<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<!DOCTYPE TEI.2 SYSTEM "http://bibliotecaitaliana.it/dtd/bibit.dtd">
<TEI.2>
<teiHeader>
  <fileDesc>
    <titleStmt>
      <title>Relazione di Francia di Andrea da Lezze (1743)</title>
    </titleStmt>
    <extent>45 Kb in UTF-8</extent>
    <publicationStmt>
      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
      <pubPlace>Roma</pubPlace>
      <date>2005</date>
      <idno>bibit001437</idno>
      <availability>
        <p>Questa risorsa digitale è liberamente accessibile per uso
              personale o scientifico. Ogni uso commerciale è vietato</p>
      </availability>
    </publicationStmt>
    <seriesStmt>
      <title>Collezione BibIt</title>
    </seriesStmt>
    <sourceDesc>
      <bibl>
        <title>Relazioni di ambasciatori veneti al Senato : tratte dalle migliori edizioni disponibili e ordinate cronologicamente</title>
        <title type="part">vol.</title>
        <author>Firpo, Luigi</author>
        <publisher>Bottega d'Erasmo</publisher>
        <pubPlace>Torino</pubPlace>
        <date>1965</date>
        <note>Il volume settimo va dal 1659 al 1792.</note>
      </bibl>
    </sourceDesc>
  </fileDesc>
  <encodingDesc>
                  <samplingDecl>
                    <p>Tutti i materiali paratestuali della fonte cartacea non riconducibili alla
                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                      digitale</p>
                  </samplingDecl>
                  <editorialDecl>
                    <correction method="silent" status="medium">
                      <p>Livello medio: controllo a video con collazione con edizione di
                      riferimento</p>
                    </correction>
                    <quotation form="data" marks="all">
                      <p>I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea
                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
                    </quotation>
                    <hyphenation eol="none">
                      <p>I trattini di sillabazione a fine riga sono stati soppressi e le parole
                        ricomposte</p>
                    </hyphenation>
                  </editorialDecl>
    <classDecl><taxonomy id="CGB"><bibl>Classificazione generi BibIt</bibl></taxonomy></classDecl></encodingDesc>
  <profileDesc>
    <creation>
      <date>700</date>
    </creation>
    <langUsage><language id="ita">Italiano</language></langUsage>
    <textClass>
      <keywords scheme="CGB">
        <term>Documenti</term>
      </keywords>
    </textClass>
  </profileDesc>
  <revisionDesc>
    <change>
      <date>Data sconosciuta anteriore al 2000</date>
      <respStmt>
        <name>CIBIT- Venezia</name>
      </respStmt>
      <item>Digitalizzazione</item>
    </change>
    <change>
      <date>Data sconosciuta anteriore al 2000</date>
      <respStmt>
        <name>CIBIT- Venezia</name>
      </respStmt>
      <item>Correzione linguistica</item>
    </change>
    <change>
      <date>2005-05-17T00:00:00.000+02:00</date>
      <respStmt>
        <name>Carla Deiana</name>
        <name>BIBIT</name>
      </respStmt>
      <item>Codifica XML - Codifica manuale</item>
    </change>
    <change>
      <date>2005-05-17T00:00:00.000+02:00</date>
      <respStmt>
        <name>Carla Deiana</name>
        <name>BIBIT</name>
      </respStmt>
      <item>Validazione</item>
    </change>
  </revisionDesc>
</teiHeader>

<text>
<body>
<div1 n="Relazione di Andrea da Lezze">
<p>Intraprendo a scrivere la relazione di quelle cose, che nello spazio 
della mia legazione in Parigi sono occorse, o più rimarcabili, o di tal 
natura, che non fu dalla prudenza permesso di consegnarlo in allora 
liberamente alla carta col solito mezzo de' publici dispacci. </p>
<p>Come li tempi, in cui mi toccò l'onore di servire a Vostra Serenità 
furono oltre modo critici, così forniscono ampio argomento ad una 
abbondante materia, nel rappresentar la quale, trasceglierò però quei 
fatti, che più degni riputerò della riverita cognizione dell'eccellentissimo Senato, e che servir possino a formare una idea del sistema di 
quella Corte. </p>
<p>Arrivai in Francia ne' giorni appunto, in cui successe la dichiarazione 
di guerra degl'Inglesi contro la Spagna. Come nel progresso di questo 
avvenimento la Corte di Francia ebbe una grande influenza negli affari 
che si trattarono; così per procedere con ordine nella relazione delle 
cose di cui devo parlare, è d'uopo farne menzione. </p>
<p>Fu massima del signor cardinale di Fleury primario ministro tener 
accesa la discordia tra le due belligeranti potenze con l'oggetto di meglio 
maneggiare gli affari d'Europa, di profittare del commercio, e di rendersi arbitro nelle negoziazioni. Con questo oggetto dunque da un canto 
lusingava la Spagna facendogli sperare aiuti, con che maggiormente 
l'animava alla guerra: dall'altra parte per mezzo di secrete corrispondenze, che teneva col ministro Walpol in Londra, assicurava, che non 
averebbe intrapreso cosa veruna contro l'Inghilterra, esibendosi per 
mediatore della pace; e per meglio captivarsi l'animo del Ministero Inglese faceva sperare, che, per ottenerla, la Spagna non sarebbe stata 
lontana d'accordare qualche vantaggio alla nazione inglese nel commercio d'America. Per sostenere poi le lusinghe della Spagna si prese 
nel consiglio del Re la deliberazione di aumentare le truppe della Corona di 5 uomini per compagnia, li quali in allora non erano più di 
130 mille; numero, secondo il detto de' marescialli, di molto inferiore 
al bisogno ordinario per supplire alle occorrenze di coprire li pressidi, 
e le piazze di frontiere. Nello stesso consiglio fu pur dato moto ad alcune disposizioni nella Marina; ma di queste due deliberazioni furon 
differite l'esecuzioni, con l'oggetto di non eccitar diffidenze, e suspizioni nel Ministero Inglese. Con tali e simili altri mezzi teneva il primario ministro animata la discordia tra le due belligeranti nazioni, 
di modo che, qualora, o dall'Inghilterra, o dalla Spagna venivan fatte 
proposizioni, il signor cardinale, ora con un pretesto ora con un altro, 
sempre con motivi in apparenza plausibili, ne allontanava la conclusione. </p>
<p>Se ne compiacque il signor cardinale di vedere in un medesimo 
tempo due potenze a indebolirsi egualmente nelli dispendi di una guerra 
lontana, senza che li successi della medesima mettessero una potenza 
superiore all'altra. Mentre dunque le due nazioni guerreggiavano senza 
progressi, anzi con indebolimento di tutte le due parti, la Francia tirava profitto dalla libertà del commercio. Con queste arti dunque, 
e con questi mezzi sperava il cardinale ministro di porsi in grado di 
disporre di tutta l'Europa, tenendo da lui in certo modo soggette le 
due belligeranti nazioni. Per meglio poi assicurarsi il compimento delle 
sue idee, studiò di tener a bada l'Olanda col tirar in lungo il maneggio 
del trattato di commercio, cercando con lo stesso mezzo di divertire 
l'Olanda stessa dall'aumentazione delle truppe, che era stata da qualche tempo proposta, e che appunto per oggetto di non ingelosire la 
Francia s'andava da quella Republica differendo, rimettendo gli esami, 
ora alle provincie in particolare, ora da queste agli Stati generali. Ma 
concluso che fu poi il trattato di commercio, non tardò guari di tempo 
quella Republica a stabilire la da tanto tempo proposta, ed agitata 
aumentazione di 10 mille uomini nelle sue truppe, e di 12 vascelli nella 
marina: deliberazione che non ebbe poi una pronta esecuzione per le 
difficoltà insorte a ritrovar li fondi necessari per il loro mantenimento. </p>
<p>Non perdé pure di vista il signor cardinale ministro l'Imperator 
Carlo VI, con cui non si omise occasione veruna per tenerlo ben affetto, 
ed in certa maniera dipendente dalli consigli della Francia, protestando 
la più religiosa osservanza della garanzia al trattato della Pragmatica 
Sanzione, con che si cercava di tenerlo lontano dal dare ascolto alle 
proposizioni degl'Inglesi: anzi fu in quella occasione destramente publicato, per mal disporre l'animo di Cesare medesimo contro l'Inghilterra, che nel 1733 non risolse il signor cardinale la guerra contro 
l'Imperatore, se prima non fu assicurato dal Ministero inglese, che 
non averebbe preso partito in favore di Cesare; anzi alcuni vogliono, 
che lo stesso signor cardinale abbia fatto la lettura al ministro cesareo 
della lettera del signor Walpol, con cui prendeva l'indicato impegno. </p>
<p>Mentre il signor cardinale con tali direzioni, o consigli si conduceva nelle cose esterne, non omise di pensare alla marina, la mala costituzione della quale smentiva solennemente tutte le promesse, che 
venivan fatte di assistenze alla Spagna, mentre certamente non era 
la Francia in grado di potere far uscire una benché mediocre squadra 
al mare. Per questo vi prese per mano questo grande articolo e fu stabilito l'armo di alcuni vascelli. Fu però sul punto anche questa deliberazione di non avere il suo effetto, per l'avversione che aveva il primario ministro alle estraordinarie spese, ed a quelle particolarmente 
che servir potevano a disporre la Corona a prender impegni di guerra, 
se il zelo del signor di Maurepas ministro alla marina, non avesse con 
avvertenza e desterità prevenuto, dando tosto esecuzione alla 
massima stabilita, prima che pentirsene potesse il signor cardinale. In 
tale disordine era caduta, Serenissimo Principe, la marina di Francia, 
che, per ristaurarla in parte, furono in quel'anno 1740 impiegati 17 milioni, e 400 mille lire di Francia. </p>
<p>Nacque circa quei tempi nell'animo del Ministero francese, suspizione, che la Russia potesse aver intavolato qualche cominciamento 
di negoziato con la Corte d'Inghilterra, così che fu dalla Francia all'opposto introdotto maneggio con la Svezia, donde ebbe principio il 
noto trattato de' sussidi. </p>
<p>Fin qui le cose s'andavano trattando per via de' maneggi nei gabinetti, non senza avvantaggio degl'interessi della Corte di Francia; 
quando insorse l'occupazione degl'Inglesi di Portobello in America, che 
sturbò molto le massime del signor cardinale ministro, poiché vide 
da un canto, che li progressi degl'Inglesi si facevano considerabili 
anche per riguardo all'interesse proprio della Francia, e dall'altro 
canto conosceva che li Spagnuoli avevano maggior motivo, e più forte 
ragione di rivolgersi ad implorare l'assistenza del Cristianissimo tante 
volte promessa. Per questo temé il signor cardinale che una tale molesta 
sopravenienza romper potesse tutta la tessitura delle di lui idee; particolarmente per rapporto agli Olandesi, i quali, veduto l'avvantaggio 
degl'Inglesi, per non perdere l'occasione d'averne parte ancor essi, 
si mostravano propensi a prender partito in favore dell'Inghilterra. </p>
<p>Studiò il primario ministro con tutti li mezzi possibili di calmare 
quella Republica, cercando di farle conoscere che l'interesse vero dell'Olanda sarebbe di unirsi alla Francia per frenare li progressi degl'Inglesi, li quali, se maggior piede avessero preso in America, si sarebbero resi arbitri, e soli padroni del commercio di quel ricco mondo 
del quale poi impadroniti che si fossero, non ne avrebbero fatto parte 
con altri. Le mire del primario ministro con questi studi si riducevano 
a tenere a bada gli Olandesi stessi, per indurli ad essere neutrali, troppo 
ben conoscendo che il loro interesse non consentiva di unirsi alla Francia, 
e prender partito contro l'Inghilterra. Non furono vani li di lui maneggi, a cui molto contribuì l'opera dell'ambasciatore d'Olanda residente in Francia, il quale portava alla sua Republica con tutta l'efficacia, e con modi atti a persuadere le ragioni del Gabinetto di Versailles. </p>
<p>Mentre queste cose s'agitavano da una parte, non lasciavano dall'altra gli Spagnuoli di eccitare con li sforzi maggiori, e le maggiori 
insistenze la Corte di Francia, perché volesse una volta prestar loro 
quelle assistenze che furono tante e tante volte promesse, di modo 
che l'irritamento dalla parte della Corte di Spagna fu sì grande, che 
giunse fino a minacciare, che, indotta dalla sforzosa necessità si sarebbe 
accomodata con l'Inghilterra, in quella maniera che avrebbe potuto 
migliore, del quale accomodamento poi sarebbe forse restato mal contento il ministro francese, per li pregiudizi che ne avrebbero potuto 
derivare al commercio dalle facilità, che averebbe accordato alla nazione Inglese. Questa minaccia indusse il primario ministro a 
nuovamente promettere assistenze, ma solo per la ventura campagna, con 
l'oggetto di profittare del tempo, da cui il signor cardinale sperava 
sempre avvantaggi. Ma poi, qualche tempo dopo, per calmare in parte 
l'animo agitato della Corte di Spagna fece da Brest sortire la flotta francese, camposta di 18 vascelli, con commissione di tradursi in America, 
e di appoggiare gl'interessi delli Spagnuoli, qualora il bisogno l'avesse 
ricercato. Ma poi in effetto le commissioni secretamente rilasciate erano 
di agire per mezzo dell'apprensione, esclusi quelli della forza, poiché 
massima era del signor cardinale di non volersi esporre a impegni, 
che implicar potessero la Corona in una guerra. Ma per toglier dall'animo degl'Inglesi i sospetti, in cui ragionevolmente potevano indurre la discesa in America di una flotta francese, che appoggiar si volesse la Spagna, fece in Londra assicurare, che non aveva la espedizione di quella squadra altro oggetto, che, tenendo il Cristianissimo 
colonie francesi in America, era giusto, che, in tanta combustione 
di quelle parti, vi fossero forze francesi onde assicurassero le colonie 
suddette dalle molestie, ed insulti. Malgrado però queste precauzioni 
stava sempre il cauto animo del signor cardinale temendo qualche 
sinistro avvenimento, e più volte comparve pentito della espedizioni 
della squadra suddetta. </p>
<p>Mentre con tali mezzi e direzioni conduceva il primario ministro 
il maneggio delle cose, sempre con l'oggetto di rendersi arbitro negli 
affari d'Europa, nacque l'improvvisa, e non attesa morte di Carlo VI 
Imperatore: morte per cui si aperse il teatro alle più grandi rivoluzioni 
d'Europa, ed a quelle, che tuttavia affligono anche questa Provincia. </p>
<p>La Corte di Francia si ritrovava in allora a Fontainebleau, e capitò 
la notizia la notte precedente all'udienza, che prese di congedo il signor principe di Lictestein, che era di già richiamato dalla di lui ambasciata. Fu tenuta all'ambasciatore cesareo occulta la disgrazia, così 
che nella risposta, che Sua Maestà fece all'uffizio del sudetto ambasciatore protestò solennemente la costante di lui amicizia per la persona 
di Cesare, e la più fedele osservanza per la esecuzione dei trattati e degl'impegni contratti nella garanzia della Pragmatica Sanzione. Non tardò 
però guari di tempo a publicarsi l'infausta novella, alla quale occasione 
nuovi, ed in apparenza sinceri testimonî di conservare gl'impegni contratti furono dati alli ministri austriaci. Apparve però subito nell'animo 
delli ministri di Stato, non escluso né pur quello del primario, il desiderio 
di profittare di questa occasione. Ma come il signor cardinale era solito 
temere tutte quelle cose che aspetto avevano inerto e pericoloso; così 
flutuava tra il desiderio ed il timore. Le prime difficoltà poste a campo 
dalla Corte di Francia per farsi poi, in un certo modo, strada a cose 
maggiori furono quelle de' cerimoniali, e de' titoli assunti dalla Regina 
come erede della vasta successione di Casa d'Austria, e tutto che apertamente non si osasse disputarla, pur di tempo in tempo si lasciavan 
cadere tocchi tali, che facevan chiaramente conoscere, che, se opportunità alcuna presentata si fosse, non si averebbe avuto ribrezzo a sturbarne e divertirne il possesso. E sebbene spesso il signor cardinale 
protestasse a nome del Re l'osservanza degl'impegni contratti; pure 
senza voler prendere un inganno volontario, non si poteva prestar 
fede alle di lui parole, smentite da altre direzioni, da' quali traspirava 
non dubiamente il desiderio di cogliere profitto da una tale sopravenienza. </p>
<p>In questo frattempo insorse, che il Re di Prussia fece marciare le 
di lui truppe verso la Silessia, per vindicare un trattato, che professava 
estorto dalla forza della Casa d'Austria, sopra quella in allora men 
forte di Brandembourg. Fu in allora dubioso se tale deliberazione del 
Prussiano fosse stata fatta con la partecipazione e cognizione della 
Corte di Francia: ma in prosieguo si è saputo, non aver il Re di Prussia 
intrapresa la marcia delle di lui truppe, se non dopo la cognizione del 
Cristianissimo e la sicurezza che non sarebbe stata disaprovata. La 
marcia dunque delle truppe prussiane, le disposizioni della Spagna, 
gli eccitamenti dell'Elettor di Baviera e le proteste del Re di Polonia 
Elettor di Sassonia a non ammettere l'atto di coregenza al Gran Duca 
di Toscana animarono li consigli del signor cardinale di Fleury, sostenuti dagl'altri ministri di Stato, i quali pensavano con più di vivacità 
del primario. </p>
<p>Qui cominciarono a svilupparsi le cose, di modo che non furono 
più equivoche le intenzioni della Corte, poiché, reclamata a nome della 
Regina la garanzia della Pragmatica Sanzione dalli ministri austriaci, 
per rapporto alla minacciata invasione della Silesia, rispose Sua Eminenza in termini tendenti ad evitare la questione; prima volendo far 
credere d'esser persuaso, che tra la Regina d'Ungheria ed il Re di Prussia 
vi fossero secrete intelligenze; poi rivocando in dubio se li ministri austriaci avessero sufficiente facoltà per trattare, mentre non avevano 
ancora ricevute le credenziali, e finalmente facendo qualche tocco d'insusistenza del trattato di garanzia, poiché non essendo stato ratificato 
dall'lmperio, come si era impegnato Cesare, si poteva creder caduto. 
Con questi mezzi andava il signor cardinale profittando del tempo 
sotraendosi dal dare categoriche risposte. </p>
<p>Intanto venne nel gabinetto di Francia il pensiero di spedire soggetto a Franchefort, che, con il spezioso pretesto di presiedere alla 
elezione del nuovo Imperatore, avesse a maneggiare, e scoprire gli 
animi de' Prìncipi d'Allemagna. </p>
<p>Il signor maresciallo di Noailles aspirava ardentemente a questo 
impiego, il quale da tutto il mondo veniva giudicato dovergli convenire per le sublimi qualità del di lui animo, della nascita, e per le grandi 
aderenze, che tiene in Corte. Ma queste qualità appunto, furono quelle 
che lo fecero escludere, poiché dal signor cardinale di Fleury fu sempre 
riguardato con qualche sorte di gelosia, di modo che ha sempre cercato 
di tenerlo lontano da quegli impieghi per quali avesse potuto aver 
parte nel Ministero. </p>
<p>Il signor conte di Bellisle dall'altro canto con maniere pieghevoli e 
sommesse declamò contro quelli, che desideravano la guerra, de' quali 
ve n'era un partito, e tra questi si nominava il maresciallo di Noailles, 
e dimostrando, che i maneggi potevano meglio valere, che le armi 
s'insinuò nell'animo del primario ministro. Non omise ancora di parlare con sentimenti di economia, arti che facevano colpo sopra lo spirito del signor cardinale, di modo che carpì questa grande deputazione, 
la quale ne' tempi passati fu sempre coperta da' più illustri e riguardevoli soggetti del Regno. Una tale destinazione produsse al signor di Bellisle prima il bastone di maresciallo, poi il titolo di Duca, e Pari di Francia, oltre molte altre onorificenze da Prìncipi stranieri. </p>
<p>Il maresciallo di Bellisle è soggetto di somma capacità, ma di indole fiera, d'una ambizione dismisurata, dissimulato, e supplice all'occasione; cosiché per giungere ove il desiderio di gloria il chiama passa 
sopra ogni altro riguardo, non esitando punto di sacrificare gl'interessi 
del Re, e l'onor della Corona alla propria fortuna. Egli, Serenissimo Principe, fu l'autore di tutte le combustioni, che in oggi infiancano l'Europa, poiché indusse artifiziosamente il signor cardinale alla guerra, 
che costò tanta perdita d'uomini, e di denaro al Regno. Massima del 
primario ministro era in allora di agire per mezzo de' maneggi, delle 
brighe, gettando qualche somma di soldo tra' Prìncipi della Germania, 
ed eccitando in tutte le Corti d'Europa gelosie contro la Regina d'Ungheria, non omessa né pur la Porta, per dove si publicò partito il principe Ragozzi, che oscuro viveva in una casa di campagna, non distante 
molto da Parigi. Con tali commissioni anche si era da Parigi staccato 
il signor maresciallo di Bellisle; ma non appena partito, come meditava nel di lui animo cose di maggior importanza, così a poco a poco 
persuase il signor Cardinale a formare un corpo di truppe, che, fermandosi verso il Reno, diceva egli, servir dovesse a dar maggior credito alli 
maneggi del ministro in Franchefort, del qual corpo si fece nominar 
egli comandante. Nello stesso tempo che fu stabilita la massima di spedire il marescialo di Bellisle in Germania, seguendo li principî di eccitar 
gelosie contro la Corte di Vienna, fu dato ascolto alli desideri della Corte 
di Spagna, la quale sollecitava il Cristianissimo per portar le armi 
contro la Casa d'Austria. Il signor cardinale però, tenendo a bada 
la Spagna stessa, andava differendo l'esecuzione di quei progetti, che 
dalla Corte di Madrid erano con vivacità concepiti, ora con un pretesto, ora con un altro, sempre con l'oggetto di rendersi arbitro delle 
negoziazioni, volendo operare per la via dell'apprensione escludendo 
i mezzi della forza. Uno de' principali modi per eseguire la progettata 
massima di abbassare senza l'esperimento dell'armi la potenza della 
Casa d'Austria in Germania fu giudicato, che esser dovesse quello di 
cercare di levare il diadema imperiale dalla stessa Casa. Per questo 
fu proposto alla Spagna di appoggiare l'Elettor di Baviera, non solo 
con gli uffizi presso gli Elettori, ma eziandio con grossi sussidi, i quali 
furono dalla Spagna promessi, e poco tempo dappoi regolarmente fatti 
pagare. E qui fu, Serenissimo Principe, che il signor cardinale promise, che avrebbe, dopo la elezione dell'Imperatore, prestata assistenza 
alla Spagna per le intraprese d'Italia, insinuandogli intanto di maneggiare il Re di Sardegna. Tutte queste direzioni, e maneggi del 
signor cardinale tendevano a tirar in lungo le negoziazioni per profittare 
del tempo, e delle opportunità, e per indurre il gabinetto di Vienna, 
vedute le male disposizioni delle maggiori Corti d'Europa, ad avanzar 
proposizioni d'accomodamento, con che rendersi arbitro della pace e 
tirarne insieme profitto. </p>
<p>Infatti Sua Eminenza pensava secondo quello conveniva alla situazione, in cui si trovava la Corona di Francia, poiché la guerra nell'America tra Spagnuoli ed Inglesi aveva arrenato il ricco commercio di 
quella parte di mondo, e tutto che alcuni privati francesi facessero il 
contrabando, questo però non era sufficiente per smaltire tutti i ricchi 
effetti, che per la via di Cadice la Francia tramanda all'America stessa. 
Per motivo della stessa guerra i galleoni ancora dall'America non si 
chiamavano sicuri di venire in Europa, con che i Francesi risentivano 
un gran danno dall'arenamento d'un commercio, nel quale si professa, 
che la nazione francese ne abbia in parte più della metà. A questo 
non lieve danno vi si aggiunge la carestia, che afflisse per lo spazio di 
due anni intieri il Regno, per cui ha convenuto la Corte del proprio 
soldo soccorrere, e le provincie, e la stessa capitale; spesa, che amontò 
alla somma di 14 milioni 400 mille lire di Francia, comprese le bonificazioni dovute farsi a' partitanti. Non poco di danno contribuì ancora 
al Regno di Francia la morte dell'Imperatore, per cui, tutta la Germania essendo in lutto, non fece estrazioni dalla Francia nella solita 
copia di quelle abbondanti e ricche manifatture, che sono il prodotto 
di quella industriosa nazione, per cui si rende quel Regno oltremodo 
ricco, mentre si può dire che il capricio, ed il lusso delle altre nazioni 
han formato una abondante, e quasi direi indissecabile miniera in 
Francia. Tutte queste cose congionte insieme, Serenissimo Principe, 
facevano che il signor cardinale comprendeva, che il Regno non era 
in allora in grado di poter assumere una guerra, tanto più che faceva 
d'uopo molta somma di soldo da spargersi nella Germania, e negli altri 
Stati. A queste cose si aggiungeva ancora un altro obbietto, che il signor cardinale per un spirito di malintesa economia aveva lasciato in 
abbandono tutte quelle disposizioni, che vagliono a metter su buon piede 
le truppe, e proviste di quelle cose che sono necessarie per maneggiare 
la guerra. Da qui nacque magazini sproveduti, fortificazioni abbandonate, corpi ridotti quasi al niente; la cavalleria smontata; insomma 
situazione tale che esigeva e tempo e soldo per rimetterla in uno stato 
conveniente per intraprendere una guerra. Queste erano le ragioni 
che inducevano il signor cardinale a consigli di moderazione, a cui non 
poco contribuiva l'indole del di lui animo timido ed irresoluto ad intraprendere quelle cose, che avevano aspetto di dubia ed incerta riuscita. Per questo sempre più si determinava alla massima di condurre 
tutta questa machina per la via de' maneggi, e di brighe, a che il di 
lui talento era mirabilmente adattato. Non è, Serenissimo Principe, 
che egli avesse l'animo pacifico, come alcuni lo avevano publicato, 
ma lo frenava il timore del pericolo, e l'incertezza dell'esito. Nutriva 
egli un veemente desiderio di abbassare l'emula potenza di Casa 
d'Austria o di accrescere quella di Francia, al che pare sembravagli che 
l'occasione fosse opportunissima. </p>
<p>Qui lo colse il signor marchese di Bellisle, e ne seppe tirar vantaggio, 
cosiché a poco a poco, e quasi senza che se ne accorgesse, il signor cardinale si trovò impegnato nei primi passi della guerra. Il signor di Bellisle gli fece credere, che al solo aspetto di poche truppe francesi in 
Germania senza che pur tirassero un colpo di fucile, ogni cosa averebbe 
ceduto avanti di esse; che tutti i Principi della Germania stessa erano 
disgustati della Casa d'Austria, e che non attendevano, che il momento, 
e qualche appoggio per sussitarsi, di modo che quando avessero veduto 
le disposizioni della Francia, tutti si sarebbero animati contro la Regina d'Ungheria. </p>
<p>Con queste industrie ottenne la prima espedizione di poche truppe 
nella Germania, le quali ebbero quel fine ch'è noto a Vostra Serenità. 
A quelle ne successero altre, con non minor fortuna, così che alla mia 
partenza da Parigi si calcolavano periti in più espedizioni oltre 60 mille 
uomini, senza si possa dire che seguìta sia una sola azione. Di quali insusistenti ragioni si sia servita la Francia per apparentemente giustificare 
tai passi, io mi dispenserò dall'enunciarle all'eccellentissimo Senato, 
poiché sono presenti alla riverita cognizione di cadauna di Vostre Eccellenze. Devo però render in una cosa giustizia alla sincerità del Ministero francese, mentre non apparve, né dissimulazione, né inganno 
intorno la elezione del nuovo Imperatore. Poiché da bel principio ed 
apertamente spiccò l'avversione del Cristianissimo per il Gran Duca 
di Toscana, mentre si diceva che non conveniva agl'interessi del Re, 
che la elezione d'un Imperatore cadesse nella persona del Gran Duca 
che si tiene per mal'affetto alla Francia. Con li stessi termini si spiegò 
poi il signor di Bellisle in Franchefort con tutti gli ambasciatori Elettorali, e con quei Principi, coi quali ebbe commissione di conferire. Per 
altro nel momento stesso, che si disponevano le truppe, che si eccitava 
l'Elettor di Baviera, che si teneva a bada la Spagna, il Re di propria 
voce protestò al signor Wasner, ministro della Regina, che sarebbe stato 
rigoroso osservatore degl'impegni contratti col fu Imperatore Carlo VI. 
Questa patente e chiara dissimulazione del vero fece gran torto al nome 
del signor cardinale, che quasi fin circa a quei tempi si conservò la riputazione di uomo sincero, e leale. Di là nacque, che li maneggi fin allora da lui condotti con fortuna cominciarono a cambiar aspetto, di 
modo che la stessa Spagna alleata mostrava di diffidare de' consigli, 
e delle direzioni della Francia. </p>
<p>E qui credo opportuno dover narrare a Vostra Serenità la direzione 
tenuta dal Ministero francese con la Corte di Madrid. Voleva questa, 
com'ebbi l'onore di enunziare a Vostre Eccellenze da bel principio dopo 
la morte dell'Imperator Carlo VI far passare immediatamente le di 
lei truppe in Italia, vantando titoli sopra l'eredità in universale della 
Casa d'Austria, ma restringendosi poi in particolare alli soli Stati 
d'Italia. Ma come il signor cardinale non voleva per le cose sopradette incominciare così prontamente la guerra, volendosi servire e far 
uso delle minaccie della Spagna per avvalorare i di lui maneggi, onde 
rendersi arbitro di quella Corona, cercò di moderare il fervore della Regina Elisabetta, facendogl'intendere, di differire sino alla elezione del 
nuovo Imperatore, ad oggetto d'impegnare la Spagna stessa a sturbare la elezione del Granduca di Toscana. Nello stesso tempo insinuò 
alla Spagna, e promise la di lui opera per maneggiare il Re di Sardegna 
riputando che utile cosa fosse aver quel Sovrano alleato, ed amico. 
Dietro tali insinuazioni dunque fu dalla Corte di Madrid spedito il 
principe di Masserano a Turino, il quale, sebbene partì col pretesto 
de' particolari suoi affari, fu incaricato dell'importante maneggio. Non 
ritrovò da principio mala disposizione nella Corte di Torino il ministro 
spagnuolo, ma dopo lunga negoziazione fu sciolto ogni maneggio, professando la Corte di Savoia, che quella di Spagna avesse pretese troppo 
elate ed estese. Ma il fatto si è, che tutte e due le Corti aspiravano al 
medesimo oggetto, cioè a dire, alla possessione del Ducato di Milano. 
Mi confidò a quella occasione l'ambasciatore di Sardegna commendator Solari, che, se il principe di Masserano avesse avuto più riputazione 
e stima delle forze del Re di Sardegna, la negoziazione non sarebbe 
stata interrotta. Ma avendo assicurato la Corte di Spagna che quella di 
Turino non era in grado ed in forze di opporsi alle idee della Spagna 
ne risultò, che poco o nulla venne dalla Spagna esibito al Re di Sardegna in prezzo della di lui alleanza. La diffidenza per altro, ed in certo 
modo la repugnanza della Corte di Turino di prender impegni con quella 
di Madrid, dopo l'ultima alleanza d'Italia, erano tali, che dal Re di 
Sardegna si protestò, che dovendo unirsi alla Spagna, ed intraprendere 
una guerra in Italia, non averebbe concluso cosa veruna, senza che 
almeno 10 milla francesi discendessero in Italia. Non ricusava in allora la Francia di accordare questo numero di truppe, anzi publicamente si nominava il signor duca di Arcours destinato a comandarle. 
Ma come poi la negoziazione fu interrotta, così in conseguenza ogni 
altra cosa cadde. Fu cosa rimarcabile in allora, e degna dei riflessi 
politici le direzioni, ed i discorsi del signor cardinale di Fleury in tale 
proposito. Parlava egli della Corte di Turino con molto vantaggio e 
predilezione, disaprovando le troppo elate pretese della Spagna contro 
della quale si dimostrava come disgustato. A questo passo devo dire 
a Vostra Serenità, aver io rimarcato a tutte le occasioni nell'animo del 
signor cardinale una distinta particolarità ed affezione pel Re di Sardegna, la quale, come era personale di Sua Eminenza, credo io che sia 
estinta con la di lui vita. Perduta quindi la speranza di ultimare la 
negoziazione con il Re di Sardegna, la Spagna insisteva per ottenere 
dalla Francia poderosi soccorsi per passare in Italia. </p>
<p>Il primario ministro non poteva, né voleva accordarli, ma insieme 
non voleva intieramente ricusare alla Spagna di prestarle assistenze. 
Per questo andava, ora con un mezzo termine, or con un altro prendendo tempo ed attendendo dagli accidenti quelle occasioni favorevoli, 
che lo mettessero in miglior costituzione ed opportunità a deliberare. 
Persa dunque dalla Spagna la speranza di tirare in alleanza il Re di 
Sardegna, ed essendo tenuta a bada dalla Francia, risolse, senza più attendere, di far passare le di lei truppe in Italia per la via del mare, 
ma come che questo corpo di truppe non era sufficiente e mancava 
principalmente di cavalleria; così convenne alla Spagna di tentare 
di far passare altre truppe, e cavalli per maggior brevità di camino 
per il Regno di Francia. Quanto di tempo, d'insistenze e di maneggi 
costasse all'ambasciatore di Spagna questa negoziazione, è noto a Vostra Serenità. Minacciò per la seconda volta la Spagna di separarsi dalla 
Francia, di accordarsi alla meglio con l'Inghilterra, e di non pensare 
più che ai propri interessi. Per calmare dunque la Regina di Spagna 
fu finalmente accordato il passaggio alle truppe sudette, le quali poi 
si trattennero fino a questi ultimi tempi in Francia, che passarono ad 
invadere la Savoia. Non si lasciava nello stesso tempo dalla Spagna 
di continuare con efficacia li maneggi, per indurre la Francia a prender 
partito per le cose d'Italia, onde sforzare il Re di Sardegna ad accordare il passaggio per li di lui Stati. Ma il signor cardinale ministro si 
scusò con dire non essere ancora in grado d'intraprendere una guerra 
in Italia, occupato essendo nei pensieri della Germania; che per questo 
consigliava la Spagna a piegarsi a proposizioni ragionevoli, onde il Re 
di Sardegna potesse convenire. La Corte di Spagna rispose, che ben lungi 
di poter indurre il Re di Sardegna ad un ragionevole accomodamento, 
prevedeva, non senza ragione, che fosse per prendere il partito della 
Regina d'Ungheria. Allora fu che il primario ministro s'impegnò solennemente, non solo con l'ambasciatore di Francia, ma per mezzo di 
lettera segnata di proprio pugno, che, se per avventura il Re di Sardegna prendeva partito in favore della Regina d'Ungheria, il Cristianissimo averebbe con numero di truppe francesi appoggiato le imprese 
della Spagna in Italia. Quanto sensibile sia riuscito alla Spagna l'aversi 
veduto mancare ad una promessa così solenne, allora che publicato 
dal Re di Sardegna il noto trattato interino s'intendeva la Francia 
obbligata all'esecuzione del contratto impegno Vostra Serenità può 
agevolmente imaginarlo e se non avesse sommamente importato alla 
Spagna stessa di non rompere con la Francia, sarebbe in allora seguìta 
una interruzione di corrispondenza. Se poi una così solenne promessa 
abbia dalla Francia ad esser mantenuta, ora che mancato di vita è il 
signor cardinale di Fleury, io non saprei deciderlo. </p>
<p>Con tali arti, e direzioni dunque si è andato conducendo il primario 
ministro in un affare di tanta importanza, la di cui massima era di 
non agire che per via dell'apprensione, e de' maneggi, ma l'industria 
del signor maresciallo di Bellisle, come dissi ha vinto l'animo non forte 
di Sua Eminenza, ed ha involto la Francia negl'impegni, ne' quali 
tutt'ora s'attrova, senza sapere come sarà per uscirne. </p>
<p>La guerra fu intrapresa senza un deliberato consiglio, senza precedenti disposizioni e senza denari. Per questo fu d'uopo di ricorrere a 
tutti gli espedienti, e di dar mano a quei provedimenti che in altri tempi 
erano riservati negli estremi casi, come fu l'istituzione del decimo, 
che non prima apparvero disposizioni militari che fu publicato nel mese 
di agosto del 1741, perché dovesse aver principio al primo di ottobre, 
e terminare allor quando Sua Maestà deposte avesse le armi. Un tale 
provedimento nello spazio di un anno porta nel tesoro reale la somma 
di 39 milioni 790 mille 448 lire di Francia. Fu inoltre istituito un deposito vitalizio per il capitale di 12 milioni, e si prese ad imprestito dal 
corpo de' fermieri generali la summa di 25 milioni con il gravosissimo 
censo di 10 e mezzo per cento. Fu pure ricercato un dono gratuito 
estraordinario di 10 milioni dal Clero di Francia, che fu anche prontamente accordato; provedimenti tutti fatti per li bisogni dell'anno 1742 
giusta il piano presentato dal ministro delle Finanze ed approvato 
dal Re. </p>
<p>Le spese poi, nel breve spazio di tempo dalle prime disposizioni di guerra del 1741 fino all'ultimo decembre dell'anno stesso, ammontarono a 43 milioni oltre le ordinarie rendite del Regno. È vero, 
che in questi vi sono compresi 10 milioni al Re di Svezia per sussidi 
accordati, e 200 milla dispensati alli ministri svezesi per li noti movimenti contro la Moscovia, oltre 12 milioni all'Elettor di Baviera. Fu 
poi molto maggiore la spesa per il secondo anno, poiché ebbe necessità 
la Corte di provedere a due armate fuori del Regno con incredibile 
spesa. A quella di Baviera furono assegnati 19 milioni, e 700 milla franchi, non comprese le razioni del pane, e della carne, essendo queste 
in partite separate. Per l'altra armata del Reno furono assegnati 21 milioni, e 600 mille lire, non comprese come sopra il pane, e la carne; 
19 milioni furono destinati per le spese estraordinarie della guerra, 
per le truppe che restavano nel Regno, e 12 milioni per le spese pur 
estraordinarie, ma non previste della stessa guerra; 24 milioni furono 
assegnati alla marina, e 4 milioni per l'artiglieria. Succedono poi le 
solite pensioni alle Corti forastiere, cioè 10 milioni al Re di Svezia 
6 all'Infante Don Filippo, 12 milioni all'Elettor di Baviera, e 5 milioni, e 100 mille lire disposte nella Germania, compresavi l'ambasciata 
del signor maresciallo di Bellisle. Tutte queste eccedenti disposizioni 
eran fatte oltre l'ordinarie spese che portano quel vastissimo Regno; 
così che in tempo di pace come era l'anno 1740 le spese ordinarie ammontarono a 195 milioni 675 mille 538 lire di quella moneta, e le spese dell'anno 1742 poco mancò, che non giungessero a 300 milioni. In tal 
stato di cose ho lasciato, Serenissimo Principe, alla mia partenza la 
Corte di Francia governata in allora dal signor cardinale di Fleury, 
con quei accidenti che son ben noti a Vostra Serenità. Se la di lui morte 
fosse occorsa qualche anno prima, il di lui nome, per detto comune, 
averebbe potuto andare del pari coi più illustri ministri, che han governato quel vastissimo Regno. Ma l'aversi lasciato implicare in una 
guerra contro i solenni trattati, ed impegni, con direzioni poco plausibili, e senza quelle antecedenti preavertenze, che valessero almeno ad 
esser giustificate dal buon successo della guerra suddetta, li attirò la 
disaprovazione della stessa nazione francese. Io non mi estenderò a 
parlare sopra di questo ministro, poiché essendo mancato di vita, non 
importa più a Vostra Serenità conoscerne l'indole, oltre di che nella 
imperfetta relazione che ho fatto fin qui delle cose corse Vostre Eccellenze han avuto dei tratti non equivoci del di lui carattere. </p>
<p>Resta a parlare de' ministri, che formano il Consiglio di Stato del 
Re Luigi XV. Come per la eminente dignità che lo copre, il signor cardinale di Tansin si può riputare per il più illustre, non dispiacerà forse 
a Vostra Serenità intendere, come questo porporato sia stato incluso 
nel Ministero. Mentre con le note sfortunate vicende procedevano nella 
Germania gli affari della Francia, la nazione non poteva con quieto 
animo soffrire tante disgrazie, e ne imputava la colpa alle male direzioni, ed ai mali consigli del signor cardinale ministro, una leggiera 
indisposizione sopragiuntagli l'obbligò a stare per qualche tempo in 
ritiro, onde rimettersi nella prima salute. Da questo ritiro prese argomento il mondo, sempre vago di novità, ed in modo particolare quella 
stazione, di credere che Sua Eminenza potesse esser caduto dalla grazia 
del Re, così che apertamente si discorreva che fosse stato sostituito il 
signor Chauvelin altre volte guardasigilli. Nel principio non fu fatto 
caso dal signor Cardinale di questa falsissima voce, ma poscia annoiato 
di sentirla continuare e prender maggior credito, si mise nell'animo 
di solennemente smentirla con un colpo che paresse una solenne, ed 
illustre testimonianza del credito che tuttavia conservava presso del Re. 
Per questo propose a Sua Maestà di ammettere nel Consiglio di Stato 
col presente delle correnti critiche circostanze due soggetti che con li 
loro consigli potessero essere utili agl'interessi del Regno. Il Re approvò il sentimento del signor cardinale, e lo ricercò quali fossero li 
soggetti capaci riputati capaci ad un tanto bisogno. Allora Sua Eminenza propose il signor cardinale di Tansin ed il signor D'Argenson 
che furono approvati dal Re. Una tale scelta provò chiaramente l'autorità di Sua Eminenza, perché oltre aver nominato egli li soggetti ne ha 
proposti due che furono sempre aperti nemici al signor di Chauvelin, 
con che il cardinale di Fleury non solo fece vedere nel suo rigore il di 
lui credito, ma in un certo modo si è per sempre assicurato che il signor di Chauvelin non sarà più ammesso al Consiglio sudetto. Da 
un tale accidente, che ha più del carattere privato che del pubblico, 
nacque la destinazione del signor cardinale di Tansin, il quale in casi 
innocenti non averebbe forse occupato quel posto, mentre era temuto e non amato dal signor cardinale di Fleury. Quale poi sia il carattere del signor cardinale di Tansin, io non oserò di descriverlo, perché 
pervenne al Ministero quasi negli ultimi momenti del mio soggiorno 
a Parigi. Viene però descritto come uomo di talento e sommamente 
fino nel trattare gli affari. L'opinione comune è che egli sia effetto alla 
Spagna e non amico all'Inghilterra. Per il poco tempo che io ho avuto 
l'onore di vederlo, non mi parve che fosse da Sua Maestà riguardato 
con particolar anzianità, da che comunemente veniva detto, che questo 
ministro non fosse per fare profonde radici in Corte, tanto più che gli 
altri ministri di Stato se gli mostravano contrari. </p>
<p>Succede il signor Amelot, secretario agli affari stranieri, uomo di 
fresca età, indefesso nella applicazione, ma un poco vivace allorché ha 
da trattar negozi spiacevoli, mal soffrendo l'opposizioni. Io però l'ho 
sempre ritrovato pieno di rispetto verso Sua Serenità e nel mio particolare devo chiamarmi pienamente contento. </p>
<p>Nel Consiglio di Stato ha poi posto il signor conte di Maurepas ministro alla Marina, con cui gli ambasciatori di Vostre Eccellenze hanno 
spesso a fare per ragion della medesima, del commercio e della salute. 
Egli è soggetto di sommo spirito, di grande esperienza, docile alla ragione 
e sopratutto l'ho ritrovato parzialissimo per le cose di Vostra Serenità. </p>
<p>Al dipartimento della guerra presiedeva al tempo della mia ambasceria il signor di Breteville ultimamente morto, che pur entrava nel 
Consiglio, nel quale, a dir vero, non ho trovato quelle favorevoli disposizioni per Vostre Eccellenze che ho riconosciute, e provate negli altri. 
A questi successe nell'impiego il signor d'Argenson, del carattere del 
quale mi dispenserò di parlarne, essendo esso pure entrato nel Consiglio pochi momenti prima della mia partenza. Egli però si mostra 
pieno di rispetto verso Vostra Serenità, chiamandosi sommamente onorato nel portar l'armi di questa Serenissima Republica, accordategli 
nel tempo che uno de' suoi maggiori risiedeva ambasciatore presso 
Vostre Eccellenze. Succede a questi nel Consiglio il signor Orry, ministro 
delle finanze, col quale gl'ambasciatori di Vostra Serenità non hanno 
a fare, che per semplice uffiziosità. Egli sempre mi si è mostrato favorevole, e mi si è espresso con sentimenti di vera stima per Vostre Eccellenze. </p>
<p>Questi, Serenissimo Principe, sono i soggetti, che componevano il 
Consiglio di Stato del Re Luigi XV, principe d'ottima indole, bello, e vigoroso della persona, ed in età di anni trentaquattro in circa. Il di lui spirito è sensato, e maturo, cosiché non vi è chi possa imputarlo d'aver mai 
detto cosa fuor di proposito. Egli è dissimulatissimo, ed oltre modo secreto 
così che delle cose del governo non ne fa confidenza con chi si sia. La 
compiacenza che ha avuto per lui il signor cardinale ministro allora 
quando era proposto per di lui precettore ha fatto, che non fu troppo 
istrutto nelle scienze, ma dotato dalla natura d'una prodigiosa memoria, e dotato per inclinazione alla lettura, ha supplito con questo 
mezzo, di modo che non solo non comparisce spoglio di cognizioni, 
ma si mostra anzi istruttissimo. Malgrado la dipendenza che aveva 
per il signor cardinale, e l'amicizia ed affetto che le dimostrava, non 
lasciava però di sentire nel di lui animo il peso d'una specie di tutela, 
la quale era ridotta a grado, che Sua Maestà non osava dispensare 
alcuna carica, senza il concorso del signor cardinale, e spesso si è veduto resistere Sua Eminenza alla volontà del Re medesimo. Questa 
soggezione produceva nell'animo di Sua Maestà un desiderio di governare da per sé solo, di che ne ha dato un testimonio alla morte del 
cardinale di Fleury. Egli certamente non manca di talenti per poterlo 
degnamente fare, e con felicità di quel Regno, quando assistita sia 
da ottimi ministri. Se poi sia per lungamente continuare in questa masma, io non osarei asserirlo, poiché l'infelice condizione de' tempi 
correnti per il Reame di Francia può esser un gran motivo 
d'allontanarlo, poiché annoiato un giorno da tante sopravenienze funeste 
può scaricarne il peso sopra un primario ministro. Il Delfino poi è un principe d'ottima indole, avvenente della persona, di molto spirito, ed in 
età d'anni quattordici. Alla vita di questo Principe sta attaccata la 
felicità di quel Regno, poiché solo da lui dipende la successione di 
quella vasta Monarchia. </p>
<p>La Regina è un'ottima principessa e di santi costumi, sia per vocazione, o per consiglio di prudenza essa non ha alcuna influenza nelle 
cose della Corte, né sopra lo spirito del Re. Due sono in Corte le principesse figlie; le altre poste in educazione in monastero. Quelle in Corte 
son d'ottima indole e di gentilissime maniere, le altre non ho avuto 
l'onore di vedere. Se io dovessi, Serenissimo Principe, parlar sopra i 
molti altri articoli, che restarebbero, troppo sarebbe all'eccellentissimo Senato l'incomodo, che gli arrecherei, così che credo poterlo risparmiare, essendo stato degl'eccellentissimi miei predecessori in varî 
tempi lungamente con benemerite e diligenti relazioni parlato. </p>
<p>Per questo io credo di dover chiudere questa mia umilissima relazione rendendo un'atto di giustizia al fedelissimo Marco Agazzi, che, 
ritrovato da me in Parigi, dopo d'aver servito nella precedente ambasciata l'eccellentissimo signor cavaliere Francesco Venier, mio inchinato predecessore, ha supplito nella maniera la più desiderabile a quella 
da me sostenuta, nella quale occasione ho avuto motivo con infinita 
mia compiacenza di rimarcare il di lui fervido zelo, l'abilità la più distinta, ed una instancabile attenzione per le cose riguardanti il suo 
uffizio, ed il servizio di Vostra Serenità. Non contento però egli di 
quanto fin ad ora ha fatto intraprende con lieto animo il nuovo 
comando ingiontogli dall'eccelso Consiglio dei Dieci d'accompagnarmi 
nell'ambasciata di Roma, a cui sono a momenti per accingermi. Mentre 
dunque che io devo render questo testimonio di verità e di giustizia, 
oso similmente, e con l'animo il più sommesso presentarle avanti 
l'eccellentissimo Senato, implorando dalla di lui reale munificenza le 
solite sue generosissime beneficenze. </p>
<p>La clemente, e per me oltre modo onorevole, destinazione poi dell'umilissima mia persona all'importantissima ambasciata di Roma mi 
induce in una ragionevole lusinga del benigno e generoso compatimento 
di Vostra Serenità per quella da me sostenuta alla Corte di Francia. 
Con tal confidenza dunque l'intraprendo con lieto animo, e sicuro, 
promettendo a Vostre Eccellenze il zelo più fervido, ed una mai interrotta attenzione per il maneggio delle pubbliche cose, sapendo, che 
Vostra Serenità tiene a conto di merito il desiderio de' di lei cittadini 
di ben servire alla Patria. </p>
<closer><dateline>Data li 31 agosto 1743. </dateline>
<signed>ANDREA DA LEZZE cavalier, ritornato dall'ambasceria di Francia. 
</signed></closer></div1></body></text></TEI.2>
