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                <title>Il secretario</title>
                <author>Torquato Tasso</author>
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                <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
                <pubPlace>Roma</pubPlace>
                <date>2007</date>
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                    <title>Tutte le opere</title>
                    <author>Tasso, Torquato</author>
                    <editor id="ed">Quondam, Amedeo</editor>
                    <publisher>Lexis Progetti Editoriali</publisher>
                    <pubPlace>Roma</pubPlace>
                    <date>1997</date>
                    <note>L'edizione elettronica fa riferimento al testo Le prose diverse, a cura di C. Guasti, II, Firenze, Le Monnier 1875.</note>
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                responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                digitale</p>
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                    <p>Livello medio: controllo a video con collazione con edizione di
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                    <p>I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea
                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
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                    <p>I trattini di sillabazione a fine riga sono stati soppressi e le parole
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            <div1><head>Dedica</head>
<p>Il mio <hi rend='italic'>Secretario</hi> è picciol dono, e non atto a pagar
grande obligo, o a dimostrar intieramente grande affezione:
ma se le picciole cose ancora non s'accettassero volentieri,
non si conoscerebbe la benignità di colui che riceve il
dono; la quale è tanto maggiore, quanto è uomo di più alto
affare, ed in principe di più rare condizioni. Prego,
dunque, Vostra Eccellenza che non ricusi almeno questa
occasione di mostrarsi cortese e magnanimo, ricevendo con
lieta fronte quel che l'appresenta amorevol ma povero
donatore: il qual dona poco a chi merita molto, per difetto
di fortuna non di giudizio, conoscendo la bontà e 'l valore
di Vostra Eccellenza, e la grandezza e la nobiltà della sua
Casa; la quale il Signore Iddio prosperi e conservi. E le
bacio le mani. Di Mantoa, il di 17 di gennaio del 1587.</p>
<p>Di Vostra Eccellenza illustrissima</p>
<closer><signed>Affez. ser.
TORQUATO TASSO. </signed></closer></div1>
<div1><head>Trattato primo</head>
<p>Io non ho dubitato s'io dovessi compiacervi in quel che mi
ricercate, perchè niun dubbio è nella nostra amicizia; ma in
qual modo io potessi far più convenevolmente quel che mi
dimandate, o dando le regole dello scriver lettere, o
formando un perfetto secretario: perchè l'una e l'altra cosa
insieme è molto difficile da congiongere, se vogliamo aver
riguardo a Marco Tullio, il quale scrisse in libri separati
l'idea del perfetto Oratore e gli Ammaestramenti retorici;
perchè in quelli c'inalziamo a la considerazione
dell'eccellenza, e comprendiamo con la mente un non so che
di più alto e di più esquisito, che non sono gli scritti
medesimi; ma in questi lo stilo alcune volte s'abbassa a le
cose minute e particolari. E s'io volessi in questo mio
Trattato darvi i precetti, e mostrarvi insieme la perfezion
del secretario, quasi in imagine o in ritratto, farei
peraventura cosa che parrebbe disegnata da vari maestri e
colorita da mani diverse con diverso artificio; nella quale
si mettesse diligenza soverchia nell'unghie e ne' capelli,
ma la somma dell'opra fosse infelice. Lascierò, dunque, da
parte alcuni avertimenti, i quali si danno del modo dello
scrivere; perchè voi potrete facilmente leggerli in Demetrio
Falereo, in Gregorio Nazianzeno, ed in alcuni moderni che
nacquero di là da' monti; e quelli ch'io darò, saran più
tosto simili a' cenni degli amici ch'a gli espressi
commandamenti de' maestri. Perchè niuna cosa è data per
legge inviolabile, ove si lascia libera l'elezione a la
prudenza ed a l'accorgimento del secretario; ma si pone
alcuna volta la sua eccellenza nel disprezzo di quelle cose
che sono insegnate da' Retori, e s'acquista la prima lode
non ricercandola affettuosamente, ma ricusandola
modestamente e quasi riputandola soperchia nell'operazione e
dannosa per conseguir la grazia da' padroni; in quel modo
che sono gl'impedimenti nell'esercito, i quali si difendono
da' nemici per riputazione, non perchè alcune volte non
possano ritardar la vittoria. Sia dunque riposto il
secretario, non fra le scuole, nè fra l'academie, ma nelle
Corti e nel campo e co' principi e co' generali: o sia
condotto in Vaticano, come fu il Bembo, e gli sia aperta la
strada a gli altissimi onori, la qual per l'a dietro non gli
fu mai rinchiusa: ma prima che egli arrivi a questa dignità,
dee correre per tutti gli spazii della dottrina, e passar
per tutte quelle scienze che son dette circolari, e
partirsene non come fanno i mercanti da la fiera, ma a guisa
di coloro i quali comprano alcune cose per ornamento: non
essendo suo ufficio d'insegnar maestrevolmente, nè di far
esatta dimostrazione delle cose ch'egli scrive; ma di
servire il padrone con acconcio modo, e di persuaderlo non
tanto con le parole, quanto con la secretezza e con la fede:
avegnachè tutta la servitù e tutta la vita del secretario
sia una tacita persuasione. Nondimeno, perchè egli dee
adoprarsi per servigio del padrone, e molte cose trattare in
suo nome con gli altri, e per gli altri con esso lui, dee
scrivere e parlare eloquentemente, e congiungere insieme
queste due parti, le quali rade volte si congiunsero fra gli
antichi: perciò che l'una fu lasciata a' Sofisti, come
furono Ippia e Gorgia ed Alcidamante; e fra questi è
numerato Socrate medesimo: l'altra era propria degli
oratori; io dico Pericle ed Alcibiade e somiglianti: ma si
congiunsero nondimeno in Demostene prima, e da poi in Marco
Tullio, i quali parlarono eloquentissimamente nel Senato di
Atene e di Roma, e lasciarono l'orazioni quasi eterne
memorie del nome loro. Ma Cicerone lasciò, con l'altre sue
opere, due libri d'Epistole, le Famigliari e quelle ad
Attico: le quali non dee mai lasciare il secretario, perchè
da loro s'apprende non solamente l'eloquenza, ma la
prudenza. E quantunque il mondo abbia mutato forma, e quasi
faccia e sembianza, perciò che da la corruzione degli
antichi regni dell'antiche republiche se ne sono generate
dell'altre, e 'l nuovo imperio acquistato e mantenuto con
l'autorità e con l'armi, e la nova e santissima religione e
'l santissimo pontificato abbiano introdotti altri costumi
ed altre cerimonie, e quasi altra vita; nondimeno niun
gentile è più degno d'essere imitato di Marco Tullio: e se
niun vestigio ci rimane di libertà, d'altezza d'animo, di
sincerità, di gravità di costumi, di somma costanza di
volontà, di somma incostanza della fortuna, si vede
nell'opre sue più espressamente, che in quelle d'alcun
altro. Ma egli scrisse come padre della patria, e come
amatore della libertà; e 'l nostro secretario scrive come
figliuolo dell'ubedienza, e come amico della servitù. Laonde
la imitazione in tanta dissimilitudine e diversità di cose
non è sicura, se non dove il giudicio è senza difetto, e
scieglie le cose convenienti. Può, dunque, da lui prendere
la copia e la varietà e le ricchezze dell'orazione, e
raccoglier que' semi di prudenza, che sono sparsi ne' suoi
libri, quasi in fecondissimo campo, i quali poi deono esser
maturati nelle Corti da l'uso e da l'esperienza. E come le
piante sono trasportate da l'una nell'altra regione; così da
la favella de' Greci e de' Latini deono trasportarsi nella
nostra i concetti e le sentenze e gli altri ornamenti del
parlare: come fece mio Padre, il quale in ciò
particolarmente meritò molta lode, nè fu lasciato a dietro
da alcun altro. Nè solo da l'epistole deono esser tolte, ma
da gli altri luoghi: perchè il secretario è quasi oratore, e
tutti i generi dell'orazione si veggono nell'epistole, se
non espressi, almeno adombrati: perciò che in loro s'accusa
e si difende; la qual parte è diligentemente trattata da
Marco Tullio in quelle ch'egli scrive ad Appio il Bello:
alcuna volta consiglia e persuade; come nell'altre che
scrive a Curione, a Lentulo, a Marcello ed a Lucio: alcune
loda, come scrivendo ed a Servio Sulpicio ed a Catone. Nè
solamente si lodano gli uomini, ma i paesi; come fa Plinio
descrivendo il suo Laurentino, e mio Padre nella descrizione
di Napoli e di Sorrento. E 'l rallegrarsi e 'l consolare e
'l raccomandare sono ancora ufficii dell'oratore, dal quale
gli apprende il secretario. Laonde deono esser trattati con
molta eloquenza; perchè l'arte oratoria non è ristretta in
que' tre generi, quasi dentro a' confini ed a' cancelli. E
quantunque vi si rinchiuda spesse volte, nondimeno l'è
conceduto l'uscirne, ed albergar non solo nelle scuole de'
filosofi e nell'academie de' letterati; ma ne' tempii de'
religiosi, e nelle Corti, e nelle abitazioni de' principi, è
molto spesso onorata. Onde il secretario ne dovrà esser
fornito a bastanza. E quantunque i generi dell'orazione sian
diversi da quelli dell'epistola (perchè tre son quelli
dell'orazione, come abbiam detto; il demostrativo, il
deliberativo e 'l giudiciale: e tre quelli dell'epistole,
come piacque a Cicerone; il primo de' quali è cortissimo, e
consiste nel dare aviso a gli amici lontani di quelle cose
ch'appartengono a chi scrive, o a colui a chi si scrive; il
secondo è delle materie gravi e severe; il terzo, delle
piacevoli e giocose), nondimeno questa distinzione e quasi
divisione de' confini è tra 'l picciolo oratore e 'l
picciolo secretario; i quali, a guisa de' poveri
posseditori, hanno temenza che non sia loro occupata alcuna
parte della possessione: ma 'l grande oratore e 'l gran
secretario fanno quasi communi tutte le cose, e con
amichevole confusione l'un passa nel podere dell'altro. È,
dunque, il nostro secretario oratore; e l'arte dello scriver
lettere è molto simile a quella dello scrivere orazioni:
benchè questa, della qual parliamo, paia più tosto una
potenza o facoltà, perch'ella è delle cose contrarie. Io
dico del silenzio e del parlare, perchè il tacere e 'l
ragionare sono egualmente ufficii del secretario; il quale
dee conoscere i tempi dell'uno e dell'altro, e la diversità
delle cose che deono esser dette e taciute: nondimeno egli
prende il nome dal silenzio, come da parte ch'è di maggiore
importanza: avegna che niuna cosa più si ricerchi nel
secretario che la fede, per la quale egli dee esser
fedelissimo guardator de' secreti: e se le virtù e l'arti
sono scienze, l'arte della secretaria non sarà altro ch'una
scienza delle cose che deono esser tenute secrete e
rivelate, ed il secretario sarà scrittore di cose secrete.
Benchè s'egli in questo modo fosse diffinito, la
diffinizione si prenderebbe da una sua parte; perchè le
lettere, le quali oggi sono usi di scrivere i secretari, si
possono dividere in due generi principali: l'uno del
negozio, e l'altro del compimento. E nel primo genere io
ripongo tutto quello che appertiene a colui che scrive, o a
chi si scrive: nell'altro raccolgo le lettere che si mandano
rallegrandosi o dolendosi, o le raccomandazioni, e l'altre
sì fatte. E perciò che i nascimenti de' principi, e le
nozze, e le dignità acquistate e concedute, nelle quali
usiam di rallegrarci, sogliono esser publiche; può il
secretario senza biasimo ragionarne con gli amici, e
similmente nelle morti, e nella perdita de' beni, e
nell'esilio, e negli altri infelici avenimenti, ne' quali
sogliamo dolerci. Laonde compiutamente s'esprimerà l'ufficio
del secretario dicendosi, ch'egli sia interprete della
volontà, e conservator de' secreti del principe. E perciò
che l'interprete può esser severo e clemente, meriterà
sempre maggior lode nella clemenza che nella severità:
conciosiacosa che il secretario, per la dimestichezza
ch'egli ha co 'l principe, dee quasi ammollire il rigore
delle leggi, e temperar l'asprezza delle pene: e nel
presentar delle suppliche esser tanto favorevole a gli
amici, che la sua autorità sia quasi rifugio de'
supplichevoli. E questa medesima bontà d'animo dee mostrar
nell'interpretar le lettere che sono scritte al principe: le
quali essendo prese in sinistra parte, potrebbono esser
cagione di liti e d'inimicizie e di male sodisfazioni. E
quantunque s'appertenga al secretario più tosto di eseguir
la volontà del padrone, che di manifestar la sua; nondimeno
molte cose si rimettono nel suo giudicio e nella sua
prudenza: nelle quali egli può usare le parole più
convenevoli a l'amicizia, che suole esser conservata con gli
ufficii fatti nelle sue lettere: onde chi volesse chiamarli
espressioni d'amore, userebbe nome conveniente. Ma le
lettere si scrivono molte fiate ancora per significazione
d'onore: laonde la dimostrazione non dee essere solo
dell'amore, ma dell'onore parimente, il quale dee
manifestarsi nelle parole scritte dal secretario in guisa
che 'l principe, il quale le riceve, ne resti sodisfatto; a'
nostri tempi massimamente, ne' quali tutte le cose son
misurate con l'estimazione e con l'utilità. Laonde le
significazioni fatte per onorare alcuno, o sia eguale o
inferiore, non deono esser simili a le misure degli osti, nè
meno esser grandi ove si compra, e picciole dove si vende.
Se pur i titoli e l'altre parole significative d'onore son
comprate co' servigi e con ufficii, anzi è giudicato scarso
ed ingrato chi le distribuisce avaramente: benchè non possa
esser riputata ingiustizia usar l'antiche misure, le quali
furono usate da' padri e da gli avi; e deono esser note al
secretario, non altramente che l'altre, con le quali si
vende il vino e l'olio e 'l frumento, son conosciute da gli
altri magistrati. Tuttavolta sogliono spesso riformarsi, e
farsene delle nuove, ed annullarsi le vecchie: onde il
secretario dee non solamente esser informato de' titoli
usati nell'antiche istorie, e di quelli che si leggono ne'
privilegi e negli instrumenti e nell'altre scritture
conservate da' principi; ma conoscere anche la natura delle
cose, ed intender la forza de' vocaboli, e la ragion loro, e
la derivazione; come intende il signor Benedetto Manzuolo,
il quale possede tutte le lingue e tutte le scienze: ed egli
stima che tanto vaglia <hi rend='italic'>Altezza</hi> tra' volgari quanto
<hi rend='italic'>Celsitudo</hi> fra' latini; tal ch'essendo a' Principi d'Este
conceduto l'uno di questi titoli, l'altro non si può negare
in modo alcuno: ma da loro è stato preso come ereditario con
gli Stati e con la grandezza nella quale sono succeduti. Ma
perchè sovra molte cose, delle quali suol trattare il
secretario, posson esser fatti i decreti e gli ordini delle
città e de' principi; conviene che 'l secretario sia di
tanto sentimento nelle leggi civili, che basti per
eseguirli; e paragonandosi insieme con la consuetudine, si
può assomigliar la legge scritta a la tirannide, come
assomigliò Dion Crisostomo, e la consuetudine al regno; e se
i Re sono sopra le leggi, essi nondimeno seguono la
consuetudine. Laonde i titoli e gli altri onori, che son
fatti per usanza, dovriano esser usati da' Re medesimi. Il
parer, dunque, de' secretari dee esser tanto preferito a la
sentenza de' giudici, quanto è la consuetudine a le leggi;
perchè alcuna legge non vale nella guerra, anzi tutte
soglion tacere fra lo strepito dell'armi e fra lo spavento
delle bombarde: ma la consuetudine è conservata appresso
ciascuno ancora nelle estreme inimicizie; e le scritte leggi
erano custodite nelle tavole e nelle colonne: ma la
consuetudine si custodisce negli animi nostri. Ed oltre a
ciò, la legge scritta è severa e crudele: ma della
consuetudine niuna cosa è più soave. Onde le leggi sogliono
facilmente dimenticarsi; ma della consuetudine non è
oblivione. Ma perchè non intendiamo di ogni consuetudine, ma
di quella de' buoni, la quale è veramente consuetudine; a
questa il secretario dee aver principal riguardo, senza
entrare in altro riguardamento, se non volesse considerar la
natura delle cose e de' nomi; perchè alcuni d'essi sono in
qualche modo per natura, com'è piaciuto a' Platonici ed a
que' Peripatetici i quali hanno congiunta l'una e l'altra
filosofia. E tra' nomi sì fatti possono annoverarsi gran
parte di que' titoli che soglion darsi a' principi: però,
chi gli biasmasse, presumerebbe contra la natura delle cose
medesime. E se la legge ne' tempi antichi fece così stimar
l'oleastro, e l'appio, e 'l pino, e la corona di verdi
frondi; cose vili in se medesime e di poco prezzo: a' nostri
tempi la legge, la concessione de' principi sovrani, e la
consuetudine ha fatte degne di maggior stima le corone che
son poste sovra l'arme, e l'altre dimostrazioni d'onore; le
quali tutte deono esser note al secretario, ed intesa la
cagione, e l'origine, e 'l modo d'usarle; acciò ch'egli
possa onorar ciascuno secondo il suo merito e la sua
grandezza, avendo considerazione a la volontà del suo
principe; per la quale posson riformarsi gli antichi ordini
e le vecchie consuetudini, s'elle non fossero state ben
introdotte. Ed in vero, in questa parte il principe non può
avere miglior consigliero del secretario che noi formiamo;
il quale dee esser non solamente orator ma filosofo, cioè
conoscitor della natura delle cose e de' nomi. E
particolarmente dee mostrar nella filosofia de' costumi la
sua eccellenza: perciò che, s'a niuna composizione si
conviene esser costumata, si conviene a la lettera, come ci
insegna il Falereo; essendo ella una imagine dell'animo
nostro: e come le pitture di Polignoto meritavano maggior
lode che l'altre perch'imitavano i buon costumi; così quelle
son più laudevoli epistole, che meglio dimostrano la bontà
interiore. È dunque il secretario a guisa di pittore, il
quale adoprando i colori e i lumi delle parole e delle
sentenze, dipinge la forma e i lineamenti dell'animo. Ma
alcuna volta dimostra l'animo suo medesimo, alcuna quello
del principe; però molta diversità dee esser fra l'une e
l'altre: e molto riguardo dee aversi al decoro del padrone;
onde molte cose, le quali son dicevoli co 'l servitore,
sarebbono sconvenevoli al padrone. E perchè a' grandi ed a'
magnanimi si conviene usar poche parole, le lettere de'
principi deono esser scritte brevemente: e tali sono tra'
Greci quelle di Falari, la cui tirannide più tosto fu colpa
della fortuna che difetto della volontà: e fra' Latini,
quelle di Traiano, ottimo imperatore. E ciò dee osservarsi
ancora per un'altra ragione, perchè la brevità conviene a lo
stil grave: ma i principi deono esser gravissimi,
particolarmente scrivendo a soggetti ed a vassalli, a' quali
si commanda: perciò che il commandare si fa con poche
parole; ma il supplicare, a l'incontro, ne ricerca molte.
Onde tutte quelle lettere che dal secretario o da gli altri
si scrivono al principe supplichevolmente, deono esser
lunghe, anzi che non, ma non ecceder la debita lunghezza;
perchè il pensiero de' principi il più delle volte è
impedito, e gli animi da le infinite sollecitudini sono
occupati; talchè breve spazio di tempo posson compartire a
la lezion delle cose. E quelle lettere che si scrivono a'
principi deono esser più tosto piene di concetti che di
parole, acciò ch'in un breve spazio di carta s'appresenti
loro poco da leggere e molto da considerare. E l'altezza
dello stilo è conveniente a questa sorte di lettere, che
sono scritte a' Re ed a le città: ma l'altre, che 'l
secretario scrive in suo nome a gli amici ed a' famigliari,
deono esser scritte in stilo men alto; perchè la forma
dell'epistola, communemente parlando, in quanto appartiene a
l'artificio, è mescolata, come piace a Demetrio, di due
caratteri; del venusto, che si può dir grazioso, e del
tenue, che si direbbe sottile non disconvenevolmente. Talchè
in questa sorte di lettere sono convenevoli le lusinghe con
gli amici, ed i vezzi, e i proverbi, e i giochi, e gli
scherzi; e i leggiadri motti sarebbon convenientissimi, dei
quali il volgar fiorentino è più ricco e più copioso che
alcun altro. Laonde i Fiorentini, o coloro che lungamente
sono vissuti in Fiorenza, sanno mordere e pungere più
graziosamente degli altri, ed unger parimente. Ma il
motteggiare non si fa con tanta grazia nè con tanta vivacità
da i Lombardi o da gli altri che son nati nell'altre parti
d'Italia. Però deono usar più tosto la gravità e l'ornamento
delle parole, nelle quali possono esser non inferiori con
l'esempio non sol di Platone, ma di Demostene e di Marco
Tullio, che usarono alcuna volta le sentenze, l'uso delle
quali nell'epistole è riprovato dal Falereo: perch'egli
stima che 'l parlar sentenzioso sia quasi un parlar per
macchina. E senza dubbio non convengono elle a tutti gli
uomini nè a tutte l'età, nè sempre si deono usare, nè in
tutte le materie; ma rade volte, per accrescer gravità a le
persone per le quali sono usate da gli uomini gravi, o per
far testimonianza, come se ci fosse negata fede: perciò che
disse Marco Tullio, ch'egli stimava ch'ogni detto d'Euripide
fosse un testimonio. Riceve, dunque, l'epistola alcuna volta
le sentenze; ed oltra questo, ha le proprie dimostrazioni:
per esempio delle quali si può addurre quella d'Aristotile,
che meritò nelle epistole grandissima lode, come ch'elle non
siano pervenute nelle nostre mani. Perchè volendo egli
insegnarci, che nell'istesso modo si deono fare i beneficii
a le città grandi ed a le picciole, disse che gl'Iddii erano
eguali. Ma tutte queste cose useremo con gran distinzione
dei tempi e delle materie e delle persone, e con gran
diversità di quel che conviene a ciascheduno. Ma perchè il
secretario non dee esser perfetto in un sol genere, ma in
tutti; non in una sola forma, ma in tutte le forme; dee
scriver le materie piacevoli piacevolmente, e le severe
severamente, mescolando la piacevolezza con la severità;
lusingar gli amici, ed onorare i padroni; avisare i
cittadini, accarezzar i forastieri; e nei motti esser acuto,
negli scherzi accorto, nelle sentenze grave, nelle
dimostrazioni ingegnoso, nei costumi candido, nei movimenti
affettuoso, negli ornamenti magnifico, nei numeri sonoro,
nella composizione delle parole dolce e delicato; schivando
in tutte le cose il soverchio, e particolarmente nelle
clausole, delle quali non conviene far un lungo circuito, nè
rinchiudere le sentenze in un cerchio, non altrimente che
s'egli difendesse la causa davanti al Senato: ma spesso
conviene usare il parlar disciolto, non legando le parole
con le parole, e le sentenze con le sentenze,
particolarmente se scrive a gli amici più domestici. E ben
che Marco Tullio scriva a Pomponio Attico, che ciascuna
epistola gli pareva tanto migliore, quanto era più longa:
nondimeno il suo detto si dee prender più tosto per
argomento di benevolenza e di stima, che per ammaestramento;
e la longhezza, che si loda e si comporta nelle lettere, dee
esser conveniente a lettera e non a libro. Nè le materie
naturali e le questioni dialettiche e sofistiche convengono
a le lettere, nè a quelle particolarmente del secretario che
noi formiamo; il quale scriverà talvolta delle materie
morali, che s'appartengano a l'ufficio che egli esercita per
servigio del padrone, o per sodisfazione degli amici: ed in
tutte si mostrerà dottissimo ed eloquentissimo. Ma perchè
noi formiamo un secretario d'un gran principe, nel quale
tante e sì laudevoli condizioni son necessarie; dobbiamo
aggiungervi l'intelligenza della filosofia civile, e
l'esperienza delle cose di Stato, che sono in continuo
movimento: laonde hanno bisogno di prudenza e di consiglio.
Convien, dunque, che il secretario sia politico, e che abbia
risguardo non solo a' tempi presenti ma a i futuri. Laonde
da una parte conviene ch'egli abbia gran cognizione
dell'istorie; da l'altra, fa mestier ch'egli possa
ragionevolmente discorrere dell'avenire, facendo i
pronostichi del corpo infermo d'alcun regno o d'una
provincia, in quella guisa che fanno i medici degli
ammalati; e misurando le cose antiche con le nove, e le
forastiere con l'italiane, e le irreligiose con le
cattoliche, e le naturali con le maravigliose, e le solite
con le inusitate; e paragonando le republiche co' regni, ed
i regni verso di sè, dee tener dritta la bilancia nel
giudicare, non concedendo ad alcuna parte più che a l'altra.
Ma nell'eseguir dee vestirsi degli affetti del padrone, ed
aver somma fede, grandissima sincerità, immutabil costanza,
infaticabil diligenza, intrepida secretezza; ed i secreti
del padrone talora deono esser scritti da lui con altre
forme di lettere e con altri caratteri che non son gli
ordinari: e questi son detti cifre; a i quali più
secretamente si commettono le cose occulte, che già non se
ne faceva a la scitala degli Spartani. Ma niuna sicurezza
maggiore è di quella, che porta seco la fede e l'animo del
secretario. Laonde quello ch'è trattato da lui, io stimo
eccellentissimo negozio; del quale fra' Greci furono scritti
due libri, come si legge in Ateneo. Nè so quel che in lor
fosse particolarmente contenuto, perchè non è scritto in
quell'autore: ma se noi vogliamo raccoglier tutti quelli nei
quali può impiegarsi la prudenza dell'uomo civile o del
cortigiano, preporremo a tutti gli altri i negozii trattati
dal secretario e da l'ambasciatore: laonde io in due libri
ho trattato degli uni e degli altri. Eccellentissimo
nondimeno è quello del secretario, e nel secondo luogo è
quello dell'ambasciatore, il quale da lui in alcun modo ha
dipendenza. E se è vero quello che si legge in Simplicio,
che l'ordine conviene egualmente al primo ed al secondo,
benchè il secretario sia primo e più vicino al principe;
nondimeno l'uno e l'altro dipende dal principe parimente. Ma
l'ambasciatore prende l'instruzioni dal secretario, le quali
sono quasi leggi dell'ambasciatore formate e scritte dal
secretario con la volontà del principe. Donque il secretario
è tanto più degno dell'ambasciatore, quanto è il legislatore
di colui ch'osserva le leggi, e del giudice a cui si
conviene d'interpretarle. Ma l'ambasciatore può nondimeno
interpretar la commissione, s'ella non gli fosse stata
dichiarata, ed è signore de' tempi e delle occasioni, come
pare a Demostene; perciò che elle sono infinite, nè possono
esser determinate da colui che fa l'instruzione: e chi
privasse l'ambasciatore di questa autorità, gli torrebbe
quello che è proprio dell'ufficio suo. Per questa cagione
deono esser amici il secretario e l'ambasciatore, e quasi
conspirare al servigio del principe: e se nascesse qualche
emulazione, dee esser per servigio del principe, perciò che
altramente la virtù dell'uno sarebbe più lucente per lo
difetto dell'altro. Ma s'ambeduo cercano a prova
d'illustrarsi con la splendida azione, di niuna cosa più si
terranno onorati, che della benevolenza de' padroni: avegna
che nella Corte son proposti due premii a la fedel servitù;
l'uno è la grazia de' signori, l'altro e l'onore: e questi
sono in guisa congiunti, come il raggio con la luce, e co 'l
pensier a pena possono esser separati. Ma gli onori
dell'ambasciatore risplendono negli occhi degli uomini, e
quelli del secretario spesse volte sono occulti come i
secreti: tuttavolta le scritte lettere sogliono alcuna fiata
restar quasi eterni simulacri della fedel servitù; come
rimasero quelle di molti scrittori famosi in questa lingua.
E perch'elle rimangono fra tutte l'altre operazioni del
secretario, è ragionevole che se ne favelli in questa ultima
parte del nostro Trattato. Diciamo, donque, che la lettera è
quasi un dono; laonde coloro a i quali scrivono i principi,
sono quasi vicini al dono: ma i doni sogliono esser
adornati; però conviene adornar parimente le lettere. Nè
senza ragione stimava Demetrio, che la lettera dovesse esser
polita con maggior diligenza che il dialogo. Imperò che 'l
dialogo imita colui che parla a l'improviso: ma la lettera
si scrive con studio e con diligenza. E quantunque la
ragione sia vera, nondimeno il nostro secretario a le volte
è constretto di scrivere frettolosamente; ed a l'incontro
nel dialogo alcuna volta si imita persona che ragioni dopo
longa considerazione; sì come Marco Crasso in quelli
dell'Oratore: ed essendo da persona introdotta a parlar
eloquentissimamente, pare che ricercasse il stil più ornato
che l'epistola. Donque non dee il dialogo cedere a
l'epistola senza contesa, se fra' Latini è degna di
considerazione l'autorità di Marco Tullio, e fra' Greci
quella di Platone. Ed io in vero non saprei quale elegger
più tosto fra l'opinione dell'Alvonio, che mette l'epistola
nell'ordine inferiore, o quella del Vittorio, che la pone
nel superiore. Ma se nell'ordine superiore deono esser
riposte le contemplazioni, è superiore senza dubbio il
dialogo; e se l'azioni publiche o private, l'epistola, nella
quale son descritte. È donque l'epistola o la lettera, che
vogliam dirla, l'imagine della prudenza del secretario, e
della dignità del principe, la quale solo rimane a' posteri.
Ma perciò che il fine de' secretari non è la gloria, come
quel del dialettico, ma la grazia dei padroni, molte fiate
sono rimase occulte quelle nelle quali si mostrava maggior
eccellenza e maggior accorgimento; le quali per servigio dei
principi furono scritte e furono divulgate.</p></div1>
<div1><head>Trattato secondo</head>
<opener><salute>Al signor Antonio Costantini.</salute></opener>
<p>Mi rallegro e mi doglio per diverse cagioni, ch'il mio
Secretario vi paia in guisa breve, che vi muova a desiderar
nuovo discorso in questa materia. Mi rallegro, perch'è
verisimile che molte cose piacciano in quell'opere nelle
quali dispiace la brevità; mi doglio poi, perchè non sono
perfette quelle a le quali mancano alcune o molte delle
parti necessarie: e tale è peraventura questa mia al
giudicio di molti; non dirò al vostro, avegna che non
severità di giudicio, ma affezion d'animo sia stata cagione
in voi di questo desiderio; parendovi che ciascuno de' miei
componimenti tanto sia migliore, quanto è più lungo: e se
portate questa opinione, non sarebbe stato troppo malagevole
accrescer il primo libro, ch'io ho fatto, del Secretario;
perciò che nell'accrescimento non sempre s'aggiungano alcune
parti necessariamente ricercate, ma se ne prendano alcune
altre quasi straniere, più tosto per ornamento delle cose
dette, che per dimostrazione; là dove il far nuovo trattato
in questo soggetto porta seco maggior malagevolezza, perchè
o convien dir le cose medesime, o diverse. Se le medesime si
dicono, paiono alcuna volta soverchie, quantunque in altro
modo e con altre parole sian dette; come disse Marco Tullio:
se diverse, nasce alcuna suspicione, che lo autore non sia
costante nell'opinione, ma contradica a se stesso; come pare
che faccia Aristotile nell'opere varie che scrisse de'
Costumi o della Retorica. Anzi l'uno o l'altro di questi
errori potrebbono esser notati in Aristotile da gli
invidiosi della sua dottrina, o da poco intendenti. Imperò
che alcune cose da lui sono replicate, in altre par diverso
da se medesimo; e dovendo io schivar l'una e l'altra di
queste sconvenevolezze, o pur di queste suspicioni, mi
veggio imposto un gravissimo peso d'obligazione. Ma la
vostra da me conosciuta cortesia ed affezione può in modo
alleggerirlo, ch'io non senta la fatica, benchè conosca il
pericolo di cadervi sotto. Sarò, dunque, tanto più breve,
quanto mi conviene l'esser più cauto; acciò ch'io abbia in
parte almeno sodisfatto al vostro desiderio, e corrisposto a
l'opinione. Ma dovendo io di nuovo discorrer dell'ufficio
del secretario, non adoprerò alcuna nuova dottrina, nè
alcuna non più intesa opinione condurrò in campo; ma
deriverò questo quasi rivo o ruscello da' medesimi fonti,
da' quali il primo è derivato, non riprovando alcune delle
cose ch'in lui furono scritte, ma confermandole, e le
contrarie escludendo e quasi discacciando. Imperò che assai
bene fu da me diffinito il secretario, interprete della
volontà, e scrittore di cose secrete. Ma la prima parte di
questa diffinizione non conviene tanto a l'epistola, come
parve a coloro che la diffinirono interprete dell'animo;
avegna ch'ella sia interpretazione, non interprete,
propriamente parlando, come dee parlar chi diffinisce. Bene
ancora furono diffinite l'epistole o lettere, come diciamo:
espressione d'onore e d'amore; o vero, imagine dell'animo. E
quantunque le diffinizioni, come insegna Aristotile, non si
possino dimostrare nè per la divisione nè per la diffinizion
del contrario, nè forse in altro modo, s'elle non si
dimostrano per la cagione (il quale, come parve ad alcuni, è
logico anzi che no); tuttavia in questa medesima maniera non
sarebbe malagevole dimostrarle; perchè il fin del secretario
non è altro, che interpretar l'animo e significar i concetti
del padrone; ed egli medesimo è quello che l'interpreta e
significa; non l'epistola, ch'è l'interpretazione o
significazione, come detto abbiamo. Similmente, il fine per
lo quale sono scritte l'epistole, altro non è che
l'espressione dell'onore o della benevolenza; però in questa
guisa sono assai bene diffinite; e si potrebbe ciò confermar
con l'autorità di Demetrio Falereo e di Basilio Magno; il
quale scrivendo a Gregorio Teologo, mostra d'aver
riconosciuta la sua epistola, in quel modo ch'i figliuoli si
conoscono da l'imagine del padre. Convenevolmente fu
espresso ancora da me l'ufficio e 'l fine del secretario
quando io scrissi, che l'uno era di servire il padrone con
acconcio modo, e di persuaderlo non tanto con le parole,
quanto con la secretezza e con la fede; e l'altro era la
grazia di esso padrone. E quantunque alcuni scrittori latini
vogliano che sian due fini: l'uno esterno, il quale non è in
nostro potere; l'altro interno, che è l'istesso con
l'ufficio: nondimeno lasciando questi da parte, fra' quali è
il Nifo nella Retorica; posso con Alessandro Afrodiseo
affermare assai securamente, che non siano proposti i fini a
l'arti conietturali, ed a l'altre arti nel modo istesso. Ma
s'alcuna arte è nel secretario, quella è tutta fondata su le
conietture, o su' discorsi di cose possibili, che vogliam
dirli. Perciò che le cose delle quali scrive il secretario,
non sono l'eterne nè le certe nè le sostanziali, delle quali
si possa dar alcuna certa dimostrazione; ma son quelle che
possono essere e non essere, avenire e non avenire: la cui
natura, come parve ad Alcinoo, è posta in mezzo tra 'l vero
e 'l falso. Laonde ora più a l'una delle parti s'avicina,
ora più s'inchina a l'altra. Ma 'l giudicio del secretario
consiste in discernere a quale più s'appressi. E tutte le
ragioni ch'egli può addurre o scrivendo o ragionando, sono
probabili, e non apportano alcuna necessità. L'arte, dunque,
del secretario, se pur gli vogliamo concedere alcuno
artificio, è molto simile a quella dell'oratore: però quegli
ammaestramenti medesimi che si danno per l'orazioni, possono
servir per le epistole, quantunque se ne possan dare alcuni
proprii, gran parte de' quali io diedi nell'altro mio
Trattato, e si posson legger in Demetrio Falereo. Non sono
però i generi dell'orazioni e dell'epistole i medesimi, come
non è affatto l'istesso l'oratore e 'l secretario: ma
l'oratore parla a' presenti, il secretario scrive a'
lontani: però certissimo è quel genere dell'epistole nel
quale si danno avisi a gli amici e si fanno (per così dire)
certi di quel ch'aviene. E quinci, se non m'inganno, è nata
la diversità de' generi fra gli uni e fra gli altri. Onde io
non posso in modo alcuno lodar coloro i quali fanno i generi
medesimi quelli dell'epistole e dell'orazione. Oltre a ciò,
l'orator regna ne' giudicii, come si vede ancora a' nostri
tempi in Vinezia; ma l'azione del secretario è lontanissima
da gli strepiti del palazzo e da le contese de' litiganti.
Si vede nondimeno qualche somiglianza dell'accusa e della
difesa nelle lettere ancora del secretario; e del persuader
e dissuader, consigliando più espressamente, e del biasimo
ancora e della laude. Ma non sono nelle lettere del
secretario così distinte le parti, o polite con tanto
ornamento, con quanto son quelle dell'oratore: però mi piace
più tosto seguir la divisione fatta da Cicerone, non
sottilissimamente, ma in quella guisa che più si conveniva:
la quale è di tre generi, e ciascun di essi può ricever
nuova divisione. Libanio Sofista ne annoverò sino ad
ottanta, altri sino a quaranta, altri sino ad altro numero.
Ma questa minutissima divisione si dee credere che possa
esser fatta con qualche contemplazione degna di laude;
nondimeno ella non è molto utile al nostro secretario nello
scriver lettere: perch'egli non dimora fra le scuole de'
retori o de' sofisti, ma ne' palazzi o nelle Corti de'
principi; nè vive nella contemplazione, ma nell'azione. E
quantunque l'azione, come stimò Plotino, sia una certa
contemplazione; tuttavolta nel contemplar del secretario si
vede, che non è ricercata tanta sottigliezza quanta nella
speculazione de' filosofi o degli altri uomini speculativi;
ma si desidera maggior pompa, maggior grandezza e maggior
magnificenza nello scrivere e nel parlare. Però io rimossi
alcuna volta que' termini che sono fra l'oratore e 'l
secretario, acciò che l'uno potesse, richiedendolo
l'occasione, passar nelle possessioni dell'altro. E se da
altri non fossero dati infiniti ammaestramenti dell'arte
oratoria, sarebbe forse a me necessario scrivere più
lungamente dell'artificio dello scriver lettere. Ma i
precetti proprii di questa arte son pochi, e si possono
ristringere in pochi fogli: gli altri sono communi con
l'arte oratoria, da la quale possono esser derivati. Io vi
mostro i fonti, a i quali possiate trarvi la sete; e fonti
perpetui, fonti abbondantissimi, fonti chiarissimi; e sono
altrettanto copiosi la state quanto il verno, ed altrettanto
l'autunno quanto la primavera. Tutto ciò che scrive
Aristotile dell'entimema e dell'esempio, che sono gli
argomenti dell'oratore, tutto può servire al secretario, che
non usa altre dimostrazioni; e tutto quello che Aristotile
scrive de' luoghi da' quali si cavano gli argomenti, dee
esser letto ed inteso da lui parimente; e quello che scrive
dei costumi e degli affetti similmente; acciò che sappia il
secretario non solamente argomentare, ma fare la sua lettera
costumata ed affettuosa, ove si richiede. Gli ornamenti
ancora del parlare e i lumi e i colori delle sentenze e
dell'elocuzioni ci sono mostrati da Aristotile e da Demetrio
bastevolmente: e da loro impariamo ad usare il parlar legato
o disciolto, i periodi, gli incisi, i membri, le metafore,
l'imagini, le comparazioni, gli antiteti o contraposti, la
mutazione de' casi, la antipallage, la dissoluzione e 'l suo
contrario, la replicazione, il concorso delle vocali,
l'allegoria, la reticenza e l'epifonema, o quella elocuzione
che porta ornamento, e la iperbole, e la prosopopea, e
l'ascensione, che è quasi un salir per gradi, ed alcune
altre figure che possono far bella ed ornata la orazione e
la epistola. E se ad alcuno paresse che in questa parte
fossino stati scarsi, può legger Ermogene, può legger
Cicerone, può legger l'Autore ad Erennio, può legger
Quintiliano, i quali ne trattano copiosissimamente. Ma come
abbiam detto, la lettera non è orazione: però dee il
secretario o lasciare alcuni di questi ornamenti, o usarli
più scarsamente che non fa l'oratore: perchè quello che è
bastevole nell'orazione, sarebbe soverchio nella lettera,
nella quale è molto lodata la purità, il candor, la
facilità, e la chiarezza e la piacevolezza del parlare; ed a
questo fine par che siano drizzati gli ammaestramenti del
Falereo. Perciò che egli vuole che lo stile nelle epistole
sia mescolato di due caratteri, cioè del sottile e del
grazioso: ma forse egli, quando queste cose insegnava, non
ebbe riguardo a tutte l'epistole, ma a le famigliari
solamente; oltre le quali è una altra sorte di lettere
scritte a' re, a' gran principi ed a le città, nelle quali,
a giudicio di Demetrio, ancora non sarebbe sconvenevole la
magnificenza del parlare. Possono, dunque, esser mescolati
questi altri due caratteri, io dico il magnifico e 'l
veemente, in questa altra maniera di lettere che si scrivono
a gli Imperatori e gli Augusti, ed a' Principi ed a le
Republiche, come già Cicerone mescolò, e particolarmente in
quella epistola ch'egli scrisse ad Ottaviano dopo l'occupata
signoria. Abbiasi nondimeno sempre risguardo non solo a chi
si scrive le lettere, o a chi le riceve, ma a l'istessa
natura dell'epistola; perciò che non dee mai alcuna lettera
tanto esser inalzata, o tanto aggrandita, o con tanta pompa,
con tanti colori e con tanti ornamenti, quanti ne sono
adoprati nelle orazioni. Laonde Demetrio attribuì a
l'epistole que' caratteri che paiono loro più convenirsi. Ma
benchè l'ufficio del secretario principalmente sia di
scriver lettere, nondimeno di molte cose egli suol trattar
ragionando co' padroni e con gli amici. Laonde egli non dee
esser in tutto privo di quella eloquenza che si dimostra con
l'azione, e nella pronunzia: e s'egli non ne fosse da la
natura fornito bastevolmente, dee con l'arte vincer la
natura, come fece Demostene: il che sarà molto più agevole
al secretario; perchè l'azione dee esser più temperata e la
voce più sommessa; laonde picciola parte di questa eloquenza
può soperchiare al secretario, non solo bastarli. E
quantunque sia ricercata ancora in lui grandissima memoria e
cognizione di molte lingue, nondimeno s'in queste condizioni
non fosse simile a Mitridate o a Temistocle o a Simonide,
non gli mancherà molto a la perfezione, benchè molto gli
manchi a l'apparenza. Parlo de' secretari de' principi
italiani o francesi, perchè i secretari di que' grandissimi
re i quali commandano a molte nazioni, hanno bisogno maggior
della moltitudine e della varietà delle lingue; ed a pena
ch'io stimi verisimile, che senza molte di loro potesse
insieme sodisfare a' principi ed a' soggetti. Ma le molte
lingue non si possono apprender senza molta memoria; della
quale alcuni insegnano l'artificio, il quale è quello di
conservar l'imagini e di riporle ne' luoghi loro; artificio
particolarmente insegnatoci da l'Autore ad Erennio e
d'alcuni altri: però che Aristotile accenna come da'
contrarii e da' simili possiamo venire in cognizione de'
simili e de' contrarii: e questa è azione della mente, non
solo passione: e peraventura è qualche parte vero quello che
dice Porfirio, che la memoria non sia conservazion
dell'imagini, ***: ma le proposizioni, è un produrre in atto 
quelle cose che l'animo già avea pensato di cavar fuori. 
Laonde se fosse ciò vero, non avrebbe il nostro secretario 
necessità di formar sempre e di guastare le imagini e di 
riformar le nuove, per riempiere i luoghi vacui; nè sarebbe 
più intento in questa occupazione, che nella contemplazione 
dell'idee, che sono esemplari dell'imagini. Ma nè l'una nè 
l'altra si richiede al perfetto secretario; se pur il nostro 
è perfetto: perch'egli s'impiega nell'azione, la quale è un 
caso della contemplazione, ma non però sì grande, che non possa
risorgere e spesso inalzarsi il pensiero a le cose più
sublimi, le quali non si guastano nè si rinnovano, ma sono
sempre le medesime, sempre immortali, sempre eterne.
Lascierem, dunque, da parte questo artificio, o
esercitazione, o occupazione, ch'ella sia, della memoria: o
pur concedendola a l'uomo ozioso (poichè Aristotile non la
riprova), torremo questa soverchia fatica al secretario, il
quale co 'l dispor ed ordinar i concetti nell'animo e di
fuor le scritture, potrà agevolmente conservarsi, ed
accrescer la memoria naturale. Ma oltre tutte le operazioni,
sono al secretario necessarie quelle del giudizio e della
prudenza; e sono convenevoli e proprie della sua professione
e della sua nobiltà. Onde, bench'egli fosse eloquentissimo,
dee schivar la soverchia pompa e 'l soverchio studio del
parlare; perchè così al gentiluomo di Corte, come a l'uomo
civile non conviene quella eloquenza piena d'ambizione e di
fasto, che suol muover gran maraviglia ne' teatri o nella
scena; nè quella ancora è gran fatto conveniente, nella
quale al lume di lucerna si pone troppo studio negli
argomenti. Ma tra l'una e tra l'altra dee esser temperata e
grave ed ornata convenevolmente, e tale dee esser
l'operazione del secretario, quale abbiamo figurata
l'eloquenza; perch'a lui non si conviene solamente il
parlare o lo scrivere, ma l'operare. E l'operazione sua non
è men degna di quella dell'ambasciatore, benchè sia più
lontano al suo principe, ma più cara; ricercando l'ufficio
di lui, ch'egli non s'allontani da la presenza del principe,
nè perda alcuna occasione del suo servizio, o del
conservarsi, e d'accrescer la sua grazia. E perchè
l'occasione è un fior del tempo nelle cose che deono esser
trattate, si conviene al secretario con prudenza sceglier
l'occasioni, prendendo le buone e rifiutando l'altre, come
si sceglie fior da fiore. Conosca ancora il nostro
secretario l'opportunità, se pur non è la medesima: perchè
conoscerà quel tempo nel quale ciascuna cosa è disposta a
fare ed a patire: avegna che, secondo le varie disposizioni
de' principi, i negozi più facilmente e più difficilmente si
sogliano spedire; e molte grazie si concedano in un tempo,
che nell'altro son negate. L'occasion, dunque, e
l'opportunità principalmente regnano nelle Corti, e possono
aprir la strada a tutti gli onori ed a tutte le grazie.
Laonde il secretario non solamente dee conoscerle quando
s'appresentano, ma antivederle molto prima, e servirsene per
riputazione e per utile del suo principe più che per sua
propria utilità. Non dee ancora il secretario esser
negligente in osservar i moti della fortuna; perciò ch'ella,
come scrive Speusippo, è un movimento da l'occulto
nell'occulto: laonde, quanto le cagioni ed i principii della
sua mutazione sono più celati, tanto maggior prudenza è
necessaria in prevederli. E quantunque possa parere ad
alcuno, che tutte queste cose sian più necessarie a l'uomo
di Stato ch'al secretario; nondimeno il secretario, che noi
formiamo, non è semplice esecutore dell'altrui volontà e
degli altrui commandamenti, che meriti d'esser impiegato
negli ufficii servili o nelle fatiche del corpo; ma un
gentiluomo a la cui fede ed al cui sapere si possono
confidare gli Stati e la vita e l'onor del principe: però
niuna esquisita cognizione si richiede nell'uomo di Stato,
ch'in lui non si ricerchi parimente. E dovendo egli saper le
guerre, le sedizioni, le discordie, le vittorie, gli
acquisti e le perdite delle provincie e de' regni e degli
eserciti, le paci, le tregue, i parentadi, i nascimenti, le
morti de' grandi, e l'esaltazioni e le depressioni degli
uomini famosi, ed in somma tutti gli avenimenti e tutti gli
accidenti del mondo, di tutti possa discorrere co 'l
principe, e scrivere ancora, se da lui gli sarà commandato:
nè gli dee mostrar (posto ch'egli potesse) il vero in
iscambio del falso, o 'l falso in iscambio del vero, come
fanno gli specchi, ne' quali le parti destre paiono
sinistre, e le sinistre destre; anzi nelle sue parole e
negli scritti dee a gli occhi del principe rilucere la
verità, ed a quegli degli altri la fede: acciò che
intieramente adempia le due parti, e quasi officii, i quali
si fanno co 'l dire al principe la sua opinione, e con
l'eseguire i commandamenti. E perchè voi al secondo sete già
attissimo per ingegno, per lettere, per diligenza, per
secretezza, per accortezza, e per bella e gentil maniera di
scrivere e di ragionare; al primo aspirate
ragionevolissimamente, e nulla vi manca se non l'età, e
quelle cose ch'a pena con la maturità degli anni si possono
acquistare. E niuno impedimento dee ritenervi da l'andare
avanti per quella strada la quale avete cominciata. E perchè
due ancora sono i modi d'entrar nelle Corti: l'uno più
spedito e più breve, usato da coloro i quali possono
pervenire senza altro mezzo a la grazia de' padroni; l'altro
più facile e più sicuro, d'appoggiarsi a' ministri ed a'
gentiluomini principali, i quali possono aprir ed agevolar
la via a la servitù ed a la benevolenza de' principi; la
fortuna ha maggior parte, dove l'ha minore l'industria. Ma
coloro ch'essendo nuovi nella Corte, sono privi di tutti gli
altri appoggi, ed ascendono da se medesimi, di leggieri
possono cadere o esser gittati a terra; però deono schivar
ogni superbia ed ogni soverchio ardire, essendo la caduta
tanto più vergognosa, quanto è da luogo più riguardevole: sì
come quelli che sono stati sostenuti da l'altrui autorità,
quasi edera dal tronco, lasciano biasmevole esempio
d'ingratitudine, cercando di opprimere chi gli sosteneva,
quantunque potessero farlo agevolmente: nè so qual sia più
vergognoso, o quel precipizio, o questa esaltazione. Tutti
gli esempi dunque di vera lode, Signor mio, dovete proporvi,
perch'a tutti potete facilmente assomigliarvi.</p></div1></body></text></TEI.2>

