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      <title>Discorso in proposito di una orazione greca di Giorgio Gemisto Pletone e volgarizzamento della medesima</title>
      <author>Giacomo Leopardi</author>
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        <title>Tutte le opere</title>
        <author>Leopardi, Giacomo</author>
        <editor id="ed">Felici, Lucio</editor>
        <publisher>Lexis progetti Editoriali</publisher>
        <pubPlace>Roma</pubPlace>
        <date>1998</date>
        <note>L'edizione elettronica fa riferimento al testo Giacomo Leopardi, Tutte le opere, a cura di W. Binni-E. Ghidetti, I, Firenze, Sansoni 1989.</note>
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                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                      digitale</p>
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                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
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<div1><head>DISCORSO IN PROPOSITO DI UNA ORAZIONE GRECA DI GIORGIO GEMISTO PLETONE E VOLGARIZZAMENTO DELLA MEDESIMA</head>

<p>Tace la fama al presente di Giorgio Gemisto Pletone costantinopolitano; non per altra causa se non che la celebrità degli uomini, siccome, si può dire, ogni cosa nostra, dipende più da fortuna che da ragione. E niuno può assicurarsi, non solo di acquistarla per merito, quantunque grande, ma acquistata eziandio che debba durargli. Certo è che Gemisto fu de' maggiori ingegni e de' più pellegrini del tempo suo, che fu il decimoquinto secolo. Visse onorato dalla patria; e poi trovatosi sopravvivere alla patria, ed al nome greco (o, come esso diceva, romano), fu accolto ed avuto caro in Italia, dove stette gran tempo e morì; ed ebbe una splendidissima riputazione in questa sua nuova patria, e medesimamente nelle altre province d'Europa, per quanto si stendeva in quei tempi lo studio delle lettere. Lascerò le altre particolarità che di lui si possono vedere in molti scrittori: solo ricorderò che egli, esaminate le religioni dei tempi suoi, riprovata la maomettana, che di quei giorni, piantata nel più bel paese di Europa, pareva come trionfante e già prossima ad ottenere il primo grado, non fu soddisfatto nè anche della cristiana. E cento anni prima della Riforma (movendosi, non per animosità ad ira, come Lutero, ma per sue considerazioni filosofiche e per discorsi politici) disegnò, intraprese e procurò in alcuni modi, ancora sperò, e non molto avanti di morire predisse, lo stabilimento di nuove credenze e di nuove pratiche religiose, più accomodate, secondo che egli pensava, ai tempi ed al bisogno delle nazioni.</p>
<p>Scrisse molti libri di storia, di filosofa pratica e speculativa, e di altre materie d'ogni genere: e tutti con tanta copia e gravità di sentenze, con tal sanità, con tal forza, con tal nobiltà di stile, tanta purità, tanta finezza di lingua, che, leggendoli, presso che si direbbe non mancare altro a Gemisto ad essere uguale ai grandi scrittori greci, di quegli antichi, se non l'essere antico. E questo fu anco il parere dei dotti della sua nazione in quel secolo. Io noto che la letteratura greca, oltre che nella eccellenza degli originali non fu inferiore ad alcun'altra, nella felicità delle imitazioni fu di lunghissimo intervallo superiore a tutte. Vedesi questa cosa già ne' più antichi, voglio dir più vicini di tempo agli autori imitati: in Dionigi d'Alicarnasso, in Diodoro, in Filone: vedesi negli scrittori del secolo degli Antonini, in Arriano massimamente e in Luciano: tutti, quanto alla lingua e allo stile, imitatori, che parvero poi degni d'imitazione essi medesimi; vedesi nell'autor del trattato della sublimità; e in altri tali non pochi: lasciando i molti più che sono perduti. Perocchè la letteratura greca non vince solamente le altre nella bontà come ho detto, delle imitazioni: ma nel numero altresì di esse, dico delle buone e delle classiche, soprastà di gran lunga. Finalmente, in sullo stesso spirare, ella ebbe in Gemisto uno che nell'esprimere la lingua e lo stile dei migliori antichi riuscì felice in guisa, che alcune volte superò, almeno per sentimento mio, qualsivoglia anco di quegli altri detti di sopra. Certo che nessuno mai nè Latino nè Italiano nostro fu tanto simile agli antichi della sua lingua, per molto ingegno che avesse, e per diligenza e studio che adoperasse, quanto fu Gemisto ai principi della letteratura patria. Veramente è cosa mirabile questa nazione greca, che per ispazio d'intorno a ventiquattro secoli, senza alcuno intervallo, fu nella civiltà e nelle lettere, il più del tempo, sovrana e senza pari al mondo, non mai superata: conquistando, propagò l'una e l'altre nell'Asia e nell'Affrica; conquistata, le comunicò agli altri popoli dell'Europa. E in tredici secoli, le mantenne per lo più fiorite, sempre quasi incorrotte; per gli altri undici, le conservò essa sola nel mondo barbaro, e dimenticò di ogni buona dottrina. Fu spettacolo nuovo, nel tempo delle Crociate, alle nazioni europee: gente polita, letterata, abitatrice delle città romorose, amplie, splendide per templi, per piazze, per palagi magnifici, per opere egregie d'arti di ogni maniera; a genti rozze, senza sentore di lettere, abitatrici di torri, di ville, di montagne; quasi salvatiche e inumane. All'ultimo, già vicina a sottentrare ad un gioco barbaro, e perdere il nome e, per dir così, la vita, parve che a modo di una fiamma, spegnendosi, gittasse una maggior luce: produsse ingegni nobilissimi, degni di molto migliori tempi: e caduta, fuggendo dalla sua rovina molti di essi a diverse parti, un'altra volta fu all'Europa, e però al mondo, maestra di civiltà e di lettere.</p>
<p>Leggendo io la orazione di cui soggiungo il volgarizzamento qui appresso, quasi che a fatica avrei potuto credere, se bene io lo sapeva, che ella fosse del decimoquinto secolo, e non piuttosto dell'età di Platone e di Senofonte, se non fossero stati alcuni erroruzzi di lingua rari e di poco peso; i quali non sono proceduti già in niun modo da negligenza, ma da inganno di memoria, o da presunzione falsa dello avere gli scrittori autorevoli usato quelle tali forme di favellare, nata per non averli ben dirittamente osservati o intesi. E di questa sorte non pochi errori e non piccoli si ritrovano anche in Plutarco, in Luciano, e in altri di simile antichità: per non dire dei meno antichi, eziandio lodati, che spesse volte ne hanno in quantità grande. Questa orazione discorre principalmente dell'immortalità dell'anima con occasione di lodare l'imperatrice Elena o Irene, morta poco innanzi, stata figliuola di Costantino Dragasi duca di una parte della Macedonia, e moglie di Emanuel Paleologo imperatore d'Oriente: la quale in sull'estremo della sua vita, prendendo abito di monaca, cangiò il proprio nome in quello d'Ipomone, che a noi sonerebbe Pazienza. Fu questa scrittura di Gemisto menzionata da Leone Allacci e da altri eruditi; e trovasi scritta a penna in più biblioteche d'Europa. A questi anni passati, in Venezia, due chiarissimi Greci, il Mustoxidi e lo Scinà, li pubblicarono in istampa. Nè insino a ora è comparsa, ch'io sappia, in alcun'altra lingua che la nativa. Io l'ho ridotta in italiano, parte dilettato dalla sua bellezza, e parte movendomi il desiderio di suscitar la memoria di quel raro ingegno, e di porgere ai presenti Italiani un saggio del suo scrivere.</p>
<p>Qui non dee forse essere fuor di luogo il dire dei volgarizzamenti in universale alcune poche parole in proposito di quanto, col suo consueto splendore di locuzioni e di sentenze, ha detto in disfavore di essi il mio Giordani, nella Lettera al Monti, pubblicata dianzi nell'Antologia fiorentina. «Siccome il tradurre giova all'uom giovane, al vecchio non giova; così nella gioventù delle nazioni essere profittevole prendere scienza e stile da' popoli che precedettero nel sapere; ma quando un popolo già adulto ha compiuto la sua educazione, e già nella sua letteratura trasse quel che dell'altrui poteva convenirgli e bastargli, dovere, a guisa di pittore già istruito, affaticarsi a dipingere del proprio, non a copiare. Le versioni dal latino o dal greco più note, che per addietro o ne' tempi nostri si fecero, quasi tutte niuna lode aver meritato, come inutili.»</p>
<p>«Perciocchè la materia di quegli antichi autori non è più recondita, ma diffusa nella cognizione di molti. Rimane dunque, per meritar lode, che i traduttori raffigurino quell'eccellenti bellezze di stile che negli originali si ammirano. Il che essersi fatto, e appena in parte, da pochissimi; nè da molti potersi, perchè domanda felicità d'ingegno e valore d'arte raro. Pregare che di questo suo giudizio, come di troppo superbo, altri non si voglia adirare: poichè in fatti mostrarsi non essere di lui solo ma di molti. Chè ogni dì si veggon sorgere nuovi traduttori di opere già più volte tradotte; i quali certamente sperano far meglio di ciò che innanzi a loro fu fatto; e così palesano di credere non essersi fatto abbastanza bene.» Questi sono i sentimenti del predetto scrittore: nei quali io non so concorrere; e dirò il perchè: sapendo che tali ingegni e tali animi non si tengono offesi da chi dissente da essi, nè da chi espone le ragioni del dissentire.</p>
<p>Dico però brevemente, che le cose considerate dal Giordani non mi pare che possano conchiudere altro se non che le traduzioni dei libri classici, cattive o mediocri, sono ingloriose a chi le scrive, inutili agli altri; traduzioni buone e perfette essere oltremodo difficili a farle, rarissimo a ritrovarne. Queste conclusioni sono ottime, vere, certe. Il medesimo appunto si trova essere delle opere di poesia, delle opere di eloquenza, di cento altri generi di scritture. Diremo per questo universalmente che le opere di poesia, quelle di eloquenza, e tutte le altre tali, sieno ingloriose agli autori, e nel resto vane? Il buono e il perfetto è difficile e raro in ogni genere di cose: non si disprezzano per ciò i generi; ma coloro che in alcuni di essi ottengono il buono e il perfetto, si apprezzano e lodano: e tanto più o meno, quanto l'ottenerlo è, in quel cotal genere, più o meno raro e difficile. Certamente quelli (e non sono pochi questi tali per verità) che mettendosi a tradurre un famoso autore latino o greco, si credono entrare in una via compendiosa e agiata da venire all'immortalità, errano di gran lunga. Più malagevole è per avventura, il tradurre eccellentemente dall'altrui le cose eccellenti, che non è il farne del proprio. Nè si speri alcuno di farsi immortale con traduzioni che non sieno eccellenti. E quelli che degli autori greci o latini esprimono solo i pensieri, e non le bellezze e le perfezioni dello stile, non si può pur dire che traducano. Queste cose giova ed è a proposito il dirle, e anche il ripeterle spesso: acciocchè altri non presuma (come si fa in questo secolo tutto giorno) dovere con ingegno forse meno che comunale, con poca o nessuna arte e fatica, ottenere quella medesima gloria che spesso con somma arte, con fatiche grandissime, non ottengono gl'ingegni sommi. Ma non si dee per queste cose riprovare il genere delle traduzioni: ben si stimeranno perciò tanto maggiormente, e si riputeranno degne di tanto più onore e fama le traduzioni perfette.</p>
<p>Quanto all'utilità, io non credo che, oltre alla parte dello stile, non possano le traduzioni essere utili anco per le materie. Qual materia è più divulgata e più trita che le notizie de' fatti della Grecia e di Roma? Per questo non si leggeranno più al mondo istorie di cose romane o greche? E leggendosi, chi può dubitare che assai più diletto primieramente, e poi frutto di più intima, di più viva, di più, per così dire, oculata contezza dei casi e degli uomini, non si abbia sempre a raccorre dalla lettura delle storie composte da Greci o da Latini, che di quelle che delle medesime cose sono state o saranno fatte dai moderni? Così niuno mai, per udire o per leggere altri che la descrivano, potrà fare in sua mente, non dico un vivo, ma nè anche un vero concetto della eloquenza di Cicerone e di Demostene, nè forse ancora dell'uno e dell'altro uomo, se egli non leggerà le loro Orazioni; e dell'uno, eziandio le Lettere. Così d'infinite altre cose: che in vero infinite se ne ritrovano di quelle che o non si potranno aver mai se non dagli stessi scrittori antichi, o sempre si avranno migliori e più dilettevoli dalle fonti, che alcun altro luogo. Onde, potendosi in Italia intendere, non che leggere speditamente, il greco e il latino da tanto pochi, rispetto al numero di quelli che o si dilettano o per qualunque cagione usano di legger libri; perchè negheremo noi che non le convenga anco per la cognizione delle materie, essere provveduta di buone traduzioni dal latino e dal greco: quando nella Germania, ove è tanto minore il bisogno, è tanto grande la copia dei volgarizzamenti, i quali, siccome essi meritano, così ancora hanno grandissima riputazione? E lo stato dell'Italia in questo particolare è comune alla Francia, e parimente all'Inghilterra oggidì, e in somma a tutto il mondo, salvo solamente la Germania e l'Olanda, e in alcuna proporzione la Svezia e la Danimarca.</p>
<p>Ma quando eziandio stessero così le cose, che ogni persona colta e gentile, insino alle donne, leggessero latino e greco (cosa tanto vicina alla verità, che ella ci riesce ridicola a immaginarla), tuttavia le traduzioni perfette avrebbero quel pregio che hanno le statue e le pitture eccellenti, che non servono però a nulla. Dico non servono a nulla, per favellare come sogliono i nostri filosofi. Anzi servono esse a dilettare lo spirito: effetto che io non ho mai saputo intendere come non sia utilità. Quasi che l'uomo cercasse o potesse cercare in sua vita altro che il diletto. O quasi che il diletto gli desse tra mani così ad ogni ora. Ma tornando al proposito, io per me leggo con piacere uguale la Rettorica di Aristotele nella propria scrittura greca, e nella nostrale del Caro; e non mi par gittare il mio tempo, letta che ho l'una, a leggere ancora l'altra. La qual traduzione del Caro non è però senza difetto; ma ella ha solamente quelli che dava di necessità il tempo: nel quale di greco non sapevasi più che tanto, e i testi degli antichi non si avevano così emendati come si hanno oggi.</p></div1>
<div1><head>ORAZIONE DI G. GEMISTO PLETONE IN MORTE DELLA IMPERATRICE ELENA PALEOLOGINA</head>

<p>Non sarà egli cosa convenevole e giusta il rendere onore di lodi alla madre dei nostri imperatori e duchi, passata novamente di questa vita; o sarà ella questa un'impresa agevole e proporzionata a qual che si sia lodatore? Non troveremo però che questa donna tra quelle che furono collocate in pari grado di fortuna, abbia molte pari; e non sono poche le virtù e gli ornamenti che di lei si possono ricordare. Diciamo adunque ch'ella fu, di nazione, trace. La nazione dei Traci è antica, e delle maggiori che sieno al mondo: io non dico solamente di quella di qua dal Danubio, le abitazioni della quale si distendono per insino dal Mar Nero all'Italia; ma intendo parimente di quell'altra parte di là dal Danubio, i quali favellano la medesima lingua che questi di qua, e tengono un tratto di paese che va infino all'oceano che è da quella banda, e infin presso a quel continente che per lo estremo del freddo è disabitato: ed anco questa parte è molta, e più assai di quella di qua dal Danubio. Questa gente, per essere animosa e di non rozzo sentimento, non fu senza il suo pregio insino ab antico. Perocchè colui che in Atene instituì quei misteri eleusini, il suggetto dei quali si era l'immortalità dell'anima, fu Eumolpo trace; e da essi Traci è fama che la Grecia apprendesse il culto delle Muse. Ora una gente usata di onorare le Muse, non può essere goffa nè incolta; e così una che abbia riti e credenze attenenti all'immortalità dello spirito umano, non può essere di animo ignobile. Di questa così fatta nazione fu il padre dell'imperatrice passata poco dianzi ad altra vita; signore di una provincia di non ispregevole condizione, presso al Vardari, fiume che ha un'acqua delle ottime tra tutte le acque correnti, e delle sanissime da bere; uomo poi di fortezza e di giustizia grande, e di perfetta fede verso gli amici. Nata di sì fatto sangue, la madre dei nostri imperatori e duchi fu sposata al padre di quelli, uomo superiore assai, e per dignità e per fortuna, ai parenti di essa, principe, verso di se, ottimo; e disceso di non pochi principi somiglianti; all'ultimo, imperatore di questa nostra gente romana della cui antica felicità, e della virtù antica, soverchio sarebbe il favellare, siccome di cose note a una gran parte delle persone; se non che non dovrà essere importuno il dirne per ora questo tanto: potersi malagevolmente trovare che in alcune delle molte repubbliche e monarchie che furono in tutto il tempo di cui si ha memoria, concorressero sì fattamente insieme tanta virtù e tanta felicità, e durassero per tanto spazio, quanto nell'antica repubblica dei Romani.</p>
<p>Ebbe adunque primieramente l'imperatrice di cui diciamo ora le lodi, questa felicità: che nata di genti buone e valorose, ed oltre ciò non ignobili, fu sortita ad un maritaggio molto superiore allo stato suo, sposata all'imperatore dei Romani, che poco avanti, per la morte del padre, era pervenuto all'impero. Da questo innanzi non andarono le sue felicità senza la mescolanza dei lor contrari, atteso gli assedi gravi e difficili che ci bisognò sostenere dai Barbari, massimamente quell'assedio lunghissimo e pericolosissimo che la città nostra ebbe a patire non molto dopo la venuta all'imperio del nuovo principe. Ma l'imperatrice, per sua virtù, fu veduta portare l'una e l'altra fortuna con grandissima moderazione: non perdersi di cuore nelle cose avverse, non si lasciare enfiar dalle prospere; ma serbare il suo convenevol modo in ambedue le condizioni dei tempi. Perciocchè ella era donna e di conoscimento e di fortezza d'animo più che da femmina; siccome di castità non cedeva il pregio a Penelope. E la rettitudine ancora non fu in lei compiutissima? certo noi sappiamo che ella mai non fece male ad alcuno, e che per contrario fece bene a molti e molte. E in che altro si può dir che consista la rettitudine più propriamente, che in non far pregiudizio, di volontà nostra, a chicchessia, e far bene a più che si può? Ancora ebbe ella, tra molte altre felicità, questa grandissima: che ritrovandosi madre di molti figliuoli e valenti (e di questi, alcuni imperatori, altri duchi e collocati nei gradi prossimi all'autorità imperiale), tutti li vide concordi per lo più tra loro; e se talvolta per avventura v'accadde alcuna dissensione, mai non li vide scorrere a cose estreme, secondo che suole avvenire spesso tra principi e potentati uguali; anzi, come a dir, senza alcuno strepito, comporre ogni differenza.</p>
<p>Questa donna di tanta bontà e virtù, e tanto, nella più parte delle cose, bene avventurata, in età non immatura, si parte al presente da questo secolo. E io non dirò veramente che sia cosa agevole a portar questo caso senza dolore alcuno. Perocchè ancora delle altre separazioni scambievoli e delle partenze che si fanno in questa vita nostra, e più quando elle sono credute essere per più lungo tempo, sogliono gli uomini per natura attristarsi: siccome quelli ai quali diletta più l'usar da vicino e presenzialmente colle persone care, onde non senza ragione, dall'altro lato, l'avere a dipartircene ci riesce duro e acerbo. Ora egli si conviene però avere questa opinione anco delle morti, vogliasi dei congiunti, o vogliasi degli amici, ovvero delle nostre proprie: cioè a dire, che elle non sieno altro che partenze e viaggi della parte migliore e principale dell'uomo, per un luogo (quale egli sia) che le convenga e stia bene; e non consistano già esse in un disfacimento di tutto l'uomo. Perocchè ella è una trista cosa questa sentenza, che la morte sia un venir meno e un disperdersi di tutto l'uomo; e vedesi che dove ella nasce, o sieno persone particolari o sieno città, tutti ella riduce a esser da meno, e a sentire più bassamente, che non sono e non fanno quelli che tengono il contrario. Oltre di questo ella è falsa. E primieramente per questa considerazione medesima si manifesta che ella sia falsa: dico dal vedere che gli uomini, per seguir lei, sono peggiori che quelli della contraria. Poichè non è ragionevole che la opinione falsa faccia migliori gli uomini, e peggiori li faccia la vera; ma senza alcun fallo, quel che fa gli ordini peggiori, quello è il falso; e quello che li fa migliori, è il vero. Di poi, non bisogna che altri, attendendo a quello che l'uomo ha comune cogli altri animali, conchiuda però che tutta la nostra essenza sia prossima a quella delle bestie; ma vuolsi eziandio guardare a quelle altre operazioni dell'uomo che hanno più del divino, e di qui conchiudere che in noi debba anco essere un'altra essenza, molto più divina di quella degli animali.</p>
<p>La verità è questa. Che presegga alla università delle cose un Dio unico, artefice delle medesime e governatore, e che questo sia di bontà suprema, non ci può essere alcuno (se egli non fosse però di concetti molto ben guasti) che, o discorrendo seco medesimo, non lo affermi, o udito così giudicare da altri, non lo confessi. Similmente, che tra questa natura e la umana debba ancora esserci un'altra natura: sia poi questa di un genere solo, ovvero distinta in più generi; dico una natura superiore alla nostra dall'un dei lati, e dall'altro, di grandissima lunga inferiore alla divina, non ci sarà chi lo neghi: perocchè niuno presumerà che l'uomo sia la più perfetta e la migliore di tutte le opere di Dio. Queste tali sostanze adunque, più perfette di noi, ciascuno dirà non dovere essere altro che intelligenze, ovvero ancora certe anime più eccellenti delle nostre. Ora queste sì fatte nature, quale altro atto e quale operazione avranno più propria e più principale, che la contemplazione degli enti; e sopra di questa, la considerazione dell'autore dell'universo? la quale è la più eccellente operazione, e la più beata che possa aver luogo in quelli che da natura vi sono atti. E vedesi manifestamente che l'uomo ancora è capace, oltre alla speculazione degli altri enti, anche di questa considerazione di Dio. Per tanto non diremo che la specie umana partecipi solamente degli atti delle bestie, e che solo sia occupata in quelle medesime cose che sono occupati gli animali; ma terremo che ella partecipi altresì delle operazioni che sono proprie delle specie superiori a lei: considerato che essa ancora adopera, per quanto può, la medesima contemplazione che è propria di dette specie. Quelle cose poi che hanno comunanza scambievole di operazioni, necessario è che di natura medesimamente abbiano comunanza; essendo pur di necessità che le nature sieno corrispondenti alle operazioni, e le operazioni alle nature. Adunque, siccome dal vedere che l'uomo partecipa delle operazioni degli animali, conchiudesi, e ciò a buona ragione, che egli ha una natura simile a quella delle bestie; così, veggendo che esso uomo partecipa altresì nelle operazioni delle specie superiori alla nostra, argomentisi che egli debbe avere anco una natura simile a quella di dette specie: non potendo essere che operazioni conformi non procedano da natura conforme. E però conchiudasi che l'uomo è composto di due nature: l'una di qualità divina, l'altra corrispondente a quella delle bestie; questa mortale, ma quell'altra divina, immortale; posto che ancora quelle delle sostanze più perfette dell'uomo, sieno immortali. E certo in niuna maniera è credibile che Iddio, con essere sommamente buono, e rimoto da qualunque invidia, non abbia nelle sostanze prossime a se, oltre agli altri doni, conferita eziandio l'immortalità. Che se quelle sono immortali, ancora quel tanto della nostra essenza che è proporzionata alla loro, sarà immortale. Perocchè mai non potrà essere alcuna, eziandio menoma, proporzione da mortale a immortale: che è come dire da quello in cui la potenza di essere è terminata e caduca, a quello che l'ha perdurabile ed infinita.</p>
<p>Coloro eziandio che si uccidono da se stessi (come che in ciò adoprino secondo ragione o altrimenti, che questo non rileva nulla a quel che noi vogliamo provare), danno a conoscere che l'uomo è composto di due diverse essenze, e come l'una di esse è immortale, e l'altra mortale. Perocchè niuna cosa è al mondo di tal natura, che essa alcuna volta appetisca e procacci la distruzione propria; anzi tutte le cose sempre, con tutto il potere, procacciano di essere e di conservarsi. Laonde è impossibile che l'uomo, quando egli si uccide da se medesimo, uccida col suo mortale il suo stesso mortale; ma sì bene egli spegne la natura mortale che è in lui, colla natura immortale.</p>
<p>Per questi e simili discorsi, che non tutti al presente è luogo di ricordarli, sappiamo che le nazioni più antiche di cui si ha memoria al mondo, e le più riputate, tutte parimente concorsero in questa sentenza, che le anime degli uomini fossero dotate dell'immortalità. Come a dir gl'Iberi, i Celti, i Tirreni, i Traci, i Greci, i Romani, gli Indiani, i Medi, gli Egizi; e così qualunque altra vogliasi non oscura e non isprezzata gente. Adunque con buona ragione ancora noi abbiamo detto, non altro essere le morti, sì dei congiunti e degli amici, e sì le nostre proprie, se non peregrinazioni della più degna parte dell'uomo ad un qualunque luogo a lei accomodato, e separazioni degli uni dagli altri per alcun tempo solamente, e non già in perpetuo.</p>
<p>Di maniera che debbe ogni virile animo sapere in sì fatti casi non difficilmente racconsolarsi; e in niun modo riputerà egli per le maggiori disavventure del mondo le morti de' suoi: massimamente di quelli dei quali, per la virtù loro e la ben condotta vita, sperasi che colà sieno per venire in buona e felice stanza. La quale opinione è da avere altresì della Imperatrice testè defunta, stata di quella virtù e di quella onoranda vita che tutti sappiamo. Perciocchè nè anche questo parrà credibile a persona d'intendimento anco scarso: che di là i buoni non trovino, in ricompensa del merito, migliori partiti, e peggiori i rei: essendo che Iddio sia fermamente riputato giudice giustissimo e incorruttibile. </p></div1></body></text></TEI.2>
