nè quasi consultare per la poca informazione ch’io ho di molti particolari, la cognizion de’ quali sarebbe necessaria al prender consiglio, desidero non solo che Sua Signoria reverendissima interceda per me, ma che adopri ancora que’ mezzi che stimerà più convenevoli, in maniera che se non potrà conseguir che mi sia data licenza, faccia almeno che mi sia negata con maggior mia sodisfazione. Da me solo questo può sapere, che m’è stato detto che la difficoltà del negozio non tanto consiste in Sua Altezza, quanto ne le persone con le quali si conviene trattare. Però me le raccomando, e mi par di raccomandarle cosa sua già molt’anni, per molti antichi beneficii, la qual vorrei che in guisa confermasse con oblighi nuovi, che non temesse mai che le fosse tolto il possesso. Perchè quantunque io sia di poco valore, s’a quel poco ch’io vaglio s’aggiungerà la sua grazia, alcuni che non hanno voluto occupar questa possessione quasi vacua, gliene potrebbono aver invidia. Ed a Vostra Signoria bacio le mani, pregandola c’a l’autorità di monsignor reverendissimo aggiunga la sua diligenza in modo, ch’io abbia altrettanta cagione d’amar l’uno, quanta d’onorar l’altro. E viva felice. Di Ferrara, l’ultimo di febraio 1584.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">265</head>
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                  <salute TEIform="salute">A MAURIZIO CATANEO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mi è stata data la lettera di Vostra Signoria del 20 di febraio dal signor Gian Paolo Gigli, in tempo ch’io crederei d’esser facilmente liberato, se qui fosse alcuno che ne facesse istanza. Laonde io la priego, che faccia da la sua parte quel che potrà, accioch’io conseguisca l’intento mio; e se le promesse di monsignor illustrissimo debbono dipendere da la sorte, ivi potrà adempirle più agevolmente, ov’io l’avrò men contraria. Ma, come sa, ella suole alcune volte mutarsi co’ paesi, e co ’l variar del cielo; benchè quanto maggiore è la prudenza di Sua Signoria illustrissima, tanto minor luogo dee lasciare a la mia fortuna, de la quale io mi fido assai poco: come fanno que’ giuocatori i quali han perduto molto, e non vogliono gettar l’avanzo, nè porlo a rischio pazzamente, perchè non conoscono in alcun segno la ditta. Ma s’alcuno io ne vedrò, non lascerò per timor l’occasione, nè per ambizione la seguirò più di quel che sia conveniente. Però misuri le forze mie co ’l suo giudicio, e consideri quel che se ne può promettere; ch’io non mancherò nè a Sua Signoria illustrissima, nè a me stesso.</p>
               <p TEIform="p">Non ho avuta la lettera di monsignor reverendissimo di Sorrento; ma ne l’altra mia risposi nel particolar de’ miei nipoti quel che mi pareva. Vostra Signoria gli baci le mani da mia parte, ed al signor abbate similmente; e si ricordi spesso di me. Di Ferrara, l’ultimo di febraio 1584.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">266</head>
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                  <salute TEIform="salute">AL PADRE MARCO DA FERRARA, CAPUCCINO. Piacenza</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Risponderò con questa sola lettera a le due di Vostra Paternità datemi dal signor Giulio Mosti, la prima de’ 23 di febraio, e questa avuta ieri, de li 6 di marzo. E quanto a la prima, dico che non può alcuno ben descrivere se medesimo, il qual non abbia di se stesso perfetta cognizione. Ma essendo malagevole molto il conoscersi, non può in alcun modo essere agevole il descriversi. E posto ch’egli mi potesse esser facile, non tanto mi par necessaria in questi tempi la descrizione, quanto la correzione conveniente, la quale io cercherò di fare quanto saprò meglio. E se credete che mi possa esser giovevole l’aiuto vostro, non ricuso di mandarvi una lista de’ miei peccati, ne’ quali potrete considerare ottimamente qual sia la mia natura, e come pieghevole a’ piaceri, ed arrendevole a le preghiere de gli amici. E perch’io riserbai quella de l’anno passato, poco ci avrei d’aggiungere o da scemare. Ma forse vorrete che questa considerazione, o confession più tosto, si prolonghi sino a la vostra venuta, la quale per questa dovreste affrettare.</p>
               <p TEIform="p">Ora passando a la seconda vostra lettera dico, ch’io non credo che ne le mie raccomandazioni sia molta autorità. Pur non ho voluto mostrar così poca fede nel signor conte Annibale Scoto, ch’io abbia negato di raccomandarveli. Ma se poco giovassero, doletevi, non di me che non abbia voluto servirvi, ma di voi stesso che non abbiate saputo eleggere: perchè molti potevano essere in questa città, dove sete nato, più atti di me a questo uffizio; non solo perchè più di me vagliono, ma ancora perchè hanno più stretta amicizia con quel signore. Nondimeno m’avete forse preposto a molt’altri, stimando che allora si debbano più volentieri ricever i beneficii, quando si possono render più a pieno. E con questo vi bacio le mani, e vi ricordo che mi mandiate copia di quella lettera, ch’io vi scrissi, de’ miracoli, o pur l’originale stesso. Di Ferrara, li 12 di marzo 1584.</p>
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               <head TEIform="head">267</head>
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                  <salute TEIform="salute">AL CONTE ANNIBALE SCOTO. Piacenza</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Fra Marco capuccino assai può esser raccomandato a ciascuno da l’Ordine suo, e da la professione ch’egli ha fatta di povera e casta vita. Nondimeno, s’a questa universale possono aggiungere alcuna cosa le mie particolari raccomandazioni, prego Vostra Signoria che gradisca in modo il suo desiderio di servirla, ch’egli conosca non meno giovargli la piacevolezza mostrata da lui con gli altri, de la severità ch’egli usa con se medesimo. E perciochè io sono uno di quelli i quali hanno maggior bisogno di consolazione, quanto più mi pare di potergli essere obligato, tanto più glielo raccomando, acciochè per l’avvenire egli faccia per debito quel che per lo passato desiderava di fare per semplice benevolenza. E senza più le bacio le mani. Di Ferrara, li 12 di marzo 1584.</p>
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               <head TEIform="head">268</head>
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                  <salute TEIform="salute">A MUZIO MUZZOLO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Voi siete in un moto quasi continuo, ed io in uno stato perpetuo. Ma voi del vostro moto cavate sempre nuovo utile e nuovo onore; io del mio stato non ho ancora ritratta utilità alcuna. Dunque, assai più felice è il vostro moto del mio stato: e se mi amate, come dimostrano tutte le vostre lettere, proccurate che stiamo insieme, o ci moviamo: e se volete in ogni modo avanzarmi, eleggete più tosto il moto de lo stato; perciochè quantunque io sia di natura assai impaziente, nè possa lungamente stare a sedere, nondimeno tanta è la volontà ch’io avrei d’invecchiare imparando continuamente, che s’io avessi l’opere di san Tommaso, non mi leverei da sedere finchè io non l’avessi lette tutte, se non quanto le opportunità naturali ricercassero. Ma nel correre mi potreste dare tutti i vantaggi assai sicuramente. Però proccurate ch’io mi muova; o più tosto, ch’io sia mosso: e in questa grande occasione ne la quale, movendosi il papa, par che tutta Italia si commova, non debbo io solo restare in quello stato nel quale voi mi lasciaste. E se pur conviene ch’io rimanga senza muovermi, vorrei almeno che ove non sarà movimento di luogo, fosse alcuna mutazione di stato; acciochè passando di bene in meglio, avessi occasione di conservar grata memoria non sol de la venuta di Sua Beatitudine, ma de la cortesia ancora del signor Giacomo e de la signora duchessa sua consorte, e de l’amorevolezza vostra, a la quale corrisponderò sempre con ogni affetto. Baciate in mio nome le mani a l’Eccellenze Loro ed a la signora Clelia; ed amatemi, chè tutto son vostro. Di Ferrara, il 12 di marzo 1584.</p>
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               <head TEIform="head">269</head>
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                  <salute TEIform="salute">A DON BASILIO ZANIBONI. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Non ho avuta lettera, molti anni sono, ch’io abbia letta con maggior piacere, di quella che mi scrive il padre don Angelo Grillo: però s’io avessi voluto compiacere a l’affetto mio, avrei risposto subito; ma ho stimato ch’egli non si sarebbe compiacciuto de la mia risposta, s’io l’avessi mandata senza rispondere a’ sonetti: a’ quali mi par maggior fatica il rispondere, che forse a Sua Reverenza non è stato lo scriverli; non tanto perchè le risposte portino in se stesse maggior difficoltà, quanto perch’io credo d’esser men pronto al far versi, di quel che ella sia, in questo stato massimamente. Laonde indugio a darle risposta, facendo forza al mio desiderio: e prego Vostra Paternità, che se pur giudica che l’una senza l’altra risposta possa esserle grata, venga a pigliar la prima per arra de l’altre, e per pegno de la mia volontà, la quale offero devotissima al suo servigio. E s’ella fosse così accompagnata da le forze, come sarebbe stata in altro tempo, tanto il vincerei di numero di sonetti, quanto per aventura sarei ne la bellezza superato: ma ora in questo campo, ov’egli m’ha provocato, ho tutti i disvantaggi; però non è maraviglia ch’io abbia ancora tutte le perdite: ma se ’l perder seco mi sarà caro, sarà in tutte l’altre cose, fuor che ne l’amarlo. Spero che non m’abbandonerà con le sue sante orazioni, le quali vorrei che facesse continuamente per me, in quel modo che sogliono esser fatte per quegli amici che s’amano teneramente: e ne prego anco Vostra Paternità; ed aspetto che torni a vedermi. De le mie stanze.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON BASILIO ZANIBONI. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mando a Vostra Paternità la risposta ch’io fo al padre don Angelo, e l’aspetto da lei; o più tosto, che torni a vedermi, acciochè mentre mi sarà grave la lontananza de l’uno, mi sia cara la presenza de l’altro, e co’ suoi ragionamenti tempri il desiderio ch’io ho de la venuta de l’amico suo. E me le raccomando. Da le mie stanze.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO. Brescia</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io son povero debitore, ma frettoloso pagatore: però non avendo potuto rispondere senza indugio a due sonetti, i quali ultimamente ha mandato Vostra Paternità, ho voluto almeno mandarle senza alcuna dimora la risposta ch’io ho fatta al primo: l’altra farò parimente, quando potrò; e darolla al padre don Basilio, co ’l quale desidero di ragionare a lungo. Ma ho maggior desiderio de la venuta di Vostra Paternità, la quale io aspetto quasi principio di quella felicità tante volte, da tante persone d’autorità auguratami, e pregatami, e promessami; e per questa cagione, non solo da me aspettata, ma quasi debita ricercata et addimandata. Venga dunque Vostra Paternità con la lettera graziosa; chè s’ella non potrà portarmi contentezza, mi porterà almeno qualche consolazione. E le bacio le mani. Da le mie stanze di Ferrara, a’ 13 marzo 1584.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL CARDINALE ALESSANDRO FARNESE. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Niuno è in cotesto illustrissimo collegio, ch’io stimi più degno del pontificato, di Vostra Signoria illustrissima, e niuno a cui più lo desideri. Se questa opinione c’ho de’ meriti suoi, e questa affezione ch’io le porto, son degne ch’ella spenda alcun prego per me, suo ne sia il giudicio. Io tanto ne la prego, e non più, quanto dee far uomo c’assai è pentito d’aver alcuna volta pregato con indignità. Ed a Vostra Signoria illustrissima bacio umilissimamente la mano. Di Ferrara, li 17 di marzo 1584.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A MUZIO MUZZOLO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vostra Signoria è tanto degna d’onore, quant’io desideroso d’onorarla. Però, senza timore alcuno d’esser da me schernita, com’ella mi scrive, può con ogni sollicitudine proccurare il mio bene: ch’io non solo non l’impedisco, ma la prego che con la diligenza sua prevenga la mia espettazione, e con la mia aspettazione e con la sua buona si sforzi vincere la mia cattiva fortuna. E se ci fosse bisogno di testimonio, voglia conceder più tosto qualche cosa a la nostra amicizia, che defraudarne la verità, la qual potrà dire o tacere, come giudicherà più opportuno; perch’io non do leggi a la sua prudenza, ma occasioni di mostrarsi a tempo. Faccia dunque subito quel che per me dee fare; chè non potrà farlo male: e baci in mio nome le mani umilissimamente a monsignor illustrissimo d’Este, ed a l’eccellentissimo signor Giacomo; e viva felice. Da le mie stanze, li 25 di marzo 1584.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO. Brescia</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io ho conosciuta Vostra Paternità reverendissima ne la sua cortesissima lettera, quasi in una viva imagine de l’amor suo; e benchè ogni parte mi sia grandemente piacciuta, l’affezione, nondimeno, che mostra di portarmi, oltre tutte l’altre m’è stata cara. Però, non contento di questa prima cognizione, desidero di conoscerla ancora di presenza; e la prego che supplichi il Signore Iddio con tutto il cuore, che tosto ce ne conceda occasione. Fra tanto le mando la risposta a’ due sonetti co’ quali m’ha onorato: e mi conservi ne la sua grazia, ed in quella del reverendo padre abbate Guidi, e del reverendo padre don Girolamo Troiano, e di tutti i padri de la sua Congregazione, a’ quali sono affezionato per l’antica ed intrinseca dimestichezza ch’io ebbi con molti di loro nel monastero de la Cava; dove, essendo fanciulletto, fui spesse volte assai accarezzato dal padre don Pellegrino da l’Erre, che v’era abbate, e poi dal suo successore, che fu de’ conti di Potenza: la qual memoria ora è rinovata da me tanto più volentieri, quanto ho maggiore speranza di non trovar per l’avvenire minor cortesia ne la sua Religione. E le bacio le mani. Da le mie stanze di Ferrara 25 di marzo 1584.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON BASILIO ZANIBONI. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Bench’io desiderassi più tosto che Vostra Paternità pascesse la mente mia di quel cibo prezioso del quale è famelica; nondimeno la ringrazio de’ conditi e de la persicata che mi ha mandata a donare; e l’accetto quasi per segno de l’altro più desiderato condimento ch’io aspetto da lei: però se, passata la settimana santa, verrà a vedermi, mi sarà molto caro. E fra tanto le ricordo, che se scriverà al padre don Angelo, me gli raccomandi; ed il preghi che faccia per me quegli uffici ch’egli s’è offerto di fare volontariamente, acciò che gli effetti corrispondano a l’espettazione ch’io n’ho già conceputa. E le bacio le mani. De le mie stanze.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON LATTANZIO FACIO, ABATE DI SAN BENEDETTO. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">La tarda risposta di Vostra Paternità reverendissima non ha diminuita la speranza ch’io aveva di farle riverenza, ma accresciuta la volontà; perch’è venuta in questi giorni santi, ne’ quali si fanno più volontieri le visite de gli uomini religiosi. Laonde stimo che la negligenza non sia stata la cagione de l’indugio, ma la prudenza, per la quale la severità de la vita e de’ costumi sogliono essere non solo riveriti, ma amati da coloro che vivono nel secolo, e sono amatori de’ piaceri. La ringrazio, dunque, oltre misura del cortese ufficio che l’è piacciuto di far meco; e la prego che voglia sollecitare il padre don Angelo, acciochè il negozio abbia quel fine ch’egli et io desideriamo. E le bacio le mani. Di Sant’Anna.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ALFONSO DA ESTE, DUCA DI FERRARA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Quanto le grazie ch’io dimando a l’Altezza Vostra sono più giuste, tanto stimo che debbano più facilmente esser concedute. Non dubito, dunque, che mi nieghi d’andare a Loreto, dove non solo mi spinge antico debito ma nuova devozione: e s’alcuna affettuosa preghiera può maggiormente accertarmi de la sua volontà, la supplico con tutto l’affetto del cuore, che non voglia impedire questo viaggio, dal quale aspetto quella medicina a la mia infermità, che non penso che da alcuno altro possa essermi data. E le bacio umilissimamente le mani. Da le mie stanze, il 5 d’aprile del 1584.</p>
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               <head TEIform="head">278</head>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO. Brescia</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non so se debba cominciar da’ cibi del corpo, o de l’anima; dal dono mandatomi, o dal promesso; da le lodi datemi da voi, o da’ consigli; perchè tutti mi sono stati cari, e tutti giovevoli, e tutti d’infinita consolazione e d’altrettanta speranza: nondimeno, se non prima, più debbo ringraziarvi del dono spirituale che di ciascuno altro; il quale, bench’io non abbia ancora ricevuto, pur non ho voluto che sia più tardo il ringraziamento di cosa la quale mi pare di non posseder men certamente de le altre: tanta e sì grande è la forza de la Fede, che fa non solamente comune quel ch’è proprio, ma presente quel ch’è futuro. E per osservar quel comandamento, “<foreign lang="lat" TEIform="foreign">Quaerite primum regnum Dei, et haec omnia adjicientur vobis,</foreign>” attenderò ora a questo solo, e spererò che tutte l’altre cose mi debbano poi facilmente esser concedute: e ragionerò co ’l padre don Basilio di quel che mi par più necessario in questa occasione, aspettando fra tanto le lettere graziose, e voi medesimo, che ne siate il portatore, se pur vi sarà comandato o permesso da coloro a’ quali devete ubidire; perchè, senza voi, la grazia non sarebbe intiera come desidero. Oh quanto mi sarà caro di poter con voi discorrere, non solo di quello c’appartiene a la salute de l’anima mia, ma de gli studi già miei! i quali non son più miei, e pur vorrei che non mi fosse impedito il seguitarli, ma più tosto datomi aiuto ch’io li possa a miglior fine dirizzare; perciochè, chi a questo non m’aiuta, non m’ama; e chi da questo mi disvia, mi dee da tutte l’altre cose del mondo disviare: se pur dee ciò esser detto disviare, e non dirizzare a la buona strada; la quale io ho, molti anni già, smarrita con danno e vergogna mia, e forse anco di coloro i quali poteano dimostrarlami, ed erano obligati di farlo, nè se ne sono curati. Ma se ne curi Vostra Paternità, che n’acquisterà lode nel mondo, e grazia nel cielo; e, se possibil’è, si vesta di tanta umanità, quanta è la mia melanconia, la qual forse è senza pari, acciochè io possa dire: “<foreign lang="lat" TEIform="foreign">Iugum meum suave est, et onus meum leve</foreign>.”</p>
               <p TEIform="p">Ora vi mando un sonetto scritto a la vostra Congregazione, de la quale chiamandomi figliuolo, spero d’esser figliuolo non d’ira o di maledizione, ma di luce e di resurrezione. E certo son già morto nel peccato; morto ne l’opinione de gli uomini; morto ne la grazia di tanti principi e di tanti signori miei, i quali erano e son da me amati e riveriti: e dovrei in tutti questi modi risuscitare. Iddio me ne dia grazia, e Vostra Paternità m’aiuti con l’orazioni sue, e de’ suoi divoti padri; al fervore de le quali non sarà negato quel ch’io con la tepidezza de le mie non ho potuto ancora impetrare.</p>
               <p TEIform="p">Baci le mani da mia parte al signor Diomede Borghese, s’è costì; e gli dica che non voglia torre quell’autorità a le sue composizioni, ch’elle meritano, con aggiunger a le mie quella de la quale non son meritevoli; ma pur, se non di lode o di meraviglia, almeno debbono esser degne di scusa e di compassione: perciochè elle sono state parti non d’intelletto quieto, ma d’animo perturbate; scritti tante volte senza consiglio e senza studio, e divolgati sempre contra la volontà de l’autore: nè questa è ora scritta altramente; de la quale non tenendo io copia, non mi spiacerà che corra la fortuna de l’altre. Non dico l’istesso de’ sonetti, perch’io avrei creduto di farne un volume a mia sodisfazione: ma sia fatto di questo e d’ogni altra cosa la volontà di Nostro Signor Iddio. E mi vi raccomando caldamente, ed insieme a tutta la vostra nobilissima Congregazione. Da le mie stanze di Ferrara, il 17 d’aprile 1584.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO. Brescia</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Non avendo avuta ancora risposta de l’ultima lettera, la quale io scrissi a Vostra Paternità, con un sonetto a la Congregazione generale; ora le replico con un altro, imitando coloro i quali mandano incontra a gli amici, se pensano di trovarli per viaggio, o per invitarli o per sollecitarli. E ben ch’io non possa invitarla come vorrei, l’invito come posso, e quanto posso la sollecito: peroch’il desiderio generato in me da le sue promesse, non sostiene indugio nè riceve ricompensa. E quantunque l’effetto non sia in suo potere, non è così difficile, ch’io non stimi d’averlo per suo mezzo a conseguire. Aspetto, dunque, o la lettera graziosa, o almeno Vostra Paternità; o più tosto l’una e l’altra. Quanto è stata maggiore la speranza ch’io n’ho conceputa, tanto maggiore sarebbe il dolore di non averla impetrata. E me le raccomando, pregandola che baci le mani da mia parte a’ suoi molto reverendi padri, ed al padre abbate Guidi, ed al padre don Girolamo Troiano, se vi saranno, con gli altri: e preghi il Signor Iddio per la mia salute. Da le mie stanze di Ferrara, il 29 d’aprile 1584.</p>
               <p TEIform="p">Sia contenta di racconciare il primo verso del primo terzetto ne l’altro sonetto:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">Tu m’illustra, non pur con lume eterno.</l>
                  </quote>
               </p>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">A PAOLO GRILLO. Genova</salute>
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               <p TEIform="p">Io ho molti oblighi al padre don Angelo Grillo, fratello di Vostra Signoria, ma niuno maggiore che d’avermi data occasione di conoscere Vostra Signoria; la quale portandomi tanta affezione, quanta mi scrive, non poteva tenerlami celata senza molto mio danno: laonde stimerò la sua amicizia come preziosissima cosa da me nuovamente acquistata; la quale non solo perch’è di pregio, ma perch’è nuova, mi dovrà essere carissima. E se ragionevolmente è ciò lecito ad alcuno di scrivere, a me dee essere più c’a ciascun altro; perciochè per le vecchie amicizie io non ho guadagnato tanto o di favore o di grazia, o pur di benevolenza e di sicurezza, ch’io debba grandemente rallegrarmene. Ringrazio dunque Iddio, che fra le nuove ha voluto c’una sia quella di Vostra Signoria, e tanto principale, quanto è l’affezione sua, e del padre don Angelo verso me, e la mia osservanza verso l’uno e l’altro di loro: de la quale sin ora hanno veduti assai piccioli segni; ma per l’avvenire saranno più conformi al mio debito, del quale conserverò memoria; credendo fermamente che Vostra Signoria dal suo lato corrisponderà a l’affetto del mio core: bench’io di ciò non devrei parlar come di cosa creduta, ma più tosto come di certa; percioch’ella, la quale è stata la prima a provocarmi, ha data occasione quasi necessaria a la nostra amicizia. E le bacio le mani. Di Ferrara.</p>
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               <head TEIform="head">281</head>
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                  <salute TEIform="salute">A PAOLO GRILLO. Genova</salute>
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               <p TEIform="p">Le parole di Vostra Signoria non possono tanto diminuire il suo dono, quanto l’accrescono la sua prontezza, la benevoglienza, la qualità del tempo e del luogo, e l’altre circostanze. La ringrazio dunque, perchè l’ha dato a me che no ’l dimandava nè l’aspettava; dove, e quando l’esempio dovrebbe esser considerato e seguito da chi poteva darlo a gli altri molto prima: ma niuna cosa l’accresce più de la mia gratitudine; per la quale, s’egli fosse stato picciolissimo, come scrive, l’avrei stimato grande; ma essendo per se medesimo grande, mi par grandissimo. Dunque si contenti che questa sia la misura del suo dono; la quale è ne l’animo, fatta da la natura e confermata da la ragione e da l’usanza: e potrebbe mostrarsi così a l’improviso, come ho scoperta la sua liberalità. Ma de le cose che possono avvenire, non è certezza; e de la mia volontà può sin’ora esser certa, la quale io cercherò sempre manifestarle con ogni affezione ed osservanza. E le bacio le mani. Di Ferrara.</p>
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               <head TEIform="head">282</head>
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                  <salute TEIform="salute">A PAOLO GRILLO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vostra Signoria m’onora tanto sovra i meriti miei, che s’io non superassi tutti gli onori e tutte le riverenze che le sono fatte da gli altri, non crederei di poterle rendere il cambio. Laonde io la prego che sia men liberale de’ titoli che non mi si convengono, non per diminuire alcuna significazione de la sua benevolenza, ma per non accrescer l’obligo ch’io ho di servirla. E le basti d’aver molto accresciuta la volontà, com’io procaccierò di mostrarle in ogni occasione; e particolarmente in questa de la mia venuta costà, la quale è quasi disperata senza il suo favore, e senza quello de’ signori suoi parenti, e senza gli uffici del reverendo suo fratello, a cui spesso mi raccomando. Laonde credo c’al fine debbano esser superate le difficoltà che porta seco questo negozio, le quali io stimo che diventeranno maggiori quanto più s’indugierà; però vorrei potermene venire questo autunno a Napoli, o almeno aspettare in san Benedetto di Mantova il ritorno del padre don Angelo; e co ’l suo consiglio indrizzarmi per quel viaggio che le parrà migliore. Faccia dunque Vostra Signoria in modo ch’io non sia ritenuto da niuna occasione che potesse sopravenire, o d’alcuno impedimento che possa attraversarsi: ed avendo acquistata quella parte de l’animo mio che la può render secura d’una certa possessione, non voglia che sia men durevole per accidente. Ma per confermare la speranza del mio venire, e gli oblighi similmente, si contenti di donarmi uno smeraldo; poich’io l’ho desiderato lungo tempo, nè mai ho potuto cavarmi questo desiderio, o più tosto questo umore: ma non avanzi la liberalità de’ principi nè la sua medesima, de la quale ho veduti altri cortesi effetti; perch’in altra maniera mi constringerebbe a rifiutarlo così prontamente, come forse prosontuosamente l’ho dimandato: ma come Vostra Signoria sa, le lettere non sogliono vergognarsi; ond’io voglio che mi conosca più ardito lontano che d’appresso, e più ne lo scrivere che nel parlare: e se ’l manderà per via de’ mercanti, raccomandi a qualche suo amico la spedizione d’alcuni miei negozi; se per altra, non lasci di raccomandarmi a chi possa spedirli. E le bacio le mani. Di Ferrara.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mando a Vostra Signoria molto reverenda le due risposte; l’una al sonetto del signor Ansaldo, l’altra al suo; ed aspetto la venuta del signor Giovan Paolo Olivo al tempo che mi scrive, il quale non è lontano. Ma prima devrà arrivare il padre don Basilio, per cui Vostra Paternità mi potrà mandare sicuramente lo smeraldo: e me ne farà molto piacere, perch’è una di quelle voglie di molt’anni, la quale non ho mai potuto cavarmi: così picciolo obligo ho a la mia fortuna ed a l’altrui cortesia. Scriverò poi al signor Paolo suo fratello, ringraziandolo come io debbo: benchè le grazie, quanto meno si mostrano fuori, tanto più sogliono rimanere ne l’animo grato; laonde in questa parte de le parole non ho voluto mai esser lungo soverchiamente. Scriverò parimente al signor Nicolò Spinola; perchè conservo la sua lettera per una occasione, non avendola potuta appresentare io medesimo, nè voluta mandare per alcun altro.</p>
               <p TEIform="p">Del male del signor Alessandro e de la signora Livia mi doglio molto; e più dorrei, se ’l mio dolore potesse diminuire il loro. Ma dopo tante dolcezze non è maraviglia s’abbiano sentito qualche amaro; perchè inanzi a l’uscio di Giove sono due urne, come devete aver letto, da le quali egli prende quel che va mescolando insieme. Ma che dirò di me stesso? il quale non ho potuto in lungo tempo assaggiare altro che amaritudine, ed austerità, ed acerbità, e salsedine, e simili altri sapori: e parlo del gusto de l’animo; perchè de l’altro, ora non fa mestieri di ragionare.</p>
               <p TEIform="p">Ho letto quel che scrive il signor Alessandro Casale: e poi che la pratica si stringe, e la prigione si slarga, passerò questo tempo che rimane, sino a la conchiusione, meno infelicemente: e vorrei che fosse brevissimo. Talchè ringrazio Vostra Signoria molto reverenda, che rinovi gli uffici, raddoppi le preghiere, e rinfreschi la memoria dove ella manca; ma bisognerebbe ancora rifar la mia fortuna: e se fosse possibile di ritrovar alcun fabro de le sorti de gli uomini, io non tarderei a porla sotto l’incudine. Ma questi sono pensieri ed umori d’uomo troppo maninconico. Potessi almeno scordarmi di tutte le cose passate, poichè non posso tutte ricordarmele.</p>
               <p TEIform="p">II reverendo Licino mi scrisse che tornerebbe tosto: non so quel che avverrà nel suo ritorno. Mi spiacque l’altra volta, che egli non mi portasse lettere del signor Cristoforo Tasso, al quale non so se alcuna dignità sia accresciuta di novo: ma niun altro avviso potrei avere che più mi piacesse.</p>
               <p TEIform="p">Ho veduto il cavallo, e mi parve bellissimo; ma l’avrei voluto alquanto minor di vita: ma forse non verrà l’occasione; e se venisse, ne lascio il pensiero a gli amici. E bacio le mani a Vostra Signoria molto reverenda, e saluto il padre don Lattanzio, e gli fo riverenza, e l’inchino così di lontano. Vivete felici. Di Ferrara.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO. Brescia</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Oggi è venuto a trovarmi messer Bernardo Castello, che torna di Venezia, e portatimi alcuni disegni del mio poema: laonde non ho voluto perder questa occasione d’avvisarla de lo smeraldo c’ho ricevuto dal padre cellerario; del quale ringrazierò poi il signor vostro fratello a la venuta del signor Paolo Olivo; perchè, se non m’inganno, il termine del suo venire non può esser lontano: e mi servirò ancora de la lettera del signor Nicolò Spinola al signor marchese di Carrara; perchè le raccomandazioni de gli amici deono esser simili a le gemme, che non invecchiano: e per tutta questa fiera d’agosto io vivrò di speranza. Ma se le mie preghiere dovessero in qualche parte essere esaudite, non passerebbe questo maggio che mi sarebbe conceduta la libertà. Ormai la signora Livia dee esser risanata, e ’l signor Alessandro non dee esser tanto occupato dal dolore, che non possa far qualche ufficio per gli amici.</p>
               <p TEIform="p">Vorrei dare a le stampe un volume di mie lettere separato; però prego Vostra Reverenza che voglia conservar quelle ch’io le scrivo, per lo bisogno: e s’io la conoscessi avara, la pregherei ancora co’ benefici e l’amico insieme; ma ella è così liberale, che non è maraviglia se poco se ne cura. Le raccomando una mia lettera, e la prego che voglia darle buon ricapito, come a l’altre. State sano. Di Ferrara.</p>
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               <head TEIform="head">285</head>
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                  <salute TEIform="salute">A PAOLO GRILLO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ebbi lo smeraldo promessomi da Vostra Signoria, de la cui bellezza vorrei meglio intendermi, per poterle render grazie maggiori. La ringrazio nondimeno quanto so e quant’io posso; perchè s’in alcuna parte mancasse il giudizio, non voglio che manchi la gratitudine. Non risposi subito, perchè mi fu portato senza sue lettere, e senza quelle del padre don Angelo suo fratello. Aspetto l’altre, quando che sia; e se faranno quell’effetto che per me si desidera, n’avrò obligo a Vostra Signoria. Questo benedetto negozio dovrebbe ormai aver fine: però la prego che solleciti dal suo lato. E le bacio le mani, ed insieme a la signora Porzia sua moglie, ed a la signora Gieronima sua sorella: e viva felice. Di Ferrara, il 20 di maggio 1584.</p>
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               <head TEIform="head">286</head>
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                  <salute TEIform="salute">A BIANCA CAPPELLO, GRANDUCHESSA DI TOSCANA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Benchè Vostra Altezza abondi altrettanto di lodi quanto di grazie, nondimeno perch’ella più facilmente può cominciare da le grazie, ch’io da le sue laudi; la supplico che ne l’occasione di queste nozze mi dimostri qualch’effetto di quella buona volontà che, già sono alcuni mesi, dal signor Mazzolo mi fu manifestata: il che potrà fare in diversi modi; ma io spero che debba elegger quello che potrà più tosto dar fine a’ miei travagli, e principio a vita più tranquilla. E le bacio le mani. Di Ferrara, il 5 di giugno del 1584.</p>
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               <head TEIform="head">287</head>
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                  <salute TEIform="salute">AL MARCHESE GIULIO RANGONE</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io sono molte volte così intento a l’armonia che fanno i miei pensieri de le maravigliose lodi del signor principe di Mantova, che poco ascolto o male ascolto quelle di fuori. Però Vostra Signoria illustrissima non si maravigli se provedo tardi e difficilmente a quello a che si poteva tosto e facilmente provedere. E tarde provisioni io chiamo due concieri de’ sonetti ch’io le mandai, le quali vorrei che fosser date a qualche servitor di Sua Altezza. Oltr’a queste, altre non me ne paiono necessarie per chi sia usato di leggere i nostri poeti: ma se fossero, confesso di non poterci rimediare, o non a tempo. Nè voglio tacere che in questi sonetti, da chi suole troppo curiosamente risguardare la delicatura de le composizioni, potrà esser chiamata trascuraggine quel che è artificio, se non sarà mirata con quegli occhi co’ quali si mirano le cose de gli amici. Percioch’essi contengono secretamente una dimanda, o l’accennano più tosto; a la quale si potrà forse rispondere come si fa a’ poveretti. Ma perchè Vostra Signoria illustrissima m’ha scritto, che proccurerà ch’io ottenga la mia intenzione, le direi più liberamente quale ella fosse, s’io credessi, dicendola, di non impedirla; perciochè a la sua cortesia si potrebbono attraversare maggiori impedimenti. Laonde da quello che per l’altra mia le significai potrà argomentare quel di più ch’io dimando: il che alcuna volta costa sì poco, che può esser dato con altrettanta sodisfazione di chi dà, quanta di chi riceve. E s’è impossibile che i tempi già passati ritornino indietro, non è irragionevole che quegl’istessi modi siano rinovati. E le bacio le mani molto di cuore. Di Ferrara, da Sant’Anna, li 16 di giugno 1584.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Se la lettera graziosa fosse stata accompagnata da la vostra presenza, crederei che da niuna grazia fosse discompagnata: ma benchè mi sia stata portata da un servitore, non voglio dubitare che i padri de la sua Congregazione debbano abbandonare la cura de l’anima mia, ch’è quello che più m’importa; e perch’io vorrei confessarmi, la prego che faccia ch’io possa farlo: ma da me non resta, ma da messer Agostino Mosti, priore de lo spedale di Sant’Anna; il quale non solamente sostiene ch’io sia travagliato da’ vicini, e disturbato da gli studi e da ogni altra mia operazione, ma da’ suoi medesimi ricevo molti trattamenti che non sono convenevoli a’ miei pari. Laonde la maggior grazia ch’io avessi potuta ricever da la vostra Religione, sarebbe che m’avesse cavato da le sue mani. Le scatole non ho volute rimandare, aspettando di parlare con alcuno de’ suoi padri; ma non ne mangierò, per non dar pretesto ad esso messer Agostino, che i cibi che mi vengono fuor di casa, sian quelli che m’offendano: perciochè dee sapere, ch’io sono stato ammaliato; ed egli ha tenuto mano co’ maghi, com’io dirò al serenissimo signor duca di Ferrara, s’io potrò parlarle; avendo ferma speranza, che non mi debba mancar di giustizia, e di castigar chi m’ha sì sceleratamente offeso sotto la parola di Sua Altezza. Fra tanto raccomando a la vostra Religione l’anima mia, e la vita, e particolarmente a le sue orazioni. Da le mie stanze di Ferrara, il 16 giugno 1584.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A MARCELLO DONATI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mando al signor principe una canzona per lo signor Giulio Mosti che se ne viene a Mantova, la qual vorrei che gli fosse appresentata da Vostra Signoria con quelle parole che gli posson fare il poema altrettanto grato, quanto la volontà con la quale l’ho composta; pronta in ogni occasione al servizio ed a l’onor di Sua Altezza, ma accompagnata da sì poche forze e da sì poca fortuna, che non è maraviglia se gli effetti non siano corrispondenti: ma dee perciò prender la mia protezione più volentieri, acciochè essi ricevano quell’accrescimento che non può ricevere l’affezione. E le bacio le mani. Di Ferrara, il dì 21 di giugno del 1584.</p>
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               <head TEIform="head">290</head>
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                  <salute TEIform="salute">A CURZIO ARDIZIO. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Una certa mia natural vergogna è cagione c’a gli amici presenti non ardisco di negar quelle cose che mi sono addimandate, quantunque io non sia inclinato a compiacerli: onde, quando Vostra Signoria mi pregò ch’io facessi alcune stanze sovra la corte, non gliele volli negare, benchè non gliele promettessi. Ma perchè le lettere non san vergognarsi, ora negherò arditamente a Vostra Signoria quello c’allora non feci. E s’io per propria sodisfazione solamente negassi di compiacerla, potrebb’ella in alcun modo dolersi di me che, per piacere a lei, alcuna cosa non volessi scrivere contro il proprio piacere. Ma poichè non solo l’affetto de l’animo, ma la ragione ancora mi dissuade da lo scrivere in biasimo de la corte, debbo senza suo sdegno anteporre non il mio al suo piacere, ma la ragione, che non è più mia che sua, ma può da me e da lei esser parimente considerata. Io, per mia inclinazione, eleggerei più tosto di lodare i principi con alcuna adulazione, che di biasimarli con molta acerbità, se bene a l’adulazione o a l’acerbità alcun utile o alcun danno non ne seguisse. Ma per ragione non debbo elegger di scrivere cosa disdicevole. E certo, che sconvenevole è molto biasmare i principi e le corti in generale; perciochè miglior albergo non conosco io del valor che la corte, o niun miglior giudice o maestro che il principe: parlo de la buona corte e del buon principe. E credo che il Castiglione, di gloriosa memoria, nel suo Cortigiano, non solo del perfetto cortigiano ci volesse formar quella ch’è da voi detta idea, ma adombrarla de la perfetta corte e del perfetto principe eziandio: perchè non può essere in alcun modo perfetto il cortigiano, se la corte e ’l principe non è perfetto. E quantunque a l’universale, più tosto che ad alcun particolare riguardasse; nondimeno quella corte e quel principe del quale ei ragiona, eran più simili a l’idea ch’egli ne forma, che il Ciro di Senofonte a quel che fu da Erodoto più veramente descritto. Nè solo fu così fatto il buon Guido e il buon Francesco Maria, e la corte d’Urbino; ma in quegl’istessi tempi il duca Ercole di Ferrara, e il duca Alfonso e’ suoi figliuoli tali furono, e tali le corti loro, che, senza ornar la verità con alcuna manifesta menzogna, avrebbe potuto alcun giudizioso scrittore formare il perfetto principe e la perfetta corte, di loro ragionando. E se il conte Baldessar avesse così voluto onorar la memoria del marchese Francesco e del marchese Federico, come onorò quella de’ principi ch’eran nati suoi signori, non gli sarebbe, a mio giudizio, stato concesso minor argomento di lode da la verità. Perciochè, quantunque quelle tre corti e quei sei principi de’ quali ragioniamo, avessero pochi paragoni in Europa; qual nondimeno fosse primo e qual secondo di loro, assai è difficile il giudicare; ma ben molto facile, a ciascuno che voglia non ricoprir la menzogna ma ornar la verità, formar ne la persona loro un perfetto principe, ed una perfetta corte in quella da lor tenuta. Questo stesso giudicio fu d’Ercole secondo, e del buon duca Guidubaldo; il quale, come sa Vostra Signoria, non sol mi conobbe, ma in guisa co ’l suo testimonio m’onorò, ch’io al valor di lui non debbo alcun testimonio negare, ma più tosto concedere a l’affezione ch’io li porto, che si faccia lecito d’illustrar la memoria di que’ tempi con ogni maniera d’eloquenza. E volentieri il farei co ’l formar un Cortigiano, s’egli già non fosse stato così ben formato, che presunzion sarebbe la mia s’io volessi ritrattar cosa ben trattata. Non mancherebbon nondimeno altri soggetti di ragionamento, perciochè molti ne furono fatti veramente; ed a tutti, o a la maggior parte di loro, si trovò presente il signor conte Camillo, così degno del padre, com’alcun altro figliuolo d’onorato padre nascesse giamai.</p>
               <p TEIform="p">Indarno, dunque, Vostra Signoria m’invita a biasmar le corti, ov’è mia volontà d’onorarle da tanta ragione accompagnata, ch’io non veggio come possa a la mia volontà fare alcuna violenza, che non la faccia insieme a la ragione. E benchè de le corti c’or fioriscono, e de’ principi c’or vivono, io non sia intieramente sodisfatto; nondimeno, perch’io spero che il signor principe suo ed alcun altri non debbano favorir l’età matura meno de la gioventù, non voglio scriver cosa ch’in alcun modo possa dispiacere. E particolarmente contro l’amor di se stesso non mi piace d’usar quella amaritudine di parole, che Vostra Signoria forse desidererebbe. E non è vero (come alcun dice) che tutti i vizi nascano da l’amor di se stesso, quantunque sia vero che tutti nascano (come scrive Dante) da l’amore, il quale o a Dio si rivolge, o al prossimo, o si ripiega verso il suo proprio soggetto. E se fosse pur vero, come alcun potrebbe provare, e come accennò Dante, che tutti gli altri amori avessero origine da l’amor di se medesimo; vero sarebbe ancora, che da lui tutte le virtù avessero origine. Sicchè non veggio per qual cagione egli si debba accusar come cagione de’ mali, e non lodar come cagione de’ beni; il quale so ben io che ne le corti si trova, e so che i cortigiani sono amatori di se stessi: ma se fossero veri amatori di se stessi, non simili a quelli che ’l volgo chiama con questo nome, non avrei alcuna ragione da riprenderli, e molte n’avrei da lodarli. Perciochè colui ch’è vero amator di se stesso, ama il proprio bene: ma il proprio bene de l’uomo non son le ricchezze, non gli onori, non la gloria; ma l’onesto, e il sapere: dunque, il vero amator di se stesso desidera l’onesto, e la scienza a se medesimo. Ma de l’utile, de l’onore e de la gloria altrui molte fiate, più che del suo proprio, è desideroso; non però sempre. Conciosia che le ricchezze e l’onore e la gloria son beni, senza i quali il cortigiano non può esser felice intieramente; onde per la sua felicità dovrà desiderarli. Ma se beato non può mai essere il vizioso, non desidererà il cortigiano d’arricchire con vizio, o di farsi grato al principe con alcun’arte di malignità, o d’acquistar onori e gloria co’ mezzi illeciti. Parlo di quel cortigiano che formò il buon Castiglione, e ch’io dico ch’è vero amator di se stesso; il quale peraventura non si truova: molti nondimeno si possono ritrovare che tanto gli s’assomigliano, che sarebbe più malagevole il riconoscerli da l’idea, che non sarebbe stato a’ tempi del buon Numa Pompilio il distinguer lo scudo caduto dal cielo fra quelli altri che da eccellente fabbro a quella similitudine erano stati fatti. E piaccia a Dio, che molti di questi si trovino ne la corte del signor principe vostro.</p>
               <p TEIform="p">Mi direte dunque: desideri tu che ’l signor principe sia ingannato, e che prenda lo imperfetto in luogo di perfetto? Alcuni inganni sono, o signor Ardizio, i quali non vorrei io mai che al signor principe fosser fatti; nè mi piacerebbe che ’l fraudolente fosse da lui giudicato prudente, nè il sofista dotto: ma che il prodigo fosse da lui stimato liberale, non tanto mi dispiacerebbe, ch’io perciò esortassi giamai il signor principe a privarne la sua corte, ed a distinguer minutissimamente tra la prodigalità e la liberalità, le quali con le ragioni de’ filosofi debbono esser esquisitamente separate: ma ne la vita de gli uomini assai cortese è colui c’onora co ’l nome di virtù quelle disposizioni che sono anzi giovevoli che dannose, e che possono agevolmente con l’età convertirsi in virtù. Questo medesimo direi del desiderio di gloria e de l’ardire e del disprezzo de’ pericoli e di molti altri affetti, i quali comechè non sieno vera magnanimità o vera fortezza, son nondimeno simili a la magnanimità ed a la fortezza; e con molto onore e riputazion de’ principi soglion viver ne le corti gli uomini che di questi affetti lodevoli son da la natura dotati. E peraventura in quei primi tempi che furono detti eroici (i quali porsero a’ poeti larga occasione di poetare) Ercole, Teseo, Giasone, Tideo, Achille e gli altri, furono più tosto ripieni di quegli affetti, che d’alcuna esquisita virtù. E se così i nostri tempi fussero copiosi d’uomini sì fatti, come furono gli antichi, avrebbono i nipoti de’ nostri nipoti occasion di poetar de’ nostri tempi: de’ quali non dobbiam noi, o signor Ardizio, in tutto starci muti; ma scriverne in guisa parlarne, che leggendosi gli scritti, o udendosi le parole, sieno stimate non più dissimili dal vero, di quel che a me paresse il ritratto del principe di Geneve, che voi mi mostraste. Non parlo di quel de la principessa di Parma, perch’io non la vidi giamai; ma credo nondimeno che l’arte vostra non l’abbia fatta dissimile: la qual se si volgerà ad imitar il signor principe, prenderà soggetto dignissimo d’esser imitato. Ed a questo io v’esorto con molto maggior ragione, che voi non esortate me al biasmo de le corti, dal quale son lontanissimo; ma così pronto ad onorar il principe vostro signore, e la corte di Sua Altezza, che niuna cosa ch’io possa far per sua sodisfazione, mi richiederete indarno.</p>
               <p TEIform="p">Mi piace oltre modo ch’egli mi abbia raccomandato a la sorella; e mi recherò sempre a molto favore, ch’egli di me si ricordi, e de le promesse ch’in suo nome mi fece il signor Marcello. Di quei pochi danari non mi pare in alcun modo convenevole che Vostra Signoria parli con Sua Altezza; ma mi farà ben piacere di parlarne co ’l Signor Donato, e di far che mi sian mandati. A Sua Altezza vorrei ben che ricordasse c’aspetto la copia di quel dialogo ch’io le diedi, o il dialogo stesso scritto di mia mano, se n’avrà fatto prender copia. E con questo a Vostra Signoria bacio le mani, pregandola che si contenti di scrivermi spesso, e di rinovar la memoria di me co ’l signor principe. Viva felice. Di Ferrara, il 27 di giugno 1584.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A CURZIO ARDIZIO. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ripensando a quel che ieri scrissi a Vostra Signoria in risposta de la lettera sua, mi pare d’averle data occasione ch’ella sospetti, ch’io ne le corti, come falso filosofo e come adulatore volessi vivere, quando scrissi in queste o in simili parole, ma certo in questo senso; ch’io era più inclinato a l’adulazione, che ad alcuna acerbità di parole: ed appresso; ch’io non voleva ne la vita de gli uomini distinguere la cupidità di gloria da la magnanimità, il disprezzo de’ pericoli da la fortezza, e la prodigalità da la liberalità: le quali parole or voglio interpretare; perchè non men desidero che sia la penna e la lingua mia lontana da ogni sospetto d’adulazione, che da ogni colpa d’invidia e di malignità.</p>
               <p TEIform="p">E prima, interpretando le prime, dico: che, se ben è vero ch’io sono più inclinato al lusingare che a l’offendere altrui con le parole; l’inclinazione nondimeno non mi necessita, e la elezione è di quel che conviene. Ne le seconde così mi dichiaro: che s’io avessi detto di non volere quei vizi da quelle virtù distinguere, quando come filosofo ne ragionassi, avrei porta altrui larga occasione di riprendermi; ma io questo non intesi. Ed acciochè Vostra Signoria meglio intenda l’intenzion mia, sappia che de le virtù e del vizio de gli uomini si può parlare, o ne le persone circoscritte da’ particolari, o in quelle che da alcun particolare non sono circoscritte. Persone circoscritte da’ particolari chiamo quella d’Alessandro, di Temistocle, di Catone: non circoscritte da’ particolari, quella del re, del capitano e del padre di famiglia. Le prime; o son vere, come quelle che nominate abbiamo, o finte: e se vere; o i particolari, c’abbiamo detto che le circoscrivono, son veri, o finti; persone finte, circoscritte da veri particolari, non si ritrovano. Nè le seconde non si posson dire vere, nè finte; perchè di loro non si niega, nè s’afferma alcun particolare. De la virtù de le persone da’ particolari circoscritte, quando sian vere e veri i particolari, parla l’istorico o l’oratore: e se ’l filosofo talor ne parla, non è suo officio di ragionarne; perchè il filosofo non considera i particolari: ed i poeti ne parlano quando finte sono le persone ed i particolari; e parimente quando quelle siano vere, e finti alcuni de’ particolari. Finta, se non m’inganno, fu la persona di Camilla: vera, ma circoscritta da alcun finto particolare, quella d’Achille e d’Enea. Ed in quel modo che tutti costoro che nominati abbiamo, parlano de la virtù, posson del vizio ragionare. Or s’io, come filosofo che vivesse in corte, de la virtù e del vizio del re e del capitano e del padre di famiglia dovessi ragionare, non appropriando queste persone più a la greca che a la romana o che ad altra nazione; nè dando lor per padre più Filippo o Alessandro, che alcun altro; non dovrei in alcun modo nominare la cupidità di gloria magnanimità, nè audacia la fortezza, nè prodigalità la liberalità; ma l’una da l’altra dovrei in guisa distinguere, che molto bene potesse esser conosciuta, mostrando quai obietto si proponga ne l’operare il magnanimo, quale il forte, quale il liberale, e quale gli altri: ma se io d’alcuna persona circoscritta da’ particolari ragionassi, quando veri fossero i particolari, non mi pare ch’io potessi essere così sicuro mai de l’obietto il quale ella si propone ne l’operare, che assai discretamente non giudicassi che l’operazioni, che ne l’apparenza son buone, sian fatte da uomo che ne l’operare si proponga l’onesto per obietto: e se viva sarà la persona di cui si parla, con maggior risguardo si dovrà ragionare; perciochè nè le adulazioni nè le maledicenze convengono al cortigiano, che come filosofo ragioni: tuttochè, come ho detto, il ragionar de le persone circoscritte da’ particolari non sia proprio officio di filosofo. Ma s’io come oratore n’avessi a ragionare, dovrei dire: l’invettive e l’accuse piene di maledicenze, non debbono esser fatte da uno che viva in una corte o sotto un principe solo, ma da coloro che vivono ne le republiche; onde assai convenevolissimamente gli oratori, che manifestano i vizi, a’ generosi cani da Cicerone sono assomigliati: ma le orazioni di lode non solo a quelli oratori convengono che vivono ne le republiche, ma a quelli ancora che ne le corti albergano o ne le città governate da principi. E forse molto più, e sopra tutte l’altre, quelle lodi volentieri s’ascoltano da la bocca de gli oratori, che a’ morti sono date; perciochè la virtù de’ maggiori molto suole muovere gli animi generosi, ed assai infiammargli a la virtù: e per questa ragione, a creder mio, furono l’orazioni funebri instituite. Onde s’io, o altro cortigiano come oratore talora parlerà o scriverà; niun biasmo, a mio giudizio, meriterà, quando la virtù de’ morti con sua eloquenza ornerà; pur che ne l’ornarla quell’obietto si proponga, ch’egli dee: e questo, altro non dee essere che ’l giovamento de’ principi e de le città. E quantunque si voglia dire, che la virtù lodata cresce, e che i fanciulli generosi si muovono per le lodi; assai simili a quei destrieri de’ quali fu scritto
<quote rend="block" lang="lat" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">Tum magis atque magis blandis gaudere magistri</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Laudibus, et plausae sonitum cervicis amare;</l>
                  </quote>
nondimeno, perchè il cortegiano ogni sospetto di lusinghiero dovrà schivare, e per riputazion sua e per utile del principe, assai più volentieri de la virtù de’ morti che di quella de’ vivi scriverà e ragionerà: de la quale quando pur debba scrivere e ragionare, altro obietto non si proporrà, che di render virtuosi coloro che ascoltano o che leggono. E perchè gli uomini si posson render virtuosi non solo allettandoli co’ premi de la lode, ma spaventandoli eziandio con le pene del biasimo e de l’infamia; non inutilmente è stata ricevuta l’orazion de la lode e quella del biasmo: pur tanto l’una de l’altra è più giovevole, quanto migliori son coloro che operan bene mossi da’ premi de l’onore e de la gloria, di coloro che spaventati da l’infamia rimangono d’operar male. E so ben io, che nè questi nè quelli sono perfetti: perciochè colui che è perfetto non si muove ad operare per alcun premio esterno, nè se ne rimane per alcuna pena esteriore; ma opera solamente per onestà. Non si disdice nondimeno a l’oratore meno esquisitamente scrivere de la virtù e del vizio; nè a l’istorico si disdice, al quale in tutte le forme de’ governi doverebbe esser lecito di scrivere il vero. Ma come ch’io non nieghi, che de la virtù e del vizio de gli uomini possa così l’istorico come gli altri scrivere; quelli istorici che non de la vita de gli uomini, ma de le azioni sono scrittori; quelli, dico, che le azioni principalmente si propongono di narrare; debbono ne’ biasmi del vizio e ne le lodi de la virtù esser parchi molto; e quel solamente lor si conviene di scrivere, che è necessario per la cognizione de le azioni. Ma quelli che non alcun’azione principalmente, ma la vita de gli uomini scrivono; ne la quale debbon non sol manifestare quel c’abbian fatto coloro di chi si scrive, ma quali siano stati, e forse molto più; non potranno schivare di parlare de la virtù e del vizio de gli uomini. E s’io non giudicassi che de’ principi de’ quali ieri vi scrissi si potesse veramente molto più dir con lode che con biasimo; non crederei giamai che i figli e i nepoti loro dovessero pagare chi le vite loro scrivesse. Ma quando molto si può dir con lode e poco con biasmo, non veggo perchè, tacendo il biasimo, si debba torre ogni fede a le vere lodi; o perchè la memoria de’ morti debba esser difraudata de la gloria: i quali, o non hanno alcuno affetto a le cose di questo mondo; o se l’hanno, assai volentieri consentono che di lor si ragioni, tuttochè con le lodi alcun biasimo fosse mescolato. Onde assai convenevolmente l’anime d’alcuni morti dicono presso Dante:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">Pregoti c’a la mente altrui mi rechi;</l>
                  </quote>
ed altrove:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">... sì co ’l dolce dir m’adeschi;</l>
                  </quote>
ed altrove, parlandosi de la fama la quale egli poteva dare a’ morti:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">Questi può dar di quel che qui si brama.</l>
                  </quote>
E quantunque in questi luoghi tutti ei parli de l’anime de’ dannati; e l’anime di quei principi de’ quali ieri scrissi, se beate ancora non sono, dobbiamo almen credere che siano nel purgatorio; nondimeno, quando desiderose di gloria non fossero, non può lor dispiacere che la verità sia manifesta: la quale a’ successori loro sarà, senza alcun dubbio, non solo di molto onore, ma di molto giovamento eziandio; massimamente s’ella sarà accresciuta e adornata, non solo come da gli oratori suole, ma come da’ poeti ancora, ne gli encomi e ne’ panegirici e ne l’altre varie maniere di piccioli poemi che in lode de’ principi si compongono.</p>
               <p TEIform="p">Ma voi forse, signor Ardizio, mi dimanderete: se la verità adornata ed accresciuta, altro non è che la menzogna; a’ poeti, dunque, ed a gli oratori si conviene di dir la menzogna? e se la menzogna è degna di biasimo, come potrà recare onore altrui? A questo io rispondo: che la menzogna che a’ principi ed a le città può giovare, si può dir senza alcuna colpa e senz’alcun biasimo. E se ciò vero non fosse, nè Platone avrebbe concesso ne’ dialoghi de la Republica e de le Leggi, ch’ella si possa dire; nè Aristotele avrebbe detto, che la poesia ha più del filosofico che de l’istoria: perciochè l’universale de’ poeti non è senza menzogna; i quali, formando Enea quale i filosofi formarebbono l’idea de l’eroe, dicono alcuna menzogna: tuttavolta l’adornamento e l’accrescimento de’ poeti non dee mai esser tale, che da molta convenevolezza e da molta verisimilitudine non sia accompagnato.</p>
               <p TEIform="p">Ma perchè scrivo io queste cose al signor Ardizio? il qual molto meglio di me le sa. E s’egli dipingesse il principe di Mantova, in guisa lo dipingerebbe, ch’egli da coloro che veduto l’hanno, per lo principe di Mantova fosse conosciuto: ma s’Achille o Teseo avesse a dipingere, tale il formarebbe, quale l’arte sua li mostrasse c’un eroe dovesse esser formato. Pur di queste cose scriverò, se piace al Signor Iddio, più esquisitamente nel luogo proprio. Or lasciando c’altri creda di me quel che gli parrà, in quel che a la dottrina appartiene, assai rimarrò sodisfatto, se voi crederete ch’io desideri di vivere ne le corti, come i buoni cortegiani debbon vivere. E bench’io sovra modo desideri di scrivere, non è però che non mi paia di poter esser buon cortegiano e scrittore; perchè, quantunque il cortegiano sia scrittore per accidente, questo accidente gli aggiunge nondimen maggior perfezione, che molti altri non fanno. E tanto basti per ora in questo proposito.</p>
               <p TEIform="p">Al signor Marcello Vostra Signoria si contenti di raccomandarmi, e di ricordargli il mio negozio; e di pregarlo ancora, che mi mandi alcun medicamento da prender per bocca, non sol buono al mio male ma piacevole. Al signor principe baci in mio nome le mani con molto affetto, e saluti la corte tutta di Sua Altezza. E viva felice. Di Ferrara.</p>
            </div2>
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               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO. Brescia</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non dubito che la Vostra Paternità debba mancarmi de la sua parola; però la prego che non voglia lasciarmi più lungamente in questa sospensione d’animo, dico de la sua venuta, ne la quale <foreign lang="lat" TEIform="foreign">dilatabo os meum</foreign>, per seguire il consiglio che Vostra Paternità mi diede. Fra tanto sia certa, ch’io non solo penso di rispondere a’ suoi sonetti, ma a tutte quelle cose che possono maggiormente confermare la nostra amicizia. E le bacio le mani. Da le mie stanze di Ferrara, li 2 luglio 1584.</p>
            </div2>
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               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO. Brescia</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Risponderei più a lungo a l’ultima lettera di Vostra Paternità reverendissima se l’aspettazione de la sua presta venuta non fosse cagione ch’io riserbassi molte cose da ragionar seco, e particolarmente quelle c’appartengono a la lettera graziosa, ed a la mia andata di Napoli, la qual vorrei che fosse graziosa parimente. Ora raccogliendo l’altre sotto poche parole, dico che Vostra Paternità reverendissima ha derivate le mie lodi da quel fonte, dal quale doveva derivar le sue persuasioni. E quantunque io mi conosca più bisognoso di queste, che meritevole di quelle; nondimeno, poic’a la sua cortesia così è piaciuto, le ricevo assai volentieri; e cercherò ch’elle facciano in me l’effetto de l’une e de l’altre, in modo ch’ella non debba pentirsi d’avermi prima lodato che conosciuto. E perciochè le sue laudi si stendono ancora a le mie composizioni, ne la qual parte con minor vergogna io sostegno che mi siano date, le avrei mandati que’ cinque libri de le mie Rime, accioch’ella temprasse, se non l’abondanza de l’affezione che mi dimostra (ch’in questa non ci vorrei temperamento), almeno quella de le parole e de le scritture, le quali mi pongono addosso maggiore obligo di quello ch’io peraventura sia atto a sostenere. Ma non ho giudicato convenevole che Vostra Reverenza prenda per me tanta fatica: e se per altra cagione le piacerà di vederle, n’averà commodità ne la sua venuta. Fra tanto si contenti di non dare ad alcuno stampatore que’ pochi sonetti i quali ha de’ miei, perchè potrebbe facilmente avvenire che si vedessero migliorati. E le bacio le mani, presandola che mi raccomandi a tutti i padri de la sua Religione, e particolarmente a l’abbate Guidi e a don Girolamo Troiani. Da le mie stanze di Ferrara, il 7 di luglio 1584.</p>
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               <head TEIform="head">194</head>
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                  <salute TEIform="salute">A BIANCA CAPPELLO, GRANDUCHESSA DI TOSCANA (Dedicatoria)</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vostra Altezza è stata da la providenza d’Iddio collocata in una Casa, la quale è albergo de la religione e de la pace. Perciochè le varie e lunghe sedizioni da le quali fu la republica fiorentina perturbata, con la possanza e con l’autorità di questi eccellentissimi principi sono estinte ed acquetate; e quando non erano ancora in tutto sopite, non solamente si rinovarono con la morte di Lorenzo de’ Medici, ma si stesero per tutte le provincie vicine, di maniera che il fine de la sua vita fu principio de la guerra e de la servitù d’Italia. Sono stati poi gli altri i quali, governando la Toscana con l’arti medesime e con la medesima prudenza, hanno stabilita la quiete de la città, e la riputazione e la grandezza del principato, ed a’ nostri tempi l’ultimo Cosmo fu onorato del titolo di serenissimo granduca, e Francesco suo figliuolo in questo e ne gli stati e nel valore del padre è succeduto. Al quale essendo Vostra Altezza congiunta in matrimonio, oltre le virtù che seco ha portate, v’ha ritrovata particolarmente o accresciuta quella che suol favorire gli studi de le belle lettere e de le scienze, amiche de l’ozio e de la tranquillità. Laonde a niuno più che a lei ho giudicato convenirsi questo mio dialogo, in cui de la Pace si ragiona. E quantunque egli sia picciolo molto, i piccioli doni non furono dal gran Cosmo e dal gran Lorenzo rifiutati. Ma se Vostra Altezza avrà risguardo a le cose in lui contenute, le parranno di sorte, che stimerà convenevole ardire quel ch’io mostro nel mandargliele, e nel pregarla che si degni di raccorlo sotto la sua protezione. E le bacio umilissimamente le mani. Da le mie stanze in Sant’Anna, li 13 di luglio 1584.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A CAMILLO COCCAPANI. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non ricerco risoluzione d’alcun dubbio, ma confermazione del mio parere: e se ricercandola troverò cosa in contrario, non mi spiacerà, pur che trovandola, impari quello ch’io non sapeva. È la mia opinione, che quelle parole del testo latino d’Aristotele nel settimo de l’Etica, “<quote lang="lat" TEIform="quote">et ipsum perinde, atque mancipium trahere,</quote>” debbano più tosto esser trasportate in questa lingua così: “e lei tirare, come fosse uno schiavo;” che in quest’altro modo: “strascinarla a guisa d’uno schiavo:” perciochè intende Aristotele del piacere; al piacere si conviene il tirare, non lo strascinare: e chi traducesse quelle parole, “<foreign lang="lat" TEIform="foreign">trahit sua quemque voluptas;</foreign>” direbbe, “ciascuno è tirato dal suo piacere;” non, “ciascuno è strascinato.” E ’l Petrarca disse “piacer mi tira,” e non “piacer mi strascina.” Oltre di ciò, le cose prese con mano sono più tosto tirate che strascinate: però, stando Aristotele su la metafora del mancipio, il quale è servo preso con mano, si può tradurre più convenevolmente tirare che strascinare. Anzi, ripensando a le cose lette, non mi ricordo d’alcuno strascinato da le mani, se non de l’infelice padre, il quale ebbe il figliuolo simile ne la sceleraggine; ma da cavalli, oltre Mezio e Grifone, molti, come si legge, furono strascinati. Ultimamente parla Aristotele non de la pena che si dà al servo, la quale potrebbe esser peraventura lo strascinare; ma de l’atto co ’l quale il vincitore il reca ne le sue forze. E questo assai propriamente si dice tirare, o tirare a sè. Ho detto la mia opinione. Ma perch’io non ho il testo greco nè ’l volgare che fu tradotto da Bernardo Segni, saprei volentieri da Vostra Signoria, che può considerare l’uno e l’altro, il vero senso di questo luogo. E le bacio le mani, ed insieme al signor Alessandro. Da le mie stanze, il 28 di luglio.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO. Brescia</salute>
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               <p TEIform="p">Vostra Paternità, scrivendo a me o di me, quasi egualmente m’obliga a la risposta; e s’io non rispondo a’ versi come a le sue lettere, non avviene perch’io non conosca l’obligo, ma perchè non posso così facilmente pagarlo. Laonde io la ringrazio che mi conceda questo spazio: e più la ringrazierei, s’in tutto me ne sciogliesse, o se almeno fosse contenta ch’io facessi quel che fu lecito a’ pastori di Virgilio; l’uno de’ quali non rispose al dubbio proposto, ma ne propose uno di nuovo, come colui al quale era parso più difficile il trovare la soluzione che l’argomento. Benchè, s’io debbo palesare il vero, non considero quel che sia malagevole, ma quel che sia conveniente; e so c’a voi non convengono se non rime elette: però mi sforzerò di farle tali. Fra tanto, s’io potessi molte volte esser visitato da’ vostri pari, non direi che fosse disturbo, come voi il dimandate, ma trattenimento; al quale non sarebbe preposto da me alcuno studio. Ma in tanta e così lunga solitudine, io non posso nè acquietar l’animo, nè riposar l’intelletto in alcuna parte, meglio che ne’ libri; e però mi pare che assai convenevolmente parlassero coloro ch’il chiamarono <foreign lang="lat" TEIform="foreign">otium litterarium</foreign>. E se voi doveste venire a Ferrara per mia cagione, come scrivete, vorrei che portaste con esso voi lo stabilimento di questo ozio e di questa quiete, sì che nessuno potesse mai interromperla, se non voi solo: e coloro che piacessero a voi, sarebbono quelli che piacerebbono a me stesso; i quali ne l’ora di fare esercizio, mi condurrebbono al vostro bel convento di San Benedetto, ed a’ bei giardini di Sua Altezza, che sono vicini e quasi congiunti. E benchè questo non possa dependere dal vostro volere, nondimeno sarà facilmente conceduta la grazia al padre abbate, al quale io bacerei volentieri le mani. Ed a la vostra ed a la sua Paternità mi raccomando. Da le mie stanze di Ferrara, il primo agosto 1584.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">297</head>
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                  <salute TEIform="salute">A CAMILLO COCCAPANI. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non volli esponere a Vostra Signoria quel testo d’Aristotele, ma intenderne la sua esposizione: però feci come i forestieri poco pratichi del paese, che accennano solamente i luoghi ne’ quali vogliono esser condotti per ricercare d’alcuna cosa. E l’accennai al signor Camillo, il qual si può dire che sia nato e nutrito nel seno de la filosofia peripatetica: laonde non sarebbe maraviglia, ch’egli mi avesse guidato a la vera intelligenza, a la quale andando per me stesso, avrei peraventura fallato il cammino. Nondimeno, perchè ne l’interpretazione di tutto il testo io non aveva dubbio alcuno, ma solamente ne la proprietà di quella parola <foreign lang="gre" TEIform="foreign">periélkein</foreign>, che gli espositori latini d’Aristotele hanno detto <foreign lang="lat" TEIform="foreign">trahere</foreign>, e ch’io interpretai <emph TEIform="emph">tirare</emph>; di questa sola discorrerò di nuovo.</p>
               <p TEIform="p">Dico, dunque, ch’io non biasimo l’aggiunta che vi fate de l’avverbio <emph TEIform="emph">per forza</emph>; tuttavolta non mi par necessaria: perciochè il tirare è uno de’ quattro moti violenti; che sono, il portare, il sospingere, il girare a torno, e ’l tirare; ciascun de’ quali si fa per forza. Laonde questa parola vi s’intende in conseguenza, quantunque non s’esprima: e chi vuole aver riguardo a l’uso del Petrarca e del Boccaccio, troverà che nessuno o pochissimi sono i luoghi ne’ quali s’aggiunga, e molti quelli ne’ quali si lascia: ed uno particolarmente n’addussi ne l’altra mia lettera, assai proprio; perciochè in lui si parla del piacere, del quale Aristotele ragiona parimente. Ed ora del Boccaccio io reco questi altri: “e tirandoli il diletto parecchie miglia;” “e tirandolo da una parte amore, e da l’altra i conforti di Gisippo;” “e quasi da eguale appetito tirati:” ne’ quali tutti si parla del piacere, de l’amore e de l’appetito; cose molto somiglianti. E benchè la violenza vi s’intenda, non vi s’esprime; perchè la violenza del piacere o diletto, che vogliam dirlo, de l’appetito e de l’amore, non si conosce: anzi non è propriamente violenza; ma s’attribuisce loro per traslazione, per imagine o per simiglianza. Per queste ragioni, dunque, mi pare di poter lasciare a dietro senza pericolo quel che voi avete aggiunto per accrescer forza a la parola. Ma de l’altro significato che suole avere la voce <foreign lang="gre" TEIform="foreign">periélkein</foreign>, quantunque sia proprio del luogo imitato da Virgilio, in questo io non lo stimo così conveniente; s’altro non mi rimuove da la mia opinione, la qual cercherò di conformare con la vostra. E vi bacio le mani, pregandovi che quando avrete pregato Iddio per me, vi ricordiate ancora di pregare i principi, che sono in terra esecutori de la sua volontà. E questo ricordo ancora vorrei che deste al signor Alessandro. Da le mie stanze, il primo d’agosto del 1584.</p>
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               <head TEIform="head">298</head>
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                  <salute TEIform="salute">AL PADRE ***</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">La bella visita de’ vostri padri è stata quasi nuovo sprone a vecchio cursore; perchè m’ha subito mosso a celebrar la morte del reverendissimo padre Constabile, com’io aveva già promesso: il che io farei con più sonetti, se non fossi altrettanto stanco quanto sono lento. Quest’uno basterà nondimeno per dimostrare il poco mio potere, il qual mi dee sciogliere da molto obligo. E bacio le mani a Vostra Paternità; a la quale manderò ancora il sonetto di san Tommaso. Da le mie stanze, il 19 di settembre del 1584.</p>
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               <head TEIform="head">299</head>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVANN’ANGELO PAPIO. Bologna</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Le raccomandazioni di Vostra Signoria m’hanno mosso a scriverle quello ch’io non avrei fatto senza esse, temendo che le mie lettere non le portassero alcun fastidio; perchè ’l mio stato n’è così pieno, ch’è difficil cosa ch’io scrivendo a gli amici, non glie ne faccia maggior parte di quella che peraventura essi vorrebbeno; come ora toccherà a Vostra Signoria: la qual non avendo potuto fare ch’io mi fermi in Ferrara con mia sodisfazione, deve almeno cercare con ogni suo sforzo, ch’io me ne possa partire senza impedimento; persuadendo a coloro che tanto tempo mi hanno trattenuto con speranza di libertà, c’ormai la mi concedano: e quando l’altre persuasioni tutte non bastassero, non deve esser disprezzata quella, c’a’ nemici si fanno i ponti d’oro. Perciochè non dubitando io nè de la giustizia del signor duca di Ferrara, nè de la parola di Sua Altezza, datami in presenza di tanti cavalieri italiani e francesi, debbo esser certo ancora, che fermandomi in Ferrara con quel proponimento ch’io ebbi sempre di servirla, avrò ristoro di più di due mila scudi ch’io ho perduti, per ingiustizia e quasi per violenza d’alcuni ch’io non voglio nominare: e tanto più è ragionevole ch’io abbia questa certezza, quanto sono più sicuro che buona parte di questi danari sia entrata ne le borse loro. Nè questo è ’l maggior danno ch’io ho patito; ma ce ne son de gli altri, de’ quali non credo che ’l signor duca serenissimo consentirà ch’io resti aggravato: laonde se Vostra Signoria caldamente, come dee, scriverà a monsignor il vescovo in mia raccomandazione, potrà facilmente avvenire che Sua Signoria reverendissima persuada chi mi ritiene a lasciarmi andare, ed a facilitarmi il viaggio con que’ modi che sono convenienti: percioch’io sono tanto povero di danari, quanto ricco di fede; nè potendo partire come vorrei, delibererò di rimanere com’essi non vogliono. Non vorrei nondimeno, per vincer questa pugna, viver lungamente in questa infelicità. Però se monsignor reverendissimo vorrà come arbitro compor le nostre discordie, e come liberatore aprir queste porte, dentro le quali io credo di star rinchiuso contro a la commissione datane dal signor duca; non solo a la sua ma a la Vostra Signoria n’avrò obligo grandissimo, il quale durerà quanto la vita: e perch’egli sia lungo, ed io possa pagarlo in diversi modi, desidero di viver lungamente, e d’aver molte occasioni di servirla. Faccia dunque Vostra Signoria in maniera, che non fornisca tosto con la mia vita la possessione ch’ella ha sovra quest’animo assai costante; co ’l quale prego Dio continuamente per la sua esaltazione. E le bacio le mani. Da le mie stanze in Sant’Anna, a’ 24 di settembre del 1584.</p>
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               <head TEIform="head">300</head>
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                  <salute TEIform="salute">A OTTAVIO FARNESE, DUCA DI PARMA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non misuro la grazia, la qual dimando a Vostra Altezza, co ’l merito mio, ma con la sua cortesia. E perchè in sua comparazione non mi par grande alcuna cosa, credo impetrarla non diffilcilmente. Laonde non voglio che le soverchie parole siano argomento di poca fede; ma la prego che scriva a l’illustrissimo signor cardinale suo fratello, che si degni d’accettare Alessandro mio nepote al servigio del signor don Odovardo, acciochè la sua nuova servitù sia principio o stabilimento de la mia, cominciata più tosto con l’affezione che con l’opere, o con la presenza. E le bacio umilissimamente le mani. Di Ferrara.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A RANUCCIO FARNESE. Parma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io desidero che ’l signor cardinal Farnese accetti Alessandro mio nipote al servigio del signor don Odovardo; e n’ho già supplicato il signor duca di Parma, per mezzo del quale spero di conseguire la grazia; e ne supplicherò monsignor illustrissimo. Ma perch’io credo che nel signor don Odovardo l’amor del fratello sia così grande, come la riverenza ch’egli porta al zio ed a l’avolo; vorrei che l’affezione de l’uno, aggiunta al rispetto de gli altri, glie le facesse più caro. Prego dunque Vostra Signoria con ogni affetto, che l’induca con sue lettere a contentarsi di questa servitù, e de la mia, che sarà congiunta; o almeno non potrà essere tanto separata, che non possa più la congiunzione de gli animi, c’ogni distanza de’ luoghi. E le bacio le mani. Di Ferrara.</p>
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               <head TEIform="head">302</head>
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                  <salute TEIform="salute">AL CARDINALE ALESSANDRO FARNESE. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Già lessi in alcuni antichi filosofi, ch’Iddio vuol per sè la cura de le cose grandi, ma le picciole commette a la fortuna. Ora la religione e l’esperienza m’insegnano altramente: perchè molti gran principi m’hanno fatto salutar da parte loro; e fra gli altri, il signor duca di Parma, fratello di Vostra Signoria illustrissima: ond’io prendo ardire di supplicarla, che si degni d’accettare Alessandro mio nipote a’ servigi del signor Odovardo; parendomi di togliere in questo modo a la temerità tutto quel potere che usurpa, o può usurpare la tenera età del fanciullo per la morte del padre; e di lasciarlo a la prudenza ed a la pietà d’un religiosissimo e nobilissimo principe, il quale in tutte le sue azioni ha meritate grandissime laudi, ed ora credo che non debba sprezzare le picciole, ch’io posso dare. Esaudisca dunque le mie umilissime preghiere, e non rifiuti un certissimo pegno de la mia devozione, e de la perpetua volontà c’avrò di servirla. E le bacio le mani. Di Ferrara.</p>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">A ODOARDO FARNESE. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non ho avuto ancora occasione di servir Vostra Signoria illustrissima, ma non mi è in modo alcuno mancata la volontà; perchè il suo nome in un medesimo tempo fu da me inteso ed onorato: e prima io desiderai ch’ella fusse quale è divenuta, che di lei avessi alcuna certa cognizione. Debbo dunque sperare che mi conceda per grazia quel ch’io non posso domandar per gratitudine; e le dimando che si degni d’accettare a’ suoi servigi Alessandro mio nipote, che le sarà presentato da messer Maurizio Cataneo, segretario del reverendissimo cardinale Albano. E bench’io ne scriva a monsignor illustrissimo suo zio, nondimeno io la supplico che ci concorra il suo volere prontamente, o più tosto che prevenga quel di ciascun altro. Così il Signor Dio le conceda d’arrivar a tutti i gradi maggiori di grandezza e di felicità. E le bacio le mani. Di Ferrara, li 26 settembre nel 1584.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON LATTANZIO FACIO, ABATE DI SAN BENEDETTO. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">La dignità di Vostra Paternità reverendissima mi può far così certo de’ suoi meriti, come il testimonio del padre don Angelo Grillo de l’affezione che mi porta. Laonde non mi rimane altro dubbio, che quel de le cose che non sono in lor potere; fra le quali è la mia libertà: nondimeno, se vorranno non solo accettarmi, ma pregare perch’io sia lor conceduto, facilmente impetreranno questa grazia. Ed io supplico Vostra Paternità reverendissima particolarmente, che si degni di pregar chi può esaudirci; acciochè non m’incresca l’aspettar più lungamente la venuta del padre Grillo; perciochè è più di male ne l’aspettare che nel patire, come scrive Euripide. Ed io, c’ho molto patito e molto aspettato, vorrei por fine a l’una di queste cose almeno, se non si può così tosto a l’una ed a l’altra. Ma piaccia a Dio che finiscano tutti i miei mali in bene. E le bacio le mani; pregandola che voglia obligar perpetuamente un suo devoto servitore. E le raccomando l’inclusa. Di Ferrara.</p>
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                  <salute TEIform="salute">ALL’ABATE CRISTOFORO TASSO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">La mia innocenza e i miei errori sono congiunti insieme di maniera, che non debbe aver luogo il castigo dove ha luogo la clemenza. E se pur il rigor de la giustizia non volesse che restasser le colpe impunite, devrei sperar che la mia pena fosse minore, che quella de’ nemici; perciochè l’offese fattemi da loro sono state volontarie, e i miei falli, quasi necessari. Nondimeno, perch’io, il quale ho peccato come uomo offeso ingiustamente, ho perdonato come cristiano, non desidero la vendetta di loro, ma l’emenda; la quale io fo dal mio lato quanto posso, mentre da la parte loro è l’istessa perseveranza. Laonde è ragionevole ch’io speri la grazia, non solo perchè m’è stata promessa, ma perchè m’è stato promesso quello che si deveva concedere senza promessa. Tra tanto, non potendo Vostra Signoria adoperare altro per mio giovamento e sodisfazione, la prego che scriva a l’illustrissimo signor cardinale Albano così caldamente, che mi sia conceduto l’uscir fuori per confessarmi come prima, e l’udir la messa il giorno de le feste e il venerdì e il mercordì. La qual grazia assai facilmente potrà impetrarla monsignor illustrissimo; il quale già molti anni ho portato in seno, e giamai non mi scinsi. Nostro Signore il contenti; ed a me dia l’aspettate consolazioni. E vi bacio le mani. Di Ferrara, il 12 ottobre del 1584.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Se l’affezione che Vostra Signoria illustrissima scrive di portarmi, avanzerà ogni opinione ch’io n’abbia, non sarà difficile ch’ella superi ancora la mia contraria fortuna; la qual se non è stata vinta da la mia virtù, può con molta lode da l’altrui magnanimità essere ormai superata: ma percioch’io conosco il suo giudicio pari a la benivolenza, non voglio pregarla che, concedendo a questa di soverchio, in quell’altro dimostri alcun difetto: perchè ne ’l piacer nè l’utile nè l’onor mio deve esser discompagnato da la sua riputazione. Non solo io lodo, ma volentieri accetto il suo consiglio intorno a la publicazione de l’opere mie; e se oltre la dedicazione sarà necessaria un’altra lettera a’ lettori, com’io stimo, si potrà dar questa cura a lo stampatore: e s’io devessi eleggere, eleggerei il Giolito o ’l Manuccio, che sono i migliori che al tempo nostro esercitino questa non meno utile che onorata professione; e’ l’uno e l’altro de’ quali devrebbe essermi amico. Ma avendo io deliberato di mandar le mie rime e l’altre mie composizioni a Vostra Signoria illustrissima perchè sieno appoggiate a l’autorità ed a la sua favorevole protezione, e perch’ella si degni di facilitar questo negozio, al quale io non posso attendere per le cagioni che le sono già note; la prego ancora, che le dia a lo stampatore che più le piacerà, e de l’amorevolezza del quale ella giudicherà che più possiamo prometterci. Sappia nondimeno che questi due, li quali hanno sperimentato quale sia il merito de l’altrui fatiche ne gli studi, m’avevano data o fatta dare grande speranza d’utile tale, che non si deve spregiare; ed ora non so a che si risolveranno: quantunque è assai ragionevole che le raccomandazioni di Vostra Signoria illustrissima debbano confermare ogni lor buona intenzione. Ora le mando il primo e l’ultimo volume: le manderò poi quel di mezzo, che non ho per ancora corretto nè riveduto: e tutti credo c’avranno bisogno di molto maggior diligenza, di quella ch’io v’abbia potuta usare. E s’io fossi Virgilio, la pregherei che si contentasse d’esser Tucca o Varo; benchè a l’animo suo più si convenisse d’esser Macenate. Ma dov’è l’Augusto? Basti: in questo proposito ho detto assai. E le bacio le mani. Di Ferrara, il 15 di ottobre del 1584.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A PIRRO GONZAGA. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Le vie più sicure, quantunque lunghe, sogliono esser megliori de le brevi, ne le quali è qualche pericolo: però dovendo io mandare due volumi di mie rime al signor Scipione Gonzaga suo fratello, e non avendo alcuna buona commodità di mandarle per la via di Roma ordinaria, le mando a Vostra Signoria illustrissima, pregandola che le confidi a persona che sicuramente glie le porti, e mi avvisi de la ricevuta: e potrà dar la risposta al signor Alessandro Pendaglia, apportatore de la presente. E prenda questa noia, ch’io le do, per un certissimo pegno de la volontà ch’io ho di servirla in tutti i modi ed in tutte l’occasioni. E le bacio le mani. Di Ferrara, a’ 16 d’ottobre del 1584.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A LUCA SCALABRINO. FERRARA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vi prego che torniate a vedermi, e se vedete il signor Orazio, ditegli in mio nome che ho bisogno di parlargli; e vi pregherei che ’l conduceste voi medesimo: ma non vi voglio dar questa occasione di ritardare, perchè desidero altro modo di vedervi oggi, o domani. E mi vi raccomando. Da le mie stanze, il 19 di ottobre del 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL DON LATTANZIO FACIO, ABATE DI SAN BENEDETTO. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io vorrei aver più tosto occasione di visitar Vostra Signoria reverendissima presenzialmente, che di salutarla con le mie lettere: nondimeno, mentre desidero quella, non rifiuto quest’altra; e la prego che a l’orazioni che si fanno per la salute de’ morti, voglia aggiunger l’altre per la sanità de gli infermi; perchè da mente così devota, com’è quella di Vostra Signoria reverendissima, non saranno porte preghiere che non sien degne di salire al cospetto d’Iddio. A l’altre cose potrà supplire il padre don Angelo Grillo, apportatore de la presente; acciochè Vostra Paternità reverendissima sia tanto certa de l’affezione e de l’osservanza ch’io le porto, quanto io son rimaso consolato de la sua venuta. E le bacio le mani. Di Sant’Anna. (2 di novembre.)</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non ho prima scritto a Vostra Paternità reverendissima non tanto per alcuno impedimento d’occupazioni, quanto per l’incertitudine del suo partire e del suo arrivare. Ora avendo inteso dal padre don Basilio da Lonato, che Vostra Paternità è ancora in Mantova; ho voluto ricordarle la promessa che mi fece, di far qualc’ufficio per la mia liberazione; et oltre di ciò, raccomandarle i due libri de le mie rime, e la lettera ch’io scrissi al signor Pendaglia perchè gli altri due fossero dati a l’illustrissimo signor Pirro Gonzaga: e de gli uni e de gli altri mi sarà caro intendere quel che ne sarà avvenuto. Ma perchè, quantunque questo negozio m’importi molto, assai più m’importa l’altro, la prego che non si dimentichi del primo per lo secondo. A la sua risposta le manderò i sonetti, e s’altro desidera da me. E me le raccomando, pregandola che se scrive al signor Paolo suo fratello, gli baci le mani da mia parte. Da le mie stanze di Ferrara, il 16 novembre 1584.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">La lettera di Vostra Paternità reverendissima non ha tanto acquetato il mio desiderio, quanto commossa la mia speranza: perciochè mi pare assai ragionevole che la serenissima signora duchessa di Mantova ne la sua picciola sospensione non si debba risolvere se non a la parte ch’è più conforme a la grande aspettazione ch’io ho de la sua clemenza. E perchè possa farlo più facilmente, prego Vostra Reverenza che ne faccia di nuovo ufficio con quei signori co’ quali avrà prima parlato, o con altri. E le mando ancora una picciola canzona, la qual’io feci questa state ne le nozze del signor principe suo figliuolo: l’altra non posso mandarle, perchè non l’ho ricuperata ancora. Risponderò a’ sonetti. E le bacio le mani. Di Ferrara, il 24 novembre 1584.</p>
               <p TEIform="p">La canzona non è stata corretta nè rivista, ma è come uscì da la penna; e si manda per non perder questa occasione: però l’autore si raccomanda a Vostra Signoria ed al signor Marcello.</p>
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               <head TEIform="head">312</head>
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                  <salute TEIform="salute">AL CARDINALE FERDINANDO DE’ MEDICI</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">La grazia ch’io chiesi a Vostra Signoria illustrissima per mio nipote, anzi per me stesso, è così onesta e così facile d’esser conceduta, ch’io voglio più tosto parere troppo ardito dimandandola un’altra volta, che timido soverchiamente aspettando così tarda risposta. La supplico, dunque, che voglia far ch’io sia esaudito; e con questo principio darmi speranza, che tutte le mie preghiere non sian porte in vano per l’avvenire, come sono state per l’adietro. E le bacio le mani; e similmente al serenissimo granduca. E viva felice. Di Ferrara.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ho ricevuto due lettere da Vostra Paternità molto reverenda, con due tomi del Zerlino, i quali serberò per lei, perch’io n’avevo già comprato uno, che mi servirà in questa occasione. La ringrazio, nondimeno, c’abbia maggior animo nel donarmi, che io bisogno d’accettare: nè so bene s’io debba chiamarla liberalità o carità; ma s’ella fosse una de le virtù morali, può accompagnarsi con le teologiche, o non può discompagnarsi: e tanto basti de’ tomi. Vorrei riscaldare la freddezza de l’amico, il qual dee ricordare il negozio a la serenissima duchessa di Mantova: imagini che possa fare, e ’l farò volentieri; ma forse basterà l’ufficio de’ vostri padri e de le monache: e mi raccomando a tutti, ed a’ signori vostri fratelli ancora, per servigio de’ quali farei ciò ch’io potessi. E le bacio le mani. Da le mie stanze di Ferrara, il 24 decembre 1584.</p>
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               <head TEIform="head">314</head>
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                  <salute TEIform="salute">A OTTAVIO FARNESE, DUCA DI PARMA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io temo, da l’una parte, che le mie preghiere nel medesimo soggetto non apportino qualche noia a Vostra Altezza; da l’altra, ho ferma opinione ch’ella non voglia darmi risposta co ’l silenzio: laonde stimo convenevole, che la fede vinca il rispetto. La supplico dunque, che m’assicuri tanto de la sua grazia, quanto io vorrei che fosse certa de la volontà che ho di servirla. E perch’io non posso darle maggiore o più caro pegno d’Alessandro mio nepote, la prego che l’accetti, e faccia ch’egli sia accettato da l’illustrissimo signor cardinale suo fratello, per servigio del signor don Odovardo. E cominci da questo principio a consolarmi; perciochè la sua grandezza è tanta, ed accompagnata da tanta autorità, che molti ne prenderanno volentieri esempio. E le bacio le mani. Di Ferrara.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">315</head>
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                  <salute TEIform="salute">A MAURIZIO CATANEO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ho scritto al signor duca di Parma un’altra volta; e se la risposta verrà conforme al mio desiderio, ringrazierò Vostra Signoria del buon consiglio che m’ha dato. Ma se ci fosse qualche difficultà (che di ripulsa io non temo), la priego che proccuri ch’io possa venire a Roma, dove intenderò il parere del signor Scipione e del signor conte Ottavio Tassone, e quel del signor Flaminio de’ Nobili, e ’l vostro; e congiungendo insieme la mente, potremo accender quasi un lume di molte scintille; perciochè di Ferrara non posso scriver le cose, e di molte non son tanto informato che basti. Ma la conclusione è questa, ch’io giudico necessario il cercar tutte le strade che mi ci possono condurre; e il fuggir tutte quelle per le quali io potrei esser più lungamente ritardato, come avrei detto al signor Claudio Albano, s’avessi avuta comodità di ragionargli. Dunque, se m’amate, cercate ch’io sia esaudito. E vi bacio le mani, aspettando risposta de l’altre lettere che v’ho scritto. Di Ferrara, il dì 8 di gennaio 1585.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">316</head>
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                  <salute TEIform="salute">A LUCREZIA BENDIDEI MACCHIAVELLI. FERRARA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Il signor conte Giovan Domenico Albano scrive a l’illustrissimo signor Cornelio Bentivoglio in mio favore: e quantunque io creda che la lettera debba far quell’effetto ch’io desidero; nondimeno, perchè il faccia più facilmente, priego Vostra Signoria che v’aggiunga le sue preghiere e le sue persuasioni, prendendo questa o altra occasione. Ma questa mi pare assai buona, e tanto migliore, quanto è più vicina; perchè l’aspettare incresce più a coloro che sono in maggior afflizione. La supplico, dunque, non solo che faccia per me qualche buon ufficio, ma ’l faccia subito. E le bacio le mani affettuosamente. Di Ferrara, il 10 di gennaio 1585.</p>
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               <head TEIform="head">317</head>
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                  <salute TEIform="salute">AL MARCHESE CORNELIO BENTIVOGLIO. FERRARA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io credo che le mie preghiere non possano più aggiungere alcuna cosa a le raccomandazioni del signor conte Giovan Domenico Albano: ma prego volentieri Vostra Eccellenza, accioch’ella sia certa di far non solamente piacer a quel cavaliero, ma d’obligar me perpetuamente, o ritornandomi ne la servitù ch’io aveva co ’l signor duca, o procurando ch’io sia liberato: il che se pur dee essere, vorrei che fosse senza indugio; perchè l’infermità mi fa la vita quasi intolerabile. E deliberando di far un atto così degno da cavaliero, la supplico che voglia farlo con quelle condizioni che possono accrescere gli oblighi miei, e la opinione che s’ha de la sua grandissima cortesia. E percioch’io non son mal conoscitore del suo merito, nè poco pentito d’aver vaneggiato in questa nova sorte di malattia, cercherò che l’emende sian tanto maggiori del fallo, quanto debbono esser più stimate le cose fatte consideratamente, che quelle che son mandate fuori da l’impeto e da la frenesia; per la quale son degno di scusa e di perdono. Ma niuna scusa desidero che mi vaglia più de la sua clemenza; con la quale può vincer gli animi più facilmente, che con le sue forze non ha vinto i nemici per l’adietro. E le bacio le mani. Di Sant’Anna.</p>
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               <head TEIform="head">318</head>
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                  <salute TEIform="salute">AD ALFONSO DA ESTE, DUCA DI FERRARA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Oggi, dopo molti giorni che per infirmità ho taciuto, ho fatto un sonetto quasi amoroso, ma certo in tutto conforme a’ miei pensieri: il mando a Vostra Altezza serenissima, pregandola che si degni di leggerlo con occhi clementi e (per così dire) indulgenti; e che si ricordi che, stanco de la infirmità e de gli affanni, son desideroso di libertà, o almeno di più larga e di più libera prigionia. Le maschere, e l’altre simili viste, sono alleggiamento del mio umore. E a Vostra altezza serenissima bacio le mani.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL MARCHESE CORNELIO BENTIVOGLIO. FERRARA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vostra Eccellenza può tanto co ’l serenissimo signor duca, quanto merita il suo molto valore e la sua lunga servitù: però niuna grazia le sarà negata da Sua Altezza. E s’ella si degnerà di chiederla per me, come la priego, a niun altro n’avrò l’obligo più volentieri. Ma perchè, oltre quello che dipende assolutamente da la volontà del signor duca, in molte altre cose può favorirmi, la supplico che si contenti almeno di far ch’io conseguisca l’espedizion de’ miei negozi: perciochè mi par di conoscere chiaramente, che il signor duca non si prenda molto fastidio di questo, e che possa farlo Vostra Eccellenza con la sua propria autorità. Ed io le dimando tutto quello ch’è in lei, offerendole tutto quello ch’è in me per suo servigio, in ogni luogo dove mi guiderà la fortuna. E le bacio umilissimamente le mani. Di Ferrara, il 15 di gennaio 1585.</p>
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               <head TEIform="head">320</head>
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                  <salute TEIform="salute">A FRANCESCO SANLEOLINI. FIRENZE</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vostra Signoria m’ha onorato più che non merito co ’l suo leggiadro epigramma: ma questo soperchio non mi spiace; perchè dove mancano i meriti miei, abonda la sua cortesia. La ringrazio dunque; e le risponderei volentieri, s’a me fosse facile di rispondere in versi latini, o convenevole darle risposta in rime toscane: ma vedrà qualche segno de la mia benevolenza, sì come io ho un certo testimonio de la sua affezione. Fra tanto si contenti ch’io l’ami, e ch’io desideri che s’accresca in lei con l’età il sapere, e la felicità del poetare, senza la quale non molto giova la scienza a l’esser buon poeta. Mi piace che ’l mio poema, avendo trovato costì oppositore, trovi lodatore; perch’io stimo da dovero i giudici toscani, e i fiorentini particolarmente, de’ quali era propria la gloria de la lingua; ed ora vi s’aggiunge tanta eccellenza di lettere e d’arte, che poco vi manca a la perfezione: ma non voglio entrare in questo pelago. Baciate le mani da mia parte al signor Orazio Ruscellai ed al signor Orazio Capponi; ed al signor Campana dite, ch’io le mandai una canzona, e non ho risposta. E amatemi. Di Ferrara, il 15 di gennaio 1585.</p>
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               <head TEIform="head">321</head>
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                  <salute TEIform="salute">AD ALESSANDRO POCATERRA. FERRARA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ho ricevuto due buone camicie; l’altre, che debbono esser parimente buone, me le riserbi co ’l saltainbarca e con le calze, le quali desidero che siano accomodate in una valigia. E perchè il signor Borso Argenti n’ha una de le mie, chiedetela da mia parte; ch’io credo che non vi sarà negata da quel gentiluomo. Vorrei ancora un berettino buono da portare il giorno; e se ’l velluto fosse modenese o reggiano, non mi spiacerebbe, quantunque i genovesi e i ferraresi sian migliori. Ne vorrei un altro per la notte, de’ più gentili e belli che si possan ritrovare; ma di questo non ve ne pigliate fastidio. Vi prego ancora che vegniate a vedermi in questa occasione appunto, perchè in questo si conoscon gli amici; e non potendo, pregate il signor Ippolito che venga a vedermi; perchè voi due, e ’l signor Vincenzo Fazzini, sete i maggiori amici che io abbia in questa città, e forse in mezza Lombardia. E vi bacio le mani. Di Sant’Anna, il 15 di gennaro 1585.</p>
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               <head TEIform="head">322</head>
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                  <salute TEIform="salute">A MAURIZIO CATANEO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">L’ultima lettera di Vostra Signoria mi sarebbe stata sopra modo cara, come son tutte l’altre che prima ho ricevute, se non m’avesse tolta in qualche parte la speranza de l’espedizion de’ miei negozi. Nondimeno credo che non debba dispiacerle quel ch’io cerco d’impetrare con l’intercession d’altri signori, e co ’l mezzo de’ suoi amici e conoscenti, e de la sua patria. E se pur n’avesse dispiacere, dovrà solamente essere perchè altri abbia più di lei operato per mio comodo e per mio giovamento: chè del volere io son sicuro, che niun farebbe più di Vostra Signoria. Ma consoliamoci, che per grazia del Signor Iddio non le mancheranno altri modi co’ quali io sarò così lieto de gli effetti, com’ora son certo de la volontà. Fra tanto, ove non si stende il suo potere, proccuri che s’impieghi l’autorità di monsignor illustrissimo, la quale io stimo che non debba impedire gli altri ufici ma più tosto agevolarli; e se tutti non sono de’ parenti suoi, tutti sono stati o saran fatti da persone che l’hanno in onore ed in riverenza. Ma se risolverà di chiedermi a Sua Altezza serenissima, non potrà negarmegli. Pure ha tempo a pensarci tutto questo carnevale. Ora sono presenti o vicine alcune occasioni ch’io non debbo tralasciare. E forse come Dio non ha bisogno di tempi opportuni, così i principi possono operare senza opportunità di tempi tutto ciò che si fa per giovarci, a somiglianza de la sua divina misericordia. Ma questa è perfezione de’ grandi e de’ ministri di Sua Maestà; e noi altri, che non siam tali, dobbiam servire a l’occasione, e valercene. Ond’io prenderò sempre volentieri di celebrar con gli altri scrittori di questo secolo Sua Altezza, che non meno per valore e per clemenza; che per grandezza e nobiltà di sangue e di stato, merita d’aver amici i poeti: ed io non averei supplicato, se non avessi animo di lodare. Ma i prieghi vanno per sua natura innanzi a le lodi, non altrimente che le grazie a la gratitudine. Pur niun rispetto m’avrebbe ritenuto, se non quello de la sanità non ricuperata; senza la quale, e senza l’aiuto di Vostra Signoria non ardisco di scrivere in soggetto così ampio e così alto. Ed in questa parte io credo che monsignor illustrissimo Albano si riscalderà molto co ’l signor Masetti, perchè l’effetto ne segua conforme a la fede ch’io ho ne la sua benignità, e ne la mansuetudine di questi signori.</p>
               <p TEIform="p">Le due stanze ch’io lasciai ne la canzona de la serenissima duchessa Barbara, le saranno state mandate, e mi farà piacere se le darà al signor Scipione, al quale ed al signor abbate io bacio le mani. Di Ferrara, il 18 di gennaio 1585.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">323</head>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Non tanto mi spiace che le mie lettere si smarriscano, quanto che le sue trovino così tardi la strada di venire a ritrovarmi, ed insieme a liberarmi: perch’io stimo, che sapendo il mio stato, e la difficoltà ch’io ho de’ fedeli portatori, non debba incolpar me di negligenza, ma più tosto altrui di picciola fede: per la qual cagione, senza mie lettere ancora si moverà prontamente a far per la mia libertà tutto quel che si conviene a la sua pietà ed a l’amicizia cominciata fra noi, per merito de la sua bontà, de la quale io non sono affatto cattivo conoscitore. Ma se pure i miei prieghi fossero necessari per riscaldarla, io non potrei porgergli con tanto affetto, che non fosse maggiore quello co ’l quale desidero la sodisfazione di Vostra Paternità. Consideri dunque, se può di nuovo co’ medesimi o con altri mezzi muover l’animo de la serenissima signora duchessa di Mantova più efficacemente a conceder questa grazia, la quale io vorrei impetrar per tutte le vie; e vorrei che da lei o per lei fosse dimandata a tutti coloro, da’ quali può esser conceduta: nondimeno, considerando la sua professione, l’abito, la modestia, la vita solitaria e lontana da’ negozi del mondo, non mi piacerebbe d’imporle alcun peso, che non le fosse o che non le paresse conveniente. Faccia, dunque, per me quel che dee; chè di quel ch’ella dee sarò tanto contento, quanto di quel che può: e questo m’insegna l’amor che io le porto, accompagnato da molta osservanza e da molta riverenza. Ma questo amore istesso ragiona, da l’altra parte, in questa maniera: Tutte le cose lecite si debbono dimandar per amici con grandissima instanza, nè può ritrovarsi improntitudine dov’è bisogno, nè importunità dov’è carità; la qual, com’ella sa, non consiste in alcuna mediocrità, ma in molta abondanza di amore. Questa, dunque, fa lecito e debito tutto quello che si può fare per la mia salute: laonde, facendo quel ch’ella dee, credo che farà tutto ciò che si possa: e questo ancora m’insegna l’affezione ch’io le porto; la quale non mi porge manco di ardore che di riverenza. La prego dunque caldissimamente, anzi ardentissimamente; ma insieme con tutto quel rispetto che si conviene a la sua virtù ed a la sua religione. E le bacio le mani. Da le mie stanze di Ferrara, il 18 gennaio 1585.</p>
               <p TEIform="p">Da poi averle scritta questa così frettolosamente, come può conoscere, ho pensato di replicare a la serenissima signora duchessa di Mantova un’altra lettera, la qual servirà forse con maggior libertà che non si conviene a cortigiano, perchè non sono in corte; ed a questo mio stato si conviene altro modo: ma comunque sia, mandatela: e se verrà il padre don Basilio a vedermi, gli darò una canzona, perchè la ricopi; de la qual si vaglia per mio giovamento.</p>
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               <head TEIform="head">324</head>
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                  <salute TEIform="salute">A LEONORA D’AUSTRIA, DUCHESSA DI MANTOVA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Rendo a Vostra Altezza serenissima infinite grazie de la cortese lettera la qual s’è degnata scrivere in mio favore: e quantunque sin ora io non n’abbia veduto effetto alcuno, stimo che l’abbia fatto maggiore che altri non ha pensato: ma se pur avesse assicurata la mia vita, non avendomi ancora renduta la sanità, nè la prima servitù o la prima libertà; la supplico che non si voglia contentare, che grande e certa autorità s’impieghi in cosa mediocre ed incerta, ma cerchi di superare tutte le difficoltà e tutti gl’impedimenti, e di rimovere tutti i dubbi e tutte le incertitudini che possono accrescere le mie calamità, e far minore la sua riputazione: la qual operazione non sarà tanto difficile, quanto pietosa. Laonde niuna malagevolezza dee ritenerla, che ella non operi come suole ne l’altre simili occasioni, se fu mai occasione a questa somigliante. E benchè gli errori da me commessi tolgano molto di forza a le mie preghiere, nondimeno se io fussi più degno d’essere esaudito, Vostra Altezza serenissima avrebbe men largo campo di mostrar la sua grandissima clemenza. Dunque la prego umilissimamente di nuovo, che movendosi a compassione de le mie lunghe miserie, voglia che da benigno principe sia perdonata, come temerità, quella che da severo giudice sarebbe condannata come se fosse malizia. E le bacio umilissimamente le mani. Di Ferrara, in Sant’Anna, li 18 di gennaio del 1585.</p>
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               <head TEIform="head">325</head>
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                  <salute TEIform="salute">A DON BASILIO ZANIBONI. FERRARA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Voglio più tosto pormi a rischio di perder molte lettere che la vostra grazia, o quella del padre don Angelo Grillo: però le scrivo per lo medesimo portatore, chè d’altri non ho commodità; e la prego che venga a vedermi, e porti alcuna buona novella de la mia libertà, o d’altro che possa essermi a grado. Nè debbo dubitare che mi sia detta cosa da voi, la qual non mi piaccia: perciochè l’onestà de la dimanda, e l’autorità di chi la richiede, e la destrezza di chi tratta il negozio, e l’affabilità de la principessa, con la quale si tratta, mi promettono egualmente felice avvenimento. Venite, dunque, senza indugio; e portatemi ancora il dono, co ’l quale s’è degnato di onorarmi il signor Paulo Grillo; o, se vi piace, mandatelo questa sera: perch’io vorrei risponderli, e renderli grazie; le quali sono dovute a la volontà ed a gli effetti. E il nasconder il presente par ch’in alcuna maniera sia argomento d’animo ingrato, il quale volentieri non confessi il beneficio ricevuto: e per questa cagione vorrei ornare, come si dice, <foreign lang="lat" TEIform="foreign">munus verbis</foreign>; quel ch’egli non ha fatto per soverchia modestia. Rispondo ancora al padre don Angelo; dal quale aspetto, senza dubbio alcuno, tutti gli uffici che debbono esser fatti per la mia libertà, perciochè farei tutti quelli che possono accrescer la sua riputazione. E la prego, oltre di ciò, che scrivendo a Roma, saluti il padre don Girolamo Troiani. E mi vi raccomando. Da le mie stanze di Sant’Anna, li 20 gennaio 1585.</p>
               <ps>
                  <p TEIform="p">Poscritta. Se le pare, mandi al padre don Angelo Grillo la lettera ch’io scrivo a la serenissima di Mantova.</p>
               </ps>
            </div2>
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               <head TEIform="head">326</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">AL CARDINALE GIOVAN GIROLAMO ALBANO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Le grazie sogliono esser grate in qualunque modo siano concedute; ma s’elle si concedono in quella maniera che altri le dimanda, sono gratissime: ed in questa guisa io vorrei impetrar quella de la mia libertà. Però se Vostra Signoria illustrissima si degnerà di chiedermi a Sua Altezza, creda che non debba negarmi. E s’alcuna cosa di nuovo si aggiungesse a la sua grande autorità, sarebbe perch’ella potesse comandare, non pregare: e piaccia a Nostro Signore di concedergli il fine de’ suoi santi desideri. Ma sin che le cose stanno in questo termine, nel quale io non potrei viver lungamente, la supplico umilissimamente che voglia porger le sue preghiere al signor duca, perchè mi conceda non dirò la prima libertà, ma il poter venire a trovarla, come parrà a Vostra Signoria illustrissima; acciochè se la mia vita è stata vana, almeno la morte sia onesta. E le bacio le mani. Di Ferrara, li 23 di gennaio 1585.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A MAURIZIO CATANEO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">S’io non conoscessi la prudenza di Vostra Signoria, la quale ha dimostrata in tutte le sue azioni, le proporrei i mezzi co’ quali potrebbe facilitare il negozio de la mia libertà; e se così tosto non potessi impetrare, almeno sarei più sicuro di conseguirlo, tardi o per tempo. Ma perchè io stimo che tutte le cose saran fatte da lei con ottima mente e con sommo giudicio, mi rimetto ne la sua discreta considerazione, e la priego solamente, che in quella parte che può monsignor illustrissimo Albano, non manchi di sollecitudine. Perciochè mi pare quasi impossibile, che Sua Altezza negasse a Sua Signoria illustrissima, s’ella si degnasse di chiedermi. Ed oltre tutte le ragioni che potrebbe addurre di grandissima importanza, è quella, ch’io venissi in questa città assicurato da la sua grande autorità, senza la quale peraventura non mi sarei mosso. E se pur fossi partito di Turino, o mi sarei fermato in Mantova o ne’ castelli del signore Scipione, o venutomene a Roma, dove desidero di venire, come prima desideravo, quando credevo d’avere maggior copia d’amici e di padroni, che non m’ha dimostrato l’esperienza. E quantunque il mio desiderio sia divenuto sì grande, che da niuna cosa è superato, se non da la fede la quale io ho che Nostro Signore, per sua divina misericordia, debba esaudirmi; tanto è nondimeno il rispetto ch’io porto al signor cardinale, tanta la riverenza, tanto il pentimento d’alcuni errori, e la volontà d’emendarli, e di far cosa che dal suo giudicio sia approvata, ch’io non farei alcuna risoluzione che potesse dispiacergli ragionevolmente. Ma, come Vostra Signoria può sapere, io sono poco informato de le cose di Roma, e de la corte particolarmente; ed in che stato sia questa, è più noto a lei che n’è lontana, c’a me che ci sono quasi presente. Pure io ne so tanto, che stimo che ’l negozio de la mia libertà debba riuscir molto più facile per questa strada già da me cominciata, o più tosto postami innanzi da Domenedio. Laonde non debbo lasciarla per altra; e starò aspettando quel che ne succederà, se pur non piacerà a Vostra Signoria di scrivermi di nuovo quel che le pare conveniente.</p>
               <p TEIform="p">Nel particolar d’Alessandro, molto mi spiace che ’l mio desiderio non abbia effetto. Io aveva pensato di supplicare il signor cardinale de’ Medici, in queste nozze de la sorella, che mi facesse grazia d’accettarlo per suo paggio; e ciò mi pareva convenevole. La bontà di quel signore m’assicurava, la mia conscienza non mi spaventava; laonde io riputavo che ’l negozio fosse concluso. Ma essendo paruto a Vostra Signoria di scrivermi, ch’io pregassi il cardinal Farnese de l’istesso favore; non ho voluto nè potuto contradire al suo giudizio, nè ho voluto mostrar diffidenza niuna di così giudicioso e prudente e religioso principe; al quale, più c’a ciascun altro, sarebbe stata conveniente questa pietosa azione di raccorre un pupillo, e di sollevare un misero da le calamità. E s’egli farà deliberazione che possa consolarmi, avrò grand’obligo a Vostra Signoria, che m’abbia ben consigliato. E può sicuramente promettere a quel signore tutto quel che vuole de la mia fede, de la gratitudine, de la costanza, perchè di niuna si troverà ingannata. Pensi se vuol esser mallevadore: e se così tosto io non uscissi de l’obligo, non dubiti d’aver a pagare i miei debiti per altra occasione, che per quella di morte. Percioch’io farei volentieri per elezione e per animosità, non solo per debito, quel ch’io potessi per onorare e per commendar quel grandissimo cardinale. Ma non più di questo. Se Alessandro non sarà paggio, n’incolpi la mia avversità, non la mia volontà. Baci le mani da mia parte al signor abbate ed al signor Flaminio de’ Nobili; e si ricordi ch’io non posso esser più suo in alcuna parte, che in quella dov’ella dimora di continuo. Di Ferrara, il 23 di gennaio 1584.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Il signor Paolo, fratello di Vostra Signoria, ha con la sua liberalità agguagliata quella de’ principi, e fatto co ’l suo dono necessario l’obligo d’onorarlo, che prima era in me volontario; e ’l ringrazierò con una mia lettera: ma ora mando questa inanzi, perchè la diligenza di Vostra Paternità illustrissima non sia ritardata per alcuno accidente; e la prego che si adopri in tutti que’ modi che più le piacciono per la mia libertà, percioch’io non ne ricuso alcuno, anzi mi saranno grati egualmente, poichè sono da lei ritrovati: nondimeno io non dispero ancora, che la presenza del serenissimo signor principe di Mantova faccia qualche buono effetto; e forse l’ha fatto sin ora l’ultima lettera scritta da la serenissima signora duchessa: e quantunque io non abbia veduto alcun segno, voglio che la fede superi i sospetti; ed aspetto d’esser cavato di prigione; e se pur converrà ch’io ci ritorni, di ritornarci con maggior libertà: e darò diligente aviso a Vostra Paternità reverendissima di ciò che succederà, perch’ella mandi il berettino o ’l cappello, secondo l’occasione. Ma niuna cosa più mi piacerà che di riveder Napoli, quando che sia; benchè questa città mi paia tale, che potrebbe ritener Ulisse dal suo corso: ma Vostra Paternità mi trarrebbe da l’isola di Circe e di Calipso e da’ pericoli di Scilla e di Cariddi, non che di Ferrara; la quale da molti fu giudicata un quietissimo porto. Ma qual porto fu mai più tranquillo in ogni fortuna, di quello al qual m’invita? Accetto dunque di venire, s’io potrò; ma siate voi il nocchiero di questa nave combattuta tanti anni da’ venti e da le tempeste, e percossa ne’ scogli, e sdruscita, e più volte stata vicina al sommergersi.</p>
               <p TEIform="p">Fra tanto, se vi piace di mandar al signor Maurizio le mie lettere e que’ sonetti che dite, disponetene a vostra voglia; ma fra quelle ve ne sono alcune che meglio sarebbe non divolgarle: fra le quali non è già la copia ch’io le mandai; benchè mi piacerebbe che si mutasse in <emph TEIform="emph">possessione</emph> la parola <emph TEIform="emph">possesso</emph>, qual io vi scrissi: e la medesima osservanza vorrei che s’avesse ne l’altre; perch’io sono smemorato, ed ho più spesso fra le mani i libri di filosofia, che le prose del Boccaccio: ma questo sarebbe ufficio e pietà d’amico, il quale fosse meno occupato in cose maggiori, che voi non siete; però non ardisco di pregarvene.</p>
               <p TEIform="p">Ebbi la risposta al sonetto, ed ora ho ricevuta l’informazione mandatami de la sua tanto nobile e tanto antica famiglia; ne la quale, que’ che vivono sono degnissimi de gli antecessori; laonde potrei da la virtù d’un solo, mostrata co ’l suo nobilissimo dono, argomentare il valore di molti, se quello non fosse così illustre per se stesso. La voce, che ne la canzona del signor principe di Mantova può riempire il vacuo, è <emph TEIform="emph">Garamanti</emph>, sin che me ne sovenga alcun’altra: e s’alcun de’ vostri padri daràgliene qualche ricordo, gliene avrò molto obligo; quantunque non sia forse necessario. E vi bacio le mani; e le bacio al signor conte Ottaviano Spinola, suo cugino; ed al signor Paolo Grillo, suo fratello. Da le mie stanze di Ferrara, l’ultimo di gennaio 1585.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Scrissi ieri una lunga lettera a Vostra Paternità; ora, non essendo succeduto alcuna cosa, non avrei che replicare, se le preghiere non dovessero essere replicate: ma non è sconvenevole il raddoppiarle; nè sempre è segno di molta diffidenza, ma spesse volte di soverchio affetto, o di molto bisogno. Io la prego di nuovo, e la riprego, che prenda quel partito che le parrà migliore; ed io approverò il suo conseglio, il quale dee da tutti esser lodato; e da me particolarmente, a cui ha mostrati effetti di così vera benevolenza. Al signor Paolo non rispondo oggi, per non trattener lungamente il padre don Basilio, il quale è venuto a trovarmi; ma risponderò per questo ordinario senza fallo. Le sarà mandato un mio dialogo de la Corte, fatto per obligo; c’obligo sono le promesse, confermate co’ doni de la persona a cui si promise: ma la promessa non mi stringe, ch’io non possa mostrarlo a’ signori ed a gli amici. Però Vostra Paternità sarà uno di quelli a’ quali il mandi: e se le piacerà di farlo vedere, il faccia in modo che l’autore debba aggiunger quest’obligo a gli altri. E me le raccomando. De le mie stanze di Ferrara, il primo di febraio 1585.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A PAOLO GRILLO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vostra Signoria può numerare facilmente le mie composizioni e le lodi ch’io le ho date; ma i suoi meriti non possono esser numerati così di leggieri: laonde non è maraviglia se le cose ch’io n’ho dette, non sono a bastanza; ma perch’io ho misurate le mie più tosto con la volontà buona c’ho d’onorarla, che con alcuno onor fattole o con alcun servigio, non ho dubitato di chiederle uno anello: ed ora la ringrazio che ’l padre don Angelo me l’abbia promesso in suo nome, perchè in questa parte le sue promesse son troppo certe; ma ne l’altra, che appertiene a la mia libertà, troppo tardi gli effetti. Onde prego Vostra Signoria che non voglia solamente esser liberale, ma cortese ed ufficioso parimente. E perch’io ho parlato co ’l padre don Angelo più a lungo ch’egli non ha fatto meco, Vostra Signoria avrà molto da leggere: però la prego che prenda ogni cosa in grado, e mi favorisca in quel che le dimando, come le dimando: perchè mi fa vergognare con le sue proferte; ne le quali tanto s’umilia, ch’io non posso più abbassarmi per esserle inferiore, come si conviene: nondimeno l’accetto in quel modo che dee amico e servitore. E le bacio le mani. Di Ferrara.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A MARCELLO DONATI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">S’avanzerà a Vostra Signoria tempo di rileggere il mio dialogo, vedrà cassata due volte la parola <emph TEIform="emph">infingendo</emph>, e ripostavi <emph TEIform="emph">occultando</emph>: credo che si legga la terza volta <emph TEIform="emph">simulando</emph>; vorrei che fosse parimente cassata, e postavi <emph TEIform="emph">ricoprendo</emph>; perchè mi spiacerebbe c’altri pensasse ch’io formi il cortigiano simulatore: ma io non intendo d’altra simulazione, che di quella di nasconder se stesso; de la quale c’è un libretto di Plutarco: ma non è la medesima, o è diverso il modo; e si vedrà quel ch’egli ne scriva. Se io rileggerò il dialogo, rimoverò ogni parola sospetta. Fra tanto mi raccomando a Vostra Signoria. Da Sant’Anna, il 2 di febraio del 1585.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A OTTAVIO FARNESE, DUCA DI PARMA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mi spiacerebbe assai che Vostra Altezza avesse maggiori occasioni di favorirmi, ch’io di servirla, se non mi fosse grato d’averle obligo eguale a l’affezione ed a l’osservanza; perchè stimo ch’ella debba conservare in me viva la memoria de’ miei debiti e de’ suoi meriti con nuove grazie e con nuovi e più graziosi uffici. E quantunque molti siano i tempi ne’ quali può giovarmi, e molte le maniere da mostrarmi la sua cortesia, la benignità, la clemenza, la grandezza de l’animo; nondimeno voglio prima ringraziarla c’abbia scritto al signor cardinale suo fratello, perchè accetti la servitù di mio nipote; e poi supplicarla che si degni di scrivere a questi principi alcuna cosa per mio giovamento, aspettando che l’informazione del mio stato la muova a confermarmi la promessa de la serenissima madama sua moglie. La ringrazio dunque, e la supplico in una medesima lettera, con ferma opinione ch’io la ringrazierò di tutto quello ch’io le chiederò; perchè a principe così benigno è più difficile il negare, che a persona modesta l’addimandare. E le bacio le mani. Di Ferrara, il 9 di febraio del 1585.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL PRINCIPE RANUCCIO FARNESE. Parma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Questo concorde favore il qual m’è stato fatto dal signor duca avolo di Vostra Altezza, e da lei medesima, è ricevuto da me con tanta gratitudine, con quanta fede il dimandai. Nè debbo più dubitare che ’l signor don Odovardo suo fratello, a cui scriverò di nuovo supplicandolo, mi nieghi la desiderata grazia: e mi parerebbono soverchie le mie preghiere, dove sono lettere di Vostra Altezza; se cosa alcuna potesse mai parer soverchia al desiderio mio d’esser compiaciuto, pari a quello c’avrò continuamente de la felicità loro, e de la grandezza. E le bacio le mani. Di Ferrara, li 9 di febraio del 1585.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A ODOARDO FARNESE. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vostra Eccellenza vedrà quel che l’è scritto in mio favore dal signor duca di Parma, e dal signor principe Ranuccio suo fratello, in favor d’Alessandro mio nipote: nè pensi ch’io diminuisca l’obligo per averlo compartito fra molti; perchè l’ho diviso fra persone, fra le quali tutte le divisioni facilmente e volentieri si possono riunire. Ho dunque più tosto accresciuta l’affezione verso tutti, perchè tutti si mostrano pronti a la mia sodisfazione. Ma perchè la grazia si richiede a Vostra Eccellenza particolarmente, lei ne supplico di nuovo, e le raccomando Alessandro, e me stesso. Di Ferrara, li 9 di febraio del 1585.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ALESSANDRO SERSALE. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io credo che sarete accettato a’ servigi del signor don Odovardo Farnese, ne’ quali non devete mancar a l’aspettazion che s’ha di voi ragionevolmente, nè a la mia benevoglienza, nè a l’obligo che avrete con quel signore; sotto la cui protezione devrà non solo crescer la vostra età con la persona, ma la bontà parimente, e ’l desiderio di servirlo; acciochè vi mostriate meritevole d’essere stato raccolto da principe di tanta speranza: e piaccia a Sua Divina Maestà, ch’io debba esser contento di nipote, come voi sete fortunato di padrone. Siategli voi, dunque, in tutte l’occasioni fedele, amorevole ed ubbidiente; e procurate di guadagnar co ’l vostro merito la sua grazia: perchè questo è ’l più certo acquisto che possiate fare; come particolarmente vi sarà dimostrato dal signor Maurizio, segretario de l’illustrissimo signor cardinale Albano, che può giovarvi altrettanto co ’l suo consiglio, quanto con l’opera: però visitatelo, quando vi sarà concesso; ed amatemi. Da Ferrara, il dì 9 di febraio nel 1585.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A VINCENZIO GONZAGA, PRINCIPE DI MANTOVA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Il mio fu peraventura soverchio ardimento, di mandar a Vostra Altezza un dialogo non tanto adorno, che meritasse di comparire a la sua presenza. Ma pur volentieri glielo mandai, perchè ne le composizioni incolte si manifesta assai meglio l’affezione de l’autore, che in quelle che sono troppo lisciate; ed io volli dimostrarle più tosto l’affetto che l’arte: però non mi spiacque che in quell’abito venisse a farle riverenza. Ora non dubito c’a lei debba esser venuta in fastidio la corte, perciochè tratta di questa materia, e non d’altra; ma forse non dee starvi così lungamente senza ripulirsi alquanto. La supplico dunque, che si degni di rimandarlomi, o la copia almeno. E s’egli avrà bene adempito quello per ch’io l’inviai, non mi parrà c’abbia fatto questo viaggio indarno; nel quale, perch’io non gli sono stato compagno, vorrei con sua grazia essergli seguace. E quanto si pone indugio al mio venire, tanto si ritarda la cortesia di Vostra Altezza; a la quale bacio le mani. Di Ferrara, il 12 di febraio 1585.</p>
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                  <salute TEIform="salute">ALL’ABATE CRISTOFORO TASSO (Dedicatoria)</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">La poesia toscana è tanto nobile per la bellezza de la favella, quanto per l’eccellenza de gli scrittori: laonde potrebbe far dubbia la palma de gli antichi greci e latini. Ma senza dubbio è degna d’essere imitata da gli autori de l’altre lingue c’oggi son più famose, e posta inanzi per esempio di gravità e di leggiadria a qualunque s’è più atta ad esprimere gli amorosi concetti e gli altri più gravi; perchè molti ornamenti può da lei ricevere, e molte ricchezze. Grandissima impresa, dunque, e malagevole è il trattarne: imperochè, di lei scrivendo, par che si scriva a tutte le nazioni; e che l’uomo sottoponga il suo parere, quasi in un teatro, ad infiniti giudici. Ma pur fra tutti gli altri modi estimo questo, usato nel dialogo, il più dilettevole e ’l meno odioso; perc’altri non v’insegna il vero con autorità di maestro, ma il ricerca a guisa di compagno; e ricercandolo per sì fatta maniera, è più grato il ritrovarlo. E come i cacciatori mangiano più volentieri la preda ne la quale ebber parte de la fatica; così quelli ch’insieme investigaron la verità, participano con maggior diletto de la commune laude: e gli altri leggono ed ascoltano più volentieri una amichevole contesa d’ingegni e d’opinioni; massimamente coloro che possono darne giudicio, come Vostra Signoria molto reverenda, e metter la sua insieme con quella de gli altri. A lei dunque il mando, sapendo di non poter ritrovar nè più dotto nè più sincero giudice; quantunque non le s’appresenti come litigante che voglia sentenza, ma quasi dono che ricerchi benevolenza.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Non mandai il dialogo de la Poesia toscana co ’l piego, perchè non venne per esso il padre don Basilio cellerario, ma un servitor da me non conosciuto. Se verrà Sua Paternità, le darò non sol quello, ma un altro de la Pace, benchè ci manchino alcune righe le quali si leggono in copia migliore: e s’avrò questa settimana gli altri due, gli darò parimente a la Sua Reverenza perchè gli mandi a la Vostra.</p>
               <p TEIform="p">Ho risposto al sonetto, come vedrà; chè sarà chiusa la risposta ne la lettera. In quella ch’io scrivo al signor Paolo suo fratello, dico queste parole, o simiglianti: “ma essendo egli per se medesimo grande;” le quali alcun di nuovo uscito da le scuole peripatetiche, o di nuovo entratovi, potrebbe biasimare; perochè la grandezza è nel predicamento de la relazione: ma voi teologi con l’autorità di Basilio le potete difendere agevolmente; il quale dice, che il grande è non solo <foreign lang="lat" TEIform="foreign">ad aliquid</foreign>, ma è detto con intenzione assoluta. Ed a chi debbiam credere del grande, se non a’ grandi? E chi fu maggiore ne la dottrina, di Basilio? o ne l’eloquenza, o ne la santità? Mi piacerebbe nondimeno, dovendosi stampare, che per vostra mano si conciassero in questa guisa: “ma percioch’egli è grande, in comparazione d’alcuni i quali ho ricevuti.” E ciò dico non per onorar gli oppositori, ma per fuggir la noia de l’opposizioni importune: e, come sapete, lo stato in cui mi ritrovo, quanto mi toglie d’ardire, tanto ne porge a molti, ch’in altri tempi s’avrebbono proposto per esempio quel c’ora si propongono per segno de la maledicenza, nel qual balestrano continuamente. Ma voi potete migliorar le correzioni. Piaccia a Dio che siamo felici ambeduo, come scrivete. Da le mie stanze di Ferrara, li 15 febraio 1585.</p>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">A MARCELLO DONATI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io stimo che ’l signor principe avrà letto il mio dialogo; però prego Vostra Signoria che si contenti di rimandarmelo: nè le darei questa noia se non mi convenisse sodisfare a molti padroni ed amici, a’ quali non posso negare questo picciol trattato de la Corte, senza parer mal cortigiano: e quantunque dove sono tanti difetti, questo potesse ritrovarsi con gli altri, è ragionevole che da questo principio io cominci a purgarmene. Si contenti dunque Vostra Signoria di compiacermi; e baci le mani da mia parte a Sua Altezza serenissima, a la quale manderò una canzona. Di Ferrara, il 21 di febraio del 1585.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL SIGNOR PIRRO GONZAGA</salute>
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               <p TEIform="p">Le cose le quali si desiderano molto, non si debbono dimandare tepidamente; perchè le dimande sì fatte insegnano a negare: però, non aspettando la risposta del signor duca di Parma, ho voluto scriver di nuovo a Vostra Signoria; e se la replica troncherà ogni indugio che possa ritener la risposta, e la concessione de la grazia, mi piacerà di non aver lasciato luogo a dubbio alcuno. E fra tanto non voglio dubitare de la cortesia di quel principe, nè de l’amorevolezza di Vostra Signoria illustrissima. E le bacio le mani. Di Ferrara.</p>
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            <div2 type="epistola" org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="div2">
               <head TEIform="head">341</head>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Le molte lodi che Vostra Paternità reverendissima ha date a le mie lettere, possono esser cagione ch’io viva allegro, com’ella mi conforta: nondimeno m’incresce d’avere sparso cosa che mi sarebbe molto difficile a raccogliere; e s’alcun ci fosse il quale, avendone fatta maggior stima, ne avesse copia, mi farebbe gran piacere a mandarmela, perciochè io confesso d’esser amatore di gloria: il quale amore, sì come il morso de la vipera, non suol manifestarsi se non a coloro che parimente ne sono accesi; e poichè Vostra Paternità mi scrive ch’è di quelli, posso di lei fidarmi sicuramente, e non temerne riprensione: ma peraventura, in guisa di buon medico che va diligentemente investigando il male de gl’infermi, ha voluto saperlo con questo artificio per risanarmene. Ma io non mi son mostrato mai troppo difficile a’ medici: e quantunque il male sia vecchio, tuttavolta da l’età, da gli studi di filosofia, o da l’esperienza de le cose del mondo è mitigato; e la grazia del Signor Iddio può solamente guarirlo. Fra tanto, come infermo, spero trovar pietà non che perdono, ove sia chi per alcuna prova conosca questo affetto proprio de gli uomini gentili e magnanimi, come senza fallo credo che sia quello del signor Paolo suo fratello: però con lui n’avrei ragionato con vergogna e con rispetto minore, come suole alcune volte l’uno con l’altro infermo; ma il medico de gli animi è stato troppo artificioso. E s’io non m’inganno, vorrà curarlo con l’eccesso de le cose contrarie; perchè doppo tanti biasimi, doppo tante riprensioni, doppo tanti scorni fattimi in così nuove e così diverse maniere, niun’altra cosa par che possa rendermi la sanità, che la soverchia lode e ’l soverchio onore e la soverchia gloria; de la quale io sarei volentieri liberale, se potessi farne parte ad alcuno. Laonde non sarò più scarso de le mie rime al signor Paolo suo fratello, ch’egli sia stato a me de’ suoi doni; ma essendo prigione il corpo, è malagevole che la penna sia libera in tutto: e questa è l’una cagione che m’ha ritenuto; e l’altra, certa mia naturale difficultà, per la quale non sempre nè in tutti i luoghi io sono egualmente disposto al comporre. Ma l’indugio accresce l’obligo, se pur diminuisce la riputazione, la qual molti hanno procurata con dimostrar la prontezza: e s’io ne son privo, mi consolo che sono ancora senza improntitudine; e paragonando la virtù co ’l vizio, non mi rincresce molto di non aver nè l’uno nè l’altro: nè mi dolgo d’esser più modesto nel dimandare, che lento nel poetare; quantunque assai pochi siano stati coloro c’abbiano donato a me che nulla richiedeva, o c’abbiano risposto a le mie domande piene d’umiltà e di sincerità: cosa, invero, che molto accresceva la mia continua maninconia, parendomi che se gli errori miei (così voglio chiamarli) avean ritrovato castigo, non dovesse mancare il premio a la virtù; per usar quell’istesso nome che da gli altri è meco usato così spesso e così volentieri. Ma voi co ’l signor Paolo vostro fratello m’avete di nuovo confortato; e ve ne ringrazio; e vi prego che ne gli altri uffici non mi dimostriate meno la vostra benevolenza. E perch’il facciate più tosto e più facilmente, vi mando la canzona già promessa, ma non ben ricopiata, perch’io non posso; e dovendo esser data a la serenissima signora duchessa di Mantova, vorrei che fosse bene scritta: e ragionevolmente debbo aspettare che la gloriosa memoria de la serenissima signora duchessa Barbara operi qualche grazioso effetto non solo in Ferrara, ma in Mantova. Voi, perchè la ragion non sia vinta da la fortuna, aiutatela con le vostre lettere al signor Cesare Galvano e, se vi pare, a Sua Altezza serenissima; a la quale io scrivo di nuovo, e di nuovo la supplico, ritrovandomi in que’ medesimi termini ne’ quali mi lasciaste, men largo di quello in cui mi trovarono le vostre prime lettere.</p>
               <p TEIform="p">Il vostro sonetto sarà concio, se pur non ne fosse avvenuto quel che de’ guanti e de la carta; percioch’il posi tra molte mie scritture che sono confuse, in una cassetta che non ha chiave, e bisogna ch’il ricerchi; ma può tra tanto la Vostra Paternità mandare al signor Manucci il conciero con le proposte e con le risposte; e s’alcuna ce ne mancasse, datene la colpa a tutte le cose, prima che a difetto di buona volontà e di molta affezione. Ma non so perch’il Manuccio non aspetti sin tanto che gli siano mandate l’altre mie rime, una gran parte de le quali diedi al signor Alessandro Pendaglia perchè le mandasse al signore Scipion Gonzaga; nè so che siano state ancora mandate: ma credo certo, che subito che saranno in mano di quel signore, si contenterà di farne il mio volere, il qual sarebbe che non fossero sì mal trattate, come sono state per l’addietro, perciochè son molte; e se fossero stampate con belli caratteri, e grandi, e simili a quelli di messer Vittorio Baldini, sarebbono di bellezza e di grande apparenza. Laonde io, che l’ho vedute divise e lacerate in molte parti, in guisa de le membra d’Ippolito; mi rallegrerei di vederle intiere, e quasi ritornate in vita per opera vostra e de gli altri amici: ma questo è peraventura un di que’ desideri c’ha bisogno di grazioso e di cortese medico; però non le dico altro. Al Manuccio mi raccomando: e sapendo il mio stato e la mia lunga pazienza, non dovrebbe voler meno per me che per altri. E bacio le mani a la signora Gieronima Spinola, sorella di Vostra Reverenza; la qual non conosco se non per questo nome. Ma la conoscenza, benchè non sia perfetta, mi dimanda molto, così per suo rispetto come per quello de la casa ne la quale è maritata: e non ho perduta con la memoria di tant’altre cose, quella de gli oblighi; onde volentieri l’avrei mandati i dialoghi che mi chiede: ma de l’uno e de l’altro ho data la copia fuori, nè posso riaverla; e ne l’originale mancano alcune cose aggiunte. Però le mando in quella vece un dialogo de la Poesia toscana; e la grandezza ricompensa il numero: ma perch’io stimo che mi saran restituiti, potrà scrivere al padre don Basilio, che gli faccia ricopiare; e torre a me questa fatica, che mi par grave molto più di quella del comporre. Non lasci l’impresa, ma la conduca a fine con perseveranza, se l’ha cominciata con benevolenza; e raccomandi parte del negozio a quelli che son presenti, che possono far molto ne l’occasione: e preghi sua Divina Maestà, che sia felice l’avvenimento. Di Ferrara, il 22 di febraio 1585.</p>
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               <head TEIform="head">342</head>
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                  <salute TEIform="salute">AL CARDINALE GIOVAN GIROLAMO ALBANO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">s’io potessi acquetarmi così facilmente come Vostra Signoria illustrissima potrebbe liberarmi, la quiete non mi sarebbe men cara de la mia libertà, perch’ella si conformerebbe co ’l suo volere e con l’autorità: ma io non posso nè debbo ricercarla in altra parte che ne gli studi; nè ricercandola, spererei di trovarla. E chi mi sforza a partir da così tranquillo porto, mi spinge in mare turbatissimo e pieno di molti pericoli e di mille confusioni. Però credo sicuramente, che gli uffizi fatti da Vostra Signoria illustrissima co ’l serenissimo signor duca mi concederanno ch’io viva in quest’ozio letterato, che insegna a disprezzar la morte, e la vita che non sia congiunta a l’immortalità. Ma perch’io son poco sano, non soglio studiar con fatica, ma più tosto legger con diletto che non impedisca la sanità, per la quale saranno molto giovevoli i giuochi onesti, i motti piacevoli, le consolazioni de gli amici, i favori de’ padroni, gli agi, i comodi, i trattenimenti, i diporti convenienti a le stagioni, a’ tempi, a’ desideri moderati de l’infermo, a la pietà de’ principi, che si dimostra particolarmente ne gli errori smoderati. E quantunque (già son molti anni) io sia stato poverissimo de la grazia di Sua Altezza, comincio a credere che si mostrerà così benigno, come il conobbi innanzi a le mie lunghe calamità. Perciochè i suoi pari non possono fare alcuna operazione più lodevole, che favorir gl’ingegni e l’arti lodevoli. E il più certo argomento ch’io n’abbia, è la virtù del signor Ippolito Gianluca; il quale con la sua lunga fedele e diligente servitù ha superato il merito di molti, e guadagnata la benivolenza di tutti: laonde può levarmi de le mie stanze quando gli piace; ed io niuna cosa fo più volentieri, che uscirne; nè potrei, senza questo, esser mai contento. E se Vostra Signoria illustrissima desidera la mia contentezza, dee quando che sia proccurarmi la bramata libertà; perchè la prontezza de gli effetti suol essere molte volte accrescimento de le grazie. E le bacio umilissimamente le mani. Di Ferrara, il 24 di febraio 1585.</p>
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               <head TEIform="head">343</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A CURZIO ARDIZIO. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Perchè Vostra Signoria m’assomigliò ne’ suoi versi ad Omero, vorrei poterlo assomigliare particolarmente ne la maniera del lodare; percioch’egli loda solamente i morti, e de’ vivi non fa menzione: stimando forse, che queste lodi si convengano al lusinghiero, e quelle al grave poeta; il quale con la memoria dei passati onora i presenti, e dimostra loro quel che debbono operare. Ma chi può negare alcuna cosa al signor Ardizio? il qual <foreign lang="lat" TEIform="foreign">nimis vult, quicquid vult</foreign>. Così volesse tanto per me, quant’io farei per servirlo; ma non è ragionevole ch’egli desideri alcuna cosa irragionevole, quantunque la ricerchi affettuosamente. Dunque alcuna ragione ci deve persuadere a lodare i vivi e quelli che non sono ancora nati: e se le communi lodi appertengono a la concordia, a la pace ed a l’amicizia de’ lodati, volentieri debbo lodare in questa guisa; perchè niuna più dolce e soave armonia s’ascolta, di quella ne la quale si temprano i versi fatti in onore di molti principi grandi e valorosi: e niuna maggior dissonanza la potrebbe distemperare, che l’odio e la discordia e l’inimicizia de gli onorati. Farò dunque il sonetto che mi richiede, e lo porrò nel concento nel quale sono italiani e stranieri mescolati insieme. E questo basti per segno, ch’io non ho voluto o potuto negare; e vorrei che molti prendessero esempio da questa mia facilità, non da la tardanza de l’essequire; perchè l’una è volontaria, e l’altra necessaria per tante cagioni, che darebbono ampia materia a lettera assai più lunga che non è questa ch’io le scrivo: e voi sete un di quelli, se non m’inganno, che facilmente mi concederebbono quel ch’io dimando; ma non per esempio ch’io ve n’abbia dato, perchè l’ho preso più tosto da la vostra cortesia, la qual credo fermamente che debba esser conforme a se stessa, nel farmi ricopiar la canzona de la granduchessa, che sarà chiusa in questo piego; nel mandarla al signor vostro fratello; nel procurarne la risposta; e nel cercarla parimente de l’altre lettere ch’io ho scritto, acciochè siano tanti gli oblighi miei, quante le mie dimande; e multiplichino non solamente co’ fatti, ma con le parole, senza le quali mi parrebbono mute le grazie. E voi sapete, che la prima d’esse è l’obietto del vedere; la seconda poi, de l’udire; la terza, de l’intendere: laonde chi dona, e non accompagna il dono co’ detti graziosi, fa imperfetto questo bel numero; e i vostri uffici debbono esser pieni di perfezione, e i miei di gratitudine. Però quel che mi comandate, ne la risposta di alcuni dubbi, ho fatto per compiacervi: e senza questo convenevol rispetto non l’avrei fatto, essendo molto contra la mia sodisfazione; perciochè del mio sfortunato poema o si dee tacere o scriver lungamente. Ed io scrissi già ne la mia fanciullezza alcuni discorsi in questo subietto, molto prima che fossero stampati e ch’io vedessi i commenti del Castelvetro e del Piccolomini sovra la Poetica; e da poi molte lettere con gran dimestichezza, e con picciola considerazione; e molte cose ne ragionai con gli amici, e molte co’ patroni; onde niuna opposizione forse mi si poteva fare, ch’io non avessi prevista, e de la quale io non avessi o scritto o parlato: nè so bene s’elle mi siano state fatte, e quante e quali, e da qual persona, ed in che tempo, ed in che modo; ma se pur son molte, com’io stimo, a tutte risponderei volentieri: e sentendomi alcuna volta pungere con l’armi istesse ch’io soleva adoperare, non volendo ricorrere a quelle de gli avversari, non sarebbe inconveniente ch’io ne facessi di nuovo. Nondimeno voglio più tosto cercare di sottrarmi a’ colpi in quella guisa che Vostra Signoria leggerà: ma non muto la deliberazione di mutare alcune parti del mio poema, se mi sarà conceduto; e d’innalzare, e d’accrescerlo di quattro libri, e d’alcun centenaio di stanze, che sarà giunto ne’ libri i quali si leggono: ma l’opera è lunga, e io sono assai stanco.</p>
               <p TEIform="p">Mi sono dimandate le mie lettere; però Vostra Signoria faccia conserva di quelle ch’io ho scritte, e di questa, perch’io non posso durare la fatica di serbarne copia. Baci in mio nome le mani al signor Giulio G***; e viva felice. Di Ferrara, il dì 25 di febraro del 1585.</p>
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               <head TEIform="head">344</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A LEONORA D’AUSTRIA, DUCHESSA DI MANTOVA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io, che ne la morte di Barbara, quantunque assai tardi, ho mossa l’Italia a lamentarsi, come Vostra Altezza serenissima leggerà ne la canzona ch’io le mando, posso ancora rappresentare inanzi a gli occhi suoi l’imagine de la sorella, tanto da me sempre onorata, e ne la mia contraria fortuna quasi adorata; la qual chieda per me la grazia, acciochè l’autorità del suo nome non possa mancare insieme con la vita. Et ardisco di farlo, perchè le mie parole non possono mai esser rifiutate inanzi a giudice alcuno, da vero testimonio; anzi tutti, e la mia conscienza sovra tutti, debbono parlare in mio favore con Vostra Altezza serenissima, e co ’l serenissimo signor duca suo genero, e prima suo cognato. Si degnino dunque d’ascoltare le voci de la verità, e di concedere a la memoria di quella signora quello che non è stato conceduto a la speranza de la posterità, nè a la presenza del signor principe suo figliuolo. Barbara, nata regina, chiede il Tasso; e vuol che viva, non solo a’ padroni ed a gli amici, ma a se stesso, a’ suoi studi, a le sue consolazioni: perch’essendo in parte dove la gloria del mondo nulla si stima, non la ricerca; nè disprezza la gratitudine. Barbara prega, Barbara supplica: chi può negarmi a Barbara? chi sarà con Barbara avaro de le sue grazie e de’ suoi favori? Ma non conviene che le sue preghiere sian più lunghe: le mie sarebbon lunghissime, quando bisognassero; ma dopo le sue, non debbo spenderle. Finirò dunque con le sue di pregarmi e di raccomandarmi. E le bacio umilissimamente le mani. Di Ferrara.</p>
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               <head TEIform="head">345</head>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">È venuto il padre don Basilio a visitarmi, e ho dati a Sua Paternità due dialoghi, l’uno de la Pace e l’altro de la Poesia toscana, e l’uno e l’altro desidero che sia con Vostra Reverenza un testimonio de l’affezione ch’io le porto; perc’a pochi altri gli avrei mandati: e se maggior testimonio è da lei ricercato, mi sforzerò che rimanga in questa parte sodisfatta, come in tutte l’altre. Quel de la Corte e quel de la Cortesia non ho potuto ricuperare; ma credo agevolmente, che mi saranno restituiti questa settimana. Fra tanto le bacio le mani; e la prego che ’n questo negozio de la mia libertà corrisponda a l’aspettazione ch’io n’ho conceputa. Di Ferrara, il primo di marzo 1585.</p>
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               <head TEIform="head">346</head>
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                  <salute TEIform="salute">A GIULIO MOSTI. FERRARA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ieri v’aspettai invano; oggi non vorrei pregarvi indarno; perchè niuna cosa vana mi dispiace più de le preghiere, le quali forse vi parrebbono vanissime, s’io vi pregassi per amor mio: vi prego, dunque, per amor de la vostra signora. Voi l’avete così bella, così gentile, e così valorosa, che dovete fare ogni cosa per compiacerla; e negare a me di venire, se non le piacesse: ma non è possibile c’a la cortese dispiaccia la cortesia. Laonde pregandovi per la sua vita, mi pare di stringervi con nodi troppo forti: e ve n’astringo, perchè vegniate senza indugio; perchè così m’assicuro che ’l mio aspettare non sarà vano. Ed intanto vi bacio la mano. Di Sant’Anna, il primo di marzo del 1585.</p>
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               <head TEIform="head">347</head>
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                  <salute TEIform="salute">A MARCELLO DONATI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Non mando a Vostra Signoria la canzona, perchè l’ho già mandata al padre don Angelo Grillo, cortesissimo ed amicissimo di tutti i buoni e di tutti i letterati; il quale, senza dubbio, l’avrà fatta dare a la serenissima signora duchessa, ovvero al signor Cesare Galvani, secretario di Sua Altezza, a cui Vostra Signoria potrà dimandarla; e, se la stima degna di questa grazia, mostrarla al serenissimo signor principe. E prima, ragionando in questo proposito co ’l signor Galvano, le dica in mio nome: ch’io vorrei partirmene tanto obligato a la sua cortesia, quanto già poteva, s’avessi voluto rimaner a la liberalità di un suo parente; e benchè i tempi sian mutati, non dovrebbero mutarsi gli animi: ed io conservo la gratitudine, quantunque allora perdessi una parte de la memoria; ne la quale non di meno altamente sono impressi tutti i favori c’ho ricevuti dal signor principe, nè per età nè per alcuno accidente se ne perderanno i vestigi. Gli bacio dunque le mani con l’affetto medesimo e con la medesima riverenza; ed aspetto il dialogo, il qual nel suo ritorno riporterà forse quella grazia che non ebbe nel venire. E molto mi raccomando a Vostra Signoria. Di Ferrara, il primo di quaresima del 1585.</p>
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               <head TEIform="head">348</head>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Le vostre lettere non sono mai così lunghe, che non mi paiano brevi; nè così preste, ch’io non le stimi tarde: perchè niuna cosa fo più volentieri, che legger quel che mi dà consolazione così grande; e voi niuna più facilmente, che scriver con tanta eloquenza. S’io voglio arderle, come avete comandato, è necessario ch’io tolga del mondo un de’ più veri testimoni de la nostra benevolenza, et un de’ più cari pegni de la nostra fede. Rigido padre, severo se non crudele ufficio avete commesso a pietoso amico; il quale non può negare di farne il vostro volere, e non ardisce d’eseguire così fiero comandamento. Dunque io prenderò una via di mezzo fra la pietà e l’ubbidienza; perchè darovvi, se pur vorrete, quelle che non mi par conveniente di concedere al fuoco: e s’i vostri consigli mi sono occulti come i giudicii di quel divino Signore a cui servite, incolpatene la mia umanità, e la tenerezza per la quale io chiamo rigore quello c’a voi par giustizia: ma nondimeno s’egli si muove a le nostre preghiere, voi dovete ancor piegarvi in cosa che non vi torce del vostro santo e fermo proponimento. Or non parliam più de le vostre lettere, ma di quel ch’in loro è contenuto. Non vorrei c’alcuna promessa fattami vi togliesse l’obligo de l’altre: però accetto la seconda, quasi stabilimento de la prima; e se la venuta dee affrettar la partenza, venite così tosto, ch’io non sia costretto a prender nuovo partito. Fra tanto, o con la serenissima signora duchessa di Mantova, o pur con l’imperatore, fate raddoppiar gli uffici, perchè siano raddoppiate le raccomandazioni e le lettere di favore: e se non aspettassi risposta di Mantova, io medesimo scriverei a Sua Maestà Cesarea. Ma voglio credere che la canzona in morte de la serenissima duchessa Barbara faccia qualche effetto più vicino.</p>
               <p TEIform="p">De le mie rime e de le prose non so che dirle; ma de l’une e de l’altre vorrei rimaner egualmente sodisfatto: nè disprezzo l’utile, nè lo stimo tanto, ch’io voglia farne procurator Vostra Paternità, la quale è occupata nel servigio d’Iddio. Me le raccomando, adunque, in quelle cose che non possono da lui separarla; e la prego che mi perdoni, s’io non le mostrerò così tosto alcun segno de la mia gratitudine al signor Paolo. Ma ’l chiederle perdono è peraventura soperchio, poich’ella non se ’l reca ad offesa, e mi concede quel tempo ch’io prenderò volentieri per comporre men difficilmente; perchè la vena de l’usato ingegno è quasi affatto secca, nè dee paragonarsi con quella del Petrarca, che fu di finissimo oro: de l’arte del quale si può dubitare, come di quella d’Omero; non perch’io stimi ch’egli non l’usasse, ma perchè volse ricoprirla: e l’artificio suo, più di ciascun altro, imitò la natura; però ci pare che lasciasse alcune cose non coltivate, quasi le bellezze naturali fossero bastevoli al diletto ed a la maraviglia: è così ne’ suoi versi, quel ch’egli scrive de’ capelli di madonna Laura, negletto ad arte. Ma queste non sono materie da lettere: n’ho trattato ne’ dialoghi, e ne potrei scrivere di nuovo. Vogliatemi bene quanto io v’onoro; e ricordatevi di chi poco si ricorda di molte cose, ma tien fissa ne la memoria la Paternità Vostra molto reverenda; a la quale bacio le mani. Di Ferrara, il 15 di marzo 1585.</p>
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               <head TEIform="head">349</head>
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                  <salute TEIform="salute">AD ALESSANDRO SERSALE. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Se ’l mio potere fosse pari a la volontà, voi già vi rallegrareste di quel che sperate; ma io posso assai poco per me stesso, e meno per altri: e se ne sapete la cagione, incolpatela; o scusate almeno chi non ha colpa, ma dolore che tanto abonda, quanto mancano le grazie: pur le divine mai non furono tarde; e voi pregate Nostro Signore perchè m’esaudisca, sì come io supplicherò di nuovo perchè voi siate raccolto ne la servitù del signor don Odovardo: ma s’a’ preghi aggiungerò qualche sonetto, o picciola canzone, avrò fatto quanto posso. Voi sapete il mio stato, e l’occasioni, le quali non perderò: ma voglio averne alcuna di parlar con quelli gentiluomini del signor duca di Parma, co’ quali tratterò questo negozio. Fra tanto confermatevi, co ’l mio consiglio ancora, ne la vostra opinione, d’aver per oggetto l’onore; ma sappiate che sì come è preso talora il falso per lo vero bene, così l’apparenza de l’onore ci suole ingannare. Voi imparate a conoscerlo; perchè sete in una città la quale è copiosa non solo di bei costumi ma di buoni ammaestramenti, ed in casa di un prudentissimo signore e d’un religiosissimo cardinale, al quale baciate le mani; e raccomaodatemi al signor Antonino. Da Ferrara, il dì 17 marzo 1585.</p>
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               <head TEIform="head">350</head>
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                  <salute TEIform="salute"> VINCENZIO FANTINI. FERRARA</salute>
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               <p TEIform="p">Io non posso scriver molto, e ’l poco non mi basta; però mando a la signora duchessa questa lettera così male scritta. Fate le mie scuse con Sua Altezza; e portatemi qualche risposta, perchè sono disperato se non mi aiutate in qualche modo. E vi bacio le mani. Di Sant’Anna, il 18 di marzo 1585.</p>
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               <head TEIform="head">351</head>
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                  <salute TEIform="salute">A LUCREZIA DA ESTE, DUCHESSA D’URBINO. Ferrara</salute>
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               <p TEIform="p">La mia lunga infermità, la qual m’ha tolta la memoria di molte cose che m’erano care da sapere, m’ha lasciato nondimeno quella de’ favori e de le grazie fattemi da Vostra Altezza, per la quale solamente non mi dispiacciono tutti i tempi passati, e non dispero di tutti i futuri. E bench’io non possa ricordarli senza la dolorosa ricordazione de le mie calamità; tuttavolta la mia grave miseria può far lecito il lamentarmi; e la sua cortesia non dee esser minore nel mio cattivo stato, di quel che fosse ne l’altro, che non ardisco di chiamar buono perchè non fu quieto.</p>
               <p TEIform="p">E cominciando la mia narrazione da quel tempo nel quale io serviva l’illustrissimo signor cardinale suo fratello; la sua grazia si fece incontro a la mia servitù, e mi diede quell’ardire ch’io non avrei preso da me stesso, ed accarezzandomi più di tutti i nuovi e non meno d’alcun altro antico servidore: nè mi fu mai data ripulsa ne l’entrare o nel supplicare; anzi non mi si mostrò non men facile ne la concession de le grazie che ne l’udienza. Laonde fui per suo mezzo conosciuto dal serenissimo signor duca suo fratello, e rimirato con buon occhio, ed onorato sopra modo da’ principali signori di questa corte; come erano il signor Ercole de’ Pii, il signor Guido Bentivoglio, il signor conte Alfonso ed il signor conte Ercole Contrari, il signor conte Ferrante ed il signor conte Ercole Tassone, il signor Luigi Gonzaga, il signor Ercole Varano, il signor Alfonso Villa, e i signori cavalieri Gualengo e Berniero, e il signor Ercole Giglioli: e con la medesima costanza mi fece aver la tavola del signor cardinal suo fratello. Seguì poi il tempo delle sue nozze; anzi fu ne la medesima occasione, ne la quale, perch’io gli era molto caro, ricevei molti favori e qualche dono. E se Vostra Altezza si fosse ritrovata in Ferrara quando me n’andai in Francia con monsignor illustrissimo, la mia partita non sarebbe stata il fine di quella servitù, ma la conservazione, o l’accrescimento più tosto: perchè o la sua autorità poteva far che non ci nascesse difficoltà, o la sua prudenza superar tutte quelle che ci nascevano. Nè dappoich’io lasciai quel servizio, Vostra Altezza abbandonò la mia protezione; ma fu principalissima cagione, che ’l serenissimo signor duca mi raccogliesse ne la sua corte con molti comodi e con molte speranze, in guisa che i comodi facevan parere maggiori le speranze, e le speranze i comodi. E tutte le grazie ch’io ricevei dal signor duca, furono più di Vostra Altezza che sue; perchè il principio derivava da lei, sì come gli effetti dal signor duca. Nè si contentò di obligarmi in questo modo, perchè non m’obligava in tutti quelli che potevano contentarmi; ma chiamandomi a Pesaro, giunse favore a favore, cortesia a cortesia, e liberalità a liberalità, donandomi e facendomi donare, onorandomi e facendomi onorare dal signor duca Guidubaldo di gloriosa memoria. E s’io non mi fossi partito da lei, non mi sarebbono succeduti tanti fortunosi avvenimenti e tanti pericoli; ne’ quali non ebbi altro rifugio che Vostra Altezza, nè altra speranza di salute, che quella ch’io ritrovai sotto la sua protezione; nè mi sarebbe mancata, s’io non avessi mancato a me stesso co ’l fuggire, e co ’l ricercar la morte mentre io la fuggiva.</p>
               <p TEIform="p">Passo le cose che dipoi sono avvenute ne’ miei ritorni, perchè furono governate senza il consiglio e senza l’autorità di Vostra Altezza; ma non dirò senza la sua grazia: perchè s’io vivo, s’io spiro, s’io spero, s’io scrivo o penso di scrivere verso o prosa che non dispiaccia, è tutta sua concessione e suo dono particolare: senza il quale non avrebbe luogo la liberalità d’alcun altro, non onore, non laude, non visita, non altra dimostrazione che mi piaccia o mi consoli. Laonde tutti gli oblighi, i quali mi possono fare affezionato a molte persone, debbo stimargli effetti de la sua benevolenza, e porre in questa sola tutte l’altre obligazioni, ed in questa speranza tutte le speranze.</p>
               <p TEIform="p">Ed ora ch’io non penso far deliberazione che le dispiaccia, la supplico che m’aiuti ad uscir di queste stanze, e mi ponga in una camerata di gentiluomini scolari, dove potrò forse risanar di questa infermità noiosissima, e per la sua qualità non senza pericolo; de la quale io non guarirei ne la prigionia, o non così facilmente; e schiverei molti incomodi, molti disagi, molte maninconie, e molte miserie, e molte infelicità che possono tormi la vita, ed insieme, a la sua clemenza ogni occasion d’aiutarmi. E credo che il signor duca gliele concederà senza contrasto; perchè mi fece già dire che si contentava, pur ch’io non partissi del suo stato. E quantunque Sua Altezza possa in ogni parte essere egualmente sicura di quella immutabil volontà che prima fu cagione ch’io cominciassi questa servitù, tutta inclinata a l’onor di Sua Altezza; nondimeno se ne potrebbe assicurare in molte maniere. Ma sa la mia lunga malattia, e il mio stato, e la mia condizione; laonde non conviene ch’io le ricordi quanto mi fosse malagevole il farlo senza l’aiuto e senza la protezione c’altre volte non ho dimandata: ma ora la dimando umilissimamente, parendomi di chiederle insieme la vita e la sanità. Vinca dunque la sua pietà gli errori miei e la mia fortuna (se la fortuna ha potere dove regna la prudenza); e non consenta ch’io muoia con tanta e sì continua infelicità, de la quale è più quel che si tace, che quel si manifesta: ma converta in allegrezza tutte le avversità trapassate. E le bacio umilissimamente le mani. Di Ferrara, il 18 di marzo 1585.</p>
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               <head TEIform="head">352</head>
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                  <salute TEIform="salute">A MAURIZIO CATANEO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Antonino ha fatta quella deliberazione la quale io vorrei che fosse lodata da l’avvenimento; e può venire quando gli piace, chè in ogni stato mi troverà disposto egualmente a fargli piacere. Ma non potendo parlar co ’l serenissimo signor duca, non ispero cosa alcuna: e quantunque io cerchi udienza per altre cagioni che m’importano quanto potete sapere; nondimeno, prima che d’ogni altra cosa, pregherò Sua Altezza che il raccolga a’ suoi servigi, ne’ quali avrà le cose necessarie in questa età, se gli sarà conceduta questa grazia, come io credo. Con gli altri principi, de’ quali Vostra Signoria mi scrive, soglio alcune volte trattar per lettere, ed averne risposta; ed aspetto l’occasione d’alcun lor gentiluomo che venga a vedermi, e si faccia incontro al mio desiderio, il quale è di giovar a l’uno ed a l’altro de’ miei nipoti. E ne scrissi al signor Scipione Gonzaga particolarmente; e non mi dolgo tanto che non mi risponda, quanto che l’infermità sia cagione del silenzio. Ma dovrebbe rispondermi messer Giorgio suo coppiero, co ’l quale ho molti negozi; e porrei quest’obligo con gli altri, perchè (già molti anni sono) io conosco la sua amorevolezza. E se non mi ricordassi ogni giorno del suo padrone e di lui, potrei dubitare de la risposta; ma perchè non ho perduta questa con la memoria di molte altre cose, l’aspetterò senza dubbio.</p>
               <p TEIform="p">A le opposizioni fattemi risposi in cinque giorni; nè so bene s’io ci ponessi tutto l’ingegno: ma certo non ci posi tutto lo studio nè tutta la diligenza, perchè i miei libri sono incassati, co’ quali avrei potuto aggrandire il volume, e confermare assai le mie risposte; ma non ho voluto cavarli. Vostra Signoria leggerà quel che può far l’ingegno d’un uomo quasi smemorato. E se l’Apolologia sarà mostrata al signor cardinale, saprò volentieri quel che ne giudicherà signor così giudicioso. E la medesima informazione vorrei che il signor Scipione mi desse de la sua parte, perchè forse egli sarà risanato. Vostra Signoria gli baci le mani in mio nome, e mi raccomandi a’ miei nipoti. Di Ferrara, il 18 di marzo 1585.</p>
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               <head TEIform="head">353</head>
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                  <salute TEIform="salute">A GIORGIO ALARIO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ho scritto molte volte a l’illustrissimo signor nostro padrone, e sempre indarno: or voglio provare se Vostra Signoria sarà più cortese in rispondermi, ch’egli non è stato; se ben so che in lui non può esser difetto di cortesia, se non per difetto di mia fortuna. Rispondetemi voi, di grazia: e baciate in mio nome le mani al signor conte Antonio Bevilacqua, ed al signor conte Ercole Tassone; a l’uno ed a l’altro de’ quali scriverei, se da voi in lor nome fossi salutato; o a quello almeno, che prima si degnasse di mostrarsi ricordevole di me. So che l’uno e l’altro è valoroso e cortese signore. Di grazia, rispondetemi: ed apritemi la strada per la quale io, scrivendo, possa ricever lettere da alcuno. E vi bacio le mani. Di Ferrara.</p>
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               <head TEIform="head">354</head>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO. Brescia</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Da qualunque parte venga l’aspettata novella de la mia libertà, mi sarà grata; ma gratissima, se mi sarà mandata da la serenissima signora duchessa di Mantova, perchè l’avvenimento confermerà quel giudicio ch’io feci il primo giorno che fui imprigionato. Prego dunque Vostra Paternità che rinovi gli uffici, acciò che scriva un’altra volta al serenissimo signor duca ed a la signora duchessa sua moglie: ma dee sapere che l’illustrissimo signor don Alfonso d’Este è la principal cagione che impedisce la mia libertà; però sarebbe necessario darne avviso al signor duca, il quale ha buona mente; ma gli ordini son male essequiti. E se le paresse cosa da prudente non irritare il detto signore, il quale è contra me sdegnatissimo; io non posso se non lodare il suo consiglio: ma stimo necessario che m’impetri una lettera di favore al signor don Cesare suo figliuolo, co ’l quale si può trattar questo negozio più facilmente. Faccia, dunque, ciò che le pare; ma faccia in modo ch’io debba lodar altrettanto la sua diligenza, quanto ho commendato la liberalità del signor Paolo suo fratello, al quale manderò tosto qualche nuova composizione: e l’avrei prima fatta, se non fosse costretto di sodisfar primieramente non a coloro che donano con maggior cortesia, ma a quelli che dimandano con minor rispetto.</p>
               <p TEIform="p">Il dialogo de la Corte è in Mantova; e Vostra Paternità il potrebbe aver da quella parte. L’altro richiestomi, non ho potuto anco ricuperare; ma n’ho la prima copia e, se potrò, ne farò fare un’altra a Vostra Reverenza; e la compiacerò similmente de’ sonetti che m’esorta di fare: perchè niun maggior piacere io posso avere, che di compiacerla; e niuna speranza maggiore, che quella la qual m’è data con le sue lettere: però me le raccomando con tutto il cuore e con tutto l’animo, pregandola che non lasci la cominciata impresa. E le bacio le mani. Da le mie stanze di Ferrara, il 23 di marzo 1585.</p>
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               <head TEIform="head">355</head>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Non so qual ragione abbia potato ritenervi, che non siate oggi ritornato a vedermi con mio nipote, il quale ha la lettera ma non l’informazione; ed io vorrei parlargli a lungo. Però vi prego che me ’l conduciate questa sera, s’egli è possibile; o dimattina, al più tardi. Scriverò l’altre lettere per il suo negozio. E mi vi raccomando Di Sant’Anna, li 8 di aprile 1585.</p>
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               <head TEIform="head">356</head>
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                  <salute TEIform="salute">AD ALESSANDRO POCATERRA. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">È venuto il maggior de’ miei nipoti a Ferrara per liberarmi, e vorrebbe per questa cagione parlare al serenissimo signor duca. Vi prego che gli facciate far compagnia dal signor Annibale vostro figliuolo, perchè ne parli co ’l signor Ippolito Gianluca, il quale sarà contento d’introdurlo a Sua Altezza. E vi bacio le mani. Di Sant’Anna 19 di aprile 1585.</p>
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               <head TEIform="head">357</head>
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                  <salute TEIform="salute">A DON BASILIO ZANIBONI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io credo che Vostra Paternità avrà mandata la copia di que’ dialoghi al padre don Angelo Grillo; al quale io non scrivo, non volendo mandarli mie lettere senza mio nuovo componimento: ma spero ch’egli non rimarrà di far, per giovarmi, quanto mi scrisse; e non debbiam diffidar de la grazia divina. Ora se ne viene a Mantova mio nipote, desideroso di servire al signor principe; e verrà a veder Vostra Reverenza, da la quale io credo c’avrebbe ogni aiuto in questo negozio, se gli bisognasse: però glielo raccomando teneramente, e me stesso insieme. E le bacio le mani. Di Sant’Anna, il 9 aprile 1585.</p>
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               <head TEIform="head">358</head>
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                  <salute TEIform="salute">A VINCENZIO GONZAGA, principe di Mantova</salute>
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                  <head TEIform="head">358</head>
                  <p TEIform="p">Mando a Vostra Altezza il maggior de’ miei nipoti, il quale essendo fuor giudicato del regno di Napoli, è venuto a vedermi: e la supplico che si degni di accettarlo a’ suoi servigi come povero gentiluomo; il quale, benchè abbia necessità di servire, servirà nondimeno più tosto per onore che per necessità; e di conceder questa grazia a le mie preghiere, perch’egli non oserebbe di chiederla. Ma di tutte l’altre ch’io potrei dimandar per me stesso, ne sarà da lui pregata; perch’io l’ho informato a pieno: nè la supplicherà di cosa che non sia conforme a la sua umiltà ed a la mia fede. Ma dove mancasse l’ardimento de l’uno o ’l merito de l’altro, spero che debba supplire la cortesia di Vostra Altezza; la qual non vorrà ch’io rimanga senza questa consolazione, ch’è la maggiore ch’io possa ricevere in questo mondo. E le bacio le mani. Di Sant’Anna, il 9 d’aprile del 1585.</p>
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               <div3 type="epistola" n="Altra lezione" org="uniform" sample="complete" part="N"
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                  <head TEIform="head">(Altra lezione.)</head>
                  <p TEIform="p">Il maggior da’ miei nipoti, bandito dal Regno, o come si dice in quelle parti, fuor gradicato, è venuto a vedermi: e s’io potessi dargli tanto aiuto, quanto n’ho ricevuta consolazione, il farei molto volentieri; ma ho bisogno più tosto, ch’egli s’adoperi per mio servizio. Però supplico Vostra Altezza, che si degni d’ascoltarlo in quel che le dirà in mio nome, e di dargli grata risposta: e riducendosi a memoria la mia servitù passata, il favorisca come avrebbe fatto in altro tempo; e lo stimi suo devotissimo servitore, che se gli offere per tale in ogni luogo ed in ogni occasione. E perchè le parlerà de la mia libertà particolarmente, la supplico che si contenti ch’io parta consolato. E le bacio umilissimamente le mani. Di Sant’Anna.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A FABIO GONZAGA. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Viene a Mantova il maggior de’ miei nipoti, desideroso di servire al signor principe, al quale scrivo supplicandolo che mi conceda questa grazia. E prego Vostra Signoria che voglia introdurlo a Sua Altezza, e far ogni ufficio perch’il raccolga a’ suoi servizi; ne’ quali spero che debba riuscire umile, diligente e modesto giovene: ed io ne l’ho consigliato. Ma gli avvertimenti e i favori di Vostra Signoria potranno molto giovarli, e molto obligar l’uno e l’altro di noi. E le bacio le mani. Di Sant’Anna.</p>
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               <head TEIform="head">360</head>
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                  <salute TEIform="salute">AL CARDINAL BUONCOMPAGNO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Dopo la prigionia e l’infermità di molti anni, se le mie pene non hanno purgato gli errori, almeno la clemenza di Vostra Signoria illustrissima può facilmente perdonarli. Laonde io stimo che la sua benignità mi faccia più lecito di supplicare arditamente, che non suol fare la mia calamità. La supplico dunque, che non consenta a sì lunga ostinazione de gli uomini, nè voglia che dia fine a la mia grave miseria la morte, ma la pietà: e quantunque ciò le fosse più facile ne lo stato de la Chiesa che in alcun altro, nondimeno in questo di Ferrara non le sarà difficile; perchè il serenissimo signor duca non mi tiene in alcuna sua prigione ma ne lo spedale di Sant’Anna, dove i frati e i preti posson visitarmi a voglia loro, nè sono impediti di farmi giovamento. E ’l cenno di Vostra Signoria illustrissima potrebbe esser legge a tutti, non che ammonizione. Oltre di ciò, può giovarmi in diverse maniere co’ suoi bolognesi medesimi, ed in ciascuna d’esse mostrarmi la sua bontà congiunta a l’autorità; ed in ciascuna obligarmi a la sua casa ed a se stessa perpetuamente. Ma forse io non la supplico arditamente come avea detto, e come dovrei; perchè non basta la sanità senza la libertà, e l’una scompagnata da l’altra sarebbe assai piccol dono di così gran cardinale. Adunque le chiedo insieme. E benchè sia quasi disperato di risanare, nondimeno i salutiferi medicamenti, e gli efficaci rimedi, e l’allegrezza di vedermi libero, potrebbero ritornarmi nel primo stato: ma sopra tutto la grazia di Nostro Signore e di Vostra Signoria illustrissima; a la quale non dico il modo come possa farlo, perchè la prudenza glie lo manifesta, e l’alto grado glie lo agevola: ma le scopro il bisogno, e la necessità, e l’infelicità degna di ritrovar compassione ne l’animo suo religiosissimo. E le bacio umilissimamente le mani. Di Ferrara, il 12 d’aprile del 1585.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ALESSANDRO SERSALE. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io vorrei che poteste vedere il cuore più tosto che le mie lettere, o gli effetti, perchè non vi rimarrebbe alcun dubbio de la buona volontà c’ho d’aiutarvi; ma il mio stato impedisce tutte le mie deliberazioni, e particolarmente quella che voi più desiderate: nondimeno farò quanto posso perchè siate accettato. Fra tanto aspetto quel che succederà de l’andata del signor Antonino vostro fratello a Mantova, il quale ho raccomandato al signor principe, supplicandolo che l’accetti a’ suoi servigi. Piaccia a Dio, che le mie raccomandazioni, o più tosto le preghiere e le suppliche, abbiano forza; ch’io non supplicherò men volentieri perchè voi siate raccolto. E vorrei tra l’una e l’altra sodisfazione aver maggior tempo di pensar cosa che non vi dispiacesse: ma i pensieri possono esser come i sogni de l’infermo. Però cercherò senza dilazione di risanare: nè credo che sia possibile, se non esco di questo luogo; nel quale non vi desidero aver per compagno. Ma vi priego che scriviate a vostro fratello in modo, che non paia che ci sia venuto indarno: perchè quantunque si fermasse a Mantova, potrà nondimeno fare alcuna cosa.</p>
               <p TEIform="p">Il signor Maurizio vi darà un mio dialogo perchè il ricopiate. Rimandatemi la copia e l’originale; e ditegli, che vorrei che il mostrasse a monsignor illustrissimo, al signor Scipione Gonzaga, ed a pochi altri. E mi vi raccomando. Di Ferrara, il 12 d’aprile 1585.</p>
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               <head TEIform="head">362</head>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io vorrei dar molto diletto a Vostra Paternità e poco fastidio, e son costretto di darle molto fastidio e poco diletto con questo mio discorso del Dialogo; il quale è stato breve non solo per le dette cagioni, ma ancora perch’io sono smemorato; e se scrivessi lunghi volumi, temerei di far molti errori. Ma s’io ricupererò alcuna parte de la mia solita memoria, spero di ricompensar questa noia con men breve e più dilettevole lezione: non dico a Vostra Paternità, ma a la signora Girolama sua sorella; de la quale co ’l mio solito stupore mi son dimenticato di far menzione; e de gli altri suoi parenti l’ho fatta assai fredda. Però, se le piace, prendasi questa cura di giugner alcune poche righe al discorso; e nel principio giunga queste: “E se in quest’abito potranno esser vedute da gli amici e parenti vostri, che sono usati non solamente d’udire, ma di scrivere, e di far nobilissime azioni, non v’incresca di leggerle.” E poi quest’altre: “Dico adunque, ch’in ogni questione si concede alcuna cosa, e d’alcuna si dubita; e intorno a quella di cui si dubita, nasce la disputa, la qual si forma de la dimanda e de la risposta.” Nè stimo che vi farò altra fatica di giunger intiere cose in questo discorso; ma credo che queste e l’altre che mandai ieri, saranno riposte a suo luogo.</p>
               <p TEIform="p">Vostra Paternità avrà veduto Antonino; il quale, se qui si fosse fermato, avrebbe potuto essere istrumento de la mia felicità promessami da tanti, e particolarmente da Vostra Reverenza. Ma non avendo avuto occasione, il raccomando a Vostra Paternità, e la priego ch’il favorisca in questo suo desiderio di servire al serenissimo signor principe; perchè ovunque sarà, vorrei che avesse buona ventura. E aspettando le risoluzioni del mio negozio, del quale non voglio darle nuovo ricordo, priego Iddio che ci consoli. Di Ferrara, il 12 di aprile 1585.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io aveva deliberato di non scrivere a Vostra Paternità sin che non le mandava qualche mia nuova composizione; ma l’ultima sua lettera m’ha fatta mutar deliberazione, perch’io non ho perduta la speranza, che madama serenissima debba concedermi la grazia dimandatale, e n’aspetto qualche risposta; benchè avendola Vostra Paternità, mi parrà d’averla io medesimo. Pregatene dunque Sua Altezza, e Nostro Signore, che mi consoli; perchè la mia lunghissima maninconia di niuna cosa ha bisogno maggiore.</p>
               <p TEIform="p">Rispondo al sonetto mandatomi di nuovo, come vedrà; e la prego che saluti il signor Paolo suo fratello, il quale non dee punto dubitare ch’io mi dimentichi del mio debito: ma non voglio ora darle altra risposta, se non ringraziarla del berettino, ch’è mezzo cappello.</p>
               <p TEIform="p">De le mie rime e de l’altre opere mie potete far quel che vi piace: ma non avrei voluto che ’l Manuccio stampasse cosa che potesse impedire la publicazione de l’opere in verso e di quelle in prosa, in tomi distinti; e la ricompensa ch’egli me ne promette, l’avrei voluta da chi potesse darla così larga, ch’io non fossi costretto a fare alcuna determinazione per la povertà: pur non ricuserò quel che gli parrà conveniente.</p>
               <p TEIform="p">Il signor Antonino mio nipote se n’è venuto di Sorrento a Mantova, desideroso di servire al signor principe, al quale ho scritto; e s’io credessi ch’egli avesse bisogno d’alcuna vostra raccomandazione, ve ne pregherei efficacissimamente, con quella opinione che prima mi fece così cara la stretta amicizia e le vostre lettere: ma gli affetti si mutano con l’opinioni, ed io sono assai costante in darvi occasione di farmi piacere; nè gli riceverei, se non pensassi di mostrarmi grato. Però vi mando una lettera ch’io gli scrivo e vi prego che gli diate ricapito, e siate mio liberatore: ma senza tardanza; perchè tardando, vi sarebbe tolto quest’ufficio o questo titolo, se non da altri, almeno da la morte. E mi raccomando a le vostre orazioni, ed a le purgazioni del vostro medico. Di Ferrara, il 15 aprile 1585.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO. Mantova</salute>
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               <p TEIform="p">Mando a Vostra Paternità reverendissima un breve discorso pessimamente scritto; ma non ho potuto scriverlo meglio, nè ricopiarlo: nè mi scordo de le rime; ma vedrò quel che sarà possibile ch’io faccia doppo le feste. Fra tanto mi raccomando al signor Manuccio; ma più a Vostra Reverenza, la quale vorrei che trattasse questo negozio co ’l serenissimo signor principe in modo, ch’io fossi certo de la libertà, senza la quale è in molto pericolo la vita: e se le pare di scriverne di nuovo a la serenissima signora duchessa di Mantova, o ad altri in quella città, cerchi di cavarne qualche conclusione e qualche buono effetto. Del negozio di mio nipote non so quel che si risolverà il serenissimo signor principe: nè io posso altro, che pregare e supplicare. Ed a Vostra Paternità di nuovo mi raccomando con tutto il cuore; ed altrettanto al signor Paolo suo fratello. Di Ferrara, il sabbato santo del 1585.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
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               <p TEIform="p">Mi piace che il signor Antonino abbia presa questa occasion di venirsene; ma non vorrei che impedisse la cagione per la quale venne in Lombardia. Ed io non rimarrò di fare quant’io posso perchè il serenissimo signor principe l’accetti a’ suoi servigi: ma sapete quante cose m’impediscono. Raccomandatemi al signor cavalier Tasso ed a monsignore; e dite che le raccomandazioni loro non fecero effetto alcuno. Però se tornerete, venite con miglior risoluzione. E mi vi raccomando. Di Ferrara, il sabbato santo del 1585.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO SERSALE. Bergamo</salute>
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               <p TEIform="p">Mi piacerebbe la risoluzione che avete fatta d’andar a Bergamo, se non avesse impedito il vostro accomodamento, come io dubito. Pur io non lascierò occasione di supplicare il serenissimo signor principe; co ’l quale non so che ’l padre don Angelo abbia tanta servitù, che voglia chiedergli questa grazia con l’altra. Ma io vorrei che le dimandasse insieme, come credo che voglia fare: pure sete in buon loco; e potete meglio aspettare, che io non posso. E se cercherete ch’io esca di prigione, farò per voi quanto farei per me stesso. Avvisatemi più minutamente del successo, e raccomandatemi al signor cavalier Tasso, ed a monsignore, ed al signor Ercole, a la signora madre, a’ signori fratelli, e a’ signori cognati; e ricordatevi di quello ch’io vi dissi, e di quel c’aspetto che facciate. Ed amatemi quanto io v’amo. Di Ferrara, il sabbato santo del 1585.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A LUCA SCALABRINO. Ferrara</salute>
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               <p TEIform="p">Io non ho zucchero per la salata di domani a sera: siate contento di comprarmene qualche libbra del più fino. E vi prego che stampandosi l’Apologia, la facciate stampare intera, con le lettere che vi mandai per don Giovan Battista Licino. E vi ricordo l’anello. Di Sant’Anna, il primo di maggio 1585.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io credo che Vostra Paternità avrà ricevute alcune mie lettere, le quali io diedi a Graziano, e le mandai al padre don Basilio; e con le prime, un mio discorso del modo de lo scrivere il dialogo; con l’altre, la sestina e la lettera ch’io scriveva a l’illustrissimo signor cardinale Albano per la mia libertà: e credo che sinora avrà fatto buona operazione; laonde sarà forse soperchio ch’io replichi di nuovo. Nondimeno, perchè il negozio importa quanto la vita, voglio più tosto parere importuno che negligente; se pur si può trovare importunità del seguire i suoi consigli. Scrivo dunque brevemente a Sua Signoria illustrissima, e la supplico che dimandi la grazia: e priego Vostra Paternità che le dia quella informazione per la quale io sia cavato di prigione; chè non gliela darà falsa. E di tutti quelli uffici ch’ella farà perch’io parta almen sodisfatto se non contento, le sarò obligato infinitamente. De l’altre cose non le scrivo sì minutamente, come farei se don Giovambattista Licino fosse ritornato a parlarmi: ma parlerò di nuovo seco, e intenderò meglio quel che Vostra Paternità gli ha detto, e poi le darò avviso di tutto. Fra tanto stia sicura, che non ho maggior volontà che di sodisfarla, nè maggior obligo: e faccia co ’l signor Manuzio in modo, ch’io non abbia a dolermi di lui; ma possa tanto lodarmene, quanto me n’ho potuto lamentare: il che può fare in molte maniere. Ed io cercherò che gli sieno mandate tutte le mie rime, non solamente quelle che sono in poter di Vostra Paternità; oltre le quali ora le mando una canzona in lode e commendazion de la sua Casa, dirizzata a’ signori suoi fratelli, a’ quali bacio le mani: e mi raccomando a Vostra Paternità molto, perchè n’ho bisogno maggiore che peraventura non crede. Faccia per la libertà mia, per la quiete e per la salute, tutto quel ch’è possibile; chè non cercherà d’obligarsi persona ingrata. E mi scriva tosto; perchè aspetto la risposta innanzi che passi questo mese, nel quale s’attende a le purgazioni. E prieghi Dio che ci aiuti. Di Ferrara, il 4 di maggio 1585.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL CARDINAL GIOVAN GIROLAMO ALBANO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Se tutte le informazioni saranno così vere come le mie preghiere son giuste, io non dubito che Vostra Signoria illustrissima non debba impetrar la libertà mia dal serenissimo signor duca. E quantunque io potessi così informarla come pregarla; nondimeno perch’è men lecito a me, c’a ciascun altro, il ragionar di me stesso, aspetto che non solamente le mie lettere la movano a compassione, ma quelle del padre don Angelo Grillo, monaco di san Benedetto. E la supplico che scriva a Sua Altezza in modo, che non possa negarle l’ascoltarmi graziosamente. E le bacio umilissimamente le mani. Di Ferrara, il 4 di maggio 1585.</p>
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                  <salute TEIform="salute">MARGHERITA GONZAGA, duchessa di Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io consento che si stampino le mie lettere, de le quali non ho tenuta alcuna copia, perchè no ’l posso proibire; e s’alcuno peraventura m’avesse rispetto, altri non l’avrebbe: laonde eleggo per bene il minor male. Pregherò nondimeno il signor Manuzio, che non istampi cosa che possa dispiacere a Vostra Altezza o a la signora duchessa sua cognata. Ma questo non basta. E’ converrebbe ch’egli stampasse lettere de le quali si compiacessero. Però, se fra quelle ch’io ho scritte a Vostra Altezza, ce n’è alcuna sì fatta, la supplico che si degni di mandargliele. E la priego ancora, che non voglia tardar più lungamente a mostrarmi qualche effetto de la sua liberalità, perchè la sua cortesia si manifesti a coloro da’ quali saranno intese le mie miserie. E le bacio le mani umilissimamente. Di Ferrara, il 6 maggio 1585.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A LEONORA D’AUSTRIA, duchessa di Mantova</salute>
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               <p TEIform="p">In tutte le mie composizioni che si publicheranno, avrò sempre molta considerazione che non si legga alcuna cosa de la quale Vostra Altezza serenissima debba rimanere mal sodisfatta. Però dovendosi stampar le mie lettere, la supplico che non voglia che sian lette le preghiere senza i ringraziamenti. E perch’io abbia doppiamente di che ringraziarla, si degni di scrivere a la serenissima signora duchessa sua figliuola in mia raccomandazione; e di farmi qualche dono dal quale ella prenda esempio, ed io consolazione: benchè io abbia maggior bisogno di conforto, ch’ella d’ammaestramento; la quale per natura e per costume è usata d’operar magnanimamente. Nè stimo che la memoria de la serenissima duchessa Barbara possa rinnovarsi senza la gratitudine loro e ’l mio giovamento. Ma spero che ’l suo nome ancora mi gioverà più che la presenza de’ vivi. E le bacio umilissimamente le mani. Di Ferrara, 6 maggio 1585.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Scrivo di nuovo al signor Albano, e di nuovo il supplico che mi cavi di prigione, perchè in alcuna maniera non posso temprar la sua noia: e se pur si potesse, avrei bisogno de l’aiuto vostro, e de’ vostri padri, i quali hanno buon medico; ed io sono infermo: laonde laudo il consiglio che mi date, e sarebbe necessario il soccorso, ed io il chiedo a voi ed a tutta la vostra Religione; e particolarmente d’una capra che mi fosse condotta in Sant’Anna, perchè vorrei torre il siero; e la stagione non è passata, nè passerà per questo mese. Aspetto dunque prestissima risposta.</p>
               <p TEIform="p">La dedicazione del dialogo de gl’Idoli si farà al signor vostro fratello; ed al discorso del Dialogo, quella giunta ch’io le scrissi, o maggiore. De l’altre cose non posso sodisfarla, perchè non sono in mio potere; ma vedrò di ricuperarle, e scriverò al Manuccio, co ’l quale vi prego che m’aiutate: e cercherò che le sian mandate molte de le mie lettere, de le quali io non ho serbato copia, perchè sono state scritte per la maggior parte a l’improviso, e con poco studio: ma chi raccogliesse le men brutte, ne farebbe un volume conveniente. E questo dico con gli amici; ma co’ nimici le faccio belle.</p>
               <p TEIform="p">Le mando una corona per la signora sua cognata; e la prego che mi raccomandi di molto al signor suo fratello; e che s’adopri tanto per la mia libertà, quanto io avrei fatto per la sua, s’ella fosse stata prigione. E benchè di questo non dovessi dubitare, perchè ho veduti molti effetti che sono vivi testimoni de l’affezione che Vostra Reverenza mi porta; nondimeno la mia lunga prigionia e l’infermità mi fanno la vita rincrescevole; ne la quale s’io non miglioro condizione, non potrò sodisfare nè a gli amici nè a me stesso. Vi prego dunque di nuovo, che procuriate la mia libertà; ed in questo mezzo consoliate la prigionia. E vi bacio le mani. Di Ferrara, il 6 di maggio 1585.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL CARDINAL GIOVAN GIROLAMO ALBANO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non mi stanco di pregare e di supplicare, perchè sono stanco di tutte l’altre cose, e quasi de la vita istessa per la quale io supplico. Priego dunque Vostra Signoria illustrissima, che si degni di scrivere al serenissimo signor duca in modo, ch’io senta per le sue raccomandazioni tanto giovamento, quanto è il danno ch’io ho patito per l’oppression de gli altri. E perchè sinora l’altre cose non m’hanno giovato, dimandi l’udienza; ne la quale io credo che il signor duca m’ascolterà graziosamente: perchè niuna grazia debbo disperare da la sua clemenza, e da l’intercessione di Vostra Signoria illustrissima. E le bacio le mani. Di Ferrara, il 6 di maggio 1585.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Aspetto la vostra risposta con le lettere del signor cardinale Albano, come sogliono i rei la sentenza de la vita; e desidero che vengan conformi a sì lunga aspettazione. Laonde prego Vostra Paternità, che faccia tutto quel che potrà co’ padroni co’ gli amici co’ parenti e con la sua Religione, perch’io parta consolato, sodisfatto, e con buona speranza de la mia sanità e de la nostra amicizia; e le ricordo, che l’audienza potrà facilmente esser cagione di tutti questi buoni effetti: e se le pare che ’l signor Antonino mio nipote possa alcuna cosa, glie ne dia avviso o consiglio. Ma egli è nuovo in questo paese; onde a pena stimo che sia atto da sollecitare: ma spero che debba apprender tosto la pratica, e che vorrà e potrà aiutarmi.</p>
               <p TEIform="p">Le mando la canzona per la signora sua cognata, e terrò sempre memoria de gli oblighi i quali ho co ’l signor Paolo suo fratello in ogni occasione. Fra tanto sia contenta di scrivere al signor Manuccio in modo, ch’egli si disponga a compiacermi, e mandarle la copia di queste rime ch’io non ho. Farò la dedicazione al dialogo de gl’Idoli, e cercherò che l’Apologia se li mandi, la quale è in mano d’un amico mio; e vorrei ch’egli rimanesse sodisfatto. E a Vostra Paternità mi raccomando con tutto il cuore. Di Ferrara, il 13 maggio 1585.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A PAOLO GRILLO (Dedicatoria)</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Nè speranza di premio desiderato, nè gratitudine di ricevuto dono, possono più movermi de la vostra nobiltà, e de la virtù, per la quale io vi ho stimato meritevole di onore e di laude. Laonde ora vi dedico questo mio dialogo de gli Idoli, quasi un certissimo segno de l’opinione ch’io porto; acciochè leggendolo veggiate in qual guisa più convenevole si possano lodare i padri e gli avoli de’ principi, e degli uomini illustri ne la republica; ne la quale il valor de’ vostri maggiori è stato risguardevole molti centinaia d’anni, risplendendo come oro finissimo, che non patisce alcuna ruggine per l’antichità. Piacciavi dunque, signor mio, d’accettarlo in vece di statua; perchè egli sia tanto più durevole d’ogni opera che facciano gli scoltori, quanto meglio si conserva la memoria ne le scritture, che ne’ marmi o ne’ metalli. E vivete felice.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO. Brescia</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vi mando la dedicazione fatta al dialogo de gl’Idoli, perchè si stampi sotto il nome del signor vostro fratello; e la darò a don Giovan Battista Licino, al quale ho date due canzoni, oltre la sestina. In quanto al resto de l’opere, scrivete al signor Manuccio in modo che sia compiaciuto, com’io stimo c’abbiate fatto sin ora: ma non mi spiacerebbe che raddoppiaste gli uffici; e particolarmente volendo stampare le mie lettere, desidero che si faccia la raccolta di molte le quali non ho copiate, nè de le copiate ho la copia. Il termine che m’assegnate, è più lungo che certo; però vorrei c’accresceste la certezza, e diminuiste la lunghezza: e fra tanto, senza vostro aiuto, non so come temprar la noia del caldo e de la prigionia. Aiutatemi dunque, e fate quanto è possibile, perch’io sia liberato, o tenuto men ristretto ch’io non era questi anni passati, ne’ quali tuttavolta usciva assai spesso di prigione. E mi raccomando. Di Ferrara, li 14 di maggio 1585.</p>
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                  <salute TEIform="salute">ALL’AGENTE DEL CAVALIER FLAMINIO CATTABENE. A san Giorgio</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non ho prima dimandate le camicie promessemi da voi in nome del signor Flaminio, perchè non ho prima avuto bisogno. Ora viene il caldo, e crescono con lui tutte le mie incommodità. Laonde vi prego che me ne mandiate due di quelle del signor Flaminio, con le crespe; s’egli n’ha in questo paese, o s’alcuno amico o parente suo vorrà sodisfare a quegli oblighi i quali egli prese volontariamente, potendo far di meno: ma se non si potessero aver tosto, non faccia farle. E mi vi raccomando. Di Sant’Anna, il 14 di Maggio del 1585.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A LUCA SCALABRINO. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vi prego che v’informiate da l’Agolante o da gli altri che segnano i mandati, quante centinaia di scudi mi sono state pagate per mio salario, mentre io serviva il serenissimo signor duca di Ferrara; perciochè tutto quello che ci rimane sino al numero di due mila, i quali largamente avrei guadagnati dal mio poema, io pretendo che mi debbano essere restituiti o fatti restituire, o altrimenti ristorare o da la grazia del serenissimo signor duca di Ferrara, o da la sua giustizia ed equità; a la quale non dovrebbe dispiacere ch’io me ne richiamassi in Roma, non mi concedendo giudici non sospetti. E vi prego che ne scriviate a l’illustrissimo signor Scipione Gonzaga, e n’intendiate la sua opinione. E mi vi raccomando; e v’aspetto domani co ’l reverendo Licino, e con l’eccellentissimo Serraglio. Di Sant’Anna, il 15 di maggio 1585.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO. Brescia</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vi scrissi ieri lungamente per don Giovanni Battista Licino, ma non forse abbastanza, perchè mi dimenticai di pregarvi che dimandaste in mio nome al signor Manuccio qualche aiuto di danari senza indugio; i quali egli, così parendogli, potrà ritrarre da l’impressione de l’opere mie: ma ora mi sarebbon necessari ne la prigionia, o più tosto ne la libertà. Vi prego, dunque, che facciate ch’io non debba pensare se non a l’una d’esse: e potete rispondermi di Mantova, dove omai dovete esser arrivato; perchè io darò questa, la quale sta aspettando l’occasione, al corriero che suole alcuna volta venire a vedermi. E mi vi raccomando. Di Ferrara, il 15 di maggio 1585, in Sant’Anna.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO SERSALE. Mantova</salute>
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               <p TEIform="p">Io mi purgo, nè voglio nè posso disubbidire i medici, i quali hanno ordinato che io non istudi nè scriva: però non potrò fare i sonetti che dimandate per lo signor Marcello, quantunque io avessi pensato di farli senza vostro ricordo. Ma in questa occasione non sono necessari, ed egli senza essi potrà introdurvi al serenissimo signor principe, perchè farà piacere ad un amico suo, il quale non è ingrato nè sconoscente. Potrete dunque mostrargli questa lettera, e prender occasione di servir Sua Altezza in quei servigi ne’ quali crederete di poterla più sodisfare. E se non avete ardire di parlarle de’ fatti miei, non vi potrà venire da’ miei sonetti fatti al signor Marcello; ma o da la sua benignità, o dal vostro servigio, o da la mia infelicità: la quale è stata così lunga, che m’ha fatta perder ogni vergogna, e mi fa lecito tutto quello che mi piace; ma non vorrei che mi piacesse se non l’onesto. Con questa deliberazione io m’assicuro molto, e voi non dovete dubitare di pregare il signor principe, che mi cavi di questa prigione in tutti i modi; i quali non gli mancheranno, se non li mancherà la volontà; o di scriver al signor cardinale Albano in modo, che egli si risolva di far ciò ch’è possibile per la mia liberazione, de la quale mi fu data, in suo nome, quasi certa speranza da voi medesimo. Fra tanto mandatemi qualche consulto di medico, che non vi costi; e fate che io senta qualche giovamento de la vostra venuta in Lombardia. Io avrei voluto che foste venuto a Ferrara, e vi avrei mandati denari; ma sin che non abbiate confermata alquanto la servitù co ’l signor principe, non ve ne voglio astringere. Baciateli da mia parte le mani; ed al signor don Ferrante ancora, s’egli verrà a Mantova; ed al signor Prospero, se n’avrete occasione; la quale credo che non debba mancarvi. E mi vi raccomando. Del 1585, il 16 maggio.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A LUCREZIA BENDIDEl MACCHIAVELLI. Ferrara</salute>
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               <p TEIform="p">Mando a Vostra Signoria una canzona in sua lode; ch’è tardo frutto del mio pigro ingegno, maturato nondimeno con l’affezione e con l’osservanza, in guisa che non dovrà spiacerle fra gli altri di coloro che le sono più nuovi servidori: e la priego ch’ella faccia in qualche modo, ch’io m’accorga che non le sia dispiaciuta. E le raccomando l’espedizione d’alcuni miei negozi che son trattati da don Giovan Battista Licino, e me stesso, il quale ho bisogno di molte raccomandazioni; ma solo io sono il raccomandatore, e convien ch’io le faccia tutte. Ma sovra gli altri favori c’aspetto da lei, le ricordo la sua promessa; la quale se non ha avuto presto effetto, dovrebbe averlo buono. E le bacio le mani. Di Ferrara, il 18 maggio 1585.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO SERSALE. Mantova</salute>
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               <p TEIform="p">S’a me non mancasse più tosto la commodità che la buona volontà, voi tanto lodereste la mia amorevolezza quanto accusate la fortuna. Ma de la mia povertà è certo argomento il luogo nel quale io vivo; se pur ella avesse bisogno di pruova niuna. Laonde ora non posso aiutarvi, se non con que’ danari i quali vi mando: ma spero che potrò darvi maggiore aiuto fra molti mesi. Nondimeno potrei farlo più facilmente fuor di prigione: però cercate in tutti i modi ch’io n’esca; nè lasciate alcun ufficio che si possa fare o co ’l serenissimo signor duca di Ferrara, o co ’l serenissimo signor principe, dal quale non avendo provisione, vorrei almeno c’aveste qualche commodità di vestire: ma a questo non possono giovarvi se non i vostri servigi e le mie preghiere. E gli uni voi dovrete fare che gli sian cari con la diligenza; l’altre io proccurerò con la fede, che non sian disprezzate: ma la prima parte tocca a voi. Fra tanto io aspetterò buona occasione; perchè senza questa, sarebbon forse così vani i miei prieghi, come sono stati gli altri miei desideri, i quali dovevano esser compiaciuti. Ricordatevi dove mi lasciaste, e quanto a voi sia più facile il ritornare che a me l’uscire: perchè in questa maniera avrete qualche consolazione ne’ vostri travagli, a’ quali vorrei por fine co’ miei; ma senza l’opera vostra, difficilmente potrò giovare a voi ed a me stesso. Non abbandonate dunque ne la mia salute la vostra medesima fortuna. Di Ferrara, 25 maggio 1585.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non stimo che ’l negozio de la stampa debba impedire quel de la mia libertà; però vi raccomando l’uno e l’altro, e vi prego che per l’uno scriviate a l’illustrissimo Albano, per l’altro al signor Manuccio, il quale potrà aver le rime e le prose da don Giovan Battista Licino, al quale n’ho data una parte, e l’altre si vanno raccogliendo o componendo. Ma se pur in questa mia calamità l’uno impedisce l’altro, attendasi solo a la mia libertà, con la quale mi par che sia congionta la vita, e lascisi ogni altro pensiero; perchè non tanto vi dee piacere ch’io muoia vostro, quanto che vostro io viva: anzi, perchè la possessione sia durevolissima, dovete procurare che lunghissima sia la vita. Aiutatemi dunque in tutti i modi, e scrivetemi spesso. Di Ferrara, li 28 di maggio 1585.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO SERSALE. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Scrivo e riscrivo, perchè son così impaziente ne l’aspettar risposta, come frettoloso nel mandar le mie lettere; e inchiudo in questa la dedicatoria a la serenissima di Mantova, che ieri non aveva fornita. Fatela di grazia ricopiar co ’l dialogo, ch’io vi manderò denari per pagare chi m’avrà fatto il servizio; e pregate il signor Marcello, che vi dia il dialogo de la Corte, e rimandatelmi. E se i miei sonetti posson giovarvi perc’abbiate da vestire, ne farò a chi vi pare, non solo a la Sua Signoria: ma sono difficile nel comporre, e tanto nel correggere le composizioni; laonde non posso molto promettervi. Baciateli in mio nome le mani; e rispondete lungamente; e sappiate che la mia miseria è maggiore che altri non giudica. Di Ferrara, il 6 di giugno del 1585.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A LEONORA D’AUSTRIA, duchessa di Mantova (Dedicatoria)</salute>
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               <p TEIform="p">Quantunque io cerchi con breve orazione rinovar la memoria di lungo tempo; nondimeno, perchè le verissime lodi sogliono operare i grandissimi affetti ne l’animo de’ lettori, stimo c’a Vostra Altezza serenissima non sarà discaro di leggerla, e di concedere a l’autorità de la serenissima duchessa Barbara, già morta molti anni sono, quel che non hanno impetrato le preghiere e l’intercessioni de’ vivi. Le bacio umilissimamente le mani.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Lodo la diligenza del Licino nel mandar le mie lettere, e la vostra cortesia nel rispondere; e mi rallegro c’abbiate ricevute le mie canzoni e la dedicazione del dialogo, per ubidire in qualche modo a quel che mi comandate. Ma perchè io potessi viver lieto, come io soleva, o com’io sperava, sarebbe necessario che la lettera de l’illustrissimo Albano fosse conforme a la mia lunga aspettazione: e vi prego che la mi procuriate prima che vegnate a Mantova, dove mi piace che siate assegnato: e ne l’altre cose vorrei che foste simigliante a voi stesso ne l’amarmi, come io sarò costante ne l’onorarvi. E raccomandatemi a’ signori vostri fratelli. Di Ferrara, il 6 di giugno 1585.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIULIO CARIA. Napoli</salute>
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               <p TEIform="p">Io non ho scritto a’ dotti solamente, come Vostra Signoria stima, e come affermano molti; ma a’ belli ingegni, i quali ne la fanciullezza sono indôtti, e spesse volte crescendo non acquistano alcuna dottrina per colpa de’ parenti e per vergogna di questo secolo; ma possono agevolmente acquistarla, ed è loro dilettevole quella fatica de lo studiare, che a gli altri pare intollerabile. E perchè ne la poesia s’impara più facilmente quel che s’impara, e con diletto maggiore che in altra scienza, ovvero arte; niun altro libro è letto più volentieri da belli ingegni, che naturalmente sono desiderosi del piacere, perch’egli deriva da la bellezza, a la quale si rivolgono come a proprio oggetto. E questa così va ricercando il poeta come il filosofo, che c’insegna i costumi e la bontà. E perciochè il bene è nel centro, e il bello ne la circonferenza, i poeti assai spesso co’ versi loro divini girano intorno a la superficie, nè toccano in profondità. E sono in ciò molto somiglianti a’ pittori, i quali imitano i veri corpi con ombre e colori, a somiglianza di quelli del cielo, da cui peraventura hanno preso l’esempio del mescolarli. E s’io pur sono in questo numero, non vi niego d’aver cercato di sodisfare a me stesso, o più tosto di compiacere; ma non ho forse conseguito il mio fine così facilmente, perchè non cercai il mio senza l’altrui compiacimento. Nè sono ben sicuro, quanto a gli altri sieno piaciuti i miei poemi; perchè con niun altro argomento mi poteva meglio esser dimostrato, che con gli effetti. Ma se Vostra Signoria è un di coloro i quali n’abbiano preso alcun diletto, ne godo fra me stesso per molte cagioni; de le quali è la prima, ch’ella sia di quella nobil patria de la quale io mi vanto; e potrei gloriarmene più ragionevolmente, s’io la chiamassi la mia cara matria, secondo l’usanza antica di Creti. La seconda, che voi non mi parete indôtto come scrivete, ma più che mediocremente ammaestrato. La terza, che se pur vi mancò la disciplina in qualche parte, non vi abbandonò la natura in alcuna; la quale sotto così puro e temperato cielo suol fare le maraviglie: laonde non meno vi fioriscono gl’ingegni in ogni stagione, che gli alberi ne la primavera; i quali in cotesto clima sono i primi messaggieri che ci danno avviso de la state che s’avvicina. E per tutte queste ragioni non facea mestiero che voi faceste la scusa d’avere scritto a persona non conosciuta presenzialmente, nè dovete aspettarne riprensione ma lode; la quale io vi do volentieri, non per cortesia ma per debito. E particolarmente vi ringrazio del sonetto scrittomi ne l’occasione di queste dispute, ne le quali fui provocato quasi in una picciola battaglia; e voi siete stato mio parziale. E quantunque non sia informato di vostra condizione, argomento da’ segni, che sia di molto merito: e le mando la risposta al sonetto; con la quale vi bacio le mani. Di Ferrara, il 7 di giugno 1585.</p>
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               <head TEIform="head">388</head>
               <p TEIform="p">Ebbi l’ultima sua lettera dal padre don Celso, e ragionai con Sua Paternità come la Vostra mi consigliava; ma non feci conchiusione alcuna, per la nuova calamità ne la quale si ritrova la signora Laura Bentivoglia. Laonde io prego Vostra Reverenza che faccia ogni pronto ufficio co ’l signor suo fratello, co ’l signor conte Ottavio Spinola, perchè trattino il negozio de la mia liberazione in Roma e ne la corte d’Augusto: e particolarmente desidero, che la Maestà Cesarea abbia compassione de la mia lunga miseria, perchè, venendomi il favore da così alta parte, ne ristorerò mille danni, e ne consolerò mille afflizioni. A Vostra Paternità dunque mi raccomando, la qual può con mezzi e senza mezzi operar molto perchè io sia consolato, e non disperi de la grazia di Nostro Signor Iddio, e di trovar mercede al fonte abbondantissimo d’ogni pietà. Ma non più di questo.</p>
               <p TEIform="p">Del negozio de la stampa non so che debba succedere, nè quale impedimento vi sia interposto, perchè non è nato da me: però di nuovo la prego che, potendosi far senza pregiudizio de la mia libertà, scriva al signor Manuccio, ch’egli non schernisca più lungamente il misero; e de la stampa faccia quel che gli pare, pur che, stampando, voglia compiacermi; com’io credo che mi compiacerebbono questi stampatori di Ferrara con l’opera del Licino. Ma egli ha bisogno de l’aiuto di Vostra Paternità, ed io molto più; perciochè non ho potuto raccoglier l’opere mie, e specialmente que’ duo dialoghi che le mandai; de’ quali vorrei che ritenesse la copia, per ogni caso che possa avvenire. Gli ho restituito il discorso del Dialogo con l’aggiunte, come potrà vedere la Paternità Vostra. Ho fatto di nuovo un altro dialogo, intitolato l’Epitafio, nel quale è un’orazione funebre in lode de la serenissima donna Barbara. Desidererei aver chi mi servisse nel copiarlo, perchè il manderei a Vostra Reverenza, ed a la corte Cesarea, ed a Mantova, ed a mio nipote. E di nuovo me le raccomando; e l’assicuro ch’io sono amorevolissimo figliuolo de la vostra Religione: laonde, non potendo andar nel Regno, e trattenermi qualche mese in San Renato, o in San Severino, o a la Cava, come vorrei più tosto; pregherò con la medesima speranza, che mi sia conceduta la badia di Pompuosa per abitazione: e stimo che Vostra Paternità commenderà questa mia deliberazione, o mi scriverà il suo parere. E me le raccomando la terza volta. Di Ferrara, il giorno de la Pentecoste del 1585.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO</salute>
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               <p TEIform="p">Mi son doluto de la vostra infermità, e rallegrato de la sanità quasi racquistata, e de la venuta a Mantova tosto spero di rallegrarmi; perchè in quella parte potrete giovarmi con l’opera, co ’l consiglio e con l’autorità; persuadendo mio nipote a quello che deve, e dandogli que’ ricordi che son necessari; supplicando il serenissimo signor duca, e suo figliuolo; impetrando da madama qualche dono e qualche grazia, per la quale io stimi questa vita manco infelice; e procurando con tutti la mia libertà; la quale, se troppo s’indugia, mi sarà data da la morte che ci libera da tutti i mali. Ma in altro modo, che in questo, voi dovete desiderar ch’io sia libero: però, oltre quelli che farete in Mantova per la mia salute, credo che non lasciarete di fare alcun ufficio o con l’illustrissimo Albano, o con il signor Paolo vostro fratello; il quale vedrò volentieri in Ferrara, ma più volentieri avrei veduto ne la sua o ne la mia patria, dove già ne avete data alcuna speranza di felicità; e pur che non me la togliate affatto, mi rincrescerà assai meno l’aspettare. Fra tanto vi ringrazio di tutto quello c’avrete adoperato co ’l signor Manuccio nel negozio ch’è fra noi; e vi prego che non manchiate de la medesima diligenza: perciochè io, quando il vidi, non trattai seco di cosa alcuna, come colui al quale la fortuna toglie ogni ardire: e ben che io sappia, per relazione di molti, ch’egli ha guadagnato molte centinaia di scudi ne l’opere mie, nondimeno volsi aspettar più tosto la discrizione d’un letterato, che trattarlo come stampatore. E s’egli abbonda di molti beni, dee sapere che le ricchezze son misurate con l’uso; però dee bene usarle: nè potrebbe impiegarle meglio, che facendomi qualche parte di quel ch’io avrei guadagnato de le mie fatiche, s’altri l’avesse conceduto. E perch’egli possa farlo più volentieri, compiacciasi ne la stampa de la quarta Parte.</p>
               <p TEIform="p">Ho letto il suo bel sonetto, e mi pare che possa uscire senza pericolo; e gliene bacio le mani, come di tutte l’altre cose, aspettando nuova de la sua venuta a Mantova, e la lettera al signor don Cesare d’Este. De la signora Laura Bentivoglia non scrissi ne la morte, perchè non ne fui consigliato dal padre don Celso: ma in questo caso farò quanto m’accennerà Vostra Paternità; a la quale mi raccomando. Di Ferrara, il 14 di giugno 1585.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO</salute>
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               <p TEIform="p">La malattia d’otto giorni dee aver molto afflitta Vostra Paternità, benchè i rimedi siano stati buoni, e la cura diligente e amorevole; perchè in questa stagione ogni picciol male si fa sentir molto: però io non voglio accrescergli incommodo; ma se non fosse questa cagione, la pregherei che scrivesse di nuovo al signor conte Ottavio Spinola, essendole così facile lo scrivere, com’io conosco da la lunghezza e da la moltitudine de le sue lettere. Le mie non so che mi potessero giovare; ma in tutti i modi scriverò un’altra volta al signor Nicolò, per conservarmi quello che la sua prima lettera m’aveva acquistato; e forse fra l’acquisto era parte di libertà, la qual io ho tornato a perdere, non so come: ma tutti i miei errori riduco al troppo credere, e quelli de’ nemici a l’opposto. Se pur è male il nuocere altrui, a me è stato nociuto da molti, ben ch’io non facessi mai danno ad alcuno. Ringrazio Vostra Paternità del consiglio che mi dà; ma potrebbe esser meglio informata, perch’io non feci molta resistenza al ritornare in prigione: e potea farlo, perchè ne fui cavato da’ servitori de l’illustrissimo signor marchese e marchesa; e ci fui ricondotto da quelli del signor conte Girolamo de’ Pepoli, co’ quali m’ero accompagnato, volendo ricever questo favore: e ben ch’io ricercassi più volte di parlar al signor conte Girolamo, non potei: ma mi fu detto ch’era venuto ne lo spedale a ritrovarmi; ove ritornando, no ’l ritrovai: e fui imprigionato; e da poi sono stato molto peggio. Questa sera non scrivo al signor Nicolò, perchè a me è così difficile lo scrivere, come facile a Vostra Paternità: ma per un altro ordinario manderò le lettere e ’l sonetto al signor Stefano; il quale ora no lo mando per la medesima cagione.</p>
               <p TEIform="p">Lodo la saldezza vostra nel suo proposito: ma di Bergomo non viene alcuna risoluzione nè espedizione; laonde potrebbe rimaner longamente sospesa, e tenermici. Da monsignor l’arcidiacono avrei desiderato lettere; ne so imaginar la cagione che gli abbia fatto usar così lungo silenzio. Non vorrei che la venuta del Licino portasse a lui incommodo, ed a me nuovo impedimento: ma venendo con l’espedizione, verrà desideratissimo e gratissimo. De le stampe Vostra Paternità sa quel che ne ragionammo insieme; e dapoi i torti c’ho ricevuti, hanno accresciuto il desiderio ch’io aveva di correggerle, e di vederle bene stampate. Vostra Paternità baci in mio nome le mani al signor Nicolò, al signor Alessandro, ed a la signora Livia, ed a’ signori suoi fratelli, a’ quali non credo che sia necessaria alcuna mia persuasione, benchè l’uno sia molto giovane; ma se vuol farmi questo onore, di ricevere in luogo di persuasione quel che gli si converrebbe per lode, io non debbo ricusarlo. Vostra Paternità stia sana. Di Ferrara, il 15 di giugno 1585.</p>
               <p TEIform="p">Al signor Antonio Costantini non ho mostrata la particella che Vostra Paternità scrive di lui; ma glie la mostrerò, perchè soglio vederlo spesso, e ricevo molta consolazione da le sue lettere.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A LUCA SCALABRINO. Ferrara</salute>
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               <p TEIform="p">Ho bisogno di danari per molti rispetti; però vi prego che facciate stampar l’Apologia e trovatemi dieci scudi oltre l’anello. Vi mando ancora un dialogo de la Nobiltà, perchè s’alcuno no ’l vede con occhio amorevole, non può facilmente esser letto. Vi sono molti errori: conciateli come vi pare, perchè io non posso per la febbre; e fate ch’io vegga i concieri. Vorrei che si stampasse; e de la dedicazione mi consiglierei con esso voi. Io sono amorevolissimo, però facilmente mi risolverei, non potendo partirmi di questo paese; ma sono sospeso. Consultate il tutto co ’l Licino, e date avviso a l’illustrissimo signore di quel che contiene. Di Sant’Anna, il 21 di giugno 1585.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A ***</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Al signor Eugenio risposi questi giorni passati, e gli mandai la lettera co ’l sonetto che chiedeva per messer Giulio Cesare, speziale di Sant’Anna, come Vostra Signoria mi scriveva. Non risposi a lei, perchè la sua lettera s’era smarrita, non so come. S’è poi ritrovata, ed ho veduto il suo sonetto; sopra il quale non gli scrivo ora cosa alcuna per non perder l’occasione d’un da Montecchio, che se ne viene costà. Ma il considererò, e gli scriverò quel che mi parrà per messer Giulio Cesare. Fra tanto la prego che dica al signor Eugenio, ch’io aspetto di veder alcun effetto de le sue promesse, e che se l’Altezze de’ principi suoi pregheranno il signor duca di Ferrara perchè mi liberi, ne rimarrò loro con molto obligo. In Montecchio crederei di poter molto meglio attender a gli studi miei, che non fo qui. Ed a Vostra Signoria bacio le mani. Di Sant’Anna, il 21 di giugno.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mi rincresce del suo male quanto del mio proprio, ma ringrazio Iddio ch’è fuor di pericolo: così piaccia a Sua Divina Maestà di renderle la prima sanità. Fra tanto non la pregherò di cosa che le possa dar molestia; ma solamente che faccia scrivere da’ signori suoi fratelli a la corte Cesarea, a la quale io medesimo scriverò quest’altra settimana lungamente. Ora scrivo una brevissima lettera al signor conte Ottavio Spinola, che servirà nel bisogno, e ne la partita del corriero, dal qual non ho ricevuto dialogo alcuno: e mi rincrescerebbe che se ne fosse perduta la copia, perch’io non l’ho potuta conservare; però faccia instanza perchè non si smarrisca.</p>
               <p TEIform="p">Del negozio del Manuccio faccia quel che le pare; ma avrei desiderato di conoscer la sua discrezione in qualche effetto: nè volsi con lui venire a patti, stimando di non pregiudicarmi, e parendomi che don Giovan Battista Licino gli avesse fatti meglio, che non avrei fatti io medesimo in questo stato nel quale non ho potuto tener la mercanzia in credito, come io credeva di fare. Sia laudato Iddio d’ogni cosa, e ’l signor Paolo vostro fratello, il quale desidero di conoscere in tutti i modi, e d’offerirmeli per servitore, quantunque inutile, almeno di buona volontà. E s’egli passerà per questa città, mi farà gran favore venendo a vedermi: ne l’altre cose cercherò di seguire il suo consiglio; ma ho bisogno d’aiuto, così nel partire come nel raccogliere e nel portar le mie scritture.</p>
               <p TEIform="p">L’informazione che mi dimanda del nuovo priore, la potrebbe aver da gli altri assai migliore. Io non so che altro scriverle, se non ch’egli è un gentiluomo di questa città, chiamato il signor Giovan Battista Vincenzi, di buono aspetto: l’altre cose conoscerò con la pratica. Ed a Vostra Paternità bacio le mani, ed a la signora Gieronima sua sorella; a la quale scriverò per quest’altro ordinario. Di Ferrara, 21 giugno 1585.</p>
               <p TEIform="p">Il Licino è ritornato, ed ha condotto il corriero: de l’altre cose scriverò quel che sarà succeduto. Il sonetto mi piacque, e credo che si stampi. Il dialogo è salvo ne le mani del Licino.</p>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">AL CONTE OTTAVIO SPINOLA in corte Cesarea</salute>
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               <p TEIform="p">Le grazie son riputate tanto maggiori, quanto elle son concedute ad instanza de’ più alti principi: però la contentezza c’avrò, ch’ella mi sia fatta ad instanza di Sua Maestà Cesarea, sarà eguale a quella di ricuperare la perduta libertà, o di non perder la vita istessa: ma non ardisco sperarla, non che dimandarla, se la sua clemenza non fa degne le mie preghiere d’essere esaudite; le quali io porgo a Vostra Signoria illustrissima, perchè glie le appresenti in modo, che non dispregi d’ascoltarle. E quantunque manchi il merito, ove abonda la cognizione; nondimeno l’antica affezione ch’io porto a la sua Casa, e la nuova amicizia, la quale io ho con alcuni suoi parenti, m’assicurano intieramente. Laonde io la prego che supplichi Sua Maestà a concedermi la grazia che io chiedo; come le sarà scritto parimente dal signor Paolo Grillo: ma stimo necessarie lettere al serenissimo signor duca di Ferrara. E le bacio le mani. Di Ferrara.</p>
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               <head TEIform="head">395</head>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io aspetto la risposta di Vostra Paternità con tanto desiderio, che niun’altra cosa può temperarlo: e s’io avessi saputo per chi mandar le mie lettere, l’avrei raddoppiate; ma non ho riveduto il corriero, al quale io pensava di dar l’inchiusa. E ’l Licino se n’è andato a Rovigo, in tempo ch’io avea bisogno d’aiuto; e per lui sono abbandonato da molti, de’ quali mi taccio, perch’il silenzio è senza colpa in ogni luogo, e principalmente ne l’ingiurie de gli altri: ma vorrei almeno, che tanto mi giovasse, quanto m’ha nociuto alcuna volta la libertà de lo scrivere, la qual si concede a pochi; ed io non prendo se non quel che m’è dato: e spero che questo cattivo tempo passerà quando che sia, e tornerà il sole doppo le tenebre. Ma niuna speranza ho più certa, che la cortesia de i signori fratelli e parenti vostri, a’ quali sarà facile il procurarmi qualche lettera di favore da la corte di Sua Maestà Cesarea. Fra tanto Vostra Paternità mi procuri quella al signor don Cesare, e l’altra de l’illustrissimo Albano. E le bacio le mani, pregandola che mi dia qualche nuovo aviso del suo venire a Mantova. Di Ferrara, 22 giugno 1585.</p>
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               <head TEIform="head">396</head>
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                  <salute TEIform="salute">A MAURIZIO CATTANEO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ringrazio Vostra Signoria de’ guanti che manda a donarmi, i quali son tanto convenienti a’ tempi che corrono, ch’io vorrei potermeli porre senza cavarli mai, se non per occasion simile a quella de la tazza piena, come voi dite; e quantunque non sia così avaro che volessi vedervi povero per arricchire, nondimeno dove non si stendono le vostre forze, potrebbono arrivare le vostre preghiere. E se i medici hanno giudicio, come debbono, sanno che niuna cosa giova più a la salute de l’infermo, che la contentezza de l’animo. Però se volete rimettermi in loro, proccurate almeno che sieno scelti giudiciosi, com’io li conobbi in altra infermità, ne la quale fui vicino al morire, e risanai per la diligenza loro e per l’amorevolezza. Ma or mi paiono troppo severi; e li vedo così rare volte, che, se mi fosse lecito, gli accuserei di negligenza. In somma, il mio male è sì fatto, che non bisogno di eccellenti, ma d’eccellentissimi medici, e d’eccellentissimi rimedi. E perchè voglio parlar liberamente, per tutte l’altre cose mi sono rallegrato infinitamente de l’esaltazione del cardinale di Mondovì; e solo m’è dispiaciuto che gli sia stata tolta l’occasion di giovare al mondo con quell’arte ne la quale avea pochi pari, e niun superiore. Ma l’esaltazione convenevole a’ suoi meriti non gli ha negato che non possa medicar gli animi; e ’l mio ha bisogno di medicina e di ristoro. Laonde io seguirò il vostro consiglio di scriverli; ma non posso per questa settimana, perchè sono occupatissimo in rivedere il mio libro de la Dignità. Ma scriverò per l’altro ordinario a Sua Signoria illustrissima ed al signor Papio; il quale, se vedesse il bisogno, non aspetterebbe prieghi. Dio vi salvi. Di Ferrara, il 27 di giugno 1585.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL CARDINALE GIOVAN GIROLAMO ALBANO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">È più facil cosa ch’io mi contenti de gli uffici fatti da Vostra Signoria illustrissima, che di me stesso; perchè s’in miglior tempo avessi tanto conceduto al suo giudicio, quanto compiacqui a’ miei desideri, non avrei bisogno di favore alcuno, e particolarmente di quelli che m’ha fatti e mi fa co ’l serenissimo signor duca, al quale ha scritto in mia raccomandazione. Ma ora non posso seguire i suoi consigli, come vorrei; e, seguitandoli come posso, temo che non incolpi la volontà più che il potere. Onde la supplico, che perdoni a l’infermità quel che non vuol concedere a la natura; e m’insegni la prudenza co ’l tollerar di lontano i miei difetti, almeno sin ch’io abbia racquistata la sanità con la sua grazia. Perchè non è virtù che non si possa insegnare da chi la sa perfettamente, come Vostra Signoria illustrissima: a la quale bacio le mani, aspettando che la sua lettera mi impetri favorevole udienza, e faccia molto giovamento. Di Ferrara, il 28 di giugno 1585.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ho dato il discorso del Dialogo a Sua Altezza..., ed aspetto ne la mia lunga miseria il favor dimandato da Sua Maestà Cesarea; a la quale scriverò, se così parrà al signor vostro fratello, o vero al signor conte Ottavio Spinola. E me le raccomando con tutto il cuore. Da Sant’Anna, il 4 luglio del 1585.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A VINCENZIO GONZAGA, principe di Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ringrazio Vostra Altezza c’abbia raccolto a’ suoi servizi mio nipote; chè in questo modo avrà tolto la protezione di tutte quelle cose de le quali io devo esserle obligato. E se l’obligo durerà quanto la vita, vorrei viver lunghissimo, per aver moltissime occasioni di mostrarle la mia gratitudine. Ma se la fortuna o la morte mi negherà ch’io non la serva, non mi torrà ch’io non muoia con volontà di farlo, e con dolore che mi sia dubbio quello che mi dovrebbe esser certo. E le bacio le mani. Di Ferrara, il dì 16 di luglio 1585.</p>
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               <head TEIform="head">400</head>
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                  <salute TEIform="salute">AD ALDO MANUZIO. Venezia</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Molti mi promettono qualche ristoro e qualche ricompensa da Vostra Signoria per gli molti danni che ho patiti per l’impression de l’opere mie, le quali credevo di publicare a mie spese, e di ritirar grossa utilità da la vendita. Ed io non son tardo a crederlo, perch’io so che siete altrettanto ricco di beni di fortuna, quanto di quelli de l’animo: e voi sapete ch’io son povero per altrui colpa e per mia disgrazia, e prigione, e poco sano, e bisognoso di molti comodi, e desideroso di vari piaceri. Ma gli effetti de la vostra beneficenza sono assai più lenti de la mia credenza: laonde aspetto ancora che m’aiutiate in qualche modo con la vostra liberalità, e che usiate di quel debito c’avete non a me nè a coloro che vi mandano le mie composizioni, ma a voi stesso ed a la vostra virtù, per la quale dovete più tosto avanzar le promesse loro, che in alcuna parte diminuirle; principalmente in questo tempo, in cui vi sono accresciuti i comodi e mancate le spese. E benchè non vi fossero mandate le mie rime e le prose, come aveva commesso, e nè pur quelle poche che bastano per la quarta parte; dovete più tosto aver considerazione a le cose passate, che a quelle che possono avvenire: perchè l’una sarà stimata gratitudine e cortesia, e l’altra potrebbe esser riputata durezza ed avarizia; la quale non dee ragionevolmente aver luogo fra tante lettere e fra tanto favore. Ma perch’io possa rallegrarmi de la vostra nuova condotta, così con l’animo come con la penna, è convenevole che provediate a molte mie necessità. Fatelo dunque, signor mio, non solamente per amor del padre don Angelo o del Licino, ma per mio rispetto e per vostro onore, il quale io prepongo a’ miei comodi medesimi. E sappiate che molti mi sono obligati per iscrittura, altri per parola; nondimeno io mi varrò di quella sentenza di Euripide: “L’oro a gli uomini val più di mille parole”. Oro è la vostra felicità, la qual Iddio l’accresca. Se voi darete principio a questa mutazion di fortuna, in modo che la mia favola abbia felice avvenimento, l’obligo sarà dal mio lato immortale, e dal vostro la gloria. Ma non potete farlo, se non usate diligenza in far che mi piaccia la finissima lega e il bellissimo conio. E se le mie persuasioni non bastassero, v’aggiungerei preghiere, e quelle de gli amici. Ma sono ammonito da un’altra sentenza de l’istesso poeta:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">Fa bisogno a’ mortali qualche indizio de gli amici</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Che fosse certo, e la cognizion de la mente,</l>
                     <l part="N" TEIform="l">E chi sia vero, e chi falso amico:</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Perchè tutti gli uomini hanno doppia voce;</l>
                     <l part="N" TEIform="l">L’una in vero giusta, l’altra com’è.</l>
                  </quote>
Ma s’alcun certo segno n’abbiamo in questi tempi, è quello del danaro; laonde possiamo argomentare la sincerità de l’amicizia da la qualità del dono. Vogliate, dunque, ch’io vi reputi de’ primi e de’ migliori. E vi bacio le mani. Di Ferrara, il 16 di luglio 1585.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">401</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A DON FERRANTE GONZAGA (Dedicatoria)</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Volesse Iddio, illustrissimo ed eccellentissimo principe, che il mio poema o non fosse stato soggetto ad alcune opposizioni, o non avesse ritrovato l’oppositore: ma poi che l’una è imperfezione de l’arte umana, la qual non può far cosa perfetta; l’altra de la nostra natura, la qual fa gli uomini men pronti al lodare, che al biasimare; debbo ringraziarlo, che se mi son negate l’altrui lodi, non mi sian mancate le mie difese: le quali ho raccolte in questa operetta, che porta in fronte il titolo d’Apologia. Questa, benchè sia picciola, come Vostra Eccellenza può vedere, è nondimeno gran testimonio d’affezione e d’osservanza; perciochè a lei s’appoggia la maggiore opera ch’io abbia fatta, la mia speranza, la salute, e (se dirlo m’è conceduto) la fortuna. Prego dunque Vostra Eccellenza che la riceva con quella medesima volontà, con la quale io gliele mando; e le dia tanto favore, quanto ella ha ragione: ch’io in tanto, con ogni debita riverenza, a Vostra Eccellenza bacio le mani. Di Ferrara, alli 20 di luglio 1585.</p>
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               <head TEIform="head">402</head>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Aspetto la vostra risposta, o voi stesso, e vi mando incontra due messaggieri, che son due sonetti ch’io scrivo al signor Paolo; e vi manderei una canzona fatta a la signora Gieronima vostra sorella, ma non ho voluto porla in viaggio, essendo quasi nuova sposa, s’io non la raccomandava al reverendo Licino: e forse converrà ch’io dia questa lettera al corriero, a cui ne diedi queste settimane passate un’altra, con la lista di tutte l’opere mie, ed ancora ne desidero la risposta; perciochè mi sono proposti altri partiti, ma non delibero d’accettarli senza maggior sicurezza; perchè il male alcuna volta par bene a coloro, la mente de’ quali Iddio lascia incorrere al danno. Prego dunque Vostra Paternità che rinovi l’ufficio co ’l Manuccio, acciochè segua qualche buono effetto: ma forse questa non è cura che molto a lei si convenga, potendo impedir l’altra de la mia libertà. Faccia dunque ciò che stima conveniente o necessario, pur che mi liberi senza indugio, perchè non posso tollerarlo più lungamente: e la pregherei con efficacissime preghiere, che non si tardasse la sua venuta, s’io non dubitassi di chiederle cosa negatale da’ superiori; perciochè non è male maggiore de la disubidienza: e felici sopra tutti sono quelli i quali hanno più tosto obligo di comandare che d’ubidire, pur che sappiano ben farlo; com’io credo che saprebbe Vostra Paternità molto reverenda: ma non è questo il tempo di lodarla, ma di supplicarla. Però la supplico, che trovando qualche difficoltà ne’ miei negozi, scriva al signor conte Ottavio di nuovo, e faccia di nuovo scriver dal fratello e da gli amici. Io scrissi parimente con quel privilegio che sogliono i poeti, de’ quali così propria è la libertà del richiedere, come de’ principi la liberalità del concedere: ed oltre la prima lettera ch’io diedi a messer Bartolomeo, il Licino dee mandar la seconda. Fra tanto il signor Crispo potrebbe forse darmi licenza, se venisse mio nipote: nè so che deliberazione egli faccia; ma io non ho fatta alcuna, la quale non possa agevolar con le sue medesime: però dovrebbe venire con certezza de la spedizione, e non lasciare in modo alcuno la presente occasione del signor principe; ne la quale avrei voluto baciar le mani a Sua Altezza, o vedere almeno il signor Marcello. Ma peraventura i miei desideri vi parranno soverchi; e s’è necessario troncarne qualche parte, non impediamo il principale, ch’è del viaggio a Napoli. E vi bacio le mani. Di Ferrara, la vigilia di sant’Iacopo del 1585.</p>
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               <head TEIform="head">403</head>
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                  <salute TEIform="salute">A LUCA SCALABRINO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io osservo molto più che non prometto co ’l mandarvi un’altra difesa: però vi prego che non vogliate con gli effetti diminuir le vostre promesse; perch’io ho bisogno di molte cose. Ne l’Apologia c’è un foglio il qual vorrei che si ristampasse, perchè tocco una opinione di mio padre.... E vi bacio le mani. Di Sant’Anna.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">404</head>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Quantunque io aspettassi lettere da Vostra Paternità, nondimeno mi sono appagato di quel che scrive a monsignor Licino; e m’è piaciuto c’abbia raccolti gli originali ch’io aveva sparsi. In quanto a’ titoli, si compiaccia; perchè la mia intenzione non è stata altro che d’onorare il signor Paolo suo fratello; e peraventura sarebbe riputato in me difetto quel che potrebbe parer soverchio ne gli altri. Aspetto la sua lettera, la qual vedrò volentieri in cambio de la sua presenza, la qual più tosto avrei veduta. E lo racconcia la canzona de la signora sua sorella, a la quale mancava un verso in ciascuna stanza, eccettuatone la prima; e la manderò a Vostra Paternità quando le manderò la sestina, che non ho conciata ancora. Il male di mio nipote mi rincresce tanto, ch’io ho preso partito per lo migliore di raccomandarlo al signor principe, e prego Vostra Paternità che dia ricapito a la mia lettera. Stampandosi il dialogo de gl’Idoli, vorrei che si stampasse il discorso de l’Arte. In quel de la Poesia teologica c’è un picciolo errore. E le bacio le mani. Di Ferrara.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">405</head>
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                  <salute TEIform="salute">A VINCENZIO GONZAGA, principe di Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">È privilegio de’ servitori c’amano affettuosamente, il pregar liberamente i padroni ne l’occasioni. Laond’io, che non cedo ad alcuno altro ne l’affezione e ne l’osservanza; in questa de l’infermità da la quale è oppresso mio nipote, tanto il raccomando a Vostra Altezza quanto l’anima mia: perchè non veggio con altri occhi, ed in lui raccomando me stesso; il quale ho bisogno di consolazione e di rimedio, e non posso ritrovarlo migliore che ne la sua presenza e ne la salute: e racquistandosi la sua, posso sperar la mia più facilmente. Supplico dunque Vostra Altezza, che da questo principio cominci a mostrarmi qualche effetto de la sua benignità, e de la cortesia, de la quale non debbo participare meno de gli altri; perchè non farei manco per servigio di lei e del signor duca suo padre, e di tutta la sua nobilissima casa. E le bacio le mani. Di Ferrara.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">406</head>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">È ragionevole che Vostra Paternità dubiti di quel che scrive, perchè ne la mia infermità c’è poca speranza e minor sicurezza: ma nondimeno io co ’l silenzio non le aveva data occasione di dubitare, ma più tosto con la moltitudine de le mie lettere dupplicate e triplicate: e mi doglio che siano state ritenute, e particolarmente quella ch’io scrivo al signor conte Ottavio Spinola, la qual dovrebbe esser mandata, se non per mio, per suo rispetto, perch’è cavalier che ’l merita per tutte le condizioni. Però non le dirò altro in questo proposito; ma la pregherò solamente, che con tutti gli uffici e con tutti i favori de’ parenti e de gli amici procuri di cavarmi inanzi verno di questa prigione, se m’ama vivo: perchè s’indugiasse, temerei del contrario. E benchè la risposta che fece il serenissimo signor duca a la serenissima signora duchessa sua cognata, ed or suocera, dovesse acquetarmi in quello ch’io temo; nondimeno io stimo che la mutazione del cielo e de’ cibi e de’ vini più conformi al mio gusto, e ’l viaggio, e la conversazione, de la quale io son privo in questa città, possan tanto giovarmi, che la vostra diligenza sarà riputata opera di singolarissima pietà. Laonde le ho molt’obligo che non cediate a’ primi incontri, nè siate arrendevole, come sarebbe alcun altro; ma replichiate al signor Cesare Galvagni ed al signor Marcello Donati qualche ragioni che direbbono i medici stessi, se mi fossero amici, com’io avrei detto al signor duca medesimo. E s’io non mi sono servito de le passate occasioni, è stato più tosto per difetto de l’altrui cortesia, che per soverchio di collera o di malinconia: la qual veramente è grandissima; ma conosco per esperienza, che riceve qualche allegramento da l’uscir fuori e da l’andare a torno. Laonde cercherò per l’avvenire di raffrenar meglio l’ira, e di prender più convenevolmente il tempo opportuno: e perch’io il prometto al signor Paolo ed a voi, siate l’uno e l’altro mallevadore. E per questo vi mando una canzona fatta a la signora Vettoria Cibo Bentivoglia, ed un sonetto al signor Marcello Donati, il qual vorrei che fosse in vece di ricordo, acciò ch’il serenissimo signor principe, in passando, si degnasse di consolarmi con la sua presenza, e con quella di mio nipote, s’egli sarà ben risanato, com’io credo. Ma prima vorrei veder qualche effetto de le lettere de l’illustrissimo Albano, simile a quelle che mi significate: ed avrei vedute volentieri le parole stesse ch’egli scrive a Sua Altezza, o voi al reverendo Licino; ma non ne posso altro: faccia chi può, se non può chi vuole.</p>
               <p TEIform="p">La perdita de la lista è picciol danno, purchè non siano insieme perdute l’opere. Piacemi almeno, che l’Apologia vi piaccia; nè può dispiacere il difensore o ’l difeso, se piace la difesa.</p>
               <p TEIform="p">Baciate le mani al signor Paolo, e ringraziatelo de le grandi offerte, le quali non vorrei che fosser necessarie; ma la buona volontà basta per obligarmi perpetuamente. E pregate Sua Divina Maestà per la mia sanità e per quella di mio nipote, in cui si conserverà doppo la morte il mio nome, e quello de la mia casa. Di Ferrara, il 10 agosto del 1585.</p>
               <ps>
                  <p TEIform="p">Poscritta. Ho scritto al Manuccio, ma non ho risposta; però mi rimetto a Vostra Paternità reverenda, la qual credo c’abbia quasi un grosso volume di lettere: e perchè l’acume non è degno di lei, nè lo stile, nè l’altre parti; la prego che scusi l’infermità o l’impedimento ch’io ho nel leggere, e la poca memoria; e faccia la scelta, se le pare.</p>
               </ps>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io mi vergognerei se scrivessi per vivere solamente, perchè è brutta cosa che l’uomo abbia bisogno di lunga vita: ma perciochè io scrivo per ben vivere, non debbo vergognarmi di queste lettere. Vi priego, dunque, che sollecitiate il signor Ippolito, perchè sia presentata l’ultima lettera de l’illustrissimo Albano al serenissimo signor duca, per la quale io stimo che da Sua Altezza clementissima impetrerò udienza o licenza, o l’una e l’altra. Ma da la vostra parte dovete usare ogni diligenza, perch’io m’assicuri de la sua grazia e de la vostra fede; e riducetevi a memoria quell’alta sentenza la quale si legge ne l’Aiace di Sofocle: “Che non sono sicurissimi quegli uomini che hanno le spalle larghe; ma i savi, i quali superano in ciascuna parte.” E se voi sarete savio, benchè siate forestiero, supererete in questa città con questi principi tutti gl’impedimenti per mio servigio e per vostro onore, e m’obligherete a servirvi in ogni simile occasione con ogni affetto d’animo. Ma piaccia a Dio di non ve ne dare alcuna, in cui facciate esperienza de la mia gratitudine con tanta infelicità; perch’io desidero di manifestarla senza vostro pericolo, e con sodisfazione de l’uno e de l’altro. Venite a vedermi; e mi vi raccomando. Di Ferrara, il 12 d’agosto 1585.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIROLAMA SPINOLA. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">I ringraziamenti di Vostra Signoria non erano necessari, perchè era mio debito d’onorarla e di lodarla: s’io non l’ho fatto così compiutamente come io doveva, molte cose possono scusarmi, e particolarmente il suo gran merito, e ’l mio piccol valore. E se Vostra Signoria ha ricevuta la canzona bella, accetterà le scuse, come buone, con la medesima cortesia con la quale suol favorire i servitori in quel modo che dimandano: ed io le chiedo che mi stimi più giudizioso in conoscere i miei difetti, che ardito in presumere de la sua grazia: solo che il giudizio, ch’io fo di me stesso, non faccia pregiudizio a l’opinione che porta Vostra Signoria de le mie composizioni. E le bacio le mani, ed al signor Paolo suo fratello, se ci sarà. E vivano felici. Di Ferrara.</p>
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               <head TEIform="head">409</head>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVANN’ANGELO PAPIO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vostra Signoria reverendissima ha stimate le mie lettere più che non vagliono, poichè s’è degnata di conservarle; ma non ha fatto cosa in tutto inutile, perchè insieme ha conservata la memoria de’ beneficii e de’ favori c’ho da lei ricevuti in vari tempi ed in molti luoghi de’ quali non mi sono scordato, quantunque mi sia dimenticato di molte altre cose, e di quelle ch’io aveva imparate con fatica maggiore. E da questo principio comincerà la dolorosa narrazione del mio stato, la qual Vostra Signoria dimanda.</p>
               <p TEIform="p">Sappia dunque, che per infermità di molti anni sono smemoratissimo, e per questa cagione dolentissimo; benchè non sia questa sola: perchè ce ne sono de l’altre, ciascuna de le quali potrebbe far infelice un uomo, non che tutte insieme, com’io ve l’appresento e ve lo pongo dinanzi. E la prima è la perdita de le fatiche e de la servitù di lungo tempo. Dappoi c’è la povertà, per la quale fui messo in questo luogo, ed ancora ci dimoro; e la debolezza di tutti i sensi e di tutte le membra, e quasi la vecchiezza venuta inanzi a gli anni; e la prigionia, e l’ignoranza de le cose del mondo; e la solitudine, la quale è misera e noiosa oltre l’altre, massimamente s’ella non è d’uomini ma d’amici; e l’inquietudine di molti, i quali mi perturbano continuamente, mostrandosi troppo nemici a la mia quiete. Ma fra tante miserie mi avanza questo conforto solo, ch’io non ho data a molti uomini occasione d’odiarmi: anzi, s’io fo bene il conto, più son quelli che lo avrebbono d’amarmi, a’ quali io l’ho volontariamente offerta; dove gli altri l’hanno più tosto ricevuta da la mia fortuna che dal mio volere. Ma perchè non amo nè osservo nè riverisco alcuno più di Vostra Signoria, è ragionevole ch’ella non mi favorisca meno d’alcun altro, nè ceda nel giovarmi a coloro i quali supera nel sapere. Perciochè questa è la più bella operazione che possano far gli uomini che sanno molto, e la più graziosa ancora e la più onesta; e l’onesto deve esser preposto al giusto, come vogliono i pitagorici, e lasciarsi il terzo luogo a l’utile. Onde Vostra Signoria non potendo aiutarmi con la somma ragione, che è somma ingiuria, dovrebbe farlo con la somma equità, come soleva. E basta che vogliate per mio bene tanto quanto potete: ed io ve ne priego per la memoria di mio padre, che v’è piaciuto di rinnovare; per lo santo nome de l’amicizia; e per la vostra eccellenza, per la quale siete meritevole di tutti gli onori. Ma non voglio moltiplicar le preghiere, per non far torto al vostro giudicio e a la mia fede. E quantunque io sia pieno di melanconia, non ve ne voglio far parte maggiore; anzi più tosto vorrei partecipare de le vostre allegrezze, e non morire senza consolazione. Favoritemi adunque in tutti i modi; e non indugiate tanto, ch’io perda ancora la memoria del leggere e de lo scrivere. Onde facilmente diverrei simile a quel pastore introdotto ne le tragedie da Euripide e da altri poeti greci; il quale, non sapendo lettere, descriveva quasi la pittura del nome di Teseo; e mi converrebbe disegnar le linee del vostro, e dipinger quello de gli altri miei padroni ed amici.</p>
               <p TEIform="p">Fra tanto, perch’io mi ricordo alcuna cosa di quelle c’ho lette, mi sodisfaccio molto de la risposta c’ho fatta a gli oppositori de l’Amadigi e del mio poema: perchè ne la difesa di mio padre non ho lasciata parte alcuna che appartenesse a la pietà; e ne la mia ho fuggite più tosto le maledicenze, che le ragioni de l’avversario; e tutto quello che vi s’aggiungesse, sarebbe anzi accrescimento di noia che stabilimento de le prove, le quali sono assai forti. Però Vostra Signoria non creda così facilmente a l’altrui giudicio, ma si degni di leggerle, e di considerarle co ’l suo medesimo. Perchè l’Apologia fu stampata con le opposizioni, osservandosi l’ammaestramento di Platone, “Che i ragionamenti devono paragonarsi insieme, non altramente che la porpora e l’oro.” Nel qual paragone io credo che non parrà di buona lega quello che hanno voluto spendere, nè la moneta di buon conio. E mi rincresce che la mia fortuna m’abbia tolto, non che altro, il potergliene donar una. Ma da questo conoscerà più facilmente qual sia il mio stato, e si moverà con maggior prontezza a favorirmi. Onde aspetto la risposta piena de l’usata cortesia, la quale ho conosciuta in minore avversità, ma non ho ricevuta con tanto affetto nè con tanto bisogno; se pur vorrà ch’io l’aspetti. E perchè siamo già ne l’autunno, s’affretti in maniera ch’io possa purgarmi a tempo.</p>
               <p TEIform="p">Ma torno di nuovo a darle fastidio, non me n’accorgendo; e per temprarlo in qualche parte, le mando l’ultimo sonetto ch’io feci l’altro giorno; e gliene manderei un libro intiero, s’avessi comodità di portatore. Avrà con questa la lettera a l’illustrissimo signor cardinale del Mondovì, al quale baci le mani da mia parte, e me gli metta in grazia; ed al signor abbate Albano, ed al signor Maurizio ancora, dal quale aspetto qualche favore. E viva lieta. Di Ferrara. il 5 di settembre 1585.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL CARDINAL DEL MONDOVÌ. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Tutti i buoni sogliono rallegrarsi quando veggono la prudenza onorata da la somma podestà, come l’anno passato da Nostro Signore quella di Vostra Signoria illustrissima. Nondimeno io, che non vorrei farmi di questo numero, non potei rallegrarmene, perchè il mio dolore è tanto che non dà luogo a piacere alcuno. Ma pur ringraziai devotamente Iddio, che fosse conceduto premio conveniente a’ suoi meriti, e pregai la Sua Divina Maestà che m’appresentasse tale occasione di servirla, qual essa aveva di giovarmi. Et ora, invitato da gli amorevoli saluti mandatimi dal signor Papio, priego Vostra Signoria illustrissima che voglia fare in modo, ch’io possa riceverne allegrezza, tanto accrescendo la volontà di farmi giovamento, quanto è cresciuta l’autorità. E le bacio le mani. Di Ferrara, il 5 di settembre 1585.</p>
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               <head TEIform="head">411</head>
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                  <salute TEIform="salute">A MAURIZIO CATTANEO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Lo scrivere mi par tanto difficile, quanto necessario: però scriverò brevemente a Vostra Signoria, avendo risposta una lunga lettera al signor Papio, la quale le raccomando. E la ringrazio de la memoria che tien di me; quantunque fra tante altre cose ch’ella si ricorda, vi possa capire il mio nome: ma ’l suo è conservato con pochi altri ne la mia, ch’è debolissima; ne la quale rimarranno impressi ancora tutti i favori che riceverò da lei, e particolarmente quelli c’aspetto in questa occasione. Non ho veduto monsignore Sacrato; laonde io darò le lettere al reverendo monsignore Licino, perchè gliele mandi. Prego Vostra Signoria, che mandi al signor Papio l’altra del cardinale del Mondevì. E le bacio le mani. Di Ferrara, li 6 settembre, nel 1585.</p>
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               <head TEIform="head">412</head>
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                  <salute TEIform="salute">AL DOTTOR RICCIO. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Prego Vostra Signoria che mi accomodi del suo Diogene Laerzio, e rimarrò molto pago de la sua cortesia: e mi saluti il signor Spinardo, e ’l signor Bertazzuolo, ne la grazia de’ quali vorrei insinuarmi in questo modo: e baci le mani al signor Ariosto ed al signor Camillo Ricci; ma mi mandi il Laerzio senza fallo. E viva lieto. Di Sant’Anna, il 7 di settembre 1585.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A ERCOLE TASSO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Scrivo a vostra Signoria una lunga lettera, o più tosto una picciola operetta del matrimonio; non per desiderio di contradir a le sue opinioni, ma per aprirmi la strada di salutar la signora sua consorte; a la quale ho pensato di scriver lungamente in simil materia. Fra tanto mi rallegro con Vostra Signoria famigliarmente con questa lettera; la quale non sarà veduta da molti: e ne l’altra (la qual io stesso potrei mostrare) niuna cosa intendo di scemare de la vostra reputazione, ma di scoprir affetto contrario a quello che vi moveva in quel punto a scriver con tanto sdegno; il quale ora dee esser in amor convertito. Però credo che non vi spiacerà di leggere quel ch’io ho scritto in difesa de le donne: nè questa sarà cagione bastevole a ritardar la mia venuta. Fate dunque ch’io venga, signor mio: e pregate monsignor vostro fratello che supplichi al signor duca, mi vi conceda. E se la prima lettera non avesse alcuno effetto co ’l signor Masetto; vorrei che ne scriveste un’altra in modo, che la resoluzione del venire fosse certa. Ed a Vostra Signoria mi raccomando; e bacio le mani a’ signori suoi fratelli ed a la consorte. Raccomandatemi a la signora cavaliera, ch’io dovea nominar prima. E vivete felice. Di Ferrara, il 18 di settembre del 1585, in Sant’Anna.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A ERCOLE TASSO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io prima intesi c’avevate presa moglie, e poi vidi una vostra scrittura, ne la quale biasimate non solamente le donne, ma ’l maritarsi. E quantunque io vorrei che le vostre composizioni e l’operazioni fossero egualmente lodevoli, nondimeno dovendo lodar l’azione, non posso dar laude al componimento: perciochè discorderei da me stesso, in quella guisa che discordano l’opere vostre da le parole. Ma voi, peraventura, con l’une avete voluto far prova de l’ingegno, con l’altre dimostrare la vostra costanza: laonde, in quelle dovete esser lodato come ingegnoso; in queste, come prudente: et io de l’une e de l’altre devrei rallegrarmi con esso voi, e participar altrettanto de le vostre lodi quanto de le feste. Tuttavolta, sì come i fiori de la primavera, e le frondi, e le ghirlande de’ mirti, di rose e di viole, che ne sono tessute maestrevolmente, non convengono a tutti i luoghi ed a tutti i tempi; così tutte le lodi non convengono a tutte l’età ed a tutte le professioni. Però mi rallegro in parte de’ vostri piaceri; e mi dolgo che gli imenei, e ’l coro de le vergini, e ’l canto de le nozze, nel quale io averei cantato volentieri con gli altri, siano stati quasi perturbati da le voci piene di biasimo e di vituperio: onde voi stesso, che meglio di ciascun altro sapreste farlo, dovreste tanto essaltar le donne, quanto le avete depresse; imitando in questo, anzi superando Stesicoro, il qual cantò la seconda canzona contraria a la prima; e non Omero, che divenne cieco non s’accorgendo de l’error commesso. Ma quel che non avete voluto fare voi, peraventura farà qualche donna eloquente; perciochè, sì come dice Euripide, la donna suol difender la donna: e tutte le vostre ragioni non solamente saranno rimproverate da le sue, e i vostri da i suoi argomenti; ma da la bellezza, la quale è una tacita eloquenza di forza molto maggiore, che suole persuadere assai più di ciascuno: e se la persuasione sta ne le labra, in niuna parte si ferma con maggior diletto de gli ascoltanti, che in quelle di bella e graziosa donna, che ragioni modestamente di se medesima, e cortesemente de le compagne; e tutti i tuoni, e tutti i folgori che moveva Pericle ne’ tumulti de la plebe, e tutte l’aure popolari potrebbe acquetare il suo mansueto ragionamento: nè sarebbe necessario ch’ella dimostrasse il petto nel giudicio a guisa di Frine; perchè l’arme de la maledicenza cadessero di mano a gli aversari, e s’ammutisse ogni lingua che licenziosamente osasse di ragionarne. Ma io forse parlo con quell’affetto ch’era più convenevole in altro tempo ed in altra occasione; del quale non ho potuto ancora spogliarmi, perchè è l’ultima veste che si spogli il savio: ma, come disse l’istesso Euripide, il lodar le virtù de la donna in quel modo che richiede la sua dignità, è cosa da uomo savio e dotto: e s’io tanto mi promettessi del mio sapere, quanto sarebbe stato ragionevole c’altri si assicurasse de la mia fede; entrerei in questo arringo con voi, che sete nato del medesimo sangue. Perciochè questi ragionamenti sono simiglianti a le battaglie da scherzo, ne le quali a’ parenti ancora è lecito di combattere: ma come ne le giostre o ne’ torneamenti non suole entrare alcuno il quale, oltre la vaghezza de’ colori e la pompa de le sopravesti e lo splendor de l’armi, non dimostri il favor d’alcuna donna; così non debb’io, che ne son privo, venir a questo paragone. Laonde avrei più tosto eletto di tacere, che scrivervi contradicendo: ma perchè mi conveniva farlo per altra cagione, non ho stimato sconvenevole che prendiate in luogo di amichevole consiglio quello che in altrui vi parrebbe contradizione. Vi esorto dunque, che non ripugniate a voi stesso; ma che la vostra dottrina sia confermata da le vostre operazioni: e se vi parrà di mettere questo ragionamento appresso il vostro, non converrà che l’uno da l’altro sia destrutto; ma sì come ne l’arbore medesimo i peri che invecchiano sono congiunti co’ nuovi peri, e ’l pomo dal pomo, e ’l fico dal fico, e la vite da la vite riceve la vita; così dovrà prenderla dal vostro il mio ragionamento, e darla vicendevolmente. E se le mie ragioni saranno in parte a le vostre contrarie o diverse, avverrà come di quelle piante che s’inestano, ne le quali non solo si veggono i frutti del medesimo genere; ma spesse fiate, per maraviglia, si vede tra le frondi del nespolo pendere il sorbo, nascere il granato, e le mele in un arbor medesimo; e dove biancheggia l’uva candida rosseggiar la nera, e biancheggiare il candido celso dove rosseggia il nero. Facciasi dunque, o signor Ercole, questo inesto amichevole de le nostre contrarie opinioni; sì veramente, che mi si conceda il parlar brevemente. Nè questo io dimando perchè m’attribuisca quell’autorità che fu conceduta da Massimo Tirio ad Anacarsi: perciò ch’egli stimava, che ’l capo, e quasi la cima di tutta la sapienza de la vita perfetta fosse collocata ne la sanità de la mente, e ne la brevità de le parole, con le quali si toccasse il segno de la verità; ma io, non perchè sia presontuoso per mio sapere, ma per la infirmità del corpo e per la debolezza de la memoria, ristringo volentieri in poche parole quello che potrebbe essere spiegato con lungo giro: e se pur m’avvengo alcuna volta, come Anacarsi, ad uomini che scorrendo intorno e facendo ne le questioni strepito da ciascuna parte, si assomigliano a’ cavalli leggieri o a gli stradiotti; mi sforzo in tanto tumulto e discorrimento d’opinioni, di non esser mosso da quella ne la quale alcuna volta mi son fermato, a guisa di soldato che stia fermo ne l’ordinanza. Dirò dunque, che l’autorità di Talete, da la quale ebbero origine que’ filosofi che furono domandati ionici, non è maggiore di quella di Solone che diede leggi a la più dotta città de la Grecia, con le quali tanti anni felicemente si governò; facendo soggetta l’Ionia, e distruggendo quasi l’imperio de’ barbari. Ma Solone ebbe moglie e figliuoli; e quantunque ragionando con Talete, come si legge ne la sua vita descritta da Plutarco, egli si turbasse per la dolorosa novella del figliuolo; nondimeno non si debbono lasciare quelle cose che sono laudevoli e necessarie, come è il matrimonio, perchè ne segua alcun effetto contrario a la volontà di colui che prende moglie: o se pur Solone si dolse soverchiamente per la morte creduta del figliuolo; non se ne rammaricò tanto Senofonte, ch’egli lasciasse di fare il sacrificio; anzi, udendo ch’egli era morto lodevolmente, si ripose la corona che s’aveva tratta di capo per lo primo avviso. E perciochè questo filosofo è di quelli che furono appresso grandissimi re e governarono gli eserciti, la sua autorità deve esser in maggior prezzo di quella di molti altri. Considerisi dunque ciò ch’egli scrisse in quel picciol libro, dov’egli tratta del reggimento de la casa; nel quale dice, che gli iddii medesimi ritrovarono questo giogo del matrimonio, oltre l’altre cose che furono da loro sapientissimamente instituite; prima, acciochè non mancasse la generazione de gli animali; da poi, perchè ci fosse chi nutrisse la nostra vecchiezza. E perchè la vita de’ mortali non vive, come quella de gli altri animali, sotto il cielo aperto, ma sotto il tetto; si conviene a la saggia madre di famiglia conservar al coperto quelle cose che fuori dal marito sono acquistate. La ragione, poi, che voi adducete di Biante e de gli altri, i quali dissero: “Se tu prendi la moglie bella, sarà commune; se brutta, ti sarà pena a vederla;” fu in questa guisa ritorta da Pittaco, che fu uno de’ sette de’ quali si vanta la Grecia: “Se la prenderai bella, non ti sarà pena; se brutta, non si farà commune.” E poteva anco in questa guisa rispondersi: “Se la avrai bella, la tua prudenza la ti farà propria; se brutta, il tuo amore la ti renderà piacevole.” Perciochè la moglie è come l’altre cose, che possono bene e male essere adoperate: laonde il senno e l’accorgimento del marito ha gran parte ne la castità de la donna. E perchè la castità è bellezza de l’anima, è ragionevole c’un’anima bella alberghi in un bel corpo: anzi la beltà, che si vede ne i sembianti, non è altro che lo splendore de l’anima vittoriosa; la quale avendo superato tutto quello c’a lei s’oppone, in quella maniera che ’l sole dissolve le nubi, traluce ne gli occhi e dipinge il volto de’ colori più vaghi, che non son quelli che rimiriamo ne l’arco celeste: anzi, sì come l’iride è segno de la vittoria del sole, in quel modo istesso la grazia è certo argomento di quella de l’anima; talchè quello che per natura è da molti desiderato, per elezione suol essere ad un solo conceduto. Nè mi rimove da questa credenza l’autorità di Epicuro, che voi recate appresso; anzi, mi ci conferma: perchè quelle cose che sono fuggite da’ rei, debbono esser seguite da’ buoni; e quelle che sono biasimate da gli ignoranti, meritano lode da’ più dotti.</p>
               <p TEIform="p">Ma peraventura s’io in questa guisa procedessi, non si potrebbono in un medesimo arbore cogliere i vostri frutti co’ miei; ma, quasi tocchi da la tempesta, alcuni di loro si vedrebbono per terra. Perchè dunque l’un ragionamento sia vita de l’altro, farò l’inesto: e me n’ammonisce Teofrasto, dal consiglio del quale non intenderò di partirmi; perchè senza dubbio tanto si conviene a’ ricchi ed a’ savi di prender moglie, quanto a’ poveri ed a gli infermi di lasciarla. Ma non interpreterei la sua opinione in modo, che fosse diversa dal suo maestro: il qual, s’avesse stimata rea cosa il matrimonio, non avrebbe reprovata la communanza de le mogli, con la quale par che egli si distrugga: nè quella de’ beni, che son necessari per sostentar i propri figliuoli; nè detto, che l’uomo è animale nato per accompagnarsi, e che fra le compagnie de la casa privata è principale quella tra ’l marito e la moglie; nè tant’altre cose del matrimonio, per le quali ad alcun non può rimaner dubbio de la sua opinione: e ne l’istesso modo si possono interpretare l’autorità d’alcuni altri, che voi adducete. E Platone medesimo ci conforta a generare i figliuoli, ed a nutrirli; in quella guisa che l’accesa lampa, nel corso, ad alcuni suol essere data dopo gli altri. E veramente assai bene disse quel poeta, che l’uno dava a l’altro la lampada de la vita; non altramente che a’ tempi nostri soglia avenire nel ballo del torchio, quando l’uomo il prende da la donna, ne le cui mani par che sia riposto il vivere e ’l morire. Masonio ancora, filosofo di molta stima, disse che le nozze erano principio de la famiglia: onde ciascuno che ne priva l’uomo, distrugge la casa e la città e tutta l’umana specie; la quale non può durare senza generazione: sì come la giusta e legitima generazione non si mantiene senza le nozze. Perciochè la famiglia e la cittadinanza non è composta d’uomini solamente, ma d’uomini e di donne: anzi, si ritrovarono de le città e de’ regni fatti di donne solamente, come fu quello de le Ammazzone; ma imperio d’uomini senza donne non si ritrovò giamai. Però si può argomentare, che le donne sian più bastevoli a se medesime, e men bisognose de l’altrui perfezione. E l’istesso filosofo afferma, che l’amicizia de l’uomo e de la donna è antichissima, oltre tutte le altre. Nè diversa opinione porta Ierocle: perch’egli vuole che tutto il nostro lignaggio sia nato per la compagnia; e che la prima e principal si faccia per le nozze: perchè le città non possono esser senza famiglie, e le famiglie de’ non maritati sono manchevoli. Ed altrove; che non è senza difetto quella casa ne la quale non son le nozze; perchè nè la parte imperiosa de l’animo può stare senza la soggetta, nè la soggetta senza l’imperiosa. Antifo anasfundriche, similmente ragionando de le nozze, dice che la vita perfetta non può star senza i figliuoli e la moglie; perchè è cionca la casa come la città, ne la quale sono le donne o gli uomini solamente. Ma peraventura abbiamo dato al matrimonio troppo basso e troppo umile principio; avegnachè la sua origine sia più alta e quasi celeste, e cominci a l’ora che l’anima si sposa al corpo; come scrisse Dante, che volle in questo imitare peraventura gli antichi filosofi: alcuno de’ quali affermò, che ne l’animo la ragione signoreggi a guisa di padre di famiglia, come quella ch’è molto più vecchia ed atta sin dal principio del suo nascimento a discorrere et a giudicare. Ma la cupidità, sendo passione feminile e tenera de l’anima, ch’è molle ed arrendevole, rappresenta la donna; ma l’animosità, ripiena d’imperio e di fervore, spesse volte ne lo ubbidire a la mente somiglia il giovene: e l’unità, che genera e diffinisce, è l’effetto de l’animosità; ma la cupidità e ’l binario è diffinito e determinato: e quello è impare per sua natura, e questo pare, che dipende altronde; e quello ha la sua perfezione da se stesso, e questo da gli altri è fatto perfetto. Ne l’anima dunque è l’esempio del matrimonio, prima ch’egli sia ne la casa: dunque chi distrugge il matrimonio, non solamente separa l’uomo da la donna, ma l’anima dal corpo; e quasi tronca a l’anima il suo capo, dividendolo da l’altre sue parti: talchè l’adultero senza dubbio è micidiale, come disse lo Sperone.</p>
               <p TEIform="p">A l’autorità, dunque, di tanti filosofi debbiamo credere, che necessario e buono sia il matrimonio: ma debbiamo ancor prestar credenza a la ragione, la quale ci lo persuade; perciochè se non buone son le cagioni le quali corrompono il matrimonio, egli è buono senza fallo: ma egli è distrutto da due cose pessime; l’una è la morte, ch’è l’ultimo di tutti i mali e ’l terribilissimo; l’altra è l’impudicizia, ch’è quasi morte de l’anima. Oltre di ciò, se buone son quelle che lo conservano, è ragionevole ch’egli sia buono: ma è conservato da la vita, la quale è dolcissima e desiderata da ciascuno; e da la castità, ch’è lodevolissima oltre tutte le altre virtù ne la donna. Ancora, se la solitudine è misera cosa e noiosa; piacevole e felice è la compagnia: ma fra tutte le compagnie, niuna è più cara di quella ch’è fra ’l marito e la moglie. Se l’abbandonar gli amori lascivi e le femine del mondo è cosa onesta; onesto è il matrimonio, che n’è cagione: s’è utile lasciar le soverchie pompe e le spese vane; utile è questo legitimo congiungimento: e se ’l por fine a le nimicizie ed a le contese civili reca salute a le città ed a i regni; niuna è di lui più salutifera e giusta; perchè non è alcuna giustizia maggiore, che ’l guerreggiar per la moglie, come fece Menelao per Elena, e Cambise re de’ Persi per la sua Noteti, figliuola d’Apria re d’Egitto, al quale Amasi aveva tolto il regno. Ultimamente, in questa vita faticosa de’ mortali, niun più dolce frutto si può godere de’ figliuoli; ma questi, o non si godono senza il matrimonio, o non così lietamente: anzi il marito è simile al signore de gli orti, che senza timore coglie le matutine rose e i frutti rugiadosi; ma lo adultero, divenendo andator di notte, apritor di giardini, salitor di alberi, è somigliante al ladro, il quale a pena può godere de le cose involate.</p>
               <p TEIform="p">Per tutte queste ragioni, adunque, è buono il matrimonio: nè si deve in alcun modo lasciare ne la vita attiva de gli uomini; e, come voi diceste, non gli reca impedimento ma felicità: perciochè, sì come il giogo non si può facilmente portare da un solo bue, così il peso de la nostra umanità non può esser sostenuto agevolmente da l’uomo solo, nè da la sola donna; ma l’uno sottentrando a le fatiche de l’altro, ci rende leggiero quello che per sè ci parrebbe grave: onde conosciamo che non sia in tutto vana quella antica favola di Aristofane; perciochè il marito vive con due anime, e con quella de la moglie e con la sua; e ragiona con due lingue, e vede con quattro occhi, e ascolta con quattro orecchi, ed opera con quattro mani. Sì che tutte le operazioni sono agevoli, tutte care e tutte virtuose; nè quella del marito è sua in guisa, che non ci abbia parte la moglie; nè quella de la moglie è così propria, che il marito non ne partecipi; conciosia che essi non siano consorti del letto solamente, ma compagni de le operazioni e de’ pensieri, come dice Dion Cassio Niceo. E tutte le altre benivolenze ed amicizie si congiungono men perfettamente; e sono simiglianti a le mescolanze de’ legumi o d’altre cose, che si mettono appresso: ma quella del marito con la moglie si fa per tutto, come si meschia il vino con l’acqua; perciochè l’amor maritale si mescola da ciascuna parte: nè solo hanno communi i figliuoli, che sono carissimi di tutte le cose, ma l’anima e ’l corpo; e, peraventura, la virtù de l’anima e del corpo onde, come quelli ch’entrano in un giardino pieno di molti fiori, non riconoscono qual sia l’odore de la rosa, qual del giglio, qual de la viola, qual del giacinto, qual del narciso, perchè tutti insieme fanno una melodia di vari odori confusi da l’aura e dal vento; così la prudenza del marito e la fortezza e la magnanimità e la liberalità e la magnificenza si mescola, come odor proprio, con quel de la temperanza feminile, de la modestia e de la mansuetudine e de la vergogna; in maniera che non si conosce qual sia de l’uno e qual de l’altro. E se l’arte de la poesia è tanto ne l’uomo quanto ne la donna, come si conobbe da’ versi di Safo in comparazione di quelli d’Anacreonte, o di quelli di Bacide, o da le risposte de la Sibilla; e se la pittura e la musica è l’istessa ne l’uno e ne l’altro sesso, e tutte l’arti fioriscono in ambedue con simile eccellenza; non è sconvenevole che le virtù, paragonate insieme in quel modo che si paragonano le statue di Fidia o di Prassitele, e l’altre opere artificiose, abbiano la medesima forma e quasi l’istesso carattere: nè sia diversa la magnificenza di Sesostide e quella di Semiramis, o pur quella di Pelopida e di Timodia. E quantunque le virtù sogliano prendere alcune differenze, e quasi colori, da coloro ne’ quali son per natura, per la diversità de l’esercitazione e de la creanza; nondimeno, questo aviene così ne gli uomini verso di sè, come ne le donne; perch’in altra maniera Aiace fu valoroso e forte, in altra Achille. Nè fu l’istessa prudenza di Nestore e d’Ulisse, nè d’Agesilao e di Catone; nè Irena ed Alceste amarono il marito ne l’istesso modo; nè Cornelia fu magnanima come Olimpiade: laonde è necessario che sian diverse le prudenze e le giustizie e le fortezze; ma potrebbe alcuno sostenere, che sian più tosto differenti per disegualità, che di specie: e benchè altri volesse c’a l’autorità sia conceduto, che la diversità sia d’altra maniera; non ne seguirebbe però, che la donna fosse priva de le virtù. Ma s’è vero quel che fu detto da l’eccellentissimo poeta toscano:
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                     <l part="N" TEIform="l">Non a caso è virtute, anzi è bell’arte;</l>
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essendo ornata di tutte le virtù non può esser a caso prodotta da la natura; ancor che ne’ particolari subbietti avesse altro intendimento. Percioch’ella sarebbe più tosto madrigna del mondo, che madre universale di tutte le cose; de la quale noi intendiamo: e questa vuol conservare le specie eterne egualmente ne gli uomini e ne le donne, e dipinge il grembo de la materia de le forme, che sono ragioni ne l’anima e idee ne l’intelletto divino, come essecutrice de la divina providenza, la qual ha l’istessa cura de la femina che del maschio. Non è, dunque, la donna oltre il proponimento de la natura universale; nè per accidente è posto, ch’ella fosse men perfetta de l’uomo: non deve esser da lui separata; perchè si dividerebbe l’anima dal corpo per l’istessa ragione; e ne’ composti, l’un da l’altro elemento: laonde ne seguirebbe la distruzione di questo mondo, cagionata da la discordia, come diceva Empedocle. Nè perchè si ritrovassero alcune donne, da le quali fu divisa la congiunzione maritale, Erope, e Clitemnestra, ed Elena, Fedra, e l’avara moglier d’Amfiarao, e le quarantanove figliuole di Danao; non è minore il numero de l’altre, ma tanto maggiore, quanto più gloriose: perchè la moglie d’Admeto volle morir per lo marito, quantunque avesse ricusata la morte per lo figliuolo; ed Argia ed Evadne fecero assai gloriose l’essequie de’ loro consorti; ed Artemisia fece sepolcro del petto, assai più maraviglioso che ’l mausoleo che fu una de le maraviglie del mondo; e Lucrezia adoprò il ferro contra il suo petto; e Porzia affinò il fuoco, perchè il marito fosse certo de la sua fede e de la sua costanza; ed Ipsicratea,
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                     <l part="N" TEIform="l">C’ora in atto servil se stessa doma,</l>
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volle esser compagna de l’esilio e de la fuga, com’era stata nel regno, di Mitridate. Nè solamente le donne particolari; ma le squadre intere hanno lasciato glorioso esempio de la virtù feminile: come le mogli de’ Tirreni, le quali cambiarono le vesti co’ mariti che erano in prigione; e le Saguntine, c’uccellorono quelli di Marsilia; ed a’ nostri tempi, Battista da Saluzzo ed Eleonora d’Aragona, furono specchio di pudicizia ne la corte di Ferrara; ed in quella d’Urbino, Isabella e Leonora Gonzaga. Ma chi potrebbe numerare le donne pudiche, se tante sono per bellezza de la terra, quante stelle si veggon ne’ lucidi sereni, per ornamento del cielo? Nè solamente le gloriose furono molte, ma quelle ancora de le quali non ci è menzione ne le istorie; le quali si nascosero a la fama istessa, c’ha tanti occhi e tante lingue; e la velarono co ’l velo de la vergogna, ch’è sì puro e sì bello, in modo che solamente trasparesse a gli occhi del marito. E s’è vero quello che si scrive, che nel cielo siano alcuni segni occulti, oltre questi visibili, ne’ quali si gira il sole; così a quelli possono paragonarsi le nascose virtù de le donne, come le gloriose a questi che spargono tanti raggi e tanto splendore.</p>
               <p TEIform="p">Ne la vita attiva dunque, la qual dee essere risguardevole ed illustre, il matrimonio è non solo aiuto ed alleggiamento, ma gloria ed ornamento: ma ne la contemplativa ancora, pare che non rechi impedimento nel contemplare; perchè non impedì Pitagora nè Socrate nè Crate, ciascuno de’ quali abitò con la moglie. Nè si può forse nominare alcuno che meglio di loro filosofasse: ma Crate certamente, quantunque fosse privo di casa e di tutti i beni, tolse nondimeno moglie; e non avendo alcun luogo rinchiuso dove riposarsi, visse con lei di giorno e di notte ne’ portici di Atene. Ma questa filosofia, forse, è troppo sconvenevole a la vita civile, e scacciata per disprezzo non solo da le corti e da’ palagi de’ nobili, ma da le scuole e da le academie. Laonde, quantunque sia lodevole il prender moglie, si dee torre o lasciar non solamente per li buoni o rei costumi, come alcuni hanno detto; ma per la ricchezza o per la povertà del marito e de la moglie: perchè l’uomo nato nobile non dee congiungersi a donna che non possa nutrir nobilmente, o con la facoltà propria o con quella di lei. Talchè assai grazioso è quel detto di Filippide: “Hai preso moglie brutta, ma ricca; dormirai dunque spiacevolmente, ma soavemente mangierai.” Nè men leggiadro è quel di Epicarmo; “Che ’l prender moglie non è fatto altramente che ’l giocare a’ dadi: perchè se la prendi costumata e non spiacevole, avrai felici nozze; ma se la togli pomposa e ch’esca volentieri di casa, non avrai moglie ma una sventura per tutta la vita.” Prendasi dunque, avendo risguardo a’ beni de l’animo, del corpo e de la fortuna; e non potendosi prendere in questo modo, si lasci. E questa conclusione a me pare che diffilcilmente si possa richiamar in dubbio per filosofiche ragioni; per le quali ancora s’è concluso, che la donna abbia alcuna virtù, o propria ch’ella sia, come piace ad Aristotele, o commune ed a l’uno ed a l’altro, come volle Platone. Ma quello che si debbe per teologica dottrina determinare di queste due questioni, l’una de le quali in guisa d’anello dipende da l’altra, non debbo io ricercare; perciochè mi parrebbe di trapassare da un genere ne l’altro, e d’una ne l’altra scienza: et ascendendo a la teologia, sarò come peregrino c’a pena intende la lingua de’ ragionatori, non che possa darne il mio parere. Ma voi sete felice veramente, signor Ercole, il quale con la osservanza de la toscana favella, avete congiunta così varia e copiosa cognizion di cose. Tuttavolta in questo proposito ancora dirò alcune parole, le quali potranno esser considerate da voi e dal signor Cristoforo, vostro fratello, ch’è buon filosofo, e teologo similmente.</p>
               <p TEIform="p">Dico adunque, che ove sono in contesa Aristotele e Platone, non è alcuno di tanta autorità, che possa darne sentenza; s’egli non fosse teologo cristiano: come fu il gran Basilio; il qual disse, che la virtù de l’uomo e de la donna era l’istessa. Non può dunque alcuno biasimare la donna, che non vituperi l’uomo, per consequente; nè lodar l’uno, che non lodi l’altra similmente: in tal modo sono congiunti non solo gli uffici e l’operazioni, ma le virtù; le quali se furono mai distinte, la distinzione fu discreta, anzi che necessaria. Nè l’opinione di san Paulo medesimo è da questa diversa; perch’egli scrisse a’ Corinti, che la femina è gloria de l’uomo: e ne la medesima epistola dimostra la equalità dicendo, che la donna non ha podestà del suo corpo, ma l’uomo; e l’uomo similmente non ha la podestà del suo, ma la donna. Ed altrove significa la dipendenza de la femina, affermando che da l’uomo e per lui fu creata; perchè ne la creazione Eva fu cavata da la costa d’Adamo. La qual verità ci può movere a riso de le favole di Focillide, che scrisse; “la femina esser di quattro animali; dal cane, da la pecchia, da la porca e da le cavalle ornate di crini:” nè meno di quelle di Simonide, il quale alcune ne genera da la porca; altre da la maligna volpe, che sa tutto nè l’è nascosa alcuna cosa di male o di bene; altre da la terra; altre dal mare; altre da l’asino dal basto; altre da la donnola; altre da le ceneri: e dice, ch’è felice colui che la prende nata da l’ape, perch’ella fiorisce ne l’opere, ed accresce le facoltà. Ma ’l riso ci sia lecito in modo, che non impedisca le cose gravi. Dico dunque, che la donna fu creata di tenera materia, perchè sia molle ed arrendevole a’ commandamenti del marito. Laonde, passando da la prima questione a la seconda, possiamo dire con l’istesso san Paulo, ch’è meglio prender moglie c’accendersi; e ricever da lui questo consiglio, che ’l legato non cerchi di sciorsi, e lo sciolto non procuri di legarsi: quantunque legandosi non pecchi, come ci insegnò Cristo prima di tutti; il quale onorando le nozze con la sua presenza e co’ suoi miracoli, confirmò l’antico onore del matrimonio: ne la cui lode si possono dire infinite cose. Ed a voi, signor Ercole, che l’avete biasimato, si converrebbe di lodarlo più c’a ciascuno: e mentre voi tacete, vorrei che mi fosse lecito dir quasi con la vostra voce:</p>
               <p TEIform="p">O dolce congiunzione de’ cuori, o soave unione de gli animi nostri, o legitimo nodo, o castissimo giogo, che sei più d’alleggiamento che di peso a portare, e più di conforto che di fatica a sostenere. Tu prima raccogliesti sotto un tetto, e rinchiudesti dentro a un muro, e raccogliesti in una città medesima le genti umane, che a guisa di fere abitavano sparse ne le selve e ne le campagne. Tu cangiasti le oscure spelunche ne le morbide camere, e i freddi monti ne gli ornati palagi. Tu facesti lecito quel che piaceva, ed onesto quel che si desiderava. Tu ponesti dolce legge a gli umani piaceri, e lodevol freno a’ trabocchevoli desideri. Per te divenne proprio quel ch’era commune, e particolar quel che fu prima universale, e gradito quel che non era d’alcun prezzo. Per te s’aggiunse l’onore co ’l diletto e la castità con l’amore. Per te discesero in terra la fede e la pudicizia e l’altre virtù; anzi tu ne fosti il ritrovatore, e le tue sante leggi le insegnarono: perchè l’uomo per guardar la donna prese il difendevol ferro; ed in questa guisa imparò la fortezza; ed altri per ricuperarla ragunò gli amici, i parenti e i vassalli, ed empiè il mare di vele e di legni armati, e guerreggiò molt’anni ne gli estrani paesi. E se crediamo a l’antiche istorie, le prime guerre furono cominciate per questa cagione fra quelli d’Asia e quelli d’Europa: ma stanchi da le fatiche e spaventati da’ pericoli, vennero a gli accordi; ne l’osservanza de’ quali consiste la giustizia e la prudenza; che a molti dimostrò, che non conveniva seminar guerra di guerra, e discordia di discordia: e la lontananza de’ mariti, a le mogli insegnò la temperanza e la modestia; per la quale alcune di loro si mantennero caste fra la moltitudine de gli amanti, e molte per la ricordazione de’ mariti si mostrarono liberali a’ forastieri ed affabili a’ peregrini. Così da l’una parte e da l’altra s’appresero le virtù, e s’esercitarono, e diedero materia a’ versi de’ poeti ed a le prose de gli istorici. E se tu non fosti, non conoscerebbe alcuno e non intenderebbe a pena questo sacro e reverendo nome de la virtù, de l’onore, del legitimo e de l’onesto. A te dunque si deve ogni lode de le modeste parole; a te si concede gloria de le buone operazioni; a te si rendono tutte le grazie per l’umana felicità: perchè il viver nostro, senza te, non sarebbe altro che miseria e tribulazione. Ma tu converti in dolcezza d’amore tutta l’amaritudine, e la fai beata per opera tua: l’infirmità sono men gravi e le aversità meno noiose, e più cara la sanità, e le prosperità più gustevoli. Tu scemi le noie, ed accresci i piaceri de la vita; e fai minori gli affanni con le vicendevoli consolazioni, ed accresci i diletti con le communi sodisfazioni. Tu sei cagione c’al peregrino, dopo lunghe fatiche, sia più grato il ritorno nella patria; al navigante, dopo fere tempeste ed impetuosi venti, paia più dilettevole la faccia de la terra e l’aspetto de la sua città, ed i frutti colti da le piante, più saporiti a l’agricoltore. Tu sei cagione parimente, che il cavaliero, uscito da le pericolose battaglie, goda più de la securezza e de gli onesti abbracciari de la moglie; e che la quiete de la casa sia più dolce a coloro c’hanno lasciato gli strepiti de le corti e le contese de’ litiganti. Tu sei dator di pace e di riposo; tu confermator d’amicizia e di parentado; tu scacciator di molestia e di pena; tu portator di bene e d’allegrezza; tu ristorator di perdita e di danno; tu accrescitor di utile e di commodo; tu ornator, tu invitator liberale; tu magnifico, tu giusto, tu santo: e tu ci fai certi de’ figliuoli e de’ nepoti, c’altramente incerti sarebbono; anzi, di noi stessi. Perchè se tu non fosti, niuno conoscerebbe se medesimo, nè procurerebbe di far ritratto da coloro da’ quali è nato; nè i figliuoli de gli illustri farebbono così splendida riuscita, nè imitarebbon le virtù de’ magnanimi antecessori. Dunque, s’alcuno difende la patria, difende il matrimonio; s’alcuno salva il padre o la madre o i figliuoli, salva il matrimonio; s’alcuno guarda il suo principe, custodisce similmente il matrimonio: e del matrimonio fu parimente effetto, che Cimone assomigliasse a Milciade, ed Alessandro a Filippo, e ’l maggior Africano a Scipione suo padre, e l’un Decio ad imitazione de l’altro la sua vita a la patria consecrasse. Nè solo l’amor del marito prende la forza dal matrimonio, ma la carità del figliuolo e del padre. Nè bastandoti, o santissimo matrimonio, di separarci da le fiere, ci fai somiglianti a l’eterne creature: perciochè le stirpi perpetuate ne’ figliuoli per la legitima successione, e le fortissime città e gli amplissimi regni sono dati di mano in mano e passano di erede in erede: e se ne le razze de’ cavalli, i nomi de le genti sono impressi co ’l foco; in quelle de gli uomini si conservano con la benivolenza e con la gratitudine. Laonde i sepolcri dimostrano, con le lettere d’oro, il nome del padre e de l’avolo ne i bianchissimi marmi; e gli alti palagi, e i sacri tempi, e gli altri publici e privati edifici sono adornati de’ titoli e de l’inscrizioni, che significano con mille ornamenti le virtù de gli antecessori. E poichè siamo passati a gl’immortali secoli, il nostro nome non muore con la parte di noi ch’è sottoposta a la corruzione, ma vive un’altra vita a similitudine de la celeste: e se si numerano i figliuoli e i nepoti de’ nepoti, si rinova la gloria de l’antichità, e ringiovenisce la vecchia fama, e quasi viviamo insieme co’ trapassati. Tu dunque, o santissimo matrimonio, ci fai nobili in terra, tu valorosi, tu giusti, tu felici, tu somiglianti a le creature immortali: dunque sono tuoi frutti, la dolcezza de’ figliuoli, la virtù, l’onore, la gloria, la beatitudine, e l’immortalità de la fama, e la perpetuità de la memoria immortale.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A ERCOLE TASSO. Bergamo</salute>
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               <p TEIform="p">Ho data l’operetta del matrimonio a monsignor Licino, perchè la mandi a Vostra Signoria; ne la quale ho forse usata la particella <emph TEIform="emph">anzi</emph>, meno osservatamente: ma non avendo l’osservazioni del Boccaccio, non ho potuto accertarmene; e non mi fido de la memoria. Però prego Vostra Signoria che la conci in questo modo: “Imitando Stesicoro, il quale cantò la seconda canzona, contraria a la prima, e non Omero.” E me le raccomando di nuovo. Di Ferrara.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A LELIA AGOSTI NE’ TASSO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vostra Signoria è maritata in una casa piena di magnificenza e d’onore; dove ha ritrovati molti parenti ed amici e servitori, fra’ quali non ha forse numerato me, che non sono conosciuto da lei presenzialmente, nè le sto d’appresso: ma perchè ci sono così gli uffici convenienti a’ lontani, come gli altri c’appartengono a’ presenti, non ho voluto che questa mia lontananza sia meno ufficiosa de l’altrui presenza; nè che la fortuna mi tolga quella parte di sodisfazione e di piacere, che mi concede la ragione. Me le fo dunque conoscer come posso; e mi rallegro con Vostra Signoria de le sue nozze, ne le quali d’Augusta è divenuta Tassa, nè lascia d’essere augusta. Laonde è obligata a la virtù de l’una e de l’altra casa, ed a l’affezione ch’io porto a l’una per natura ed a l’altra per elezione. Ma io credo senza dubbio, che non debba mancare nè a questa nè a quella; e ch’essendoci venuta con tutte le belle qualità di cui la volle ornare la prudenza de la signora sua madre, accrescerà questi ornamenti, che sono i veri ornamenti, con l’imitazione de la signora cavaliera sua suocera; e potrà comprarli con minore spesa e con maggior laude, che non si comprano i monili, gli anelli e le gemme preciose. E benchè il signor Ercole, suo marito, potesse raccorle da greche e da latine istorie, ne le quali è dottissimo; e narrarle l’onestà di Cleobula, e di Teano, e di Gorgone moglie di Leonida, e di Timoclia sorella di Teagene, e di Cornelia, e di Claudia, e de l’altre che ne gli antichi secoli furono chiare e maravigliose; nondimeno, avendo ancora dinanzi a gli occhi cotesto vivo specchio di bontà e di pudicizia, in niuna altra parte voi devete rivolgergli più volentieri: perchè prendendone l’esempio da lei, sarà fra voi non solo emulazione di benevolenza, ma concordia ne l’amore, che l’una dee portare al figliuolo, l’altra al marito; co ’l quale tutte le cose vi deono esser communi, e niuna propria: non le facultà, non gli amici, non le prosperità, non l’avversità, non i piaceri, non i pensieri, non i desideri de l’animo vostro. Laonde io, c’a lui son parente e servitore, a voi debbo esser ne l’istesso modo: e vi prego che m’accettiate e mi riputiate tanto vostro, quanto alcuno c’abbia produtto la nostra città o la vostra famiglia. E vi bacio le mani. Di Ferrara.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A ERCOLE TASSO. Bergamo</salute>
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               <p TEIform="p">Quantunque io creda che tosto debba aver fine la mia prigionia; nondimeno così prigione, come io sono, ho voluto pagar una parte di quel debito, al quale libero avrei sodisfatto più volentieri e più compiutamente. Mando adunque a Vostra Signoria una picciola canzona fatta per le sue nozze, che le sarà commune con la signora sua moglie, come sono tutte l’altre cose più care e di maggior pregio. E vi prego che dove mancano le bellezze e gli ornamenti de’ miei versi, non manchi la vostra cortesia e la benevolenza; la qual può farvi parer bello e leggiadro tutto ciò che leggerete del mio. Amatemi, e procurate c’abbiano tosto effetto le mie speranze, e le vostre parole. Di Ferrara.</p>
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               <head TEIform="head">418</head>
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                  <salute TEIform="salute">A MARCELLO DONATI</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io credo che Vostra Signoria sia co ’l signor principe; e non vi essendo, almeno vi dee esser alcuno che farà questo ufficio di presentare questa lettera al signor principe per amor suo. Prego dunque Vostra Signoria, o gli amici suoi, che la diano a Sua Altezza, e mi mandino la risposta; perchè dal silenzio non posso argomentare altro che la disperazione o la morte infelicissima. E le bacio le mani. Di Sant’Anna, il 19 di settembre 1585.</p>
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               <head TEIform="head">419</head>
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                  <salute TEIform="salute">A MARCELLO DONATI</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vostra Signoria si stancherà prima di leggere, ch’io di scrivere, massimamente leggendo le miserie mie; le quali comechè sian da me con molta molestia sostenute, ne scrivo però e ne ragiono alcuna volta più tosto con consolazione che con affanno. Mi spiace, nondimeno, che questa sola consolazione m’abbia lasciata la fortuna; di lamentarmi, dico: ma d’altri non voglio lamentarmi che di lei e di me stesso, il quale a tempo non seppi conoscere il suo favore; chè ove ora languisco ne lo spedale, goderei ne le corti. Vivo, o signor Marcello, ne lo spedale; e ci fui posto ne la venuta (che non voglio chiamar nozze) de la serenissima signora Margarita Gonzaga a Ferrara, quando io credeva che le mie miserie dovessero aver fine. Ricordate al serenissimo signor principe le mie passate e presenti infelicità; e pregatelo che si degni di chieder la mia libertà in grazia a chi può darlami. Baciate in mio nome le mani con ogni affetto al signor Guido Gonzaga, al signor cavalier Capilupo, al signor Giovan Battista da Fermo, ed al Nero. E vivete felice. Da le pregioni di Sant’Anna, di Ferrara.</p>
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               <head TEIform="head">420</head>
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                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA, PATRIARCA DI GERUSALEMME (Dedicatoria)</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">La dignità de la città vien dal principe; ed a l’altre fu accresciuta da’ principi del mondo, ma solo a Gerusalemme l’accrebbe Cristo medesimo, ed in lei volle esser coronato di spine e trionfar de la morte. E se niuno, dopo san Pietro, ebbe maggior dignità di sant’Iacopo il giusto, il quale fu non solamente fra’ dodici eletti, ma de’ tre più cari discepoli del vero Figliuolo d’Iddio, c’ascesero seco nel monte, e viddero la sua gloria; al nostro tempo ancora, quelli che succedono al santo Figliuolo di Gioseppe, debbono essere onorati, dopo il successore di Pietro e vicario di Cristo, sovra tutti gli altri vescovi e patriarchi. Laonde, avendo Sua Beatitudine, che non lascia alcuna buona opera ed alcuna virtù senza premio, esaltata Vostra Signoria illustrissima a sì alta dignità, l’ha posta nel sommo grado de la riputazione che si conveniva a la sua prudenza, al sapere, a la nobiltà, e a la servitù di molti anni; e datoli gran parte di quel pensiero che si conviene a’ vescovi, di riunire questo gran vescovado, il quale è uno, com’una è la Chiesa. E benchè molti siano i rivi de l’operazioni, e molti i rami pieni de’ suoi fatti, e molti i raggi ch’ella semina de la sua dottrina; uno è nondimeno il fonte, uno il tronco fondato sovra tenacissima radice, uno il sole che sparge la chiarissima luce; e l’unità si conserva ne l’origine; ed un capo solamente regge molte membra: parte de le quali sono divise da questo corpo per l’eretica pravità; altre, per l’ottomanna tirannide, la quale usurpa le più belle parti de l’oriente e del mezzogiorno. Ma Vostra Signoria reverendissima con gli altri può considerare i mezzi, co’ quali si possono ricongiungere; acciochè uno sia l’ovile e uno il pastore, sì come una è la fede ed uno il battesimo. E se la qualità de’ tempi porta alcuno impedimento ne l’azione, niuno almeno può impedire ch’ella non contempli i misteri altissimi de la celeste Gerusalemme, ch’è l’idea de la Chiesa. Talchè l’opere mie a gran pena ardirebbono d’appresentarsele, ove la cortesia da me conosciuta non mi assicurasse al modo usato, dal quale tutti gli altri debbono prendere esempio. Le mando adunque il mio nuovo dialogo de la Dignità, a rallegrarsi de la sua nuova dignità. E le bacio le mani.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">421</head>
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                  <salute TEIform="salute">ALL’ABATE CRISTOFORO TASSO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vostra Signoria vedrà la lettera che scrive il reverendo padre Licino, e da lei potrà raccogliere quel che si possa sperar de la mia libertà; la qual io desidero per tutte le cagioni che ho scritte molte volte al signor Maurizio ed a gli altri amici e parenti; ma più per quelle che io non ho scritte, le quali potrà facilmente intender da monsignor Licino e suo fratello. La prego dunque, che parendole di supplicare a Sua Altezza, il faccia senza indugio: ed oltre gli altri rispetti, importerà molto ch’io possa venire a Bergomo inanzi che sia passato l’autunno, per le purgazioni che son necessarie. E scrivo a Vostra Signoria con molta fede; perchè l’ho sempre amata molto, fra tutti gli amici e parenti; e conservo nel pensiero continuamente i tempi de la nostra fanciullezza, ne la quale fossimo insieme allevati: e quantunque a lei sian cresciuti i meriti con l’età, ed a me con la fortuna mancato il favore; nondimeno la sua bontà dee agguagliar tutte queste cose. E le bacio le mani. Le bacio ancora al signor cavaliero, ed al signor Ercole suo fratello; al quale io pensava di scrivere questa settimana istessa: ma l’occasione no ’l consente. Viva felice. Di Ferrara.</p>
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               <head TEIform="head">422</head>
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                  <salute TEIform="salute">ALL’ABATE CRISTOFORO TASSO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Siccome le navi non sogliono navigare con un’ancora sola, così io non posso arrivare al porto de la mia tranquillità con una speranza; perchè il negozio de la mia libertà è trattato da molti, e fu prima cominciato che Vostra Signoria reverendissima supplicasse: laonde è necessario, o convenevole almeno, ch’io risponda a molti. Nondimeno voi siete la speranza maggiore ch’io abbia d’uscirne; e se più v’aggrada, siate la sola, e conducete dove e come vi piace questa navicella, che tante volte ha fatto naufragio. E venendo a Ferrara monsignor Masetto per ringraziar Sua Altezza, fate così caldi offici che sia passata la supplica, ed io liberato senza fallo, come scrive il signor Ercole vostro fratello, al quale sono affezionato con tutto l’animo; dov’io conservo la memoria de l’antica nostra amicizia e parentela, e di molti oblighi che ho a la casa vostra. Ma ora è tempo, signor mio, che voi gli accresciate: e potete farlo agevolmente, quantunque non doveste. Ma se la virtù porta seco alcun obligo di giovare a gli amici ed a’ parenti, voi siete più di tutti gli altri obligato, perchè più di tutti gli altri siete virtuoso. Nè da l’ignoranza potete prendere alcuna scusa, essendo dottissimo ne le lettere sagre ed umane, le quali possono a pieno insegnarvi quel che a me pare di ricordarvi. Vi ricordo dunque il mio infelice e ’l vostro felice stato, al quale vorrei che desse nuovo accrescimento questa nobile operazione d’avermi liberato di sì lunga prigionia. E se l’indugio non sarà più lungo di quindici giorni, cercherò di vivere con la speranza. E bacio le mani al signor cavaliero, a la signora sua madre, e cognata. E Vostra Signoria viva felice. Di Ferrara, il 4 d’ottobre 1585.</p>
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               <head TEIform="head">423</head>
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                  <salute TEIform="salute">A MUZIO MUZZOLO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">La grazia che mi fa la serenissima granduchessa di Toscana è così grande, ch’io non so d’esser atto a riceverla, se di là donde vien la grazia non viene ancora l’attitudine: però sono stato tanto a rispondere. E prego Vostra Signoria che non prometta cosa alcuna di me, se non animo inclinato a servirla: e mi ristori in alcun modo de la perdita che s’è fatta con la lettera del signor duca di Sora, la quale non m’è stata data. E stia sana. Di Ferrara, il 9 d’ottobre del 1585.</p>
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               <head TEIform="head">424</head>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Le due ultime lettere di Vostra Paternità reverenda hanno confermata la speranza del mio partire, ed accresciuto il desiderio, il qual non potrebbe esser maggiore: perchè da questa partita dipendono tutte le cose, ed io le farò tutte per non essere impedito, purch’io sappia quel che si convenga di fare. Consigliatemi dunque, ed aiutatemi co ’l favore de’ fratelli, e de’ parenti, e de gli amici; e vinca la vostra diligenza ogni difficoltà che porti seco la lontananza del signor Paolo e del signor conte Ottavio, al quale io non replico alcuna lettera, sperando di far questo uficio più compiutamente. Fra tanto scriveteli voi, raccomandatemegli voi, e voi dimostrateli in mia vece quell’osservanza e quella riverenza ch’io non posso; e mentre sarete a Genova, non lasciate di raccomandarmi al padre abate, acciochè mi raccolga con monsignor Licino, co ’l quale io mi partirò, sempre che gli piaccia: ma non so qual cagione l’abbia ritenuto sinora, nè se la venuta di mio nipote potrà cavarmi di questa prigione con l’autorità del signor Marcello, il quale io aspetto di vedere co ’l signor principe. Ma non vorrei che alcuna venuta o alcuna espettazione impedisse la mia partenza; ma di ragione dovrebbono affrettarla.</p>
               <p TEIform="p">Ho visto una nuova Crusca de l’Infarinato, e vorrei vedere se c’è altro: ma non risponderò così tosto, perchè l’occasione no ’l consente.</p>
               <p TEIform="p">Mando a Vostra Paternità un sonetto in morte de la signora Minetta, e le manderò poi qualche altra composizione: ma, come dee conoscere, io sono stanco, ed ho bisogno di ristoro; laonde io non spero di far cosa che molto le piaccia, e vorrei in tutti i modi piacerle. La canzona di San Francesco non è mia, e non mi voglio attribuire l’altrui lodi, e mi spiacerebbe d’esser gravato a torto de le colpe ch’io non ho commesse. E le bacio le mani, come farò al padre don Basilio, quando egli si lasci vedere. Di Ferrara.</p>
               <p TEIform="p">Se Vostra Paternità giudica di potere agevolare in questo modo il negozio, scriva al signor Marcello, perchè ricordi al signor principe d’interporre la sua autorità con Sua Altezza a mio favore, acciò ch’io più tosto possa uscir di prigione. Manderò per quest’altro ordinario la lettera al signor suo fratello.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">425</head>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io credo che ’l negozio de la mia liberazione si spedirà per supplica: comunque sia, non ho voluto mancare a la promessa. E le mando un altro sonetto in morte de la signora sua zia; e se mi sovverrà qualc’altra cosa a proposito, farò di nuovo qualc’altra composizione: ma io non sono così ricco di concetti, nè sì copioso di parole, che possa ornare tutti i soggetti, ed arricchir tutte le materie; però Vostra Paternità lodi il buon volere, e scusi il debil potere.</p>
               <p TEIform="p">Questa mattina ho avute lettere del signor Maurizio Cataneo, che mio nipote vorrebbe andare a’ servigi del signor principe di Molfetta: nè so bene s’ella sia necessità o incostanza. S’è necessità, venendo a San Benedetto, avrei pregato il signor duca che ci provedesse; s’incostanza, mi rincresce che non abbia voluto prendere esempio da quella parte da la quale egli s’ha preso nuovo cognome: ma avendolo preso di sua autorità, devrebbe almeno conservarlo di mio volere. Ma non più di questo. Rispondo al signor suo fratello, e prego Vostra Paternità, che dia buon recapito a la lettera, ed a tutte l’altre che prima l’ho mandate; le quali a lei sarà più facile di ricuperare, c’a me d’inviarle per altra strada. E le bacio le mani. Di Sant’Anna.</p>
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               <head TEIform="head">426</head>
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                  <salute TEIform="salute">A MAURIZIO CATANEO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Se monsignor Papio si rasserenò leggendo la mia lettera, io mi turbai ne la fronte nel leggere quella di Vostra Signoria; perchè non sono meno affezionato d’alcuno altro a l’illustrissimo signor cardinale suo padrone; nè farei meno de gli altri per la vita e per la grandezza sua. Ma rendo grazie a Dio de la sua ricuperata sanità; e me ne vorrei poter rallegrar con Vostra Signoria, come si conviene a la nostra amicizia; per la quale accetto il consiglio che mi dà, ch’io mi conservi l’antica servitù ch’io aveva con l’illustrissimo signor cardinale del Mondevì; come accetterò sempre volentieri tutte l’altre cose. Ma oltre il consiglio, ci sarebbe bisogno de l’aiuto di monsignor Papio, acciochè la benevolenza di Sua Signoria illustrissima verso me non fosse minore di quella che già mostrava a mio padre: e mi potrebbe aiutare ne l’istesso modo agevolmente; ed io non potendo rassomigliarlo in tutte le cose, come devrei, me ’l proporrò nondimeno per esempio ne l’onorare e nel riverire Sua Signoria illustrissima. E questo basti in questo proposito.</p>
               <p TEIform="p">La risoluzione del signor Antonino mi par la men rea che pensi di fare; perchè sarà con minor dispiacere del signor principe di Mantova, il qual potrà dire, vedendolo a’ servigi del....
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">Perchè molto da’ miei non ti diparto.</l>
                  </quote>
Ma, come io ho conosciuto per esperienza, i principi soglion dare mal volentieri licenza a molti che mal volontieri hanno ricevuti a’ lor servigi; perciochè non pare che si convenga a la grandezza loro, c’alcuno disperi de la loro liberalità. Laonde perchè mio nipote non lasciasse così tosto quello ch’egli era venuto cercando tante centinaia di miglia, io aveva pensato di supplicare al signor duca di Mantova che ’l facesse vestire, e se ne servisse come gli pare. E se il signor principe di Molfetta vorrà Alessandro, mi farà grazia: ma io non ho potuto parlarli come avrei voluto; ma spero che mi sarà conceduto di farlo in breve.</p>
               <p TEIform="p">Le mie lettere, se gli amici le raccoglieranno, si potranno leggere, come cosa ne la quale non ho posto alcuno studio; perchè le scrissi non per acquistar gloria, ma per ischivar vergogna: e forse perderebbono quella bellezza ch’è propria de le lettere, s’io cercassi di farle più belle; in quella guisa c’alcune donne la sogliono perdere per troppo lisciarsi.</p>
               <p TEIform="p">L’esaltazione del signore Scipione mi piace in tutti i modi; ma più mi sarebbe piaciuta s’avesse abbreviata quella strada de gli onori, che voi stimate certissima: non perchè a lui manchi tempo d’aspettare, ma perchè non so quanto ne avanzi a me, che vorrei esser consolato con la grandezza de’ padroni. Ed a Vostra Signoria bacio le mani, pregandola che questo sonetto mostri a monsignor illustrissimo suo. Di Ferrara.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">427</head>
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                  <salute TEIform="salute">A MAURIZIO CATANEO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Sempre giungono aspettate le lettere di Vostra Signoria, e mi sono in vece di ristoro ne la lunga espettazione, per la quale io sono molto stanco: ma particolarmente questa ultima mi ha data infinita consolazione; perchè al piacere ch’io ebbi de la convalescenza di monsignor illustrissimo, ha giunto quello ch’io prendo de le lodi date al mio sonetto, nel quale nondimeno mi par che si debba mutar una parola in questo modo:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">Ma se del mondo sazia è nobile alma:</l>
                  </quote>
e prego Vostra Signoria ch’in questa guisa il racconci.</p>
               <p TEIform="p">In quanto a’ particolari de’ miei nipoti, io ringrazierò l’illustrissimo signor patriarca de l’ufficio c’ha fatto con l’eccellentissimo signor principe di Molfetta; al quale io scriverò con la prima occasione, e pregherò de la medesima grazia. Ma prima è necessario ch’io paghi l’obligo al signor Scipione, il quale ne l’amarmi non cede ad alcuno; laonde io credo, che tutti gli altri di cotesta corte vorranno prendere esempio nel favorirmi da Sua Signoria illustrissima. Ed ora le mando due dialoghi, e vorrei che si stampassero, perchè ’l mondo non rimanesse lungamente sospeso de la volontà c’ho sempre avuto di servirlo. Non dispero nondimeno in Nostro Signore di poterlo mostrare più compiutamente, com’altre volte poteva: e perchè la speranza è un attender certo, non ne debbo aver dubbio.</p>
               <p TEIform="p">Or passiamo a monsignor Papio, ed a l’altre cose contenute ne la vostra lettera. Io gli scriverò così efficacemente, che sarà quasi costretto di favorirmi, e d’aiutarmi in questo mio desiderio; e s’io potessi tesser perfettamente la tela c’ho cominciata ad ordire, in questa parte ancora non avrei che dubbitare: ma piaccia a Dio, che riesca almeno da uno de’ lati quello che si può tentare da l’uno e da l’altro. Così il mondo va: pazienza! Le cose potrebbono anche mutarsi; ma sin che durano in questo essere, scriverò, come Vostra Signoria mi consiglia, a l’illustrissimo Mont’Alto; o più tosto com’io posso, perch’ella è miglior consigliero ch’io non sono esecutore. Ma per le solite cagioni, con la solita tardanza ho ricevute le lettere; e la ringrazio che abbia fatto così buona conserva di cose che vagliono così poco: ma de la scelta io lascerò la cura a monsignor Licino; perciochè, ponendoci maggior diligenza, torrei a le mie lettere quella parte, per la quale possono esser vedute senza mia vergogna: e ’l pregherò ancora, c’abbia risguardo a la sodisfazione de gli altri, acciochè si veda ch’io da loro sono stato compiaciuto. Fo riverenza a monsignor illustrissimo; e bacio le mani al signor abbate, ed a Vostra Signoria; e mi raccomando a tutta la casa. Di Ferrara.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Il negozio de la mia libertà è ne’ primi termini. E perch’io non dispero di cosa che mi sia promessa, credo che le promesse avranno effetto, e particolarmente queste che possono esser facilmente osservate; perchè non si ricerca tanto la liberalità del promettitore, quanto la scienza: ma dubito che non si tardi più che non vorrei; e la tardanza mi spiace in modo, c’ogni occasione mi parrebbe buona, ed ogni stagione opportuna per la partenza. Laonde sempre stimerò migliore quella deliberazione che porterà minore indugio: ma non voglio ingannarmi nel conoscerla; però non muto opinione, e le mando il terzo sonetto in morte de la signora Minetta sua zia. E molto me le raccomando. Di Ferrara, il 15 di ottobre 1585.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">429</head>
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                  <salute TEIform="salute">A MAURIZIO CATANEO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vostra Signoria ha data maggior fatica a me di leggere, che di scrivere al signor Lombardelli; perciochè le cose ancora, che sono più facili per lor natura, paiono a me più malagevoli per la mia infermità; per la quale mi rincresce di non poter così compiacerla, come è stata compiaciuta da l’amico suo. Ma non ricuso nondimeno di scriverle quel c’a me ne paia, se non copiosamente, almen liberamente: e mi sarei sforzato di scriverle questa settimana istessa, se non m’avesse trattenuto la speranza del partire, e ’l timore di non dar disagio a’ padri di San Benedetto, i quali hanno apparecchiato, e m’aspettano co ’l reverendo Licino.</p>
               <p TEIform="p">O signor Maurizio, quando sarà quel giorno ch’io possa respirare sotto il cielo aperto, e ch’io non mi veda sempre un uscio serrato davanti, quando mi pare d’aver bisogno del medico o del confessore? Molte altre cose io direi in questo proposito, s’io non temessi che impedissero la vostra partenza; ne la quale, s’io volessi porre a campo alcun dubbio, sarei certo di non poter tacere, ma d’esser necessitato a gridar con penna e con inchiostro, come disse quel poeta migliore d’alcun altro. Ma piaccia a Nostro Signore Iddio, ch’io possa scriver d’altre materie, come voi desiderate, e particolarmente del giudicio o discorso del Lombardello: e non scrivendo da San Benedetto, scriverò almeno di Bergamo. Fra tanto non so che dirvi, se non ch’io sono al mezzo de la sua scrittura: però non conosco ancora qual sia il suo intendimento; ma essendo amico di Vostra Signoria, debbo ricevere il tutto in buona parte: ma saprei volentieri l’età, lo studio, la condizione, e la professione, e l’altre sue qualità, per onorarlo come conviene.</p>
               <p TEIform="p">De la signora Margarita Sarrocchi credo tutto quel che m’è scritto; e mi par che si possa raccogliere ancora da’ suoi scritti medesimi: ma vorrei che mi valesse con lei la medesima scusa. E baciate in mio nome le mani al signor cardinale, al Mondevì, e a monsignor Papio: e dia l’inchiuse al signor Scipion Gonzaga ed al reverendo Licino; e mi faccia favore di mandarmi le risposte: le quali non ci trovando a Ferrara, ci troveranno almeno per istrada; perchè non corremo le poste, ma, come io credo, ce n’andremo in barca contra acqua. Al signor Girolamo Mosti scriverò io medesimo. E Vostra Signoria viva felice. Di Ferrara.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">430</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A MAURIZIO CATANEO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Oggi ho finito di leggere il discorso del Lombardello; e risponderei quel che me ne pare, se non fosse deliberata la partenza: ma partiremo certamente questa settimana, come afferma don Giovan Battista; laonde risponderò per viaggio. Fra tanto sappiate, che ’l vostro amico potrebbe ingannarsi; perciochè s’io non avessi misurate le mie forze, non avrei detto di portar il cesto, ma la soma. E coloro che, per esser più valenti di me, possono portarla, non ma devrebbono negare qualche favore: ma forse in qualche parte sarem d’accordo. E le bacio le mani. Partiremo certo. Di Sant’Anna.</p>
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               <head TEIform="head">431</head>
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                  <salute TEIform="salute">A MARCELLO DONATI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mandai a mio nipote un dialogo in morte de la signora duchessa Barbara, intitolato l’Epitafio; al quale vorrei aggiungere alcune cose, dovendosi stampare con alcune altre: però prego Vostra Signoria che me ’l rimandi. E dovendo venire il serenissimo signor principe a Ferrara, mi farà grazia di consolarmi de la sua presenza. Io aspettava mio nipote; ma poichè l’infermità l’ha ritenuto questa state, stimo che debba venire a vedermi inanzi il verno; se pur non sarò liberato, come spero. Mi raccomando a Vostra Signoria, signor Marcello; e la prego che voglia facilitar questo negozio, per comune sodisfazione. Di Sant’Anna.</p>
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               <head TEIform="head">432</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A TARQUINIA MOLZA. FERRARA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Dopo una lunga espettazione de’ favori di Vostra Signoria e de le sue grazie, sono stato salutato in suo nome da don Giovan Battista Licino, e poi dal sarto che venne a tormi la misura de l’abito; laonde ho ripreso ardire di ripregarla, che voglia non solamente conservarmi in quella parte de la sua memoria ne la quale mi pose molti anni sono, ma ricordarsi più spesso di me, che per mutazione di fortuna non ho mai mutato proponimento di servirla. E specialmente vorrei ch’in questa occasione facesse tanto per mia sodisfazione, che non m’avanzasse che desiderare o che dimandare: perciochè indugiando le potrebbe mancare ogn’altra; e Vostra Signoria di niuna cosa più si dovrebbe pentire, che di non avermi fatto suo per obligo, com’io lo sono per elezione. Però vinca se stessa, e superi la sua cortesia medesima, con la quale tutte l’altre cose è solita di superare; e voglia che il Tasso riconosca da la sua intercessione solamente quel che si potrebbe concedere a qualche suo merito, e donare a molte sue preghiere, e consentire ad infinite sue sciagure, per le quali è degno di compassione, e meritevole di perdono e di grazia. Ma io parlo pur in terza persona, quasi non ardisca di ragionar di me stesso, e quasi non sia più quello, ma abbia perduto i doni de la natura con quelli de la fortuna. Comunque sia, non avendo perduto il conoscimento del suo valore, non debbo essere da lei più disprezzato. Laonde la ripriego di nuovo, che faccia in un giorno quel che mi sarebbe noia d’aspettar in molti mesi, non che in molt’anni. E sia certa, che s’io potessi così rinchiudere la sua persona in un picciolo cerchio, come rinchiudo in un breve giro queste parole, non l’astringerei a cosa che non le piacesse. Ma le dee piacere da l’una parte l’esser pregata, da l’altra esaudita; ed impetrar quel che dimanda, e conceder quel ch’è dimandato; e, quasi mezzo tra ’l supplichevole e ’l supplicato, da l’un de’ lati portar le preghiere, da l’altro le grazie. Ma io vi trasformo in angelo, non me n’accorgendo; o pur voi di vostra natura tanto ve gli assomigliate, che niuno è più veloce di voi nel giovare a gli uomini. Ma siate ancora in questo simile a gli angeli, che s’essi non si sdegnano c’altri si raccomandi a’ santi, possa io raccomandarmi al signor Ippolito vostro, ed al signor Vincenzo, ed al signor Pocaterra, ch’io veggio più spesso, o sono tre de’ maggiori sostegni ch’io m’abbia. E Vostra Signoria mi perdoni ancora, s’io le do fatica di legger questa lettera, perchè schivo quella di ricopiarla. Vivete felice, signora mia, e procacciate ch’io esca di miseria. Di Sant’Anna, 5 novembre 1585.</p>
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               <head TEIform="head">433</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A FERRANTE GONZAGA, PRINCIPE DI MOLFETTA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io stimo che fra il signor principe di Mantova e Vostra Eccellenza sia tanta congiunzione d’anima quanta di sangue: laonde tutte le grazie che riceverò da l’un di loro, mi parrà parimente di riceverle da l’altro. Desiderando io dunque che mio nipote, venuto dal regno di Napoli, abbia qualche ricapito in Lombardia, co ’l quale possa trattenersi; ora prego Vostra Eccellenza, come già pregai Sua Altezza, che si degni di riceverlo a’ suoi servizi, in modo che non gli manchi da vestire: e quantunque io potessi supplicare il signor principe del medesimo favore, nondimeno posso con maggior libertà confidarmi in Vostra Eccellenza, da la quale spero che mio nipote rimarrà sodisfatto, ed io compiaciuto, o l’un per l’altro: e avrò maggior obligo a Vostra Eccellenza. E perchè non voglio con molti preghi mostrar diffidenza ne l’autorità de l’intercessore, o ne la sua cortesia, farò fine; baciandole umilmente la mano, ed aspettandone risposta. Di Ferrara, il 9 di novembre del 1585.</p>
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               <head TEIform="head">434</head>
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                  <salute TEIform="salute">A MAURIZIO CATANEO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io averei più volentieri accettati i consigli di Vostra Signoria, che le riprensioni de l’amico suo, tutto ch’elle siano accompagnate da molte lodi: perch’è meglio il non far cosa che possa dispiacere a chi si desidera di piacere, che ’l correggerla dopo ch’ella è fatta; ed è più facile il proveder a le future, che l’emendar le passate. Ma avendo io presa la difesa di mio padre, a la quale mi obligava la sua riputazione; e fatto quel testimonio de la verità, ch’egli medesimo farebbe se fosse vivo; non mi posso pentire di quel ch’è seguito: perciochè gli effetti non sono così dannosi, che non sia molto più onesta la cagione; e minor pericolo fu nel rispondere a l’avversario, che non sarebbe stato biasimo nel tacere. E confesso ch’io non fui sforzato, ma persuaso, come dice il Lombardello; perchè non ricerco di questa operazione scusa, ma laude; e laude, non d’eloquenza o di sapienza, ma d’amore e di pietà: imperochè, s’io avessi voluto parer o più dotto o più sano, avrei risposto più lungamente, non solo a la prima invettiva contra ’l mio poema, ma a la seconda; a la quale io non rispondo, perchè a mio padre non appertiene: e la causa mia posso ben io lasciare a gli amici, perchè la difendano in mia vece; ma la sua, o a niun altro si conviene che a me suo figliuolo, o non tanto. Tanto dunque ho desiderio de la sua buona fama, quanto de la mia quiete; la quale da niuno è perturbata più che da coloro, i quali voglion oscurarla: e questo cercano in più modi, sapendo che in molte maniere l’acquistò; come Vostra Signoria, che l’era amico, si può ricordare meglio di molti altri. Ma pur l’una de le molte dopo la morte sua fu quel patrimonio ereditario ch’egli m’aveva potuto lasciare; il quale non mi fu tolto da’ principi nè da la sua fortuna, ma da la mia, ch’è stata molto peggiore. Però dovrei cercar di ricuperarlo, non solo per mia laude, ma per sua gloria; come io farei, se ’n questa parte non concedessi molto a le nuove ed a le vecchie amicizie: fra le quali quella con Vostra Signoria è peraventura la più antica; avegnachè tutte l’altre conoscenze ch’io aveva prima, non si possano chiamare amicizie, essendo fatte in sì tenera età, che la ragione non poteva fare la sua operazione. Ma s’io debbo numerare il Pellegrino fra gli amici, quantunque io non possa annoverarlo fra’ conoscenti, a niuno più volentieri debbo lasciar questa contesa: prima, perchè co ’l suo dialogo accese quelle fiamme che parevano sopite, e svegliò quegli ingegni che dormivano: dapoi, perchè egli è atto a sostener la sua opinione: ultimamente, perchè s’egli nel suo primo discorso non ci lasciò dubbi del suo sapere, ci deve con l’altro far certo de la sua volontà; com’io farei lui de la mia, se mi fosse conceduto, prendendo la difesa d’alcune de le sue cose che a torto furono riprese; e particolarmente di quella del concorso de le vocali, intesa da lui non altrimenti ch’intenda Demetrio fra’ greci, o ’l Trapezontio fra’ latini; dimostrando in alcuni versi di Virgilio, ch’il concorso si fa con la collisione, o, come si direbbe in questa lingua, co ’l gittar de le vocali. Ma ora è meglio tacerne, che scriverne frettolosamente.</p>
               <p TEIform="p">Toccherò dunque alcune di quelle sole, che serviranno per risposta al discorso del Lombardello, ed a la difesa del poema e de l’Apologia medesima: perciochè, se la difesa è buona, è buono il poema ch’è difeso; e s’ella fosse rea, il poema per conseguente sarebbe sì fatto. Ma le ree cose non debbono esser condotte a fine: dunque, prima debbiamo cercare s’egli meriti d’esser finito, e poi finirlo, come avevamo deliberato; perchè altramente sarebbe meglio il non porvi mano. Ora, qualunque egli sia, è privo de l’ultima perfezione. E se ’l Furioso de l’Ariosto è imperfetto, per questa ragione possono essere paragonati, come gli paragona il Pellegrino: ma se l’un di loro fosse perfetto, potrebbe anche farsi la comparazione; perchè l’imperfetto si riduce al genere del perfetto, e la privazione a quel de gli abiti, come scrive Simplicio ne’ Predicamenti. E riducendosi questi, che son detti romanzi, sotto quella specie di poemi che per eccellenza son chiamati epici o eroici, può tra gli uni e gli altri farsi il paragone: anzi è stato fatto; perchè molti luoghi de l’Eneide furono paragonati con quei del Furioso: il che peraventura non sarebbe convenevole, se poemi fossero di specie diverse, fra le quali non si fa la comparazione; come ci insegna il medesimo Simplicio ne’ libri del Movimento. O sono dunque d’una stessa specie, o non si possono paragonare. E se pur sono, com’io credo; non ha fatto in ciò alcun errore il Pellegrino, come afferma il Lombardello: nè io, perchè abbia conosciute alcune imperfezioni del mio poema assai prima de gli oppositori, debbo concedere che sian quelle medesime ch’essi riprendono, o pur che meritino biasimo per l’istesse ragioni: nè per essere stampato da altri che da me, debbo disprezzarlo; perciochè se ciò fosse convenevole, i padri ancora non deverebbono aver cura de’ figliuoli che lor sono rapiti: e questo mio è più tosto simile a’ rapiti, o a gli involati, c’a gli esposti; avegnach’io non l’esponessi giamai per disprezzo, ma il mostrassi per vaghezza giovenile, e per compiacimento d’alcune parti, prima che ’l giudicio fosse maturo, o ’l parto cresciuto a la sua perfetta grandezza; dopo la quale doveva polirlo et adornarlo. Laonde non è maraviglia che in lui siano molti versi, i quali hanno bisogno di lima: alcuni de’ quali essendo stati ripresi troppo acerbamente da gli oppositori, non tanto m’hanno tolto l’ardire di rispondere, quanto la volontà di mutarli; parendomi c’una buona difesa sia di valore eguale ad una buona mutazione: ma quantunque una sola bastasse, si possono fare ambedue, per non dare cosa alcuna agli aversari; i quali avrebbon parte del lor proponimento, se, costringendomi a difender alcune de le cose ch’io voleva mutare, mi facessero cambiar deliberazione. Nulla dunque si dee lor concedere, poichè tutto hanno voluto. Ma vegniamo a le principali opposizioni, le quali con buono ordine sono distese dal signor Lombardello: talchè io lodo la sua diligenza; solo che voi scusiate la mia negligenza, se tralascierò adietro alcune di loro, o de le cose che intorno ad esse si discorrono, in modo c’acuto intenditore non me l’attribuisca ad ignoranza, ma a soverchia noia di prender fatica in vano.</p>
               <p TEIform="p">E questa è la prima: “La Gerusalemme liberata è mera istoria senza favola.” Intorno a la quale il Lombardello discorre con la dottrina del Castelvetro; dicendo, “che l’istoria è un raccontamento vero di cose avvenute, fatto secondo c’avvennero, mantenute le circostanze de’ tempi e de’ luoghi e de gli accidenti, per fin di giovare, e talvolta anco di dilettare: ma la Gerusalemme è un raccontamento, parte vero e parte finto, di cose parte avvenute e parte non avvenute; tirato in altra maniera che non avvennero, e variata la maggior parte de le circostanze, per fin di dilettare con gran giovamento: dunque non è istoria.” La qual conclusione a me par verissima: tuttavolta io ridurrei il genere del poema epico più tosto a la imitazione che al raccontamento, che altrimenti si dice narrazione: perciochè, quantunque l’epico narri, a differenza del tragico e del comico, i quali rappresentano; nondimeno il suo narrare non è puro, ma misto de l’imitazione, come dice Platone; perch’egli assai spesso si spoglia la persona del poeta, e si veste quella di Agamennone, d’Achille, di Nestore, d’Ulisse, di Aiace e d’altri: ed Omero, che suol farlo più spesso de gli altri, è miglior poeta de gli altri, come pare ad Aristotele: e quelle poche volte che narra parlando in sua persona, il narrare non è senza imitazione; perchè mette le cose sotto gli occhi in altro modo che non fanno gl’istorici; la narrazione de’ quali è propriamente narrazione, o raccontamento che vogliamo chiamarla. L’istoria dunque si dee ridurre al genere de la narrazione, e la poesia a quello de la imitazione: benchè fossero alcuni grammatici, i quali leggendo in Quintiliano, che la narrazione è ne l’umil genere di parlare, riposero in questo l’Eneide. Ma l’opinione è così sciocca, che non merita d’esser riprovata: e s’alcun volesse chiamar l’Eneide narrazione, con quel nome il qual conviene a tutte le orazioni ed a tutte l’altre scritture, come giudica lo Scaligero, la porrebbe in un genere remotissimo: e volendola diffinire dal più vicino, dee esser diffinita imitazione. Non è dunque la mia Gerusalemme raccontamento, come dice il Lombardello; ma imitazione più tosto: nè meno è mera istoria, come dice l’oppositore; anzi non pur istoria, ma poesia: perchè la poesia e l’istoria non sono differenti ne la materia solamente, perchè l’una sia di cose vere, l’altra di verisimili; ma nel modo. Laonde quelle istorie che scrivono di cose false, trattandone in prosa e con modo conveniente a l’istoria, sono dette più tosto istorie favolose che poemi: ma l’istorie favolose sono così imperfette nel suo genere, come nel suo i poemi non favolosi. Il modo dunque, più che la materia, distingue il poema da l’istoria: nondimeno la materia non dee affatto esser disprezzata.</p>
               <p TEIform="p">Dice ancora il Lombardello: “La favola poetica è un raccontamento finto di cose in parte vere ed in parte false, ma per tutto ciò possibili ad avvenire.” Ma in queste parole egli si dilunga da Aristotele, il qual dice che la favola è imitazione de l’azione: ed altrove par che voglia che la favola sia costituzione de le cose; volendoci insegnare qual debba essere: perchè ’l poeta dee comporle insieme acconciamente secondo il necessario, e secondo il verisimile, e dar loro forma convenevole; in quel modo che l’architetto la suol dare a le pietre con le quali edifica: e sì come il palagio non è palagio senza la sua forma; così quello non è poema, a cui manchi la forma, nel quale le cose e gli avenimenti non siano ben composti insieme; ma istoria, o altra narrazione. Doveva dunque il signor Lombardello cavar da l’idea de la poesia, non il racconto, ma la costituzione de le cose e de l’azioni: perciochè il racconto è semplice, e senza alcuna forma o artificio poetico, come è quel di Lucano o di Silio, e d’altri c’hanno scritto in versi; ma la costituzione è piena d’arte e di magistero, come si legge in Virgilio e in Omero, e ne l’Africa del Petrarca, dopo loro: il quale tanto superò Silio ne la costituzione de la favola, che non si può dubitare qual sia miglior poeta; quantunque l’uno nascesse inanzi la corruzione, e l’altro dopo la corruzione de la lingua romana.</p>
               <p TEIform="p">Soggiunge il Lombardello questa divisione: “Tutte le favole (pigliando questo vocabolo in genere) son raccontamento di cose o vere e verisimili; o vere e non verisimili; o verisimili e non vere; o non vere e non verisimili: e questa divisione si potrebbe peraventura sottodividere, e i suoi membri accoppiare, e separare in altri modi.” Ma io non mi risolvo, se queste divisioni sian del genere ne le specie, come par che voglia il Lombardello; o più tosto de l’equivoco: perciochè le cose vere sono per natura assai prima de le verisimili; laonde di loro peraventura non è un genere comune. E quantunque l’autore ad Erennio dica, che la favola non contiene cose vere nè verisimili; nondimeno chiama favola quella che da’ greci si direbbe <foreign lang="gre" TEIform="foreign">lógos</foreign>, voce di varia significazione; de la quale Aristotele non parla ne la Poetica, quasi ella non appartenga al poeta. Ma nel secondo de la Retorica dice, che la parabola e ’l <foreign lang="gre" TEIform="foreign">lógos</foreign> sono una parte de l’esempio,  il quale è un de gl’istrumenti propri de l’oratore: ma quella che  è una parte de la tragedia, che le dà qualità, da Aristotele è chiamata <foreign lang="gre" TEIform="foreign">múthos</foreign>. È dunque <emph TEIform="emph">favola</emph> ne la nostra lingua, nome equivoco; e da noi si prende nel significato nel quale Aristotele la prende ne la Poetica: e si potrebbe chiamare da’ latini <emph TEIform="emph">argomento</emph> ancora; quantunque questo nome da l’autore ad Erennio sia appropriato a la commedia: perch’egli il diffinì una cosa finta, la qual nondimeno si possa fare. Ma peraventura è differenza fra gli argomenti de la comedia e le favole de la tragedia: perchè gli uni sono finti dal poeta; gli altri, cavati per la maggior parte da l’istoria, o da la fama: quantunque alcuna volta questi ancora si fingono, come finge Agatone quello de la sua tragedia, intitolata il Fiore; la qual, com’io immagino, doveva esser fior di bellezza e di grazia. Lasciarem dunque quel membro de la divisione – “non vera e non verisimile,” – a gli oratori, come parte de l’esempio. Ma pur alcuna volta i poeti se ne servono; come Stesicoro, che racconta la favola del cavallo, il qual, per prendere il cervo, si lasciò domare da l’uomo. Et Esiodo, volendoci dimostrare che l’uomo non dee ripugnare a’ superiori, recitò quella de l’usignuolo; il quale, con mal consiglio, ripugnò a lo sparaviere, nè gli volle concedere la palma del canto. Orazio n’usò molte, ch’erano finte da gli antichi. Tuttavolta, alcune di queste, o de l’altre sì fatte, non son parte che dia qualità a la favola; quantunque Demetrio Falereo, nel libro ch’egli scrisse de la Elocuzione, le chiami co ’l nome <foreign lang="gre" TEIform="foreign">múthos</foreign>, non con quell’altro  <foreign lang="gre" TEIform="foreign">lógos</foreign>, usato da Aristotele ne la Retorica. E questo  io dico, acciochè Vostra Signoria consideri con quale esempio,  o con qual autorità il Lombardello abbia fatta questa  equivocazione; perciochè non è ragionevole c’uomo pieno di  tante lettere abbia scritto a caso in simil materia.</p>
               <p TEIform="p">Ma consideriamo gli altri membri de la divisione; e prima, il primo, – “vero e verisimile;” – del quale non so qual esempio sia fra gli antichi, nè con qual ragione si possa formare: perchè essendo le cose tutte vere, par che non si lasci gran luogo a l’invenzione; com’io scrissi molti anni prima che ’l mio poema fosse stampato, in un discorso che non fu da me condotto a perfezione. Ma s’egli vuole intendere, che parte de le cose trattate ne la favola sian vere, e parte verisimili; o parte vere, e tutte verisimili; n’abbiamo l’esempio di Omero e di Virgilio, principi de’ poeti, i quali io seguito, come a lui pare. E la ragione è, perch’è maggiore la lode del ritrovare ove è minore la licenza del fingere. Ma de gli altri due membri: – “o vere e non verisimili; o verisimili e non vere;” – io dubito in questo modo, non con la dottrina d’Aristotele, ma con quella di Parmenide e di Platone; perciochè io argomenterò del vero in quella guisa ch’egli argomentò de l’uno. Et argomentando io dico: Se ’l verisimile non è vero, e ’l vero non è verisimile, conviene c’altra sia la natura del vero, altra quella del verisimile; perciochè se fosse la stessa, il vero sarebbe verisimile, e ’l verisimile vero. Ma se ’l verisimile è altro che ’l vero, convien ch’egli sia estraneo: ma le cose estranee sono aliene; e l’aliene, dissomiglianti: laonde, se ’l verisimile è altro che ’l vero, è dissimile dal vero; e s’è dissimile, non è simile. Il verisimile dunque non è verisimile. E se questo è sconvenevole, il vero avrà somiglianza con se stesso; secondo la quale l’altre cose saranno da lui dissimili, ed egli dissimile a l’altre. E se al vero conviene la dissomiglianza con l’altre cose, gli converrà la somiglianza con se stesso: e per questa cagione è necessario, che ’l vero abbia similitudine con se medesimo. Ma in queste opinioni non sono peraventura così discorde da me stesso, ch’io non possa esser meco d’accordo.</p>
               <p TEIform="p">Or passiamo a la sottodivisione de l’ultimo membro, fatta dal Lombardello: “Le favole non vere e non verisimili sono di tre maniere; perchè v’ha di quelle che raccontan cose, a la verità e verisimiglianza de le quali ripugna la natura d’esse, perchè non son possibili: come a dir, che le pietre parlino, e gli animali privi di ragione favellino, ec. Altre raccontan cose che ’l comun senso de gli uomini non vuole intendere: come dire, che ci sian certe ninfe le quali s’accompagnino con uomini; che si trovino uomini figli de’ demoni, o anche de’ cavalli; e c’un combattente di colpo di lancia passi da banda a banda un uomo armato, ec. Altre finalmente raccontan cose, de la vanità de le quali gli uomini sagaci si ridono, e i buoni si sdegnano e sturbano;” e quel che segue. Intorno a la quale subdivisione mi pare degno di considerazione quel ch’io scrissi ne’ miei libri del Poema eroico: io dico la maniera d’accoppiare il verisimile co ’l maraviglioso; de la quale niuna altra più artificiosa può essere usata dal poeta: perchè devendo esser l’uno e l’altro ricercato nel poema, è talora separato, avegnachè il verisimile non sia maraviglioso, e ’l maraviglioso non sia verisimile; ma allora il poema è ne la somma perfezione, che queste cose insieme s’accoppiano, e si possono in più modi congiungere. E l’uno d’essi nasce da la fede che ciascuno ha ne la sua religione: perchè credevano que’ gentili che nacquero dopo Tuzia, ch’ella riportasse dal fiume acqua co ’l cribro, e che l’altra fermasse la nave: e potevano credere tutte le cose a queste somiglianti, come noi crediamo i miracoli del vecchio Testamento, e del nuovo: i quali son veri, non che verisimili; perciochè è vero che Iddio possa far tutte le cose; e verisimile, che ne faccia molte. E quantunque sia vero quel che dice Alessandro Afrodiseo, che le cose per natura siano impossibili a gli iddii; non debbiamo però noi cristiani intender questa proposizione del sommo Iddio, come egli intese, che non lo conobbe di potenza infinita; ma de’ demoni, i quali non posson da se stessi far le cose che per natura sono impossibili. Ma come disse Platone: “Non è possibile, o Teodoro, ch’i mali sian cancellati; perchè è necessario che sempre ci sia qualche contrario al bene: nè quelli hanno luogo appresso a gli iddii; ma si girano attorno a questa natura mortale, ed a questo luogo.” Al sommo Iddio nondimeno è possibile di cancellare il male; perchè egli con la sua morte distrusse la morte medesima, e cancellò il peccato. Nè Platone portò altra opinione, quantunque Alessandro gliele attribuisca, dicendo “ch’è impossibile che quello che per natura si può corrompere, sia proibito da la corrozione: perciochè è necessario che ’l corrottibile si corrompa, ed impossibile che non si corrompa; perchè in questo modo sarebbe corrottibile e incorrottibile.” Ma si può rispondere, ch’il mondo, che per sua natura è corrottibile, è incorrottibile per la volontà d’Iddio: e non implica contradizione, come parve ad Alessandro, l’essere corrottibile in un modo, e nell’altro incorrottibile. La sua dottrina nondimeno non dee esser in tutto riprovata, nè ’n tutte le cose: perciochè l’impossibile è doppio; altro per natura, altro per impedimento: e fino a questo termine, dice il vero Alessandro. Ma quel che per natura è impossibile, è possibile per volontà d’Iddio; come fu possibile che ’l sole si fermasse a’ preghi di Giosuè: ma l’impossibile per impedimento, può facilmente esser fatto da gli uomini, non sol da gli angeli e da’ demoni, rimovendosi gl’impedimenti.</p>
               <p TEIform="p">Soggiunge appresso il Lombardello: “Avendo fatta invenzione d’egloghe, pastorali e piscatorie; commedie, rusticali e civili; satire sceniche, e di tragedie e di poemi eroici; che tutti questi poemi hanno per fondamento il verisimile.” Ne la qual opinione egli s’inganna: perchè il vero è così fondamento de la tragedia e del poema eroico, come il verisimile de la comedia e de le favole pastorali e piscatorie; o più tosto, il verisimile non è fondamento in modo alcuno: perchè il verisimile risponde per proporzione al bene apparente, sì come il vero al bene: e se ’l bene apparente non può esser fondamento, non può alcuno fondarsi su ’l verisimile. Dunque le egloge, e le favole boscareccie e maritime, o pur i libri che son chiamati di battaglia, non hanno fondamento; perchè son poesie vane, e, come disse quel poeta,
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                     <l part="N" TEIform="l">Sogni d’infermo, e fole di romanzi:</l>
                  </quote>
o pur se l’hanno, hanno il fondamento su ’l vero; perchè, se ’l vero non fosse, non sarebbe il verisimile: e quella cosa, al cader de la quale l’altra è ruinata, è suo fondamento. È dunque il vero fondamento di tutte le verisimiglianze: e deverebbe farcene accorti l’uso de’ poeti, i quali hanno qualche fondamento sovra la verità, chi più e chi meno: e migliori sono quelli che hanno più saldo fondamento; peggiori quelli che l’hanno più debile; ma debilissimo è quello de le commedie e de le favole pastorali; perciochè non rappresentano le vere azioni, ma solamente le vere città e i veri paesi, come l’Andria e gli Adelfi che si fingono in Atene; e l’Arcadia, che si chiama dal luogo. Men debile è quello d’alcuni scrittori, i quali, oltre i luoghi, hanno alcune persone vere; sì come Carlo ed Orlando e Desiderio e Turpino nel Furioso: e miglior sarebbe, se fosse maggior il numero; e molta loda merita quel poeta, per la buona cosmografia: per la quale mio padre la merita similmente. Nè senza molto giudicio volle dare i veri nomi a que’ paesi che l’avevano finto; come l’hanno molti romanzi, ne’ quali si fa menzione d’alcuni regni di cui non sappiamo alcuna cosa per istoria o per relazione. E se a la universale geografia si aggiunge la descrizione de’ luoghi particolari, detta da’ greci topografia; o quella de le regioni, che si dice corografia, come aggiunse Eliodoro ne le sue favolose istorie d’Etiopia; molta loda e molto ornamento s’accresce a la composizione. Ma poniamo fine a questa parte con questa conclusione: che tutti i poemi abbiano qualche fondamento de la verità; chi più e chi meno, secondo che più e meno participano de la perfezione. Dee nondimeno aversi avertenza: che sì come tutta la fabrica non è fondamento, così peraventura tutta l’azione non dee esser vera, ma lasciarsi la sua parte al verisimile; il quale è proprio del poema: perciochè, se tutta l’azione fosse vera, la cosa fondata sarebbe de l’istesso genere co ’l fondamento; ma non dee essere del medesimo, ma del simile, come dice Simplicio ne’ libri medesimi.</p>
               <p TEIform="p">Segue appresso la subdivisione di quel membro, – “di favole che son vere e non verisimili,” – in quattro schiere: ne le quali si dicono molte cose che noi in parte abbiam riprovate; in parte accettiamo, come ben dette.</p>
               <p TEIform="p">Resta che si considerino quelle parole ch’egli dice, parlando de gli effetti naturali: “Sebben tali cose non son verisimili, tuttavia son credibili:” – le quali io non concedo così facilmente; perciochè quando Aristotele dice, ch’è meglio far le cose verisimili e non vere, che vere e non verisimili, non parla de gli effetti naturali, ma de l’azioni de gli uomini: ne le quali il vero e ’l verisimile si considera diversamente; come si può mostrare con l’esempio di quell’antico retore nel giudizio tra il robusto e ’l timido, e ’l debile, ma ardito, che l’aveva battuto: nel quale egli consigliava c’alcun di loro non devesse dir il vero, ma il verisimile che potesse esser creduto. Ma per questa ragione il verisimile e ’l credibile sarebbe l’istesso: nè stimo che si raccolga il contrario da Aristotele. Ma da Cicerone si può raccorre, ch’il credibile appertenga più a l’oratore; perch’egli è parte del probabile: ma ’l verisimile è del poeta, il qual molte volte non cerca di persuadere, pur che diletti: nè si cura che le cose sian credute, ma ch’elle piacciano: nè tanto fugge la menzogna, quanto la sconvenevolezza, ch’è ne la menzogna; e cerca d’occultarla, o almeno di colorirla in molti modi; acciochè, s’ella è pur conosciuta, non sia almeno biasimata. E se ’l poeta ha mai considerazione al credibile, io stimo ch’egli no ’l consideri per sè, ma per accidente: ma l’oratore il considera per sè, e principalmente. Sono dunque in ciò molto differenti.</p>
               <p TEIform="p">Dice ancora il Lombardello: “Ch’i raccontamenti verisimili e non veri... fanno quell’eterno e limpidissimo fonte, onde i poeti d’ogni genere son poeti per la favola poetica: ma quivi s’è tratto la sete il Tasso, scrivendo il suo poema.” Ed io rispondo, che il vero è quell’eterno fonte il quale non si secca per estate, nè cresce per verno: ma i torrenti del verisimile corrono alcuna fiata assai gonfi e torbidi; e possono facilmente seccarsi; e l’acqua loro non è tale che tragga mai la sete: la quale non dirò d’avermi tratta a’ fonti de le scienze, mescolando il lor liquore con quel del piacere, come si legge nel Filebo di Platone; ma certo v’ho bagnate le labra: benchè nè questo nè quello sia bastevole; ma solamente l’acqua che fu promessa a la Samaritana, de la quale chi bee, non ha sete in eterno.</p>
               <p TEIform="p">Segue la conclusione del Lombardello: “Ma favola fondata su ’l vero e su ’l verisimile:” – la quale io non lodo intieramente; perciochè, quantunque la fabrica sia de le verisimilitudini che sono insieme congiunte, il fondamento nondimeno è de la verità; e non è falsificata l’istoria, come alcuno dice: perchè sì come il falsificatore de le monete, le spende per monete; così, s’io la falsificassi, la venderei come istoria. Ma io dico ch’ella è poesia, e ’l provo con manifeste ragioni. E s’ella è poesia, non è istoria: e non essendo istoria, non può esser falsificata istoria. Ed oltre a ciò, se questo non fosse un di que’ luoghi notati da Aristotele ne’ libri de l’Interpretazione, ne’ quali il predicato ripugna al subietto; come dicendosi, uomo dipinto o morto: ma se l’istoria falsificata è istoria alterata, come vuol il Lombardello, non ripugna a l’istoria l’esser alterata, come non ripugna a l’uomo; nè ogni alterazione fa imperfetto l’alterato. Ed oltre a ciò ne la falsificazione si mescola il rame con l’oro e con l’argento: ma in questa poesia si mescola con l’istoria l’allegoria, la qual per l’alte significazioni è degna di maggiore stima; onde ben disse il Trapezontio, ch’il dir allegoricamente le cose grandi appertiene a la forma de la dignità, come tutti i principi de la teologia hanno inteso, non solo veramente, ma fintamente e falsamente: e Demetrio disse prima di lui; che l’allegoria è un non so che di ampio; che i misteri si dicono ne l’allegorie. Ma sant’Agostino disse meglio di tutti; che l’allegoria non è falsa, perchè significa. Dunque non son falsificatore, ma poeta, come pare al Lombardello stesso; il quale spiega con molte parole gli argomenti di tutti i miei canti, per dimostrare quanta picciola parte abbia l’istoria fra la poesia. Ma s’ella era poesia, non istoria, non deveva concedere le sue ragioni a l’istoria; e particolarmente quelle che riguardano a l’ottimo ed a l’eccellentissimo: le quali son proprie de la poesia, o almeno le prende da la filosofia, se pur l’una non è la medesima che l’altra, come parve a Massimo Tirio. E perchè si prendon da la filosofia particolarmente le cose appertenenti a’ regni ed a’ governi, si doveva far un capitano de l’esercito, ed un re di Gerusalemme: perciochè è sempre mala cosa la moltitudine di chi comanda. Ma in ciò la filosofia non è discorde da l’istoria. Nè doveva dubitare il Lombardello, se Latino re de gli Aborigeni, e Turno, e Mezenzio, fossero al mondo; perchè queste cose sono descritte da Tito Livio, e da Dionigi Alicarnasseo ne le Antichità di Roma: ma di Camilla poteva ben dubitare; de la quale io non mi ricordo che si faccia menzione: e fu, se non m’inganno, una de le persone finte da Virgilio. Nè importa se gl’istorici, che noi leggiamo, fossero inanzi o dopo; perchè gl’istorici che nacquero dopo lui, non seguirono la fama, ma gli scritti de’ più antichi, come si potrebbe provar con molti argomenti. Ma perchè il signor Lombardello mi ripiglia in molti luoghi, ch’io abbia avuto poco riguardo a l’istoria: io confesso d’essere stato, come disse quel poeta, audace per la gioventù: ma l’audacia non fu senza esempio, nè senza ragione; nè l’esempio, senza autorità; nè la ragione, senza fede. E s’io vorrò paragonare il mio poema con quello d’Omero e di Virgilio, posso affermare di non aver più variate le istorie de’ cristiani, ch’essi variassero quelle de’ gentili: ma s’io ne farò paragone con l’azione di Giustiniano e di Belisario, scritte dal Trissino; di Carlo, trattate dal Boiardo, da l’Ariosto e dal Danese; senza fallo la mia poesia è più conforme a l’istoria, che non è alcuna di queste altre. Ma se la comparazione non si dee fare tra gli altri poemi d’istoria sacra ed ecclesiastica, e la mia Gerusalemme, perchè non è d’istoria ecclesiastica, nè forse di sacra, quantunque la guerra sia chiamata sacra (come disse, per mia difesa, non sol dottamente, ma amichevolmente il signor Silvio Antoniano); e s’ella pur si facesse contra ’l mio volere, come ne son state fatte de l’altre; agevolmente concederei, che nel mio fosse molto maggior la varietà o l’alterazione; ma non concederei di leggieri, che fosse stata maggior l’audacia: perchè importa più l’alterare un sol detto di Cristo, o appertenente a Cristo, che mille azioni di Giustiniano, o di Carlo, o di Goffredo; i quali furono uomini valorosi, e principi religiosi, e, se vi piace, santi: pur sovra la santità loro non è fondata la nostra fede, ma su la vita e su la dottrina di Cristo. Nondimeno il Vida nel suo poema, la costituzione del quale è molto lodata da lo Scaligero, introduce un ragionamento di Giuseppe a Pilato, del nascimento di Cristo e di tutta la sua vita; de la quale non si legge pur una parola ne la Scrittura: ma ’l difende l’autorità di Gregorio Nazianzeno, al quale tutte le ragioni debbono cedere, quantunque tutte combattano in suo favore; perchè la costituzione de le cose assai più lodevole è ne’ versi di Gregorio, che non fece il poema epico, come il Vida, ma semplicemente drammatico, o rappresentativo; giudicando che questa maniera fosse più atta a movere orrore e compassione: e non s’ingannò punto nel giudicio. Laonde per opera sua leggiamo una tragedia cristiana, la qual supera tanto ne la dignità tutte le tragedie de’ gentili, chè non si può mettere in dubbio l’artificio.</p>
               <p TEIform="p">Or passiamo a la terza opposizione (perchè ne la seconda il Lombardello difende la mia parte): “Ch’è un poema sproporzionato, stretto, povero, sterile, asciutto, noioso, e spiacevole:” – ne la quale non confesso di non intendere quel che dica l’oppositore, ma d’intendere ch’egli non dice cosa alcuna di rilievo. Ma se fosse vero c’alcune parti sono trattate distesamente, ed altre si vedono a pena accennate; non farei cosa, che non facciano i pittori con gli scorci de le membra, ne’ quali si scuoprono, più ch’in tutte l’altre, l’arte de la pittura e l’eccellenza del maestro: perciochè non tutte le parti debbono esser trattate egualmente; ma alcune illustrate, altre più tosto accennate, e, come disse Orazio,
<quote rend="block" lang="lat" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">... et quae</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Desperat tractata nitescere posse, relinquit.</l>
                  </quote>
La qual difesa è conforme a quella del cavaliero Salviato, a cui ha tanto obligo la toscana lingua.</p>
               <p TEIform="p">È la quarta opposizione: “Che ’l mio poema sia privo d’invenzioni maravigliose.” Ma se a l’oppositore non paiono maraviglie quelle de’ magi e de gl’incanti, devrebbono almeno parergli maraviglie quelle de gli angeli: e s’egli ricerca più tosto la maraviglia, la qual nasce da le mutazioni de la fortuna e da’ riconoscimenti, la potrà ritrovare ne’ casi d’Erminia e di Clorinda. Ma in questa parte a bastanza sono stato lodato, non che difeso, dal Lombardello; come che ne l’altre egli assai spesso usi di mordermi.</p>
               <p TEIform="p">Segue la quinta opposizione: “Che questo poema non possa esser inteso da l’universo:” – la quale nè so bene s’ella sia opposizione, o lode più tosto; se nasce non per l’oscurità de lo stile, ma per l’altezza de’ concetti: perciochè Pitagora disse di cantare a’ prudenti, e Platone volle che questa maniera di poesia fosse convenevole a l’età matura. E quantunque io scrivessi in una mia lettera al signor Giulio Caria, che ’l mio poema era fatto a’ belli ingegni; ebbi nondimeno riguardo a quel detto d’Aristotele ne’ libri morali, ov’egli parla de l’auditore che lor conviene; e dice, che non importa ch’egli sia vecchio d’età o di costumi. Laonde si può fingere, come accenna il Petrarca, dicendo:
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                     <l part="N" TEIform="l">Pensier canuti in giovenil etate.</l>
                  </quote>
Ma perchè dice il Lombardello, che gli spiacerebbe che la cagion di questo fosse lo stil laconico, distorto, sforzato, inusitato ed aspro; io non riconosco queste condizioni in guisa nel mio poema, che ’l lettore ne debba rimaner offeso: ma alcune d’esse sono state usate da me a bello studio. E prima, de la brevità rammentisi quel che ne scrive Demetrio Falereo in queste parole: “I piccioli membri si possono usare anche ne la grave forma di parlare; perch’è più grave quel che appare molto nel poco, e più veemente: laonde i laconici sono brevi parlatori.” E che la forma grave possa mescolarsi con la magnifica e con l’ornata, egli medesimo ce l’insegna poco appresso con queste parole: “Non si mescola ogni forma; ma l’ornata con la tenue, o con la magnifica; e la grave ne l’istesso modo con ambedue. Sola la magnifica con la tenue non si mescola; ma sono quasi avversarie, e poste a l’incontro.” Ma il parlare distorto nasce per la mutazione de’ casi: la qual figura è chiamata da Demetrio antipalage, recando un luogo del duodecimo de l’Odissea; dove Circe, mostrando ad Ulisse i luoghi pericolosi, descrive due scogli, dicendo ***: ma per la consuetudine del parlar deveva più tosto dire ***. Ed altrove dice, che i casi obliqui fanno più grave l’orazione de’ retti, adducendo l’autorità di Senofonte. Ma più chiaramente si raccoglie da Ermogene, quel che sia distorcimento di parlare: la qual figura da lui è detta <foreign lang="gre" TEIform="foreign">plaghiasmós</foreign>, e da’ latini  si direbbe <emph TEIform="emph">obliquazione</emph>; perciochè si fa co’ casi obliqui,  e s’oppone a la rettitudine, che si fa co ’l retto. Ed oltre  queste due cagioni del parlar distorto, io dico la mutazione  de’ casi e l’uso de gli obliqui, non so che sia ripreso nel  mio poema: e s’io non usassi l’antipalage nel detto modo, ma la mutazione de’ casi in alcun’altri; ricordinsi quel che dice Demetrio ne l’istesso luogo: che tutto quello ch’è fatto vulgare per consuetudine, è vile ed abietto. Le quali parole bastano per risposta a l’<emph TEIform="emph">inusitato</emph>. Ma si risponde ancora con quell’altra autorità pur del Falereo: che l’elocuzione ne la forma magnifica conviene che sia separata da l’ordinario, e mutata, e fuor de la consuetudine; ed in questo modo sarà gonfia: ma la propria elocuzione, e secondo la comune usanza, sempre sarà piana ed abietta. Ed oltre questa, ci sarebbono molte risposte a l’istessa opposizione, le quali trapasso per brevità. Ma quello chiami colui stilo sforzato, non mi ricordo d’aver letto: ma s’alcun usa lo sforzo, nasce forse da le predette cagioni; perciochè tutto quello ch’è distorto, è sforzato e violento: ma de’ nomi aspri, dice il Falereo che generan grandezza: laonde Tucidide sceglie i nomi simili a la composizione, e la composizione a’ nomi; ed Ermogene ancora vuol che l’asprezza sia una de le sei forme, da le quali è contenuta la grandezza de l’orazione.</p>
               <p TEIform="p">Segue la sesta opposizione: “Che sia di favella troppo culta, e massimamente ne le persone rozze ed inamorate.” Ma se ’l Lombardello stima ch’io a bastanza abbia risposto; io porto la medesima opinione: però mi par soverchio di replicar le cose dette.</p>
               <p TEIform="p">A la settima, non posso rispondere cosa alcuna; perchè a chi nulla prova, nulla si risponde: ma posso affermare di non aver usata alcuna parola pedantesca, se viziose sono le pedantesche, e diverse da le latine: niuna lombarda, de le quali usò molte Dante, e molte l’Ariosto: niuna latina, se non laudevole; quantunque egli numeri fra le latine molte di quelle che il Petrarca, e ’l Bembo, e monsignor de la Casa usano più volentieri de le pure toscane: niuna nova, o composta, se non laudevolmente: niuna impropria, se non metaforica: niuna innovata, in guisa che paia di lingua tedesca o schiavona: niuna di suono così spiacevole, come mostra di credere. Ma fra tante maledicenze, a me pare che siano alcune laudi, de le quali non s’accorge; perchè l’usar le parole straniere le nuove e le composte e le metaforiche, sono tutte lodi; e tutte lodi date da Aristotele, da Demetrio, da Cicerone, da Dionigi Alicarnasseo, da Ermogene, da Quintiliano, dal Trapezontio, e da Giulio Cesare Scaligero, a’ poeti ed a gli oratori ed istorici: e se il prender le voci da’ latini è stato lecito a gli altri, devrebbe esser lecito a me similmente: e tanto a me più che a molti, quanto le cose scritte da me sono in maggior numero; e maggiore è la diversità de le materie ch’io ho trattate. E se ’l Lombardello gli chiude la bocca, come dice, potrebbe farlo in altri modi; ed a lui più conviene, che a me stesso.</p>
               <p TEIform="p">Passiamo a l’ottava: “Che i versi sian aspri e saltellanti.” Ne la quale assai bene risponde il Lombardello. E di vero, s’egli n’avesse addotto alcuno, se ne trovarebbe esempio di sì fatti ne gli autori toscani; fra’ quali non è maestro del dire, che parli di questo saltellar del verso: ma fra’ latini ne parla il Trapezontio, e dice che gl’incisi, che da’ greci fur detti <foreign lang="gre" TEIform="foreign">kómmata</foreign>, son cagione ch’i versi paiano <foreign lang="lat" TEIform="foreign">salientes</foreign>, o saltellanti, come direbbono i toscani. Laonde non sarà maraviglia che ci siano de’ versi sì fatti, i quali possano alcuna volta essere usati artificiosamente.</p>
               <p TEIform="p">Ed a la nona: “Che la elocuzione potrebbe esser più chiara, e più florida;” per la quale l’oppositore non mostra d’aver letto, che la soverchia chiarezza fa l’orazione umile. Ma io non intendo se per chiarezza intenda la facilità, o quella che da’ latini è detta perspicuità, o pur lo splendore, per così dire, de l’orazione: se intende la facilità e la perspicuità, io confesso che potrebbe esser maggiore, perchè queste forme convengono ad umil dicitore; e dovrebbe ricordarsi di quel che dice il Vittorio sovra Demetrio, che l’oscurità genera la grandezza de l’orazione; ma se egli per chiarezza intende lo splendore de la favella, non gli concederò di leggieri quel che m’oppone; nè ancora, ch’il poema non sia fiorito a bastanza; o sia la fioritezza una forma per se stessa, e la medesima che la ornata, la qual da’ greci è detta <foreign lang="gre" TEIform="foreign">glaphurós</foreign>, come vuole il  signor Pietro Vittorio; o sia effetto de la fortuna, come  piace a lo Scaligero: ma qualunque sia vera di queste  opinioni, certo in questa maniera di poemi o di stili non  si conviene il riso, o i ridicoli che dal Morgante e dal  Boiardo e da l’Ariosto sono usati; ma le grazie e le venustà.  Laonde prego Vostra Signoria che voglia considerare quel che ne scrive Demetrio; perchè non le mancherà giudicio, come non le manca intelligenza in tutte le nobili operazioni, ed in tutte l’alte contemplazioni: nè si maravigli s’io propongo Demetrio; perch’egli uscì da la scuola de’ peripatetici, da la quale io son uscito più tosto che da quella de’ retori; e fu discepolo di Teofrasto, come a la dolcezza del parlar si può conoscere.</p>
               <p TEIform="p">A la decima opposizione, ch’è de la sentenza, abbastanza fu risposto ne l’Apologia, se pur non fu detto soverchio. Ma ch’io abbia voluto gareggiar con Dante, con l’Ariosto e co ’l Poliziano, e ch’io abbia perduto; è opposizione che non merita risposta da me; non adducendo massimamente alcuna ragione, se non il semplice suo parere.</p>
               <p TEIform="p">E similmente l’altre che seguono: “Che nel mover gli affetti io sia infelice, e ne le comparazioni basso e pedantesco:” – le quali parole son dette con molta passione, e senza alcuna pruova. Laonde io, che non ho proposto di rispondere se non a gli argomenti, ho frenato l’affetto quanto ho potuto, per non vincerlo di rabbia altrettanto, quanto mi pare di superarlo di ragione. Ma avendo io fatta la mia parte, lascio l’altra a’ padroni ed a gli amici; perchè a loro si convengono molte cose, che a me non sarebbono convenienti. E chi volesse impedirmi che non difendessi le mie composizioni, e chi mi costringesse a lodarle, m’offenderebbe egualmente. Ma tutte le cose hanno il suo tempo e ’l suo luogo.</p>
               <p TEIform="p">Pur non voglio lasciare la quartadecima a gli amici, quantunque potessi; perciochè a me si conviene, più c’a tutti gli altri, il mostrar di non aver voluto nuocere al mondo con mali costumi. Dico, adunque, che alcune persone introdotte nel poema non possono averlo migliore; nè devendo tutti essere eguali, gli altri gli hanno chi più lodevoli chi meno, come si conviene a ciascuno: ma non imito i peggiori, come hanno fatto molti moderni, senza aver riguardo a’ detti d’Aristotele; nè contamino il mio poema di que’ vizi, de’ quali Afranio, bruttando la comedia, fu ripreso da Quintiliano; nè cercai di mover a riso con alcun motto che rappresenti così fatta disonestà: onde, per questa condizione almeno, meriterebbe il mio poema d’esser imitato; e molti non lo meritarebbono. Ma le cose avvenire sono note a Dio solamente: e i prudenti, come è Vostra Signoria, ed altri pochi che sono in cotesta nobilissima città, ne possono aver qualche lontana cognizione. Ma già ho scritto più lungamente di questa materia, ch’io non pensava di fare in simile occasione. E s’io averò sodisfatto a Vostra Signoria senza offesa de gli amici suoi, non mi spiacerà d’aver presa questa fatica: nè a lei deverà dispiacere ch’io abbia usata non minor libertà nel rispondere, che ’l Lombardello nel movere i dubbi; perchè s’è lecito con la forza ributtar la forza, non dee meno esser conceduto il far resistenza con la ragion vera a l’apparente.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">435</head>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. FERRARA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Se avete fatto ricopiare il mio discorso per mandarlo al signor Maurizio, fate conciar quattro luoghi: l’uno, ove dice “corografia,” conciate “topografia;” l’altro, nel quale è scritto “Clelia,” conciate “Tuccia;” nel terzo, ove parlando di Demetrio dico, ch’egli è discepolo d’Aristotele, conciate “discepolo di Teofrasto;” il quarto, ove dice “nè brutto il poema,” conciate “nè contamino il poema,” ovvero “nè imbratto.” Ma non è forse necessario che il mandiate inanzi la vostra partita, e mi par che possiate aspettare. Vi prego che diate l’inchiusa al signor Antonio mio nipote. Di Sant’Anna, il 10 di novembre 1585.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">436</head>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONINO SERSALE. FERRARA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non soglio aver mai piacere, che non sia accompagnato da maggior dolore; come ho sentito nel vostro ritorno: perchè più mi dispiace il vostro male, che non mi piace la venuta; e s’a me non fosse più difficile l’uscire di prigione, che a voi il levarvi di letto, sarei venuto senza alcuno indugio a vedervi. Ma voi potete sapere quante difficultà e quanti impedimenti io soglio avere; i quali non potrei superare, senza l’aiuto di mon signor Licino. Fate, dunque, ch’egli mi cavi in tutti i modi, com’ha fatto de l’altre volte, e mi conduca a vedervi; già che so che sete in casa di suo fratello: e s’è necessario, ne potrà parlare co ’l signor Marcello; e voi glie ne potrete scrivere: perchè è meglio abondare in questi uffici, che mancare. E s’in me è alcun mancamento, è difetto più tosto de la fortuna, che de la volontà: la quale essendo conosciuta da voi, farete tutto quel che sarà possibile, accioch’io venga a ricever questa consolazione ch’io non posso aspettare. E ve ne prego per l’amor che portate a vostra madre: perchè non so pregarvi per altra cosa che vi debba esser più cara. State sano. Di Sant’Anna.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL CAVALIERE ENEA TASSO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">È passato un mese, e tosto passerà l’altro, che don Giovan Battista Licino mi mostrò una lettera dettata da Vostra Signoria, ma non scritta di sua mano, la quale aveva al collo per la caduta da un cavallo, come scriveva il suo giovane; il quale credo che non l’avrebbe fatta senza sua commissione. E perciochè ne la lettera scriveva, che monsignor suo fratello aveva supplicato Sua Altezza che io gli fossi conceduto, sono stato aspettando di vederne l’effetto; il quale non è ancora succeduto: nè i miei travagli hanno avuto alcun termine, come scriveva; nè pur ho veduto alcun principio di mutazione in meglio: anzi le cose peggiorano molto; perciochè il diavolo, co ’l quale io dormiva e passeggiava, non avendo potuto aver quella pace ch’ei voleva meco, è divenuto manifesto ladro de’ miei danari, e me gli toglie da dosso quand’io dormo, ed apre le casse, ch’io non me ne posso guardare. E quantunque abbia rubato discretamente, non mi fido che non voglia farlo del resto: però mando a Vostra Signoria l’avanzo de’ danari donatimi dal signor principe di Molfetta, e da quello di Mantova, dal signor Paolo Grillo, e dal signor marchese d’Este; e sono in tutto ventiquattro scudi d’oro, due zecchini, e quaranta ducati di piastre, ciascuna de le quali ne val mezzo. Io gli darò oggi a don Giovan Battista Licino con uno scritto di sua mano; e, se vi sarà testimonio, con quel del testimonio, il quale è soverchio, perchè dovrei fidarmi de la sua fede: nondimeno seguirò l’uso, per non far torto a gli altri co’ quali avessi da trattare. E prego Vostra Signoria che m’avvisi d’averli ricevuti, e che faccia ufficio perch’io esca di mano del diavolo co’ miei libri e con le scritture, le quali non sono più sicure de’ denari. E se la cosa non fosse certa, o non fosse così grande e straordinaria, che dovesse muoverle a pietà, moltiplicherei le preghiere: ma basta ch’io la preghi per l’intrinsichezza ch’è stata fra suo padre e ’l mio; per la quale credo che non rispiarmerà alcuna de le sue raccomandazioni, che possa liberarmi da questa infelicissima prigione. E le bacio le mani. Di Ferrara, il 10 di novembre 1585, in Sant’Anna.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A ERCOLE TASSO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">La lettera di Vostra Signoria aspettata molti giorni, anzi mesi più tosto, non ha corrisposto al mio desiderio; perchè si rimette a la relazione del Licino, la quale io non ho interamente: oltre a questo, devendo io rimanere in questa o in altra parte, avrei voluto vedere qualche picciolo effetto de la vostra liberalità ne le vostre nozze, o di quella de la signora vostra madre e de la signora sposa; perciochè era senza drappi e senza moccichini e senza cuffie, de le quali il signor Licino mi ha fatto donare da una gentildonna di questa città, tante che bastano: ma io non so se debba accettarle o rimandarle adietro; perchè da una parte e da l’altra mi persuadono alcune ragioni. Ma devendo venir verso coteste parti, come io desidero, vorrei che rinuovaste gli uffici con monsignor reverendissimo di Reggio; e gli faceste rinuovar dal signor Cristoforo vostro fratello, acciochè seguisse l’uno de’ duo effetti; e quel più, che potesse esser più di vostra sodisfazione e di mio compiacimento, perc’a l’altre tante mie infermità se n’aggiunge una nuova; de la quale io credo che non mi possa risanare se non l’età o ’l mutar paese ed aria: ma basti averne tanto accennato. Desidero parimente di compiacervi in quel che mi scrivete del mio discorso: quantunque la distinzione che voi fate, non sia fatta da alcuno, che mi ricordi d’aver letto. Signor Ercole, io non voglio ridurle a memoria le cose passate; perchè avendola Vostra Signoria molto miglior di me, farei quell’ufficio c’a lei sarebbe più conveniente: ma questo non posso tralasciare, che debbo far giudizio de le cose avvenire da quelle che son passate; e creder che le medesime cagioni possano produrre i medesimi effetti. Vogliatemi bene, e favoritemi con le vostre lettere. Di Ferrara.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mando a Vostra Paternità la risposta c’ho fatta al discorso del Lombardello; e gliele dedico ancora: perchè non solamente le composizioni lunghe, ma le brevi ancora sogliono esser dedicate; come si fa de le piccole chiese e de le cappelle. Consideri dunque le mie ragioni ed insieme l’affezione ch’io le porto, nata da’ suoi meriti e da gli oblighi miei; perchè non potendo io manifestargliele in cosa maggiore, la scopro in quelle che posso, ed in quel modo che m’è conceduto. E le bacio le mani. Di Ferrara.</p>
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               <head TEIform="head">440</head>
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                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io credo che Vostra Signoria illustrissima abbia già ricevuti duo dialoghi ch’io le ho mandati; e forse saranno stampati, com’io vorrei: ma in tutti i modi avrò caro di sapere che le sian mandati con l’ultime lettere, ne le quali più le dimando che non mi promette; ma le mie dimande non debbono essere cagione, che non osservi le sue promesse. E non volendo accrescerle, per non obligarsi a cosa maggiore, non voglia almeno disciorsi da quell’obligo c’ha ciascuno di giovare a gli amici e servitori, come io le sono, e come le avrei mostrato con più vivi effetti, se me l’avesse conceduto o l’occasione o l’infermità; de la quale non spero miglior rimedio che la libertà: laonde prego Nostro Signore Iddio benedetto, che me ne faccia grazia; e Vostra Signoria illustrissima, che me ne sia favorevole quanto può. Fra tanto io le mando una canzona tragica in lode di tutta la sua casa. E la prego che mi sia così liberale di risposta, com’è stata l’altre volte. E le bacio le mani. Di Ferrara.</p>
               <ps>
                  <p TEIform="p">
                     <foreign lang="lat" TEIform="foreign">Post scripta</foreign>. Io non so se messer Giorgio sia ancora in Lombardia; ma non essendo partito, riputerei ventura di rivederlo. De le cose di Gerusalemme io non sono tanto informato, che non desiderassi di leggere Cirillo che ne fu vescovo; e pregherei Vostra Signoria illustrissima che me ne facesse ritrovar uno, se non credessi d’esser tosto liberato.</p>
               </ps>
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               <head TEIform="head">441</head>
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                  <salute TEIform="salute">A RODOLFO GONZAGA. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Niuna cosa può altrui promettere chi nulla può osservare, com’io; e se Vostra Signoria se n’è promesso oltre il mio proponimento, convien che prima mi faccia atto a pagare, e poi mi oblighi: perchè l’obligo senza le forze è troppo grave peso; nè dee da così cortese cavagliere, com’è Vostra Signoria, essere imposto ad uomo di così picciol valore, il qual conosce se stesso, e si duol di non poter molto servire, valendo poco. Ma non mi è negato ch’io non possa molto amare e molto onorare. Tolga dunque Vostra Signoria quella parte che dee più tosto, e si fraponga in guisa che non lasci a gli altri luogo d’interporsi, nè a me occasione di tacer la sua cortesia; ed avrà quella certezza de la mia volontà, che le dà l’animo suo medesimo. E le bacio le mani. Di Ferrara, il dì 15 di novembre del 1585.</p>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Scrissi iersera lungamente a Vostra Signoria illustrissima, e credo che da messer Luca le saran mandate le lettere, perchè le ho date ad un suo ragazzo, non pensando che dovesse tornar per esse; ma è ritornato, e movendomi quella difficultà di sant’Iacomo, non ha auto tempo d’aspettare che io ricerchi minutamente l’autorità de’ dottori che scrivono su gli Evangeli: ma perchè di questa cosa mi rimetto a Vostra Signoria illustrissima, può troncar quella parte a suo modo, o conciarla. Il dialogo de la Nobiltà è ne le sue mani: l’altro de la Dignità io ’l diedi a don Giovambattista Licino, e dovrà esser mandato a Vostra Signoria illustrissima, con una canzona. La prego a contentarsi che siano stampati: e le bacio umilmente le mani. Di Ferrara, il 15 di novembre del 1585.</p>
               <p TEIform="p">Nell’Aurea Catena si legge, che tre condotti sul monte fur senza peccato; laonde uno dovette esser il giusto: non si parla se non di quello che fu vescovo di Gerusalemme, e cognominato il Giusto. Ma Vostra Signoria muti come le pare.</p>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">A GIULIO SEGNI. BOLOGNA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vostra Signoria di nuovo chiede quel c’ho dato; non so, se perchè non l’abbia avuto, o se perchè voglia ricever doppiamente: ma pur ne l’un modo e ne l’altro voglio darle sodisfazione. E prima le dico, che ’l difetto è ne gli apportatori, non in me, c’ho sempre risposto a le sue lettere, e corrisposto a la sua intenzione. Dapoi le mando un’altra risposta; acciochè se la prima fosse smarrita, questa serva in quel cambio, sin che si ritrovi; co’ due sonetti, i quali vorrei che fossero eterni testimoni de l’affezione che mi porta monsignor reverendissimo Papio, degnandosi di visitarmi co’ suoi comandamenti, come Nostro Signore fa con le tribolazioni: perciochè de l’osservanza ch’io ho sempre mostrata verso la Sua reverendissima Signoria non possono rendere due sonetti intiera testimonianza; ma converrebbe farne i volumi intieri: e beati coloro a’ quali è conceduto di farlo! Io fra tanto bacio le mani a Vostra Signoria, e la prego che non voglia che manchino i suoi uffici dove potessero mancare le mie lettere. E viva felice. Di Ferrara, il 27 di novembre del 1585.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">La lettera di Vostra Signoria de’ 15 di novembre m’è stata data a’ 22, non dal signor Torquato Rangone, ma da Graziano; laonde non ho potuto rispondere così tosto, come avrei fatto: ma essendo venuto oggi vostro fratello a vedermi, rispondo brevemente; c’avrò grande obligo a’ miei signori parenti ed a cotesti signori capi del Consiglio, se faranno ufficio per la mia liberazione, de la quale sarebbe omai tempo ch’io vedessi qualche effetto dopo sì lunga espettazione. Aspetto dunque inanzi Natale la vostra venuta, e ve ne prego: e tanto sarà più opportuna, quanto più presta. E vi ringrazio, fra tanto, de la vostra cortese intercessione: ma la vostra cortesia non m’è nuova. Scriverò domani più a lungo, e darò tutte le lettere a vostro fratello, perchè il signor Torquato Rangone non si lascia vedere; e s’è necessaria la sua presenza, fate ufficio perch’egli venga a farmi questo favore, ch’io ricevo volentieri con quell’animo c’avrei sempre di farli piacere in tutte l’occasioni. Le dedicazioni e l’altre lettere saranno a vostro modo: ma non resto senza qualche picciol sospetto de la grazia del padre don Angelo Grillo, non avendo risposta: ma la mia conscienza m’assicura in guisa che ’l sospetto non è molto. Iddio non mi manchi del suo aiuto. E vi bacio le mani. Di Ferrara (27 novembre).</p>
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               <head TEIform="head">445</head>
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                  <salute TEIform="salute">AI CAPI DEL CONSIGLIO DELLA CITTÀ DI BERGAMO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Illustri signori, e padroni miei osservandissimi.</p>
               <p TEIform="p">Torquato Tasso, bergamasco per affezione, non solo per origine; avendo prima perduto l’eredità di suo padre, e la dote di sua madre, e l’antifato; e da poi la servitù di molti anni, e le fatiche di lungo tempo, e la speranza de’ premi, ed ultimamente la sanità e la libertà; fra tante miserie non ha perduta la fede la quale ha in cotesta città, nè l’ardire di supplicarla che si muova con publica deliberazione a dargli aiuto, e ricetto; supplicando il signor duca di Ferrara, già suo padrone e benefattore, che il conceda a la sua patria, a’ parenti, a gli amici, a se medesimo. Supplica dunque l’infelice, perchè le Signorie Vostre si degnino di supplicare a Sua Altezza, e di mandare monsignor Licino, o ver qualc’altro, a posta, acciochè trattino il negozio de la sua liberazione; per la quale sarà loro obligato perpetuamente, nè finirà la memoria de gli oblighi con la vita.</p>
               <p TEIform="p">Di Vostre Signorie illustri affezionatissimo servitore Torquato Tasso, prigione et infermo ne l’ospedal di Sant’Anna in Ferrara.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">446</head>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Scrissi ieri a Vostra Signoria quel che mi sovvenne: oggi le mando una lettera per i signori capi del Consiglio; fra’ quali s’è alcuno de’ signori miei parenti, particolarmente io me gli raccomando: e sollecito la spedizione del negozio quanto posso, perc’ogni tardanza può ricevere impedimento. Del signor cavalier Grumelli, e del signor Girolamo Benaglio ho amicizia, e ne spero favore. La lettera dedicatoria, e la cortese risposta al signor Cristoforo Tasso, la darò a vostro fratello con l’altre due ch’egli m’ha portate, perchè si stampino tutte insieme, e vi si mandino stampate. Mi spiace di non aver concio un errore ch’è nel dialogo de la Poesia toscana; perchè cinque sono le forme de’ terzetti, non quattro, come dice il Dolce. E l’una, ch’egli lassa, è questa:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <lg org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="lg">
                        <l part="N" TEIform="l">Lasso no ’l so; ma sì conosco io bene</l>
                        <l part="N" TEIform="l">Che, per far più dogliosa la mia vita,</l>
                        <l part="N" TEIform="l">Amor m’addusse in sì gioiosa spene:</l>
                     </lg>
                     <lg org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="lg">
                        <l part="N" TEIform="l">Ed or di quel ch’io ho letto mi soviene,</l>
                        <l part="N" TEIform="l">Che nanzi al dì de l’ultima partita</l>
                        <l part="N" TEIform="l">Uom beato chiamar non si conviene.</l>
                     </lg>
                  </quote>
Ne la qual si risponde co ’l primo verso del primo terzetto, al terzo, ed al primo ed al terzo del secondo; e co ’l secondo del primo, al secondo de l’altro. E perch’io non attribuisco questa forma al Petrarca, vorrei che fosse conciato: ed io mando le mutazioni, perchè ve le possiate incastrare a vostro modo. Fate ch’io conosca la vostra cortesia e la diligenza, come ho intese le parole e vista la presenza: e tornate con la spedizione. Al padre don Angelo non scrivo; perchè gli angeli posson esaudir le preghiere de l’animo, non sol quelle de la voce. A tutti gli altri amici e parenti bacio le mani: e mi raccomando a la vostra cortesia, ed a quella del signor Ercole Tasso; il qual se non è fra’ capi, potrà nondimeno sollecitare la spedizione. Vivete lieto. Di Ferrara (28 novembre).</p>
               <ps>
                  <p TEIform="p">
                     <foreign lang="lat" TEIform="foreign">Post scripta</foreign>. Fatevi mandar qualche copia de’ miei dialoghi, da donar al signor cavalier Grumello, al signor Benaglio, ed al signor Ercole Tasso.</p>
               </ps>
            </div2>
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               <head TEIform="head">447</head>
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                  <salute TEIform="salute">A GIROLAMO SOLZA. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io fo per consiglio del reverendo Licino quel c’avrei fatto per elezione propria, s’io fossi meglio informato de le cose di Bergomo; perciochè l’umanità di Vostra Signoria mi poteva dar ardimento di pregarla, nè me lo poteva torre alcun’altra cagione: ma benchè questo ufficio possa parer tardo, nondimeno la sua cortesia e la mia infelicità mi scuserà de la tardanza. La prego, dunque, che legga la mia supplica nel Consiglio di cotesta città, inducendolo a supplicare il signor duca di Ferrara, per l’uomo mandato a posta; acciochè Sua Altezza si degni di commandare che io sia liberato, in quel modo che ’l reverendo Licino mi scrive con due lettere; e mi conceda a la vostra città, che io posso chiamar mia patria, perchè fu di mio padre; e mia benefattrice chiamerò sempre volentieri, perchè non ho animo di ricusare, avendo animo di servire: ma non posso promettere alcuna cosa di me stesso per l’infermità, per la quale se non mi fosse caro di raccommandarmi a tutti voi altri signori, mi sarebbe necessario. A tutti dunque mi raccommando, e tutti gli prego; ma particolarmente Vostra Signoria che ha tanti meriti particolari, tante virtù e tanta eccellenza. E le bacio le mani, ed insieme a tutti gli altri, a’ quali il Signore Dio conceda ogni felicità. Di Ferrara, il 28 di novembre del 1585.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">448</head>
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                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mandai a Vostra Signoria illustrissima, queste settimane passate, cinquanta scudi d’oro, e moneta, perch’io non li posso tener sicuri: e credo che il signor Luca Scalabrino, al quale io gli diedi, li manderà a buon ricapito. Non dico altro, se non ch’in questa camera c’è un folletto c’apre le casse e toglie i danari, benchè non in gran quantità; ma non così piccola, che non possa scomodare un povero come son io. Se Vostra Signoria illustrissima vuol farmi la grazia di serbarmeli, me ne dia avviso; e frattanto ch’io provvedo d’altro, sia contenta di pigliarli. E le bacio le mani. Di Sant’Anna, li 9 di decembre del 1585.</p>
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               <head TEIform="head">449</head>
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                  <salute TEIform="salute">A MARC’ANTONIO ZUCCOLI</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io potrei negar tutte le cose a chi me le dimanda, con l’esempio di coloro che non compiacciono ad alcuna de le mie preghiere; ma voglio più tosto che sia biasimata la mia fortuna che la natura. Laonde, quando io non compiaccio a gli amici, è difetto de l’una più che de l’altra: e fra quelli che non saran compiaciuti è Vostra Signoria, avendomi pregato di cosa la quale schivo per elezione, e fuggo per inclinazione; perciochè niuna è più contraria a la maninconia, de la quale io patisco, che ’l trattar de’ morti, massimamente in composizion lunga, com’è la canzona. E se in quelle che son liete io non soglio passare il sonetto, ne le meste non dovrei arrivarci. Prego dunque Vostra Signoria che non voglia co’ suoi prieghi costringermi a far poesia, con la quale possa più accrescere il mio dolore, che diminuire l’altrui: ed avendo io di ciò pregato, molti anni sono, gli amici miei; voglia esser fra quelli che sono cortesi, intanto che non me n’hanno dato noia: perchè la cortesia si conviene usare verso tutti, e principalmente verso coloro a cui fa più di mestiero. E perchè io niego cosa la quale ragionevolmente non posso nè debbo concedere, non voglio con più lunghe parole far torto a la mia ragione ed a la sua cortesia, per la quale io stimo che non debba meno amarmi di quello che abbia fatto per l’adietro. E le bacio le mani. Di Ferrara, il 14 di decembre del 1585.</p>
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               <head TEIform="head">450</head>
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                  <salute TEIform="salute">A GIORGIO ALARIO. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non risposi a Vostra Signoria perch’io sperava uscir di prigione inanzi a questo settembre, ed aver occasione, in passando, di baciar le mani a l’illustrissimo Signore, vostro padrone; al quale io son tanto obligato, quanto egli sa meglio d’alcun altro. E perch’è cosa d’animo grato il voler avere grandissim’obligo a chi molto si deve; io aspettava da lui nuovi favori, conformi a quelli c’altre volte ho ricercato: laonde mi sarebbe spiacciuto grandemente di perder questa occasione di vederlo. Ma ora che son quasi disperato de la mia libertà, almeno per questo verno; ho voluto pregarvi che, potendolo far senza vostro disagio, vegniate a vedermi. Fra tanto non so che pensiero si faccia il Pendaglia di restituirmi quelle rime ch’io gli diedi; le quali vorrei che si stampassero in tutti i modi con questo volume che mi fu rimandato, e non so da chi; e con alcun’altre rime ch’io ho fatte da poi. E se non si può aver questa grazia senza far la tragedia, io li porrò la mano inanzi le feste; accioch’in qualche occasione si potesse rappresentare, o stampar più tosto: ch’io amerei meglio riempiermi la borsa, ch’è vota e sgonfia più che le vessiche sbugate, che vedere tutti gli spettacoli del mondo. Signor Giorgio, io confido in voi quanto debbo: ma mi contento di quel che vi piace; pur che inanzi ch’io muoia, mi cavi questa volontà di stampar le mie rime, senza la quale non posso pensare ad alcuna altra cosa. E quando io dico la corona, perch’il signor vostro divenga cardinale, spesso spesso questo pensiero interrompe le mie devozioni. Iddio sa ch’io gli desidero questa grazia per mia somma contentezza: ma basti quel c’ho detto in questo proposito.</p>
               <p TEIform="p">A messer Luca nostro diedi un dialogo de la Nobiltà, perch’il mandasse al Signore, e l’originale de le rime: nè io so quel ch’egli n’abbia fatto; perchè da poi non m’ha voluto consolar con la sua presenza: ma quel che non ha fatto per mio rispetto, deveva almen farlo per quel del Signore. Però vi prego che m’aiutiate con la sua autorità, e con la vostra grazia. A l’illustrissimo signor Giulio Cesare bacio le mani; ed a l’illustrissimo signor Pirro mi raccomando con tutto il cuore. E questa voglio che sia la conclusione de la mia lettera. Non aspetto la vostra risposta, ma la vostra venuta. Di Sant’Anna.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">451</head>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Da nuovo apportatore m’è stata portata una vostra lettera, e un’altra del Lombardello: a lui risponderò con maggior mio commodo; ora io rispondo a voi per la medesima strada: e vi prego che facciate stampare i dialoghi de la Nobiltà e de la Dignità; e de gli altri sia quel che ve ne pare; perch’io v’eccettuo solamente l’Epitafio, il quale non vorrei che fosse stampato in modo alcuno, se prima non è riveduto ed accresciuto. De le rime e de le lettere ancora me ne rimetterei, se voleste consolarmene: ma non mi piacciono queste mescolanze c’hanno fatto l’altre volte li stampatori; se non fosse per consolazione di qualche vostro amico, al quale io vorrei compiacere, anche co ’l mio dispiacere, se non potessi in altro modo; tanto son tenero del suo onore. Ma non parliamo più di questo.</p>
               <p TEIform="p">La vostra venuta mi sarà grata per tutte le cagioni: ma prima vorrei qualche scudo dal ***, per non passar le feste così sconsolate. Baciate in mio nome le mani al signor cavaliero Enea, e pregatelo che mi sia favorevole con l’uno e con l’altro Consiglio; cioè, co ’l vostro, e con questo di Sua Altezza. Baciatele ancora a’ signori suoi fratelli, ed al signor cavaliero suo zio, ed a tutti cotesti signori, a’ quali non scriverò sino al vostro ritorno: e particolarmente salutate il signor Morone. Del padre don Angelo aspetto con incredibil desiderio le risposte, o pur la sua presenza, che mi sarà più cara; perchè gli ho molto obligo, e le porto affezione; e quanto s’indugia la sua venuta, tanto si ritarda la mia felicità. E le bacio le mani. Di Ferrara.</p>
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               <head TEIform="head">452</head>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Oh quanto sono smemorato! poichè nel rispondere a la vostra lettera non mi ricordai di quella parte ch’è di maggior importanza. Io dico a la promessa, che mi fate, di portarmi tutte l’opere stampate, e di consolarmi com’io desidero: de la quale vi ringrazio, come s’io ne vedessi l’effetto. Ma perchè fra l’altre opere è l’Epitafio, non vorrei che si stampasse senza l’accrescimento: e di questo ieri non mi dimenticai; ma mi scordai di pregarvi che mi rimandaste la risposta fatta al Lombardello, perchè io vorrei aggiungervi alcune cose in rivederla; e la manderò subito, perchè possa stamparsi con l’altre. Scrivo al signor cavaliero Enea, e pregovi che gli diate la lettera; ed aspetto la venuta vostra. E vi bacio le mani. Di Ferrara, il 21 di decembre 1585.</p>
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               <head TEIform="head">453</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">AL CAVALIERE ENEA TASSO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Tutte le raccomandazioni mi son care, perchè di tutte posso aver bisogno; ma quelle di Vostra Signoria più che le altre: avengachè l’esser raccomandato da lei sia la maggior consolazione ch’io possa ricevere; parendomi che la fortuna, da cui mi fur tolte tutte l’altre cose, non mi abbia privo ancora de la sua benevolenza: la qual io non mi conservo con gli uffici, perch’io non ho occasione; nè con lo scriverle spesso, per non darle soverchia noia; nè co ’l pregarla lungamente, per non porle obligo che non le piaccia; ma non la perderò giamai per farne picciola stima: laonde ho voluto tener una via di mezzo tra l’importunità e la diffidenza. Ed ora la prego, che nel ritorno del reverendo Licino voglia scrivere in mio favore a l’illustrissimo signor marchese Bentivoglio: ma più caldamente; perchè de le sue prime lettere non ho veduto effetto alcuno, nè sentitone giovamento. E se cotesti signori del Consiglio fossero inclinati a darmi qualche aiuto, Vostra Signoria v’interponga la sua autorità in modo ch’io debba lodarla come l’onoro: e mi raccomandi a la signora cavaliera sua madre, a’ signori suoi fratelli, al zio, al cognato; la fortuna de’ quali vorrei che fosse tanto grande, ch’io potessi rallegrarmene compiutamente. E viva felice. Di Ferrara.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">454</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A MAURIZIO CATONEO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Oggi, ch’è il giorno di Natale, m’è stata portata una lettera di Vostra Signoria, ma non in risposta di quella ch’io diedi a lo Scalabrino, il quale è miglior d’ogni altro per darle ricapito; ma non basta senza il reverendo Licino: laonde è ragionevole che si congiungano insieme per questo negozio, il quale s’è continuato a trattar per la via di Bergomo e di Roma. E se pare al signor Papio d’aiutarmi con la sua autorità, può esser sicuro di non aver migliore amico e servitore di me; perchè in niuna cosa più mi sodisfaccio, che ne le opere di gratitudine.</p>
               <p TEIform="p">Il consiglio che Vostra Signoria mi dà ne la stampa de le mie cose è buono, ma tardo: nè posso eseguirlo senza l’aiuto del reverendo Licino; perciochè tutte l’opere mie sono in poter suo e di messer Luca, a’ quali ho dato autorità di stamparle per ischivar sconvenevolezza maggiore: percioch’essendo l’opere in mano d’alcuni altri, e sparse e seminate per mezzo Italia, ne sarebbe avvenuto come de l’altre che sin ora si sono stampate tanto scorrette. Ma da loro n’avrò quel che hanno promesso; talchè, fra l’una via e l’altra, spero di sodisfarmi in tutti i modi. Ma s’io potessi rivederle inanzi che si stampassero, mi sarebbe caro; perch’io ci trovo alcuni erroretti di lingua, fatti per trascuraggine o per ismemorataggine; i quali son pochi in numero e di picciol momento: laonde io ho creduto a punto, che possano esser come que’ nei c’aggiungono grazia in un bel viso: e non voglio addur l’esempio d’una principessa di gran fama nel paese ov’io nacqui, per non parerci opportuno. Si possono dunque stampare e non istampare; chè poco importa. Oltre gli errori di lingua, n’ho fatti alcuni altri, pur di memoria; i quali correggerei tosto, s’io rivedessi l’opere: ma non vorrei, trattenendosi la stampa, morir senza la consolazione; perchè la contentezza non la spero mai.</p>
               <p TEIform="p">L’altro consiglio di far riveder l’opere mie da persone intendenti, non mi piace; perchè non è alcuno che n’intenda più di me, nè che sia men privo di passione: laonde io sarò miglior giudice e miglior correttore d’alcun altro, se potrò rivederle. Ma non rifiuterei l’aiuto d’alcuno Aristarco o di qualche nuovo Tucca, il quale d’alcune picciole e poche cose facesse a suo modo, e le facesse stampar subito senza darmi altra noia.</p>
               <p TEIform="p">Mi spiace c’abbia Vostra Signoria mandato il discorso al Lombardello; perc’oltre l’altre cose notate da me con una mia lettera al Licino, uso queste particelle <emph TEIform="emph">ce ne</emph> più d’una volta; le quali son più tosto de la lingua italiana o de la toscana volgare, che de la pura fiorentina usata dal Boccaccio, o de la nobile toscana ricevuta da gli scrittori più nobili: ma, come ho detto, sono smemorato. Mi rimetto a gli osservatori de la lingua, se non m’è dato tempo di rivederle; perch’io ora penso più a’ concetti c’a le parole.</p>
               <p TEIform="p">De gli altri consigli accetto similmente una parte, ed una parte rifiuto; perchè sì come il legger m’è di molto trattenimento, così lo scrivere e ’l comporre mi porta molta fatica. Laonde prego Vostra Signoria che faccia ufficio co’ suoi padroni, e con monsignor Papio, che non mi sia dato fastidio. Vostra Signoria dee sapere ch’io fui ammalato, nè fui mai risanato; e forse ho maggior bisogno de l’essorcista che del medico, perch’il male è per arte magica. Laonde omai dovrebbe alcuno aver compassione de la mia lunga infelicità; la quale in prigione non posso passare in altro modo, che leggendo alcuna ora del giorno: ma s’io fossi fuori, non vedrei libro fin ch’io non fossi risanato affatto. La regola del vitto osserverò volentieri; quantunque il mago non abbia voluto impedire la digestione, ma la contemplazione: laonde posso mangiare assai, con la grazia del Signore. Però vi prego che facciate fare ufficio da’ vostri padroni co ’l serenissimo signor duca, che mi dia la provisione de’ quindici scudi; ma conviene che l’ufficio sia fatto caldissimamente. Oltre di ciò, di quella procura di due mila e cinquecento scudi vorrei vedere qualche effetto; e ne vorrei almeno per questo carnevale ducentocinquanta, parte de’ quali spenderei per mettermi in ordine per questi giorni. Laonde vi prego che supplichiate per me il cardinale che scriva, che mi compiaccia a tempo: e mi parrà Domenedio abbia fatto miracolo. Ma se Vostra Signoria stimasse che questi ducentocinquanta non possano venire a tempo, la prego che mi presti cinquanta de’ suoi, che si potrà pagare nel regno di Napoli, o de’ danari de la mia provisione, come più le piacerà; la quale spenderei sempre per vostro servizio con la vita insieme. E che sono quindeci scudi al mese, dopo tanti anni di stento? E qual grazia impetrerò mai, se non impetro questa? Di grazia, contentatevi di far quanto si può, perch’io sia sodisfatto; chè ne la giunta de l’opere avremo miglior considerazione al tutto. Ne la canzona de l’illustrissimo signor Scipione Gonzaga non muterei nè giungerei cosa alcuna: e quantunque io lodi la scelta, questa è quella ch’io ho eletta senza dubbio.</p>
               <p TEIform="p">Del folletto voglio scrivere alcuna cosa ancora. Il ladroncello m’ha robati molti scudi di moneta: nè so quanti siano, perchè non ne tengo il conto come gli avari; ma forse arrivano a venti: mi mette tutti i libri sottosopra: apre le casse: ruba le chiavi, ch’io non me ne posso guardare. Sono infelice d’ogni tempo, ma più la notte: nè so se il mio male sia di frenesia o d’altro; nè ci ritrovo miglior rimedio che ’l mangiar molto, e compiacere a l’appetito, per dormir profondamente. Digiuno spesso; e spesso, senza digiuno fatto per divozione, digiuno perchè sento lo stomaco pieno: ma quelle volte non dormo. Abbiatemi compassione, e sappiate ch’io son misero perch’il mondo è ingiusto. E vi bacio le mani. Di Ferrara (25 dicembre).</p>
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               <head TEIform="head">455</head>
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                  <salute TEIform="salute">AD ALBERTO PARMA</salute>
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               <p TEIform="p">Mi dolsi de la vostra partita, e mi doglio che mi togliate la speranza del ritorno: perciochè il signor Ippolito e voi eravate i due poli di questo cielo sotto il quale io navigo solo senza tranquillità, ma non senza pericolo, co ’l legno sdruscito e con la vela squarciata: ed essendo egli l’occulto, voi dovreste essere il manifesto. Desidero dunque il vostro ritorno; ma vorrei che fosse con vostro commodo: nè in questa città così ricca dovrebbe mancar premio a la vostra virtù. Ma se la vostra fortuna ve n’ha cacciato, o la vostra elezione ve n’ha fatto partire, più facilmente potete tolerare le povertà ne la patria ch’io ne lo spedale. Consoliamci dunque insieme, e aiutamci, secondo quel proverbio: <quote lang="lat" TEIform="quote">manus manum fricat</quote>. E perchè voi n’avete più facile occasione per la venuta in Lombardia del reverendissimo monsignor Masetto, fatto vescovo di Reggio; pregatelo che voglia spedire il mio negozio, il qual forse sarebbe spedito per altra via, se non si fosse interposta la sua autorità; la quale non è sì picciola, che non possa impetrar questa grazia ch’io dimando, o de la prima libertà o de la prima servitù, senza obligo particolare, com’io la cominciai molt’anni sono. E qualunque s’è de le due che mi si conceda, io potrò far qualche servizio a Vostra Signoria, e mostrarmele grato di questo piacere. Nè so s’io debba pregarla più de l’una o de l’altra; ma son contento che monsignor reverendissimo di Reggio, e voi altri signori tutti, vi sodisfacciate in questo particolare. E perchè sappiate con quanta ragione io ve ne prego, se mai vi piacerà di venire a Ferrara, vi mostrerò alcune lettere che m’ha scritte il padre don Angelo Grillo, ne le quali mi promette d’ottener la grazia de la mia libertà, e di condurmi a Napoli, dov’io ho molti negozi, e pretensioni di due mila e cinquecento scudi, i quali mi son dovuti per grazia; ma quella parte che appertiene al re, voglio addimandarla per mercede. E m’offerisce ancora il padre don Angelo la casa di suo fratello, ch’è gentiluomo principale, e ricco: laonde non dovrei temere, che in questo mezzo mi mancassero le cose necessarie. Ma questa pratica fia spedita da l’altra di monsignor di Reggio, di cui non ho veduto effetto doppo molti mesi: nè vorrei cadere de l’una e de l’altra speranza, e ingannarmi de l’una e de l’altra espettazione. Prego dunque Vostra Signoria che faccia ufficio d’amico, e prenda la libertà, con la quale io le scrivo, per certo argomento de l’animo ch’io avrei di farle piacere. Da la signora Tarquinia non ho mai risposta, bench’io le scriva alcuna volta: pur dovrebbe ricordarsi de la cortesia c’usa con tutti gli altri. Ma non voglio darle più lunga noia; e le bacio le mani. Di Ferrara, il 28 di decembre del 1585.</p>
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               <head TEIform="head">456</head>
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                  <salute TEIform="salute">MAURIZIO CATANEO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Oggi, ch’è il penultimo de l’anno, il fratello del reverendo Licino m’ha portato due lettere di Vostra Signoria; ma l’una è sparita da poi ch’io l’ho letta, e credo che se l’abbia portata il folletto, perchè è quella ne la quale si parlava di lui: e questo è un di que’ miracoli ch’io ho veduto assai spesso ne lo spedale; laonde son certo che sian fatti da qualche mago, e n’ho molti altri argomenti; ma particolarmente d’un pane toltomi dinanzi visibilmente a ventitrè ore; d’un piatto di frutti, toltomi dinanzi l’altro giorno, che venne a vedermi quel gentil giovane polacco, degno di tanta maraviglia; e d’alcune altre vivande de le quali altre volte è avenuto il medesimo, in tempo che alcuno non entrava ne la mia prigione; d’un paio di guanti, di lettere, di libri cavati da le casse serrate, e trovatili la mattina per terra; ed altri non ho ritrovati, nè so che ne sia avenuto: ma quelli che mancano in quel tempo ch’io sono uscito, possono essere stati tolti da gli uomini; i quali, come io credo, hanno le chiavi di tutte le mie casse. Laonde io non posso difendere cosa alcuna da’ nemici o dal diavolo, se non la volontà, con la quale non consentirei d’imparar cosa da lui o da suoi seguaci, nè d’avere seco alcuna familiarità, o co’ suoi maghi; i quali, come dice il Ficino, possono muover l’imaginazione, ma senza l’intelletto non hanno alcuna autorità o alcuna forza; perchè egli dipende da Iddio immediatamente. E lo stesso si può raccogliere da molti altri filosofi, non solamente platonici, ma peripatetici: e particolarmente Alessandro Afrodiseo non vuole che l’imaginazione sia ne l’uomo imperatrice del consiglio, ma che sia riposto in lui il consultare e ’l non consultare, perchè è signore de l’imaginazione: e conchiude, che tutto quello che si fa con previdenzia, è in noi. Ma forse parrà ad alcuno ch’io contradica a me stesso; il qual nel dialogo del Messaggiero mostro di favellare con uno spirito: quel che non avrei voluto fare quantunque avessi potuto. Ma sappiate che quel dialogo fu da me fatto molti anni sono per ubidire al cenno d’un principe, il qual forse non aveva cattiva intenzione: nè io stimava gran fallo o gran pericolo trattar di questa materia quasi poeticamente. Ma da poi i miei nemici hanno voluto prendersi gioco di me, e m’hanno fatto esempio d’infelicità, facendo riuscir in parte vero quel ch’io aveva finto: e chi volesse esaminar diligentemente que’ gentiluomini, ne la casa de’ quali era albergato, potrà ritrovar facilmente ch’io non era allora sottoposto a così fatta miseria. Ed oltre ciò avrei molte prove, se non mi mancassero più i testimoni che le ragioni: nè mancano le testimonianze perchè non ci sia chi possa farle; ma perchè la verità è oppressa da’ miei nemici, che son molti e di molto potere ed implacabili; ed io non mi curo di placarli, se non in quel modo che si conviene a cristiano. Ma Iddio sa ch’io non fui nè mago nè luterano giamai; nè lessi libri eretici o di negromanzia, nè d’altra arte proibita; nè mi piacque la conversazione d’Ugonotti, nè di lodarne la dottrina, anzi la biasmai con le parole e con gli scritti: nè ebbi opinione contra la santa Chiesa cattolica; quantunque io non neghi d’aver alcuna volta prestata troppa credenza a la ragione de’ filosofi; ma non in guisa, ch’io non umiliassi l’intelletto sempre a’ teologi, e ch’io non fussi più vago d’imparare che di contradire. Ma ora la mia infelicità ha stabilita la mia fede, e fra tante sciagure ho questa sola consolazione, ch’io non ho dubbio alcuno; ma confesso aver molti desideri. E se mai fui costretto di far alcun torto a me stesso ed a la verità, ora il timore de la morte non mi potrebbe costringere; perchè non amo la vita se non con tutte quelle cose che possono esser concedute da grazioso principe, il qual voglia che s’annulli la memoria del falso, e rimanga quella del vero; non per biasmo d’altri, ma per mia sodisfazione e per suo compiacimento. Fra tanto io sono infelice, nè voglio tacer le mie infelicità; perchè Vostra Signoria ci rimedi con tutto il suo sforzo, con tutta la diligenza, con tutta la fede.</p>
               <p TEIform="p">Sappia dunque, c’oltre que’ miracoli del folletto, i quali si potrebbono numerare per trattenimenti in altra occasione, vi sono molti spaventi notturni; perchè, essendo io desto, mi è paruto di vedere alcune fiammette ne l’aria: ed alcuna volta gli occhi mi sono scintillati in modo ch’io ho temuto di perder la vista; e me ne sono uscite faville visibilmente. Ho veduto ancora nel mezzo de lo sparviero ombre de’ topi, che per ragione naturale non potevano farsi in quel luogo: ho udito strepiti spaventosi; e spesso ne gli orecchi ho sentito fischi, titinni, campanelle, e romore quasi d’orologi da corda; e spesso è battuta un’ora; e dormendo m’è paruto che mi si butti un cavallo addosso; e mi son poi sentito alquanto dirotto: ho dubitato del mal caduco, de la gocciola, de la vista: ho avuto dolori di testa, ma non eccessivi; d’intestino, di fianco, di cosce, di gambe, ma piccioli: sono stato indebolito da vomiti, da flusso di sangue, da febbre. E fra tanti terrori e tanti dolori, m’apparve in aria l’imagine de la gloriosa Vergine, co ’l Figlio in braccio, in un mezzo cerchio di colori e di vapori: laonde io non debbo disperar de la sua grazia. E benchè potesse facilmente essere una fantasia, perch’io sono frenetico, e quasi sempre perturbato da vari fantasmi, e pieno di maninconia infinita; nondimeno, per la grazia d’Iddio, posso <foreign lang="lat" TEIform="foreign">cohibere assensum</foreign> alcuna volta: la qual operazione è del savio, come piace a Cicerone; laonde più tosto devrei credere che quello fosse un miracolo de la Vergine. Ma, s’io non m’inganno, de la frenesia furono cagioni alcune confezioni ch’io mangiai tre anni sono; da le quali cominciò questa nuova infermità, che s’aggiunse a la prima, nata per simil cagione; ma non così lunga, nè così difficile da risanare: e se l’infermità non è incurabile, è molto somigliante a quelle che non si posson curare. Da poi la malìa fu rinnovata un’altra volta: nè v’hanno fatto alcuna provisione, come non fecero la prima. E benchè mi venga fame, abbia gusto de le vivande che son delicate, mi paia di poter digerire, dorma spesse volte quietamente, e faccia lunghi sonni; nondimeno non mi pare d’aver alcuna sicurezza de la vita: e la qualità del male è così maravigliosa, che potrebbe facilmente ingannare i medici più diligenti; onde io la stimo operazione di mago. E sarebbe opera di pietà cavarmi di questo luogo, dove a gli incantatori è conceduto di far tanto contra me senza timor di castigo, o perchè abbiano molto favor da’ principali, o perchè il signor duca non creda ad alcuna mia parola; quantunque io non abbia mai detta alcuna bugia a Sua Altezza, o parlatole con intenzione d’ingannarla, o con altra, di quella che si convenga a gentiluomo. E s’io non potessi partirmi con qualche dono ricevuto da la sua liberalità, come vorrei, anzi come sarebbe necessario; mi partirei in tutti i modi.</p>
               <p TEIform="p">Signor Maurizio, Vostra Signoria si ricordi ch’io ho quaranta anni, e più; venti de’ quali ho spesi tra la servitù de la casa d’Este, e ne la prigione... Onde sarebbe tempo di por fine a le speranze o con la disperazione o con la grazia, come più converrebbe a la grandezza loro, ed a la qualità mia e de’ miei falli; de’ quali attribuisco una parte a la fortuna, un’altra a la natura, e v’ha parte ancora la violenza e l’inganno de’ nemici; di maniera che la mia propria è la minore, e la più leggiera. E se quelli errori i quali si fanno per età, son degni di scusa; il mio ne è degnissimo: se quelli, a’ quali seguita subito il pentimento, meritan perdono; il mio il meritò già molti anni sono. Dunque non dee esser di nuovo considerato dopo la mia penitenza, e le promesse loro, e la vostra intercessione: e se pur dee considerarsi, dee esser posto non fra’ pensati, ma fra gli inopinati; non fra’ volontari, ma fra gli involontari. Laonde io non devrei pensare al perdono solamente, ma al dono ed a la mercede insieme. E se monsignor illustrissimo m’avesse fatto grazia ch’io potessi parlare al serenissimo signor duca, io l’avrei supplicato che mi concedesse la vita, restituisse la sanità, rendesse la libertà, e mi ristorasse con la sua liberalità de’ danni c’ho ricevuti in molti anni di prigionia; e mi consolasse, co’ suoi favori, de’ torti che mi sono stati fatti. E qual favore più onesto mi può fare il signor cardinale vostro, qual più facile, qual più domandato, qual più promesso? E non so la cagione per cui non abbia più veduto quel gentiluomo a cui fu data la sua lettera, nè s’ella fusse appresentata, nè s’avesse risposta; ma se la prima non fece effetto, il farebbe la seconda: e Vostra Signoria, ch’è il secretario, potrebbe, come si dice, servirmi di buono inchiostro: ed io ve ne prego senza alcun rispetto; perchè non si debbono lasciare i rispetti dove rimane l’amicizia e la confidenza. E perchè io spero con l’audienza la libertà, risolverò poi de la publicazione de l’opere, e de la dedicazione più liberamente. Devendole stampare, io avrò quella considerazione che Vostra Signoria mi dice: ma devrebbe esser eseguita la mia volontà; imperochè la malattia non m’ha tolto tanto del senno, ch’io non possa far buona deliberazione.</p>
               <p TEIform="p">Ho ricevuto la dedicazione, e la canzona che m’ha mandata; ed aspetto che nel ritorno del reverendo Licino, la città di Bergomo faccia con Sua Altezza quell’officio del quale io l’ho pregata; o vero quello del quale altri deveva pregarla: perchè la mia infermità è così lunga, la pregionia così noiosa, l’età così invecchiata, le fatiche così infruttuose, c’omai devrebbono muovere a pietà non solo Bergomo, ma tutta Italia.</p>
               <p TEIform="p">Baciate le mani in mio nome a l’illustrissimo signor patriarca Gonzaga, ed a l’eccellentissimo signor don Odovardo; e date il sonetto al signor cavalier Guarnello, se pur il manderò; perchè non l’ho fatto ancora: ma mi sforzerò di farlo questa notte, o domani; e non potendo, non tratterrò le lettere, ma il manderà per quest’altro ordinario. E mi scuserei de la tardanza con la Vostra Signoria, e con la Sua, se non mi scusassero la frenesia, gli impedimenti, l’occupazioni, ed in qualche parte gli studi; i quali non posso continuare, ma non tralascio affatto. Vostra Signoria viva felice. (30 dicembre 1585.)</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL DOTTOR ALFONSO BECCARIA. PAVIA</salute>
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               <p TEIform="p">Io sono tolto, e non restituito a le muse, come scrive Vostra Signoria; e s’alcuna volta mi diporto con esso loro, ciò avviene perchè m’involo, quanto posso, a le noie ed a’ fastidi: ma breve tempo m’è conceduto; e tosto ritorno a parlar di quelle cose che più mi sono moleste. Laonde Vostra Signoria devrebbe dolersi meco in questo tempo, nel qual par che si rallegri: nondimeno la ringrazio de l’ufficio che fa meco; perchè il rallegrarsi e ’l dolersi procedono da la medesima volontà: e la sua dee sempre esser stata buona verso me, com’io debbo credere, misurandola da la mia; la quale non ha fatta alcuna mutazione, benchè la fortuna sia mutata. Le son dunque servitore in quel modo istesso; e gliele dimostrerò in tutte le occasioni: e s’io potessi così cercarle come aspettarle, Vostra Signoria n’avrebbe veduti gli effetti. E le bacio le mani. Di Ferrara, l’ultimo di decembre 1585.</p>
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               <head TEIform="head">458</head>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
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               <p TEIform="p">Siamo oggi a l’ultimo de l’anno; nè vedendo lettere, nè ’l vostro ritorno, non so che sperare nè che aspettare. Ma per me non è rimaso che non si stampi, avendo dato sempre a don Paulo ed al Vasellino quel che m’hanno dimandato. Di consolazione avrei bisogno, o di contentezza più tosto; s’è possibile ch’io possa averne alcuna. Del negozio che tratta, non so quel che sia avvenuto. Ma non poteva impedire l’effetto che doveva far la lettera de l’illustrissimo signor cardinale Albano. Avrei voluto che le mie rime fossero tutte ricopiate insieme: ma bisognerebbe raccorle, perchè sono in diverse mani. Voi n’avete parte; l’altra, lo Scalabrino; e quelle ch’io diedi al signor Alessandro, non so dove siano: ma sono per la maggior parte l’istesse. Salutate il signor cavaliero Enea, e gli altri parenti ed amici. E devendo ritornar per altro, affrettatevi per mia cagione, e portate la spedizione del negozio. E vi bacio le mani. Di Ferrara (31 dicembre 1585).</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">459</head>
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                  <salute TEIform="salute">A MAURIZIO CATANEO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Questa mattina ho ritrovata la lettera smarrita: e ’n leggendola ho sentito gran dolore che l’illustrissimo signor Scipione Gonzaga non sia fra’ nuovi cardinali: ma piaccia a Nostro Signore Iddio, che ne la prima promozione egli abbia questa contentezza; ed io, questo piacere; e Roma, questo nuovo ornamento: perchè, quantunque molto l’adorni la sua virtù, nondimeno questa dignità lo farà più risguardevole. E mi par che questa grazia non si possa negare a la corte, nè si debba a’ suoi meriti. Ma se piacesse a Sua Divina Maestà che l’illustrissimo signor cardinal nostro fusse papa, sperarei di veder il cardinalato nel signor Cristoforo Tasso, mio così amorevol parente, come Vostra Signoria può sapere. Ma un’altra volta parlerem de’ cardinali.</p>
               <p TEIform="p">Ho fatto questa notte il sonetto al signor cavalier Guarnello, e glielo mando: mi farà favore di mostrarlo a l’eccellentissimo signor don Duarte, e di baciargli in mio nome le mani: nè lo prego che faccia riverenza da mia parte al ***, perchè le mie raccomandazioni non son degne di salir sì alto. Scrivo al signor abbate, sì per lo negozio de la procura, sì per questo altro de la libertà: ma tutta questa machina di faccende mi par che si volga sovra due poli; l’uno è l’eccellente Scalabrino, l’altro è il reverendo Licino; fra’ quali sono compartite anco le rime e l’altre opere mie. La risposta de l’illustrissimo patriarca mi sarebbe grata sopra modo; perchè da la sua cortesia non si può aspettar altro che uffici di gratitudine e di benevolenza. Credo che Vostra Signoria al signor Alario mi raccomandi molto. E viva felice. Di Ferrara (31 dicembre 1585).</p>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">A PAOLO GRILLO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Intesi dal padre don Angelo, fratello di Vostra Signoria, in qual termine fosse il negozio trattato per la mia liberazione a la corte di Sua Maestà Cesarea: ma sono passati da poi molti mesi, e molte difficoltà; nè posso ora saperne altro, di quel ch’egli me n’accenna: ma i fatti saranno le Naiade. Prego Vostra Signoria che non voglia essere scarso di raccomandazioni, poi ch’è stato liberale de’ suoi doni: ma raccomandi al signor Ottavio Spinola il negozio, in modo ch’egli non si raffreddi; e s’io potessi ricordarle alcuna cosa, le ricordarei che le tepide dimande insegnano a negare. Ne’ titoli l’ubedirò per l’avenire: ma vorrei anch’io esser compiaciuto da lei; e potrà farlo, lasciando il soverchio. Son breve, perchè il messo aspetta la lettera, nè voglio trattenerlo lungamente. Bacio le mani a la signora Porzia, ed a Vostra Signoria similmente.</p>
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               <head TEIform="head">461</head>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Soverchi favori ho ricevuti in un tempo da Vostra Signoria molto reverenda, e da gli altri per suo mezzo: laonde l’animo debole per l’infermità non può sostenerli, e vorrebbe scaricarsene; ma la vostra cortesia m’aiuterà a portarli. La ringrazio, dunque, di tutto quanto io debbo, e la prego che nel negozio de la libertà prenda i partiti più espedienti. Potrà dunque ricordare al signor Marcello, che ne faccia ufficio, e scriverne a’ signori suoi parenti in modo, che ne segua qualch’effetto.</p>
               <p TEIform="p">Io rispondo al signor Alessandro Spinola, ed a la signora sua moglie, ed a la signora Gieronima sorella di Vostra Paternità; e scrivo di nuovo a l’illustrissimo signor conte Ottavio, pregandolo che supplichi Sua Maestà, che scriva in mio favore, com’io dimando. Credo anco di rispondere al sonetto de la signora Livia; bello veramente, e degno di signora così nobile: ma quanto più mi piace, meno m’assicura di rispondere, perchè diffido ne la prima prova di me stesso, non che basti l’animo di riuscir ne la seconda, e di lodarla in alcun’altra composizione, come ella merita; perchè ho l’ingegno stanco, e l’animo infermo, e bisognoso di ristoro e di qualche trattenimento; il quale non so come sperare, non s’ottenendo la libertà. Però faccia ch’in questa parte non resti ingannato de la mia speranza, perchè la stagione e l’occasione sono opportunissime. Ringrazio ancora Vostra Paternità molto reverenda, c’abbia mandato la mia lettera al signor suo fratello, il quale è vero esempio di cortesia.</p>
               <p TEIform="p">Aspetto, già molti giorni sono, il ritorno del Licino; e venendo seco Vostra Paternità raddoppierò il mio piacere: onde io la prego che prenda questo incommodo, se forse prima non l’avrà preso. A quel che mi scrive del signor Nicolò suo zio, ho prestato intiera credenza: onde io sono in un nuovo obligo, e quasi debitore di nuove composizioni; ma differisco il pagamento, perchè i creditori son così ricchi de le proprie lodi, che non hanno bisogno de l’altrui, e facilmente consentiranno che l’intelletto affaticato più da l’infermità che da le composizioni, riprenda nuovo vigore. Al signor principe di Massa ancora son obligato, ma l’obligo è vicendevole. Del signor Antonio mio nipote non so nuova; però non posso dargliele: ma l’aspetto; e più, la vostra presenza. E le bacio le mani. Di Ferrara.</p>
               <ps>
                  <p TEIform="p">Poscritta. Io aveva cominciato a rispondere a la replica de la Crusca; ma ho tralasciato, aspettando il fine di questo negozio, e di quel di Bergomo.</p>
               </ps>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">A GIROLAMA GRILLO SPINOLA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Il padre don Angelo, fratello di Vostra Signoria, è venuto a vedermi in una città ed in una stagione piena di maschere, ne la quale io ebbi già molti piaceri, ed ora ho poche consolazioni, e forse niun’altra, che la sua visita. Nè per aventura ne debbo aver l’obligo a lui solamente, ma a Vostra Signoria ancora; la qual, così lontana, mi vuol mostrar la sua cortesia, e farmi qualche favore. Ed io non so se debba ringraziarla o pregarla; perchè se i ringraziamenti fossero presti, sarebbono troppo tarde le preghiere, nè giungerebbono a tempo. Onde voglio che mi giovi d’anticipar con speranze gli effetti. E le bacio le mani. Di Ferrara, il 7 di gennaio 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A LIVIA SPINOLA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">S’alcuno fu giamai, il qual devesse vivere in modo, che fosse nascoso; io devrei essere quello, per coprire molte mie imperfezioni, o più tosto de la mia fortuna e de la natura, la quale è a me fu così avara de’ suoi doni, come liberale a Vostra Signoria illustrissima; e particolarmente di quelli che si veggono e piacciono, e possono esercitare una graziosa tirannide. Ma perchè fra tanti difetti celerei anche la sincerità de l’animo, e la buona volontà c’ho di servirla e d’onorarla; mi contenterei che mi conoscesse a pieno, pur che la cognizione non diminuisse la benevolenza con la stima; perchè non meritando d’essere stimato, almeno vorrei essere amato. Fra tanto Vostra Signoria mi conosca ne la semplicità de le parole, e ne la rozza risposta ch’io mando al suo leggiadrissimo sonetto. E la prego che parlando de la sua umiltà, non mi faccia vergognare de la mia alterezza; la quale mia pena, ma colpa altrui: anzi, ne prenda tanta parte, ch’io possa rallegrarmi con l’esempio di sì lodata donna. E le bacio le mani. Di Ferrara.</p>
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               <head TEIform="head">464</head>
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                  <salute TEIform="salute">AD ALESSANDRO SPINOLA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vostra Signoria mi loda più che non merito; e mi promette meno che non desidero: ma perchè il lodarmi è ne la sua podestà, e la mia libertà ne l’altrui, la ringrazio di quello che mi concede, e la prego de l’altre cose che mi pone in dubbio; perchè vorrei grandissima certezza d’esser liberato: e non potendo questa grazia esser negata a l’imperatore, se la chiede Sua Maestà, mi pare assai facile che da le preghiere del signor Ottaviano sia mossa a dimandarla. Ed io prego quel signore e Vostra Signoria, che mi facciano questo favore, il qual io dimandai già molti anni sono, ma senza questi mezzi: e ora l’autorità de le persone ch’intercedono, mi devrebbe far sicuro d’ottenerlo: e se l’otterrò, l’obligo sarà perpetuo; la gratitudine, infinita; e la memoria, s’ella se ne contenta, immortale. In tanto, bench’io potessi lodarla altamente, come nata di nobilissima progenie, de la cui luce tutta risplende; nondimeno, perch’io spero ch’i suoi meriti particolari mi diano soggetto proprio, porgerò i prieghi inanzi a le lodi: e s’io potessi pregarla per cosa più cara, che per amor de la signora Livia sua, per quella la pregherei: ma non v’è nodo, che stringa più di questo, nè mezzo più efficace. Poichè dunque Vostra Signoria ha voluto ch’io la conosca, e la vegga quasi dipinta ne la sua cortesissima lettera e nel suo leggiadro sonetto, consenta ancora d’esser quasi scongiurato co ’l suo nome. Io scrivo brevemente al signor Ottavio; perchè questa lettera sarà come ricordo, avendogliene scritte de l’altre: ma una de le sue parole basterà per molte de le mie. E le bacio le mani. Di Ferrara.</p>
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               <head TEIform="head">465</head>
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                  <salute TEIform="salute">AL CONTE OTTAVIO SPINOLA – IN CORTE CESAREA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io dimando la vita a l’imperatore, ed insieme la libertà; perchè il serenissimo signor duca non può negare a Sua Maestà nè l’una nè l’altra, s’ella si degnerà di chiederla: nè le scrivo io medesimo, perchè stimo che le mie preghiere, porte da Vostra Signoria illustrissima, saranno più facilmente esaudite, pur che voglia farlo; e non ricercare in questa parte il parere di molti interessati o nemici, ma le ragioni, le quali potrebbono essere in gran numero, e tutte vere, e tutte possenti, e tutte degne non solo di persuadere, ma di piacere a Cesare: ma Vostra Signoria illustrissima non ha bisogno di chi glie le metta inanzi, o altro può farlo con maggiore autorità, ch’io non farei. La prego dunque che ne parli con Sua Maestà; la quale se non m’ha conceduta sin ora la grazia, credo che l’abbia fatto più tosto per non togliere a Sua Beatitudine l’occasione di farla, che per volontà di negarla. Ma quantunque tutti i rispetti si debbano portare a Sua Santità, e più nel mio caso che ne gli altri; perciochè egli è proprio soggetto de la sua beneficenza e de la liberalità; nondimeno, non si risolvendo a farmi la grazia, dee farmi giustizia, che non dee esser discompagnata da clemenza: perch’io fui prima condannato, che colpevole; e l’altrui rigore, o l’altrui manifesta ingiustizia, non dee pregiudicare a la mia prima innocenza, ed a la mia ottima volontà, tutta inclinata a l’onore ed a l’accrescimento de la santa Fede cattolica. Nè si maravigli Sua Maestà ch’io scriva ora, in parte, diversamente da quello c’altre volte ho scritto; perchè m’è dato maggior ardire di manifestare il vero, non avendo il falso assicuratomi la vita, che non mi piacerebbe più con tanta mia vergogna: ma forse per mezzo così grazioso, come Vostra Signoria illustrissima, non doveva dimandare altro che grazia, nè altro aspettare, o d’altro far menzione. Onde la prego che voglia supplicare l’imperatore che scriva al signor duca in mio favore, come io prima l’ho supplicato: nè Vostra Signoria illustrissima voglia disprezzare il guadagno de l’animo mio, come picciolo; benchè le forze siano deboli per servirla, e l’ingegno stanco per onorarla. E le bacio la mano. Di Ferrara, il 18 di gennaro 1586.</p>
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               <head TEIform="head">466</head>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io stimo che basti accennare a gli amici quel che conviene: però non ho scritte a Vostra Signoria molto reverenda molte cose ch’io desiderava da la sua amorevolezza; ma ne ragionerò seco presenzialmente, se verrà a vedermi co ’l Licino, come promette: perchè non essendo egli ancora ritornato, quantunque sia passato il termine prescritto di molti giorni, non può indugiare; e s’egli dee venire per altri suoi affari, vorrei che ritornasse più presto per la spedizione de’ miei negozi. Ma per me solo non mi piacerebbe che facesse questo viaggio, perchè a gli amici non si dà spesa volentieri, quantunque alcuna volta si dia loro incommodo. Egli ha tutte le mie composizioni, o la maggior parte; le quali, se non ritornasse, potrebbe rimandare a Vostra Paternità. La lettera ch’io ho scritta ultimamente al signor conte Ottavio Spinola, potrebbe fare qualche effetto questo carnevale; massimamente s’ella fosse accompagnata da’ caldissimi uffici del signor Alessandro: ma io ho pensato di replicare con una larga lettera, e di mandare una breve canzona a Sua Signoria illustrissima; dico breve, perchè non son atto ad altra sorte di composizioni: ed oltre gl’impedimenti de l’infermità, ho molte occupazioni le quali non mi concedono alcuna ora di quiete; laonde son degno di pietà, non che di scusa. Ma darei l’una e l’altra volentieri a Vostra Signoria molto reverenda, acciochè non si smarrissero, come fe’ l’altra lettera che io le scrissi questa state; nè vorrei che mi sopragiungesse un’altra state addosso, perchè non c’è alcuna sicurezza de la mia vita: e se l’imperatore non volesse dimandar la grazia intiera, vorrei almeno che la Sua Maestà si degnasse di chieder quel favore ch’io dimando, e non altro; il quale io le dimandai molti anni sono, ed ora con l’intercessione di gentiluomo che gli è così grato dovrei esser certo d’ottenerlo; perchè il serenissimo signor duca no ’l può negare a Sua Maestà. Ma fra tanto rimarrò con obligo a Vostra Paternità di tutti gli uffici che saran fatti con Sua Altezza per mio piacere; i quali vorrei che fosser caldissimi, come si conviene a l’amorevolezza sua ed a la cortesia de’ signori Spinoli, co’ quali in Bologna ebbi molta servitù, e poi la confermai con molta mia sodisfazione in Roma: e quantunque non siano questi medesimi, nondimeno io conserverò grandissima memoria di tutto il parentado, e di tutti i favori c’ho ricevuti; i quali non mi debbono parer piccioli se non in comparazione de gli altri c’aspetto di ricevere.</p>
               <p TEIform="p">La venuta del signor Alessandro mi porterebbe consolazione; ma niuna cosa mi può consolar più de la vostra presenza. Non vorrei nondimeno, che ’l mio piacere fosse temperato da qualche suo disagio; ed in questi grandissimi freddi non ardisco di pregarla che faccia questo viaggio. Il signor Marcello non so quel c’abbia operato; ma volentieri n’avrei informazione: e ritornando a Ferrara il signor principe, come intendo, non dee esser così crudele, che m’invidi il favore ch’io aspetto de la sua visita; e non ho maggior desiderio che di baciarle la mano. Faccia dunque il signor Marcello quanto può, che non farà ch’io non l’ami e non l’onori. Ma lasciam le burle: se il signor Marcello è quel buon amico ch’io credo, a niun altro avrò più volentieri l’obligo.</p>
               <p TEIform="p">Ho deliberato di scrivere una lettera a la serenissima signora duchessa di Mantova. Vostra Signoria molto reverenda mi faccia favore di presentargliela; e, se le piace, può aprirla e legger quel che si contiene. Baci in mio nome le mani al signor Paolo suo fratello, a la signora Gieronima, al signor Alessandro ed a la signora Livia Spinola: perochè io spero più ne l’intercessione loro che ne’ versi miei, non potendo scrivere se non picciole composizioni, e rade volte; laonde passano spesso l’occasioni prima che sian fatti i componimenti. E mi raccomando. Di Ferrara.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO</salute>
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               <p TEIform="p">Ringrazio Vostra Paternità c’abbia tanto desiderio del fine di questo negozio, quanto ho io medesimo; e forse ne vedremo qualche effetto: ma intanto il signor Ippolito Gianluca potrebbe darmi qualche trattenimento e consolazione; e non è passato il tempo, quantunque sian passate alcune occasioni; ma ne potrebbono venire de l’altre: e s’egli non fosse occupato in queste giostre, come disse Vostra Signoria molto reverenda, io l’avrei sollecitato che venisse a vedermi; ma questo rispetto m’ha ritenuto e mi riterrà sino a gli ultimi termini, ma non più oltre.</p>
               <p TEIform="p">La ringrazio parimente, c’a la diligenza del reverendo Licino voglia aggiunger la sua: però non le negherò di darle quella informazione ch’io posso del parentado di mio padre; la quale non è compiuta, perch’io fui in Bergomo assai fanciullo, e dimorai pochi mesi in quella città; laonde quel ch’io le scrivo, per la maggior parte, l’intesi da mio padre di buona memoria. Sappia dunque, ch’egli fu allevato dal vescovo di Recanati suo zio, (perchè così il chiamava) il quale il tenne in un academia, e ’l fece studiare, pagandoli la dozzina: e se ’l vescovo non fosse morto di morte violenta, le cose di mio padre sarebbono forse passate meglio; ma essendo passato di questa vita egli e ’l cavalier Giovandomenico Tasso suo fratello, non so ch’in Bergomo gli rimanesse altri parenti, che la sorella del vescovo, detta madonna Lodovica, e madonna Adriana Tassi, maritata in messer Pier di Spini, e ’l cavalier Cristoforo, e ’l cavalier Giovangiacopo Tassi, che rimasero eredi del cavalier Giovandomenico; i quali lo chiamavan cugino, come appare per molte lettere scritte da mio padre a ciascun di loro; e potrei mostrare il medesimo per le lettere di questi due cavalieri, se mio padre non avesse perduto la maggior parte de le scritture: ma ne l’altre, ch’io ho perdute da poi, se ne potrebbe ritrovar qualche testimonio: ma fuor di Bergomo, messer Simon Tassi, padre del signor Ruggiero c’oggi vive, e il signor Giovann’Antonio, gli scrivevano nel medesimo modo. Fra tutti nondimeno non ebbe il più caro nè ’l più intrinseco del cavalier Cristoforo, del quale serba il nome questo archidiacono di Bergomo, c’oggi vive, co ’l quale io mi son quasi allevato in Roma: laonde in un gran bisogno di mio padre, essendo venuto egli in discordia co ’l principe suo padrone, fu persuaso dal cavalier Cristoforo a licenziarsi, quantunque avesse moglie e figliuoli; e gli fu promesso pronto e largo aiuto. Ma considerando mio padre, ch’i servitori possono tollerare alcune cose da’ padroni, non solo senza biasimo di viltà e di dapocaggine, ma con lode di fede e di costanza, gli piacque di restare; e fu sodisfatto dal principe, perchè gli lasciò le provisioni senza l’obligo del servire. Ma non più di questo, perchè questa informazione potrà bastare per condurre a fine il negozio.</p>
               <p TEIform="p">Vorrei scrivere un dialogo de le cose de’ turchi, ed introdurre il signor vostro padre: e perch’io so che ’l turco non fa mai pace senza tributo, in questo particolare vorrei esser compiaciuto, e sapere i doni che le republiche e gli altri principi minori mandano a’ bassà. Vostra Paternità voglia compiacermi, ed aspetti il sonetto de l’Olivo per quest’altro ordinario. Intanto baci le mani a la signora Livia ed al signor Nicolò; e mi voglia bene. Di Ferrara.</p>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">A BON ANGELO GRILLO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Da quello che Vostra Paternità scrive al reverendo Licino non ho raccolto intieramente quale impedimento sia attraversato a la spedizione del mio negozio; nè mi pare che l’informazione che le diedi di quel che mi ricercava, debba ritardar la sua diligenza, o far vane l’altrui promesse: ma perchè fra tutti i miei parenti non ho alcuno più intrinseco del signor Cristoforo Tasso, co ’l quale io m’allevai ne la mia fanciullezza, mi pareva che non potesse negarmi di far quell’ufficio per la mia libertà, de la quale ho quasi perduta la speranza: o s’egli non si risolvesse di pregare il serenissimo signor duca con lettere efficacissime, che mi restituisse la sua grazia, ed il modo da vivere, com’io aveva, senz’altra occupazione e senz’altro carico; perchè forse io non sarei venuto già sei anni sono a Ferrara, e se ’l signor Maurizio Cataneo non mi ci avesse fatto venire con questa intenzione. Prego dunque Vostra Paternità, che non potendo il signor duca essere astretto a la prima risoluzione, tentiate che sia astretto a la seconda; perchè gli oblighi de la ragione o de la fede son tali, che niun principe dee andarne sciolto: ed in conclusione io dimando, che mi scriviate sinceramente, come liberamente io ve ne prego; accioch’io non stia più lungamente sospeso di quel che si possa fare per questa strada. Vi mando la risposta al sonetto del Beffa: per l’altra mia vi pregava, che mi mandaste alcune canzoni, de le quali non ho copia: ed ora ve ne riprego; e vi bacio la mano; e mi raccomando al padre abbate. Di Ferrara.</p>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">A DON CESARE DA ESTE. FIRENZE</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Quantunque sia passata quella occasione, ne la quale Vostra Eccellenza mi poteva far grazia maggiore; perch’io non desiderava alcuna cosa più, che di trovarmi seco in Fiorenza a le sue nozze; nondimeno tanta speranza ho ancora de le sue promesse, quanta che nel mondo sia rimaso alcun luogo a la fede, a la cortesia ed a l’umanità; perciochè tutto mi pare occupato da l’avarizia, e (quel ch’è parimente biasimevole) da la crudeltà e dal tradimento: ma questo è un principio di nuova tragedia. Però, usando parole men gravi, la prego che non voglia negarmi la minor grazia, poichè m’ha negata la maggiore. E perchè Vostra Eccellenza possa farla più facilmente, e con sodisfazione di cotesto serenissimo principe, suo nuovo parente, e de gli altri illustrissimi signori de la casa de’ Medici, io le mando una lettera che scrivo al signor cardinale; in cui li chiedo una grazia simile a quella che dimandai a Vostra Signoria questi giorni passati. E perchè desidero molto d’essere esaudito, le avrò grande obligo s’ella si degnerà di presentarla. Le mando ancora due sonetti fatti in questa occasione; e se le parrà che ’l meritino, potrà mostrarli al granduca ed a’ fratelli; e particolarmente baciar le mani in mio nome a la granduchessa ed a la sua sposa. E viva felice. Di Ferrara, il giovedì magro di carnevale.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A CAMMILLO ALBIZI, AMBASCIATORE DI TOSCANA, IN FERRARA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Prego Vostra Signoria che mi faccia favore di mandar questo piego al signor don Cesare: e le bacio le mani, avendo tanto desiderio de la sua vista, quanto de la sua grazia. E viva lieta. Il giovedì magro di carnevale, di Sant’Anna, 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA, PATRIARCA DI GERUSALEMME (Dedicatoria)</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io composi il dialogo de la Nobiltà quando la serenissima duchessa di Ferrara venne a marito, et io da Torino a questa città: ma perc’allora fu scritto tumultuariamente, come si dice; dee ora uscire in luce riformato, ne le nozze de l’illustrissimo signor don Cesare d’Este e de l’illustrissima signora donna Virginia de’ Medici; perch’essendo l’una simile a l’altra occasione, io vorrei mostrare in modo simile la mia riverenza. Ed avendo piene molte carte de le laudi de la casa d’Este e de la Gonzaga, ora che la Gonzaga con quella de’ Medici, e quella de’ Medici con quella d’Este di nuovo s’è congiunta, non debbo lasciare vuoto ogni spazio; perciochè non furono mai da’ poeti annodati insieme i nodi de la discordia così maestrevolmente, come son questi de la concordia per la providenza d’Iddio. II quale avendo ornata l’Italia di queste tre famiglie potentissime oltre tutte l’altre che ci fioriscono o ci sono fiorite a’ nostri tempi, congiunse insieme la potenza con la sapienza; laonde il signor don Francesco de’ Medici, prudentissimo principe, ha voluto rinuovar que’ legami di parentado e d’amicizia, che per la morte de la signora Lucrezia de’ Medici e de le serenissime Barbara e Giovanna d’Austria, parevano quasi rallentati fra la sua stirpe e l’altre due che le sono simili per la dignità, non solamente vicine per lo stato. Ed io ancora dovrei rinuovare le lodi che a la nobiltà ed a’ meriti di ciascuna son convenienti; o più tosto accrescerle, se la verità ricercasse d’essere accresciuta. Ma quel che allora non mi fu conceduto scriver de la casa de’ Medici, ora non debbo tacerlo; perchè la grandezza sua m’invita, e l’umanità di questi principi m’assicura: ed a l’obligo di manifestar il vero, s’aggiunge quello d’onorare i padroni. Prendendo dunque una via di mezzo tra l’uno debito e l’altro, e l’una e l’altra servitù; io dico, che niun esempio di grandissimo valore fu ne gli antichi eroi di cui si fa menzione in questi dialoghi, o ne’ principi o cavalieri moderni, il quale non si possa ancor prendere da le magnanime azioni di Cosmo e di Lorenzo de’ Medici e del duca Lorenzo, e del duca Giuliano, e del signor Giovanni, ed ultimamente del serenissimo granduca Cosmo, e di questo che gli è succeduto così ne la felicità come ne la virtù, e de gli altri illustrissimi fratelli; e particolarmente del cardinale, ch’è un de’ primi splendori de la corte romana, e una de le più salde colonne de l’ecclesiastica dignità. E perchè a bastanza abbiam parlato de la nobiltà eroica e reale, in quel modo che se ne poteva discorrer con filosofiche ragioni, e con l’autorità de’ platonici e de’ peripatetici; non è tempo di ritrattar ne l’istesso modo questa materia oscura per l’incertitudine de le cose, ma d’illustrarla co ’l lume certissimo de la verità. Però, scegliendo fra tutte l’opinioni quella che più le s’avicina; cioè, che la nobiltà sia una similitudine secondo la vera giustizia, come pare a Plutarco; se per vera giustizia intendiamo alcuno abito de’ costumi, assai è vero quello che fu scritto nel dialogo, per riprovarla: ma se vogliamo intender non l’umana giustizia, nè altra virtù civile, ma l’esemplare ch’è ne la mente d’Iddio; molto lodevole fu l’opinione di quel filosofo, e quasi ombra e figura de la verità, la qual c’è insegnata dal greco teologo, che parlando de la vera nobiltà disse, ch’ella è conservazione de l’imagine, e configurazione de l’esemplare. Nè d’altra imagine debbiamo intendere, che di quella de l’anima, perch’ella è divisa in tre potenze; ne l’intelletto, ne la volontà e ne la memoria; ne le quali è figurato e quasi impresso il vestigio de la santissima Trinità. E se di questa intendiamo, chi meglio la conserva del cardinal da Este, liberalissimo e religiosissimo signore? o pur di quel de’ Medici, c’abbiam già nominato? o del Gonzaga, il cui nome troppo tardi si legge fra gli altri? o di voi medesimo, che di eguale onore sete meritevole? o del padre generale vostro fratello, che può accrescere dignità a le dignità medesime? o del signor Claudio, ch’è un de’ principali ornamenti del Vaticano? E certo l’anime di tutti i buoni e religiosi son molto più lucide e molto più nobili dei raggi del sole; e solo inferiori a gli angeli, che sono specchio di luce inintelligibile. Però leggiamo ne le sacre lettere, che Iddio ha fatto l’uomo poco minore de gli angeli, a’ quali diede la volontà, che non è affatto immobile al male, ma difficilmente è mobile; perchè si mosse quella di Lucifero, ch’essendo per la sua bellezza apportator di luce, divenne caligine per la superbia, ed in questa maniera perdè la sua prima nobiltà: ed in questo modo la perdono gli uomini, i quali corrompono l’imagine. Nobile dunque veramente è colui, il quale conforma a l’esempio quello che procede da la virtù; e da poi che l’ha conseguito, il custodisce: ma ignobile è quell’altro, ch’il confonde con la malizia, e invoca un’altra forma, cioè quella del serpente. E questo basti in quanto a la vera nobiltà de l’uomo, o de l’anima ragionevole; perciochè l’altra, la quale si scolpisce ne le statue, o è seminata ne la generazione, è quasi falsa nobiltà, ed in comparazione de la prima non è di prezzo alcuno: onde non debbiamo insuperbire de’ sepolcri de’ maggiori, nè de’ simulacri che vi sono scolpiti; e molto meno de le favole, che sogliono raccontarsi per accrescer la fama de’ trapassati. Ma c’è ancora la nobiltà del genere; il quale è di tre sorti, come dice l’istesso san Gregorio Nazianzeno: il primo è quello che deriva dal cielo, per lo quale tutti siamo egualmente nobili, perchè tutti siam fatti ad imagine d’Iddio: l’altro è quello che prende origine da la carne; quantunque, essendo soggetto a la corruzione, io non so se per lui alcuno possa chiamarsi nobile veramente: il terzo ha principio da la malizia e da la virtù, de la quale partecipiamo più o meno, secondo che più o meno conserviamo l’imagine o la corrompiamo. E ciascuno ch’è veramente filosofo, com’è Vostra Signoria illustrissima, amerà questa nobiltà, e ne farà grandissima stima. Si potrebbe ancora aggiungere il quarto genere, che si prende da la scrittura, nel quale l’arte è imitatrice de la natura: e la prudenza de gli uomini dovrebbe imitar la providenza d’Iddio, acciochè la scimia non s’immascherasse con l’imagine del leone, ma fosse onorata la fede e la pietà de’ soggetti con la dignità e con lo splendore de’ principi. Ma voi sete principe, e doppiamente nobile, per la virtù e per lo nascimento: tuttavolta non vi gloriate in terra di quel ch’è terra; quantunque Dante se ne gloriasse in cielo, gridando:
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                     <l part="N" TEIform="l">O poca nostra nobiltà di sangue!</l>
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ma v’adornate di quel ch’è celeste, e cercate di purgar la parte divina da questo fango de la nostra umanità; ed opponendovi la splendida azione, tutto sete illustre, e luminoso, e tutto risplendente de’ raggi de la vostra virtù. Laonde ella potrebbe far luce a le tenebre de l’antichità, se da la gloria de’ vostri antecessori non fosse illuminata; come dimostrano chiaramente non solo l’arme e gli scettri, ma le mitre e i cappelli purpurei, che furono testimoni de la nobiltà, ed ornamento de la religione: ma ’l fango dal fango ancora in qualche modo è differente. Pur questa non è occasione di lodarvi, ma di pregarvi c’umanamente accettiate il dialogo de l’umana Nobiltà, o de la terrena, se così volete chiamarla; il quale sottopongo al giudizio di Vostra Signoria reverendissima, che può dirittamente giudicarne, e senza animosità, quantunque ragioni particolarmente de la sua nobilissima stirpe. E le bacio le mani.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A CAMMILLO ALBIZI. FERRARA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ho fatto un sonetto ne la venuta a Ferrara de la signora donna Virginia d’Este; non perchè il suo valore ed i meriti e la nobiltà non diano soggetto a molto maggior numero, ma perchè questo uno è soverchio a le mie deboli forze: e ’l mando a Vostra Signoria molto illustre, qualunque egli sia; perchè senza il suo favore, non oserebbe d’appresentarsi a così bella e così giudiciosa signora. E se Vostra Signoria vorrà farmi maggior favore, potrà mandarlo ancora dove inviai la canzona con una mia lettera, de la quale io non ho avuta risposta. E le bacio le mani per fine, con pregarla mi voglia tener vivo ne la sua memoria. Di Sant’Anna.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A MICHELE DATI. FIRENZE</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Se ’l rappresentar la mia persona, e ’l farne spettacolo a la città di Fiorenza, è stata offesa fattami da scherzo, io cercherò di vendicarmene, quando che sia, in modo simile, ponendovi in un de’ miei dialoghi; s’onore, non voglio anche cederlo ne la buona volontà di renderlo: ma gli effetti dimostreranno quel ch’io debba riputarlo; perchè non sono anche passate le occasioni ne le quali voi altri signori fiorentini potete usarmi cortesia, e chiamar la mia vera persona, lasciando la finta; e sarà più convenevole diminuire in questa guisa la maninconia, che ne l’altra accrescerlami, perch’io sono maninconissimo, e nemico de la solitudine, ne la quale affligo me stesso. E questa risposta basti a le stanze; imperochè il lodarle non appertiene a chi n’è punto: ma ne la cortese lettera Vostra Signoria ha voluto unger la piaga, e l’unzione è stata così piacevole, ch’io non ne sento il dolore; e debbo ringraziarla del male, non che del bene, perciochè da l’uno e da l’altro se ne può trarre qualche utile. La ringrazio dunque doppiamente: prima, che nel rappresentarmi al popolo m’abbia voluto far simile a Socrate; da poi, che nel giudicio del mio poema ne parli con molto onore e molta affezione. E s’in cotesta città son altri che pregino il mio poema, ho di che rallegrarmi, e di che godere; ma non posso goderne fra me stesso senza compagni, perchè così i piaceri come i dispiaceri debbono essere compartiti con gli amici, de’ quali son povero in queste parti, più tosto per difetto di fortuna che d’animo: ne l’altre non so quel che sia; ma voglio che mi giovi di credere ciò che me n’è scritto. Al signor Ottavio Rinuccini ho l’obligo medesimo che a Vostra Signoria: e mi rincresce di non essere in parte, dove possa mirar le sue cavalerie. Ed a l’uno ed a l’altro bacio le mani. Di Ferrara, il dì 8 di marzo del 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A LEONORA DE’ MEDICI, PRINCIPESSA DI MANTOVA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Poichè la mia fortuna non volle ch’io mi trovassi presente a le nozze di Vostra Altezza, ho taciuto questo dolore molti anni, accioch’i miei lamenti non turbassero i suoi piaceri. Ma ora ch’è venuta a marito la signora donna Virginia sua zia, non ho potuto dissimular più oltre, parendomi che quel silenzio possa far degni questi prieghi d’esser esauditi. La prego, dunque, che scriva a la signora donna Virginia in mia raccomandazione, affine che la propria maninconia non mi toglia ogni senso de la commune allegrezza: e la supplico ancora, che si degni di chiedere al signor principe un cavallo per lo mio viaggio; perchè non solo partirò sodisfatto del dono, ma del favore d’averlo impetrato a’ prieghi di Vostra Altezza. E le bacio le mani. Di Ferrara, il dì 10 di marzo del 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A NICCOLÒ SANSEVERINO, PRINCIPE DI BISIGNANO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">S’io potessi appresentare a Vostra Eccellenza occasione che non fosse da molti rifiutata, il farei volentieri, per non condannare in questa parte il giudizio di coloro, che per altro son costretto di lodare, e persuaso d’onorare. Ma poichè la mia fortuna ha potuto non solamente trionfar di me, ma de le virtù de gli uomini, e di quelli più, a’ quali per la grandezza loro più si conveniva il vincer la malignità de la mia sorte, anzi di questo secolo; non dubito d’offerirgliele: e l’offerisco azione, che forse potrebbe esser lasciata per modestia; ma non dee restare abbandonata per disprezzo: perciochè non può esser disprezzata la virtù, ovunque ella sia e comunque oppressa: e se nel darle questo consiglio m’attribuisco l’uffizio altrui, non merito io biasimo nel dire il vero, ma altri nel tacerlo; perchè tacendolo, mi costringe a parlar di me stesso arditamente, e de le mie sciagure liberamente. Ma forse Vostra Eccellenza non stimerà che le si convenga, per trarmi di prigione, far quello che non han voluto fare gli eguali suoi, e i maggiori, a’ quali nè prima poteva essere impedita alcuna buona operazione, nè ora negata alcuna grazia: nè io ardirei di persuadergliele, parendomi che ne la mia causa la mia opinione potesse esser sospetta, se la giustizia non fosse manifestamente in mio favore, e la verità non mi desse ardire, anzi non parlasse per se stessa; e la pietà, e la clemenza, e tutte l’altre virtù non la confortassero a prender la protezione d’uno innocente; se pur è innocenza non aver nociuto ad altri che a se medesimo. Ma da queste virtù non può in alcun modo essere discompagnata la modestia; perchè dove son l’altre, conviene ch’ella sia di continuo: bench’io non persuado a la modestia, ma a la magnanimità il principe di Bisignano; ch’è virtù degna del padre, degna de l’avo, e degna de gli altri suoi antecessori. E sarebbe forse maggior sua gloria e maggior mia contentezza, ch’egli in ciò non avesse compagni: nondimeno non sarà tanto solo, ch’io non possa numerare alcuni, a’ quali ho qualche obligo. Ma vorrei che Vostra Eccellenza si prendesse questa parte, ch’è più nobile; io dico il pensiero de la mia libertà e de la salute, il quale gli altri hanno lasciato per varie cagioni, che non dovrebbono moverla; acciochè ella sia stata solamente prevenuta nel tempo, ma non superata ne gli effetti: e debbo aspettarli conformi a la sua nobiltà, ed a la mia antica affezione. E poichè una volta s’è degnata di farmi sapere la verità, spero che per l’avvenire non consentirà che la mia fede riceva alcuno inganno; o che la sua autorità mi possa portare qualche impedimento: ma la prego che la voglia, perch’io sia liberato, scriverne al signor duca di Ferrara in modo, che non debba ricusare di concederle questa grazia, dimandata da pochi, ma non voluta da veruno. Or sia Vostra Eccellenza contenta di chiederla, e di voler quel che chiede, e di fare ch’io possa morire servitore di casa Sanseverina, come nacqui. E le bacio le mani. Di Ferrara, il 10 di marzo del 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL CAVALIER ENEA TASSO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ne la visita d’un nipote di monsignor illustrissimo Albano non ho riconosciuta l’amorevolezza di Vostra Signoria, ma l’effigie: perch’io non l’avrei aspettato senza sue lettere, non avendo altre commissioni di parlarmi. Ma forse quella di Pavia non era la diritta strada, e per altra doveano esser mandate; s’egli è pur vero che il negozio di Bergamo non sia disperato, come intendo: ma non istimo niun modo più sicuro di quello che ho scritto al signor Maurizio Cataneo per altre lettere. Perchè a le giuste dimande, ed a gli onesti prieghi, non si negherà forse la grazia; quantunque si potesse negar la libertà, o la licenza più tosto: e non s’impetrando ciò che si dimanda, s’otterrebbe quel c’altri propone. Dio sa il meglio: piaccia a Sua Maestà ch’io non m’inganni più ne la cognizion de’ particolari, che nel giudizio de le cose. Ed a Vostra Signoria bacio le mani, e me le raccomando. Di Ferrara, il 20 di marzo del 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON CESARE DA ESTE. FERRARA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Doppo molti anni di servitù, c’ho avuti con la casa d’Este, sono succeduti molti altri di prigionia, la quale non ha diminuita la necessità del servire, ma accresciutala sopramodo; benchè mi paia d’essere stato in un medesimo tempo servitore e prigione, e l’uno e l’altro inutilmente, per difetto più tosto d’occasione che di volontà. Ora, se pur continuasse la servitù, dovrebbe finir la prigionia; e s’era troppo felice tempo da porle fine, quel de le nozze di Vostra Eccellenza, si potrebbe concedere in questi dì maninconici la grazia che ne gli allegri mi fu negata; acciochè io avessi qualche parte de le sue divozioni, se non l’ebbi de le feste belle, grandi e reali, come intendo, e degne di così nobil coppia, e di quel gran principe che volle onorarla. Voglia Iddio, ch’io sia meglio esaudito nel dimandar libertà, che non fui nel chieder licenza; e ch’io possa spaziare in più larga parte co ’l suo favore, che non è forse più favore ma debito, perchè molte volte me l’ha promesso: ma io riceverò da la sua cortesia ogni cosa più volentieri, sol che si compiaccia d’usarla. E le bacio le mani. Viva lieta. Di Sant’Anna, a’ 24 di marzo del 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON CESARE DA ESTE. FERRARA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ho scritto questa mattina a Vostra Eccellenza, pregandola che mi faccia concedere tanto di libertà, quanto basti per confermare la mia servitù o per reintegrarla, s’ella n’avesse maggior bisogno; ma ora, avendo occasione di mandar le mie lettere per miglior mezzo, voglio pregarla di nuovo che mi sia cortese del suo favore. Il tempo, come può vedere, s’è racconcio, ma la mia fortuna non fa mutazione, nè mostra di voler migliorare in parte alcuna; ond’io vorrei imitar coloro che fanno orazione per la serenità: e benchè Iddio sia per tutto, e da tutte le parti soglia esaudirci, nondimeno i luoghi pii sogliono accrescere la divozione. Si contenti dunque, ch’io possa andare in questi giorni di quaresima visitando le chiese; ed abbia compassione de le mie vecchie infermità, a le quali se n’è aggiunta un’altra di nuovo quasi volontaria, onde temo di non guarirne: ma forse un medesimo rimedio potrà risanarmi di tutte. E le bacio le mani. Di Sant’Anna, a’ dì 24 di marzo 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON CESARE DA ESTE. FERRARA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Sono stato molti anni misero, per non dar noia a Vostra Eccellenza: ora mancano le speranze, e cresce la miseria. Laonde son costretto a supplicarla che mandi questa sera a vedermi un de’ suoi gentiluomini con una sua lettera; perchè se tarda più, dubito che non venga a tempo per lo favor ch’io le dimando. Viva felice; e voglia che mi vaglia la mia infelicità in vece di molte preghiere. Di Sant’Anna.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A RENATO CATO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Non so se le mie lettere potranno far quell’effetto con Vostra Signoria, che non hanno fatto le parole: ma forse l’aiuterà la fortuna de la città, ne la quale son mandate; e darà tanta autorità a le mie preghiere, quanta deono aver le promesse de’ principi grandi, e de’ supremi: perchè il papa si è degnato d’interporla, come Vostra Signoria potrà intendere da monsignor Papio, le cui lettere da poi sono state trattenute. Se Vostra Signoria si contenterà di dargli informazione del mio stato, e di prenderla de l’esser mio, potranno conchiudere qualche cosa che sia di mio giovamento, e di sodisfazione, e direi di piacere, se la dignità di Vostra Signoria me lo concedesse: perchè i miei piaceri omai dovrebbono esser di sorte, ch’io non dovrei vergognarmene, almeno co’ famigliari. Ma non volendo esser meco più severo che con gli altri, sosterrà d’esser pregata in questa parte ancora. E le bacio le mani. Di Ferrara, il 29 di marzo del 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ho ricevuto i dialoghi del Possevino, de’ quali aveva bisogno, e però ne ringrazio Vostra Paternità molto reverenda, benchè mi dispiaccia che ’l Licino abbia voluto darle questo fastidio e questa spesa: ma non suole esser mai noia a’ liberali lo spendere; ma voi sete liberalissimo, e v’assomigliate al signor vostro fratello, il quale in questa vita con tante virtù adorna la sua nobiltà: laonde non si può conoscere di leggieri, s’egli aggiunga maggior luce a la gloria de’ vostri maggiori, o se la riceva; ma ricevendola ed aggiungendola, ha pochi pari ne la gentilezza e ne la liberalità: e se fra’ pochi è l’uno Vostra Paternità molto reverenda, non le dee spiacere s’io a l’uno ed a l’altro sarò obligato egualmente.</p>
               <p TEIform="p">Al sonetto del signor Guastavino non ho risposto, e mi vergogno d’essere stato così tardo; ma s’io non avessi di che scusarmi, avrei minor ragione di lodarla e d’onorarla e di ringraziarla. Risponderò senza fallo; e s’a quel gentiluomo non sarà grave di venire a vedermi, porrò questo insieme con gli altri oblighi che debbo avere a Vostra Signoria molto reverenda. De le lettere de la signora Livia e de gli altri signori Spinoli son desideroso, come di cosa troppo tarda e bramata: e forse sono mandate così tardi perch’io possa prepararmi a ricever tanta allegrezza.</p>
               <p TEIform="p">Non ho veduto molti mesi sono alcuni de’ vostri padri, e me ne maraviglio, perchè non intendo la cagione. Ma per questa strada ancora può mandar le sue lettere sicuramente. Mi spiace che non possano aver le canzoni; ma scriverò io stesso al signor conte Enea Martinengo. Fra tanto Vostra Signoria molto reverenda mi conservi ne la sua grazia, e ne l’altrui; e m’ami quanto l’onoro. Di Ferrara.</p>
               <ps>
                  <p TEIform="p">Poscritta. Se c’è cosa di nuovo del negozio di Bergomo, me n’avisi.</p>
               </ps>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">A DON BASILIO ZANIBONI. FERRARA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io credo che non abbiate perduta la memoria de’ piaceri che m’avete fatti, com’io conservo quella de’ benefici c’ho ricevuti; onde a voi non sarà cosa nuova di farmene de gli altri, nè a me di gustare i frutti de la vostra cortesia: però vi prego che diate ricapito a l’inchiuse lettere, e me ne procacciate risposta dal padre don Angelo con diligenza. Iddio perdoni a chi s’interpose nel vostro negozio, e vi tolse di mano così buona opera cominciata, e quasi fornita: ma sete a tempo ancora;
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                     <l part="N" TEIform="l">Chè tarde non fur mai grazie divine.</l>
                  </quote>
               </p>
               <p TEIform="p">Vorrei che mi fosse conceduto di venire a’ vostri uffici questa settimana santa: ma s’io non avessi commodità d’uscire, venite voi a consolarmi, come solete; perchè io v’aspetto, vi desidero, e mi vi raccomando. E vi bacio le mani; ed al padre abbate parimente. Di Sant’Anna di Ferrara, il 2 d’aprile 1586.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">483</head>
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                  <salute TEIform="salute">A DON BASILIO ZANIBONI. FERRARA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non so bene se darò a Vostra Signoria occasione di fastidio o di piacere, perchè queste cose sono come l’uom se le reca. Ma perchè misurando il suo animo dal mio, debbo credere che non le dispiacerà d’impiegarsi in un negozio d’un amico suo; la prego che senza fallo venga a vedermi, perchè ho da ragionar seco a lungo. E le bacio le mani. Da le mie stanze.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vostra Signoria reverenda osserva così bene le sue promesse, ch’io non debbo dubitare de l’altre, che non ha recate ancora ad effetto. La ringrazio dunque de le speculazioni de’ pianeti, che m’ha portato il Licino; ed aspetto lo smeraldo che manda il signor suo fratello, tanto più volentieri, quanto è più bello; perchè la bellezza del dono mostra quella de l’animo del donatore, del quale ho veduti altri segni: e così gli oblighi miei andranno crescendo; ed io, benchè debole, non diffiderò di portarli tutti.</p>
               <p TEIform="p">Del negozio di Bergomo ormai si dovrebbe vedere il fine, perchè son mesi ed anni ch’egli è cominciato. Nè ’l rispetto de’ principi è ragionevole che l’impedisca, ma che faccia più agevole l’espedizione: imperochè assai gli onora chi porge loro occasione d’usare la magnanimità e la clemenza; la qual essendo tolta, è usurpata gran parte di quella autorità che si conviene solamente a gli uomini d’alto affare. Così va il mondo. I pareri son diversi; ed in tanta diversità, molti si accordano nel peggio. Quando vedremo concordia nel bene? o chi sterperà le radici da le quali germogliano le false opinioni? Siate voi, padre, un di quelli; e l’altro sia il signor Cristoforo; almeno in quella parte che per noi si può: e non usciamo de’ termini di questo negozio. S’i Deputati scriveranno, ne vedrò forse molto effetto: ma sarebbe necessario che ’l Licino, o altri, appresentasse le lettere, e sollecitasse la risposta, perchè le deliberazioni di questo serenissimo principe son tarde, e l’occupazioni grandi. L’amorevolezza del signor Ercole Tasso dovrebbe giovarmi, o più tosto avermi giovato; e può farlo ancora con minor suo disagio, in maggior mio disegno. In somma, poichè a voi, padre, è piaciuto di prender questo pensiero de la mia libertà, non lasciate l’impresa senz’aver fatto cosa alcuna, ma conducetela come ci abbiam proposto.</p>
               <p TEIform="p">Le risposte del signor Alessandro, e de la signora Livia Spinola, e del signor Nicolò mi saranno grate oltramodo, ma più cara mi sarebbe stata la presenza. Aspetto la canzona che dimandai, co’ sonetti; ma oltre quella de la granduchessa, vorrei ancora quella de la duchessa Barbara; e non si potendo avere dal signor conte Marc’Antonio, io ne cercherò in altre mille parti. Mando il sonetto al signor Giovan Paolo Olivo: e se ci fosse qualche parola che non gli convenisse, scusi la picciola cognizione ch’io ho de’ suoi meriti e de gli studi e de l’opere; e mi raccomandi al signor suo fratello, ed al padre abbate: nè voglio por fine a questa lettera senza ricordarle di nuovo la spedizion del negozio; perchè niuna cosa è soverchia, la quale possa servire a l’intenzione di colui che scrive. E le bacio le mani. Di Ferrara.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mando a Vostra Signoria la risposta fatta al sonetto del signor Giulio Guastavini, più tardi ch’io non avrei voluto; ma non ho potuto più affrettarmi: ed in me suole spesse volte avvenire quel che si dice:
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                     <l part="N" TEIform="l">Che per troppo spronar la fuga è tarda.</l>
                  </quote>
Voi, se volete mostrarvi cortese come solete, non accusate la volontà ma la natura, che m’ha fatto pigro in tutte le azioni, e bisognoso de l’opera de gli amici; de’ quali alcuni me n’ha tolti la morte, altri la fortuna; e s’alcuno me n’è rimaso, o non vuole o non può mostrarsi: sì ch’io non ho maggior bisogno di questo, nè maggior desiderio. Aspetto non solo il bello smeraldo, ma le lettere che dite di mandare: nè mi vergogno di chiederle, perchè la vergogna in tal caso sarebbe da uomo troppo rozzo; onde non voglio che mi ritenga: e s’altri non sarà più difficile nel concedere, ch’io presuntuoso nel dimandare, non avrò di che vergognarmi.</p>
               <p TEIform="p">Del negozio di Bergomo non intendo cosa alcuna; ma se ne dovrebbe ormai venire a fine: onde prego Vostra Signoria molto reverenda, che mi scriva quel che se ne può ritrarre. Credo c’avrà avuto il sonetto al signor Giovan Paolo Olivo, sì come io ricevei il libro che le piacque di mandarmi. Baci le mani a tutti, e mi raccomandi al signor fratello, al quale ho grand’obligo, ma non maggior de l’affezione ch’io le porto: e cresceranno di pari, perch’io non voglio esser vinto ne l’amore, benchè consenta d’esser superato ne la cortesia, come piace a la mia fortuna; la quale ha riportato di me tutte le vittorie, ma niuna con maggior mia sodisfazione di questa. Vostra Paternità molto reverenda preghi Iddio per me. Di Ferrara, il 4 aprile 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Scrissi l’altro giorno a Vostra Signoria molto reverenda, e le mandai la risposta al sonetto del signor Giulio Guastavini; ma non ho veduto ancora il padre don Basilio, a cui l’aveva raccomandata. Ora, essendomisi appresentata altra occasione, le scrivo per quest’altra via, per la quale ho ricevuti due libri, e mandatoli il sonetto in lode del signor Giovan Paolo Olivo. Stimo che ’l Licino abbia fatto stampare alcune opere mie, le quali io non ho rivedute prima che si stampassero. Se la mia opinione è vera, desidero almeno di rivederle stampate: s’è falsa, correggerle, e ridurle a l’ultima perfezione. Fra l’altre operette è quella de l’arte del Dialogo, drizzata a Vostra Signoria molto reverenda; a la quale vorrei aggiungere alcune poche righe: però la prego che me la rimandi, e le canzoni ancora, se potrà riaverle; altrimenti scriverò io medesimo al signor conte Enea Martinengo, perc’ho sommo desiderio d’esser favorito da quel cavaliero.</p>
               <p TEIform="p">M’era data intenzione, che ’l signor principe mi voleva donare un cavallo per lo viaggio; ma non aveva certo autore, e forse era giudicio del volgo. Se giovasse il dimandare, io ne supplicherei Sua Altezza per una mia lettera; ma se mancasse il cavallo, non dovrebbe mancare la barca, perchè non altro che divozione dee farmi andare a piede. Vostra Paternità molto reverenda mi scriva il suo parere, e mi avvisi per qual mezzo si potesse impetrar questo benedetto cavallo più di leggieri. Salutatemi il signor Marcello; e diteli ch’io sono in man d’un confessore mantovano, da cui non vorrei gran penitenza: e benchè i peccati miei sian grandi, non si dee disperare de la divina clemenza. Questa settimana santa andrei volentieri agli uffici di San Benedetto, e cercherò d’aver licenza. Ed a Vostra Signoria molto reverenda mi raccomando: e fo riverenza al padre abbate. Di Ferrara.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Non mando per questo corriero la lettera di Bergomo, perchè ieri mi sentii alquanto male, e questa mattina mi sono communicato; onde non ho potuto scrivere: scriverò quest’altra settimana, o prima, se prima n’avrò commodità: fra tanto Vostra Paternità molto reverenda solleciti il signor Casale, acciochè questo negozio abbia qualche suo fine. Il suo sonetto m’è piaciuto assai, perch’è de’ più belli c’abbia veduti de’ suoi; e prendo volentieri quel tempo di risponderle, ch’ella mi concede: e con la risposta credo mandarle la lettera dedicatoria; benchè io non intenda a pieno quello che mi scrive, perch’io non ho fatto annotazioni sovra il discorso del Lombardello, ma sovra il Convivio di Dante, a le quali ancora giungerei volentieri alcune poche cose. Baci le mani al signor suo fratello, e viva felice. Di Ferrara.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Questi giorni sono stato un poco male, ed assai più de l’usato; però non ho risposto al sonetto di Vostra Signoria molto reverenda, nè fatto altra composizione in versi; ed a pena ho scritta la lettera ai Deputati di Bergomo, e fatta l’altra dedicatoria, sovra la quale potrà porre il nome del signor suo fratello, o ’l suo, come le parrà più opportuno. Credo che vorrà condurre questo negozio a quel certo fine c’aveva pensato: nè di ragione può esser molto lontano. Non scrivo al signor Cristoforo Tasso, nè al signor Alessandro Casale, perchè Vostra Paternità molto reverenda mi scriveva d’aver fatto questo ufficio con l’uno e con l’altro; e non potrà nuocere il rinovarlo. Scrivo al Licino, il qual dice di ritornare per la via di Mantova, dove potrà rivederla. E le bacio le mani. Di Ferrara.</p>
               <p TEIform="p">Raccomando quest’altra lettera a Vostra Paternità reverenda, e questo benedetto negozio: la maggior parte è ne le sue mani; e sarebbe tutto, se non si fosse compartito per diminuirli il fastidio. Raccomandatemi al padre abbate, e pregale Nostro Signore per me. Di Sant’Anna.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">489</head>
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                  <salute TEIform="salute">AI DEPUTATI DI BERGAMO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Illustrissimi signori miei, e padroni osservandissimi.</p>
               <p TEIform="p">Se lo squallore e le lagrime e la solitudine fossino miserabili solamente, per aventura non avrebbe il reverendo Licino molto da raccontarvi de la mia infermità, che vi potesse movere a compassione. Ma perchè oltre queste ci sono altri mali, e la solitudine de gli amici è ’l maggior di tutti, e i dolori de l’animo avanzano di gran lunga quelli del corpo; s’egli potesse tutti manifestarli, spererei di ritrovar pietà non che perdono; ed ivi dovrei sperarla ove fosse alcun animo nobile, che per prova sapesse quanto sian pungenti da sentire, e quanto gravi da tollerare. Ma ne la miseria di molti anni ho questo male di più, che non mi si conviene scoprire le mie passioni. Le Signorie Vostre sono prudenti, e sanno qual fosse lo stato di mio padre ne l’una e ne l’altra fortuna; quale il merito, qual la fama, e quale or sia la memoria. Sanno ancora quali siano stati i principii de la mia gioventù ne gli studi e ne la corte, e l’aspettazione che s’aveva di me e de le mie composizioni, e i favori fattimi, e le speranze datemi, e le promesse confermatemi in tanti modi e da tanti, e le cagioni de la mia infermità, e de la prigionia, in questa età matura, ma carica più di fastidi che d’anni. Laonde niuna lettera o narrazione potrà moverle più che il rivolgere fra se medesime i miei fortunosi casi, e ’l pensare a la fragilità de le cose umane; acciochè io ritrovi in loro tanta umanità, quanta elle han trovata in me costanza, e particolarmente ne l’onorarle, e direi nel servirle, s’io fossi stato atto come volenteroso. Ma qualunque io mi sia, oltre me stesso; e le prego che vogliano fare, per la mia salute e per la mia libertà, quello che farebbono per alcun altro che fosse nato ne la loro città; da la quale io trassi l’origine, e da la quale direi d’aspettar la sanità, e l’altre cose che possono consolarmi, se facessero in modo ch’io potessi venir a cercarle. Vogliano dunque giovarmi o ne l’una o ne l’altra maniera; e più in quella che può accrescere più gli oblighi miei e l’affezione. E loro bacio le mani. Di Ferrara, il 12 d’aprile del 1586.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">690</head>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Finalmente ho risposto al sonetto di Vostra Paternità molto reverenda, e non avendo altra occasione di mandarlo, il mando per via del padre cellerario. Credo c’avrà ricevute le altre lettere, e particolarmente quella ch’io scrivo a Bergomo; e scritto a monsignor l’archidiacono ed al signor Alessandro Casale. Io n’aspetto risposta, al più tardi, nel ritorno del reverendo Licino. Il negozio è ne le sue mani; onde non può esser lunge dal fine c’avete proposto. Non so qual cagione abbia impedito il signor Ippolito, perch’io non l’ho più riveduto, ed è passato questo carnevale e questa quaresima: credo che gli uffici di Vostra Paternità non saranno vani con questo gentiluomo. S’io vedrò il signor Scalabrino, or tutto suo, e già tutto mio, il farò pregare che venga a vedermi. Pregate Iddio per me. Di Sant’Anna.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A LUCA SCALABRINO. FERRARA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ho bisogno di parlarvi di molte cose; ma particolarmente, perchè vorrei che mi faceste un sonetto in lode d’uno avocato milanese, il quale ha nome il signor Bartolomeo Brugnoli; bello quanto più potrete. Io n’ho fatto un altro, ed al secondo non mi trovo disposto: e fa mestiero ch’io compiaccia un giovane, servitore del signor ambasciatore, che ’l ricerca. Signor, non mi mancate per vita vostra. E se voi non potrete, fatelo far dal signor Orazio, che ve n’avrò molto obligo. Consolatemi de la vostra presenza: e fato ch’io gusti qualche frutto, prima che passi la stagione. E vivete felice. Di Sant’Anna.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
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               <p TEIform="p">Voglia Iddio che non sia fallo ne l’operazione, poi che non è inganno ne l’intenzione, la quale io vi manifestai con l’ultime lettere, come voi dimandavate, e come io poteva: laonde non dovete interporre alcuno indugio a la spedizione del negozio; ma ringraziar l’eccellentissimo signor Ieronimo Solza, e sollecitar gli altri, e fra gli altri il signor Marc’Antonio Spino; al qual mando il sonetto in morte del signor suo padre, che m’avete dimandato: e vi prego che vi dogliate seco in mio nome. A vostro fratello furono rimandate due lettere dedicatorie, nè poi l’ho rivedute, nè so quel che si faccia de la stampa; perchè non voglio fare altro accordo di quel c’abbiate fatto voi. Vi ringrazio che prendiate cura di far che le rime siano ricopiate. E mi raccomando a tutta la città. Di Ferrara.</p>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">A MAURIZIO CATANEO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ieri, che fu il sesto di maggio, il signor Giulio Mosti mi mandò una lettera di Vostra Signoria, ne la quale mi dà le solite speranze al modo usato: ma io non vorrei disperare; nè debbo sperare se non quelle medesime cose che prima soleva; fra le quali sono la libertà e la sanità. E s’io potessi ricuperare l’una senza l’altra, farei minore instanza per averle ambedue: ma sono assai certo ch’i medici non vogliono far cosa alcuna per risanarmi; nè io, per ammalar più di quel ch’io sia: e son più di quel che voi crediate. Per guarire avrei fatto forza a la mia natura, ed ingannato me stesso e ’l mio gusto e ’l palato, cercando di persuaderli che le cose spiacevoli fossero piacevoli; l’amare, dolci; le sciocche, saporite: ma non posso senza aiuto alcuno di medico o di medicine, senza larghezza del vivere, e senza gli altri rimedi, i quali avrei forse potuti usare s’io fossi stato libero. Non so dunque ciò che si dicano i medici, o almeno questi, i quali io vedo poche volte; forse perchè io non ho danari da pagarli: sì che non accetto niun consiglio più volentieri, di quello d’arricchire, se fosse approvato da’ teologi. Ma sapete quanto sia difficile al ricco l’entrare nel regno del cielo: a’ liberi credo senza fallo che sia più facile l’entrarvi; perchè possono far molte buone operazioni, che sono impedite da la servitù o da la prigionia. E per fermo, s’io fossi stato signore di me stesso questo tempo ch’io sono stato prigione, avrei visitate molte chiese e molti luoghi pii, sodisfatti molti voti, udite molte messe, molte prediche e molti vesperi, che non ho potuto udire; e forse non avrei fatti molti peccati, nè offeso Iddio in tanti modi, in quanti ho fatto. Laonde io vorrei che que’ teologi i quali han messo il lor parere in carta, considerassero questa materia più diligentemente; ed avessero risguardo non solo a la salute de l’anima mia, ma a quella de gli altri, e de’ principi particolarmente; i quali non volendo far grazia, non debbono negar giustizia: ed io dimando l’una, ma non fuggo da l’altra; nè son mai fuggito, ma corsole incontro per ritrovarla; e fors’ella se n’era volata in cielo. Ora io vorrei venire incontra a la grazia o a le grazie; perch’essendo io stato ingiusto contra me stesso, debbo temer la pena: se pur non volessi accusar me medesimo, in quel modo che alcuni consigliavano che s’accusassero gli amici e i parenti. Ma s’io fossi costretto o persuaso a ciò fare, vedete quanto obligo avrei a la corte o a le corti, perch’io scrivo a tutte o a molte, e da molte ho qualche risposta.</p>
               <p TEIform="p">Passiamo di grazia a materie più piacevoli. Desidero di correggere e d’accrescere il mio poema, e di mutarlo in molte parti: ma crederei di poetar con minore infelicità, s’io fossi più sano; ed aspettava di conoscer qualche miglioramento: pur comincierò com’io posso: forse il sentirò componendo.</p>
               <p TEIform="p">Lo Scalabrino vien rade volte a vedermi, ed io ho molto bisogno di parlargli. Il Licino è ancora in Bergomo; nè so quel che si conchiuda del negozio con la città. Ne’ particolari del signor Antonino mio nepote, non credo d’ingannarmi; se pur mi fu detto il vero, che gli fossino dati quaranta zecchini da una vedova: perchè le donne in questo paese non sono così larghe.</p>
               <p TEIform="p">Manderò il sonetto del signor patriarca vostro quest’altra settimana, perchè prima non ho potuto. Fra tanto Vostra Signoria le baci le mani in mio nome, ed a l’illustrissimo signor cardinale ancora; al signor Scipion Gonzaga, a monsignor Papio, al padre Panigarola, al signor Flaminio, al signor Silvio, al signor Cipriano, ed al signor Bargeo: e s’alcun di loro fosse stato servitor di dama, io l’avrei pregato che mi facesse qualche favore con la signora donna Virginia de’ Medici, a la quale non ho ancor baciate le mani, nè ricevuta alcuna grazia nel suo venire, com’io credeva; e stimo che Sua Altezza non l’avrebbe negata, nè la negherebbe, se ne fosse pregata da lei. A Vostra Signoria mi raccomando di buon cuore. E viva felice. Di Ferrara (7 maggio).</p>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">A MAURIZIO CATANEO. Roma</salute>
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               <p TEIform="p">La speranza che Vostra Signoria mi dà è così picciola, che mi parrebbe meglio di perderla a fatto, che di nutrirla lungamente in vano, e d’ingannar me stesso molti anni in questa pratica. Ma perchè le ragioni, le quali m’indurrebbono a disperazione, possono aver molte repliche, e sono più tosto apparenti che vere; non despererò in tutto, se le migliori dovranno rimaner superiori: e se la difficoltà non è da la parte del principe, come Vostra Signoria scrive, ma da quella de’ ministri, e da la mia, potendosi trattar co ’l signor duca questo negozio, non conviene accrescerla: ed ove la ragione, addotta da loro, avesse fatta qualche impressione, si può facilmente rimuovere in questi principii da uno animo generoso; perchè l’infermità mia non può esser guarita, s’io non son medicato con rimedi contrari a quelli che m’hanno tenuto lungo tempo infermo il corpo e l’animo: fra’ quali è stata la soverchia severità di tenermi prigione, e la solitudine. Laonde omai si potrebbe usare qualche piacevolezza; nè già tutte le cose in tutti i tempi e ’n tutti i modi deono esser negate a gl’infermi, o concedute in maniera ch’egli sia meno offeso, se gli son negate: perchè, sì come non può esser sano un corpo che sia nutrito sempre di cose che non gli piacciano, nè sieno giovevoli a la sua natura; così l’animo, al quale si nieghi ogni piacere, ricusa ogni medicina. E s’i ministri di Sua Altezza non mi volevano annoverare nè tra i servitori del serenissimo signor duca, nè tra’ virtuosi, a’ quali non si restringe la sua liberalità, non mi dovevano almeno escludere dal numero de gli uomini; perchè, s’io dicessi de’ gentiluomini, gli offenderei più con la verità, c’altri non farebbe con la bugia: ed a tutti gli uomini è lecito il comprar co’ danari propri la buona robba; e rade volte è venduta cattiva a chi voglia ben pagarla. Ed io ho bisogno di molte cose che non mi sono date da la corte; e la state mi piacerebbe più l’ormisino che ’l ciambelotto, e ’l vin fresco che ’l caldo; e ’l verno non posso star senza fuoco; e ne l’un tempo e ne l’altro ho bisogno d’un servitore: perchè io fui servito in casa di mio padre, non solo in corte, dove sono poi vissuto molti anni, come sa il serenissimo signor duca medesimo, co ’l quale tutte le cose saranno più facili da trattare. Riman dunque la difficoltà da la mia parte sola; la quale io voglio più tosto accrescere che diminuire: non perch’io non conosca quanto tutte le mie imperfezioni naturali siano state accresciute da l’infermità; ma perchè stimo che appertenga ad un principe medesimo il castigar le colpe e l’emendare i torti. E perchè la mia ignoranza non è mio difetto, non dovrebbe esser mio danno, ma di chi n’è cagione; nè mia vergogna, ma di chi me la rimprovera; non essendo alcuna maggior ignoranza, che ’l rimproverar altrui in alcuna maniera quello che non è in suo potere, ma de la fortuna: la quale ha avuto maggior imperio in me che ne gli altri; perchè non solo m’ha tolto l’avere e la sanità, come suol fare a molti, ma la memoria de le cose lette, e quasi il senno; il che suole avenire de’ pochi. E qual lode può meritare la benignità di quel principe che non s’oppone a la malignità de la sorte, o che niega il premio a la buona intenzione dove l’opere sono impedite? Il premiare l’operazioni e le fatiche suole esser cosa da tiranno ancora, non sol da principe magnanimo; ma ’l guiderdonar la volontà è proprio d’Iddio, e di que’ signori che più se gli assomigliano. Devrei dunque esser pagato come letterato grande, e di gran fama; poichè sempre ho cercato di esser, malgrado de l’infermità d’otto o di nove anni, e de’ viaggi prima fatti, e de gli errori, e de l’altre sciagure c’avrebbono spaventato ciascuno da l’impresa di saper tutte le cose umane e divine che sono credute per fede o sapute per rivelazione. E s’altri ne sa più, è stato peraventura ingiusto; e se gli dee torre quel che è soverchio per ingiuria, e rendere a me quel che manca a’ miei desideri moderati. Nè si dee dar la colpa di tanto male a le prime cagioni, perchè ne le prime non è colpa nè imperfezione; ma ne le seconde, o ne la materia. E s’in questa sfera, ove par che regni la fortuna, il papa è quasi una prima cagione, ed un motor primo; non può esser colpa in Sua Santità, nè difetto in Sua Beatitudine, in cui è abbondanza di tutti i beni, e pienezza di tutti i tesori. E s’egli è un sole di giustizia, a simiglianza d’Iddio che fa nascere questo che si vede, sovra i giusti e sovra gl’ingiusti; può scacciar le mie tenebre, e piovere in me le sue grazie. Nè si dimandano più favori, ma grazie; non di alcuno errore che non sia fatto, ma de’ commessi; perchè la penitenza di questi dee esser cagione che per l’avenire non se ne commetta alcuno altro. E fra le grazie devrei numerare l’esaltazione del signor abbate al patriarcato, a’ cui meriti si convenivano i primi onori, non solo i secondi; ma contentandosi de’ secondi, si mostra più meritevole de’ primi. Laonde Sua Beatitudine con l’onorare la sua virtù, gli ha data occasione di mostrarla maggiore. Me ne rallegro dunque con monsignor illustrissimo cardinale, con la sua reverendissima Signoria, con la Vostra, e con tutta la patria, ch’in questa guisa acquista riputazione ed autorità. E s’io fossi così pronto a le rime, come bisognerebbe, avrei subito cominciato a poetare: ma spesse volte non mi soviene che dire; spesso non trovo da ornare i concetti; e sempre dispiaccio a me stesso; benchè talora possa compiacermi de l’invenzione e de’ versi. La sua degnità è così alta, la sua virtù così illustre, che le mie composizioni non possono darle alcuno ornamento o splendore: e con le mie lodi non potrei illustrare altro che me stesso, facendomi conoscere per servitore de la sua casa, e per conoscitore de la sua dottrina, de l’ingegno, del giudicio, de la prudenza, de la cortesia, de la liberalità. Quel tempo, dunque, ch’io tarderò a pagar questo debito, non farà men chiara la sua gloria, che la mia affezione; la quale, perch’io non son troppo ambizioso, ora si contenta del testimonio di Vostra Signoria: e vi aggiungerò, quando che sia, quel de’ miei componimenti; e forse questa altra settimana manderà qualche cosa. Ma non vogliamo, o signor Maurizio, dare a la stampa quelle che son fatte? o quando sarà questo, o come? con tanta inquietudine, in tanta infelicità, e con sì poco utile, e con sì poca riputazione? Non è possibile, o non è conveniente. Che fa il Licino? che dice? che pensa? Vorrei cavargli i pensieri da l’anima, e trovar nel centro de’ suoi secreti ciò che pensa. Perchè ha fatti dare cinquanta zecchini d’oro al signor...? o perchè ha consentito che gli sien dati, e lasciato me con molti bisogni e con molte sconvenevolezze? Poteva parlare al signor duca; e, se non gli era conceduto di parlargli, gridare:
<quote rend="block" lang="lat" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">O coelum, o terra, o maria Neptuni!</l>
                  </quote>
Vuol forse che questa parte sia riservata a me solo. La scena si fa; nè so bene s’ella si faccia per la tragedia o per la comedia: se per la comedia, dirò:
<quote rend="block" lang="lat" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">O populares, ferte opem misero.</l>
                  </quote>
Comunque sia, il Licino non dee consentire ch’io rimanga in danno; poichè io mi son fidato de la sua fede. Deh, signor Cataneo, così Iddio ci faccia ambeduo contenti; fate ch’io possa riformare il mio poema in libertà, se non in Roma o in Napoli o in questa città, ch’è una de le prime d’Italia, e de le più nobili, e de le più belle; almeno in qualche colle che signoreggi il mare,
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">O ’n riva d’un corrente e chiaro fiume,</l>
                  </quote>
o sotto l’ombra di qualche felice pianta, che mi ricopra in modo da la fortuna, ch’ella non sappia trovarmi, o non possa offendermi. Dal signor Papio avrei creduto di ricever grazia, che io potessi attendere ai miei studi in Vaticano, non che altrove; ma fra tante reliquie, e tante sacre imagini, ogni altra musa, che la sacra, sarebbe ammutita, come ammutirono gli idoli. E quel giudiciosissimo signore non vorrà forse che la sua autorità mi giovi meno in questa parte, che ’n alcuna altra. Avete il signor Cato in Roma presente: e co ’l signor Cato, messer Febo che fece stampare il mio libro. E monsignor Masetto v’è sempre, se non con la presenza, con l’animo: onde potrete parlar e scriver, se vi pare, tutti e tre, perchè il signor duca non restringa più le mani de la sua liberalità, di quel che soleva meco, o di quel che faccia con gli altri. Egli è principe di grande animo, di grande ardire, valorosissimo, giudiciosissimo, prudentissimo, amator de’ letterati, e degno d’esser celebrato in tutti i poemi, e ’n tutte le istorie: e s’a tante sue virtù s’aggiungerà la clemenza, non si può dubitare che manchi la sua liberalità. Vostra Signoria renda i saluti al signor Flaminio de’ Nobili, ed al signor Silvio Antoniano, ed a l’eloquentissimo padre Panigarola; il quale non devrebbe lodarmi senza difendermi, nè esser men buono oratore ne l’un genere che ne l’altro: onde il prego che non voglia mostrare minor benevolenza ne la salute che ne l’onore. A monsignor illustrissimo bacio le mani, ed al signor patriarca Gonzaga similmente. Di Ferrara.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON CESARE DA ESTE. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ringrazio l’Eccellenza Vostra che si degni di rispondere a le mie lettere, ed in questa guisa d’accrescer gli oblighi miei; perchè de’ suoi è tanto, quanto le piace. E sì come niuno l’astringeva a promettere, così niuno può sforzarla ad osservar le promesse; benchè ne’ prieghi, ne le raccomandazioni, ne l’instanza e ne l’importunità fosse qualche violenza. Ma io userei altri modi, se non dubitassi di usarli invano, e d’esserle noioso in questi ancora, co’ quali gli altri sogliono piacere, ed acquistar la benevolenza de’ padroni. Sola dunque la sua grazia può fare ch’io le sia grato, e prevenire i meriti miei, come prevenne le dimande e le suppliche; e poichè ella ne dee esser giudice, ne spero la sentenza in favore. Desidero la libertà e ’l suo ritorno egualmente, nel quale spero d’esser consolato, poichè vuole ch’io lo creda. Fra tanto cercherò di passar la noia de la prigione come posso, non potendo come vorrei. E le bacio le mani. Di Ferrara, il 18 di maggio del 1586.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">496</head>
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                  <salute TEIform="salute">A CRISTOFORO TASSO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io ho rimesso tutto questo negozio de la mia liberazione a Vostra Signoria credendo che niuno altro debba trattarlo con maggiore amorevolezza o con maggior diligenza; de la quale altretanto ho bisogno, sì per la qualità de la stagione come per quella de la mia infermità; per la quale io sono infelicissimo: nondimeno perchè ne la lettera del reverendo padre Licino si tocca un particolar di supplica, io gliele voglio ricordare; perchè non vorrei che, tralasciato, facesse alcuna difficoltà. La prego, dunque, che supplichi al signor duca in tutti i modi, e mandi la supplica al signor Masetto, secretario di Sua Altezza, perch’egli le faccia dare presta spedizione. Fra tanto io me le raccomando; e le fo sapere che non posso star rinchiuso senza infinita melanconia: però vorrei che ci prendesse qualche provisione, per la via più corta, con una lettera a chi le pare.</p>
               <p TEIform="p">Del mio stato non le do particolare aviso, perchè io n’ho parlato spesse volte a monsignor Licino. Pur non voglio tacer questo; c’ogni giorno vo peggiorando, e c’ho perduta la memoria in modo che non mi ricordo di cosa alcuna di quelle c’ho lette: laonde questo dolore è senza pari, e forse senza consolazione. Piaccia a Dio, che non sia senza rimedio. E vivete felice; e baciate le mani al signor cavalier Enea, ed al signor Ercole, in mio nome. Di Ferrara.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">497</head>
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                  <salute TEIform="salute">A MARC’ANTONIO SPINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Le lodi datemi da Vostra Signoria assai cortesemente, sono state da me ricevute non come dimostrazioni del suo giudizio, ma come segni de l’affezione, de la quale io la lodo sommamente; e vorrei poter imitarla, chè lo farei di buon cuore: ma fo quel che mi è conceduto dal tempo e da l’occasione, ne la quale mi deve perdonare s’io ho scritto un solo sonetto in morte del signor suo padre, che meritava d’esser lodato con molti. Ma perchè da quella parte da la quale aspettava il perdono, sono venute le commendazioni, l’accetto volentieri, parendomi che ’l perdono ancora ci sia contenuto. Ed in questa lettera non sarò più lungo, perchè aspetto chi venga a trarmi di prigione. De l’altre cose avrà risposta con maggior commodità. E le bacio le mani. Di Ferrara.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">498</head>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io v’aspettava oggi con la spedizione del negozio, credendo che monsignor Masetto dovesse esser venuto: e non essendo, o almeno non s’aspettando, è necessario ch’io scriva al padre don Angelo; e ch’io procuri d’uscir da questa infelicità per tutte le strade. Laonde vi prego che mi risolviate in qualche modo; e facciate in tutti i modi stampare il dialogo de la Nobiltà, e quel de la Dignità, con le dedicazioni ch’io ho fatto ultimamente a l’illustrissimo patriarca di Gerusalemme. E vi bacio le mani. Di Sant’Anna.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">499</head>
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                  <salute TEIform="salute">ALL’ABATE CRISTOFORO TASSO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">S’io volessi far le tragedie, comincierei a lamentarmi de la nostra città; sotto la fede de la quale non dovrei più lungamente esser ingannato, o tenuto a bada. Ma perchè de le promesse fattemi in suo nome tanto mi curerò, quanto non le sarà grave di osservarlemi, passerò tutte l’altre sotto silenzio, se non quella che appartiene a la mia libertà; per la quale dimando la fede privata ancora, non che la publica, e particolarmente quella di vostro fratello e vostra. Monsignor Masetto è qui, come intendo, ed io non posso vederlo; e non ho alcuno così amico, che voglia ricordarli il mio bisogno. Nè prego il Licino che ritorni, perchè il suo stare qui non mi ha portato alcuno giovamento: nè so se me ne portasse, o giovasse almeno a la spedizione del negozio. Ma dovendo ritornare per altro, dovrebbe fare per rispetto de la signora vostra cognata quel che non ha voluto fare per mie preghiere, accioch’ella non paresse men cortese di quel ch’io vorrei che fosse stimata.</p>
               <p TEIform="p">Se fra gli altri miei dialoghi è stampato quel de la Poesia toscana, Vostra Signoria faccia che mi sia mostrato, acciochè io non sia sempre de gli ultimi a veder le cose mie: e mi mandi una piccola Somma, perchè non ho tempo da veder tutta quella di san Tommaso, bench’io n’abbia desiderio. Già lessi quella del Vigoreo; ma se alcun’altra è migliore, me ne rimetto al parer vostro, perchè siete teologo. E voi potete in ciò compiacermi, come gli altri ne le altre cose: ma sin ora mi sono stati negati tutti i piaceri e tutte le grazie, nè so quel che debba avvenire; ma di leggiero la mia fortuna malvagia vincerà l’altrui buona natura. Baciate le mani in mio nome a la signora vostra madre, a’ fratelli, a le sorelle ed a le cognate; e vogliatemi bene. Di Ferrara, il 20 di maggio del 1586.</p>
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               <head TEIform="head">500</head>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Tardi sarebbe risanata Vostra Signoria molto reverenda, se la mia salute dovesse apportarle sanità: cerchi dunque di guarir prima, poichè può farlo più facilmente; e poi io cercherò di ricuperare co ’l suo aiuto le prime forze: e peraventura fie malagevole, perchè l’età mia ha passato il mezzo giorno, torbido dal mattino fino a quest’ora; e s’ormai non si rasserena, la mia vita non sarà stata altro che tenebre. Ho ricevuta la lettera del signor Nicolò, ne la quale egli s’è umiliato a supplicare per me, laonde gli ho molt’obligo, benchè non ne succedesse altro effetto: ma non ho voluto mandarla, sì per seguire il consiglio di Vostra Paternità molto reverenda, sì perchè non ho avuto a chi darla; ma se venisse occasione d’appresentarla, non la perderei. Risponderò al signor Nicolò un’altra volta, ringraziandolo ora. Io rendo grazie al signor Paolo de gli uffici fatti per la mia liberazione a la corte di Sua Maestà: ed aspetto le lettere de gli altri signori Spinoli, e l’altre che promette; e tutti gli altri uffici che saran necessari; e lo smeraldo, non come necessario, ma come grato, senza necessità.</p>
               <p TEIform="p">De la dedicazione del quinto libro farò quel che pare a Vostra Paternità; perchè i suoi consigli son buoni e giovevoli, ed io obligatissimo al signor suo fratello; ma ormai dovrebbe tornare il Licino, e mostrarmi quel che s’è fatto del quarto, e de l’operine, e de’ dialoghi ch’io gli diedi.</p>
               <p TEIform="p">Del negozio di Bergomo aspetto il fine, che se dee esser felice, non può esser lontano: e son co ’l pensiero in tutte le parti, dove Vostra Signoria molto reverenda m’invita; io dico in Bergomo, in Ferrara, e in Napoli; e fo tante divisioni di me stesso, che sarà difficil cosa ch’io possa riavermi: ma la virtù consiste ne le difficili. Io confido poco ne la mia sorte; e m’è lecito dire quel che disse il Petrarca, ma con la mutazione del primo verso:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">Or fa prigioni, or ceppi,</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Fortuna, c’al mio mal sempre è sì presta;</l>
                  </quote>
perchè le navi e i cavalli non si possono sperare da me; benchè non desideri un galeone nè un gran corsiero, ma un picciol ronzino o una saettìa.</p>
               <p TEIform="p">Rimando la risposta al signor Giulio Guastavini, ed a Vostra Paternità, perchè la sua è forse smarrita con l’altra; e la ringrazierei che mi desse occasione di lodar gli amici e parenti suoi, s’io sapessi farlo acconciamente. E le bacio le mani. Di Sant’Anna.</p>
               <p TEIform="p">Ne la risposta a Vostra Signoria, che non rimando per difetto di carta, sia contento di conciare il primo verso così:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">Non mostro l’arte e la natura a prova;</l>
                  </quote>
o ’n altro modo. E nel sonetto al signor Alessandro Spinola, duo versi del secondo quaternario così:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">... tu l’egra mente</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Rendi tranquilla, e più del ciel serena.</l>
                  </quote>
               </p>
            </div2>
            <div2 type="epistola" org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="div2">
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Dal Licino m’è scritto, che ’l negozio de la mia liberazione è in buon termine, e ch’egli tosto ritornerà con lettere publiche: io l’aspetto, e mi giova di credere che questo ritorno non debba esser simile a gli altri. Avrei scritto ancora al signor Alessandro Casale; ma per non perdere altre occasioni, ho perduta questa: e se la perdita è irrecuperabile, il guadagno de la libertà sarà maggiore. Intendo che Vostra Signoria molto reverenda manda lo smeraldo: mandilo in modo, ch’io le abbia obligo non solo de la volontà, ma de l’effetto; e baci la mano al signor Paolo suo fratello, ed a’ signori Spinoli suoi parenti, a’ quali scriverò un’altra volta. Oggi scrivo non di prigione, ma di san Benedetto, dov’io son venuto con una carrozza del signor conte Girolamo Pepoli, dal quale posso sperare altre volte simil favore. E viva Vostra Paternità felice. Di San Benedetto.</p>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Risponderò prima non a la prima parte de l’ultima sua lettera, ma a quella che più m’importa: e dico, che s’i principi de la casa Gonzaga saranno in questa azione simili a se stessi, non potranno far deliberazione che non mi piaccia: però starò aspettando quel che avran risoluto, così de la mia libertà, come de la servitù del signor Antonino mio nipote, al quale scrissi questa settimana passata, e chiusi la lettera in un de’ tre pieghi che mandai a Vostra Paternità. Ora le mando la lettera che mi dimanda, a l’illustrissimo signor cardinale Albano; e prego Iddio, che faccia migliore effetto de l’altre, e Vostra Reverenza, che gli dia minuta informazione del mio stato; il quale è tanto peggiore, quanto l’infermità più s’invecchia. E n’aveva pregato ancora il signor Antonino, il qual m’aveva promesso di scrivere in modo, che n’uscirei certo: laonde non stimo che Vostra Paternità debba far meno; nè ho minor fede in lei, perchè non è minor l’affezione ch’io le porto: dunque spererò che siamo esauditi. E le mando ancora una sestina per la signora Gieronima sua sorella; e bacio le mani al signor Paolo, al quale manderò poi la canzona. Di Ferrara.</p>
               <p TEIform="p">Ricordo la lettera del signor don Cesare, e la prego, che se nel mio dialogo de la Poesia Toscana c’è qualche menzione di Giovanni Stobeo, cassi quella particella.</p>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
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               <p TEIform="p">O! quanto mi dispiace che sia stata stampata la quarta parte con grandissimo numero di scorrezioni, e con alcune composizioni che non erano mie; alcune, che non erano approvate da me; e con molte, ne le quali io avrei fatta qualche correzione: nè so quando sarò mai consolato di questo nuovo dolore, se ’l signor Marco Pio non vorrà consolarmi. Il medesimo dispiacere mi hanno portato quelle poche rime che sono stampate in Genova; perchè ne l’istesso modo sono scorrette, o più: però non ci conosco altro che l’istesso rimedio. Mi sarà caro che diciate al padre don Angelo Grillo quel ch’io vi scrissi; e gli diate un sonetto che vi mando, fatto per l’imagine del Cristo, che mi lasciò messer Bernardo Castello.</p>
               <p TEIform="p">De la quinta parte de l’opere mie non vorrei c’avenisse il medesimo. E quantunque io facilmente abbia perdonato a chi mi defrauda ne l’altre cose de la riputazione; nondimeno, in quel c’appartiene a la santa fede cattolica non voglio consentire in alcun modo d’essere offeso, senza dire la verità. Voi sapete che io mandai i dialoghi de la Nobiltà e de la Degnità al signore Scipione Gonzaga per averne il suo parere, del quale io conosceva d’aver molto bisogno, sì per aver perduta la memoria de la maggior parte de le cose lette da me in questa mia lunga infermità, o prima; sì perch’io era senza alcuni libri necessari a chi vuol trattar questa materia in questo modo. La sua opinione non si potè intendere, forse perchè i dialoghi non le furono mandati: ma da poi ho avuti alcuni di que’ libri che io ricercava. Laonde estimo necessario di giungere e di mutare alcune cose: e se fossero stampati, si potriano agevolmente ristampare due o tre fogli; e sarà cosa non solo agevole, ma usata, e conceduta, e onesta, e senza alcun danno de lo stampatore, se così gli pare. Vorrei dunque che venisse a vedermi, e che non facesse stampar più cosa alcuna senza mostrarlami; altrimente io sarò costretto di supplicare Nostro Signore, che faccia provisione sovra gli stampatori che lacerano e stroppiano le mie composizioni, e me che ne sono l’autore.</p>
               <p TEIform="p">Mi rincresce di non potervi mandar il sonetto in morte de la figliuola del signor conte Giovan Paulo questa mattina, acciochè egli potesse piacervi per la prestezza, se non per l’eccellenza; ma sarà fatto assai tosto, senza fallo, e ’l manderò con l’altro del signor abbate Albano. Baciate in mio nome le mani al signor conte, ed a cotesti altri signori, e particolarmente al signor Marc’Antonio Spino; e diteli ch’io terrò sempre memoria del signor suo padre, del quale per aventura deono essere stampate molte opere, ed io non l’ho vedute, e desidero di vederle.</p>
               <p TEIform="p">De le camicie ho gran bisogno: però non essendo presta la vostra venuta, converrà che Graziano le ritrovi. Qui comincia a far caldo; e ’l vin fresco, e la neve, e ’l ghiaccio mi cominciaranno a piacere. Vorrei guarire in questo modo, poi che non ho potuto risanar con sciroppi e con le medicine che non mi sono state date: e sarebbe gran cortesia che giungesse quella lettera, ed io ne rimarrei sodisfatto in quel modo che sapete, e ne le rime ancora: e ringrazio que’ signori de la fatica duratavi. Nostro Signore sia con esso voi e con esso noi. Di Ferrara.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON CESARE DA ESTE. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Questa mattina aspetto che ’l signor Antonio Costantino, secretario del signor ambasciatore di Toscana, venga a trarmi di prigione; e s’andrò a desinar seco, com’io credo, spero che non sarà difficile che mi sia data licenza di venirmene a Roma, o che in alcun altro modo mi sia fatto favore di poterci arrivare. Mando, adunque, incontra a Vostra Eccellenza questa lettera, la quale non è ragionevole che mi porti alcuno impedimento al seguirla. Io so che in lei è somma cortesia, e che sin ora si sarebbe mostrata, se quella stessa cagione che m’è stata freno ne l’onorarla, non avesse ritardato Vostra Eccellenza nel favorirmi: ma ormai è tempo che cessin questi rispetti da l’una parte e da l’altra, e che la sua amorevolezza cominci a discoprirsi insieme con la mia divozione. Le mando un sonetto spirituale, c’ho fatto ultimamente ne la mia communione, perchè i concetti, i quali sono di san Tomaso, mi sono molto piaciuti: e s’io non fossi così buono come mi dipingo, gioverà l’esempio, perchè non è fatto con intenzione d’ippocrita. La prego che si degni di rispondermi: e le bacio le mani. Di Ferrara, il dì 27 di maggio del 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Se verrete con lettere per la mia liberazione, la vostra venuta mi trarrà d’impaccio e di briga: però io aspetto di vederne l’effetto. I panni lini mi saranno grati sopra modo, perchè n’ho molto bisogno. E mi sarebbe grato parimente lo smeraldo; nè so la cagione de l’indugio, nè quale sia il corriero: ma i signori Grilli vorranno esser tanto cauti, quanto liberali; ma possono fare in modo che non si manchi loro, acciochè l’obligo mio sia maggiore. Al signor Alessandro Casale scriverei io medesimo; ma non ho tempo per questo ordinario, non volendo troppo trattenere don Paulo. Piaccia a Dio, che per l’altro ne abbia occasione, perchè mi piacerebbe più di far questo ufficio. Scrivo a la signora Augusta, di cui non so il nome: giungetelo, e raccomandatemi a tutti. Di Ferrara.</p>
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               <head TEIform="head">506</head>
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                  <salute TEIform="salute">A LELIA AGOSTI NE’ TASSO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Se mai le preghiere di Vostra Signoria devranno essere esaudite con suo piacere e con mia salute, ora n’è tempo; perchè più indugiandosi, non so bene, s’egli ci fosse. La prego, dunque, che non voglia tardare, acciochè non passi questa stagione come tante altre. E benchè tutti i viaggi mi sarebbono cari, e da tutti speri di ricever giovamento; nondimeno verrò a baciarle la mano, se le piacerà, ed a fermarmi in Bergomo quanto ella stimerà che sia meglio. Non scrivo al signor Ercole, suo consorte, parendomi che questa lettera possa bastare a l’uno ed a l’altro, benchè ella sia breve; perchè dove è molta unione d’amore, non dee esser alcuna divisione. Viva felice. Di Ferrara.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io aspetto la ricompensa di quel dispiacere che mi ha portato la divolgazione de l’opere mie così mal trattate; e non può esser altra che la libertà, la qual sarà forse il rimedio di questa maninconia, e de gli altri mali: e ragionevolmente doppo tanti mesi ed anni d’espettazione, ormai dovrei vederne qualche effetto: e perchè Vostra Paternità mi confermava ne l’ultima sua lettera le sue promesse, non ho perdute ancora tutte le speranze. Faccia dunque, che se la mia liberazione non può esser felice, non sia almeno misera la prigione: e dico faccia, perchè può molto con gli amici, e co’ parenti, e co’ padri de la sua Religione; sol che si deliberi di voler tutto ciò ch’ella può.</p>
               <p TEIform="p">Da questi bolognesi, e da altri, io sono spesso cavato di prigione e condotto al vostro convento, e de gli altri; e benchè la cortesia loro sia grande, e con volontà de’ loro signori, nondimeno potrebbe avvenire ch’ella non fosse durevole. Prego dunque Vostra Signoria molto reverenda che non lasci passar queste occasioni, le quali non tornano così di leggieri. Io son pieno di tutte le maninconie, e di tutti i pensieri, e carico di tutti i fastidi del mondo: laonde ho bisogno d’allegrarmi, e di conforto; ne posso averlo, se non libero: però di nuovo la prego che spedisca ormai questo negozio. E baci le mani in mio nome al signor Ansaldo Cebà, ed al signor Giovan Paolo Oliva, se li sovverrà.</p>
               <p TEIform="p">La lettera del signor Nicolò ha fatto qualche effetto, perchè non son disperato che ’l signor marchese impetri la licenza; ma non ho certezza alcuna: se si degnerà di replicare, la seconda lettera forse non sarà mandata in vano. E con questo fine bacio le mani a Vostra Paternità reverenda. Di Ferrara, il primo di giugno 1586.</p>
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               <head TEIform="head">508</head>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Non risponderò così a lungo, come aveva pensato, perchè è quasi notte, e quell’amico vostro che prende le mie lettere, aspetta. La città di Bergomo non m’ha risposto, onde non so che argomento farmene; ma o la communità o i parenti dovrebbono dimandar la mia vita in grazia al signor duca, perch’ella è in pericolo per la lunga tardanza, essendo io poco sano, e prigione già molti anni: e se non pensano di farlo, Vostra Paternità poteva procacciar le lettere da Sua Maestà Cesarea, come aveva promesso; e sarebbe stata opera pia e cristiana: e benchè non sia ancora passato il tempo, nondimeno non si dee tardar più, perc’ogni indugio è pericoloso. Prego dunque Vostra Signoria molto reverenda che voglia concedere a la pietà cristiana quello che forse le pareva che si potesse negare a’ miei meriti: perchè qualunque cagione la muova a salvarmi la vita, ed a rendermi la sanità, l’obligo ch’io l’avrò sarà tanto grande, quanto è bramato l’effetto: nè dee dubitare de la mia fede, perchè de l’una ho fatta esperienza con l’infermità di molti mesi, de l’altra con quella di molt’anni: e se bisognasse andare a la presenza superba del turco per manifestarla con più certa testimonianza, non ricuserei di farlo. Scriverò quest’altro ordinario al signor Nicolò Spinola, pregandolo che scriva di nuovo al signor marchese di Carrara, sin c’arriveranno le lettere di Sua Maestà; ma ora non posso nè scriverle, nè ringraziarlo de la risposta e de gli altri uffici c’ha fatti in mio favore. Rivedrò le mie rime, che n’hanno molto bisogno; ma ’l Licino n’ha un libro intiero, nel quale sono quelle c’ho fatte per la casa Grilla. Baci le mani al signor suo fratello; e viva felice. Di Ferrara, il 6 di giugno 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ebbi lo smeraldo, ed avisai questi giorni passati Vostra Paternità d’averlo ricevuto: ora essendosi cambiato il messo che porta le lettere, ho voluto darle nuovo aviso de la ricevuta. Son qui molti genovesi, e fra gli altri il signor Giovan Paolo Olivo; il quale m’ha donati alcuni libri, e così ben legati, che mi vergogno d’adoperarli, e di guastarli, come fo tutti gli altri: laonde delibero tenerli per ornamento del nuovo studio che voglio lasciare a gli eredi; onde converrà che per adoprare io ne trovi de gli altri.</p>
               <p TEIform="p">Ringrazio Vostra Paternità che s’adoperi per la felice spedizione del mio negozio; ma non voglio numerare tra l’altre felicità questo bel favore che m’ha fatto, con lo stampare e co ’l consentire che siano stampate le mie composizioni con tanti errori, e con tanti stroppiamenti di sentimenti, e con tante mutazioni di parole, e con la compagnia de’ componimenti che non sono miei, e con tanti de’ miei ch’io aveva riprovati: ma se non debbo riconoscer questo favore da Vostra Paternità ma dal Licino, a lui ne serbo il premio. Mi pare un’ora più di mille anni, ch’io il veggia, e ’l bacierò non altrimente che fosse Ciro baciato dal suo amante. Vostra Paternità dee aver letto Senofonte; però non le dirò altro in questo proposito: nè so bene s’io risponda a proposito a la sua lettera, perch’io scrivo quasi al buio, ed a pena l’ho potuta leggere: la rileggerò poi a più bell’agio, e la considererò, come fo tutte l’altre sue. Buona sera; non ci vedo più. Di Ferrara, il 7 di giugno 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO. Mantova</salute>
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               <p TEIform="p">La venuta del signor Giovan Paolo m’ha portato allegrezza e dolore: l’una, perchè è così amico di Vostra Signoria molto reverenda, come scrive; l’altra, perch’io non posso sodisfarli, non avendo alcuna mia composizione ch’io possa darli; e particolarmente scritta di mia mano, perchè quelle che mi son rimase, a pena si possono leggere. Mando a Vostra Signoria la risposta per suo fratello; e risponderei ancora al signor Nicolò Spinola, ma non voglio trattenere il signor Giovan Paolo più lungamente: se manderà per la risposta, sarà fatta questa sera. E le bacio le mani. Di Sant’Anna.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Sono passati tutti i termini de la vostra venuta, e de la mia espettazione; laonde comincio a dubitare che non abbiate fatto altro proponimento. E perchè io non voglio darvi spesa, non dovendo venire per vostri negozi, non ardisco di pregarvi che vegnate per i miei; ma vi prego che mandiate a vostro figliuolo, o al padre don Angelo, la copia di tutte le composizioni ch’io vi diedi, e quegli originali che vi sono rimasi ne le mani; fra’ quali è un libro di rime, oltre molti dialoghi ed altre operette. Dovreste anco scrivere al Vasallino, che sodisfaccia: ma se la vostra venuta dee esser per altro effetto, voi medesimo potreste con la vostra presenza spedir questo negozio. Baciate le mani in mio nome al signor Ercole Tasso, ed a gli altri ch’io lascio per brevità. E vivete felici. Di Ferrara.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL CAVALIER GIOVAN GALEAZZO ROSSI</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io sono stato questa sera salutato in nome di Vostra Signoria da Vittorio Baldini, il quale con questo piacere ha ricompensati molti fastidi che per l’adietro m’aveva dato la mia fortuna. E poichè Vostra Signoria ha cominciato a ricordarsi di me, benchè non glie n’abbia date occasioni, la prego che ne conservi continuamente la memoria. Io son prigione, ed infermo; e da quella parte da cui sperava la libertà, è derivata la cagione di nuova prigionia: però mi raccomando a Vostra Signoria, e la prego che mi favorisca ad uscirne. Monsignor Papio me l’avea promesso: ma avendoli io scritto più volte, non n’ho avuta risposta. E perch’egli in Vaticano è assai in grazia di Sua Beatitudine, mi farà favore a scriverli, che de la mia vita non ho sicurezza; nè stimo di poter ricuperar la prima sanità, se non uscendo di prigione, e mutando aria. Voglia Iddio ch’io abbia quest’obligo a’ bolognesi, i quali potendo giovarmi in molte cose, non dovrebbono nuocermi in alcuna. Sono obligato e molto affezionato a la buona memoria del signor Paolo Casale: de la cortesia del signor Costanzo *** non parlo. Laonde Vostra Signoria insieme con alcuni di questi, e con quelli che sono vivi, dovrà farmi questo favore, o da per se sola, se non vuole ch’io ne abbia obligo ad alcun altro. E le bacio le mani. Di Ferrara, il 15 di giugno del 1586.</p>
               <ps>
                  <p TEIform="p">Poscritta. Io non ho servitù alcuna con l’illustrissimo signor cardinale Paleotto; ma se ’l suo favore può facilitar questa grazia ch’io dimando, Vostra Signoria si degni di pregarlo in mio nome.</p>
               </ps>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">A DON CESARE DA ESTE. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Non ho perduta la speranza di veder Vostra Eccellenza o in Roma o per viaggio, perchè s’ella fosse così incerta come sono instabili i voleri de gli uomini, non sarebbe vera speranza. Piaccia a Dio che in quel modo istesso sian vere le promesse de la mia libertà, e tutte l’altre. A me sarebbe caro di poterle baciar la mano in ogni luogo, ed in questo ancora dove sto così mal volentieri, come può imaginare: ma verrò per quella strada per la quale sarò condotto. Ora le mando due sonetti spirituali, l’uno del tabernacolo de’ padri del Gesù, l’altro ne la processione del Corpo di Cristo: e perchè in questo accenno alcuna cosa de le pompe d’Alessandria, la prego che ’l faccia vedere al suo patriarca; e mi faccia tanto favore con Nostro Signore, ch’io sia più certo del mio venir costà, ch’io non sono. E le bacio le mani. Di Ferrara, il dì 15 di giugno 1586.</p>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ormai devete esser per via; laonde non vi prego che baciate le mani a la illustre signora cavaliera Tassa, e a la illustre signora nuora, ed al signor Cristoforo Tasso, ed a’ signori fratelli, perchè vi darei incommodo, e sarebbe forse necessario che tornaste indietro con la valigia; ma se volete far quest’ufficio con vostre lettere, mi farete piacere. Sino al vostro arrivo io mi tratterrò, se posso, in casa de la signora donna Marfisa, la quale è una gentilissima signora, e nobilissima, come voi sapete: ma io ho tante imperfezioni di natura e di fortuna, che non posso servirla come sarebbe il suo merito. Aspetto con desiderio quel che mi prometteste con l’ultime lettere vostre; e se poteste mandarlo per incanto, e per incanto farvi venire questa lettera a tempo, v’avrei per un uomo maraviglioso: ma voi forse non potete penetrar ne’ miei pensieri, e prevedere tutti i ghiribizzi del mio cervello tanto inanzi, che possiate sodisfarmi. La mando a caso o a ventura, come vi piace, insieme co ’l sonetto del conte Giovan Paolo e de la figliuola, perchè l’altro del patriarca d’Alessandria non mi pare che si debba commettere a la fortuna, ma a la prudenza vostra; non a la negligenza de’ corrieri, ma a la vostra diligenza. M’era scordato di pregarvi che baciaste le mani in mio nome al padre don Angelo Grillo, al quale ho tanto obligo, quanto voi sapete meglio di molti. Di nuovo son rimaso obligatissimo al signor Giovan Paolo Olivo, perchè, oltre l’opere mie benissimo legate, me n’ha donate alcune altre; e dal volto e da gli atti e da le parole di quel liberalissimo gentiluomo ho potuto comprendere, ch’egli sia un altro signor Paolo Grillo. Piaccia a Dio, ch’io possa mostrargli il buon animo ch’io ho d’onorarlo; e quanto io sia veritieri e sincero gentiluomo, e lontano da tutti gli inganni e da tutte le frodi e da tutte le doppiezze; e particolarmente, quanto io faccia professione d’esser grato a chi riconosce in questo modo la virtù mia.</p>
               <p TEIform="p">Credo c’almeno porterete lettere di cavar tutti i miei libri, e non potendoli portar più oltre, gli porteremo in casa de la signora donna Marfisa. Venite, dunque, senza indugio a consolarmi: e non essendo per viaggio, mandate que’ pochi danari che v’ha dato il Vassalino, perchè n’ho bisogno grandissimo; ed avisatemi quel che si fa del dialogo de la Nobiltà e de la Dignità; e s’è possibile di far ristampare qualche foglio; perchè, oltre l’altre cagioni che m’inducono a questa deliberazione, è necessario ch’io faccia qualche onorata menzione del signor Pocaterra. L’altro libro ch’io pensava di scrivere in questo soggetto, lo scriverò poi a Roma; perchè la signora donna Virginia de’ Medici vuol ch’io finisca in Ferrara la mia comedia. De’ miei componimenti c’avete in mano, se pur vi risolverete di fargli stampare (il che non vorrei), fate che tutto il trafico e tutto l’utile non sia vostro, e tutta la fatica mia, come sete solito a fare.</p>
               <p TEIform="p">Mentre scrivevo, è venuto a vedermi fra Iacomo il Moro, mio confessore; e per lui manderò questa lettera, essendo sicuro che egli la manderà a buon ricapito. Vivete lieto. Di Ferrara, li 16 di giugno del 1586.</p>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Questa mattina ho mandato a Vostra Signoria il sonetto in morte de la figliuola del signor conte Giovan Paulo, nel quale ho poi mutate due parole. L’una nel sesto verso, nel quale prima si leggeva:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">Ov’è chi tuona, e sgomentò sovente;</l>
                  </quote>
ed ora vorrei ch’in quella vece si leggesse:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">Ov’è chi tuona, e spaventò sovente.</l>
                  </quote>
L’altra nel primo verso de l’ultimo terzetto:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">E forano ombre oscure e mute larve;</l>
                  </quote>
siate contento di mutare:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">E sariano ombre oscure e mute larve.</l>
                  </quote>
               </p>
               <p TEIform="p">Io intesi ch’eravate per viaggio: se non venite, di grazia scrivete almeno. E baciate le mani a la illustrissima signora cavaliera Tassa, ed a le signore sue nuore. Di Sant’Anna (16 giugno).</p>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO. Mantova</salute>
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               <p TEIform="p">I signori bergamaschi per la vicinanza possono fare con maggior prestezza quel che da altri potrebbe esser fatto con maggiore autorità, e quasi certezza, che mi sarebbe conceduta la prima libertà, o c’almeno il mio rimanere in queste parti saria con mia sodisfazione: ma poichè Vostra Paternità prepone la strada di Bergomo, come più facile, io non voglio riprovare la sua opinione; ma avvertirla, che non supplicando il serenissimo signor duca, non sarà loro conceduto questa grazia. Vorrei dunque che si disponessero a chiederla; e poi, che dimandandola, la dimandassero in modo che non fosse negata. Io pregherò la città di nuovo, se le pare, acciochè nel ritorno del Licino scriva a Sua Altezza. E perchè da la parte loro son fatte alcune difficoltà, che si posson facilmente rimuovere, a me basta replicare, che la maggior sicurtà ch’io potessi dare al signor duca, sarebbe l’affezione de l’animo, la quale i principi sanno come si può acquistare: ma se piace a Sua Altezza ch’io non mi parta di questo stato, dovrebbe almeno rimaner sodisfatta ch’io non stessi continuamente rinchiuso doppo tanti anni di prigionia e d’infermità: e de l’altre cose io tratterei co’ signori bergamaschi. Rispondo al signor conte Alfonso Beccaria. Del signor Giulio Guastavini non so darle aviso. De l’altre cose mi rimetto a l’altre mie: e benchè fosse meglio che le rime non avessero bisogno d’esser racconcie, pur non si dee lasciare il male più lungamente senza rimedio. Ed a Vostra Paternità bacio le mani. Di Ferrara, il 18 di giugno 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL DOTTOR ALFONSO BECCARIA</salute>
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               <p TEIform="p">Benchè l’opere mie non promettano di me alcuna cosa di nuovo o di grande; nondimeno, qualunque sia l’espettazione che possono destare, non sarebbe sostenuta da la presenza: però Vostra Signoria non perde cosa alcuna per esser privo di questa cognizione, nè io guadagno molto per la lontananza; potendo imparar da ciascuno, ed arricchire in questa guisa, come fanno gli avari che prendano quel d’altri volentieri, ma non danno il suo. S’io ben mi ricordo, la conobbi per lettere in miglior tempo: ora, perchè sian cresciuti gli animi, non è cresciuto il mio sapere; colpa altrui, più tosto che mia: ma in Vostra Signoria tutte le cose deono esser maggiori e più riguardevoli. E se ’l suo merito e la sua virtù avesse bisogno di testimonio, ha quello del padre don Angelo Grillo; il quale è tanto degno di fede, quanto Vostra Signoria può sapere: ed io che ho vedute le sue amorevoli dimostrazioni, l’aspetto eguali o simili da gli amici suoi. Ed a Vostra Signoria bacio le mani. Di Ferrara, il 18 di giugno del 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A CIPRIANO SARACINELLI. Roma</salute>
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               <p TEIform="p">Tardi ho scritto a Vostra Signoria perchè darle noia non voleva, e farle servizio non poteva. Ora, benchè io non abbia maggior potere o minor bisogno, non voglio indugiar più lungamente a salutarla; perchè Vostra Signoria non creda ch’io l’ami o ch’io l’onori meno di quel ch’io facessi in miglior tempo. Oggi il signor Maurizio con una sua lunga lettera ha confermata quella opinione ch’io portava de la sua cortesia: però ne la ringrazio, e la prego che continui nel medesimo buon volere: e se le verrà occasione di baciar in mio nome le mani al signor don Cesare d’Este, la prenda volentieri per giovarmi: e faccia ancora in mio nome riverenza a l’illustrissimo signor cardinale de’ Medici, a l’illustrissimo signor patriarca Gonzaga; e saluti il signor Bargeo, e gli altri amici. E viva felice. Di Ferrara, il 18 di giugno del 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A CURZIO ARDIZIO. Mantova</salute>
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               <p TEIform="p">Ringrazio Vostra Signoria che abbia mandato per buona strada il sonetto del serenissimo principe di Parma. Ora le mando l’altro che ho fatto nel nascimento del figliuolo del signor principe di Mantova; e rispondo al suo, come vedrà. La ringrazio ancora, che mi proponga per soggetto l’illustrissimo signor cardinale de’ Medici, perchè egli è principe così grande, e di tanto merito, quanto tutti sappiamo; ed io gli sono tanto obligato, quanto Vostra Signoria può avere inteso: nè soglio dimenticarmi de gli oblighi e de’ favori c’ho ricevuti; ma sono stanco, e tardo in tutte le mie operazioni: piaccia a Dio ch’io ne possa fornire alcuna. Al signor abbate del Monte son servitore di molti anni, come al signor Guido Baldo suo fratello. Vostra Signoria non tenga nè trattenga la copia di questi sonetti. Non scrivo al signor Cesare Benedetti per questo ordinario, non mi parendo farlo se non mi rallegro con Sua Signoria reverendissima de la sua nuova dignità del vescovado. Vostra Signoria viva felice. Di Ferrara, il dì 20 di giugno del 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ritornando a Mantova il padre don Basilio, s’è degnato prima di venire a vedermi, forse per dar compimento a quel negozio al quale aveva dato principio: laonde io non mi curo c’altri n’abbia l’onore. Ho deliberato, dunque, di dar nuovo ricordo a Vostra Paternità. Il signor Stefano suo fratello ormai dee esser vicino a questi paesi; e credo che mi favorirà ne la sua venuta. Al signor Paolo scrissi; e, se pare a Vostra Paternità, può procacciar la risposta. Di monsignor Cristoforo Tasso non intesi mai cosa alcuna, bench’io gli abbia scritto più volte: dee aver fatto l’ufficio. Se Vostra Paternità scrive al padre don Benedetto da l’Uva, gli baci in mio nome le mani; e parimente al padre don Lattanzio: e mi tenga in sua grazia, e di tutti i signori Spinoli e Grilli. Nostro Signor sia con esso lei. Di Ferrara, il 23 di giugno 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Questo negozio cominciato di Bergomo è così lungo, che mi fa dubitare che fornisca prima la mia vita: ed essendo noto a tutto il mondo, ch’io sono tanti anni prigione ed infermo, chi sin ora non s’è risoluto di pregar per la mia vita e per la mia libertà, temo che non voglia farlo per l’avvenire; però prego Vostra Paternità che, se può, ne cavi qualche conchiusione. Io non veggio mezzo tra ’l dimandare la grazia de la mia vita e ’l voler ch’io muoia: chè se ce ne fosse alcuno di quelli che mi sono accennati, non debbo prenderli doppo tanti anni d’infelicità e di miseria; e prendendoli, parrei più cupido di vita ch’io non sono. E ben ch’io non nieghi d’aver mostrato per l’adietro grandissimo timore de la morte; dal quale, come da fonte, son derivati tutti gli altri mali che mi fanno infelicissimo; nondimeno sono così stanco di fuggirla e d’aspettarla, e così pentito d’averla più stimata di quel che debbe un uomo il qual voglia filosofar più co’ fatti che con le parole, che non posso contentarmi d’alcuna cosa, ma ricuso tutte le contentezze e tutte le consolazioni, se non quelle solamente ch’io dimando: e chi non vuol darmi queste, vuol ch’io muoia; ed io posso più contentarli de l’effetto che del modo. Se la città di Bergomo, dunque, ha qualche compassione de le mie lunghe miserie, non dee più ritardare a dimandar questa grazia, e particolarmente i miei parenti: se non la vogliono chiedere, e se chiedendola è lor negata, conosco poco altri rimedi oltre quelli che posson venire da la corte de l’imperatore; perchè da la corte di Roma si sono avute molte parole senza fatti; ed a me pare d’essere stato offeso, e che nessuna sodisfazione possa pareggiar l’ingiuria: e s’altri avesse tentato di trattarmi in questa maniera, senza l’aiuto de’ principi o del mondo tutto, non le sarebbe venuto fatto di leggieri, o insieme gli sarebbe succeduto il tormi la vita. È gran cosa, che l’ingiustizia de gli uomini si voglia fare scudo de l’autorità de’ principi, e che non se ne trovi nel mondo alcuno vero, che voglia dire una parola o scrivere una lettera per me, in quel modo che si conviene a’ principi, de’ quali è proprio il perdonare: e non sapendo far questo, non san fare cosa alcuna. Qual nuova scienza, o Dio, è questa c’ora è venuta nel mondo? o come è stata infusa, e da chi? Ma non voglio più ragionar di questa materia.</p>
               <p TEIform="p">Se i signori Spinoli indurranno Sua Maestà a chieder questa grazia per me, n’avrò loro obligo perpetuo; perchè mostreranno di non mi stimare immeritevole di perdono e di grazia; nè tanto contaminato da le sceleraggini, c’alcuno non debba spendere le parole per la mia vita. Nè conosco alcun rispetto che dovesse ritenerli, se non quel di Sua Beatitudine; il quale non ha voluto sin ora farmi la grazia, nè rimetter la mia causa a la giustizia, per la quale credo che sarebbe molto superiore a quella di tutti i miei nemici, se fosse bene intesa: ma se questo rispetto li ritiene, io non posso se non lodarli da l’una parte, e da l’altra pregarli che supplicassero Sua Beatitudine medesima, perchè si degnasse di scrivere un breve al serenissimo signor duca. Io bacio le mani a tutti, e particolarmente al signor Nicolò, al quale scriverò un’altra volta, pregandolo che raddoppi le preghiere e le lettere con l’illustrissimo signor marchese. E se le paresse a proposito aver una lettera di raccomandazione da l’imperatore, non dovrebbe se non giovarmi: fra tanto può scrivere Vostra Paternità reverenda, perch’io non ho voluto ritardare più lungamente il portatore de la presente.</p>
               <p TEIform="p">S’al signore Stefano piacerà di venire a Ferrara, io riceverò da lei questo favore e questa consolazione, come ho ricevuti gli altri: ma più mi sarebbe piaciuto di poter venire a Genova o a Napoli, come avea deliberato. De l’altre cose, e particolarmente de le mie composizioni, io non voglio contendere, che non sia così come Vostra Paternità mi scrive; ma grande infelicità è la mia, ch’essendo nel mondo tante centinaia d’uomini che cercano divorarmi senza cagione, non si trovi uno che voglia piacermi o compiacermi. L’avrei ristampate volentieri tutte insieme; nè so quel che farà il Licino, nè quel c’abbia fatto con monsignor l’abbate Tasso, perchè gli ho scritto spesse volte, nè mai ho avuta risposta. Risposi al signor conte Alfonso Beccaria; ma s’è tanto amico di Vostra Signoria quanto mi scrive, potrà giovarmi co ’l signor fattor Coccapani, co ’l quale dee tener grande amicizia. Io scrivo con la febre, la quale per la qualità de la stagione, e per la mia complessione stemperata, mi spaventerebbe molto, se la vita mi fosse cara come soleva. Piaccia a Dio, che se durerà qualche anno ancora, non mi sia odiosa. Ed a Vostra Paternità molto reverenda bacio le mani. Di Sant’Anna.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A MARC’ANTONIO SPINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Scrivo di nuovo a la città di Bergomo, e di nuovo la prego che faccia quel cortese ufficio co ’l serenissimo signor duca, ne la mia lunga prigionia, del quale altre volte ha pregato non solo il publico Consiglio, ma i privati gentiluomini, e i parenti, e gli amici: e perchè fra questi Vostra Signoria si mostra così pronta, come intendo dal reverendo Licino, ne prego lei particolarmente. Niun segno d’amore può mostrarmi che mi sia più caro; e niun effetto farà che mi sia più giovevole, che ’l cercare ch’io sia liberato. Mi giovi dunque in questo modo, poi che non può in altro, o non l’è così facile; accioch’io abbia tanto obligo d’onorar la bontà del figliuolo, quanto la dottrina del padre: e se la città scriverà in mio favore, com’io credo, solleciti la spedizione. E le bacio le mani. Di Ferrara.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io scrivo a la città di Bergomo un’altra lettera, la qual sarà mandata dal padre don Angelo: e credo che ’l rivedrete nel vostro ritorno. Vi prego che ne la Risposta a l’Opposizioni, ove dice “figurano gli uomini rozzi e materiali”, conciate “significhino, ec.” E perchè ne l’opere mie potrebbono esser molte cosette c’hanno bisogno di conciero, vorrei rivederle prima che si stampassero, se non s’è fatto altro. Ed a questo negozio vorrei che s’attendesse in tutti modi. Baciate di nuovo le mani al signor conte Giovan Paulo, ed al signor Marc’Antonio Spino. Vivete lieto. Di Ferrara.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AI SIGNORI ANZIANI DI BERGAMO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Perch’il vizio del parlar è ne la lingua, e del fatto ne l’animo, come scrive Demostene, devrei più tosto scusar le mie parole che l’operazioni: e le scusarei, se l’occasione il ricercasse, o la cortesia de le Signorie Vostre il consentisse; imperochè non vorrei lasciar ad alcun di lor dubbio o de la mia antica affezione verso cotesta città, da la quale ho tratta l’origine; o de la nuova benevolenza ch’ho portata a molti; o de l’inclinazione universalmente a tutti; o de la particolare a voi, signori, che sete capi del Consiglio: i quali ho prima amati, non pur veduti; onorati, non sol conosciuti. Ma le Signorie Vostre non hanno voluto lasciar luogo alcuno a le scuse; e quasi l’avrebbon tolto a le preghiere, e concedutolo a le grazie solamente, se fosse in lor potere così il farle come il dimandarle. Ma perch’io sono ancora ne la solita prigione, se prigione è la privazion di libertà, e vivo de la speranza datami da don Giovan Battista Licino; le prego che facciano in modo, ch’io sia lor conceduto, e possa ringraziarle di qualche buono effetto, e particolarmente de la mia liberazione. E poi che per questa cagione han ragunato il Consiglio, non dee a la publica deliberazione mancar la privata amicizia; nè a la vostra autorità, la diligenza de gli esecutori. Aspetto, dunque, che torni il reverendo Licino per liberarmi; e, s’è necessario, quel gentiluomo che egli scrive: e per alcuna certa... non lascio di pregare; ma vi prego per la memoria di mio padre, il qual diede molto ornamento e molta fama a Bergomo; e per la publica felicità, per la quale io non m’affaticarei meno de gli altri; e per l’accrescimento de’ beni e de gli onori di ciascuno. E vi bacio le mani. Di Ferrara.</p>
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               <head TEIform="head">525</head>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mandai l’altro giorno a Vostra Signoria il sonetto in morte de la signora Calepia, ch’io non le so altro nome. Ora le manderei quello del patriarca d’Alessandria; ma venendo occasione di mandarlo per la via dritta a Roma, per quella l’invio. Avrei pregato vostro fratello di molte cose; perch’io sono senza camicie, e senza danari da spendere a minuto: ma questi non sono pensieri da frate, e posson esser da prete. Vi ricordo ove mi lasciaste, e come e con quale espettazione. Però vi prego che quanto prima torniate; chè sapete bene, che niun altro mi fa servizio, nè mi cava di prigione. Baciate le mani a monsignor l’abbate Tasso, e al signor cavaliero, e al signor Ercole suo fratello, e al signor conte Giovan Paulo da Calepio, e ’l signor Marc’Antonio Spino. E baciate le mani a le signore cavaliere Tasse, ed a la signora Augusta. E vivete tanto lieto, quanto io sono malinconico. Di Sant’Anna.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A BIANCA CAPPELLO, GRANDUCHESSA DI TOSCANA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Se l’Altezza Vostra non avesse fatta esperienza de l’una e de l’altra fortuna, non avrebbe tanta cognizione de l’altrui miseria, quanta dee avere. E benchè la mia infelicità sia senza antico esempio, e senza nuovo paragone, grande, inaudita, insolita, miserabile e maravigliosa; laonde niuna cosa provata, letta o ascoltata può fare c’altri la conosca a bastanza, o la creda intieramente; nondimeno tanto ne può sapere, che dovrebbe esser mossa a qualche pietà: e non volendomi aver quella compassione che meriterebbe la novità de gli accidenti, e la lunghezza del tempo, e la qualità de la persona; m’abbia quella almeno che suol avere de gli altri per minore avversità, per non mostrarsi indegna de la sua fortuna e de la sua grandezza, ne la quale può usare clemenza e cortesia, ed ogni operazione virtuosa, senza c’altri l’impedisca. Ed avendole usate per l’addietro con molta sua lode, non dee ne le mie sciagure prender esempio da gli altri, ma darlo più tosto; perchè l’Altezza Sua è così grande, che ovunque riguardi per l’Italia e per buona parte d’Europa e del mondo, non vede cosa che le sia superiore. Ma essendo rimirata da ciascuno, e considerata da tutti, se delibererà di farmi quella grazia ch’io le dimando, di leggieri sarà seguita da molti principi e principesse. Io ho scritto al signor Ippolito Campana ne’ miei bisogni, e ne l’occasioni posso alcuna volta parlare a l’illustrissimo ed eccellentissimo signor don Cesare d’Este, ed al signor ambasciator di Toscana; e spesse volte il signor Antonio Costantini, suo secretario, viene a visitarmi; talchè l’Altezza Vostra può facilmente avvisare come possa giovarmi e consolarmi: ed io ne la supplico, e rinuovo tutte quelle preghiere ch’io le porsi molti anni sono, quando ella poteva meno esaudirle; perchè i primi rimedi sarebbono migliori, bench’il male sia molto invecchiato; e gli altri, pensati dappoi, non sono appropriati a la natura de l’infermo. Supplico dunque Sua Altezza che non mi reputi indegno de la sua grazia; e si degni di leggere il sonetto che le manderà il secretario. E le bacio le mani. Di Ferrara, il 28 di giugno del 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A IPPOLITO CAMPANA. Firenze</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io sono stato aspettando che Vostra Signoria mi avvisasse de la ricevuta del dialogo e de la canzona; e vedendo che ritardava oltre il convenevole, ho sospettato che non siano state ritenute: però la prego che parli al signor ambasciatore di Ferrara, e veda di ricuperare l’uno e l’altra. La canzona fu mandata per... dato a la posta. Nel rimanente ricordo a Vostra Signoria, che s’appressa l’occasione di farmi qualche servizio. E le bacio le mani. Di Ferrara, il... del 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
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               <p TEIform="p">Io vi scrissi questi giorni passati, e vi mandai il sonetto per la figliuola del signor conte Giovan Paolo Caleppio, il quale ora vi rimando perchè non ho avviso de la ricevuta. Intendo che ristampate le mie rime e le mie prose: l’avrei volentieri rivedute io medesimo tutte; ma particolarmente vi prego che mi facciate avere il dialogo de la Nobiltà e de la Dignità. I tredici ducati, de’ quali m’era debitore il Vasalino, furono pagati a voi, com’io compresi da un vostro scritto: però vi prego che non ritornando tosto, vogliate mandarli; perchè fa gran caldo, ed io son mezzo ammalato; e questi giorni passati ho avuta la febbre, ed ora ho la tosse fastidiosissima. Nostro Signore sia con esso voi. Di Sant’Anna in Ferrara, il 28 di giugno 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">La cortesia di Vostra Signoria m’ha di maniera avezzo a le sue spesse e care visite, ch’io sono stato quasi tutt’oggi a la finestra, aspettando ch’ella venisse a vedermi ed a consolarmi, come suole; ma non essendo venuta, per non rimanere affatto senza consolazione, vengo io a visitar lei con questa mia, e ’l signor ambasciatore con l’inchiuso sonetto, scritto con mano tremante, e forse in modo ch’egli avrà poco minor fatica a leggerlo, di quella c’ho avuta io a scriverlo. Prego Vostra Signoria a presentargliele in mio nome, ed insieme baciargli la mano. Signor mio, è stata opera vostra tutta il farmi fare acquisto de la grazia di così qualificato cavaliere; vostra sia parimente il conservarlami. Al signor Paolo Sanminiato altresì Vostra Signoria baci per me le mani, s’egli vi fosse; come io le bacio a lei per fine di questa: e le prego dal Signor Dio più lieta fortuna, che non è la mia. Di Santa Anna, il primo di luglio del 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Il desiderio ch’io aveva di servire il serenissimo signor prencipe di Mantova de’ versi, li quali iersera a la presenza di Vostra Signoria mi commandò ch’io facessi, m’ha tenuto desto quasi tutta questa notte; nè mai ho potuto prender sonno, finch’io non avessi fatto il parto, o l’aborto ch’egli si sia, il quale mando inchiuso ne la lettera ch’io scrivo a Sua Altezza. Prego Vostra Signoria a presentargliele: e le ricordi la grazia tanto benignamente promessami, di condurmi con esso lei nel suo ritorno a Mantova; perchè niun’altra in questo tempo può, se non rendermi lieto, almeno scemare la mia continova maninconia. E viva lieta. Di Santa Anna, il 4 di luglio del 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A VINCENZIO GONZAGA, PRINCIPE DI MANTOVA. Ferrara</salute>
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               <p TEIform="p">Mando a Vostr’Altezza i versi fatti per suo proprio commandamento. Se saranno di suo gusto, avrò di che rallegrarmi per rispetto di lei stessa, che riconoscerà per effetto de la sua autorità tutto ciò ch’ella goderà di buono in questo breve componimento: ma quando io non abbia accappata la ventura in darle sodisfazione, l’obbedienza potrà scusare qualunque mia imperfezione, e l’ardimento poetico in particolare, che Vostra Altezza vedrà non mai più veduto, avendo io fatta Minerva inamorata; perchè non ho letto in alcun poeta, ch’ella fusse mai inamorata: ma ’l Petrarca nel Trionfo d’Amore la comprende sotto quello universale:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">Tutti son qui prigion gli dêi di Varro;</l>
                  </quote>
perciochè ella non solo è fra gli dei di Varrone, ma fra’ seletti. E dovendo obbedire Vostra Altezza, ho preso ardire di fingere che Minerva sia vinta da Amore.</p>
               <p TEIform="p">Nel rimanente mi riporto a quanto le dirà per me il signor Antonio Costantini che le renderà questa mia. Ed a Vostra Altezza bacio umilmente la valorosa mano. Di Santa Anna, il 4 di luglio del 1586.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">532</head>
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                  <salute TEIform="salute">A LORENZO MALPIGLIO. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Iersera io scrissi a Vostra Signoria quasi al buio; ma questa mattina il nuovo giorno m’ha illustrati gli occhi e la mente; onde risponderò a quell’ultima parte de la sua lettera che più l’importa: e dico, che non mi ricordo d’averle detto alcuna cosa de gli errori del mio poema; perciochè non ho letto se non picciola parte d’alcuni canti, da poi ch’egli è stampato: nè penso di rileggerlo tutto, sin ch’io non abbia finita la mia tragedia; la quale io credeva che devesse esser rappresentata felicemente: ma sia lodato Nostro Signore di ogni cosa; perch’egli è quello che ci visita con l’afflizioni, e ci consola ne l’infermità. Ma da poi che io le avrò data l’ultima mano, come si dice, attenderò a la revisione, a la correzione, ed a l’accrescimento de la mia Gerusalemme; la quale avea deliberato che fosse di ventiquattro canti: ma da poi ho pensato d’aggiunger a ciascun d’essi, o a la maggior parte, molte stanze, acciochè il libro sia risguardevole per la convenevol grandezza, non solo per la bella stampa e per la carta reale. E quantunque pensassi ancora di troncar molte cose che mi parevano soperchie, ed altre mutarne; nondimeno la diminuzione sarà molto minor de l’accrescimento. Fra le cose che debbono esser mutate, è l’episodio di Sofronia, ch’è nel secondo canto, come già mi consigliarono il signor Flamminio vostro e ’l signor Barga, uomini dottissimi; e ’l viaggio che fanno que’ duo cavalieri ne la nave de la Fortuna; e molte cose, le quali io dico del Tartaro e di quel mago naturale: perciochè l’allegoria è anzi gentile, che no; ed io ne vo ricercando alcuna più accommodata a la nostra religione: e per l’istessa cagione nel nome de’ demoni io potrei lasciare quegli de’ gentili, quantunque fossero usati dal vostro Dante; ed usarne in quella vece alcuni di quelli ch’io lessi in un picciol libretto, ma pieno di molta dottrina, il quale è intitolato: “Nuovo discorso de l’arme e lacci de’ demoni, ridotto in forma d’arte; dal reverendo don Giulio Candiotti di Sinigaglia, archidiacono de la santa Casa di Loreto.” E nel sogno di Goffredo parimente leverò tutto quello che ritiene l’odor de la gentilità: e giungerò molte cose del libro de la Città d’Iddio di sant’Agostino, e molte de l’Apocalipsi di san Giovanni; e ’l trovato de la lancia di Cristo; e le pitture d’un padiglione, nel quale deveva essere istoriato tutto quello ch’era succeduto inanzi al sesto anno de la guerra; e ’l ragionamento de l’arcivescovo di Gerusalemme, scacciato co ’l duca Gottifredo, e con gli altri principi; dal quale si raccoglierà particolarmente, qual fosse in que’ tempi lo stato de l’Asia, come descrivono Guglielmo arcivescovo di Tiro, e Paolo Emilio ne le sue Istorie: e forse prima giungerò una minuta descrizione de la Palestina; e toccherò tutte le vecchie istorie e i miracoli scritti nel vecchio e nel novo Testamento, e ne’ libri di Giuseppe Ebreo; e da poi, molte profezie appertenenti a’ re di Cipri e di Gerusalemme, ed a l’imperio de’ maccomettani: e mi sarebbe stato gratissimo molto di poter accrescere l’imprese fatte in quello assedio; laonde io desiderava un libro francese che tratta maravigliosamente di questa materia, come già mi disse il signor Benedetto Manzuolo; ma egli non mi disse il titolo, o io non me ’l ricordo. Desidero questo, o altro simigliante, per favor de gli amici, i quali mi devrebbono far vedere quel ch’io non ho potuto anche vedere per tanti impedimenti attraversatimi da la fortuna. Ma per questo effetto desiderava ancora quella opera che scrive san Gregorio papa de le gierarchie de gli angeli, la quale io non ho letta ancora; e Filone Ebreo; ed un comento sovra l’Apocalipsi; ed un altro sovra l’Epistole di san Paulo, per armar un misterioso cavaliero d’arme di luce, o più tosto un de’ molti misteriosi; perciochè io penso di far tutta la favola più reverenda e più venerabile con l’allegoria. Ma io scrivo a Vostra Signoria queste cose con molta fede; onde la prego che non voglia che siano divolgate; perchè sarebbe quasi un rimovere il velo da la scena, ed un far cadere le cortine molto prima ch’esca il prologo: il che soleva far il duca Guido Baldo di felice memoria, acciochè la maraviglia de l’improviso spettacolo non impedisse l’attenzione che si deve a’ recitatori. Ma Vostra Signoria tacendo quel ch’io le scrivo, più tosto accrescerà l’espettazione. Laonde ricopriamo questo poema con questo velo di fede sino al suo tempo; percioch’io penso di cominciare a comporre quando i guerrieri cominciano a guerreggiare; sperando ne la felicità de la stagione, che m’inviterà co ’l dolce canto di ben mille uscignuoli, e co ’l mormorar di mille rivi e di mille fonti; e mi rallegrerà con la vista de gli arbori rivestiti di nuove fronde. Fra tanto procuro di spedire alcuni miei negozi, che forse non saranno impediti da la tragedia, nè da alcuni altri miei piccioli componimenti; fra’ quali avrete la vostra parte, se non isdegnerete che ’l vostro nome sia scritto con gli altri.</p>
               <p TEIform="p">Del negozio de le casse io scrivo al signor vostro padre medesimo: de’ libri che mi bisognano, avrei parlato a messer Vittorio, s’egli fosse venuto a vedermi: e sono, oltre quelli c’ho già scritti a Vostra Signoria, Pausania, le Filippiche di Demostene, la Metafisica d’Alessandro. E le bacio le mani. Di Ferrara.</p>
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               <head TEIform="head">533</head>
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                  <salute TEIform="salute">A VINCENZIO MALPIGLIO. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vostra Signoria non ha minore occasione di giovarmi, che io necessità di pregarla. Onde se non vorrà mostrarsi dissimile a se medesima, non sosterrà d’esser pregata in vano: ma gli effetti saranno conformi a le sue parole, quantunque fosser molto superati da la sua buona intenzione. Io la prego, dunque, che mandi messer Alessandro, suo agente, per la valigia e per la cassettina di cipresso; ne le quali sono alcuni libri ed alcune scritture che m’importano molto. Ma, oltre questo, vorrei mandarli, quasi per un pegno, due casse grandi piene di libri; ne l’una de le quali è un sacchetto con trentasei scudi di moneta. E perchè mi potrebbono bisognar danari, ed io non voglio portare addosso così gran viluppo, la prego ancora, che m’accommodi di venticinque scudi d’oro, e d’un paio d’ungheri; perchè, volendo, potrà sempre sodisfarsi a sua voglia. E le bacio le mani, pregando Sua Divina Maestà che sia tanto favorevole a le sue nozze, quanto a’ miei negozi. Di Ferrara.</p>
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               <head TEIform="head">534</head>
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                  <salute TEIform="salute">ALL’ABATE ALBANO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non ho scritto prima a Vostra Signoria, parendomi che ’l signor Maurizio, al quale io scriveva di continovo, potesse farla sicura de l’affezione e de l’osservanza ch’io le porto: ma quel che non si domanda per necessità, si ricerca per gratitudine. Laonde non ho voluto tardare più lungamente a ricordarle la mia antica servitù, e la sua cortesia; con la quale potrà molto più giovarmi in questo negozio, che tutta la città di Bergomo. E voglio anche in questa occasione ridurle a memoria la procura che fu portata dal signor conte Ercole Tassone, e rimase ne le sue mani: e benchè fosse ne le mie, non saprei in che potessi valermene, essendo prigione; s’altri non s’adoperasse per me quanto farei io medesimo, se fossi libero. Ma Vostra Signoria ha molti amici in Roma, e molti servitori; e l’illustrissimo signor cardinal suo, molta autorità: talchè non gli sarebbe negato per grazia quel c’a me si concederebbe forse per giustizia, se non m’impedisse la mala fortuna. Prego dunque l’uno e l’altro, che vogliano omai quanto possono, perch’io sia consolato almeno, se non contento. E lor bacio le mani. Di Ferrara.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">535</head>
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                  <salute TEIform="salute">A CURZIO ARDIZIO. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mi sono compiacciuto di fare in onore di Vostra Signoria un sonetto, senza partirmi da la similitudine d’una pianta, con la quale ho fornito il concetto; e ve ’l mando con un altro ch’io ho ultimamente scritto al signor don Ferrante: e perchè io non so se Sua Eccellenza l’abbia avuto, mi sarà molto caro che le sia mandato da voi. Nè men cara mi è la memoria che ’l signor principe Ranuccio conserva di me; e mi rincresce oltramodo, che tra gli anni suoi e i miei ci sia tanta differenza, ch’io non possa sperare quanto Sua Eccellenza o altri peraventura vorrebbe: e se non posso sperar molto senza sperar lungamente, mi risolvo più tosto di disperare affatto. Or vedete, signor mio, s’è vostro pro di continuare l’amicizia con un disperato; e se vi pare ch’egli sia, fate che ’l fine de l’amicizia corrisponda al principio. Al signor Cavallara baciate le mani in mio nome; e ditegli ch’io gli rimarrei con molto obligo, se mi mandasse non solo le ricette, ma i remedi stessi, o ’n albarelli o ’n altro: e se vi pare di pregarne più tosto il signor Marcello, il rimetto nel vostro giudizio. Amatemi e comandatemi; ch’io, con isperanza o senza, vi amerò e servirò volentieri. E mi vi raccomando; ed al signor suo fratello ancora: e mi piacerà che si ricordi di me. Di Ferrara.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">536</head>
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                  <salute TEIform="salute">A CURZIO ARDIZIO. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Bench’io vorrei sempre ricever le lettere di Vostra Signoria quanto prima sia possibile; nondimeno se ’l signor Costantino è stato cagione de l’indugio di questa, m’è cara la sua tardanza e la ringrazio che, mandandola per questo mezzo, m’abbia data occasione di vederlo dopo tanti anni, ch’io non l’aveva veduto. E per l’istesso io manderei a Vostra Signoria alcuni miei componimenti, se mi bastasse l’animo di ricopiarli; ma perch’io non mi conosco atto a questa fatica, non ardisco di prometterle cosa alcuna: tuttavia, se mi comanderà ch’io faccia per lei qualche composizione, sarà servita di buon cuore. E con questo le bacio le mani, pregandola che non lassi occasione alcuna di giovarmi, la quale s’appresenti. E viva lieta. Di Ferrara.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">537</head>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO BEFFA NEGRINI</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io posso così male scrivere, come vedrà il padre don Placido; però prego Vostra Signoria che faccia la mia scusa, la qual può meglio saper il difetto e la cagione. Risponderò un’altra volta a pieno: ora le mando questa; e si ricordi de la promessa mia, dal signor Cavallara. Le bacio le mani. Di Sant’Anna di Ferrara.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">538</head>
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                  <salute TEIform="salute">A IPPOLITO BENTIVOGLIO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mandai a Vostra Signoria una canzona, la quale ho fatta a la signora Vittoria sua moglie: ma prego che non gliela mostri, perchè non vorrei che si divolgasse ancora; e gliela manderò per altra strada. Mi farà similmente favore d’interpor la sua autorità con que’ gentiluomini, a’ quali fu data la lettera de l’illustrissimo Albano, e co ’l serenissimo signor duca, perch’io ne veggia qualche effetto: e particolarmente perchè mi sia conceduta licenza d’uscire. E le bacio le mani. Di Sant’Anna,</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">539</head>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA BORGO. Macerata</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ne’ tre dubbi che da Vostra Signoria mi furon proposti in materia de l’imprese, molto dubito che di quello che da me le sarà scritto non debba rimanere intieramente sodisfatta. Perciochè niuna ragione potrà essere addotta da me, che da lei e da altri signori accademici non sia stata prima considerata; nè sarà forse spiegata in modo, che piaccia altrettanto per la maniera, quanto per l’invenzioni. Ma perchè Vostra Signoria con quegli altri gentiluomini non sia dubbia de la volontà che ho di servirla, assai bene mi parerà di pormi a dichiarar questa dubbi: il che nondimeno avrei fatto più volentieri, quando non solo ero più intento a gli studi de la poesia, e de gli altri simiglianti; ma le cose dette e scritte da me erano più volentieri da gli uomini ricevute. Ma perchè credo che da’ signori accademici, non co ’l favore, ch’è poco, ma co ’l giudicio, ch’è molto, saranno misurati; questo medesimo, ch’io fo mal volentieri, farò prontamente, incominciando dal primo dubbio: “Se l’impresa sia diversa da la poesia, o l’istessa.”</p>
               <p TEIform="p">Dico che l’istesso si può intendere in tre modi; o di numero, o di specie, o di genere. Ma di numero non è l’istesso; poichè se fosse, sarebbe il medesimo il facitor de l’impresa e il poeta; ma pare che sia altrimente, perchè l’uno è forse muto artefice, l’altro canoro. E se l’una e l’altra fosse la medesima, le medesime cagioni le accrescerebbono e le conserverebbono. Ma la poesia cresce e si conserva ne la pace; e l’impresa molte volte ne la guerra, suole ricevere accrescimento: ed a l’incontro la guerra, che suole distrugger la poesia e gli altri studi de le belle lettere, fa l’imprese moltiplicare: e de la poesia si dice ch’ella sia sonora e piena d’armonia; ma di questa, che sia più tosto ben disegnata e ben colorita. Oltre di ciò, il fine de l’impresa è l’accennare alcun nostro concetto; e quel de la poesia il narrare, e il dimostrare e porre sotto gli occhi quanto più chiaramente si può l’altrui operazioni. Non sono dunque di numero istesso. Non sono manco di specie, perchè se andremo considerando per tutte l’arti, troveremo che, quantunque la forma da loro introdotta sia l’istessa, nondimeno per la materia e per l’istromento l’una specie da l’altra è differente. Fa l’orefice la catena d’oro, e fa il fabro quella di ferro. Parimente l’istessa figura d’Elisa con la spada d’Enea sul rogo mal da lei apparecchiato, da altri co ’l martello e con lo scarpello in marmo scolpita, e da altri co ’l pennello colorita ne le tele, e da altri in cera con altri strumenti figurata; non è opra d’un solo artefice, nè d’un’arte sola, ma di molte. E perchè sia data l’istessa forma al colletto di velluto e a quello di cuoio, tuttavolta non sono effetti d’un medesimo artificio. Dunque se gli strumenti, e la materia di colui che fa l’impresa, è molto diversa da quella che suol trattare il poeta; l’arte non sarà la medesima, quantunque la fortuna fosse la stessa. A la qual cosa avendo risguardo Aristotele, a l’altre due differenze, con le quali distingue la specie de la poesia, aggiunge quella de l’istrumento. Nè questo solamente, ma la forma ancora de la poesia e de l’impresa sono diverse: perciochè la forma de la poesia è la favola; de l’impresa, il motto, secondo il giudicio comune; e se alcuna ce n’è la quale non abbia motto, nondimeno ella non è imitazion d’azione umana. Ma la forma de la poesia pare che non sia altro che un contesto o un ordine d’avvenimenti, i quali formano un’intiera azione d’un uomo; laonde non solo per cagione de l’istrumento e de la materia questi artefici sono differenti, ma per la forma ancora, de la quale sono prese tutte le specifiche differenze. Resta dunque che, se pur è l’istessa, sia l’istessa di genere; perciochè l’una e l’altra si raccoglie sotto l’imitazione. Nè altro dirò intorno al primo dubbio.</p>
               <p TEIform="p">Ma passando al secondo, il quale è, “S’a gli uomini ignobili sia lecito di fare impresa”; io stimo che non sia conveniente: perchè avendo l’arme, dette dal latino “<emph TEIform="emph">insignia,</emph>” e l’imprese, avuta l’origine medesima; ed essendo quasi portata per un medesimo fine; chi non ha arma, non pare che debba avere impresa. Oltre di ciò, quello che non si conviene a quegli che son privi di gloria, non si convien pure a chi è senza nobiltà; perciochè l’uno e gli altri sono parimente ignoti. Ma quelli non portano alcuna cosa dipinta ne lo scudo, come si legge in quel verso di Virgilio: “<quote lang="lat" TEIform="quote">Parmaque inglorius alba.</quote>” Appresso, le cagioni di far imprese sogliono essere la ricchezza, la possanza e la magnificenza di colui che le porta, o altra cosa sì fatta, de la quale l’ignobile è privato. Seguita ancor l’impresa, l’esser tenuto onorato, avuto in pregio, e riguardato con maraviglia: e questo similmente non è in colui ch’è privo di nobiltà. Ultimamente ripugna il portare impresa, e non far grandi azioni: ma le azioni grandi non sono proprie de l’Ignobile; se non forse di quelli, i quali son principio di nobiltà, e con lo splendore de la virtù non solo illustrano i figliuoli e i nipoti, ma quasi fanno luce a l’oscurità de’ loro antecessori; perciochè a costoro così l’arme come l’imprese sono convenienti; come fu a ***, la quale fu poi ereditaria de’ successori.</p>
               <p TEIform="p">Rimane l’ultimo dubbio, il quale era: “Se il vizioso deve portare impresa.” Intorno a che possiamo argomentare, che non debba: perciochè l’impresa è detta da “imprendo” o da “intraprendo;” antica voce, che tanto significa, quanto prendere a far le cose che difficilmente sono finite. Ma le cose malagevoli non possono esser fatte da colui che sia privo di virtù; però si legge “<quote lang="lat" TEIform="quote">Degeneres animos timor arguit.</quote>” Il medesimo si proverà discorrendo per ciascun vizio partitamente: perchè l’avaro cerca di ricoprire, più tosto che significare la sua avarizia; l’adultero, solo desidera che il suo vizio sia da le tenebre coperto; e il goloso e il bevitore trangugia più volentieri solo, che dove sia veduto e dove abbia rispetto, le vivande delicate e i vini preziosi; e dal timido e dal pusillanimo la luce de gli uomini suol essere fuggita; e da colui ch’è opposto al magnifico, sono ischifate l’occasioni d’operare magnificamente; ed al zotico solo dispiacciono le piacevoli conversazioni; ed al lusinghiero, che le sue lusinghe sieno convinte: e ciascuno di questi e de gli altri non vorrebbono che ’l suo vizio fosse per alcune dichiarazioni o argomento o cenno manifestato. Ma l’impresa in qualsivoglia modo dichiara e manifesta: non convien dunque al vizioso fare impresa. A le quali ragioni, l’ultima s’aggiunga; che la nobiltà è virtù, e l’ignobiltà è vizio: ma l’ignobile non deve fare impresa; dunque, non ne deve fare il vizioso: e tutto quello che de l’uno si disse, de l’altro si dica parimente. Ma molte volte con alcuni vizi grandissime virtù sono mescolate; come si legge d’Alcibiade, d’Alessandro, d’Annibale, di Cesare, di Traiano, e d’altri principi de’ tempi antichi e moderni. Però non è disconvenevole c’alcuno, il quale non sia al tutto senza vizio, porti impresa. Pur non dee portarla in quanto vizioso, ma in quanto virtuoso e valoroso. Perchè l’impresa significa il concetto formato da l’animo, il quale è perfetto allora che è perfetto il valore; e se l’impresa è perfetta, figura una perfetta intenzione; e la perfetta intenzione non è se non d’uomo perfetto. Ne segue, che l’impresa perfetta non sia d’altro che d’uomo perfetto, o di principe perfetto più tosto, perchè l’ultima perfezione de l’uomo è l’esser principe; e il filosofo, che non è principe, non conseguisce tutta la sua perfezione, la qual consiste non solamente nel contemplare, ma ne l’operare secondo le nobilissime operazioni. E quantunque l’impresa possa da lui esser portata, nondimeno perchè essa propriamente è di quei concetti i quali hanno per fine le azioni, più si conviene al principe ed al cavaliero.</p>
               <p TEIform="p">Scriverei più lungamente in questo proposito; ma nè il tempo nè il luogo lo sostiene. E da questo poco detto da me potete raccogliere molto, non solo de la mia opinione, ma de la volontà; la quale è assai pronta di servire li signori accademici de la magnifica città di Macerata, per la benevolenza che già molti anni sono mi dimostrarono, invitandomi in così nobil compagnia. Ed a Vostra Signoria bacio le mani. Di Ferrara.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">540</head>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVANNI BOTERO. Torino</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Affinchè il signor duca di Savoia, di Vostra Signoria e mio signore, sappia quanto grato io sia a la Serenità di Sua Signoria illustrissima per li buoni uffizii con cui si è degnata di favorirmi a presso a chi maggiormente importava; raccorro da Vostra Signoria, pregandola che assicuri Sua Signoria serenissima aver io voluto immortalare, per quanto in me stia, la magnifica et unica al mondo sua opera del Parco accanto a la a capitale, in una stanza de la mia Gerusalemme, dove fingo di descriver il giardino del palagio incantato di Armida, e vi dico:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">Poichè lasciâr gli avviluppati calli,</l>
                     <l part="N" TEIform="l">In lieto aspetto il bel giardin s’aperse;</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Acque stagnanti, mobili cristalli,</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Fior vari e varie piante, erbe diverse,</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Apriche collinette, ombrose valli,</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Selve, isole, spelunche a un punto offerse,</l>
                     <l part="N" TEIform="l">E quel che ’l bello e ’l raro accresce a l’opre,</l>
                     <l part="N" TEIform="l">L’arte, che tutto fa, nulla si scopre.</l>
                  </quote>
               </p>
               <p TEIform="p">Ricordate al serenissimo signor duca le mie passate e presenti infelicità, e pregatelo che si degni di continuarne a chieder il termine in grazia a chi ne è l’arbitro. Baciateli in nome mio il ginocchio; e vivete felice. Da le prigioni di Sant’Anna di Ferrara.</p>
            </div2>
            <div2 type="epistola" org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="div2">
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                  <salute TEIform="salute">AL MARCHESE GIACOMO BUONCOMPAGNO. Roma</salute>
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               <p TEIform="p">Ho supplicato molte fiate Vostra Eccellenza illustrissima che volesse interceder per me appresso il serenissimo di Ferrara, co ’l quale è ragionevole che la sua intercessione sia non solo di molta autorità, ma molto cara, così per l’alto luogo c’ella tiene ne la Chiesa, come per lo stato di Vignola c’ha ne gli stati di Sua Altezza; e sovra tutto per lo suo proprio valore, per lo quale da principe valorosissimo non può esser se non molto amata e tenuta in pregio. Ma sinora non ho veduto effetto alcuno de la sua intercessione. E credo ch’i miei prieghi da Vostra Eccellenza non sieno stati esauditi; non tanto per gli miei difetti, i quali da lei, che è clementissima, so che son riguardati con occhio compassionevole, quanto per la natura del negozio, ch’in se stesso è molto difficile. Pur confido che la sua autorità e la sua destrezza sia per superare ogni difficultà. Ed a Vostra Eccellenza bacio umilissimamente le mani. Di Ferrara.</p>
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               <head TEIform="head">542</head>
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                  <salute TEIform="salute">A CECILIA BUONCOMPAGNO PEPOLI. Bologna</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Quell’istessa fama ch’ha portato a gli orecchi miei il valore e i meriti di Vostra Signoria illustrissima, deve aver apportato a i suoi i miei travagli, e i disfavori che mi son fatti da chi men dovrebbe. Onde mi giova di credere, ch’ella ne senta alcuna compassione, e che non negherà alcun giusto e cortese favore a’ miei prieghi. La priego dunque che voglia in mio favore scrivere al signor duca di Ferrara; percioch’essendo egli cavalier compitissimo, farà sempre quella stima che deve de le preghiere di sì valorosa signora. La voglio anche pregare, che si degni di far opera con l’eccellentissimo signor Giacomo, e con monsignor illustrissimo suo fratello, ch’io sia restituito al commercio de le lettere. Ed a Vostra Signoria illustrissima baciando le mani, le priego felicità. Di Ferrara.</p>
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               <head TEIform="head">543</head>
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                  <salute TEIform="salute">A BIANCA CAPPELLO, GRANDUCHESSA DI TOSCANA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">In lodar Vostra Altezza serenissima, quanto n’abonda il soggetto, tanto mancano i concetti: però i versi non possono agguagliare nè i suoi meriti, che sono infiniti, nè pure i miei desiderii, che son terminati. Nondimeno le mando un sonetto, ricordandole che io le sono già servitore, e ch’ella m’ha fatta grazia di ricevermi in questo numero; e le bacio le mani. Di Ferrara il 1585, il 15 di quaresima.</p>
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               <head TEIform="head">544</head>
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                  <salute TEIform="salute">A MAURIZIO CATANEO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Poichè abbiamo comodità di mandar le lettere nostre per tante parti, non debbo più dubitare che Vostra Signoria non possa fare alcuna cosa per mio giovamento e per sodisfazione. E benchè io desiderassi la prima libertà più di tutte l’altre cose, nondimeno m’acqueto al voler di monsignor illustrissimo ed al parere di Vostra Signoria, quanto posso e quanto debbo: e credo sicuramente, che questa mia sarà più tosto servitù scioperata, che prigionia faticosa; chè non posso aspettar altro da la benignità del serenissimo signor duca, e da le raccomandazioni del signor cardinale, de le quali vidi subito effetto, perciochè il dì seguente fui tratto da le mie stanze, e ci fui ricondotto con promessa che ne sarò levato molte volte questo carnevale. Però non si maravigli, se nel tempo de’ trattenimenti, dopo tanti fastidi e tante fatiche, schiverò quella del comporre. Serbo nondimeno grata memoria di tutti i favori, i quali ho ricevuti, e non mancherò del mio debito co ’l signor duca di Parma, e co’ signori principi; i quali non debbono appagarsi meno de la volontà che de l’opere.</p>
               <p TEIform="p">Mandai le dimandate lettere, e credo che faranno effetto conforme al mio desiderio, e ne aspetto risposta dal signor Scipione Gonzaga, al quale io le dirizzai. Aspetto similmente risposta di quel che si può far de le mie Rime; perciochè mi pare che il signor Alessandro Pendaglia non possa negarle al signor Scipione, se farà istanza d’averle. Nè posso credere che quel gentiluomo, così ricco di beni del corpo e de la fortuna, voglia mostrarsi tanto povero di quelli de l’animo verso me, che di questi non sono poverissimo, ma de gli altri ho grandissimo difetto e grandissimo bisogno. Ma se gli avanza roba, non dovrebbono mancar amici che gli ricordassero il suo debito e la mia necessità. E il farà con sue lettere il signor Scipione, o ella medesima vincerà di benevolenza tutti gli amici suoi più cari in questo ufficio. Faccia dunque ch’io rimanga sodisfatto del padre don Angelo Grillo, e del signor Alessandro Pendaglia parimente. Non le insegno il modo, perch’ella il conosce. Le mando un sonetto; e farò tutto ciò che richiede, o presto o tardi: e vorrei che fossero aggiunte le due stanze a la canzona de la serenissima duchessa Barbara. E le bacio le mani. Di febbraio del 1585.</p>
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               <head TEIform="head">545</head>
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                  <salute TEIform="salute">A MAURIZIO CATANEO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Quantunque Vostra Signoria non abbia potuto rispondere a quella parte de le mie lettere ch’è di maggiore importanza; nondimeno, tanto il ringrazio di quel c’ha fatto per mia sodisfazione, quanto è ’l desiderio c’ho de la libertà, de la quale la sua lettera mi par quasi un principio ed una promessa. Cercherò dunque d’aver l’audienza di Sua Altezza; senza la quale sarebbe meglio il partirsi che ’l fermarsi: ma io non posso partire, se non v’è alcuno che mi conduca fino a San Benedetto, o a San Domenico, o al convento de gli Angeli, e mi faccia portare una valigia ed una picciola cassetta; oltre la quale lascio in Sant’Anna quattro casse di libri e d’altre robbe; ed in corte rimangono razzi e curami da fornire una camera ed un camerino, ed altri fornimenti: laonde io non dimando se non picciolissima parte di quelle robbe che son miserabilissimo avanzo de la fortuna di mio padre, e mia; nè le dimanderei, s’io potessi viver senza esse, in quel modo che mi par convenevole; perc’altramente, son risoluto di morire: e piaccia a Dio, che la mia lunga infelicità non sia cagione ch’io m’affretti la morte. Prego dunque Vostra Signoria che mi favorisca; e se le par necessario, mi raccomandi al serenissimo, o a l’illustrissimo signor cardinale, perchè m’impetrino questo favore tanto ragionevole.</p>
               <p TEIform="p">E perchè Vostra Signoria sappia picciola parte de le mie necessità, ho pregato don Giovan Battista Licino che le mandi la copia d’un dialogo de la Nobiltà, ch’io ho fatto in questa prigione; perchè l’altro, che fu stampato, è pieno di molte cose che non son proprie di questa materia. Ma in questo non ce n’è alcuna: e quelle che ci sono, non possono offendere la santa Chiesa apostolica; come che ce ne sian molte che saran poco grate a’ baroni di Roma e del regno di Napoli. E perch’io pensava di venire in coteste parti, avea deliberato di non stamparlo: ma da poi me l’ha dimandato il signor Ippolito Gianluca, al quale non si può negare alcuna cosa, perchè egli solo mi cava alcuna volta di prigione. Oltre di ciò, il padre don Angelo Grillo m’ha fatto promettere da cento e cinquanta scudi per l’impressione di queste opere; senza i quali non so come venire, nè come rimanere; perchè la provision datami da Sua Altezza si perdè con l’altre mie cose. L’altre provisioni del vestire sono tarde, e scarse, e piene di molte altre incommodità, e di molte difficoltà, e di molti fastidi: laonde non vorrei in modo alcuno esser defraudato di questo picciolo frutto de le mie fatiche; il quale perderei con gli altri, s’io tardassi: quantunque sia certo che, stampandosi questa operetta, non avrò in Roma dove mettere il piè, se non in casa vostra. Con quella de lo illustrissimo signore Scipion Gonzaga, e con l’altra che segue appresso, ne la qual tratto de la Degnità, potrò forse sodisfare a’ prelati di cotesta corte; ma non a’ cavalieri ed a gli altri signori principali, fra’ quali è principalissimo il signor don Orlando. Ma io non posso altro che accusar la mia fortuna, che m’abbia condotto in queste necessità inestricabili: laonde vi prego che mi favoriate al partire, o m’aiutiate a lo stare; ed un de’ particolari aiuti è la commodità d’alcuno che ricopi; perch’io non posso scrivere, come vedete. Il dialogo dato a don Giovan Battista Licino non sarà inteso senza grandissima difficoltà: e non la troverà minore ne l’altro che segue, nel quale farò menzione de la vostra famiglia. E, se vi pare, mandatemi qualche informazione; quantunque mi sarebbe più grato averla altrove, o venire io medesimo a pigliarla. E vi bacio le mani. Di Ferrara.</p>
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               <head TEIform="head">546</head>
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                  <salute TEIform="salute">AL CAVALIERE ERCOLE CATO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Al sonetto di Vostra Signoria, che questa mattina mi ha dato il signor Giulio Mosti, oggi rispondo. In risposta de la lettera che a lui scrive non dirò altro, se non ch’io fo ristampare le mie Rime, che furono già stampate ne lo stato di cotesta illustrissima ed eccellentissima Signoria, ove credo che Vostra Signoria si ritrovi. E le bacio le mani.</p>
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               <head TEIform="head">547</head>
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                  <salute TEIform="salute">A RENATO CATO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">La mia fortuna, che m’ha fatto dimenticar alcuna volta di me stesso, m’ha tolto anche la memoria, non dirò del valor e de’ meriti di Vostra Signoria, ma sol del debito ch’io aveva d’onorarla in compagnia d’altri servitori del serenissimo signor duca, che sono stati da me onorati. Ond’ora ne le chiedo perdono, promettendole che s’ella con alcun favore corrisponderà a la molta affezione ch’io le ho sempre portata, ed a la molta stima c’ho fatta del merito suo, l’onorerò tanto più volentieri sola, che accompagnata, quanto ella ha avuta minor compagnia forse nel desiderarmi bene. Ed a Vostra Signoria bacio le mani. Di Ferrara.</p>
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               <head TEIform="head">548</head>
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                  <salute TEIform="salute">AL DOTTOR GIOVAN BATTISTA CAVALLARA. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">La tardanza de la lettera di Vostra Signoria è stata compensata da l’opportunità del rimedio che m’ha mandato, il quale m’è stato più caro di ricever da lei, perch’ella volontariamente, senz’aspettar alcuna mia preghiera, me l’ha mandato: e spero che mi debba esser giovevole. Ma poi c’ha cominciato una volta a prendersi cura di me, la prego che voglia averla per l’avvenire; e sarà minutamente informata de l’effetto c’avrà fatto il suo rimedio, e d’ogni accidente de la mia infermità. Le lodi ch’ella mi da, non accetto in alcun modo; quantunque io non rifiuti l’affezione con la quale me le dà; soverchia veramente, ma nondimeno grata sovra modo ad uomo che stimi l’amicizia de’ pari suoi, non meno che quella de’ principi medesimi.</p>
               <p TEIform="p">Ho veduta la canzona del signor Roman Borgo, e mi pare ch’egli accompagni l’arme con la penna in modo, che ne meriti molta lode. Ma non ho conosciuto ch’egli ne’ suoi versi si sia servito d’alcuna mia cosa; e s’in altri l’ha fatto, che in questi ch’io ho veduti, mi piace sommamente di parer a’ pari suoi degno d’imitazione. Baci in mio nome le mani al signor Ardicio, e mi conservi in sua grazia. Di Sant’Anna.</p>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">AL DOTTOR GIOVAN BATTISTA CAVALLARA. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Questa mattina il signor Giulio Mosti m’ha data una lettera di Vostra Signoria, e un alberello di cedri conditi delicatissimi, de’ quali la ringrazio molto; nè so se mi fossero piacciuti più i mirabolani, benchè sian più rari. Ma se Vostra Signoria gli stima più efficace rimedio per la mia salute, confido ne la cortesia del signor duca, che non me ne debba essere scarso: e mi risolverò forse di scrivere io medesimo a Sua Altezza inanzi questo maggio, nel quale desidero di fare una diligentissima purga. Fra tanto non lascierò occasione di scrivere a Vostra Signoria ed al signor Ardicio: e bacio le mani a l’uno ed a l’altro, pregando il Signor Iddio per la contentezza loro. Di Ferrara.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">550</head>
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                  <salute TEIform="salute">A GUIDO COCCAPANI. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io avrei parlato volentieri di nuovo a Vostra Signoria perchè mi facesse grazia di condurmi a’ piedi del serenissimo signor duca di Ferrara; perciochè ogni mia parola uscita da la mia penna, che possa dispiacerli, m’apporta infinito dolore: ma Sua Altezza si può acquetare a questo, com’a la più certa verità che sia nel mondo, ch’io molte volte non sia signor di me stesso; però, come quel principe che si è mostrato in tante occasioni, credo che non vorrà c’alcun mio fallo sia imputato a la mia volontà, ma a la mia infermità. E le bacio le mani. Di Sant’Anna, il... di novembre.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">551</head>
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                  <salute TEIform="salute">A GUIDO COCCAPANI. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">M’ha detto Stefano un non so che in nome di Vostra Signoria de’ dialoghi, non ben da me inteso; perchè mi pare che si parli sempre fuor di proposito. Io in questa prigione ho scritto molte cose, de le quali altro premio non ho avuto, che ’l vitto e ’l vestito scarsamente, il quale o dal serenissimo signor duca, o dal cardinale, che mi tenga prigione, credo che mi debba esser dato. Le trascriverò molto volentieri, e le correggerò, e le ridurrò a quella perfezione che per me si potrà maggiore, se mi sentirò meglio; e ne farò a Vostra Signoria quella parte ch’ella giudicherà convenovole, senza rimuover però le lodi di quei signori, a’ quali son tanto obligato, e da’ quali m’è pur dato questo nutrimento, qualunque sia. Eccettuo un dialogo solo, c’ho destinato al principe di Mantova serenissimo; e non sarà da me volontariamente dato ad altri, che a lui, o ad alcuno de’ suoi più favoriti gentiluomini da me conosciuti. S’io mi sentirò meglio, scriverò molt’altre cose degne (se amor non m’inganna) di molta lode. Ma vorrei non aver a scriverle in prigione, ove poemi non son atto a fare in alcun modo: ma se parrà a Sua Altezza, dico, di non liberarmi sì tosto, e poemi e prose crederò di potere scrivere. Ed a Vostra Signoria bacio le mani, pregando che solleciti la mia liberazione.</p>
               <p TEIform="p">Prego Vostra Signoria di grazia particolarissima, che s’affretti maturamente, secondo il motto greco d’Augusto, per la mia liberazione.</p>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">A GUIDO COCCAPANI. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Prego Vostra Signoria che si contenti, se piace al serenissimo signor duca, serenissimo clementissimo ed invittissimo, ch’io stia prigione, di farmi dar le poche robicciuole mie, che Sua Altezza invittissima clementissima serenisma m’ha promesso tante volte, acciò ch’io possa valermene; perchè questi panni che mi manda il Pocaterra, me li manda sempre fuor di tempo, e per farmi dispetto. Io non venni a Ferrara per servir lui, nè per far versi a sua requisizione; ma per servire il duca: e si dovrebbe contentare, il Pocaterra, ch’io tenessi così onorata memoria di lui e di suo figliuolo ne’ miei dialoghi, come aveva disegnato. Sempre le medesime cose: i nomi d’Alessandro, di Filippo e di Annibale mi son gratissimi. Parlasse ormai in altro linguaggio, che in Calmone; perchè s’egli intende del signor Filippo d’Este, del signor Alessandro Gonzaga, e del signor Annibal Capova, ho già detto ch’io a ciascun d’Este son servitore; e che udirò volentieri ciò che in nome loro mi sarà detto. Ma la casa del Pocaterra, per non ingannarlo, non voglio celebrare in versi; oltre c’ora, in verità, non mi sento in umor di farlo. Vedrei volentieri suo figliuolo, perchè è forse giovine che da la sua conversazione prenderei alcun gusto. Al serenissimo signor principe, ed a la signora duchessa baci Vostra Signoria in mio nome le mani, ed a loro mi raccomandi ne la mia miseria; e le rimarrò con obligo.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">553</head>
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                  <salute TEIform="salute">A GIORGIO CORNO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mando a Vostra Signoria alcune mutazioni fatte da me in quel sonetto in risposta al suo. Si contenti di mostrarlo, a chi lo mostrerà, in questo nuovo modo. “Che care altrui fe’ l’onte,” mutisi: “C’altrui care fe’ l’onte.”
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">Or ben onor vorrei di gioia in vece.</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Or d’onor vago, oliva almeno in vece.</l>
                  </quote>
E i duo’ seguenti mutinsi in questi:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">Coglier vorrei di lauro, e gire al tempio,</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Là ’ve piangessi il pianto indarno sparso.</l>
                  </quote>
Le cagioni de le mutazioni sono state; che ho giudicato di poter più propriamente dire, “spargere il pianto,” che “spargere il tempo;” intendendo di quel pianto ch’io vanamente sparsi per amore. Nè l’elocuzione di “piangere il pianto” è nuova in tutto, perchè l’usò il gentilissimo Tansillo ne le stanze de la ninfa e del pastor ferito, in quel verso:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">Piangea il pianto di lei, più che ’l suo male.</l>
                  </quote>
Ho giudicato parimente di poter con maggior convenevolezza parlar de l’uso moderno de’ peregrini, che portano l’oliva su ’l cappello quando vanno a visitar le chiese, che de l’antico del coronarsi di lauro, già posto in disuso. Tuttavolta non ho avuto solo risguardo a questo uso semplice de’ peregrini; perchè l’oliva ancora è stata usata da’ poeti; come si legge in quel verso:
<quote rend="block" lang="lat" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">Ipse, caput tonsae foliis ornatus olivae,</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Dona feram.</l>
                  </quote>
Ed ancorchè si potesse dire, ch’egli ne la edificazione del tempio, e ne’ sacrifici, e ne le cerimonie, se ne volesse coronare come sacerdote, non come poeta; nondimeno si comprende assai chiaramente, che ne l’edificazione di quel tempio egli parla allegoricamente, e ch’intende di voler cantar de le vittorie e de la geneologia di Cesare; ufficio di poeta, non di sacerdote. È degno ancora di considerazione che nel terzo libro, ov’egli vuol trattar del cavallo, animal sacro a Nettuno, che nacque (come è scritto ne le favole) ne la contesa fra lui e Pallade, dica di voler coronarsi de le frondi sacre a Pallade: e forse si potrebbe intendere per corona d’oliva, corona di sapienza; come per corona di lauro, corona d’eloquenza. Perciochè Pallade è dea de la sapienza; la quale ben conveniva a Virgilio per la perfetta cognizione ch’egli aveva de le cose naturali, e de’ cavalli particolarmente, s’egli avesse detto di volersene coronare, mentre di loro scriveva. Ma ch’egli volesse coronarsi de le frondi usate ne la pace, ne l’occasione de le vittorie di Cesare, e ch’egli lo dica mentre d’altro ragiona, e che poco prima avesse detto
<quote rend="block" lang="lat" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">Primus Idumaeas referam tibi, Mantua, palmas;</l>
                  </quote>
ed appresso,
<quote rend="block" lang="lat" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">Illi victor ego, et tyrio conspectus in ostro;</l>
                  </quote>
sono parole parimente degne di considerazione. Ma a me basterà, con l’occasione di questa mutazione, d’averne mosso gli altri a considerazione più sottilmente. Ed a Vostra Signoria bacio le mani. Di Ferrara.</p>
            </div2>
            <div2 type="epistola" org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="div2">
               <head TEIform="head">554</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">AD ALFONSO DA ESTE; DUCA DI FERRARA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Quanto più crescono l’amorevoli dimostrazioni di Vostra Altezza verso me, tanto mi pare, o s’io sono in buon senno, tanto più crescono gli strazii che son fatti di me. Nè da l’amorevolezza di Vostra Altezza verso me si cagiona altro effetto, c’un obligo infinito ch’io per quella le debbo; ma alleggerimento alcuno a i miei travagli non ne sento, di maniera che posso affermare che l’affezione che mi porta l’Altezza Vostra e i favori che mi fa, m’aggravino e non m’allegerischino. Perdoni queste parole a la disperazione, ch’in somma io sono a fatto disperato. Perochè doppo la sua venuta, la quale io credeva che dovesse por fine a gli scherni che si fanno di me, sento effetto tutto contrario a la mia credenza. Tutto oggi sono stato (e sia detto con riverenza) con le natiche in mano. Se questo è umore, bisogna incatenarmi; s’infermità, darmi in mano a i medici che mi curino: ma se pur è, com’io credo, malignità et iniquità di chi si sia, proveggavi l’Altezza Vostra; se no ’l vuol fare per mia salute, per sua riputazione. Vengasi al giuramento, e comincisi da me: io giurerò che da quindici giorni in qua, o incirca, sento questi effetti insoliti nel mio corpo; giurerò che per molti segni evidentissimi i conversi e ’l mio servitore sono in fraude; et in somma giurerò, che testimonio <foreign lang="lat" TEIform="foreign">omni exceptione maior</foreign> m’ha confessato, ch’io non m’inganno; e nominerò bisognando il testimonio. A l’incontro, diasi il giuramento a colui che m’ha rivelato la burla; e diasi a dieci o dodici altri, i quali io raccolgo per congetture ragionevolissime che ne sono consapevoli. S’io giurerò il falso, voglio, oltre le pene che determinano le leggi, esser condannato come convinto de le accuse per le quali son presentate: gli altri siano soggetti a le pene ordinarie. Ma di grazia, sian date le pene a chi le merita. Il giuramento desidero che si dia, a questi tali, non s’essi operano questa malignità; perch’io credo di non saper indovinare così a punto chi sia colui che fa sì bella prova; ma s’essi sono o consapevoli, o consenzienti; ed in somma, s’hanno indizio alcuno per lo quale si possa venire in cognizion del vero. Desidero che si dia in presenza de l’Altezza Vostra o in presenza mia, e sovra i punti che prepono io; acciochè non vi possa essere alcuno inganno: desidero che sia dato dal vicario del vescovo, co ’l quale sia alcun de’ ministri di Vostra Altezza; acciò che i falsarii possano esser castigati: desidero che nissuna persona religiosa, o privilegiata per qual si voglia altro grado, possa ricusare che le sia dato il giuramento. Ma se ’l vero sarà confessato <foreign lang="lat" TEIform="foreign">de plano</foreign>, io non mi curo di saper chi ne sia l’autore, nè mi curo che siano castigati i consenzienti o i consapevoli; ed in somma, non cerco vendetta del passato, ma rimedio del futuro. E quando io non sia sforzato per questa necessità a partir di Ferrara, sopportarò tutti gli altri incomodi: ma s’a questo non si provede, io chiamo Dio in testimonio, che l’Altezza Vostra è ingannata, ed io non altramente violentato che se fossi in un bosco. Mi conceda l’Altezza Vostra questa grazia, e lassi poi la cura del resto a chi tocca; ma non la mi concedendo, s’assicuri ch’io dispero ch’ella possa in alcun modo aiutarmi.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ALFONSO DA ESTE, DUCA DI FERRARA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Oggi è qui stato a vedermi il signor Giovanni Tartaro, ed ha potuto molto ben vedere e conoscere la miseria ne la quale mi trovo. M’ha promesso di fare uffizio con Vostra Altezza perchè io sia liberato, e possa avere alcuna sodisfazione. Mia intenzion sarebbe di servir il signor marchese d’Este, quando potessi sotto la parola di Vostra Altezza, o de la signora duchessa sua sorella, passar sicuro per lo stato di Milano, senza aver sospetto o d’inquisizione o d’altra cosa; e particolarmente vorrei passar sicuro de lo sdegno del re. Questo principalmente le dimando. Mi contenterei anco, benchè non tanto, di fermarmi in Torino, o in Mantova, o in Ferrara stessa in casa d’alcun cavaliere, che procedesse meco in modo ch’io potessi rimaner consolato, dopo tante miserie che ho sofferte. Io ho alcuna volta molto attribuito a me stesso, e creduto d’esser da molto; ma ora vedendo in quante cose l’imaginazione m’ha ingannato, dubito che non m’abbia anche ingannato ne la persuasion di me stesso. E mi pare che tutte le cose passate siano state in sogno: onde son risoluto di non creder più a l’imaginazione. Vorrei nondimeno poter acquetar l’animo con qualche comodo e con grata conversazione. Sicch’io supplico umilissimamente Vostra Altezza, che voglia usar meco alcun atto di liberalità e di cortesia e di clemenza. E le faccio umilissima riverenza.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A FRANCESCO MARIA DELLA ROVERE, DUCA D’URBINO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Supplico Vostra Altezza serenissima, che mi voglia favorir co ’l signor duca mio signore, e co ’l signor cardinal Guastavillani, accioch’io possa uscir di questa prigione di Sant’Anna, senza ricever noia de le cose che per frenesia ho dette, e fatte in materia... Ed ancor che ella sia d’openion diversa da quella di monsignor illustrissimo il cardinale, so nondimeno che l’autorità sua, come di buono e cortese e grandissimo principe, non mi potrà se non giovare oltra modo seco. Ed a Vostra Altezza serenissima con ogni umiltà bacio le mani. Di Ferrara.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO FORNI. Torino</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ho scritte molte lettere al signor marchese d’Este da che sono qui in Ferrara, e di niuna d’esse ho avuta risposta; se ben l’affezion ch’io gli porto, e la pronta volontà c’ho di servirlo, avrebbe forse da lui meritato questo favore. Voglio nondimeno sperare che Sua Eccellenza almeno si contenterà di farmi rispondere da Vostra Signoria; ed a me sarà carissimo d’aver per suo mezzo alcuna risposta, per la quale possa più tosto e più facilmente ottener la grazia, di cui Sua Altezza m’ha data intenzione. Mi farà anche piacere a baciar in mio nome le mani al signor Agostino Buvi, ed a pregarlo in mio nome che mi raccomandi umilissimamente al signor duca ed al signor principe, e che gli assicuri che son desiderosissimo di servirli. Baci umilissimamente le mani in mio nome a madama, ed al signor marchese d’Este. E con questo a Vostra Signoria bacio le mani. Di Ferrara.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO FORNI. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Dappoichè m’è stato fatto alcun motto in nome de l’illustrissimo signor marchese d’Este, credo ch’egli non debba mostrarsi più affezionato ad alcun de’ nemici miei, che a me. E se si risolverà di confermarmi in questa opinione, mi troverà risolutissimo di non mancare in cosa alcuna a la servitù ch’io ho con Sua Signoria illustrissima, nè al debito di gentiluomo. E prego Vostra Signoria che gliel dica in mio nome: e le bacio le mani. Di Ferrara.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO FORNI. Torino</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Se Vostra Signoria dubita del desiderio ch’io ho di servirla, e per questa cagione non ha voluto liberamente comandarmi quella cosa ch’ella chiama di maggior rilievo, ha fatto torto a l’amor che le porto, del quale ha potuto vedere alcuni indizi non oscuri. Ma se non ha voluto imporlami, dubitando del potere e del saper mio, del quale ha voluto prima far pruova in sugetto di minor importanza, ha in ciò operato discretamente; perciochè io confesso di potere e di sapere assai poco, ora particolarmente ch’io sono infermo. Nondimeno, acciochè Vostra Signoria conosca con quanto affetto io mi muova a servirla, ho fatto subito l’impresa che m’addomanda; la quale è un’apparenza di due stelle erranti, la qual si fa, secondo l’opinione d’Anassagora e di Democrito, quando elle s’avvicinano tanto che pare che si tocchino insieme. Il motto è: “<foreign lang="lat" TEIform="foreign">Mutuus ardor.</foreign>” Ma se Vostra Signoria desiderasse che s’esprimesse più particolarmente quel ch’ella dice <emph TEIform="emph">l’aura ardente</emph>, io non ne saprei imaginare alcun’altra più atta a significar questo suo concetto, del turbine acceso, co ’l motto, “<foreign lang="lat" TEIform="foreign">Torquet, et torquetur</foreign>,” ovvero, “<foreign lang="lat" TEIform="foreign">Urit, et uritur</foreign>.” E se le pare, può mostrarle a cotesti signori, i quali ne fan professione; benchè a me basti ch’ella se ne compiaccia. Baci in mio nome le mani al signor marchese, ed a Sua Altezza; la quale vorrei che vedesse una mia impresa nuova, in cui sono due olivi con due candelabri, e co ’l motto: “<foreign lang="lat" TEIform="foreign">In conspectu Domini</foreign>.” Avrei usate più volentieri le parole greche, la quali si leggono ne l’Apocalisse di san Giovanni, al capo XI; ma non ho se non il testo latino: perciò lascerò queste, e starò aspettando che Vostra Signoria mi comandi. E può mandar le lettere per mezzo del signor Ercole Greco, ch’è molto mio amico. E le bacio le mani. Di Ferrara, il 16 d’aprile.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO FORNI. Torino</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">A me possono mancar più tosto occasioni di scrivere a Vostra Signoria, che volontà di servirla. Però venendosene ora costà il signor capitano Vincenzo Naldi, non ho voluto lasciar di baciarle le mani, e di pregarla che faccia in mio nome riverenza al signor marchese; non dico a Sua Altezza, perchè quest’uficio desidero che sia fatto dal signor marchese, se gli parrà di dover farlo. E con questo le prego dal Signor Iddio ogni contentezza. Di Ferrara.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A IPPOLITO GIANLUCA. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vostra Signoria mi faccia favore di sottrarre, s’al signor Guarino piacessero più gli ultimi ternari in questo modo:
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                        <l part="N" TEIform="l">Ma non s’acqueta ogni tempesta interna</l>
                        <l part="N" TEIform="l">Per senno umano, e le procelle scaccia</l>
                        <l part="N" TEIform="l">Sol chi ce ’l diede, s’a noi luce e spira.</l>
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                        <l part="N" TEIform="l">Egli ci plachi, e guidi a pace eterna</l>
                        <l part="N" TEIform="l">Là, ’ve insieme il vediamo a faccia a faccia,</l>
                        <l part="N" TEIform="l">Non quasi in specchio, come qui si mira.</l>
                     </lg>
                  </quote>
La prego, nondimeno, che prima gli dia questa copia che vedrà qui inclusa: e le bacio le mani. Di Sant’Anna, il XXVII.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON FERRANTE GONZAGA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Fu qui, un di questi giorni, un gentiluomo di Vostra Eccellenza illustrissima a vedermi, co ’l quale io ragionai del mio stato, e li diedi un mio dialogo, perchè il mandasse a Vostra Eccellenza illustrissima. Mi giova di credere che ’l suo gentiluomo avrà co ’l signor duca di Ferrara clementissimo adoperato alcuna cosa in mio giovamento: ed io la priego, che gli voglia dar sovra ciò particolar commissione. Questo ho voluto che sappia Vostra Eccellenza illustrissima, sperando ch’ella per la servitù c’ho avuta co ’l signor suo padre di felice memoria, e con tutta la casa sua, debba in ogni occasione avermi per raccomandato. E ciò tanto più mi giova di sperare, quanto sono più consapevole a me stesso de la buona e sincera volontà che ho di servirla. Ed a Vostra Eccellenza illustrissima bacio le mani. D’alcun’altri miei particolari ragionerò co ’l suo gentiluomo, se tornerà a vedermi. Di Ferrara.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON FERRANTE GONZAGA (Dedicatoria)</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non credo di sodisfare con la dedicazione di questo dialogo a l’obligo ch’io ho con Vostra Eccellenza, ma d’accrescerlo più tosto; perciochè essendo egli quasi partecipe de la mia fortuna, può di leggieri aver bisogno di gran difesa, la quale a niuno, più che a voi, è conveniente. Voi siete un de’ principalissimi cavalieri di quella nobilissima città di cui si ragiona, alcuni de’ quali son principi, e figliuolo d’una de le persone che favellano nel dialogo. Vi prego, dunque, che volentieri l’accettiate. E se mostrerete che non vi sia dispiaciuto ch’io abbia rinovata la memoria del signor vostro padre giovinetto, mi porgerete ardire ch’io faccia menzione de la sua età più matura; ne la quale io l’udii parlar con tanta prudenza e con tanta eloquenza, che lo stimo soggetto così degno de’ più pregiati dialoghi, come il signor don Ferrante vostro avo, e de le più lodate istorie. Ed a Vostra Eccellenza, la quale ha congiunte insieme le virtù de l’uno e de l’altro, bacio le mani; pregando Iddio che le conceda di far le operazioni a l’animo somiglianti.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA (Dedicatoria)</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vostra Signoria è così abondevole di tutti i beni de la fortuna, che niuna cosa le potrebbe esser donata di questa maniera, ch’ella non avesse o non potesse facilmente acquistare. E quantunque sia ricca ancora de’ beni de l’animo; nondimeno, perc’ogni giorno cerca d’accrescer con l’arte e con lo studio quelli che le sono dati da la natura, stimo che le debba esser grato questo picciol dono d’alcuni miei dialoghi, ne’ quali potrà legger la mia e l’altrui opinione di cose importantissime, e sceglier quella che più le piacerà; perchè è così libera ne l’eleggere, come ne l’accettare. La prego, dunque, che faccia per giudizio quel che non ricusa di fare per affezione. E le bacio le mani. Di Ferrara.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io spero c’ormai la serenissima signora duchessa di Mantova avrà data la risposta conforme al mio desiderio, il quale di niuna cosa è maggiore, che di servire a Sua Altezza: però prego Vostra Paternità, che me n’avisi con sue lettere; e solleciti que’ signori di Mantova, co’ quali parlò, a farmi qualche favore. E per facilitarle il negozio in qualche modo, le mando un sonetto ch’io ho fatto al signor principe; il quale tra mille potrebbe esser riconosciuto come composizione fatta in lode di Sua Altezza: nè so come Vostra Paternità gliele farà presentare da mia parte; ma credo certo, che non le mancheranno i modi. Aspetto dunque sue lettere di nuovo; e non risponderò a’ sonetti sin ch’io non l’abbia ricevute, e ch’io non sappia ch’ella sia arrivata in Brescia. Faccia tanto per mio, quanto io farei per suo servizio; e preghi Nostro Signore per la mia sanità. Di Ferrara.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Verrei volentieri domani a San Benedetto, venendoci il serenissimo signor duca, per chiederle perdono, come si conviene a la mia umiltà ed a l’altezza sua: ma se non pare al serenissimo signor principe, non verrò; ed in questo caso prego Vostra Paternità e ’l padre abate, che supplichino per me: e debbono farlo, perch’è ufficio di carità; però non uso molte parole in persuaderlo. Risponderò domani al signor suo fratello; ed ora ho voluto mandar questa del Collegio, perchè m’importa. Mi ami quanto dee, e quanto io l’onoro. Di Corte.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL CAVALIER CAMMILLO GUALENGO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mando a Vostra Signoria questo sonetto, il concetto del quale è tratto dal Civile di Platone, ove assomiglia l’arte regia a l’arte del tessitore. Solo in questo da lui mi diparto, ch’egli parla de l’unione de la cittadinanza, che si fa de’ cittadini soli; ed io di quella de’ cortigiani; de’ quali alcuni sono stranieri, altri cittadini: nè questa meno appartiene a l’arte regia, che quella. Se a Vostra Signoria piacerà di mostrarlo al signor duca, mi farà favore. Ed a Vostra Signoria bacio le mani. Di Ferrara.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON FERMO LICINO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Da monsignor Licino, fratello di Vostra Paternità reverenda ho inteso ch’è fatta la supplica, ma non so che sia ancora segnata: laonde resto con l’animo sospeso molto; massimamente non avendo lettere nè dal signor Cristoforo, nè da Vostra Paternità reverenda, a la qual di nuovo mi raccomando. E la prego che, s’è possibile, conchiuda questo negozio prima che si rompano le strade; perciochè non solamente farà piacere ad uomo gratissimo, e ne la smemoraggine di tutte le cose ricordevolissimo più de’ piaceri che de l’offese ricevute; ma confermerà quella opinione la quale io ho de la vostra bontà, e de la dottrina, e de la religione. E con questo esempio di pietà singolarissima, torrà l’occasione di mormorare a mille uomini, a’ quali non possono essere ascose nè le mie azioni nè quelle de gli altri. Ma forse questa non è l’occasione di persuadervi; perchè l’ora è tarda, e la vostra prontezza non ha bisogno di persuasione. Conchiuderò dunque la mia lettera con questo fine: c’aspetto la grazia de la libertà per mezzo de la vostra Religione, o de la nostra patria. Laonde voi per l’una e per l’altra cagione devete adoperarvici; e credo che ’l farete con tanta prontezza, quanta è ’l mio desiderio. E vi bacio le mani. Di Ferrara.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON FERMO LICINO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Monsignor vostro fratello m’ha detto, che la supplica è fatta; con la quale Vostra Paternità scrive ch’io solamente posso esser liberato. E quantunque l’affezione ch’io porto a’ miei parenti, mi debba far certo che ’l negozio abbia felice riuscita; nondimeno vorrei impetrar questa grazia per opera vostra, e ve ne prego caldissimamente: nè m’importa più ne l’un modo che ne l’altro; percioch’il mio proponimento è conforme a quello che Vostra Paternità avrà potuto intendere dal signor Maurizio. Ma in tutte le maniere vorrei che avesse effetto. De le mie composizioni fo parte a monsignor suo fratello; e più de la fatica, che d’altro: del che mi rincresce. Ma non lascierò occasione alcuna di mostrarli gratitudine. S’egli manderà a Roma qualche cosa, servitevene per instrumento de la mia libertà: ed amatemi quanto io v’onoro. Di Ferrara.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
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               <p TEIform="p">Vostra Signoria reverenda è partita in tempo ch’io più sperava di godere de la sua dolcissima conversazione. Laonde può imaginare quanto mi spiaccia la partita, e con quanto desiderio aspetti il ritorno: ma non vorrei che fosse, se non quando le piacerà; perchè niuna cosa mi potrebbe piacere, che a lei dispiacesse. La ringrazio de l’ufficio c’ha fatto co ’l signor Grillo, per lo quale egli forse non ha disprezzate quelle mie ciancie: nè dee disprezzar l’animo, ch’è d’onorarlo; e non ho altro intendimento. Vostra Signoria reverenda le baci le mani da parte mia, e gli sia mallevadore de l’affezione ch’io li porto, e de la stima ch’io fo de la sua dottrina, del giudizio e de la felicità nel comporre. Dica ancora al signor Compagno, ch’io son tutto suo, e mi raccomandi a gl’illustri signori Tassi. Mando a Vostra Signoria un sonetto ch’io ho fatto a la signora Peregrina, figliuola de la duchessa di Fiorenza, la quale io chiamo gran duchessa di Toscana... E le bacio le mani. Di Ferrara.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
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               <p TEIform="p">Questa mattina mi sono scordato di scrivere alcune righe, le quali io ho aggiunte al dialogo de gli Idoli, e vorrei che da voi fossero aggiunte ne la copia che n’avete, ed in quella che ne farete. Le prime si pongono dopo quelle parole, “Ma se debbano essere stimati dêi:” “E’ mi pare che la deificazione, de la qual si parla nel commento, s’assomigli a quella podestà maravigliosa de gli idolatri d’Egitto, con la quale gli uomini facean gli dêi: e ch’i miracoli de la poesia non sian minori di quelli de l’arte magica. <emph TEIform="emph">M.</emph> Quanto son maggiori, tanto meno se ne dee contendere, ec.” Le seconde: “Porremo ne l’irragionevole alcune imagini de la virtù, la qual non è dèa, ma dono d’Iddio; nè dee esser adorata, ma onorata; e lor si volgerà, ec.” E vi prego che facciate in modo, che sia tutto inteso. E raccomandatemi, particolarmente al signor Cristoforo: e ritornando, rimenate il signor Antonino, s’egli pur non fosse ricevuto; bench’io creda il contrario più tosto. E mi raccomando. Di Ferrara.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
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               <p TEIform="p">La venuta di monsignor Masetto non devrebbe interrompere, ma facilitare il negozio de la mia libertà, il quale era molto prima cominciato per altra strada: e sarebbe forse concluso, se Vostra Reverenza non avesse proposta quest’altra; la quale molto più è piacciuta a vostro fratello ch’il trattava, e senza il quale non poteva spedirsi: ma a me non importa più l’un modo che l’altro, pur che vi sia la grazia di Sua Altezza; a la quale meglio libero che prigione potrò mostrare l’affezione e l’osservanza ch’io le porto. Pur avendo preso questo camino, prego Vostra Reverenza, che voglia da la parte loro rimuovere ogni impedimento, com’io da la mia ho deposto tutto quello che poteva ritenermi: anzi io medesimo n’avrei pregato monsignor Masetto caldissimamente, se non m’avesse ritenuto il rispetto di Sua Altezza: ma quel che non ho fatto con le lettere, farò forse con la presenza, se mi sarà conceduto. Ma la consolazione e la conclusione sta ne le vostre mani ed in quelle di vostro fratello; ne le quali ho posto la salute, l’onore, e la vita ed ogni mia speranza: però vagliami l’aver creduto molto a persona ch’io conosceva poco; acciochè ’l principio di più certa cognizione sia il fine de’ miei lunghi travagli. E mi vi raccomando. Di Ferrara.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
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               <p TEIform="p">S’io intendo ben le vostre lettere, voi sete per viaggio; e me l’ha confermato il signor Alessandro Pendaglia; ma s’alcuna cosa ritardasse il vostro partire, ricordatevi c’ho bisogno de l’Epitome di sant’Agostino. Passando per Mantova, di leggieri potrete veder il padre don Angelo Grillo: baciateli in mio nome le mani; e diteli, ch’io aspetto il signor Giovan Paulo Olivo, a cui darò le risposte. Baciatele ancora a monsignor Cristoforo; e se foste partito, fate questo ufficio per lettere: e co ’l signor Ercole Tasso, e co ’l signor Marc’Antonio Spino, e co ’l signor conte Giovan Paulo Calepio fate il medesimo. Al signor Maurizio non scrivo sino a la vostra venuta; ne la quale saprò quel che si faccia de la stampa: ma alcuni miei amici mi scrivono, che la quarta parte è publicata; ed io sono de gli ultimi a vederla: e vi bacio le mani. Di Ferrara.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">I panni lini che mi promettete, mi saranno oltra modo cari, sì perch’io n’ho molto bisogno, sì perch’il dono viene da la moglie del signor Ercole Tasso, bella e graziosa signora, come imagino, e degna del suo nome; a la quale avrei più volentieri obligo, c’a molte altre; ma non vorrei averle questo solo: e di tutti verrò volentieri io medesimo a ringraziarla, se mi sarà conceduto. Di grazia, venite, e procurate che ’l mi sia concesso: e devendo tornare, ritornate con qualche certa deliberazione, e con qualche giovevole effetto, e con lettere publiche per la mia libertà. Scrivo al signor Marc’Antonio Spino; e niun segno d’amore mi sarà più grato, che ’l sapere ch’egli s’adopri perch’io sia liberato.</p>
               <p TEIform="p">De la stampa non so quel che si faccia: ma vorrei che si stampassero le rime e le prose separatamente, e poterle rivedere, come ho scritto al signor Maurizio, il quale è d’una istessa opinione.</p>
               <p TEIform="p">Se lo smeraldo che manda il signor Paulo Grillo, è così bello, come scrivete e com’io credo, mi rincresce che non abbia trovato ancora messo fedele. Ma perch’io sia privo del piacer d’averlo, e di ristorar la vista, non sono senza l’obligo, c’ho per questa cagione a la liberalità del signor Paulo, a cui per altre cagioni era prima assai obligato.</p>
               <p TEIform="p">Rispondo a l’opposizioni, come vedrete, e le risposte saranno in quella lettera. Raccomandatemi al signor conte Giovan Paulo Calepio, ed al signor Marc’Antonio Spino, ed a gli altri; e vivete lieto. Di Ferrara.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO</salute>
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               <p TEIform="p">Questa mattina v’ho mandati due pieghi mal piegati: or vi mando il terzo, e vi prego che v’impiegate per amor mio in quest’esercizio del signor Antonino in modo ch’egli sia raccolto: nè risparmiate i vostri amici, nè vi maravigliate ch’io ve ’l raccomandi la terza volta: perchè la terza m’è più a cuore de la prima. Vi prego ancora che diate recapito a l’inchiusa; e conciate nel discorso alcuni piccoli errori: “ghiotto,” che dee scriversi “giotto;” “per aggiunta,” concisi “per giunta:” e s’altre ce ne sono, Vostra Reverenza se n’accorgerà facilmente. Ho giunte alcune poche righe d’una cosa, che molto importa: nè so come io me ne fossi dimenticato. Dopo quelle parole: “I costumi de’ nobili giovani sono descritti maravigliosamente;” giungasi: “Oltre queste parti del dialogo, ci sono le digressioni, come nel poema gli episodi: e tale è quella d’Eaco e di Minos e di Radamanto nel Gorgia; e quella di Theuth demone de gli egizii, nel Fedro; e d’Ero Pampali, nel dialogo de la Republica.” Ed a Vostra Reverenza di nuovo molto mi raccomando. Di Ferrara.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">V’aspetto con la valigia oggi, o dimani senza fallo: e vi prego che non indugiate; perchè in alcun modo non potete più compiacermi. Vi ricordo ancora quell’altra picciola cosa, de la qual vi pregai. E perchè domani tolgo la medicina, vi ci vorrei presente, co ’l signor Scalabrino, e co ’l medico. E vi bacio le mani. Di Sant’Anna.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO</salute>
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               <p TEIform="p">Io posso più tosto aiutarmi con le suppliche, che con sonetti; però supplicate il signor ambasciatore in mio nome, che m’impetri l’audienza, e mi conduca a la peschiera senza fallo, quantunque sia passato il luglio. Oggi mi sforzerò di scriverle qualche verso. Venite per essi; e non mi lasciate solo in modo alcuno. Di Sant’Anna.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Ferrara</salute>
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               <p TEIform="p">Io vi prego e vi riprego con ogni affetto de l’animo, che vegniate questa sera a vedermi senza fallo, o solo o accompagnato, come vi pare; perchè ho gran bisogno di parlarvi: e raccomandatemi al signor ambasciatore. Di Sant’Anna, 1585.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A MUZIO MANFREDI</salute>
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               <p TEIform="p">Io scrissi a Vostra Signoria quello che mi fu dettato da la colera; la quale diede tosto luogo a la maninconia, che dura ancora, e durerà sinch’ella non torni: nè so certo quel c’averrà nel suo ritorno; ma spero in Nostro Signore che verrà per consolarmi. Fra tanto le mando quattro madrigali, fatti a l’eccellentissimo signor principe vostro, lodando la sua Enone, e lui medesimo. E gli bacio la valorosa mano. Di Ferrara.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ALDO MANUZIO. Venezia</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ne le rime che Vostra Signoria m’ha mandate, ci sono molte rime che non sono mie; ne le quali ci possono essere de le cose buone, ma ci sono de l’imperfezioni ch’io non avrei commesse.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ALDO MANUZIO. Venezia</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Se le mie composizioni fosser tali che potessero portar tanta riputazione a le stampe di Vostra Signoria, quanto ornamento posson da lor ricevere, più volentieri assai gliele offrirei, ch’ella non le mi ricercò. Ma sin ch’io non l’abbia rivedute e corrette a mio modo, mi pare che con niuna riputazione de le vostre stampe possano esser vedute, e che da loro non possano ricever ornamento alcuno, che sia bastante di ricoprire i loro difetti. La prego, dunque, che non s’affretti di publicarle, e che pensi fra tanto a chi io possa con alcuna mia sodisfazione dedicarle. Perciochè volentieri vorrei con esse acquistarmi la grazia d’alcun signore, com’è uso di quasi tutti coloro che soglion mandar fuori i lor componimenti.</p>
               <p TEIform="p">Questa mattina ho scritto a Vostra Signoria nel medesimo proposito; ma ora sovvenendomi ch’ella alcuni mesi sono drizzò la mia favola pastorale al signor don Ferrante Gonzaga, ho voluto dimandarle parere de la dedicazione; perchè non posso credere, per l’affezione che Vostra Signoria ne la sua lettera mi dimostrò, che lui fra tanti avesse scelto, se non avesse creduto che dovesse più di molti altri veder volentieri i miei componimenti. Ed a Vostra Signoria bacio le mani. Di Ferrara, il 10 di marzo.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ALDO MANUZIO. Venezia</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Non mi parrebbe d’aver perduto tanto per le rime e l’altre mie opere stampate, quanto acquistato per l’amicizia di Vostra Signoria, s’ella mi sarà quel vero amico, del qual comincia a far professione. E niun altro modo ha di mostrarmi la sua volontà più chiaramente, che co ’l conformarsi con la mia ne la stampa de le mie rime, le quali io farei molto volentieri stampare quando mi s’aprisse il commercio di Venezia senza alcun impedimento. I fogli che Vostra Signoria m’ha mandato, non gli ho avuti, perchè non mi furono portati con lettera sua, ma prima; ed io li rendei a colui che me li portò, come cosa sua.</p>
               <p TEIform="p">A cotesta serenissima Republica son servitore quanto debbo, e particolarmente a’ clarissimi Veniero e Gradenico: l’uno de’ quali so c’aveva molta amicizia co ’l signor duca di Ferrara, non so se con l’eccellentissimo signor duca di Mantova; l’altro so che mi promise molto de la buona volontà de l’eccellentissimo signor duca d’Urbino. Ora non prego alcun di loro, che ad alcuni di questi principi sia noioso co’ preghi; ma solamente che s’aprano alcuna strada facile e comoda da trattar meco, se così lor piacerà. Ed a Vostra Signoria bacio le mani; facendole sapere, che non solo le rime mie, ma il mio poema ed altre opere volentieri farei stampare, quando l’avessi fornite e corrette; e c’oltre i privilegi de l’imperatore e de lo stato di Milano, ora ne chiederei alcun altro: rimarrei nondimeno assai sodisfatto di vederle ben stampate. Ho scritto alcuna volta a i senatori di quel serenissimo dominio, ma non ho servitù con alcuno. Il privilegio del serenissimo granduca di Toscana mi fu già concesso, ed ora non chiedo che mi sia confermato, nè ’l ricuso: e mi recherei assai sodisfatto quando del terzo d’Italia, o del quarto, potessi aver quei privilegi c’a tutti si concedono; e ne gli altri luoghi ciascun facesse quel che tornasse loro bene, purchè non s’avesse per fine di fare offesa a chi non desidera d’offendere. Di Vostra Signoria servitore, ec.</p>
               <p TEIform="p">Oltre un dialogo de la Nobiltà, n’ho scritto un altro de la Dignità, nel qual parlo de’ titoli; e perchè io so che l’imperatore dà lo stesso titolo al serenissimo Scipion Gonzaga, ch’ei dà a questa Republica, mi par di poter convenevolmente l’uno e l’altro onorare co ’l medesimo titolo, perchè de l’autorità de l’imperatore non ho dubbio in alcun modo: nondimeno avendo quel riguardo che debbo a la potenza di cotesta Republica, ed a la medesima del signor Scipione, mi parrà che senza mala sodisfazione di cotesti signori potrò onorarlo sempre co ’l titolo de l’eccellentissimo ed illustrissimo; titolo che non negherei a chi dal papa avesse la medesima dignità. Ma non credo nondimeno che dal papa sia concessa a agguagliarsi a quella del signor Scipione.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A PIER GIOVANNI MARINI. Mantova</salute>
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               <p TEIform="p">Perch’io scriva in molti luoghi, non mi dimenticherò di voi; e prego che non vi dimentichiate di me. Sollecitate, di grazia, alcun di quei signori già detti: e rinovate in lor la memoria de la mia infelicità, la quale so certo che troverà pietà nel serenissimo signor principe, se ne sarà bene informato. E me vi raccomando. Da le prigioni di Sant’Anna, di Ferrara.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A PIER GIOVANNI MARINI. Mantova</salute>
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               <p TEIform="p">Se bene ho in Mantova molti signori ed amici, nondimeno scrivo a voi perchè sollecitiate qual di loro conoscerete più inclinato a favorirmi. Il signor cavalier Capilupo, e il signor Marcello, sono miei amici in modo che non so qual più. Al signor Girolamo del Nero, ed a quel del Fermo, porto quell’affetto e quella riverenza che merita il merito loro, e l’affezione che portarono a mio padre. Il signor Guido sarà sempre da me tanto onorato, quanto si conviene a la nobiltà sua, ed al luogo che tien co ’l signor principe. Siate contento di dar questa lettera ad alcun di loro, perchè l’appresenti a Sua Altezza serenissima. Pregate il signor Orazio Cavallo, che baci in mio nome le mani al signor principe: e mi vi raccomando, assicurandovi che s’io potrò mai cosa alcuna, vi sarò sempre buon amico in ogni occasione. Di Ferrara.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A PIER GIOVANNI MARINI. Mantova</salute>
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               <p TEIform="p">Vi scrissi questi mesi passati molte lettere; ora vi sollecito a proccurare alcuna spedizione de le mie cose. Il signor don Ferrante Gonzaga mandò qui due gentiluomini. Io ho pregata Sua Eccellenza illustrissima d’alcun favore, e gli ho raccomandata la mia vita. Ho scritto parimente a l’illustrissimo signor Alessandro. Resta solo che voi vediate c’alcun d’essi si muova prontamente, e che voi glielo ricordiate, o almeno ne parliate con chi possa alcuna cosa con esso loro. E mi vi raccomando; pregandovi che baciate in mio nome le mani a tutti quei signori, a’ quali vi scrissi che le baciaste. Di Ferrara.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIULIO MOSTI. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Non mi pare che ne’ madrigali dovessero essere spiegati altri concetti di morte che pastorali, se pur madrigali o mandriali da le mandre sono stati detti. Da l’altra non veggio perchè in questa testura di versi, che così è detta, non si possano spiegare concetti più alti, come ha fatto il Bembo, e come fa il signor Guarino. Comunque sia, mando a Vostra Signoria il madrigale in quel soggetto, nel quale me l’ha chiesto, co ’l nome di quella valorosa signora, de la quale chi co ’l proprio nome la noma, non può scriverne a mio giudizio pastoralmente. Ed a Vostra Signoria bacio le mani.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A MARCO PIO DI SAVOIA, SIGNOR DI SASSUOLO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non so s’alcuna cosa mi potesse piacer senza la grazia di Vostra Signoria. Però, quantunque io potessi ricevere da alcuno altro il favor che mi fu da lei prima promesso, ho voluto pregarla che se ne ricordi; perchè, se non m’inganno, il tempo è venuto: e non venendo il reverendo Licino, come aveva detto, potrà domani mandare alcuno altro a cavarmi. E le bacio le mani: e saluto la sua compagnia. Di Sant’Anna.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL CONTE ALESSANDRO RANUCCIO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Signor mio, s’in queste lettere fosse rinchiusa la mia vita, io non potrei più raccomandarle, perchè almeno v’è rinchiusa quella speranza per la quale ancora non m’è noioso il vivere; ma il vo prolungando, ed aspettando qualche sodisfazione doppo tante sciagure. Vostra Signoria è fra coloro a’ quali e per vecchia amicizia, e per antica cortesia, sono più obligato a farmele affezionatissimo. Potrebbe bastar la memoria del signor conte Sforza, suo fratello, che fu a’ suoi giorni un de’ più valorosi cavalieri d’Italia, e di quelli che più m’amavano, se non bastasse il suo proprio merito; però stimo che siano ben raccomandate. Non scrivo al signor conte Ranuccio, parendomi che fra fratelli possono esser communi le lettere, e la buona volontà di giovare a gli amici ed a’ servitori. Mi tenga in sua grazia; e se n’avrà occasione, baci in mio nome le mani al signor Odoardo.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A LEONORA SANVITALE (Dedicatoria)</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Perch’io non meno in questa mia prigionia sono stato rapito da divino furore, che commosso da furor di maninconia, poichè gli effetti de l’uno si son divolgati, desidero che l’opere de l’altro eziandio si manifestino: il qual ragionevolmente più mi devea acquistar di grazia, che l’altro d’odio non m’ha concitato; perciochè io da l’uno volontariamente mi son lassato rapire, e da l’altro contra mia voglia sono stato isforzato, avendo iusta mia possa fatta difesa. Mando dunque a Vostra Signoria questo picciol volume di rime; opera anzi di Febo e d’Amore, che d’alcuna arte: e la prego, che voglia con ogni suo studio procurare, che l’emenda de gli errori sia non men cara, di quel che gli errori siano stati spiacevoli, a coloro massimamente i quali ella può sapere che più m’incresce di avere offesi. E se pur lodati sono alcuni, che mai da me biasimati non furono; questi con gli altri debbono, se non m’inganno, favorirmi: fra’ quali lodatissima sempre, senza alcun biasimo, è Vostra Signoria. E le bacio le mani.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">590</head>
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                  <salute TEIform="salute">A LUCA SCALABRINO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ho mandato a Vostra Signoria un sonetto per il signor principe di Ghisa: vorrei che fosse ricopiato con l’altro, e presentatogli. Nel terzo verso si conci in questa guisa, per ischivar sinistra interpretazione:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">E ciò che la circonda intorno, vinse.</l>
                  </quote>
E se non le fosse stato mandato, può averlo dal Licino, del quale ho bisogno; però li faccia intendere che venga a vedermi oggi senza fallo. Di Sant’Anna, 1585.</p>
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               <head TEIform="head">591</head>
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                  <salute TEIform="salute">ALL’ABATE CRISTOFORO TASSO. Bergamo</salute>
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               <p TEIform="p">Io stimo che monsignor Licino possa spedire ogni cosa con la sua diligenza e con l’intercessione di Vostra Signoria. Nondimeno perchè da monsignore illustrissimo s’aspetta fra pochi giorni risposta, non vorrei che ci fosse alcuna cagione che ci potesse ritardare. Prego dunque Vostra Signoria che scriva, e supplichi in maniera, che la mia libertà vi sia conceduta; la quale si strugge miseramente in prigione tra la colera e la maninconia. E baci le mani al signor Ercole, e a tutta la sua casa, in mio nome. Di Ferrara.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">592</head>
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                  <salute TEIform="salute">ALL’ABATE CRISTOFORO TASSO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mandai a Vostra Signoria la lettera del padre Licino e la pregai che governasse questo negozio co ’l suo parere; non perch’io non sia volenterosissimo d’uscir di prigione, ma perchè la strada di Roma, e ’l mezzo del signor *** portano seco maggior lunghezza, che non fa mestiero. Nondimeno, se non può spedirlo prima, la prego che pigli questa strada senza fallo: e me le raccomando con quella affezione ch’io sempre le ho portata: e s’ella può ricever accrescimento, in niuno altro modo può crescer più facilmente, ch’in questo ch’io l’appresento: però non manchi di sodisfare a le mie preghiere, se stima la benevolenza d’uno amico e d’un parente, e se fra vivi e alcuna cura de’ morti, come dee. Nè voglio scriverle in questo proposito più lungamente; perchè Vostra Signoria non ha minor memoria di me, nè men grata de l’amorevolezza che fu tra suo padre e ’l mio; laonde mi pare che l’uno e l’altro richieda a lei, come debito, questo ch’io le dimando in grazia singolarissima. Mi raccomandi al signor Ercole suo fratello; e baci le mani al signor cavaliero Enea, ed a la signora cavaliera: e vivano felici. Di Ferrara.</p>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">ALL’ABATE CRISTOFORO TASSO. Venezia</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Non dispererò, poichè a Vostra Signoria così piace, a la quale debbo creder molto per tutte le cagioni, ma particolarmente per l’affezione e per l’osservanza che sempre le ho portata. Così piaccia a Nostro Signore darmi occasione ch’io gliele possa meglio manifestare; e la priego che senza tardare scriva a Roma, e faccia tutti quei graziosi uffici, che s’aspettano da la cortesia sua. La lettera del signor conte Giovan Domenico non so ancora ch’effetto abbia fatto: pur lo spero conforme al desiderio. Ma qualunque egli sarà, n’avrò molt’obligo a Sua Signoria; il quale soglio misurare non da l’evento, ma da la volontà. E perch’io stimo che Sua Signoria debba esser prontissima al mio giovamento, non anteporrò mai alcun debito a questo, nè alcun testimonio a quel di Vostra Signoria; a la quale mi raccomando, e bacio le mani. Di Ferrara.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">594</head>
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                  <salute TEIform="salute">ALL’ABATE CRISTOFORO TASSO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ho scritto molte volte a Vostra Signoria molto reverenda ed a la città di Bergomo; nè da l’uno nè da l’altro ho avuta risposta: nè so la cagione; perchè la dimanda è onesta, et io degno di compassione più che di pena: e s’io dovessi imaginarmi quel ch’è più ragionevole, m’imaginarei che voleste insieme rispondere con le parole e con gli effetti. A l’altre imaginazioni, che son diverse, non consento di leggieri: ma ne la venuta del reverendo Licino devrò esser informato d’ogni cosa. E ne prego Vostra Signoria molto reverenda parimente; a la quale era prima molto affezionato, come può sapere; ed ova le offerisco occasione d’obligarmi infinitamente, poichè altro non posso offerirle; ed insieme, a la signora sua madre e fratelli. Di Ferrara.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">595</head>
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                  <salute TEIform="salute">A CORNELIA TASSO. Sorrento</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ogni dì m’è portata nuova che maggiormente m’attrista. Oggi m’è stato confermato dal signor Sebastiano Canella, al quale diedi una lettera che la drizzasse a Vostra Signoria, che il mio poema si ristampa. A me non può piacere ch’in alcun modo sia ristampato; ma quando pur si ristampi, non vorrei cederne altrui alcuna parte de l’utile, nè vorrei esser impedito che non potessi conciarlo in altro stato, in altro modo, che mi piacesse. E quando pur da alcuni principi potessi ricever convenevol ricompensa del danno che per tal cagione ho ricevuto, non so qual ricompensa possan darmi, che sia eguale a l’afflizione. Prego Vostra Signoria, che se è alcun principe in cotesto stato, c’abbia servitù co ’l serenissimo signor duca di Savoia, se gli getti a’ piedi, e ’l preghi a pregar Sua Altezza che non conceda ad alcuno i privilegi de lo stato suo. Il medesimo ufficio vorrei che facesse fare co ’l governatore, e co ’l senato di Milano. Di Napoli lascio la cura a lei. De gli stati di Sua Maestà Cesarea m’ha promesso i privilegi l’illustrissimo ed eccellentissimo signor Scipione Gonzaga. Ma Sua Maestà non ha stati in Italia, se non di quelli de’ principi suoi vassalli, a’ quali dovrebbe in occasion sì fatta ragionevolmente poter comandare; perciochè la grazia ch’io addimando, è grazia che non è mai stata negata ad alcuno, ed in un disfavor così universale, che non si può far altro che ricorrere al sovrano principe, c’usi alcuna grazia straordinaria. Ma non voglio gravar Vostra Signoria di cosa sì fatta; ma sol di quello che potrà assai agevolmente fare, di trovar alcuno di cotesti principi del Regno, che abbia servitù co ’l serenissimo di Savoia, o c’almeno non avendola, prenda occasione di scrivergli una lettera: chè così cortese signore non negherà sì picciola grazia. Quel di Roma s’appartiene a Sua Beatitudine di concederlo; ed io potrei pregarne l’illustrissimo signor duca di Bracciano, o l’illustrissimo signor Giacomo Buoncompagno: ma io non voglio dar molestia a le Signorie Loro, e ne lascio il pensiero ad altri. Ed a Vostra Signoria bacio le mani. Di Ferrara.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL CONTE FERRANTE ESTENSE TASSONE</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Se l’autorità di Vostra Signoria è tale co ’l signor conte Ercole suo nipote, qual deve, la voglia adoprare a pro d’un suo servitore, qual son io, accioch’egli si ricordi meglio de le promesse e del debito suo. Benchè più caro mi sarebbe, che immediatamente mi favorisse co ’l signor don Cesare, accioch’egli si movesse ad usar meco quella cortesia e quella umanità, la qual suol essere propria di casa sua, sì lungamente da me servita, e tanto lodata e celebrata. Insomma, a Vostra Signoria raccomando la spedizion de le mie cose; e le bacio le mani. Di Ferrara.</p>
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               <head TEIform="head">597</head>
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                  <salute TEIform="salute">AL CAVALIER TASSONE</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Supplico Vostra Signoria che si contenti ch’io possa dirle una parola, quanto prima le tornerà commodo: e le bacio le mani.</p>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">AL VESCOVO DI REGGIO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non so, se con Vostra Signoria reverendissima mi debba più lamentare di monsignor illustrissimo suo padrone, o del signor conte Fulvio suo così intrinseco amico; ma de l’uno e de l’altro molto mi lamento. De l’uno, ch’io abbia avuto seco bisogno di favore e di protezione, quando ragionevolmente non doveva averne; poichè molto aveva fatto per suo rispetto, e molto lasciato di fare: de l’altro, che a me, che per tante cagioni doveva essergli così raccomandato, sia stato scarso del suo favore con persona con la quale egli può tanto. Ma così è piaciuto a la mia fortuna; a la quale anche è piaciuto che molti altri abbian meco cangiato natura e costume, e non si muovano ad alcuna pietà di quelle miserie che gli farebbono pietosi in ogni altro. Pur mi giova credere, che la mia fortuna debba mutarsi; e prego Vostra Signoria reverendissima, che m’aiuti in questo. E le bacio con ogni riverenza le mani. Di Ferrara.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A ***</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Perch’è manco male, o meglio, l’alzar le composizioni sovra la natura loro, che abbassarle; non ho voluto negare a Vostra Signoria di far due madrigali in quel soggetto nel qual più convenevolmente si potevano far due canzoni. L’uno, il quale è in sua lode, le mandai ieri; l’altro, nel quale lodo la signora Ippolita sua sorella, le mando questa mattina; pregandola che per l’avenire voglia servirsi di me; il quale però poco confido ne l’arte mia e meno ne l’ingegno, in cosa la quale io creda di poter fare acconciamente. E le bacio le mani. Di Ferrara.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A CORNELIA TASSO. Sorrento</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io son libero, per grazia del serenissimo signor principe di Mantova: e benchè la fortuna m’abbia privato di tutti i suoi beni, non ha potuto privarmi di quelli de la natura. Onde se mai vi rallegraste ch’io vi fossi fratello, ora non devreste dolervene; o dolervi solamente de’ miei infortunii, i quali sono stati vari e grandi, e lungo tempo mi hanno tenuto soggetto a varie infelicità: omai devrebbono aver fine. E sarebbe stata maggior felicità la mia, se dopo tanti anni io v’avessi potuto far qualche piacere o qualche giovamento: ma dopo questo, non è cosa ch’io più desideri, che di riceverlo da voi. Scrivetemi spesso, e datemi aviso di voi, del marito e de’ figliuoli. La partita di Antonino mi spiacque, ma io non potei provederci. State sana, ed amatemi. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Sono in Mantova per favor ricevuto dal serenissimo signor principe: e mi ci potrei fermare con la sua grazia; perchè a niuno avrei più volentieri questo obligo, che a Sua Altezza; la quale, avendo cominciato, potrebbe fornire, e non lasciar c’altri edificasse su fondamenti ch’egli ha fatti. Ma in tutti i modi ho voluto salutar Vostra Signoria, parendomi c’ora, ch’io son mezzo libero, la sua buona volontà non possa aver alcuno impedimento. Se le pare, può supplicare il serenissimo signor duca di Ferrara, che si contenti ch’io viva in libertà: perchè vivo meno infelice, benchè non sia più sano. Il signor principe ha fatto molto: m’ha liberato, m’ha alloggiato, m’ha fatto vestire, mi fa servire, e potrebbe fare il resto: ma s’egli tardasse a farlo, prego Vostra Signoria che ’l faccia subito. E stia sana in questi caldi. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN DOMENICO ALBANO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">La lettera di Vostra Signoria m’è stata portata in buona occasione da rallegrarmi; perchè m’ha trovato in Mantova, libero da la prigione. Ho letta l’orazione che mi manda, ricca d’alcuni ornamenti che Vostra Signoria chiama gemme; ma piena di molte macchie d’imperfezioni, le quali io ho cercato di nettare, come Vostra Signoria vedrà in altri fogli che le mando. E s’io fossi stato abondante de le ricchezze del parlare, e de’ tesori de l’ingegno, l’avrei arricchita ed illustrata maggiormente: ma io ne son così povero, che mi conviene andar ricercando queste gemme preziose. Però Vostra Signoria mi perdoni, s’in questa occasione non ho potuto far altro. E s’avesse desiderato un sonetto in lode de l’oratore bisognava che mi scrivesse il nome; perchè, essendole io stato servitore così affezionato tanti anni, non posso mutarmi per adversità di fortuna. E ne le felicità sarò tenace del mio proponimento; se pur la misericordia di Nostro Signor Iddio mi concederà ch’io possa chiamarmi felice giamai. Ed a Vostra Signoria bacio le mani. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io sono in Mantova desiderosissimo d’esser servitore di Vostra Signoria illustrissima in quel modo che sempre fui, non credendo in alcun nuovo modo di poterle esser più affezionato: e spero che continuando in me il desiderio di servirla, debba continuare in lei quel desiderio di favorirmi, che cominciò co ’l principio de la conoscenza ch’ebbe di me, nè deve scemare mentre io da lei sarò conosciuto. So che può molto per se stessa, e molto più co ’l favore del gran cardinal de’ Medici, de la generosità del quale sarebbe degna opera, e corrispondente a quella di coloro de’ quali rinnova il nome, il porre una volta lieto fine a’ miei travagli. Nè voglio credere ch’egli ceda punto di grandezza d’animo a coloro i quali supera tanto di grandezza di fortuna; nè meno che non sia per corrispondere con alcun segno di benevolenza a l’ardentissimo desiderio, che io ho, d’onorare quanto più per me si potrà la sua serenissima e gloriosissima casa, ed in particolare la sua persona, a la quale ho sempre portata straordinaria affezione. E con questo a Vostra Signoria illustrissima umilmente bacio le mani, supplicandola che in mio nome gli faccia umilissima riverenza. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL MARCHESE RODOLFO GONZAGA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non sono di tanto merito, che mi reputi degno de l’amicizia di Vostra Signoria illustrissima in quel modo ch’ella scrive. Laonde s’in questa parte è alcuna diffidenza dal mio lato, è tutta mia imperfezione, e colpa de la natura e de la fortuna; e se da l’altro è alcuna fede, è fondata su la cortesia di Vostra Signoria illustrissima, per la quale io debbo assicurarmi di non esser affatto disprezzato. E la ringrazio c’abbia voluto tener memoria di me in questa occasione.</p>
               <p TEIform="p">Sono in Mantova, come dee aver inteso, co ’l serenissimo signor principe; e vi starò fin che piacerà a Sua Altezza, da la quale spero tutte le grazie. E se gli intercessori fossero necessari, niuna intercessione mi devrebbe piacer più di quella di Vostra Signoria illustrissima, che l’è congiunta di tanta amicizia e di tanto parentado. A lei dunque mi raccomando; e la prego c’avendo fatta questa elezione di persona immeritevole, voglia darmi occasione di meritarla; acciochè, se i meriti non sono preceduti, seguino almeno la sua cortesia, e quella del signor prencipe. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Questa mattina sono stato salutato in nome di Vostra Signoria, con gran mio piacere; perchè niuna cosa odo più volentieri che nuova de gli amici miei, fra’ quali è Vostra Signoria, e sarà, mentre le piace. Ho voluto dunque scriverle senza indugio, perch’ella non dubiti di questa mia ferma deliberazione. Scrissi pochi dì sono al signor ambasciatore, e ’l pregai che mi facesse grazia di mandarmi il dono che tanto benignamente piacque a la granduchessa di farmi, accioch’io non paressi negligente in ringraziar Sua Altezza serenissima: e mi maraviglio di non averne avuto risposta. Ora prego Vostra Signoria che gliene dia ricordo, perch’io accresca l’obligo mio in questo modo.</p>
               <p TEIform="p">Darò ancora un altro fastidio a Vostra Signoria, perchè non so a chi volgermi con maggior confidenza d’esser compiaciuto. Vorrei accrescere il mio poema, e fare alcune mutazioni; e fra l’altre, mutare il nome d’Idraote re di Damasco, e prenderne alcuno di quei re che son nominati ne l’istoria: ma non vorrei Norandino, o altro sì fatto, celebre per molte istorie e molte favole; ma qualche nome più raro e meno udito. Laonde prego Vostra Signoria, che, oltre quello ch’ella medesima potrà fare per aiutarmi e favorirmi in questo particolare, voglia dirne una parola in mio nome a l’eccellentissimo signor don Cesare d’Este, ed al signor ambasciatore, acciochè mandino a chiamare qualche ebreo levantino, e se n’informino minutamente. Signor mio, ho gran voglia che questo negozio damasceno mi riesca felicemente; però il raccomando a Vostra Signoria tanto teneramente, quanto posso: e sia sicuro che ’l Tasso non è ingrato, nè poco ricordevole di chi gli fa piacere e servizio: e per niun’altra cagione mi spiace la mia fortuna, che per non avere occasione di mostrare a gli amici la buona volontà, e la molta gratitudine, ed insieme la costanza de l’animo. Vostra Signoria non voglia esser meno officiosa ne la mia lontananza, che ne la presenza: ed appresentandosele occasione di favorirmi co ’l signor don Cesare e co ’l signor ambasciatore, la prenda, come debbono gli amici.</p>
               <p TEIform="p">Potrei fermarmi in Mantova molti giorni e mesi, perc’ogni mia deliberazione dipende da quella del signor prencipe. E non dovendo la mia partita esser più presta, disiderarei che mi rimandasse il poema di mio padre, per memoria di quello ch’io debbo fare; acciochè Vostra Signoria mi favorisca, come nel mio partire di costà mi promise. Viva felice, e mi tenga ne la grazia del signor ambasciatore. Di Mantova, il 23 di luglio del 1586.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">606</head>
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                  <salute TEIform="salute">AL CARDINALE GIOVAN GIROLAMO ALBANO. Roma</salute>
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               <p TEIform="p">S’io sperava il favor e la grazia di Vostra Signoria illustrissima mentre era prigione; ora che son libero, mi pare di poterla sperar tanto più ragionevolmente, quanto a lei è più agevole di concederlami, ed a me di riceverla. La prego, dunque, che non consenta che la mia speranza sia stata vana. Io le sono servitor di molti anni, affezionatissimo, devotissimo e sincerissimo: e i favori c’ho ricevuti da lei, tutti sono da me attribuiti a la sua cortesia; l’altre cose, a la mia fortuna. Laonde per l’avvenire mi sforzerò che sia tanta la mia costanza, quanta è la sua instabilità; acciochè Vostra Signoria illustrissima non abbia nuova cagione di riprendermi, o di stimarmi meno suo affezionato. E le bacio umilissimamente le mani. Di Mantova.</p>
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               <head TEIform="head">607</head>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Se la mia lontananza doveva cagionare tanto disiderio in Vostra Signoria, e tanta passion di cuore, era meglio c’ambidue venissimo insieme in queste parti, e di qua prendessimo insieme risoluzione. Ma io ho trovata così bella stanza, e così libera, che non penso al partire; se ’l signor prencipe non mi conduce seco in altra parte. Però Vostra Signoria potrà eseguire quel che le commandò la serenissima granduchessa; perchè niuna occasione potrebbe esser più oportuna. Io mi ricordo di tutti gli oblighi i quali ho con Vostra Signoria; però creda fermamente, che non mancherò di quel che debbo in cosa alcuna: e mi piace che la libertà mi potrà facilitare molte cose, a le quali m’era impedimento la prigionia.</p>
               <p TEIform="p">Al padre don Angelo Grillo son tanto amico, quanto egli vuole; e sarò sempre quanto egli vorrà: laonde se alcuna cosa potrò mai per suo beneficio, mi conoscerà gentil uomo. Spiacemi di non poter promettere cosa alcuna de gli altri, e poco di me stesso; ma pur è meglio essere scarso ne le parole, che ne’ fatti. Baci al signor ambasciator le mani; e viva lieta, ch’io farò quel ch’io posso per non esser maninconico, come soleva. Di Mantova, il 26 di luglio del 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io credo di fermarmi a Mantova molto più di quello ch’io avea pensato; però prego Vostra Signoria che senza indugio voglia mandarmi quel dono, co ’l quale a la serenissima granduchessa è piaciuto d’onorar la mia virtù; acciochè non tardi più a risponderle, perch’in tutti i modi è necessario. Le mando una canzona in lode de la serenissima signora prencipessa di Mantova: e prego Vostra Signoria che mi avertisca, se ci fosse qualche errore de la mia negligenza; perch’è ufficio di vero amico. Se le parrà che la canzona lo meriti, potrà mandarla, ben ricopiata da miglior mano, in Toscana ed in Roma; chè me ne farà piacere.</p>
               <p TEIform="p">Raccomando a Vostra Signoria di nuovo il negozio damasceno, che già le ho scritto, e significatole quanto mi preme: e quando ella avrà occasione di farmi sapere ciò che cotesti signori averanno operato, <foreign lang="lat" TEIform="foreign">digito coelum</foreign>. Bacio al signor ambasciator le mani, ed a lei parimente; e viva lieto. Di Mantova, il 2 di agosto del 1586.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">609</head>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Rispondo a le due lettere di Vostra Paternità con una sola, per abbreviar questo negozio. Mi spiace che non voglia ch’io mi prometta di lei più del solito, perchè per l’adietro non ha fatto cosa alcuna per me, benchè abbia promesso molto: e pur co ’l favor de’ parenti poteva operar molto a la corte de l’imperatore; ed ora siamo in parte, dove Sua Maestà Cesarea può far grazia non che giustizia: ma non volendo Vostra Paternità far più del solito, non ho di che ringraziarla nè di che pregarla; e se vuol ch’io dissimuli, faccia che la dissimulazione mi giovi, ch’io cercherò d’imparar quest’arte, benchè assai tardi.</p>
               <p TEIform="p">A l’altra lettera, dove s’offerisce di sodisfare al mio desiderio, darò risposta non men libera: il mio desiderio è di quiete, e di non far nulla, e di far quel che mi piace solamente: ed a questo desiderio molte cose sarebbon necessarie, de le quali tutte son privo. Se può recarlo ad effetto, n’avrò obligo a Vostra Paternità: se non può, o se non vuole, si contenti ch’io le scriva liberamente.</p>
               <p TEIform="p">Il sonetto al padre abbate il farò volentieri, perch’egli il merita, ed io debbo compiacervi in quel che posso. Similmente scriverò l’altro al signor Stefano suo fratello, e risponderò a l’opposizioni; ma non volendo affaticarmi, o non potendo, così come son mezzo tra frenetico e furioso, conviene ch’io differisca tutte le cose.</p>
               <p TEIform="p">Al signor Paolo suo fratello ora non rispondo, per alcuni miei interessi. Io fo professione d’esser grato, e di non scordarmi de le grazie e de’ doni ricevuti: però non dee dubitare ch’in alcuna occasione dimostri altro animo. Fra tanto, potendo procacciarmi risposta dal signor Antonio Costantini, con la quale aspetto trenta scudi, mi farà gran piacere, et adempirà uno de gli infiniti miei desideri; i quali non son però tutti danari, nè io vorrei averne se non per spendere onoratamente. La purga non è finita, però io non posso venire a San Benedetto. Se domanderanno grazia per me al serenissimo signor duca, mi obligheranno tanto, quanto m’è cara la vita: se non possono, si ricordino di quello ch’io scrissi di Ferrara; perchè non ho mutata opinione. E viva felice. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mi rincresce molto di non poter venire questa fiera d’agosto a Ferrara, perchè se niun’altra occasione mi ci tirasse, mi dovrebbe condur quella c’altre volte ho ricercata; io dico, di baciar le mani a l’eccellentissima signora donna Virginia de’ Medici: ma io ho diliberato di non partirmi da’ commandamenti del signor prencipe, co ’l quale spero far questo viaggio, e quel di Toscana; ma la cosa potrebbe andare in lungo assai più che non vorrei. Però prego Vostra Signoria che mi mandi que’ danari ch’è piaciuto a la serenissima granduchessa di donarmi; perchè potrebbe forse avvenire c’a me convenisse di pagar la fiera, e son rimaso con la borsa quasi vota. Mandai l’altro giorno a Vostra Signoria una canzona in lode de la signora prencipessa: dapoi ne ho fatta un’altra, la qual le manderò com’io abbia ricuperata la copia, se fra tanto non le sarà mandata dal padre don Angelo Grillo, o per altra strada. Non ho salutato ancora l’illustrissimo signor cardinale del Mondovì; ma non mancherò di farlo, perchè stimo la grazia e la protezione di Sua Signoria illustrissima quanto debbo.</p>
               <p TEIform="p">Questa è una bellissima città, e degna c’un si mova mille miglia per vederla, non solo cinquanta, quanto a voi converrebbe di farne, se voleste venirci. Ben so io che voi siete occupatissimo ne i servigi del vostro prencipe; ma che sarebbe a la fine il fare questo poco salto, per vostra e per mia consolazione, una sol volta? Baciate le mani al signor ambasciatore: e voi vivete felice, e conservatemi ne la grazia vostra. Di Mantova, il 7 d’agosto del 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANGELO GRILLO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io avrei voluto che Vostra Paternità rispondesse a quella parte de la mia lettera, a la quale non ha voluto dar risposta: non perch’io avessi alcun soverchio interesse, ma perchè aspettava quella grazia ch’è stata non solo dimandata da me, ma promessa da gli altri. E perchè ancora sete a tempo di chiederla, non v’assolvo da l’obligo, nè mi scordo de le promesse.</p>
               <p TEIform="p">Feci a Ferrara un sonetto al signor Stefano suo fratello, il quale non le mandai perchè non era a punto in quel soggetto che Vostra Signoria dimandava: ora glie le mando, non avendo ancor fatto l’altro. Perdoni a la mia negligenza, o più tosto abbia compassione de la maninconia, la quale vuol gran parte di me. Il farò senza fallo con l’altro del padre abbate. Fra tanto legga questo, e dia ricapito a l’inchiusa; de la quale vorrei risposta, come de l’altre ch’io ho scritte al signor Antonio Costantini.</p>
               <p TEIform="p">Se Vostra Paternità scriverà per via de’ suoi padri al signor Giovan Battista de’ Vincenzi, che mi mandi quelle robbe che lasciai ne lo spedale, glie n’avrò molt’obligo: la quale avendo eletta volontariamente l’amicizia d’un uomo poco amico de la fortuna, o più tosto molto nemico, non se ne dee pentire per incommodo ch’ella n’abbia, o per ufficio che le convenga fare. Baci al padre abbate in mio nome le mani, e mi tenga in sua grazia; e se verrà a Mantova, mi porti qualche buona nuova. Di Mantova.</p>
               <p TEIform="p">Venendo questa sera al convento d’Ogni Santi, ho incontrato il signor duca di Mantova, e per la mia corta e debil vista non ho potuto pigliar risoluzione a tempo di fargli riverenza; però prego Vostra Paternità che scriva al signor Federico Cataneo, che m’introduca un dì a Sua Altezza, o me ne dia occasione. Di Mantova, il 7 di agosto 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Ferrara</salute>
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               <p TEIform="p">Se Vostra Signoria si duole de la mia lontananza, n’ha ragione, perch’io patisco incredibilmente, ed in molti modi per la sua. Piaccia a Dio di congiungerci una volta, quanto ci ha separati. Io mi fermerò in Mantova, perchè la stanza è bellissima, il signor prencipe cortesissimo, ed io spero di goderci tutta questa state, e questo verno ancora: però Vostra Signoria può mandare, se le pare, quel che mi scrive, e ’l Floridante insieme; il quale ella potrà rivedere quando l’avrò finito di correggere, se pur se ne curerà.</p>
               <p TEIform="p">Rispondo al signor ambasciatore: a l’altro piego darò poi risposta, perchè questa sera non ho tempo, non volendo perder l’ora d’andare a diporto. Piaccia a Nostro Signore ch’io possa mantenermi in questa vita. Mandai a Vostra Signoria una canzona in lode de la signora prencipessa: ne ho fatta un’altra, come le scrissi con l’altra mia; e voleva mandarla, ma non è ricopiata: la manderò quest’altra settimana, con altre composizioni. Fra tanto, perchè questa mia non venga senza qualche cosa che possa darle gusto, le mando un madrigale, in cui è descritta una caccia amorosa. E le bacio le mani. Di Mantova, il 9 d’agosto del 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ieri scrissi a Vostra Signoria un’altra mia lettera, e fu mandata per via del padre don Angelo: ora avendo occasione d’un gentiluomo fiorentino, grande amico ed affezionato del nome suo, che se ne vien costà, detto il signor Carlo Giannini, ho voluto di nuovo salutarla, e prendermi questo piacere di ragionar con lettere seco, poichè non posso di presenza, come soleva. Le fo saper di nuovo, ch’io sono per fermarmi in Mantova molti mesi; e però può mandare tutto quel ch’ella vuole. La canzona ch’io voleva mandarle, è per ancora rozza com’ella nacque, non avendola, per mancamento di scrittori, potuto far ricopiare, nè ricopiarla di mia mano: ma fra due giorni senz’altro la manderò, accompagnata da alcune altre. Baci le mani al signor ambasciatore, e mi tenga in sua grazia. Di Mantova, il 10 di agosto 1586.</p>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io aspetto risposta de le lettere c’ho mandate al signor Antonio Costantini, perchè avendomi egli da pagare trentuno scudi in nome de la serenissima granduchessa, vorrei che mi fossero sborsati senza indugio, accioch’io potessi conservar facilmente la riverenza ch’io porto a Sua Altezza, sapendo a quante strane risoluzioni può condurci il bisogno, che sia accompagnato da l’indegnità. Essendo dunque ella degnissima, dee esser contenta ch’io schivi tutte quelle cose che possono essere in qualche modo indegne. Fra tanto in questi caldi vivo come posso; e perchè la risoluzione del Costantino è data più tarda, che non sarebbe stato convenevole, mando a Vostra Paternità uno scritto del Vasallino libraro in Ferrara, nel quale egli s’obliga di pagar venti ducati a chiunque glie le presenterà; e sottoscritto di mano del Cornia e del Licino, al quale io aveva dato tutte quelle composizioni, così di verso come di prosa, ch’io aveva fatte sino a quest’ora. Mi fece il Licino pagar sette ducati, molti mesi doppo il termine assegnato; gli altri non ho avuti, ben ch’io creda ch’egli possa aver speso per mio servizio uno scudo, o due al più. Ho bisogno che mi siano pagati gli altri oggi, o dimane al più tardi: e se fosse fatta qualche difficoltà nel pagar quello che si contiene ne lo scritto, quantunque non dovesse esser fatta in modo alcuno, io obligo a Vostra Paternità la mia parola, che gli renderò a ciascuno che si contenterà di prestarmeli: e s’io non perdo la vita, non mancherò de la fede, la qual si dee osservare a’ nemici ancora, massimamente in questo proposito, nel qual mi ricordo quella magnanima sentenza di Pirro: “<quote lang="lat" TEIform="quote">Non cauponantes bellum gerimus, etc.</quote>”. Vostra Paternità mi perdoni s’io le do questa noia, che forse non si conviene a la sua professione; ma non posso fare altro. Aspetto d’udire quel c’avranno operato le raccomandazioni e gli uffici de’ signori suoi parenti. E le bacio le mani, facendo le mie divote raccomandazioni al padre abbate. Dal vostro convento di Mantova.</p>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Faccio quel che Vostra Paternità mi consiglia, perchè ho qualche cognizione del fratello del signor Fedrico Cataneo, il quale si diletta de la poesia toscana, e scrive molte cose: ma io sono stato con lui più negligente che non deveva. Al padre abbate un sonetto sarà picciola dimostrazione de la molta affezione ch’io le porto, e de l’osservanza, e de la riverenza; ma tutte le cose vogliono principio. Ringrazio Vostra Paternità c’abbia mandate le lettere al Costantino; e mi saranno care le risposte. Ieri le scrissi un’altra volta, e le mandai uno scritto del Vassalino, sottoscritto dal reverendo Licino: perchè mi conviene far qualche spesa; nè vorrei mancar de la mia parola a messer Francesco Osanna, dal quale ho compro alcuni libri. Bacio le mani a Vostra Signoria ed al signor Giovan Francesco Facio. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Prego Vostra Paternità che si contenti di dar ricapito a l’inchiuso piego, e procurarne risposta con la solita cortesia. Aspetto i libri, e spero che saranno mandati. Vorrei venire a San Benedetto: vorrei andare a Guastalla: ma questi benedetti libri mi trattengono. Fate le mie divote raccomandazioni al padre abbate; e mettetemi ne la sua grazia, conservandomi ne la vostra. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Scrissi l’altro giorno a Vostra Signoria, subito ch’io fui arrivato a Mantova: e benchè io mi senta alquanto meglio, che io non mi sentia nel partire; nondimeno niuna cosa desidero più, che le lettere di Vostra Signoria illustrissima. Io non pensava di baciar le mani al serenissimo signor duca di Mantova, e di chiederle grazia di venire a Roma, prima che Vostra Signoria illustrissima mi rispondesse: ma l’occasioni, in questo mezzo, possono esser molte; le quali io non voglio perdere: anzi mi pare più tosto di ricercarle, e di pregare il signor principe che m’introduca al signor duca suo padre. Io soglio veder Sua Altezza ogni mattina; onde non devrei dubitare d’impetrar questa grazia assai tosto: ma se ci fusse alcuno impedimento, spero che potrò baciarli la mano quando Vostra Signoria illustrissima si degnerà di darmi risposta.</p>
               <p TEIform="p">De l’altre cose non posso scriver largamente, nè tacer in tutto. Del signor Maurizio Cataneo non ho avuto risposta: si degni in mio nome farli sapere quel che forse non sa nè crede, nè saprà nè crederà in eterno, senza il testimonio di Vostra Signoria illustrissima; io dico, che l’amo tenerissimamente, e che ’l reputo così singolar amico ne l’amicizia de gli eguali, come ella è in quella de gl’ineguali. E s’io uso questi termini con lei, spero di trovarne pietà, non che perdono, al fine.</p>
               <p TEIform="p">Questa mattina ho uditi leggere in presenza del signor duca gli avisi di Roma; ma io desidero tutte le buone nuove da Vostra Signoria, o da messer Giorgio suo, il quale non mi scriverebbe bugia. Prego dunque Vostra Signoria illustrissima che gliele comandi: e faccia riverenza in mio nome a l’illustrissimo signor cardinale de’ Medici, ed a quel d’Este similmente; se pur non pensa d’impedir il mio viaggio di Roma, il quale deveva facilitare, accioch’io deliberassi d’esserli quel buon servitore che sempre ho desiderato, e con quella buona volontà che sempre gli ho dimostrata, e più liberamente, quanto ho avuto maggior libertà. Fra tanto vorrei che Vostra Signoria fosse giudice di tutte le differenze, e che ’l signor principe fosse condannato ne le spese, ed io ne l’onorar Sua Altezza quanto debbo: e non è cosa che faccia più volentieri, e più prontamente. Laonde non cederei con l’animo a’ più veloci; benchè ne gli effetti sia tardo.</p>
               <p TEIform="p">Non posso finire, perchè scrivo molto volentieri; ma in conclusione, aspetto che le cortesi lettere di Vostra Signoria illustrissima m’apportino tanto giovamento, quanta m’apportarono speranza. Al signor Pirro, e al signor Giulio Cesare, suoi fratelli, son devotissimo; e potendo andar a la Madre de le Grazie, come ho fatto voto quel dì medesimo che fui cavato di prigione, bacierei le mani volentieri a l’uno ed a l’altro nel medesimo luogo. Vostra Signoria illustrissima mi ami come soleva. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ho avute le risposte del Costantino, e del signor ambasciator di Toscana, il quale scrive a messer Girolamo Costa, che mi paghi alcuni danari per un dono fattomi da la serenissima granduchessa: credo ch’egli si contenterà di pagarli. Stimo che Vostra Paternità a bello studio abbia mandato lo scritto al Costantino, per alleggerire di questo peso il Licino, il quale dovea riscoterli, accioch’io potessi pagar questi libri, ed usar qualche cortesia ne le occasioni; la qual non può se non giovare.</p>
               <p TEIform="p">La ringrazio che abbia fatte le mie raccomandazioni al padre abbate, e che voglia condurmi a San Benedetto; ma non vorrei che fosse nel tempo che verranno i miei libri, se ’l padre don Salvatore non volesse prendersene la cura, e farli discaricare in Ogni Santi: ma venga quando le pare, chè sempre la sua venuta mi porterà consolazione. II reverendo Licino andrà a Roma: se Vostra Paternità n’avesse qualche aviso, me ne faccia parte. A l’altre lettere risponderò con maggior agio: ora ho voluto compiacere il padre don Salvatore, che voleva la risposta. Stia sana. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ASCANIO MORI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vostra Signoria ha usato meco doppia cortesia; perchè mi mandò in Ferrara le sue novelle, ed ora, oltra le novelle, m’ha donato i giuochi: e ne l’une e ne gli altri mi ha fatto conoscere il suo pronto ingegno, e ’l suo leggiadro stile; acciochè io le abbia maggior obligo per questa cognizione, che per l’istesso dono. Le lodi che mi dà, sono soverchie: ma io le accetto da la sua cortesia; essendo ne l’amicizia meglio l’eccesso che ’l difetto. E le bacio le mani. Di corte.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON CESARE DA ESTE. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non ho così debil memoria, che mi scordi così tosto de gli oblighi e de’ favori ricevuti: però Vostra Eccellenza non doveva in questa parte incolparmi; ma più tosto accusar se medesima, la qual non ha voluto ch’io abbia che ricordarmi: ma forse questo suo motto è stata una speranza nuova, che m’ha voluto dare, de la sua grazia; e sapendo quanto di leggieri io soglia crederle, non si maraviglierà s’io comincio ad interessarmi un’altra volta ne la sua servitù. Cominci dunque Vostra Eccellenza a favorirmi di questa grazia ch’io le ho addimandata, d’alcune casse e d’una valigia ch’io lasciai ne lo spedale: a lei sarà facile il mandarmi ogni cosa, a me grato il riceverla.</p>
               <p TEIform="p">Penso di ritornare a Ferrara; ma non vorrei ritornarci se non con tutte le grazie e con tutti i piaceri ch’io avessi mai, o pensassi d’averci. So che Vostra Eccellenza non volendo far violenza a la sua volontà, o a l’altrui, non vorrà costringer la mia, la qual tanti anni fa battaglia co’ sensi, e sempre supera in quel c’appartiene a la prosperità ed a la felicità di Vostra Eccellenza. Ma quando avrò mai pace? o quando potrò acquetare il pensiero? Non è tempo ancora, signor don Cesare? e quando sarà? Se questo carnevale, o questa primavera, avisatemene, acciò ch’io possa aspettarlo; se prima, arrivi con allegrezza inaspettata. In tutti i modi prego Vostra Eccellenza che supplichi per me, che le sono tanto servitore, quanto posso. E bacio le mani al signor Alessandro. Di Mantova, il 14 d’agosto del 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A CAMMILLO ALBIZI. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Da messer Girolamo Costa m’è stato consegnato il cortese dono fattomi da la serenissima granduchessa, e da Vostra Signoria mandatomi a nome di Sua Altezza: laonde io ne ringrazio Vostra Signoria, come n’ho ringraziato lei con questa lettera ch’io le mando. Piaccia a Dio che questo dono m’assicuri tanto de la sua grazia, quanto l’avarizia di molti altri m’ha pieno di spavento; accioch’io possa godere con animo quieto de la sua liberalità. Non desidero niuna cosa più, che la tranquillità de l’animo nel corpo sano: però Vostra Signoria sa quanto può obligarmi; ed io ne la prego affettuosamente. E le bacio le mani. Di Mantova, il 14 d’agosto del 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ho avuto lettere e danari, e ne ringrazio il signor ambasciatore e Vostra Signoria, la qual non si dee pentire d’avermi fatto questo piacere, ma continuar ne’ medesimi offici, accioch’io le possa avere obligo da dovero. Mi rallegro che ’l signor don Cesare m’abbia punto motteggiando, perchè m’ha dato ardire di scriverli con maggior libertà ch’io non averei fatto; però raccomando a Vostra Signoria la lettera; e la prego che ricordi a Sua Eccellenza il negozio de lo smemoratissimo, che sono io.</p>
               <p TEIform="p">Io le averei pagata la fiera, s’io fossi stato costì; ma in Mantova non ho veduto vestigio alcuno de la fiera che voi cercate: converrà ch’io la vada cercando, per uscir di debito; e la cercherò senza fallo. Ringrazio Vostra Signoria de l’avertimento che mi dà, ne lo scrivere a la granduchessa, perch’io debbo farlo, e cercare in questo modo la sua grazia. E vi bacio le mani. Di Mantova, il 15 di agosto del 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A BIANCA CAPPELLO, GRANDUCHESSA DI TOSCANA</salute>
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               <p TEIform="p">Ringrazio Vostra Altezza del dono; ma non rispondo a la sua ultima lettera, perch’è passata l’occasione; ed io presi più tosto quella de l’uscir di prigione, la qual non sarebbe tornata di leggieri. Ora io sono in Mantova, ed ho baciate le mani a la serenissima signora principessa, con quello istesso desiderio ch’io ebbi sempre de la sua grazia, la qual stimo che non debba esser senza quella di Vostra Altezza. Però la supplico che non si penta d’alcuna cortesia, o d’alcun favore, che m’abbia fatto per l’adietro, o pensato di fare; accioch’io possa conservar più facilmente l’affezione e l’osservanza ch’io porto a l’una ed a l’altra. E mi giovi in ciò tanto la buona volontà, quanto ne l’altre cose m’ha portato utile l’ardire di supplicarla. Viva felice. Di Mantova, il 15 d’agosto del 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Raccomando a Vostra Paternità questo piego, ch’io mando al segretario di Toscana in Ferrara, e la prego che me ne procuri presta risposta. Ho finita la purga, e verrò a vederla quando potrò: fra tanto son suo, come soglio. Di Marmiruolo.</p>
               <p TEIform="p">Ho fatto il sonetto al signor suo fratello, ma non l’ho corretto ancora.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO</salute>
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               <p TEIform="p">Mi spiacque di non vi poter vedere inanzi a l’ultima vostra partita di Mantova, perchè sarei venuto volentieri a la Madonna, ove debbo andar senza fallo; ma posso indugiar sino a la festa di settembre. Vorrei anco venire a San Benedetto, perciochè non vi sono mai stato; e la vostra compagnia ne l’uno e ne l’altro luogo mi sarebbe gratissima. Raccomandai a Vostra Paternità un piego di lettere al Costantino, e quell’altri che prima gli aveva mandate: e perchè dentro vi sono composizioni, ne desidero risposta. Prego Vostra Paternità che faccia le mie raccomandazioni al padre abbate, al quale son divotissimo figliuolo e servitore. E mi raccomandi ancora a don Salvatore. E stia sana. Di Mantova, il 16 di agosto 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A CURZIO ARDIZIO. Pesaro</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io sono in Mantova tanto di Vostra Signoria, quanto ella non fu mio giamai, nè in questa città nè in altra. Però la saluto, e la prego che si ricordi più spesso di me, che non ha fatto per l’adietro. Aspetto il libro che io le dimandai, perchè in queste librerie non posso comprare o dimandare in credenza altro che quello che mi è mostrato. Baci in mio nome le mani a Sua Eccellenza, ed al signor Guidubaldo similmente; e se scrive al signor abbate, gli faccia le mie caldissime raccomandazioni. Il signor Carlo Zaccherino fu il primo che mi parlò di Vostra Signoria; ed ora gli raccomando questa lettera. Di Mantova, il 16 d’agosto del 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mi rallegro che Vostra Signoria abbia trovato così buono appoggio, come io avrei saputo desiderar incontro. E se delibera d’andare a Roma, potrebbe essere ch’io venissi di compagnia: e l’aviserò a tempo de la mia deliberazione, o di quella del serenissimo signor principe, da la quale dipende la mia: ma in questo mese così caldo non è tempo di parlar di lungo viaggio ad uomo che sia poco sano, com’io sono. Mi piace che mi diate aviso di monsignor Papio, e del signor Maurizio; al quale io scrissi inanzi la mia partita di Ferrara, ed ora continuo nel proponimento medesimo. Mi giova di credere ch’i duo dialoghi stampati, e dedicati a monsignor illustrissimo Gonzaga, m’apporteranno giovamento; però non lodo l’indugio. Non mi par difficile quel ch’io proposi. Bacio le mani a’ parenti ed a gli amici lontani e vicini; così a quelli a’ quali sete uso di parlare, com’a gli altri a cui potete scrivere. State sano. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Non so qual cagione v’abbia tanto ritenuto, e possa ritenervi; perchè, s’io vo numerando i giorni ad uno ad uno, passa il tempo che devevate passar per Mantova; dove io sperava che deveste esser ritenuto alcun giorno da l’amor che mi portate: ed io voleva onorarvi, iusta mia possa. Pazienza: ma o vegnate, o non vegnate per questi caldi, scrivetemi quel che si faccia de’ miei dialoghi; e particolarmente di que’ duo, de’ quali tante volte v’ho scritto; ne’ quali pensava di farmi grato a qualc’altro amico, e particolarmente al gentilissimo signor Maurizio Cataneo; come ch’io pensi di scrivere alcuna altra cosa in questa materia: ma in tutto mi sarei compiacciuto di lassar vedere quel c’ho già scritto: e per replicarlo, egli mi par più di mille anni di vedervi, e di baciarvi una volta.</p>
               <p TEIform="p">Al signor Ercole Tasso io non scrivo, nè scriverò sino al vostro ritorno. Messer Francesco Osanna, come egli dice, è vostro amico: però devrebbe esser mio similmente; perch’io rimarrei molto sodisfatto de la sua conversazione. Pensava di fare stampare il libro del Floridante di mio padre; ed avrei avuto bisogno de l’opera vostra, e de la diligenza. In Bergomo non credo che siano ebrei levantini; ma tornando in Ferrara, vorrei qualche informazione del regno di Damasco. <foreign lang="lat" TEIform="foreign">Sed de his hactenus</foreign>. Salutate gli amici, e i parenti; e scrivendo al signor Maurizio, fategli le mie raccomandazioni. E vivete lieto. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Non posso rispondere a Vostra Signoria cosa alcuna de la risoluzione del serenissimo signor principe di Mantova; perch’io non gliele chiederei, sinchè non fossi andato a visitar la madonna de le Grazie, dove feci voto d’andar quel giorno che fui liberato; e mi rincresce che la tardanza mi potrà forse far perdere quella occasione che Vostra Signoria mi scrive: ma quest’altra non si dee tralasciare. Avrei volentieri aggiunte alcune cose a’ dialoghi de la Nobiltà, e a quei de la Dignità, ed a quel de la Poesia toscana; e ve ne diedi aviso sin da Ferrara: e sono passati molti mesi, ne’ quali facilissimamente avrei potuto rivedere tutte le mie composizioni: ma se n’è stampata la maggior parte, non veggo altro rimedio che ’l ristamparle: e vorrei che voi prendeste questo carico, e particolarmente de’ due primi, che m’importano; dove vorrei aggiunger alcune ragioni di san Tomaso de l’autorità del papa, e l’etimologia del cognome Catano, e qualche parola in lode del signor Maurizio nostro; perchè mi pare d’esser obligato a l’antica amorevolezza ch’è stata fra noi. Nè questa rammemorazione v’impedisce la dedicazione; la quale non potrebbe esser meglio collocata ch’in quell’illustrissimo e reverendissimo signore. Nel dialogo de la Poesia toscana non importano tante mutazioni: ma se lo stampatore volesse questo ancora ristampare per amor mio mi farebbe piacere; e sarebbe picciolissimo incomodo.</p>
               <p TEIform="p">Del negozio damasceno non voglio dare alcuna noia a Vostra Signoria, essendo ella in Bergomo; ma se fosse stata in Ferrara, l’avrei astretta come io avessi potuto. La contentezza e l’onore che mi promette, è quasi disperato da me; e se Nostro Signore per sua divina misericordia non m’aiuta, vivrò in questa disperazione
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">Lunga stagion di tenebre vestito.</l>
                  </quote>
               </p>
               <p TEIform="p">Vostra Signoria non mandi le scatole; perch’in questi gran caldi ho bisogno di cose che rinfreschino: nè prenda incommodo di viaggio senza mio pro. Volesse Iddio ch’io potessi quanto io vorrei e devrei potere: perchè Vostra Signoria non sarebbe dubbia ch’io non facessi gli effetti conformi a’ miei pensieri. Ho pregato Iddio continovamente per gli amici miei, come è Vostra Signoria; e benchè mi potessero mancare tutte l’altre perfezioni, questa son certo che non mi manca. E le bacio le mani. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ASCANIO MORI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io ho bisogno di consolazione; nè ricuserei di consolar altrui, s’io fussi atto a questo ufficio, perciochè l’operazioni de la virtù sono scambievoli. Ma Vostra Signoria è prudentissima, e può consolarsi con la sua prudenza, non aspettando l’aiuto del tempo, che suol mitigar tutti i dolori: perciochè questa è medicina de gli animi volgari; ed a lei si conviene seguir l’esempio de’ pochi e de’ migliori: ed essendosi separata dal volgo con le sue composizioni, separarsi ancora con l’altezza dell’animo, e contentarsi di viver perpetuamente ne’ suoi scritti, ne’ quali ha poca forza la fortuna; ove da la sua malignità le fosse tolta ogni speranza de la perpetuità de la prole. Ma io credo, che Vostra Signoria abbia de gli altri figliuoli, co’ quali potrà confortarsi: così piaccia a nostro signore Dio di conservargliele. Ho fatto un sonetto in questa materia; il qual le mando. E le bacio le mani. Di camera.</p>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">AD ASCANIO MORI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mandai ieri una polizza a Vostra Signoria, e portai un sonetto. Ora gliene mando un altro ne l’istessa materia. Vorrei che potesse servirle per consolazione, non sol per ricordo de la sua promessa, o de l’altrui. È necessario, non venendo risposta, che si mandi a Ferrara, o che io medesimo vada. Non vogliate ch’io torni ad imprigionarmi, perchè non so chi sarebbe quell’amico che volesse rimaner in mia vece prigione. Ho vedute nuove opposizioni fattemi, a le quali non dubito di rispondere, ma dubitarei s’io non rispondessi, di tutte le cose che possono perturbarmi. Ma senza i miei libri, quantunque potessi, non debbo farlo. Però Vostra Signoria sia contenta di solicitar l’uno e l’altro negozio: e le bacio le mani. Di camera.</p>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">AD ASCANIO MORI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ne l’ultimo sonetto ch’io ho mandato a Vostra Signoria è questo verso:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">E de la imagin sua dolente impresso.</l>
                  </quote>
Vostra Signoria sia contenta di mutarlo in questo modo:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">De la imagine sua dolente impresso.</l>
                  </quote>
               </p>
               <p TEIform="p">Avrei bisogno di Sassone grammatico, e di Olao Magno; e renderei l’uno e l’altro fra due o tre giorni. Se fusse qualche cortese gentiluomo che volesse prestarmeli, Vostra Signoria gli faccia la sicurtà. E le bacio le mani. Di camera.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Don Paolo m’ha portato il quinternello, ed io ho subito corretti i canti, e ripieno il vacuo, dove si può. Credo che ’l padre don Angelo avrà mandata a Vostra Signoria un’altra mia canzona, similmente in lode de la signora prencipessa, la quale devrebbe esser capitata in Toscana. Soglio comporre qualche volta sonetti o canzone o madrigali o altro, e gli scrivo in un libro. Vostra Signoria gli vedrà in buona occasione.</p>
               <p TEIform="p">A messer Vittorio non rispondo, perch’egli dà troppo tardo ricapito a le lettere: e quelle ch’egli mi mandò del signor cavaliere Giovan Galeazzo Rossi, non erano più a proposito: risponderò nondimeno a Sua Signoria, benchè non bisogni. A lui, benchè fosse necessario, non scrivo; perchè mi parrebbe di scrivere in vano: ma prego Vostra Signoria che gli dimandi quell’Alessandro Afrodiseo sovra la Metafisica, tante volte promesso, e tante volte dovuto; e poi faremo amicizia, se gli pare. Io son pure il buon Tasso, il caro Tasso, l’amorevol Tasso, e sono anche l’assassinato Tasso; massimamente da’ librari e da gli stampatori, i quali non hanno discrezione: ma son risoluto che la cosa per l’avenire vada in un altro modo. Ringrazio Vostra Signoria de la sua cortesia; e bacio le mani al signore ambasciatore. Di Mantova, il 26 di agosto del 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA CAVALLARA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ho conosciuto che Vostra Signoria si ricorda di me, bench’io abbia picciola cagione di raccordarmi di lei; perchè la sua gran dottrina non ha dato alcuno aiuto a la mia debil memoria. Me ne ricordo nondimeno, perchè le sue condizioni il meritano, le quali non hanno bisogno del testimonio del signor Ardicio: ma niuno altro me ne potrà far più certa fede: ma non basta il ricordarsene, ove l’uom non se ne ricordi con piacere. Prego dunque Vostra Eccellenza che voglia darmi qualche eccellentissimo rimedio contra l’oblivione; acciochè il suo nome sia sicuro, con mille altre cose che solevano star nella mia memoria: e non dubiti di persuadere a’ principi la liberalità; perchè non devrebbe rincrescer loro alcuna spesa per risanarmi. Credo che Vostra Eccellenza sappia le cagioni del mio umor maninconico; però me le raccomando. Io sono interessatissimo ne la servitù del signor principe serenissimo, e ne l’obligo ch’io ho a l’eccellentissimo signor don Ferrante. Laonde intendo di questi particolarmente, i quali si contenteranno di fornire tutto ciò che da gli altri è stato cominciato. E perchè il facciano più volentieri, Vostra Signoria faccia non solo l’ufficio di medico, ma quel d’oratore; perchè altrimenti indarno avrebbe fatto tanto studio ne le belle lettere. Il signor Antonio Beffa Negrini, suo compare, darà minuto avviso a Vostra Signoria de l’infermità ch’io patisco. Mostri Vostra Signoria la sua eccellenza nel ridurmi a’ primi termini facilmente. E viva lieta. Di Mantova.</p>
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               <head TEIform="head">635</head>
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                  <salute TEIform="salute">A VESPASIANO GONZAGA, DUCA DI SABBIONETTA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Dove sono ambasciatori di Vostra Eccellenza, dovrebbe esser per me grazia, o chi la domandasse: perchè io, il quale ho ingiuriato molti principi con mio gran dispiacere, e quasi sforzato; onorai sempre Vostra Eccellenza volontariamente, e con mia somma sodisfazione. E se i miei nemici le cedono in tutte l’altre cose, non dovrebbono voler o poter più nuocermi, ch’ella possa o voglia giovarmi, in Mantova massimamente; dove fui condotto dal signor principe, che volle più consolarmi de la sua presenza che de la sua grazia. Vorrei fermarmi in questa città, o andare a Roma, dove avea deliberato. Se a la sua magnanimità par soverchia la spesa d’un uomo ozioso ne lo studio, e studioso ne l’ozio, non le deve parer soverchia l’altra di mandarmi al mio viaggio sicuramente; perchè in tutte l’altre parti d’Italia ho molti nemici per sua cagione, benchè forse senza sua colpa, ed in quella come ne l’altre: ma pur è patria comune. Supplico Vostra Eccellenza che non sdegni d’usar la sua autorità per salvarmi la vita, e per accrescere la comodità de’ miei studi, e stabilir la quiete, ricordando al signor principe quel che si conviene a la sua grandezza ed a la mia infelicità, la quale nasce da lo stato de le cose presenti, e da la memoria de le passate. Sono, come io solea, poco sano, e poco amato da molti, o più tosto molto odiato; ed ho molte cagioni di lamentarmi del mondo, e di dolermi di me stesso; e maggiore di tutte l’altre è il torto che ho fatto a me medesimo; nè voglio commettere di nuovo questo errore: nè volendo far questo, s’io facessi de gli altri falli, non troverebbono scusa o perdono o pietà, o rifugio almeno. Vagliami dunque tanto la protezione di Vostra Eccellenza, ch’io assicuri gli altri del biasimo, e me de la vita. E le bacio le mani. Di Mantova, il 28 d’agosto 1586.</p>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">A VESPASIANO GONZAGA, DUCA DI SABBIONETTA</salute>
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               <p TEIform="p">Io sarei da tutti riputato di poco giudizio, se non mostrassi di stimar la grazia di Vostra Eccellenza; però la supplico che voglia farmene securo, accioch’io possa allegrarmene tra me stesso, e vantarmene con gli altri: e fra l’altre dimostrazioni o segni ch’io possa averne, saranno le sue raccomandazioni al signor principe di Mantova. Mando a Vostra Eccellenza un sonetto picciolo affatto, nato di grande osservanza; ma l’animo occupato da vari pensieri non si può mostrar ne le cose esteriori come vorrebbe. Supplisca la grazia di Vostra Eccellenza dove mancano i miei versi, o la copia o la prontezza o l’artificio di farli. E le bacio le mani. Di Mantova, il 30 d’agosto del 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
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               <p TEIform="p">Io sono in Mantova alloggiato dal serenissimo signor principe, e servito da’ suoi servitori, com’io medesimo avrei saputo eleggere; e nel rimanente accarezzato, come a Sua Altezza è piacciuto. Qui ci sono buone carni, buoni frutti, ottimo pane, vini piccanti, e raspanti, come piacevano a mio padre, e buoni pesci ancora, e salvaticine; e sopra tutto, buon’aria: ma forse in Bergomo è migliore. Però fate ch’io v’abbia qualche obligo: sapete quel che desidero, e che m’avete promesso di fare. E bench’io doni a gli amici molte de le promesse fattemi, nondimeno alcune cerco di riscuotere: sì fatta è quella de’ libri, che vorrei che ricuperaste, e quell’altra de’ panni lini. De la stampa non so quel che si faccia, e ’l saprei volentieri: e particolarmente vorrei che mi mandaste il dialogo de la Dignità, e quell’altro de la Nobiltà, non devendo voi passar tosto per Mantova. Ho gran volontà d’aver qualche rinfrescamento; laonde non vi ricordo a questi tempi le scatole de’ confetti. Baciate in mio nome le mani al signor Ercole Tasso, ed a la signora Lelia, sua sposa; e dite loro, che sono in parte dove s’usa gran cortesia. Però ci sto volentieri: ma non vorrei perder la speranza di riveder la patria. Al signor Cristoforo Tasso date l’inchiusa; e fate qualche cosa per mio giovamento, ora che la mia prigionia non v’impedisce. E state sano. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ASCANIO MORI. Mantova</salute>
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               <p TEIform="p">Di due cose ringrazio Vostra Signoria; l’una de la fede mostrata d’avere in me, co ’l mandarmi le sue lettere; l’altra, del giovamento che m’ha fatto con sì bella e sì piacevol lezione: di che ancora le chiedo perdono; e prima, che sì tardi gliele rimando; poi, c’abbia avuto ardire di cassare alcune cose, e di notarne alcune altre. Ultimamente la prego, che attribuisca ogni cosa a l’affezione ed osservanzia ch’io le porto; per la quale m’ho fatto lecito tutto quello che suole esser conceduto fra’ veri amici. Può de le sue composizioni far a suo modo, e de’ miei avvertimenti ancora; perch’io non parlarei con altri: e può ancora ne le mie prendersi la medesima licenza. Le ricordo la promessa; e le bacio le mani. Di camera.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ASCANIO MORI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Quanta è la debolezza de la mia memoria! Nel ringraziar Vostra Signoria m’era scordato di renderle grazie de l’onorata menzione che fa due volte di me ne le sue lettere: non perchè faccia picciola stima de le sue laudi; ma perchè quello che prima s’era fermato ne la mente, quasi ricoperto ed ascoso da l’altre cose che poi ho considerate, è stato l’ultimo ne l’uscir in luce: non altramente che soglia avvenir di quelle che sono conservate nel profondo d’alcun vaso o d’alcuna cosa. Ma comunque sia, la mia memoria è debilissima, e l’animo gratissimo: laonde fanno quasi un continuo contrasto in me, la natura e la fortuna. L’una mi persuade ad onorare gli amici di molto merito, com’è Vostra Signoria; l’altra mi sforza quasi a dimenticarmene: perciochè la mia infermità è più difetto de la mia fortuna, che mio. Ma non consenta Vostra Signoria che per questa cagione io perda alcuna parte de la sua grazia, o di quella del serenissimo signor principe; e se ’l signor Giovan Battista Cavallara troverà alcun rimedio a questa imperfezione, non sarà indarno ritrovato, nè inutilmente adoperato. Egli è medico eccellentissimo, amico officiosissimo, e cortesissimo ed affabilissimo gentiluomo: talchè posso sperare che mi giovi altrettanto la scienza, quanto l’amicizia. Ed a l’uno ed a l’altro bacio la mano. Di camera.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io m’impaccio tanto malvolentieri co’ librari e stampatori, per li torti che m’hanno fatto in ogni tempo, per non dire assassinamenti, che mi son risoluto di pregar Vostra Signoria che voglia per l’avenire far stampare tutte l’opere mie; perch’ella ha miglior fortuna, e potrà meglio guardarsi da l’ingordigia d’alcuni, e da l’indiscrezione: e mi sarebbe grato sopramodo ch’ella cominciasse dal Floridante; picciol poema di mio padre, ma vago e dilettevol molto, com’ella sa.</p>
               <p TEIform="p">La canzona fu mandata al padre don Angelo; e poi in un altro piego una lettera a la gran duchessa. E se non fosse mandata a buon ricapito, scriverò di nuovo a Sua Altezza, ringraziandola: ma non voglio presupporre che si trovi tanta negligenza, o tanta infedeltà, in cosa c’a gli altri importa poco, e molto a me. Ora scrivo un’altra lettera al signor don Cesare, dubbitando che siano smarrite le prime, ch’erano ne’ pieghi medesimi ch’io mandava al padre don Angelo; perch’io non aveva così spesso commodità di vederlo, stando molte miglia lontano di Mantova.</p>
               <p TEIform="p">La ringrazio de la diligente informazione che mi mandò di Damasco, de la quale m’ero scordato di riscriverle: e la prego che mi perdoni s’io le paio pigro in servirla, perchè sono al solito poco disposto. Baci le mani in mio nome al signore ambasciatore: e se messer Vittorio si risolve a darle quel libro, sia contento di mandarlomi. E stia sana. Di Mantova, il 2 di settembre del 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON CESARE DA ESTE. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">È possibile che tutte le mie lettere si smarriscano, o tutte le vostre risposte? Io, sapendo quanto abbia nemica la fortuna, non avea voluto confidarle sì caro pegno, ma l’avea dirizzate per la strada de’ reverendi monaci di San Benedetto, fra’ quali dovrebbe più tosto albergar la providenza che la temerità. Pregava Vostra Eccellenza di molte cose; parte de le quali sperava d’impetrare, parte era disperato d’ottenere: ma fra le sperate sono le tre casse e la valigia ch’io lasciai nel camerino, di cui chiedo la chiave al signor Giovan Battista de’ Vincenzi. Non consenta Vostra Eccellenza ch’io dimandi indarno cose di così poco valore, con tanta ragione, e con tanta instanza; ma mi faccia favore non solo di pregare il priore, che si contenti che sian mandate, ma di raccomandarle al padrone, acciochè siano portate senza indugio; perch’io n’ho molto bisogno. Il ritratto di mio padre, quanto è men necessario, tanto mi sarà più caro. Il Plinio non fu mandato mai.</p>
               <p TEIform="p">Dicono che ’l serenissimo signor principe verrà a Ferrara, andando a Fiorenza: vorrei venire anch’io, perchè volentieri vo per viaggio in questa bella stagione; ma, non avendo baciate le mani al signor duca nel mio partire, non so se mi sarà conceduto di farlo in questa occasione con la sua grazia: però vorrei starmene ritirato una sera o due in casa sua, o del signor ambasciatore, acciochè non mi fosse impedito il viaggio: ma in tutti i modi la supplico che mandi i libri; perchè da Sua Altezza, in mezzo a tutte le disgrazie, mi fu conceduta grazia ch’io potessi tenerli e disporne a mio modo, come faceva; ed ora avendo consentito che me ne sia fatta alcun’altra, non dovrà impedir questa, massimamente non avendole io data nuova occasione del contrario. Ed a Vostra Eccellenza bacio le mani. Di Mantova, il 2 di settembre del 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ALBERTO PARMA. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ringrazio Vostra Signoria che tenga memoria di me, com’io la conservo di lei; e la ringrazio ancora di tutte le cose, ne le quali pensa giovarmi: ma non posso prometterle la tragedia, non essendo in mio potere quella parte che è fatta. Procuri Vostra Signoria che mi sia mandata la valigia, ne la quale io la lasciai con altre mie scritture, acciò ch’io possa darle fine. E poichè s’ha affibbiata la giornea, fa bene a non tenersi le mani a cintola. Mi rallegro d’ogni sua felicità; e le bacio le mani. Di Mantova, il 2 di settembre del 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ASCANIO MORI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ringrazio Vostra Signoria de l’officio che fa per me co ’l serenissimo signor principe, ma intendo che Sua Altezza va a Fiorenza: però vorrei baciarle le mani prima che facesse questo viaggio. In quanto a l’Olao, nel libro medesimo è scritto il prezzo; che son quattro libre di Genova e quattro soldi: pregandola che facesse rimaner contento quel gentiluomo, perchè ’l libro m’è necessario per questa, e per un’altra tragedia, e per altre mie composizioni fatte e da fare. E ne compererei un altro, se non avessi fatto in questo alcuni segni; i quali non averei fatti, se non me ne avesse dato ardire il signor Bernardino; dicendomi, ch’egli sarebbe contento del cambio per non dar fatica a me di leggerlo un’altra volta. Vostra Signoria mi avisi de la venuta de l’eccellentissimo Ebreo; e scriva al signor Cavallara, ch’io non prendo le sue pilole. E le bacio le mani, e al signor Olivo; del quale mi ricordo così spesso ogni sera, che non ho niun’altra maggior memoria. Di camera.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA CAVALLARA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io uso il rimedio contra l’oblivione. Se tanto gioverà, quanto io credo, non sarà minore la mia gratitudine di quella di Vostra Eccellenza, benchè sia grandissima: ma se ne ha alcuno altro maraviglioso oltre questo, non voglia sdegnarsi di far miracolo in uomo di così depressa condizione, com’io sono; o quelli almeno che paiono miracoli, a chi non sa la cagione. Io non posso se non pregarla, lodarla, ed offerirle tutto quel ch’io posso, e quel ch’io sono. Aspetto l’altre pilole che faranno forse maggiore effetto: e farò trarmi sangue da la fronte e dal naso, in quel modo che Vostra Signoria mi scrive. Mi spiace che ’l suo parere non sia detto al serenissimo signor principe, ed al signor don Ferrante; perchè tutte le cose mi sarebbero più facili. Ma chi ha fatti gli altri buoni ufficii, potrà far questo ancora per mia salute. Io spero di andare di bene in meglio. Fra tanto di niuna cosa io sarò più ambizioso, che de la grazia di questi due signori generosissimi, e de la protezione loro, la quale io vorrei unire, non potendo divider me stesso più di quel che m’abbia fatto per lo adietro. E bacio a Vostra Signoria eccellentissima le mani. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ASCANIO MORI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Perchè Vostra Signoria è così cortese, che non vuol dar noia a chi è molto uso di sostenerla; non le spiaccia ancora, che le sia data per breve spazio. Prego Vostra Signoria che faccia ch’io sia sodisfatto in questo negozio de’ libri interamente; perch’io ho ben conosciuto che può farlo: e son certo, che niun altro potrebbe più di leggieri farmi questo favore. Mi rincresce che ’l gentiluomo, padrone del libro, non abbia voluto i danari; perchè sonetti non estimo che prendesse volentieri in cambio. Ma facendo Vostra Signoria venir il libro, io pagherò quanto sarà costato. E pregherò altri miei amici che ’l faccian venire, acciochè questo gentiluomo sia anch’egli sodisfatto. Ed a Vostra Signoria bacio le mani. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A ERCOLE COCCAPANI. Ferrara</salute>
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               <p TEIform="p">Non ho prima avuta occasione di salutare Vostra Signoria: ora che sono in Guastalla, ove si trova ancora il signor Diomede Borghesi, ho voluto rinovare in lei la memoria de’ favori che m’ha fatti in altri tempi; e pregarla che in questi, i quali cominciano a migliorare, mi sia egualmente cortese: acciò ch’io possa ringraziarla de’ buoni uffici. Supplicai questi giorni passati la serenissima signora duchessa, che mi facesse grazia de le robbe mie ch’io lasciai in Sant’Anna, e particolarmente de’ libri; e debbo credere che mi sia conceduta di leggieri, s’alcuno il ricorderà a Sua Altezza. Prego Vostra Signoria che glie le ricordi, e mandi insieme l’altre cose a Mantova. Doveva fare una canzona; ma questo viaggio m’ha trattenuto: però supplico Sua Altezza che mi perdoni; perch’io senza la solita negligenza, e senza la sua grazia, non potrei essere il Tasso. Dee sapere quanto mi sia spiaciuto di non averle potuto baciar le mani; e può credere ch’io non mancherò in alcuna occasione di mostrarle quanto io le sia servitore, e quanto desideroso che mi perdoni le colpe altrui, non che le mie medesime. Aspetterò risposta. Fra tanto cercherò darmi buon tempo, per questa stagione almeno. Ed a Vostra Signoria ed al signor suo padre bacio le mani. Di Guastalla, il 9 di settembre 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ASCANIO MORI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io ho preso due volte de le pilole mandatemi da l’eccellentissimo signor Cavallara, per ricuperar la memoria; e mi ricorderò perpetuamente del beneficio che n’avrò ricevuto. De l’ebreo non ho poi inteso cosa alcuna; e ’l signor Leone deverebbe pur persuaderlo a mostrar la sua eccellenzia in un soggetto quale io sono. Sono passati gli otto anni ch’io sono infermo, e presto (s’io non m’inganno) sarà compiuto il nono. Ma questi ultimi quattro anni mi s’accrebbero nuove infermità e nuove maninconie. Laonde sarà gran maraviglia de l’arte sua, ch’io sia risanato, e gran lode ancora de la sua eccellenza. Il maggior di tutti i mali è la frenesia, per la quale son maninconichissimo, ed è accompagnata da grande smemorataggine. Ne l’altre cose son quasi sano. E ho così buono appetito, che mangiando la mattina compiutamente, potrei cenare a quattro ed a cinque ore; ma non prima. E se non ceno, soglio vegghiar la maggior parte de la notte. Tutte queste cose deono esser dette a medici. E a Vostra Signoria bacio le mani. Vivete lieto. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Ferrara</salute>
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               <p TEIform="p">Mi maraviglio di non aver lettere di Vostra Signoria, avendole io, dopo la ricevuta de l’ultima sua, scritto alcune volte; e mi spiace che non mi mandi risposta del signor don Cesare d’Este: perchè non avendomi egli voluto donar cosa alcuna, nè a le sue nozze nè poi; nè avendo voluto io dimandargliele; poteva almeno vedere di ricuperar le mie robbe per suo mezzo: ed egli doveva farlo, per non parer più ricordevole de le mie parole che furono sparse al vento, che de le sue ch’io raccolsi ne la memoria o pur de gli scritti de l’uno e de l’altro di noi. Penso di stamparli, e di por le sue lettere fra le mie: e se Sua Eccellenza farà rendermi la valigia, e quelle casse dove sono, mostrerà di non aver paura che ’l mondo sappia la verità; la qual non può stare occulta, ed è giusto che si riveli. Vorrei che Sua Beatitudine mi facesse una grazia, ch’insieme co’ sonetti fatti in lode altrui, io ne potessi stampare alcuni altri ch’io farò in biasimo: i quali, a mio parere, non saranno contra il buon costume; anzi saranno quasi sprone a l’avarizia, per farla muovere dove bisogna. Voi sapete il motto di Guglielmo Borsiere a messer Erminio Grimaldi: può servire per ricordo a’ presenti ancora; ma non sarebbe, per mio parer, bisognato al serenissimo signor duca di Mantova, s’io avessi potuto stampare a tempo il Floridante. Torno dunque a pregar Vostra Signoria a farmi la grazia che le ho chiesta: e non solo si risolva a farlami, ma farla quanto più presto sia possibile. I miei bisogni son molti e grandi, e particolarmente per una medicazione importantissima che mi bisogna fare, come potrebbe veder per un consulto del medico: e nessuno mi può meglio aiutare che questo serenissimo signore. Credo c’abbia avuta la lettera de la granduchessa, perchè ’l padre don Angelo afferma averla mandata. Vostra Signoria baci le mani da mia parte al signor ambasciatore, ed inchini l’eccellentissimo signor don Cesare in mio nome, prima che più si rinfreschi. E viva felice. Di Mantova, il 13 di settembre del 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON FERRANTE GONZAGA. Mantova</salute>
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               <p TEIform="p">Io sarei venuto a baciar le mani a Vostra Eccellenza subito c’ho saputo il suo venire, s’avessi tanta libertà quanta ho cognizione del mio obligo: ma non avendola ancora interamente, uso questa parte che m’è data, con molto risguardo; pregando Vostra Eccellenza che si contenti ch’io le faccia almeno riverenza con questa mia lettera, la quale sarà molto breve, acciochè non possa interrompere qualche suo studio, o qualche piacere. So che va a Ferrara, dove potrà far buono officio per me, che le sono servitore, con la serenissima signora duchessa: e benchè a la condizione di Vostra Eccellenza si convenisse più tosto d’esser pregata umilmente da’ miei pari; nondimeno a la sua virtù non si disdice il pregare per chi non vorrebbe esser indegno de la sua grazia; perchè spesso il volere è in vece di merito. Bacio le mani a Vostra Eccellenza; e di nuovo la supplico che sì come nel donarmi non prese l’esempio, ma il diede a gli altri, dopo tant’anni di mia grandissima povertà; così voglia darlo ne l’altre cose che possano giovarmi. Di camera.</p>
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               <head TEIform="head">650</head>
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                  <salute TEIform="salute">AD ASCANIO MORI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Il vino di Vostra Signoria m’è paruto salato: ma forse bisogna accommodare il mio gusto al vino, poi che non si può accommodare il vino al gusto. È qui un medico del signor governatore di Milano, co ’l qual vorrei che Vostra Signoria parlasse per mia salute. Ma gli ho scoperto un umor maninconico, ch’è principal cagione de la mia infermità. Son ambizioso; ma a ragione, perchè niun difetto è in me, che non sia il più de le volte moderato da la ragione. Non posso viver in città, ove tutti i nobili o non mi concedano i primi luoghi, o almeno non si contentino che la cosa, in quel c’appartiene a queste esteriori demonstrazioni, vada di pari. Questo è il mio umore, o la mia ragione: se sarò interrogato, a tutto questo punto risponderò volentieri. Questa sera ho cenato parcamente. Però prego Vostra Signoria, se ha pomo o altra cosa sì fatta da finir la cena, che me ne voglia far parte. E le bacio le mani. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIULIO GIORDANI. Pesaro</salute>
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               <p TEIform="p">L’ingegno di Vostra Signoria usato a le profonde quistioni non sa cessare, or fra se stesso discorrendo, or con altri disputando, da la sua propria operazione: e forse desiderando voi d’avere non che approvare, ma che riprovare, proponete a me dubbio di filosofia civile, da altri, come voi stesso affermate, proposto, e da altri soluto. II dubbio fu: “Qual sia migliore, la Republica o il Principato, che vogliam dirlo, perfetto e non durabile, o il men perfetto, che possa lungamente conservarsi.” A cui fu risposto da uno di questi mirabili maestri di parlare con parole certo magnifiche e generose, che dettemi da voi, le serbo ancora ne la mente, e n’ho fatta quella conserva che de le cose preziose è usato di farsi. “Da l’opere e non dal tempo si deve misurare la nostra felicità: e io anzi torrei vivere un sol giorno come uomo, che cento anni come bruto, come sterpo o sasso.” E se voi m’aveste soggiunto, con quali argomenti egli confermi questa magnanima conchiusione, o con quale grandezza ed ornamento di parlare l’innalzi ed arricchisca; avrei io forse più che ammirare, e meno di che dubitare. Ma da voi non mi fu detto altro che questo, nè altro richiesto che il mio parere: il quale io potrei nondimeno darvi non malagevolmente, s’altro in vero non desideraste. Ma temo che voi non facciate come coloro, non meno cupidi nel desiderare che modesti o artificiosi nel dimandare, i quali poco chiedono; perchè, pagandosi loro il prezzo de la modestia, oltre la dimanda molto lor sia dato. Chiedete, s’io non m’inganno, argento; e desiderate oro finissimo. Ma la vena de l’ingegno mio, comechè d’argento non sia peraventura sterile a fatto, d’oro (ch’io mi sappia) nulla o poco è solita di produrre: ed a più ricca miniera conviene che vi volgiate, qual è quella del vostro intelletto; con la quale paragonando il mio argento, peraventura nè puro nè fino sarà giudicato. Parlo in tal modo, perciochè il divin Platone, così adattando il nome de’ metalli a gl’ingegni, come i poeti a l’età gli accomodarono, vuole c’alcuni siano ingegni d’oro, altri d’argento, altri di ferro o di rame. Ed aurei son quelli che, nati al filosofare, s’appagano solo del vero esattissimamente considerato; argentei son quelli poi, che, per natura politici, si contentano de la opinione e de la verisimiglianza: tale forse è il mio, se ’l giudicio che io fo di me stesso non è superbo. Dunque, se argento volete, da me prendetelo: se oro, traetelo da i vostri propri tesori; perciochè, cercandone di fuori, vi potrebbe esser data in iscambio alchimia lucidissima ma di poco o niun valore. Conciosiacosachè la natura scherzando, in quella guisa che disse il poeta, “<quote lang="lat" TEIform="quote">Natura simulaverat artem</quote>,” ha prodotti alcuni ingegni sofistici, che tali sono in rispetto de’ filosofici o de’ civili, qual è l’alchimia in comparazion de l’oro o de l’argento. E questi cotali, avendo con l’arte appresa ne le scuole de’ litigiosi falsificato ancora il conio del vero e del verisimile, spendono moneta falsa di stampa e di metallo. Ma così de la loro come de la mia rimettendo la cognizione al paragone del vostro giudizio, risponderò, giusta mia possa, a la quistione che da voi m’è stata messa innanzi.</p>
               <p TEIform="p">Dico dunque, c’a me pare che ’l dubbio sia forse inutilmente proposto, ma certo non chiaramente distinto; e che la soluzione sia falsa, e poco giovevole a la civiltà. E cominciando, v’arreco argento coniato da Senofonte, che ne fu così ricco, e così artificioso spenditore. Dice egli, se ben mi ricordo, in persona di Socrate, in quel libro ove parla del governo famigliare: che noi, sapendo che sia la giustizia o la temperanza, possiamo giustamente o temperatamente operare, sicchè la cognizion d’esse vien ad esser utile al conoscitore; ma se altri sa come si generi la pioggia o la neve o ’l tuono, e qual sia l’essenza o la natura di queste cose sublimi, non può però in alcun modo piovere o tonare o nevicare; sicchè la cognizione di sì fatte cose è affatto inutile, e lo studio è studio di persona vanamente curiosa. Ma io non m’attribuisco tanto, c’osassi di farmi lecito a dire tutto ciò che fu lecito di scrivere a Senofonte. E, con più riguardo parlando, dico: che de le cose naturali la cognizione per se è utilissima; ma de le morali e civili, vana è quella cognizione c’a l’azione non è drizzata. Quinci avviene che ne le naturali molte fiate si presuppone l’impossibile, per veder quel che di vero o di falso seguiti da questo impossibile: verbigrazia, posto che nel centro de la terra o ne la profondità de l’acqua fosse alcuna particella del corpo celeste, si chiede a qual parte e con qual moto ella si moverebbe. Impossibile è il presupposto; ma non inutile il saper quel che da questo impossibile risulterebbe. Ma ne le materie morali e civili simil curiosità sarebbe, come soverchia e vana, peraventura da biasimare; come quella che non riguarda l’azione, ma par che si fermi ne la contemplazione, come a meta determinata. Tale è forse il dubbio proposto; perciochè quel governo ch’è più perfetto, quello stesso è più durabile, e da la perfezione si può argomentare la durazione, e così volgendo l’ordine, da la durazione la perfezione: nè meno con iscambievole vicenda si corrispondono l’esser imperfetto e l’esser di non lunga durazione. E questo potrei io provare con l’esempio de’ corpi: perchè se la perfezione de’ corpi consiste ne la temperatura de gli umori; i ben temperati, che sono i perfetti, sono quelli che lungamente vivono; ed a l’incontro, ov’è mala armonia d’umori, ivi non è lunghezza di vita. E più chiaramente il proverei, s’io volessi minutamente porre in considerazione quello che ne dicono Aristotele ne la Politica, e Platone ne la Republica e ne le Leggi, e gli altri politici, ricercando le cagioni de le mutazioni e de le corruzioni de le republiche e de’ principati. Perciochè le miste muoiono per mala mescolanza de’ nobili co’ vili, e de’ potenti co’ poveri, e de’ buoni co’ rei; e le semplici si corrompono per soverchio d’intensione o di rallentamento; e l’une e l’altre, perchè gli ordini e le leggi non siano accomodate a la maniera del governo. E, qualunque di queste cagioni si prenda per origine de la lor morte, si vede che non è discompagnata da imperfezione, sicchè da la imperfezione così nasce la morte ne le republiche e ne’ principati, come ne gli animali e ne le piante da la materia, ch’essendo piena di non saziabile desiderio, ne segue che sia imperfettissima molto. Dunque il quesito, presupponendo c’a la perfezione non segue la durazione, presuppone quel che non è: e per questo, come curioso troppo e poco giovevole, dee essere dal filosofo morale disprezzato. Ma potrebbemisi rispondere, che le republiche muoiono o per interna malattia o per esterna violenza; e che, sebbene le meglio temperate e le migliori più difficilmente ammalano e più tardi muoiono, non è però che queste stesse non possano così esser abbattute e ruinate da qualche maggior possanza ne la loro prima gioventù: come alcun sano e valoroso guerriero può da ferro esser improvvisamente ucciso nel più bel fiore de gli anni suoi e de la sua gloria militare. A questo sebben io potrei replicare, che non si può dir più perfetto quel principato o quella republica, la quale non abbia forze bastevoli, a la difesa almeno, se non a l’offesa; nondimeno, cedendo a questa parte, difenderò l’altra, e dirò: che ’l dubio poteva esser più chiaramente espresso, così nel dichiarare se la presta morte dovea nascere da estrinseca o da intrinseca cagione, come nel distinguere se la maggiore o la minor perfezione si dovea intendere secondo la specie o secondo l’individuo. Ed era necessario, a mio giudicio, il distinguere sì fattamente; perchè variamente a ciascuna di queste due parti si può rispondere. Ma raccogliendo da la risposta, che la maggior e la minor perfezione si consideri ne la spezie; perciochè non dice il risponditore, che sia meglio vivere un dì come Catone, che cento anni come Catilina; ma che meglio sia viver breve spazio com’uomo, che lungamente come irragionevole o come insensato; dico, che la risposta è altrettanta falsa, quanto inutile a la cittadinanza. Superba parola! “La nostra felicità non si misura dal tempo.” Che altro è il tempo, che misura del movimento? e di qual movimento? del movimento del cielo, co ’l quale tutti i moti de le cose inferiori si misurano. Dunque l’azioni (per così dire) del cielo, i corsi del sole e de le stelle, forme divine et immortali, son misurate dal tempo; e l’uomo, impastato di fango, si sdegnerà che ’l tempo sia misura de le sue azioni? Dirassi: l’anima umana trae l’origine da parte, a cui il sole e le stelle son sottoposte; dunque, più nobil misura le si conviene. Questo non niego: ma s’ella trae l’origine dal cielo, è nondimeno albergatrice de la terra, ed è consorte del corpo, co’ dolori e co’ piaceri del quale ella si rallegra e si contrista. Non dee dunque sdegnare, oltre la propria, quella misura c’a tutte le forme, che dal corpo sono fasciate, è comune. Non è la vita sua, sua propria, ma vita comune: e peraventura ella qua giù non solo si sdegna e desia, si muove ad ira ed a cupidigia, seguendo gli effetti e l’inclinazioni del corpo a cui è congiunta; ma l’intendere ancora, sua propria e nobilissima azione, pare ch’in alcun modo accomuni con esso, riserbandosi ad esercitar quest’ufficio più nobilmente, quand’ella ne sia separata. Perch’egli dunque elegge di viver com’uomo, dee consentire che le sue azioni dal tempo siano misurate: altrimenti non com’uomo, ma come pura e divina mente desidererebbe di vivere. Or se l’anima misura la sua beatitudine non solo con la propria, ma con la misura comune eziandio, secondo che ella o breve o lunga può molto darle di varietà, di diminuzione e d’accrescimento; chi sarà osato di paragonare la felicità di Curzio o di Decio a quella di Camillo o di Fabio Massimo? La virtù può forse esser paragonata; ma la felicità in questi si distende, ed in quelli si raccorcia con le misure de gli anni. O più tosto (acciochè la diversità de la fortuna non faccia differenza) chi paragonerà Alessandro a Cesare? l’uno de’ quali fu ucciso a mezzo il corso de le sue vittorie; l’altro, quando non gli rimanea più che vincere. E chi Tito ad Augusto? l’uno de’ quali ebbe brevissimo, l’altro lunghissimo spazio d’operare. E pure tanto e’ pare che Tito per virtù d’animo fosse superiore ad Augusto, quanto inferiore di felicità. Sì che non solo la lunghezza del tempo in parità di perfezione accresce la felicità, ma in disuguaglianza di virtù; contrappesa la perfezione. Non fabbrica il fabro la nave, perc’un sol viaggio corra felicemente; ma perchè molte volte spieghi le vele, e molte fiate vada e torni da i porti italiani a gli egizii, e da quelli di Egitto a quelli d’Italia. Nè l’architetto edifica il palagio, perchè da un sol signore sia abitato; ma perch’i figli de’ figli e i nipoti de’ nipoti v’alberghino. E, se ’l palagio fosse più da misurare da la grandezza o da la bellezza che da la durazione, vano sarebbe ch’i fondamenti de le magnifiche moli tanto n’andassero verso gli abissi, quanto le cime e i tetti s’innalzano verso il cielo; e tutto quello che di spesa e d’opera e di fatica s’impiegasse ne’ fondamenti, tutto si potrebbe risparmiare; acciochè con maggior apparenza si spendesse in quella parte sola che si mostra a gli occhi de’ riguardanti. Nè l’agricoltore pianterebbe gli alberi, i frutti de’ quali giovassero ad un altro secolo, ma quelli solamente che tosto fiorissero e fruttassero. Dunque se ’l fabro, se l’architetto, se l’agricoltore hanno riguardo a la lunghezza ed a la perpetuità de l’opere loro, più c’ad alcuna breve o grandezza o comodità o perfezione; non dee colui che fonda i regni e le republiche, più riguardare a la perpetuità, che a niun’altra condizione? Certo sì. E tanto più a lui si conviene aver questo riguardo che ad alcun altro, quanto più da lui che da alcun altro s’aspetta la providenza: virtù che considera le cose future e lontanissime. E quel buon Tullio, che con prudenza maggiore de la felicità sedette lungo tempo al governo de la romana republica, scrive ch’egli non aveva più a cuore qual si fosse la republica, che qual dovesse essere dopo lungo corso di secoli. E Licurgo ebbe riguardo più a la durazion de le sue leggi, c’a la presente felicità; la qual ragionevolmente, come felicità d’uomo civile, doveva consistere nel ben reggere i suoi cittadini: nondimeno, acciochè le sue leggi fossero lungamente osservate, elesse volontario esilio, e si privò di nobilissima azione. Che dirò d’Agide, o qual altro si fosse quel re de gli spartani (che non sicuramente mi ricordo del nome) ch’essendogli rimproverato ch’egli avesse consentito, che la potestà regia fosse temperata dal magistrato de gli Efori, magistrato popolare, sì che veniva a lasciare a i figliuoli il regno men possente di quel ch’egli l’avea ricevuto dal padre, rispose: che, quanto men possente, tanto più il lasciava durabile. Ma qui può sorgere un dubio; come fosse vera la costui opinione, ed insieme sia vero quel che abbiam detto: ch’i governi migliori siano quelli che più lungamente si mantengono; conciosiacosachè il governo d’un solo è il perfettissimo, ed il perfetto per la mescolanza del men perfetto non acquista ma perde di bontà, sì che la potestà regia, limitata da l’autorità de la plebe, viene a scemar di bontà, e conseguentemente dovrebbe esser di minor durazione. A questo rispondo: che ciascuna forma di governo si può in due modi considerare; o separata da ogni materia, o a questa ed a quella materia congiunta. Se divisa si considera, sempre la forma del regno assoluto è perfettissima; s’accompagnata con la materia, non sempre: perciochè non ogni materia è d’essa capace, o almeno il composto che ne risulta è men perfetto, che non sarebbe se di forma alquanto men perfetta, e di materia che meglio a la forma ubbidisse, fosse composto. Perciochè la bellezza, la quale con la bontà si converte, altro non è, secondo alcun dottissimo platonico, che la vittoria della forma sovra la materia: e qualunque volta avviene che la materia ritrosa e ribellante nieghi ubbidienza a la forma, e le faccia contrasto, nè si lasci superare; allora quel che da questo discorde accoppiamento risulta, nè buono nè bello può esser in alcun modo. Ed acciochè questo meglio s’intenda, rechiamo a memoria quel che dice Aristotele ne la Politica: c’alcuni sono per natura servi, alcuni nati a comandare; e che non egualmente sovra i greci e sovra i barbari si può l’imperio esercitare. Gli spartani dunque, d’animo generoso e guerriero ed amatori di libertà, non avrebbon lungamente peraventura la potestà regia sopportata; sì che fu saggio avvedimento (come dice Plutarco) la soverchia possanza regale, come destriere che per ferocità superbisca, co ’l temperamento de gli Efori, quasi co ’l morso, raffrenare. Nondimeno questa istessa possanza regale, introdotta in materia men contumace, qual sarebbe stata la gente de la Jonia o de la Sicilia, non avrebbe avuto bisogno di mescolanza o di temperamento. Sicchè il buon re spartano, sebben ebbe più l’occhio a la perpetuità del governo c’a la sua propria grandezza e a la dignità regale, non si rendè però la sua republica men buona di quel ch’ella si fosse per l’addietro.</p>
               <p TEIform="p">Ma tornando colà onde mi sono allontanato, dico: che se le sciagure de’ posteri, come Aristotele afferma ne l’Etica, possono in alcun modo contaminare la quiete di coloro che da questa vita si sono raccolti in porto, non saran felici principi o felici ottimati coloro, i figliuoli de’ quali debbon viver in miseria ed in servitù: ed è certo alienissimo da ogni umanità il portar contraria opinione. Ultimamente dico: che se la felicità si misura da l’azione, e l’azioni non possono moltiplicarsi se non in tempo, è necessario che la felicità si misuri dal tempo in modo, che felice non possa esser quel governo che buono spazio di tempo non duri. Ma queste mie ragioni forse leggiere e di niun peso parranno a gli avversarii; ed essi con più forte argomento crederanno di stringermi, se diranno: che l’azione misura la felicità per sè, e ’l tempo per accidente. A questo io rispondo quel che mi sovviene che già risposi ad un dotto gentiluomo: che ’l pesar queste materie non con le popolari, ma con sottilissime e con minutissime bilance, è un trarle violentemente da la natura loro; e che perciò Aristotele dice nel primo de l’Etica, ch’è argomento d’eguale ignoranza il ricercar de le dimostrazioni ne la filosofia morale, e le ragioni probabili ne le matematiche. E Timeo, appresso Platone, discorrendo de la natura de l’universo, assai crede di sodisfar al suo debito, se probabilmente ne discorre in quella guisa c’a la nostra umanità è concesso; tuttochè quelle materie di maggior esquisitezza di ragioni sono capaci. Per appagar nondimeno, quanto per me si potrà, la curiosità de gli oziosi, dirò sovra ciò alcuna parola non forse affatto vulgare.</p>
               <p TEIform="p">Tra le potenze de l’anima nostra e i governi de la republica e del principato è tanta proporzione, che quel che ne’ governi esteriori si conclude, si può anche conchiudere ne gl’interiori. Onde Platone da le parti de la republica truova le potenze de l’anima; la ragionevole, dico, l’irascibile, e la concupiscibile: e così va adattando quel di fuori a quel di dentro, che nulla discorda; e cagione a cagione, ed effetto ad effetto, e verità a verità mirabilmente corrisponde. Stimo io dunque c’a me sia lecito, siccom’egli trova dal giusto ch’è nella republica, il giusto ch’è ne l’uomo; così d’andar investigando da la felicità ch’è ne l’uomo, la felicità de la republica. Definisce Aristotele l’umana beatitudine in questa guisa: “La felicità è operazion de l’anima secondo la virtù in vita perfetta;” e, dichiarando quelle parole “in vita perfetta,” soggiugne: che siccome nè un giorno nè una rondinella fa primavera, così nè un giorno nè un’azione nè alcun breve tempo adempie l’umana felicità. Ond’io raccolgo, che se la lunghezza del tempo è necessaria a la felicità de l’uomo, la lunghezza del tempo dev’essere parimente necessaria a la felicità de la republica, parlando con quella proporzione ch’è fra la vita de l’uno e la vita de l’altra. Che se cinquant’anni è corto spazio a l’operazion de l’uomo, cinquecento saran parimente breve spazio a l’azioni d’una republica o d’un regno; nè una o poche loro azioni potranno abbastanza renderli felici. S’è conchiuso dunque contra la magnanima conclusione: che non solo la nostra umana felicità è misurata dal tempo, ma che necessariamente è misurata. Or rimarrebbe, per proceder di grado in grado crescendo, di provare, ch’ella più dal tempo, che da la operazione sia misurata: e forse a me darebbe il cuore di recar sovra ciò alcuna verisimil ragione; s’io del mio ragionare ricercassi o gloria d’ingegno, o se più tosto desiderio di vittoria c’amor di verità m’inducesse a sillogizzare. Ma vinca a torto il sofista, se non trova chi gli s’opponga; e faccia con mal’arti superiore la causa inferiore: ch’io giudicherò di riportar assai piena vittoria, e di meritar assai lode d’ingegno; s’in quel modo che comporta la probabilità, mi sforzerò la verità manifestare. Dico dunque, che considerandosi questa diversità di migliore e di peggiore, o di più e men perfetto, fra le specie de’ governi e non fra gl’individui; o ella si considera fra le specie, che sono diritte e per natura e per legge concesse; o fra queste e quelle, che sono non solo distorte, ma torcimenti ed illegittime e violente. Se fra queste e quelle si considera, allora non solo non avviene che l’azione de la tirannide o del governo affatto popolare sia per lunghezza di tempo migliore, che la breve o momentanea azione del re o de gli ottimati; ma più tosto tanto è ella più rea, quanto fra più larghi confini di tempo è dilatata. Perciochè la lunghezza e la brevità del tempo accresce così infelicità, come felicità. Onde, non essendo l’infelicità altro c’operazione che procede da vizio, ivi sarà ella maggiore, ove men sarà dal tempo ristretta. Ma se questa diversità di buono e di men buono si riguarda fra’ governi diritti, quali sono lo stato reale e quel de gli ottimati, e quel che con più proprio nome si chiama republica, appropriandosi il nome del genere; allora il determinare è più difficile. E certo, se tanta differenza fosse fra ’l regno e ’l governo di pochi buoni o di molti valorosi c’ubbidiscono a le leggi, quanta è fra l’uomo e ’l bruto, o fra l’uomo e la pianta, o fra l’uomo e ’l sasso, vero sarebbe quel c’afferma il leggiadro dicitore: che miglior fosse il breve governo del re, che ’l lunghissimo de la buona moltitudine, sì com’è meglio viver un sol giorno com’uomo, che mill’anni come sterpo. Ma ei non s’accorge che ’l governo de la republica per tanto lunga distanza dal regno non è lontano, per quanto l’umanità da la natura de gli alberi si dilunga: ma più tosto, che sì l’uno da l’altro s’allontana, come fra’ bruti l’adunazion de le formiche, che ci rappresenta il governo popolare, da la ragunanza de l’api, che del principato regio è imagine e somiglianza. Onde se non è vero che meglio sia vivere un sol giorno come pecchia, che cento anni come formica; non è vero ancora, che sia meglio il non durabil principato d’un solo, che ’l durabile di molti. Quando dunque non è molta la diversità di bontà, allora può esser molto ben contrappesata dalla molta lunghezza del tempo, e si deve anteporre or l’esser più durevole or l’esser più perfetto, secondo la varia lunghezza del tempo, e i diversi gradi di perfezione; e secondo altre circostanze, de le quali non si può dare determinata scienza: e ’l desiderio di trovare esquisita ragione, è desiderio d’uomo incapace di ragione. Comunque sia, l’uomo di stato, che non ha per oggetto la rigida e severa onestà, ma l’onestà temperata ed ammollita da l’utilità, chiuderebbe sempre con le sue leggi la bocca a questi, ch’introducono ne le scuole de’ peripatetici la dottrina de gli stoici: nè men consentirà ch’in senato o al popolo parlino i Catoni, uomini buoni, ma non buoni cittadini. Ma pure piacesse a Dio che ci fossero molti Catoni, a’ quali fosse concesso l’operare e ’l favellare. Ma questi nostri non serbano altro di filosofo, che la gravità del ciglio, e la severità de le parole intricate con mille ravvolgimenti di tortuosi sillogismi; e nel rimanente ai Protagori ed ai Trasimachi, ed a gli altri sì fatti sono somiglianti.</p>
               <p TEIform="p">Avete la mia opinione, ch’io per opinione la vi dono; non ve la vendo per iscienza: vera, nondimeno, credo che sia, benchè sia opinione. Onde spero, che se Stesicoro, che per biasimare ingiustamente Elena, bellissima e castissima regina, perdè la luce de gli occhi, per lodarla e per cantar la palinodìa, la ricuperò: io che, per difendere alcuna volta il torto, ho offeso la verità bellissima, e che, vista a dentro, sveglierebbe di sè amor maraviglioso; ora che la difendo, la lodo e l’onoro, ricupererò, sua mercè, quella luce de l’intelletto, che rimase accecata ne le tenebre de le passioni. E mi gioverà così in questo esser similissimo a Stesicoro: come per altro lodo la felice cecità d’Omero, che quelle cose ch’egli non vide, dipinse in modo che tutti le veggiono, le mirano e l’ammirano ne’ colori de la sua imitazione. Ed a Vostra Signoria bacio la mano. Di Mantova, a’ 20 di settembre del 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A CLEMENTE LANGIERI</salute>
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               <p TEIform="p">Io son contento di por questa vostra fra l’altre nuove maraviglie, ma non per la cagione che scrivete, ma per altra più occulta; non potendo io sapere che vi muova a far stima de la mia depressa condizione e de lo stato ancora torbido e inquieto. Ma qualunque ella sia, gradisco l’effetto, e ve ne ringrazio in quel modo che io posso; pregandovi che per l’avvenire non vi persuadiate che le vostre lettere mi possino apportare alcun dispiacere, o impedirmi da’ miei studi, ne’ quali non sono ardente, come vorrebbono gli amici miei, e voi fra gli altri; ma tepido in guisa, che ’l tempo del riposo e del diporto supera di gran lunga quello de la fatica e de la contemplazione. Così mi piace di vivere; e se potrò mai dire “<foreign lang="lat" TEIform="foreign">Deus nobis haec otia fecit</foreign>,” non avrò peraventura che desiderare.</p>
               <p TEIform="p">Al signor Muzio bacio la mano, benchè non m’abbia procurato risposta dal signor don Ferrante; perchè un saluto di Sua Eccellenza può valere per molte lettere: e credo senza dubio, ch’ella in ogni luogo consentirà ch’io le sia quel servitore c’ha potuto conoscere: e benchè l’occasioni siano state scarse, nondimeno la mia volontà fu sempre assai pronta ne l’onorarla. Scrivetemi, e consolatemi spesso con le vostre lettere; e tenetemi in grazia di cotesti illustrissimi signori. Di Mantova, il 22 di settembre del 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON CESARE DA ESTE. Ferrara</salute>
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               <p TEIform="p">I molti mezzi dovrebbono facilitar quel ch’io ricerco, essendo cosa così giusta, e mi pare che l’impediscono: laonde, se la concordia non è ne la giustizia, non so in quale altra cosa debba essere. Piaccia a Dio ch’io abbia tali amici, ch’io possa far senza ricercarla a’ tribunali; s’è vero c’ove è l’amicizia, non sia bisogno di giustizia. Il conte Federico Miroglio scrive al serenissimo signor principe, che le mie casse e la mia valigia si manderanno: se Sua Altezza vuol servirsi di me, a me parrebbe che si dovesser mandare, accioch’io fossi servito, non perch’io servissi; almeno sin ch’io fossi tanto sano ch’io potessi farlo, o tanto sodisfatto ch’io dovessi. Ma in che debbo io servire, signor don Cesare? Vostra Eccellenza non sa di quante imperfezioni io sia pieno, le quali essendo più tosto de la natura e de la fortuna mia, che de la volontà o de l’ingegno, non mi vergogno a confessarle; ma non posso superarle, senza molto aiuto de’ padroni. Ma lasciam ciò da parte. Prego Vostra Eccellenza che non mi nieghi la commodità di queste robbe, e non voglia consentire ch’io patisca freddo questo verno, per modestia o per irresoluzione, o per altro rispetto. Se fosse necessario che Vostra Eccellenza parlasse al serenissimo signor duca per queste robbe, sia contenta dirgliene quattro parole, perchè io ho scritto molte volte al priore, e non ho risposta alcuna. Bacio le mani a Vostra Eccellenza, ed a la signora donna Virginia sua, ed al signore Alessandro suo fratello. Di Mantova, il 22 di settembre 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
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               <p TEIform="p">Scrissi l’altro giorno quel ch’io aveva ragionato in Guastalla co ’l serenissimo signor prencipe, e diedi la lettera al signor abbate di Santa Barbara; e n’aspetto risposta che mi porti contentezza, o che non me ne tolga la speranza. Ho poi avuta una lettera del signor Pirro, e veduto il signor Ferrante medesimo; ma l’infermità de l’uno, e ’l negozio de l’altro sono ora l’altre cose che mi perturbano: bench’io non sappia a punto quale egli sia, o di che. Sono infermo, e l’infermità non è da giuoco, nè senza pericolo. Laonde avrei bisogno di medico e di confessore, e forse di chi scongiurasse i spiriti, ed incantasse la fantasima: e se fra i mali de l’animo, uno de’ più gravi è l’ambizione, egli ammalò di questo male già molti anni sono, nè mai è risanato in modo ch’io abbia potuto sprezzare affatto i favori e gli onori del mondo, e chi può dargli; o non seguirli almeno, e non disiderarli: e se non m’affligge soverchiamente la privazione d’essi, non concede luogo a l’allegrezza, nè lo nega al core. Molte cose m’insegna la filosofia, le quali io porrei in opera, s’io potessi: e se tanto insegnasse de l’azioni a gli altri, peraventura non sarebbe chi invidiasse il mio ozio, o impedisse il negozio, o riputasse la mia essaltazione principio di sua depressione. Non ho studiato altri più volentieri di Aristotele e di Platone, benchè abbia lette l’opere di molti: et ho diliberato, per difficoltà ch’io trovi, di non ripararmi ne gli alloggiamenti de gli Epicurei come fuggitivo: ed amo meglio di lasciar tutti i miei piaceri, e tutti i miei commodi, e tutte le mie speranze ancora, a guisa d’impedimenti.....</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ASCANIO MORI. Mantova</salute>
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               <p TEIform="p">Io sono stato questa notte molto male; e non so s’io ne debbia attribuir la cagione al vino o al cibo, o pur a l’aver troppo bevuto: la qual cosa io soglio far rare volte, e trapassar l’ordinario di poco, per discacciar la maninconia: ma non mi è venuto fatto questa notte. Per l’avenire sarò più temperato, e cercherò che la temperanza mi faccia ben disposto al bere, con l’esempio di Socrate. Ma Vostra Signoria dirà, ch’io non son buon cortegiano; ed io glie le concedo volentieri; sì veramente, c’altrui mi conceda ch’io possa filosofare. Mi doglio de la morte del signor Andrea: ed accetto l’abito da duolo, non dico per consolazione del dolore, perch’ella sarebbe picciola; ma per segno de la mia servitù. Ed a Vostra Signoria bacio la mano. Di camera.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Ferrara</salute>
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               <p TEIform="p">Non ho scritto a Vostra Signoria questi giorni passati, perchè sono stato infermo anzi che no; ed ora non sono affatto sano, ma posso nondimeno sedere. Piaccia a Nostro Signore di conservarmi lungamente in questo stato, anzi di migliorarlo. Sono ancora creditore d’alcune lettere, e sarei peraventura di molte, se l’infermità non m’avesse impedito di scrivere; però disidero la vostra diligenza, e la cortesia del signor don Cesare. A Sua Eccellenza sarà facile di ricuperar le mie robbe ch’erano in Santa Anna, e di mandarmele con la prima commodità di barca, come voi mi scriveste da sua parte: ma se non gliele ricordate voi, che avete cominciato a favorirmi con Sua Eccellenza, non so chi vorrà ridurgliele a memoria. Se già foste messaggiero di buona novella, non vogliate ora esser dissimile a voi medesimo: accrescete, di grazia, gli oblighi miei, e la nostra amicizia, e, s’è possibile, l’altrui liberalità; perchè la vostra è ben grande, e quasi supera le vostre forze, ma non adempie i miei disiderii. Non posso scriver più liberamente; e dove ne lo scrivere è somma libertà, congionta con somma costanza, doverebbe esser nel rimanente. Siate certo di me, e fate ch’io sia certo, che non manchi per voi ch’io sia compiaciuto, massimamente nel negozio di questi libri e di queste altre cose che mi son necessarie: e procuratemi, di grazia, in tutti i modi risposta dal signor don Cesare.</p>
               <p TEIform="p">Vi rimando il Floridante, nel quale ho racconcio quelle parti che mi parevan d’averne maggior bisogno, e ripiene quell’altre che potevano esser riempite. Alcune è quasi impossibile che si riempiano, o almeno più che non pare: in altre si può giunger quel che si legge ne l’Amadigi, com’io ho segnato a’ suoi luoghi. Sono alcuni canti trasposti: e di questo similmente ho avertito chi si prenderà la cura di farlo stampare: altri sono soverchi; però prego Vostra Signoria che voglia leggerlo tutto con diligenza ed attenzione: e non potendo supplire al difetto, almeno non consenta che si legga alcuna parte duplicata. Non ho ancor fatte le cinquanta stanze che vi mancavano. Comincierò domani, e gliele manderò poi con la lettera dedicatoria e con la canzona. Fra tanto Vostra Signoria potrebbe fare gli argomenti a ciascun canto, acciochè sia ogni cosa a l’ordine in un istesso tempo. Signor mio, questo è il tempo d’aiutare il povero Tasso. Contentatevi di esser voi quello; poichè non avete sprezzata la mia fortuna già inchinata, o più tosto abbattuta, e la mia depressa condizione: e baciate le mani al signor don Cesare e al signor ambasciatore da parte mia; scrivendomi spesso di loro, e di voi medesimo. Vostra Signoria viva felice. Di Mantova, il 2 di ottobre del 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON CESARE DA ESTE. Ferrara</salute>
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               <p TEIform="p">S’io potessi pregar Vostra Eccellenza per alcuna cosa che le fosse più cara, che per la fede di cavalliere e per la sua nobiltà, averei schivato forse questo modo di supplicare, riserbandolo a maggior bisogno: ma nessun altro può esser da me ricordato più convenevolmente, o da lei ascoltato più volentieri. Per questa dunque la prego che voglia in tutti i modi mandarmi i miei libri e, se potrà, l’altre cose che sono insieme, senza le quali ho patito sin’ora alcun disagio, e maggiore il patirei venendo il verno. Vostra Eccellenza sa ch’io son più povero, che non si converrebbe al mio nascimento o a la mia condizione; e più infermo, che da molti non è creduto: però non le può mancare nè ragione nè occasione di parlare al serenissimo signor duca, acciochè Sua Altezza faccia questa grazia tanto onesta, tanto da me aspettata, e tanto da gli altri promessa. Non vogliate, signor mio, ricusare il fastidio e la noia d’una breve ora, perch’io v’abbia obligo per molti anni, se pur molti anni può durar la mia vita. Vivete felice, signor mio, e conservatemi ne la vostra grazia. Di Mantova, il 2 d’ottobre del 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A MAURIZIO CATANEO. Roma</salute>
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               <p TEIform="p">A la mia tarda lettera aspettava presta risposta, perchè il mio scrivere non poteva far servizio a Vostra Signoria, come il suo a me giovamento. Ma sarà sempre a tempo, perchè possono appresentarsi varie occasioni. Dal Licino non ho risposta, e son suo creditore in molti modi; nè vorrei che ’l mio avergli creduto, nocesse a lui, poichè a me non ha giovato. Egli ha tutte le mie scritture, e può accomodarmene. Altro non mi sovviene che scrivere a Vostra Signoria, se non pregarla che baci in mio nome le mani a l’illustrissimo signor cardinale Albano, ed al reverendo patriarca. E viva felice. Di Mantova, il 3 di ottobre 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ASCANIO MORI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Lascio a’ medici quella parte ne la quale Vostra Signoria vuole esser filosofo, e particolarmente al molto eccellente signor Cavallara, co ’l qual ne ragiona, pregandola che se pur le piace il filosofare, non voglia allontanarsi da la opinione d’Aristotele. Nè l’altra parte, in cui si mostra così buon cortegiano, non m’inganna punto; perch’io sempre estimai ch’ella, picchiando, devesse aprirmi le porte de l’altrui liberalità. Picchi dunque da quel lato le pare: ma si ricordi de la creanza che si conviene con le donne; da le quali vorrei esser più tosto conosciuto per ambizioso, che per avaro, s’io fossi: ma non essendo, non vorrei che n’avessero alcun sospetto. M’avisi del ritorno del serenissimo signor principe, e de la signora principessa serenissima. Fra tanto si vaglia de la sua autorità e de la grazia. Scriverò al signor Cavallara. E viva felice. Di camera.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL PADRE FAUSTINO TASSO, MINORE OSSERVANTE</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io credeva che Vostra Paternità fosse poco amorevole, e negligente, e sprezzatore de l’amicizia e del parentado, o vero o imaginario ch’egli sia; ma non avrei mai creduto c’avendomi disprezzato in tutte l’altre cose, volesse fare tanta stima de le mie lodi, che le ricercasse ancor false, non potendole aver vere in quell’abondanza che voleva; non perchè io sia stato scarso, ma perchè Vostra Paternità se ne mostra troppo cupida. Io l’aveva lodata in un mio sonetto; molto, al mio giudicio; ma al suo, poco. Però non contentandosi del suo nome così illustremente celebrato da me, e così volentieri, ha voluto porvi il suo cognome e mio, che non fu mai scritto da me in quel sonetto; non perch’io non lo stimassi Tasso; ma perchè il verso sarebbe stato corto, senza l’aggiunto di “grande;” il quale dovevate più tosto accettare che usurpare. E se pur vi facevate lecito l’usurparlo, non era conveniente c’aveste fede in alcuna cosa più, che ne l’amicizia nostra, e ne la parentela: ma Vostra Paternità non ha mostrato di fare stima nè de l’una nè de l’altra. Io le diedi una lettera per mia sorella, che m’importava molto; la pregai che facesse alcuni uffici per la mia libertà: ma non ho avuto risposta di quella, nè per questi sono stato liberato; e s’io avessi aspettata la mia liberazione per opera di Vostra Paternità, forse sarei ancor prigione. Vi prego dunque che vi risolviate, o rifiutare il mio sonetto insieme con l’amicizia; o vero, volendo che si legga con sodisfazione d’ambeduo noi, a farlo stampare come io lo scrissi. Se farete la prima risoluzione, sarà di frate troppo altiero e presontuoso per suo sapere; se la seconda, di modesto religioso. Ma non mi contento di questa ancora, se non vi mostrate in pergamo magnanimo per mio amore, anzi per amor di Cristo, disprezzando coloro i quali vogliono opprimer la verità; benchè fossero di grande autorità e di maggior potenza. E s’a questa buon’opera aggiungerete quella di pacificarmi con mia sorella, avrete fatto tutto ciò che convenga ad amico, a parente, a religioso, a predicatore. Laonde vi potrò chiamare non solo grande, ma grandissimo; e pregherò Iddio di potervi anco chiamare ottimo massimo. E vi bacio le mani. Di Mantova, il 6 d’ottobre del 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ringrazio Vostra Signoria c’al fine abbia mandate le robbe, acciochè i ringraziamenti sian presti, se gli effetti sono stati tardi: perchè questi non dipendevan da la vostra volontà, ma quelli dipendon da la mia; ed io non mi pento d’aver voluto esservi molto obligato. Non vi pentite voi di questo piacer che m’avete fatto; ma seguite di bene in meglio, prendendo o cercando l’occasioni conforme a la buona intenzione: le quali non posson mancare in Ferrara, in casa del signor ambasciator di Toscana, al signor Antonio Costantini, gentiluomo di tanto ingegno e di tanto giudizio, e tanto fortunato in ogni sua azione.</p>
               <p TEIform="p">Diedi il Secretario, alcuni giorni sono, al figliuolo di messer Girolamo Costa, ed insieme un picciolo discorso ch’io mando a Vostra Signoria; ma il volume non potrà crescere a convenevol grandezza, senza l’aiuto di qualche altra mia opera. Loderei il congiungerci insieme le mie lettere; ma non le posso raccoglier così facilmente, bench’io n’abbia scritto gran numero. Alcune poche erano ne la valigia, altre in un mio libro; molte n’ha il Licino, molte lo Scalabrino, e l’uno e l’altro le darebbe agevolmente; e si potrebbon chiedere al padre don Angelo Grillo, ed al signor Maurizio Cataneo, ed a monsignor Papio, ed al signor patriarca Gonzaga, quelle ch’io ho scritte a ciascun di loro: ma questo negozio non si spedirebbe così tosto: veda Vostra Signoria quel che le pare che facciamo. Questi duo piccioli discorsi non richiedono altra lettera dedicatoria, essendo scritti ad amici particolari; o almeno non si convien molto ch’io la faccia. Può drizzarli Vostra Signoria al signor don Cesare, e far la lettera a suo modo: e se pur vuole che gliele indrizzi io stesso, e che faccia la lettera; eccola. Vostra Signoria la faccia stampare sotto il nome di Sua Eccellenza, o sotto quello de la signora duchessa, mutando i titoli solamente. Io concedo a la prudenza ed a la providenza di Vostra Signoria, che governi questo negozio a suo modo: e se il corriero non avesse fretta, le avrei mandato qualche altro mio componimento; ma il manderò quest’altra settimana. Fra tanto aspetto d’esser consolato da’ miei libri, de’ quali ho gran bisogno, bench’io abbia maggior bisogno de l’altre cose. Ho grand’obligo al signor cavalier Pignata; e prego Vostra Signoria che gli baci le mani in mio nome: ed al signor ambasciatore, ed al signor don Cesare mi raccomandi co’ debiti termini. E viva lieta. Di Mantova, il 7 di ottobre del 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mandai questa settimana a Vostra Signoria quella parte del Floridante che m’era restata qui, così acconcia come dee essere stampata; e la diedi al fattore di messer Girolamo Costa, che ritrovai nel fondaco, perch’egli era infermo, e ’l figliuolo in villa. Ora per la medesima strada le mando l’ultima canzona ch’io feci a la serenissima signora prencipessa. Farò similmente le stanze, lodando le donne illustri per fama di castità: ma i poeti, come voi sapete molto bene, posson favorire gli amici e i signori, o servirli in questo modo; perchè forse questo non è servizio inferiore a gli altri, se drittamente è stimato.</p>
               <p TEIform="p">Vi pregai che sollecitaste la spedizion del mio negozio: e non potendo mandar subito tutte le casse, mandaste almeno la valigia, e qualche altra cosa più necessaria: ma ne l’ultima lettera Vostra Signoria mi scrive che Graziano manderebbe tutte le robbe. A me farebbe gran piacere, e gli usarei qualche cortesia: ma s’alcuno interponesse qualche impedimento, prego di nuovo Vostra Signoria che solleciti il fine di questa pratica.</p>
               <p TEIform="p">Mi piace c’abbia dato principio a far gli argomenti per il Floridante; ed avendone già fatti sei, come scrive, tosto ne sarà a la fine. Se manderà la canzona in Toscana, o altrove, sia contenta di ricopiarla in miglior lettera, acciochè sia letta più volentieri. Aspetto l’Afrodiseo sovra la Metafisica; e le rimandarei il libro di messer Vittorio, ma n’ho perduto la metà. Mi spiace che Vostra Signoria sia per partirsi da Ferrara, non potendo io venire a Roma in sua compagnia, come ho tanto tempo disiderato; ma dovrei preporre i miei a’ suoi commodi, bench’io potessi. Prima non stimo possibile che si stampi il Floridante; pur ne lascio la cura a lei: ed io non mancherò de la diligenza che posso usare, la quale è d’uomo infermo. Vostra Signoria baci le mani al signor don Cesare, ed al signor ambasciatore; e mi tenga in sua grazia. Di Mantova, il 10 di ottobre del 1586.</p>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANNIBALE IPPOLITI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vostra Signoria abonda di tutte le cose, fuor che di parole; e queste ancora sono state soverchie lodando il mio madrigale, che no ’l meritava per altra cagione, che per la bellezza del suggetto. Piacemi che le piaccia; e se ne tien copia, può così mutar i due primi versi:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">Ebbe il cielo una stella,</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Giulia, che si chiamò co ’l vostro nome.</l>
                  </quote>
Ne mando a Vostra Signoria un altro nel medesimo suggetto. E le bacio la mani, facendo riverenza a Sua Altezza. Di Mantova.</p>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">AL CONTE GIOVAN DOMENICO ALBANO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vostra Signoria può non solamente render le grazie, ma farle, particolarmente a me che le sono servitore già molti anni. E benchè sieno passate alcune occasioni, ne possono nascere molt’altre: però a me si conviene di ringraziarla, ed ora la ringrazio de l’affezione che mi dimostra; perchè non la meritando, io stimo che sia tutto per sua grazia quello che non è per mio merito. Vostra Signoria sa chi io sono, e in quale stato, e di qual prigione sia uscito; laonde non potrà ingannarsi ne’ modi del giovarmi. E se fra gli altri giudica più facile e più opportuno questo del mio venire a Bergomo, tanto può esser certa del mio volere, quanto io mi prometto de la Sua cortesia, la quale altre volte conobbi ne la sua men prospera fortuna. Ma fermandomi in Mantova, non mancheranno occasioni di venire a baciarli le mani, e quelle de la signora sua consorte, e de la suocera. Fra tanto sappiano ch’io sono a l’una ed a l’altra affezionatissimo servitore: e vivano felici. Di Mantova, il 12 di ottobre 1586.</p>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Aspetto risposta da Vostra Signoria, che abbia ricevuti gli ultimi pieghi, ne’ quali era una canzona; e fur dati da me al fattore di messer Girolamo Costa. Se vedrà tardi alcune mie composizioni, non incolpi il mio volere, ma la fortuna: ma con picciol danno, o con nissuno, perchè non tutti i versi sono simili a l’ova, che divengono tosto stantive; ma alcuni più s’assomigliano al vino, il quale è molto miglior del mosto, benchè con la vecchiezza o con la maturità potesse perder la dolcezza o acquistare l’amaritudine.</p>
               <p TEIform="p">Mi rincresce che Graziano non abbia mandato le robbe, come Vostra Signoria scriveva per l’altra sua; perchè è tempo d’adoprarle co’ libri, ed ormai le notti son così lunghe che se ne possono studiar molte ore. Io non ho fatta alcuna diliberazione di partirmi, ma confermata quella medesima c’avea di fermarmi quanto più per me si può: laonde il signor don Cesare non dovrebbe tardar più a farmi questo favore. Aspettava sue lettere; e se Vostra Signoria non crede d’essergli troppo noioso, o di parerli importuno, li dimandi la risposta: e baci le mani al signor ambasciatore. Io sono occupato intorno a certe composizioni che faccio per commissione del serenissimo signor prencipe; e di già l’avrei finite, se non fossi stato disturbato. Vostra Signoria viva lieta. Di Mantova, il 13 di ottobre del 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ALDO MANUZIO. Venezia</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ringrazio Vostra Signoria del bel libro mandatomi, nel quale io estimo che a la bellezza del carattere debba corrispondere quella de lo stile, o più tosto superarla. Mi rincresce nondimeno, c’abbia raddoppiato il dono senza mio utile; perch’io sono tanto cupido de’ libri, quanto povero de la sua grazia: nè so chi sia quel discortese il quale s’usurpa i miei libri, o se gli ritenga. E poichè sin’ora non ho saputo ritrovar alcun fermo e stabile albergo de la cortesia, se non peraventura questo ove dimoro, insegnatemi almen quello de la discortesia, acciochè l’un contrario mi faccia manifesto l’altro. E per l’avenire avvertite di non donare il vostro indarno.</p>
               <p TEIform="p">La vostra bella stampa m’ha fatto venir gran voglia di stampar le mie rime a le mie prose con la medesima, o con una simile. Ma io vorrei non solo diletto e riputazione, ma utile ancora: però non ardisco di parlar con voi altri famosi ed eccellenti, che date riputazione a le composizioni; e mi vo pur avvolgendo ne’ miei usati pensieri. E se la vostra gentilezza non m’assicura, vivrò nel solito mio desiderio, bramando or questo ed or quell’altro libro necessario. Deh signor Aldo! per vita vostra, non vogliate aver gittato il vostro dono, nè fatte vane le parole del reverendo don Angelo Grillo; ma stabilite l’uno e l’altro, ed oltre a ciò la gratitudine de l’animo mio, con un picciol presente. Vi manderei la lista d’alcuni libri de’ quali ho bisogno, acciochè fra tanti poteste mandarmene uno o due, con minor vostro incomodo; ma non vorrei spaventarvi con la moltitudine de’ libri, nè chieder quelli che non possiate donarmi senza sfornir la bottega. Pur io credo che Vostra Signoria ne faccia stampar d’ogni sorte: però sappia che tra quelli che son da me più desiderati, sono l’opere di Gregorio Niceno, e ’l Commento d’Alessandro sovra la Metafisica. Nostro Signore faccia voi felice, e me contento. Di Mantova, il 15 d’ottobre del 1586.</p>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non voglio altro sollecitatore che Vostra Signoria, nè altro procuratore; però le ricordo la spedizione del negozio. Parli co ’l signor don Cesare, prometta a Graziano, vagliasi di tutti gli amici, perch’io sia sodisfatto di questa onestissima dimanda: e se ’l signor don Cesare non vuol ch’io possa onorarmi con alcun suo illustre testimonio; almeno in quel c’appartiene a l’interesse, devrebbe esser favorevole. Vostra Signoria baci le mani a Sua Eccellenza, a la signora donna Virginia, al signor ambasciatore, ed a la signora ambasciatrice, come io di cuore saluto Vostra Signoria; e me le raccomando in grazia. Di Mantova, il 15 di ottobre del 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANNIBALE IPPOLITI. Mantova</salute>
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               <p TEIform="p">Potea pur far di meno questo buon vescovo di morire, e non dar a me questa noia. Io il conobbi per fama; e poi n’ebbi informazione dal signore Scipion Gonzaga, la cui autorità val per molti testimoni: laonde molto me ne rincresce: ma sono occupatissimo, e vorrei in tutti i modi spedire alcuni miei negozi. Però prego Vostra Signoria, che mi conceda tempo fino a quest’altra settimana; ne la quale io le manderò il sonetto senza fallo, e l’altro ancora ch’io le promisi. Toleratemi, signor mio, in quest’ozio, qualunque egli sia; acciochè gli altri, prendendo esempio de la sua cortesia, non mi dian fastidio.</p>
               <p TEIform="p">Avrei bisogno di Seneca, e di Euripide; e renderei l’uno e l’altro assai presto: ma gli vorrei latini. Se Vostra Signoria non sdegna gli amici men dotti, può chiederli a chi nel legger cerca la minor fatica. Ed a Vostra Signoria bacio le mani: e fo riverenza al serenissimo. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Ferrara</salute>
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               <p TEIform="p">L’ultima lettera di Vostra Signoria, che devea rallegrarmi, m’ha portata buona speranza, anzi molte buone speranze; e fra l’altre, quella de la sua venuta: chè non mi poteva venir miglior nuova. Può dunque venir quando vuole; chè da me sarà veduta volentieri, com’ella può credere: così potesse esser raccolta secondo il suo merito e ’l mio disiderio; ma io m’assicuro di proferirle mezzo letto. Aspetto le risposte de l’eccellentissimo signor don Cesare, le quali per la tardanza mi saranno più care: ed avrò grand’obligo a Sua Eccellenza, se insieme manderà le robbe e tutti i libri, perchè non potrei ricever maggior consolazione. Graziano non ha voluto far questa buon’opera, nè darmi quest’altra allegrezza: tosto s’è pentito.</p>
               <p TEIform="p">Mi sono messo attorno a le cinquanta stanze. Piaccia a Dio che ’l lodar molte nobili donne giovi a la memoria di mio padre, ed a la vita mia: fra l’altre dee esser la signora Cavalletta; ma vorrei che la sua cortesia non fosse impedita: nè mi piacerebbe ch’io n’avessi l’obligo, ed altri la commodità. Rendo a Vostra Signoria infinite grazie de l’ordine che ha dato a messer Girolamo Costa per me, e più a pieno la ringrazierò nel suo venire: fra tanto si contenti ch’io possa lodar la sua pronta cortesia, poichè mi doglio de la tardanza de gli altri che potevano cavarmi d’impaccio, già molti mesi e molti anni sono, e non hanno voluto farlo: e faccia qualche accordo con gli stampatori, perch’è ben ragionevole che gli superi d’ingegno; e niuna più giusta vittoria si può aver di questa generazione d’uomini, che cavandogli danari da le mani. Vostra Signoria viva felice, e si ricordi del suo Tasso. Di Mantova, il 20 di ottobre del 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
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               <p TEIform="p">Niuna espettazion mi par più lunga, che quella de le lettere di Vostra Signoria illustrissima; le quali potranno far l’effetto che farebbe la presenza medesima, o non molto minore, e consolarmi quasi ne l’istesso modo. A niuno fui mai più affezionato, c’a Vostra Signoria illustrissima; a niuno più intrinseco, ed a niuno pensai d’esser più obligato, o avrei voluto: ed era ragionevole che quanto crescevano i suoi meriti, tanto ancora crescessero gli oblighi miei; perchè meritando molto, potea aver molte occasioni di farmi favore. Però non si maravigli se da lei sola aspetto quel rimedio che può esser medicina a l’animo infermo; il quale non chiederei ad alcun altro, benchè no ’l rifiutassi offertomi o datomi volontariamente. Del corpo sono ancora infermo, com’io era, o poco meno; e se l’infermità non fosse di molto pericolo, è almeno di grandissima noia: ma io credo che non essendo risanato, non potrò viver se non breve tempo. Il serenissimo signor prencipe, come Vostra Signoria sa, mi fece grazia di voler ch’io venissi seco a Mantova, non ci pensando io: devrebbe anche risolversi al rimanente, e conceder tutte l’altre grazie o al mio silenzio o a le preghiere di Vostra Signoria illustrissima; perchè tardando molto, toglie a me la speranza, ed a se medesimo l’occasione d’una lodevole operazione, e ad amboduo il piacere de la salute data e ricevuta. In questa materia è soverchio l’essere eloquente; basta d’esser veritieri: e non essendo Sua Altezza ingannata da gli altri, non devrebbe ingannar se medesima, nè valer più l’esempio d’alcuno che la ragion medesima. Onde basta che Vostra Signoria illustrissima le scriva il vero, e lo scriva come amico mio e padron di molti anni, e come suo parente, benchè non soglia scrivere se non ornatamente: laonde non sarà disiderata la sua eloquenza per la vita d’un suo servitore.</p>
               <p TEIform="p">Io scrivo a Vostra Signoria illustrissima con poca diligenza, come sempre soglio, perchè più m’assicura l’affezione che mi porta, che non mi spaventa il suo giudicio: nè stimo che le lettere che io le scrivo saranno fra quelle che vogliano stampare, o questa almeno; la quale vorrei che stesse occulta in modo, che mai si risapesse, c’a la benignità del signor prencipe, o a la liberalità fossero stati necessari sproni o stimoli: de la clemenza non parlo, perchè mi ricordo che mi fu vietato il ragionarne. Attendo a fornir la mia tragedia: e sono occupato ancora nel poema di mio padre, e sempre mi sopraggiungono altre occupazioni, acciò ch’io non possa spedire cosa alcuna. Non ho potuto mai riaver quei dialoghi; però scrivo di nuovo al signor Maurizio, e mi raccomando a messer Giorgio. Ed a Vostra Signoria illustrissima bacio le mani. Di Mantova, il 22 di ottobre del 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
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               <p TEIform="p">Non ho avuto lettera di Vostra Signoria, dopo quella che mi scrisse questa state, la qual mi fu data molto tardi. Però se vorrà scrivere, potrà raccomandar le lettere al corriero, e pregarlo che me le porti. Non so quello che Vostra Signoria abbia fatto de’ dialoghi: so con quanto affetto aspetti d’esser compiaciuto. A’ signori Tassi baci in mio nome le mani; e dica loro che avendo io creduto altrui molti mesi ed anni, sarebbe ragionevole che alcuno mi prestasse credenza. Ho bisogno di cappotto, e di roba di pelle; e de l’una e de l’altra almeno fatemi far la sicurtà da messer Lodovico Tasso, e raccomandatemi a tutti cotesti signori academici. Di Mantova, il 25 di ottobre 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Ferrara</salute>
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               <p TEIform="p">Mando a Vostra Signoria il Secretario, nel quale ho corrette quelle cose che mi parevano d’averne bisogno. Le mando ancora un altro trattato, ch’io scrivo a lei stessa in questa materia. È scritto di mia mano, che vuol dire, male scritto; laonde dubito che Vostra Signoria a pena potrà intenderlo: ma io non posso scrivere in modo alcuno più d’uno o due fogli di carta; tanti vapori mi vanno su la testa, bench’io sia digiuno: ed oltre a questo, ho altri impedimenti. Veda Vostra Signoria quanto m’è necessario l’aiuto suo. Diliberando di fare stampare l’uno e l’altro trattato, avvertisca che questo secondo non sia stampato scorrettissimamente, come sono state tutte l’altre mie cose.</p>
               <p TEIform="p">Rimando ancora a Vostra Signoria l’ultimo quinternello, nel quale ho ripieno i vacui, e racconci molti versi; laonde s’ella avrà tirato a fine gli argomenti, si potrebbe cominciare a stampare, perchè mando ancora quelle stanze che mancavano. Altro per me non manca che la lettera dedicatoria, la quale si può riserbare a l’ultimo. Le stanze, che dovevano esser cinquanta, non saranno più di venticinque; perchè mi sono cresciuti i negozi e mancate le speranze: queste ancora manderò assai tosto; e saranno ancora cinquanta, se tante ne volete per aggiustare il volume più proporzionatamente. Vostra Signoria dunque non indugi a dar principio; perchè questa sospensione può esser cagione di molti impedimenti.</p>
               <p TEIform="p">Le ricordo il mandarmi i libri, che mi sono necessari tanto, che non ne posso star senza; e quella parte de le robbe, che spera potermi mandare; bench’elle siano state guadagnate da me in modo, che mi maraviglio che me ne sia negata alcuna parte. Sollecitate, signor mio; perchè quanto più s’indugia, tanto s’aggiunge maggior difficoltà al negozio, e molestia a l’animo mio. Vostra Signoria baci le mani al signor don Cesare, ed al signor ambasciatore: e di grazia, se disidera di farmi conoscer l’amore che mi porta, mi scriva quanto più spesso ella può. E viva lieta. Di Mantova, l’ultimo di ottobre 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Ferrara</salute>
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               <p TEIform="p">Leggo con infinito piacere il libro, del quale Vostra Signoria cortesemente m’ha fatto dono; ma vorrei che facesse il dono compito, e mi mandasse gli altri due tomi che seguono dopo questo. Signor mio, io conobbi Vostra Signoria tanto cortese e tanto officioso, che non posso mutar quel primo concetto ch’io feci de la sua virtù. Non si maravigli, dunque, s’io le scrivo così liberamente; anzi da questa mia libertà ella stessa faccia argomento de la somma cortesia sua. Le avrei ancora grand’obligo se facesse officio co ’l signor fattore Coccapane, o co ’l signor Pocaterra, perchè mi fosse restituito un tomo di Averroe, ed un di san Tomaso, che mancano fra gli altri miei libri: ma questo può far con suo commodo, ed a qualche occasione oportuna. E viva felice. Di Mantova, il primo di novembre del 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Quanta sia la mia smemorataggine, a molti segni può esser manifesto; ma particolarmente ora ne vedrà Vostra Signoria uno. Nel mio Secretario era una parte assai bella, nè punto vana, de’ titoli e de la consuetudine, la qual manca ne la copia. Prego Vostra Signoria che cerchi la copia intiera, e potrà in mio nome chiederla al signor Torquato Rangoni, qual so che non negherà il darlavi; e la faccia stampare in quel modo, acciochè tutte le mie opere non abbian la medesima disgrazia.</p>
               <p TEIform="p">I miei libri sarebbono stati mandati a tempo; perchè ho bisogno di alcuni, e ’l posso avere di alcuni altri: ne l’altre cose aspetto quel c’avverrà. Ho ricevuto il piego di Vostra Signoria, entrovi gli argomenti del Floridante, spiegati da lei in rime così leggiadramente, che occuparà o torrà la palma a gli altri c’hanno fin qui fatti argomenti in rime toscane: e vorrei potere essere io così eloquente ne le vostre lodi, come queste vostre composizioni non hanno bisogno de l’emenda che voi chiedete; ma voi fate questo forse più per modestia, che perchè giudicate averne mestieri. Parmi che al numero de gli argomenti, per agguagliar quello de’ canti, ne manchin due: date dunque fine al resto allegramente, e fate stampare senza indugio alcuno. Vostra Signoria mi tenga vivo ne la memoria del signor don Cesare e del signor ambasciatore. E viva felice. Di Mantova, il 6 di novembre del 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO BEFFA NEGRINI</salute>
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               <p TEIform="p">Rimando a Vostra Signoria i suoi libri, pregandola che si degni di ritorli, perchè me ne son pienamente servito: al rimanente ho provvisto con occhi d’Argo. Prego Vostra Signoria nondimeno che non ritardi gli effetti, e se intende qualche nuova de le..., me ne avvisi. E le bacio la mano. Di Mantova, li 6 di novembre del 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA CAVALLARA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">I piaceri di questo autunno hanno trattenuta la purga, e differitala sino a primavera, ne la quale è tutta la speranza de la mia salute. Sono infermo, come Vostra Signoria sa, di quella infermità ch’io portai a Mantova, assai noiosa; a la quale la libertà è d’alcuno alleggiamento: ed oltre questo, non mi pare di trovarne alcun altro. Ma il maggior di tutti gli altri mali, e ’l più spiacevole, mi par la frenesia; perchè sempre son perturbato da molti pensieri noiosi, e da molte imaginazioni, e da molti fantasmi. Con la frenesia è congiunta una debolezza di memoria grandissima. Però prego Vostra Eccellenza, che ne le pilole c’ordinerà per me, abbia riguardo a l’uno ed a l’altro male particolarmente, e pensi di confortar la memoria; perchè farà operazione degna de la sua eccellenza e de la nostra amicizia, e mi obligherà perpetuamente. Sarebbe forse anche necessario ch’io mi cavassi sangue, e ch’io mi facessi far qualche cauterio; perchè se n’è serrato uno ch’io aveva, e non era anche bastevole. Torno a replicar quello c’una volta le ho scritto; chi congiungesse insieme tutti gli oblighi del mondo, come si ponno i grani nel mucchio, non si potrebbono agguagliar a quello de la salute ricuperata. E s’alcuno ebbe mai questa opinione, l’ho io, e la porto volentieri; perchè sono stato molti anni infermo. Laonde Vostra Signoria può esser tanto certa de la mia gratitudine, quanto io vorrei esser de la sanità. Se scrive mai al serenissimo signor principe, o ad alcuno di questi principali gentiluomini, non si scordi che le sue raccomandazioni possono molto giovarmi: ma faccia ch’io ne senta in qualche modo il giovamento ch’io ne spero, e che mi promette la sua eccellenza; la qual non ebbe mai occasione di mostrarsi con maggior lode, benchè n’abbia avute molte di farsi conoscere con maggior utile. Ed a Vostra Signoria bacio le mani. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO BEFFA NEGRINI</salute>
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               <p TEIform="p">Vostra Signoria non ha voluto ornar con molte belle parole il suo dono, ma il merito mio; forse giudicando ch’io avessi maggior bisogno di questo ornamento: il che io non niego; perchè la fortuna m’è stata poco liberale de le sue ricchezze e de le sue pompe; e la natura e l’arte non m’hanno fatto così bello ne la parte interiore, ch’io possa vagheggiarmi con molto diletto: laonde ora ne lo specchio de le vostre parole a pena raffiguro me stesso. Vi ringrazio nondimeno che per vostro gentile artificio io posso compiacermi di questa approntezza; e s’io credessi che le mie parole potesser far che il libro donatomi piacesse altrettanto, non ve ne sarei peraventura avaro: ma di quel che appertiene a l’autore del dialogo, o a la nobiltà de la persona introdotta, già ho scritto. La vostra diligenza non ho lodata ancora; nè forse così care vi sarebbon le lodi di diligenza, come quelle di cortesia. Di questa dunque vi lodo; perch’in quel modo avete potute mostrarla, nel quale altri potea mostrar la gratitudine. M’avete onorato largamente, ed ampiamente lodato; non essendo invitato da alcuna lode datavi da me, nè da alcuno onore: m’avete prima visitato, e poi scritto; non avendo ricevute mie visite nè lettere; e m’avete ancora fatto un grazioso dono, non avendo io che donarvi a l’incontro. La vostra dunque è vera cortesia e vera liberalità; poichè non si move per speranza di premio che possa ricevere, nè per obligo di beneficio c’abbia ricevuto. De l’altre cose scriverò, come abbia letto il libro: tra tanto vi bacio le mani. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ASCANIO MORI. Mantova</salute>
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               <p TEIform="p">Se Vostra Signoria non avesse dato recapito a la lettera mia al magnifico signor Antonio Beffa Negrini, per risposta del bel dialogo de le Armi di nobiltà, intitolato Castiglione, da lui donatomi, può mandarla in casa del signor conte Camillo Castiglione, dove devea esser drizzata. Le ricordo il negozio in quel modo che può credere di condurlo più facilmente a fine. E se possibil fusse d’aver quei libri, gli adoprerei, e renderei subito. E le bacio le mani. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL CAVALIER GASPERO PIGNATA</salute>
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               <p TEIform="p">Grande sventura è stata la mia, che le mie lettere non abbian ritrovata Vostra Signoria in Ferrara, o la ritrovino ne l’ora del partire: ma la sua cortesia è maggiore, perchè lo star lontano non la priva de l’affezione che mi portava; nè la partenza, de la memoria. Si ricordi (ch’io glie le ricordo volentieri) quanto cortesemente m’accolse in Ravenna, mosso non da alcun obligo, ma da la sua gentil natura. Io son uomo che non posso esser vinto se non da’ beneficii; perchè a l’ingiurie non cedo, se non a tempo; e ne sono meno offeso, che non sono gli ingiuriatori medesimi. Questa cortesia vostra, e questa grazia del signor duca hanno fatto in me quell’effetto che sogliono spesso: laonde ho conosciuto aver tanto sol del magnanimo, quanto può star con la virtù cristiana. L’altre parti o non riconosco da la natura, o riconosco le contrarie da la grazia d’Iddio, de la quale mi riluce pur alcun raggio fra tante e sì oscure tenebre de’ miei peccati, e de l’avversità de la fortuna, e de l’ostinazion de gli uomini. Io ho più volentieri quest’obligo al signor duca, che ad alcun altro; ma non vorrei che la sua grazia fosse ricordata o impedita o diminuita, almeno in quel c’appertiene a’ libri, i quali lasciai in due casse e in una valigia. De la valigia non si fa menzione ne l’inventario; e de le due casse, in quella mi par che sia minor numero de’ libri, ne la quale io lasciai il maggiore, e de’ più importanti, che son quelli ne’ quali ho fatto molte postille; perchè non mi sarebbe tanto grave di ricomprarli (ben ch’io sia poverissimo) quanto di rileggerli. Il Nasello poteva mandarmi i suoi, i quali m’offerì in miglior mia fortuna, non pregato nè ricercato da me; perchè io glie le avrei pagati: e se non fu dono, come io stimai, si doveva contentare che fosse vendita. Non mi ricordo se gli abbia notati di mia mano tutti, o alcuna parte. Può ripigliarsi quelli che non son segnati, o ritenerseli, e aspettar il prezzo de gli altri, che gli sarà dato cortesemente. Vostra Signoria mi faccia la sicurtà; perchè al suo ritorno sarà sodisfatta, se mai penserà di tornare a queste parti: e parendole, può pregare il signor don Cesare che faccia che il Nasello resti contento; il che sarà agevol cosa, perch’egli non studia, e i libri suoi non costan molto. Avrò grand’obligo a Sua Eccellenza, e conserverò questa memoria de la sua gentilezza perpetuamente. Prego a Vostra Signoria buon viaggio in ogni paese, e felice avvenimento in tutti i negozi, e accrescimento di grazia in questo, ed in ciascun altro tempo. Di Mantova, il 10 di novembre del 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">ALL’ABATE CRISTOFORO TASSO. Venezia</salute>
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               <p TEIform="p">Intendo che Vostra Signoria è in Venezia, e non l’avendo potuta veder nel passare, vorrei almeno aver grazia di vederla nel ritorno, se può esser senza suo disagio; perchè non dee prender questo incommodo, se Vostra Signoria non estimasse che la sua presenza potesse giovarmi più de le sue lettere: e benchè non abbia alcuna servitù co ’l serenissimo signor principe di Mantova, questa potrebbe essere occasione di farsi conoscere a Sua Altezza per servitore: ma qualche volta aviene, che sia maggior forza, e quasi peso, ne le parole scritte, perchè non trapassano di leggieri.</p>
               <p TEIform="p">Del mio stato non le do avviso, perchè n’ho scritto molte volte al signor Maurizio, al signor Licino, ed a lei medesima. Son pochi, a’ quali avessi obligo più volentieri che a Vostra Signoria; però non mi pento d’averla pregata, nè mi vergogno di pregarla. La prego dunque che m’aiuti, e mi giovi, e mi favorisca in quel modo che le pare più onesto e più convenevole. Io avrei bisogno di sette, o al più di dieci scudi di libri: credo che ’l Licino n’abbia scritto a Vostra Signoria. Sono alcuni, de’ quali ho grandissimo bisogno; a loro son men necessari. Se ’l Licino non avesse stampati i miei dialoghi, avrei pensato d’aggiungere, o di mutar alcuna cosa, come porteranno l’occasioni del mondo. Ma avrò sempre quel risguardo ch’io debbo a le cose ed a’ tempi passati, ed a’ presenti. Bacio a Vostra Signoria le mani; e la prego che mi tenga in sua buona grazia, e de’ signori suoi fratelli. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANNIBALE IPPOLITI. Mantova</salute>
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               <p TEIform="p">Vostra Signoria, fra molte occasioni che sempre se le appresentano, di favorire i suoi servitori di poca fortuna, come sono io, ha preso quella ne la quale manifestando più il suo giudicio, ricerca il mio; forse per veder s’egli è conforme, o in qual cosa discordi da gli altri. Ma io non posso nè debbo se non lodar le composizioni de’ gentiluomini cortesi; perchè tutti coloro che fanno altrui benefizio, vogliono esser lodati; ed io voglio quel ch’essi vogliono: ma particolarmente merita lode l’imitatore de l’inno; perchè, trapassando i termini de la imitazione entra ne le lodi del signor duca di Mantova serenissimo che per molte cagioni è lodevolissimo: ma troppo angusto spazio s’ha proposto il buon gentiluomo per così ampio suggetto. E peraventura ha voluto mostrare l’artificio maggiore, rivolgendosi entro così breve giro di parole e di versi. Ho scritto il mio parere; nel quale vorrei piacere a tutti, e spezialmente a Vostra Signoria che tanto merita di esser compiacciuta: si contenti c’a lei solamente sia scritto; e se ne vuol far parte a gli altri, ne parli come di sua opinione. E mi tenga in sua grazia. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ASCANIO MORI. Mantova</salute>
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               <p TEIform="p">Prego Vostra Signoria che mi trovi un Sofocle ed un Euripide latino, da qualche amico suo che non sia dottissimo; perchè i dottissimi gli amano greci. Vostra Signoria mi faccia questo piacere; e si assicuri che s’io potessi fermar il mio cervello, gli avrei compri: ma non l’ho ancora tanto stabilito, che non reputi esser meglio conservarmi qualche scudo in borsa. La serenissima signora principessa mi disse, ch’io facessi intendere a Sua Altezza s’io avea bisogno d’alcuna cosa: fra i bisogni sono questi due libri, ed una Politica. Non son sì vergognoso, che non osassi di scriverlo io medesimo a Sua Altezza serenissima; ma ora ne ho voluto dare aviso a Vostra Signoria acciochè s’incomodi di dare noia. Bacio a Vostra Signoria le mani; e la prego a viver lieta, com’io cerco di vivere. Di camera.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ASCANIO MORI. Mantova</salute>
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               <p TEIform="p">Io m’attaccherei a un soldo; tanto son desideroso di ristorare i danni avuti, e particolarmente quelli de’ libri perduti. Però ringrazio Vostra Signoria del cambio offertomi. Può comperare l’orazioni di Demostene, e l’Apollonio tradotto; chè l’uno e l’altro vidi l’altro giorno ne la libreria de l’Osanna: ma se Euripide si potesse ritrovare, l’averei più caro del Sofocle; e la signora principessa serenissima avrebbe speso qualche soldo di più, con mio grandissimo gusto. Oltre a ciò, vorrei che ’l padrone del libro prestatomi si contentasse ch’io gli dessi i danari che gli costò, perchè ne potrei aver bisogno non solo per questa tragedia, ma per altri miei componimenti. Vostra Signoria mandi per lo prezzo, che sarà dato al suo servitore. De’ pronostichi de gli ebrei non curo tanto, quanto di quelli de’ cristiani: perchè quantunque l’arte sia la medesima, ed incertissima; nondimeno si dee considerare l’intenzione, e ’l giudicio di colui che giudica de l’altrui nascimento. Io nacqui del 1544, gli undeci di marzo, nel quale è la vigilia di san Gregorio, a ore dieci. E mi fu predetto che questo anno, nel quale finirò il quadragesimo secondo, avrei molti beni e molte grazie da’ principi. La signora principessa serenissima potrà saper il rimanente da gli altri; e deliberar fra se stessa, s’ella sia più affezionata a la casa del padre o a quella del figliuolo. E bacio a Vostra Signoria le mani. Di camera.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ASCANIO MORI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">La colpa non è mia, ma de’ medici, i quali non vogliono guarirmi. Io sono smemoratissimo: e questa mattina, rispondendo a la lettera di Vostra Signoria, mi sono scordato del capitolo principale; ed altrettanto ho fatto rispondendo al signor Annibale Ippoliti: laonde di nuovo replico a Vostra Signoria, e da poi rescriverò a lui. Al signor de gli astrologi do solamente tanta fede, quanta basta; pur ch’io possa leggere i lor giudicii. A’ medici credo poco; ma le ragioni senza l’esperienza, alcuna volta non mi appagano. Faccia qualche prova questo uomo mirabile, o astrologo che egli sia, perchè in me può farla; perciochè io son simile a coloro che son dannati a morte, ne’ quali è lecito a far tutte l’esperienze. Se mi risanerà, o s’almeno alleggerirà il male, mi ritruoverà cortese gentiluomo, ed officiosissimo. Ed a Vostra Signoria bacio le mani; e mi raccomando al gentilissimo signor Leone. Di camera.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANNIBALE IPPOLITI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ringrazio Vostra Signoria di quel che m’offerisce; e so che gli effetti cortesi corrisponderebbono a le parole: ma una parte de le mie robbe è venuta, l’altra aspetto; laonde non ho bisogno di cosa alcuna; o l’avrò per picciol tempo. Ritrovai la Logica del padre Toledo; nè so s’io debba maravigliarmi de la mia soverchia smemorataggine, o de l’altrui sottile industria. Del Sofocle non ho bisogno, perchè me ne fu donato un altro da un gentilissimo gentiluomo, e mio dimestichissimo. Ma vorrei Euripide; e se devrebbe pur ritrovare in questa città, o ne le librerie, o in altro luogo. Sono occupato nel far il primo coro de la mia tragedia: ed in molte ore de la notte, che sono stato desto, appena n’ho fatto piccola parte. Però non mando i sonetti, che Vostra Signoria chiede: saranno due al più: nè li farò, se non da poi c’avrò finito il primo coro. Ma quando gli avrò finiti tutti, penserò s’in altra cosa possa sodisfar al mio debito. Vostra Signoria mi tenga in grazia di Sua Altezza, e le faccia sapere ch’io sono infelicissimo nel comporre, ed impedito da l’infermità. E le bacio le mani. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Questa settimana passata non risposi a Vostra Signoria, perchè fui trattenuto in casa da molte occupazioni; nè so ancora se oggi, ch’è il giorno nel quale parte il corriero, potrò uscire. Manderò nondimeno la lettera a messer Francesco Osanna, che mi diede la sua. Non ho avuta la lettera del signor Cristoforo Tasso, che mi scrive; nè quella del signor conte Soardo; chè avrei risposto a l’uno ed a l’altro parimente: e bench’io aspetti di vedere il signor Cristoforo almeno nel ritorno di Venezia, nondimeno ho voluto scrivergli un’altra volta, perchè potrebbe esser già passato, o aver fatta altra strada. Ho avuto da Ferrara quelle casse che io lasciai in Sant’Anna; laonde a gli altri libri avrei aggiunto volentieri l’Epitome de l’opere di sant’Agostino, ch’io diedi a Vostra Signoria, e le avrei restituito il suo de’ Numeri. De le mie scritture aveva bisogno grandissimo per molte cagioni, e particolarmente perch’io penso di fermarmi in Mantova. Se Vostra Signoria non delibera di venire, potrà mandarle a messer Francesco Osanna. Son debitore d’alcuni danari, ed ho bisogno d’altri. E con questo fine le bacio le mani. Di Mantova, il 18 di novembre 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A Lorenzo Malpiglio. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Se a Vostra Signoria non dispiace che si stampi quel dialogo che io feci, Del fuggir la moltitudine, sia contento di darlo al signor Antonio Costantini. A me sarebbe piaciuto più, che si fusse stampato in altra occasione; ma in questa ancora son costretto di chiederle questo piacere, doppo tanti altri, sicuro che non mi debba esser negato. E le bacio le mani. Di Mantova, il 20 di novembre del 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ed io ho ricevuta una lettera di Vostra Signoria e ’l trattato del Secretario così gentilmente scritto, come suole scrivere tutte le sue cose e le mie, che non meritano tanto favore. Gliele rimando, avendo confrontati que’ duo luoghi solamente, perchè mi sono confidato nel rimanente de la sua intelligenza. Le mando ancora le stanze che deono esser giunte al Tempio de la Castità; e tre altre, che si possono porre nel principio de l’ultimo canto, o di quello che segue a quell’altro, ove dice d’attaccar la cetra ad una pietra, che non ben mi ricordo qual sia. Manderò la lettera dedicatoria lunedì per lo corriero, e ’l sonetto de la Croce per il padre don Gabriello, che Vostra Signoria mi dimanda; se pur sarà possibile ch’io l’abbia fatto, perchè sono occupatissimo; e scriverò al signor don Cesare in quel particolare, come Vostra Signoria mi consiglia. Vorrei che questo poema fusse stampato in tutti i modi, e senza alcuno indugio; quantunque mi spiaccia di non aver potuto rivedere gli altri quinternelli, oltre al primo: e se Vostra Signoria potesse mandargli, io gli rimandarei tanto a tempo, che non tratterrei la stampa, a la quale vorrei che si desse principio questo mese. E questo è il maggior piacere ch’io possa ricever da Vostra Signoria; il quale sarà compiuto, s’io potrò riveder gli altri quinternelli in modo, che non s’indugi.</p>
               <p TEIform="p">Mi vien detto che ’l Vasalino fa stampare non so che mie lettere. Egli sa pure ch’io son libero, e che la libertà può essere spesso accompagnata con la licenza di far molte cose; però non devrebbe accrescer le mie disperazioni con questo nuovo dispiacere.</p>
               <p TEIform="p">Scrivo al signor Giovan Lorenzo Malpigli, perchè dia a Vostra Signoria un mio dialogo Del fuggir la moltitudine, il quale si potrà far stampare co ’l Secretario, che a punto sarà molto a proposito. Mi sono avisto che devrei abbreviare quel titolo, se così pare a lei. Le dedicazioni non devrebbono esser mai inutili; ma Vostra Signoria vede meglio di me quel che conviene, perchè è in fatti. Il ritratto di mio padre, e l’altre cose, può tenere in casa del signor ambasciatore, o dove le pare, sino a migliore occasione. Io la ringrazio che voglia prender per me questo incommodo di venire a Mantova: e vorrei poterla accarezzar come ella merita; ma se non avesse avuta fretta d’andare a Roma, poteva indugiare sino che ’l libro fosse stampato. E bacio a Vostra Signoria le mani. Di Mantova, il 22 di novembre del 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO BEFFA NEGRINI</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ringrazio Vostra Signoria de le lettere mandatemi ma avrei bisogno d’effetti nella.... Vostra Signoria mi promise l’Euripide: dovrebbe esser venuto, e ritrovarsi. E le bacio le mani. Di Mantova, il 22 di novembre 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">ADON CESARE DA ESTE. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non mi stanco di pregar Vostra Eccellenza perchè spero d’esser esaudito di tutte le cose in un tempo medesimo. Ora intendo che il Vassalino vuol dare a la stampa alcune mie lettere, ne le quali mi tratterà come ha fatto ne l’altre mie composizioni, cioè male e pessimamente acciochè la sua negligenza paia mia ignoranza, ed io perda il credito che mi vo procurando. Per conchiudere un giorno questo negozio, però prego Vostra Eccellenza che gli faccia commandare che non le stampi, se prima non me le manda a rivedere; ed io avrò ne la revisione tutto quel riguardo a la sodisfazione de’ padroni, che possa avere un servitor ben sodisfatto: perchè così vorrei essere, e così mi gioverebbe. Oltre a ciò, prego Vostra Eccellenza che mi faccia render le scritture e le lettere ch’io lasciai ne la valigia, e l’altre cose tutte che già furono mie, ed ora son di chi vuole Sua Altezza: ma niuno le è più divoto servitore di me, e molti sono meno antichi. Bacio a Vostra Eccellenza le mani, ed aspetto Plinio. Di Mantova, il 23 di novembre del 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A ERCOLE COCCAPANI. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ringrazio Vostra Signoria che non abbia ricusato di rispondermi; perchè non sarà men cortese ne’ fatti che ne le risposte. Io ricevo da Sua Altezza ogni cosa per grazia: ma perchè ha voluto che mi si renda una parte di quel che fu mio, la supplico che voglia rendermi l’altra; e non voglio altro intercessore nè altro mezzo che Vostra Signoria: nè niuna maggiore speranza posso avere de la sua grazia. Laonde non mi muove tanto il valor de le robbe, quanto questo segno d’amorevolezza; perciochè i corami e i razzi e qualche sedia e qualche tavola si potranno comprare di leggieri, o avere in dono: ma niuna sodisfazione potrà consolare il danno di questa repulsa; e mi parrà che Sua Altezza m’abbia stimato indegno di perdono e di grazia. Io per natura fui sempre poco atto a’ servigi d’alcuno; ora per l’infermità sono affatto inutile. Le cagioni de l’infermità Vostra Signoria può saperle; però non si maravigli s’io spendo poche parole in supplicarla, parendomi che mi possono servire in vece di molte orazioni, i molti anni de la mia infelicità. Piaccia a Dio c’abbia lieto fine; e Vostra Signoria non manchi dal suo lato, acciò ch’io possa conservar grata memoria de’ favori c’ho ricevuti da lei e dal signor suo padre, come farò volentieri. Oltre le robbe, lasciai alcuni miei discorsi ed altre scritture, le quali mi mancano: e so che Vostra Signoria potrà agevolmente farmele restituire; e credo che debba farlo. E le bacio le mani. Di Mantova, il 23 di novembre 1586.</p>
               <ps>
                  <p TEIform="p">Poscritta. Baci le mani a la signora duchessa, a la quale scriverò lunga lettera.</p>
               </ps>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mandai subito le stanze che doveano essere aggiunte al Floridante; ma quelle tre in laude del serenissimo signor duca di Mantova non vorrei che fossero stampate ne l’ultimo canto, ma nel quarto o nel quinto che sia, dopo quella stanza ne la quale scrive di por la cetra sovra la pietra. Ora le mando il sonetto sopra la Croce, che non ho potuto far più, e la lettera al signor don Cesare: s’avrò tempo, manderò anche la dedicazione, acciochè Vostra Signoria non metta alcuno indugio a la stampa; ma al più tardi, la manderò per quest’altro corriero.</p>
               <p TEIform="p">Vorrei che Vostra Signoria m’aiutasse a mettere insieme tutte le mie lettere; e però, mentre io procurerò di riaverle da molte bande, e particolarmente dal signore Ardizio e da altri amici, Vostra Signoria può scrivere a la granduchessa ed al suo secretario, pregandoli che mandino quelle ch’io ho scritte a Sua Altezza: il che deono far tanto più volentieri, che non fece il duca di Parma, quanto più posso sin’ora lodare la liberalità vineziana de la romana. Noi altri poeti non possiam viver lietamente, se i prencipi non riconoscono, con questi quasi tributi, la nostra virtù. E per fermo è una nuova sorte di grandezza non conosciuta dal volgo, il potersi fare i prencipi tributari: ma questo secreto non convien rivelarlo al volgo, perchè Vostra Signoria anch’essa è poeta, e dee favorire i poeti: ma lasciamo i scherzi da parte. Se Nostro Signore dopo tante mie tribulazioni si mostrerà benigno e favorevole a’ miei giustissimi disideri, ed esaudirà le mie umilissime preghiere, io non dubbito che questi prencipi d’Italia non debbano mostrarsi meco liberali, come io avea pensato inanzi a tanti dì di mia infelicità. Fra tanto Vostra Signoria m’aiuti in questo negozio de la stampa, quanto ella può; e sappia che di niuna cosa fo maggiore stima, che de la memoria di mio padre: ma conviene ancora che io abbia risguardo a molte altre; ed in alcune sono stato quasi costretto. Bacio a Vostra Signoria le mani. Di Mantova, il 24 di novembre 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANNIBALE IPPOLITI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Un mio sonetto, e mille preghiere di Vostra Signoria potranno acquistarmi tanto de la grazia del serenissimo signor duca, quanto può bastare non solo a conservarmi quella del serenissimo signor principe, ma per accrescerla: e ne mando uno solamente; perchè se più ne mandassi, non darei a la sua cortesia grande occasione di mostrarsi a favor d’uno, che vuole più che non può. Fra tanto attenderà a finir la mia tragedia, la quale in vero mi tiene occupato; e la finirò con due Sofocli, ma senza l’Euripide: acciochè io possa almeno imparare con questa occasione quanto sia utile, anzi necessario, il cambio de le cose, co ’l quale sogliam dare il soverchio, e prender quel che ci manca. Bacio a Vostra Signoria le mani, ed a’ suoi compagni similmente. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">lo soglio uscir quando posso, ed aver le risposte di Vostra Signoria da’ corrieri quando vogliono; però non si maravigli se riceverà molte lettere in molti pieghi: in questo sarà la dedicatoria al signor duca di Mantova, acciochè s’incominci subito a dar principio a la stampa. Non può Vostra Signoria farmi maggior piacere. Messer Girolamo Costa non ha eseguito l’ordine di Vostra Signoria come avrei creduto, quantunque gli abbia mostrata la lettera ch’ella mi scrive: andrò oggi di nuovo a trovarlo, per veder s’avrà mutata opinione; ma egli poteva esser più cortese. Procuri da la granduchessa le lettere ch’io le ho scritte, perchè disidero che si stampino fra l’altre mie: e sopra tutto Vostra Signoria serbi le lettere scrittele da me; acciochè restino perpetuo testimonio de la nostra amicizia, e de la mia benevolenza. Ne la mia valigia erano alcune scritture, le quali io ricuperarei volentieri. Fra gli altri miei libri me ne fu mandato uno di monsignor Fantino: se l’ha scompagnato, me ne servirò; ma non vorrei adoprarlo, s’egli avesse gli altri tomi. Vostra Signoria sappia ch’io son discretissimo. E le bacio le mani. Di Mantova, il 26 di novembre del 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIULIO VASSALINO. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">È possibile che non vogliate contentarvi di tanti dispiaceri, senza proceder più oltre? Voi avete fatto stampare tante opere mie scorrettissime, e non mi avete donato cosa alcuna; anzi non m’avete pur voluto pagare quel che dovevate: ora volete accrescer le mie disperazioni con lo stampar queste lettere. Mandatele almeno prima, acciò ch’io le riveda; e fate ch’io conosca in queste feste di Natale qualche segno di pentimento, acciò ch’io possa viver più lietamente che non ho fatto molti anni. Tasso vuol che gli sia donato da tutti: da’ grandi, per timore che non ne dica male; da’ piccioli, pel tema chè non ne faccia loro. Voi mi vedrete un giorno con un archibugietto al fianco, e con un altro ne la bisacca, e con la spada o con uno spiedo in spalla, come vanno gli scherazzi; ed avrete occasione di guardarvi, se non cercate di placare il mio sdegno. Ma in conclusione vi prego che mandiate queste vostre lettere, acciò ch’io le riveda; chè ve ne darò de l’altre. E mi vi raccomando. Di Mantova, il 27 di novembre del 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANNIBALE IPPOLITI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mando a Vostra Signoria un altro sonetto fatto al serenissimo signor duca nel medesimo suggetto. Scriverò più lunga composizione in altra materia, o almeno in altra occasione; perchè ora sono occupato, come io le ho scritto. Ringrazio Vostra Signoria che m’abbia trovato l’Euripide: e le bacio le mani. Di camera.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A MARGHERITA GONZAGA, DUCHESSA DI FERRARA</salute>
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               <p TEIform="p">La grazia di Vostra Altezza è stata forse tarda; perch’io la riceva dove ella nacque, ed ove mio padre ed io eravamo servitori del suo, prima ch’ella nascesse: così ha voluto il serenissimo signor principe suo fratello, ed io medesimo, e la providenza di Nostro Signore; de la quale temerei molto, se non fossi stato in ogni tempo affezionatissimo a la grandezza, a la riputazione, a l’onore de la sua illustrissima Casa. Ma non avendo in ciò alcun rimorso ne la coscienza, son pieno tutto di buona e di certa speranza. Le mie pazzie si possono imputare a la mia fortuna; l’altre cose, al mio volere; nel quale non può essere alcuna mutazione, almeno in quel c’appartiene al servigio di Vostra Altezza e del serenissimo signor principe: nè potrei anche essere in parte, dove il serenissimo signor duca suo marito dovesse più agevolmente perdonarmi; e co ’l suo perdono dovrebbono finire tutti i miei mali, e l’inquietudini, le quali cominciarono co ’l suo sdegno. Io non debbo irritarlo, ma placarlo: ma com’io conosco il debito, altri sa il potere; e Sua Altezza si dee appagare de la volontà. Le dimando una picciola grazia de’ razzi e de’ corami, e d’altre cose che già furono mie, e d’alcuni libri e d’alcune scritture particolarmente; la qual sarà cagione ch’io più volentieri mi fermi in questa città, e ch’io speri più facilmente di risanare. Sono frenetico già molti anni, e per la frenesia impedito in tutte le operazioni de la mente: gli altri mali sono più noti a gli altri, c’a me stesso; e chi gli conosce, dovrebbe sapere il rimedio e poterlo usare. Non sono sì giovane, ch’io andassi volentieri mutando paese e servitù e la mia fortuna è stanca come l’ingegno; e l’infermità m’ha fatto più povero di speranze: e per tutte queste cagioni io mi raccomando a Vostra Altezza. Ed umilissimamente le bacio le mani. Di Mantova, il 29 di novembre del 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A ERCOLE COCCAPANI. Ferrara</salute>
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               <p TEIform="p">Io conosco la gentilezza di Vostra Signoria, la qual non sa negare cosa che se le dimandi, se non risposta: però concedendomi questa, mi concede tutte l’altre. Ho bisogno d’alcune cose, le quali dimando. L’altre non chiedo perchè ora mi bisognino; ma per non far torto a la cortesia di Vostra Signoria, e per non mostrar dubbio alcuno de la grazia di Sua Altezza; la quale, con questo picciol dono di quelle cose che fur già mie, m’insegnerà per l’avvenire ad esser savio, dimostrandomi ch’ella sia stata più clemente in renderle, che io cauto in conservarle. Questo ancora sarà un segno di clemenza e di grazia conceduta. Ne’ corami non so che alcuno abbia ragione, perch’io li pagai; e ne’ razzi, quello ebreo n’ha poca o niuna, perchè si contentò di pigliare il Valenza per creditore. Ma basta l’autorità di Vostra Signoria e del signor suo padre; a cui bacio le mani. Di Mantova, il 29 di novembre del 1586.</p>
               <ps>
                  <p TEIform="p">Poscritta. Si degni d’appresentare la mia a la signora duchessa: e s’ella farà ch’io sia compiaciuto ne le cose oneste, come Vostra Signoria accenna, ne l’altre io cerco piacere.</p>
               </ps>
            </div2>
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               <head TEIform="head">699</head>
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                  <salute TEIform="salute">AL CAVALIER GASPERO PIGNATA. Ferrara</salute>
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               <p TEIform="p">Il quadro di mio padre e le mie scritture mi sono tanto care, che s’appresenta a Vostra Signoria occasione di farmi nuovo favore, non minor del primo. Onde io stimo che non le spiacerà d’aggiunger quest’obligo a gli altri, acciò ch’io debba tener perpetua memoria de la sua cortesia. È stato il primo che doppo il mio partire l’ha usato meco in coteste parti: non vorrei che fosse l’ultimo, o che quella sua sia stata l’ultima azione. La sua virtù è quasi un fonte, da cui possono derivar sempre nuove grazie e nuovi lavori, e risplende come un raggio di sole; onde non può temere che sia men chiaro, perc’altri l’usi nel medesimo tempo. Io non vorrei adoperar quel libro di monsignor Fantino, s’egli fosse compagno di molti altri tomi del medesimo autore; ma non estimo ch’egli sia: credo che Vostra Signoria avrà fatti i miei protesti. E le bacio le mani. Sia contenta di baciarle in mio nome al signor cavaliero suo fratello, ed a’ signori Taverrisi. Di Mantova, il 29 di novembre del 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">De’ dialoghi de la Nobiltà e de la Dignità non so quel c’abbiate fatto. Non si potevano stampare con mia sodisfazione, se io non vi aggiungeva alcune cose pertinenti a l’autorità di Nostro Signore; e non era maraviglia che io me ne fossi dimenticato d’alcune, in tanta debolezza di memoria e in tanti anni d’infermità. De’ dieci scudi ch’io avanzava, o (come a voi pare) sette, avrei avuto maggior bisogno innanzi a questo Natale, che in altro tempo; e sono passati mesi ed anni che mi doveano esser pagati. Mi rincresce di chiederli in questo tempo che dovete maritar vostra sorella; ma pochi danari non possono disturbare un matrimonio, nè dare incommodo a preti ed a’ mercanti, che sono sempre agiati e bene stanti. E vi bacio le mani. Di Mantova, il 29 di novembre 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Sono molte settimane ch’io non ho lettere di Vostra Signoria, onde mi saranno più care quando mi saranno portate. Le mandai la lettera dedicatoria, ed alcune stanze; sì che poteva dare il poema a la stampa. Niuna cosa importa più in questo negozio, che la prestezza; perch’io disidero la grazia di questi serenissimi signori che mi hanno tratto di prigione. Prego dunque Vostra Signoria che non indugi, nè trattenga più il libro.</p>
               <p TEIform="p">Il ritratto di mio padre m’è caro quanto possa esser cosa al mondo; però gliele raccomando, ed insieme queste due lettere inchiuse: l’una de le quali è scritta al signor Ercole Coccapani, il quale potrà darle alcune altre mie robbe: è gentiluomo, e ’l farà agevolmente: ma sarà meglio che gliele dia ambedue.</p>
               <p TEIform="p">Mi rincresce di non aver fatto menzione nel mio Secretario di sei epistole di Demostene, e d’una di Filippo: s’io n’avessi copia alcuna, gliele aggiungerei. Sono gravi, come quelle di Platone e di Marco Tullio, e co ’l parlare assai continovato, è, per così dire, legato da le congiunzioni. Vostra Signoria può prender ne le cose mie ogni sicurtà, e questa ancora d’aggiungervi queste parole: “L’epistole di Filippo e di Demostene agguagliano ne la gravità quelle di Platone e di Marco Tullio:” e se per se stesse non s’attaccassero con l’altre, ve n’aggiunga quattro o sei de le sue toscanissime. Non so che pensi il Vassalino; e s’oltre l’obligo suo, vorrà far ch’io abbia qualche scudo per questo Natale. Io ho pensato di formare anche l’Idea de lo stampatore; e ’l vorrei officiosissimo, e cortesissimo: egli m’intenderà. Vostra Signoria mi consoli spesso con le sue lettere. Io ho quasi finita la mia tragedia, la qual darò a la signora principessa serenissima, che fu cagione ch’io la finisca. De le mie scritture io scrivo al signor cavalier Pignata, che mi promise di farle ritrovare. E bacio a Vostra Signoria le mani. Di Mantova, il 30 di novembre del 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Ferrara</salute>
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               <p TEIform="p">Nel serrare il piego, vedendo quanto male io ho scritto alcune cose, ho voluto aver maggior fede ne la sufficienza di Vostra Signoria, che timore de la mia negligenza, o de li stampatori; perchè so ch’ella potrà intendere, e corregger tutte le cose agevolmente. Ora io mi vaglio di lei: una volta la servirò io in simile occasione. Il Floridante mi piacerebbe in quarto o in ottavo foglio, più tosto ch’in forma picciola; ma in tutti i modi la prego che faccia stamparlo con la dedicazione al serenissimo signor duca di Mantova; perchè così diliberai che si facesse; e tale anche era la volontà di mio padre stesso. Ed a Vostra Signoria bacio le mani. Di Mantova, il 7 di decembre del 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A MAURIZIO CATANEO. Roma</salute>
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               <p TEIform="p">Ne l’ultima lettera di Vostra Signoria ho conosciuta la rara sua virtù, e la singolarissima affezione che mi ha sempre portata, ed ora mi porta in quello stesso modo. De la quale la ringrazio quanto posso; poichè non posso lodarla quanto vorrei: e particolarmente odo il consiglio che mi dà sincerissimamente, di non venire a Roma, s’io non ci vengo con mia riputazione. Ma il venirci in questo modo è difficilissimo: e devrei forse stimar che devesse esser mio onore il venirci, come altre volte ci son venuto, e ’l dimorarci; e non altrimenti: ma senza l’aiuto vostro, e de’ vostri signori ed amici, non n’ho molta speranza; perchè, rimanendo a Mantova, e confermando la servitù con questo serenissimo principe, non sarebbe agevole, nè forse onesto, prender occasione di chieder licenza. Vostra Signoria sa in gran parte le cose passate, da le quali può argomentare le presenti e le future. Io non potrei sostener di vivere in corte con peggior condizione, o con minor favore di quello c’ho avuto ne la mia gioventù. E questa è quella deliberazione ch’io non posso nè voglio nè debbo mutare, benchè mutasse tutte l’altre: e se io voglio misurare insieme le mie colpe e le pene, queste mi paiono tanto maggiori di quelle, ch’io pretendo tutti quelli onori e quelle grazie che possa pretendere alcun gentiluomo d’Italia: ed a chi non vuol far grazia, dimando giustizia. Ho passato con Vostra Signoria tutti i termini del parlar liberamente: faccia ch’io non passi quelli de la modestia; non dico con lei, con la quale non ho occasione, ma con gli altri. E poichè ha soluto rinovar la memoria di mio padre, non consenta, per quanto si stenderà la sua autorità e de’ suoi padroni, ch’io sia costretto a far le pazzie, come sono sforzato a dirle. Se stimerà ch’io debba fermarmi in Lombardia, penso di stampar un poema di mio padre, drizzato al già eccellentissimo, or serenissimo duca di Mantova. Ma questo sarebbe uno stabilir la servitù con questo principe; al quale avendo l’obligo de la libertà, non parrebbe ch’io glie le potessi pagar se non con la libertà medesima: nè io ricuso la servitù, ma le condizioni de la servitù, se non sono quelle che mi paiono convenienti. Vostra Signoria baci in mio nome le mani a l’illustrissimo signor cardinale Albano, ed al reverendissimo Patriarca, ed al reverendissimo Nunzio. E saluti i miei nepoti, se mai scrive ad alcun di loro. E viva felice. Di Mantova.</p>
               <p TEIform="p">Ho avuto lettere dal reverendo Licino: ma Vostra Signoria non resti di scriverli.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Ferrara</salute>
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               <p TEIform="p">Una settimana è stato trattenuto il quinternello che Vostra Signoria m’avea mandato: laonde non si maravigli se non è servita d’alcune cose che mi dimanda; ma di tutte sarà compiaciuto, com’io sia meno occupato. La tragedia mi vorrebbe tutto: ma è stato necessario ch’io attenda ancora a quest’altro negozio. Le rimando il quinternello con le mutazioni di molte stanze, e d’alcuni versi, per le quali questa notte sono stato desto molte ore. Vorrei che si stampasse in tutti i modi, e si cominciasse inanzi Natale. Vostra Signoria non può farmi maggior piacere di questo: nè avrà mai così bella occasione di giovare ad un suo amico: e ne meritarà tanto maggior loda, quanto in questa operazione sarà più singolare, o almeno più raro; e niuno il loderà più volentieri di me. Fate dunque di grazia, signor mio, che ’l Vassalino o gli altri librari non mi menino di giorno in giorno con tanto artificio, e con impedimento de’ miei negozi. Non so quello che a lui importi lo stampar prima il Secretario; ma dovendosi stampare, com’io concedo, non si dee guardare a la picciolezza del volume più c’a la convenevolezza. Sarebbe male accompagnato co ’l dialogo de le figure: più convenevolmente si possono stampare insieme il Messaggiero, o quel Del fuggir la moltitudine, come già le ho scritto. L’uno si potrebbe avere dal signor Malpiglio, c’al fine dovrà esser cortese in renderlo: l’altro aspetto da Roma, perchè non so chi n’abbia copia. È riformato, e son cassate molte vanità, ed aggiunte molte cose di maggiore importanza. Fra tanto non si dee perdere il tempo, ma stampare senza indugio il Floridante: ed io ve ne prego per la nostra amicizia, e per la benevolenza del signor cardinale del Mondovì, che vi è tanto cara: e dopo avervene pregato, ve ne riprego; e vorrei che ’l pregare e ’l ripregare non fosse indarno. De la dedicazione, Vostra Signoria può deliberare a suo modo: co ’l Messaggiero sarebbe quasi necessaria una lettera al serenissimo signor prencipe di Mantova. Io serbo tutte le mie rime: e se i stampatori non mi fanno de le solite burle, spero di farne stampare io stesso un buon volume. Mando ancora tre stanze, le quali potrà mettere fra l’altre de le donne caste, dove più le pare. Baci in mio nome le mani al signor don Cesare d’Este ed al signor ambasciatore, s’egli sarà ritornato da Fiorenza: ed avertisca di mandar le sue lettere in modo, che mi siano date subito. Terrò memoria del padre don Gabriello: fra tanto Vostra Signoria può conciare quel verso così:
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                     <l part="N" TEIform="l">Voi sacrate a la Croce or prose or carmi.</l>
                  </quote>
Aspetto sue lettere conforme a l’espettazione ch’io ho de la sua gentilezza. E le bacio le mani. Di Mantova, il 9 di dicembre del 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non vedo più maestro Bartolomeo; però non so se m’abbia portato in questo viaggio alcun libro. Dovrebbe portarmelo in camera, perchè sarà pagato cortesemente. Io son poverissimo gentiluomo, però a Vostra Signoria non posso offrir cosa alcuna in questo matrimonio di sua sorella: se ’l mio negozio di Napoli fosse spedito, avrei mostrato a Vostra Signoria che non mi manca animo nè volontà di riconoscere i servigi; ma in questo mezzo, io ho bisogno di quel de gli amici. La miglior nuova ch’io potessi avere, sarebbe che ’l patriarca di Gerusalemme fosse cardinale. Ma questa nuova dignità gli accrescerebbe spesa, laonde io sarei ne’ bisogni medesimi. D’altri amici non so quel che possa promettermi: padroni non desidero, servitori non posso tenere; però Vostra Signoria mi scusi: e se le parrà di farmi compagnia nel viaggio di Roma, io la ringrazio; ma non posso partire, se ’l padre don Angelo non mi assicura il passo. Vostra Signoria mandi le scritture, non potendo venire; e baci le mani al signor Ercole Tasso. Di Mantova, il 13 di decembre 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A ERCOLE COCCAPANI. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">La buona opinione ch’io ho de la natura di Vostra Signoria mi fa quasi scordare quella ch’io dovrei aver de la mia fortuna: ne la quale non dovrei molto fidarmi, per non esser simile a coloro c’avendo fatto naufragio, tornano un’altra volta a navigare poco felicemente. Ma non sia vinta la sua cortesia da la mia cattiva sorte. Io non ho voluto dimandar giustizia, ma grazia; avendola dimandata per quei mezzi che può sapere, tante volte, in tanti modi, e con tante preghiere. Ma le grazie ancora sogliono esser giuste. Non ricuso il mezzo del signor conte Federico Miroglio, bench’egli m’abbia negata risposta; e non avendo voluto darmi la sua, molto meno mi procurerà quella de la signora duchessa, s’io non adopro altri intercessori: ma non vorrei moltiplicare in infinito. Vostra Signoria può aver tanta parte in questo, quanto l’è piaciuto d’aver ne gli altri favori ch’io ho ricevuto. Accetti da me ogni cosa in buona parte, com’io accetterei tutto lietamente da la sua benignità. E le bacio le mani. Di Mantova, il 14 di decembre del 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ringrazio Vostra Signoria infinitamente c’abbia fatto dar principio a stampare il Floridante; perchè niuna cosa può acquetarmi più l’animo in tutte le deliberazioni. Faccia dunque ancora, che gli stampatori seguitino; e schivi tutti gli impedimenti, o gli rimova. Io cerco di ricuperar con ogni diligenza tutte l’opere mie. Ho avuto un libro assai grande di rime da Bergomo; un altro ne portai meco: ma ’l primo è in poter del signor Alessandro Pendaglia; al quale io scrivo una lettera, pregandolo che voglia mandarlomi. Io non ho lasciato a Sua Signoria alcun memoriale; ma il Seneca sarebbe stato a me invece di memoria. Non mi maraviglio molto che ne gli stampatori si trovi poca cortesia; ma ne’ cavalieri dovrebbe ritrovarsi, e nel signor cavalier Pignata come ne gli altri. Egli dee sapere quel c’avenisse di molte mie scritture ch’erano ne la valigia, de le quali non ho avuta alcuna. Ho poi avuta la risposta del signor Coccapani. A monsignor Fantino sono obligato del dono; ma se quel volume fosse accompagnato con gli altri di sant’Agostino, mi parrebbe indiscrezione l’accettarlo. Gli altri suoi libri rimandai di Santa Anna; e, se ben mi ricordo, furono Paolo Emilio e Guglielmo Tirio: gli devrebbono esser dati, se non gli sono stati dati prima. Vostra Signoria l’avvertisca.</p>
               <p TEIform="p">Le mando la tragedia, e n’aspetto la copia promessa, per appresentarla a la signora prencipessa. Il signor patriarca di Gerusalemme me n’avea dimandata un’altra copia; ed io non posso negarla, perchè già gli fui obligato più che a tutti gli uomini del mondo, ed ora vorrei avergli altrettanto obligo. Suol molto favorir tutte le mie composizioni: ed io non ho maggior piacere che sian lette da alcun altro. Messer Luca Scalabrino, al quale io scrivo, si prenderà questa fatica, se pare a Vostra Signoria. Egli ha grandissima pratica de la mia lettera; onde intenderà agevolmente le correzioni.</p>
               <p TEIform="p">Le rimando indietro il Secretario, e quell’altro picciol trattato. Ho mutato quel ch’io voleva; ma ne l’altra copia son le mutazioni de le figure, ch’importano assai. Prego Vostra Signoria che ci abbia avertenza, come a quell’altre fatte nel Floridante. Le sue lettere mi sono state portate questa sera assai tardi, in compagnia di molte altre; laonde è impossibile ch’io le mandi quel che chiede, sino a quest’altro lunedì. Frattanto Vostra Signoria mi conservi ne la grazia sua, ed attenda al Floridante. Di Roma aspetto il Messaggiero ed altri dialogi. Il signor Malpigli credo si contentarà di dare il suo. Vostra Signoria gli baci in mio nome le mani, com’io le bacio a lei, ed a tutti gli amici suoi similmente. Di Mantova il 14 di decembre del 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A LUCA SCALABRINO. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Da che mi prometteste con una vostra lettera di venire a Mantova, non ho più intesa novella di voi: non vorrei che foste morto in modo alcuno. Vedete artificio da constringer gli amici ad esser più solleciti d’ogni accidente! quasi senza questa cagione io non fossi stato assai disideroso de la vostra salute. Scrivetemi di grazia, per quanto amore mi portaste un tempo, e mandate quei danari al signor Scipione Gonzaga, o a Mantova, se potete mandarli sicuramente. Un altro piacere vorrei da voi; verbigrazia, che ricopiaste la mia tragedia che sarà ne le mani del signor Antonio Costantini, nostro commune amico, e ne mandaste la copia a l’illustrissimo patriarca di Gerusalemme: e l’obligo si raddoppiarebbe, s’egli l’avesse a tempo per questo Natale, perchè potrebbe leggerla a qualche amico e signor mio. L’un mio pensiero mi porta a Roma con l’imaginazione, l’altro mi tira al signor Marco de’ Pii: baciateli la delicata mano da mia parte, e diteli che di leggieri si potrebbe recitar la mia tragedia questo carnevale in Mantova. Se vuol venire a lo spettacolo (disse il Castelvetro), si contenti di non leggerla, e voi di non mostrargliele; acciochè meno il fastidisca nel rappresentarsi. Il signor prencipe gli farà carezze: laonde, per mia opinione, può venire a farmi questo favore. Fate di grazia ch’io sia sodisfatto in tutte le cose de le quali io vi prego: e vi bacio le mani. Di Mantova, il 14 di decembre del 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io avea scritto così frettolosamente, come soglio, o come posso; ma tornando a legger la sua lettera, ho conosciuto di averle maggiore obligo ancora, ch’io non credeva: per lo quale tanto più mi vergogno di non poterla servire questa notte, benchè siano sei ore, ed io stanchissimo; perchè oggi ho finita la mia tragedia, a la quale, se io non avessi fatto l’invoglio, aggiungerei forse otto o diece versi, e non più: nè credo d’aggiungerli, da poich’ella sarà trascritta. Oggi ancora, dopo aver fatto l’invoglio, ho letta la Semiramis del signor Muzio, de la quale io non aveva memoria alcuna. Il ringrazio del sonetto, ed a l’occasione egli troverà me altrettanto pronto in onorarlo.</p>
               <p TEIform="p">Se Vostra Signoria vede il signor don Ferrante, gli baci in mio nome le mani. Io la compiacerò de la richiesta che mi fa per l’amico suo; acciochè vegga che li piaceri e benefici ch’ella mi ha fatti, e fa di continuo, non sono sparsi al vento: ma non dee per ora aver maggior compiacimento, che di giovarmi in questo negozio. Faccia seguitare a stampar l’opera cominciata; e spedisca più presto che può, e mandi la tragedia rescritta. Le bacio le mani. Di Mantova, il 14 di decembre 1586.</p>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">A MARCO PIO DI SAVOIA</salute>
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               <p TEIform="p">È stata cortesia la vostra di scriver così spesso ad uomo più tosto bisognoso de’ suoi favori c’atto a’ servigi: e sciocchezza sarebbe stata la mia il negar risposta, e negligenza il darla tardi, e superbia il rispondere altrimente di quello che si conveniva a i meriti di Vostra Signoria illustrissima; ma tanti difetti non possono essere ov’è tanta affezione. Queste non sono mie colpe, ma de la fortuna: laonde io non dovrei scusarne me stesso, ma accusarne coloro che se l’hanno retenute: io non gli conosco; nè, se volessi cercarne, saprei dove. Rimarrò dunque, come ho fatto altre volte, in questo danno, il quale solo può esser ricompensato da la vostra cortesia: nè crediate già signor mio, ch’io volessi opporre a cotesta sola virtù tanti vizi di sciocchezza, di superbia, di negligenza; anzi mi sforzerò d’imitar tutte le vostre virtù, de le quali in età così giovenile siete adorno in guisa, che potete essere imitato da’ più vecchi. Io entro ora mal volentieri nel campo de le vostre lodi, perchè mi stancherei nel primo arringo se prima non riprendessi vigore, e non fossi ristorato da le fatiche de la mente. Ma s’io avrò mai il potere pari a le forze, Vostra Signoria illustrissima conoscerà ch’io non cedo ad alcuno in onorarla, ed in fare stima de la grazia.</p>
               <p TEIform="p">Ho finita la tragedia, come può avere inteso da alcuni miei amici, i quali non mi hanno rimandata quella copia ch’io n’aveva fatto; onde non ho nè anche potuto porvi l’ultima mano: le mutazioni non di meno saranno poche, nè passeranno sei o sette versi in vari luoghi. Speditomi de la tragedia, rivedrò il Goffredo; nel quale l’accrescimento sarà di quattro canti, e di qualche centinaio di stanze ancora, che fiano sparse ne gli altri canti. Vorrei che quanti saranno i miei poemi, e gli altri miei componimenti, tanti fossino ancora eterni testimoni de l’affezione ch’io le porto; ma Vostra Signoria illustrissima può sapere quali sieno gli oblighi miei, e ’n quante parti bisogna ch’io quasi mi divida con l’opere e con le fatiche: oblighi di libertà, oblighi di servitù, oblighi di commodità, oblighi di salute; tutti mi sono addosso, e questi quasi congiunti. Altri ve ne sono, oltre questi, a quegli che mi procurano la grazia di Nostro Signore, di Sua Maestà, e di altri serenissimi prencipi, ed insieme con la sanità del corpo, la tranquillità de l’animo, e l’ornamento de la fortuna: ma fra tanti miei signori ed amici, Vostra Signoria illustrissima ha preso così alto luogo ne l’animo mio, come il merita la sua nobiltà, e la sua gentile ed officiosa natura; e non può esserle tolto per aversità o prosperità, per favore o disfavore, per grazia fatta o negatami, per timore o per isperanza, per danno o per guadagno, per nuova o per vecchia amicizia, per cominciata o per disegnata servitù. Ma troppo sarebbe lunga questa lettera, s’io volessi persuaderle quel che non mi è stato per ancora creduto. Restringo dunque così questa parte de l’affezion mia, come l’altra de le sue lodi, pregandola che non creda a veruno di me, più c’a me stesso; perchè allora Vostra Signoria illustrissima sarà meno ingannata, ed io più contento d’esser da lei conosciuto. E le bacio le mani. Di Mantova.</p>
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               <head TEIform="head">711</head>
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                  <salute TEIform="salute">ALL’ABATE CRISTOFORO TASSO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non voglio da Vostra Signoria più di quello ch’ella possa; ma vorrei che potesse tanto co ’l serenissimo signor principe di Mantova, c’ogni sua raccomandazione mi giovasse con Sua Altezza. I gentiluomini suoi pari, che non hanno bisogno di cosa alcuna, sono volentieri ascoltati da’ principi, e spesse volte esauditi; e possono scriver loro, con lor sodisfazione, o almeno senza dispiacere: ed in Vostra Signoria sono tutte quelle condizioni, per le quali gli altri sono estimati, e favoriti, ingegno, giudizio, lettere, virtù, nobiltà, e molti beni de la fortuna, oltre i molti de la natura e de l’arte e de l’industria: ma io non l’avrei pregata di ciò, se ’l signor Maurizio non me ne avesse consigliato; nè vorrei, rifiutando il suo consiglio, mostrar di aver poca fede in Vostra Signoria o di far picciola stima de la sua opinione. Co ’l reverendo Licino ho parlato spesse volte liberamente: laonde egli sa quanto io stimi la grazia di questo serenissimo principe, e quanto mi dispiaccia ogni mutazione, ed ogni fama d’incostanza; ed, oltre a ciò, quanto m’incresca che mi sia data occasione d’esser discorde in alcuna cosa da me stesso. Non rifiuto però l’offerta che Vostra Signoria mi fa, di spender la sua autorità co ’l reverendo Licino; perch’egli non ha voluto nè compiacermi nè sodisfarmi in questo negozio de le mie scritture e de’ libri: e forse il farà per rispetto di Vostra Signoria. La copia ch’egli fa de le mie rime, non è necessaria; e non mi servirebbe in quel modo che egli la fa: nè so perch’egli abbia voluto c’altri duri questa fatica indarno. Io ho bisogno de’ libri e de’ danari; ma non voglio per sette o diece scudi, che mi debba dare il signor Giovan Battista, disturbare un paio di nozze. Averò dunque pazienza, se pare a Vostra Signoria; e mi rincresce di non poterlo aiutare in altro modo: ma io son povero più di lui, e men sano. Vostra Signoria mi raccomandi a la signora sua madre, a’ signori suoi fratelli, e particolarmente al signor Ercole; e mostri di far tanta stima di me, e de la nostra antica domestichezza, che ’l padre don Angelo Grillo non mi giudichi affatto disprezzato da loro. Ma oltre tutti gli ufficii, e tutti i favori, e tutti i giovamenti che può farmi, gratissime mi saranno le sue raccomandazioni co ’l signor principe di Mantova: e mi gioverà di conoscer la forza e l’efficacia loro da qualche buono e presto effetto ch’io possa vederne. E le bacio le mani. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO BEFFA NEGRINI. Pavia</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Debbo negare risposta a Vostra Signoria, o pur rispondendo scrivere il falso? Nè l’una cosa posso fare, nè l’altra voglio. Il dono del suo libro fu bello e caro; il donatore, cortese e lodandomi e donandomi; ed io, per l’una e per l’altra cagione, obligato: nè so come uscir d’obligo. Non ho potuto ancora leggere il libro: tante sono l’occupazioni che ho avute. Il leggerò senza fallo; e ne scriverò il mio parere a Vostra Signoria. Fra tanto sia più scarsa de le sue lodi, ma non de la sua benevolenza; perch’io non merito d’esser meno amato; bench’io non sia degno d’esser tanto lodato. È in una città antichissima e nobilissima, la quale ora fiorisce per la gloria de lo studio e de le scienze. Guardisi che l’affezione non l’inganni: nè voglia, essendo conosciuta ne l’altre cose giudiciosissimo, dimostrar in questa minor giudicio. Il padre don Angelo Grillo s’aspettava in Bergomo: sarà agevol cosa che venga ancora a Pavia. Baciateli in mio nome le mani, e conservatemi ne la sua grazia; com’io pregarei lui, che mi tenesse ne la vostra. E vivete felici. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ebbi il libro de le rime, e ringrazio Vostra Signoria che al fine abbia cominciato a ricordarsi di me. Le mutazioni che io potrei fare in queste rime non saranno così poche, che Vostra Signoria dovesse ancora farle ricopiare; oltre che l’ordine non mi piace: però ha durata, o fatta durare questa fatica indarno. Io finirò assai tosto di rivederle e di ricorreggerle: fra tanto avrei avuto bisogno di quelle prose che sono in sua mano; fra le quali deono esser i miei discorsi poetici, come scrive il signor Scipione Gonzaga. Del suo cardinalato vorrei udire buone e preste novelle: fra gli altri, a’ quali si spera che debba esser conceduta questa dignità, non so se alcuno sia a cui molto caglia di me. Ma i nuovi cardinali sogliono esser più poveri de gli altri; ed io avrei bisogno dei vecchi, perchè lor sarebbe non grave di nutrirmi ne l’ozio letterato, se pure io deliberassi di andare a Roma: e fra i ricchi è il cardinal Gonzaga, a cui non mancano soggetti di molta stima; però non dee esser desideroso d’uomo di così picciol valore, com’io sono. Ma i buoni offici del signor Maurizio potrebbero muoverlo a prender la mia protezione. Tutta la deliberazione del mio partire pende dal suo consiglio, e da quello del signor patriarca di Gerusalemme, e dal volere del serenissimo signor prencipe di Mantova, senza il quale non posso deliberar cosa alcuna.</p>
               <p TEIform="p">Io sono occupatissimo, e poco sano, come sa Vostra Signoria; però non posso questa settimana pensare a’ sonetti. Il carattere di vostro fratello è assai buono, ed a me sarebbe stato caro sopramodo d’aver qualche amico di codesta città, il quale mi togliesse parte de le fatiche; ma io non ho alcuna autorità co’ principi, nè ho avuta buona fortuna, nè spero di averla, se gli amici non m’aiutano in quel modo ch’io spesso ho accennato a molti di loro. Bacio a Vostra Signoria le mani, e al signor Ercole Tasso, e al signor conte Giovan Paolo, da’ quali non vorrei esser molto disprezzato ne la venuta del padre don Angelo Grillo. Io ho avuta l’origine da Bergomo, come Vostra Signoria dee sapere; però non fui mai più inclinato ad altra amicizia. E le bacio le mani. Di Mantova, il 18 di decembre 1586. </p>
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               <head TEIform="head">714</head>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Scrivo dopo la partita del corriero, a cui diedi il piego e l’invoglio, sperando pure che questa le debba esser mandata con le barche, o con qualche altra occasione questa settimana. Ho fatti i versi, i quali pensava forse d’aggiungere a la tragedia; ed alcuni altri, i quali pur deono essere aggiunti ne la medesima scena, che è l’ultima. Se Vostra Signoria avesse peraventura già ricopiata la tragedia, gli aggiunga, o gli attacchi in qualche modo in una picciola carta, facendo il segno dove debbano esser rimessi. Ho mutati alcuni versi ancora ne l’ultimo coro, ma mi sono dimenticata una stanza: nel fine del quale Vostra Signoria potrà pure aggiungere il medesimo, e lasciar lo spazio voto per due versi, perchè ve li aggiungerò poi io medesimo. Vorrei presentarla questo Natale a la signora prencipessa serenissima in tutti i modi. I sonetti non gli posso mandare sino a quest’altra settimana co ’l corriero: e Dio sa se questa giungerà prima. Io le do forse troppo fastidio, e soverchia noia; ma se Vostra Signoria non fosse molto cortese, io non avrei occasione d’esserle tanto obligato. Aspetto tuttavia di Roma il Messaggiero. Il signor Malpiglio darà facilmente a Vostra Signoria l’altro dialogo, e forse il signor Coccapane alcune altre mie scritture; ma io gli scriverò un’altra volta, nè voglio disperare ancora di quelle ch’erano ne la valigia. E bacio a Vostra Signoria le mani. Di Mantova, il 18 di decembre del 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mi spiace che Vostra Signoria arrivi in una città, ne la quale per mia cagione non sia accarezzata quanto io vorrei; ma non m’accusi de le colpe de la mia fortuna. Conoscerà i miei parenti, come potrà ancora conoscerli a Napoli, se le piacerà mai che facciamo questo viaggio insieme. Fra tanto le raccomando il negozio; e se il reverendo Licino le darà scrittura, la porti sicuramente. E le bacio le mani. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANNIBALE IPPOLITI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Picciola cagione avrà Vostra Signoria di rallegrarsi per le mie allegrezze, perch’elle tardi vengono, e tosto trapassano: ma se fra l’allegrezze numera i libri, e la tragedia finita; il suo piacere sarà tutto pieno di maninconia, com’è quello ch’io ne sento. Laonde sarebbe più ragionevole ch’io dovessi rallegrarmi co’ suoi piaceri, fra’ quali non dee esser mescolata alcuna amaritudine: ma non voglio che la mia allegrezza diminuisca la sua; e se facendomene qualche parte divenisse minore, godasela pur tutta, e lasci me ne’ miei soliti pensieri dolci ed amari, e ne la mia costanza, “<foreign lang="lat" TEIform="foreign">quam nulla redarguet aetas</foreign>.” Io sarei più liberal seco; ma dubito che la mia liberalità non le recasse noia: però non la costringo ad accettarla; anzi la conforto che si consigli con padre teologo o con altri, al quale non paia liberalità se non quella del danaio, o paia principalmente.</p>
               <p TEIform="p">Rimando a Vostra Signoria i due libri d’Andrea Eborense; e le rimandai il Sofocle, avendone io avuto un altro: ma peraventura ne la medesima cassa rimase per errore la Logica del padre Toledo, ch’io aveva; può farsi guardare, perch’io diedi la chiave al medesimo portatore. I dialogi del conte Annibale sono conservati per Vostra Signoria, perchè non voglio privarla di sì bella lezione: ma in simile occasione non farò meno per suo servizio. Per mio ho ritenuto Pietro Crescenzo. E bacio a Vostra Signoria le mani. Di Mantova.</p>
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               <head TEIform="head">717</head>
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                  <salute TEIform="salute">A MAURIZIO CATANEO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io conservo quella memoria ch’io debbo, de l’obligo ch’io ho a questi serenissimi principi, per la libertà ricuperata; e non consentirò mai che la presente età, o la futura, possa riprendermi d’ingratitudine: perch’io tanto più schiverò questo vizio, quanto e men punito da le leggi; acciochè si conosca, che non il timor de la pena, ma l’amore de la virtù m’è guida ne l’operazioni: e in quel poema particolarmente, che Vostra Signoria mi consiglia a finire, debbo esser grato a l’uno ed a l’altro. I principi sono generosissimi; la città, bellissima; i gentiluomini, cortesissimi: ma non mancano però l’occasioni da spendere, nè io il posso senza l’aiuto vostro, e de la città di Bergomo. Pregovi dunque, signor mio, che scriviate il vero. Io ancora scriverò particolarmente al signor cavalier Enea, ed a quegli altri gentiluomini. Mi dolgo che la mia tragedia non sia stata mandata a Roma, come io aveva commesso; ma la manderò io medesimo. A l’altre parti de la lettera di Vostra Signoria risponderò un’altra volta. Or vi bacio le mani. Di Mantova.</p>
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               <head TEIform="head">718</head>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mando a Vostra Signoria alcune stanze che deono essere aggiunte nel principio de l’ultimo canto del Floridante, il quale dee essere omai mezzo stampato; laonde non vorrei darle soverchia noia, pregandola che mi mandasse gli ultimi duo quinternelli. Questo negozio m’importa quanto più può importare: onde prego Vostra Signoria che solliciti gli stampatori. A le stanze de le donne può aggiungere tre o quattro stanze, se le pare; in modo però, che non faccia parer minore la lode de l’altre. A queste io non penso d’aggiungere altro, tra la fretta e la picciola speranza c’ho de l’altrui cortesia: e non l’avrebbe fatto mio padre medesimo, se fosse vivo.</p>
               <p TEIform="p">Aspetto un libretto di lettere, che m’ha promesso il padre don Angelo Grillo: ed io cerco di raccoglier l’altre similmente. Vostra Signoria, se a quest’ora non ha scritto a la serenissima granduchessa, le scriva di grazia; e cerchi di ricuperar quelle ch’erano nella valigia. Sua Altezza non difficilmente si contenterà di mandarne alcune ch’io le ho scritte; perchè avendo usata meco maggior cortesia de l’altre, non le dee spiacere che si leggano. Il signor Malpigli non dee essere scarso del piacere ch’io li chiesi, perchè siamo amici di molti anni.</p>
               <p TEIform="p">Mando a Vostra Signoria ora un sonetto fatto da me, ne l’occasione ch’ella potrà comprendere co ’l suo sottile ingegno. Ne vado facendo un altro, che, se sarà finito a tempo, si manderà per lo medesimo corriero; ma non so quel che possa avenire: onde manderò questa mattina il piego a messer Girolamo Costa, al quale mandai la tragedia ed alcuni versi che deono esser aggiunti. Messer Luca dee averla ricopiata, perchè non può negare questo servigio al signor patriarca Gonzaga. Egli era già l’anima mia; ora non so quel che pensi. Vostra Signoria baci le mani in mio nome al signor cardinale Laureo, quando gli scriverà: al quale vorrei questo Natale scriver qualche verso; ma non so s’io avrò tempo. La sua canzona sarà l’ultima, e non sarà la più lunga. Vostra Signoria mi conservi in sua grazia; viva lieta, e scrivami spesso. Di Mantova, il 19 di decembre del 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A MARGHERITA GONZAGA, DUCHESSA DI FERRARA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Il bisogno mi fa importuno, e l’umiltà timido nel supplicare: ma non volendo far torto a la cortesia di Vostra Altezza, procederò per una via di mezzo tra l’audacia e ’l timore. Io non le dimando perdono de’ pensieri o de l’intenzione, con la quale io non feci torto ad altro che a me stesso: ma de le parole, in cui ebbe maggior colpa la violenza de gli altri, che la mia volontà. Se co ’l perdono le parrà di farmi alcuna grazia. Vostra Altezza sa quelle che possono più obligarmi: ma io particolarmente la prego, che si degni d’accettare in vece d’umilissima servitù questo contrasto ch’io fo con la mia fortuna, con tanta mia infelicità. E perch’io aspetto più tosto gli effetti de la sua cortesia, che il segno de l’antica liberalità, non le darò nuova memoria de’ razzi e de’ corami, parendomi che sia troppo quel ch’io n’ho scritto. Ed a Vostra Altezza bacio umilissimamente le mani. Di Mantova, il 22 di decembre del 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL CAVALIER GASPERO PIGNATA. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">L’ultima lettera di Vostra Signoria m’ha ritrovato pieno d’altre occupazioni: laonde non avendo revista la canzona da quel giorno ch’io le scrissi, non la correggerei tanto a tempo, ch’io potessi mandarla questa mattina. Il signor don Cesare dovrebbe credere ch’io non estimo sì poco la sua grazia, che mi paresse grave fare un’altra canzona; ma può sapere quanto bisogno io abbia del suo favore, del quale m’è stato troppo scarso. Ed io son uomo che mi soglio muovere più tardi per speranza che per gratitudine: perchè da le mie speranze sono stato spesso ingannato; ma nel mostrarsi grato de’ favori e de le grazie ricevute, non può essere alcuno inganno.</p>
               <p TEIform="p">Io lasciai in una valigia, ed in una de le casse di noce molte scritture; ed essendo state le chiavi in poter di Sua Eccellenza e di Vostra Signoria, facilmente potranno ritrovarle; ed io ne rimarrò con molt’obligo a l’uno ed a l’altro. I razzi ed i corami sarebbon picciol dono de la liberalità di Sua Altezza, e picciol segno de la sua grazia; ma no n’avendo alcun altro maggiore, desidero almen questo; co ’l quale io non dispererò in tutto. Non scrivo al signor don Cesare, perchè Sua Eccellenza non m’ha fatto mai favore di rispondermi; ma potranno bastar le raccomandazioni fatte da Vostra Signoria, sin ch’io possa meglio dimostrarle quanto le sia servitore, e quanto mi sia dispiaciuto di non poterle baciar le mani nel mio partire. Scrivo nondimeno a la serenissima signora duchessa, parendomi ch’io debba ricevere in luogo di grazia, che Sua Altezza si degni di legger le mie lettere. Vostra Signoria dia ricapito a la lettera, se pur non vuole presentarla ella medesima: e ringrazi monsignor Fantino molto da mia parte, com’io ringrazio il signor suo fratello del ritratto che m’ha mandato. E bacio a l’uno ed a l’altro le mani. Di Mantova, il 22 di decembre del 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non ho veduto il corriero, nè avute lettere di Vostra Signoria, con le quali aspettava la tragedia ricopiata: avrei almeno disiderato l’aviso de la ricevuta. Ne l’ultimo sonetto che le mandai, ho mutata una parola, come vedrà; ed un’altra ne la tragedia, in quella scena ove Rosmonda scopre chi ella sia: perchè in quel verso,
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">Dentro non sol, ma bel teatro e loggia,</l>
                  </quote>
desidero che si legga invece di “loggia” “tempio”. Vostra Signoria potrà conciare il verso facilmente. Se può mandare gli ultimi quinternelli, senza trattener la stampa la prego che gli mandi. Dubbito che questo Natale non avrò sue lettere, le quali potevan molto consolarmi. Vostra Signoria solleciti in tutti i modi gli stampatori, e mi tenga in sua grazia. Di Mantova, il 29 di decembre del 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A RODOLFO GONZAGA</salute>
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               <p TEIform="p">Io venni a casa di Vostra Signoria per visitarla; e trovai ch’era partita: e s’io fussi stato signore di me stesso, quanto vorrei, e quanto sarebbe il devere, accusarei la mia negligenza; ma perch’io non potei venire prima, incolpo la mia fortuna, e la mala informazion datami, e l’occupazioni del servitore: e mi dorrei ancora che Vostra Signoria avesse mutata deliberazione, s’io ardissi di lamentarmene. Così improvisa risoluzione di un gentiluomo infermo, e così inaspettata esecuzione in istagione così cattiva, in città piena di tutti gli agi e di tanti commodi, non possono esser fatte senza qualche secreto consiglio, del quale io non so la cagione. Vostra Signoria s’è partita amalata, e lasciato ha me con maggior male. S’è ritirata ne la solitudine; ed io resto più solitario fra tante migliaia di uomini: ed io non ho altra speranza, che di vederla tosto sana; perchè de la mia sanità io poco ne spero, ed altri me ne promette meno. Non cessa però quel mio antico desiderio di leggere, e di rileggere le cose lette; al quale apporta grande impedimento la perdita d’alcuni libri. Onde prego Vostra Signoria che voglia far co ’l suo signor Ascanio quell’ufficio, del quale io la pregai; e preghi ancora il signor suo zio, ch’egli scriva in questo proposito così caldamente, che non possa negarmeli. Sarà costretto da la servitù c’ha avuto con quel signore, a farmi questo piacere, più che non è stato persuaso da l’amicizia che egli aveva cominciato in quel modo che gli era piacciuto. Le raccomandazioni di Vostra Signoria possono ancora giovarmi co ’l serenissimo signor principe; perchè non è passato il tempo, nè passarà fin che a Sua Altezza piacerà ch’io mi fermi ne la sua corte. Bacio a Vostra Signoria illustrissima la mano, e le do le buone feste. Di Mantova.</p>
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               <head TEIform="head">723</head>
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                  <salute TEIform="salute">A MAURIZIO CATANEO. Roma</salute>
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               <p TEIform="p">Tanto è il dolor ch’io sento del lungo tempo che s’interpone a far cardinale l’illustrissimo signor patriarca di Gerusalemme, ch’io non posso sentire allegrezza per la creazione de gli altri: fra’ quali conosco solamente l’illustrissimo signor cardinale de la Rovere, ch’era uno de’ padroni di mio padre. Ma poichè Vostra Signoria non mi dispera che questa dignità debba esser conceduta ancora al reverendissimo signor patriarca; mi consolerò fra tanto, che gli sia data occasione di mostrar in quest’altro modo la sua virtù.</p>
               <p TEIform="p">La scusa che Vostra Signoria fa meco, è soverchia: e se vi fosse alcuno errore (ch’io no ’l concedo), si può agevolmente emendare; perchè tanto vorrei che le sue lettere fosseno più spesse, quanto il tempo sarà migliore. Desidero di venire a Roma; non so se per fermarmi, o per passare oltre. Ma se l’aria d’uno di cotesti colli non mi giovasse, penserei d’andare a Napoli ed a Sorrento; con isperanza di risanare sotto quel cielo, sotto il quale io nacqui. Sono ancora infermo, come io le scrissi; e la frenesia è il maggior male ch’io abbia; dal quale io sono impedito in tutti i miei studi, e particolarmente nel comporre. Laonde spesso avrei fatta deliberazione di lasciargli tutti da parte, s’io avessi potuto. Ma posto che io pur volessi dar perfezione al mio poema, ed a l’altre opere mie, non so s’io potessi farlo; perchè in questa corte io son nuovo, e da’ nuovi servitori son ricercate molte cose, a le quali io non son atto: ed attendere a l’une ed a l’altre mi parrebbe impossibile, o almeno tanto malagevole, ch’io non crederei di sodisfare a gli altri, o di compiacere a me stesso. Io son disperato d’ogni altra servitù, da poi c’ho perduta quella che prima cominciai, con tanti anni de la più bella età. Ora non ricerco occupazioni, ma quiete; non obligo, ma trattenimento; non padroni, ma amici. E prenderei volentieri licenza dal servizio di questo serenissimo principe; poichè mi pare d’esser quasi escluso da l’amicizia. So quel che si conviene a la sua grandezza, ed a la modestia d’un gentiluomo che abbia sempre fatto profession di lettere: conosco l’occasioni, e i modi, e i tempi de l’onorare e del portar rispetto; e vorrei più tosto d’esser chiamato fra gli ultimi, che di pormi fra’ primi. Ma dopo sette anni di prigionia, nove d’infermità trentaduo d’esilio (se così debbo chiamarlo); dopo mille inquietudini e mille dolori, e con continuo affanno di veder lacerate l’opere mie; ricuserei, s’io potessi, tutte l’altre fatiche, le quali possono impedirmi di correggerle, d’accrescerle e d’abbellirle. Ho grande obligo, per la libertà quasi ricuperata, al serenissimo signor principe di Mantova: de le altre cose non posso voler, se non quel che piace a Sua Altezza: e mi spiacerebbe di perder, per la malignità de gli altri, quel che ho acquistato per suo favore. E bench’io volessi domandar licenza, non saprei come trattenermi, o come partire, o dove andare, se Vostra Signoria non m’aiuta con la sua città, ch’io vorrei dimandar patria commune. L’aiuto che io dimando, è di compagnia, di servitore, e commodità di poter studiare, e di qualche scudi. Vostra Signoria conservi memoria de le sue promesse, e de le mie: e s’assicuri ch’io la conserverò de l’obligo, nè sarò ingrato a la città, o a Vostra Signoria in tempo alcuno.</p>
               <p TEIform="p">Se ’l reverendo Licino verrà, sarà il ben venuto; e mi parrà che venga dal cielo: e sarebbe mio contento, se avessi il modo di poterli far carezze; tanta è l’affezione ch’io porto a la patria, ed a lui. Ma in questa corte non ho alcuna autorità, nè alcun favore, nè alcuno appoggio, se non mi fosse dato dal signor patriarca. Venga dunque il reverendo Licino, se le pare; ma con questa speranza.</p>
               <p TEIform="p">Ringrazio Vostra Signoria che mi avvisi spesso de’ miei nipoti, e de gli amici, come è il signor Flamminio, e ’l padre don Angelo, e ’l signor Cipriano: e la prego ch’in tutti i modi mi faccia questo favore, perch’io non sarò mai stanco di ringraziarla, e di lodarla. Potrà poi far buono ufficio co ’l serenissimo signor duca di Ferrara, quando io sarò fuori di questo dubbio. Nostro Signore la conservi co’ suoi padroni. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">ALL’ABATE CRISTOFORO TASSO. Bergamo</salute>
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               <p TEIform="p">Facilmente posso esser persuaso a creder molto de l’affezione che Vostra Signoria mi porta; perchè la mia verso lei è grande, come fu sempre: e se ne la persuasione fosse alcuno inganno o alcuna apparenza, mi gioverà d’esser ingannato. Prego dunque Vostra Signoria, che voglia confermarmi ne la mia opinione, scrivendo al serenissimo signor principe di Mantova in mia raccomandazione così caldamente, come avrebbe fatto il signor suo padre per lo mio, s’egli n’avesse avuto bisogno, o pur suo zio: dal quale avendo ereditato il nome, dee ancora mostrarsi erede de la virtù e de l’amorevolezza che fu tra loro.</p>
               <p TEIform="p">Il signor Maurizio mi scrive d’un servitore del quale io avrei bisogno: ma io son servito in questo principio da’ servitori di Sua Altezza. Laonde non è necessario ch’io faccia venir nuovo servitor da Bergomo, se non confermandosi questa mia servitù, come vorrei che si stabilisse, con la quiete de’ miei studi, e co ’l favor di tutti gli amici e di tutti i parenti; i quali, dopo tanti miei infortuni, devrebbono volentieri vedermi in questa nobilissima corte, e mostrarsi partecipi di quest’obligo co ’l serenissimo signor principe. E non dico solamente quelli di Bergomo, ma quelli di Napoli. E già non avrei ardire di scriverlo, s’io non istimassi che ne la mia infelicità di tanti anni avesse avuta maggior parte l’ingiustizia e la malignità de’ miei nemici, c’alcuna mia colpa. Signor Cristoforo, s’io non ho molti meriti, ho purgato molti errori: e ne le cose ne le quali il giudizio de gli uomini è dubbio, devrei aver la sentenza in favore; perchè non se ne volsero mai accertare, e ora meno vogliono de l’altre volte: ma ogn’uno devrebbe esser certo de la mia buona volontà. E se la malizia facesse a molti quasi un velo a gli occhi, spero ne la grazia d’Iddio, che non consentirà che sempre resti occulta. E le bacio le mani. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIULIO GUASTAVINI</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ebbi un’altra lettera di Vostra Signoria co ’l suo sonetto; e non risposi, non potendo rispondere a l’uno ed a l’altro. Sono occupatissimo, e stanchissimo di composizioni, e desiderosissimo di piacere. Però Vostra Signoria mi perdoni s’io nego la risposta, o se la ritardo. La ringrazio che si rallegri de la mia libertà, perchè niuna cosa può esser più cara a gli animi gentili; e tutte l’altre che sogliono essere grate in questo mondo, non possono recare intiera sodisfazione senza la libertà. Gli altri sinora non hanno voluto participarne potendo, per non diminuirlo; nè si sono curati d’accrescerlo in altro modo: “<foreign lang="lat" TEIform="foreign">nec quemquam incuso</foreign>.” Ringrazio ancor Vostra Signoria che mi dia occasione di conoscere il signor Leonardo Spinola, perchè in altra occasione spero di poterli mostrare quanto io gli sia affezionato; ma ora mi rincresce di non poterlo raccorre, ed accarezzare come avrei voluto. Il padre don Angelo se n’è ito a Genova. Di là s’aspettano buone nuove in questi paesi; da me particolarmente, che son vago del buon tempo. E questo replico volentieri, acciochè Vostra Signoria più facilmente mi perdoni l’indugio del sonetto. Rispondo a messer Bernardo Castello, il qual mi visitò cortesemente in prigione. Ed a Vostra Signoria bacio le mani; e me le raccomando.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A BERNARDO CASTELLO. Genova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non lodai l’eccellenza de la vostra pittura, acciochè il mio sonetto le fosse uno sprone, non dico a maggior perfezione, ma a nuove opere: però non è necessario che Vostra Signoria me ne ringrazi. Ed oltre a ciò, era dovuto per gratitudine al dono che mi avea fatto: ma qualunque egli sia, sarà un altro testimonio a i posteri de la nostra amicizia; la quale io vorrei che fosse durevole, e celebre. E tanto v’accennai de la mia volontà, quanto bastava. Ora, bench’io avessi potuto mutar desiderio, non ho mutato proponimento. Io penso di fermarmi questo verno in Mantova; e s’io facessi viaggio, non sarebbe lungo: tal che Vostra Signoria può mandar l’istorie quando le piace. E le bacio le mani. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ogni giorno il serenissimo signor prencipe mi fa dimandar la tragedia; laonde s’io paro troppo importuno co ’l sollecitarla con sì spesse lettere, Vostra Signoria ne dia la colpa a la sollecitudine che vien fatta a me. Dee a quest’ora averla ricopiata; onde la prego che me la mandi senza indugio. Quando il signor prencipe me la fa chiedere, non posso negar la verità; ma in tutte l’occasioni mi ricordo quanto obligo abbia a Vostra Signoria, e me ne ricorderò per l’avenire. Aspetto di costà qualche scudo, perchè la borsa, ne la quale inanzi a le feste erano pochi danari, oggi è vota affatto: e senza danari non saprei come deliberare di venirmene a Roma, se voi foste andato prima, o s’io non volessi dimandarne al serenissimo signor prencipe. Baciate le mani al signor don Cesare, ricordandomegli servitore: e tenetemi in vostra grazia. Di Mantova, il 28 di decembre del 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A NICCOLÒ SPINOLA. Genova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Bench’io sia più vicino a Vostra Signoria molto illustre, ch’io non era in Ferrara, ho minor ardire di pregarla, ch’io non aveva; perciochè non avendo tanto bisogno d’aiuto e di favore, non vorrei parere o di soverchio timido, o soverchiamente volenteroso: nondimeno ristringerò le molte preghiere, ch’io avea pensato di porgere, e le molte dimande in una supplica sola, la qual vorrei che fosse appresentata dal signor conte Ottaviano a l’imperatrice; acciochè non paia ch’io aspetti da niuno altro la grazia più volentieri, o con maggior osservanza e divozione. Vostra Signoria mi favorisca in quel che può; perchè se ’l favore sarà eguale al potere, non sarà picciolo: e sia contenta di dar risposta al padre don Angelo, co ’l quale sarei venuto io stesso, s’egli avesse creduto di potermi condurre pacificamente. Bacio le mani a Vostra Signoria, ed al signor Alessandro, ed a la signora Livia Spinola, ed a tutta la sua nobilissima casa. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">ALL’IMPERATRICE (Supplica)</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Torquato Tasso, umilissimo e divotissimo servitore di Vostra Maestà, e soggetto del Cattolico e potentissimo re suo fratello; avendo, già molt’anni sono passati, molte speranze e quasi promesse de la grazia de l’una e de l’altro; supplica Vostra Maestà, che si degni d’averlo in qualche modo sotto la sua protezione, accioch’egli possa passare sicuramente per tutti gli stati mediatamente sottoposti a la Cesarea Maestà de l’imperatore suo figliuolo, per andarsene verso Roma e verso Napoli: ne le quali parti ha molti negozi; e particolarmente è avisato da’ parenti e da gli amici, che per ragione se gli aspettano de la dote materna due mila e cinquecento scudi, senza i quali il supplichevole difficilmente stimerebbe di poter vivere l’avanzo de la sua vita; essendo egli infermo, e frenetico, e maleficiato, ed innocente d’ogni colpa, e d’ogni sospetto d’eresia, che si potesse aver di lui, prima c’avesse fatto ricorso a la Sacra e Cesarea Maestà de l’imperador suo figliuolo. E perch’egli è costantissimo ne la fede cattolica, e tanto sicuro de la sua antica innocenza, quanto certo de la nuova e vecchia perfidia e malignità de’ suoi nemici; crede che Vostra Maestà di leggieri esaudirà le sue umilissime preghiere, massimamente doppo tante calamità e tanti travagli, che da lui sono stati patiti, e tanti torti ch’egli ha sostenuti in tutte le parti d’Italia, e particolarmente nel regno di Napoli, e negli stati de’ principi sottoposti a l’imperatore; ne l’uno de’ quali può far sommo favore, e ne gli altri somma grazia. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO. Genova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non dubito che mutazione di paese, o di stanza, possa mutar in Vostra Signoria quel fermo proponimento di farmi favore, ch’io ho sempre conosciuto: però aspettava pur queste lettere sue, ne le quali ho conosciuto quanta sia la sua costanza ne l’amicizia, ne la quale a me è lecito d’usar molte negligenze, accioch’ella usi molte cortesie, anzi infinite perchè le sue perfezioni superan di gran lunga le mie imperfezioni. Le mie lettere, che ho scritte a Vostra Signoria in vari tempi, son desiderate dal signor Antonio Costantini, al quale io vorrei compiacere; anzi a me stesso, perch’egli non desidera altro che ’l mio compiacimento, e la sodisfazione. Ma vorrei ch’insieme co ’l principio si vedesse il fine di questo negozio, acciochè tutto il mondo sapesse quanto obligo ho a Vostra Signoria molto reverenda, ed a’ signori suoi fratelli, ed a tutti i signori suoi parenti, e particolarmente al signor Ottavio ed al signor Nicolò, a la cui lettera rispondo, come Vostra Signoria potrà vedere.</p>
               <p TEIform="p">L’abitazione di Mantova è così bella, ch’io non la potrei mutar con altra che più mi piacesse: ma fra l’altre condizioni che la mi fanno piacevole, è l’esser molto più vicina a Genova, che non sono l’altre ov’io ho molti anni abitato. Solo cotesta città, fra le famose d’Italia, non ho veduto ancora. Laonde quando l’aria e l’acque avranno pace co’ venti e con le tempeste, c’or sono in continua guerra, niuno altro invito accetterò più volentieri. Fra tanto Vostra Signoria non voglia ch’io troppo mi lamenti de la sua lontananza; ma tempri il mio dispiacere con le sue lettere. E baci le mani al signor Alessandro, ed a la signora Livia, ed a’ signori suoi fratelli. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non ho avviso nè de la tragedia nè d’altra cosa: e son già passate due settimane ch’io aspettava lettere di Vostra Signoria con la copia, e co’ guanti almeno. Mi spiace che m’abbia fatto parer troppo negligente con la serenissima signora prencipessa, a la quale io deveva appresentarla queste feste: nè trovo scusa a la mia negligenza, non volendo incolpar la nostra amicizia, ne la quale non deveano esser necessarie le scuse, ma le laudi. Fate, signor mio, ch’io possa lodarmi, quanto vi prego che non mi lasciate con questo affanno. Io aspettava buone novelle, e l’ho avute cattive: Iddio perdoni a coloro che vogliono turbarmi co ’l falso ancora, quasi le cose vere non sian tante che possano apportarmi dolore. Scrivo un’altra volta al signor Pendaglia, perch’egli si risolva di mandarmi que’ primi quinterni de le mie rime. Messer Luca dee aver fatta l’altra copia de la tragedia, per mandare al signor patriarca, e data risposta a quel ch’io gli scrissi. Del Floridante non credo che si dimentichi. Io vorrei gli ultimi duo quinternelli, se non possono impedir la stampa: e n’ho già scritto due volte a Vostra Signoria; ma questa terza mi difenderà da ogni colpa di negligenza, de la quale son troppo sospetto a la serenissima signora prencipessa. Ed a Vostra Signoria bacio le mani. Di Mantova, il 29 di decembre del 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL CAVALIER GASPERO PIGNATA. Ferrara</salute>
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               <p TEIform="p">Io non mi vergogno di pregare un’altra volta Vostra Signoria che rinovi gli uffici, de’ quali l’ho pregata per l’altre mie lettere; perchè la grazia è così onesta, com’è cortese chi per me la richiede: ed io sin’ora pochi altri posso lodare, benchè ne abbia pregati molti. E bacio a Vostra Signoria le mani. Di Mantova, il 29 di decembre del 1586.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A MAURIZIO CATANEO. Roma</salute>
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               <p TEIform="p">A me piace il parer di Vostra Signoria, perchè niuna cosa farei più volentieri, che ’l fermarmi in Mantova con grazia del serenissimo signor principe; per la quale io non posso far quanto devrei; perochè le mie forze son molto deboli. Laonde non ricuso niuno aiuto de gli amici, e niun favore, e quello particolarmente del signor Cristoforo Tasso. Ma bench’io non avessi alcuno, la cortesia del serenissimo signor principe è in lui naturale, ed accresciuta con lo studio e con le molte operazioni; laonde facilmente si dimostra in tutte l’occasioni: ed io non debbo disperarne, o più tosto debbo lodarla de’ buoni effetti che sin’ora io ne ho veduto, e ne vedo ogni giorno. Mi sarebbe caro il servitore bergamasco, perchè non posso fare senza uno che faccia a mio senno: e credo che Sua Altezza potrà agevolmente esser persuaso che mi faccia dar la spesa ancora per un servitore; però scriverò al signor Cristoforo che me ne cerchi uno.</p>
               <p TEIform="p">La riputazion di mio padre io l’ho davanti gli occhi, e sopra la testa: ma questo nuovo poema non gliela scemerà, quantunque non possa accrescerla; ma farà qualche buono effetto, e mostrerà a questi signori serenissimi il desiderio c’ho de la grazia loro.</p>
               <p TEIform="p">Al mio poema porrò mano questa quaresima, o questo carnevale. Fra tanto io sono occupato in molte altre cose, nè mai cessano tanto l’occupazioni, ch’io possa applicar l’animo a’ miei studi, fra’ quali è assai principale quel del poema. Mi parrebbe che ’l medico scendesse dal cielo per mia salute, se mi sanasse il corpo, tranquillasse l’animo, e diminuisse l’occupazioni: e vo imaginando che questo possa esser il signor Giovan Battista Cavallara, medico eccellentissimo, e cortesissimo parimente; il quale vorrei che fosse lodato non da me solamente, ma da tutti i miei amici, acciochè io ricevessi qualche cambio de’ sonetti ch’io ho fatti per varie persone.</p>
               <p TEIform="p">Il reverendo Licino m’ha scritto; ma io aspettava che venisse: egli sa il mio bisogno, e ’l piacere che può farmi, e quanto io abbia fatta sempre apertamente professione d’essere amico a’ bergamaschi, e particolarmente affezionato a monsignor illustrissimo, ed a’ signori Conti. Non devrebbe mancarmi la sua cortesia, o le sue promesse. Di quelle di Vostra Signoria son certissimo; ma io so ch’è povero gentiluomo, o almeno che non ha quanto merita il suo valore e la sua lunga servitù: però non desidero doni da lei, ma che si dimostri in tutte l’occasioni mio amorevolissimo, e parzialissimo, non più con un principe che con un altro, ma con tutti parimente; acciochè non mi dispiaccia che Roma nieghi la consolazione che mi si poteva dar dopo tanti affanni e sì lunga prigionia. Io cercherò di non dipender da altri che da me stesso, a fine che la mia fortuna non possa molto noiarmi. Ma non parlo ora come buon cortigiano, ma come filosofo. Vostra Signoria perdoni questo ardire, e s’assicuri de la mia affezione. E baci le mani a l’illustrissimo signor cardinale, ed al reverendissimo signor patriarca, ed a monsignor Papio; e mi tenga in grazia loro, e sua. E saluti ancora particolarmente in mio nome il signor Cipriano, oltre tutti gli altri amici e padroni miei. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A RODOLFO GONZAGA</salute>
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               <p TEIform="p">Io non vorrei esser di nuovo tentato co ’l furto de’ libri, per alcuna speranza ch’io abbia d’arricchire. Laonde ho sempre desiderato più tosto la restituzione d’essi, che la confusione d’alcuno. E se pur non fosse ragionevole che n’andasse senza pena chi dà tanta noia a’ miei studi; basterebbe ch’egli fosse obligato al doppio, o a quel di più che s’usava tra gli ebrei. Nè ricuserei Vostra Signoria per giudice, pur ch’io trovassi il testimonio: ma è gran carestia, a questi tempi, d’uomini che dicano il vero. E se la verità non mi libera, potrei anch’io dir qualche volta la menzogna. Ma non è già bugia, ch’io cedo a’ pochi ne l’esser affezionatissimo a Vostra Signoria. E forse coloro ch’io desidero testimoni, non m’avanzano in parte alcuna, e non m’agguagliano: ma questi affetti si deono tener secreti, almen sin che sia, dicendoli, ascoltato. Mando a Vostra Signoria una de le mie operette; ma de le stampate, come son l’altre. Nè so quel c’abbiano voluto fare gli stampatori e i correttori, se non obligarmi a ricorreggerle, ed a stamparle di nuovo. Ma non posso sodisfare a questo obligo, se non m’aiuta il serenissimo signor prencipe; il quale è così magnanimo, che de la sua cortesia non devrei dubitare, s’io non dubitassi prima di me stesso. Bacio a Vostra Signoria le mani; e prego Nostro Signore che le dia tanta sanità, quanta le ha dato virtù. Di Mantova, il 3 di gennaio 1586.</p>
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               <head TEIform="head">735</head>
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                  <salute TEIform="salute">A MAURIZIO CATANEO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ne l’ultima lettera ch’io scrissi a Vostra Signoria, lasciai per freddo di risponder ad alcune cose: ora io rispondo. Niuna cosa più desidero che d’accrescere il mio poema, e di far molte mutazioni: ma a questo mio desiderio trovo molti impedimenti; e particolarmente non posso fuggir la noia di molti che mi dimandano sempre nuove composizioni s’io non la fuggo ne l’eremo o nel deserto; perchè la corte non è assai sicuro rifugio, e non è stato lo spedale, nè sarebbono i monasteri: ed a questo fastidio non ci sarebbe il miglior rimedio d’un servitore che conoscesse a naso, come si fanno i meloni, gli importuni da’ piacevoli; e quelli escludesse, dicendo ch’io non sono in casa; o vero, ch’io sono occupato ne’ servigi di Sua Altezza: aprisse ancor tutte le mie lettere; e mi facesse solamente veder quelle che son mandate con qualche dono, o con qualche promessa, o con qualche buona nuova; l’altre abbruciasse: e non mi lasciasse pervenir a gli orecchi mai novella di morte o d’altra sciagura; perchè già m’hanno ripieno l’animo di maninconia, e gli orecchi di molte querele. De l’altre condizioni che sarebbon necessarie in questo servitore, non ne parlo, per non formarne l’Idea.</p>
               <p TEIform="p">Mi rallegro che ’l mio sonetto sovra l’obelisco sia tanto...; ma non ha fatto quel buono effetto che devea con messer Febo: colpa forse più tosto de l’amico che del poeta. Non estimo l’altro meno, perchè il luogo è preso da Lucrezio, nobilissimo o poeta o poetico scrittor di versi; ma in guisa, che di commune l’ho fatto proprio con la nuova applicazione. Il reverendo Licino potria farmi molti piaceri; e particolarmente in questo negozio de le stampe: ma non so quel che voglia. Vostra Signoria baci le mani a l’illustrissimo signor cardinale, ed a monsignor reverendissimo patriarca. Viva felice. Di Mantova, 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Risponderò con una brevemente a tre lettere di Vostra Signoria, ricevute da me quasi in un tempo stesso. Non è possibile far di questo canto decimo alcuna divisione; perchè i duo sarebbeno troppo piccioli, e la materia non sarebbe continuata. Non importa che sian diecinove; perchè in questo numero potrebbe esser qualche misterio, se ’l libro fosse finito: e prego Vostra Signoria che non interponga queste difficoltà; perch’io ho gran bisogno che si stampi, e per molte cagioni. De la tragedia ora non posso risolvermi, perchè mi fu detto che la volevano far rappresentare; ma da poi pregherò Vostra Signoria ch’in tutti i modi la faccia stampare. Non mando sino a quest’altra settimana la lettera a la signora ambasciatrice, per consolarla in questo amaro accidente de la morte del signor ambasciatore suo marito, perchè la consolazione sarebbe troppo presta, secondo l’avertimento di Plutarco; ma avertisca che sarà lettera, non orazione. Avrà forse avuta la risposta ch’io feci al signor Giulio Segni, con una a monsignor Papio: ora le raccomando due altre lettere; l’una al medesimo signore; l’altra, al signor patriarca Gonzaga. Vostra Signoria viva lieta. Di Mantova, il 4 di gennaio del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">ALL’ABATE CRISTOFORO TASSO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mi rallegro del ritorno di Vostra Signoria a Bergomo; e mi doglio de l’infermità: ma se l’uno è stato assai presto, spero che l’altra debba esser leggiera. Io le desidero tutti i beni; e particolarmente tanta autorità, che potesse giovarmi in tutte le parti; non solo ne la sua patria, o in questa città, che l’è tanto vicina, o co ’l serenissimo signor principe, il quale così facilmente concede le grazie oneste; e concederebbe questa come l’altra, se le fosse dimandata in quel modo che gli sono l’altre, e con quel medesimo desiderio d’impetrarla. Del consiglio del signor Maurizio le ho scritto un’altra volta. Io no ’l dimando, nè ’l rifiuto; come non ricuso l’aiuto, e non ardisco di chiederlo troppo importunamente. La ringrazio del libro, e de’ sette scudi, che mi scrisse il Licino. Mi sarebbono stati cari questo Natale; ma questo carnevale non mi saranno meno. Nel particolare de le mie scritture me le raccomando: e bacio la mano a la signora sua madre, ed a’ signori fratelli. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIULIO GUASTAVINI</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Sarebbe meglio ch’io non rispondessi a la lettera di Vostra Signoria, poichè non ho ancora risposto al sonetto: ma non avendo occasione di maravigliarsi, non l’ha ancora di schernirmi in così dolce modo. Burlimi quanto vuole, e dileggimi; ch’io son risoluto di lasciarmi burlare, con accettar tutti gli onori che mi saran fatti, e tutte le lodi che mi saran date, senza rifiutarne pur una. Questo è ’l più dolce inganno ch’io sappia fare a me stesso. E potrebbe avvenire che sì come altri, fingendo d’amare, s’inamora da dovero; così voi, o alcuno infingendosi di portarmi riverenza, sarà costretto d’onorarmi veramente. Dal padre don Angelo non ho risposta che mi liberi dal sospetto ch’io ho, ch’egli non mi ami; e pur l’aspetto. Cercherò in un fascio di mie confuse scritture il sonetto di Vostra Signoria, e le risponderò, e manderò la risposta a Genova senza fallo. Fra tanto Vostra Signoria vada felicissima: e baci nel partir la mano al signor Giovan Vincenzo Pinello. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A NICCOLÒ SPINOLA. Genova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">L’Angelo vostro, o nostro, non solamente dee portare, ma riportare liete novelle; e tanto più da cotesta parte, quanto più si può assomigliare al cielo, dal quale vengono le grazie: e perchè niuna altra mi s’apre al negozio de la corte Cesarea, vorrei che mi paresse quell’angelo che venne in terra co ’l decreto
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                     <l part="N" TEIform="l">De la molt’anni lacrimata pace.</l>
                  </quote>
Io sempre mi confermo ne la mia opinione: però alcuna volta consento, che la speranza mi persuada, e mi lusinghi. Il beneficio che Vostra Signoria può farmi, è grandissimo; la grazia ch’io dimando, giustissima; e ’l tempo ch’io l’ho aspettata, lunghissimo; e l’obligo ch’io avrò al signor conte Ottaviano, sarà immortale: di cui Vostra Signoria può avere quella parte che le pare; ma non sarà così picciola, ch’io non debba esserle molto obligato. Se la supplica sarà appresentata a l’imperatrice, potrò risolvere del partire o de lo stare secondo l’occasioni. Fra tanto ringrazio Vostra Signoria che si rallegri de la libertà, quasi impetratami dal serenissimo signor principe di Mantova; a la quale nulla manca, se non il passo libero per gli stati del serenissimo signor duca di Ferrara; ed allora stimerò d’essere esaudito, quando non mancherà cosa alcuna. E bacio le mani a Vostra Signoria. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A ERCOLE COCCAPANI. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ringrazio Vostra Signoria del consiglio: e perch’è suo, credo ch’ella vorrà ch’egli succeda felicemente per me, ed orrevolmente per lei che l’ha dato. Si contenti dunque di raccomandar la lettera ch’io scrivo a la serenissima signora duchessa, al signor conte Federico Miroglio, e darli la sua similmente. Non gli voglio ridurre a memoria il desiderio ch’io ho d’alcune mie scritture, e d’alcuni miei libri, parendomi che ne la grazia di Sua Altezza siano contenute tutte l’altre grazie. E baci le mani al signor suo padre in mio nome: e viva lieta. Di Mantova, il dì 6 di gennaio del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ho avertito che ne la tragedia manca una stanza de l’ultimo coro, ed alcuni altri versi ne l’ultimo atto, i quali avea giunti; e senza quelli io non voglio presentarla in modo alcuno. Io non me ne serbai copia; però se Vostra Signoria non gli ha, può scrivere al Costa per ricuperarli: e se non si serve de la mia tragedia, sarà bene la mi rimandi, accioch’io medesimo l’acconci in que’ luoghi che n’ha mestieri. La mia infelicità è tanta, c’ho diliberato di non voler comporre, sinch’il mondo non si penta di farmi tanti torti, quanti ricevo, posso dire, ogni dì: e se non posso vivere altrimente, farò tal risoluzione che ogn’uno stupirà; e mi ritirerò in un eremo. E vi bacio le mani. Di Mantova, il 6 di gennaio del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A RODOLFO GONZAGA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">S’io fussi padrone de le mie cose in quel modo che più si converrebbe, tutte sarebbon di Vostra Signoria, come io sono. Laonde, a niun altro deverebbe chiederle; perchè da niuno le averebbe più volentieri: ma, come può sapere, di quelle ch’eran mie proprie, la maggior parte è fatta commune con la stampa; ed io sono stato de gli ultimi a vederle, e peraventura non ho potuto vederle tutte. L’altre poche, le quali non deono essere stampate, spero che mi saranno mandate: e Vostra Signoria potrà leggerle, se mi stimerà degno di questo favore, come già m’ha stimato de gli altri. Intanto perdoni a me il fastidio ch’io le ho dato per ricuperare i miei libri; ed a se medesima la noia che si prende in leggendo le altre mie composizioni. E le bacio le mani. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Per l’altro ordinario ebbi l’orazione del signor Zoppio, e ’l volume de l’epistole del signor Sacrato. Per questo ho avuta la tragedia; e ringrazio Vostra Signoria quanto merita questa bellissima e graziosissima lettera, con la quale sarà aggradita la tragedia più che non merita per se stessa, o altrettanto; e mi dubito che più dilettaranno queste belle miniature e figurine, che così leggiadramente ornano il libro, che l’opera istessa. Alcune parole che vi mancano, le giungerò io con questa cattiva penna. Vostra Signoria avertisca, se a sorte le occorresse di farne altra copia, di giunger ne l’ultimo coro la quarta stanza in quel modo ch’io le scrissi: e scusi questa tardanza co ’l signor patriarca di Gerusalemme. E le bacio le mani. Di Mantova, il 9 di gennaio del 1787.</p>
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                  <salute TEIform="salute">ALL’ABATE CRISTOFORO TASSO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mi spiace l’infermità di Vostra Signoria; ma spero che debba esser breve; pur, non avendo sue lettere, ne sto con l’animo sospeso. Il Licino mi scrive, che Vostra Signoria mi manda sette scudi, e la teologia di Gregorio Nazianzeno. Mi saranno cari, perch’io n’ho bisogno, e perchè mi son mandati da lei; a la quale avrò più volentieri quest’obligo, c’a molti altri: e perchè dopo il primo favore, si risolverà più facilmente a farmi l’altro, del quale io la pregai. In Vostra Signoria sono tanti meriti, che le sue raccomandazioni non potranno esser vane: e pregando per me, che le sono congiunto di tanta benevolenza, non potrà stimar alcuno ch’ella s’attribuisca troppo. Le mando un sonetto; e sarò più breve del solito, per torre a lei fatica di leggere, ed a me di scrivere. E le bacio le mani. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io ho scritto a Vostra Signoria ogni settimana per molte strade; e non ho mai avuta risposta. La cagione dee esser la medesima, cioè la malignità de la mia nemica fortuna, per la quale io son meno stimato da gli amici. Il mio stato è noto a Vostra Signoria; e s’alcuna cosa le mancasse a sapere, sappia ch’è venuto un mio nipote a Fiorenza, con pensiero e con desiderio di servire al cardinale; ma non so con quale indrizzo, o con qual guida. Egli è giovanetto molto, ed ho gran dubbio che non si pieghi in sinistra parte. Ella ha molti amici in Fiorenza, e de’ principali cavalieri di quella città, che l’amano e l’onorano per la sua virtù, laonde la prego a raccomandarlo con sue lettere a chi più le parrà a proposito. Se ne l’entrar ne la servitù di quello illustrissimo cardinale egli avesse qualche intoppo, gli scrivo che ne dia conio a lei, che potrà aiutarlo in più modi. La lettera sarà con questa: gliele raccomando caldamente, come fo me stesso. E le bacio le mani. Di Mantova, il 12 di gennaio del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIULIO SEGNI. Bologna</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io sono stato dubbio, s’io doveva ringraziar Vostra Signoria, o lamentarmi di lei, o negar la risposta. Il libro meritava ch’io molto la ringraziassi; e perch’è scritto da elegantissimo e dottissimo gentiluomo; e perch’è dedicato al signor Giovann’Angelo Papio, nel quale ho tanta fede e tanta speranza. Ma i ringraziamenti saranno maggiori, quando io avrò involato tanto di tempo a gli altri miei studi, ch’io potrò leggerlo tutto insieme con l’altro volume che mi fu mandato dal signor conte Scipione Sacrato, suo parente. Pensava poi di dolermi che Vostra Signoria m’onorasse in modo, che a me paresse d’esser burlato, o più tosto di non rispondere. Al fine ho deliberato di risponderle, e di pregarla c’onorandomi di soverchio, non mi faccia parer discortese. Vorrei scrivere a monsignor Papio, e ne desidero risposta; ma questa sera è così tardi, ch’io aspetterò sino a quest’altra settimana. Fra tanto Vostra Signoria li baci in mio nome le mani. E viva felice. Di Mantova, il 12 di gennaio del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non ho avuto nè la teologia di Gregorio Misseno, nè i sette scudi. Se ’l signor Cristoforo gli ha mandati, com’io credo, non vorrei che la sua cortesia fosse impedita da la mia fortuna; ma ogni altro impedimento mi spiacerebbe meno de la sua infermità. Aspettava ancora le mie scritture, e l’Epitome di sant’Agostino; nè so la cagione perchè non mi siano o mandate o portate. Forse volete ch’io venga questo carnevale a vedervi; perchè non avendo io rifiutato l’invito del signor conte Giovan Domenico, ma prolongato il tempo, questo potrebbe essere opportuno per godere de la sua conversazione. Vostra Signoria gli baci in mio nome le mani. Raccomandatemi al signor Cristoforo, al signor Ercole, ed a tutti gli altri. Dal signor Maurizio ho avute lettere; ma non con quella buona nova ch’io aspettava, perchè ’l signor patriarca Gonzaga non è fra’ cardinali. E con questo fine vi bacio le mani. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Bologna</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Sto con l’animo sospeso, aspettando che Vostra Signoria abbia trovata la giunta, acciochè non abbia durata la fatica invano; che per altro non importerebbe molto, avendola ritrovata io, che gliele rimando con tre stanze appresso, che si posson metter fra quelle de le donne caste. Non posso più, e non ho lasciato affatto il pensiero de l’eremo. Vorrei che ’l Floridante si stampasse in tutti i modi, o partendomi o fermandomi: e se la partita non potrà far ch’io muti risoluzione, consideri se ’l potrà far il proponimento di fermarmi. Mi sarebbono stati cari tutti i quinternelli, che non potean impedir la stampa, perchè gli avrei rimandati subito. Questa sera aspettava ancora i tre ultimi, e l’anello, ed i guanti; ma quel suo amico non è comparito co ’l corriere. Mi doglio che lo Scalabrino abbia negato di farmi quel piacer che gli ho dimandato; perchè se la tragedia fosse stata mandata a Roma, avrei forse avuta qualche risposta piacevole. Con messer Vittorio Vostra Signoria devrebbe farsi intendere, accioch’egli non mi facesse ogni giorno qualche nuovo dispiacere: e non mi sono scordato che mi avea promesso Alessandro sovra la Metafisica, del quale avrò tosto bisogno. Dal Vassallino io non ebbi risposta: e perch’io cedo a Vostra Signoria tutte le ragioni c’avea contra costoro, potrà far ragionevolmente contra di loro quel che vorrà. Se volessero venire ambidue meco a Roma, o almeno un di loro, mi sarei contentato di pagarli le spese del viaggio: io dico quando avea danari; perchè ora non potrei, s’Iddio non provede. Scrivo a la signora ambasciatrice: Vostra Signoria le darà la lettera, e mi farà gran piacere se l’accompagnerà con que’ termini che richiede questa dispiacevole occasione. Vorrei esser di tanta autorità, ch’io potessi farle favore in tutti i luoghi: ed allora Vostra Signoria non dubiterebbe de la mia volontà. Posso poco; e penso molto: ed uno de’ molti pensieri, e non de’ minori, è che viviamo ancora insieme in una corte, o almeno sotto una medesima protezione. E le bacio le mani. Di Mantova, il 15 di gennaio del 1587.</p>
               <ps>
                  <p TEIform="p">Poscritta. Aspetto il Messaggiero per mandarlo a Vostra Signoria corretto a mio modo; e ’l medesimo avrei fatto del Malpiglio. Attendo con molto disiderio d’intendere se questo carnevale ella sarà ritornata a Ferrara come per mio giudicio devrebbe aver fatto.</p>
               </ps>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">A DOROTEA GEREMIA NEGLI ALBIZI</salute>
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               <p TEIform="p">Gravissimo dolore ho sentito per la morte del signor ambasciatore vostro marito, e pari a quel di Vostra Signoria; perchè l’amicizia, nel congiungere gli animi, ha virtù quasi eguale a quella del matrimonio. Egli era gentiluomo veramente, modesto insieme e temperato, e magnifico nel raccogliere i forestieri; e liberale nel donare a’ virtuosi; e magnanimo ne lo stimarsi degno de gli onori che meritava; e prudente nel servizio de’ suoi prencipi; e mansueto nel comandare a’ servitori, e nel punire i loro difetti, e giusto nel dare a ciascuno il suo, ma cortesissimo nel concedere a gli amici quella parte de gli onori e de’ commodi che parean debiti a la sua dignità, la quale era sostenuta e quasi accresciuta da lui, vita cavalleresca tenendo, con bello e con piacevole aspetto, con gravità di costumi e di parole, e con ornata maniera: laonde quanto la sua nobiltà aggiungeva di chiarezza e quasi di gloria a la sua persona; tanto egli, a l’incontro, parea che rendesse più onorata la memoria de’ suoi maggiori. Ma sopra tutte queste virtù, le quali il facevano caro a’ prencipi, a gli amici, a’ servitori, ed a tutti coloro i quali di lui aveano qualche cognizione, erano quelle che gli acquistavano la grazia d’Iddio; io dico la fede, la pietà e la religione. Chi fu mai più di lui religioso? chi mostrò mai ne l’opere e ne le parole d’amar più l’onor d’Iddio e de la Santa Sede apostolica? chi diede più lodevoli esempi d’una vera devozione? Non posso, signora mia, non posso non dolermi, e non lacrimare, che dove risplendevano tante virtù, dove tanti meriti erano con maraviglia risguardati, dove tante laudi s’ascoltavano con molta modestia, e si potevano ascoltare senza alcuna menzogna, ora siano succedute tenebre, e solitudine di morte, e lutto, ed orrore; e s’ascoltino gemiti, e sospiri, o silenzio assai più doloroso, che non sono i lamenti e i rammarichi medesimi: nondimeno ho giudicato convenevole a l’amicizia ch’io aveva co ’l signor vostro marito, dare al vostro dolore qualche consolazione, la qual possa nel medesimo tempo alleggiare il mio, e ristorarmi de l’affanno nel qual io sono caduto. E se non sono stato così presto a consolar Vostra Signoria nel primo impeto del dolore, ho voluto imitar gli eccellentissimi medici; i quali aspettano che ’l male sia maturo, e da poi s’affaticano di porvi la medicina che ’l purghi, et adoprano gli unguenti o altro salutifero rimedio: perciochè a l’animo perturbato sono in vece di medici le parole de gli amici, le quali possono mitigare il dolore; essendo questo affetto acerbissimo, oltre tutte l’altre passioni de l’animo, le quali son molte; avegnachè alcuni per dolore son divenuti furiosi, o son caduti in qualche infermità incurabile; altri si sono uccisi da se medesimi.</p>
               <p TEIform="p">Il dolersi, dunque, e ’l rammaricarsi per la morte del suo marito, è cosa naturale; e quasi non è posto in vostra mano il fare altrimente: perch’io non seguito l’opinione di coloro i quali lodano il non dolersi, non volendo privar la vita umana de la benevolenza, la qual è necessario di conservare; ma l’accrescere il dolore oltra misura, e non porre alcun termine ed alcuna meta al pianto, è (come a me pare) contra natura: e suole avvenire per una sciocca opinione, la qual non sia con alcuno avedimento riguardata. Laonde egli dee esser tralasciato, come nocivo; ma non dee rifiutarsi il mediocre dolore. Meglio sarebbe certo il non infermare; ma poi che l’ammalarsi è proprietà de la nostra natura, e quasi un dono fatto alla nostra umanità, conviene che l’infermo sia di qualche sentimento nel suo male; perchè questo non dolersi non avviene senza una gran mercede di crudeltà ne l’animo, e di stupor nel corpo: l’una de le quali cose è dura e fiera molto; l’altra è molle ed effeminata. Ma prudentissimo è colui, il quale osserva in tutte le cose la mediocrità, e può tolerare con animo ben composto la prosperità, e l’adversità parimente. Io so di scrivere non ad uomo ammaestrato ne gli studi de la filosofia, e ne’ servigi d’alcun principe esercitato; ma ad una gentildonna, a la qual forse potrebbon parer le mie parole difficili ed oscure, s’ella non fosse riguardevole fra l’altre per ingegno, e per nobiltà, e per lunga pratica la quale ha de le corti, e per esser stata moglie d’un così virtuoso e così dotto gentiluomo, dal quale potea molte cose intendere, e molte appararne: laonde niuna mia ragione, niun dimostramento le potrà parer oscuro soverchiamente.</p>
               <p TEIform="p">Dico adunque, che non è convenevole che sia usata da lei la medesima misura nel dolersi, ch’ella usò ne l’amare: perchè, se in quello fu alcuna abondanza è, per così dire, alcuna dismisura; accrebbe, in qualche modo, con la benevolenza del marito la vostra felicità: ma l’accrescimento del dolore sarebbe ancora accrescimento d’infelicità e di miseria. Sopportisi dunque ne la buona fortuna, perdonisi a la giovanezza, donisi quasi per privilegio a la fede ed a la costanza de la moglie il poter amare il marito oltra misura, o l’averlo amato in questa guisa; sì veramente, che non si conceda ne l’affanno la medesima licenza, e ne l’età già matura non si lodi l’istessa o simil passione. È cosa di grand’animo il servare il decoro ne l’adversità, ed il mostrarsi contra i colpi de la fortuna non solo intrepido, ma costante. È ufficio de la ragion ben composta o schivare il male quando egli viene per assalirci, o correggerlo quando ci ha offeso, e diminuirlo, e quasi ridurlo a nulla, e con la pazienza, forte e generosa dimostrarsi. È propria lode ne la vostra valorosissima nazione la fortezza de l’animo, e la fede conservata a’ mariti inviolabilmente dopo la morte; ma la fortezza può farsi conoscere in vari modi, come sono vari i tempi e varie l’occasioni che le s’appresentano. Ed ora questa può far la vostra virtù più lucente, quando invidiosa fortuna pensava di farla più oscura; acciochè tutta l’Italia, ne gli occhi de la quale voi sete vissuta molti anni, quasi in un nobilissimo teatro, lodi altrettanto la continenza e la castità vedovile, quanto per l’adietro de l’amore e de la marital fede soleva lodarvi. Ond’io stimo che non vi debba dispiacere, che a le cose dette io ne aggiunga alcune altre: non perch’io pensi d’insegnarne molte di nuovo; ma perchè, se foste men ricordevole per il dolore di alcuna di loro, io ve la riduca a memoria. Però dico, che la ragione e il miglior rimedio che si possa prendere, non solo contra il non dolersi, ma contra il dolersi soverchiamente. E perchè da l’un estremo voi sete tanto lontana, che non è pericolo che voi possiate da la ragionevol via traboccare; da l’altro dovete guardarvi: nè minor pericolo è nel poco, che nel troppo. Siavi dunque la ragione in vece di argine e di riparo, conoscendo voi medesima per natura mortale, e consorte de la vita mortale, e de le cose che agevolmente si volgono, e si mutano nel contrario; perchè i corpi de gli uomini sono terreni e caduchi, le fortune instabili, ed infinite l’altre perturbazioni, le quali non è lecito in modo alcuno di schifare: e ’l medesimo cerchio è ne le fruttifere piante de la terra, e ne l’umana generazione; perc’a queste s’accresce la vita, a quella manca, e quanto da l’una parte si perde, tanto par che da l’altra si racquisti. Ma Pindaro, greco poeta, disse che l’uomo era sogno de l’ombra: puossi dir meno? o si può con maggiore smoderamento, più diminuire la nostra dignità? Nondimeno questa opinione fu seguita da l’antica filosofia, la quale in questa guisa parla, ed in questa guisa conforta coloro che soverchiamente sono oppressi dal dolore: ma a noi mai non è piaciuto di lodare o d’approvare alcuna di queste opinioni. Non possiam però negare che la vita non sia malagevole, e piena di pericoli e di fatiche, e poco atta a resistere per se medesima a gl’incontri de la fortuna: onde prima di lui disse un altro poeta di maggior grido, che la terra non sosteneva alcuna cosa più debole de l’uomo: il quale assimigliò ancora in altri suoi versi la generazione de gli uomini a le foglie de gli alberi, perchè di loro alcune scuote e fa cadere il vento, altre produce la selva germogliando, e nascono ne la primavera: così ancora aviene de gli uomini. Debbo aggiungere a queste, altre autorità de i medesimi poeti? e narrare quel che si favoleggia de’ duo vasi; l’uno ripieno di mali doni, come son quelli che dà la morte; l’altro, de’ buoni? o pur ragionar d’un altro doglio che descrisse un altro poeta, ma d’età e di stima assai inferiore; e dimostrar come n’uscissero tutti i mali, e rimanesse al fondo la speranza solamente, non potendo volare in alto, perchè una femina vi mise sopra il coperchio? Se le favole con la piacevolezza possono raddolcire l’amaritudine del dolore, non sono queste cose raccontate fuor di proposito: ma comunque sia, infiniti mali sono sparsi fra gli uomini. Piena di mali è la terra e ripieno il mare; ed a’ mali che ci affliggono ogni giorno si aggiungono quelli de la morte: e s’a tanti mali fossero buon remedio le nostre lagrime, come disse un buon poeta comico, e cessasse il dolore insieme co ’l pianto, le lagrime si potrebbono comprar con l’oro. Ma non bastano, signora mia: e tutti ce n’andiamo per la medesima strada, o con gli occhi asciutti, o con lagrimosi. Che giovano dunque? Nulla. Ma il dolore ha le lagrime, come l’àlbore i frutti: cari frutti in vero, e pietosi, poichè sono non solamente argomento de l’affanno, ma de l’amore. Nondimeno, se riguardarete ne’ mali de’ vostri vicini, o se avrete rispetto a quelli de’ trapassati, sopportarete i vostri più agevolmente; e non vi parranno tanto gravi da tolerare, se vorrete considerare quante donne, oltre la perdita de’ mariti, sono rimase sconsolate per quella de’ figliuoli, ed hanno tolerata la prigionia, l’esilio, la tirannide, e la privazione de’ beni e de gli altri cari doni de la fortuna. E non è già necessario che, per addurvene esempio, ricorra a’ tempi di Priamo e d’Ecuba; o per diminuire il vostro dolore raccolga in questa lettera le calamità de gli eroi; perchè, oltre tante nobili donne che a’ nostri tempi, dopo la morte de’ figliuoli e de’ mariti, sono state prese da soldati o stranieri o infedeli, può bastar l’esempio di due nobilissime regine; l’una di Napoli, l’altra di Francia; l’una magnanima ne l’esilio, l’altra prudentissima ne la guerra: e l’una e l’altra, essendo rimaste vedove, hanno sostenuto con animo fortissimo la morte de’ figliuoli. E tanta alcuna volta è la grandezza de’ mali, e l’acerbità del dolore, che niun altro rimedio par che basti, se non la morte, la qual è medicina, anzi il medico stesso; laonde alcuni fra’ poeti l’hanno chiamata ne’ versi: “O morte, o medico, vieni.” Ma senza dubbio nel mondo, ch’è quasi mare tempestoso, non è il più sicuro porto de la morte. E chi è tanto ardito, che possa aspettare aiuto da la morte, non ha di che temere: ed essendo non solo naturale, ma sicurissima, non so in qual modo apporti dolore; dove tutte l’altre cose che son per natura, o per usanza, par che sian dilettevoli in qualche modo. La morte adunque ancora devrebbe recar diletto, come accennò un de’ nostri poeti in quel verso:
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                     <l part="N" TEIform="l">O viva morte, o dilettoso male;</l>
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benchè egli non parlasse de la morte, ma de l’amore. E se ne la vita è alcun fastidio e alcuna sazietà, ne la morte devrebbe esser qualche piacere. Qual maraviglia è dunque, se le cose che si posson dividere si dividono, e si liquefanno quelle che sono atte a liquefarsi, e s’ardono quelle che possono essere accese, e si corrompono ancora le cose corrottibili? E quando in noi medesimi non è la morte? E, come disse Eraclito, il medesimo è il vivo ed il morto, e quel che dorme e quel ch’è desto; il nuovo e ’l vecchio ancora è il medesimo: perchè, sì come uno artefice può dal medesimo fango formando gli animali, poi confondergli, e confondendogli riformarli, senza cessare e stancarsi giamai; così la natura, la quale da la medesima massa produsse i nostri avoli, ha generati da poi i nostri padri, e noi dopo loro, e genera i figliuoli e i nipoti: così piaccia a Dio, che voi possiate vedere i vostri nati da i vostri, a’ quali queste cose paiono scritte più c’a voi medesima, nondimeno a l’ora i doni deono essere più cari a la madre, che possono ancora a’ figliuoli dare utilità.</p>
               <p TEIform="p">Ma tornando al nostro ragionamento, questo fiume de la generazione, il quale corre perpetuamente, non s’acqueta giamai in quello de la morte, c’a questo è posto quasi a l’incontro, o Cocito si chiami da’ poeti o Acheronte: e quella prima cagione, la qual ci mostra la chiarissima luce del sole, quella medesima sparge le tenebre sovra la faccia de la terra. Laonde questo aere, che vicendevolmente ci fa il giorno e la notte, è in un certo modo imagine de la vita e de la morte: però questo vivere, il quale è quasi un debito fatale, fatto da’ padri, e da gli avoli de gli avoli, dee essere pagato da noi, quando egli sia riscosso da la natura; la quale avendo dato a gli uomini brevissima vita, e senz’alcun certo ordine, estimò assai meglio, che ’l tempo de la morte fosse a tutti ascoso; perchè, s’egli fosse stato previsto, molti entrando in fiera e dispiacevol maninconia, sarebbono quasi morti inanzi a la morte. Consideriam dunque la vita piena di molti dolori e di molti pensieri: e se io volessi numerarli, parrebbe quasi ch’io la condannassi; ed approvarei l’opinione di coloro i quali dissero, che sia meglio il morire che il nascere; e come si legge nel nostro poeta:
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                     <l part="N" TEIform="l">Alcun disse: felice è chi non nasce.</l>
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E nel medesimo, in un altro luogo:
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                     <l part="N" TEIform="l">E dolce incominciò farsi la morte;</l>
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e ne’ Trionfi:
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                     <lg org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="lg">
                        <l part="N" TEIform="l">La morte è fin d’una prigione oscura</l>
                        <l part="N" TEIform="l">A gli animi gentili; a gli altri è noia,</l>
                        <l part="N" TEIform="l">C’hanno posto nel fango ogni lor cura.</l>
                     </lg>
                  </quote>
Se dunque la vita è prigionia, la morte è libertà. Altri, fra’ quali fu Socrate, hanno assomigliata la morte a un profondissimo sonno, ed al fine d’una lunga peregrinazione; ma non è male alcuno nel sonno, e il fine de la peregrinazione è ’l fine de le fatiche e de gli affanni: e niuna cosa è più dolce e più disiderata, che ’l ritorno ne la patria. Ragionevolmente adunque alcuno stimò, che la morte fosse grandissimo bene. E se la vera felicità è ne la scienza, e la scienza non si può acquistare se non dopo la morte; a la morte, o dopo la morte, par che sia riservata la felicità, come possiam raccoglier da le antiche tragedie di Sofocle. Che sappiam noi, o signora? che intendiamo? perchè andiamo superbi di questo sapere che tanto ci gonfia ed in questa vita è simile a le tenebre; laddove ne l’altra, che è vera vita, ma da’ mortali è chiamata morte, somiglierà una purissima luce? Lascio da un lato, che la morte sia premio de la pietà, come pare a’ filosofi de’ gentili: e non racconto quel che narrano le istorie greche di Cleobi o di Bitone, a’ quali fu conceduto da gl’iddii la morte per dono. Taccio ancora quel ch’è scritto d’Agamede e di Trofonio, a cui fu data per mercede di lor fatica: ma non ardisco però di scriver qual dopo la morte debba esser la nostra cognizione o la scienza, quando non vedremo Iddio quasi in ispecchio o in enigma, ma in altro modo; del quale io non son atto a declarare, o non debbo farlo, e non mi si conviene il peso di sì grave e di sì degna e di sì reverenda autorità. Contentisi dunque Vostra Signoria di ricevere da me quella consolazione che possono dare i miei studi: e non la ricusi come non buona, perchè ve ne sia alcun’altra migliore. Seguirò, dunque, com’avea cominciato.</p>
               <p TEIform="p">Non è l’ottima vita, signora mia, quella ch’è lunghissima oltre tutte l’altre; ma quella ch’è virtuosissima: perchè il bene non è riposto ne la lunghezza del tempo, ma ne la stabilità de la virtù; e però, come disse lo stesso poeta:
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                     <l part="N" TEIform="l">.......... la morte fura</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Spesso i migliori, e lassa stare i rei.</l>
                  </quote>
Al vostro marito, signora ambasciatrice, è stato conceduto tanto di vita, quanto è bastato per dimostrar la sua virtù, e per ispargere la fama del suo nome e de’ suoi meriti per tutte le parti d’Italia; ed oltre l’alpe ancora, ne la vostra Germania è celebrato, ed in ogn’altro luogo, ove fra donne e cavaglieri sia stimato il valore e la cortesia. Laonde non si può chiamare breve vita; e peraventura, se fosse stato così in suo potere il vivere, com’è stato il ben morire, egli volontariamente averebbe seguito il consiglio de la Morte, il qual dice:
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                        <l part="N" TEIform="l">Se del consiglio mio punto ti fidi,</l>
                        <l part="N" TEIform="l">Che sforzar posso, egli è pur il migliore</l>
                        <l part="N" TEIform="l">Fuggir vecchiezza e suoi molti fastidi.</l>
                     </lg>
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E qual è maggior onore, ch’esser pianto da tutti gli amici, lacrimato da tutti i buoni, celebrato da la patria, e lodato dal prencipe, e da tutta l’Italia? È dunque vissuto a bastanza; e sì come fra le piante, buonissime son giudicate quelle le quali in picciol tempo soglion produrre gran quantità di frutti; così fra gli uomini, coloro sono lodevolissimi, i quali in non molti anni possono fare azioni onoratissime: come sono state quelle del signor ambasciatore; il quale ne la sua patria e ne l’altrui città, e sotto il suo prencipe ed appresso a prencipe amico del suo, ha meritato gran dignità e grandissima riputazione, con la quale egli non è morto, ma è passato ad un’altra vita assai migliore. Laonde la sua morte altro non è stato che un passaggio a l’onore; se pur io debbo parlare in questo modo, nel quale parlò un di coloro che veramente hanno filosofato. Ivi la sua gloria non avrà mai fine: ma qui un migliaio, e dieci migliaia d’anni è un punto indeterminato, per rispetto a l’eternità. E se quelli animali, i quali nascono vicino al porto, ed hanno un sol giorno di vita, nascendo la mattina ed invecchiando la sera e morendosi, avessero l’animo umano, avrebbono il medesimo affetto: e per quelli i quali fossero morti inanzi al mezzo giorno, si spargerebbono molte lagrime e molti sospiri; ma quelli c’avessero avuto un giorno intiero di vita, sarebbono stimati felici; percioch’il modo de la vita è stimato bene, non la lunghezza del tempo.</p>
               <p TEIform="p">Ma veramente piene di sciocchezza sono quelle accuse che paiono farsi a la natura: Non bisognava che egli morisse così giovine. Chi può dire quel che bisogni, o quel che convenga? Molte altre cose son fatte, le quali alcun può stimare che non siano necessarie; e molte se ne fanno, e se ne faranno per l’avenire: perchè non vegnamo in questo mondo per dargli leggi, ma per viver soggetti a quelle de la providenza; le quali ha fatte Iddio, che governa tutte le cose le quali prima ha create. Perchè dunque in tal modo si piangono i morti? e piangendoli, lacrimiamo per loro cagione o per nostra? Se per nostra, quasi noi sentiamo alcun piacere del nostro pianto, non ci avediamo che questo è quasi un manto, co ’l quale si ricoprono le nostre passioni, e ’l dolore c’abbiamo per le perdute utilità: se per loro, avendo già determinato che non sentono male alcuno, sendo sciolti e liberati da tutti i dolori, debbiamo esser mossi da una antica ragione; la qual ci ammonisce, che accresciamo i beni quanto sia possibile, e gli allarghiamo, ed a l’incontro accorciamo e ristringhiamo tutti i mali. Se dunque il pianto è buono, debbiam farlo grande quanto più si può; se reo, è convenevole che cerchiamo con tutte le forze di porgli alcun freno. Ma forse egli è come il dolore; perchè fatto per onesta cagione e per affetto umano, è lodevole ne la sua mediocrità. Ma vogliamo noi anoverare gli eroi e i re e i capitani grandissimi, che hanno accresciuta quasi dignità e riputazione al pianto ed a le lagrime? Laonde, se a gli uomini fortissimi non fu disdicevole, non dee stimarsi sconvenevole ne le donne. Pianse Priamo la morte d’Ettore: pianse Enea quella d’Anchise: pianse Achille quella di Patroclo: pianse Alessandro quella di Dario: pianse Aniballe quella di Marcello: pianse Cesare quella di Pompeo: pianse Francesco quella di Braccio: piansero i padri i figliuoli, e i figliuoli i padri: piansero gli amici gli amici, ed i nemici i nemici: lagrimarono i vincitori sovra i vinti, e i vinti sovra i vincitori sparsero pietose lagrime: e non stimò Platone che fosse brutta cosa di sforzar altrui con l’autorità de le sue leggi, c’onorassero i morti co ’l pianto: e Solone ne le sue, non solo no ’l proibì, ma il lasciò quasi per eredità a gli amici: e Crantore, filosofo de la vecchia Academia, scrisse un libro del lutto; nel quale egli lodò la mediocrità, quasi in tutti i naturali movimenti sia una certa misura: e quelli ancora, a’ quali per lo vero lume non è terribile l’ultimo fine, permettono che i pietosi cuori si dogliano per la morte de’ suoi più cari. Chi dunque potrà biasmar nè lodar ne la donna questo quasi ufficio di pietà, e quasi debito di umanità? Ma disse Ennio: Nessun m’onori co ’l pianto, nè faccia l’esequie; perch’io volo vivo per le bocche degli uomini. E ’l Bembo, ne la morte d’un suo amico, scrisse:
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                     <l part="N" TEIform="l">Già non convien a te doglia nè pianto.</l>
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Ma forse non tanto si dee biasimare il pianto, quanto il soverchio lagrimare, e ’l lagrimare senza fine, e ’l lagrimar fuor di tempo: ed oltre a ciò, più sono disiderati gli onori, perchè tutti i buoni più sono degni di lode che di lagrime; laonde non rifiutiamo il pianto come sconvenevole, ma nel ricerchiamo, come si fanno le cose convenevolissime. Bastevolmente è stato pianto, ma non lodato bastevolmente il signor ambasciatore vostro marito. Lodisi dunque perpetuamente, acciochè non sia il rimedio contra il dolore, la oblivione del danno, ma la memoria de’ suoi meriti immortali: perchè le Muse, come favoleggiano i poeti, sono figliuole de la Memoria; ed albergano gli amici loro nel tempio de la Fama; laddove, li altri morti sono albergati ne le case de l’oblivione. Ma debbiamo anche favoleggiare de l’isole de’ beati? o de’ giudicii di Minos, d’Eaco e di Radamanto? O pur ricercar qual segreto misterio i filosofi e i poeti volser nasconder sotto la scorza di queste favole? Ma la narrazione de le favole è forse degna di riso, tra l’amare lagrime; e l’interpretarle non si richiede a questi tempi, nè a questa materia.</p>
               <p TEIform="p">Conchiudiamo dunque le cose certe per ragione o per autorità; fra le quali niuna è più certa di quella che dianzi fu conclusa, la quale ora mi giova di replicare. Io dico che i morti, o, per meglio dire, l’anime di loro che ben morirono, sono felicissime; e ’l grado de la felicità loro e molto più sublime di quello che s’onora ne la presente vita. Questa dunque è la vostra consolazione, ed in questo modo del vostro marito sete consolata: il quale non è più morto, ma vivo; non mortale, ma immortale; non più de la terra albergatore, ma de’ celesti regni abitatore. Ma se le cose terrene possono darvi altra lodevole consolazione, consolatevi co’ vostri figliuoli, e con le sue lodi dategli da la sua patria, le quali son quasi vostre; laonde sarebbono quasi in vece di vostri figliuoli, se i figliuoli vi mancassero per alcuno accidente. Consolatevi con la vostra virtù, per la quale con Alceste, con Artemisia, con Orestilla, con la moglie di Gracco, con quelle de’ Mini o de’ Cimbri, con Ipsicratea, con Giulia, con Porzia, siete degna d’esser annoverata, lodata e celebrata. E consolatevi con gli avvenimenti e con gli esempi di queste, e de l’altre antiche e moderne, conosciute per fama; molte de le quali furono più sfortunate di voi, ma non più virtuose. Niuna maninconia dunque vi dovrebbe affliggere soverchiamente, se, non essendo egli arrivato a la vecchiezza mortale, è giunto a l’eternità de la gloria. Ma i figli ancora per grazia d’Iddio non vi mancheranno: ed acciochè lungamente duri la memoria del marito vostro, dovete procurare che siano similissimi al padre; perchè in questo modo, quanti di lui n’avrete generati, tante vive imagini avrete de la sua virtù, e de la vostra benevolenza.</p>
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               <head TEIform="head">750</head>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO. Genova</salute>
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               <p TEIform="p">Ringrazio il signor Nicolò e Vostra Signoria che la mia supplica sia stata appresentata a Sua Maestà; e ringrazierò il signor Ottaviano quando sarò esaudito: perchè le suppliche non sogliono appresentarsi con altra intenzione. Stimerò parte di grazia, c’a Sua Maestà sian conti i miei infortunii, e l’onestà de la dimanda, e ’l rigore che si mostrerebbe co ’l negarla: benchè non si chiede altro a l’imperatrice, se non che ’l chieder grazia non sia cagione d’ingiustizia, come ’l parlarne solo fu cagione altre volte: ed essendo venuto questo nuovo vicerè, tutte le cose devrebbono esser più facili. La venuta del signor Paulo a Genova può apportar qualche incommodità a questo negozio: ma io mi rallegro d’ogni suo piacere. Sono più occupato ch’io fossi mai; però non l’ho salutato con qualche mio verso, ed insieme la signora Porzia sua.</p>
               <p TEIform="p">Le mie lettere sono scritte con poco studio, e da molti son dimandate. So quanto a Vostra Paternità possa esser cara la memoria d’un amico, come le sono io, tanto favorito ed aiutato da lei: però le scriverei con maggior diligenza, s’io credessi di farle piacere. E le bacio le mani. Di Mantova.</p>
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               <head TEIform="head">751</head>
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                  <salute TEIform="salute">A RODOLFO GONZAGA. Mantova</salute>
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               <p TEIform="p">Troppo liberamente manifestai l’altro giorno a Vostra Signoria la mia povertà, e ’l bisogno, il qual sin’ora è più di tempo che di danari; perchè nè de l’uno nè de gli altri mi avanza molto. Io non ho consumato gli anni miei inutilmente, benchè la volontà di servire non sia stata riconosciuta; ma ho letti molti libri, fra’ quali erano que’ due ch’io dissi a Vostra Signoria, pieni di molte postille. Laonde non sarebbe necessario ch’io li rileggessi di nuovo; ma potrei ritrovare nel margine molte cose necessarie per alcuni miei dialoghi. Prego dunque Vostra Signoria che mi faccia guadagnar questo mese, o questi due mesi di tempo, ch’io spenderei in rivederli la terza e la quarta volta; e che aiuti la debolezza de la mia memoria con la sua cortesia. Non le scrivo a chi ne debba parlare per non offender alcuno: ma da Pirino, che mi serve, Vostra Signoria potrà intendere con chi potrà far questo ufficio, del quale io le rimarrò obligatissimo; e verrò a baciarle la mano. Di camera.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON CESARE DA ESTE (Dedicatoria)</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Il mio Secretario è picciolo dono, e non atto a pagar grande obligo, o a dimostrar interamente grande affezione: ma se le picciole cose ancora non s’accettassero volentieri, non si conoscerebbe la benignità di colui che riceve il dono; la quale è tanto maggiore, quanto è in uomo di più alto affare, ed in principe di più rare condizioni. Prego dunque Vostra Eccellenza che non ricusi almeno questa occasione di mostrarsi cortese e magnanimo, ricevendo con lieta fronte quel che l’appresenta amorevol ma povero donatore; il qual dona poco a chi merita molto, per difetto di fortuna, non di giudizio; conoscendo la bontà e ’l valore di Vostra Eccellenza e la grandezza e la nobiltà de la sua casa. La quale il Signor Iddio prosperi e conservi. E le bacio le mani. Di Mantoa, il dì 17 di gennaio del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO. Genova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io aspettava, dopo l’ultima lettera di Vostra Paternità, quella del signor Nicolò Spinola; e non risposi, stimando che l’una risposta potesse ritardar l’altra. Ho aspettato un mese invano: ora ho quel medesimo dubbio, che molti anni ho avuto; il quale non è del fine, ma più tosto de le strade che possono condurmivi più agevolmente. Non vorrei far viaggio sino a quest’altro mese; e mi rincrescerebbe di partirmi senza veder San Benedetto; perch’io son devotissimo a la vostra Religione, e desiderosissimo di veder i luoghi celebri; e questo è tra più famosi d’Italia. Il Costantino aspetta il libretto de le mie lettere; ed io non potendo ancora pentirmi d’esser stato una volta obligato a Vostra Paternità, conviene ch’io procuri di accrescer le sue lodi, e gli oblighi miei, e l’opinione che ’l mondo ha de l’amicizia nostra. Bacio le mani al signor Nicolò, al signor Agapito, ed al signor Paulo Grillo: e mi raccomando a Vostra Paternità reverendissima. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO BEFFA NEGRINI. Pavia</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mando a Vostra Signoria un’altra lettera, la qual risponde al padre don Angelo Grillo: al qual vorrei sodisfar altrettanto quanto procura; e ne prenderò e cercherò volentieri tutte l’occasioni, come conoscerà per l’avvenire. Così piaccia a Nostro Signore che sien conformi al mio desiderio. Ed a Vostra Signoria bacio la mano. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON GERMANO DE’ VECCHI</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">S’io potessi tanto lodar Vostra Paternità quanto debbo ringraziarla, l’averei fatto non men volentieri; perchè non sete men degno de le lodi, che de le grazie; nè a me si converrebbe d’esserne scarso, essendo voi stato a me liberalissimo de le vostre: ma peraventura me ne mostrerei troppo desideroso, s’ora volessi quasi rendervele, con intenzione che le raddoppiaste. Io, qualunque mi sia, vi sono molto affezionato per la vostra cortese lettera; e se mi fosse conceduto, non rifiutando l’affezione, di ricusar le parole scritte in mio onore o di riprovarle, non averei mostrato alcun timore ne la causa de gli antichi. Ma son contento che mi amiate, e per consequente che mi lodiate quanto più vi piace; ed io farò il medesimo, quando parrà che no ’l faccia per ambizione, ma per obligo. Ora mando a Vostra Paternità un sonetto sovra le Lagrime de l’imperator Carlo; le quali ho lette e rilette, e lodate fra me stesso con molto piacere; e la prego che lo faccia stampar con gli altri. E vi bacio le mani. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ebbi i sette scudi, e n’avvisai Vostra Signoria subito, e feci ancora la ricevuta. Non ho ancora ringraziato il signor Cristoforo, ma non mancherò di renderle grazie con più lunga lettera. Intanto aspetto i dialoghi, se Vostra Signoria non pensasse di passar per Mantova, andando a Roma, come già mi scrisse il signor Maurizio. Da Sua Signoria non ho lettere, e me ne maraviglio. Mi scrisse ancora che Vostra Signoria aveva alcuni miei discorsi intorno al poema eroico; e mi piacque assai, perchè mi sarebbe stato caro che Vostra Signoria sottentrasse a tutto questo fastidio, e quasi carico, di raccogliere le mie scritture. La ringrazio de l’offerta che m’ha fatta.</p>
               <p TEIform="p">Qui si fa un bellissimo carnevale, e vi sono bellissime gentildonne, e leggiadrissime. Mai più mi spiacque di non esser felicissimo poeta, ch’in questa occasione. E s’io non fossi riputato o leggiero ne l’amar troppo, o incostante in far nuova elezione, avrei già deliberato dove collocare i miei pensieri: ma peraventura troppo confido a questa lettera. Uscirò oggi fuori per vedere messer Bartolomeo. La lettera del signor Cristoforo non sarà mai soverchia. Ed a Vostra Signoria bacio le mani. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ASCANIO PERSIO. Bologna</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io ringrazio Vostra Signoria che m’abbia data occasione di farmi conoscere per servitore a l’illustrissimo signor cardinal Caetano, se non bastava quella cognizione che Sua Signoria illustrissima ebbe di me, già molti anni sono, qualunque ella si fosse. Ma forse non sarò atto co’ versi o con altro componimento a mostrarle la riverenza che io le porto, se non vi s’aggiunge il favor di Vostra Signoria e la sua grazia; la qual mi sarà in vece di merito, perchè io nulla merito, e nulla posso, o così poco, c’ho sempre bisogno di perdono, ove cerco d’acquistar laude. E ciò dico, perchè se Vostra Signoria aspetta che le mie composizioni siano buone, saran forse cattive per la tardanza, maggiore ch’ella non crede, e che non penso io medesimo. Ora ho per le mani cosa che non posso tralasciare per tutto questo mese; e son per natura tardo, e tardissimo per accidente in tutte le operazioni del corpo e de l’animo: nondimeno non passerà carnevale che Vostra Signoria sarà servita o di sonetto o di canzona o d’altra composizione. Fra tanto mi tenga ne la grazia di Sua Signoria illustrissima; perchè non deono potere i versi miei più de le sue raccomandazioni. E le bacio le mani. Di Mantova, il 21 di gennaio del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO. Genova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Iddio perdoni a chi s’ha ritenuto la lettera del signor Nicolò e di Vostra Signoria, perchè basta ch’ella sia sua perchè mi sia cara; quantunque non si contenesse in lei alcuna de le cose le quali io desidero: troppo è stato lungo questo digiuno, e di cibo troppo dolce, come son le vostre lettere; ed a me, che sono incontinente nel desiderarle anzi che no, non si poteva fare il maggior dispiacere. Or sia lodato Iddio, chè tornate a nutrirmi; e ’l nutrimento è di speranza, la quale al fine dovrà aver effetto: perchè non è alcuna pena sì grave, la qual non mi paia leggierissima per acquistar la grazia di Sua Maestà; e benchè le mie condizioni peraventura non la meritino, Vostra Paternità sa che la grazia è più tosto dimandata da me, che la giustizia: e l’una non segue i meriti, ma gli precede; l’altra si dee riguardare più tosto ne la causa che ne la persona. Consideri, qualunque sia quel signore che porse la supplica a l’imperatrice, non le qualità mie, ma le sciagure; o se pur vuole considerar l’une e l’altre, misuri le cose presenti con le passate, come credo che faccia Vostra Paternità, e ’l signor Ottaviano, e gli amici, e i parenti, i quali possono avere informazione di me, e darla parimente. Ed io non vorrei che Sua Maestà fosse informata da alcuno altro; perchè concederà qualche cosa a l’amicizia, e molto si dee concedere a la verità, la qual non può esser negata. Comunque sia, io mi sforzerò che Sua Maestà conosca la mia divozione e la fede in tutte l’occasioni; e non potendo io aver questo favore di passar per gli stati del serenissimo duca di Ferrara, seguirò volentieri il consiglio di Vostra Paternità, o di fermarmi in Mantova o di venire a Genova: poichè sa quanta sia l’umanità di questo serenissimo principe, e qual sia la commodità ch’io ho di studiare; e l’onore e ’l favore che mi è fatto da Sua Altezza, m’alleggerisce d’una parte de la fatica: perch’io pensava di scrivergliele io stesso, e di pregarla che se nulla mancava al compimento de l’intiera grazia, cercasse di farmelo avere con lettere di Sua Maestà o di suoi ministri, c’accennassero la sua volontà: perch’essendo maritata in questa casa una sua parente così stretta, com’è la serenissima duchessa di Mantova, non vi può essere alcuna de le difficoltà ch’erano in Ferrara dopo la morte de la serenissima duchessa Barbara.</p>
               <p TEIform="p">Le mie rime non ho potuto anche raccogliere, e non penso a niuna cosa più: e vorrei che fossero in loro molti testimoni de l’affezione ch’io porto a la casa Grilla, e de gli oblighi miei; i quali cresceranno tanto, quanto parrà a Vostra Signoria. Ma vivendo io in questa corte, non sarebbe convenevole ch’io drizzassi l’opere mie ad altri, c’al serenissimo principe, o a la serenissima principessa: gli altri possono aver parte ne le laudi, ma non ne le dedicazioni. S’io venissi a Genova, sarei senza questo rispetto, o più tosto debito; il qual mi ritenne ancora in Ferrara, dove (come Vostra Paternità può sapere) il serenissimo signor duca provedeva a’ miei bisogni: e bench’io sappia qual sia la liberalità de la casa Grilla, e da quella del signor Paulo suo fratello possa argomentare quella del signor Agapito; nondimeno niuna cupidità del danaio può esser cagione de le mie deliberazioni. De le mie lettere dico l’istesso; e quantunque io sia contento che ’l Licino le stampi, egli dovrebbe prima darmele a rivedere, acciochè non fossero stampate come l’altre: ed oltre a ciò, tutte l’opere mie deono esser piene de l’affezione ch’io porto al vostro nome. E vi bacio le mani. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL CAVALIER GASPERO PIGNATA. Ferrara</salute>
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               <p TEIform="p">Mando a Vostra Signoria la canzona ne l’infermità di cotesti eccellentissimi signori; più tardi ch’io non credeva, ma in tempo che potrà esser letta con minor noia: e prego Vostra Signoria che non voglia c’avenga di questa, come de l’altre; perchè intendo che Vittorio me ne fa sempre qualcuna di nuovo: nè per tutto ciò ha mai voluto mandarmi l’Alessandro Afrodiseo, che m’avea promesso. Io mi dorrei co ’l signor don Cesare, se giovasse; ma gli scrivo, perchè mi faccia ricuperare quelle scritture che rimasero ne la valigia. Vostra Signoria, di grazia, voglia ricordargliele. De l’altre cose che scriveva avermi mandato, non so quel che sia avvenuto; perchè io non ho risposta da parte alcuna. Vostra Signoria non si penta così tosto, nè si stanchi d’avermi fatto ricuperare quella parte de le mie robe, che mi era più cara; io dico i libri, co’ quali dovevano esser le mie scritture: perchè la cortesia de gli amici non si dee misurar co ’l bisogno; e se con questa misura si misurasse, non sarebbe scarsa. Bacio a Vostra Signoria le mani. Di Mantova, il 2 di gennaio 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Bologna</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vorrei lamentarmi di Vostra Signoria che non abbia mandati gli ultimi quattro canti del Floridante; ma quando penso a la mia rea e malvagia fortuna, stimo ch’ella ne possa aver tutta la colpa: n’abbia ancora tutto il biasimo, se così vi pare, pur ch’io non abbia tutto il danno e tutto il dolore insieme. Non muto risoluzione de lo stampare, nè di far la dedicazione, ch’io le mandai questi mesi passati; nè la mutarei in Roma, o in Vinegia, o in Fiorenza, o in Napoli, o ’n altra parte; perchè essendomi quasi desto da un lungo sonno, e rimirando gli errori miei con quelli occhi che sogliono coloro c’hanno vaneggiato lungo tempo, debbo per l’avenire aver riguardo a tutte le mie azioni, e poter di ciascuna render convenevol ragione. Non voglia dunque Vostra Signoria, per alcuna opinione c’abbia de la mia partita, ritardar più lungamente alcune de le mie deliberazioni; ma solleciti gli stampatori, e mandi gli ultimi quattro canti, se può.</p>
               <p TEIform="p">Io ho licenza di partire, ma non comandamento, nè danari: tanta è la cortesia di questo serenissimo prencipe, che conoscendomi inutile al suo servigio, non mi vuol ritener con mia mala sodisfazione, nè mi costringe al partire, nè mi dona alcuna cosa che possa servire al viaggio, accioch’io non prendessi il dono in cambio di licenza. Ma io da l’una parte mi vergogno de la mia dapocaggine; da l’altra, non posso mutar le mie deliberazioni; ma ho bisogno del vostro aiuto: però non m’abandonate in simile occasione, poichè mi contento di dipender tutto da voi.</p>
               <p TEIform="p">Vorrei dirvi un secreto; ma mi ritiene la riverenza ch’io porto a la serenissima granduchessa. Dimandatene di grazia messer Luca, e credetegli questo solo: ne l’altre cose non gli prestate fede, s’io non mi contento. Or su: voglio io scoprirvene parte, accioch’egli non entrasse in altro proposito. Sono ambizioso; e non mi credo di saper sì poco, ch’io meriti d’esser disprezzato da’ miei padroni, e molto meno da’ nemici. Voletene un altro? Non credo che ci sia il miglior uomo di me, nè il più sincero, nè che stesse più saldo al danaio; perc’a’ nostri tempi non si trova alcuno esempio di perfetta bontà; ma l’ambizione, o per me’ dire l’onore, farebbe vacillar ciascuno. In questa parte non vorrei esser tentato soverchiamente, s’io avessi mai buona fortuna; ma avendola maligna, vivo sempre pieno di maninconia: non però tanto, ch’io non mi rida di tutte le cose. Non poteva più fidarmi di quel c’ho fatto: aspetto risposta, e conchiusione del negozio.</p>
               <p TEIform="p">Mandai la lettera di consolazione, e credo che Vostra Signoria l’abbia avuta. E le bacio le mani. Di Mantova, il 25 di gennaio del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Il corriere non m’ha portato l’Epitome di sant’Agostino, nè altro. Dal signor Cristoforo non ho risposta; da voi, nè risposta nè ambasciata: ond’io mi maravigliarei de le cagioni e de gli effetti e de’ modi, se la mia fortuna non m’avesse insegnato a non maravigliarmi di cosa alcuna che s’assomigli a queste. Ho voluto di nuovo darvene ricordo, acciochè i piaceri non togliano a voi di mente quel c’a me non hanno potuto torre l’aversità. E vi bacio le mani. Di Mantova, il primo di febraio 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON CESARE DA ESTE. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io vorrei aver tanti meriti con Vostra Eccellenza, che le mie preghiere non le paressero importune: ma da l’una parte mi doglio, che non avendo avuta occasione di servirla, non l’abbia ancora avuta di meritar la sua grazia: da l’altra conosco ch’ella non sarebbe grazia, se nascesse da l’opere mie o da l’azioni. Vinca dunque la bontà di Vostra Eccellenza la malignità de gli altri, nè consenta che il Vassalino mi faccia nuovo dispiacere in questa materia di stampe; nè le spiaccia d’esser da me pregata tante volte, nè si sdegni di parlare in mio favore altrettante, se fosse bisogno; ma cerchi di ricuperar le mie scritture. Molti, anzi soverchi prieghi son questi peraventura; maggior nondimeno è il numero de le sue cortesie. E le bacio la mano. Di Mantova, il primo di febraro del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON EUTICHIO GIROLDI</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ringrazio Vostra Paternità del libretto de le mie lettere mandatomi; e s’ella è stata quella che l’ha ricopiato, debbo anche di ciò ringraziarla. Non possono omai mancare i testimoni de l’affezione e de gli oblighi insieme, i quali ho a la vostra Religione, e particolarmente al padre don Angelo Grillo. Era a lui molto obligato: ora sono anche a Vostra Paternità, ed al padre don Nicolò Cremaschi; e ringrazio lui similmente de la candela benedetta, dopo tanti altri doni i quali ha voluto farmi. Non è nuova l’osservanza ch’io porto a’ padri del vostro Ordine, nè la benevolenza loro: ma essendo quasi cominciata co ’l principio de la mia vita, non dee finire inanzi a l’estremo: nè finirà, s’a me sarà così agevole il divenir degno de l’altrui amore, come l’amare. Bacio le mani a tutti; e prego Nostro Signore che si degni d’essaudire i miei preghi, insieme co’ loro, che possono più giovarmi. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIULIO SEGNI. Bologna</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">A due lettere di Vostra Signoria risponderò con una sola, e più tardi ch’io non credeva; perchè le mie occupazioni sono soverchie per uomo infermo: ma quanto meno pago del mio debito, tanto più conoscerò de la sua cortesia. Le sono in due modi obligatissimo: prima, per l’epigramma che mi manda; poi, per la lettera de l’eccellentissimo signor Papio, la qual lungo tempo ho aspettata. E picciol pagamento sarà quel del mio sonetto sopra il zaffiro donatole da così cortese e così giudicioso donatore. Mi farà favore a mandargliene copia: e per l’avvenire non mi stimi virtuoso in quel modo che dice; perchè mi stimerebbe non sol raro, ma unico al mondo. Mi basta ch’io sia uno de gli altri, a’ quali dispiace il vizio, e cerca la virtù. Ma ora non è tempo ch’io cerchi la giustizia, la quale altre volte non trovai, benchè quasi ignudo fuggissi da tutte le commodità per ritrovarla. Or vorrei trovar la clemenza in Bologna, ed in ogn’altra parte, ov’io stia o dove io vada: nè prima confesserò di conoscer l’uomo virtuoso. E non volendo stimar me stesso più di tutti gli altri, mi parrebbe d’esser superbo, s’accettassi questo nome, ed insieme i titoli che le sono convenienti. Ed a Vostra Signoria bacio le mani. Di Mantova, il 12 di febraio del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A MAURIZIO CATANEO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Se le mie dimande v’hanno spaventato, non deveva porvi spavento la fede con la quale io le feci; perchè se non avessi assicurato il pagamento, poteva almeno far secura l’amicizia; per la quale è a voi altretanto lecito il negar le cose che non vi paiono convenevoli, quanto a me il chieder quelle che stimo convenienti ma forse non altro ha ritenuto Vostra Signoria, che la difficoltà del negozio. Ma io mi contento di quel che le piace in questa parte, senza diminuir punto de l’affezione ch’io le porto: ma la mia venuta sarà quasi necessaria; a la qual Vostra Signoria dee dare ogni aiuto. Il Licino non ha mandato le mie scritture, nè è venuto a vedermi, come Vostra Signoria scriveva; laonde la prego che faccia di nuovo officio, perch’egli le mandi o le porti, s’ha deliberato di venire a Roma, ov’io verrò a piedi, non potendo venire a cavallo.</p>
               <p TEIform="p">Alessandro mio nepote è in Fiorenza, desideroso di servire al cardinale; e vorrebbe esser favorito dal cardinal vostro. Io non scrivo a Sua Signoria illustrissima, parendomi che basti a scriverne a Vostra Signoria per sua cagione, e per mia; accioch’egli sia consolato di servitù, et io di libertà. Non vogliate, signor mio, di grazia, ch’io venga con periculo di stare sette altri anni pregione. E vi bacio le mani. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ALESSANDRO SERSALE. Firenze</salute>
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               <p TEIform="p">Io vorrei potervi aiutare in tutti i modi, ed in tutti i modi m’è vietato il poterlo fare, se non con le parole e con le lettere. E con questo l’ho fatto volentieri, e ’l farò di nuovo. Scrissi subito al signor patriarca di Gerusalemme ed al signor Maurizio Cataneo, e gli pregai che facessero uffizio co ’l signor cardinale di Fiorenza, acciochè v’accettasse a’ suoi servigi. Oggi scriverò al signor cardinale Albano nel medesimo soggetto. Mi doglio di non potervi mandare i danari che mi dimandate, perch’io ho spesi tutti quelli c’aveva; ma spero d’averne fra pochi giorni alcuni che si ritrarranno da la stampa del Floridante, poema di mio padre; ed allora vi manderò la quantità che mi dimandate: e più ve ne manderei, se le cose fossero succedute secondo il mio desiderio; ma io sono in grandissimo bisogno. Se voi foste stato amorevole quanto dovevate, sareste venuto a vedermi, e portate lettere per la mia libertà, e se vi fossero mancati danari per viaggio, la vostra amorevolezza vi potea bastare in quella vece. Or governatevi come vi pare, ma saviamente; sin ch’io possa scrivervi quel c’abbiate a fare. E mi vi raccomando. Di Mantova, il 13 di febraro del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
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               <p TEIform="p">Ora che mi bisogna partire, ho avuto lettera del signor cardinal Albano, il quale mi persuade ch’io m’acqueti sotto l’ombra di questi serenissimi signori; e benchè le sue persuasioni e i suoi consigli mi sian tutti in luogo di comandamenti, nondimeno se la quiete non viene da quella istessa parte da cui è dato il consiglio, non so come trovarla, e posso più tosto desiderarla che goderla. Penso dunque di partir con sua grazia, non potendo fermarmi con l’istessa; ma niuna deliberazione pende tanto da me stesso, ch’io possa chiamarla certa. Laonde prego Vostra Signoria, che non potendo agevolare il mio viaggio, mandi almeno i dialoghi e l’altre scritture, e sottentri a tanto fastidio, quanto può esser nel raccoglierle e nel ristamparle. Non ho avuta ancora tanta comodità, ch’io abbia potuto ringraziare il signor Cristoforo. Il signor Maurizio mi consiglia ch’io scriva a la Comunità, e particolarmente al signor conte Giovan Domenico Albano, al signor cavalier Tasso, ed al signor cavalier Grumello: ma io aspetto che siano da lui meglio informati de la mia necessità e del mio stato, perchè altrimenti non ardirei di pregarli; stimando più il dolor de la repulsa, che ’l piacer de la grazia. Vorrei dimandarla, ma in modo ch’essi giudicassero ch’io meritassi d’esser compiaciuto. Fra tanto a Vostra Signoria bacio le mani; ed aspetto le scritture, o lei medesima. Di Mantova, il 15 di febraio 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO. Genova</salute>
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               <p TEIform="p">Io non debbo mutar deliberazione, nè posso recarla ad effetto. Partirei per tutte le strade, ma per tutte son molti impedimenti: nè io so come superarli. Aspetto grazia da Sua Maestà, sperando che debba aver molto più inteso, ch’io non sono stato ardito di scrivere. Almeno non mi sarà negata quella libertà che si concede a gli altri, perchè in niuno altro modo potrei esserli più devoto servitore. S’avrà risguardo a’ meriti miei, non diffido de la grazia; s’a le sciagure, dovrei esser certo de la pietà; s’a la grandezza, dee bastar l’ombra del suo nome, perch’io impetri quel che desidero, non sol quel che dimando. Al signor conte Ottavio Spinola, ed al signor Agapito, ed al signor Paulo Grillo bacio la mano; ed a Vostra Signoria mi raccomando. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVANN’ANGELO PAPIO. Roma</salute>
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               <p TEIform="p">Ho scritto a Vostra Signoria reverendissima una lunga lettera, con l’informazione del mio stato, e mandatala per quella medesima strada per la quale ho ricevuta la sua aspettata tanti giorni. Ma non estimo soverchio il dupplicar la lettera, non essendo sicuro del ricapito de la prima. Sono quasi libero, perch’io posso andar per tutta Mantova; ma infermo come soleva, e stanco da l’infermità, la quale è non sol malattia del corpo, ma de la mente. Ho tentati pochi rimedi umani, e quelli non mi han giovato nulla: vorrei nondimeno ritentarli; e bench’io disperassi o de la scienza o de la pietà de’ medici, non debbo disperar de la grazia divina: laonde verrei come peregrino assai volentieri a Loreto, per finire un mio voto, e di là a Roma. E bench’io non sappia se le forze non a pieno ristorate mi basteranno, Nostro Signor m’aiuterà. Sono senza danari per viaggio; e quantunque non rifiuti l’altrui liberalità, son più nemico de l’improntitudine che de la povertà: questa è una de le difficoltà del viaggio. L’altra, il timor che ’l signor duca di Ferrara serenissimo non mi faccia ritener nel suo stato, perch’io mi partii senza baciarli la mano. Nè mi può assicurar di questo dubbio se non l’autorità del signor principe serenissimo; laonde mi paiono necessari con Sua Altezza gli uffici e le raccomandazioni del signor patriarca Gonzaga: e se non si muove a prieghi di Vostra Signoria, a’ miei sin’ora non s’è voluto muovere, persuadendomi al rimanere. Ed io avrei accettato volentieri il suo consiglio, s’egli avesse voluto far per me quanto poteva, accioch’io vivessi in questa corte, se non contento (perchè niuna contentezza può aver più luogo ne l’animo mio turbatissimo, pieno di mille inquietudini), almeno consolato di tante sciagure, e di tanti affanni sostenuti, e di tanti danni patiti. E la consolazione deveva esser congionta con la quiete de’ miei studi, con la sanità, e co’ favori di Sua Altezza. Ora non ho alcuna di queste cose; ed al signor patriarca par nondimeno ch’io resti. Consideri dunque Vostra Signoria reverendissima se le sue parole posson far seco migliore effetto di quello c’abbiano fatto le mie lettere; o se per altra strada posso venire a Roma, senza dubbio d’esser ritenuto: ma la sua mi par la migliore, massimamente se venisse a trovarmi messer Giorgio suo, come aveva promesso.</p>
               <p TEIform="p">Al serenissimo signor duca di Mantova io chiesi perdono, e non ebbi risposta. Il serenissimo signor principe è assai cortese nel rispondermi; ma non so qual mia sventura impedisca gli effetti. Io non sono nè così giovane, nè così sano, nè così atto a le fatiche, che dovessi far picciola stima de la sua grazia; ma non si possono sforzar le volontà de gli uomini: però eleggerei per minor male il venire a Roma, se mi fosse conceduto; nè mi spaventerebbe nè l’infermità nè la povertà, che sono congiunte. Troppo liberamente scrivo; ma scrivo al signor Papio, che non vorrà che la libertà de la penna mi noccia, o impedisca quella del corpo. Ha molti amici, e molti modi da giovarmi in Mantova, per viaggio ed in Roma; però scelga quello che più le pare: bacierò in suo nome le mani al signor commendator San Giorgio, il quale è cavalier assai principale in questa corte; ma non l’ho ancora veduto. Ed a Vostra Signoria bacio le mani. Dal signor patriarca Gonzaga le sarà forse mostrata una mia tragedia. Viva felice. Di Mantova, il dì 2l di febraio del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
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               <p TEIform="p">Mi spiacerebbe che la mala o la poca informazione che Vostra Signoria illustrissima ha del mio stato, fosse cagione che non desse piena risposta a le mie lettere, se con gli errori de gli altri non le fossero tenuti celati ancora i miei propri. Tutti erriamo: altri per semplice necessità; altri per necessaria volontà; altri per necessità volontaria; e perchè de la necessità e de la volontà si fa quasi un misto, ne l’elegger per bene il minor male, e ne lo schivar il minor bene per male: e fra questi sono io. Ma non so c’alcuno erri per una semplice necessità; perchè l’uomo è signore di se stesso, ed ha libero arbitrio ne l’operare: laonde non so trovare scusa a i mancamenti de gli altri, come la trovo a’ miei difetti medesimi. Ma ora non cerco d’accusare altrui, ma di scusar me stesso, quanto posso; se dopo la scusa dee seguir la grazia, o almeno il perdono. Io ho dimandata l’una e l’altro, non d’alcun fallo ch’io abbia fatto, ma di quelli ch’io feci già, quando io credeva c’un ***, a cui fossino date molte occasioni d’usar clemenza, dovesse amare ed onorar colui, il quale, porgendogliele, quasi il facesse clemente; anzi il facesse quasi iddio: perchè quell’arte, con la quale gli uomini d’Egitto facevano gli idoli, non mi pareva così certa e così lodevole, come questa; avvegnachè non mostri tanta similitudine con Iddio un idolo o un simulacro per parlare, quanto un *** può dimostrare nel perdonare volentieri l’offese: nè sia alcuna materia o alcuna composizione di così buono odore, come è quello de la clemenza. Questo fu il mio errore, nel quale io caddi, presumendo più di me stesso ch’io non deveva; ma poich’io mi sono avveduto di non poter far d’uomini iddii, nè pur d’inclementi clementi; non mi sono accorto d’aver commesso altro errore, se non d’averlo forse troppo liberamente palesato; ed insieme detto, ch’io aspettava premio di quelle cose, de le quali gli altri ricevono castigo; o c’almeno non possedeva il guiderdone, che per altro m’era promesso, e quasi dovuto. E questo, se pur è errore, non è errore in altra parte, che ne le corti. Laonde di questo ancora, come di peccato di cortegiano, devrei dimandar perdono, s’io pensassi di viver ne le corti. Ma non so quel che possa avvenir di questa vita; e già ne sono stanco, prima che sazio. E spesso dico ad alta voce: avegnane che può! a me non sarà persuaso ch’io ci viva con minor sodisfazione di quella, con la quale ci solea vivere. Ma pur ogni cosa debbo confessare a Vostra Signoria reverendissima, massimamente da poi ch’è fatto patriarca, e che può assolvermi di tutte le colpe, e mutare in grazie tutte le pene. Sappia dunque, che la sodisfazione ch’io ebbi altre volte in corte, era l’ozio letterato, e la quiete de gli studi, senza obligo alcuno, e senza alcuna fatica. E s’allora non estimai picciola laude, o picciola fortuna la dappocaggine non disprezzata; ora non devrebbe l’industria disprezzata, o poco favorita, esser anteposta a la morte: e non è ragionevole che l’infermità e l’inesperienza e l’ignoranza di tutte le cose del mondo, mi abbian fatto di maggior merito, ch’io non soleva essere, o di maggior servizio. Le quali cose non confesso però come mie colpe, ma come mie sciagure; perchè io sono infermo per malvagia fortuna. E sarei morto, se la bontà de la mia complessione, o più tosto la grazia d’Iddio, non mi tenesse vivo: ed in questa infermità non so lo stato de l’Italia, o del mondo, perchè non è che me ne dia avviso: ed oltre a ciò, sono inespertissimo, non potendo fare esperienza di cosa alcuna; e l’avrei fatta almeno di quelle che posson rendermi la sanità, e ristorarmi la memoria perduta affatto, eccettuatane quella de’ beneficii ricevuti. E spesso mi lamento fra me stesso, dicendo: perch’è men libera la memoria de l’intelletto, o de la volontà, se la volontà può volere e non volere? perchè la memoria non può essa ancora ricordarsi, e scordarsi a sua voglia di quelle cose che ci sogliono piacer o dispiacere? e perchè non è in ciò simile a l’altre potenze ragionevoli de l’animo? o perchè non si ritrova una arte de la memoria e de l’oblivione assai più bella di quella ch’era promessa a Temistocle, o de l’altra ch’egli desiderava; con la quale io, dimenticando tutte le ingiurie fattemi in tanti anni, mi ricorderei solamente de’ favori e de le grazie c’ho ricevute insieme co’ doni? Ma piaccia a Dio che non trovandosi questo artificio, la perdita non sia inrestorabile, et il danno senza rimedio e senza consolazione. Non vorrei tardar più a provederci: però dimando perdono, e grazie di tutte le cose; e particolarmente d’una mia opinione, la quale è, che se fossino poste in una bilancia l’offese ch’io ho fatte a gli uomini, e l’ingiurie c’a l’incontro ho ricevute, sarebbono stimati da giusto giudice gli errori miei leggerissimi. Laonde non devrei sentire alcun peso che m’aggravasse. Ma co ’l perdono di leggerezza, di leggieri spererei d’esser compiacciuto: ed io prego Vostra Signoria illustrissima che non solo voglia perdonarlami, ma fare anco che altri mi perdoni in guisa ch’io me n’avveda: nè già mi pare che ci sia altro modo di farmene avveder, se non co ’l rendermi la sanità, o co ’l fare ogni cosa perch’io la racquisti senza noia e senza amaritudine alcuna. Sono frenetico, com’io le scrissi, e sono smemorato. Ho la vista debilissima, e molti altri mali, a cui sarebbon necessari molti rimedi. Ma il migliorar vino, e ’l trarmi tre o quattro volte sangue, e farmi due cauteri ne le braccia, non potrà nuocermi. E fu conseglio del Mercuriale; nè io vorrei tentar cosa, che mi nuocesse. Ho assai dissimulato, assai patito, assai sofferto del male, per non ricusarlo: ora il rifiuterei, s’egli fosse ancora mescolato co ’l bene. Mi rincresce che messer Giorgio non sia in Mantova, o ch’io non sono in Roma; perchè aveva sperato di fare in questa stagione qualche miglioramento. Ma peggiorando, dubito che ’l primo avviso che n’abbia Vostra Signoria illustrissima, non essendo de la mia morte, sia almeno de la pazzia. E mi maraviglio che sino ora non le siano state scritte le cose che dico fra me stesso; e le sodisfazioni, e gli onori, e i favori, e i doni, e le grazie de gl’imperatori e de’ re e de’ principi grandissimi, i quali io mi vo fingendo e formando e riformando a mia voglia. E se fosse vero che ciascun fosse fabro de la sua fortuna, o l’avrei fatta sin ora se non di cera o di terra o d’oro o di argento, almeno di legno; ma non dee esser vero, poichè non posso divenire in modo alcuno fortunato. Devrei almeno esser savio ma non posso senza il conseglio del medico, o de lo speziale, o di messer Giorgio. Ma passiamo ad altro.</p>
               <p TEIform="p">Mi doglio che ’l signor Franceschino, suo cugino, fin’ora non abbia mandata a Vostra Signoria l’ultima copia de la mia tragedia: e bench’io pensassi d’aggiungervi alcune cose, ed alcune mutarne; nondimeno se fieno pubblicati in quel modo ch’io li diedi al reverendo Licino, peraventura potranno esser letti senza mia vergogna. Io sono in uno stato, che gli uomini non si possono mostrar nemici de le mie lodi, che non si mostrino ancora nemici de la salute. Però non ricuso alcuna volta le dimostrazioni non necessarie, i titoli non convenienti, gli onori soverchi e le soverchie lodi, e l’esser lusingato oltremisura; parendomi che ciò sarebbe ricusar la vita. Ho racconcio il dialogo del Messaggiero, ed alcune altre operette; ma senza l’aiuto di Vostra Signoria illustrissima non si potranno stampar di leggieri. E s’io aspettassi migliore occasione, gliele manderei oggi: leggerà qualche opinion nuova, o almen da pochi considerata; ma per mio parer verissima, per la quale io dimando la vita. E se le ragioni non fossero bastevoli, dovrebbon bastare la pietà, la fede, l’umanità, la clemenza, l’amicizia, la cortesia, che son virtù propriissime di Vostra Signoria illustrissima; e da lei possono essere a gli altri persuase ed insegnate. E le bacio le mani. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVANN’ANGELO PAPIO. Roma</salute>
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               <p TEIform="p">Vostra Signoria reverendissima è tanto informata del mio stato, quanto può bastarle per farmi giovamento: l’altre cose, o non possono giovarmi, o non così agevolmente. Io di nuovo la prego che mi raccomandi a gli illustrissimi signori, signor cardinale ed il signor patriarca Gonzaga: e se li do questa occasione d’esser loro obligato, non conosco Vostra Signoria nè così povero pagatore, che non possa pagare il debito; nè così debole, che non sia atto a sostenerlo; nè di così picciol merito, che cotesti illustrissimi signori non debbano farle volentieri questo favore: laonde l’obligo sarà quasi vicendevole. Salutai in suo nome il signor commendator San Giorgio, e fui salutato dal signor Piriteo Malvezzi. Potrà, se le pare, rinovar gli uffici con l’uno e con l’altro parimente. Io non desidero meno lettere di Vostra Signoria, che le desiderassi in Ferrara; nè so quale sia migliore strada: questa invio al signor Giulio Segni, come ho fatto le altre. La venuta di messer Giorgio non vorrei che fosse disperata. Ed a Vostra Signoria reverendissima bacio le mani. Di Mantova, il 7 di marzo del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIULIO SEGNI. Bologna</salute>
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               <p TEIform="p">Ringrazio Vostra Signoria c’abbia mandate le mie lettere a monsignor Papio; e poichè non ha ricusata questa cura, non voglia anche rifiutar l’altra di mandarmi le risposte. Egli può molto favorirmi: e se vorrà quanto può, mi rallegrerò d’ogni sua esaltazione; come mi rallegro d’esser egualmente lodato dal signor Costantino, e da Vostra Signoria. A l’uno e a l’altro ho grand’obligo, che mi facciano maggiore onore ch’io non merito; ma nel Costantino vorrei che la diligenza fosse pari a l’affezione. Gli scrivo una lettera, e la raccomando a Vostra Signoria, pregandola che talora mi desideri a cotesti conviti di letterati: perchè niun’altra sorte di conviti merita questo nome; non essendo un vivere insieme, ma più tosto un morire. Ed a Vostra Signoria bacio le mani. Di Mantova, il 7 di marzo del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Bologna</salute>
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               <p TEIform="p">Di nuovo Vostra Signoria mi lascia sospeso così del suo volere, come de lo stato. Non so dov’ella sia, nè quel che faccia; laonde può pensare con che martello io stia: e se dal signor Giulio Segni, commune amico, non mi fosse stato dato aviso di lei, avrei creduto che fosse tornata a Ferrara. Potea pur mandare il quinternello che le scrissi, e di nuovo la prego ch’il mandi. Questa lunga tardanza ha impedito i miei negozi, e messo in dubbio la mia salute, più che non era; nè posso imaginarmi qual alta cagione vi sia; poichè sempre ho tenuto, e tengo per fermo, che Vostra Signoria dovesse aiutare, e non impedire le mie deliberazioni. M’avisi a che termine sia la stampa; e non voglia mostrar d’essermi amico solamente co ’l lodarmi, ma con tutte l’altre dimostrazioni ancora, che sono vero paragone de la buona amicizia. E le bacio le mani. Di Mantova, il 7 di marzo del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL CAVALIER GASPERO PIGNATA. Ferrara</salute>
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               <p TEIform="p">Tardi rispondo, perchè lo scriver mi dà più noia che l’aspettare; benchè questo ancora sia noiosissimo: e so di scrivere a cortese gentiluomo, il quale accetterà le mie scuse. Debbo piangere, ed onorar la morte del signor cardinal d’Este: piaccia a Nostro Signore ch’io faccia cosa che non le spiaccia. S’io l’avessi fatta, l’avrei già mandata a Vostra Signoria. Del ritratto non ebbi mai risposta: e se ben mi ricordo, mi scrisse ancora d’aver dato al signor ambasciatore alcune mie sedie ed alcuni peltri. Io ne potrei aver bisogno o per usarli o per venderli: e prego Vostra Signoria, che faccia ch’io gli abbia. E di nuovo le bacio le mani. Di Mantova, il 7 di marzo del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL NUNZIO PONTIFICIO IN FIRENZE</salute>
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               <p TEIform="p">Vorrei che Vostra Signoria reverendissima fosse tanto secura de la mia gratitudine, quanto io sono de la sua autorità, con la quale può giovarmi più che io non posso servirla. Non si maravigli, dunque, s’io cerco di giungere obligo ad obligo. Alessandro, mio nipote, non è disperato dal signor Maurizio, di poter essere raccolto a’ servigi de la serenissima granduchessa, o del principe suo figliuolo, o del signor don Virginio Orsino, o del signor cardinale di Fiorenza. Vostra Signoria reverendissima si degni confermar co ’l suo favore la speranza del fanciullo, o più tosto la mia; che son quasi invecchiato ne gli affanni; e tenga l’uno e l’altro sotto la sua protezione. Io pensava di passar per Brescia: non so quel c’avverrà; ma in tutti i luoghi cercherò ch’ella mi conosca per suo affezionatissimo servitore. E le bacio le mani. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A ANTONIO COSTANTINI. Bologna</salute>
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               <p TEIform="p">Nè messer Lionardo Martellini è comparso a Mantova, ch’io sappia, nè per altra strada ho avute lettere di Vostra Signoria. Signor mio, le vostre parole son cortesissime; ma in questo negozio vorrei che corrispondessero gli effetti. Almeno aveste mandati i quinternelli tanto aspettati da me; perchè niuna cosa disidero più, che vedere il Floridante stampato: ed essendo cortesissimo, devreste anche esser diligentissimo. Vi mando un sonetto, non so s’io debba dire in vostra lode o in mia doglianza; ma fermamente non per darvi memoria, ma perchè da questo conosciate quanto mi sia mal’agevole il comporre. Vi saluterò in questo modo ogni settimana: e vedrò se posso mandarvi ancora il madrigale che non vi mandai questi giorni passati. E vi bacio le mani, aspettando risposta vostra e di monsignor Papio. Vivete lieto. Di Mantova, il 13 di marzo del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Questa settimana io non ho lettere di Vostra Signoria nè del signor Cristoforo Tasso; ed aspettava l’une e l’altre con desiderio; particolarmente ch’egli scrivesse al serenissimo signor principe, e che mandasse il servitore, se gli pareva. Son quasi senza dinari, ed ogni giorno ho qualche occasione di spendere. Vostra Signoria aveva promesso di mandarmi....; e doveva farlo, perch’io con lei sarei stato buon pagatore de’ debiti, poichè non posso riscuotere i crediti. Aspettava ancora i dialoghi, i quali gliele avrei rimandati indietro, s’avesse voluto stamparli. Io sono ora così vicino a Bergomo, ch’in nessun altro tempo ho potuto ricever più agevolmente aiuto e favor da cotesta città; laonde quanto sono stato paziente in aspettarlo, devrei esser più certo d’averlo. Ed a Vostra Signoria bacio le mani, pregandola che mi raccomandi al signor conte Giovan Domenico, ed al signor cavaliero Enea, ed al signor Cristoforo Tasso. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A ***. Ferrara</salute>
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               <p TEIform="p">Io non pensai ad alcuna cosa più, quando mi fu conceduto di veder Vostra Signoria, che a parlar seco di grazia, stimando c’a la sua nobiltà non si convenga meno il far grazia che giustizia. Laonde non mi doglio che sia in parte, ove non sia obligata ad usare il rigore; imperochè avrei molte occasioni da pregarla ch’ella l’usasse. Usi, se le pare, in vece del rigore la clemenza e la cortesia: la qual suole alcuna volta anche albergare ne le corti de’ giudici; ed ora sarà forse venuta seco in barca. E benchè Vostra Signoria sappia quando e come possa usarsi, io nondimeno ardirò di pregarla che mi favorisca in altra occasione fuor di quella c’aveva pensato. Risposi a la lettera del signor cavalier Pignata, che mi fu mandata da Vostra Signoria, ed a quella ancora che mi scriveva il signor don Cesare; e diedi le mie risposte ad un servitore di Vostra Signoria, doppo la sua partita. Da poi ho scritto un’altra volta al signor cavalier Pignata; e vorrei saper quel ch’egli può fare per favorirmi. Onde n’aspetto cortese risposta: e prego Vostra Signoria che, non potendo portarlami, la mandi. Intanto le bacio le mani. Di Mantova, il 16 di marzo del 1587.</p>
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               <head TEIform="head">779</head>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Bologna</salute>
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               <p TEIform="p">Mi scordai con l’ordinario di rispondere a l’academico Sfregiato, ed a Vostra Signoria in questo particolare; ma sappia ch’io ebbi il piego con que’ libretti che gli parve d’indrizzarmi, ed avvisai allora Vostra Signoria de la ricevuta, come io di tutte le cose ch’ella mi manda. Non ho avuti i quinternelli, nè so se messer Lionardo Martellini sia venuto ancora. Quest’altra settimana manderò a Vostra Signoria duo sonetti almeno, non potendo mandar le canzoni: dico l’una al signor cardinal Laureo, l’altra al Caetano. Io sono tanto occupato tra i miei studi e la correzione d’alcune mie operette, che non mi avanza tempo di comporre alcuna cosa per questi serenissimi signori; e ’l lodar gli altri che son lontani, mi par che sia un voler licenza. Mando a Vostra Signoria un madrigale in lode de gli occhi de la serenissima signora prencipessa, che son neri: l’altro, nel quale lodo quelli de la serenissima signora duchessa di Ferrara, che son di bianco e soavissimo colore, vi sarà forse mostro dal nostro padre fra Giacomo Moro; ma se non l’avrete da lui, il manderò io medesimo. Salutate il signor Papio, ed amatemi. Di Mantova, il 17 di marzo del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A RODOLFO GONZAGA</salute>
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               <p TEIform="p">Io desiderava prima, che ’l freddo togliesse licenza; ma da poi che m’è data speranza che la quartana di Vostra Signoria illustrissima possa insieme partirsi, il mio desiderio s’è molto accresciuto; e son fatto, non so come, impaziente ne l’aspettare. Laonde credo che agevolmente sarò costretto di venirla a trovare; ma in qual modo debba venire, vo pensando assai volte tra me stesso. In tutti nondimeno le sono servitore con l’istessa affezione, e partendo e rimanendo similmente. E le bacio le mani. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A ***. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io sono più ardito a dimandare a Vostra Signoria i piccioli favori, che i grandi; perchè non solo ho riguardo a la sua cortesia, ma a la mia fortuna. Il signor cavalier Pignata mi scrisse, molti mesi sono, c’oltre un ritratto di mio padre, gli erano stati consegnati alcuni miei peltri, alcune sedie, ed alcuni scanni. Con l’occasione del ritorno di Vostra Signoria potrebbe mandarli; ed io avrei quest’obligo a l’uno ed a l’altro, benchè ora ne preghi Vostra Signoria solamente: ma l’obligo sarebbe maggiore, s’a questa cortesia aggiungesse quella di mandarmi le scritture e i libri, de la quale altre volte la pregai: perch’il signor Borso Arienti non sarà, se dritto stimo, molto pertinace in negar questo piacere; oltre c’al signor don Cesare agevolmente saranno conceduti, come furono le scritture. Ora non bisogna informare un giudice; ma pregare un cortese gentiluomo: però di nuovo la prego che mi faccia questo favore co ’l signor cavaliere. E le bacio la mano. Di Mantova, il 19 di marzo del 1587.</p>
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               <head TEIform="head">782</head>
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                  <salute TEIform="salute">A RODOLFO GONZAGA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non so se le mie preghiere per la sanità di Vostra Signoria illustrissima siano più a tempo; ma s’elle sono tarde e zoppe, come scrisse alcuno, non tanto mi doglio d’aver fatto tardo quest’ufficio così dovuto, quanto mi rallegro ch’ella abbia tosto scacciata la quartana, la quale impediva le nobilissime operazioni d’un altissimo intelletto, disceso in un gentilissimo corpo. Ma ora non è tempo d’entrare ne le sue lodi. Vostra Signoria legga il sonetto, o ’l riceva come un picciol segno de la grande affezione ch’io le porto. E le bacio le mani. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Bologna</salute>
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               <p TEIform="p">Consento che Vostra Signoria si lamenti, bench’io non abbia lasciato luogo alcuno a gli altrui lamenti, nè a le scuse: perchè de le cose promesse da me, parte non ho potuto osservare; parte non è ancor tempo da farlo: e farò, senza fallo, quanto io debbo; così nel lodare il mio signor Costantino, come nel celebrare il signor cardinale Laureo. Ma prima io voleva spedire il negozio del Floridante, il qual m’importa molto: perchè in altro modo non ardisco di parlare al serenissimo signor duca di Mantova; tanto ho avuto la fortuna contraria, e particolarmente ne l’acquistar la sua grazia, o nel conservar la memoria di quella servitù che mio padre ebbe seco. Gli impedimenti sono stati molti, e specialmente quelli de’ miei studi; non dico di poesia o d’arte oratoria, a’ quali non attendo, già molti anni sono; ma di teologia: e questi eran necessarissimi per due cagioni; l’una, accioch’io non andassi al buio per tutto il camino de la mia vita; l’altra, per corregger l’opere mie. Fui sempre cattolico, e sono, e sarò: e se pure alcuno ha potuto riprender la dottrina, non deveva biasimar la volontà, o dubitarne: e per l’avenire procurerò che l’una e l’altra sia senza riprensione. Piaccia a Dio c’a me sia lecito di farlo con tanta felicità, con quanta già sperai. Allora Vostra Signoria s’accorgerà di non aver fatta rea elezione d’amico, e di non aver gittate le sue cortesie. Fra tanto si contenti di quel ch’io posso, ed aspetti che dopo le preghiere debbano arrivar le lodi: e non si maravigli s’elle saranno tarde, perchè seguitano il zoppo.</p>
               <p TEIform="p">La ringrazio c’abbia indirizzate le mie lettere al signor Papio, e n’aspetto risposta. Ma non si contenta Vostra Signoria ancora, c’a me sia lecito di lamentarsi? Perchè mi costringe a lodar chi non vuole usar alcuna cortesia o alcuna liberalità? E se la vogliono usare, perchè ricusa d’essere il mezzano? perchè si parte di Ferrara, o perchè non vi ritorna? o almeno, perchè non lascia alcuno ch’in sua vece ricordi la cortesia. Niuna generazione d’uomini sarebbe più sprezzata de’ poeti, se lodassero sempre altrui senza qualche dimostrazione d’onore e fra le dimostrazioni sì fatte, niuna è più certa del dono. Non più di ciò. I quattro canti, c’ho deliberato d’aggiungere al mio Goffredo, non sono nè finiti nè cominciati; ma quanto prima ci porrò mano, ed a Vostra Signoria darò ragguaglio di quanto seguirà. Intanto le bacio le mani. Di Mantova, il 25 di marzo del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO. Genova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">A molte lettere mie oggi, ch’è il sabbato santo, ho avuta una sola risposta; la quale ho letto volentieri, perch’è di Vostra Paternità: per altro non ho cagione, se non di dolermi. Io sempre ho stimato molto l’amicizia di Vostra Paternità, sì per li meriti suoi, sì per quelli de la Religione de la quale ha fatto professione. Lascio da parte la nobiltà e la ricchezza e la fortuna de’ fratelli e de’ parenti; perc’avendo ella rinunziato a tutte queste cose, non deono esser da me considerate, se non in quel modo che piacciono a Vostra Paternità medesima. Nondimeno essendo io in quel termine che voleva io medesimo, mi pareva che ’l suo volere non dovesse esser discorde dal mio, bench’il mio si mutasse; ma non tanto si può mutar l’affetto del cuore, quanto l’estrinseca dimostrazione secondo l’occasioni che sono appresentate. Poteva dunque Vostra Paternità dimandare con sue lettere questa grazia a Sua Maestà, se non voleva chiederla come gentiluomo de la Republica genovese, almeno come monaco di san Benedetto; perch’essendo così giusta, non poteva esser negata: nè io posso biasimar le grandezze, ove siano ben collocate; ma la bassezza, o sia de la fortuna, o de gli animi più tosto. E non essendo nè l’una nè l’altra in Vostra Signoria molto reverenda, o ne’ fratelli o ne’ parenti suoi, non mi rimane in questa parte che biasimare. Le cose altissime con l’umili possono esser congiunte co ’l mezzo de le mediocri: e stimo una specie d’umiltà l’andar cercando alcuni di que’ mezzi che possono esser più grati a Sua Maestà. Già supplicai il signor conte Ottaviano Spinola; da poi il signor ***, il quale certo non è soggetto che meriti di esser disprezzato: ora ricorro a Vostra Paternità, perch’essendo solita d’impetrar le grazie d’Iddio, può avere ardimento di chiederle a que’ principi che sono i suoi ministri. Mi perdoni s’io sono troppo costante nel mio proponimento.</p>
               <p TEIform="p">La ringrazio di nuovo del libretto de le lettere; ma non son tante, che bastino a far un volume. Laonde ne vorrei raccogliere alcune altre, e particolarmente quelle c’ho scritte a’ signori Spinoli, e le manderò a le stampe.</p>
               <p TEIform="p">Il Costantino non ha voluto mai fare stampare un poema di mio padre; e con la tardanza di questo negozio, ha ritardate molte mie deliberazioni. Io il sollecito quanto posso; ma bisognarebbe che fosse sollecitato da Vostra Paternità similmente. Il Licino mi scrive spesso; e perchè è divenuto più amorevole de l’usato, si raccomanda a Vostra Paternità. Il serenissimo signor principe è in Loreto; ed io ho perduta questa bella occasione d’andarvi. Mi rallegro che il signor Alessandro Spinola sia risanato. Il saluterò quest’altra settimana con un sonetto: intanto baciateli in mio nome la mano, ed al signor Nicolò, ed a’ signori vostri fratelli; ed amatemi. Di Mantova, (28 marzo 1587).</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ALBERTO PARMA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Era forse meglio per me, ch’io non fossi consapevole de gli oblighi miei, acciochè non potendo pagarli, non mi dolesse almeno di non poterlo fare; perchè ’l giunger dolore a dolore, suol troppo aggravar l’altrui male. Già mi dolsi che la mia Gerusalemme fosse stampata: e quante volte è stata ristampata, tante sono state le passioni che per ciò ho sentite. Ora, che la dottrina altrui e l’artificio m’acquisti quella benevolenza o quella opinione che non hanno potuto acquistarmi i miei versi, m’è in parte molesto, in parte caro; ma non in guisa, che non m’incresca di non poter mostrarle gratitudine, almeno per la grazia ch’io ne ricevo. Già il signor Scipione Gentile tradusse in versi latini due libri de la mia Gerusalemme. Ha fatto poi l’annotazioni, c’ora mi son mandate da Vostra Signoria; ed io per l’una e per l’altra devrei rimanerli in grande obligazione; e benchè gli effetti sian lodevolissimi, deono esser misurati ancora da la volontà. Leggerò l’annotazioni, come feci i versi latini, leggiadrissimi invero e politissimi. Altro testimonio non ho veduto del saper di questo gentiluomo; ma questi son bastevoli: nè più ne richiedo, per creder de la sua dottrina quanto egli medesimo vuol che ne sia creduto. La mia tragedia è finita; ma io non ho la copia. Ed a Vostra Signoria bacio la mano. Di Mantova, il 29 di marzo del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mandate, signor mio, e i dialoghi e le altre scritture senza fallo, perchè tutto si rimanderà subito. Ho fatto alcune giunte di grandissima importanza in alcune mie operette. Aspetto questa settimana qualche liberalità del signor conte Giovan Domenico, e del signor cavalier Enea, conforme a quel che Vostra Signoria mi scrisse; ma desidero ancora lettere dal signor Cristoforo. Al signor Ercole baciate la mano, e tenetemi ne la sua grazia, e di tutti cotesti signori: e mi raccomando. Di Mantova, il lunedì di pasqua, 1587</p>
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                  <salute TEIform="salute">ALL’ACCADEMICO SFREGIATO. Bologna</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Tardi ringrazio Vostra Signoria de la “Corona di ferro e di veleno” mandatami a donare: perchè prima mi spaventò il dono co ’l nome solo, poi la mia povertà, non avendo che donarle a l’incontro. Al fine sono stato assicurato da la cortesia del signor Antonio Costantino, e da quella di Vostra Signoria similmente, la quale stimo che sia conforme. Laonde ho creduto che le debba esser caro quel che io posso darle; c’ora non sono altro che parole e promesse e offerte, almeno sino a tanto che la fortuna mi dia potere conforme al volere. E bacio a Vostra Signoria le mani, pregandola che per l’avenire eserciti il suo bello ingegno con più lieto soggetto. Di Mantova, l’ultimo di marzo 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVANN’ANGELO PAPIO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Se le vostre lettere non potessero giovarmi in altro modo, almeno potrebbono assicurarmi de la vostra buona volontà, e de l’usata cortesia; però l’aspetto con infinita speranza. Pregai Vostra Signoria che parlasse in mio favore co ’l signor patriarca Gonzaga, ed ora ne la riprego; perchè non conosco altro modo, co ’l quale in queste parti la sua autorità possa farmi maggior giovamento. Se Vostra Signoria non mi ama, quanto io onoro la sua virtù ed i suoi meriti, almeno vorrei ch’ingannasse il mondo; acciò che ogn’uno credesse da la sua grazia, dal favore, da la servitù, la quale ha con Nostro Signor e co’ nipoti, io potessi promettermi i più cortesi uffici e le più efficaci raccomandazioni.</p>
               <p TEIform="p">Il signor Antonio Costantino, amico e servitor del signor cardinale Laureo, e tenuto da Sua Signoria illustrissima a battesimo, prese a’ miei prieghi, già sei o sette mesi sono, la cura di dare a la stampa il Floridante, poema di mio padre, il quale si cominciò a stampare in Ferrara, ed ora non so per qual cagione si stampi in Bologna. Comunque sia, questa lunghissima tardanza, e questo impedimento m’è stato molestissimo e contrariissimo a tutti i miei pensieri; sì perchè il libro è dedicato al serenissimo signor duca di Mantova, sì perchè in lui sono lodati molti signori e signore, da le quali avrei potuto ricevere alcun favore. Il Costantino ha bisogno di sprone, e ’l Licino di freno. Vostra Signoria sia contenta di sollecitar l’uno con sue lettere, e di ritener l’altro che voleva publicare alcuni miei dialoghi, ed alcune rime e lettere, prima ch’io l’avessi reviste: nel che mi fa gran pregiudicio a l’onore, ed a l’utile ancora. Ma particolarmente nel negozio del Floridante, vorrei che si riscaldasse; benchè non v’abbia parte, per la cagione ch’ella conoscerà apertamente, l’avrà in tutte le mie composizioni. Il poema non è sì lungo, che non possa essere stampato in venti o venticinque giorni: però la prego che non consenta che questa pratica sia tirata più in lungo. E mi maraviglio che ’l Costantino, diligentissimo in tutte le cose, e che in ogni tempo ha mostrato d’amarmi tanto, m’abbia trattenuto sino a quest’ora un negozio così facile e così importante. Importa molto a la salute, a’ commodi ed a la sodisfazion mia; e non potrà nuocer punto a la memoria di mio padre, che fu tanto amico di Vostra Signoria, quanto ella sa meglio d’ogn’altro: laonde di nuovo la riprego che m’aiuti; e di nuovo me le raccomando. Di Mantova, l’ultimo di marzo 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Bologna</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ho avute due lettere di Vostra Signoria; l’una da messer Girolamo Costa, l’altra da la posta, con un quinternello; ma non è l’ultimo, ch’io aspettava: la prego che voglia mandarlo. Ora le rimando questo, il quale ho corretto in molti luoghi, ed aggiuntovi tutto quello che vi mancava. La stampa a me pare assai buona; e benchè potesse esser più bella, non vorrei che questo impedimento ritardasse il negozio. Seguiti dunque Vostra Signoria di stampare con tutta la diligenza che sia possibile, e di niuna cosa io la prego tanto; e se le posso scrivere il vero, di niuna tanto mi doglio, quanto di questa tardanza. Io aspetto Vostra Signoria avanti le feste de l’Ascensione co ’l libro stampato; e se prima verrà, la sua venuta mi sarà più cara. Non le mando questa settimana alcun sonetto, perchè non ho avuto agio di poterne fare: debbe avere quello che io le mandai la settimana passata: n’avrà un altro quella che verrà; oltra quello per la signora ambasciatrice, che mi dimanda per metterlo insieme co ’l suo e d’alcuni altri, che disegna di far stampar con la lettera consolatoria.</p>
               <p TEIform="p">Io avrò forse bisogno di vestirmi, e mi sarà caro o ormisì o tabì o canevaccio di seta, o altro sì fatto drappo per le calze e per un giuppone; ma vorrei che s’avesse riguardo a quel che dura più e costa meno, purchè fusse di seta.</p>
               <p TEIform="p">Lo stampar quella lettera scompagnata da l’altre, mi par cosa di picciol guadagno e di minor sodisfazione; pur la rivedrò, e glie la manderò quest’altra settimana: questa ho data sin’ora a lo spirito. Le mando tre madrigali de gli occhi; e s’altro mi verrà fatto di nuovo, Vostra Signoria non sarà de gli ultimi a vederlo. Ma io non mi posso difendere da l’indiscrezione e da l’importunità de gli uomini, li quali non cessano di darmi noiosissimo travaglio con diverse dimande; quasi ch’io non abbia altro che fare, che saziar l’appetito or di questo or di quello.</p>
               <p TEIform="p">Prego Vostra Signoria che dia ricapito a l’inchiuse, l’una scritta al signor Papio, l’altra a l’Academico Sfregiato; e mi risponda a tutti i capi. Darò il piego e ’l quinternello al padre Paino de l’ordine de’ Servi, che quest’anno ha predicato in Mantova con lode universale, e con mio particolar danno, perch’io non ho potuto udirlo. Ed a Vostra Signoria bacio le mani, rallegrandomi seco molto, che cotesta Academia, conoscendo il valore e le virtù sue, la riconosca ancora con la buona ed onorata provisione che le dà. Di Mantova, il primo di aprile del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ringrazio Iddio che ’l reverendo padre fra Giovan Francesco Cocchi abbia portata a Vostra Signoria una de le mie lettere, ch’io gli feci raccomandare; ma molto mi doglio che ’l reverendo fra Gabriello Pici, a cui più si convenia di far questo ufficio, non abbia voluto mandar l’altra. E di questo ancora io ringrazio Sua Divina Maestà, perch’io imparo quanto l’uomo si debba fidar de gli uomini co l’esperienza, non solo con la ragione. De l’illustrissimo signor Pirro suo fratello ora tanto mi maraviglio, per le ragioni addotte da Vostra Signoria illustrissima, e per quel ch’io medesimo conobbi: e peraventura non gli fu data la lettera ch’io gli mandai per un servitore. Mi spiace ancor che ’l signor Francesco non le abbia mandata l’ultima copia de la mia tragedia; perch’in quella che le mandò il Costantino mancano alcuni versi: e non credo che le mie preghiere valessero più de l’autorità di Vostra Signoria. Penso d’aggiungervi una scena: e volentieri avrei saputi prima i dubbi di Vostra Signoria; perchè quanto l’infermità ha tolto a la memoria, tanto ha giunto al pensiero. Ma in tutti i modi mi vo imaginando, e quasi fingendo fra me stesso quel piacere che Vostra Signoria mi promette, perch’io non l’ho sentito maggiore d’altra conversazione, o d’altri ragionamenti, che de’ suoi.</p>
               <p TEIform="p">Mi rincresce di non aver aviso de’ miei nepoti; ma non faranno poco, s’osserveranno quel precetto di Plutarco “<quote lang="lat" TEIform="quote">Ita vive, ut lateas</quote>:” quel che non ho potuto far io, quando ho cercato di nascondermi a la mia fortuna; la quale, o non doveva fare ogni suo sforzo perch’io fussi tanto depresso, o devea consentire che io vivessi occulto: ma lasciam da parte la malignità de la mia fortuna, e l’ostinazione de gli uomini. Mi serà caro c’a’ miei nepoti sia fatto piacere per mia cagione; perch’io vorrei ritirarmi a Sorrento, quasi in porto di quiete e di pace, ed ivi cercar con la grazia di Sua Maestà di ricuperar alcuna parte de la dote di mia madre; perchè altrimenti non so come vivere, nè come trattenermi in questa parte, s’io volessi ritornarvi. Sono infermo, come altre volte ho scritto a Vostra Signoria; e benchè ora mi purghi, non sento gran giovamento de la purga. Ho composte molte cose, e non so s’io possa comporne molte altre: e s’io potessi, il fo con tanta difficultà, ch’io non debbo farvi gran fondamento. L’opere già fatte, tutte si sono stampate senza alcuna mia utilità: ed alcune se ne ristampano con poca; fra le quali son duo miei dialoghi dedicati a Vostra Signoria illustrissima. Il reverendo Licino s’ha presa questa cura, e stamparebbe peraventura tutti gli altri; ma io vorrei in ciò esser compiacciuto....</p>
               <p TEIform="p">Credo che Vostra Signoria illustrissima avrà sin’ora avuta una lunga mia lettera, ch’io diedi a l’abbate di Santa Barbara, ed una canzona nel nascimento del serenissimo figliuolo del serenissimo signor principe. Già feci alcuni altri sonetti: ma non gli mandai a Vostra Signoria, credendo che gli devesse un dì leggere tutti insieme. Messer Giorgio le dovrà mostrare una sestina doppia, fatta ne le nozze de l’illustrissimo signor Giulio Cesare suo fratello. Ora le rimando il dialogo del Messaggiero, ed alcune altre mie operette, legate insieme; ne le quali ho fatte molte mutazioni, e di molta importanza, come potrà vedere; perchè ora ho molti libri, e quando io le composi, no n’aveva quasi alcuno: laonde la mia memoria, debil molto, o più tosto molto indebolita, non poteva servirmi a bastanza. Così vo riformando molte de l’altre: e tutte avriano gran bisogno de l’amorevol diligenza d’un sufficientissimo scrittore. Prego Vostra Signoria illustrissima che saluti in mio nome il signor Giovann’Angelo Papio e ’l signor Maurizio Cataneo. E mi tenga in sua grazia. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Bologna</salute>
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               <p TEIform="p">Ringrazio Vostra Signoria de le risposte mandatemi del signor patriarca di Gerusalemme, e del signor Papio. Scrivo di nuovo a l’uno ed a l’altro, e le raccomando le lettere. Con questi mezzi peraventura si potrà spedire il negozio: ma niuna cosa m’annoia e mi noce più de la tardanza; e da la publicazion del Floridante dipendon l’altre cose: laonde vedete come in vostra mano è riposto il tutto. A la canzona del signor cardinal Laureo e del signor Caetano non ho posta ancor mano: e questa settimana io non farò altro che salutarvi di nuovo con un sonetto.</p>
               <p TEIform="p">Vi mando la lettera di consolazione, la quale ho corretta, come Vostra Signoria vedrà. Potrà farla stampare, se vuole; ma più mi piacerebbe che si stampassero tutte insieme: e la prego che faccia officio co ’l signor don Cesare, che mi renda le scritture; e con la granduchessa ancora, perchè si contenti che si stampino le lettere ch’io le ho scritte; perchè in poche altre si potrà leggere, ch’io renda grazie per alcun dono ricevuto. Vorrei che mi fosser donate l’opere di san Tommaso, e non mi curarei che fossero usate; e non so dove ritrovare uomo tanto liberale. Vostra Signoria farà favore a chiedere a cotesti signori medici qualche rimedio facile e piacevole per la frenesia, e mandarmene la ricetta. Risponderò quest’altra settimana al Sanleolini. Credo che ’l padre Paino le avrà dato il quinternello: aspetto l’altro; e vi prego che sollecitiate la stampa, se volete ch’io viva lietamente. E vi bacio le mani. Di Mantova, il 4 di aprile del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
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               <p TEIform="p">Può bastare a molte mie lunghe lettere una breve risposta di Vostra Signoria, ove sia così efficace la volontà, come son l’ultime parole. Ho scritto a molti qual fosse il mio desiderio; ma non a Vostra Signoria illustrissima presupponendo ch’ella dovesse saperlo; perchè non ho mai parlato con alcun altro tanto liberamente. E benchè la mia fortuna sia mutata, non è però mutata la opinione: ma Vostra Signoria conosce la mia discrezione, così come io conosco il presente stato del serenissimo signor principe; laonde non aggiongerò alcun’altra cosa a quelle che le ho scritte per molte mie lettere. Il signor Francesco Gonzaga m’ha detto d’averne mandate alcune, e la mia tragedia insieme; a la quale io credeva ancora d’aggiungere una scena. L’occupazioni mie e gl’impedimenti son diversi; però mi perdoni s’ancora non le ho mandate, nè fatte le canzoni promesse, e la sua particolarmente. Vostra Signoria illustrissima si contenti di pregare in mio nome il signor Maurizio, acciochè si sforzi di farmi ricuperare que’ dialoghi. Il Costantino mi scrive che si stampa il Floridante, ed io non posso tanto sollecitare che sia stampato. Vostra Signoria conosce meglio di ciascun altro, quanto m’importi. Ebbi il Messaggiero. E le bacio la mano. Di Mantova, il 4 d’aprile del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVANN’ANGELO PAPIO. Roma</salute>
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               <p TEIform="p">Io non dubito che Vostra Signoria non possa giovarmi e favorirmi molto costì: ma io non posso venirci senza licenza, e senza aiuto del serenissimo signor principe di Mantova; se Vostra Signoria però non estimasse altrimenti, o pure il signor patriarca Gonzaga: perchè per opera di niun altro più agevolmente posso risorgere ne la grazia e ne la benevolenza de’ principi. Fra tanto mi contento di posseder la sua in quel modo ch’ella scrive, ed io intendo. E le bacio le mani. Di Mantova, il 4 d’aprile del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO. Genova</salute>
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               <p TEIform="p">Tanti sono i capi de le due lunghe lettere di Vostra Paternità, che non so se la mia debil memoria basterà per rispondere a tutti: ma pur non voglio scordarmi del principale; io dico del negozio trattato, o de la grazia in vano addimandata a la corte de l’imperatore. Risponderò, adunque, primieramente a questo; che ’l rispetto tra i principi non suole esser eguale, dove non è eguale lo stato o la condizione. Laonde non è verisimile che Sua Maestà debba aver a la casa *** il medesimo riguardo c’hanno avuto gli altri principi di pari o di minor grado; purchè vi sia alcuno c’ardisca di ricordarli ch’io sono ancora nel mondo: e se ne la corte si sa del mio stato, quanto Vostra Paternità scrive; si devrebbe anco saper cosa, per la quale il rigor de la grandezza potrebbe porgere minore spavento a me c’a gli altri: ma il volere impaurirmi co ’l rigor, ed impedirmi il viaggio di Roma, sono cose contrarie; e solo la clemenza deveva esser non dirò impedimento, ma trattenimento, e quasi riposo per questo viaggio: la qual non conviene meno a la grandezza, del rigore; anzi, se dritto estimo, la clemenza è virtù propria de’ principi: conviene a tutti, e in tutti i tempi, e verso ciascuno, di qualunque fortuna o merito egli sia; ma il rigore non dee esser usato se non rade volte. Oltre a ciò, non so perchè, dandomi la vita e rendendomi la sanità, si portasse poco rispetto al signor *** o a gli altri de la casa ***. S’a lor non è piacciuto darmi la morte, non devrebbono gli altri far quel che essi hanno ricusato, come cosa troppo crudele. E non è convenevole che si permetta al giudizio del popolo quello che devrebbe esser solamente conceduto al giudizio di Sua Beatitudine; a la quale è ragionevole che l’imperatore e tutti i re del mondo portino grandissimo rispetto. Pur mi giova di credere che Sua Santità non si riputarebbe meno onorata e riverita, da chi procurasse di risanarmi; nè mi può capir ne l’animo che tra gli altri suoi santissimi pensieri caggia questo così empio e così inumano. Però andrei volentieri. E s’è alcuno che faccia officio contrario, o vuole dividermi e quasi tagliarmi la strada de gli onori, o quella de la salute: se quella de gli onori, io facilmente gli perdono, e mi contento di quelli che possono esser fatti da la benignità del serenissimo signor principe, con la grazia di Sua Maestà Cesarea; se quella de la salute, non gli devrebbe esser lecito tanto; e tutti devrebbono agevolarmi quella via, per la quale io potessi ritrovarla più di leggieri, e tutti pregar per la vita mia e per la sanità. Chi parla contra questa opinione è crudele; chi non ardisce di supplicare per me Sua Maestà è timido: nè io voglio credere così agevolmente, che sia l’uno o l’altro difetto nel signor conte Ottaviano Spinola. In somma, ardirò troppo; perch’essendomi negata la mia vita per grazia chiederò l’altrui per giustizia. Ma passiamo ad altro.</p>
               <p TEIform="p">Ringrazio Vostra Paternità che faccia conserva de le mie lettere, e la prego caramente che voglia conservar questa con l’altre, perch’io vorrei farne una scelta, e stamparle; bench’io abbia spesso scritto a gli amici con poca diligenza, e con minore studio.</p>
               <p TEIform="p">Del mio venire a Genova per la strada di Bergomo, non posso deliberare altro, che quello che Vostra Paternità stimerà che possa apportarmi maggior giovamento: però la ringrazio molto, e de la cortese offerta che mi fa il signor Agapito Grillo, e de l’aviso che mi dà del signor Paulo suo fratello: perchè sono tanti anni ch’io desidero d’andare a Napoli, c’omai non mi può parer più per tempo. Mi spiacque d’aver lasciato, per debolezza di memoria, di far menzione di due cardinali ne la canzona de la casa Grilla: ma in quella si potrà giungere una stanza, ed in altri luoghi farla più ampiamente. Ora non le mando altro c’un sonetto per la sanità ricuperata dal signor Alessandro Spinola: Vostra Signoria gli baci le mani in mio nome; ed al signor Nicolò similmente. Sono occupatissimo; però non rispondo al signor Giulio Guastavini, nè scrivo al signor Paulo Foglietto. Forse questa settimana che verrà, o l’altra, saranno diminuite le mie occupazioni: fra tanto, se ’l negozio a la corte Cesarea non è in tutto disperato, non le sia grave di rinuovar gli uffici col signor Alessandro, e co ’l signor Nicolò. La ringrazio de la lettera scritta al Costantino; e la maggior parte de le sue son piene di tanta eloquenza e di tanto ornamento, che potranno accrescere il numero de le mie, e mi contento che ’l facciano con qualche mia vergogna, pur che sia con utilità: benchè a me non possa parer vergogna d’esser superato dal mio carissimo don Angelo, se non ne l’amore; ed io l’amo come il signor Antonio mio nipote.</p>
               <p TEIform="p">Aspetto l’Alicorno. La tragedia è ancora ne le mani del serenissimo signor principe, ed io non ho altra copia; e non ho veduto ancora il signor Vincenzo Reggio: però non posso mandarla. E con questo fine bacio a Vostra Paternità le mani, e a tutti gli amici e parenti suoi, e particolarmente al signor Paulo suo fratello. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO. Genova</salute>
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               <p TEIform="p">Niuna altra cagione mi muove a scriver di nuovo a Vostra Paternità, se non l’occasione e la commodità del portatore, il quale è un padre di San Benedetto, che se ne vien costà; perchè ne l’altra mia ho scritto tutto ciò che mi pareva di poter replicare a la sua lettera. Del mio viaggio non posso deliberar cosa alcuna, non mandando il Costantino il libro stampato, come ha promesso. Dal Licino ancora aspetto lettere, ed oggi devrebbono esser portate. Mi raccomando a Vostra Paternità, e la prego che baci in mio nome le mani al signor Alessandro Spinola, ed al signor Paulo Grillo. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Bologna</salute>
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               <p TEIform="p">Ho ricevute molte lettere di Vostra Signoria per diverse strade, insieme con quelle di monsignor Papio e del Segni; e risponderò per le medesime a Vostra Signoria ed agli altri: ma per questa del signor Periteo Malvezzi, che manda uno a posta a Bologna, ora le scrivo che ’l mio intelletto affaticatissimo in una continova e noiosissima operazione, simile a quella d’Ercole quando troncava le teste de l’idra, abbia bisogno di riposo e di quiete; laonde io dimando perdono a Vostra Signoria ed a gli altri, se a questa fatica non giungo ancora continuamente quella del poetare. Rimandai a Vostra Signoria il quinternello, e ’l diedi in man propria al padre Paino predicatore de’ Servi; co ’l quale erano alcuni madrigali. Rimandai parimente la lettera di consolazione, che fu consignata a la posta: ora vorrei che me la rimandasse un’altra volta, perchè temo d’aver laudata troppo scarsamente quella signora; e conviene ch’in questa parte io sodisfaccia al mio debito. L’ultimo quinternello non è mai stato dato, e non so per che via l’abbia mandato. Non ho veduto mai messer Lionardo Martellini, nè altro gentiluomo suo amico; ma le sue lettere mi son portate sempre. Procuri che non si perda questo benedetto quinternello: e fra tanto faccia stampar con ogni diligenza gli altri canti, perch’io non mancherò d’usar l’istessa diligenza in mandarle l’altre cose che dimanda, e domani, s’io potrò. E le bacio le mani. Di Mantova, il XI di aprile del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Bologna</salute>
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               <p TEIform="p">Scrissi ieri a Vostra Signoria, e mandai la lettera al signor Periteo Malvezzi, la quale io confido che debba aver buon ricapito: or le rispondo ancora per le sue strade medesime, e le mando un sonetto per la cappella de la Trinità, perchè non si può mancare al signor Giulio Segni. Mi spiace di non aver potuto risponder questa settimana al signor Sanleolini: Vostra Signoria mi scusi, perchè risponderò quest’altra senza fallo. Non so dove possa esser l’ultimo quinternello, perchè l’amico suo, a chi dice averlo consignato, per ancora non si è veduto; nè di lui so dove cercare per averne nova: l’altro il mandai per lo reverendo padre Paino predicatore de’ Servi, e la lettera consolatoria diedi a la posta: credo che l’avrà avuta insieme con alcuni madrigali e sonetti. Fate stampar, vi prego; perchè questo indugio m’è troppo contrario. E vi bacio le mani. Di Mantova, il 12 di aprile del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVANN’ANGELO PAPIO. Bologna</salute>
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               <p TEIform="p">Non aspettava minor favore da Vostra Signoria nè minore occasione di acquistarmi tanti amici e tanti padroni, e particolarmente il signor Fabio Orsino, al quale scriverò versi e prose: ma conosce la mia tardità, la qual chiamerei negligenza, s’ella non fosse più tosto difetto de la natura o de la fortuna, che de la volontà. Per l’istessa cagione non le mando questa settimana il sonetto per la signora Flavia; nè avrei creduto poter far cosa di buono a l’improviso o con picciol tempo: però schivo assai spesso le bellissime occasioni; ed essendomi offerte, non mi lamento de gli altri, ma di me stesso. Ho mostrato al signor Piriteo la sua lettera. Al signor commendator non ho fatte ancora le sue raccomandazioni. La ringrazio de gli uffici che ha fatti con gl’illustrissimi signori cardinali e signor patriarca Gonzaga; i quali sono opportunissimi. E le bacio le mani. Di Mantova, il 12 d’aprile del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIULIO SEGNI. Bologna</salute>
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               <p TEIform="p">Io ringrazio Vostra Signoria che dal suo lato ancora voglia favorirmi; ma più la ringrazio che m’onori così spesso co’ suoi versi. Quando potrò mai pagar tant’obligo? poichè i miei non piacciono a me stesso, che ne sono l’autore, il più de le volte; come Vostra Signoria potrà conoscere dal sonettaccio ch’io le mando. Se il signor Costantino ha bisogno d’esser sollecitato, prego Vostra Signoria che ’l solleciti: e per tutte le vie mi saran care le lettere del signor Papio. Ed a Vostra Signoria bacio le mani. Di Mantova, il 12 d’aprile del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
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               <p TEIform="p">O l’uomo ovvero il gentiluomo che viene a Mantova per passare a Ferrara, venendo a tempo, com’io credo, potrà agevolmente trovarmi in corte. Non vi scordate ne la sua venuta di mandarmi tutti i dialoghi, non avendo prima voluto mandarli. De l’altre cose io non vi scrivo parola alcuna, perchè voi sapete quanto ne desiderassi alcune, e quanto siano avvenute a rovescio del mio desiderio. Baciate in mio nome le mani al signor conte Giovan Domenico, al signor cavalier Enea Tasso, al signor Cristoforo, al signor Ercole, al signor Marc’Antonio Spino, ed al fine a voi medesimo. Di Mantova, il 13 di aprile 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A MAURIZIO CATANEO. Roma</salute>
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               <p TEIform="p">Mi rallegro che la mia tragedia sia al fine stata mandata a Roma, benchè tarda allegrezza paia quasi fuor di tempo. Ha corsa la mia fortuna: Vostra Signoria non si doglia de la sua; da la quale non dee dipendere, ma da se stessa, e da la sua virtù: da la quale io accetto volentieri quello che non mi può dar la sorte; e particolarmente l’onore che mi ha fatto, e ’l cortese giudizio de le mie composizioni, e ’l consiglio similmente, il quale è buono; perchè questo serenissimo principe non lascia mancarmi cosa alcuna, benchè non sia da me servita, e s’io potessi acquetarmi ne’ miei studi, non preporrei al suo parere alcun altro. Aspettava che ’l signor Cristoforo facesse quell’ufficio del quale io l’avea pregato. La deliberazione del reverendo Licino è stata tutta sua, in modo ch’io non ve n’ho parte alcuna. Baciate le mani in mio nome a’ vostri illustrissimi padroni, i quali vorrei che mi riponessero nel numero di coloro che più loro sono affezionati, e più desiderano la grandezza loro. M’è stata cara oltre misura la nuova, che mi dà, del signor Giulio Cesare Gonzaga; ed aspetto la venuta di messer Georgio. Baci in mio nome le mani al signor patriarca di Gerusalemme, ed a tutti gli amici. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Bologna</salute>
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               <p TEIform="p">Rimando a Vostra Signoria l’ultimo quinternello, il quale non ha bisogno d’altro; laonde si può dare a la stampa senza indugiare: e prego Vostra Signoria che glie le mandi subito subito. Non ho maggior disiderio che di vedere stampato questo benedetto libro, che tanto m’importa: però superate tutte le difficoltà, troncate tutti gl’indugi, precipitate tutte le cagioni del tardare; e ricordatevi che ’l Tasso è vostro tutto per questo libro, oltra il rispetto de l’amicizia. Come sarà stampato, potrete venire a vederci ed a goderci: e credo che porterete lettere favoritissime de la serenissima granduchessa a questa serenissima prencipessa, acciochè l’obligo mio sia eguale con l’una e con l’altra. Io non ho scritto a Sua Altezza, non ho importunato il signor don Cesare, non ho risposto al Sanleolini, non ho riletta la lettera di consolazione, nè fatto il sonetto in lode del signor ambasciatore e de la signora ambasciatrice; ma farò tutte queste cose questa settimana istessa, e Vostra Signoria avrà forse ogni cosa nel medesimo tempo. Darò questa al signor Periteo Malvezzo, cortesissimo cavaliero e nobilissimo, il quale mi farà questo favore. Io non mi scordo de l’altre promesse, ma ho gran voglia di buon tempo; e co ’l fiorir de gli alberi non so quel che sarà: ma basti aver accennato a Vostra Signoria questa parte, a cui ho scritto altri secreti maggiori. Non ho ricuperata ancora la tragedia; ma la dimanderò al serenissimo signor principe medesimo. E l’aspetto. Di Mantova, il 20 di aprile del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON CESARE DA ESTE. Ferrara</salute>
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               <p TEIform="p">Supplico Vostra Eccellenza di nuovo, che mi rimandi le mie scritture e, s’è possibile, i libri che rimasero in Ferrara, e particolarmente in casa del signor Borso Argenti; e perch’io desidero che lo persuada senza violenza, farà menzione di lui fra gli altri illustri che son nominati nel dialogo de la Nobiltà: nè alcuno doveva stamparlo, se prima non era rivisto da me; e se pur volevan farmi questo dispiacere, almeno gli avessero aggiunto il nome del signor Argento, acciochè l’aver tralasciato questo debito di tanta importanza ne l’amicizia, non aggiongesse dolore a dolore. Comunque sia, Vostra Eccellenza mi faccia favore di mandarli, e di comandare al Vassalino che non vada più avanti. Dal signor Alessandro aspettava un Plinio; ma io non voglio dargliene altro ricordo. E a Vostra Eccellenza bacio le mani. Di Mantova, il 28 d’aprile del 1587.</p>
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               <head TEIform="head">804</head>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Bologna</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Rimando a Vostra Signoria la lettera di consolazione, già scritta a la signora ambasciatrice; e le do licenza che possa stamparla quando le pare: benchè mi saria più caro che si stampasse insieme con tutte l’altre, che già risolvemmo di far stampare, quando n’avremo raccolto buon numero: io le vo raccogliendo diligentemente; così fate ancor voi. Mando ancora il sonetto da metter fra le rime che avete disignato di fare stampare insieme con la consolatoria: ed una lettera del padre don Angelo Grillo, la quale ho aperta non volendo; ed essendomi accorto che non era lettera scritta a me, mi sono astenuto di leggerla. Vi prego che precipitiate tutti gli indugi e tronchiate tutte le tardanze, acciochè il Floridante sia stampato fra pochi giorni; e mandatemi quella parte ch’è stampata sin’ora, con la quale dee essere il principio e la dedicazione. E vi bacio le mani, ed al signor Segni parimente. Di Mantova, il 28 di aprile del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Oggi, al ritorno di maestro Bartolomeo, ho avuto due lettere; una di Vostra Signoria, l’altra del signor conte Giovan Paulo: a quella di Vostra Signoria rispondo incontinente, ch’io verrò volentieri a Bergomo, se ’l serenissimo signor principe mi darà licenza; ma avendo io obligo a Sua Altezza de la libertà, non posso deliberare di partirmi senza licenza: a l’altra del signor conte Giovan Paulo risponderò poi, come io sia certo de la volontà di Sua Altezza; perchè ora non saprei che risponderle. Mi spiace molto di non aver lettere dal signor Cristoforo; perchè questi miei negozi sono aviluppati, come sapete: e s’egli ritornerà di villa, baciateli in mio nome le mani; e salutate gli altri amici e parenti, e particolarmente il gentilissimo signor Maurizio Cataneo, dal qual desidero risposta; perchè la vista della patria desiderata tanti anni, non mi sarebbe cara senza la sua amicizia, e la pratica in quel modo che si può aver per lettere. E vi bacio le mani. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A TRAIANO GALLO. Bologna</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Non mi spiacque mai tanto d’essere sterile ed infelice poeta, quanto ora, per servigio di Vostra Signoria; ma gran fortuna è stata la mia, ch’io n’ho avute lodi e grazie, là dove a pena n’aspettava scusa o perdono. Io debbo ringraziar Vostra Signoria che non abbia disprezzato il mio sonetto, nè posto in oblivione l’amicizia avuta con mio padre; la memoria del quale desidero che sia perpetua e sempre onorata. Ed a Vostra Signoria bacio le mani. Di Mantova, il 4 di maggio del 1587.</p>
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               <head TEIform="head">807</head>
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                  <salute TEIform="salute">A GIULIO SEGNI. Bologna</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non posso rallegrarmi de le lodi date al mio sonetto tanto quanto farei s’io le stimassi convenienti. Mi rallegrerò almeno de l’altrui cortesia; benchè mi doglia de la mia imperfezione, ed in parte di Vostra Signoria, c’a stanca penna dà troppo grande e troppo alto soggetto. Rispondo al signor Traiano Gallo: e mi maraviglio di non avere lettere dal signor Costantino; dal quale, contra ogni suo costume, non ho potuto aver con mille prieghi un piacere. Prego Vostra Signoria che il solleciti, se crede di poter far cosa alcuna; e gli dia questa lettera. E le bacio le mani. Di Mantova, il 5 di maggio del 1587.</p>
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               <head TEIform="head">808</head>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Bologna</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io avea già scritto a Vostra Signoria, quando il signor Periteo Malvezzi mi ha dato una sua lettera, cara sì, ma non di mia intera sodisfazione. Brevemente rispondo. Vostra Signoria m’avrebbe fatto gran piacere a superare in tutti i modi queste difficoltà, se pur sono difficoltà. Una sua lettera a gli stampatori sarebbe bastata per empire il foglio: e la prego che voglia scriverla, perchè non le può mancar soggetto, nè occasione: nè si scusi con la dissimiglianza de lo stile; perciochè non è tanta simiglianza de gli studi tra di noi, nè tanta corrispondenza d’amore, quanta è la simiglianza de lo scrivere e l’uniformità del comporre. Mi fu, questi giorni passati, mandato un libro di mio padre da Bergamo, nel quale era il primo canto del Floridante con alcune stanze che mancano nel principio: ne ho aggiunte alcune altre, e le mando a Vostra Signoria: sono quattro a punto, e potranno stamparsi dopo quella “E voi gran duce.”</p>
               <p TEIform="p">Di Vittorio non mi maraviglio; perchè segue non solo il suo costume, ma forse l’altrui consiglio: voglia Iddio che gli sia dato buono. De la tazza avrei gran voglia, perchè son molti dì ch’io n’aveva disiderio; e questi giorni a punto ho spesso ragionato di questo mio disiderio, prima che Vostra Signoria mi scrivesse: però gli scrivo, e mando a Vostra Signoria la lettera, bench’io non sappia che effetto sia per fare; ma devrebbe almeno mandar l’Alessandro, e questo suo miscuglio. Io raccoglio le mie rime, e n’ho fatte alcune di nuovo, talchè il libro sarà assai grande.</p>
               <p TEIform="p">Al signor cavalier de’ Rossi sono amico, e servitor di molti anni, e lo stimai sempre quel gentile e virtuoso cavaliere che Vostra Signoria me lo descrive; laonde mi piace il suo consiglio: ma faccia stampare il Floridante senza indugio, e venga quando le pare; che ragioneremo a bocca de l’altre cose. E le bacio le mani. Di Mantova, il 5 di maggio del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A VITTORIO BALDINI. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Che è questo, messer Vittorio, che è questo? Aver una tazza in dono per le mie rime, e non mandarlami, doppo tante vostre promesse, e mie speranze ed espettazioni? Che fareste se fosse stato un borsotto pieno di scudi? Negare una tazza d’argento a me, che n’ho tanto bisogno e tanta voglia? Volete ch’io vi dia un ottimo e salutifero consiglio? Mandatelami per vostra gentilezza; mandatela per cortesia; mandatela per amicizia. E s’io non vi paressi troppo ingordo, vi pregherei che non la mandaste sola; perchè vorrei insieme quattro o sei bicchieri di cristallo. Ma chi sarà così liberale, che voglia farci questi doni, acciò ch’io possa bere almeno in una coppa piena di oblivione per tanti dispiaceri c’ho ricevuti di queste mie opere così male stampate? L’Alessandro non mi fu mai mandato. E mi vi raccomando. Di Mantova, il 5 di maggio del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Bologna</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Scriverei più a lungo, se il serenissimo signor prencipe non tornasse a Marmiruolo, dove sono stato anch’io alcuni giorni, e potrei tornarvi questa sera. Aspetto Vostra Signoria e ’l libro: e m’incresce di non poterle prometter ne la sua venuta di mostrarle tanti segni di vera amicizia, quanti n’ha ella in ogni tempo mostrati a me, e quanti ora io n’aspetto di vedere; ma sia certo più de la mia volontà, che de la mia fortuna o de l’altrui grazia. Risponderò al signor cavaliere de’ Rossi, e manderò un sonetto; ma questa sera non posso. Ed a Vostra Signoria bacio le mani. Di Mantova, il 7 di maggio del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Bologna</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">La tardanza di Vostra Signoria m’ha fatto gran pregiudicio, questo carnevale ne le feste, questa quaresima ne le confessioni, e questa Ascensione ne la fiera; la quale non è in guisa passata, che non ve ne sia rimaso alcun vestigio: laonde vi prego che mandiate il libro stampato. Ho grandissima voglia di quella coppa d’argento, per bere (come si dice) a la sanità de la granduchessa; ma quell’asino di Vittorio non vorrà mandarlami: ben conosco io prima d’ora qual sia la sua natura. Baciate in mio nome le mani al signor cavalier de’ Rossi, e diteli ch’io gli sono affezionatissimo servitore; ed amatemi. Quest’altra settimana risponderò al Sanleolini: fra tanto mi vi raccomando caramente. Di Mantova, il 9 di maggio del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">La cortesia del signor conte Giovan Domenico, e del signor *** mi obligherà tanto più, quanto più sarà fatta a tempo. Io aveva dimandati danari a l’uno solamente; ma poichè me ne sono mandati da l’uno e da l’altro, avrò cagione di rallegrarmi che ove è tanta congiunzione di sangue, sia ancora concordia ne l’aiutarmi. Signor Giovan Battista, Iddio “<foreign lang="lat" TEIform="foreign">ducet mihi petitiones cordis mei</foreign>.” Niuna grazia mi concederebbe prima, che l’amicizia di cotesti signori, de la quale io avrei fatta in ogni mio stato grande stima; ma in questo, conviene ch’io la preponga a tutte l’altre, o almeno l’agguagli. S’aggiunge poi il rispetto de l’illustrissimo signor cardinal Albano, l’amorevolezza del signor abbate, l’intrinsichezza la quale ho co ’l signor ***: laonde niuna miglior nuova potrei avere, che l’esser favorito da cotesti signori, e vederne questi segni. Il serenissimo signor principe m’ha quasi liberato in quel c’appertiene a Sua Altezza, perch’io posso andar per tutto Mantova con un servitore ch’egli m’ha dato: ma non è la prima libertà, perch’io non posso partirmi, e mutar paese; la qual deliberazione è quasi necessaria, perchè sotto questo cielo non posso risanare. Sono ancor frenetico, com’io era in Ferrara; ed ho tutti gli altri mali, o sia difetto de l’aria, o de’ vini, o d’altro. Vorrei risanare a fatto: e non essendo in poter del serenissimo signor principe rendermi la prima sanità, devrebbe almen liberarmi; accioch’io tentassi quel che può fare maestro Alessandro da Cività, il quale altre volte mi cominciò a medicare in corte de l’illustrissimo signor cardinale Albano. Non conobbi mai il più discreto medico, nè ’l più amorevole. Voleva far tutto quello ch’io voleva, e medicarmi co’ medicamenti piacevolissimi. Io ho bisogno di sì fatte medicine, e non d’altre: e serbo ancora in memoria quegli sciroppi dolci ed acetosi, c’avrebbono risuscitato un morto, e quelle pilole con l’oro; quantunque, com’egli diceva, fossero gravette a lo stomaco, anzi che no. Comunque sia, la raccomandazione del signor Cristoforo devrebbe esser così efficace, che ’l signor principe serenissimo deliberasse di farmi l’una o l’altra grazia, o ambedue. Rispondo al signor Gherardo Borgogni; e rimando i sonetti al signor Orazio Lupi: ma non so chi sia quel gentiluomo spagnuolo, del quale mi scrivete. Bisogna che me ’l riduciate a memoria. Mandate, vi prego, i dialoghi, perch’io ve li rimanderò subito. E vivete lieto. Di Mantova.</p>
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               <head TEIform="head">813</head>
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                  <salute TEIform="salute">A GHERARDO BORGOGNI. Milano</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Dopo le lodi, che altro poteva aspettar da Vostra Signoria ch’i doni? benchè le lodi ancora in un certo modo eran doni de la sua cortesia; perch’io in modo alcuno non avrei potuto nè comprarli nè meritarli. Ma comunque sia, con l’une e con gli altri sono onorato da Vostra Signoria. Confesso il vero: ho lette molte istorie del passaggio d’oltramare; ma non avea letto Benedetto Accolti; e non l’ho letto ancora, da poi che me l’ha mandato a donare. Non so se scriva d’altre imprese. Io andava cercando un libro che ne tratta, e non sapeva il titolo: ma, se ben mi ricordo di quel che già mi disse il signor Benedetto Manzuolo, fu scritto in lingua francese. Grande obligo averei a Vostra Signoria, che cercasse questo ancora per Milano; e ritrovatolo me lo mandasse. Così ha voluto: s’è mostrato tanto cortese, ch’io ho avuto ardir d’affrontarlo oltre il suo proponimento; “<foreign lang="lat" TEIform="foreign">sed epistola non erubescit</foreign>.” E le bacio le mani. Di Mantova.</p>
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               <head TEIform="head">814</head>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Bologna</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vostra Signoria dee aver già avuto il primo foglio con le stanze che le mandai; laonde la stampa devrebbe essere al fine. Io di nuovo la sollecito: e se potessi più affrettarla, l’affrettarei. I colori del serenissimo signor duca di Mantova sono il nero e ’l giallo. Dal signor don Cesare aspetto lettere per mezzo di Vostra Signoria, che forse mi saran più care che per altra strada. Da Vittorio non potendosi aver la tazza d’argento, vorrei almeno alcuni libri ch’egli mi promise già molto tempo fa; fra’ quali è il commento d’Alessandro Afrodiseo sovra la Metafisica.</p>
               <p TEIform="p">M’è data speranza che io verrò a Fiorenza co ’l serenissimo signor prencipe di Mantova: nel passare bacierò le mani al signor Traiano Gallo; e farò a bocca quell’officio per il signor Segni, che Vostra Signoria mi ricerca. Fra tanto solleciti gli stampatori, perchè la tardanza non mi facendo altro pregiudicio, mi farebbe almen danno d’un abito, del quale (son pur forzato a dirlo, se ben con mio rossore) ho gran bisogno. Ed a Vostra Signoria bacio le mani. Di Mantova, il 13 di maggio del 1587.</p>
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               <head TEIform="head">815</head>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Bologna</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">È necessario ch’io faccia a modo di Vostra Signoria, chè mi spiace il suo consiglio, ma la tardanza la quale s’interpone. Mi doglio che fra l’altre mie scritture sia rimaso un epigramma del Castelvetro, il quale si potrebbe porre in fronte de l’opera; ma non perdiam tempo a cercarlo, benchè si potrebbe ritrovare in Modena. Vostra Signoria ne faccia uno, perchè gli fa così belli e così leggiadri. L’asino di Vittorio non si move per isprone. Io vorrei la tazza in tutti modi: consigliatemi signor mio, quel ch’io debba fare; e procuratemi risposta dal signor don Cesare. Nel titolo del serenissimo signor duca, come dicono questi gentiluomini, si può lasciare il nome proprio; ma io non estimo male il nominarlo. De’ colori le scrissi: ne la ligatura faccia quel che le parrà più opportuno; ma basta che sia legato come quel ch’io diedi a la signora prencipessa, con le cordelle di seta. Subito che saranno stampati i libri, la prego che ne mandi uno al signor Marco Pii da mia parte. Solleciti gli stampatori quanto si può, e venga quando le pare, chè non giungerà mai inaspettata. E viva lieta. Di Mantova, il 13 di maggio del 1587.</p>
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               <head TEIform="head">816</head>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Bologna</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Rispondo con la medicina in corpo; però sarò breve. Mandai a Vostra Signoria alcune stanze trovate in un libro di mio padre, mandatomi da Bergomo; le quali deono essere aggiunte nel principio: e credo che a quest’ora le avrà avute, perch’io diedi il piego al signor Periteo Malvezzi. Le ho poi mandato il primo foglio per via del signor commendator San Giorgio; laonde omai non devrebbe interporsi alcun’altra cagione d’indugio. Può venir quando le pare: ed io l’avrei così sollecitata al venire, come al mandare il libro, s’io avessi tanta commodità di trovarle trattenimento, quanto Vostra Signoria n’ha di spedire il mio negozio. La ringrazio di quel che mi scrive de la sua volontà: ed a l’incontro conoscerà in me certissimamente intenzione assoluta di farle piacere e servizio.</p>
               <p TEIform="p">Ho letto volentieri il suo sonetto; e volentieri l’avrei ancor corretto, se n’avesse avuto bisogno. Il quaternario, ch’ella dice di dubitare di non avere spiegato assai chiaramente, a me pare chiarissimo; s’ella intende quello che pare a me di cavarne: che di quel bene ch’era raccolto nel signor ambasciatore e ne la signora ambasciatrice, il qual fu poi diviso per la morte, una parte n’è posseduta da lei, la quale è simile a gli angeli d’anima e di volto; intendendosi di quelli che si possono possedere in questa vita: l’altra da lui, c’avendo lasciato il mondo, è tutto rivolto a Dio, il quale è obietto de la nostra mente. E questo senso mi pare assai chiaro, e spiegato da Vostra Signoria con molto artificio; ed ha più tosto bisogno di lode, che di dichiarazione. Aspetto il libro, e lei più volentieri: e le bacio le mani. Di Mantova, li 14 di maggio del 1587.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">817</head>
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                  <salute TEIform="salute">A GHERARDO BORGOGNI. Milano</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io ringrazio Vostra Signoria de l’istorie di Giuseppe Ebreo tradotto in spagnuolo; non perch’io l’avessi dimandato, ma perchè la bellezza de la lingua ne la quale è tradotto, non consentirà che mi sia grave la fatica di leggerlo di nuovo. Del libro francese aveva certo avuto molti anni gran desiderio; nè so s’io debba lodar quella nazione, o lamentarmi che voglia ch’io le sia obligato avanti tempo. Mando a Vostra Signoria il sonetto che mi chiese sovra il ritratto del padre Panigarola; e manderò ancora qualche composizione in morte del signor Goselino. Fra tanto la prego che mi tenga in grazia sua, e di quel gentilissimo padre, a cui vorrei esser tanto obligato, quanto era affezionato. Di Mantova.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">818</head>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ho avuto il dialogo de la Dignità; ma non quel de la Nobiltà, che devrebbe essere insieme stampato; e mi sarebbe stato più caro, o non meno; perchè ne l’uno e ne l’altro deveva aggiungere alcune cose: gli altri dialoghi ancora, e l’altre composizioni avean bisogno de l’ultima mano: però tutti devevate mandarli, o almeno procurare che ’l signor Cristoforo scrivesse al serenissimo signor principe, chiedendogli grazia ch’io potessi venire a Bergomo; dove avrei finite di riveder l’opere mie, e poi l’avreste potute dare a la stampa. Ora mostrate soverchia fretta: nondimeno io ve ne manderò alcune, le quali ho reviste con mia grandissima sodisfazione.</p>
               <p TEIform="p">Non ho potuto anche ricuperare la tragedia; ma credo che mi sarà data questa settimana, e la manderò senza fallo. De la mia libertà non posso scrivervi altro di quel che sapete. Io posso andar per tutta Mantova, ma non posso venire a Bergomo; chè sarei venuto a goder la conversazione de gli amici e de’ parenti per molti giorni. Ma questa licenza, benchè possa esser dimandata da me senza timore, tanta è l’umanità del serenissimo signor principe, da gli altri sarebbe dimandata con molto piacere; perchè parrebbe ch’io venissi per compiacimento de gli amici, non per alcuna rincrescevol noia ch’io abbia in questa città, la qual è in vero bellissima e gentilissima. Io mandai quel sonetto che mi dimandaste: manderò quest’altro in questo altro soggetto. Non so s’io debbo lodarlo di nuovo, o lamentarmi ch’egli m’abbia voluto ritrarre, non essendo io ancora risanato. Farò ancora un altro sonetto in morte de la figliuola del signor Giovan Paulo Callepio, se questo non li piace; ma io non estimo di poterlo far megliore di leggieri: fra tanto sappiate che la construzione è questa: “Ora le virtù sarebbono fra noi ombre oscure, e mute larve;” chè son due nominativi co ’l verbo “sono,” che li richiede: “ma chiara luce le informa il core de’ tuoi celesti;” cioè, informa il core a la figliuola de’ lumi celesti. A me non par che ci sia alcuna durezza: oscurità potrebbe essere; ma non di quella sorte che nasce per mala espressione, la qual merita biasimo. Ho voluto dire, che le virtù morali, se non fossero illustrate dal lume sopranaturale, sarebbono come ombre o come larve. Basti ciò per esposizione. Le scatole non eran necessarie, ed io ne ringrazio il signor conte, e Vostra Signoria similmente. E vi bacio le mani, aspettando risposta. Di Mantova.</p>
               <ps>
                  <p TEIform="p">Poscritta. Mandai la risposta al signor conte Giovan Domenico, e diedi la ricevuta a maestro Bartolomeo: e le farò l’altra in quel modo che parrà a Vostra Signoria. Bacio le mani a tutti cotesti signori; e faccia sollecitare il negozio.</p>
               </ps>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ebbi da maestro Bartolomeo corriero il dialogo de la Nobiltà e quello del Piacere; ed avrei rimandato l’uno e l’altro, s’io non fossi stato assai male. Sono stato, e sono ancora; e benchè io vada fuori, posso a gran pena sedere per le merovelle: però non ve ’l rimando; l’avrete senza fallo questa settimana seguente: fra tanto non vogliate, vi prego, darmi occasione di maggior dolore. Ringrazio monsignor Cristoforo Tasso de l’officio; ma avrei desiderato che persona d’autorità parlasse co ’l serenissimo signor prencipe in mio favore, poichè egli non poteva scrivere. Verrò volentieri a Bergomo questa fiera d’agosto, s’io sarò in questi paesi, o s’io potrò tanto conservarmi: ma la venuta del signor Cristoforo, ora, sarebbe opportuna. E a l’uno e a l’altro bacio le mani. Di Mantova, il 18 di maggio 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Bologna</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mi purgo ancora, ed aspetto la coppa e ’l Floridante stampato: l’una, come segno de la vostra cortesia; l’altro, come cosa debita. Non vogliate, vi prego, ch’io l’aspetti più lungamente; perchè altrimente raccomanderò non solo il signor Segni, ma me stesso ancora, che n’ho maggior bisogno, al signor Traiano Gallo; al quale avrei già scritto, s’io potessi farlo agevolmente. Ed a Vostra Signoria bacio le mani, pregandola che dia ricapito a l’inchiusa con la sua solita diligenza. Di Mantova, il 20 di maggio del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mentre aspettava lettere di Vostra Signoria illustrissima, son comparse quelle di mio nipote, ne le quali egli mi avvisa che tosto s’imbarcherà per Candia. Non mi spiace che voglia divenir soldato; ma più mi piacerebbe c’avesse fatta altra deliberazione, perchè ancora è troppo giovanetto, o fanciullo più tosto. Io mi purgo, e vorrei risanare; e mi raccomando a Vostra Signoria illustrissima, a la quale dal signor Antonio Costantini sarà mandato il Floridante di mio padre, in mio nome. Avrà già avuto, oltre la canzona, il Messaggiero. E le bacio le mani. Di Mantova; il 20 di maggio del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Bologna</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io torno a maravigliarmi, e grandemente maravigliarmi, di non veder nè Vostra Signoria, nè sue lettere, nè tampoco il libro stampato promessomi: e torno di nuovo a dubbitare, e di nuovo a pregare che ’l mandi senza indugio, perchè non può più giungere, che non giunga tardi. Io mi purgo, e dopo la purga penserò a qualche nuova composizione: e la fatica sarà eguale al giovamento che n’avrò sentito; il quale vorrei che fusse grande, per potermi affaticar molto, non solo per mio proprio gusto, ma per quello de’ padroni e de gli amici miei. Fra tanto le bacio le mani, e la sollecito quanto posso. Viva lieta. Di Mantova, il 25 di maggio del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIULIO SEGNI. Bologna</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Se le mie raccomandazioni potessero tanto giovarvi, quanto a me le vostre, non avrei tardato a farle sino a quest’ora; ma io non ho alcuna servitù, o alcun merito, o alcuna autorità con simile personaggio: però mi vergogno di scriverli in altrui raccomandazione, parendomi che questa sia una sorte di presunzione e di soverchio ardire. Pur non ricuso di farlo, se Vostra Signoria me ’l comanda. Fra tanto mi purgo; e vi prego che facciate ufficio, acciochè il signor Antonio Costantino mi mandi il Floridante, il quale io aspetto invano già molti mesi, non che giorni; e pur ormai dovrebbe esser mandato. N’avrò a Vostra Signoria molt’obligo, ed a lui quanto vuole; al quale Vostra Signoria si contenti di dar l’inchiusa. Di Mantova, il giorno del corpo di Cristo del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Rimando a Vostra Signoria il dialogo de la Nobiltà, e mi rincresce di non averlo potuto ricopiare, perchè n’ha gran bisogno, e non l’han minore le due lettere dedicatorie. Vostra Signoria usi ogni diligenza, e la faccia usare, acciochè sia inteso; e non la stimo cosa impossibile, perchè messer Luca Scalabrino l’avrà ricopiato senza alcuno errore. Io credeva che voi aveste la copia, perch’egli ve l’avrebbe data di leggieri. Avrò grande obligo a monsignor Cristoforo ed al signor Ercole Tasso, c’usino la maggior diligenza che si può, acciochè si stampi corretto; e può cominciar quando vuole, perchè questa è una pratica la qual vorrei che si finisse in qualche modo: e da questo principio vorrei che si cominciasse a muover questa quasi machina de la mia tragedia. Forse discenderà qualch’iddio per trarmi di pericolo e d’affanno. In altra occasione terrò memoria de la nostra città, come avrei fatto di questa; ma non ci era luogo in questo dialogo. Però le dedicazioni a l’illustrissimo signor patriarca di Gerusalemme sono necessarie. Io comincierò a corregger gli altri dialoghi. Vi avrei anche mandata la tragedia, se io l’avessi finita di rivedere, e se il serenissimo signor principe se ne fosse contentato; ma non so che l’importi. Verrò a Bergomo volentieri quando vorrete, con buona grazia di sua Altezza. S’io mi fossi dimenticato de’ signori Tassoni fra i feudatari di Ferrara, giungeteli appresso i Calcagnini: e mandatemi gli altri dialoghi, accioch’io possa rivederli; e i discorsi del Poema eroico. Baciate le mani in mio nome al signor conte Giovan Domenico Albano, al quale scriverò quest’altra settimana. Vivete lieto. Di Mantova, il primo di giugno del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">L’una de le cagioni per le quali m’è incresciuto di non poter venire a Bergomo, è stata il non potermi trovar presente a la revisione de’ miei dialoghi. Forse avrei cambiata la persona del Bucci in quella del Forestiero Napoletano, e potrebbe il signor Ercole farmi questo piacere facilmente, cassando solamente il segno del nome, e riponendovi in quella vece un <emph TEIform="emph">F</emph> ed un <emph TEIform="emph">N</emph>, ma lasciando però il nome del Forno. Non volendo far questo, almeno pregatelo da mia parte che co ’l parer di qualche medico vi giunga dieci righe, e non più, de l’opinione d’Ippocrate o di Galeno intorno a la Nobiltà, o di qualche cosa più notabile che dican de’ nobili; e le continui così bene con l’altre cose, che non si conosca l’emendatura. Astringetelo a farmi questo piacere, com’io astringerei voi, s’io potessi. Io non ho Ippocrate; e se l’avessi, non vorrei trattenere la spedizione. Galeno importa manco. Nel dialogo de la Dignità, appresso la definizione data da me, potrà aggiungere il signor Ercole queste parole: “Laonde convenevolmente fu detto da Dante, che la Dignità fosse il termine de’ meriti; perchè ella è quasi meta, alla quale è drizzato il corso de la virtù. Nè men convenevolmente fu chiamato effetto; però che da i meriti soglion nascer le dignità.” Non mancate di grazia di giungere ed emendare; e rimandatemi il dialogo d’Amore, e de la Poesia Toscana, e i discorsi del Poema eroico. E vi bacio le mani. Di Mantova, il 2 di giugno 1587.</p>
               <ps>
                  <p TEIform="p">Poscritta. Nel dialogo de la Nobiltà fate rescrivere tutti que’ versi che si leggono in Orazio dopo quello “<quote lang="lat" TEIform="quote">Fortes creantur fortibus</quote>” nell’istesso proposito, e soggiungete queste parole: “E de la medesima opinione fu prima Omero, il quale disse che la virtù de’ padri era instillata ne’ figliuoli.” Ho comprato dappoi uno Ippocrate, e datoli una occhiata; credo che basterà di giunger nel dialogo de la Dignità queste poche parole in quella cartella de la soluzione de’ moti, che vi ho aggiunta: “Nè dall’opinione d’Aristotele è diversa quella d’Ippocrate, il qual disse che l’uomo e la donna hanno il seme di maschio e di femmina; e che nascono le femmine, quando quello che è più valente, è superato dal più debole, che è in maggior quantità; ma ci nascono i maschi, ove il più valoroso superi l’altro, in cui è maggior debolezza.”</p>
               </ps>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Bologna</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io comincierò da la solita clausula. Sto pur aspettando lettere di Vostra Signoria co ’l Floridante stampato; perchè omai non so imaginarmi qual possa esser la cagione di tanta tardanza: ma forse Vostra Signoria ha riguardo a quel detto di Plutarco: “<quote lang="lat" TEIform="quote">In parvis negotiis ius violandum est, ut in magnis servari possit</quote>.” Ma qual è picciol negozio per me, mentre io vivo in questa fortuna? quale occasione v’è di gran negozio? Già la pregai di molte cose, ed ora ho bisogno di molte altre, le quali è impossibile ch’io possa senza il Floridante ottenere, se però la vostra liberalità non supplisce. Avrei bisogno d’un poco di raso per vestirmi; ma non ho danari a bastanza, e non so s’io m’abbia credito; nè vorrei farne esperienza che mi dispiacesse. Messer Girolamo Costa, per non farmi questa picciola sicurtà, se n’è ito in villa. Io non so a chi chiederla; ma prego Vostra Signoria che procuri in tutti i modi d’esser sodisfatto dal Vassalino di quel debito che avea meco; sì come appare ne lo scritto ch’io le mandai; e, s’è possibile, mi facci aver risposta dal signor don Cesare.</p>
               <p TEIform="p">De l’asino di Vittorio non so che più dirmi. Io avea pensato di condurre in tutto al fine l’impresa di questa coppa, o tazza ch’ella sia; e non posso scacciar questa fantasia dal capo. Vostra Signoria baci le mani in mio nome al signor cavalier de’ Rossi, ed avventuri un di quei libri co ’l signor Ippolito Bentivoglio: ne l’altre cose me le raccomando quanto posso. Di Mantova, il 3 di giugno del 1587.</p>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Rimandai a Vostra Signoria, la settimana passata, i due dialoghi de la Nobiltà e de la Dignità, acciochè li facesse ristampare con le lettere dedicatorie al signor patriarca di Gerusalemme: e sarebbe tempo che dopo tante male sodisfazioni avessi questa buona. Avrei grande obligo al signor Ercole Tasso, se per amor mio si prendesse cura di far che la stampa non fosse scorretta come l’altre; e molte altre cagioni sono, per le quali estimo necessario che si ristampino questi dialoghi, massimamente essendosi tanto ritardata la mia venuta costà. Fra gli errori de la stampa si ponga questo, “come dice Sinesio;” e fra le emendazioni, “come dice Alcinoo.” Avrei aggiunte volentieri quattro o sei altre righe nel primo dialogo, ma non mi ricordando de le parole antecedenti e seguenti, non sarà agevol cosa che ciò si possa fare senza l’accurata diligenza del signor Ercole e di monsignor Cristoforo, i quali potranno mutar alcune parole. Vorrei in ciò esser compiaciuto; e le righe son queste: il luogo e dove si para del nome e de la definizione, colà avanti il mezzo: “<emph TEIform="emph">Agost.</emph> Ma benchè le definizioni sian date dappoi che sono posti i nomi, non è ragionevole il pensare che le forme siano nate da’ nomi, ma più tosto i nomi son presi per le forme, come dice Ippocrate, avvenga che i nomi siano posti per legge di natura; ma l’idee son quasi germi, e, come altri disse, sono avanti a tutte le cose.”</p>
               <p TEIform="p">Queste sono le righe, con la giunta de le quali vorrei esser compiaciuto nel primo; ma vorrei anche esser sodisfatto in altra guisa. Sono senza denari per una occasione avvenutami; ed al dolor che io ho che le mie composizioni siano stampate così male, s’aggiunge questo di non averne avuto niente. Ora che ’l Vassalino, come m’è scritto, per opera vostra ha fatto stampare le mie lettere e i discorsi del Poema eroico, si dovrebbe contentare di farmi rimborsar l’avanzo di que’ venti scudi, de’ quali mi era debitore per cagion di quello scritto; altrimenti io non so di che rimanere obligato al signor Cristoforo e al signor conte Giovan Domenico Albano. Oltrechè voi gli avete promessi, e gli aspettavo questa pasqua; ma venner d’altra parte, e sono stati spesi in modo ch’io non pensava. Vorrei aver grande obligo a cotesta città; e mi doglio che non faccia quella deliberazione che dovrebbe per un suo gentiluomo, che sia stato lungamente oppresso a torto. Il serenissimo signor principe mi ha promesso di far ristampar tutte l’opere mie in Mantova; ma a le cose fatte non ci è altro rimedio che questo, ch’io vi dico. E vi bacio le mani, pregandovi che non manchiate di far quello di che io vi prego, perchè è tempo omai ch’io riceva qualche favore e qualche piacere. Di Mantova, il 6 di giugno 1587.</p>
               <ps>
                  <p TEIform="p">Poscritta. Mandate di grazia quegli altri dialoghi, acciò ch’io possa correggerli; e pregate il signor Ercole, che se ne’ miei dialoghi avessi usato spesso “dapoichè”, il muti il più de le volte in “poichè”; e ne la mia risposta a la sua invettiva contro le donne, ove era scritto “pomo granato”, conci “melo granato.”</p>
               </ps>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Bologna</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Comincio a vedere il frutto de l’officio che Vostra Signoria ha fatto per me con la granduchessa; ma non tale, quale io sperava da una così gran signora, per mezzo di sì grande amico: risponderò poi più lungamente sovra questo particolare. Sono stato aspettando lungamente l’Alessandro Afrodiseo, ma non fu mai mandato dal Baldini; il quale s’avesse così fatti come parole, non lo desidererei a quest’ora: ma sì come da lui dispero d’averlo, così lo spero da la vostra cortesia; da la quale non mi sono state mai negate cose molto maggiori. E vi bacio le mani. Di Mantova, il 7 di giugno del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Bologna</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Rispondo brevemente a Vostra Signoria ed al signor cavalier de’ Rossi, al quale mando un sonetto, stimando che la sua liberalità debba essere eguale a la vostra cortesia. Aspetto il Floridante stampato, e Vostra Signoria insieme; la quale invitarei, s’io fossi certo de l’altrui grazia, quanto son de la volontà di mostrarmele non ingrato de la sua fatica: ma Vostra Signoria può sapere il mio stato. Le raccomando l’inchiusa, e n’aspetto dal signor patriarca di Gerusalemme risposta. Mi rallegrerei se Vostra Signoria tornasse al servizio del serenissimo granduca di Toscana, se fusse con maggiore suo utile, o con maggiore speranza. A me è stato promesso ch’io potrò venire a Fiorenza co ’l serenissimo signor prencipe ma non so quando ciò debba essere: però le bacio le mani, e la sollecito quanto più posso a mandare il libro. Di Mantova, il 9 di giugno del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">L’ultima lettera di Vostra Signoria illustrissima mi sarebbe stata più cara, s’io non avessi inteso la burla ch’è piaciuta di farmi a fra Iacopo Moro; il quale o non doveva farsi pagare i cinquanta scudi, o doveva darli a Vostra Signoria. Io ne posso aver maggior bisogno ch’egli non pensa: e se fussino stati in mano di Vostra Signoria sin’ora, avrei potuto servirmene; però la prego che faccia ufficio co ’l reverendissimo general suo fratello, che la burla non passi più oltre. Mi rallegro c’abbia avuto il Messaggiero. Aspetto la venuta di messer Giorgio, e d’intendere che le sia stata mandata una canzona nel nascimento del figliuol nato al serenissimo signor principe. Ora ne mando a Vostra Signoria un’altra nel battesimo: ed avrò grand’obligo di quel che farà con Sua Altezza per mio giovamento e per consolazione, perchè ho gran bisogno di favore. Ne la sestina era corso quell’errore che Vostra Signoria dice: io l’ho racconcio, come ho potuto; perchè volendo ne gli ultimi tre versi replicar le sei parole usate ne le rime de la sestina, non è possibile ch’io replichi il verso intercalare. Scelga quel che più le pare; chè a me non dispiacerà che questa sestina si stampi con l’altre canzoni: e la ringrazio infinitamente di questo officio; e vorrei che fusse la medesima diligenza in tutte le mie rime: perch’io, tra la debolezza de la memoria, e la perturbazione de’ fantasmi e de l’imaginazione, posso aver commessi molti errori; i quali per la maggior parte son più tosto colpa de la mia fortuna, che de la mia ignoranza.</p>
               <p TEIform="p">Il serenissimo signor principe mi ha promesso di menarmi a Fiorenza; ma senza il favor di Vostra Signoria illustrissima non so quel che sia per succedere: però aspetto messer Giorgio.</p>
               <p TEIform="p">A’ dubbi de la tragedia avrò considerazione. De l’opere che si stampano a Bergomo, alcune non posso impedire; altre si stampano di mio volere, cioè i dialoghi dedicati a Vostra Signoria illustrissima: anzi io sollecito lo stampatore, perchè quanto prima siano stampati. M’ha fatto gran torto il Licino a mandar fuori i discorsi del Poema eroico tanto imperfetti, senza dedicazione, e senza altro dimostramento de la mia antica servitù con Vostra Signoria illustrissima. Penso d’accrescerli molto. Fra tanto Vostra Signoria si degni di pregare in mio nome il signor Maurizio, che rimedi a quel che può; perch’io scriverò quest’altra settimana a l’illustrissimo signor cardinal Albano. E le bacio le mani. Di Mantova, il 9 di giugno del 1587.</p>
               <ps>
                  <p TEIform="p">
                     <foreign lang="lat" TEIform="foreign">Post scripta</foreign>. Credo che a quest’ora il signor Costantino le avrà mandato il Floridante, stampato per mia commissione; ove ella vedrà in alcuni luoghi menzione di lei e de l’illustrissima sua Casa.</p>
               </ps>
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                  <salute TEIform="salute">AL CAVALIER GIOVAN GALEAZZO ROSSI. Ferrara</salute>
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               <p TEIform="p">L’anno passato io non intesi l’ultime lettere di Vostra Signoria, perch’io non aveva avute le prime. Ora da gli effetti ho compreso parte de l’intenzione, la quale m’è stata meglio dichiarata da quest’altre cortesissime lettere. Laonde ora ne ringrazio Vostra Signoria in parte, ed aspetto di ringraziarla più compiutamente, e d’averle tant’obligo, quanto vorrà ella medesima; la qual conoscendo le deboli forze del mio ingegno, non le vorrà gravar di soverchio; almeno sin ch’io non abbia qualche riposo di mente. Le mando fra tanto un sonetto; e mi rincresce che Vittorio Baldini non mi facesse parte de la sua deliberazione, com’egli m’aveva promesso, acciochè io avessi potuto lodar Vostra Signoria con più lunga poesia: ma essendo così le lunghe, come le brevi, minori del suo merito; solamente la sua cortesia è quella che può agguagliar queste disagguaglianze. II signor patriarca di Gerusalemme e ’l signor Papio sono miei signori, com’è Vostra Signoria. E le bacio le mani. Di Mantova, li 9 di giugno del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
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               <p TEIform="p">Io aspettava danari, e voi non mandate nè danari nè parole, senza le quali non so com’io possa venire a Bergomo; e non essendo qui il serenissimo signor principe, peraventura non mi sarebbe conceduto di venire: ma parlerò con questi signori, e vedrò quel che mi sarà conceduto di fare. L’andata di Genova io la desidero molto; ma gl’impedimenti son molti. Di camicie io non aveva più bisogno, perchè me ne sono state donate sei; ma di moccichini e di drappi io ne patisco grandissimo disagio: e se debbo stare in questo bisogno sino a la mia venuta a Bergomo, Iddio sa quando io ne sarò provvisto. Le vostre promesse vanno tutte in fumo, e quella de la carrozza come l’altre. Avvisatemi quel che fate de’ dialoghi; e state con Dio. Risponderò a gli altri con maggiore agio. Di Mantova, il 19 di giugno 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A LUCA SCALABRINO. Ferrara</salute>
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               <p TEIform="p">Vi prego che mi diate avviso, s’avete ricevuto l’ultima lettera ch’io vi scrissi, ne la quale io vi pregava che mi mandaste quelle lettere che dite essere stampate. Ma se sono in un volume medesimo co’ discorsi del Poema eroico, l’ho vedute; e non è necessario che prendiate questa fatica. Di grazia, non vogliate usar meco alcuno artificio cortigiano, od altro; perchè sapete quanto semplicemente abbia proceduto con esso voi; ma scrivendo al signor patriarca di Gerusalemme, raccomandatemi a Sua Signoria; ed avvisatemi la vostra partita per Roma. Dio vi guardi. Di Mantova, il 15 di giugno 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Scrissi a Vostra Signoria illustrissima da San Martino. Dapoi essendo ritornato a Mantova, sono stato alcune volte a vedere il serenissimo signor principe; ma non sono tanto sicuro quanto vorrei, che Vostra Signoria illustrissima non debba avere occasione di far buono ufficio co ’l serenissimo signor duca di Ferrara, la qual non vorrei c’avesse per mia prigionia: per altro sia quel che piace a Dio. Attendo a riveder l’opere mie: e la prego che mi avisi de l’intenzione di fra Iacopo, perch’io non vorrei esser burlato da lui. Vostra Signoria illustrissima avrà visti i dialoghi che le son dedicati; ma non son quelli a’ quali posi l’ultima mano. E con questo fine le fo riverenza. Di Mantova, il 16 di giugno del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Bologna</salute>
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               <p TEIform="p">Io non so più quel che pensare, se non che aspettiate che per qualche mia nuova sciagura io sia imprigionato; acciò che possiate meglio mostrarmi in sì fatta occasione quanto mi siate amico. Di grazia, contentatevi di mostrarlomi in minore occasione: e mandate il libro, se non volete portarlo; senza il quale io non ardisco di parlare al serenissimo signor duca di Mantova, e di chiederli alcune grazie. Non so s’io debba sperarne qualche dono, perchè oggidì pare che ’l manco pensiero c’abbiano i prencipi, sia quello di premiar le fatiche de’ virtuosi; ma s’io l’avessi, Vostra Signoria n’avrebbe la sua parte: fra tanto era ragionevole che m’aiutaste. Aspettava risposta dal signor cavalier de’ Rossi; nè dal signor don Cesare mi pareva che mi dovesse esser negata. Bacio a Vostra Signoria le mani; la sollecito infinitamente, e caldamente le raccomando l’inchiusa al signor patriarca, a cui scrivo d’alcune mie cose di molto rilievo. Di Mantova, il 16 di giugno del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Bologna</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io aspettava cento consolazioni in un tempo: il Floridante stampato, il drappo, lettere del signor cavalier de’ Rossi, saluti de la signora ambasciatrice, favori del signor Ippolito Bentivoglio, cortesie del signor don Cesare, grazie de la granduchessa, e con tante venture e benedizioni, il vostro amore, dolcissimo signor Costantino mio. Ma in somma non posso mutar fortuna, nè spetrare il cuor de gli uomini, ch’è sì indurato ne l’ostinazione contra di me; se la serenissima e clementissima granduchessa non m’impetra questa grazia. In conchiusione, aspetto o voi e Floridante, o ’l Floridante senza voi, o voi senza il Floridante: però non vi prego che scriviate al magnifico Costa conforme a quello che già mi prometteste; ma non venendo, siate contento di farlo, certo che meco la cortesia non sarà gittata, come le margarite a’ porci. Ed a Vostra Signoria bacio le mani. Di Mantova, il 22 di giugno del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Questa mattina ho avuta una lettera vostra da me desideratissima, in risposta de la quale io vi dico, che non avrei date a’ librari l’opere c’avete fatte stampare, per cento scudi; perchè ducento già me n’aveva promesso Vittorio Baldini de le rime solamente: non perchè de le prose non potesse fare il medesimo guadagno, ma perchè in tutti i modi hanno cercato d’opprimere il mio nome, e di prendersi in giuoco la mia infelicità. E s’egli non ha voluto osservar la parola, è nondimeno obligato a darmi almeno tredici scudi, e non so che libri; e de l’altre cose egli si scusa, incolpando il Vassalino, il quale ha avuto tutto l’utile. Laonde non doveva il Vassalino cercar nuova utilità da l’opere mie, contra la mia voglia con tanto disprezzo e con tanta ingiustizia di chi ’l consente e di chi no ’l castiga. A l’ingordigia de’ librari e de gli altri che stampano contro la volontà de gli autori, era preposta la pena da la signoria di Venezia; ed ora, co ’l favor de i signori Grilli, non dovrebbe esser mancato a me da quella republica. Almeno dee pagare il Vassalino quella somma de la qual s’obligò per suo scritto; e pagarla a me, non a gli altri, o farla pagare senza indugio.</p>
               <p TEIform="p">In quanto al ristampare, io son contento di quel che vi piace; pur che facciate ristampare le prose separate da le rime, in quarto, come saranno corrette da me. A me non importa più in Mantova che in Bergomo, se non per rispetto del serenissimo signor prencipe; il quale avrebbe desiderato che si stampassero in Mantova: ma non so ancora quel che s’importi a Sua Altezza. Ma di grandissima importanza mi pare che si veggano questi tre dialoghi come io ve gli ho mandati, acciochè Sua Santità beatissima si risolva ch’io son cattolicissimo e devotissimo figliuolo di Santa Chiesa. Il che non mi pareva che si conoscesse così ben bene ne gli altri: ed io non voglio che Sua Beatitudine santissima possa mai dubitare s’io son cattolico, o no, o quanto io sia cupido e desideroso de la sua grazia; per la quale, s’io avessi almeno una scimitarra, non dubiterei di far prova de la mia fortuna contro i turchi e contra i mori e contra tutti gli altri infedeli e nemici de la Santa Chiesa cattolica romana.</p>
               <p TEIform="p">Vi ringrazio che nel dialogo de la Dignità abbiate fatto accomodare que’ luoghi d’Ippocrate, e quegli altri che appartengono a la definizione; e pregate il signor Ercole che avvertisca, che s’io avessi mai detto “avanti il giorno”, o “avanti agosto”, conci “innanzi”, se non avesse in contrario l’esempio del Boccaccio; e così sempre c’“avanti” sarà col quarto, metta “innanzi”; e fra gli errori de la stampa abbia, di grazia, avvertenza a quel ch’io scrissi. Nel dialogo de la Nobiltà io feci una giunta per mostrar gratitudine ne’ signori Pii, e speranza ne’ signori Bentivogli: ma ora mi son pentito; però vi prego che in quel luogo non mutiate il testo stampato. Con altra occasione mostrerò al signor Marco Pio quanto io gli sia obligato per dieci scudi donatimi, de’ quali non ho più alcuno. Ma co ’l signor Cornelio Bentivoglio, e co’ figliuoli, mi par di gittare le parole; il che non vorrei fare: anzi desidero che i miei amici si risolvano, chè non <foreign lang="lat" TEIform="foreign">expedit</foreign> in modo alcuno ch’io lodi chi non mi giova potendo, o almeno chi non mi dona; perchè son poco sano, e molto povero, e non so quanto quest’aria di Mantova sia per giovare a la mia infermità.</p>
               <p TEIform="p">De le calze promessemi da la signora Tarquinia avrei gran bisogno, perchè non posso mutarmi; ed un paio di ormisino donatemi dal serenissimo signor principe co ’l giuppone, benchè siano nuove e tutte odorate, io credo che si straccieranno in quindici giorni; e non avendo denari, non so come mi fare. Sono inutile servitore di sua Altezza; e non potendo servirlo come meriterebbe, non voglio chiederle altro, oltre quello che le piace donarmi. Vorrei nondimeno che da alcuno le fosse detto, che in tutte l’opere ch’io riformo, aggiungo alcuna cosa in sua lode, o di casa sua, come potrete vedere ne gli altri. Ma chi sarà quel sofficiente scrittore a chi basti l’animo d’intenderlo e di ricopiarlo? A me par ragionevole, che usandovi diligenza, abbia il suo premio: ed io premio più volentieri lodando che donando; perchè quantunque io non abbia le ricchezze, de l’orazione nondimeno non ne sono poverissimo, come de’ danari. Non mi trovo pur un picciolo; credetelo, signor Licino, ch’io il giuro per la vostra grazia. Ne’ particolari de’ pannilini non so che dirvi, se non che la signora Cavalletta è stata troppo cortese meco, ed io troppo negligente con Sua Signoria; ma accettando, non vorrò parerle ingrato. Scusatemi per l’infermità, e per tant’altre occupazioni. Ma per vita vostra, que’ danari che mi prometteste questa pasqua rosata, dove si son dileguati? o come? In corte non può stare chi non dona almeno qualche scudo.</p>
               <p TEIform="p">Al signor cavaliero Enea baciate le mani, e diteli ch’io farò qualche composizione ne le nozze di sua figliuola, non essendo buono a farli altro servizio; ma non vorrei che si pentisse d’alcun buon pensiero c’abbia avuto di farmi piacere. De la tragedia non rimarrete ingannato da me; ma non dovrebbe esser alcuno così poco discreto, o tanto avaro, che la stampasse con mio danno, e con mala mia sodisfazione: io ci porrò tosto le mani. Mandate l’inchiusa al padre Grillo, e ricordate a la signora Tarquinia ch’io le sono antico servitore. Ed amatemi. Di Mantova, il 22 di giugno 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIULIO SEGNI. Bologna</salute>
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               <p TEIform="p">Vostra Signoria mi fa vergognare in due modi: ne l’uno, invitandomi a comporre sopra così picciola cosa di così gran signore, com’è il cardinal Caetano, e facendomi insieme conoscer la mia negligenza: ne l’altro, mostrandomi l’imperfezione de le mie composizioni toscane co ’l paragon de le sue latine; il qual io dovrei fuggire: e Vostra Signoria mi costringe a far quello che non avrei pensato. Ma che posso altro, se non ubbedir ne le cose picciole, poichè non posso compiacer ne le grandi? Mando dunque il madrigale per la cisterna, protestando ch’io son tanto obligato a lodar questo illustrissimo signore in più lunghe composizioni, quanto egli ad amarmi come solea, ed a mostrarlo come mostrava. Ed io comincierò a pagar questo debito assai tardi. Ma pur non è passato il tempo, sin che vi rimane qualche speranza de la sua grazia. Qui s’aspetta di giorno in giorno; forse verrà con Sua Signoria illustrissima il Costantino, o manderà almeno il Floridante; del quale mi pare impossibile che non sia mandato qui qualche volume. Comunque sia, prego Vostra Signoria che lo solleciti in mio nome: e gli ricordi ch’io pendo tutto da la sua cortesia e da’ vostri uffici. Vivete lieto, e baciate le mani al signor cavalier de’ Rossi. Di Mantova, il 23 di giugno 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io credo che ’l serenissimo signor principe mi darà licenza, s’io gliele chiederò. Ma avendo io stabilissimamente risoluto di voler questo settembre andare a Roma, non vorrei troppo dilungarmene: nè stimo che vogliate in modo alcuno impedir questa risoluzione, non mi parendo di poter in altra guisa quietar l’animo perturbato da tante molestie: però io aspetterò risposta di Vostra Signoria; ed insieme aviso de la deliberazione che farà per favorire questo mio proponimento, e per aiutarlo. Io in questi gran caldi mi difendo dal male e da l’umor maninconico quanto posso: nè so quanto l’acque di Bergomo, che sono crudette anzi che no, fossero giovevoli a la mia sanità. Se credete che l’acque e i vini possan giovarmi, verrò: altramente, contentatevi ch’io differisca questo officio dovuto con la patria, sino a migliore occasione. Io ho bisogno di libri e d’altre cose, perchè lascio tutte le mie robbe a Ferrara: però vorrei che mi facesse pagar quel debito del Vasalino in tutti i modi. Baciate la mano al signor Cristoforo, ed al signor Ercole Tasso, ed a tutti gli amici: e conservatevi sano. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A ENEA TASSO. Bergamo</salute>
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               <p TEIform="p">Se per l’adietro l’occasioni fossino state così opportune com’il volere è stato pronto; non avrei tanto ritardato a venire a Bergomo, per riconoscere in questa età, dopo tante aversità, l’amorevolezza di Vostra Signoria e de la sua casa; la quale io conobbi ne la mia fanciullezza, e ne conservo gratissima memoria. Ma non posso dispor di me stesso, se non quanto piace al serenissimo signor principe, il qual non negherà grazia alcuna a Vostra Signoria, com’io non credo che l’avesse negata al signor Cristoforo. Aspetto dunque che mi favoriscano; acciochè le parole del reverendissimo Licino sian vere, almeno in quella parte che appertiene a la cortesia sua e di monsignor suo fratello. E bacio a Vostra Signoria le mani. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Maestro Bartolomeo m’ha portato un piego di lettere, nel quale ve ne sono molte di Genova; ma risponderò brevemente a la vostra solamente, sì perchè io ho gran dolor di testa, sì perchè io credo d’andare questa mattina a Marmiruolo. Aspettava i danari, perchè di niun’altra cosa ho maggior bisogno. Di tabarro di ciambellotto non è necessario ch’io sia provvisto, perchè n’ho uno. Ricordo a Vostra Signoria quel che mi scrisse per altra sua, e ringrazio il signor cavalier Enea de la promessa, la quale io accetto; e verrò senza fallo questa fiera d’agosto a Bergomo, benchè per l’andata del serenissimo signor principe in Ispruc io pensai di venir prima. La tragedia è ancor in suo potere, perchè mi convenne rendergliele prima ch’io v’abbia giunta la scena. Ma io la porterò meco, o la manderò, ed avrò finito di rivedere ed accrescere i discorsi, e l’altre cose. Nel dialogo de la Dignità, ove lodando il re cattolico si parla de’ Paesi Bassi, bisogna mutar quella parola, e giunger i nomi propri a le provincie di Brabante, d’Olanda, di Fiandra, di Gheldria e d’Heronia; ed aggiunger la Sardegna fra le connumerazioni de le isole, s’io peraventura me ne fossi scordato. Ringrazi in mio nome il signor Ercole de la fatica che si prende per me, e ’l preghi c’aggiunga questa picciola, d’aggiunger queste poche righe. Manderò senza fallo una canzona per le nozze de la figliuola del cavaliero; ma bisogna che m’avvisiate del suo nome e di quello de lo sposo. E baciate in mio nome le mani al signor Marcantonio Spino, ringraziandolo del buono animo che mostra. Scriverò a Genova quest’altra settimana. Vivete lieto. Di Mantova, il 29 di giugno 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Bologna</salute>
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               <p TEIform="p">Ho taciuto, come Vostra Signoria mi scrive, sinchè ho avuta speranza de la sua venuta: ora che ne son disperato, come de l’altre cose, io son costretto a gridar con penna e con inchiostro: “<foreign lang="lat" TEIform="foreign">Nusquam tuta fides</foreign>.” Signor mio, stracciate le mie lettere, se vi pare, perch’io non parlerò in questa guisa di voi con alcun altro, non avendo mai pensato di far cosa che possa diminuirvi la riputazione o l’opinione che si ha, che mi siate così caro amico, e che tra di noi sia passata sempre tanta corrispondenza d’amore e conformità di volere. Domani parte il serenissimo signor principe per Ispruc: ed io, non presentando il Floridante al serenissimo signor duca, resto senza alcuno appoggio; e se mi bisognasse cosa alcuna, io non ho a chi dimandarla: non potendo dunque mandare altro, mandate il Floridante; e mandatelo senza fallo. Il magnifico Costa, senza nuova commissione, non mi sovvenirebbe d’un paio di scudi. Raccomandatemi al signor cavalier de’ Rossi, ed amatemi. Di Mantova, l’ultimo di giugno del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io mi vo imaginando che subito che la fama, divolgatrice de le buone e de le cattive novelle, ci avrà apportata a gli orecchi la partita del serenissimo signor principe, voi ne verrete qui con la carrozza del signor cavaliero Enea; o mandarete qualche...., acciò ch’io possa venire per altra strada. Che volete ch’io faccia qui, poichè sarà sparito il lume de gli occhi miei? “<foreign lang="lat" TEIform="foreign">Tantum si potui sperare dolorem, et perferre potero</foreign>:” ma lasciam le burle. Io penso di trattenermi questo tempo in qualche parte con la minor noia che potrò; ma non tralascerò la revisione de l’opere mie. E per questo mese seguente avrò forse corrette tutte l’opere, eccettuata la Gerusalemme. Raccomandatemi a’ signori Tassi; ed amatemi. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Bologna</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Raddoppio con Vostra Signoria le mie preghiere per questa duplicata ancora, la qual darò al magnifico messer Girolamo Costa, o ad alcun de’ suoi, acciochè sia contento d’eseguir le commissioni di Vostra Signoria, s’io avessi bisogno di qualche cosa; ma la prego sopra tutte l’altre cose, che non voglia tardar più a mandare il Floridante, così lungamente ed indarno aspettato sino ad ora. L’andata di Fiorenza è stata differita sino al ritorno del serenissimo signor prencipe. Aspetto ancora risposta dal signor don Cesare. Mi raccomando al signor cavalier de’ Rossi: e bacio le mani al signor Bonifazio ed al signor Antonio Caetani, nipoti de l’illustrissimo legato. Vostra Signoria conoscerà gentilissimi cavalieri, e miei signori amorevolissimi. Vivete lieto. Di Mantova, il primo di luglio del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO CAETANI, PRINCIPE DI SERMONETA. Bologna</salute>
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               <p TEIform="p">Bastava la cognizione de la nobiltà di Vostra Signoria a farmele servitore: ma essendovisi aggiunta quella de la sua dottrina e de la virtù, in me è cresciuto l’obligo di servirla, benchè siano mancate l’occasioni. Ma il suo è stato artificio di non aversi voluto manifestare a tempo; la mia, fortuna d’aver parlato così arditamente in presenza di chi sa molto: perdoni questo ardire a la curiosità de gli altri ed a la mia semplicità. Io leggendo le sue Conclusioni, e quelle del signor suo fratello, se non imparassi altro, imparerò almeno d’esser più cauto per l’avvenire; e non è mica questa piccola cosa al cortigiano. Ringrazio Vostra Signoria de l’uffizio fatto con monsignor illustrissimo legato; come ringrazio lui de le parole dette in mio favore, poichè de la volontà non posso ringraziarla abbastanza; perchè a me non manca il conoscimento, benchè manchi la fortuna. Il mio madrigale è così picciola composizione, che di leggieri si sarebbe smarrita, se non fosse stata posta in musica. Non meritava tanto favore; ed io non posso rallegrarmi che sia più fortunato di me. Rimanderò la sua canzona per messo fidato. E le bacio le mani, ed insieme al signor suo fratello. Di Mantova, il 2 di luglio del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIULIO SEGNI. Bologna</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">L’ultima lettera di Vostra Signoria mi conferma la speranza de la venuta del signor Antonio Costantino, benchè oggi sia il termine prescritto. Io l’aspetto per ricevere da lui quella consolazione che non so di poter darli. Il signor cavalier de’ Rossi non è obligato a cosa alcuna; perchè le promesse de gli altri hanno minor forza d’astringerlo, che non ha la sua cortesia. Al signor Papio io non posso compiutamente sodisfare; perchè i suoi meriti son grandi, e le mie forze picciole, e minori l’occasioni. Io rimarrò sodisfatto di quel che li pare: ma le belle parole non dovrebbono mancare a’ vecchi; perchè quella età n’è abbondevole oltre tutte l’altre. E se egli m’è scarso di quello che gli avanza, come potrà essermi liberale de le cose che gli mancano? Al signor Antonio Caetano rispondo, parendomi c’una lettera possa bastare a due fratelli, come una casa. “Gran Gregorio”, non è alcuno errore, se ’l suono vi piace. Vi ringrazio c’abbiate fatto tanto onore al mio madrigale, nel quale l’acume non è soverchio, poichè non punge in guisa ch’egli offenda. Mi rallegro che la città e la corte abbia così buon animo verso me. Ed a Vostra Signoria bacio le mani. Di Mantova, il 3 di luglio del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mando a Vostra Signoria le risposte de le lettere inviatemi da Genova: e potrà mandar l’una e l’altra al padre don Angelo Grillo; e scusarmi de la tardanza per l’impedimento che le scrissi. Vostra Signoria non deveva mai entrare in questa pratica, senza speranza di qualche utile suo; perc’avete fatte molte spese e fatiche. Abbiate pazienza; ma non dovevano darvi manco d’un centinaio di scudi. Ho aggiunto la scena al quinto atto: e s’avessi gli altri che fa ricopiare il serenissimo signor principe, gliele manderei oggi: ed oggi comincierò a rivedere i discorsi del Poema eroico, i quali accrescerò molto. Mentre Sua Altezza è lontana, io non so di quale speranza nudrirmi; chè me ne son date molte. Avisatemi quel che fate de’ dialoghi: e ricordatevi le camicie. Bacio le mani al signor conte Giovan Domenico, a’ signori Tassi, ed al signor Marc’Antonio Spino. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A BARTOLOMMEO DE LA TORRE. Genova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non aspettava tanto onore da la vostra Academia, quanto m’ha fatto invitandomi a legger l’opere d’Aristotele in città così nobile, ad ingegni così illustri, in occasione così desiderata: ma poichè la cortesia loro ha superata la mia espettazione, io procurerò di sostener quella che possono aver di me ragionevolmente. Accetto dunque il carico di leggere; e verrò a far questo ufficio quando essi vorranno, o quando io potrò. Fra tanto ringrazio Vostra Signoria che si degni di ripormi nel numero de’ suoi amici, e tutti questi altri signori similmente; pregandoli che non si pentano d’avermi amato più ch’io non merito, o stimato più che non vaglio. E vivano felici. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GUGLIELMO GONZAGA, DUCA DI MANTOVA (Dedicatoria)</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Sì come l’estrema età del signor Bernardo Tasso, mio padre, fu spesa ne’ servigi di Vostra Altezza, così l’ultima sua opera fu a lei dedicata. Vostra Altezza il conobbe mal riconosciuto dal primo padrone, il raccolse vecchio e stanco per molte fatiche, il sollevò depresso, e ’l favorì disfavorito, e con la sua liberalità l’aiutò a sostener ne la solita riputazione gli anni omai cadenti, e l’ingegno dopo la maturità molto invecchiato. Vostra Altezza può ne l’istesso modo onorar la sua memoria, perpetuar la sua fama, e consolar la sua successione, accettando da me suo figliuolo questo suo poema; il quale egli non condusse a fine nè corresse, come pensava, illustrando ed inalzando alcune parti; perchè fu prevenuto da gravissima infermità. Ma io non ho voluto che sia nascosa a gli uomini la fecondità del suo ingegno, la qual dimostrò sino a la morte; potendo insieme far manifesto l’obligo ch’egli ebbe a Vostra Altezza. Mio padre a’ suoi giorni acquistò molto onore co’ suoi vari e felicissimi componimenti, co’ quali arricchì questa lingua, e fece fiorire il secolo nel quale egli visse: laonde non può dispiacere a Vostra Altezza che resti memoria immortale de la servitù ch’egli ebbe con la sua nobilissima casa; potendo dar quella riputazione a quest’opera sua, che l’altre diedero a mio padre; benchè questa ancora, per la piacevolezza e varietà del soggetto, debbe esser letta volentieri. Onde credo che per tutte le cagioni sarà cara a Vostra Altezza, ed insieme la mia affezione ed osservanza, come dee a prencipe d’alto ingegno, di molte lettere, giudiciosissimo e liberalissimo, ed usato sempre a la cortesia ed a la magnanimità, per costume ereditario osservato da tanti prencipi suoi antecessori. Ed a Vostra Altezza bacio le mani. Di Mantova, il dì 6 luglio 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL CAVALIER GIROLAMO SOLZA. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io credea di ringraziar Vostra Signoria questa settimana con le vive parole; ma per l’indugio son costretto a pregarla che scriva al signor Tullo Guerriero, suo parente, acciochè dal serenissimo signor principe mi sia data licenza di venire a Bergomo inanzi la fiera. Niuno viaggio fu mai più lungamente desiderato di questo, o più lungamente sospirato invano. Omai sarebbe tempo ch’io fussi compiaciuto, ed esaudito: ed io ne prego Vostra Signoria, che per la sua partenza non manchi. E la ringrazio come posso de l’offerta ch’in suo nome già me n’ha fatto il reverendo Licino. Viva felice. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIULIO SEGNI. Bologna</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io aspetto il Costantino, e non posso imaginare la cagione del suo indugio. Mi parea che potesse venir con l’illustrissimo Caetano, o almeno prima ch’egli partisse. Aspetto il libro ancora con grandissimo desiderio. Oh quanto spero d’esser consolato con la sua presenza! Mando a Vostra Signoria un sonetto scritto al cardinal Caetano. Farò qualche composizione più lunga doppo la sua partita. Al signor Papio son servitore affezionatissimo, in quel modo che egli può saper meglio di ciascuno; ma non ho potuto ancora mandarli l’operetta promessa, ne la quale penso di riprovar l’opinione di Plutarco de la virtù e fortuna di Alessandro, e di quella de’ Romani: è consecrata a l’immortal memoria del signor Fabio Orsino. Vostra Signoria solleciti il Costantino, e ringrazi il signor cavalier de’ Rossi. Del tributo non so quel ch’io debba risolvermi, perchè non so quel che sia. E le bacio le mani. Di Mantova, il 9 di luglio del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIULIO SEGNI. Bologna</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Il mio stato è più degno di compassione che di riso; e voi mi burlate, quando più dovreste aver pietà di me: dico voi tutti, e ’l signor Antonio Costantini fra gli altri, ed oltre gli altri. Tante lodi, tante promesse, tante speranze datemi; tutte si risolvono in nulla: almeno aveste mandato quel benedetto Floridante, che m’ha tenuto dieci mesi sospeso; benchè il negozio potesse spedirsi in venti giorni. Mandatelo, signor mio, s’è stampato, com’egli e voi scrivete; e, se non è stampato, mandatelo ancora. Voi l’avete veduto, e lodata la stampa; laonde non può esser che non sia “<foreign lang="lat" TEIform="foreign">in rerum natura</foreign>.” Qui potrebbe farmi qualche giovamento; e voi non dovete invidiarmi alcun favore ch’io avessi in queste parti, com’io mi rallegrerei in coteste d’ogni vostra buona fortuna. È possibile che non vogliate ch’io sia compreso in questa grande unione d’animi, se pur non è unità quella la quale io ho conosciuto, ne la venuta di monsignor illustrissimo legato, fra questa e la vostra città? Ma non voglio dir molte parole in questo soggetto: basta ch’io accenni a Vostra Signoria il mio desiderio, e ’l bisogno. Del signor Costantino saprei volentieri quel c’avvenisse, e perchè si pentì di venire in tempo ch’era da me desideratissimo. Mandate i libri in tutti i modi; e baciate le mani al signor Bonifazio ed al signor Antonio Caetani in mio nome: e conservatemi ne la vostra grazia. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non ho tanta certezza d’aver licenza, quanta vergogna di chiederla, parendomi ch’io fugga l’occasione di servire la serenissima principessa nel viaggio di Fiorenza. Ma ’l desiderio di riveder la patria, e di conchiuder felicemente il negozio genovese, supera ogni altra cupidità. Però mi risolverei a venir a Bergomo con messer Bartolomeo, s’io credessi che ’l venire non mi dovesse esser impedito; nè posso venire, s’io non conduco meco una grande valigia. Altro avviso non vi posso dare; ma io aspetto questa settimana qualche deliberazione. Per questa fiera verrò in tutti i modi. Mi sono state donate sei camicie, ma non hanno le crespe: n’avrei bisogno almeno d’un paio che le avessero; ed oltre a ciò, di moccichini. E vi bacio le mani. Di Mantova, il 12 di luglio 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIULIO SEGNI. Bologna</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">A gli sfortunati, com’io sono, è necessario di scrivere lettere doppie, altrimente non hanno ricapito. Scrissi la settimana passata a Vostra Signoria per la posta, e questa per la via del signor Pendasio. Ora le replico ch’io aspetto il Floridante; e la prego a mandarne tre o quattro libri senza indugio. Il Costantino dee esser forse amalato; ma o infermo o sano, salutatelo in mio nome, e baciate le mani da mia parte a’ signori Caetani. E vivete felice. Di Mantova, il 13 di luglio del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIULIO SEGNI. Bologna</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ringrazio Vostra Signoria de l’avviso che mi dà del signor Antonio Costantini, e (s’è consiglio) del consiglio, il quale ho seguito; perch’io risposi subito, e mandai ancora la risposta al signor cavalier de’ Rossi, com’egli aveva consigliato. Voglia Iddio che l’effetto sia conforme a la promessa, ed a la mia aspettazione. Ma io non ho tanto bisogno, signor mio, di consiglio, quanto d’aiuto; perchè son povero gentiluomo oppresso da la fortuna e da l’infermità: e niuna cosa ora poteva più sollevarmi di questo benedetto libro. Son passate cento occasioni d’appresentarlo; e se ne passa alcun’altra, potrebbe esser mandato troppo tardi. Il signor Costantino può venir quando gli pare; ed egli stesso molto ben sa quanto si può promettere de la mia benevolenza; a la quale dee aggiungersi la gratitudine, c’al sicuro troverà in me per lo piacere c’aspetto da la sua cortesia. Dal signor Papio io aspettava maggior favore: e bench’io non abbia ancora cominciata un’operetta ch’egli mi chiede, penso tosto dargli principio. Ed a Vostra Signoria bacio le mani, pregandola che solleciti questo negozio quanto può. Di Mantova, il 15 di luglio del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Al fine è venuto messer Giorgio senza lettere di Vostra Signoria illustrissima; ma ’l signor Costantino n’ha portata una co ’l Floridante stampato: e dice d’averne mandato uno a Vostra Signoria. Mi spiace che l’opere mie non siano penetrate costì; ma forse si deono vergognare di capitarvi così mal trattate, e con tanto disfavor di fortuna: ed in niuna altra parte crederebbono esser più sicure, ch’in casa di Vostra Signoria; perchè le sue lodi e quelle de’ suoi parenti possono esser invidiate da molti altri. Vorrei in tutti i modi farle ristampare; ed attendo a la correzione: ed oltre il dialogo che mandai a Vostra Signoria, n’ho mandati alcuni altri al Licino con molti accrescimenti. Ora sono intorno a’ discorsi del Poema eroico: ma non vorrei che questa volta m’avenisse come la prima; però prego Vostra Signoria illustrissima che dia ricapito a l’inchiuse. Del negozio di Fiorenza non ho certezza alcuna, perch’il serenissimo signor principe è in Ispruc: e bench’egli andasse a vedere il granduca questo autunno, io non so quel che possa sperar di questa andata, senza la grazia di Vostra Signoria illustrissima. Parlerò con messer Giorgio a lungo, s’egli si lascierà vedere: e la prego che mi procuri in tutt’i modi risposta dal signor Maurizio Cataneo. E viva felice. Di Mantova, il 17 di luglio del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A MAURIZIO CATANEO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Molti giorni, anzi mesi più tosto, le cortesi lettere di Vostra Signoria m’hanno lasciato in gran desiderio, nè so imaginarmi la cagione perchè non scriva. In questo tempo il Licino ha fatto stampare tutte l’opere mie, nè ha sodisfatto ad alcun debito, nè osservata alcuna promessa: ben è vero che per suo mezzo ebbi dal signor conte Giovan Domenico dieci scudi, e dal signor Cristoforo Tasso sette. Laonde io mi son di nuovo lasciato imbarcare, co ’l disegno d’alcuni panni lini; e gli ho mandati tre dialoghi riformati, i quali vorrei che si stampassero in tutt’i modi con gli altri. Alcuni altri sono in mano del signor patriarca Gonzaga; ed io ora sono intorno a’ discorsi poetici, e tosto gli avrò finiti: ma non vorrei che ’l Licino mi facesse un’altra volta l’istessa burla; però prego Vostra Signoria che v’interponga l’autorità di monsignor illustrissimo suo, al quale io scrivo di nuovo.</p>
               <p TEIform="p">A Bergomo m’invitano per questa fiera: ed io ci andrei volentieri; ma vorrei almeno che mi giovasser tanto l’acque, ch’io imparassi a temperare il vino; altrimente tutte l’altre cose son disperate, fuor ch’i fonti del mio paese nativo. A Genova ancora sono invitato a legger l’etica e la poetica d’Aristotele, con quattrocento scudi d’oro di provisione ferma, e con speranza d’altrettanti straordinari. A me dà il cuore di far le lezioni, e di scriverle; ma de la memoria non so quanto debba fidarmi, s’io non fo qualche miglioramento: nondimeno ho accettato il carico insieme con quello de la censura, sperando ch’i rimedi in Bergomo prima, e poi in quella città, debbano molto giovarmi. Tutte l’altre prenderanno esempio da la patria: però mi raccomando a Vostra Signoria; e la prego che dia l’inclusa a l’illustrissimo cardinal suo. E baci le mani al signor abbate in mio nome. Di Mantova, il 17 di luglio 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL CARDINALE GIOVAN GIROLAMO ALBANO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non supplico niuno più volentieri di Vostra Signoria illustrissima, perchè non potrei ricever più lietamente le grazie da alcun altro. La prego, adunque, che mi favorisca in questo negozio de la stampa; del quale sarà informata dal signor Maurizio; e che temperi con la sua grazia il dispiacer c’ho preso, di veder tutte l’opere mie così mal trattate. De l’altre cose ancora avrà informazione dal signor Maurizio: nè io medesimo potrei darla più certa a Vostra Signoria illustrissima; perchè nè l’infermità m’assicura, nè l’ingegno mi spaventa. Ed a Vostra Signoria illustrissima con questo fine bacio le mani. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANNIBALE IPPOLITI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">È venuto il signor Antonio Costantini, gentiluomo di belle e buone lettere, a trovarmi; e m’ha portato il Floridante di mio padre, dedicato al serenissimo signor duca; nel quale egli ha fatti gli argomenti. Io sarei venuto seco a presentarlo a Sua Altezza, s’avessimo avuto commodità di qualche carrozza: ma non avendo chi ci conduca, agevolmente egli si partirà, ed io mi rimarrò sino al ritorno del serenissimo principe, il qual mi par mill’anni di non aver veduto. Laonde prego Vostra Signoria che voglia presentare il libro al signor duca in nome de l’uno e de l’altro, perchè la fatica è stata commune, e la spesa di stamparlo tutta sua. E bacio a Vostra Signoria le mani. Di Mantova, il 17 di luglio del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL CAVALIER GIOVAN GALEAZZO ROSSI. Bologna</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Troppo m’obliga Vostra Signoria con tante belle poesie: e bench’io non sia in questa parte cattivo debitore, nondimeno prendo tempo a sodisfarla, parendomi che mi debba esser conceduto da la sua cortesia; perchè ora sono occupatissimo in racconciare alcuni miei discorsi del Poema eroico, come intenderà dal signor Costantino; il quale ringraziarà Vostra Signoria da mia parte de l’altre cose: perch’io conservo le grazie occulte nel cuore, per renderle a tempo tanto maggiori, quanto sono state più tarde. Mi vergogno di concederle quel che dimanda; perchè nè per la bruttezza del corpo merito d’esser ritratto, nè per la bassezza de l’ingegno, il luogo de l’imagine: nondimeno a Vostra Signoria non si può negar cosa alcuna, perchè tutti hanno imparato da lei a conceder molte cose al disiderio de gli amici. Mi spiace che omai non si rimovano tutti gli impedimenti che sono tra Mantova e Bologna, accioch’io potessi venire alcuna volta a vederla; ma s’i miei prieghi non sono stati di tanta autorità, forse potrebbon essere un dì le ragioni. Ed a Vostra Signoria bacio le mani, pregandola che mi tenga tanto in grazia del signor Papio, ch’io possa viverne sicuro. Di Mantova, il 19 di luglio del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIULIO SEGNI. Bologna</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non sono più obligato a Vostra Signoria per lo gentilissimo dono, che per l’onore de la leggiadrissima poesia: perchè l’uno può supplire a questo bisogno presente; l’altro, darmi riputazione per molti anni: ma la discortesia di chi poteva usar questa liberalità più prontamente, ha voluto ch’io ne ringrazi prima Vostra Signoria; ed io l’ho fatto volentieri. La prego, nondimeno, che si contenti ch’io resti obligato de la buona intenzione mostrata nel donarmi così cortesemente; e mi vaglia di questa commodità sino a migliore occasione. Sono occupatissimo in racconciare alcuni miei discorsi, come intenderà dal signor Antonio Costantini: però non le mando per quest’ordinario alcun poema; e i suoi son così belli, che mi fanno vergognare. E le bacio le mani. Di Mantova, il 19 di luglio del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL PADRE GIOVAN BATTISTA DA LUGO. Ferrara</salute>
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               <p TEIform="p">Io non ho perduto ancora la memoria de l’antica amicizia la quale ho con Vostra Paternità, invecchiata nondimeno ne le mie avversità; perchè la conobbi nel principio d’esse, e fui spesso da lei consolata amichevolmente: dapoi, quali siano stati i miei infortuni, quante le sciagure, quanta lunga la miseria, è noto a ciascuno. Piacque a Dio e al signor duca, ch’io uscissi di prigione: e se quella fu grazia, io n’ebbi obligo a Sua Altezza, che permettesse ch’io fossi liberato: s’impedimento di maggior grazia, molto mi debbo dolere ch’io non potessi baciarle la mano. Io sempre desiderai di farle riverenza avanti la mia partita; ma niuna cosa dipendeva da la mia deliberazione. Chi m’ha privato del potere eleggere e deliberare, m’ha privo per consequente di tutte l’occasioni ch’io avrei cercato di mostrarmi a Sua Altezza divotissimo servitore. L’ho servito tanti anni, quanti peraventura non m’avanzano di vita; e tutta l’avrei spesa ne’ suoi servigi, se non avessi avuti molti impedimenti a la mia buona volontà. Il maggiore fu quello de la mia primiera maninconia, ch’io non ardisco d’affermare che fosse ancora infermità, ma tosto divenne. L’altre cose dapoi succedute, si deono imputare a la fortuna ed a l’altrui volontà, più c’a la mia, che fu sempre di servirla, d’onorarla e di lodarla in ogni componimento. Ma ora, stanco di comporre e quasi di vivere, supplico Sua Altezza c’abbia compassione de la mia infermità: e non avendo voluto opporsi a la mia liberazione, non s’opponga a la salute. Ma s’i prieghi d’un gentiluomo sincerissimi, son degni d’essere esauditi, si contenti ch’io possa risanare con la sua grazia in qualche parte, ove senta minore offesa de la mia solita maninconia: perchè non essendo volontaria, alcuno giusto estimatore de la mia infelicità non se la dovrebbe recare ad ingiuria. I prieghi di Vostra Paternità potrebbono impetrarmi questa grazia: ed io non scrivo a Sua Altezza per umiltà, temendo che le mie lettere non le siano noiose, com’era la presenza. Vostra Paternità, e per la professione sua di religioso, e per l’ufficio il quale ha con Sua Altezza di confessore, e per l’antica amicizia e per l’affezione già mostratami, non dee ricusare di supplicare Sua Altezza in mio nome: ed io non posso di ciò pregarla con maggiore affetto. Del mio stato potrà Vostra Paternità avere informazione dal portatore di questa, che sarà il signor Antonio Costantini, il quale mi cavò di prigione. E le bacio le mani.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO MONTECATINI. Ferrara</salute>
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               <p TEIform="p">Ringrazio Vostra Signoria molto illustre del libro donatomi, come di cosa carissima e preziosissima; perchè tale io lo stimo veramente, conservando ancor la memoria de la grande stima ch’io feci de l’alto suo ingegno e de la profonda sua dottrina in leggendo l’altro, da cui molto più imparai in un sol mese, che da molti in molti anni. Ma se questo dee pur esser principio di nuova amicizia, o redintegrazione de l’antica servitù, maggiore ancora è l’utile e l’acquisto, ch’io non credeva. Vostra Signoria non mi tenga più lungamente in questo dubbio perchè s’io sarò certo de la sua benevolenza come de l’autorità, non dubiterò de la mia libertà; nè mi saranno fatte ogni dì nuove offese da i librari e da gli stampatori di Ferrara, i quali non hanno voluto pagare alcun debito che avessero meco, nè osservarmi alcuna promessa. Ma nè in questa nè in altra materia sarò più lungo, perchè se ne viene costà il signor Antonio Costantini, il quale di tutte le cose è informatissimo, e particolarmente de l’affezione e de l’osservanza ch’io le porto. A Vostra Signoria bacio le mani. Di Mantova, il 20 di luglio del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
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               <p TEIform="p">Del mio venir a Bergomo son risoluto, come vi scrissi; e sarei risoluto ancora del tempo, perciochè verrei senza indugio, s’io potessi. Ma non volendo mandare il signor cavalier Enea la carrozza, come promettevate; almeno aveste procurato lettera del signor Cristoforo al serenissimo signor principe, acciochè Sua Altezza mi avesse conceduto licenza. Di leggieri omai sarà di ritorno, e nasceranno le medesime difficoltà, se non venite o non fate scrivere. Maestro Bartolomeo non si lascia vedere, nè so s’egli volesse trovar i cavalli e portar la valigia; laonde bisogna che il veda. Vi ringrazio de i dialoghi, e vi manderò la tragedia subito ch’io l’abbia avuta: non sarebbe necessario ch’io mi fermassi meno in Bergomo per la stampa. Sono attorno al discorso del Poema eroico, e ve ’l manderò con la tragedia subito che sia finito, senza fallo alcuno. Mando un Floridante a la signora cavaliera Tassa: e non ho altro che questo solo; però non ne mando più: servirà a tutta la casa. Ne cercherò due altri; uno per Vostra Signoria, l’altro per il signor Lupo. Fra tanto le bacio le mani. Di Mantova, il 20 di luglio 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A FERRANTE GONZAGA, PRINCIPE DI MOLFETTA</salute>
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               <p TEIform="p">Mando a Vostra Eccellenza il Floridante, poema di mio padre, fatto ne l’estrema sua vecchiezza, mentr’egli dimorava a’ servigi di questo serenissimo principe. E se spenderà qualche ora per leggerlo, vi troverà il nome del signor suo padre, e d’altri signori de la sua illustre casa. Il suo non vi leggerà, perchè mio padre non conobbe Vostra Eccellenza. Ma l’obligo di lodarla e di celebrarla è restato a me tanto maggiore, quanto meno mi par di poterla sodisfare con sì picciol dono. L’avrei fatto legare, ma non ho voluto aspettare sino a domani, acciochè Vostra Eccellenza sia de’ primi ad averlo. E le bacio le mani, ed insieme a la signora principessa sua moglie, pregando Iddio che lor conceda quella felicità che desidero. Di Mantova, li 24 di luglio del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Iddio, il qual è conoscitore de’ nostri cuori, sa ch’io non desidero cosa più che l’unione e l’amicizia di cotesta città, da la qual io non vorrei essere escluso: ma non posso per molti impedimenti mostrar l’affezione ch’io porto a tutti in universale, ed a molti in particolare. Credeva di mandar qualche componimento ne le nozze de la signora Silvia, e non ho potuto ancora farlo. Sono occupatissimo ne la revisione, o più tosto ne l’accrescimento de’ miei discorsi poetici; e spero che saran finiti inanzi al fine di questo mese. La tragedia è ancora in mano d’un cancelliero del serenissimo signor principe, che la ricopia; però non la mando. Non ricuso il favore del signor Girolamo Solza, anzi il ringrazio che tenga memoria de la nostra antica amicizia; benchè più volentieri avrei voluto ch’il signor cavaliero Enea mandasse la carrozza: ma non potendo, pregate in mio nome il signor Girolamo, che scriva al signor Tullo in modo che non si trovi impedimento per istrada. Credo che ’l serenissimo signor principe concederà licenza; ma ciò non basta: bisogna che maestro Bartolomeo voglia spedirla, e portar la valigia e ’l valigino. Io vorrei in tutti modi esser in Bergomo per questa fiera; perch’è ragionevole che dopo tanti anni goda qualche giorno de la vista de la patria, e de la conversazione de’ parenti e de gli amici. Aspetto risposta, e risoluzione. E vi bacio le mani: ed insieme a tutti cotesti signori. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO</salute>
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               <p TEIform="p">Io m’era ritirato questa sera a Ognissanti, sperando di poter domani pormi in viaggio per Brescia: ma il cappellano del signor principe serenissimo è venuto a chiamarmi: è convenuto ubbedire. Tornerò dunque a corte; e di là aspetterò risposta da Vostra Paternità reverendissima, a la qual bacio le mani. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIULIO SEGNI. Bologna</salute>
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               <p TEIform="p">Vostra Signoria può mandare sicuramente quanti versi le pare, perch’io gli riceverò tutti molto volentieri, e ne farò buona conserva: ma non vorrei però, che s’affaticasse soverchiamente; però la conforto che temperi il suo ingegno. Che farem de la pensione? che si può sperar de la cortesia del nostro monsignor Papio? perchè de la sua fortuna io son quasi disperato, come de la mia; ed al nome di fatica o di affaticato fuggirei, s’io potessi, fino a l’isole Fortunate, dove qualche regina mi leggesse i sogni in fronte. Io sogno quasi ogni notte, e le mie vigilie sono simiglianti a’ sogni de gli infermi. Laonde s’io non guarisco de la maninconia, tutti gli amici miei dovrebbon pensare a darmi piacere, e Vostra Signoria con gli altri. Io le sono obligatissimo; non voglia che la sua cortesia duri meno de la mia gratitudine, perchè sarà quasi immortale. Bacio le mani a’ signori Caetani; ed a Vostra Signoria insieme. Di Mantova, il 7 di agosto del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL CARDINALE GIOVAN GIROLAMO ALBANO. Roma</salute>
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               <p TEIform="p">Io non estimo d’essermi allontanato da Vostra Signoria illustrissima venendo da Mantova a Bergomo: perchè non tanto si dee considerar la distanza de’ luoghi, quanto la congiunzione de gli animi; i quali in questa città sono particolarmente affezionatissimi al suo nome, ed a la sua riputazione. Però in niuno altro luogo le può essere più agevole il favorirmi; ed io non la supplico più d’alcuna altra, che de la prima libertà. Mando a Vostra Signoria illustrissima un sonetto, pregandola che si degni di leggerlo. E le bacio le mani. Di Bergomo.</p>
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                  <salute TEIform="salute">ALL’ABATE ALBANO, PATRIARCA D’ALESSANDRIA. Roma</salute>
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               <p TEIform="p">Io non ho voluto dimandar grazia alcuna a Vostra Signoria reverendissima, la quale a lei non fosse così facile di concedere, come a me onesto di richiedere. Ora ch’io sono in Bergomo, dove ha tanti amici e tanti parenti e tanta autorità, io le chiedo libertà ed aiuto di venire a Roma: e la prego che scriva in mia raccomandazione al reverendissimo vescovo di questa città, tanto benigno signore, perchè m’agevoli il viaggio, e sia intercessore appresso il serenissimo signor principe de la grazia; accioch’io non perda in un giorno quanto a pena ho acquistato in molti anni: bench’io reputi ogn’altro acquisto minore di quello del potere andare intorno senza impedimento. Io le avrò grandissimo obligo per questa grazia, e ne conserverò memoria con animo gratissimo; e non sarò mai stanco di rinovarla, e di farla, quanto per me si potrà, perpetua ed immortale. Non scrivo a Vostra Signoria reverendissima de la procura portami dal conte Ercole Tassone; perchè spero di poterne ragionar con lei presenzialmente. De la stampa de l’opere mie ho scritto altre volte al signor Maurizio, ed al signor cardinale medesimo; ed ora prego Vostra Signoria reverendissima che ne scriva al reverendo Licino, che m’aiuti in modo ch’io ne sia sodisfatto. E viva felice. Di Bergomo.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A CLAUDIO ALBANO. Milano</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Con molto mio piacere ho inteso che Vostra Signoria abiti in Milano; perchè quanto la stanza è più vicina tanto maggiori possono esser l’occasioni ch’io averò di servirla. Hanno accresciuto questo piacere la presenza di monsignor suo fratello, e le sue cortesi offerte. Laonde io spero che questa buona novella, s’è stata la prima, non debba esser l’ultima. A me non possono venire d’altra parte megliori, che da Roma. In tutti i luoghi nondimeno mi sarà caro che Vostra Signoria mi comandi e mi conservi ne la grazia sua, ed in quella de’ suoi parenti, e di monsignor illustrissimo principalmente. Bacio a Vostra Signoria le mani. Di Bergomo.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIULIO GUASTAVINI. Padova</salute>
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               <p TEIform="p">Io non merito scusa, poichè non sono giudicato degno di grazia. Gl’impedimenti, l’occupazioni, i viaggi, i travagli de l’animo, e i dolori del corpo m’hanno fatto men ricordevole de’ miei debiti, che non sarei stato. Io debbo rispondere a’ sonetti di Vostra Signoria, non solo a le sue lettere: ma a quello che mi scrisse ultimamente non posso, perch’egli rimase in Mantova con un fascio d’altre mie scritture, o più tosto con molti fasci; e Dio sa s’io potrò mai ritrovarlo così facilmente. Prego dunque Vostra Signoria che mi perdoni quest’errore. A Genova sono invitato; e m’erano stati promessi dal padre don Angelo Grillo i danari per lo viaggio, i quali non sono stati mandati. Se non vorranno i signori Grilli esser creditori d’altro che di lodi e di ringraziamenti, potevano star sicuri d’esser pagati. Io confesso a Vostra Signoria il vero, che sarei andato più volentieri a Roma, ch’in altra parte; ma non ho voluto mancare nè al mio debito, nè al desiderio. Bacio a Vostra Signoria le mani. Di Bergomo, il 14 di agosto 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A VINCENZIO REGGIO. Mantova</salute>
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               <p TEIform="p">Vostra Signoria vedrà ne l’inchiusa quel che scrive il padre don Angelo: e potrà far quell’ufficio che le parrà più conveniente a l’amicizia la quale ha con Sua Paternità, ed a quella ch’io vorrei aver seco. Ma essendo io già partito da Mantova, e venutomene a Bergomo mia patria, potrà ancora aver riguardo a gl’incomodi del viaggio, a le male sodisfazioni, e a le spese, a le quali io non posso resistere; perchè i pochi danari i quali mi sono avanzati, non bastano al vestire. Ed avrei bisogno, oltre a ciò, di quelli che si spenderanno nel condurre i libri, e nel servitore, e ne gli altri sì fatti bisogni. A Sua Altezza baci con buona occasione le mani, e mi tenga in sua grazia, e mi raccomandi al signor Guido Gonzaga, mio liberatore. Vostra Signoria viva felice. Di Bergomo, il 15 d’agosto del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO. Genova</salute>
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               <p TEIform="p">Aspettava in Mantova risposta da Vostra Signoria molto reverenda; ma non essendomi mandata a tempo, son venuto a Bergomo, perchè il trattenersi in casa de’ principi mentre si cerca altro trattenimento, è cosa piena di pericolo, o almeno di gran difficoltà. Da Bergomo verrei volentieri a Genova, se mi fossero agevolate le malagevolezze che m’hanno ritenuto sin’ora. Io ho scritto subito al signor Vincenzo Reggio, e mandatagli la lettera di Vostra Signoria molto reverenda. Co ’l signor principe non so chi sia buon mezzo per impetrar questa grazia; massimamente di quelli che sono in Mantova. In Roma sarebbe ottimo il patriarca di Gerusalemme: ma devendosi trattar questo negozio, si può trattare, o co ’l signor Guido Gonzaga, o co ’l vescovo Brumolino, o co ’l signor Carlo Callarino, il quale devrebbe esser obligato a tutte le parole del padrone. Et io desidero sopramodo che questo negozio si tratti con tanta destrezza, che ’l signor principe non resti mal sodisfatto: perch’in somma, s’io volessi ritornare a Mantova, mi converrebbe raddoppiare il viaggio e le spese: ed io sono poco atto a la fatica, e meno a lo spendere.</p>
               <p TEIform="p">Scrissi a la signora Livia, e le mandai il poema di mio padre, ed un mio sonetto. Ora mando un altro de’ medesimi poemi a la signora Geronima sua sorella; ma senza sonetto, perch’io non voglio ritardar punto la risposta: e se le parrà, potrà darlo a la signora Porzia Marina. Mi raccomandi al signor Paulo suo fratello, al signor Bartolomeo de la Torre, ed a tutti i signori academici.</p>
               <p TEIform="p">Ho viste le sue Rime, le quali si stampano in Bergomo, e sono piene di mille ornamenti e di molte vaghezze: in somma Vostra Paternità si mostra gran poeta, ma vuole ch’io sia l’ultimo a saperlo. Da Sua Maestà devrei sperare qualche grazia in que’ luoghi dove può essere inteso a cenno. Bacio a Vostra Paternità le mani. Di Bergomo.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL MARCHESE FILIPPO DA ESTE. Torino</salute>
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               <p TEIform="p">Tutti i segni e tutte le dimostrazioni di servitù, o d’affezione, o di riverenza tanto deono essere più stimati, quanto son fatti in maggior libertà ed in più felice fortuna. Però mi persuado che Vostra Signoria illustrissima non si sdegnerà ch’io le ricordi l’antica mia servitù da Bergomo, patria di mio padre e mia, dove sono quasi libero: ma se mi manca alcuna cosa a la prima libertà, niuna mi devrebbe mancare a la grazia di Vostra Signoria illustrissima, perch’io la desidero sommamente, ed insieme quella del serenissimo signor principe suo. Ed a l’uno ed a l’altro bacio la mano. Di Bergomo.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO. Genova</salute>
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               <p TEIform="p">Il desiderio de le vostre lettere cresce in me di pari con quel de la libertà; e non mi pare ancora d’esser libero, bench’io sia in Bergomo mia patria, molto accarezzato; perchè non posso avere ancora licenza dal signor principe di passar più oltre. Io non gli dissi di voler venire a Genova, per timor che non mi negasse di venire a Bergomo. Ora aspetto che si contenti, ch’io speri ne le mie fatiche, poichè sin’ora invano ho sperato ne l’altrui benignità; o almeno, ch’io tenti co ’l mutar de l’aria ricuperar la sanità. Scrivo al signor vostro fratello, e gli mando due sonetti: ma le raccomandazioni di Vostra Paternità varranno più di cento altri. Co ’l signor principe sin’ora deono esser stati fatti quegli uffici, per li quali a Sua Altezza devrà esser men grave darmi licenza; e particolarmente credo che Vostra Paternità si sarà in ciò adoperato. Aspetto dunque sue lettere con qualc’aiuto al far viaggio. E le bacio le mani; e mi raccomando ancora a la signora Livia. Di Bergomo.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A PAOLO GRILLO. Genova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non risposi a Vostra Signoria da Mantova, perch’io fui impedito da l’improvisa partita, quasi necessaria; laonde ora non potrebbe esser volontario il ritorno. Fra tanto mi trattengo in Bergomo, mia patria, ov’ho pasciuto il digiuno d’un lunghissimo desiderio di riveder gli amici e i parenti: nè poteva in altro modo meglio conoscere quanta sia la carità de la patria, e quanta la tenerezza del suo onore. Io ho certo fatto con l’esperienza questo guadagno: tuttavolta non dimentico affatto il negozio di Genova, nè gli oblighi miei con Vostra Signoria, a la quale mi raccomando; pregandola che voglia fare c’abbia quell’effetto ch’io medesimo aveva proposto; perchè senza il suo favore e l’aiuto, difficilmente potrò far questo viaggio. Dal signor Vincenzo Reggio non ho risposta ancora; nondimeno non resterò di replicare. Fra tanto a Vostra Signoria bacio le mani. Di Bergomo.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL CAVALIER COSIMO GONDI</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mi spiacque di partirmi di Mantova in tempo ch’io perdei l’occasione di baciar le mani a l’illustrissimo signor don Giovanni: ma forse farò questo ufficio quanto più tardi, tanto più volentieri. Io credo che ’l suo valore mi darà sempre nuove occasioni di lodarlo; ma tante sono quelle che me ne porge la gloria e la virtù de gli avoli, ch’io mi confondo ne la copia. Scusi dunque la povertà del mio ingegno, quanto io ammiro la grandezza de la sua fortuna; e mi tenga ne la grazia de la serenissima granduchessa; senza la quale io non posso nè piacere a gli altri nè compiacere a me stesso. A Vostra Signoria bacio le mani. Di Bergomo.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL CARDINALE GIOVAN GIROLAMO ALBANO. Roma</salute>
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               <p TEIform="p">Io godo in Bergomo l’ombra d’una imaginata libertà; laonde non sono nè posso chiamarmi contento, e desidero dopo tanti anni di prigionia e di tenebre, venirmene a Roma, dove si può viver ne la luce de gli uomini e non mi pare l’apennino così grande impedimento, o così malagevole da esser superato, quanto la malignità di coloro che sono invidiosi de la mia quiete; perch’io non posso acquetarmi in altra fortuna, di quella ne la quale già nacqui; e me ne ricordo volentieri; perch’insieme rinovo la memoria de’ meriti e del valor di mio padre. Prego dunque Vostra Signoria illustrissima, che non consenta d’esser più lungamente pregata; poichè io sono in parte dove può favorirmi, ed aiutarmi al venire. Nè qui dee poter più la volontà o la violenza d’alcuno, che l’autorità di Vostra Signoria illustrissima, da cui riconosco tutti i favori ch’io ricevo in questa città; perchè le grazie le dee riserbare a se medesima, accioch’io non sia più obligato ad alcuno altro. Fra tanto vivo di questa speranza. E le bacio umilissimamente le mani. Di Zanga.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A CLAUDIO ALBANO. Milano</salute>
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               <p TEIform="p">Ne la venuta costà del signor Silvano Licino, io ho voluto di nuovo salutar Vostra Signoria e di nuovo pregarla che mi conservi ne la sua grazia, e in quella di monsignore illustrissimo suo, e mio padrone. Io credo d’andar a Roma, o a Genova; e qualunque deliberazione io faccia, prima vorrei venir a Milano. Nel passaggio verrò a trovar Vostra Signoria, s’io saprò dove. Fra tanto le bacio le mani, e me le raccomando. Di Bergomo.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Bologna</salute>
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               <p TEIform="p">Oggi torno da Bergomo, dove peraventura si stamperà la mia tragedia; ma la manderò a Vostra Signoria, se potrò ricuperar quella copia ch’ella me ne fece, la quale è la migliore e più corretta, nè vi manca alcuna di quelle cose ch’io sono andato aggiungendo in diverse volte. A l’altre parti de la sua lettera non posso risponder per ora; ma, riposato ch’io sia per due o tre giorni, risponderò a capo per capo. Se quell’amico si duole de la poca stima ch’io faccio di lui, dicali pure che non dee attribuir la cagione di ciò se non a se medesimo: e gli faccia sapere che la mia amicizia è quasi possessione vacua, esposta a ciascuno che voglia occuparla; per non usarla male. Quanto io abbia disiderata la sua, egli poteva averlo conosciuto a mille segni. E le bacio le mani. Di Mantova, il penultimo d’agosto del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIACOMO TASSO. Bergamo</salute>
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               <p TEIform="p">Son giunto in Mantova; ma non ho baciate ancora le mani al serenissimo signor duca. Laonde non posso scrivere a Vostra Signoria quanto mi sono rallegrato de l’arrivare. Aspetto risposta da l’illustrissimo signor cardinale Albano, dal signor patriarca d’Alessandria, e dal signor Maurizio; e prego Vostra Signoria che me le procuri.</p>
               <p TEIform="p">De la mia tragedia sto con l’animo sospeso, perchè non posso questa mattina far la dedicazione e mandarla: nè vorrei che si publicasse senza essa; se la dedicazione non devesse esser simile a quelle del Patrizio, fatta in lettere maiuscole: ma più mi piacerebbe che si aspettasse una longa lettera sino a quest’altra settimana. Vostra Signoria mi raccomandi al signor Corbelli ed al reverendo Licino, e gli ricordi il negozio co ’l ***, e quell’altro di Genova. E baci in mio nome le mani al signor cavaliero suo padre, a la signora madre, a le sorelle, a’ zii, a’ parenti, e particolarmente al signor Pietro Grasso, ed a tutti gli altri. E mi tenga in sua grazia. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A CRISTOFORO TASSO. Bergamo</salute>
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               <p TEIform="p">Ho avute lettere del reverendo Licino, e desiderava quelle di Vostra Signoria e del signor Giovan Giacomo suo nipote: perchè se la mia partita fu inanzi tempo, le lettere giungerebbono a tempo per il mio bisogno. Possono far molto per me, senza discommodo; e potranno sin ch’io sarò in Lombardia. La nuova proposta fattami dal Licino tanto più mi piacerebbe d’ogni altra, quanto più la carità de la patria devrebbe superar tutti gli altri amori e tutte l’affezioni: ma senza la vostra e quella de gli altri parenti, non so come potesse darmi sodisfazione alcuna cosa. Raccomando al signor Ercole vostro fratello i miei dialoghi e i discorsi, e vorrei trovarli ricopiati nel mio venire. Mando la dedicazione de la tragedia: però s’avranno continuata la stampa, potrà dire al signor cavalier Solza, ch’io aspetto ancora qualche buono effetto de le sue raccomandazioni. Al signor conte Giovan Domenico, al signor cavalier Enea, a le signore cavaliere bacio le mane; ed al signor prevosto Albano similmente. Rispondete, ed amatemi. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A VINCENZIO GONZAGA, DUCA DI MANTOVA (Dedicatoria)</salute>
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               <p TEIform="p">La tragedia, per opinione di alcuni, è gravissimo componimento; come ad altri pare, affettuosissimo, e convenevole a’ giovanetti; i quali, oltre tutti gli altri, par che ricerchi per uditori. E benchè queste due opinioni paiano fra sè contrarie e discordi, ora si conosce come possano amichevolmente concordare; perchè Vostra Altezza nel fior de gli anni suoi giovenili dimostra tanta gravità di costumi e tanta prudenza, che a niuno altro principe par che si convenga più questo poema. Oltre ciò la tragedia, per giudizio d’Aristotile, ne l’esser perfetto supera ciascuno altro. E voi sete principe ripieno d’ogni perfezione, come quello a cui non mancano l’antiche ricchezze, nè la virtù nè la gloria de gli antecessori; nè i nuovi ornamenti accresciuti dal padre a la vostra nobilissima stirpe; nè il proprio valore e la propria eccellenza in esercitar l’armi e le lettere; nè l’azione, nè la contemplazione, e particolarmente ne la poesia, ne la quale ancora può essere annoverato fra’ principi che nobilmente hanno scritto e poetato. A Vostra Altezza dunque, ch’è perfettissimo principe, dedico e consacro questo perfettissimo poema, stimando che ’l dono, quantunque minore del suo merito, non sia disdicevole a la sua grandezza, nè a la mia affezione, che tanto cresce in me quanto il saper in lei si va accrescendo. In una cosa solamente potrebbe alcuno stimar ch’io avessi avuto poco risguardo a la sua prospera fortuna; io dico, nel donare a felicissimo principe infelicissima composizione: ma le azioni de’ miseri possono ancora a’ beati servire per ammaestramento. E Vostra Altezza leggendo, o ascoltando questa favola, troverà alcune cose da immitare, altre da schivare, altre da lodare, altre da riprendere, altre da rallegrarsi, altre da contristarsi. E potrà co ’l suo gravissimo giudizio purgar in guisa l’animo, ed in guisa temperar le passioni, che l’altrui dolore sia cagione del suo diletto; e l’imprudenza de gli altri, del suo avedimento; e gli infortuni, de la sua prosperità. E piaccia a Dio di scacciar lontano da la sua casa ogni infelicità, ogni tempesta, ogni nube, ogni nebbia, ogni ombra di nemica fortuna, o di fortunoso avvenimento; spargendolo non dico in Gozia o in Norvegia o in Svezia, ma fra gli ultimi Biarmi, e fra i mostri e le fiere e le notturne larve di quella orrida regione, dove sei mesi de l’anno sono tenebre di perpetua notte. Piaccia ancora a Vostra Altezza ch’io sia a parte de la sua felicità, poichè ha voluto farmi parte de la sua Casa; acciochè il poeta non sia infelice come il poema, nè la mia fortuna similmente a quella che si descrive ne la tragedia: ma se le poesie ancora hanno la rea e la buona sorte, come alcuno ha creduto; questa, essendo di mia divenuta sua, può sperare lieta e felice mutazione, e fama perpetua ed onore e riputazione fra gli altri componimenti, perchè la memoria de la cortesia di Vostra Altezza sia immortale, ed intesa e divolgata per varie lingue ne le più lontane parti del settentrione. Di Bergomo, il primo di settembre 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A LUCA SCALABRINO. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Del mio venire a Ferrara non sono tanto risoluto quanto vorrei, perchè voi non avete voluto ch’io n’abbia maggior certezza. De’ cinque ducati ho bisogno; però scrivo di nuovo a fra Iacomo, e prego Vostra Signoria che gli dia la lettera: de l’altre cose parleremo a bocca quando verrà. Fra tanto le bacio le mani. Di Mantova, il primo di settembre del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ho riletta la mia tragedia, e corretti alcuni errori di stampa, e fatte alcune altre mutazioni, le quali tutte ho ricopiate in due fogli; e ve gli mando, acciochè possiate farla ristampare. Grande obligo v’avrei, se fosse ristampata con l’istesso carattere, ed in più bella carta: perciochè quest’altra si vede con poca mia sodisfazione; nè con molta si vedrà la più corretta in picciola forma. Se fosse stato possibile c’altri non la stampasse, io non avrei date le correzioni ad alcun altro; ma non avendo io i privilegi, nè voi, non so se ci vorranno portar questo rispetto; il quale omai mi devrebbe esser portato. Raccomandomi al signor Corbelli, al qual risponderò quest’altra settimana; perchè questa ho avuto diverse occupazioni: al signor Ercole Tasso similmente, dal quale mi fu promesso questo, di che vi prego. Vorrei rivedere i dialoghi e i discorsi, prima che si ristampassero. Non ho potuto ancora scoprire al serenissimo signor duca l’animo mio, perchè Sua Altezza non me n’ha data occasione; ed a’ principi suoi pari si dee parlare quando vogliono ascoltare; perch’io sono deliberatissimo di far questo viaggio. Scusatemi con monsignor Albano, s’io non ho risposto a suo fratello: ma risponderò senza fallo. Raccomandatemi al signor cavalier Solza, ed a tutti gli altri amici e parenti. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO. Genova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io sono stato molti giorni con l’animo sospeso, non avendo risposta di quelle lettere che scrissi da Bergomo inanzi al mio partire: e mi pareva che ’l negozio di Genova fosse disperato, così per la mia solita infermità, de la quale non sento alcun miglioramento, come per le difficoltà del viaggio, le quali sono grandissime. Tuttavolta, ad ogni vostro saluto risorge la speranza de la vostra dolcissima conversazione: e particolarmente ora s’è rinovata per le parole del signor Antonio Guido, amico di Vostra Signoria, co ’l quale ho ragionato a lungo de la sua cortesia. Ma non bastano le parole solamente: son necessarissime le lettere ancora, con le quali io cerco conservarmi. La risaluto dunque per gratitudine, e gli ribacio le mani con l’affetto del cuore e de l’animo. A la signora Livia sono affezionatissimo servitore: ma il nome gentile l’ho in guisa impresso ne l’animo, che non teme d’oblivione, bench’io sia smemoratissimo: ma un sonetto è picciola cosa; e Vostra Paternità è modesta ne le sue dimande, quanto io negligente nel compiacerla.</p>
               <p TEIform="p">Non so quel ch’il signor Vincenzo Reggio abbia trattato con questo serenissimo duca: ma io sto aspettando qualche risoluzione, o qualche mutazione almeno. Ma passiamo al altro. Ho sempre Sorrento e San Renato ne l’imaginazione; e non posso dimenticarmi de la prima lettera di Vostra Paternità, la quale fu il principio de la nostra amicizia; ed il fine non devrebbe esser discorde. Bacio a Vostra Paternità le mani; ed a gli amici, a’ parenti, a’ fratelli mi raccomando. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ho ricevuta una di Vostra Signoria de’ tre di settembre, a me gratissima oltre tutte l’altre ch’io ricevessi mai. Son deliberato a questo viaggio, ed affezionatissimo a la patria; però non penso a niuna cosa più, c’a rivederla. Piaccia a Dio, che mi si presenti l’occasione per la qual io possa mostrare ch’io spenderei il mio sangue proprio per onore e salute de la patria; perchè fra tutti i prieghi, i quali porgo a Sua Divina Maestà, questo è il maggiore.</p>
               <p TEIform="p">Ho fatta una canzoncina per la Clarissima, ed un sonetto. Non gli mando ancora, perch’io son tardissimo ne la coltura; e non vorrei che n’avenisse come di molte altre mie opere. Vi avrò obligo infinito se la tragedia si ristamperà in forma grande; e vi mando alcuni versi, i quali ho aggiunto nel secondo atto. Fatela ora ristampare, e fate ch’io possa rivedere i dialoghi. Penso di far la giunta a quel de la Poesia toscana, perchè ho vista la Poetica del Trissino: la qual prima non aveva vista: ma mi manca la quinta o la sesta parte, la qual peraventura si dee trovare: quella, dico, ne la qual tratta de le figure. Arane è regia, non città regia di Gotia; perchè “regia” non vuol dir città, ma abitazione reale; come si raccoglie da quel verso, “<quote lang="lat" TEIform="quote">Regia solis erat</quote>, ec.:” ma questo importa poco. Fate l’affettuosissime raccomandazioni in mio nome al signor Silvano Licino: e salutatemi ancora tutti gli amici e i parenti, e particolarmente monsignor Tasso e i signori suoi fratelli. Penso di mandar per questo ordinario il sonetto del conte Giovan Paulo; ma non è ancora culto. Vivete lieti. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io aspettava risposta ed aviso c’abbiate ricevuto que’ versi che deono esser aggiunti nel fine de la terza scena del secondo atto, ristampandosi, come avete promesso. Non mando per questo corriero alcuna composizione; perchè sono stato molti giorni assai male. Il corriero non vuole pigliar la valigia, che li pare troppo grande; ed io non vorrei spendere più che non vale. Fate, di grazia, ch’io veggia ricopiati quei canti del poema eroico, e i dialoghi, se vi pare: e vi pregherei che gli mandaste, se non credessi di venire io medesimo, e sarei venuto io medesimo, se ’l corriero mi volesse spedire; ma non ho danari da contentarlo. Raccomandatemi al signor Corbelli, a’ signori Tassi ed al signor cavalier Solza. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A CLAUDIO ALBANO</salute>
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               <p TEIform="p">Io ho risposto tardi a la lettera di Vostra Signoria datami dal signor Panizza, per molte mie occupazioni, le quali tengono più occupato l’animo del corpo; nè cessano mai, nè mai mi danno tregua. Mi sono al fin vergognato di negar duo sonetti al desiderio d’uno amico di tanti anni: ma perchè è assai più facil cosa il prometterli che ’l farli, ho voluto cominciar da la promessa. Scrivo con grandissima difficoltà, e con grandissima noia di me stesso: laonde non si maravigli s’io son stato così tardo, Non so se ’l suo sia stato pensier d’animo ambizioso o di curioso: a l’ambizione vorrei compiacere; a la curiosità non posso in modo alcuno: nè in questa parte io medesimo desidero d’esser sodisfatto. Aspettava lettere da Roma in risposta de le mie: ma il signor cardinale e il signor abbate non m’hanno giudicato degno di questo favore: nè le raccomandazioni d’altri gentiluomini bergamaschi mi portarono tanto giovamento, ch’io potessi acquetar l’animo. Sono incerto di tutte le cose, e di tutte mal sodisfatto, e pieno di rincrescimento e di noia: laonde potrebbe avenir di leggieri, ch’io tornassi a Bergomo. I favori di Roma mi sarebbono più giovati; ma io non gli dimando, per non chieder cosa la qual abbiano deliberato di non concedere. Bacio a Vostra Signoria le mani, e manderò i sonetti. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO. Genova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ho avuta in Mantova la risposta di Vostra Paternità, ch’io aspettava in Bergomo; ne la quale io riconosco la sua usata prudenza, ma insieme la poca fede ch’io ritrovo in lei ne’ miei particolari. Il consiglio che mi dà, sarebbe ottimo, s’io fossi certo de la grazia di questo principe, o potessi sperarla con le mie fatiche: ma a queste io non sono attissimo; e s’ella fosse conceduta a’ meriti, non sarebbe grazia. La riputazione i principi possono darla meglio di molti altri: ma a me non può piacere alcuna riputazione scompagnata da quella de gli studi e de le lettere; e non so se da questo nuovo duca mi sarà conceduta maggior commodità d’attenderci senza impedimento. L’amore de la filosofia ha fatto in me tante radici, che non si possono stirpare: ed ha gran torto chi cerca d’impedire che non nascano i frutti. De l’utile io non sono tanto sollecito; e se non fossi per attendere un giorno con animo quieto a la contemplazione, o almeno al poetare, mostrerei quanto io ne sia sprezzatore. Però non mi chiamando l’Academia ad altra impresa che di lettere; ed essendo la riputazione qui proposta per premio de gli altri servigi, non posso agevolmente mutar deliberazione, nè recarla ad effetto di leggieri: perchè la mia povertà m’è impedimento al partire, non solamente al venire: e non son sicuro d’aver licenza da questo nuovo serenissimo duca, se non gli è dimandata da persone d’autorità; le quali, non la volendo chiedere, devrebbeno almeno scrivere in mia raccomandazione così efficacemente, che le lettere facessero qualch’effetto, e ch’io ne sentissi qualche giovamento: perchè la poca sanità mi può impedire non sol questo servizio, ma quel de l’Academia, ed ogni altro simile: però non posso acquetarmi; e non è in me scemato punto quell’antico desiderio di goder de la gentile conversazione di Vostra Signoria molto reverenda. Farò i sonetti che mi dimanda; ma non posso mandarli a tempo per lo corriero che parte domani; perch’egli parte a buona ora, ed io sono occupatissimo ed infelicissimo nel comporre, e non estimo che queste poesie possano multiplicare in infinito. Mi rincresce che i poemi non siano stati mandati; e mi doglio che tutte le cose mi succedono infelicemente. Raccomandatemi al signor vostro fratello ed a la signora Livia, da cui aspetto risposta; ed a’ signori Academici similmente. E vivete lieto. Di Mantova.</p>
               <ps>
                  <p TEIform="p">
                     <foreign lang="lat" TEIform="foreign">Post scripta</foreign>. Io non ritrovo il signor Vincenzo; però non so se manderò questa per suo mezzo o per via di Bergomo. Ricordo a Vostra Signoria che, già molti anni sono, fu mallevadore de l’affezione e de la benevolenza che ’l signor principe mi portava: ora ch’è fatto duca, non devrei cercar altra sicurtà, se non forse quella del venerabilissimo patriarca di Gerusalemme. E vi bacio le mani.</p>
               </ps>
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                  <salute TEIform="salute">A GIULIO SEGNI. Bologna</salute>
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               <p TEIform="p">Nel mio ritorno da Bergomo non ho trovato cosa che più mi consoli, che la lettera di Vostra Signoria, ne la quale riconosco la sua usata cortesia, la bontà, l’ingegno, l’eloquenza, la dottrina e, quel che più mi obliga, l’affezione che mi porta. Io non le ho dato mai nissuna occasione d’amarmi; e Vostra Signoria mi dà spesso molte occasioni d’onorarla. L’onoro come buon cortigiano, come eccellentissimo poeta, come liberalissimo gentiluomo; il quale, non contento d’avermi lodato, ha voluto mostrar co’ doni la grande stima che fa del mio picciol merito. E siccome nel lodarmi di gran lunga ha superato la mia virtù; così nel donarmi avanzò la liberalità di molti più ricchi e più agiati. Io le posso malagevolmente render lode per lode; perchè ne la ricchezza de le parole, come ne’ doni, ancor le cedo molto. Il signor Costantino potea irritar la cortesia d’alcuni c’avevan tenute verso di me le mani troppo strette, e non ha voluto; bench’egli conoscesse che questo fosse ufficio di vero amico. Il far nuovi disegni è cosa quasi impossibile a me, che sono quasi fiume che suole spesso seccarsi; o come terra, a cui da l’avaro agricoltore non sia conceduto alcun riposo: laonde è necessario che spesso pensi di colorire i vecchi disegni. Oltre a ciò, sono occupatissimo ne’ miei studi, e con qualche obligo per la servitù ch’io ho con questo serenissimo principe. Ed avendo trovato il passo di Lombardia più spedito, bisogna ch’io pensi di non serrarlomi co ’l negar qualche composizione a chi la chiede. Voi altri signori non avete voluto aprirmi questo di Bologna, com’io desiderava, per la mia peregrinazione e per alcuni miei negozi; benchè fosse agevol cosa. Nè ’l signor Antonio Caetano si ricorda di quel che mi promise nel partire; e darli questo ricordo, sarebbe stato ancora ufficio del Costantino: ma tutto attribuisco a la maligna mia fortuna, la quale avvelena gli animi gentili e gl’ingegni nobili. Ma ringrazio Iddio, e la sua providenza, che mi conservi l’amicizia di Vostra Signoria, che m’è in vece di molte antiche e nuove; ma con maggiore obligo ch’io avessi mai, o che pensassi d’avere; perchè non posso corrispondere a così cortesi e liberali e magnifiche dimostrazioni. Mi perdoni se non ho fatto il sonetto; perchè sono occupato in una canzona per la coronazione di questo serenissimo principe; doppo la quale il mio primo pensiero sarà di servir Vostra Signoria. Fra tanto mi tenga in sua grazia, e de’ signori Caetani, e del signor conte Girolamo Pepoli, e del fratello, al quale similmente ricordo la promessa; ed in quella del signor conte Ulisse Bentivogli, e del signor conte Cornelio Lambertini, bench’io no ’l conosca, se non per l’informazione che Vostra Signoria me n’ha dato. Ma sapendo quanto sia giudiciosa ne l’eleggersi gli amici, conviene ch’io faccia grandissima stima de’ meriti di cotesto signore, e ch’io me gli offera servitore. E con questo fine, bacio a tutti la mano, ed al signor Antonio Costantino particolarmente. Di Mantova, il 12 di settembre del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO. Genova</salute>
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               <p TEIform="p">Scrissi a Vostra Signoria da San Martino, e le mandai un sonetto per risposta di quelli del signor Foglietta. Ora mi vergogno di scriverli, senza mandar qualche composizione a l’Accademia; ma non mancherò. Oggi ho la testa tutta infiammata; vorrei che la mia infermità mi concedesse ch’io potessi prometter di me tanto, quanto avrei promesso s’io fussi stato sano; perchè Vostra Paternità non dubiterebbe de la volontà c’ho di servirla. Baci le mani al signor Paulo ed al signor Agapito; e mi tenga in sua grazia, procurandomi quella del serenissimo signor duca di Ferrara, e del serenissimo signor principe di Mantova, quanto si può. Ma se i maggiori non vogliono pregare, almeno gli eguali e gli inferiori non si devrebbono sdegnare di far questo ufficio con Loro Altezze. Vivete felice. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A MAURIZIO CATANEO. Roma</salute>
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               <p TEIform="p">Con l’ultime vostre lettere o avete voluto tentarmi di pazienza, o farmi certo del mio dubbio; cioè, che voi siate più ricordevole de l’offese fattemi, ch’io de le ricevute; e più nemico de la mia riputazione, ch’io non sono de la bugia o de la calunnia. Nondimeno io non voglio dichiararmi vostro nemico in quel modo ch’io potrei; ma lascerò tanto luogo ancora a la nostra amicizia quanto basti a ricever il buon consiglio. E benchè tutti quelli de’ nemici sian pericolosi, tuttavolta accetterò del vostro quella parte in cui non mostrate meco alcuna nimicizia; quella, dico, ne la quale con tanta amorevolezza mi consigliate la pazienza: ne l’altre, benchè siate fra que’ prudentissimi che possono aspirar a tutte le dignità, nè io debbo mutar proponimento, nè voi stimar più le false opinioni d’alcuno, che le mie vere ragioni: le quali non deono esser meno stimate, perchè sian dette con minor prontezza; perchè la maturità non suole scemar pregio a le cose. Risponderò dunque maturamente, e partitamente, e, come voi consigliate, pazientemente.</p>
               <p TEIform="p">Io non ho maggiore obligo, in questa età di quarantaduo anni, al serenissimo signor principe di Mantova, di quello c’avessi quando io n’aveva a pena ventiduo a l’illustrissimo signor cardinale da Este; il qual non mi fece mai mangiare in tinello, ma mi dava le spese, accioch’io mangiassi in camera: le quali non mi bastando, io le feci chieder la tavola ordinaria; e non mi fu negata. Or sono nel medesimo termine con questo liberalissimo principe. Ma desiderarei bene, che s’avesse ancor considerazione, non dico a’ meriti miei, ma a le calamità ed a gli infortuni; i quali essendomi avenuti per le cagioni note a l’uno ed a l’altro, mi devrebbono essere in luogo di merito; almeno in questa parte, dove disegna di rilegarmi: più bella e piacevol certo de la..., ma non più conforme a la mia fiera maninconia: ama questo umore la solitudine, ed i luoghi allegri, di bella vista. E mi pare che questo negozio si potesse trattar meglio in Roma; perchè tutti gli accordi tanto son più durevoli, quanto son più volontari: oltre a ciò, molte cose direi a l’illustrissimo signor Scipione, le quali difficilmente confido a le lettere: nè potrei meglio dichiarar la volontà di servir Sua Altezza, che co ’l tornar volentieri. E perch’in questa parte, non vi bastando esser gran cortigiano, volete esser filosofo ancora; m’assicuro che non estimate la filosofia degna d’incommodi e disagi: e ’l filosofar non consiste ne la sottigliezza de l’argomentare, ne la quale io cedo peraventura a molti; ma ne la saldezza de le ragioni, che non può esser abbattuta da l’autorità; e ne la bontà de la vita. Ed io niuna cosa più desidero che di ben vivere, per morir bene: perchè, sì come Vostra Signoria dee avere inteso, la filosofia è un pensar a la morte; a la qual pensando, ci apparecchiamo per esser più leggieri e più scarchi ne la partita.</p>
               <p TEIform="p">Lodo adunque la vostra filosofia in quella parte, ne la qual dite che la volontà vuole il bene; e che, sempre che non s’inganni nel fine e ne’ mezzi, lo conseguisce: sì come prima lodai la teologia ne l’amorevolissimo consiglio che mi date de la pazienza; e farò ogni sforzo perchè vi rallegriate d’avermi persuaso. Ma voi non devete riprendere il mio giudizio nel mezzo ch’eleggo co ’l serenissimo principe: io dico l’illustrissimo signor Scipione Gonzaga; fra il quale e me, in questo negozio con Sua Altezza, non si dee interporre niuno altro, o più tosto niente altro; non servitore, non amico, non parente, non persona, non luogo, non tempo. Ne gli altri, voi sapete quanto mi siate stato favorevole: però è necessario ch’io venga a Roma; la qual io vedrò volentieri più bella che mai l’abbia veduta, e più cortese e più liberale e più magnanima: pur non dee trionfar senza la Chiesa. E voi sapete ch’in questo mondo la Chiesa non trionfa, ma guerreggia; perchè ’l trionfo s’apparecchia nel cielo. Non vogliate escludermi affatto da questa milizia; perchè non ebbi mai volontà di portar l’arme, se non contra i nemici de la fede e de la verità: e non essendo voi di quelli, devete esser sicuro che la mia venuta principalmente sarà per reintegrar la vostra amicizia, per goder de la vostra conversazione, per rallegrarmi che la vostra virtù sia conosciuta e le vostre fatiche riconosciute.</p>
               <p TEIform="p">Ne l’ultima parte ancora mi tentate con arme più acute: pur io non voglio esservi nemico. Bastivi che la mia riputazione sia stata oppressa per malignità: e non crediate c’abbia maggior forza la bugia de la verità; de la quale niuna cosa è più forte. Nè pensate ch’in tanta copia di componimenti ve ne sian così pochi di buoni, ch’io pensi di fare picciolo volume. Non credo in ciò d’ingannarmi, nè d’ingannare: e molto meno nel giudizio ch’io ho fatto de la mia tragedia; il quale sarebbe peggiore di ciascuno altro, s’il contrario, c’avete attribuito al signor Scipione Gonzaga, fosse il migliore: ma peraventura egli non ha voluto essere inteso, o, come accennate ne l’ultima vostra lettera, s’è mutato d’opinione: la quale s’egli pur continovasse, potrà risolversi a scriverla; perch’in questo modo si dichiarerà meglio; ed io publicherò a l’incontra le mie ragioni, con quel rispetto ch’io debbo.</p>
               <p TEIform="p">Spero che l’illustrissimo signor cardinale Albano mi debba far grazia ch’io faccia stampar le mie rime e le prose, come stimo meglio. E spero di risorger mal grado di tutti i maligni; e, perchè “<foreign lang="lat" TEIform="foreign">mundus est positus in maligno</foreign>,” dirò, quasi a dispetto del mondo. Ma non vorrei che Vostra Signoria mi costringesse a parlar così liberamente contra la sua opinione, se pur è sua: ma io non so come portarle maggior rispetto; e son più obligato a la verità che al mio onore. Non impedite dunque, signor Maurizio, il mio viaggio, per confermar questa nuova servitù co ’l serenissimo signor principe di Mantova; ma acciochè possa continovarla lungamente, siate contento ch’io venga. Sarei venuto volentieri con qualc’aiuto de la patria, o con qualche onore: ma non potendo venire altrimenti, verrò come si conviene a la mia povertà, perchè questa compagna non è sdegnata da la filosofia.</p>
               <p TEIform="p">Se Vostra Signoria scriverà a ***, farà uno di quelli offici che si convengono a l’amicizia; e sarete così ricordevole de le vostre promesse, com’il *** dovrebbe esser de le sue: perchè mancandomi l’une e l’altre, io non posso nè venire nè stare. Io non sono disposto a l’indegnità in modo alcuno: al disagio andrò apparecchiando l’animo, dopo molti anni d’infermità, perch’io non posso dire il corpo; se così vorrà la providenza, che governa tutte le cose: la qual se pur lascia alcun luogo a la fortuna, non ne niega alcuno a la virtù. Troppo liberamente ho scritte queste cose a Vostra Signoria: ma alcune eran convenienti a la nostra amicizia, a la qual non conveniva più lunga dissimulazione; altre possono esser così pazientemente ascoltate da la prudenza cortigiana, come liberamente sono scritte da la filosofica. Io conobbi ne gli anni addietro Vostra Signoria amatissimo fra gli amici, e prudentissimo fra’ prudenti. Ora in questi, i quali cominciano a gravarmi inanzi tempo, desidero che quanto manca a l’esperienza, tanto s’aggiunga a la benevolenza di Vostra Signoria molto reverenda. Mi raccomandi a monsignor reverendissimo Panigarola; e viva lieta. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO. Genova</salute>
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               <p TEIform="p">Son molti giorni ch’io aspetto lettere da Vostra Paternità; con le quali credeva che ne dovesse mandare alcuna altra al serenissimo signor principe di Mantova, in mia raccomandazione, accioch’io avessi nuova occasione di rallegrarmi d’aver così buon amico, e così amorevol padrone: ma non vorrei però, che ’l negozio di Genova si risolvesse in nulla. Io le mandai duo sonetti; l’uno per l’Academia, l’altro per lo signor Agostino Foglietta, e gli raccomandai al reverendo Licino; nè so quel che ne sia avenuto: da poi le mandai un poema di mio padre, per la via del padre don Salvatore: nè di questo ancora ho avuto aviso. Ora scrivo a la signora Livia, e le mando il sonetto nel suo parto, temendo che l’altra copia possa essere smarrita. Mi vergogno di non mandare, insieme con questa, alcuna altra composizione in lode del signor Agapito Grillo, o del signor Paulo fratello di Vostra Paternità, o de la signora Porzia sua. Ma s’egli sapesse quanta difficoltà si trovi nel lodar gli amici lontani, mi riputerebbe men negligente. Vostra Paternità mi scusi, e procuri che da questo serenissimo principe mi sia data licenza, perc’altrimenti non so come partirmi. Vostra Paternità viva felice. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A ERCOLE TASSO. Bergamo</salute>
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               <p TEIform="p">Piaccia a Dio che le parole di Vostra Signoria abbiano effetto, ma con ordine contrario; cioè, che ’l serenissimo signor principe, da poi che avrà rimirate le sue cose, dia qualche quiete a le mie: senza la quale nè io son sicuro de la sua grazia, nè voi de la mia promessa: perchè non potendo vendicarmi in altro modo, mi vendicherò co ’l venire a star tutto questo verno a vostre spese: nè potete assicurarvi da questo pericolo in altro modo, se non dandomi quel favor ch’io vi dimandai. De la tragedia vi ringrazio: io la presenterò a Sua Altezza, e le parlerò co ’l più destro modo che io saprò imaginare. Non so se vorrà imitar Ciro, descritto da Senefonte, il quale ha per le mani. Raccomandatemi a’ signori vostri fratelli, ed al signor Giovan Giacomo vostro nepote: e vivete lieto quanto io sono dolente per la mia tragedia, che si stampa altrove. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO SERSALI. Roma</salute>
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               <p TEIform="p">Io vi saluto spesso, perchè non posso mandare altro che saluti: mi sarebbe carissimo l’aver nuove di voi e de’ parenti; perch’io spero di venire a Roma. Più caro nondimeno mi sarebbe stato d’avervi questo obligo: qui non posso farvi piacere alcuno; non so quel che sarà ne l’altre parti: ma non voglio disperare de la grazia. Salutate in mio nome tutti gli amici e i parenti; ma particolarmente il signor Antonio de’ Guardioti, e ’l signor Giovan Battista Correale, e ’l reverendo padre fra Fabiano, a le cui devote orazioni mi raccomando. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL CONTE PAOLO CALEPPIO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io sono quell’infelice gentiluomo che per dissimular la mia infelicità non posso celarla; e non è necessario che la manifesti, perch’è nota a ciascuno, benchè niuno n’abbia compassione; e benchè in tutte le cose sia infelice, sono particolarmente nel comporre. Laonde, devendo pur occuparmi in questa noiosissima operazione, è necessario ch’io non abbia altro che fare; e nel giorno ch’io rispondo a le lettere, basta questa sola occupazione. Però Vostra Signoria mi perdoni se non avrà da me alcuna poesia sino a quest’altra settimana. Io venni in Mantova, com’altri volse. Tornerò a Bergomo, come e quando potrò, co’ piedi del mio desiderio. Del mio stato non so che scriverle, che a Vostra Signoria piacesse di leggere; perchè non conosco alcun miglioramento ne l’altrui volontà, o ne la mia fortuna. Bacio a Vostra Signoria le mani, ed al signor conte suo fratello. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io temo più la rovina di Vostra Signoria illustrissima, che la mia propria perchè la sua, quasi d’una gran machina, potrebbe ricoprir me ancora, se le fossi vicino, e darmi morte e sepoltura in un medesimo tempo; ma la mia caduta non potrebbe nè atterrar nè crollar la sua nobilissima Casa c’ha sì profondi e sì saldi fondamenti; anzi, più tosto, non ha potuto; perchè io son già caduto e ruinato, e molti anni sono ch’io tento di risorgere invano ne l’opinione de gli uomini, e di ristorarmi con la grazia de’ prencipi. Laonde la mia partita di Mantova non potrà esser cagione di mia nuova ruina, nè d’alcun danno di Vostra Signoria illustrissima, perch’io non consentirei che vivesse lungamente in questo sospetto ed in questa ansietà; ma s’io mi fermassi in Mantova contra il mio proponimento, sarei oppresso, come sono stato altre volte; non degnandosi questo serenissimo prencipe di porgermi la mano de la sua grazia, e di sollevarmi da tante miserie. Verrò dunque, potendo venire, in tutt’i modi o in abito di pellegrino o di mercante, a cavallo o a piedi o per barca: ma se messer Giorgio non m’aiuta, temo che mi bisognerà navigare; nè potrei far cosa che più mi spiacesse. Io son poco sano, e tanto maninconico, che sono riputato matto da gli altri e da me stesso, quando non potendo tener celati tanti pensieri noiosi, e tante inquietudini e sollecitudini d’animo infermo e perturbato, io prorompo in lunghissimi soliloqui; li quali, se sono da alcuni ascoltati (e possono esser da molti), a molti son noti i miei disegni, e quel ch’io speri, e quel ch’io disideri. La medicina de l’animo è la filosofia, con la quale io mi medico assai spesso. Laonde comincio a rider di tutti i miei infortuni, e di tutti i disfavori ch’io ricevo: che più rido ancora de la mala opinione c’hanno gli uomini di me, e de la mia passata sciocchezza, con la quale io la confermai: ma questo riso è così vicino al furore, c’ho bisogno di veratro, o d’altro sì fatto medicamento che risani il corpo ripieno di cattivi umori, e purghi lo stomaco, dal quale ascendono al cervello alcuni vapori che perturbano il discorso e la ragione. In somma, non avendo speranza di risanare a Mantova, dilibero di venire a Roma, s’io potrò; e mi raccomando a messer Giorgio, il quale può spedir questo negozio, e m’ha promesso di farlo. De l’altre cose parlerò con Vostra Signoria illustrissima quando io sarò presente; perchè io stimo tutte le speranze e tutte le promesse vane, se non ricupero la sanità. Fra tanto mi raccomando a Vostra Signoria illustrissima quanto più caldamente posso. Di Mantova, il primo di ottobre del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Bologna</salute>
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               <p TEIform="p">Io non risposi a Vostra Signoria nè al signor Giulio Segni nè a gli altri questa settimana passata, perchè pensava di venire io medesimo in Bologna: e benchè ora io abbia la medesima speranza, non di meno non voglio che la mia fortuna mi faccia parer di nuovo negligente. Dico adunque, che se Vostra Signoria non ha mutata opinione, io ancora non ho mutato proponimento; laonde indirizzo tutti i miei pensieri a quel medesimo segno che sempre io mi proposi: nè posso avere altra meta, o altro fine, che la grazia di Sua Beatitudine, ne la quale si contengono tutte l’altre grazie. Può dunque Vostra Signoria esser certa de l’animo mio, e ch’io corrisponderò sempre a la sua affezione. A monsignor illustrissimo Laureo sono affezionatissimo; ma dove sono molti meriti e molte virtù, dee ancora esser tanta cortesia che possa scusar la negligenza d’un uomo infermo. Non rispondo al signor Giulio Segni; ma Vostra Signoria gli baci la mano in mio nome: e ricordi a’ signori Caetani ed al signor cavalier de’ Rossi, ch’io son lor servitore. Viva felice. Di Mantova, il 2 di ottobre del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">ALL’ABATE CRISTOFORO TASSO. Bergamo</salute>
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               <p TEIform="p">Omai Vostra Signoria deve esser tornata a Bergomo; però non voglio indugiar più lungamente a salutarla: ed in mandandole mille saluti, le mando quello di che ho maggior bisogno. Spero anch’io di poter ritornare a la patria, permettendolo il serenissimo signor duca di Mantova; ma prima ho voluto aspettare il vostro ritorno. Avrò grande obligo al signor Ercole vostro fratello, se la tragedia si ristamperà, com’egli mi promise. Ho mandato le correzioni al reverendo Licino, e con questa ultima, alcuni versi da giungervi. Ma vorrei ritrovare ancora i miei dialoghi ricopiati, e i discorsi parimente. Baciate le mani a la signora vostra madre, ed a i signori vostri fratelli, ed al signor conte Giovan Domenico: e perdonatemi s’io non ho ancora mandato la canzona; perch’io son tardo nel comporre, e tardissimo nel conciare. Vivete lieto. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A MAURIZIO CATANEO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Il consiglio di Vostra Signoria sarebbe assai buono, s’io fossi sano; ma essendo infermo, e quasi disperato de la salute, debbo cercarla in alcuna altra parte, e non indugiare sino a l’ultima disperazione; perchè il conoscer la cagione de l’infermità, mi dà ancora qualche speranza di sanità. Non temo di quel che Vostra Signoria mi va minacciando; perchè in niuna mia deliberazione sono tanto precipitoso. E se non mancassero gli amici e la fortuna, gli effetti mostrerebbono ch’io non m’inganno. Temo nondimeno quel ch’io scrissi a Vostra Signoria, se la cortesia de la patria non è pronta a darmi aiuto. Nondimeno prego Vostra Signoria che faccia da la sua parte ogni cortese officio; acciochè la sofferenza di tanti anni non sia stata vana, ed inutile affatto. Fra tanti miei pensieri de la vita, de la salute e de l’onore, non vorrei.... La cortesia di monsignor illustrissimo, e del signor patriarca d’Alessandria in ogni luogo può sollevarmi. Ma non ci possiamo fidar del tempo; perchè niuna cosa ci lascia più ingannati. Al signor patriarca Gonzaga vorrei esser raccomandato. Vostra Signoria le dica che questa è stata la quarta notte, ch’io son grandemente travagliato da la febre. La mattina mi levo assai tardi, e posso ancora farlo. Messer Giorgio mi tiene ancor sospeso. Piacesse a Dio ch’in questa quasi scena o teatro de la mia infelicità, apparisse un cocchio o una carroccia, come per machina, la qual mi conducesse a salvamento. E vi bacio le mani. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIULIO SEGNI. Bologna</salute>
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               <p TEIform="p">Io sono amalato con la febbre, la qual sola può scusare con Vostra Signoria la mia negligenza. Non tralascio il pensiero di venire a Bologna, e scrivo a l’illustrissimo Caetano perchè mi favorisca, e m’osservi la promessa. Bacio le mani a’ signori suoi nipoti, ed al signor conte Cornelio Lambertini. Mi raccomando al signor Antonio Costantini: ed a Vostra Signoria raccomando l’inchiusa, e me stesso. Di Mantova, il 7 di ottobre del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
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               <p TEIform="p">Io ho tanto tardato a tornare, che sono stato sopragiunto da una terzana, la qual m’ha indebolito molto. Questa notte sono stato assai meglio del solito; laonde spero che debba lasciarmi. Ma s’oggi mi tornasse, non potrei venir così tosto senza maggior commodità: la quale non posso aver senza compagnia, che si pigli cura di condurmi. Io sarei tornato volentieri, e tornerei, s’io potessi. Maestro Bartolomeo non volse portare la valigia, senza la quale la passarei male. Ed io non ho danari da pagar la carrozza: e posso pagar un cavallo, e portarmi la valigia in groppa, se vorranno ch’io la porti: tanto è il favore c’ho da la.... e da gli amici. In quanto a le stampe, io credo d’esser atto di corregger le toscane e le latine. E s’io non mi guadagno qualche cosa in questo modo, non so con quale altro possa sostenermi. Oltre la valigia, vorrei portar la pelliccia. Pregate il Tasca che scriva a qualche mercante in Mantova, che mi faccia questo servizio. È necessario ch’io muti aria. L’acque ancora di questa città mi sono nocive.</p>
               <p TEIform="p">In quanto a l’opposizione fatta a la tragedia dal Clarissimo, rispondo: prima, che le tragedie prendono il titolo spesse volte da le persone scelerate che sian principali, come Tieste, Medea, Macareo, de la quale ancora fra’ greci si fece tragedia: poi, che Torrismondo non è persona scelerata nè malvagia, ma colpevole di qualch’errore, per lo quale è caduto in infelicità; laonde per questa cagione è più atto a muover misericordia, che non sono i buoni in tutto, come insegna Aristotele medesimo.</p>
               <p TEIform="p">Raccomandatemi al padre priore, a monsignor Maffetto, a monsignor Tasso, al signor Ercole, ed a tutti gli altri. E baciate le mani a’ signori Clarissimi. De’ dialoghi e de’ discorsi, vi prego che facciate come scrivete. Io torno a corte, per aspettar la febre. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
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               <p TEIform="p">Oggi ho risposto a Vostra Signoria con una lunga lettera; ma non essendomi poi sopragiunta la febre, o non in modo ch’io l’abbia sentita, ho voluto darvene avviso. A Bergomo verrei volentieri, perc’a la carità de la patria, niuna altra si può paragonare: ma bisogna che maestro Bartolomeo pigli la valigia, e parli al serenissimo signor duca, perchè ci dia licenza; o che voi mandate o vegnate per me. Del che vi prego quanto posso, acciochè non resti ingannato de la speranza, anzi de la pazienza di molti anni. Sarei venuto volentieri co ’l signore cavalier Solza; ma se n’è partito. Se ci fosse qualche occasione di mercatante, o d’altro bergamasco, la prenderei volentieri: se non, vi prego a venire; perch’io vi ristorerò di questo danno, o di questo incommodo, quando io potrò. Raccomandatemi al padre priore di Sant’Agostino, al signor cavalier ed a monsignore, ed al signor Ercole Tasso, ed a monsignor Maffetto, ed a tutti gli altri amici e parenti. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO. Genova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">L’ultime vostre lettere non solo m’hanno trovato infermo, come mi trovarono tutte l’altre c’ho ricevuto già molti anni sono, ma non senza dubbio di morire in breve: il che ho temuto sempre che potesse avenire, se questo negozio andava molto in lungo. Le dilazioni di questi principi m’hanno condotto a questo termine: io non desiderava cosa più, che di veder Genova, e riveder Napoli e Sorrento; sperando che la benignità e la clemenza di quel cielo, la fecondità e vaghezza del paese, la bontà de’ frutti, de’ vini e de l’acque mi potessero risanare e ristorare. E se gli apportatori de le vostre lettere m’avessero così portato la grazia del venire come la speranza, forse l’allegrezza avrebbe superato la debolezza: laonde avrei potuto venire, o almeno esser portato. Mi spiace di non poter mostrar a coteste signore, ed a questi signori ambasciatori, quanto mi spiaccia di non potere in questa occasione scriver cosa che lor piaccia. Ma passano molte volte l’occasioni, e rimangono fisse l’opinioni: e mi mancherà prima la vita, che la volontà di servirla in quel che mi comanda. Più m’è spiacciuta la partita del signor Paulo suo fratello, perchè ho perduto la speranza di passar seco a Napoli; ch’era una de le maggiori, e de le più confermate ch’io avessi.</p>
               <p TEIform="p">De gli Academici non posso parlare in tanta infermità; ma l’incontro del signor Bartolomeo de la Torre m’avrebbe quasi portato la salute. Se questo viaggio è disperato, poc’altre speranze mi rimangono, che quelle che dovrei aver ne’ monaci di san Benedetto. Nè stimo aver perduta la benevolenza loro con le lettere graziose, che rimasero in Ferrara. Credo che Vostra Paternità m’abbia lor raccomandato in tutte l’occasioni: non posso esser più lungo. Vostra Paternità preghi Nostro Signore per la mia vita, sin che sarà tempo di pregar per la morte. E le bacio le mani. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A FERRANTE GONZAGA, PRINCIPE DI MOLFETTA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">A pena mi fu detto dal signor principe di Mantova, che Vostra Signoria m’invitava a Sassuolo, ch’io pensai di venir a trovarla quel giorno medesimo. Da poi mi sono ammalato; e ’l male non è così leggiero, ch’io possa venir senza il suo favore; nè sì grave, che debba impedire questo viaggio; perchè tardando potrebbe divenir maggiore: laonde non potrei venir seco a Roma, sì come m’ha detto il signor Livio Roveia; e s’egli non si fosse partito, mi poteva condurre il giorno ch’io mi sento meno aggravato. Prego Vostra Signoria illustrissima, che mandi per me in tutti i modi o in Mantova o in San Benedetto, ove penso di fermarmi due o tre giorni, se ’l reverendo padre abbate si degnerà di darmi ricetto. Prego Vostra Signoria illustrissima, che me ne levi, perch’io glie ne avrò obligo perpetuo. E le bacio le mani. Di Mantova.</p>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">A MARCO PIO DI SAVOIA. Sassuolo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vostra Signoria sa far i favori a tempo; ma la mia fortuna non consente ch’io li possa ricevere, se da la sua virtù non fie superata: perchè, per mia sciagura, io cominciai a star male subito che giunse il signor Livio Roveia, suo gentiluomo; e subito dopo la sua partita, a risanare. Ora sono senza febre, de la quale ho avuto tre termini soli ordinariamente, oltr’alcuni altri giorni, ch’ella era stata errante; e posso montar a cavallo, non solo in carozza. Aspetto dunque il signor Livio, che mi conduca a sodisfare ad un mio desiderio di molti mesi, il qual nondimeno par di mille anni. Ma s’egli non venisse, verrò io, potendo; come già le ho scritto più d’una volta, e come Vostra Signoria può imaginar; non portando altr’arme da superar le difficoltà del viaggio, che ’l nome d’esser suo servitore: co ’l quale estimo di esser lasciato passare per lo ducato di Modena, e per questo; perciochè il serenissimo signor duca mi disse egli medesimo, che si contentava ch’io venissi a trovarla. Replicherò quel ch’io l’ho detto: ogni giorno mi par più di mill’anni: nè fu mai febre, de la qual più desiderassi d’esser liberato, di questa; nè indugio, che mi spiacesse tanto; nè impedimenti, che tanto mi molestassero; nè occasioni, che più mi rincrescesse di perdere; nè grazia, che a Vostra Signoria illustrissima dimandassi con maggior affetto. E viva felice. Di Mantova.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON PROSPERO GHISOLFI, ABATE DI SAN BENEDETTO DI MANTOVA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">S’io avessi fatti tanti servigi a Vostra Paternità reverenda, quanti sono i suoi meriti, avrei maggior fede ne la mia servitù che ne la sua cortesia. Ma poichè da la parte sua sono tutte le perfezioni, da la mia tutti i difetti e tutte le negligenze; la prego che si contenti di farmi grazia, non avendo occasione di usar gratitudine. Sono infermo di febbre terzana, la quale non è così grave, che debba impedir un mio viaggio; ma vorrei fermarmi quattro o cinque giorni in San Benedetto, se mi bisognasse; e nel venir ancora mi sarà forse necessario il suo favore, com’io dirò al padre don Salvatore e al padre cellerario. Ho voluto darne prima avviso a Vostra Paternità reverenda, non perchè la venuta d’un mio pari possa trovarla mai sprovista, ma a ciò ch’ella sia con sua sodisfazione. A me parrà d’aver ricevuta quasi la vita da la sua bontà; tanto è il desiderio che ho di visitare cotesto tempio famosissimo e venerabile per antica religione, e di confessarmi e di comunicarmi. E se io mi partissi senza aver fatta alcuna di queste cose, non estimerei di partirmi con la grazia di Sua Altezza, e con quella di Vostra Paternità reverenda; a la quale bacio le mani. Di Mantova, il 18 di ottobre 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL CARDINAL LAUREO, DETTO DEL MONDOVÌ. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Questa lettera almeno troverà la strada di venire a far riverenza a Vostra Signoria illustrissima, perchè io la scrivo di Bologna, dove iersera arrivai, risorto a pena da una breve ma pericolosa infermità. E se ’l pericolo si dee misurare co ’l timore o con la disperazione de l’infermo, non è stato maggiore già molti anni sono. Il signor Antonio Costantini, antico servitore di Vostra Signoria illustrissima, come sono io, m’ha raccolto ne le sue stanze in casa del signor Raffael Riario, e promessomi che verremo insieme a Roma: e benchè niuna compagnia mi potesse esser più cara, perchè la servitù c’abbiamo con Vostra Signoria illustrissima unisce gli animi più d’ogn’altro mezzo; nondimeno ogni tardanza m’è molestissima: e tutto quello che si diminuisce a la prestezza, mi par che s’accresca a la mia lunga maninconia, o infelicità più tosto. Comunque si sia, mi raccomando umilmente a Vostra Signoria illustrissima, e la prego che si degni di raccormi ne la sua protezione. Di Bologna, a’ 26 di ottobre del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON GASPERO PASTERINI, ABATE DI PONTECCHIO, Bologna</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Il signor cavaliere Giovan Galeazzo ha voluto interporsi fra Vostra Signoria e me, laddove io aspettava più tosto che Vostra Signoria reverenda si frapponesse fra me e lui; perch’io son stanco di ricever simili cortesie, ed egli non è stanco di farle. Questa sera a pena me gli sono involato, e ’l mio ritiramento non è stato senza sua disfida; ma poichè la provocazione nasce da molta liberalità, allora risponderò prontamente, ch’io per grazia di Nostro Signore sarò atto ad usarla. Fra tanto si contenti Vostra Signoria reverenda, ch’io me ne stia ritirato: e non venga ad assalirci co’ suoi tanti doni, quasi con tante machine d’espugnare la mia volontà; perch’ella non si rende così di leggieri, se non al voler d’Iddio, co ’l quale conformianci. Vostra Paternità può esser certa de l’affezione e de l’osservanza ch’io le porto. E le bacio le mani. Di Bologna, il 26 di ottobre del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL CAVALIER GIOVAN GALEAZZO DE’ ROSSI. Bologna</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io ho così poca voglia di far questione, quantunque sia provocato da Vostra Signoria, che ne fuggo tutte le occasioni con gli abbati e co’ canonici ancora, i quali vogliono contender di gentilezza, e vincer di cortesia con me, che posso agevolmente esser superato per difetto de la mia fortuna in questo campo, e ne l’altro per debolezza e per inesperienza. Ricuso dunque co ’l dono tutte le occasioni del far questione; e le rinunzio al signor Antonio Costantini: il quale, benchè sia di picciola statura, non di meno, essendo di generoso e di grand’animo, e grande amico, potrà di leggieri esser gran campione. E se questa causa si può così difender con la lingua come con la spada, o meglio; è per se stessa così buona, che non durerà molta fatica in difenderla. Contentisi dunque Vostra Signoria, ed insieme il padre abbate, che se questo è cortesia, io lasci il signor Antonio che ne goda; s’impedimento, ritenga lui e non me, che tanto sono impedito de l’intelletto, che non posso distinguer l’offese da gli oblighi. E se questo è uno de gli altri, non dee spiacere nè a la Sua reverenda nè a la Vostra illustre Signoria, d’avere obligato persona, che può meglio pagare i debiti; perchè di esser povero e disfavorito, e per poco disgraziato creditore, non posso rimaner contento in modo alcuno. La pace di Nostro Signore sia con essoloro. Di Bologna, il 26 di ottobre del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A MONSIGNOR GIOVANN’ANGELO PAPIO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io sono in Bologna, dove essendo scritto e depinto il nome di Libertà in molte parti, devrebbe essere ancora scolpito nel cuore de gli uomini; benchè non sia maggiore nè più bella libertà, che ’l servire a Sua Beatitudine; nè alcuna scienza, che possa insegnar cosa più lecita o, per meglio dire, più dovuta. E benchè l’esser mio non sostenga sì alto conoscitore, per parlare con le parole del Poeta; nondimeno, com’io estimo, non è alcuno così basso o così indegno soggetto, che non possa esser cura de la sua providenza, con la quale reggendo i regni ed i popoli e le nazioni del mondo, s’assomiglia a Dio, del quale è supremo vicario in terra. Vostra Signoria reverendissima dunque mi farà grazia di far sapere a Sua Santità, ch’io sono in Bologna, e scrivo questa da le stanze del signor Antonio Costantini, dov’egli m’ha raccolto con quelle dimostrazioni d’amore e d’onore ch’io non so se avessi saputo disiderarne di più nè di meglio. A Vostra Signoria reverendissima sono affezionatissimo a quel mio modo antico, il qual cominciò con la cognizion de gli infiniti suoi meriti, e de la sua profondissima dottrina: e mi rincresce che la mia fortuna mi costringa ad aver obligo a molti altri, fra’ quali non voglio numerare il signor patriarca di Gerusalemme, bench’egli con la sua autorità non abbia voluto aver parte ne la mia licenza, o ne la salute, o nel rimover alcuno di tanti impedimenti ch’io ho trovati per questo viaggio. Vostra Signoria reverendissima non di meno si degni di raccomandarmeli. E viva felice. Di Bologna, il 26 di ottobre del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL PADRE SISTO VISDOMINI, VESCOVO DI MODENA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mi spiace che la prima lettera ch’io scrivo a Vostra Signoria reverendissima non contenga cosa appertenente al suo servizio, ma al mio commodo, o al bisogno più tosto. Ma le forze de la necessità sono così grandi, che non possono esser superate se non forse da quelle de la virtù, de la quale io me ’n trovo men fornito che non sarebbe mestieri: non di meno, io mi ricorderò sempre ne’ suoi servigi non dirò il mio, ma il suo valore. Fra tanto la prego che si degni di far mandare in Bologna al signor Antonio Costantini la valigia ch’io lasciai nel vescovado, e mi tenga nel numero de’ suoi più affezionati servitori; fra’ quali non mi può riporre lunghezza di tempo, ma ampiezza di grazia e di cortesia. Nostro Signore la feliciti. Di Bologna, il 26 di ottobre del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A FERRANTE GONZAGA, PRINCIPE DI MOLFETTA. Loreto</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ora io sono giunto in Loreto stanchissimo; e nel medesimo tempo ho inteso de l’arrivo di Vostra Eccellenza; ed ho preso speranza che Nostro Signore Iddio voglia aiutarmi, perchè io sono ancor in quel termine che Vostra Eccellenza sa, e senza danari da finire il viaggio però supplico Vostra Eccellenza, che voglia donarmi dieci scudi, o darmeli più tosto per elemosina, acciochè io abbia non solo occasione di lodarla sempre, ma di pregar Iddio per la sua salute e per la prosperità. E le bacio umilissimamente le mani. Di Loreto, l’ultimo d’ottobre del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIULIO SEGNI. Bologna</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Tardo ricapito hanno avuto le sue lettere, perchè ho avute in Roma quelle ch’io doveva ricevere in Mantova: ma in tutti i luoghi mi sono care, perchè in tutte egualmente riconosco la cortesia de la Signoria Vostra; benchè mi defraudi d’un gran piacere e d’una gran consolazione, chi me ne priva tanto tempo. Io sono obligato a Vostra Signoria quanto ha voluto ella medesima e la mia fortuna: e se non mi mancheranno in Roma le occasioni, conoscerà ch’io son ricordevole de’ favori e de le cortesie, e di tutte le cose che possono obligar gli amici. In questo principio non ho potuto scrivere alcuna cosa a Vostra Signoria; ma io ci pensava. Baci in mio nome le mani al signor conte Cornelio Lambertini, ed al signor Evangelista Canobio; e mi tenga in sua grazia, de la quale son desiderosissimo oltre modo. Di Roma, il 3 di novembre del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A MONSIGNOR BARZELLINO, ABATE DI SANTA BARBARA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io ho trovato Roma bella e cortese com’io aveva già pensato, e non mi è succeduta alcuna cosa oltre l’opinione. Piaccia a Nostro Signore, ch’io abbia ancora qualche grazia, oltre ogni mia espettazione, ed ogni credenza de gli altri: nè la dispero da la pietà d’Iddio. Fra tanto io mi vo consolando co’ favori ch’io ricevo ogni giorno da questi illustrissimi signori: e penso che questa debba esser mia stanza; quanto lunga, non so; ma pur, che debba esser mia stanza: però prego Vostra Signoria reverendissima, che voglia pregare il signor duca e la signora duchessa d’una giustissima grazia; ciò è, che si degnino di commandare che mi sieno mandati i miei libri sino a Roma, o almeno sino a Fiorenza; perchè il signor Antonio Costantini si piglierà questa cura per amor mio: ed io mi rimarrò obligatissimo a Vostra Signoria in questa città; la quale non avendo mancato mai a l’industria d’alcuno, non mancherebbe a la mia, s’io n’avessi alcuna. Ma questa sarebbe cosa ordinaria: il nudrire un uomo ozioso ne’ suoi piacevoli studi, potrebbe essere un de’ miracoli de la sua magnificenza. Piaccia a Dio ch’io non m’inganni, accioch’io possa mostrare a Vostra Signoria quanto disideri di servirla. Aspetto risposta senza fallo; ed appresso, i libri. E le bacio le mani. Di Roma, il 4 di novembre del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io sono arrivato a Roma, dopo molte difficoltà, senza avervene alcun obligo: però vi prego che facciate almeno in guisa, ch’io possa avervi qualche obligo del fermarmici con minore incomodo; perchè in questo modo, più che in alcun altro, potreste mostrarmi la vostra cortesia. Vi prego ancora, che mi mandiate la copia di quei Discorsi e di quei Dialoghi, e quella de la Tragedia; s’ella sarà ristampata di nuovo, come mi prometteste. Raccomandatemi al signor Cristoforo, e a tutti gli altri. Di Roma, il 7 di novembre 1587.</p>
               <p TEIform="p">Potete drizzar le lettere al signor Maurizio.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Al fine abbiamo veduta in Roma la mia Tragedia, ma non quella ch’io sperava, la quale aspetto ancora, e ristampata co’ Discorsi e co’ Dialoghi non istampati: direi ancora, con qualche decina o dozzina di scudi; s’a me non si convenisse più tosto di accattarli, che di chiederli. Sapete la mia fortuna, e le cagioni, e i bisogni ch’io ho, e ch’io posso avere in questa città, ch’è la prima del mondo; ne la quale sono arrivato, come avete voluto, mal vestito e sprovvisto di tutte le cose necessarie. Mi raccomando a tutta la città, e particolarmente al signor Cristoforo, ed a gli altri amici e parenti; a’ quali scriverò, se vi pare: ma i vostri offici dovrebbono esser in vece de le mie lettere e de’ preghi, accioch’io vi potessi aver obligo non solo d’aver avuto qualche soccorso in questo bisogno, ma ancora d’averlo ricevuto prontamente, e non dimandato. E vi bacio le mani. Di Roma, il 14 di novembre del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A CORNELIA TASSO. Sorrento</salute>
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               <p TEIform="p">Io sono arrivato a Roma doppo molte difficoltà e molti pericoli, tutto pieno d’ogni disperazione, se non di quella de la salute de l’anima; la qual, per grazia di Dio, spero di condurre in porto di salute. Il corpo è infermo di molte infermità, tutte spiacevoli, tutte noiose; l’ingegno, offeso; la memoria, indebolita, e quasi perduta; la fortuna, contraria più che mai fosse: amici non ho, o non conformi al mio desiderio; perchè vorrebbono quelle cose ch’io non voglio, e a quelle ch’io voglio, non son favorevoli in modo alcuno: padrone non ho, nè vorrei averne; s’egli non fosse tale, che volesse farmi un sicurissimo ozio da studiare: i parenti m’hanno rinnegato, così quelli di Lombardia, come io credo che faranno questi del Regno: il che se avvenisse, sarebbe l’ultimo colpo ch’io aspetto da la mia fortuna. Non so se fra tante disperazioni debba sperare che voi siate viva, acciò mi raccogliate un’altra volta in abito di pastore: perchè in altro non posso venire agevolmente a vedervi. Vi prego che vogliate più tosto aver risguardo a la mia virtù, c’a la povertà; perchè s’io fossi sano, troverei cinquecento scudi di provisione ordinaria, senza gli straordinari: ma essendo infermo, che posso pensare altro, che di morire ne lo spedale de gli incurabili, o di risanar con le vostre promesse? Signora sorella, il mio male è veramente incurabile, e cresciuto con l’età, confermatosi con l’usanza, e con la simulazione de gli uomini; i quali non hanno voluto risanarmi, ma ammaliarmi: però, benchè mi osservaste le vostre promesse, non ho grande speranza di guarire. Parlo di questo male incurabile, perchè alcuni altri potrebbono esser curati di leggieri. Pregovi per la memoria e per l’anima di quel padre che l’uno e l’altro di noi ha generato, e di quella madre c’ambedue partorì, che vogliate esser viva, accioch’io possa venire, non dirò a godere, ma a respirare in cotesto cielo, sotto il quale son nato; a rallegrarmi con la vista del mare e de’ giardini; a consolarmi con la vostra amorevolezza; a bere di cotesti vini o di coteste acque, che forse potranno diminuire la mia infermità. Avisatemi ancora, che si possa sperare del ricuperare quella parte de’ nostri beni, di cui già mi scriveste: perchè senza, non so come poter vivere; e con essi, mi parrebbe ogni male più leggiero. Ed avrei grandissimo obligo a la pietà di Dio, c’avesse riservata la mia morte più tosto fra le vostre braccia, che fra quelle de gli spedalieri. Qui non perderò occasione alcuna: ed avendo da molti buone parole, devrei credere c’al fine facessero buoni fatti. Amatemi, e raccomandatemi a’ parenti; e rispondetemi senza fallo. Di Roma, il 14 di novembre del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A NICCOLÒ SPINOLA. Genova</salute>
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               <p TEIform="p">Il padre don Angelo non lascia occasione di mostrarmi la stima ch’egli fa d’un gentiluomo infelice: l’infelicità nondimeno è così grande, che non merita d’essere schernita; perchè lo schernire i miseri non si conviene a chi è desideroso d’onore, come dee essere Vostra Signoria. Non voglia dunque burlarmi. Può saper che la mia infermità m’impedisce d’accettare il suo cortese invito, il quale io non ricuserei ne la sanità: debbo dunque prima pensare come possa risanare; e poi s’io debba leggere. Penserò dunque a la salute; e piacendo a Dio ch’io la ricuperi, mi risolverò agevolmente, quanto obligo debba avere a Vostra Signoria, o per questa elezione che fa di me, o per altra cortesia. Sappia fra tanto, che mi spiacque di perder l’occasione di veder Genova, città nobilissima e famosissima; e cercherò sempre occasione di venirvi con maggior sodisfazione di voi altri signori, a’ quali ora non potrei sodisfare intieramente. Bacio a Vostra Signoria le mani: e mi raccomando al padre don Angelo. Di Roma, il 14 di novembre del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A PAOLO GRILLO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io mi sono avvicinato a Vostra Signoria per altra via, che per quella ch’io credeva: ma essendo stata questa la prima ne l’intenzione, è ragionevole che fosse l’ultima nell’esecuzione. Sono in Roma, ove sempre bramai di vivere; ma con poco obligo a la mia fortuna: laonde è necessario ch’io pensi a le cose di Napoli, e a la grazia del re, la quale sempre disiderai. Non ho alcuna informazione de le cose mie, nè di quello ch’io possa sperare. Questo solo posso affermare a Vostra Signoria con verità, che per lettere di mia sorella, e per altre scritture; ho inteso che mi s’appertengono de la dote materna centinaia e migliaia di scudi, per giustizia; senza i quali non so come vivere, se non mendico; nè come morire, se non ne l’istesso modo. Però prego Vostra Signoria affettuosamente, che voglia aver compassione de le mie miserie, e de l’infermità; da le quali sono in guisa oppresso, che non posso risorgere; e avisarmi del miglior modo ch’io possa tenere per impetrar questa grazia da Sua Maestà; e de lo stato di mia sorella, de la quale già molti anni non ho aviso; e de gli altri miei parenti; e de le pratiche di cotesta città, per la quale forse io potrei dimenticarmi l’antico disiderio, c’ebbi, di vivere in Roma. Scrivo a Vostra Signoria tutto pieno di sincerità e di fede, nata da molte cagioni, ma particolarmente da la sua cortesia e da la mia conscienza, la quale è gran consolazione de la mia infelicità. Aspetto sue risposte con quella sospensione, con la quale gl’imprigionati sogliono aspettar la sentenza de la morte e de la vita. E le bacio le mani; e a la signora Porzia sua similmente. Di Roma, il 14 di novembre del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO. Genova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io giunsi in Roma con molti pericoli e molte difficoltà, come volle la mia fortuna; la quale non è ancora stanca: e giunsi veramente a tempo. Laonde ogni altra occasione mi sarebbe paruta meno opportuna: aspetto nondimeno lettere da Napoli, senza le quali non posso acquetarmi. Se ’l signor vostro fratello passò, come Vostra Paternità mi scrisse, m’avrebbe fatto grazia a rispondermi. Io non ho voluto replicare, sì perchè non era certo ch’egli fosse arrivato, sì perchè non avrei voluto dargli soverchia noia. Se ’l signor Filippo Adorno mi rimanderà la Tragedia, mi farà gran piacere: non posso scriver più al buio; ma bacio a Vostra Paternità le mani, e la ringrazio de la visita ricevuta in suo nome dal signor suo cugino. Di Roma.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIULIO GUASTAVINI. Genova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Non è questa la prima volta ch’io ho conosciuta l’affezione che Vostra Signoria mi porta in queste cose; le quali a pena mi si fanno sentire, tanto sono maggiori quelle che mi danno molestia, e quasi mi trafiggono l’animo. Già rispose a l’Academia de la Crusca: ora risponde al Talentone. Laonde conosco d’averle doppio obligo de l’una e de l’altra risposta, perch’io sono occupatissimo, e dubio de la vita, de la libertà, de l’onore, de la robba, e di tutte l’altre cose che possono fare un uomo incerto et irresoluto. Iddio perdoni a chi è cagione di tanta incertitudine; ed a me, se mai gli ho prestata soverchia credenza. Non si maravigli, dunque, s’io non posso scriver, nè pur legger sì fatti componimenti. Spero con la grazia di Nostro Signore d’avere maggior ozio, e tranquillità d’animo per iscriver talora qualche sonetto o qualche madrigale a l’ombra d’un faggio o d’uno alloro: e se mai mi ritirerò ne lo studio, farò qualche brevissimo dialogo. Non posso più: se non m’è lecito di viver in questo modo, venga la morte quando piace a Dio; ch’io non la fuggo se non a lenti passi, benchè non voglia andarle incontra.</p>
               <p TEIform="p">Ho pregato con molte mie lettere il signor Filippo Adorno, che voglia mandarmi quella tragedia, ch’io gli diedi corretta di mia mano. Mi spiace che tardi tanto a rispondermi. Vostra Signoria gli baci le mani in mio nome. In quanto al Talentone voglio aggiunger questo, che se voleva scriver contra me, non si deveva attribuir molte cose dette da me. Così va il mondo. Vostra Signoria viva felice. Di Roma.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIULIO AMICI. Loreto</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Tardi ho ringraziato Vostra Signoria d’essere arrivato a Roma co ’l suo favore; ma prima non ho avuto nè occasione di scriverle, nè commodità: ora una mia canzona fatta a la gloriosa Vergine di Loreto me ne dà occasione; perchè fra gli altri suoi miracoli posso numerar questo ancora del mio arrivare a salvamento: e la commodità mi sarà data dal signor Antonio Costantini, gentiluomo di rare qualità, mio amicissimo, e degnissimo de l’amicizia di Vostra Signoria parimente. Pregola che voglia legger questo componimento volentieri, e scusarmi s’in alcuna cosa o mancasse la divozione o l’informazione, o soverchiasse il disiderio c’ho avuto di publicarlo; ma per me non sarà più divolgato di quel che parrà a Vostra Signoria ed a pochi altri, a’ quali n’ho fatto parte. Viva felice; e mi tenga in sua grazia, ed in quella del signor Governatore. Di Roma, il 18 di novembre del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON CRISTOFORO ROSATI</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Fu cortesia quella de la Signoria Vostra in visitarmi, e ventura mia doppia; prima ne l’esser visitato, poi ne l’essere introdotto a così cortese gentiluomo, com’è il signor Galeazzo Pio. Laonde avrei grande occasione di lodar la fortuna, se la virtù di cotesto signore, e la vostra insieme, non ricercassero da me tutte quelle lodi ch’io potrei dare a la sorte; la quale, se pur merita in alcuna cosa d’esser lodata, non può contendere in ciò co ’l valore: però ella più tosto deve esser de le sue lodi defraudata. Attribuiscasi ogni cosa a la bontà de le Signorie vostre; e non si parli più nè di fortuna nè di caso. A me pare piccola cosa il rispondere a le vostre lettere, e tanto devuta da la mia parte, quanto da la vostra ricercata: però non è cosa ch’io faccia più volentieri, o ch’io devessi più spesso; ma vorrei in altra occasione dimostrarle quanto io l’ami, e quanto io disideri di farle piacere: e piaccia a Dio di mandarla. Fra tanto Vostra Signoria mi tenga in sua grazia, e de’ signori Pii; e viva felice. Di Roma, il 18 di novembre del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A CORNELIA TASSO. Sorrento</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io vi scrissi questa settimana passata, dandovi aviso del mio giongere a Roma: ma non so se la mia lettera avrà ricapito; e avendolo, non credo che leggerete del mio stato presente cosa che vi piaccia; perchè io non la posso scrivere, nè la spero: e non aspetto altra consolazione di quella de le vostre lettere, ne le quali mi confermiate quel che già mi scriveste; cioè, ch’io possa aver per giustizia qualche migliaio di scudi de la dote materna, senza i quali non posso vivere se non infelicemente. E se la mia infelicità fosse tutta mia colpa, com’è tutta mia pena, io cercherei di tenerla ascosa; ma perch’è colpa del mondo più che mia, io vorrei che fosse nota a ciascuno: ma nissuno si cura di saperla; anzi, tutti vogliono a mio dispetto farmi felice in quel modo nel quale io sarei miserissimo. Laonde io mi contento di non mutar miseria, sin ch’Iddio inspiri Sua Maestà a farmi grazia: perchè tutte le cose accetterei più volentieri da la sua clemenza, ben ch’io non le ricusi da la giustizia. Signora sorella, voglio scriver liberamente come fratello. Io riporrei la mia contentezza ne l’esser odiato, sol che fossi odiato a torto: perchè non do occasione di volermi male ad alcuno; e contentissimo sarei, s’io potessi dire “<foreign lang="lat" TEIform="foreign">Oderint, dum metuant</foreign>.” Non voglio annoverar voi fra gli altri, perchè mi sete sorella; de la cui benevolenza vorrei esser tanto certo, quanto potete esser de la mia. Iddio perdoni a coloro che vanno seminando scisma fra persone così congiunte. Ma riserbiamo queste cose a migliore occasione. Fra tanto vi prego che mi rispondiate, e mi diate diligentissimo aviso di quel ch’io possa fare per uscir d’infelicità. E raccomandatemi a tutti i parenti. Di Roma, il 20 di novembre del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVANN’ANGELO PAPIO. Bologna</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Le mie lettere troveranno per avventura Vostra Signoria con minor sua noia, con minor vergogna che non farei io medesimo, comparendo con sì pochi meriti e con sì grande ardire in cotesto amplissimo teatro del mondo, nel quale la virtù di Vostra Signoria può esser riguardata da tutte le nazioni con maraviglia. Però le mando un altro sonetto, cercando scusa e perdono in vece di lode e d’applauso: e la prego che si degni di mostrarlo con gli altri componimenti a’ nipoti di Nostro Signore; e mi tenga ne la grazia loro e ne la sua; accioch’io resti con tanto obligo de la sua protezione, quanto è la speranza c’ha voluto ch’io n’abbia. E le bacio le mani. Di Roma, il 20 di novembre del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Poichè io non ho occasione di rispondere a le vostre lettere, le quali io credeva di trovare in Roma che m’aspettassero, rispondete voi a le mie. Mandatemi la Tragedia ristampata, e i tre Dialoghi, e i sei libri del Poema eroico non stampati, acciochè io possa rivederli. Mi spiace che questo negozio de le stampe, e gli altri, siano passati in modo, ch’io abbia bisogno di molte cose: ma spero che se Roma non sarà liberale in sovvenirmi, sarà almen giusta. E questo mi basta, o per consolazione de le cose passate, o per isperanza de le future. Raccomandatemi al signor Cristoforo Tasso, ed a gli altri amici e parenti. E vivete lieto. Di Roma, il 21 di novembre del 1587.</p>
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               <head TEIform="head">930</head>
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                  <salute TEIform="salute">A LORENZO PITTI</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io supplico la signora principessa di Mantova che mi faccia favore di comandare a’ suoi ministri, che quanto prima mi mandino i miei libri: e vorrei che Sua Altezza intendesse a sue spese, almeno sino a Fiorenza. E perch’io non ho voluto per modestia specificarglielo, s’a sorte ella non intendesse, o non volesse intendere il gergo, prego Vostra Signoria che mi serva per interprete, e per intercessore con l’Altezza Sua. Io non potrei ricever maggior grazia di questa, oltre quella de la libertà.</p>
               <p TEIform="p">Sono in Roma, dove con incredibil mio dispiacere veggo riuscir vane molte speranze già concepute: laonde sono in gran pensiero di me stesso, per non dir disperazione; e tanto maggiore, quanto che sono necessitato a tornar ad esser cortigiano, ora che n’aborrisco il nome, non pur gli effetti. Ma più tosto voglio ritirarmi in qualche eremo; tanto sono stanco de le corti, del mondo, e di me stesso. Piaccia a Dio di chiamarmi a sè: e sin che vorrà che io viva in queste parti, mi faccia degno de le grazie ch’io dimando; perchè l’altre tutte sono disgrazie. Di Roma, il 22 di novembre del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">ALL’ABATE CRISTOFORO TASSO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Quanto io stimi la grazia de l’illustrissimo signor cardinale Albano, ormai devrebbe esser noto a tutti coloro i quali conoscono il suo merito, e la mia natura: non voglio dir il bisogno, perchè questa cagione già non m’indusse a farle servitù; et ora, senza l’altre, non mi potrebbe muovere. Ma accioch’io possa conservare quella mia antica devozione, la qual mio padre mi lasciò quasi ereditaria; prego Vostra Signoria che voglia scriverle, o farle scrivere in mia raccomandazione dal signor cavalier suo fratello. Tutti i miei passati errori siano perdonati non a chi n’ha colpa, ma a chi n’ha fatta la penitenza, e la farà di nuovo. Piaccia a Dio, ch’in questa parte almeno sia esaudito da Vostra Signoria; a la qual mi raccomando. Di Roma.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO. Genova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">A la tarda risposta di Vostra Paternità reverendissima sarà peraventura tarda la mia replica: ma io sono occupato come soleva; e le poche occupazioni mi paiono peso intolerabile: pensi quel che sarebbon le molte. Io non so d’essermi partito contra la volontà del principe, perch’egli poteva impedir la partita, nè volle; e negar la licenza: la qual non negando, mi parve che la concedesse: ma partii per vivere in ozio o in negozio. E prego Iddio, che mi riesca o l’uno o l’altro: perchè non estimo possibile attender più lungamente a le fatiche del comporre. Se le cose di Napoli non mi succedono prosperamente, non mi rimane altra speranza, che la benignità di Nostro Signore. Aspetto dal signor vostro fratello informazione. Bacio le mani a la signora Livia, ed a la Vostra Paternità mi raccomando. Non scrivo al signor suo fratello, non sapendo ove drizzar le mie lettere. Di Roma.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ecco di nuovo m’è dato fastidio dal signor duca di Mantova, o da gli altri che vogliono spendere il suo nome senza sua saputa, come più credo. Se ’l signor duca mi ha data libertà, si dee contentare ch’io ne possa godere o in Roma o in Napoli, o dove potrò; perchè non potendo io trattenermi in Roma come si conviene a la mia condizione, senza danari, è necessario ch’io procuri di vivere in Napoli, e di ricuperar la dote materna. Non è alcuno più povero gentiluomo di me, o più infelice, o più indegno di questa fortuna; però omai si dovrebbono acquetare, e non impedir ch’io cercassi di viver come nacqui, se non mi voglion dar la morte, o sforzarmi ch’io la mi dia da me stesso. Questa libertà m’insegnerebbe la filosofia, se non me la negasse Cristo. In conclusione, se la città di Bergomo non fa fare quest’officio con l’uno e con l’altro signor duca, in modo ch’io non ne senta noia, vuole ch’io muoia; ma non morrò prima ch’io abbia gridata la verità così altamente, che sia intesa da tutto il mondo. Ritorno a replicare, che in Roma non posso viver come gentiluomo senza danari; e che non avendo chi me ne dia, o chi voglia farmi le spese, non m’avanza altra speranza che la grazia de la Maestà Cattolica, e la giustizia di Sua Santità, la qual forse non consentirà ch’io sia condotto a forza in Lombardia. Nondimeno avrò grand’obligo a la Comunità, se manderà alcun gentiluomo al signor duca di Mantova e a quel di Ferrara, o scriverà in modo che si contentino ch’io viva o libero o servo, come a me piace, trovando principe che voglia darmi la sua tavola, e quella provvisione e quell’ozio ch’io desidero, senza il quale la vita mi spiace più de la morte.</p>
               <p TEIform="p">Aspetto i miei Discorsi e i miei Dialoghi e, s’è possibile, la Tragedia ristampata. Salutate i miei signori parenti, e ’l signor cavalier Solza, co ’l mezzo del quale potreste mandare la cassa de’ miei libri a Roma. E mi vi raccomando. Di Roma, il 2 di decembre 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io vorrei potermi riposare sovra la parola vostra, perchè sono stanco di far nuovo viaggio, e disperato di ritentar la fortuna di coteste parti. Se non bastano gli offici fatti, vi prego che li facciate rinnovare in modo, ch’io non ne senta niuna noia: ma sarebbe necessario che la città di Bergomo scrivesse al signor duca, ovvero c’alcun gentiluomo gli parlasse, acciochè la libertà donata in parole non fosse disturbata da gli effetti. Io mi contento di questo dono, poichè la mia fortuna ha voluto che accetti per dono quel che mi si doveva per giustizia. Ma non so come trattenermi in questa città, senza danari e senza alcuno appoggio: laonde è necessario ch’io pensi a le cose di Napoli, ed a la grazia di Sua Maestà; la qual non essendomi conceduta in quel modo ch’io la dimando, sarebbe disgrazia. La mia lunga maninconia è nota a tutto il mondo; ma non è però alcun principe che, mosso a pietà di tanti infortuni, abbia voluto darmi la tavola, ed ozio da studiare o da comporre qualche cosa. A che posso dunque pensare, se non a ricuperare la dote materna, o qualche parte de la facoltà di mio padre; massimamente non essendo atto a cosa alcuna di quelle ne le quali son desiderato, se pur alcun mi desidera?</p>
               <p TEIform="p">Ho voluto scrivervi lungamente, e duplicatamente, acciochè intendendo il mio bisogno, non possiate errare per mala informazione. Aspetto risposta, e i Dialoghi, e i Discorsi non istampati, e la Tragedia ristampata, se è possibile. E vi bacio le mani. Di Roma, il 2 di decembre 1587.</p>
               <p TEIform="p">Pregate il signor cavalier Solza che s’adopri in mio favore co ’l signor Tullo Guerrero, acciochè mi sian mandate le casse co’ miei libri.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIAN GALEAZZO ROSSI. Bologna</salute>
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               <p TEIform="p">Io tengo maggior memoria de le cortesie che de l’ingiurie, se pure alcuno che viva virtuosamente può essere ingiuriato: però son contento di separar minutissimamente l’une da l’altre, come fanno coloro che fra l’arene e fra la terra cercano l’oro. Ma lasciam le burle da parte. Io sono tanto obligato a Vostra Signoria, che deveva prender da me ogni cosa in giuoco, com’io aveva preso da lei; eccettuatone però le gran lodi, che mi dà ne’ suoi versi, le quali io numero fra le cose gravissime ed importantissime. Laonde tanto crescono gli oblighi miei, quanto vanno moltiplicando l’occasioni che mi presenta di servirla. In somma, son tutto suo, affezionatissimo a la sua gentilezza, ammiratore de’ suoi meriti, e quasi predicator de le sue virtù: e s’io non sono affatto, ciò aviene perch’io non vorrei fare offesa a la sua modestia. Ho ringraziato il signor Antonio Costantini che abbia voluto restringere quest’amicizia, benchè dal mio lato non era punto rallentata: e prego Vostra Signoria, che quanto m’ama, tanto voglia mostrarsi grato a l’affezione portatale da questo gentiluomo; il quale se non meritasse, come fa molto, per la sua sofficienza, devrebbe almeno per la mia amicizia esser raccolto da qualche prencipe o gran signore. Bacio a Vostra Signoria le mani. Di Roma, il 3 di decembre del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">ALL’ABATE CRISTOFORO TASSO. Bergamo</salute>
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               <p TEIform="p">Mi spiace di non aver avuta risposta da Vostra Signoria, perch’io la desiderava per molte cagioni; ma particolarmente, perchè il silenzio altrui non porgesse a me occasione di parlar troppo: nondimeno Vostra Signoria è prudente in tutte le cose, e sa quanto sia falsa quell’opinione, che l’error del prudente non è mai solo; perc’al prudente o non si conviene errare, o se pur erra, devrebbe emendar l’errore. Ma di questa materia parlerò più lungamente in altro proposito. Ora mi basta d’averle accennato quanto mi incresca di non aver sua risposta: ma il reverendo Licino non devrebbe però imitar questi, che sono estimati prudentissimi; e Vostra Signoria lo potrà persuadere a rimandar le mie scritture per la prima occasione. Non mandai la canzona per la Clarissima, perchè non ho potuto ancora aver il tamburo, nel quale son molte mie scritture. In questi negozi di Lombardia, tutti voi altri signori lombardi vi siete accordati; ma spero di potermi un dì vendicar, tornando in Lombardia co ’l signor cardinale: se pur mi costringete a la vendetta. Lasciamo le burle: raccomandatemi al Licino; e fate che rimandi le scritture. Di Roma.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Se niuna cosa fu mai fatta ragionevolmente, è stato il mio venire a Roma: però non è maraviglia, ch’egli non abbia avuto altra sicurezza, o altro aiuto, che quel de la ragione; senza la quale, o non ci sarei arrivato, o peraventura più tardi. Or che, per grazia d’Iddio, con l’aspetto sacro di questa città, ho adempiuta una parte d’un mio antico desiderio, vorrei che tutti gli amici, e tutti i parenti, e vicini e lontani, m’aiutassero in guisa, ch’io potessi trattenermici, ed elegger padrone, senza alcuna necessità. Perchè l’elezione deve esser libera; massimamente in questa patria, la quale è comune e libera, oltre tutte l’altre: e s’in tanta libertà di tutte le nazioni del mondo, io solo fossi servo contra il mio volere, non avrei di che rallegrarmi de la venuta. Ringrazio molto il signor cavalier Solza de le lettere scritte in mio favore; per lo quale io posso fermarmi in casa del signor patriarca Gonzaga; il quale si crede che tosto debba esser cardinale. Ho questo obligo adunque al signor Solza: e ’l conosco, e ’l confesso sì volentieri, come soglion far coloro che non sono ingrati. Altrettanto ne vorrei aver al signor ***, il quale per l’antica amistà, e per lo parentado, poteva scriver in mia raccomandazione al signor cardinale Albano; perch’in me non fu mai alcuna più costante volontà, che quella de la sua esaltazione. Laonde gli errori miei non sono stati volontari, ma quasi violenti: e la violenza è tutta di coloro che m’hanno costretto a vaneggiare. Io non ho parlato intorno a ciò con Sua Signoria illustrissima, per non dirle cosa che non sappia, o che non voglia sapere: ma non volendo far questo ufficio il signor ***, lo potrebbe far il signor suo fratello, il quale ha voluto lasciar l’ultima parte a gli altri, cioè quella che aperteneva a la mia salute: non parlo de la riputazione, perchè tutta la corte prenderà esempio da voi altri. Scrivo al signor Cristoforo, e non ricuso il favor del signor Solza; perchè in niuno altro modo mi consente la fortuna il potervi dimostrare quanto sempre desiderassi la benevolenza di cotesta città. Le mie robbe, oltre i libri, son poche, e di poco momento; nè so se bastino a pagare i debiti e la condotta, volendo il servitore esser pagato; ma i libri estimo quasi quanto la vita. N’ho due casse piene: e ne la terza ve ne sono alcuni pochi, de’ quali si potrebbe far un fardello, e porlo per sovrasoma: ma avendon’io bisogno grandissimo, vorrei che fosser mandati inanzi Natale in tutti i modi.</p>
               <p TEIform="p">Se la signora *** avesse voluto usarmi qualche cortesia, accioch’io potessi fermarmi in Roma più allegramente, farebbe cosa insolita a me, ma pur usata da le gran signore sue pari. Io non ho perduta l’occasione di baciarle la mano per mia colpa; ma bisogna far quel che gli altri vogliono, quando non si può fare a suo modo. State sano; e raccomandatemi a tutti gli amici, e a i parenti, e particolarmente al signor cavalier Solza. Di Roma.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A CAMMILLO PELLEGRINO. Capua</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Già Vostra Signoria mi fece tanto certo de la sua dottrina, quanto mi poteva bastare per sua lode: ora mi rallegro che m’abbia voluto dar certezza con due lettere de la buona volontà, de la quale io la ringrazio quanto posso con le parole, perchè non mi è conceduto di farlo con gli effetti: ma la fortuna che mi toglie questa parte, come l’altre, ha voluto dar a Vostra Signoria nuova occasione d’obligarmi.</p>
               <p TEIform="p">Io ebbi in Ferrara il libro mandatomi da l’ambasciator di Toscana: ho ricevuto quest’altro dal signor Giovan Batista Attendolo: e tutti sono oblighi non solo di leggerlo, ma di lodarlo. Scusimi Vostra Signoria, perchè le occupazioni de l’animo, la prigionia, l’infermità, e i viaggi, e le mutazioni di luogo, sono grandissimo impedimento de gli studi e de l’amicizia similmente: e dolgasi meco, che fra tante conversioni e tanti rivolgimenti, non abbia ancora potuto far quello per cui nasce la maraviglia: ma se non sarò ammirato in questa guisa, almeno la novità de gli accidenti non consentirà ch’io giaccia ne l’oscurità e ne le tenebre. Non posso esser più lungo. Vostra Signoria si prometta di me quanto io vaglia: il che è poco in questo mio stato; ma potrebbe esser non poco in più destra fortuna. Bacio le mani al signor Giovan Batista, ed a Vostra Signoria parimente. Di Roma, il 9 di decembre del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io vi ringrazio de le promesse; ma più vi ringraziarei de gli effetti, i quali son tardi, massimamente in quella parte ne la quale io desidero maggior velocità, cioè nel ricuperar i Dialoghi e l’altre mie scritture. Io son per natura e per costume assai buon pagatore de’ debiti; ma ora non posso pagar d’altro, che de’ versi: e de’ versi pagherò chi se ne contenta. Manderò dunque al signor Cristoforo la canzona che mi chiede, senza fallo. De la licenza del signor duca, e de la libertà in quello che può da lui venire, omai vorrei esser senza dubbio alcuno; però rimarrò con molto obligo a Vostra Signoria e a la città tutta, se questo officio sarà fatto o da qualche gentiluomo, o per lettere. Le casse de’ miei libri e la soprasoma aspetto avanti Natale; e prego Vostra Signoria ch’in ciò s’adoperi quanto può, facendo ch’il signor cavalier Solza scriva al signor Tullo: ma se ’l signor Cristoforo volesse pregarne il signor duca, non sarebbono conceduti con maggior difficoltà. Questo è il maggior favore, o la maggior grazia, ch’io possa aver in questi tempi, eccettuatane quella de la vita: però io ve ne prego quanto posso, pregando Iddio che mi conceda qui ed altrove tante occasioni di mostrar gratitudine, quanti sono stati i miei passati bisogni. Vivete lieto. Di Roma.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Non m’è stato ancor mandato il mio tamburo; però non posso ancor mandare la canzona in laude de la Clarissima. Aspettava prima i Dialoghi e i Discorsi per monsignor Maffetto, o per altri che venisse a Roma: ma di lui m’era stato detto ch’era in camino innanzi le feste. De le mie lettere farete quel che vi pare, com’io l’avrò rivedute: e cercherò di raccoglierne alcune altre; particolarmente quelle ch’io ho scritte a monsignor Papio, al principe Ranuccio, a la granduchessa, e ad alcuni altri principi e privati. Mi spiace di non aver risposta da gli altri, a’ quali n’ho scritto in Bergomo: ma questo male non ha altro rimedio. Vivete lieto; e mandate le scritture senza fallo. Di Roma.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io vi aveva già scritto, quando il signor Maurizio mi ha detto che voi avete non solo raccolte le mie Lettere, ma fatte stamparle. Ne l’una cosa non avete trapassato il mio volere; ne l’altra m’avete fatta ingiuria, come in tutte l’altre opere publicate senza mio consentimento. Laonde io vi prego che vogliate omai cessare da questa ostinazione, perch’è una volontà di perseverare ne l’ingiustizia, la quale alcuna volta suole essere tollerata ne’ principi; ma ne’ privati non può essere sostenuta lungamente. Io ho sofferta questa ed altre ingiurie simiglianti, senza cercarne vendetta, per desiderio de la libertà; per la quale non v’ho obligo alcuno, come sapete: ma niuna cosa è più servile, che ’l sentirsi offendere in quelle cose ne le quali a l’uomo pare di dover essere meno disprezzato, e non aver ardimento di risentirsene. Io vorrei scacciar tutte queste noie, e non potendo dar loro bando in altro modo, penso di cacciarle con le scomuniche, come scrisse mio padre che si cacciano le cavallette. Ringrazio Iddio che sono in parte, ove ce ne soleva esser dovizia. In conclusione, rimandatemi le mie scritture senza publicarle. E de l’altre cose sia quel che vi pare; perchè se non vorrete ricompensare i dispiaceri che m’avete fatti, con alcun piacere, non temerò per l’avvenire d’esser ingannato da voi o da alcuno somigliante. Dio v’inspiri. Di Roma, il 17 di decembre 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIULIO SEGNI. Bologna</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">A’ versi di Vostra Signoria rispondo in prosa; non perchè il parlare sciolto mi possa scioglier da l’obligo, ma perchè la sua cortesia mi concede tempo e commodità al pagarlo. Risponderò in versi ancora, poichè la mia fortuna non ha voluto ch’io possa provocarlo. In Roma molti mi danno speranza: ma quella quasi conceputa per lettere di Vostra Signoria mi riesce vana in tutto; perchè monsignor Papio non farebbe più per me di quello che farebbono molti che mai non m’hanno conosciuto: e se per intercessione di Vostra Signoria non si muove, io crederei di pregarlo invano. E con questo fine, a Vostra Signoria bacio la mano. Di Roma, il 19 di decembre del 1587.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A PAPA SISTO V</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Torquato Tasso, umilissimo e divotissimo servo di Vostra Santità, avendo fatto ricorso a la sua clemenza dopo molti anni di prigionia e d’infermità, e molte ingiurie ricevute, e molti pericoli trapassati in diverse parti d’Italia; supplica Vostra Beatitudine umilissimamente, che gli faccia grazia di potersi fermare in Roma senz’alcun sospetto di privata violenza, o d’ingiustizia: perch’egli essendo nato nel regno di Napoli; nel quale, oltre l’amor de la patria, molti bisogni il costringono a ritornare; riconosce e riconoscerà sempre Vostra Santità per supremo suo signore; e si appella al suo da tutti gli altri giudici, per li quali è stato prima condannato che sentenziato. Il 20 di decembre del 1587.</p>
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               <head TEIform="head">944</head>
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                  <salute TEIform="salute">A FILIPPO SPINELLI. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io sono in casa di Vostra Signoria senza lei, ma più suo che s’ella medesima vi fosse: e benchè mi paia d’esserne quasi padrone, tanto son servito ed onorato da’ suoi servitori e da gli amici; desidero nondimeno il suo ritorno, per dimostrarmi suo servitore con molta dimestichezza, ove forse con picciol rispetto quasi mi son fatto signore: perch’io non ricuso niun servigio e niuna commodità; e tengo forse occupati questi tre o quattro servitori, che peraventura non sarebbono necessari, se Vostra Signoria non dovesse tosto ritornare. Ma questi sono soverchi pensieri, o soverchia curiosità di cosa la quale o non m’importa, o non dee essere da me ricercata, o da Vostra Signoria manifestata, se insieme non volesse scoprirmi la sua infinita cortesia, e l’obligo infinito ch’io debbo averle. Sia dunque del mio stare in questo alloggiamento quel che pare a Vostra Signoria. Del venire a Napoli non posso far deliberazione che mi piaccia, perch’io desidero insieme la benevolenza de’ principi e de’ cavalieri napolitani e la grazia del re, e non vorrei co ’l mio venire senza invito, o senza concessione, perder l’una o l’altra, o porle a rischio ambedue: però sempre ho giudicato più sicuro consiglio il fermarmi in Roma, almeno sin a tanto che io vedessi qualche segno di serenità e di tranquillità. Ora la mia fortuna è simile a la stagione; tutta piena di noia, di rincrescimento, tutta turbata e spaventevole: laonde io non posso rimirar cosa la quale o non mi offenda o non mi sgomenti. Passeranno forse queste quasi minaccie del cielo e de la sorte nemica, e questi tuoni e queste nuvole si dilegueranno in qualche parte tanto lontana, ch’io non avrò occasione da sbigottirmi. Fra tanto, s’altri m’invita a far esperienza de la mia virtù, voglio confessarmi timido; se a provar la fortuna, conosco d’essere infelice; se la cortesia de’ signori napolitani, cercherò di mostrar quanto io giudichi convenirsi la modestia: ma posso nondimeno ricevere in questa città da loro molti favori, e quasi grazie.</p>
               <p TEIform="p">Il negozio, per lo quale io son partito di Lombardia è noto a ciascuno: non dico solo il desiderio de la vita, de la libertà, de la quiete, e (s’è lecito dirlo) de l’onore; ma il bisogno ancora e la speranza di ricuperare qualche parte de la facoltà paterna e materna. La signora Cornelia Tasso, mia sorella, mi scrisse già molt’anni sono, mentr’io era ancora in prigione, che per giustizia io dovea aver qualche migliaio e centinaio di scudi de la dote di mia madre, la quale non so da chi sia posseduta, o da’ nipoti o dal fisco. Da’ parenti dovrei aspettare aiuto senza lite; dal re, grazia del tutto, non de la parte. Ma non trattiamo ora di Sua Maestà. Co’ nipoti di mia madre, figliuoli del signor Fabio Rossi, e con gli altri parenti, vorrei che fosse fatto ufficio, per lo quale essi non facessero maggiore stima de la robba ingiustamente e crudelmente posseduta, che del parentado e de l’amicizia; nè lor rincrescesse di mandarmi un centinaio di scudi per trattenimento: almeno vorrei tanta informazione da Vostra Signoria, ch’io doppo tanti pericolosi anni di prigionia, d’infermità, di nemicizia, e quasi esilio, sapessi dove fermarmi o a chi rivolgermi; o a la grazia del re, o a la giustizia de i ministri, o a la benevolenza de’ parenti, o a la liberalità de’ padroni, o a la fede et a la carità de gli amici.</p>
               <p TEIform="p">Non le mando altre lettere, che una per mia sorella; ma de le prime desidererei qualche risposta. Vostra Signoria mi perdoni, s’io non solamente in Roma le do incommodità, ma in Napoli fastidio; o più tosto mi lodi ch’io abbia tanto confidato in lei, quanto ella medesima ha voluto, scrivendomi che fra’ suoi parenti e i miei è stata fatta nuova parentela.</p>
               <p TEIform="p">Non le mando il dialogo, perch’il soggetto d’ogni dialogo dovrebbe esser qualche questione disputata; e ne l’argomento che mi lasciò scritto, è una semplice narrazione, la qual non si potrebbe ridurre in questa forma di componimento: ma de le cose dettemi da Vostra Signoria si potrà far dialogo, se le piacerà. Forse ella porta contraria opinione, che basti al dialogo un ragionamento vicendevole, senza contesa o diversità di pareri. Sarei stato più sollecito in mandargliele, s’io avessi stimato che Vostra Signoria dovesse favorirmi più volentieri per obligo, che per cortesia: ma nè le mie composizioni possono obligarla, nè le mie negligenze farla men cortese e ufficiosa. Bacio a Vostra Signoria la mano, ed al signor conte di Paleno parimente.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A CORNELIA TASSO. Sorrento</salute>
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               <p TEIform="p">S’io co ’l venire a vedervi fossi stato sicuro di venire a la vita, a la sanità ed a’ piaceri, a’ quali già m’invitaste, sarei venuto senza nuovo invito e senza tardanza. Ma perchè non essendo sicuro de la vostra vita, non posso esser certo d’alcun’altra cosa, mi sono fermato in Roma, aspettando da voi medesima avviso de la vostra vita, o da’ parenti consolazione de la vostra morte. Credo nondimeno che viviate, o perchè agevolmente si credono le cose che si desiderano, o perchè la fama de la vostra morte è senza autore, o almeno senza autorità e senza verisimilitudine; e vivendo, vi prego che facciate per la mia vita e salute quanto io farei per la vostra. Sono infermo, come dovete sapere; e se non risano in cotesto paese, dov’io nacqui, son quasi disperato de la sanità. La clemenza del cielo, l’amenità de la terra, la bontà de’ cibi e de l’acque, la tranquillità de l’animo, l’ozio e ’l riposo de la mente, e ’l moderato esercizio del corpo, mi potranno far gran giovamento; ma più di tutte le cose, il vedervi tenera de la mia vita e de l’onore, e la cura e ’l pensiero che vi prenderete de la mia infermità. Piaccia a Dio ch’io non m’inganni tanto de la vostra amorevolezza, quanto de la mia fortuna. Io non ebbi mai informazione da chi fosse posseduta la facoltà di mia madre; e mi pare, che s’ella è in poter de’ parenti, com’io stimo, mi dovessero mandare qualche centinaio di scudi, acciochè io potessi trattenermi qualche mese in Roma, senza loro e mia vergogna; e ricuperare i miei libri, e le scritture lasciate in Lombardia, e baciar i piedi a Nostro Signore: dal quale aspetto grazia che sia tanto maggiore de le mie colpe, quanto la sua autorità supera quella di ciascun altro. Se voi sarete viva, dovrete proccurarli; se morta, non mancando a voi eredi, non dovrebbono mancare a me proccuratori. Dio ci contenti.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Bologna</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">È possibil che ’l signor Antonio Costantino faccia così poca stima del suo Tasso? Se merita d’essere sprezzata la mia fortuna, a la vostra gentilezza non si conviene disprezzarmi. Vi partiste senza dirmi a Dio: e senza il vostro aiuto non ho mai potuto trovar la mia valigia, nè saper quel che ne sia: e tra ’l bisogno ch’io ho d’alcune cose, e la gelosia d’alcune altre, ne sono in grandissimo fastidio. Fate, di grazia, ch’io la riabbia; e senza indugio, e senza diminuzione o perdita d’alcuna cosa che vi fosse: perch’io non credo già che niuno voglia porvi dentro una tazza d’argento, o altra cosa simigliante; come fece Gioseppe ne’ sacchi de’ fratelli. S’è necessario ch’io sappia il nome del mulattiere, scrivetemi a chi debba dimandarne. Baciate le mani al signor Segni, e ditegli ch’io gli son debitore d’una quarantena di versi almeno; ma non posso ancora sbrigarmi: penso di pagar tutti i miei debiti, che sono molti e grandi. S’egli non mi riscalda monsignor Papio, avrò maggior difficoltà di farlo. Baciatele ancora al signor Evangelista Canobbi, e conservatemi ne la sua grazia e vostra. Di Roma, il 2 de l’anno 1588.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL PRINCIPE RANUCCIO FARNESE. Parma</salute>
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               <p TEIform="p">S’io temessi di supplicar Vostra Altezza da quella parte ne la quale può molto più favorirmi, ch’in altra ov’io sia stato già molti anni; non potendo aver dubbio del suo potere, dubiterei de la mia o de la sua volontà. De la mia non posso, perch’ella non ha maggior obietto de l’onore e de la prosperità di Vostra Eccellenza; de la sua non debbo, perchè in principe in cui son riguardati con maraviglia tanti meriti propri e tante virtù, e tanti antichi e molti onori e grandezze e dignità, quasi raggi de la gloria del padre e de gli antecessori, e tante occasioni di giovare altrui e di far beneficio, non posson mancare nè la pietà nè la cortesia: nè in me è ragionevole che manchi quella speranza ch’io ebbi de l’una e de l’altra dal primo giorno ch’io seppi d’essere conosciuto da Vostra Eccellenza. Sono in Roma, dove ho tanto minor favore ch’io non soleva, quanto avrei maggior bisogno d’esser favorito ed aiutato in tutti i miei negozi, e particolarmente in quello nel qual consiste la mia vita e la salute, e la mia libertà. E se le mie preghiere non sono vane con Vostra Eccellenza, le sue raccomandazioni non potranno essere in modo alcuno senza fede; e prego un principe e per natura e per esempio dei suoi maggiori, e per propria elezione, cortesissimo. Laonde non dovrebbe esser alcuna infelicità ne le ripulse, dove è molta onestà ne le dimande: e bench’io pensi di chieder la grazia al re de la dote materna, la qual mi fu scritto appartenermisi per giustizia; nondimeno con la grazia di Vostra Eccellenza, e con quella di monsignor illustrissimo suo zio, e del signor principe suo fratello, potrà impetrar più agevolmente quella di Sua Maestà, ed aspettarla con minor dispiacere, e più rallegrarmi d’averla conseguita per suo mezzo. Frattanto non voglia che mi noccia o l’ardimento d’averla pregata troppo liberamente, o la credenza che Vostra Altezza debba compiacermi, e far ch’io sia compiaciuto. Di Roma, il 3 di gennaio del 1588.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A FERRANTE GONZAGA, PRINCIPE DI MOLFETTA. Napoli</salute>
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               <p TEIform="p">Io non posso numerar tra le mie sciagure, che mi sia negata spesso risposta da Vostra Eccellenza, perchè forse l’intenzione con la qual mi si niega, è conforme a la mia medesima; ma quelle cose ch’in questo tempo non estimo sventure, ne gli altri avrei forse riputate disgrazie. Ora conviene che mi contenti di quel che piace a Dio. Prego nondimeno Vostra Eccellenza, che non si sdegni che tra l’altre composizioni mie, che penso di mandare in luce, si legga una canzona in sua lode, la quale io le mandai. Nè sarebbe stata sola, s’io non avessi dubitato che l’obligo di favorirmi fosse stato grave a Vostra Eccellenza; ma molte cose compartite soglion parer più leggiere. Di nuovo son richiamato a Napoli, con speranza che la città debba darmi venticinque scudi per trattenimento, i quali non accetterei con alcuno obligo: ma senza obligo, confesserei d’essere obligatissimo a chi non avesse voluto obligarmi. Io non estimo che la città sia il popolo solamente, ma i cavalieri ancora e i principi; fra’ quali essendo Vostra Eccellenza, la supplico che voglia unirsi con gli altri in quell’azioni che le paiono più convenienti a principe magnanimo. E se questa è una di quelle, io mi stimerò assai fortunato. In tutti i modi Vostra Eccellenza può consolarmi; ma in niuno può liberamente dimostrarmi la sua benevolenza, che scrivendomi liberamente il suo parere. E con questo fine, bacio a Vostra Eccellenza la mano. Da Roma, il 4 di gennaio del 1588.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">949</head>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io scrissi a Vostra Signoria queste settimane passate quanto mi dispiaceva che faceste stampar mie Lettere, come l’altre cose ch’io non aveva rivedute. Ora di nuovo vi prego, che non vogliate ch’io di nuovo resti offeso in questa parte, che molto mi duole. De la Tragedia potete fare a vostro modo; ma deliberando di ristamparla, conciate una paroletta nel primo atto e ne la terza scena.
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                     <l part="N" TEIform="l">Che di lungo silenzio è grave il peso;</l>
                  </quote>
nel ristamparla si può mutare:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">Nè di lungo silenzio è grave il peso.</l>
                  </quote>
               </p>
               <p TEIform="p">Come avrò avuta la valigia ch’io aspetto da Mantova, manderò la canzona promessa. Fra tanto vivete lieto; e mandate i Dialoghi, e le altre scritture. Di Roma, il 5 di gennaio del 1588.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">950</head>
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                  <salute TEIform="salute">A FILIPPO ALBERTI</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Se chi sa quanta sia la noia e ’l rincrescimento de la prigionia, o più tosto il tormento e l’infelicità, suole aver compassione de’ prigionieri; niuno dovrebbe esser di me più compassionevole, particolarmente di quella di Vostra Signoria, che m’ha tante volte consolato, quante sono stato vicino a la disperazione. E sapendo l’obligo mio, può credere ch’io la conosca, e senta questo colpo de la sua avversa fortuna quasi nel mio cuore medesimo. Ma dove è molta virtù e molto merito, non è maraviglia che sia grande sciagura: pur Iddio non abbandona chi non fonda le sue speranze ne la vanità di questo mondo, che è vanissimo fondamento; e tutti co ’l mio esempio sono ammaestrati a sperare. In quel che Vostra Signoria mi comanda, la servirò volentieri; acciochè Vostra Signoria conosca quanto sia agevol cosa il superare un poeta già invecchiato ne le miserie. E le bacio la mano. Di Roma, il 9 di gennaio 1588.</p>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">A GIULIO SEGNI. Bologna</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Quanto io confesso più il debito, il quale ho con Vostra Signoria, tanto meno sono atto a pagarlo: laonde son disperatissimo. Scrivo alcune stanze in lode di Sua Beatitudine; e non posso in questo mezzo attendere ad altra cosa, nè rispondere ad alcun altro. I versi di Vostra Signoria saranno i primi a’ quali darò risposta. Fra tanto mi scusi; e dia l’inchiusa al signor Costantino. Bacio a Vostra Signoria le mani, ed al signor cavalier de’ Rossi parimente. Di Roma, il 12 di gennaio del 1588.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Bologna</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Come può esser questo, che non contento d’avermi fatto passare mezzo questo verno con tanto disagio di molte cose, vogliate al fine ch’io perda la valigia. È venuta, non è venuta: è in Bologna, è in Modena; o pure in Monterosolo ed in Baccano: chi è il mulattiere che l’ha portata? quale è la chiave? Queste son le risposte che mi son date, e le dimande che mi son fatte. Messer Giorgio sempre dice di darmela, e non ne fa nulla. Non vogliate, signor Costantino mio, che questa benedetta valigia mi faccia disperare, o mi faccia rompere il collo. Mandatemi la chiave, scrivete il nome del mulattiere che l’ha portata, e ’l segno; perchè dovete farlo, ed io ve ne prego. In somma, spedite questo negozio, se non volete ch’io mi lamenti più di voi che di tutti gli uomini del mondo: il che mal volentieri m’indurrei a fare, essendomi fin’ora lodato di voi, più che di tutti gli uomini del mondo. De le casse de’ libri non voglio darvi fastidio, perchè non voglio che avvenga il medesimo che de la valigia. Fate ch’io l’abbia, vi prego: e vivete lieto. Di Roma, il 13 di gennaio del 1588.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIULIO SEGNI. Bologna</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io scrivo a Vostra Signoria con la medesima vergogna di non averle mandato un centinaio di versi, non potendo in altro modo conoscere la sua cortesia: ma sono occupato in alcune altre Stanze ch’io scrivo al papa. Tutti mi danno speranza che Nostro Signore mi sarà liberale de la sua grazia: ma n’eccettuo monsignor Papio, il quale è scarsissimo ne le promesse; non so quel che sarà ne gli effetti e ne gli ufficii. Al signor Costantino nasce occasione di nuova tardanza; ed io son mezzo disperato de l’indugio. S’è andato a Mantova, potrebbe ricordare al signor duca, quanto a’ principi convenga usar liberalità con un mio pari; perchè se Sua Altezza non paga la condotta de le casse, io non so come pagarla. Potrà, se li pare, dire una parola di ciò a la signora duchessa. Bacio le mani a Vostra Signoria, ed al signor conte Cornelio Lambertini, ed al signor cavalier de’ Rossi, ed al signor Evangelista Canobio. E vivano felici. Di Roma, il 23 di gennaio del 1588.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIULIO SEGNI. Bologna</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Comincio a respirare, perchè ho finite le Stanze del papa; le quali, com’io credo, saranno stampate; e le manderò a Vostra Signoria. Il carnovale non mi concede molto ozio, e non mi dà molto diletto. Aspettavo questa settimana la mia valigia, ma non è ancor capitata; nè so a chi l’abbia raccomandata il signor Costantino, nè per chi l’abbia inviata: però mi raccomando a’ buoni uffici di Vostra Signoria; e son tutto suo. Di Roma, il 25 di gennaio del 1588.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A CIRO SPONTONE</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io ringrazio Vostra Signoria che tenga memoria di me in tutte le parti; ma mi doglio che in tutte egualmente io sono poco atto a sodisfarla. De le mie composizioni ciascuno può fare a suo modo, come ha voluto la mia fortuna ed un consentimento de gli uomini universale; per lo quale colui ha voluto mostrar d’essermi maggior amico, il quale ha cercato di farmi maggior dispiacere. Io pensava di raccoglier tutte le mie cose, e di stamparle insieme; perch’essendo divise in tante picciole e minute parti, agevolmente si possono smarrire: ma io ho tolerato lungo tempo questa noia. Laonde non posso negare a Vostra Signoria quel che non ho negato ad alcuno.</p>
               <p TEIform="p">Al signor Ercole sono obligato tanto, ch’io dovrei lodare i suoi versi, benchè non mi piacessero; perch’in questo tempo la libertà del giudicare o del dire il suo parere non suole esser lodata ne gli amici. Però vi prego che lodiate ogni cosa, non solo con le vostre usate parole, ma con quelle che sapreste formare, come se fossero dette da me: e raccomandatemi a quel cortese gentiluomo, la grazia del quale io stimo quanto la vita istessa. Vivete lieto. Di Roma, il 30 di gennaio del 1588.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Bologna</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Nè io ricevei danari dal Mazone o da altro modenese; nè, se gli avessi ricevuti, gli negherei: nè egli per un paio di stivali deveva ritenere il mio tamburo. Non posso mandarvi danari, perchè non ho tanti che mi bastino per le spese di picciol tempo: e non so dove accattarne. Non voglio in modo alcuno che diate tampoco de’ vostri danari propri al Mazone, come vi offerite, perch’egli non deve aver nulla da me. Ben sono costretto a pregarvi di nuovo, che mi risolviate in questo negozio, o almeno risolviate voi stesso: perch’io non debbo perdere il tamburo, del quale ho grandissimo bisogno, e grandissima ragione di ricuperarlo. Vi mando una lettera, che scrivo al Mazone stesso, e vi prego che le diate ricapito, e mi caviate di questo impaccio, che mi travaglia oltra modo. Vivete lieto. Di Roma, il 3 di febraio del 1588.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL PRINCIPE DI STIGLIANO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io credo che Vostra Eccellenza abbia tanta cognizione de la mia avversità, quanto io l’ho de l’alta sua fortuna e del felice stato: però in questa parte non è necessaria informazione. Io so che può favorirmi, com’ella sa ch’io ho bisogno del suo favore. Se ricerca maggior notizia di me, sappia ch’io sono affezionatissimo a’ principi napolitani, desiderosissimo de la loro grazia, e particolarmente de la benevolenza di Vostra Eccellenza. Vorrei poterle scrivere d’esser meritevole di quel ch’io desidero, e di quel ch’io dimando; ma non voglio narrar di me alcuna cosa falsa, o prometterne alcuna soverchia, o accennarne alcuna con le parole, ch’io non possa dimostrar con l’opere e con l’operazioni. In lei non debbo mai dubitare che la virtù sia discorde da la nobiltà, o l’autorità di giovare diversa da la volontà: però la prego, con molta fede d’esser compiaciuto in cosa ne la quale sono stato molto offeso; dico ne gli studi miei, i quali non posso nè finire nè continuare senza libri. Ne lasciai in Mantova due casse: e più ora avendo fatta deliberazione di vivere questo avanzo di vita tra Roma e Napoli, prego Vostra Eccellenza che scriva in mia raccomandazione al signor duca di Mantova, acciochè sia contento di restituirmeli, acquetandosi a questo mio quasi necessario proponimento. L’obligo sarà non solo di cosa carissima oltre tutte le altre; ma carissima, perchè volontieri io rimarrò perpetuamente obligato a Vostra Eccellenza.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A CLAUDIO ALBANO. Milano</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vorrei mandare qualche mio verso a Vostra Signoria, per mostrarle che io ho tanta cognizione del mio debito quanta de’ meriti suoi. Ma perchè i versi derivano da l’animo tranquillo, quasi da fonte; essendo il mio perturbatissimo, credo che Vostra Signoria non isdegnerà le prose, almeno insino a tanto che si rasserenino i miei pensieri. Non so quando ciò debba essere; ma sempre le grazie di Nostro Signore sono a tempo. L’illustrissimo signor cardinale Albano, meglio di ciascun altro, potrebbe esser cagione de la mia quiete; e direi de la contentezza, s’io avessi ardimento di sperarla. Non ho avuto ancora ardire di supplicarnelo: ma prego Vostra Signoria che scriva in mia raccomandazione a Sua Signoria illustrissima, acciochè le sia tanto cara la mia salute, quanto a me devrà essere sempre la sua riputazione. La quale non si scemerà in parte alcuna, ancora ch’io ricuperassi con la sanità il mio primo stato, e (s’è lecito a dirlo) la mia prima fortuna. Questa è troppo infelice: ma ora io non voglio muovere compassione; perchè soverchie sarebbono le mie parole dove quasi parlano le mie sciagure di tanti anni, e le miserie: ma non estimo nè soperchio nè fuor di tempo il raccomandarmi ad un signore ed amico. Faccia ch’io conosca che le sue lettere mi siano state di giovamento e di satisfazione e d’allegrezza; e aspetti le mie in numero più spesse: e le rime similmente; con le quali vorrei poterla fare immortale, se non bastassero le sue virtù: ma, fra tutte l’altre, quelle sono più meritevoli che più giovano a gli amici. Bacio a Vostra Signoria la mano. Di Roma, a’ 25 di febraio 1588.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A FILIPPO SPINELLI. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vostra Signoria ha voluto prevenir le mie preghiere, e quasi farsi incontro al mio desiderio, siccome colui il quale conosce il mio bisogno. Però io dovrei ora almen ringraziarla di questo uficio fatto per me, del quale prima dovea pregarla, acciochè non le paiano così tardi i ringraziamenti come i prieghi. Ma perchè io stimo che tutte le grazie dipendano da quella di Sua Santità, non posso ancora pentirmi di questa mia tarda deliberazione, o più tosto esecuzione, perocchè la risoluzione è già fatta; e s’io partissi di Roma senz’aver la sua grazia, o senza sperarla, non so quale certezza o quale speranza potessi aver del negozio di Napoli. Al signor conte di Paleno sono affezionatissimo, e quasi provocato da la sua cortesia ad esserli perpetuamente servidore; nè io preporrei alcun’altra a questa servitù, o alcuno altro a questo favore. Ma dee sapere ch’io sono infermo già molt’anni, e poco atto a’ servigi d’alcuno, se prima non ricupero la salute. E benchè il privilegio de gl’infermi sia l’esser servito, nondimeno mi vergognerei che la vecchia infermità gli potesse far men cara la nova servitù. Di me posso dire quel c’altri scrisse di se medesimo: <quote TEIform="quote">Io ne l’opre e ne’ premi inutil servo</quote>. Ma non voglio mostrar così picciola corrispondenza a tanta affezione. Verrò dunque a Napoli, senza fallo, a vivere o a morire; e non potendo lasciarvi di me quella memoria c’avrei desiderato, vi lascerò almeno l’ossa, ch’io sono quasi stanco di portare attorno. Ma dovendo io eleggere il tempo, non partirei se non fatta quaresima. E bacio a Vostra Signoria le mani.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO. Genova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io porto meco in tutte le parti le mie sollecitudini e le noie; o pur le ritrovo. Però non si maravigli Vostra Paternità s’io son tardo a le risposte che non m’apportano alcuna utilità o alcun giovamento. A Vostra Reverenza nondimeno io non posso negarla: il pezzo de l’unicorno mi fu dato; ma tolto poi con modo più insolito assai, e quasi direi maraviglioso, s’io non avessi veduti altri simili miracoli. Se l’ho perduto, quando potea giovarmi, io n’ho minor maraviglia de l’arte. Invoco il giudizio di Nostro Signore, ch’in me non è fraude nè menzogna; bench’io sia tutto pieno di sdegno e d’infelicità.</p>
               <p TEIform="p">I saluti del signor Alessandro e de la signora Livia Spinola accetto volentieri; come accetterei da la medesima casa. E se monsignore illustrissimo avesse simili rimedii, che potessero giovarmi, io prenderei maggiore ardimento di pregarla. Il reverendo Licino potrebbe forse mandarmi quel libro con altre scritture: ma sarebbe forse l’invoglio troppo grande; ed io cercherò d’averne uno in Roma. Bacio a Vostra Paternità le mani, come le bacierò presenzialmente al signor Paulo suo fratello, s’io avrò tanta fortuna che possa vederlo. Viva felice. Di Roma.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO. Genova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Scrissi a Vostra Paternità l’altra settimana; in questa non so che scriverle di nuovo, ma la prego che mi mandi un altro pezzo di alicorno, e m’avvisi del modo d’usarlo; perchè non potrebbe ora farmi maggior grazia. Spero d’andar questa pasqua a Napoli ed a Sorrento; e in questo viaggio niuna cosa spero di veder più grata, che la presenza del signor vostro fratello. Il convento di San Renato mi parrà sconsolato senza la vostra e senza quella del padre don Gervasio. Vi prego che mi mandiate la Tragedia: e mi raccomando a le vostre orazioni. Di Roma, il 3 di marzo 1588.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A MARCO PIO. Sassuolo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">La cortesia e la liberalità di Vostra Signoria illustrissima s’è dimostrata tanto opportunamente ne l’occasione, che molto ha accresciuti gli oblighi miei, benchè non abbia in parte alcuna fatta maggiore l’opinione ch’io n’aveva. La ringrazio del dono fattomi, e de la tardanza usata nel donare, e de le parole cortesi con le quali ha accompagnato il dono. Del dono, perch’è di tanti danari, quanti mi bastano a finire il viaggio lietamente; de la tardanza, perchè se prima gli avesse mandati, prima gli avrei spesi: laonde mi sarebbe stato necessario il pregare alcun altro, e forse in vano. Le rendo grazie ancora de le parole scrittemi ne la sua lettera, perchè m’insegna com’io debba sodisfarla, ed in che. Vostra Signoria illustrissima è nobilissima di sangue e d’animo, di costumi, di maniere e d’aspetto; ornatissima de le doti de la natura; abondevolissima di quelle de la fortuna: io, a l’incontro, privo di tutte quelle cose che possono far superbi gli uomini, e quasi d’intelletto medesimo. Laonde tanto a me si conviene d’onorarla, quanto a lei d’aver compassione del mio infortunio. Io l’onorerò sempre con la volontà, co’ pensieri, con la lingua, con la penna, con l’opere; ma la supplico ch’essendosi degnata d’usar meco alcuna amorevol dimostrazione de la sua bontà, e de la virtù ereditaria, non se ne penta; nè le incresca d’avermi compiaciuto: ma cerchi di giovarmi con le raccomandazioni, poichè m’ha aiutato co’ danari.</p>
               <p TEIform="p">Io, come le ho scritto, andrò a Napoli, perchè de l’andare son risoluto; ma irresoluto del ritorno, non avendo in Roma quell’appoggio che sarebbe convenevole a la mia età già matura, e a l’ingegno stanco, e fatto canuto già molti anni sono. Di là scriverò spesso a Vostra Signoria illustrissima, pregando Iddio che le dia prosperità e felicità perpetua.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL PRINCIPE DI STIGLIANO</salute>
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               <p TEIform="p">I miei desideri sono come quelli de gli altri infermi; però Vostra Eccellenza non si maravigli s’io, mosso da le persuasioni del medico, ho avuto troppo ardire di supplicarla; ma di niun’altra cosa più intendeva, che de’ miei libri, i quali meno dovriano esser negati a le preghiere de’ meno famigliari. Ma non voglio che l’infermità mi faccia troppo indiscreto con Vostra Eccellenza, la qual si mostra tanto cortese ne le cose le quali dependono da la sua volontà, che merita d’esser più tosto fine che mezzo, e pregata che pregare alcun altro. E le bacio la mano.</p>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Bologna</salute>
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               <p TEIform="p">Mi rallegro grandemente de l’onore e de la cortesia fattavi dal signor cavalier de’ Rossi, con avervi ricevuto in casa sua; perch’egli sa e può accarezzare i virtuosi pari vostri: ma mi doglio di rimanere in perdita di molti libri ch’erano nel tamburo, e d’alcune altre cosette. Non dovevate pigliar la chiave, e la cura di farmi venir la valigia, se non credevate di poterla condur sicuramente: nè dimandar lettere al vescovo di Modena, se non volevate servirvene; perchè Sua Signoria reverendissima forse non avrebbe consentito che vi fosse tolta alcuna cosa, o che non vi fosse restituita. Son sicuro che voi non avete altra colpa in quel che mi manca, se non che non dovevate fidar la chiave a chi l’avete fidata; perchè la voleste presso di voi, quasi non fidandovi di me. Ma ad ogni modo era il dovere che la mandaste poi a me, com’io vi pregava, e non a messer Giorgio Alario; il qual si fa ragione a sua voglia, e dà sentenze irrevocabili sovra i miei particolari, de le quali non mi posso appellare se non al papa. Ma dica quel ch’egli vuole, ch’io mi rivolterò al signor Costantino, fin che non abbia ricuperato tutto ciò che mi manca, ed i libri particolarmente; di che vi prego a fare ogn’opera possibile: ed a nessuno sarà più agevole, che a voi, il difendermi da questo inganno, come quello che saprete mettere il dito ne la piaga. Ma da voi altri signori marchigiani non sono ancora stato ingannato con qualche salutifera medicina, e con qualche centinaio di scudi. Sapete che son povero gentiluomo, ed infermo, e senza appoggio: laonde non mi scuso di non avervi donato qualche cosa per segno d’amore, come avrei fatto senza fallo, se non mi fussero riuscite vane tutte le promesse de gli amici e de’ padroni, e tutte le speranze de le quali mi avevano nudrito molti anni.</p>
               <p TEIform="p">Al servitore che mi seguì mal mio grado, io non son debitore se non del salario d’un mese, ch’era uno scudo; anzi, di nulla: perchè il primo giorno gli dissi ch’io non voleva che mi servisse, perchè non poteva pagarlo; ed egli volle fermarsi a mio dispetto ne la camera dov’io alloggiava, sinchè mi fece venire quella febre che mi spaventò di morte. Se vuol esser pagato di questo ministerio, dico ch’è ben dritto: ed in quella parte che appertiene a la sua diligenza, sappiate che aveva gran pensiero ch’io vivessi sobrio, prima ch’io m’ammalassi; ma da poi ch’io cominciai a giacere, mi confortava a ristorarmi. Non più del servitore. De le robbe ch’io lasciai a Mantova non parlo, perchè non vaglion nulla; ma i libri vorrei che mi fossin mandati tutti: e vorrei che i marchigiani fossino mercanti d’ormisino, perchè sperarei di trovare chi me ne desse a credenza venti o trenta braccia. S’io fallisco, fallirò con la speranza del re, come fece il Monte di Lione: se pur fu Monte, ch’io non me ne ricordo. Non vi mando le Stanze fatte al papa, perchè non posso stamparle. Nostro Signore vi conservi. Di Roma, il 16 di marzo del 1588.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A MARCO PIO. Sassuolo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Breve risposta diedi l’altro giorno a Vostra Signoria, stimando che le brevi non possano mai essere troppo brevi, nè le lunghe soverchiamente lunghe; perchè ne la brevità non può star abbastanza nascosa la mia intenzione, e ne la lunghezza niuna preghiera o niuna persuasione parrebbe soverchia, s’io volessi manifestare il mio desiderio. E certo non dee tenersi occulto, perch’egli sia poco onesto; ma perchè le cose oneste alcune volte non sogliono piacer a coloro che son troppo occupati da le passioni. Ma Vostra Signoria non dovrebbe esser in questo numero, o essendo, non dovrebbe chiuder gli orecchi a le mie ragioni, poich’io non ho tentato di addormentarla col canto de le sirene. Dirò dunque senza mentire, che niuno può esser più fermo proponimento di quello che ho fatto di continuare i miei studi, vivendo in libertà, quanto mi sarà conceduto. E per confermarmi in questa volontà soglio spesso dire tra me medesimo:
<quote rend="block" lang="lat" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">Iustum et tenacem propositi virum</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Non civium ardor prava iubentium,</l>
                     <lg org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="lg">
                        <l part="N" TEIform="l">Non vultus instantis tyranni</l>
                     </lg>
                     <lg org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="lg">
                        <l part="N" TEIform="l">Mente quatit solidâ, neque Auster</l>
                        <l part="N" TEIform="l">Dux inquieti turbidus Hadriae,</l>
                        <l part="N" TEIform="l">Nec fulminantis magna Jovis manus:</l>
                     </lg>
                     <lg org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="lg">
                        <l part="N" TEIform="l">Si fractus illabatur orbis,</l>
                     </lg>
                     <lg org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="lg">
                        <l part="N" TEIform="l">Impavidum ferient ruinae.</l>
                     </lg>
                  </quote>
Ma non voglio fare esperienza così terribile di me stesso; ma espormi a tanto pericolo, ch’io di nuovo fossi giudicato temerario. Laonde più tosto mi contento di vivere infermo, se la pietà di Nostro Signore non mi rende la sanità in altro modo, che in quello pensato da’ miei nemici. Pensi dunque Vostra Signoria quanto io sia lontano col pensiere dal riveder Lombardia, da la quale ebbero origine i miei mali, e l’infermità sparse e disseminate per tutta Italia; nè posso esser persuaso che nel mio ritorno io la trovassi mutata d’animo o d’opinione, ma sforzato più tosto. Però quando io leggo le sue lettere, mi rallegro ricordandomi che sono state quasi cagione de la mia libertà. Ma non so quel che deliberi di fare, dupplicandole; perchè se non mi può persuadere, non credo che mi voglia far violenza. Ma penso talora che mi scriva per consolazione de le mie avversità, o per estimazione d’alcun mio noto componimento: e di ciò molto fra me stesso rimango sodisfatto, e più de la sua cortesia; perchè onorando Vostra Signoria la mia virtù, amendue siamo onorati. Ma s’io mostrassi d’umiliarmi a la sua fortuna, l’uno e l’altro di noi n’avrebbe biasimo: io, facendolo per bassezza d’animo o per viltà; Vostra Signoria, consentendolo per superbia o per alterezza. E di ciò non dubiti punto: altramente avrebbe cagion di dubitare altrettanto del suo diritto conoscimento, quanto de la mia sincerità. Ma sa quanto io sia infermo: però, benchè io le abbia mostrato il fine, e quasi la meta de’ miei pensieri, non credo d’arrivarvi, ma dubito di mancar nel corso. Ma qual è più certa meta de la morte in questo mondo pieno d’incertitudine? Eccovi, signor mio, le mie sollicitudini e quasi i miei dubbi. Ora, che debbo persuaderla che m’aiuti: a la filosofia o a la morte? E se la filosofia è una morte, ed una separazion de l’animo; come posso pregarla che m’aiuti al filosofare, che non la preghi che m’aiuti al morire? Al viver più tosto, dirà qualche amico comune, ed al ben vivere, dee essere aiutato il Tasso. Già l’ho detto: lasciamo le parole di doppio sentimento, quasi vasi con due manichi; e crediamo c’una medesima sia l’arte ch’insegna il ben vivere e il ben morire. Ma s’io sono assai lungo nel dichiararmi, non voglio esser lungo nel pregare, per lasciar a gli altri la sua parte; ed a Vostra Signoria particolarmente, la quale non volendo in questa pietosa operazione nemici, vorrà almen compagni, e non sdegnerà la compagnia de’ principi suoi parenti e de’ cardinali, perchè l’altre non sarebbono a lei convenienti. Ma fra gli amici, questo che m’ha raccolto, è amicissimo, se la conformità de l’opinione può far perfetta amicizia.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON NICCOLÒ DEGLI ODDI. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io sono per andare a Napoli fra pochi giorni; e quanto più m’avvicino al regno di Sicilia, tanto la grazia del signor marchese suo mi si potrà far conoscere più chiaramente. Quello che desiderate, se fosse in mio potere il concederlo, io vi darei più tosto in queste parti: ma non v’invidio tanto la quiete e la riputazione ne la vostra patria, quanto Vostra Paternità è aliena da quella che a me ne la mia si converrebbe; però, per compiacervi, spenderò co ’l signor cardinal Scipione tutto quello che m’è rimaso di grazia e di favore. In Mont’Oliveto di Napoli vorrei un altro don Niccolò, per sodisfare in qualche parte a l’obligo quale ho al signor marchese di Ieraci. Il signor Maurizio Cataneo bacia la mano a Vostra Signoria, e non risponde per le molte occupazioni; ma supplirà a quello che potrà fare in servizio de l’amico. Vi bacio la mano. Di Roma.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io vi ho pregato molte volte che mi mandiate tutte le mie scritture; ed ora ve ne prego più caldamente. M’avete messo in gran necessità con ritenerle; e non dovete stamparle, se prima non le ho rivedute, in modo alcuno: e non avete alcuna ragione di farmi questo dispiacere; ed io l’ho tutta di lamentarmi. Da’ monaci di San Paolo non ho inteso cosa alcuna de la venuta di don Basilio o di don Eutichio; ed io me n’andrò prima a Napoli, c’abbia avuta questa consolazione. Raccomandatemi alla carità del signor abate Tasso; e vivete felice. Di Roma, il 23 di marzo 1588.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Bologna</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Risposi lungamente a l’ultima lettera di Vostra Signoria, e diedi la mia a la posta del papa; laonde andando per essa, potrà ritrovarla agevolmente. Ora di nuovo ho voluto replicarle, che se Vostra Signoria avesse mandata la chiave a me, come io la pregai, avrebbe qualche ragione o qualche scusa; ma avendola mandata ad altri, mi par che debba intendere e bene informarsi chi s’abbia prese le cose che mi mancano. Il vescovo di Modena non devrebbe consentire che da la sua parte si restasse in danno: l’altre, come sapete, son vostre pratiche; laonde di leggieri potrete cavarne il marcio. De’ libri de’ monaci di San Benedetto non ho bisogno: potete renderli, se vi pare; perchè ’l mandarli sarebbe di troppo impaccio. Vivete lieto. Di Roma, il 23 di marzo del 1588.</p>
               <ps>
                  <p TEIform="p">Poscritta. Io andrò a Napoli questa settimana, senza fallo: e bench’io m’allontani, non devete per ciò lasciar di scrivermi, anzi farlo più spesso; perchè questa lontananza maggiore accrescerà in me il disiderio de le vostre lettere, le quali potrete a dirittura inviarmi a Napoli.</p>
               </ps>
            </div2>
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               <head TEIform="head">969</head>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA MANSO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">In quanti modi Vostra Signoria mi fa vergognare! prima, sforzandomi a rifiutar la sua cortesia; poi, costringendomi ad accettarla; appresso, onorandomi più ch’io non merito co’ suoi doni, con le sue lettere, co’ suoi versi; ultimamente, dandomi occasione di mostrar la mia negligenza, o l’infelicità, o la dapocaggine, perchè ad un suo gentilissimo sonetto non posso risponder subito. Nè stimo d’aver sodisfatto al mio debito con un sonetto solo; ma dovrei così raddoppiare i versi come i titoli, perchè Vostra Signoria è illustre per molte cagioni; e fra l’altre, una è la poesia. Laonde io per questa medesima non voglio più meritare; per l’altre le son tanto inferiore, quanto ella medesima conosce: se forse fra l’altre non vuol numerare l’amore, o l’età; per le quali io le sarei quasi padre: ma mi giova più tosto di chiamarmi in tutto suo servidore. Così m’ha comprato, e così mi venda: e viva felicissima; e mi tenga ne la sua grazia. Di Napoli, il giovedì santo del 1588.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">970</head>
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                  <salute TEIform="salute">AL CARDINALE SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">So che Vostra Signoria illustrissima è quasi immutabile ne l’amicizie, e ne l’opinioni e nel giudicio che fa de gli amici e de’ servitori: però non estimo che debba mai pentirsi di favorirmi co ’l papa, con l’imperatore, co ’l re di Spagna, e con gli altri principi de la Casa d’Austria ne l’istesso modo. Ora mi si appresenta occasione che mi favorisca co ’l principe di Stigliano, acciochè Sua Eccellenza per mio compiacimento dia uno officio al signore Fabio Basso, dottor di legge, mio signore ed amico, a cui posso aver molti oblighi. Supplico che scriva la lettera caldissima come l’altre, ne le quali consiste non solo il mio comodo, ma la salute del corpo, e l’ornamento e quasi il decoro de la mia fortuna. Io non sono tentato da niuna passione più che dal dubbio e dal timore de’ miei libri; però la supplico che me ne dia avviso, e procuri che non ne manchi alcuno. La lettera di raccomandazione Vostra Signoria illustrissima potrà mandarla al signor Paolo Emilio; e farmi grazia di scriverli parimente, perch’è governatore di Sua Eccellenza, e potrà favorirmi in questo negozio. Viva Vostra Signoria illustrissima lunghissimo tempo felicissimamente. Di Monte Oliveto, il 20 di aprile 1588.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A FILIPPO SPINELLI. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">In non diedi subito l’aviso a Vostra Signoria del mio venire a Napoli, parendomi che potesse bastare quello de la partita di Roma, il qual dependeva da la mia volontà: perchè ’l giungervi fu grazia di Dio, bench’io v’arrivassi amalato: e de la malattia ancora debbo ringraziarlo, come di sua visita. Ora son risorto da l’infermità, o dal letto più tosto; ma non sano affatto, e con pericolo di ricadervi per ogni picciolo accidente: laonde è necessario che onori i medici, ne le cui mani è la vita e la morte; e non basta il raccomandarmi, se non sono raccomandato. E mi raccomando a questa città, ne la quale fui allevato nel seno de la madre; ed a Vostra Signoria particolarmente, ch’è stata cagione ch’io vi ritorni doppo tanti anni quasi d’esilio, o almeno di prigionia.</p>
               <p TEIform="p">A molti ha giovato l’esilio; come si legge di quel lacedemonio il qual guarì del mal di fianco, che lungamente l’avea tenuto infermo. Ma io non credo che la terra estranea e, come dicono, ospita, possa fare alcun giovamento, che non possa far la nativa: almeno questa la quale, a guisa di madre che suol ancora nudrir co ’l suo latte, produce largamente tutto ciò ch’è necessario per nutricarsi, e non ha peraventura bisogno per risanarci di medicine portate de l’oriente o d’altra lontana parte. Io, sì come da lei prima ricevei la vita così a niun’altra vorrei aver l’obligo che me l’avesse conservata: ma non più in questa materia. Mi rallegro che Vostra Signoria possa attendere a’ suoi studi: così potess’io attendere a’ miei: perchè non son tanto infermo, che non volessi spendervi qualche ora del giorno.</p>
               <p TEIform="p">Fra’ giovamenti de l’esilio sogliono numerare ancora l’acquisto de le dottrine: perchè Diogene, d’idiota divenne filosofo; e laddove sarebbe stato ocioso e scioperato in Sinope, visse in Grecia con molta fama de la sua, s’è così lecito dire, aspra e dura filosofia. Ma io non come Diogene, o alcun altro, vorrei filosofar bandito; ma come Socrate ne la patria, acciò c’al primo potessi aggiungere quest’altro obligo non minore. Signor mio, scrivo a Vostra Signoria liberamente per esser compiaciuto: e forse sarebbe più opportuna in questo desiderio ancora l’ironia socratica.</p>
               <p TEIform="p">Il signor conte può quasi quel che vuole; e però è necessario l’obedirlo; ed io debbo farlo più de gli altri: ma con lui le raccomandazioni di Vostra Signoria non saranno senza mio pro, nè inutili o a me, che desidero d’esser raccomandato, o a Vostra Signoria medesima. So c’a la nobiltà del suo antico ed illustrissimo sangue non è necessario ch’ella aggiunga alcun altro splendore; ma pure i suoi studi possono illustrarla maggiormente; e co’ miei non perderà Vostra Signoria cosa alcuna de la sua chiarezza. Io a gli uni la persuado; per gli altri la supplico: vaglianmi tanto le sue raccomandazioni, quanto io aveva sperato. E vivano felici.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A MARCO PIO. Sassuolo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io posso consolare il signor Marco? Io, privo di tutte le consolazioni, posso darla a chi abonda di tutti i beni? E di qual danno, o di qual dolore aspetta Vostra Signoria consolazion da me? posto ch’io potessi pur consolar gli altri in modo alcuno. Forse, di quel che si sente per l’infelicità d’un amico, o per non l’aver creduto a tempo, nel quale meglio ci potea provedere? Se questo è vero, non è ingiusta la sua dimanda: e dimandando consolazione in vece di laude, potrebbe aver l’una e l’altra da tutti gli uomini, i quali sanno quel che si convenga. Fra tanto si consoli con la propria liberalità; e bench’ella fosse occulta, e nascosa a tutti, la sua coscienza è in vece di grandissimo teatro. Io di me stesso non posso scriverle cosa che faccia questo effetto che desidera. I medici dicono ch’io sto meglio; gli avvocati mi assicurano ch’io vincerò la lite; gli amici mi nudriscono di molte speranze: ma niuna di tante parole tanto mi piace, quanto la vista di questa bellissima città, la quale è quasi una medicina del mio dolore, una sentenza data in mio favore, un effetto de le promesse; perchè è lecito dissimulare tutte le cose, pur che si viva in libertà: e bench’io sia ancora insano, e infermo, e tra libero e servo, e tra povero e agiato; nondimeno, pensando a le cose passate, assai meno mi muove la speranza di ricuperare il perduto, o d’acquistare quel di più ch’io stimava conveniente, che non mi spaventa il timor di non ricader ne la medesima infelicità. Laonde non fo nuova deliberazione, ma continuo nel mio antico proponimento, e penso di continuar gli studi sino a la morte: e niuno pensiero più mi perturba, che quel de’ libri trattenutimi tanto tempo: e mi pare c’ad un filosofo non sia molto disdicevole essere alquanto infermo. In una cosa solamente non seguito l’opinione di Platone, ch’io vorrei l’Academia in loco di buon’aria, là dove egli l’elesse insalubre. Questa di Napoli è ottima in molte parti, e buona per tutto; o veramente mi giova perch’è nativa, o quasi nativa. Altro ora non saprei che scriverle. Piaccia a Dio di non concedermi libertà minore ne lo scrivere, di quella che m’ha dato ne l’amare, acciochè Vostra Signoria possa conoscere ch’io son ricordevole de’ suoi meriti e de gli oblighi miei, e ch’io penso a pagarli in modo, che non sia inutile a’ padroni. Ma in questo mezzo, se non dubita de la sua virtù o de la sua fortuna, non dubiti de la mia gratitudine: e mi tenga almeno per quel servitore ch’io le fui prima che mi conoscesse; e pensi quanto accrescimento abbia avuto la mia servitù da la sua cognizione, e con la sua cortesia, le quali in lei sono andate crescendo con l’età. Viva felice.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A PIETRO GRASSI. Bergamo</salute>
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               <p TEIform="p">Scrivendo a Vostra Signoria, mi par di scrivere a molti; perchè i suoi meriti, l’amicizia, i parentadi, le dipendenze mi rappresentano quasi una comunanza di molte cose nobili, o una republica. Nondimeno, se non basteranno queste mie lettere, scriverò al Publico, pregando Vostra Signoria che voglia publicamente presentarle. Frattanto la prego che faccia officio, acciochè dal reverendo Licino mi sian rimandate tutte le mie scritture, così le Prose dategli da me, o raccolte da lui, come le Rime che gli diede lo Scalabrino, scritte in tre volumi. Del negozio ch’io ho co ’l reverendo Licino, credo che Vostra Signoria o sia o di leggieri possa esser informata. Sappia le sue tante promesse in suo nome e de la Comunità, le speranze, le dilazioni, le cautele, e gli altri termini usati meco, e gl’impedimenti postimi innanzi, perch’io non possa spedir cosa alcuna in Roma, nè trattenermi qualche mese; e le medesime difficoltà ch’io trovo in Napoli. Nel medesimo negozio come sia complicato il signor Maurizio, potrà esser noto a ciascuno che voglia saper la verità. Io ho bisogno di molte cose, e particolarmente de le mie composizioni; le quali non mi dovrebbono esser negate in modo alcuno; nè possono essere stampate in questo modo, senza mio infinito dispiacere. Però se Vostra Signoria ha qualche memoria de l’antica amicizia, o qualche compassione de la lunga mia infelicità, m’aiuti in questa così giusta dimanda, accioch’il Licino non si vanti d’avere schernito un misero con la publica fede, e con la fede di prete. Prego del medesimo favor il signor conte Giovan Domenico Albano, il cavalier Tasso, e monsignor Cristoforo suo fratello. Ma questa lettera basterà per tutti, perch’io sono stanchissimo di scrivere, e quasi di vivere. Ho pregato i signori suoi figliuoli, che si lascino spesso vedere. Ed a Vostra Signoria bacio le mani. Di Napoli, il 4 di maggio 1588.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
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               <p TEIform="p">Io aspetto ancora le mie scritture, e non dovrei esser più lungamente tenuto a bada da voi, al quale non so d’aver fatto altro dispiacere, se non d’avervi troppo creduto. Pregovi che le mi mandiate tutte; e che vi ricordiate de le promesse; perchè conservo ancora molte de le vostre lettere, per ridurvi a memoria quanto dobbiate fare, se vi foste dimenticato de le parole. Io non estimai vergogna in tempo alcuno di supplicare a la patria; nondimeno a voi non sarà meno onesto, o men facile, accioch’io non resti al fine mal sodisfatto. Se qui si trovasse il libro de le Imagini de la Casa d’Austria, l’avrei compro. Vivete lieto, e raccomandatemi a la Comunità di Bergomo. Di Napoli, il 12 di maggio 1588.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A FRANCESCO MARIA DELLA ROVERE, DUCA D’URBINO</salute>
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               <p TEIform="p">S’io ho fatto mai alcuno errore per difetto di fede, ora mi sforzo che il pentimento sia eguale a la colpa; e benchè meglio fosse il non errare in alcun modo, nondimeno se per soverchia confidenza si può far qualche fallo, di questa sorta voglio che sieno per l’avvenire i miei con Vostra Altezza. Cagliavi, signor mio, d’un vostro infelice servidore, la cui salute è quasi disperata, e la cura difficile, quanto il negozio di Spagna; ma le cose belle son difficili, e nel male non è alcuna malagevolezza. Degnisi Vostra Altezza, che questa bella azione sia tutta sua, se la stima tale; se la giudica altrimente, faccia per sua pietà quello c’altrui farebbe per desiderio di gloria e d’onore. Il dare aiuto a gl’infelici, ed a coloro che sono oppressi contra ragione, fu sempre laudabile operazione; ma Vostra Altezza, ne le sue, si propone per obietto l’onesto e il giusto: e giustissima cosa è, che a l’ingiuriato, il quale ha sempre meno, s’aggiunga quel di più che ha l’ingiuriatore. A me è stata fatta ingiuria da gli amici, da’ parenti, o da la fortuna; e forse le facoltà di mia madre son possedute da alcun di loro, perch’io non ho tanta informazione di ciò, quanto sarebbe necessario. Laonde non so per accertarsene altro rimedio, che la scomunica. Ma posto c’ogni cosa fosse posseduta dal fisco, non dovrei disperare che il re avesse considerazione a le mie infelicità, a’ danni, a l’infermità patite per questa cagione, particolarmente nel corso di molt’anni; perchè da questo principio, quasi da un largo fonte, son derivate l’altre mie sciagure. A me scriveva mia sorella, che per giustizia mi toccava parte de la dote materna, la qual fu di cinque mila scudi; e ’l medesimo era confermato con una scrittura mandatami da l’abate Albano. Ora l’una è morta, come dicono; l’altro è lontano. Io dimando grazia al re de la metà; sì perchè non ho modo o comodità di far lite, sì per mostrar che tutte le cose si riconoscono più volentieri da’ principi che da’ ministri. Ma le grazie de’ grandissimi re deono esser giuste: e se a l’opinione de gli altri mi fosse lecito d’aggiunger la mia, direi che le giustizie ancora debbono esser graziose: laonde, o dimandando grazia o giustizia, la chiedo con l’istesso fine di trovar l’una e l’altra. Se si ricercasse e l’argento e l’oro, ch’è prezioso, Vostra Altezza nel cercarli cederebbe per avventura a molt’altri: ma cercandosi questa cosa, di gran lunga più cara e preziosa, a niuno più si conviene che a Vostra Altezza; la quale ne gli stati suoi e ne’ suoi vassalli l’ha sempre fatta in guisa, c’alcun altro non ne merita lode maggiore. Ed in questo Regno spero che non mi debba esser negata, s’ella si degnerà di scrivere in mia raccomandazione, e di rinovar in me l’obligo, e nel mondo la memoria di tanti beneficii e di tante grazie che mio padre ed io abbiam ricevuti da lei e dal signor duca Guidubaldo. S’io scrivessi ad alcun altro, proccurerei moverla a compassione de la mia infelicità: ma so che la misericordia, o altra passione, non può tanto nel ben composto e nobilissimo animo di Vostra Altezza, che non possa più la ragione: onde confido più ne la sua bontà che ne le mie lagrime, e più nel suo sapere che ne la mia eloquenza, se pur n’avessi alcuna parte. Io manderò al signor Maschio quell’informazione ch’io posso; aspettando c’ov’ella mancherà, supplisca l’intercessione di Vostra Altezza, e la grazia di sua invittissima e Cattolica Maestà.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A VITTORIA FARNESE DELLA ROVERE, DUCHESSA D’URBINO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ho stimata la cortese lettera di Vostra Altezza simile a le grazie d’Iddio, che non sono mai tarde: laonde ho cominciato a sperare, che gli effetti giovevoli debbano seguir conformi a la cortesia de le parole; le quali, benchè sieno poche, nondimeno m’han posto molti oblighi addosso. Ma non è pur ora, ch’io le sono obligato. Questo nuovo favore potrà confermar l’antica servitù ed osservanza, se pur mai per alcuno accidente di fortuna avesse vacillato. Supplico Vostra Altezza che mi tenga nel numero di coloro i quali son devotissimi al suo nome e a la sua Casa; e me raccomandi ed il mio negozio al signor duca, suo figliuolo; al quale scrivo più lungamente.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A BERNARDO MASCHIO. Madrid</salute>
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               <p TEIform="p">Dopo un lungo corso d’anni, non so come in un negozio di tanta importanza potesse bastar una breve lettera, se non supplissero la bontà di Vostra Signoria e l’autorità del signor duca, suo e mio padrone. Quanto io dunque sarò più breve, tanto stimerò di mostrar maggior fede ne l’amicizia la quale ho con lei. Supplico il re per la dote di mia madre; e dovrei forse supplicarlo per la vita: ma chi dimanda a Sua Maestà il modo di vivere, gli chiede la vita in conseguenza. E spero, che a la bontà e a la giustizia di cotesto invittissimo e grandissimo principe non parrà disonesto il concedermi questa grazia per picciol tempo, essendone io stato privo molti anni: e già sono passati i dodeci ch’io venni a Roma per questo negozio istesso, e due anni dappoi a Napoli. Ma questo è il quarto anno, da che mia sorella mi scrisse, che per giustizia mi toccava una parte de la dote materna; e ’l medesimo mi fu confermato dal conte Ercole Tassone per una scrittura, ne la quale specificava il numero di due mila e cinquecento scudi. Io parlo di giustizia, e vorrei parlar di grazia. Ma ne la grazia sarebbe forse ancora contenuta la roba di mio padre, al quale non fu mai negata, o almeno egli non ne fu disperato, perch’egli si morì con questa speranza. Si può raccoglier dal primo volume de le sue Lettere, ch’egli avesse oltre quattrocento scudi d’entrata in questo Regno, e una casa in Salerno assai bella e comoda. Io non posso negar fede a le sue scritture, ed a niuno instromento presterei maggior credenza: laonde, quasi spaventato de la grazia, rifuggo a la giustizia per la metà de la dote materna e de l’antifato. Ma la giustizia del re non può esser discompagnata da la clemenza e da l’equità. Come Vostra Signoria può sapere, io son nato in questo Reame, e v’ho maggior numero di parenti che in altre parti; e l’abitazione mi piace oltre tutte l’altre, e l’aria v’è più salubre che ne la Lombardia o in Roma. L’infermità mia è stata lunga; ed io non spero di risanar ne le fatiche o ne l’andar attorno. Al re son devotissimo; nè la mia fortuna o l’altrui malignità mi può far men devoto, nè fedele: laonde supplico Sua Maestà che mi conceda di potervi abitar sicuramente, e di rendermi qualche parte de le facoltà perdute. Prego Vostra Signoria che appresenti la supplica, e ch’intercedendo con un grandissimo re, non solamente v’interponga il nome e ’l favore del signor duca d’Urbino, ma faccia ufficio di grandissimo amico; acciochè l’obligo mio sia pari a la sua cortesia: ma, oltre tutte l’altre cose, la prego, c’avendo riguardo a la mia lunga infermità, cerchi di giovarmi, e di scusarmi de la breve scrittura.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A CLAUDIO ALBANO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Le due lettere di Vostra Signoria mi hanno trovato in Napoli con poca voglia di scrivere; perchè io vi giunsi infermo, e non sono mai risanato. Così mi offende la mia fortuna, la quale non ha voluto ch’io goda di questa bellissima città, in cui tutte le cose mi piacciono, fuor che la malattia. Da l’illustrissimo signor cardinale Albano non desidero se non quel favore ch’io chiesi a l’illustrissimo signor cardinale Alessandrino, signor cortesissimo, che potrebbe tanto giovarmi, quanto mi ha favorito. Iddio gli inspiri; perchè s’io divenissi mai oratore, non cercherei difesa scompagnata da la verità. Il signor Maurizio continua ne la sua ostinazione di voler con la stampa de le mie opere accrescer le mie male sodisfazioni. M’hanno negato tutti gli aiuti, e tutte le promesse; e vogliono stampare le mie opere contra ’l mio volere. Prego Vostra Signoria che faccia officio, acciò ch’il Licino rimandi le mie scritture tutte; perch’io desidero di rivederle, e poi mi risolverò a quella parte a la quale mi sentirò più obligato. Bacio a Vostra Signoria la mano; e la prego che mi consoli con sì fatte consolazioni. Di Napoli.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON NICCOLÒ DEGLI ODDI. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Tardi rispondo a la gentilissima di Vostra Paternità, perchè questo negozio ha bisogno di grandissima considerazione e maturità; essendo le mie faccende di Bergomo in modo avviluppate con queste di Napoli, ch’io non posso spedir l’uno senza l’altro impedimento. Mala cosa è la lite: peggior, s’ella si fa co’ parenti: pessima, se bisogna farla co ’l fisco. Io credo d’esser in questo termine: fra tanto aspetto le mie scritture da Bergomo. Se le stamperanno, faranno quello che lor pare, non quello che dovrebbono; perchè molte cose hanno divolgate sino a quest’ora con molto mio dispiacere. Sono almeno sicuro ch’io non potrò stampare alcun altro canto per giunta de la Gerusalemme, non che sei; perchè io non gli ho fatti: quanto più posso assicurarmi ch’essi non gli stamperanno! Nondimeno, molto mi spiacerebbe c’altri si volesse attribuire l’opere.</p>
               <p TEIform="p">La Crusca non mi dovrebbe dar molestia: ma faccia quel che vuole, pur che non mi vada cacciando da tutti i conventi; e poichè non mi volle cavar di prigione, gli dovrebbe bastare ch’io vivessi in Napoli. Scrivo a Vostra Paternità famigliarmente, perchè la sua cortesia mi dà tant’ardire. La prego che m’avvisi se tra quegli academici de la Crusca fosse un signor Zanobi Spini: e viva felice, pregando Iddio che mi dia un giorno occasione di farle servizio. Da Monte Oliveto di Napoli.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A ***</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Dopo tant’anni di contraria fortuna, come è piaciuto a Dio, son venuto a Napoli, con isperanza di ricuperar la sanità e la roba, estimando c’una medesima città debba dar la vita e ’l vitto; perciochè la madre, dopo la generazione, a niun’altra cosa più si conosce che al nutrimento. Non voglio dir che l’una e l’altra speranza mi sia riuscita vana; perchè non debbo aver minor sofferenza in queste, che ne l’altre parti; ma dovrei aspettarne più felice avvenimento. In arrivando, io rimasi quasi stupefatto ed attonito, non solo per la maravigliosa bellezza de la città, ma per la mia fortuna, la quale in tutti i luoghi è la medesima; nè seppi a qual consiglio attenermi: e benchè mi sovvenisse l’antica servitù, la quale ho con Vostra Signoria illustrissima; nondimeno rimasi dubbio di tutte le cose di questo mondo, se non de’ suoi meriti, per li quali è degno d’onore, e d’ogni lode parimente. Ma io non sapeva se prima dovessi supplicarla o lodarla, ed aver riguardo a la infelicità mia o al suo valore, temendo che la lode d’un misero potesse asperger di qualche ombra di miseria la sua illustrissima dignità. In questo dubbio mi tacqui: al fine, dopo un lungo silenzio, mi sono riscosso quasi da un lungo stupore; et ho deliberato di pregarla, che si degni di riconoscer l’affezione d’un suo antico servidore, e d’avermi raccomandato e come infermo, e come povero, e come quasi ritornato da l’esilio senza saputa del re. Sua Santità m’ha fatto grazia di mandarmi una scommunica, acciò sia rilevato chi usurpa i beni di mio padre, o la dote di mia madre. Io l’ho data al signor Ottavio, fratello di Vostra Signoria illustrissima, pregandolo che la faccia publicare: così m’è stato promesso. Prego Vostra Signoria illustrissima che m’agevoli con la sua autorità questo negozio; perchè giungendosi a l’obligo antico questo nuovo, non avrò alcun miaggior pensiero, che di mostrarmi grato di tanta grazia: e sia contento ch’io, tacendo de la sua nobiltà e de la grandezza e del valore di molti gloriosi antecessori, sino a migliore e più opportuna occasione, ora ricorra a la sua propria virtù, come a sicuro asilo, accioch’io non sia esposto a niuna ingiuria de la fortuna.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A MONSIGNOR ANNIBALE DI CAPUA, ARCIVESCOVO DI NAPOLI. Venezia</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Se la servitù, la quale ho con Vostra Signoria illustrissima, deve misurarsi con gli anni, è ormai antica ed invecchiata; se con l’affezione, io non ho ceduto ad alcun desideroso de la sua grandezza e de la prosperità; se co’ meriti, mancando i miei, possono supplire i suoi, acciochè non sia escluso de la sua grazia uno per difetto di valore e di fortuna: anzi, sarà aggiunger merito a merito l’aver compassione de gli afflitti, e ’l sollevar coloro ch’ingiustamente sono oppressi da la fortuna. Io sono infermo; e l’infermità è invecchiata, e però malagevole da curare. Venni a Napoli per ricuperar la sanità, e la dote di mia madre parimente; e senza l’aiuto di Vostra Signoria illustrissima mi sarà forse altrettanto difficile l’una cosa quanto l’altra. De le cose mie son poco informato, e la verità m’è negata; onde ragionevolmente devo temere che mi si neghi ancora la giustizia.</p>
               <p TEIform="p">Nostro Signore ha mandato una scommunica, come si suole in sì fatti casi, drizzata a Vostra Signoria illustrissima ed a gli arcivescovi di Salerno e di Sorrento. Io vorrei che fosse publicata, s’è lecito dirlo, e con particolar protezione di Vostra Signoria illustrissima. Le raccomando dunque umilmente e la spedizione di questa lite, se pur sarò costretto di litigare, e la mia salute insieme; acciò ch’io la conosca quasi presente con l’autorità, benchè sia lontana con la presenza: e se mi sarà conceduto di sodisfare a me stesso, non avrò così picciol riguardo a la sodisfazione di Vostra Signoria illustrissima, ch’ella non mi conosca per quel suo antico ed affezionato servitore.</p>
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                  <salute TEIform="salute">ALL’ARCIVESCOVO DI SORRENTO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non ho scritto a Vostra Signoria illustrissima doppo ch’io sono in Napoli, credendo di venire a farle riverenza di giorno in giorno: però ch’essendo nato in Sorrento, dovea esser da lei riconosciuto per servitore, come uno de gli altri sorrentini; ma essendo ritenuto in Napoli da varie occasioni, e non invitato da alcuna a Sorrento, non ho potuto ancora venire. Non ho voluto tardar più a far questo ufficio, acciochè Vostra Signoria illustrissima non rimanesse così dubbia de la mia divozione, com’io sono de la mia salute; parlo di quella del corpo. Ma ben ch’io sia agnello infermo, per grazia d’Iddio non sono in guisa smarrito, che non ritorni volontariamente a la mandra ed al pastore, credendo che debba raccogliermi con quella pietà che si conviene a la sua dignità ed a la sua virtù. Non scrivo ora a Vostra Signoria illustrissima d’una scommunica di Sua Santità, fatta a mia requisizione, sperando ragionar tosto seco di questo negozio; acciochè quanto prima faccia ufficio di pietoso padre e di prudente signore.</p>
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                  <salute TEIform="salute">ALL’ABATE CRISTOFORO TASSO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Prego Vostra Signoria di nuovo, che mandi le scritture ch’io lasciai al reverendo Licino, e tutte l’altre ch’egli ha, con la Tragedia. Non so se sia maggiore la mia importunità, che non si pente di darle noia, o la durezza di Vostra Signoria, che non si piega a le preghiere d’un suo affezionatissimo parente ed amico. S’io non fossi tale, non le sarei stato tanto importuno: ora, quanto più son lontano, tanto ho maggior bisogno di questo piacere. E bacio a Vostra Signoria le mani. Di Napoli, il 18 di maggio del 1588.</p>
               <p TEIform="p">Potrà darle al reverendo don Basilio Lonato, portator de la presente.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON BASILIO ZANIBONI. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Se la Religione di san Benedetto mi portasse tanta affezione, quanto io le ho portato rispetto, non avrei cagione di dolermi di molte cose. Me ne doglio ancora fra me stesso: e questo ancora è segno di riverenza. Non voglio ricordare a Vostra Paternità le promesse del reverendo padre don Angelo Grillo, fra le quali è forse la sanità promessa in San Benedetto; non le lettere graziose, non tante altre scrittemi: ma solamente le mie parole, le quali potevano operar qualche migliore effetto. Fate, vi prego, ch’io abbia cagione di lodar tutti in universale, ed in particolare alcuno; perch’io il farò volentieri. Se m’avete voluto per figliuolo spirituale, e per amico, non ve ne pentite: perchè la penitenza deve esser de’ peccati, non d’usar cortesia, o di far piacere a un povero gentiluomo. Fra i maggiori ch’io possa ricevere, è che mi mandiate le mie scritture; perchè de l’altre cose non voglio parlare: basta, che sono inteso; e voi sapete il mio stato. Date, vi prego, l’inchiusa al signor Cristoforo Tasso, e procuratene risposta; e se qualche mia nuova opera è stampata, fate ch’io la possa vedere. Di Monte Oliveto.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON BASILIO ZANIBONI. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Non aspetto alcuna lettera più graziosa di quella di Vostra Paternità: però la prego che non me ne sia scarsa. Quanto mi sia a cuore il negozio raccomandatole, è più difficile a me di scriverlo, c’a lei di giudicarlo. Le raccomando caldissimamente l’inchiusa del padre don Nicolò Cremaschi da Salò; e l’altre ch’io mando al padre don Aurelio Segala da Lonato, cellerario in San Benedetto di Mantova. E la prego che voglia farmene aver presta risposta, acciochè al negozio mio non ne segua qualche inconveniente. A la mia felicità sol potrebbe mancar in Napoli la presenza sua e del padre don Angelo Grillo; s’io vi sarò mai felice, come me ne deste speranza in Ferrara. Mi rallegro, e godo infinitamente del buono stato di Vostra Paternità reverenda; qual prego mi voglia tanto bene, quanto io l’onoro. E viva felice, ricordandosi di me ne le sue sante orazioni. Di Napoli.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A PIETRO GRASSI. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Di nuovo prego Vostra Signoria che ricuperi le mie scritture dal Licino, e le mandi per qualche strada. Loderei la più breve, s’ella fosse senza molta mia spesa; ma può mandarle per li monaci di San Benedetto, o per qual altra più le parrà. L’ha tenute almeno tanto tempo, che le devrebbe aver fatte ricopiare. Questo riceverò per qualche servigio, e gliene avrò grande obligo. I discorsi almeno e i dialoghi deono esser ricopiati. Ma le mandi in tutti i modi, accioch’io le resti tanto obligato, quanto le desidero felicità. Di Napoli.</p>
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               <head TEIform="head">987</head>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA MANSO. Bisaccio</salute>
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               <p TEIform="p">A tanta cortesia, a tanta umiltà, quanta è quella che Vostra Signoria usa meco, e fa usar ne le sue lettere, ne le parole, ne le visite, ne l’ambasciate, io non saprei risponder convenevolmente se non tacendo, ed umiliandomi co ’l silenzio; se pur il silenzio può essere in modo alcuno risposta. Ma Vostra Signoria non ne rimarrebbe contenta; ed io voglio più tosto sodisfarla, avendo maggior risguardo a la sua grazia, c’ad ogni convenevolezza. Non so imaginar eloquenza che sia pari a la sua cortesia, nè ornamento di parole c’agguagli la sua umiltà. Però non volendo lasciar questo uficio, risponderò almeno semplicemente, acciochè non si conosca ch’io abbia fatta molta fatica in cosa che non mi sia poi riuscita. Voglio esser vinto da Vostra Signoria in tutti i modi; perchè dal mio lato la perdita volontaria, e dal suo la vittoria meritata faranno l’uno e l’altro più contento de la sua fortuna, qualunque ella sia: ma sin ora la mia non è buona. E se del luogo è alcuna fortuna, o alcun genio, come stimavano gli antichi; questa non mi devrebbe esser avversa. Non so di qual cosa Vostra Signoria mi chieda perdono: se di non avermi scritto dopo la sua partita; questa non è stata offesa, perchè non m’era debitore di sue lettere, bench’elle mi sian carissime: se de la burla che m’è fatta co ’l soverchio onore; l’offesa in questa parte è così graziosa, che ’l perdono non può esser d’altra maniera. Perdonasi a’ padroni? e come? in qual modo io, che le son servidore, posso perdonare a Vostra Signoria? Ma forse ha voluto più tosto avvertirmi de la mia tardanza nel rispondere al sonetto, quasi io fossi obligato a questo solo. A me converrebbe scusarsi; s’io non avessi voluto goder de’ privilegi de l’amicizia, non altramente che s’ella fosse antica. Le mando quattordeci versi, perchè dal mio ingegno, o sterile o stanco, altro frutto de la mia gratitudine non ho potuto raccogliere fin’ora. Prego Vostra Signoria che non si penta d’aver fatta questa elezione, bench’io da la mia parte non possa corrispondere al numero de’ suoi meriti con quello de’ miei componimenti. E bacio a Vostra Signoria la mano. Di Monte Oliveto, il 2 di giugno (1588).</p>
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                  <salute TEIform="salute">A PAPA SISTO V</salute>
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               <p TEIform="p">Io mi sono partito da Roma, non avendo ancora adempito un mio umilissimo desiderio di molt’anni, e quasi voto; cioè di baciare i piedi a Vostra Beatitudine, e chiederle grazia ch’io non sia reputato indegno soggetto de la sua providenza, senza la quale sono lasciato in preda a l’impeto de la mia avversa fortuna, come nave al vento ed al mare tempestoso. E forse dov’era prima troppo cresciuto il desiderio e la cupidità, da poi soverchiamente abondò la riverenza ed il timore di non darle noia con una lunga istoria, o tragedia più tosto, de le mie avversità, e de l’altrui fiero proponimento: e tardi m’avviddi de la mia indegnità, per la quale non ebbi ardimento d’appressarmi a la sua somma dignità; come i profani e gl’intimi del popolo d’Israelle non ardivano d’avvicinarsi al monte cinto di nuvoli e d’oscurità e di tenebre, dove Iddio con tanti tuoni e con tanti lampi e tanti fulmini dava la santa legge al suo santo legislatore. E pusillanimità, senza fallo, sarebbe stimata la mia, s’io avessi avuto chi m’avesse introdotto ed assicurato; perchè il folgore de l’ira sua non fu mai avventato sopra me: ed ora dovrei più tosto sperare che, vibrato da la giustizia, spaventasse i miei nemici che non cessano di molestarmi e di farmi ingiuria. Se dunque la mia fu soverchia diffidenza, io patisco la pena del mio peccato: se impedimento e difficoltà, supplico Vostra Santità che per l’avvenire non sia dato a gli altri maggior animo d’offendermi, che a me di supplicarla: se speranza che le mie preghiere tanto più facilmente debbano esser esaudite, quanto più tardi e con maggior rispetto le saranno presentate avanti; non consenta Vostra Santità che questa speranza sia fallace. Questa è sola quell’àncora, con la quale posso fermar la nave de la mia vita in qualche porto di quiete; e (s’è lecito dirlo) non ignobile, e letterato.</p>
               <p TEIform="p">Santissimo Padre, io ardirò di scriver quel che peraventura avrei temuto di palesar con parole. Ormai è passato il decimo anno ch’io sono quasi un segno esposto a tutti gli oltraggi di tutti gli uomini: ed in guisa da la potenza e da l’ingiustizia è perturbato l’ordine de le cose, e l’autorità de le leggi; c’a gli altri è conceduto di farmi ingiuria, ed a me non sarebbe lecito di propulsarla, s’io pur avessi animo o forze o armi da risentirmi. De la mia lunga ed infinita pazienza non raccolgo altro frutto, che vergogna e disprezzo, là dove io aspettavo onore, quiete e riputazione. Non scriverò diffusamente a Vostra Santità, che la giustizia, la quale è nel mondo providenza, ne la città pace ed equità, sia ne l’animo sapienza; laonde io solo non dovrei trovar la guerra privata e particolare ne la concordia publica e universale: nè scriverò ancora, che la giustizia è un abito ragionevole de l’animo, il quale ha cura del diritto, e di far vendetta di coloro che sono stati primi a fare ingiuria: perchè, quantunque io sia stato il primo a riceverla ed il primo a perdonarla; nondimeno, avendo a memoria quelle parole de la Scrittura, “<quote lang="lat" TEIform="quote">Mihi vindicta, et ego retribuam</quote>,” ho posto ogni mia vendetta ne le mani d’Iddio e di Vostra Santità, e n’aspetto la retribuzione; ricordandomi di quell’altre, “<quote lang="lat" TEIform="quote">Coelum et terra transibunt, verba autem mea non transibunt</quote>.” A le parole sacre non dovrei aggiungere alcun’altra che non fosse d’autorità parimente reverenda; ma la consuetudine di molt’anni, e l’amore de gli studi filosofici mi sforzano quasi a sottoscriver quest’altre di non molta autorità, ma forse non indegne d’esser lette da chi siede ne l’altissima sede di Pietro. La giustizia è santa, e la santità è giusta: laonde, o la giustizia e la santità sono l’istesse, o similissime fra loro in guisa, che tal sarà la giustizia, qual la santità; e qual la santità, tal la giustizia. Ricorrendo io adunque a la Vostra Santità, stimo di rifuggire a la vostra giustizia; sotto la quale posso ripararmi in ogni parte: percioch’ella arriva per tutto, e non è alcuna così barbara nazione, o terra così lontana, dov’ella non sia temuta e riverita: nè io debbo temerne più de gli altri, perchè non son men divoto d’alcun altro a la Sede apostolica, o a la Vostra Beatitudine; la quale non consentirà ch’io sia escluso da la grazia conceduta ne l’ultimo giubileo.</p>
               <p TEIform="p">Ora sono in Napoli, se non mia patria, almeno matrice; poche miglia lontano da Sorrento, città ov’io nacqui: e vorrei fermarmi questa state in questi paesi; perchè la benignità del cielo nativo, clementissimo oltre tutti gli altri, l’aspetto piacevolissimo del mare e de la terra felice ed abondante di tutti i beni, mi danno qualche speranza de la salute del corpo, perduta per crudeltà de’ nemici. Supplico Vostra Santità, che si degni raccormi ne la sua santissima e clementissima protezione; perciochè non essendo la sua ampissima e suprema autorità limitata da tempo nè da luogo, non dee meno farmi sicuro lontano che vicino, o libero che rinchiuso, o men ne la solitudine e nel riposo de l’animo, che ne la moltitudine de le genti e ne la fatica: ed io, benchè sia quasi picciol vaso a tante grazie, nondimeno mi resterò perpetuamente a Vostra Santità obligato.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Bologna</salute>
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               <p TEIform="p">Signor mio, mettete mano a la borsa; spendete, comprate, mandate, e, se vi pare, non fate spesa, ma buono e cortese ufficio: perchè il povero Tasso non può esser liberale, nè pur grato, se non con la liberalità de’ gran prencipi, o almeno vincendo la lite. Di quella son quasi disperato, perchè la pratica di Vaticano non m’è riuscita: di questa non dispero; e prego Iddio che mi conceda tanta grazia, quanto io credo d’aver giustizia. Ma in tutti i casi ricuperatemi la Poetica del Trissino, e gli altri libri, se volete essermi quell’amorevol Costantino che sempre mi sete stato. Io son vostro al solito; e vorrei aver tant’autorità in Napoli, ch’io potessi farvi qualche piacere. A Roma tornerò forse questo autunno; ma non ho di ciò alcuna certezza. E bacio a Vostra Signoria le mani. Di Napoli, il 12 di giugno del 1588.</p>
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               <head TEIform="head">990</head>
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                  <salute TEIform="salute">AL CARDINAL ANTONIO CARRAFA</salute>
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               <p TEIform="p">Se la patria si potesse così eleggere come i padroni, io non avrei eletto altra che Napoli, la qual non essendo mia per natura, non mi si dovrebbe togliere che fosse mia per elezione. Ma se l’amore fa la patria, io la stimai patria quando cominciai ad amare; nè poteva amare, mentre non aveva ancora cognizione: ed ora che son quasi vecchio (e, se l’infermità è una sorte di vecchiezza, vecchio senza dubbio), mi rallegro del giudizio e de l’opinione ch’io aveva in fanciullezza; ma mi doglio di non aver veduti i paesi de la Germania, e de gli altri di Europa, com’io ho i più belli de l’Italia e de la Francia: perch’io sperarei di poterla ragionevolmente preporre a tutte, ed a le città ancora, bench’io avessi veduta l’Asia e l’Africa. Ne le più famose di quelle è numerosissima la plebe; in questa, la nobiltà: ma la plebe ancora, la quale empie le case e le strade e le botteghe di questo ampissimo circuito, mi par gentile; quasi Napoli non possa produr cosa che non sia piena di gentilezza: e questo cielo dispensa tutti i suoi doni, e comparte tutte le sue grazie a questi monti, a questi colli, a queste campagne, a questo mare, a questo fiume, e (quel che più importa) a questi corpi, a questi animi da la natura disposti a ricevere ogni perfezione: e la natura e l’arte contendono in guisa, che non fu mai contesa maggiore, o maggior concordia, per far bella e riguardevole e maravigliosa una città: e la fortuna similmente per abbellirla, ama l’arte; ed è amata parimente. Ma perchè dico una città? mi par più tosto una provincia intiera, ed un gran regno, rinchiuso dentro a queste mura; o più tosto raccolto, perchè mai non vi si chiude porta. Laonde questa confidenza par simile a quella de i Lacedemoni, i quali non avevan mura: ma tanto più ragionevole, quanto è più bello ne la pace l’ornamento de le mura e de le torri, ne la guerra la difesa più sicura e più necessaria. Quello ardire era troppo antico, questo è nuovo ardimento; il quale ha pochi paragoni ne l’Europa o ne l’Asia. La novità m’ha fatto dimenticar di tutte l’altre, e quasi de la mia vecchiezza venuta inanzi a gli anni: e s’io avessi potuto descriverla o lodarla a bastanza, avrei con questo piacer temperato mille altri miei fastidi. Ma s’io non posso far le cose facili, come tenterò le difficili? Rivolgendo gli occhi in me stesso, mi sono contristato; ed ho ritrovate poche altre consolazioni e poche altre speranze, oltre quella ch’io non soglio tenere ascosa. Io dico di vivere in questa nobilissima città come suo servitore; perchè eleggendo questa per abitazione, non posso rifiutar Vostra Signoria illustrissima per mio padrone, o non supplicarla che mi numeri fra gli altri che le sono affezionatissimi; e mi raccomandi, come farebbe un di loro, a questi padri, ed al padre abbate specialmente. Io, non aspettando il secondo invito, ho presa la possessione di questa camera con questo titolo solamente. Dove mancano i miei servigi può supplire la grazia di Vostra Signoria illustrissima, e nobilissima per nascimento, per virtù meritevolissima, per dignità reverendissima, per grado collocata in così alta parte, ch’è vicinissima al supremo: è onore non sol di Napoli, ma di questo Regno; ornamento del collegio de’ cardinali e del pontificato, splendor de la corte, speranza de’ buoni, sostegno de’ letterati, refugio de gl’infelici: laonde può dar più tosto esempio, che prenderlo da alcuno; e dandolo, le provincie di Europa e tutte le nazioni riguarderanno in lei; e più questa sua, ch’io non ardisco di chiamar mia patria, la qual non posso abbandonare, nè deggio fuggire: e s’io me ne partissi in questa stagione, parrebbe fuga. Aspetto dunque l’autunno, se prima non avrò acquetato l’animo, come desidero. De’ medici e de le medicine, de gli studi, non scrivo a Vostra Signoria illustrissima; parendomi che possano in ciò bastare le raccomandazioni del signor Fabrizio, o almeno de’ suoi servitori. Io sono il più inutil di tutti, ma non cedo a gli altri ne l’affezione e ne l’osservanza. Bacio a Vestra Signoria illustrissima le mani.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL CARDINALE MICHELE BONELLI, DETTO L’ALESSANDRINO. Roma</salute>
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               <p TEIform="p">Io ho lasciata l’abitazion di Roma per questa di Napoli, stimando che la mia fortuna mi cacciasse di Vaticano, dove io aveva sperato di ripararmi sotto la protezione e la providenza del santissimo papa Gregorio decimoterzo, quasi invitato dal cardinale San Sisto suo nipote. Avea scritto (perchè pur de le cose da me scritte me ne ricordo alcuna) che Vaticano doveva esser simile al cielo, nel quale i contrari sono amici; perciochè ivi si ritrova la somma virtù di ciascuno, e la sommità (per così dire) senza alcuna imperfezione o alterazione, che possa esser principio di morte e di corruzione. Le nimicizie de’ grandissimi re ne l’altre parti sono accompagnate da grandissime imperfezioni; da le quali altre volte procede la morte di molte migliaia d’uomini, e la ruina de’ regni nobilissimi e de le provincie. Ma in quella dov’è la sede di Pietro, dovrebbero esser sommamente concordi, lasciando tutti gli odi e le malevoglienze che perturbano e guastano il mondo: però oltre modo mi maravigliai, che ne’ primi giorni ch’io vi fui condotto, alcuno fosse ardito di leggermi molti versi in biasimo non solo de la regina d’Inghilterra, ma del re mio signore, potentissimo oltre tutti gli altri del Cristianesimo; degno, per le vittorie riportate contra gl’infedeli e gli eretici, e per gli altri suoi meriti, di maggior imperio. Laonde mi parve, che non fosse disprezzata la sua grandezza o la sua virtù, o la gloria del padre e de gli avoli, o quella acquistata con la prudenza e co ’l valore de’ suoi capitani; ma la mia infelicità, e ’l mio soverchio timore, o soverchia pazienza. Io non ho mai avuto ardimento di lodarlo: e ciò è avvenuto per molte cagioni; ma la prima è stata l’opinion che Sua Maestà si potesse contentare, c’un divoto servitore dicesse fra se medesimo: “<foreign lang="lat" TEIform="foreign">Silentium erit tibi laus</foreign>.” L’altre furono, e sono ancora, la cognizione di me stesso; per la quale io non mi assicuro de le mie forze debolissime, nè de la memoria, nè de la prontezza; e la infermità, e la povertà, e la prigionia, et il desiderio di quiete e del riposo, e ’l timor de la malignità e de l’invidia, che son quasi venti che percuotono più le più alte cime. Ma s’io ho assimigliato Vaticano al cielo, perchè non posso assimigliarlo a l’Olimpo? il quale, come si scrive, non è perturbato da’ venti, che non sogliono muover le ceneri de’ sacrifici. Doveva, adunque, più fidarmi del mio buono intendimento, che diffidar di mia o d’altrui imperfezione.</p>
               <p TEIform="p">Troppo sono trascorso; ma chiedo grazia, che sia lecito di scrivere liberamente a chi crede di scriver il vero, nè ricusa d’emendarsi de’ suoi errori. Scriverò dunque da Napoli con quella libertà ch’io più desidero; la qual’ è scienza, com’alcun disse, de le cose lecite e de l’opposte. Vorrei sapere quel che mi sia lecito, e quel che mi sia negato; non per usar l’uno e l’altro, ma per separarmi, quanto io posso, da coloro i quali sono, come piace a’ filosofi, servi per natura; o, come vogliono i teologi, servi del peccato. E se fra queste opinioni è qualche discordia, seguiamo la migliore; e sarebbe stata grazia il seguirla con gli amici in Vaticano, perchè non è perfetta amicizia peraventura quella, ne la quale, sono contrarie le opinioni: ma io mi doglio, che non mi sia conceduto il dissimulare in guisa, che io potessi almeno sodisfarmi de l’altra, che non ricerca tanta perfezione. Ora non avendo amicizia perfetta, dimando giustizia: ma s’io avessi quella, questa non sarebbe necessaria. La dimando al papa, la dimando al re, la dimando a’ viniziani, e la dimando in molte parti; perchè in molti luoghi mi par di ricevere ingiuria: ma dimando insieme grazia a tutti, e specialmente la grazia di Sua Beatitudine, che dovrebbe bastare in ogni regno de la Cristianità, non solo ne l’Italia. Prego Vostra Signoria illustrissima, che si degni di considerare le condizioni di chi supplica. Io, che la dimando supplichevolmente, son povero gentiluomo, al quale è stata molte volte promessa; e la chiedo in questi paesi ne’ quali io nacqui, e desidero di vivere. Non posso se non far brevi composizioni, e con qualche mio compiacimento; perchè tra l’infermità e la fatica del poetare a voglia altrui, m’è venuto quasi in odio la vita. Non vorrei esser disturbato da qualche mio breve ma piacevole studio; e fra’ piacevolissimi, non solo fra’ piacevoli, è la lezione de’ Padri. Desidero la grazia con queste condizioni; perchè negandosi alcuna di esse, mi pare che mi si nieghi troppo espressamente la vita. Supplico che non mi sia comandato ch’io faccia opera alcuna; e che non mi sia vietato; perch’io ho molto risguardo a non iscriver cosa che possa parere o lasciva o licenziosa o contra i buoni costumi. Vorrei giovar molto s’io potessi, ma non potendo giovar quanto vorrei, mi guarderò almeno di nuocere a coloro che leggeranno le mie composizioni. So, che alcuni concetti amorosi ne la poesia, sono quasi veleno tra’ preziosissimi cibi. Io purgherò il veleno, ed apparecchierò l’antidoto per maggior sicurezza. Fra tanto Vostra Signoria illustrissima mi faccia grazia di stimarmi degno di quella di Sua Maestà e di Sua Beatitudine, senza la quale non posso pensare a la ricuperazione de la dote materna, necessaria per sostegno de la mia vita. La mia infelicità mi costringe a supplicarla troppo arditamente: mi perdoni questo ardire, o questa importunità; perchè a gli altri suoi grandissimi meriti non sarà diminuzione l’avermi aiutato in questa infermità, ma accrescimento più tosto.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A MONSIGNOR GIROLAMO CATENA. Roma</salute>
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               <p TEIform="p">Io scrivo al signor cardinale Alessandrino lungamente; ma avrei scritto lunghissimamente, se la bontà di Vostra Signoria non mi togliesse in parte la fatica de lo scrivere e del pregare. Perchè essendo molte le occasioni c’ogni giorno mi sono date di nuove apologie, molti gl’impedimenti a lo studio, molti i negozi da me lasciati addietro imperfetti, e molti (s’è lecito il dirlo) i pericoli; molti ancora converrebbe che fossero i padroni che prendessero la mia protezione, o molti almeno i favori e molte le grazie ch’io da un solo ricevessi. Ma io, temendo di parer ad alcuno molesto ed importuno soverchiamente, soglio esser più breve nel supplicare, che parco nel lodare. Lascio, dunque, alcune cose al giudicio di monsignor illustrissimo; alcune a l’opinione de la corte o del mondo; altre a gli amorevoli ufici di Vostra Signoria, la quale non è cognominata Catena a caso, o senza ragione, poichè adorna l’animo del suo dolcissimo padrone d’un aureo e prezioso monile, nè vorrà che sia privo de la lode di questa gran bontà. So che parlo a dotto intenditore, al quale non posso celar la mia ignoranza nè ’l mio sapere, se pur so cosa alcuna. Ma essendo io per lunga infermità quasi smemorato, e privo de’ libri, e de l’utile e de la riputazione di tutte le mie fatiche, non mi rimane per sostegno de la vita altra speranza, che la grazia di Sua Beatitudine e di Sua Maestà. Sarebbe dunque necessario che fossero fatti ottimi ufici in mio favore co ’l signor ambasciadore di Spagna; e stimo che al signor cardinale Alessandrino, nostro signore, non mancheranno molte occasioni da ragionarli; e le parole di Vostra Signoria non saranno spese in vano. Signor mio, s’io temessi de la seconda morte, non crederei che niun meglio me ne potesse difender di Vostra Signoria, la quale con le sue dotte prose e con leggiadri versi può far gli uomini immortali. Ma siamo ancor nel giudicio de la prima, e di tutte le facoltà; nè vorrei che ’l suo testimonio, o l’amicizia, mi giovasse meno in questo giudicio. Non sarà certo senza sua lode la mia salute, o la quiete de’ miei studi senza frutto, o ’l fermarmi in queste parti senza riputazione di coloro che m’avranno dato qualche aiuto. Potrei dire il mio parere, ma io non posso discernere cosa alcuna, che sia occulta al vostro acutissimo giudicio. Non sono ancora condotto a San Vincenzo; ma penso d’andarvi: e desidero che quella sua lettera di raccomandazione bastasse ancora per Napoli, s’io pensassi di ritornarvi. Vostra Signoria con questo favore può obligarmi perpetuamente; ed io la prego con ogni affetto de l’animo. Di Monte Oliveto.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA MANSO. Bisaccio</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">I doni di Vostra Signoria illustrissima sono sempre a tempo, e sempre soverchi, perchè la sua cortesia non ha bisogno di sprone, e non gli misura co’ miei bisogni o co’ meriti, ma con la grandezza de l’animo suo nobilissimo. Io non ho voluto mostrar la picciolezza del mio co ’l rifiutargli la seconda volta: ma gli ho accettati tutti senza contrasto, o senza replica, benchè la metà fosse a bastanza. Se mi vuole in questo modo obligato, son contento d’esserle obligatissimo; e non sono così privo di giudicio, ch’io non conosca quanto la signora sua madre e la signora donna Costanza sua moglie accrescano questo favore, e quant’obligo mi s’aggiunga di servirle. A l’altra parte de la sua lettera, ch’è la prima, non sarebbe necessaria altra risposta, che quella de l’opera istessa. Ma io dirò pur, che grande aversità è stata la mia, la quale tant’anni m’ha tenuta occulta la sua affezione. Lodato sia Iddio, il quale ora dà occasione a Vostra Signoria di mostrarla, ed a me di conoscerla; accioch’ella resti onoratissima da le sue proprie operazioni, ed io consolato de la stima che fa di me in questa bassa fortuna, in cui non ho ancora ricevuta maggior consolazione.</p>
               <p TEIform="p">Sono occupatissimo in alcune mie opere, le quali spero che si divolgheranno con minor mia vergogna. Questa è la cagione c’ora non sia più lungo ne lo scrivere, o più diligente nel ringraziarla e nel riconoscere i miei debiti: ma nè questa tardanza può diminuir la mia gratitudine, benchè diminuisse l’apparenza de l’esser grato; nè io so trovar più vero testimonio da confermar l’opinione, la quale ho de la sua vera cortesia. E bacio a Vostra Signoria le mani. Da Monte Oliveto, il 12 di luglio del 1588.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non so quello che più mi giovi, o quel che più mi noccia, o ’l parlar o ’l silenzio, o lo scrivere o ’l por fine a le mie lettere con un perpetuo riposo. Ma pur, dopo tante che n’ho perdute, non m’incresce di gittar questa. Vi prego che mi mandiate tutte le mie scritture, perchè dovete farlo; e dovendo farlo, non ne dovevate aspettar prieghi. Niuno è di loro miglior giudice di me, niuno meno affezionato; però l’elezione che ne faranno gli altri, dimostrerà più tosto l’animosità che ’l giudicio. Dovrebbono contentarsi ch’io, non volendo esser pazzo a lor senno, potessi esser savio al mio. Hanno mostrato di fare picciola stima di me; ma in ciò non mi reputo aver perduto riputazione: e se i giudici non fossero corrotti, mi dorrei che in questa guisa facesser vergogna a se medesimi. Mandate le scritture; e state sano.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA MANSO. Bisaccio</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Quanto sono contrarie le opinioni fra Vostra Signoria e me! Io mi doglio che nel suo dono de’ panni lini abbia donato più che non mi bisognava, e per conseguenza gravatomi di maggior obligo che non sono atto a portare. Vostra Signoria si scusa d’aver fatto poco, o credendo d’accrescer in questa guisa i miei debiti, o più tosto, come credo, non mi volendo spaventare con la sua cortesia. Ma perchè io son tenuto d’esserle obligato, non la prego che accresca il primo dono co ’l donar l’obligo medesimo, e che m’assolva d’ogni debito; ma la supplico che non si sdegni, che il suo nome si legga fra quel di molti altri, da’ quali ho peraventura ricevuto minor cortesia.</p>
               <p TEIform="p">Non le mando le mie rime, perchè non ho ancora finito di farle, benchè abbia cominciato a riordinarle. Sono distinte in molti libri, ma ricopiate in tre gran volumi. Io ho il primo solamente, con un comento di mia mano; dal quale non so quanto gusto avesse Vostra Signoria. Gli altri due sono in potere del signor conte di Paleno, i cui doni provo simili a l’erbe o a’ frutti che nascono spontaneamente senza seme o coltura; come furono ancora quelli di Vostra Signoria. Porrò tosto mano al mio poema, e forse a nuova Apologia. Penso ancora a la stampa de’ miei dialoghi, e forse di mie lettere. Mentre attendo a la contemplazione, vorrei che questo paese fosse simile al Lazio, in cui si nascose Saturno. L’occupazioni nondimeno son molte, e le forze deboli. Però, s’io non avessi trovato chi mi donasse in quel modo c’altri presta in credenza, sarei disperato di molte cose. Mi sforzerò di non fallir con gli amici, sinch’io truovi chi mi faccia dono de la salute e de la tranquillità de l’animo; ma questo non può esser dono d’altra mano, che di quella d’Iddio. Da lui dunque solamente si dee sperare; ma non meno in questa che in altra, se la carità è ordinata più in questa che in alcun’altra. Fra tanto Vostra Signoria mi stimi suo affezionatissimo: ed avendo superato molti, a’ quali forse più s’apparteneva ne la partenza d’usarmi cortesia, creda ch’io non debbo cedere ad alcun altro ne l’affezione e ne l’osservanza, e ne la stima del suo valore, e de la sua gentile ed officiosa natura.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A ERCOLE TASSO. Bergamo</salute>
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               <p TEIform="p">Lodato sia Iddio, poichè i parenti e gli amici miei fra’ quali Vostra Signoria per sua virtù e per mia volontà è principalissimo, hanno tanta cura de le mie scritture. Ma non la dovrebbon aver maggior che de la salute, nè mostrarsi più teneri de la gloria che de la vita. Ma forse in questo caso non si potrebbe perder l’una cosa senza l’altra; perchè, cessando ogni altra considerazione, il dispiacere e ’l dolor de l’animo potrebbono darmi la morte. Io sono in una città, non solo in un regno; la quale essendo mia patria, devrebbe essere il termine e la meta de’ miei viaggi, ed il riposo de le mie fatiche: se non volete che Bergomo fosse mia patria, e ch’io possa riconoscerla a’ segni, a’ quali l’altre son riconosciute; o se da la patria particolare non volete ch’io vada a l’universale, e da la naturale a la legittima: dove s’io devrò pur ritornare, devrei poterci vivere con le leggi e con le speranze de gli altri miei pari, o che tali sono estimati. Ormai devrei esser numerato tra’ vecchi, non tra’ garzoni, sì per l’età, la quale è già inclinata; sì per l’infermità, la quale è una sorte di vecchiezza. Ma dovendo andare, picciolo impedimento sarebbono state le mie scritture; ma forse non picciolo aiuto al rimanere, potendo rimanervi, com’io desidero. Però tanto mi son doluto ch’in cosa ne la quale nulla vi costava il compiacermi, vi sia stato sì grave il farmi piacere. Tra le scritture sono alcuni libri del Poema eroico, i quali non so ancora se siano stati consegnati al signor Pietro Grassi. Fate di grazia, signor mio, che non si smarriscano. Di niuna cosa più mi son rallegrato, fra tanti affanni de l’animo, che de la concordia ne l’amarmi; la qual è, come Vostra Signoria scrive, tra lei e ’l signor Cristoforo e ’l reverendo Licino: perchè debbo almen credere al signor Ercole; ed avendo creduto a l’un di loro, ho creduto a tutti insieme. Vostra Signoria mi raccomandi a monsignor suo fratello, salutando il reverendo Licino in mio nome. E viva lieto. Di Napoli.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Bologna</salute>
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               <p TEIform="p">Ringrazio Vostra Signoria de la solita affezione che va continovando verso di me, a la quale io corrispondo con gli affetti, e corrisponderei ancora con gli effetti, s’io potessi: ma le cose mie sono ancora nel solito termine. Mi trattengo in Monte Oliveto, non avendo per ancora altra commodità di stanze. Tutti mi dicono ch’io ricupererò fermamente la dote di mia madre, e la robba di mio padre ancora; ma perchè son cose di molti anni, non son certo chi sia in possesso, e non ho danari da litigare; che è quello che più giova ne le liti: laonde agevolmente potrei risolvermi di ritornare a Roma questo autunno. Ma in Roma ed in Napoli vorrei essere atto a far qualche cosa per Vostra Signoria. Qui sono signori assai ricchi e potenti, e duchi e prencipi: laonde s’ella avesse pensiero di ridursi sotto questo cielo, non mancarebbe forse ricapito conveniente. Scrivo a Vostra Signoria tutto ciò per abbondanza d’amore, non perchè io non mi persuada che ella debba aver la mira alta, come grande è la sua virtù; oltre che questi signori sono poco usi a servirsi de’ forestieri: ma io, o come forestiero o come napolitano, sono poco atto a’ lor servigi, e però vivo con l’animo assai pieno di noiosi pensieri.</p>
               <p TEIform="p">De la Poetica del Trissino ho bisogno, ma non l’avrei minore de gli Opuscoli di Plutarco; benchè molto mi pesi d’essere astretto a durar la fatica di rileggere e di segnare. Grande obligo le avrei avuto, se di questo negozio avesse trattato co ’l signor cardinale Gonzaga per ispedirlo, sollecitandolo a farmi il favore ch’io li dimando. Al signor Guidobaldo Lalcalari baci in mio nome le mani, ed a monsignor Lamberti, ricordando a ciascun di loro le promesse fattemi; accioch’io possa consolarmi co’ favori di questo pontificato, e sperar che le mie lunghissime aversità abbiano qualche fine. Baci ancora in mio nome le mani al signor cavalier de’ Rossi, ed a monsignor Segni, scrivendoli. E viva felice. Di Napoli, il 21 di luglio del 1588.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A PIETRO GRASSI. Bergamo</salute>
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               <p TEIform="p">Ho veduto la lista de le mie scritture e de’ dialoghi, data a Vostra Signoria dal Licino; de’ quali tre solamente mi sono necessari: il dialogo de la Nobiltà, de la Dignità, e del Piacere; ed oltre a ciò, le mutazioni fatte da me ne le rime, che si potranno mandare in due o ’n tre fogli. Ma mi maraviglio, e mi doglio insieme, ch’egli non le abbia dati sette libri del Poema eroico; s’egli pur non gli manda per via di monaci. Questi mi sono necessari non meno d’alcuni altri; e prego Vostra Signoria che me li faccia ricuperare in tutti i modi. E le bacio le mani. Di Napoli, il 22 di luglio 1588.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Bologna</salute>
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               <p TEIform="p">Questa è veramente l’occasione, ne la quale il signor Costantino potrà mostrarmi quanto mi ami. Ho scritto a monsignor Lamberto, e n’aspetto risposta: prego Vostra Signoria che la solleciti, e pigli ancora quest’altra occasione di farmi amico prelato di tanto merito e di tanto valore. A l’illustrissimo Gonzaga vorrei che baciasse a mio nome le mani, e gli desse l’inchiusa, e fosse di questo negozio ancora procuratore. Al signor Guidobaldo Lalcalari, per la conformità de la patria, Vostra Signoria dee essere amico; al signor cavalier de’ Rossi, ed a monsignor Segni, per quella de gli studi: però in tutti i modi disidero che scusiate la mia negligenza con questi signori, o più tosto le mie soverchie occupazioni, che mi fanno parer negligente. Vostra Signoria viva felice; e m’avvisi in qual parte avrà la stanza. Di Monte Oliveto, il 27 di luglio del 1588.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A PIETRO GRASSI. Bergamo</salute>
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               <p TEIform="p">Mi spiace d’aspettar tanti mesi le mie scritture; perchè in vero io n’aveva bisogno, per diverse ragioni. Nè mi sarebbe rincresciuta la spesa, s’io mi fossi ritrovato in migliore stato: ma in questo è necessario ch’io attenda al risparmio, più che a tutte l’altre cose; almeno, sino a tanto ch’io abbia fatto alcuna cosa de la mia lite: ma tutti gli avvocati mi promettono ch’io la vincerò senza fallo. Io, per fuggire ogni pericolo di spesa e d’altro, tento d’aver la grazia del re. Laonde sempre i miei dialoghi, e l’altre scritture arriveranno a tempo, ed aspettati. Per la via de’ monaci di san Benedetto io avrei creduto di schifar la spesa del porto: ma me ne rimetto a Vostra Signoria. Se ’l reverendo Licino sapesse quella parte de le mie rime che mi manca, potrebbe mandar quella solamente. La terza io l’ho tutta: de la prima e de la seconda mancano alcune cose: mancano particolarmente le due stanze ch’io giunsi a la canzona di Barbara. De’ dialoghi e de’ discorsi ho grandissimo bisogno: però di nuovo prego Vostra Signoria che gli mandi con la prima occasione. E mi raccomandi al signor Ercole, ed a gli altri amici e parenti. E viva felice. Di Napoli.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A ERCOLE TASSO. Bergamo</salute>
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               <p TEIform="p">Ringrazio Vostra Signoria del pensiero che si piglia, che le mie scritture non vadano in sinistro; perchè la perdita di niun’altra cosa tanto mi spiacerebbe: ma l’indugio è stato cagione di questo pericolo, e Dio voglia che non sia d’altro maggiore. La ringrazierei ancora de la buona volontà che dice d’aver insieme co ’l reverendo Licino, d’essermi protettore, se fossi più vicino a Bergomo, o se a me potesse bastare la protezione d’uomo privato, non mi contentando così agevolmente di quella di molti principi. Riconosco nondimeno la sua buona volontà, e ne la ringrazio quanto debbo. Io non credo male alcuno de gli amici; anzi ho ferma opinione, c’uno che mi fosse amico, non potrebbe far male; almeno non di questa sorte, che perturba e quasi avvelena l’amicizia. De l’amor de la città di Bergomo io vorrei esser sicuro in quel modo che mi parve di meritarlo dal primo dì ch’io, per non far torto a l’ingenuità de la mia natura, cercava di conformare queste lettere inferiori a quelle grandi che sono scritte ne l’animo. Ma s’io scrivessi più lungamente, passerei di leggieri da Platone a l’Evangelio ed a la sua legge, che non fu scritta ne le tavole di pietra, ma nel cuore. Tacerò dunque, ringraziandola c’al fine, per sua opera, abbia avute due stanze; ma io n’ho bisogno d’un’altra, cioè di quella dinanzi. Bacio le mani a Vostra Signoria, ed a monsignor Cristoforo suo fratello. Di Monte Oliveto, l’undici di agosto del 1588.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A PIETRO GRASSI. Bergamo</salute>
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               <p TEIform="p">Mi spiace di dar tanto fastidio a Vostra Signoria; ma poi c’una volta s’ha preso questo fastidio, sia contenta di vederne il fine. Io venni qui per lite; e non ho potuta cominciarla: e forse nulla altra cagione, che quella de le scritture, mi farà trattenere fino a la fiera di Salerno, perch’io non vorrei che si smarrissero. Almeno fossino tutte le mie composizioni ricopiate; accioch’io potessi stamparle, e spedirle per questa fiera di Salerno: poichè l’anno passato non si spedirono tutte per quella di Bergomo. Non ebbi mai la maggior voglia d’esser mercante; bench’io sia nato gentiluomo in questa città, com’è noto a ciascuno. Poi c’alcuni de’ vostri m’offeriscono la sua protezione, Vostra Signoria voglia esser fra gli altri protettori; perch’io prima possa arricchire, e poi filosofare: poichè non ho trovata tanta cortesia nel mondo, ch’io potessi filosofar senza ricchezze. Bacio a Vostra Signoria le mani: e la ringrazio de le due stanze. Di Napoli.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Roma</salute>
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               <p TEIform="p">Io ringrazio Vostra Signoria di tante offerte che mi fa, ne le quali riconosco la sua usata gentilezza; e non potendo ora accettarle, non le rifiuto per l’avenire: perchè niuna parte è più sicura di Vaticano, a chi ha bisogno di sicurezza; niuna più onorata, a chi è cupido d’onore; niuna più bella, a chi è nemico de le brutte abitazioni, come sono io. Al signor Claudio Angelini, suo zio, sono obligatissimo per la cortesia che mi dimostra; ma potrebbe una sua raccomandazione a monsignor Nunzio giovarmi altrettanto, quanto questo cielo sotto il quale io nacqui, ma in migliore fortuna. Ora è, come suole già molti anni: e forse è stata una de l’altre sue opere, che si sia smarrita una supplichevol lettera, ch’io scriveva a Nostro Signore, o che non abbia fatto migliore effetto de l’altre mie suppliche. Piaccia a Dio che m’esaudisca, perchè con la sua grazia potranno avere effetto l’altre speranze. Non ho avuto il libro che Vostra Signoria manda; ma si troverà agevolmente: così fosse facile di far venire gli altri. Ringrazio Vostra Signoria de la cura che se ne prende. E le bacio le mani. Di Napoli, il 13 di agosto del 1588.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A CLAUDIO ANGELINI. Roma</salute>
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               <p TEIform="p">Io vorrei che la grazia di Nostro Signore mi facesse amica ogni parte de la terra abitata, non solamente sicura, distendendosi da l’oriente a l’occidente, e dal mezzo giorno al settentrione, come si stende la sua autorità, la quale non ha termine qua giù: ma se Vaticano mi deve esser in vece de l’universo, quanto la sua grazia per me sarà men diffusa, tanto devrei sperarne maggior giovamento. Laonde accetto in questa parte le cortesi promesse di Vostra Signoria; ne l’altra la prego che non voglia più obligarmi, che non m’obliga la mia malvagia fortuna: e bastele, ch’io sarò sempre ricordevole e grato di tanta cortesia. E le bacio le mani; ed insieme al signor Antonio suo nipote. Di Napoli, il 13 di agosto del 1588.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A FRA FABIANO. Sorrento</salute>
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               <p TEIform="p">Era molto ragionevole, che se la morte di mia sorella m’avea tolta speranza d’ogni contentezza, non mi fosse negata almeno ogni consolazione; perchè la sua memoria poteva esser conservata con la gratitudine di molti; e l’obligo de le sue parole non dovea finir con la sua vita, non essendo finita la successione. Ella è morta, come dicono: io mal vivo; ed essendo stato invitato da lei, già molti anni sono, a’ piaceri di Sorrento, a la ricuperazion de la dote materna, temo d’esser venuto a far qualche nuova fatica, o ricever qualche nuovo danno. A l’una la mente inferma e l’animo travagliato è poco disposto; a l’altro sono apparecchiato, come a cosa quasi preveduta. Mi dorrebbe nondimeno di veder di nuovo schernita, non dirò la mia presenza, ma la mia ragione e la mia fede e la mia buona volontà; ed esser costretto di partirmi povero, infermo, canuto, smemorato e quasi frenetico da quel paese dov’io son nato, dove fui allevato, dove soleva veder mio padre in qualche buono stato ed in qualche riputazione, e mia madre similmente; per andar un’altra volta errando fra gente estrana, ed a me nemica per molte cagioni, ma particolarmente perch’io ho mostrato di far maggiore stima di questa terra, e di questa nazione, e di questi parentadi, e di queste amicizie, che di tutte l’altre, e di questo clementissimo cielo, sotto il quale io nacqui, e di questi gloriosissimi e potentissimi principi, nel cui Regno io mi gloriava d’essere stato prodotto. Posso dir, padre reverendo, queste parole con esso voi:
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                     <l part="N" TEIform="l">Non è questo il terren ch’io toccai pria,</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Ov’io nutrito fui sì dolcemente?</l>
                  </quote>
Così potessi soggiunger quell’altre:
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                     <l part="N" TEIform="l">Che copre l’uno e l’altro mio parente;</l>
                  </quote>
ma almeno rinchiude l’ossa di mia madre, la cui memoria mi sarà  sempre cara e sempre onorata, ma sempre dolorosa, e cagion di nuova malinconia.
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                     <l part="N" TEIform="l">Per Dio, questo lamento</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Talor vi muova, e con pietà guardate,</l>
                  </quote>
non le lagrime del popol doloroso, ma le mie più lunghe aversità, i longhi errori, la longa infermità d’animo e di corpo, la prigionia, la vergogna, i pericoli, le continue sollecitudini, l’inquietudine, l’amaritudine, e in somma l’infelicità, la quale dovrebbe mover compassione in chi non mi conosce, non solo in coloro i quali hanno di me qualche cognizione; fra’ quali siete voi, padre reverendo. Piacesse a Dio che l’aveste interamente, acciochè io dovessi durar minor fatica in persuadervi. Ma poichè tanto mi sono avvicinato, non voglio partir senza vedervi, e senza salutar la città ov’io nacqui, picciola in vero ma nobile; laonde dovrebbe esser ricca di fede, quantunque fosse povera di facoltà. Scrisse Aristotele, che le città picciole erano eguali a le grandi, perchè hanno gl’iddii eguali. Per questa medesima cagione ella dovrebb’essere agguagliata a le maggiori d’Europa, perchè questo invittissimo e ne l’altre cose giustissimo re (il quale è quasi Iddio in terra per la sua potenza) la può far sicura con la sua protezione, come le grandi, mostrandosi a tutte giusto e benigno parimente; bench’io non proccuri d’assicurarmi con la sua giustizia, ma con la vostra amicizia desiderata da me molt’anni. Verrò a vedervi, raccomandato dal signor cardinale Alessandrino al vostro priore, con intenzione di non darvi alcuna spesa o alcuna noia; se non reputate noia il far qualche buon uficio per la mia quiete e per la salute, e perchè le parole di mia sorella abbiano quello effetto ch’è più conforme a la volontà che doveva mostrar verso l’unico fratello, ed a l’onor mio, anzi di tutti. Vorrei partirmi amico di cotesta città, e di cotesti gentiluomini, se non potessi fermarmici, perchè l’essere disprezzato, a lei non accrescerebbe riputazione alcuna, ma aggiungerebbe a me infinito dolore. Non disprezzino la fortuna, perchè ne l’altre cose io mi contento di stare al giudicio di coloro che giudicano senza passione. Questi, senza fallo, saranno i posteri; al giudicio de’ quali io soglio appellarmi. Forse avranno quell’opinione di me ch’io aveva pensato; ma se non l’avessero, niuno può fuggire il giudicio d’Iddio, il qual vede i nostri cuori. Questa è opera di carità e di misericordia; però non può essere rincrescevole a voi, il qual continuamente v’esercitate in così fatte operazioni con molta lode e con molta sodisfazione di ciascuno: ed io ve ne prego con molto affetto. So c’avrete risguardo a quel che si conviene a la mia condizione, a la mia età, a’ miei studi, ed al fermo proponimento ch’io ebbi sempre d’onorar la città ch’io posso chiamar vostra, e la vostra Religione, e voi medesimo. Io v’elessi ne gli anni passati per confessore, ed ora v’eleggo similmente per padre spirituale e giudice, per arbitro, per avvocato, e per testimonio di quella affezione la quale io porto a la patria, a’ parenti, a gli amici, la cui memoria doverebbe esser immortale.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Roma</salute>
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               <p TEIform="p">Ne la risposta a la sua lettera mi sono dimenticato di quel che più m’importava, cioè de’ libri; de’ quali più m’increscerebbe perderne uno solamente, c’un amico di questi che si trovano oggi al mondo: perchè i libri, se non m’inganno, sono maggiori testimoni del vero; e se fra tanti ve ne fosse alcuno che non dicesse interamente la verità, è più dilettevole di questa conversazione che s’usa; ed io passo con loro più agevolmente la noia. Prego dunque Vostra Signoria, che mi conservi tutti que’ piacevoli e fedeli amici, acciochè io possa meglio guardarmi da gli altri, noiosi e disleali; ma non si fidi molto di farli venire a Bologna, perchè questo favore debbiam ricever da l’illustrissimo signor cardinal Gonzaga. Da Bologna in qua potrem considerar la spesa; e perch’io mi trovo sfornitissimo di danari, pregherò il tesoriero di Nostro Signore che me gli voglia prestare. È gentilissimo signore, e meco s’è mostrato affabilissimo; laonde non devrei dubbitar che mi facesse questa grazia.</p>
               <p TEIform="p">Il raso non fu mandato; ma io credo che non sia necessario, potendo io tornarmene a Roma al fine di settembre. Apparecchiate le stanze: quelle de la Trinità mi piacerebbono oltre tutte l’altre: da poi, quelle de’ monaci di san Benedetto, in San Paolo. E pregate ancora il signor Claudio che scriva in mio favore al Nunzio, e cerchi il sicuro porto per me in tutto lo Stato de la Chiesa; perch’io avrò grande obligo a Sua Signoria di questa grazia. E vivete lieto. Di Napoli, il 17 di agosto del 1588.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA MANSO. Napoli</salute>
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               <p TEIform="p">Mi doglio che Vostra Signoria non possa far così conserva de le mie lettere, com’io fo de’ suoi doni; i quali io non adopero tutti: ma se le mie lettere scritte ne la carta si smarriscono agevolmente, o perchè siano di picciola stima, o per altra cagione; quelle impresse ne l’animo mio e ne la mente, ne le quali leggo perpetuamente la sua cortesia e ’l mio debito, sono eterne: e queste altre sono quasi cavate da l’esemplare. Però non si maravigli se l’ho ringraziata, e la ringrazio, e la ringrazierò in tutti i tempi ed in ogni luogo: e per non avere altra occasione che di ringraziarla, non son venuto a vederla, temendo di portar la cagione de la mia fiera maninconia, per la quale tutte le cose mi sono omai noiose; e se non fossero gli studi, avrei quasi rincrescimento di me stesso. Non ho ancora posto mano a lodare alcuno in rima, perchè sono occupato in un mio picciolo poema sacro. Se Vostra Signoria si degnerà di leggerlo, glielo manderò subito che l’avrò finito, come a discreto stimatore e cortese giudice de le mie fatiche. Frattanto mi tenga in sua grazia. Di Monte Oliveto, il 18 d’agosto del 1588.</p>
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               <head TEIform="head">1008</head>
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                  <salute TEIform="salute">A MONSIGNOR GIROLAMO CATENA. Roma</salute>
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               <p TEIform="p">Io mi ricordo di quella sentenza di Pindaro:  *** in quel modo però, ch’io soglio ricordarmi de l’altre cose:  ma gli amici non si deono avere in questo numero; perchè la  virtù non congiunge meno de la patria o del sangue: anzi,  quanto l’aversità sono maggiori, tanto più liberamente l’uomo  dee manifestarle a l’amico. Io, come ho scritto, sono infermo  di molte infermità del corpo: laonde non è maraviglia s’alcuna ancora ne passa ne l’animo. Cerco di rallegrarmene in tutti i modi ch’io posso, e di risanare, se fia possibile; ma niuna cosa è impossibile o non agevole a la grazia di Nostro Signore. Ho pensato d’andare a Sorrento, come dissi avanti il mio partire, e di trattenermi in quella città molti giorni. Vorrei che Vostra Signoria facesse sicurtà a quei padri de l’affezione ch’io a quell’Ordine ed a quella Religione porterò sempre; perchè mi maraviglio di non aver avuta risposta. E mi tenga in grazia e del signor cardinale e del signor conte, e ne la sua medesima. E viva felice.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mi spiace di non aver conosciuto il desiderio di Vostra Signoria intieramente, perchè io non son villano, nè fo professione d’esser ingrato. Incolpi la mia fortuna, e l’altrui volontà, e la mia infermità, o’ fastidi che procedono da l’una e da l’altra: de la mia natura, nessuno ragionevolmente poteva dubitare. La lettera, che scrive d’avermi mandato per il signor Maurizio, non l’ho avuta, nè le scritture: fra le quali dovrebbero esser i sette libri de l’Arte del poema eroico; perchè di questi ho maggior bisogno che d’alcun altro, e non sono di così grande impedimento che dovessero impedire alcuna mia deliberazione. Oltre le due stanze, m’è necessaria l’antecedente, ch’è quasi anticamera. Piaccia a Dio ch’io possa aver grata memoria di chi m’avrà fatto servizio o piacere. Nostro Signore sia con esso lei. Di Napoli, il 21 d’agosto 1588.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A MAURIZIO CATANEO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">A l’improvisa novella de la morte del signore abbate Albano io mi son commosso quanto si possa commovere alcun uomo affettuoso: e benchè molte siano state le passioni, e molti gli affetti ne l’animo mio; nondimeno, di niuna cosa più sono perturbato, che dal timor che la morte de l’abbate possa esser cagione di quella del cardinale. Ma conoscendo la prudenza di Sua Signoria illustrissima, credo che sarà così possente a sostener questo colpo con animo invitto, come per l’adietro n’ha sostenuti tanti altri de la nemica fortuna; anzi tanto più, quanto in questa età avrà meglio imparato a conformarsi con la volontà di Dio. Non posso scrivere a Sua Signoria illustrissima questa settimana, perchè la propria perturbazione m’impedisce: scriverò quest’altra. Fra tanto son sicuro che Vostra Signoria non lascierà alcuno officio di amorevol servitore verso il padrone. Però in questa occupazione non voglio aggiungerne a Vostra Signoria alcuna altra. Mi rimetto a quel che le scrissi per altre mie. E le bacio le mani. Di Napoli, il 27 di agosto del 1588.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL CARDINALE GIOVAN GIROLAMO ALBANO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io stimo che sia officio de la medesima prudenza il prestar credenza a le cose vere ed il negarla a le false. Ma il distinguer tra le vere e le verisimili, è cosa d’acutissimo giudizio; laonde non è meraviglia, se gli uomini sono spesso ingannati da l’imagine de la verità, quasi da larve o da maschere, che vogliam chiamarle: tale nondimeno ho giudicata la mala novella datami dal padre abbate, la quale non è confermata da Bergomo; però spero, che questa mia non credenza m’avrà liberato da un gran dolore, del quale non m’ha liberato ancora alcuna cosa ch’io abbia creduta, o mostrato di credere, per non contendere in vano di tutte le cose verisimili: e s’io avessi voluto litigare, tante sarebbono state le mie liti, quante sono le cose c’hanno qualche apparenza di vero; e sono infinite, se non m’inganno, come gli atomi o l’imagini di Democrito. Ma la verità è una; ed io so di non aver mai scritto a Vostra Signoria illustrissima se non il vero, benchè spesse volte abbia cercato di persuaderle con mie lettere, che de la mia affezione si poteva prometter quell’istesso che si promette de l’animo d’alcun altro suo devotissimo servitore. Onde s’io in qualche modo avessi creduto la morte del signor abbate, non avrei ceduto ad alcun altro nel dolermene, o ne le dimostrazioni che sono convenienti ad un suo amorevol servitore: ma ho sospettato, che questa sia una dilazion presa per negarmi le mie scritture, o per impedirmi ch’io non supplichi Vostra Signoria illustrissima o ’l signor abbate, che faccia officio per la ricuperazione de’ miei libri, come già mi aveva promesso. Però non ho riputata questa occasione poco opportuna di ricordarle la sua promessa, con la quale mi pare anco di ridurle a memoria la mia infelicità, e l’infermità che, per non esser curata, diviene incurabile; ed io, in vece di medicina, dimando alcuna volta consolazione; nè potrei averla maggior di quella, che mi porteranno le mie scritture lasciate in Bergomo. Non sono molte, ma sono a me così care, che bastano a farmi più dolente ch’io non sarei per altra cagione in questa città, dov’io sperava di viver lietissimo.</p>
               <p TEIform="p">Scriverei più lungamente d’altri particolari in questo proposito: e benchè molte volte fosse rivocata in dubbio la verità, molte volte mi rallegrerei, che tanto le mie scritture fossino pure e nette d’ogni bugia, quanto è l’animo d’ogni maligno; ma temo che ’l troppo leggere non offenda la vista di Vostra Signoria illustrissima: però sarò più breve che non è necessario, e la pregherò che voglia giovarmi con la sua autorità; e consolarmi con la sua cortesia: perchè altrimente la mia vita è in manifestissimo pericolo; e tutti i disfavori fattimi da’ suoi pari sono quasi sentenze date contra la mia vita. Piaccia a Dio, che la grazia venga ora da quella parte dove, già molt’anni sono, non avrei ricusata la giustizia, e non venga senza quella di Vostra Signoria illustrissima. E se per soverchio dolore de la mia avversità ho fatto quest’offizio fuor di tempo, o lasciatone alcun altro più da lei desiderato, o da altri ricercato; la prego che perdoni questo piccolo errore, che non sarà senza emenda. E le bacio le mani.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mi rallegro ch’i miei libri siano in poter del signor Pirro, perchè più agevolmente si potranno ricuperare. Mi doglio de la morte de l’abate Albano, e vorrei qualche consolazione in tanto dolore: ma se non è con regresso al cardinale, non vorrei perder questa occasione di chiederla a Sua Santità, per consolazione ancora di quel signore. Prego Vostra Signoria che faccia buono officio per me con monsignore illustrissimo Datario, al quale io scrivo in questo proposito, per non perder l’occasione: e prego Vostra Signoria che presenti la lettera, e mi tenga in grazia di Sua Signoria illustrissima, e non lasci la pratica di monsignor Lamberto; acciochè se l’una non riuscirà, possa almeno riuscir l’altra. Non si scordi di far scrivere dal signor Claudio in mia raccomandazione a monsignor reverendissimo Nunzio, accioch’io non abbia difficoltà nel ritornare. Mi farà grazia di scusarmi con monsignor Datario, perchè questa mattina è una di quelle che non posso scrivere. E bacio a Vostra Signoria la mano, ed al signor Claudio Angelini similmente. Di Napoli, l’ultimo d’agosto del 1588.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL CARDINAL GIOVANNI EVANGELISTA PALLOTTA, DATARIO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Due occasioni mi sono offerte in un tempo medesimo: l’una carissima, ch’è di farmi conoscere a Vostra Signoria illustrissima per servitore; l’altra amarissima, la quale è di cercare alcun utile ne la morte de gli amici. Nondimeno, perch’il danno de la morte è irrestorabile, non si dee accrescer con alcun altro. Io sono servitore a monsignor illustrissimo Albano, e però molto mi son doluto de la morte del signor abbate: ma avendomi la Corte, già molti anni sono, data qualche speranza d’una badìa, non ho voluto in questa occasione mostrar diffidenza o de la nuova servitù, la quale io ho voluto cominciar con Vostra Signoria illustrissima, o de l’antica, la quale io aveva co ’l signor cardinale Albano, o de le promesse quasi universali de la Corte romana, o di me stesso, il quale son divotissimo servitore di Sua Santità: e però non perderei l’ardire di chiederle questa, o altra maggior grazia. Mi spiace che questo primo principio de la mia servitù possa parere a Vostra Signoria illustrissima pieno d’ardire e di presunzione; ma spero che debba parerle più tosto pieno di fede e di sincerità: perchè niuna servitù è più stabile di quella che si comincia con la grazia de’ padroni, e con la benevolenza de’ servitori. Io son risoluto d’esserle in tutti modi servitore; nè l’esclusione di questa grazia mi farebbe meno ardito a chieder l’altre: ma prego Vostra Signoria illustrissima che non voglia nè far maggior prova del mio ardire, nè consentire che più lungamente sia esercitata la mia pazienza; la quale è stata molti anni incredibile, non per altra cagione, che per non lasciar alcun dubbio a Sua Beatitudine de la mia costantissima volontà, che sarà la medesima in tutte le parti del mondo. Ma se questo mio procedere in qualche modo l’offendesse, in vece di grazia le chiedo perdono; acciochè il mondo impari a perdonar co ’l suo esempio: perchè senza qualche favorevole dichiarazione de la Chiesa apostolica in mio favore, niun altro rispetto o riverenza de l’onesto e del diritto può raffrenare la cupidità e la licenza de’ malefici, non essendo al maleficio preposta alcuna pena. Ma non voglio ora in questo proposito esserle più lungamente noioso. Si degni di numerarmi fra gli altri suoi servitori; e viva felice. Di Napoli, l’ultimo di agosto del 1588.</p>
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               <head TEIform="head">1014</head>
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                  <salute TEIform="salute">AL CARDINALE GIOVAN GIROLAMO ALBANO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non mi son doluto con Vostra Signoria illustrissima, aspettando più tosto occasione di rallegrarmi seco de la falsità de gli avisi, che di consolarla in così grave ed inaspettato accidente. Piaccia a Dio che non sia vero, com’egli è tristo. Fra tanto stimo assai minor male l’incertitudine: e prego Sua Divina Maestà che voglia conservar la sua vecchiezza a maggior prosperità. E le bacio con riverenza le mani. Di Napoli, il 2 di settembre del 1588.</p>
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               <head TEIform="head">1015</head>
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                  <salute TEIform="salute">A MAURIZIO CATANEO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Iddio mi dia tanta pazienza, quanta ha voluto ch’io abbia tribulazione. Da Bergomo non ho risposta, se non dal signor Pietro Grasso, il qual mi scrive di mandarmi alcune mie scritture in casse di cinamomi: fra le quali non scrive di mandare alcuni miei libri del Poema eroico. Dicendo il Licino di averli mandati a Vostra Signoria, era ragionevole che io ne sapessi qualche cosa, perchè questi modi non sono altro che trattamenti da farmi uccidere. Io l’ho detto più volte, che o si devrebbe far professione di nemico scoperto, o si devrebbe aspettare il premio conveniente a l’opera. Quando io credea d’avere scritto tanto, ch’io meritassi di riposar con dignità, voi cercate ch’io m’affatichi in nuove opere senza frutto; perchè non so quale altra cagione vi possa indurre a negarmi le composizioni già fatte. Questo è troppo disprezzo di me e de le cose mie: troppa ingiuria si fa a l’amicizia, se pur ve ne fosse alcun vestigio; troppa a la giustizia; troppa a la verità: assai torto mi si faceva negandomi i danari promessi, senza negarmi i componimenti medesimi. Non voglio parlar di tante pratiche, e di tante amicizie con tanti uomini che fanno professione di lettere, ed in tante parti d’Italia, ne le quali si scrive e si ragiona di me con tanta sodisfazione universale: ma non sono io sodisfatto, che molti s’usurpino la mia opinione, molti gli scritti, altri vogliano impugnarmi sotto pretesto d’amicizia; ed io sia costretto di tacere e di simulare: e certo il farei, se potessero impugnar l’opinioni senza la vita, o se fusse disgiunta l’utilità da la riputazione. Queste cose o si negano tutte, o tutte si deono concedere. Non voglio che la mia fortuna mi spaventi di scriver quello che potrebbe fare un prencipe giustamente, dove egli avesse opinione che la giustizia fosse una generosa sapienza, non una generosa pazzia, come credevano i Sofisti. Potrebbe, dico, così contentarsi ch’io offendessi altrui senza pena e senza pericolo, com’io senza pena sono stato offeso a torto molti anni. Ma questo prencipe bisognerebbe che discendesse dal cielo, o che fosse polito a guisa d’una statua da un eccellentissimo filosofo; ma non trovandosi il filosofo, è soverchio il cercar del prencipe: ed io non spero tanta felicità; e se la sperassi, non son cupido d’altra vendetta, che di potermi vendicar non volendo, e perdonando a coloro che non sono ostinati. Ma lasciam questi discorsi, ne’ quali sono stato trasportato da una giusta ira, quasi cavallo senza freno: e siami in vece di freno il rispetto ch’io porto a l’illustrissimo signor cardinale Albano. Fra tanto Vostra Signoria si contenti di mandarmi que’ libri in modo che non si perdano.</p>
               <p TEIform="p">Mi scrive il signor Antonio Costantini, che Vostra Signoria gli ha communicata una certa nuova pratica da lei cominciata, perchè si stampino altre mie lettere in Vaticano. Io, quanto a la stampa, non fo differenza da Vaticano a Basilea; perchè in tutti i luoghi porterei l’istesso rispetto a Sua Santità: ma dopo tanti volumi stampati con tanto mio dispiacere, vorrei compiacermi ne l’impressione di tutte l’opere mie, e poterle rivedere e correggere: nè posso dissimular questo appetito. Bacio a Vostra Signoria la mano, e la prego che non consenta ch’io sia più tentato in questo modo. E viva lieta. Di Napoli, il 3 di settembre del 1588.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL CARDINAL GIOVANNI EVANGELISTA PALLOTTA, DATARIO. Roma</salute>
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               <p TEIform="p">Da soverchio ardire suol nascere alcuna volta soverchia paura; come è avvenuto a me per quello che ho mostrato ne la prima lettera scritta a Vostra Signoria reverendissima, la quale non voglio che sia l’ultima; potendo emendar questo errore di poco rispetto, se così le pare, con la riverenza di molti anni. Nondimeno, s’è lecito di scrivere il vero a chi non piace la bugia, il mio picciol merito non mi poteva toglier questa speranza; parendomi, ch’essendo il papa in terra vicario di Cristo, e quasi viva imagine d’Iddio, le sue grazie dovessero prevenire i nostri meriti, come fanno le divine. A me sono state tolte non solo l’occasioni e ’l modo, ma quasi l’animo di meritare: ma se con dritto giudicio sarà stimata la buona volontà, non mi spavento soverchiamente. Supplico nondimeno Vostra Signoria illustrissima, che mi raccolga ne la sua protezione, e sappia ch’io nacqui non ignobilmente in questo nobilissimo Regno, dove assai mi piace d’abitare, non potendo abitare in Roma, com’io sperava. Ma essendo male avvisato, non so di che supplicar Sua Beatitudine, se non semplicemente de la sua grazia, per mezzo di Vostra Signoria illustrissima; a la quale umilmente bacio la mano, pregando Dio che le dia occasione di consolarmi da lunga aversità.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A MONSIGNOR GIROLAMO CATENA. Roma</salute>
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               <p TEIform="p">Quel che Vostra Signoria scrive d’Omero e d’Esiodo, mi fa ricordare d’un’altra cosa simigliante, che si legge in san Giovanni Grisostomo; cioè, che l’uno fu superiore al giudicio de’ grandissimi re, l’altro a quel de’ villani. Piaccia a Dio, che mentre io vo desiderando la felicità d’Omero dopo la morte, non incorra ne la miseria de la vita; a la quale non son molto lontano, ma non più vicino che al fine di tutte le umane miserie. Al re desidero ogni gloriosa vittoria con ogni affetto de l’animo, e con ogni costanza di volontà; perchè non può essere alcuno devoto di Cristo e de la Fede cattolica, che non sia desideroso de la gloria di Sua Maestà: ma da qualche altra mia passione sono impedito in guisa, ch’io mi vo trattenendo con la speranza di lenta vittoria. Se non manca in questa età Filippo, forse non mancherà successore che somigli Alessandro: laonde io son mosso alcuna volta a dubitare, che non gli lasci che vincere. Tanta è la differenza tra il timore de la perdita e la cupidità del guadagno. In quello non cedo ad alcuno; e vorrei tutte le cose del re sicurissime, e la vita più d’alcun altro: in questo, se è scompagnato da la gloria, cedo a tutti; se congiunto, supero peraventura ciascuno; ma tanto vorrei che s’aggiungesse di perpetuità a la sua fama, quanto di felicità a l’azione. A me basterà d’esser partecipe de’ frutti de la vittoria, poichè non posso de l’onore; perchè la mia infermità e la mia fortuna mi sono impedimento in tutte le cose. Piaccia a Dio, ch’io abbia più sana la vecchiezza, che non ho avuto la gioventù; o almeno da i giovani maggior grazia, che non m’è fatta da i vecchi. Pregherò felice navigazione a l’armata in qualche mia composizione, subito che io sarò giunto in Sorrento. Fra tanto aspetto risposta di que’ padri, senza la quale non fo risoluzione alcuna.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON NICCOLÒ DEGLI ODDI. Roma</salute>
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               <p TEIform="p">Doppo la partita di Vostra Paternità sono stato assai male; però non ho letto ancora il suo Dialogo. Il leggerò senza fallo con quella gratitudine d’animo ch’io debbo: e mi sforzerò di lodare il signor marchese di Ieraci, quanto più si può in breve poesia: ma poichè Vostra Signoria mi allontana da’ miei, per congiungermi con gli strani, mi raccomandi almeno al padre Visitatore, che m’ha lasciato possessore de le sue stanze, ma non de la grazia. Ringrazio Vostra Paternità che abbia dato ricapito a le mie lettere; e la prego che mi proccuri qualche risposta dal cardinal Gonzaga. Le raccomando ancora l’inchiusa caldamente: e la prego che mi scusi co ’l signor Fabrizio Carrafa, se questa settimana non le scrivo. Viva felice. Di Monte Oliveto di Napoli.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A CLAUDIO ANGELINI. Roma</salute>
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               <p TEIform="p">Ringrazio Vostra Signoria tanto efficacemente del buono officio fatto per me con monsignor Nunzio, quanto prontamente a lei è piaciuto di favorirmi. Aveva deliberato questa settimana venirmene a Roma; ma sono sì debile, che temo di restare in mezzo del camino, benchè non sia molto lungo: pure mi risolverei a venir volentieri, s’avessi qualche buona compagnia; se buona può esser per me in modo alcuno. Sua Santità potrebbe agevolarmi il viaggio; e Vostra Signoria, tanto intimo suo servitore, devrebbe a buon proposito ricordarle, che la Santità Sua non può esercitar la sua beneficenza e la sua liberalità in persona più bisognosa di me, nè più grata, nè più ricordevole de’ beneficii ricevuti. Bacio a Vostra Signoria le mani, ed al signor Costantino appresso. Di Napoli, il 7 settembre del 1588.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A PIETRO GRASSI. Bergamo</salute>
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               <p TEIform="p">L’ultima lettera di Vostra Signoria m’ha perturbato quanto sogliono le cose dette o fatte senza ragione. Nè ciò dico per suo rispetto, ma per quel del signor Maurizio e del reverendo Licino; fra’ quali non dovrebbe esser molta discordia. Ma se l’uno mandò que’ libri a l’altro, o da l’uno o da l’altro io deveva esserne avisato. Vogliono ch’io indovini, nè sanno quanto io soglia indovinare mal volentieri. Se questo fosse officio de la prudenza, non conosco d’esser giunto ancora a questa somma perfezione; se grazia d’Iddio, non avrei timor di palesarla: ma s’è cattivo artificio de’ nemici, piaccia al Signore Iddio di aiutarmi. Se fosse maninconia, come io stimo, ho molto maggior cagione d’esser maninconico, di quella che abbia avuta mai alcun altro. Ma la mia fortuna non può tanto cangiar la natura, ch’io non sia inchinato a l’amore, o (come Vostra Signoria dice) amorevole. Ma chi corrisponde a l’affezione, benchè alcuno risponda a le mie lettere? Io non posso negare che ’l chieder aiuto in questa infelicità mi si convien meno che l’accettarlo: nondimeno potendo esser noto a ciascuno come sian passati i miei negozi di molti anni con questi reverendi, e dirò anche reverendissimi; doveva almeno trovar in Bergomo tre amici che mi prestassero insieme settanta ovvero ottanta scudi: perchè s’io dicessi cento, parrebbe ad alcuno ch’io non volessi vivere strettamente per questo anno, che penso di litigare; se potrò, non dico finir, ma cominciar la lite: e in questo numero poteva esser Vostra Signoria, e prestarmene venti; ed ora gliele dimando, se sono più a tempo. Ma non voglio ingannarla: sono infermo; laonde, morendo tosto, non so chi volesse pagarli. Oltre a ciò, il negozio è malagevole; ed io poco atto a pagarli per altra strada, e meno a patire per pagar questo debito. Se pare a Vostra Signoria, che in questi tempi si possa prestare ad un uomo da bene che dica il vero, la prego che voglia dar esempio di cortesia a gli altri: ma non so quai saranno questi amici, o dove. Trattanto la ringrazio di quelle scritture che manda a così buon ricapito, e la prego che dia l’inchiusa al Licino. Di Napoli, il 9 di settembre 1588.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON NICCOLÒ DEGLI ODDI. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non posso attendere a la sanità quanto sarebbe necessario, almeno per non peggiorare; però aspetto il ritorno del padre Visitatore, o almeno avviso de la sua venuta. A Vostra Paternità mi raccomando, ed a la Sua in tutte le parti del mondo. Del negozio de’ libri aspetto d’intendere quel che ne sarà succeduto. Io questa mattina mi levo di letto, doppo alcuni giorni che vi sono giaciuto. Raccomando a Vostra Paternità l’inchiusa al cardinale del Mondevì. E le bacio la mano. Da Monte Oliveto di Napoli.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A VINCENZIO LAUREO, CARDINALE DEL MONDOVÌ. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ringrazio Vostra Signoria illustrissima de l’offerta che da lei mi è fatta, ben ch’io sia più tardo nel render grazie, ch’ella ne l’offerire. La cagione principalissima de la mia tardanza è la mia infermità, che mi fa pigro in tutte le mie azioni. Entro ogni giorno nel bagno, come etico; ma s’io son etico, dubito ancora d’esser idropico: e l’uno e l’altro male è invecchiato in me, ed io ne’ mali. De la maninconia non parlo, nè de la smania; a la quale ha posto tal freno la riverenza ch’io porto a Sua Santità, ch’io non posso offender altri che me stesso, come fo spesso co ’l ragionar di me medesimo con alta voce. De’ rimedi non sento alcun giovamento, nè alcuna consolazione de le visite; laonde non estimo che la morte possa esser molto lontana. Nè mi par questa opportunità di parlar di giustizia, ben ch’io l’avessi con molta ragione; ma s’altre volte la sono andata ricercando, ora non la fuggo: nè so ricercarla fra l’idee, e fra le menti separate, o in terra: nè so ben se fosse grazia o giustizia l’esser restituito in que’ primi termini, quasi ne lo stato de l’innocenza; ne’ quali io domandandola, ricevei grandissima e non usata ingiuria, che ne l’istesso modo è continuata, anzi tanto accresciuta, quanto mancano le mie forze: però son costretto a chieder misericordia; a cui non è ne la nostra natura alcun bene eguale, come dice san Giovan Crisostomo: “A ciascuno è naturale l’aver compassione, benchè sia d’animo fiero e crudele.” E qual maraviglia è, che ci moviamo a pietà de gli uomini, se de le fiere ancora sogliamo averla? Sarò io tanto infelice et odioso a tutti, che mi sia negato quello che si concede a gli animali feroci ed irragionevoli? Se non sono amato per l’innocenza, non dovrei almeno essere odiato, s’innocenti son coloro che non han fatto danno ad alcuno. Io son in questo numero senza fallo; che non offesi mai alcun de’ miei nemici, nè pensai d’offenderli. Ho fatta ingiuria e vergogna a me stesso: e s’in ciò è contaminata la mia innocenza o la fama, sono obligato di restituirlami, come a membro di Cristo: ma ’l disprezzo, nel quale per ciò son caduto, non può esser sicuro, se non sotto il grandissimo scudo de la giustizia e de la protezione de’ principi, a’ quali non si toglie però l’usar misericordia; perciochè niuna cosa è più in loro ricercata, come afferma il medesimo autore, e niuna altra tanto diletta Iddio. I re sono unti d’oglio, perchè è simbolo de la misericordia: il sacerdozio fu instituito per la misericordia. Pensino i principi, che ’l mondo sia stato edificato per misericordia, e si conserva parimente per la misericordia; ed imiteranno Iddio, che fu l’architetto di questo mirabile magistero, accioch’i peccati nostri non affrettino il suo fine, et il distruggimento di tutte le cose. A questa dovrebbe pensare più di tutti il re Filippo, perchè non è niuno in terra che da Sua Divina Maestà abbia ricevuto maggior potenza. Ma a chi s’appartiene quest’officio di ricordarglielo? Io, come ho detto, aspetto la promessa fattami da Vostra Signoria illustrissima; cioè, ch’ella faccia buono officio, e giovevole per la mia salute e per la quiete, con Sua Santità e con gli altri, a’ quali Iddio ha posto in mano il governo de l’Imperio e de’ Regni: perchè a tutti si conviene, e del principato è proprio, l’aver misericordia. Laonde a ciascun potrebbe esser detto ragionevolmente: O rifiutate il principato, o non lasciate d’usar la misericordia: perchè questa non è passione solamente de’ più deboli, come stimarono i filosofi gentili; ma virtù propria di voi, a’ quali Iddio ha conceduto potenza ed autorità sovra gli altri. Monsignor illustrissimo, l’infelicità fa l’uomo ardito nel lamentarsi o nel supplicare: in questo stato d’infermità non posso pensare di guadagnarmi il pane, come alcuni vorrebbono; però stimo che sia vicino il tempo o de la morte o de la grazia: ed a l’una ed a l’altra mi vo apparecchiando con l’animo stesso. Fra tanto riguardandomi intorno, mi veggio circondato di tenebre e d’oscurità; e m’appaiono pochi altri lumi, oltre le virtù di Vostra Signoria illustrissima, che tutte sono quasi raggi del sole de la giustizia. Laonde la supplico, che voglia riguardar le mie lunghe miserie con occhio di giusto principe e di clemente signore, acciochè un’altra volta io non sia costretto a vaneggiare.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON NICCOLÒ DEGLI ODDI. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Oggi ho scritto un’altra lettera a Vostra Paternità, e raccomandatole una mia al signor cardinale del Mondevì; ma non posso acquetarmi con una risposta a molte lettere, e con una supplica a molti padroni, o con un rimedio in molte infermità. Laonde scrivo similmente al signor cardinale Albano ed al signor Maurizio: e prego Vostra Paternità che glie le dia in propria mano, e me ne procacci risposta. Ho letto il suo Dialogo, nel quale sono molti lumi di dottrina e d’ingegno; ma non posso comporre ancora cosa alcuna. Vostra Paternità sarà tra’ primi de’ quali mi ricorderò. E le bacio le mani. Da Monte Oliveto di Napoli.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A MAURIZIO CATANEO. Roma</salute>
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               <p TEIform="p">Mi doglio che la mala novella sia confirmata da Bergomo: e questo dolore mi si fa sentire fra gli altri miei, che sono infiniti, in guisa che niuno più mi perturba. Io non sono atto quasi a ricever consolazione; e voi volete ch’io la dia: e s’io potessi ricusar quest’ufficio senza rifiutar la servitù con monsignore illustrissimo Albano, il farei volentieri; ma non posso se non essergli servitore, o lieto o dolente, o come stima più convenevole. Scriverò dunque quest’altra settimana, o consolando o piangendo seco questo inaspettato accidente: fra tanto gli parrò forse soverchiamente noioso, non perdendo l’occasioni de lo scrivere e del raccomandarsi; ma quanto la sua prudenza è maggiore, tanto meglio conoscerà ch’in ogni tempo i buoni uffici son convenienti.</p>
               <p TEIform="p">Io son rimaso molto debole per molto sangue cavatomi, e molto maninconico per la qualità, la qual mi ha spaventato. Da Roma ho così picciola grazia, che non posso spedire in Napoli le mie cose per giustizia: e chi tiene contra le mie ragioni, non mi può essere amico. Il Licino mi scrive d’aver mandato a Vostra Signoria alcuni miei libri del Poema eroico; però mi maraviglio di non averli avuti. Se Bergomo fosse stato in Cattaro, ed il Licino il Gran cane, questo negozio si deveva spedire: e non mi può essere in modo alcuno persuaso, che se Vostra Signoria avesse voluto dirne una parola al cardinale, egli non si fosse risoluto a mandar le scritture, ed a pagar quel che egli non può negar di dovermi già molto tempo fa. Piaccia a Dio ch’io possa un giorno respirar da tante oppressioni. Ed a Vostra Signoria bacio le mani. Di Napoli, il 14 di settembre del 1588.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL CARDINALE GIOVAN GIROLAMO ALBANO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io estimo che ’l dolore non abbia tanta forza ne l’animo di Vostra Signoria illustrissima, che possa perturbarla soverchiamente. Laonde niuno officio in questa occasione devrà parerle importuno: e se pur ne le mie preghiere fosse o molta importunità o poca considerazione, vinca la sua prudenza la mia passione, e mi perdoni; chè troppo è giusta la causa, ne la quale sono appassionato.</p>
               <p TEIform="p">Lasciai a messer Giovambattista Licino molte mie scritture, e son molti mesi ch’io cerco di ricuperarle. Prego Vostra Signoria illustrissima, che voglia interponere la sua autorità perchè questo vostro bergamasco sodisfaccia a quanto deve; imperò che niun maggiore obligo ha un uomo da bene, che di sodisfare a la sua parola: ed a chi non basta il tribunal de la conscienza, al fine è preparato giudice il qual non riceve inganno. Ma fra tanto non devrebbe essere in tanta considerazione la mia infelicità, che fosse negata ogni fede a le mie parole, ne le quali non è alcuna bugia. Io nacqui povero gentiluomo, e però ho voluto procedere com’è costume de’ gentiluomini; non pensando che sempre da gli amici, o da chi ne fa professione, devesse negarsi la verità, perchè i giudici avessero pretesto di negar la giustizia.</p>
               <p TEIform="p">Nostro Signore consoli Vostra Signoria illustrissima di questo colpo di fortuna, e me de la mia lunga e continova adversità. Di Napoli, il 14 di settembre del 1588.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A MONSIGNOR CATENA. Roma</salute>
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               <p TEIform="p">Io sono più infermo che mai fossi, e più povero; perchè avendo lasciata certa poca somma, che io aveva, di danari a messer Tommaso da Capova, non posso ricuperarli: e temo di averli perduti insieme con l’amico, se Vostra Signoria non scrive in mia raccomandazione ad alcuno di questi cavalieri di autorità, che s’interponga, affinchè senza soverchia dilazione questo galantuomo mi riporti il danaro, e non mi lasci in questo danno ed in questa infermità, che m’è più grave. La cagione del deposito fu quella che io dissi al signor cardinale Alessandrino in camera sua: e, non potendo io tenere i danari presso di me per qualche ragionevole sospetto, mi risolsi di fare esperienza de la fede di persona che a tutti i miei amici predicava d’essere il maggiore amico che io avessi. Ormai ci dovrebbe esser giustizia per me, non solamente grazia. Mi spaventa la malignità del mondo; ma non tanto, che la verità non mi dia molto ardire. Questi giorni passati sono stato assai male; ma se mi dee giovare la poesia in lode del re, non morrò senza aver fatta questa esperienza. Dal padre fra Fabiano non ho risposta. Mi raccomando a Vostra Signoria, nel negozio de’ danari particolarmente. E bacio la mano a monsignor illustrissimo suo. Viva felice. Di Monte Oliveto, il 14 di settembre 1588.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL CARDINALE MICHELE BONELLI, DETTO L’ALESSANDRINO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ne la raccomandazione di Vostra Signoria illustrissima ho più tosto conosciuta la malignità de la mia fortuna che la sua autorità o la cortesia; perchè non volendomi dare in preda a’ miei parenti, a’ quali non può piacer cosa che mi piaccia, piacendomi la giustizia, non ho potuto veder Sorrento: anzi N. da Capova, che mandava alcune mie lettere a Sorrento, ed altrove, si tiene una borsa con sessanta scudi, o poco meno, ch’io gli ho lasciato in deposito per le cagioni che potranno esser note a Vostra Signoria illustrissima; e non si lascia ritrovare in luogo alcuno. Questi padri sanno quale è l’officio loro: e perchè ne l’altre cose non vogliono farlo, in questa ancora dovevano lasciarmi in minor suspizione de la fede loro. Io supplico Vostra Signoria illustrissima, che voglia raccomandar a Sua Santità la giustizia; perchè se il giusto sarà raccomandato, io non sarò oppresso. Frattanto non vorrei che la mia lite avesse principio da questi sessanta scudi: e ricordo a Vostra Signoria illustrissima, che ne la mia causa si tratta non solamente de la vita d’un povero gentiluomo; ma de la carità, de la fede, de la pietà, de la religione e de la giustizia; de le quali non par che si faccia più alcuna stima, dove sia in considerazione l’interesse o l’utilità o la passione di chi governa. E bacio a Vostra Signoria illustrissima le mani. Di Monte Oliveto, il 14 di settembre del 1588.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io sono irresoluto di tutte le cose; perchè tutte sono piene d’incertitudine, e niuna dipende assolutamente da la mia volontà: però non posso scrivere a Vostra Signoria di venir questa settimana a Roma, nè l’altra; ma volendo venire, vorrei esser certo d’esser raccolto in Vaticano, almeno sinch’io trovassi altra stanza: perchè sentirei troppo incommodo di lunga abitazione, non avendo alcuna camera o alcun camerino che fosse proprio. Aspettava qualche risposta nel particolar de’ miei libri; e di saper se dal signor cardinal Gonzaga gli è data qualche speranza.</p>
               <p TEIform="p">Questa settimana passata sono stato malissimo: però scusatemi. Non so che frutto avranno fatto le lettere del signor Claudio co ’l Nunzio, o le mie co ’l Datario. Scriverò di nuovo a Sua Signoria illustrissima, raccomandandole la depressa condizione d’un povero gentiluomo, che vive infermo già molti anni sono: e se non può ricuperar la sanità senza una badìa, o senza qualche buon beneficio, non si vergogna di dimandar la vita co ’l beneficio, com’io medesimo le scriverò. Risposi al signor Claudio per via di monsignor Nunzio; ed a quest’ora devrà esser comparsa la mia lettera. Viva Vostra Signoria felice. Di Napoli, il 14 di settembre del 1588.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A CLAUDIO ANGELINI. Roma</salute>
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               <p TEIform="p">Raccomando a Vostra Signoria l’inchiuse, e me stesso, per usar molte volte la medesima clausula, de la qual non trovo la migliore. Scrivo al signor Antonio, suo nipote, d’un mio importantissimo negozio: la prego che lo solleciti a la spedizione, avanti ch’egli parta di Roma. Un’altra grazia le chiedo, che mi conservi la sua camera, se bisognasse, fino al suo ritorno; perchè godendo io in sua vece la camera, procurerò ancora di servire a Vostra Signoria. Diedi al reverendissimo Nunzio la risposta a l’altra sua lettera: ora le bacio le mani. Di Napoli, il 14 di settembre del 1588.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Se verranno al fine queste mie scritture a salvamento, ne ringrazierò Iddio e gli amici; ma particolarmente aspetto i discorsi del Poema eroico. Ho disposte le mie rime in buonissimo ordine; però vorrei che vi ricordaste quanto la stampa mi sia a cuore. A l’altre cose non posso rispondere questa settimana: ma se conoscete il liberale, insegnatelo a me, ch’il vo cercando; e ’l vorrei conoscer da gli effetti. Per mio parere, si dovrebbe far la dedicazione a la Comunità di Bergomo, come già mi consigliaste de la Tragedia; perchè io avrei bisogno di cento scudi almeno, per attendere a la sanità ed a la mia lite. Io gli chiedo in dono; e mi contenterei che mi fossero prestati, se Iddio mi desse tanta salute che potessi pagarli. Bacio a Vostra Signoria le mani, ed a gli amici ed a’ parenti similmente. Di Napoli, il 14 di settembre 1588.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVANN’ANTONIO PISANO. Napoli</salute>
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               <p TEIform="p">Se l’ornamento potesse star insieme con l’affetto, io mi sforzerei che questa mia lettera fosse così ornatissima come ella è affettuosissima. Ma sa che la passione ricusa i colori, ed ama la simplicità del parlare; e aggiungendosi quella de le parole a quella de l’animo, pregherò Iddio che le muova il cuore. Io sono infermo, come sa; e dee saper forse che son etico, benchè io non ne sia certo; perchè attribuisco ad altra cagione questa mia stanchezza e questo colore non naturale. Ma non è questa sola l’infermità, perchè la malenconia è grande in guisa, ch’io comincio a smaniare. Niuno ancora dovrebbe sapere i rimedi de l’uno e de l’altro male, meglio di Vostra Signoria. Al primo sono, come stimo, giovevoli i bagni; ma non questo, o in questo modo: perch’io non ne sento refrigerio alcuno; ma tutto il giorno ne sto con maggior caldo del solito, e con un poco di sudore. A l’altro non si provvede: laonde io la prego c’abbia riguardo in tutti i modi a la mia vita ed a la sua riputazione; la qual consiste in render la salute a gl’infermi. Se ritornasse il campo di Lutrecco, o d’altro, con la medesima contagion di peste e d’altro male; o se fosse chiamata da qualche re barbaro e nemico de la nostra Fede, potrebbe Vostra Signoria ricusar di medicarli? Ma io sono, se volete, napolitano, e nato nel Regno senza dubbio; e ho quella fede per la quale dovrei esser sicuro de la mia vita in questa città. Aiutatemi, signor mio, com’eccellentissimo medico, e come ottimo amico, perchè i danari non possono esser premio degno de la sua virtù, ed io ne son privo, nè posso ancora pagar le medicine o i bagni, se il signor conte di Paleno o altri non mi sovviene. Perchè piacendo a Dio ch’io vinca la lite, o abbia in grazia quello che m’è promesso per giustizia, sodisfarò a tutti i debiti interamente. Fra tanto non vorrei morire per difetto d’argento e d’oro, o d’amici; il qual mancamento è peggiore assai. A Vostra Signoria dunque mi raccomando; perchè dove abbonda la dottrina e la sapienza, non può mancar la virtù e la fortuna. Nè le ricorderò ch’io son tornato vecchio in quella città donde partii fanciullo, sicchè appena sono stato riconosciuto da’ parenti e da gli amici; e che dopo tant’anni di prigionia e d’infermità, e quasi di mendicità, non ho potuto rallegrarmi de l’aspetto de la patria, o aver altra consolazione che quella de la sua vista, stimando che le mie avversità mi sieno in vece di padre e di parenti. E bacio a Vostra Signoria le mani.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A VINCENZIO LAUREO, CARDINALE DEL MONDOVÌ. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Questa mattina ho baciate le mani al signor duca di Nocera, il qual m’ha ritenuto seco a pranzo, e fatti molti favori: i quali tutti ho riconosciuti da la sua cortesia ed affabilità, perchè invero è un cortesissimo, affabilissimo e splendidissimo signore. Laonde in altro tempo ed in altra fortuna avrei numerato questo giorno tra’ felici, e segnatolo, come si dice, con bianca pietra; ma in questa mia infermità d’animo e di corpo, niuna cosa mi può piacere, la qual mi tenga in maggior dubbio de la salute. Credeva che le raccomandazioni di Vostra Signoria illustrissima, in questa parte almeno, mi dovessero giovar molto; però ne l’altre non volli esser importuno, nè con Vostra Signoria illustrissima, nè con questo eccellentissimo signore: ma nel chieder la sanità, o (s’è lecito a dirlo) la vita, sono stato forse troppo timido con un cavaliero; ma con un cardinale ho voluto al fine lasciare ogni temenza da parte, non mi parendo fargli offesa in supplicarlo d’opera (se non m’inganno) pia e cristiana: e (s’io m’inganno) ci devrebbe essere chi mi mostrasse il mio errore, accioch’io non fossi costretto a precipitare in qualche altro maggiore. Ma forse Vostra Signoria illustrissima non ha tanto voluto raccomandare altrui la mia vita e la sanità, quanto darmela ella medesima in casa sua. Se questa opinione è vera, com’è conveniente a la bontà di Vostra Signoria illustrissima, io mi doglio di non averla pregata a tempo, che mi facesse medicare: ma il pentimento è forse tardo. Laonde la supplico che voglia giovarmi così lontano, e scrivere al signor duca ed al medico di nuovo in mia raccomandazione; perchè, senza aiuto de’ medici e di medicine, io non so se mai più rivedrò Roma: tanto mi nuoce il pregiudicio del tempo, invecchiandosi più sempre l’infermità con gli anni, e divenendo quasi incurabile, o almeno malagevolissima a curare; ma ne le cose difficilissime si può conoscer la virtù di Vostra Signoria illustrissima: la quale è stata prima medico de’ corpi (e non se ne dee sdegnare) e poi de gli animi; ed ultimamente è salita, per molti suoi meriti con la Chiesa apostolica, in così alto grado, che non può negar grazia e pietà a chi gliele dimanda, senza far torto a l’altre sue nobilissime e cristianissime azioni. Nostro Signore l’inspiri a giovarmi tanto con le raccomandazioni, ch’io possa poi ricevere il giovamento de la presenza. E bacio a Vostra Signoria illustrissima con riverenza le mani. Di Napoli, il 16 di settembre del 1588.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A CLAUDIO ANGELINI. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Sono stato alcune settimane più infermo del solito, e senza lettere del signor Costantino e di Vostra Signoria, che mi potevano portar qualche consolazione. Del mio ritorno a Roma sarei quasi risoluto, s’avessi qualche commodità o facilità di tornare: aspetterò dunque alcuna occasione di buona compagnia. Fra tanto mi raccomando a Vostra Signoria, e la prego che voglia dar ricapito a l’inchiusa, ch’io scrivo a monsignor illustrissimo cardinale del Mondevì, e procurarmene risposta. E bacio a Vostra Signoria le mani. Di Napoli, il 16 di settembre del 1588.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON NICCOLÒ DEGLI ODDI. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io mi vergogno di rispondere a Vostra Paternità de’ miei particolari solamente, senza toccare alcuno de’ suoi; ma questo errore e assai maggiori può scusare l’infermità, de la quale vorrei sentire qualche miglioramento, prima ch’io mettessi mano ad alcuna composizione. Grande obligo avrei veramente a Vostra Reverenza e a tutta la sua Religione, se facesse condurre i miei libri senza molta dilazione: ma non vorrei che fossino trattenuti tanto tempo in Venezia, ch’io fossi così disperato de’ libri, come de la sanità; perchè veramente non posso credere che la mia vita sia lunga: nè vorrei esser privo di quest’ultima sodisfazione. Non sono tanto sano, ch’io pensi di tornare a Padova per ricuperare intieramente la salute; ma volentieri avrei avuto il parere di quegli eccellentissimi medici, i quali possono essere informati de la qualità del male, e di quelle cose che più mi perturbano. Io scrivo in questo proposito al signor cardinale del Mondevì ed al signor Fabrizio Carrafa. Prego Vostra Paternità che voglia dar ricapito a le mie lettere. Nostro Signore l’inspiri a far qualche cosa per la mia salute, per la quale io possa rimanerle obligato. Da Monte Oliveto di Napoli.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL CARDINAL GIOVANNI EVANGELISTA PALLOTTA, DATARIO. Roma</salute>
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               <p TEIform="p">Io sono così usato a scusar gli errori de la mia imprudenza, che non ho più ordinaria difesa di questa; però se ’l mio picciolo avvedimento non m’ha fatto degno di risposta, non mi dovrebbe almeno far immeritevole di scusa. Mi scuso con Vostra Signoria illustrissima del molto ardire e de la molta fede; ma non ardisco nondimeno di chiamar la mia prudenza con l’esempio d’un antico ateniese, celebrato fra gli uomini memorevoli da gli istorici romani. Era in dubbio ed in pericolo de la vita, e chiese la dignità, con certa credenza d’impetrare almeno la salute, non potendo conseguir l’onore. Così io, al quale è negata la sanità dal comune consentimento del mondo, dimando a Sua Beatitudine alcuna dignità che mi difenda, doppo tanti anni d’ingiuria, e raffreni con la riverenza la soverchia ingiustizia, che non mi basta dir licenza o disprezzo. Fra tanto, per parer savio, mi guarderò non solo di fare ingiuria, ma ingiusto risentimento; se pure è vero che “<foreign lang="lat" TEIform="foreign">Sapientis sit neque inferre, neque referre iniuriam</foreign>.” E se con questa mia lunga pazienza e mansuetudine io non potrò fuggire il biasimo de la pazzia, nel qual son caduto per continoa infermità, nè aver da Sua Beatitudine o badìa o altro beneficio; almeno dovrei schifare il pericolo de la vita. Chiedo adunque a Sua Beatitudine la dignità per aver la salute; poichè mi fu negata la vita, acciochè non mi fosse aperta la strada d’aspirare a que’ gradi che son proposti a gli altri ne la Corte romana: e chiedo questa grazia per mezzo di Vostra Signoria illustrissima, avendo ferma opinione che sia cortesissimo prelato, e di grandissima autorità, e liberalissimo dispensator de le grazie di Sua Santità: laonde agevolmente si concederà a’ meriti de l’intercessore, ove si negasse a’ prieghi del supplichevole. La chiedo infermo, e però con poca speranza di lunga espettazione: ma essendomi conceduto ch’io possa venire a’ piedi (come io supplico) di Sua Beatitudine, Vostra Signoria illustrissima potrà favorirmi con qualche sua lettera al reverendissimo Nunzio; al quale sarà così agevole il darmi aiuto, come a me orrevole il riceverlo da la sua benignità. E le bacio la mano. Di Monte Oliveto in Napoli, il 22 di settembre del 1588.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A VINCENZO GONZAGA, DUCA DI MANTOVA</salute>
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               <p TEIform="p">Se la grazia di Vostra Altezza m’avesse dato tanto ardire di parlar liberamente, quanto me n’aveva promesso la mia antica e quasi ereditaria servitù, io le avrei detto quel che doppo alcuni mesi a pena mi sono assicurato di scrivere; cioè, che niuna cosa più si conveniva a Vostra Altezza de la clemenza e de la benignità: per l’una de le quali io doveva in casa sua esser certo de la salute; per l’altra l’assicuro de la povertà, che s’aggiunge a l’infermità, quasi impedimento ad impedimento, o quasi infelicità ad infelicità: ma non ebbi ardimento di ragionarle del vero; ed altri l’aveva d’offendermi a torto; e forse proponeva a Vostra Altezza l’esempio d’altri principi, e l’opinion del volgo e de la corte, scompagnate da ogni ragione. Ma niuno esempio si doveva proporre, il qual non fosse congionto con somma onestà e con gloria soda e stabile; perchè questa popolare, o cortigiana più tosto, è quasi un’ombra che, portata e divolgata da le lingue de gli adulatori, somiglia un vento c’a le volte cessa in poche ore. Io aveva minor passione di molti altri, benchè in maggiore occasione: laonde le avrei dato quel consiglio che fosse stato più conveniente a la sua riputazione, da la quale non poteva esser disgiunta la mia salute: e ora ardisco di scriverle, pregandola che non si curi di ritenermi i libri, poichè non volle ritener me stesso in prigione; nè li voglia quasi pegni o quasi ostaggi de la mia fede, temendo che, mentre sto lontano, o non dica mal di lei, o non scriva; perchè niuno è più sicuro ostaggio de l’affezione intrinseca e de la benevolenza: e Vostra Altezza può esser sicura ch’io le sia affezionatissimo. S’amano, signor mio, le cose lodate: e s’io non ho voluto di nuovo lodarla, come voleva il suo teologo, non l’ho ricusato di fare per odio; ma perchè le preghiere deono andare avanti a la laude, e fra l’une e l’altre interporsi le grazie. L’ho pregata, e la prego di nuovo, a concedermi i libri; nè poteva lodarla di questa grazia, non gli avendo ancora Vostra Altezza mandati: ma doveva sperare d’esser compiacciuto ne gli studi, poichè ne la salute son quasi disperato. Ma posto ch’io avessi detto mal di lei per ricuperar la sanità, doveva per questa cagione essere implacabile il suo sdegno? Non sa che “<foreign lang="lat" TEIform="foreign">Bene facere et male audire, regum est</foreign>?” E s’io avessi biasmata alcuna sua cortese opinione, le sarebbe avvenuto quel c’avviene a’ grandissimi re; là dove gli altri la fanno simile a’ tiranni, cercando laude per quelle cose per le quali non la meritano. Imperochè, rivolgendo quella proposizione al contrario, “<foreign lang="lat" TEIform="foreign">Male facere et bene audire, tyrannicum est</foreign>.” Vostra Altezza è da me più amata co ’l vero, che da coloro che altrimente la consigliano con la falsità; e più onorata co ’l silenzio che con la laude importuna. Io la voglio agguagliare a’ re; essi, a’ tiranni: io vorrei che fosse tale in ogni sua operazione, che i biasimi ancora e l’invettive le tornassero in laude; gli altri, meno amorevoli, con le men convenienti laudi vanno procacciando che s’oscuri la sua gloria: io le metto avanti l’esempio d’Alessandro e di Cesare; gli altri, quel de’ crudeli e de gl’ingiusti. Ma consideri Vostra Altezza l’azione di Cesare, dal quale tanto è lontana ne la fortuna, quanto dovrebbe esser vicina ne la virtù. Cesare, lacerato da’ versi di Catullo, poeta veronese, il raccolse, e l’invitò a cena con grandissima umanità: questo le sia quasi specchio, e quasi lume di quel che si conviene a’ principi valorosi. Ma di me non dee sospettar cosa alcuna, perchè vorrei scrivere non solamente al nostro secolo, ma a la posterità: ed avendola alcuna volta lodata in vari componimenti, desidero che quante son le mie parole, tanti siano a’ secoli futuri i testimoni de la sua virtù. Però mi dorrei che lasciasse doppo sè alcuna occasione di sospettar de la sua bontà, e de la clemenza particolarmente. Ma io non ardisco darle altro consiglio ne le cose proprie: la supplico nondimeno, che voglia mandarmi i libri sicuramente, e senza perdita d’alcuno. Ne l’altre cose, Iddio l’inspiri a dare esempio a ciascuno di liberalità, di mansuetudine, di grazia e di giustizia. Di Napoli, il 24 di settembre del 1588.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Bologna</salute>
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               <p TEIform="p">Ne l’ultima risposta di Vostra Signoria non ho inteso cosa ch’io aspettassi d’intendere. Aveva scritta un’altra lettera a monsignor Datario, e drizzatala a Vostra Signoria; nè può essere smarrita: però vorrei sapere se è capitata, e se le ha dato ricapito, o se può impetrar risposta da Sua Signoria reverendissima. Scrivo la terza volta supplicandolo, e mando a Vostra Signoria la lettera aperta, perchè mi faccia piacere prima di ricopiarla, e poi di presentarla; perch’io non posso, e farei maggior copia d’errori ne l’altra copia. Di grazia, fatemi volentieri questo piacere, se m’amate vivo; ed in tutti modi fate ch’egli la legga. De l’altre mie lettere, che saranno in compagnia di questa, ne lascio la cura a l’amorevol diligenza vostra. Mando a Vostra Signoria una lettera che scrivo al signor Cristoforo Tasso, mio parente. Se andasse a Bergomo, nel ritorno vorrei in tutti modi che mi conducesse i miei libri. Scrivo in questa materia al signor cardinal Gonzaga, ed al signor duca di Mantova; ma non posso questa mattina mandar le lettere: le manderò forse oggi; ma in tutti modi prego Vostra Signoria che ne parli co ’l signor cardinale, e che ne ritragga qualche risposta. Vi pregherei che baciaste in mio nome le mani al signor cardinal Montalto, s’aveste alcuna servitù con Sua Signoria illustrissima. De l’officio di monsignor Lamberto non parlo più; ma mi raccomando al signor Claudio suo zio. E prego a Vostra Signoria felice viaggio, e presto ritorno. Di Napoli, il 24 di settembre del 1588.</p>
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                  <salute TEIform="salute">ALL’ABATE CRISTOFORO TASSO. Bergamo</salute>
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               <p TEIform="p">Io cerco di conservarmi l’amicizia e ’l parentado con Vostra Signoria non solamente ne gli effetti, ma ne l’apparenza; laonde non posso negare di raccomandarle alcun mio amico, bench’io medesimo non le sia stato tanto raccomandato quanto vorrei. Il signor Antonio Costantino è quel gentiluomo de l’ambasciator di Toscana, che mi cavò di prigione, o almeno fu cagione ch’io n’uscissi doppo molti anni che s’era invano trattato questo negozio: ora viene in Bergomo: però, se per mia cagione sarà ben visto, n’avrò molt’obligo a cotesta città, a la quale non ricuso d’averlo maggiore. Prego Vostra Signoria che voglia alloggiarlo e trattarlo amichevolmente, come farebbe me stesso; perciochè egli merita molto per le rare qualità e virtù de le quali è ricchissimamente dotato; ed io l’amo al pari de la propria mia vita. Di quel Libro de l’imagini io ho grandissimo bisogno; ed altre volte ho pregato Vostra Signoria che volesse mandarlomi, o farmene trovare un altro in queste librarie di Roma o di Napoli: ora la riprego del medesimo favore; e non potendo prima, il mandi almeno per questo gentiluomo. Se messer Francesco Terzo me n’avesse dato uno, avrei scritto qualche cosa in sua laude: ma non si trovando ne le librarie, non posso pregarne altri che Vostra Signoria, che può in ciò molto giovarmi, come ne l’altre cose. E le bacio le mani. Di Napoli, il 24 di settembre del 1588.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL CARDINALE SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
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               <p TEIform="p">Se l’antica servitù ch’io ho avuta con Vostra Signoria illustrissima consentisse ch’io mi spaventassi o per dilazioni o per impedimenti o per repulse, non tornerei a darle così spesso noia ne la medesima materia. Io, come ho scritto, sono infermo; e non volendo chieder a Vostra Signoria illustrissima la salute, per non pregarla di cosa che non sia in suo potere, le dimando almeno la consolazione de la infermità, e la medicina de l’anima, se non del corpo, la qual può darmi agevolmente: io dico i miei libri; perchè se già sono in casa del signor Pirro, potrà mandarli senza molta difficoltà sino a Bologna; e se sono ancora in Mantova, la prego a rinovar l’ufficio co ’l signor duca. Io scrivo al signor Costantino che ne dia ricordo a Vostra Signoria illustrissima: egli si piglierà questa cura di farli venire da Bologna a Roma; ma perchè non ve ne manchi alcuno, non so a chi ricorrere, se non ricorro a la cortesia di Vostra Signoria illustrissima. La prego dunque, quanto farei per la vita medesima, che voglia spedir questo negozio, e tenermi ne la sua grazia, come soleva: nè tacerò che, piacendo a Dio di rendermi la sanità, i libri mi sarebbon necessari per sostegno de la vita; perchè la liberalità de’ principi m’è stata tanto scarsa, quanto sa Vostra Signoria illustrissima medesima: e ne la stampa de l’opere mie non posso far quel fondamento, c’avrei fatto in miglior fortuna: e tutti gli altri sono così incerti, come le promesse de gli uomini, e le speranze. Io mi raccomando a Vostra Signoria illustrissima quanto posso: e se giovasse il raccomandarmi, infinitamente mi raccomanderei. E bacio a Vostra Signoria illustrissima le mani. Di Napoli, il 24 di settembre del 1588.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON NICCOLÒ DEGLI ODDI. Roma</salute>
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               <p TEIform="p">Non so se co ’l chiamarmi gentilissimo, Vostra Paternità reverenda voglia onorarmi o burlarmi; perch’io fo professione di cristiano, benchè nascessi in questa nobilissima città gentiluomo, come dicono: ma questo nome ora è tanto ammollito da l’uso, che non significa quel medesimo che significava; perchè, come Vostra Paternità può sapere, l’uso è quasi arbitro del parlare. S’ha voluto dunque chiamarmi infedele, com’erano i gentili, me ne appello al giudizio di Dio: se nobile e disceso di nobil sangue, ringrazio Vostra Paternità di tanto onore. Ma posto ch’io fossi gentile non solo di nascimento ma di fede, tanta maggior sarebbe la vostra carità, quanto più falsa fosse la mia opinione; perchè a’ cristiani s’appartiene ancora d’aver cura de’ gentili, come dice sant’Agostino: ma io giuro a Vostra Reverenza, che non ho alcuna credenza diversa da quella che c’insegnò Cristo, e fu confermata co ’l sangue di tanti martiri, e con la dottrina di tanti dottori de la Chiesa, e con l’autorità di tanti concilii e di tanti sommi pontefici. Però la prego che voglia aver compassione a l’umana infermità, ed a l’opinione la quale io ho, d’esser nato nobile e da nobili. E mi raccomandi efficacemente a questi padri, accioch’io ricuperi la prima sanità; o almeno conosca che non è mancato da la diligenza loro, e da la pietà, e da la cortesia, se così vogliano.</p>
               <p TEIform="p">Mando a Vostra Paternità una lettera, perchè l’appresenti al signor cardinal Gonzaga, e faccia venire i libri per qualche strada; ma quella del mare è assai incerta, massimamente cominciando il verno. Rispondo anche al cardinal del Mondovì: e non lascio di raccomandar me stesso al signor cardinal Carrafa ed a l’Alessandrino, come raccomanderei Vostra Paternità, se ne avesse bisogno per questo o per altro negozio. Pregate Dio e gli uomini per la mia sanità. Al consiglio de’ medici padoani penserò questa primavera, se piacerà a Nostro Signore di concedermi così lunga vita. Fra tanto vogliatemi bene. Di Monte Oliveto di Napoli.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A MAURIZIO CATANEO. Roma</salute>
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               <p TEIform="p">Io sono stato dubbio s’io devessi rispondere a la lettera di Vostra Signoria portatami in Napoli, temendo che la mia risposta non facesse altro, che ’l conservarmi l’apparenza de l’amicizia dannosa. Sono diece anni ch’io infelicissimo infermai; de’ quali sette, o poco meno, ho vissuto in prigione; se pur quella si potea chiamar vita, e non più tosto morte acerbissima. Ed in così lungo spazio di tempo, nè per impazienza, nè per sofferenza, nè per sincerità, nè per dissimulazione, nè per furore, nè per mansuetudine, nè per abbassar l’animo più che a’ meriti non si conveniva, nè per inalzarlo sovra la mia fortuna, nè per dubbio di morte, nè per certezza di scorno, ho potuto muovervi a compassione de le mie lunghe miserie, in guisa che supplicaste per me chi poteva esaudirvi. La mia fortuna è quella medesima che dà tanto animo a’ nemici miei d’offendermi e di schernirmi; o sia il diavolo, o temerità, com’altri estima, o cagione che opera oltre il proponimento de gli uomini, e spesso rivolge il mondo sottosopra. In tutti i modi ella è un non so che di maligno, di temerario e di pazzo; se pur è cosa alcuna. Ne la corte dovrebbe farsene idolo; nè i miei nemici ricorrere, quasi idolatri, a la sua protezione. In somma, chi vuol commettere alcuna cosa a la mia fortuna, è mio nemico, bench’io non fossi di lui. Io, a l’incontro, vorrei commettere tutte le cose al consiglio non corrotto, a la prudenza, a la providenza: nè sono così ignobil soggetto, ch’io devessi esser abbandonato a la fortuna, come nave al mare o palla al vento: almeno sono creatura d’Iddio, dotata di libero arbitrio, e non ostinato in cosa alcuna, ch’io reputi peccato; e non disperato de la sua misericordia, la qual non è discompagnata da la sua giustizia. Non voglio che ’l parlar de la fortuna mi traporti ad altro, c’a questa conchiusione: vorrei più tosto morire infelice con la providenza, che viver felice con la fortuna, ne la quale non confiderei un de’ miei libri o uno de’ fogli da me scritti. Ma, come sapete, la felicità è de la virtù, la prosperità de la fortuna: facciami felice, se può, la mia virtù, ch’io non ricuso uscir di tanta miseria co ’l suo aiuto. Se monsignor illustrissimo Albano è ricordevole, dee ricordarsi di me povero gentiluomo, vostro amico, e suo servitore: e ricordarsi ancora de la prima grazia ch’io gli dimandai, quando venni a Roma fuggitivo; la quale almeno devrebbe esser conceduta dopo diece anni; non potendo in altro modo trovar alcun riposo ne le mie sollecitudini, o quiete ne le inquietudini. Non può essere ora ingiusta quella dimanda che allora fu giusta; o almeno, io solo non devrei per tutto il mondo esser punito de le mie colpe e de l’altrui, e tutti gli altri andarne impuniti. Ricordisi Sua Signoria illustrissima, che la fede è fondamento de la giustizia: ricordisi, che la fede è così detta, perchè si fanno le cose le quali si dicono: ricordisi, c’abbandonandosi la protezione di coloro i quali sono offesi a torto, s’abbandona una parte de la giustizia. A chi siede in altissimo luogo non si conviene il dire, Non me ne curo, o non me ne impaccio: però non mi par credibile c’alcuno l’abbia detto. Qual regione è così barbara, o qual parte del mondo così remota, dove l’autorità d’un cardinale non avesse potuto giovarmi? Ora, se le mie preghiere non gli sono moleste soverchiamente, il supplico di nuovo. De la dedicazione de le mie opere non posso risolvermi, se prima non son risoluto de l’altrui volontà. Però il Licino dovrebbe mandarmi le mie scritture co’ danari: gli uni perch’io potessi rallegrarmi de la liberalità de la patria: l’altre, accioch’io non avessi cagione d’accusar la sua ostinazione: almeno mandasse le scritture, e si ricordasse del suo debito. Al signor cardinale Scipione ho scritto: egli sa quel che può fare. A Vostra Signoria, se non ha indurato il cuore contra me, non posso porgere altra supplica, se non pregarla che muti consiglio. Se non temessi d’offenderla, la pregherei a supplicare il papa in mio nome, che scomunicasse tutti coloro i quali, o con malìe o con veleni, o con altra cosa nociva, cercano d’offendermi, e d’indurmi per disperazione a lasciar l’uso de’ santi sacramenti; de’ quali prego Iddio che mi conceda la grazia. Ma la carità parla per me in questa materia. E presenti l’inchiusa al signor cardinale Alessandrino. Nostro Signore vi guardi da male. Di Monte Oliveto.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL CONTE DEL MAZZARINO</salute>
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               <p TEIform="p">Vostra Signoria mi trovò così infermo nel corpo, come ne l’animo disposto a servirla; ma nel ricever de la sua lettera, benchè l’inclinazione de la volontà non fosse mancata, era nondimeno cresciuta la malattia: laonde la prego che scusi la tarda risposta, e l’ardimento di pregarla; perchè la necessità fa alcune volte gli uomini arditi ed importuni. Io venni in Napoli con speranza di ricuperar la facoltà e la salute: l’una per promessa de la sorella e del cognato; l’altra, per le parole datemi da’ medici. Ma non avendo fatto acquisto ne l’avere, ho perduto qualche cosa ne la sanità, e temo di perdere il rimanente con la vita; laonde non ho avuto ardire di litigare, benchè non l’abbia perduto di supplicar Sua Maestà. Ma sinchè io sia in migliore stato, se piacerà a Dio di ricondurmici, ho voluto mostrar tanta fede in Vostra Signoria, quanto volle con le sue parole dettemi al partire; de le quali conserverò sempre memoria. Io pretendeva tre mila e cinquecento ducati de la dote materna: e questi non credeva che mi si negassero per giustizia; ma per equità sperava che ’l re dovesse darmi gli usufrutti almeno di diece anni, che tanti sono passati da quel tempo ch’io mi partii da Napoli infermo a morte; nè dappoi ho potuto litigare, o aver alcuna informazione necessaria per mover lite, nè pur di chieder grazia a Sua Maestà. Laonde, quanto è stata più grave l’oppressione, tanto dovrebb’esser più memorabile l’equità e la liberalità, anzi la giustizia d’un grandissimo re. Ed a niuno più si conviene ricordarli quel che s’aspetta a’ suoi fedeli servidori. Laonde prego Vostra Signoria, che se pur non volesse far quest’ufficio per la nuova amicizia, ne la quale s’è degnata di ricevermi, non ricusi di farlo per servigio ed onore di Sua Maestà; perchè s’a me fosse lecito di parlar in causa propria, avrei già scritto a Sua Maestà, come amico del vero, e come suo devotissimo servidore, e come nemico di tutti gl’interessi che fossero congiunti con alcuna ingiustizia, o disgiunti da la sua gloria e riputazione, per la quale prego Iddio continuamente, acciochè il faccia il più fortunato e glorioso principe de la Cristianità, come l’ha fatto il maggiore e più possente. Ma in tanta sua grandezza non dee consentire ch’io, privo de’ beni paterni e materni, privo de la sanità, privo de la benevolenza de gli amici e de la carità de’ parenti, muoia miseramente in uno spedale, come son vissuto molt’anni. Vostra Signoria faccia in modo, che per questo verno possa tornare a Roma consolato de la sua cortesia, e de la buona licenza del re, nè disperato de la salute e de la grazia di Sua Maestà.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL CARDINALE MICHELE BONELLI, DETTO L’ALESSANDRINO. Roma</salute>
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               <p TEIform="p">Io son così dolente del poco giovamento il quale ho sentito in questo paese nativo, e sotto questo benignissimo cielo, quanto sono de l’infermità medesima; laonde vo sempre pensando a qualche ragione che faccia quell’effetto ne l’animo de’ principi cristiani, che non hanno potuto far le mie preghiere. Ora mi soviene che dicono i suoi teologi, e quelli che per somma dottrina furono degni del medesimo onore, che colui il quale impedisce il prossimo da conseguire alcun bene, è obligato a la restituzione; “<foreign lang="lat" TEIform="foreign">quia actio impeditiva terminatur ad iniustum</foreign>:” e si determina appresso, che alcuno, il quale impedisca il chierico dal conseguire il beneficio ecclesiastico, deve restituire; perch’egli impedì il giusto distributivo. Ma dal simile si potrebbe argomentare, che tutti coloro che sono d’impedimento a l’altra parte de la giustizia peraventura più necessaria, la quale emenda e corregge, siano parimente tenuti a rendere. Laonde, chi già dieci o dodici anni m’ha continuamente impedito ch’io non abbia goduto l’eredità di mio padre, o almeno quella di mia madre, sarebbe obligato al ristoro. Ma perchè parlo, monsignor illustrissimo, de la restituzione de’ beni, e non parlo di quella de la salute? qual’azione più ingiusta e più crudele (s’è lecito a dirlo) si può fare, che l’impedire l’operazioni non solo di giustizia, ma di carità e di pietà cristiana; acciochè dopo tanti anni sia negata la sanità ad un infermo, supplichevole, infelice, ingiustamente odiato? Ma siami lecito di scriverlo a Vostra Signoria illustrissima; la quale, avendomi dato ardimento di farlo, ora non mi dee ritogliere quel che ragionevolmente m’ha conceduto. La supplico adunque, che s’i principi impediscono la giustizia, siano per suo avvertimento e per sua autorità obligati a la restituzione. E facil cosa è il ricompensare il danno ricevuto ne l’avere; ma quello de la salute perduta, e de l’onore, diffilcilmente si può ricompensare; come Vostra Signoria illustrissima, da quello ch’io scrivo al suo segretario, potrà comprendere: nondimeno, quanto le cose sono più malagevoli, tanto più umilmente supplico Vostra Signoria illustrissima che non voglia ch’io me le sia raccomandato in vano ne la mia infermità; e parlando con Sua Santità, faccia quel pietoso e cortese ufficio che per sue lettere m’ha promesso, e dia con la sua autorità tanta forza a le mie ragioni, ch’elle non siano disprezzate con la mia sanità, la quale ha bisogno di presto rimedio, e con le preghiere di tant’anni non esaudite.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A MONSIGNOR GIROLAMO CATENA. Roma</salute>
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               <p TEIform="p">M’erano già stati restituiti i danari: però la lettera del signor cardinale per la restituzione del deposito non era necessaria; ma non sarebbe soverchia per la conservazione, e per ricuperare la sanità: “<foreign lang="lat" TEIform="foreign">Melius est habere salutem sine pecunia, quam pecuniam sine salute</foreign>.” Io mi feci cavare in tre volte molta copia di sangue putrido: e perchè non sono molto debole, ed ho fatto miglior colore vorrei cavarne de l’altro, fin che si rettificasse. Temo d’aver qualche offesa nel fegato e ne l’orina, e <foreign lang="lat" TEIform="foreign">per secessum</foreign> esce una spuma quasi d’argento vivo. La maninconia non diminuisce: l’imaginazione è perturbatissima, e sempre con lo spavento de la morte e de l’infelicità che precede. I sogni parimente sono presagio d’infelicità; se non volessi eccettuar quello di questa notte, nel qual mi pareva di seder con Carlo quinto; perchè, sì come dice Ippocrate, il sognarsi i morti è buon segno. La cura de la mia salute è difficile; ma non sarebbe forse disperata, s’i medici usassero gran diligenza nel risanarmi. Io mi raccomando a Vostra Signoria, ed a monsignor illustrissimo; al quale non posso scrivere più distesamente le cagioni del mio male, e l’opinioni ch’io ne porto. Ora mi purgo: piaccia a Dio ch’io ne senta giovamento, doppo tanto tempo che vivo con questo intolerabile travaglio. E con questo fine le bacio la mano. Di Monte Oliveto, l’ultimo di settembre del 1588.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON NICCOLÒ DEGLI ODDI. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Doppo la sua partita sono stato tanto male, che non ho potuto pensare a sonetto, nè ad altra composizione. Mi perdoni, e m’aiuti a risanare: perchè questa promessa deve esser osservata avanti tutte l’altre. Faccia Vostra Paternità reverenda per carità quell’ufficio per un suo amico, che dovrebbe fare per un suo nemico con la stessa virtù cristiana.</p>
               <p TEIform="p">Scrivo al signor cardinal Gonzaga di nuovo in materia de’ miei libri: ma non vorrei che la fortuna trattenesse la nave in qualche porto tutto questo verno; però mi parrebbe più spediente fargli portare a San Michele in Bosco vostro di Bologna. Al padre Visitatore non scrivo, ma mi raccomando. Scrivo al signor cardinal Carrafa in materia de la mia infermità, con la quale cresce la maninconia infinitamente. Però mi scusi, e viva felice. Da Monte Oliveto di Napoli.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL CARDINALE ANTONIO CARRAFA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Gran felicità sarebbe stata la mia, s’io avessi avuto tante occasioni di far, quante di ricever beneficio; perchè chiaramente avrei dimostrato d’aver l’animo più inchinato a la cortesia che a la gratitudine: ben ch’io mi guardi d’esser ingrato, non sol di parere, nondimeno è una sorte d’infelicità il non poter numerare se non le cortesie ricevute, senza alcune de le usate. Però non poteva negar a questi padri; i quali m’avevano raccolto doppo l’infermità di dodici anni, anzi doppo molte infermità, e con molte infermità; di non scriver qualche cosa per lor sodisfazione. Lasciai dunque l’opere mie da parte; ed ancora infermo, e quasi disperato de la salute, cominciai, come vollero, a poetare; acciochè la mia poesia fosse quasi un riconoscimento de la lor grazia, e di carità. Nè poteva esser maggiore il riconoscimento, essendo senz’alcuna querela de la malattia: nè può esser misurato con altra misura migliore de la mia volontà, la qual’era di far onore a questa Congregazione, non ingiuria; onde aveva deliberato, che questo poema fosse simile a gli altri miei, ne’ quali non sono stato soverchiamente lungo ne l’imitazione di quelle cose che non sono atte a ricevere ornamento, vaghezza, e splendore di parole e d’elocuzione. Tre cose, dunque, sono da considerare in questa materia: la mia intenzione, le parole de gli altri, e l’artificio de la poesia. La mia intenzione si può conoscere da l’opere: però è soverchio di parlarne. De le parole de gli altri, tutti gli altri che l’hanno dette o ascoltate, devrebbono aver miglior memoria di me, il quale agevolmente mi dimentico di quel c’appartiene a l’utilità. Ne l’artificio del poema io non posso esser concorde a l’opinione di molti: e questa discordia è stata forse il principio de l’altre; ma almeno io non l’ho albergata in cielo fra gl’iddii: laonde il maggior beneficio ch’io avessi potuto fare a’ padri di Monte Oliveto, anzi a tutta questa città, era il trattar di questa materia di pacificar gli animi, la quale è di grandissima dignità o eminenza, per così dire; imperochè la pace è tranquillità de l’ordine, e il far la pace è tranquillar l’ordine. E se l’ordine è sommo bene, ed intrinseco de l’universo; per consequenza, il far la pace è una causa de la sua perfezione: e però tiene il supremo luogo fra l’opere di coloro che governano il mondo; ed assimiglia il pacificatore a Dio, ed il ripone in altissimo luogo. Ma già non son io così arrogante, che mi persuada di poter meglio insegnar questa dottrina, di molti che montano sovra il pulpito perchè vogliono insegnarla; ma mi basterà, che sin’ora in questo albergo de’ religiosi le mie azioni siano state così pacifiche, come potevano esser quelle de’ predicatori.</p>
               <p TEIform="p">Monsignor illustrissimo, se la disputa è una sorte di contesa, a me giova di tacer alcuna volta, che potrei contendere: sì perchè non ho preso l’elleboro, com’era costume de gli antichi filosofi prima che disputassero; sì per non disputar de le parole d’Aristotele, non che di quelle di Cristo, come si fa de le buone e de le false monete. Tutte sono segnate co ’l segno del maestro: e ben che vi siano de’ falsari, a me basta di conoscere il falso simulacro da la vera imagine del re. Piaccia dunque a Dio prima, ch’io sappia la verità, perch’io possa dirla o scriverla convenevolmente: ma pur Vostra Signoria illustrissima potrebbe esser certificata da me di molte cose; ne l’altre errerei co ’l maestro, se in quel c’appartiene a la nostra Fede avessi altro maestro che Cristo, o coloro ch’interpretano le sue parole; io dico i dottori de la Chiesa: e tanto basti in questo proposito. In quel c’appartiene a la mia infermità, ringrazio Vostra Signoria illustrissima di quel che le pare inconveniente; benchè non vorrei, a guisa di nuovo Democrito, ridermi de la mia infermità, come ho fatto molt’anni, ed al fine, de la morte; e se nel male non sono abbandonato da’ medici come disperato, non dovrei esser lasciato come poco infermo; ma dovrebbe giovarmi non sol la dottrina, ma la liberalità d’Ippocrate, il quale ha lasciato a’ medici quell’esempio che dovrebbono seguire.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A PIETRO GRASSI. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Al fine ebbi alcuni de’ libri ch’io aspettava, cioè il dialogo de la Nobiltà, e quel de la Dignità, e quello del Piacere, ed altri ch’io non aspettava, perchè non m’erano necessari; ma non ho potuto avere i discorsi del Poema eroico, i quali avrei desiderati oltre tutti gli altri. De l’altre cose, e del mio stato particolarmente, io ho scritto spesso a Bergomo; laonde non so più che replicare. Ma quando mi fossero negate tutte l’altre cose, almeno il signor Cristoforo Tasso mi dovrebbe mandare il libro de le Imagini de la Casa d’Austria, o far ch’io ne potessi trovare alcuno in queste parti. Piaccia a Dio di consolarmi dopo tante infermità ed avversità, de le quali io non veggio fine alcuno, se non quello che è l’estremo di tutte le cose umane. E bacio a Vostra Signoria le mani. Di Napoli, il 6 di ottobre 1588.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ringrazio Vostra Signoria de la risposta mandatami di monsignor Datario; ma mi doglio che non siano arrivate a buon ricapito tutte le mie lettere. Gran favore mi farebbe veramente questo illustrissimo monsignore a facilitarmi (come dice) la strada; non a piedi, perch’io non sono così gagliardo, ma a cavallo. Il supplico di nuovo per questa grazia, e di qualche lettera così favorevole, ch’io possa arrivarci non ammalato, come arrivai a Napoli; ma in così buono stato, ch’io possa esser ricevuto liberamente. De le mie lettere non farei altra deliberazione di quella medesima che Vostra Signoria mi consiglia; ma non posso consentire che si stampino prima ch’io l’abbia rivedute: però non voglia tolerare (se mi ama, come so che fa) che si aggiunga questo a gli altri dispiaceri ch’io ho ricevuti in questa materia. Mando questa risposta sotto il piego del padre don Niccolò de gli Oddi, perchè non posso sempre andare a la posta per le mie lettere: ed essi non vogliono durar questa fatica di portarmele a Monte Oliveto, dove ancora mi trattengo. E bacio a Vostra Signoria le mani, ed al signor Claudio similmente. Di Monte Oliveto in Napoli, il 6 di ottobre del 1588.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON NICCOLÒ DEGLI ODDI. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Brevemente risponderò a le sue lettere. Vorrei ch’i libri fossero portati a Roma in tutti i modi: e del modo e de la strada, Vostra Paternità pigli qualche deliberazione co ’l signor cardinal Gonzaga, acciochè questo negozio non vada in infinito. Raccomando a Vostra Paternità tutte l’altre lettere, e quella di monsignor Papio non meno d’alcun’altra. Avrà con questa lettera la risposta al suo sonetto: e questo è il primo componimento ch’io abbia fatto doppo molti mesi. Piacendo a Dio ch’io mi senta meglio, non mi darò tanto in preda a la maninconia, e loderò il vostro mecenate, poichè così mi comandate. Dal padre Visitatore non ho risposta; e mi spiace che m’abbia abbandonato. Di grazia, procacciatemi qualche risposta almeno a quest’ultima: e vivete lieto, e raccomandatemi a’ tanti miei signori e padroni, e particolarmente al signor cardinal Gonzaga. Manderò a Vostra Paternità per quest’altro procaccio la correzione del Discorso. Da Monte Oliveto di Napoli.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO. Genova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ho inteso dal reverendo Licino quanto Vostra Paternità ha voluto ch’io sappia del suo buono stato, e de la volontà verso me; e la ringrazio: perch’è ragionevole, che mancando le mie speranze, manchino ancora l’altrui promesse. Del mio fermarmi in Napoli non ho fatta certa deliberazione: ma in tutti i modi vorrei purgarmi quest’autunno con qualche giovamento, ed entrare ne’ bagni; perchè altrimenti non so quale speranza, oltre questa, m’avanzi di salute. Dapoi, se Vostra Paternità manderà danari per viaggio, delibererò di partire: ma la prego che mi dia avviso pienamente di tutte le cose. E le bacio la mano. Da Monte Oliveto.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ho ricevuto i Dialoghi, ma non gli altri libri del Poema eroico; e se furono dati ad un monaco, sì come Vostra Reverenza mi scrive, poteva anche scrivermi il suo nome e la religione. Poichè s’ha riserbato l’originale, avvertisca di mandarlo per via che non si possa smarrire. Mi spiace che le mie querele vi paiano soverchie; ma essendo giuste, sino a quest’ora non sono state a bastanza: ed io non so omai come poter più ritrarre utilità di que’ libri i quali da voi sono stati più volte stampati: dico rime, lettere, dialoghi, discorsi, ed altre cose sì fatte, senza mio consentimento. Perciochè è molta differenza tra il non voler legger le mie lettere, nè correggerle in prigione, e il voler che si stampino. Non è uomo di così picciolo avvedimento, che non conosca che ne la prigione non avrei potuto far la scelta così liberamente come ne la libertà; e nel far la dedicazione ancora non era così libero. Ma posto che voi non aveste obligo meco, nè debito alcuno; vi dovevate almeno ricordare de le promesse fattemi tante volte in nome de la Città, in occasione che m’importa la vita e la sanità.</p>
               <p TEIform="p">Del mio fermarmi in Napoli non ho fatta alcuna certa deliberazione; nè posso farla, non avendo il modo di trattenermi, e da litigare molte migliaia di ducati; nè pur da ricuperar la sanità, e da pagar i medici: e se in questo bisogno avessi avuto alcuno aiuto da’ signori bergamaschi, e particolarmente da’ parenti (i quali non volendo esser parenti, dovevano esser amici), non mi pentirei d’aver tante volte chiamata patria quella di mio padre, ed attribuito a l’origine quello che non men convenevolmente si poteva attribuire al nascimento ed a la educazione. Ma io posso accusar la mia malvagia fortuna, la qual fin’ora m’ha privo di tante patrie, di quante la natura pareva che m’avesse voluto arricchire; acciò ch’io fossi in ciò simile, non dico ad Omero, de la cui patria non si ha certa cognizione, ma a Tullio che n’ebbe due, e di tutte lasciò memoria. Ma s’io posso, senza rifiutar la carità de la patria, non ricusar quella de gli amici e de’ padroni, può dire al padre don Angelo che mandi i danari; perchè subito uscito da’ bagni, monterò a cavallo per venirmene. Voglio provar questo rimedio ancora, non avendo de gli altri sentito giovamento. E mi vi raccomando. Di Napoli, il 16 di ottobre 1588.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A FERRANTE GONZAGA, PRINCIPE DI MOLFETTA. Napoli</salute>
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               <p TEIform="p">Tutti gli altri pensieri sogliono cessare per quel de la salute: quando la perdita de la sanità è certa, è certo ancora il pericolo de la vita. Laonde Vostra Eccellenza non devrà aver maraviglia, se fra gli altri miei principali abbia ceduto ancora al timor de la morte quel ch’io aveva di servirla, e di mostrarmele in qualche parte grato di tanti favori da lei ricevuti. Fui già molti anni sono sempre infermo, ed ora sono parimente, se non più; perchè sinora il maggior giovamento ch’io conosca da le medicine è il non andar peggiorando. Nondimeno in una età già inclinata, in una complessione stemperata, in uno animo perturbato, in una fortuna avversa, poco si può sperare senza miglioramento, e molto temere che ’l fine de’ miei travagli non debba esser la prosperità, ma la morte. Risorgo alcuna volta da questi noiosi pensieri, quasi da un mare tempestoso; e mi par di vedere non solo un porto, ma due. E non potendo prender quel de la filosofia, come vorrei, non debbo ricusar d’entrar ne l’altro dove hanno fine tutte l’umane miserie, o d’esservi sospinto. È forse leggiera occupazione, e di cosa leggiera fra tante più gravi, il pensare a la stampa de le mie rime: ma, come Vostra Eccellenza sa, i componimenti sono quasi figliuoli del poeta, e di quella parte di lui ch’è più nobile. Onde se noi sogliam lodare la cura che ’l padre si prende avanti la morte de la sua successione, non so come in me possa esser biasimato questo pensiero. Prego dunque Vostra Eccellenza che si contenti ch’io mandi fuori, fra l’altre poesie fatte in sua loda, quella canzona ne la quale io lodo alcuni de’ suoi antecessori, e lei medesima quanto posso, perchè mi fu tolta la copia e l’originale; o almeno me la rimandi accioch’io possa farla ricopiare fra l’altre. Andrò fra pochi giorni a’ bagni di Pozzuolo o d’Ischia, ne’ quali è riposta l’ultima speranza. Piaccia a Dio, che la povertà non sia impedimento a questo rimedio. E s’io per sua grazia ricupererò la sanità, o almeno la speranza di ricuperarla, succederanno a questo più noioso altri pensieri; ma niuno più fermo, che de la grazia di Vostra Eccellenza, con la quale allora mi sarà forse conceduto di parlar de la mia lite e de le mie pretensioni. Ora prego Iddio c’a Vostra Eccellenza dia molte occasioni di giovarmi, a me altrettante di servirla. Al signor D. Borghi mi raccomando, e prego Vostra Signoria illustrissima che me gli raccomandi, se fosse necessario ch’io facessi nuova deliberazione, come ho detto a lui medesimo. Nostro Signore la conservi lungamente. Da Napoli, il 24 d’ottobre del 1588.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mandai a Vostra Signoria questa settimana passata il sonetto che disiderava per accompagnare il suo, ma poco felicemente da me composto; laonde tanto più mi vergognava di mandarlo, dovendo esser veduto con sì bel paragone. Le raccomandai con quella occasione un piego di lettere, il quale non vorrei che andasse a male, perchè sono di molta importanza. Ho avuto la risposta de l’illustrissimo cardinale di Cosenza: e resto obligato a Sua Signoria illustrissima di tanta cortesia: e vivrò con la speranza datami, sinchè piacerà a Dio di consolarmi. Io gli scriverò di nuovo, e cercherò di conservarlomi benevolo con qualche poesia. Ora mi purgo; e son pieno di tanta maninconia, quanto fossi giamai. La ringrazio di nuovo de la cortese e reiterata offerta che mi fa, d’una camera in palazzo. E le disidero felicità. Di Napoli, l’ultimo d’ottobre del 1588.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A FRANCESCO MARIA DELLA ROVERE, DUCA D’URBINO</salute>
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               <p TEIform="p">Poich’è piaciuto a la mia nemica fortuna, ch’io perda inutilmente molti mesi senza avere alcuna risposta da Spagna, non vorrei almeno perder la speranza di questo anno seguente, con quella de la salute, ch’è molto debile. Ricorro adunque al favore ed a la protezione di Vostra Altezza, quasi a l’ultima àncora; e la supplico che dia nuova commissione al signor Bernardo Maschio, accioc’appresenti la supplica ed aiuti la spedizion di questo negozio quanto potrà. Fra tanto vorrei aspettare in Roma, come in luogo più opportuno, e più commodo per li miei studi; de’ quali tanto cresce il desiderio, quanto manca ne l’altre cose ogni contentezza ed ogni sodisfazione. Non veggio altro più sicuro porto dove ripararmi: nè posso disperare de la benignità di Vostra Eccellenza; estimando ch’ella non avesse voluto rispondermi in questa città, senza certa deliberazione di darmi qualc’aiuto. Ed io gliele dimando, avendo maggior fede ne la sua cortesia, che nel merito de la mia servitù. E le bacio la mano. Da Napoli, il giorno de’ morti del 1588.</p>
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               <head TEIform="head">1055</head>
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                  <salute TEIform="salute">A GIULIO VETERANI. Pesaro</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Oggi, ch’è giorno celebre per la solennità de’ morti, ho voluto rinovar nel signor duca d’Urbino la memoria de la sua cortesia e de la mia servitù, e (s’è lecito a scriverlo) de la promessa del signor duca Guidobaldo; io dico, d’aiutar mio padre a ricuperare la grazia del re ed alcuna parte de’ suoi beni. Io sono succeduto ne la medesima devozione e ne la medesima fortuna, e più tosto in maggior disgrazia. Laonde, tanto ho maggior bisogno de l’aiuto di Sua Altezza, quanto la mia sorte è peggiore. Se ne l’animo mio, o ne l’azioni, o ne l’opere e ne gli scritti fosse alcuna colpa, devrei temere de lo sdegno di Sua Maestà; ma essendo state sempre le parole da me scritte, conformi a quelle che la devozione aveva impresse ne l’animo, non posso temer se non di qualche scherno de la mia fortuna; la quale ha tutta la colpa de la mia infermità, com’io tutto il danno. Sono infermo, come Vostra Signoria sa, di molti mali, e particolarmente di lunga e grave maninconia; e s’io non fossi cristiano, mi governarei, per le cose vedute, come faceva Senefonte: ma avendo ferma credenza ne la providenza d’Iddio, prego Sua Maestà che mi dia forze conforme a la fede. E Vostra Signoria si contenti di presentar l’inchiusa al signor duca, e d’aiutar con le sue parole le mie, s’avesser poca forza di muover l’animo di Sua Altezza; a la quale scrivo la deliberazione di tornarmene questo verno a Roma, ed aspettar in quella città risposta dal signor Bernardo Maschio. Da Napoli, il giorno de’ morti, del 1588.</p>
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               <head TEIform="head">1056</head>
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                  <salute TEIform="salute">AD ALFONSO DA ESTE, DUCA DI FERRARA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Dimando grazia a l’Altezza Vostra, la qual mi possa giovar tanto lontano, quanto mi nuoce la disgrazia, acciò ch’io le abbia obligo de la salute come de la libertà; e l’uno e l’altro dovrebbe esser immortale, nè finir con la vita, la qual forse è vicina al suo termine. Se Vostra Altezza, per sua clemenza e per cristiana pietà, si degnerà esaudir queste mie preghiere, io rimarrò consolatissimo, e pregherò Dio che non sian l’ultime; ma che mi conceda occasione di mostrarle devotissimo l’animo, e conforme a quello ch’io avrei avuto continuando la servitù con Vostra Altezza.</p>
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               <head TEIform="head">1057</head>
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                  <salute TEIform="salute">A DON CESARE DA ESTE. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Nel ritorno a Ferrara del padre visitatore di Mont’Oliveto ho scritto al serenissimo signor duca, supplicando Sua Altezza de la sua grazia, conforme a quella prima intenzione che me ne diede quando cominciò la mia servitù e la sua benignità. E benchè le preghiere sieno giustissime, tanta è nondimeno la malignità de la mia fortuna, e dirò quasi del fato e de le stelle, ch’io non posso sperar sicuramente grazia congiunta con la giustizia, o almeno con la clemenza e con la magnanimità di principe; fra’ quali il signor duca dovrebbe esser tanto più riguardevole in questa parte, quanto il suo merito e quello de gli antecessori, e la providenza d’Iddio, l’hanno collocato in maggiore e più alto grado. Ma per questo rispetto almeno, io non dovrei disperare, assicurandomi la mia coscienza, e quella buona volontà ch’io ho sempre avuta in tante aversità. Laonde prego ancor Vostra Eccellenza, che voglia mitigar con le sue preghiere l’animo di Sua Altezza, accioch’io possa veder qualche porto, oltre la morte, a così lunga infelicità ed inquietudine d’animo. Ed a Vostra Eccellenza bacio le mani. Di Mont’Oliveto di Napoli, il 3 di novembre 1588.</p>
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               <head TEIform="head">1058</head>
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                  <salute TEIform="salute">A MATTEO DI CAPUA, CONTE DI PALENO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mando a Vostra Signoria la canzonetta, e sino al mio ritorno le chiedo licenza. Ma non partirò se non finita la purga, per la quale non vengo prima a vederla. Il dì 4 di novembre 1588.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1059</head>
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                  <salute TEIform="salute">A ***</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">La lettera di Vostra Signoria non m’ha data tanta occasione di rispondere a le sue cortesi parole, quanta di pregarla liberamente ne le mie necessità. Io venni ultimamente a Napoli povero ed infermo, con speranza di ricuperar le facoltà e la salute; l’una per promessa de la sorella, e l’altra de’ medici. Non avendo fatto acquisto alcuno ne l’avere, ho perduta qualche cosa de la sanità: laonde non ho avuto ardire di litigare, benchè non l’abbia perduto di supplicare; il qual forse sarà molto maggiore. Ora prego Vostra Signoria che faccia ufficio, ch’io possa ritornarmene a Roma con qualche grata memoria de la sua cortesia. E le bacio le mani.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1060</head>
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                  <salute TEIform="salute">A GIULIO GUASTAVINI. Genova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">In quanti modi sono stato negligente con Vostra Signoria? Non ho risposto a molte sue cortesi lettere, non ad alcuni suoi leggiadri sonetti; non l’ho ringraziata de la difesa che prende di me contra la Crusca, nè pur ho letto quel che scrive in questa materia. Ma la mia fortuna mi può scusar di tutte queste negligenze, e di maggiori, s’io le usassi. Sa ch’il difetto non è ne la volontà, ma ne le forze. Comincierò nondimeno da questa mia giustissima scusa a sodisfarla, com’io debbo; e la prego che mi perdoni la tardanza, la quale non è cagionata da picciola stima ch’io faccia del suo merito o del suo valore, nè da poca cognizione del mio obligo, o da disprezzo de l’amicizia; ma da l’occupazioni, da l’infermità, e da gli studi, ne’ quali solo posso acquetarmi. Di nuovo ringrazierò Vostra Signoria quando avrò letto quel che avrà scritto per mia difesa. Ora me le raccomando, ed a l’Academia parimente. E viva felice. Di Napoli, il 9 di novembre del 1588.</p>
            </div2>
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               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO. Genova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io aspettava lettere con danari, o danari in vece di lettere; sì perchè m’erano stati promessi dal Licino in nome di Vostra Paternità, sì per l’occasione in cui non credeva che dovesse mancarmi. M’aveva scritto che Vostra Paternità di nuovo m’offeriva la provisione di duecento ducati, oltre le spese e servitù; e che mi manderebbe danari per lo viaggio. Io accettai la condizione con quell’animo che sempre ho avuto di servirle; e risposi sabbato al Licino ed a Vostra Reverenza, che monterei a cavallo. Mi doglio d’esser burlato in questo modo, e che Vostra Paternità o non abbia avuta la mia risposta, o non abbia dato commissione al Licino, o al signor Paolo, o ad alcuno altro. E certo, se non fosse stata questa speranza, avrei fatto altra provisione, e mi sarei voltato a qualc’altra parte, de la quale non sarei peraventura stato cacciato.</p>
               <p TEIform="p">Ora siamo nel principio del verno, e tra ’l vestire e i danari necessari per viaggio, non mi bisognerebbe manco di cento scudi. Io non ho avuto ardimento di chiederne tanti al signor Paolo: ma senza trenta o quaranta non sapevo come andare a Roma, e come trattenermi alcuni giorni per miei negozi di molta importanza. Io non gliele ho dimandati in dono, non volendo presupporre ch’egli sia ne l’istesso obligo; ma ho pregato che me gli presti, non essendo certo di poterli restituire in altro modo, che ricuperando la dote di mia madre, o alcuni de’ beni di mio padre: nel qual caso non avrei mancato di sodisfarlo intieramente; ma gli ho scoperto il mio bisogno, aspettando che proveda ad alcune de le cose necessarie: ma non posso aspettar lungamente, perchè son deliberato di partire; e di Roma verrò poi a Genova, se per lettere di Vostra Paternità sarò confermato nel mio proposito; nel qual son continuato molti anni, senza fare alcuna ingiuria a la nostra amicizia. Prego Vostra Paternità che non voglia in questa occasione mancare a la sua cortesia.</p>
               <p TEIform="p">Io non posso negare d’aver fatto qualche disegno ne la giunta, o più tosto ne la riforma del mio poema; perchè alcuni miei amici me ne avevano promessi mille scudi; ma s’io gli avessi fatti, non gli avrei negati a Vostra Reverenza. In vero non gli ho cominciati, nè ho avuto commodità d’attendervi; perchè l’infermità e la povertà sono due grandissimi impedimenti: e la speranza di riscuotere con l’acqua de’ bagni, non consente che io lasci ogni pensiero del ritorno, o che a la venuta di Vostra Paternità mi risolverò con l’occasione. E di nuovo in questa mi raccomando a la sua cortesia, ed a quella de’ parenti e de gli amici. Di Monte Oliveto.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A PAOLO GRILLO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ringrazio Vostra Signoria de’ dieci ducati mandatimi questa mattina, de’ quali piaccia a Dio ch’io possa sodisfarla quanto vorrei. Rispondo al signor Giulio Guastavini: e bacio le mani al signor Gieronimo Grimaldo. Di Monte Oliveto.</p>
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               <head TEIform="head">1063</head>
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                  <salute TEIform="salute">A GIULIO GUASTAVINI. Genova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non potrei negar cosa che fosse mia a i preghi del padre don Angelo, o più tosto a’ comandamenti; ma de le cose non fatte non posso ancora far certa deliberazione. Vostra Signoria mi scusi con tutti, e particolarmente con l’eccellente pittore, al quale ho tanto obligo. Del mio venire a Genova sarà quel che piacerà a Dio; perchè s’io avessi potuto seguire il mio piacere, sarei già venuto. Il difetto non è stato da la mia parte, ma da quella de la fortuna, e de l’altrui volontà. Ma se fra le cose di qua giù è la provvidenza, come non si può dubitare, non so perchè mi si nieghi l’acquetar l’animo in una città libera e nobilissima, com’è la vostra. Ora mai dovrei vedere qualche fine a le mie lunghe aversità; fra le quali non è la minore l’infermità. Scriverò di nuovo più lungamente al padre don Angelo. Fra tanto mi raccomandi al signor Castello; e dica al signor Antonio Gentile, ch’io li bacio la mano. Da Napoli, il 14 di novembre del 1588.</p>
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               <head TEIform="head">1064</head>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO. Genova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non volsi mai pungere nè mordere Vostra Paternità; ma alcuna volta le ho dimandata in dono la vita con molto mio dolore, parendomi che ’l dono fosse troppo grande per rispetto al donatore, e ch’io dovessi chiederla a’ maggiori principi del mondo per grazia, o senza dimanda aspettar che la lor giustizia provedesse a la mia salute. S’io v’ho offeso per far picciola stima de la vostra amicizia, datemene quell’istesso castigo c’altre volte è piaciuto di darmi: ben dirò non estimare d’avervi fatto alcuna offesa, desiderandovi non per fine, ma per mezzo d’impetrar la grazia. Ma se reputate vostra ingiuria l’opinione c’ho di me stesso; forse tanto v’ingannate, quanto io ho procurato di non ingannarmi ne la cognizione di me medesimo. E quando io avessi perduto il conoscimento d’ogn’altra cosa, ringrazio Dio che non ha voluto privarmi di questo: però sempre desiderai di poter far qualche fondamento ne le vostre parole; perchè quel cenno che voi dite, potrebbe essere da me male inteso: oltre ch’il muover gli uomini a cenno, mi par più conveniente a quel Giove, dio de’ gentili, “<foreign lang="lat" TEIform="foreign">supercilio cuncta moventi</foreign>,” che ad alcun uomo terreno. Io non ho voluto esser idolatra: laonde non è maraviglia se le parole m’avessero potuto conducere sino a la China, o in altra più remota parte, ove per opera de’ padri del Gesù gl’idoli sono cacciati da la fede e da le parole di Cristo. La nostra fede è, come sapete, fondata sovra le parole: la Sapienza è Verbo, e Dio stesso è Verbo, e co ’l Verbo fu creato il mondo. E bench’il cielo e la terra trapasse, non trapasserebbono in vano le sue parole. O non mi riprendete adunque; o se mai dovete ripigliarmi, accusatemi c’alcuna volta io non abbia prestata credenza al vostro parlare. Passai senza il vostro consiglio a Roma, e di là a Napoli: ora l’istessa volontà mi conduce a Roma; e per maggior commodità, avrei desiderato l’aiuto de’ vostri padri in far questo viaggio.</p>
               <p TEIform="p">In quanto al mio libro non muto opinione; ma alcuna volta non ho potuto eseguir le cose deliberate: ma non sarebbe necessario di mutar molte de le figure del Castello, il quale è stato più veloce nel disegnare, che io nel colorire: nondimeno il suo disegno dovrebbe esser simile a l’idea ch’io n’ho formata. Andrò a vedere un giorno questi padri di san Benedetto, e dirò loro ch’io son l’amico del padre don Angelo Grillo, che per suo amore ho fatta menzione particolare di papa Urbano, e del monastero de la Cava, ove egli si tornò monaco. Nostro Signore ci conceda grazia di non iscriver cosa contra la gloria di Sua Maestà. E bacio a Vostra Riverenza la mano.</p>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVANNI III DA VENTIMIGLIA, MARCHESE DI IERACI</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Non ho subito risposto a Vostra Eccellenza, perch’io pensava d’andarmene a Roma; e sono stato trattenuto molte settimane: e non le ho mandato alcuna nuova poesia, perchè al suo merito ed al suo giudizio si convengono solamente le nobilissime e le perfettissime; le quali io o non posso fare, o non senza molto ozio e molta quiete d’animo. In tutto questo tempo sono vissuto a gusto d’altri. Se piacerà a Dio ch’io possa vivere a me stesso ed a’ miei studi, non sarò stimato ingrato a la cortesia del signor marchese di Ieraci. Presenterò la sua lettera al signor cardinal suo cognato, con quell’animo ch’io ebbi sempre di servirla: e farò subito ricopiare quella parte che mi ricerca del mio poema. La pretensione c’ho di ricuperare la dote materna, mi fa irresoluto in molte occasioni: ma non ho fatta alcuna più certa deliberazione che d’onorarla e di servirla in ogni luogo e in ogni tempo. E le bacio la mano. Di Napoli.</p>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">A DON NICCOLÒ DEGLI ODDI. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Tardi ho avuta la risposta a l’ultima lettera ch’io scrissi a Vostra Paternità; laonde non sarebbe necessario ch’io replicassi, volendomi partire domani: pur non voglio che Vostra Paternità desideri la mia diligenza, s’altro mi avvenisse per viaggio. Ringrazio Vostra Paternità che faccia ufficio ch’i miei libri siano condotti a Bologna. Al suo mecenate scriverò più lungamente da Roma; imperochè niuna cosa fra gli amici dovrebbe essere, che non fosse commune: e l’esser mecenate d’un solo è picciola laude; ma di molti è peraventura gran carico, in questo secolo massimamente. Al padre Sergiusti non risposi, perchè sparì il suo sonetto, ed io mi vergognai di rispondere a l’altre cose. Mi raccomandi a cotesti illustrissimi monsignori, e particolarmente a l’illustrissimo signor cardinal Carrafa, dandogli avviso che domani credo partirmi per Roma. E a Vostra Paternità bacio la mano. Da Monte Oliveto di Napoli.</p>
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                  <salute TEIform="salute">ALL’ABATE CRISTOFORO TASSO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io parto domani per Roma da la casa di vostro nipote, che sua si può dir che sia, mentre n’è lontano il padrone. Piaccia a Dio, ch’io possa ricordarmene molti anni. M’è spiaciuto molto di non aver in Napoli risposta di tante lettere scrittele in tanti particolari: ma almeno dovrei averla in Roma, se potrò con la grazia d’Iddio condurmivi salvo. Aspetto dal Licino i miei Discorsi, e da Vostra Signoria quel libro; del quale altre volte le ho scritto. Ora a Vostra Signoria ed a gli altri amici e parenti tanto mi raccomando, quanto soglio. Nostro Signore la conservi. Di Napoli, il 24 di novembre 1588.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON NICCOLÒ DEGLI ODDI. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io sono in Roma, così poco pratico di Roma, com’io fossi mai; anzi, se la novità de le cose accresce l’ignoranza de gli uomini invecchiati, più ignorante di questo mondo. Sarei venuto a ritrovar Vostra Reverenza, s’io avessi saputo ritrovare il monastero; ma senza..., non so fare questa navigazione. Ricordo a Vostra Paternità la spedizione del mio negozio, e similmente la promessa fattami: perchè io mi ritrovo in una città dove tutte le cose sono carissime, poco caro a chi potrebbe aiutarmi; e i miei bisogni sono quasi infiniti. Venite dunque, o mandate a visitarmi; che s’io sapessi trovar la strada, verrei a vedervi così stanco come mi ha lasciato il viaggio. E vi bacio la mano.</p>
               <p TEIform="p">Di casa de l’illustrissimo signor cardinale Scipione Gonzaga, in Roma, il 9 di decembre del 1588.</p>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">A PIETRO GRASSI. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Sono ritornato in Roma; e quanto obligo abbia al signor Alessandro vostro figliuolo di questo ritorno, non si può raccontare ampiamente, senza far torto a l’antica amicizia ed a la parentela. Ringrazio l’uno e l’altro di quanto hanno fatto o faranno per me; perchè veramente tanto sono maggiori gli oblighi, quanto maggiore è la necessità. Le mie scritture le ho ricevute in parte, come scrissi; perchè non ho avuti ancora i libri del Poema eroico, e gli aspetto dal reverendo Licino; e da quella medesima parte mi sarebbono state carissime le copie, perch’io non ho chi mi aiuti a ricopiarle. Prego Vostra Signoria che ricordi al signor Cristoforo il libro, accioch’io possa conservar gratissima memoria di tanto favore. E bacio a Vostra Signoria la mano. Di Roma, il 10 di decembre 1588.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Venezia</salute>
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               <p TEIform="p">Sono arrivato in Roma ritornato da Napoli, di dove ho riportate meco tutte quelle infelicità de le quali io sperava di liberarmi in quella nobilissima e splendidissima città. Ma questa speranza è stata fallace in maniera, ch’io mi trovo più infelice che mai: di che mi accorgo in molte cose in questo primo ingresso del mio arrivo; e particolarmente per ispedirmi da la doana non trovo amico che m’aiuti. O quanto mi sarebbe giovevole la presenza del mio signor Costantino! Quel che più mi spiace è, che mi ritengono il tamburo per le cose de l’anno passato, nel quale mi fu fatto troppo torto, senza volerne rinovar la memoria. De’ sei scudi ch’io aspettava da la cortesia di Vostra Signoria, averei avuto gran bisogno; e doppiamente le sarei restato obligato, s’io gli avessi trovati qui, per valermene in queste mie necessità: ma il signor Claudio suo zio non ha voluto accomodarmene; laonde non posso cavar di doana una cassetta, per la quale vogliono quattro ducati. Più mi doglio di non aver fin’ora stanze nè alloggiamento in palazzo, nè in altra parte di Roma: e se i miei negozi non succedono più prosperamente, non posso se non dolermi di tutte le cose; perchè tanti sono stati gli impedimenti, quante devevano esser l’amicizie. Ho veduta la libraria di Sua Santità; la quale è bellissima, e degna di così sovrano prencipe, e merita il sonetto ch’ella vi ha fatto in lode. S’io avrò ozio, farò qualche componimento in questo proposito. Ed a Vostra Signoria bacio la mano. Di Roma, il 10 di decembre del 1588.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A ***. Napoli</salute>
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               <p TEIform="p">Non so se nel rispondere a Vostra Signoria siano più quelle cose ch’io vorrei concedere, o quelle a le quali debbo contradire; perchè la mia partita non fu improvvisa, come dice, ma deliberata molti giorni, anzi molti mesi prima, e publicata e con le mie parole e con le mie lettere a’ padroni a’ parenti a gli amici, da’ quali ancora fu ritardata oltre il mio proponimento. Laonde agevol cosa, per mio avviso, sarebbe stata a’ signori napolitani il rimandarmi consolato a Roma, poichè la mia fortuna non avea consentito ch’io mi fermassi contento a Napoli. Oltre a ciò, non dovrei tener memoria di quelle medicine, de le quali non ho avuto molto giovamento: ma questa è picciola controversia de la patria. Ma più d’ogni altra cosa, debbo negar credenza al dolore che dite che la città ha mostrato per la mia partita, perchè ciò è detto quasi per gioco; altrimenti, io sarei quasi obligato a contentarla con la morte. Concedo poi di leggieri, che mi sia mandato qualche aiuto per trattenimento di questo verno; anzi io ne supplico ciascuno per sè e tutti insieme; perchè non può essere in alcun modo vergognoso il supplicare a la patria. Nè meno mi sarà grato ogni ufficio che sia fatto co ’l vicerè e co ’l signor Pietro di Toledo, acciochè “<foreign lang="lat" TEIform="foreign">liceat</foreign>” il mandarmi questo trattenimento: e benchè le cose oneste dovriano esser lecite in tutti i tempi e in tutti i luoghi, e niuna sia più onesta che ’l sollevar gli oppressi irragionevolmente; nondimeno io non avrei mai voluto ricevere alcun favore da’ signori napolitani con dispiacere di Sua Eccellenza. Anzi, se in modo alcuno gli è dispiaciuto ch’io venissi nel regno di Napoli senza sua licenza, me ne doglio oltre misura, e gliene chiedo perdono; e per l’avvenire la supplicherò che voglia donarmi la vita, e comandar che mi sia restituita la sanità: in altra guisa io non veggio come poter essere sicuro, nè sano. Fra tanto schiverò tutte le occasioni che possono irritarlo, pregando Iddio che a Sua Eccellenza conceda felicità, a me salute, ed a voi altri tutti volontà di giovarmi ne la patria e fuori. De la mia lite scriverò un’altra volta quel che mi piace; ma prima aspetto di conoscere la cortesia, e poi la giustizia de’ signori napolitani. Al signor principe di Stigliano credo che il signor cardinale scriverà in modo, che Vostra Signoria sarà sodisfatta. E le bacio le mani.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON NICCOLÒ DEGLI ODDI. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non ho avuta prima occasione di mostrare a Vostra Reverenza quanto io desideri di servirla; ma in questa, la quale ora mi s’offerisce, non mancherò al mio debito, o al suo desiderio. Co ’l signor cardinale Scipione dovrebbono valere le mie preghiere: e se non saranno stimate, non ne posso altro; ma le spenderò volentieri per sua sodisfazione. Al signor cardinale Sforza non ho fatto ancora riverenza, ed avrei bisogno d’introduzione; però non posso prometterle di far ufficio alcuno con Sua Signoria illustrissima, del quale Vostra Paternità resti sodisfatta. In quanto al mio stato, io son dubbio ed irresoluto di tutte le cose, se non de la cortesia del signor marchese di Ieraci: ma il trattar senza mezzo con Sua Eccellenza è impossibile, s’io non andassi in Sicilia; e di mezzo alcuno sin’ora non posso contentarmi: e s’io volessi interporre ne la nostra amicizia, o più tosto fra la sua protezione e la mia servitù, il signor cardinale di Terranuova, peraventura sarebbe troppo grande interposizione. Io, per dirvi il vero, tanto sono inclinato a celebrar la sua virtù e la gloria de’ suoi maggiori, quanto poco disposto a la navigazione di Sicilia; a la quale niuna cosa potrebbe persuadermi, più che la speranza de la salute, o pur la sanità medesima; perchè i viaggi, per altra cagione che di medicarsi, si convengano più tosto a’ sani che a gli amalati: ed io sono infermo del corpo e de l’animo, che è quasi costretto a patire insieme. Però a Vostra Paternità di nuovo mi raccomando. Di Roma.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Venezia</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Scrissi a Vostra Signoria subito ch’io fui arrivato a Roma, lamentandomi con esso lei di non avere avuta alcuna stanza in Vaticano, com’io sperava. Ora potrei far nuovi lamenti per le mie robbe non riscosse dal signor Claudio, dal quale io sperava cose molto maggiori; e per le difficoltà ch’io ho avute a riscuoterle, e per l’ingiuria ch’io estimo l’aver ricevuta, simile a quella de l’anno passato. Ma non più di questa materia; la qual mi sarebbe molestissima, se non ce ne fossino de l’altre più noiose. Io pensava di fare un sonetto sovra il soggetto che Vostra Signoria mi propone; ma non me ne sono risoluto, parendomi che meriti assai più lunga composizione. La prego che m’avisi del suo stato; del quale non ho udito nulla da molti giorni in qua, bench’io lo desideri grandemente; acciochè abbia almeno questa sodisfazione, poichè l’altra de la sua presenza m’e stata negata da la mia fortuna. E le bacio la mano. Da Roma, il 15 di decembre del 1588.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Venezia</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Tutte le picciole occupazioni a me paiono gravissime; laonde non potendo bastare a me stesso, non è maraviglia ch’io manchi a gli altri. Per questo ordinario, o almeno per questa sera, non posso mandare a Vostra Signoria cosa che mi dimandi: quest’altra settimana la servirò in quel che mi ricerca; ma dubito che le parrà troppo tardi: ma il maggior dubbio è quel de la grazia di Sua Santità, che potrebbe sdegnarsi d’esser nominato da me in così piccioli componimenti; ed a’ lunghi io non sono atto. Laonde sarebbe stato più opportuno il silenzio dopo quelle lodi ch’io le diedi quest’anno passato; minori del suo merito, senz’alcuna proporzione; ma nondimeno eguali a le mie forze, le quali sono deboli e stanche: e non parlo meno di quelle de l’ingegno, che nel vigor del corpo. E questa è una de le cagioni per le quali io non penso di venirmene a Vinezia, oltre l’altre ch’io le scrissi per l’ultima mia lettera; parendomi che se la Corte non vorrà per cortesia, o per carità almeno, nudrire una persona più inferma che oziosa, non debba la città di Napoli scacciarmi nel mio ritorno. Penso nondimeno a qualche mia sodisfazione per alleggiamento del male, anzi di molti mali e di molte maninconie; però molto mi doglio che Vostra Signoria abbia cambiata Roma con Vinezia. La ringrazio de l’officio ch’ha fatto acciochè le mie rime non siano divolgate: e devrebbe di nuovo dupplicarlo con monsignor reverendissimo il nunzio, e con l’inquisitore, e co ’l doge serenissimo; e dimandare i privilegi per tutte le mie opere, se così estima conveniente. Io scriverò quest’altra settimana; ma volentieri avrei saputo se l’Inquisitore è il reverendo frate Eliseo de Lapis. Non ebbi mai risposta d’una lettera scritta al reverendo padre fra Giovan Battista da Lugo; e da niun’altra banda io aspettava più d’esser consolato. Al signor Claudio darò spesso noia, se così pare a Vostra Signoria: nè so se in alcuna cosa io sarò più importuno, ch’in domandarli medicamenti; perchè in palazzo è non solo il medico, ma lo speziale. Altro non posso ora scriverle; ma bacio a Vostra Signoria la mano. Di Roma, il 28 di decembre del 1588.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIULIO SEGNI. Bologna</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Quanto mi rallegro che monsignor reverendissimo Papio con la sua autorità e co ’l favore abbia accresciuti i commodi e la sodisfazione di Vostra Signoria, tanto mi doglio di non trovare in lui, in questa mia avversa fortuna, simile benignità. Ed a pena averei creduto ch’essendo io vicino a monsignore, avessi bisogno c’altri più lontano supplicasse in mio nome. L’esperienza nondimeno m’ha insegnato, che l’amicizia non è come il vino, il quale è migliore quando è più vecchio; perciochè a molti più nuovi amici, e meno affezionati senza dubbio, è più liberale del suo favore. E due possono essere di ciò le cagioni: l’una, la mia avversa fortuna, per la quale io non lo scuso molto; l’altra, la mia insofficienza, per cui agevolmente io consento che Vostra Signoria di gran lunga mi sia preposto ne l’amicizia e ne la servitù: e conosco che dove la mia sarebbe inutile, la vostra non è stata nè sarà infruttuosa. Pregovi nondimeno, signor mio, che non vogliate lasciarmi ingannato di tante speranze, de le quali voi foste tra’ primi a nudrirmi. Lascio da parte la pensione, e i doni, e gli uffici che in questo pontificato d’un pontefice magnanimo e liberalissimo si potevano aspettare per suo mezzo; perchè mi vo avvedendo, che tra il cercar queste cose e ’l voler che mi sia negata l’audienza, e quasi la libertà, non è molta differenza: ma chiedo almeno d’essere ascoltato da Sua Santità. Ed in questo proposito vorrei che Vostra Signoria facesse vergognare monsignor Papio, s’uomo di tanta gravità e di tanta eccellenza e di tanta riputazione può vergognarsi di niuna cosa c’appartenga al Tasso. De l’offerte fattemi da Vostra Signoria la ringrazio molto: ma non avendo ancora espedito alcuni di quei negozi per li quali io venni a Roma, non posso pensare al ritorno. Vostra Signoria mi tenga in sua grazia, e non mi neghi questa lettera di raccomandazione. Di Roma, il 30 di decembre del 1588.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ebbi al fine i Discorsi poetici assai ben legati ed avviluppati in una carta; e benchè non gli abbia ancora aperti, credo nondimeno che sian tutti. Mi doglio nondimeno che Vostra Signoria non m’abbia mandate le copie di questi, e de’ miei Dialoghi similmente; sì perchè io n’ho gran bisogno, sì perc’altri non se ne possa valere, e ristamparli. Pregovi che non vogliate in ciò mancarmi; e se vedete monsignor Cristoforo Tasso, ditegli ch’io aspetto quel benedetto libro; s’è possibile impetrar tanta grazia, e starsene in Roma. Vivete lieto voi, che potete. Di Roma, il penultimo de l’anno 1588.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON FABIO ORSINO (Dedicatoria)</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">In questo picciolo poema pastorale risplendono tanti lumi de l’ingegno di V. S. illustrissima, quant’io più tosto vorria che rilucessero de la sua grazia; perciochè sua è l’invenzione, suo quasi l’ordine, suo lo spirito medesimo de la poesia. Io, a guisa d’instrumento senz’anima, sono stato mosso da la sua volontà e dal suo favore; laonde ho parte solo ne le spiegature: e se io volessi stimar mia questa composizione, potrei fare un apologo de la cetera che volesse attribuirsi l’arte del citaredo; ma non son cupido de la propria laude. A Vostra Signoria illustrissima dunque lo dono e lo consacro; e mi spiace di non donarle cosa che non sia sua: ma ne l’istesso modo potrebbe rifiutar il dono di me stesso; perchè io ancora sono tutto de la sua cortesia, sicchè appena è rimasa a me stesso alcuna parte di me. Degnisi Vostra Signoria illustrissima di accettare questo picciolo Rogo per consolazione del suo dolore, e per testimonio de la mia osservanza. E le bacio le mani. Di casa, 1588.</p>
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               <head TEIform="head">1078</head>
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                  <salute TEIform="salute">A DON NICCOLÒ DEGLI ODDI. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Raccomando a Vostra Paternità l’inchiusa, e la prego che l’accompagni con una sua drizzata al teologo del signor duca di Mantova, acciochè il rimanente de’ miei libri sia mandato a Bologna. Ne le mie stanze del Monte Oliveto deono essere racconci alcuni versi; fra’ quali quello, “Ove si cala poetando, e poggia,” così: “Ove si scende poetando, e poggia.” Ne la stanza “Deh fuggiamo il peccato e ’l suo piacere,” ho mutate le parole in quest’altre: “Deh fuggiamo il peccato e le sue fere Dolcezze.” Lascisi il vacuo sino al rimanente. Di casa del signor cardinale Gonzaga.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Venezia</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io son così pieno di confusione dentro, come fuori; laonde avendo perduta, non so come, quella lettera di Vostra Signoria, ne la quale mi chiedeva la soluzione d’alcuni dubbi, e non ricordandomi ciò che fosse, non posso risponderle a proposito. Perdoni quest’errore, come tutti gli altri, a la mia fortuna. Scrivo al reverendissimo Nunzio, pregandolo che voglia impedir con la sua autorità costoro che stampano l’opere mie. Io sono tutto intento a la revisione; e fra le nuove e le vecchie e le riformate e da rifare, saranno molti libri; oltre quelli ch’io sperarei fare, se Nostro Signore mi concedesse la salute: ma ho bisogno di molte cose; di libri, d’abiti, e particolarmente di danari. Se Vostra Signoria fosse divenuto ricco, mentre io ho tentato invano d’uscir di miseria, la pregherei che mi mandasse cento scudi; ma io non le voglio esser grave soverchiamente: ma almeno deveva mandar la perla in anello. La mercanzia potrebbe riuscire, ma il mondo m’è troppo nemico in tutte le cose: laonde gli uomini di questo secolo stimarebbono d’esser discordi a se medesimi, se avessero qualche riguardo a la mia virtù ed a la mia lunga infelicità.</p>
               <p TEIform="p">Non scrivo al serenissimo prencipe nè a cotesti chiarissimi senatori, perchè non paia ch’io presuma troppo di me stesso, o troppo diffidi de la grazia loro. Ma invero non deveva esser conceduto il frutto de le mie fatiche a’ miei nemici, da un commune consentimento d’Italia e d’Europa: perchè (eccettuatane Vostra Signoria solamente) niuno ha corrisposto a l’espettazione c’aveva di lui; nè pur osservate le promesse, o sodisfatto al debito. Il signor Claudio è da me veduto rare volte; ed io non vorrei darli molta noia. E bacio a Vostra Signoria la mano. Di Roma, il 7 di gennaio del 1589.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A MONSIGNOR MATTEUCCI, NUNZIO IN VENEZIA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Se l’esaltazione di Vostra Signoria reverendissima fosse così per fortuna, com’è stata la mia depressione, io temerei si fosse scordata de la nostra antica amicizia, o avesse animo diverso da quello che soleva mostrarmi. Ma perchè Vostra Signoria reverendissima da’ suoi meriti e da la sua virtù è inalzata a molte degnità, io da l’altrui malignità oppresso in molte miserie; non debbo dubitare nè de la sua cortesia nè de la mia innocenza, s’è lecito ad alcun uomo di chiamarsi innocente. Le mie avversità hanno dato ardimento a tutti gli uomini di stampare le mie composizioni contro mia volontà; anzi, di lacerarle: ed ora di nuovo, sì come scrive il signor Antonio Costantino, in Vinegia m’è fatta la medesima ingiuria. Laonde prego Vostra Signoria ch’interponga la sua autorità, acciochè non si proceda avanti ne la stampa o ne la publicazione; e dia aiuto e favore al Costantino, ch’in questo negozio sarà diligentissimo, ed avrà riguardo non solo al mio danno, per lo quale sono in estrema povertà, ma a la vergogna ancora che mi pare riceverne. L’obligo che n’avrò a Vostra Signoria reverendissima, sarà grandissimo, e conforme al dispiacere ch’io ne sento, ch’è quasi senza pari. E le bacio la mano. Di Roma, il 7 di gennaio del 1589.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Venezia</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Rispondo a la lettera de l’amico di Vostra Signoria, ed al sonetto similmente; ed io aspetto da lei risposta a quei capi de l’ultima lettera mia, che più m’importano: e particolarmente vorrei sapere quel che si possa sperar da la cortesia di cotesti chiarissimi signori; perchè se ne la publicazione de l’opere mie non ho qualche ristoro di tanti miei danni, difficilmente posso sperarlo d’altra parte. Vostra Signoria può dimandare il privilegio per tutte l’opere mie, ed aiutarmi in modo ch’io le abbia obligo, non solo de la vita, come le ho già gran tempo fa, ma de l’immortalità ancora. Mi farà piacere se scriverà al Ruspa, che mi dia non solo gli Opuscoli di Plutarco, ma alcuni altri libretti che mi bisognano. E le bacio le mani. Da Roma, il 10 di gennaio del 1589.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A MALATESTA PORTA. Venezia</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ringrazio Vostra Signoria che m’onori con le sue lettere, e con le rime, a le quali debbo rispondere in tutti i modi, come corrisponderò sempre a l’affezione che mi porta. In quanto a le mie rime, in compagnia de gli altri si può stampare qualche mio sonetto, perchè l’opere intiere non rivedute deono esser riserbate per sodisfazione de l’autore. E prego Vostra Signoria che di ciò rimanga sodisfatto, com’io sarei d’ogn’altra cosa che tornasse a suo commodo. Rispondo al suo leggiadrissimo sonetto. E le bacio le mani. Di Roma, il 10 di gennaio del 1589.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Venezia</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Questo è un dimandarmi s’io voglio la chiave, overo s’io so alcun’arte più secreta di quelle che s’imparano in Aristotile ed in Platone, e ne’ loro interpreti. Credetemi, ch’io sono uomo intieramente da bene; non solo “<quote lang="lat" TEIform="quote">usque ad aras</quote>,” come disse colui, ma sino al letto: e s’io avessi trovata quella vostra lettera, ne la quale mi chiedevate un sonetto per la vostra raccolta, l’avrei fatto. Incolpatene la memoria, s’io non me ne ricordo; e la fortuna, se le vostre scritture si smarriscono come le mie. Ebbi li sei ducati dal Ruspa. A l’altre vostre lettere ho risposto a pieno, nè so d’esser debitore d’alcuna risposta: ma io n’aspetto molte, ed a molte cose che molto m’importano. E bacio a Vostra Signoria la mano. Da Roma, il 12 di gennaio del 1589.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io vo ogni giorno a messa, e passo alcuna volta per casa de l’illustrissimo Albano; ma veggio il signor Maurizio poche volte, tanto m’è scarso de la sua dolcissima persona: però mi raccomando a Vostra Reverenza, e la prego che mi mandi quelle copie. Ho raccolte le mie Rime in tre volumi, e fattovi il Commento, e penso di stamparle; ma non ho danari da far la spesa: per altro, mi piacerebbe assai la stampa di Bergomo. Mandatemi, vi prego, una de le mie Tragedie co’ concieri. Aspetto il libro di monsignor Cristoforo: e mi raccomando a tutti. Di Roma, il 13 di gennaio 1589.</p>
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               <head TEIform="head">1085</head>
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                  <salute TEIform="salute">A DON FERRANTE GONZAGA, PRINCIPE DI MOLFETTA. Napoli</salute>
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               <p TEIform="p">Io non so chi abbia collocato Vostra Eccellenza in più alto grado, o la fortuna de gli antecessori o il valore; perchè l’una e l’altro congiurarono in guisa a la grandezza loro, che malagevolmente si può conoscere chi v’abbia maggior parte: ma se dal merito de’ nepoti si potesse fare argomento di quel de gli avoli, agevolmente conchiuderei per quella parte ne la qual più confido. Confido, dico, che ’l valore di Vostra Eccellenza non debba esser minore o de la virtù de’ trapassati, di cui abbiamo molte altre prove e molti altri testimoni, o di quel che sia stato in lei medesima per l’adietro; benchè la mia fortuna sia la medesima, e forse tanto peggiore, quanto io sono meno atto a farle resistenza: laonde mi par simile a quelle febri le quali all’ora vanno crescendo, quando diminuisce la virtù de l’infermo. Sino a questo termine, senza dubbio, arriva la mia confidenza; ma forse non basta: e, s’io avessi l’ardimento di persuaderla eguale a la ragione, la persuaderei senza fallo, che non si contentasse d’aver dato esempio a gli altri di liberalità, s’insieme non mostrasse come un principe debba aver pietà e misericordia. Vostra Eccellenza fu la prima che sovvenne a la mia povertà, e mi mandò ne lo spedale più danari che non mi bisognavano. Voglia essere ancora la prima che procuri il rimedio a l’infermità; e non riguardi in alcuno che da la fortuna sia stato sollevato a maggiore altezza: ma si proponga per obietto la virtù, e particolarmente la clemenza e la giustizia; de la quale alcuna cosa non è più alta, nè più sublime, per testimonio de’ poeti e de’ filosofi parimente. Con queste si può agguagliare a’ superiori, e farsi di gran lunga superiore a gli eguali, se non gli vuole tutti pari nel giovarmi; chè questa sarebbe somma et ineffabil cortesia: et io, per ragionarne molti anni, e per iscriverne, non potrei esplicare a pieno l’obligo c’avrei a Vostra Eccellenza. Sono molti principi ne’ Seggi di Napoli, e molti privati cavalieri, co’ quali si tratta, anzi con tutta la città, di sollevarmi da la povertà, e di rendermi la salute: opere veramente degne d’infinita lode; ma l’una tutta piena d’umanità, l’altra più simigliante a le divine. Supplico Vostra Eccellenza che voglia con la sua autorità e con l’esempio persuaderli a la carità; ma prima persuada me stesso, ch’io possa aspettar tanta grazia: imperochè la mia infelicità, da molti accidenti accresciuta, m’ha quasi fatto perdere ogni speranza; e difficilmente posso esser persuaso senza gli effetti. Mi son fermato in casa del signor cardinale Scipione, aspettando questa buona e pietosa deliberazione de la città. Frattanto, chi persuade altrimenti non devrebbe essere ascoltato: perch’il toglier la misericordia a la vita umana, ed il gittare per terra l’altare nel tempio, sono cose molto simili; e niuna altra cosa è più atta al distruggere, e meno a l’edificare. Ma forse io debbo più temere de l’occulte persuasioni, che de le palesi: però più mi raccomando a Vostra Eccellenza ne le private, che ne le publiche dimostrazioni. E le bacio umilmente la mano. Da Roma, il 15 di gennaio del 1589.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Venezia</salute>
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               <p TEIform="p">Questa è dupplicata, non dirò come sono le mie speranze, ma come sono l’occupazioni ed i travagli de l’animo e del corpo: e piacesse a Dio ch’io non potessi dire l’infermità. Risposi a l’amico suo, e non meno a le rime che a le prose, acciochè si contentasse di non por mano in altre mie composizioni; perch’io medesimo penso di publicarle tutte, e particolarmente le stanze e le canzone in lode di Sua Santità: a le quali volentieri darei qualche accrescimento, non perchè io creda c’agevolmente si possa dare ancora a la mia fortuna; ma per diminuire, se fosse possibile, i mali de l’infermità e de la maninconia. Estimo che Vostra Signoria avrà fatto l’officio con monsignor reverendissimo il Nunzio. Io co ’l signor Claudio non posso trattar cosa alcuna: e non trattarei d’alcuna più volentieri che di medicarmi, se da le medicine si può sperar la salute. Al Ruspa ho dimandati alcuni libri necessari, i quali pagherei, potendo riscuotere alcuni danari che mi sono dovuti. A Vostra Signoria non voglio dare altra noia; ma aspetto particolare aviso di quel che possa fare per me in questo negozio de le stampe. E le bacio la mano. Da Roma, il 16 di gennaio del 1589.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Venezia</salute>
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               <p TEIform="p">Mando a Vostra Signoria due stanze aggiunte a quelle che io feci a sua requisizione in lode di Sua Santità: de l’altre cose averei molto che lamentarmi, ma ora non ho tempo. Io abito, com’ella sa, molto lontano dal palazzo; e se vi posso andare alcuna volta, non ho mai potuto trovare il signor Claudio ne le sue stanze: perchè l’averei pregato che parlasse co ’l medico, e mi facesse dar la medicina; ed in questo solo gli sarei stato importuno. Ho date l’altre al Ruspa; e forse li darò questa parimente. Ed a Vostra Signoria bacio la mano. Di Roma, il 26 di gennaio del 1589.</p>
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                  <salute TEIform="salute">ALL’ABATE FRANCESCO POLVERINO. Napoli</salute>
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               <p TEIform="p">Se ’l fine de le mie sciagure fosse tanto vicino, quanto è il tempo prescritto a la vostra venuta, meno m’increscerebbe l’aspettare. Nondimeno aspetterò: e la speranza, la quale io ho ne la cortesia di tanti signori, sarà a guisa d’àncora, che potrà fermare questa quasi nave de la mia vita fra l’agitazioni de la fortuna, accioch’ella non rompa ne le sirti o ’n qualche scoglio. Non so in chi sperar più, e in chi meno. Ma se ’l signor Orazio vorrà esser obligato solamente a l’ultime sue promesse, avrà picciolo obligo; et io non voglio rinovar la memoria di molti anni: però scrivo a lui solamente. Al difetto de le mie parole, o del sapere, o de la grazia, supplisca la bontà e la diligenza di Vostra Signoria; affine ch’in ogni deliberazione che facciano cotesti signori, risolvano di darmi qualc’aiuto. Raccomando a Vostra Signoria l’inchiusa; e le bacio la mano. Di Roma, l’ultimo di gennaio del 1589.</p>
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               <head TEIform="head">1089</head>
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                  <salute TEIform="salute">A OTTAVIO EGIZIO. Napoli</salute>
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               <p TEIform="p">S’io potessi gloriarmi, o se mi fosse lecito di vantarmi d’avere accresciute le ricchezze de la patria con quelle d’alcun suo nemico; come fecero Memio, Levinio, Lucullo ed altri romani; niun’altra cagione peraventura dovrei addurvi, per la quale io meritassi d’esser da lei sovvenuto in questa necessità: perciochè del giovamento che si fa a la patria, tutti deono aver qualche parte, in quella guisa che tutte le membra participano del buon nutrimento del corpo. Ma s’io le sono stato inutile, ella il sa; perch’io non posso a lei rimproverare alcuna cosa, nè debbo; ma molte a me stesso. Dogliomi nondimeno di non averle apportato tanto onore e tanta gloria, quanto utile e commodità ha potuto sperare da gli altri meno affezionati; e solamente mi consolo ne la mia coscienza, avvegnachè io ho sempre desiderato che tutti coloro c’hanno dritto conoscimento, sieno amici de la sua riputazione o de la grandezza, anzi che non abbia alcun nemico. Non posso, dunque, averle proccurato utilità de’ nemici: e se nemici sono gl’invidiosi de la sua gloria, allora mi parrebbe d’aver adempiuto il mio desiderio, che le sue lodi fossero ascoltate senz’alcuna malignità: ma il superar l’invidia sarebbe più tosto operazione del suo valore e del merito, che d’alcun mio studio o artificio; e non si cercherebbe la causa, per la quale mi avesse sollevato da questa miseria. Chi chiede la causa de le cose divine, se non l’hanno; o se, avendola, è occulta a la nostra investigazione? E se la carità è divina cosa, anzi è Dio medesimo; chi chiede la causa de la carità? chi de la clemenza? chi de la liberalità? chi de la pietà? chi de la giustizia? E in questo mondo, ch’è tutto pieno di cortigiani, chi deve andarla cercando de la cortesia? Non si chiede la causa de la virtù. Qual più sciocca dimanda, che ’l dimandare perchè Napoli ha fatte l’opere de la misericordia? o perchè alcun principe voglia esser liberale e magnanimo cavaliero? Ma se in alcun modo fosse lecito il chieder la cagione de la virtù, non si dee render per cagione l’utilità, o assegnar la commodità o l’interesse, o recare in mezzo la fama e l’ambizione, che sono cose più basse; ma ritrovar le più sublimi de la virtù medesima, com’è Iddio, il quale è prima cagione di tutte le virtù e di tutte le buone operazioni. Iddio dunque inspiri i signori napolitani e tutta la città, e particolarmente il vicerè, a render la salute a l’infermo, la patria a lo sbandito, la quiete al travagliato, l’onore a chi n’è privo ingiustamente, la grazia a chi l’ha perduta, e già molti anni sono infelicemente la dimanda; laonde non crede più d’arrivare a tempo d’impetrarla.</p>
               <p TEIform="p">Veramente, il sospetto de la mia infermità va sempre crescendo, perchè tutti i segni mi spaventano, e spezialmente l’orina, con la quale esce l’istessa materia fecciosa e spumosa, che ’l signor Antonio Pisano e Vostra Signoria hanno potuto vedere in Napoli quest’anno passato. E se la cagione non è qualche putrefazione o corrosione de gl’intestini o de le viscere, non so indovinar quel ch’ella sia, o perchè non possa cessare con qualche medicamento, o con qualche buona regola di vitto. Avrei grand’obligo al signor Giovann’Antonio, che ne scrivesse il suo parere a questi medici, che sono a la mia cura, accioch’io potessi sperar la salute, se ’l male ha qualche remedio; e se non l’ha, mi fosse almen conceduto d’acquetarmi ne la disperazione del mondo, o più tosto ne la speranza d’Iddio, che solo è buon medico de le nostre infermità. In questa occasione, più ch’in alcun’altra, desidero di conoscere la cortesia di quel signore, e l’amorevolezza di Vostra Signoria; e direi la carità di cotesta nobilissima città, se a colui, al quale si negano gli aiuti ordinari e vicini, fosse lecito di chieder gli estraordinari ed i lontani. Ma certo, la gloriosissima città di Napoli avrà sempre causa di bene e nobilmente operare, ed io di sperar ne le buone operazioni.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A OTTAVIO PISANO. Napoli</salute>
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               <p TEIform="p">A le burle non risponde agevolmente chi non vuol burlare il burlatore. A me non concede la mia fortuna di schernire; e l’essere schernito accresce le miserie del misero. Rispondo nondimeno, poichè così vuole Vostra Signoria. Io venni a Napoli con due concetti del suo padre: l’uno, ch’egli fosse gentilissimo cavaliere; l’altro, che in ogni occasione si mostrasse eccellente medico. Ne la prima opinione de la sua gentilezza io fui confermato con molte sue cortesie; ne l’altra, de la sua eccellenza, poteva confermarmi la ricuperata sanità: ma non piacque a la mia fortuna, ch’egli mi stimasse soggetto degno in cui si manifestasse ogni suo sapere ed ogni esperienza. Me ne tornai dunque con l’istesso male, co ’l quale era venuto; o più tosto con gli stessi, perchè son molti. Ora non potrebbe, s’io tornassi, far conoscere intieramente quanto sia gentile, se insieme non conosciam quanto sia eccellente. La supplico, dunque, che pensi a liberarmi de la maninconia, de l’idropisia e de la putredine. Ma forse risanando del primo, risanerò di ciascuno altro. Almeno mi potesse persuadere ch’io fossi sano! ma come posso a ciò esser persuaso, vedendo sempre i segni de la mia infermità? A l’altre parti de la lettera di Vostra Signoria sarebbe più convenevole altra risposta; ma la prego che mi scusi sin ch’io abbia miglior fortuna, o animo più tranquillo. Fra tanto mi tenga in grazia del signor suo padre, o mi vi riponga, s’io ne sono fuori. Da Roma, il 2 di febraro del 1589.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Venezia</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Tutto quello che Vostra Signoria di nuovo con la sua lettera mi chiede, le mandai la settimana passata; ed ella a quest’ora l’avrà ricevuto. Ora le mando un sonetto, ch’io feci ne la mia venuta a Roma: quello ch’ella disidera, l’avrà quest’altra settimana, perchè questa io sono occupato in molti negozi; benchè niuna cosa io più disideri de l’ozio, ma quello de le lettere. Messer Gasparro Ruspa mi portò l’altr’ieri la Somma di san Tomaso, la qual sempre disiderai d’avere, ma non senza l’altre opere. Non ho tanto obligo a la mia fortuna, o a l’altrui liberalità, ch’io possa comprarle senza molto mio disagio; ma non avendo tempo di leggerle, non mi son necessarie. Ne la Somma son contenute alcune materie de le quali io tratto, e tratterei in altre operette, se mi fusse un dì conceduto di filosofare con animo tranquillo. Fra tanto, che posso io aver promesso al signor Antonio, o che posso osservargli? La mia fortuna è l’istessa, benchè sia mutato il luogo o l’abitazione: e non so s’io debba sperar cosa ch’io disideri. Raffreno i miei disideri, e dimando solamente le cose giuste, e le convenienti: s’io sarò mai esaudito, Vostra Signoria conoscerà ch’io avrei maggiore animo di dare che di ricevere: ora nondimeno accetto quel che le pare da la sua cortesia, e non l’obligo a cosa alcuna, se non a risolvermi in questo negozio de la stampa. Scrivo al padre inquisitore, e scriverò al serenissimo prencipe, se bisognerà. Io non ho veduto da poi il signor Claudio: e vorrei che mi giovasse non solamente co ’l vero, ma co ’l falso ancora, se non potesse altrimente; perchè la bugia che può far giovamento, è quasi una medicina che non può esser ricusata nè ripresa: così stimò Platone, così Origene, così Gieronimo: la malizia è di nuocer co ’l falso; e questa non devrebbe essere in alcuno. Sarà con questa la lettera ch’io scrivo al padre inquisitore. E mi raccomando a Vostra Signoria quanto più posso. Di Roma, il 2 di febraio del 1589.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL PADRE INQUISITORE. Venezia</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non conosco Vostra Paternità se non per nome, nè credo d’esser conosciuto da lei in altro modo; perchè sperarei d’essere agevolmente compiaciuto: merito poco, e dimando molto; ma con qualche ragione. La mia infelicità ebbe principio per questo negozio de la stampa, ne la quale io sono stato tante volte lacerato, ed in tanti modi. Per lo medesimo vorrei c’avesse fine. Vostra Paternità può darmi aiuto non solo in stampar l’opere mie, ma a vivere; et io ne la prego, e le raccomando insieme la fama e la vita. L’una per cortesia, l’altra per carità: e la supplico che non consenta che siano stampate senza mio compiacimento. Al signor Antonio Costantino ho data più piena informazione. E le bacio la mano. Da Roma, il 2 di febraio del 1589.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Non mi spiacque mai tanto di non esser eloquente, quanto in questa occasione, ne la quale io vorrei fulminare co ’l cardinale Alessandrino: ma oltre l’impedimento de la lingua, sono molti altri; il carnevale, la mia fortuna, la difficoltà de l’audienza, e ’l pericolo di andare a torno, e di voler esser ascoltato da chi non vuole esaudire. Supererò tutti gli altri impedimenti per sodisfare a la patria, e cercherò almeno quest’altra settimana di far l’officio; perchè in questa potrei gonfiarmi tanto, ch’io non crederei c’una patria sola mi bastasse. Non voglio vantarmi d’essere italiano; ma sono in guisa bergamasco, che non ricuso d’esser napolitano o sorrentino: e con tre patrie, ho bisogno di molte cose, le quali avanzano a chi ne ha una solamente. Risponderò a l’avvocato. Fra tanto avviso Vostra Signoria, che in Napoli ho molti negozi; laonde non solamente mi sarebbono necessari gli avvocati, ma chi gli sollecitasse: e mi maraviglio di non aver qualche risposta dal signor Pietro Grasso. Sperava che l’amicizia vecchia dovesse costringerlo a dar alcuna commissione a’ suoi figliuoli per mio servizio. Ricordo a Vostra Signoria, che mandi almeno la copia di quelle prose che fece scriver in miglior lettera. E le bacio la mano. Di Roma, il 3 di febraio 1589.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Venezia</salute>
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               <p TEIform="p">A la breve lettera di Vostra Signoria brevemente rispondo, ch’io aveva bisogno di cento scudi per la revisione e correzione de l’opere mie, e credeva di poterne ritrarre assai maggior copia da la stampa, sì come da molti m’era stato promesso; ma la fede de gli uomini è corta: e se la dedicazione non m’aiuta con qualche prencipe liberalissimo, non so di che vivere; perch’io non sono atto a le fatiche, nè inclinato al servigio d’alcuno. Avrei fatto volentieri ricopiare un volume de l’ultime lettere; ma non ho chi mi aiuti, nè chi mi serva. Vostra Signoria dimandi i privilegi, e lasceremo a Domenedio la cura del resto. Vostra Signoria avrà avuto un sonetto che le mandai. E le bacio la mano. Da Roma, il 10 di febraio del 1589.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
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               <p TEIform="p">Non ho parlato ancora con monsignor illustrissimo Alessandrino; ma quest’altra settimana farò l’officio senza fallo, e con tutta l’efficacia: tanto è il desiderio il quale ho d’essere esaudito. Ricordo a Vostra Signoria le copie de le scritture, e particolarmente quella de’ libri de l’Arte poetica, e la Tragedia co’ concieri; e mi dovrebbe avvisar più particolarmente ciò ch’io dovessi fare per ricuperarle. Mi raccomandi a tutti i parenti ed amici, e viva lieta. Di Roma, il 16 di febraio 1589.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A FRANCESCO MARIA DELLA ROVERE, DUCA D’URBINO</salute>
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               <p TEIform="p">Io stimo tutte le mie lettere importunità; e tutte le risposte di Vostra Altezza, grazie. Però non si maravigli, se per dare a Vostra Altezza occasione di mostrarsi graziosa, io l’ho supplicata alcune volte, che voglia per la mia salute intercedere con Sua Maestà; e più volentieri le ho dimandato questo d’ogni altro favore, non tanto per dubbio de la sua liberalità, quanto per certa opinione de la sua prudenza. Spero che non si sdegnerà di scrivere in mia raccomandazione. Fra tanto non mi vergogno d’averle troppo palesemente accennato, che se il signor Grazioso suo gentiluomo in tutte queste occasioni non mi voleva far qualche amichevole compagnia, o qualche servizio, non si doveva sdegnare ch’io schifassi le occasioni, e procurassi le risposte di Vostra Altezza. E le bacio le mani.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Venezia</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io devrei vedere il signor Claudio in tutti modi; ma egli devrebbe lasciarsi vedere in alcuno. Soleva già vederlo in cerimonia: ora è sparito, nè so dove trovarlo; e tanto è il bisogno ch’io ho del suo aiuto, quanta è l’infermità o l’opinione d’essere infermo. Il voleva pregare che mi raccomandasse al medico di Sua Santità; perchè ne l’altre cose non posso essere importuno: ma aspetto che le preghiere di Vostra Signoria suppliscano, e con monsignor datario similmente; perchè se non m’aiuta la stampa, non so quale altra speranza mi resti, se non di tornare a Napoli. Rimando a Vostra Signoria il suo sonetto, nel quale molto bene ed artificiosamente ha inserte tutte l’opere di Sua Santità: piacesse a Dio ch’ella ci avesse potuto numerar con l’altre quella de la sanità restituitami. Aspettava il sigillo; ma ne farò uno d’ottone, non potendo fare altro. La supplica al prencipe di Vinegia può farla a suo modo: e se pur vuole ch’io la faccia, la manderò quest’altra settimana, perchè se ne vaglia; se pur la stimarà necessaria. E le bacio la mano. Di Roma, il 19 di febraio del 1589.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ALFONSO DA ESTE, DUCA DI FERRARA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non posso credere agevolmente, che le mie lettere siano più fortunate di me; laonde, dubitando c’alcuna se ne sia perduta, o fatta strada diversa a la mia intenzione, ho minor dubbio di parer a Vostra Altezza o ardito o molesto o importuno nel supplicare. La prego che non voglia ch’io disperi de la sua grazia e de la mia vita, perchè nel suo perdono dovrebbe esser compreso, se non altro, almeno la mia salute, ed il rimedio e la medicina de la mia infermità. Vostra Altezza sa in quante infelicità m’abbia fatto cadere, e quasi precipitare la mia fortuna; e conosce dove e come la sua autorità possa giovarmi; ed io ne la supplico umilissimamente, come feci già molti anni, quando ebbero principio i miei infortuni: ma vorrei che ’l fine fosse più lieto, e conforme a la grandezza de l’animo suo ed a la sua nobiltà. E le bacio la mano. Da Roma, il 23 di febraio 1589.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A FABIO GONZAGA. Mantova</salute>
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               <p TEIform="p">Il signor duca serenissimo, e voi altri miei signori, sete simili a le cose divine, a le quali non si può arrivare senza il loro aiuto. Io, somigliante a le terrene, che da me stesso non posso inalzarmi, e da gli altri non sono sollevato, sarò al fine costretto a giacer di nuovo. E quando risorgerò? quando avrà fine questo negozio? quando la mia infelicità? quando vedrò gli effetti de l’altrui fede, o almeno de la cortesia? Non so qual impedimento ritardi le promesse. I cento scudi non mi furono pagati; i vestimenti mi furono negati. Io da tutte le cose sono impedito; da la povertà, da l’infermità, da l’avversa fortuna: e fra tanti impedimenti, non posso nè voglio numerar le mie occupazioni, perchè non attendo a cosa alcuna. Il signor Giorgio o doveva darmi danari, o pagare i miei libri e gli altri debiti, vestirmi, mandarmi bene accompagnato, con qualche speranza di sanità. Molte cose potrei aggiungere a queste; ma dirò solo, ch’io non ebbi mai maggior bisogno di lettiga e di servitore. Pensava di ringraziar Vostra Signoria di tanti cortesi uffici fatti co ’l signor duca per mia salute; e la ringrazio con l’animo: ma in questa lettera sono costretto a pregarla più tosto, che mi faccia veder qualch’effetto de le sue commissioni e de la sua cortesia; e non voglia ch’io affretti o che ritardi la mia venuta, se non quanto io potessi stimare opportuno a la mia salute. Al signor Costantino ho scritto molte cose, nè so che replicar di nuovo; ma a Vostra Signoria bacio la mano. Da Roma, il 25 di febraio del 1589.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1100</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A OTTAVIO PISANO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mi doglio che Vostra Signoria m’assomigli più tosto al cavallo che al cavaliero: ma peraventura facendomi simile ad una bestia, ha creduto di farmi eguale al Petrarca, il qual disse di se medesimo, ma in persona di Laura:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">Questo fu quel che ti rivolse, e strinse</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Spesso come caval fier che vaneggia;</l>
                  </quote>
e ne l’istesso luogo:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">Talor ti vidi tali sproni al fianco,</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Ch’io dissi: qui convien più duro morso;</l>
                  </quote>
ed altrove:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">Mi tiene a freno, e mi rivolve, e gira.</l>
                  </quote>
Ma quel c’avvenne al Petrarca per soverchio amore, non estimo che a me possa avvenir per ira o per altra passione; perchè gli animi gentili sogliono più agevolmente concedere il freno di se medesimi a l’amore che a gli altri affetti. Io quanto posso mi guarderò, acciò che l’animosità non toglia il governo di mano a la ragione, e mi sforzerò d’esser cozzone, se non d’altrui, almeno del mio desiderio. Ma se Napoli è somigliata ad un grande e pigro cavallo, poichè si muove così tardi a l’opere che da la sua magnanimità possono aspettarsi; foss’io come un vespone, affinch’ella si movesse prontamente a l’acume de le mie parole; o almeno fossi come una zanzara, che sonando la tromba, ed insieme pungendo, potessi risvegliarla. Ma non vorrei tanto variare questi desiderii de la trasformazione, ch’io mi trasformassi in Anacreonte; poichè in questo secolo la piacevolezza di Socrate sarebbe troppo odiosa. A l’infermo troppo dispiace l’esser burlato, non potendo prendersi giuoco de gli altri. Ed io sono con la medesima infermità; la quale per non esser una, nè semplice, ma di molte quasi nature, s’assomiglia a la chimera; e per vincerla, converrebbe ch’io fossi un nuovo Bellorofonte, come Vostra Signoria scrive. Consideri nondimeno il signor suo padre, s’io debbo ricorrere ad altro oracolo che al suo medesimo, per l’interpretazione di queste parole; concedendogli io, ch’i mali non sieno solamente tre, ma in maggior numero; non voglia sdegnarsi d’aver superato questo mostro. Io il paragonerei con gli Asclepiadi e con Esculapio; ma se più gli piace il paragon d’Ercole, il prego che, a guisa d’Ercole, voglia combattere contro l’idra de’ miei pensieri; perchè in questo modo posso chiamar la malinconia e il timor di molti morbi, anzi di molte morti; laonde troncandosi un sospetto, subito nascono due altri in quella vece. Faccia quest’azione eroica; non sia scarso del suo consiglio a l’infermo, nè del rimedio, nè de la consolazione. Non scrivo a Sua Eccellenza, stimando che basti di scrivere a Vostra Signoria, e di pregarla che m’avvisi del suo parere avanti la mia partita, accioch’io possa conferir la sua opinione con questi medici, e risolvermi come posso. Ma sappia ch’io venendo, verrei non a le fatiche, ma al riposo; non a far una esperienza de la mia fortuna e del mio senno, ma de la sua dottrina e de la liberalità de’ signori napolitani; in somma, non a la mercede, ma a la grazia: laonde vorrei esser certo de l’albergo e de l’altre cose necessarie, perchè son povero, come tutti sanno, e degno di compassione più che molti non sanno. E le bacio le mani.</p>
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               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A GIULIO VETERANO. Pesaro</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mi rallegro, s’io d’alcuna cosa posso rallegrarmi, che questo negozio cominci a pigliar qualche forma; e ne sono molto obligato a Vostra Signoria. Ma non basta la forma senza il fine. Io scrivo di nuovo al signor duca ed al signor Maschio, pregandoli che m’aiutino in modo, ch’io conosca d’essere aiutato: altrimenti, non consentendo la cortesia di Sua Altezza ch’io mi risolva a lo spedale, bisogna ch’io mi risolva al parasito; e questa deliberazione è invecchiata con l’infermità. Bene è vero, ch’io mi vo imaginando un parasito simile a Nestore, come fu opinione di Luciano; e non penso a Gnatone, nè a gli altri parasiti de le comedie. Ma in tutti i modi, ed in tutti i viaggi, chi fa professione di questa arte nobilissima ed antichissima, molto devrebbe esser sicuro de la vita: perchè s’uccidono gli assasini, i ladroni, i micidiali ed i masnadieri; ma chi cerca godere nobil brigata, non devrebbe temere d’insidia o di violenza. Sono stato troppo lungo, e troppo libero: però raccomando a Vostra Signoria il negozio, ed a Sua Altezza la mia salute. Da Roma, il 3 di marzo del 1589.</p>
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               <head TEIform="head">1102</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A FRANCESCO MARIA DELLA ROVERE, DUCA D’URBINO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vostra Altezza mi dà maggiore speranza ne gli effetti che ne le parole. Ma io de gli uni la ringrazio, de l’altre m’assicuro; e non consentirò che la sua bontà resti occulta, perch’ella veramente ha donato in quel modo che si fanno le limosine. Ma io (sia lemosina o dono, ovvero opera di carità cristiana, o di liberalità di principe) in tutti i modi riconosco l’ereditaria cortesia del duca d’Urbino, e con obligo e con gratitudine similmente ereditaria. E poichè Vostra Altezza co ’l silenzio ha voluto accrescerlo, io non penso diminuire il suo co ’l ragionarne, stimando che non si debba pentire d’aver preso in qualche protezione o me stesso, o almen la mia lite. Son richiamato a Napoli; ma non torno volentieri senza maggior quiete d’animo, e più sicura speranza di salute. Più tosto litigherei per procuratore, non si potendo aver altra certezza de la grazia del re. Do nuova informazione al signor Bernardo Maschio di questo negozio, e di nuovo supplico Vostra Altezza che voglia che la sua autorità in tutte le parti si stenda a giovarmi, non solo in questa casa d’un cardinale suo amico, dove nel cattivo tempo son simile a’ viandanti che aspettano il buono e la serenità del cielo.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1103</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A BERNARDO MASCHIO. Madrid</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io scrissi a Vostra Signoria da Napoli, e le mandai una supplica da presentare al re, stimando che a’ principi si convenga il far la grazia, a’ ministri la giustizia, a gli amici il supplicare per l’una e per l’altra, e ’l favorir le suppliche, e l’appresentarle. Ed in vero, non so di qual sarei più contento, perchè ne l’una si conoscerebbe la virtù del re, ne l’altra la mia innocenza. Ma come devotissimo servidore di Sua Maestà, devo preporre la sua gloria a la mia medesima, e pregar Dio che ne la restituzion de la dote materna sia contenuta quella de la sanità; de la quale son privo, già molti anni, per quelle cagioni che agevolmente possono esser note al Consiglio di Napoli. Ne la supplica si conteneva, come io era prima stato invitato a la patria da mia sorella, con isperanza di ricuperar qualche migliaio di scudi; e ciò per giustizia: e poi v’era stato condotto con lettere di signori e d’amici, con più certa opinione di racquistar la sanità. E tutte queste cose possono similmente esser sapute dal consigliero e dal vicerè. Ma essendomene ritornato così povero e così infermo come v’andai, e con qualche pericolo de la vita, e senza veder mia sorella, e co ’l vedere un de’ miei nipoti con poca mia sodisfazione; penso di fermarmi a Roma con qualche maggiore mia commodità. Laonde chiedo grazia, per la quale non mi sia necessario il far lite; o giustizia, perchè mi si conceda di litigar per procuratore, come parve conveniente a mio cognato, se non fu altri, che, già molt’anni, mi mandò la forma de la procura. Io so di scrivere la verità, de la quale son tanto amico, che s’io credessi con la falsità di ricuperare e la roba e la vita istessa, non mi curerei di farlo. Taccio nondimeno alcune cose, per avere maggior rispetto a gli altri, di quello che da gli altri m’è portato. Ma quante sono le mie tacite querele, tante sono le voci che gridano per me al cospetto de la divina giustizia. Ma poichè nel mio silenzio non è alcuna mia sodisfazione, non dovrebbe almeno esservi alcun mio pericolo, o alcun mio danno; e dove mancano necessariamente le mie parole, dovrebbono supplire quelle de gli altri. A Vostra Signoria do forse troppa noia, e più che non ricercano forse le sue occupazioni o i rispetti; ma perchè è maggiore il bisogno che m’astringe a rimandarle la supplica, sarà maggiore ancora la sua cortesia e ’l mio obligo, se vuole ch’io le abbia obligo di cosa comandatale o raccomandatale dal signor duca d’Urbino. Ma io in tutti i modi penso d’esserle obligato: e perchè Vostra Signoria per lunga esperienza di trattar co’ grandissimi re in una corte nobilissima, sa i modi che son più convenienti, basta ancora ch’ella voglia obligarmi.</p>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">AL PRINCIPE DI STIGLIANO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">La nobiltà, la ricchezza, il felice stato, la buona fortuna di Vostra Eccellenza inducono molti a dimandarle qualche grazia; la sua cortesia, la liberalità e l’altre sue virtù non spaventano altrui con la ripulsa, o co ’l negar de le sue risposte. Laonde alcuno fra tanti, che sono affezionati al suo nome ed al suo valore, non può essere stimato soverchiamente ardito in supplicarla, nè troppo importuno in raccomandarsele. Ed io molto meno de gli altri, perchè la mia fortuna e l’infelicità mi può far lecite tutte le cose che non sieno disgiunte da l’onestà: quanto più questa grazia, che sarà congiunta con la virtù di Vostra Eccellenza che la concede, benchè fosse scompagnata dal merito di chi la dimanda. E con tutto ch’io meriti meno di tutti gli altri per alcun servizio fattole, Vostra Eccellenza meriterà più di ciascuno in concederla a chi non l’ha servita. Però non dimando gratitudine al principe di Stigliano, ma grazia; perchè quella non si può negar senza vizio e senza riprensione, ma questa si può; e potendosi, sarà maggior la virtù di Vostra Eccellenza nel farla, che la mia nel riceverla. A lei si conviene d’esser graziosa; a me s’appartiene d’esser grato. E s’io non fossi con l’opere, sarei almeno con l’animo: ma in tutti i modi cercherò che Vostra Eccellenza non si penta d’aver fatto favore a requisizione del signor Ottavio Egizio, co ’l quale io tratto molte cose appartenenti a la mia salute, ed alcune a la commodità de’ miei studi.</p>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">A OTTAVIO EGIZIO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">A tre lettere di Vostra Signoria risponderò con una solamente, perchè non potendola superar con gli effetti, voglio ancora cederle ne la copia de le parole. Io le scrissi, che non estimo mai vergognoso il supplicare a la patria: ma ciò non basta, se non si porgon le suppliche ancora a chi le pare più conveniente. Scrivo dunque al signor don Pietro di Toledo, pregandolo che in questo negozio voglia favorirmi co ’l vicerè, in guisa ch’io conosca ch’egli non abbia dubitato de la mia volontà, e de l’animo sincerissimo, co ’l quale io le rimasi servidore, e quasi preso de la sua cortesia, la quale ivi dovrebbe esser maggiore, ove peggiore fosse la mia fortuna; perchè ne la buona e ne la prospera cercherei ogni occasion di servirlo: ma forse non debbo più sperare alcuna prosperità, nè posso. Piacemi che Vostra Signoria cominci a divenir cupido di gloria, perchè altrimente se troppo si fondasse sovra il “<foreign lang="lat" TEIform="foreign">liceat</foreign>,” crederebbe di potermi uccidere senza pena, nè stimerebbe falsa quella sentenza di Filemone: “<quote lang="lat" TEIform="quote">Soli medico et advocato occidere licet impune</quote>.” Ma questa è opinione di comedia; e ’l mio caso, per l’infelicità di tant’anni, è quasi tragico; e non manca altro che la dignità de la persona, la quale non dovrebbe sempre mancare, s’insieme non mancasse la fede a le parole. Ami dunque Vostra Signoria la gloria daddovero, e non s’inganni con l’opinion popolare, o di coloro che hanno il giudicio corrotto, perchè non è più certa gloria di quella che s’acquista co ’l giovare altrui; per la quale da gli antichi Esculapio e gli Asclepiadi furono nominati fra gl’iddii e tra gli eroi. E questa sarebbe tanto più rara, quanto avrebbe nel giovarmi minor compagnia: anzi, m’è stato nociuto finora; ed io non posso accusar altro che la fortuna. E poichè ha voluto aver il pensiero de gli avvocati, non sol quel de’ medici, giovimi doppiamente; perchè non è assai dar la vita, s’insieme non si dà il modo di vivere. Ma io non posso dissimular con la patria, che non avendo l’animo inclinato a le nozze, ed essendo quasi inabile al matrimonio, e di debole diventato impotente, penso a gli onori ecclesiastici: laonde grand’obligo avrei a cotesta nobilissima città, se m’aiutasse per quelle vie che sono più sicure, e non meno onorate.</p>
               <p TEIform="p">Ho scritto al signor principe di Stigliano, e pregherò il signor cardinale che raddoppi gli uffici. Scriverò al conte di Paleno: ma prima prego Vostra Signoria che mi proccuri quel terzo libro de le mie rime, che s’era cominciato a ricopiare; accioch’in questo almeno la sua liberalità non sia diminuita: perchè non mi riuscendo alcun altro negozio, almen questo non dovrebb’essere vano. Penserò a lo speziale, e come si possa aver obligo del mal volontario, o confessarlo almeno per ischivare altro male. Ed aspetto risposta, e quel volume di rime in tutti i modi.</p>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">A DON PIETRO DI TOLEDO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Se co ’l dimandar la vita io potessi offendere alcuno, questa offesa tanto più toccherebbe a gli altri, che a Vostra Eccellenza, quanto è minor l’obligo ch’ella ha di giovarmi: anzi dal suo lato non ci è obligo alcuno, se non quanto la pietà cristiana potesse astringerla; dal mio son tutti d’onorarla e di servirla, poichè una volta ha voluto ch’io la conosca per mio signore. E non avendo ardimento di chiederle in altro modo la vita, gliela chiedo almeno con quello che mi è posto avanti da’ medici, i quali vogliono ch’io le dimandi da vivere: ma coloro, a’ quali è destinata la morte, non hanno questo pensiero. Voglio sperare ne la pietà d’Iddio, e supplicare Vostra Eccellenza che per quelli anni o mesi di vita che m’avanzano, interponga il suo favore co ’l vicerè, acciò Sua Eccellenza si contenti che la città mi dia venticinque scudi il mese, e sottoscriva il  “<foreign lang="lat" TEIform="foreign">liceat</foreign>,” come dicono essi, ordinario. Nè questi dimando con altro obligo, che di confessarmi napolitano, e servitore di Sua Maestà; perchè gli altri sarebbono troppo gravi a la mia infermità: la quale, non essendo altro male, almeno è maninconia di molti anni; ma io dubito di peggio, e dovrei sperar meglio: e senza questo dono, difficilmente saprei come trattenermi, ed aspettare il tempo del ritorno. Il chiamerò dono, se non vogliono ch’io il chiami ricompensa per la dote materna; ed opera di carità, se non consentono ch’io la stimi di cortesia. In tutti i modi, io ne rimarrò obligato a Vostra Eccellenza, al vicerè, a la città, a’ medici, da’ quali aspetto la salute e la quiete de l’animo. Il signor Ottavio Egizio aggiungerà le sue a le mie preghiere, stimando c’a lui particolarmente si faccia questa grazia. E bacio a Vostra Signoria illustrissima la mano.</p>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">AL REGGENTE PERRICARO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">S’io non fossi tanto amico de la gloria e de la riputazione di Sua Maestà, e de la grande e felice fortuna di Spagna, quanto de la mia salute medesima, e de la quiete, non ardirei di supplicare, e non avrei osato di chieder cosa che non mi fosse offerta, o di sollecitar grazia a la quale io non fossi quasi provocato. Supplico adunque Vostra Signoria, che s’interponga fra la giustizia del vicerè e ’l riposo de’ miei studi, acciochè sia lecito a la città di Napoli il donare ad un povero suo gentiluomo, il consolare un afflitto, e il risanare un infermo; il quale non si curerebbe de la vita, se la sua morte potesse accrescer l’imperio di Sua Maestà, e la buona opinione che si deve avere de la carità di cotesti signori. Fra tutti è principalissimo il vicerè ne l’autorità, e dovrebbe esser riguardevolissimo ne l’esempio. Io avrò grande obligo a Vostra Signoria de gli effetti: ora la ringrazio che non si sdegni ch’io dimandi questa grazia co ’l suo mezzo e co ’l suo favore. E le bacio la mano.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A MATTEO DI CAPUA, CONTE DI PALENO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">S’io avessi l’ardimento eguale al modo che Vostra Signoria ha di giovarmi, non le chiederei altra grazia, se non quella ch’io sperava nel venire a Napoli; ma si può dimandare co ’l silenzio, non potendo essere ascoltato in altra guisa. Ora, di due cose la supplico espressamente: l’una, che rispondendo monsignor illustrissimo arcivescovo, al quale scrissi per mezzo del signor Giulio Larici, sia contento di mandar la lettera in casa del signor cardinale Scipione: l’altra, che mi mandi quel terzo volume di rime già cominciato a ricopiare, acciochè non disperi almeno de la mercanzia; e non le dispiaccia ch’io le abbia quest’obligo. E baci in mio nome le mani al signor suo padre.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Venezia</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Non mandai questa settimana passata a Vostra Signoria nessuna cosa di nuovo; perchè non viddi quel gentiluomo che suol portarmi le sue lettere. Ora le mando alcuni componimenti spirituali, che sono più proporzionati a la qualità del tempo in cui siamo. Non presentai la sua lettera al signor Claudio, perchè non lo trovai a le sue stanze; ma gli fu data da un cameriero di Nostro Signore, e sin’ora non gli ho parlato. S’avvicina il tempo del purgarsi: ed io sono così mal sano come fussi mai, e forse più, e quasi disperato de la salute e d’ogn’altro bene. Se ’l medico non si degnerà di venire a vedermi in queste stanze, o in altre dove alloggerò, avrei bisogno d’una camera in palazzo, nè credo che sia facile d’averla: in quelle del signor Claudio, io gli sarei d’impaccio e di fastidio.</p>
               <p TEIform="p">Sono ancora occupatissimo ne la revisione de le mie rime; e vorrei in tutti modi trovar questi cento ducati, per dar principio a la stampa, avendo ferma opinione che di sì gran volume se ne ritrarrebbono molto più, co’ privilegi, ed agevolmente: altrimente sarò costretto di ritornarmene a Napoli, non solo persuaso. Se Vostra Signoria non è arricchita, com’io credeva, non posso avere ardimento di pregarla che dia aiuto ad un povero gentiluomo infermo e perseguitato da la fortuna. Ebbi da maestro Gasparro Ruspa la Somma di San Tommaso: però non dimando a Vostra Signoria la perla; ma il sigillo mi sarebbe stato carissimo, con una de le mie imprese. E bacio a Vostra Signoria la mano. Da Roma, il 18 di marzo del 1589.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1110</head>
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                  <salute TEIform="salute">A FERDINANDO MEDICI, GRANDUCA DI TOSCANA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io ho scritto a Vostra Altezza alcune volte supplicandola; ma quella risposta che non si poteva negare a la mia affezione, fu negata a la fortuna. Mi doglio non solamente che le colpe degli altri mi facciano parer colpevole; ma ch’io sia disgraziato per l’altrui grazia, e che niun merito mio mi possa far degno de la protezione di Vostra Altezza e de la sua usata cortesia. Ma non perdo in tutto l’ardire, bench’io abbia perduta la speranza; poich’è cessata una di quelle cagioni le quali mi spaventavano di scriverle. Io in tutte le parti ho cercato ch’ella conosca la mia devozione, e non così occultamente che non se ne potesse avedere; e la maggiore di tutte l’altre mie sciagure è stata, che la mia intenzione fosse interpretata altrimente: ed ora non posso manifestarla quanto vorrei. Ma se nel supplicar più che nel lodar si mostra la riverenza, e la fede più nel chiedere che ne l’offerire; io la supplico di nuovo, che mi faccia meritevole de le sue raccomandazioni ne l’infermità e ne la povertà; e gliele dimando in grazia. L’un male è gravissimo, almeno molestissimo; a l’altro può agevolmente rimediare con l’autorità, scrivendo in mio favore al signor don Pietro di Toledo. Si tratta co ’l mezzo di Sua Eccellenza, ch’io abbia trenta scudi da la città di Napoli, per ordinaria provisione del mese; la qual non mi spiacerebbe, senza l’obligo: ma essendovi il carico, io conosco le medesime difficoltà che conosceva nel servizio di Vostra Altezza; anzi tanto maggiore, quanto sono meno atto a le fatiche. Laonde sarei costretto a rifiutar le condizioni offerte; e ricusandole, non posso esser se non importuno in supplicar che mi sian dati duo o tre mila scudi de la dote materna. Gran cortesia mostrerà il signor don Pietro aiutandomi in questo negozio; e direi gran giustizia, se a lui s’appertenesse di farla: però non dubito di pregar Vostra Altezza che si degni di raccomandare in causa giustissima un suo devotissimo servitore. La prego ancora, che voglia scrivere al signor Giulio Battaglino, e comandargli quel che stima conveniente; ma tanto me ne prometto, quanto del signor Bernardo Maschio, ch’è informatissimo del negozio. Ma la grazia di Vostra Altezza può supplire a tutte le imperfezioni de la mia fortuna. E le bacio la mano. Da Roma, il 27 di marzo del 1589.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL CARDINALE FRANCESCO MARIA DEL MONTE. Firenze</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Di niuna cosa mi sarei più doluto che de la partita di Vostra Signoria illustrissima, s’ella non fosse andata a Fiorenza. Ma poichè può tanto favorirmi con la presenza appresso cotesto serenissimo principe, quanto io non saprei chieder con le mie lettere, spero c’almeno sarò consolato di questo dolore, benchè non fossi ristorato d’altro danno. Dal cardinale de’ Medici ho desiderate tutte le grazie ch’egli potesse farmi, ed io ricevere: ora ch’è fatto granduca di Toscana, non dovrebbe in Sua Altezza esser diminuita l’autorità di giovarmi, ma cresciuta con la potenza. De la buona volontà non dovrei dubitare, non essendo ne la mia alcun fallo. Ma dove mancasse il mio merito, o l’altrui grazia, potrebbe supplire quella di Vostra Signoria illustrissima; perchè non si chiamerebbe il suo favore, ma debito, se fosse impiegato in persona meritevolissima. Se manca, dopo la cognizione di molti anni, cosa alcuna a l’intrinsichezza, non dee mancare a la sua cortesia. Nel mio negozio di Napoli non posso esser tanto importuno, quanto mi bisognerebbe, perchè scrivo con poca speranza di salute, e con molto sdegno de la mia fortuna; e tutte le risposte potrebbono esser tarde con le grazie. Per esser raccomandato al papa, è prima necessario ch’io sia raccomandato al granduca. L’uno sarà ufficio convenevole a la bontà di Vostra Signoria illustrissima; l’altro, a l’autorità di Sua Altezza.</p>
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               <head TEIform="head">1112</head>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non credeva c’alcun accidente del mondo mi potesse contristare; così duro callo aveva fatto al dolore: ma per l’avviso de la morte di monsignor Cristoforo Tasso io mi sono avveduto, che son più tenero che non pensava; così fieramente m’ha trafitto il cuore e l’anima. Ne la fanciullezza io gli fui non sol parente, ma compagno ed amico cordialissimo; ne l’età matura tanto si strinse l’amicizia, quanto si rallentò il parentado. In questa, ch’io posso chiamar decrepita, altrettanto per la sua morte, quanto per la mia infermità, m’è mancata l’ultima speranza, e quasi l’ultima àncora. Laonde io veggio la navicella de la mia vita a correr per perduta; e s’ella non affonda tra Scilla e Cariddi, o non rompe ne le sirti affricane, sarà gran misericordia di Nostro Signore. Non più di questa materia, perch’il pianto m’abbonda più de l’inchiostro; benchè trovando serrata l’uscita per gli occhi, gocciola sul cuore e su l’altre interiora.</p>
               <p TEIform="p">Piacemi d’aver inteso che ’l reverendo don Eutichio abbia avuta la copia di que’ libri; la qual mi sarebbe necessarissima, perch’io non son atto a la fatica di ricopiare: ma oltre ciò, Vostra Signoria mi farebbe grazia singolarissima a mandarmi la copia de l’altre mie composizioni, e particolarmente de’ dialoghi. Si condoglia a mio nome co ’l signor cavaliere, e co ’l signor Ercole de la morte del fratello; e viva ne la grazia del Signore. Di Roma, il sabato santo del 1589.</p>
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               <head TEIform="head">1113</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A CURZIO ARDIZIO. Pesaro</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Maggior felicità sarebbe stata la mia, e maggior lode di Vostra Signoria, ch’ella prevedendo il mio bisogno avesse con la sua cortesia prevenute le mie preghiere. Ma non sarà mica picciolo il mio obligo, o ’l suo merito, s’almeno i miei prieghi faranno con lei qualche effetto. Sono in Roma, e tanto mi piace la stanza, quanto mi doglio de la mia fortuna, perchè poche speranze m’avanzano, oltre quelle di Napoli. Ma sarà molto malagevole ch’io possa tornarvi a la quiete de’ miei studi; o, standone lontano, veder il fine d’alcun negozio. Il signor duca vostro può favorirmi per la via di Spagna; ed io ne l’ho supplicato: il granduca similmente. Ma per lo parentado ch’è fra ’l signor don Pietro di Toledo e Sua Altezza, tutte le cose le saranno più facili. Potrebbe ancora comandare al signor Cammillo de’ Medici, c’accettasse la mia procura, e spedisse la lite. Non ho con Sua Altezza altro mezzo del signor cardinale del Monte; ma sinora non ho avuta risposta, benchè il signor cardinale promettesse di procurarmela. Prego Vostra Signoria che in questa occasione voglia aiutarmi quanto può, acciochè la cortesia di quell’illustrissimo signore sia conforme a le sue parole.</p>
               <p TEIform="p">S’io avessi non dirò danari, ma vita abbastanza, penserei di passare e di ripassare il mare. Non m’essendo ciò conceduto da la mia fortuna, non vorrei trovare intoppo nel passare e ripassare questi nostri monti; nè mi piacerebbe che la peregrinazione avesse altri confini del mare Adriatico o del Tirreno; e s’io potessi fra questi termini ancora ristringere la mia fama, stimerei d’aver minore impedimento a la vita quieta; la qual di gran lunga dovrebbe esser anteposta a l’ambiziosa, non dico da me solamente, ma da coloro che spiegano felicemente le vele de l’ambizione al vento de la fortuna. A me sia porto la filosofia, e sia quello appunto ch’io descrissi nel mio dialogo. Attendo a’ miei studi quanto posso, ma son impedito da l’infermità e da la povertà: laonde ho conchiuso, che sia assai vero quel detto, che “<quote lang="lat" TEIform="quote">prius oportet ditari, postea philosophari</quote>;” e s’io fossi ne la dottrina simile a Talete, penserei di arricchire così co ’l vino, come egli fece con l’olio.</p>
               <p TEIform="p">Ne la stampa de l’opere mie dovrei aver qualche speranza, se mi fossero conceduti i privilegi; perchè vendendosi a mio modo, se ne potrebbono ritrarre molte centinaia di scudi: nè già penserei di vendere il tasso per cedro, come facevano i mercanti d’Ida, ma il tasso per tasso: laonde, per la sincerità almeno, mi si dovrebbe prestar credenza. Io ho scoperti al signor Ardizio molti miei pensieri, e quasi disegni de la vita contemplativa. Aiutatemi a viver molto ed a scriver poco, acciochè l’obligo non sia breve come la vita; ma perpetuo come le composizioni fatte accuratamente. E le bacio le mani.</p>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">AL PADRE INQUISITORE DI VENEZIA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Bench’io dovessi fidarmi altrettanto del giudicio di Vostra Paternità quanto de l’amorevolezza; nondimeno, essendo state tutte l’opere mie divolgate con molto mio dispiacere, senza ch’io abbia potuto rivederle, ormai mi dovrebbe esser fatta grazia ch’io potessi prima rileggerle e, se n’avessero bisogno, ricorreggerle, e poi ristamparle: ne la qual grazia stimo che sia contenuta quella ancora di più lunga vita. Non so s’appartenga al medesimo ufficio di provedere a la salute ed a la fama: e se in ciò sono troppo molesto, prego almeno Vostra Paternità che voglia fare in guisa, che queste escano fuori con qualche mia sodisfazione; e sarebbe impossibile ch’io, non rivedendole, me ne sodisfacessi. E le bacio la mano. Di Roma, il 10 d’aprile del 1589.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Venezia</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Caro m’era stato il primo aviso che Vostra Signoria fosse stato raccolto ne l’Academia de gli Olimpici, così onoratamente, e con applauso universale di tutti quei signori academici, come da alcuni communi amici m’è stato detto e scritto: ma il secondo, de la sua venuta a Roma, mi è carissimo oltra tutti gli altri; perchè senza il suo aiuto non so come spedir questo negozio de le stampe. L’opere son molte, e tra le nove e le rinnovate non si potranno negare i privilegi, particolarmente de’ commenti sovra le rime. De’ ventiquattro ducati, de’ quali maestro Gasparro Ruspa è debitore, avrei gran bisogno al principio di questo maggio, non mi essendo dato altro aiuto. Io posso dolermi poco meno de la cortesia de’ prencipi, che de la giustizia: piaccia a Dio ch’il supremo di quelli che ci vivono in questo mondo, voglia dare esempio a gli altri. Frattanto la prego che mi faccia pagar questi ventiquattro ducati, acciochè gli effetti de la solita liberalità del mio signor Costantino verso di me, mi facciano parer men duro l’aspettare ciò che saranno per partorire tante altre speranze che mi son date. Co ’l seguente corriero ordinario le manderò qualche mio componimento, quasi un’arra de la mia buona volontà, o un pegno de la mia fede. E le bacio la mano. Da Roma, il 12 di aprile del 1589.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A MONSIGNOR ANNIBALE DI CAPUA, ARCIVESCOVO DI NAPOLI. Venezia</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">La distanza di tanti paesi e di tanti regni ha fatto più tardo quel dono che Vostra Signoria illustrissima s’è degnata di farmi; ma non men grato, perchè n’ho avuto l’aviso in Roma, dove ho quest’obligo a lei solamente: ma in Napoli poteva esser per simile occasione obligato a molt’altri. Io la ringrazio, e la supplico che non mi faccia vergognare con lo scusarsi: perchè a me convenivano tutte le scuse; a Vostra Signoria illustrissima, molto prima, tutte le lodi: ma io mi sono scusato poco di cosa, de la quale molto mi sono ramaricato, per non rinovar la memoria del mio dolore. Rinoverò più volentieri quella de la sua cortesia, a la quale era poco il superar l’impedimento del luogo, se non superava similmente quello de la mia fortuna, che mi fa poche volte degno di simil grazia. Il dono di Vostra Signoria illustrissima, che è signore molto liberale, ma di giudizio non inferiore a la liberalità, è una certa sorte d’onore; laonde io non poteva rifiutare il suo presente, ch’insieme non rifiutassi questo onore, e questa cortese dimostrazione de la sua stima: e bench’ella non avesse avuto riguardo ad altro che a la mia infelicità, non dovrei esser men consolato de la sua pietà che de la cortesia. Ma in quel c’appartiene a la dote di mia madre, la ringrazio che faccia publicar la scommunica; e la prego che in quella città, dove Vostra Signoria illustrissima ha eminentissimo grado, la sua autorità mi sia in vece di viva legge; perch’io in vero non entrai in questa speranza di ricuperarla, se non per lettere di mia sorella e d’altri, che scrivevano esser mia per giustizia: laonde, s’io non avessi altra ragione, almeno ho questa. Ma se crediamo a l’autorità d’Eusebio, niuna legge dee concedere che si dica la bugia ne la città, se non a chi è amico de la verità, per altrui giovamento, e per necessaria commodità: e de la medesima opinione furono prima di lui Platone, Diogene, e molt’altri; e da poi san Girolamo, che, se fosse pur senza alcun altro, potrebbe valerci per molti. Ma io sin’ora di questa promessa non ho ricevuto altro che danno ne la salute, ed incommodo ne l’altre cose: e quando non potessi ricorrere a la giustizia, rifuggirei a la clemenza ed a la misericordia; stimando che più dovesse giovarmi la verità ch’io dico, ne la vita e ne l’onore, che non m’ha nociuto la falsità de gli altri. Voglio nondimeno credere, che fosse giusto quel che mi scriveva; e ne sarei certo, se al mio parere fosse conforme quel di Vostra Signoria illustrissima, la qual può non solo interpretar le leggi, ma emendare il soverchio rigore in quei casi che dal legislatore non possono esser proveduti, e farle di nuovo con la sua profonda e cristiana dottrina, se fosse necessario. E perchè è giusto, come parve a Demostene, aver compassione di coloro c’a torto sono infelici, non m’avendo negata questa giustizia, spero che non me ne debba negar alcun’altra; ma da lei si debbano sperare ancora le grazie. La supplico, dunque, ch’in tutti i modi voglia aiutarmi in questo negozio, ed avere la mia salute per raccomandata: perchè molti saranno, oltre monsignor suo vicario, a’ quali non solo piacerà di seguire il suo esempio, ma d’obidire a’ suoi comandamenti. E s’io non potessi impetrar questa grazia con le mie parole, cercherei d’impetrarla con quelle di mia madre, quasi risuscitandola dal sepolcro, acciochè ne sia nutrimento al figliuolo infermo, e quasi invecchiato ne l’infermità, da quella città dov’ella si morì assai giovane.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL CAVALIER ENEA TASSO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non posso tanto dolermi con Vostra Signoria per la morte di monsignor Cristoforo suo fratello, quanto mi doglio fra me stesso; nè consolare altrui, avendo io bisogno di consolazione. Nè scrivo per dimostrarle l’affanno ch’io ne sento, perchè o la mia affezione non ha bisogno di testimonio, o questa lettera non è bastevole. Nè penso di lodarlo quanto l’amai, o quanto egli meritò; perchè i suoi meriti furono quasi infiniti, come il mio amore: laonde la morte, ch’è termine di tutte le cose, non può terminarlo. Ma le lodi di quel virtuoso prelato dovrebbono aver qualche meta, non dico ne la lunghezza del tempo, perchè vorrei che fossero perpetue, ma ne l’ampiezza de le mie scritture. Mai niuna morte mi fu più acerba, perchè non estimai alcuno più degno di lunga vita o d’immortalità. Ora il suo morire fa ch’io pensi a me stesso, e a la partenza di questo mondo. Perciochè essendo gli studi i medesimi, e simile la complessione, l’età quasi l’istessa, e l’infermità non molto diversa, non può essere molto diverso il fine. Egli mi precorse, e mi fece quasi la strada nel venire in questa vita; ora con la sua santa e cristianissima morte m’insegna come si debba morire: perchè, se ’l morire è accidente de la fortuna o effetto de la natura o volontà d’Iddio, il ben morire è nostra elezione e sua grazia. Non può la sua morte esser dissimile da la vita: la vita fu lodevolissima; tal conviene che sia la morte. Questo è suo merito: ma ch’ella sia lodatissima, s’appartiene a la carità de gli amici e de’ parenti e de’ fratelli. Io, che sono stato fra gli ultimi a piangerlo per la distanza del luogo; per la debolezza de l’ingegno, e per gli altri impedimenti de la fortuna, sarò fra’ più tardi a lodarlo. Frattanto, quasi pentito di quel che le aveva scritto da principio, prego Vostra Signoria che si voglia consolare con l’esempio de’ prudenti, e con la sua prudenza medesima, con la quale ha superato molti casi de la fortuna: e pensi, che questa vita è simile ad una fiera solenne e popolosa, ne la quale si raccoglie grandissima turba di mercanti, di ladri e di giocatori: chi primo si parte, meglio alloggia; chi più indugia, si stanca, e miseramente invecchiando, divien bisognoso di molte cose; è molestato da’ nemici, è circondato da l’insidie; e al fine, muore infelicemente. Da morte sì fatta assicura Vostra Signoria la sua virtù: io de la mia non posso tanto confidarmi, e sono spaventato da la mia fortuna: però estimo d’aver perduto molto in monsignor Cristoforo; e il danno è sol ristorabile con l’amorevolezza di Vostra Signoria. Ella a l’incontro troverà in me l’affezione del fratello, benchè in vano potesse desiderar la dottrina, la prudenza, il consiglio, la gravità, la costanza. Ma se la perdita non fosse gravissima, non avrebbe Vostra Signoria così bella occasione da mostrar la sua virtù; con la quale si può consolare e co’ fratelli e co i figliuoli, che ne sono eredi: ma soprattutto la consoli il Signore Iddio, ch’è il vero consolatore. A me, se le pare, per memoria del fratello si degni mandare quel libro de l’imagini di Casa d’Austria, che altre volte gli dimandai; e voglia ch’io sia partecipe di questa eredità d’affezione, di benevolenza, di gratitudine. E le bacio le mani. Di Roma, il 22 di aprile del 1589.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL CARDINALE SCIPIONE GONZAGA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Gran miseria veramente è l’esser dal padrone abbandonato ne la necessità, da l’amico ne l’avversità, dal medico ne l’infermità! Ma io non voglio ora turbar l’animo di Vostra Signoria illustrissima con le querele de l’amicizia e de la servitù, nè farle quasi parte di tante mie tribulazioni, avendolo ella a me negato di molte sue prosperità. Nondimeno, in quel che appartiene al medico ed a le medicine; io non posso tacere il dolore, nè dissimulare l’ingiuria; nè soffrire il disprezzo; ma prego Vostra Signoria illustrissima che voglia con pazienza legger questa lettera, poichè non ha voluto in questa materia ascoltarmi più lungamente.</p>
               <p TEIform="p">Fu opinione de gli stessi eretici, de’ novaziani dico, il negare l’indulgenza e la medicina; laonde quella medesima Chiesa, la quale escludendo questa e tutte l’altre eresie, raccoglie me, che di tutte sono acerbissimo nemico, dee senza dubbio concedere il perdono e ’l medicamento. “<foreign lang="lat" TEIform="foreign">Non dicit familia tua, Sana sum, medicum non requiro: sed dicit, Sana me, et sanabor; salva me, et salvabor</foreign>.” E s’io, com’è piaciuto a Vostra Signoria illustrissima, sono parte di questa famiglia, posso pregar per tutti; e per gli altri pregando, non debbo solo essere ne la malattia trascurato, e quasi a la discrezione de la fortuna conceduto. Altrimenti, sarei simile a quel semivivo che fu lasciato ne la strada dal sacerdote e dal levita, e raccolto dal samaritano. Ma debbo aspettare il samaritano che mi curi con l’olio e co ’l vino? E chi vorrà esser simile al samaritano? poichè molti son somiglianti a’ novaziani.</p>
               <p TEIform="p">Ma la venuta del medico, che in questo punto ha interrotto il corso de la mia lettera, non ha mutato il proponimento di scrivere a Vostra Signoria illustrissima. Dico, adunque, che scaccia il platonico i medici, gli scaccia il romano, gli scaccia l’eretico; ma con diversa intenzione: avvegnachè quella de’ filosofi e de gli uomini civili non fosse molto da riprendere; ma perversa e pessima fu quella de l’eretico. Ma nè ’l platonico nè ’l romano nè l’eretico discaccia gl’infermi. Potrà, dunque, l’infermo esser discacciato da la Chiesa? E s’ella non esclude gl’infermi, come può escludere i medici? Se Cristo è il medico; chi esclude i medici, esclude Cristo medesimo. Molto meglio sarà scacciar la perversa opinion di coloro i quali hanno voluto introdur questo errore ne la Chiesa; e di negar la medicina, ch’è pessimo errore; o di contaminarla, ch’è pessimo tra’ pessimi. Oserei di nominarli, perchè “<foreign lang="lat" TEIform="foreign">ubi spiritus Domini est, est libertas</foreign>;” nè dovrei però temer in Roma d’esser prigione o servo: ma voglio che mi sia quasi freno il rispetto de l’antica servitù, e la memoria d’alcun favore in altro tempo ricevuto. Fui grato, e sarei volentieri; ma la necessità mi costringe a far quello che molti anni sono doveva far per elezione: e mi spiace d’esser con gli altri ad usar quel comune proverbio: “<quote lang="lat" TEIform="quote">Honora medicum propter necessitatem</quote>.”</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1119</head>
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                  <salute TEIform="salute">A ***</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io ho lodato non tanto faticando in trovar cose molto esquisite, quanto in non tacere alcuna de le vere, le quali niuno leggerà più volentieri di Vostra Signoria illustrissima, perchè niuno è più amico de la gloria di que’ principi e de la grandezza. Laonde prego Iddio, che per sua divina grazia faccia i miei prieghi accettevoli, come questa picciola orazione.</p>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">AL CARDINALE FRANCESCO MARIA DEL MONTE. Firenze</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non so ancora se ’l granduca si sdegni ch’io gli dimandi alcuna grazia, o se Vostra Signoria illustrissima voglia ch’io supplichi per altro mezzo. Ma qualunque fosse di queste due cose, niun maggior dolore potrei sentire ne le mie avversità, perchè la mia disperazione sarà congiunta con la disgrazia di Sua Altezza, e la mala sodisfazione co ’l disfavor di Vostra Signoria reverendissima. Sono povero ed infermo, e forse più vicino a la morte di quel che stimo io medesimo: ma la povertà, che per tutte l’altre cagioni non mi peserebbe soverchiamente, m’è troppo grave per esser impedimento de la medicina. Supplico dunque Vostra Signoria illustrissima, che mi favorisca con questi fortunati medici: ed acciochè possa farlo con buona occasione, le mando una mia picciola composizione, la qual di lettera è divenuta orazione; non come dice Orazio, “<quote lang="lat" TEIform="quote">si amphora coepit institui, currente rota, cur urceus exit?</quote>” ma più tosto in quella guisa che la malva e la bieta fanno quasi i rami, e si mutano ne la figura de gli alberi. Pensi Vostra Signoria illustrissima, che tutto quello che da me fu scritto al cardinal Gonzaga, sia scritto a lei medesima; perchè questa di Roma è una corte sola, benchè sieno molte le cose. Laonde io non muterei agevolmente fortuna per mutar abitazione. Nondimeno la ricerco, e vorrei trovarla tale ch’io potessi rallegrarmene. Mi pare quasi passato il tempo d’andar a’ bagni di Pozzuolo o a gli altri; nondimeno potrei mutar opinione, se ’l granduca mi favorisse con sue lettere. Io pensava di mandarle qualche mio componimento questa settimana: ma in tutte le mie azioni son tardo; e se non sono prevenuto da l’altrui grazie, la mia favola è finita. Per vivere mi son necessari tutti i rimedi, e non ardisco di chiederli a Sua Altezza; ma non posso dubitar di pregarne Vostra Signoria illustrissima, cui bacio la mano.   </p>
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                  <salute TEIform="salute">A CURZIO ARDIZIO. Pesaro</salute>
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               <p TEIform="p">Non so s’io mi ricorderò di rispondere a tutte le parti de la lettera di Vostra Signoria; perchè, da poi che io l’ebbi letta, la riposi ne la saccoccia, nè so quel che ne sia avvenuto. Comincerò, adunque, di rispondere a le cose che meglio mi ricordo. Il primo mio desiderio sarebbe di avere un servitore giovane: ma non posso fargli le spese; ma avrò qualche scudo da pagarlo. Vorrei che per qualche mese venisse a servirmi; e la pazienza sarebbe vicendevole: la sua, di servire un povero ed infelice gentiluomo; la mia, di non potergli comandare tutte le cose, e di tollerarne molte. Il secondo desiderio sarebbe, come scrissi a Vostra Signoria, l’uscir di miseria e di questa stanza: ma in questo non può aiutarmi senza il favore del granduca, o del signor duca suo. M’aiuti dunque nel primo, e faccia che questo servitore mi sia trovato in tutti i modi dal signor suo fratello. Non dimando che sappia scrivere; nè alcuna di quelle cose che concernerebbono il secondo capo: ma se è lecito di rientrare nel medesimo proponimento, io desidero che alcuno di questi principi o mi aiutasse a vincere questa benedetta lite, o mi donasse altrettanto. Di questa materia non si può scrivere senza gran confidenza, però mi perdoni se io ho troppo confidato; e mandi l’inchiusa al signor cardinal del Monte. Da Roma, il 3 di maggio del 1589.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Venezia</salute>
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               <p TEIform="p">Conosco l’imperfezione de la mia natura, e la malignità de la mia fortuna in tutte le cose, e particolarmente ne le occasioni ch’io perdo di far servigio al mio signor Costantino. Avrei mandato subito a Vostra Signoria i sonetti che disidera, s’io potessi fare alcuna cosa presto e bene; ma il farle tardi e male, è troppo grande infelicità: però prego Vostra Signoria che compatisca a le mie miserie. Quest’altra settimana sarà da me servita, com’io posso, se la mia fortuna non mi spinge a Napoli contra mia voglia per questo viaggio, ch’è quasi un mare de le aversità: e confesso il vero, che s’io credessi di pigliar porto, non tornerei; ma non avendo alcuna speranza di quiete, se mi fosse necessario l’andare, prego Iddio che mi conceda grazia di ritornare. Ho fatta la prima medicina; per la quale, benchè non siano più di quattro o cinque fogli di carta, ho perdute tutte le speranze ch’io aveva nel signor don Cesare, ed in quel mondo di là: non ho guadagnato cosa alcuna co ’l granduca di Toscana, o almeno co ’l signor don Giovanni. A la seconda medicina Iddio m’aiuti: altrimente sarò costretto ad andare elemosinando sino a Loreto, o al più sino a Pesaro. Vorrei che le porte di quella città fossino per me le porte Caspie. Non penso più di rivedere il Dolo, nè Lizzafucina.</p>
               <p TEIform="p">Per la stampa de le mie rime sono assai sollecito: se fossi certo che si contentassero di stamparle in Fiorenza, l’avrei mandate. De’ cento scudi la ringrazio, se verranno a tempo. Al cardinal de’ Medici baciate in mio nome le mani, e ditegli che mi perdoni, se spesso mi scordo di chiamarlo con altro nome. Al cardinale del Monte vorrei esser raccomandato. Aspettava risposta; ma dopo pranso, con la testa piena di fumi e di crapula, come vuole la mia maninconia e la disperazione, non posso scriver più lungamente: ma per dimestichezza scriverò una breve facezia. Il Pigna, disperato de’ suoi amori, volendo morire (com’egli diceva), si faceva portare un secchio d’acqua fredda, e beveva quanto poteva. Io, similmente disperato de’ miei, dimando in grazia, per morir con men dolore, una botta o un barile, ma d’argento: se la dimanda si può fare al granduca, mi rallegrarò di non aver avuta in questa dimanda repulsa, come in quella de la coppa. E bacio a Vostra Signoria la mano. Da Roma, il 4 di maggio del 1589.</p>
               <p TEIform="p">Aspetto, quando così Vostra Signoria voglia, i cento scudi; i quali m’obligo di restituire senza alcuna contradizione, o con le stampe, o con la lite, o co ’l testamento.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Venezia</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ieri diedi risposta a Vostra Signoria quasi tumultuariamente; nè oggi rispondo con animo assai quieto. Le mando nondimeno il sonetto chiestomi: non so se egli sarà migliore o peggior de gli altri: a l’altre cose risponderò con maggior commodo. Non so trovar chi mi faccia questo benedetto segno. Aspetto sue lettere. E le bacio la mano. Da Roma, il 6 di maggio del 1589.</p>
               <p TEIform="p">Scriverò a la signora Campiglia questo altro ordinario. Prego Vostra Signoria che faccia scrivere, o parlare in mia raccomandazione al medico del papa.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A ENEA TASSO. Bergamo</salute>
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               <p TEIform="p">Volesse Iddio che Vostra Signoria non avesse bisogno de le mie consolazioni, o ch’io avessi potuto consolarla; perchè senza fallo m’avrebbe trovato in questa parte così pronto, come sarei in ogni altra cosa per suo servizio. Ma Vostra Signoria sa la mia fortuna, quando non sapesse alcuna altra cosa di quelle che mi sono più moleste: però mi scusi. La ringrazio che non abbia voluto disprezzar la mia lettera, quasi testimonio de la mia affezione, qualunque egli sia; e se per questa cagione ha voluto publicarla, mi rallegro che sia manifesta la mia volontà: mi dolgo nondimeno ch’ella non sia intieramente conosciuta; ma io a l’incontro dovrei desiderar quelli de la sua cortesia.</p>
               <p TEIform="p">I miei negozi nel regno di Napoli, poichè non posso chiamarli liti, sono in quel termine che Vostra Signoria può facilmente esserne informata; e per ispedirne alcuno, mi potrebbe esser necessaria l’opera de’ magnifici Grassi, suoi nepoti. Ne l’abitazione di Roma io trovo molte difficoltà; ma non voglio parer soverchiamente noioso a monsignor illustrissimo Albano, nè a Vostra Signoria dar nuovo fastidio: ma le bacio la mano. Da Roma, il 13 maggio del 1589.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A ZANOBI SPINI. Firenze</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non so chi debba più vergognarsi, o io di richiedere a Vostra Signoria tante volte que’ dieci scudi ch’io le prestai, o Vostra Signoria di negarmi tuttavia risposta. Ma se dobbiamo vergognarci ambodue, non vorrei almeno che la vergogna fosse publica, poichè l’obligo fu secreto. Non mi pento nondimeno, che non avendo voi voluto farmi dare questo verno panno per un ferraiuolo, mi faccia dare questa state ciambellotto, o altra cosa sì fatta; ed accusi la mia fortuna di questa importunità, o la sua medesima. Se le parrà di pagare il debito, sarò trovato in casa del signor cardinale Scipione. E le bacio la mano. Da Roma, il 15 di maggio del 1589.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Firenze</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">L’aspettazione de le vostre lettere m’ha trattenuto più lungamente ch’io non pensava. Non sono andato a’ bagni d’Ischia o di Pozzuolo, nè penso di venire a questi di Toscana senza la grazia del granduca. Da poi, volentieri avrei baciate le mani a Sua Altezza; ma il viaggio di Fiorenza mi par quello del Cairo: nè considero tanto la lunghezza, quanto i pericoli e gli impedimenti. Vorrei almeno esser sicuro de la libertà; ed a niuno più che a Sua Altezza si converrebbe di concederla ad un mio pari. Senza questa condizione, non posso diliberare alcuna cosa, di quelle particolarmente c’appertengono al negozio de le mie stampe. Mando a Vostra Signoria una breve supplica, da presentare a Sua Altezza. Pensava mandar questa settimana una canzona ne le nozze del nipote; ma l’infermità de l’animo e del corpo, e la mala sodisfazione di tutte le cose, e di me stesso, m’ha ritardato: in tutti modi voglio tentare se possa giovarmi il favor di questo signore.</p>
               <p TEIform="p">A la grazia di Sua Santità sono chiuse tutte le strade, ed a l’audienza similmente: laonde non posso dolermi quanto basta de la fortuna, del mondo, de’ tempi, e del nome de l’amicizia, del quale a’ nostri giorni molti si vagliono per ingannare altrui. Continovo nondimeno nel proponimento del viver libero senza indegnità, quanto mi sarà conceduto: e s’alcuno fosse che pensasse di negarmi questa ultima sodisfazione, stimerei c’usasse un modo di pietà a togliermi la vita; nè so se sia molta differenza fra il toglier la vita e ’l negar la sanità: però fra tutte le cose che mi affliggono, molestissima m’è la dissimulazione de’ medici. Quel del papa non ha voluto farmi degno d’una visita: ed io non ho potuto ritrovarlo ne le sue stanze, se non una volta solamente in due mesi.</p>
               <p TEIform="p">Maestro Gasparro questa mattina è venuto a trovarmi, per voler da me sei scudi di tre tomi de la Somma di san Tomaso, de la quale dimandava tanto, benchè avessero la giunta di due altri: da poi, avendosi fatti restituire i due, non so come chiede il medesimo prezzo, con l’esempio de la Sibilla; ed io, se mi risolvessi a pagarlo, non gliene darei se non quattro. Ma prego Vostra Signoria che almeno mi toglia questa noia, non potendo far ch’egli mi paghi gli altri venti: i quali, s’io volessi fermarmi in questa casa, o se potessi, mi sarebbono necessari per vestire: pensi Vostra Signoria di quanto maggior somma avrei bisogno in ogni mutazione. L’opere di Scoto mi sarebbono state carissime, e quelle di Galeno necessarissime, perchè io vivo in mille umori malinconici. Quello che accresce la malinconia, è la difficoltà del far versi: e se i dialoghi non m’aiutano, son quasi disperato.</p>
               <p TEIform="p">Vostra Signoria deve avere avuto dal Ruspa i duo sonetti ne le nozze, ne le quali io sarò l’ultimo a farmi sentire; perchè mi doglio de la povertà de l’ingegno, nè so imaginare cosa eguale a quella ch’io scrissi (ma nel libro de la mente) quando prese moglie il duca di Savoia. Mi sforzerò nondimeno che ’l granduca conosca, ch’io disidero d’essere raccolto particolarmente ne la sua protezione. L’aiuto di Vostra Signoria m’è necessario a vivere, ed a morire meno infelice: però me le raccomando; e la prego a baciar le mani in mio nome al signor Ammirato. Da Roma, il 16 di maggio del 1589.</p>
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               <head TEIform="head">1127</head>
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                  <salute TEIform="salute">A FERDINANDO DE’ MEDICI, GRANDUCA DI TOSCANA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Quanto io son meno atto e per natura e per costume a prender l’occasioni, tanto ho maggiore speranza de la grazia di Vostra Altezza; perch’ella dovrebbe esser conforme a la mia affezione, la quale non consiste in cosa momentanea, ma perpetua. La supplico, adunque, che mi perdoni se ne la venuta del signor don Virginio suo nipote, e ne la partenza del signor cardinale del Monte, io non ho saputo far altro che raccomandare a Vostra Altezza me stesso e ’l mio negozio. Spero di riconoscere nel granduca di Toscana il cardinale de’ Medici; perchè queste mutazioni, qualunque sieno, de la fortuna, non deono essere de la natura.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Firenze</salute>
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               <p TEIform="p">Grave querela devrei far de l’amicizia; più grave de’ costumi e de’ tempi; gravissima de la mia fortuna, perchè non sono stato fatto degno d’una visita del medico del papa: ma questa occasione de le nozze, benchè per me passi invano, può in qualche modo por freno a le mie querele ed a’ rammarichi. Mando a Vostra Signoria il sonetto che mi dimanda; e la prego che mi risolva: e presenti (se le pare) a Sua Altezza una supplica per lo privilegio de le mie opere. Il signor don Virginio sino a quest’ora avrà veduta la canzona. Mi doglio di non poterle mandare una piccola orazione in lode di codesti serenissimi prencipi; ma non ho chi m’aiuti a far cosa ch’io voglia. Farò qui fine, perchè la medicina non consente ch’io sia più lungo. E le bacio la mano. Da Roma, il 17 di maggio del 1589.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Firenze</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io sono ancora sospeso per la tardanza de le risposte di Vostra Signoria, e molto più per quella de la sua venuta; perchè non pensando di venire a Roma, bisogna ch’io faccia nuove diliberazioni, non solo senza il suo aiuto, ma senza il suo parere ancora. I cento scudi mi sarebbono stati quasi occasione del medicarmi: ed io subito avrei mandato a Vostra Signoria qualche nuovo componimento ne le nozze del granduca e del duca di Bracciano; ma in questa irresoluzione ed inquietudine d’animo, non ho fatto ancora cosa alcuna. Da maestro Gasparro Ruspa non ho aviso di lei, nè da questi marchigiani suoi paesani ed amici; e molto meno da questi di casa, a’ quali ho raccomandate due lettere perchè l’inviassero a Fiorenza. Prego Vostra Signoria che mi dia risposta in tutti modi: questa raccomanderò al signor Crescimbene suo cugino. E le bacio la mano. Di Roma, il 19 di maggio del 1589.</p>
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                  <salute TEIform="salute">ALL’ABATE FRANCESCO POLVERINO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vostra Signoria m’obliga troppo con le sue cortesi lettere; ma io non posso corrispondere con gli effetti a la cortesia de le parole, perchè ho molti impedimenti; ma niuno maggiore de la mia infermità e de la mia fortuna. Questa settimana non mi posso spedire per venire a Napoli: di quest’altra son dubbio; e deliberando di venire, mi doglio di non aver buona compagnia. Mi doglio similmente che il signor Fabrizio Feltro non abbia voluto rispondermi. Ma tutti i dolori e tutte l’aversità si potrebbono dimenticare, ricuperandosi la sanità. Piaccia a Dio di farmene grazia. Vostra Signoria baci in mio nome le mani a monsignor reverendissimo, ed a l’altro suo zio. Di Roma, il 30 di maggio del 1589.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Di nuovo le vostre lettere mi trovano ne la medesima irresoluzione, o sono causa ch’io non abbia potuto, e ch’io non possa risolvermi. Aspettava i cento scudi per la stampa de le mie opere, e per altre cose più necessarie: non perchè in altra parte non me ne fosse promessa maggior somma; ma perchè le promesse vecchie sono forse come i cavalli, che mancano ne’ bisogni: laonde mi pareva quasi necessario d’appigliarmi a le nuove, quasi a’ crini per non cadere. Non conosco altra occasione, o altra fortuna: tanto sempre le mie speranze sono minori de’ meriti. Perdonimi Vostra Signoria questo ardimento, e consenta, che non potendo io giudicare de l’altrui cortesia, come vorrei, mal volentieri sopporti c’altri giudichi de’ miei poemi. Ne l’operazioni de l’ingegno, tutti ricusiamo il giudice; perchè tutti rifiutiamo il superiore: ma per molte cagioni questo rifiuto devrebbe esser più lecito a me, che a molti altri. Ma questo sarebbe più tosto soggetto da orazione, che da lettera. Io sono stato disfavorito, o più tosto oppresso, come il mondo sa; benchè non vogliono che io il sappia: e l’oppressione è stata maggiore in quella parte che più mi gravava; dico ne gli studi, e nel frutto de le mie fatiche. Del mio Goffredo solamente hanno ritratto tre mila e più ducati, come s’afferma per cosa verissima: nè so imaginare perchè di nuovo non se ne potesse ritrarre altrettanto; se tutti gli uomini, o almeno tutti gli italiani, non vogliono confessare che l’odio e l’invidia portatami sia stata cagione che più volentieri sian lette quelle cose a le quali più agevolmente si può fare opposizione. Ma mentre l’amicizia è simulata, mi dovrebbeno almeno concedere, ch’io non m’inganni in tutte le cose: altrimente vorrebbono ch’io troppo concedessi a la bugia, senza conceder da l’altra parte cosa alcuna a la verità.</p>
               <p TEIform="p">Nel ritorno di Vostra Signoria a Mantova riconosco il disfavor de la fortuna e de gli uomini: ma non me ne maraviglio, poichè nel ricuperar la dote materna ho ricevuto il medesimo disfavore; e ne la venuta di mio nipote in Lombardia, e nel suo ritorno senza me, rimanendo io prigione; bench’io non conosca i maestri di questa tela, e le fila de la malignità, con le quali fu ordita. Ma ciò non appertiene al signor Costantino: parliam dunque de le stampe; e, s’è possibile, facciamci fare questo privilegio, anzi privilegi.</p>
               <p TEIform="p">Io aveva fatta al signor duca di Bracciano una canzona ne le sue nozze, e pensava di mandarla a Fiorenza, affine chè Vostra Signoria fosse il mezzo fra la cortesia di quel signore ed il mio bisogno: nè posso mutare opinione, benchè Vostra Signoria sia andata a Mantova: ma la prego che gliele faccia presentare per lettere.</p>
               <p TEIform="p">Scrivo al signor cavaliero de’ Rossi, ma non a la signora Campiglia, perchè non ho ancor letta la sua favola. Le rimando la sua dedicazione, la quale ho letta volentieri, e con mio particolar gusto; nè vi ho trovato che poterci mutare o aggiungere. Ma Vostra Signoria può mutar quel che le pare più conforme a la sua intenzione. Ho parlato co ’l Ruspa, il qual doveva darmi qualche aiuto, acciò ch’il negozio andasse avanti: e pur mi dà qualche noia. E per non esser più lungo, bacio a Vostra Signoria la mano. Da Roma, il primo di giugno del 1589.</p>
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               <head TEIform="head">1132</head>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">O quanto sono stordito! ne la seconda stanza de la canzona ch’io le mando, è replicata la parola “talchè;” sia contento di conciar gli ultimi versi in questa guisa
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">Però degna la rosa è d’alto carme</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Fra balli e feste, e più fra schiere et arme.</l>
                  </quote>
               </p>
               <p TEIform="p">Ho perduta la quarta e la quinta parte de l’opere mie; prego Vostra Signoria a procurare che sieno ritrovate, perchè a l’autorità sua sarà facile. Disidero ancora uno de’ Floridanti, poichè tanti gliene sono rimasi a dosso: ma certo in cotesta città non doveva la memoria di mio padre esser di così poca considerazione; e tardi mi sono aveduto che non sempre si possono misurare gli animi de gli altri dal suo medesimo. In questo negozio de le stampe disidero che Vostra Signoria mi risolva; perochè volendo che vada avanti, può supplicare a mio nome il signor duca di Savoia, quel d’Urbino e quel di Parma e quel di Sabbioneta; e così tutte le cose passeranno a suo modo. E bacio a Vostra Signoria la mano. Da Roma, il 2 di giugno del 1589.</p>
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               <head TEIform="head">1133</head>
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                  <salute TEIform="salute">AL CAVALIER GIOVAN GALEAZZO ROSSI. Bologna</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Spesso io sono offeso da gli uomini ne l’istesso modo, e spesso con la publicazione de l’opere mie. Prego Vostra Signoria che provegga, se può, ch’io non riceva in Bologna questa ingiuria; perchè da molti miei amici, e dal signor Costantino particolarmente, sono avisato che l’Albertazzo vuol farmi questo disfavore. E bacio a Vostra Signoria la mano. Da Roma, il 4 di giugno del 1589.</p>
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               <head TEIform="head">1134</head>
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                  <salute TEIform="salute">A ORAZIO FELTRO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Lettera di Vostra Signoria non ho avuta molti giorni sono, e forse mesi: ma forse solamente del signor Fabrizio suo fratello, de la quale non posso rimanere intieramente sodisfatto; perchè non mi par verisimile in modo alcuno che queste scritture siano perdute in guisa, che non possano esser ritrovate con la scomunica. Ma posto caso che fossero smarrite, tutto Napoli può sapere ch’io dico il vero, benchè tardi, e che non posso tacere per timore de la morte, la qual è forse più vicina ch’io non credeva. In questa mia infermità, oltre l’altre male sodisfazioni, non è picciola c’un medico napoletano non si sia degnato di visitarmi, perchè io non aveva da pagarlo. Laonde ho conchiuso, che non avendo voluto i signori napoletani rendermi la salute in Roma, non dovessero in Napoli medesimamente esser d’opinione molto diversa; e questo è il maggior dolore che io abbia ne la vita o ne la morte.</p>
               <p TEIform="p">Può bastar questa risposta al signor suo fratello; e posso ancora soggiungere, che s’io fossi stato veduto volentieri, mi avreste mandato non solo comodità di venire a cavallo, ma in lettica. Parlo a tutti, o a molti insieme, perchè la spesa non era tanta che potesse incomodare alcuno. Ed oltre a ciò, mi si doveva far grazia, che ’l negozio mercantile de’ miei libri procedesse avanti: morrò con questa maninconia. Avanti la mia morte pensava di lodar la città in qualche mio verso; e in una orazione ho pensato di lodare me stesso, ad imitazione d’Aristide, e d’attribuirmi il primo luogo ne la poesia, e tra’ filosofi e gli oratori non contentarmi de gli ultimi. Tutto quello ch’io scriverò, sarà scritto con molta ragione: lascio il suo luogo a la cortesia. Vostra Signoria baci in mio nome le mani al signor principe di Molfetta, al signor duca di Nocera, ed al signor conte di Paleno; e mi facciano veder qualche segno, che non sia l’arco del patto, acciò sappia come governarmi. Ma prego Iddio che m’inspiri. Da Roma, il 10 di giugno del 1589.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io aspettava questa settimana risposta di Vostra Signoria, con aviso de la canzona de le nozze del signor duca di Bracciano mandatale da me, e con la risoluzione de l’altro negozio de le stampe e de’ danari. Le averei mandata l’altra ne le nozze del granduca; ma ho dubitato che la soverchia distanza non impedisca tutte le cose. L’ho mandata a Fiorenza al signor cardinal del Monte, e non ho avuta per ancora risposta: nè so se le mie lettere abbiano avuto ricapito.</p>
               <p TEIform="p">Il mio cardinale è andato a’ bagni: io non ho potuto andarvi; e poi m’è sopraggiunta la febre, da la quale non sono ancora libero. Laonde sono costretto a dar nuovo fastidio a Vostra Signoria, che dia l’inchiusa al signor Zanobi Spini, che m’è ancora debitore di dieci scudi, perch’io n’ho molto bisogno, ed io non so dove rivolgermi.</p>
               <p TEIform="p">Sarò stato stimato poco cortese da la signora Campiglia; ma prego che mi perdoni sin ch’io mi senta meglio. Ed a Vostra Signoria bacio la mano, pregandola di nuovo, che non mi tenga più lungamente sospeso. Da Roma, il 16 di giugno del 1589.</p>
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               <head TEIform="head">1136</head>
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                  <salute TEIform="salute">A FRANCESCO MARIA DELLA ROVERE, DUCA D’URBINO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">La buona intenzione dovrebbe esser salda come la colonna, o la base, ne la quale s’appoggia la statua. Però non vorrei che per alcuna mutazione, o per altro accidente di fortuna si potesse mutare quell’onesto proponimento, co ’l quale spesse volte io mi sono raccomandato a Vostra Altezza; e bench’io tema di parerle importuno, avrei maggior temenza ch’ella non mi stimasse disperato de la sua e d’ogni altra grazia. Molte nondimeno son le cagioni de la disperazione; l’infermità invecchiata, i rimedi e le medicine che mi nocciono, l’occasioni perdute, la povertà, il disfavore, la mala opinione che ingiustamente hanno molti de la mia natura e del mio costume, le promesse fallaci, la quiete de’ miei studi perturbata, l’azione impedita, e in somma l’una e l’altra vita negatami con spavento de l’una e de l’altra morte, dico del corpo e de l’anima; perchè quella del nome non è di tanta considerazione. E se fosse lecito il disperare, non furono mai più belle occasioni di queste, che son vicine o presenti. Ma pur, se non è in tutto morta o sbandita dal mondo la fede, la pietà, la giustizia, la religione, dovrei sperar qualche aiuto a la mia infermità, la quale è quasi una vecchiezza avanti il tempo, e qualche consolazione almeno a la povertà. Io sono ancor vivo, e benchè i medici non mi disperino de la vita, stimo questo inganno, e mi doglio d’ogni indugio; avendo letto che la tardanza è lodevole in tutte l’arti, salvo che ne la medicina. E tanta è la ragione ch’io ho d’importunarli, che nel mio negozio di Spagna posso parer negligente, anzi che no. Ma l’autorità di Vostra Altezza può superar questa ed ogni difficoltà; e vorrei riconoscer questa grazia più tosto da la sua cortesia, che da’ miei meriti medesimi, se mi fosse conceduto di meritare, o se ’l merito fosse conosciuto, o se la volontà di schifare il demerito non fosse punita. L’addimando, adunque, per suo mezzo, poichè non posso trattar con altri; e se potessi, non ho piacer nè pazienza di farlo: e l’addimando così tardi, che potrebbe prima arrivare a Vostra Altezza l’avviso de la mia morte, che a me quel de la sua grazia; e la dimando senza numerar le mie avversità o l’altre sue cortesie; perchè non voglio esserle molesto nè con le mie calamità, nè con le sue lodi medesime, nè contaminar la sua onoratissima fama e quella de’ suoi antecessori con le mie infelicità; parendomi che l’una e l’altra materia debba esser così separata, come è la luce da le tenebre, e ’l cielo da la terra, o la gloria da la pena. Vostra Altezza è dignissima di gloria; io, se non indignissimo di pena, almeno non immeritevole di perdono: e chiederei più tosto il perdono del premio, s’io fossi così volentieri ascoltato ne l’una e ne l’altra dimanda. Ma finora in Roma non sono stato udito, non che esaudito; e s’io volessi per suo mezzo ancora chieder l’udienza, aggiungerei fastidio a fastidio, e quasi temerità a temerità. La supplico, adunque, per conchiusione di questa lettera, che la sua autorità mi giovi non solamente nel conseguir, ma ne l’aspettar la grazia: almeno m’assicuri nel domandarla. E le bacio la mano.</p>
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               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A GIULIO VETERANO. Pesaro</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Se la lettera del signor duca avesse bisogno d’interprete, niuno dovrebbe meglio interpretarla, o più a mio favore, di Vostra Signoria; se d’esecutori, molti potrebbono esser più pronti o più vicini, ma niuno eseguir la sua mente con maggiore autorità. A me basterebbe, che se alcuna provisione sarà fatta, perch’io possa presentar la lettera al vicerè, fosse fatta con sua grazia e con mia salute. Sono infermo, come sa; e l’infermità mi toglie quell’ardire che mi darebbe la povertà, s’io fossi povero e sano. Il signor Grazioso non può desiderare in me confidenza maggiore, nè io dovrei ricercare in lui maggior cortesia. A l’uno ed a l’altro sono obligato de le cortesi risposte del signor duca, quanto consente la mia fortuna, che in molte cose è discorde da la volontà. Con questa in ogni luogo mostrerò a Vostra Signoria affezione ed osservanza debita al suo merito. E le bacio le mani.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A MATTEO DI CAPUA, CONTE DI PALENO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">La servitù da me cominciata con Vostra Signoria illustrissima mi dà tuttavia fede di supplicarlo così di lontano, ch’io non ho di che temere per questa cagione, benc’altri potesse stimare ch’io fossi troppo irresoluto, siccome colui che più si fida di scrivere che di parlare. La prego, dunque, che voglia mandarmi trenta scudi per questo viaggio ch’io penso di fare a’ bagni, e potrebb’essere ch’io non venissi nel Regno a que’ di Pozzuolo, ma andassi a que’ di Viterbo, o di Lucca, per un’altra occasione, da la quale sento invitarmi in Toscana. Laonde la supplico che non voglia aver riguardo a la mia avversa ma a la sua prospera fortuna, non a la mia depressa condizione ma al suo alto grado, non al mio picciol merito ma a la sua gran liberalità, e non consenta che sia alcun difetto ne la sua cortesia, benchè fosse ne le mie preghiere. In questa guisa può molto accrescer l’obligo mio, senza diminuire in alcuna parte la sua riputazione. E le bacio le mani.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVANN’ANTONIO PISANO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non so determinare, se da quel comandamento de l’oracolo “<quote lang="lat" TEIform="quote">Nosce te ipsum</quote>” ci fosse imposto che si dovesse conoscere la natura de l’animo solamente, o quella del corpo ancora. Ma in tutti i modi, la cognizione la quale ho di me stesso è imperfetta; e perfetta stimo quella che Vostra Signoria eccellentissima ha di se medesima e del suo sapere. Ma se i filosofi sono per natura, come piacque a Platone ed a Plutarco, non sarebbe gran maraviglia ch’io fossi un di coloro a’ quali la natura ha conceduto animo di filosofare; benchè la fortuna e la malignità de gli uomini si sforzano d’impedirmi la contemplazione. Vostra Signoria ancora, se non sono errato, è medico per natura; perciochè il nostro ingegno è simile al campo, come scrive Ippocrate, e gli ammaestramenti de’ dotti somigliano i semi. Ma in Vostra Signoria eccellentissima l’arte, lo studio, la dottrina e il tempo, il qual matura tutte le cose, sono la cagione c’altrettanto si lodi la cultura quanto la fertilità. Oh felicissima lei, poichè così è abbondevole di quel ricolto, del quale io patisco tanta inopia, e così ricca di que’ frutti de’ quali io son così povero! Laonde ragionevolmente può gloriarsi d’esser medico, siccome colui che sa ottimamente la natura de gli uomini e di tutte l’altre cose; quantunque si potesse richiamar in dubbio quell’altro detto d’Ippocrate, “<quote lang="lat" TEIform="quote">Numquam aliunde de hominis natura sciri posse, nisi ex medica arte</quote>;” perchè da la filosofia ancora si può apprendere s’ella è diversa, com’io stimo. Hanno, per mio avviso, queste due scienze separati gli uffici loro in guisa, che l’una considera l’anima principalmente, l’altra il corpo umano, ch’è suggetto de la medicina. Imperochè la scienza de l’anima è quasi termine de la filosofia, e quasi posta in mezzo fra le naturali e le divine contemplazioni. Nondimeno non è Vostra Signoria eccellentissima di que’ medici che solamente conoscono le infermità del corpo, bench’io fossi tra que’ filosofi la cognizion de’ quali non si stende oltre i morbi de l’animo; nè può stare la sua dottrina e la sua autorità contenta a questa divisione: ma forse stima che queste professioni non sieno come i confini di Bologna e di Ferrara. Però non ricuso ch’ella medichi ancora l’animo dolente per la perduta riputazione, e per l’aspettazion de la morte, e forse più che a cristiano filosofo non parrebbe conveniente. Ma non ardisco di scriverle il mio parere in quel che s’appartiene a la mia lunga malattia. Tacerò dunque, ch’essendo due le specie di malinconia, l’una per natural temperamento, l’altra per mal nutrimento; io per questa ultima sono infermo in modo, che non solo il cervello n’è offeso, ma tutto il sangue contaminato: e per una terza specie ancora, la cui origine cominciò da lo stomaco con alcune mormorazioni torbide, e con esalazioni fumose, per le quali l’intelletto fu da crudele obumbrazione offuscato. Nè le dirò che per malìa e per incanto s’accrescesse la mia fiera malinconia, per non parer simile a gli altri furiosi. Nè dirò ancora, che il distillar de la pituita abbia potuto cagionar in me quella infermità, che da Ippocrate è detta “<quote lang="lat" TEIform="quote">morbus imaginatus</quote>;” e molto meno, che l’imaginazione sia nel polmone, come Platone giudicò nel Timeo. Tacerò ancora, che la medesima distillazione, o lo spirito, sia cagione de l’idropisia; la quale avendo temperata la malinconia, ha fatta la cura non so se più difficile o più facile, ma per mio avviso più dubbiosa. E non avrò ardimento di scoprirle il mio dubbio, quando io vo del sangue; nè le paleserò quanto mi facciano le squamme, e le spume, e le bolle, e il sedimento de l’orina, perchè temo di peggio. Ma debbo acquetarmi a l’opinione de’ medici, benchè fosse più tosto detta per ingannarmi che per risanarmi.</p>
               <p TEIform="p">Ma se la mia cura non è disperata, come per molti segni dati da Ippocrate si potrebbe argomentare, non vorrei essere abbandonato dal loro aiuto. I barbari, come scrisse Ippocrate, “<quote lang="lat" TEIform="quote">nulla utebantur medicina</quote>;” ma a me, che son quasi nutrito ne gli studi e ne l’arti de’ greci, non si dee far questa ingiuria. Questo ancora non avrò dubbio di scriverle: che se la medicina appresso i gentili “<quote lang="lat" TEIform="quote">plurimum diis tribuebat, plurimumque deos colere reperiebatur</quote>,” come leggiamo nel libro “<title lang="lat" TEIform="title">De probitate</title>;” tra noi cristiani tutte le cose si deono attribuire a la fede, a la religione ed a la grazia di Nostro Signore. Ma lasciamo ora i miracoli da parte, se non quelli de l’arte nostra. Lasciamo addietro il giuramento d’Ippocrate, e la liberalità da lui mostrata nel medicar gl’infermi; ed attendiamo a quelle cose che possono promettersi dal signor Pisano, e dal signor Pisano essere osservate. A Vostra Signoria, dunque, mi raccomando non solamente vicino ma lontano; perc’a lei è più facile scrivere, che a me il venire in questi caldi, avendo cominciata la purga co ’l parer di questi medici. Ma essendo stata opinione d’alcuni, che la distillazione del capo sia la principal cagione de l’infermità, non posso trapassar con silenzio quel che scrive Ippocrate a Democrito: “<quote lang="lat" TEIform="quote">Veratro helleborato eos, quibus de capite distillat rheuma</quote>.” E benchè ciò sia detto con alcuni avvertimenti e con alcune condizioni; a me, nondimeno, molto piacerebbe l’esser purgato co ’l veratro, sì perchè questo è antichissimo medicamento, sì per gli eroi e per gli filosofi che similmente furono medicati. Per conclusione addurrò quel detto d’Ippocrate ne le Epistole: “<quote lang="lat" TEIform="quote">Totus homo est morbus, et sui auxilii servus</quote>.” Io son tutto infermità: e se debbo esser servo del mio aiuto, di chi sarò servo? Sinora son di me stesso, ed a me stesso comando; perchè non ho maggiore aiuto a sopportar questi mali e queste avversità, de la mia virtù, qualunque ella sia: ma poichè la filosofia non ha potuto farmi libero, come doveva; almeno, dovendo servire, vorrei che mi facesse servo la gratitudine, non la necessità; la magnanimità, non l’avarizia; la clemenza, non l’ingiustizia.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1140</head>
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                  <salute TEIform="salute">A MATTEO DI CAPUA, CONTE DI PALENO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">I medici sono così discordi d’opinione, come i principi: nè l’una concordia, senza l’altra, mi gioverebbe. E benchè ne le foglie e nel tronco paia gran conformità di pareri, la diversità nondimeno è ne le radici. Io desidero di venir a i bagni; e farò quel ch’io posso, o quel che m’è conceduto. Ma in ogni accidente, prego Vostra Signoria che non si penta di avermi usata cortesia, o d’averla promessa: e volendo mandare i trenta scudi, potrà darli a messer Alessandro Grassi, portator de la presente; accioch’egli sia testimonio de la sua cortesia e del mio debito. Io a niuno altro mi confesso più volentieri debitore; nè per tacere o publicare il debito, posso esser più o meno obligato: e benchè la mia infermità fosse.....</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1141</head>
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                  <salute TEIform="salute">A MATTEO DI CAPUA, CONTE DI PALENO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">S’io avessi creduto che le mie lettere fossero così care a Vostra Signoria illustrissima, com’ella vuol ch’io le creda, l’avrei scritte
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">In numero più spesse, in stil più rare:</l>
                  </quote>
ma io pensava ch’essendo quasi tutte ripiene de le mie noie, e de le preghiere non esaudite, e de le speranze fallaci, ed in somma de l’infelicità di molti anni, dovessero apportarle fastidio e rincrescimento, anzi che no. Ora essendomi sopraggiunta la febre con questi caldi, posso appena scrivere de le cose necessarie, e ne la necessità si conoscerebbe espressamente la miseria medesima; ossia condizione mia propria, o de la mia fortuna, o de la natura umana. Però la mia fede non è così animosa, ch’io ardisca quasi d’assalirla con più lunga scrittura. Pensava di scrivere a tutti insieme, perchè fosse concordia fra tutti nel donarmi e ne l’aiutarmi, o nel giudicarmi indegno d’aiuto e di compassione. Non posso mutare opinione, nè venire io medesimo, nè deliberare s’io possa far questo viaggio, se non ho prima trenta scudi: però il signor Ottavio doveva mandarli. Aspetto risposta da lui di molte lettere, dolendomi che per la sua tardanza mi sia corso invano tutto il mese di giugno: nè con minor sollecitudine aspetto quella di monsignor illustrissimo. Mando a Vostra Signoria un sonetto, quasi un picciolo ostaggio de la mia buona volontà e de la fede. Avrei mandata similmente alcuna composizione ne le sue nozze, s’io avessi creduto che elle fossero vere nozze: ma il rallegrarsi non fu mai tardi; e benchè io dopo molti anni abbia perduto ogni gusto di piacere o di sodisfazione, mi rallegro nondimeno d’ogni contentezza di Vostra Signoria illustrissima; e le bacio la mano. Da Roma, il primo di luglio del 1589.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
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               <p TEIform="p">Vostra Signoria vuol parer tanto buono e tanto gentile con gli altri: e meco, che tanto l’amo, e con cui non si devrebbe rivocare in dubbio la sua parola, par che vada, fuori del suo costume, molto rilento. Ma io non ho risguardo a le parole solamente, ma a l’intenzione; e non vorrei ingannarmi ne le speranze de’ pochi anni che mi avanzano, se pur me ne avanza alcuno; come io mi sono ingannato in quella de’ molti spesi inutilmente scrivendo, e vanamente sperando: ma perchè la vanità è poetica, non me ne vergogno molto; anzi, giungendo vanità a vanità, vorrei publicar le mie rime: e vana sarà la gloria, se le donne lodate, che sono molte, ed altamente celebrate, useranno quella medesima cortesia che mostrorono nel Floridante. Vostra Signoria in quel negozio ebbe mala ventura e molta providenza, come sa: in questo vorrei che il senno almeno si accompagnasse con la fortuna; ma io scelgo per oggetto principalissimo la signora duchessa di Mantova, a la quale scrivo supplicandola, che non voglia che la mia vanità passi questo termine: e poichè tutti sete risoluti ch’io mi faccia monaco per fuggire il disagio, ella almeno si contenti di farmi abbate, e di collocarmi in qualche sedia badiale tanto commoda, che mi scordi d’esser peripatetico. Signor mio fortunatissimo, vagliami tanto la vostra fortuna, quanto mi nuoce la mia sciagura: e nel presentar l’inchiusa lettera, servitevi de l’occasione e de l’amicizia. Oltre la badia, le dimando qualche picciol favore, rimettendomi a la cortese relazione di Vostra Signoria, che potrà particolarmente chiedere in mio nome una travacca, o sparviere con le coperte di velo, e co ’l tornaletto; perchè mandandole a Roma, non costerà molto il porto. Io vivrò con la speranza de’ cento scudi, e de la sua venuta, sino a l’autunno. Ma fra tanto ho perduta l’occasione de’ bagni, e non ho avuta commodità di farli d’acqua dolce; laonde non sono senza febre, nè senza speranza de la badia. Almeno maestro Gasparro Ruspa m’aiutasse ad impetrare l’arcivescovado di Tiro; perchè basterebbe il titolo a fare che gli uomini si vergognassero de la loro indiscrezione. Da lui non disiderava più di venti o trenta scudi de’ libri per trattenimento de la presente miseria; ma io non ho più dubitato de la prigione, che del fallimento. Non scrivo a la signora Campiglia, perchè mi vergogno di non aver letta ancora la sua favola; ma questo errore non si può emendare senza qualche sonetto. Raccomando a Vostra Signoria l’inchiusa, e n’aspetto la risposta. Baci in mio nome le mani al signor Fabio Gonzaga, che potrà con la molta autorità sua aiutarla nel negozio de lo sparviere. E viva felice. Da Roma, il primo di luglio del 1589.</p>
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               <head TEIform="head">1143</head>
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                  <salute TEIform="salute">A ELEONORA DE’ MEDICI, DUCHESSA DI MANTOVA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non dovrei dubitare che la casa de’ Medici non dovesse, insieme con altri principi, ristorarmi de l’infelicità di molti anni, e (se possibil fosse) restituirmi la salute già perduta con l’intelletto; poich’io ho fondata la mia speranza (se pur alcuna me ne resta) ne la grazia del granduca, e ne la protezione di Vostra Altezza. Ma che debbano esser soli a sollevarmi da sì continua miseria, e da tanta indegnità, sarebbe operazione più tosto conveniente a la grandezza de l’animo loro, che da me sperata, o importunamente dimandata. Non posso nondimeno passar con silenzio quelle parole, con le quali mi comandò ch’io finissi la tragedia, chiamandomi padre de l’Academie e de le belle lettere: perch’io allora non ricusai quel favore da Vostra Altezza; ed ora le dimando, quasi debita, qualche cortese dimostrazione, la qual mi confermi, e mi faccia quasi certo de la sua grazia e de la sua buona opinione; com’io scrivo più particolarmente al signor Antonio Costantino. Ma perchè la mia vita è in manifestissimo pericolo di perdersi per la fortuna, se non m’inganno, concitatami contra da cotesti eccellentissimi principi, quasi da vento aquilonare; non basta usar cortesia, s’insieme non si dimostra qualche pietà di così lunga malattia, e qualche stima de la virtù, la quale non ha ceduto a l’infermità di molti anni. La supplico, dunque, che scriva in mio favore al granduca, perchè in questa mutazione d’abito e quasi di vita, voglia donarmi alcuna de le sue badìe, e de gli uffici che Sua Altezza aveva in Roma mentre era cardinale; acciochè le promesse de la Casa d’Este siano osservate da quella de’ Medici: non perchè ella debba più stimare la mia servitù che ’l parentado con que’ signori; ma perchè i parenti sogliono succedere a l’obligo de’ parenti, e la parentela può far che questa grazia sia dimandata e conceduta senza offesa d’alcuna parte.</p>
               <p TEIform="p">Potrei scrivere ne l’istessa materia a la signora duchessa di Ferrara: ma le raccomandazioni di Vostra Altezza potranno far maggiore effetto de le mie lettere, le quali sempre sono da me scritte invano, come l’altre composizioni: laonde io non ho altro rifugio, che quello de la clemenza e de la pietà cristiana, a la quale io cerco di ricovrarmi, sì come a tempio de la mia salute. Per questa, adunque, io la supplico, che non vogliano ch’io debba più lungamente dubitare de lo sdegno del signor duca di Ferrara, o di quel di Mantova, o d’altri che tenda insidie continuamente a la mia salute; perchè essendomi io fermato in casa del cardinale Scipione, debbo aspettar più tosto da cotesta parte la protezione che l’oppressione. La mia infelicità è grandissima, però non dovrebbe esser minore la pietà di Vostra Altezza e la sua cortesia: altrimente, io sarei confermato ne la mia disperazione, ed in una ferma credenza de la crudeltà e de l’ingiustizia di questo secolo. Ma se la fede ne gli uomini è falsa, non può ingannarci quella di Cristo, la quale è il maggior fondamento ch’io abbia de le mie speranze e de la sua protezione. Dunque, starò aspettando che mi faccia degno de le sue lettere, e de le raccomandazioni, e de la sua liberalità similmente. E le bacio la mano. Da Roma, il primo di luglio del 1589.</p>
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               <head TEIform="head">1144</head>
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                  <salute TEIform="salute">A DON FERRANTE GONZAGA, PRINCIPE DI MOLFETTA. Napoli</salute>
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               <p TEIform="p">Ne la mia avversità, e ne l’infermità la qual va sempre crescendo, non voglio che mi manchino le preghiere, benchè mi mancassero tutte l’altre cose. Ma chi debbo pregar, a cui le mie preghiere non siano troppo noiose? O ’n qual parte dimandar misericordia? In niuna più volentieri, ch’in quella dove è Vostra Eccellenza; perch’essendo stata la prima che fra’ signori lombardi ha voluto usar meco de la sua liberalità, non devrebbe esser l’ultima fra’ napolitani. Mi fu data speranza di trenta scudi al mese di provisione: picciola speranza veramente, dopo molti e grandi affanni; ma da non rifiutare senza obligo di servitù. Non si conchiude cosa alcuna, perchè forse il vicerè non mi vuol far grazia, ch’io ritorni a la vita queta de’ miei studi. Laonde non mi resta altra speranza, se non che la liberalità di cotesti signori s’estenda meco sino a Roma, dove potrò vivere qualche mese non contento, ma forse con minor perturbazione, se riceverò questo aiuto. Trenta scudi, compartiti tra molti, saranno di piccolo incommodo a chi gli dona; ma di non picciola sodisfazione a chi gli riceve. Prego Vostra Eccellenza che voglia dare esempio a gli altri: ed acciochè non paia al mondo, che m’abbia malvolentieri veduto in Guastalla, la supplicherò d’una altra grazia; d’un picciolo bacino e d’un boccal d’argento, perchè non so in quale altra credenza debba far qualche fondamento. Il favor sarà singolarissimo, e l’obligo immortale; e maggior sarebbe, se Vostra Eccellenza si contentasse ch’io l’avessi somigliante ad alcuno altro, parlando in mio favore e per mio beneficio co ’l signor di Nocera, co ’l signor Piero Antonio Caracciolo, e con altri co’ quali s’è trattato questo negozio. Se Vostra Eccellenza si degnerà di darmi risposta, non lascerà l’ultima parte de la mia vita senza consolazione. La prego ancora, che mi voglia mandare la canzona ch’io feci in sua lode. E le bacio la mano. Da Roma, il 9 di luglio del 1589.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A RANUCCIO FARNESE. Parma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io ho supplicato alcune volte Vostra Eccellenza d’alcune grazie, e sempre ho trovato tanta prontezza ne la sua cortesia, quanto impedimento ne la mia fortuna: ma non dubito far di nuovo esperienza de l’una e de l’altra; perchè essendo certo del suo cortese e liberale animo, debbo meno temer d’ogni altra malignità che possa nuocermi. La supplico, adunque, che voglia farmi grazia d’una coppa d’argento, o di quelle che son rimase per la morte del cardinale, o d’altre; acciò che io possa in qualche modo stimarmi favorito de la sua benignità. Ne l’altre cose le raccomandazioni de’ suoi potranno favorirmi, com’io scrivo al signor conte Pomponio, ed al signor Curzio Ardizio; perch’io non voglio nè troppo diffidare de la sua generosità, nè parerle soverchiamente presentuoso. E le bacio la mano. Da Roma, il 1O di luglio del 1589.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Non so donde nasca questa insolita scarsezza del mio signor Costantino ne lo scrivermi: e per non essere affatto privo di tutte le consolazioni, mi vado ingegnando d’avere aviso da altri de lo stato suo. Sono avisato che Vostra Signoria è sano, e me ne rallegro; ma de la mia sanità non posso rallegrarmi, nè so quando da Nostro Signore mi sarà conceduta questa grazia. Aspettava che Vostra Signoria ne la mia infermità mi consolasse co ’l dono promessomi de la signora duchessa: e mi doglio che Vostra Signoria non abbia procurata questa grazia, o c’altri l’abbia impedita. Vorrei che m’avisasse, s’io posso sperar ch’ella si pigli questa noia per il suo Tasso, di trattar co’ librari per la publicazione de le mie opere, o qui o altrove; perchè la mia fortuna non mi concede ch’io ci possa attendere. La prego che mi levi maestro Gasparro da dosso; perch’io ho molte cagioni di contendere. Le raccomando l’inchiusa al signor Fabio: e di questa e d’alcune altre scritte a Sua Signoria illustrissima, che molto m’importano, attenderò la risposta, disiderata da me oltra modo, co ’l mezzo amorevole di Vostra Signoria. E le bacio la mano. Di Roma, il 12 di luglio del 1589.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A FABIO GONZAGA. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">La cortese lettera di Vostra Signoria m’avrebbe portata maggior consolazione, se non m’avesse trovato infermo di febre o continova, com’io stimo, o quasi continova; la quale tanto più mi spaventa de la morte, quanto mi toglie la speranza d’ogni sodisfazione ch’io possa ricever in questo mondo, doppo molte e sì lunghe avversità: basta nondimeno questa sola risposta a scusarmi, s’io non obedisco a’ comandamenti, benchè non espressi, del signor duca: come de la mia partita può scusarmi la certa opinione ch’io aveva, che non fosse contra sua volontà; sì come colui il quale credeva d’esserle venuto a noia per la mia continova e spiacevol maninconia accompagnata da una vecchia ambizione, che m’accompagnerà sino a la morte. Molte altre ragioni potrei addurre a Vostra Signoria, oltre questa: la mia povertà, per la quale io non poteva trattenermi in corte; l’insofficienza a tutte le cose, che faceva non più miserabile ma più ridicola la mia fortuna; il disprezzo de la mia fortuna; il dubbio de la vita, e la disperazione o de la sanità o de la sua grazia. E tutte queste cagioni insieme, benchè non diminuissero un mio disperato pensiero o di riputazione o di quiete, nondimeno mi persuadevano a procurare di ricuperar la dote materna: ed in altra guisa non mi pareva di potermi acquetare nè presso a Sua Altezza, nè lontano. Però l’aveva supplicato, che volesse aiutarmi a riposare lontano da la sua disgrazia e dal suo sdegno. Ma quando Sua Altezza non accettasse niuna mia ragione e niuna scusa, almeno dee perdonarmi, s’io non mi metto in viaggio con tanto pericolo de la mia vita. Di molte cose avrei parlato più liberamente co ’l signor cardinal Scipione, s’io avessi potuto parlarle liberamente, com’era mio costume. Fra tanto non ricuso il favor di Vostra Signoria; il quale, se non mi giovasse in altro, mi gioverà almeno a placare lo sdegno del signor duca. E le bacio la mano. Di Roma.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON FERRANTE GONZAGA, PRINCIPE DI MOLFETTA. Napoli</salute>
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               <p TEIform="p">Non so che mi faccia più ardito in supplicare Vostra Eccellenza, o la sua da me conosciuta cortesia, o la mia fortuna: perchè l’una mi persuade a sperare; l’altra, benchè quasi mi costringa a disperare, non mi priva nondimeno d’ogni speranza: ma v’è quella del riposo e de la quiete, e d’altre sodisfazioni, con la disperazione de la vita e de la sanità. Non vorrei mendicare ne la mia infermità, non patire alcuna indegnità, non sostenere alcuna repulsa, non vedere obietti spiacevoli, non udir cose noiose, non vivere in parte odiosa. Però supplico Vostra Eccellenza che si degni d’interponere la sua autorità co ’l signor principe di Conca, e co ’l signor duca di Nocera, con quel de la Tripalda, con quel di San Gaetano, e co ’l signor Pietro Antonio Caracciolo, ed in somma co’ Seggi; acciochè mi siano pagati in Roma quaranta scudi il mese per mio trattenimento, e direi per ogni servizio di cotesti signori che si potesse da me fare in queste parti, venendo alcuna occasione; s’io credessi che fosse lor servizio ch’io ne parlassi. Ma non può esser lor biasimo in modo alcuno l’usar liberalità, o publica o secreta ch’ella sia: benchè per me non resterà occulta. Non so quale abitazione più mi piaccia; ma s’io credessi di viver qualche mese più in Roma dopo la benedizione del papa, dovrebbono consentire ch’io mi fermassi, o ch’io vi tornassi; perchè del venire un’altra volta a’ bagni son quasi risoluto. Frattanto non avrei voluto invano desiderare la cortesia di tanti signori: e se non mi negheranno questa grazia, importerà molto a la sodisfazione l’impetrarla co ’l favor di Vostra Eccellenza. Io le dimandai forse troppo importunamente un bacino ed un boccale d’argento; e non mi posso pentire de la presunzione, non avendo mutato proponimento di tentar se con questi modi posso uscir di miseria. Vostra Eccellenza mi compiaccia, s’io merito d’esser compiaciuto di questa grazia; o se non merito, mi perdoni che più abbia confidato ne la sua liberalità, che ne la mia servitù. E le bacio la mano. Da Roma, il 14 di luglio del 1589.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A MONSIGNOR GIROLAMO CATENA. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vostra Signoria m’ha così avvezzo a goder bene spesso de gli effetti de la sua cortesia, che non dovrà maravigliarsi s’io non ne lascio a dietro nessuna occasione. Però la prego che voglia farmi piacere di mandare a buon ricapito questo piego di lettere, ch’io le raccomando, e procurarmene la risposta dal signor conte Pomponio. Al signor cardinale non ho scritto; ma io scrivendoli, temerei di parerli soverchiamente importuno, supplicandolo de la medesima grazia. Almeno, poichè la corte mi scaccia, mi dovrebbono raccogliere i monaci, ma in quest’abito: e sarebbe cortesia di cortigiano il non voler far violenza; non potendo ingannare chi molte volte è stato ingannato. Bacio a Vostra Signoria la mano. Da Roma, il 15 di luglio del 1589.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIULIO VETERANO. Pesaro</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Non aspettava lettere di Vostra Signoria nè del signor duca, perchè la mia fortuna con l’infelicità di molti anni, mi ha insegnato a disperare: non posso nondimeno acquetarmi ne la disperazione quanto si converrebbe. Però torno di nuovo a dar noia al signor Grazioso, al signor Bernardo, ed a Vostra Signoria, non avendo ardire di parer soverchiamente importuno a Sua Altezza, nè sperando di poterlo costringere co’ preghi, o con le ragioni, a cosa che non voglia. Scrivo dunque a Vostra Signoria, ch’io sono ne l’istessa infelicità; la quale se non è cresciuta per le circostanze, almeno è fatta più spiacevole. Ma oltre tutte le cose, m’è noiosissimo il non avere in questa città stanze ove ricovrarmi, nè letto dove dormire; benchè non mi manchino danari da spender parcamente per li bisogni di qualche mese. Ho data al papa una supplica o memoriale: ora è in mano del signor cardinale de la Rovere, che in buona parte è informatissimo de la mia infermità e de la miseria. Mi dà lunghe aspettazioni; ed io non so se mi basterà la vita per aspettare alcuna cosa longamente. Fra tanto, se non trovo allogiamento in qualche munistero, temo di morirmene questa state in una osteria, perchè a Napoli non posso ritornare avanti le piogge. Supplico dunque Vostra Signoria, che non mi voglia abbandonare di qualche lettera di raccomandazione, o sua o de la signora duchessa a’ monaci di San Pavolo, o a’ canonici regolari di San Pietro in Vincolo, acciochè siano contenti d’accomodarmi d’un paio di camere; altrimenti, io mi veggio quasi morto. La grazia è onestissima: però di leggeri sarà conceduta a Sua Altezza; ed a me non può esser negata senza crudeltà: e l’autorità del signor Grazioso è tanta, non solo la sofficienza, che basta a finir questo negozio in pochi giorni. Io, co ’l raccomandare a Vostra Signoria la mia vita in questo caso, stimo di raccomandarli l’onestà e la fede, le quali non hanno maggiore o miglior ricetto di quello c’a me sia conceduto; e non voglio dire che ne la salute d’un uomo consista la reputazione de l’universo, perchè non sono così sciocco, nè tanto presontuoso: ma senza presenzione posso affermare, che ne la mia morte, dopo tanti anni d’infermità e di speranze, si conoscerebbe troppo la malignità e la perfidia del mondo. Però torno di nuovo a pregar Vostra Signoria, che voglia esser tra’ primi a dimostrar la sua umanità, ed insieme la cortesia. E le bacio la mano. Di Roma, il 21 di luglio del 1589.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A MONSIGNOR GIROLAMO CATENA. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Quand’io sperava che la presenza di Vostra Signoria dovesse consolarmi, e di poter quasi deponere ne le sue benignissime orecchie una soma di molti miei antichi e nuovi fastidi, s’è allontanata da Roma, e lasciato me in questa corte di Roma, con poca o nessuna speranza de la fortuna romana. Ma io rifuggo sempre a la divina providenza: però avrei voluto un paio di stanze in qualche monastero. Tratto questo negozio co ’l signor conte Pomponio; e questi giorni a dietro lasciai un piego di mie lettere in camera di Vostra Signoria, del quale ormai potrei aver la risposta: ed obligo a ciò Vostra Signoria quanto la sua cortesia medesima consente. Senza questa grazia non posso acquetarmi: ma così inquieto, come sono, bacio la mano al signor cardinale Alessandrino; le cui raccomandazioni mi potrebbono giovare co ’l papa, al quale finalmente con molta mia consolazione ho baciato il piede. E son tutto di Vostra Signoria. Di Roma, il 22 di luglio del 1589.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A RANUCCIO FARNESE. Parma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ringrazio Vostra Altezza de la cortesia de la tazza, usatami in suo nome dal signor Papirio Piccoli suo consigliero; perchè essendo io stato esaudito in alcuna de le mie preghiere, non tutte potranno esser fallaci. Ma per gratitudine di questa grazia non posso offerirle se non parte di me stesso; perchè l’altra è in potere de la mia fortuna sempre nemica, da la quale non so più dove rifuggire: ma in tutti i luoghi la grazia de’ principi dovrebbe esser rifugio de la mia infelicità. E bacio a Vostra Altezza la mano, e insieme al signor don Odoardo. Da Roma, il 2 d’agosto 1589.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A ELEONORA MEDICI, DUCHESSA DI MANTOVA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Sono omai passati due anni ch’io, a guisa di filosofo errante, ho consumati ne le mie filosofiche peregrinazioni, senza fare alcuna impresa degna de gli studi miei e de la protezione di Vostra Altezza; laonde mi vergogno di tornare a la sua presenza, non altrimenti che i cavalieri erranti si sentissero vituperati del ritorno a la corte, non avendo prima accappata la ventura: e quello che mi fa rimaner più scornato, è il non aver letto ancora con grazia di Vostra Altezza; però dovendo tornare a baciarle la mano, conviene ch’io abbia letto co ’l suo favore. La supplico, adunque, che scriva in mia raccomandazione al granduca, e al signor duca di Ferrara: a l’uno, perchè mi raccoglia sotto l’ombra de la sua magnificenza; a l’altro, perchè si contenti che le sia succeduto ne l’obligo di beneficarmi, poichè questa era la sua intenzione: ma in questo proposito ho scritto più diffusamente al Costantino. E supplicando Vostra Altezza che non si sdegni di dargli benigna udienza, le bacio umilissimamente le mani. Di Roma, il 2 d’agosto del 1589.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A FABIO GONZAGA. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Non sono a Vostra Signoria mancate in alcun tempo l’occasioni di farmi favore, nè a me l’animo di riconoscerle. Ma in questa, c’ora le s’appresenta, di far cortese ufficio con la signora duchessa di Mantova accioch’io riceva da Sua Altezza qualche grazia, desidero di rimanerle obligatissimo: e mi riputerei felice, s’io potessi in questa città o ne la patria gloriarmi de’ suoi favori, e de la sua liberalità altrettanto quanto de la mia virtù: perch’in vero, doppo le calamità di molti anni, non ho avuto consolazione alcuna de le mie miserie; ed ora, benchè io desideri d’esser consolato da tutti, in questo quasi confine de la morte e de la vita, prego Iddio ch’inspiri l’animo di Sua Altezza, acciochè dia esempio a tutti gli altri di clemenza, di pietà e di cortesia: ed io in niun’altra parte riposarei più volentieri, ch’in quella dove potessi esser ricoperto dal suo favore. Ho data al signor cardinale Scipione una mia lettera per Sua Altezza serenissima: se sarà presentata, com’io stimo, prego Vostra Signoria che voglia aiutare il negozio. E le bacio la mano. Da Roma, il 4 d’agosto del 1589.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A FRANCESCO MARIA DELLA ROVERE, DUCA D’URBINO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non estimerò mai che la grazia di Vostra Altezza sia, come i greci dicono, <foreign lang="gre" TEIform="foreign">&gt;káris ákaris</foreign>, perchè non l’avendo io nè lungamente aspettata nè con molte opere meritata, per la tardanza non mi può essere ingrata. La supplico nondimeno, c’abbia risguardo a la mia infermità, per la quale sono men timido del dimandare, che paziente ne l’aspettare. Ma bench’io avessi tutti gli altri difetti, la simplicità mi può scusare di ciascuno, e la verità de le mie parole parimente. Se di nuovo caderò in qualche maggiore infelicità, o per manifestare il mio proponimento o dir apertamente la verità; il mio precipizio sarà contrario a quel di Lucifero, il quale “<foreign lang="lat" TEIform="foreign">in veritate non stetit</foreign>.” Laonde, cadendo in questa vita, spero almen di risorger ne l’altra: ma la pietosa mano di Vostra Altezza potrebbe ancora in questa sollevarmi. Io non me l’offero in altro modo servidore che de l’animo, per due cagioni: prima, perchè l’offerirei cosa che le sarebbe più tosto di spesa che di servizio; poi, perchè non fui atto mai al servire; ed ora son quasi disperato solo in pensandovi. Laonde, se la grazia del re e la giustizia non mi cava di mendicità, temo di non esser indotto a morir per elezione in loco simile a quello ove fui messo per forza, e molti anni vi sono dimorato contro la mia volontà. Ciascuno è servo, come disse Euripide; e gl’iddii stessi non possono fuggire la servitù de la legge. Ma noi cristiani dobbiamo portar altra opinione: laonde vorrei, che la grazia del re mi liberasse da questa e da ogn’altra servitù, accioch’io potessi viver l’avanzo de la vita in tranquillità, e dire insieme co ’l Petrarca:
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                     <lg org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="lg">
                        <l part="N" TEIform="l">Tal che s’io vissi in guerra ed in tempesta,</l>
                        <l part="N" TEIform="l">Muora in pace ed in porto; e se la stanza</l>
                        <l part="N" TEIform="l">Fu vana, almen sia la partita onesta.</l>
                     </lg>
                  </quote>
Se ’l mio è troppo ardito desiderio, perdonimi Sua Maestà, perchè da’ grandissimi principi devonsi aspettar le grazie conformi a la grandezza de l’animo e de’ regni e de gl’imperi. Io non ho scritto ancora cosa alcuna in sua lode, ma spero farlo prima che finisca questa estate; e con la medesima occasione mostrare a Vostra Altezza la mia antica affezione ed osservanza, per la quale non dovrebbe parer il mio soverchio ardimento; se mentre vanno scorrendo attorno questi nuvoli e questi tuoni di guerra, io, che per l’infermità son poco atto a le fatiche e a’ disagi, mi riparassi sotto l’ombra de la gran quercia, la quale in ogni tempo fu rifugio e ricovero di tutti gl’infelici: laonde con molta ragione cantò quel poeta:
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                     <lg org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="lg">
                        <l part="N" TEIform="l">De la gran quercia, che ’l bel Tebro adombra,</l>
                        <l part="N" TEIform="l">Esce un ramo, ed ha tanto i cieli amici,</l>
                        <l part="N" TEIform="l">Che gli onorati sette colli aprici,</l>
                        <l part="N" TEIform="l">E tutto ’l fiume di vaghezza ingombra.</l>
                     </lg>
                  </quote>
E meglio avrebbe detto “tutta Italia.” Ma con troppa dimestichezza ardisco di scrivere a principe così grande. Contentisi ch’io le abbia accennato quanto io le son servidore, e quanto desideroso de la sua grazia; e degnisi per la sua ineffabil cortesia di raccomandarmi al signor Fabrizio Maschio, nè meno a’ suoi agenti in Roma, accioch’io sia securo che le mie lettere non sieno da la fortuna mandate per contraria strada. E le bacio le mani.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A CURZIO ARDIZIO. Pesaro</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Non si doglia Vostra Signoria de la sua fortuna, ma più tosto lodi la sua buona sorte, e la ringrazi; perchè se nel mio passare io fossi stato veduto da lei, in tutti i modi le sarei stato di molto fastidio, per non dir di molto aggravio: imperochè, dicendolo, temerei che il Salviato censurasse questa lettera. Non rispondo al sonetto scrittomi, perchè nel rispondere a’ versi del signor Ardizio non voglio minore spazio di tempo di un mese intiero; ma rispondendo, voglio ristamparlo fra gli altri.</p>
               <p TEIform="p">Mi spiace che siasi malato il signor duca di Mantova, perchè sono stato molti mesi ne la sua corte; volli dire ne la sua casa. Ma più mi rincresce il lodarlo: perciochè non ha voluto farmi alcuna di quelle grazie che io desiderava, o almeno darmi licenza, o rimandarmi in quella prigione che cotanto aborriva; acciochè io potessi conoscere di esser tanto disobligato quanto egli mi voleva obligato. In somma, se i principi d’Italia non vogliono darmi la vita, nè vogliono castigare chi m’offende, si dovrebbono contentare di rimettere il giudizio de la mia morte al papa, o almeno al re di Spagna; e lavarsene, come si dice, le mani: perchè il donarmi, e il non castigare chi mi fa ingiuria, è un gittare il dono sicuramente ne lo stato di quei principi che fanno il dono.</p>
               <p TEIform="p">Io scrivo al signor Ardizio, al quale già scrissi una breve lettera in materia de l’onore; però non mi pento di scriverle liberamente. Sono ne lo stato del papa, ed in Roma; nè scriverei un verso in laude di alcun principe italiano che negasse di donarmi cento scudi per verso, non avendomi voluto donar la vita; la quale, per grazia d’Iddio, ho condotta salva fino a questa città, non una volta sola, ma due e tre: nondimeno quando queste cose si trattano per mezzo de gli amici, com’è Vostra Signoria, si devono trattare alquanto più piacevolmente. La prego dunque, che ricordandosi de le sue cortesi lettere, e de le speranze datemi, voglia fare ufficio o co ’l signor cardinal de’ Medici, o co ’l signor duca d’Urbino, suo e mio signore, perchè mi doni cento scudi; o con l’uno e con l’altro, acciochè me ne donino quanti stimeranno che possano bastarmi per un anno, perchè non penso di potere spedirmi più tosto: io cerco qui la vita e la libertà, e cerco parimente tanto favore a l’uno ed a l’altro, pregandoli che non mi sieno scarsi del loro aiuto, acciochè io sia sicuro di avere una ferma ritirata in uno di questi monasteri, dove lascierò i miei libri. Aspetto da Vostra Signoria risposta con qualche effetto, perchè altrimenti sarebbe tarda, non volendo io perdere l’occasione di uscire in qualche modo da così lunga e così noiosa infermità. E bacio a Vostra Signoria la mano. Da Roma, il 10 d’agosto del 1589.</p>
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               <head TEIform="head">1157</head>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Nel ricever l’ultima lettera di Vostra Signoria mi fu data licenza di casa del signor cardinale Scipione, senza alcuna nuova occasione o senza altra colpa, che de la mia dapocaggine e de la maninconia; nè so imaginare, oltre queste, altra causa, che ’l favor già fattomi da Vostra Signoria e dal signor duca di Mantova nel nascimento del terzo figliuolo. In questi caldi quasi eccessivi, con la febre etica, e con grandissima stanchezza per l’infermità di molti mesi, ho avuta gran difficoltà di ritrovare alloggiamento. Hollo ritrovato, e non vogliono ch’io mi ci fermi: tal ch’io sarò costretto di tornare a Napoli questo settembre; s’avranno pazienza ch’io possa fermarmi tutto agosto, ed aver qualche ristoro del male. Non ho voluto nondimeno mostrarmi negligente nel servizio comandatomi. Mando adunque la canzona ne la nascita del terzogenito da la quale Vostra Signoria potrà comprender di leggieri, ch’io non posso scriver cose nuove, e che le vecchie non giovano a la mia infermità: laonde sono altrettanto disperato de’ la salute, quanto d’ogni commodità.</p>
               <p TEIform="p">A lo sdegno del signor duca di Mantova sempre mi spiacque che la mia fortuna desse più tosto occasione, che la mia volontà: ma il signor duca può sapere ch’io mi scusai de la mia insufficienza più volte, e ’l supplicai che mi facesse grazia, non potendo sostenere un inutile gentiluomo, almeno di favorirmi nel ricuperar la dote materna, o quella parte che mene tocca, come scriveva mia sorella; la quale importa duemila e cinquecento ducati, oltre gli usufrutti. Sua Altezza promise di favorirmi co ’l vicerè, dicendomi ch’era suo amico; dal quale, dopo due anni di negozio, non ho potuto impetrar nulla: e per quel ch’io stimo, Antonino mio nipote ha avuto ogni cosa, e mi lascia stentare in questo modo. In questo paese non si può vivere senza un ronzino; ma io non ho nè ronzino nè amico che mi porti in cocchio, nè ciamarra, nè pelliccia, nè robba da state, nè camicie, nè cosa che mi bisogni in alcuna stagione. Laonde il bisogno mi caccia a Napoli: e pur ch’io non sia cacciato come i cani, la cosa passerà bene. Se ’l signor duca risolverà per sua benignità di farmi degno del suo cortesissimo favore, ne rimarrò molto obligato a Vostra Signoria; ma in niuna cosa può favorirmi con maggior giustizia, e con maggior riputazione de la sua bontà, che nel ricuperar questi duomila e cinquecento ducati benedetti; senza i quali ho gran dubbio di morirmene ne lo spedale. Signor mio, non lasciate occasione di persuadere a Sua Altezza a farmi questa grazia: e pregatene ancora il signor Fabio, che v’interponga la sua autorità: e tanto devete farlo più volentieri, quanto la canzona è più brutta; perchè questo è certissimo argomento ch’io possa far poche cose, oltre le pensate, a le quali non ho aiuto alcuno, ma infiniti impedimenti. Sto con qualche speranza del favore, che parrà di farmi a la signora duchessa, prima ch’io vada a Napoli: ma vi prego che non mi facciate perder l’occasione d’andare a’ bagni, senza i quali io non posso vivere.</p>
               <p TEIform="p">De le mie Rime avrei voluto che Vostra Signoria omai facesse qualche deliberazione, perch’io le avrei lasciate in tre gran volumi al signor cardinale del Mondovì, o al segretario del signor cardinale Scipione, se così aveste giudicato più espediente. Vostra Signoria mi faccia grazia di mandarmi per la strada del Ruspa la tragedia, e la quarta e quinta parte de le mie opere, ed alcune copie del Floridante: e mandi le sue lettere per istrada sicura del ricapito, per tutti i rispetti, ma particolarmente s’ella mi manderà le Novelle e le Rime antiche, de le quali l’ho pregata con altre mie. Scrivo di nuovo a la signora duchessa per li soliti favori. E bacio a Vostra Signoria la mano. Da Roma, il 12 di agosto del 1589.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A ELEONORA DE’ MEDICI, DUCHESSA DI MANTOVA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io mi trattengo ancora con la speranza che Vostra Altezza si degni di scrivere in mia raccomandazione, e mi faccia qualche favore conforme a le promesse del signor Costantino. E ’l suo nuovo parto, essendo stato felice e fortunato, non dovrà impedir la grazia, ma tanto accrescerla, quanto l’avrà ritardata. Le mando in questo soggetto una canzona, supplicandola che si degni di leggerla co ’l signor duca, e così lontano mi faccia degno de la commune protezione. E le bacio le mani. Di Roma, il 12 d’agosto del 1589.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A ORAZIO FELTRO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ho avuto due lettere di cambio duplicate; e co i danari de la prima, che mi furono pagati, potrei trattenermi non difficilmente sino a settembre, s’io avessi qualche commodità di stanze: ma il trovare alloggiamento in questi caldi m’ha portato grandissima incommodità; e molto mi doglio di non esser stato degno del favore ch’io desiderava, del signor cardinale Gesualdo. Ma per mezzo di Vostra Signoria, a Napoli penso di venire in tutti i modi; e se ’l signor Pietro Antonio mi darà qualche aiuto al venire, farà operazione conveniente a cavaliere suo pari. Ma io non ho meritata ancora tanta cortesia; e la fortuna mi toglie così l’occasioni di meritarla, come l’animo di riconoscerla: nè spero che debba mutarsi. Non posso ora scrivere più lungamente: quest’altra settimana le darò più minuto avviso d’ogni mia deliberazione. E le bacio le mani. Da Roma, il 12 d’agosto 1589.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A MADDALENA CAMPIGLIA. Vicenza</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non poteva credere c’alcuno sentisse piacere d’esser vinto; ma leggendo la favola pastorale di Vostra Signoria, con tanto diletto ho conosciuto d’esser superato, e che niun vincitore si rallegrò più de la propria vittoria: ma l’esser superato con tutti gli altri, accresce il mio piacere, e la gloria di Vostra Signoria. La ringrazio dunque che m’abbia voluto far degno del suo dono, quasi di consolazione al vinto. E le bacio la mano. Di Roma, il 12 d’agosto del 1589.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A VINCENZIO LAUREO, CARDINAL DEL MONDOVÌ. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">A me dispiace la morte assai meno che l’essere abbandonato da gli amici e padroni miei a la discrezione, come si dice, de la fortuna, o, come io direi, a la indiscrizione e temerità. E perchè fra coloro de’ quali sono riputato servitore, uno è Vostra Signoria illustrissima, per testimonio di mio padre medesimo, non solamente per mia relazione, s’io dicessi d’aver perduta la sua grazia, ed insieme non dicessi che fosse mia colpa, il mondo crederebbe ch’io fossi incorrigibile, e che ricusassi ogni penitenza; perchè niuno mi crederebbe che la cortesia di Vostra Signoria illustrissima fosse stata minore verso me che verso gli altri, de’ quali ha peraventura men antica cognizione. Non volendo adunque dir mal di me stesso, nè potendo lamentarmi di Vostra Signoria illustrissima, se non quanto a lei medesima piace; sono costretto a parerle di nuovo importuno. Il signor Ottavio Egizio mi scrive di nuovo, ch’io procuri lettere di favore da Vostra Signoria illustrissima a monsignor suo nipote, al quale è commessa la causa d’un fratello di detto signor Ottavio, al quale non posso negar cosa alcuna. La medesima cagione mi costringe a ricordarle la lettera di favore al signor duca di Nocera per mio particolare. Io sono in Santa Maria Nuova, monastero de’ padri olivetani, come intenderà dal padre don Nicolò de gli Oddi, con poca sanità, e con minore speranza di ricuperarla; e non veggo strada di provedere a tante mie miserie, e così immeritamente tolerate. E bacio a Vostra Signoria illustrissima la mano. Da Santa Maria Nuova, il 14 d’agosto 1589.</p>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">AL DUCA DI NOCERA. Napoli</salute>
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               <p TEIform="p">Io doveva cercar molt’anni sono tutte le occasioni di farmi conoscere servitore di Vostra Eccellenza; ma la mia fortuna mi fa tanto più timido, quanto i suoi meriti sono maggiori. Laonde, quasi cavallo restìo, ho bisogno di sprone; e mi vergogno doppiamente: prima, ch’io non abbia in me parte che meriti d’esser conosciuta da così giudicioso signore; da poi, ch’io non sia tutto acceso d’un infinito desiderio di saper con gli effetti la grandezza de l’animo suo, la quale ho già intesa per fama: ed aggiungendosi l’una e l’altra vergogna al mio timore, mi resto pieno di confusione; e ’l maggior danno ch’io n’abbia, è l’esser privo così lungamente de la sua protezione, per la quale devrei passare e ripassare il mare, non che far un picciolo viaggio. Scusimi Vostra Eccellenza; e sia certa, c’al fine ogni passione sarà vinta da la ragione, com’è dritto: laonde io non mi curerò ch’ella conosca mille miei difetti, pur ch’io non sia defraudato di tanto favore. Ma è necessario ch’io cominci a prender ardimento con le lettere, le quali più agevolmente sostengono la repulsa. La prego, dunque, di molte cose insieme; primieramente, ch’ella mi creda che non è uomo c’ami più di me il valore, ovunque sia; laonde, trovandosi in Vostra Eccellenza congiunto con tanta nobiltà e con tanto splendor di fortuna, e con tant’altre grazie di natura e doni del cielo, è quasi forza ch’io ne l’onorarla non ceda ad alcun altro: da poi, che questa mia tepidezza non mi noccia, perch’essendo nata dal conoscer la propria imperfezione, e de la stima de la sua grandezza e de la sua virtù, merita che m’abbia per raccomandato, e che mi raccomandi a’ medici, i quali ancor non m’hanno fatto giovamento alcuno. Ultimamente, quasi assicurato dal cardinale del Mondovì, che scrive in mio favore a Vostra Eccellenza, la supplicherò che si degni di concedere per mie preghiere un ufficio al signor Angelo Giudice. Questa grazia può far il medico più contento, più certa la mia salute, e più osservazione in questa parte de le promesse. Io sono quasi costretto di compiacerlo; e stimo gran ventura la mia, di godere i frutti de la servitù prima c’abbia servito, e grande anzi grandissima la sua cortesia, de la quale non sarei dubbio, benchè mi negasse quel che domando; nè lo desidero per certezza maggiore, ma perchè mi giovi d’esserle perpetuamente obligato. E le bacio le mani; assicurandola quanto posso de la mia servitù e de l’affezione.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">L’ultima lettera di Vostra Signoria mi trattiene con le solite speranze; laonde io conosco il gentile artificio ch’ella usa, di non volere ch’io disperi affatto de la cortesia de la signora duchessa, la qual potrebbe stendersi non sol sino a Fiorenza e sino a Roma, ma sino a Napoli e più oltre, se più lontano potesse condurmi la necessità: perchè quando ella non fosse patria, potrebbe avenire che ’l bisogno mi spingesse, e l’amorevolezza (come dicono costoro) non mi ritenesse. Debbo credere al testimonio di Vostra Signoria ne le cose incerte; ma ne le certe devrebbe ella credere a la mia relazione. Bastile per ora questo, ch’io sono il più povero di tutti i gentiluomini del mondo, e ’l più affaticato ne l’infermità, de la quale non sono mai risanato; e colui che più ha lodati gli altri, e meno è stato riconosciuto: raccomandatemi adunque al signor Fabio in questo negozio.</p>
               <p TEIform="p">Il discorso di Vostra Signoria mi è piaciuto grandemente, perchè mi tocca a punto dove mi duole: ma quando ella mi propone guadagno, vorrei che mi proponesse il dono più tosto; non potendo io durare altra fatica di quella che bisogna al mio poema, la qual sarà di molti mesi. Fra tanto non so come trattenermi a mie spese: non so, dico, servire e poetare in un medesimo tempo. Sperava che Vostra Signoria m’accomodasse di cento scudi, per ritrarseli poi da le stampe: e le ho scritto in questa materia alcune volte, pregandola che procurasse i privilegi di Toscana, e facesse i patti con qualche stampatore; perch’io non posso trattare con alcuno per mia sciagura: e s’io non fossi certo che la scelta de le mie rime è ottima, ed in grandissimo numero, temerei di avere il torto, e che altri avesse ragione di stimarmi presuntuoso ed importuno. Se Vostra Signoria non poteva darmi questa commodità, almeno deveva risolvermi, e darmi aviso qual guadagno voleva ch’io sperassi. Non aveva bisogno di libri che valessero meno; e le mando la lista d’alcuni che stimo più necessari. Aspetto ancora la cortese risoluzione de la signora duchessa, perc’almeno in queste promesse nè Vostra Signoria nè io debbiamo restar molto ingannati: ma, per conchiusione; se ’l signor duca o altri non favorisce per giustizia o per grazia la spedizione del mio negozio in Napoli, niuna cosa mi potrà cavar di pena e disagio, se non la morte; la quale è forse tanto vicina, ch’io non devrei aver molti pensieri, e basterebbe pensare al riposo.</p>
               <p TEIform="p">In quanto al particolare seguito per conto mio in casa del signor cardinale Scipione, ch’ella disidera d’intendere, sappia ch’egli non m’ha data licenza: ma quei di casa (e particolarmente Giorgio Alario, il quale per certo suo naturale instinto non può soffrire in quella corte alcun virtuoso) me l’avevano prima data; ond’io non ho potuto nè voluto fermarmici contra lor volontà, e con molto mio incomodo: ed ora sono in Santa Maria Nuova. Bacio a Vostra Signoria con questo fine la mano. Da Roma, il 24 di agosto del 1589.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A VINCENZIO LAUREO, CARDINALE DEL MONDOVÌ. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non ho trovato maggior fede ne’ servitori che ne’ padroni; laonde non so se dal mio fosse portata a Vostra Signoria illustrissima una mia lettera, ne la quale io la pregava che mi facesse alcuni favori: ma ne l’amicizia non può esser fraude nè fallo. Però questa, che raccomando al padre don Nicolò de gli Oddi, avrà ricapito senza dubbio. Da lui intenderà il bisogno c’ho di stanze per questo mese, ne le quali non vorrei infermarmi più di quello ch’io sia, per la necessità c’avrò quest’altro di tornare a Napoli. Io verrei a baciarle la mano; ma bisogna ch’io sia sicuro che si contenti di darmi da pranso o da cena: tanto mi rincresce il tornar a piedi per così longo camino, senza sapere dove sia volentieri ricevuto. E bacio a Vostra Signoria illustrissima la mano. Di Santa Maria Nuova, il 10 di settembre 1589.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A CURZIO ARDIZIO. Pesaro</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vostra Signoria con l’ultime sue lettere, e con quella del signor marchese del Monte, m’ha lasciato ancora in aspettazione de la risposta del cardinale. Vivrò con questa sofferenza, come Vostra Signoria consiglia, in Santa Maria Nuova, dove mi ritirai, e poi ammalai; anzi pur s’aggiunse infermità ad infermità. Piaccia a Dio che la carità di questi padri m’aiuti a risorgerne. Parlai a pena al signor Fabio suo fratello, perchè tornava al monistero con la febbre; dal quale non m’era partito senza essa. E bacio a Vostra Signoria la mano, ed al signor marchese fo riverenza. Da Roma, il 12 di settembre del 1589.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL MAESTRO DI CAMERA DI SUA SANTITÀ</salute>
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               <p TEIform="p">La partenza di Nostro Signore in questa mia infermità ha tolto più tosto a me l’occasion di chiederli la vita, che a Sua Santità di farmi la grazia; perchè la sua autorità può salvarmi per ogni parte di questa città, non solamente nel monistero di Santa Maria, ov’io infermai, e ancora di nuovo infermo: e ciascuno dee ubbidire al suo cenno. Ma poco è a la sua somma e suprema potestà il farmi grazia terminata da luogo o da tempo, dovendo esser ubbidito da tutti i principi e da tutti i popoli cristiani, come io l’avrei supplicato, s’io avessi avuto udienza. Ma se Vostra Signoria illustrissima vorrà farmi tanto favore, che possa essere ascoltato, prenderò questo ardire: e sappia, che la grazia è dimandata da un povero gentiluomo, infermo di molti anni, e per questa cagione non atto a servizio d’alcuno, e desideroso di libertà, dopo altrettanti di prigionia, e bisognoso del suo aiuto per essersi avvicinato dopo lunghissimo tempo a la patria, ne la quale appena è riconosciuto. Chiedo grazia, e dovrei domandar giustizia: ma io confesso di non esser tanto prudente, che non possa vergognarmi di molti miei errori e di molte infelicità. Laonde non ho voluto seguir l’esempio d’alcune nazioni de l’India, ne la quale il prudentissimo sacrificando non chiedea altro che giustizia. Io in alcuna mia composizione, ch’è stata in vece di sacrificio (se sacrificio è la lode), ho invocata la clemenza di Nostro Signore; e con la sua autorità, quella de gli altri principi cristiani. Nondimeno, non essendo consapevole a me stesso d’alcuna frode, o d’alcuna malizia, o d’alcuna falsa e pertinace opinione, o d’alcuna menzogna detta dappoichè son libero; non tanto dubiterei di chieder la giustizia, quanto ch’ella mi fosse fatta. Vostra Signoria illustrissima si degni di presentare a Nostro Signore questo sonetto in mio nome, per obligarmi d’obligo che sarà eguale a la vita; nè consenta la bontà di Vostra Signoria illustrissima che sia di pochi giorni.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A ORAZIO FELTRO. Napoli</salute>
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               <p TEIform="p">È già passato un mese ch’io scrissi a Vostra Signoria, ed al signor Pietro Antonio Caracciolo, siccome era stato suo parere. Da lui non ebbi risposta: da Vostra Signoria mi fu risposto sì come mi fu detto; ma la risposta letta da altri non mi capitò a le mani, nè io so quel che si contenga. Spero, nondimeno, che non abbia mancato de l’usata sua cortesia e de’ soliti offici con cotesti signori, acciochè da loro mi fosse dato qualche aiuto. Io niuna cosa più desidero che di venire a Napoli, e di goder lungamente la bellezza di cotesta città che mi piace oltre tutte le altre, e per la memoria di mia madre e de la mia fanciullezza m’è in vece di carissima patria; e farò ogni sforzo per adempir questo mio desiderio, quando mi sarà conceduto. Ma ora sono impedito da una febbre putrida e, com’io stimo, continua; con la quale non ardisco di montare a cavallo: e se questa medesima cagione, che ha ritardata la mia venuta, è stata impedimento al poetare, co ’l quale avrei in qualche parte sodisfatto al mio debito; non dovrebbe però far che la sua cortesia e quella del signor Pietro Antonio fosse più tarda del bisogno: il quale dovrebbe esser misurato con la mia condizione, e con le sue promesse, con l’età, con l’occasioni, e sopra tutto con la benignità de’ signori napoletani; altrimenti potrebbono rimproverarmi ch’io posso comprar del pane, e farmi racconciare le calze: ed io non posso negare la verità; ma non vorrei vedermi tra molte angustie, e in tutti i modi vorrei potermi lodare de la cortesia de la città. Vostra Signoria sa che mi fu data intenzione di trenta scudi il mese, i quali non so di poter guadagnare; e non mi pare d’essere immeritevole di questo favore: il quale vorrei che fosse più tosto grazia; e ricevendolo ne mostrerei gratitudine quanto si può con la penna già stanca. La cortesia sempre è cara, ma ne le occasioni obliga gli uomini perpetuamente; ed io mi doglio che mi sia mancato in questa città il favor de’ signori napolitani, in guisa ch’io sia in questo stato, del quale non è stato il peggiore già molti anni. Non voglio passar questo termine! ma bacio le mani a Vostra Signoria, ed al signor Pietr’Antonio, e a tutti gli altri amici e prossimi. Di Roma, l’ultimo di settembre del 1589.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON GIOVANNI III DI VENTIMIGLIA, MARCHESE DI IERACI</salute>
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               <p TEIform="p">Io vaglio poco, e merito meno: ma posto pure ch’io meritassi alcuna cosa, non meritando con Vostra Eccellenza illustrissima nè per servizio fattole, nè per alcuna mia opera o operazione, che possa esserle piaciuta; la sua cortesia mi sembra soverchia, e la mia volontà difettosa: non posso vedere, dico, ch’ella mi favorisca tanto, che me ne vergogni; e vorrei poterla servire in guisa, ch’ella ne fosse contenta: e ovunque mi volgo, trovo in me qualche difetto o del volere o del potere, o di natura o di fortuna o d’arte; e intanto mi piace che la distanza le possa tenere occulte le mie imperfezioni, benchè mi doglia che l’istessa mi levi ogni occasione di servirla. Ringrazio nondimeno il padre don Nicolò de gli Oddi, che l’abbia dato di me tale informazione, ch’ella si sia degnata di farmi questo favore; ma molto più Roma, che fra le sue antiche ruine possa tenerle celate molte mie imperfezioni. Io da l’altra parte ho molta occasione di lodar la nobiltà, il valore e la liberalità di Vostra Eccellenza; la quale essendosi mostrata così largamente co ’l padre don Nicolò, obliga tutti gli amici suoi, e tutti coloro che sono conoscitori del suo merito, a restarne obligati a Vostra Eccellenza illustrissima. Ma non posso ora con la mano tremante scrivere più lungamente. E le bacio le mani. Di Santa Maria Nuova di Roma.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Sono stato troppo favorito da Vostra Signoria co ’l signor Fabio; ma io non aspettava ora questo invito, stando in guisa che non potrei montare a cavallo per due giorni, senza certo pericolo. Non è notte ch’io non abbia la febre, nè forse anche dì; benchè il bisogno alcuna volta mi cacci di casa. Altra consolazione io aspettava da un cavalier così generoso e liberale. Da maestro Gasparro sono importunato ogni giorno a pagarlo: io non ho il modo, non mi venendo aiuto da qualche parte. S’io muoio, può esser certo di pagarsi: s’io vivo, devrebbe credere a la mia parola, ed a quella di Vostra Signoria. E le bacio la mano. Da Roma, il primo di ottobre del 1589.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A FERRANTE GONZAGA, PRINCIPE DI MOLFETTA. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Supplicai Vostra Eccellenza di due grazie, già sono molti mesi. Ne l’una ebbi maggior riguardo a la sua cortesia c’al mio merito; laonde le parvi forse troppo presentuoso: nondimeno, s’ella crede che da la mia fortuna debba essere oscurato a’ posteri il mio nome, può con la sua misurata liberalità esser freno al mio ardimento, ed insieme sprone a la gratitudine; perch’io non voglio parere ingrato a questi che vivono, che sono senza fallo ingiusti estimatori de le mie fatiche in tanta e sì lunga infermità, non solamente a quelli che verranno. Ma ne l’altra grazia non posso pentirmi di parerle o troppo importuno o troppo confidente. Sono infermo non solo più del solito, ma in guisa c’a pena posso levarmi di letto: laonde estimo che la mia infermità potrebbe dare occasione a Vostra Eccellenza di parlare co ’l signor principe di Conca e con cotesti altri signori de la mia infelicità, per la quale sono inetto a tutte le cose, ed insieme de la grazia ch’io dimando. Vostra Eccellenza farà opera di carità e di cortesia insieme: e non volendo ch’io le resti obligatissimo, si contenti ch’io le sia obligato. E le bacio la mano. Da Roma, il quarto d’ottobre del 1589.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A ORAZIO FELTRO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ho promesso a Vostra Signoria d’esserle importuno, nè voglio mancarle de la mia parola; ma l’importunità non sarà tanta, che debba spaventarla de la risposta. Sono avvisato che Vostra Signoria e cotesti signori non sanno pigliar risoluzione di soccorrermi in tanti miei bisogni: laonde ho creduto ch’intendano d’altri bisogni che di quelli che io scrivo, a’ quali agevolmente si potrebbe provedere con non molto maggior numero di ducati, o con mandarmi roba da vestire, e particolarmente da coprire la mia volpe. Se mi fosse stato scritto “non vogliono,” più facilmente mi sarei acquetato ne la mia disperazione; ma non sarei meno importuno: non mettendosi il dubbio ne la volontà, ma nel potere o nel sapere, non debbo in tutto disperare. Ma se il soccorrermi è cortesia, com’io stimo senza fallo, non è credibile che i signori napolitani non sappiano darmi aiuto; perchè l’usar cortesia è proprio di cotesta città. Laonde non altrimenti io sarei pazzo a volere insegnare loro il modo d’usarla o di mostrarla, che s’io volessi ammaestrarli ne l’arte del cavalcare o de l’armeggiare. Concedendo dunque loro la principal lode di questo sapere, appena oserei di ricordare ad alcuno quel ch’io stimassi conveniente: ma non voglio negare a Vostra Signoria, che mai nel mio venire a Napoli, o nel trattare, non ho conosciuto in questi signori cardinali napolitani, o ’n questi prelati, quel favore ch’io avrei desiderato. Ora la cosa è in termine, che si potrebbe parlare più tosto di carità che di cortesia; perch’io sono indebolito per sì lunga malattia, nè sono ancora sicuro da male alcuno. Però desiderando di vivere in quella vita de la quale feci sempre elezione, o eleggerei di restare o di venire con qualche comodità. Ne l’una e ne l’altra deliberazione mi raccomando a’ padroni ed a gli amici, fra’ quali Vostra Signoria non deve risparmiare alcuna cortesia di parole. Già le scrissi che poteva avvisarmi s’era necessario ch’io lodassi alcuno in qualche mio componimento; ch’io non mancherei. De l’opere mie non parlo; ma non m’avanza, oltre quel de la vita, maggior desiderio che di stamparle. Vostra Signoria tenga memoria de le cose ragionate fra noi, accioch’io possa nei miei scritti consecrar quella del suo nome a l’immortalità. E le bacio la mano. Di Roma, il 4 d’ottobre 1589.</p>
               <p TEIform="p">Desidero l’Istoria di Napoli, come le scrissi.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ALESSANDRO GRASSI. Napoli</salute>
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               <p TEIform="p">Io non voglio esser più importuno a Vostra Signoria di quel che consenta la vostra o la mia fortuna; perchè la mia è pessima, e molto inferiore al mio merito, benchè la vostra non sia in parte alcuna eguale a l’industria e a la cognizione che avete di molte cose. Piaccia a Dio, che fra l’altre possa Vostra Signoria conoscer la mia gratitudine, e l’animo c’avrei di farle piacere; e sarà cortesia il prestarmi credenza. Io so che, oltre tutte le buone parti, è cortesissima; laonde, per uno amico e parente come io le sono, non dovrebbe risparmiar le parole e i passi. Io non ho avuta questa settimana risposta del signor Orazio Feltro; però scrivo al signor conte di Paleno per occasione d’un mio negozio, o più tosto de la mia salute; perchè queste cose sono assai congiunte.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A MATTEO DI CAPUA, CONTE DI PALENO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Tra la cortesia di Vostra Signoria illustrissima e la mia affezione non doveva esser necessario alcun mezzo: ma fra la sua fortuna e la mia infelicità poteva forse ricercarsi, acciochè da le mie miserie non fosse in qualche modo perturbata la sua felicità: ed io non ho ricusato alcuno di quelli che da Vostra Signoria illustrissima m’era offerto; ma sinora tutti m’hanno più tosto separato da la sua presenza che congiunto al suo servizio, al quale io veramente non sono atto. Però non posso tanto dolermi di questa separazione, quanto farei per altra cagione. Dogliomi almeno, c’alcuno proccuri d’allontanarmi da la sua grazia, la quale può giunger per tutto, ed in ogni occasione dimostrarsi. Anzi, se m’è lecito il dire la verità, non è senza pregiudicio de la sua grandezza e de la sua generosità, e di molte sue azioni, ch’io in molti mesi d’infermità abbia in vano ricercato d’esser sovvenuto da la sua liberal cortesia. Sono timido di tutte le cose, e incerto de la salute; ma di niuna cosa più timoroso, che d’esserle grave ed importuno, vicino e lontano egualmente. Le mando un sonetto; e la prego che non consenta ch’io viva in tanto dubbio de la sua volontà e de la mia salute. Con che le bacio le mani.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A ORAZIO FELTRO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io sono rimaso così sodisfatto de la risposta di Vostra Signoria, benchè tarda, che non molto più io poteva restar de gli effetti; poichè il difetto, com’ella scrive, non è ne la sua volontà, ma ne l’altrui; e molti in vero con qualche ragione possono moversi a negarmi questa picciola mercede, stimando ch’io voglia esser trattato non com’uomo, ma come angelo, nel quale il premio precede il merito: perocchè diranno, ch’io prima doveva componere alcuna cosa, e poi chiederne il guiderdone. Contra l’opinione di costoro non sono ostinato, benchè alcune volte sia stato ingannato da le speranze e da le promesse. Molte cose nondimeno potrei addurre a l’incontro: l’infermità primieramente, la quale impedisce ogni operazione de la mente; i vari impedimenti de la fortuna; le molte occupazioni: ma la volontà, con la quale ho sempre affettuosamente pregato Iddio per la grazia di cotesti signori, potrebbe esser riputata in vece di merito. Credo dunque che lo scoprire i miei bisogni dovrebbe bastare in cambio di preghiere.</p>
               <p TEIform="p">Sono in Roma già molti mesi senza alcuno appoggio, e con accresciuta infermità; nè posso insieme farmi le spese e provvedere a le cose necessarie per vestire: e lo stare sempre in letto, oltre che mi rincresce, non mi fa giovamento. Taccio che io non ho alcuna servitù; taccio i miei onesti desideri, che nondimeno sono d’uomo amico d’onore e di riputazione, e nemico di tutti gli obietti spiacevoli. Lascio ancora da parte la credenza ch’io aveva ne la cortesia de’ signori napolitani, a la quale voleva conceder il primo luogo, e la prima lode che s’acquista ne l’usar liberalità e nel far grazia; non la seconda, che è debita a la gratitudine. Dirò solamente, che non essendo pronti i danari per le spese del vitto, dovrei trovare in credenza trenta o quaranta scudi per vestire, i quali non so poi come pagare se non con la penna, con la quale servirò Vostra Signoria in quel che mi comanderà. Ma la prego che voglia esser cortese estimatore, se non de le mie preghiere, almeno de le calamità.</p>
               <p TEIform="p">A me non importerebbe che la roba fosse mandata da Napoli; ma non voglio scriver minutamente le cose che mi bisognano, ma le rimetto ne la relazione di chi può saperlo, o ne la cortese considerazione del signor Orazio. Mi doglio che ’l signor Pietro Antonio non m’abbia voluto dare maggiore occasione d’essergli obligato perpetuamente; nè voglio essergli importuno, per non alleggerire Vostra Signoria di questa fatica, se così la chiama, nè me stesso de l’obligo che parrà a lei medesima. Può tentar quella strada che le parrà migliore e più agevole. Al signor Cesare Anfora non scrivo di nuovo; più tosto dubitando di parere indiscreto a Vostra Signoria, che a lui troppo rincrescevole: ma se vorrà rispondermi, non mostrerà di riputarmi soverchiamente presuntuoso, o troppo ricordevole de le sue promesse. Bacio a Vostra Signoria la mano. Da Roma, il 7 di ottobre del 1589.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVANNI III DI VENTIMIGLIA, MARCHESE DI IERACI</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io poteva parer presentuoso a Vostra Eccellenza illustrissima, e più a gli altri, se con le mie importune dimande avessi voluto affrettare la sua liberalità, la quale non ha bisogno nè di stimolo nè di sproni: ma doppo le sue cortesi proferte, e quelle fattemi dal padre don Nicolò de gli Oddi in suo nome, parrei timido in ricusare la sua cortesia, o in tenere occulto il mio desiderio: dico più tosto il desiderio ch’il bisogno, perchè questo è più noto; ed essendo maggiore, e di cose maggiori, meno si conviene a me di manifestarle: ma il desiderio si stende a quelle cose solamente, a le quali la modestia d’un povero gentiluomo può arrivare senza biasimo. Non chiedo dunque cavallo o mulo, per non affaticare chi gli faccia le spese; non ischiavo, nel quale io ritrovi maggior fede che nei liberi non si ritrova; non spada; non altr’arma da difesa; non libri, i quali sogliono più agevolmente e con minor dispendio comprarsi in altra parte; non vezzi o corami, c’a la spesa del comprarli aggiungono quella de la condotta: ma un boccale d’argento, e un bacino assai picciolo, e concavo anzi che no, accioch’il servitore, portandolo sovra un trespiede, possa andarsene quando gli pare, o aspettare la mia commodità. Grande obligo avrò a Vostra Eccellenza per dono così caro; il quale se potesse ben pagare con qualche centinaia di versi, o con qualch’illustre testimonio di prosa, sarà senz’alcun fallo pagato: ma la sua cortesia e nobiltà non ricercano pagamento; ed io, oltre le dimostrazioni esteriori, le offerisco animo gratissimo ed amicissimo de la sua salda gloria e de la sua vera riputazione. Il padre don Nicolò potrà supplire ne l’altre cose non meno da la parte di Vostra Eccellenza che da la mia; e dee farlo, perchè la fede non dovrebbe essere mai ingannata d’alcuna aspettazione. Bacio a Vostra Eccellenza le mani. Da Santa Maria Nuova di Roma.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A ENEA TASSO. Bergamo</salute>
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               <p TEIform="p">La disperazione può fare gli uomini non solo arditi, ma pazzi: però non si meravigli Vostra Signoria s’io sarò ardito di darle noia; ma pregherò Iddio che colui abbia minor occasione di disperare, il quale ha migliore intenzione ed opinione migliore: e con questo antidoto solo posso guardarmi da la disperazione. Pregai Vostra Signoria, ai mesi passati, di due cose: l’una era, che scrivesse al signor cardinale Albano in mia raccomandazione, acciochè non gli fosse grave darmi lunga audienza; l’altra, che per le sue lettere gravasse il signor Alessandro Grassi, suo nipote, a farmi qualche servizio, affine che non potesse ricusare di procurarmi almeno le risposte da Napoli. Ora la riprego de le medesime; perchè non mi fa vergognar soverchiamente la mia infelicità, ma la mia coscienza mi dà ardire di continovar alcuna pratica già incominciata da gli altri, e di volerne vedere il fine; s’io non potrò senza morte, almeno senza vergogna. Potrei aggiungere, che dappoi sono infermato in Roma più gravemente; e ch’io mi levo dal letto più tosto per necessità che per altra cagione. Laonde son quasi costretto a pigliar fra quindici giorni, non peggiorando, qualche deliberazione di mutare aria e di cercare altra abitazione. Avanti la partenza bisognerebbe ch’io mi mettessi a l’ordine; ed oltre tutti i danari i quali mi ritrovo, mi sarebbero stati necessari venticinque scudi almeno; nè so se fra tutti questi mercanti bergamaschi vorranno accomodarmi; bench’io non dimandi altra roba di quella che averanno in bottega. Avrei pregata Vostra Signoria che mi facesse la sicurtà, non potendo promettere di pagarli se non dopo la stampa de l’opere mie. Ma forse sarò partito prima che risponda. Se le parrà di farmi questo favore, può essere più sicuro di rimaner sodisfatto ne la mia morte che ne la vita; perchè non so quel che vorrà far la fortuna di questo poco che m’avanza. Ma in tutto desidero d’essere udito almeno, se non esaudito, dal signor cardinale Albano. E bacio a Vostra Signoria la mano. Da Roma, il 12 d’ottobre del 1589.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A FABIO GONZAGA. Mantova</salute>
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               <p TEIform="p">Non devrei irritare alcuno; ma se le mie preghiere irritano, è contra la mia intenzione, che è di placare: e mi doglio o di non avere ben appresa quest’arte, o che ella non mi giovi in questo secolo. Prego nondimeno Vostra Signoria che faccia ufficio co ’l signor duca, che si contenti de la mia deliberazione, la qual’è, di non far questo verno così lungo viaggio: perchè sono ancora tanto lontano da la sanità, quanto da la sua grazia; e ’l tremor de la mano ne può essere a Vostra Signoria certissimo argomento. Ma non bisognano argomenti dove la verità è senza dubbio. A me bisognerebbono molti argomenti, e molte ragioni, anzi molti effetti, a persuadermi che Sua Altezza abbia animo di pigliarmi in protezione, e di provedere a la mia salute, ed a la quiete similmente. La sua autorità si stende lontano; ed in Roma son molti, i quali farebbono il suo volere: ma almeno devrei esser sicuro che da Mantova o da Lombardia non venissero le commissioni de la mia infelicità; nè devrebbe in questo proposito esser vero quel detto: “<quote lang="lat" TEIform="quote">Omne malum ab Aquilone</quote>.”</p>
               <p TEIform="p">Non ho parlato ancora co ’l signor cardinal Scipione; ma volendo ascoltarmi, la somma del ragionamento avrà questa conclusione: ch’io conosco quanto sia inutile servitore, e quanto occupato in alcuni miei studi, ch’io non potrei tralasciar per alcuna speranza di vita; laonde temerei molto, che Sua Altezza rimanesse tanto mal sodisfatta del mio ozio, quanto de l’occupazioni istesse: e da le sue male sodisfazioni molti prenderebbono ardire d’offendermi più che non han fatto; ed io non avrei mai occasione di rallegrarmi d’alcun suo favore. Per tutte queste cagioni, essendo poverissimo ed infermo, non men che povero, non posso acquetarmi senza tentar, s’è possibile, ch’io ricuperi la dote materna. L’azione è giustissima; e s’ella sarà infelicissima, fie più tosto colpa di questo secolo, che mio difetto. Ma non devrei in tutto disperare de la cortesia del signor duca; il quale non mi volendo aiutare con alcun suo dono, del quale avrei maggior bisogno, devrebbe darmi aiuto con le sue raccomandazioni in Napoli ed in Roma, dove saranno di molta considerazione: ed io ne prego Sua Altezza e Vostra Signoria con ogni efficacia, per restargliene con obligo infinito. Da Roma, il 12 d’ottobre del 1589.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVANN’ANGELO PAPIO. Roma</salute>
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               <p TEIform="p">Mi doglio di non poter essere amico o nemico di Vostra Signoria reverendissima; perchè a l’amicizia m’è impedimento la sua volontà, a la nemicizia la mia fortuna; per la quale son costretto di chiederle aiuto, quando vorrei farle guerra. Cedo dunque a la fortuna, imploro l’adiutorio di monsignor Papio per ricopiare un mio dialogo de la Clemenza; il quale è ottimo, non solo ingegnosissimo: e la medesma fortuna mi costringe a lodarlo, non sperando di trovar chi voglia dargli le debite lodi, o per malignità o per ignoranza, o per l’una e l’altra cagione. È nondimeno uno de’ molti che pensava di fare; e forse il numero sarebbe al centinaio: ma in questa mia sciagura sarà forse l’ultimo; e ’l mondo crederà de gli altri quel che gli pare. Io penso di mandarlo a qualche principe secolare; perchè in questa corte son disperato di tutte le cose, e particolarmente de la cortesia di Vostra Signoria, che non ha voluto ch’io la stimi miglior de gli altri, non dandomi speranza ch’io possa aver audienza da Nostro Signore, nè d’altra cosa che mi piaccia o possa piacere.... Prego dunque Vostra Signoria, che mi faccia copiare il mio dialogo, acciò ch’io possa andar in altra parte cercando la mia ventura; quando sarò venuto a noia altretanto a questi candidissimi padri, quanto sono a’ purpurei, da’ quali ormai non posso aver audienza. E bacio a Vostra Signoria l’eccellentissima mano. Di Santa Maria Nuova in Roma, il 15 d’ottobre del 1589.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
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               <p TEIform="p">S’a questi tempi si potesse vivere come al tempo d’Omero, o ne’ più antichi, ne’ quali non era trovato il danaio; io non mi curarei d’averne, e mi basterebbe di permutar le mie composizioni con le cose necessarie: ma non si può fare, perchè le cose necessarie ad un povero gentiluomo infermo son molte; e non era d’altra maniera quella ch’io prima, per mezzo di Vostra Signoria, aveva dimandata in dono a la signora duchessa: da poi ho voluto fare il galante; ma avedendomi che non mi riesce, mi rimarrò ne la mia solita maninconia. Il mio venire a Mantova in questo tempo mi pare impossibile, non essendo io ancor libero de la febre; e se la necessità mi costringe ad uscire alcuna volta di casa, non ne sento giovamento, ma molta stanchezza. Al signor Fabio, suo e mio signore, sono obligato de la sua buona volontà; ed il ringrazio de la sua cortesia: ma può sapere in quante necessità m’ha posto la mia fortuna, e quanta sia la passione de’ miei studi. Procurerò di far questa settimana i versi che Sua Signoria illustrissima disidera; benchè il subietto proposto ricercherebbe altra qualità di composizione: ma bisognerà pensare per chi mandarli, essendo molto lontano il munistero dov’io scrivo, da la bottega di maestro Gasparro.</p>
               <p TEIform="p">Ringrazio Vostra Signoria di quell’aiuto che ha potuto mandarmi; e le resto così obligato de l’amorevole prontezza, come se mi avesse mandato un tesoro: mi doglio che la cortesia ne gli altri sia sbandita altretanto, quanto la liberalità. Ancora non ho potuto presentare a Nostro Signore un picciol libro di mie cose: e Vostra Signoria che ha tanti amici in questa corte, e de gli più intimi de la camera di Sua Santità, potrebbe molto agevolarmi l’introduzione, con fare ufficio con chi a lei parrà più convenire, affinchè io riceva questa consolazione d’essere ascoltato da Nostro Signore; assicurandomi che rimedierà, se non in tutto, almeno in parte a le mie tante infelicità, che mi rendono odioso a me stesso. Ed a Vostra Signoria bacio la mano. Da Roma, il 16 di ottobre del 1589.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A FABIO GONZAGA. Mantova</salute>
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               <p TEIform="p">Non può Vostra Signoria in modo alcuno dubitare de la mia antica divozione verso Sua Altezza, senza farmi manifesta ingiuria: ma de la debolezza de le mie forze, e de l’infermità non cessata, dovrebbe esser certa, non dubbiosa: laonde conviene, che da la grazia di Sua Altezza mi sia non solamente dato l’animo di venire a Mantova, ma il vigore ed il modo e la speranza d’arrivarci; perch’io da me non posso portare cosa alcuna, se non la volontà di servirla; e questa medesima impedita da la natura, da l’abito, da la fortuna, e da tutte le sciagure: e vorrei almeno ritrovarci la sua grazia, la quale in altra parte non ho potuto ritrovare, ma in tutte vorrei riconoscerla. L’aiuto del Costantino mi sarebbe stato necessario, come la compagnia; ma egli meglio conosce la fortuna che la deliberazione, la qual non merita disprezzo. Aspetto d’aver così occasione di ringraziarla, come ora non mi mancano di supplicarla: fra tanto ardirò almeno di pregar Sua Altezza, che non voglia esser nemico a la speranza, la quale io ho del mio poema, sin’ora cagione di tutte le mie infelicità; il qual solo potrebbe ritardare il mio viaggio, o volgerlo in altra parte, se la mia fede o la cortesia del signor duca non vincesse tutti gli impedimenti. Bacio a Vostra Signoria la mano. Da Roma, il 27 d’ottobre del 1589.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A MAURIZIO CATANEO. Roma</salute>
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               <p TEIform="p">In risposta di quello che mi scrive Vostra Signoria voleva dirle, che a’ ritrovatori o a’ rinovatori de le cose maravigliose non si deono negare le debite lodi, massimamente s’elle sono giovevoli al mondo: laonde nè io potrò negarle al famosissimo Bragadino; perchè, s’io volessi biasimare il ritrovamento de l’oro, o altra simile invenzione, converrebbe ch’io biasimassi per consequenza l’uso, il qual è sommamente da me commendato. Così potessi mostrare intorno a ciò la mia opinione con gli effetti; ma ben ch’io facessi qualche composizione in lode del clarissimo Bragadino, non devrei esser però condannato a le spese ed a la fatica d’un così lungo viaggio; e la sua cortesia potrebbe estendersi sin a Roma, come la vostra sino a Santa Maria Nuova. Ma più desidero dal clarissimo Bragadino; cioè, ch’egli ritrovi la miniera de l’oro e de l’argento ne gl’ingegni, e la discopra a me, che ne sono più desideroso che de l’altra mutazione. Eccovi il soggetto de la canzona. Di Santa Maria Nuova di Roma.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVANNI III DI VENTIMIGLIA, MARCHESE DI IERACI</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non vorrei esser men certo de la grazia di Vostra Eccellenza illustrissima, che de la salute medesima; de la quale sono stato alcuni mesi quasi disperato, ed ora sono molto dubbioso, non potendo sperare alcun beneficio dal tempo e da la stagione contraria, e niuna consolazione da la mia fortuna: voglio nondimeno eccettuarne quella ch’io ricevo da le lettere di Vostra Eccellenza; ne le quali mi dà tanto ardire di pregarla, quanto non consente ch’io abbia la mia nuova servitù. A me basta ch’ella sia così informata del mio stato, com’io sono de la sua cortesia, e de la nobiltà: ed aggiongerò per mia scusa, che mi pareva d’aver così grand’obligo al merito di Vostra Eccellenza per la benevolenza dimostratami, che non mi sarebbono bastate l’ordinarie dimostrazioni de l’affezione e de l’osservanza, come son quelle de le lettere famigliari. Con maggiore argomento doveva farla sicura de la mia servitù; ma l’infermità è impedimento di tutte le cose e de le poesie, come di tutte le altre: ed a la mia fortuna non è paruto assai questo impedimento solo. De gli altri io non ardisco di parlare, parendomi ch’il padre don Nicolò de gli Oddi possa servire al difetto del mio scrivere; perch’io, doppo tre mesi di febre quasi continua, mi trattengo ancora in questo monastero seco; dal quale io credeva partirmi in pochi giorni. In questa parte almeno, spero che non debba mancare a le sue promesse, e a la mia affezione, con la quale cercherò che Vostra Eccellenza mi conosca fra coloro che sono amici de la sua gloria, e di quella de’ suoi antecessori. E con questo fine le bacio le mani. Di Santa Maria Nuova di Roma.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vostra Signoria dee scusare in tutte le cose mie la tardanza; poichè ella non è mio difetto, ma de la fortuna e de l’infermità. Io disiderarei in tutte le sue la prontezza, e particolarmente la solita pronta liberalità; parlando nondimeno di quella parte che non faccia lei più povera, ma più officiosa co’ signori e con gli uomini d’alto affare; o più ardita, se da soverchio rispetto nascono tante dilazioni. Mando a Vostra Signoria un altro madrigale nel battesimo del terzogenito di Sua Altezza: e le piacerà di presentarlo in mio nome a madama serenissima. Avrei fatto composizione maggiore; ma questa è materia da non affaticarvi troppo un infelice poeta. Penso però a qualche altra cosa, ma non so se sarà fatta a tempo, ch’io possa mandarla per questo corriero; perchè il male, non cessando ancora, è impedimento di tutte l’operazioni. È stato lungo, quanto Vostra Signoria può sapere: mi sforzerò nondimeno ch’ella senza fallo l’abbia per lo sequente ordinario. Al signor Fabio risposi, ed aspetto la sua deliberazione: non essendo conforme a quella ch’io possa fare, prego Vostra Signoria che faccia quell’ufficio che può, e che dee; accioch’io lontano almeno possa assicurarmi de la grazia del signor duca.</p>
               <p TEIform="p">Niuna cosa più mi persuaderebbe al ritorno di Mantova, che la speranza di essere aiutato dal mio signor Costantino nel far ricopiare, e poi stampar le cose mie. Vorrei che le rime e le prose fossero stampate separatamente in bellissima stampa, in foglio, o almeno in quarto; e che l’une e l’altre fossero distinte in tre volumi: quelle, d’amori, e di lodi, e di composizioni sacre o spirituali, che vogliamo chiamarle; queste, di lettere, di dialogi, e di discorsi. Ma le rime sono ricopiate per la maggior parte; le prose sono a pessimo termine. Oltre a ciò, ristamparei la tragedia, e ’l poema eroico, il quale ne la riforma spero che debba esser maraviglioso e perfetto. Mi doglio di non potervi attendere, perchè due sono gli impedimenti grandissimi; la povertà, dico, e l’infermità. Il consiglio di Vostra Signoria è ottimo; ma io conosco grandissima difficoltà ne l’eseguirlo: benchè la cortesia del signor duca di Terranova potesse esser tanta, che me ne desse speranza; o quella del vostro signore, de la quale io vorrei sin qui vedere qualche effetto. In tanto bisogno di tutte le cose, non ho maggior disiderio che di qualche delicatezza, e de’ libri da passar la maninconia: fra gli altri erano le Rime antiche, l’Italia liberata del Trissino, l’Avarchide, e l’altre opere de l’Alemanni, et il Decamerone: co ’l cambio de’ Floridanti si potrebbono trovar tutti. Io mi tratterrò con questi signori vineziani quanto meglio saprò, con la speranza datami da Vostra Signoria, la quale può esser sicura che ne’ miei dialogi non sarà defraudata la sua virtù; ma terrò di lei onoratissima menzione, conforme i suoi molti meriti: intanto penso di scriverle qualche sonetto avanti Natale. Piacesse a Dio c’almeno io fossi consolato ne le feste sacre; poichè de le vane non ho potuto avere alcuna consolazione, o alcun piacere. E con questo fine, di nuovo mi raccomando a Vostra Signoria con tutto l’affetto de l’animo. Da Roma, il primo di novembre del 1589.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">A l’ultima lettera di Vostra Signoria, ne la quale assai lungamente mi scrive di molte cose, risponderò quanto più brevemente posso. L’opinione ch’io porto di cotesto serenissimo prencipe, è e sarà quella che piacerà a lui medesimo: perochè non malagevolmente potrà assicurarmi del dubbio de la vita, che spesso m’ha fatto vaneggiare; ed assicurandomi in Roma dal suo lato, sarà forse maggiore la difficoltà, ma dal mio l’obligo. Aspetto la lettera del signor Fabio, non meno incerto de la mia che de la sua deliberazione. Ma lasciando ora da parte l’altre cose che appartengono a la mia sodisfazione, parlerò de la salute solamente, la quale non si può sicuramente confidare ad un lungo viaggio di verno: nè vorrei, oltre a ciò, perder l’occasione d’andare a’ bagni o in Regno o in Toscana, se quelli d’acqua dolce non potessero bastare. Al dono poteva la cortesia de l’illustrissimo signor Fabio aprir la borsa di Sua Altezza, perchè la dimanda era picciola, e minore assai del mio bisogno; ma non era necessario d’aprir la borsa, e si poteva mandare in uno invoglio qualche drappo per mia consolazione, se non mi riputavano degno del picciol secchio, o d’altro dono sì fatto: anzi il signor Fabio istesso poteva mostrar la sua liberalità in questa parte, non dico l’ambizione; bench’io non fossi così ingrato, nè così stanco de la fatica e de la infermità, ch’io non potessi scrivere in sua lode una cinquantina di versi.</p>
               <p TEIform="p">Non posso deliberar di mandare a Mantova le rime in quel modo che scrive Vostra Signoria, se prima non sono deliberato di fermarmi in Roma. Più volentieri l’avrei consegnate tutte in mano di qualche commune amico. Lo scritto di mano di Vostra Signoria non è necessario, dovendomi fidar di lei in tutte l’altre cose. Ma io non doveva disperare, che de l’opere mie si vendesse gran quantità: e la speranza poteva esser fondata ne la qualità de l’opere, e ne la curiosità de gli uomini, più che ne la cortesia o ne la benevolenza, la quale invano ho disiderato ne lo spaccio del Floridante. Vostra Signoria in vero n’ha fatti stampar molti; e se la fatica è stata senza suo utile, me ne doglio molto: io n’avrei cambiato volentieri un centinaio in libri necessari, se ’l negozio con maestro Gasparro, o con altri librari o stampatori fosse meglio aviato. Non so trovare il suo libretto: mi perdoni questa negligenza, ma più l’ardimento di scoprirle qualche mia passione: faccia buono officio co ’l signor Fabio, e me gli raccomandi; perchè la febre va continovando con tutte le maninconie. Ed a Vostra Signoria bacio la mano. Da Roma, il 4 di novembre del 1589.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A MATTEO DI CAPUA, CONTE DI PALENO. Napoli</salute>
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               <p TEIform="p">Da molte parti ho scritto a Vostra Signoria nel medesimo proposito, e con la medesima fortuna. Ora scrivo a Vostra Signoria infelicemente, e da luogo infelice, dove m’ha trovato Alessandro mio nipote assai infermo; ma non già a giacere, perchè non ho chi mi serva. Qui aspetterò la cortesia di Vostra Signoria illustrissima, e d’alcun altro, poichè io non ho avuto nè animo nè forze di venire a trovarla senza l’aiuto loro. Almeno Vostra Signoria mi avvisi, se da don Alessandro Archirota le fu data una lettera di Sua Maestà da presentare al vicerè; perchè se non ha avuto pessimo ricapito, dovrei conoscere dopo molti mesi, che le nozze e ’l parentado fatto da Vostra Signoria con Sua Eccellenza non mi avessero nociuto. Giovimi con la sua autorità, quanto con la cortesia può sollevarmi; e m’abbia nel numero de’ suoi più affezionati servitori. Da Roma, il 4 di novembre del 1589.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A ORAZIO FELTRO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">In questa mia nuova infermità niuna cosa m’ha accresciuto il dolore e l’afflizion de l’animo, che ’l non aver lettere nè da Vostra Signoria, nè dal signor Pietro Antonio, nè da alcun mio parente. Imperochè minor vergogna mi sarebbe stata, e minor dispiacere n’avrei sentito, se m’aveste negato il picciolo aiuto ch’io chiedo in questa occasione, che negandomi risposta: non avrei stimato il disprezzo eguale, non avrei creduto che mi reputaste uomo che non sapesse acquetarsi al vostro volere ed a le vostre ragioni. Mancando la sodisfazione de’ fatti, mi sarei almeno appagato di quella de le parole, de le speranze, de le promesse; o m’avreste dato animo ch’io potessi replicare senza rossore, o ch’io facessi altra deliberazione. Con questo silenzio m’avete insieme tolta l’occasione di parervi per modestia d’animo discreto, o importuno per molta fede, di pregarvi, di lodarvi, di ringraziarvi, di raccomandarmi. In somma, quanto è mancato de la vostra grazia, tanto s’è diminuito de la mia gratitudine. Ma vo pensando alcuna volta, che possa esser qualche impedimento che ritenga le vostre o le mie lettere; e in questo pensiero mi vo consolando. Ho voluto nondimeno replicare per la via del procaccio, o per via di qualche signore o prelato o prete napolitano, se ne vedrò alcuno. Ma ne la malattia di due mesi, coloro che qui dimorano mi sono stati così scarsi de la visita, come voi di quella consolazione che si riceve per lettere: laonde non posso dissimulare, ch’io non abbia perduto molto de la grazia comune ed universale. Ma perchè dico de la grazia, la quale non ebbi mai? de la speranza doveva dire, che non mi dovrebbe esser negata, e perchè nacqui in cotesto regno, e perchè da madre napolitana fui allevato in Napoli; o perchè è giusto ch’io speri, e perchè sperando le cose giuste, non rinunzio l’amicizia e ’l parentado di chi voglia essermi amico o parente. De la speranza de’ particolari non parlo, benchè per questa da molte altre sia abbandonato. Sin’ora ho parlato come si può ne l’assenza, quasi ragionando con molti; e tanto con l’animo e co ’l pensiero me le sono avvicinato, che chiamo questo ragionamento più tosto che lettera. Ora fidandomi di lei sola, o per non vergognarmi del poco ch’io dimando, o per non parer nel poco soverchiamente importuno, le ricorderò i trenta o i venti ducati promessimi in questo agosto, se fu promessa, com’io stimo; e gli dimando per obligo de la cortesia loro, se la promessa non fu fatta: e già passa il secondo mese, nè de la malattia posso risorgere affatto, nè assicurarmi da male alcuno. I venti ducati, se per altro non mi fossero necessari, sì mi sarebbero, perch’io schivassi la maninconia de lo spedale. Non gli dimando al signor Pietro Antonio solo, nè a Vostra Signoria, ma per lor mezzo a molti: ma gli prego che mostrino di muoversi da se stessi. Mi poteva avisare ch’io mandassi qualche composizione in lode di chi più le pare....</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
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               <p TEIform="p">Oggi che è il giorno di san Martino, uscendo di casa, come io soglio alcun dì de la settimana, maestro Gasparro mi ha dato un piego di lettere, fra le quali era una del signor Fabio. Non rispondo a Sua Signoria illustrissima, perchè più agevolmente io consento di esser vinto ne gli ornamenti de la persona, che in quelli de lo scrivere; benchè non molto mi vergogni di avere scritto il più de le volte senza alcuno studio, come hanno portato l’occasioni. Risponderò quest’altra settimana; e procurerò di farlo men negligentemente del mio solito: fra tanto continovo con Vostra Signoria ne l’istesso proponimento, continovando la mia febre. Il suo sonetto de la libraria del Vaticano mi è piaciuto grandemente, ed una sola parola vi ho ritocco, com’ella vedrà, la quale ho stimata più poetica. Vedrò la canzona che mi manda, e ne le dirò il parer mio liberamente, come disidera, e come a la vera e salda amicizia nostra conviene. Vostra Signoria viva felice. Di Roma, il 11 di novembre del 1589.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A ORAZIO FELTRO. Napoli</salute>
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               <p TEIform="p">Ringrazio Vostra Signoria di quanto farà per me, non solo di quanto ha fatto. Io starò aspettando il suo avviso per venire a Napoli; e stimerei necessaria la comodità di un giovane almeno, che mi servisse amichevolmente; senza la quale non spero di arrivarvi, non sentendomi meglio. Vostra Signoria mi raccomandi al signor don Vincenzo, ed al signor Pietr’Antonio Caracciolo, e al signor Ascanio Pignattello: ma non avrei minor bisogno d’esser raccomandato a qualche cardinale o prelato di questa corte, co ’l quale potessi trattenermi qualche giorno senza mutare opinione. In tutti i modi mi raccomando a la cortesia di Vostra Signoria. Da Roma, il 13 di novembre del 1589.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
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               <p TEIform="p">Io scriverò al signor Fabio questa settimana, e darò la lettera in mano propria del signor cardinale Scipione, non fidandomi di messer Giorgio Alario suo maestro di casa, il quale da alcuni giorni in qua spesso mi va dicendo che volontieri mi condurrebbe a Mantova, o almeno verso Mantova; perchè, se non m’inganno, mal volentieri mi vedrebbe in casa del padrone con quella grazia ch’io soleva avere; e gli andamenti suoi, e ’l sapere io che la cortesia non è punto propria de la sua natura, m’assicurano ch’io non m’inganno. Io in niuna parte mi sarei più volentieri acquetato, che in corte di Sua Signoria illustrissima, s’io avessi potuto farlo con mia riputazione, e senza sua mala sodisfazione: nè doveva poter tanto la mia fortuna per distruggere i fondamenti d’una servitù di molti anni e, s’è lecito dirlo, l’amicizia, quanto la sua virtù per conservarla in questa mia depressa condizione, ed in questa sua accresciuta dignità. Di questa mia infermità, o de la febre almeno, non so dove risanare, se non in casa sua, o in qualche monistero o spedale; perchè l’osterie e le camere locande non sono sicure, ed io vi sto con maggiore inquietudine. Il venire a Mantova non risanato, mi pare malagevole oltra modo, e pieno di pericolo, massimamente senza lettica: de le cose necessarie per lo viaggio io sono sfornitissimo: la malattia m’ha consumato non meno la borsa che la carne. Laonde il signor Fabio, avendo quel buon animo che mostra, in due cose devrebbe aiutarmi, o ’n tre più tosto; ch’io non tacerò per vergogna la terza: la prima è l’acquisto de la sanità, ed il ristoro in casa del signor cardinale: la seconda, la commodità del viaggio: la terza, la grazia del serenissimo signor duca, de la quale son tanto incerto, quanto de la mia salute. Io dimando a Sua Altezza la vita; ma non la vita sola, ma l’altre cose che possono consolarmi, dopo dodeci anni d’infermità e di contraria fortuna; e fra l’altre, che mi reputi degno de la sua tavola, o ch’essendone io immeritevole, me ne faccia meritevole co ’l suo favore: non sarà favor nuovo a questa età, perchè mi fu fatto ne la giovanezza da tutti i miei padroni. Ora per la maninconia e per la giunta infermità non posso mangiar solo continovamente, e non mi piace compagnia diversa da quella ch’io soleva avere. Se ’l signor Fabio non si risolve a farmi questi favori, non dee mettermi ne la fatica di così lungo viaggio, o nel pericolo di passar per tanti luoghi sospetti. Vostra Signoria tenti l’animo suo, e faccia quest’ufficio seco, in modo ch’io non creda c’abbia voluto entrare in questo negozio, perchè io resti mal sodisfatto de l’uno e de l’altro, e con perdita di quel ricetto o rifugio in casa del signor cardinale Scipione, che solo mi restava in Italia. Scrivo al signor Fabio un sonetto, che sarà con questa. Prego Vostra Signoria che si degni presentarlo in mio nome, e d’accompagnarlo con le dolci e leggiadrissime sue parole, che lo renderanno più caro di quello che per se stesso possa meritare. E le bacio la mano. Da Roma, il 16 di novembre del 1589.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A FABIO GONZAGA. Mantova</salute>
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               <p TEIform="p">Molto mi doglio, che la mia presenza medesima non possa sodisfare a Vostra Signoria in vece di risposta: ma se le sue lettere avessero potuto accrescere così le mie forze come la volontà, non desidererebbe in me maggior prontezza ne l’ubbidire. Io sono ancora molestato da la febre, indebolito da la lunga infermità, spaventato da la fortuna e da la corta fede de gli uomini, costretto a dubitar di tutti i pericoli, e sopra tutto oppresso da la maninconia. Non posso trovar cosa che mi consoli, nè averla che mi rallegri, nè imaginarla che non mi persuada a disperare: però prego Vostra Signoria che si muova a pietà di tanta miseria, e che non le basti il ringraziare il serenissimo signor duca de la sua buona volontà, se non lo supplica in mio nome che mi perdoni questa tardanza e questa irresoluzione. Al signor cardinale Scipione vorrei esser raccomandato, benchè mi vergogni che la mia servitù abbia tanto di raccomandazione bisogno, quanto di riposo. Almeno s’io non potrò ristorarmi, vorrei esser libero affatto de la febre, prima ch’io facessi altra deliberazione di venire. Vostra Signoria non è meno cortese ch’io infelice; laonde mi giova credere, che non mi stimerà così lontano, indegno del suo favore e de la protezione. E le bacio la mano, rimettendomi ne l’altre cose a la relazione del signor Costantino. Da Roma, il 18 di novembre del 1589.</p>
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               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io sono spesso da la febre ritenuto in casa: le lettere di Vostra Signoria mi sono portate tardissimo; però non posso rispondere a tempo per quella settimana medesima che mi sono date: e tanto basti averle detto per iscusar la mia tardanza. Le rimando la canzona, ne la quale non usarei molte parole da me segnate; sarà con questa mia una nuova copia del primo madrigale, perchè altro nuovo non posso mandarle per questi giorni; e mi doglio che ’l Ruspa perda o faccia perdere i pieghi, mandandoli a mal ricapito. La ringrazio de’ Floridanti, e di tutto quello che potrà fare per l’amicizia nostra. Avrei bisogno d’alcuni libri nuovi, de’ quali ho data nota al Ruspa. Vostra Signoria, che ha seco grande autorità, di grazia gli scriva, che ad ogni modo me gli trovi; assicurandola che questo sarà uno di que’ favori che meritano grande obligazione. Al signor Fabio scrissi un sonetto, oltre la risposta a la sua lettera: il sonetto fu drizzato a Vostra Signoria, e dato al Ruspa: è fra’ ricopiati. Questo dico, perchè quando io sapessi che non le fosse capitato, ne le manderei nuova copia. A quest’ultima lettera sua risponderò poi più lungamente; ora così infermo non posso sodisfare come vorrei: ma le bacio le mani con il mio solito e cordiale affetto. Da Roma, il 20 di novembre del 1589.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1192</head>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Perdoni Vostra Signoria di grazia a la mia smemoratagine, e s’io ne ho maggior fatica, non voglia ella aver minor diligenza nel ricoprirla. Nel madrigale ho duplicato il relativo “che;” ed avendo pensato di conciare il verso, ho mandata la lettera senza ricordarmene.
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">Ch’entra nel guado oscuro,</l>
                  </quote>
si può conciare:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">E passa il guado oscuro;</l>
                  </quote>
o veramente:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">E tenta il guado oscuro.</l>
                  </quote>
Nel sonetto al signor Fabio, dove dice “vostra virtù,” si può  riporre in quella vece, “il tuo valore.”</p>
               <p TEIform="p">Ho veduto il sonetto di Vostra Signoria sovra l’Indulgenze, che non poteva esser meglio nè più felicemente spiegato, nè si può a bastanza lodare. Ben è vero, che non mi finisce di piacere quel verso:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">E si vergogni chi gli aduna e serra.</l>
                  </quote>
Però, quando ella se ne sodisfaccia, lo muterei in questo modo:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">Che scorno n’ha chi sì gli aduna e serra;</l>
                  </quote>
o veramente:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">Che n’ha disnor chi sì gli aduna e serra;</l>
                  </quote>
o più tosto:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">E non sen vanti chi gli aduna e serra:</l>
                  </quote>
non mi parendo bene, che l’offesa vada a ferir tutti coloro che tesaurizzano; perchè alcuni potrebbono metter danari da parte con buona intenzione: fra’ quai ragionevolmente si dee stimar che sia Sua Santità. Ma forse è avenuto a Vostra Signoria come suole a me bene spesso, che per inavertenza, o più tosto smemoratagine, do in simili incontri: ma chiamo in testimonio Iddio, che mai ho disiderio nè pensiero di vendetta; perchè io ne le lodi sono assai semplice, e molto mi guardo di non offendere il lodato. Bench’io cercassi che la lode fusse non solo ammaestramento, ma accrescimento de la virtù, non posso nondimeno negare, ch’io mi doglio oltra misura d’essere stato tanto disprezzato dal mondo, quanto non è altro scrittore di questo secolo: laddove io credeva che la mia virtù, qualunque ella sia, dovesse ricever qualche premio e qualche grazia da la giustizia e da la liberalità de’ prencipi, dopo tante pene e tante disgrazie, che molti anni mi hanno tenuto infelice. Ma questo dolore, a cui niun altro s’agguaglia, dee tenersi occulto quanto si può: però prego Vostra Signoria che non ne parli, e non lasci vedere questa lettera ad alcuno. E le bacio la mano. Da Roma, il primo di decembre del 1589.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1193</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A FABIO GONZAGA. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io pendo ancora da l’ultima lettera di Vostra Signoria con le speranze, co’ pensieri, co’ desideri; ma niuna cosa mi tiene più sospeso che ’l dubbio de la salute, e l’incertitudine ch’io ho de la grazia di Sua Altezza; non mi parendo ch’ella devesse o potesse star così lungamente occulta. Mi doglio che Vostra Signoria non abbia avuta ancora la mia lettera in risposta, la quale io diedi al signor cardinale medesimo, benchè non sieno molto necessarie mie lettere, ove s’interpone l’autorità di Sua Signoria illustrissima. Mando un altro sonetto, che le sarà appresentato dal signor Costantino, perchè Vostra Signoria abbia minor fatica di leggerlo; sperando che dove mancano le mie querele, e i ramarichi de la mia fortuna, debbano supplire le sue raccomandazioni e le preghiere. Da Roma, il 3 di decembre del 1589.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1194</head>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">La negligenza di maestro Gasparro avrà fatto parer me parimente, oltre il mio solito, negligente, o più del solito, per meglio dire: aspetto ancora ch’egli venga per la lettera ch’io avevo apparecchiata, sino a quest’ordinario passato, co ’l sonetto di Vostra Signoria, c’ho letto con molto piacere; e lo rimando limato con la mia, al sicuro più grossa de la sua ben sottile e delicata lima: e s’io in quei due luoghi ritocchi l’avessi più tosto sconcio che acconcio, n’incolpi il suo proprio disiderio, non la mia obbedienza, che se le farà sempre conoscere prontissima in tutte le cose che mi commanderà. Scrivo di nuovo al signor Fabio, dubitando che l’ultima mia risposta non abbia per ancora avuto ricapito; e le mando un altro sonetto. De le pelliccie promessemi con qualche condizione io avrei avuto bisogno in tutti modi; benchè non l’averei accettate se non per libero dono, o con certezza di essere atto a servire: sin’ora sono tanto male acconcio a la servitù, quanto al viaggio. Non sarò più lungo, ma ricordo a Vostra Signoria il mio bisogno, e la sua cortesia. Da Santa Maria Nuova in Roma, il 4 di decembre del 1589.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1195</head>
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                  <salute TEIform="salute">A FERRANTE GONZAGA, PRINCIPE DI MOLFETTA. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">L’incontro del signor abate, o sia stata sua providenza o mia fortuna, m’ha dato di nuovo ardimento di supplicar Vostra Eccellenza, sperando c’avendo le mie lettere più presto ricapito, ella mi favorirà di più benigna risposta, per favore almeno de’ mezzi. Di due grazie torno a supplicarla, c’appartengono a le due parti de la liberalità: l’una, d’un picciolo bacino d’argento, o d’altra cosa sì fatta; l’altra, che interponga la sua autorità co’ Seggi, e particolarmente co ’l signor principe di Conca, acciochè si contentino di darmi trenta scudi il mese per sostegno de la mia infermità. Piacendo a Dio ch’io risani, potranno far questa cortesia per altra cagione: ora non deono ricercare maggior causa de la carità. A Mantova fui invitato questi mesi a dietro: ma mi spaventò l’infermità, la lunghezza del viaggio; e l’usata cortesia di Vostra Eccellenza mi persuase a non volerle essere più lontano di quello ch’ella medesima estima conveniente. Le bacio la mano: e quanto devrei raccomandarle ne la mia infermità la mia salute, tanto le raccomando la riputazione, s’un mio pari può averla, o ricuperarla. Nostro Signore la contenti. Da Roma, il 6 di decembre del 1589.</p>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vostra Signoria avrà sin’ora avute molte mie lettere, ed alcuni sonetti. Aspetto risposta de la ricevuta almeno, e qualche deliberazione intorno al negozio de le stampe; acciochè non si prolunghi con la mia venuta, se da l’infermità o da altro accidente io fossi costretto a tardare. È necessario qualche mezzo; e nel mio venire avrei avuto bisogno di compagnia: e mi sarebbe stato caro ogni aviso de la deliberazione di Sua Altezza; e particolarmente dove pensava d’alloggiarmi, e s’io deveva mandare i libri avanti, com’è opinione d’alcuno. Scrivo a Vostra Signoria un sonetto: so che è picciola cosa rispetto al suo gran merito; ma ella deve nondimeno riceverlo come d’amico affezionatissimo, e bisognosissimo del suo aiuto in tutte le cose; ma particolarmente in questo negozio. E le bacio la mano, come faccio al signor Fabio riverentemente. Da Roma, il 7 di decembre del 1589.</p>
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               <head TEIform="head">1197</head>
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                  <salute TEIform="salute">A ORAZIO FELTRO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non voglio che la tardanza oblighi Vostra Signoria a niuna cosa maggiore di quella che prima aveva pensato, nè privi me de la speranza de la sua cortesia, la quale chiamerei debito, s’alcuno si stimasse debitore di promessa fattami. Ma veramente il non vederle osservate m’è cagione di gran maninconia e di grande incommodità. Oltre molti sonetti che questi giorni addietro ho mandati a Napoli, due ne furono drizzati a Vostra Signoria; uno per lei, e l’altro per lo signor Pietr’Antonio. Del suo rimando la copia, l’altro non vorrei che fosse smarrito. Di niuna cosa, oltre la sanità, ho maggior pensiero che ristampar le mie opere; ma in tanta disperazione di tutte le cose, non mi essendo da Napoli confermata alcuna speranza vecchia, potrei volgermi a Venezia, ove questi negozi si sogliono spedire con molta agevolezza. Questa deliberazione non devrebbe impedir la cortesia di voi altri signori, a’ quali tutti bacio la mano. Da Roma, il 9 di decembre del 1589.</p>
               <p TEIform="p">I sonetti si potranno riscuotere dal signor Alessandro Grassi, al quale furono drizzati.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1198</head>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Son forzato a scriver di nuovo al signor Fabio, e a dare a Vostra Signoria nuova noia per lo ricapito de l’inchiusa, la qual disidero che sia data in mano propria di Sua Signoria illustrissima; e però quanto più posso la prego a presentarla. Ne’ miei dialogi e ne’ discorsi mi ricorderò de la nostra amicizia, de la sua virtù, e del mio debito: e non vorrei in modo alcuno, ch’il mondo sapesse tanti oblighi che tengo a la sua cortesia, acciochè tanto più stimasse che tutto il mio debito con lei deriva da la sola virtù sua. Fra molti miei scritti n’ho alcuni più importanti, c’hanno bisogno d’esser ricopiati, e non so chi voglia farmi questo servigio. Laonde più facilmente mi risolvo al venire: ma aspetto lettere del signor Fabio, e grazia da Nostro Signore di poter montare a cavallo senza tanto male. Vostra Signoria mi conservi ne la sua; e viva felice. Da Roma, il 9 di decembre del 1589.</p>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">A FABIO GONZAGA. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Bench’io stimi di poter essere in Mantova tanto sicuro de la cortesia di Vostra Signoria, quanto ora sono incerto e de la salute e del viaggio; nondimeno, se da l’infermità mi sarà conceduto di montare a cavallo avanti Natale, o almeno doppo le feste, vorrei esser altrettanto certo de la grazia del serenissimo signor duca di Mantova, acciochè le fatiche e il pericolo del camino fossero ristorate da la sua benignità: ma se ne l’animo de’ principi non si può penetrar più oltre di quello che a loro medesimi piaccia di manifestare; almeno Vostra Signoria potrà consolarmi con l’apparenze, perchè non disperi così tosto de gli effetti. Ma questi sono vani dubbi, e d’uomo maninconico, dovendosi un sincero gentiluomo promettere ogni grazia ed ogni favore da la bontà di cotesto principe. Non mi doglio d’averle scoperta la mia vanità, e la maninconia che piglia accrescimento da tutte le cose che le sono contrarie; sperando di trovar pietà e perdono de la mia infelicità. Pregola che dal suo lato non lasci di fare alcuno ufficio che possa acquetarmi l’animo perturbatissimo ne l’autorità e ne la cortesia di Sua Altezza. E le bacio la mano. Da Roma, il 9 di decembre del 1589.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A ORAZIO FELTRO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ho avuto la lettera di cambio: non avendo maggior certezza del venire o de la salute, ho voluto i denari per non patir incommodità, la quale malagevolmente posso schifare. Laonde niuna cosa farei più volentieri, che ’l venir a Napoli a ricuperar la sanità, poichè non posso dire a goder gli amici e i padroni. Il signor Pietr’Antonio mi avrebbe favorito con le risposte; il signor conte di Paleno m’avrà giudicato forse importuno, perch’io sono stato troppo modesto; e non potendolo costringere al maggior dono, ch’è quello de la sua grazia, ho tentato c’almeno si tenga obligato al minore. De’ meriti di Vostra Signoria non posso scriver lungamente; ma vorrei che fossero tanti verso me, quanti bastassero ad obligarmi per molt’anni a la sua cortesia. E le bacio la mano. Da Roma, il 14 di decembre 1589.</p>
               <p TEIform="p">Vostra Signoria sappia, che sin’ora l’orditura del mio poema mi costringeva al venire; e non penso a la mutazione agevolmente.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1201</head>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Le lettere del signor Fabio e di Vostra Signoria, benchè m’abbiano trovato con la mia febre, e con la mia irresoluzione, m’hanno fatto nondimeno risolvere al venire, pur ch’io possa. Non mando il dialogo per questo ordinario, non avendolo ancora revisto; nè penso di farlo stampare, perchè questo sarebbe un privarmi de la speranza di farli stampar tutti insieme: ma se il mondo non può esser contento, se non co ’l farmi sempre qualche nuovo dispiacere in questa materia, io non ci posso provedere. Al serenissimo signor duca di Mantova, se non mi manca la vita, potrò presentare o questa o altre composizioni. Fra tanto io averei disiderato il dono che Sua Altezza mi aveva fatto promettere avanti le feste, co ’l mezzo di Vostra Signoria; perchè sarebbe venuto a tempo per li miei bisogni: e mi spiace di non avere aviso de gli altri sonetti mandati a Vostra Signoria; particolarmente di quelli che mi dimandava. Il signor Claudio Angelini, suo zio, in questa occasione poteva aiutarmi assai: ma io non gli posso essere più importuno di quello ch’io sia stato per l’adietro. Potrebbe ella raccomandarmegli di nuovo, acciochè io non abbia a vergognarmi di ricorrer sì spesso a i suoi favori, ora ch’egli tanto può in Vaticano. E bacio a Vostra Signoria la mano. Da Roma, il 22 di decembre del 1589.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A FERDINANDO DE’ MEDICI, GRANDUCA DI TOSCANA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Tanti anni sono che io vivo con la speranza datami de la grazia di Vostra Altezza, quanti son quelli de la mia infelicità; a’ quali per mia opinione non possono succedere altretanti di miglior fortuna, o almeno di vita meno inquieta: laonde molto meno mi resta da sperare, ma non da desiderare. Niun altro desiderio sarebbe maggiore, che di servir Vostra Altezza, s’io fossi atto. Scusimi la mia imperfezione, e ’l suo perfettissimo giudizio, s’in ciò son superato da alcun altro; e non m’escluda o tenga lontano da la sua grazia per difetto che sia o ne la fortuna o ne la natura o ne l’arte, purchè la volontà non possa essere incolpata d’alcun mancamento. Questa sola doppo tante mie colpe e non colpe, ma colpi più tosto de la nemica fortuna, mi dà ardimento di ricordarle alcune de le cose passate con l’occasione de le presenti.</p>
               <p TEIform="p">Il signor cardinale Scipione, già molti anni sono, essendo io nel regno di Napoli, m’assicurò de la grazia di Vostra Altezza, e mi persuase a tornare in questa città, ne la quale non potei baciarle la mano. Dopo sì lungo spazio di tempo, c’a gli infelici può parere un secolo, il signor cardinale del Monte m’ha quasi confermato le medesime speranze. Fra l’un tempo e l’altro, e prima molti mesi, ed ora in questa mia infermità, da quattro suoi ambasciatori mi sono state dette cose molto conformi. Taccio le promesse del signor Bargeo, del signor Cipriano; taccio quelle del reverendo Campana, e di molti altri, ne le cui promesse non dovrebbe esser minor fede, benchè fosse minore autorità ne la persona o ne l’officio. Ma non posso tacere, che senza obligo che ella n’avesse, e senza alcuna promessa fatta, io non deverei invocare invano la clemenza di Vostra Altezza, e la sua liberalità; con le quali due virtù può dar rimedio a due mali che mi tengono oppresso: l’infermità, dico, e la povertà; l’uno e l’altro invecchiato poco meno de le mie speranze, ma molto più de le mie preghiere. A Vostra Altezza sarà agevol cosa il sollevarmi in tutte le occasioni, ed in tutte le parti: ma se da lei non mi fusse commandato il venire in Toscana, o di nuovo in suo nome confermato il commandamento, l’occasione o la necessità potrebbono condurmici. Però io le dimando grazia lontano da la sua presenza, non perchè l’absenzia non sia quasi privazione del suo favore; ma perchè la prestezza potrà consolarmi.</p>
               <p TEIform="p">Mando a Vostra Altezza un sonetto, e la supplico che non voglia considerare il picciol numero de’ versi, ma la qualità del soggetto e de la mia devozione; per la quale ha luogo eminentissimo ne l’animo mio, come per la sua fortuna fra i principi d’Europa. Ma la sua virtù e la sua benignissima natura può inchinarla tanto a le mie preghiere, ch’ella per salute d’un supplichevole si faccia eguale a gli inferiori, ed amico de’ servitori, ed in questa medesima maniera superior a ciascun altro. Ed a Vostra Altezza bacio umilissimamente le mani. Da Roma, il 22 di decembre del 1589.</p>
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               <head TEIform="head">1203</head>
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                  <salute TEIform="salute">A FABIO GONZAGA. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">L’ultima lettera di Vostra Signoria, datami dal signor cardinale Scipione medesimo, in un piego del signor Costantino suo secretario, m’ha accresciuto più tosto il desiderio di venire a Mantova, che la forza o la commodità; ma l’una può ricevere accrescimento da la grazia di Nostro Signore; l’altra, da la benignità del serenissimo signor duca, o da quella di Vostra Signoria medesima, e di questi illustrissimi signori che sono presenti, co’ quali o non ho tanta domestichezza quanta avrei voluto, o non tanto ardire quanto soleva avere. Io prometto di venire a Mantova quando posso: fra tanto prego Vostra Signoria che non voglia ch’io sia obligato a quello che non è possibile, ma si degni di scrivere al signor cardinale in modo, ch’io conosca qualche giovamento de le sue raccomandazioni, e m’assicuri tanto de la sua cortesia, quanto Vostra Signoria può esser certa de la mia povertà e de l’infermità che mi spaventa.</p>
               <p TEIform="p">De la venuta del signor Giorgio Alario non so quel ch’io possa sperare o promettermi; perchè tutte le sue promesse sono sempre state fallaci, avendomi due volte lasciato in Lombardia, contra la sua parola e contra la mia volontà: ora nel ricondurmi in Lombardia da quella parte dove io sarei vissuto più volentieri ch’in alcun’altra, si dovrebbe ricordare di quel che mi disse già molti anni sono, visitandomi ne la prigione; cioè, ch’io sarei contento: e pochi giorni prima, l’illustrissimo suo padrone ed egli medesimo avevano parlato de la mia infelicità co ’l signor duca di Ferrara. Quella promessa non fu meno sua, che de gli altri: queste nuove, tutte deono dipendere dal favore di Vostra Signoria, e da l’autorità e da la grazia del signor duca; al quale io scrivo una lettera, come Vostra Signoria mi consiglia: e benchè la mia infelicità sia passata tant’oltre, per lunghezza di tempo e per gravezza de’ mali, ch’io non possa sperare alcuna subita mutazione al contrario; nondimeno si devrebbe fare quel che si può per risanarmi. E di ciò particolarmente supplico Vostra Signoria e Sua Altezza. Da Roma, il 22 di decembre del 1589.</p>
               <p TEIform="p">Scrivo due lettere al serenissimo signor duca: sia contento di presentarle insieme.</p>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">A VINCENZIO GONZAGA, DUCA DI MANTOVA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Grande obligo debbo avere al Signor Iddio, che Vostra Altezza ne le mie calamità abbia conservata memoria di me; perch’io spero, che la memoria non sia stata senza pietà, e la pietà non possa esser senza aiuto, nè l’aiuto senza giovamento e senza salute. Io dimando a Vostra Altezza quel che può dare; nè in altro modo stimo d’assomigliarla più a Dio, che chiedendo la vita, e la sanità, e l’altre cose che possono farla cara, e giovevole a me medesimo ed a gli altri. Niun dono si conviene più a così alto principe, e così magnanimo; nè dovrebbe esser difetto ne la sua grazia, benchè fosse ne le mie preghiere o ne’ desideri; i quali essendo umani, non possono esser senza qualche mancamento, o sovra qualche cosa che manchi. La volontà di servirla non mi mancò giamai: questa mi riconduce a farle riverenza; e se ’l ritorno è volontario, può creder Vostra Altezza che non fosse volontaria la partita: perch’io veramente mi partii, conoscendo di non esser atto a cosa alcuna di suo servigio, e stimando ch’ella fosse di ciò contenta. Ora ritorno con maggiori imperfezioni, ma con più fermo proponimento; come hanno voluto il signor Fabio Gonzaga ed il Costantino suo secretario, dandomi aviso de la buona volontà che Vostra Altezza dimostra verso me. Ma perchè sono ancora infermo, la supplico che voglia raccomandarmi al signor cardinale Gonzaga ed a chi più le parrà conveniente. E le bacio umilissimamente la mano. Di Roma, il 22 di decembre del 1589.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A VINCENZIO GONZAGA, DUCA DI MANTOVA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Non basta una sola lettera a le mie preghiere; sì perchè elle di sua natura sono lunghe e tarde, sì per la moltitudine de gli accidenti che mi conducono a supplicar Vostra Altezza. Aveva pensato di chieder la sua grazia avanti che la febre m’accrescesse l’infermità, e di pregarla che scrivesse in mia raccomandazione al vicerè di Napoli, acciochè mi fosse co ’l suo favore più agevole il ricuperar la sanità e la dote materna. Da poi, ne l’augumento del male s’accrebbe il desiderio d’impetrar questo favore da Vostra Altezza: perchè niuna cosa è che più stringa, de la carità de la patria; nè in altra parte gli uomini stanchi sogliono ritrovar quiete più volentieri: ma essendo in questi pensieri ed in questi trattenimenti co’ signori napolitani, sopragiunsero altre occasioni, e fui invitato a Mantova dal signor Fabio. Non avrei potuto negare d’ubbidire a’ suoi commandamenti senz’alcuno indugio, s’io fossi stato o meno infermo o men timido ne l’infermità. Scusi Vostra Altezza con la sua benignità l’imperfezioni de la natura e de la fortuna; e se così stima conveniente, cederà la carità de la patria a quella del signore. Verrò dunque, come io ho scritto, e com’ella commanda; rimettendo nel suo arbitrio la qualità de’ favori che può farmi in quella città, dov’io aveva pensato d’esser sovvenuto con la dote materna, o con la cortesia di quei signori, a viver meno infelicemente questa parte de la vita che m’avanza; la qual non può esser se non molto breve, non essendo pronto l’aiuto di chi può sovvenirmi. E bacio a Vostra Altezza la mano. Da Roma, il 22 di decembre del 1589.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A MATTEO DI CAPUA, CONTE DI PALENO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Nel difetto de le mie rime, e de le risposte del signor Ottavio Egizio, e de le lettere di Vostra Signoria illustrissima, e de la mia fortuna, e de l’altrui fede, e di tutte le cose che mi sarebbono necessarie, non voglio creder che sia mancamento alcuno ne la cortesia di Vostra Signoria illustrissima, o ne la sua buona volontà. Se questo è inganno, mi giova di vivere in questo error lungamente; ma vorrei che mi fosse conceduta maggior sanità da la grazia di Dio. Non sono tanto infermo ch’io non mi levi, e ch’io non isperi di poter leggere o scrivere qualche ora de le notti di questo verno. Sperava di poter ciò fare in casa di Vostra Signoria illustrissima; ma l’irresoluzione del signor Ottavio m’ha tenuto sospeso altretanto, quanto l’infermità. Doveva rispondermi da poi ch’io comincio a levarmi, senza costringermi ad uscir di casa, ed andar al procaccio in vano per sue lettere. Ma forse è negligenza di questo giovane suo parente, che non mi porta risposta di lettere che gli dia. Desidero d’intendere che Vostra Signoria illustrissima abbia avuta la copia de l’ultima canzona, e che la rimandi: e mi perdoni s’io sono stato breve ne le sue lodi, perchè n’è stata cagione la lunghezza del male. Mando un altro sonetto: si degni di leggerlo, e di riporlo fra gli altri; e di consolarmi con sue risposte, e con la sua usata cortesia. Da Roma, il 23 di decembre del 1589.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL PRINCIPE DI CONCA, GRANDE AMMIRAGLIO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">La cortesia del signor conte di Paleno sinora ha avuto poco bisogno di sprone; nè le poteva esser freno la bontà del padre ne l’usar liberalità con un poverissimo gentiluomo suo amico e servitore, benchè ne le altre cose soglia raffrenarla. Ora non ardisco di scrivere che sia necessario o convenevole a la sua generosità altro stimolo, che quello de l’onore e de la gloria, che suole stimolare tutti gli animi nobili a le magnanime operazioni. A me senza dubbio è la mia povertà invece di sprone e di sferza; ma l’infermità mi ritiene altrettanto dal correr quanto da lo scriver più lungamente, e mi basta di supplicare Vostra Eccellenza, che non voglia stimarmi importuno co ’l padre e co ’l figliuolo, ricordando loro la mia povertà, la malattia, e la speranza almeno di risanare, se non d’altra maggiore comodità. Il signor Ottavio Egizio, il quale spesso mi scrive, potrà scusarmi di questo ardire, poichè egli in buona parte n’è stato cagione. Io le mando un sonetto, quasi picciola arra del gran desiderio c’ho di servire Vostra Eccellenza. E le bacio la mano. Da Roma, il 24 di decembre del 1589.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io aspettava avanti le feste qualche effetto, conforme a le promesse di Vostra Signoria, accioch’io potessi confermarmi ne le speranze datemi da la benignità del serenissimo signor duca, che son quelle a punto ch’io scrissi a la signora duchessa. Quella lettera fu principio di tutto questo negozio, nel quale io sono ammalato gravemente; e con tanta poca speranza di vivere, quanto mostrerà il fine, se non ho presto aiuto. Laonde non so come possa fare alcuna certa deliberazione o del mio venire o del fermarmi, insino a tanto ch’io fossi libero de la febre; perchè fermandomi in parte, dov’io non conoscessi il favore di Sua Altezza, non sarebbe in mio potere il venire a Mantova, come disidero. Al signor Fabio illustrissimo bacio la mano; e quanto più posso mi raccomando a l’intercessione di Vostra Signoria, mentre vo di male in peggio. Da Roma, il 26 di decembre del 1589.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Se tardi mando il madrigale tante volte promesso, niuno meglio di Vostra Signoria, a cui son note le mie infermità e l’altre cagioni che mi rendono inabile a tutte l’operazioni, può scusar questa tardanza. Devea esser mandato con le mie ultime lettere, ma non fu possibile; perchè in modo alcuno io non potei quel giorno uscire un’altra volta di casa. Questo, esco con grande ed incredibile incommodità; perchè tutta questa notte passata, e l’antecedente ancora, ho avuta la febre più che mediocre. Spero che ’l madrigale non spiacerà a Sua Altezza; nè a Vostra Signoria, che è più severo giudice: perciochè in materia sacra, mi pare aver detto, con sì picciola composizione, cose da non spiacere. Di me non posso dir altro, se non che tutte le mie deliberazioni sono sospese per l’infermità, a la quale vedendo io mancare tutti quegli aiuti umani che con tante speranze e da tante parti mi venivano offerti, se la grazia d’Iddio non provede con miglior modo, la mia vita infelicissima al sicuro è al suo fine. Vostra Signoria viva lieta. Da Roma, il 30 di decembre del 1589.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL DUCA DI NOCERA. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Il signor Orazio Feltro ha pregato il signor Pietro Antonio Caracciolo, accioch’io sia sovenuto da Vostra Eccellenza: e bench’io non chiedessi questo favore, essendomi nondimeno quasi offerto alcune volte, prima non volli rifiutarlo; poi non ho voluto mancare a me stesso, nè far picciola stima de la sua grazia. Torno, dunque, con questi due mezzi a supplicarla, se non è bastato uno solamente; perchè ne le cose sode sono necessari duo, come dice Platone; o perchè tanti siano quelli che legano le parti del mondo: e piacemi per questa cagione. Per altro conosco, che tra Vostra Eccellenza, nobilissimo principe, e me, che tanto son lontano da la dignità del suo grado, si richiedevano molte interposizioni; ma in tutti i modi sono contento che mi sia fatta parte de’ suoi doni e de’ suoi favori, e ch’io abbia tante occasioni di pregarla e di ringraziarla.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A ORAZIO FELTRO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Risposi a Vostra Signoria ringraziandola de’ quindici scudi d’oro mandatimi; benchè la somma fosse picciola al mio bisogno, e soverchia a l’obligo ch’io avrei di restituirla, non potendo venire. Al restare mi persuade l’infermità che non cessa; e più mi persuaderebbe, s’io avessi in Roma quella comodità che stimo conveniente a mio pari; e per trovarla potrei far quella deliberazione ch’io debbo, e ch’io posso. Ma in tutte le occasioni io doveva aspettare qualche aiuto o qualche favore da gli amici e da’ parenti, i quali non avevano alcuna cagione d’abbandonarmi ne l’infelicità, doppo tante promesse. Numero fra questi Vostra Signoria, e il signor Pietro Antonio, e ’l signor Anfora; e v’annovererei il signor conte di Paleno, s’io non devessi più tosto riporlo fra’ padroni miei, fra’ quali siete tutti voi, miei signori; ma egli ha luogo principalissimo, qual si conviene a l’alta sua fortuna, ed a la dignità del signor principe suo padre. Mi sono oltre misura rammaricato di non aver sua risposta, o doluto più tosto; perchè il mio dolore è rimaso ne l’animo senza querele. Aspettava da la sua benignità tanta certezza de la sanità, quanta si può sperare per aiuto de’ medici; tanta quiete ne’ miei studi, quanta si dee promettere da la liberalità di un ricchissimo principe; tanta sodisfazione ne l’altre cose, quanta era debita a la mia infelicità, per consolazione di molte e lunghe avversità. Ancora sollecito la risposta; e non dovrebbe negarla, avendo il re scritto al vicerè in quel tenore che vedrà Vostra Signoria: ma non so trovar chi presenti la lettera, in guisa ch’io possa sperar non solo de la giustizia, ma de la grazia di Sua Maestà, mi conceda ch’io possa agitar la causa per procuratore. S’io potrò riscuoter qualche migliaio o centinaio di scudi, Vostra Signoria non avrà occasione da desiderar in me gratitudine. Fra tanto sappia, che mi mancano molte cose di quelle che son convenienti a mio pari, e la sanità oltre tutte le altre. Al signor Pietr’Antonio non iscrivo per quest’ordinario, aspettando risposta ancora di due o tre lettere ch’io gli ho scritto. Da Roma, il 3 di gennaio 1590.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Dal reverendo padre don Nicolò de gli Oddi ultimamente mi fu data una lettera di Vostra Signoria: non so per qual mezzo fosse mandata. In risposta non solo de la lettera, ma de la poscritta, le dico che da un tempo in qua io ho fatto sempre parte a Vostra Signoria di tutti i miei componimenti; e non ha molto che le mandai alcuni sonetti, ed ultimamente il madrigale nel battesimo del terzogenito di Sua Altezza.</p>
               <p TEIform="p">Del mio venire son risolutissimo; ma venendo presto, come Vostra Signoria consiglia, ho bisogno di lettica; partendomi tardi, l’alloggiamento, co ’l favore del serenissimo signor duca, dove parrà più a Sua Altezza: ne l’uno e ne l’altro caso mi raccomando a Vostra Signoria, e per sua opera a l’illustrissimo signor Fabio, suo e mio signore. E le bacio la mano, pregandola che mi consigli con gli effetti. Da Roma, il 6 di gennaio del 1590.</p>
               <p TEIform="p">Vostra Signoria mi raccomandi con ogni caldezza al padre don Gregorio Comanini, ed a la sua teologia, per la quale mi doveva esser più agevole ritornare a Mantova, e l’andare in ciascun’altra parte: ma io delibero di tornare in tutti modi, se qualche nuovo impedimento non mi distorna da questa mia ferma deliberazione.</p>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANGELICO FORTUNIO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vostra Signoria con l’ultima sua lettera mi toglie gran parte de la speranza che mi diede ne la prima, la quale è tutta fondata sovra la cortesia del granduca; sì come la diffidenza e (s’è lecito dirlo) la disperazione, ne l’odio portatomi da gli altri per questa stessa cagione. Toglio da questo numero monsignor il nunzio, il quale non so che voglia invecchiarsi in Fiorenza; perchè Roma o Fiorenza no ’l consentirebbono, le quali deono chiamarlo per lor riputazione medesima a maggior grado. Del vescovo d’Arezzo porto la medesima opinione; de gli altri non parlo: e ’l silenzio dovrebbe esser numerato fra gli altri miei meriti se pur n’ho alcuno, o n’ebbi giamai; o se la mia fortuna concede ch’io possa meritare. Ma con Sua Altezza, la quale dà così gran fede a’ leggisti, e così poca a’ filosofi, mi dovrebbono giovare ancora i demeriti. Io non posso mutare opinione di sperare aiuto da la sua cortesia, senza alcun merito, o a ricuperar la mia libertà, o vero a l’elezione d’altra servitù. Desidero lunga audienza da Sua Altezza; da monsignor il nunzio, molto favore; e da Vostra Signoria, tanta corrispondenza ne l’amicizia, quanta dal mio signor Costantino medesimo, co ’l quale di molte cose ho ragionato a lungo. E le bacio le mani. Di Roma, il 9 di gennaio del 1590.</p>
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               <head TEIform="head">1214</head>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">A l’ultima lettera di Vostra Signoria ho già risposto: perchè ogni tardanza può nuocer tanto a la mia salute, quanto diminuire l’opinione che si dee avere de la cortesia di cotesti signori, e particolarmente del signor Fabio; almeno insino a tanto c’ogni mia speranza dipende principalmente da la liberalità del serenissimo signor duca. Rispondo nondimeno a Vostra Signoria di nuovo; che non essendo cessata la mia febre, qualunque ella sia, il presto ritorno ha bisogno di lettica, e d’ogni altra commodità promessami; il tardo, di stanza, ne la quale io possa aspettar la grazia del signor duca, con l’aiuto de’ medici; e venire a ritrovarlo sano, se la sanità può essermi restituita per arte umana, o per aiuto divino. Io l’avrei disiderata in casa de l’illustrissimo signor cardinale Scipione: ma non ho quella grazia con Sua Signoria illustrissima, ch’io soleva. Con l’altro cardinale non ebbi mai molto domestica servitù; ed avrei bisogno di più calda raccomandazione, e di più efficace: co ’l vescovo, o con altri, sarebbe necessario il medesimo ufficio. Io raccomando a Vostra Signoria ed al suo signore la mia vita: ora che sono al colmo de le miserie, è debito del vero amico porgere a l’amico aiuto e soccorso: sì che vedrò quanto il mio signor Costantino mi ami; non potendo superar queste difficoltà per mio ingegno, e molto meno per mia forza, le quali a pena possono esser superate da l’autorità del signor duca serenissimo, e da la cortesia di cotesti signori. Piaccia al Signore Iddio ch’io possa rallegrarmi de la sanità ricuperata; senza la quale non so di quale altra cosa potessi mostrarmi lieto. Bacio a Vostra Signoria la mano. Di Santa Maria Nuova in Roma, il 12 di gennaio del 1590.</p>
               <p TEIform="p">Io non posso acquetarmi nel disiderio de’ libri: ne vo comprando alcuno di quelli che m’ha tolti la fortuna, stimando egual perdita, s’io li perdessi, con quella de la vita. Vostra Signoria mi farebbe favore a procurarmi da Venezia il privilegio, e farvi ricercare il Metodo del Bodino co ’l giudicio di Dionigi Alicarnasseo sovra Tucidide, co’ Dialogi del Patrizio e del Viperano e d’altri, che trattano de l’istoria, che sono stampati insieme in Basilea. Di moneta ho gran bisogno; però la prego che la deliberazione sia presta, o più tosto l’esecuzione, s’hanno deliberato ch’io ritorni.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1215</head>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io avrei voluto che ne la grazia del serenissimo signor duca fosser contenute tutte quelle che Sua Altezza medesima avesse potuto impetrarmi, o per mia quiete o per sua cortesia; fra le quali senza dubbio era quella di questi illustrissimi signori de la sua casa; acciochè, inanzi a la mia partita, io conoscessi qualche effetto de la sua benignità: ma mi consolo con quella sentenza:
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                     <l part="N" TEIform="l">Tarde non furon mai grazie divine.</l>
                  </quote>
Tarde veramente ho riputate tutte le risposte di Vostra Signoria,  perch’io nel rispondere sono stato diligentissimo; benchè ne le  deliberazioni sia stato assai tardo, ed impedito ne l’esecuzioni.  La compagnia di Vostra Signoria mi sarebbe stata carissima in ogni  parte, non solo in Mantova; e l’aiuto, necessario. Mi doglio  che le promesse riescano fallaci; perchè la commodità de la lettica importava qualche cosa a la riputazione, e molto a la salute: altrimente sarò disprezzato da tutti coloro che giudicheranno ch’io sia disprezzato da Sua Altezza. Almeno in questo mezzo avessi avuto commodo alloggiamento da riposare; e direi di risanare, se volessi ritardar più lungamente questo viaggio, al quale son consigliato da gli altri; ma più persuaso da la mia divozione verso di Sua Altezza, e di tutta cotesta serenissima casa. Vostra Signoria baci le mani in mio nome al suo e mio signore; e mi tenga in sua grazia. Da Roma, il 12 di gennaio del 1590.</p>
               <p TEIform="p">Sappia Vostra Signoria ch’io sono sprovisto di tutte le cose necessarie per venire o per fermarmi.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A FABIO GONZAGA. Mantova</salute>
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               <p TEIform="p">Le proferte e le promesse di Vostra Signoria m’obligano, quanto possono far gli effetti de la maggior liberalità che io abbia sin’ora conosciuta; perochè m’invita a la quiete de’ miei studi ed a la felicità de la sua casa, ne la quale io vorrei partecipare de la grazia del serenissimo signor duca e del suo favore, in quel modo che scrive ella medesima. Non posso per modestia rifiutar cosa alcuna che m’offerisca; nè per presunzione chieder più di quel che stima convenirsi a la sua cortesia ed al mio bisogno: ma mi doglio, che tra l’uno e l’altro s’interponga la distanza del luogo, l’asprezza del verno, la difficoltà del viaggio, la debolezza de la mia persona, e la malignità de la mia fortuna, la quale è il maggior impedimento che possa separarci. Molti sono i mezzi che ci dividono; niuno che ci congiunga; salvo che l’antica e da me ben conosciuta affabilità del signor cardinale Scipione, co ’l quale posso discorrere de’ miei affari e de l’avversità e de l’infermità che mi tiene sospetto in tutte le cose, e dubbio de la salute. A me non parrebbe soverchiamente grave di spendere la vita per servizio di Sua Altezza, se io v’avessi occasione; nè mi spiacerebbe di perder le facoltà, s’io l’avessi ricuperate: quanto meno posso dolermi di perder la speranza di racquistarle, se così potessi servirla! ma il conoscere che la mia infelicità non può esser congionta nè co ’l servigio di Sua Altezza nè con la sua riputazione, e le nuove lettere sopraggiontemi di Spagna, e l’occasioni di andare a Napoli, et il bisogno de’ bagni e de le medicine, sono tutte cose che mi fanno desideroso d’aiuto e di consiglio. Io avrei accettato quel di Vostra Signoria, se fosse stata più vicina: ricerco quello de l’illustrissimo signor cardinale, ed ubbidirò nel venire a’ comandamenti del signor duca. Ma prego Vostra Signoria che non voglia ch’io le scopra più de la mia povertà; la quale o sia de’ beni de la fortuna o di quelli de l’animo e de la natura, è mala cosa; e pessima, essendo di tutti insieme: però chi abonda di tutti, può supplire a’ miei difetti. Io scrissi al signor duca due volte, chiedendo a Sua Altezza la sua grazia supplichevolmente: e bench’io non abbia risposta, m’assicuro del favor di Vostra Signoria, e la prego che non consenta ch’io mi parta di Roma meno favorito da la sua, che da l’altrui cortesia. Abbia fra tanto pietà de l’infermità, che molti mesi m’ha tenuto oppresso più de l’usato. E le bacio la mano. Da Roma, il 12 di gennaio del 1590.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A VINCENZIO GONZAGA, DUCA DI MANTOVA</salute>
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               <p TEIform="p">Nel mio venire a Mantova ubbidirò a’ commandamenti di Vostra Altezza, sperando che nel mio ritorno la sua grazia debba esser cagione de la mia salute. Sa quanto timore io abbia de la disgrazia e de l’ira del signor duca di Ferrara, e ch’io non m’assicurerei di cominciar così lungo viaggio senza la protezione di Vostra Altezza. Molti sono ancora i principi e signori, i quali mi rende sospetti più tosto la mia fortuna che la mia volontà; perch’io non odiandone alcuno, d’alcuno ragionevolmente non dovrei temere. Tra tutti gli altri nondimeno, sin’ora m’hanno quasi assicurato de la sua grazia il granduca di Toscana e ’l duca d’Urbino: da l’uno e da l’altro ho ricevuto alcuno aiuto di danari, co’ quali sin’ora mi son trattenuto: ma da quel d’Urbino, oltre il dono, ho avute molte lettere; e doppo le sue medesime, una del re al vicerè, ne la quale da Sua Maestà a Sua Eccellenza è commandato, che mi faccia giustizia ne la pretensione che io ho de la dote materna. Vostra Altezza dee ricordarsi, ch’io le parlai alcuna volta in questo medesimo proposito: ora la supplico che voglia, se così le pare, aggiungere le sue raccomandazioni a’ commandamenti del re, accioch’io ne possa sperare non solamente grazia, ma giustizia. Fra tanto, in tutte le parti vorrei esser rispettato come suo servitore. La supplico che non voglia avere minor considerazione a la mia infermità, la quale è lunghissima, che a la sua propria grandezza, per la quale gli indegnissimi ancora sono favoriti; a fine che io possa riconoscere ogni favore da la sua protezione, e da l’autorità, e da la benignità, che non dee mancarmi, benchè mi mancassero tutti i meriti. E bacio a Vostra Altezza la mano. Di Roma, il 20 di gennaio del 1590.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A FABIO GONZAGA. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">A me devrebbe bastar la parola di Vostra Signoria, e sperare che non mi mancasse nè protettore nè campione, poichè mi manca l’ardimento de l’animo insieme con le forze del corpo e con la prosperità de la fortuna: nondimeno, benchè non dovessi desiderar più, per maggior sicurezza, per maggior sodisfazione, aspettava qualche cortese risposta del serenissimo signor duca. Scrivo di nuovo a Sua Altezza, non per obligarla a la risposta; imperochè vorrei che dal mio lato fossero tutti gli oblighi, e dal suo tutte le grazie e tutte le cortesie; ma perchè sappia quanti impedimenti sono al venire, e quante occasioni di ritardar la venuta. Sono ancora infermo di febre, ancora oppresso da la fortuna, e pieno di maninconia. La mutazione de la stanza, nondimeno, e de l’aria, potrebbono giovarmi. A Napoli son richiamato: la speranza di ricuperar la dote materna è accresciuta, per lettere di Sua Maestà: quella de la salute non s’accresce, ma si diminuisce: ma se la medicina dovesse mai giovarmi, dovrei avere molta fede ne’ bagni, e molta in alcuni rimedi che mi si propongono. Niuna fede nondimeno, niuna speranza devrebbe esser più certa di quella che è fondata ne la benignità del signor duca. Se da la sua grazia non m’è restituita la sanità, non so quale altra speranza, o quale altra credenza devrei riputar non fallace. Ringrazio Vostra Signoria de le sue raccomandazioni, per le quali sono in casa del signor cardinal Scipione, aspettando qualche aiuto da la liberalità del signor duca. Io non prego di ciò Sua Altezza, bastandomi di pregarne Vostra Signoria; perch’io non me ne prevalerò se non al venire, quantunque pensassi già di andare a’ bagni. È venuto a vedermi un mio nipote, non chiamato da me; e non credo che sarebbe inutile a servizio alcuno: ma io non ardisco di condurlo a Mantova, benchè la sua compagnia potesse giovarmi ne l’infermità e nel camino, senza consentimento di Sua Altezza e di Vostra Signoria; a la quale bacio la mano. Di Roma, il 20 di gennaio del 1590.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
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               <p TEIform="p">Ringrazio Vostra Signoria di tutte le risposte che mi dà, e di tutte le speranze: de gli effetti non posso ancora ringraziarla. Maestro Gasparro non ha voluto pagarmi i tre ducati, nè darmene uno che mi doveva pagare senza dubbio; benchè gli altri duo ancora si ritenga senza buona conscienza: io ho rotto seco; ed avendo pagato il porto de la lettera, sono rimaso senza moneta: ma poco importa. Più m’aggrava l’infermità, e l’irresoluzione del viaggio. Dovevano mandarmi questi benedetti danari da vestirmi, senza dubbitare ch’io gli spendessi nel viaggio di Napoli: perchè sarebbe stata maggior riputazione di chi n’ha la cura, che danno. Io sono ancora con la mia febre, e co’ panni mezzi stracciati: niuna cosa più disidero, che di vivere in parte dove la cortesia vostra e l’amorevolezza possa giovarmi, o consolarmi almeno. Non vogliate, signor Antonio mio, ch’io sia ingannato ne la salute; quando pure alcuna de le altre mie speranze, o de le altrui promesse fosse fallace. E vi bacio la mano, pregandovi che preghiate Iddio per me, e sollecitiate l’ordine del vestimento. Potrete toccare una parola de la lettica, la quale sarebbe ancora a tempo. E vivete lieto. Da Roma, il 22 di gennaro del 1590.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mi spiace ogni fatica durata invano, ma più ogni beatitudine invano sperata. Mando nondimeno alcuni pochi versi da presentare a Sua Altezza, acciochè non paia ch’io medesimo sia cagione del mio male, o de la vanità de le mie speranze. Sperai di esser simile a Virgilio ne la fortuna, più tosto che ad Ovidio o ad Omero; benchè l’uno troppo vedesse, e l’altro poco: s’io ne le poesie ho imitato alcuno de gli altri, non è gran colpa. Vorrei che la lettica, la quale ha da essere apparecchiata per me, fosse simile ad una di quelle macchine ingegnose di cotesto teatro, che fanno talora calar le tavole apparecchiate da cielo in terra. Non più. A Vostra Signoria mi raccomando con ogni efficacia; nè le scrivo cosa alcuna del Ruspa, per non mettermi la spada, avendo io poste, già gran tempo fa, l’arme da banda. Vostra Signoria viva felice. Da Roma, il 30 di gennaro del 1590.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A ORAZIO FELTRO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non voglio che Vostra Signoria resti più obligato a le sue parole c’a l’amicizia; però non le ricordo quello che m’ha promesso, ma quanto può fare per darmi aiuto, dopo tanti mesi d’espettazione e d’infermità. Almeno sarebbono necessari trenta scudi, co’ quali potrò pagare alcuni miei debiti: e la prego che non manchi, se non prima, almeno ne la venuta del signor abate Spolverino; il qual dovrà portar la risoluzione di quello ch’io possa sperare ne la cortesia di cotesti signori: perchè tutte l’altre deliberazioni sono piene di certa disperazione. E le bacio la mano. Da Roma, il penultimo di gennaio del 1590.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A NICCOLÒ GIUSTINIANO. Genova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">I saluti e le lettere di Vostra Signoria mi sono così care, ch’eccettuatane la salute, non so di quale altra cosa mi facessi maggiore stima. E molte sono le cagioni che mi astringono ad onorarla: la mia depressa condizione, e la mia infelicità, quasi ereditaria: la sua buona fortuna, e quella de’ suoi maggiori: la fatica durata ne gli studi, ch’è da la nostra parte; e la cognizione de la virtù, e la nobiltà ed altezza de l’animo, ch’è dal suo lato: il bisogno da me non dissimulato, e la liberalità da lei non tenuta occulta. Ma in questa occasione voglio che la mia modestia ceda a la sua magnanimità. Dirò solamente, che Vostra Signoria può sapere le cose trattate da me prima co ’l padre don Angelo Grillo, e co ’l signor Paolo suo fratello, e da poi co ’l signor Pallavicino, che fu l’ultimo ad invitarmi ne l’Academia. Sarei venuto, se così avessero deliberato, o se le mie deliberazioni fossero approvate in guisa, ch’io ne l’esecuzione avessi avuto pronto aiuto: e sperava di dover essere trattenuto, come povero gentiluomo, amico loro, non come maestro: perch’io non feci mai professione d’insegnare; e questo sarebbe stato un nuovo ufficio: ma trattenimento per un paio di servitori, e per altre cose necessarie, non fu mai negato a mio padre; nè a me dovrebbe negarsi, se la clemenza avesse luogo nel mondo, o almeno la giustizia. Ma queste cose erano passate senz’alcun obligo di Vostra Signoria, e senza alcuna mia vergogna. Ora sono infermo più ch’io non era; non sono più vicino a la morte, ma più lontano da la sanità, e quasi disperato di risanare. Sono in Roma, dove si dovrebbono sperare tutte le grazie: sono in città, la quale è commune: laonde qui ciascuno può dimostrare la sua virtù, il valore, la grazia, l’industria e l’autorità: e Vostra Signoria, che ne la propria ha pochi che se le agguaglino, in questa non avrà molti che possano superarla di cortesia. Io non cedo ad alcun altro ne la stima che fo del suo merito, e di quello de’ suoi antecessori, che siano in gloria. Da Roma, il 4 di febraio del 1590.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Gran cosa è questa, che ’l Ruspa faccia sì poca stima de le vostre commissioni e de le mie preghiere: ma io gli ho parlato in modo, che se non ha discrezione, devrebbe aver vergogna: laonde le parole furon molte, per le quali se non ho qualche bravo mantovano che mi difenda, non mi par d’esser ben sicuro: de l’altre cose Vostra Signoria se n’informi; e la prego a non comportar che sia burlata la mia infelicità; e così infelice come sono, ho voluto mandarle ciò che disidera, acciochè con l’esempio mio, Vostra Signoria e cotesti signori imparino come si deon consolare quei che s’amano. Da la venuta di quel nostro commune amico devrei sperare almeno tanto favore, ch’io potessi rischiarar la vista. Tutti i desideri miei sarebbon vani, s’io non potessi attendere a’ miei studi: “<foreign lang="lat" TEIform="foreign">quod Deus avertat</foreign>.” Non so quel che debba avvenire di questo negozio simile al gomitolo di molte fila; ma in tutti i casi, non avendo io altro c’ottima intenzione, devrei essere esaudito da Sua Altezza. Bacio a Vostra Signoria la mano, e la prego a ribaciarla, e rendere i saluti in mio nome a l’illustrissimo signor Fabio, suo e mio signore. Da Roma, li 8 di febraio del 1590.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A FRANCESCO POLVERINO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Questa settimana io non ho avuto lettera di Vostra Signoria, nè veduta lei medesima, com’io sperava. Se non rispondere è segno ch’ella debba venir tosto, meno mi spiaceria non aver lettere: ma la prego che non mi lasci lungamente in questo dubbio, e che mi porti certa risoluzione di cotesti signori, e particolarmente del signor Orazio, e de gli altri che m’hanno fatto degno d’alcuna risposta: a’ quali bacio la mano. Da Roma, il nono di febraio del 1590.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A FABIO GONZAGA. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">L’ultime lettere di Vostra Signoria m’hanno accresciuta quella medesima speranza che io aveva de la sua grazia, da la quale quasi per grado potrei aspirare a quella del serenissimo signor duca. Io ho confermata l’opinione del mio venire a Mantova, ed avrei eseguita la deliberazione, s’io avessi potuto. Il maggior dolore, ch’io abbia nel venire, è il conoscer la mia insofficienza, per la quale sono rincrescevole a me stesso. Mi porrò in viaggio quando vorranno; bench’io sia ancora molto debole, e poco sano: ed in me nè per me non è alcuno indugio. Fra tanto raccomando me stesso a la sua cortesia quanto posso, o quanto ella stima ch’io debba esserle raccomandato. E le bacio la mano. Da Roma, il 10 di febraio del 1590.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Del mio stato e de la mia infermità Vostra Signoria potrà avere informazione da gli altri, e de la cagione similmente: io posso scriverle quella del non venire, e del ritardar la venuta, che è stata, oltre il male, la povertà, non potendo vestirmi del mio, nè pormi in viaggio mal vestito. La lettica non m’era negata; ma disiderava miglior compagnia, e più sicuro viaggio, e più certe promesse. Non so chi accusare. Se non volete ch’io incolpi la vostra fede, la qual so che non merita d’essere incolpata, incolperò la mia, per la quale troppo mi fido de gli amici e de’ padroni; o più tosto la perfidia di chi s’interpone fra la grazia de’ prencipi e la mia supplichevole necessità. Al serenissimo signor duca non scrivo di nuovo, nè al signor Fabio, del mio venire, come più irresoluto che mai fossi. Prego Iddio e gli amici che mi consiglino a pigliar la via de la salute. La nostra amicizia devrebbe obligarvi a la publicazione de le mie composizioni, bench’io rimanessi in Roma. Bacerò la mano al signor cardinale del Mondevì. Vivete lieto. Da Roma, il 16 di febraio del 1590.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">È venuto messer Giorgio Alario, e m’ha trovato in Roma, infelice com’io soglio: nè posso negare a Vostra Signoria la verità, ch’io mi sarei prima aviato, se prima avessi avuta commodità; ma non ho potuto, nè posso pormi in viaggio. Bisogna che mi spediscano, se vogliano ch’io venga a Mantova con la commodità de’ cento scudi che Vostra Signoria mi scrive; altrimente, io non so come fare: e bench’io sia ancora ammalato, la dilazione nasce da gli altri. L’aspettar il buon tempo non si può: lo schivare il disagio, è buon consiglio, ma difficile da porlo in esecuzione. Per conchiusione, io non avrei presi questi cento scudi, se non avessi diliberato di venire a Mantova: ma io non posso superare gli impedimenti c’ho al fermarmi, non pur quelli del venire, che son maggiori, s’altri non m’aiuta: e dovendo risolvermi senza l’aiuto altrui, che farò; se nè venir posso, nè debbo rimanere? Da maestro Gasparro non ho avuto i tre scudi, che mi sarebbono stati necessari in mille cosucce, non mi essendo prima sborsati i cento. Vostra Signoria si contenti dar l’inchiusa al signor Fabio, e mi tenga in sua grazia, accioch’egli si sforzi di tenermi in quella del serenissimo signor duca; poichè ogni mio sforzo è vano, e di debolissimo effetto. De le stanze il ringrazio; e non potendovi trovar contentezza, vorrei almeno trovarvi onorata quiete. E bacio a Vostra Signoria la mano. Da Roma, il 20 di febraio del 1590.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL PRINCIPE DI BISIGNANO. Napoli</salute>
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               <p TEIform="p">Ringrazio Vostra Eccellenza del cavallo promessomi; ed avrei aspettato di render le grazie più compitamente dopo il dono, se non fosse ch’io non dubito di porre alcun quasi freno a la sua liberalità, poichè a Vostra Signoria illustrissima non è piaciuto di porlo a la mia confidenza. Le rimarrei con molt’obligo per un mansuetissimo e picciol cavallo, e bello quanto si conviene a la mia condizione; perchè s’io dicessi quanto si può aspettare da la sua cortesia, o parerei troppo presuntuoso, o troppo cupido d’acquistarmi un amico senza suo comodo: e vorrei servirmene questa state, o tornando a Napoli, o non tornando; benchè ne l’un caso le sarei obligatissimo, come fosse suo piacere; ne l’altro, come ho deliberato. E le bacio le mani.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
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               <p TEIform="p">Io non mancai ad alcun altro in alcuna occasione, più che a me stesso: e mi doglio che la mia fortuna mi costringa qualche volta a non potere osservare quanto io prometto. La mia parola devrebbe esser da re, com’è l’animo: al serenissimo signor duca di Mantova io non promisi cosa alcuna, ch’io non avessi osservato intieramente, s’egli avesse voluto ch’io potessi osservarla. Questa del mio venire è stata promessa a Vostra Signoria ed al signor Fabio, più che a Sua Altezza: però l’uno e l’altro devrebbe avere il medesimo obligo di fare quanto scrivono, se ’l signor duca non volesse esaudirmi de le grazie ch’io pensava di chiederle. Non le spero per servizio fatto o da fare; ma per sua benignità. De le opere mie, non volendo il signor duca di Mantova prenderne una graziosa protezione, nel mio venir costà pensava di dedicarne le prime parti al granduca di Toscana: e non potendo con questa condizione avere il privilegio da’ signori veneziani, avrei deliberato di stamparle in Basilea.</p>
               <p TEIform="p">Io sono infermo più che mai fossi, e tanto mal vestito, che mi vergogno de la mia miseria: non posso spender del mio, non avendo alcuno aiuto dal regno di Napoli, o da altra parte. Devevano il signor Giorgio, o questi altri signori, darmi almeno trenta scudi da pagare i miei debiti, e da comprar qualche cosa necessaria per viaggio, e farmi le spese sino a Mantova, o farci più tosto; ch’io sarei venuto. Fanno difficoltà ne’ miei libri, i quali avrei per la maggior parte fatti condur dapoi; perchè s’io fossi stato costretto al ritorno, mi rincresceva di far questa spesa soperchia, e non poteva farla. Bacio a Vostra Signoria la mano, pregandola che non voglia avere maggiore interesse di quel ch’io abbia sincerità. E viva lieta. Da Roma, il primo di marzo del 1590.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
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               <p TEIform="p">Piacesse a Dio ch’io potessi publicare tutte le lettere e vostre e del signor Fabio e mie; acciochè dopo tante mie tribulazioni avessi questa consolazione di poter manifestare al mondo, chi di noi fosse l’ingiuriato o chi l’offeso, o chi avesse ragione di dolersi. Io non ebbi mai proponimento di fare ingiuria al signor Fabio, ma sempre d’onorarlo con la penna e con le parole quanto io poteva. Se dissi alcuna parola, nel tempo de la mia lunga prigionia, che potesse dar sospetto de la mia intenzione, non me ne ricordo: e sarebbe stato ottimo conseglio, seguir quello de gli ateniesi, de l’oblivione de l’ingiurie. Ma esaminando la mia conscienza, sono assai sicuro, c’ogni mio pensiero era più tosto di salvar me stesso, che d’ingiuriare alcuno, quantunque di bassa condizione. Quanto meno avrei pensato d’offendere uomo d’alto affare, com’è il signor Fabio, o di nemicarmi una nobilissima casa, un gentilissimo cavaliero, un cortesissimo signore? Credami dunque Vostra Signoria, che se ne la lingua o ne’ detti fu alcuno errore, non fu ne la mente, non fu ne l’animo: non fu ne’ più intrinseci affetti alcuna colpa, o alcuna malizia; perch’io faceva aperta professione d’essere amico e servitore de la casa Gonzaga, e nemico de’ nemici: a’ quali fui costretto di conceder molte cose e vere e false, e commandate ed accennate, e lecite ed illecite, ed onorate e vergognose. Mi pento d’esser vivo con queste condizioni; ma posso più tosto riprender l’errore ch’emendarlo. Il signor Fabio poteva consolarmi, e non ha voluto farlo: se pretende ch’io di nuovo abbia data o a lui o a gli amici alcuna occasione o di castigo o di ammonizione, è in molto errore; perch’io, co ’l pregarlo di cose oneste, non offendo alcuno, che stimi che a lui si convenga il far le cose onorate. Mi doglio che non mi sia osservata cosa che mi si prometta. Vostra Signoria sa quello che particolarmente aveva promesso a lei. Io poteva contentarmi de le parole universali, s’avessi veduto alcuno effetto conforme: tutti sono stati contrari. Laonde poteva argomentare, anzi far certa conchiusione, ch’in Mantova mi fosse avvenuto il medesimo: e per dichiararmi, se voleva che il signor duca di Mantova mi desse la sua tavola, doveva scrivere al signor cardinale Scipione, che prima mi desse la sua medesima, e mi trattasse o come gentiluomo del signor duca, ricevuto in questo grado; o almeno come amico suo, infermo di molti anni, com’egli sa: ma non tavola ha voluto darmi, non letto, non camera, non servitù conforme al mio merito ed a la sua antica cortesia: la quale deveva bastar senz’altra cagione, e non esser minore, perchè nel cardinale sia cresciuta autorità e dignità; in me mancata la fortuna, ed ogn’altro bene. In somma; io mi reputo ingiuriato dal signor Fabio, di non essere stato trattato dal signor cardinale come la sua persona medesima, avendomi il signor Fabio ciò promesso per sue lettere. Se vorrà emendar questo errore, farà quello che si conviene a cavaliere, il quale non dee adoperar la spada, o altro che possa dar morte, contra un gentiluomo infermo e disarmato, come sono io. Egli abonda di ricchezze, d’amicizie, di favori; io son povero di tutte queste cose: ma spero in Dio, che non mi mancherà campione per questa querela. Questo sarebbe officio degno del suo valore, il qual devrebbe esser congionto con tanta nobiltà di sangue e con tanto favor di fortuna. Altra lettera in giustificazione non penso di scrivere; ma scrivendola, farà cosa degna di cavaliero non ingannando chi si fida molto ne le parole altrui, perchè nulla diffida de la propria innocenza. E bacio a Vostra Signoria la mano. Da Roma, il 9 di marzo del 1590.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
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               <p TEIform="p">Io aveva fatto fermo proponimento di non scrivere altra lettera in mia giustificazione al signor Fabio; ma ho poi pensato, che sia più accertato di non tralasciare questo ufficio. Scrivo dunque a Sua Signoria illustrissima giustificandomi; ma forse la lettera ha passati i termini de la giustificazione. Merito nondimeno perdono; perchè se non avessi avuto ardire di scrivergli di Roma liberamente, in Mantova non averei osato di ragionare. Mi doglio che Vostra Signoria partecipi de la disgrazia ne la quale io vivo; perchè più tosto era ragionevole che participasse de la grazia: ma dee sapere, che ’l servar la fede ne la felicità non è cosa punto malagevole o faticosa; ma l’esser costante ne la calamità de gli amici, è virtù degna di memoria eterna e di gloria immortale. Io non posso prometterla co’ miei scritti; ma il mondo non devrebbe esser tanto nemico de la verità. E bacio a Vostra Signoria la mano. Da Roma, il 9 di marzo del 1590.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1232</head>
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                  <salute TEIform="salute">A FABIO GONZAGA. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Con molto minor dolore io posso tolerare che da Vostra Signoria illustrissima mi sia negata la risposta, essendomi già stata negata la grazia dal signor duca: e per mio giudicio non era conveniente ch’ella mi rispondesse, se le sue risposte devevano di nuovo accrescer quella maninconia ne la quale io vivo già molti anni, assai più che la speranza di miglior fortuna. Le mie speranze sono state fallaci come le sue promesse: ma perchè il Costantino mi scrive, che Vostra Signoria m’accusa di quelle cose de le quali io non posso esser incolpato, nè debbo non incolpare chi n’è cagione; non ho potuto ritenermi di scriverle una lunga lettera, benchè fusse più savio consiglio il passar sotto silenzio tutte le mie sciagure, s’elle non possono muovere a pietà il signor duca, o alcuno de’ miei antichi amici e signori.</p>
               <p TEIform="p">Io non ho voluto rimproverare a Sua Altezza o a gli altri del medesimo sangue la mia infelicità; perchè a’ magnanimi si deono ricordar più tosto i beneficii ricevuti, che l’ingiurie. Ma s’io avessi avuto altro proponimento, poteva ridur ne la memoria di ciascuno, che ’l principio e la cagione de la mia infelicità fu la mia venuta a Roma ne l’anno santo, invitandomi il signor Scipione Gonzaga, ora cardinale: l’accrescimento fu il mio ritorno a Ferrara ne le nozze de la signora duchessa; e questo ultimo mio ritorno in casa del signor cardinal Scipione, che doveva esser declinazione ed alleggiamento de la miseria, è stato simile ad un nuovo accidente sopraggiunto: tanto s’è accresciuta la mia infermità e l’infelicità, con la poca stima (s’è lecito scriverlo) de la mia persona, e co ’l disprezzo de la mia non pacifica fortuna. Debbo dunque dolermi, che Vostra Signoria non m’abbia osservata la prima promessa di raccomandarmi al signor cardinale Scipione, come avrebbe fatto la sua propria persona. E certo, io credeva di non esser raccolto altrimenti per consolazione di mille mie avversità; ma s’egli m’avesse accolto come soleva, m’avrebbe tolto ogni animo di lamentarmi, quantunque me n’avesse lasciata alcun’occasione: perch’essendo cresciuto in Sua Signoria illustrissima l’autorità di favorire, ed il modo d’accarezzare, doveva aumentar parimente la sua buona volontà, con la considerazione de’ molti anni da me infelicissimamente trapassati. Ma ancora non è paruto a’ signori de la casa Gonzaga, bench’io n’abbia quarantacinque, con altrettante infermità, di restituirmi in que’ termini ne’ quali mi trovarono in Padova, quando io n’aveva venti o poco meno; che venticinque senza fallo ne posso numerar de la mia servitù, interrotta solamente da la casa da Este: e taccio quella di mio padre. Il signor duca di Ferrara mi concedette, o mi donò al signor duca di Mantova, com’egli sa: laonde io deveva credere, che la grazia de l’uno e de l’altro, ed il favor di tutti insieme dovesse essere il medesimo o maggiore; ma la mia credenza è stata simile a la speranza: e quel che più mi spiace, è ’l vedermi accusar de le colpe de gli altri.</p>
               <p TEIform="p">Quando io sarò inabile al servigio di me stesso, come ora sono a quel di ciascun altro, quando andrò limosinando per lo mondo, o giacerò in uno spedale mendico, saranno contenti i miei nemici; ed io non meno di loro, se la virtù può contentare un animo intrepido ne l’avversa fortuna. Ma non voglio prometter tanto a Vostra Signoria del mio valore, nè a me stesso; ma ricordarle solamente, che poteva raccomandarmi a duo cardinali suoi parenti, ad un vescovo suo amico e servitore del signor duca di Mantova, a’ monaci di san Benedetto, accioch’io potessi venire con qualche speranza de la promessa felicità: ora non posso, ritenuto da la povertà, da l’infermità, da l’occasioni, da lo spavento di tutte le cose. Però la prego che mi perdoni, s’io le ho fatta ingiuria con lo scrivere liberamente; perchè i signori suoi pari sogliono recarsi ad offesa la libertà de le parole: e se questo errore non può esser emendato se non con lo stracciar questa lettera, mi farà grazia di credere che io di ciò non farò motto con alcun altro: ma non vorrei esser costretto a parlarne; poichè sin’ora non ho potuto esser persuaso a disperar per mia colpa, o per nuovo errore, de la grazia del signor duca; de la quale per la malignità de la mia ostinata fortuna solamente sono disperato. E bacio a Vostra Signoria la mano. Da Roma, il 9 di marzo del 1590.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A ORAZIO FELTRO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Il signor Francesco Spolverino con la sua cortese visita mi dà di nuovo speranza, ch’io non vi sia affatto venuto in odio; però ho voluto noiarvi del medesimo proposito, e pregare Vostra Signoria particolarmente che si degni di rispondermi: perchè se la pregassi ancora che mi mandasse l’aspettate risposte del signor conte di Paleno, parrebbe ch’io troppo volessi affaticarla. Ma voglio che sappiano quel ch’io dimando, acciochè la mia tardanza non sia causa d’alcuna irresoluzione di tanti cavalieri. S’io dicessi la vita e la sanità e l’onore e la fama e tanta riputazione quanta possa desiderarsi da un mio pari, non chiederei troppo a la più nobil città del mondo e a la più valorosa, eccettuatane Roma solamente. Ma io aspetto che questa grazia mi sia conceduta, non richiedendola a gli uomini, ma a Dio. A Vostra Signoria ed a gli altri chiedo per grazia, che non vogliano con la lor cortesia impedir la giustizia del re, nè contentarsi che la giustizia del re sia d’impedimento a la lor cortesia; perchè una virtù non dee impedir l’altre. Avrei mandata la lettera che Sua Maestà scrive al vicerè, s’alcuno avesse voluto presentarla. Sarei venuto a portarla io medesimo, se molti m’avessero invitato.</p>
               <p TEIform="p">Farei spesso alcuna composizione lodando cotesti miei signori, se fossero paghi de la brevità; ma con un maraviglioso silenzio mi son negate tutte le cose. Non mi si nieghi almeno giustizia; e sarebbe giusto che potesse viver in Napoli chi non offese altri che se medesimo: dico vivere, e ben vivere; perchè la vita altrimenti è una morte continua. Se sia necessario il ricercare gl’istrumenti de la dote di mia madre, e ’l publicar la scomunica, o il signor suo fratello dovrebbe aver questo pensiero, o avvisarmi ch’io facessi la procura in alcuno altro. Io non ebbi mai bisogno maggiore d’esser vestito, e di servitore; e s’io avessi creduto di poter ricuperare cosa alcuna, avrei pregato Vostra Signoria che mi facesse dar tutte le cose in credenza da’ mercanti: ma non avendo certezza di poterli pagare, non ne scrivo altro.</p>
               <p TEIform="p">A Mantova non andai: oh quanto sarebbe stato opportuno il dono del cavallo promessomi da uno de’ vostri principi! Le mie rime non sono stampate, nè altra cosa. Se Vostra Signoria o altri, presentando le lettere, vorrà supplicar Sua Eccellenza del privilegio, mi farà grazia singolare. Vivano tutti felici e sani, quanto vorrei io medesimo. Da Roma, il 12 di marzo del 1590.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1234</head>
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                  <salute TEIform="salute">A BELISARIO VINTA. Firenze</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">A me basta di sapere che Vostra Signoria abbia tal luogo di grazia e di riputazione appresso il granduca qual suole esser conceduto a gentiluomo di gran merito: ne l’altre cose, bench’io abbia minor cognizione de la sua virtù, ch’ella non ha de la mia infelicità, posso presuporre che tutte corrispondano al favore di sì alto principe; non essendo ragionevole ch’egli s’inganni nel giudizio e ne l’elezione de’ suoi pari: però non dubbito di supplicare un mio signore quasi non conosciuto, che mi favorisca con un grandissimo principe ch’ebbe, già molti anni sono, contezza del mio stato; ora dee averla parimente. Almeno Sua Altezza non mi può negare ch’io non sia conoscitore de la sua grandezza e de le sue grazie; perchè ’l volermi fare sconoscente, sarebbe maggior ingiuria che ’l farmi sfortunato. E volesse Iddio, che m’avesse date tante occasioni di mostrar gratitudine, quante n’ha avute di farmi grazia; perchè sin’ora sarebbe assai certo de la mia devotissima e sincera servitù, de la quale ciascuno altro è dubbioso per sua cagione. Ma non si conviene forse il lamentarsi ed il supplicare in un tempo medesimo. Io, lasciando le querele da parte, insino tanto che Sua Altezza o mi dia animo di rammaricarmi o ne rimuova la cagione, supplicherò di due grazie: l’una, che mi sia lecito di farle riverenza con sua sodisfazione e senza maggior pericolo de la mia salute, quasi perduta; l’altra, che si degni di concedermi i privilegi per tutte le mie rime, e per le prose o nuove o rinovate. S’io fossi stato certo che si contentasse di farle stampare, l’avrei mandate tutte in Toscana; acciochè s’alcuna parte le paresse non indegna del suo favore, si degnasse d’accettarla per sua; l’altre, quasi parti illegittimi, facesse dispensar convenevolmente: ma, oltre che questo m’è paruto soverchio ardimento, non ho voluto metter la mia vanità in maggior pericolo; stimando che basti aver disperata la sanità, senza disperar la fama de le cose almeno presenti. S’io devessi aggiungere a queste preghiere alcuna altra, supplicherei Sua Altezza che non consentisse c’alcuna de le sue promesse, o di quelle fattemi in suo nome, fosse da me invano desiderata: ma questa dee, per mio aviso, esser l’ultima supplica. E non avendomi Sua Altezza promessa grazia de la vita e de la sanità, ora sarebbe fuor di tempo: ma sempre è tempo a’ principi d’usar clemenza, a’ ministri di far buono e cortese officio, e d’interpretar favorevolmente le commissioni. A me potrebbe mancar come l’altre cose: però non ho voluto indugiar più lungamente in pregarne Vostra Signoria, sperando che la sua bontà debba supplire in quella parte, insieme con la sua autorità, dove manca la mia cognizione o la servitù. Raccomando la lettera al signor Giovan Battista Elicona, al quale prima ho raccomandato me stesso. E bacio a Vostra Signoria la mano. Da Roma, il 13 di marzo.</p>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Molto mi maravigliarei che mi fosse data non solamente la colpa, ma la pena de gli altrui peccati, se questa non fosse mia solita infelicità, e di molti anni. Così ha permesso Iddio che sia esercitata la mia pazienza, che non potrebbe esser maggiore, se non tacendo: risponderò nondimeno brevemente a l’ultima vostra lettera. Io non ho commesso errore in non venire, perch’io non ho potuto: nè deveva credere che ’l signor Fabio si contentasse del mio venire, non facendomi alcun favore, nè giovandomi in alcuna cosa con le sue raccomandazioni. Basterebbe l’infermità ad escusarmi per sè solamente; ma oltre l’infermità, ho le sue lettere e le vostre, ne le quali mi consigliavate ad aspettare il buon tempo: ancora è pessimo. Oltre a ciò, che importava aver mandati i cento scudi, s’io non ne poteva avere un giulio, per comprarmi un paio di guanti? Non vollero in conclusione vestirmi, dicendomi che sarei vestito in Mantova. Ed a me non pareva conveniente venire così male in arnese, e passar per Toscana, o per altre parti, con tanto disfavore: e non poteva aver più certo argomento di questo, che ’l signor Fabio non volesse avere alcuno obligo d’osservare la sua parola. Dal signor duca non aveva risposta; l’Alario mi dava più tosto licenza che libertà: però me ne rimasi; nè mi curo di venire contra voglia del signor duca a baciarli la mano, non potendo fare questa spesa del mio: ma non posso tolerare d’essere in tante guise ingiuriato, senza richiamarmene. Se Vostra Signoria s’informasse, o volesse essere informato di tutte le cose minutamente, s’avederebbe ch’era meglio non entrare in questa pratica. Iddio sa quanto s’è accresciuta la mia infelicità senza mia colpa, se non è colpa il fidarsi di coloro che fanno professione di amici. Il signor Fabio m’ha conosciuto altre volte in Roma, non solo in Mantova; ma non così a dentro come poteva. Io di lui porto quella opinione che pare a Vostra Signoria; però mi doglio ch’egli sia placato, quasi egli si reputi offeso: più tosto avrei voluto ch’egli non si riputasse ingiuria, ch’io avessi supplicato il signor duca per suo e per vostro mezzo, che mi facesse ordinario gentiluomo de la sua tavola. Pensava, se questo negozio andava più in lungo, che mi facesse suo ambasciatore residente in Roma; e scrivesse lettere in mia raccomandazione a Sua Santità ed al sacro Collegio: ma sia finita questa pratica, quando a Vostra Signoria pare, o al signor duca medesimo.</p>
               <p TEIform="p">De l’opere mie vorrei che Vostra Signoria si prendesse la cura; ma io non penso drizzar le rime se non a prencipi, non avendo amici: de’ prencipi non son risoluto, non sapendo l’intrinseco d’alcuno; però ascoltarei volentieri il parere di Vostra Signoria. I due scudi ch’ella dice mandarmi, non so a chi chiederli, se non al fortunatissimo Alario, il qual non mi fe’ pagar gli altri. Oggi mi sento tanto male, che non mi dà il cuore di lodare alcuno nè d’applicar l’animo a niuna sorte di componimento; e però mi scusi, se per ora lascio da parte i personaggi che mi ricorda: altissimi soggetti veramente, e degni d’altissimo stile. Quest’altra settimana Vostra Signoria, iusta mia possa, fie compiaciuto. Baciate le mani al signor Fabio, e supplicatelo che non voglia adirarsi con gl’infelici, l’amicizia de’ quali non poteva esser più giovevole, nè di maggior trastullo. Da Roma, il 16 di marzo del 1590.</p>
               <p TEIform="p">Al signor Fabio scrissi una lettera di giustificazione, la quale non è necessaria, se Sua Signoria vorrà sapere come sian passate le cose.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1236</head>
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                  <salute TEIform="salute">A FABIO GONZAGA. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io posso essere in errore, ma non mentire; ma s’io sono errato, la medicina de l’inganno e de l’ignoranza devrebbe esser la cognizione e la scienza. Dove è il medico? poichè l’infermo confessa l’infermità, e chiede la medicina. Addomando a ciascuno la vita e la sanità, e ricovro al medico; e direi rifuggo, s’io fossi così atto al fuggire, o così disposto, come sono apparecchiato al purgarmi. Ecco, io comincio la purga troppo frettolosamente, perch’è senza parer del medico. Se il signor duca di Mantova voleva darmi la salute, e la salute in modo che a me fusse grato questo dono, e non odioso, come suol’essere a gli animi gentili, quando è congiunto co ’l disprezzo e con l’indegnità, non dovea dubitar che io fossi ingrato di tanta grazia: ma avendo questa buona volontà, doveva cavarmi di questo dubbio; e Vostra Signoria poteva far ch’io potessi venire con minor sospetto. In quanto a’ cento scudi, s’erano stati mandati, o dovevano darmeli perchè io li spendessi, o spenderli per mio servigio, e particolarmente in vestirmi; affine che io non potendo comparire in Fiorenza co’ vai, almeno avessi la mia volpe vecchia coperta di nuova lana. In conchiusione, avendo io bisogno d’un giulio, il maggior economo d’Italia, seguendo con la sua nuova liberalità l’antichissimo consiglio di Socrate, m’ha comprato con cento e cinquanta scudi: e per mio aviso, ha comprato un amico; altrimenti non avrebbe seguito il consiglio di Socrate. Mi chiederà Vostra Signoria chi è il maggior economo d’Italia: risponderò, il maggior principe; e (se mi fosse lecito) direi, il maggior re: perciochè è un’arte medesima (come pareva a Platone ed a Senofonte ed a gli altri seguaci) quella del governare il regno e la casa. Se la compra fosse stata d’un servo, io pregherei il signor duca di Mantova, o Vostra Signoria, a mandarmene trecento; perchè cento solamente non basterebbono a riscuotermi: ma non porto così falsa e così discortese opinione di così alto principe. Son dunque comprato da la liberalità di Sua Altezza, come l’è piaciuto; e penso d’andare a Fiorenza: nè posso dimenticarmi di quel letto imaginato, o di quel picciol secchio d’argento da ber l’acqua fresca con la conserva: ma non voglio entrar in questo negozio con un mio padrone, com’è il signor Fabio; perchè fra ’l negozio e ’l combattere è gran differenza. S’avrò occasione di trattar con quelle Altezze, potrà mandare un giorno il Costantino a vedermi. Fra tanto, bacio a Vostra Signoria la mano. Da Roma, il 20 di marzo del 1590.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL CARDINALE FRANCESCO MARIA DEL MONTE. Firenze</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Niuna cosa avrei fatto più volentieri, che di venire a Fiorenza per baciar la mano al granduca, sperando che non si dovesse sdegnare di sollevarmi da questa miseria, dove sono caduto per mia sciagura, togliendomi di mano a la fortuna, di cui sono stato quasi giuoco molti anni, o restituendomi almeno in quella ne la quale prima mi conobbe. Ma dappoichè ho inteso che Vostra Signoria illustrissima si truova ancora in Fiorenza, ho creduto ch’io non dovessi almeno dubitar del suo favore; imperochè quanto me n’è stata men largo promettitore, tanto ne le occasioni a la sua cortesia si conveniva d’essermene più liberale. Se a me mancano meriti, a Vostra Signoria illustrissima non manca autorità; la quale non si può spendere con maggior sua lode, che ne l’opporsi a la malignità de la mia fortuna. È agevol cosa il dar aiuto a chi sappia molto, e molto possa, e sia atto a molte cose. Ma picciolo è il merito di chi lo dà, e minor l’obligo di chi lo riceve. Ma l’aiutare un gentiluomo infermo, povero, desideroso de la quiete, e ancora ne l’infermità studioso, sarà operazione più degna de la virtù di Vostra Signoria illustrissima e de la mia fede. Io mi fido ne le molte mie sciagure, e ne la lunga infelicità, per la quale stimo che tutte le cose mi dovrebbono esser lecite, e tutte concedute. Non ho perduto nondimeno la cognizion di me stesso; laonde non deve dubitare ch’io non riconosca le sue grazie, come gratissimo stimatore de la sua clemenza e de la sua grandezza. E bacio a Vostra Signoria illustrissima la mano, aspettando che mi faccia almen degno de la sua risposta.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A FERDINANDO DE’ MEDICI, GRANDUCA DI TOSCANA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non poteva da la mia fortuna ricevere maggior favore, che l’invito di Vostra Altezza, o fossi invitato a la sua servitù o a la libertà de gli studi; perchè ne l’uno e ne l’altro modo sperava d’esser chiamato a la sua grazia ed a la mia salute insieme. Ma da la medesima, che rende tutte le mie speranze fallaci, sono stato con grave infermità impedito d’accettarlo. Nè ora che sono appena risorto, posso pensare ad altro che al venire per farle riverenza, e per gittarmele a’ piedi. Ma temo che le sia noiosa la presenza d’un uomo misero e squallido, e per la malattia di molt’anni rincrescevole a se medesimo. Laonde la supplico, che con la sua grazia voglia vincer la malignità de la fortuna co ’l ricevere in vece di servigio la devozione de l’animo, che potrà condurmi con tanta debolezza di corpo sin’a Fiorenza, com’ella si degnerà di comandare. E le bacio umilmente le mani.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Questa sera, essendo io in traffichi per andare a Fiorenza, ho ricevuto lettere del signor Fabio, e di Vostra Signoria. A le sue risponderò più a bello agio: a quelle di Vostra Signoria rispondo brevemente, nè senza alquanto di febre. De’ duo sonetti ch’io pensava di fare, uno ho già mandato; l’altro voleva mandar questa sera senza fallo: ma ’l negozio di Fiorenza l’ha impedito. Vostra Signoria l’avrà per la prima occasione o ordinaria o straordinaria. Avrei saputo volentieri, se questa signora è ancora compagna de la granduchessa.</p>
               <p TEIform="p">Del mio venire a Mantova, che posso io promettere? se non pende dal mio volere alcuna mia deliberazione. Sarà mai ch’io possa dire O me felice! avendo ricuperata la grazia del granduca e del signor duca di Mantova, e quella del duca di Ferrara, mio antico padrone? Che triumvirato sarebbe questo, che mi potrebbe liberare dal regno de l’Amazzoni, o d’altro sì fatto! Io mi raccomando: pregate tutti per la mia salute. Stupisco che le campane non comincino a sonar per miracolo. Vostra Signoria mi risolva nel negozio de le stampe. Ho fatta una operetta “De la virtù de’ romani,” contradicendo a Plutarco: e mi sono tanto compiaciuto di questa mia nuova fattura, e tanto insuperbito, che mi pare d’esser parente, più che del signor Scipione Gonzaga, de l’Africano divino: laonde usurpo quelle parole, “<quote lang="lat" TEIform="quote">Ingrata patria, non habebis ossa mea</quote>.” Se ’l signor Fabio ha deliberato ch’io muoia in Baia, dica ch’io sarò risanato; perchè a niuna cosa penso più. O santa Barbara, o santa Orsola con tutta la compagnia; o santi, o sante, che sete ne le letanie e nel calendario; o patriarchi, o profeti; o angeli ed arcangeli; dunque debbo morir, senza avere avuta la promessa grazia? S’è per salute de l’anima, sia lodato Iddio; ma non alcun uomo del mondo: perch’io mi pento di tutte le lodi antiche e nuove, date e da dare, false e vere, pagate e non pagate: almeno con quelle del granduca posso pensare a le cassette di Simonide. Io ho lo studiolino, ma non è possibile portarlo sovra la schiena sino a Pietole: le cassette si portarebbono più di leggieri.</p>
               <p TEIform="p">A monsignor Segno bacio la mano: penso di scrivergli un giorno un paio di sonetti. Procurate la mia grazia; perchè niuna operazione è più conveniente ad amico ed a cristiano: e s’io non son degno di albergare in Pitti o Marmiruolo, pregate Pietole che non mi scacci: e ringraziate il signor Fabio de la volontà, perchè sin’ora non posso ringraziarlo d’effetto alcuno. Vengo disperato per non potere, come dicono i veneziani, far trarre il signore cardinale Scipione: ha mille galanterie; non me ne donarebbe pur una. Ma che? doni il mio, ch’io son contento. Mia è la vita: ho errato; è sua: donimi, dunque, almeno in questa parte quel ch’è suo. Bacio a Vostra Signoria l’elegantissima mano. Da Roma, il 23 di marzo del 1590.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1240</head>
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                  <salute TEIform="salute">A DON NICCOLÒ DEGLI ODDI. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Sono molti giorni passati ch’il mio antico desiderio mi spinge a visitarvi, e la stanchezza mi ritiene; tal ch’io posso ben dire: “Lo spirto è pronto, ma la carne è stanca.” Voi, che sete prontissimo a tutte le cose, o venite a vedermi o mandatemi un cavallo, perch’io torni a visitarvi; e apparecchiatemi un letto, e fatemi certo de l’apparecchio per questo o per altro messo. Io non vorrei trovarvi a la sprovista d’alcuna cosa; però voglio ancora mandarvi un aviso, quasi antipasto del nostro ragionamento. È necessario ch’io faccia pigliar l’inventario de’ miei libri prima; e poi, che siano portati al vostro monastero, con vostro piacere e mia sodisfazione. Ne l’una e ne l’altra cosa avrei bisogno del vostro aiuto, il quale imploro quasi non altrimente che sogliam fare il divino adiutorio. E vi bacio la mano, pregandovi di risposta; e che mi tegnate ne la grazia del reverendissimo generale. Da Roma.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON NICCOLÒ DEGLI ODDI. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Prego Vostra Paternità che si contenti d’accettare i miei libri, che le saranno mandati da m. Giovan Pietro Gastaldi, con inventario. Sappia nondimeno, ch’io ho ritenuto de’ libri similmente con l’inventario.</p>
               <p TEIform="p">Questa mattina non ho potuto parlare al signor cardinale del Mondevì: però prego Vostra Signoria che si contenti di dargli l’inchiusa in mano propria. E bacio a Vostra Signoria la mano. Di Roma.</p>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vostra Signoria non si maravigli se non mando l’altro sonetto promesso, perchè non ho voluto farlo così a la cieca, per non dare in qualche sproposito. È però necessario, per non inciampare, ch’io sia guidato da un’ampia informazione de le qualità de la dama da lodarsi; e particolarmente Vostra Signoria mi dica, se sia bella o brutta, giovane o vecchia, in Italia o fuori: perchè, insomma, non sapendo nè di che lodarla nè come, non veggio di poter far cosa buona.</p>
               <p TEIform="p">I due scudi sin’ora non ho avuti dal signor Giorgio: e più mi doglio, che con questa pratica ho perduti molti libri di mie scritture; e bench’egli prometta di farmeli ricuperare, non ne veggio il fine. Almeno in questa parte mi dovrebbono giovar le vostre raccomandazioni, e del signor Fabio. Io penso di non perder, questa primavera, l’occasione d’andare a’ bagni: e senza la pietosa liberalità del granduca avrei poca speranza, o gran disperazione. Non ho voluto raccomandarmi a la signora duchessa di Mantova in cosa che tanto importi la vita; parendomi che basti il dir la corona, è ’l lasciar del rimanente la cura a gli amici; se alcuno è nel mondo che non ricusi la mia amicizia, per non ricusar quella del giusto e del dritto. La prego, se n’avrà l’occasione, che baci in mio nome riverentemente la mano a la signora duchessa di Mantova. E viva lieta. Da Roma, il 26 di marzo del 1590.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1243</head>
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                  <salute TEIform="salute">A FERRANTE GONZAGA, PRINCIPE DI MOLFETTA. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io ho perduto il dialogo del Piacere, già dedicato a Vostra Eccellenza, e poi da me riformato: la qual perdita ho estimata oltremodo, perc’oltramisura io me n’era compiaciuto. Ma se fosse congiunta con la perdita de la vostra grazia sarebbe inestimabile: e n’ho molto dubbio; perchè non avendo altro modo di conservarla, che quello de lo scrivere, conosco d’aver mancato più tosto a la mia affezione c’al mio debito; non potendo io essere obligato a cosa, a la quale non si stendessero le mie forze, deboli per se stesse e da la fortuna impedite. Gli impedimenti sono stati vari intanto, ch’io non posso lagnarmi de la fortuna, ch’insieme non mi rammarichi di chi può aiutarmi, e consente ch’io sia un segno continovo de’ suoi strali. Ma se de la grazia di Vostra Eccellenza ho quella parte, o almeno quella opinione ch’io soleva, posso sperare che da lei medesima mi sia mandata qualche copia di quel dialogo. E benchè non fosse l’ultima, e la quasi perfetta, non sarà la prima. Io la prego che mi consoli in questo colmo de le mie sciagure, e quasi in questo estremo de la mia vita. E le bacio la mano. Da Roma, il 2 d’aprile del 90.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Per me non mancherà di conservarmi amico il signor Fabio in questa ed in ogn’altra città, e mi doglio c’a me siano così mancate l’occasioni di giovare altrui e di far beneficio, come l’animo di vendicarmi: ma se bene oprando l’uomo fa vendetta de’ nemici, non ne ricerco alcun’altra. Andrò in Toscana, se potrò; non dico a’ servigi del granduca, perchè non ho alcuna certezza de la sua volontà; ma a farle riverenza, a gettarmeli a’ piedi, a chieder la sua grazia. Nè dovrei dubitar de la clemenza o de la liberalità, perchè mi ha fatto offerire venti scudi il mese: e mi dicono che me ne sarà fatto l’assegno: ma non basteranno al bisogno ch’io ho di medicarmi, e d’andare a’ bagni; ma spero che debba supplire la sua cortesia. E se non fosse questa speranza, e ’l timore di mostrar quel sospetto ch’io debbo avere de la mia fortuna, avrei pregato il signor duca di Mantova a far questa spesa, che non sarebbe stata maggior di mille scudi.</p>
               <p TEIform="p">De le mie stampe non so quel ch’io creda; ma in tutti modi disidero che m’avisi a chi debba consignarle in Fiorenza, perchè siano mandate sicuramente. N’ho perduta una parte, anzi m’è stata involata sotto chiave: così ha voluto il nostro amico, a la cui venuta sperava tanta felicità. Rispondo a la lettera ed al sonetto del signor conte Giulio Alberti. L’informazione de la dama non è ancora a bastanza: bisogna ch’io sappia, s’è vecchia o giovane. Ed a Vostra Signoria bacio la mano. Da Roma, il 4 d’aprile del 1590.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Sono giunto a Monte Oliveto di Toscana così stanco, che non posso avere maggior prova per confermare quanto mi fosse necessaria la lettica, e quanto più malagevole il lungo viaggio. Ho riposato alcuni giorni: questa mattina mi parto per Siena. Non ho maggior dubbio, che quello di ricuperar la sanità, nè maggior pensiero. I bagni estimo necessari; almeno quelli d’acqua dolce: il secondo pensiero è quel mio vanissimo de la stampa. Stamperei più volentieri in Fiorenza ch’in altra parte, dovendomici fermare. Baciate le mani al signor Fabio, e pregatelo in mio nome, che faccia riverenza al signor duca ed a la signora duchessa. Io non penso ad altra amicizia, che a quella che Sua Signoria illustrissima può imaginare essermi giovevole: o almeno non potermi apportare quei danni e dispiaceri che ho sentito sin’ora; ed ancora mi ricordo d’Alcinoo e di Nausicaa. Vivete lieti. Da Monte Oliveto, il 13 d’aprile del 1590.</p>
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               <head TEIform="head">1246</head>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non vorrei con le mie lettere irritar la mia fortuna, nè provocar la nostra amicizia ad altri offici, c’a quelli che Vostra Signoria medesima estima necessari. Pur essendo io già venuto a Fiorenza, e raccolto dal granduca con parole cortesi, e con dimostrazione di tanto onore, quanto bastavano a farmi dubbitar più tosto de la mia fortuna e di me stesso, che de la sua benignità, vorrei finir in qualche modo questo negozio de le stampe: de l’altre cose non sono risoluto. L’opere mie stampate ho perdute tutte: e disidero che Vostra Signoria le mi faccia ritrovare, e particolarmente quelle rime in loda del papa, ch’io feci a sua richiesta, da porre fra le sue, e fra l’altre ch’ella aveva raccolto, o stampate o no ch’elle sieno. Raccomandatemi al signor Fabio, il qual non so se si degnerà di fare in mio nome riverenza al signor duca ed a la signora duchessa. Vostra Signoria viva lieta. Da Fiorenza, il 26 d’aprile del 1590.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A ***</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Volesse Iddio che la mia servitù fosse antica in questa corte, o co ’l signor don Giovanni, ch’io non avrei occasione da chiedere altra protezione. Ma qualunque ella sia, bench’io non potessi sperar migliore nè più opportuno protettore, desidero il testimonio di Vostra Signoria; e lo desidero o come debito a la nostra amicizia, o come conveniente a la sua bontà; acciochè non paia, che doppo tante mie lettere io sia venuto senza informazione e senza speranza. Del forziero, Vostra Signoria può meglio sapere quanto possa bisognarmi, ed ogni mio bisogno può esser noto, avendo già parlato di me al granduca: quello ch’io non ho potuto o non voluto fare ancora; perchè, tra per la riverenza e l’infermità, non ho saputo trovar occasione alcuna. Ma deliberando Sua Altezza ch’io mi fermi, avrò obligo a Vostra Signoria c’abbia anticipato questo tempo. Al signor don Virginio ed al signor Fabio di nuovo bacio la mano: ma dal signor Fabio aspetto le mie scritture, almeno in vece di risposta, potendo agevolmente farmi questa grazia. Ne le cose più malagevoli non dovrei essere abbandonato da l’autorità del signor cardinale del Monte, nè da la cortesia del signor ambasciatore; poichè questo è stato primo autore del mio venire, e quell’ultimo confortatore. E bacio a Vostra Signoria e a tutti gli altri la mano. Da Monte Oliveto di Fiorenza, il 5 di maggio del 90.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON NICCOLÒ DEGLI ODDI. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Di nuovo son ingannato da Vostra Paternità in questo negozio: e se non fosse stato mio fermo proponimento di venire a Fiorenza, e d’anteporre, non dirò questa ad ogn’altra città, ma questo a ciascun altro viaggio, mi rammaricherei senza fine de la sua amorevolezza. Son venuto volentieri, bench’io sia venuto così infermo, come voi medesimo sapete: nè vi dimando la sanità perduta in casa vostra, a fine che non vi reputiate offeso da me con la giustizia de le preghiere: ma vi prego che vi risolviate; ch’io voglio, s’io posso, dar fine a la mia Gerusalemme; a la quale è grande impedimento l’infermità. E se vi s’aggiungesse alcun altro, mi sarebbe quasi impossibile d’attendervi. Dunque, o in casa vostra o fuori, o a vostre o a mie spese, o con la vostra sodisfazione o senza, mi sforzerò di finirla. Pregovi nondimeno, che facciate ufficio con tutti questi padri, accioch’io non sia costretto di fare alcuna deliberazione precipitosa. Se ’l signor ambasciatore di Toscana avrà cura de’ miei libri, le rimarrò di vero con molt’obligo: e può farseli condurre a casa. Aspetto lettere da Vostra Paternità, e d’altri, se n’avrò per suo mezzo. E le bacio la mano. Di Monte Oliveto di Fiorenza.</p>
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               <head TEIform="head">1249</head>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVANNI III DI VENTIMIGLIA, MARCHESE DI IERACI. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io in Roma mostrai soverchia confidenza ne la cortesia di Vostra Eccellenza illustrissima, assai più assicurato da la sua bontà, che da la distanza de’ paesi: nè me ne sono ingannato punto; perch’ella ha voluto ch’io goda l’usura del tempo ch’io ho aspettato, mandandomi assai più ch’io non credeva. Laonde mi dorrei, che semplice dimanda fosse stata doppiamente sodisfatta, s’io potessi dolermi de la cortesia, o s’io credessi c’alcun obligo potesse esser meglio pagato, che con l’affezione, con la quale posso disobligarmi: e mi piace d’averle quest’obligo, ch’io mi contento che sia perpetuo come la benevolenza. Vorrei anche, ch’il suo nome fosse eterno ne le mie carte: ma non posso promettermi tanto o de la mia fortuna o del mio sapere. Aveva cominciato in sua lode una canzona ad imitazione di Pindaro, il qual assai spesso parla de la Sicilia; ma io non poss’essere tanto lungo in ragionar di lei e de’ la real sua casa, per difetto d’informazione: e in ciò confesso la mia ignoranza tanto meno oscura, quanto è più illustre il nome de la sua stirpe e de’ suoi progenitori. Il padre don Nicolò non mi doveva far questa vergogna. Ne l’altre mie composizioni cercherò similmente di manifestarle quanto io stimo d’esser obligato. E perchè questo debito è anteriore di tempo a la mia nuova servitù non ancora stabilita, non stimo che da cosa che poi succeda, poss’essere annullato o fatto minore. Se fra le mie composizioni, o fatte o da fare, n’avessi avuto alcuna ricopiata, o tale almeno che le potesse essere cara, ora comincierei a significarle quello ch’io spero di far noto, e divulgare a ciascuno: ma io m’imaginerò, non avendo altra informazione, in quanti o in quali materie le sarà più caro d’esser nominato; e direi onorato, se’ miei scritti potessero promettere alcuna sorte d’onore e di gloria ad un onoratissimo e nobilissimo signore. Fra tanto, oltre i cento ducati, si contenti donarmi lo spazio di quattro o cinque giorni: e creda che ad un povero gentiluomo, molto infermo, e lontano da la patria, assai opportuna è stata la sua liberalità. E le bacio la mano, raccomandandole me stesso. Viva felice. Da Monte Oliveto di Fiorenza.</p>
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               <head TEIform="head">1250</head>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Aspetto da Vostra Signoria la conchiusione del negozio; e s’assicuri ch’io non potrei aver maggiore consolazione avanti la mia morte, che ’l veder le mie composizioni stampate a mio senno: e vo pensando talora, che s’i prencipi in un palazzo, dove alloggiano molti cavalieri e dame, si contentano di sei o di otto stanze, potrebbe alcuno degnarsi d’averne egual numero, o non molto maggiore, in questo edificio, del quale Amore è stato il fabro, e la Fede l’architetto. Al signor Fabio io bacio la mano; e mi giova di sperare c’avrò molte occasioni di rimanere obligato al suo valore. Eccovi, signor mio, il sonetto promesso: se vi piacerà, avrò io doppio piacere, l’uno d’avervi servito, l’altro d’avere indovinato: se no, mi doglio di non esser tanto galantuomo, quanto potrò divenire per la vostra galanteria. Vivete lieto. Da Fiorenza, il 6 di giugno del 1590.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL CARDINALE SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Penso a la mia coronazione, la qual devrebbe esser più felice per me, che quella de’ principi; perchè non chiedo altra corona che di lauro: nè in altro modo posso acquetarmi. Ne la solennità avrei bisogno d’una chinea: ho deliberato di chiederla in dono al cardinal Montalto, o al papa medesimo; ma perchè io non son certo de la risposta, prego Vostra Signoria illustrissima che supplichi in mio nome la signora duchessa di Mantova, che si degni di farmi un dono conforme a la mia deliberazione: io dico di darmi quel cavallo bianco che mi portò a Guastalla. Questo negozio de la coronazione è congiunto con quel de le stampe. Io ho molte composizioni, che desidero di publicare; ma, eccettuatone la Gerusalemme, non fo d’alcun’altra maggior stima, che di que’ libri che io scrissi a Vostra Signoria illustrissima de l’artificio poetico. Se fossero da lei altrettanto stimati, quanto da me, non dubiterei che dovesse contentarsi de la dedicazione. Ho fatto, come sa, molte mutazioni ne’ miei componimenti, e ne’ costumi istessi; ma la costanza è cagione di tutta questa varietà. Aspetto risposta d’un’altra che io le scrissi. E le bacio la mano. Da Fiorenza, il 10 di giugno del 1590.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A ORAZIO FELTRO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">La mia fortuna mi condusse a Fiorenza; ma nè la bellezza di questa città, nè la cortesia del granduca, nè le speranze datemi, nè le promesse fattemi, possono esser cagione ch’io mi scordi de l’amor de la patria, o di quel mio antico desiderio il quale
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">Venuto è di dì in dì crescendo meco,</l>
                     <l part="N" TEIform="l">E temo c’un sepolcro amboduo chiuda.</l>
                  </quote>
Laonde ho voluto ricordare a Vostra Signoria, ch’io sono quell’amico obligato, il quale avendo molti oblighi a la sua virtù e pochi a la mia fortuna, non penso di continuar meglio l’amicizia, o di confermarla più stabilmente, che ricevendo da lei sempre nuovi favori. Però vi prego, signor mio, che m’avvisiate se la lettera al vicerè fu portata da l’abate Archirota al conte di Paleno, e se ’l conte si degnò di presentarla; se vi è speranza di grazia o di giustizia o d’amicizia che mi sollevi di povertà, e d’infermità similmente: perchè il sollevar in una cosa per opprimer ne l’altra, alfine sarebbe doppia oppressione, indegna de l’amicizia nostra, e de la fede che ho in cotesta città. E bacio a Vostra Signoria la mano. Di Fiorenza, il 19 di giugno del 1590.</p>
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               <head TEIform="head">1253</head>
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                  <salute TEIform="salute">A MAURIZIO CATANEO. Roma</salute>
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               <p TEIform="p">La cortesia del granduca ha infin’ora superata quella di ciascun altro; ma non ha vinta la malignità de la mia fortuna, la quale ancora contende con la sua bontà. E benchè la virtù di così alto principe sia invitta, e la mia fortuna si possa vincere; nondimeno, mentre in questo campo de le tribulazioni e de le avversità del mondo si combatte de la mia salute, e de la gloria de gli ottimi principi, io non posso aver più certo refugio che a la providenza: e sempre che io supplico l’illustrissimo Albano, o alcun altro cardinale, stimo di ridurmi dal mare di queste turbolenze al porto d’una quiete e d’una tranquillità perpetua. Prego dunque Vostra Signoria, che mi sia in tutte le occasioni favorevole, acciò ch’io non sia defraudato de la mia speranza, e de la grazia di questo altissimo principe: e veramente egli è tale, che in ogni sua azione dimostra chiaramente d’essere stato instrutto al regnare non solamente da la natura, ma da la disciplina; e in tanta mutazione, o più tosto esaltazione di stato, con la grandezza che non ha pari in Italia, e con l’abbondanza di tutti i beni, conserva quella medesima umanità, quella mansuetudine, quella affabilità che dimostrava cardinale. Io, per la sua cortesia, ho quasi dimenticata ogni altra mia sciagura, e mi stimo degno d’ogni favore, del quale l’Altezza Sua non m’abbia riputato immeritevole, bastandomi la sua dichiarazione in luogo di sentenza irrevocabile. Laonde niun’altra cagione mi farebbe pensare al ritorno, che la speranza di ricuperar la sanità ne’ bagni d’acqua dolce, e ne gli altri, come fu parer de’ medici napolitani. Ma questo pensiero mi costringe a pregar Vostra Signoria, che voglia supplicare in mio nome l’illustrissimo signor cardinale Albano, che mi sia liberale del suo favore e de le raccomandazioni, scrivendo a Sua Altezza, o a monsignor arcivescovo di Pisa, o a monsignor vescovo d’Arezzo: e Vostra Signoria, che mi è amica, favoriscami con la sua penna. E le bacio le mani. Di Fiorenza, a’ 20 di giugno 1590.</p>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">L’amicizia cominciata da me con questi signori bergamaschi è cagione ch’io voglia rinnovar in Vostra Reverenza la memoria de le sue promesse, le quali potrebbe omai recare ad effetto, o in tutto o in qualche parte. Oltre a ciò, deve sapere che mi furono involate molte mie scritture; tra le quali sono il dialogo de la Nobiltà, e quel del Piacere, ed alcuni volumi de’ miei sonetti e di madrigali. So che Vostra Signoria ragionevolmente deve avere la copia di due dialoghi e di molte rime; e la prego che non mi voglia negar questo piacere, del quale in questa occasione non potrei avere il maggiore. Io non sono di così picciol valore, che non meriti d’esser compiaciuto: ma quando non aveste voluto aver riguardo a le mie qualità, almeno, considerando le sciagure, dovevate darmi questa laudevole sodisfazione. Nè sarebbe intera, se fosse senza l’opere stampate: perchè similmente mi fu involato il volume de le lettere, e le cinque parti de le rime e de le prose. Le cose riformate da me, ed accresciute, e con molti ornamenti illustrate, si potrebbono omai stampare; ed io non sono risoluto di stamparle in Fiorenza, ma in Bergomo o in altra parte. Vorrei essere almeno sicuro di non esser così defraudato ne l’onore, come ne l’utile. E bacio a Vostra Signoria le mani. Di Fiorenza, il 20 di giugno 1590.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
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               <p TEIform="p">In questi caldi io mi son riparato in casa del signor Bartolomeo Pannuzzi, sotto l’ombra del signor Costantino; altrimente io non so come fuggire l’arsura: veramente egli ha una galante stanza, ed un gentile orticello; ed hacci bello e fresco stare, almeno insino a tanto che ’l signor cardinale Gonzaga, o altri, si risolva ad essere il mio mecenate, e m’impetri tanto di grazia da questo magnanimo prencipe, quanto basti per dar compimento al mio poema: ma non essendomi conceduto ne la vigna di Roma commodità d’andare a diporto, con due stanze fornite nel palazzo de la Trinità, non so quel ch’io me ne speri. A Vostra Signoria ricordo il negozio de le stampe: ed aspetto qualche risoluzione, e qualche risposta de l’ultime sue lettere. E le bacio la mano; pregandola che mi vaglia e mi giovi non solamente la nostra amistà, ma quella ancora che Vostra Signoria ha co ’l signor Bartolomeo. E viva lieta. Di Fiorenza, il 23 di giugno del 1590.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">La venuta di Vostra Signoria a Fiorenza m’avrebbe oltramodo potuto consolare; perch’io sono, come sempre, sconsolatissimo. Ma essendo finito il negozio di Mantova, e non volendo ricominciar cosa de la quale debba pentirmi, non voglio pregarla che pigli per me questo incommodo; perchè non potrei ristorarla nè de la fatica nè de la spesa. Sa che le cose mie sono andate pessimamente: però penso di ritornare in Roma ed in Napoli; dove, se troverò stanze e letto da riposare, avrà fine la mia peregrinazione. Peregrinazione è ancora questa vita, de la quale per mio aviso già sono a l’estremo: e pur mi è fisso ne l’animo quel mio antico disiderio di stampar le mie composizioni; ma non posso pensare ad alcuna servitù, nè di prencipi nè d’altri. E discretissimi estimo quei prencipi i quali, conoscendo questa mia e l’altre imperfezioni, insegnano questa discrezione a’ privati: ma ci bisognerebbe altro modo, acciochè l’imparassero. Non più di questo. Io morrò libero, se non del corpo, almeno de l’animo: e se il papa mi giudicherà inetto al suo servizio, avrò quest’obligo singolarissimo a Sua Santità, di non essere obligato a servire alcun altro. Fra tante mie costantissime disperazioni, mi resta una picciola speranza, che ’l granduca mi doni stanze e letto nel palazzo de la Trinità, ov’io possa morirmene, senza mirar cosa che sia spiacevole a riguardare. Io ho scritto di questa materia al signor cardinal Gonzaga: s’io replicassi, replicarei per mezzo di Vostra Signoria; ma non voglio parerle importuno: nè le mie lettere sarebbono di maggiore efficacia, che le sue medesime. Al signor Fabio illustrissimo bacio la mano; ed a Vostra Signoria mi raccomando. Da Fiorenza, il 25 di giugno del 1590.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Questa mattina ho scritto a Vostra Signoria ed al signor Fabio, e mandato la lettera a m. Bartolomeo: oggi son venuto a vedere se le lettere sono state mandate a buon ricapito: e m. Bartolomeo mi ha risposto di non averle avute. Replico al peggio ch’io so; che per la continova infermità, che non m’abbandona mai, non possa questa settimana mandare il sonetto al cardinale: nè so s’io il manderò più di Fiorenza; perchè agevolmente domani, o l’altro, partirò per Roma. Scrivo al signor Fabio, e la conclusione sarà la medesima che de l’altra lettera, che io disidero che ’l signor duca di Mantova mi faccia grazia d’onorarmi, e d’accomodarmi insieme de la sua tavola, in tutte l’occasioni publiche o private, e particolarmente in qualche solennità, e in qualche publico spettacolo che si facesse in Fiorenza ed in Roma, dove Sua Altezza devrà venire un giorno: ma se viene dopo la mia morte, non m’avrà consolato a tempo di questa grazia. Io aspettava che mi facesse questo favore in questa città, e mi sarei trattenuto tutto questo mese a posta: ma m. Bartolomeo non mi vuol dare alloggiamento; ed in altro albergo non so come si possa trattar questo negozio. Raccomando a Vostra Signoria l’inchiusa; e se l’altra le sarà mandata a buon ricapito, mi faccia grazia similmente di presentarla. E bacio a Vostra Signoria la mano. Da Fiorenza, il 23 di luglio del 1590.</p>
               <p TEIform="p">M. Bartolomeo avrà quindici scudi il mese da me, volendomi dare albergo sino a settembre o ottobre: l’amicizia fra Vostra Signoria e me basterà per sicurezza.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A FABIO GONZAGA. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">A’ meriti di Vostra Signoria il signor duca non può fare alcun favore che non sia debito: ma la benignità di Sua Altezza si dovrebbe manifestare in far grazia ancora a coloro che non la meritano; fra’ quali sono io, che non pretendo meno per buona volontà. Però, continuando ne l’istesso volere, c’ho sempre avuto, e ne la medesima divozione con Sua Altezza e con Vostra Signoria, la supplico che mi voglia dar luogo fra’ gentiluomini de la tavola di Sua Altezza ne l’istesso modo ch’è loro conceduto, o fermandomi a’ servigi del granduca, o liberandomi d’ogni obligo di servitù, come io vorrei; perchè la mia infermità non mi consente che io possa servire: ma la benignità di Sua Altezza e la cortesia di Vostra Signoria mi dovrebbe concedere, che io dovessi esser servito in questa ed in ogn’altra città; anzi, mancando tutti gli altri servigi, doveva sorgere qualche gentil giovane mantovano, quasi per machina ne le tragedie, il quale non si sdegnasse di servire un gentiluomo infermo, affine ch’egli risanasse. Altra speranza non mi resta. Iddio perdoni questo peccato: ed a Vostra Signoria bacio la mano. Da Fiorenza, il 23 di luglio del 1590.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL CARDINALE SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ora da scherzo, or da dovero, supplico Vostra Signoria illustrissima di qualche grazia: ma se ne le cose non solamente serie ma gravi e miserabili, per colpa de la mia fortuna, io non sono esaudito, forse devrei esser compiaciuto in quelle che io dico da giuoco e per burla, e per rider meco di me stesso e de la mia fortuna in questa guisa: ma non voglio che tanto mi giovi con Vostra Signoria illustrissima l’antica domestichezza a la beffa de le mie sciagure, quanto desidero che gl’infortuni, che non posso dir nuovi, benchè sieno meno antichi, la muovano a compassione de la mia infelicità. Particolarmente la pregai che mi favorisse co ’l granduca, acciochè mi fossero concedute ne la vigna di Roma due stanze fornite, ad uso perpetuo. Ora la prego più caldamente che voglia interponere la sua autorità, perchè Sua Altezza mi faccia grazia di quelle o d’altre stanze somiglianti. E bacio a Vostra Signoria illustrissima la mano. Di Fiorenza, il 24 di luglio del 1590.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A FABIO GONZAGA. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io ho mancato sempre a me stesso, ed a gli altri rade volte, o non mai. Ora, se io potessi, vorrei insieme sodisfare a le mie promesse, ed al merito di Vostra Signoria, la qual non può esser meglio sodisfatta da me, che ricevendo le mie preghiere in vece di molte rime e di molte prose, de le quali a suo tempo non sarò scarso. Pregola, adunque, che mi favorisca de la sua risposta, acciochè in questi pochi giorni che io mi fermerò in Fiorenza, e nel ritorno, se Dio me ne concederà grazia, sia tanto certo de la grazia del signor duca di Mantova, quanto Sua Altezza devrebbe esser de la mia fede, e de la continova divozione. E le bacio la mano. Da Fiorenza, il 4 d’agosto del 1590.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ho raccomandato a Vostra Signoria in diverse volte diverse mie lettere; perchè non sono sicuro che per altra mano, che per la sua, non men fedele che cortese, possano avere quel buon ricapito le mie lettere, ch’io disidero. Ora questa ancora io raccomando a Vostra Signoria, acciochè me ne faccia aver qualche benigna risposta dal signor Fabio, prima ch’io sia partito. Devrei avere ancora la risoluzione di questo benedetto negozio, accioch’io non pendessi sempre da le sue promesse con tante incommodità. Di grazia, Vostra Signoria mi risponda particolarmente intorno a le stampe. E le bacio la mano. Da Fiorenza, il 5 di agosto del 1590.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A FABIO GONZAGA. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vostra Signoria illustrissima è tanto cortese ne le risposte, quanto io infelice ne l’esecuzioni: laonde la supplico che faccia in modo, che la sua cortesia mi giovi ne l’eseguire, perchè nel deliberare non ho voluto mai seguire altro conseglio, che ’l suo; e spesso ho detto fra me stesso, che se ’l signor duca di Mantova serenissimo avesse dieci consiglieri somiglianti a lei, la mia fortuna sarebbe già espugnata. Scrivo a Sua Altezza: a Vostra Signoria bacio la mano, ricordandole che le grazie di cotesto benignissimo principe sono come le divine; a le quali non si può aspirare senza il suo aiuto. E viva felice. Da Fiorenza, il 10 d’agosto del 1590.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A VINCENZIO GONZAGA, DUCA DI MANTOVA</salute>
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               <p TEIform="p">Da niuno mai fu più desiderata, e meno meritata, la grazia di Vostra Altezza, che da me suo antico servitore: ma al merito mancarono le forze, l’occasioni, il luogo, il tempo, la fortuna; al desiderio, nè la sciagura nè la debolezza nè la distanza nè l’avversità hanno potuto fare impedimento. Laonde può credere, che prima sarei venuto a farle riverenza, se prima avessi potuto: ora con le medesime difficoltà, o con tanto maggiori, quanto la mia infermità va più invecchiando, continuo ne la medesima volontà, e supplico Vostra Altezza, che in ogni parte mi reputi suo devotissimo servitore. Di Fiorenza, il 10 d’agosto del 1590.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL CARDINALE SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Tutte le occasioni mi dispiacciono, se non quelle di ringraziar Vostra Signoria illustrissima, de le quali non so se da la mia fortuna me ne sarà mai offerta alcuna: frattanto con suo dispiacere, ma con molto maggior mio dolore, sono costretto di lamentarmi e di pregarla: le preghiere sono dirizzate a lei sola; le querele a tutto il mondo, che doppo tante mie fatiche non ha voluto che io possa esser padrone d’un tamburo. Dubito, al solito, che le scritture rimase mi sieno ricopiate: e non era materia, de la qual più volentieri avessi prima parlato al granduca, poi al signor duca di Mantova; perchè, non avendo potuto godere il frutto de le mie fatiche, mi si doveva almeno concedere che io potessi goder quelli de la cortesia e de la liberalità de’ principi. E benchè io sia disperato d’ogn’altra amicizia e d’ogn’altra utilità, non doveva disperare de’ privilegi, i quali mi si dovevano concedere, se non per arricchirmi, almeno per sodisfarmi. Essendomi in questa occasione conceduta l’audienza, non avrò molte cagioni di ricordarmi de’ principii de la mia avversità, con maggior dolore che non fu quel medesimo, del quale ancora vorrei esser consolato. E bacio a Vostra Signoria illustrissima la mano. Da Fiorenza, il 10 d’agosto del 1590.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">La lettera del signor Fabio è così piena di cortesia, com’io d’infelicità: nè minor bisognava per consolarmi. Io gli rispondo, ringraziandolo de le promesse. Ringrazio Vostra Signoria ancora del premio che m’offerisce per le mie fatiche, se fatiche sono quelle ch’io duro per lei: ma non potendo io affaticarmi, nè Vostra Signoria premiare altro che le fatiche, devrebbe più tosto affaticarsi acciochè la liberalità de gli altri supplisse a le mie deboli forze. Io ho scritto molte poesie, ed alcuna non è stata così fortunata, che m’abbia acquistato un bacile d’argento, o un secchio o una tazza, o altra galanteria così fatta: e sperava che le dedicazioni nuove e l’opere vecchie mi facessero contento, non dico d’un saio o d’una cappa vecchia rifatta secondo la foggia, trasmutata in colletto, o in un tabarro; ma d’una credenza ribattuta. Non più: non vogliate ch’io entri ne le mie vanità; ma poich’io son risolutissimo di venire a Mantova, non per disperazione de le cose di Napoli, o de gli amici e de’ padroni napolitani, ma per disperazione d’arrivarci vivo; siate contento, signor mio, di presentar l’inchiuse al serenissimo signor duca, ed a l’illustrissimo signor Fabio, e di procurarmi risposta dal signor cardinal Gonzaga: al quale non avendo avuto ardimento di chieder per mia commodità un appartamento ne la sua casa di Roma, ho dimandata grazia che scriva in mio favore al granduca. Bacio a Vostra Signoria la mano. Da Fiorenza, il 10 di agosto del 1590.</p>
               <p TEIform="p">Io sono ancora tanto infermo che, non rinfrescando, non mi dà il cuore d’arrivare a Mantova. Aspetto aiuto d’un servitore almeno.</p>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Troppo Vostra Signoria diffida del suo bell’ingegno. Ho veduto e considerato attentamente il suo sonetto, fatto in loda di Nostro Signore, e mi è piaciuto oltramodo. Mi pare che quel concetto, del quale ella mostra di dubbitare,
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">Eguali a quelle, onde ebbe il mare i ponti,</l>
                  </quote>
vi calzi molto bene; imaginando io, che Vostra Signoria intenda  del ponte fatto da Serse ne l’Ellesponto, e da l’imperatore nel  seno di Baia; l’uno per uso de la guerra, l’altro per ornamento de la pace: e che voglia inferire, che l’opere minori del grandissimo papa Sisto sono quelle de la magnificenza; virtù per sè grande, come suona il nome. Vostra Signoria pensi, che l’opere de la liberalità saranno minime per rispetto a l’opere de la carità; considerandosi quella come virtù morale, questa come teologica. E questo basti per la prima parte de la sua graziosa lettera.</p>
               <p TEIform="p">Per dichiarare quale sia in me l’espettazione de la limosina, poich’invano rifuggo a la cortesia, scrivo di nuovo al signor cardinale Scipione. Vostra Signoria mi favorisca di procurar la risposta, acciochè io possa risolvermi di questa pratica de le stampe. Io sono tuttavia in casa del signor Bartolomeo, dove ho portata la mia valigia con tutte le scritture: attenderò così infermo a l’espugnazione de la terrena Gerusalemme, per trionfar ne la celeste; dove almeno al piè del seggio imperiale spero di poter sedere come caudatario. Altra coda non posso formare ne l’idea de la mia gatta. Bacio a Vostra Signoria la mano. Da Fiorenza, il 12 d’agosto del 1590.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ne la venuta costà di m. Lodovico Biffi ho voluto di nuovo pregare Vostra Reverenza che mi faccia favore di mandarmi la copia di quelle scritture, e particolarmente del dialogo de la Nobiltà, e di quello del Piacere, del quale ho perduta la copia. Io penso di publicare tutte l’opere mie, ma saranno forse avanti publicate da gli altri: così è certa la fede ne gli uomini di questo secolo! Tale e sì fatta non dovrebbe esser quella de’ signori bergamaschi, co’ quali avendo comune la patria, molte altre cose mi dovrebbono esser comuni: almeno vorrei esser certo ch’elle fossero stampate. Del mio stato, e de le speranze, Vostra Signoria avrà informazione da m. Lodovico: ma per conclusione, la prego che voglia aver la fede come promette; cioè lunga, c’arrivi fino a Fiorenza, e fino a Roma, e fino a Napoli. E bacio a Vostra Reverenza la mano. Di Fiorenza, il 16 d’agosto 1590.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io sono stato tanti anni tanto infermo in tante parti del mondo, che lamentandomi de l’infermità, non estimo d’accusar gli amici, nè di far nuova querela; perchè questa è una de le vecchie accuse de la mia fortuna, e direi de la providenza, se la fortuna e la providenza fossero l’istessa: ma l’amicizia che non può giovarmi a la salute del corpo, devrebbe almeno essermi giovevole a la quiete de l’animo; però non so, nè posso, nè voglio se non replicar le medesime cose: son nulla, so nulla, posso nulla, e voglio nulla: e s’a tanti zeri s’aggiungesse qualche numero, sarei quel che piacesse a chi volesse numerare le mie sciagure, i danni, l’infermità, le fatiche, gli studi, le composizioni, le promesse de gli amici, le speranze de’ padroni, le messe udite e le prediche ascoltate. Chi sa se per qualche numero aggiunto potessi predicare anch’io, e convertire il signor Costantino e ’l signor Fabio suo signore? Ma niuno vorrei vedere più volentieri converso, che ’l signor Giorgio, m. Ruggieri, e ’l nipote del vescovo Giannotto. Or lasciam le burle da parte, che ne la mia fiera maninconia sono come i risi de l’infermo, quando è vicino a la morte. Io vorrei dal granduca la medesima grazia ch’io ho dimandata al signor duca di Mantova, per intercessione del signor Fabio; e dal duca di Mantova quella ch’io voleva dimandare al granduca, come dissi al signor don Giovanni: e desiderarei che quella fosse questa, e questa quella, o almeno che l’una fosse ne l’altra compresa, come il trigono nel tetragono; e fra tanti disiderii, quel di non far nulla è il massimo: appresso a questo son gli altri; di essere adulato da gli amici, servito da servitori, accarezzato da domestici, onorato da patroni, celebrato da poeti, e mostrato dal popolo a dito: Ecco chi non fa nulla, se non quel che vuole. Voglia Iddio; e sia questo il segno e la lettera, non del fornaio, ma del mio poema. Per conchiusione, mi ritirarò per qualche giorno in Monte Oliveto, se que’ padri si degneranno di raccogliermi; ed aspetterò risposta o di Sua Altezza o del signor cardinale, la qual tanto disidero, o del signor Fabio. A tutti bacio le mani; pregandoli che non mi vogliano dar fatica d’interpretar le altrui parole, essendo le mie così chiare. Di Fiorenza, il 18 di agosto del 1590.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVANNI III DI VENTIMIGLIA, MARCHESE DI IERACI. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">A niuno sono più obligato che a Vostra Eccellenza, ed a niuno vorrei essere maggiormente; perchè è cosa da animo grato l’esser capace de le grazie e de gli oblighi. Laonde non ho voluto più lungamente ricusare il secondo suo dono di cento scudi, bench’io non abbia mostrato ancora alcuna gratitudine del primo; ma la conservo ne l’animo, e ne le scritture: e ne l’uno sarà forse eterna, e ne l’altre durerà tanto, quanto la memoria de le mie fatiche. Niuno de’ presenti o de’ posteri saprà chi mi sia, che non sappia insieme quant’io sia debitore a la cortesia di Vostra Eccellenza, ed a la sua liberalità; con la quale supera tutti coloro che possono superar la fortuna. Farò quella menzione che devo di lei e de’ suoi antecessori nel mio poema maggiore, e ne l’altre mie composizioni: nè lascierò alcuna de le cose che mi scrive, la quale non mi sforzi di celebrare co’ miei versi. Fra tanto scusi la mia infermità; e s’assicuri che perderò prima tutte l’occasioni, che questa di lodarla; a la quale mi conosco infinitamente obligato. Comincierò con l’esempio di Pindaro, e seguirò con quello de gli altri più famosi scrittori; nè farò alcuna cosa più volentieri in questa o in altra città: ma supplico Vostra Eccellenza che voglia mostrare quel medesimo animo ne la mia salute e ne la riputazione, c’ha dimostrato ne l’altre cose; perchè io sono molto infermo, e di lunga e fastidiosa infermità: laonde appena questa mattina mi son levato da letto, come intenderà dal signor Giulio Gherardi, in casa del quale sono alloggiato in Fiorenza. Penso d’andare a Roma, quanto prima potrò; e se le sue raccomandazioni mi gioveranno co ’l signor cardinale suo cognato, aggiongerà quest’opera piena di carità a le altre de la sua cortesia. Non le mando la mia Gerusalemme, perchè non ha ancor avuto l’ultimo fine, al quale manca assai poco; e bisognerebbe ch’io potessi farla ricopiare: ma sia certa, che non sarà veduta nè da lei nè da gli altri senza molta laude de la sua nobiltà e de la mia gratitudine. Già nel mio poema ho scritto molte cose de’ suoi maggiori, e di lei medesima; ma farò menzione particolare ch’ella discenda da Tancredi normando. E le bacio la mano. Da Fiorenza.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A FABIO GONZAGA. Mantova</salute>
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               <p TEIform="p">Ringrazio Vostra Signoria del favor fattomi presentando la mia lettera al signor duca di Mantova, il qual s’accresce con la memoria che tiene di me ne le sue pitture. Vorrei che nel medesimo modo se ne ricordasse, quando è ne le camere del suo tesoretto, dove Sua Altezza si degnò di parlarmi cortesemente; ed io non ebbi ardire di scoprirle il mio desiderio. Ora non è più desiderio, ma necessità; perchè l’infermità continovano, e le forze mancano con la speranza. A Mantova sarei venuto senza fallo da Santa Maria Nuova, se la cortesia di Vostra Signoria fusse stata più pronta, o se que’ padri avessero voluto spedire il negozio. Fui prevenuto da la liberalità del granduca co ’l dono di centocinquanta ducati; per lo quale il mondo mi riputerebbe ingrato, s’io non estimassi d’esserle obligato. La cortesia di Vostra Signoria può disobligarmi in questo viaggio, e darmi aiuto: ma io non posso cominciarlo senza servitore, nè finirlo senza pazienza. Ed oltre a ciò, è necessario che mi sia data licenza dal granduca, dal quale fui licenziato per Napoli, o almeno dal signor don Giovanni.</p>
               <p TEIform="p">La pittura di Tortosa si può mutare, e dipingere in quella vece Cesarea, dove fu cantata la messa de lo Spirito Santo. Molte altre cose ho mutate nel mio poema; laonde l’imagini non sarebbono conformi al vero esemplare, se Sua Altezza non aspetta ch’io abbia dato compimento a l’opera. Mi doglio di non esser atto a servirla, o non con tanta prontezza, quanto desiderarebbe, perch’io ho bisogno di tempo ne le cose che possono esser perpetue, o durar lungo tempo. E bacio a Vostra Signoria la mano. Da Fiorenza, il 21 d’agosto del 1590.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Del ritorno del signor cardinale molto mi son rallegrato, o rallegrerò, come d’una universale allegrezza di tutta Roma. Io ne spero l’istesso favore co ’l granduca, e co ’l duca di Mantova: ma non voglio mancare a me stesso, nè privarmi di questa consolazione di parlarli a lungo, s’io potrò. De’ bagni avrei gran bisogno; ma la mia povertà è impedimento a tutte le cose, massimamente a la sanità. A Mantova verrei avanti settembre, s’io avessi buona commodità. De le dedicazioni io seguirò il vostro consiglio; ma vorrei omai che si venisse a qualche conclusione. E vi bacio le mani, pregandovi che presentiate l’inchiusa. Da Fiorenza, il 22 di agosto del 1590.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON NICCOLÒ DEGLI ODDI. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">La canzona è fatta: aspetto la promessa, e quel libretto de le mie rime al papa, e l’altro di Monte Oliveto. Finirò quell’opera, se volete acquetarvi di non darmi maggior impaccio. Io desiderava occasione, ch’il padre don Olimpio, il padre don Alfonso Carrafa, e messer Maurizio Cataneo fossero in questa congregazione fatta in Monte Oliveto Maggiore; perchè a la presenza del cardinal Carrafa sperava di persuadere messer Maurizio che si facesse monaco, poichè non avete voluto me per secretario de la congregazione, o per gran cancelliero, come si dice a Venezia; ma avendo messer Maurizio per tutto vostro, non vi mancherebbe un finissimo secretario. Voi mi risponderete, che non vi mancano soggetti eccellentissimi; ma non so se amicissimi. Vi ricordo la lettera di cambio: e vi bacio la mano. E pregate Dio per la mia salute, dico del corpo e de l’anima. Di Monte Oliveto di Fiorenza.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVANNI III DI VENTIMIGLIA, MARCHESE DI IERACI. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mando a Vostra Eccellenza una canzona, quasi un pegno de la mia affezione e de l’obligo, del quale conserverò perpetua memoria: e la prego di scrivere al signor cardinal di Terranova in modo, ch’io veggia qualche effetto de le sue raccomandazioni. Credo d’andare a Roma fra pochi giorni; ov’io avrò maggiore occasione di servirla, ella di comandarmi. Fra tanto, di Fiorenza le bacio le mani, poco consolato de la mia lunga e grave infermità.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Verrò, s’io posso, co ’l signor Girolamo Rossi; ma licenza dal granduca io non ho avuto. Sono infermo ancora, ed avendo bisogno di molta commodità, temo di non arrivare a Mantova: egli non si vuol pigliar cura di far portare due miei tamburi, o uno almeno, il quale è quello de le mie scritture: non vuole aspettare il cardinale Gonzaga, co ’l quale avrei da ragionare di molte cose, e particolarmente dei miei libri rimasi in Roma a beneficio de la fortuna. Il signor duca mi dovrebbe far grazia d’aiutarmi al venire, o almeno di ritornare a Napoli; dove ritornerò vecchio, povero ed infermissimo, con speranza di poca sanità, ma di seicento scudi l’anno di cortesia: perch’in altro modo io non potrei accettarli, non essendo atto a cosa alcuna; e disiderando questa grazia, che tutti i prencipi e gli altri signori mi facciano esente dal servizio. Però scrivo a Sua Altezza, e parlerò al signor cardinale Scipione in questo medesimo soggetto: e se parrà a Sua Signoria illustrissima ch’io venga a Mantova, seguirò il suo consiglio. Fra tanto cercherò di trattenermi com’io posso. Vostra Signoria baci in mio nome le mani al signor Fabio; e li dica che due cose erano necessarie a questo viaggio: l’una, l’aiuto di un servitore, c’avesse bisogno ch’io v’arrivassi, o almeno volontà; l’altra, la cortesia del padrone, e le sue raccomandazioni. E le bacio la mano. Da Fiorenza, il 3 di settembre del 1590.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A VINCENZIO GONZAGA, DUCA DI MANTOVA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">S’avanti la mia morte io avessi potuto baciar la mano a Vostra Altezza, sarei rimaso consolato di molte grazie; o almeno di questa sola, che mi sarebbe in vece di grazia e di favor singolarissimo: ma io non posso se non lasciarmi portare da la fortuna, perchè non sono signore de’ tempi nè de le deliberazioni. La morte del papa agevolmente potrà spingermi a Roma, oltre il mio primo proponimento. Supplico Vostra Altezza che non voglia in questa occasione, che le mie ragioni sieno abbandonate da’ suoi favori, nè la mia infermità da la sua protezione. Ne l’altre cose non posso esser importuno nel supplicarla: ma oltre quello che più volte ho scritto al Costantino ed al signor Fabio, mi raccomanderò al signor cardinale Scipione, s’io potrò aspettarlo. E bacio a Vostra Altezza la mano. Da Fiorenza, il 4 di settembre del 1590.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A FERDINANDO DE’ MEDICI, GRANDUCA DI TOSCANA (Dedicatoria)</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Le virtù, serenissimo principe, sono collegate fra se medesime, come le scienze; in guisa che non è alcun altro nodo più saldo od altra catena più forte, quantunque fosse di ferro o di acciaio o d’altra più dura materia: nondimeno, per imperfezione e per ignoranza de gli uomini, si veggiono, le più volte, divise e separate: laonde, chi di una e chi di un’altra virtù è lodato; e di rado avviene, che alcuno di tutte possa essere commendato. Ma tra quei pochi fu il gran Cosimo, padre di Vostra Altezza; anzi i due gran Cosimi, e gli altri suoi antecessori; per opera de’ quali le virtù disgiunte si ricongiunsero ne’ medesimi soggetti, e si ristrinse quella catena, che per la malvagità o per la perversa cognizione era disciolta, o più tosto spezzata: però di niuna amistà, di niuna lega, di niuna unione meritarono maggior gloria, che di questa; per la quale non solamente acquistarono, ma conservarono ed accrebbero il principato di Toscana. Ne l’altre unioni ebbero parte gli amici, i ministri, i principi italiani e stranieri, gli eserciti, le congregazioni de’ cittadini, il favor de la fortuna medesima; ma in questa, o niun altro fu partecipe de la gloria, o non n’ebbero parte maggiore. Gloriosissima, adunque, oltre a tutte l’operazioni ed oltre a tutte le imprese de la casa de’ Medici, è l’aver imposto fine a la discordia de le virtù, e congiunta in amicizia la fortezza e la mansuetudine, la magnanimità e la modestia, la liberalità e la magnificenza, la severità e la piacevolezza, la giustizia e la clemenza; e tutte l’altre ne l’istesso modo. Onde ciascun’opera fatta da loro, par compiuta con tutte insieme: e così è malagevole il distinguer di qual virtù sia propria, come è il discerner le voci ne l’armonia di molti cantori e di vari istrumenti, o gli odori ne la mistione de’ fiori e d’altre cose odorate, o i raggi ne la moltitudine d’infiniti lumi e de le stelle medesime; perchè da tutte insieme esce quello splendore che fa la virtù de la casa de’ Medici lucente e luminosa in Italia, ed in ciascuna parte d’Europa e del mondo. Ma del granduca, padre di Vostra Altezza, si può affermar particolarmente, che dopo sì lungo corso d’anni e di secoli, e dopo tante mutazioni di regni e di provincie, niuno nascesse più somigliante ad Augusto, o ne l’altezza de l’animo, o ne la sapienza civile anzi regia, o ne l’arte d’acquistare e di conservar l’imperio, o ne la prosperità de la fortuna, o nel favore del cielo maravigliosamente dimostrato, e ne la disposizione de le stelle e de’ pianeti: nè tanto ha ceduto il granduca ad Ottaviano ne la grandezza de l’imperio, quanto l’ha superato ne la felicità de’ successori, avendo lasciato il granduca Francesco, e Vostra Altezza, eredi non solo de gli stati, ma de la gloria e de la virtù, che sono i veri fondamenti de’ regni e de gli imperi: però da niun altro più volentieri debbono esser lette le cose scritte lodando il padre, che da’ figliuoli che hanno saputo imitarlo e potuto agguagliarlo. Fu similissimo, come scrivono, il gran Cosimo ad Augusto ne la clemenza, dimostrata in molte occasioni, e specialmente in un bando, co ’l quale restituì tutti i suoi cittadini a la patria, da la quale con la severità de gli altri bandi sogliono essere discacciati. E se i fiorentini sono simili a le api, che si spargono per varie parti nel raccogliere il mele, come è stato scritto; parimente il granduca poteva esser chiamato quasi il re de l’api; ch’essendo armato da la natura, non adopera l’aculeo. Fu dunque in ciò eguale a Ciro, ad Alessandro, ad Ottavio ed a gli altri ottimi imperadori; laonde, tutto ciò che io scrissi de la clemenza o de la clemenza d’Augusto, si conviene al granduca Cosimo, come sua propria lode e particolar perfezione: e Vostra Altezza, come erede ed imitatore de la virtù e de la grandezza del padre, non dee disprezzare questo dono, qualunque egli sia; ma senza dubbio è di quella sorte, che a’ principi può essere appresentato senza riprensione di chi dona, e con laude di chi riceve. Ma Vostra Altezza, che in tutte le vite ed in tutte l’altre virtù è lodatissima, in questa de la Clemenza non ha peraventura avuta altra occasione di manifestarla, per la tranquillità de’ suoi tempi, e per la benevolenza di Toscana e d’Italia tutta, da lei meritata; onde la sua felicità può aver quest’obligo a la mia infelicità, di mostrar, dico, questa, oltre a molte sue nobilissime virtù prima conosciute, e di accomunar con gli altri principi questo dono, che è suo proprio; persuadendoli co ’l suo esempio ad usar meco quegli atti di clemenza, che sono quasi dovuti a le lunghe fatiche durate da me ne gli studi, a l’intenzione che ho avuta di celebrargli ne’ miei componimenti, ed a le mie tante e sì gravi e si continue avversità. Ed a Vostra Altezza serenissima fo umilissima riverenza.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Rispondo infermo ad infermo; ma Vostra Signoria per grazia d’Iddio risorgerà tosto del suo male. Io, benchè possa risorger di questo letto, dove sono stato quindeci giorni gravemente oppresso, non so quando mai risanerò di tante infermità. L’infermità, senza fallo, sarebbono state soverchie al cavalier Sacrato, e ad ogn’altro ricco gentiluomo de la medesima opinione: ma lasciamo di parlar d’altri. Di me posso senza dubbio affermare, che non ho mai compiaciuto a’ miei desideri; e bench’io sia nato gentiluomo non povero, nondimeno mi son quasi dimenticato e del nascimento, di cui era informato, e de l’educazione che non fu plebea. Laonde molto mi maraviglio c’alcuno dica ch’io gitti o mandi a male alcuna cosa, andando io vestito men onoratamente che non si converrebbe a la mia condizione, e non cavandomi pure un appetito soverchio. A pena questa state ho comprato per mio gusto duo paia di meloni; e bench’io sia stato quasi sempre infermo, molte volte mi sono contentato del manzo, per non ispendere in pollastro; e la minestra di lattuca o di zucca, quando ho potuto averne, m’è stata invece di delizie. Ma se lo spendere in medicine è gittare, io confesso d’avere mandato a male qualche scudo. Non voglio confessare, che quei pochi spesi da me in libri siano gittati in modo alcuno; perch’io n’ho molto bisogno o per imparare, come Vostra Signoria dice, o per ricordarmi le cose lette: ed in questo numero è la maggior parte di quelli ch’io le chiedo; a’ quali aggiungerei l’Italia del Trissino, il Girone e l’Avarchide de l’Alamanni, che altre volte le scrissi, e l’Eneide del Caro, s’io credessi di non venirle a noia.</p>
               <p TEIform="p">In quanto a le cortesie usatemi, Vostra Signoria non è in tutto male avisata. Perchè cinquanta scudi mi donò il signor duca di Bracciano, e cinquanta il granduca, e non fur d’oro: e oltre queste, non può aver notizia d’altra cortesia, che napolitana. Dogliomi nondimeno, ch’in tanta disuguaglianza di grandezza e di ricchezza, il granduca abbia voluto ne la liberalità esser pari a don Virginio, non avendo alcun riguardo a le composizioni che erano ineguali. Io disiderava che non volendo considerare il mio bisogno, e l’importunità nata da la fede, donasse almeno a proporzione de la sua fortuna e del mio componimento: e non voglio rimproverare a Sua Altezza, che con la Medicina (così chiamo una mia Orazione) ho rinunziato a tutte le speranze ch’io aveva di litigar co ’l signor duca di Ferrara, e di vincer la lite, e la sua grazia; e rinunziato parimente ad ogn’altra speranza di prencipe lombardo. Ma questi offici potevano esser fatti da qualche amico, ricordando a Sua Altezza la grandezza de l’animo suo nel particolare. Con la signora duchessa io aspetto di vedere qualche risoluzione. Io le avea dimandato un letto per gran bisogno; ma non sarebbe a Sua Altezza commodo il farmi questo presente, che mi era necessario più d’ogn’altro: il chiederle una scudella d’argento sarebbe poco; un bacino, parrebbe troppo: perchè non avendo potuto sostener la riputazione di dottore co ’l favor de la casa Gonzaga e de’ Medici, non vorranno ancora ch’io possa sostenere quella di bacilieri. Ma tra il bacino e la scudella è il secchiello d’argento, che da un gentil cavaliero, com’è il signor Fabio, potrà esser dimandato in dono per lo povero Tasso; il quale passa in questa guisa la maninconia de la sua infermità: l’aggiungerei a due coppe donatemi, le quali potrebbono servir per saburra a la barca de la mia fortuna, se fossero con molte altre. In tutti i modi disidero, che la signora duchessa mi favorisca di risposta per opera di Vostra Signoria.</p>
               <p TEIform="p">De le mie speranze di Napoli, che posso dire? Se sono le più vane, come dicono, a me non si può negare che siano le più giuste: e gran crudeltà sarà, ch’io perda la vita per dimandar giustizia. Il dimandar grazia non giova; nè il trattar de la Clemenza, de la quale ho scritto due volte; l’una in versi, e l’altra in prosa. Al farmi prete non ho favore nè aiuto, come sarebbe conveniente ad un mio pari: ed infermo come sono io, e maninconico più di tutti gli uomini, come i medici possono conoscere a molti segni, ed al sangue particolarmente; da’ cardinali o da’ prencipi non ho trattenimento; a le fatiche non sono atto; ne’ miei studi sono appassionatissimo. Laonde, per tutte queste cagioni, sono disperato di tutte le cose; e de la vita medesima: ed in tanta disperazione, torno a parlar de le stampe. Io non pensai mai di stampare a mie spese; perchè non ho molti scudi, oltre i cento, i quali non mi basteranno quest’anno a vestire ed a mangiare. Sono sfornitissimo di tutte le cose necessarie: avrei voluto (poichè gli stampatori non hanno discrezione, o pietà, o conscienza alcuna) c’alcun mio amico facesse la spesa, e poi si ritraesse i danari. Oltre i privilegi del papa, del re, de’ veneziani, e del granduca, gli altri non mi parevano necessari: pur si potevano chiedere; ma io non averei mandate le lettere più volentieri de’ bianchi. Al re non mi pare che si debba drizzar cosa, che Sua Maestà non debba leggere, o almen mirar con buon occhio. Io sono stanco, e non ho chi m’aiuti: ma concludendosi qualche cosa (e questo è in suo potere), consignerò l’opere in mano di chi le pare; e di questo ambasciatore di Toscana, s’intende di questo. Non posso esser più lungo, perchè è necessario ch’io torni a letto. Se dal signor duca, o da la signora duchessa sopraggiungerà qualche favore, oltre la mia speranza, ne ringrazierò Iddio; il qual sia sempre laudato. Da Roma, il 12 di settembre del 1590.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON NICCOLÒ DEGLI ODDI. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Se tutte l’azioni mie fossero state volontarie, io non avrei di che accusare o di che scusar me stesso; ma la maggior parte de le cose fatte o dette da me, si possono ridurre a la necessità, come a sua cagione: laonde, se d’alcune io non merito lode nè premio, non dovrei di tutte aver biasimo o castigo. Sin’ora, quantunque sia buona l’operazione fatta, non ho potuto fuggire qualche pena: cagione ch’io vivo in continue miserie e sciagure in questa mia quasi libertà; ne la quale niuna cosa ho più libera de l’animo, niuna più impedita de la lingua o de la penna: ed in ciò non ho scritto peravventura quello che poteva piacere a molti, ma quello che ho stimato più conveniente; e non con altra intenzione, che di movere la Chiesa, ch’è madre comune, a compassione, acciochè non mi fosse negata la medicina ed insieme la sanità. Nè so chi abbia impedita questa pietosa operazione, e moltiplicate le mie miserie. Io vorrei placar tutti: però due volte ho scritto de la Clemenza; l’una in versi, l’altra in prosa: e benchè io avessi ardimento di chiedere giustizia, o come non colpevole ed immeritamente travagliato, o come disperato de la grazia; grido nondimeno clemenza e perdono, non tanto per speranza di conseguirlo, quanto per non vivere questo poco di tempo che m’avanza, odioso a tutti. Ho detto che se la vecchiezza si dovesse definire non dal principio de la vita, ma dal fine; pochi sarebbon più vecchi di me, fra quelli ancora che si reputano vecchissimi: e quantunque ciò non fosse vero, almeno mi si dee concedere che l’infermità sia una specie di vecchiezza. Ed io sono infermo senza dubbio, e così consumato ne gli studi; e nacqui gentiluomo, e vissi molt’anni in questa guisa: nè potendo vivere ne la corte di Roma ne l’istesso modo, bisogna ch’io cerchi altro rifugio; perochè ogni diminuzione di favore o di grazia è una tacita licenza, o piuttosto una palese violenza. Non so dove ricovrarmi, se non ne la patria: ed in Napoli, s’ella non è patria, ivi sarò senza dubbio raccolto; e delibero di fermarmi, se mi sarà conceduto. M’è stata impedita la benevolenza e beneficenza di tutti i principi d’Italia; invidiato il favore, e (s’è lecito dirlo) insidiata la grazia. Ho perduto tutti gli appoggi; m’hanno abbandonato tutti gli amici, e tutte le promesse ingannato: mi si niega il frutto de le proprie fatiche, non solamente di quelle di mio padre; ed ogni informazione de la dote materna. I parenti si dichiarano nemici de la riputazione e de la salute, non bastando d’essermi contrari ne l’utilità; ed a me è pericoloso il chiedere giustizia. Sono quasi scacciato dal seno de la Chiesa; o sarei, se egli fosse men ampio: non posso dire la verità in mia lode; e son costretto a lodar molti con la menzogna. Non m’avanza altro rifugio che la carità de la patria, la quale si dee contentare o di ritenermi o di restituirmi a la Chiesa: l’una e l’altra è madre; ma l’una per natura, e l’altra per grazia. Chi sarà tanto crudele, che da l’uno e da l’altro grembo voglia separarmi? Non si dee presupporre in modo alcuno: ma l’esperienza de le cose passate m’insegna a dubitare; e nel dubbio, prego Vostra Paternità che voglia far quell’ufficio c’ho sempre da lei sperato e desiderato, e direi meritato, se l’orazioni sono merito: ma la supplico (non volendo io ricordarle alcun debito), c’al meno si ricordi ch’io sono il più infelice gentiluomo del mondo, e c’ormai dovrebbe aver fine o l’infelicità o la vita. Ed in ogni parte, molto me le raccomando. Di Roma.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A FRANCESCO POLVERINO. Napoli</salute>
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               <p TEIform="p">Io sono ritornato in Roma; e se del mio ritorno in Napoli si sa alcuna cosa, com’io credo, non essendo invitato, estimo d’essere escluso: e però in quella parte c’appartiene a la città o a’ cavalieri napolitani, non posso fare altra deliberazione senza nuovo invito. Prego nondimeno Vostra Signoria, che voglia esser certo autore de la mia venuta, avvisandone il signor conte di Paleno, il signor don Vincenzo Caracciolo, il signor Orazio Feltro, ed ultimamente il signor duca di Nocera; acciochè niuna cosa si creda al romor de la fama, ma il tutto a l’autorità: cioè, ch’io son ritornato a Roma stanco di far nuova esperienza de la mia fortuna, e molto desideroso de la benevolenza di cotesti signori, e de la gloria; ne la quale vorrei aver qualche parte con la publicazione de l’opere mie. Ma s’io senza invito desiderassi di tornarvi, mi si dovrebbe aprire un munistero, o una cappella almeno, insino a tanto ch’io avessi parlato co ’l vicerè. Vostra Signoria, di grazia, assicuri me e gli altri; me de l’altrui intenzione, e gli altri de la mia pronta volontà nel ricever beneficio. E bacio a Vostra Signoria la mano. Da Roma, il 20 di settembre del 1590.</p>
               <p TEIform="p">Al signor Belloro (del cui nome mi sono dimenticato) dica ch’io desidero che me lo rammenti, accioch’io possa portarlo in seno senza scingermi già mai. Al signor Pisano dica, ch’io sono molto infermo; e non voglio male da medicina, ma la vita da chi vorrà darla.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A FABIO GONZAGA. Mantova</salute>
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               <p TEIform="p">Ho risposto a l’ultima lettera di Vostra Signoria datami dal signor Curzio Ardizio in Roma, e data la risposta al signor cardinal di Mantova. Replico ora per quest’altra strada de l’Ardizio. I Rasi sono miei poco amici, per non dire inimici; perchè impedirono la liberalità del granduca, e la sua grazia. L’istesso hanno voluto far del mio viaggio di Mantova; accioch’io rimanendo privo de l’uno e de l’altro appoggio, morissi in quella misera fortuna ch’essi avevano designato. Io, non potendo venir con gli amici de’ quali son privo, per l’onor da me fatto a’ principi doveva venir co’ servitori; perc’almeno per lor grazia non dovrei aver disagio di questi: e sarei venuto ancora co’ nemici, se la morte del papa non m’avesse spaventato di maggiore ingiustizia. Non son ritornato in Roma per far esperienza de la fortuna; ma per supplicare il papa, che non conceda tanta potestà sovra me gentiluomo infelice, ed infermo di molti anni, a la temerità de la fortuna. Sono, per mia opinione, vicino a la morte; e muoio sconsolato, non avendo potuto conchiudere il negozio de le stampe, trattato in mio nome dal signor Costantino, in cui solo io aveva riposta ogni mia speranza: ma l’ingordigia de gli stampatori non si può moderare. Dal granduca di Toscana e dal signor duca di Mantova aspettava l’istessa grazia; e l’una non doveva impedir l’altra: perchè le grazie sono come le virtù. Ma Vostra Signoria non ha maggiore obligo, che di raccomandarmi al signor duca suo; nè io maggiore occasione, che di supplicarnela. E viva felice. Da Roma, il 21 di settembre del 1590.</p>
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               <head TEIform="head">1280bis</head>
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                  <salute TEIform="salute">A FABIO GONZAGA. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">S’io non credo a’ Rasi cosa che dicano, torto mi farebbe Vostra Signoria a credere ad alcuno di loro quel che dicono di me. Dal padre e dal figliuolo egualmente fui ingannato, e per loro artificio quasi escluso da la grazia del granduca, e da la vista. Sospettai che venendo in compagnia di m. Girolamo, m’avvenisse l’istesso co ’l duca di Mantova; perchè da l’uno e da l’altro di questi principi io desiderava la medesima grazia: ed a ciascuno per modestia ne dimandava la metà, estimando che l’altra metà potesse esser supplita non da alcun debito di promessa, ma di cortesia. Con ogn’altra compagnia sarei venuto senza fallo. Rimasi, adunque, non per tentar la mia fortuna in Roma co ’l nuovo papa, ma non per non farne esperienza in Bologna. Da papa Urbano desidero grazia, che mi toglia di mano a la temerità de la fortuna. Sono per mia opinione molto infermo, e vicino a la morte; e muoio sconsolato, per non aver potuto conchiudere co ’l Costantino il negozio de la stampa. Non potrei da Sua Santità, oltre quella de la vita, ricevere maggior grazia di questa, co’ privilegi e con la scommunica; la quale a tutti sarà più agevolmente conceduta, che a me medesimo. A me si promettono tutte le cose con le parole, e tutte si niegano con gli effetti. Piaccia a Dio, che fra queste non sia la salute de l’anima; se pur da alcun uomo può esser promessa o negata. Vostra Signoria baci in mio nome le mani a Sua Altezza, e si ricordi ne l’occasioni di me suo servitore. Da Roma, il 21 di settembre del 1590.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON VINCENZIO CARACCIOLO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Scrissi di Fiorenza a Vostra Signoria; e se la mia lettera co ’l sonetto non le fu mandata, io mi doglio del signor Belloro, che si partisse senza aspettarla; e molto più del signor Fabrizio Carrafa, al quale io la raccomandai; non avendomi voluto fare avere nè questa nè altra risposta. Di Vostra Signoria non posso lamentarmi in modo alcuno; ma in tutti io debbo pregarla, che voglia farmi conoscere la sua cortesia, ed insieme quella de gli altri signori napolitani, e particolarmente de’ suoi signori Caraccioli: ma in niuna maniera può esser più cortese, che non privandomi de le mie ragioni; le quali io mi conservo in vece di beni di fortuna. Laonde non assolvo alcuno de le sue promesse; e mi doglio di non esser tanto amico del vicerè o d’altro principe, ch’io possa fare imprigionare il Belloro, come debitore de la sua parola e de la mia salute: e se comparirà in questa città, non consentirò che se ne parta senza briga. Fra tanto, mando a Vostra Signoria un altro sonetto; bello quanto ho potuto farlo, e per questa ragione degno di Vostra Signoria, ch’è bellissima d’animo e di corpo. Si degni di darmi risposta, e d’amarmi, e di raccomandarmi a tutti cotesti signori cavalieri napolitani, ed a’ suoi Caraccioli, oltre gli altri. Da Roma, il 28 di settembre del 1590.</p>
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               <head TEIform="head">1282</head>
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                  <salute TEIform="salute">A VINCENZIO GONZAGA, DUCA DI MANTOVA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Se la mia partita di Mantova fu senza la grazia di Vostra Altezza, sperava almeno che il ritorno dovesse essere co ’l suo favore; dal quale essendo abbandonato, non è maraviglia ch’io tardi tanto a sodisfare a questo mio debito. Ma ora, oltre gli altri impedimenti che mi ritengono, è quello de l’infermità e de la febbre non cessata; per la quale mi spaventa il lungo viaggio: nè mi conforta alcuna speranza del servigio di Vostr’Altezza, conoscendomi io inabile a tutte le cose, per le quali potesse contentarsi ch’io la servissi. Ma quanto è maggiore la mia imperfezione, tanto aveva maggior fede ne la cortesia di Vostr’Altezza, come ho scritto altre volte al signor Fabio; da la quale per avventura non sarei stato ingannato: ma essendo il mio rimanere quasi necessario, così per gli miei negozi di Napoli, come per quello ch’io possa trattar co ’l nuovo papa; supplico Vostr’Altezza, che non voglia abbandonarmi ne l’infermità e ne la necessità di tutte le cose, de le quali scriverei a pieno a Vostr’Altezza: ma temo di noiarla con la soverchia lunghezza. E se le preghiere non possono esser brevi, nè io lungo senza fastidio; pregherò in sua vece il riveritissimo Brunoro, suo ambasciatore: il quale dovrà perdonare questa mia noia a la mia antica servitù con Vostr’Altezza e con tutta la Casa sua, ed a l’infelicità di molti anni; la quale nel fine de la mia vita mi dovrebbe far degno di grazia non che di compassione. E bacio a Vostr’Altezza la mano. Da Roma, l’ultimo di settembre del 1590.</p>
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               <head TEIform="head">1283</head>
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                  <salute TEIform="salute">A FRANCESCO POLVERINO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ringrazio Vostra Signoria de la risposta, ed aspetto quella del signor Orazio. La prego che m’avvisi del nome del signor Belloro; perch’io avendo conservato memoria del cognome, de l’altro mi son dimenticato. Ed a Vostra Signoria bacio la mano. Da Roma, il 1590.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ancora son vivo, e con la vecchiezza cresce la vanità; laonde niuna cosa più desidero, che di publicare al mondo tutte le mie vanissime occupazioni, per aver occasione di abandonarle e di ritirarmi a la vita contemplativa. Però, fra gli altri miei non adempiuti desideri, sono l’opere non istampate; de le quali Vostra Signoria voleva prendere il carico, e de le Rime particolarmente. Ma in quanto a le Prose, io le ricordo ancora que’ tre dialoghi che le restarono in mano molti mesi ed anni; de’ quali mi mandò l’originale, ritenendosi la copia: e d’uno, cioè di quel de la Dignità, sono ancora padrone; de gli altri due ho perduto l’originale e la copia, e non so a qual parte ricorrere se non a cotesta, pregandovi che non vi sia grave di mandarmi l’una e l’altra; ma quella del dialogo del Piacere, particolarmente: non potete farmi il maggior piacere, nè darmi la maggior consolazione, nè mandarmi il più caro presente. Fatto il nuovo papa spero qualche grazia: fra tanto aspetto questo favore. Di Roma, il 9 di novembre 1590.</p>
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               <head TEIform="head">1285</head>
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                  <salute TEIform="salute">A VINCENZIO GONZAGA, DUCA DI MANTOVA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">A me niun’altra allegrezza rimane, e occasione di rallegrarmi, se non quelle che possono far lieta Vostr’Altezza; de le quali io partecipo per la mia affezione: e spero che la sua cortesia non m’escluderà da tutte le parti. Mi rallegro, dunque, con Vostr’Altezza de le verghe de l’oro ritrovate da lei, quanto posso e quanto debbo: e prego la terra ed il cielo, che le sien sempre cortesi di tutti i tesori e di tutte le grazie. Si degni di leggere i due sonetti ch’io le mando in questo proposito, e di farmi spedire il suo privilegio per tutte l’opere mie, e quello de l’imperatore. E bacio a Vostr’Altezza la mano. Da Roma, il 10 di novembre del 1590.</p>
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               <head TEIform="head">1285bis</head>
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                  <salute TEIform="salute">A VINCENZIO GONZAGA, DUCA DI MANTOVA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">A me niun’altra allegrezza rimane, o occasione di rallegrarmi, se non quelle che possono far lieta Vostr’Altezza; de le quali io partecipo per la mia affezione: e spero che la sua cortesia non m’escluderà da tutte le parti. Mi rallegro, dunque, con Vostr’Altezza de le verghe de l’oro ritrovate da lei, quanto posso e quanto debbo: e prego la terra e ’l cielo, che le siano sempre cortesi di tutti i tesori e di tutte le grazie. Ho risaputa questa nuova con occasione d’aver veduto un sonetto del Costantino, scritto a Vostra Altezza leggiadramente per tale ritrovamento. Ho fatto ancor io in questo proposito parimente l’inchiuso, che le mando: non per gareggiar con lui, che troppo sa e troppo vale; ma per non mostrare minor divozione e minore allegrezza. Degnisi l’Altezza Vostra di leggerlo volentieri per sua benignità, e di farmi spedire il suo privilegio per l’opere mie, e quello de l’imperatore. E bacio a Vostra Altezza la mano. Da Roma, il 10 di novembre del 1590.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Dopo il mio ritorno di Roma, non ho avuto altra lettera di Vostra Signoria che l’ultima, datami da un nipote del signor Fabio; a la qual rispondo brevemente. Sono infermo, e vivo ancora con la medesima speranza, o disperazione; però avrei veduto volentieri quel che mi scrivete, benchè più tosto aspettassi voi stesso che le vostre lettere. Se cotesti signori mantovani non fanno officio co ’l signor cardinale, perch’io sia raccolto da Sua Signoria illustrissima in casa, non so quel che possa sperare in questo male, che non cessa. Scrivo al signor duca di Mantova una lettera, e duo sonetti, per mia opinione bellissimi, e degni de la sua grazia e de’ suoi doni: serbatene copia, s’io la perdessi. E vogliatemi bene. Da Roma, il 10 di novembre del 1590.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON VINCENZIO CARACCIOLO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">La tarda consolazione de le lettere di Vostra Signoria non può essere ripresa, perchè non è in tutto passato il tempo de la sua cortesia e de la mia speranza del venire. Dogliomi nondimeno, che mi fossero date il sabbato a sera, dopo la partenza del procaccio, acciò ch’io non potessi per quell’ordinario medesimo mandarle un sonetto, ch’io le mando nel soggetto nel quale piange e canta tutto Napoli. Fra quelle de’ tanti, saranno meno osservate le mie pazzie: a più lungo poetare non fui mai peggio disposto. Sono stato defraudato di due altri sonetti scritti a Vostra Signoria: del primo, mandatole da Fiorenza per la strada de signor Patrizio Carrafa, ho perduto la copia; de l’altro la serbo, e farò prova di ricopiarlo. E bacio a Vostra Signoria la mano. Da Roma il XI di novembre del 1590.</p>
               <p TEIform="p">È sopraggiunta la febre, o accresciuta; la qual potrebbe ritenermi più di quel ch’io vorrei. Laonde non so quel che deliberare; ed avrei bisogno de le raccomandazioni di Vostra Signoria a qualche signore di questa corte.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A FRANCESCO POLVERINO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">La lettera di Vostra Signoria in risposta de la mia non giunse quando io l’aspettava, ma quando io non l’aspettava sovraggiunse; cara veramente, ancorchè inaspettata, e perch’ella m’è stata invece di molte altre, parte debite, parte desiderate. Nè posso credere che la cortesia sua possa impedir quella d’alcuno altro signore o amico mio; ma che debba facilitar tutte le difficoltà, rimuovere tutti gl’impedimenti, confermar tutte le mie deliberazioni. Sappia dunque Vostra Signoria, ch’io sin da questo anno passato dependea da la volontà di cotesti signori in guisa, che la mia libertà era quasi serva de le altrui liberalità: e dal signor conte di Paleno particolarmente mi furono promessi trenta ducati per lo bisogno del viaggio; nè furono mandati: altrettanti me ne promette quest’anno il signor Orazio Feltro; e ’l signor don Vincenzo Caracciolo mi promette anch’egli danari per venire; e doveva, come tutti scrivete, portarli questo o l’altro procaccio. Ma essendomi levato di letto, ove son giaciuto alcuni giorni, non ho ritrovato nè lettere nè danari d’alcuno. Laonde non so come venire, nè come fermarmi; perc’oltre uno scudo di Ginevra, ho sette giuli solamente, che potranno farmi le spese questa settimana: ne l’altra, la necessità mi potrà far servo di qualc’altro signore; se pur troverò chi voglia nutrire un povero ammalato, e (quel ch’è più odioso a ricordare) dotto e gentiluomo. Laonde la fortuna non ha potuto insegnarmi ancora a tollerare et a dissimulare quanto sarebbe necessario. Di questa dottrina ancora sono poco istrutto: però vi prego che mandiate i trenta scudi almeno, co’ quali io non sarò obligato a venire senza servitore, o senza compagnia, ma a restar sodisfatto de la cortesia di tutti cotesti signori, o d’alcun di loro. Co ’l servitore verrò senza fallo; e mi maraviglio di non aver in questo proposito risposta dal signor Orazio Feltro, al quale io aveva scritto di ciò più d’una volta. A Vostra Signoria non risposi subito, aspettando la risposta del signor don Vincenzo in letto; dal quale a pena risorto, senza risorgere mai da l’infermità, non ho voluto dargli altra noia: ma saprei volentieri, s’egli ha avuti alcuni sonetti da lui domandati, e da me dati con lettere al procaccio: perch’io non ho saputo per quale altra via mandarli; e forte dubito, che non vadano quasi tutte le mie lettere per mala strada. Mi raccomando adunque a Vostra Signoria, povero, infermo, e più tosto per mia sciagura che di mio sapere presontuoso; pregandola che non m’abbandoni con gli avvisi almeno e co ’l consiglio, se la città di Napoli volesse abbandonarmi d’ogni aiuto: perchè io d’ogni altra cosa più confido, che della mia sufficienza, e de l’essere atto al servigio d’alcuno, o di molti: e sono ancora con la febre di questo anno passato, e con gran desiderio d’entrar ne’ bagni.</p>
               <p TEIform="p">Al signor conte di Paleno non so che scrivere in poco tempo, perch’io sono assai più povero di belle composizioni, ch’egli non estima: il qual, conoscendo se stesso ricchissimo de’ beni de la fortuna e di tutti gli altri, non dovrebbe disprezzar la mia povertà. Gli scrivo nondimeno un sonetto; il quale non avendo altra bellezza, sarà almen bello per lo soggetto, ch’è il Bello. Scrivo ancora una breve lettera al signor duca di Termoli, supplicandolo che m’accomodi di stanze nel palazzo de l’arcivescovo; onde Vostra Signoria si contenti di presentar la lettera ed il sonetto. E, poich’in tutte le cose ho risoluto seguir il suo consiglio, non mi lasci sconsigliato e scompagnato più lungamente. Da Roma, la vigilia di santa Caterina, del 1590.</p>
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               <head TEIform="head">1289</head>
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                  <salute TEIform="salute">AL DUCA DI TERMOLI. Napoli</salute>
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               <p TEIform="p">S’è cosa d’animo grato il volersi grandemente obligare a chi già s’ha molto obligo, io non posso esser accusato d’ingratitudine appresso monsignor reverendissimo l’arcivescovo di Napoli; perchè mentre ancora è tanto lontano da l’Italia, io non ho avuta alcuna più vicina speranza di salute, che quella del suo ritorno: a la quale, se piacerà a Vostra Signoria di conservar la mia vita, io non avrò invano sperato ne la sua provvidenza. Fra tanto non posso desiderare più sicuro rifugio ne l’infermità, che qualche stanza nel palazzo de l’arcivescovado: nè debbo supplicarne alcuno altro prima di Vostra Eccellenza, che gli è fratello; nè mi raccomando più volentieri ad alcuno, che a’ fratelli ed a’ parenti ed a gli amici ed a’ servitori suoi. Ora, fra tutti, supplico Vostra Eccellenza il primo, che si degni d’esaudirmi, e di supplir con la sua cortesia ove mancano le mie preghiere, e l’opere e i servigi, e quasi la vita, e l’occasione di servire e di meritare. Nostro Signore la prosperi lungamente. Da Roma, il 25 di novembre del 1590.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A FRANCESCO POLVERINO. Napoli</salute>
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               <p TEIform="p">Se ’l mio ricadere fosse simile a quel d’Anteo, io dovrei essere il più gagliardo di tutti gli uomini: ma perch’io ho tutto il mio aiuto dal cielo, e niuno da la terra, quantunque l’animo sia assai forte, ed apparecchiato a sostener la morte, quando permetterà il Signor Iddio che mi sia data; nondimeno il corpo è debolissimo, e deboli molto tutte quelle potenze che dal corpo dependono. Fra queste se l’una fosse la memoria, io avrei grande occasione di dolermi de l’umana oblivione: ma pur tengo fisse ne la mente le speranze e le promesse fattemi da cotesti signori, che già molti anni sono cominciarono questa pratica del mio venire a Napoli; i quali benchè non siano gl’istessi, tuttavolta sono de l’istesso regno, de l’istessa città, e forse de l’animo istesso verso me. Laonde non dovrebbe fra loro essere alcuna discordia per la diversità del grado, nè alcun disparere per la disegualità de la fortuna. Perciochè una patria medesima può congiungere tutti gli animi, quantunque per altro alienissimi: e bench’io non fossi de l’istessa, nondimeno è noto a ciascuno che fu patria di mia madre, e di tutti i miei materni antecessori; laonde posso chiamarla, con le voci di Platone, “<emph TEIform="emph">matria</emph>” almeno. E non essendo nato sotto altro cielo, nè cresciuto in altro seno più lungamente, o più felicemente, ch’in quel de la città di Napoli; non fo deliberazione di lasciar in altra parte l’ossa già stanche di più lungo viaggio, o di più lungo travaglio. Ma io supplico che mi sia lecito di ritornarci: nè so se le mie preghiere siano esaudite, perchè da alcuno di tanti signori non mi è risposto. Frattanto mi giaccio in un povero letto assai gravemente oppresso da la infermità; nè veggio parente o amico da coteste parti, che venga per consolarmi: e dubito che l’infermità m’aggravi in guisa, ch’io non possa nè vedere il nuovo papa, nè riveder mai più l’amato aspetto di cotesta città e del paese nativo. Prego dunque Vostra Signoria che, congiungendo le mie preghiere, le porga a tutti in mia vece, acciò ch’io sappia quel c’abbiano risoluto tutti cotesti signori insieme, o alcuno separatamente. Io sono (come altre volte l’ho scritto) risorto alcuna volta dal letto, e forse avanti tempo; e per questa ragione non ho potuto risorger mai dal male affatto. Ora, se non potessi io medesimo portar le lettere al procaccio, o cercar le risposte; prego Vostra Signoria, ch’in tutti i modi me le faccia capitare in mano, e procuri qualche lettera di raccomandazione di que’ medesimi signori i quai diedero principio al negozio, a questi che potrebbono aiutarmi e sollevarmi in qualche modo. Particolarmente baci in mio nome le mani al signor conte di Paleno, al signor don Vincenzo, al signor Pietro Antonio Caracciolo, al signor Ascanio Pignatello, al signor Orazio Feltro, ed a ciascuno altro o d’alto affare o di picciola condizione, il quale mostri alcuna pietà de la mia lunga miseria. Da Roma, il 6 di decembre del 1590.</p>
               <p TEIform="p">Mandai a Vostra Signoria, già son passate due settimane, le lettere per lo signor duca di Termoli, e per lo signor conte di Paleno.</p>
               <p TEIform="p">È fatto papa il cardinale di Cremona, signore che si mostrò sempre meritevolissimo di tutti i gradi a’ quali fu inalzato. Me ne rallegro con l’allegrezza comune ed universale di tutti i buoni, di tutti i virtuosi, di tutti i letterati, de’ quali fu sempre amatore e protettore. Particolar servitù non ho con la sua casa, nè particolar causa di rallegrarmene, o meno universale: se non ch’il papa è lombardo; a la qual nazione, per l’origine di mio padre, sono obligato per la metà di me stesso. E certo (eccettuatone la nazione napolitana o del Regno), di niuna altra mi sarei più rallegrato ch’egli fosse. Non resto per questa occasione di raccomandarmi a Vostra Signoria ed a tutti cotesti altri signori, padroni, amici e parenti.</p>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">A FRANCESCO POLVERINO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Avea scritto lungamente a Vostra Signoria, quando ho trovata una sua lettera al procaccio; a la quale non era necessaria alcuna risposta: ma rispondo, come si dice, per abbondante cautela. Prego Vostra Signoria, che non resti di sollecitare la spedizion del mio viaggio, e la comodità de l’alloggiamento promesso. Scrivo nel medesimo proposito al signor Orazio: e scriverei al signor don Vincenzo, s’io non temessi di darle noia. Verrò come posso, non potendo venire come voglio. E le bacio la mano. Da Roma, il 6 di decembre del 1590.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A ORAZIO FELTRO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vostra Signoria continova nel medesimo proponimento di prendersi giuoco di me, non solo co ’l titolo d’Eccellentissimo agguagliandomi al granduca, ma collocandomi “<foreign lang="lat" TEIform="foreign">pro tribunali</foreign>” quasi in maestà, e volendosi rimettere al mio giudicio. Ma nè giudice sono, nè critico; s’altro è l’esser giudice, ed altro critico: e se la diversità de la lingua non dee far diversità ne le cose, bastivi, signor mio, ch’io vi sono tanto amico, quanto de la verità. Così mi pare di concedere più a l’amicizia che a la filosofia, e d’ammodernarmi quanto si può. Non si maravigli, adunque, s’io mi ricordo ancora de le calzette promesse. De gli albarelli non parlo; e non so s’io debba riputar grazia o disgrazia il non averli ricevuti. La mia venuta a Napoli pende tutta dal parer de’ medici, o più tosto dal volere. Fra gli altri, un de’ nostri ha promesso di visitarmi. S’io non verrò, l’una de le due cose stimo necessaria: o che ’l signor vostro fratello faccia publicar la scomunica, ed agiti la causa; o che rimetta la procura al signor Cammillo de’ Medici, se vorrà accettarla. Avrei mandato volentieri le mie rime in mio cambio; ma voleva esser certo ch’elle fossero pubblicate: perchè altra certezza non ricercava, e de l’altre cose mi doveva assicurar la vostra cortesia. Mando un sonetto al signor Pietro Antonio. Vostra Signoria si degni di presentarlo. Al signor duca feci una breve lettera; ma non l’ho riveduta ancora.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A FRANCESCO POLVERINO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Di niuna cosa più mi doglio, che di conoscere che non solamente è negata risposta a le mie lettere, ma corrispondenza a la mia affezione. Mi doveva almeno Vostra Signoria dar qualche più certa risoluzione, poichè fra tutti gli altri era stato il più cortese nel rispondermi. Perchè non volendomi cotesta città dar la vita e la sanità quanto si può ad un corpo infermo per malattia di dodici anni; non doveva alcuno invitarmi, nè confermarmi in questa speranza invecchiata con tutti i miei mali, e con l’animo stesso; il quale non conserva alcuna cosa di giovanile, se non la memoria de la giovinezza men disprezzata. L’altre sodisfazioni erano debite a la mia infelicità, quasi ultime consolazioni; e particolarmente quella del ristampar le mie opere: con la quale io avrei procurato di sodisfare a la città di Napoli quanto io posso; perchè niuna altra sarebbe più lodata. Non dovevano ancora invitarmi, non estimando che questa potesse esser vicendevole sodisfazione. Io avrei promesso de la mia affezione, e de la devozione, e de la servitù a cotesti signori tutte le cose, s’io fossi stato sano: ma essendo io infermo, aspettava che mi fossero osservate tutte le promesse, e di tutti, ed in tutte l’occasioni. La mia debolezza m’ha ritenuto, ch’io non sia senz’altro invito e senza compagnia venuto a far questa esperienza. Però prego Vostra Signoria che mi raccomandi a tutti que’ signori a’ quali ho scritto, ed a quelli particolarmente che si sono degnati di rispondermi. Da Roma, il 12 di decembre del 1590.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">La venuta di Vostra Signoria, se già fosse, mi parrebbe tarda; tante sono le cose, e di tanta importanza, de le quali ho bisogno di ragionar seco: ma a le sue ultime lettere non ho risposto, perchè m’hanno trovato in un povero e male agiato letto, gravemente oppresso da la febre e da altri mali. Sono risorto con la buona nuova del nuovo papa; ma non tanto sano, che io sia libero d’alcun male. Lettere, ed ogni cortesia usatami dal signor duca mi sarà tanto cara, quanto possa essere alcun favore di carissimo padrone: però prego Vostra Signoria, che non voglia ch’io sia più lungamente defraudato di questa grazia; e non aspetto maggior consolazione. La mia infermità mi fa irresoluto di tutte le cose, eccetto che de la mia divozione, e de l’antica affezione ch’io porto al signor duca di Mantova; de la quale devrebbe esser sicuro in tutti i luoghi, in tutti i tempi, in tutte l’occasioni. Ed a Vostra Signoria bacio la mano. Da Roma, il 14 di decembre del 1590.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A FRANCESCO POLVERINO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Di nuovo mi doglio che ’l negozio si raffreddi; ma dovrebbe riscaldarlo foco di carità cristiana: e s’a ciò sono tepide le mie preghiere a gli uomini, o l’orazione al Signor Iddio; almeno spero che non mi lasceranno in tanto gemito. Altra speranza non mi resta. Se di questa intende Vostra Signoria, sono ben consigliato; se d’altra, m’avvisi che si può sperare in Napoli: perchè, avendo io già abbandonate tutte l’altre pratiche, vorrei vedere la conclusione o l’esclusione di questo negozio; il qual raccomando a Vostra Signoria con l’inchiusa al signor don Vincenzo Caracciolo. Da Roma, il 28 di decembre del 1590.</p>
               <p TEIform="p">Bacio la mano al signor Orazio Feltro.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON ANGELO GRILLO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Di nuovo sono sforzato rompere il silenzio con Vostra Paternità. Mi doglio con esso lei, e di lei, e di tutta Genova, c’abbiano voluto mandar fuori con tanti ornamenti opera da me non approvata. Potevano aspettar qualche mese la perfezione e la riforma del poema, acciò ch’io li ringraziassi, dove ora son costretto d’accusarli. È mia fortuna, che m’abbiano voluto più tosto per accusatore che per amico. Ma se con le accuse si può lasciar luogo a l’amicizia, io il lascio a le difese. Fra tanto, senza pregiudicio, la prego che mi faccia donare uno di questi miei poemi così belli; acciò ch’io possa compiacermi almeno de la lor cortesia, se non mi compiaccio de la mia composizione. Se Vostra Paternità m’impetrasse da la Republica il privilegio per tutte le mie opere, mi farebbe cosa oltre tutte le altre gratissima. Intesi che la mia tragedia era in Fiorenza; nè mai potei ricuperarla, perchè non so chi l’abbia. L’infermità è cresciuta tanto, che non posso nè promettere nè sperar più di leggere publicamente o privatamente; ma di scrivere sono assai più sicuro che di vivere. Desidererei Mercurio Trimegisto, se si trovasse: non voglio più bravare; ma la cortesia mi vorrebbe insegnare il silenzio. Mi degni di risposta.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">S’io misuro la venuta di Vostra Signoria co ’l mio disiderio, non può esser se non tarda; se co ’l suo commodo, non può esser tarda: e forse è tarda la mia risposta; ma la tardanza mia non deve ritardare la sua venuta. Ciò dico non per affrettarla, ma per non mancare a me stesso, et al disiderio c’ho di riveder Vostra Signoria, e di parlar seco lungamente. Niuno è maggiore, niuno più giusto. Il mio proponimento è così fermo, quanto può esser quello d’un infermo: dogliomi che le cose costantemente deliberate non possano essere eseguite con più costanza. V’aspetto. Da Roma, il 4 di gennaio del 1591.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A FRANCESCO POLVERINO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Niuna risposta ho avuta da Napoli, se non quella di Vostra Signoria; la quale sarebbe bastata, poichè m’assecura ch’io avrò dal signor conte di Paleno stanze d’alloggiare, s’io fossi stato più sano. Ma in questa mia infirmità, senza servitore e senza lettica, non ho voluto pormi in viaggio. Ho deliberato adunque d’aspettar la cortesia di cotesti signori, s’altro non mi costringe. Ma non assolvo Vostra Signoria de l’obligo di sollecitare la spedizione, ch’è il medesimo con quello d’amarmi. Se la malattia non spaventa me al venire, non dovrebbe spaventar alcuno di raccogliermi. Se m’è lecito di sperare, spero di ricuperar la salute ne’ bagni; ed in ogni altro rimedio ho minor fede. E bacio a Vostra Signoria la mano, ed a tutti gli altri. Da Roma, il 4 di gennaio del 1591.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A VINCENZIO GONZAGA, DUCA DI MANTOVA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">È piaciuto a Vostra Altezza di consolar la mia infermità con qualche speranza de la sua grazia, rispondendo così cortesemente a le mie lettere, com’io in molti anni non ho saputo meritare. E perchè io non son degno di tanto favore, quanto m’ha fatto, le rimarrò eternamente obligatissimo; conoscendo che la sua è stata grazia singolare, e la mia dovrebbe essere gratitudine infinita. E benchè la malattia o la morte possa impedire, o prevenire, l’ultima consolazione; nondimeno non può diminuir l’obligo mio. Ma in niuna altra maniera posso morire più volentieri, che morendo obligato a Vostra Altezza: ma per questa medesima cagione la supplico, che voglia prender la protezione de la mia salute quasi disperata, e d’ogni altra mia cosa. Dal Costantino m’è stata donata l’imagine di Vostra Altezza in una medaglia d’oro; e sono poi invitato, pure in suo nome, di venire a Mantova. De l’uno e de l’altro favore la ringrazio oltre misura; quantunque nè l’imagine nè la venuta sia necessaria per conservar la memoria de la mia devotissima servitù. Verrò, dunque, quando vorrà Vostra Altezza, e ’l male: perchè l’una ha tanta autorità sovra la mia volontà, quanto l’altro podestà sovra il corpo assai infermo. Ma spero c’a la cortesia di Vostra Altezza debba cedere il male, e la fortuna medesima, che n’è cagione. Da Roma, il 7 di gennaio del 1591.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A FABIO GONZAGA. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">La venuta del signor Costantino non m’ha portato consolazione intiera; perchè è stata senza lettere di Vostra Signoria e senza confermazione di quelle speranze e di quelle grazie che io m’aveva imaginate. Ma de la volontà del signor duca devrebbono bastare i cenni a stabilire ogni più ferma credenza, ed ogni più stabile promessa che si abbia de la sua cortesia: però con la sua lettera mi consolo quanto posso, ed in un medesimo tempo mi raccomando, acciochè non voglia abbandonarmi in questa infermità, la qual veramente non è senza molto pericolo; poich’è senza alcuna cura, e senza rimedio. Ma da la cortesia di tanti signori e padroni miei debbo aspettare i miracoli. Vivete felicissimo, signor mio; e pregate per me, vostro affezionatissimo servitore. Da Roma, il 7 di gennaio del 1591.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A FRANCESCO POLVERINO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Benchè l’aspettare sia noioso e molesto oltre tutte l’altre cose, a coloro massimamente che si consumano ne l’aspettazione; nondimeno aspetterò la somma de’ danari promessami, con la qual potrò far più certa deliberazione o di venire o d’aspettare. La vostra compagnia mi sarebbe pur carissima; ma io non posso sofferir più lungamente la solitudine ed il bisogno. Vostra Signoria consideri quanti mesi ed anni sono passati, ne’ quali l’altrui irresoluzione m’ha tenuto così irresoluto, e quasi sospeso. Laonde ora niuna altra cosa chiedo più volentieri, nè con maggiore bisogno e ragione, che spedizione di questo negozio. Aiutimi Vostra Signoria quanto può, e perdonimi se per questo ordinario non avrà altri versi da me. Ne la morte de la signora donna Maria non feci madrigali, ma sonetti. Viva Vostra Signoria felice. Da Roma, il 10 di gennaio del 1591.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A FABIO GONZAGA. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Il serenissimo signor duca di Mantova può in ogni occasione comandarmi: però non può esser difetto o mancamento da la mia parte, dove l’obedienza è non solo necessaria ma volontaria: nè con questa virtù può essere alcun vizio. Ma questo, che io scrivo, è poco al mio affetto; perchè io vorrei supplicare che Sua Altezza si contentasse del mio venire, e se ne mostrasse sodisfatto: senza la qual sodisfazione anteporrei la morte e l’esilio al viaggio. Ma non volendo supplicar Sua Altezza per non dimostrarmi troppo affettuoso ne la servitù, e soverchiamente ambizioso de la sua grazia e del suo favore; prego in sua vece Vostra Signoria, che mi sia tanto favorevole in questo mio desiderio quasi immoderato, quanto io sono affezionato a la sua cortesia. Niuna cosa l’obligava a promettermi; molte l’astringono a l’osservare: ma sovra tutte la mia fede, con la quale io vorrei donare e dedicar me stesso, non che le cose mie, a la casa Gonzaga. Ma non ardisco d’offerir dono che sia ricusato come inutile, o come vile: ma o accettandolo, o rendendomi a me stesso, difendami Vostra Signoria non solo da ogni pericolo, ma da l’imputazione ancora d’ogni mancamento. Ho baciate le mani al signor Carlo, e conosciutolo cortesissimo, o più tosto riconosciuta la sua cortesia. Non verrò seco, perchè il signor Antonio Costantino è la guida di questo viaggio; io, stanchissimo e debolissimo, ed infermo assai. Mi raccomando a tutti i santi, non solo a tutti gli eroi; fra’ quali il signor Fabio sarà da me sempre annoverato. E gli bacio le mani. Di Roma, li 13 di gennaio del 1591.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A FABIO GONZAGA. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Il signor Costantino è men costante di me, che sono innamorato de la costanza quanto alcun filosofo fosse giamai de la sapienza; però non ha fatta alcuna certa deliberazione di condurmi a Mantova, o di procurare ch’io possa arrivarci tutto lieto de la grazia del signor duca serenissimo. Io posso deliberare, ma non eseguire; e anzi non posso fare nè esecuzione nè deliberazione, senza il favore del signor duca, ch’è signore de la mia costanza e d’ogn’altro mio pensiero; e non posso imaginar di Sua Altezza alcuna operazione o dimostrazione, che non sia piena di grazia, di gratitudine, di cortesia, di liberalità, di magnanimità: però tutte l’altre rifiuto come non sue, come false, non solamente come sospette. E tanto è il timore d’offenderlo con la mia presenza, con la maninconia, con le suppliche, e con le vecchie querele de la mia fortuna e del mio fato, ch’io deliberarei di rimanermi, s’io potessi o deliberare o eleggere: ma il signor duca, come ho detto, è signore de la mia costanza, come de l’anima mia; e può separarmi da l’una e da l’altra, ma non senza morte. Porrò freno a le passioni de l’animo, per non parer meno costante. Desidero la sua grazia, e prego Vostra Signoria che sia favorevole a questo mio costantissimo desiderio. E le bacio la mano. Da Roma, il 13 di gennaio del 1591.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A ORAZIO FELTRO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Per tardare si perdono molte occasioni, nè s’acquistano molte amicizie. Questo è avvenuto a me nel principio del nuovo pontificato. Sono ancora povero d’amici e di facoltà; e, quel ch’è peggio, ogni giorno m’impoverisco di sapere e di concetti e di parole. Quando verrò a Napoli, poverissimo di tutte le cose, avrete grande occasione d’usar gran cortesia. Ma ch’io non sia venuto prima, la colpa è de gli altri, e mio il danno; se nel tardar è danno alcuno. Verrò quando mi fia conceduto, ma co ’l vostro aiuto, o con qualche risposta del signor conte di Paleno; il qual doveva farmi grazia d’avvisarmi de la ricevuta de la lettera di Sua Maestà, e quel ch’io potessi sperare. A Vostra Signoria ricordo non la sua parola, ma la sua cortesia; perchè meco non ha alcuno obligo maggiore. E bacio a Vostra Signoria la mano. Da Roma, il 17 gennaro 1591.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A FRANCESCO POLVERINO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Questa settimana ancora ho aspettato invano che ’l procaccio mi portasse la somma de’ danari promessa. Credo che ’l signor don Vincenzo non mancherà a la sua parola; ma non dovrebbe mancare a l’occasioni, le quali passano in un momento. Io senza dubbio non avrei mancato a la perpetuità de le sue lodi, e de l’obligo mio: c’altro premio non posso promettere di tanta cortesia; se pur la virtù de gli animi nobili desidera alcun premio esteriore. Il signor Orazio ancora dovrebbe ricordarsi, che l’obligo de l’amicizia stringe quanto quello de le parole. Però non prego Vostra Signoria che gliele ricordi, ma che solleciti l’uno e l’altro, acciochè io possa venire: perchè sin’ora mi è mancato più il potere che ’l volere. Mando a Vostra Signoria un sonetto nel caso del signor don Alfonso Davalo, perchè non ho potuto più. E le bacio la mano. Da Roma, il 19 di gennaro del 1591.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Non posso sempre rispondere a tempo, ma rispondo quando posso. I dialoghi mi saranno sempre cari, e carissimi mi sarebbono stati avanti la mia partita, la quale è incerta; e potrei mutare opinione, più tosto che luogo o fortuna. Però Vostra Signoria li mandi al signor Maurizio, il quale avendo commercio in tutte le parti del mondo, gli potrà mandare sicuramente in Olanda, non che in Palazzuolo. Oh quanto desiderio ho di rivederlo, e di rivedere tutte le cose nel medesimo stato, come converrebbe, se i cieli non avessero movimento! Non vi fate beffe de la maninconia, la quale è particolare infermità di tutti coloro ch’invecchiano senza veder effetto alcuno de le speranze: la mia infermità è simile a quella de gli altri. De le rime e de l’altre composizioni farò la medesima deliberazione; dico, di mandarle a Vostra Signoria, e d’ascoltare il prudentissimo consiglio del signor Maurizio; anzi, d’“<foreign lang="lat" TEIform="foreign">auscultare</foreign>” prudentissimo consiglio “<foreign lang="lat" TEIform="foreign">sapientissimi viri</foreign>.” Sin’ora mi piace tutto quello che egli ha detto, ed io udito. Sia morto il primo che ne parla. Altro non posso scrivere a Vostra Signoria, nè a maestro Comino; ma s’io potessi darle più certo avviso de la mia deliberazione, sarebbono informatissimi. E con questo fine pregherò Iddio per l’intero adempimento de’ nostri desideri. Da Roma, il 20 di gennaio 1591.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD AGOSTINO DEL NERO. Firenze</salute>
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               <p TEIform="p">Alcuni giorni sono, diedi a don Federico Pergamino una canzona e due sonetti, fatti ne le nozze di Vostra Signoria, a sua requisizione: e mi doglio ch’io aspettassi d’esser ricercato, o non fossi indovino di questo suo desiderio; perchè certo l’avrei compiaciuto, giusta mia possa, senza aspettar preghiere o promesse. Come Vostra Signoria potrà sapere da don Federico medesimo, io era allora assai aggravato dal male. Ora non tanto obligo Vostra Signoria a le sue promissioni, quanto ad amarmi: perchè questo è il maggior debito ch’ella abbia; oltre quello di procurarmi la grazia del granduca, e l’audienza, come può ricordarsi ch’io desiderava co ’l suo favore, e del signor cardinale del Monte. Aspetto ch’ella mi faccia almeno sapere, s’abbia avute le composizioni. E le bacio la mano. Da Roma, il 24 di gennaio del 1591.</p>
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               <head TEIform="head">1308</head>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANGELICO FORTUNIO. Firenze</salute>
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               <p TEIform="p">Piacque a Vostra Signoria di rompere con sue lettere il silenzio, il quale io non aveva rotto con le mie, seco almeno; nè poteva il suono de le mie parole noiarla sino a Fiorenza. Mi rallegrai, nondimeno, che mi desse speranza de la grazia del granduca, la quale è diminuita; e diminuirà quanto vorrà monsignor reverendissimo il Nunzio: ma dovrebbe piuttosto desiderare ch’ella molto s’accrescesse. A don Federico Pergamino, ch’era portatore de le sue lettere, non piaceva questo negozio; però ne cominciò un altro fra me e ’l signor Agostino Dal Nero. Al fine s’è dileguato, portandosene alcuni miei scritti, e lasciandomi in sequestro un forziero, e negandomi la risposta del signor Agostino, e forse il dono promessomi. Vorrei almeno sapere, se quel gentiluomo ha avuta una mia canzona ed alcuni sonetti fatti ne le sue nozze, a sua instanza. Vostra Signoria mi faccia favore a procurarmi risposta de l’inchiusa; e faccia in mio nome riverenza a monsignor reverendissimo. Di Roma, li 24 di gennaio del 1591.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANNIBALE IPPOLITI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non risposi subito a la lettera di Vostra Signoria, perchè io credeva che subita dovesse esser la venuta, non la risposta. Non so la causa de la tardanza, perchè mi par di conoscere che voi altri signori mantovani non vogliate ch’io venga: ma tutte le parole sono contrarie a questa apparenza. Se le dimostrazioni sono necessarie a risolvere questo dubbio, fatemi certo con gli effetti, ed affrettate la cortesia del signor duca, al quale con le mie tardissime composizioni non posso ricordare alcuna cosa a tempo. Io son desiderosissimo de le vostre carezze, e quasi ch’io dissi de’ vezzi e de le lusinghe; altrimente non credo di superare la difficoltà di così lungo viaggio. S’altro non si può per mia salute, amatemi almeno così di lontano; e fate cortese ufficio e giovevole per la mia lunga infermità: ne prego tutti per mezzo di Vostra Signoria, e Vostra Signoria immediatamente, perchè la nostra affezione non dovrebbe esser separata da tempo e da luogo. E le bacio la mano. Da Roma, il 24 di gennaio del 1591.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A ORAZIO FELTRO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Bastava la parola di Vostra Signoria per farmi credere tutto ciò ch’ella vuole; a la quale aggiungendosi la cortesia del signor conte di Paleno e del signor don Vincenzo Caracciolo, non so che possa ritardarla. Per fermo, io debbo molto promettermi de la sua volontà, perch’i trenta scudi mi sono necessari per pagare alcuni miei debiti in Roma, i quali ho fatti in questi quattro o cinque mesi d’infermità. E benchè io non potessi venire a Napoli, o non volessi, o voi altri signori non voleste raccogliermi, non mi si dovrebbe negare da tanti cavalieri questo picciol dono: picciolo il chiamo, non per rispetto de le mie composizioni, che sono state assai poche; ma in comparazione de la cortesia loro, e del mio bisogno: chè certo, un centinaio almeno mi sarebbono stati necessari da mettermi in ordine, e da spendere in questo viaggio, accioch’io avessi potuto comparire se non sano, almeno ben vestito. La mia volontà di venire a Napoli fu sempre prontissima, nè può dubitare alcuno che desideri la mia sanità; ma non sempre si può quel che si vuole. Vostra Signoria potrà mandare i danari per la via del signor Antonio Grassi, o vero del signor Antonio Tassi, mastro de le poste; che mi saranno dati sicuramente. Le bacio la mano. Di Roma, il 24 di gennaio del 1591.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A FABIO GONZAGA. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Non posso con una breve lettera sodisfare a me stesso, nè con una breve composizione avrei compiaciuto al signor duca, o pure a Vostra Signoria; però, lasciando i componimenti da parte, scriverò più lungamente quello che per un’altra mia lettera le ho quasi accennato.</p>
               <p TEIform="p">Niuna può essere maggior costanza, o più stabile, che quella de la fede, con la quale ho voluto essere in ogni occasione tanto obligato al signor duca, quanto ha voluto Sua Altezza medesima. In questa del nuovo pontefice e del nuovo pontificato (la quale è la maggiore che possa offerirsi ad un mio pari, povero, infermo; anzi attempato ne l’infermità, vicino a la patria, lontano da gli antichi padroni) non ho tentato o ricercato cosa alcuna più certa che la grazia di Sua Altezza, con la quale io desiderava ogni grazia che potesse farmi il papa medesimo; nè senza essa mi sarebbe piaciuta la vita istessa. E certo, m’è grave e quasi noiosa per tutte le cagioni; ma particolarmente, perchè il signor duca non s’è degnato di prenderne quella protezione de la quale io il supplicava: e se co ’l porla nel viaggio a maggior pericolo, io avessi creduto o di far cosa de la quale Sua Altezza si reputasse servita, o di giunger vivo a Mantova; senza fallo sarei montato subito a cavallo: ma l’incertitudine de la sua volontà mi fa incerto di tutte l’altre cose; e di niuna più sicuro, che de la cortesia e de la bontà, per la quale allora crederò che si stimi da me non disservito, ch’io avrò qualche risguardo a la mia salute. Rispiarmerò dunque la mia vita al suo servigio quanto potrò, infino a tanto che si degnerà di comandarmi. In questo mezzo, bench’io mi raccomandassi a tutti gli amici ed a tutti i padroni, non rimarrò di pregar Vostra Signoria, che voglia aver considerazione a la mia infermità, la quale è di molti mesi, anzi di molti anni: laonde avrei bisogno di molte commodità. Nel Costantino desidero maggiore autorità; ma egli, se vuole, non può tanto giovarmi, ch’io conosca il giovamento ne la maniera che converrebbe a i miei molti e gran bisogni. Son rimaso assai sconsolato, non vedendo lettere di Vostra Signoria, doppo tanti giorni di espettazione, nè alcuno di quelli effetti che potevano o rallegrarmi o consolarmi almeno; e non potendo accusarne altro che la mia sciagura, tutte le mie querele saranno de la fortuna. Al serenissimo signor duca riserbo tutte le lodi che posson procedere da animo grato. E bacio a Vostra Signoria la mano. Di Roma, il 26 di gennaio del 1591.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A FABIO GONZAGA. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">L’ultima lettera di Vostra Signoria ha confermata quella deliberazione che l’altre sue scrittemi in Roma ed in Fiorenza m’avevano persuaso, e quasi costretto a stabilire: laonde non posso esser più signore de la mia volontà in quel c’appartiene al servizio del serenissimo signor duca, se non m’è ridonato il dono ch’io n’ho fatto. Dolgomi di non essere atto al suo servizio, più tosto che d’aver consacrato l’animo e la penna a la sua gloria perpetua. Procurerò che non sia chi ardisca di profanarla: ma prego Vostra Signoria, che fra me e lei gli oblighi siano pari di suo consentimento: accioch’ella non possa mancare in alcuna occasione d’amarmi e di favorirmi quanto si dee, non mancando io d’onorarla in ciascuna parte; nè ricercando altro più caro mezzo per impetrar la grazia del signor duca. Al mio venire è più pronto lo spirto che la carne; ma i tempi ancora sono di grandissimo impedimento. Io, in questo mezzo, non trovo cosa che mi diletti nè mi consoli, altro che la mia coscienza. Al signor Costantino ho lasciata la cura di spedire questo negozio, e di chiedere quel che sarà necessario per lo viaggio. Bacio a Vostra Signoria la mano. Di Roma, l’ultimo di gennaio del 1591.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A VINCENZIO GONZAGA, DUCA DI MANTOVA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Nè io ho potuto ritenere il signor Carlo ed il signor Pirro Gonzaga; nè essi han voluto, per condurmi a Mantova, ritardare il lor viaggio, e farmi degno de la lor compagnia: e benchè l’autorità di Vostra Altezza potesse non solamente accompagnare i veloci co’ tardi, ma accoppiare ancora i degni e gli indegni; nondimeno, mi doglio solo de la mia fortuna, nè posso più lungamente dissimulare o la sua violenza o la mia debolezza, per la quale non ho altro merito, che di pronta volontà. Attenderò dunque (se mi fia lecito con sua grazia) a diminuir la febre, perchè lo scacciarla peraventura non è conceduto a la virtù d’altra mano, che a quella di Vostra Altezza. Fra tanto mi ritirerò in un monastero: e per ischifar la soverchia maninconia che mi rode l’animo, mi sforzerò di finire almeno quella parte del mio poema, dove ho pensato di seguir santo Agostino, descrivendo i duo amori de la terrena e de la celeste Gerusalemme. Le lodi che si convengono a Vostra Altezza, in niuna poesia potrebbono esser meglio trattate che ne l’altissima. Ma io sarò prima dubbio di tutte le cose, ch’ella possa dubbitare in modo alcuno de la mia affezione antica, e de la divozione de l’animo; per la quale sono ardito di supplicarla, che non voglia impedirmi, ma più tosto aiutarmi a condurre quest’opera a perfezione: ne la quale s’altra cosa non le piacesse, almeno le dovrà essere grata la gloriosa memoria d’alcuni suoi maggiori. E le bacio umilissimamente la mano. Da Roma, il 7 di febraro del 1591.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Oggi, caduto d’altissima speranza, ho fatta deliberazione di fuggire il mondo, e di ritirarmi da la frequenza a la solitudine, e da la fatica a la quiete. Però prego Vostra Signoria a favorirmi di mandare il mio forziero, e quelle poche robbicciuole, e ’l tamburo ancora ch’è ne la vostra camera, a Santa Maria del Popolo, dove io credo d’albergare, e d’essere ricettato da quei buoni padri, non trovando alcun’altra stanza più solitaria e più lontana da l’indignità. Vostra Signoria mi faccia piacere d’intender dal mio oste quel che pretende di dovere aver da me, e di dargli sodisfazione. Aggiunga a tanta sua cortesia il suo vecchio libro de le Rime antiche: del quale, e de’ miei toccati potrà fare un invoglio, e mandarlomi; accioch’io questa sera non patisca disagio di cosa alcuna. Vivete lieto, signor mio e lasciate me ne la solita maninconia. Da la vostra camera, il 7 di febraio del 1591.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON VIRGINIO ORSINI, DUCA DI BRACCIANO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Non mi sono dimenticato di quel che Vostra Eccellenza mi commandò l’ultima volta ch’io la viddi; perchè gli oblighi miei, che sono molti e grandi verso l’Eccellenza Vostra, sempre mi rappresentano a l’animo quanto io debbo fare per servirla. Le mando il sonetto che tanto mostrò di desiderare: e s’io fossi così pieno d’amore, come è Vostra Eccellenza, o che mi si facesse almeno sentir nel cuore in qualche parte, invece di quella malinconia che di continovo mi travaglia; avrei forse con maggiore affetto e più convenientemente lodata la bella donna che Vostra Eccellenza, o per sua gloria o per segno di vendetta, porta appesa al collo così gentilmente depinta. Si degni d’accettar lietamente ciò che può avere da povero debitore. E viva felice. Da Roma.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A ORAZIO FELTRO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Parto per Lombardia mal volentieri, non perchè io stimi d’avere peggior fortuna in quella parte che nel regno di Napoli; ma perchè mi doglio che cotesta patria abbia ceduto a l’altre la pietosa azione di raccogliermi, dopo tanti infortuni. Mi consola la cortesia e l’umanità del signor duca di Mantova, conosciuta da me in altre occasioni; e giudico fra me stesso, che la carità di signore si possa agguagliare a quella de la patria medesima. Poteva non iscrivere, non aspettando risposta, e sperando tutti i favori da la benignità di quel principe. Ho voluto nondimeno darne avviso a Vostra Signoria, perch’ella sappia ch’io non posso nè debbo far questo viaggio senza querela. Mi doglio dunque de le risposte; mi lamento de l’oscurità de le parole usate nel rispondermi; mi rammarico de l’indugio dimostrato nel sovvenirmi; accuso la poca cortesia; e, se mi fosse conceduto, accuserei la poca giustizia: ma qual giudice vuole esser giudice de’ giudici ne la giustizia o ne l’equità, poichè non trovo il cavaliero che voglia dar sentenza di quel che s’appartenga a la cavalleria? Questa ultima o lite o differenza si poteva fornire senza tribunale e senza scranna, ma non senza tavola; nè parlo di quella del naufragio. Io non sono pentito nè de l’opinione antica ed invecchiata, e confermata con gli studi; nè d’averla manifestata a Vostra Signoria, nè d’aver fatto proponimento di volerla sostener con la penna sino a la morte: e finchè io provi ogni altra prova esser soverchia, o almeno sin ch’io trovi campione che voglia sostenerla con la spada, Vostra Signoria particolarmente dee continuar nel suo parere, nè si pentirà giammai d’avermi usata cortesia. Però credo c’almeno vorrà, che le sue risposte mi siano mandate a Mantova, e l’avviso di chi voglia presentar la lettera di Sua Maestà al vicerè, o di chi si contenti di agitar la causa. Dal signor conte di Paleno aspettava almeno il dono d’un paio di guanti; e mi spiace che per timor di donar molto, m’abbia voluto essere scarso de le risposte e de gli avvisi. Bacio a Vostra Signoria la mano. Da Roma, il 10 di febraro 1591.</p>
               <p TEIform="p">II portatore sarà il signor Vincenzo Caracciolo, se si degnerà di farmi questo favore. Non lasciandosi trovare, la manderò per altra via.</p>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">A ORAZIO FELTRO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Nel ritorno del padre priore di San Martino io sarei senza dubbio venuto a Napoli, s’io avessi avuta commodità alcuna di venire, o almeno libertà. Ma oltre l’incommodità, due cose mi ritengono; l’obligo de la mia parola, ed il debito d’alcuni danari prestatimi. Del primo non poteva disobligarmi il tesoro de’ principi cristiani, ma la cortesia solamente; la quale, non essendo simile a quella del Soldano, poteva rimandarmi a la patria con minor miracolo. Del secondo, picciola somma di danari avrebbe potuto liberarmi, perch’io non son debitore in questa città più che di trenta o di quaranta scudi. Aspettava che la cortesia del signor don Vincenzo, o quella di Vostra Signoria m’aiutasse non a servire, ma ad uscir di servitù: e son passate mille occasioni, ne le quali io sono rimaso ingannato de la mia espettazione; e temo c’un’altra volta il bisogno mi costringa a nuovo obligo, o l’infermità a giacere. Però vi prego che non manchiate de la vostra parola, acciò ch’io possa venirmene: e verrei volentieri questo carnevale, per ritrovarmi a qualche banchetto, o convito piuttosto; perchè niuna cosa più desidero, che di sedere commodamente fra nobilissimi cavalieri, e fra quelli particolarmente che sono gloriosi per le vittorie. Dogliomi d’essermi dimenticato de le parole di Pindaro, e d’una mia canzona; ne la quale, lodando il duca di Nocera, l’aveva quasi tradotte. Ma questo non è solo fra’ miei dolori, i quali sono infiniti; però non ardisco di numerarli. S’avvenisse che a la mia navicella mancasse quell’àncora che sola può ritenerla, Vostra Signoria si ricordi ch’io mi parto povero, vecchio, ammalato, odioso per alcun merito proprio, e per molti del padre, ed oppresso da l’iniquità, e calunniato falsamente per la soverchia facilità dimostrata da me nel lodare altrui. Laonde Vostra Signoria in ogni parte del mondo dee essere obligata di rispondermi, e d’avisarmi se si può vincer questa lite di due milla e cinquecento ducati, senza servire indegnamente ne la malattia, e forse ne la mia morte: perchè non v’era dubbio alcuno, ch’io non avessi lasciato molti rispetti da parte, s’io avessi creduto che la cortesia de gli amici mi liberasse di questo sospetto, del quale molti anni prima doveva liberarmi la giustizia. Vivete lieto, signor mio, e bevete a la mia salute, com’io berò a la vostra, ed a la grazia di Sua Maestà, sempre che n’avrò occasione. Da Roma, il 12 di febraio del 1591.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIULIO SEGNI. Bologna</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Tardi rispondo a l’ultime due lettere di Vostra Signoria, perchè a la risposta de l’una mancò il portatore, a quella de l’altra l’occasione; credendo, nel mio ritorno a Bologna, di potere io medesimo dar la risposta: ma il ritorno ancora è stato tardissimo; laonde faremo il carnevale per viaggio. Di questo come de gli altri incommodi, gran parte si può attribuire a la malignità de la mia fortuna; perchè non saprei addurvi altro più certo autore. Ma se mi fosse lecito di notare alcuno, niuno prima nominerei di monsignor Papio, co ’l favor del quale io non potei avere in tre anni audienza da papa Sisto. In questo pontificato, quanto minore è la sua autorità, tanto maggiore dovrebbe essere la sua cortesia: ma io non ardisco di farne nuova esperienza. Torno povero ed infermo a le speranze di Lombardia: però ringrazio Vostra Signoria de le sue proferte; e la prego che m’apparecchi un commodo letto, dov’io possa riposare alcun giorno. Di Roma.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A MATTEO BRUMANO, VESCOVO DI NICOMEDIA. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io fui accarezzato dal vescovo di Viterbo con ogni cortesia, che si poteva sperare da così amorevole prelato; e riconobbi il favore ch’egli mi fece, da le raccomandazioni di Vostra Signoria: ma da la sua bontà desidero maggior grazia. Laonde vorrei che si reputasse obligata non meno a la mia salute, che a l’onore; perchè continovo questo viaggio con molta fatica, e con poca sodisfazione: e se con l’accrescimento del mio male s’accrescesse il mio merito co ’l signor duca, meno mi dorrei d’essere infermo per questa cagione. Ricordo a Vostra Signoria piuttosto le mie sciagure che le sue promesse: perchè queste sono assai poche; quelle, innumerabili. Laonde, se dovessero essere agguagliate da le grazie, sarebbe necessario che ’l numero de le grazie e de’ favori moltiplicasse in infinito: ma la mia speranza è terminata, come il desiderio. Però la prego solamente, che non voglia ch’io abbia supplicato il papa che mi raccomandi al vescovo, senza alcun effetto de le mie speranze: ma con pari, o con maggior cortesia voglia supplicare il papa che mi raccomandi a tutti i vescovi ed a tutti i principi d’Italia, acciochè in ogni parte la mia salute e l’onore sia ne la protezione di Sua Santità; ma particolarmente desidero, che le sue raccomandazioni mi giovino co ’l signor duca. E le bacio la mano. Da l’albergo de la Scala presso Siena, il 28 di febraio del 1591.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DARIO BOCCARINI, SEGRETARIO DI SUA SANTITÀ. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io sono partito da Roma, privo d’ogni consolazione, e quasi d’ogni speranza: perchè tutta quella ch’io poteva avere, o di salute o di quiete o d’onore, era collocata ne la grazia di Sua Beatitudine, la quale stimo che mi fosse negata con l’audienza da me desiderata molti anni. Ma se una sola parola di Sua Santità a me detta, e da me con ogni riverenza ascoltata, può privarmi di questo dubbio; non mi doglio che mi sia accresciuta la fatica di ritornare a Roma, pur che non mi sia diminuito lo spazio de la vita che mi resta; il quale, senza la sua grazia, sarà brevissimo. Ma mi dovrebbe giovare d’averla io supplicata che mi raccomandi al vescovo Brumano, da cui sono stato più volte persuaso a questo viaggio. Accrebbe il mio dolore la privazione de la presenza di Vostra Signoria, con la quale io pensava di ragionar lungamente. Ma poi ch’ella ha voluto schifar la noia d’ascoltar le mie sciagure, e le querele de la fortuna e de l’amicizia; mi favorisca con la sua autorità in guisa, ch’io viva sicuro de la sua benevolenza: perchè s’io dubitassi che le mie lettere le fossero tanto noiose quanto la presenza, dubiterei di tutte quelle cose che possono nodrir la mia speranza. Degnisi di raccomandarmi così lontano a Sua Santità, e di fare che l’umilissime mie preghiere non siano vane; acciochè il vescovo Brumano si reputi obligato non solamente a le sue parole, ma a la sua virtù. Perdoni a me quest’ardimento di lodar me stesso, poich’io così agevolmente ho perdonata l’importunità d’aver lodati molti contra mia voglia, e contra il proprio giudicio. E poichè Vostra Signoria è una di que’ pochi a le cui lodi fui sempre inclinatissimo, voglia che ne la sua esaltazione sia sollevata similmente la mia depressa condizione; e non potendo in altra guisa consolarmi, abbia almeno compassione de la mia lunga infermità e de l’infelice fortuna. Di Siena, il 28 di febraio del 1591.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL PADRE PIETRO GONZALEZ, DOMENICANO. Siena</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non assolvo Vostra Paternità di quell’obligo ch’ella ha di giovarmi e di favorirmi co ’l granduca in questo mio ritorno: e se Vostra Reverenza stima picciolo l’obligo mio, perchè è picciolo il mio merito, e non antica l’amicizia; io le ricordo, a l’incontro, che se maggiore fosse la virtù, o l’occasione la qual mi s’offerisce di supplicarla, minor sarebbe la sua cortesia. È obligato, come spagnuolo, come frate de l’ordine de’ Predicatori, ad essere amico de la giustizia; come mio, a chieder quelle grazie che sono più conformi a la giustizia. Però la prego, che si riduca a memoria quelle cose de le quali altre volte le ragionai, che sono le stesse che le ho scritte. Sono arrivato questa sera in Siena, e partirò domani; ma verrò a vederla, se saprò certo di trovarla. E le bacio la mano. Da l’albergo, il primo di marzo del 1591.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL CARDINALE SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mi dolsi c’avanti la mia partita non potessi baciar la mano a Vostra Signoria illustrissima: ma per non fermarmi più lungamente in Roma, per mio piacere, e contra la volontà de gli altri, mi partii; e quando volsero, e come, e da quella parte che meno m’era a grado. Restano in casa di Vostra Signoria illustrissima un mio forziero e quattro casse de’ miei libri, i quali raccomandai a messer Giorgio quanto l’anima: l’inventario era rimaso in mano di don Lattanzio Stella, il quale m’aveva data tanta speranza de la grazia di Vostra Signoria illustrissima, quanta bastava per trattenermi molti mesi infermo fra’ tumulti de la sedia vacante: perchè Roma era per me tumultuosissima, benchè fosse per gli altri assai quieta. E se quello indugio doveva esser cagione del mio ritorno a Mantova, non voglio dolermene; poichè si può attribuire a la cortesia di Vostra Signoria illustrissima: ma in quella città dove siamo inviati, desidero di vederne quegli effetti c’ho sperati per l’adietro. Fra tanto la supplico che faccia ritrovare il conto de’ miei libri, e riporli in luogo sicuro: e potrà far metter con gli altri, quelli che le saranno mandati dal signor Fabio Orsino, o da monsignor Papio. Mi perdoni questo fastidio con gli altri errori, i quali ho commessi in supplicarla. E mi raccomandi al signor duca. Di Siena, il primo di marzo del 1591.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A ***, MASTRO DI CASA DI SUA SANTITÀ. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">La mia quasi improvisa partita di Roma mi fece tralasciare di far molte cose necessarie e dovute, con non poco mio dispiacere; e mi doglio particolarmente, che mi mancasse il tempo per far di nuovo riverenza a Vostra Signoria reverendissima: ma non essendomi mancata la buona volontà ch’ebbi di servirla, posso consolarmi di questo come de gli altri mancamenti, de’ quali è cagione la mia fortuna. Io ritorno a Mantova; ed ivi l’autorità del signor cardinale Scipione Gonzaga potrà tanto giovarmi, quanto in Napoli avrebbe potuto quella di Vostra Signoria reverendissima, dove non m’avrebbe conosciuto meno affezionato o men desideroso de la sua esaltazione. Ma poichè questo viaggio fu più approvato, in Mantova ancora mi dovrà numerare fra’ suoi servitori, affine ch’io conosca quanto la sua opinione ed il suo favore fosse conforme a quello del cardinale. E le bacio la mano. Di Siena, il primo di marzo del 1591.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA CERASOLA, CAMERIERE DI SUA SANTITÀ. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Se Vostra Signoria fosse tanto obligata al favorirmi, quanto io ad onorarla; sarei quasi sicuro d’esser nel numero di coloro che si posson chiamar favoriti: ma dove gli oblighi non sono pari, la sua cortesia dovrebbe avanzare ogni mio difetto. Ed io la prego che voglia rinovar la memoria de la mia continua divozione nel benignissimo animo di Sua Santità, acciochè ne la mia absenza abbia quell’obligo a Vostra Signoria che non ho potuto averle ne la presenza. Si degni ancora di baciare in mio nome le mani al signor cardinale Sfondrato, ed al signor mastro di camera. E viva felice. Di Siena, il primo di marzo del 1591.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL CARDINALE SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Da Barbarino ancora mi raccomando a Vostra Signoria illustrissima, e le ricordo il cortese ufficio ch’ella può fare con Sua Santità: poichè non ha voluto ch’io abbia la corona, consenta almeno c’abbia il monile; accioch’io sia Torquato almeno, e così d’effetto come di nome. A la signora Polisena bacierò questa sera la mano, facendo con lei sola mille querele di Vostra Signoria illustrissima, che non s’è degnata di raccomandarle la mia dapocaggine. La supplico che faccia custodire i miei libri, e trovarne il conto intiero. E le bacio la sacra e reverendissima mano. Da Barbarino, il 2 di marzo del 1591.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DARIO BOCCARINI, SEGRETARIO DI SUA SANTITÀ. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Non posso usar l’insinuazione, nè far altro proemio, scrivendo a Vostra Signoria reverendissima, perchè mi manca non solamente il tempo, ma l’artificio. Scriverò dunque brevemente, confidandomi ne la benignità di Sua Santità, ne la benevolenza di Vostra Signoria, e ne la mia divozione. Desidero che Sua Beatitudine mi raccolga sotto la sua protezione; perchè la sua autorità è così grande e così ampia, che si distende per tutte le parti d’Italia e d’Europa. Laonde la distanza de’ paesi non può privarmi di questa grazia; ma la disgiunzione de gli animi, o la diversità de l’opinioni. Il mio fu sempre divotissimo al suo nome: e con questa ferma credenza, ardisco di pregar Vostra Signoria, che m’impetri da la sua liberalissima mano una croce d’oro, vacua, smaltata del naturale, piena di reliquie, o d’orazioni contra i maligni spiriti, e licenza (se la licenza è onore o dignità) di portarla ne la cappa o nel saio. Questa grazia dimando al papa, il qual può concederle tutte; ma per mezzo di Vostra Signoria, ch’è degna per lunga servitù e per fede incorrotta di conseguirne molte. E le bacio le mani. Di Bologna, il 9 di marzo del 1591.</p>
               <p TEIform="p">Se Vostra Signoria vorrà favorirmi, potrà mandar la risposta a Mantova per la via de’ padri del Gesù, co’ quali alloggiava, o per qual altra estimerà migliore.</p>
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               <head TEIform="head">1327</head>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Avanti la mia partita da Roma, il signor Maurizio Cataneo mi disse d’aver lettere per me, mandate da Bergomo, le quali non mi mandò a casa; e stimo che fosser vostre. Ma perchè erano senza i Dialoghi, il danno può ristorarsi. Pregovi dunque che mi consoliate co ’l ristoro ch’io aspetto per la perdita de le vostre lettere e de la vostra cortesia; e mandate i Dialoghi senza fallo, affine ch’io possa sodisfarmi con la revisione. Ho raccolto tutte le mie Rime in quattro libri, che saranno quattro parti: ne la prima è il commento. Vorrei confidarle a la fede di persona che fosse desiderosa de la mia gloria, e de la fama immortale; ma in modo, che ’l mondo non s’avvedesse de la mia ambizione, o de la vanità, la quale potesse impedirmi qualche dignità ecclesiastica, a la quale aspiro. Però se tra voi e maestro Comino e gli altri amici potete farmi questo servizio, io consegnerò i libri de le Rime in mano di persona fidata, che mi faccia la ricevuta de l’opere. Sono accresciute ed abbellite oltre misura; però non vorrei in modo alcuno restar defraudato di questa gloria. Mandate frattanto i Dialoghi, e vogliatemi bene. Di Mantova, il 17 di marzo 1591.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ho avvisato Vostra Signoria del mio arrivare a Mantova, e del desiderio ch’io ho di riveder la patria dopo tanti anni; ma perchè io spero che da la benignità di Nostro Signore, e da la grazia di questo cortesissimo principe mi sarà conceduto tempo a compire quanto ho promesso, per questa stagione non fo deliberazione di movermi, ma aspetto la copia di que’ Dialoghi, de’ quali per mia sciagura ho perduto l’originale. Io penso di sodisfarmi ne la stampa de le mie composizioni; ed ora attendo a la Gerusalemme. Baciate in mio nome le mani al signor Ercole Tasso, e a tutti gli altri amici e parenti; e vivete ne la grazia del Signore. Di Mantova, il 27 di marzo 1591.</p>
               <p TEIform="p">Mandi Vostra Signoria i Dialoghi questa settimana, per grazia specialissima.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL CARDINALE SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non mi doglio d’avere spesso ed in tutte le parti bisogno del favor di Vostra Signoria illustrissima, perchè non ho estimato mai che la mia fortuna potesse essere tanto prospera, o ’l merito tanto premiato, quanto bastasse a diminuir le mie necessità, senza alcuna diminuzione de la grazia di Vostra Signoria illustrissima. Mi doglio piuttosto, c’a lei manchi o la facoltà o l’autorità o la volontà di favorirmi: e questo è il maggior di tutti i colpi de la mia fortuna, i quali mi si fanno sentir ne la mia avversità. Però non voglio con più lunga scrittura esserle molesto, nè accrescer la mia molestia. Ma la prego brevemente, non avendo riguardo a la natura de le preghiere, che sogliono esser lunghe, ad amarmi come soleva; ed a comandarmi, se mi conosce atto a servirla; ed ultimamente, a farmi conservare i miei libri, i quali rimasero in casa sua: perchè non avendo alcuna risoluzione di fermarmi in questa città, penso di ritornare a Roma ed a Napoli, ed ivi dar compimento al mio poema, se m’avanzerà la vita per così lungo viaggio. Spero nondimeno che ’l signor duca di Mantova non mi lascerà partir così sconsolato da questa corte, com’io partii da quella di Roma. E bacio a Vostra Signoria illustrissima la mano. Di Mantova, il 29 di marzo del 1591.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Dogliomi che il signor Maurizio abbia voluto darmi di nuovo questa fatica di scriverli: sarà sempre simile a se stesso. Dal Panca non ebbi mai vostre lettere; ma ch’importa che sia panca o predella, poichè non può esser seggio? Lasciam le burle; e fate che io le abbia in tutti i modi. Da niuno debbo esser più compiaciuto, che da la vostra amorevolezza. Al passar di m. Bartolomeo, parlerò seco: fra tanto vogliatemi bene. Di Mantova, il 2 d’aprile 1591.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIULIO SEGNI. Bologna</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">S’io potessi mostrare a Vostra Signoria il mio cuore, vedrebbe che io l’amo tanto, che da altri non posso esser compiaciuto. Ma io dovrei sodisfare a molti per sua sodisfazione. Al sonetto del signor Cesare Rinaldi risponderò quest’altra settimana senza fallo, e non ricerco maggior commodità, o più lunga dilazione a pagar questo debito. Con Vostra Signoria n’ho molti: e benchè di tutti m’assolva la nostra amicizia, a tutti m’obliga la mia volontà; per la quale non vorrei tenere ne l’amistà il luogo inferiore. Ma io estimo maggioranza e superiorità, fra gli amici, non quella de la fortuna, ma quella de la virtù o de la benevolenza. In questa sola non vorrei esser superato: ne l’altre sono soprafatto, e costretto a cedere con molto mio diletto. Prego Vostra Signoria che mi procacci risposta de le lettere ch’io le lasciai: e mi tenga in sua grazia. Di Mantova, il 6 d’aprile del 1591.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A MATTEO BRUMANO, VESCOVO DI NICOMEDIA. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Il salutare un vescovo per merito riguardevole, e per dignità venerabile, o il pregarlo, è quasi una orazione. Laonde in questo giorno de la Passione, fra la contemplazione de’ divini misteri, estimo che possa aver luogo questa mia raccomandazione, e quasi supplica. Non supplico per altri che per me stesso, nè alcuno più raccomando. Vostra Signoria reverendissima, la quale è quasi mediatrice fra il papa e ’l serenissimo signor duca, può participar tanto de le grazie di Sua Santità, e di queste ancora, quanto le bastano per farne graziosi molti altri. Non abbandoni me, poverello, affatto; nè privi l’infermità di molti anni de la consolazione d’un giorno. Se fossero necessari più mezzi, come ne la republica o più tosto nel mondo di Platone, io sarei dubbioso chi prima dovesse pregarne, o ’l cardinale Sfondrato, o i Gonzaghi, o questo nuovo cardinale, il quale dovrebbe magnificare i principii del suo cardinalato con qualche insolita cortesia: ma siamo in questa di Cristo, ne la quale egli solo fu il mediatore, e gli altri per sua grazia; però tutti i mezzi mi piacciono co’ quali possa sperarla. Ma prego Vostra Signoria reverendissima, oltre tutti gli altri. E le bacio la mano. Di Mantova, il 13 d’aprile del 1591.</p>
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               <head TEIform="head">1333</head>
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                  <salute TEIform="salute">AL PRINCIPE DI STIGLIANO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Quanto più mi sono avvicinato a Vostra Eccellenza, tanto ho minore ardire di supplicarla; perchè mi spaventano la riverenza e ’l rispetto del suo valore e de l’alto grado, e la mia indegnità, e la mia fortuna, e la propria imperfezione. Laonde se d’alcuna cosa io dovessi pregarla, arditamente la pregherei, che mi desse aiuto a tornarmene a Napoli, dove per la lontananza potessi ripigliar di nuovo quell’ardire c’ho lasciato, o più tosto dal quale sono abbandonato per la vicinanza. Ma questa ancora sarebbe preghiera troppo pericolosa, se la sua cortesia, la quale è sempre congionta con l’altre sue virtù, non mi facesse sicuro in questo sospetto. Non voglia conoscermi più dappresso, perchè sarà più certo de’ miei difetti. Fra’ quali sarebbe il maggiore il non essere atto a’ suoi servigi, s’io no ’l conoscessi o no ’l confessassi liberamente. Conceda più largo spazio e più lungo a la fama de la sua cortesia, la quale suole esser maggiore de le cose più lontane; e non mi sforzi a diminuir con la mia presenza quella che s’è divolgata di me, qualunque ella sia. E se pur vuole che si diminuisca, spero che debba accrescere l’opinione, ch’io ho sempre avuta, de la sua cortesia, in guisa che non mi faccia vergognare de la mia soverchia confidenza. Il signor Antonio Costantini m’ha salutato in nome di Vostra Eccellenza, con mio singolar piacere; però la ringrazio che conservi memoria di quanto io le debbo, e di quanto vorrei esserle debitore. Ma più le sono obligato, perchè non disprezza la cagione che già mi mosse a supplicarla, e c’ora m’induce a confermar questo possesso, apparente almeno, de la mia servitù. E le bacio la mano. Di Mantova, il primo di maggio del 1591.</p>
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               <head TEIform="head">1334</head>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io continuo nel desiderio di stampar le mie Rime, e l’altre composizioni; e s’io avessi veduto m. Bartolomeo, avrei fatto intorno a ciò qualche deliberazione. Pregovi che mi avvisiate se potete alleggerirmi di questo peso con mio utile, o almeno senza danno; perchè sono quattro gran volumi, con molte carte e con molte lettere. E vi bacio la mano. Di Mantova, il 6 di maggio 1591.</p>
               <p TEIform="p">Salutatemi tutti cotesti signori. Del dialogo del Piacere non ho novella che mi piaccia.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVANNI GIOLITO, STAMPATORE. Venezia</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Senza proemio, come ne le cause oneste, vorrei che la Republica o ’l principe di Venezia mi donasse mille scudi: ma diranno, che questa è maninconia. Vegnamo al proposito. Desidero che tutte l’opere mie siano ristampate; e più volentieri in cotesta che in alcun’altra città: ma molte cause m’impediscono il venirvi; fra le quali è principalissima la povertà: laonde io sarò costretto a rimanere co’ principalissimi poveri. Spero di publicare alcuna parte de l’opere mie o in Mantova o in Bergomo: ma non posso con tutto ciò sodisfarmi nè de gli altri nè di me stesso. Voi, signor mio, potete compiacermi; e, come io credo, senza vostro danno; facendo ristampare tutte le composizioni particolarmente, che usciranno da le mie mani in tre volumi separati, com’io aveva disegnato; ed in altrettanti le prose. Sia eccettuata da questo numero la mia Gerusalemme, la quale non vuole compagnia. Nel primo volume de le poesie vorrei che si publicassero gli Amori; nel secondo, le Laudi e gli Encomi de’ principi e de le donne illustri; nel terzo, le cose sacre, o almeno in laude de’ prelati. Le prose dovrebbono esser distinte ne’ Dialoghi, ne’ Discorsi, e ne le Lettere. Vostra Signoria non potrà pigliar questa briga senza molto impaccio: ma io, che non desidero il suo danno, non posso disobligarla de la noia e del fastidio; altrimente, sarei costretto a condannar la nostra vecchia amicizia, e la mia nuova confidenza. Sapete che vi è un’arte regia, per la quale l’uomo è molto più re, che per le provincie possedute o per le nazioni soggiogate: però non vogliate esser condannato da me, che mi confido altrettanto in quest’arte quanto ne la poetica. Ma se potete compiacere l’uomo agitato da la maninconia, non vi spiaccia di farlo. Io non desidero che simuliate d’esser vittina, o coppa, o tazza, per aiutarmi in questo umore; ma, fingendo d’esser la stampa medesima, potrete imprimere ne l’animo mio l’obligo immortale di questo servigio che vi dimando. Il portatore sarà il signor Antonio Costantini, il quale tosto se ne ritornerà. Desidero che mi riporti, per segno de la grazia impetrata, un Giudizio di Dionisio Alicarnasseo sopra Tucidide, ed un’operetta di Luciano “<title lang="lat" TEIform="title">De dea Syria</title>,” o tradotta in latino, o non senza il latino. E vi bacio la mano. Di Mantova, il 6 di maggio del 1591.</p>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">A PIETRO CRESCI. Venezia</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">S’io potessi così lodar la vostra tragedia, come ringraziarvi del dono che v’è piaciuto di farmene, non sarei più avaro de le mie laudi, che voi siate stato del vostro libro, il qual poteva esser donato a chi meglio riconoscesse l’obligo, ma non a chi più il conoscesse. Leggo volentieri sì fatte composizioni; e stimo che quella di Vostra Signoria meriti esser letta da gli occupatissimi e da gli intendentissimi, non solamente da gli altri. Ma io per lunga usanza, ed infelice anzi che no, concedo la maggior parte del tempo a le proprie occupazioni, o a la maninconia de l’animo, che più d’ogn’altra cosa lo tiene occupato. Laonde m’avanzano poche ore de l’anno per legger le cose nuove: ma questa di Vostra Signoria è una di quelle, a la quale ho destinato una giornata intiera. Fra tanto le chiedo perdono de la mia negligenza: al resto supplirà il signor Antonio Costantini. E le bacio la mano. Da Mantova, il 7 di maggio del 1591.</p>
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               <head TEIform="head">1337</head>
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                  <salute TEIform="salute">A BAREZZO BAREZZI, STAMPATORE. Venezia</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Quel che sia passato fra me e ’l signor Antonio Costantini nel negozio de la stampa, è noto a molti, e Vostra Signoria potrà averlo inteso da lui medesimo, ch’in vero è informatissimo d’ogni mia deliberazione. Io aveva ordinate l’opere mie, come le ha detto; e sperava che non mi dovesse mancare il tempo a publicarle. L’altre speranze erano quasi aggiunte a questa, e (come si dice) accessorie. Ora non so quel ch’io possa prometter di me stesso, non avendo a perfezione l’opera principale, ch’è la Gerusalemme; la qual voleva accompagnar con un altro poema, com’è l’Iliade con l’Odissea. Ma in questo mezzo io pensava di publicar le mie Rime, e di consolare in questa guisa me stesso de l’impedimento c’ho ne l’altre cose. Aveva ne l’absenza del signor Costantino fatto quasi l’accordo con un libraro di Mantova, il quale ha la prima Parte con un breve Commento: non so quel che mi sia lecito di trattare o di ritrattare; e non essendo io risoluto, non posso dar ferma risoluzione a gli altri: ma la ringrazio de’ libri mandatimi, bench’io non avessi bisogno. Mi sarebbe stato necessario un Giudicio di Dionisio Alicarnasseo sovra Tucidide, e quello che dal Bodino e dal Sigonio e da altri è scritto in questa materia. Sodisfarò intieramente al costo de’ libri, se mi saranno mandati: pregovi che usiate ogni diligenza per trovarli. Vorrei similmente una picciola operetta di Luciano, il cui titolo è “<title lang="lat" TEIform="title">De dea Syria</title>:” fu stampata in Milano, e commentata. Non voglio essere a Vostra Signoria più lungamente noioso: e le bacio le mani. Di Mantova, il 15 di maggio del 1591.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A MARCO PIO. Sassuolo</salute>
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               <p TEIform="p">Nel mio passar per Modena io aveva pensato di venire a Sassuolo per far riverenza a Vostra Signoria ed a la signora Clelia: e se chi doveva servirmi, avesse voluto compiacermi, Vostra Signoria sarebbe almeno sodisfatta de la mia presenza; perc’altra sodisfazione io non posso prometterle, nè la sua bontà dovrebbe ricercarla: se pur fra le sue sodisfazioni non volesse numerar l’impotenza de l’animo, e la debolezza del corpo, lo stupore, l’oblivione, la maninconia, e ’l rincrescimento di tutte le cose. Solo non mi rincresce d’averla amata; e non mi sono dimenticato di quel favore che l’è piaciuto di farmi: ma questa debilissima memoria, benchè non costringa Vostra Signoria a farmene de gli altri, potrebbe nondimeno sforzar me stesso a sperarli. Io non voglio sperar cosa che non le piaccia; almeno da lei: e vorrei esser tutto disposto al suo piacere. Ma non posso vincer nè la sua fortuna, nè la mia natura, nè l’animo suo. Vincalo dunque Vostra Signoria che può tanto; ed aspetti maggior gloria da questa azione, che da tutte le vittorie che potesse avere in Fiandra; ne le quali, com’io spero, fie illustrissimo con pochi, ma non il principale. In questa sarà il primo senza fallo, o solo ed unico, com’io lo delibero. Però non ricuso di darle questa occasione di vincer se medesima; perchè già io sono il vinto, non solo da la mia fortuna, ma da la sua cortesia. Verrei dunque a star seco due sere in Sassuolo, per ragionar con esso lei quattro ore secretamente: e poi delibererei de la mia vita o de la morte, secondo il suo parere. Questo dico, perchè l’infermità non cessa: laonde io non credo di poter vivere ozioso, e molto meno affaticato. È necessaria la licenza di Sua Altezza, con speranza di tornare a baciarle la mano. E per ora la bacio a Vostra Signoria illustrissima con molto affetto. Di Mantova, il 15 di maggio del 1591.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A CURZIO ARDIZIO. Pesaro</salute>
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               <p TEIform="p">Questa volta io ho il torto a provocare il signor Ardizio nel campo de l’amicizia: ma non potendosi vivere in pace, è il minor male il pensare a qualche guerra amichevole. Mi ricordo di quell’assalto improviso, fattomi da voi ne la vostra camera, essendo io solo, e debole, e disarmato; voi fornito d’arme, e di compagni, e di forze. Ivi rimaneva morto senza fallo, se l’amicizia non vi disarmava la mano e la lingua. Ricordisi Vostra Signoria, a l’incontro, quel ch’io le dissi d’un mio antico pensiero, e quasi disegno, non mai colorito; ma a pena ombreggiato co ’l bianco e co ’l nero, come fanno que’ pittori, la cui laude principale consiste ne la forma o ne l’idea. S’io fossi il Buonaruoto, non mi proporrei altro centro. Ma concedasi a la pittura il moto, pur che al pittore non si nieghi la quiete. Favoriscami quanto può, amimi quanto deve; e bastele d’avere ingombrato il Vaticano con favori e con amicizie. In Mantova ancora sperarei d’esser favoreggiato dal signor Ardizio: tanto attribuisco a la sua fortuna, a la sua virtù, al suo merito. Il signor Costantino se ne ritorna a Roma, lasciandomi in questa città quasi un pegno de la sua fede. E bacio a Vostra Signoria la mano. Da Mantova, il 16 di maggio del 1591.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A FABIO GONZAGA. Mantova</salute>
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               <p TEIform="p">Io avrei bisogno di mille scudi per combattere; e so che Vostra Signoria non vorrà donarmeli, nè perchè io vada in pace, nè perchè stia in guerra. Se ’l signor Fabio non voleva esser pacificatore, doveva almeno esser mio padrino o campione. Ma a cavaliero di tanto merito, e di così sottile avvedimento, non si può insegnare nè ricordare il suo debito. Mi consenta almeno, ch’io le riduca a memoria quel che m’ha promesso per tante sue lettere, e confermato in qualche particella con le sue parole. Messer Francesco Osanna ha un de’ miei libri, nè si risolve di stamparlo nè di renderlo: ne l’un modo m’accomodarebbe, ne l’altro mi compiacerebbe. Ho bisogno del favor di Vostra Signoria per non litigare con l’Osanna, libraro avaro non men che astuto; e per non combattere col Costantino, amico da me amato ed oltremodo onorato: m’aiuti quanto può, e mi conservi in sua grazia. Da Mantova, il 18 di maggio del 1591.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN GALEAZZO DE’ ROSSI. Bologna</salute>
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               <p TEIform="p">Dogliomi del vostro dolore; bench’io non sappia per esperienza che cosa sia l’amor di moglie, o l’affanno d’averla perduta. E s’io potessi consolarvi con la vostra eloquenza, crederei che di leggieri mi sarebbe creduto di dare qualche alleviamento a la vostra miseria: con la mia, se pur n’ho parte alcuna, aggraverei i vostri affanni, e i miei medesimi. Consolatevi dunque, signor mio, non solamente con la prudenza, ma con l’eloquenza, per le quali sete più degno d’invidia che di conforto. E se questo colpo de la nemica fortuna non perturbava la vostra felicità, era soverchia fra le cose mondane: ma se la diminuzione di questa beatitudine è per accrescimento de l’altra; contentatevi di quella del cielo, a la quale v’aspetta e vi chiama quell’anima beata. Di Mantova, il 20 di maggio del 1591.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIULIO SEGNI. Bologna</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io vorrei trattar con monsignor *** un negozio importantissimo. Se voi, che sete il più certo segno ch’io abbia in cotesta città, non m’aiutate al compimento del mio desiderio, non so in chi sperare, nè a chi raccomandarmi. Del cavalier *** non mi fido; e s’io potessi aver danari, e l’elezione de l’arme, penserei a qualche duello: ma co ’l signor *** bisogna dissimular questa pratica. Avvisatemi dunque, se senza il suo mezzo posso esser vostro amico; e conservatemi in quella parte dove il piacer si serba. Di Mantova, il 20 di maggio del 1591.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANGELICO FORTUNIO. Firenze</salute>
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               <p TEIform="p">Bello ed alto soggetto è stato preso da Vostra Signoria per dimostrar la felicità e le ricchezze del suo ingegno e de la sua vena poetica; e ’l volerne il giudicio di povero giudice è peraventura soverchia confidenza: perchè rade volte avviene che i ricchi siano lodati da’ poveri, e la felicità sempre è odiata da gli infelici: ma voi sapete di potervi appellare da la mia sentenza; però desiderate ch’io la pronunzii. Dico adunque, che la canzona è bellissima, e degna de’ signori che celebrate; sì come l’artificio è conveniente a la materia. Or appellatevi di questa sentenza, se vi pare, sin ch’io abbia commodità di leggerla con maggior diligenza la terza volta. In quel c’appartiene a la nostra amicizia, Vostra Signoria sa ch’io desidero lunga audienza dal granduca, co ’l favore di monsignor reverendissimo nunzio; la cui presenza m’avrebbe accresciuto l’ardire di parlare a Sua Altezza serenissima: ma io non posso venire a Fiorenza a mie spese, nè partirmene; e la signora duchessa di Mantova non vuole ch’io possa supplicarla in questa occasione: però Vostra Signoria non s’inganni nè de la sua volontà nè di quel che può fare, perch’il mio giusto desiderio sia adempito. E m’avisi per cortesia, se a’ grandissimi principi si possono ricordare le promesse de gli anni passati con qualche usura del tempo trascorso. Vostra Signoria mi conservi ne la grazia de’ padroni, e sua; e viva felice. Di Mantova il 20 di maggio del 1591.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A FERRANTE GONZAGA, PRINCIPE DI MOLFETTA. Guastalla</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Grand’obligo ho a Vostra Eccellenza, che nel suo venire a Mantova non volesse ascoltarmi più lungamente, se l’udienza poteva esser cagione o di sua mala sodisfazione o di mia disperazione; ma scrivendo, non so qual cosa possa impedir la cortesia di Vostra Eccellenza: però la supplico, che interponga la sua autorità con m. Francesco Osanna, acciochè egli stampi la prima Parte de le mie Rime, come ha promesso; la quale io poteva dare a le stampe in altra parte con qualche mio utile, e senza maggior pericolo di nuova ignominia: ma io non ho auto riguardo a l’utilità, nè egli a la fede, nè a l’onestà; nè vorrebbe più intricarmi co ’l serenissimo duca di Mantova, o co’ suoi consiglieri, che non ha fatto il Costantino. Il consiglio m’è nemico; la corte, alienissima da ogni mia sodisfazione, e dal suo debito; l’ambasciatore m’oppugna apertamente; co’ cavalieri non si può parlare a piè; da Sua Altezza non si può impetrare licenza; e potendosi, io non posso arrivare questa state a Napoli, o almeno a Roma. Altrove non so come trattenermi, perchè sono molto infermo, e di febbre per mio parere continova. Supplico Vostra Eccellenza che, non volendo provedere a la vita, proveda a la fama del poeta. E le bacio umilmente la mano. Mantova, il 10 di giugno del 1591.</p>
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               <head TEIform="head">1345</head>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Roma</salute>
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               <p TEIform="p">Se la nostra amicizia fosse mai stata rotta, avrebbe bisogno di redintegrazione; o se fosse stata mai amicizia, la qual non può esser d’un solo, come l’altre virtù: però non si può pensare al ristoro di questo quasi edificio imaginato, ma a l’edificazione del non cominciato. Io amo e disidero ogni vostro bene: e questo è il più certo fondamento ch’io possa gittare de la nuova amicizia. Pensate, signor Antonio, s’io meriti che mi sia osservata la fede e la parola, non facendo altra professione che di verità, d’ingenuità, d’integrità e di costanzia. Pregovi che dichiariate così la vostra opinione e l’animo vostro, com’io manifesto il mio proponimento, perchè non intendo i gerghi; e ne la lingua greca ancora, ne la quale sete così eccellente, v’avrei voluto per maestro: ma voi non voleste durar questa fatica per me già attempato; il quale, in questa parte almeno, vorrei esser simile a Catone. Sete obligato a voi stesso in ogni luogo, e non potrete sodisfare a la vostra conscienza con tanta mia mala sodisfazione. Non ho chi mi ricopi il mio poema, e non so a chi fidarlo. Ringrazio il signor duca di Monte Marciano, che tenga memoria di me in questa sua nuova dignità. Pregate m. Filippo che mi conservi il mio libro: e ricordatevi spesso de l’obligo c’avete del mio ritorno: e confessate fra’ vostri peccati, al vostro confessore, l’astuzia usata meco, per non dir l’inganno, che m’avete fatto a condurmi in questa città, con tante speranze; e poi ve ne sete dileguato voi con le speranze insieme: e per l’avvenire non date occasione a la mia maninconia di non onorarvi quanto merita la vostra virtù, la qual può ricevere accrescimento. E vi bacio la mano. Da Mantova, il 29 di giugno del 1591.</p>
               <p TEIform="p">L’Osanna stampatore non vuole spedire il mio libro: vi prego che facciate sollecitarlo dal vostro signor Fabio.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO BEFFA NEGRINI</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vostra Signoria è così larga di titoli scrivendo ad uomo di così bassa fortuna come io sono, e di così povera, c’a me non pare di poter usare maggior liberalità o eguale. Mandoli nondimeno i due sonetti che desidera; l’uno in lode di papa Celestino IV, e l’altro del conte Baldassar Castiglione, per gli Elogi Castiglioni ch’ella n’ha fatto. Non posso ora più; chè sono occupatissimo: se il signor conte Cammillo e i suoi figliuoli rimarranno sodisfatti, almeno del buon volere, io ringrazierò Vostra Signoria che m’abbia data quest’occasione di lor servigio, fra le mie occupazioni. E bacio a Vostra Signoria le mani. Di Mantova, il 29 di giugno 1591.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA CERASOLA, CAMERIERE DI SUA SANTITÀ. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Dogliomi che la lettera ch’io scrissi a Vostra Signoria prima ch’io arrivassi a Mantova, le fosse mandata con la mia fortuna, non con la sua, nè con la sua grazia; però non è maraviglia ch’ella o si smarrisse o non facesse altro effetto: mi consolo nondimeno con la tarda risposta. E se il Costantino vuol ch’io abbia quest’obligo a la sua diligenza, può scriverlo al libro de le partite. Ringrazio Vostra Signoria che tenga memoria di me. Io non aveva maggior fondamento a la quiete de’ miei studi in questo pontificato, che la bontà di Nostro Signore, e la nostra amicizia: laonde queste furono le più certe cause che mi facessero rallegrare de la sua esaltazione. E perchè ne la bontà di Nostro Signore non può esser difetto, resta che sia ne la nostra amistà, o in me solo; altrimente, io non conoscerei così apertamente il disfavore di quella partita ch’io feci con la sua benedizione. I miei difetti cercherò di correggere. Vostra Signoria accresca tanto la sua cortesia, quanto è cresciuta la fortuna e la commodità di giovare a gli amici; fra’ quali io sono il maggiore per merito, e l’ultimo per grazia; acciò ch’io possa rallegrarmene appieno, e lontano e vicino; e intendere, in qualche occasione, quel che seguisse a quella santa parola di Providenza. Penserei di scrivere in questa materia un dialogo: ma è necessario ch’io sia ricongiunto a’ miei libri. Fra tanto prego Vostra Signoria che mi procuri il privilegio del mio poema; e ricordi a monsignor Brumano ch’io sono in Mantova, dove mi condusse il Costantino. Da Mantova, il 4 di luglio del 1591.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A MAURIZIO CATANEO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Tutte le persuasioni di Vostra Signoria dimostrano la sua prudenza: ed io ho già conosciuto per esperienza, che in questa mia lunghissima ed ingiustissima avversità di molti anni, non ho avuto più sicuro o più commodo o più onorato refugio, che la casa del serenissimo signor duca di Mantova. Ma io non posso mutar fine, quantunque si variassero i mezzi; e non debbo far peggiore elezione ne l’età matura, di quella che io già facessi ne la fanciullezza, per desiderio di lunga vita: perchè troppo son visso a le voglie ed a’ commodi altrui; e non ho potuto ancora vivere a me stesso, senza sua grazia. L’allegrezza o ’l piacer de la giovanezza non si conviene a questa età, più che gli abiti gialli o turchini che soleva farmi mia madre. Però conviene ch’io mi vesta d’abito conforme a gli anni, non solamente a le stagioni; e che mi rallegri di quelle cose, de le quali un mio pari può consolarsi. E se me ne sarà negata altra occasione, prenderò almeno piacere co’ miei libri; i quali non m’escludono dal ragionamento, e quasi da la conversazione de’ migliori e de’ più nobili ed onorati, che noi non siamo.</p>
               <p TEIform="p">Al mio poema eroico attendo quanto posso, e sono al fine del penultimo libro; e ne l’ultimo mi serviranno molte di quelle stanze che si leggono ne lo stampato. Desidero che la riputazione di questo mio accresciuto ed illustrato e quasi riformato poema toglia il credito a l’altro, datogli da la pazzia de gli uomini più tosto che dal mio giudicio; perchè non si può veder quello e questo con egual favore, senza ch’io sia sentenziato a morte: poichè la miglior ragione ch’io possa addurre ne l’ultima apologia de la mia vita, è la certa cognizione ch’io ho di me stesso e de le mie cose.</p>
               <p TEIform="p">La morte del cardinale mi spiacque oltremisura, perch’io sperava di consolarlo con la mia medesima: ma egli ha pagato il debito a la natura; io non ho potuto pagar quello che si dee a la virtù. Varie cagioni m’hanno ritenuto; l’occupazione del mio poema, oltre l’altre: nè posso pensare a nuova fatica, sinch’io non l’abbia finito. Fra non molti giorni sarò fuori di questo pensiero: allora concederò a Vostra Signoria quelli del mio riposo. Vostra Signoria sa quanto io le sia obligato, e con quanta costanza desiderassi la grazia del cardinale; però non posso mostrare altra volontà ne la morte, di quella ch’io ebbi mentre egli visse. E chi n’è più informato di Vostra Signoria? o chi ne può esser miglior testimonio? e pur ricorre a la testimonianza de’ miei scritti. Fra tanto, cerchi di riavere que’ miei dialoghi che sono in man del Panca; e si ricordi ch’io non posso dimenticarmi de’ favori ricevuti, benchè avessi perduta la memoria di tutte l’altre cose. Viva consolata. Da Mantova, il 4 di luglio del 1591.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A ERCOLE TASSO. Bergamo</salute>
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               <p TEIform="p">A me non sono mancate molte occasioni di noiar Vostra Signoria e tutti gli amici, se pure ne l’amicizia può esser noia il participar de l’avversità: ma ho maggior riguardo a l’altrui commodità che a la mia sodisfazione. Ora, dopo sì pericolosa infermità, com’è stata quella ch’io ho avuta questa state, sperava consolarmi in qualche modo con la publicazione de le mie Rime, corrette ed ordinate da me in quella guisa che Vostra Signoria ha potuto vedere. Mandai al reverendo Licino la seconda parte, pregandolo che la facesse stampare in Bergomo, finchè la prima si stampava in Mantova: accioch’in un medesimo tempo io potessi offerire due pegni de la mia servitù; l’uno al serenissimo signor duca, l’altro a la signora duchessa di Mantova. Mi ha promesso di farlo: ho poi inteso che ne sono stampati alcuni fogli, ma da lui non ho risposta nè avviso. Prego Vostra Signoria che non mi sia scarsa de le sue lettere e del favore, acciochè si compia l’opera, a la quale mancano alcune canzoni che io manderò. Vostra Signoria faccia le mie raccomandazioni a’ signori suoi nepoti, se pur i fratelli sono passati a miglior vita, come dicono; e riponga me in quel luogo che merita la mia affezione, e la sua cortesia dee concedermi. E con questo fine pregherò Nostro Signore c’aggiunga a la sua vita gli anni scemati a quella de l’uno e l’altro fratello. Di Mantova, il 18 di settembre 1591.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON NICCOLÒ DEGLI ODDI. Padova</salute>
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               <p TEIform="p">De l’obligo, il quale ho co ’l signor marchese di Ieraci, non me ne son mai dimenticato, e ne farò di nuovo memoria, come scrissi a Vostra Paternità; ma scusimi de la tardanza la mia lunga infermità, a la quale la sua presenza non ha potuto giovare. In Padova era, e per mia opinione è ancora l’arcivescovo di Napoli, co ’l qual signore ho antica e domestica servitù: però vi prego che in tutti i modi vogliate presentargli l’inchiusa, se fosse in Venda o in altra villa del padovano, e procurarmene subita risposta. Niuna occasione poteva a Vostra Paternità presentar la mia fortuna, per la quale io dovessi esserle più obligato; onde la riprego che non voglia recusar questa. E le bacio la mano. Di Mantova, il 4 d’ottobre 1591.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io credeva che Vostra Signoria non volesse più scrivermi, non avendo voluto visitarmi quando venne a Mantova il signor conte Alberto Scoto; ma se fa stima alcuna o de la nostra amicizia o de la sua fede, non voglia ch’io abbia creduto vanamente a le sue lettere, ed a quelle del signor Fabio, co ’l quale senza il suo mezzo non posso concludere cosa alcuna: e senza dubbio si devrebbe tenere obligato o a la mia sodisfazione in questa città, o al ritorno. Sono occupato ne la Geneologia di casa Gonzaga: nè ricusarei appresso la fatica de gli Elogi; ma non posso durare quella di più lungo poema, o altra maggiore, come tante volte dissi a Vostra Signoria; a la quale in questa città non mancavano nè i commodi, nè l’amicizie, nè l’informazioni. M’ha dilungato quasi seicento miglia da la patria, nè vuole avvicinarsi tanto ch’io possa venirle a parlare. Viva felice. Da Mantova, il 4 di ottobre del 1591.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A FABIO GONZAGA</salute>
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               <p TEIform="p">Di nuovo torno a noiar Vostra Signoria co’ miei propri fastidi e con la mia fortuna, la quale per avventura non le consente ch’ella possa compiacersi ne la cortesia, come suole. Ma non sempre, nè tutte le operazioni de le virtù sono piacevoli. Alcuna volta meritano maggior lode perchè sono moleste. Tal sarà questa, di favorirmi contra la mia fortuna, con la vostra medesima, la quale non può spaventarsi del mio genio. Le ricordo tutte le sue promesse, e di tutte riserbo a me stesso l’obligo de gli effetti; a Vostra Signoria, quel de le sue parole. Ma particolarmente la prego che spedisca questa lite con l’Osanna, che non ha ragione alcuna di negarmi quel c’ha promesso, e di trattenermi così lungo tempo. Vostra Signoria può farne miglior testimonianza di ciascun altro, se la verità in cosa così picciola può aver bisogno di testimonio di tanta autorità: ma io dimando a Vostra Signoria cose giuste; ma co’ termini convenienti a suoi pari. Non avrei per un dolor di testa ricusato il favor ch’io aspettava dal signor principe di Molfetta. Però mi doglio di aver perduta l’occasione: ma la sua cortesia la può far nascer di nuovo. Io non attenderò ad altro, c’a finir le stanze cominciate, ed a giungere alcuna cosa di nuovo, la qual mi paresse necessaria. Raccomando a Vostra Signoria messer Geronimo, il qual non può esser messere a’ miei servigi; ed io ho gran bisogno di chi mi serva: ma più di tutti gli altri, me stesso. E le bacio la mano. Da Mantova, il 4 di ottobre del 1591.</p>
            </div2>
            <div2 type="epistola" org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="div2">
               <head TEIform="head">1353</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io credeva che voi mi doveste consolar con la seconda parte stampata, e voi mi mandate la mostra, quando poteva esser compiuta l’opera. Pregovi nondimeno che non vogliate aver promessa cosa che non dobbiate osservare; perchè a la mia indebolita complessione, ed a la travagliata fortuna si conviene qualche piacere e qualche consolazione, non altra noia o dispiacere. Non potrei averlo maggiore, che d’esser ingannato ne la publicazione di questa seconda parte. Voglio nondimeno credervi di nuovo, e vi mando tre canzoni da stampar ne l’ultimo; a le quali potrete aggiugner quella:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">Fama, che i nomi gloriosi intorno;</l>
                  </quote>
la qual si legge ne gli altri stampati: ma pregate il signor  Ercole e maestro Comino, che si prendan la cura de la correzione.  Fate stampare similmente la Corona di dodici sonetti, e lasciate luogo per la dedicazione. Quest’altra settimana vi manderò due altre canzoni nuove, ed alcuni sonetti da stampare nel mezzo di questa seconda parte; nè so se vi saranno cari. Ora mando il sonetto de la Caccia per lo signor Erasmo. De le due stampe mi piace più la maggiore, perchè è più conforme a la grandezza de la prima; ma vi prego che stampiate in tutti i modi o con l’una o con l’altra. Vi rimando i vostri fogli corretti, come vorrei che si stampassero. Raccomandatemi al signor Ercole, a gli altri signori Tassi, ed a gli altri amici, se pur alcuno vuol esser amico de l’avversa fortuna. E vivete lieto. Da Mantova, il 10 di ottobre 1591.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1354</head>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mando a Vostra Reverenza due sonetti da stampar con gli altri ne la seconda parte, la quale è povera di sonetti, ma ricca di canzoni: però questa giunta non mi par soverchia; quantunque mi sforzerò di mandarne a Vostra Reverenza due altri, con altre composizioni. Fra tanto la prego che voglia sollecitar la stampa, acciò che vada innanzi. Io ho pensato di dedicarla a la serenissima signora duchessa di Mantova, e manderò la lettera dedicatoria: ma potrebbe avvenire ch’io tornassi a Napoli senza aver ricevuto questo piacere da voi e da gli altri, dimandato da me con tanta istanza, e desiderato così lungo tempo: pur non ho alcuna certa deliberazione. Però vi prego che non tralasciate l’opera in modo alcuno. Co ’l medesimo affetto vi prego che mi mandiate il dialogo del Piacere, e quel de la Nobiltà, de’ quali non ho copia alcuna; e non ho potuto darvene ricordo meno importuno. Io vorrei che in cotesta città si facesse qualche stima di me, qualunque sia la mia fortuna; ma non ho potuto ancora vederne segno: ed ho molte cagioni da dolermi de la mia sciagura. Scriverò al signor cavalier Enea ed al signor Ercole Tasso. Fra tanto Vostra Signoria baci loro in mio nome le mani. Di Mantova, il 12 di ottobre 1591.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1355</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A DON NICCOLÒ DEGLI ODDI. Venezia, a Santa Lena</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Scrivo la seconda volta a Vostra Paternità: la prima lettera raccomandai a don Gregorio Capilluto, vostro monaco, teologo di Sua Altezza. Desidero d’esser avisato de la deliberazione de l’arcivescovo di Napoli, che ritorna di Polonia, dov’è stato nunzio molt’anni; cioè, quando pensa d’andare a Roma, e per quale strada. Mi sarebbe più caro invero un secreto aviso de l’animo suo, e de l’intenzione del serenissimo doge; cioè se venendo io a Venezia, mi darà luogo appresso Sua Signoria reverendissima in qualche convito o in qualche cerimonia: altrimenti non potrei venire con mia reputazione, se non incognito. Danari da ritornare a Napoli non ho, nè so dove trovargli: l’andare, se non fosse necessario, sarebbe volontario; però in tutti i modi ho voluto pregare l’arcivescovo, che mi conduca ne la sua compagnia, o mandi alcuno per me, co ’l quale possa assicurarmi di finire questo viaggio. Prego Vostra Paternità, che non manchi nè al mio bisogno nè a la mia riputazione; ma gli mandi l’inchiusa, non potendo presentarla di man propria. Al signor marchese di Ieraci sin ora debbo esser sospetto d’ingratitudine: ma Sua Eccellenza fra pochi mesi potrà esser più tosto certo de la mia morte, che dubbio de la mia volontà; e mi potrà vedere sconosciuto, ma non isconoscente. Vostra Paternità viva felice, e mi risponda subito. Da Mantova, il 16 d’ottobre del 1591.</p>
               <p TEIform="p">L’arcivescovo si fermò in Venda, villa del padovano: ora dicono ch’è in Venezia. Ma Vostra Paternità mi faccia favore di mandargli l’inchiusa, se dovesse mandarla a Napoli; e m’avisi del tutto.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1356</head>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mandai, già molti giorni sono, a Vostra Reverenza alcune mie canzoni da giugnere ne l’ultimo de la seconda Parte. Pregovi che mi diate avviso de la ricevuta, e non vogliate più lungamente tenermi sospeso per questo piacere ch’io v’ho dimandato. Io credeva che la dedicazione mi dovesse almeno dare utile di venticinque giuli; però non l’ho mandata ancora: ma ciò non importa, purchè maestro Comino si risolva a stampare. Ebbi similmente a’ giorni passati una tarda lettera del signor Ercole Tasso, al quale scriverò più lungamente con maggior commodità. Ora a tutti bacio la mano. Di Mantova, il 19 ottobre 1591.</p>
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               <head TEIform="head">1357</head>
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                  <salute TEIform="salute">A DON NICCOLÒ DEGLI ODDI. Venezia, a Santa Lena</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vostra Paternità o non biasimi il silenzio, o biasimi l’amicizia, ch’è un’elezione de la medesima vita, come si legge ne le definizioni di Speusippo: altrimenti io non potrei nè eleggere nè lodare la suavità, ch’è nemica del silenzio; e per consequente, sarebbe impossibile ch’io le fossi amico. Accusi più tosto le mie notturne doglianze e querele, con le quali io perturberei il silenzio de la luna, se nel suo cielo fosse silenzio; o lodi più tosto il silenzio, il quale è pace, come disse Giustino martire, e pace più alta e più maravigliosa d’ogni laude e d’ogni armonia angelica. E poichè non può procurar ch’io lodi la nostra amistà, e l’abitazione insieme di molti mesi, quanto ella medesima vorrebbe; si contenti ch’io ne taccia quanto estimo conveniente. Ora romperò il silenzio con le lettere solamente, s’elleno sono più vocali che mute: e pregovi che prendiate ogni mia lettera per argomento certissimo d’amicizia, dove deliberaste di far vita cortigiana: ma s’egli m’è lecito di scrivere il vero, la mia è più monastica de la vostra; perch’io vivo con maggior solitudine, e non posso accomunar quelle operazioni che sono proprie de la vita. Laonde, se questa mia vita non fosse contemplativa, non potrebbe essere altro che ferità. Ma non più di questo.</p>
               <p TEIform="p">Vi raccomando l’inchiusa al mastro di casa del signor Annibale di Capova, signor nobilissimo, e conosciuto per lo suo proprio nome; benchè non fosse stato nunzio nè arcivescovo, nè avesse avuto il padre duca nè avesse il fratello. È in Padova: desidero minuto aviso del suo stato, e particolarmente de la deliberazione di passar per Mantova, dove io credeva di farli riverenza: ma basta una lettera del suo mastro di casa, o d’altro servitor suo, o gentiluomo, del quale io sappia il nome. Compiacciami Vostra Paternità quanto può; e m’ami similmente. Di Mantova, il 22 d’ottobre del 1591.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1358</head>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io aveva già parlato al signor Fabio del negozio di Vostra Signoria, e prevenuto la sua dimanda, e forse il suo desiderio. Egli mi rispose, che Sua Altezza, a cui sono molto ben note le virtuose qualità di Vostra Signoria, la tratterrebbe senza dubbio, se venisse. Cercherò di nuovo occasione di parlarli; ma non voglio che ’l mio rispetto sia principal causa del trattenimento di Vostra Signoria, essendo lei per altro tanto sofficiente ed intendente, che Sua Altezza ne potrà esser molto ben servita. Parte dimane il messo: ed io oggi sono stato occupato ne le visite de’ forestieri, e travagliato da la mia solita indisposizione di corpo; però non le mando quel ch’ella disidera, ma l’avrà fra pochi giorni. Vorrei che le sue lettere, o le parole, fossero di maggiore autorità co ’l signor Fabio, che non son le mie. Io non posso parlarle se non del medesimo soggetto, e con la medesima opinione. E le bacio la mano. Da Mantova, il 23 di ottobre del 1591.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON NICCOLÒ DEGLI ODDI. Venezia, a Santa Lena</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Con l’occasione d’alcuni padri de la vostra religione, i quali sono ne la medesima libraria, di nuovo saluto Vostra Paternità, prima che la mia fortuna mi conduca fra i cocodrilli; dove, per timore almeno de le lor lagrime, sia costretto d’adorare il silenzio. Le raccomando ancora una lettera ch’io scrissi al mastro di casa de l’arcivescovo di Napoli; perchè la distanza fra Venezia e Padova non è così lunga, che Vostra Paternità non possa procurarcene risposta. Viva felice, e mi voglia bene. Di Mantova, il dì 24 d’ottobre del 1591.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1360</head>
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                  <salute TEIform="salute">A VINCENZIO GONZAGA, DUCA DI MANTOVA (Dedicatoria)</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non ho mai pensato di raccogliere da la violenza de la fortuna alcuna parte de le mie cose, o di me stesso, che non deliberassi insieme di consacrarlo a l’autorità ed a la virtù di chi può difenderla. Però supplico Vostra Altezza, che raccolga sotto la sua protezione questo primo libro de le mie Rime, da me stesso raccolte ed ordinate. In questo, Amore esce da la confusione, in quella guisa che da gli antichi poeti fu descritto che uscisse dal seno del caos. E benchè sia assai antico di tempo, e primo per età di tutti gli altri; nondimeno ne l’apparenza è assai giovine, e spera di piacere come cosa nuova. Vostra Altezza con l’autorità potrà difenderlo, co ’l sapere giudicarlo, con la cortesia raccoglierlo in guisa, ch’io non desideri nè altra difesa nè altro giudicio nè altra sodisfazione de le mie fatiche. Assai saranno elle bene impiegate, come Vostra Altezza non le disprezzi; e molto sicure da l’ingiuria del tempo e de la fortuna, quando non le rifiuti. Degnisi, dunque, che non solo di mia, ma di sua volontà escano in luce sotto il suo nome; sotto il quale niuna cosa indegna dovrebbe aver ardimento di comparire. E se, come dicono i filosofi, il lume è forma de’ colori; sia la sua grazia a guisa di sole, che illustri i colori di questa mia muta pittura: la quale l’offero come a principe intendentissimo de le scienze e de l’arti più nobili, ed amicissimo de le virtù e de le virtuose operazioni. Di Mantova, il primo novembre 1591.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1361</head>
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                  <salute TEIform="salute">A DON NICCOLÒ DEGLI ODDI. Venezia, a Santa Lena</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Il tempo è bonissimo, ed invita al viaggio: ed io mi rodo in questo riposo, e non ho pazienza d’aspettar la primavera in questo paese, la qual si dice ch’è sempre in Napoli: “<foreign lang="lat" TEIform="foreign">et alienis mensibus aestas</foreign>.” Qui è la state di san Martino, la qual ci dà licenza; ma non posso averla da gli altri, senza il favore de l’arcivescovo di Napoli. Di nuovo scrivo a Sua Signoria illustrissima, supplicandola che non voglia negare il suo favore a la mia giustissima causa. Caro padre, anzi carissimo, presentate di vostra propria mano la mia lettera a monsignor illustrissimo, e fate fede a Sua Signoria illustrissima, de la mia affezione e riverenza, ed a me del suo fermare o partirsi; e, s’è possibile, sottoscritta da testimoni. Io non fui mai tanto cauto, che facessi sottoscrivere uno scritto de’ ducento scudi, ch’io lasciai in Roma in deposito ad un amico, da altri che da lui medesimo. Però l’abbate di Santa Barbara dice, che non è autentico, e che è spirato il tempo. Laonde, se l’arcivescovo non mi vuol condurre sin a Napoli a tutte sue spese, io imploro la cortesia di qualche monaco, che mi doni quaranta o cinquanta scudi per il viaggio. Non posso lasciar la speranza di ricuperar la dote materna, senza diffidar de la giustizia e de l’amicizia, anzi de l’umanità de gli uomini. Però è necessario ch’io torni a Napoli. Avvisatemi de la deliberazione de l’arcivescovo, affine ch’io possa darne certa informazione al signor duca ed al signor principe di Molfetta; i quali, per soverchia gelosia de la mia salute, mi negano la licenza. Ed a Vostra Signoria bacio le mani. Di Mantova, il 5 di novembre del 1591.</p>
               <p TEIform="p">Ho due tamburi da portare, ed una tromba che non fa ancora strepito; nè ’l suo <emph TEIform="emph">taratantara</emph> sveglia i prelati dal riposo.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1362</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A ELEONORA DE’ MEDICI, DUCHESSA DI MANTOVA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">La mia fortuna m’ha costretto a giacere con fastidiosa infermità più volte per viaggio, ed in Fiorenza medesima, dov’io vivo ancora con la speranza de la sua grazia; e la supplico che scriva in mia raccomandazione al granduca, ed al signor duca suo marito, affine ch’io sia scortato dal suo favore non meno in Fiorenza ch’in Roma. Conserverò sempre memoria de la cortesia che l’è piaciuto d’usarmi, e de le sue parole, che sono il più stabile fondamento del mio stato; che non può più mantenersi, e minaccia ruina, se da la sua autorità non è sostenuto. Viva felice. Da Fiorenza, il 30 di novembre del 1591.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A FABIO GONZAGA. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Aspetto i quattro libri de le mie Rime, senza i quali non posso liberarmi da l’obligo de le promesse: e prego Vostra Signoria che li mandi in casa del signor cardinal Scipione, senza spesa de l’autore; o m’insegni come si possa non osservare quel che si promette: perchè de l’osservanza io sono maestro assai buono; ma del contrario non voglio avere altra scienza, o almeno altra pratica. De’ dieci donatimi da maestro Francesco, sono quattro o cinque libri de’ quali io non ritrovo il principio nè il fine. Non so di chi sia la colpa: mio certo è il destino; e sarà grazia di Vostra Signoria illustrissima il supplire a questo mancamento. Qui tutti stanno allegramente. Di Roma, il 5 di decembre del 1591.</p>
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               <head TEIform="head">1364</head>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">L’ultima lettera di Vostra Signoria ha saputo trovar la strada di venire a consolarmi in così lontano paese. Sono in Roma, e ’l signor Maurizio Cataneo m’ha albergato. E bench’io sia ancora annoverato fra’ servitori del signor duca, ho ricevuta questa cortesia da un gentiluomo de la patria, il quale solamente senz’altro può obligarmi a perpetua gratitudine. Del mio ritorno in Lombardia non sono ancora risoluto; ma seguirò o ’l comandamento de’ padroni, o ’l consiglio de gli amici: ma in tutti i modi desidero che si stampi in cotesta città la seconda parte de le mie Rime. De l’altre cose farò quella deliberazione che mi parrà migliore; e scriverò a Mantova, che mandino a Vostra Signoria un volume o due di quelli ch’ivi già sono stampati, de’ quali non ho potuto aver quella copia ch’io pensava, perchè io non avrei tenute le mani così strette con gli amici. Ma l’improvvisa partita m’ha fatto dimenticare di quel che Vostra Signoria avea dimandato, ed io promesso. Baci in mio nome le mani al signor cavalier Tasso, al signor Ercole, a i nipoti, al signor Agostino. E viva felice. Di Roma, il 19 di decembre 1591.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mando a Vostra Signoria la dedicazione de la seconda parte de le mie Rime, ed una canzone similmente a la signora duchessa di Mantova; la quale potrete stampare o non istampare, secondo che vi parrà meglio: ma la dedicazione, insieme con le altre Rime già mandate, desidero che si stampino in tutti i modi; e ve ne prego e gravo quanto posso, perchè non dovevate promettermi di nuovo cosa così certa, de la quale mi mettete un’altra volta in dubbio. Io credo che saranno stampate in quarto, acciochè la prima Parte sia conforme a la seconda; altrimenti non si potranno legare insieme. Aspetto ancora la copia di que’ due Dialoghi; e mi vi raccomando. Al signore cavalier Tasso baciate in mio nome le mani. Di Roma, il 20 di decembre 1591.</p>
               <p TEIform="p">II signor Maurizio mi darà informazione di quanto posso fare per suo servizio con l’illustrissimo signor cardinale Gonzaga, e con monsignor Papio; e non mancherò d’ogni caldo officio.</p>
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               <head TEIform="head">1366</head>
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                  <salute TEIform="salute">A ERCOLE TASSO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Di nuovo son ritornato a la corte di Roma, o più tosto a la città; ne la quale non estimo di fermarmi lungo tempo: ma prima ch’io mi parta, desidero di vedere stampata la seconda Parte de le mie Rime. Prego Vostra Signoria che solleciti lo stampatore e ’l reverendo Licino, il quale s’obligò a darmi questa sodisfazione; e si degni di correggere gli errori, de’ quali gran parte attribuisco a la mia fortuna: ma de le correzioni avrò obligo perpetuo a la virtù di Vostra Signoria. E le bacio le mani. Di Roma, il dì 20 di decembre 1591.</p>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">A ELEONORA DE’ MEDICI, DUCHESSA DI MANTOVA</salute>
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               <p TEIform="p">Non aspettava tanto favore da Vostra Altezza, quanto le è piaciuto di farmi: e se n’è stato cagione il mio allontanarmi da Mantova con tanta fatica, e con sì fastidiosa infermità, estimo fortunato ogni travaglio; e ringrazio Vostra Altezza che di nuovo abbia voluto consolarmi, e non meno lontano che presente. Ho dato questa mattina la sua lettera al serenissimo signor duca suo, senza dirli altro; parendomi che le mie parole fossero soverchie, doppo le sue raccomandazioni. Sua Altezza sa ch’io son poverissimo gentiluomo, e malsano molto, ed attempato ne l’infermità, e desideroso di que’ favori e di quelle grazie che son convenienti a’ gentiluomini d’età matura, com’io scrissi al signor Fabio Gonzaga prima ch’io tornassi a Mantova. Ora, ben ch’io pensi d’andare a Napoli, o di fermarmi in Roma insin ch’io abbia qualche risoluzione de’ miei negozi; nondimeno a Sua Altezza non sarebbe difficile in questa parte ancora darmi aiuto e favore. Io non ricuso alcuna grazia, ed ho animo capace di tutti gli oblighi: ma non ardisco di parerle presentuoso in cosa che non faccia o non ascolti volentieri; perch’io misuro la mia servitù più tosto co’ pochi meriti e co’ pochi servigi, che co’ molti anni di travaglio, o pur con la buona volontà, a la quale non si dà sempre il guiderdone. L’altra lettera, che Vostra Altezza scrive al granduca, sarà mandata da me, o serbata a migliore occasione. Piaccia a Dio, ch’io abbia tanto obligo a Vostra Altezza, quanto desidero ch’ella resti sodisfatta de la mia devozione: e se mancasse alcuna cosa a gli effetti, incolpi il mio poco valore, del quale non m’inganno punto; nè Vostra Altezza ne può essere ingannata. Ma s’io vaglio in alcuna cosa, avrò caro di poterlo mostrare in suo servigio: e la supplico che si degni d’accettare la seconda Parte de le mie Rime, che le sarà appresentata in mio nome, ed uscirà sotto il suo, che può dar vita ed autorità a le mie composizioni. Di Roma, il 24 di decembre del 1591.</p>
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               <head TEIform="head">1368</head>
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                  <salute TEIform="salute">A FABIO GONZAGA. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ne la mia partita di Mantova fui spesse volte per trovar Vostra Signoria; ma la mia fortuna l’ascose, o l’allontanò fuor di tempo: laonde io me ne venni senza avere alcun obligo a la sua cortesia, com’io aveva pensato, ed ella promesso. E mi dolsi molto, non dirò de la sua volontà, ma de la mia sciagura, e de l’occasione che mi sforzava a partire senza baciarle la mano. Ma perchè non mancano mai l’occasioni al cortese di mostrar la sua virtù, non dispero de le sue promesse: ma la supplico che voglia osservar quelle che più mi sono a cuore. Desidero che ’l primo libro de le mie Rime, stampato in Mantova, si divolghi in molti luoghi; e vorrei poterne donar cinque o sei, oltre quelli c’ho già donati, che sono a pena arrivati al numero di dieci: perchè se non sono stati cavati gli altri fuor del tamburo, il libraro errò nel conto. Vostra Signoria mi farà grazia a mandarmeli in tutti i modi, senza spesa de l’autore. Oltre a ciò, vorrei una copia del dialogo del Messaggiero, appresentato da me al signor duca di Mantova: e se per mezzo di Vostra Signoria posso avere questa sodisfazione, non stimerò d’averla sempre supplicata indarno. De l’altre cose mi rimetto al signor Costantino; il qual sa che la mia fortuna è per tutto la medesima. E le bacio la mano. Da Roma, il giorno di Natale del 1591.</p>
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               <head TEIform="head">1369</head>
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                  <salute TEIform="salute">A DONNA FLAVIA PERETTA ORSINA, DUCHESSA DI BRACCIANO (Dedicatoria)</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Le bellezze e il valore di Vostra Eccellenza, che risplende d’altissima parte, quasi in un teatro d’Italia; ha mossi i migliori ingegni di questa età a contemplare le sue virtù: ma la riverenza gli avrebbe constretti a tacere, ricoprendo sotto un umil silenzio i tanti vostri meriti, se la cortesia non gli avesse persuasi a ragionarne. L’hanno dunque lodata in molti modi, in varii componimenti, e con diverso artificio di poetare; ma co ’l fine istesso, di consacrare il suo nome a l’eternità. E dal primo ardire è nato il secondo, quasi frutto da fiore; perchè non contenti d’averla lodata, hanno ancor voluto publicar le sue lodi, che tanto sono inferiori a la persona lodata, quanto da lor medesimi è conosciuto. Ed io, come più ardito de gli altri, e come devotissimo ed affezionatissimo servitore de l’illustrissima sua Casa, presento queste rime a Vostra Eccellenza; perchè la virtù sua m’assecura, che non le debba esser discaro questo picciolo dono, che forse da la sua grandezza poteva essere disprezzato. Le bacio riverentemente la mano, pregandole dal cielo felicissimo corso di vita.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A MATTEO DI CAPUA, PRINCIPE DI CONCA. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">L’altra volta ch’io venni a Napoli, invitato similmente da Vostra Eccellenza, mostrai ardire maraviglioso, seguitando il mio viaggio senz’alcun’arme, e senz’alcuna paura de le minaccie d’un terribil naso, il quale sarebbe stato soverchio ad un rinoceronte. Ora, che sono alquanto più vecchio, e più debole, e più desideroso di comodo e di quiete, ho ceduto a lo spavento che mi davano gli occhi e le bocche; e confesso di non esser tanto animoso, ch’io m’assicuri in questo lungo cammino, se da gli occhi e da la bocca non sono parimente invitato: perchè sin’ora mi par di conoscere tanta discordia fra la mano di chi scrive e la bocca di chi porta la lettera, ch’io non posso confidar ne l’una, senza diffidar de l’altra. Che più? La bocca e la lingua sono in controversia; perchè la lingua afferma, la bocca nega; la lingua promette, la bocca toglie ogni speranza de le promesse; la lingua assicura, la bocca spaventa: ma la povera lingua è sola, e non ha altro aiuto che la mano che scrive. A l’incontra, gli occhi, il naso e la bocca hanno fatto lega per cacciarmi, ed esterminarmi affatto. Laonde io, se non vengo armato di qualche scimitarra contra la superbia del naso e de la bocca e de gli occhi, mi resterò a mezza strada, o non mi partirò. E se peraventura il naso volesse discoprire la fallacia de la lingua, in questa esamina fa mestieri d’eccellentissimo e di giusto giudice: perchè il confessare e l’affermare si convengono a la lingua; ed in questa occasione il naso si confessa, e la lingua non si cura di penitenza. Mi raccomando dunque a Vostra Eccellenza, supplicandola che mi sia lecito co ’l suo favore di trovare occhi e bocca e lingua così cortesi, come ho sempre desiderato: e se il naso vorrà concorrere più tosto a l’inganno che a manifestar la fraude, non sarà questo errore di grande importanza, nè la cortesia di Vostra Eccellenza degna di poca laude. E le bacio la mano. Da Roma, il 9 di gennaio del 1592.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA MANSO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">In me possono più i comandamenti di Vostra Signoria ch’i prieghi di qualunque altro, e più le sue persuasioni che l’altrui ragioni, quantunque accettate e credute da me: ma niuna cosa credo più certamente di questa, che Vostra Signoria sia tanto prudente per se stessa, quanto amorevole verso me; ch’io non posso errare ne l’ubbidirla. Verrò dunque quanto prima; e perciò ho trattenuto, insieme co ’l suo Campora, il Piccioli gentiluomo del signor principe, cui Vostra Signoria farà favore assicurare de la mia venuta.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ho avuto i sonetti e ’l libro, c’a Vostra Signoria è piaciuto di mandarmi; ma più mi sarebbe stata cara la risposta del signor Fabio, con la copia del Messaggiero, e co’ tre libri ch’io aspettava. Risponderò quest’altra settimana al padre don Felice: ora scrivo al signore Statilio assai brevemente. Piaccia a Dio, che nel suo pontificato succedano le cose così conformi al mio disiderio, come ne la creazione sono state conformi a l’opinione ch’io n’aveva. Pensate di qualche stanza per me, s’io risolvessi di venire a Roma. Il mio poema è finito: vorrei stamparlo co’ privilegi di Sua Santità e di Sua Maestà Cattolica e del granduca di Toscana: avvisatemi se fra gli amici di Sua Santità fosse il signor cardinale Gonzaga ed il Farnese; e se alcuno di questi sia stato fra gli escludenti di Sua Santità. Ne potrete avere informazione, se non da altri, dal nostro signor Maurizio, che sa tutte le cose. E vivete lieto. Di Napoli, il 5 di febraio del 1592.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A STATILIO PAOLINI, SEGRETARIO DI SUA SANTITÀ. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ringrazio Vostra Signoria che si sia ricordata di me ne la sua buona fortuna, come mi scrive il Costantino: ma essendo questa felicità quasi dovuta a’ meriti di Sua Santità ed a la virtù di Vostra Signoria, non è maraviglia che ella non abbia voluto dimenticarsi de la sua usata cortesia; e che la mutazione di tante cose non abbia potuto mutare la buona volontà che mi dimostrava. Io resto a Vostra Signoria obligatissimo di tanto favore; e prego Nostro Signore che mi conceda di poter manifestar più chiaramente l’allegrezza ch’io ho sentito di questa creazione, facendomi degno de la sua grazia e de la sua protezione. Di Napoli, il 5 di febraio del 1592.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A ENEA TASSO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Sarebbe gentile artificio il mio, s’io volessi sempre pregar gli amici e i parenti de le cose che non mi piacciono, perchè fossero fatte le contrarie sempre con la medesima intenzione di farmi dispiacere. Ma io non posso dissimulare. Desiderava che si stampasse la seconda parte de le mie Rime in quel modo ch’era stata disposta da me, e particolarmente con la Corona di dodici sonetti: altramenti, era il mio desiderio di farle proibire. Il Licino m’ha posto in obligo di supplicar per la proibizione. Se Vostra Signoria potrà mai mandarmi la copia di quel mio dialogo del Piacere, glien’avrò molto obligo. E le bacio la mano. Di Napoli, il 13 di febraro del 1592.</p>
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               <head TEIform="head">1375</head>
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                  <salute TEIform="salute">A GIANFRANCESCO ARRIVABENE. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Risposi la settimana passata a la lettera di Vostra Signoria quasi in burla, estimando che non si possa scriver più gravemente, senza qualche mala sodisfazione de gli amici e de’ padroni: ma non parendo d’aver sodisfatto a me stesso in cosa che tanto importa, di nuovo pregherò il signor duca e Vostra Signoria, che si contentino de la mia deliberazione. Io sono stanco de la fatica durata da me molti anni nel comporre: non sono atto al servire; laonde non potrei compiacere il signor duca nè con servizio alcuno, nè forse con alcuna composizione: non posso tollerar disagio nè indegnità senza infinito dolor de l’animo e del corpo. La lunghezza del viaggio mi spaventa; ma più l’aria di Mantova, o qual altra si sia la cagione per la quale sono stato vicinissimo a la morte.</p>
               <p TEIform="p">Non debbo mancare a me stesso nel procurare la dote materna; nè conceder che ne le cose giuste si debba mostrar soverchio timore, nè in altro modo ho da vivere, senza la cortesia de gli amici: onde, per tutte queste cagioni, penso di fermarmi a Napoli, o di non passar Roma, s’alcuna occasione mi costringesse a ritornare. Ma se in tanta distanza di paesi si può conservar la servitù co ’l signor duca, io non lascerò, in cosa ch’io possa, dimostrarle la mia devozione. E veramente io pensava che a’ servitori lontani ancora non si dovesse negar grazia da’ padroni, perchè a’ servigi de la penna non è necessaria alcuna vicinanza di luogo: anzi tanta è la sua virtù, che può far quasi presenti i lontani e vivi i morti, e collegar gli animi insieme con istrettissimi nodi d’amicizia, e placar l’ire e gli sdegni di tutte le offese. Ma io mi avveggio di prometter quasi quello ch’io non posso osservare: però, non promettendo a Vostra Signoria parte alcuna de le mie fatiche, mi prometterò de la sua grazia quanto a lei medesima parrà conveniente.</p>
               <p TEIform="p">Frattanto Vostra Signoria e tutti gli altri m’aiutino a non disperare de la sua benignità e cortesia. E le bacio la mano. Di Napoli, il 20 febraro del 1592.</p>
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               <head TEIform="head">1376</head>
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                  <salute TEIform="salute">A ***. Mantova</salute>
               </opener>
               <quote rend="block" TEIform="quote">
                  <l part="N" TEIform="l">Tarde non furon mai grazie divine.</l>
               </quote>
               <p TEIform="p">Tale è veramente la grazia del signor duca di Mantova, poichè s’è ricordato di me, essendo io in Napoli, dov’io credeva che pensasse piuttosto ad ogni altra cosa. Ringrazio Sua Altezza che non mi escluda da quella speranza ch’io ebbi sempre de la sua cortesia, e direi del suo servizio; s’io fossi atto a servirlo in cosa alcuna. Ma io non posso nè servire, nè componere, nè vivere a voglia d’altri, nè fare e patire cosa alcuna che non mi piaccia. Però supplico Sua Altezza, che non ricerchi da me cosa ch’io non possa per suo servizio o per sua sodisfazione. In Napoli non mi fermerò lungamente, s’io non trovo o giustizia o amicizia: nè potendo esser gentiluomo napoletano, cercherò di esser cittadino o del mondo o di Roma, che tanto monta; perchè in Roma è il mondo sensibile quasi in uno esemplare. Ma se per vincer la lite in Napoli fosse necessaria o almeno utile la grazia di Sua Altezza; io mi raccomando a la signora duchessa, a Vostra Signoria, a tutti gli amici ed a i parenti di Lombardia, non che al signor Alessandro Grassi, portatore de la sua lettera; il quale, volendo essere riportatore de la presente, potrà montare in posta sempre che gli pare.</p>
               <p TEIform="p">Signor mio caro, io son capital nemico de la fatica e del disprezzo, e non ricevo altro che piacere onorato ed onor piacevole: però prego Vostra Signoria che non impedisca questo fine, perchè se a le operazioni de gli uomini non fosse proposto qualche fine, niuno si moverebbe. Il nocchiero non navigherebbe, se non sapesse il porto; e il peregrino non andrebbe errando, senza notizia del tempio nel quale deve consacrare i voti: e in tutte le umane operazioni similmente è necessario, che l’uomo si proponga il termine de le sue fatiche. Io non posso affaticarmi invano, nè tender l’arco de’ miei pensieri se non a qualche bersaglio. Questo segno mi sono proposto: piacere ed onore. Chi vuol muovermi, bisogna che m’inviti ad uno di questi due; e non si parli più de gli altri. In Napoli non penso se non di vincer la lite, per darmi almen buon tempo quanto posso. Non voglio supplicar Sua Altezza di cosa che non gli piaccia, sperando che non voglia comandarmi cosa che mi dispiaccia, perch’io l’avrei obbedito contra il mio gusto. Stimo nondimeno tanto la cortesia del richiamarmi, che per l’avvenire mi riputerò più obligato per suo servizio, che non ho fatto per l’addietro. Ed a Vostra Signoria mi raccomando, e a tutti i principali di Mantova: e li prego che mi lascino almeno dormire. Di Napoli, il 21 di febraio del 1593.</p>
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               <head TEIform="head">1377</head>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vostra Signoria m’invita al comporre, ed io n’ho poca voglia, per l’indiscrezione de le genti: tuttavia farò il sonetto che desidera (chi può negare al mio Costantino alcuna cosa ch’egli chieggia?); e ’l manderò per quest’altro ordinario, se altro non succede: intanto apparecchiate voi, c’avete più d’ozio e d’eloquenzia, la lettera e la dedicazione. Vi ringrazio de la stanza, e non la ricuso. Al signor Antonio Gherardo mi raccomando. In quanto al servitore, giacchè mi fate piacere di pigliarvene pensiero, il vorrei mantovano. Non si maravigli, s’io mi son mutato d’opinione: e forse invano cerco l’idea del servitore, come si cercherebbe de la febre o del mal di costa, se non si ritrovasse in Ippocrate: potete conferire con l’Alario questo mio secreto. Baciate in mio nome le mani al signor cardinale Gonzaga, ed al Farnese: e procuratemi risposta de la lettera ch’io scrissi al segretario di Sua Santità. E vivete lieto. Di Napoli, il 21 di febraio del 1592.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A FRANCESCO POLVERINO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Prego Vostra Signoria che mi trovi per un quarto d’ora l’Istoria Sacra di Guglielmo arcivescovo di Tiro, e la mandi a casa del signor principe, se dovesse in ciò affaticare tutti gli amici miei e suoi, e particolarmente il signor Orazio Feltro. L’aspetto con impazienza d’ogni indugio.</p>
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               <head TEIform="head">1379</head>
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                  <salute TEIform="salute">A STATILIO PAOLINI, SEGRETARIO DI SUA SANTITÀ. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Niuno in questa città s’è più di me rallegrato per l’elezione di Sua Santità; e niuno si può più dolere de la sua infermità: perch’io me ne doglio e me n’affliggo oltramodo, essendo questo effetto di mestizia molto più conforme a l’animo mio, ed a la mia presente fortuna. Le desidero lunghissima vita; e prego Iddio che faccia vano il giudicio de gli astrologi e vero il mio, e quella opinione ch’io ho sempre avuta de la sua cortesia, ed ora debbo avere de la sua clemenza. Ha Sua Santità eletto nome al quale dee corrispondere con l’animo, e con gli effetti, e con l’autorità; e superare quella espettazione che si può avere de la sua bontà, come ha superato ogni invidia ed ogni umana grandezza. Niuno pregherà Iddio per la sua salute con miglior volontà de la mia: e mi doglio d’esser peccatore, più per dubbio di non essere esaudito ne la sua malattia, che per la mia propria infermità; se pur è vero che “<foreign lang="lat" TEIform="foreign">Deus peccatores non exaudiat</foreign>.” Piaccia a Sua divina Maestà di guardar me dal peccato, e Sua Beatitudine dal pericolo minacciatole da le stelle e da gli influssi celesti. Verrò volentieri a baciarle il piede, quando potrò farlo con sua grazia. Fra tanto, a Vostra Signoria bacio la mano; e la prego che mi conservi ne la sua memoria. Di Napoli, il 6 di marzo del 1592.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">La conclusione è questa, ch’io vorrei o dal signor duca di Mantova, o dal signor Fabio Gonzaga, per mezzo di Vostra Signoria, trenta scudi, promessimi per il mio viaggio; benchè sian pochi: perchè veramente non me ne bastorono quaranta. Rispondo, poi che così volete, a quel signore ch’è stato meco tanto scarso de’ suoi favori; ma fate opera ch’io sia sodisfatto in questa mia picciola dimanda. Napoli non concede quel premio a le virtù de l’animo, che devrebbe; ma vorrebbe premiar l’opere. Laonde diverrò un de la setta de gli stoici, per difender che la felicità non consista ne l’operare, ma ne la virtù. Se potesse essere alcuna concordia fra la dottrina di Cristo e l’ignoranza de gli Epicurei, sceglierei quel motto fra tutti gli altri: “<foreign lang="lat" TEIform="foreign">Vive hodie</foreign>;” e v’aggiungerei, “<foreign lang="lat" TEIform="foreign">tamquam cras moriturus</foreign>.”</p>
               <p TEIform="p">Mi rallegro sommamente che ’l signor cardinale Gonzaga v’abbia chiamato a’ suoi servigi con così onorato partito; e non so qual de’ due abbia fatta migliore elezione: ma io vorrei pur camera polita nel mio ritorno; nè penso in alcun modo d’essere il riccio. Non posso più fare un verso: la vena è secca, e l’ingegno è stanco; nè può riposarsi in altra parte, che ne la contemplazione de le cose divine. Farò i sonetti, quando potrò: fra tanto vi ricordo l’idea. Baciate in mio nome il signor Giorgio: “<foreign lang="lat" TEIform="foreign">cupio hominem suaviari</foreign>.” E vi raccomando quanto più possa la lettera del segretario del papa. Di Napoli, il 12 di marzo del 1592.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Non ho fatto il sonetto, ma non mancherò quest’altra settimana. Disidero la grazia di cotesto cardinale, non meno ch’io faccia quella del cardinale Gonzaga: e non posso dir più, perchè non trovo iperbole che trapassi questo segno; s’io non volessi alzarmi a le cose divine, come è la grazia di Sua Santità. Son sollecito oltre modo de la sua salute: e pregherò Iddio per la sua sanità. Disidero che Vostra Signoria m’introduca a baciarle i piedi. Salutatemi il signor cavalier de’ Pazzi: al signor Fabio Gonzaga non so che rispondere, non volendo corrispondere con gli effetti a le sue e vostre promesse. Di tre o quattro di quei miei libri avrei bisogno: fateli per cortesia mandare almeno sino a Roma. Procuratemi, vi prego, risposta de l’inchiusa a monsignor Statilio; al quale quest’altra settimana mi sforzerò di mandare un sonetto. E baciate le mani al signor Giorgio. Di Napoli, il 16 di marzo del 1592.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL CARDINALE SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
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               <p TEIform="p">Mi trattengo in Napoli più ch’io non credeva, con poca speranza de la mia lite; benchè mi sia affermato per cosa certissima, ch’io non posso perdere due mila scudi, o più, de la dote materna: ma perdo il tempo, ch’è più prezioso del danaio; e le lunghe speranze mi sono quasi disperazione. Il re aveva scritto al vicerè, ad instanza del signor duca d’Urbino, che facesse spedire questa causa sommariamente: ma la lettera di Sua Maestà non fu appresentata; e molti impedimenti sono interposti fra la sua commissione e l’esecuzione. La copia si restò in mano del signor Ferrante, fratello di Vostra Signoria illustrissima; e se volesse rimandarla, potrei almeno aver meco un testimonio de la verità. Lettere di raccomandazione del signor duca d’Urbino a Sua Eccellenza mi sarebbono carissime; e quelle di Vostra Signoria illustrissima ancora: benchè non so quanto potessero giovarmi a la spedizione. La supplico nondimeno, che faccia e per se stessa e co ’l mezzo del suo ambasciadore, quel che stima più convenirsi a la servitù ch’io ho con l’uno e con l’altro assai antica, benchè molto interrotta da la mia fortuna. Ma non potendo aver lettere dal signor duca d’Urbino, mi faccia grazia d’aggiungere a le sue quelle del cardinal Dezza, o de l’arcivescovo di Monreale. E bacio a Vostra Signoria illustrissima la mano. Di Napoli, il 20 di marzo del 1592.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Roma</salute>
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               <p TEIform="p">Aspettava che mi rispondeste d’avere avuta l’altra lettera ch’io scriveva al segretario del papa, e presentatagliele in mio nome. Vorrei in ogni occasione del mio ritorno a Roma, che sarà forse tosto, avere una camera nel munistero del Popolo, co ’l favore del signor Giovan Batista Cerasola; o quell’altra promessami dal signor Alario ne la Consolazione. Pregatene l’uno e l’altro da mia parte: e date l’inchiusa al signor cardinale Gonzaga. E vi bacio la mano. Di Napoli, il 20 di marzo del 1592.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mi sono rallegrato de le nozze del signor cavalier Lucillo, perchè sempre ho portato affezione al signor suo padre, a’ fratelli e a tutta la sua casa; ma non è possibile che per questa settimana mandi composizione alcuna: tanto sono occupato in altro. Mi sforzerò di comporre, questa che segue, alcuna cosa in quest’occasione; e benchè sia la Santa, le nozze (come sapete) non sono profane, ma sacre. Ma volendo imitar le poesie de’ gentili, sarà meglio ch’io aspetti dopo pasqua, sino a quel tempo nel qual si può consumare il matrimonio. Allora non mancherò di quel ch’io debbo. Fra tanto baci in mio nome le mani al padre ed al figliuolo, e si rallegri di questa loro allegrezza; de la quale per la lontananza non posso partecipar quanto vorrei. Prego Vostra Signoria che non voglia incomodarsi con l’andare a Mantova: mandi il libro a la signora duchessa; a me, i due dialoghi tante volte promessi. Farò l’officio co ’l signor cardinale Gonzaga; e manderò le corde di Roma (ove spero di andare fra pochi giorni), perchè ivi sono migliori. Fra tanto le bacio la mano. Di Napoli, il 27 di marzo 1592.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Non mando versi, nè altra risposta; perch’io medesimo vorrei venire a Roma questa settimana, s’io potessi. Ora sono stanco di scrivere, come di tutte l’altre cose; però Vostra Signoria mi raccomandi al signor Giorgio. Quest’altra settimana verrò senza fallo, se pur questa fussi ritenuto. Ringraziate in mio nome il segretario di Sua Santità. La deliberazione di casa, che tanto m’importa, non si può fare in altro luogo ch’in Roma, e co ’l parere del signor cardinale Gonzaga, nostro padrone: e se, dopo tante mie sciagure, non mi risplende un giorno lieto, non crederò più ne la fede de gli uomini; benchè mille non basterebbono a rallegrarmi, o a consolarmi; e peraventura io non ne ho tanti di vita. A Vostra Signoria bacio la mano. Di Napoli, il 2 di aprile del 1592.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Verrò, s’io posso, quest’altra settimana; come sarei venuto questa, s’avessi potuto. Mi conviene andar differendo in questa maniera la mia venuta d’una in un’altra settimana; ma queste dilazioni avranno ben tosto fine, a Dio piacendo. Mi rallegro che Vostra Signoria abbia tanta autorità co ’l signor cardinale nostro padrone; onde potrà agevolmente farmi mettere in ordine le stanze ch’io disidero: e di ciò le avrò grande obligo. Raccomandatemi al signor Giorgio: date l’inchiusa al signor cardinale; e vivete lieto. Di Napoli, il 10 d’aprile del 1592.</p>
               <p TEIform="p">Ho scritto a Vostra Signoria molte lettere, de le quali sin’ora non mi ha mai accusato la ricevuta: di grazia, me ne dica una sola parola, per liberarmi di quel travaglio d’animo, che suol recare l’incertitudine in simil materia.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Non ricercate altro avviso, se non ch’io disidero di venire a Roma co ’l medesimo disiderio ch’ebbi sempre de la grazia del signor cardinale nostro padrone, e di quella di Sua Santità. Son trattenuto sotto pretesto di cortesia; ma questo è un far forza a gli uomini. Verrò dunque co’ miei impedimenti, fra’ quali è grandissimo il mio tamburo, se mi sarà conceduto ch’io possa spedirmi questa settimana, o l’altra: altri impedimenti diversi non mancano, li quali lascerei tutti addietro; tanta è la speranza ch’io ho ne la clemenza di Sua Santità: e quasi mi doglio di non averle fatto ingiuria, perchè non le ho data occasione di usarla meco, sì come fa con tutti gli altri. Pregai il signor cardinale Gonzaga, che scrivesse in mia raccomandazione al vicerè; ma se vorrà favorirmi co ’l signor cardinal Gesualdo, o con l’arcivescovo di Napoli, io arriverò a Roma senza fallo. Vi raccomando l’inchiuse, e vi prego caldamente che ne cerchiate la risposta. Da Napoli, il 17 di aprile del 1592.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A STATILIO PAOLINI, SEGRETARIO DI SUA SANTITÀ. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io mi vergogno de la mia poca sufficienza, e del poco ardire; che sono le due principalissime cagioni che m’hanno ritenuto da lo scrivere al papa. Ma dove hanno mancato le mie lettere, o le mie composizioni, vorrei supplire con la presenza, venendo a baciare i piedi a Sua Santità; perchè altra speranza non può condurmi a Roma, nè altra ragione: tutte le altre potrei ritrovare così in Napoli, come ne lo Stato de la Chiesa; ma sono impedito nel venire, e quasi ritenuto. Però prego Vostra Signoria reverendissima che si degni di comandarmi in nome di Sua Beatitudine, ch’io venga; a fine che questo comandamento mi sia in vece di libertà e di licenza. Ma s’oltre a ciò si degnerà di scrivere in mia raccomandazione al nunzio o a l’arcivescovo, io n’avrò grandissimo obligo a la sua cortesia. E le bacio la mano. Di Napoli, il 17 di aprile del 1592.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A STATILIO PAOLINI, SEGRETARIO DI SUA SANTITÀ. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Non posso acquetarmi senza la grazia di Nostro Signore, e desidero di venire a baciargli i piedi. E se con questo desiderio solo potessi sodisfare a tutti gli altri, la mia sarebbe soverchia felicità: ma non credo di poter tanto. Però prego Vostra Signoria reverendissima che scriva in mia raccomandazione a l’arcivescovo di questa città, o al nunzio, accioch’io sia favorito nel ritorno, ed in alcun bisogno sovvenuto. E le bacio la mano. Di Napoli, il 20 di aprile del 1592.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL CARDINALE ANTONIO GESUALDO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ho sempre voluto serbarmi i favori e le grazie di Vostra Signoria illustrissima ne’ miei maggiori bisogni. La supplico ora, che le piaccia di scrivere in mia raccomandazione al signor principe di Conca, acciochè Sua Eccellenza si contenti ch’io venga a baciarle la mano co’ miei usati impedimenti; perciò che questo non è minor desiderio, che quel di baciare i piedi a Sua Beatitudine. Tutte le ragioni mi persuadono al ritorno; tutte le violenze mi ritengono: ma non è alcuna maggior violenza de l’amor ch’io porto al signor principe suo nipote. Però questa dovrebbe superar tutte l’altre. A Vostra Signoria illustrissima mi raccomando, e le bacio umilmente la mano. Di Napoli, il 20 d’aprile del 1592.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A ORAZIO FELTRO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Siamo trattenuti in Mola per timor di Marco di Sciarra, il quale è in questi confini con gran numero di banditi, come dicono; e ieri uccisero molti uomini di questa terra, altri condussero prigioni. Laonde si dovrebbe far subita provvisione, acciochè questa non fosse simile a la guerra di Spartaco. Mi dolsi di ricusare alcuna parte de la cortesia del signor Giovan Battista Manso; ed ora più me ne doglio, perchè l’occasione di spendere è prontissima. Vostra Signoria mi avvisi se l’arcivescovo di Napoli mi farà grazia di darmi una buona camera nel suo palazzo de l’arcivescovado; perchè altrimenti io non posso pensare al ritorno. Se la lite si può finir per procuratori, in manderò di Roma la procura al signor vostro fratello. Ieri mi parve d’esser affatto infermo: oggi mi sento alquanto meglio, e spero d’arrivare a Roma sano. Consolatemi con le vostre lettere, e baciate in mio nome le mani al signor Giovan Battista Manso, ed al signor Annibal Gambacorti, i quali non han voluto ch’io mi parta disperato de la cortesia napolitana. Da Castiglione, il 28 d’aprile del 1592.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A ORAZIO FELTRO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Questa comincia a prender forma di guerra, perchè Marco di Sciarra non vuol disloggiare, ed ogni giorno si scaramuccia, e (come dicono) con qualche uccisione de’ nostri. Laonde l’altra sera questa terra risonava tutta di gridi e d’ululati feminili, perchè a quelli del Castiglione era tocco il primo danno. Io voleva andar innanzi, ed insanguinar la spada donatami da Vostra Signoria; ma fui ritenuto da gl’impedimenti: e se in questa occasione non mi fanno di Crasso, la guerra potrebbe andare a lungo, ed io restarmi qui con molto disagio; alloggiando a discrezione non mia, ma de’ giurati, i quali non mi hanno escluso, ma non vorranno trattenermi sinchè il paese sia assicurato. Grande errore fu il mio a non pigliar tutto quello che mi voleva donare il signor Giovan Battista Manso, perchè non ho danari che mi bastino per andare innanzi; e tornar indietro non debbo nè voglio, se l’arcivescovo non mi fa grazia d’una camera ne l’arcivescovato, perchè a l’altre cose necessarie potrà supplire o la mia industria o la cortesia di tanti signori: ma di quella del signor principe di Conca non voglio far nuova esperienza, nè dargli occasione che faccia un’altra volta ingiuria a la filosofia. Ma si potrebbe tentar di lontano l’animo suo con maggior mio riposo, e se pensa a la sodisfazione che ha promesso di darmi. Oltre l’altre cose, mi promise una coppa d’argento, ovvero una tazza, la qual desidero che Vostra Signoria si faccia dare in tutti i modi, e me la serbi sino al mio ritorno, o me la mandi con l’altre. Scrivo una lettera di credenza a l’arcivescovo: Vostra Signoria, ch’è informatissimo di tutti i miei pensieri, si contenterà di presentargliela. Faccia le mie raccomandazioni al signor don Giulio Gesualdo, al signor Giovan Battista Manso, ed al signor Annibal Gambacorti; ed insieme con tutti questi signori, mi raccomando a l’altro procaccio, se questo pensasse di tornare indietro, e di lasciarmi qui impedito: perchè in tutti i modi vorrei finire il viaggio incominciato, senza disperare il ritorno. Il principe di Conca, che poteva lasciarmi andar molto prima in compagnia più nobile, e con maggiore mia sicurezza, è stato la cagione di questo mio infelice viaggio. Però a Vostra Signoria ed a tutti gli altri mi raccomando. Da Castiglione, il 29 d’aprile del 1592.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIULIO SEGNI. Bologna</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Nel mio ritorno di Napoli credeva di trovare in Roma alcuni volumi de le mie Rime, mandatimi dal signor Fabio Gonzaga, quali furono portati in casa di Vostra Signoria in Bologna. La prego che non voglia, per quanto è in lei, tenere occulta la fama de l’autore, o le sue fatiche quasi sepellite: però si contenti di mandarli in Roma. Se mai vincerò la mia lite, come dicono, mi ricorderò del debito il quale ho con Vostra Signoria. Fra tanto ho bisogno de l’aiuto di ciascuno. Il signor Costantino m’ha salutato in suo nome; ed ora saluta Vostra Signoria con la mia penna: ed insieme le bacio le mani. Di Roma, il 9 di maggio del 1592.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A ORAZIO FELTRO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">La mia fortuna m’accompagna per tutto, o piuttosto mi persegue; e se la cortesia del signor Cintio, nepote del papa, non mi desse qualche speranza, sarei disperato d’ogni altra cosa. Ma non posso far alcuna ferma deliberazione di fermarmi; e se non potrò da la cortesia de’ signori napolitani esser persuaso al ritorno, sarò forse sforzato da la necessità. Il signor don Giulio doveva favorirmi co ’l signor cardinale suo fratello, come m’aveva promesso; e mi trovo ingannato da le promesse. Laonde essendomi mancato l’alloggiamento in casa di questo illustrissimo signore, mi pare che mi sia mancata ogni comodità di trattare i miei negozi. Prego Vostra Signoria ch’in mio nome voglia ridurli a memoria la sua promessa; ed io n’aspetto risposta o di parole o d’effetti, o da lui o da Vostra Signoria medesima. Avrò grand’obligo a monsignor illustrissimo di Napoli d’ogni favore che vorrà farmi co ’l signor principe di Conca suo parente; e la sodisfazione che mi promette, sarebbe necessaria, e quasi debita al mio merito, ed a la grandezza de l’animo suo e de la fortuna; de la quale assai picciola parte sarebbe la coppa, o la tazza d’argento, che mi promise. E non potendola mostrar in Roma, non posso dissimular le mie male sodisfazioni. Di due camere in Sant’Anello o ’n San Pietro a Maiella sarei contentissimo, e manderei innanzi alcune casse dei miei libri: ma sono ancora sì stanco, e sì mal concio da questo viaggio, che non potrei venir senza lettica. Ancora non ho potuto far un verso: i primi saranno mandati a Napoli. Frattanto Vostra Signoria mi tenga in grazia del signor Giovan Battista Manso, e del signor Annibal Gambacorta; e ringrazi l’uno e l’altro de la profferta. Mandi lo schizzo de la procura, la qual io manderò al signor Fabrizio suo fratello, se non potrò venire; nè venir posso senza supplicare: ma ’l supplicare a’ signori napolitani non estimo che sia congiunto con alcuna indegnità, de la quale sono stato nemico, quanto amico de la nobiltà. Ed a Vostra Signoria bacio la mano. Da Roma, il 14 di maggio del 1592.</p>
               <p TEIform="p">Monsignor illustrissimo di Napoli non m’ha voluto far grazia di risposta, bench’io avessi creduto che dovesse preporre la mia salute a la comodità di molti; ma se vuole ch’io dia intiera fede a le parole di Vostra Signoria, m’acqueterò a le sue risposte.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIULIO SEGNI. Bologna</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Pregai Vostra Signoria a mandarmi i tre volumi di mie Rime, mandatimi dal signor Fabio Gonzaga. Ora la riprego del medesimo favore. Veramente sono pochi a’ molti amici ch’io vorrei guadagnarmi in questa città: però gli aspetto. E le bacio la mano. Di Roma, il 22 di maggio del 1592.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A FRANCESCO POLVERINO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Cara m’è la memoria che Vostra Signoria tiene di me; ma quella del signor principe di Conca vince tutte l’altre: però da uno smemorato, come sono io, non le può esser ricordata cosa alcuna ch’egli non sappia a mente; e non ha bisogno di cedola, o di scritto, o d’altro memoriale. Ma queste cose a me sarebbono necessarie. Il mio viaggio non è stato felice com’io credeva; ed ancora me ne risento. Al papa non ho ancora baciati i piedi, ed aspetto di farlo con maggiore sanità. Prego Vostra Signoria che dica al signor Orazio, ch’egli è stato il primo a non osservarmi le promesse, non rispondendo a le mie lettere, almeno a quelle che gli ho scritto di Roma. L’amicizia sua, e quella di Vostra Signoria, e de gli altri, poichè non ha potuto giovarmi dappresso, dovrebbe giovarmi da lontano; ed io riceverei in luogo di giovamento ogni utilità o sodisfazione c’a me ne venisse. Non lasci occasione degna del suo bello animo, e de l’affezione che mi porta, particolarmente quando parla di me co ’l signor principe, o con altri di cotesti signori. E viva lieta. A’ signori suoi fratelli bacio la mano. Di Roma, il 24 di maggio del 1592.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1397</head>
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                  <salute TEIform="salute">A GIULIO SEGNI. Bologna</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vostra Signoria, in tutte le parti ch’io sia, si ricorda di me; ed io in ogni luogo conservo memoria de la sua cortesia: ma questa sola differenza è fra noi, ch’ella può sempre esser cortese nel medesimo modo; a me non è conceduto d’esser grato quanto vorrei. Son ritornato in Roma con le medesime speranze, le quali ormai son troppo invecchiate, e vicine al verde. Monsignor Papio è quell’istesso con tutti, e meco, e degno d’esser celebrato da più felice stile, com’è quello di Vostra Signoria. Aspetto i volumi de le mie Rime. E le bacio la mano. Di Roma, il... di maggio del 1592.</p>
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               <head TEIform="head">1398</head>
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                  <salute TEIform="salute">A GIULIO SEGNI. Bologna</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ho avuti i tre libri, mandatimi da Vostra Signoria; de’ quali io la ringrazio, benchè siano venuti assai mal conci da la pioggia. Io penso di fermarmi in Roma, se da la mia fortuna mi sarà conceduto; dove mi sarà data ogni occasione di mostrarle l’affezione ch’io le porto, e d’usarle quell’istessa cortesia per la quale io le sono obligato. Fra tanto le bacio la mano. Di Roma, il 3 di giugno del 1592.</p>
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               <head TEIform="head">1399</head>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ancora aspetto il libro de le mie Rime, che doveva essere stampato avanti pasqua; e i miei Dialoghi tante volte promessi. Se volete c’ogni mia aspettazione sia vana, perch’io ritorni a Bergomo, non mi lascerò ingannare così di leggieri. Voi perdeste l’occasione di questo autunno passato, ch’era la vostra ventura, e la mia consolazione: ora non è possibile che n’abbiate un’altra simile; perchè è necessario ch’io aspetti: e se la fede può muovere i monti, muovasi quel di Bergomo, e vi conduca in cima la cappella a vedermi. Fra tanto mi sarà passata la collera; perchè ora sono oltra misura sdegnato con la malizia di molti di cotesta città, per non usare alcuna parola più grave, e più atta a significare la natura d’alcuni e di colui particolarmente che voi potete molto bene imaginare. Ma per amor di monsignor Maffetto perdono a gli altri: ma del signor cavaliere Enea, e del cavalier Lucillo suo figliuolo desidero la grazia quanto posso, non sol quanto debbo. Mandate la seconda parte de le Rime, et i Dialoghi similmente, senza nuovo indugio, e per la più sicura strada, accioch’io non cominci a lamentarmi di voi più che di qual si voglia altro che m’abbia mal trattato. E ricordatevi che l’aspettar m’incresce più d’ogn’altra cosa. Di Roma, il 6 di giugno del 1592.</p>
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               <head TEIform="head">1400</head>
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                  <salute TEIform="salute">A FRANCESCO POLVERINO. Napoli</salute>
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               <p TEIform="p">Vostra Signoria mi persuade a cosa tutta contraria al mio antico proponimento, perch’io sempre deliberai di viver la state in Napoli, ed il verno in Roma; ed in questa guisa compartir la mia vita fra l’ozio e ’l negozio de l’una e de l’altra nobilissima città; se pur la contemplazione è ozio, com’io estimo, e negozio l’azione. Di questa corte almeno potessi dire “<foreign lang="lat" TEIform="foreign">Nobis Deus haec otia fecit</foreign>.” Ora sono in casa de’ nepoti di Sua Santità, dove io pensava di tornare questo verno senza fallo; sperando che non debbano sdegnarsi che la mia indegna e bassa s’appoggi a l’altissima fortuna de l’uno e de l’altro, la quale è congiunta con la propria virtù, non solo co’ meriti di Sua Santità. Questo mese credeva di venire a Napoli avanti san Giovanni, senza portare cosa alcuna, se non l’affezione ch’io porto a la città di Napoli ed a’ signori napolitani, e la opinione del lor valore e de la cortesia, e la stima ch’io sempre n’ho fatta; perchè queste cose sono più mie de’ miei componimenti medesimi. I beni de la fortuna mi fur negati ne la fanciullezza, e non mi sono conceduti in questa mia quasi decrepità, affrettata da la fortuna molti anni avanti il tempo; e non importa se li posseda il re di Napoli, o i principi, o i cavalieri napolitani. Napoli mi niega se stessa, e me medesimo: o mi renda quel che di me l’ho conceduto, con tante sue lodi, nel mio poema, ed in altre composizioni; o mi faccia parte de le sue delizie e de le sue grandezze, de le quali in Roma ancora si può godere. Lo scrivo a Vostra Signoria, non perch’io desideri da lei altro che duo o tre vasi di conserva; ma perch’il dica al signor principe di Conca, ed a tutti que’ signori, i quali hanno di me qualche cognizione: e mostri questa lettera per testimonio de la verità. Il parlar o lo scrivere di lite è cosa importuna, senza certa speranza di vincerla. Vostra Signoria si contenti di baciare in mio nome le mani al signor Fabrizio Carrafa, al signor Giovan Battista Manso, ed al signor Orazio Feltro, ed a’ signori suoi fratelli. E viva lieto. Di Roma, il 12 di giugno del 1592.</p>
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               <head TEIform="head">1401</head>
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                  <salute TEIform="salute">A FILIPPO SPINELLI, ARCIVESCOVO DI RODI</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io aspettava che Vostra Signoria illustrissima mi consolasse con le sue lettere; e non solamente con la sua cortesia, ma con l’altrui, la quale è meno aspettata, benchè sia più dovuta. La coppa mi sarà cara, quasi un testimonio de la sua benevolenza, o un pegno de la sua cortesia. De la mia fortuna ancora sono incerto; ma pende da la volontà di Sua Santità, ne la quale m’acquieterò. Già sono stato raccolto dal signor Cintio, suo nipote, al quale ho questo primo obligo. Gli altri favori e la salute istessa aspetto da la sua grazia, e da quella di Nostro Signore. A Vostra Signoria illustrissima bacio la mano. Di Roma, il 12 di giugno del 1592.</p>
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               <head TEIform="head">1402</head>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA MANSO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Sempre Vostra Signoria aggiunge cortesia a cortesia, ed obligo ad obligo; ma a lei è facile l’usar liberalità, a me difficile il sostener tanto peso. E benchè mi facesse dono di tutti gli oblighi miei, questo medesimo dono m’obligherebbe perpetuamente: ma se io son nato con questo destino, d’esserle sempre obligato; ringrazio il cielo, perchè non poteva ciò avvenirmi per la cortesia del più gentil cavaliero. Ma non posso affermare l’istesso de’ molti, ne’ quali io desiderava non minor cortesia. Io ho grandissimo desiderio di godere il suo bellissimo luogo, ch’è su la piaggia del mare, nè so se potrò tollerarlo sin a questa altra state: ma questa è troppo innanzi, io troppo infermo, e poco risoluto a la fatica del viaggio. De la mia sanità sono dubbio, e quasi disperato, nè posso essere indotto da così amica persuasione, ch’io speri di ricuperarla; come più particolarmente dirò al signor don Scipion Belprato. Vostra Signoria m’aiuti in quel che può; perchè i comodi son più necessari a gli infermi che a’ sani. E se da la mia lite potrò ricever qualche comodità, non tarderò a far il procuratore. A la signora donna Costanza, ed a la signora Vittoria bacio la mano. A Vostra Signoria mando un sonetto, che sarà primo de’ molti; pregandola che mi tenga in grazia de la signora sua madre e de la consorte. E viva felice. Di Roma, il 18 di giugno del 1592.</p>
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               <head TEIform="head">1403</head>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA MANSO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Questa settimana sono stato ingannato de la mia aspettazione; perchè di molte risposte ch’io aspettava da Napoli, non ho avuta alcuna. Ma Vostra Signoria, che è ’l più cortese di tutti i miei signori, non mi lascerà viver lungamente in questo desiderio: non voglia esser solo cortese in cotesta nobilissima città, che fu sempre albergo de la mia cortesia; ma mi raccomandi a tutti gli amici, e particolarmente al signor Orazio Feltro, dal quale non vorrei esser disperato del mio negozio. Degnisi Vostra Signoria di conservar quest’altro sonetto ch’io le mando, e me stesso ne la sua grazia, e de la signora sua madre e consorte. Di Roma, il 24 di giugno del 1592.</p>
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               <head TEIform="head">1404</head>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Questo sarà pur negozio che mi costringe a scrivervi: ozio deveva esser più tosto. Scriverò, dunque, non come ozioso lungamente, ma in poche parole. Aspetto diece libri de le mie Rime da la cortesia del signor Fabio Gonzaga, da la conscienza di m. Francesco Osanna, e da la diligenza del mio signor Costantino: nè vorrei pagare il porto, ma vorrei che fossero portati gratis. Il caldo è grande: però si rinova il disiderio del picciol vaso d’argento da bere acqua: ne la forma non voglio essere importuno; ma no ’l vorrei di men nobil materia: e son più sollecito de l’artificio che del peso. Descriverei l’imagini ch’io vi disiderarei impresse, s’io credessi d’esser compiaciuto: ma non voglio far nuova esperienza dopo la coppa. In questa occasione de la seconda parte de le mie Rime, che devrebbono essere appresentate a la signora duchessa di Mantova, Vostra Signoria si faccia inanzi, e faccia buono officio: chè a la liberalità di cotesta serenissima signora bastan poche parole per rinovar la memoria de la sua cortesia e de la mia divozione. Benchè non fosse appresentato il libro, basta la mia volontà: a gli altri difetti può supplire la benignità de la signora duchessa. Scrivo per questa cagione a monsignor Maffetti. Al signor cardinale ed al signor Fabio bacio le mani: e le vostre siano benedette. Di Roma, il 10 di luglio del 1592.</p>
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               <head TEIform="head">1405</head>
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                  <salute TEIform="salute">A MONSIGNOR VENTURA MAFFETTA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non credeva che Vostra Signoria reverendissima dovesse questa state far così lungo viaggio: ma la compagnia del signor cardinale poteva persuaderla ancora a maggior fatica. Piaccia a Dio che l’uno e l’altro ritorni sano. Frattanto prego Vostra Signoria particolarmente, che solleciti don Giovan Battista Licino in mandarmi la seconda parte de le mie Rime, che già dovrebbe essere stampata, ed uscirà fuori sotto il nome de la signora duchessa di Mantova. Oltre a ciò, desidero la copia di due miei dialoghi; l’uno de la Nobiltà, l’altro del Piacere. Faccia di grazia con la sua autorità ch’io non sia defraudato de l’onor de le mie fatiche: e questo dico, perchè mi vado accorgendo di certi andamenti del Licino, che non mi piacciono: e di questa cortesia le avrò grandissimo obligo. Si degni di baciare in mio nome le mani al signor cardinale, ed a Sua Altezza. E viva felice. Di Roma, il 10 di luglio del 1592.</p>
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               <head TEIform="head">1406</head>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">A la lettera di Vostra Signoria e del signor Girello non rispondo altro per questa settimana, se non ch’io ho data la emendazione de gli errori che furono fatti ne la stampa del Primo libro de le mie Rime, a m. Filippo perchè la faccia ricopiare, e la mandi a Mantova: la medesima è in mano di m. Francesco Osanna. Ad altra dedicazione non penso; ma la moltiplicità de le forme mi sarebbe cara dopo la grande, o dopo quella che è in quarto: ciascuno ne l’altre, con mio piacere e sodisfazione, può far la dedicazione a chi le pare. Fra tanto m. Francesco, che ne stampò tre o quattro cento, ma disse più di mille, me ne dovrebbe mandare più di quattro; numero che a’ Traci era termino del numero: perch’io mi sono scordato del conto più lungo. A Vostra Signoria bacio la mano, al signor Giorgio la bocca, al signor Fabio fo riverenza. Di Roma, il 18 di luglio del 1592.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL CAVALIER LUCILLO TASSO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">L’antica amicizia, e ’l parentado ch’è fra noi, non ha bisogno d’altro testimonio che del mio, in quel c’appartiene a la benevolenza; al quale non può contradire quello del signor suo padre medesimo, nè de l’avolo, se fosse vivo. Però ne le cose oneste io stimo di poterla pregare, senza dubbio di dover esser compiaciuto. Il reverendo Licino, dopo l’altre cose passate fra noi, mi promise di far ristampare la seconda parte de le mie Rime, dedicata a la signora duchessa di Mantova; e me ne promise molto utile. Io non aspetto l’utilità d’altra parte che da la cortesia di Sua Altezza, a la quale in tutti i modi deono esser dedicate: ma non volendo lo stampatore di Bergomo stamparle, si dee contentare di rimandarmi le mie Rime. Mi scriveva nondimeno il Licino, che il libro sarebbe finito per questa pasqua di Resurrezione già passata; ed essendo cominciato, si dee affrettare il fine. Vostra Signoria non può farmi il maggior piacere, ed io non posso pregarla d’altra cosa con maggior efficacia. Ed a Vostra Signoria bacio la mano. Di Roma, il 19 di luglio 1592.</p>
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               <head TEIform="head">1408</head>
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                  <salute TEIform="salute">A FERDINANDO DE’ MEDICI, GRANDUCA DI TOSCANA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io ho data quasi l’ultima perfezione e l’ultimo accrescimento al mio poema; ed in questa opera, dopo XXVI anni di fatiche e di sciagure, avrei sodisfatto a me stesso, s’io avessi potuto compiacere a Vostra Altezza serenissima. Non è stato possibile: ma se Vostra Altezza può, senza sua mala sodisfazione, concedermi i suoi privilegi, io ne la supplico. Verrei a farle riverenza per appresentarle una lettera de la signora duchessa di Mantova, scritta in mia raccomandazione: ma non spero di poter far questo viaggio, se da Vostra Altezza medesima non m’è data commodità. Già mi dolsi per mie lettere di nove piastre rubatemi per parte de’ suoi doganieri, o almeno de’ suoi cittadini, da un mio forziero che fu sigillato ne la dogana di Fiorenza: nè dimando che siano castigati con altra legge, se non con quella di Mosè, per la quale sarebbono obligati a pagar quattro volte tanto. Non considero s’una parte si possa applicare al fisco: ma io non ho bisogno di meno per questo mese. Ne gli altri potrebbe crescere il mio bisogno. Ne la cortesia di Vostra Altezza non desidero accrescimento; ma che si dimostri a me, come a gli altri che meno l’hanno meritata: “<foreign lang="lat" TEIform="foreign">Non est eadem mensura emendationis et clementie</foreign>:” non può desiderare da me penitenza o emenda maggiore. Io da Vostra Altezza desidero quella clemenza che si conviene ad un grandissimo principe verso un mio pari; nè ricuso il suo giudizio medesimo, sol che si degni di darmi audienza. Mi faccia grazia di risposta. Di Roma, il 22 di luglio del 1592.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA MANSO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non so come possa costringer Vostra Signoria a darmi risposta, se non co ’l chiederle qualche favore o qualche dono, estimando c’un gentilissimo cavaliero non voglia esser supplicato indarno da un poeta eccellente, com’io sono. Ma ancora il bisogno non mi sforza: però non voglio astringer la sua cortesia a mostrarsi com’ella suole. La prego, nondimeno, che mi scriva il suo parere, e di qualche suo avvocato, ne la pretensione ch’io ho de la dote materna, acciochè io sappia come deliberarmi. Per la servitù la quale ho con Vostra Signoria, ho voluto nominar due cavalieri principali del mio poema da la famiglia de’ Loffredi per la signora sua madre, e de’ Belprati per la signora sua consorte. De la sua non ho fatta menzione, giudicando c’a la sua propria virtù ed al suo proprio merito si convengano lodi maggiori de la sua propria persona. Degnisi di leggere questo sonetto, nel quale più tosto semplicemente che acutamente sono espressi i miei pensieri. E mi tenga ne la sua grazia, ed in quella de la signora donna Vittoria e donna Costanza; e mi raccomandi ancora al signor Orazio Feltro. Di Roma, il 24 di luglio 1592.</p>
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               <head TEIform="head">1410</head>
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                  <salute TEIform="salute">A ELEONORA DE’ MEDICI, DUCHESSA DI MANTOVA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Il devotissimo affetto de l’animo mio, co ’l quale sempre ho reverita Vostr’Altezza, e quasi adorata, non consente ch’io possa credere, che da lei o con la sua autorità sia fatto alcun ufficio contra me. Vostr’Altezza si può ricordare che ne la mia gravissima infermità si degnò di visitarmi; nel bisogno, di sovvenirmi; nel partire, d’impetrarmi licenza; ne l’assenza, di scrivere al signor duca suo marito ed al granduca suo zio; e d’onorar me stesso con le sue lettere, le quali conservo per testimonio de la sua grazia e del mio obligo, che sarà immortale. Laonde non posso nè dubitare de la sua cortesia, nè dissimulare la mia infermità: infermità chiamo non solo la debilezza e l’indisposizione del corpo, ma la maninconia e l’ambizione de l’animo; da la qual cosa sono costretto o a ricusare ogni servitù, o a volere i più commodi ed onorati luoghi nel servire e ne l’essere servito, come fanno coloro che servono i padroni co ’l consiglio, con le parole e con le scritture; ma sono serviti ne le tavole medesime da gentiluomini e da cavalieri. Questo favore io desiderava dal signor duca di Mantova in tutte le parti, ma in Roma più che in tutte l’altre, acciochè il mondo s’acquetasse al giudizio di Sua Altezza dimostrato in questa città ne la creazione di un nuovo pontefice, nel concorso di tutte le nazioni, e quasi nel teatro de l’universo; ma non parve o non piacque a Sua Altezza di farmi questa grazia. Non la desidero più da Sua Eccellenza, ma da Vostr’Altezza e dal granduca, ch’è il maggior principe d’Italia. Non invidii Vostr’Altezza questa gloria a la sua casa medesima, a la sua patria, a la sua stirpe, anzi a la sua propria cortesia; nè voglia che le sue lettere o le sue raccomandazioni abbiano perduta autorità co ’l tempo o con l’occasione: almeno si contenti ch’io possa valermi de le sue raccomandazioni per aver mille scudi in dono dal granduca; affine che essendomi negati i primi luoghi ne le tavole de’ principi e de’ cardinali, io possa vivere quel poco che m’avanza con la cortesia di Vostr’Altezza ne’ secondi o ne gli altri minori luoghi senza maggiore infelicità: ed in conclusione la supplico, che se mi stima indegno di questo favore, non voglia giudicarmi degno di vita; ma faccia ogni ufficio ch’io sia condannato a morte, perchè le avrei obligo d’essere uscito per sua cagione d’infelicità. Molte sono le cose che m’inducono in queste opinioni, e l’opinioni sono impresse altamente ne l’animo. Scriverei il medesimo a la signora duchessa di Ferrara e di Urbino; ma non con tanta fede, nè con tanta speranza che mi fosse portato rispetto. Non conserverò l’intiera copia di questa lettera; ma la raccomanderò al signor abbate di Santa Barbara. De la virtù e del merito di Vostr’Altezza credo più che non s’afferma; e ne posso affermare più che non si crede; e ne spero più che non si conviene a la mia bassa fortuna, o a la depressa condizione. Il Signore le conceda lunga e felice vita. Di Roma, il 25 di luglio del 1592.</p>
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               <head TEIform="head">1411</head>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA MANSO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vostra Signoria merita molto con tutti che la conoscono: con esso me, più ch’io non posso negarle, perchè mi ha obligato con le parole, co’ fatti, e con l’animo di voler ch’io perpetuamente viva in questo obligo. Non è alcuna fortuna così grande, che non possa essere agguagliata da la sua virtù; nè alcuna così grande sciagura, ne la quale non potesse precipitarmi il vizio, s’io l’avessi, de l’ingratitudine. Però bisogna ch’io mi fidi nel suo valore e ne la mia bontà. L’uno mai non ricerco d’esser lodato: l’altra mi costringe a non parerle ingrato. E s’in altro modo, che lodando, io potessi schivare il difetto de l’ingratitudine, l’avrei fatto più volentieri; ma questo solo m’è conceduto. Vostra Signoria s’è degnata, in ogni occasione che m’abbia condotto a Napoli, di visitarmi, di consolarmi, di darmi speranza con le sue promesse, d’onorarmi co’ suoi doni. Io, a l’incontro, non ho potuto nè fare nè dire nè scrivere alcuna cosa per lei, oltre questi pochi sonetti, co’ quali non ho sodisfatto a me stesso; nè a Vostra Signoria posso in altra guisa sodisfare, che rimanendo volontariamente superato da la sua cortesia.</p>
               <p TEIform="p">Dal signor Orazio sperava che mi fosse mandata una forma de la procura: questa aspetto dal signor Fabrizio suo fratello, o da Vostra Signoria. Vorrei in pochi giorni esser risoluto de la mia lite; almeno di quella parte c’appartiene a la legittima, che non arriva a quattrocento scudi: e prima, s’io posso e s’io debbo litigare per procuratori; e poi, se fosse necessaria la mia presenza, e quando: e ne vorrei vedere il fine, senza lunga aspettazione; perchè la mia vita non può durar molto: e se potesse, io non me ne curo che duri con indegnità. Questa cagione può condurmi a Napoli, o quella de la sanità; perchè non essendo risanato, non posso parlar d’altra materia. Nè ricerco sanità, se non in quel modo che si conviene a l’amicizia ed a la cortesia di tanti signori, ed a l’animo mio, che non può sofferire indegnità senza disperazione de la vita: s’altra cagione mi persuadesse al venire, sono obligato al ritorno, nel quale dovrei essere aiutato sempre, e non mai impedito. Desidero che sia persuaso il signor principe, a voler che si finisca, o da’ signori cavalieri suoi parenti o da altri; e Vostra Signoria potrà esser ottimo mezzo, al quale io crederei la mia vita medesima. E le bacio le mani. Di Roma, il penultimo di luglio del 1592.</p>
               <p TEIform="p">Signor mio: nel primo sonetto che scrissi a Vostra Signoria feci questa mutazione del secondo quaternario:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">Tu, che d’animo agguagli i grandi Augusti,</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Hai verso me cortese e larga mano:</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Io, quasi fatto per dolore insano,</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Ho già gli spazi di mia vita angusti.</l>
                  </quote>
Del secondo fu mutato così il decimo verso:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">Ch’è pur intento a la sua nobil’opra.</l>
                  </quote>
Ed in questa guisa desidero che si leggano.</p>
            </div2>
            <div2 type="epistola" org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="div2">
               <head TEIform="head">1412</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A MONSIGNOR VENTURA MAFFETTA. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Il pregar sempre invano è mia propria sciagura; ma ’l fare spesso piacere a gli amici, è ufficio usitatissimo de la cortesia di Vostra Signoria reverendissima; la quale, non potendo mancare a le sue promesse ed al suo costume, spero che debba essere alcuna eccezione ne la mia sventura, e quasi disgrazia. Prego Vostra Signoria che in tutti i modi voglia mandarmi la seconda parte de le mie Rime, ch’io lasciai a don Giovan Battista Licino, se pure è stampata, o vicino ad essere stampata, com’egli scrisse: e può mandarne un altro libro al Costantino, che ’l presenterà a la signora duchessa di Mantova in mio nome. Ma se non fu mai cominciato a stampare, almeno Vostra Signoria procuri di riaverne la copia ch’io mandai a Bergomo, e la rimandi al Costantino insieme con la dedicazione ch’io ne feci, ch’egli n’eseguirà la mia volontà. E m’avisi del vero: e se può, cerchi con ogni sua autorità ed amicizia, ch’io non resti defraudato de le mie fatiche, e de la speranza di molti anni. Il Licino non dovrebbe mancare tanto a la sua fede ed a la verità, benchè sempre abbia voluto mancare a la nostra amicizia. Scrissi ne la medesima materia al signor cavalier Lucillo, e non ho avuto risposta. E molto mi doglio d’aver la medesima fortuna in tutte le cose. Oltre a ciò, il Licino mi promise la copia di due miei dialoghi, l’uno de la Nobiltà, l’altro del Piacere: nè mai ho potuto ricuperarli. Ora avrò grand’obligo a Vostra Signoria, se potrò averli per suo mezzo. Non ricordo a Vostra Signoria reverendissima la nostra vecchia amicizia, nè l’antica servitù co ’l signor cardinale Scipione, benchè l’una e l’altra dovesse esser potentissima cagione, per la quale meriterei d’esser compiaciuto; ma solamente lo stato nel quale mi lasciò con tanto bisogno di consolazione, quanto n’avesse giamai. Si contenti di raccomandarmi al signor cavalier Tassi, ed al signor Ercole, e di conservarmi in sua grazia. E piaccia a la Divina Maestà, che nel suo ritorno io possa ringraziarla così affettuosamente di questo favore, come ora la prego. Di Roma, l’ultimo di luglio del 1592.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1413</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vostra Signoria vorrà prolungar tanto le mie speranze, o le mie sodisfazioni, ch’io non ne possa vedere il fine. Non è cosa più noiosa de l’aspettare a chi ha poco tempo; però mi doglio molto, che sia impedito lo stampatore di Bergomo, il quale per mia opinione deveva essere al mezzo, o al fine de l’opera. La dedicazione, se sarà necessario, Vostra Signoria potrà ricuperarla con l’altre cose per mezzo di monsignor Maffetti, al quale scrivo caldamente in questa materia. Del vaso d’argento avrei avuto grande obligo a Sua Altezza, ma de le figure io burlava; ma non potendo farle appresentare l’opera così tosto, si contenterà de la buona volontà. Tre o quattro libri, di quei che furono stampati a Mantova, mi saranno carissimi; e n’avrò grand’obligo al signor Fabio. Mi sforzerò domani di fare il sonetto disiderato dal padre Naldi: ma in questi estremi caldi m’è soverchia fatica lo scriver due lettere la settimana; oltre quella ch’io duro ne la revisione de la Gerusalemme, che si ricopia. A Vostra Signoria mi raccomando: ed al signor cardinale bacio la mano riverentemente. Di Roma, l’ultimo di luglio del 1592.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1414</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA MANSO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Non aveva bisogno di chiedere a Vostra Signoria tanti danari, quanti ho avuto animo d’accettare in dono da la sua cortesia; però de’ venticinque scudi prestatimi in suo nome dal signor don Scipione serberò la metà ad altra occasione, e spenderò con minor maninconia quel che mi sarà necessario in questi giorni caldi, che la mia febre mi fa parere ardentissimi: tuttavia spero che debba cessar tosto, perch’è in molta declinazione, e non ha voluto crescere per disordine ch’io abbia fatto. La sua cortesia non poteva esser fatta in tempo più opportuno, però m’è stata gratissima; ed io di ciò le sono obligatissimo. Vostra Signoria ha supplito al debito de’ suoi parenti, se pure avevano altro obligo che d’amarmi: ma a quel de gli altri, o a le promesse, non supplisce alcuno; laonde io sono costretto a ragionar di lite. Contentisi Vostra Signoria superar ne la virtù quelli ancora, da’ quali può essere avanzata agevolmente ne la buona fortuna; e non estimi male impiegata la sua liberalità. Fo riverenza a la signora donna Costanza e a la signora donna Vittoria: ed a Vostra Signoria bacio la mano. Di Roma, il 13 d’agosto del 1592.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1415</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">L’ultima lettera di Vostra Signoria mi trovò in letto, dal quale a pena son risorto, come soglio; però non ho prima mandato il sonetto al padre Naldi, nè altra composizione. Ora mando tutte le cose promesse; così vedess’io gli effetti de l’altrui. Non so se questi pochi versi piaceranno a Vostra Signoria che ha il gusto delicato; ma io scrivo ora come stanco poeta, a cui mancano l’invenzioni e le parole: a questo difetto devrebbe supplir la cortesia de gli amici. A Vostra Signoria non chiedo nè zaffiro nè balasso; ma quei libri che può riscuotere da m. Francesco Osanna. Con monsignor Maffetti può spedire il negozio di Bergomo; e la celerità mi farà restare maggiormente obligato ad ambidue. Al signor cardinale bacio la mano, ed al padre Naldi mi raccomando. Di Roma, il 14 di agosto del 1592.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1416</head>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ho veduto il sonetto di Vostra Signoria, e m’è piaciuta molto l’invenzione; ma due parole in due versi volentieri vedrei mutate, parendomi errori d’inosservanza: perchè dove Vostra Signoria ha scritto “quelli”, non seguendo vocale in quel verso;
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">Quelli per cui fu monte imposto a monte;</l>
                  </quote>
non mi piace: ma si può agevolmente conciare in questo modo:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">Color, per cui fu monte imposto a monte.</l>
                  </quote>
E ’l seguente verso si potria parimente conciare in questo modo:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">Già vinti andaro e ruinosi a terra;</l>
                  </quote>
non mi ricordando io, che quella parola “cadder”, nel numero  del più, usata da Vostra Signoria, sia mai stata usata da’ più  osservanti. Riceva dal mio solito amore questi ricordi.</p>
               <p TEIform="p">Mandatemi due o tre libri di quelli che fece stampar m. Francesco Osanna; ma non mi fate pagare il porto. Sei giuli vogliono di questi due che mi manda il signor Fabio; ed io non ho se non tre in borsa: e se i procuratori, che voglion far lite per me, non m’aiutano, non so dove accattarli. Ancora vivo in disiderio d’avere una perla ligata in un anello; ma non si trova al mondo tanta cortesia. Non pensate ch’io la dimandi a la vostra liberalità, a la quale son pur troppo obligato. Potessi almeno adempire l’altro mio disiderio, di fare una credenza d’argento; perchè questo de le gemme è soverchio. Baciate le mani in mio nome al signor cardinale; e se vedete il signor Ferrante Gonzaga, diteli per mia parte, che quella benedetta copia di lettera a la Maestà Cattolica, ch’egli mi tolse, mi potrebbe dar la vita in qualche occasione. Vivete lieto. Di Roma, il 20 d’agosto del 1592.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1417</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A MATTEO DI CAPUA, PRINCIPE DI CONCA. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vostra Eccellenza è il più ricco principe del regno di Napoli: io il più povero gentiluomo che ne sia uscito già molti anni. Però non volendomi sovvenire con la sua cortesia, come altre volte l’ho pregata, non dee impedir la giustizia, la qual da Sua Maestà fu raccomandata al vicerè in una lettera. Vostra Eccellenza ebbe la lettera, o potè averla da don Alessandro Archirota.</p>
               <p TEIform="p">Ora può appresentarla, se prima non ha fatto questo officio. A le promesse del signor Ercole Gonzaga non è obligata più che a le sue medesime: nondimeno io le ricordo l’una e l’altre; e le bacio la mano. Di Roma, il 27 d’agosto del 1592.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1418</head>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Nel libro ristampato in Brescia sono i medesimi errori ch’erano ne l’altro prima stampato in Mantova: e per mia opinione ve n’è qualc’uno di più; tuttochè m. Francesco Osanna avesse fatta la correzione de’ molti errori, la qual poteva stampar come s’usa: e non era difficil cosa ch’i bresciani n’avessero avuto l’avviso: pensate come sta il comento, ch’io non ho avuto tempo di rivedere, e particolarmente ne le parole greche. Di questo libro stampato ho avuto la medesima consolazione che de gli altri, come de l’aleluia di monsignor l’abbate: vorrei che, per farmi piacere, duraste fatica di correggerne tre o quattro, e mandarli per qualche buona occasione, o portarli voi medesimo. Dite al signor Fabio, mio signore, che m’è data speranza certissima, che ritornando a Napoli vincerò la lite; ma io son tanto nemico del viaggio, quanto amico de la commodità che si sente ne l’esser giunto, allora che si trova commodo albergo di cortese albergatore. Laonde io vorrei che Roma fosse una scena, la qual si potesse trasmutare in Mantova, in Napoli, in Palermo, come più piace al poeta. Sollicitate monsignor Maffetti, perchè spedisca il negozio, s’è possibile: e pregate il signor Ferrante, che non potendo favorirmi in altra guisa, mi sia almen liberale de la copia di quella mia lettera ch’egli ha in mano, scritta al vicerè. Al signor cardinale baciate in mio nome le mani: e diteli ch’io disidero di rivederlo almeno ne la celeste Gerusalemme, ne la quale non fu mai Scipione Africano. Vivete felice, signor mio: e ricordatevi, come dovete, del vostro Tasso. Di Roma, il 28 di agosto del 1592.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1419</head>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA MANSO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vostra Signoria tanto più accresce gli oblighi miei, e la sua cortesia, quanto meno pensa d’avermi obligato. Ma questa è rara liberalità, donare, oltre l’altre cose, gli oblighi istessi, e voler riconoscer da l’amistà quel ch’è quasi debito di servitù. Le manderò dunque il dialogo de l’Amicizia con la venuta del signor don Scipione Belprato, e ’l consacrerò a la memoria immortale di Vostra Signoria; quasi un tempio, nel quale possa ricoverarmi ne l’avversa fortuna. Veramente grandissima lode merita la sua virtù, poichè non ricusa l’amicizia d’uno infelice, o più tosto d’uno sfortunato gentiluomo, com’io sono: ma io la prego che pensi d’aiutarmi in modo, che non si diminuisca la sua felicità per alcuna mia sciagura. Ho bisogno d’aiuto, perchè l’infermità è grave, e grave la povertà; e l’uno e l’altro è stato portato da me molti anni: ma s’al fine la cortesia de’ signori napolitani, e la giustizia potrà alleggerirmene, crederò che nel mondo sia rimaso almeno alcun vestigio de la virtù, che io ho molti anni ed in varie parti ricercata invano. Non dovrei co ’l mandar la procura a Vostra Signoria parerle soverchiamente importuno; ma da lei, o dal signor Fabrizio, non dovrebbe esser rifiutata: nè io vorrei esser tenuto lungamente sospeso di quel che si può sperare. E meglio sarebbe stato che l’animo mio, quasi oppresso da la fortuna, avesse avuto altra speranza da sollevarsi; perchè cadendo con questa, precipiterà in maggior maninconia, e quasi in disperazione. Mando a Vostra Signoria un nuovo sonetto, perchè sia comune a la signora sua consorte; e mi doglio di non potere in questo genere di poesia sodisfare a gli altri, e molto meno compiacere a me stesso. Ho desiderio di Napoli, come l’anime ben disposte del paradiso. Vostra Signoria si degni di visitare in mio nome il signor Orazio infermo, al quale prego dal Signore Iddio sanità e felice vita. Di Roma, il 4 di settembre 1592.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1420</head>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Questa settimana passata mandai a Vostra Signoria una lettera scritta dal signor Cintio al vescovo di Bergomo in sua raccomandazione. Non parve al segretario che si scrivesse al vicario; a me parve questo maggior favore, però non volsi contradire, nè mostrar diffidanza in monsignor reverendissimo di Bergomo. Io vorrei esser solo il molto reverendo in tutte le parti, poichè m’è negato il premio del superlativo. Avete trattenuto il mio libro tanto ch’io non avrò un baiocco. Mandatelo quando vi pare, e per chi vi pare; ma v’avvertisco, ch’io fra otto o dieci giorni potrei essere in Napoli. Però, se non volete che si smarrisca, drizzatelo al signor Antonio Grassi, o al signor Alessandro suo fratello. Il signor Maurizio è quell’amator de la mia gloria e de’ miei comodi che sapete. Aspetto parimente i dialoghi o in Napoli o in Sicilia, o dove vi pare. E vi bacio la mano. Di Roma, il 20 di settembre 1592.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1421</head>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Che fate? dove sete? Debbo aspettarvi? o pur dispererò di non vedervi mai? Si ricorda il signor cardinale di me? Io l’ho sempre in memoria, e ne ragiono poche volte per riverenza. Andrò in palazzo, o a Napoli? Nè Roma mi potrà chiamare a sè con altra speranza, o per altro servigio, che per quello di monsignore illustrissimo nostro. Ringraziate il signor Giulio Girello in mio nome: e diteli che sempre avrò obligo a chi ristamperà l’opere mie, purchè le ristampi corrette. Portatemi, di grazia, duo de’ libri stampati da l’Osanna; ed amatemi. Non vi do aviso di alcune disaventure avenutemi, perchè non abbiate dispiacere di cosa ne la quale non abbiate colpa; ma vorrei una giustizia universale. Di Roma, il 3 di novembre del 1592.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1422</head>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA MANSO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Il signor don Scipion Belprato si partì senza avvisarmi de la sua partita, la quale io credeva che dovesse esser più tarda: e s’io avessi potuto servirlo, avrei fatto volentieri la strada d’Abruzzo un’altra volta: la quale già feci in pessima stagione, senza compagnia, con tutti i disagi, e con molti pericoli; ma men carico d’anni e d’ingiurie, e con animo pieno di vana speranza. Ora, a la mia disperazione era necessaria un’altra lettica; a l’affezione ch’io porto a que’ signori, non soverchio il cavallo: Iddio gli accompagni. Io aspetto con desiderio d’intendere che il signor don Scipione sia risanato; e credo che avrà mandato a buon ricapito un piego di lettere, fra le quali ne scriveva una al signor Orazio, che m’ha negata risposta. Vorrei poterlo costringere in guisa, ch’egli mi manifestasse quel che crede de la mia lite non mai cominciata, e qual sia intorno a ciò la opinione de gli altri; ma s’ella non ha mai avuto principio, non avrà fine: laonde potrà essere annoverata fra’ principii de le cose, che sono eterni d’ogni parte. Io desidero più tosto, che sia eterna e perpetua la nostra amicizia; la quale non dovrebbe almeno esser più breve de la mia vita, che sarà per avventura brevissima; perch’io non risano d’alcuna infermità se non con altra infermità, c’alleggerisce la prima, pur non me ne risolve affatto: però sono soggetto a molti mali, che mi gravano qual più qual meno; e posso conchiudere con Ippocrate, che “<quote lang="lat" TEIform="quote">homo totus sit morbus</quote>.” Noiosissimo oltre tutti gli altri è quello che non m’ha lasciato acquietare nè in Mantova nè in Roma nè in Fiorenza, al quale ho cercato invano rimedio con la mutazione de l’aria. Mi lascio nondimeno persuadere non difficilmente, che l’acque de’ bagni possano giovarmi; e mi doglio ch’io abbia lasciata passare una ed un’altra stagione senza far questa esperienza. Ma come Vostra Signoria vede, siamo nel principio del verno, ed io non posso mettermi in viaggio senza qualche commodità; però penso di trattenermi sino a primavera. Fra tanto Vostra Signoria, la qual prima di tutti gli altri ch’io conosca, dopo i miei infortuni, m’offerì in Napoli la sua benevolenza e la sua amistà non solamente con le parole ma co’ fatti, mi consigli e m’aiuti; e non voglia rifiutar l’amicizia, almeno nel dialogo ch’io n’ho scritto: ma si contenti d’avvisarmi per quale strada possa mandarlo. E parendole ch’io aspetti la primavera (come a me par quasi necessario per molte cagioni), la prego ch’ella non voglia aspettare altra occasione per donarmi quel che mi bisogna a comprare una roba di pelle; perchè a le altre mie sciagure s’è aggiunto un furto fattomi di trenta e più scudi, sì ch’io non posso vestirmi senza aiuto de gli amici e de’ padroni, a’ quali per avventura sono inutile; o io debbo così credere, non conoscendo avere alcun merito ne la servitù. Come Vostra Signoria può sapere, io non sono escluso dal palazzo, nè da la speranza, che m’è data, de la grazia di Sua Santità; la quale potrebbe in un’ora aiutarmi a ricuperare quanto ho perduto in molt’anni di commodità, d’onore e di riputazione e di favore appresso gli uomini. Ma le speranze di questa corte sono incerte; l’occasioni, tarde; gli impedimenti, grandi; i meriti miei, di niuna considerazione. Laonde, essendo costretto ad abbandonare questa servitù, non posso lasciarla con altra causa che di medicarmi. Aspetto dunque, come ho detto, il consiglio e l’aiuto di Vostra Signoria: ne l’uno la desidero prudentissima; ne l’altro, tanto liberale, quanto mi bisogna per questa occasione, non quanto a la grandezza de l’animo suo: e sia sicuro, che de la sua liberalità avrà il premio ne l’opera medesima; benchè io non potessi mostrarle gratitudine eguale a la sua cortesia. Di Roma, il 12 di novembre 1592.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1423</head>
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                  <salute TEIform="salute">A CARLO GESUALDO, PRINCIPE DI VENOSA. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Di nuovo m’è stata data speranza, che Vostra Eccellenza verrà a Roma innanzi Natale; e s’io debbo credere a l’amicizia e a l’affezione, non posso negar fede al signor Luigi Dentice. L’aspetterei volentieri, e sarei venuto volentieri; ma fra tante incertitudini e varietà d’opinioni, o di passioni più tosto, certissimo è il desiderio ch’io ho de la sua grazia. Le mando ancora dieci madrigali appresso gli altri, pregandola che scusi la povertà de l’ingegno, l’infermità de la natura, e l’infelicità de la fortuna; per la quale malagevolmente al mio stato, ma per compiacere a Vostra Eccellenza, mi sforzerò di trasmutarmi in nuove forme, com’è conveniente al poeta: il quale, per opinione d’Aristotile, o deve esser divino, o di pieghevole ingegno. E bacio a Vostra Eccellenza la mano. Di Roma, il 19 di novembre del 1592.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1424</head>
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                  <salute TEIform="salute">A CARLO GESUALDO, PRINCIPE DI VENOSA. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Prendo nuova occasione di scrivere a Vostra Eccellenza questa medesima settimana, del poco culto usato da me in uno dei madrigali che le ho mandati, il quale or le rimando, com’alcuni altri; pregandola che voglia tollerare la mia negligenza o inavvertenza, in quel modo che da gli altri principi fu tollerata in tempi per me assai meno infelici. Del suo venire vorrei almeno esser certo, poichè sono incerto di tutte l’altre sue deliberazioni; ed al signor cavaliere Gesualdo desidero d’essere caldissimamente raccomandato da Vostra Eccellenza. Di Roma, il 20 di novembre del 1592.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1425</head>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mandai, alcuni giorni sono, a Vostra Signoria le composizioni da lei disiderate; e mai non ho avuto risposta. Soglio vedere rarissime volte questi gentiluomini del signor cardinale; e rade intendere aviso di Sua Signoria illustrissima: ma di niuna cosa son più disideroso, che de la sua grazia; però la sua venuta mi pare omai tarda. Io credeva di ritornarmene a Napoli, ma non ho potuto: e trovo mille impedimenti ne lo spedire il negozio de la mia lite. Mi fermerò adunque appresso l’illustrissimo signor Cintio Aldobrandino, il quale è già andato in palazzo; ed io v’andrò questa settimana. Pregovi che nel vostro ritorno mi portiate due o tre libri di quelli che stampò l’Osanna: e ringraziate per me il signor Giulio Girelli del favore che vuol farmi nel ristampar la seconda parte de le mie Rime. Ma io non ho saputo mai quel che n’abbia fatto il Licino: nè monsignor Maffetti ha voluto risolvermi. Baciate in mio nome le mani a l’illustrissimo signor cardinale nostro padrone, ed al signor Fabio insieme; bench’egli non si ricordi più di me. E vivete lieto. Di Roma, il 20 di novembre del 1592.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1426</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vostra Signoria è stata fortunatissima in que’ negozi, ne’ quali io non ho potuto esser felice: però non posso acquetarmi; ma accusarei il difetto de la sua virtù, s’io sapessi a qual tribunale, o davanti qual giudice. Nondimeno, lasciando le querele più gravi da parte, mi dorrò solamente, che voglia impedire la publicazione de l’opere mie, o procurar che si faccia altramente di quello ch’io ho determinato: e benchè io sia stato confermato da un grido quasi universale ne la mia opinione, pensava almeno che Vostra Signoria avesse qualche riguardo a la mia riputazione, poichè non può averlo a l’utile: ma questo pensiero è stato fallace, come gli altri. Laonde non le ricordo più cosa alcuna d’alcun mio disiderio, o di sua o d’altrui promessa; ma la prego solamente, che non potendo il signor Giulio Girello ristampar la seconda parte de l’opere mie, o de le Rime più tosto, in quel modo ch’io l’aveva raccolte ed ordinate in quel libro ch’io mandai a Bergomo, ne lasci la cura al Licino, che spedirà questo negozio quando li tornerà commodo. Rispondo al signor Giulio: a l’illustrissimo signor cardinale ed al signor Fabio bacio la mano. Di Roma, il 3 di decembre del 1592.</p>
            </div2>
            <div2 type="epistola" org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="div2">
               <head TEIform="head">1427</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A CARLO GESUALDO, PRINCIPE DI VENOSA. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Le risposte di Vostra Eccellenza, come le grazie, non possono esser mai tarde; tanto sono simili a le divine, le quali ci concedono tempo di aspettare: ma se il suo non rispondere può esser argomento del suo venire a Roma, io mi sto con questo silenzio consolando ne la mia sciagura, e ne la speranza de’ suoi favori. Le mando diece altri madrigali; e n’avrei mandati in molto maggior numero: ma avendoli perduti come i danari, e forse per l’istessa cagione, sono stato costretto a rifarli. Ma in tutto deono essere stati sino a questa ora più di quaranta; e ciò scrivo, perch’io non vorrei parer soverchiamente ozioso a Vostra Eccellenza, e voglio ch’ella più tosto conosca la povertà del mio ingegno.</p>
               <p TEIform="p">Leggo l’istorie napoletane, e desidero maggior novità e de’ tempi più antichi e de’ più prossimi. Laonde alcune volte desidero d’essere lo scrittore io medesimo: ma per aventura non sono estimato degno di questo carico, nè debbo molto dolermene; perchè a l’ozio di Vaticano, se fosse congiunto con la grazia di Sua Santità, non dovrebbe esser anteposta niuna altra fatica. Io ho avuto ardire di chiamarmi le Muse amorose, e non son ancora pentito di quest’ardire: ma prego Vostra Eccellenza che mi perdoni s’io non posso più lungamente dimorar con esso loro; perchè forse mi sarà conceduto il chiamarle di nuovo. E le bacio la mano. Di Vaticano, il 10 di decembre del 1592.</p>
               <p TEIform="p">Se a Vostra Eccellenza non dispiacerà di far ricopiare i madrigali, potriano esser rescritti que’ due versi de l’ultimo in questo modo:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">In erto colle, in ima valle, o ’n selva,</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Non s’ode augello o belva.</l>
                  </quote>
               </p>
            </div2>
            <div2 type="epistola" org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="div2">
               <head TEIform="head">1428</head>
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                  <salute TEIform="salute">A CARLO GESUALDO, PRINCIPE DI VENOSA. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">L’esperienza m’ha fatto vergognare di me stesso, e del mio ingegno poco pronto al ritrovare, ed assai povero ne la copia de le cose infinite che si posson dire de la bellezza: però prego Vostra Eccellenza, che non ne voglia fare altra prova con mio biasimo. Ben mi contento che non s’inganni de l’ignoranza e de l’insofficienza: sol che sia certa de l’affezione ch’io le porto, e del desiderio ch’io ho de la sua grazia. Ho riso de la mia semplicità naturale; per la quale io non so usare altro artificio di parlare ambiguamente; ed assai sarò sodisfatto del mio non sottile avvedimento, s’io potrò risolvere i dubbi che altri muove. Ma Vostra Eccellenza non può dubitare ch’io non l’onori, ed ami quanto si conviene a l’alta sua fortuna, ed a la mia depressa condizione; bench’io non abbia saputo sodisfarla ne’ componimenti dei cinque madrigali ch’io le mando. I primi, che sono a punto in quel soggetto ch’ella desidera, non hanno cosa alcuna d’esquisito: ne gli altri non biasimo l’erudizione occulta; ancorchè non è con arte, se non m’inganno, assai leggiadra; ma forse conveniente più a la maniera di verso. Siamo a le feste di Natale; ed io, con la mia solita infermità, patisco un freddo insolito in questa città: e prego Iddio, che mi consoli con la grazia di Sua Santità e con quella di tutti questi illustrissimi signori, e particolarmente con la benevolenza del signor cardinale Gesualdo, e di Vostra Eccellenza, de la cui bontà e cortesia non voglio disperare. Di Roma, il 16 di decembre del 1592.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1429</head>
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                  <salute TEIform="salute">A MAURIZIO CATANEO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Non è alcuno che ami la virtù più di me, ovunque ella si trovi, o in alto o in basso soggetto, o in oscuro o in illustre; perchè ella suole innalzare ed illustrar ciascuno, e spesse volte mal grado de la fortuna. Sia dunque Vostra Signoria sicura di participar tanto del mio amore, quanto de la virtù; nè pensi di poter esser tutto virtù, ch’io non sia tutto amore: nè voglia ella offendermi co ’l persuadere ad altri, o a se stessa, ch’io possa odiare altro che ’l vizio o coloro che nel vizio sono indurati; ma non ugualmente, perchè l’odio non può esser uguale, non essendo uguali i peccati. Per mia natura sono inclinatissimo a la benivolenza, a la pace, a la compagnia de’ nobili e de’ virtuosi; e mi sdegno agevolmente contra quelli che vogliono dividerla o perturbarla: ma non sento fra me medesimo maggiore indignazione di quella del vedere innalzati i perturbatori de la quiete, o gli oppressori de la virtù, i quali non dovrebbono esser tolerati ne l’infimo stato, e ne l’abominevole; quanto meno in altro migliore: anzi, questa abominazione dovrebbe esser cacciata dal mondo con ogni rimedio umano e divino, come la peste e l’eresia. Questa è la mia opinione; questa è la volontà: e se furia è l’indignazione, non nego d’esser furioso; e vorrei poternela accertare con l’ultimo giudicio. Ora, se n’avete alcun dubbio, cercherò di rimoverlo co ’l lodare gli amatori de la pace, de la giustizia e de gli studi, come furono sempre i signori viniziani, e particolarmente il clarissimo signor Luigi Veniero, del quale infin da la mia giovanezza fui amico e servidore. L’esaltazione del signor Cintio Aldobrandino è da me disiderata come la quiete propria e la propria riputazione; perchè non posso separare l’una da l’altra: onde son più impaziente ne l’aspettare la sua promozione al cardinalato, che non sarei s’aspettassi alcun mio bene, o sodisfazione particolare. Vostra Signoria viva lieta: e baci le mani al nostro signor Bartolomeo Zucchi. Di Vaticano, il 23 di decembre 1592.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1430</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Al ricever de l’ultima sua lettera parlai al signor Angelo Ingegneri, e con l’illustrissimo signor Cintio, per impetrar il canonicato di cui Vostra Signoria mi scrive: ma dal signor Angelo mi fu detto, ch’era già stato impetrato da un servitore del signor cardinale di Verona; il signor Cintio mi disse appresso, che non potea sostener tanta pensione. In questa occasione non ho potuto ritrarne altro; ma per l’avvenire il pregherò che mi favorisca a conseguir questo vostro onesto desiderio. Aspetto la seconda parte de le mie Rime e i Dialoghi, senza fallo; o almeno che mi scriviate liberamente la cagione di così lunga tardanza: perchè essendo venuti da Bergomo tanti gentiluomini, potevate mandarla. Non potendola stampare, potete rimetter il libro intero in mano del signor Antonio Costantini segretario del signor cardinale Gonzaga, il quale si prenderà questa cura. Di grazia, non mancate; e tenetemi in grazia vostra e de gli amici. Di Roma, il 29 di decembre 1592.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1431</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A ELEONORA DE’ MEDICI, DUCHESSA DI MANTOVA (Dedicatoria)</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vostra Altezza è nata di quella nobilissima progenie, a la quale non hanno minor obligo le toscane lettere, che l’armi o l’imperio di Toscana; perchè l’une e l’altre dal granduca suo padre, e suo avolo, e da gli altri suoi antecessori, sono state a somma dignità esaltate. Laonde non è alcuna poesia, o altra composizione così illustre in questa lingua, che da la sua grazia e da la sua autorità non possa esser maggiormente illustrata. Però avendo io deliberato di mandare in luce la seconda Parte de le mie Rime, niuna altra luce ho stimata più splendida e più serena, che quella del suo nome, sotto il quale ho voluto publicarle. Degnisi Vostra Altezza di raccoglierle ne la sua protezione, acciochè per la sua lode, e quella di molte altre a lei congiunte di parentado o d’amicizia, siano lette con laude, o almeno senza biasimo de l’autore; al quale se fosse mancato più tosto l’artificio che ’l soggetto, per questa medesima cagione è meritevole del suo favore. Ma Vostra Altezza è collocata da la sua fortuna e da la propria virtù tanto sovra quel segno dove possono arrivare i versi de’ poeti, che non è maraviglia che, ne lo scrivere di lei, l’arte e l’ingegno sia stato similmente superato. Ma perchè questo mio difetto procede da la copia, e quasi da l’abbondanza dei suoi meriti; a lei più che a li altri si conviene di gradirlo, e di tenerlo caro; come io spero che debba fare per la mia antica servitù co ’l signor duca suo marito, e mio padrone e protettore. E qui facendo fine, a l’uno e a l’altro prego da Dio perpetua felicità e contentezza. Di Roma, il primo di gennaio 1593.</p>
            </div2>
            <div2 type="epistola" org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="div2">
               <head TEIform="head">1432</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA MANSO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">“<foreign lang="lat" TEIform="foreign">Nihil fortius senectute; nihil honorabilius amicitia</foreign>.” Però io, che sono più vecchio di Vostra Signoria, dovrei esser più forte di lei, e senza timore d’esser preso a forza e legato da la sua amicizia, a la quale non ricuso d’essere astretto, e non l’astringo per non farle violenza: ma se la forza fosse simile a quella che patisce il regno del cielo, non dovrebbe dispiacerle. La prego che voglia onorarmi mentre io sono lontano, accioch’io non mi risolva di venire a farle forza con la presenza. E se non teme del mio ritorno, assicurandosi de l’aiuto del signor Carlo Loffredo e de gli altri più vecchi, io cercherò d’arrivare così improvviso, che non le vaglia questa difesa. Desiderava lettere di Vostra Signoria in risposta, e l’aiuto di quell’altre lettere, al quale s’era offerto; perchè mi sarebbe quasi necessario in tutti i modi, o volendo venire o fermarmi: ma io sono impedito in tutte le mie deliberazioni, e dubbioso de l’altrui volontà. E se i più giovani non voglion consigliarmi, almeno dovrebbero darmi consiglio i più vecchi, lasciando la violenza; che potrebbe forse legarmi in Cristo, non “<foreign lang="lat" TEIform="foreign">catenis ferreis, sed vinculis spiritus indissolubilibus</foreign>,” come dice il medesimo teologo. Nondimeno io sono tanto oltre ne l’età, che desidero d’essere persuaso; e non mi vergogno di usar forza a’ cortesi cavalieri, come Vostra Signoria: la quale essendo d’animo nobilissimo, e di costumi gentilissimi, di niuna cosa potrà ragionevolmente esser più lodato, che d’avermi aiutato in questo negozio, nel quale consiste la vita mia, ch’importa molto, e l’onore e la sodisfazione de l’animo, che dovrebbe importarmi assai più. Laonde Vostra Signoria non dee aver riguardo ad una cosa solamente, che non l’abbia a tutte insieme. E le bacio la mano. Di Vaticano, il primo de l’anno, del 1593.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1433</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A DON FERRANTE GONZAGA, PRINCIPE DI MOLFETTA. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mi dolsi de la morte del signor Pirro, e de la malattia del signor cardinale, e con l’affetto d’amorevolissimo servitore ho sentito quasi proprie le passioni de l’uno e de l’altro, come sentirò sempre ogni esaltazione e prosperità de la sua illustrissima Casa: e di ciò non ho altro dubbio, se non di non essere creduto; ch’è più tosto difetto de l’altrui fede che de la mia buona volontà. Ora mi rallegro del ritorno di Vostra Signoria illustrissima in Italia, co ’l quale può consolar la patria, i parenti, gli amici, e i servitori, e me con gli altri, se vorrà ripormi in questo numero.</p>
               <p TEIform="p">Le mando un sonetto, il quale è picciol testimonio di grande affezione; ma essendo parto più de la mia divozione che de la sufficienza, spero che non sarà per questo veduto mal volentieri. Le ricordo la copia de la mia lettera, benchè dovrei ricordarle più tosto, che ne l’occasioni non si scordasse di me, e di parlare in mio favore. E bacio a Vostra Signoria illustrissima la mano. Di Roma, il 9 di gennaio del 1593.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1434</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Scrivo al signor Ferrante Gonzaga una breve lettera, ed un picciol sonetto: picciolo il chiamo per rispetto del suo merito; benchè tutti i sonetti siano eguali di quantità. Vostra Signoria l’appresenti, e l’adorni con le sue parole, come s’usa ne’ doni; perchè dal mio carattere non può essere adornato. Scrivo con la solita infelicità, c’altri chiama dapocaggine: però non se ne maravigli. Non so che risolva il Licino, o ’l signor Giulio Girello; ma volendo ristampare la seconda parte de le mie Rime, in quel modo ch’io la mandai a Bergomo, mi farà piacere ad usare ogni diligenza perchè sia corretta. Questo negozio si devrebbe spedire inanzi a la mia morte. Vostra Signoria avrà commodità di trattarlo co ’l reverendo Licino, e co ’l reverendissimo Maffetto, e con l’eccellente signor Giulio, al quale io scrivo di nuovo. Mi doglio de la tardanza del cardinale; e più de la cagione, ch’è l’infermità, come dicono: li disidero quell’accrescimento di fortuna ch’è dovuto al suo merito, e quella sanità che vorrei per me stesso. Vostra Signoria li baci la mano in mio nome, e lo supplichi che si ricordi ne l’occasioni di favorirmi. Vorrei ch’il mio poema si ristampasse, e temo di non vederne la fine. Vivete lieto, e pensate al ritorno di provedermi d’un servitore fedele, e conforme al mio gusto. Di Roma, il 9 di gennaio del 1593.</p>
               <p TEIform="p">Mi scordava di dire, che due libri ho ricevuti in casa del signor cardinale; ma don Paolo Faccione non mi ha dati ancora gli altri due.</p>
            </div2>
            <div2 type="epistola" org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="div2">
               <head TEIform="head">1435</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Sempre che vi piacerà mandarmi la seconda parte de le mie Rime ristampate, ve ne resterò obligato, come pure de’ Dialoghi i quali potevano esser ricopiati per amicizia o per prezzo. Ho scritto alcune volte, che non si lasciassero a dietro i dodici sonetti de la Corona, i quali si potevano ricopiare da’ libri stampati. Vi mandai parimente un conciero del primo sonetto; ch’era questo, o simile:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <lg org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="lg">
                        <l part="N" TEIform="l">De l’imperio e de l’arme il pregio a Roma</l>
                        <l part="N" TEIform="l">Tolse barbara gente a lei rubella:</l>
                        <l part="N" TEIform="l">O gran nome fatale! ecco novella, ec.</l>
                     </lg>
                  </quote>
E mi doglio che non sia stato ristampato in questo medesimo modo: ma molto più mi spiace c’abbiano voluto aggiungere altre rime, oltre quelle ch’io feci ricopiare; perch’io non mi fido molto del giudizio di molti, nè de la volontà. Ma s’avranno scelte di quelle ch’io stimo migliori, non mi saranno stati nemici. In tutti i modi, vi prego che mi facciate vedere quel che si è fatto. Io non mancherò in tutte l’occasioni di parlare a vostro favore con l’illustrissimo signor Cintio, e co ’l signor Pietro Aldobrandini, e di procurarne lettere di raccomandazione: basta che mi avvisiate il bisogno. Raccomandatemi al signor Ercole, e a gli altri signori Tassi. I libri potete mandarli a Roma per via de’ signori Grassi, o per qual’altra vi piacerà; se non volete mandarli a Mantova al Costantino, segretario del signor cardinale Gonzaga. E vi bacio la mano. Di Roma, il 12 di gennaro 1593.</p>
            </div2>
            <div2 type="epistola" org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="div2">
               <head TEIform="head">1436</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A ELEONORA DE’ MEDICI, DUCHESSA DI MANTOVA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">S’io meritassi d’esser creduto, mi sforzarei di persuadere a Vostra Altezza, ch’io per la divozion mia verso di lei, e verso del signor duca suo, e per l’affezione portata sempre a’ suoi figliuoli, ed a tutta la sua Casa, non mi riputava indegno de la sua grazia. Ma perchè più tosto la mia fortuna che la mia natura, o ’l mio costume, può toglier fede ed autorità a le mie parole, rimetterò ne la discreta considerazione di Vostra Altezza tutto quello ch’io potessi scriverle o dirle in questo proposito. La pregherò solamente, che si degni d’accettare in mio nome un libro di mie Rime, che le sarà appresentato dal Costantino, come certo testimonio de la mia perpetua ed inviolabile affezione ed osservanza. E s’a lui, più che a me, si debbono credere molte cose, ch’io posso affermare de la mia fedelissima servitù e de la sincerissima volontà; supplico Vostra Altezza che non mi voglia costringere a parlar di me stesso soverchiamente, e con qualche mio rossore. Io conservo ancora la lettera che Vostra Altezza scrisse al granduca, per appresentarla in qualche occasione; ma continovando la mia infermità, ed essendo richiamato a Napoli con certa speranza di ricuperar molte migliaia di scudi de la dote materna; non posso fare alcuna ferma deliberazione, nè fondarmi in alcuna speranza del mondo. Ma supplico Vostra Altezza che in tutti i luoghi ed in tutti i tempi mi reputi suo divotissimo servitore. E le bacio umilissimamente la mano. Di Roma, il 15 di gennaio del 1593.</p>
            </div2>
            <div2 type="epistola" org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="div2">
               <head TEIform="head">1437</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mando a Vostra Signoria una lettera di credenza, da presentare co ’l libro de le mie Rime a la signora duchessa: e la prego faccia quell’officio che si conviene a la sua cortesia ed al nostro vicendevole amore. Se i dodici sonetti de la Corona non fossero ristampati, devrebbono essere ristampati in tutti i modi; benchè nel libro scritto a mano non fosse ricopiato se non il primo: ma io non posso fidarmi nè de la parola del Licino, nè de la sufficienza, nè del giudicio, nè di quel de gli altri. Onde tanto più mi doglio che Vostra Signoria non se ne pigliasse la cura, quando io ne la pregai e ripregai: e quello che più mi dispiace, è che dubbito c’abbiano fatta mescolanza d’altre rime, ch’io non ho approvato, e non mi piacciono. Raccomandatemi al signor Giulio Girello: e datemi qualche aviso del vostro ritorno; perch’io v’aspetto con impaziente disiderio. Di grazia, prima che Vostra Signoria appresenti il libro a la signora duchessa, acconci il primo sonetto in questo modo, che mi ricordo che già fu conciato di mia mano:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <lg org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="lg">
                        <l part="N" TEIform="l">De l’imperio e de l’armi il pregio a Roma</l>
                        <l part="N" TEIform="l">Tolse barbara gente a lei rubella:</l>
                        <l part="N" TEIform="l">O gran nome fatale! ecco novella, ec.</l>
                     </lg>
                  </quote>
Vostra Signoria potrà farmi ancora favore di conciare alcune copie con la sua gentilissima mano. E viva lieta. Di Roma, il 15 di gennaio del 1593.</p>
               <ps>
                  <p TEIform="p">Poscritta. Ieri fui avisato de la morte del cardinale, da me a pena creduta, parendomi verisimile che Vostra Signoria mi avesse prima avisato de l’infermità. Rimasi tutto stordito: questa settimana l’ho lacrimata; nè posso consolarmi, nè sperar più alcuna sodisfazione in questa città.</p>
               </ps>
            </div2>
            <div2 type="epistola" org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="div2">
               <head TEIform="head">1438</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">AD ANNIBALE DI CAPUA, ARCIVESCOVO DI NAPOLI</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Del mio desiderio di tornare a Napoli niuno altro è maggiore, che quel di veder Vostra Signoria illustrissima cardinale; e non posso dissimularlo. E s’io credessi ch’i miei offici o le mie laudi potessero servirle a questo fine, non parlerei d’alcuna cosa in questa corte o più volentieri, o più spesso, che de’ meriti di Vostra Signoria reverendissima. Ma a lei questa dignità è dovuta: però non se ne dee curare, se non come d’onore inferiore a la sua virtù, e da la grandezza d’animo conveniente a la sua nobiltà. A la mia affezione, o a l’opinione più tosto, non si può mettere alcuno altro freno, ch’il rispetto ch’io porto a Vostra Signoria illustrissima; co ’l quale frenerò le mie passioni medesime. Del mio stato non posso scriverle cosa ch’ella non sappia, o non possa intendere dal signor abate Spolverino, co ’l quale io sarei tornato volentieri. Ma se stimerà di poter giovarmi, o darmi qualc’aiuto ne la mia lite non ancora cominciata, a niuno altro avrò quest’obligo con maggior mia sodisfazione; perc’a niuno più desidero d’esser perpetuamente servitore. E le bacio le mani. Di Roma, il 22 di gennaio del 1593.</p>
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               <head TEIform="head">1439</head>
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                  <salute TEIform="salute">A MATTEO DI CAPUA, PRINCIPE DI CONCA. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Desidero di riveder Napoli e Vostra Eccellenza, ma con sua grazia; per la quale sono stato costretto d’eleggere questo quasi esilio da una bellissima e da me amatissima città; la quale mi dovrebbe essere in vece di patria, non avendo io alcuna altra. Mi ritiene la vecchia infermità, e la povertà invecchiata ancora con gli anni, che più tosto mi dovrebbe essere sprone al venire: però non posso continuar questo viaggio, non che finirlo, senza l’aiuto, o almeno senza il parere di Vostra Eccellenza; e mi farà grazia d’avvisarmene, e di darmi speranza (s’io ne posso avere alcuna) di ricuperar co ’l suo favore la sanità, e quella parte che mi tocca de la dote materna: benchè io volentieri consentirei che le mie speranze non avessero intieramente effetto in quel che meno importa; ma ne la salute non vorrei inganno, che non giovasse molto. Nè a’ principi suoi pari, ed a gli uomini di stato è lecito d’ingannare in altra maniera; s’io son pur nel numero di coloro ne’ quali è lodevole quest’artificio. Ma in tutti i modi desidero la grazia di Vostra Eccellenza, e lontano e presente, e ne gli agi e ne’ disagi, e ne la buona e ne l’avversa fortuna; e la supplico che consideri quanto a me più convenga il chiederle il suo favore importunamente, che a lei il negarlo men cortesemente che non suole. Non ricuso d’esser vinto da la sua cortesia, benchè io desiderassi di vincer per giustizia questa mia lite almeno; sapendo che non è alcuna vittoria più bella, o più onorata, che quella che s’ha con ragione. A le mie preghiere aggiungerei quelle del signor abate Polverino, s’egli volesse per un suo amico far quel debito e cortese officio, del quale io l’ho pregato. Vostra Eccellenza intenderà da lui il mio stato, ed il bisogno ch’io ho de la sua liberalità più in questa città, che in alcuna altra: e, s’io non m’inganno, cercherà di giovarmi, perchè i prencipi in niuna cosa son più differenti da gli altri uomini, che nel giovare e nel far beneficio. E le bacio la mano. Di Roma, il 22 di gennaro del 1593.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A FRANCESCO POLVERINO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vostra Signoria non m’ha voluto far grazia di lasciarsi vedere inanzi a la sua partita; ed io non ho saputo dove ritrovarla. Però le mando l’inchiuse, e desidero risposta de l’una e de l’altra. Vostra Signoria faccia quell’officio co ’l signor principe di Conca, che giudica convenirsi ad un vero amico; e solleciti il signor Orazio a darmi qualche informazione de la mia lite, perchè da questa speranza posso esser costretto al ritorno. E le bacio la mano. Di Roma, il 23 di gennaio del 1593.</p>
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               <head TEIform="head">1441</head>
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                  <salute TEIform="salute">A ORAZIO FELTRO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vostra Signoria non mi risponde o per malignità de gli altri, o per disprezzo de la mia fortuna, la qual in tutte le parti è la medesima, o peggiore in quella dove dovrebbe esser maggior prudenza. Però è quasi pazzia il commettere a la fortuna una lettera, non che un libro. Non faccia a la sua cortesia, o a la mia natura, questa ingiuria di non rispondermi; e direi a la mia virtù, s’io potessi gloriarmene, o se questo nome non fosse odioso a questi tempi: ma son almeno virtuoso, perchè riconosco assai spesso con gratitudine ogni favore che le sia piaciuto di farmi.</p>
               <p TEIform="p">Vostra Signoria mi scrive, ch’io non dubiti di non poter in Napoli viver come gentiluomo, ch’io dubito di poter vivere in tutte le parti; ma vorrei assicurarmi, se non de la morte o de la vita, almeno de la qualità de l’una e de l’altra; la quale, per mio proponimento, non può esser se non onorata. Vivrò per mia opinione brevissimo tempo, perchè l’una infermità s’aggiugne a l’altra, e niuna mai suol cessarmi. Vorrei vivere come gentiluomo quello spazio di vita che m’avanza, o in Napoli o in Roma; e se ’l papa non m’ha voluto far grazia di viverlo come prelato, poteva la cortesia di tanti signori napolitani aiutarmi a questo mio desiderio. Ma io non ricuso la vita di gentiluomo che m’è offerta, nè vi stimo obligati a darmi speranza di prelatura. Poteva il papa non disperarmi, e tenermi lieto almeno con l’espettazione di questa grazia, poichè non ho alcun’altra causa di star allegro. Ma non l’è piaciuto di consolarmi in questa guisa; o io non so la sua opinione, non avendo potuto mai aver audienza; ne la quale non avrei celato a Sua Beatitudine la mia deliberazione, ch’è di ritirarmi più tosto in un monistero, che di concedere al mondo ch’io non meriti d’esser almeno onorato come gentiluomo. E se l’età o gli studi sono d’alcuna considerazione, oltre la gentilezza, io l’avrei supplicato che per sua ineffabile clemenza avesse risguardato a tutte le cose insieme. Or lasciamo da parte questo negozio co ’l papa.</p>
               <p TEIform="p">Ne la mia lite poco spero; ma crederò quel che vi pare, e per vincerla tenterò l’animo non solamente de’ giudici, ma del re medesimo. Verrò a Napoli senza dubbio quando vorrete, non essendo ritenuto da la parola medesima di Sua Santità: ma se io tardo, avrò conceduto non solamente una lettera, ma il mio poema e l’altre opere mie, a l’arbitrio de la fortuna; bench’io pensassi di concederlo solamente a quello di Sua Beatitudine. Scrivo al signor Fulvio Costanzo, e desidero risposta; e potrei morire in questa espettazione. S’io verrò, pensate di raccogliermi in tutti i modi, benchè disutile a tutte le cose; e se vi pare ch’io possa venire senza la protezione del signor principe di Conca, o di quel di Venosa, tenetemi almeno in grazia del prior de la Certosa; perch’io ho speso tutto quello che m’era necessario per sostegno de la vita, e sono infermo e maninconico più de l’usato. A Vostra Signoria bacio la mano. Di Roma, il 25 di gennaro 1593.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mando a Vostra Signoria l’inchiusa, che mi è stata inviata da Lombardia, credendo forse chi scrive, ch’ella dopo la morte del signor cardinale se ne sia ritornata a questa patria commune. Le ricordo che faccia buono officio nel presentar la seconda parte de le mie Rime a la signora duchessa; perchè, se la sua dolce eloquenza non m’impetra qualche grata ricognizione de le mie fatiche da Sua Altezza, io non so quando mai più me ne possa sperare. Aspetto che Vostra Signoria me ne mandi, o porti, due volumi almeno. Da l’arcivescovo di Monreale ho inteso ch’ella viene a’ suoi servigi; e me ne son rallegrato, s’io posso usar questa parola: perchè è gentilissimo prelato, virtuosissimo come il mio signor Costantino, e di molto merito. Raccomandatemi al signor Giorgio; ed amatemi. Di Roma, il 3 di febraio del 1593.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A LODOVICO DE TORRES, ARCIVESCOVO DI MONREALE</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Se le mie lettere potessero essere a Vostra Signoria reverendissima men noiose de la mia presenzia, o de le visite, non mi parrebbe troppo grave l’occupazione de lo scrivere; benchè io sia tanto nemico de la fatica, quanto debole a sostenerla: ma temo d’apportarle noia ne l’uno e ne l’altro modo: però sarò breve. Raccomando a Vostra Signoria l’inchiusa che io scrivo al Costantino, il quale potendo essere suo secretario, non dee portare invidia a la fortuna di coloro che sanno i secreti de’ re e de gli imperatori: tanto è il merito di Vostra Signoria; tanta la prudenza nel tacere e nel parlare; tanta è la grazia di lasciar sodisfatti quelli ancora che sono esclusi da la sua dimestichezza. Ma io non so in qual numero mi sia: sono nondimeno in quel de’ suoi affezionati, che desidero la sua esaltazione, e l’accrescimento de la sua dignità e de la fortuna, perchè de la virtù non si può accrescere. Ho data commessione al mio servitore, che dica a Vostra Signoria reverendissima, in mio nome, quel ch’io non ardisco di scriverle. E le bacio la mano. Di Vaticano, il 6 di febraro del 1593.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Nel leggere il sonetto di Vostra Signoria sovra il mio ritratto, non ho saputo riconoscer me stesso; perchè m’adorna in guisa co ’l pennello gentilissimo de la sua eloquenza, ch’io mi veggio tutto trasformato. M’è piaciuto molto più il delineamento de le mie sciagure, che de le virtù: perchè di queste ha detto molto più di quello che deveva; di quelle, molto meno di quello che poteva. L’ho ritoccato in alcuni luoghi, acciochè mi rappresenti più al vivo: di che la prego a non isdegnarsi. Sto attendendo quel che Vostra Signoria avrà fatto per me in questa occasione de l’appresentare il mio libro, il quale mi scrisse ch’era già stampato; e poi non ne ho veduto altro. Aspetto con disiderio la vostra venuta, per saper se ’l cardinale si ricordò di me ne la sua morte, o s’io gli fui ricordato. Vorrei conservar la memoria de la servitù e de la stima ch’io feci di quel signore non solamente in qualche mio sonetto o canzona, ma in un libro de l’Immortalità de l’anima, nel quale vorrei introdurre Sua Signoria illustrissima a ragionare; come lo Sperone introdusse già il cardinale Contareno: ma non so s’io avrò ozio o commodità di farlo; perch’io non posso supplire al mio proprio bisogno: quanto meno al debito di tante servitù! Disidero che mi portiate di Mantova il Fido Amante del signor Curzio Gonzaga, ed il Floridante di mio padre; se pur questa mia vi troverà in Mantova. E vi bacio la mano. Di Roma, il 13 di febraio del 1593.</p>
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               <head TEIform="head">1445</head>
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                  <salute TEIform="salute">A FRANCESCO POLVERINO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Desidero risposta da l’arcivescovo di Napoli e dal principe di Conca: non perc’alcuna risposta sia necessaria, ove è tanta affezione da la mia parte, e tanta cortesia da la loro; ma perch’io ricerco questo pegno non necessario da la lor volontà, nè posso in altro modo aver obligo a Vostra Signoria. Non le mando le Stanze, perchè le porterò io medesimo: ma s’io prolungassi la mia venuta, le manderò a Vostra Signoria senza fallo. Di Roma, il primo di quaresima del 1593.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vostra Signoria s’è partito senza dirmi a dio; e pure ella sa quanto l’avrei abbracciata caramente nel suo dipartire. Pazienza! Vi mando l’inchiusa per la signora duchessa di Mantova: e per penitenza del torto che m’avete fatto a non lasciarvi vedere, v’obligo a la risposta, ed a’ libri promessimi. A la cortesia de la signora duchessa io non desidero sollecitatore: basta un che le ricordi solamente, quanto io le viva servitore. Vostra Signoria m’avisi s’io debba aspettarla di ritorno, e quando; o pur, se sarà ritenuta da cotesto magnanimo principe. E viva lieta. Di Roma, il 5 di marzo del 1593.</p>
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               <head TEIform="head">1447</head>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io sarò quel giovane diacono che voi descrivete ne le vostre lettere, quando il venerabile signor Maurizio sarà un san Geronimo; una figura almeno con la barba prolissa, con un sasso in mano, in una spelonca, ne la quale stia battendosi il petto. <foreign lang="lat" TEIform="foreign">Interim</foreign>, aspetto quel benedetto dialogo del Piacere, tante volte promesso. Ne la seconda parte de le mie Rime potreste far aggiungere la Corona de’ dodici sonetti, in quel modo ch’è stampata: altrimenti non posso restar sodisfatto nè di voi, nè de’ parenti, nè de la magnifica comunità di Bergomo; a la quale mi raccomando. Di Roma, il 5 di marzo del 1593.</p>
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               <head TEIform="head">1448</head>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA MANSO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mando a Vostra Signoria il dialogo de l’Amicizia, e la prego che non voglia ricusar l’obligo di favorirmi, come amico e servidor suo: del suo favore potrò aver bisogno in ogni parte, ma in Napoli più che ne l’altre; perch’io non posso aver risposta nè dal signor Fulvio Costanzo, nè dal signor Orazio Feltro, al quale ho scritto più volte. Il desiderarla dal signor principe di Conca sarebbe forse soverchio. Qui non so come trattenermi con le speranze solamente del papa; le quali hanno bisogno d’appoggio, ed io non ho potuto avere ancora audienzia. A Vostra Signoria bacio la mano; e de l’altre cose mi rimetto a la cortesia del signor Scipion Belprato. Di Roma, il 9 di marzo del 1593.</p>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">A FRANCESCO POLVERINO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Era meglio ch’io fossi venuto con Vostra Signoria; c’avrei forse schivata una fastidiosa febre, la qual m’ha travagliato gli ultimi giorni di carnevale; ed ancora io non ne son libero. Laonde non so quando mi sarà agevole il mettermi in viaggio. Al signor principe di Conca sono obligato de la buona volontà, e vorrei averle ancora obligo de li effetti; ma non avendo potuto venire a Roma co ’l suo favore, com’io desiderava, almeno vorrei potermene ritornare. Non so dove alloggi il signor Orazio Mancino; nè so bene s’io il riconoscessi: tanta è la mia smemorataggine. Cercherò di lui; e vedrò qual aiuto possa darmi al ritorno. Ringrazio Vostra Signoria de l’affezione che mi porta; e non dee dubitare di non aver luogo ne l’opere mie, s’a me sarà conceduto o farne de l’altre o riveder le fatte. Ma Vostra Signoria dee fare ogni offizio per mia quiete, e perch’io possa viver con qualche sodisfazione quel poco di vita che m’avanza. E le bacio la mano. Di Roma, il 10 di marzo del 1593.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A FRANCESCO POLVERINO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mi perdoni Vostra Signoria s’io aveva aggiunta una lettera nel suo cognome; perchè la mia smemorataggine può esser causa di maggiore errore: e non si voglia scusare di non aver ricevuta la presente con le XXV stanze de le Lagrime, de le quali io non ho copia alcuna, oltre quella ch’io le mando; nè sono atto a ricopiarla, nè ad alcuna fatica: però la prego, che la conservi. Vorrei venire a Napoli in tutti i modi; e non mi basta l’animo, perchè non ho alcuno aiuto. Non so quel che voglia fare il Mancino. Da Napoli aspettava risposta, almeno dal signor Orazio; e mi doglio che mi sia negata. Baci le mani in mio nome al signor principe. Di Roma, il 12 di marzo del 1593.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA MANSO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Il signor don Scipione ha meglio osservata la sua parola ne lo sborsamento di venticinque scudi, ch’in altra cosa; tal ch’io ho deliberato di non fidarmi di lui, se non in questa materia di danari: ne l’onore o ne l’amore, s’io non avessi alcuno, bisognerebbe ch’io fossi più cauto: ma io non amerò altro ch’il mio comodo; perchè in questo sol modo potrò portar rispetto a tutti i miei amici e signori. De la mia venuta, e del negozio, non ne scrivo a Vostra Signoria; perch’io non sono tanto informato, quanto è il signor Scipione: anzi, non ne so la metà. Vorrei tornare in questa state in tutti i modi; ma rimanendo, rimarrò obligatissimo a l’umanità di Vostra Signoria. Di Roma, il 10 d’aprile del 1593.</p>
               <p TEIform="p">Ricuperi, di grazia, il dialogo de l’Amicizia.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL PADRE FRANCESCO PANIGAROLA, VESCOVO D’ASTI</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Grande usura hanno fatto le poche parole che io scrissi a Vostra Signoria reverendissima, poichè io ne ho guadagnato il preziosissimo tesoro de la sua lettera; ma ridasi de la mia sciocchezza, perchè io l’ho confidato ad alcuni amici del signor Maurizio Cataneo, il quale nega d’averlo ricevuto, e d’essere obligato a la restituzione: ma essendo il vescovo Panigarola signore e dispensatore de le infinite ricchezze de l’eloquenza, può sempre farmene parte senza temenza d’impoverire. Io fo, e feci sempre grandissima stima, anzi ebbi grandissima maraviglia del suo giudicio, de la sua dottrina, e de l’eloquenza: e questa maraviglia tanto si fa maggiore, quanto più invecchia. Ma sono affezionatissimo al nuovo poema, o novamente riformato, come a nuovo parto del mio intelletto: dal primo sono alieno, come i padri da’ figliuoli ribelli, e sospetti d’esser nati d’adulterio. Questo è nato da la mia mente, come nacque Minerva da quella di Giove; onde gli confiderei la vita e l’anima medesima, e vorrei che fosse dal giudicio e da l’autorità di Vostra Signoria reverendissima onorato.</p>
               <p TEIform="p">Del signor Cintio non ho certa opinione, stimando che se una volta mi fece degno de la sua tavola, dovesse per cortesia sempre stimarmene meritevole, quantunque io impazzi come Democrito; o almeno privarmene per mia colpa, non per quella de gli altri, la quale è cagione de la mia malinconia: colpa non può essere nel dir vero, ma forse poco sottile avvedimento. Io penso di scusarmi, se non posso con l’esempio de i poeti o de’ filosofi, almeno con quello di Papirio: tanto mi basta l’animo. Il signor Cintio non può dimostrare altezza d’animo, se non facendo vergognare i principi, che mi sono nemici per questa cagione; per la quale io non merito vergogna, ma onore. Mi parrà d’essere stimato a bastanza, quando alcuno non parli o scriva contra la mia opinione, o non mi sforzi a consentirvi. Del mio dilettissimo poema, come de gli altri; fra’ quali sono le Lagrime di Cristo e de la Vergine; manderei copia a Vostra Signoria reverendissima, s’io potessi pagare il copista. Ma il signor Cintio, o il signor Maurizio, il quale è denaiolo anzi che no, potrebbe fare a me questo servigio, e dare a lei questa sodisfazione. Di Roma, a’ 10 d’aprile 1593.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1453</head>
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                  <salute TEIform="salute">A ELEONORA DE’ MEDICI, DUCHESSA DI MANTOVA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mi è stato detto, che Vostra Altezza disidera di donarmi due turchine. Io la ringrazio, quanto debbo, del buon animo, come farò d’ogn’altro favore che le piacerà di farmi: ma veramente le sarei più obligato se mi donasse un rubino ed una perla legata in oro; perchè s’avenisse mai ch’io dovessi prender moglie, non mi mancherebbono con la sua grazia anella da sposarla: e senza questa occasione, sarebbono quasi un remedio a la maninconia. Vorrei questa state andare a Napoli, e questo autunno tornarmene in Lombardia, con l’occasione di queste nozze fra ’l signor prencipe di Venosa e la signora donna Leonora. Ma a Vostra Altezza sono servitore in tutti i tempi ed in tutti i luoghi; e non perderò alcuna occasione di servirla. E le bacio la mano. Di Roma, il 14 di aprile del 1593.</p>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Scrivo al signor Fabio, come consigliate; ma io vorrei vedere qualche buono effetto de’ vostri consigli. Volentieri avrei fatto qualche nuovo componimento, o v’avrei mandato con questa alcuno de’ già fatti questi giorni a dietro: ma in questa settimana santa bisogna pensare ad altro. Vi prego che senz’altra dilazione facciate officio, che mi sia mandato alcun volume de la seconda parte de le mie Rime stampate, con la giunta de la Corona. Darò al signor Giorgio alcuni sonetti in morte del signor cardinale. Vostra Signoria mi raccomandi al signor Ferrante illustrissimo. E viva lieta. Da Roma.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A FABIO GONZAGA. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Il Costantino mi persuade, o mi costringe a valermi un’altra volta del favor di Vostra Signoria; e benchè la prima il tentassi assai infelicemente, in questa seconda non dispero che la sua bontà possa superare la mia fortuna. Dedicai la seconda parte de le mie Rime a la signora duchessa. Ho poi scritto a Sua Altezza una lettera, la quale il Costantino mi scrive aver lasciata a Vostra Signoria perchè glie le appresenti. Io la prego che voglia far per me buono e cortese ufficio, accioch’io veda qualche effetto de la benignità di quella signora, oltre la risposta. Almeno desidero tre o quattro volumi de la seconda parte fatta ristampare dal signor Giulio Girelli; a la quale agevolmente si può aggiungere la Corona di dodici sonetti. Io scrivo a quel gentiluomo, che voglia di ciò sodisfarmi; e prego Vostra Signoria che mandi la lettera a buon ricapito.</p>
               <p TEIform="p">La mia noiosa infermità mi travaglia al solito: e congionta con la mia povertà, m’è grave peso a sostenere. È alleggerito con l’aiuto de la speranza: ma io credo poco a la corte; e più volentieri avrei fatto esperienza de la mia fortuna in Napoli; se mi fosse stato conceduto. Questa consolazione almeno ho nel male, di vedermi concedere quei favori che in alcun’altra parte mi sono stati negati. Questa settimana santa sono molte volte stato invitato a pranso con molti cardinali de’ più nobili del collegio, e qui in Palazzo; ed io solo, o con pochissimi prelati, sono stato fatto degno di questo favore. La medesima cortesia ho trovata ne’ principi di questa città; ne la quale non posso acquetarmi, se non accrescendo o confermando la fortuna: ma qual quiete, o quale allegrezza potrò mai trovarci, senza il mio cardinale? La sua morte veramente m’ha lasciato addoloratissimo e sconsolatissimo. A Vostra Signoria bacio la mano. Di Roma, il sabbato santo del 1593.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A FRANCESCO POLVERINO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Da che mandai a Vostra Signoria le Lagrime de la Vergine, non ho avuta risposta, nè lettera de l’arcivescovo o del signor principe, com’io aspettava. Ora, con le Lagrime de la Vergine sono stampate quelle del Signore. Manderei l’une e l’altre, s’io credessi che Vostra Signoria si degnasse di rispondermi, e di darmi qualche informazione de la volontà di cotesti signori. De la mia lite non desidero vittoria, ma concordia; perch’io vorrei vivere in pace. A Napoli desidero di venire in tutti i modi; ed in tutti sono impedito. Il numero de l’amicizie e de gli amici costì è troppo ristretto, perchè non arriva a tre, o pur non è numero, perchè si contenta de l’uno. A Vostra Signoria bacio la mano, ed al signor Orazio Feltro similmente, se possiamo numerare sino a due. Di Roma, il 30 d’aprile.</p>
               <p TEIform="p">Quel Mancino non ha dritta opinione.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non posso restar sodisfatto, come averei voluto, nè di Vostra Signoria, nè del signor Fabio, nè del signor Giulio Girello, se a la seconda parte de le mie Rime non è aggiunta la Corona, la quale non voglio che paia rifiutata da me; e con le lodi de la signora duchessa di Mantova si deono legger volentieri quelle de la signora duchessa di Ferrara. Però vi prego che facciate officio perch’io sia compiaciuto almeno in questa parte; poichè ne l’altre non ho meritato alcun favore. I sonetti in morte del signor cardinale saranno mostri al signor Ferrante illustrissimo. E vi bacio la mano. Di Roma, il 9 di maggio del 1593.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIULIO GIRELLI. Brescia</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Voglio parere importuno con Vostra Signoria, ripregandola che faccia aggiungere a la seconda parte de le mie Rime la Corona de’ XII sonetti, la quale è stampata. Perdoni Vostra Signoria a me l’importunità, come io perdono a gli altri molto maggiori offese che mi vengon fatte. Credo che agevolmente, e con poca spesa, potrò esser sodisfatto di sì picciol favore. Però non m’affaticherò più lungamente in pregarla: solo mi sovviene d’avvertirla, che s’in ciò si fraponesse difficoltà alcuna, voglia communicarlo co ’l signor Antonio Costantini: il quale avendo particolar cura di tutte le cose ne le quali si tratti di qualsivoglia mio interesse, supererà ogni difficoltà, e leverà ogni intoppo che impedisca la mia sodisfazione. Ed a Vostra Signoria bacio la mano. Di Roma, il 9 di maggio del 1593.</p>
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               <head TEIform="head">1459</head>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io voglio farvi maggior onore per gratitudine, che per alcuna speranza; però aspetto il dono promessomi, il quale mi sarà più caro, se egli sarà ornato da le vostre parole. Ma vorrei che la serenissima signora duchessa restasse servita; che la privazione di Roma non mi fusse causa de la privazione de la sua grazia: perch’io penso d’andarmene questa state a diporto a Napoli; ne la qual città, più ch’in alcuna altra, mi rallegrerò d’esser favorito da la sua cortesia. In Roma non mi può, nè dee trattenere alcun altro disegno, che quel di portare la rosa a Sua Altezza: e son risoluto di chieder questa grazia a Sua Beatitudine, in ogni buona occasione che mi si appresenti. De le mie rime non sono assai sodisfatto; e di Vostra Signoria sono nemico capitale, perchè non abbia voluto spender per amor mio una decina di scudi in farmi ristampar la Corona per giunta; de la qual mi basterebbono venti o trenta copie: e, se non voleva aver rispetto a la mia persona, deveva portarlo a quella di Sua Altezza; la quale, non si ristampando la Corona, parrà meno liberale; laddove io vorrei che la sua liberalità risplendesse a gli occhi di tutto il mondo. Però non dee donarvi nulla; perchè i suoi doni mescolati co’ vostri tesori non si conoscerebbono: ma da me saranno dimostrati, non sol posseduti con que’ di pochi altri. Perdonatemi, s’io vi sono importuno; perchè i ricchi e i fortunati, come voi siete, sogliono alcuna volta aver questo fastidio: e converrebbe che ve ne fuggiste al Boristene o a la Tana, per fuggir la noia ch’io vi darò in questa pratica. Fortunato signor Costantino! e sete pur ritornato a Mantova; la qual parte non è così lontana, che non vi possano arrivare le saette de la mia faretra poetica.</p>
               <p TEIform="p">La mia Gerusalemme è finita, e posso darla a la stampa in ogni occasione; e l’indugio è colpa d’altri, non mia: perch’io non aspetterei più, benchè poco ne speri, e ne disegni molto meno; e mi caverei volentieri la voglia di mille scudi, s’io potessi: ma la stamperò con questo disiderio; il quale, per mio giudicio, non avrà mai effetto. E vi bacio la mano. Di Roma, il 10 di maggio del 1593.</p>
               <p TEIform="p">Di grazia, baciate le mani in mio nome al signor Tiberio Aragona; il quale ringrazierò poi con mie lettere de la molta sua cortesia.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A ORAZIO FELTRO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Desidero risposta da Vostra Signoria, o per mio utile o per mio piacere; perchè niuna amicizia mi fu mai più cara o più piacevole, che quella di Vostra Signoria. Risponda, adunque, se non vuol parlar di lite, in altra materia; altrimenti, fa torto a la sua cortesia, od a la mia affezione. Sono in Monte Cavallo, e ne la corte del papa, e desidero i diporti di Posilippo; e mi pare che questa mia absenzia di Napoli sia un esilio troppo lungo e troppo violento. Il mio poema si ristamperà in Roma, non potendo io ritornare. La seconda parte de le mie Rime è stata stampata in Brescia; ma piena di molti errori. La manderò a Vostra Signoria corretta di mia mano; e mi reputerei d’esser troppo favorito de la sua cortesia, s’ella potesse far che si ristampasse in Napoli la prima e la seconda. Dirà forse che questo ancora è disegno; basta che non è disegno d’utile o di piacere: perchè di niuna cosa mi rimarrei più contento, che di sapere che le mie composizioni fossero in qualche stima appresso gli amici; fra’ quali Vostra Signoria ha occupato quel luogo che ella ha voluto. E le bacio la mano. Di Roma, il 15 di maggio del 1593.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A FRANCESCO POLVERINO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Prego Vostra Signoria che voglia procurarmi risposta da monsignor illustrissimo arcivescovo di Napoli, e dal signor principe di Conca; perchè da l’uno e da l’altro la desidero egualmente: e le mando due copie de le mie Lagrime, le quali si contentarà d’appresentare in mio nome; perchè ne manderò poi a Vostra Signoria due altre. Desidero di sapere se ’l signor Orazio sia in Napoli. In Brescia hanno stampata la seconda parte de le mie Rime, ma piena di molte scorezioni. Vorrei che l’una e l’altra fosse restampata in Napoli: ma non so s’io sarò stimato degno di tanto favore. Il mio ritorno per questa state è quasi disperato. A Vostra Signoria bacio la mano. Di Roma, il 15 di maggio del 1593.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A ELEONORA DE’ MEDICI, DUCHESSA DI MANTOVA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ne la picciolezza del mio dono ho conosciuto la cortesia di Vostra Altezza, che s’è degnata d’accettarlo: e veramente, per esser degno di lei, aveva bisogno d’ogni ornamento, e d’ogni accrescimento; ma per la malignità de la mia fortuna, e di chi ha voluto la cura de la stampa, è stato mal concio e molto diminuito. Ed in ciò molto maggiore appare la sua cortesia, che sola può consolarmi de lo scorno che mi par di riceverne, e ristorarmi del danno. Io sono ancora in Roma, quasi contra mia voglia; perchè penso di tornare a Napoli: ma la grazia di Vostra Altezza può giovarmi, e sollevarmi in ogni parte. E le bacio la mano. Di Roma, il 15 di maggio del 1593.</p>
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               <head TEIform="head">1463</head>
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                  <salute TEIform="salute">A TIBERIO ARAGONA. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non posso dimostrarmi così poco ambizioso, che non desideri qualche dono de la signora duchessa; se ’l dono apporta non solamente utile, ma onore. Ma io non ardisco o di scoprir quanto ne sia desideroso, o di parere avaro più che non sono. Ma benchè fosse negata questa dimostrazione o a la mia avarizia, o a l’ambizione, mi si dee concedere per un segno de la sua grazia, e per un testimonio ch’ella non m’abbia negata credenza. Può mandarlo per quella via che parrà migliore a Sua Altezza, sol che mi sia portato in Roma o in Napoli; perch’io non desidero passar più oltra: ma penserei più tosto al ritorno, s’io potessi mai ritrovare a la mia fortuna qualche porto d’onorata quiete. Avrò obligo ancora a Vostra Signoria che glie le ricordi. Il Costantino m’ha voluto mandare una sua lettera; ed io l’avrei creduto senza testimonio: ma per non celare alcuna parte de la mia vanità, prego Vostra Signoria e gli altri signori mantovani che facciano ristampare la prima e la seconda parte de le mie Rime, come sono state corrette da me. E le bacio la mano. Di Roma, il 15 di maggio del 1593.</p>
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               <head TEIform="head">1464</head>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Scrivo a Sua Altezza di nuovo, ed al signor Tiberio Aragona, pregandolo che mandi quel che le parrà di donarmi, per via del signor ambasciatore, o per quale altra le pare. Ho avuto tre volumi de le mie Rime, senza la Corona, e senza la canzona de la fama; benchè l’una e l’altra si potesse ricopiare da’ libri stampati, com’io avea scritto molte volte, non solamente al reverendo Licino, ma forse al signor Giulio Girello, ed a Vostra Signoria. Ne l’altre rime sono molte scorrezioni fatte a posta. La Testudine è guasta ne la testura; e la canzona ne le nozze del signor conte di Paleno, similmente: e mi ricordo, ch’io l’aveva racconcia assai bene. Mancano altre cose: laonde io rimandarei la prima e la seconda parte ricorrette a Mantova, se messer Francesco Osanna volesse ristamparle; ma avrei caro prima l’originale, se fosse possibile. Ed a Vostra Signoria bacio la mano. Di Roma, il 16 di maggio del 1593.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ALFONSO DA ESTE, DUCA DI FERRARA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Nel supplicare Vostra Altezza serenissima, son più dubioso de la sua volontà, che de la mia medesima, la quale sempre con grandissima umiltà dovrebbe esser conforme a’ suoi comandamenti. Però io mi rimetto ne l’altre cose a le relazioni del signor conte Geronimo Ziliolo suo ambasciatore, e del padre Bartolommeo Biondo; a i quali ho alcuna volta parlato assai liberamente del mio stato, e non solamente de’ miei bisogni, ma de’ miei desideri: ma in quel che appartiene del desiderio ch’io ho de la grazia di Vostra Altezza, non concedo ad alcuno altro, che possa meglio informarla di me stesso: però non le chiedo maggior libertà di quella che Vostra Altezza giudicherà di potermi concedere per grazia. Verrei volentieri a farle riverenza co ’l signor principe di Venosa, se così paresse a Vostra Altezza serenissima. Di Roma, l’ultimo di maggio del 1593.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non posso mancare a la servitù ch’io ho co ’l signor Ferrante di scrivere alcuna cosa ne le sue nozze, de le quali mi rallegro; ma ora mi sento così poco disposto al poetare, che quasi non posso far verso: è eccesso di malinconia. Ne le mie Rime sono infinite scorrezioni ed errori, che sono in parte miei: però, avendoli racconci, vorrei far ristampare la prima e la seconda parte con la Corona; e dopo queste, penserò a l’altre due. Aspetto da Vostra Signoria risposta a la lettera ch’io scrissi al signor Tiberio Aragona. E le bacio la mano. Di Roma, il primo di giugno del 1593.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A ORAZIO FELTRO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">L’ultima lettera di Vostra Signoria mi fu cara, come sogliono esser le cose aspettatissime; ma io sono stato tardo a rispondere, sperando di poter io medesimo darle la risposta. Sono ancora irresoluto, non perchè io abbia dubbio alcuno ne la deliberazione; ma perchè l’eseguire dipende da l’altrui volontà: e da voi altri signori ho così poco aiuto al ritornare, come ebbi al venire. Ringrazio Vostra Signoria, e insieme il signor suo fratello, che pensino di portar innanzi la mia lite, perch’io non debbo ricevere cortesia da chi non vuole o non sa usarla co’ miei pari; e mi doglio che la mia iniquissima fortuna m’abbia tolta ogni occasione di mostrarmi cortese con gli altri. Mi ricordo ch’è già passato l’anno, ch’io le raccomandai una lettera ch’io scriveva al re, de la quale omai sarebbe tempo ch’io avessi risposta per cortesia, o per diligenza del signor Orazio, al quale non potrei aver maggior obligo.</p>
               <p TEIform="p">Le mando una copia de le mie Lagrime, e insieme la seconda parte de le mie Rime da me racconcie, come Vostra Signoria potrà vedere. Desidero che sia ristampata con la prima, e non ardisco di pregarne Vostra Signoria soverchiamente; benchè vorrei più tosto questo favore da Napoli, che da altra città. Forse ne l’una e ne l’altra parte è rimaso alcuno errore, oltre quelli ch’io ho racconci; e potrebbono esser corretti da qualche amico, che gli notasse non come errori d’uomo ignorante, ma d’occupato in maggior pensiero, e quasi alienato da se medesimo. A Vostra Signoria bacio le mani. Di Roma, il 16 di giugno del 1593.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A ORAZIO FELTRO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Son passati molti giorni ch’io mandai a Vostra Signoria la seconda parte de le mie Rime, e le Lagrime del Signore e de la Vergine. Mi sarà caro l’intendere che sieno state date. L’altro giorno diedi al signor duca di Sessa alcune lettere scritte al vicerè in favor de la mia causa, e Sua Eccellenza mi promise di mandarle. Ho voluto che Vostra Signoria ne sia informata, acciochè questo negozio pigli alcuna forma. Se giudicherà che altra lettera di favore possa giovarmi, io mi sforzerò di non mancare in questa parte a me medesimo, ed a le mie ragioni. Del mio venire a Napoli non ho speranza per questa state; ed ho conosciuto con certissima esperienza, ch’io sarei stato raccolto mal volentieri: però non ho potuto far violenza a l’altrui volontà, nè a la mia medesima; la quale è sempre prontissima al ritorno, perchè desidero di veder il fine di questo negozio, e di riveder Napoli innanzi ch’io muoia. Da Roma, il 2 di luglio del 1593.</p>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">A TIBERIO ARAGONA. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ringrazio Vostra Signoria de l’amorevole promessa che mi fa; perchè le promesse ancora sono segno d’onore, sì come le repulse di poca stima: ed aspetterò senza dubbio gli anelli, ed ogn’altro favore che la signora duchessa si degnerà di farmi. Vostra Signoria, che ha dato sì buon principio d’obligarmi con la sua cortesia, non si dimentichi di andar perseverando di bene in meglio; perchè l’assicuro, che la mia gratitudine non cederà punto a la sua cortesia. E baci in mio nome le mani a Sua Altezza. Di Roma, il 10 di luglio del 1593.</p>
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               <head TEIform="head">1470</head>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
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               <p TEIform="p">Vostra Signoria solleciti l’orafo, poichè la donatrice è così pronta: non perchè la lunga espettazione possa diminuire il favore e la grazia ch’estimerò d’aver ricevuto da Sua Altezza; ma per accertarmi ch’io ne sarò consolato inanzi la morte. Manderò ben volentieri le composizioni che disiderate, di quelle che son fatte; ma quelle da farsi non saranno mandate, se non quando la musa il concederà. In questo caldo non m’inspira alcun favore; ed io ho bisogno di rallegrar l’animo: ma cercherò di servirvi in tutti i modi. Il signor Ferrante mi devrebbe mandar la copia almeno, che mi tolse, de la lettera di Sua Maestà; la qual, per mia opinione, non mi nocerebbe per certa occasione c’ho ne l’animo. Vostra Signoria dia l’inchiusa al signor Tiberio Aragona; e mi conservi in sua grazia. Di Roma, il 10 di luglio del 1593.</p>
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               <head TEIform="head">1471</head>
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                  <salute TEIform="salute">A ORAZIO FELTRO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vostra Signoria dovrebbe aver avute le mie Lagrime, e la seconda parte de le mie Rime, perch’io le diedi al signor Alessandro di Sangro, affine che le mandasse, non mi si parando inanzi altra migliore strada. In questo caldo, quando tacciono tutti i fori, e tutti i tribunali ci concedono quiete, io vi raccomando la mia lite, e vi sollecito a la spedizione; perchè a me solo è conceduto lo stare ozioso. Dimandate lettere o danari, ch’io manderò l’une e gli altri, per vederne il fine, e per riveder Napoli quando che sia. Il duca d’Urbino ha scritto in mio favore al vicerè, come Vostra Signoria potrà intender da Sua Eccellenza medesima. Io non ho voluto mandarle la lettera, per non aggiungerle carico; ma la prego che nel ritorno a Napoli di don Alessandro Archirota voglia farlo esaminare, accioch’egli dica quel che si facesse de la lettera di Sua Maestà, ch’io gli diedi in Santa Maria Nuova. Vostra Signoria m’ami, e mi tenga in grazia sua, e del signor Annibal Gambacorta, e del signor Giovan Battista Manso similmente. Di Roma, il 20 di luglio del 1593.</p>
               <p TEIform="p">Mi raccomandi al signor Fulvio Costanzo, e m’avvisi de la sua volontà, s’è lecito saper la volontà de i giudici inanzi a la sentenza. Io aveva pensato di mandarle un picciol consulto di monsignor Papio; ma n’aspetto il parere di Vostra Signoria. Non posso celebrarlo tra gli altri eroi, se non son sicuro che si risolva per la giustizia.</p>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">A ORAZIO FELTRO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">A la tarda risposta di Vostra Signoria mi confermai ne la speranza ch’io ho de la sua cortesia, s’io debbo più sperare in alcuna cosa di questo mondo. Però la ringrazio, ed aspetterò sino a quel tempo che pare a Vostra Signoria, nel quale sarà forse ristampato il mio poema, o poco meno. Ora le mando il primo foglio, come desidera, quantunque sia stato ristampato corretto con l’aggiunta d’una stanza: ma l’avrà poi co ’l secondo, nel quale è più espressamente la breve ma gran laude di Napoli, con quella del principe Riccardo che nacque in Pizzofalcone. Non le mando il primo volume de le Rime, perchè non ho ancora corretto tutti gli errori, com’erano in quel che diedi a Vostra Signoria; ma gli correggerò questa settimana che viene, senza fallo. Grande obligo n’avrei a Vostra Signoria, e a tutta cotesta città, se ’l facesse ristampar senza mia spesa: perchè altrimenti io sarò costretto per mio onore a spendervi quel ch’io potrò; e non so donde accattare i danari. La lite mi preme altrettanto per l’onore quanto per la necessità; perchè mi pare con troppa mia vergogna d’esser escluso non solamente da la grazia ma da la giustizia, e costretto in questa età a cose indegne del mio animo e de la mia condizione. M’avvisi se vuol che mandi il libro per via de’ monaci di Santa Maria, o per altra che le paia più sicura; perchè ne la posta non ritrovo mai sue lettere. Penserò a quel che mi scrive del signor ambasciatore di Spagna; ma non vorrei esser disperato de la cortesia de’ principi napolitani, e de gli altri signori principali, a’ quali è piaciuto che ’l negozio sia passato in questa maniera, con poca mia sodisfazione. Vostra Signoria mi conservi in sua grazia. Di Roma, il 12 d’agosto 1593.</p>
               <p TEIform="p">Baci le mani al signor Giovan Battista Manso in mio nome.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Aspetto da Vostra Signoria non solo risposta a le mie lettere, ma ’l rubino promesso, del quale ho grandissimo disiderio, per aver qualche cortese dimostrazione o qualche segno almeno de la grazia de la signora duchessa. Finalmente si è dato principio a stampare il mio poema; ma si camina assai lentamente; ed io vorrei vederne il fine avanti che quel de la mia vita. A Vostra Signoria bacio la mano. Di Roma, il 25 di agosto del 1593.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVANNI DE ZUNICA, CONTE DI MIRANDA, VICERÈ DI NAPOLI</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ringrazio Vostra Eccellenza che si degni di avere in qualche considerazione le mie giustissime preghiere, come io ho conosciuto leggendo una sua lettera al signor Antonio Tasso; e le sono già obligatissimo non solamente per la grazia, o per la speranza de la grazia, o de la giustizia che ne aspetto. Mando a Vostra Eccellenza un breve memoriale, e procurarò dal mio lato, che resti perpetua memoria de la mia gratitudine e de la sua cortesia, non mi stancando mai nè con la lingua nè con la penna nè co ’l pensiero di lodarla, d’onorarla, e di pregare Iddio per la grandezza e felicità sua, e de’ suoi figliuoli, e di tutta la sua casa. Piaccia a Sua Divina Maestà, che sì come il mio cuore è noto a lei solamente, così le mie operazioni siano da tutti conosciute; acciò che non possa restar dubbio a Vostra Eccellenza de la mia devotissima e sincerissima volontà. E le bacio umilissimamente le mani. Di Roma, li 12 di settembre del 1593.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A ORAZIO FELTRO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ringrazio Vostra Signoria, e ’l signor suo fratello, del principio de la lite. Piaccia al Signore Iddio ch’il fine sia conforme a la giustizia, ed a l’espettazione ch’io n’ho avuta molti anni. Manderò a Vostra Signoria un breve consulto del signor Angelo Papio, se stimerà che possa servire; ed un volume intiero del mio poema, che sarà finito quest’altra settimana: e ne manderei molti altri, s’io dovessi così affaticarla ne l’opere de la cortesia, come in quelle de la giustizia. E le bacio la mano. Di Roma, il 15 d’ottobre del 1593.</p>
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               <head TEIform="head">1476</head>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">S’è vero che la signora duchessa mandasse l’anello promessomi dopo il primo, come io debbo credere de la sua dupplicata cortesia, Vostra Signoria intenda a qual corriero fosse dato, o per qual via fosse mandato: perch’io non l’ho avuto. Dal cardinalato del mio nuovo padrone non ho sin’ora ricevuto commodo o utilità alcuna: nè so come trattenermi, aspettando la pensione; se pur mi sarà mai data. Questo anno io non ho da vestire, come si converrebbe a la mia condizione; però è necessario ch’io mi raccomandi a’ vecchi padroni, dico al serenissimo signor duca di Mantova, ed al signor Ferrante ancora; tutto che sia per altro molto per giovarmi: e devrebbe con l’uno e con l’altro valermi la memoria de la mia servitù, e la menzione ch’io ho fatto di loro e de’ loro antecessori nel mio poema: e particolarmente le lodi date a Sua Altezza ed al signor Carlo e ad alcuni altri signori de la Casa, passati a più gloriosa vita, sono tali e sì fatte, ch’io ne sarò forse odioso ad alcun altro, o almeno poco rimunerato. A tutte queste cagioni si deve aggiungere la memoria del cardinale, del quale io sono stato quel servitore ch’è noto al mondo. Però vi prego di nuovo, che facciate officio perch’io sia consolato con qualche dimostrazione de la liberalità e de la cortesia di cotesti signori. Non mando il libro, perch’io no ’l posso avere; ma è stampato già molti giorni: e sarà forse mandato al signor duca di Mantova da chi non solamente vuole usurparsi il frutto de le mie fatiche, ma la grazia ancora de’ miei padroni e l’antica benevolenza; per la quale io devrei esser riconosciuto da gli altri. Se potrò avere tre volumi, ne manderò uno al serenissimo signor duca; l’altro, a la serenissima signora duchessa; il terzo, a l’illustrissimo signor Ferrante: ma io non sono certo di poterli avere, come non ho alcuna certezza di ristamparlo. Ne la nuova edizione cercherò di sodisfare a Sua Altezza di più ampia menzione de l’origene, se non le spiacerà ch’io l’aggiunga in quel luogo ch’io dissi al cardinale. Vostra Signoria mi risponda, e sappia che le promesse de’ poveri non sono adempite; però essendo gli altri poveri di fede, sono poverissimo di fortuna. Avrei grand’obligo a messer Francesco Osanna, se volesse ristampar le due prime parti de le mie Rime. E vi bacio la mano. Di Roma, il 20 di novembre del 1593.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1477</head>
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                  <salute TEIform="salute">A VINCENZIO GONZAGA, DUCA DI MANTOVA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">È alfine uscita in luce la mia Gerusalemme, la quale quanto ha più del celeste, tanto più dovrebbe piacere a Vostra Altezza, che non isdegnerà di vedervi scritto il suo nome, che per se medesimo è glorioso, e da me è stato con ogni studio consecrato a l’immortalità. Questa sola è stata mia intenzione: ne l’altre cose ha avuta gran parte l’altrui volontà, l’arte, la ragione e la fortuna stessa; a la quale attribuisco la colpa d’ogni mio errore, e la povertà ancora, e l’infermità, le quali continuano senza mia colpa. Però supplico Vostr’Altezza che voglia donarmi cento scudi, cinquanta de’ quali manderò a Napoli, perchè si dia sentenza de la mia lite: gli altri spenderò ne’ miei bisogni; senza rossore alcuno d’aver quest’obligo a Vostr’Altezza, se le piacerà d’usarmi tanta cortesia. A quello ch’io non le scrivo potrà supplire la relazione del suo ambasciatore, al quale mi rimetto. Di Roma, il 10 di dicembre del 1593.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1477bis</head>
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                  <salute TEIform="salute">A VINCENZIO GONZAGA, DUCA DI MANTOVA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">È finalmente uscita in luce la mia Gerusalemme, con fatica di molti anni da me riformata, e quasi del tutto rinovata; la quale quanto ha più del celeste, tanto più dovrebbe piacere a l’Altezza Vostra, che non si sdegnerà di vedervi scritto il suo nome, che per se medesimo è glorioso, e da me è stato con ogni studio consecrato a l’immortalità. Questa sola è stata mia intenzione: ne l’altre cose ha avuta gran parte l’altrui volontà, l’arte, la ragione, e la fortuna istessa; a la quale attribuisco la colpa d’ogni mio errore, e la povertà ancora, e l’infermità, le quali continuano senza mia colpa. Supplico Vostra Altezza ad essermi liberale de le sue grazie, come suole. E le bacio umilissimamente le mani. Di Roma.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1478</head>
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                  <salute TEIform="salute">A DON FERRANTE GONZAGA, PRINCIPE DI MOLFETTA. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mando a Vostra Eccellenza la mia nuova Gerusalemme, la qual vorrei che fosse approvata dal suo cortese giudicio, accioch’io avessi ragione di rallegrarmi di così lunga fatica, ed insieme de l’opinione de’ padroni miei; fra’ quali Vostra Eccellenza fu sempre principalissima. Però la supplico che mi faccia degno de la sua grazia; e mi rimetto a la discreta relazione di monsignor Baruffone. Di Roma, 10 di decembre del 1593.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1479</head>
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                  <salute TEIform="salute">A ORAZIO FELTRO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">A l’ultima lettera di Vostra Signoria non ho prima data risposta, perch’io aspettava di risponderle, e di mandarle in un medesimo tempo il libro stampato. Ma l’edizione e la publicazione è stata molto trattenuta: qual se ne sia la cagione, sallo colui ch’è prima di tutte le altre cagioni. Ora ne mando due a Vostra Signoria; nè prima ho potuto: l’uno il conservi per mia memoria, l’altro il doni a chi le pare; ma nel dono abbia qualche avvertenza a la sodisfazione de l’amico. Perch’io le scrissi, e prima le dissi, ch’io poteva esser consigliato nel far menzione di molti; ma Vostra Signoria, nè altri, non volle consigliarmi, sapendo ch’io desiderava da’ signori napolitani qualche insolita cortesia: ora si contenti d’essere stata lasciata addietro con molti altri, da’ quali non vorrei esser odiato; ma non gli obligo ad alcuna liberalità.</p>
               <p TEIform="p">In quanto a la giustizia, o a la grazia ch’io pretendo ne la ricuperazione de la dote materna, non vorrei essere ingannato come ne l’altre cose; e ne desidero ultima sentenza, benchè non sia ancora data la prima: e già ho supplicato alcuni principi grandi, e che hanno fatto professione d’essermi amici, a donarmi tanti danari, ch’io possa pagare il salario de’ procuratori, de gli avvocati e de’ giudici. Non so ancora qual deliberazione faranno; ma benchè deliberassero di negarmi questo aiuto, mi dovrebbe esser dato non solo da que’ signori napolitani, co’ quali non ho voluto inimicizia, ma da quelli ancora con i quali avrei litigato volontieri, per non esser troppo obligato a la lor cortesia. Nè numero quai siano, perchè son già nominati nel libro; o almeno dimostrati a segno con la menzione de l’arme, e de l’origine, e de la casa da la quale son cognominati: e questi son tanti, che non mi dovrebbe mancar la cortesia, benchè mi mancasse la giustizia. Scusimi Vostra Signoria se non è in questo numero; e il signor Fulvio Costanzo medesimo, il quale è stato onorato co ’l silenzio come molti altri, a’ quali non ho voluto parere importuno o poco affezionato.</p>
               <p TEIform="p">Ne la morte de la signora donna Beatrice del Tuffo sua consorte scriverò qualche composizione; benchè io non sappia l’età ed alcune altre qualità, da le quali sogliono vestirsi e prender ornamento le poesie. Frattanto Vostra Signoria m’avvisi quel ch’io possa fare per vincer la lite; e m’avvisi ancora se v’è alcuno di cotesti signori, che si contenti d’esser provocato co ’l dono de’ miei libri a l’opere di cortesia; perch’io mi sforzerò di mandarne a Vostra Signoria due o tre per ogni ordinario, affine ch’ella gli dispensi in mio nome. Ma facciami prima certo de la ricevuta di questi due primi; ne’ quali sono molti errori, oltre i notati ne la tavola: ma io manderò poi più diligente correzione. E le bacio la mano. Di Roma, il 10 di decembre 1593.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A DON NICCOLÒ DEGLI ODDI</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vi ringrazio che mi tegnate vivo ne la vostra memoria, come in piacevole e cara parte; perchè in me stesso io son quasi morto: e s’io vi tenessi continuamente ne la mia memoria, vi terrei quasi in una sepoltura, che riserba però alcun’imagine de la gloria passata. Al signor marchese di Ieraci non ho potuto pagar quanto deveva; però non debbo più nulla: e perchè da me non è mancato di sodisfarlo co’ versi, quasi con moneta di cuoio, aspetterò che Dio mi faccia grazia di miglior fortuna; e senza burla, aspetto l’occasione di qualche galea per iscrivere un altro poema “<title lang="lat" TEIform="title">De Tancredi normando</title>,” con mio gusto, e con sua grandissima fama. Il signore Maurizio è al solito avaro del suo, e ’l Costantino di quel d’altri. Il mio libro è stampato; e non posso nè donarlo nè venderlo: s’io potrò, ne manderò uno in Sicilia a Sua Eccellenza. Fra tanto, mi ristringo ne l’angustia di questo mezzo foglio; e vi bacio la mano. Da la mia cameretta, fido porto de’ miei pensieri, il 24 di decembre (1593).</p>
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                  <salute TEIform="salute">A FRANCESCO POLVERINO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io sollicito Vostra Signoria quanto posso a mandarmi il libro stampato, co’ fogli che si desiderano; e la prego che voglia far quanto può, e quanto dee, perch’io non resti più lungamente defraudato de la sua cortesia, e de l’espettazion mia così lunga. Saluti in mio nome gli amici, e mi raccomandi a’ padroni; anzi a gli uni ed a gli altri; e mi dia occasione di poterla qui servire in alcuna cosa, perchè la riceverò volentieri da lei in luogo di singolarissimo beneficio. A’ signori suoi fratelli, com’a gli altri, bacio la mano. Di Roma, il 25 di gennaio del 1594.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io sono ancor vivo: il che forse Vostra Signoria non credeva, perchè non mi dà risposta alcuna a molte lettere che le ho scritto. Più mi maraviglio di m. Filippo, dal quale non ho aviso de’ libri mandatili: in cambio de’ quali vorrei almeno quattro o sei volumi de la prima e seconda parte de le mie Rime, se pur potrà mandarli a tempo, o se pur non è gran vanità la mia, il pensar più ad alcuna cosa sì fatta. Pregate per me Iddio, e raccomandatemi a cotesti signori. Di Roma, il 12 di marzo del 1594.</p>
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               <head TEIform="head">1483</head>
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                  <salute TEIform="salute">A FERDINANDO DE’ MEDICI, GRANDUCA DI TOSCANA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Quante volte io risorgo da la mia gravissima infermità, tanto spero di risorgere ne la grazia d’Iddio, dopo la quale desidero quella di Vostra Altezza: e benchè più tosto ora io sia risorto dal letto che da la malattia; nondimeno ancora vivo, ancora supplico per la vita i mortali e gli immortali, per così dire. Ne supplico particolarmente Vostra Altezza: le dimando theriaca ed altri antidoti. La prego che non si sdegni, ch’io le ricordi le sue graziosissime parole; per le quali non dispero di qualche commodità, almeno ne la infermità. Le mando una lettera de la signora duchessa di Mantova, scritta in occasione di minor pericolo; la quale ho riserbata alcuni anni, sino a questo per me pericolosissimo; in questo quinquagesimo de la mia vita; la quale raccomando al signor ambasciatore, io poverissimo ed infermissimo gentiluomo, oppresso a torto da la fortuna: e chiedo aiuto al granduca di Toscana, per vivere ne la grazia d’Iddio e di Vostra Altezza, sino a tanto che le piacerà. De la mia Gerusalemme non parlo, bench’io le mandassi un libro avanti ch’io infermassi così gravemente: ma questo silenzio m’è ingratissimo; ed io riserberò gratissima memoria d’ogni aiuto che le piacerà di darmi avanti la morte, se pur c’è alcuna memoria dopo la morte. Bacio a Vostra Altezza umilissimamente le mani. Di Roma, il 24 di marzo del 1594.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1484</head>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">La natura combatte ancora co ’l male; e senza la grazia d’Iddio non può in alcun modo restar superiore: però son dubbio ancora de la vita, nè posso scriver cosa che mi piaccia. Supplirò a le promesse, e pagherò il mio debito con qualche miglioramento, ch’io spero. Fra tanto Vostra Signoria, non potendo aiutarmi nè sodisfarmi in altra cosa, compiaccia almeno a la mia vanità, che non m’abandona nel pericolo de la vita, e mandi quattro volumi de la prima e de la seconda parte de le mie Rime. Non intesi mai quel c’avenisse de la perla, e se fosse mandata. Vostra Signoria baci in mio nome le mani a monsignor reverendissimo, ed a l’illustrissimo signor Ferrante: e preghi Iddio per la mia salute. Di Roma, il 25 di marzo del 1594.</p>
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               <head TEIform="head">1485</head>
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                  <salute TEIform="salute">A ORAZIO FELTRO. Napoli</salute>
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               <p TEIform="p">Quanto manca la speranza, tanto cresce il desiderio di riveder Vostra Signoria, e in Napoli più che altrove. Non so se mi sarà conceduto da la fortuna, ch’è signora del mondo; o da l’infermità, ch’è fatta quasi tiranna del mio corpo: laonde avrebbe bisogno de l’aiuto divino, e di qualche medico, che con la grazia d’Iddio il liberasse da questa oppressione. Comunque sia, in vece de la presenza, ci possono tener congiunti le lettere. Io ho scritto più volte a Vostra Signoria, ma non ho ancora avuta risposta. Forse s’è sdegnata, perchè non ho scritto al signor Fulvio Costanzo: certo avrebbe avuto ragione, se a me fosse stato agevole lo scrivere, o possibile in modo degno del soggetto, e conforme a l’espettazione di Vostra Signoria; ma prima non ho potuto. Ora, bench’io non possa, mi sforzerò almeno che Vostra Signoria conosca la mia impotenza; e manderò questa settimana seguente, senza gallo, qualche verso a far la scusa. Fra tanto non aspetto gli alberelli, che mi promise; perchè mi pare impossibile di poter aver cosa che possa giovarmi. In quella vece, Vostra Signoria poteva mandarmi qualche saponetto: oltre a ciò, avrei desiderato due paia di calzette di seta grandi; perchè il provedermi di queste delicatezze da me stesso, in questa mia pessima fortuna, mi sarebbe imputato a vanità: ma il ricever la cortesia di qualche cortese signore, ed il gradirla, non mi sarebbe ascritto a pusillanimità. Son molti de’ nominati, i quali potrebbono usarla. Io pensava di mandare a Vostra Signoria alcun altro de’ miei libri, perchè il presentasse in mio nome; ma il dono sarebbe troppo tardo. Vostra Signoria mi raccomandi a tutti; e scusi questo soverchio desiderio, e per avventura troppo ambizioso, d’essere in questa guisa onorato. Di Roma, il 10 d’aprile del 1594.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A ELEONORA DE’ MEDICI, DUCHESSA DI MANTOVA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vivo ancora; e questa vita, c’una volta fu dono di Vostra Altezza, non mi può esser molto cara senza la sua grazia: e bench’io abbia perduta la speranza de la sanità, non ho voluto perder quella de la sua protezione. Però mandai la lettera di Vostra Altezza, conservata da me due anni intieri, al granduca di Toscana, supplicandolo che mi facesse grazia di qualche antidoto; se pur è possibile ch’io possa aver dono almeno di questa sorte, che non mi noccia. Vostra Altezza, se può, m’aiuti ne l’istesso modo, accioch’io ne speri l’istesso giovamento: e non potendo servir lei, servirò monsignor Carretto, sempre che si degnerà di commandarmi. E le bacio umilissimamente la mano. Di Roma, l’ultimo di aprile del 1594.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A FRANCESCO POLVERINO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Dopo sì lungo tempo che non ci siamo riveduti (chè lunghissimo è lo spazio d’un anno a l’espettazione di qualche grazia), il padre Sterli mi disse c’aveva una lettera di Vostra Signoria da darmi: ma non ho poi riveduto il padre Sterli medesimo; e, mandando per la lettera, non ho potuto averla. Questa mia adunque non servirà per risposta, ma per dimanda: perch’io sempre soglio dimandar qualche cosa, benchè sia più usato a le repulse c’a le concessioni. Ora a Vostra Signoria non chiedo alcuna cosa oltre la sua benevolenzia, e l’informazione ch’io desidero. Il signor Orazio Feltro non risponde. Al signor Fulvio Costanzo ed al signor Fabrizio scriverò con maggior sanità, la quale pur vorrei sperare. Intanto non è necessario ch’io m’affatichi per impetrare, non che per chiedere cosa alcuna. Il signor Cioffo similmente mi nega risposta; per tacer de’ maggiori, de’ quali non ardisco di lamentarmi. A Vostra Signoria manderei uno de’ miei poemi, s’io sapessi a chi darlo. La stanza dov’io abito, e l’amenità e piacevolezza del loco, diminuisce il desiderio di riveder Napoli avanti la mia morte; la qual piaccia a Nostro Signore che non sia disgiunta da la sua grazia. Saluti in mio nome il signor Orazio Feltro, ed il signor Traiano Cioffo, e tutti gli altri amici. Di Roma, il 6 di maggio del 1594.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non ho ricuperato la sanità, e (quel ch’è peggio) i medici me ne danno pochissima speranza. Non accenno cosa alcuna de’ miei antichi disideri, e de l’altrui promesse; ma scrivo liberamente, che mi doglio di m. Filippo, che non abbia mandati a Mantova quei libri ch’io li diedi da mandare. Vostra Signoria mi farà gran favore, se manderà i quattro volumi già promessimi: ma chi è ne l’espettazione de la morte, non può aspettar lungamente. La nuova, che mi date, de le nozze del signor Ferrante, m’è piaciuta; ma non mi ha rallegrato, perchè lo stato de la mia disperata salute non ammette allegrezza alcuna. S’avrò qualche respiro, penso di scrivere a pena qualche verso: e piaccia a Dio, ch’io possa farlo per mostrare anche ne l’ultimo spirito la solita divozione a i padroni. Vivete lieto. Di Roma, il 7 di maggio del 1594.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A FABRIZIO FELTRO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Dopo due mesi rispondo a la cortese lettera di Vostra Signoria, pregandola che me ne scusi la mia infermità. L’altre cose non hanno bisogno di risposta, nè vorrei rispondere importunamente. Il desiderare la risoluzione e il fine de la lite inanzi quel de la mia vita, è forse cosa impossibile; ma così fatti sono i desideri de gl’infermi. Pur s’io avessi la sentenza in favore almeno de’ trecento scudi, o di quella prima parte, de la quale non vi doveva esser dubbio; ne riceverei qualche consolazione inanzi la morte. Vostra Signoria faccia quell’officio che può, e che mi dee, perch’io resti sodisfatto de la sua cortesia, e con obligo immortale. E mi raccomando a gli amici ed a’ parenti. Di Roma, il 12 di maggio del 1594.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A LODOVICO DE TORRES, ARCIVESCOVO DI MONREALE</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Torquato Tasso, devotissimo servitore di Sua Maestà e di Vostra Signoria reverendissima, desidera che gli sia fatta grazia di tornare a Napoli a medicarsi; per godere (se così vorrà la sua fortuna) de l’amicizia de le principesse e spagnuole e napolitane, senza maggiore pericolo de la sua sanità, e senza maggior bisogno di fisico: perchè la sua maninconia, e l’altre infermità di molti anni, il dovrebbono fare esente d’ogni servitù, e privilegiarlo d’ogni onore e d’ogni commodità che possa essere conceduta da la grazia d’un grandissimo re. Ma se Sua Maestà avesse costantemente deliberato, ch’il povero supplicante non possa vivere in questa o in altra parte, senza la servitù di dama; supplica Sua Maestà, che non l’abbandoni con la sua liberalità, e con la cortesia del signor duca di Sessa, e di Vostra Signoria reverendissima, e d’altri signori e prelati spagnuoli, acciochè il povero gentiluomo possa mettersi in ordine per andare a servire l’Infante sua figliuola: non permettendo la devozione e la fede, con la quale adora quasi Sua Maestà, che egli pensi al servizio di molte, o d’alcun’altra in Italia. E gli dovrebbe giovare almeno l’autorità dei poeti spagnuoli, che descrissero l’azioni de i cavalieri erranti; benchè il povero supplicante si raccomanda a Vostra Signoria reverendissima più tosto come poeta stanco, che come cavaliero pronto a la servitù di sì alta signora.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A ORAZIO FELTRO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Fin’a quest’ora Vostra Signoria avrà ricevute molte mie lettere, e con l’ultima due miei sonetti scritti al signor Fulvio Costanzo. Spero che mi debba esser conceduto il ritorno; però non le ricordo le calzette, nè l’altre cose: ma in tutti i modi, preghi Vostra Signoria il signor suo fratello, che mi faccia vedere il fine de la mia lite avanti la morte, la qual sempre mi sovrasta: laonde non dovrebbe ritardare alcuna consolazione. M’avvisi se il signor Traiano Cioffo è in Napoli: e preghi Iddio per la mia salute. Di Roma, il 20 di maggio del 1594.</p>
               <p TEIform="p">Desidero che ’l signor Pisano mandi per via di questi reverendi qualc’alberello da evacuare.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A FERRANTE GONZAGA, PRINCIPE DI MOLFETTA. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Non ho voluto mancare a l’antica e divota servitù la quale ho con Vostra Signoria illustrissima; e non potendo dire a la gloriosa memoria del signor cardinale, dirò a la speranza de la posterità, de la quale io non posso aver parte: però mi dee perdonare s’io non mi sono steso in molte parole, benchè fosse grande il desiderio di mostrarle la mia solita affezione, onorando le sue fortunate nozze con più lungo componimento. Vostra Signoria illustrissima gradisca il sonetto, e m’ami. Di Roma, il penultimo di maggio 1594.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mando a Vostra Signoria una lettera per l’illustrissimo signor Ferrante, con la quale mi rallegro de le sue felici nozze, ed in poche parole ho detto molto: e questa per ora servirà in vece di componimento poetico, il quale farò quando potrò. Ma dove sono i vostri, signor Costantino mio, avranno vergogna di comparire i miei; perchè sono infelici, com’è il poeta. Aspetto d’intendere s’a Sua Signoria illustrissima parrà di farmi alcuna grazia, e c’almeno mi mandi quattro o cinque di quei volumi miei; dico de la prima e de la seconda parte de le mie Rime; i quali potranno tanto indugiare, che mi troveranno partito per Napoli: però Vostra Signoria dee inviarli in man di persona che gli mandi in quella città; dove, s’io sarò morto, saranno forse letti da qualcuno. E vi bacio la mano. Di Roma, l’ultimo di maggio del 1594.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A MARCO VELSERO. Augusta</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Da Germania io non aspettava maggior onore, nè più caro dono; perchè l’esser in questa guisa onorato con doni de l’opere sue da un dottissimo e cortesissimo gentiluomo, è da me prezzato quanto gli stessi presenti de’ principi e de gl’imperadori. Ringraziola, dunque, de la sua cortesia; e vorrei poterla lodare de la sua molta erudizione: ma io non sono per avventura atto a farne giudicio; e può a Vostra Signoria bastare il parere del signor Baronio. Leggerò nondimeno volentieri quel ch’ella ha scritto de le cose d’Augusta, per non essere affatto stimato ignorante, se m’occorresse mai di formar nuovo poema. Ne la mia Gerusalem Conquistata scusi ella il difetto de la memoria, o del sapere, o de le occasioni, o de l’altrui volontà; e mi perdoni se io non ho fatto menzione d’una nobilissima città di Germania, che da l’Italia ha l’origine, e il nome da gli imperadori medesimi; da’ quali questo accrescimento d’imperio e d’onore e di riputazione fu trasportato tra’ Germani. Perdonimi almeno infino a nuova publicazione di questo stesso poema; se pur mi sarà conceduta inanzi a la morte. Rallegromi intanto che io non sia tra’ vostri disprezzato. Ed a Vostra Signoria bacio la mano. Di Roma, il primo di giugno 1594.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA MANSO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Sono in Napoli co ’l medesimo dubbio de la salute; ma assai certo, ch’io non poteva in migliore o in più grata occasione metterla in maggior pericolo, ch’in questa di rivedere la patria, e gli amici, e i signori miei, avanti la morte: e non penso di mutare abitazione, se non con l’andare a’ bagni; e s’io ci pensassi, non saprei come nè dove mutarla, nè con quale speranza di miglioramento. Ringrazio Vostra Signoria de le sue proferte; de le quali avendo tante volte adempiti gli effetti, non lascia luogo in me ad alcuna incertitudine o diffidenza. Ma io mi vergogno di non meritar la sua cortesia, che fa quasi violenza, e ci sforza ad essere obligati, anzi ci lega sotto il peso di molte obligazioni; però non voglio nè procurar la sua liberalità nè fuggirla. Ma Vostra Signoria ha fatto assai; e se non vuole lasciare alcuna parte a gli altri, che dovrebbono aiutarmi, farà se non contra il mio volere, almeno contra il parere. A la signora sua madre chiederei qualche pannolino; ma non essendo grande il bisogno, posso guardarmi da questa presunzione. Non posso acquietarmi ne la mia lite, benchè l’infermità dovesse farmi pensare ad altro; perchè altrimente sarei costretto o a far nuove deliberazioni, e contrarie a quelle che mi hanno condotto a Napoli, o a disperar de la vita, ch’è in continuo pericolo. Al suo creato dirò quel che mi sovviene. Ed a Vostra Signoria bacio la mano. Di Napoli, il 3 di giugno del 1594.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Son venuto a Napoli, come scrissi a Vostra Signoria ch’io era per fare. Qui aspetto lettere sue, e tre o quattro volumi almeno de le mie Rime; perchè il parlar d’altro è peraventura soverchio: benchè in questa occasione di ricuperar qualche parte de la sanità e, se fosse possibile, de la facoltà, disidero aiuto e favore, non solo dal mio liberalissimo Costantino, ma da tutti gli amici e padroni miei ancora. Vostra Signoria viva felice. Di Napoli, il 13 di giugno del 1594.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A CARLO GESUALDO, PRINCIPE DI VENOSA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Da poi che mi rallegrai con Vostra Eccellenza de le sue nozze, e con alcune mie stanze le dimostrai, quanto mi fu conceduto, l’affezione e la riverenza mia; me ne son venuto a Napoli con intenzione di purgarmi, e già ho cominciato la purga. Piaccia a Dio, che mi giovi tanto, che io possa conservarmi sino al ritorno di Vostra Eccellenza. In questo mezzo, se può in alcun modo giovarmi, o farmi altro favore, sappia che a me pare di meritarlo per molta affezione ed osservanza, e per lunga espettazione de la sua grazia e di quella del cardinale suo zio. E le bacio le mani. Di Napoli, li 22 di giugno 1594.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A ORAZIO FELTRO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vostra Signoria non voglia esser avara di risposta; almeno perch’io ne son già creditor di molte. Ora le mando quest’altra lettera con un sonetto inchiuso, ne le nuove nozze del signor Fulvio Costanzo, pregandola che voglia procurarmene risposta. E le bacio la mano. Di Napoli, il primo di luglio del 1594.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Son ritornato a Napoli, e da Napoli ancora saluto monsignor Licino; e gli ricordo che, già due anni son passati, il pregai da questa medesima città che volesse mandarmi il dialogo del Piacere, e la prima e seconda parte de le Rime ristampate: ed ora il riprego de la medesima grazia, acciò ch’io possa rallegrarmi de la sua cortesia. E le bacio le mani. Di Napoli, il 2 di luglio 1594.</p>
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               <head TEIform="head">1500</head>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA MANSO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Fra le mie sciagure posso numerare l’absenzia di Vostra Signoria, e desidero di vederla avanti la partita: nè so di qual partenza intenda; o di quella a cui può succedere la speranza d’alcun ritorno, o de l’ultima, la qual facciamo da questo mondo. Di questa più tosto: tanta è la disperazione ch’io ho de la salute del corpo! Nè posso credere a l’altrui parole, se non sono confermate da gli effetti. Piaccia a Dio, che questa mia opinione sia da me stesso conosciuta per falsa co ’l giudicio, o co ’l testimonio del tempo. Io non ho ricusata la cortesia: ma altri ha voluto ritardarla, non so per qual cagione; quasi io possa molto aspettare. La ringrazio de’ frutti, e la prego che mi tenga in sua grazia. Di Napoli, il 6 di luglio del 1594.</p>
               <p TEIform="p">Desidero di stampare, con alcuni altri miei, il dialogo de l’Amicizia: però vorrei che Vostra Signoria mi facesse grazia de la copia, chè l’originale non si può intendere. Oltre a ciò, la prego che si contenti d’essere introdotto in alcuni altri: e le.....</p>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">A GIULIO ANTONIO SANTORO, DETTO IL CARDINALE DI SANTA SEVERINA. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non dissi mai come Giob: “<quote lang="lat" TEIform="quote">Utinam iudicaretur vir cum Deo, quomodo iudicatur filius hominis cum collega suo</quote>;” perchè assai ben conosco, che i miei peccati sono grandissimi, e l’avversità potrebbono esser maggiori: nondimeno spero perdono de l’offese c’ho fatte a Dio; e dico fra me stesso: “<foreign lang="lat" TEIform="foreign">Si peccaverit homo in hominem, orabunt pro eo ad Dominum; si autem in Dominum peccaverit homo, quis orabit pro eo?</foreign>” E mentre il vo ricercando, niuno prima mi sovviene di Vostra Signoria illustrissima; perchè a la sua alta dignità ed a la grande autorità, a la pietà cristiana ed a la religione questo pietoso ufficio più d’ogn’altro sarebbe conveniente: ma quanto è maggiore la speranza de la misericordia del Signor Iddio, tanto meno pare che mi prometta de la grazia de gli uomini, e de la clemenza; bench’io sia stato offeso, non offenditore, e più tosto ingiuriato che ingiuriatore, e disprezzato che disprezzatore: anzi, se l’intenzione dev’esser considerata, e l’opere e gli scritti che possono durar lungamente; io non offesi nè ingiuriai alcuno, nè disprezzai chi fosse degno di stima: e forse ne le mie composizioni altro non può dispiacere, che le soverchie lodi date a coloro che non hanno voluto perdonare. Ed ancora chiedo misericordia, nè veggio altro più sicuro porto, che quello de la grazia di Nostro Signore: perchè molte cose da me lette, m’assicurano; come quella: “<quote lang="lat" TEIform="quote">Nolo mortem peccatoris, sed ut convertatur et vivat; quoniam qui in me credit, non iudicatur. Et hoc custodio</quote>.” E quell’altra: “<quote lang="lat" TEIform="quote">Castigat omnem hominem Filius Dei, quem recipit et quem castigat, morti utique non tradit; quid scriptum est: Castigans castigavit me Dominus, et morti utique non tradidit me</quote>.” Parimente m’assicura quell’altra autorità di sant’Agostino: “<quote lang="lat" TEIform="quote">Cum manifestum sit in utroque redemptum hominem in utroque salvari, neque animam sine carne, neque carnem sine anima</quote>.” E quella: “<quote lang="lat" TEIform="quote">Moralis magister meae fragilitatis conscius, et pietatis divinae interpres, vult donari peccatum, vult consolationem adhiberi, poenitentem longae dilationis abhorreat: haec solum donavit ipse, sed voluit omnes donare</quote>.” Con la speranza di questo almeno, se non d’altro dono, io spiego le vele verso questo santissimo porto de l’indulgenza; nè temo che alcun vento de la mala disperazione mi trasporti tra gli scogli de l’infedeltà, o tra le sirti de la disobedienza: e non temo ancora, che m’inghiotta alcuna voragine, o alcuna cariddi di perfidia, o mi laceri alcuna scilla, o altro mostro di crudeltà. E poichè son vicino a quel vostro bellissimo mare, dove i poeti favoleggiano che abitassero le sirene; da le sirene ancora cercherò di guardarmi: ma s’alcun turbine de la mia avversa fortuna, che sempre s’oppone a’ miei giusti desideri, o ritardasse il corso de la navigazione, o m’escludesse da la grazia; non dovrei almeno essere escluso altrettanto da la giustizia, quanto da la misericordia.</p>
               <p TEIform="p">Monsignor illustrissimo, c’un infermo di tanti anni, per la cagione più nota al giudice che al reo, chieda giustizia; e non per desiderio di vendetta, ma di sanità e di riposo; è cosa molto insolita a dire, e nuova a pensare; nè so se mai prima avvenisse. Ma posto il caso, ch’io non voglio credere; assai sicuro porto ancora a la mia stanca e quasi consumata vita è quello de la giustizia: però supplico Vostra Signoria illustrissima che si degni d’aver riguardo a la mia lunga malattia, ed altre avversità; ricordandosi di quello che deve aver letto alcuna volta: “<quote lang="lat" TEIform="quote">Deus, qui omnes vult ad agnitionem veritatis venire, neminem potest sine iustitia refutare</quote>.” E le bacio le mani.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A ***</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non feci mai più tarda deliberazione, o con più maturo giudicio, che di servir Vostra Eccellenza; e se nel recarla ad effetto ho poi avuti tutti gl’impedimenti, non me ne maraviglio molto; perchè dove ha gran parte la prudenza, poca suole averne la fortuna: e se ci fosse conceduto il rallegrarci d’alcuno infortunio, di niuna cosa più mi rallegrerei, che di non avere avuto, mentre io cercava di servirla, alcun altro aiuto o favore, se non quel solo che poteva farmi la cortesia di Vostra Eccellenza. Però ch’in questa azione, quantunque impedita, è molto merito: ma tutto è de la sua virtù o de la mia buona volontà; laonde non son tenuto di ringraziarne o di lodarne o di riconoscerne alcun altro. Non è obligo che mi gravi soverchiamente; non vergogna, non invidia, non rimordimento che mi sia molesto: e bench’io debba dolermi di non aver potuto servire a Vostra Eccellenza in Napoli o nel suo stato, nè vederla, nè parlarle; pur mi consolo che da me non è mancato d’onorarla, di celebrarla e d’esaltarla: se pur questa parola non è arrogante. Ma certo ogni cosa è stata da me fatta con buona intenzione, e con desiderio de la sua grazia: nè può essere altrimenti interpretata, se non da animo maligno. Però la prego di nuovo, che non voglia mancare nè a la sua usata cortesia, nè a la mia affezione, e dirò al desiderio ed al bisogno; perchè quanto sono più vicino a la morte ed incerto de la vita, tanto riceverò maggior consolazione di qualche suo favore o di qualche suo dono: il quale benchè non fosse necessario, sarà per questa cagione molto più caro. Ma grandissima consolazione, e quasi contentezza, sarebbe la mia, s’io potessi veder Vostra Eccellenza.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A FERRANTE GONZAGA, PRINCIPE DI MOLFETTA. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Sempre la mia volontà fu prontissima ed inclinatissima al servizio del signor cardinal Gonzaga, e di Vostra Signoria illustrissima, e de gli altri suoi fratelli: ma sempre ancora trovò impedimento o de l’altrui volontà, o de la mia fortuna, com’è avvenuto ora in questa grande ma lontana occasione, ne la quale non ho potuto servirla in cosa così picciola. Non le chiedo in grazia, che n’incolpi il Costantino, ma che scusi me, se non ho potuto esser più diligente, nè saputo meglio informarmi. E riceverò sempre in grazia, che Vostra Signoria illustrissima si contenti, ch’io le resti obligato. E le bacio la mano. Di Roma, il 20 d’agosto del 1594.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Già Vostra Signoria sa che, vedendomi quasi abandonato da tutti i vecchi padroni, fui forzato ad appoggiarmi a nuovo padrone ed a nuovo protettore, che fu il signor cardinal Cintio, nipote di Nostro Signore. Io vado acquistandomi la sua grazia, al meglio che posso: ma perchè sono poco atto a tutte le cose per natura, per fortuna, e per la mia continovata infermità, non ho altro mezzo da farmi grato a Sua Signoria illustrissima, che qualche mia mal composta composizione, o altro sì fatto parto, più de lo stanco ingegno, che di molta fatica; la qual non posso durare ne lo stato di poca salute in cui mi trovo. Ora le mando un dialogo de l’Imprese, che feci queste settimane passate; nel quale ho trattato questa materia molto diversamente da gli altri che n’hanno scritto: ed a punto mi son governato conforme a li ragionamenti che Vostra Signoria ed io n’abbiamo avuti diverse volte. L’invio in sua mano, acciochè mi favorisca d’appresentarlo insieme con la lettera che l’accompagna. E viva felice. Di Napoli, il 20 di agosto del 1594.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA MANSO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vostra Signoria sempre accresce gli oblighi miei, nè so come pagarli; ma mi contento d’esserle sempre debitore: e la ringrazio che non le dispiaccia ch’io le sia obligato. Ricevei il dono de’ pannolini, che mi fu portato in tempo opportunissimo; e ne ringrazio le signore sue madre e consorte. Vorrei che si contentasse che ’l dialogo de l’Amicizia fosse dato a la stampa. Aspetto il tempo de la lite; e piaccia a Dio che sia congiunto con la sanità. E le bacio la mano. Di San Severino di Napoli, il 20 d’agosto del 1594.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A ORAZIO FELTRO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Prego Vostra Signoria che mi faccia far la copia di questi versi, ch’io ho scritto a la gioventù napolitana; anzi, che me ne faccia far due copie in buone lettere, mettendo in margine i luoghi doppi, cioè che sono scritti in due modi: perch’io non posso sprezzare affatto questa mia fatica, nè troppo vergognarmi d’alcuna mia inavvertenza. Vostra Signoria può mandare il sarto, ma umile a la mia povertà; perchè prima vorrei cominciar a rappezzare i drappi, come ho fatto i versi, e poi mi rivestirò di nuovo. E bacio a Vostra Signoria la mano. Di Napoli, nel monastero di San Severino, l’8 di ottobre 1594.</p>
               <p TEIform="p">Vorrei c’una copia fosse fatta oggi in tutti i modi.</p>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">A CINZIO ALDOBRANDINI, DETTO IL CARDINAL SAN GIORGIO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Il desiderio ch’io ho de la grazia di Vostra Signoria illustrissima può superare ogni altra affezione, e quella ancora la qual mi condusse in questa città. Però il dubbio non è ne la mia volontà, ma ne l’altrui, e ne la natura e ne la fortuna: perch’io, per la causa già scritta a Vostra Signoria illustrissima, sono assai peggiorato; ed aspetterei volentieri quindici altri giorni per ricuperar le forze, se pur è possibile. Riceverei in grazia, nel ritorno, la compagnia de l’abbate Faraoni. Però io il pregherò c’aspetti quindici giorni, per non lasciarmi: e prego ancora Vostra Signoria illustrissima che si contenti di comandargliele. E le bacio umilissimamente la mano. Di Napoli, il 14 d’ottobre.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL PADRE FRANCESCO GUERRIERO, GESUITA. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io n’ho dato un’altra copia al padre Giovan Francesco Cozzarelli, ne la quale ho racconci alcuni errori de la mia inavvertenza: prego Vostra Reverenza, che voglia farsela dare; e se ve ne fosse alcun altro, avvertirmene, chè io verrò poi a vederla. Intanto si contenti di mandarmi la prima copia.</p>
               <p TEIform="p">Le mando il mio originale.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A FRANCESCO POLVERINO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mando a Vostra Signoria l’altra dedicazione, cioè quella del dialogo de l’Imprese drizzato al cardinale San Giorgio. Non mi rimane altro che darle, se non i versi latini scritti al papa, o in lode de la Nobiltà napolitana, se volesse stamparli. Prego Vostra Signoria che guardi, che ne la stampa non sia fatta maggior copia d’errori; e sia liberale di questo cortese officio a la mia infermità. Io partirò dimane, se potrò, o se vorranno. E le bacio la mano.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A CINZIO ALDOBRANDINI, DETTO IL CARDINAL SAN GIORGIO (Dedicatoria)</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">La mia servitù può esser molto meglio confermata da la grazia di Vostra Signoria illustrissima, che da l’opere mie, o pur da’ meriti. Nondimeno, se l’opere o le fatiche o i meriti ci possono avere alcuna parte, io non sarò mai pentito d’onorarla, e di celebrarla, e di raccomandare, e quasi credere a la sua autorità la mia fama e la riputazione. Ora le dedico questo non lungo dialogo de l’Imprese; nel quale, imitando Platone che sotto il nome d’Ospite Ateniese volle ricoprir la sua propria persona, introduco a ragionare assai nuovamente di questa da molti trattata materia me stesso co ’l nome di Forestiere Napolitano; e con lo stile ancora, che parrà forse peregrino in questa e forse ne l’altre città: a quel di Platone nondimeno non è dissimile nè lo stile nè la dottrina, con la quale ho cominciato di scrivere e di ragionare. Laonde Vostra Signoria illustrissima, nel ricever questo picciol dono, e nel gradirlo, accettarà non picciola impresa, nè minore di quelle di cui nel dialogo si discorre: l’impresa, dico, di raccogliere me, le mie fortune, e l’opere, se non m’è lecito di dir le virtù, sotto la sua benignissima protezione; e difenderle da la malignità di coloro c’hanno il giudizio o l’appetito corrotto. E benchè ciò sia molto malagevole; nondimeno a Vostra Signoria illustrissima, e per l’alto grado in cui è collocata, e per li molti suoi meriti, e per le grazie che da Nostro Signore, come a suo meritevolissimo nipote, le son concedute, tutte le cose saranno più facili che a molti altri. Degnisi dunque di rimirare umanamente questo assai breve volume, che non si vergogna di venirle avanti, quasi fedel testimonio de la mia divotissima volontà, e non instabile opinione. E le bacio umilissimamente la mano.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1511</head>
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                  <salute TEIform="salute">AL CARDINALE PIETRO ALDOBRANDINI (Dedicatoria)</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non dubito di dedicare a Vostra Signoria illustrissima questa mia opera del Poema eroico, benchè ella sia più tosto riguardevole per artificio che per grandezza: anzi ho deliberato d’appoggiarla a l’autorità di Vostra Signoria illustrissima, come a saldissima pietra. Laonde potrà di lei avvenire quel che avviene de le picciole statue, le quali collocate in altissima parte, non sono occulte; paiono assai minori nondimeno a’ risguardanti: ma la picciolezza de l’opera può esser compensata non solamente da la mia devozione e da la servitù, la quale ho con lei e con tutta la sua illustrissima Casa, ma da la sua grazia parimente. Vostra Signoria illustrissima ha l’animo eguale al giudicio; e l’uno e l’altro maggiore de la sua propia fortuna, ma non de la sua cortesia, con la quale ha sempre riguardato me e le cose mie assai benignamente: però m’assicuro che ne le picciole opere ancora debba esser la mia servitù di qualche considerazione. E le bacio umilissimamente la mano.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A FRANCESCO POLVERINO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Son ritornato in Roma vivo, ma infermo; e ’l maggior pericolo è stato quello de’ mostaccioli di Vostra Signoria, i quali mangiati da me in gran copia, m’han fatto grandissimo danno. Dio gliel perdoni, e l’insegni più pietosa liberalità. Ricordo a Vostra Signoria che solleciti la stampa; e con la tavola de gli errori, faccia stampare que’ fogli de la difesa di Virgilio, ch’io le diedi. Ne la dedicazione al cardinale San Giorgio non muto proposito: ne l’altra, se Vostra Signoria non si sodisfacesse, può fare ella medesima una lettera dedicatoria al cardinale Gesualdo; facendole fede, ch’io aveva pensato di donare que’ miei libri a Sua Signoria illustrissima. Mi contento non meno, che sian dedicati con la mia lettera al signor cardinale Aldobrandino, mio amorevolissimo signore. Faccia quel che sarà maggior soddisfazione sua, e di tutti; e mandi il compimento de’ libri quanto prima. Mando a Vostra Signoria un mezzo foglio, che mi rimase del dialogo de l’Imprese, acciochè Vostra Signoria avvertisca che non vi corra errore. E le bacio la mano. Di Roma, il 10 di novembre del 1594.</p>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">ALLA PRINCIPESSA D’AVELLINO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non avrei mai pensato, che tra ’l signor principe d’Avellino e me avesse potuto durar lungamente alcuna lite, o altro disparere; estimando che se pur mi fossero mancate le ragioni (il che non credo), non mi dovesse mancar la sua cortesia: poichè non solamente s’era degnato di conoscermi, e d’intender da me stesso le mie pretensioni a mio parere giustissime; ma già m’aveva ricevuto fra gli amici e servitori suoi, per non usar parola più vana ed ambiziosa: e forse la sua absenzia è causa principalissima ch’io sia costretto di pensare a la lite. Ma perchè Vostra Eccellenza ancora s’è degnata di farmi offerire da l’arcivescovo di Cosenza, per accordo, cento cinquanta scudi l’anno: la supplico che, nonostante il mio ritorno a Roma, non manchi de le sue promesse, nè voglia prolungar gli effetti: percioch’io son ritornato a Roma quasi astretto da la necessità, non avendo in Napoli trattenimento; ed essendovi venuto tre volte per questa cagione, e ciascuna dimoratovi molti mesi. Ma in Roma son trattenuto dal cardinale San Giorgio: e se per questo rispetto potesse parer men necessaria la cortesia del signor principe, per questo medesimo sarà più laudevole; ed io n’avrò maggiore obligo a l’uno ed a l’altro. Vostra Signoria pensi che non può usar cortesia, che non sia richiesta da la giustizia; e consideri che ’l negarmi la giustizia in questo ultimo tempo de la mia vita, è cosa che sconviene a la grandezza de l’animo e de la fortuna, e molto meno a la sua umanità. E ben ch’io sappia, c’avanzandomi brevissimo spazio di questo corso mortale, non dovrei contentarmi di quel che m’è proferito, o di meno di quel che pare al signor Fabrizio Feltro: nondimeno, oltre le altre cose necessarie, non ricerco se non quel che sarà giudicato convenevole ad un povero gentiluomo; nato di gentildonna napolitana, nel regno di Napoli; e vissuto molti anni de le sue fatiche; ed ora, per infermità, inabile a guadagnarsi le cose necessarie, non che le convenienti. Taccio ch’io sia stato riconosciuto per parente de la casa Caracciola, e de la Carrafa; perchè a Vostra Signoria illustrissima non dimando altra cortesia di quella che stimerà convenirsi ad un servitore del signor principe suo, che tale voglio esser riputato: ed in questa, e non in altra guisa, aspetto d’esser consolato avanti il fine de la mia vita; il quale non è verisimile che sia molto lontano. Però Vostra Eccellenza non voglia ch’io possa richiamarmene a quegli eterni tribunali, in cui s’usa infallibile giustizia: ma si contenti almeno che siano arbitri in questa causa il signor Fulvio Costanzo e monsignor reverendissimo suo fratello, co’ quali in questa materia ho ragionato. Ed a Vostra Signoria illustrissima umilmente bacio la mano. Di Roma, il 13 di novembre del 1594.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io, ch’in un mio dialogo ho difeso l’onor de le lettere da Socrate e da Platone, o (se pur ragionavano da scherzo) da Tamo re de gli egizi; ora sarei costretto di mutare opinione, s’amassi più questa brevissima vita che m’avanza, che una lunga memoria di vita non oziosa: e se l’ozio e la quiete si dee disiderare, piaccia a Dio ch’io ne possa godere ne l’altra, o in questa, come s’io fossi in paradiso: ma questo non è possibile. Invano è il disiderio: il conosco; il confesso; me ne pento: ma torno a peccare in questa sola vanità. Se non volete aiutarmi a santificare, non mi negate aiuto al vaneggiare. Disidero ch’in Vinegia sian ristampate tutte le mie opere, o inanzi o dopo la mia morte: dico le nuove e le riformate, o con danari o senza. Se non potrò avere questo favore in vita, depositerò i danari c’avanzeranno a la sepoltura, purchè dicano di volermi compiacere. Intanto vi prego, che mi mandiate la prima e la seconda parte de le mie Rime, perch’io vorrei farle ristampare correttamente: ma non indugiate a la terza confessione, perch’io potrei pentirmi di questa vanità ancora.</p>
               <p TEIform="p">Di Napoli non risposi a le ultime vostre lettere, perchè non ebbi i libri: di che mi maravigliai, perchè mi trattenni a bello studio tanto, che chi gli avea portati, o da portare, agevolmente avrebbe potuto farmegli avere. Nel munistero di quei dottissimi padri, dove sono stato alloggiato molti giorni, ho imparato una nuova dottrina; che d’un medesimo libro si posson far diversi doni, o diverse dedicazioni in varie città. E vi bacio la mano. Di Roma, il 16 di novembre del 1594.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A FRANCESCO POLVERINO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Dopo il mio arrivo in Roma, ne diedi subito avviso a Vostra Signoria, e le scrissi quel che mi pareva de la correzione de la stampa. Ora la prego, e la sollecito, a mandarmi quei fogli che mancano a la prima opera mia, con la lettera dedicatoria; e l’altra operetta similmente stampata: perchè non vorrei tardare più lungamente a presentarle a quest’illustrissimi signori. E mi rimetto a suo giudicio. E le bacio la mano. Di Roma, il 17 di novembre.</p>
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               <head TEIform="head">1516</head>
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                  <salute TEIform="salute">A FRANCESCO POLVERINO. Napoli</salute>
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               <p TEIform="p">Mi maraviglio che Vostra Signoria non abbia mandato i due libri stampati, a’ quali quando io mi partii mancavano pochi fogli, e sono già passati i venti giorni: e la prego che non voglia lasciarmi più lungamente sospeso con questo desiderio, potendosi risolvere ne l’un de’ due modi, ch’io l’ho scritto, com’estima meglio. Spedisca, di grazia, quanto prima potrà; e se non può aiutarmi, almeno procuri ch’io resti consolato de la publicazione de l’opere. Le ricordo che faccia stampar la tavola de gli errori; e non mi sarebbe spiacciuto che si stampassero ancora i versi latini a la gioventù napolitana, almeno in alcun de’ volumi. Monsignor, non manchi a questo mio desiderio, che per avventura potrebbe esser l’ultimo; e preghi Iddio che mi conceda di riveder Vostra Signoria, e cotesta città da me amata quanto si possa amare alcuna patria. E le bacio la mano; ed a’ signori suoi fratelli similmente. Saluti in mio nome tutti gli amici; e tenga memoria de la nostra amicizia, benchè dal mio lato inutile ed infruttuosa. Di Palazzo, il....</p>
               <p TEIform="p">Raccomandai a Vostra Signoria una lettera a la signora principessa d’Avellino, de la quale desidero risposta.</p>
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               <head TEIform="head">1517</head>
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                  <salute TEIform="salute">A FRANCESCO POLVERINO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Il libraio del Popolo romano ha avuti i venti libri, ma non i principii e le dedicazioni de gli altri tre, ch’io portai; però messer Paolo potrebbe mandarli. Mi doglio oltremodo, che non sia stampata la tavola de gli errori: almeno dovevano stampare i più importanti; e, se non mi inganno, è necessario. De la difesa di Virgilio, e de l’altre cose, non importa ch’io non sia compiaciuto. Ancora non posso rallegrarmi di sanità e di miglioramento: piaccia a Dio ch’io possa sperarlo; ma carissima in ogni stato mi sarebbe la risposta de la signora principessa d’Avellino. Vostra Signoria non mi gravi con tanti titoli; ch’io non posso sopportarli, nè renderle il contraccambio. E le bacio la mano; ed insieme a’ signori suoi fratelli. Di Roma, il primo di decembre del 1594.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A FRANCESCO POLVERINO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Prego Vostra Signoria che non voglia aver maggior considerazione a l’utile de lo stampatore c’a la riputazione del poeta: però dee fare, che si faccia la tavola de gli errori principali in tutti i modi, così de’ greci come de gli altri; tanto più, che non so che danno possa o debba portare a lo stampatore la correzione de l’opere. Mi sarebbe stato somma grazia l’aver risposta di quella lettera ch’io raccomandai a Vostra Signoria; ma mi contento di quel che le piace. E le bacio la mano. Di Roma, il 9 di decembre del 1594.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ALFONSO DE ESTE, DUCA DI FERRARA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Se le cose passate potessero tornare indietro, niuna n’eleggerei più volentieri, che d’aver perpetuamente servita Vostra Altezza serenissima, o almeno di non aver perduto la sua grazia per mia sciagura. Ma poichè è impossibile correggere il passato, ch’è molto; in quel che m’avanza de l’avvenire, ch’è brevissimo spazio, mi guarderò più da la disgrazia di Vostra Altezza, che da alcun’altra. Questo è stato molti anni il mio proponimento, se ben molto impedito, e mal recato ad effetto. Di nuovo la supplico che m’abbia compassione; e prego Iddio con animo devotissimo, che mi conceda il suo perdono, e quel di Vostra Altezza serenissima. Si degnerà d’intendere quel che ho scritto al signor principe di Venosa, e quel che ho detto alcuna volta al signor ambasciatore. Così il Signor Iddio la perpetui lungamente e faccia felice. Di Roma, il 10 di decembre del 1594.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A FERDINANDO DE’ MEDICI, GRANDUCA DI TOSCANA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Qui in Roma mi voglion coronar di lauro, o d’altra foglia: ed io non avendo potuto aver la corona d’oro, avrei almen voluta la croce; ma con animo e con dignità di portarla publicamente. E perchè questo favore mi fu promesso in nome di Vostra Altezza serenissima dal signor Scipion Gonzaga, poi cardinale, molto prima che cominciassero le mie sciagure; ho aspettato più tosto occasione di ricevere o di chiedere altra grazia. Però non avrei dubitato di supplicar Vostra Altezza, che mi facesse grazia in quel cambio di coronarmi come poeta: e s’io non ho voluto o potuto far violenzia a la volontà di Vostra Altezza, resti servita di non voler ch’io sia costretto da’ suoi fiorentini o da’ romani, co’ quali non avrei alcuna amicizia o inimicizia, se non fosse stato il desiderio ch’io ebbi di servire a Vostra Altezza. Ora, essendo mancato non solamente con le forze, ma con l’animo, di nuovo la supplico; che contentandosi ch’io torni a baciarle la mano, non mi faccia tornare in vano, o partir mal sodisfatto; e piacendole ch’io resti, non le dispiaccia di leggere una lettera, che la signora duchessa di Mantova le scrisse in mio favore, alcuni anni sono, quando io passai per Fiorenza: e non mi nieghi la speranza di vita tanto lunga, quanto basti per esser giudicato da Vostra Altezza solamente. Di Roma, li 20 di decembre del 1594.</p>
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               <head TEIform="head">1521</head>
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                  <salute TEIform="salute">A FRANCESCO POLVERINO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Di nuovo ricordo a Vostra Signoria, ch’io desidero d’esser sodisfatto ne la tavola de gli errori, ne la quale non si dee più ricercare l’illecito guadagno del libraio, che la giusta riputazione del poeta. E di nuovo la prego, che faccia correggere ancora il dialogo de l’Imprese, nel quale non è corsa picciola copia di scorrezioni: ed abbia risguardo non solamente a le cose latine e toscane, ma a le greche. Almeno Vostra Signoria ne mandi due o tre copie scritte a mano co ’l supplimento de’ libri ch’io portai meco; perchè gli altri se ne rimarranno in mano del libraio, oltre i quattro ch’io ne presi. Aspettava la risposta de la principessa d’Avellino: ma non posso di ciò essere importuno a Vostra Signoria, nè a lei medesima; benchè mi doglia de la mia fortuna, e nel dolore aspetti invano consolazione da cotesta città, la qual sola poteva rallegrarmi. A Vostra Signoria ed a’ signori suoi fratelli bacio le mani. Di Roma, il 23 di decembre del 1594.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A FERRANTE GONZAGA, PRINCIPE DI MOLFETTA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Il comandamento di Vostra Signoria illustrissima m’ha richiamato da’ miei noiosi pensieri a le piacevoli fatiche de le muse: ma non in guisa, ch’io creda d’averla a sodisfare. Perdonimi, ch’io non posso; e facciami quella bella grazia, o mostrimi quella gratitudine ch’estima più conveniente a la sua cortesia, ed a la mia servitù: perch’io fra mille sciagure, benchè fossi privo di grazia, non posso essere ingrato. E le bacio la mano, pregando da Dio a Vostra Signoria illustrissima, ed a l’illustrissima signora sua consorte, lunga e felice vita. Da Roma, il 6 di gennaio del 1595.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mando alcuni versi a l’illustrissimo signor Ferrante, fatti questi giorni che mi sono sentito assai manco male del solito. Li versi sono pieni d’affetto; e scuoprono l’antico disiderio, che sempre ho avuto, d’onorare il suo valore; ma non so quanto la mia fatica sarà stimata opportuna: tuttavia si dee aver riguardo a la volontà. Non ho potuto ricopiarli: però prego Vostra Signoria riscriverli di sua mano, la quale può far che paiano belle ancora le brutte composizioni. E mi scusi con Sua Signoria illustrissima, se questo componimento poetico non le desse quel gusto e quella sodisfazione ch’io vorrei. Mandi poi il volume de le mie Rime, il quale io aspetto. E le bacio la mano. Di Roma, il 6 di gennaio del 1595.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A FRANCESCO POLVERINO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ringrazio Vostra Signoria del dono che l’è piaciuto farmi; quantunque mi doglia d’aver avuta ne la correzione de gli errori la medesima grazia in Napoli, ch’io ho avuto ne l’altre parti. Manderò a Vostra Signoria i sonetti in lode de le sue Rime, avanti la sua venuta: con la quale non aspetto avviso de la mia lite; perchè omai sarebbono necessari non le novelle, ma gli effetti. Ed a Vostra Signoria bacio la mano. Di Roma, il 20 di gennaio del 1595.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Sono già passate tre settimane ch’io le mandai un grosso piego, nel quale erano inchiusi alcuni versi ch’io aveva fatti in loda de l’illustrissimo signor Ferrante, e la risposta ad una lettera di Sua Signoria illustrissima. Diedi il piego a Corinto, fratello di Vostra Signoria; il qual mi promise di mandarlo a buon ricapito: e mi dorrebbe oltre modo se fusse andato in sinistro. Laonde Vostra Signoria mi libererà d’una passione straordinaria, quando m’aviserà d’averlo ricevuto: e s’io non sarò degno d’alcuna cortesia, che mi debba essere usata dal signor Ferrante, mandi almeno Vostra Signoria il volume de le mie Rime, tante volte promesso, e tanto tempo da me indarno aspettato. In quanto a la gravidanza de la signora donna Isabella, Vostra Signoria me ne deveva avisare a tempo; perchè siamo così vicini al fine del carnevale, ed io così impedito da i medicamenti, che è impossibile a fare alcuna cosa di buono. Piaccia a Sua Divina Maestà di conservarmi tanto, ch’io possa celebrare il suo parto. Ho avuta la lettera del signor Fabio: ringraziatelo in mio nome; e diteli, se lo vedrete, o almeno scriveteli, ch’io aspetto l’idea ch’egli sa. E vi bacio la mano. Di Roma, il 25 di gennaio del 1595.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AL PADRE FRANCESCO GUERRIERO, GESUITA. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io poteva dire di non aver prima conosciuta Vostra Paternità reverenda, benchè più volte l’avessi veduta; perchè quella cognizione era imperfetta, e quasi de l’uomo esterno. Ma l’ultima volta ch’io fui in Napoli, ascoltandola ne le sue lezioni e ne l’orazioni, e ragionando più volte seco di cose appartenenti a le belle lettere, la conobbi addentro e perfettamente quanto può esser conceduto a l’imperfezione del mio ingegno, occupato da lunga infermità, ed almeno per difetto de gl’instrumenti manchevole e bisognoso d’aiuto. Mi parve nondimeno di conoscere l’idea de l’eloquenza e de la sapienza, a cui niuna imagine colorita da Zeusi o da Apelle potrebbe assomigliarsi. Quale amore, adunque, e quanto doveva procedere da questa cognizione? e come maravigliosamente infiammarsi quel mio antico desiderio di sapere, ma non mai adempito? e l’altro ancora d’onore e di gloria, che nasce e s’accende dal primo, quasi fiamma da fiamma? Ma se l’idee sono forme del nostro intelletto, dimenticandomi di lei, mi scorderei quasi di me stesso. Non dubiti adunque di questa oblivione, o me n’assicuri quanto ella può; e sia quasi campione e guerriero pronto in mia difesa contra il tempo e l’oblio, avversari non solo de la fama, ma de l’intelletto umano. E sapientissimo il tempo, come parve ad alcuni filosofi; come ad altri, stoltissimo: ma, senza dubbio, stoltissima ed ingratissima è l’oblivione e la smemorataggine. Aiutatemi adunque a dividere questa quasi lega del tempo e del benefizio de l’uno e de l’altra; e non potendomi in altro modo aiutare, aiutatemi con le vostre particolari orazioni; anzi con l’orazione comune di tutti i padri del vostro collegio. Io non posso liberarmi de la mia infermità, e vivo con poca speranza di vita: e per questa ragione Vostra Paternità mi perdonerà s’io non rispondo a’ suoi versi, e s’io non posso mandarle ancora alcuna de le mie rime toscane: ma non mancherò a questo mio debito, se prima a me non manca la vita e lo spirito; ed il conservo ne la mente, con la memoria de gli altri oblighi che mi sono più cari. Nostro Signore m’ha fatto grazia di cento scudi l’anno di pensione; o, per dir meglio, di cento ducati di camera; con speranza, che questo non debba esser l’ultimo premio de le mie fatiche, ma un principio de la sua beneficenza. Piaccia a Dio ch’io possa mostrarmi non indegno de le sue grazie: ma non per tutto ciò cessa in me il desiderio di rivedere un’altra volta Napoli avanti la mia morte. Aiutatemi ancora ne l’adempimento di quest’altro desiderio con le vostre orazioni. Salutate il padre Francesco Cozzarelli, e raccomandatemeli molto; e l’uno e l’altro insieme raccomandatemi a’ signori principi di Stigliano e di Conca, ed al signor duca di Seminara. Ho mostrati al signor cardinale San Giorgio i versi di Vostra Paternità; e gli mostrerò ad altri, che possono far giudizio di così bella composizione, acciò che nel campo de le mie lodi Vostra Paternità raccoglia qualche frutto de le sue medesime. La riprego che voglia correggere gli errori di que’ miei libretti stampati ultimamente in Napoli; almeno quelli de la lingua greca; ed aggiunger le sue a le mie correzioni, ch’io lasciai al libraio: e con questo obligo accrescerà gli altri miei, e darà perfezione e compimento a la sua cortesia. E le bacio la mano. Di Roma, il 10 di febraro 1595.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">È capitato il volume de le Rime che Vostra Signoria mi ha mandato; ma chi l’ha portato n’ha avuto molto poca cura, perch’è di maniera lordo, ch’io non so se potrò valermene in niun conto: però n’avrei bisogno d’un altro; e n’obligo la cortesia di Vostra Signoria, non quella del signor Ferrante, o d’alcun altro di cotesti miei signori, che potrà dimostrarsi in altro tempo in cose maggiori. Ora non voglio essere a niuno più obligato che al mio signor Costantino; a cui bacio la mano. Di Roma, il 13 di febraio del 1595.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A FRANCESCO POLVERINO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Scusimi Vostra Signoria s’io non sono pronto pagatore del mio debito: de’ sonetti, dico; i quali sono dovuti, perchè sono promessi: aspetti, nondimeno, ch’io possa sodisfare. La benignità di Nostro Signore è infinita, ma il mondo “<foreign lang="lat" TEIform="foreign">positus est in maligno</foreign>:” però ogni mia speranza è ne la fuga del mondo. Intanto non so se la polisa, ch’io aspettava da Napoli, fosse stata aiuto o impedimento: ma ancora non l’ho ricevuta. La desidero nondimeno; e Vostra Signoria può dirlo in mio nome a gli avvocati del signor principe, al quale scriverò poi ringraziandolo. Ed a Vostra Signoria bacio la mano. Di Roma, il 26 di febraro del 1595.</p>
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               <head TEIform="head">1529</head>
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                  <salute TEIform="salute">A FRANCESCO POLVERINO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Desidero che Vostra Signoria m’avvisi per quale strada ed in qual mano sia stata mandata la polisa o lettera di cambio; perchè avendo ciò inteso da gli avvocati del signor principe d’Avellino, non può esser fraudator de gli avvisi. Io sin’ora non ho inteso cosa alcuna, non pur avuto; e son quasi morendo Barbezano a piedi, e tutto canuto, e più vicino a la morte d’alcuno altro; e volentieri m’appresso a qualche fonte per trarmi la sete. M’avvisi Vostra Signoria ancora de la qualità o soggetto de le sue Rime, accioch’io non iscriva a caso. E le bacio la mano. Di Roma, il 3 di marzo del 1595.</p>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ho ricevuto il volume de le mie Rime, nuovamente mandatomi per emenda de la negligenza di chi portò l’altro. Mi duole che per farmi cosa grata, a lei tocchi di far la penitenza de gli altrui peccati: la ringrazio di questo favore quanto più posso. Diedi, pochi giorni sono, al signor Giacomo Pergamini un altro mio libro stampato in Napoli; il quale potrebbe ristamparsi in Mantova, se Vostra Signoria volesse favorirmi con qualche sua lettera dedicatoria. Se ’l signor Giacomo a sorte lo ritenesse per lui, ne manderò un altro quanto prima a Vostra Signoria. Al signor Ferrante illustrissimo non ho per ora occasione di scrivere altro; ma s’egli vorrà ch’io possa ringraziarlo di qualche sua cortesia, il farò con quell’istesso animo, co ’l quale il supplicherei de la sua grazia, se potesse aiutarmi a ricuperar la sanità, senza la quale non può la vita stessa in niuna maniera essermi cara. Ed a Vostra Signoria bacio la mano. Di Roma, il 6 di marzo del 1595.</p>
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                  <salute TEIform="salute">A GIACOMO PERGAMINI. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io credeva d’essere avisato questa settimana dal signore Antonio Costantini, ch’egli avesse ricevuto il libro ch’io diedi a Vostra Signoria da mandargli, molti giorni sono, come scrissi a lui che sarebbe seguito: ma perchè non ho alcuna nuova, con due lettere che mi ha scritto, che gli sia capitato; mi fa sospettare, o che Vostra Signoria non gliele abbia inviato, o che sia andato in sinistro. E l’una e l’altra di queste occasioni mi spiacerebbe egualmente: laonde per liberarmi, con lo scioglimento d’un dubbio, del travaglio de l’altro, prego Vostra Signoria a farmi sapere, co ’l mezzo de l’istesso latore di questa mia, ciò ch’ella eseguisse di quel libro che le consignai, altrettanto mal fortunato quanto l’autore. E le bacio le mani. Di Santa Maria del Popolo.</p>
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               <head TEIform="head">1532</head>
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                  <salute TEIform="salute">A FRANCESCO POLVERINO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Di nuovo prego Vostra Signoria che m’avvisi a chi fosse mandata la polisa o lettera di cambio; e di nuovo la prego che solleciti la spedizione di questo negozio, co ’l procurarmi risposta de l’inchiusa a monsignor reverendissimo di Cosenza. Aspetto ancora d’intendere la qualità de le sue Rime, per servirla secondo il suo desiderio, ed il mio debito. E le bacio la mano. Di Roma, il 14 di marzo del 1595.</p>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">A FRANCESCO POLVERINO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mando a Vostra Signoria la procura rinovata due volte ne la persona del signor Fabio Spannocchia, insieme con una lettera a Sua Signoria. Si contenti di pregarlo che voglia impor fine a questo negozio, e mandar la lettera di cambio. Aspetto ancora che Vostra Signoria m’avvisi del soggetto de le sue Rime, perchè de l’arteficio debbo esser certissimo. E le bacio la mano. Di Roma, il 16 di marzo del 1595.</p>
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               <head TEIform="head">1534</head>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
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               <p TEIform="p">Vorrei esser così sano, come sono desideroso di sodisfare al signor Ercole Tasso; ma la mia lunga infermità non consente ch’io possa durare alcuna fatica ne lo scrivere o nel rilegger le cose lette. Però il signor Ercole, e Vostra Signoria mi perdoneranno: almeno sino a tanto ch’io sia ristorato di questa lunga indisposizione, se piacerà a Nostro Signore di farmi questa grazia. Del dialogo la ringrazio; o, per dir meglio, la ringrazierò quando l’avrò ricevuto. Ho mandato un mio libro al signor Ercole, e ne manderò un altro, se avrò avviso che ’l primo sia stato mandato. Di Roma, il penultimo di marzo del 1595.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1535</head>
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                  <salute TEIform="salute">AD ANTONIO COSTANTINI. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Che dirà il mio signor Antonio, quando udirà la morte del suo Tasso? E per mio aviso non tarderà molto la novella; perch’io mi sento al fine de la mia vita, non essendosi potuto trovar mai rimedio a questa mia fastidiosa indisposizione, sopravenuta a le molte altre mie solite; quasi rapido torrente, dal quale, senza potere avere alcun ritegno, vedo chiaramente esser rapito. Non è più tempo ch’io parli de la mia ostinata fortuna, per non dire de l’ingratitudine del mondo, la quale ha pur voluto aver la vittoria di condurmi a la sepoltura mendico; quando io pensava che quella gloria che, mal grado di chi non vuole, avrà questo secolo da i miei scritti, non fusse per lasciarmi in alcun modo senza guidardone. Mi sono fatto condurre in questo munistero di Sant’Onofrio; non solo perchè l’aria è lodata da’ medici, più che d’alcun’altra parte di Roma, ma quasi per cominciare da questo luogo eminente; e con la conversazione di questi divoti padri, la mia conversazione in cielo. Pregate Iddio per me: e siate sicuro, che sì come vi ho amato ed onorato sempre ne la presente vita, così farò per voi ne l’altra più vera, ciò che a la non finta ma verace carità s’appertiene. Ed a la Divina grazia raccomando voi e me stesso. Di Roma, in Santo Onofrio.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1536</head>
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                  <salute TEIform="salute">ALL’ARCIVESCOVO DI SORRENTO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io mi ricordo aver letto ch’il.... è cosa cupida di guadagno. E perchè nessun acquisto si può far maggiore de l’amor de gli uomini, anzi de gli animi istessi, i quali s’acquistano con la benevolenza; prego Vostra Signoria reverendissima, che non voglia disprezzar quella ch’io le porto; de la quale non posso mostrarle segno più certo, che ’l salutarla, e raccomandarle me stesso, ed i miei nipoti; e darle occasione di giovarmi: però a coloro si fa più volentieri servizio, a’ quali s’ha maggior obligo. E le bacio le mani. Di Roma.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1537</head>
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                  <salute TEIform="salute">AL COLLEGIO DE’ CARDINALI</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io sono molti anni stato soggetto a tutte le calamità, ed esposto a tutte l’ingiurie che possono fare un povero gentiluomo miserabile esempio d’infelicità; ne la quale non ha avuto minor parte la malizia e ’l maleficio de gli altri, che la mia inconsiderazione: nondimeno ancora son vivo, e la mia vita si conserva per miracolo di Dio, quasi un certo testimonio de la mia innocenza. Ma se non è alcuno innocente, le colpe de gli altri possono fare degni di scusa gli errori, ne’ quali sono incorso molte volte; nè deve in Sua Beatitudine o in Vostre Signorie illustrissime manifestarsi minor clemenza nel perdonare, che in me fragilità nel peccare. Però le supplico che mi facciano giustizia, e grazia insieme; acciochè non sia conceduto ogni ardire a la sceleraggine, o negata ogni consolazione a l’infelicità: chi cerca d’impedir la ragione è ingiusto; chi il perdono, crudele. Io procuro di venire a Roma per l’una e per l’altra cagione; e dopo sì lunga prigionia, e sì lunga infermità, e tanti infortuni, e tanti affanni sostenuti. Vostre Signorie illustrissime si degnino di favorir la mia buona volontà, e di raccogliermi ne la loro protezione.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1538</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">AL PRINCIPE DI CONCA. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mando a Vostra Eccellenza la stanza che desidera, e la prego che mi comandi, se mi conosce atto a servirla.
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <lg org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="lg">
                        <l part="N" TEIform="l">Signor, in lodar voi stanca sarebbe</l>
                        <l part="N" TEIform="l">Atene e Roma, e la canora tomba</l>
                        <l part="N" TEIform="l">Che in suon troppo alto ad Alessandro increbbe,</l>
                        <l part="N" TEIform="l">Mosso d’invidia a la famosa tromba,</l>
                        <l part="N" TEIform="l">E quella che d’Enea la gloria accrebbe</l>
                        <l part="N" TEIform="l">E per questo bel cielo anco rimbomba.</l>
                        <l part="N" TEIform="l">Tale è il vostro valor, ch’il suono e ’l canto</l>
                        <l part="N" TEIform="l">Perde, e d’antichi eroi la fama e ’l vanto.</l>
                     </lg>
                  </quote>
               </p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1539</head>
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                  <salute TEIform="salute">A GIORGIO CORNO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Il dubbio di Vostra Signoria a me pare assai facile da risolvere: perciochè essendo, “suo” pronome relativo, necessariamente dee riferirsi ad alcuno antecedente. Laonde non si dee dire “Sua Santità,” “Sua Maestà,” o “Sua Altezza,” se prima non è stato nominato il papa, l’imperatore o ’l principe. L’uso nondimeno è in contrario, dal quale mi sono anch’io lasciato alcuna volta trasportare; sì che io posso dire con monsignor de la Casa:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">Ma quasi onda di mar, cui nulla affrene,</l>
                     <l part="N" TEIform="l">L’uso del vulgo trasse anco me seco.</l>
                  </quote>
E può questo uso esser confermato con l’autorità de’ poeti, ne’ quali si truova qualche relativo che non si riferisce a l’antecedente. E le bacio le mani.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1540</head>
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                  <salute TEIform="salute">A RICCIARDO COSTANTINI</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Buoni e ben intesi sono i rimedi che Vostra Signoria mi ha mandati per la mia indisposizione: e direi ancora che sariano molto bene applicati, e con speranza di giovamento; se ’l male istesso, pur troppo invecchiato, non mi facesse perdere ogni speranza ne gli aiuti umani, ed averla solo ne’ divini. Resto nondimeno molto obligato a la cortesia di Vostra Signoria; e mi creda che se piacerà a Dio ch’io viva ancora qualche tempo senza quei travagli che l’infermità continovamente mi dà al corpo, e la maninconia a l’animo; ella goderà senza fallo gli effetti de la gratitudine, che la mia mala fortuna non può vietarmi di usare verso di chi mi si mostra così cortesemente, come ha fatto Vostra Signoria. E le bacio la mano. Di Roma.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1541</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">AD ALFONSO DA ESTE, DUCA DI FERRARA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io mi doglio de l’infermità di Vostra Altezza, e vorrei non crederla, perchè mi fosse creduto che niuno se ne dorrebbe più di me, s’io la credessi. Ma se la divozion mia, e la costantissima volontà, con la quale io desidero la conservazione de la sua vita e del suo stato, e de la sua riputazione, e d’ogni altro suo bene, è fra le cose incredibili; io non posso se non pregare Iddio, che dimostri la verità ch’io le scrivo, co ’l miracolo de la mia vita: perch’è veramente miracolo, ch’io viva tanti anni con la sua disgrazia, e con tanto disfavore, quanto ha voluto ch’io abbia da tutto il mondo. Ma nè questo miracolo potrebbe contentarmi senza la sanità di Vostra Altezza. Però non sono più tanto sollecito de la mia che de la sua salute, non potendo ancora disperare che mi debba concedere co ’l perdono l’allegrezza d’esser risanato, o almeno di conoscere che i medici s’affaticano di guarirmi. Ma io conosco quanto poco opportuna sarebbe la commemorazione de la mia infermità in quella di Vostra Altezza; a la quale s’io ho accresciuta qualche molestia, prego che mi perdoni questa con l’altre colpe, o errori più tosto; perchè ne l’intenzione non è alcuna colpa. Così Nostro Signore le conceda lunghissima vita, e gloria immortale, ed accrescimento di ricchezza e di prosperità; e me faccia degno de le sue raccomandazioni.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1542</head>
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                  <salute TEIform="salute">A ERCOLE ***</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mando a Vostra Signoria tre fratelli, che tutti portano scolpito il nome de la signora Vittoria; picciol numero veramente a’ meriti di questa signora, ch’estimo infiniti: ma nel mio parnaso è secco il fonte, non solo i lauri e le palme. Vostra Signoria scusi le deboli forze. E me le raccomando in grazia.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1543</head>
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                  <salute TEIform="salute">A ORAZIO FELTRO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ringrazio Vostra Signoria de la copia del mio Discorso, e le ricordo ch’io non posso scordarmi de gli oblighi, co’ quali m’astringe la sua cortesia: non potendo dunque per mio artificio disobligarmi, cercherò sempre d’esserle maggiormente obligato. E le bacio la mano, pregandola che si lasci trovare.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1544</head>
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                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ieri, per la fretta de la subita partita, e per molti fastidi che m’ingombrano l’animo, mi scordai di raccomandare a Vostra Signoria il negozio di messer ***: ed ancora ch’io sappia ch’egli, e per se stesso e per l’amicizia che ha meco, sarà sempre particolarmente favorito da Vostra Signoria, nondimeno per l’ardente desiderio ch’io ho de la sua sodisfazione, e de’ suoi comandi, non mi può parer soverchio questo uficio. Supplico dunque Vostra Signoria, che faccia ogni instanza acciochè, secondo l’intenzione già datagli da messer Cipriano, sia anteposto a’ suoi competitori. E con questo facendo fine, a Vostra Signoria bacio le mani. Di Ferrara.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1545</head>
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                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Se l’illustrissimo ed eccellentissimo signor duca d’Urbino ha opinione ch’io non potessi attendere con gli aiuti ordinari a guadagnarmi il vivere, così come alcuno de gli altri gentiluomini ch’egli abbia trattenuto; prego Vostra Eccellenza che non cerchi di placarlo: perch’io non stimo la benevolenza di chi ha questa opinione di me. Ed aiuti ordinari chiamo i libri, che sono avuti da gli altri, senza esser distratto: chè di mastro non mi pare d’avere bisogno, quando io abbia libri. Ed in quel che appartiene a Sua Eccellenza, Vostra Eccellenza creda, che sono altrettanto risoluto a morire, quanto in quel c’appartiene al signor duca di Mantova: così mi pare da l’uno e da l’altro essere stato disfavorito. Sì che lassi da parte ogni lor favore, e pensi d’aiutarmi con quei principi ch’in questo possono farmi o giustizia o grazia; o procuri la mia morte, a la quale son risolutissimo: e faccia sapere a Sua Eccellenza, ch’io ben voglio sostenere con la vita e con la penna, che fra ’l signor duca di Ferrara e lui ho giudicato convenevolmente, contra l’opinione del conte Federico Gallo. L’istesso che scrivo a Vostra Signoria del duca di Urbino, scrivo del cardinale d’Este.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1546</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A VINCENZIO GONZAGA, DUCA DI MANTOVA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Sola fra molti volse essere Vostra Altezza in usarmi l’anno passato quella cortesia, ch’io da lei sola non aspettava: con la quale non solamente mi gravò di nuovo obligo, ma mi fece quasi vergognar di me medesimo, ch’io anteponessi le nuove a l’antica......</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1547</head>
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                  <salute TEIform="salute">ALL’ARCIPRETE LAMBERTO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io sarò sempre servitore al signor cardinal Guastavillani, e gli desidererò sempre bene e felicità, quand’ancora fossi di fazione e d’opinione contraria a la sua. Tanto più gli debbo ora esser servitore, c’ho collocata buona parte de le mie speranze nel re, del quale egli porta il nome, e dal quale la casa sua ha ricevuti tanti benefici. Mi sono dunque molto rallegrato d’intendere, che il signor Filippo, fratello di Vostra Signoria, abbia fatto aver ricapito a le mie lettere, e che mi dia speranza di risposta; la quale se verrà conforme al mio desiderio, verrà gratissima; ed a Vostra Signoria, non che a Sua Signoria illustrissima, ne rimarrò con molt’obligo. Vostra Signoria m’ami, e m’aiuti, se può; ch’io amo ed onoro lei sovra modo: e mi faccia favore di fare in mio nome umilissima riverenza a monsignor illustrissimo suo, ed al signor cardinale Granvella.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1548</head>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mandai a Vostra Signoria una mia canzona questi mesi passati, insieme con una lettera in risposta de la sua, con la quale mi esortava a non fuggire: nè stimo ch’ella sia andata a male, perchè la mandai per la via del signor ambasciatore. Ma pur in questa occasione avrei avuto obligo a Vostra Signoria, che m’avisasse del ricapito; acciochè potessi lodar il consiglio datomi, e la cortesia ancora, la quale io desidero indarno con mio danno, ma con vergogna universale; perciochè non avendo io mai fatto nè villania nè torto ad alcuno, quantunque avessi avuti tutti gli altri difetti, non sarei stato indegno soggetto, in cui si mostrasse la cortesia. E se ’l ricordo non è soverchio, io gliele do volentieri; pregandola che faccia qualche buono ufficio per me, ora che n’averà occasione per la venuta costà del signor ***. E le bacio le mani. Di Mantova.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1549</head>
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                  <salute TEIform="salute">A DON NICCOLÒ DEGLI ODDI</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">A la prima parte de’ la vostra lettera sodisfarò con la presenza: a l’altra vorrei sodisfar con la penna; se Vostra Paternità potesse rimaner contenta d’una breve sodisfazione: ma a le lunghe quistioni io non sono atto; a le acute, voi non sete ottuso: laonde non posso tanto aguzzar lo stile, che passi l’acume del vostro ingegno. Brevemente adunque rispondo a due dubbi con una risposta comune a l’uno ed a l’altro, che voi opponete al mio poema, non altrimente ch’egli fosse un libro di filosofia; perchè da lui ricercate il vero e l’esatto che si considera ne le scienze, non la fama e l’opinione, ch’è ricercata ne la poesia: onde, come poeta, potrei tacere; ma, come filosofo, sono sforzato a la risposta; purchè non mi vogliate per semplice peripatetico, ma per platonico similmente: perch’io non mi ritirerò da la scuola d’Aristotile ne l’Academia di Platone, a guisa di fuggitivo; o come fanno coloro che, non potendo difendere le mura de la città, si ricovrano ne la fortezza: ma procurerò che la mia risposta non meno sia conforme a la dottrina d’Aristotile, che a quella di Platone. Però al primo dubbio (il qual è questo: “Non mi par bene che venga invocata Urania nel suo poema sotto nome di musa, e posta in cielo; non significando il nome di musa altro che suono o canto, il quale, per parer d’Aristotile, non può essere in cielo; e non v’essendo suono, non vi saranno Muse:)” potrebbe bastar ch’io rispondessi, che secondo l’opinione di Pitagora, di Platone, di Marco Tullio, di Dante, e d’altri poeti e filosofi e teologi, sacri e profani, nel cielo e suono: laonde a questa opinione posso appigliarmi o come poeta, o come filosofo, o come teologo. Ma volendomi astringere a la dottrina de’ peripatetici, nego la consequenza: “In cielo non è suono; adunque, non vi sono Muse.” Miglior sarebbe l’argomento, dicendosi: “In cielo non v’è musica; adunque non vi sono Muse.” Ma s’in cielo vi sono le musiche proporzioni, conviene che vi siano le Muse: ma vi sono senza fallo, perchè il mondo tutto è composto con musica armonia; come dimostra Platone nel Timeo, e Plotino, e gli altri che di questa materia hanno filosofato. Nè Aristotile medesimo negherebbe che nel cielo fossero le proporzioni intelligibili, de le quali volle intendere Pitagora; come dichiara Simplicio, filosofo peripatetico, nel Primo del Cielo, dove si tratta questa questione.</p>
               <p TEIform="p">Il secondo dubbio è questo: “Non mi piace che si finga che da Dio venga mandato il sogno a Goffredo, sendo l’autorità d’Aristotile in contrario chiarissima (nel capitolo <title lang="lat" TEIform="title">De divinatione per somnium</title>): <quote lang="lat" TEIform="quote">Somnia non mittuntur a Deo</quote>.” Al quale io rispondo: che a difendere un poeta basterebbe l’autorità del principe de’ poeti; d’Omero, dico; appresso il quale si legge, che da Giove è mandato il sogno ad Agamenone capitano de l’esercito. Ma volendosi pur l’autorità d’Aristotile, in quell’istesso libro egli fa menzione d’alcuni sogni divini o demonici, mandati da demoni o da iddio; come particolarmente trattò san Tomaso ne l’opuscolo “<title lang="lat" TEIform="title">De intellectu</title>:” ma poichè l’autorità d’Aristotile son ricercate, consideriamo quelle parole de la Poetica: “<quote lang="lat" TEIform="quote">Si autem neutro modo, quod ita aiunt, ceu quae de diis: fortasse enim neque melius ita dicere, neque vera: sed contigit: quemadmodum Xenophanes; sed non dicunt haec</quote>.” E quell’altre: “<quote lang="lat" TEIform="quote">Omnino autem impossibile quidem, vel ad poesim, vel ad id quod melius, vel ad opinionem oportet reducere</quote>.” Laonde può bastare in questo proposito l’opinione secondo la dottrina d’Aristotile medesimo. Però il poeta che scriverà contra quello ch’insegna Aristotile nel Cielo, o in altra opera, scriverà come insegna Aristotile a’ poeti. Ma chi scrivesse com’egli disputa tra’ fisici in longhissime quistioni, non scriverebbe come ammonisce i poeti, de’ quali fu difensore. Aristotile dunque c’insegna come si possa, lodando Aristotile, ad Aristotile contradire. E questo ora basti per breve sodisfazione de’ suoi dubbi. E viva felice. Di Roma.</p>
            </div2>
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                  <salute TEIform="salute">A LUCA SCALABRINO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Il vostro allievo mi ha rovinato. Era il canto di Clorinda che voleva da voi: l’ebbe da me; e ha fatto di belle prove! Ma questo è il minimo de’ danni che mi ha fatto! Sono certo di ogni cosa. Com’egli si vide scoperto, cominciò a schernirmi. Ora udite miracolo. Io, che verso altri ho concepito odio o sdegno, amo ancora lui tenerissimamente, ed ho gelosia e martello e dolore grandissimo di non essere riamato. Gli ho parlato liberissimamente; l’ho assicurato che mi sono non per congetture ma per segni certissimi ed infallibili accorto del tutto; e assicuratolo insieme ch’io gli perdono, e che desidero d’essergli amico, e che lo amerò cordialissimamente, se per lui non rimarrà; che scuso la gioventù, e perdono alcuni falli a l’occasioni. Egli niega, non arrossisce; ma impallidisce d’un pallore notabile: e dubito che “<foreign lang="lat" TEIform="foreign">induratum sit cor Faraonis</foreign>.” Pure le mie parole hanno operato almen questo, che ha lasciato l’impudenza. Se non ha un cuore di Lestrigone, spero, con l’amarlo, sforzarlo ad amarmi. Dice di volere scrivere a voi di questo mio sospetto. Se ve ne scrive, mostrate di non ne saper cosa alcuna. Fate l’officio che vi pare. Sono in grandissimo travaglio.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1551</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">AL CONTE FERRANTE ESTENSE TASSONE</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io ho scritto questa mattina a Vostra Signoria, ch’io desidero di far due poemi a mio gusto: e se ben per elezione non cambierei il soggetto c’una volta presi; nondimeno, per sodisfar il signor principe, gli do l’elezione di tutti questi soggetti, i quali mi paiono sovra gli altri, atti a ricever la forma eroica.</p>
               <p TEIform="p">Espedizion di Goffredo, e de gli altri principi contra gl’infedeli, e ritorno. Dove avrò occasione di lodar le famiglie d’Europa, che più vorrò.</p>
               <p TEIform="p">Espedizion di Bellesario contra’ Goti. Di Narsete contra’ Goti: e discorro d’un principe. Ed in questi averei grandissima occasione di lodar le cose di Spagna e d’Italia e di Grecia, e l’origine di casa d’Austria.</p>
               <p TEIform="p">Espedizion di Carlo il Magno contra’ Sassoni. Espedizion di Carlo contra’ Longobardi. In questi troverei l’origine di tutte le famiglie grandi di Germania, di Francia e d’Italia; e ’l ritorno d’un principe.</p>
               <p TEIform="p">E se ben alcuni di questi soggetti sono stati presi, non importa: perch’io cercherei di trattarli meglio, ed a giudicio d’Aristotele.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1552</head>
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                  <salute TEIform="salute">A ***</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io ho fatto l’ultimo sonetto, perchè mi son sognato di cadere del mal caduco. Supplico di grazia specialissima la signora duchessa, che non voglia ch’io perda il giudizio e l’intelletto per infermità, i quali mi pare d’aver anco nel primo stato; sebben per debolezza del corpo posso male operare.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1553</head>
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                  <salute TEIform="salute">A ***</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mando a Vostra Eccellenza questo sonetto, e le ricordo ch’io le sono servo, e che ho bisogno in questa città di protezione; e in Milano, di molti favori. La imitazione de lo scettro è tolta da Omero e da Virgilio. Le parole “gitta l’armi” sono del sesto de l’Eneide, fortunato oltre gli altri libri di Virgilio.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1554</head>
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                  <salute TEIform="salute">A ***</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Questi sono gli versi che chiedesti, i quali ho scritti dopo avere mangiato sognando un pan di zuccaro; e risvegliandomi, non trovando il zuccaro, ho tolto nella credenza un pane ordinario. Piaccia a Dio che il mio sia il sogno di Scipione: vero, dico, come fu il suo; perciò che, sì come avea sognato, vinse Numanzia e Cartagine.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1555</head>
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                  <salute TEIform="salute">AL MARCHESE FILIPPO DA ESTE</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vostra Eccellenza ha prevenuto col suo cortese dono, non il desiderio ch’io ho di servirla, ma le dimostrazioni estrinseche, le quali sono state impedite da molti rispetti: pur niun rispetto dee esser alfine più possente in me del debito mio: e così piaccia al Signor Iddio, ch’è consapevole de la mia buona volontà, di favorirla, com’io l’ho taciuta per dubio che non mi fosse creduto il vero; e la taccio sin ora. Ma basti quanto ho accennato in questo proposito. Farò il dialogo che Vostra Eccellenza mi commanda, ed in tutte l’altre cose ch’io possa la servirò molto volontieri; e mi rincresce solamente, che la signora duchessa d’Urbino non m’abbia liberato come m’aveva promesso: perch’o sarei venuto a trovarla; o almeno sarei in parte, dove niun rispetto mi potrebbe ritenere di mostrarle maggior segni de l’affezione ed osservanza mia. Nè già voglio pregarla che ne supplichi Sua Altezza in mio nome, perciochè sa forse meglio di me quel che può esser mio bene: e, come amorevol padrone, non ha in questo proposito altro obietto. Ma s’ella pur giudica che fosse ben fatto di dirgliene qualche parola, mi farà grazia singolare. Pur tanto sia quanto a lei piace, ch’io rimarrò soddisfatto di ciò che a lei piacerà. E con questa fine le prego dal Signore Iddio ogni contentezza; e le raccomando l’inchiusa al padre Panigarola. De le mie stanze, il 12 d’ottobre del 1583.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1556</head>
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                  <salute TEIform="salute">A ***</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">L’ardimento ch’io prendo ora di scrivere a Vostra Signoria e di supplicarla, è maggiore d’ogni mio merito e d’ogni speranza; ma tanto minore de la sua bellezza e de la sua grazia, ch’io non posso esser riputato audace e temerario, ma più tosto timido: perchè non è cosa al mondo così cara; non la vita, non la riputazione, non la patria; che non si potesse arrischiare, per goder solamente d’un vostro dolcissimo sguardo. Gran ventura fu la mia, che s’incontrassero gli occhi miei co’ suoi; perchè in quell’incontro mi parve di vedere in una vista tutte le bellezze e tutte le grazie che possano fare alcuno felice. E benchè ne seguisse la morte, e tutto quello che suole essere di maggiore spavento; fortunata nondimeno stimerei la dolce vista e ’l bel guardo soave, che potrebbe far dolcissima e soavissima ogni infelicità. Ma Vostra Signoria non ha voluto ch’io riconosca ancora tanto da la sua grazia, quanto da la fortuna; poichè se fosse dono de la sua cortesia il poterla solamente vedere, io mi riputerei sodisfatto d’ogni passione amorosa. Se l’amore fosse di mia volontà, io potrei peravventura confessarlo come peccato gravissimo, e come colpa di temerità, avendo avuto ardire di collocare i miei pensieri così altamente: ma essendo l’amore in me o violenza de le stelle o forza de la sua bellezza, io non so chi accusarne, o il cielo o Vostra Signoria: e voglio più tosto fare ingiuria a tutte le stelle, che turbare il dolcissimo sereno de la sua vista. Ma s’oltre la sua bellezza ve n’ha parte alcuna la sua cortesia, la supplico che perdoni le sue colpe a la fortuna, al fato, al cielo, a la sua bellezza, ed a la sua virtù medesima; e si contenti che se non la sua volontà, almeno la mia concorra in amarla e in servirla, con tante cagioni insuperabili e necessarie, senza contrasto.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1557</head>
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                  <salute TEIform="salute">AL DUCA DI MANTOVA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Benchè Vostra Altezza soglia tener memoria di tutte le buone azioni e di tutte l’opere laudevoli, laonde possa parer soverchio ch’io le ricordasse quella de la quale l’ho pregata e fatta pregare altre volte; nondimeno l’affezione ch’io porto a mio fratello, mi costringe a dargliene ricordo di nuovo, senza timore di parere importuno: perchè so quanto Vostra Altezza sia giudiciosa, e, come sappia discernere tra difetto e difetto; talchè se ne fosse alcuno nel mio pregare, non sarà di quelli che meriti molto biasimo nel suo giudicio. La supplico dunque, che perdoni a l’uno ed a l’altro di noi; a mio fratello il primo errore, e a me quest’altro di troppo amarlo; se pur egli ha errato in qualche modo, o io passo i termini ne l’amore: ma ella non avrebbe occasione di mostrar la sua clemenza, e la benignità, e l’affabilità, se ne’ soggetti fosse ogni perfezione. Ma dee ringraziare il Signore Iddio, che l’abbia conceduto con tante perfezioni il modo ancora di poterle manifestar con l’esempio. Il caso di mio fratello è degno di pietà, e ’l mio lungo pregar meritevol di scusa; onde mi assicuro, che volentieri consentirà d’esser pregata: nè vorrà negar questa grazia, la quale l’è dimandata da me così affettuosamente, ma non da me solo; però non sarò solo in averle obligo. E le bacio le mani.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1558</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">AL CONTE FRANCESCO GONZAGA. Novellara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Molto illustre e virtuoso signor mio. Io mi partii da Padova con animo e desiderio di venir a servir le Signorie Vostre, ed a godermi de’ loro favori alcuni giorni, come a lei ed al signor conte Alfonso aveva promesso; ma l’infirmità de la signora loro madre, tanto lunga e tanto pericolosa, vi s’interpose: senza la salute de la quale nè a loro nè a me nulla sarebbe stato nè caro nè grato; perchè (voglio dire il vero) il pericolo di sì gran perdita non ci avria lasciato gustare bene alcuno di questa vita. Ed ancora che Sua Signoria sia convalescente, non è forse in tale stato, che la mia conversazione le potesse esser cara nè giovevole; et io desiderarei di venire in tempo queto, e che piuttosto avessero da la mia venuta servizio che disturbo. Però forse sarebbe bene, non per mio ma per loro comodo, ch’io mi riserbassi a venir in miglior occasione: il che farò, se da le Signorie Vostre non mi sarà comandato altro; a cui e l’osservanza de la mia parola, et il desiderio che io ho di servirle m’obbliga ad obbedirle. Trattanto andrò ad espedirmi dal conte Fulvio: ed in ogni caso le prego che mi tengano per quel certo ed affezionato servitore che gli effetti mostreranno, se a loro piacerà di comandarmi. Nè restandomi altro che pregarli, tutti tre giuntamente, che mi diano qualche loco ne la grazia loro, e bacino per mio nome la mano a la signora contessa Barbara, pregando Dio che con prospera fortuna accompagni il corso de la vita loro, farò fine. Di Correggio, il 24 d’ottobre del LXI. Di Vostra Signoria molto illustre affezionato servitore  IL TASSO.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1559</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A LUIGI ZAMPA, SEGRETARIO DEL DUCA DI MANTOVA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Signor mio onorandissimo. Ieri giunsi qui a buon’ora: ma perchè il signor don Alfonso, per meglio passar il dolore de la moglie morta, era andato ad un suo loco fuor di Ferrara quindici miglia, e bisognandomi far qualche ufficio, non mi potei espedir quel giorno. Qui erano di Francia, con le lettere che portò il Montemerlo, mandato dal cardinale di Ferrara a Sua Santità, nuove coi particolari de la pace; i quali non erano stati pubblicati, perchè ancora non era risoluta la difficoltà del pagar la Cavalleria d’Alemagna. Da poi è venuto un corriere, con lettere, dì 7 del presente, che tutte le cose erano quiete, e la corte in Orleans. L’armiraglio era stato a la corte, e partito. Il duca di Nemurs, con grandissimo dispiacer di tutta la Francia, era morto. Il cardinale di Ferrara voleva partire prima de la settimana santa; ma a preghiere de la regina madre, è soprastato; e doveva partire il primo dì dopo le feste. Altro non ho che scrivere a Vostra Signoria, se non pregarla che faccia dare al signor Ferrante Bagno l’alligata. Nè si maravigli se la lettera è mal scritta, perchè la scrivo in barca, con tanto vento e moto del legno, che non posso fermar la mano. E viva felice; e mi raccomandi a tutti i signori de la Cancelleria. Di barca, presso Argenta, il 16 di aprile del 1563. Al servizio di Vostra Signoria IL TASSO.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1560</head>
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                  <salute TEIform="salute">AD ARRIGO LOFFREDO, MARCHESE DI SANT’AGATA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mi rende Vostra Signoria illustrissima grazie di ciò che io doveva in grazia domandarle, che mi concedesse licenza di nominar ne la mia Gerusalemme il signor marchese Carlo Loffredo suo padre, e il signor Giovan Battista Manso suo cugino; ond’io spero in un tempo medesimo due vantaggi, e d’onorare il mio poema collo splendore de’ loro illustri nomi, e di confessare un antico debito che ho a la persona de l’uno, ed a l’avolo de l’altro: ne la qual confessione stimo io di corrispondere ad amendue co ’l maggior sodisfacimento che dar si possa da povero debitore a qualunque gran debito. Grande è il mio quanto importa la vita stessa, ed antico in fin da la mia fanciullezza; dal tempo che essendosi mossa guerra tra ’l pontefice Paolo IV e il re Cattolico, ed avendo il duca d’Alba vicerè del regno occupato molte città di Campagna di Roma, ritornandosene a svernare in Napoli, vi lasciò suo general luogotenente Giovan Battista Manso, comune avolo e vostro, e d’esso vostro cugino; appo cui era la somma de le cose e de la guerra, e de la pace c’allor si trattava, e dopo si conchiuse per le sue mani, come colui che da l’un canto era confidente del re, e da l’altro aveva parentado colla casa del papa. Ed erano ben tre anni passati che mio padre, seguendo ne le sue sventure il principe di Salerno, lasciò me, che seguiva lui, in Roma sotto il governo di Maurizio Cataneo, e’ suoi affari di Napoli sotto la cura d’un altro Giovan Battista Manso suo compare, avvocato, e per lettere e per valore anch’egli di molta stima; il quale poscia in que’ tumulti di guerra fu della città di Napoli creato eletto: quand’io udendo favellare de le valorose azioni di vostr’avolo, c’allor si ritrovava in Anagni, ingannato dalla somiglianza del nome, e non considerando, per la poca sperienza de la tenera età (che appena trapassava il dodicesim’anno), la differenza de la nobilissima ed antichissima casa de l’uno, dirittamente da’ chiarissimi duchi d’Amalfi discesa, a quella de l’altro, quantunque nobile ad ogni modo, eletto da la Piazza popolare, e che non era possibile che stesse nel tempo stesso una medesima persona in Anagni ed in Napoli, esercitando così contrari mestieri; stimando ch’egli fosse ’l nostro avvocato, mi venne pensiero d’andare a visitarlo nel campo; e senza badare a’ pericoli che sopravvenir mi potevano, il misi ad effetto. Uscii da Roma; e giunto presso gli alloggiamenti cattolici, diedi ne l’aguato d’una compagnia di cavalli del marchese padre di Vostra Signoria illustrissima, da’ quali preso ed a lui condotto, egli da me intendendo (e dir non credeva menzogna) che vostr’avolo era mio compare, incontanente con buona guardia a lui mi mandò; ma ammesso che fui a la sua presenza, m’avviddi tantosto del mio errore, e del pericolo a cui m’era scioccamente esposto, e me ne turbai: perciocchè quel ch’io detto aveva a mio favore, credendolo vero, ritornava in mia accusa, ritrovato esser falso, e poteva la malizia de la bugia render colpevole l’innocenza de l’età. Ma egli vedendo il mio turbamento, mi trasse umanamente da parte, e raccolto da le mie parole la verità de l’inganno, m’ebbe con paterno affetto a riprender del soverchio ardimento, e de la poca avvertenza ne l’essermi esposto in man de’ nemici: e conoscer mi fece, che quand’egli avesse voluto procedere con me secondo la sentenza contro mio padre e me pubblicata, per la fellonìa del principe di Salerno, non avrebbe altro potuto fare che condannarmi a la morte; ma che, avendo riguardo a la mia innocenza, ed a la involontaria ribellione, ed a la volontaria venuta, ed a’ molti meriti di mio padre, tanto più degno d’ogni favore, quanto men favorito da la fortuna, voleva ch’io non mi fossi ingannato; e ricevutomi, ed onoratomi pubblicamente come compare, carico di cortesie e di doni, bene accompagnato me ne rimandò. Vostro padre reso da lui consapevole de l’inganno, e non volendo cedergli ne l’onorarmi, raddoppiò le cortesie e’ doni; e dovendo colla sua cavalleria scorrere fino presso Roma, volle con esso seco menarmi, e quasi sotto le mura de la città in sicuro luogo m’accommiatò. Ecco la somma de gli obblighi miei, ch’io posso ben confessare, ma non pareggiare nè meno colle parole; e quel c’ora n’ho detto, è solo quel tanto che possa certificarla, che nel rammentare i loro gloriosi nomi, non essi, ma io ne rimango onorato, com’anche nel ricordarmi ereditario servitore di Vostra Signoria illustrissima; che come tale le bacio le mani.</p>
            </div2>
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               <head TEIform="head">1561</head>
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                  <salute TEIform="salute">A SPERONE SPERONI</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Alle vostre lamentazioni e rovelli per lo strazio inaudito della mia povera Gerusalemme, ravviso l’amico sviscerato del poema e del poeta, e l’animo disdegnoso nobilmente de’ soprusi ed ingiustizie umane. Disgraziata città veramente, cui toccavano in sorte cattività, incendi e rovine, come città, ed Assiri, Babiloni e Romani, che la struggevano; e come nome illustre ed argomento di epopea, altri Assiri, Babiloni e Romani che, accaniti forse più, la lacerano e manomettono! Nè mancava la Mauritana ferocia, la quale, nata appena e fiorente di alcuna fama, dalle fondamenta la sgominasse, al pari della città di Didone. I libri hanno la loro stella, e le particolari fortune, siccome gli uomini. Dell’astrologia che governa le cose umane, molto si è scritto; ma poco (io credo) dell’astrologia delle passioni nostre, la quale ha tanta potenza e tirannide sopra le lettere.</p>
               <p TEIform="p">Manca invero, a mio giudizio, la dotta repubblica di leggi ed instituzioni necessarie a ben governarla. Tale infatti suol sedere a scranna sulla curule di giudice delle opere dell’ingegno, che d’ogni titolo manca a quel ministero gravissimo. E per ciò uomini chiarissimi van giudicati senz’appello da inetti ed oscuri; ed un critico senza nome, ricco solo d’una pergamena accademica e di null’altro, avvolge la coda come il Minos di Dante, e <emph TEIform="emph">giudica, e manda</emph> a suo talento, ed a seconda delle passioni sue. Ond’è che io estimo, che sarebbe giustissima cosa ne andassero i poemi giudicati, non dal povero critico cui in sua vita non venne forse mai fatto di cavar dalla penna venefica un verso solo, ma da grandi poeti. Chè altrimenti Tersite chiamerà al suo tribunale Achille ed Agamennone; e peggio assai, e senza paura di quella benedetta verga di Ulisse. Competenti per ciò a pronunciar sul mio poema avrei io riconosciuti un Boiardo, un Anguillara, un Ariosto, e non quel critico d’ingegno agghiacciato e prosaico, cui sono avverse le muse, ignota la inspirazione, e l’animo gremito di fiele e di odio. Chè un permettere a cotali scrittori di farla da Erostrati nel tempio pacifico di Minerva e delle nove sorelle, mi pare odiosa e malvagia opera, quanto il lasciar l’ingresso alle furie nel tempio della Pace.</p>
               <p TEIform="p">Bella storia da scrivere affè delle povertà ed ingiustizie accademiche; de’ soprusi, delle mene occulte, e passioni, le quali concedono o negano la bianca fava alle opere meritevoli almeno di alcun plauso e considerazione; della dispotica autorità delle loro sentenze, alle quali usurpano forza e carattere d’inappellabili! Chè siffatte picciole letterarie repubbliche, appellate accademie, somigliano, più spesso che non piace alla ragione, a quella plebea comunanza di Atene, la quale proscrisse Aristide e Temistocle, e nominò generale il salcicciaio Cleone! Ma di quella almeno erano le follìe scorbacchiate e derise da Aristofane; di queste si piange e non si ride: e talora si gongola alle condanne delle opere altrui, nè si prevede ugual sorte alle proprie.</p>
               <p TEIform="p">Infermo qual sono io di corpo e di mente, valgo appena a render disadornamente questi pochi pensieri; e voi concederete perdono al vostro povero Tasso. Il quale non sospettava mai che il sacerdozio delle muse dovesse fruttargli vita amara di tanti affanni e miserie, che poco gli toccava a temer di più se fosse stato un malvagio e un colpevole. Ne appello io alla posterità, giusta, integra e spassionata. E se non fosse speranza superba, soffrirei pur in pace che i nomi de’ miei carnefici scampassero all’obblio, perchè compagni alla storia della vita.</p>
            </div2>
            <div2 type="epistola" org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="div2">
               <head TEIform="head">1562</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A MAURIZIO CATANEO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Il mio viaggio è stato felicissimo, e solo ritardato con molta mia sodisfazione d’una breve dimora in Pesaro presso quelli munificentissimi Principi, che mi hanno accolto con mille carezze e cortesie, colmandomi inoltre di favori e benifici. La signora duchessa mi ha donato un bellissimo quadro di razzo in seta, che puol dirsi l’allegoria d’un poema campestre. Si vede nel campo una lepre investita da tre cani, e vole che sia la mia impresa, perchè in essa vi è simbolegiata la mia partita da Ferrara coll’illustrissimo signor Cardinale suo fratello, la quale fu seguita dall’invidiose e maligne dicerie del Pigna, del Montecatino e del Giraldini, che vestono la figura dei tre cani, i quali sembrano voler quasi divorare la lepre timida ed innocente. Pendente poi da un albero fatto colla maggiore abilità e diligenza si vede un vermicello da seta, e quasi d’appresso la farfalla in che si trasforma; e dice esser simbolo del mio genio poetico, che sotto gli auspici dell’illustrissimo signor duca e de le principesse spiegherà il suo volo verso una gloriosa imortalità. Appiattato fra le foglie dell’albero appare ancora un altro vermicello, ch’ella vole trasformato nel corvo che poco lungi sembra aver vita; e questo ella dice simbolegiare il Pigna noto pel suo gracidar molesto e per l’indole di rapina che appare da le sue storiche e poetiche composizioni. Io però qui vo dicendo, ch’il quadro appresenta una caccia, e ch’il verme pendente dall’albero è un pesce destinato in premio al più destro cacciatore; e vo spargendo questa favoletta, perchè non voglio accrescer per me stesso le cagioni dell’invidia e della maldicenzia, e perchè del favore che gode questo maligno cortigiano del Pigna saprebbe approfittarne con accortezza per vendicare in me innocente l’ingiuria dell’allegoria. Sono i cenci che volano in aria; ed io non mi sento disposto di volare per mano d’un cortigiano che mi farebbe incontrare la sorte di Fetonte.</p>
               <p TEIform="p">Anche la signora donna Leonora mi ha spedito da Consandolo un libro, che per alcuni particolari de’ quali non occorre far motto le aveva io dato a leggere; e questo lo ha ella ornato co’ un maraviglioso recamo che rappresenta il portico de la villa sudetta, la quale è per me di grata e dolcissima rimembranza. Inoltre ha accompagnato il dono con una lettera assai graziosa e ripiena di così arguti concetti, ch’io non so se debba più in essa ammirarsi l’ingegno o encomiarsi la benignità del suo core.</p>
               <p TEIform="p">Non meno di queste generosa si è meco addimostrata la signora duchessa mia clementissima padrona, la quale mi aveva donato prima della mia partenzia per Francia un grazioso libretto recamato a fiori, e con fogli in bianco; e, ciò che più vale, diceva donarmelo, onde vi stipassi come in magazino tutti i pensieri che potevano nascermi per via su la mia Gerusalemme per acconciarli poi a l’opportunità: volle di più accrescerne il pregio fregiandolo dell’augusto suo nome.</p>
               <p TEIform="p">Scrivo oggi anche al signor cardinale mio amorevolissimo mecenate, e gli dico del favore e cortesia con che sono stato a Pesaro e qui ricevuto: gli parlo in genere degli onori e de’ doni, ma taccio sul particolare di essi, per i debiti riguardi già detti; e prego Vostra Signoria molto reverenda a fare lo stesso sulle allegorie. Chi vive in corte ha bisogno d’usare non solo prudenzia per sè, ma deve anche raccomandarla altrui per ciò che lo riguarda; perchè questa in corte è più necessaria dei talenti: senza i quali può trovarsi favore e fortuna: ma senza quella non si trovano che disgrazie e malanni. Vostra Reverenza baci per me la mano a l’illustrissimo suo signore, com’io la bacio a lei con ogni reverenzia et affezione. Da Ferrara, il 4 maggio 1572.</p>
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               <head TEIform="head">1563</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A LEONORA DA ESTE. Consandolo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Il dono che Vostra Eccellenza si è degnata di rimettermi da costà quasi subito il mio arrivo in Ferrara è per me, povero gentiluomo, un tesoro tanto ricco e prezioso, ch’io non dubito punto d’asserire, che se a’ nostri giorni vivesse Giasone, qui verrebbe co’ suoi argonauti, preferendo questo non solo al vello d’oro, ma a qualunque altra cosa la più rara e pregevole del mondo. Vostra Eccellenza coglie tutte l’occasioni per favorire i suoi fedeli servitori e me specialmente, che moltissimo ho desiderato, ma nulla ho ancor fatto per rendermi meritevole di tanto favore, e di così segnalato beneficio. Dopo aver io tanto ardentemente sospirato il mio ritorno ai servigi d’una corte, ove il mio core fin da’ primi momenti rimase avvinto da legami cotanto dolci e tenaci, io spero che la sola morte avrà il potere di frangerli e di separarmi da la medesima. Ogni mio debito pel ritorno è con Vostra Eccellenza e con la signora donna Lucrezia, il di cui dono l’ebbi e l’ho per preziosissimo, perchè viene da le mani d’una sorella di Vostra Eccellenza. Che se quello richiama a la mia memoria quei luoghi ove la mia e l’altrui fera vanità prendeva diletto in ferire innocenti lepri, damme e capriole, questo di Vostra Eccellenza rallegra, anzi bea la mia imaginazione ramentandomi quei luoghi felicissimi ove io stesso rimasi ferito. Io lo terrò per carissimo e custodito con tanta cura e gelosia, con quanta le Vestali custodivano il foco sacro ch’alimentar doveva l’are dei Numi, e questo alimenterà la mia Musa ch’io ho consacrato a celebrare gli eroi e l’eroine de l’antichissima e nobilissima famiglia di Vostra Eccellenza, ed il nome specialmente di chi tutti e tutte <emph TEIform="emph">le onora</emph>. Io adunque ringrazio devotamente Vostra Eccellenza del dono, ed anco della lettera graziosisima colla quale si è degnata accompagnarlo; ed intanto le bacio umilissimamente le mani. Di Ferrara, il 5 maggio 1572.</p>
            </div2>
         </div1>
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            <head TEIform="head">EDIZIONE SOLERTI</head>
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               <head TEIform="head">1</head>
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                  <salute TEIform="salute">ALLA REPUBBLICA DI LUCCA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Torquato, di messer Bernardo Tasso, cittadino napoletano, affezionatissimo servo loro, espone con debita riverenza, che avendo tirato a fine un’opera volgare intitolata <title TEIform="title">Rinaldo Innamorato</title>, e mandatola in luce, sentendo che in questa loro Repubblica vi si trova l’impressore vorrebbe che le si degnassero concedergli per loro benignità, che l’opera sua non si potesse stampar per tempo di dieci anni prossimi, come di già gli è stato conceduto da altri signori. Però le prega, insieme col loro Maggior Consiglio, a consolarlo di questo suo desiderio, quando le paia conveniente ed onesto e consueto farsi ad altri che portano buona volontà alla città loro, come fu esso parato sempre a giovarle in tutto quello che possa. Ed il Signore Iddio le contenti come più desiderano.</p>
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                  <dateline TEIform="dateline">[Maggio 1562].</dateline>
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               <head TEIform="head">2</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">AL DOGE DI VENEZIA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Essendo per lunga usanza la Serenità Vostra munificentissima e larghissima de le sue grazie ai suoi servitori e specialmente di grazie giuste e lecite, però io Torquato Tasso di M. Bernardo, servitor umilissimo di Vostra Serenità, la supplico umilmente a degnarsi di concedermi grazia, che per spazio d’anni quindici, niun altro che io possa stampar, nè far stampar o stampato vender il libro mio intitolato il <title TEIform="title">Rinaldo di Torquato Tasso</title>, senza mia licenza o di coloro che avranno causa da me, sotto le pene consuete in simil materia, non essendo onesto che alcuno defraudi a le altrui fatiche; ed a la grazia di Vostra Serenità mi raccomando.</p>
               <closer TEIform="closer">
                  <dateline TEIform="dateline">[MDLXII. Die XXX Maggio].</dateline>
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               <head TEIform="head">3</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A PIETRO MARTIRE CORNACCHIA. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Il cortese ufficio usato da V. S. in chiamarmi a Mantova per la malattia di mio padre, quanto è riuscito poi men necessario, tanto m’è stato più grato, avendomi fatto conoscere senza mio fastidio alcuno l’amorevolezza sua, e la cura che tiene di me e delle cose mie, e come ch’io prima mi persuadessi d’esser amato da V. S., ho avuto non di meno carissimo che gli effetti m’abbiano confirmato in questa opinione. La ringrazio adunque di tutto cuore; e da ora innanzi mi prometterò da lei questi medesimi uffici d’amorevolezza in ogni occasione, siccome all’incontro io m’offero prontissimo ad ogni suo servigio. Mio padre è levato e gli bacia le mani, ed io similmente, e viva lieta.</p>
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                  <dateline TEIform="dateline">Di Mantova il nono d’ottobre del LXVI.</dateline>
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               <head TEIform="head">4</head>
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                  <salute TEIform="salute">A PIETRO MARTIRE CORNACCHIA. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ragionai con mio padre a lungo, intorno a la elezione del luogotenente, il quale cercò d’informarsi minutamente di tutte quelle persone che potessero essere atte a questo ufficio: gliene furono proposti molti alcuni de’ quali egli rifiutò come poco idonei, o poco grati per la sospezione di parzialità, alcuni altri che gli sarebbono piaciuti, non volsero intenderne alcuna cosa, e questi furono M. Adriano Pellicelli, e M. Lodovico Bottaciari, insomma in tanta penuria d’uomini sufficienti e dabbene, mio padre ha eletto per miglior soggetto d’ogni altro, M. Andrea Bertano. Egli è uomo di buona età, ed atto ad ogni fatica; non interessato in alcuna di queste fazioni, assai comodo di facoltà, onde si può presupporre che non sia per fare cosa alcuna ingiusta; persona assai onorevole e grata a l’università di questa terra. Ma prima che si sia determinato altro ne ho voluto dare avviso a Vostra Signoria, per vedere se il giudizio suo e la soddisfazione del signor Duca, si conformano co ’l parere di mio padre; frattanto il vicario supplirà ove manca la debolezza di mio padre e si è proibito a Pier Giovanni, che per conto nessuno non si frammetta nella amministrazione di questo governo. V. S. mi farà favore a darmi quanto prima risposta, e se in alcuna occorenza io potrò mai servirla, sappia che io son desideroso di pagarle parte de’ molti obblighi che ha seco mio padre, e le bacio le mani.</p>
               <closer TEIform="closer">
                  <dateline TEIform="dateline">Di Ostiglia al 7 d’agosto 1569.</dateline>
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               <head TEIform="head">5</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Quando scrissi a V. S. l’altro giorno non avea letto Omero di fresco, e tutto ciò che affermai, forse troppo audacemente affermai, fidandomi ne la memoria. Ho poi in questi giorni trascorso l’<title TEIform="title">Iliade</title>, e trovo non mi essere ingannato punto; anzi ho trovati molti altri luoghi in mio favore, i quali se V. S. il giudicherà necessario, scriverò partitamente quali siano. Dirò per ora sol questo, che in quella battaglia, pure in assenza d’Achille, e innanzi all’ottavo libro, i greci restano con vantaggio, e che in tutti i duelli fatti in assenza d’Achille i greci sono o vincitori, o superiori: vincitore Menelao di Paride, Aiace superiore ad Ettore. Dico di più: che ne le battaglie generali più avverse per li Greci (nondimeno considerando il valor e l’opera de’ particolari) prevagliono sempre i Greci a’ Troiani, e tanto basti in quanto ad Omero. In quanto a Virgilio, i Troiani nel Lazio incorrono in molte difficoltà, ma pure in ogni zuffa sono superiori, benchè a questo si può rispondere che i casi non sono pari, essendo Enea presente. Pure io vo’ attribuire molto a Goffredo, e questo m’insegna Omero, appo il quale volendo Giove dar gloria e vittoria ad Ettore, non gliela vuol però dare sinchè Agamennone ferito non esca da la battaglia, perchè il buon Ettore sta di piatto, finchè Agamennone l’abbatte.</p>
               <p TEIform="p">Ma per sigillare ogni cosa con l’opinione espressa d’Aristotele, quella grande e subita mutazione, e quel presto risorgimento dopo un’intera caduta, per così dire, che V. S. mostra desiderare, farebbe la favola doppia e sarebbe peripezia, a la quale (se dovesse essere perfettissima) dovrebbe essere accompagnata l’agnizione. Ed Aristotele non riconosce l’<title TEIform="title">Iliade</title> per favola doppia, ma per semplice, e mette da un lato la favola semplice, e patetica, da l’altro la murata e la doppia; doppia e murata l’<title TEIform="title">Odissea</title>, semplice e patetica l’<title TEIform="title">Iliade</title>. Scrivo assai confusamente queste cose, pur mi persuado d’esser meglio inteso, ch’io non parlo. E se V. S. consideri sì bene la mia favola, vedrà che ella è semplice quale è l’<title TEIform="title">Iliade</title>, e forse l’<title TEIform="title">Eneide</title>, perocchè le peripezie, e l’agnizione, che sono nel mio poema, sono ne gli episodi, e non ne la favola. Ma lasciamo di grazia queste dispute a tempo che s’abbia più comodo, e per ora mi basta aver detto tanto con V. S. sola, con la quale posso dire un’eresia senza rossore. Un’altra volta mostrerò come la favola sia semplice in questo significato, come mista in un altro, e come la favola quando sia mista, sia più perfetta purchè resti una.</p>
               <p TEIform="p">Mando il canto decimoterzo: l’ordine del tempo con che egli è continuato al duodecimo, non so se sia per dare fastidio ad alcuno; a me non ne dà punto, perchè si dicono alcune cose prima nel duodecimo, che sono posteriori nel tempo ad alcune del terzodecimo; ma così porta la comodità del ragionamento cominciato, e chiamasi ordine di comodità da alcuni filosofi, e ve ne sono esempi ne’ poeti.</p>
               <p TEIform="p">Mi dà fastidio ne la richiamata di Rinaldo, che egli si chiami innanzi al bisogno, onde vo’ pensando di trasferire il sogno di Goffredo, che è nel decimo, e tutto quel che segue de la richiamata di Rinaldo nel principio del decimoquarto, il che mi torna comodissimo, e facilissimo, che non mi converrà neppur alterare quattro o cinque stanze. Ho poi in animo di collocare Rinaldo con Armida, non tanto lontano, come io faceva, ma però di non perdere tutta la navigazione. Faremo il moto de la nave incantata più veloce, bastami che se ne perda una parte, ed insomma partendo i messaggeri nel decimoquarto canto, non vo’ che da la partita loro al ritorno loro, e di Rinaldo, passino più che dodici o tredici giorni, che non sarà gran disagio al campo, e sarà tanto più cara la venuta, se sarà un poco aspettata. E tutte quelle parole d’Ugone, che predicono la vittoria e ’l regno di Goffredo, saranno poste in più comodo luogo, dopo il principio della buona fortuna. Ma perchè non pregiudichi a la narrazione di Carlo la dilazione de la loro partenza, ed il trasportamento del sogno di Goffredo, farò che dopo la stanza, che nel decimo finisce così:
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                     <l part="N" TEIform="l">Onde è mente di Dio che in questa degna</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Impresa ancor sia l’onorata insegna,</l>
                  </quote>
farò dico, che l’Eremita si volga a Carlo, e li dica che verrà tosto tempo, che il campo conoscerà la necessità che ha di Rinaldo, e che egli sarà eletto, come ministro solo atto a ricondurlo; ed ordinato a ciò da la Provvidenza Divina, e soggiungerà alcune altre cose che farà apparire maggiore la necessità della venuta di Carlo.</p>
               <p TEIform="p">Questo è il mio pensiero, pure non eseguirò cosa alcuna, sinchè non mi sia avvisato nel giudizio di V. S., e frattanto comincierò a rivedere il decimosesto, e gliel manderò in breve col decimosettimo, lasciando per gli ultimi il decimoquarto e decimoquinto.</p>
               <p TEIform="p">La descrizione del caldo non so se possa essere reputata soverchia, ma io ce la voglio perchè il mio amore è fisso in questo: cioè, che nel poema bisogna lasciare alcune note dell’istoria, quasi vestigi in cui l’uomo leggendo riconosca quel che è similitudine dell’istoria; e che il poeta sia simile al pittore, che ritrae un uomo, con tutto che gli voglia dare maggior grandezza, e proporzione di membra, e maggior vaghezza di colori, e di abiti, gli lascia però alquanto della sua aria: per questo amo introdurvi la fame, ma quella perchè oltre che non mi torna comodo, e <foreign lang="lat" TEIform="foreign">levis iactura</foreign>, torrò o gitterò volentieri, e con questo gli bacio le mani.</p>
               <closer TEIform="closer">
                  <dateline TEIform="dateline">Di Ferrara [Giugno 1575].</dateline>
               </closer>
               <ps>
                  <p TEIform="p">E questo le vo’ aggiungere, che ne l’ultimo assalto non rimane pur ferito un guerriero de’ principali Cristiani, tuttochè vi sia grandissima resistenza. Che Rinaldo non pure innanzi a tutti, ma in modo diversissimo da tutti sale su le mura; e in tutte le altre azioni è grandemente segnalato. E se vi parrà ch’egli apra una porta a gli altri, questo si potrà aggiungere. Quello che scrissi ne gli argomenti de la sedizione nel decimoterzo, non mi è piaciuto per non dupplicare la sedizione, e credo che stia meglio come V. S. vedrà.</p>
               </ps>
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               <head TEIform="head">6</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A LUCA SCALABRINO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">E Dio ve ’l perdoni; e perchè siete stato sì lento in darmi avviso di cosa che m’importa tanto? Dopo alcune settimane scrivere? O ve ne burlaste prima, e perchè? Non era egli verisimile, e che mi noceva il saperlo? Io non posso dubitare de la vostra amorevolezza, ma questa amorevolezza m’ha infinitamente nociuto, perchè, mentre avete schivato di noiarmi, m’avete lasciato venir addosso un danno irreparabile. Io non credo l’esser più a tempo a provvedermi ed aspetto di dì in dì di vedere i canti andar su la cannuccia. Pur subito dopo la ricevuta de la vostra ho fatti quei provvedimenti, che son possibili; ma s’è vero che egli si stampi in Fiorenza, o in Siena, assai agevol cosa era al Signore provvedervi per mezzo del Cardinal de’ Medici, nè in questo caso era necessario d’aspettar mio consenso, potendo egli ben sapere qual sia intorno a ciò la mia volontà. Mi giova di sperare ch’egli l’avrà fatto, ma s’egli me n’avesse scritto una parola, m’avria molto consolato. La novella io l’ho per altrettanto certa, quanto cattiva, avvisatemi se saranno anche comparsi in Roma, e vivete lieto.</p>
               <closer TEIform="closer">
                  <dateline TEIform="dateline">Di Ferrara il 12 di novembre [1576].</dateline>
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               <head TEIform="head">7</head>
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                  <salute TEIform="salute">A LUCA SCALABRINO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ho veduta la lettera del Signore, bella certo, ma che? De l’ingegno suo io non dubitai mai, ed ora ne son certissimo e spero di lui ogni gran riuscita. Ma voi ammirate in lui l’attitudine a l’eloquenza, ed io la disposizione a l’esser cortigiano, perchè ha più appreso di quest’arte in pochi mesi ne le scole, ch’io non ho fatto in molti anni ne la corte. In somma io non m’inganno, e parlo per iscienza, non per sospetto, o per congettura; voi credete quel che vi pare; ma se qui foste o vi trovaste presente ad uno o due de’ nostri ragionamenti, vi chiarireste in parte; perciocchè egli tratta meco in modo, che non si cura di lasciarmi soddisfatto; gli basta solo ch’io non possa far constar ad altri ch’egli m’offenda. Io l’amo, e son per amarlo anco qualche mese, perchè troppo gagliarda impressione fu quella, che l’amor fece ne l’animo mio, nè si può in pochi dì rimovere, per offesa quanto si voglia grave; pure spero che il tempo medicherà l’animo mio di questa infermità amorosa, e ’l renderà intieramente sano. Che certo io vorrei non amarlo, perchè quanto è amabile l’ingegno suo, e la maniera in universale, tanto dee a me parer odioso un suo particolar procedere verso me, cominciato da poco in quà, e nato non so da qual affetto, se non forse da emulazione, o da desiderio di soddisfare altrui, il che più credo. Chiamo questo mio amore, e non benevolenza perchè, in somma, è amore: nè prima me n’era accorto e non me n’accorgeva, perchè non sentiva destare in me nessuno di quegli appetiti che suol portare l’amore, anche nel letto, ove siamo stati insieme. Ma ora chiaramente mi avveggio ch’io sono stato e sono non amico, ma onestissimo amante, perchè sento dolore grandissimo, non solo ch’egli poco mi corrisponde ne l’amore, ma anche di non poter parlar con esso lui con quella libertà, ch’io soleva, e la sua assenza m’affligge gravissimamente. La notte non mi sveglio mai che la sua immagine non sia la prima ad appresentarmisi, e rivolgendo per l’animo mio quanto io l’abbia amato ed onorato, e quanto egli abbia schernito ed offeso me, e, quel che più mi preme (parendomi troppo indurato ne la risoluzione di non amarmi), me n’afliggo tanto, che due o tre volte ho pianto amarissimamente, e s’io in ciò mento, Iddio non si ricordi di me. Spererei che se egli fosse certo de l’animo mio, sarebbe costretto ad amarmi, ma come ne può essere egli certo essendo consapevole del suo, e giudicando <foreign lang="lat" TEIform="foreign">ex aliorum ingenio</foreign>. E se voi, al qual nessuno affetto de l’animo mio fu mai celato, e che ’n tanti anni dovreste aver conosciuto quanto io sappia fingere, ne dubitate, ben è ragione ch’egli, che n’ha minor conoscenza, ne dubiti. Tanto basti intorno a lui; or vengo a noi.</p>
               <p TEIform="p">Non posso in alcun modo rimaner soddisfatto che dopo il primo avviso della stampa, indugiaste tanti dì a scrivermi, che s’altro di nuovo non avevate inteso, dovevate almeno scrivere: altro non s’è inteso. Mostrai la seconda vostra lettera alla signora Duchessa, la qual giudica anch’Ella ch’abbiate alquanto mancato, ma questa è di quelle male soddisfazioni, che poco importano. Io son tutto vostro, e son sicuro che m’amate di cuore, nè mai per accidente alcuno dubiterò di questo. Voi, di grazia, non mi fate far bolzorie con queste nove del signor P. Non posso dire il tutto, ma un dì vi parlerò ne l’orecchio. Il Duca ha scritto al signor Iacomo per la scomunica, sollecitatela al Teggia, che non sarà vero l’avviso, no. Io la vorrei fatta in modo, che me ne potessi servire, quando io disegnassi di stampare senza il privilegio di Venezia. Intendetemi; dico quello che altra volta scrissi, se ben credo, che a questo de la stampa io non verrò così tosto, che ve ne debba essere bisogno, e vi bacio le mani.</p>
               <closer TEIform="closer">
                  <dateline TEIform="dateline">Il 14 di Decembre [1576].</dateline>
               </closer>
               <ps>
                  <p TEIform="p">Non iscrivete cosa alcuna al signor Alber. che fareste peggio.</p>
                  <p TEIform="p">Il Signore le dirà un particolare intorno all’allievo, ma siate di grazia muto, che s’egli il farà modestamente, non rimarrò d’amarlo. Ho pescato questa sera il secreto.</p>
               </ps>
            </div2>
            <div2 type="epistola" org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="div2">
               <head TEIform="head">8</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A LUCA SCALABRINO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Tenetevi pur voi la vostra credenza (se pur credete quel che scrivete) ch’a me giova d’attenermi a la mia certezza; anzi, non mi giova, ma mi noce, chè vorrei, se fosse possibile, non saper tanto a dentro quanto io so di questo particolare. Voi per giudizioso, non sarete giammai per questa ragione laudato. Quella magnanima cortesia, e quella pena del mio soverchio sospettare, voci in vero e concetti sonori ed arguti, ove nascono, ed onde vengono? Per risposta altro non dico, se non che per l’avvenire, mi guarderò molto di darmi così in preda ad alcuno amico, che mi sia poi non solo difficile, ma noioso, il ritormigli. Ora approvo quel detto che altre volte riputai inumano, ch’in guisa si debba amare, che sia facile il disamare. Il consiglio che mi date, accetto da voi come amorevole, se ben m’è stato prima dato da coloro che non molto m’amavano; ove i padroni, che ben mi vogliono, cercavano di generar in me quella confidenza, de la quale l’animo mio, nel principio di questa briga, era in tutto pieno. Non so però s’io l’userò o no, ma perchè ne gli uomini non è fede, ed io son povero di fortuna, e di valore, custodisca Iddio la mia innocenza, e quì sia fine a questi discorsi. State sano.</p>
               <closer TEIform="closer">
                  <dateline TEIform="dateline">Di Modena il 6 di Gennaio [1577].</dateline>
               </closer>
               <ps>
                  <p TEIform="p">Dopo aver scritto ho ricevuto la vostra del 19, e vi rispondo che la lettera che scrivevate a vostro padre non si smarrì, ma mi capitò nelle mani, ed io la diedi a Battista, il qual mi dice, che non essendo il Signore vostro Padre ne la terra, la portò al fondaco del Signor Antenore. Col conte Alfonso farei molto volentieri l’officio, s’io fossi in Ferrara, e mi prometto tanto de la cortesia di quel signore, e de la sua amorevolezza verso me, che non dubito, ch’egli non trovasse modo, che il Lazzaro fosse compiaciuto. Ma io son in Modena, e V. S. non mi scrive alcun particolare; sì che aspetterò che mi commetta altro, e che mi parli più distintamente, e di grazia non mi risparmi cosa ove possa servir lei, o alcuno suo amico; perchè se ben io son di quella natura che sapete, nondimeno per amor vostro farò qualunque cosa, e più ripugnante al mio genio. E quando avrò per voi fatto tutto quel che posso, avrò fatto molto men di quel che debbo. Dell’allievo a me certo pare d’averne piuttosto scienza, che opinione, ma se voi credete altramente, che posso altro se non passar nella vostra credenza? Voglio dunque sperare, che quando tutto il mondo mi fosse contrario, voi due concordi così d’animo come d’opinione prenderete unitamente la mia difesa. Mi piace assai che il signor Teggia sia per uscirne uomo di bene, sì come mi rincresce ch’abbia da restar privo del servizio del Signore, e con questo fine a V. S. di nuovo bacio le mani.</p>
                  <p TEIform="p">Scrivete pur sicuramente che le lettere vanno bene, nè ci è pericolo alcuno, che siano aperte.</p>
               </ps>
            </div2>
            <div2 type="epistola" org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="div2">
               <head TEIform="head">9</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A LUCA SCALABRINO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mi si appresentano così rare le occasioni di servir V. S., che non è ragion ch’io lasci passar questa. Onde bench’io avessi deliberato di fermarmi in Modena quindici, o venti giorni ancora, mi risolvo nondimeno di tornarmene domani a Ferrara, per essere ivi più pronto a servirla in quelle lettere, ch’Ella mostra di desiderare dal Signor Conte Alfonso, e dalla Signora Isabella, le quali io procurerò che siano efficacissime, e a lei sta il risolversi. Di nuovo non so che dirle, della peste di Polonia, <foreign lang="lat" TEIform="foreign">et huiusmodi</foreign>.</p>
               <p TEIform="p">Sono affatto chiaro. Io m’ingannava nel particolare dell’Ariosto, ed in molti altri. Ringrazio il Signore Iddio che m’abbia disvelati gli occhi de l’intelletto, che certo era una infelicità la mia, il sospettar de la fede de gli uomini vanamente. Di grazia, scrivendogli scusatemi con lui, come meglio sapete, ed assicuratelo ch’io non sospetterò più.</p>
               <p TEIform="p">Vi manderò le sue stanze, e la mia lettera di Ferrara, ed a V. S. bacio le mani.</p>
               <closer TEIform="closer">
                  <dateline TEIform="dateline">Di Modena, il 16 di Gennaio 1577.</dateline>
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               <head TEIform="head">10</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A ALFONSO D’ESTE DUCA DI FERRARA. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Dal conte Antonio Bevilacqua e dal Signor Lanfranco Vostra Altezza potrà intendere con che animo e con che volto lieto e ridente io mi sia confortato e riconosciuto de’ miei capricci e sono per continuare fermissimamente in questo proposito. Ma Vostra Altezza, per l’amor d’Iddio, non mi voglia far dormir accompagnato; che quando ben volessi non posso serrare occhio e questo l’ho provato già per tre volte ch’avendo fatto ogni mio sforzo per dormire non ho possuto. So che m’ama e so ch’è sua intenzione di guarirmi; non voglia co’ la vigilia farmi affatto divenir matto. In quanto ch’io sia per fuggire Vostra Altezza non dubiti più di questo; ho fatto quel che voleva, cioè son corso a la Signora Duchessa e conosco d’aver fatto male, e quando ne dubitasse si può in molti modi provvedere. La supplico per l’amor che porta a Dio e per quel che porta a me, consolarmi di questo favore che mi sarà caro a paro de la sanità che aspetto: avrei volentieri ragionato coi medici, pur mi rimetto al parere di Vostra Altezza.</p>
               <closer TEIform="closer">
                  <dateline TEIform="dateline">[Giugno, 1577].</dateline>
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               <head TEIform="head">11</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">AL CARDINALE DE’ MEDICI. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">La certa speranza ch’io ho conceputa per l’ultima lettera del Signor Scipione Gonzaga, che V. S. Ill.ma debba non solo deporre ogni sdegno contra me, se alcun mai n’ebbe, ma favorirmi ancora, secondo l’antica sua usanza, m’ha fatto usar l’autorità del suo nome a mio beneficio, forse più liberamente che non conveniva. Il che nondimeno m’era necessario di fare, poichè con l’autorità del medesimo nome, alcuni m’oppugnavano, forse oltre l’intenzione di V. S. Ill.ma; ma comunque sia, se questo è stato errore, io le ne chieggo perdono, ed insieme la supplico, che voglia con occhio di pietà riguardare le mie lunghe, ed insolite, ed insopportabili afflizioni, e trarmene con quel modo, che più le sarà a grado, ch’io a la sua volontà volontariamente rimetto la mia vita, ed in questo sol mi pesa, che possa parer necessità quella, che sarebbe paruta elezione, se pochi dì prima io riceveva la lettera del Signor Scipione. Ma non m’è nuovo che le cose mi succedano infelicemente, e se alcuna aspettazione ho di migliore stato, è perchè io spero che la grazia di V. S. Ill.ma possa, non solo adempiere ogni mio difetto, ma superare ancora ogni malignità di fortuna, la quale speranza non prima mi mancherà, che la vita. Ed umilissimamente le bacio le mani.</p>
               <closer TEIform="closer">
                  <dateline TEIform="dateline">Di Napoli, ond’or mi parto, il 22 di Gennaio 1578.</dateline>
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               <head TEIform="head">12</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A ALFONSO D’ESTE DUCA DI FERRARA. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Niuno error commisi mai nè più grave, nè del quale più mi pentissi, che ’l diffidarmi dell’Altezza Vostra, e fuggire da la sua protezione, sotto la quale poteva star sicuro da ogni offesa; ma ben di questo errore ho pagate tutte quelle pene che possino pagarsi da uomo mortale; nè fu prima da me fatto quasi che cominciasse il pentimento; e da molti mesi in quà posso addur molti testimoni, o quelli almeno dei quali più mi fidava, che il mio disegno non era altro, che di ritornare volontariamente chiamato o non chiamato, a gittarmi ai piedi, ed a pormi nelle mani di Vostra Altezza; ma essendo scoperto, ho trovato tante difficultà ne l’effettuarlo, che non ho avuto ardire di cominciarlo. Ora mi trovo in casa di monsignor Masetto, con tanta sanità, che posso securamente, senza timore di morte, o di peggioramento, aspettar l’aiuto che mi verrà da Vostra Altezza; il quale son certissimo che tal verrà da lei, quale io medesimo il desidero, e che sarà bastante a restituir la mente e ’l corpo mio ne’ suoi primi termini; solo s’alcun dubbio mi potesse rimanere, sarebbe che in me non fosse eseguita la volontà di Vostra Altezza, il qual dubbio ella sa molto bene ch’in me è antico: spero nondimeno che in questo caso l’amorevolezza e l’autorità di Vostra Altezza debba superare ogni difficoltà. Quale io creda che sia la mia infermità l’ho detta al signor Cavalier Gualengo ed al signor Masetto, de la quale mentre sono stato curato da’ medici, sono ito peggiorando, quando ho fatto a mio modo, son tanto migliorato, ch’esercito ogni officio come sano, benchè lo star peggio non mi spiacerebbe, per aver a riconoscere la vita assolutamente da la clemenza di Vostra Altezza, a la quale umilissimamente bacio le mani.</p>
               <closer TEIform="closer">
                  <dateline TEIform="dateline">Di Roma, il XV di Febbraio [1578]</dateline>
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               <head TEIform="head">13</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A ALFONSO D’ESTE DUCA DI FERRARA. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Comincio a languire, nè però vacilla punto la fede che &lt;ho&gt; in Vostra Altezza: ne l’animo mio di giorno in giorno si va scemando ogni affetto proprio, e vi riman solo un intensissimo desiderio di trasformarmi in tutte le voglie de l’Altezza Vostra; e con questo umilissimamente raccomandandomele, le bacio le mani.</p>
               <closer TEIform="closer">
                  <dateline TEIform="dateline">Di Roma, il XV di Marzo [1578].</dateline>
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               <head TEIform="head">14</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A ALFONSO D’ESTE DUCA DI FERRARA. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Sebbene altrettanto mi sgomenta ne lo scrivere il dubbio c’ho di offender Vostra Altezza, quanto mi affanna la debolezza del corpo; confidando nondimeno ne la sua bontà, ed anche ne la divozion e ne la fede de l’animo mio, ardirò di scrivere liberamente. Io ho avuta ferma opinione, vera o falsa che sia, che l’avere io scoperto, mentre era in Sorrento, il pensier mio di voler più tosto tornare a i servigi di Vostra Altezza, che servire qual altro principe che sia, m’abbia molto nociuto, e molto difficultato il mio ritorno a lei; e perchè, siccome io credo, che ogn’altra servitù mi saria dannosissima che quella con Vostra Altezza, così credo che ogni altra stanza sarebbe di minor mia quiete, di minor commodo e di minor soddisfazione che quella di Ferrara, dubitai che s’io scopriva apertamente questo mio desiderio, non mi fosse difficultato il venirli, e forse prima che arrivasse qualche favorevole commission di Vostra Altezza non mi fosse tolta la vita; dubbio forse vano, ma nondimeno potentissimo ne l’animo mio, il quale anche è stato cagione ch’io non mi sia voluto metter in via, e che anche a V. A. medesima non abbia scritto liberamente; parte per non noiarla, parte perch’io non poteva mandar lettere, com’era mio desiderio, invisibili. Con tutto ciò, se ben con molti miei molto familiari, io non mostrava alcuna inclinazione di fermarmi quì in Roma alcun mese, quando son venuto al ristretto con monsignor Masetto e col signor Cavaliere, ho sempre detto ch’io pagherei una mano d’esser in Ferrara; nè faceva difficoltà de lo star in Ferrara, ma del venire. Mi volle mandare con monsignor Giliolo, accettai il partito lietissimamente; richiesi io medesimo di venire con monsignor Tolomeo; solo o accompagnato da un servitore non ho voluto venire, perchè dopo che partii da V. A. sono avviluppato in tanti intrichi, che sono sicurissimo che sarei ammazzato per istrada. E perchè con nessuno ho parlato più liberamente che col signor Scipion Gonzaga e con monsignor Capilupo, elli mi possono esser testimoni ch’amaramente ho sospirato la mia sorte, dicendo che non avea io altro desiderio che di venire a Ferrara, non ardiva di scoprir questo mio desiderio, nè pur scrivere all’Altezza Vostra. Se questo sia vero o no, se ne può informare il signor Cavaliero e monsignor Masetto; nè pur da questi si può informare monsignor, ma da alcun altro che dirò a lui, al quale molto prima dissi: che per elezione eleggerei Ferrara ma per necessità mi conveniva dissimulare questo mio desiderio. Ed io in questa parte mi rimetto a quella relazione ch’essi per conoscenza potranno dare a V. A. E quel che mi faceva procedere più dissimulatamente, era ch’io non sapeva che il cavaliere Gualengo fosse per venirsene così tosto, com’ora intendo, anzi da le parole di questi di casa mi pareva di poter raccogliere che ’l mio negozio fosse per portar lunghissimo tempo.</p>
               <p TEIform="p">Ora c’ho inteso ch’egli è per giunger a Ferrara innanzi Pasqua, mi son dichiarato apertissimamente di voler venir seco, se ben fossi sicuro di rimaner per istrada: il che facilmente succederà, se egli con qualche commodità del viaggio non condiscende a la mia imbecillità, e se prima, quand’anche non arrivasse così a tempo la promessa di V. A., la qual non può giunger così tarda, che, secondo la proporzion de’ miei falli passati, non mi debba parer prestissima, non mi si dà qualche rimedio, che conforti il core, e che netti lo stomaco sì ch’io possa meglio digerire; ch’altrimenti non m’aiutando ora io con altro che con l’inedia, non saprei con sì poco nutrimento come poter per istrada durare a la fatica del cavalcare. Comunque sia, io son risoluto di seguire il Cavaliere Gualengo, essendo io sicuro, che la mia lontananza da V. A. cagionerebbe la mia morte, o almeno lunghissima infermità di corpo ed inquietudine d’animo; e s’io arrivassi a Ferrara semivivo, sperarei che la vista sola di V. A. bastasse a risanarmi; ma s’io perdo quest’occasione del signor Gualengo, non so quando mi se n’offrirà un’altra tale. S’io confidi in V. A., tutta Roma me ne può essere testimonio; se ne’ suoi ministri, essi medesimi, da’ quali, non solo presi sicurissimamente tutto ciò che m’è stato dato, ma molte cose ancora ch’io giudicava essermi nocive; benchè in questo mi pare di dover distinguere; chè fidando io in loro, o solo, o principalmente in quanto dipendenti da V. A., mi pare di potere senza grave colpa rifiutar da loro, non ci essendo commissione da V. A., alcune cose, che, venendo da lei, torrei lietissimamente, sapendo che tutto ciò che verrà da lei sarà salutifero e vitale. Nè così mi possono accusar di altra colpa se non ch’io, presupponendo sempre le commissioni o almeno la volontà di V. A. gagliardissima in mio favore, alcuna volta mi son doluto ch’essi non l’eseguissero; il che s’è fallo, essendo fallo che nasce da la molta fidanza ch’ho in lei, facilmente mi dev’essere perdonato, se già quelli de la diffidenza mi sono stati perdonati. Ed essendo V. A. tanto lontana, e l’occasione così del mio male, come de la mia venuta, consistendo in un punto, crederei, che, non solo senza dispiacere, ma con sodisfazione ancora di V. A. potessero interpretare benignamente ed a mio favore ogni commissione. Nè v’è alcun dubbio, che se il signor Cavaliero mi dà alcuna commodità del viaggio, e s’egli, o parte questa settimana, o partendo più tardi, m’è data alcuna aita, io non sia per giungere a Ferrara, e vivo ed in termine di poter guarire e della maninconia e d’ogni altro male. Ma s’egli mi lascia o quì o per istrada, metto la mia vita per perduta; bench’io son risoluto che non mi lasci quì; perchè voglio avviarmeli dietro, se non posso in altro modo, a piedi, quand’anche giungesse domani commissione di V. A. ch’io rimanessi; perch’io credo che questa commissione sarebbe fondata sopra un’imperfetta informazione del mio desiderio. Ho voluto che innanzi la mia venuta V. A. abbia questo testimonio del vero, del mio volere e de la fede ch’ho in lei, il quale spero che sarà confermato da’ suoi ministri, con molto mio vantaggio potendo essi dir alcuna cosa ch’a me non è lecito.</p>
               <p TEIform="p">Del rimanente io son sicuro, che se ’l fine dei miei travagli sarà conforme a la volontà di V. A., sarà felicissimo ed accompagnato da ogni sodisfazione. Quando fosse altramente, riconoscerò ogni male da la mia rea fortuna, e m’acqueterò al voler del Signor Iddio; e con questo a V. A. bacio le mani umilissimamente.</p>
               <closer TEIform="closer">
                  <dateline TEIform="dateline">Di Roma il XIX Marzo [1578].</dateline>
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               <head TEIform="head">15</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A ALFONSO D’ESTE DUCA DI FERRARA. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non sono anche in termine di morte, anzi conosco d’aver più di vita e di virtù, di quel che veramente io credeva; perciocchè, dopo lunga dieta cominciando a mangiare d’ogni cibo indifferentemente, molto più che non portava la mia voglia e ’l mio bisogno, per ridur me stesso in tal termine, che questi signori fossero costretti ad aiutarmi, se per avventura aveva alcun rimedio da V. A., non ho potuto peggiorar tanto che non abbia fatto insieme alcun miglioramento. Son peggiorato in quanto l’affanno del core; ma mi sento molto accresciute le forze; stento nondimeno, ed omai non ho altro che l’ossa e la pelle; nè mi può cader nel pensiero che la cortesia di V. A. mi voglia in guisa salvar la vita, ch’io debba rimaner lunghissimamente inabile ai suoi servigi ed a’ miei studi. E la tardanza de l’aiuto, il qual verrà sempre più presto ch’io non merito, per tardi che venga, la reco ad ogni altra cagione, ch’a la pietosa intenzione di V. A., la quale ho pressupposta e pressuppongo verso me favorevolissima. Nè da questa costante opinione mi potrebbe rimovere, non ch’altri, la morte istessa; ma qualunque si sia la cagione, io desidero di venire a Ferrara, mentre anche ho vigore di poter venire; e per questo mangierò mediocremente cibi buoni e di gran sostanza, contra la mia prima regola di vivere, se mi saran però date pillole che sgombrino lo stomaco, se non de gli umori cattivi, almeno de l’indigestioni che di giorno in giorno verrò facendo; che senz’esse difficilmente crederei poter mangiare. Con questo aiuto crederei di poter aspettare la partita del signor cavaliere, se non sarà più tarda di quel che m’è accennato; e certo verrei seco con molta quiete de l’animo mio. E quando troppo indugiasse a partire, io sollecito importunissimamente questi signori che mi mandino con rimedii, o senza, solo o accompagnato, in quel modo ch’essi credono che sia più grato a V. A. Io non desidero altro che venire; del rimanente mi rimetto a loro, che debbon meglio saper l’intenzione dell’Altezza Vostra, la quale s’a me fosse stata significata, avrei cercato di conformar ad essa ogni mio pensiero ed ogni mia richiesta; le quali se sono state troppo ardite, perdoni V. A. l’ardire a la molta fede c’ho in lei; e con questo umilissimamente le bacio le mani.</p>
               <closer TEIform="closer">
                  <dateline TEIform="dateline">Di Roma, il 2 d’Aprile [1578].</dateline>
               </closer>
               <ps>
                  <p TEIform="p">
                     <emph TEIform="emph">P. S.</emph> Se non potrò impetrar da loro grazia di esser mandato, adoprerò quei favori che giudicherò di poter adoprar con soddisfazione di Vostra Altezza.</p>
               </ps>
            </div2>
            <div2 type="epistola" org="uniform" sample="complete" part="N" TEIform="div2">
               <head TEIform="head">16</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A ALFONSO D’ESTE DUCA DI FERRARA. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ardo di desiderio di venire, in qualunque modo sarò mandato, e quanto si ritarda la mia venuta, tanto si prolunga l’infermità del corpo e l’inquietudine de l’animo mio, e tanto ancora si prolunga l’adempimento d’una mia giustissima voglia, la volontà, dico, di servire V. A. e di rendermele non discaro con tutti quei modi che o da lei mi saranno mostrati, o ch’io saprò imaginarmi più efficaci. Nè meno avrò caro d’asseguir questo, che d’acquetar l’animo, o di risanare il corpo; a l’uno o a l’altro de’ quali per ora nissuna medicina, benchè mandata da V. A., sarebbe più salutifera che ’l moto verso Ferrara; e con questo umilissimamente le bacio le mani.</p>
               <closer TEIform="closer">
                  <dateline TEIform="dateline">Di Roma, il 6 d’Aprile [1578].</dateline>
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               <head TEIform="head">17</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A CESARE DA ESTE. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Perchè io so quanta congiunzione di parentado e d’amicizia sia fra questa casa di Mantova, e quella di V. S. Ill.ma, ho giudicato che niun miglior mezzo potrei adoperare per favorirmi, che quello del signor Duca suo: la prego dunque che voglia supplicare in mio nome Sua Altezza che si degni di raccomandarmi al signor Principe di Mantova, e gravarlo che mi voglia ricevere ai suoi servizi, e di questo io così a Sua Altezza come a V. S. Ill.ma rimarrò con obbligo perpetuo, e mi sforzerò di manifestarlo con la lingua e con la penna in ogni occasione, e le bacio le mani.</p>
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                  <dateline TEIform="dateline">Di Mantova il 14 di settembre 1578.</dateline>
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               <head TEIform="head">18</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A MAURIZIO CATANEO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Scrivo a Monsignore Ill.mo, e prego V. S. che mi favorisca, non solo di sollecitare, ma di impetrarmi la risposta, che le ne rimarrò con infinito obbligo, ed insieme la prego far, che faccia in mio nome riverenza a Monsignor Abate, ed al signor Scipione Gonzaga, ed al signor Fabio Albergati, del quale son antico servitore, e desidero, che la memoria de la mia servitù gli sia rinfrescata, ed a V. S. bacio le mani.</p>
               <closer TEIform="closer">
                  <dateline TEIform="dateline">Di Torino, il dì dei morti 1578.</dateline>
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               <head TEIform="head">19</head>
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                  <salute TEIform="salute">A MAURIZIO CATANEO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Assicuri V. S., Monsignor Ill.mo ch’io farò sempre professione di suo devotissimo servitore, e che se egli mi favorirà, non mi troverà se non gratissimo. Il suo favore fin qui non mi è giunto, ma spero che debba giovarmi, e pure che Sua Signoria Ill.ma abbia riguardo a la mia riputazione, non mi curo che l’abbia a l’utile. Ed a V. S., ed a gli altri signori, ed amici bacio le mani, e la prego particolarmente a far in mio nome riverenza al signor Abate.</p>
               <closer TEIform="closer">
                  <dateline TEIform="dateline">Di Torino, il 24 di Dicembre del 1578.</dateline>
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               <head TEIform="head">20</head>
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                  <salute TEIform="salute">A VINCENZO GONZAGA, PRINCIPE DI MANTOVA. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mi rallegrerei con V. A. Serenissima che la signora Principessa sua sorella, si fosse unita di matrimonio al signor Duca di Ferrara, mio anche amatissimo signore, s’io sapessi trovar parole atte a spiegare il mio affetto; ma essendo l’animo mio pien di mestizia, ch’in esso non può trovar luogo alcuna allegrezza, ho perduta questa voce a fatto, ne posso dir ch’io m’allegri. Ne consolo nondimeno in gran parte le mie sciagure, non sol con la speranza d’alcun mio comodo o quiete, ma anche con l’opinione c’ho che questo matrimonio aggradi molto a V. Altezza Serenissima la cui soddisfazione a paro di quella di ogni altro desidero, e quasi a paro de la mia propria vita, la qual non mi rincrescerebbe di perdere, perdendola per cosa ch’a lei fosse di servigio. Io prego nondimeno Iddio, che la mi conservi tanto ch’io possa a la nuova sposa, ed a lei far umilissima riverenza, il che non potrà essere così tosto, ch’a me non paia molto tardo. E qui farò fine, desiderando a lei, ed ai Principi della sua casa, lunghezza di vita, accrescimento di stato e d’ogni ben di fortuna, ch’in quelli de l’animo son sicuro che V. Altezza s’andrà di giorno in giorno avanzando; viva felice e glorioso ed ami me che l’adoro.</p>
               <closer TEIform="closer">
                  <dateline TEIform="dateline">Di Torino, il XXII di Dicembre [1578].</dateline>
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               <head TEIform="head">21</head>
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                  <salute TEIform="salute">A CESARE D’ESTE. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mi rincresce d’aver mai data a V. S. alcuna occasione di sdegno, o ricevutala d’odio, perchè siccome in lei sono molte condizioni degne non solo di stima ma d’amore, così io sono per natura inclinatissimo ad amare tutto ciò che è amabile; ma poichè la mia fortuna ha voluto che la nostra amicizia piena dal mio lato di molta osservanza, si sia volta in malivoglienza, io molto volentieri sarò il primo a deporla, così in effetto, come par che la necessità mi costringa a deporla in apparenza, quanto possa persuadere a me stesso, ch’ella dal suo lato faccia il medesimo. La voglio dunque pregare caramente, che me ne dia alcun segno, nè per ora me ’l potrebbe dare nè più caro, nè più efficace che operando che ’l Serenissimo signor Duca di Ferrara, poichè m’ha data buona licenza mi favorisca in accomandarmi ai servigi del Serenissimo Principe di Mantova, al quale e per inclinazione di volontà, e per la devozione ch’io porto al padre e per l’opinione c’ho del suo valore, e per desiderio di quiete, desidero infinitamente di servire.</p>
               <p TEIform="p">E se per mezzo di V. S. io riceverò questa grazia, gliene rimarrò con tanto obbligo, che potrà compensare tutte le mali soddisfazzioni passate, vera o falsa che sia stata la credenza d’esse, e le bacio le mani desiderandole ogni grandezza.</p>
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                  <dateline TEIform="dateline">Di Mantova [1578].</dateline>
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               <head TEIform="head">22</head>
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                  <salute TEIform="salute">A ALDO MANUZIO. Venezia</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non posso mandare a V. S. la copia de le mie rime, perciocchè non l’ho tutte, e benchè sian in poter di molti, non posso in alcun modo raccoglierle, e mandar lettera dedicatoria senza le rime, mi parrebbe opera soverchia. Sarebbe mia intenzione di dedicarle insieme con altre opere mie a qualche signore, che mi ricevesse a’ suoi servigi in grado di gentiluomo, con provvigione convenevole, se non quale è stata quella, ch’io altre volte ho avuta, almeno quale è quella, ch’io ho potuto avere, e sin da quest’anno passato n’avea supplicato il Ser.mo Duca di Ferrara, dandogli l’elezione di molti signori, ciascun de’ quali volentieri avrei servito. L’uno era l’un de’ figliuoli di Madama la Duchessa de Nemours, l’altro il signor don Cesare, figliuolo del signor Don Alfonso d’Este, il terzo il signor Don Ferrante Gonzaga, il quarto il Marchese di Pescara. Questa fu la supplica de l’anno passato; ma dapoi avendomi il signor Don Ferrante fatto visitare in suo nome, nè da gli altri essendomi stato detto cosa alcuna, io aveva fermo più il pensiero in lui, che in alcun altro. Ed avrei anco molto volentieri servito il signor Filippo Marchese, dal quale m’era stata data intenzione, che mi sarebbe usata cortesia. Mentre così fra me stesso sono andato deliberando e mutando deliberazione, secondo l’occasioni datemi de’ favori o de’ disfavori, mi sono sopraggiunte alcune lettere dell’Ill.mo ed Ecc.mo signor Scipione Gonzaga, Principe dell’Imperio; signor, per vero dire, de’ beni di fortuna, e di splendor di vita, inferiore a ciascun di questi, ma di nobiltà tale, che può andare in ischiera con gli altri, e di dignità, s’io non m’inganno, superiore, perciocchè ha titolo di Principe dell’Imperio, e da Sua Maestà Cesarea gli è dato quel titolo medesimo, che è dato al Principe di Venezia; e quel che più m’ha confermato in questa opinione è stata la cortesia, con la quale in quel tempo, che niun trattava meco nel mondo, s’è degnato non solo onorarmi, come prima soleva, ma anco alquanto più. Onde mi pare debito de la mia gratitudine l’offerirgli la mia servitù, la quale, se non sarà da lui accettata, ch’io de la intenzione sua altro non so, che quel che me n’appare ne le sue lettere, allora ritorno ne’ miei primi pensieri; nè oltre questi c’ho già nominati è alcuno il quale io servissi volentieri, trattone l’Ill.mo signor Alessandro Gonzaga. Parlo de’ signori che non abbiano stati grandi, o non siano eredi di stati grandi come sono i Ser.mi signori Principi di Savoia, e di Mantova, al servigio de’ quali, ed anco ai luoghi più onorati, mi parrebbe di poter così ragionevolmente aspirare, come in grado assai orrevole ho servito il Ser.mo signor Duca di Ferrara, ed in più orrevole ho potuto servire il Gran Duca di Toscana. Ma perchè io sono stanco de la mia fortuna, e temo, che quanto i Principi son maggiori, tanto ancora men vorranno consentire ch’io viva ne la tranquillità de gli studi miei, scrivendo in quel modo, ch’io più desidero, m’appiglio volentieri a le cose più facili; e rimarrò con molto obbligo a ciascun Signore, ed amico mio, che mi porgerà aiuto a servir alcun de’ detti Signori.</p>
               <p TEIform="p">A Venezia verrei volentieri s’io fossi libero, ma sono infermo e prigioniero; nè ho alcun che tratti le cose mie, sicchè non so che far altro, che pregare il Signor Iddio, che inspiri l’animo del Ser.mo Signor Duca di Ferrara, a non voler fare alcuna violenza a la mia volontà, ed a consentire, ch’io viva come tutti gli altri uomini del mondo; che, se ben sono nati vassalli de’ principi, possono nondimeno ne le cose ragionevoli dispor di sè a lor voglia. La qual violenza se per mia disgrazia vorrà fare il Ser.mo Signor Duca di Ferrara a la mia volontà, e se non sarà chi difenda la mia ragione, ed impetri co’ preghi la libertà da questo principe, in poter del quale son io volontariamente venuto a pormi prigione, altro non posso dire, se non ch’assai rimarrò obligato a colui, che mi porgerà occasione, che almeno muoia come uomo. La quale indarno mi pare che con le pazzie possa andar cercando. A Venezia verrei volontieri, così per godere della conversazione de gli amici e signori miei, come perchè potrei attendere a scrivere ed a stampare alcuna cosa ch’ho deliberato di scrivere. Questa è la mia intenzione; se ’l Signor Gradenigo o alcun altro di cotesti gentiluomini potrà in alcun modo agevolarla, ne rimarrò con molto obbligo. Se non potranno, assai rimarrò soddisfatto di coloro, che almeno mostreranno alcuna compassione de le mie sciagure, perchè mi pare nuova ed inaudita maniera d’infelicità, non solo essere in estrema calamità, ma non trovar chi sia cortese altrettanto almen di conforto.</p>
               <closer TEIform="closer">
                  <dateline TEIform="dateline">[Di Ferrara, Gennaio – Marzo 1580].</dateline>
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               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">AD ALDO MANUZIO. Venezia</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">La lettera di V. S., accompagnata da la mia favola pastorale stampata, tanto piacere m’ha portato per l’affezione ch’in lei si dimostra, quanto dispiacere per i disfavori che mi pare di ricevere.</p>
               <p TEIform="p">...... e non porrei certo in questo numero il Clarissimo Signor Francesco Barbaro, ambasciatore al Serenissimo, invittissimo, e clarissimo di Savoia, se ben non mi fece avere alcuni privilegi, ch’io desiderava, per l’opere ch’io aveva scritte, o disegnava di scrivere, alcune de le quali ho poi vedute stampate in Vinegia con mio non picciolo danno, ma certo con affanno molto maggiore. Perciocchè era mia intenzione di ridurle a perfezione, e di non lasciarle vedere con sì poco mio onore, e per questa cagione sola, non peraltra, già due anni sono, io mi partii di Ferrara e me n’andai a Mantova.</p>
               <p TEIform="p">Comunque sia, se ne le parole del Signor...... consente ancora, che quella opera, de la quale egli mi ha concesso il privilegio, sia utile altrui, e misura a me....... Io prego V. S. che dica a questi clarissimi Signori in universale, e in particolare al clarissimo Signor Luigi Gradenigo, ch’io ho scritto due dialoghi de la Nobiltà, e de la Dignità, ne’ quali per avventura troveranno alcuna cosa, che lor non piacerà. Nondimeno la dovrebbono ragionevolmente così tollerare come sono tollerate l’opinioni de gli altri filosofi. Se V. S. continuerà a scrivermi, mi farà cosa gratissima.</p>
               <p TEIform="p">Ch’abbia stampata la mia favola....... mi dispiace che l’abbia dedicata a l’Ill.mo ed Ecc.mo Sig.r Don Ferrante Gonzaga. Non so che dirmi: questo solo dirò, che se bene io sono affezionatissimo a S. Ecc.za Ill.ma e desiderosissimo di servirlo, avrei nondimeno avuto caro che la dedicazione fosse stata lasciata a me...... sono infermo, e prigione, ed oppresso da tutte le calamità...... ond’io non posso dire altro, se non sospettare ch’egli sia male informato, e pregar cotesti signori, che trovino alcun modo o di disingannar lui, o di porgere alcun altro aiuto a le mie miserie; ed a V. S. bacio le mani.</p>
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                  <dateline TEIform="dateline">Di Ferrara, il dì 3 Dicembre 1580.</dateline>
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               <ps>
                  <p TEIform="p">Io non ho veduto l’Ill.mo ed Ecc.mo Sperone, da quel giorno ch’io non trovando in Roma l’Ill.mo ed Ecc.mo Signor Scipion Gonzaga, alloggiai in casa sua, e mi ricordo del ragionamento ch’io feci seco, e col sig.r Duca di Bracciano, e de l’invito de’ Frati di S. Salvator del Lauro. Ho quella buona intenzione verso lui, ch’io ho avuto sempre, e ’l prego, che voglia raccomandarmi alla Signora...... appresso la quale, mi par d’aver bisogno d’altrui raccomandazioni. Mentre io scrivo mi son ricordato, ch’io l’ho veduto da poi a Padova. V. S. le baci in mio nome le mani con tutto il cuore.</p>
               </ps>
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               <head TEIform="head">24</head>
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                  <salute TEIform="salute">AD ALDO MANUZIO. Venezia</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mi sono questa mattina state portate le mie rime fatte stampare da V. S. Le scrissi questi giorni addietro quanto mi fosse stato grato di vedere stampata la mia favola pastorale. Or creda che nel medesimo modo ho vedute stampate volentieri le rime mie. La prego che voglia trattenerle se possibile è; e non lasciar vederle finch’io l’abbia conciate, e fatta quella scelta di loro, che mi parrà. Che se poi vorrà farle ristampare con aggiunta d’altre mie rime, mi farà cosa gratissima, ed a V. S. bacio le mani.</p>
               <closer TEIform="closer">
                  <dateline TEIform="dateline">Di Ferrara il 10 di Marzo [1581].</dateline>
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               <ps>
                  <p TEIform="p">Mi è stato detto che son piene di molti errori. Prego V. S. che non le lasci in alcun modo vedere, che presto gliele manderò riconcie, e riordinate, con la compagnia d’altre nuove con gli argomenti.</p>
               </ps>
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               <head TEIform="head">25</head>
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                  <salute TEIform="salute">AD ALDO MANUZIO. Venezia</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Se n’è venuto costà Messer Febo Bonnà, cittadin ferrarese, e servitor del Signor Duca, il quale m’ha mostrati alcuni fogli de le mie rime stampati da V. S. Egli è assai informato de la mia volontà, e se V. S. troverà modo di scrivermi per ogni ordinario, le darò non sol le rime, ma altre opere mie, perchè le stampi. Io domanderei i privilegi a cotesta Ser.ma Repubblica, ma l’Ill.mo ed Ecc.mo Signor Scipion Gonzaga m’ha già offerti quelli de l’Imperatore, ed io vorrei sapere se insieme con quelli di S. M. Cesarea posso aver quelli de’ Signori Veneziani. A me non parrebbe che vi fosse alcuna difficoltà, in quelle cose, ne le quali altri non l’ebbe giammai; ed a V. S. bacio le mani, pregandola, che in mio nome, le baci a’ clarissimi Veniero, e Gradenigo.</p>
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                  <dateline TEIform="dateline">Di Ferrara il 17 di Marzo [1581].</dateline>
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               <head TEIform="head">26</head>
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                  <salute TEIform="salute">AD ALDO MANUZIO. Venezia</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ho ricevuta la lettera di V. S. degli 11 di Marzo, ed insieme alcuni fogli de le rime, e de l’egloga stampate, ma non ho i primi e non so come raccorre l’altre mie; sicchè non veggo come poter compiacere al desiderio di V. S.; s’ella potrà trattenerle, senza molto suo incomodo, sin che sia liberato, gliene rimarrò con obbligo, e frattanto le riordinerò, e concierò, e ne farò de l’altre, e le manderò non solo un giusto volume di rime, ma la favola pastorale molto migliorata, con quelle parti ch’ancor le mancano.</p>
               <p TEIform="p">La libertà m’è promessa presto, nè veggo cagione per la quale non mi paia che possa aspettare! Ma quando non possa senza molto suo incomodo, questo solo voglio dirle, ch’io voglio aver maggior riguardo al suo comodo, che altri sin ora non abbia avuto al mio. E sappia ch’io son ne lo stato, che potrà intendere da lo stampator di Ferrara, che mi ha portata la lettera. Il Dialogo non mando a V. S. perchè non ho chi lo scriva, e quella copia ch’io ho, non voglio darla fuori, perchè durerei così fatica a riaverla, come a riaver molte altre mie cose in questa prigione, e di mandarle a V. S. Ma per ora non posso altro che promettergliele. Oltre il Dialogo de la Nobiltà, n’ho scritto alcun altri; ed a V. S. ed insieme a’ clarissimi Sig.ri Veniero e Gradenigo bacio le mani, a’ quali dica che s’alcun gentiluomo di codesta Serenissima Repubblica m’avesse consigliato quel ch’io doveva fare, o almeno non m’avesse tanto promesso de la buona volontà del Signor Duca, quanto ancora non m’è osservato, io potrei assai facilmente soddisfare al desiderio di V. S. ed insieme al mio, e viva felice.</p>
               <closer TEIform="closer">
                  <dateline TEIform="dateline">Di Ferrara il 18 di Marzo [1581].</dateline>
               </closer>
               <ps>
                  <p TEIform="p">Fra le rime che ha fatte stampar V. S. ve ne sono alcune che non sono mie, ed alcune ch’io non avrei fatto stampare.</p>
               </ps>
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               <head TEIform="head">27</head>
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                  <salute TEIform="salute">A CURZIO ARDIZIO. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Credo che dal Signor Giulio Mosti, saranno stati mandati a V. S. il sonetto pastorale in lode de la Signora Isabella Pallavicini, e l’altro in lode del Signor D. Ferrante Gonzaga. Or, ne la sua venuta costà, le rimando quel del Signor D. Ferrante Gonzaga, con duo altri, ch’io aveva fatti questi giorni addietro per Sua Eccellenza, ne’ quali ho mutate alcune parole; nel primo nondimeno i tre ultimi versi del secondo quaternario, che vi leggerà son quelli, ch’io prima feci i quali poi mutai così:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">E solo quel, ch’a’ fortunati segni</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Condusse in occidente i curvi legni,</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Spiri secondo, e placido a’ nocchieri.</l>
                  </quote>
               </p>
               <p TEIform="p">V. S. mi farà favor d’intender da codesti Signori Accademici quali men loro dispiacciano, e se gli ultimi lor dispiacesser meno, conci nel primo verso:
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">A lidi avventurosi iberi,</l>
                  </quote>
e sia contenta di mandarli in Ispagna a Sua Eccellenza a la quale baci in mio nome umilmente le mani.</p>
               <closer TEIform="closer">
                  <dateline TEIform="dateline">Di Ferrara il 2 di Gennaio 1582.</dateline>
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               <head TEIform="head">28</head>
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                  <salute TEIform="salute">A MAURIZIO CATANEO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Da la lettera che V. S. scrive al signor Conte Ottavio Tassone ho raccolto che n’ha scritto a me alcune, le quali non hanno avuto recapito, il che mi è molto dispiaciuto, perciò che io le ho sempre aspettate con gran desiderio, ed ora le aspetto con maggiore, che mai facessi. Laonde prego V. S. che per l’avvenire voglia dirizzarle al Signor Giulio Mosti, nipote del Signor Agostino, Priore de lo spedale di S. Anna, il quale promette di darmele. Da lui sarà ragguagliata del mio stato, e ora io non le scriverò altro, se non che egli è assai diverso da l’informazione ch’ella ne ha. Sì che dee per l’amor che mi porta, del quale è appieno ricambiata, procurare ch’egli sia migliorato in qualche parte. Io so che l’autorità del signor Cardinale suo padrone, è grande con ogni principe, onde non può esser picciola con la Signora Duchessa di Ferrara. Mando a V. S. un sonetto per sua Signoria Illustrissima, e le manderei alcuni altri ch’io ho fatti per lo passato, se n’avessi ritenuto copia. Ma per l’avvenire sarò più cauto a mandarli. E le bacio le mani, assicurandola che nè il signor Cardinale ha servitore che più desideri la sua grandezza, nè V. S. amico, che più l’ami di me. Faccia riverenza in mio nome al signor abate, e saluti gli altri gentiluomini di casa, e viva felice.</p>
               <closer TEIform="closer">
                  <dateline TEIform="dateline">Di S. Anna in Ferrara il 10 di Giugno del 1582.</dateline>
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                  <salute TEIform="salute">A CURZIO ARDIZIO. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mando a V. S. il sonetto che mi domandò ne l’ultima sua lettera. Credo che avrà già ricevuto gli altri. Aspetto che mi dia avviso de la ricevuta con quel che avrà fatto del negozio di messer Pier Giovanni; e le bacio le mani.</p>
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                  <dateline TEIform="dateline">Di S. Anna di Ferrara il 19 di Giugno 1582.</dateline>
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                  <salute TEIform="salute">A CURZIO ARDIZIO. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mando a V. S. tre madrigali, pregandola che voglia mostrarli al Signor Principe e baciar a Sua Altezza in mio nome le mani. Al Signor Marcello ricordi, ch’io aspetto la copia del dialogo, e viva felice.</p>
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                  <dateline TEIform="dateline">Di Ferrara 6 Luglio [1582].</dateline>
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                  <salute TEIform="salute">A LUIGI GRADENIGO. Venezia</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Dal Signor Aldo, il quale è stato a vedermi, e meco ha ragionato lungamente, V. S. Clarissima sarà informata del mio stato, e del desiderio ch’io ho di conservar con lei quella servitù ch’io presi seco già molti anni sono, a la quale credo, che ella debba corrispondere come ha fatto sempre, e ne la prego con tutto l’affetto del cuore. Non le scrivo cosa alcuna del mio poema, nè de’ privilegi, che da cotesta Serenissima Repubblica sono stati conceduti a gli stampatori che senza mia saputa l’hanno stampato, perciocchè ora io non son in termine, ch’io possa sperar di ristamparlo. Ma se potrò mai, confido molto de la sua cortesia, e de la benignità di cotesta Serenissima Signoria, e le bacio le mani.</p>
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                  <dateline TEIform="dateline">Di Sant’Anna il 7 di Settembre 1582.</dateline>
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                  <salute TEIform="salute">A FERRANTE SPAZIANO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Da poichè il Signor Gio. Vincenzo Vulcano partì di Ferrara, non ho intesa alcuna certa novella, nè di mia sorella, nè di V. S., e molto desidererei d’intenderla; però la prego, che non voglia ch’io più lungamente desideri sue lettere, nè quelle di lei. Ebbi a questi giorni passati una lettera di un canonico napolitano, il quale io non conosco; credo non di meno che debba essere conosciuto da la Signora Cornelia, perchè scrive d’esser nostro parente, chiamato Paolo Tassi. Come si sia, perchè m’invita ch’io venga in Napoli, bench’io facessi molto volentieri questo viaggio, non mi par di poter fare intorno a ciò alcuna risoluzione senza il suo consiglio; la prego dunque caldissimamente che voglia rispondermi. Del mio stato avrà informazione dal Signor Donato Antonio, apportator de la presente, al quale potrà dar la risposta. perchè egli dice che sarà tosto di ritorno, se pur non avesse alcuna occasione di mandar la risposta prima. Dirizzerò questa in casa del Signor Giulio Cesare Correale, mio cugino, al quale darà questo gentiluomo parimente informazione di me; onde quando V. S. non avesse comodità di vederlo, potrà intendere dal Signor Giulio Cesare ogni cosa appartenente a la mia venuta a Napoli, e le bacio le mani.</p>
               <closer TEIform="closer">
                  <dateline TEIform="dateline">Di Ferrara il 16 di Novembre 1582.</dateline>
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                  <salute TEIform="salute">AL MARCHESE FILIPPO D’ESTE. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vostra Eccellenza ha prevenuto col suo cortese dono, non il desiderio, ch’io ho di servirla, ma le dimostrazioni estrinseche, le quali sono state impedite da molti rispetti; pur niun rispetto dee esser alfine più possente in me del debito mio: e così piaccia al Signore Iddio ch’è consapevole de la mia buona volontà di favorirla com’io l’ho taciuta per dubbio che non mi fosse creduto il vero e la taccia sin ora...... Ma basti quanto ho accennato in questo proposito: farò il dialogo che l’Eccellenza Vostra mi comanda e in tutte l’altre cose ch’io posso la servirò molto volentieri, e mi rincresce solamente che la Signora Duchessa d’Urbino non mi abbia liberato come mi aveva promesso, perch’io sarei venuto a trovarla, o almeno sarei in parte dove niun rispetto mi potrebbe ritenere di mostrarle maggior segni de l’affezione ed osservanza mia. Nè già voglio pregarla che ne supplichi S. A. in mio nome, perciochè sa forse meglio di me quel che può essere mio bene e come amorevol padrone non ha in questo proposito altro obietto: ma s’ella pur giudica, che fosse ben fatto di dirgliene qualche parola mi farà grazia singolare. Per tanto sia quanto a lei piace, ch’io rimarrò sodisfatto di ciò ch’a lei piacerà, e con questo fine le prego dal Signor Iddio ogni contentezza, e le raccomando l’inchiusa al padre Panigarola.</p>
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                  <dateline TEIform="dateline">Dalle mie stanze il 12 d’ottobre del 1583.</dateline>
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                  <salute TEIform="salute">A LUCA SCALABRINO. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Non posso acquetar l’animo, s’io non sono certo del vostro buono stato: però vi prego che me ne diate avviso: e se, come io credo, sete risanato, mi farete piacere a venire a vedermi. Così piaccia a la Provvidenza del Signore Iddio d’averci in protezione.</p>
               <closer TEIform="closer">
                  <dateline TEIform="dateline">Di Sant’Anna il 10 Settembre del 1584.</dateline>
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                  <salute TEIform="salute">A LUCA SCALABRINO. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mando a V. S. cinque camicie le quali hanno molto bisogno d’essere racconcie: le dia a sua parente e l’avvertisca che non vorrei che fossero mescolate con l’altre, e mi vorrà far piacere di venire un giorno seco a parlarmi. Frattanto aspetto quella risposta che V. S. mi promise di sollecitare; ne dia ricordo a l’amico e le bacio le mani.</p>
               <closer TEIform="closer">
                  <dateline TEIform="dateline">Di S. Anna il 4 Gennaio 1585.</dateline>
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               <ps>
                  <p TEIform="p">Se non può venire col parente venga solo c’ho bisogno di parlarle e faccia levare il drappo col quale sono inviluppate le camicie.</p>
               </ps>
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                  <salute TEIform="salute">A VINCENZO GONZAGA PRINCIPE DI MANTOVA. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">La visita fattami in nome di Vostra Altezza m’ha tolto il male, laonde io mi son levato, e volentieri verrei a farle riverenza, parendomi che questo modo solo potesse alleggerirmi l’infiniti fastidi; ma tanto solo ardisco di chiederle, quanto io stimo che possa esserle grato: mi favorisca adunque in quella guisa, ne la quale rimarrà soddisfatto, ch’in tutte le maniere, in tutte l’occasioni, in tutti i tempi io le sarò servitore affezionatissimo.</p>
               <p TEIform="p">Ora le mando un mio dialogo scritto da me com’io posso, mi faccia grazia di leggerlo, e di rimandarlo, o più tosto di consentire ch’io venga per esso, e le bacio le mani.</p>
               <closer TEIform="closer">
                  <dateline TEIform="dateline">Di S. Anna il 2 Febbraio del 1585.</dateline>
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                  <salute TEIform="salute">A BIANCA CAPELLO GRAN DUCHESSA DI TOSCANA. Firenze</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">S’appressa il tempo, nel quale V. A. Serenissima avrà buona occasione di giovarmi: però la supplico, che si degni parlare al Signor Don Cesare d’Este così caldamente per mio beneficio, ch’io senta molto giovamento de le sue raccomandazioni. E perchè la sua grande autorità potrà superare ogni impedimento, che per l’avvenire possa ritardar le mie lettere, o le composizioni, mi basterà che V. A. sappia che il mese passato le mandai un dialogo ed una canzona, nè dubito, che degnandosi di chiederla, non debba essere trovata, perchè le poesie, ne le quali è scritto il nome di Vostra Altezza, non sogliono perire, e questo è privilegio de la sua grandezza, e de la felicità, e de la sua liberalità particolarmente, per la quale sono le sue laudi cantate e lette volentieri da ciascuno. E le bacio umilissimamente le mani, supplicandola, che oltre le sue raccomandazioni, mi dimostri ancora qualche effetto de la sua cortesia.</p>
               <closer TEIform="closer">
                  <dateline TEIform="dateline">Di Ferrara il 9 di Febbraio del 1585.</dateline>
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                  <salute TEIform="salute">A GIORGIO ALARIO. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Scrivo a l’Illustrissimo Signore nostro Padrone, e gli raccomando il negozio de la mia vita: però credo che non abbia alcun bisogno di ricordo; il ricordo nondimeno a voi medesimo, e mi vi raccomando.</p>
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                  <dateline TEIform="dateline">Di Ferrara li 11 Aprile del 1585.</dateline>
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                  <salute TEIform="salute">AL CAVALIERE FRANCESCO VILLA. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Prego V. S. che dia il dialogo de la Cortesia al signor Don Gio. Battista Licino apportator de la presente, e ritenendone copia le mando un conciero.</p>
               <closer TEIform="closer">
                  <dateline TEIform="dateline">Di S. Anna il 25 di Marzo 1585.</dateline>
               </closer>
               <ps>
                  <p TEIform="p">Nel dialogo de la Cortesia – “Ma che direm noi, signor Beltramo, in quell’altra maniera di commerci? Vorrem credere che mancasse la cortesia in que’ valorosi?”.</p>
                  <p TEIform="p">Concisi – “Ma che direm, signor Beltramo, in quell’altra maniera di commerci; vorrem credere che mancasse del tutto ogni maniera di cortesia?”.</p>
               </ps>
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                  <salute TEIform="salute">A ANTONINO SERSALE. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non so come stiate, ma il male dei giovani suol durar poco. Laonde, se potete venire a vedermi, non indugiate, perchè io non posso venir a voi, come vorrei, e mi vi raccomando.</p>
               <closer TEIform="closer">
                  <dateline TEIform="dateline">Di S. Anna il 10 di Novembre 1585.</dateline>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vi prego che nel ricopiar quel discorso lasciate voto quello spazio ove io dico: “ma se non è istoria, è istoria falsificata” perchè voglio giungere e mutare alcune cose, e venite a vedermi.</p>
               <closer TEIform="closer">
                  <dateline TEIform="dateline">Di S. Anna l’11 di Novembre 1585.</dateline>
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                  <salute TEIform="salute">A LUCA SCALABRINO. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io diedi i mesi passati a V. S. un libro del Signor Alessandro Pendaglia, nel quale erano alcuni miei concieri. Ora ha mandato un suo a domandarlomi; laonde vi prego che glielo diate; ed avendo qualche risposta dell’Illustrissimo Patriarca Gonzaga, mi farete piacere di portarlami senza indugio, e vi bacio le mani.</p>
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                  <dateline TEIform="dateline">Di Sant’Anna il 1· Dicembre del 1585.</dateline>
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                  <salute TEIform="salute">AD ELEONORA DE’ MEDICI PRINCIPESSA DI MANTOVA. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io sono stato sin ora spinto da la buona volontà a baciar le mani a Vostra Altezza, e ritenuto dal rispetto, quasi assomigliandomi ad un cavallo che senta in un medesimo tempo gli sproni e ’l freno e benchè abbia vinto il rispetto come doveva, nondimeno non è cessato l’altro affetto, intanto ch’io volentieri non me le facessi conoscere per servitore. E non avendo chi mi appresenti a Vostra Altezza, o chi me ne dia maggior occasione, ho preso ardire di supplicarla, che si contenti ch’io le baci le mani, perchè potrebbero venire alcune occasioni di partirmi, o di allontanarmi da queste parti, le quali troppo mi spiacerebbono se prima non le avessi fatta riverenza. Io ebbi già servitù coll’Illustrissimo signor Cardinal de’ Medici suo zio, e da alcuni mesi ed anni in quà stimo quasi d’aver reintegrato la servitù. Però non vorrei che Vostra Altezza avesse meno buona la volontà di giovarmi di quella, che mostrò S. S. Ill.ma in altri tempi, benchè i modi possono esser molti, purchè ella se ne soddisfaccia; io di tutti o d’alcuni renderò a Vostra Altezza le dovute grazie, e le bacio le mani.</p>
               <closer TEIform="closer">
                  <dateline TEIform="dateline">Di Corte il XXV di Luglio del 1586.</dateline>
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                  <salute TEIform="salute">A VINCENZO GONZAGA PRINCIPE DI MANTOVA. Revere</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io volevo supplicar questa mattina Vostra Altezza, che mi facesse favore di mandare per li miei libri il presente apportatore, o alcun altro, ma non avendo avuto comodità di parlarle, ho preso ardire di pregarlo per una mia lettera, e la prego, che non voglia ch’io resti più lungamente sospeso di questa grazia, che mi sarà cotanto cara. Scrivo una lettera al figliuolo del signor Guarini, al quale darò di nuovo più minute informazioni, di tutto quello che può fare per mio servizio, e a Vostra Altezza bacio le mani, con ferma credenza di essere compiaciuto di questa grazia.</p>
               <closer TEIform="closer">
                  <dateline TEIform="dateline">Di Camera il 9 Agosto 1586.</dateline>
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                  <salute TEIform="salute">A BATTISTA GUARINI. Revere</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Scrissi l’altro giorno al Serenissimo Principe pregando Sua Altezza che mi facesse grazia di mandare per alcune mie cose, e diedi le lettere ad Ottavio, secondo la commissione di S. A., e le chiavi de le casse, e de la valigia; ma egli non ha voluto portarla, nè venire a Revere, benchè io glielo imponessi in nome di Sua Altezza. Ora vuole essere il corvo ma trova in me poca credenza; però prego V. S. che faccia spedire secondo la commissione e la promessa, e baci le mani al Serenissimo signor Principe ed a la Serenissima Principessa in mio nome.</p>
               <closer TEIform="closer">
                  <dateline TEIform="dateline">Di Mantova il XII d’Agosto 1586.</dateline>
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                  <salute TEIform="salute">A VINCENZO GONZAGA PRINCIPE DI MANTOVA. Revere</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Grandissimo dolore ho sostenuto, ma ringrazio Iddio, che non sarà lungo, perchè altrimenti sarebbe necessario che egli avesse fine co’ la mia vita, la quale è destinata al suo servizio e come io l’ho più tosto accennato che detto. Ricordo a Vostra Altezza che faccia scrivere per li miei libri, e glielo ricordo, perchè io credo che questa mia lettera la troverà libera da ogni male. Piaccia a Dio di darle vita così lunga, come io desidero, perchè niuno l’avrebbe più lunga, e questo mio desiderio è degno di trovar credenza in lei e ne gli altri, che le sono affezionati, e le bacio le mani.</p>
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                  <dateline TEIform="dateline">Di Mantova il XVI di Agosto del 1586.</dateline>
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                  <salute TEIform="salute">A VINCENZO GONZAGA PRINCIPE DI MANTOVA. Revere</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Aspettiamo il ritorno di Vostra Altezza, il quale io credo che debba essere con la ricuperata sanità, però le mando questo sonetto rallegrandomene, e la prego che baci in mio nome le mani alla Serenissima Principessa sua, e mi conservi la sua grazia.</p>
               <closer TEIform="closer">
                  <dateline TEIform="dateline">Di Mantova il 16 d’Agosto del 1586.</dateline>
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                  <salute TEIform="salute">A ELEONORA DE’ MEDICI PRINCIPESSA DI MANTOVA. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Le mie lettere possono essere ricevute in ogni luogo, perchè l’assicura quello che le fa men care. Non si meravigli dunque Vostra Altezza, se questa sera cercheranno presuntuosamente d’esserle appresentate. Questi anni passati avrei creduto d’acquistarmi la sua grazia co ’l mezzo del Serenissimo Signor Principe suo, ora temo anzi del contrario. Però supplico Vostra Altezza che venendole occasione voglia ricordarsi de le parole che mi disse quando le baciai le mani, perchè furono da me raccolte, e conservate ne la memoria dove conservo le cose più care, e di maggiore stima. Fra lei e il Signor Principe o non è, o non dovrebb’essere cosa alcuna divisa, laonde la mia servitù, qualunque ella sia, e l’affezione può essere comune a l’uno e a l’altro, e s’ella in qualche modo non me ne reputerà indegno, non sarò da l’Altezza Sua affatto sdegnato; ma supplico Vostra Altezza che voglia rompere questo ghiaccio, il quale n’è troppo indurato, e per disfarlo non sarebbon necessari men caldi preghi, o men cari di quelli di Vostra Altezza, a la quale bacio le mani.</p>
               <closer TEIform="closer">
                  <dateline TEIform="dateline">Di Corte il XXI Agosto 1586.</dateline>
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               <head TEIform="head">49</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A VINCENZO GONZAGA PRINCIPE DI MANTOVA. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io vorrei esser tanto grato a Vostra Altezza ch’io potessi mandarle senza sua noia le mie composizioni, però vo’ tentando questo guado, e forse presuntuosamente. Questa mattina leggerà un Madrigale fatto questa notte alla Signora Barbara Guerriero. Bacio a V. A. le mani e fo riverenza a la Serenissima Principessa sua.</p>
               <closer TEIform="closer">
                  <dateline TEIform="dateline">Di Mantova il XXX d’Agosto del 1586.</dateline>
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               <head TEIform="head">50</head>
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                  <salute TEIform="salute">A VINCENZO GONZAGA PRINCIPE DI MANTOVA. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vostra Altezza vedrà in una lettera che mi scrive il Patriarca di Gerusalemme, come io sia persuaso a fermarmi in Mantova contro il mio primo proponimento d’andare a Roma. E perchè le persuasioni sono di persona, la quale non si dovrebbe risolvere altrimenti di quello, che altre volte si sia risoluto, debbo credere non solo a le persuasioni ma a la autorità di chi persuade. Però supplico Vostra Altezza che mandi M. Claudio a Ferrara per la mia valigia, e per le casse acciocchè io possa fermarmi più volontieri, e s’egli andasse senza sue lettere, stimo che sarà così vano il viaggio come è stata sin ora la mia aspettazione. Vostra Altezza può scrivere per quella parte solamente de’ miei libri, e de le robe, la quale mi fu portata a lo spedale, perchè era più necessaria. De l’altra cercherò io medesimo quel che si può fare, e le bacio le mani, sperando che la conclusione de le sue parole debba esser l’effetto de’ miei pensieri. Viva felicissima e mi conservi a parte de la sua felicità.</p>
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                  <dateline TEIform="dateline">Di Mantova il XVII Settembre del 1586.</dateline>
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                  <salute TEIform="salute">A......</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">O Vostra Signoria s’è scordato di quello che voleva dirmi, o ha mutato proponimento, ma io d’alcune cose sono ricordevole, e in alcune altre costante. Però non fo altra deliberazione che d’andare a Loreto, s’al Serenissimo Signor Principe non piacerà di ritenermi sino ad altra stagione. Prego dunque V. S. che mi favorisca con S. Altezza acciocchè mi dia licenza ed elemosina a fornire il pellegrinaggio, ovvero, che scriva al Signor Conte Federico Miroglio, che mandi le mie robe, perchè non può esser di servizio di Sua Altezza ch’io non abbia i miei libri, e l’altre mie comodità; ed io non le ricerco solamente per mio comodo, ma per mio servizio. V. S. ha molte occasioni d’obbligarmi perpetuamente, e questa una fra le altre; nè io voglio insegnarle di far beneficio il quale si perde quando altri no ’l riceve volentieri, ma la prego che non essendo in me alcuna ingratitudine, non voglia ch’in lei sia alcuna tepidezza, e le bacio le mani.</p>
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                  <dateline TEIform="dateline">Di camera il XXII di Settembre del 1586.</dateline>
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                  <salute TEIform="salute">AD ELEONORA DE’ MEDICI PRINCIPESSA DI MANTOVA. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Di due cedri de la riviera di Salò donatimi da un cortese Padre di S. Benedetto, ne mando uno a Vostra Altezza, perchè l’altro l’ho assaggiato troppo frettolosamente, non mi sovvenendo che ’l presente potesse esserle caro. Si degni accettarlo perchè se mi sarà conceduto da la mia buona sorte le manderò i frutti da la mia patria, in copia maggiore e conditi se non potrò altramente. Frattando cercherò di condir con la sua grazia quelli de l’intelletto, i quali senza essa non le parrebon tanto dolci, quanto a lei si convengono, e le bacio le mani.</p>
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                  <dateline TEIform="dateline">Di camera il XXII Settembre [1586].</dateline>
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                  <salute TEIform="salute">AD ELEONORA DE’ MEDICI PRINCIPESSA DI MANTOVA. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vostra Altezza potrà intendere da molti quanti anni siano ch’io procuro di avvicinarmi a Roma, e non ho mai potuto superar le difficoltà del viaggio. Ora quanto son più lontano con la presenza, tanto mi pare d’esser più vicino con la speranza, la quale è tutta fondata ne la sua grazia, e ne la benignità del Serenissimo Signor Principe. Però la supplico che in questo viaggio di Fiorenza, voglia favorirmi, ed acciocchè sappia, ch’io ho alcuna particolar ragione a supplicarla, si degni di leggere quanto mi scrive il R.mo Patriarca di Gerusalemme, e le bacio le mani.</p>
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                  <dateline TEIform="dateline">Di Mantova il XXIII di Settembre del 1586.</dateline>
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                  <salute TEIform="salute">A VINCENZO GONZAGA PRINCIPE DI MANTOVA. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Son tanto dolente per l’infermità di Vostra Altezza e per la cagione quanto vorrei esser lieto per la grazia e per la sanità. Ma non voglio scriver di male nè parlarne, perchè n’ho ragionato abbastanza, e patitolo soverchiamente. Le mando un sonetto perchè si degni di leggerlo, e di confermar con la sua autorità le mie parole. I miei libri non sono ancora stati mandati, nè l’altre cose, nè posso credere che debbano essere negate a Vostra Altezza, se delibererà di volerle, com’io la prego caldissimamente, e le bacio le mani.</p>
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                  <dateline TEIform="dateline">Da la mia camera il 2 di Ottobre del 1586.</dateline>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io pur ascolto e non odo novella, nè de la vostra venuta, nè di voi; è passato il caldo per non tornar per molti mesi; è quasi guasto il tempo, e facendo segno di racconciarsi, s’avete confermata la deliberazione d’andare a Roma, non dovete indugiare. Non ebbi lettera del Signor Conte Gio. Domenico Albano, ed io scrivo di rado perchè di rado esco di casa, se pur casa è la corte. Non ho potuto mai sapere cosa alcuna del Signor Cristoforo Tasso, nè del Signor Ercole, e quanto lor caglia di me. Ho scritto al Signor Maurizio Cataneo, e n’aspetto risposta, e particolarmente nel particolare de’ miei dialoghi. Vorrei che mi fosser pagati que’ denari de’ quali io era creditore per virtù dello scritto. Vi prego che facciate ch’io rimanga soddisfatto, perchè potrei averne bisogno, e mi vi raccomando.</p>
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                  <dateline TEIform="dateline">Di Mantova il 2 di Ottobre 1586.</dateline>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Se ’l corriero le vostre lettere non vuol darle, se non l’ha, io non so dove siano. Vi prego che vogliate rispondermi, e far che mi siano date le risposte, perchè io esco mal volentieri di casa, nè vorrei più ricordare il vostro debito, e le promesse a le quali non v’obbligo se non potete soddisfare. Ma senza alcun vostro incomodo potevate far molte cose per mia soddisfazione; potrei lamentarmi di tutti gli amici, e di tutto il mondo, e di me stesso, come degli altri: ma questo non è tempo nè luogo da lamenti.</p>
               <p TEIform="p">Baciate le mani in mio nome al signor Conte Gio. Domenico, a’ Signori Tassi, a’ Signori Accademici e vivete felice.</p>
               <closer TEIform="closer">
                  <dateline TEIform="dateline">Di Mantova il 3 di Ottobre 1586.</dateline>
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               <ps>
                  <p TEIform="p">
                     <foreign lang="lat" TEIform="foreign">Post scripta</foreign>. Non potendo mandare danari per via del corriero, vi prego che scriviate a Messer Lodovico Tasso, che me li paghi perchè io n’ho bisogno ogni giorno.</p>
               </ps>
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                  <salute TEIform="salute">A VINCENZO GONZAGA PRINCIPE DI MANTOVA. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io credo che difficilmente mi saranno mandati i miei libri, se coloro che si hanno la cura non penseranno di far piacere a Vostra Altezza, perchè a me non è chi si curi di farlo: però la supplico che parlando al Cavalier Pignatta per altra occasione, voglia aggiungerle quattro parole de’ miei libri, acciocchè paia che a Vostra Altezza non sia discaro ch’io li ricuperi, e con questa grazia ch’io riceverò da la sua benignità, stimerò di poter ricompensare molti torti da la mia fortuna, la quale non si pente d’avermeli fatti, anzi s’apparecchia a gli altri, ed io non potrei cercar miglior difesa, nè migliore arme contro la sua insolenza de le ragioni e de l’autorità de gli antichi, ed a Vostra Altezza bacio le mani.</p>
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                  <dateline TEIform="dateline">Da la mia camera il 4 Ottobre 1586.</dateline>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ho scritto molte lettere a V. S., e di niuna ho avuto risposta, ma in quella vece n’ho avuta una scritta questo Settembre, quando io era col Serenissimo Signor Principe fuor di Mantova. Laonde essendo molto vecchia, mi pare, che sia passata l’occasione di venire a la fiera, ma non ne mancheranno altre se mi fermerò a Mantova. Rispondo al Signor Conte Gio. Domenico, ed aspetto la venuta di V. S., quando le sarà comodo, perchè a me sarà sempre caro di vederla. Le mando un sonetto che io ho fatto in morte della Signora Isotta Brembata, e le bacio le mani.</p>
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                  <dateline TEIform="dateline">Di Mantova il 12 di Ottobre 1586.</dateline>
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                  <salute TEIform="salute">A VINCENZO GONZAGA PRINCIPE DI MANTOVA. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Il barbiere di Vostra Altezza mi ha detto in suo nome ch’io posso andare a S. Benedetto se me ne contento. E se questa dee esser la mia contentezza, e la mia libertà, non la ricuso, ma la domando maggiore a chi può darla o impetrarla. E certo Vostra Altezza può far l’uno o l’altro, e può sapere, ch’io mi partii di Ferrara quasi improvvisamente, senza portar meco alcune de le cose necessarie, le quali mi devono esser mandate. Ed ora che viene il verno non vorrei aspettarle invano a S. Benedetto. Però la prego che si contenti di concedermi lo spazio di qualche giorno, sinch’io abbia spedito alcuni negozî, e di farmi libero affatto senza alcuno indugio, e le bacio le mani.</p>
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                  <dateline TEIform="dateline">Di Mantova il XVIII d’Ottobre 1586.</dateline>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Voi mi negate tutte le cose: le risposte, le raccomandazioni, e gli officii ancora, che non costano come l’altre; ed io di tutto ho bisogno. Nè solo mi bisognerebbe il mio, ma qualche parte di quel de gli amici, se nel mondo se ne trova alcuno, o vero, o immaginato. Vorrei omai esserne sicuro, e certo, e non avendo altra certezza, mi consolerei con l’opinione, ove potessi averla giustamente de l’altrui cortesia, o almeno di tanta bontà, quanto basti per voler quel che è debito. Perdonatemi se vi scrivo liberamente, perchè di questa lettera farete quel che vi pare. Ma ne l’altre cose dovrei io essere il compiaciuto. Raccomandatemi al Signor Conte Gio. Domenico Albano, al Signor Cristoforo, e al Signor Ercole Tasso.</p>
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                  <dateline TEIform="dateline">Di Mantova il 27 di Ottobre 1586.</dateline>
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                  <salute TEIform="salute">A VINCENZO GONZAGA PRINCIPE DI MANTOVA. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mando a Vostra Altezza un mio picciol discorso del Segretario, il quale io non pensava di dare a la stampa se non con molti altri discorsi e dialoghi ch’avrebbon fatti due o tre volumi assai grandi; ma non ho potuto negarlo ad un mio amico, che mi portò la nuova quella sera che Vostra Altezza mi fece liberare. Se le pare può darle un’occhiata, e rimandarlo senza ch’altri il veda, perch’altrimenti non sarebbe compiaciuto l’amico. Si stamperà un poema di mio padre, nel quale si leggeranno molte stanze in lode di Principesse e di altre gentildonne. Se a Vostra Altezza crede che ne giunga sei ovvero otto di queste de la città, me ne mandi la lista co’ nomi, e le bacio le mani.</p>
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                  <dateline TEIform="dateline">Di camera il XVIII di Novembre del 1586.</dateline>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io scrissi l’altro giorno a V. S., ma non so se la lettera sia stata mandata, perch’io non uscî di casa. La prego che mandi tutte le mie scritture, e particolarmente le Rime, perch’io ne ho bisogno, e apporta grande impedimento a le mie deliberazioni non averle meco. Scrissi ancora a Monsignor Cristoforo: s’egli non fosse tornato da Venezia, vorrei che mi portasse la Teologia di Gregorio Nanziazeno, ed i versi, i quali mancano a l’orazione ch’io ho: V. S. sia contenta di scrivergliene e di darmene avviso.</p>
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                  <dateline TEIform="dateline">Di Mantova il 20 di Novembre 1586.</dateline>
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                  <salute TEIform="salute">A VINCENZO GONZAGA PRINCIPE DI MANTOVA. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mi rincresce che la tragedia non mi sia rimandata al tempo ch’io l’aspettava: perchè io non avrei occasione d’aggiunger questa a l’altre male soddisfazioni ch’ho da la mia fortuna. La mandai a chi la dimandò, pensando che dovesse esser subito ricopiata, nè qui avrei saputo a chi darla, chi intendesse così bene la mia cattiva lettera. Vostra Altezza perdoni questo errore al rispetto che si porta a tutti i suoi servitori, e se le pare può comandare a questi suoi, che facciano il corriere più diligentemente, perch’egli sarà tanto, quanto essi vorranno. Do a Vostra Altezza le buone feste, e di nuovo la prego che mi scusi di questo, e d’ogni altro errore, perchè di tutti è cagione la mia soverchia malinconia, la quale ha così congiunto la pena co’ la colpa, ch’io non so di qual debba più dolermi; ma la grazia di Vostra Altezza potrebbe supplire a maggior difetto, e le bacio le mani.</p>
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                  <dateline TEIform="dateline">Da la Corte il XXII Dicembre del 1586.</dateline>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vi ringrazio che mi rispondiate, perchè ormai de le risposte debbo render grazie, non potendo renderle d’altro buono effetto. Ho parlato questa mattina con Messer Bartolomeo, e pregatolo che venga a trovarmi, perchè altrimenti le mie lettere si potrebbono agevolmente smarrire. Aspetto con desiderio lettere dal Signor Cristoforo Tasso co’ sette scudi, e co ’l San Gregorio, ma non so s’egli intenda del Licino, o del Teologo, perchè de l’uno e de l’altro avrei bisogno, e ciascuno per sè mi sarà molto caro. Dal Signor Maurizio ancora non ho risposta. Avrei bisogno di quel servitore, ma aspetto la deliberazione che farà il Signor Cristoforo, com’egli sarà risanato, ed ora a V. S. bacio le mani.</p>
               <closer TEIform="closer">
                  <dateline TEIform="dateline">Di Mantova il 24 di Dicembre 1586.</dateline>
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               <ps>
                  <p TEIform="p">Non le ricordo quanto io desidero di rivedere i miei dialoghi, e le rime, perchè gliel’ho scritto altre volte.</p>
               </ps>
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               <head TEIform="head">65</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ieri vi scrissi in fretta per quel medesimo che m’aveva portata la vostra, la qual rileggendo ho veduto nel fine, che mi ricordate il sonetto del Lupo. Io me n’era scordato, nè so in qual materia il vogliate, perchè ho perduta l’ultima vostra lettera. Vedete cervello! sarei rovinato, se voi non faceste miglior conserva di quella di fra Daniello, perch’io non ho saputo conservar le vostre. Torniamo al sonetto, e supponghiamo ch’egli sia in materia di morte. Io ve ’l manderò quest’altra settimana senza fallo. Questa, ne la quale or siamo, aspettava danari da varie parti, e non ne ho avuto da alcuna; e s’è partito da Mantova un mercante che vuol darmene. Ma forse Messer Lodovico Tasso mi presterà la medesima quantità, ch’io voleva da lui. Qui si fanno le migliori pizze del mondo: mi spiace di non ve n’aver potuto mandare un paro, acciocchè codesti speziali di Bergamo imparassero a farle.</p>
               <p TEIform="p">Baciate la mano ai parenti ed a gli amici, e particolarmente al Signor Cristoforo, ed al Signor Ercole, e salutatemi il Signor Maurizio nostro.</p>
               <closer TEIform="closer">
                  <dateline TEIform="dateline">Di Mantova il 19 di Dicembre 1586.</dateline>
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               <head TEIform="head">66</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A VINCENZO GONZAGA PRINCIPE DI MANTOVA. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Do le buone feste a Vostra Altezza un’altra volta, e così esaudisca Iddio la mia preghiera, com’io non potrei dargliele più di cuore. Non vengo a vederla, perchè questa dee esser sua grazia, non mia presunzione. Ma non voglio perder in tutto l’opinione che mostrano d’aver molti, che Vostra Altezza mi sia così larga del suo favore, ch’io possa farne parte a gli altri, onde non si meraviglierà se non avendo ancora confermata la mia servitù cercherò di dar principio a quella de gli altri. In questa parte sola desidero che mi giovi l’apparenza, in tutte l’altre io le sono nemico, e non volendo ingannar me stesso, non cercherò ch’alcuno resti da me ingannato. Perdoni Vostra Altezza tanto ardire, il quale non è però tanto ch’io ardisca di disperare. E perch’io spero, oserò di pregarla, che mi faccia grazia di mandar l’inchiusa al Signor Patriarca Gonzaga e le bacio le mani.</p>
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                  <dateline TEIform="dateline">Da la mia camera il 29 Dicembre del 1586.</dateline>
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               <head TEIform="head">67</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">AD ELEONORA DE’ MEDICI PRINCIPESSA DI MANTOVA. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mando a Vostra Altezza una canzone perchè si degni leggere una piccola parte de le sue lodi, scritta da un suo devotissimo servitore. E bench’ella non sia tale che possa darmi tanto ardire quanto basti per uguagliar la riverenza che si dee a l’alto suo stato, nondimeno io non voglio perdere questa occasione di supplicarla. La supplico dunque, che scriva a la Signora Ambasciatrice di Toscana in mio favore, perchè non sia impedita la stampa d’un libro di mio padre, il quale è dedicato al Serenissimo Signor Duca suo suocero. So ch’a le sue preghiere, o più tosto a’ suoi comandamenti non si può negar cosa alcuna, ma i miei preghi sin ora sono stati poco esauditi, e se Vostra Altezza non comincia a farmi qualche grazia, non so chi vorrà esser la prima a dar altrui questo buon esempio, e le bacio le mani.</p>
               <closer TEIform="closer">
                  <dateline TEIform="dateline">Di Mantova il 2 di Gennaio del 1587.</dateline>
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               <head TEIform="head">68</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ieri mi fu portata l’Epitome di S. Agostino con una lettera di V. S. ne la quale non m’accusa la ricevuta de l’ultima mia, nè mi dà avviso del Signor Cristoforo, al quale scrissi similmente. Non ho avuta la Teologia di S. Gregorio Nazianzeno, nè so a chi domandarla, se non la chiedo al corriere di Venezia. Le mie scritture mi saranno care in ogni tempo, massimamente i due dialoghi de la Nobiltà, e de la Dignità. Ora le mando il sonetto in morte de’ figliuoli del signor Orazio. La lettera del Signor Cristoforo in mia raccomandazione la desidero in quel soggetto nel quale mi scrisse il signor Maurizio, a cui ho risposto a pieno, e bacio a V. S. le mani.</p>
               <closer TEIform="closer">
                  <dateline TEIform="dateline">Di Mantova il 12 Gennaio del 1587.</dateline>
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               <ps>
                  <p TEIform="p">Le raccomando l’inclusa al Signor Cristoforo.</p>
               </ps>
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               <head TEIform="head">69</head>
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                  <salute TEIform="salute">A CRISTOFORO TASSO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Omai io debbo sperare, che V. S. abbia scacciato il male. Laonde non le sarà grave di scrivere al Serenissimo signor Principe di Mantova in quel soggetto che le dee esser accennato dal signor Maurizio, al quale io credo molto, e perch’è cortigiano di Roma, e perch’è segretario di Monsignor Illustrissimo Albano, e perch’è Bergamasco, e perchè m’è amico di molti anni. Dal signor Licino mi fu scritto che V. S. m’avea mandata la Teologia di San Gregorio Nazianzeno, e mi manderebbe sette scudi de’ quali veramente ho bisogno. La prego dunque a mandarmeli, e le bacio le mani ed insieme a la signora sua Madre, e fratelli.</p>
               <closer TEIform="closer">
                  <dateline TEIform="dateline">Di Mantova il 12 di Gennaio del 1587.</dateline>
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               <head TEIform="head">70</head>
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                  <salute TEIform="salute">AD ELEONORA DE’ MEDICI PRINCIPESSA DI MANTOVA. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Supplico Vostra Altezza che si degni di mandarmi la tragedia c’ho bisogno di rivederla, ma gliela rimanderò fra due o tre ore, e mi perdoni s’io ho questo ardire di darle fastidio e le bacio le mani.</p>
               <closer TEIform="closer">
                  <dateline TEIform="dateline">Di casa il XXIV Gennaio del 1587.</dateline>
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                  <salute TEIform="salute">A VINCENZO GONZAGA PRINCIPE DI MANTOVA. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">La mia tragedia darà forse noia a Vostra Altezza nel leggerla, ed io temo d’accrescergliele: nondimeno a così lunga lezione, può aggiungere il fastidio di questi pochi versi i quali ho mutati. Vostra Altezza mi faccia grazia di far conciar la copia ch’ella n’ha in questo modo, perch’io troppo m’affrettai nel mandarla a ricopiare, credendo di potergliele mostrar inanzi Natale, e poi non mi venne fatto. S’io potrò rileggerla non ne muterò altrettanti per avventura. E non potrei aver maggior dispiacere, che sentir, che di questa mia composizione avvenisse, quel che m’è avvenuto de l’altre. Onde non mi vergogno di supplicarla che mi compiaccia di così picciola cosa, e le bacio le mani.</p>
               <closer TEIform="closer">
                  <dateline TEIform="dateline">Di Mantova il XXV di Gennaio del 1587.</dateline>
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                     <head TEIform="head">Atto primo – Scena terza.</head>
                     <l part="N" TEIform="l">Gli altri fremendo, ed Aquilone ed Austro</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Quinci soffiaro impetuosi e quindi <stage TEIform="stage">(concisi)</stage>
                     </l>
                     <l part="N" TEIform="l">Tutti gli altri fremendo, e Borea ad Austro</l>
                     <l part="N" TEIform="l">S’oppose irato, e muggiar/soffiar quinci e quindi <stage TEIform="stage">(concisi)</stage>
                     </l>
                     <l part="N" TEIform="l">Ed altrettante in mezzo al mar profondo</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Voragini s’aprir, valli e caverne</l>
                     <l part="N" TEIform="l">Degli altissimi monti a’ curvi fianchi <stage TEIform="stage">(concisi)</stage>
                     </l>
                     <l part="N" TEIform="l">D’un altissimo monte a’ curvi fianchi.</l>
                  </lg>
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                     <head TEIform="head">Atto terzo – Rosmonda.</head>
                     <l part="N" TEIform="l">Quasi di monte in monte e sotto io veggio <stage TEIform="stage">(concisi)</stage>
                     </l>
                     <l part="N" TEIform="l">Quasi di monte in monte e veggio omai</l>
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                     <head TEIform="head">Atto quarto – Rosmonda e Torrismondo.</head>
                     <l part="N" TEIform="l">Già de la vita mia l’anno secondo <stage TEIform="stage">(concisi)</stage>
                     </l>
                     <l part="N" TEIform="l">Già de la vita mia il secondo corso.</l>
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                     <head TEIform="head">Atto terzo – Germondo solo.</head>
                     <l part="N" TEIform="l">Che solo il tempo ne dimostra uom giusto <stage TEIform="stage">(concisi)</stage>
                     </l>
                     <l part="N" TEIform="l">Che solo po’ il tempo dimostrar l’uom giusto</l>
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                     <head TEIform="head">Atto ultimo – Scena penultima.</head>
                     <l part="N" TEIform="l">Per far l’esequie con l’estremo pianto <stage TEIform="stage">(giungasi)</stage>
                     </l>
                     <l part="N" TEIform="l">Che darà al mondo ancor perpetuo affanno.</l>
                  </lg>
               </ps>
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               <head TEIform="head">72</head>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mando a V. S. la risposta ch’io ho fatto al sonetto del signor Orazio Lupo. Il San Gregorio non l’ebbi, nè vorrei che si perdesse. E non ebbi i sette scudi, che mi scrive, che il signor Cristoforo darebbe a Messer Bartolomeo corriero; ma non ho potuto vederlo questa settimana passata. Aspetto che il signor Cristoforo scriva al Serenissimo Signor Principe. Vostra Signoria mi raccomandi a Sua Signoria, la quale spero che sia già risanata, ed a’ signori suoi fratelli, ed al signor Conte Gio. Domenico Albano, ed a tutti codesti altri signori e sia sana.</p>
               <closer TEIform="closer">
                  <dateline TEIform="dateline">Di Mantova il 25 di Gennaio 1587.</dateline>
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               <head TEIform="head">73</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">AD ELEONORA DE’ MEDICI PRINCIPESSA DI MANTOVA. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Torquato Tasso, umilissimo servitore di Vostra Altezza, ha maggiore ardimento di supplicarla, che di servirla, perchè la benignità di Vostra Altezza l’assicura che debba essere esaudito, ma le sue imperfezioni il fanno poco atto a’ suoi servigi. La supplica dunque che si degni di raccomandare a la signora Ambasciatrice di Toscana la spedizione d’un suo libro che si stampa, a la quale possono esser diversi impedimenti. Il titolo de l’opera è <title TEIform="title">Il Floridante</title> del signor Bernardo Tasso. Oltracciò la supplica, che gli dia autorità d’impegnare o di vendere la pelliccia, che gli donò, in ogni occasione ch’egli abbia di partirsi. Nè le dimanda licenza di donarla, perch’egli ha fatta ferma deliberazione di non voler ciò fare in modo alcuno, e bacia a Vostra Altezza le mani.</p>
               <closer TEIform="closer">
                  <dateline TEIform="dateline">Da la camera il 27 di Gennaio del 1587.</dateline>
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               <head TEIform="head">74</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A VINCENZO GONZAGA PRINCIPE DI MANTOVA. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">S’io potessi coi miei servigi satisfare a’ desideri di Vostra Altezza, avrei aspettato che le sue grazie prevenissero le mie preghiere, così in questa occasione, come hanno fatto ne l’altre: ma perch’io mi conosco imperfettissimo per natura, impeditissimo per fortuna, ed occupatissimo per soverchia importunità de gli uomini, ho voluto ridurre a Vostra Altezza in memoria i miei bisogni, stimando ch’altri per avventura non glielo ricordi. Ho bisogno di esser vestito, e non ho tanto credito co’ mercanti e co’ sartori quanto avrei desiderio di pagare s’avessi danaro. Ma tutti i debiti ch’io facessi sarebbon fatti con molto mio dispiacere, non potendo io pagarli, se il Re di Spagna non mi fa qualche grazia o qualche mercede, e se altri miei negozi non sono spediti in quel modo che m’è stato promesso; il che s’avvenisse io pagherei i creditori senza fallo. Frattanto prego Vostra Altezza che voglia dar commissione che mi sia dato da vestir per questa state, e perdonarmi così questo ardimento, come tutti gli altri errori, e le bacio la cortesissima mano.</p>
               <closer TEIform="closer">
                  <dateline TEIform="dateline">Di Mantova il XXVI d’Aprile del 1587.</dateline>
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               <head TEIform="head">75</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A CESARE DA ESTE. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Se V. S. avesse voluto da principio favorire il mio negozio, il quale con molte lettere le fu posto tutto ne le mani, in quella guisa che si richiedea a la sua gran virtù, ed a l’antica nostra amicizia, ora non sarebbe fastidito da le preghiere d’un povero poeta, dico povero non sol di danaro, ma d’invenzioni. Sopporti adunque in pace questa noia perchè non l’è piaciuto di schifarla. Io mi sento male, ed ho bisogno di una purga: prego V. S. che faccia dare commissione a lo speziale del Serenissimo signor Principe, che mi dia le cose necessarie e qualche alberello di zuccaro rosato ed aromatato per rinfrescarmi. Oltracciò supplicai il Serenissimo Principe che non potendomi agevolare il viaggio di Napoli e ’l negozio col Vicerè, mi facesse dar da vestire per questa stagione, e forse le commissioni sono state date, ma non sono eseguite. Vagliami tanto la sua autorità, ch’io possa scordarmi in parte la mia cattiva fortuna. Avea pensato d’aggiungere una scena alla mia tragedia e però supplico Sua Altezza che voglia restituirlami, ed in tutto prego V. S. che mi aiuti, e mi giovi e mi favorisca. E le bacio le mani.</p>
               <closer TEIform="closer">
                  <dateline TEIform="dateline">Di camera il XVII di Maggio del 1587.</dateline>
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               <head TEIform="head">76</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A VINCENZO GONZAGA PRINCIPE DI MANTOVA. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io dimando a Vostra Altezza grazia di potermene andare e di portarmene una valigia e prenderò il silenzio in luogo di concessione, aspettando migliore occasione di baciarle la mano, e di farle riverenza in quel modo che ho sempre desiderato. Nostro Signore Iddio la conservi lungamente.</p>
               <closer TEIform="closer">
                  <dateline TEIform="dateline">Di Mantova il 7 d’Agosto del 1587.</dateline>
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               <head TEIform="head">77</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Rispondo oggi solo, perchè oggi è il giorno de la coronazione, se pur non sarà impedito dal mal tempo, ed io sono occupatissimo. Ho ricevuto le copie, e quasi dispensatele. Ne la tragedia son corsi infiniti errori, ed alcuni, se non m’inganno, a bello studio. Benchè non abbia avuto tempo di rivedere tutta quella parte ch’io rividi a Bergamo, ve la mando in due fogli perchè facciate ristamparla. Grande sciagura è la mia che la più scorretta sia quella ch’è in maggiore e più bella stampa, e poteva essere altrimente; raccomandatemi al signor Corbello, il quale potrebbe usare maggior diligenza. Al signor Cavaliere Solza baciate le mani, dicendogli ch’io sto pur aspettando le sue raccomandazioni, che debbono giovarmi. Ne’ Cori si dee avere avvertimento a’ principii de le stanze, i quali devono essere distinti, ed alquanto fuor de la riga, con lettere maiuscole.</p>
               <p TEIform="p">Salutate ancora il signor Ercole, e tutti i signori Tassi. L’altre risposte manderò quest’altra settimana, frattanto vivete lieto, e ricordatevi del mio romitorio, e del cilicio.</p>
               <closer TEIform="closer">
                  <dateline TEIform="dateline">Di Mantova il 24 di Settembre 1587.</dateline>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mi rallegro de l’allegrezze del signor Ercole, ma non mi doglio de’ miei dolori. Fra’ quali non è picciolo che questa Tragedia si ristampi un’altra volta con tanti errori, e m’incresce che l’ultime correzioni, ch’io vi mando per questo corriere, non arrivino a tempo. Voi n’avete aggiunto un altro d’importanza, o voluto far manifesto che stimate che sia mio errore, avendo fatto stampar in fronte al libro: <emph TEIform="emph">Arane città reale di Gothia</emph>, perchè ella non è città regia de’ Goti, ma reggia de’ Goti; cioè una rocca, o un castello, o altra sì fatta cosa. E se io ne la Tragedia dico quest’<emph TEIform="emph">alma cittade</emph>, posso dirlo, o per rispetto de la città vicina, o per rispetto de la moltitudine di persone ch’era col Re. Ciò è in due luoghi; ma a carte trentasette potete conciar: <emph TEIform="emph">Da questa reggia invitta</emph>, ed aggiunger questa a l’altre correzioni, per non indur errore ne’ lettori; ne l’altro luogo non importa. Starò aspettando che la tragedia si ristampi in forma grande; fra tanto viverò ne le mie disperazioni, senza poter far verso.</p>
               <p TEIform="p">Raccomandatemi ai signori Cavalier Solza, ed a Monsignor Cristoforo Tasso, il quale omai dee esser tornato, e fate ch’io possa riveder i miei discorsi, e i dialoghi, prima che si stampino. Vivete lieto.</p>
               <closer TEIform="closer">
                  <dateline TEIform="dateline">Di Mantova l’ultimo di Settembre 1587.</dateline>
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               <ps>
                  <p TEIform="p">Baciate in mio nome le mani al clarissimo signor Podestà, perchè questa sarà de le maggior soddisfazioni ch’io speri nel mio ritorno.</p>
               </ps>
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               <head TEIform="head">79</head>
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                  <salute TEIform="salute">A SCIPIONE GONZAGA PATRIARCA DI GERUSALEMME. Roma</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Scrivo a V. S. da Fano, a’ 29 d’ottobre tutto pieno di maninconia e d’affanni per varie cagioni; perciocchè io mi son partito da Mantova appena risorto da una infermità, come a me pareva, pericolosa, per venire a Roma col signor Marco Pio, che mi aveva fatto invitare a questo viaggio; e d’andare a trovare il signor Marco m’aveva data licenza il signor Duca di Mantova, o volendo che io intendessi che l’altra licenza di passare più oltre io poteva prenderlami con la compagnia del signor Marco, o per qualch’altra ragione occulta. Giunto a Modena mi fu detto che il signor Marco alcuni giorni prima era partito; ed io presi risoluzione di passare più oltre, e mi partii quanto prima mi fu conceduto dal signor Governatore di Modena. Ebbi ancora licenza dal Cardinale Gaetano, ai preghi del quale il signor Duca di Mantova, nel battesimo di suo figliuolo, mi aveva permesso di concedermi a mezzo agosto licenza di venire a Roma. Andai poi a Bergamo, come seppe V. S. Illustrissima, ma non mi pareva che perciò le prime promesse dovessero parer vane. Ora sono così vicino a Loreto che niuno dovrebbe impedirmi che io non visitassi quella sontuosissima chiesa, sinchè potrò adempire il voto, come avea deliberato. Nondimeno mi pare di vedere e d’udire molti cenni, quasi nubi e tuoni per l’aria che minacciano crudelissima tempesta. Passerò nondimeno oltre, pregando Iddio che mi faccia grazia di passare pacificamente, perch’io di niuna cosa ho maggior desiderio che di quiete. Ma se altro avvenisse, fosse almeno il tempo dei cavalieri erranti, che al cavaliero non era impedito il passo se non da un cavaliero; in questo non ci possiam difendere da la violenza e da l’inganno. Almeno mi dovrebbe assicurar l’abito, il quale è tutto pacifico, perch’io cavalco con una pelliccia lunga sino ai piedi e con mantello d’egual grandezza, come è piaciuto a la mia fortuna, la quale, se m’impedisce di ragionare con V. S. Illustrissima, mi toglie ogni speranza affatto ch’io possa avere delle cose di Lombardia, e particolarmente di poterci mai viver sano. Ora sono ancora infermo di quella spiacevolissima infermità, la qual dovrebbe muover compassione ne gli stessi nemici, e per mia crudele fortuna non ho potuto ancora ritrovarla ne gli amici. Vorrei di nuovo raccomandarmi a V. S., ma non so se questa lettera giungerà a tempo, o se l’autorità sua potrà giovarmi in alcun modo ed agevolarmi il viaggio; pur mi giova di sperarlo e prego V. S. Reverendissima che mi faccia grazia di dire a Sua Santità ch’io fo questo viaggio non come peregrino, ma come infermo, sperando di poter poi peregrinare a piedi co’ la sua benedizione e con maggior sanità di corpo e quiete d’animo. Bacio a V. S. Illustrissima le mani, e le ricordo il negozio del Reverendo fra Jacomo Moro.</p>
               <closer TEIform="closer">
                  <dateline TEIform="dateline">Di Fano il 29 Ottobre del 1587.</dateline>
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                  <salute TEIform="salute">A FEDERICO PENDASIO. Bologna</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Dopo la mia venuta a Roma, de la quale sono state molte le cagioni e poche le comodità, io ho scritto al Signor Duca di Mantova, pregando S. A. che si contenti di restituirmi i miei libri; la maggior parte dei quali sono in due casse chiuse, alcuni altri pochi in una aperta, con altre mie robe; i quali si potranno accomodare in un fardello di tela, e porlo senza le casse, e farlo portare a Bologna. Prego V. S. che si voglia prendere questa cura, per la quale io le rimarrò obbligatissimo; o almeno fare officio che siano consegnati a chi li chiederà in mio nome. La dimanda è tanto giusta, che non ha bisogno di tante preghiere, e la cortesia di V. S. le dovrebbe stimar soverchie se fossero necessarie. Però aspetterò di essere tosto compiaciuto per sua intercessione, e le bacio le mani.</p>
               <closer TEIform="closer">
                  <dateline TEIform="dateline">Da Roma il 1· Novembre 1587.</dateline>
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                  <salute TEIform="salute">A VINCENZO GONZAGA DUCA DI MANTOVA. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io mi sono partito da Mantova non come era la mia volontà, ma come fu quella di V. A. o de gli altri; perchè io avrei desiderato non solamente lunga udienza e grata licenza, ma favore ed aiuto di venire a Roma, dove sono arrivato dopo molte difficoltà. Ora prego V. A. di due cose: l’una dovrebbe essere conceduta senz’essere dimandata, l’altra che non si dovrebbe negare a chi la dimanda. La prima è la restituzione dei miei libri, l’altra la libertà, la quale non mi potrà mai portare tanto utile o tanto piacere che ricompensi i danni e la noia de la prigionia. Sono in casa del Signor Patriarca Gonzaga; però quanto la distanza del luogo par che mi separi dai servigi di V. A., tanto questo mezzo mi ci ricongiunge. E le bacio le mani, di nuovo supplicandola che si degni di farmi le grazie che io le dimando.</p>
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                  <dateline TEIform="dateline">Di Roma, 7 di Novembre del 1587.</dateline>
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                  <salute TEIform="salute">A ERCOLE TASSO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mi spiace di non aver conosciuto il desiderio di V. S. intieramente, perchè io non son villano, nè fo professione d’essere ingrato. Incolpi la mia fortuna, e l’altrui volontà, e la mia infermità, o fastidi, che procedono da l’una e da l’altra; de la mia natura alcuno ragionevolmente non poteva dubitare. La lettera che scrive d’avermi mandato per il Signor Maurizio, non l’ho avuta, nè le scritture, fra le quali dovrebbono essere i sette libri de l’arte del Poema eroico, perchè di questi ho maggior bisogno, che d’alcun altro, e non sono di così grande impedimento, che dovessero impedire alcuna mia deliberazione. Oltre le due stanze m’è necessaria l’antecedente, ch’è quasi anticamera. Piaccia a Dio ch’io possa aver grata memoria di chi m’avrà fatto servizio o piacere. Nostro Signore sia con esso lei.</p>
               <closer TEIform="closer">
                  <dateline TEIform="dateline">Di Napoli il 21 d’Agosto 1588.</dateline>
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               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A FRANCESCO MARIA DELLA ROVERE DUCA D’URBINO. Urbino</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io non voglio credere che le cortesi lettere di V. A. abbiano accresciute le difficoltà, ch’io aveva nel fermarmi in questa città, o quelle del ritorno a Roma, parendomi che ’l suo favore dovesse farmi le cose più facili in tutte le parti. Ma in questa io non posso finir la lite, nè pur cominciarla, nè in altro modo trattenermi. Aspetterò dunque in Roma, o la morte, o la grazia di Sua Maestà, nè so qual mi parrà più tarda; ma se V. A. mi procurerà quella, che più conviene a la sua cortesia, io troverò alfine qualche riposo, e qualche quiete de l’animo, e le bacio la mano.</p>
               <closer TEIform="closer">
                  <dateline TEIform="dateline">Di Napoli il 4 di Settembre del 1588.</dateline>
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                  <salute TEIform="salute">A ORAZIO FELTRO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vostra Signoria con tanti titoli mi toglie l’ardimento di risponderle, perchè temo di parer vano ne l’accettarli, e superbo non onorando i suoi meriti parimente. Ma se pur V. S. vuole far questo grand’onore al poeta, ne gli effetti non sono troppo diverso da la sua opinione, ne l’apparenze non vorrei che mi facesse vergognare. Attendo a rivedere le mie rime, ed a far qualche esposizione, e penso di farle stampare con qualche mio utile.</p>
               <p TEIform="p">Del mio ritorno a Napoli niuno è più desideroso di me; ma dubito di non essere burlato ne la sanità, ed al fine ancora ne la vita, s’i medici e gli altri non mutano opinione; ma particolarmente la dovrebbero mutar i medici. Io non posso pentirmi d’alcuna cosa ben fatta; de l’altre mi sforzerò, che non si conosca in me alcuna estimazione, e non so se fra queste vogliono numerare de la vanità de le mie rime. V. S. mi avvisi quel che si possa sperare de la mia lite, e de l’altre cose, e mi tenga ne la sua grazia, e di tutti codesti Signori, e viva felice.</p>
               <closer TEIform="closer">
                  <dateline TEIform="dateline">Di Roma il 12 di Gennaio del 1589.</dateline>
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                  <salute TEIform="salute">A FRANCESCO MARIA DELLA ROVERE DUCA D’URBINO. Urbino</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ringrazio Vostra Altezza che abbia raccomandato il mio negozio al Signor Bernardo Maschio suo segretario, e son contento che raddoppi a me l’obbligo, purchè si degni raddoppiarne a lei il carico, acciocchè questa mia pratica abbia qualche fine, se non lieto e felice com’io dovrei aspettare da la benignità di Sua Altezza, almeno senza tante infelicità e miserie. Vostra Altezza è principe giudiziosissimo, io sincerissimo gentiluomo, però non voglio passar questi termini nel supplicare; nè per diffidenza scrivere ad alcun altro più volentieri, e bacio a Vostra Signoria umilissimamente le mani.</p>
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                  <dateline TEIform="dateline">Di Roma il 3 di Marzo del 1589.</dateline>
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                  <salute TEIform="salute">A CURZIO ARDIZIO. Pesaro</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">L’ultima di V. S. del 5 di Luglio, m’è stata data non dal Signor Conte Orazio Scoto, ma dal Signor Fabio suo fratello, forse perchè io non avessi occasione di parere a quel Signore troppo importuno ne le mie necessità, o piuttosto importuno ne gli appetiti. Ma con V. S. non posso parer presuntuoso, perchè la mia amicizia omai mi dovrebbe assicurar da questo sospetto. Io, Signor mio, così infermo come sono, e così privo di speranza di ricuperar la salute, non attendo a niuna cosa tanto quanto alla perfezione della mia Gerusalemme, e non penso a niuna cosa più; ma la povertà m’è impedimento, non solo l’infermità: perchè io sono pigro nel comporre, anzi che no, e non posso poetare e filosofare, facendo altro come sarebbe mestieri: però mi son raccomandato a molti Signori miei. Al Serenissimo Signor Principe di Parma ho scritto che mi faccia grazia di donarmi una coppa, vergognandomi di chiedergli la comodità di un letto ed altre cose necessarie in un monastero, ma col suo favore, questi Padri m’avrebbono potuto accomodare, senza loro incomodo. Ma questo officio più si conveniva a gli amici, a’ quali non sarebbe per avventura così grave la repulsa, come parrebbe a me di quel favore, ch’io gli ho dimandato. Poesia nuova non posso mandargli, perch’io non ho fatta altra canzone, che quella de la Clemenza, e quelle stanze in lode del Papa, e omai non devono essere più nuove, nè posso in modo alcuno pensare a nuove composizioni, se prima non m’è conceduto ch’io riformi il mio poema, perchè ogni indugio, per mio avviso, sarebbe sopraggiunto da la morte. Il Signor Cardinale del Monte m’avea promesso di farmi qualche favore, e non avendo io data a S. S. Illustrissima alcuna cagione di pentirsi, non posso vergognarmi di supplicarlo di nuovo de l’aiuto promessomi. Ma oltre tutte l’altre cose, mi piacerebbe la comodità di due stanze in un monastero, poichè non le merito ne la corte. La venuta di V. S. è da me aspettata con incredibil desiderio; piaccia a Dio, che mi porti qualche consolazione dopo tante tribolazioni, frattanto sia contenta di procurarmi risposta de l’inchiusa, e le bacio la mano.</p>
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                  <dateline TEIform="dateline">Di Roma il 5 di Luglio 1589.</dateline>
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                  <salute TEIform="salute">A CURZIO ARDIZIO. Pesaro</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">S’io vedessi spesso il fratello di V. S., e sapessi dove trovarlo, non le scriverei così di rado; ma quanto meno le sono importuno, tanto più dovrei sperare de la sua cortesia. La prego adunque che scriva in mia raccomandazione al Signor Conte Pomponio Torello per le stanze del monistero. Io gli ho scritto similmente, ma ho mandate le mie lettere per altra strada, e n’aspetto risposta. De la cortesia del Signor Cardinal del Monte non sono ancora disperato, ma se Vostra Signoria volesse aggiungervi gli stimoli del signor Marchese suo fratello, non credo ch’ella avesse bisogno d’altro sperone. Io non voglio parer presuntuoso di soverchio: ma credo che ’l mondo non possa riputarmi indiscreto, se vorrà avere alcun riguardo a le mie tribolazioni di tanti anni, ed al giusto desiderio di dar compimento al mio Poema. E bacio a V. S. la mano, e molto me le raccomando.</p>
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                  <dateline TEIform="dateline">Da Roma il 10 di Luglio del 1589.</dateline>
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                  <salute TEIform="salute">A CURZIO ARDIZIO. Pesaro</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Le cortesi ed officiose lettere di V. S. m’hanno trovato quasi in letto, almeno tanto oppresso dal male, che non posso pensar ad altro che al miglioramento. Ricopiar cosa mia ora non posso, e non ho chi la ricopi. In quanto al negozio de le stanze non vorrei, che la speranza che io ho nel Signor Cardinale del Monte, mi tenesse tanto a bada, ch’io perdessi questa occasione d’andare ai bagni di Pozzuoli, o d’Ischia, come ho perduta la primavera; benchè forse sarebbono così buoni quelli di Siena, o altri di Toscana, e molti lodano più quelli di acqua dolce, perchè io sono quasi etico se pur non sono affatto. E la comodità de’ bagni non m’è offerta, se non in Napoli. Ma così ne l’andare, come nel ritorno, s’io avessi voluto ritornare, avrei desiderato qualche rifugio in qualche monistero di Roma, per molti mesi, non solo per molti giorni. In quel de la Trinità, avrei goduto almeno la vista de la vigna del Gran Duca; da Santa Maria Nuova, mi sarebbe stato facile il passare agli orti Farnesi; nel monastero di Montecavallo avrei avuta gran comodità di trattar con nostro Signore alcune cose appartenenti a la mia salute, o a la libertà. Però avrei desiderate le stanze in uno di questi tre; ma non ricuso quel di S. Pietro in Vincoli, per dare effetto al negozio già cominciato co’ l’Arciduca fratello de l’Imperatore, nè alcun altro; perchè veramente essendomi negata la tavola de’ principi italiani, voglio far esperienza se posso aver questa grazia da l’Imperatore, o da’ fratelli.</p>
               <p TEIform="p">Intorno a la dedicazione del mio poema, io non sono tanto ambizioso, che desideri di passare que’ termini, a’ quali può condurmi la grazia del Gran Duca. Però Sua Altezza, non potrebbe dubitare, che lasciandomi ne la quiete de’ miei studi, io vacillassi ne la mia fede e ne la divozione; io mi doglio, che troppo abbia tenute strette le mani de la sua liberalità verso me, perchè almeno mi sarebbe stato necessario un centinaio di scudi, per andare e tornare da’ bagni, oltre trenta o quaranta altri per vestire; non avendo io cosa che mi bisogni, questo autunno e questo verno. De la cortesia del Signor Duca di Parma molto mi sono rallegrato, non per altro desiderio che di libertà. Pensava di compartire me stesso, e l’opere mie, fra molti principi; oltre a ciò temeva di parere importuno o presuntuoso, dimandando molto ad uno solamente, e ’l poco non può bastare ad un povero gentiluomo, infermo già molti anni, e ne l’infermità studiosissimo. E per conchiuderla, non avendo le cose necessarie per me, e per un paio di servitori, non poteva fare alcuna certa e costante deliberazione. Al Signor Guidobaldo avrei grand’obbligo di ogni officio fatto a mio favore, come avrei avuto al Signor Abate. Scrivo a l’uno ed a l’altro, pregandoli che non mi siano scarsi del loro aiuto, acciocchè io sia sicuro di avere una ferma ritirata in uno di questi monasteri, dove lascerò i miei libri. Aspetto da V. S. risposta con qualche effetto, perchè altrimenti sarebbe tarda, non volendo io perdere l’occasione di uscir in qualche modo da così lunga e così noiosa infermità, e bacio a V. S. la mano.</p>
               <closer TEIform="closer">
                  <dateline TEIform="dateline">Da Roma il X d’Agosto del 1589.</dateline>
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               <head TEIform="head">89</head>
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                  <salute TEIform="salute">AL PADRE CONFESSORE DELLA DUCHESSA DI FERRARA</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Se tutte l’azioni mie fossero state volontarie, io non avrei di che accusare, o di che scusar me stesso. Ma la maggior parte de le cose fatte, o dette, o scritte da me si possono ridurre a la necessità, come a sua cagione. Laonde se di alcune io non merito lode, nè premio, non dovrei di tutte aver biasimo, o castigo. Sin’ora, quantunque sia buona quell’operazione fatta, non ho potuto fuggir quella pena di mal nutrimento, o di pestifera bevanda, che mi fu data già molti anni sono, o per mia sciagura, o per comandamento del Signor Duca, o per suo consentimento. Il supplizio, o la vendetta più tosto, è penetrata non solo dentro a le camere di principi, ma dentro a’ monasteri, e sino a gli altari, senza alcuna differenza di persone sacre, o profane. Questa è di nuovo stata la cagione per la quale io ho cercato di medicarmi in questa mia quasi libertà.</p>
               <p TEIform="p">Ne la quale niuna cosa ho più libera de l’animo, niuna più impedita de la lingua, o de la penna. Ed in ciò non ho scritto per avventura quel ch’io ho stimato più conveniente, e non con altra intenzione, che di muovere la Chiesa, che è madre comune, a compassione, acciocchè non mi fosse negata la sanità insieme con la medicina. Nè so chi abbia impedita questa pietosa operazione, e moltiplicate le mie miserie. Ma la prima cagione di tutti i mali, stimo che sia lo sdegno implacabile del Signor Duca, al quale s’aggiunge quel di molti altri Principi, Signori e Cavalieri, oltre il proprio interesse di ciascuno. Io vorrei placar tutti, però due volte ho scritto de la Clemenza, l’una in versi, l’altra in prosa; e bench’io avessi ardimento di chiedere giustizia, o come non colpevole, e immeritamente condannato, o come disperato de la grazia, grido nondimeno clemenza e perdono, non tanto per isperanza di conseguirlo, quanto per non viver questo poco tempo che m’avanza odioso a tutti.</p>
               <p TEIform="p">Ho detto che se la vecchiezza si dovesse definire, non dal principio de la vita, ma dal fine, pochi sarebbon più vecchi di me, fra quelli ancora che si reputano vecchissimi, e quantunque ciò non fosse vero, almeno mi si dee concedere che l’infermità sia una specie di vecchiezza. Ed io sono infermo senza dubbio, e son gentiluomo consumato negli studi, e nacqui gentiluomo e vissi molti anni in questa guisa. Nè potendo vivere ne la corte di Roma ne l’istesso modo bisogna ch’io cerchi altro rifugio, perchè ogni diminuzione di favore, o di grazia è una tanta licenza, o più tosto una palese violenza. Non so dove ricovrarmi se non ne la patria, ed in Napoli. S’ella non è patria, ivi sarò senza dubbio raccolto, e delibero di fermarmi se mi sarà conceduto. M’è stata impedita la benevolenza e la beneficienza di tutti i principi d’Italia, invidiato il favore, e, se è lecito dirlo, invidiata la grazia; ho perduti tutti gli appoggi, mi hanno abbandonato tutti gli amici, e tutte le promesse ingannato. Mi si niega il frutto de le proprie fatiche non solamente, e di quelle di mio padre, e ogni informazione de la dote materna; i parenti si dichiarano nemici de la riputazione, e de la salute, non bastando d’essermi contrari ne l’utilità. A me è più pericoloso il chieder giustizia che a gli altri adoperare il veneno. Sono quasi scacciato dal seno de la Chiesa, o sarei, s’egli fosse men ampio. Non posso dir la verità in mia lode, e sono costretto a lodar molti con la menzogna. Non m’avanza altro refugio de la carità de la patria, la quale si dee contentare o di ritenermi, o di restituirmi a la Chiesa: l’una e l’altra è madre; ma l’una per natura, l’altra per grazia. Chi sarà tanto crudele che da l’uno e da l’altro grembo voglia separarmi? Non si dee presupporre in modo alcuno: ma l’esperienza de le cose passate m’insegna a dubitare, e nel dubbio prego Vostra Paternità che voglia far quell’officio ch’ho sempre desiderato, e direi meritato: chè l’orazioni sono merito. Ma la supplico (non volendo io ricordarle alcun debito) che almeno si ricordi ch’io sono il più infelice gentiluomo del mondo, e ch’omai dovrebbe aver fine o l’infelicità o la vita, e bacio a Vostra Paternità le mani, ed in ogni parte molto me le raccomando.</p>
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                  <dateline TEIform="dateline">Di Roma il 25 d’Agosto del 1589.</dateline>
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                  <salute TEIform="salute">A ORAZIO FELTRO. Napoli</salute>
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               <p TEIform="p">Questa mattina ho scritto lungamente per via del procaccio, ma perchè io non son più certo del ricapito, che de la deliberazione di V. S., ho voluto di nuovo pregarla, che voglia con la sua cortesia ricompensare in qualche parte il danno, e ’l fastidio de la mia lunga e noiosa infermità, a la quale non assegno altra nuova cagione, che ’l desiderio di vedervi, e di consacrar la mia devozione a la vostra gloria. Dal Signor Pietro Antonio avrei ricevuto la risposta per favore, e dal Signor Cesare Anfora similmente, a’ quali mi raccomando con ogni effetto de l’anima.</p>
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                  <dateline TEIform="dateline">Di Roma il 27 di Ottobre del 1589.</dateline>
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                  <salute TEIform="salute">A ORAZIO FELTRO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io ho scritto a V. S. tante volte, quanto bastano ad obbligar me stesso; e non voglio affermare che la sua cortesia abbia maggior obbligo o di nuova risposta, o di nuovo aiuto di quello, che stimerà ella medesima. Ma i quaranta ducati per mio bisogno li domando come dono, il quale fatto da molti, possa essere grave a me, più che a gli altri. La provvisione ordinaria..... come cosa offerta. Prego Vostra Signoria che s’adopri quanto può acciocchè io non mi penta d’aver soverchiamente confidato ne gli amici, ne’ parenti, e ne la patria medesima, e mi avvisi di quel che mi possa promettere de la liberalità di codesti signori, la qual mostrandosi più di lontano, sarà conosciuta con maggior sua gloria, e bacio a Vostra Signoria la mano.</p>
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                  <dateline TEIform="dateline">Di Roma il 14 Novembre 1589.</dateline>
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                  <salute TEIform="salute">A ORAZIO FELTRO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mi fu mandata ultimamente una lettera di Vostra Signoria simile a le altre, ne le quali conosco il mio obligo, e la sua cortesia. Le sono obbligato de la parola, anzi de le parole cortesi, de le promesse, de le speranze, e de la sua medesima volontà quanto ella vuole, e vorrei ancora che ’l suo potere mi obligasse. Ma non voglio cosa che Vostra Signoria non possa, quantunque potessi desiderare alcune che non volesse. Le scrivo un sonetto, non perch’io pensi che l’obligo sia da la sua parte altrettanto quanto da la mia, ma perchè dovendo mandarmi qualche dozzina di scudi, non li mandi senz’altro, ma con altro invoglio o de’ libri almeno. Sa ch’io ricerco invano l’Istorie napolitane, e quel libro che l’Ammirato ha fatto de le famiglie illustri. Il Signor Conte di Paleno, per mio avviso, non me l’avrebbe negato, ma io non voleva questo solo da quel signore; gli ho scritto alcune volte, e gli ho mandate ancora alcune canzoni, ed altre composizioni; ma ’l Signor Ottavio non mi avvisa de la ricevuta. Il soggetto è stato de le nozze, ne le quali mi sarei più disteso se io avessi avuto maggiori informazioni. Sarei volentieri venuto in casa sua per la comodità de’ bagni, senza la quale non posso far deliberazione di venire, essendo ancora molto infermo.</p>
               <p TEIform="p">Non so quel che negozi il Signor Pietro Antonino per favorirmi co’ seggi, e per aiutarmi, perch’io ho bisogno d’aiuto, non meno che di favore. Ma in tutti i modi debbo essere obbligato a la buona volontà, non succedendo gli effetti conformi a le aspettazioni, ch’io ho de la sua cortesia. Bacio a l’uno ed a l’altro le mani e li prego che non mi lascino ingannato de la speranza.</p>
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                  <dateline TEIform="dateline">Da Roma il 27 di Novembre del 1589.</dateline>
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               <ps>
                  <p TEIform="p">Scusimi per la carta non solo, per l’infermità, e, se le pare, baci in mio nome le mani al Signor Conte di Paleno, e al Signor Principe di Conca medesimo.</p>
               </ps>
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                  <salute TEIform="salute">A GIULIO VETERANI. Pesaro</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Se con la mutazione de’ luoghi, io mutassi quella volontà, per la quale fui sempre affezionatissimo e devotissimo al Signor Duca di Urbino, io dubiterei, che la mia venuta in Toscana potesse impedirmi il suo favore, e la cortesia; ma perchè in questa città ancora, ed in questa provincia, io conservo grandissima memoria de l’antica mia servitù, e de la sua umanità, mi giova di credere, che abbia l’animo istesso d’aiutarmi nel mio negozio di Napoli col Vicerè. A le male novelle ho prestata quella credenza, che si dà a le cose poco verisimili, però non voglio dolermi di alcun sinistro accidente, ma sperare che il Signor Iddio conceda al Signor Duca lunghissima vita, e buona volontà di voler conservare la mia, e di prolungarla quanto si può, con salutiferi ed opportuni rimedî, senza i quali, sono assai vicino a la morte; e se mi è lecito scrivere il vero, l’occasione de’ bagni è stata una de le principali che mi hanno condotto in Toscana.</p>
               <p TEIform="p">Ma se la mia povertà dee recarmi impedimento a la salute, oltre la giustizia di Sua Maestà, niun’altra speranza mi rimane più certa che la clemenza, e la liberalità de’ principi italiani, tra quali il Signor Duca vostro, anzi nostro, non dee cedere ad alcuno nel giovarmi, come io crederei di lasciarmi tutti addietro nel desiderio di onorarlo e di servirlo. Scusimi tra tanto la mia lunga infermità, e sia contenta di avvisarmi de la sua salute, acciò io con queste allegrezze non disperi de la mia, e si degni di scriver al Signore Grazioso in mia raccomandazione, ma in modo, ch’io possa riconoscere l’antica cortesia del Signor Duca. Bacio a Vostra Signoria la mano.</p>
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                  <dateline TEIform="dateline">Da Fiorenza li 14 di Giugno del 90.</dateline>
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                  <salute TEIform="salute">A FABIO GONZAGA. Mantova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ben può credere Vostra Signoria che io mi sia rallegrato del nuovo favore fattole dal Signor Duca di Mantova, non solamente per mia, ma per sua cagione, perciocchè io la vorrei veder tanto grande quanto eleggerei d’essere io medesimo, anzi maggiore, perchè io le crederei in tutte le cose fuor che in poesia, ne la quale io non voglio competenza, e non voglio amicizia. E se fosse così in mio potere il farlo Governatore di Milano, com’è nel suo d’onorar questa mia cerimonia d’esser coronato di lauro, ne vedrebbe l’effetto senza indugio, ma non posso chiedere quest’onore senza la tavola del Signor Duca di Mantova. E vorrei che mi fosse conceduta, o fermandomi in questo servigio, o liberandomi d’ogni servitù in Mantova, in Roma, in Firenze, in publico ed in privato, in modo che la comodità de la tavola fosse un accidente inseparabile dal Tasso. Io non so se fossi mai Signor Torquato, ma mi sono tanto intassito, che dispero di poter divenir tassissimo, come diceva il Gianluca, e questo basti intorno a la tavola ed a la coronazione.</p>
               <p TEIform="p">De’ bagni e de l’altre medicine e rimedî necessari per la mia infermità scrissi a Vostra Signoria altre volte. E senza la liberalità de’ Principi, non ispero di morir come desidero. A me non si conviene il bagno di Lucano, ma tanta autorità ch’io possa medicar la maninconia di qualche medico.</p>
               <p TEIform="p">Nel passar del Signor Cardinal Gonzaga mi dolsi di non essere invitato a cena da lui medesimo, perchè io sperava in quell’occasione di poter ragionar lungamente con Vostra Signoria Illustrissima di qualche grazia sperata da me dopo tante miserie, a le quali non veggio fine; e con questo a Vostra Signoria molto Illustrissima bacio la mano.</p>
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                  <dateline TEIform="dateline">Da Fiorenza il 23 di Giugno del 90.</dateline>
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                  <salute TEIform="salute">A FRANCESCO MARIA DELLA ROVERE DUCA D’URBINO. Urbino</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io sperava di passare i monti, per baciar la mano a Vostra Altezza, ma non ho avuto favore, che mi porti a questo fine da me desiderato, perchè la fortuna e l’infermità mi sono state grandissimo impedimento; però ritornando da Fiorenza poco sano, in questi tumulti del pontificato, penso di ritirarmi a Napoli. Dove oltre la lettera che scrisse il Re ad intercessione di Vostra Altezza, estimo, che mi sian necessarie le sue raccomandazioni medesime al Vicerè, de le quali non farò fascio con quelle di molti altri. Ma quanto più la devozione verso Vostra Altezza è singolare, tanto meno vorrei che fossero volgari, e di ciò la supplico umilissimamente.</p>
               <p TEIform="p">Mentre io scrivo si dice che il Cardinal S. Marcello è fatto papa, e questa voce è corsa a torno più volte. Piaccia a Dio, che egli, o qualunque altro sarà, sia amico di Vostra Altezza e della sua Serenissima Casa; e con la debita riverenza le bacio le mani.</p>
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                  <dateline TEIform="dateline">Di Roma il 14 di Settembre del 1590.</dateline>
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                  <salute TEIform="salute">A FRANCESCO MARIA DELLA ROVERE DUCA DI URBINO. Urbino</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ne la disgrazia e ne l’ingiustizia de gli uomini, questa sola differenza conosco fra ’l chieder la grazia e la giustizia: che nel dimandar l’una, porto rispetto a’ Principi, ma dimandando l’altra, onoro me stesso, siccome colui, che mostra d’aver maggior confidenza ne la bontà de l’animo, e ne la sincerità de le parole, e ne l’altre sue vere ragioni, che ne la liberalità, o ne la clemenza di chi può, e dovrebbe usarla. Però non ho avuto grande ardire ne l’importunare Vostra Altezza, che si degni di scrivere al Vicerè di Napoli in modo conforme a le lettere di Sua Maestà, e benchè fossero smarrite, non dovrebbe essere perduto quell’originale, che con lettere molto maggiori è scritto nel grande e reale animo di Sua Maestà, onde tutti gli scritti sarebbono conformi, ed io mi vergognerei di aver troppo creduto a la mia innocenza, ed a la giustizia de la mia causa. Prego nondimeno Vostra Signoria, e la supplico, e se alcuna preghiera può aggravare altrui, l’aggravo con questo peso de la mia umiltà, che non voglia in questa mia estrema necessità, ritirarsi da quel favore, che non ricusò di farmi in minor mio bisogno, ed in men disperata occasione. Ma si degni di scrivere al Vicerè in guisa, che Sua Eccellenza conosca, che l’altrui cortesia, o ’l mio timore, o la riverenza, non m’allungano a chieder grazia: ma la mia coscienza, e l’antica opinione che ciascuno aveva di questa lite, mi dovrebbono assicurar della grazia; ora almeno, che non m’avanza tempo d’aspettar più lungamente nè l’una, nè l’altra.</p>
               <p TEIform="p">Ma io di niuna cosa dovrei essere più sicuro, che de la benignità, e bontà di Vostra Altezza, alla quale non voglio esser più molesto con l’infermità di molti anni. E poichè questa state non ho potuto farle riverenza, aspetterò, o di non farlo, o di farlo con migliore, o più grata occasione a’ suoi ministri sempre in questa città. Mi raccomando a Vostra Altezza umilissimamente in corte.</p>
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                  <dateline TEIform="dateline">Di Roma il 14 di Ottobre del 1590.</dateline>
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                  <salute TEIform="salute">A GIULIO VETERANI. Pesaro</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Non ardisco di scrivere più al Signor Duca di Urbino, se non in versi, temendo, che le mie lettere l’abbiano soverchiamente noiato. Ed a’ versi m’avanza poco tempo, tanto sono occupato ne la mia Gerusalemme; ma non mi dimentico che è mio debito di lodar Sua Altezza, almeno in qualche canzone: nè a Sua Altezza dovrebbe dispiacere, che nel mostrar la gratitudine, io fossi più tardo, che nel conoscerla. Frattanto avrei bisogno di sua raccomandazione al Vicerè, perchè non mi resta altra speranza di sostenermi ne la mia infermità, ed in queste occupazioni de l’animo, ch’io non posso abbandonare, se non sono sovvenuto per quella strada. Le dilazioni a me paiono tutte negazioni d’ogni giustizia e d’ogni misericordia. Veramente sono in pessimo stato, e non potendo ne la presente necessità cavar di questa benedetta lite, o de la dote materna senza lite, qualche centinaio di scudi, mi pare d’aver invano supplicato, ed invano sperato. A Vostra Signoria ho scritto molte volte, ed ora solamente la prego, che non la voglia aver a noia la mia fortuna, perchè altra cagione non si è data d’essermi meno favorevole; e bacio a Vostra Signoria la mano.</p>
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                  <dateline TEIform="dateline">Di Roma li 3 Novembre 1590.</dateline>
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                  <salute TEIform="salute">A VINCENZO CARACCIOLO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">La necessità e la fortuna che mi costringono a tutte le cose facili e difficili, degne ed indegne, sicure e pericolose, a niuna mi sforzano con minor mia resistenza che al supplicar a cotesta Illustrissima Città, ed a tutti voi altri nobili ed illustri cavalieri. Pensi dunque Vostra Signoria che non essendomi molesto il chiedere e ’l pregare per altra cagione che per timore d’essere altrui molesto, quanto mi sarebbe stato caro e grazioso il ricevere qualche cortesia e ’l ringraziar chi mi avesse sollevato di necessità. Con questa ferma speranza per le parole del Signor Belloro mi partî da Fiorenza, perocchè egli m’aveva detto, e confermato che da la casa Caracciola per mezzo di Vostra Signoria sarei raccolto co’ seicento scudi l’anno di provisione. Io non ricusai il partito, benchè la provisione ricerchi l’obbligo di servitù a la quale non credetti di poter soddisfare, non avendo prima condotto a perfezione il mio Goffredo con l’accrescimento di molti canti. Sperava non di meno che non dovesse la sua cortesia abbandonarmi, però subito me gli raccomandai, e dappoi spesse volte l’ho pregata che voglia supplire co’ parentadi o con l’amicizie, dove potesse mancar il suo merito, o la sua fortuna, o quella d’ambedue; benchè la mia sia depressa, com’è l’animo, per l’afflizioni di molti anni e la sua sublime, non solo sollevata da l’antica nobiltà, e dal favore, e da l’età, e dal Cielo, e da le stelle medesime. Ora di nuovo in tanta distanza di paesi, d’animi, di condizione, di meriti, io la prego che mi dimostri qualche effetto de la sua cortesia, in quel modo che ella promise, e si contenti di esser uno dei molti in sollevarmi, i quali tuttavolta, in comparazione de gli infiniti che mi lasciano ne la mia miseria e ne l’infermità, sono pochissimi per numero, per merito, e per virtù singolarissimi. Al mio venire in Napoli ho bisogno di maggiore comodità, però l’ho differito sin a nuova risposta e bacio a V. S. la mano.</p>
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                  <dateline TEIform="dateline">Di Roma il 28 di Dicembre del 1590.</dateline>
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                  <salute TEIform="salute">A MARGHERITA GONZAGA DUCHESSA DI FERRARA. Ferrara</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">La vista m’ha tolto ogni ardimento di parlar con Vostra Altezza, ma la visione me l’ha accresciuto. M’è apparita Matelda in un di quei sogni che si possono chiamar divini ed affermatomi con giuramento ch’ella non fu de la Casa Malespina, ma de l’Estense. S’è mostrata così adorna de le proprie virtù, che sono quasi lumi splendidissimi, che niuno estimerebbe ch’ella potesse aver bisogno de gli ornamenti de gli antecessori, o de l’immortali laudi de’ posteri. Ha detto, ch’in questa medesima guisa la sua stirpe non ricerca d’esser lodata con alcuna eccelsa lode, o almeno ad altri più conveniente: m’ha fatto certo, che la prima e la maggior gloria del conquisto di Terra Santa si conviene a Goffredo, la seconda a’ Guiscardi che furono molti de ’l medesimo sangue, co’ quali non dice d’aver più nimicizia, perchè nel cielo non v’è nimistà ma pace: e questa medesima pace altro non è che silenzio; ha conceduto a quattro mie lagrimette sparse per tenerezza, o per divozione, ch’io possa poetare a mio modo senza timore de la Nemesi, e de lo sdegno suo particolare, e persuasemi a sperare nel favor di Vostra Altezza, a la quale è preparato un seggio nel cielo poco differente dal suo. Io la supplico che mi perdoni non solamente il silenzio, ma le parole, e l’error commesso in questa mia lettera, se pur v’è alcuno errore somigliante a quello, di coloro c’hanno divulgato i misteri e le cose sante. Ne l’altre mie azioni mi conoscerà affezionatissimo, in questa umilissimo, in tutte desideratissimo de la sua grazia, e de la sua benignità. E le bacio umilmente la mano.</p>
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                  <dateline TEIform="dateline">Da Mantova il 21 di Marzo del 1591.</dateline>
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                  <salute TEIform="salute">A GIOVAN BATTISTA LICINO. Bergamo</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vostra Signoria mi farà grandissimo piacere a mandarmi i libri quanto prima saranno stampati, per la via di Monsignor Masetto, o per qual altra vorrà. Ora che ci è il Cardinal Gonzaga, io non ho servitù con altri cardinali, nè so in che cosa Vostra Signoria desideri d’esser raccomandato al Vescovo di Bergamo. Però mi scriva più particolarmente il suo bisogno, e le bacio la mano.</p>
               <closer TEIform="closer">
                  <dateline TEIform="dateline">Di Roma il 7 di Agosto del 1592.</dateline>
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               <head TEIform="head">101</head>
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                  <salute TEIform="salute">A ORAZIO FELTRO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Mi dolsi con Vostra Signoria de la sua infermità, e mi rallegrai ch’ella fosse risanata; da poi non ho inteso nuova alcuna del suo buono stato come desidero. E se la convalescenza non è impedimento de lo scrivere, prego Vostra Signoria che mi faccia grazia di risposta, e d’avvisarmi quel ch’io possa sperare, o disperare del mio negozio. E mi ami tanto quanto l’onoro.</p>
               <closer TEIform="closer">
                  <dateline TEIform="dateline">Di Roma il 12 di Dicembre 1592.</dateline>
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               <head TEIform="head">102</head>
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                  <salute TEIform="salute">ALLA PRINCIPESSA DI PALLIANO. Nettuno</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io mi partî da Vostra Eccellenza non solamente con l’usata maninconia, la quale non suole mai abbandonarmi, ma con insolita: a cui non trovo altra consolazione che la memoria de la sua cortesia, e di que’ favori che le è piaciuto di farmi. Ne l’entrare in Roma mi parve di trovare una solitudine grandissima per la privazione de la sua presenza, quasi la città medesima dico, gli edifici e le mura desiderassero mutar luogo, e di venire a rivedere Vostra Eccellenza. Quest’altra immaginazione, o sia di poeta, o di uomo occupato da le passioni, mi mosse prima a fare, poi a mandarle due sonetti. E riputerò, fra tante mie sciagure, somma ventura che Vostra Eccellenza si degni di leggerli volentieri, quasi condiscenda con la sua umiltà a la bassezza de’ miei versi; i quali benchè fossero altissimi, non potrebbero arrivare a l’altezza di tanti meriti, e a l’eccellenza di tante bellezze. Diedi la sua lettera al Signor Cardinale Montalto, il quale si partiva questa mattina medesima con lieta e nobil compagnia. Aspetterò, che al suo ritorno mi riconosca per servitore di Vostra Eccellenza e le bacio riverentemente le mani.</p>
               <closer TEIform="closer">
                  <dateline TEIform="dateline">Di Roma il 3 di Marzo del 1593.</dateline>
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               <head TEIform="head">103</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A VINCENZO FANTINI</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io sono risoluto di mandar a la S. V. Reverendissima il Madrigale de l’Eco prima del Dialogo: perocchè non so quando potrò fornirlo, e temo di non poter così tosto che il Signor Marchese non sia pentito: però prego V. S. Reverendissima che faccia la mia scusa con Sua Eccellenza e l’assicuri che il farò senza fallo, ne ’l darò ad alcuno altro che a V. S. o a suo Nepote, il quale potrà venire per esso nel principio di quest’altra settimana, e le bacio le mani.</p>
               <closer TEIform="closer">
                  <dateline TEIform="dateline">Dalle mie stanze 12 d’Ottobre 1593.</dateline>
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               <head TEIform="head">104</head>
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                  <salute TEIform="salute">A FRANCESCO POLVERINO. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Questa settimana io non ho avuto lettera di V. S., nè veduta lei medesima com’io sperava; se ’l non rispondere è segno ch’ella debba venir tosto, meno mi spiace non aver lettere. Ma la prego che non mi lasci lungamente in questo dubbio, e che mi porti certa risoluzione di cotesti signori, e particolarmente del Signor Orazio, e de gli altri che m’hanno fatto degno d’alcuna risposta, a’ quali bacio la mano.</p>
               <closer TEIform="closer">
                  <dateline TEIform="dateline">Da Roma il 9 di Febbraio del 1594.</dateline>
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               <head TEIform="head">105</head>
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                  <salute TEIform="salute">A DIOMEDE BORGHESI. Padova</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Ho fatto quanto ho potuto e non ho fatto nulla; non si può optare in materia così mal disposta, come sono gli umori di questa città. Il Conte Ercole dice di non voler dare quel che può, nè poter quel che vorrebbe. M’allegò molte cagioni de la sua impossibilità; ne avrei cavati con tutto ciò due o tre scudi, ma ebbi rispetto a la vostra riputazione. Scriverò a Sassuolo, e non scrissi a Milano perchè seppi non esservi il Signor Ercole; quel che sia per riuscirne non so, de la fortuna vostra e de l’animo di quei signori non vi prometto, de la mia caldezza nel far l’officio promettovi ogni cosa. Signor Borghesi, voi meritavate di nascer ai tempi di Leone, ma poichè la vostra fortuna vi ha fatto nascere in questo, è necessario che v’accomodiate a la qualità de gli uomini d’oggidì, i quali non si movono per le lusinghe, nè hanno paura de la sferza. Il lodarli porta seco indegnità senza utile, il biasimarli pericolo senza lode. Do a voi quel consiglio ch’io prendo per me, cioè di rinunziar se non a gli effetti, almeno al nome di poeta, non cercando da la poesia altro premio ch’un piacevole ed onesto trattenimento in vita, ed una perpetua memoria dopo morte.</p>
               <p TEIform="p">Verrò fra pochi dì a Venezia dove ragioneremo più a lungo, e vi bacio le mani.</p>
               <closer TEIform="closer">
                  <dateline TEIform="dateline">Di Ferrara il X di Marzo.</dateline>
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               <head TEIform="head">106</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A MONSIGNOR GIO. ANGELO PAPIN</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Io sono incolpato d’usare, o d’aver usato con poca intelligenza ne la scrittura, o ne la pronunzia, gli accenti, che fanno la sillaba lunga o breve. E mi fu già rimproverato tacitamente in casa del Cardinale di Mondovì ch’io pronunziassi Aristíde con la penultima lunga, e in casa del Cardinal Montalto ch’io proferissi Apollófane con la penultima breve. Perchè assai si rimprovera ad un mio pari questo errore da chi pronuncia altrimenti, per mia difesa dissi allora che la lingua volgare pronunzia questo nome Aristíde come fa la greca, ma ne la lingua volgare non ho letto Apollófane; però il pronunziai com’io credo che si debba o che si possa proferir ne la latina. Ed acciocchè si conosca questa varietà, scriverò come si scrivono questi nomi, o simili, ne l’una e ne l’altra lingua più nobile.  *** si scrive ne la lingua greca con la penultima lunga per cagione dell’accento; <foreign lang="gre" TEIform="foreign">Aristóteles</foreign>, con la penultima  breve si scrive ne la latina, e si pronunzia; *** scrive la greca, <foreign lang="gre" TEIform="foreign">Aristóphanes</foreign>, con la penultima breve,  pronunzia la latina: e la volgare ne l’una e ne l’altra di  queste parole imita la latina. Ma nel nome ***, che i latini dicono <foreign lang="gre" TEIform="foreign">Aristídes</foreign> con la penultima &lt;lunga&gt; segue  più tosto i greci ne l’allungare. E il Petrarca ebbe questi  orecchi nel verso: 
<quote rend="block" TEIform="quote">
                     <l part="N" TEIform="l">Aristíde che fu un greco Fabrizio.</l>
                  </quote>
A l’incontro *** con la penultima senza accento si scrive fra i greci, e comunque sia pronunziata da i latini e toscani la posso pronunziare senza dubbio con la penultima lunga. I toscani similmente possono proferire, e sogliono, <emph TEIform="emph">Teodóro, Apollodóro</emph> con la penultima lunga, quantunque i greci la sogliono pronunciar con la breve. *** ancora si scrive ne la greca con la penultima senza accento, da sè per conseguente breve, ma i toscani senza fallo pronunziano questo nome con la penultima lunga, e se non m’inganno i latini. <emph TEIform="emph">Diogene</emph> e <emph TEIform="emph">Demostene</emph> sono pronunziati con la penultima breve da’ toscani e da’ latini, ma i greci sogliono allungarla, e potrei <foreign lang="lat" TEIform="foreign">abducere sexcenta huiusmodi</foreign> per confermazione de la mia ignoranza. Ma non estimando me stesso meno di Teocrito Siracusano, non so per qual cagione s’à lui fu lecito d’accorciar ne la lingua greca il nome di <emph TEIform="emph">Eschine</emph>, io non possa parimenti abbreviarlo ne la volgare, o allungar quel <emph TEIform="emph">Ippocráte</emph>, come fece Dante ne suoi versi in ciò dipartendosi da’ latini, e imitando i greci. Più tosto ne l’istesso modo mi potrei far lecito il dire <emph TEIform="emph">Isocráte</emph>, con la penultima lunga, ad imitazione de’ greci, tutto che i latini sogliono mandar questo nome <foreign lang="lat" TEIform="foreign">in brevibus</foreign>. Ma perch’io non venni in Roma per insegnar grammatica, nè per impararla, non posso, nè voglio contendere de la lunghezza, o de la brevità degli accenti. Ma mi doglio, che la Corte sia troppo lunga ne le conclusioni, il che non dovrebbe far meco, perch’io son troppo risoluto ne le massime, e so dedurre da la maggiore e da la minore la conclusione quanto bisogna in questa vita, la quale non vorrei allungare, nè abbreviare contro il decoro; acciocchè questa città, la quale è quasi un teatro, non esclamasse contro la mia imperizia in quell’arte, de la quale fo professione, che è di comandare agli altri uomini, o di non obbedire a chi non sa comandare. Però supplico Vostra Signoria Illustrissima che faccia ricopiare questa scrittura quasi una mia supplica da presentare in signatura a Sua Santità medesima. Nè posso negar la verità, ch’io venni in questa città con intenzione di aver cancellieri o di partirmene, e sono contro volontà stato trattenuto, o ritenuto.</p>
               <closer TEIform="closer">Di camera.</closer>
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               <head TEIform="head">107</head>
               <opener TEIform="opener">
                  <salute TEIform="salute">A GIULIO CESARE CORREALE. Napoli</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Scrissi a Vostra Signoria questi giorni passati. Ora perch’io stimo che il negozio de la mia libertà tanto più facilmente potrà essere trattato, quanto maggiore sarà l’autorità de la persona, che ’l tratterà, ho deliberato di pregar il Duca de la Trepalda, col quale tutti abbiamo servitù, che mandi qui alcuno de’ suoi, e raccomando a Vostra Signoria la lettera, non meno de la vita mia stessa, la qual non credo che mi possa durar lungamente in questa prigione, e le bacio le mani.</p>
               <closer TEIform="closer">
                  <dateline TEIform="dateline">Di S. Anna, l’8 di Agosto.</dateline>
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               <head TEIform="head">108</head>
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                  <salute TEIform="salute">A............... FERMO</salute>
               </opener>
               <p TEIform="p">Vostra Signoria poteva in ogni tempo rinnovare con molto mio piacere la memoria della nostra antica amicizia, perchè sempre mi doveva esser cara, per li molti meriti suoi: ma in questo, nel quale è stato eletto Principe dell’Accademia degli Sciolti, mi è grato oltremodo che si sia ricordato di me, e che m’abbia invitato a divenire uno degli altri, con lodi così grandi. Le quali benchè siano soverchie, nondimeno perchè sono argomento dell’amore che m’è portato da lei e da tutta cotesta valorosa città, le ricevo assai volentieri; ed insieme accetto l’invito fattomi dall’Accademia; alla quale non credo di potere aggiungere alcun onore, ma ella che n’è abbondevole per sè stessa, può accrescer la mia riputazione. E le mando la mia impresa, la quale è un leopardo col collaro, ma senza catena: il motto è: l’<emph TEIform="emph">attendo al varco</emph>; il nome ch’io ho preso lo <emph TEIform="emph">Scatenato</emph>. Al sonetto ed alla lettera del Sig. Vinco ho data risposta, la qual sarà con questa. E le bacio le mani.</p>
               <closer TEIform="closer">
                  <dateline TEIform="dateline">Di Ferrara, il XXIII d’Aprile del 1583.</dateline>
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               <head TEIform="head">109</head>
               <argument TEIform="argument">
                  <p TEIform="p">GIUDICIO DEL S. TORQUATO TASSO SOPRA I CANTI DELL’ECCEL. DOTTOR FRATTA</p>
               </argument>
               <p TEIform="p">Mi sono maravigliato, Signor illustrissimo, nel sapere, che l’Autore della presente opera intitolata <title TEIform="title">Malteide</title> sia gentil’huomo Dottor di Leggi, che lontano dalli commercij delle città per la gravezza della famiglia, di cui si trova moderatore, li convenga non meno attendere alla Economica, che alla Poetica, et per via di relassatione habbia posto insieme così lungo et leggiadro componimento, et d’una attione sola, allontanandosi dall’opinione di coloro, che vogliono che l’Epica Poesia, sia imitatione d’una o più attioni illustri, senza ricordarsi delle <emph TEIform="emph">Teseidi</emph> et <emph TEIform="emph">Herculeidi</emph>, biasmate d’Aristotele, sì come a pieno mi dichiarai nella risposta fatta al signor Patrici: la qual attione è in maniera connessa che nelle descrittioni delle guerre navali, di fortune di mare, di luochi de’ tempi, e di persone, di favole scritte da sè et tolte da gli antichi con miglioramento, lamentationi, morti, essequie, recognitioni, singulari battaglie, et altre simili cose, con cui tiene abbellito il corpo del suo Poema, ha dato a tutte le parti la debita misura, ed dicevole ornamento, sì che ogni parte ha tal convenevole proportione co ’l tutto, che non si può dire di quel Poema ne’ suoi panegirici: nè ch’abbia fuggito quella moderata lascivia trattenuta da Virgilio, et rilasciata da Ovidio, constituendo la sua favola di parte vera, et di parte verisimile, per ischivar le mormorationi d’alcuni scrupolosi, adornandola più nobilmente di quello che non gli ha mostrato il disegno della historia. Et in alcuni luoghi patetici, ha espresso gli effetti con voci significantissime e con tanta vehementia et efficacia, che fa manifesta forza all’animo di chi legge, et lo commove in guisa, che partecipa di quelle passioni, che si contengono sotto il velo delle parole, usando le voci translate et metaforiche, dove si ricerca maggiore dignità, et l’iperbole nella locutione, per aggrandir et abbassar la cosa, et ne’ fantasmi, come nel gigante involator dell’Armena, si prevale della sentenza, ma di rado (per esser proprio della Tragedia), et senza pomposo ornamento, acciocchè dallo splendor delle parole non resti abbagliata.</p>
               <p TEIform="p">Non ha cominciato dalla perdita di Rodi, ma ha seguìto Virgilio, che ad imitation d’Homero, nel convivio d’Alcinoo, narra a Didone ogni precedente successo della Guerra Troiana, et così il gran maestro racconta nell’isola di Candia la cagione della sua partita da Rodi, in tempo di pranzo et d’allegrezza, temperando col mezzo della mensa quell’amaro successo, che per altro haverebbe recato molestia agli ascoltatori, sì come per alleggierir il rincrescimento del viaggio, fa raccontar all’Armena accidenti amorosi e dilettevoli.</p>
               <p TEIform="p">Veggiamo c’ha usato il decoro intorno al Gran Maestro sempre forte, et religioso, non incostante come Ifigenia in Aulide, fatta prima timida della morte et poi ardita in voler morir per la salute dei Greci; così il costume di Pirene è degno d’osservatione, et delle donne, che gettarono il fuoco nelle navi, dandosi la prima per esser di vita privata, in preda del dolore et della disperatione, onde a guisa della mogliera di Sicheo si precipitò da un’alta torre, secondo che riferisce Giustino: ma Ronsarda et l’altre guerriere esposero le loro querele con desiderio di vendetta, come ricerca la grandezza degli animi loro; descrivendo l’Autore questi, et altri amori, con tal riguardevole honestà et religione, che ogni persona puote parteciparne, senza punto contaminarsi.</p>
               <p TEIform="p">Non s’ha iscordato il riconoscimento, ch’è una mutatione da ignorantia e notizia tale, che amicitia o inimicitia apporti tra quelle persone, le quali a felicità o miseria sono già destinate, et gratiosissimo riesce, quando insieme si fanno le peripetie di persone illustri, come nel conte di S. Bonifacio che per l’accusa di Norbilano è in pericolo di restar ucciso, et nell’haverlo riconosciuto al segno impresso nella carne (come nel Tieste anco mostra Carcino) fa nascer subito la peripetia, desiderando l’accusatore tutto il contrario di quello che ricercava innanzi tal accidente di ricognitione; così arricchisce con la novella di Malorco la favola d’Ino, ch’è particolare, che per levar dal mondo Frisso et Helle, fece arrostir le biade, riposte per semenza, acciocchè non nascessero.</p>
               <p TEIform="p">Tralascio che habbia incominciato dal quarto caso, circoscritto il cavaliere, et fuggito la vicinanza delle rime havendo fraposto dieci stanze senza replica delle stesse desinenze, non li mancando con la guida della buona natura, et con la continua essercitatione, rime così proprie, che pare che se la proposta materia si spiegasse in prosa, che non si potrebbono lasciar quelle voci, che elesse per fine del verso, lasciando insieme di commemorar o c’habbia preso il titolo dell’opera dalle circostanze a imitatione di Homero, di Statio, et di Lucano, riportandomi a quelle ragioni da me scritte in tal proposito al signor Oratio Lombardello.</p>
               <p TEIform="p">Dico finalmente che desta l’attentione, e la meraviglia, per le battaglie che fa nascer tra Christiani ed infideli, mostrando coloro della nostra fede, mediante i divini suffragi restar ne i maggiori pericoli vittoriosi, et noi doppo certa oppressione soavemente sollevati, et consolati: et levate le necessità principali, non consente, che la Maestà del nostro onnipotentissimo Dio sia chiamata, et trasposta in altri accidenti, ma per fuggir tal sconvenevolezza, ha introdotto Maghe, et finto incantaggioni, ottenendo quello stesso fine, ch’altri hanno conseguito con poco riguardo della religione.</p>
               <p TEIform="p">Questo è quanto ho potuto scriver alla V. S. Illustrissima, la quale resterà servita d’iscusarmi con l’Auttore se in molti luoghi resta defraudato dalla mia penna per l’angustia del tempo, et riverentemente le bacio le mani.</p>
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