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      <title>Condanna e viaggio del Redentore al Calvario</title>
      <author>Giacomo Leopardi</author>
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      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
      <pubPlace>Roma</pubPlace>
      <date>2004</date>
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        <p>Questa risorsa digitale è liberamente accessibile per uso
              personale o scientifico. Ogni uso commerciale è vietato</p>
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      <title>Collezione BibIt</title>
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        <title>Tutte le opere</title>
        <author>Leopardi, Giacomo</author>
        <editor id="ed">Felici, Lucio</editor>
        <publisher>Lexis Progetti Editoriali</publisher>
        <pubPlace>Roma</pubPlace>
        <date>1998</date>
        <note>L'edizione elettronica fa riferimento al testo Giacomo Leopardi, Poesie e Prose, a cura di R. Damiani-M.A. Rigoni, II, Milano, Mondadori, ("I Meridiani") 1987.</note>
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                    <p>Tutti i materiali paratestuali della fonte cartacea non riconducibili alla
                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                      digitale</p>
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                      <p>Livello medio: controllo a video con collazione con edizione di
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                      <p>I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea
                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
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                      <p>I trattini di sillabazione a fine riga sono stati soppressi e le parole
                        ricomposte</p>
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<div1><head>CONDANNA E VIAGGIO DEL REDENTORE AL CALVARIO</head>

<p>Tutto ottenne omai il forsennato Giudeo. L'uomo, il rettile del suolo, la creatura abbietta, il figlio del fango osò decretare che si alzi la sua destra temeraria sopra il capo dell'Unto di Dio, osò segnarne la morte. <hi rend="italic">Muoia</hi>, sclamò il Fariseo furibondo; <hi rend="italic">Muoia</hi>, ripetè il popol corrotto; <hi rend="italic">Muoia</hi>, decretò il vile pretore. Sì, morrà il Nazzareno: già la Croce egli s'indossa, già si dirigge al Calvario, già s'incammina alla morte. Gerusalemme ingrata e perversa, ei ti abbandona.</p>
<p>Noi, discesi da progenitori idolatri e profani, noi lo accompagnerem nel viaggio, noi lo seguirem nelle pene, noi lo conforterem nella morte. Rapiremo la eredità, godremo il regno che a te figlia di Abramo, venturoso progenitor de' Credenti, la mano benefica del Dio d'Israello aveva preparati. Sì, dal pensiero di noi nell'aspro viaggio trarrà egli conforto, di te non serberà in mente che la empietà, la ingratitudine: noi nelle pene richiamerà egli allo spirito, di te non ricorderà che la distruzione e l'eccidio: noi negli ultimi istanti delle sue mortali agonie rammenterà con sollievo, la tua rimembranza non farà che accrescere gli spasimi degli estremi suoi dibattimenti. Qual mistero di meraviglia insieme e di orrore!</p>
<p>Tu solo, o filosofo bennato e sensibile, tu cui la natura benefica e la face luminosa della ragion penetrante scuopre e mostra la verità spoglia da veli nei quali avvolta appare ad altri occhi: tu sol sei capace di ponderarne la profondità e la grandezza, tu sol atto sei ad esaurirne quanto all'uomo è possibile col pensiero immaginoso ed attonito il meraviglioso e il sublime. Tu, che sei solito ricercare in tutto il creato la immagine del tuo Creatore, tu chi nelle foreste e nei boschi il mormorar delle fronde, nelle campagne e nei prati il crescer delle messi, nel cielo il regolato aggirarsi degli astri, il balenare del lampo, il cupo mormorare del tuono la gloria annunziano e la potenza dell'Ente supremo, cerchi ormai la sede di questo Essere sovrano e spingi audace il pensiero ad indagare quel luogo onde emanano i raggi sì vivi della sua perfettissima essenza. Già i tuoi sguardi rivolgonsi al cielo, già in traccia ne va la tua mente nel più sublime luogo e più ammirabile della natura. Attendi.</p>
<p>Egli è ove immaginar non lo puoi, egli è nella terra, egli è tra le pene, egli è sulla Croce. Ravvisalo coperto di spoglie mortali ch'è per abbandonare fra poco; da Pilato, dai Giudei, da te stesso fu condannato alla morte, e alla morte già s'incammina. La morte di un padre decretata dai figli, la morte di un benefattore stabilita da quelli che gli oggetti furono delle sue beneficenze, questo è ciò che detestabile rende quanto altra mai la condanna del Divin Redentore, esecrabile la crudeltà dei Giudei, che osò bramarla e volerla, abbominevole la viltà del pretore che osò effettuarla. Condanna la cui malvagità non risplende solo nella qualità del condannato, ma in quella eziandio di colui che condanna sì come di quegli che dalla qualità medesima del condannato, di padre cioè e di benefattore, spinto era anzi ad esaltarlo che ad ordinarne la morte. Se questa doppia empietà tenero spirito e sensibile a considerar vi spinge, signori, grato e compassionevole affetto a ripararla vi spinga col pianto.</p>
<p>1. Stretti nè mai solubili vincoli sono quelli che tra il genitore e il generato, tra il padre e il figliuolo pose il creatore, vincoli più che mai resi legittimi dal di lui espresso comando, ripetuto per ogni dove dalle leggi tutte dell'uomo civile, che la pristina legge ratificarono della natura. Ogni equità ingiungeva diffatto che gratitudine, onore e corrispondenza di beneficii riscuotesse l'uomo da quelli che della esistenza non solo ma della civil vita eziandio erano a lui debitori. Nè i diritti solo dei padri ma quelli eziandio dei figli rispettati vollero la natura e le leggi, onde franto per conto alcuno non fosse quel vincolo col quale in nodo sacro insieme furon congiunti i genitori e i figliuoli. Quindi è che notati con indelebile contrassegno d'infamia, vincitore del tempo e varcatore dei secoli, furono coloro che, accecati da spirito tenebroso ed insano, osarono farsi a violare la natural legge ed umana che l'amore congiunge dei propri figli.</p>
<p>Ti veggo, o Manlio superbo, cui un vantato eroismo rese snaturato e feroce, condannare il figliuol tuo all'estremo supplicio perchè trasgressore di grave militare divieto, e con cuor di tigre farti a contemplar la esecuzione del tuo funesto comando, mirare il sangue scorrente dal corpo del tuo sventurato figliuolo, considerarne gli estremi palpiti angosciosi, udirne il sordo gemito e l' ultimo affannoso respiro. Veggo Roma che ti applaude e ti condanna, che applaude alla severità delle tue massime, ma condanna la tua ferocia, approva il tuo amor per la patria, ma consentirebbe a dividerlo con la tua prole, loda il tuo generoso eroismo, ma il vorria circoscritto dai limiti della natura.</p>
<p>Voi miro, o reggitor dell'Ibero, o sovrano rigeneratore del non condannare alla morte i figli vostri ribelli, ma odo a un tempo il grido di tutta l'Europa, che la snaturatezza accusa della vostra giustizia. Gemè Davidde in udir già morto il ribelle Assalonne, gemè e, nel dì memorabil del suo trionfo, anzi che il Re vittorioso in se mostrò il Padre tenero e sventurato. Risuonarono i campi di Galaad più dei gemiti del mesto Davidde che degl'inni trionfali dell'esercito vincitore, più dei lamenti del Re trafitto da duolo che delle grida esultanti dei guerrieri carchi di palme.</p>
<p>Eppure nulla quanto all'essere riceve il genitor dal figliuolo e, perdendo un figlio malvagio e procurando la morte di un figliuol rivoltoso e ribelle, non fa che disfarsi di un empio, non fa che liberar la terra da un mostro che, non risparmiando colui da cui ricevè l'esistenza, non potea non essere crudele verso qualsivoglia altro degli uomini. Ma tutto convenia sottoporre alla natural legge gravissima, onde non ispezzar quei legami tra il padre e il figliuolo che tra il figliuolo e il padre reciprochi volle l'autore del tutto. Ora, se oggetti di abominazione si reser coloro che i propri figliuoli tuttochè ribelli condannarono all'estremo supplicio, quanto maggiormente esecrabile la memoria sarà di que' barbari che, calpestata ogni legge, rotto ogni freno, superato ogni ostacolo, giunsero a toglier la vita a coloro ai quali doveano la propria? Oggetto al certo fu sempre il parricida spietato dell'odio umano non solo, ma di quello eziandio della natura, mentre le fiere puranco più barbare e crude nell'amore di quelle onde riceverono l'essere avea ella ammaestrate.</p>
<p>Il saggio della dotta Grecia Solone, eletto a dettar leggi ad Atene sede del Greco sapere e soddisfatto al difficile incarico, nulla stabilitone a punire il reo di parricidio, e poi che v'ebbe chi il ricercò della causa, pronunciò non aversi uopo di leggi ove parlò la natura, nè aver a stabilir punizione di delitto inaudito. Ma ruppe l'uomo ogni freno, nè valse il favellare della natura ove sclamò la passione. Ben presto le sue mani grondanti si viddero del sangue paterno, ben presto nel cuor dei padri scese per man dei figli il ferro parricida. Vidde il legislatore la necessità di ovviare a tal disastro con quel riparo che di ogni delitto è non distruttor ma ritegno. Stabilì Roma il gastigo e volle che alla snaturatezza del misfatto quella corrispondesse della pena. E quante volte non vedesti tu, o Roma, que' sciagurati ribelli alla natura, rifiuto della terra e odioso ingombro dell'acqua, andare vagando sull'onde nel miserabil naviglio di un otre, chiuso l'adito alla luce e al respiro, fatti compagni del mastino ingordo che addentava le loro carni, del rettile stizzoso che, strisciandosi con fredde squamme lungo il loro corpo, avviticchiavasi intorno al loro collo, del volatil crestato che ficcava gli adunchi artigli nelle carni e negli occhi di que' sventurati; quante volte non raccogliesti tu con orrore le contraffatte spoglie di quei miseri che, naufraghi ed esangui, rigettò l'acqua sdegnosa sul lido: quante volte costretta non fosti a replicar quel supplicio lugubre in altrettanti nefandi violatori delle tue leggi e di quelle della natura.</p>
<p>Di tale orror fu mai sempre alla unanimità tutta il parricida malvagio, di tali pene degno riputossi colui che le pene estreme procurò a chi dato avevagli il vivere. Ma a chi più che al Creatore dovè l'uomo giammai la esistenza e la vita, a chi più dovè il nascimento, a chi più dei mezzi tutti a continuare il vivere suo necessari dirsi dovè debitore. Non fu egli dunque che tutto lo spirto dal nulla lo infuse in corpo nato da progenitori che creato aveva egli stesso? Non fu egli che, dotatolo di un lume acceso alla eterna face delle infinite sue perfezioni, il fe' signor della terra? Non fu egli che di tutto il fornì, di tutto il provvide, onde mantener la sua vita, onde serbar la esistenza? Qual dunque se non questi meriterà il nome di padre, e di padre più che altri mai sollecito e affettuoso verso i suoi figli più che non fu mai padre alcuno ansioso per il bene della sua prole, più che non fu ad altri possibile, intento ai mezzi efficaci di procurar dei suoi figli il vantaggio. Eppure osò l'uomo condannare il padre suo nel suo Dio, osò segnarne, osò effettuarne la morte. Macchiossi Pilato, macchiossi il popol Giudeo, macchiossi la umanità tutta del reato di parricidio e quindi la condanna fatale pronunciata contra l'Uom–Dio odiosa fu quanto altra mai agli occhi di tutto il Creato.</p>
<p>2. Che se al titol di padre quello si unisca di benefattore, quanto più detestabile apparirà la inaudita condanna contra il Divino Redentor pronunciata? Or chi negar potrà di ravvisar nell'Uom Dio il benefattore più insigne, l'amator più tenero, il proteggitor più potente dell'uman genere? Ricusi lo stolto Giudeo di riconoscere nel Nazzareno il suo padre, il suo Creatore, il suo Dio; ma come ricusar potrà di ravvisare in esso il suo benefattore? Come dimenticar potrà i ciechi illuminati, come i mondati lebbrosi, come gl'infermi sanati? Non fu egli pure che nei pubblici luoghi vidde al passar di Gesù recati a turme ne' letti loro gli oppressi da morbo e al solo toccar delle vesti, al girar solo di un guardo sorgere sani ed incolumi, e lieti restituirsi all'affetto delle lor famiglie esultanti. Fu egli che con ciglia inarcate aprirsi mirò le tombe oscure, sacre al silenzio lugubre di morte, e sortirne spiranti coloro che già mortale angoscia segnato avea l'estremo momento. Fu egli che il seguì sulle rupi, che compagno gli fu nei deserti, che nei viaggi ne calcò le vestigia onde intenderne insegnamenti di eterna verità, onde norma averne del vivere, onde le vie udirne di pace, e lieto ognor ne partì ed istruito nelle massime della salvezza più salda. Ed è egli pure che, dimentico de' benefici sì grandi, con ingratitudine mostruosa e nefanda ne chiede ora e ne ottiene la morte.</p>
<p>Alla morte dopo patimenti cui lingua umana non vale ad esprimere, alla morte il Redentore si avvia ma, pria di soccombere alla distruzione della umana esistenza, a quali pene Gesù si assoggetta, quali orribili spasimi non ha egli ancora a soffrire. Io il veggo cinto il capo di spine e grondante sangue dalla fronte e dalle pupille, coperto il corpo di lacera veste che, male atta a celare le ferite e le piaghe onde straziate son le sue membra, tutta si tinge di sangue che stilla a vive goccie sul suolo, curvato sotto il peso della croce cui qual nuovo Isacco il sottopose la insaziabile crudeltà dei Giudei, uscire a lento passo dalla Città e indirizzarsi al Calvario. Io il veggo, o miserando spettacolo! scontrato dalla sua madre cruciata e trafitta, che dietro l'orme sue sanguinose giunse a determinarne la via, miro il pianto della madre, veggo il dolore del figlio, e dal cordoglio dell'uno quello dell'altra reciprocamente accresciuto con corrispondenza di pene e stracciante gara di affanni. Il veggo soccombere al peso del patibolo, il miro prostrato, e boccone sul suolo, scorgo quella fronte divina lordata di polve che al sudor si mesce ed al sangue, e odo a un tempo le grida minacciose dei disumanati Giudei, che con colpi e percosse il costringono a sorgere e a riprender l'incarico della Croce.</p>
<p>Ah, voi il contemplate, o Signori, mirate a quale stato il padre vostro, il vostro benefattor si ridusse, egli è condannato a morire, egli spasima ancora per giungervi, nè in noi si desta pietà, nè natura in noi udir fa le sue voci. Finalmente, o pietà sia straniera a que' cuori di tigre o fierezza ancora maggiore, sgravossi Gesù della croce che di altri omeri dei Giudei si fe' peso. Deh, non fia mai che col Cireneo sconsigliato a grave abbiam tale incarco, si accorra al conforto del padre che soffre, del benefattor che soccombe, e sia di figli l'amore, sia di beneficati la gratitudine.</p></div1></body></text></TEI.2>
