<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<!DOCTYPE TEI.2 SYSTEM "http://bibliotecaitaliana.it/dtd/bibit.dtd">
<TEI.2>
<teiHeader>
  <fileDesc>
    <titleStmt>
      <title>Sull'Eusebio del Mai</title>
      <author>Giacomo Leopardi</author>
    </titleStmt>
    <extent>14 Kb in UTF-8</extent>
    <publicationStmt>
      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
      <pubPlace>Roma</pubPlace>
      <date>2004</date>
      <idno>bibit001285</idno>
      <availability>
        <p>Questa risorsa digitale è liberamente accessibile per uso
              personale o scientifico. Ogni uso commerciale è vietato</p>
      </availability>
    </publicationStmt>
    <seriesStmt>
      <title>Collezione BibIt</title>
    </seriesStmt>
    <sourceDesc>
      <bibl>
        <title>Tutte le opere</title>
        <author>Leopardi, Giacomo</author>
        <editor id="ed">Felici, Lucio</editor>
        <publisher>Lexis Progetti Editoriali</publisher>
        <pubPlace>Roma</pubPlace>
        <date>1998</date>
        <note>L'edizione elettronica fa riferimento al testo Giacomo Leopardi, Tutte le opere, a cura di W. Binni-E. Ghidetti, I, Firenze, Sansoni 1989.</note>
      </bibl>
    </sourceDesc>
  </fileDesc>
  <encodingDesc>
                  <samplingDecl>
                    <p>Tutti i materiali paratestuali della fonte cartacea non riconducibili alla
                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                      digitale</p>
                  </samplingDecl>
                  <editorialDecl>
                    <correction method="silent" status="medium">
                      <p>Livello medio: controllo a video con collazione con edizione di
                      riferimento</p>
                    </correction>
                    <quotation form="data" marks="all">
                      <p>I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea
                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
                    </quotation>
                    <hyphenation eol="none">
                      <p>I trattini di sillabazione a fine riga sono stati soppressi e le parole
                        ricomposte</p>
                    </hyphenation>
                  </editorialDecl>
    <classDecl><taxonomy id="CDD"><bibl>Classificazione Decimale Dewey</bibl></taxonomy><taxonomy id="CGB"><bibl>Classificazione generi BibIt</bibl></taxonomy></classDecl></encodingDesc>
  <profileDesc>
    <creation>
      <date>800</date>
    </creation>
    <langUsage><language id="ita">Italiano</language></langUsage>
    <textClass>
      <keywords scheme="CDD">
        <term>858.7 - MISCELLANEA ITALIANA. 1814-1859</term>
      </keywords>
      <keywords scheme="CGB">
        <term>Trattati</term>
      </keywords>
    </textClass>
  </profileDesc>
  <revisionDesc>
    <change>
      <date>Data sconosciuta anteriore al 2000</date>
      <respStmt>
        <name>LEXIS</name>
      </respStmt>
      <item>Digitalizzazione</item>
    </change>
    <change>
      <date>Data sconosciuta anteriore al 2000</date>
      <respStmt>
        <name>LEXIS</name>
      </respStmt>
      <item>Correzione linguistica</item>
    </change>
    <change>
      <date>2004-09-30T00:00:00.000+02:00</date>
      <respStmt>
        <name>Carla Deiana</name>
        <name>BIBIT</name>
      </respStmt>
      <item>Codifica XML - Coifica manuale</item>
    </change>
    <change>
      <date>2004-09-30T00:00:00.000+02:00</date>
      <respStmt>
        <name>Carla Deiana</name>
        <name>BIBIT</name>
      </respStmt>
      <item>Validazione</item>
    </change>
  </revisionDesc>
</teiHeader>

<text>
<body>
<div1><head>Sull'Eusebio del Mai</head>

<opener><salute><hi rend="italic">Al Ch. Sig. Bartolomeo Borghesi</hi></salute></opener>
<p>Mentre voi siete dietro a ristorare e illustrare i fasti di Roma che danno tanta luce alla scienza de' tempi, e v'adoperate perchè l'Italia si racconsoli della perdita del suo Visconti, io prendo a scrivervi alcune cose intorno a un libro dove un tempo si stimò che tutta la sopraddetta scienza fosse rinchiusa, io dico la Cronica d'Eusebio trasportata anticamente in lingua armena, e così trovata pochi anni addietro, e ora dal Zorab e dal Mai tradotta e pubblicata la prima volta in latino. Dove s'io fossi scrittore così competente come voi sarete buon giudice dello scritto, non dubiterei che questo non dovesse riuscir cosa di gran maraviglia. Ma non perciò ch'io non posso far cosa proporzionata alla vostra dottrina, mi convien disperare dal mettermi a questa impresa, giacchè se gli uomini non si curassero d'altro che dell'ottimo, poche volte si potrebbero soddisfare. Ma non manca pregio al mediocre, anzi è cosa ordinarissima all'uomo di ricercarlo, e trovato, di contentarsene. Così non abbondasse molto da vantaggio e senza comparazione il cattivo, o abbondando, fosse odiato e disprezzato, o finalmente non accadesse, come di continuo, che fosse anteposto al buono e all'ottimo. Ora io m'appagherò quando ai savi non paia che questo mio scritto sia d'altro numero che de' mediocri, già che questo è quel maggior grado di bene ch'io per la misura delle mie forze posso propormi di conseguire.</p>
<p>Prima di tutto si potrà domandare se quest'opera d'Eusebio sia di quel momento che porterebbe la fama di tanti secoli. Ma considerando ch'Eusebio scrisse in quel tempo che gli studi precipitavano, e il testo della sua Cronica si perdè, o, comunque fosse, svanì dalla vista degli uomini avanti che le dottrine si rilevassero, non faremo troppo caso delle voci di quell'età, dove a proporzione che scemavano i meriti cresceano le lodi. E così per una truppa di miserabili fioccavano i titoli di Sapientissimo Mirabilissimo Divinissimo, ignoti a quegli uomini e a quei secoli d'eterna celebrità. Ma senza questo, è chiaro che posando la scienza de' tempi sopra due gran colonne che sono l'arte critica e l'astronomia, questa e quella erano incertissime anticamente; e oltracciò l'una, voglio dire l'astronomia, s'adoperava sebbene per la regola dell'anno, ma niente o quasi niente per ordinare il corpo della cronologia. La quale siccom'era imperfettissima appresso gli antichi, non ce la dobbiamo aspettare da Eusebio altro che tale; nè questo dev'esser poca lode a quel buon vescovo, ma grande, se non ce l'ha data anche più difettosa in quella declinazione d'ogni buona disciplina. Salvo che bisogna averne obbligo non solamente alla sua molta erudizione, ma in oltre alla Cronica di Giulio Africano più antica da un secolo, già tanto famosa quanto quella d'Eusebio, e nota parimente, anche per traduzione, agli orientali; atteso che il nostro cronichista se ne prevalse moltissimo, come apparisce evidentemente dai rottami che n'avanzano in gran copia. Se bene il Mai nell'ultimo capo della prefazione all'Eusebio nega che questo sia vero, adducendo ch'egli non dice d'averne preso fuori d'alcune poche minuzie. Ma di ciò non è luogo presentemente a disputare. Io dunque mi persuado che se un altro Newton volesse porre nuovamente a soqquadro tutta la dottrina de' tempi, non troverebbe ostacolo fermo e gagliardo in questi rinomatissimi Canoni cronologici ch'ora escono in luce.</p>
<p>Ma già non credo che veruno abbia immaginato ch'Eusebio gli potesse dare una Cronologia da reggere al martello della scienza presente, eccetto in alcune parti. Piuttosto si potrà cercare se avuto rispetto alle condizioni del tempo ch'ella fu scritta, questa Cronologia così come ora si divulga, sia di molta e nuova utilità. Non voglio dissimulare che fin da quando ebbi veduto il sommario pubblicato innanzi al Filone, o Gemisto che vogliamo, dal nostro Mai, come da principio rimasi attonito, così leggendo m'accorsi che la prima parte ch'è la nuova, non dovea contenere più che tanta novità, considerato il costume che l'autore seguitò in questa come nella Preparazione Evangelica, d'intrapporre a lunghissimi tratti d'altri scrittori, solamente poche righe di suo. Nel che tanta poteva esser la novità di questo primo libro, quanto fossero sconosciuti i detti frammenti de' quali è composto. Ora, esclusi pochissimi, tutti già si trovavano o nel proprio scrittore, o se questo è perduto, quale nella Preparazione Evangelica parimente d'Eusebio, quale in Giorgio Sincello, quale altrove, e questo nella favella originale, cioè la greca. Venuta l'opera in luce, il fatto è stato più manifesto, e anche della scrittura propria d'Eusebio si è veduto quanta parte fosse già nota, perchè avendo gli Editori sottoposto alla versione latina dedotta dall'armeno, quello ch'avanza del primo testo, son venuti a lasciar poche pagine senza greco. Nondimeno quanto è il vantaggio della Cronica d'Eusebio, che indubitatamente è grande, tanta appresso a poco possiamo stimare che sia l'utilità di questa edizione, particolarmente in ordine al primo libro. Imperocchè per l'addietro con tutto quel cumulo di frantumi che ci restava, non ci potevamo vantare d'aver questo primo libro più di quello che uno stampatore avendo riguardo a' suoi caratteri si possa vantare d'aver le Satire di Lucilio che son perdute, o qualche libro che ancora si debba scrivere. E come non s'hanno gli scritti perciò che s'hanno i caratteri, nè Democrito o Epicuro co' loro atomi scomposti si sarebbero immaginato d'avere il mondo, così quei frammenti, non sapendo come si dovessero disporre, non ci valeano presso ch'a nulla; aggiunto ch'erano incerti, mozzi, sformati, falsati, manomessi in mille guise. A tutti i quali incomodi si ripara coll'aiuto della presente edizione, oltre alle particelle nuove di pianta, e fra queste alcune di molto rilievo, come quella de' re di Tessaglia. E quanto all'utilità dell'armeno latinizzato in quello che spetta al secondo libro già tanto noto per la traduzione di S. Girolamo, è stata descritta molto bene dagli Editori nel capitolo ottavo della prefazione. Coi quali io non solamente convengo, ma stimo che chiunque avrà considerato di proposito e ragguagliato insieme i due testi, dico l'armeno, e l'altro che ho nominato di S. Girolamo, concorrerà in questa sentenza, che l'utilità della nuova edizione per rispetto al secondo libro, sia poco minore che in quanto al primo.</p>
<p>E perchè molti non si fideranno gran cosa d'una versione che primieramente, secondo la metafora di Dante in altra materia, non è figlia ma nipote del testo; poi deriva da quella d'un traduttore che non dev'essere in concetto nè d'avere usata gran diligenza, nè, volendo, d'avere inteso compiutamente il suo testo, nè, intendendolo, d'averlo potuto rendere appuntino e per minuto, ma solamente in grosso, in una lingua così disparata; per questo motivo dirò quello che ho potuto investigare per via d'una lunga ricerca. Ed è che ho trovato bensì nell'armeno un buon numero di sbagli (e per l'avanti, ogni volta ch'io dica armeno, vorrei ch'intendeste l'interpretazione d'esso armeno composta dagli Editori) de' quali sbagli per molti che si vogliano attribuire ai codici adoperati dall'interprete, o a difetto di questo medesimo, sia nel leggere sia nel tradurre, o anche a scorrezione degli stessi codici armeni, tuttavia non è che moltissimi, e credo la massima parte non provenga palesemente da mala intelligenza del testo, conforme potrete vedere nel progresso di questa Lettera secondo ch'io ne verrò segnando. E stimo che saranno molti più di quegli indicati dagli Editori nelle note di mano in mano, e tutti insieme nel nono capo della prefazione, i quali tralascerò di notare. Ma questi errori non sono punto nè più gravi nè più frequenti di quelli che hanno le tante versioni antiche latine di libri greci fatte dopo che lo studio di questa lingua già tanto famigliare ai nostrali quanto, si può dire, agli stessi greci, era scaduto con tutte le buone dottrine; come dire le versioni fatte da S. Girolamo, da Rufino, da Aniano e da Anastagio Bibliotecario, la versione antica di Gioseffo, di S. Ireneo, delle Vite de' Padri, la Storia tripartita e simili. A nessuna delle quali, che pure si tengono in conto, massime dove mancano i primi testi, si deve posporre la nostra armena. Anzi io mi sono maravigliato come il latino per lo più corrisponda ai frammenti greci quasi parola per parola, eccetto nei luoghi dov'è manifesto che i codici dell'armeno differivano dai nostri quando bene, quando male, quando non si può dire se l'uno o l'altro. E di questo siamo tenuti prima all'accuratezza e fedeltà dell'armeno, con una certa sufficienza nel greco, e dopo alla squisitissima diligenza e perizia degli Editori, la cui traslazione con tutto che sia composta, come avvertono espressamente, a norma non de' frammenti originali, ma dell'interprete, a ogni modo, stante le dette considerazioni, si può quasi avere per venuta dal fonte di prima mano. E non voglio tralasciare che quantunque la fedeltà del ch'io dico si dimostri in ogni parte dell'opera, ciò non ostante è mirabile sopra tutto nei luoghi che corrispondono ai frammenti presi dagli spogli dello Scaligero. Perchè questi frammenti, eccettuato che mancano qua e là di moltissime particelle indubitatamente eusebiane che si trovano a' luoghi loro appresso l'interprete, in quanto comprendono è raro che si scostino un capello dal traduttore, nè anche nei nomi, dove questo, com'è facile a immaginare, si diversifica dal greco, e i medesimi esemplari greci gli uni dagli altri più che in qualunque altro punto. Cosa notabile a cagione del sospetto di falsità, nel quale erano i detti spogli dello Scaligero appresso i dotti, massimamente che i luoghi significati stanno nel primo libro ch'era smarrito, e non già nel secondo, colla traduzione del quale che rimaneva, lo Scaligero avrebbe potuto regolarsi.</p>
<p>Anche negli errori degli scrivani l'arm. conviene cogli spogli dello Scal.</p>
<p>Da questi pochi generali vengo a' particolari, premesso che fra le altre cose troverete in questa Lettera molte emendazioni de' frammenti greci, delle quali particolarmente i luoghi somministrati dal Sincello ne danno una gran ricolta e questa poco meno che intatta dagli Editori, ai quali è bastato di trascrivere i detti luoghi, conservati, almeno in parte, anche gli errori di stampa, dall'edizione del Fancello proccurata in Parigi dal Padre Goar nella Storia bizantina. Ora quest'ottimo Padre con un testo tutto sucido e magagnato d'innumerabili errori, non che gli avvertisse o sapesse emendargli, anzi ordinariamente accomodò loro la sua traduzione latina, comunque e gli errori fossero evidentissimi, e la vera lezione spesse volte presente e fra' piedi. Per quello che tocca i frammenti eusebiani trovati in questo buon cronichista, che fanno, come sapete, la maggior parte, alcuni luoghi sono sconciati leggermente, altri gravemente, ma con più o meno facilità si possono ristaurare, alcuni così guasti che son disperati senza l'aiuto de' codici, e forse con tutto questo, per l'ignoranza o degli scrivani o del Sincello o d'ambedue. Quegli errori che si possono emendare, per l'addietro non era da tanto il Sincello che altri che un editore e traduttore della sua Cronica si dovesse curare di ripurgarnelo. Ma ora che n'è macchiata non tanto la Cronica del Sincello quanto questa del nostro vescovo, non è più fatica indegna ma utile e conveniente l'adoperarsi d'astergere così queste sozzure come quelle che imbrattano le altre reliquie del nostro testo; considerando che i luoghi che ne son lordi si manifestano per usciti veramente dalla mano d'Eusebio, e i passi che riferiscono d'autori molto più antichi, per genuini; e che di questi insieme cogli altri frammenti si viene col sussidio dell'interprete a ricomporre un corpo continuato, e se non tutto, certo la massima parte del testo originale di questa famosa Cronica. Io dunque sono andato spigolando per tutta la messe delle correzioni che si possono fare, lasciando il resto a più dotti e meno occupati. E avendo anche preso a confrontare l'armeno coi tratti originali, negozio parimente appena tocco dagli Editori, ho potuto più facilmente avvertire e correggere tanto gli errori de' codici greci o degli stessi allegatori d'Eusebio, quanto dell'interprete o de' suoi codici, e oltracciò notare le diversità scambievoli e le mancanze ora dell'uno ora dell'altro esemplare. Per tanto incominciando dal primo libro, segnerò in margine a ciascuna osservazioncella primieramente il numero del capitolo, poi dell'articolo, poi della faccia, poi, se l'osservazione riguarderà la parte latina d'essa faccia, una L, se la greca un G, salvo se la pagina sarà tutta latina, dove non porrò nessuna lettera: finalmente il numero del verso. E recitato il luogo del quale intenderò di parlare, verrò dicendo quello che mi parrà conveniente si possa leggere in modo conforme alla prima (sincera, vera, propria) e nativa intenzione della medesima. </p></div1></body></text></TEI.2>
