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      <title>Relazione di Germania (1722)</title>
      <author>Giovanni Priuli</author>
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      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
      <pubPlace>Roma</pubPlace>
      <date>2005</date>
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        <title>Relazioni di ambasciatori veneti al Senato : tratte dalle migliori edizioni disponibili e ordinate cronologicamente</title>
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        <author>Firpo, Luigi</author>
        <publisher>Bottega d'Erasmo</publisher>
        <pubPlace>Torino</pubPlace>
        <date>1965</date>
        <note>Il volume quarto va dal 1658 al 1793.</note>
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                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                      digitale</p>
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                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
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<div1 n="Relazione di Germania (1722).">
<head>Relation des Giovanni Priuli. 1722.</head>
<opener><salute>Serenissimo Principe.</salute></opener>
<p>Rilevo per un grand' onore della mia umilissima persona il dover 
rassegnar all'Eccellentissimo Senato questa relatione 
dell'Ambasciata da me sostenuta alla Corte Cesarea, doppo tanti anni 
da che un tale antico e prudente costume era già andato in disuso. 
Il carattere dell'obedienza più benemerita, regolarmente sta 
nell'essere cieca, ma in questo caso credo di meglio servire alla 
mia Patria obedendo con qualche avvedutezza, e scrivendo con in 
vista i disordini nati in passato, avendo lo stesso veduto nella 
Libreria dell'Imperatore, e nelle mani di più privati in Vienna 
molte relationi di varij cospicui Patricij ritornati dalle Corti; di 
sorte che quelle carte quali dovrebbero servir di solo lume 
all'Eccellentissimo Senato, han valso, abusate, ad accendere et 
irritare gl'animi di quei Principi, de' quali nelle stesse si 
parlava con libertà di Republica. Io ho creduto mio dovere di 
rassegnarne un zelante umilissimo cenno alla Serenità Vostra sino 
nel mio dispaccio 293, all'ora quando emanò il venerabile decreto 
di rimetter nella pristina osservanza le leggi in questo proposito; 
Non sò sino a quest' ora qual correttione si sia o meditata, o 
risolta dalla Publica suprema auttorità contro un tal disordine, 
ch' è massimo, ma in ogni caso confiderò che non sia per 
scordarsene, mentre certamente la publicità di tali gelosissimi 
manuscritti, oltre l'essere scandalosa, si rende anche dannosissima 
ai più sagri riguardi di Vostre Eccellenze.</p>
<p>Con tale rispettosa sincerissima premessa m'avvanzerò poi a dire, 
che l'Imperator presente Carlo VI è un Principe di rara 
essemplarità ne' suoi costumi, amante della giustizia, e sopra 
tutto fedele ne' suoi impegni; principij da quali non dovrebbero 
nascere che felicissime consequenze ai suoi Stati, e per tutti quei 
Principi ancora che banno interesse, overo necessità, di trattar 
seco; Pure sempre uniformi non sono stati i successi, e si vedono 
purtroppo delle irregolarità, che potrebbero mettere in dubbio 
quelle asseveranze di lode, ch' io giustamente gl'ho reso, e che 
tutto il mondo gl' accorda il vero è che non sempre il solo genio 
de' Principi, e specialmente degl'Imperatori, forma il destino di 
tutti i proprij, e degl'affari stranieri; ne hanno una gran 
parte, quasi da per tutto, i Ministri, e questi in particolare 
l'hanno maggiore in Vienna, dove Cesare fa la figura di Capo 
dell'Imperio, quasi come d'una grande Republica, nella quale è ben 
vero ch' egli ha la prima influenza, ma non però un'assoluta 
dispositione; sì come questo generale sistema dell'Imperio è più 
che noto all'Eccellentissimo Senato vi innoverò, e servirà 
solamente per meglio spiegarmi, che con tal proportione si regolano 
anche tutti li Stati Ereditarij di Casa d'Austria, e la sua stessa 
Città Imperiale, in cui si contano undeci Consegli, senza il voto 
d'alcuno de' quali rispettivamente ben rare volte Sua Maestà si 
rissolve di comandar cosa di rimarco, onde succede ben spesso, che 
dalla varietà de' pareri, ma molto più dagl'interessi, e dalla 
competenza di questi corpi nascono quelle dilationi ch' oltre il 
genio tardo del Paese sono tal volta fatali alle proprie non meno, 
ch' alle convenienze degl'altri.
Potrebbe Cesare con una sola parola decidere frà di loro, e dar 
fine alle garre tanto pregiudiziali al suo servizio, ma non v' è 
esempio, ch' abbia mai voluto farlo. Più d'un Preside delli 
Consegli lo hà supplicato di mettervi bocca, mostrandole il grave 
danno della giustizia nel suo silentio, pur egli mai ha voluto 
determinarsi, facendo vedere in ciò, che ancora i Principi grandi, 
niente meno che li privati, sentono i proprij riguardi. Una prova 
assai convincente di questa verità è la dissonanza che passa frà 
il Ministero Tedesco, et il Spagnolo, ben nota all'Imperatore, e pur 
tollerata: Toccano al primo tutte le incombenze dell'Imperio de' 
Paesi Ereditarij, e per dire il vero, di tutti gl'affari in 
universale politici, militari et economici. Li Spagnoli non 
dovrebbero avere che l'intendenza sopra quei Stati, che di presente 
dipendono dall'Imperatore, distaccati in forza della Quadruplice 
Alleanza dalla Spagna; come però anche nel nostro corpo deve
rissentire tutto il composto, quando soffre una parte, così per 
necessità il Ministero Tedesco non può esser indolente ai molti 
disordini, che angustiano li Stati d'Italia e di Fiandra, quando 
questi vorrebbe il Ministero Spagnolo governarli indipendentemente 
non solo, mà ancora per così dire, in nascosto del Ministero 
Allemano. Qui ne nascono in primo luogo molti personali 
irrittamenti, ma poi ne susseguitano non pochi sconcerti di governo, 
e di Stato. Tal volta è successo, come appunto nelle vertenze di 
Napoli con Vostra Serenità, che sulle rifferte sole di qualche 
Ministro Spagnolo, siano usciti degl' ordini affatto ignoti alla 
Conferenza, quale ha mostrato sempre d'intenderli con 
sorpresa, ma più ancora con disapprovatione, professando 
chiaramente, che quando gl'affari arrivano ad esser frà Principi, 
non si dovesse avvanzar all'impegno senza il voto di chi pressiede 
alle materie di stato.
Niente meglio corrono in questa parte li militari, perchè dipendono 
questi necessariamente dal soldo e dalla Cassa, che viene per li 
Stati, ch' erano della Spagna intieramente amministrata dalli 
Spagnoli, onde il Conseglio di guerra può ben fare le sue 
dispositioni, ma queste non ponno mai esser esseguite, quando 
mancano li mezzi, e non si provede il contante. In quest' economia 
poi più che in ogn' altra parte predomina il disordine, mentre 
tutti li Sudditi, particolarmente d'Italia, gemono sotto a pesi 
intollerabili, e pure non sono pagate le militie, nè mai entra un 
soldo di tal ragione nella publica Cassa Cesarea, di sorte che 
quanto si è scorporato dalla Monarchia di Spagna, può ben rendere 
più vasto il dominio dell'Imperatore, ma non lo rende certamente 
nè più forte, nè più ricco. Non più forte, perchè anzi lo 
distrae nella necessità di maggiori custodie, e non più ricco, 
perchè restano assorbite tutte le rendite ch' escono da quei Stati, 
oltre il scarso mantenimento delle militie, dalli molti e ricchi 
assegnamenti dei ministri, et altri soggetti Spagnoli, di sorte che 
i più vecchi, e deve credersi anco i più savij Tedeschi 
desiderarebbero vedersi senza queste nuove conquiste, quali se non 
fossero prottete dal genio particolar dell'Imperatore, credo che 
assai facilmente si farebbero servire dal Ministero Allemanno al 
prezzo d'una pace veramente reale e durevole, non lusingandosi 
alcuno di loro, che il Rè Filippo voglia lasciar mai separare dalla 
Monarchia quelle parti che ha dovuto cedere alla necessità del 
tempo et alla stravaganza delle congionture.
Professano assai chiaro che l'Imperatore sarebbe molto più potente, 
se non fosse distratto dall'affetto, e dall'applicatione per li 
Stati d'Italia, e volesse captivarsi il genio de' suoi Vassalli, 
coltivando l'Imperio, e ben maneggiando i suoi Regni, e Provincie 
Ereditarie, ma specialmente l'Ungaria, dove la buona direttione 
potrebbe farne un Regno felicissimo, quando in adesso egl' è tutto 
confusione e disordine. Non ostante la strepitosa spontanea 
deditione fatta dagl'Ungari, di mettersi trà i Stati Ereditarij di 
Casa d'Austria, e passare anche sotto il dominio delle Femine, non 
ha saputo persuadersi il Consiglio di guerra ad allegerirli dal peso 
di venti milla Fanti e sedici milla Cavalli, che devono 
mantenere in quel Regno, e che si stimano necessarij alla custodia, 
è per meglio dire alla soggettione di quei popoli facili per altro 
al cambiamento, e che non sono generalmente ben affetti 
all'Imperatore. Una tal diffidenza, et un tal aggravio feriscono sì 
dentro al cuore la Nobilità egualmente, che il popolo, et ogn' uno 
soffre di mal animo il grave peso, ma molto più rissente del 
motivo, che pare ingiurioso alle publiche rimostranze di fede già 
fatte, di sorte che quando veranno disgrazie alla Casa d'Austria, 
non averà ella da contar molto sopra la costanza degl'Ungari; e se 
mancherà senza maschi l'Imperatore, potranno assai facilmente 
vedersi gl'effetti molto dissimili dalle promesse. Un tal caso che 
dovrebbe antecipatamente svegliar alle meditationi più serie tutti 
li Principi dell'Europa, non ne lascia dormir certamente molti 
nell'Imperio, e di quelli che vi hanno una maggior relatione. Per 
questo l'Imperatore è in qualche necessità di procedere con molta 
risserva, e specialmente cogl'Elettori, onde non si svegli il 
pensiere di promovere l'elettione d'un Rè de' Romani et a questo 
fine forse più che ad ogn' altro egli ha voluto guadagnarsi, col 
matrimonio delle Nepoti le due Case di Sassonia, e di Baviera, che 
sono le più potenti in adesso frà le Elettorali Cattoliche, et a 
costo anche di dare a loro qualche ragion di pretendere sopra lì 
Stati Ereditarij in confronto dell'Arciduchessa sua Primogenita egli 
ha creduto è meglio, o minor male di attendere al punto massimo, et 
obligare quei Principi a non farsi auttori di novità troppo 
spiacevoli, e troppo svantaggiose alla persona di Cesare.
Ho scritto nelli dispaccij 209 e 312, che l'Imperatore inclinava 
a presciegler per i grandi sponsali della figlia il Principe Carlo 
terzo genito del Duca di Lorena, et in fatti per tutti li riscontri 
da me combinati tal è l'idea, che viene custodita però come un 
arcano; ma l'essere il Duca di Lorena cognato del Duca Regente, fa 
che si giudichi di lui come d'un soggetto molto attaccato alla 
Francia et in consequenza non molto aggradevole all'universal 
dell'Imperio, onde il Corpo Elettorale possa facilmente convenire in 
una tal massima, quale forse, tutto al contrario, quando venisse a 
farsi nota, e farsi certa, potrebbe risvegliare tutti gl'umori 
contrarij, e scioglere dall'attaccamento, ch' hanno con Cesare anche 
quei Principi a lui più congiunti di sangue et uniti per ora 
d'interesse. Quando il tempo maturi questo caso, egli sarà sempre 
pericoloso, e potrà suscitare più mali interni, e forse maggiori 
gelosie di lontano. </p>
<p>Oltre a queste poche cose che tutte in epilogo ho rassegnato
all'Eccellenze Vostre credo, che non le sarà discaro di saper in 
universale le forze e le rendite dell'Imperatore. Egli ha in 
presente a suoi stipendij Fanti 90600 e 31507 Cavalli disposti, 
come dal foglio numero 1, et ha di rendita annuale Fiorini 
39202400 come dal numero 2. È ben vero che ambidue questi 
calcoli patiscono alla giornata necessariamente le sue grandi 
alterationi, ben sapendosi, che le truppe sempre si sminuiscono, e 
frequenteniente si reclutano, e così ancora le rendite per tanti e 
varij accidenti si alterano; ciò non ostante non sarà inutile il 
dettaglio a chi dell'Eccellentissimo Senato avesse la curiosità di 
leggerlo, avendolo lo raccolto con qualche particolar diligenza a 
quest' effetto, perchè può esser di presente, e forse più ancora 
in avvenire, e di lume, e di regola.</p>
<p>Studierò poi con egual brevità di rifferire all'Eccellentissimo 
Senato quelle relationi particolari del suo interesse in presente 
colla Casa d'Austria, e specialmente di quelle, nelle quali ho avuta 
qualche mano nel frà tempo ch' ho goduto l'onore di servire 
l'Eccellenze Vostre a quella Corte. Parlerò in primo luogo della 
materia de' Confini, perchè questa sarà sempre la più ferace di 
gelosie, e di pericoli. Stanno si può dire rinchiusi li Stati tutti 
di Vostra Serenità nella Terra Ferma, Istria, e parte della 
Dalmatia da quelli di Cesare. Li Confinanti, che mossi forse dal 
proprio particolar interesse, vivono trà di loro con 
dell'animosità, promovono frequenti querele, e quando queste 
arrivano alla Corte scortate da qualch' ufficio, e ben spesso ancora 
da qualche regalo. trovano non solo pronto l'orecchio di più d'un 
Ministro, ma in oltre disposto anche il genio per l'universale, al 
sospetto, che la Serenissima Republica abbia in tempi diversi 
dilatato cautamente il proprio confine: Questa benchè non fondata 
preoccupazione unita al concetto deplorabile, che tutto è si 
voglia, o si debba soffrire, induce la Corte a rilasciare ben spesso 
gl' ordini d'operare di fatto. Chi serve l'Eccellenze Vostre a 
quella parte resiste per quanto può, a questo modo di procedere, 
che non è ammesso da alcuna legge divina, nè umana, ma come quei 
Ministri sempre scarseggiano di tempo, et abbondano di facende, 
così riesce difficilissimo condurli ad informarsi esatamente dei 
fatti, e di quelle notizie, che per l'ordinario metterebbero in 
chiaro la Publica ragione; ma trattandosi il più delle volte 
di cosa non rilevante, pare a loro, che non vaglia la pena d'un 
lungo esame, anzi per non fallar in proprio danno, sostengono come 
principij di verità ogn' assertione de' loro sudditi, e danno a 
queste vertenze un' aria presa più tosto dalla fortuna di Cesare, 
che dalla sua giustizia; ciò non ostante nel tempo ch'io ho avuto 
l'onor di servire Vostra Serenità, o non son nati certi disordini, 
o si sono assai onestamente composti. Ha giovato ad un tal fine 
l'amicizia da me assiduamente coltivata del Canceliere di Corte 
Conte di Sinzendorff, quale sulle mie premurose insistenze, 
rilasciò più volte ordini rissoluti alli Governatori delle Piazze, 
al confine di ben vicinare, e togliere l'occasioni alle querele, o 
sedarle per quanto era possibile, sul fatto, perchè quando poi 
arrivano alla Corte, è sempre più difficile il terminarle. Si sono 
fortemente promosse le istanze per far una volta li confini nella 
Dalmatia, che si pretendevano dilatati molto, e molto più di 
quello, che sono in presente, giust' al Publico antico possesso, 
come ne' miei dispaccij 92; ma Dio Signore ha voluto, col mio 
mezzo togliere alla Patria questa molestia, et ho potuto guadagnarmi 
l'affetto, e la confidenza del Baron di Teuffenbach, e condurre il 
Cancellier di Corte nell'opinione più commoda di non promovere 
novità, onde s'è rimessa in silentio una vertenza, che non sarebbe 
certamente terminata senza qualche publico, e non leggiero 
discapito. L'Imperatore ama intieramente la giustizia, e la vuole, 
ma molti Ministri, che devono rintracciarla, la perdono nella 
faragine de' grandi affari, e nel costume del loro vivere, che 
assorbe troppo di quel tempo, che sarebbe indispensabilmente 
necessario alle loro incombenze.
Rifletterò poche cose in secondo luogo sopra l'Alleanza perpetua, 
che corre trà Cesare, e la Serenità Vostra; questa per verità, 
oltre tutto quel bene, ch' ella porta, rispetto alla Potenza 
Ottomanna, concilia ancora all'Eccellentissimo Senato molta stima 
nella Corte di Vienna. Vivono alla memoria d'alcuno di quei Ministri 
i molti vantaggi riportati dall'armi Cesaree dopo la Sacra Lega, 
segnata da Vostra Serenità nel 1683; si confidano non 
disuguali le diversioni in tutti gl'incontri dell'avvenire, e come 
essi mancano intieramente d'armata di mare, così apprezzano molto 
questo genere di forze, che essi non hanno, e non saprebbero sperar 
da altra parte; per questo si ostenta da loro con merito la fede 
serbata nei publici bisogni, e l'armi prese in tempo che perduta la 
Morea, minacciavano i Turchi maggiori e più vicine disgrazie 
ai Stati di Vostra Serenità; Protestano di farlo in tutte le 
occasioni con pari costanza, e per verità nel caso de' Dolcignotti 
nulla mi restò a desiderare dal ministero, e da Cesare stesso, 
tanto nelle più ample proteste d'impegno, che negl'ordini più 
rissoluti spediti al suo ministro in Costantinopoli, in caso che 
l'affare avesse preso figura pericolosa. E condesceso il Principe 
Eugenio per qualche cenno da me fattogli sopra le lettere 
dell'Eccellentissimo Bailo Emo ad accordare al Dierlingh (che 
all'ora aveva il solo titolo di Segretario) il carattere di 
Ressidente, acciò potesse aver più accesso alla Porta, e sostenere 
con più di credito la Publica ragione. L'Imperator medesimo mi 
rilevò i sentimenti più generosi del suo impegno nell'Udienza 
espressa, che per quella causa fui commandato di prendere da Vostre 
Eccellenze, e sperarei certamente, che in ogni incontro fosse eguale 
la massima di quel Sovrano, e perchè si preggia di tenere la sua 
parola, e molto più perchè comprende nella sicurezza publica il 
proprio interesse.</p>
<p>Per le cose d'Italia egli amerebbe d'unirsi più strettamente 
coll'Eccellentissimo Senato, ma pare che non sappia sperarlo, onde 
questo suo desiderio, qual dovrebbe servir di fomento alla migliore 
corrispondenza, restando vano, si cambia quasi in irrittamento, et 
esce alcuna volta dalla bocca de' Ministri qualche querela, 
imputandosi alle publiche massime di soffrire mal volontieri la 
grandezza di Cesare, e che forse si bramino l'occasioni di vederla, 
se non di renderla più moderata, punto sopra il quale l'attentione 
dell'Ambasciatore deve star sempre in guardia, e condursi con assai 
di buona grazia, per togliere a tutto potere dall'animo del 
Ministero una tale sinistra impressione.</p>
<p>Finalmente la questione più agitata per tutto il tempo ch' io ho 
servito a Vostra Serenità nella Corte di Vienna, fù la materia 
tanto combattuta delle visite de' bastimenti. Io non renderò conto 
all'Eccellentissimo Senato della medesima nel suo intrinseco, o per 
le ragioni, che l'hanno promossa, o di quelle, che li mantengono, ma 
solamente mi restringerò a rifferire come dall'universale del 
Ministero ella venga concepita, onde una tale scoperta possa servire 
di lume alla publica sempre prudente condotta. Si discorda in primo 
luogo nei fatti, e si suppone, che nei Porti del Mediterraneo non si 
visiti regolarmente, ma in caso di farlo si abbia prima certe 
notizie del contrabando, onde la reità renda poi indegni li 
colpevoli della prottetione de' Principi. Si nega d'aver mai dato 
l'assenso a visite nel Porto, o aque di Venetia, anzi aver 
sempre resistito le Corone a tali attentati; che se pur alle volte 
saranno seguite come operationi di fatto in Casa propria, si 
pretende, che nulla pregiudichino ad una prattica universale in 
contrario della quale i Forastieri vogliono cavar come un dritto; 
Chi serve all'Eccellenze Vostre, cerca di negar questi fatti, et 
introdurne di totalmente contrarij, ma come io sono stato commandato 
in più Ducali, e specialmente in quelle de' 6 e 
13 Dicembre 1721, di non entrar mai nel fatto, e sostenere 
stentamente la Publica Sovranità libera a custodir le sue rendite 
con quelle leggi, che trova più addattate al proprio bisogno, così 
non ho dovuto, che parlarne per incidenza, e per non lasciarmi 
intieramente scoperto. 
Questa massima non viene impugnata, ma si dice, che quando il 
commando d'un Principe riguarda l'interesse, e le convenienze 
degl'altri, e specialmente delle maggiori Corone, questo deve 
prender misure dalla prattica universale di tutto il mondo, onde si 
debba procedere, come generalmente procedono gl'altri; di sorte che 
volendosi far una cosa tutta particolare, e sempre combattuta, possa 
ogn' uno, che ne rissente danno, e dolersene, e resistervi.</p>
<p>Sa Dio in questo punto di ragione quanto io mi sia affatticato, e 
quanto abbia detto; sarebbe un troppo tedio all'Eccellentissimo 
Senato ridirlo anche in parte, ma posso ben assicurar all'Eccellenze 
Vostre che il mio zelo ha superato anche la mia natural debolezza 
per sostenere la Publica giustizia, ma non può credersi il veleno 
sparso contro la medesima dal Console Terroni, nel tempo del suo 
lungo soggiorno in Vienna; Professava egli insidiosamente, che tutto 
si facesse in Venetia per odio contro il nuovo commercio di Cesare, 
e con oggetto di rovinarlo nel suo principio; Irrittava l'animo 
dell'Imperatore, e de' Ministri allegando casi d'un odiosa 
disparità trà l'altre Corone; Asseriva aver egli vedute le 
condescenze, che si pratticavano colli Francesi, individualizando i 
casi, e specificando i tempi, come mi son dato l'onor di rifferire 
ne' miei dispaccij 247. Per verità egli aveva suscitato una tal 
commotione, che ho durato molto di fattica et ho consumato ogni 
sforzo dell'industria per impedire quei maggiori sconcerti che pur 
troppo si minacciavano. Ho studiato ogni via per temperare il di lui 
irrittamento, et ho in fatti avuto più d'un riscontro, ch' egli 
scriva in adesso con sensi più moderati di quelli, ch' era solito 
spargere con la voce. Gioverà sempre vivere con dell'attentione 
sopra questo Ministro, perch' egli ha molto talento, e non lento, e 
non poco credito, onde potrà sempre promovere alla Corte del 
torbido, in questa materia specialmente, nella quale par che vi sia 
massima di non condurla così presto al suo fine, e per 
approffittarsi in tanto nella sospensione de' Privileggij di Napoli, 
ma molto più per star a vedere quali misure prenda sul proposito la 
Corona di Francia, per risserva di non assentire ad un qualche 
ripiego, che restando poi fors' escluso dagl'altri, venisse a 
soccombere coll'interesse anche la dignità dell'Imperatore. </p>
<p>Chiudo finalmente con un riflesso sopra i passaggi del Golfo, 
custoditi in altri tempi da Vostra Serenità con tanta gelosia, e 
con tanto decoro, ora abusati dagl'Esteri, ma specialmente 
dagl'Austriaci, con una libertà che non solamente pregiudica 
l'antico diritto, ma decide col fatto (per non adularsi) in 
contrario. Il soffrire più lungamente, è lo stesso che rinunciar 
col silentio alla ragione, et al possesso. Il scuotersene può esser 
pericoloso, ma trà questi due estremi, la Publica sapienza, 
valendosi delle opportunità, che possono aprirsi, potrà ben forse 
un giorno tentar di redimere dall'infelicità dello Stato presente 
un affare, che i nostri Maggiori hanno sempre considerato per 
massimo. Tale sarà il mio dovere alla generosità 
dell'Eccellentissimo Senato, quand' egli si compiaccia donare il suo 
elementissimo compatimento a quest' atto imperfetto, ma tutto 
ossequioso della mia sempre rassegnata obedienza.</p>
<p>Terminata l'ultima mia publica udienza di congedo, per mano del 
Camerier Maggiore ha voluto Sua Maestà onorarmi col dono del suo 
Ritratto arrichito al solito di molti diamanti. Io l'ho ricevuto ma 
per metterlo a' piedi della Serenità Vostra, onde ne disponga colla 
sovranità del suo arbitrio, e quando anche la Publica sempre 
generosa munificenza lo destinasse a mio favore in memoria del 
prestato servicio, ad ogni modo io lo guarderò sempre come una 
grazia dell'Eccellenze Vostre, dalle quali unicamente è permesso ad 
un Cittadino di ricevere, e di sperare beneficenze. Grazie.</p>
<closer><dateline>Datum li 22 Dicembre 1722.</dateline>
<signed>Giovan Priuli Cavalier.</signed></closer></div1></body></text></TEI.2>
