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      <title>Relazione di Francia di Alessandro Zeno (1737)</title>
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      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
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        <title>Relazioni di ambasciatori veneti al Senato : tratte dalle migliori edizioni disponibili e ordinate cronologicamente</title>
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        <author>Firpo, Luigi</author>
        <publisher>Bottega d'Erasmo</publisher>
        <pubPlace>Torino</pubPlace>
        <date>1965</date>
        <note>Il volume settimo va dal 1659 al 1792.</note>
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<div1 n="Relazione di Alessandro Zeno.">
<opener><salute><hi rend="italic">Serenissimo Principe</hi>, </salute></opener>
<p>Esige l'eccellentissimo Senato dagli ambasciatori ritornati dalle 
Corti, per antico instituto delle sue venerabili leggi, rinovate spezialmente col decreto 1722, 23 maggio, di estendere in distinta e pontuale 
relazione tutto ciò di più importante è loro occorso ne' tempi delle loro 
legazioni, onde succedendo per filo non interrotto le relazioni medesime, abbiano li cittadini un largo campo di erudirsi negli affari del 
mondo, e nelle massime de' Principi, oggetti importantissimi al regolamento di qualunque saggio governo. Nel ragionevole timore di fraudare un tanto argomento e l'espettazione publica con la povertà della 
presente esposizione, non trova altro conforto la mia obbedienza, che 
la naturale magnanima toleranza di Vostre Eccellenze di cui avendone 
replicatamente esperimentato prove abbondantissime, nel corso del 
passato ministero, giova confidar siino per farne un continuo uso anche 
in quest'ultima parte delle mie incombenze. </p>
<p>Le vicende occorse nel triennio della mia residenza alla Corte di Francia, furono di grave momento ai riguardi delle maggiori potenze dell'Europa. Tutto che in varie parti siasi accesa la guerra, in nessuna 
si trattò ella con maggior impegno, che in questa nostra Provincia. 
Gran cambiamenti vi successero in brevissimo tempo: ridotto sotto 
l'armi vittoriose degli alleati tutto il Milanese, conquistati dalle armi 
di Spagna i Regni di Napoli e delle due Sicilie, e ritiratosi l'esercito 
imperiale ne' confini del Tirolo, pareva imminente l'abbandono della 
Provincia dalla potenza Austriaca, ristretta tutta la sua passata grandezza in Lombardia nella sola città di Mantova. Ma sazia allora la fortuna di più bersagliare la costanza di Cesare, si vide con strano impensato avvenimento girarsi la ruota, e risorgere quando meno si credeva vie più grande e potente nell'Italia il nome austriaco. Sia che 
la Francia fosse stanca di più agitare una guerra gravosissima al Regno, 
sia che l'allettamento dell'interesse non perda mai la sua forza anche 
negli animi che si reputano li più impenetrabili alle passioni, tutta 
ad un tempo si vide sorgere la pace, trattata nascostamente, e conclusa 
a Vienna col mezzo di emissario francese, a cui venivano direttamente 
dal cardinale di Fleury impartiti gli ordini e le istruzioni. Nientemeno 
del trattato sorprese la novità e la maniera del negozio. La Francia, 
non contenta di segnar articoli separati per sé medesima, si rese arbitra di più stati, togliendo all'uno per dare all'altro, e fatta dispotica 
dell'altrui sorte, cambiò governi e ridusse popoli sotto potenze a loro 
incognite e straniere. La forza ha sempre prevalso nel mondo, e tuttoche di malanimo convenne a' Principi soggiacere a quella legge, che 
non potevano scuotere. La Francia colorì con speziosissimi pretesti 
di onestà e di equilibrio la fatta disposizione, ma se abbi ella tirato 
nel segno, e possa presagirsi, massime in Italia, una lunga diuturna 
pace, nel violente sistema assegnato a' Principi che devono dominarla, 
può esser solo della profonda penetrazione di Vostre Eccellenze il deciderlo. La prudenza de' loro maggiori ha sempre riguardato le emergenze della Provincia, come peculiari al proprio interesse, ben persuasi 
che non potessero mai alterarsi le condizioni de' Principi confinanti 
d'Italia, senza ne risentisse le sue conseguenze anche questa gloriosissima Repubblica. </p>
<p>Ma saria uscire da' termini dovuti ad una relazione lo trattenersi 
soverchiamente in riflessi: devo ridurmi all'occorso dentro lo spazio 
del ministero che sostenni, e narrar unicamente i fatti e le notizie spettanti a quel tempo. Parte attengono al negozio, e mirano direttamente 
i riguardi di Vostra Serenità, e parte concernendo l'interesse universale 
degli altri Principi, non per questo possono dirsi indifferenti alli riguardi 
dell'eccellentissimo Senato. Seguendo un tal ordine, cercarò di dar 
a Vostre Eccellenze una qualche idea della Corte di Francia, Monarchia 
riputatissima non solo per l'estensione de suoi Stati, che nella maggior 
parte tiene tutti uniti, ma per l'opulenza medesima delle provincie, 
che tutte profondono a rendere più doviziosa la capitale, ed il Sovrano. 
Aumento della sua grandezza è il comercio, che ha sparso, floridissimo, 
e quasi tutto attivo, anche nelle parti più rimote a sé medesima essa 
mirabilmente lo conserva, e sempre più l'accresce con profitto immenso del Regno, traendo a proprio beneficio le opulenze straniere. 
Dell'interno stato della Francia, della forma civile del governo, delle 
finanze, della milizia, e delle vertenze di religione pochissimo dirò a 
Vostre Eccellenze, avendomi prevenuto con simili contezze le relazioni 
eruditissime degli eccellentissimi miei predecessori, e parlandone molti 
libri a stampa; né io potrei ripetere che quanto è già presente alla 
cognizione purgatissima dell'eccellentissimo Senato. Un tanto apparato di materia, onde minorar a Vostre Eccellenze il tedio di udirlo, 
l'anderò sciogliendo colla brevità possibile, attenendomi a quei soli 
fatti, che saranno li più importanti, e decisivi. Tuttoché pacifico sia 
sempre apparso all'Europa l'animo del cardinale di Fleury, dal di cui 
solo consiglio può asserirsi, senza scostarsi dal vero, che dopo i tempi 
della Reggenza del Duca d'Orleans siasi diretta la Francia, a me toccò 
vederlo immerso ne' pensieri d'un'asprissima guerra. </p>
<p>Le dichiarazioni della Corte di Vienna, che, non può negarsi, non 
siino state risolute ed aspre verso la persona sempre rispettabile del 
Re Stanislao, e li sparsi manifesti, che non si soffrirebbe giammai dall'Imperatore di vedere sul trono di Polonia un proscritto, allarmarono al maggior segno la nazione francese, suscettibile per naturale 
temperamento ad ogni ingrato evento, ed incapace di soffrirlo senza 
risentirsi. La nobiltà del Regno, quella anche più distinta della capitale, 
tutta s'impiega per costume inveterato nella milizia, e si neglige qual 
cavaliere di niun conto chiunque preferisce l'ozio della famiglia od il 
comodo, al servizio del Re ed al proprio avanzamento. Una tal consuetudine introduce generalmente negli animi l'amor alla guerra, coltivando ognuno que' mezzi, che sono relativi alle proprie speranze, e 
che possono un giorno promoverli a gradi più distinti. Disposta la nazione per sé medesima alla guerra, ne davano maggior eccitamento 
gl'impulsi della Corte di Spagna, che malcontenta di quella di Vienna 
per le tante difficoltà introdotte all'occasione delle investiture eventuali de' Stati di Toscana e di Parma all'Infante don Carlos, e per le 
nuove querele d'essersi l'Infante in que' tempi da sé medesimo dichiarato maggiore, non lasciava d'insister col mezzo del marchese di Castellara suo ambasciatore, onde unir la Francia a' danni di Cesare, e 
scuotere l'animo del cardinale ministro dall'ordinaria sua placidezza; 
gli s'insinuava la necessità di contraponere un qualche argine alla 
predominante potenza dell'Imperatore, che negli affari di ciascun Principe pretendeva rendersi arbitro e dispositore. Con tali insidiosissime 
arti sedotto il cardinale, cominciò a non mostrarsi cotanto alieno dalla 
guerra, che poco a poco gli si fece credere necessaria all'onor del Re, 
ed utile ai riguardi della Corona. Il signor di Chauvelin, che come 
guardasigilli allora avea tutta la mano nel Ministero di Francia, uomo 
fervidissimo, pieno della propria nazione, e sprezzante ogni altra, era 
persuaso da gran tempo ad impegnare la Corona in una qualche guerra, 
né tralasciò l'opportunità che gli s'affacciava. A ciò lo conducevano 
non solo motivi di gloria alla Monarchia, ma di utilità per sé medesimo, 
ed alla sua fortuna. Sofferse egli sempre emoli grandissimi ed autorevoli alla Corte, e sospirava il momento di poterseli allontanare senza 
osservazione, onde rendersi più stabile nel Ministero. Appena scoperse 
nel cardinale una qualche inclinazione alla guerra, che cercò promuoverla per ogni parte, facilitando i mezzi per sostenerla, e mettendo 
in vista le ragionevoli speranze della migliore riuscita. Nella sollecitudine delle disposizioni, e nella prontezza nell'eseguirle, sta per lo più 
riposto il buon esito delle imprese. Si conobbe per questo indispensabile l'alleanza col Duca di Savoia, per li di cui stati doveano transitare 
le truppe della Corona, né punto s'esitò a procurarla; accordandogli 
senza veruna riserva, in prezzo della sua amicizia, quanto seppe ricercare l'accortezza di quel Principe. </p>
<p>Sottoscritto alla metà di settembre il gran trattato, marciò velocemente l'esercito di Francia in Italia, e al mio arrivo alla Corte trovai 
aperto un sistema assai arduo e malagevole alle mie incombenze. 
Vostra Serenità ne ha presenti tutte le spinose circostanze; frenar la 
militare licenza, ed insinuar disciplina ad un esercito, francese e vittorioso, sarà sempre difficilissima e dura impresa. Le istruzioni abbondantissime, de' quali Vostre Eccellenze si compiacquero fornirmi, animarono il mio zelo a sostenere le convenienze del mio Principe, neutrale, 
amico, e benemerito della Cristianissima Corona. Conveniva preservare 
li stati e li sudditi della terra ferma, custodire la tranquillità e la 
giurisdizione del Golfo. A questi due importantissimi oggetti s'applicarono con zelo indefesso i miei studî, e li sfortunati esempî della passata 
neutralità, che con perniciosissimo abuso mi si rinfacciavano dai ministri di Corte, quali documenti irrefragabili della publica intenzione, 
onde dirigere anco la presente, non lasciarono più d'una volta d'atterrirmi. Ho sempre studiato d'imprimere ben profonde nel ministero 
quelle massime di giustizia e di moderazione, che valessero a contraponere prevenzioni cotanto perniziose, e cercai d'insinuare tutto ciò 
fosse giovevole, ed opportuno al publico venerato interesse, ma la 
contumacia di alcune materie non permette a chi le tratta, di condurle 
che sino ad un certo segno. </p>
<p>Ebbero Vostre Eccellenze nel corso di questa guerra la buona sorte 
di vedere preservate intieramente per parte della Francia le acque del 
loro Golfo. Il Gran Priore di Francia, generale delle galere francesi, si 
staccò da Marsiglia nel primo anno della guerra, e quantunque varie 
fossero le disseminazioni di sua condotta, non oltrepassò egli infatti 
le acque del Mediterraneo, lasciando in pienissima tranquillità e riposo 
quelle di Vostra Serenità. Qualche corsaro con paviglione di Francia 
si vide tenere le acque del Levante, ma le patenti furono rilasciate in 
molto ristretto numero, e con precise commissioni di non rendere veruna molestia o disturbo a' publici porti, né ai legni coperti di veneta bandiera. Tanto fu il riguardo che s'ebbe alle convenienze dell'eccellentissimo Senato su questa gelosa materia, che negli anni successivi s'è veduto con particolare publica soddisfazione rimaner persino sospesa la spedizione di qualsisia squadra di Francia per il Mediterraneo, ed in tal modo assicurata infallibilmente e senza ombra di 
pericolo la sovranità di queste acque. </p>
<p>Così mi fosse sortito possibile di preservare egualmente illesi i Stati 
e li sudditi della terra ferma per tutto il corso della guerra. Godettero 
essi la buona sorte ne' primi due anni di provare gli avvantaggi d'un'armata vicina, senza esperimentarne i danni, ma troppo malagevole 
cosa era evitarne per sempre le conseguenze. Esausti i terreni confinanti ed i popoli, sovrastava da più mesi imminente il pericolo anche 
a' pubblici Stati. </p>
<p>La necessità e l'interesse sono ostacoli troppo forti a vincersi coll'uso della sola nuda ragione. Penuriando sempre più de' foraggi l'armata alleata, né potendo la publica sovrana sapienza aderire a quelle 
ricerche che gli venivano fatte per parte della Corona di Francia, come 
troppo offensive alla dichiarata neutralità, al principiar del settembre 1735 diedero mano i generali alleati alla fatalissima risoluzione 
d'invadere tutti ad un tratto li stati di Vostre Eccellenze, adossandosi 
uno all'altro i respettivi generali la stravaganza del progetto. S'iscusò 
dalla Corte di Francia la risoluzione colla necessità, ridotto il suo esercito ad una reale inopia de' foraggi, e costretto, per quanto dicevano 
i generali della Corona, a ripassare le Alpi, e perdere il frutto di tanti 
dispendii e di tanto sangue sparso, quando si avessero voluto risparmiare i Stati della Republica. Il cardinale non lasciava di protestare 
che risarciti sarebbero i sudditi, e soddisfatto il valor de' foraggi, onde 
allegerire il rammarico della violenza, che sempre coloriva col pretesto 
speziosissimo della necessità. Più di una prova infatti potria addursi 
della lealtà de' suoi sentimenti, ma valerà sopra tutte la prontezza 
della sortita da' stati publici, appena pubblicati i preliminari della pace 
e dell'armistizio, anzi ella fu eseguita da' Francesi con tal precipitazione, che li Spagnuoli ne fecero, com'è noto, gravissima querela quasi 
che si fossero lasciate esposte le loro truppe alle sorprese de' Cesarei. </p>
<p>Sarà poi sempre di monumento illustre alla dignità dell'eccellentissimo Senato, ed alla sua sovranità, l'essersi non solo confessato 
dalla Francia, che si dovevano a' sudditi della Republica i risarcimenti 
di quanto avessero contribuito all'armata della Corona, ma di essere 
stati adempiuti e soddisfatti con reciproco concerto ed assenso della 
Republica. Tuttoché la maniera del conteggio fu utilissima a quella 
Corte, un tale discapito, che tutto è privato, e che rimase compensato 
con varie altre utilità e profitti goduti da' sudditi, niente mai potrà 
diminuire di pregio alla sostenuta sovranità dell'eccellentissimo Senato. 
Un tale onorevole contegno della Francia verso i publici riguardi, 
promosso, e dalle massime naturali di giustizia e di equità sempre 
coltivate dal cardinale ministro, e da quella favorevole propensione, 
con cui ha egli sempre riguardato le convenienze e le premure della 
Serenissima Republica, nell'onorare per tutti i tempi avvenire l'illustre di lui memoria, servirà altresì di spezioso esempio a Vostre Eccellenze, che malgrado la perversità delle emergenze videro indipendente 
ed illesa la sovranità de' loro Stati. Un tale riflesso servirà forse in qualche modo ad allegerire il rammarico, che necessariamente impressero 
le gravi circostanze di quei fatalissimi tempi. </p>
<p>La pace potrà renderli migliori, e volesse Dio che durassero a lungo 
tranquilli e pacifici, ma che mai si può sperar, Principe Serenissimo, 
da una pace forzosa, e che tutto il mondo stabilisce per violenta? 
Mi sia permesso accuratamente internarmi a quest'ora negli interessi 
de' Principi, che hanno avuto parte nelle passate combustioni d'Europa, ed esaminandone le loro vedute, per quanto apparir possono 
alla riflessione degli uomini, formar un qualche giudizio sopra la sostanza di questa pace. L'ambizione fu sempre inseparabile da' Principi Sovrani, l'interesse e la gloria animano questa passione, e pochi son 
quei che sappino guardarsi. Lo scostarsi da tale principio, o almeno 
il non supponerlo, saria fondar sopra base troppa incerta ogni qualunque 
sistema e giudizio. L'apparente pretesto della scorsa guerra fu la Polonia, se deve credersi a' manifesti pubblicati dalla Francia e da' suoi 
alleati, che hanno protestato di prender qual causa comune l'insulto 
risentito dal Re Cristianissimo nella persona del di lui suocero. Ma chi 
non conosce che tali speziose dichiarazioni servirono a colorire la vera 
causa della guerra, e non a rischiararla? S'è mossa la Spagna per motivi 
particolari, e per le idee di quella Regina, sempre mai intraprendente, 
allor si tratti d'ingrandire l'Infante Don Carlos, ed ambiziosa di 
ponergli sul capo una Corona, né altro incentivo spinse la Corte di Torino 
alla nuova pericolosa alleanza, che l'interesse di maggior grandezza, 
e l'opportunità di estendere dominio, il che gli veniva fatto sperare 
dalle ample promesse della Francia, e dall'offertogli pinguissimo Stato 
e città di Milano. Inutile saria, e di molto tedio a Vostre Eccellenze, 
rammemorare l'esito fortunatissimo delle armi alleate, la fortuna gli 
si mostrò loro propizia senza veruna vicenda, e come le prosperità invigoriscono sempre più gli animi, ed è di loro diritto animar le speranze, 
così lo spirito che dominava nella Spagna, e nella Savoia, quasi che non 
vi fosse più in Italia altro inimico da abbattere, tendeva a soprafarsi 
una l'altra nella divisione di una Provincia, di cui imminente supponevano l'intera padronia. A sconvogliere il frutto delle loro confidenze, 
apparvero improvisi i preliminari di pace, convenuti tra l'Imperatore 
e la Francia, e ne restò talmente sorpreso il mondo, che per più settimane dubbiosi ne rimasero a crederli gli uomini più illuminati. Se ne 
scossero vivamente gli alleati, che del proprio destino si fosse resa 
dispotica ed arbitra la Corte di Francia, ed al maggior segno si querelò la Regina di Spagna e per l'ordine e per il merito del convenuto 
ne' preliminari. Spiacque veder neglette le sue convenienze, e condotte 
quasi a forza dall'altrui volere, senza consultar i propri sentimenti, 
come esigeva la dignità della Corona, la fede dell'alleanza, ed il suo 
interesse. Aderì all'armistizio per non soggiacere a maggior pericolo, 
né meno vi volle che la morte del ministro Patigno, successa un anno 
dopo li preliminari di Vienna, onde dar moto all'evacuazione della 
Toscana. Ma non per questo può dirsi repacificata la Spagna: articoli di non grave importanza, ma che lasciano tuttora aperta la strada 
a discussioni, ed irritamenti, vertono tra la Corte Cesarea e la Cattolica. 
Sia che l'idea, sempre coltivata con pari ardore dalla Regina di Spagna, 
di maritar l'Infante don Carlos con una arciduchessa non possa mai 
spegnersi, e che per tal causa creda del suo interesse tener sempre vivi 
punti di rimarcabile negozio alla Corte di Vienna, onde superar una 
volta le resistenze del matrimonio colla rinunzia delle sue pretese, o 
sia che veramente, per grandezza di animo e per sostenimento del decoro della Monarchia, non sappia il Re Filippo discendere alla sottoscrizione d'altri trattati, che di quelli maneggiati da sé medesimo e 
di suo consenso; egli è certo che non apparisce sinora indizio veruno, 
esser egli persuaso d'aderire almeno in via solenne al trattato della 
Francia. </p>
<p>Non meno dell'ordine, spiace a que' Regnanti la sostanza del trattato. Le vaste idee della Regina Elisabetta per l'ingrandimento del 
figlio, principale e sol'oggetto della scorsa guerra, vengono a tramontare per la pace, e tutte si restringono ad un semplice cangiamento 
de' stati. Per quanto rimanga in qualche parte appagata l'apparenza, 
e sia per risplendere sempre più agli occhi del mondo il nome dell'Infante, qual Re delle due Sicilie e di Napoli, che qual Duca di Toscana 
e Parma, a ben'internarsi nella sostanza, non si comprendono li supposti avvantaggi del nuovo suo destino. </p>
<p>$019$Lo splendore della dignità non è da sé medesimo bastevole a render 
rispettabile un Sovrano. A mantenerlo in riputazione vi s'esiggono 
forze corrispondenti e ricchezze adattate alle occorrenze del Regno e 
di sua persona. Una Corona porta impegno gravissimo all'erario, e la 
tutela de' sudditi e de' stati non è mai peso indifferente ai Principi, 
massime ne' Regni di Napoli e delle due Sicilie, che per la loro situazione 
ricercano forze terrestri e maritime. Alienate dalla Spagna, in tempo 
che n'era padrone, le rendite migliori e più floride del Regno di Napoli, non sarà mai possibile trar al presente dai prodotti, e da' restanti 
dazî di quel Regno, soldo sufficiente a tante incombenze. </p>
<p>Immense somme vi si vorrebbero a ricuperar le fatte alienazioni, 
e questa saria opera di molto tempo, affrancandone a parte a parte. 
Malagevole ad effettuarsi sarà sempre il progetto, quand'anche profondesse la Regina di Spagna in trasmetter soldo da quella opulenta 
Monarchia. Le ricchezze de' signori Napolitani consistono per la maggior parte nell'usufrutto di quelle rendite camerali, e perderebbero con 
esse il proprio civile mantenimento se venissero riprese con la restituzione del soldo, né giova mai ad un Principe aver sudditi poveri e miserabili. Ho inteso più volte a dire da persone versatissime, che li Stati 
d'Italia posseduti per largo tratto di tempo dalla Spagna, abbino costato infinito soldo alla Monarchia, tuttoché sia noto, che oltre alli 
due Regni di Napoli e di Sicilia, tenesse ella il dominio intero di tutto 
lo stato di Milano. La Regina Elisabetta, a cui non può rimanere occulta una tale verità, è facile tenti ella tutti i mezzi, onde render più 
stabile la fortuna del figlio, approfittando di quella molta autorità, 
che tiene presentemente nel Regno, ed appresso il Reale suo marito; 
tanto più che, dovendo per le umane vicende una volta o l'altra succedere mutazione di Monarca nelle Spagne, studierà ella di prevenire 
con sani consigli que' tempi, ne' quali venendo a lei di scemarsi il credito cesserà anche l'appoggio al figlio. </p>
<p>Tale considerazione, di cui Vostra Serenità coll'infinita sua perspicacia ne comprende la ragionevolezza e la forza, non lascia di imprimere nel cuore degli uomini il timor di una qualche nuova non rimota 
turbolenza. Niente può prodursi di nuovo nel mondo, e l'ingradimento 
d'un Principe non nasce mai senza oppressione dell'altro. Ovunque 
mirino, le vedute della Regina di Spagna influiranno sempre all'interesse de' Principi dell'Europa, né può mai muoversi una grande potenza senza scomponer tutte le altre. Non riescono per questo del più 
felice presagio le conseguenze del trattato di pace, segnato ultimamente in Vienna per quanto riguarda la Spagna ed il Reale Infante. 
Li giudizî precorsi non sono li più favorevoli, e sarà sempre cosa ardua 
e pericolosa lusingarsi, che s'aquietino li Principi contro il proprio loro 
interesse. </p>
<p>Migliori e più salutari alla publica tranquillità dovriano succedere 
le massime della Corte di Savoia. Sta ora quel principe in tale grado 
di potenza e di estimazione, che pareria ragionevole non avesse egli 
più ad azzardare la sua sorte al cimento sempre pericoloso delle armi. 
Nel corso non ancor compiuto di sette lustri, oltre l'aver egli raddoppiato i suoi stati, se non d'estensione, certamente di rendita, ha anche 
saputo acquistarsi il titolo regio, da tanto tempo ambito da suoi progenitori. Stabilitosi in dignità, ed in fortune corrispondenti alla sua 
grandezza, par ragionevole non abbino a continuar in lui le massime, 
per altro naturali a quella famiglia, di simulata amicizia, e di pescar 
nel torbido. La situazione de' suoi stati lo tiene indispensabilmente 
unito alla Francia, che può tutta ad un tratto invadergli una parte considerabile de' suoi stati, qual'è la Savoia. Serba il Re Cristianissimo 
a que' confini la fortezza di Brianzone, accresciuta di moderne fortificazioni, ed atta a qualunque difesa. Vi mantiene colà sempre presidio 
sufficientissimo, e raccogliendo in breve tempo a quella parte le milizie sparse nel Delfinato, gli riuscirà di agevole impresa ridurre alla 
sua divozione quella provincia. A tale realissimo naturale riguardo, 
vi s'aggiungono nuovi motivi di Stato, onde accarezzarsi dal Duca 
di Savoia l'amicizia della Cristianissima Corona. </p>
<p>Sorta nella persona dell'Infante don Carlos una riguardevole potenza nell'Italia, sembra dell'interesse della Corte di Torino non sia 
per scemarsi maggiormente d'autorità e di forze la potenza di Cesare 
in Italia, onde aver alle possibili occasioni dell'avvenire chi lo copra 
e lo sostenghi, se mai la casa di Borbon, che ora s'è distesa in tre 
Monarchie, venisse a perturbar la tranquillità della Provincia. Che 
prevalga nella Corte di Savoia una tal massima, ne ha dato un non 
spregievole indizio la condotta sua, allorché si trattò dell'assedio di Mantova, che può appunto riconoscere la sua salvezza dalla lentezza de' consigli de' generali savoiardi. Certo che rimotissimo sembra il momento 
di veder la Francia sfoderar le armi contro la Savoia, ma la prudenza, 
ne' casi d'importanza, s'estende ad evitar anco i casi estremamente 
rimoti. Fortunatissima è la situazione dei stati del Duca, e da questa 
può dirsi abbi egli a riconoscere l'aumento dell'ordinaria sua grandezza. 
Coperti in molte parti dalle Alpi i proprî stati, servono mirabilmente 
ad aprire il passaggio o ad impedirlo alle armi francesi, allorché divisassero incaminarsi in Italia. Per tal causa s'è sempre tentato di guadagnar que' Principi a prezzo di avvantaggiose offerte, e ne trassero 
in tutti i tempi abbondantissimi proventi. Una tale reciprocità d'assistenze e d'interessi fra le due Nazioni, servirà a tenerle unite in strettissima alleanza, e giova a sperar che non abbino a promoversi novità 
disagradevoli al ben comune per parte del Duca di Savoia, principe 
abbastanza potente e contento di sua sorte. </p>
<p>Io non saprei adottare il sentimento di chi teme possi un giorno 
succedere una qualche unione fra l'Infante don Carlos ed il Duca di Savoia a' danni dell'Italia. Questi due Principi avranno sempre un dell'altro troppo di emulazione e di gelosia, onde supponerli mai di buona 
fede uniti ed alleati; e le loro medesime forze, tuttoché congiunte, 
non sarebbero poi da sé sole di gran peso ad intraprendere una guerra 
contro l'Imperatore. </p>
<p>A compimento di questo troppo lungo, ma importante articolo, 
restano a considerarsi le vedute dell'Imperatore e della Francia nel 
proposito della pace conclusa. Vuol ragione crederle fra loro fermissime ne' contratti impegni, avendovi ognun di loro trovato il suo conto 
nelle fatte disposizioni. Alla Francia sortì con tal mezzo assicurarsi il 
possesso della Lorena, oggetto a cui tendevano da più anni le sue mire, 
e l'Imperatore ritrovò ne' stati di Toscana e Parma quell'utile compenso alle sue perdite, che non li sarebbe stato sperabile di giammai 
riaquistare col proseguimento della guerra. A queste, che sono realissime ragioni di stato per ambi le Corti, valeranno moltissimo quelle 
particolari dell'Imperatore, che non può mai supporsi sì facile ad 
intraprender una guerra attiva, massime in Italia. La sola idea concitarebbe invidia e gelosia in tutta l'Europa, che se ne scuotarebbe al 
maggior segno, ed il metodo stesso della Corte Cesarea di tenere sfornita la Provincia, non solo di milizia italiana, tanto propria a difendere 
il proprio paese, ma sino di truppe convenevoli al compimento de' stati, 
che saria necessità in quel caso accrescerle, svelando intempestivamente 
la massima, darebbe opportunità alle potenze vicine e lontane, onde 
sturbare ed opponere i concepiti disegni. La Francia sarà sempre antagonista dell'Impero, né l'emulazione di predominar cessa mai nel cuor 
de' grandi. Si cercano pretesti a colorire le massime naturali ed inveterate delle Monarchie, ma queste di rado cangiano. Non giovarà mai 
per questo a Cesare, per quanto si fidi dell'amicizia della Francia, e 
della fede del cardinale, irritar quella potenza, non solo per riguardo 
alla formidabile sua forza, ma per il ragionevole timore, che una tale 
condotta avesse ad attirargli copia d'alleati contro di sé. </p>
<p>Le guerre riescono costosissime a' Principi, la scarsezza dell'erario Cesareo sarà sempre di remora alle grand'idee che gli venissero. Sta ora 
quella Corte impegnata nella guerra co' Turchi, ed anche questa è una 
nuova circostanza di sicurezza alla tranquillità dell'Italia. </p>
<p>Non dissimile lusinga di pace prevaler può nella Provincia anche 
riguardo a' Francesi. Sinattanto duri il Ministero del cardinale di Fleury, 
v'è tutta la probabilità a credere che quella Corona non sia per intraprendere nuovi impegni di guerra. Vincoli sacri ed indissolubili di fede 
ed amicizia, sono li contratti ultimamente tra Cesare ed il Re Cristianissimo, e Vostra Serenità ode tutto giorno prove irrefragabili dal 
confronto de' suoi ministri, perseverar in ambidue le Corti un eguale 
desiderio di mantener i stabiliti impegni. Non giova all'Imperatore 
ritrattarli, né l'equità del cardinale, in età cotanto avvanzata, può 
cangiar quelle massime di buona fede, che appunto lo conducono al 
riposo ed alla quiete. Prova indubitabile di questo suo costantissimo 
sentimento n'è la deposizione del guardasigilli dall'illustre posto, che 
sostenne per nove interi anni nel Ministero di Francia, ed a cui l'inalzò 
il solo credito ed appoggio di esso cardinale. L'aver sacrificato un tal 
uomo, che sempre riguardò con particolarissima predilezione, e che gli 
riusciva di tanto solievo alle cure del Regno l'indefessa inimitabile 
applicazione, con cui esercitava le sue incombenze, indica abbastanza, 
che non regnando in Sua Eminenza altri spiriti, che pacifici e giusti, 
perseveri non solo nel lodevole proposito di mantenerli durante la sua 
vita, ma studî altresì tutti i mezzi più solidi, onde stabilirne profonde 
radici, anche dopo la sua morte, allontanando que' casi, che potessero 
una volta sturbare le sue massime. </p>
<p>Quantunque li pronostici dell'avvenire siano sempre pericolosi ed 
incerti, non so dissimular a Vostre Eccellenze la mia confidenza, che per 
verun caso non abbino in questi vicini tempi a ritornar in Italia i Francesi. Ho più volte udito il cardinale a lamentarsi, riguardando questa 
Provincia come il sepolcro della sua nazione, ed è facile, che spargendo 
tale sentimento nell'animo del Re, principe di prima impressione, 
come sono tutti quei che non fondano nella natura de' negozî, infonda 
anche nel Sovrano un simile sentimento. Fatalissima infatti riuscì a 
più famiglie francesi la guerra d'Italia, ove sanguinose furono le battaglie ed i cimenti; e la perdita degli ufficiali andando inseparabile 
dal pensionar i superstiti delle famiglie rimaste spoglie d'ognaltro sostegno, che quello della regia munificenza e giustizia, portò dispendiose conseguenze all'erario. La distanza della Provincia influisce moltissimo ad alienar gli animi della nazione; amano i Francesi, anche nell'esercizio della guerra, il proprio comodo, né sanno assoggettarsi con 
indifferenza al disastroso viaggio delle Alpi, che loro difficulta il ripatriar nell'inverno, stagione in cui non pensano che a divertirsi ne' loro 
teatri e nelle loro cene. Questo è il carattere della nazione francese, 
che più volte sarà stato rappresentato a Vostre Eccellenze, e che io non 
fo che accennare. Disanima poi l'esperienza delle guerre d'Italia, che 
quantunque alcune volte gloriose sul principio, riuscirono sempre in 
fine di gravissimo detrimento alla Corona, e può dirsi che la passata 
sia la più felice di quante mai ne provarono nella Provincia. La certezza 
di non aver mai a tener piede in Italia, e che ad altrui benefizio ceder 
debbano le conquiste, o restituirle convenga al vinto, intepidisce i spiriti 
e l'ardore de' guerreggianti. Non così riesce la guerra alle parti dell'Allemagna, ove più comodo risentesi il viaggio, e di maggior utilità le 
conquiste. Pare all'universale della nazione, che l'estension del dominio 
francese debba tentarsi, e sia più agevole a quella parte. La prevenzione in tutte le cose ha la sua gran forza, e le massime naturali alle 
nazioni sogliono colla discendenza trasfondersi ne' posteri. </p>
<p>Su tali riflessi si fonda l'opinione d'alcuni, e sembra ragionevolissimo, che se mai la Spagna tentasse nuovi torbidi nell'Italia, non sarà 
la Francia per prenderne alcuna imaginabile ingerenza. Mostra ben'ella 
di sostenere, coll'autorità del suo credito, appresso la Corte Cattolica, 
e con la fede de' suoi impegni, le ragioni e le convenienze di Cesare 
nelle odierne vertenze fra la Corte di Vienna e quella di Napoli, ma non 
par probabile, che il desiderio di veder in ogni parte adempiute le disposizioni del suo trattato, abbi poi a portarle tanto avanti, onde riassumere le armi, che ha deposte con tanta impazienza. Non mancano 
mai a' Principi speziosi pretesti, onde coprire le loro intenzioni e promuover l'interesse del Stato, come porta la congiuntura de' tempi. </p>
<p>Tal è, Serenissimo Principe, il più purgato sentimento, che mi è 
riuscito raccogliere sopra le massime, e sopra gli interessi de' Principi, 
dal confronto de' giudizî degli uomini più versati nel mondo, allorché 
sostenevo la legazione di Vostre Eccellenze in Parigi. Quattro potenze 
ebbero parte nella passata guerra. Il trattato di Vienna promosso dalla 
Francia, ed assentito da Cesare, ha strettamente congiunto quelle due potenze con legami indissolubili, e in tale grado d'amicizia e di fede, par 
ragionevole abbino a contenersi, almeno sinattanto duri in Francia 
il Ministero del cardinale di Fleury. Il Duca di Savoia apparisce contento della sua sorte, e tale giova confidarlo anche in sostanza, solo 
la Spagna altera e sospende con le sue misteriose ed arcane vedute la 
sospirata armonia della pace universale. Palesa ella tutto giorno apertamente il suo scontento, e l'Imperatore, che si vede assistito, neglige, 
e quasi troppo, s'è lecito il dirlo, trascura le sue querele. Possono elle 
divenir un giorno infaustissima sorgente di nuovi incendî, né io saprei 
senza rimorso dissimularne all'eccellentissimo Senato il ragionevole 
timore. Troppo importa a' saggi governi, qual'è quello di Vostre Eccellenze, iscoprire anche di lontano la probabilità di quelle emergenze, 
che siano relative al loro interesse. Non può l'Italia soffrire rivoluzione 
alcuna, senza ne risenta le conseguenze anche la Serenissima Republica. Tutti porgono veri voti e fervidissimi per la pace e per la tranquillità, ma non v'è allo stesso tempo chi sappia giustamente lusingarsi, che questa pace, oggetto delle brame universali, abbi a fiorire 
nel mondo, stabile e diuturna, nella maniera violenta, con cui fu trattata, e fra tante varietà d'interessi, che occupano i Principi interessati 
a mantenerla. </p>
<p>Quindi esaminati gl'interessi e le massime de' Principi belligeranti, non possono sorpassarsi senza riflesso quei delle potenze maritime, che si son sempre framischiate, o coll'opra o colla mediazione, 
nelle diferenze de' Principi d'Europa. Larga effusione de' tesori e di 
sangue costò all'Inghilterra ed all'Olanda la guerra per la successione 
delle Spagne ed eguali di massima comparvero quelle potenze, allorché 
la Spagna alterando lo stabilito nella pace d'Utrecht, tentò d'invadere la Sicilia. Ma diversa fu ben altrettanto la loro condotta nelle ultime combustioni di Europa, nelle quali prevalsero in ognuna di esse 
massime pacifiche e di quiete. </p>
<p>Per quanto abbi tentato Cesare di stimolarle all'adempimento de' loro 
pretesi impegni, giusta il valor de' trattati, stettero oziose spettatrici 
delle vicende di guerra, ed appena si rivolsero ad assumere il titolo 
di mediatrici. Apparve nel Re Britannico una qualche leggera inclinazione di assistere l'Imperatore, e ne gettò più volte con artifiziosa industria i suoi cenni nelle arringhe a' Parlamenti, ma lontana la nazione 
dagl'impegni, non si videro ad avanzar mai altri progetti, che quelli 
di confermarsi ai sentimenti ed alle risoluzioni dell'Olanda. Quella 
Repubblica s'era già accomodata a' desiderî della Francia colla stipulata neutralità, e molto contenta nel veder agitarsi la guerra, lontana 
da' proprî confini, non pensava che a godere di quel riposo, che tanto 
le giovava. </p>
<p>Poco pertanto si vide importar a quelle potenze il miglior destino 
dell'Italia, e che in essa dominasse più un Principe che l'altro; tesero 
le principali loro mire a preservarsi aperta la libertà del comercio, e 
la franchigia che fortunatamente godono in molti porti del Mediterraneo. Se ne scoperse chiara l'idea nel loro piano di pacificazione, 
presentato alle potenze belligeranti, in cui proposero per la libertà del 
comercio la città e porto di Livorno, libero ed indipendente da qualsiasi Sovrano, impegnando il Reale Infante, come Re di Napoli, e di 
Sicilia, a ristabilire incessantemente i privilegi a' nazionali Anglolandesi 
sul piede, ch'erano al tempo di Carlo II. Questa è la passione di que' governi, che coltivata con tanto studio, per i veri mezzi che tendono a 
promoverla, hanno saputo arricchirsi con le altrui spoglie, impoverendo 
le altre nazioni, da' quali succhiano l'oro ed il più prezioso delle sostanze. Non v'è angolo dell'Europa, e massime nell'Italia, ove non 
siansi essi introdotti con comerci tutti attivi, non solo allettando i popoli a loro stranieri con la perfezione delle proprie manifatture a pregiudizio ed abbattimento di quelle naturali e che sa dar il paese; ma 
cambiando a soldo contante vilissimi prodotti, ed insalubri, qual è il 
pesce salato, di cui non ne trovano copioso smaltimento, che solo in 
queste nostre vicine provincie, tuttoché circondate dal mare, e che 
sembra quasi impossibile non abbino l'equivalente da sostituirvi. </p>
<p>La Francia, che conosce la forza del comercio, dal qual dipende la 
floridezza de' Principati, ha sempre cercato tutti i mezzi li più validi, 
onde combatterne que' pregiudizî, che insensibilmente conducono a 
rovina i stati, anche li più floridi. Infatti v'è ella mirabilmente riuscita, 
e tuttoché confinanti all'Olanda siino i proprî stati, né la separi che 
non largo tratto dell'Oceano dall'Inghilterra, lo stato della Francia, 
ben lungi dal soffrire comercio passivo con queste due nazioni tanto 
vigili ed attente al negozio, che secondo la supputazione de' stessi Inglesi, ne trae anzi un considerabilissimo avvantaggio, molto maggiore 
essendo il valore de' prodotti che vi smaltisce, che quelli riceve. Con 
due mezzi la Francia ha potuto aumentare il suo comercio proibendo 
in primo luogo l'ingresso a quel genere di mercanzie, che ha ne' proprî 
dominî, o dal prodotto delle sue terre, o dalle manifatture, che sono 
copiosissime e d'ogni sorte nel Regno, e col caricare d'imposizioni 
gravissime le merci straniere, de' quali abbisogna. </p>
<p>Non dirò de' panni soli d'Inghilterra, proibiti per tutta la Francia, 
onde smaltir i proprî, benché molto inferiori, ma avvanzerò a dir forse 
cosa strana a Vostre Eccellenze, essersi in Francia persino vietati i 
zuccari forastieri ed il caffè, per dar consumo a quei che si fanno nelle 
sue colonie dell'isole d'America. L'osservanza degli editti regî in un 
Stato monarchico, ed ove sovente contro i delinquenti summaria ed 
inappellabile piomba la sentenza ed il castigo, fa raccogliere il frutto 
delle regolazioni con vero profitto della nazione e del Regno. Solo 
que' prodotti che servono alle manifatture vengono caricati d'assai 
discrete imposte, onde facilitarne i lavori. La perfezione e la fedeltà 
nelle fabriche sarà certamente il mezzo più sicuro a render florido ogni 
comercio, ed in questa parte oculatissimo è il governo, onde non succedano fraudi in pregiudizio de' compratori, e del buon nome delle manifatture. Insensibili li dazii di sortita, altrettanto intolerabili e gravi 
quelli d'entrata, riesce mirabilmente la Francia nell'intenzione sua 
di allettare gli esteri a levare dal Regno quantità di prodotti, e disaminare li sudditi a trarne da' paesi forastieri. Non può negarsi che a 
rendere fruttuose tali massime fondamentali ad ogni comercio, molto 
influisce il genio della nazione, che sprezza tuttociò è straniero, a contrario delle altre, e massime degli Italiani, che donano pregio a tuttociò 
ha la marca di forastiero. Non è però che tale inclinazione sia sempre 
stata naturale a' Francesi. L'hanno acquistata a poco a poco, invaghendosi delle loro manifatture dalle ricerche che gli vengono fatte. A dir 
vero, non conta la Francia da epoche rimote la floridezza del suo comercio; ella è di freschissima data, e solo da' tempi di Luigi il Grande 
sotto il ministero del riputatissimo e celebre Colbert. Un tal esempio 
deve animar le speranze e la saviezza d'ogni governo a seguirne le 
traccie, per quanto porti la differenza del clima e l'abilità delle Nazioni. 
È un delitto perdonabile alle Nazioni soprafarsi l'una l'altra in punti 
di comercio, e Vostre Eccellenze che lo sostennero per tanto tempo 
con gloria loro e profitto de' sudditi, se lo videro conturbato da' Portoghesi con la coraggiosa scoperta del Capo di buona speranza, che li 
condusse sino all'Indie orientali. Secondo la varietà dei casi diriggono 
i Principi l'opportunità de' ripieghi. Altri comercî devono e possono 
sostituirsi, allorché si perdono quei che erano altre volte naturali. Così 
s'è sempre condotta la Francia, gelosissima a preservarsi gli avvantaggi del comercio, quale mantenendo la popolazione ne' Stati, e lo 
smaltimento dei prodotti, accresce tanto di forza e di vigore al Principato, trasfondendosi sempre i sudori de' sudditi, e le loro ricchezze 
ad impinguare l'erario del Sovrano. </p>
<p>Riflessibile e proficuo al suo comercio è anche il luogo, ove si lavorano le manifatture di maggior conseguenza. Queste si travagliano 
fuori della capitale, e nelle città di provincia, onde minorar i dispendi 
dell'opera. Infatti di grandissimo costo essendo in Parigi tutto ciò 
serve all'alimento ed al comodo della vita, là non s'avrebbero gli operarî a quel discreto prezzo, che si trovano altrove, ed in conseguenza 
a più alto grado montarebbero le sue merci. Ma senza questo reale 
riflesso, utile s'è sempre creduto da quel Governo il conservar in un 
qualche pascolo di negozio tutto il Regno, e spargerlo. In tal modo 
assuefatti all'opera i sudditi, e animati dal guadagno, perfezionano 
sempre più le arti, e ne introducono di nuove. Nell'industria del popolo 
troveranno sempre i Principi la base della propria grandezza. Penetrata 
la Francia da una tale verità, tutte conduce le sue massime per coltivarla nel cuor dei sudditi, e mirabilmente vi riesce. </p>
<p>Io non m'estenderò per altro soverchiamente ad enarrare tutti i 
capi di mercanzia che rendono felice ed invidiabile la Francia. Sono 
moltissimi, e senza parlar delle stoffe di seta e d'oro, delle quali ognuno 
ne conosce visibilmente le continue prove e l'abbondanza, 
considerabilissimo è il comercio de' suoi vini. La Borgogna, il paese di Bordeos, 
e la Provenza ne fan copiosissime spedizioni, che al dir loro montano 
a quindeci milioni all'anno di valore. Vendono a caro prezzo il Borgogna, 
e si diffonde per tutta l'Europa, sino all'estrema parte di Costantinopoli, con profitto non ordinario della nazione. </p>
<p>Particolare, e da non ignorarsi, è il metodo, cui s'attiene la Francia, 
onde mantenere in pregio le ricerche di questi vini, egli è totalmente 
diverso da quanto prevale in noi, ove sovente c'impoverisce l'abbondanza. Poco prima del mio arrivo in Francia sortì un regio editto proibitivo a' popoli della Borgogna di rendere altro terreno, che l'ordinario, 
a coltura delle viti, onde la soverchia copia non diminuisca mai un capitale cotanto prezioso, ed utile al Regno. Nelle estere Nazioni perde 
facilmente di pregio tuttociò, che può acquistarsi con basso prezzo e 
da tutti, e la Francia, che conosce e coltiva il suo interesse, non lascia 
di star vigile su questo importantissimo punto, tenendo in somma riputazione que' prodotti, che già gli vengono ricercati. Bordeos con la 
facilità del suo porto frequentatissimo somministra li suoi vini all'Inghilterra, scarsissima d'un tale prodotto. Del vino di Provenza, non ne 
avrei fatto parola all'eccellentissimo Senato, se non mi fossi instrutto 
delle sue conseguenze nel mio passaggio a quella parte, allorché ritornavo in Patria. Questi è un vino affatto sconosciuto a Parigi, di pochissimo valore, e di qualità piuttosto cattiva che buona; non ostante, 
l'industria francese, che da tutte le cose cava quanto v'è di bene, 
sa trarne anche di questo un industriosissimo comercio per le scale di 
Genova e di Livorno; e ne passa sino in Levante, e in que' stati di Vostra Serenità. Non mi sarei quasi fidato delle altrui relazioni, in un particolare tanto strano, per la molta abbondanza de' vini, che regnano 
in queste parti, se non avessi veduto caricarne più bastimenti, e molti 
altri attenderlo, stante l'invernale stagione di quel tempo, poco atta 
alla navigazione. Egli è un vino grassissimo, di molto colore e che porta 
molta acqua, ma aspro, e non senza odore; dicono che la navigazione 
lo migliori, e bisogna crederlo, perché se tale si mantenesse, qual a me 
toccò gustarlo, non v'è certamente ne' Stati di Vostre Eccellenze vino 
che non lo uguagli di bontà e di perfezione. </p>
<p>Ed eccomi già inoltrato nella terza, ed ultima parte di questa mia 
divota relazione, che riguarda l'interno stato della Francia. Dev'egli 
considerarsi rispetto alla forma civile del governo, al regolamento della 
milizia, ed all'amministrazione del Regno. Osservabile mi s'è reso 
sopra tutto l'ordine mirabile, e regolatissimo della polizia, massime nella 
capitale, ove alla quiete publica niente osta la numerosa popolazione, 
e l'ampio recinto della città. Vi presiede un luogotenente criminale 
a nome del Re, e vi esercita severa giustizia, e vigorosa. A tener a freno 
il popolo, sempre portato per natura, come malcontento della sua sorte, 
a turbar la tranquillità, ed il buon'ordine de' governi, serve mirabilmente la proibizione dell'armi. Quelle da fuoco non sono in verun'uso, 
né si portano che a cavallo; a tutti, eccetto che alla nobiltà ed alla 
milizia, è vietato l'uso della spada. Gli uomini di robba, che sono li 
parlamentarî, quei di dottrina, e simil genere di persone non la cingono 
che alla campagna, e per così dire nascosti dall'occhio del Sovrano, 
ed in contravenzion alla legge. S'è sempre creduto in Francia, necessarissimo al Regno, ed utile alla società un tal instituto. Purtroppo a chi 
non ha l'animo colto e ben'educato riesce di troppo pericolo la compagnia dell'armi, allorché abbino un poco scolvolto da qualche passione 
lo spirito, e l'occasion dell'armi serve loro di gagliardo incentivo ad una 
pronta vendetta. Rarissimi a mio tempo successero gli omicidî in Parigi, 
trovando quel gran popolo la sua miglior sicurezza in non andar difeso. Ogni qualvolta riflettevo a sì invidiabile sorte, non mi risovenivano 
senza ribrezzo i tempi, ne' quali ho avuto l'onore di servire Vostre Eccellenze nella prefettura di Vicenza, ove tanto frequenti nascevano 
gli omicidî, con gravissimo danno del Principato, che allo stesso tempo 
perde l'ucciso e l'uccisore. </p>
<p>Le civili vertenze de' sudditi si decidono da' Parlamenti, divisi 
in varie Camere, secondo la natura delle materie. Altre volte sostenevano grande autorità nel Regno, ma ora non ne conservano che l'apparenza. Qualunque regio editto, per antica consuetudine, che trae la 
sua sorgente da privileggi antichissimi ed irretrattabili, non può aver 
forza e valore, se non viene registrato nella gran camera del Parlamento. Per mostrar l'esercizio di questa sua giurisdizione, ne sospende 
alcune volte per pochi giorni il registro massime nelle materie ingrate, 
come successe allorché Sua Maestà impose, contro l'espettazione per 
li dispendî della passata guerra, la gravezza del decimo; ma alla fine 
vi presta egli obbedienza interissima e rassegnazione. </p>
<p>Difficile e quasi contumace ad esercitarla, s'è nullameno più d'una 
volta mostrato in materia di religione. Protettori del Giansenismo, 
ed acerrimi sostenitori sono quasi tutti i presidi del Parlamento, e se ne 
fanno gloria ed onore. Li mezzi violenti, onde atterrar un partito di 
tanto scandalo al mondo cattolico, o non si sono potuti o non si sono 
voluti por in pratica. </p>
<p>Da lontani tempi trae la sua radice questa fatalissima controversia; 
la grazia ed il libero arbitrio ne formano la base. Ne' tempi di Clemente IX parvero aquietate le fazioni, ma esse si risvegliarono di poi 
con infinito ardore sotto il pontificato di Clemente X, che condannò 
nella costituzione <hi rend="italic">unigenitus</hi> le centuno proposizioni del padre Quesnel. 
Luigi XIV era allora poco distante dal termine de' suoi giorni, né ebbe 
egli modo o tempo, onde adoprar li mezzi valevoli a sanare un tanto 
male. Successa per la minorità del Re la Reggenza del Duca, servirono 
que' tempi a coltivare la funestissima fiamma, non ad estinguerla. 
Moltissime comunità regolari, più vescovi, lo stesso cardinale di Noailles Arcivescovo di Parigi, e l'Università medesima della Sorbona appellarono al futuro Concilio le decisioni della bolla, giustificando con 
publici scritti le loro risoluzioni. Entrato poi nel Ministero di Francia 
il cardinale di Fleury, sembrar doveva che la pietà dell'animo suo, 
il zelo per la religione, ed il bene del Regno lo portasse sopra tutto 
a ridonare alla Chiesa di Dio la pace, aquietando le fazioni del Regno. 
Se ne infervorò anche vivamente, studiando questo insigne prelato di 
condurre con la placidezza le pecorelle sviate. Ha sempre perseverato 
nel credere, che questioni di religione di rado accomodar si possino 
con la forza, troppo difficilmente nel cuor dell'uomo introducendosi per 
via di precetti la credenza. Ha per questo cercato il cardinale, e se 
n'è sempre lusingato, di sciogliere insensibilmente il partito, non amettendo nelle future promozioni a gradi episcopali, né a beneficî ecclesiastici, chiunque giurata pria non avesse l'osservanza e la fede della 
costituzione. Pareva ragionevole, che venendo a finire li vescovi appellanti, e rimpiazzate le loro sedi da pastori ortodossi ed esemplari 
mancasse l'alimento a progressi, e terminasse una volta la scandalosa 
fazione. </p>
<p>Per non irritarla credette nel fratempo opportuno ripiego intimar 
vigoroso silenzio ad ambi li partiti, onde con l'uguaglianza del precetto 
avesse la parte rea meno di ritrosia ad eseguirlo. Tal'è il metodo che di 
presente s'osserva dalla Corte, vedendosi tutto giorno proscrivere indiferentemente li libri, ch'escono tanto dal reprobo, quanto dal sano 
partito, e si giustifica la regia risoluzione col motivo, che avendo il Re 
preso in sé la cognizione di tali materie, riuscirebbero troppo pericolose 
nel fratempo le discussioni de' sudditi. Ma tutte queste lusinghe del cardinale ministro stanno senza frutto, e serpe viè più grave e minaccevole la rovina alla religione in que' Regni. Tuttoché quatro soli vescovi 
restino nelle chiese di Francia degli appellanti, moltissimi sono quei 
che amettono in pratica li dogmi e le massime di Giansenio. </p>
<p>Li parochi ne sono in Parigi per la maggior parte immersi, e la 
vera Cattolica religione non si esercita, che nella più ristretta parte di 
quella capitale. Troppo d'alimento, onde nutrirsi, trova fatalmente il 
vero partito, che con tutti i mezzi viene fomentato da fazionarî, sino 
a pensionar persone, e premiarle, qualor scrivino cose giovevoli alla 
supposta verità delle loro massime. </p>
<p>Il più rimarcabile funesto riflesso si è, che lo spirito di fazione, allorché s'estenda in punti di religione, porta con indicibile facilità alla 
miscredenza. Dio non voglia che il Giansenismo non sia per diffondere 
un giorno le perverse insidiose sue trame a rovina della Francia. Se mai 
un qualche Principe del sangue, risoluto e di mente, se ne facesse capo 
e sostenitore, potria quell'opulentissimo Regno divenir al mondo spettacolo lagrimevole d'un' interna guerra civile, come la fu in altri tempi. </p>
<p>Il Clero di Francia forma corpo considerabile nel Regno, e gli ecclesiastici godono una gran porzione di rendite. Si vuole che ne possedano 
una terza parte, ed anche più. La nomina de' vescovati e dell'abbazie 
è tutta regia, ed il secondogenito delle nobili famiglie vestendo ordinariamente l'abito della chiesa, rimane talmente provisto, che spesse 
volte invidia rende al primogenito. Contribuisce il Clero, con nome 
spezioso di dono gratuito, abbondanti e regolati soccorsi alla regia cassa, 
ed in tutte le occasioni di guerra ha sempre distinto il proprio zelo 
con estraordinarie importanti offerte. Obbedientissimo al proprio Monarca, dal quale tutto spera le grazie e gli avanzamenti senza veruna 
soggezione alla Corte di Roma, non partisce con alcun Principe straniero i naturali suoi doveri. </p>
<p>Le rendite che riguardano i dazî, e le finanze sono corrispondenti 
alla grandezza della Francia, ma niente minori gli aggravî e li dispendî, 
s'attrova addebitatissima la Corona. Si calcolano a centottanta milioni di franchi annui, che tutti consumansi nelle occorrenze ordinarie. 
La lunga pace, e l'accurata economia del cardinale ministro non valsero a rimetter un tanto sconcerto. Il copioso piede di milizia, superiore 
ad ogni altro de' passati tempi, ridusse la Francia a tal termine. Privati 
interessi si son sempre opposti alla riforma delle truppe, né il cardinale 
ha creduto d'incontrare il grave irritamento e le mormorazioni, che da 
una tale risoluzione vedeva inseparabili. </p>
<p>La scorsa guerra, che si dovette principiare col spremere da' sudditi 
estraordinarie imposte, lo documentò maggiormente della necessità di 
una qualche riforma, e pareva ne divisasse a tutti i modi l'effettuazione. 
Appena spenta la guerra, e non ancor restituite nel Regno per l'intiero 
le truppe della Corona, io partii da quella parte né m'è lecito di riferire a Vostre Eccellenze, che le disposizioni rilevate su tal proposito. </p>
<p>Li reggimenti francesi sono per la maggior parte coperti da giovani 
inesperti e di acerba età, perché tutti alle vacanze vendibili, e la nobiltà principia dal posto di colonello a mettersi in grado di militare 
servizio. A niun però è permesso farne l'acquisto senza l'assenso del Re, 
ed una tale riserva tiene in tanta autorità il Monarca, quanto se liberamente donasse i reggimenti. La brama naturale a' francesi d'impiegarsi nella milizia produce l'invidiabile effetto, che il Re tanti conta gli 
uffiziali, quanti ha sudditi, e per grazia speziosissima si riconosce la 
preferenza, che s'ottiene alla compreda del ricercato impiego. </p>
<p>La marina fiorisce presentemente nella Francia per l'opera lodevole 
ed accurata che vi pone l'attual segretario di marina signor di Maurepas, soggetto di non molta età, ma che la sorpassa in virtù e saviezza. 
Io lo trovai sempre disposto ai riguardi ed alle convenienze dell'eccellentissimo Senato, molto discreto ne' negozî, e sempre portato alla 
facilità. La situazione del Regno di Francia, bagnato da due mari, 
lungi i quali tiene estesi litorali e porti superbi, n'è opportunissima. 
Ha tre arsenali, quello di Brest su l'oceano, gli altri di Tolone e Marsiglia sul Mediterraneo. Non si lavorano in questo ultimo, che sole galere. 
Quello di Tolone è più considerabile d'ogni altro, e la nazione lo inalza 
all'ultimo grado di perfezione e di grandezza. La fabbrica infatti è 
vasta, ma non vi ho veduti comodi corrispondenti ai lavori, né abbondanza di maestranze; li squeri sono scoperti, e non copiosi li depositi 
di ciò occorre per la struttura delle navi. Nell'arsenal di Marsiglia vi 
si fanno lavorar i galeotti, affine di trar anco da quella gente un utile 
esercizio alla Corona; ed a loro medesimi, piutosto che lasciarli marcir 
nell'ozio a' tempi di disarmi e dell'inverno. </p>
<p>Pretende la Francia di tener sempre allestite ventisei navi di 
primo rango, e trenta del secondo, ma tanta flotta non s'è mai veduta 
comparire sul mare. Presiede alla marina col titolo di grande amiraglio 
di Francia il Conte di Tolosa Principe del sangue; carica illustre ed insigne, sostenuta anche nelle nazioni d'Inghilterra e Spagna, da persone 
di sangue reale. Due vice ammiragli uno per ponente, l'altro per levante, impieghi immovibili, e che durano con l'età degli eletti, son le 
cariche che succedono nella marina di quella nazione, ed essi comandano e diriggono alle occasioni le armate navali, di rado uscendo il 
grande amiraglio, carica più d'onore che d'esercizio. </p>
<p>Ma è ormai tempo di togliere a Vostre Eccellenze la noia di questa 
mia troppo lunga scrittura. Ho già esposto l'esterno ed interno stato 
della Francia, spargendo a publico lume quelle notizie e quelle riflessioni che ho creduto meglio adatarsi al reale interesse dell'eccellentissimo Senato. </p>
<p>Non mi resta d'aggiungere, che ciò che riguarda la forma del Ministero, e la Reale famiglia. Splende presentemente nella Monarchia francese il cardinale di Fleury, soggetto d'illustre fama e d'illibate intenzioni. Tutto che non profondi gran fatto le cose con le vedute dell'avvenire, conoscitor ch'egli è del vero, e seguace del giusto, fu sempre 
veduto autor d'ottimi consigli, quali si richieggon alla maggior gloria 
del Re, ed all'avvantaggio de' sudditi. Niun ministro ebbe mai tanta 
autorità in un Regno, né alcuno mai meno se n'abusò del cardinale. 
Tutti egli dispone gli affari della Monarchia con dispotica autorità, ed 
il Re, che lo ama e lo stima, non sa scostarsi da' di lui sentimenti. 
Corrono già dodeci anni, che conserva l'insigne posto, senza che gli 
emoli suoi sappino di che imputarlo nelle sue direzioni. Ben lungi dall'aver accumulato ricchezze, o preziose suppelletili, come hanno fatto 
ne' passati tempi li cardinali di Richelieu e Mazarini, né pur avria potuto promover nella milizia la fortuna di un'unico suo pronipote, che 
tiene per parte di sorella, se non l'avesse il Re soccorso con qualche 
estraordinaria grazia. Esige per questo il cardinale, da tutti i generi 
di persone, amore e rispetto, non spirando in lui che maniera dolcissima nel trattar i negozî, ed inclinazion vivissima di far bene a tutti. 
S'attrova egli nell'anno 82 della sua età, robusto di mente, e sano di 
corpo, premiando la divina provvidenza anche con queste esterne 
non ordinarie felicità, il merito di un tanto uomo. Chi vuol tacciarlo 
di qualche difetto, lo incolpa, di tenacità nelle grazie, e li militari spezialmente, si dolgono di non trovar presentemente alla Corte quelle ordinarie munificenze, che sogliono spargersi da ogni Sovrano verso le 
famiglie, che hanno sacrificato e sostanze e vita per servizio e gloria 
del Principato. </p>
<p>Durerà il cardinale nel Ministero di Francia sinattanto sia per opprimerlo l'età sua avanzata, o se ne dimetti volontario. Le inspezioni 
della Monarchia sono intanto suddivise in quatro classi, ognuna delle 
quali tiene il proprio suo particolare segretario di Stato, dipendente 
però dal primo mobile, ch'è il cardinale. Era nel tempo della mia legazione segretario agli affari politici e stranieri il signor di Chauvelin 
uomo di pronta mente e d'indefesso travaglio. Prima di questo impiego, s'era esercitato negli affari di Parlamento, e sosteneva una delle 
presidenze della gran Camera. Il cardinale l'ha sempre voluto semplice esecutor delle sue intenzioni, né seppe soffrirlo, quando scoperse 
ch'egli macchinasse progetti e nuovi pericolosi sistemi. A Vostre 
Eccellenze è nota la strana sua peripezia, dalla quale non è probabile sia più egli per risorgere. </p>
<p>Alle cose di marina presiede il signor di Maurepas, di cui n'è abbastanza intesa Vostra Serenità da cenni già fatti; ed a quelle di guerra 
e di Chiesa sta assegnata la cura e la direzione alli signori Angervilliers 
e San Florentin. Con questi due ministri raro è il negozio che accade 
a' ministri di Vostra Serenità: io cercai nullameno coltivarli, parendomi 
cosa utile captivarsi l'affetto di tutti quei hanno parte nel Governo. </p>
<p>Luigi XV è il Sovrano della Monarchia di Francia. Principiò a regnare prima dell'uso della ragione, acclamato Re dalla nazione nell'anno quinto dell'età sua. Vi si condusse per strani impensati successi, 
e per li funesti casi di tanti altri principi reali, chiamati alla Monarchia 
prima di lui. Fu preservato dalla Divina Providenza per felicità del 
suo Regno, giacché la sua perdita non poteva andar disgiunta da una 
guerra di partito, parzializzando alcuni a favor di Filippo V, ed altri 
a favor del Duca Reggente. Ora conta la Maestà ventisettanni, principe di corpo ottimamente fatto, e d'indole avvantaggiosissima. Ama 
sopra ogni cosa, e forse con qualche intemperanza, la caccia, niente 
atterrito da que' sfortunati accidenti, che vide più volte arrivar a' suoi 
seguaci ed a sé medesimo nelle smoderate corse, che intraprende nel 
forzar i cervi. Un simile divertimento non lo distrae però da' consigli 
di Stato, e dalle cure del Regno. Assiste con regolarità alle adunanze, 
che sono frequenti, e nelle materie di Stato, ed in quelle delle finanze. 
A questi che sono ordinarî e pubblici consessi, v'aggiunge poi frequenti 
lunghe conferenze col cardinale, né può dirsi che la Maestà sua non 
cerchi di essere instrutta delle materie spettanti alla Monarchia, tuttoché 
lasci la vasta mole degli affari e la direzione al cardinale, in cui tutto 
confida e crede. Comparisce un poco riservato nell'aprirsi, ma quando 
lo fa, spicca in lui ottimo discernimento e prudenza. Da ciò Vostre Eclenze ben comprendono quanto caluniosa sii la fama di quei che cercarono farlo comparire d'animo ottuso e di poco spirito. Chi ha l'onore 
di conoscerlo, ne pensa assai diversamente, e lo qualifica per un Principe saggio, prudente, e degno di regnare. Egli è esemplarissimo negli 
esercizî di cristiana religione, amante del giusto, e lontano da quei 
vizî, che alcune volte sogliono rendersi cotanto familiari a' Principi 
dell'età sua. Ama teneramente sua moglie, Maria Carlotta, figlia del 
Re Stanislao, ora Duca di Lorena, e Bar. Da questa ha veduto riempirsi 
la famiglia reale di numerosa, ma sfortunata prole. Va ella composta 
di sette femine, e di un solo maschio, appoggio ben scarso alla sussistenza della reale successione. La Regina è entrata nell'anno trentesimo 
quinto di sua età, prova sanissimo temperamento, ma inclinando per 
natura alla pinguedine, può dubitarsi non continui a lungo la felicità 
di figliare. Principessa affabile, e di buon tratto, ma per altro di non 
elevato spirito. </p>
<p>Cresce il Reale Delfino con gli anni nell'espettazione, pieno di spirito, e vivacità superiore all'età sua. Sta vicino a compiere gli anni nove, 
e vive sotto l'educazione del duca di Chatillon suo governatore, soggetto 
di probi costumi, di saviezza, e di virtù, giustamente prescielto fra 
tanti sudditi all'onorevole carico di preparar un Monarca alla Corona 
ed ai sudditi. Instilla egli nel giovine principe le massime più salutari, 
e adatate all'illustre posto, a cui Dio Signore lo destina, e mostrando 
egli ben riceverle, consola la nazione con indizî sì fausti al ben del Regno. </p>
<p>Ecco, Serenissmo Principe, qual m'è riuscita di rilevare la Corte 
di Francia nel tempo del mio soggiorno a quella non meno illustre, 
che pesante legazione, le sue interne massime fondamentali al Regno, 
e le esterne, relative a' tempi ed alle circostanze. Utile sarà sempre, 
e necessario il ben corrispondersi da Vostre Eccellenze con la Cristianissima Corona. Attorniati i publici stati dalla potenza austriaca, che 
li confina da per tutto, vuole ogni legge di buona politica prepararsi 
nella disuguaglianza di forze, un'opportuna assistenza ne' molesti casi 
avvenire. Le amicizie non si legano ad un tratto, conviene coltivarle 
da gran tempo, ed accarezzarle. Mirarà sempre la Francia con vera 
emolazione la potenza di Cesare, né vedrà con indifferenza le idee di 
chi cercasse predominio nella provincia. Una tale conformità d'interessi la terrà sempre attaccata alle convenienze di Vostra Serenità 
in causa, che può dirsi comune. </p>
<p>Piacque poi all'eccellentissimo Senato onorare gli ultimi periodi 
della ambasciata col destinarmi all'altra estraordinaria al Re Stanislao. Riconosciuti da Vostre Eccellenze tutti ad un tempo li due Re 
concorrenti, tuttoché loro costume dei passati tempi non fosse riconoscere i soli Re di possesso, credette la sempre saggia pubblica mente 
di donare alli riguardi della Cristianissima Corona quell'esterna solenne dimostrazione, di cui, stante li presi noti impegni, se ne mostrava 
cotanto ansiosa. In Meudon, uno dei reali palazzi di campagna, ove allora soggiornava lo sfortunato Principe, eseguii in publica forma l'estraordinaria rappresentanza, e la fu estremamente aggradita dalla Maestà Sua, e da tutta la Corte di Francia, che ne rimarcò aggradimento 
e riconoscenza, a merito delle sempre saggie deliberazioni dell'eccellentissimo Senato. </p>
<p>E qui mi caderia in acconcio dir qualche cosa a Vostre Eccellenze 
de' varî eventi sofferti dal Re Stanislao, nel corso della sua vita, ma lo 
farò di volo, conciliando l'integrità del mio dovere, in esporre la serie 
de' fatti relativi al mio impiego, col possibile minor tedio dell'eccellentissimo Senato. Nacque egli privato, ed era asceso al cospicuo grado 
di Palatino di Posnania, allorché deputato dall'assemblea di Varsavia 
appresso Carlo XII Re di Svezia, gli riuscì coll'affabilità del suo tratto 
d'invaghire quel Monarca, e col mezzo suo di farsi proclamar Re di Polonia, lo che gli arrivò a quatordeci luglio del 1704. Regnò cinquanni 
sinché la giornata di Pultava, fatalissima per lui, e per l'armata che lo 
sosteneva, funestò i suoi giorni, sbalzandolo dal trono. </p>
<p>Perduto l'appoggio del Re Sveco, convenne ritirarsi dalla Polonia, 
ceder il Regno al competitore, e ridursi a vita privata. Dopo quindeci anni di ritiro, sconosciuto al mondo, e quasi incognito, ritornò improvisamente a risplendere il suo nome nell'Europa nell'anno 1725, allorché si vide destinata la di lui figlia alle nozze del Re di Francia. Niun 
certo negli anni addietro avria saputo pronosticargli simil sorte, che 
purtroppo sin d'allora produsse poco favorevoli presagii alla quiete di 
Europa. Infatti si verificarono nell'anno 1733, e sia che il marchese Monti 
ambasciatore del Re Cristianissimo alla Republica di Polonia col lusingar soverchiamente la sua Corte alla facilità di sostenere il Re Stanislao sul trono, l'abbi vie più animata all'impegno, o sia che, condotta la Francia da altre ragioni di stato, abbi ella preso il pretesto 
di prodursi dalle turbolenze di Polonia, egli è certo, che la scarsezza, 
e la tardità de' soccorsi mandati a quella parte non corrisposero all'aspettazione di quella guerra. Riuscì, come è noto, sfortunatissima 
per mancanza de' mezzi a sostenerla, e ridusse più di una volta il Re Stanislao in cimento di perdersi. Non mancò egli per altro di coraggio onde 
animare il suo partito, sempre alla testa de' suoi nei maggiori cimenti, 
e prodigo della sua vita. Sarà sempre memorabile il modo della sua 
uscita da Dantzica, allorché inerme e solo passò sconosciuto fra il mezzo 
dell'armata russa, ritirandosi a Konisbergh, città dipendente dal Re 
di Prussia. Principe sempre eguale nella fausta e nell'avversa fortuna, 
sprezzator del comodo, amante della gloria, e superior alle vicende 
della fortuna. Ha sempre sofferto di malanimo l'ozio della vita privata, 
e quantunque regga ora i popoli della Lorena con tale dipendenza dalla 
Francia, che poco più del regio titolo in sé ritenghi, ha desiderato 
efficacemente di finir i suoi giorni con quell'apparente marca di grandezza e d'onore. Conta egli il sessagesimo anno di sua vita, ben complesso di corpo, e niente pregiudicato da' disagi sofferti nella passata 
guerra. </p>
<p>Non ancor maturo il tempo d'eseguirsi il convenuto nel trattato 
di Vienna, ho terminato il mio impiego, in cui se alcuna cosa riuscì 
fortunata circa gl'interessi appoggiatimi, che non furono di poco numero né peso, tutta deve attribuirsi la laude, ed il merito alle opportune instruzioni di Vostre Eccellenze; che m'additarono la via al negozio ed i veri mezzi, onde trattarlo con frutto. </p>
<p>Mi fu compagna nel corso dell'ambasciata la N. D. Chiara Marcello 
mia consorte, accolta sempre dalla Regina con atti umanissimi di clemenza e di benignità. Dio Signore felicitò anche in quella parte la 
nostra famiglia con accrescimento di successione, di cui ne fu padrino 
la Maestà del Re. </p>
<p>Riuscì di spezioso ornamento alla rappresentanza che sostenevo 
di Vostra Serenità, la comparsa del N. H. ser Andrea Tron dell'eccellentissimo ser Nicolò cavalier. Aspirando egli al lodevole oggetto di 
seguire l'onorate memorie degl'illustri suoi maggiori, non contento 
di spechiarsi nelle gloriose paterne virtù, ha cercato d'aggiungere a sé 
medesimo la pratica cognizione delle più gran Corti d'Europa, onde 
dar coltura a quel non ordinario talento, di cui va adorno, e che farà 
spiccare a suo tempo, a gloria di sé medesimo, ed a profitto della 
Serenissima Patria. </p>
<p>Ebbi in segretario il fedelissimo Baldissera Torniello, che s'era a 
quella Corte impiegato nelle altre due precedenti ambasciate. La rassegnazione a' publici comandi lo trattenne anche nella mia, tutto zelo, 
assiduità, ed attenzione, onde meritarsi la grazia del proprio Principe. </p>
<p>Nel presentare a Vostre Eccellenze le sue umilissime suppliche, 
vuol la giustizia che renda al merito suo, ed alla sua fede, le testimonianze più certe di lodevole condotta, ben degno del regio publico aggradimento. </p>
<p>Io poi nel mio particolare, Principe Serenissimo, non ho che ad 
imergermi nella confusione per tante prove d'umanissimo aggradimento 
con cui la grandezza dell'eccellentissimo Senato s'è compiaciuta onorare le mie zelanti povere fatiche. Aspiravamo con impazienza la vicina 
meta, allorché la publica autorità venne a destinarmi con modo per 
me tanto onorevole all'ambasciata di Vienna. Se ne' soli limiti d'una 
severa giustizia si restringessero i premî, che Vostre Eccellenze diffondono a loro cittadini, ne dovria andar troppo contento ed ambizioso 
l'animo mio. S'aggradisce un servizio, che si vuol continuato; ma sono 
queste illazioni di senso ordinario, da cui si scostano sovente i gran Principi, che vogliono per solo impulso di generosità trasfondere le loro 
maggiori beneficenze. Adorando per tanto le publiche disposizioni, non 
ha saputo il mio zelo scostarsi dalla più pura cieca obbedienza alla 
chiamata del suo Principe, tuttoché mi disanimasse la cognizion di 
me medesimo, e li non spregievoli riguardi della numerosa figliolanza. 
Piaccia a Dio Signore benedire i miei desiderî, ed animarli, onde confortato dalla sua grazia, non resti oppresso dal grave carico di quelle 
incombenze, resesi pesantissime, anche oltre l'ordinario dalle gravi circostanze di questi tempi. Grazie.</p> 
<closer><dateline>Venezia, I¦ settembre 1737. </dateline>
<signed>ALESSANDRO ZENO cavalier, ambasciator ritornato. 
</signed></closer></div1></body></text></TEI.2>
