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            <title>Discorso sopra la vita e le opere di M.Cornelio Frontone</title>
            <author>Giacomo Leopardi</author>
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         <extent>51350 Kb in UTF-8</extent>
         <publicationStmt>
            <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
            <pubPlace>Roma</pubPlace>
            <date>2008</date>
            <idno>bibit001446</idno>
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               <p>Questa risorsa digitale è liberamente accessibile per uso
                        personale o scientifico. Ogni uso commerciale è vietato</p>
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            <title>Collezione BibIt</title>
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               <title>Tutte le opere</title>
               <author>Leopardi, Giacomo</author>
               <editor id="ed">Felici, Lucio</editor>
               <publisher>Lexis progetti editoriali</publisher>
               <pubPlace>Roma</pubPlace>
               <date>1998</date>
               <note>L'edizione elettronica fa riferimento al testo: Giacomo Leopardi, Tutte le opere, a cura di Walter Binni con la collaborazione di Enrico Ghidetti, I, Firenze: Sansoni 1989</note>
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            <p>Tutti i materiali paratestuali della fonte cartacea non riconducibili alla
                responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                digitale</p>
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               <p>Livello medio: controllo a video con collazione con edizione di
                        riferimento</p>
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            <quotation form="data" marks="all">
               <p>I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea
                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
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               <p>I trattini di sillabazione a fine riga sono stati soppressi e le parole
                        ricomposte</p>
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            <language id="ita">Italiano</language>
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               <term>Trattati</term>
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            <opener>
               <salute>DISCORSO SOPRA LA VITA E LE OPERE DI M. CORNELIO FRONTONE AL CHIARISSIMO SIG. DOTT. ANGELO MAI, SCRITTORE DI LINGUE ORIENTALI NELLA BIBLIOTECA AMBROGIANA GIACOMO LEOPARDI</salute>
            </opener>
            <p>Altri donano dedicando; io vi dedico un dono, che voi mi avete fatto. Frontone è vostro, e ovunque si ragionerà di lui, si parlerà anche di voi. La vostra fama non morrà, ove non muoia quella del secondo fra gli Oratori Romani. È pur bella cosa aver reso il suo nome inseparabile da quello di uno dei più grandi uomini, che i secoli abbiano ammirati! Rallegratevene: avete bastantemente provveduto alla vostra gloria. Io nella età, in cui mi trovo, non posso averlo fatto, e con un ingegno sì piccolo non posso sperare di farlo. Tuttavolta ho cercato di servire la mia patria come ho potuto, e di fare, se a me tanto è possibile, che l’Italia conosca il prezzo del dono, che ha ricevuto da voi; l’Italia; poichè, ne son certo, le altre nazioni l’hanno già conosciuto, o lo conosceranno di corto. Il vostro dono è caro a me in singolar guisa, di che saprete la cagione se non vi recherete a noia il leggere la Vita di Frontone, che ho ardito scrivere dopo di voi. Altri potrà fare della vostra scoperta miglior uso di quello che io ne ho fatto, ma sentirne gioia più grande che non io, nessuno.</p>
            <p>Ricevete questo piccolo presente, e siate certo che non potrò mai rendervi giusto cambio del piacere, che mi avete dato.</p>
         </div1>
         <div1 n="Discorso">
            <p>I. Della vita e delle opere di M. Cornelio Frontone io avea scritto, il più diligentemente che avea potuto, un commentario latino.<note place="foot">Questo era compreso nel libro «De vitis, et scriptis Rhetorum quorumdam, qui secundo post Christum saeculo, aut primo declinante floruerunt», di cui il chiarissimo, e infaticabile Ab. Francesco Cancellieri si compiacque di far menzione nella pagina 89 del suo trattato «intorno agli uomini dotati di gran memoria, ed a quelli divenuti smemorati», impresso in Roma nel Gennaio e nel Febbraio del 1815.</note> Avendo perciò avuta occasione di esaminare a fondo tutto ciò, che gli antichi ce ne aveano detto, io mi era formata un’altissima idea della virtù, del sapere e della eloquenza di quell’Oratore. Io ne avea parlato spesso, e sempre con trasporto, nei miei discorsi familiari, e mi era lagnato che un uomo sì grande fosse conosciuto sì poco. Io deplorava di cuore la perdita delle sue opere, che supponeva essere state eccellenti, e non inferiori ad altre che a quelle di M. Tullio. Io era in somma interessatissimo per Frontone, ed ammirava quasi perdutamente la sua eloquenza che non conosceva. Nel decembre del 1815 io vidi annunziarsi nei pubblici fogli la sorprendente scoperta di molti e molti suoi scritti ritrovati in un palimpsesto Ambrogiano, e dati in luce, con copiose illustrazioni, in Milano dall’incomparabile scopritore dei nuovi frammenti di M. Tullio, il Dott. Angelo Mai. I letterati che si sono trovati in simili casi, sanno qual sia l’emozione che si prova in quei momenti: gli altri non potrebbono formarsene una giusta idea, tuttochè volessi descriverla. Dopo l’inquietudine, lo stupore, la gioia, il primo moto che m’invase fu l’impazienza. Io invidiava la sorte dei Milanesi, che poteano all’istante appagare la loro curiosità e soddisfare al loro desiderio. Oltre Seneca, Plinio, Quintiliano, diceva io frattanto, noi avremo un oratore della età di argento, che formerà le delizie degli uomini di gusto, quell’oratore che gli antichi dicono essere stato il più grande del suo tempo,<note place="foot">
                  <foreign lang="grc">Κορνήλιος
Φρόντων ὁ τὰ πρῶτα τῶν τότε ῾Ρωμαίων ἐνδίκαις φερόμενος</foreign>. (Dio Cassius, Hist. Rom. Lib. 69, Cap. 18).<foreign lang="grc">Φρόντωνι τῷ τότε ἀρίστῳ ῥητόρων</foreign>. (Paeanius, Metaphras. Eutrop. Hist. Rom. Breviar. Lib. 8, Cap. 12).</note> e che uno di essi asserisce non cedere nella eloquenza nemmeno a Cicerone;<note place="foot">«Fronto Romanae eloquentiae non secundum, sed alterum decus». (Eumenius, Panegyr. Costan. Cap. 14).</note> noi sentiremo il maestro del più filosofo tra i Principi parlare al suo immortale allievo, e questo trattenersi a vicenda con lui; e senza essere obbligati a rapportarci in tutto al parere degli antichi, noi giudicheremo da noi stessi della sapienza di M. Aurelio, e della eloquenza di Frontone. Qual piacere di penetrare nella stanza silenziosa di quell’imperatore troppo grande per essere imitato, e di vederlo scrivere familiarmente ad un uomo, che egli amava con tenerezza, ad un Maestro ch’egli riveriva di cuore,<note place="foot">«Sed multum ex bis Frontoni detulit». (Capitolinus, in M. Antonino).</note> e che aveagli insegnato a detestare la invidia e la doppiezza propria di un tiranno.<note place="foot">
                  <foreign lang="grc">Παρὰ
Φρόντωνος τὸ ἐπιστῆσαι οἷα ἡ τυραννικὴ βαλανία καὶ ὑπόκρισις</foreign> (M. Aurelius de se ipso, Lib. I, par. 11).</note> La scoperta di Frontone formerà un’epoca nella storia della letteratura. Non la formerebbe quella di Tacito, se fosse avvenuta ai nostri tempi? Ebbene, quell’oratore occupa, in un diverso genere di scrivere, il grado che Tacito tiene fra gli storici, seppure il suo posto non è anche più elevato. Con questi pensieri io fomentava, ed accresceva la mia curiosità. Giunsero finalmente i volumi sospirati: io mi vi gettai sopra coll’avidità di un affamato, che si getta sopra il cibo: li scorsi, li lessi rapidamente, e trovai che le speranze, che avea concepite sopra di essi, non erano vane. Quelle pagine ci fanno conoscere Frontone, ci somministrano nuovi lumi per giudicare del carattere e dell’ingegno di M. Aurelio; e benchè sparse di lagune, sono profittevolissime, e quasi sempre infinitamente dilettevoli. Concepii tosto il pensiero di recare nella nostra lingua quelle preziose opere, e accintomi incontanente alla esecuzione del mio disegno, la proseguii con ardore, e giunsi presto al fine della impresa. Noi abbondiamo di traduzioni di tutti gli antichi autori latini: gli scritti di Frontone perchè scoperti più di fresco ne saranno forse men degni? e una traduzione, che serva a farlo conoscere maggiormente sarà meno utile, perchè egli è ancora meno conosciuto? Stazio e Lucano hanno avute delle traduzioni, che li onorano: Frontone non dovrà averne una, che sia onorata, e resa interessante dal merito delle sue opere? Quanto al mio Commentario latino, io vidi appoco appoco le osservazioni, che in esso avea fatte, ingoiate da quelle che il diligentissimo Editore ha premesso agli scritti da lui scoperti. Tuttavia non volendo che la traduzione di questi venisse alla luce senza la vita dell’autor loro, mi posi di nuovo a scriverla, facendo di tratto in tratto qualche piccola aggiunta al dottissimo lavoro dell’Editore.</p>
            <p>II. Il prenome dell’autor nostro fu Marco, come apparisce da Gellio,<note place="foot">Gellius, Noct. Att. Lib. 2, Cap. 26; Lib. 13, Cap. 28.</note> da Sidonio,<note place="foot">Sidonius, Epist. Lib. 8, Ep. 10.</note> dal Codice che contiene le sue opere, e dalla famosa iscrizione Pesarese; il nome gentilizio, Cornelio, come mostrano la iscrizione stessa, Gellio,<note place="foot">Gellius, Noct. Att. Lib. 19, Cap. 8, 10, 13.</note> Dione Cassio<note place="foot">Dio Cassius, Hist. Rom. Lib. 69, Cap. 18; Lib. 71, Cap. 35.</note> e Capitolino;<note place="foot">Capitolinus, in M. Antonino et in L. Vero.</note> il cognome, Frontone. Questo, che, come osservano il Panvini,<note place="foot">Panvini, de antiq. Rom. nomin.</note> il Sigonio,<note place="foot">Sigonius, de nomin. Rom. cap. 3.</note> l’Orsato,<note place="foot">Orsato, de not. Rom. art. Front.</note> deriva dalla fronte, fu comune, dice il Glandorp, agli Eternini, agli Aufidii, ai Cornelii, ai Giulii ed anche ai Caii, tuttochè Caio quasi sempre sia prenome, e non nome gentilizio; onde io credo, scrive l’Orsato,<note place="foot">Orsato, l. c.</note> che Frontone non sia stato cognome de’ Caii se non in famiglie, «quae a nitore Romano alienae sunt». V’ebbero dei Frontoni in Pergamo, in Emesa, in Aquitania, forse anche in Dalmazia, in Faselide, in Milano, come osserva l’Editore, e di più in Nicopoli d’Armenia.<note place="foot">S. Basilius, Ep. 125 et 239.</note> Nel secolo quinto S. Nilo monaco scriveva a certo Frontone Archimandrita.<note place="foot">S. Nilus, Epist. Lib. II, Epist. 78.</note> Idazio<note place="foot">Idatius, Chron. Olymp. 208 et 309.</note> nomina due volte un Frontone Conte che visse nello stesso secolo.</p>
            <p>III. Patria del nostro Frontone fu Cirta, metropoli della Numidia. L’Affrica, che è stata sempre considerata come la parte più barbara del mondo, ha prodotti ingegni, che tutte le altre parti di esso possono invidiargli. I Francesi, secondo la loro commoda costumanza, vollero rubar Frontone alla Numidia, e farlo di Aquitania; ma non riportarono che le risa dei letterati. Tuttavia confesso che io non mi accordo coll’Editore in tenere per certo che quel Frontone famoso per la sua eloquenza, di cui Sidonio fa menzione, come di un antenato di Leone consigliere di Enrico re dei Goti, in una epistola<note place="foot">Sidonius, Epist. Lib. 8, Ep. 3.</note> indirizzata a quel personaggio, sia diverso dal nostro autore; non essendo impossibile o che qualche ramo della famiglia di M. Aufidio Frontone, nipote dell’Oratore, si fosse stabilito in Aquitania, o che Sidonio, poco istruito intorno alla genealogia di Leone, ovvero bramoso di adulare quel potente cortegiano, facesse a torto derivare la sua famiglia dal nostro Frontone: e d’altronde non avendosi notizia di alcun altro Frontone, il quale si sia distinto nella eloquenza in guisa da esser nominato da Sidonio come uomo notissimo e capace di fare onore alla stirpe di Leone. Oltre di che si sa che Sidonio è tra gli antichi uno di quelli, che più sovente parlano del nostro Oratore, poichè egli lo ricorda altre tre volte nelle sue Epistole.<note place="foot">Idem, l. c. Lib. I, Ep. 1; Lib. 4, Ep. 3; Lib. 8, Ep. 10.</note>
            </p>
            <p>IV. Benchè Cirtese, dice l’Editore, Frontone sembra esser disceso per linea femminile da Cheronea, città di Beozia, poichè Giovanni di Salisbury scrive che, secondo alcuni, Plutarco era uno de’ suoi antenati.<note place="foot">«Fronto, secundum quosdam, nepos Plutarchi». (Ioannes Salisburiensis, Policrat. Lib. 8, Cap. 13). «Latinas litteras Marcum Fronto. nobilissimus orator docuit, et pro quorumdam opinione, nepos Plutarchi». Idem, l. c. Cap. 19).</note> Presti ognuno quella fede che vuole a Giovanni di Salisbury, autore in verità abbastanza erudito, ma poco antico, il quale in uno dei due luoghi, ove ricorda questa opinione intorno al nostro Oratore, soggiunge subito che Giovenale fe’ menzione di lui in quel verso:<note place="foot">Iuvenalis, Sat. I, ver. 12.</note>
               <quote rend="block" lang="lat">
                  <l>Frontonis platani, convulsaque marmora clamant.</l>
               </quote>
Eppure Giovenale è più antico dell’Autor nostro. A questo proposito è a notarsi un errore già molto comune, ma ora conosciuto dagli eruditi, di cui però l’Editore non ha fatta parola. Visse in Roma al tempo di Severo, e quindi trasferissi in Atene, ove morì, certo Frontone Retore, di Emesa, zio materno di Longino il Critico. Ecco ciò che ne dice Suida:<note place="foot">Art.<foreign lang="grc">Φρόντων.
Φρόντων Ἑμισηνὸς ῾Ρήτωρ, γεγονὼς ἐπὶ Σευήρου τοῦ βασιλέως ἐν ῾Ρώμῃ. Ἐν δὲ smogr;žήναις ἀντεπαίδευσε
Φιλοστράτῳ τῷ πρώτῳ, καὶ smogr;ψίνῃ τῷ Γαδαρεῖ. Ἐτεγεᾣύτησε δὲ ἐν smogr;žήναις περὶ ξ’ἔτη γεγονώς, καὶ ἀδελφῆς
Φροντωνῖδος παῖδα ὄντα Λογγῖνον τὸν Κριτικόν, κληρονόμον κατέλιπεν. Ἔγραψε δὲ συχνοὺς λόγους</foreign>: Suidas, in Lex. art.<foreign lang="grc">Φρόντων</foreign>.</note>
               <emph>Frontone Emeseno, Retore, visse in Roma sotto l’imperatore Severo, e in Atene fu emolo del primo Filostrato e di Apsine Gadareno. Morì in età di circa sessant’anni in Atene, e lasciò suo erede Longino il Critico, figlio della sua sorella Frontonide. Scrisse molte orazioni</emph>. Il Ruald nella vita di Plutarco, annoverando i suoi discendenti,<note place="foot">Ruald, Vit. Plutar. Cap. 5.</note> e dopo lui il Langbaine,<note place="foot">Langbaine, Vit. Longini.</note> ed altri confusero questo Frontone col nostro Oratore, che fecero così nativo di Emesa, e zio di Longino. Anche il diligentissimo Fabricio, ingannato dal nome di Retore, commune ad ambedue i Frontoni, o più verosimilmente dall’autorità del Ruald e dei suoi seguaci, cadde in due luoghi nello stesso errore,<note place="foot">Fabricius, Biblioth. Graec. Lib. 4, Cap. 11, par. 1, Cap. 31, par. 9, Edit. vet.</note> ma, senza essere d’accordo con se medesimo, distinse in un terzo manifestamente il nostro Frontone dall’Emeseno.<note place="foot">Idem, Biblioth. lat. Lib. 4, Cap. 7, num. 16, in not.</note> Il Corsini<note place="foot">Corsini, Vit. Plutarchi, par. 5.</note> confutò pienamente la falsa opinione di Ruald, di cui anche lo Schardam<note place="foot">Schardam, De vita et script. Longini, par. 3 edit. Longini Oxon. 1778, pag. 5.</note> fece osservare l’abbaglio. Nè molta acutezza è di mestieri per conoscere che un Frontone, il quale fiorì sotto Severo, è diverso dal maestro di M. Aurelio e del suo fratello adottivo. Ora poi, che si sono scoperte le opere dell’Orator nostro, l’errore è ancor più lampante, poichè da queste apparisce che egli fu di Cirta, e non di Emesa, che non ebbe altri nipoti che i figli del suo genero, e che visse sino alla vecchiezza in Roma, non in Atene.</p>
            <p>V. È incerto il tempo della nascita di Frontone. L’Editore pensa che egli sia venuto al mondo sotto l’impero di Domiziano, o di Nerva. È ancora più incerto, anzi è affatto ignoto, il luogo, in cui Frontone passò la sua giovinezza, e attese agli studi. Noi possiamo dir solo che egli fu discepolo di Dionigi il Tenue, così chiamato forse perchè era alto di statura, e sottile e pallido.<note place="foot">Etymologicum magnum art.<foreign lang="grc">Διονᾣύσιος</foreign>.</note> Di questo è fatta menzione dal nostro Oratore,<note place="foot">Fronto., De Oration. Lib. I, fragm. VI.</note> da Ateneo<note place="foot">Athenaeus, Deipnosoph. Lib. XI.</note> e dall’autore del Grande Etimologico. Da Dione apprendiamo che Frontone sotto l’impero di Adriano occupava già in Roma il primo posto nella eloquenza del foro, il che mostra che egli al tempo di quel principe trovavasi già in età matura. Narra quello storico che il nostro Oratore una volta, mentre a sera già avanzata tornava a casa dopo la cena, avendo inteso da un suo cliente, cui doveva difendere in giudizio, che Adriano era a quell’ora in tribunale, se gli fece innanzi col suo abito da mensa, che si trovava in dosso, e lo salutò non colla parola della sera «Vale», ma con quella del mattino «Salve».</p>
            <p>VI. E certo convien dire che egli si fosse procacciata gran fama col suo sapere, poichè fu scelto a maestro di M. Aurelio e quindi di L. Vero, ambedue ancora fanciulletti. Fu qui dove spiccò in singolar guisa la insigne perizia del nostro immortale Oratore. M. Aurelio, divenuto anche Augusto, stimava, riveriva, amava, careggiava senza fine il suo dilettissimo Frontone, nè L. Vero gli cedea per conto alcuno in questo straordinario trasporto per il loro commune maestro. È impossibile trovar termini più energici e più espressivi di quelli che ambedue questi affettuosi principi usano nelle loro lettere per significare a Frontone il tenero amore che gli portano. Questi corrispondea pienamente al loro affetto; scrivea loro con amorevolezza, con gratitudine, con sincerità, con venerazione; protestava che non era degno di tanto affetto, e che non sapea conoscerne la causa; si attristava vivamente per le loro sventure; e, quel che è più, nutriva un impegno efficace per il loro profitto e per il loro bene. Avendo M. Aurelio abbandonato lo studio della eloquenza per darsi tutto alla filosofia stoica, gli scrisse egli due intieri libri di lettere, che s’intitolano «Delle Orazioni», nei quali lo esortò, lo pregò, lo scongiurò a ripigliare l’antico cammino, cercò in ogni guisa di distorlo dal suo soverchio amore per lo Stoicismo, gli mostrò la utilità della eloquenza, e gli diede alcuni pratici, savissimi precetti di questa divina arte. Fece nel Senato l’elogio di M. Aurelio, ancor giovine, in un panegirico, che recitò di Antonino Pio; celebrò la vittoria riportata sopra i Parti da L. Vero; paragonò questo Imperatore a Traiano; lodò a cielo la lettera laureata, che egli avea scritta al Senato per partecipargli il buon esito della sua spedizione; sempre affettuoso, sempre interessato per la gloria dei suoi cari discepoli, veri esempi di gratitudine e di sincera amorevolezza.</p>
            <p>VII. Frontone non mancò di quegli onori, che, come dice Thomas,<note place="foot">Thomas, Essai sur les Éloges, chap. 16.</note> suppongono e accrescono la riputazione. Egli fu creato Console suffetto per due mesi, non da M. Aurelio, come molti hanno creduto, e tra gli altri, a quel che apparisce, Ausonio;<note place="foot">Ausonius, Grat. act. pro Consulatu ad Gratian.</note> e molto meno da Traiano, come crederono il Panvini,<note place="foot">Panvini, Commentar. in Fast. Consular.</note> il Leunclavio, il Glarean<note place="foot">Glarean, ad Eutrop. Hist. Rom. Breviar. Lib. 8, Cap. 12.</note> ed altri: ma da Antonino Pio, come ottimamente ha dimostrato l’Editore, fissando l’epoca del Consolato di Frontone con argomenti che non ammettono replica, ai due mesi di Luglio e di Agosto dell’anno di Roma 896, ovvero del precedente 895, cioè del 143 o 142 della nostra era. Nel primo di questi anni furono Consoli ordinari C. Bellicio Torquato ed Erode Attico; nel secondo L. Cuspio Rufino e L. Stazio Quadrato. Quanto al collega di Frontone, l’Editore non ha giudicato bene di far delle ricerche intorno al suo nome. Per congettura dell’Olivieri,<note place="foot">Olivieri, Marm. Pisaur. Inscript. 69.</note> il quale però suppose falsamente che Frontone fosse stato Console sotto M. Aurelio, egli fu quel Candido che si nomina nella seguente iscrizione Gruteriana: CLODIAE TROPHIMAE UXORI SANCTISSIMAE NON MAIUS FRONTONE ET CANDIDO COS. C. CLODIUS LASCIVOS. Da questa iscrizione apparisce che un Candido fu Console con un Frontone. Resta a mostrare che questo Frontone fu il nostro. Un Tib. Giulio Candido fu Console per la seconda volta sotto Traiano nell’anno di Roma 858, di Cristo 105. Un figlio di questo sarebbe stato contemporaneo di Frontone, ed avrebbe ottimamente potuto esercitare l’impiego di Console insieme con lui nel 142 o 143 della nostra era. V’hanno alcuni epigrammi di Marziale sopra certo Candido.<note place="foot">Martialis, Epig. Lib. 2, ep. 24 et 43. Lib. 3, ep. 26. Lib. 12, ep. 38.</note> Plinio<note place="foot">Plinius, Epist. Lib. 5, Cap. 20.</note> fa menzione di un Giulio Candido, che viveva al suo tempo, ed un Giulio Candido pure, nominato in una iscrizione, che si legge presso il Fabretti, fu proconsole della Pamfilia, o, come altri vogliono, dell’Acaia sotto l’impero di Adriano, prima della morte di Sabina avvenuta nell’anno 891 di Roma e 138 di Cristo. Di un Candido, Comandante di truppe probabilmente sotto l’impero di M. Aurelio, fa menzione Pietro Patricio.<note place="foot">Petrus Patricius, in Excerpt. de Legat.</note> V’ebbe un Vespronio Candido uomo consolare e primario, ma questi, essendo vissuto al tempo di Severo,<note place="foot">Dio Cassius, Hist. Rom. Lib. 73, Cap. 16; Lib. 74, Cap. 6; Lib. 75, Cap. 2. Spartianus, in Didio Iuliano.</note> non sembra aver potuto esser Console con Frontone. Quello però che fa sopra tutto al caso nostro è che Ulpiano<note place="foot">Ulpianus, Digest. Lib. 48, tit. 2, leg. 7.</note> ricorda certa risposta di Antonino Pio, sotto il cui impero Frontone fu Console, ad un Giulio Candido. V’ebbe dunque un Candido contemporaneo di Frontone, e però la congettura dell’Olivieri, che era molto aerea, acquista ora una probabilità sufficiente.</p>
            <p>VIII. Quanto io son d’accordo coll’Editore in tutto ciò che riguarda il Consolato sostenuto da Frontone sotto Antonino Pio, altrettanto discordo da lui in tutto quello che egli dice sopra l’altro Consolato, che, a suo parere, esercitò Frontone sotto Adriano. Due sono gli argomenti, che egli adduce in favore della sua opinione. Il primo è tratto da un luogo della Tattica di Eliano,<note place="foot">Aelianus, Tactic. Cap. 1.</note> opera dedicata ad Adriano dall’autor suo. L’Editore lo reca in latino così: «Ac sane de instruendis copiis iuxta Homeri praescriptum scriptores habemus Stratoclem, Hermiam et Frontonem, qui nostra aetate vivit, virum consularem». Eliano, dic’egli, scrivea ciò al tempo di Adriano. Se dunque Frontone era consolare sotto l’impero di questo principe, convien dire che egli abbia sostenuto un altro Consolato prima di quello, di cui l’onorò Antonino Pio. Il secondo argomento è tratto da Gellio confrontato con Suida. Dice quegli<note place="foot">Gellius, Noct. Att. Lib. II, Cap. 26.</note> che una volta «Favorinus philosophus cum ad M. Frontonem CONSULAREM pedibus aegrum viseret», volle che ancor egli venisse seco. Da Suida si raccoglie che la vita di Favorino non oltrepassò l’impero di Adriano; e però, dice l’Editore, se Favorino visitò Frontone già consolare, questi dovè necessariamente esser Console prima della morte di quell’Imperatore. Ma, quanto al primo argomento, sanno gli eruditi che il luogo di Eliano allegato dall’Editore sembra a molti riguardare Frontino lo scrittore degli Stratagemmi, con cui Eliano parlò e dimorò alcuni giorni in Formia al tempo di Nerva, siccome scrive egli stesso nella prefazione alla Tattica, ove pure lo chiama uomo consolare: e infatti da un passo di Luciano,<note place="foot">Lucianus, Quomodo scribenda sit historia. Cap. 21.</note> che i dotti citano a questo proposito, apparisce che i Greci confondeano facilmente fra loro i nomi di Frontone e di Frontino. Dice l’Editore che Frontino, essendo morto sotto l’impero di Traiano, non potè esser nominato, come vivente, in un’opera scritta sotto Adriano. Ma io replico che il luogo di Eliano mi sembra doversi tradurre così: «Ac sane de instruendis, Homerica ratione, copiis scriptores habemus Stratoclem, Hermiam, Frontonemque, nostrae aetatis virum consularem».<note place="foot">
                  <foreign lang="grc">Καὶ πρὸ τῆς Ὁμήρου τακτικῆς ἐνετᾣύχομεν συγγραφεῦσι Στρατοκλεῖ τε Ἑρμείᾳ, καὶ
Φρόντωνι τῷ καž’ἡμᾶς ὑπατικῷ ἀνδρί </foreign> (Aelian., Tact. c. 1).</note> Poichè, se non m’inganno, le parole: <foreign lang="grc">τῷ κατ’ ἡμᾶς ὑπατικῷ ἀνδρί</foreign>non significano che quell’uomo consolare viveva ancora quando Eliano scriveva, ma solo che egli era vissuto al suo tempo, e però niente impedisce di credere che quegli, benchè stato già suo contemporaneo, morisse prima che Eliano facesse menzione di lui. D’altronde, io non so persuadermi che il nostro Frontone, il quale fu tutt’altro che soldato, o matematico, abbia scritto sopra cose militari, nè le ragioni addotte dall’Editore mi sembrano molto atte a render la cosa probabile. Il secondo argomento mi par meno forte. Il Tillemont e gli autori della Storia letteraria di Francia, mossi dalle parole di Gellio sopra le quali l’Editore si fonda, crederono che Favorino fosse vissuto sino ai tempi di Antonino Pio: e l’Editore li riprende, citando Suida. Ma l’autorità di questi è poi tanto grande? E chi non sa che il suo Lessico è pieno di errori, e che il conto che si fa delle sue testimonianze è sempre mediocre? Conceduto però che egli, nel luogo citato dall’Editore, sia veritiero, non v’ha alcuna necessità di credere che Frontone sia stato Console prima che Favorino si portasse a visitarlo, e Gellio potè benissimo chiamarlo consolare perchè tale egli fu appresso, non perchè lo fosse già quando esso insieme con Favorino si recò da lui. Finalmente la Iscrizione Pesarese chiamando semplicemente Console il nostro Oratore, e due volte Console il suo genero Aufidio Vittorino, sembra escludere manifestamente l’altro supposto Consolato di Frontone. Questo argomento è così forte, che l’Editore non ha saputo rispondervi, se non opponendo all’autorità della Iscrizione Pesarese quella di Eliano e di Gellio, la quale però come ho osservato, non sembra favorirlo gran fatto.</p>
            <p>IX. Terminato il suo consolato, Frontone fu da Antonino Pio fatto Proconsole di una provincia della Grecia, o dell’Asia; ma egli, benchè avesse vivamente desiderato di esercitare questo impiego, ne fu impedito dalle sue infermità. Egli fu Senatore, come apparisce da una delle sue lettere a Vero.<note place="foot">Fronto., ad Verum, Lib. I, Ep. 5.</note> Di più, M. Aurelio chiese in Senato, e probabilmente ottenne, che gli si alzasse una statua.<note place="foot">«Cui (Frontoni) et statuam in Senatu petiit». (Capitolinus, in M. Antonino).</note> Ecco la vita pubblica di Frontone, a cui non si sa se siano di maggior gloria l’ingegno, o gli onori onde fu colmato; il merito e la virtù, o le ricompense che n’ebbe; la benevolenza dei posteri, o quella degl’Imperatori.</p>
            <p>X. La sua vita privata, per essere stata meno splendida, non gli reca minor lode. Egli visse in istrettissima unione con un suo fratello, che fu distinto con sommi onori da Antonino Pio. Amò teneramente la sua moglie, che sembra avere avuto il nome di Grazia. Fu affatto privo, a quel che apparisce, di prole maschile. Perdè l’una dopo l’altra cinque figlie, tutte ancora bambine, e diede in isposa l’unica figlia che gli rimase, la quale sembra aver avuto commune colla sua madre il nome di Grazia, ad Aufidio Vittorino uomo virtuosissimo, ed eloquentissimo. Questi, che probabilmente fu l’erede di Frontone, passò nella famiglia di lui, e però il suo figlio M. Aufidio e il suo nipote, che chiamossi M. Aufidio esso pure, portarono il cognome del nostro Oratore. Il figlio di Vittorino è, se non erro, quel Frontone di cui parla Antonino Pio in una lettera scritta a M. Aurelio già marito, e padre;<note place="foot">Libri ad Antonin. Pium, Ep. 12.</note> poichè io non so comprendere come l’Editore<note place="foot">Mai, Commentari praev. in Fron. Par. I, Cap. 11, p. XXVI, et ab Front. de Nepote amisso, Ep. 2, pag. 212.</note> abbia potuto credere che ivi si tratti del nostro Frontone, e non sospettare nemmeno che vi si parli di un fanciullo. Ecco tutto intero il passaggio di quella lettera. «Ogni giorno», dice Antonino Pio, «ho qualche lite con questo nostro Vittorino, ossia Frontone. Laddove tu sei lontanissimo dal domandar mercede per qualunque servigio prestato da te con parole, o con fatti; questi nessun vocabolo ha più presto, e più spesso in bocca che <emph>Dammi</emph>. Io gli do il più che posso di cartoline, e di tavolette, e godo che me le domandi. IN LUI PERÒ SI TRAVEDE QUALCHE INDIZIO DELL’INGEGNO DELL’AVO. È ghiottissimo delle uve. Ha cominciato tosto a gustarne, e quasi per tutti gl’intieri giorni non l’ha finita mai o di leccar l’uva colla lingua, o di vezzeggiarla colle labbra, o di spremerla giocolando colle gingie. Ama moltissimo gli uccelletti, e si trastulla coi pulcini delle colombe, delle galline, dei passeri. Mi hanno detto i maestri e gli educatori miei che io avea, <emph>quando era fanciullo</emph>, lo stesso gusto». Quanto a quelle parole dell’originale «cum isto quidem sive Victorino nostro, sive Frontone», che io ho tradotte: <emph>con questo nostro Vittorino, ossia Frontone</emph>; io sottometto questa interpretazione mia al giudizio dei dotti; ma, ad ogni modo, o esse denotino una sola, o due persone; mi sembra evidente che il Frontone, di cui parla Antonino, è un fanciullo; e M. Aufidio Frontone figlio di Vittorino, e nipote del nostro Oratore, potè benissimo verso il fine dell’impero di Antonino Pio, morto nell’anno 914 di Roma, e 161 di Cristo, trovarsi in età di sei, o sette anni, poichè fu Console con P. Cornelio Anulino sotto Severo nell’anno di Roma 952, di Cristo 199, alla qual epoca egli avrebbe avuto alquanto più di quarant’anni, età convenientissima per un Console. Questi sembra essere quel nipote, che Frontone allevò nel suo seno, come dice egli stesso in una lettera a M. Aurelio,<note place="foot">Fronto., de Nepote amisso. Ep. 2.</note> scritta, a quel che apparisce, nel tempo della spedizione di Vittorino contro i Catti, o, come sospetta l’Editore, in quello della guerra sostenuta contro i Marcomanni da M. Aurelio e da L. Vero, dopo la guerra Partica:<note place="foot">La guerra Cattica fu nel 162 di Cristo, 915 di Roma (Tillem. Hist. des Emp. 346). Posto dunque ch’egli avesse nove anni quando morì Pio, sette quando fu scritta quella lettera, allora ne avrebbe avuti dieci. Ma il nipote di Frontone morì finita la guerra Partica, e apparentemente dopo il ritorno di vero dell’esercito, come si cava dalla lettera 6a del libro I, a Vero (p. 96, 97). La guerra dei Parti finì nel 165 (Tillem. ivi 352), Vero tornò nel 166, di Roma 919, (Tillem. ivi 354); dunque non potè morire nella guerra Cattica. I due imperatori andarono per la guerra Marcomannica, all’esercito in Germania l’anno 166, o nel febbraio del 167 al più tardi (Tillem. ivi, 356, 357), tornarono nel 167, di Roma 920 (Tillem. ivi 359): dunque nel 167 Frontoncino avrebbe avuto quindici anni. Ma anche le due lettere di Frontone a vero (6a e 7a, del lib. I), dove si parla della morte del nipote, paiono scritte da vicino, come quelle due <title lang="lat">de Nepote amisso</title>: dunque credo che sieno state scritte nell’intervallo tra il ritorno di vero dalla guerra Partica, e la partenza per la Marcomannica, nel quale dice Tillemont (ivi 357), ch’ei fece molte cose, benchè pare che sia molto corto. Dunque Vittorino stava in Germania non per avere accompagnati i due imperatori, come pensa il Mai, ma poteva bene starci per combattere i Marcomanni, che già ardeva la guerra (Tillem. ivi 356). la controversia d’erode con Demostrato è messa dal Tillemont (ivi 367) nella seconda guerra Marcomannica, stando M. Aurelio in Pannonia a Sirmio, due anni dopo la moret di Vero, morto nel 169, cioè 171 durante la sua seconda dimora in Germania (non la seconda andata, perchè M. Aurelio era partito per la guerra Marcomannica un’altra volta, ma giunto ad Aquileia era tornato indietro, e mortogli Vero in Altino, era tornato a Roma), la qual cosa disfarebbe l’opinione del mai intorno all’Orazione <title lang="lat">pro Demonstrato</title>. ma questi la mette nella prima guerra Marcomannica (p. LIV), finita, come di sopra ho detto, nel 167, col mezzo di una pace provvisoria (Tillem. ivi 359). Ora Frontone parla di questa Orazione in quella stessa epistola 6a, del libro I, a vero, dove della morte del nipote e della guerra Partica finita: il che in certo modo s’oppone a quel, che di sopra ho detto, che fossero scritte queste epistole 6a e 7a, e quelle <title lang="lat">de Nepote amisso</title> nell’intervallo tra il fine della guerra Partica, e la partenza degli imperatori per la Marcomannica; ma è obbiezione da non farne conto. del resto il Mai contraddice a se stesso, credendo che sia seguìta nella guerra Cattica una morte, di cui si parla, come recentissima, in una lettera, in cui si parla pure d’un’Orazione detta, secondo lui, nella prima Marcomannica, seguìta cinque anni dopo la Cattica. Ma d’ambo questa congetture, sul Demostrato e sulla Cattica, non va fatto conto, come ho mostrato. Anche il Mai nomina il ritorno di vero dalla <emph>prima</emph> Marcomannica (così dice) seguìto nel 920, cioè 167 (pag. XCI, XCII, not. 1). paiono pure scritte da vicino la lettera di Frontone a Vero, quarta del libro I, e l’altre due a pag. 314, 315 (massime la chiusa della prima di queste due), che furono scritte intorno alla morte del nepote, perchè ci si parla di quelle Orazioni, di cui nelle più volte citata epistola 6a del libro I, a Vero. Nella epistola <title lang="lat">de Nepote amisso</title> in fine quel «librum misi tibi» pare assolutamente che non potesse essere scritto, che da vicino.</note> il che però non mi par verosimile; poichè M. Aurelio era in quel tempo assai lontano da Roma, e sì la lettera di cui parlo, sì quella di M. Aurelio, a cui in essa si risponde, sembrano essere state scritte molto di vicino. Nel primo caso M. Aufidio Frontone avrebbe avuti allora, giusta il nostro calcolo, circa dieci anni; nel secondo circa quindici: la quale età è appunto quella che sembra indicare la citata lettera del nostro Oratore, e però questa osservazione conferma mirabilmente la opinion mia esposta di sopra. Quel nipote, che M. Aurelio ordina a Frontone di salutare in una lettera che si ha dopo i frammenti delle Orazioni Frontoniane, è probabilmente M. Aufidio Frontone. Nel corso di pochi mesi il nostro Oratore, in età abbastanza avanzata, perdè la sua moglie e un altro nipote di tre anni<note place="foot">Fronto, ad Ver. lib. I, Ep. 7.</note> figlio pure del suo genero Vittorino, che in quel tempo si trovava in Germania. Egli pianse la morte di questo fanciullo con una lunga lettera, che mostra quanto affetto egli portasse ai suoi congiunti, e quanto fosse sensibile alle sventure della sua figlia e del suo genero. M. Aufidio Frontone, figlio di Vittorino, perdè esso pure un figlio che si chiamò, come lui, M. Aufidio Frontone. Sul sepolcro di questi si legge la famosa Iscrizione Pesarese, così detta perchè quel sepolcro si trova in Pesaro. Io la riporterò qui coll’ordine di linee, con cui si legge nel marmo, perchè non comparisca alcuna edizione di Frontone senza di essa.
<quote rend="block">M. AUFIDIO FRONTONI
<lb/>PRONEPOTI M. CORNELI
<lb/>FRONTONIS ORATORIS
<lb/>CONSULIS MAGISTRI
<lb/>IMPERATORUM LUCI
<lb/>ET ANTONINI NEPOTIS<note place="foot">Errore. si legga NEPOTI.</note>
                  <lb/>AUFIDI VICTORINI
<lb/>PRAEFECTI URBI BIS CONSULIS
<lb/>FRONTO CONSUL
<lb/>FILIO DULCISSIMO</quote>
Per conoscere che Frontone ebbe molti amici, e tra questi degli assai stretti, basta leggere le lettere, che egli scrisse ad alcuni di essi, nelle quali fa parola di non pochi suoi familiari. Egli ebbe pure vari discepoli, ed allievi, oltre i due Imperatori, M. Aurelio e L. Vero.</p>
            <p>XI. Frontone fu quasi continuamente travagliato da lunghissime, e gravi infermità; soffrì dolori di articoli, di omeri, di schiena, di piedi, e trovossi anche in procinto di morire;<note place="foot">Fronto., ad Ver. Lib. I, Ep. 5.</note> ma sopportò il tutto con pazienza ammirabile, scherzando sopra i suoi dolori,<note place="foot">Idem, ad Antonin. Pium, Ep. 13, ad M. Caes. Lib. I, Ep. 8.</note> accogliendo con amorevolezza gli amici, che si recavano a visitarlo, trattenendosi con essi piacevolmente in dotti discorsi, e disputando dal letto eruditamente.<note place="foot">Gellius, Noct. Att. Lib. II, Cap. 26, Lib. XIX, Cap. 10.</note> Frequentò con molto diletto il circo: non fu assai ricco, ma nemmen povero, ed ebbe una villa suburbana, che sembra essere stata appunto quella posseduta già da Mecenate.</p>
            <p>XII. Il tempo della morte di Frontone è incerto come quello della sua nascita. M. de Fontenelle<note place="foot">M. de Fontenelle, Éloge de M. Newton.</note> applicò a Newton quel detto di Lucano: Che agli uomini non fu dato di vedere il Nilo debole e nascente.<note place="foot">«Nec licuit populis parvum te, Nile, videre». Lucanus, Pharsal. Lib. 10, vers. 296.</note> Serbata la proporzione, esso potrebbe anche applicarsi al nostro Oratore. Noi non conosciamo la sua giovinezza: nell’ultima età egli ci fugge dagli occhi. Pensa l’Editore che la sua morte abbia preceduto quella di L. Vero.</p>
            <p>XIII. Frontone fu uomo dabbene. La sua eloquenza fu somma, e fu un nulla rispetto alla sua probità. Io ricordo qui con piacere quella bella massima di La Rochefoucauld: «Nessuno merita di esser lodato come buono, se non ha forza bastante per esser tristo». Frontone potè esser malvagio, e fu onestissimo. Ecco il suo più grande elogio. Non fu per pigrizia o impotenza che egli si mantenne lontano dal delitto. Favorito in modo straordinario dagl’Imperatori, egli avrebbe potuto più che moltissimi altri, farsi reo, ed anche con suo vantaggio, seppur vantaggio può chiamarsi quello che si compra colla scelleraggine. Frontone scelse la virtù con piena cognizione, e la esercitò sempre senza pentirsi mai della sua scelta. Fu fedele, costante, liberale, compassionevole, pio, modesto, sobrio, sincero, paziente, facile a perdonare le offese, e, quel che è più, incapace di farne ad alcuno. Quanto mai apprezzò egli gli uomini sensibili, teneri, di buon cuore, che solea chiamare con la parola greca<foreign lang="grc">φιλοστόργους</foreign>, dicendo, esser quella virtù sì rara tra i Romani, che nemmeno il suo nome era Romano.<note place="foot">Fronto., ad Ver. Lib. I, Ep. 5, ad Amic. Lib. I, Ep. 2.</note> Ah! gli uomini furono sempre i medesimi. Divina virtù, quanto sei rara anche al presente, come sei stata sempre, e come sempre sarai a danno della umanità! Incomprensibile, inestimabil dote, quanto pochi ti posseggono, quanto pochi sanno che il cielo ti ha donato a qualche cuore! Frontone ti conoscea troppo bene per non sapere che tu sei rara, e per non apprezzarti come meriti. Egli fu veramente<foreign lang="grc">φιλόστοργος</foreign>, egli fu di buon cuore, amò, compatì, e la sua compassione fu efficace. Nemico del nome di filosofo, perchè non lo portava se non chi non ne era degno, Frontone fu più filosofo di tutti i filosofi del suo tempo. Egli fu incapace di adulare, e questa certo non fu l’ultima delle virtù sue. Con quale schiettezza parlava egli a M. Aurelio, lo ammoniva, lo riprendeva, lo faceva accorto de’ suoi falli! Io avrei voluto veder Frontone sotto un Domiziano o un Commodo opporre alla esecrabile tirannia la sua nobile fierezza e la sua libera sincerità. Ma egli visse sotto Imperatori più atti a far campeggiare le altre virtù sue che la sua fermezza. Nerva, Traiano, Adriano, Antonino Pio, M. Aurelio, è una serie non interrotta di Principi, che ogni popolo potrà più facilmente desiderare che ottenere in molti secoli. Mancò un tiranno alla gloria di Frontone e alla istruzione dei posteri.</p>
            <p>XIV. Io confesso che non solo ammiro, ma amo ancora sinceramente il mio Frontone. Qual uomo infatti è più amabile di chi a una virtù somma unisce un sommo ingegno? Quest’uomo singolare fu appunto l’Orator nostro, unico nel suo secolo, e agguagliato da pochi nei seguenti. E certo, per giudizio ancora degli antichi, tranne M. Tullio, non ha l’eloquenza Romana chi paragonare a Frontone. Tullio era stato troppo grande per esser seguìto da un Tullio. Chi venne dopo lui non volle pareggiarlo, ma superarlo, perchè egli avea superati tutti quelli, che lo aveano preceduto: ma un uomo sommo non si supera. L’eccesso dell’arte, più pernicioso della scarsezza, perchè questa fa sperare avanzamento, e quello annunzia retrogradazione, sottentrò alla giusta e moderata raffinatezza degli scrittori del secol d’oro. L’uomo non sa dimorare a lungo fra tenebre folte, e però cerca di liberarsi dalla ignoranza, che è seguìta dal sapere; ma si appaga di un soverchio splendore che abbaglia, e però soffre volentieri l’eccesso dell’arte, che è seguìto da una corruzione totale. La Romana letteratura avea da più di un secolo cominciato a provare questa sorte funesta. Dove scorreva il fiume di Tullio, precipitava il torrente di Seneca e di Plinio; dove suonava la tromba di Virgilio, strepitava il tamburo di Lucano; dove scherzava Catullo, scherniva Marziale. Frontone si avvide che nel suo tempo per esser veramente eloquente conveniva essere riformatore. Il decadimento della letteratura era nato dalla sconsigliata vaghezza di passar oltre, poi che si era toccata la meta. Frontone conobbe che si erano sormontati i confini della vera eloquenza, e cominciò dal retrocedere. Per giungere ad agguagliare gli antichi, prese ad imitarli. Fu zelantissimo della purità del linguaggio, disputava a lungo sopra sole parole, esaminava a fondo le proprietà dei termini, pesava il valore particolare di ciascun sinonimo, e non isdegnava la qualità di Grammatico, persuaso che non basta pensare, ma che bisogna anche parlare, che l’Oratore non può far senza delle parole più che delle cose; che il pensiero langue ove non sia aiutato dai termini, e che alla corruzione della favella tien dietro quella della eloquenza. Alle parole di nuovo conio, usate dai suoi contemporanei, sostituì le vecchie, usate dagli antichi classici, dal numero dei quali non escluse Ennio e Nevio, come noi non escludiamo il Passavanti dal numero dei classici nostri. Non v’ha tra gli antichi uomo, a cui possa più che a Frontone paragonarsi qualche giudizioso imitatore dei Trecentisti Italiani. Frontone però è uno specchio, a cui pochi di questi nostri moderni settari possono riconoscersi. Benchè amante dell’antichità, egli non è meno intelligibile di qualunque altro scrittore latino, tanto bene seppe usare l’antico, e rigettare il rugginoso, spargere i suoi scritti della luce, non della polvere, che si trovava nelle vecchie opere, rispingere sino al giusto mezzo la lingua latina già troppo inoltrata, non ricacciarla ai suoi cominciamenti, e tornarla di anziana in adulta e matura, non in bambina.</p>
            <p>XV. Egli non usò periodi rotti e mal connessi, frasi gonfie, modi strani ed oscuri di esprimersi; non ammucchiò sentenze ed antitesi; non fu vago dell’inudito e del meraviglioso; serbò il suo stile esente dalla esagerazione, dalla squisitezza soverchia, dalla sublimità affettata; fuggì insomma con ogni cura possibile l’eccesso dell’artifizio. Ecco la riforma che conveniva al suo secolo. Frontone però ebbe sicuramente in mira di coltivare, e d’insegnare la vera eloquenza, non di fare una scuola. Tuttavia i suoi posteri vollero che egli avesse seguìto un genere di eloquenza particolare, e lo riguardarono come capo di una setta. Quando i trasporti del genio sono finiti, gli spiriti vaghi e tranquilli si volgono indietro, e contano gl’ingegni che li hanno preceduti. Allora si classificano i talenti, e si pongono gli uomini grandi alla testa delle diverse scuole. L’eloquenza Romana taceva, e Macrobio citava allora Cicerone per la ubertà, Sallustio per la brevità, Frontone per la secchezza, Plinio per lo stil pingue e fiorito:<note place="foot">Quatuor sunt genera dicendi: copiosum, in quo Cicero dominatur; breve, in quo Sallustius regnat; siccum, quod Frontoni adscribitur; pingue, et floridum, in quo Plinius secundus quondam, et nunc nullo veterum minor noster Symmachus luxuriatur». (Macrobius, Saturnal. Lib. 5, Cap. 1).</note> e Sidonio, dopo S. Girolamo,<note place="foot">S. Hieronymus, Epist. ad Rustic. Monach. Cap. 12.</note> nominava la gravità di Frontone,<note place="foot">Sidonius, Epist. Lib. 4, Ep. 3.</note> e i freddi imitatori di lui, che chiamava Frontoniani,<note place="foot">Idem, l. c. Lib. I, Ep. 1.</note> come noi chiamammo Petrarcheschi quei poeti amorosi, che non scrivevano se non per scrivere. Lo stile di Frontone è veramente secco e grave: ma udendo questi nomi, nessuno pensi che i suoi scritti siano poveri di ornamenti e di grazie, sforniti di ogni allettamento e d’ogni bellezza esterna, e ricchi non d’altro che di verità dette nudamente e con serio ed austero contegno. Frontone usa uno stile maschio, e robusto, non va dietro a frivolezze, e a grazie ingannevoli, cerca la sodezza e la forza; gli ornamenti, che adopera, non consistono in parole, ma in cose, e però sono, per così dire, innestati nel soggetto, e non risaltano certamente come quelli di Seneca e di Plinio. Questi lampeggiano, e Frontone risplende; essi saziano, e Frontone contenta; essi piacciono più al primo che al secondo istante, e Frontone più al secondo che al primo. Per queste cagioni, e per la cura, che ha il nostro Oratore, di usar parole strettamente proprie, ed acconce, e di dare ai suoi scritti un sapor pretto di antichità, si è chiamato secco il suo stile. Egli si serve all’uopo di una gravità dignitosa, e costante, di una soavità dilettevole e graziosa, di uno stile semplice e leggiadro, ma serba sempre e in ogni incontro la solidità e il vigore, che formano il catattere delle sue opere.</p>
            <p>XVI. L’ingegno di Frontone fecondo in immaginare, abile in porre in opera, giudizioso in disporre, si adattava in maniera meravigliosa a quasi tutti i generi di componimento. Nelle sue lettere, che formano la maggior parte degli scritti suoi recentemente scoperti, si vede dove serietà e dignità, dove premura e sollecitudine, dove fuoco e vivacità; dove forza di argomenti e di prove; dove invenzione e acutezza; dove amore e confidenza; dove nitidezza e amenità; dove squisito lepore, soavissimi, elegantissimi scherzi, gravità ingegnosamente affettata in cose da nulla per far nascere il ridicolo, e tutto confacevole allo stil familiare, e proporzionato alla qualità del componimento: onde io giudico che Frontone sia degnissimo di servir di modello a tutti i futuri scrittori di lettere d’ogni genere. Qual copia di sentenze, poste tutte ai loro luoghi, quante opportune riflessioni, quante belle massime di politica, quali acconce, vive, rapide descrizioni di caratteri e di avvenimenti si ammirano nei rotti, tronchi, dispersi avanzi dei suoi Principi di Storia! Io piango la sorte di quella bell’opera, che così guasta e malconcia esce dopo tanti secoli a riscuotere gli applausi dei posteri; e non ho alcuna difficoltà di porre Frontone al fianco di Sallustio. I suoi libri delle Orazioni son pieni di utilissimi avvertimenti e di osservazioni savissime, degne di un uomo, che avea fatte profonde riflessioni sopra la materia che avea preso a trattare, e che avea praticati i precetti che dava. Quanto alle Orazioni di Frontone, i frammenti, che ce ne restano, sono sì piccola cosa, che io stimo assolutamente impossibile il fondare su di esse un giudizio non dirò franco e sicuro, ma dubbioso ed incerto sopra un soggetto così importante. Quindi reputo necessario rapportarci a quello che ne hanno dato gli antichi, i quali hanno assegnato a Frontone un posto tra i più grandi oratori allato a M. Tullio. Le cinque o sei lettere greche, che abbiamo di lui, mi sembrano molto leggiadre ed eleganti, anche in fatto di lingua.</p>
            <p>XVII. Molte opere di Frontone ha sottratte alla dotta diligenza delle età còlte la rozza scioperaggine delle barbare. Tra queste meritano di essere nominati due Panegirici di Antonino Pio, una Orazione in favore dei Bitini, un’altra per quei di Tolemaide, e una quarta contro certo Pelope, in cui, per giudizio di Sidonio, l’autore vinse se stesso.<note place="foot">«M. Fronto., cum reliquis Orationibus emineret, in Pelopem se sibi praetulit». Sidonius, Epist. Lib. 8, Ep. 10.</note>
            </p>
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</TEI.2>