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      <title>Il Malpiglio secondo overo del fuggir la moltitudine</title>
      <author>Torquato Tasso</author>
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    <extent>73 Kb in UTF-8</extent>
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      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
      <pubPlace>Roma</pubPlace>
      <date>2003</date>
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              personale o scientifico. Ogni uso commerciale è vietato</p>
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      <title>Collezione BibIt</title>
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        <title>Dialoghi</title>
        <author>Tasso, Torquato</author>
        <editor id="ed">Raimondi, Ezio</editor>
        <publisher>Sansoni</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date>1958</date>
        <note>3 v. in 4</note>
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                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                      digitale</p>
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                      <p>I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea
                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
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        <term>853.4 - Letteratura narrativa italiana. 1542-1585</term>
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<titlePart type="main"> IL MALPIGLIO SECONDO OVERO DEL FUGGIR LA MOLTITUDINE </titlePart>
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	<castList n="Interlocutori"><head><emph>Interlocutori:</emph></head> <castItem type="role"><role>GIOVANLORENZO MALPIGLIO, </role></castItem> <castItem type="role"><role>FORESTIERO NAPOLITANO. </role></castItem></castList>


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<div1 type="dialogo" n="Dialogo">

	<stage>Il signor Vicenzo Malpiglio è gentiluomo in cui le ricchezze non sono impedimento de la virtù, come in molti suole avenire, ma ornamento, come in pochi suoi pari: laonde non solo procura che sia adornato l'animo del figliuolo, ma lo studio ancora, il quale è ne la più alta parte de la casa, posta ne la più frequentata de la città. Quivi essendo io montato per una lunga scala, già stanco, mi posi a sedere sovra una sedia e sovra un coscino di cuoio, il quale ne la caldissima stagione porgea gratissimo ristoro a l'affaticate membra; e risguardando intorno, non faceva motto, sì perché 'l ragionare m'era impedito da l'anelito, sì per la novità de le cose vedute, le quale traevano gli occhi a rimirare. Perciò ch'a la prima vista mi si parò dinanzi una grandissima quantità di bei libri di tutte le lingue, di tutte le scienze, ben ligati con fette di seta; e molti quadri di pittura assai vaghi, e alcune vaghe tavole di geografia, ne le quali diligentemente son descritti vari paesi, e alcuni globi o palle, fatte ad imagin del mondo con la descrizione del cielo e de la terra; e altre palle di marmo di varî colori, e vari cristalli da ristorar la vista e vari instrumenti di musica; altri da osservar l'altezza del polo, altri per gli altri usi de l'astrologia e de la geometria: e tutte queste cose erano in guisa disposte ch'altrettanto meritava d'esser lodato l'ordine quanto la vaghezza. Ma poi ch'ebbi mirata intentamente ciascuna cosa, dissi.</stage>
	<sp><speaker> F.N.</speaker><p>Voi avete albergato le Muse fra' negozî.</p></sp>
	<sp><speaker> G.M.</speaker><p> Questo è più tosto rifugio ch'albergo, perch'in niuno altro luogo che 'n questo posson fuggir la moltitudine. </p></sp>
	<sp><speaker> F.N.</speaker><p>Anzi la solitudine, perché dimorate con gli oratori, con gli istorici, co' poeti e co' filosofi. </p></sp>
	<sp><speaker> G.M.</speaker><p> Nobilissima è questa moltitudine, e voi sete un di loro, e ho qui l'opere vostre con quelle d'alcuni altri; laonde sono assai spesso con esso voi, quando meno il pensate. </p></sp>
	<sp><speaker> F.N.</speaker><p>Sete dunque somigliante a quel Romano il quale giamai non era men solo che quando solo si ritrovava. </p></sp>
	<sp><speaker> G.M.</speaker><p> Egli era accompagnato da' suoi pensieri, ma io non credo che qui ne possa entrare alcuno. </p></sp>
	<sp><speaker> F.N.</speaker><p>Com'è possibile che, leggendo il Petrarca, il quale avete assai spesso fra le mani, non pensiate di lui e non ve l'imaginiate su la riviera di Sorga scrivere pensier leggiadri e alti al suon de l'acqua e sotto l'ombra d'un lauro, o vero a la sinistra riva del mar Tirreno,

<quote rend="block"><lg>
<l>Dove rotte dal vento piangon l'onde, </l>
</lg></quote></p>

<p>cadere in uno ruscello ascoso da l'erbe, o pur navigar per lo Rodano e pregarlo che passi inanzi a portar la novella de la sua venuta, o per questo fiume, che se ne portava la scorza con sue possenti e rapide onde? E sempre che leggete alcuna cosa di lui, mi par necessario che l'abbiate nel pensiero e ne l'imaginazione, e quasi che 'l sentiate: perché l'imaginazione è senso interno. </p></sp>
	<sp><speaker> G.M.</speaker><p> Questi sono piacevoli pensieri, ma quelli di Scipione erano gravi. </p></sp>
	<sp><speaker> F.N.</speaker><p>E piacevolissimi quegli altri, quando vi s'appresenta avanti quella

	<quote rend="block"><lg>
<l>pastorella alpestra e cruda, </l>
<l>Posta a lavare un leggiadretto velo, </l>
<l>Ch'a l'aura il vago e biondo capel chiuda; </l>
</lg></quote></p>

<p>o quel vasel d'oro, pieno di candide rose e di vermiglie, il qual somiglia a la sua donna, o quelle altre tante somiglianze descritte ne l'istessa canzona o pur in tutto quel leggiadrissimo canzoniero; ma specialmente quando leggete:

	<quote rend="block"><lg>
<l>In mezzo di due amanti onesta, altera</l>
<l>Vidi una donna, e quel signor con lei</l>
<l>Che fra gli uomini regna e fra gli dei; </l>
<l>E da l'un lato il sole, io da l'altro era. </l>
</lg></quote></p>

<p>Laonde, così fatte cose imaginandovi, dovete rallegrarvi co 'l Petrarca alcuna volta.</p></sp>
	<sp><speaker> G.M.</speaker><p> Mi rallegro senza dubbio. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker> <p>Ma non sete voi maninconoso con esso lui quando avete sotto gli occhi que' versi:

<quote rend="block"><lg>
<l>O misera ed orribil visione; </l>
</lg></quote>

o quegli altri:

<quote rend="block"><lg>
<l>Che debbo far? che mi consigli, Amore? </l>
<l><gap extent="1 verso"/>. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . </l>
<l>Madonna è morta, ed ha seco il mio core; </l>
<l>E volendol seguire, </l>
<l>Interromper convien questi anni rei? </l>
</lg></quote></p>
</sp>

	<sp><speaker> G.M.</speaker><p> Sono. </p></sp>
	<sp><speaker> F.N.</speaker><p>E con lui v'empiete anco d'affanno, leggendo:

<quote rend="block"><lg>
	<l>Discolorato hai, Morte, il più bel volto</l>
<l>Che mai si vide, e i più begli occhi spenti, </l>
<l>Spirti più accesi di virtute ardenti; </l>
<l>Del più leggiadro e più bel corpo è sciolto. </l>
</lg></quote></p>
</sp>

	<sp><speaker> G.M.</speaker><p> Umana cosa è l'aver compassione de gli afflitti. </p></sp>
<sp><speaker> F.N.</speaker><p>Co 'l Petrarca dunque vi rallegrate e dolete e temete ancora e sperate. </p></sp>
<sp><speaker> G.M.</speaker><p>	Così mi par ch'avenga. </p></sp>
	<sp><speaker> F.N.</speaker><p>Tuttavolta con gli altri lirici similmente sentite gli istessi affetti: laonde oltre una multitudine di sensi interiori e d'imaginazioni avete, o più tosto abbiamo ne l'animo un gran numero di passioni. </p></sp>
	<sp><speaker> G.M.</speaker><p> Sono simile agli altri, che leggono i lirici con alcun diletto. </p></sp>
	<sp><speaker> F.N.</speaker><p>Né solo co' lirici, ma con quelli c'hanno cantate l'azioni degli eroi in questa lingua. </p></sp>
	<sp><speaker> G.M.</speaker><p> Con esso loro parimente. </p></sp>
	<sp><speaker> F.N.</speaker><p>Ma forse più co' tragici che con alcun altro: perché l'ufficio loro è di muovere orrore e compassione. </p></sp>
	<sp><speaker> G.M.</speaker><p> Con questi piango volentieri l'amore di Masinissa e la morte di Sofonisba e quella di Canace e di Macareo, e laudo la pietà d'Ifigenia e la fortezza di Rosmunda, e aborrisco la crudeltà di Solmone, e mi empie di terrore l'infelicità de la misera Orbecche. </p></sp>
	<sp><speaker> F.N.</speaker><p>Dunque abbiamo una moltitudine d'affetti ne l'animo nostro, la quale è nutrita da' versi di poeti con dolcissimo nutrimento; e se peraventura alcuna amaritudine v'è mescolata, fa più gustevole la dolcezza. </p></sp>
	<sp><speaker> G.M.</speaker><p> Tanti sono gli affetti ch'a pena gli riconosco. </p></sp>
	<sp><speaker> F.N.</speaker><p>Non è mica picciola fatica il conoscer se medesimo; ma son molti di loro così veloci ch'indarno procuriam di fuggire, perché l'ira è così presta che spesse fiate ci giunge quando più cerchiamo d'allontanarci, e la timorosa paura, mentre ancora il male è lontano, ci sopragiunge inespettatamente, e la speranza, quando abbiamo difficoltà maggiore di conseguire il bene. Che dirò de l'Amore, che si dipinge alato, e alcuni gli pongono la spada al fianco, quasi egli per la velocità del corso non abbia sempre bisogno di saettare? che de l'invidia, che de la gelosia, che fanno velocissimamente l'operazioni? che de l'allegrezza medesima, la quale, tutto che sia di bene presente, nondimeno è così repentina che molti ne sono stati soprapresi e morti subitamente? </p></sp>
	<sp><speaker> G.M.</speaker><p> Così è avenuto senza fallo: nondimeno io amerei meglio morir d'una subita allegrezza che lungamente penare. </p></sp>
	<sp><speaker> F.N.</speaker><p>Dunque fuggiamo in vano la moltitudine de le passioni, la qual portiamo dentro. </p></sp>
	<sp><speaker> G.M.</speaker><p> In vano, per quel ch'io ne provo. </p></sp>
	<sp><speaker> F.N.</speaker><p>Ma quella de l'opinioni fuggiste in guisa giamai che non la portaste con esso voi? </p></sp>
	<sp><speaker> G.M.</speaker><p> Molte son l'opinioni ch'io porto di molte cose, e talora d'una medesima l'ho diversa: perciò che alcuna volta io dico insieme co 'l Petrarca:

<quote rend="block"><lg>
<l>Ché bel fin fa chi bene amando more; </l>
</lg></quote></p>

<p>e alcun'altra con l'istesso poeta:

<quote rend="block"><lg>
<l>Ed amo anzi un sepolcro bello e bianco, </l>
<l>Che 'l vostro nome a mio danno si scriva. </l>
</lg></quote></p>

<p>Né de la morte solo e de l'amore ho varie opinioni secondo la varietà de' tempi e de l'occasioni, ma de la sanità, de l'infermità, de l'aversa fortuna e de la prospera, de la povertà e de la ricchezza, de la gentilezza e de l'ignobiltà, de la possanza e de la debilezza, de la vita reale e de la privata e de l'attiva e de la contemplativa, e in somma di tutte le cose de le quali soglion parlar variamente i poeti, gli oratori e gli istorici: perché, s'in uno autore medesimo e s'intorno ad uno soggetto istesso troviamo alcuna volta gran diversità di pareri, quanta maggiore si può ritrovare in tanti scrittori e sì diversi, nati e cresciuti in sì diversi paesi e fioriti appresso così varie nazioni e celebrati in così varie lingue. </p></sp>
	<sp><speaker> F.N.</speaker><p>Dunque oltre la moltitudine de' sensi interiori e quella de l'imaginazioni e de gli affetti rinchiudiamo in noi quella de l'opinioni. </p></sp>
	<sp><speaker> G.M.</speaker><p> Io rinchiudole, se pur rinchiuse son quelle cose che si manifestano ora con le parole, or con l'opere. </p></sp>
	<sp><speaker> F.N.</speaker><p>Però non molto giova fuggir la moltitudine del popolo esteriore, non potendo lasciar quella de l'interiore. </p></sp>
	<sp><speaker> G.M.</speaker><p> Picciol giovamento ho finora conosciuto de la prima fuga, ma forse mi gioverà di ripararmi ne le scienze come in tempio e in assilo. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p>Assai buon ricovero è questo: perché, quantunque i sensi a' sensi siano contrari, e le passioni a le passioni e l'imaginazioni a l'imaginazioni e l'opinioni, che di là dipendono, a l'opinioni, nondimeno fra le scienze non dee esser contrarietà, come si crede per molti filosofi. Laonde è un certo numero de le scienze e si posson legare con un legame, il quale è più saldo e di maggior prezzo che non son le catene di diamante. </p></sp>
	<sp><speaker> G.M.</speaker><p> Io non saprei far questo laccio né disciorlo. </p></sp>
	<sp><speaker> F.N.</speaker><p>Il nodo de la necessità adamantino non può disciorsi: però, se voi il faceste, avreste fatta cosa indissolubile, né vi dovrebbe dispiacere, perché le cose ben legate non si dovrebbono disciogliere. </p></sp>
	<sp><speaker> G.M.</speaker><p> Troppo buon maestro sarebbe colui che m'insegnasse di far così preziosa catena, né so bene s'io debba pregare il signor Francesco Patrizio o vero alcuno altro di questi uomini eccelenti che sono avuti in prezzo per maravigliosa dottrina. </p></sp>
	<sp><speaker> F.N.</speaker><p>Tuttavia, fuggendo al porto de le scienze, avreste fuggita più tosto la contrarietà che la moltitudine: perché le scienze ancora son molte, e si congiunge l'una con l'altra in quella guisa che fanno gli anelli de la catena. </p></sp>
	<sp><speaker> G.M.</speaker><p> L'amica moltitudine non dee fuggirsi: laonde, s'in alcuno di questi porti mi riparassi, mi parrebbe di starci assai sicuro. </p></sp>
	<sp><speaker> F.N.</speaker><p>Pregate il signor del porto ch'alzi la catena, accioché possiate entrarci senza pericolo. </p></sp>
	<sp><speaker> G.M.</speaker><p> Se io bene v'intendo, voi intendete del mio parente, il quale onora quel cognome che noi abbiam quasi lasciato, adottati in altra famiglia: percioch'egli ha suprema autorità ne le scuole di filosofia e conveniente a' suoi meriti e a le pruove ch'egli ha fatte, disputando, d'esser valorosissimo tra' filosofanti. </p></sp>
	<sp><speaker> F.N.</speaker><p>A me basta di parlare a buono intenditore, perché non dichiaro altramente la mia intenzione; ma peraventura questo medesimo porto, nel quale gli uomini combattuti da la fortuna si ritirano molte fiate da le tempeste del mondo, è simile a quelli che sono sottoposti a' venti e ricevono l'agitazione de l'onde. </p></sp>
	<sp><speaker> G.M.</speaker><p> Fieri venti deono esser quelli che turbano così tranquilla quiete. </p></sp>
	<sp><speaker> F.N.</speaker><p>Fieri e possenti più d'alcuno altro, e son quelli di cui si legge:

<quote rend="block"><lg>
<l>Vidivi alquanti, c'han turbati i mari</l>
<l>Con venti aversi ed intelletti vaghi, </l>
<l>Non per saper ma per contender chiari. </l>
</lg></quote></p>


<p>Né tante son l'onde del Tirreno, quante le diversità de l'opinioni che si leggono in que' libri stessi che trattano de le scienze. </p></sp>
	<sp><speaker> G.M.</speaker><p> In questo mare ci sono molti porti, laonde né l'Egeo né alcuno degli altri è così portuoso: tal che non pare che sia pericolo che la nave, sdrucita per fiera tempesta, percuota in qualche piaggia. Ma in qual vogliamo entrare? in quell'antico di Platone? </p></sp>
	<sp><speaker> F.N.</speaker><p>In quello, per l'antichità, poche navi e pochi peregrini oggi si riparano: e quelli per la maggior parte son greci, che per l'autorità del cardinale Bessarione posson farlo sicuramente, e alcuni de gli italici, più vaghi di mercare onore e chiara fama ch'altra merce. </p></sp>
	<sp><speaker> G.M.</speaker><p> Dunque ci ha bello e securo stare? </p></sp>
	<sp><speaker> F.N.</speaker><p>Così stimo; nondimeno ancora è commosso da quelle opinioni ch'ebbero Protagora, Gorgia, Polo, Ippia, Prodico, Trasimaco, Dionisidoro e altri sofisti, quasi da venti tempestosi; né gli argomenti di Parmenide e di Zenone, di Simmia e di Cebete il lasciano ancora acquetare: e vedreste ancora qualche diversità fra l'opinione di Socrate e quella di Platone suo discepolo, che sotto il nome di Forestiero Ateniese diede in Creti le leggi a quelli di Magnesia: le quali non sono in tutto conformi a l'idee de la republica che 'l suo maestro s'avea formata. Ma non minore agitazione v'è nata dapoi per le dispute d'Ammonio, di Plotino, di Porfirio, di Iamblico, di due Procli, di Olimpiadoro, di Tirio Massimo, di Macrobio, d'Apuleio, del Ficino e del Pico e d'altri nuovi e vecchi Platonici de l'una e de l'altra lingua, i quali stanno in perpetua contesa de l'origine del mondo, de la natura di demoni, de l'idee, de' numeri, de l'uno e del bene, del passaggio de l'anime in vari corpi e del suo ritorno al padre, e de le republiche e de la beatitudine e de le virtù e de le scienze: e se non fosse stato il sottile avedimento di quel buon cardinale che poco inanzi abbiam nominato, forse il Trapezunzio l'avrebbe distrutto. </p></sp>
	<sp><speaker> G.M.</speaker><p> Ché non ci ricovriamo in quell'altro sì grande e così nobile che s'edifica de la Concordia? </p></sp>
	<sp><speaker> F.N.</speaker><p>Non è fornito ancora: nondimeno magnifica è la fama che di lui s'è divolgata. Ora dunque lascerem questo e quel di Platone e quel di Senocrate, del quale si vede a pena vestigio, e tutti gli altri a man destra, che son de' Platonici; e prendiam questi a sinistra, che son de' Peripatetici. Ma qual più vi piace, quel primo che fece Aristotele medesimo, o pur gli altri che sono opera di Plutarco, d'Alessandro, di Filopono, di Simplicio, d'Averroè e di Alberto e di s. Tommaso, ch'onora Aquino più che gli altri non fecero Atena? </p></sp>
	<sp><speaker> G.M.</speaker><p> Questo mi pare il più sicuro, ma ci veggo tanti legni carichi di quei discreti religiosi che mi parrebbe indiscrezione il turbarli. </p></sp>
	<sp><speaker> F.N.</speaker><p>Ma in quello di Scoto il medesimo rispetto ci potrebbe ritenere; oltre ch'è sì difficile a prenderlo che la nave ne l'entrare porterebbe pericolo: e in quello d'Egidio non entrano per usanza se non quelli de la religione. </p></sp>
	<sp><speaker> G.M.</speaker><p> Drizziam dunque le vele al primo. </p></sp>
	<sp><speaker> F.N.</speaker><p>Ma vedete quante onde procellose ci perturbano l'entrare: se i generi e le specie stian per sé o sian posti negli intelletti ignudi; se sian corporei o 'ncorporei; se ne le sensibili cose o seperati; se 'l genere sia più sostanza de la specie o pur meno, come crede Aristotele; se diece siano i sommi generi, come pare a' Peripatetici, o pur cinque, come vogliono i Platonici; se i nomi sian per natura, come tenne Cratilo, o per compiacimento; se 'l contrario sia più opposto al contrario, come vuole Platone, o pur se la prima opposizione sia ne la contradizione, come giudica Aristotele. Quante altre ce ne sono ancora de l'opposizioni, de le proposizioni e di quella che i Latini chiamano reciprocazione, e de le figure de' sillogismi e de la risoluzione e de la mescolanza de le proposizioni necessarie e de l'altre che nominiamo contingenti o <emph><foreign lang="lat">de inesse</foreign></emph>; e se de la maggior necessaria e de l'altra <emph><foreign lang="lat">de inesse</foreign></emph> nasca la conclusione necessaria; o se una contingente mescolata fra diece mila necessarie le faccia contingenti, come disse Proclo; quante del metodo compositivo, del resolutivo, del difinitivo e del dimostrativo; e se tutte le cose si possano dimostrare in cerchio o pur se di niuna cosa sia dimostrazione, o pur s'alcune si possano dimostrare, altre non possano dimostrarsi, ma sian note per se medesime, come parve ad Aristotele; se la divisione deve farsi in due parti eguali e per mezzo, come s'insegna nel <emph>Politico</emph> di Platone, o pur altramente, come vuole Aristotele; e se de la privazione, in quanto privazione, non sia differenza, o se la differenza de la privazion sia necessaria a la divisione del genere; se le cose non possono diffinirsi, come vuol Antistene, o se possono, come è dottrina d'Aristotele; se la diffinizione possa dimostrarsi o se non riceva altra prova; e de l'invenzione de' luoghi e del numero, del quale son diverse l'opinioni, e del numero de le quistioni e de gli inganni sofistici molte son le difficoltà, quasi scogli che ritengono il corso de' naviganti. Ma perché alcuni di questi non furono al tempo d'Aristotele o non furono in questo luogo, possiam prendere il porto. </p></sp>
	<sp><speaker> G.M.</speaker><p> Già ci siamo dentro, e tutta volta sentiamo spirar venti diversi. </p></sp>
	<sp><speaker> F.N.</speaker><p>Ma rimirate quel monte altissimo più d'Atlante e d'Olimpo, a la sommità del quale non pervengono gli spiriti che si levano da la terra e de l'acqua. È questo porto distinto in tre seni, circondato da muraglie assai più salde e più durevoli che non furon quelle de le quali la magnanima reina circondò Babillonia; e dentro a ciascuno ci son gran quantità di legni pieni di merce assai preziose, dove riconosco molti nocchieri nostri amici: e quello che prima ci si fa incontra è 'l signor Flaminio, che scrisse così felicemente de la umana felicità. </p></sp>
	<sp><speaker> G.M.</speaker><p> E molte altre cose degne di lode ha scritte parimente. </p></sp>
	<sp><speaker> F.N.</speaker><p>Ma in questo primo seno io sento ancora molte antiche perturbazioni: perch'in lui si disputa se la felicità e l'ultimo fine sia riposto nel piacere, come piacque ad Eudosso, o ne la virtù, de la qual opinione furono poi seguaci gli Stoici, o ne l'idea, come stima Platone, o ne l'operazione secondo l'eccelentissima virtù, come vuole Aristotele; e se la virtù sia la scienza, come Socrate disputando conchiudeva, o mediocrità e misura degli affetti, come insegna lo Stagirita, o sommità ancora ne la perfezione. E si disputa similmente de la volontà, di quello ch'è spontaneo e sforzato, de l'elezione, de la consultazione, o consiglio che vogliam chiamarlo, de gli obietti de la virtù e de le proprietà, particolarmente de la giustizia, la qual tutte le contiene; e degli abiti de l'intelletto speculativo e del prattico e de la virtù eroica e de la continenza e de l'incontinenza si fanno lunghe quistioni, e di quella felicità la quale è riposta nel contemplare, tanto più perfetta quanto ha minor bisogno de le cose esteriori. </p></sp>
	<sp><speaker> G.M.</speaker><p> A forte canape bisogna che sia legata quella nave che non sia commossa da gli argomenti. </p></sp>
	<sp><speaker> F.N.</speaker><p>Vi si quistiona ancora de la casa e de le sue parti, e del governo famigliare e de le sue spezie, e de la città e di quel ch'ella sia; e se la sua somma perfezione consista ne l'unità, come vuole Socrate, e s'ella, perdendo la diversità, non sia più città; alla qual opinione è conforme Diotegeneo Pitagorico, stimando che la città, composta di molte e varie cose, imiti la composizione e l'armonia del mondo. E si contende similmente de le republiche, le quali furono tra gli antichi Greci e fra gli Italiani e fra' Cartaginesi, e de le leggi di Minosse e di quelle di Licurgo e di Dragone e di Solone e di Zaleuco e di Periandro e di Cipselo e di Caronda e d'altri legislatori; e de le specie contrarie o differenti, e particolarmente de' regni e del regno eroico; e come l'una si generi per l'altra e l'una per l'altra si corrompa; e quel che le conservi e accresca; e de' magistrati e del sacerdozio; e finalmente de la maniera che dee osservarsi da le donne gravide, e del modo d'allevare i fanciulli: le quali cose portano seco molti dubbi e molte malagevolezze. </p></sp>
	<sp><speaker> G.M.</speaker><p> Questo, se non m'inganno, è 'l primo seno e 'l principio del secondo che si rinchiude in questo grandissimo porto. </p></sp>
	<sp><speaker> F.N.</speaker><p>Or consideriam le difficoltà del secondo. Il principio de le cose overo è uno, immobile, come volle Parmenide e Melisso, o pur uno e mobile, come Talete, Anassimene e Anassimandro; o molti finiti, come Empedocle, o molti e infiniti, come Anassagora e Democrito: e questi sono i primi dubbi. Ce ne son molti de la natura, de la fortuna, del caso, molti del moto, molti del tempo, molti del loco, molti del vacuo, molti del continovo, molti de l'infinito e molti del motor primo: che son quelle materie de le quali si disputa dopo i princìpi de le cose naturali. Ma quante elle siano, a pena si potrebbe numerar da coloro che lunghissimo tempo hanno volti e rivolti i libri de' filosofi, non che da me, a cui la natura ha data maggior volontà di sapere che la fortuna commodità di studiare. </p></sp>
	<sp><speaker> G.M.</speaker><p> Non sempre le cose stanno a un medesimo stato. </p></sp>
	<sp><speaker> F.N.</speaker><p>Or seguendo di numerar alcune de le poche imparate, io dico che del mondo ancora si fanno diversi contrasti: se molti siano o pur uno; s'eterni o fatti di nuovo; s'abbiano principio di tempo o dipendenza di cagione solamente; se ci sia alcuna quinta natura o s'il cielo sia composto di varî elementi; s'egli sia finito o 'nfinito; s'abbia figura sferica o pur alcun'altra; e si richiama in dubbio quanti siano i cieli e le sfere portanti e riportanti; e quanti i moti co' quali son mossi da' lor motori; e di che sian fatte le stelle, e che figure abbiano e quali siano i lor movimenti; e se l'abbian propio o pur s'elle sian fisse ne l'orbe, o giro che si dica; e se ciascuna d'esse abbia il suo proprio centro o pur s'ella si muova intorno al centro del mondo; se faccia alcun concento e alcuna armonia, o se questa sia vana opinione; e, de l'ordine loro, e come alcune sian prima e alcune dopo, e con quali intervalli sian disgiunte. Molte cose si disputano dagli astrologi, le quali ne le quistioni della filosofia sogliono trasportarsi: e in questa guisa crescono l'onde e si turba la tranquillità di questo seno. </p></sp>
	<sp><speaker> G.M.</speaker><p> Non ci avria luogo l'arte del nocchiero, se non vi fosse qualche tempesta. </p></sp>
	<sp><speaker> F.N.</speaker><p>Si quistiona ancora de la terra e dove sia allogata, e s'ella stia ferma o si muova; e de la sua forma e figura, o sia, come volevano i Pitagorici, una stella, o pur sia riposta in mezzo al mondo e legata intorno a l'asse, come piacque a Timeo; e quali sian que' corpi che nascono e muoiono e quelli che son quasi princìpi ed elementi; se siano finiti o infiniti; e s'essendo terminati, siano uno solamente o più in numero; s'eterni o coruttibili, e qual sia il modo de l'alterna origine, o come piacque a Democrito e ad Empedocle, o come a coloro i quali vogliono che sian composti de le figure e ne le figure si risolvano; e di quel ch'è grave e leggiero, e quel che sia l'uno e l'altro; e per qual cagione abbian questa forza, e se gravi sian quelle cose le quali di più sian composte, e leggiere quelle che di meno; e perch'alcuni corpi per la forza de la natura si levino in alto, altri vadano a basso, altri ora ascendano, ora discendano; appresso de le cose gravi e leggiere, e di quelle proprietà che lor si convengano; e de le figure de gli elementi, e s'elle sian cagione ch'alcuna cosa s'inalzi o pur se dechini, o s'elle sian causa solamente de la prestezza e de la tardità del movimento. </p></sp>
	<sp><speaker> G.M.</speaker><p> Molte quistioni avete raccolte in poche parole; ma s'io avrò maggior cognizione del porto, il pericolo del naufragio sarà minore. </p></sp>
	<sp><speaker>F.N.</speaker><p> Procedendo oltre, si disputa de la ragion di quelle cose ch'avengono in quel loco ch'è vicino a le stelle, per natura meno stabile e costante che non è quella del cielo, com'è il cerchio del latte e le comete e tutte quelle altre che paiono ardere e trapassare nel loco superiore; e de le comuni affezioni de l'aere e de l'acqua e de le specie de la terra e de le parti e de gli affetti de le parti per le quali cognosciamo la cagione de' venti e de' terremoti e tutto ciò ch'aviene per la forza loro, come sono i fulmini e i groppi di vento e gli altri vapori che si rivolgono in giro: e si disputa parimente de le cose che nascono nel grembo de la terra. </p></sp>
	<sp><speaker> G.M.</speaker><p> Se la diversità de l'opinioni è pari a quella de le materie, la certezza vi può essere con picciola costanza. </p></sp>
	<sp><speaker> F.N.</speaker><p>Picciola veramente, ma se voi rimirate l'onde di questo porto, riconoscerete i venti che le commuovono. Percioch'Anassagora, Democrito, i Pitagorici e i matematici producono in mezzo diversi pareri, quasi diversi spiriti che soffiano da diverse parti: e i due primi di color ch'abbiam nominati vogliono che le stelle crinite siano una specie di quelle che si chiamano erranti, le quali, perché molto s'avicinano, par che si tocchino insieme; e alcuni de' filosofi italiani, che furono discepoli di Pitagora, stimano che la crinita sia un de' pianeti, la quale dopo lungo tempo appare e poi s'allontana dal sole; la quale opinione ebbero Ippocrate Chio ed Eschilo suo auditore, variandola solamente in parte: perché dicevano che la cometa non ha crine per se stessa, ma lo prende alcuna volta dal loco, mentre erra, e, mentre la nostra vista si rivolge al sole, da l'umore il qual tragge a sé. Ma tutte tre l'opinioni da Aristotele furono riprovate. </p></sp>
	<sp><speaker> G.M.</speaker><p> Non so s'egli debba esser lodato come buon nocchiero che salva la nave da ciascuna tempesta, o più tosto onorato a guisa d'alcuno iddio che possa cambiare la fortuna in tranquillità. </p></sp>
	<sp><speaker> F.N.</speaker><p>Non c'è bisogno di minore ingegno e di minor dottrina in tanta incertitudine de le cose la qual si discopre appresso: perché i seguaci di Pitagora vollero che la via di latte sia uno incendio fatto da le stelle le quali caddero nel tempo che Fetonte governò il carro del Sole, che fece il corso per quella strada; ma Anassagora e Democrito pensarono che 'l latte sia il lume d'alcune stelle che non son vedute perché è interposta la terra. La quale opinione fu parimente da Aristotele riprovata con la dottrina de' matematici, che suole esser più certa d'alcuna altra, perché è necessario che tutte sian riguardate dal sole, non potendo la terra ricoprirle con l'ombra, la qual non appertiene oltre a le stelle. E v'è de la medesima strada un'altra opinione, la qual è che 'l latte, come la cometa, sia uno ripercotimento de la nostra vista al sole: il che per aventura non si può fare. </p></sp>
	<sp><speaker> G.M.</speaker><p> Or mi basta di saper che non si possa, ma altre volte ne saprò la cagione. </p></sp>
	<sp><speaker> F.N.</speaker><p>Né minor discordia d'opinioni si ritrova ne le cose che si generano de la secca e de l'umida essalazione nel secondo loco più vicino a la terra, il quale è commune a l'aria e a l'acqua: perché de le varie maniere de' fulmini si ragiona, e del tuono, che fu creduto il riso di Vesta e di Vulcano, o più tosto le minaccie; de' baleni e de' lampi e de la neve e de la grandine e de la pruina e de la rugiada sono diversi i pareri, e de la nebbia e de le nubi e de l'arco doppio del sole, il qual ivi suol generarsi, e l'uno e l'altro è di tre colori, come vuol Aristotele, o di sette, come piace a Tolomeo, e di quel de la luna e di quel che si fa ne le nostre lucerne; de la corona e de le verghe e del gemino sole e di tutte quelle ch'i Greci chiamano <emph>anáklasis</emph> e i Latini refrazioni; e de l'altre che si fanno per trasparenza o, come dicono, <emph><foreign lang="lat">per transpectum</foreign></emph>; e de' venti ancora, i quali alcuni vogliono che sia movimento de l'aria o flusso, come vuole Ippocrate, altri ch'escano quasi d'un vaso, la quale opinione è molto simile a quella d'Omero, che gli rinchiuse ne l'otre, altri che sian vapori che si muovano obliquamente intorno a la terra: fra' quali contrari diciam quelli che son più lontani fra loro, e questi, essendo disgiunti dal diametro, passano per lo centro, e sono principali e disposti secondo le principali parti de la terra, e distinti di tempo e di loco; e del numero loro, percioché Aristotele disse che fossero dodici, ma altri crede più tosto che sian diece, perché in tante parti si toccano le linee che secano il circolo, o più tosto in otto; comunque sia, tutti si riducono a quattro grandissimi, e i quattro a duo, che son il Borea e l'Austro; ma nel cerchio intorno al quale son disposti, ciascuno è lontano da l'altro per trenta parti secondo l'opinione degli astronomi, secondo Aristotele più o meno, perch'il cerchio non è secato in parti eguali, quantunque Ammonio dicesse poi che la ragion d'Aristotele sia conforme a quella de gli astrologi, perché le linee fatte da l'orizonte sono egualmente lontane. E de l'origine loro fu diversa l'opinione d'Aristotele e quella di Teofrasto: perché l'uno stimò ch'avessero origine da la sublime regione de l'aere, l'altro da la più bassa. E del mare parimente sono varie favole e gran quistioni: percioch'Esopo disse che la Caribdi, assorbendo il mare, aveva discoperta la terra; i teologi pongono i fonti e vogliono ch'egli non fosse generato giamai, ma i naturali filosofi dicono che la salsedine è generata. De la quale varie son l'opinioni: perch'altri dissero che 'l mare è sudore de la terra, altri che la sostanza de la terra sia la cagione per la quale egli è salso, altri ch'egli co' vapori mandi su le parti più dolce e più leggiere e per queste cagioni acquisti il contrario sapore; ma Aristotele stima che sia la mescolanza de la fumosa esalazione. E del flusso ancora e del reflusso ci son vari pareri: altri ch'egli segua il moto de la luna, altri che 'l sole, nutrito dal mare, ritorni ciascuno anno, e che ne l'ore de l'estate il mare faccia il suo flusso verso il Borea, e 'l sole camini verso quella parte, seguendo il cibo: laonde Eraclito pensava ch'egli ciascun giorno ringiovenisse; ma Aristotele stima, se pur vogliamo prestar credenza a l'esposizione d'Olimpiadoro, che l'oceano sia stabile e tutto il flusso sia dentro le colonne per la concavità de la terra e per la multitudine de' fiumi, e che sia più veemente verso il mezzogiorno, perché le parti settentrionali sono più alte per li fiumi ch'accrescono da quel lato la terra, molti de' quali entrano ne la palude Meotide; ed ella cade nel mare Eussino, il quale discende ne l'Egeo sì come in più basso, e l'Egeo nel Siciliano, e quel di Sicilia nel mar di Sardigna e nel Tirreno, i quali son più cavi di ciascuno altro: laonde si raccoglie che 'l flusso del mare è per ragion del sito, non per quella de' fonti. Ma ne lo stretto del Bosforo e di Calcedone s'osserva che 'l mare corre a guisa di fiume, perché da l'una parte e da l'altra egli è ristretto da la terra; ma s'i mari peregrini, i quali son fuori de le colonne, siano fangosi e pieni di guadi, come credeva Aristotele, il dicano quelli ch'in questi secoli il sogliono solcare con le grandissime navi, usando le galee e gli altri legni veloci ch'adoprano i remi solamente nel Mediterraneo. </p></sp>
	<sp><speaker> G.M.</speaker><p> Questo è argomento anzi del contrario. </p></sp>
	<sp><speaker> F.N.</speaker><p>Credette ancora Aristotele, contra l'opinione de' geografi, che 'l mare fosse uno: perciò che tutti i mari si congiungono insieme, eccetto il Caspio, il quale Strabone, che non rifiutò l'opinione d'Aristotele, vuol che si congiunga sotto la terra con gli altri. E de' fiumi varie cose ancor hanno scritte i filosofi: percioch'alcuni vollero che tutta la materia de' fiumi fosse raccolta sotto la terra, ponendovi lachi riposti e voragini d'acqua infinite; e costoro seguì Virgilio ne la favola d'Aristeo. Né molto dissimile da questi è Platone, il quale non volle che l'università fosse il mare, ma un grandissimo fiume, detto il Tartaro, il qual corre sotto la terra e si rivolge intorno al centro: laonde l'acqua si muove a l'insù, come a Platone par che attribuisca Aristotele, il qual riprova questa opinione con molti argomenti, ed egli stima che l'acqua non sia tutta insieme unita in atto, ma che la natura de' monti sia attissima a produr l'umore, a conservarlo e a ritenerlo, perché i grandissimi fiumi da gli altissimi monti hanno il principio, come sanno coloro a' quali è noto il giro de la terra e l'hanno descritto: perché ne l'Asia, da quel monte che fu detto Parnaso, nasce la maggior parte de' maggiori fiumi, e questo per consentimento di ciascuno è altissimo oltre tutti quelli che risguardano l'Orto iberno, percioché da la sua cima si vede il mare esteriore, e da lui derivano Battro, Coaspe e Arasse, de la quale è parte il Tanai, ch'entra ne la palude Meotica, e l'Indo, ch'è il maggiore di tutti i fiumi; ma dal Caucaso, ch'è ampissimo oltre tutti i monti che si volgono a l'Orto estivo ed è pieno di molti gioghi, abitati da molti popoli, e di molti laghi, nascono molti fiumi d'altezza e di grandezza incredibile, e particolarmente il Fasi: e dal Pireneo, ch'è verso l'occaso equinoziale, il Dannubio e 'l Tartesio, e da' monti de l'Etiopia, ne l'Africa, l'Egone e 'l Nisso e altri grandissimi, fra' quali è 'l Chemete, ch'entra ne l'oceano; e 'l principio del Nilo è da' monti de l'argento, come vuole Aristotele, quantunque Erodoto prima dicesse ch'egli veniva da l'opposta parte del mondo, e Tolomeo si sforzasse poi di mostrare ch'egli nasce da' monti de la luna: ma peraventura gli uni e gli altri sono i medesimi. Ma in Grecia l'Acheloo si parte da Pindo, dal quale discende ancor l'Inaco e lo Strimone; e 'l Nesto e l'Ebro discendono da lo Scombro: molti fiumi ancora nascono dal Rodope e da gli altri monti con simil ragione; ma Aristotele fa menzione di questi solamente. Tante e sì varie sono l'opinioni che si raccolgono in questo sacro seno de la filosofia, nel quale s'hanno aperta la strada non solo gli argomenti de' filosofi, ma le favole de' poeti e l'autorità de' gentili teologi, che scrivono molte cose piene di riverenza e d'orrore, le quali deono essere interpretate anzi da' filosofi de' costumi che da' naturali. </p></sp>
	<sp><speaker> G.M.</speaker><p> L'intenderò quando che sia: ora non desidero ch'alcuna interpretazione ritenga il corso del vostro parlare o ci allontani dal nostro proposito con nuovo dubbio. </p></sp>
	<sp><speaker> F.N.</speaker><p>Se dubbitiamo de le cose ch'appaiono sovra la terra e sono obietto del vedere, è più ragionevole ch'abbiamo dubbio di quelle che si generano sotto, fra le quali è 'l terremoto. </p></sp>
	<sp><speaker> G.M.</speaker><p> Egli non s'udì giamai che di lui variamente non si ragionasse, ma peraventura tutte l'opinioni derivano da gli antichi. </p></sp>
	<sp><speaker> F.N.</speaker><p>A' tempi d'Aristotele tre furono le principali di tre grandissimi filosofi: percioché disse Anassimene Milesio, il qual fu prima d'Anassagora Clazomenio, che la terra bagnata, seccandosi, è usata di rompersi e da que' pezzi i quali caggiono è scossa fieramente; laonde il terremoto suole avenire ne' gran caldi e ne l'inondazioni. Ma quel di Clazomene lasciò scritto che l'aere per sua natura è portato in alto, e quando si trova ne le parti inferiori de la terra e ne le concavità, suol commoverla. Ma Democrito porta opinione che la terra piena d'acqua, ricevendo la pioggia, da lei sia mossa. Dunque i tre famosissimi filosofi a tre diversi elementi recano la cagione del terremoto: il primo a la terra medesima, il secondo a l'aria, il terzo a l'acqua. Ma Aristotele volle che fosse la secca esalazione, la quale è simile al fuoco, e che l'istessa natura, che sovra la terra nominiamo il vento e ne le nubi il tuono, sotto si dica il terremoto; ma de la grandezza egli stima causa la gran forza de' venti e la figura de' luoghi per li quali trascorrono: percioché dovunque eglino son rispinti indietro, né penetrano facilmente, ivi è necessario che sian ritenuti ne' luoghi angusti, in quella guisa che suol far l'acqua nel nostro corpo, la qual non può uscire, o pur come il polso non manca subito né presto, ma a poco a poco insieme co 'l morbo: laonde è necessario ch'egli scuota sempre fin che cene avanzi alcuna parte. E spesse volte egli s'aviene in fabriche sode e in moli grandissime, e si forma in varie figure di suoni e manda varie voci e rimbomba con varî strepiti: laonde par che s'ascolti il muggir della terra, il che suole avenire ancora senza terremoto quando i fiumi entrano ne le paludi, e quelli che s'odono, assai somiglianti, che fanno i buoi, da' quali prendono il nome. Ma queste cose peraventura che non sono bastevoli al nostro desiderio, sono soperchie al nostro proponimento, perché di lor ragioniamo quasi di passaggio per dimostrar la multitudine de l'opinioni che sono state ricevute ne le scienze: e se talora ci fermiamo, siamo simili a que' passaggieri che scendono al porto per vaghezza del paese o per alcuna opportunità. </p></sp>
	<sp><speaker> G.M.</speaker><p> Di questa materia sono stati scritti libri intieri e pieni di molta dottrina in questa città, ne la quale il furore del terremoto fu più spaventevole che dannoso. </p></sp>
	<sp><speaker> F.N.</speaker><p>Comunque sia, le cagioni di quelli effetti che si generano nel seno de la terra e sono ascosi a gli occhi nostri, portano seco molto dubbio e molta incertitudine. </p></sp>
	<sp><speaker> G.M.</speaker><p> Molto diletto ancora è ne la novità de le maravigliose narrazioni, né alcuna cosa ascolto più volentieri che le maraviglie de le cose sublimi o de le sotterranee. </p></sp>
	<sp><speaker> F.N.</speaker><p>Peraventura, sì come l'oro e le gemme son più care perché son tratte di più riposta parte, così l'opinioni di queste cose medesime e le ragioni sono in maggior pregio perché sono più occulte. Onde credevano, o mostravano di credere, ch'i diamanti, i rubini e gli smeraldi fossero parti de la terra pura, la qual è vera terra: e fra questi fu Socrate, mentre inanzi a la morte disputava con Fedone di que' beni ch'egli aspettava ne l'altra vita. Ma Timeo disse che l'oro a guisa di fiore germoglia fra le vene del diamante, altri che le gemme erano fiori de le ricchezze; ma altri, più naturalmente parlando di questa materia, disse che tutti i metalli erano generati da l'acqua e da un certo umore tenace e viscoso come da la madre, ma esser cotti e prender forma dal solfo come dal padre; altri assegnano ogni metallo a qualche pianeta. Ma Aristotele pone sotto la terra le due medesime esalazioni, da le quali sopra son generate le maravigliose apparenze, e da l'arida espirazione, conceputo l'ardore, vuol che sian fatte le pietre, le quali non possono liquefarsi, e 'l solfo e 'l minio e l'altre cose di questo genere; ma di quello spirito ch'imita il vapore nascono quelle che si fondono e possono esser tirate e ridotte in verghe e in piastre, come l'oro e 'l ferro e 'l metallo, e tutte son fatte de l'umido fiato rinchiuso, il quale per la siccità s'accoglie insieme e si costringe a guisa di rugiada e di pruina; e perché tutte hanno mescolata la terra e l'altro spirito secco, possono abbruciarsi, e l'oro solamente non s'accende. Molte ancora oltre queste son le quistioni che si possono fare di tutti que' corpi composti che sono simili da ciascuna parte, i quali sono distinti fra sé per le qualità attive e passive con diciotto opposizioni secondo l'abito e la privazione; ma si deono lasciar da parte per non dimorare troppo in cosa poco necessaria. </p></sp>
	<sp><speaker> G.M.</speaker><p> Io veggo a qual parte spiegate le vele del vostro legno, ma stimo che ci rimanga lungo spazio da correre. </p></sp>
	<sp><speaker> F.N.</speaker><p>Lungo, chi volesse discorrer di tutte le cose; ma toccheremo solamente l'opinioni più famose degli antichi, de le quali fa menzione Aristotele ne gli altri libri, e le contese ch'ebbe con esso loro. </p></sp>
	<sp><speaker> G.M.</speaker><p> Non è mica questa picciola opera ch'avanza. </p></sp>
	<sp><speaker> F.N.</speaker><p>Qualunque sia, conosciamla da presso. Aristotele, ov'egli tratta del nascimento e de la morte, dice che de' vecchi filosofi alcuni vollero che 'l nascimento e la mutazione fossero diversi, avenga che quelli i quali dicono che tutte le cose sono uno e da l'uno tutte soglion generarsi, son constretti di confessare che la generazione e la mutazione siano l'istesso. Ma coloro che ripongono la materia de le cose in più d'uno, come Empedocle, Anassagora e Leucippo, diffiniscono che siano differenti, quantunque Anassagora non intendesse la sua voce medesima, quando egli disse che 'l nascere e 'l morire era l'istesso che 'l mutarsi, e pose molti elementi, come gli altri, de' quali Empedocle numerò quattro corporei, aggiungendovi l'amore e la discordia, c'hanno forza di fare e di muovere: il numero intiero è di sei princìpi. Ma Anassagora, Leucippo e Democrito gli finsero innumerabili, e il primo constituì le parti somiglianti, come la carne e l'ossa e le medolle e tutte l'altre le quali hanno il nome stesso e son del genere medesimo; il secondo e 'l terzo affermano che tutti sian composti di corpiciuoli indivisibili. Ma Empedocle fa suoi princìpi il fuoco e l'aria, l'acqua e la terra, che sono assai più semplici de le parti somiglianti d'Anassagora. Ma Platone non disputò d'ogni nascimento e d'ogni morte, perché trattò solamente de l'origine degli elementi, i quali son composti de l'estremità, com'è scritto nel <emph>Timeo</emph>. Né minor discordia è ne la anima di quel che sia ne la generazione. </p></sp>
	<sp><speaker> G.M.</speaker><p> Io aspetto ch'omai ragioniate di lei non per fastidio de le cose, ma per l'eccelenza del soggetto di cui v'apprestate di ragionare. </p></sp>
	<sp><speaker> F.N.</speaker><p>Molti di coloro che vissero inanzi ad Aristotele ebbero opinione che l'animo fosse quello che muove prima grandissimamente: però disse Democrito che l'animo è certo fuoco, perch'essendo infinito il numero de le figure e de' corpicciuoli che non possono esser divisi, egli stimò che l'animo fosse composto di quelle che son più ritonde, quali sogliono vedersi ne l'aria e ne' raggi quando il sole entra per le fenestre: la qual opinione fu seguita da Leucippo. Né da questa è molto diversa quella de' Pitagorici, perch'alcuni di loro non vogliono che gli atomi sian l'animo, ma quel che gli muove. Anassagora parimente dice che l'animo è quel che muove, e in alcun luogo che l'animo e la mente sia l'istesso e ch'ella si ritrovi in tutti gli animali grandi, piccioli e mezzani; e Talete ancora stimò che l'animo fosse un non so che ch'avesse forza di muovere: e però disse che la calamita era animata. Ma alcuni altri non ebbero tanto risguardo al movimento quanto al senso e a la cognizione la quale egli ha de le cose: e questi vollero che l'animo fosse il principio, e quelli, che molti princìpi fossero l'animo; ma Empedocle riputò che l'animo fosse un componimento de quattro elementi e ch'egli vedesse la terra con la terra, l'acqua con l'acqua, l'aria con l'aria e 'l fuoco co 'l fuoco, con l'amore l'amore e la discordia con la discordia: e fu consentimento degli antichi filosofi che 'l simile fosse per lo simile conosciuto. E ne l'istesso modo Platone nel <emph>Timeo</emph> la fa degli elementi, l'uno divisibile e l'altro indivisibile, e vuol ch'ella sia mezzo de la una natura e de l'altra e quasi composta de l'istesso e de l'altro, co' quali conosce le cose: perché, quando raccogliamo i generi e le specie de le cose, cerchiamo il simile e 'l medesimo, ma quando andiamo dietro a le differenze, ci avegnamo a le diversità. Ma Platone ne' libri de la <emph>Filosofia</emph> scrisse che l'animale è composto de l'idea de l'uno e de la lunghezza e de la larghezza e de la profondità; e in altro modo ancora insegna le cose istesse, la mente esser uno, la scienza duo, perché la scienza procede da l'uno, cioè da quel che prende, a le conclusioni, ma l'opinione deriva da la prima trinità, numero che si referisce a la piana figura, perché s'appertiene a l'opinione raccogliere il vero e 'l falso; ma 'l senso nasce dal quaternario. E di tutte le cose il numero specifico è creduto forma e principio; e gli elementi del numero sono l'unità e la dualità indeterminata, la qual supponevano a l'unità perché n'uscisse una multitudine infinita di numeri, avenga che da quello ch'è veramente uno e solitario non può generarsi cosa alcuna. Ma percioché l'animo par che sia quello ch'ha forza di muovere e di conoscere, alcuni hanno congiunto insieme queste cose e detto che l'animo sia numero che si muova da se stesso. Diogene ancora, com'alcuni altri, pensò che l'animo fosse aere, il quale è principio sottilissimo oltre tutti gli altri, e per questa cagion disse ch'egli moveva e conosceva. Ma Eraclito stimò che fosse quel vapore del qual son fatte le cose tutte; e Alcmeone portò de l'animo la medesima opinione che gli altri, dicendo ch'egli era immortale e per questo s'assomigliava a le cose immortali: e quel che sempre muove a lui si conveniva. Ma fra coloro che sono più importuni alcuni dissero ch'egli è l'acqua, peroch'il seme di tutte le cose è l'acqua percioché egli è umido; altri, fra' quali è Critio, pongono ch'egli sia il sangue: e in somma tutti gli elementi sono stati giudicati de la natura de l'anima, eccetto la terra, de la quale niuno ha spiegata la propria opinione, se non forse alcuni, i quali hanno creduto esser composta di tutti gli elementi, anzi esser le cose tutte. Altri vollero che l'animo fosse armonia o non senza armonia, ma tutti il diffiniscono o dal moto o dal senso o da l'incorporeo. Ma Aristotele, avendo riprovata l'opinione degli altri, adduce la sua; la qual è che l'anima sia la forma o l'atto e la perfezione del corpo naturale: riprova ancora altre opinioni di Timeo appertinenti a l'animo, ch'egli intenda per cerchio, avegna che la definizione e la demostrazione non possa avere infinito movimento; ma l'azioni de l'intelletto, che Platone assomiglia al cerchio prima diritto e poi ridotto a perfetta ritondità, sono assomigliate da Aristotele alla linea prima spiegata e poi ripiegata: il quale pone la sede e quasi la reggia de l'animo nel core, e non la separa di luoco, sì come si fa nel <emph>Timeo</emph>. Ma nel quarto de la <emph>Republica</emph> par che stimi Platone ch'una sia l'anima solamente, de la quale sian tre parti, la ragione, l'ira e la cupidità, le quali ancora chiama specie distinte non co 'l luogo, ma con la proprietà. In tutte queste materie nondimeno, ondeggianti a guisa de l'oceano per la varietà de le quistioni, le ragioni d'Aristotele sono a guisa d'ancora, che, gittate ne l'onde, prima le rompono con l'acume, poi l'acquetano con la gravità. </p></sp>
	<sp><speaker> G.M.</speaker><p> Non vi potete ingannare co 'l giudizio di tanti dotti. </p></sp>
	<sp><speaker> F.N.</speaker><p>Ma procediamo oltre, lasciando le dispute ch'i seguaci d'Aristotele hanno fatto de l'intelletto, cioè s'egli sia mortale, come parve ad Alessandro, o immortale, come giudicò Filopono, Simplicio, Averroè, san Tomaso ed Egidio; e s'egli sia uno di numero, a guisa di sole ch'illustra questa sfera umana, o pur se molti siano, come hanno creduto i Latini; e lasciam le opinioni così varie de lo intelletto agente e del materiale, le quali sono state raccolte con discreto ordine e con grande e varia dottrina dal signor Montecatino. </p></sp>
	<sp><speaker> G.M.</speaker><p> Se vogliam lasciarle per ripigliarle con migliore occasione, altrettanto ora mi sarà grato l'indugiare, quanto altra volta mi sarebbe l'udire. </p></sp>
	<sp><speaker> F.N.</speaker><p>Io dico adunque, procedendo, che gli antichi son concordi nel senso de la vista, perché vogliono ch'imiti la natura del fuoco, il quale par che risplenda ne le tenebre, quando l'occhio si rivolge, e che mandi fuor scintille, come Svetonio scrisse esser avenuto particolarmente ne gli occhi d'Augusto, in guisa ch'egli, dopo l'essersi desto, vedea per breve spazio; ma Democrito stimò che l'occhio imitasse la natura de l'acqua: la quale opinione Aristotele giudicò migliore, e però volle che la vista si facesse più tosto ricevendo la specie che mandando fuori i raggi, come aveva creduto Platone e i matematici del suo tempo. E de la diffinizione del colore parimente è discordia fra i Pitagorici e Aristotele: perché quelli vogliono ch'il colore sia la superficie; ma questo non ogni superficie stima che sia il colore, ma l'estremità de la cosa lucida in corpo certo e determinato. Né maggior convenienza è fra Empedocle e Aristotele ne la materia del sapore: perché l'uno pensò che l'acqua contenesse in sé tutti i generi de' sapori senza alcun sentimento per la picciolezza, o vero che ci fosse certa materia, quasi commune seminario de' sapori; l'altro giudicò ambedue l'opinioni apertamente false e stimò che la terrea e arida sostanza fosse cagione de' sapori, o, come dice Teofrasto, la mistione del secco ne l'umido; e condannò similmente quella opinione de' Pitagorici, ch'alcuni animali vivessero d'odore, e volle che la memoria fosse un vestigio impresso dal senso ne l'imaginazione e, per così dire, una passione, la quale è secondo Platone e Plotino più tosto un'azione de l'anima nostra, o pur dimora, anzi ch'un movimento. E trattando del sonno e de la vigilia, è da' medici discorde, ponendo il principio nel core, il quale coloro avean posto nel cervello; e ne la respirazione contradisse a Democrito e ad Anassagora e a Diogene, i quali vollero che tutti gli animali respirassero; e ne la ragione del respirare fu contrario ad Empedocle, e del principio de le vene a Sienese Ciprio e a Diogene d'Apollonio e a Polibio, che da lor si diparte, e a' medici e a quegli interpreti de la natura che le derivano da la testa: perché Aristotele scrive che l'origine vien dal core, e quella de' nervi similmente. E ne l'assegnar le cagioni è gran diversità fra gli antichi fisici e Aristotele: perché quelli investigano il principio materiale, ma Aristotele stima che la cagion formale sia degna di principal considerazione. E nel seme ancora Aristotele contradice a gli altri, e particolarmente a Ctesia Gnidio, a cui piace che 'l seme degli elefanti s'induri e divenga simile a l'elettro: riprende Erodoto, il qual scrive che la genitura de gli Etiopi è negra, e ripugna a Democrito, il qual pensò che prima si discernessero le parti esteriori de gli animali e poi l'interiori; e s'oppone a l'istesso, che non voleva che ci fosse la demostrazione de le cose eterne; e rendendo la cagione de la sterilità de' muli, non solo impugna le ragioni di Democrito, ma quelle d'Empedocle; e ripiglia Anassagora e altri poco aveduti scrittori, i quali credevano ch'i corvi si congiungano con la bocca, e 'l padre de gli istorici ch'i pesci s'empiano divorando il seme; e ne la generazione del maschio e de la femina dimostra che 'l maschio si diffinisce per la potenza e la femina per l'impotenza, contra il parer di Democrito e d'Empedocle e d'altri, i quali volevano distinguerli dal destro e dal sinistro o dal caldo e dal freddo; e contradice ancora a Leofane in cosa di cui peraventura è più bello il tacere che 'l ragionare in ogni loco. E parlando de la simiglianza tra 'l figliuolo e 'l padre e la madre, fa giudizio diverso da quel degli altri: perch'alcuni vogliono che si generi più simile a quello dal quale è venuto più di seme, e ch'egualmente il tutto riesca simile al tutto e la parte a la parte; ma s'egli viene eguale da l'uno e da l'altro, colui che ci nasce non assomiglia alcun di loro. Ma se non è vero che 'l seme sia mandato da ciascuna parte, non è questa la cagione de la somiglianza: e Democrito, volendo che nasca il figliuolo maschio se 'l padre ne manda quantità maggiore, e femina se la madre, non spiega intieramente la causa de la similitudine; ma Aristotele l'attribuisce a la vittoria del seme e a la soluzione de' movimenti, perché il generante genera come genere e come particolare, e più tosto come particolare: laonde, se lo sparso seme non supera in quanto egli è di Socrate o di Platone, ma in quanto egli è d'animale solamente, non passa ne' generati la similitudine del padre. E conciosiacosa che quello che si muta si muta nel contrario, tutto ciò che non è superato ne la generazione, è necessario che passi ne l'opposito e si generi la femina; e s'alcuna volta il maschio nel generare supera come maschio, ma non come padre, il figlio conserva il sesso, ma non la simiglianza: e si risolvono i moti del generante ne l'avo e ne' maggiori, come quelli de la concipiente ne l'avola e ne' superiori. Ma ne la generazione de' mostri ancora Aristotele è differente dagli antichi: perché alcuni pensavano ch'i mostri nascessero per la mescolanza di due semi, ma Aristotele stima che la materia sia la cagione de' mostri, quando ella non è vinta da la forma: laonde tutto ciò che traligna e non ha la sembianza e l'imagine del genitore, in un certo modo è mostro. De la natura del latte ancora altro crede l'Agrigentino filosofo, altro lo Staggirita, il quale afferma ch'egli è de la natura de' menstrui e riprende Empedocle ch'il chiamasse marcia. E sono ancora discordi del color degli occhi: perch'Empedocle stima che gli occhi azzurri, che da' Latini son detti cesî, abbiano più di foco, ma i negri più d'acqua: e per questa cagione gli azzurri non possono vedere acutamente di giorno, cioè per l'inopia de l'acqua, ma i negri per quella del foco veggono meno a' tempi oscuri e ne le tenebre. Ma Aristotele giudica che la vista non debba essere attribuita al fuoco, ma a l'acqua: e la cagion de' colori si può rendere altramente, perché son negri quelli che contengono molto d'umore, e azzurri gli altri che n'hanno minor parte, come aviene del mare parimente: percioché dov'è l'altezza maggiore in guisa che sia nascosto il fondo egli par negro, co 'l qual nome è chiamato da Omero spesse volte; ma dove è trasparente si mostra azzurro. Né fu bene assegnata la cagione da Democrito e da Empedocle perché nascono prima i denti dinanzi e poi gli altri, come da Aristotele, il qual disse che prima nascono quelli de' quali primo è l'ufficio. E ne' <emph>Problemi</emph> par contrario al suo maestro Platone, volendo che tutte l'opere de la natura fossero malvagie, o la maggior parte, le quali l'altro stimò tutte buone; ma con esso lui in altro luoco par che si voglia rappacificare, dicendo che la natura crea le cose bellissime e ottime: e si contentò di ripugnare a quel ch'egli medesimo aveva affermato ne la <emph>Topica</emph>, scrivendo che la vergogna è contenuta nel genere de la paura, e seguì, come dicevano gli Academici, l'apparenza de le diverse ragioni e la verisomiglianza; e pose l'obietto de la bellezza nel gusto ancora, bench'i Platonici il mettano ne la vista e ne l'udito solamente; e conferma quel detto d'Empedocle, che 'l contrario è conservato dal contrario, riprovando in buona occasione quel suo, ch'i contrari son quelli che s'uccidono vicendevolmente; ma peraventura allora scriveva come cortigiano; laonde Teofrasto suo discepolo, trattando de le cagioni de le piante, torna a distruggere quello ch'in ultimo il suo maestro aveva confermato. Ma s'io volessi numerar le discordie che nacquero fra lui e gli altri suoi scolari, e gli antichi e i novi piati fra' Greci e fra gli Arabi e fra' Latini, maggior pelago avrei da passare, perché l'interpretazioni sono infinite: laonde posso dir con Dante:

<quote rend="block"><lg>
<l>Non è peligio di picciola prora. </l>
</lg></quote></p>
</sp>

	<sp><speaker> G.M.</speaker><p> Seguite adunque, per questo breve spazio che vi rimane, de le quistioni de gli antichi, le quali sono tocche dal padre de' Peripatetici. </p></sp>
	<sp><speaker> F.N.</speaker><p>Navighiam dunque da la naturale a la divina filosofia, se pur questa non è più tosto una maniera di volo. </p></sp>
	<sp><speaker> G.M.</speaker><p> Come vi piace. </p></sp>
	<sp><speaker> F.N.</speaker><p>Alcmeone poneva le contrarietà terminabili, i Pitagorici terminate: e questi ancora volevano che tutte le cose fossero per imitazione de l'idee; ma Socrate non voleva che fossero per imitazione, ma per participazione. Platone altro diceva essere il numero, altro quello ch'è fatto; i seguaci di Pitagora non ne ricercavano alcuno altro, eccetto quello del quale il mondo è composto. Platone accenna, quasi per enigma, le forme esser quelle che da loro son detti numeri; Aristotele stima che l'idee non sian numeri ma ragioni, e dimostra molte cose sconvenevoli che seguirebbono da l'altro parere. Quelli che prima filosofarono ebbero opinione che 'l corpo fosse più quel ch'è de la superficie e de la linea, altri, più savi, giudicarono il contrario. Protagora esistimò che potesse insieme esser vera la contradizione, Aristotele scrive che fermissimo principio è quello che sia impossibile l'istessa cosa essere e non essere. Democrito pronunziò che 'l vero fosse niente e oscuro, ma quelli che riputarono l'istesso il senso e la fantasia vogliono che tutte sian vere le fantasie: Eraclito, dicendo che la contradizione si verifica, tutte le cose fa vere; Anassagora, volendo che ci sia qualche mezzo, le fa tutte false: ma l'uno e l'altro distrugge se medesimo. Ippia stimò che l'uomo fosse veritiere e bugiardo per potenza, Aristotele per elezione. Quelli che pongono l'idee vollero che gli universali fossero più sostanze; colui che le distrugge vuole che sian meno. Secondo Platone il corruttibile e l'incoruttibile è ne la medesima specie, ma per giudizio d'Aristotele non solamente sono diversi di spezie, ma di genere. Platone pose le matematiche oltre l'idee, i Pitagorici congiunsero queste cose in una medesima natura. Eudosso diceva che le sfere che portano il sole son tre, tre similmente quelle che portan la luna; ma pone che sian quattro che portano l'altre erranti; Calippo n'aggiungeva due al sole e due a la luna in guisa che ciascuna n'avesse cinque, e riservò le quattro medesime a Giove e a Saturno, sì come diceva Eudosso, ma n'aggiungeva una a Mercurio e una a Venere in modo che tutte le portanti sono trentatré; ma giunge a tutti i pianeti le rivolgenti una meno de le portanti; laonde in tutto sono cinquantacinque, perché la luna non ha riportante. Socrate non seperava gli universali da le cose sensibili; Platone poneva queste sostanze universali seperate. A Platone piace ch'i geometri da le false supposizioni raccolgano il falso, Aristotele non concede che sian false le geometriche supposizioni. Platone diceva che, se non ci fosse il numero matematico, non ci sarebbe la matematica scienza; Aristotele, ch'essendoci ancora il numero seperato, c'è la scienza. I Pitagorici vogliono che la privazione sia prima de l'abito, Aristotele tien la contraria opinione. Platone voleva ch'il bene e 'l male fosse principio, i Pitagorici volevano che non fosse principio né l'uno né l'altro. Altri de' Pitagorici dissero ch'il principio era il bene, la quale sentenza approvo e difenderei iusta mia possa; Ferecide Siro disse che 'l bene e l'ottimo di tutte le cose è la causa e 'l principio; Orfeo disse che 'l bene era dapoi: ma questa opinione sene poteva rimanere con Euridice a l'inferno. Platone non concedeva idee degli accidenti; Aristotele disse che, se l'idee son de le virtù, son degli accidenti. Secondo Empedocle ogni numero è di fuoco o di terra, secondo Aristotele materiale, secondo altri formale: quantunque il buono Aristotele istesso dicesse in altro luogo che la natura annovera le cose co' numeri celesti. Ma noi siamo quasi al fine del terzo seno, e possiam, se vi piace, legare la stanca navicella del nostro ingegno e scendere in questa bellissima piaggia di mare, appresso questa dolcissima fonte la quale è adombrata da una oliva che spiega i rami in mezzo d'un lauro e d'una palma, che fanno ombra ancora a quell'antro venerabile la cui bocca è quasi ricoperta da l'edera e da' corimbi. </p></sp>
	<sp><speaker> G.M.</speaker><p> Voi ragionando mi fate quasi vedere quel ch'io ascolto: però smontiamo, se così volete, e sediamo a piè de la grotta, se non vogliamo seguire il nostro ragionamento. </p></sp>
	<sp><speaker> F.N.</speaker><p>Noi dicemmo nel principio che gli affetti son contrari a gli affetti, l'imagini a l'imagini, l'opinioni a l'opinioni; ma fra le scienze non è contrarietà, perché la scienza inferiore serve a la superiore, quasi ministra, e piglia da lei i princìpi: nondimeno, volendo ripararci in questo porto, abbiam ritrovata una gran multitudine d'opinioni ch'il rendono men tranquillo. </p></sp>
	<sp><speaker> G.M.</speaker><p> Abbiam senza fallo. </p></sp>
	<sp><speaker> F.N.</speaker><p>Nel seno adunque de la filosofia non possiam fuggire la moltitudine. </p></sp>
	<sp><speaker> G.M.</speaker><p> Non ancora. </p></sp>
	<sp><speaker> F.N.</speaker><p>Ma dove è la moltitudine è la differenza: perché niuna multitudine si ritrova che non contenga in sé cose differenti, o di genere o di specie o di numero. </p></sp>
	<sp><speaker> G.M.</speaker><p> Niuna veramente. </p></sp>
	<sp><speaker> F.N.</speaker><p>E tanto vanno multiplicando le differenze ch'al fine divengono contrarietà: perciò che la grandissima differenza è contrarietà. </p></sp>
	<sp><speaker> G.M.</speaker><p> Così estimo. </p></sp>
	<sp><speaker> F.N.</speaker><p>Dunque, non avendo fuggita la moltitudine, non abbiamo fuggita la contrarietà. </p></sp>
	<sp><speaker> G.M.</speaker><p> Se ben mi ramento, quando entrammo in questi seni, trovammo i due contrari da l'una parte e da l'altra quasi per guardia, in quella guisa che Pandaro e Bizia stavano per difesa de la nuova città de' Troiani. </p></sp>
	<sp><speaker> F.N.</speaker><p>Gran virtù dunque e maravigliosa è quella de la scienza, che stando sempre mescolata fra' contrari, non se le appiglia alcuna contrarietà quasi per contagio: e peraventura, avendo distillate l'opinioni de molti al fuoco de la ragione, n'ha fatto un oglio simile a quel de la peste, co 'l quale si rimescola sicuramente fra' contrari; e s'ella, come donna gentile e delicata, schiva sì fatte unzioni, direm che sia più tosto simile a l'intelletto immortale fra le cose mortali, a cui se nulla s'apprende, non distrugge però la sua immortalità. </p></sp>
	<sp><speaker> G.M.</speaker><p> S'io non m'inganno, questa è quella

	<quote rend="block"><lg>
<l>donna più bella ch' il sole, </l>
<l>E più lucente, d'altrettanta etate.</l>
</lg></quote></p>
</sp>

	<sp><speaker> F.N.</speaker><p>Assai bene l'avete riconosciuta ne la vostra età giovenile; ma qual rimarreste, se v'apparisse colei che nacque ad un parto medesimo? Ma volendo seguirle e fuggir quanto più si può la moltitudine e la contrarietà che insieme contiene, fa di mestieri che depognamo le composizioni e le divisioni e i vari discorsi, e ascendiamo a la contemplazione e al conoscimento e quasi a la semplice vista del vero; perché la scienza non è la somma cima de la cognizione, ma sovra lei è l'intelletto: né solamente quel ch'è ne l'anima seperato, ma quello co 'l quale dice Aristotele ch'intendiamo i termini, il qual Timeo aferma che non è in alcuno altro che ne l'anima. A questo intelletto adunque ascendendo, insieme contempleremo l'intelligibile essenza. </p></sp>
	<sp><speaker> G.M.</speaker><p> Io non sono atto a sì alta contemplazione, ma pur seguitarò chi mi conduce. </p></sp>
	<sp><speaker> F.N.</speaker><p>Nel seguirlo sarà forse necessario che lasciamo i lauri e i fonti e i cigni e ben mille altre maniere d'alberi e d'uccelli dipinti da la maestrevole natura, i quali fanno risonar le riviere con dolcissima armonia, e che montiamo quasi in uno altissimo poggio per una strada che si vede là dove questo porto si congiunge con quel di Platone e dove ora si fabrica quel de la Concordia. </p></sp>
	<sp><speaker> G.M.</speaker><p> O felice a chi è conceduto il salirvi. </p></sp>
	<sp><speaker> F.N.</speaker><p>Felice veramente, anzi felicissimo; perché beatissimo è quello intendere dove l'intendere è toccare: là su dunque co 'l nostro toccheremo il divino intelletto. </p></sp>
	<sp><speaker> G.M.</speaker><p> In questa guisa toccano le anime seperate o quelle che nel corpo si sciolgono da le passioni. </p></sp>
	<sp><speaker> F.N.</speaker><p>Senza fallo; ma quando noi saremo, o più tosto voi sarete fuggito negli intellettuali regni, non avremo fuggita questa di cui parliamo: perché tutti son pieni d'intellettuale multitudine, e nel mondo intelligibile ogni cosa è doppia. </p></sp>
	<sp><speaker> G.M.</speaker><p> S'io ci ritroverò doppie l'imagini e le forme de le cose che qua giù mi sono piaciute, nulla mi parrà d'avere perduto. </p></sp>
	<sp><speaker> F.N.</speaker><p>Niun maggior acquisto si fa che quel de la contemplazione: e non si potrebbe pagar prezzo conveniente per vedere un teatro pieno di volti che si tocchino, come fanno gli occhi ne la coda del pavone, e risplendente da ciascuna parte: laonde molti, per filosofare con minore impaccio, hanno lasciate le ricchezze. </p></sp>
	<sp><speaker> G.M.</speaker><p> E altri l'hanno ricercate per aiuto de la filosofia. </p></sp>
	<sp><speaker> F.N.</speaker><p>Comunque sia, volendo fuggir la moltitudine, conviene che lasciam tutti gli umani pensieri e facciam quella fuga che si dice dal solo al solo: ma io, impedito dal mondo e da me stesso, non so se potrò fare sì nobil fuga. A molti è ben ella conceduta, e non è chi gli ritenga che non fuggano quasi se medesimi; ma quando avranno fuggita ogni moltitudine, non avendo fuggita ogni solitudine, saranno beati? </p></sp>
	<sp><speaker> G.M.</speaker><p> Questa fuga è solamente convenevole a gli uomini che vogliono esser molto più ch'uomini e poco meno ch'iddii; ma noi, che non vogliam lasciare ogni azione, dove rifuggiremo? </p></sp>
	<sp><speaker> F.N.</speaker><p>Fuggite, quando che sia, da la solitudine a la moltitudine per giovamento de la patria, e tutte le vostre fughe saranno onorate. </p></sp>
</div1>
</body>
</text>
</TEI.2>
