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      <title>Delle vicende e della rigenerazione de' teatri</title>
      <author>Matteo Angelo Galdi</author>
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      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
      <pubPlace>Roma</pubPlace>
      <date>2005</date>
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      <title>Collezione BibIt</title>
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        <title>Teatrali contese</title>
        <title type="part">tomo</title>
        <author>Pagano, Francesco Mario</author>
        <editor id="ed">Granese, Alberto</editor>
        <publisher>Edisud</publisher>
        <pubPlace>Salerno</pubPlace>
        <date>1999</date>
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                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
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                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
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			<div1 type="part">
				<head>PARTE PRIMA</head>
				<argument>
					<p>Delle vicende de’ teatri</p>
				</argument>
				<epigraph>

							<q><foreign lang="lat">Respicere exemplar vitae morumque iubebo
<bibl>Horat</bibl>
								<title>De arte poetica</title>
							</foreign></q>

									</epigraph>


						<p><hi rend="bold">Corruzione de’ teatri.
</hi>    Tutto dée rigenerarsi in una
repubblica, incominciando dall'animo e dal cuore, fino a i minori oggetti che ne circondano. I
buoni princìpi consacrati ne’ libri de’ filosofi debbono formar la base della
morale pubblica e adornar con tutte le virtù civili l'imprezzabile libertà. A
ciò dée particolarmente concorrere un'istruzione pubblica ben diretta. Di essa la
prima e la più bella parte sono i teatri: nel teatro si parla a tutti i sensi, nel
teatro possono risvegliarsi le più nobili passioni e, quel ch'è più
interessante, senza violentar la naturale inerzia degli uomini e facendo loro, fra l'innocente
riso e ‘l tenero pianto, concepire colla pratica degli oggetti parlanti le più
utili, le più sublimi verità.</p>
					<p>Fu per questo senza dubbio che i tiranni, distruttori di tutto ciò che fusse stato
onesto, rivolsero le loro prime cure a corrompere i teatri, unica parte dell'antica istruzione
pubblica che penetrò in Europa a traverso le tenebre della barbarie, e che se ne fece un
istrumento fatale di prostituzione. Gli attori, i loro costumi, la degradazione dell'umana
specie, i soggetti che venivano rappresentati, la musica, i materiali stessi delle
rappresentazioni portavano l'impronta del vizio il più nauseante e della prostituzione
autorizzata dalle leggi e dai costumi. Il corrompere altrui e il lasciarsi corrompere era la
moda del secolo.</p>
					<p>Ma quanti volumi ci vorrebbero mai per descrivere il danno incalcolabile che si è
apportato all'umanità con la corruzione de’ teatri in tutti i tempi e presso tutte
le nazioni sotto l'arbitrio della tirannide! Il perdersi a far la satira del vizio senza
sostituirgli la virtù sarebbe lo stesso che scovrire e lacerar le piaghe di un infelice
senza apportarvi alcun rimedio. Senza diffonderci in discussioni sterili e in declamazioni
vuote di senso, un solo argomento basti per farci applicar seriamente alla riforma di una parte
cotanto interessante della pubblica istruzione: quel che conviene ad una forma di governo non
può convenire ad un'altra, ciò che serve al sostegno delle monarchie non
può che menar la rovina delle repubbliche.</p>
					<p>Noi troveremo nelle repubbliche antiche il teatro formante una parte dell'istruzione
pubblica, e il troveremo fatto scuola di virtù civile e qual dovea essere per uomini
liberi.
</p>


						<p><hi rend="bold">Origine del teatro greco.
</hi>    

					Le guerre di Troia, di Tebe e di Messenia
fecero nascere nella Grecia le repubbliche, siccome nacquero ne’ tempi medi in Italia,
nel tempo della spedizione dei Crociati in Terra Santa. I popoli nell'assenza de’ loro
prìncipi e de’ loro armati satelliti conobbero che poteano ben  governarsi da se
stessi e incominciarono a gustar tutte le dolcezze della libertà. Alcuni de’ re
della Grecia morirono in que’ memorabili assedi, altri, particolarmente quelli che
ritornavano dalla distrutta città di Troia, furono sbalzati in terre incognite o
inghiottiti ne’ gorghi del mare dalle tempeste, e la maggior parte, che volle riassumer
l'antica autorità, o trovò i popoli indisposti o apertamente ribellati.
Così nacquero molte piccole repubbliche che, riunite le loro forze, contribuirono alla
libertà di altre finitime popolazioni, finché il loro genio d'indipendenza
invase tutta la Grecia
					<hi rend="apice">1</hi>
					<note place="End" n="1">
						<p>1) Le controversie
sull'origine e progressi del teatro greco non poteano formare un oggetto principale di questo
discorso, che sarebbe degenerato in una storia de’ teatri simile a quella di Signorelli e
di Brumoy. Rimetto adunque coloro che vorranno a fondo istruirsi di siffatta materia alla
<title>Storia critica de’ teatri antichi e modern
i</title> di Pietro Napoli Signorelli, edit. Nap., 6 voll. in 8°, tomo 1, capp. 6 e 7; al Vatry,
 <title>Ricerche sull'origine della tragedia
</title>, inserite nel tomo XXV degli
<title>Atti dell'Accademia d'iscrizioni e belle
lettere
</title> di Parigi; finalmente ad Orazio,
<title>De A. P.
</title>
						</p>
					</note>.</p>
<p>La prima cosa di cui rammentansi i popoli di fresco rigenerati sono i mali sofferti sotto il
passato empio regime, e una delle loro più predilette occupazioni di tesser la storia
delle scelleraggini e delle oppressioni de’ scacciati tiranni. I Greci trovarono nelle
famiglie de’ Pelopidi, degli Atridi e nella sventurata progenie di Edipo tanti e sì
diversi generi di delitti che sorpresero la loro mente ed aprirono un vasto campo alla
mitologia e all'immaginazione.</p>
					<p>Un'altra moltitudine di grandi oggetti offeriron loro i poemi inimitabili di Omero, molti
de’ quali, oltre la superstite <title>Iliade</title> e <title>l'Odissea</title>, ne vanno
dispersi. In questi capi d'opera dell'ingegno umano, in questi sforzi della immaginazione e
dell'arte, si attinsero non solo grandiosi soggetti, ma nobili espressioni per dipingerli con
dignità sulla scena
					<hi rend="apice">2</hi>
					<note place="End" n="2">
						<p>2)Questa
è l'opinione più ricevuta non solo da’ filosofi, ma da’ migliori
critici, tanto più che ne’ tragici greci ritrovansi molte sentenze, locuzioni,
immagini, prese da Omero, Esiodo ed altri poeti, di cui non rimane che qualche frammento. Eschilo
è il primo che vien lodato d'Aristotele e da Quintiliano e che più degli altri
seppe profittare de’ poemi omerici. Vedi: il <title>Dizionario critico</title> di Pietro
Bayle, art. <title>Eschilo</title>, n.h.</p>
					</note>. </p>

					<p><hi rend="bold">Tragedia greca.</hi>    È secondo la natura de’ progressi dello
spirito umano che gli uomini si occupino prima dell'epica che della lirica, prima della tragedia
che della commedia, siccome il raffinamento del costume e i sali della ridente comica sono
posteriori alle gravi e grandiose passioni degli uomini più vicini allo stato di natura;
perciò i primi passi de’ Greci furono per la tragedia, rozzamente ne’ suoi
princìpi trattata da Tespi, e quindi con una rapidità incredibile portata
all'ultima perfezione da Eschilo, Sofocle ed Euripide.</p>
					<p>Tutti gli argomenti trattati da questi valenti uomini si riducono a storici, mitologici e
misti: nei primi si rammentarono con orrore i delitti e i tormenti che soffrivano nell'averno
i scacciati re; ne’ secondi venivano dipinte le pene degli uomini irreligiosi e
perciò in avversione agli Dei; negli ultimi rappresentaronsi que’ delitti che nel
tempo stesso avean offeso i numi non meno che gli uomini. L'<title>Eumenidi</title>,
l'<title>Oreste</title>, l'<title>Ifigenia in Aulide</title>, i due <title>Edipi</title>,
le <title>Perse</title>, le <title>Supplici</title>, l'<title>Ecuba</title>,
la <title>Medea</title>, <title>Antigone</title>, <title>Merope</title> ed altre molte tragedie
di minor nome si riducon tutte ai mentovati oggetti. Basta dare un sol colpo d'occhio, in
particolare al <title>Prometeo</title> d'Eschilo, all'<title>Edipo</title> e al
<title>Filottete</title> di Sofocle, agli <title>Eraclidi</title> e all'<title>Ercole
furioso</title> di Euripide, per convincersi pienamente della distinzione da me stabilita a cui
tutte possono più o meno riferirsi le greche tragedie.</p>
					<p>Questi argomenti, essendo per la maggior parte veri o verosimili, tutti interessanti la
storia e la felicità della nazione, adornati da tutte le veneri della poesia, dalle
verità della morale e della politica, da’ tratti stessi della religione,
rappresentati finalmente da uomini che, lungi dall'esser degradati, godevano la più alta
riputazione presso il popolo, offerti allo spettacolo del pubblico con la più gran
magnificenza ed aperti a tutti i cittadini, non solo formarono la delizia e l'istruzione del
pubblico, ma gl'impressero quel carattere di aggiustatezza e di moralità mista di quel
gran contegno ch'è proprio de’ popoli liberi
					<hi rend="apice">3</hi>
					<note place="End" n="3">
						<p>3) Veggasi: Carlo Denina, <title>Storia della Grecia libera</title>,
lib. VII, capp. 8 e 9; l'<title>Arte poetica</title> d'Aristotele e il <title>Teatro greco</title>
di Brumoy, Introduzione; Boulanger, <title>Del Teatro</title>, lib. 1, cap. 2</p>
					</note>. </p>
					<p><hi rend="bold">Commedia greca.</hi>    
					Oltre della tragedia, i Greci furono gli inventori
della commedia: questa non è altro che una satira parlante de’ costumi o
l'espressione semplice e verosimile dello spirito nazionale. Nel primo genere si distinse
Aristofane, nel secondo Menandro
					<hi rend="apice">4</hi>
					<note place="End" n="4">
						<p>4) Nel
principio erano quasi in uno confuse e miste commedie e tragedie, ma si distinsero coi progressi
del tempo e dell'arte, sicché le une furono riserbate agli eroici, le altre ai volgari
argomenti. Veggasi: Ateneo, <title>Deipnos</title>, l. II; Plutarco, in <title>Sympos</title>,
l. I., quest. 1</p>
					</note>. </p>
<p>La commedia di Aristofane è in verità una satira continuata, il genio
democratico vi riluce ad ogni passo, né si risparmia il filosofo più del
magistrato, l'uomo dovizioso più del proletario. Pericle, Anassagora, Socrate, Alcibiade,
tutte le sette de’ filosofi, tutte le classi di cittadini ricevono la lor parte del
ridicolo delle <title>Vespe</title>, delle <title>Nubi</title>, degli <title>Uccelli</title>,
delle <title>Rane</title>, del <title>Plutone</title> di Aristofane.</p>
					<p>Ma lo stile istesso, talvolta troppo ricercato di questo celebre comico, i fatti che
descrive, la licenziosa maniera, onde attacca in massa il vizio e talvolta la più pura
virtù, ci dimostrano il teatro ateniese vicino alla sua decadenza e i costumi lontani
dall'antica semplicità e quasi in rovina, gli effetti finalmente di una democrazia
corrotta e degenere dalle antiche istituzioni, prossima a cadere nell'anarchia o sotto il
despotismo di qualche uomo intraprendente ed ambizioso.</p>
					<p>La commedia di Menandro, che può dirsi con verità la nobil commedia, è
scritta con diverso stile, con diversi colori ed in altro genere. Dipinge gli avvenimenti del
giorno, le naturali peripezie de’ cittadini, gli amori or teneri, or languenti di matrone
e di vergini virtuose, l'accortezza di un padre di famiglia, la sagacità di un servo, le
sregolatezze di un giovine traviato. Lo stile n'è semplice e patetico, l'andamento facile
e naturale; si dà più luogo ai fatti che all'immaginazione, più al vero che
al sorprendente.</p>
					<p>Differisce Aristofane da Menandro, quanto le satire di Giovenale dai sermoni di Orazio; quanto
la censura impudente dalle ammonizioni amichevoli, quanto il livore e la mordacità dagli
urbani sali attici e dall'innocente sorriso. Il primo è intento più a rilevare e
a mordere il vizio, il secondo più a frastornarlo e a renderlo odioso: Aristofane esagera,
offende, innasprisce; Menandro ammonisce, dipingendo i vizi cerca sostituirvi le virtù e
alle insolenti diatribe i socratici precetti. Il sistema di Menandro è preferibile. Ma
gli uomini non amano sempre il meglio: ne lo dimostra un fatto evidente. Ci rimangono molte
commedie intere di Aristofane ed appena qualche frammento di Menandro
					<hi rend="apice">5</hi>
					<note place="End" n="5">
						<p>5) Ebbero gli antichi Greci tre generi di commedie: la commedia
antica, la media e la nuova. L'antica era caustica e piena di mordacità, fu coltivata
particolarmente da Cratino, di cui non ci rimane che qualche frammento e da Aristofane, di cui
rimangono molti frammenti ancora e undici commedie intere.</p>
						<p>La media o mezzana incomincia dall'epoca de’ trenta tiranni, che con un editto
compressero la libertà de’ poeti e proibirono di nominar sulle scene de’
cittadini viventi: fu coltivata d'Alesside, Sofilo, Mnesimaco ec., de’ quali non
rimangono che pochi frammenti. Furon questi poeti che introdussero in scena i licenziosi cori,
che rendevano vano l'editto degli oligarchi; ma furon obbligati a tacere e si diè luogo
alla commedia nuova.</p>
						<p>Aristofane ne avea data una qualche idea nel Pluto. I di lui figli, Ararote, Nicostrato,
Filetero le diedero i primi gradi di perfezione. Questa commedia è del secolo di Filippo
e di Alessandro. Il timor di perdere la libertà, il sospetto per la tirannia fece sì
che fosse stata moderatamente libera ed istruttiva, avesse cercato più di criticare il
vizio in generale che in particolare, più il ceto che l'individuo. Ebbe per cultori
particolarmente Demofilo, Posidio, Difilo, i Filemoni e Menandro. De’ primi non ci riman
che qualche squarcio, dell'ultimo moltissimi frammenti e quattro commedie tradotte in latino da
Terenzio, le quali sono l'<title>Andria</title>, l'<title>Eunuco</title>, il <title>Tormentatore
di se stesso</title> e la <title>Perintia</title> che si è smarrita. Vedi: Signorelli,
cit., <title>Storia critica de’ teatri</title>, t.1, cap.7; Denina, <title>Storia della
Grecia libera</title>, lib. VII, cap.II</p>
					</note>. </p>

						<p><hi rend="bold">De’ pantomimi.</hi>    

					Noi parliamo in ultimo  luogo de’ pantomimi,
quantunque questo genere di rappresentazioni sia più antico della tragedia e della
commedia. L'uomo è un animale d'imitazione, è disposto, per la sua fisica
struttura e per le impressioni del piacere o del dolore che riceve dagli oggetti esteriori, a
portarsi, per dir così, fuori di se stesso e ad esprimere col volto, con la lingua, col
gesto le passioni onde ritrovasi affetto. Invano dunque molte nazioni si attribuiscono il
pregio di questa invenzione: ella è di tutti i popoli  ed eguaglia la loro rispettiva
antichità. Coloro che combattono per la gloria della patria non possono dunque se non
disputarsi solo il merito di aver perfezionata la pantomimica
					<hi rend="apice">6</hi>
					<note place="End" n="6">
						<p>6) I Greci ebbero ancora diversi generi di rappresentazioni, come
i satiri che partecipavano del tragico, del comico e del pastorale, imitati nel XV secolo dagli
Italiani: tale è il <title>Ciclope</title> di Euripide, unico componimento che di tal
genere rimane. Veggasene la versione con i commenti di Anton Maria Salvini.</p>
						<p>L'ilarodia, componimento non molto diverso dalla tragedia, ma di lieto fine; la magodia,
specie di commedia tenera; la parodia, specie di farsa, così chiamata dal volger che
facea le più serie espressioni in ridicolo ed all'opposto; i mimi, specie di dialoghi
piacevoli, che nulla aveano di osceno o di buffone; finalmente i pantomimi, che, senza parlare,
col gesto contraffaceano ed esprimeano tutte le passioni e tutte le cose: essi formavano sempre
un corpo solo con la musica e con la poesia. Vedi: Ateneo, <title>Deipnos</title>, lib. XIV;
Giulio Cesare Scaligero, <title>De veteri comoedia</title>, presso Aten: l. IX, <title>De
saltatione</title> ec.</p>
					</note></p>
					<p>Riducendosi  a tali semplicissimi termini la questione, non può negarsi ai Greci
questa gloria. Oltre la vivacità del genio nazionale e i progressi di tutte le arti e di
tutte le scienze particolarmente presso gli Ateniesi, una ragione di gran peso merita che a
tante altre ne si  aggiunga: il costume lodevole di rappresentare e declamar da se stesso le
proprie produzioni teatrali fece sì che talvolta, la voce sonora, il personaggio adatto
o la verità del gesto mancando all'autore, questi fu obbligato ricorrere ad altri mezzi
onde supplire al suo difetto. Si scelse un personaggio che avesse in sé riuniti tanti
pregi. Talvolta in Atene videsi Sofocle accompagnare col solo gesto la sua parte, nell'atto che
un altro gli prestava la voce; e tal altra, dal proscenio declamò l'autore e un mimo
accompagnò egregiamente la declamazione col gesto<hi rend="apice">7</hi>
						<note place="End" n="7">
							<p>7) Vedi la citata <title>Storia critica de’ teatri</title>, t. 1,
teatro di Sofocle, ove si parla di quanto contribuì ancora quest'uomo celebre agli
ornamenti del teatro e alle decorazioni della favola.</p>
						</note>
					</p>
						<p><hi rend="bold">Altre decorazioni accessorie.</hi>    
Ma non solo per le rappresentazioni
sceniche e per la loro magnificenza nelle decorazioni furon celebri i teatri della Grecia. In
esse si raccolse, ne’ più fortunati tempi della democrazia, quanto  poteva
concorrere a formar lo spirito e la morale pubblica.</p>
					<p>Ne’ teatri si vedeano quelle tanto onorifiche distinzioni accordate al merito de’
guerrieri, degli atleti, de’ filosofi; ne’ teatri si vedea così altamente
onorata la vecchiaia, la castità, la pudicizia, i talenti d'ogni genere; ne’
teatri si compartivano i principali premi e le corone ai cittadini benemeriti della repubblica.</p>
					<p>Quivi benanche veniva l'artista a far pompa delle produzioni più sublimi del suo genio.
Il pittore vi mettea in mostra i suoi quadri, le statue lo scultore, il citaredo le sue
composizioni musicali, sicché tutte le arti decorate dalla presenza dei loro maestri,
de’ Fidia, de’ Prassiteli, degli Alcmeoni vi faceano di sé la più
luminosa e vaga comparsa.</p>
					<p>Né lo storico, il poeta, il sofista, l'oratore, il filosofo sdegnavano di comparirvi
anch'essi ad accrescerne lo splendore e la magnificenza: prima e dopo lo spettacolo Pindaro non
ricusava di leggervi le sue odi sublimi, Isocrate i suoi discorsi, Demostene le orazioni,
Erodoto le sue storie, Pseusippo, Eraclito, Euclide i loro vantati sistemi di filosofia.</p>
					<p>Talvolta, al pari che ne’ giuochi olimpici, venivano fra loro a una generosa gara
sì vari e sublimi talenti e combattevano per la nobil palma che lor solo veniva decretata
dal voto rispettabile e caro del più celebre popolo e ‘l più intelligente
della terra.</p>
					<note place="End" n="8">
						<p>8) Per i certami, i conflitti di musica, di poesia ed
altro, che si offerivano, vedi: <title>Viaggio del giovane Anacarsi in Grecia</title>, tom. 10,
p. 96, cap. LXX, edit. Venez.; e il Casaubono, <title>Comment. ad Ateneo</title>, l. 1, cap.17</p>
					</note>
					<p>Così, come si è detto, non solamente una scuola di costume e di morale era
divenuto il teatro greco, ma la riunione di tutti i diversi talenti, talché,  del pari,
il docile giovanetto e la vergine innocente attirava nel suo seno per apprendervi salutari
precetti per la intera condotta di lor vita, ma ogni genere di talenti in ogni genere di
professione per disputarsi gli onori e la superiorità del merito, per apprendere, per
insegnare e per migliorarsi.</p>
					<p>Ma un teatro di tal genere sussister non potea che sotto gli auspici della libertà;
con la perdita di questa si andiede declinando fino a’ tempi di Alessandro
					<hi rend="apice">9</hi>
					<note place="End" n="9">
						<p>9) A’ tempi d'Alessandro, caduta la libertà, non si
pensò più tanto ad istruire e piacere al popolo, tutto al più si fu
contento di vedere ripetere sulle scene i capi d'opera già esistenti; ma, cessata la
protezione per i compositori e per gli attori, cessata l'emulazione, finalmente, mancò
l'arte stessa, di pari passo con tutte le altre scienze e belle arti. Vedi: Denina, <title>Grecia libera</title>,
tom. 4</p>
					</note>.</p>
					<p> Posteriormente sussisterono i teatri, ma non il loro primario oggetto: furono
quali esser dovevano sotto la tirannia di governi arbitrari e con la morte di Focione nella
Grecia non si produssero più Sofocli né più Euripidi.</p>
					<p><hi rend="bold">Teatro romano.</hi>    
				I Romani, distratti in continue e sanguinose guerre,
corsero gran parte del periodo della loro libertà con avere un un teatro rozzo ed
incolto. Quei fieri repubblicani ridussero per ben cinque secoli tutta la loro istruzione
pubblica a pochi e semplicissimi precetti di morale e ad esercitar le facoltà fisiche
del corpo. Il teatro presso di loro non fu in questo lungo spazio che un giuoco, un semplice
passatempo. Dediti a continue or vicine or lontane guerre, non ebbero campo di coltivare il
loro spirito e, soltanto dopo esser penetrati nell'Italia meridionale, nella Sicilia, nella
Grecia, acquistarono un maggior gusto per le belle arti, per le scienze, per i teatri; e di
questi ultimi soltanto allora ne fecero un oggetto di qualche istruzione<hi rend="apice">10</hi>
						<note place="End" n="10">.
 <p>10) Solamente verso l'anno di Roma  <date>514</date>
si vide sul teatro latino una qualche composizione regolare per opera del poeta e grammatico
famoso Livio Andronico. Vedi: Svetonio, <title>Degli illustri grammatici</title> e Valerio,
<title>De spectaculis</title>. La prima rappresentazione fecesi sotto il portico del tempio di
Pallade. Piacque al popolo ed altre ne vennero in conseguenza eseguite. Un giorno Livio Andronico
divenne roco per la troppa declamazione ed impetrò dal popolo di far declamare al suono
della tibia le parole da un suo servo, riserbandosi esso il gesto. Da ciò venne l'usanza
presso i latini di dividere le declamazioni dall'azione. Le composizioni di Livio Andronico,
come può vedersi da’ suoi frammenti, furono pressoché tutte di genere tragico.
Ecco il teatro latino non discordante nella sua origine dal greco. Vedi: <title>Fragm. veterum tragicorum</title>,
<del resp="ita">.</del> edit. Lug., <date>1725</date>
							</p>.
<p>Nevio fu contemporaneo a Livio Andronico e si applicò egualmente alla tragedia che
alla commedia. Di lui ci rimangono i nomi di molte favole e qualche frammento presso Aulo
Gellio, <title>Notti attiche</title>,  lib. 3 e nella citata raccolta di Lione. Nevio fu ancor
celebrato poeta epico, imitato da Ennio; Ennio, che fu certamente il primo poeta tragico, comico,
epico di questa età e che molto aggiunse alle glorie delle muse latine. Dai nomi delle
diverse favole di questi poeti si scorge esserne tratti pressoché tutti gli argomenti dal
greco teatro. Ennio, Livio Andronico, Nevio furono tutti poeti nativi dell'attual Sicilia di qua
dal Faro. Vedi: <title>Vicende della coltura delle Sicilie</title>, t.1. È superfluo di
parlare di Terenzio e di Plauto, di cui abbiamo le produzioni onde giudicarne col fatto</p>
						</note>.</p>
					<p>Ciò viene non solamente confermato dalla loro storia letteraria, ma dagli stessi
argomenti trattati dai loro comici e dai loro tragici. Livio Andronico, Nevio, Plauto, Lucilio,
Terenzio, Virgilio, Ovidio non trattarono che soggetti puramente greci e tratti da Sofocle, da
Eschilo, da Euripide, d'Aristofane e Menandro: fa gran meraviglia che appena qualcheduno di loro
si ricordò di trattar gli avvenimenti della propria nazione e di produrre in scena i
sommi eroi, di cui sì gran numero ne somministrava la patria<hi rend="apice">11</hi>
						<note place="End" n="11">
							<p>11) Si dice di Ennio che conosceva tre lingue ed avea tre cuori; egli era valente professore
di lingua osca, latina, greca. Quindi fu il più adatto a trasportar sul latino le bellezze
del greco teatro. Vedi: <title>Frammenti di Ennio</title>, edit. Enr. Steph.</p>
						</note>.</p>
					<p>Ebbero i Romani ancora i giuochi fescenni, le favole atellane, i pantomimi, imitazioni
tutte de’ Campani, degli Etruschi e degl'Italo-Greci: ma tutto ciò più per
divertire il popolo che per istruirlo, più per una specie di moda di riunir tutto nella
gran città, che per ricavarne alcun vantaggio politico o morale<hi rend="apice">12</hi>
						<note place="End" n="12">
							<p>12) Tutte specie di farse non solo in Roma, ma in voga per tutta
l'Italia, che servivano di passatempo al popolo e talvolta agli uomini più gravi con i
loro sali e mordacità. Tacito, lib. 4 degli <title>Annali</title>
							</p>
						</note>.</p>
					<p>Se nella libera repubblica nulla di sublime e magnifico si produsse dalle muse latine nel
teatro di Roma, molto più questo genere di poesia decadde sotto gl'imperatori. In
quest'epoca sventurata, in cui ogni genere di coltura incominciò a decadere
progressivamente a misura che la tirannide si accrebbe, l'Italia non conta alcun comico degno
di paragonarsi a Lucilio, Plauto, Terenzio. Non si ha che il tragico Seneca, il quale
trattò, al solito, argomenti presi dalla greca scena e dalla mitologia, eccetto che due
o più tragedie di patria istoria; ma bisogna confessarlo che questo Seneca, lungi dal
potersi paragonare ai grandi uomini da cui non solo trasse gli argomenti, ma talvolta tradusse
le scene intere, questo Seneca non presenta nelle sue tragedie che un ammasso informe di
declamazioni e di sentenze inopportune, senza calor tragico, mancante talvolta di
sublimità e sempre di una regolare condotta<hi rend="apice">13</hi>
						<note place="End" n="13">
							<p>13)Di Seneca il tragico vien celebrata, più di ogni altra
sua composizione, la <title>Medea</title>, alcuni vi aggiungono l'<title>Ercole furente</title>;
ma non può negarsi che delle inutili declamazioni e delle scene eterne non vengano sovente
ad annoiare i lettori. L'<title>Ottavia</title>, tragedia di latino argomento, da taluno non
viene attribuita a Seneca, bensì ad un sofista o declamatore. Solo di questo Seneca ci
rimangono tragedie intere. Si sono perdute l'<title>Edipo</title>, scritto da Cesare il dittatore
ed altre sue tragedie chiamate giulie, la <title>Medea</title> di Ovidio, il <title>Tieste</title>
di Virgilio, la <title>Medea</title> di Lucano e la tanto celebre <title>Agave</title> di Stazio,
che formava l'ammirazione di tutti i Romani. Vedi: Svetonio, in <title>C. Caligol</title>; Tacito,
nel VI degli <title>Annali</title>; Quintil., lib. X; Plinio il giovane, <title>Ep.</title> 4,
lib. VII, Ep. 21, lib. VI</p>
						</note>.</p>
					<p>L'impero cadde finalmente più oppresso da’ vizi e dalla propria grandezza che
dalle invasioni de’ barbari, e con la barbarie non solo si posero in oblio i teatri, ma
finanche le scienze e le arti più necessarie alla vita civile<hi rend="apice">14</hi>
						<note place="End" n="14">
							<p>14) E qui succede un gran vuoto nella storia teatrale, vuoto che
può calcolarsi dal periodo interposto dalla corruzione della poesia drammatica, dopo il
tragico Seneca, fino alla corruzione della lingua latina. Vedi: le <title>Rivoluzioni d'Italia</title> e le <title>Vicende della letteratura</title>
del più volte citato Denina</p>
						</note>.</p>
					<p>Era riserbato all'Italia, dopo che le tenebre della barbarie si estinsero all'apparire della
luce delle scienze e di men tirannico stato politico, era riserbato all'Italia di far
germogliare dal suo seno fecondo, con le utili cognizioni e le belle arti, ogni genere di
poesia del pari che i teatri. Dante, Petrarca, Boccaccio, sublimi padri dell'italica poesia,
possono considerarsi ancora come i fondatori del teatro italiano. Siccome i Greci da Omero e
dagli altri loro poeti epici di maggior grido attinsero gli argomenti delle loro tragedie,
così gl'Italiani dalla <title>Divina Commedia</title>, dalle rime amorose del cantore di
Laura e dal <title>Decameron</title> trassero gli argomenti in gran numero per le loro favole
mitologiche e per le loro tragedie<hi rend="apice">15</hi>
						<note place="End" n="15">
							<p>15)
In questa prima epoca le favole teatrali non furono sì stravaganti in Italia, del pari
che le greche e  le latine nella loro origine primitiva. Ciò avvenne senza dubbio
perché gl'Italiani, oltre di essersi serviti de’ loro epici, servironsi ancora
de’ tragici e comici antichi, fatti loro conoscere dal Petrarca, dal Boccaccio, dal
Galateo, dal Pontano ec. Così avvicinaronsi con più frettoloso passo alla perfezione,
cui non giunsero che tardi per le sfortunate vicende della madre Italia.</p>
							<p>È da osservarsi che in quest'epoca si ebbe l'<title>Oreste</title> del Rucellai, il
<title>Torrismondo</title> di Torquato Tasso, tragedie che si leggono ancor con piacere;
dippiù le quattro tragicommedie pastorali; ma infinito fu il numero delle commedie, molte
delle quali stanno a fronte di quelle di Aristofane e di Terenzio. Veggansi: le <title>Vicende
della letteratura</title> del Denina, lib. 3,  cap.6</p>
						</note>.</p>
					<p>Non isdegnarono di seguir questa carriera i sublimi ingegni degli Ariosti, de’ Tassi,
de’ Chiabrera, e con un successo degno del loro ingegno e del poetico valore. Ariosto ci
diede le più belle commedie, emule nella verseggiatura giambica e nello stile or di
Aristofane, or di Menandro; Torquato volle provar il suo versatile ingegno non solo nella
comica e nella tragica, ma in un genere di poesia teatrale fino allora incognito agli antichi
stessi: ognun s'accorge ch'io parlo del tenero, del sublime, del delicato Aminta, favola
boschereccia senza eguale e senza paragone.</p>
					<p>Sull'istesso genere ad imitazione del cantore di Goffredo si esercitò il Guarini, il
Bonarelli e l'Ongaro che produssero il <title>Pastor fido</title>, l'<title>Alceo</title>, la
<title>Filli di Sciro</title>, tragicommedie pastorali, che unite all'Aminta formano un
monumento prezioso della gloria della coltura italiana, unico nel suo genere e degno della
lettura di ogni amico non solo dell'amena poesia, ma della delicata morale e della più
profonda metafisica del cuore umano<hi rend="apice">16</hi>
						<note place="End" n="16">
							<p>16)
Possono vedersi le più belle delle citate composizioni teatrali nell'edizione del
<title>Teatro italiano</title>, inserita fra le opere del celebre letterato, filosofo e poeta
Scipione Maffei, ultima edit. Venez., e benanche nel <title>Teatro italiano antico</title>,
stampato in Livorno, presso il Masi, 8 voll.  in 8°. Finalmente le quattro tragicommedie ed altri
pezzi teatrali interessanti inseriti nell'edizione del <title>Parnaso italiano</title> del Zatta.</p>
						</note>.</p>
					<p>Tralascio di parlare della numerosa schiera de’ tragici e de’ comici che
fiorirono in Italia dal decimoquarto al decimosettimo  secolo,  fra’ quali  si annoverano
un  Lorenzo de’ Medici, un Machiavelli, un Luigi Alamanni e tanti altri di minor nome,
per  far alcun  cenno  del nostro  teatro musicale<hi rend="apice">17</hi>
						<note place="End" n="17">
							<p>17) Vedi le citate raccolte e il Tiraboschi, il Signorelli, il Quadrio
ed altri diligentissimi scrittori in tali materie</p>
						</note>.</p>
					<p>Non entrerò qui nella celebre contesa, tanto agitata fra letterati d'Italia e
oltramontani, se i Greci avessero avuto veramente il melodramma musicale, conosciuto in Italia
e fuori sotto il nome di opera in musica; soltanto può assicurarsi che l'<title>Orfeo</title>
di Angelo Poliziano e l'<title>Euridice</title> del Rinuccini furono i primi melodrammi
imperfetti che unirono in un sol colpo la magia della poesia, della musica e di tutto il
corredo delle belle arti: piacque tanto questo vario e vago accordo di tante arti sorelle che
da quel momento non si cessò di perfezionarlo per le cure d'infiniti valenti uomini
italiani, finché si giunse all'epoca memorabile di Apostolo Zeno e di Metastasio<hi rend="apice">18</hi>
						<note place="End" n="18">
							<p>18) Vi è gran controversia fra gli eruditi circa il primo dramma
musicale recitato in Italia, come può vedersi nel libro delle <title>Rivoluzioni del teatro
musicale italiano</title> dell'ex gesuita Arteaga, Venezia, 3 voll. in 8°, nel <title>Saggio
sopra l'opera in musica</title> dell'Algarotti e nel Muratori, <title>Perfetta poesia</title>,
lib. III. Ma tutti convengono per attribuire questo vanto all'<title>Euridice</title> del
Rinuccini o in parte all'<title>Orfeo</title> di Angelo Poliziano. Da quel momento ecco l'Italia
inventrice di un nuovo genere di rappresentazione, incognito agli antichi, e che, ben maneggiato,
potrebbe servire infinitamente all'istruzione pubblica ed al progresso di tutte le belle arti</p>
						</note>.</p>
					<p><hi rend="bold">Teatro italiano.</hi>    
					Gl' Italiani, come i Greci, sortivano dal ferreo giogo
de’ tiranni, dallo stato dell'anarchia feudale  e della barbarie nel secolo decimoterzo e,
al pari de’ loro precursori e maestri, avean mille oltraggi da vendicare, mille ingiurie
e mille tiranniche azioni abominevoli da dipingere: quindi richiamarono sulle scene i svenati
tiranni e le pene che soffrono meritevolmente nell'oscuro tartaro; quindi non solo si
riprodussero gli Oresti, gli Agamennoni, le Ifigenie, ma dalla storia romana e da quella
de’ tempi barbari si presero analoghi argomenti, onde far abominar nelle finte scene la
tirannia, cosicché nella sua origine non fu inconseguente a se stesso e ai suoi princìpi
il teatro italiano, e quanto si produsse nelle scene dal decimoquarto al decimosesto secolo,
mentre vi furono repubbliche e libertà in Italia, merita l'attenzione egualmente
dell'amico delle buone lettere che della umanità <hi rend="apice">19</hi>
						<note place="End" n="19">
							<p>19 e 20) Col risorgimento delle repubbliche risorsero in Italia le scienze e le belle arti.
Lo spirito di libertà avea portati i primi scrittori a declamare contro  i vizi della
corte di Roma; l'odio de’ Guelfi contro i Ghibellini avea prodotto lo stesso effetto circa
il disvelare l'infame politica de’ tiranni, onde giunger una volta ad eliminarli dall'Italia,
ed in tal guisa, siccome nel testo mi sono espresso, il teatro italiano,  per quanto il permise
la condizione de’ tempi, nel suo nascere riescì di somma istruzione ed utile al popolo.
Senza citar altri autori può vedersi il <title>Teatro italiano</title> del Maffei e il
<title>Teatro italiano antico</title>, edizione di Livorno</p>
						</note>.</p>
					<p>La commedia fu ancora qual esser dovea e qual fu e sarà presso tutte le nazioni:
dipinse i costumi del secolo, or con mordace loquacità, or col riso, or reprimendo co’
precetti e con lodevoli sarcasmi lanciati a proposito il vizio e l'ipocrisia. L'ipocrisia, e i
vizi de’ preti e della corte di Roma, che sotto il manto di religione e di umiltà
tutto invadeano, tutto minacciavano, vita, onori e proprietà de’ contadini, fu il
primo bersaglio de’ comici e de’ satirici italiani. E ciò con felicissimo
effetto, giacché gli ecclesiastici, vedendo più volte smascherata la loro
malignità, l'ambizione, l'avidità di tutto conquistare e possedere, si ritirarono
dalle loro intraprese o furono dipinti almeno quali erano all'occhio della moltitudine, che
lasciò di aver per essi quella superstiziosa venerazione e quel cieco rispetto sulle cui
basi avean fondato il loro chimerico impero<hi rend="apice">20</hi>
						<note place="End" n="20">
							<p>19 e 20) Col risorgimento delle repubbliche risorsero in Italia le scienze e le belle arti. Lo
spirito di libertà avea portati i primi scrittori a declamare contro  i vizi della corte
di Roma; l'odio de’ Guelfi contro i Ghibellini avea prodotto lo stesso effetto circa il
disvelare l'infame politica de’ tiranni, onde giunger una volta ad eliminarli dall'Italia,
ed in tal guisa, siccome nel testo mi sono espresso, il teatro italiano,  per quanto il permise
la condizione de’ tempi, nel suo nascere riescì di somma istruzione ed utile al popolo.
Senza citar altri autori può vedersi il <title>Teatro italiano</title> del Maffei e il
<title>Teatro italiano antico</title>, edizione di Livorno</p>
						</note>.</p>
					<p>Per quest'oggetto può assicurarsi che l'Italia, come Atene e Roma, ebbe li suoi
Aristofani e Plauti, non meno che i Terenzi e i Menandri; e soltanto le mancò al miglior
uopo un grado di libertà civile che avesse potuto dare agl'ingegni de’ poeti tutto
il necessario sviluppo e ai popoli tutta l'istruzione che doveano attendersi in tanta luce
d'ogni letteratura.</p>
					<p>Il melodramma, consecrato per lo più a piacere, a sorprendere, ammaliar tutti i sensi
con l'accordo istantaneo e inopinato di tutte le belle arti, fu dedicato all'antica mitologia,
a celebrare le vittorie de’ condottieri di eserciti, le nozze di potenti, con le piacevoli
e varie allegorie di quanto di più vario e vago offrono ne’ loro scritti
inimitabili Omero, Esiodo, Teocrito, Ovidio, Virgilio. Pure non cessò talvolta
d'innalzarsi sublime ed emulo del tragico coturno, non mancò rappresentar sotto immagini
favolose i più sublimi tratti di virtù, e così la rese più amabile e
cara in quanto che seppe unir l'utile col dolce, dilettando nel tempo istesso ed ammonendo gli
ascoltanti; servì benanche con la delicatezza dell'espressioni e con le note parlanti
della musica a distrugger gli avanzi di ferocia dell'estinta barbarie, a formar i cuori per la
sensibilità, per la pietà, per la commozione alle altrui disgrazie, e loro
impresse quel carattere di dolcezza, quell'aria di gentil costume che dalla bella Italia con le
scienze e con le belle arti passò i monti ad istruire e rigenerare le rimanenti nazioni
dell'Europa<hi rend="apice">21</hi>
						<note place="End" n="21">
							<p>21) Alcuni hanno creduto
il teatro italiano del secolo XV e XVI giunto alla greca perfezione. Così opinò
il Signorelli e il Bettinelli. L'Andrés però diversamente, allorché
asserì che noi eravamo ben lontani dal pervenire a questa gloria, t. IV della
<title>Storia d'ogni letteratura</title>. Io son del sentimento di quest'ultimo, in guisa
però che dicasi, secondo si espresse Voltaire, che, quantunque imperfetto fosse stato il
teatro d'Italia in questa epoca, pure servì di modello alle altre nazioni. Veggasi su tal
proposito ancora il chiar. Tiraboschi, <title>Storia della letteratura italiana</title>, t. 6,
edit.</p>
						</note>.</p>
						<p><hi rend="bold">Teatro del Nord.</hi>    
In Germania, in Inghilterra, in Francia non si conobbero,
nell'atto che in Italia fiorivano i teatri emuli di quelli della libera antichità, che
favole sacre, complicati romanzi, inverosimili rapsodie, scritte con cattiva lingua e con
pessimo gusto. La buona poesia rappresentativa non succede, siccome abbiam di già
osservato, che dopo gli ottimi poemi epici, da cui i sensi sublimi, i fatti  e l'espressioni si
attingono. Se ciò l'abbiam confermato con l'esempio de’ Greci e degl'Italiani
antichi e moderni, molto più si conferma col teatro inglese. Il padre della tragedia
britanna, Shakespeare, accese il suo vivid'estro al fuoco di Milton e quindi fu imitato dai
tanti altri che hanno seguito le di lui orme ed illustrata la nazione, Gray, Dryden, Addison.</p>
					<p>Il teatro tragico inglese ebbe un carattere particolare di tetro e di sanguigno, uniforme al
genio della nazione: carattere comunicatole dalle innumerevoli disgrazie cui furono soggette
quelle isole nell'anarchia de’ tempi medi, sotto la feudalità scozzese e sotto i
regni luttuosissimi e veramente tragici della famiglia de’ Stuardi, che, siccome quella
degli Atridi ai Greci, ha somministrati mille argomenti tragici all'Inghilterra<hi rend="apice">22</hi>
						<note place="End" n="22">
							<p>22 e 23) Lungo sarebbe il tesser la storia del teatro inglese,
né utile troppo per l'Italia; chi volesse averne una cognizione esatta vegga la
<title>Storia de’ poeti inglesi</title> del Warton, t. III; Pope, <title>Saggio di
critica</title>; Blair, <title>Lezioni di belle lettere</title>.</p>
							<p>Si avverta che, inconsideratamente dicendo nel testo che Shakespeare si accese al fuoco di
Milton, sono incorso in un anacronismo. Milton all'opposto molto trasse da Shakespeare. Sono
contento di aver presto conosciuto il mio errore per confessarlo. Vedi: Paolo Rolli,
<title>Vita di Milton</title>
							</p>
						</note>.</p>
					<p>Un certo grado di libertà civile, che dall'attrito di tante convulsioni politiche
nacque, come una scintilla di luce dalle tenebre del caos, presso gl'Inglesi, fece rivolgerli a
trattar liberi argomenti e talvolta con romana grandezza; ma rare sono le loro buone tragedie e
in esse sempre dominano più i tratti della feroce barbarie che dell'indomabile virtù:
appena Amleto, Adamo e Catone si mostrano con dignità nella scena e scorgonsi nel resto
i ruderi del depravato gusto dei secoli barbari<hi rend="apice">23</hi>
						<note place="End" n="23">
							<p>22 e 23) Lungo sarebbe il tesser la storia del teatro inglese, né utile troppo per
l'Italia; chi volesse averne una cognizione esatta vegga la <title>Storia de’ poeti
inglesi</title> del Warton, t. III; Pope, <title>Saggio di critica</title>; Blair, <title>Lezioni
di belle lettere</title>.</p>
							<p>Si avverta che, inconsideratamente dicendo nel testo che Shakespeare si accese al fuoco di
Milton, sono incorso in un anacronismo. Milton all'opposto molto trasse da Shakespeare. Sono
contento di aver presto conosciuto il mio errore per confessarlo. Vedi: Paolo Rolli,
<title>Vita di Milton</title>
							</p>
						</note>.</p>
					<p>Gl'Inglesi, avendo avuta la sorte di essere stati i primi europei ad avere un governo
costituzionale, avendo dato all'universo i primi lumi dell'umano sapere ne’ Baconi, nei
Newton, ne’ Locke, qual gloriosa carriera non avrebbero percorsa se, conformandosi in
materia di buon gusto teatrale ai precetti di Aristotele, di Longino, di Orazio e di Boileau,
non si fossero lasciati trasportare dal cupo genio nazionale e dalla malinconia del loro
carattere! Sì,  gl'Inglesi, che han prodotti sempre de’ mostri d'orrore, di
eroismo e di sapere, di virtù e di coraggio, di scelleratezza e di crudeltà,
d'empietà e di ferocia, hanno pure donato un mostro ai teatri nella loro tragedia
nazionale.</p>
					<p>Questa tragedia, che ad altri è piaciuto di chiamar “cittadina”, prende i
suoi argomenti da particolari fatti accaduti di recente presso la nazione inglese: vi si scorge
il carattere della tristezza, i gran misfatti commisti ne’ momenti degli eccessi delle
gran passioni, l'eroismo congiunto alla debolezza, il grande al vile, le azioni luminose alle
stravaganti, il serio finanche al ridicolo, per cui questo nuovo genere di tragedia, invece di
richiamar i grandi ingegni sulle orme battute dai grandi maestri nell'arte, gli ha fatti deviare
dal giusto sentiero, fino a far retrogradare la letteratura nazionale.</p>
<p>La commedia inglese è ancora in peggiore stato della tragedia: non vi si scorgono le
delicatezze dell'urbanità, non la decenza comica, non l'esatta condotta della favola;
così, si stenterebbe a crederlo, niun profitto han tratto gl'Inglesi dal loro teatro,
niun vantaggio per l'istruzione pubblica, quantunque essi per lungo tempo avessero preteso di
esser i popoli più liberi della terra<hi rend="apice">24</hi>
						<note place="End" n="24">
							<p>24) Otway, Dryden, poeti tragici fra i più riputati in Inghilterra, non sono esenti da
difetti da me notati, come nol sono i comici, che falsamente per orgoglio nazionale inglese
ardisconsi paragonare a Destouches ed a Molière. Se Shadwell, Vanbrugh, Wcherley ebbero
qualche riputazione, la dovettero alle loro maniere affettate ed alle loro oscenità.
Vedi i testè citati autori</p>
						</note>.</p>
					<p>Devesi ancora al tristo genio britanno l'invenzione del dramma lagrimevole, poco dissimile
dalla tragedia cittadina, con la sola differenza che quello è sempre nell'esito felice.
Il dramma lagrimevole è destinato a dipinger gli amori poco men che tragici, le
disperazioni delle claustrali, le smanie  de’ solitari, tutti oggetti di poca istruzione,
che più servono a fomentar le stravaganze delle teste romanzesche che a correggerne gli
errori<hi rend="apice">25</hi>
						<note place="End" n="25">
							<p>25) Vedi la <title>Storia
critica de’ teatri antichi e moderni</title> del Signorelli, t.V. Ivi si parla a lungo
della tragedia “cittadina”, del “dramma lagrimevole” ec. e della loro
influenza negli altri teatri dell'Europa; a questo celebre critico si unisca l'Andrés,
<title>Storia d'ogni letteratura</title>, ec.</p>
						</note>.</p>
					<p>Allorché ho parlato del teatro inglese, poco o nulla mi resta a dire del tedesco, che
n'è la copia esattissima. L'istesso genere di tragedie nazionali, di commedie mal condite
e mal condotte, l'istesso dramma lagrimevole vi predominano: col dippiù che il governo
diverso di questa nazione ha saputo espellerne quanto di più libero e sublime si trovava
sparso nelle composizioni britanniche<hi rend="apice">26</hi>
						<note place="End" n="26">
							<p>26)
Per la cognizione del teatro tedesco veggasi l'<title>Idea della poesia alemanna</title>
del Bertòla, il <title>Teatro alemanno</title>, compilato in Parigi nel <date>1772</date> e
le <title>Memorie di Brandeburgo</title>, t. II.</p>
							<p>Per altro bisogna confessare che in questi ultimi tempi per opera dei Gellert, Klopstok,
Haller, Lessing, Gessner, Schulz ec. ec. si è molto perfezionata la critica, l'amena
letteratura e per conseguenza la poesia teatrale alemanna. Manchiamo d'una buona storia di
questo teatro; chi l'intraprendesse, sarebbe benemerito della letteratura, giacché le
cognizioni tanto sono più utili quanto appartengono a tutti i popoli ed a niuno
esclusivamente. Il Bertòla parmi abbia incominciata, ma non per anche compita, l'impresa</p>
						</note>.</p>

					<p><hi rend="bold">Teatro spagnuolo.</hi>    
					Il teatro spagnuolo è uno de’ più
fecondi e forse ha maggior numero di composizioni in ogni genere, tragiche, comiche, drammatiche,
di tutte le altre nazioni. Il fervido genio nazionale, lo spirito romanzesco che sempre vi ha
predominato hanno arricchito di tante e sì varie composizioni teatrali la Spagna che
sarebbe quasi impossibile il numerarle.</p>
					<p>Sul principio gli Spagnuoli, al sommo studiosi de’ Latini, da questi trassero argomenti
per le loro favole teatrali; tantosto fu interrotto il lor corso metodico dalle invasioni degli
Arabi, che comunicarono alla nazione tutto il loro stile gigantesco, figurato, ampolloso, orientale:
con questo vi apportarono quella farragine indigesta di romanzi scritti con stile apocalittico e
con espressioni enfatiche, vi apportaron ancora una parte delle loro rappresentazioni che avean
imitato dai Greci e poi barbaricamente sfigurate nel loro stile, per cui il teatro arabo si vide
ridotto in lingua castigliana.</p>
					<p>Gl'Italiani che non si erano discostati mai da’ gran modelli de’ Greci e de’
Latini penetrarono nelle Spagne, ma sul principio le loro composizioni non vennero valutate a
proporzione del loro merito intrinseco e durarono gran fatica a poter comparire con mediocre
successo nelle scene. A poco a poco ardirono mostrarsi e gli uomini più colti della nazione
ardirono sostenerle; così il genio del sorprendente, dell'inverosimile cesse alla condotta
di una favola metodica e ben diretta, si studiarono gl'Italiani, e quindi gli antichi da cui
gl'Italiani avean tutto imparato, e si adornò il teatro spagnuolo di una quantità
sufficiente di buone commedie e di tragedie<hi rend="apice">27</hi>
						<note place="End" n="27">
							<p>27) Gli Spagnuoli sono amanti passionatissimi del loro teatro: se questo fosse ben diretto, se
la nazione non fosse schiava del monarca e del feudalismo, si troverebbe in una disposizione
favorevolissima per migliorare rapidamente il proprio costume. Per disgrazia si abusa del suo genio
istesso per renderla sempre più schiava de’ pregiudizi e della superstizione. Del
teatro e della poesia castigliana hanno molto scritto il Velasquez,<title>Origine della poesia
castigliana</title>; l'Andrés, <title>Storia d'ogni letteratura</title>, p.11, lib. 1.
Finalmente nel <title>Teatro spagnuolo</title> il celebre Linguet</p>
						</note>.</p>
					<p>I progressi del teatro francese e un principe del sangue di Francia, che ne’ princìpi
di questo secolo andò a regnar nella Spagna, aggiunsero nuove perfezioni al teatro, per
cui, se non è uguale al francese e all'italiano, di gran lunga il teatro castigliano
supera in grandezza tragica ed in sale ed urbanità comica l'inglese e l'alemanno.</p>
					<p>Ciò non ostante lo stile e la maniera di Calderón, Lope de Vega, Góngora
ed altri lor settatori ancor vi predomina, e appena fra un immenso numero di tragedie e di
commedie emerge qualche cosa degna del coturno o del socco e che non contenga una moltitudine di
pensieri, di azioni, di metamorfosi arabesche inverosimili e strane<hi rend="apice">28</hi>
						<note place="End" n="28">
							<p>28 e 29) Gl'Italiani hanno insieme co’ Francesi
rimproverato sovente agli Spagnuoli le loro stravaganze teatrali; gli Spagnuoli all'opposto han
sostenuto che il cattivo gusto della loro poesia debbasi al Marino. Niente di più falso e
di più grossolano di un siffatto anacronismo letterario. La poesia castigliana ha il
germe della sua corruzione fin dal suo nascimento e deve agli Arabi quanto di ampolloso e
strano passò ne’ poemi epici e nelle composizioni teatrali. Il Signorelli, il
Tiraboschi, il Bettinelli hanno sufficientemente vendicato l'onore della letteratura italiana,
anzi han dimostrato l'opposto di quel che pretendeano gli Spagnuoli; è inutile dunque che
io mi diffonda più su questo argomento. Veggasi però il discorso recitato dal
Denina nell'Accademia di Berlino, che ha per titolo <title>Cosa dobbiamo agli Spagnuoli?</title>
Questo è inserito nel t. 3, che segue il di lui <title>Discorso sulle vicende della
letteratura</title>, edit. Torino, 3 voll. in 12°</p>
						</note>.</p>
					<p>Lo spirito, in generale, del teatro spagnuolo tende alla magnificenza, all'eroico romanzesco,
al fanatismo della cavalleria errante: i princìpi della morale e della virtù ne
sono veri e talvolta sublimi; non si scorge nella commedia ispana alcuna delle indecenze
caratteristiche de’ teatri del Nord; e può asserirsi con fondamento di certezza che
in quanto alle sue massime, non ostante il rigore e “l sistema del governo, il teatro
spagnuolo è il più morale e “l meno corrotto di tutti i teatri europei.
Quel che ci è di male si è che la nazione, in vece di migliorarsi, con esso vien
fomentata a conservar i costumi e i pregiudizi antichi e, nell'atto che cerca di formare il suo
cuore, si avvezza all'ammirazione cieca delle stravaganze de’ suoi padri, che adora come
idoli sulle finte scene e non si diparte dalle lor vecchie assurdità e da’ loro
sistemi<hi rend="apice">29</hi>
						<note place="End" n="29">
							<p>28 e 29) Gl'Italiani hanno
insieme co’ Francesi rimproverato sovente agli Spagnuoli le loro stravaganze teatrali; gli
Spagnuoli all'opposto han sostenuto che il cattivo gusto della loro poesia debbasi al Marino.
Niente di più falso e di più grossolano di un siffatto anacronismo letterario. La
poesia castigliana ha il germe della sua corruzione fin dal suo nascimento e deve agli Arabi
quanto di ampolloso e strano passò ne’ poemi epici e nelle composizioni teatrali. Il
Signorelli, il Tiraboschi, il Bettinelli hanno sufficientemente vendicato l'onore della letteratura
italiana, anzi han dimostrato l'opposto di quel che pretendeano gli Spagnuoli; è inutile
dunque che io mi diffonda più su questo argomento. Veggasi però il discorso recitato
dal Denina nell'Accademia di Berlino, che ha per titolo <title>Cosa dobbiamo agli Spagnuoli?</title>
Questo è inserito nel t. 3, che segue il di lui <title>Discorso sulle vicende della
letteratura</title>, edit. Torino, 3 voll. in 12°</p>
						</note>.</p>
						<p><hi rend="bold">Teatro francese.</hi>    
	Mi ho riserbato di parlar in ultimo luogo del teatro
francese, il più colto, il più vicino alla perfezione tragica e comica e forse il
più regolare di tutti i teatri dell'Europa.</p>
					<p>Ch'il crederebbe che questo debba i suoi princìpi e i progressi a un uomo, despota per
natura e per sistema, che fu destinato più a distrarre che a istruire la nazione? Eppure
è così: Richelieu risvegliò il genio del gran Cornelio, il <title>Cid</title>,
il <title>Poliuto</title>, l'<title>Atalia</title> nacquero sotto i di lui auspici.</p>
					<p>Il Cardinale di Richelieu fu quello che concepì e seppe condurre a fine i più
strani progetti. Ei volle avvilire la nobiltà francese senza sollevare il popolo, ingrandire
la monarchia senza migliorare il governo, divertire il pubblico dagli affari politici senza istruirlo,
far fiorire le belle arti e le scienze senza accelerare i progressi della libertà.</p>
					<p>Luigi Decimoquarto e Mazzarino, l'alunno e successore del despota cardinale e ministro, seguirono
il suo piano; ma non sta ai re e ai ministri di fissare i limiti ove debbano arrestarsi le scienze,
allorché queste si sono slanciate tra gli spazi interminabili del cuore umano e della natura
con rapido volo. I letterati fecero più di quello che avrebbero voluto i monarchi e i loro
ministri, attinsero dal petto di Minerva le immutabili verità che doveano servir di norma
alle generazioni future<hi rend="apice">30</hi>
						<note place="End" n="30">
							<p>30 e 31) I
Francesi, che non mancano delle più belle composizioni teatrali in ogni genere, non
mancano neppure di storici celebri, che le hanno messe in prospettiva ed esaltate. Il teatro
francese ha per storici  ed autori i Fontenelle, i Racine, i Voltaire, i Marmontel, i D'Alembert,
i Diderot e tanti altri uomini celebri, che sarebbe cosa infinita il rammentarli. Questi autori
sono assai cogniti, son per le mani di tutti ed io mi astengo da ulteriori citazioni</p>
						</note>.</p>
					<p>Con Fedra, Monima, Ifigenia e Merope comparvero nelle scene francesi coll'apparato della filosofia
e di tutti gl'incanti della poetica i due Bruti, Catilina, Britannico e Maometto: questa si credè
un'imitazione de’ Greci e de’ Romani, ma in verità non era che uno sforzo di
filantropismo, a fin di richiamare con le antiche massime gli antichi costumi e far abborrire gli
eccessi della tirannide e del fanatismo nel tempo stesso.</p>
					<p>Corneille, Racine, Voltaire, Crébillon furono i geni sublimi, cui, a mio avviso, più
che a Rousseau e Mably, debbe la Francia la sua rigenerazione. I scritti dei filosofi non erano
né poteano divenire così popolari come il furono le tragedie di que’ valent'uomini che
parlavano tutti i giorni al cuore, ai sensi di tutti i cittadini. Al gusto per il teatro tragico
dee particolarmente il popolo francese quel grado d'istruzione, che in quella, più che in
altra nazione, vedeasi diffuso: alla tragedia debbonsi le gran massime che hanno quindi nella
rivoluzione prodotti i tanti atti d'eroismo e di repubblicana grandezza<hi rend="apice">31</hi>
						<note place="End" n="31">
							<p>30 e 31) I Francesi, che non mancano delle più belle
composizioni teatrali in ogni genere, non mancano neppure di storici celebri, che le hanno messe
in prospettiva ed esaltate. Il teatro francese ha per storici  ed autori i Fontenelle, i Racine,
i Voltaire, i Marmontel, i D'Alembert, i Diderot e tanti altri uomini celebri, che sarebbe cosa
infinita il rammentarli. Questi autori sono assai cogniti, son per le mani di tutti ed io mi
astengo da ulteriori citazioni</p>
						</note>.</p>
					<p>La commedia francese ebbe ancor ella eccellenti ed egregi cultori: Destouches e Molière
ne furono i principali. Quest'ultimo particolarmente prese a combattere tutti i vizi dominanti con
una delicatezza, con uno stile facile ed elegante, con un ridicolo così fino, che divenne
l'idolo di tutte le nazioni e il comico per eccellenza. Il <title>Tartufo</title>, il <title>Misantropo</title>,
le <title>Donne savie</title>  ed altre sue commedie sono la satira la più decisa dell'ipocrisia
religiosa, della finta modestia, della ciarlataneria donnesca: da queste fonti il popolo apprese
a conoscere il vizio e ad esecrarlo, da queste trasse le principali istruzioni che gli fecero
conoscer l'uomo e meglio lo diressero nella carriera della sua vita<hi rend="apice">32</hi>
						<note place="End" n="32">
							<p>32) Veggasi la poetica del Boileau, commentata dal Batteux; veggasi
il trattato delle <title>Belle lettere</title> dello stesso Batteux, finalmente Voltaire,
<title>Secolo di Luigi XIV</title>
							</p>
						</note>.</p>
					<p>Dopo Quinault, cui diè forza ed aggiunse beltà la musica di Lulli, il melodramma
francese più non fece gran progressi: la Francia non vanta un poeta melodrammatico che a
quel primo genio possa paragonarsi e gli sforzi di G.Battista Rousseau, di Fontenelle, di Diderot,
di Marmontel furono senza alcun effetto. L'opera italiana fu in Parigi stessa sempre più
ricercata che il melodramma francese e l'introduzione di un teatro estero corruppe questa parte
del teatro nazionale.</p>
					<p>Una folla di tragici e comici di second'ordine conta la Francia: conta ancor molti di quelli
che, incapaci di lottare nell'inegual paragone con Racine o con Voltaire, vollero piuttosto imitar
i teatri del Nord e da quelli trasportarono sulle scene francesi i loro drammi lagrimevoli. Fu
grande la folla di questi scrittori, ma poco utile all'istruzione, che anzi, discostandosi
nell'impossibilità d'imitarli dai gran modelli, era per corrompere totalmente il teatro
patrio,  allorché a richiamarlo nel pristino splendore venne la rivoluzione.</p>
					<p>La rivoluzione francese ha dato al teatro molte opere interessanti ed istruttive: una
moltitudine di commedie, di drammi e di tragedie; ma in questa moltitudine non riluce che
piccola parte di oro fra immense montagne di sabbia. <title>Fénelon</title>, <title>Guglielmo
Tell</title>, <title>Carlo IX</title> possono e meritano esser distinti dalla mole indigesta di
tante e sì varie composizioni. Ma sono queste produzioni teatrali in nulla paragonabili ai
capi d'opera de’ scrittori del secolo di Luigi XIV, sono da mettersi al paragone dell'ultima
tragedia di Voltaire? Questo è quel ch'io non ardisco decidere, ne lascio l'incarico ai
profondi conoscitori del teatro e della letteratura nazionale<hi rend="apice">33</hi>
						<note place="End" n="33">
							<p>33) Si parla molto di una nuova tragedia di Chénier, per
ora non si è veduta; altri valent'uomini si applicano, è vero, alla poesia teatrale,
di cui tanto abbisogna una repubblica, ma non so con quanto successo. Faremo vedere che forse
in questo genere è stata più felice l'Italia. Non potrebbe dirsi che, dopo il
<title>Furioso</title> dell'Ariosto e la <title>Gerusalemme</title> del Tasso, gl'Italiani non
sono riusciti più ad eguagliare quei capi d'opera, perché o se ne son troppo
discostati per essere originali o son cadute le copie al confronto degli originali? Non potrebbe
dirsi ancora che lo stesso sia avvenuto ai Francesi, che hanno voluto o del tutto discostarsi o
troppo divenir servi dello stile di Cornelio, Racine, Voltaire?</p>
							<p>Ai pittori italiani, o imitatori troppo servili de’ Tiziani, de’ Raffaelli, de’
Correggi, de’ Buonarroti ec. o troppo discordanti dal loro stile, è avvenuto lo stesso
che ai moderni tragici francesi ed epici italiani. Bisogna esser originale, è vero, e
studiar la natura, ma bisogna imparar le regole dell'arte da’ gran maestri. Guai a chi
perde di mira questi due grandi oggetti!</p>
						</note>.</p>
<p><hi rend="bold">Teatro italiano nel secolo XVIII.</hi>    
Le continue convulsioni politiche, il
fanatismo del Vaticano, la gelosia di tanti piccoli tiranni, il giogo insopportabile della
dominazione austro-borbonica distruggevano in Italia di giorno in giorno una quantità
costante di quel moto filosofico che i germi delle libertà e le più felici
circostanze le avean comunicato nel secolo XV e XVI. Ma i lumi, che dalla madre Italia eransi
diffusi per l'Europa, con amichevole vicenda furono sopra di lei riflessi dalla Francia e
dall'Inghilterra, delle quali adottò i capi d'opera, cessò dal suo modo retrogrado
e progredì animosamente nell'interrotta carriera delle scienze.</p>
					<p>I nostri scrittori teatrali non sono in numero eguali ai Francesi e molti forse non possono
a quelli paragonarsi; nonpertanto il teatro italiano del secolo XVIII ha qualche vantaggio suo
proprio su tutte le nazioni oltramontane, ha certi capi d'opera che la natura sembra aver
riserbati esclusivamente ad illustrar la patria de’ figli di Tullio, di Virgilio, di
Archimede, di Galileo, di Torquato, di Machiavelli.</p>
					<p>Apostolo Zeno fu il primo gran maestro nella melodrammatica italiana: egli fu il primo che
introdusse soggetti eroi-storici nel dramma musicale. La condotta delle sue opere è, al
più che si può in simil genere, esatta; la verseggiatura elegante è fluida:
pecca soltanto nella lunghezza delle declamazioni e nel colorito che si risente un poco del
secolo men colto. Ad onta di piccoli difetti i drammi di Apostolo Zeno, grande erudito, grande
conoscitore de’ Greci, sono e saranno sempre una miniera inesausta di bellezza, d'invenzione,
di condotta, che dovrebbero consultare tutti gli amanti e studiosi della drammatica<hi rend="apice">34</hi>
						<note place="End" n="34">
							<p>34) Veggasi l'edizione veneta  del <title>Teatro</title> di
Apostolo Zeno e la vita dello stesso autore</p>
						</note>.</p>
					<p>L'imitatore di Apostolo Zeno, Pietro Metastasio, migliorò in parte il sistema del suo
maestro ed arricchì i suoi melodrammi di nobili argomenti tratti dall'antica storia e
v'introdusse a tempo e a luogo tutti i generi di lirica poesia. Ma chi può lodar
abbastanza la verseggiatura di Metastasio? Chi apprezzar sufficientemente la bellezza delle sue
immagini e quel patetico che regna nelle passioni de’ suoi protagonisti; patetico che
persuade, incanta, sorprende, rapisce?</p>
					<p>Questo poeta celebre, unico nel suo genere nell'Europa, seguì la piena de’ suoi
tempi, ha avvilita talvolta la sua penna nelle lodi de’ tiranni. Ma chi non l'ha fatto
de’ poeti di tutta l'Europa! Questo è un delitto comune alla classe adulatrice
de’ vati: Metastasio li vince ancora in questo, egli adulò con maggiore eleganza e
con minore impudenza.</p>
					<p>Quinault, Racine, Voltaire servirono molto a Metastasio, ma vi sono una moltitudine di
composizioni tutte sue proprie e forse le più belle, che dimostrano l'originalità
del suo genio, la fecondità della sua vena. In molti de’ suoi drammi si attribuisce
a lode somma un falso eroismo de’ monarchi; ma in molti altri le vere virtù e la
morale pubblica vi sono rispettate. Ne’ suoi drammi d'argomento repubblicano riluce una
forza di espressioni, una maniera di metterci sotto gli occhi le peripezie, la fortezza degli
eroi, che dobbiamo di molto dolerci di non possedere nelle attuali circostanze un Metastasio<hi rend="apice">35</hi>
						<note place="End" n="35">
							<p>35) In questi ultimi tempi molti,  che non giungeano, non dirò
già ad eguagliare, ma neppure ad imitare Metastasio, han cercato de’ difetti nelle
sue composizioni. Calzabigi, poeta drammatico di qualche pregio, è stato il primo maestro
di una nuova scuola, che non ha molti proseliti, né molto felice successo. Gamerra
più attaccato al modo metastasiano ha dato alle scene qualche melodramma di esito
più fortunato de’ calzabigiani. Bisognerebbe, è vero, migliorare se è
possibile il metodo di Metastasio stesso, evitarne qualche difetto; ma perciò si richiede
un genio e una costanza eguale alla grande intrapresa, non già l'audacia e il cinismo di
qualche scolare presuntuoso</p>
						</note>.</p>
					<p>Scipione Maffei contemporaneamente produsse la sua <title>Merope</title>, censurata non solo
e consultata da Voltaire, ma giudicata  il capo d'opera dell'arte, il modello delle tragedie da
tutti  i letterati  del secolo. Maffei  si avvide di non poter più  eguagliare  se stesso
e gittò  via  la penna e il tragico coturno<hi rend="apice">36</hi>
						<note place="End" n="36">
							<p>36) Voltaire compose la sua <title>Merope</title> sull'originale di quella del Maffei, quindi
per lodar la copia censurò egli stesso, sotto il mentito nome del P. la Lindelle,
l'originale. Tutti però si sono accorti di questa astuzia grossolana e la <title>Merope</title>
italiana sarà sempre un capo d'opera, un modello nel suo genere. Vedi: il <title>Teatro</title>
di Voltaire e i discorsi preposti alla <title>Merope</title>
							</p>
						</note>.</p>
					<p>Alfieri, sempre anima libera e forte, sotto il giogo della tirannide e nella libera repubblica,
restituì tutta la sua gloria al teatro tragico italiano. La verseggiatura, la condotta
della tragedia, il colorito, la scelta de’ soggetti, la maniera di produrli in scena, la
regolarità, l'espressione che adopera sono un tutto di fondo proprio, imitato soltanto dalla
natura e dal suo genio. Se molte tragedie possono contrastar con quelle di Alfieri in bellezza,
nessuna può eguagliarle in regolarità; molte altre possono gareggiar con le sue
negli ornati, nessuna nell'assieme dell'edifizio; moltissime nella verità delle passioni,
nell'energia degli affetti, ma poche o niuna nel forte colorito tragico e nel laconismo inimitabile
delle sentenze.</p>
					<p>Alfieri supera tanto i rimanenti tragici del secolo quanto la libertà dovrà
superare tutte le declamazioni de’ regi poeti: Alfieri merita il distinto nome di Sofocle
giacobino<hi rend="apice">37</hi>
						<note place="End" n="37">
							<p>37) Non può negarsi
che Alfieri ha dato il primo teatro tragico completo all'Italia, che in questa parte nel
declinare nel secolo XVIII l'ha resa superiore alla Francia, giacché il miglior tragico
francese vivente non sarebbe capace di eguagliare la peggior tragedia di Alfieri.</p>
							<p>Questo celebre tragico ha ridestato il genio degli Italiani e può dirsi di aver fondata
una nuova scuola. Per verità io non vorrei che molti si mettessero ad imitare i suoi versi,
ma piuttosto la condotta e ‘l maneggio delle passioni; in breve, che nel teatro alfieriano
si cercassero le regole dell'arte, del resto si consultasse la natura: così non cadremo
nell'inconveniente accennato nella nota 37</p>
						</note>.</p>
					<p>Goldoni si applicò alla commedia: egli è il Molière dell'Italia, si fece
conoscere per tale ancora in Francia; si applicò con minor successo nella melodrammatica,
ritornò quindi sulla strada battuta e moltiplicò le sue composizioni teatrali di
comico argomento a segno che può dirsi il più fecondo poeta de’ tempi nostri.</p>
					<p>Le composizioni di questi ed altri valent'uomini come Calzabigi, Pindemonte, Signorelli,
Pepoli, Albergati, Monti, Salfi ec. arricchiscono attualmente il teatro italiano. Da questa
immensa suppellettile teatrale non si dovrebbe che sceglierne le migliori parti, le più
atte alla pubblica istruzione e fomentar co’ premi e con distinti onori i giovani poeti
ad arrichire di nuovi capi d'opera e tragici e comici e drammatici il teatro italiano, onde
renderlo degno della repubblica, utile al popolo, di cui è il primo maestro e
rigeneratore de’ costumi<hi rend="apice">38</hi>
						<note place="End" n="38">
							<p>38) La
morte di Pepoli è stata certamente un discapito per il teatro italiano. Egli marciava a
gran passi verso la perfezione e nel suo teatro vi sono cose pregievolissime. L'<title>Agamennone</title>
viene riputata la migliore delle sue tragedie.</p>
							<p>Di Signorelli, Calzabigi, Albergati cesserò di far parola, perché le lor opere
son cognite e se n'è troppo discorso; veniamo a tre poeti tragici tutti e tre esistenti
nella Cisalpina.</p>
							<p>Pindemonte si è fatto conoscere con <title>Orso Ipato</title>, con i <title>Baccanali</title>
ed altre tragedie inedite. Egli ha uno stile popolare, ha de’ colpi scenici troppo frequenti,
ha un colorito vivace: aspettiamo di veder il suo teatro per giudicarne meglio, ma la riputazione
dell'autore e il successo di alcune sue tragedie, lo studio indefesso ch'ei fa dell'arte ci promettono
in lui uno de’ gran sostegni del teatro tragico italiano.</p>
							<p>Monti, uno de’ più gran poeti d'Italia, felice ed originale in diversi generi di
poesia, non ha trascurata la tragedia. Il suo <title>Aristodemo</title> ha prodotto sulle scene
il miglior effetto ed è una tragedia che, perfezionata, può divenir di primo ordine;
non posso dire lo stesso di <title>Galeotto Manfredi</title>, ma è inutile di censurare
una tragedia che l'autore stesso riconosce imperfetta. I <title>Gracchi</title>, tragedia inedita
dello stesso egregio poeta, par che richiami l'attenzione di tutti gli amatori delle glorie italiane:
attendiamo con impazienza di vederla sulle scene, le auguriamo il miglior successo acciò
la felicità della riuscita ecciti sempreppiù il genio del poeta a nuove e grandi
imprese.</p>
							<p>Salfi si era fatto conoscere con vantaggio in Napoli prima del suo esilio. Il <title>Corradino</title>,
lo <title>Spettro di Tecmessa</title>, <title>Maione</title> ec. fecero concepire di lui le più
alte speranze.</p>
							<p>Reso alla libertà, si è di continuo applicato a perfezionare le antiche ed a
comporre nuove tragedie. La <title>Virginia bresciana</title> è un lavoro di pochi giorni,
ma non si dee quindi argomentare del valore del poeta tragico: egli tutto riluce ne’
<title>Trenta tiranni</title>, tragedia inedita, piena di belle situazioni, regolarmente condotta
e verseggiata con molta felicità. Lo stesso autore ha preparato un <title>Pausania</title>
ed altre sceniche composizioni che arricchiranno il teatro italiano. Niuno più di Salfi si
applica con maggior assiduità e costanza al teatro e alla tragedia; ed è indubitato
che le sue fatiche presto saranno coronate dal più completo successo.</p>
							<p>Se mi fosse permesso parlerei di qualche mia composizione teatrale; ma, essendomi deciso di
offerirle al nuovo Teatro patriotico, non voglio prevenire in guisa alcuna il giudizio che
sarà per darne il pubblico imparziale</p>
						</note>.</p>
			</div1>
			<div1 type="part">
				<head>PARTE SECONDA</head>
				<argument><p>
					<emph>Della rigenerazione de’ teatri</emph></p>
				</argument>
				<epigraph><q>
					<emph>
						<foreign lang="lat">
							Munus et officium, nil scribens ipse, docebo:
   Unde parentur opes.
<bibl>Horat</bibl>
								<title>D.A.P.</title>

						</foreign>
					</emph>
				</q></epigraph>
				<p>Dopo aver esposto quasi in un quadro le vicissitudini de’ teatri antichi e moderni, dopo
aver additate le sorgenti generali della loro grandezza e della corruzione, dopo finalmente di
avere accennati i gran modelli e i sommi ingegni, che ci offrono inesausta materia in questa sì
bella parte e sì trascurata dall'istruzione pubblica, passiamo a considerare con quali
mezzi potrebbe aversi la perfetta rigenerazione de’ teatri: quest'opera non riguarda che
i popoli liberi, perché son essi i soli che possano e debbano richiamare negli spettacoli
col fino gusto l'istruzione e, accanto ai grandi esempi, l'imitazione della virtù.</p>

											<p><hi rend="bold">Teoria del teatro.</hi>    
Io considero nel teatro generalmente tre parti: lo
spirito delle composizioni, le altre belle arti che lo adornano ed accompagnano, il politico ed
economico di questo genere di pubblica istruzione.</p>
					<p>Ed in quanto allo spirito de’ teatri repubblicani par che tutto il loro oggetto possa
racchiudersi in una sola massima: <emph>istruire e dilettare parlando a tutti i sensi con fatti e
detti di personaggi antichi e moderni, ne’ quali la virtù risplenda, il vizio si
persegua, il fuoco della libertà, riposto nella più sublime morale dell'uomo e
del cittadino, si conservi sempre vivido ed efficace e, di concerto con le altre parti
dell'istruzione, cospiri a formar un perfetto repubblicano</emph>. Diasi a questa massima generale
tutto il suo sviluppo e si vedrà di quali felici conseguenze è la sorgente
inesausta.</p>
					<p>Io non posso sottoscrivere alle idee sempre sublimi, ma talvolta strane, del Cittadino di
Ginevra che nella sua patria libera non ammettea teatri, temendo quindi un germe di nuovo genere
di corruzione: come potè questo grand'uomo, nel momento che ciò scrisse, obliar
tanto se stesso e quanto detto avea in altre opere per contraddirsi così manifestamente? Come
potè confondere i teatri quali sono, viziosi e corrotti, con i teatri quali dovrebbero
essere, institutori de’ cittadini, fonti della miglior morale? Ah non vi è dubbio,
come Omero, tutti i grandi uomini hanno i loro momenti di delirio!</p>
					<p>Né posso egualmente uniformarmi al parere di alcuni letterati, che gli antichi
argomenti vorrebbero dalle moderne scene proscritti; questi non possono altrimenti scusarsi che
coll'idea di aver manifestati tai sensi sotto il regime dei monarchi o di non conoscere tutti i
rapporti di un colto teatro nazionale a perfezione<hi rend="apice">39</hi>
						<note place="End" n="39">
							<p>39) Di tal sentimento furon molti in Francia e in Italia, volendo in ciò imitare gl'Inglesi,
che nella tragedia si servivano per la maggior parte di fatti nazionali e recenti, senz'accorgersi
di quanti tesori si sarebbe con questo sacrifizio indiscreto privata la tragica poesia. A questi
risposero già con solidi argomenti Voltaire, Signorelli, Algarotti ec.</p>
						</note>.</p>
					<p><hi rend="bold">
						Utilità  degli argomenti antichi.
					</hi>    
					Potean per verità esser
indifferenti, anzi contrari ai loro interessi, i Bruti, i Gracchi, i Catoni, rappresentati sulle
scene. Nelle loro tragedie si parlava di libertà, nome terribile ai re. Potean sopportarsi
i Tiesti, gli Agamennoni, gli Edipi; le peripezie di simili protagonisti par che nulla potessero
influire sulla coltura e sulla morale del popolo. Ciò riesciva tanto più verisimile
che da niuno o da pochi, ch'io sappia, si era fatta l'importante riflessione  <emph>che il popolo libero
di Atene vide con profitto rappresentar sulle scene i casi atroci delle famiglie di Cadmo e di
Pelope; vide con sensi di alta compiacenza i tormenti, le disavventure, le morti, con cui
finiano i tiranni dopo esser stati lungo tempo il flagello de’ popoli. A quest'oggetto
mirarono tutti i poeti, a quest'oggetto gli stessi sacerdoti gentili, che della mitologia ne
fecero la pubblica morale e la religione</emph>.</p>
					<p>Or son cangiati i tempi, or debbon cangiare benanche i costumi. Non solo Bruto e Catone
possono rappresentarsi con vantaggio per l'istruzione pubblica, perché libere tragedie di
liberi eroi, ma Tieste, Agamennone, Edipo e tutta la sua tragica famiglia istessa, perché
richiamano al popolo istruito nella memoria i delitti dei tiranni, i loro sacrileghi attentati
e, vedendoli sott'occhio puniti dalla terra o dal cielo della loro scelleratezza, gli aborra e
goda in un istante del loro tragico fine e benedica nel suo cuore la rivoluzione e la repubblica.</p>
					<p>Hanno dippiù un gran vantaggio le tragedie antiche sulle moderne, siansi di libertà
ed istoriche, siansi mitologiche, ossia religiose. Coll'andar de’ secoli par che i fatti
acquistano una specie di santità e di grandezza, par che la tradizione, la storia ed i
monumenti che ne avanzano gli rendono sacri al par che i ruderi de’ più remoti tempi,
e un certo rispetto, e per le nazioni colte e per i divini poeti che trattarono tali argomenti,
lor aggiungano venerazione, maraviglia e rispetto.</p>
					<p>I poeti possono ancor più negli antichi che ne’ moderni argomenti far rilucere
il loro ingegno e la loro fantasia. Sia nelle tragedie mitologiche, sia nelle libere possono
spaziarsi in vasto campo di morali precetti, di sentenziose espressioni, lasciando ancor quella
modica parte che il genere delle rappresentazioni permette all'immaginazione. Dippiù,
tutte le finzioni, le espressioni grandiose e sublimi de’ grandi modelli de’ primi
geni dell'epico e del tragico vengono in loro soccorso: vi vengono i fatti stessi, sempre
più originali e grandi presso le prime società nascenti, negli uomini non
corrotti da tanti governi, da tante religioni; la facilità di renderli più
verisimili torna ancora a loro vantaggio, perché si può sopprimere, ampliar, con
minor pericolo di esserne smentito, la circostanza di un fatto antico che quella di un moderno.
Così più la materia rendesi facile a trattarsi, più divien proprietà
del poeta, più si adatta, senza inconveniente di contraddizione, allo spirito del teatro.</p>
					<p>Ma quello che renderà incontrastabilmente gli argomenti antichi sempre superiori a’
moderni, si è la loro stessa originalità. Gli antichi ebbero gli Ermodi, gli
Aristogitoni, gli Agidi, i Bruti, i Mari, i Catoni; noi ancora non gli abbiamo. Gli antichi
goderono per lungo tempo la repubblica, la perfezionarono; noi abbiamo proclamata appena la
libertà, siamo ancora fluttuanti sulla scelta della nostra costituzione. Gli antichi
ebbero un'educazione pubblica che produsse i grandi uomini, noi non abbiamo finora che le sterili
dichiarazioni de’ diritti e doveri dell'uomo e del cittadino. Gli antichi finalmente hanno
una riputazione assicurata dai loro contemporanei e da’ posteri; de’ moderni
sedicenti eroi repubblicani niuno è finito con gloria e la fama d'alcun vivente non è
sufficientemente assicurata.</p>
					<p>S'aggiunga che l'odio, l'amore, la speranza, la seduzione e mille altre passioni, sempre
lottanti nel cuore umano, possono far sembrar Pisastrato un Aristide e Catilina un Bruto. Non
abbiam nulla a sperare, nulla a temere dei soli estinti, ad essi siam sempre disposti a render
giustizia e parlarne con verità. I grandi uomini di Atene e Roma ci servano di modello.
Se giungeremo ad eguagliare almeno in parte la celebrità di quelle repubbliche, avremo
ancora noi i nostri eroi, che serviranno di protagonisti agli scrittori della posterità<hi rend="apice">40</hi>
						<note place="End" n="40">
							<p>40) Su questa materia veggasi quanto ne hanno scritto con filosofia
e buon gusto D'Alembert, <title>Miscellanei</title>, e Calepio, <title>Paragone della poesia
tragica francese ed italiana</title>. Veggasi ancora il citato <title>Saggio sul teatro</title>
dell'Algarotti.</p>
						</note>.</p>
					<p>Io non ho parlato fin qui che del vantaggio maggiore che può trovare un poeta tragico
nella scelta di argomenti antichi, ma non ho inteso escludere dalle scene quelli de’ primi
Cesari, del basso impero, de’ tempi barbari, delle repubbliche italiche de’ tempi
medi, che possono ancor molto interessare gl'Italiani.</p>
					<p>E primieramente non v'è dubbio che la prima origine de’ nostri mali fu l'effrenata
tirannide de’ Cesari, che corruppe le belle istituzioni della repubblica ed aprì
più secura via alle invasioni de’ barbari. E chi non vedrebbe con piacere e con
interesse sulle tragiche scene svenati i Neroni, i Caligola, i Domiziani? Chi non vedrebbe
egualmente con trasporto i mali che soffrirono i tiranni del basso impero in conseguenza
de’ loro vizi e de’ loro delitti? Chi non s'interesserebbe a veder il fine di tanti
dinasti, itali, greci, goti, franchi, longobardi, or vittima de’ loro stessi cortegiani,
ora delle loro spose, ora finalmente di qualche raggio di antica virtù nei petti latini
non per anche estinta? Chi poi non accorrerebbe ad ammirare le rinate eroiche virtù
ne’ tempi della rinata libertà delle repubbliche de’ medi tempi? Son questi,
io lo ripeto ancora, perenni fonti di somme tragedie, ma di second'ordine e che per lo meno,
per renderle più utili ed interessanti alle nostre repubbliche, dovrebbero esser
trattati con somma maestria e con uno spirito e una condotta diversa degli antichi<hi rend="apice">41</hi>
						<note place="End" n="41">
							<p>41) Alfieri, Pepoli hanno trattato con successo di simili argomenti.
Il più felice di tutti è stato Voltaire e qualche volta Racine. Gl'Italiani molti
potrebbero trarne dalla storia delle repubbliche de’ tempi medi. Questo sarebbe il momento
di renderli interessanti</p>
						</note>.</p>
						<p><hi rend="bold">Dell'arte d'interessare il popolo.</hi>    

					Si sa benissimo  dagl'intelligenti
dell'arte che le tragedie possono avere un esito or felice or funesto per la virtù. Or un
tiranno è trucidato da un cittadino liberamente audace e nasce la repubblica; ed or un
eroe cittadino è assassinato da un tiranno e la schiavitù e le pubbliche
calamità o una felice rivoluzione hanno l'origine da questo attentato.</p>
					<p>Io non son amico de’ sistemi, non amico di certe regole generali fissate da uomini di
limitato ingegno o despoticamente letterati, che vorrebbero chi le tragedie tutte di esito
infelice ai tiranni e felice agli eroi e chi per l'opposto veder vorrebbe sempre trionfante la
virtù. Questi, a creder mio, han considerato le cose con troppa superficialità:
se avessero ben meditato sullo spirito de’ teatri tragici, non avrebbero fissata alcuna
regola ed avrebbero rimasto un maggior campo ai diritti della ragione. Potrò io sciogliere
la loro questione e finir una lite sì lunga ed agitata tanto da tanti letterati?</p>
					<p>La tragedia serve per l'istruzione pubblica. L'istruzione non si ottiene senza interessare
vivamente gli spettatori per il protagonista. Il protagonista della tragedia, siasi che resti
trionfante o vittima di sua virtù, non è mai l'empio o il tiranno, bensì
l'eroe che lo svena o che soccombe alla di lui forza. Nel primo caso possono interessarsi ed
istruirsi gli spettatori coll'ammirazione di un eroico fatto; nel secondo con l'esempio di una
eroica sofferenza. Cesare è tiranno, tutti gli spettatori s'interessano per il virtuoso
Bruto, tutti esultano al trionfo della virtù. Maometto fa morir di veleno Seide e
Palmira, tutti gli spettatori s'interessano per quelle vittime infelici, spargono lagrime di
pietà sulla loro tomba e d'indignazione contro gli orrori commessi dal fanatismo.
Nell'uno e nell'altro caso un buon tragico può figurare ed ottenere i suffragi e
l'interesse del pubblico.</p>
						<p><hi rend="bold">Diversità nell'esito delle tragedie.</hi>    

				Bisogna però non
perder di mira alcuni tratti propri dell'uno e dell'altro genere di tragedia. Si abbia per
massima che la tragedia dee istruire e interessare col dipingere e col muovere le grandi, le
più forti passioni: l'intento non si ottiene senza una scelta giudiziosa e analoga di
episodi. Questi non possono avere una regola generale, ma se pur esservene potrebbe una meno
dubbia, crederei fosse la seguente: <emph>gli episodi debbono esser sempre un controposto all'esito
della tragedia</emph>. Così nella tragedia di Nerone p. e.  non vi sarebbe interesse
alcuno se alcuni congiurati trucidassero questo tiranno, perché niente di più
indifferente, niente di più naturale che la meritata punizione di un delinquente. Ma si
dipingano negli episodi tutti i mali che Roma soffriva sotto la di lui stravagante tirannide:
la morte di Britannico, di Ottavia, di Agrippina, di Seneca, l'incendio della città,
mille virtuosi cittadini perseguitati, oppressi, vicini a una disperata morte, e allora si
fulmini il tiranno. Lo spettatore, che piange alla dipintura de’ mali dell'umanità,
si solleva alla morte dell'empio e benedice la mano che lo svena.</p>
					<p>Ché, se invece dee morire l'eroe, si dipinga allora negli episodi quanto può
vieppiù far risaltare la sua virtù, la scelleraggine de’ suoi persecutori, e
la di lui morte farà tanto più odiare i suoi nemici quanto immeritevolmente ei ne
cadde la vittima.</p>
					<p>L'istruzione e l'interesse può ottenersi egualmente col far odiare il vizio che col
far amare la virtù, quindi i due generi di tragedie da noi analizzati sono egualmente
d'ammettersi sulle scene<hi rend="apice">42</hi>
						<note place="End" n="42">
							<p>42) La stessa
discussione ebbero a fare molti uomini pregevoli e per la loro erudizione e per le cognizioni che
aveano particolarmente del teatro. Io non ho seguito il sistema di alcuno sì ben quello
della natura. Veggansi diverse prefazioni e critiche al <title>Maometto</title> di Voltaire,
<title>Teatro</title>, edit. Basil., Marmontel, <title>Storia del teatro francese</title>
							</p>
						</note>.</p>
					<p>Una sola distinzione farsi potrebbe analoga ai princìpi stabiliti e ai fatti più
ovvii allo spirito de’ tempi. Noi vogliamo stabilire la repubblica, dobbiamo dunque
scegliere argomenti che ne facciamo amare gli eroi ed abominare i nemici. I primi li troveremo
presso i popoli liberi, i secondi presso gli schiavi e, in tal guisa trattando argomenti
repubblicani, i nuovi tragici dovrebbero piuttosto scegliere quelli in cui molto soffre, ma
trionfa la virtù, perché di ciò le repubbliche dànno maggiori esempi;
trattando argomenti o de’ tempi dell'impero o della feudale anarchia e del fanatismo
religioso, tempi infelici, in cui di raro trionfa la virtù, potrebbero adattarsi a
scegliere argomenti, in cui questa rimane sopraffatta, non mai vinta dalla forza,
dall'impostura, dall'empietà e descrivere con i più neri colori gli scellerati
che furono l'eterna calamità de’ viventi.</p>
					<p>Non posso determinarmi a lasciar questo importante argomento senza aggiungere una importante
riflessione per i poeti tragici, molti de’ quali a’ dì nostri sembrano aver
perduto di mira una delle principali regole dell'arte: siasi che il vizio o la virtù
trionfi nella catastrofe della tragedia, il vizio e la virtù istessa debbono avere
qualche cosa di straordinario e un contrasto atroce, terribile di passioni, che laceri il cuore
e lo distempri in lagrime, qual si conviene alle passioni eroiche, violente, a quelle che agitarono
le anime forti de’ Timoleonti e de’ Bruti.</p>
					<p>
						<title>Bruto Primo</title> non si ascolta mai senza grande interesse, perché non
basta all'eroe d'esser virtuoso per trionfar de’ Tarquini, ma gli è necessario uno
sforzo sopraumano: per liberar la patria dée condannare a morte i propri figli. Che
contrasto terribile, di amore de’ figli e della patria, che lugubre situazione divien
quella di Bruto nel momento di pronunciar l'orribile sentenza, quanti diversi affetti non desta
ne’ cuori più insensibili degli ascoltanti!</p>
					<p>Lo stesso dicasi di Timoleonte: egli non può liberar Corinto senza versar il fraterno
sangue, senza lacerar il cuore della tenera madre, senza diventar empio per esser repubblicano. In
queste ed altre simili tragedie la virtù trionfa, ma con quali sforzi, con qual contrasto,
con qual lugubre trionfo<hi rend="apice">43</hi>
						<note place="End" n="43">
							<p>43) Veggansi
le suddette tragedie presso Voltaire, Racine, Crébillon, Alfieri</p>
						</note>!</p>
					<p>Eteocle e Polinice, Tullia ed altri tragici argomenti, in cui non la virtù, ma il vizio
resta trionfante, pur quant'orrore non destano, perché i primi,  per conservare, la seconda,
per acquistare con l'infame Tarquinio il trono, son costretti alle più orrende scelleraggini.
Gli empi stessi nel commettere i loro misfatti debbono trovarsi nelle situazioni le più
contraddittorie, le più difficili, le più tragiche, acciò sian maggiormente
detestati, perché han superato ogni rimorso, conculcate le più sante leggi umane e
divine per soddisfare alle lor passioni indomabili.</p>
					<p>Le tragedie, in cui maggiormente campeggia l'amore, l'amor disperato, tragico, nefando, non
possono che trovarsi presso gli antichi e trasportarsi nelle scene moderne con l'istessa
intenzione che fecero i Greci, cioè per avvilire agli occhi de’ liberi cittadini gli
antichi tiranni e dipinger con pennello di sangue tutte le loro empietà e le punizioni che
n'ebbero da’ Numi. Rari esempi, simili a quelli delle Fedre, della progenie d' Edipo, di
Agamennone ec. ec.,troviamo nelle moderne istorie, alcuni ve n'ha ne’ tempi barbari; se
questi pochi volessero trasportarsi con profitto sulle scene dovrebbero adattarsi allo spirito
della tragedia greca, che non produceva inutilmente le cene di Tieste, le nozze d'Edipo, la morte
di Agamennone, ma con un oggetto politico e religioso, per cui, nell'atto che dipingevansi i delitti
degli empi, si facea strisciar sulla loro cervice altera il fulmine di Giove<hi rend="apice">44</hi>
						<note place="End" n="44">
							<p>44) I moderni in questo genere sono assai inferiori agli antichi e
rare volte hanno trattato con l'istesso interesse l'amor tragico di quello che fecero i Sofocli
e gli Euripidi. I moderni invece di spaventare e di lacerare il cuore talvolta si sono perduti
in vane declamazioni. Non v'è che la <title>Mirra</title> di Alfieri, che più si
avvicini ai modelli greci in questo genere</p>
						</note>.</p>
					<p><hi rend="bold">
						Della commedia.</hi>    

				La commedia non ha bisogno di tante ricerche per la scelta
degli argomenti; non ha bisogno di fatti, né di esempi antichi, basta che dagli antichi
maestri prenda i soli precetti della regolarità e del verosimile. La commedia persèguita
i vizi dominanti, diciam così, quasi popolari, or con utili precetti secondo lo stile di Menandro
e Terenzio, or con gli attici sali ad imitazione di Plauto e di Aristofane. Tutti i tempi hanno
i loro particolari vizi e le loro particolari virtù: queste debbono avere un maggior risalto
perché si fortifichino sempreppiù, quelli i sarcasmi del pungente e del ridicolo
acciò restin distrutti.</p>
					<p>I vizi e le virtù delle commedie debbono essere popolari, niente debbono avere di
straordinario, acciò non si degeneri nel tragico, non si cada nelle stranezze delle
tragedie cittadine e delle commedie lagrimevoli. A queste, per esprimere le più nobili
passioni, per far che regni il patetico, il sensibile talvolta sulle comiche scene, affinché
si conservi, s'identifichi con la nazione la delicatezza de’ sentimenti, la pieghevole
affabilita de’ costumi, può sostituirsi la commedia menandriana, di cui abbiamo
pochi esempi, ma sublimi nel <title>Padre di famiglia</title> e nel <title>Figliuol prodigo</title>
e in molte commedie del celebre Goldoni e dell'Albergati<hi rend="apice">45</hi>
						<note place="End" n="45">
							<p>45) Vi è chi stima più difficile la composizione di una commedia menandriana che
di una tragedia: io non ardisco decidere una siffatta controversia, ma veggo per lo meno nell'una
e nell'altra composizione un'eguale difficoltà. Infatti l'istruzione col pianto e con
eccitare le gran passioni o con l'urbano sorriso e con la dipintura fedele del vizio, formando
l'oggetto del tragico e del comico; si richiede per tanto eseguire egual critica, finezza di
gusto e cognizione del cuore umano. Veggasi sopra questo argomento: Hume, <title>Discorso
sulla tragedia</title>, <title>Opp. filosof.</title> e Pope, <title>Saggio di critica</title>
							</p>
						</note>.</p>
					<p>I bravi comici intanto non dovrebbero nelle loro favole proporsi altr'oggetto più
interessante che quello di educare il popolo e di fargli spogliare tutta la ruggine dell'estinta
tirannide con fargli abborrire i vizi sotto quella vigenti e col rinvigorire tutte le repubblicane
virtù, rigenerando a poco a poco i costumi.</p>

						<p><hi rend="bold">Del melodramma.</hi>    

					Il melodramma potrebbe spaziarsi ne’ campi della
tragedia e della mitologia e della comica; questo genere di composizione, che richiede, come
già dissi, il soccorso e il maraviglioso apparecchio di tutte le belle arti, riformato
che fosse il comico e il tragico teatro, non cesserebbe di prenderne il carattere e lo spirito
predominante, sicché non fosse più soltanto consacrato agl'insipidi amori e ai
deliri delle afflitte reine. Un nuovo Metastasio risorgere potrebbe, che ridestasse i geni di
nuovi Pergolesi e Jommelli, che, accordando insieme la cetra di Melpomene con la lira di
Tersicore, facessero rinascere sulle scene il portentoso accordo delle muse, delle grazie e
degli amori con vantaggio delle belle arti e con profitto pei costumi de’ repubblicani.</p>
					<p>Le belle arti, che accompagnano il teatro, a cui dànno e donde prendono risalto, sono
l'architettura, la pittura, la musica. Non può esservi dubbio alcuno che con le continue
invenzioni di sempre variate scene, col rappresentare le città, le règie, i
monumenti di tutti i tempi, nel tempo istesso l'arte del disegno e del dipingere non acquistino
maggior perfezione e non si offra ai loro cultori nuovo mezzo di esercitare il loro genio, nuovi
mezzi alla sussistenza.</p>
					<p>È ben cognito che, oltre il disegno, che può variar nel teatro secondo tutti gli
ordini architettonici, a seconda della variazione della scena e de’ tempi, nell'atto istesso
la pittura vi esercita tutto ancora il suo magico impero. Or vi fa campeggiar la più seducente
prospettiva; or tutto il variato metodo de’ paesetti; or può trasportarvi come per
una specie d'incantesimo i quattro elementi; or tutto l'orrido ed il bello della natura nelle
sue diverse stagioni, or tranquilla, or trista, or minacciosa di alte ruine; or finalmente vi
può condurre nelle tempe di Tessaglia, nelle fortunate Esperidi, negli orti di Alcinoo e
riunire in un sol punto quanto ha di più vago e seducente la natura sviluppata dall'arte
maestra.</p>

						<p><hi rend="bold">Delle belle arti che servono al teatro.</hi>    
					Ma per far che l'architettura e
la pittura, invece di perfezionarsi associandosi al teatro, non ne restino deturpate e corrotte,
dovrebbe evitarsi quel metodo finor tenuto di far dipingere ed inventare scene fra lo spazio ristretto
di pochi giorni: allora tutto si guasta e corrompe, si tradisce il vero, il verosimile, e manca
l'illusione agli occhi, manca la celebrità agli autori; non v'è una nobile emulazione,
perché non v'è concorso di sommi artisti, non v'è concorso di gloria, perché
bisogna contentarsi del mediocre, non è cimentata la riputazione, perché ognuno
crede trovar la scusa de’ suoi difetti nella brevità del tempo; lungi dunque da noi
quel pernicioso sistema di voler tutto creare in pochi momenti: gli uomini non son dei, non fanno
bene che col tempo e con la meditazione.</p>
					<p>Si dirà che allor sarà la spesa accresciuta e che vi vorrà gran tempo a
dipingere la scena di un teatro. E non v'è dubbio in quanto alla spesa; in quanto al tempo,
questo sarà maggiore senza dubbio, ma verrà di molto abbreviato dal moltiplice genio
e concorso degli artisti. Questo concorso può doppiamente riescire utile e per la emulazione
reciproca e per il distribuirsi ad ognuno d'essi a dipingere quelle parti delle scene in cui si
conosca maggiormente versato. Il fiorista farà campeggiarvi i diversi colori, di cui pinge
la natura, gli alberi e i prati; il dipintor di paesetti vi richiamerà tutta la sua naturalezza,
la varietà e la frescura; l'architetto regolerà le proporzioni nell'assieme, nell'atto
che il prospettista vi farà vedere tutto presente, tutto animato, vi farà tutto toccar
con mano. Così si abbrevia il tempo, così si perfeziona ognuno nell'arte in cui è
più eccellente, così si evita che un solo non faccia tutto con poca intelligenza e con molto
arbitrio, e con discapito dell'arte e dell'illusione<hi rend="apice">46</hi>
						<note place="End" n="46">
							<p>46) Il governo dovrebbe prender in tutto ciò un interesse più diretto. Il teatro
è una scuola di tutte le belle arti. I nemici della rivoluzione, i preti e gli ex nobili,
che alimentavano per la propria voluttà e fanatismo un numero considerevole di artisti, non
solo li scacciano, ma insultano alla loro miseria, dicendo: andate a cercar pane dalla repubblica;
è bene che la repubblica profitti del momento, si serva di tutti i talenti per il teatro,
e con poco, ma con economia e giustizia amministrato, si potrà far molto in favore delle
belle arti e de’ progressi della rivoluzione</p>
						</note>.</p>
						<p><hi rend="bold">&gt;Della musica.</hi>    

				La musica finora non ha servito che di intervalli nell'intermedio
tempo degli atti delle tragedie e delle commedie ed ha costantemente accompagnato il melodramma
in tutte le sue parole. Ognun sa con quanta poca intelligenza si è talvolta abusato della
più delicata delle belle arti: io non ripeterò le declamazioni di Rousseau, di
D'Alembert, di Diderot; fiami soltanto permesso dirne quanto s'appartiene al mio instituto,
quanto può dirsene in un discorso limitato al sol oggetto de’ teatri.</p>
					<p>La musica dee considerarsi in tre rapporti: alla tragedia, alla commedia, al melodramma; si
sa benissimo che nella tragedia gli antichi adattavano una musica semplice e commovente, che
accompagnava la declamazione; questa è stata totalmente sbandita dalla nostra tragedia
con esserne stati sbanditi i cori. Ognuno potrà seguire quel sentimento, che più
gli piaccia, ma io credo che siasi fatto torto allo spettacolo tragico, all' illusione de’
sensi, all'eccitamento delle gran passioni col discompagnar totalmente la musica dalla tragedia.</p>
					<p>Ne’ momenti de’ gran trasporti, in quelli in cui le più forti passioni agitano
il cuore del protagonista, allorché tutti gli uomini naturalmente sogliono declamare, si
potrebbe con successo introdurre una musica analoga e che aggiungesse forza ed espressione alle
passioni: crederei che l'effetto sarebbe maggiore e più grandioso nel tempo stesso ne
riescirebbe lo spettacolo; ma ciò non dovrebbe esser posto in pratica che con gran sobrietà
e con maggiore intelligenza e giudizio. Potrebbe ancor tentarsi di ristabilire i cori, i cori che
furono di tanto aiuto ai tragici antichi e che i moderni hanno sbanditi dalla tragedia e trasportati
nel melodramma. Questi cori, che necessariamente dovrebbero cantarsi, non sarebbero al certo senza
effetto e aggiungerebbero interesse e verità allo spettacolo.</p>
					<p>Il ricongiungere la musica a qualche passo più interessante della tragedia, il
ristabilire i cori è un mio progetto: questo potrebbe forse tentarsi con successo e
l'esperienza convincer potrebbe di quanto siami allontanato o abbia secondato il gusto degli
ascoltanti; quello però che assolutamente deggion introdursi nella tragedia sono le
sinfonie nel principio e negl'intervalli degli atti analoghe allo spettacolo. È cosa non
meno ridicola che mostruosa il vedere che, prima di levarsi il sipario nella rappresentazione di
<title>Timoleonte</title> o di <title>Bruto</title>, venga malamente e con trascuratezza eseguita
una cattiva sinfonia, che ha servito a un'opera buffa, a una serenata e finanche alle ecclesiastiche
leggende: questo è lo stesso che preparare al riso l'anima di quelli che si vogliono far
piangere pochi istanti dopo, è lo stesso che diriger l'animo in senso contrario di quelle
passioni che vogliono eccitarsi, di render nullo l'effetto della rappresentazione.</p>
					<p>Dicasi lo stesso della musica solita d'introdursi negl'intervalli degli atti, musica sempre
mal intesa, non adattata alle passioni dominanti nella tragedia, divagante l'attenzione degl'ascoltanti,
distruttrice dell'illusione; musica che sarebbe meglio sbandire, come nociva allo spettacolo, che
ammettere a dispetto del buon senso e dell'oggetto della tragedia. O dunque nel principio e negl'intervalli
degl'atti non si ammetta musica di sorte alcuna o, volendosi ammetterla, allora le sinfonie e passaggi
abbiano connessione con la rappresentanza, siano diretti a preparare gl'animi ai colpi scenici, ad
eccitare le stesse passioni dominanti nella tragedia. Allora lo spettacolo ne diventerà
più verosimile, più interessante ed otterrà più compiutamente il meritato
successo.</p>
					<p>Non mi fermerò a parlar molto della musica nella commedia. Sono d'accordo che ne resti
del tutto sbandita; che, se voglia pur introdursi nel principio e negl'intermezzi degl'atti, s'imiti
la natura della favola, e una musica patetica non mai preceda i sali di Esopo, le astuzie di Arlecchino,
le frivolezze d'un Ganimede: per dirla in breve, la musica non contrasti con la favola, con l'interesse
e con la verosimiglianza<hi rend="apice">47</hi>
						<note place="End" n="47">
							<p>47 e 48)
Veggasi quanto della musica ne’ melodrammi hanno scritto D'Alembert, Rousseau,
Mattei, Metastasio, Tartini, Arteaga ec.</p>
						</note>.</p>
						<p><hi rend="bold">De’ melodrammi.</hi>    

				Ma la musica, che nella tragedia e nella commedia
può usarsi con discretezza, che può essere un utile accessorio, dée
particolarmente campeggiare nel melodramma. Noi non possiamo sottoscrivere al sentimento di coloro
che avrebbero voluto eliminato il melodramma e per conseguenza il maggior raffinamento della musica
dal teatro. La corruzione della società e il funesto impiego che si fece delle scienze fecero
odiare a taluno lo stato sociale e proscrivere le cognizioni. L'abuso dunque della musica, la di lei
corruzione, non l'arte divina, meritano e debbono dal teatro essere eliminate.</p>
					<p>Se vati eguali in valore a Quinault e Metastasio s'impiegassero alla composizione dei melodrammi,
se questi, come lo abbiamo detto delle tragedie e delle commedie, fossero diretti all'istruzione
repubblicana e or con la mitologia or con la storia celebrassero gli eroi della libertà,
potrebbero indubitatamente fare eguale e forse maggiore effetto che la miglior tragedia sull'animo
degli uditori.</p>
					<p>Ma i melodrammi per verità dovrebbero spogliarsi delle stranezze, del sorprendente,
dell'inverosimile, del magico, acciò che la ragione non fosse mai in contraddizione col
sentimento e che l'animo non fosse obbligato di far forza a tradir se stesso per non perder il
profitto dell'illusione. La poesia dovrebbe esserne armoniosa e insieme robusta e la musica dovrebbe
accompagnarla come arte subalterna, non come principale.</p>
					<p>Non è un difetto della musica se questa ha voluto predominare, come predomina in tutti
i teatri d'Italia: la corruzione è incominciata dal governo, che amava il dilettevole
più che l'utile, ed è stata portata al suo colmo dai poeti adulatori e venali, che
a un vile interesse hanno prostituito l'onor dell'arte e la loro divina professione.</p>
					<p>Le arti piacevoli, sempre preferite alle utili, come quelle di lusso lo sono a quelle di prima
necessità sotto i governi tirannici, il funesto sistema di cercar di ammaliare i sensi corrotti
piuttosto che rettificarli, di rimaner più oppresso che sollevato dalla varietà e
confusione de’ piaceri, diedero l'ultimo colpo mortale alla poesia ed innalzarono sopra le
di lei rovine la musica.</p>
					<p>Io non sono d'accordo con una moltitudine di scrittori, i quali asseriscono che la musica de’
nostri teatri è corrottissima: essi han parlato troppo generalmente; doveano distinguere
il genio del dramma dalla musica. Se una scipita poesia esprimeva un fatto frivolo e nulla interessante,
non fu poco se i maestri di musica con la loro abilità la resero soffribile; non fu poco
se talvolta vi aggiunsero qualche interesse e fecero ammirare la varietà ed i sublimi pregi
della loro arte. Ché anzi, nulla interessando la poesia de’ drammi, i maestri di musica
sono giunti talvolta al segno di muovere quelle passioni, le quali non erano rimaste se non nel
pensiero del poeta, che non avea saputo esprimerle e del colto spettatore che le avrebbe desiderate.
Ché,  se essi hanno despoticamente abusato della loro superiorità, ciò è
addivenuto perché i soli considerati presso la nazione; e non è difficile il corrompersi
ed essere, per dir così, monopolista in tanta penuria di concorrenti.</p>
					<p>Che che ne sia, i Pergolesi, Jommelli, i Piccinni, i Cimarosa, i Paesielli, i Guglielmi han
fatto finora con la loro arte divina le delizie e l'ammirazione dell'Europa. Proscriver il
melodramma sarebbe lo stesso che proscriver un ramo di poesia e un'arte divina, nella quale,
come in tutte le belle arti, la madre Italia vince le rimanenti nazioni; sarebbe diminuire una
sorgente di gloria per la repubblica, di sussistenza per gli artisti, di varietà per
l'istruzione, di raffinamento per il costume: cose tutte che non meritano essere sacrificate alla
malinconica filosofia di qualche uomo atrabiliare, insensibile e privo affatto di delicatezza e
di gusto.</p>
					<p>Si tolgano dunque gli abusi tanto dalla poesia che della musica e si avrà il vero
melodramma istruttivo. S'incominci dall'espellere le troppo frequenti ariette, ad esse si
sostituiscano i cori; i recitativi obbligati sian più espressivi: una ben intesa
declamazione succeda al monotono continuo accompagnamento de’ semplici recitativi; si
faccia sentir la poesia, la musica venga in di lei soccorso negli accessi delle passioni, nelle
situazioni più interessanti, prepari talvolta l'animo alle grandi catastrofi: sia maestosa
la poesia, né da lei disconvenga la musica istessa; non si preferisca al vero e al
verosimile il capriccioso e il sorprendente: si sacrifichi tutto  alla  verità dell'espressione
e  del  sentimento,  ed allora,  come lo  sono tutte le belle arti,  il   melodramma italiano,
che  lo fu ancor corrotto, diverrà l'ammirazione di tutta l'Europa<hi rend="apice">48</hi>
						<note place="End" n="48">
							<p>47 e 48) Veggasi quanto della musica ne’ melodrammi hanno
scritto D'Alembert, Rousseau, Mattei, Metastasio, Tartini, Arteaga ec.</p>
						</note>.</p>
						<p><hi rend="bold">Della pantomimica.</hi>    

				I balli, la pantomima in generale, in questi ultimi
tempi molto perfezionata da’ Francesi, si è introdotta ancora fra gl'intervalli del
melodramma: io credo che, lungi d'aggiungervi interesse e verità, quest'arte, che attualmente
troppo grandeggia, abbia voluto come la musica innalzarsi sulle rovine della poesia, isolarsi e
far di sé troppa mostra a spese dell'intera rappresentazione.</p>
					<p>Non solo i balli occupano per lo meno la metà dell'opera, ma vi producono il peggiore
guasto all'illusione, al verosimile e all'interesse. La poesia nel primo atto vi offre una Didone
abbandonata, un'Antigone dolente; e il ballo vi trasporta immediatamente in Roma o in Babilonia
e vi mette sotto gli occhi una sanguinosa battaglia e le peripezie d'un imperatore. Ecco i sensi
distratti dalla diversità degli oggetti, ecco l'illusione distrutta dal repentino passaggio
da una in altra materia; ecco che nel secondo atto lo spettatore dée far forza a se stesso
per richiamarsi in memoria l'idea della favola e scacciar da sé, s'è possibile,
quel fascino d'idee strane ed opposte, che si sono impadronite de’ suoi sensi.</p>
					<p>Segue a piangere Didone e a dolersi Antigone nell'atto secondo; lo spettatore torna a interessarsi,
il tempo della catastrofe ancor non è giunto, avidi tutti lo affrettano coll'immaginazione
e col veloce pensiero; quando un ballo grottesco, cioè un ammasso di ridicole astuzie e di
fatti incongruenti, viene ad arrestarvi nuovamente e finisce di distruggere affatto qualunque
impressione di dolore, d'odio, d'amore sin allora fatta nei sensi, che anzi cerca di sostituire
il ridicolo al patetico e gli atteggiamenti i più sfrenati al modesto contegno delle matrone
e delle eroine.</p>
					<p>Non la finirei mai se tutti rammentar volessi gli abusi della pantomima; con tutto ciò
non crederei a proposito di eliminarla dal melodramma, ma soltanto doversi anch'ella rivolgere
all'utile pubblico e ad accrescere l'interesse e la magnificenza dello spettacolo.</p>
					<p>La pantomima sarebbe utile allorché si spogliasse di tutti i suoi salti, forze e
contorsioni non verosimili e contrarie ai movimenti naturali degli uomini. Veder un Agesilao, uno
Scipione, che salta e si contorce al par d'un frenetico, offende il comun senso e la verità
de’ caratteri. La musica che niente esprime, che è consacrata soltanto a delle volate
di acuti o di bassi sorprendenti, è un confuso frastuono, non è musica, non armonia.
La poesia, egregiamente rimata e che niente di grande e di conforme al soggetto esprime, è
una noiosa salmodia. La pittura, che non rappresenta le mosse naturali e i veri caratteri de’
personaggi, ma brilla soltanto per il contrasto di splendidi colori apposti senza disegno, senza
gradazione, è un caos informe di luce e di ombra. Così al pari di queste arti sorelle
la pantomina sforzata, inverisimile, caricata, è un giuoco da forsennati o da fanciulli.</p>
					<p>Tutto si richiami dunque alle regole immutabili della natura e tutto anderà bene. Incominci
la pantomima ad esprimere esattamente col volto e coi gesti le passioni che vuol estrinsecare e
far passare nel cuore degli spettatori; si spogli di tutto il superfluo, dello sforzato, del sorprendente
e non aspiri che alla verità. Sia compagna, sia una continuazione della poesia e della musica
nel melodramma, non se ne dichiari indipendente, non si discosti dal soggetto, ma vi aggiunga forza
e bellezza, riempia tutte le lacune, che fra uno e un altro episodio, fra una ed un'altra catastrofe
può lasciare il poeta, ed allora non troverà più declamatori, né rivali
ingiusti, che tenderebbero ad eliminarla dall'italiano teatro<hi rend="apice">49</hi>
						<note place="End" n="49">
							<p>49) Gli antichi aveano molti trattati eccellenti di pantomima. Vedi:
<title>Viaggio d'Anacarsi</title>, t. 10. Io non mi ricordo che questo argomento sia stato
filosoficamente trattato da alcun moderno</p>
						</note>.</p>
						<p><hi rend="bold">Conclusione.</hi>    

				Finora si è parlato in grande della teoria de’
teatri, ma come eseguir quanto si è progettato, come far passar negli attori lo spirito
nazionale, come far sì che il popolo, al pari delle altre riforme utili, goda massimamente
di quella de’ teatri e quindi s'istruisca più facilmente, senza alcun dispendio, e
ne diventi migliore? Affrettiamoci a rischiarar quest'ultimo tratto del presente discorso.</p>
					<p>Molti lo hanno già detto ed io non fò che ripeterlo che bisogna aver attori se
si vogliono teatri. Attori, simili a quelli che disonorano attualmente le italiche scene con la
loro immoral condotta, con l'attaccamento al monarchico sistema, prima origine e protettore di
tanta prostituzione, con la sfavorevole opinione del pubblico, che mira e detesta le Frini e le
Taidi sotto le spoglie d'Ifigenia e di Penelope, i corrotti Narcissi e i Momi esecrati sotto quelle
di Curio e di Temistocle; attori, io dico, di simil fatta non meritano più di oltraggiare
la virtù pubblica con i loro vizi e con la loro presenza.</p>
					<p>S'incominci, dunque, per restituire l'illusione ai personaggi, dal restituire la perduta
opinione agli attori. Essi sian cittadini d'ingenui costumi, di cognito patriottismo. La loro
arte sia protetta, onorata quanto lo sono la pittura, la scultura, la musica e tutte le altre
loro sorelle indivisibili, come quella che a tutte pregio aggiugne e di tutte si fa più
vaga e luminosa nella scena; abbian un istituto nazionale anch'essi sotto nome di £ldquo;Scuola
di declamazione e di pantomima”, diventino, per finirla, uomini probi, veri cittadini,
artisti onorati, e la gran rigenerazione de’ teatri sarà del tutto compita<hi rend="apice">50</hi>
						<note place="End" n="50">
							<p>50) Niuno, ch'io sappia, è entrato in maggiori dettagli ed
ha trattato con maggior precisione questa materia, quanto il cittadino Salfi. Egli mi ha comunicato
il suo progetto, onde avere attori, composizioni e per conseguenza buon teatro. Io l'invito a
stamparlo, non credendo proprio di questo discorso l'entrare in minute discussioni e desiderando
che il di lui progetto impresso faccia lo stesso effetto che ha prodotto in me, onde sia mandato ad esecuzione. Io non
posso intanto che far eco a questo mio compatriota per l'erezione particolarmente di una
“Scuola di declamazione$rdquo; ed aggiungerei di un “Istituto nazionale di musica’:
si sa che queste due arti vanno congiunte. Napoli e Venezia ne hanno dato l'esempio a Parigi.
Milano, la centrale di una gran repubblica, con tanti mezzi, vorrà trascurare questa parte
delle belle arti tanto interessante la gloria nazionale e la perfezione de’ teatri?</p>
						</note>.</p>
					<p>Si ammetta, finalmente, il gran popolo gratuitamente o con lieve spesa alle rappresentazioni,
non vi sia distinzione alcuna ne’ teatri; ivi si scorga, per lo meno, in tutte le sue parti
praticata, la santa legge dell'uguaglianza, tutto la richiami e la renda inviolabile e sacra; il
magistrato e il semplice cittadino s'istruiscano e godano egualmente dello spettacolo, tutto sia
d'accordo, le idee col fatto, l'eroismo favoloso con la pratica immediata della virtù.</p>
					<p>Tutte le grandezze e il lusso della tirannide eran perloppiù ristretti ne’ confini
di una règia infame, tutto era privato e niente di pubblico diritto. I governi liberi,
contrari agli arbitrari e violenti, debbono, come in tutt'altra cosa, adottar negli edifizi
pubblici e particolarmente ne’ teatri un contrario sistema. I teatri ch'esistono non son
degni della grandezza del popolo: essi si risentono del privato, dell'egoismo che gl'innalzò
ai privati diletti ed alle sfrenatezze; appena potranno essi servire ai primi saggi della grand'opera
che sotto gli auspici della libertà dovrà presto compirsi.</p>
					<p>Si riattino adunque e si dilatino per quanto è possibile gli antichi teatri, i nuovi,
che potranno e dovranno formarsi, sian costruiti con greca e con romana magnificienza ed architettura;
abbiano, in fine, la maestà e l'apparenza degli edifizi pubblici e si avverta che, là
dove le favorevoli circostanze e l'erario della repubblica il permettano, sian questi i primi monumenti
che la patria innalzi al miglioramento de’ costumi ed alla memoria de’ secoli.</p>
					<p>S'imitino sopratutto i Greci antichi che, come di sopra ho già espresso, tutte le belle
arti e le scienze chiamarono a render più varia e vaga e più interessante l'istruzione
ne’ teatri. Le arie di libertà ivi si faccian sentire con maggior brio, ivi si applauda
alla probità dell'incorrotto magistrato, alla castità della matrona, alla modestia
della vergine, al valore del guerriero, all'abilità dell'artista, alle cognizioni utili del
filosofo; tutto, insomma, e rappresentazione e teatro ed attori ed ascoltanti ed arti e scienze
formino un assieme ben ordito ed armonico, tutto tenda all'illusione perfetta, figlia della verità,
e alla tanto sospirata ed attesa finora invano rigenerazione de’ costumi<hi rend="apice">51</hi>
						<note place="End" n="51">
							<p>51) Tutte le gran cose nacquero da piccoli elementi. Il teatro
patriottico di Milano potrebbe dare il tuono al resto di quelli de’ dipartimenti. Tutte le
ottime istituzioni dal piccolo potrebbero ridursi al grande, sotto gli auspici del governo e dell
a libertà</p>
						</note>.</p>
			</div1>
		</body>
	</text>
</TEI.2>
