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      <title>Il mondo creato</title>
      <author>Torquato Tasso</author>
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    <extent>412 Kb in UTF-8</extent>
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      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
      <pubPlace>Roma</pubPlace>
      <date>2007</date>
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              personale o scientifico. Ogni uso commerciale è vietato</p>
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      <title>Collezione BibIt</title>
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        <title>Tutte le opere</title>
        <author>Tasso, Torquato</author>
        <editor id="ed">Quondam, Amedeo</editor>
        <publisher>Lexis Progetti Editoriali</publisher>
        <pubPlace>Roma</pubPlace>
        <date>1997</date>
        <note>L'edizione elettronica fa riferimento al testo Opere, IV, a cura di B. Maier, Milano, Rizzoli 1964.</note>
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                    <p>Tutti i materiali paratestuali della fonte cartacea non riconducibili alla
                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
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                  </samplingDecl>
                  <editorialDecl>
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                      <p>Livello medio: controllo a video con collazione con edizione di
                      riferimento</p>
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                      <p>I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea
                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
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                      <p>I trattini di sillabazione a fine riga sono stati soppressi e le parole
                        ricomposte</p>
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<text>
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<div1><head>1° Giorno</head>
<lg>
<l>Padre del cielo, e tu del Padre eterno</l>
<l>eterno Figlio, e non creata prole,</l>
<l>de l'immutabil mente unico parto,</l>
<l>divina imago, al tuo divino essempio</l>
<l>eguale, e lume pur di lume ardente;</l>
<l>e tu, che d'ambo spiri e d'ambo splendi,</l>
<l>o di gemina luce acceso Spirto,</l>
<l>che sei pur sacro lume e sacra fiamma,</l>
<l>quasi lucido rivo in chiaro fonte,</l>
<l>e vera imago ancor di vera imago,</l>
<l>in cui se stesso il primo essempio agguaglia</l>
<l>(se dir conviensi), e triplicato Sole,</l>
<l>che l'alme accendi e i puri ingegni illustri;</l>
<l>santo don, santo messo e santo nodo,</l>
<l>che tre sante Persone in un congiungi,</l>
<l>Dio non solingo, in cui s'aduna il tutto,</l>
<l>che 'n varie parti poi si scema e sparge;</l>
<l>termine d'infinito alto consiglio</l>
<l>e de l'ordine suo divino Amore;</l>
<l>tu dal Padre e dal Figlio in me discendi,</l>
<l>e nel mio core alberga, e quinci e quindi</l>
<l>porta le grazie, e inspira i sensi e i carmi,</l>
<l>perch'io canti quel primo alto lavoro,</l>
<l>ch'è da voi fatto, e fuor di voi risplende</l>
<l>maraviglioso, e 'l magistero adorno</l>
<l>di questo allor da voi creato mondo,</l>
<l>in sei giorni distinto. O tu l'insegni,</l>
<l>che 'n un sol punto chiudi i spazi e 'l corso,</l>
<l>che per oblique vie sempre rotando</l>
<l>con mille giri fa veloce il tempo.</l>
<l>Piacciati ancor che del tuo foco a l'aura</l>
<l>canti il settimo dì, soave e dolce</l>
<l>riposo eterno, in cui prometti e rendi</l>
<l>non pur sedi lucenti, e gioia e festa;</l>
<l>ma di breve, terrena, incerta guerra</l>
<l>alfin certe là sù corone e palme,</l>
<l>e trionfo celeste. O pure intanto</l>
<l>questa quiete, in cui m'attempo e piango</l>
<l>(se quiete è qua giù fra 'l pianto e l'ira),</l>
<l>somigli quella, a cui n'invita e chiama</l>
<l>d'infallibil promessa alta speranza,</l>
<l>ch'al suon d'eterna gloria il cor lusinga.</l>
<l>Tu le cagioni a me del novo mondo</l>
<l>rammenta omai, prima cagione eterna</l>
<l>de le cose create inanzi al giro</l>
<l>de' secoli volubili e correnti.</l>
<l>E qual pria mosse te, cui nulla move,</l>
<l>motor superno, a la mirabil opra,</l>
<l>già novissima, esterna, omai vetusta,</l>
<l>che tutto aduna e tutto accoglie in grembo,</l>
<l>e serba ancor le prime antiche leggi,</l>
<l>mentre risplende pur di luce e d'oro,</l>
<l>e di vari colori e varie forme</l>
<l>mirabilmente figurata a' sensi.</l>
<l>Dimmi qual opra allora o qual riposo</l>
<l>fosse nella divina e sacra mente</l>
<l>in quel d'eternità felice stato.</l>
<l>E 'n qual ignota parte e 'n qual Idea</l>
<l>era l'essempio tuo, celeste fabro,</l>
<l>quando facesti a te la reggia e 'l tempio.</l>
<l>Tu, che 'l sai, tu 'l rivela; e chiare e conte,</l>
<l>Signor, per me fa l'opre, i modi e l'arti.</l>
<l>Signor, tu sei la mano, io son la cetra,</l>
<l>la qual, mossa da te, con dolci tempre</l>
<l>di soave armonia risuona, e molce</l>
<l>d'adamantino smalto i duri affetti.</l>
<l>Signor, tu sei lo spirto, io roca tromba</l>
<l>son per me stesso a la tua gloria, e langue,</l>
<l>se non m'inspiri tu, la voce e 'l suono.</l>
<l>Tu le tue maraviglie in me rimbomba,</l>
<l>Signore, e fia tua grazia il novo canto:</l>
<l>perchè non pur s'ascolti in riva al Tebro,</l>
<l>al bel Sebeto, a l'Arno, al re dei fiumi,</l>
<l>al Mincio, al Brembo, al Ren gelato, a l'Istro,</l>
<l>ma dove il Nilo i suoi vicini assorda;</l>
<l>e quei, che fa più sordi errore e colpa,</l>
<l>desta per tempo o tardi a' sacri accenti.</l></lg>
<lg>
<l>Pria che facesse Dio la terra e 'l cielo,</l>
<l>non eran molti dei, nè molti regi</l>
<l>discordi al fabricar del novo mondo.</l>
<l>Nè solitario in un silenzio eterno</l>
<l>in tenebre viveasi il sommo Padre,</l>
<l>ma col suo Figlio e col divin suo Spirto</l>
<l>in se medesmo avea la sede e 'l regno,</l>
<l>de' suoi pensati mondi alto monarca:</l>
<l>perch'opra fu il pensier divina, interna.</l>
<l>Nè d'uopo a lui facean le schiere e l'armi,</l>
<l>nè teatro a la gloria, in cui risplende</l>
<l>solo a se stesso, e parte altrui s'involve.</l>
<l>Ma narrar non si può, nè 'n spazio angusto</l>
<l>cape de l'intelletto umano e tardo,</l>
<l>come 'n se stesso e di se stesso il verbo</l>
<l>generasse ab eterno; e 'l sacro modo</l>
<l>di sua progenie; e l'inefabil parto</l>
<l>del suo Figliuol, che in maestà sublime</l>
<l>a se medesmo adegua assiso a destra.</l>
<l>Taccia l'antica omai Grecia bugiarda</l>
<l>la progenie di Celo e di Saturno,</l>
<l>e de' cacciati dei le tronche parti;</l>
<l>e i Giganti e i Titani al fondo avinti</l>
<l>de la tartarea e tenebrosa notte;</l>
<l>e gli usurpati seggi, e 'l figlio ingiusto</l>
<l>contaminato dal paterno oltraggio;</l>
<l>e quella, che dal capo ei fuor produsse,</l>
<l>dea favolosa, con lo scudo e l'asta;</l>
<l>e con Osiri e co 'l latrante Anubi</l>
<l>taccia i suoi mostri il tenebroso Egitto,</l>
<l>che d'antiche menzogne il vero adombra.</l>
<l>O, se n'è degno, il chiaro suono ascolti</l>
<l>di lei, ch'uscio dalla divina bocca</l>
<l>de l'altissimo Padre inanzi al tempo</l>
<l>de le cose create; e seco alberga</l>
<l>d'antica eternità gli eccelsi monti:</l>
<l>primogenita sua ne l'alta luce,</l>
<l>a cui la mente umana aspira indarno.</l></lg>
<lg>
<l>Questa, nata di lui, figliola eterna</l>
<l>sempre fu seco; e 'l raggirar de' lustri</l>
<l>non l'è vicino o 'l variar de gli anni.</l>
<l>E non erano ancor gli oscuri abissi,</l>
<l>nè rotto avean la terra i primi fonti,</l>
<l>quando fu conceputa, e l'erto giogo</l>
<l>non alzavano ancor Pirene ed Alpe,</l>
<l>Ossa, Pelio ed Olimpo e 'l duro Atlante,</l>
<l>o gli altri monti, o da l'aperto fianco</l>
<l>non correano ondeggiando al mare i fiumi</l>
<l>da le quattro del mondo avverse parti,</l>
<l>quando lei partoriva il sommo Padre.</l>
<l>Seco era allor ch'ai ciechi abissi intorno</l>
<l>egli facea l'oscuro cerchio e 'l vallo.</l>
<l>Seco era allor che 'n ciel le stelle affisse,</l>
<l>e l'acque sue, librando, appese in alto.</l>
<l>Seco era allor ch'a l'ocean profondo</l>
<l>termine pose, e diè sue leggi a l'onde;</l>
<l>e quando ei collocò de l'ampia terra</l>
<l>i fondamenti, era pur seco a l'opre.</l>
<l>Seco 'l tutto formò di giorno in giorno</l>
<l>quasi scherzando, e fu l'oprar diletto.</l>
<l>Ma questo fatto avea l'aurato albergo</l>
<l>di chiare stelle, e d'oro adorno e sparso,</l>
<l>a la creata sapienza, e 'n parte</l>
<l>lei de l'eternità felice e lieta.</l>
<l>Ma quello albergo in disusate tempre</l>
<l>per sua natura si trasmuta e cangia;</l>
<l>e nel suo variar già quasi algente</l>
<l>pur diverrebbe ottenebrata in parte,</l>
<l>e qual caduca e ruinosa mole</l>
<l>vacillar già potria: però s'appressa,</l>
<l>e giunge a lui, che gli è sostegno, e 'l folce,</l>
<l>e tutto del suo amor l'illustra e 'nfiamma,</l>
<l>tal che non si dissolve, e non paventa</l>
<l>morte o ruina mai, nè caso o crollo</l>
<l>per vicenda di tempo o per rivolta,</l>
<l>benchè pur d'Ission la ruota, e 'l pondo</l>
<l>del Mauritano stanco altri racconti.</l>
<l>Ma in lui s'acqueta, e 'n contemplar s'eterna</l>
<l>la celeste magion, che 'n sè n'accoglie,</l>
<l>e quella dal principio a Dio presente,</l>
<l>pria ch'ei facesse il suo lavoro adorno,</l>
<l>seco era nel principio, allor che ei volle</l>
<l>formar co' detti le mirabili opre.</l></lg>
<lg>
<l>È buono Iddio, tranquillo e chiaro fonte,</l>
<l>anzi mar di bontà profondo e largo,</l>
<l>che per invidia non si scema o turba.</l>
<l>Ma quel, ch'è buono e 'n sè perfetto a pieno,</l>
<l>la sua bontate altrui comparte e versa.</l>
<l>Dunque ei, di sua bontà fecondo e colmo,</l>
<l>la sparse, quasi un mar, che l'onde sparge;</l>
<l>la spiegò come un sol che spiega i raggi,</l>
<l>e volere e natura in un congiunse.</l>
<l>E quinci fur quasi germogli o parti</l>
<l>le cose poi create, in cui si scorge</l>
<l>più e men chiaramente, e da l'eccelse</l>
<l>in fin a l'ime ancor riluce e splende.</l>
<l>E 'n tutte il creatore alto vestigio</l>
<l>di lei c'impresse, e figurolle a dentro.</l>
<l>Ma della sua bontà la vera imago</l>
<l>in altre appare, e con sembianza illustre</l>
<l>son degne d'inalzare al ciel la fronte,</l>
<l>di sua divinità parte mostrando.</l>
<l>Anzi non è sì vil di pregio, o 'n vista,</l>
<l>cosa fra le create; o sì lontana</l>
<l>da le pure del ciel lucenti forme</l>
<l>per faticosa via non move o serpe;</l>
<l>o non s'appiglia 'n terra; o 'n dura pietra,</l>
<l>che bagni il mar, non si rimira affissa;</l>
<l>o non giace in palude, o in ima valle,</l>
<l>in cui non si ritrovi e non si mostri</l>
<l>mirabil arte del suo mastro eterno,</l>
<l>che fè di nulla il magistero e l'opre.</l></lg>
<lg>
<l>Questa fu l'una del creato mondo</l>
<l>alta cagion, ch'i vari effetti adempie</l>
<l>di se medesma; ed infinita avanza;</l>
<l>e non mai de' suoi doni avara o parca</l>
<l>sua largità comparte. A questa arroge</l>
<l>la gloria sua che star non debbe occulta.</l>
<l>Ma come in ciel fra gli stellanti chiostri,</l>
<l>in quel sacro al suo nome eterno tempio</l>
<l>è chi l'adori, e con perpetuo suono</l>
<l>d'alta voce immortale il lodi e canti:</l>
<l>sì che de l'onor suo lieto rimbomba</l>
<l>l'Orto, l'Occaso e l'Aquilone e l'Austro;</l>
<l>e de l'eternità gli antichi monti</l>
<l>risuonan tutti a l'armonia superna;</l>
<l>così debbe qua giuso aver la terra</l>
<l>adoratori, e chi in sonoro carme</l>
<l>sacrificio di laude a Dio consacri.</l>
<l>Perchè quanto adempiè suprema ed alta</l>
<l>bontà divina, ancor sua gloria adempia;</l>
<l>e colmi il tutto; e co' suoi raggi illustri</l>
<l>per le parti di mezzo e per l'estreme.</l></lg>
<lg>
<l>Già di quel ch'ab eterno in sè prescrisse</l>
<l>Dio, ch'è senza principio e senza fine,</l>
<l>era giunto il principio, e giunto il tempo</l>
<l>co 'l principio del tempo. E qual di gorgo</l>
<l>o di pelago pur tranquillo ed alto,</l>
<l>che senza 'l moto e l'onde e posi e stagni,</l>
<l>esce talvolta il rapido torrente:</l>
<l>tal da l'eternità che 'n sè raccolta</l>
<l>si gira, e di se stessa è sfera e centro,</l>
<l>omai prendeva il tempo il moto e 'l corso;</l>
<l>quando il suo creator lo spazio al passo,</l>
<l>e la misura diè, lo stato eterno.</l>
<l>Gl'invisibili oggetti a pena intesi</l>
<l>(se lece dire avanti) erano avanti;</l>
<l>e l'origin de gli altri esposti a' sensi.</l>
<l>Già cominciava allor che 'l sommo Padre</l>
<l>(che 'l suo Figlio e 'l suo Spirto a l'opre esterne</l>
<l>e communi fra lor non lascia a dietro)</l>
<l>diè 'l pensato principio al novo mondo,</l>
<l>più d'ogni creatura antico e prisco,</l>
<l>il sommo ciel creando e l'ima terra.</l></lg>
<lg>
<l>Ma come di sublime e chiaro albergo,</l>
<l>che pareggi le cime a gli erti colli,</l>
<l>e gli aurei tetti infra le nubi asconda,</l>
<l>il principio, che 'n lui si loca e fonda,</l>
<l>non è l'albergo ancora, e 'n calle obliquo</l>
<l>non è 'l principio suo l'istesso calle:</l>
<l>così lo stabil punto, onde si volge</l>
<l>il tempo in sè, non è il suo spazio o 'l tempo,</l>
<l>che parte dal principio e 'n lui ritorna.</l>
<l>Dio fece nel principio il cerchio estremo;</l>
<l>e quella, ch'a noi par costante e salda</l>
<l>sede, pur fece in mezzo a l'ampio giro;</l>
<l>nè fu del suo poter, che sia disgiunto</l>
<l>da l'eterno volere, ombrato effetto:</l>
<l>come talor del corpo opaco e denso</l>
<l>è l'ombra, e del lucente il lume e 'l raggio.</l>
<l>E 'l voler fu poter, ed opra eletta.</l></lg>
<lg>
<l>Ma sì come di creta in Lesbo o 'n Samo</l>
<l>mille vasi compone, e 'n mille guise</l>
<l>il suo buon mastro gli colora e pinge,</l>
<l>nè consuma il poter con l'arte insieme,</l>
<l>l'arte infinita, onde pon fine a l'opre:</l>
<l>così del mondo il fabro, eguale a un mondo</l>
<l>non ha la possa, chè soverchia il tutto;</l>
<l>e mille mondi e l'infinito eccede.</l></lg>
<lg>
<l>Quel che ne' vari e smisurati campi,</l>
<l>in cui trovar non lece il sommo o l'imo,</l>
<l>nè 'l manco ivi segnar, nè 'l lato destro,</l>
<l>dal vago incontro di minuti corpi</l>
<l>commossi a caso e 'n lungo error volanti,</l>
<l>simili a quei, ch'ove risplende il sole,</l>
<l>talor veggiamo in varia turba e mista,</l>
<l>fa vari mondi, e gli riforma e guasta,</l>
<l>e di sito diversi e di figura,</l>
<l>mentre egli insieme gli congiunge o parte,</l>
<l>tela forma d'Aracne e fral contesto,</l>
<l>che leggiermente poi disperde o solve</l>
<l>de la fortuna errante il soffio e l'aura</l>
<l>o 'l dubbio respirar del corso incerto.</l></lg>
<lg>
<l>Ma queste (se dir lece) alte colonne</l>
<l>ferma in ben salda base, e 'n lor s'appoggia,</l>
<l>come a lui piace, la profonda terra;</l>
<l>e crollar non la può tempesta o turbo,</l>
<l>ma solo il suo voler la move, e scote</l>
<l>il suo voler, che d'infiniti abissi</l>
<l>ha tenebrose, oscure, alte latebre.</l>
<l>In cui s'aperti avesse i ciechi lumi</l>
<l>quel, ch'i termini tolse al vasto mondo,</l>
<l>le fiammeggianti mura a terra sparse,</l>
<l>e 'l vano immenso col pensier trascorse,</l>
<l>non avria dato a dea fallace ed orba</l>
<l>de la terra e del ciel lo scettro e 'l regno.</l>
<l>Folle, che non conobbe il modo e l'arte,</l>
<l>per cui creato è il mondo al primo essempio,</l>
<l>che 'l divino architetto in sè dipinse,</l>
<l>maggior de l'opra assai, che poscia offerse</l>
<l>quasi da contemplar oggetto a' sensi.</l>
<l>Ma qual mastro terren scolpisce e forma</l>
<l>di preziosa gemma in giro angusto</l>
<l>il cielo, e i suoi lucenti e vaghi segni:</l>
<l>tal il fabro immortal in queste impresse</l>
<l>sparse di varie luci erranti sfere,</l>
<l>l'interna idea, cui non è pari il mondo;</l>
<l>e da lei stanca è la materia, e perde.</l>
<l>La qual creata fu dal primo mastro,</l>
<l>che fece l'opra, e non eletta altronde:</l>
<l>ch'altra origine a lei si cerca indarno.</l>
<l>Ella al suo creator si volge e veste</l>
<l>vaga di sua beltade, e 'n rozzo grembo</l>
<l>mille forme colora, e mille lumi</l>
<l>da la sua luce in varie guise accende.</l></lg>
<lg>
<l>Chi pone i due princìpi e 'l doppio fonte,</l>
<l>e quinci i beni sol deriva, e quindi</l>
<l>origina di mali ampi torrenti;</l>
<l>o divide l'imperio, o 'n due l'adegua,</l>
<l>e di tenebre un re si finge ed orna,</l>
<l>e fa di sua malizia a lui corona.</l>
<l>E, se ciò fusse, in contrastar rubella</l>
<l>la materia sarebbe, o schiva e tarda</l>
<l>si mostreria sotto il contrario manto</l>
<l>a quel che l'invaghì pur dianzi, e piacque.</l>
<l>Ma noi veggiam ch'ella bramosa e pronta</l>
<l>le forme accoglie e le trasmuta e varia,</l>
<l>come piace a colui che sì l'adorna;</l>
<l>forse ne le più belle è più costante,</l>
<l>ed in guisa di lor sue brame adempie,</l>
<l>che spogliar se 'n ricusa, anzi che 'l mondo</l>
<l>ruinoso vaccilli, e 'l corso obliquo</l>
<l>cessi del sole e de l'erranti stelle.</l></lg>
<lg>
<l>Ma sia pur questa in ciel materia, od altra</l>
<l>d'altra ragion, d'eternità superba</l>
<l>la materia non vada; e non s'agguagli,</l>
<l>per antica vecchiezza e veneranda,</l>
<l>a quel de gli altri, e suo, vetusto Padre,</l>
<l>e vetusto Signore e Dio vetusto.</l></lg>
<lg>
<l>Dunque lo spirto suo non poscia od ante,</l>
<l>ma con le forme la creò spirando;</l>
<l>e di bellezza e di bontà divina</l>
<l>spirolle al seno un desiderio interno,</l>
<l>un vago instinto, anzi un leggiadro amore,</l>
<l>ch'a la natia diè fine orrida guerra:</l>
<l>per cui ritrosa e fella e ribellante</l>
<l>era a se stessa in suo furor discorde,</l>
<l>se dir si può che mai la terra al foco</l>
<l>fosse confusa in quella orribil mischia.</l>
<l>Nè foco era, nè terra, e l'aria e l'onda</l>
<l>si distruggean ne le contrarie tempre.</l>
<l>E ciascuna di lor nel dubbio acquisto</l>
<l>se medesma perdeva, e fiera morte</l>
<l>era la sua vittoria; e l'imo al sommo</l>
<l>male adeguato e mal confuso appresso.</l>
<l>Onde quella incomposta e rozza mole</l>
<l>nè tutto era, nè nulla, e nulla apparve.</l>
<l>Fu questa forse immaginata guerra</l>
<l>e d'altra guerra pure imago ed ombra.</l>
<l>E simolacro di tenzon maligna,</l>
<l>che fè natura al suo fattore avversa.</l></lg>
<lg>
<l>Ma l'alto Dio creò quasi repente</l>
<l>la materia e le forme; e qual sia prima,</l>
<l>o queste, o quella, io non mi glorio e vanto</l>
<l>già di provare in periglioso arringo,</l>
<l>da l'Academia uscito e dal Liceo.</l>
<l>Ma pur l'arte divina è prima, e vince</l>
<l>l'altre per dignitate, e vince il tempo.</l>
<l>Ma l'arte umana pargoleggia e sembra</l>
<l>ne gli scherzi fanciulla a l'opre intorno.</l></lg>
<lg>
<l>Prima vestia le mansuete agnelle</l>
<l>la bianca lana, e poi la tesse e tinge</l>
<l>il buon testore; e 'n rugiadosa conca</l>
<l>porpora coglie pur Sidone e Tiro,</l>
<l>quasi marini fiori. E l'alto pino</l>
<l>pria con acute foglie in verde monte</l>
<l>frondeggia, o pur l'abete o l'orno o 'l cerro,</l>
<l>poscia l'arte ne fa le navi e l'aste.</l>
<l>Prima nell'ampio sen la terra avara</l>
<l>nasconde il ferro, e quinci il tragge e forma</l>
<l>l'industria umana o spada o lucido elmo,</l>
<l>od innocente a duri campi aratro.</l></lg>
<lg>
<l>Ma quella inanzi al tempo e inanzi al mondo</l>
<l>arte divina, fè la terra e 'l cielo;</l>
<l>ed intiero ciascun, nè parte adietro</l>
<l>lasciò, ma riempì gli estremi e 'l mezzo,</l>
<l>e 'n lor dispose il foco e l'aria e l'onda,</l>
<l>ch'a la terra, gravosa e ferma sede,</l>
<l>stese le braccia mormorando intorno;</l>
<l>vaga instabil, ma grave; e 'n giro cinta</l>
<l>fu da l'aria più vaga e più leggiera.</l>
<l>E levissimo il foco a lei corona</l>
<l>fece, e vicino al ciel suo loco scelse.</l>
<l>Così l'arte divina insieme avinse,</l>
<l>quasi catena inanellata e salda,</l>
<l>gli elementi fra lor vari e discordi.</l>
<l>E fra gli estremi, per natura avversi,</l>
<l>pose in parte contrari, in parte amici,</l>
<l>i duo di mezzo; e fè constante e fermo</l>
<l>in questa guisa e 'ndissolubil nodo.</l></lg>
<lg>
<l>Invisibile ancor la nuda terra</l>
<l>era dianzi creata, e non adorna,</l>
<l>quasi novo teatro, e voto i seggi</l>
<l>in cui non sia chi miri, o pur contenda:</l>
<l>chè nati ancora i miseri mortali</l>
<l>non erano a vederla; e vasta ed erma</l>
<l>solitudine inculta i campi e i monti</l>
<l>empiea d'orrore, e le deserte arene.</l>
<l>Non spiegavano ancor l'ombrosa chioma</l>
<l>gli alberi eccelsi, e di lor fronde e d'ombra</l>
<l>non facean vaga scena a' verdi colli.</l>
<l>Non fiorivano ancor rose e ligustri,</l>
<l>e i giacinti e i narcisi e gli altri fiori,</l>
<l>nè dipingeano il seno a' prati erbosi,</l>
<l>nè fean lieta ghirlanda a' chiari fonti.</l>
<l>Era quasi coperta ancor de l'acque,</l>
<l>chè parea tenebroso e fosco il velo</l>
<l>onde ascosa tenea l'orrida faccia,</l>
<l>e le squallide membra e 'l rozzo grembo,</l>
<l>quasi attonita ancor l'antica madre.</l>
<l>E 'l ciel sublime ancor non era adorno,</l>
<l>nè 'l mirabil lavoro in lui distinto</l>
<l>splendea d'un bel sereno e d'aurei fregi</l>
<l>e di segni lucenti. E 'l sol, rotando,</l>
<l>non scotea l'immortale ardente lampa.</l>
<l>Nè la candida luna in colmo giro</l>
<l>gli s'opponeva, o con argentee corna</l>
<l>per distorto camin volgeva il corso.</l>
<l>Mancavan le carole e 'l suono e i cori,</l>
<l>e delle fisse stelle e de l'erranti</l>
<l>lui non cingeano ancor l'alte corone.</l>
<l>Nè creata era ancor la vaga luce,</l>
<l>ma su la faccia de gli oscuri abissi</l>
<l>eran tenebre oscure. In tale aspetto</l>
<l>nascendo ancor non si vedeva il mondo.</l></lg>
<lg>
<l>Ma quai fur (se spiarlo a noi conviene)</l>
<l>quelle tenebre antiche e quelli abissi?</l>
<l>Quando non anco il sole ad altre genti</l>
<l>portando il giorno, a noi la notte e l'ombra</l>
<l>algente uscia del grembo opaco e denso</l>
<l>de la terra, e giungeva insino al cielo?</l>
<l>Nè già molte potenze incontra opposte</l>
<l>gli abissi fur, com'altri estima a torto.</l>
<l>Nè le tenebre furo al bene avverse,</l>
<l>e di gran forza podestà maligna,</l>
<l>perchè se fosse pari al bene il male</l>
<l>di possa e di valor, perpetua guerra</l>
<l>saria fra loro, anzi perpetua morte,</l>
<l>morendo insieme i vincitori e i vinti.</l>
<l>Ma se 'l ben di potere avanza e vince,</l>
<l>perchè non si distrugge il male e sterpa?</l></lg>
<lg>
<l>Deh sarà mai che senza mali il mondo</l>
<l>solo di beni abondi? e parte o loco</l>
<l>più non si lasci a l'importuna morte?</l>
<l>Ma trionfi la vita, e morte ancida</l>
<l>ne la vittoria; e de l'antica fraude</l>
<l>non rimanga fra noi vestigio od orma?</l></lg>
<lg>
<l>Or non ardisca ingiuriosa lingua,</l>
<l>che si rivolge in Dio profana e lorda,</l>
<l>e le bestemmie in lui saetta e vibra;</l>
<l>non ardisca affermar che 'l mal derivi</l>
<l>generato da lui, ch'è largo fonte</l>
<l>ond'ogni bene a noi si sparge e spande.</l>
<l>Perchè niun contrario (omai distingui)</l>
<l>si genera da l'altro o si produce,</l>
<l>benchè, se cade l'uno in terra estinto,</l>
<l>pur l'altro dopo lui risorge e vive.</l>
<l>E dal simìle anzi è prodotto e nasce</l>
<l>il suo simìl, come dal foco il foco.</l>
<l>Ma da la chiara luce indarno uom tenta</l>
<l>dar principio alle tenebre maligne,</l>
<l>e da la morte originar la vita,</l>
<l>o pur da' morbi la salute a gli egri</l>
<l>e miseri mortali. Or non c'inganni</l>
<l>falsa di verità sembianza e larva.</l></lg>
<lg>
<l>Non è natura il mal, non vera essenza,</l>
<l>nè di lui ricercar lontane parti,</l>
<l>nè pur d'intorno a te risguarda o fuori,</l>
<l>come sia cosa in sè fondata e salda;</l>
<l>ma in te stesso il ritrova, e 'n mezzo a l'alma</l>
<l>rimira lui, pur quasi macchia od ombra</l>
<l>di volontaria colpa e di gradita.</l>
<l>A te medesmo sei perpetuo fabro</l>
<l>de' propi mali, e gli colori ed orni;</l>
<l>e invaghito di lor, con vano affetto,</l>
<l>pur com'idoli amati, in te gli adori.</l></lg>
<lg>
<l>Ma la vergogna e l'infelice essiglio,</l>
<l>e l'odiosa povertate e quella,</l>
<l>che tanto ne spaventa, orrida morte,</l>
<l>veri mali non sono (or cessi, o lunge</l>
<l>vada il timor!), ma i veri beni indarno</l>
<l>ne' contrari qua giù ricerchi o speri,</l>
<l>benchè sia mal, quando più i beni agogni,</l>
<l>l'esser privo di lor. Il loco adunque,</l>
<l>che privato è del bene, il male adombra,</l>
<l>e le tenebre furo (o ch'io vaneggio)</l>
<l>ne l'aria che di luce è priva e cieca,</l>
<l>qualitate od affetto antico o novo.</l>
<l>Ma se più antiche fur del novo parto</l>
<l>de l'universo, il male è prisco e veglio;</l>
<l>ma non convien che sia più vecchio il peggio.</l></lg>
<lg>
<l>Dunque era luce eterna inanzi al mondo,</l>
<l>e le tenebre esterne ond'egli è cinto,</l>
<l>luce, che luce a le beate menti,</l>
<l>a' sensi no, ma quel ch'i sensi illustra.</l>
<l>E questa a' sensi esposta adorna mole,</l>
<l>visibil lume, è sol di luce imago:</l>
<l>imago, che s'adorna al primo essempio:</l>
<l>essempio, da cui lunge il sole è raggio,</l>
<l>che si perturba spesso in nube e 'n ombra.</l></lg>
<lg>
<l>Era luce increata avanti al mondo,</l>
<l>forse, e creata luce; e mille e mille</l>
<l>lustri non solo e secoli volanti</l>
<l>erano inanzi a lui rivolti in giro.</l>
<l>Ma quasi eternità (se dir conviensi)</l>
<l>precedevano ancora il mondo e 'l tempo,</l>
<l>da che furon creati al primo lume</l>
<l>i secondi splendori Angeli santi.</l>
<l>Nè già deveano i Principi celesti,</l>
<l>le Dignitati e le Virtù sublimi,</l>
<l>tante armate là sù d'oro e d'elettro,</l>
<l>gloriose, immortali, elette schiere,</l>
<l>tanti esserciti suoi, vita sì lunga</l>
<l>in tenebre menare oscura e fosca.</l></lg>
<lg>
<l>S'eran dunque primier create menti,</l>
<l>era creata luce; e' n festa e 'n canto</l>
<l>elle già si vivean lucida vita,</l>
<l>a sembianza di lui, ch'è vita e luce,</l>
<l>facendo i sacri balli e i lieti cori,</l>
<l>e i sacrifici di sovrana laude</l>
<l>a lo splendor de la sua gloria eterna</l>
<l>in quel sereno e luminoso tempio.</l>
<l>E questa luce da gli antichi Padri</l>
<l>fu già promessa a i giusti; e i giusti avranno</l>
<l>sempre luce immortal, sortiti a parte</l>
<l>de la luce de' Santi. Avranno incontra</l>
<l>pene in tenebre esterne iniqui spirti.</l></lg>
<lg>
<l>Ne le tenebre allor de' ciechi abissi</l>
<l>lo spirito divino, e sovra l'acque</l>
<l>era portato, e l'umida natura</l>
<l>già preparava. Anch'ei presente a l'opra</l>
<l>spirando già forza e virtute a l'onda,</l>
<l>d'uccello in guisa, che da frale scorza</l>
<l>col suo caldo vital covata e piena,</l>
<l>trae non pennato il figlio, e quasi informe.</l>
<l>E disse: "Fatta sia la luce", ed opra</l>
<l>fu il detto, al comandar del Padre eterno.</l>
<l>Ma 'l suo parlar, suon di snodata lingua,</l>
<l>nè percossa fu già che l'aria imprima</l>
<l>di se medesma e di sua voce informi,</l>
<l>ma del santo voler, ch'a l'opre inchina,</l>
<l>quell'inchinarsi è la parola interna.</l></lg>
<lg>
<l>Così la prima voce e 'l primo impero</l>
<l>del gran Padre del ciel criò repente</l>
<l>la chiarissima pura e bella luce,</l>
<l>che fu prima raccolta, e poi divisa</l>
<l>e 'n più lumi distinta il quarto giorno.</l>
<l>Sgombrò l'orror, le tenebre disperse,</l>
<l>illustrò da più lati il cieco mondo,</l>
<l>manifestò del cielo il dolce aspetto,</l>
<l>rivelò con serena, alma sembianza</l>
<l>l'altre forme leggiadre; e d'ogni parte</l>
<l>egli indusse la cara e lieta vista,</l>
<l>gioia de la natura, almo diletto</l>
<l>de la terra e del ciel, piacere e gloria</l>
<l>de la mente e del senso, e quasi a prova</l>
<l>de le cose mortali e de l'eterne.</l>
<l>Ed in un punto l'Aquilone e l'Austro,</l>
<l>e parimente ancor l'Occaso e l'Orto,</l>
<l>tutto irrigato fu dall'aurea luce.</l>
<l>E rapido sembrò mirabil carro,</l>
<l>via più del tempo e del pensier veloce,</l>
<l>che divina virtù cosparga e porte.</l></lg>
<lg>
<l>E qual carro più bello e più veloce,</l>
<l>o bellissima luce, o luce amica</l>
<l>de la natura e de la mente umana,</l>
<l>de la divinità serena imago,</l>
<l>che ne consoli e ne richiami al cielo,</l>
<l>potea intorno portar virtuti e doni</l>
<l>celesti in terra a' miseri mortali</l>
<l>da quei tesori e da quei regni eterni,</l>
<l>ch'a noi dispensa con sì larga mano</l>
<l>de' lumi il Padre, e 'l donator fecondo?</l></lg>
<lg>
<l>Come possente re di Persi o d'Indi</l>
<l>dal grembo oscuro de l'avara terra</l>
<l>preziosi metalli insieme accoglie,</l>
<l>e da l'arene pur d'oro cosparte,</l>
<l>e dal profondo mar le perle e gli ostri</l>
<l>aduna, e i bei rubini a questi aggiunge,</l>
<l>e i bei smeraldi e i lucidi giacinti,</l>
<l>e qual pregiata più s'indura e 'mpetra</l>
<l>ne l'oriente luminosa gemma;</l>
<l>così de l'universo il Re superno</l>
<l>nel cielo empireo ascosto a' vaghi sensi,</l>
<l>e ignoto al contemplar de gli alti ingegni</l>
<l>che misurar de gli astri i giri e 'l corso,</l>
<l>ha di luce divina eterni ed ampi</l>
<l>tesori, e quinci poi gli parte o serba.</l>
<l>Anzi l'istesso cielo è pura luce,</l>
<l>in cui nulla giamai si turba o mesce.</l>
<l>Luce è 'l suo tempio adorno e l'alta reggia;</l>
<l>e son di luce le corone e l'armi,</l>
<l>onde gli eletti suoi circonda e veste.</l></lg>
<lg>
<l>Ma veggendo qua giù creata luce,</l>
<l>disse ch'è buona; e 'l testimonio aggiunse</l>
<l>de la sua voce, anzi il giudicio espresso.</l>
<l>E perchè è buona e bella, e non si vanti</l>
<l>per bellezza di parti aggiunte insieme,</l>
<l>e con giusta misura in un composte</l>
<l>la natura terrena, o la sublime;</l>
<l>nè ricerchi in frondosa ed ima valle</l>
<l>di mal cauto pastor giudicio errante</l>
<l>e fallace sentenza. Espero in cielo,</l>
<l>Espero miri in ciel lascivo sguardo,</l>
<l>che Lucifero è poi recando il giorno,</l>
<l>e la sua desiata e chiara luce,</l>
<l>e di sua puritate i sensi appaghi,</l>
<l>perchè ascenda la mente a' primi oggetti.</l></lg>
<lg>
<l>Però Dio separò la chiara luce</l>
<l>da le tenebre oscure; e i nomi impose,</l>
<l>queste notte chiamando, e giorno quella.</l>
<l>E fece solo un dì da mane a sera,</l>
<l>fra tenebrosi e lucidi confini</l>
<l>quinci e quindi ristretto, a cui rotando</l>
<l>il sol non stabilì l'eccelsa meta,</l>
<l>mentre in se stesso pur ritorna e gira,</l>
<l>chè non aveva ancor la forma o 'l corso.</l>
<l>Ma quel che fu del tempo eterno fabro,</l>
<l>gli diè lo spazio e la misura e i segni;</l>
<l>e col quattro e col tre rivolse in giro</l>
<l>le sue misure, e riempiè d'un giorno,</l>
<l>che sette volte in sè si volge e riede,</l>
<l>con tal numero pur lo spazio intiero.</l></lg>
<lg>
<l>Questa figura ha in sè principio e fine,</l>
<l>ed a l'eternità, non solo al tempo</l>
<l>conviensi, anzi del tempo è quasi un capo:</l>
<l>però d'esser primiera ancor si sdegna,</l>
<l>perchè il suo creator scacciata e scura</l>
<l>la scompagnò da l'altre, e quasi impresse</l>
<l>de la sua nota, onde se 'n va solinga.</l>
<l>Questa è dì del Signor, da lui s'appella,</l>
<l>chè nomarsi dal sole a sdegno prende;</l>
<l>e da sè scaccia i miseri profani</l>
<l>intenti a l'opre fatigose e 'ndegne.</l>
<l>Questa è dì del Signor, grande ed illustre;</l>
<l>alfin, quando che sia, sarà disgiunta</l>
<l>dal numero de' giorni, anzi de gli anni,</l>
<l>e de' lustri e de' secoli correnti;</l>
<l>ned altra a lui sarà seconda o terza.</l></lg>
<lg>
<l>Ma voi, che del Signor cercate il giorno,</l>
<l>deh non seguite i sogni antichi, e l'ombre</l>
<l>di questo dì ne l'orrida tenebra.</l>
<l>Seguite omai, ch'a voi riluce e splende,</l>
<l>la chiara de l'ottava e nova luce;</l>
<l>la qual non corre faticosa al vespro,</l>
<l>non ha sera o confin di fosco e d'ombra;</l>
<l>ned altro a lei succede in giro alterno</l>
<l>giorno finito da nimica notte;</l>
<l>e costante sarà felice stato</l>
<l>alfine, e resterà solinga ed una.</l>
<l>Giorno, o secolo sia, che pur s'eterni.</l>
<l>Questo a voi dimostrò ne' primi tempi</l>
<l>del profetico spirto il chiaro suono.</l>
<l>Questo poi dimostrò, quando risorse</l>
<l>in guisa di leone, il Re celeste,</l>
<l>e trionfò del tenebroso inferno.</l>
<l>E quella, che per lui guerreggia e vince,</l>
<l>santa Chiesa di Roma a voi l'insegna,</l>
<l>e la celebra in sacri accenti, ed orna</l>
<l>di ben mille sacrate ed auree spoglie.</l>
<l>E d'altissimo seggio, in cui s'adora,</l>
<l>pur anco a voi la benedice e segna</l>
<l>quegli, al cui sacro regno in cielo e 'n terra</l>
<l>non è confine o meta. E ben conviensi</l>
<l>che l'ottavo Clemente il giorno ottavo</l>
<l>de la divina luce i cori illustre,</l>
<l>e i rozzi, tenebrosi e tardi ingegni.</l></lg></div1>
<div1><head>2° Giorno</head>
<lg>
<l>Anzi le porte del mirabil tempio</l>
<l>che si portava d'una ad altra parte,</l>
<l>i lochi aperti, e ne l'aperto cielo,</l>
<l>cui tetto non ricopre o velo adombra,</l>
<l>erano esposti a le pruine, al ghiaccio,</l>
<l>al torbido spirar d'orridi venti,</l>
<l>e del fervido Cane a' raggi estivi;</l>
<l>e 'n lor già s'accogliea profana turba,</l>
<l>e destinate al ferro armenti o greggie.</l>
<l>Tai son pur quelli, in cui n'alberga il mondo</l>
<l>ne la profonda sua parte più fosca.</l></lg>
<lg>
<l>Di lui parlando, e di terreni obietti,</l>
<l>or da caliginose alte tenebre</l>
<l>già trapassati a la serena luce,</l>
<l>siam dove in sette lumi appar distinto</l>
<l>il candelabro, e 'nestinguibil lampa</l>
<l>lieta e sicura del soffiar de l'Austro,</l>
<l>a Dio s'accende, e qui d'immondo affetto,</l>
<l>o di bruto desio le parti sacre</l>
<l>non ha contaminate il puro albergo.</l></lg>
<lg>
<l>Lunge, o lunge, o profani, ite in disparte.</l>
<l>O chi rimove a' gran misteri il velo,</l>
<l>sì che n'appaia fiammeggiando in alto</l>
<l>l'alato Cherubin, qual prima apparse?</l>
<l>Già nel suo Figlio avea creato il Padre,</l>
<l>nel Figlio, ch'è principio, il primo cielo,</l>
<l>ch'è fuor de gli stellanti e vaghi giri;</l>
<l>già si godea tranquilla e stabil pace,</l>
<l>cui non perturba o varia 'l corso a destra,</l>
<l>od a sinistra pur volgendo intorno;</l>
<l>già con l'empireo ciel di pure menti</l>
<l>gli angelici splendori insieme accensi,</l>
<l>eran del sommo Sol diffusi i raggi.</l>
<l>E s'altri fur creati in altre parti,</l>
<l>fur di grado men alto, e men eccelse</l>
<l>ebber le sedi e i loro offici e l'opre.</l>
<l>Già rivolgeasi da mattino a vespro</l>
<l>lor conoscenza; e quasi in lucida alba</l>
<l>ciascun in Dio mirando al ver s'illustra.</l>
<l>Ma ne le cose quel saper l'adombra,</l>
<l>e quasi assera, e già la grazia e 'l merto</l>
<l>gli fa beati e gli riempie ed orna.</l>
<l>Quando continuò di giorno in giorno</l>
<l>le sante maraviglie il fabro eterno.</l></lg>
<lg>
<l>"Facciasi," disse "e sia costante e fermo,</l>
<l>in mezzo a l'acque, il ciel sparso di stelle,</l>
<l>lo qual divida pur l'acque da l'acque."</l>
<l>E fece un chiaro ciel di stelle sparso,</l>
<l>incontra il tempo di robusta forza,</l>
<l>e saldo al raggirar d'un lungo corso:</l>
<l>perch'egli al variar de gli altri erranti</l>
<l>sia quasi certa norma e certa legge.</l>
<l>E col denso di lui l'acque distinse</l>
<l>vaghe, rare, sottili e preste e snelle,</l>
<l>o di ondeggiante o di gelata e salda</l>
<l>natura in sè raccolta. E dipartille,</l>
<l>altre sotto lasciando, altre di sovra.</l></lg>
<lg>
<l>Così Dio fece, e 'l nome imposto al cielo</l>
<l>da sua fermezza, il firmamento appella</l>
<l>quel che l'uom chiamò poi stellante sfera,</l>
<l>o pur giri stellanti. E fatto insieme</l>
<l>fu da mattino a sera il dì secondo.</l></lg>
<lg>
<l>Come Dedalo o Scopa, od altro antico</l>
<l>d'artificio gentil famoso mastro,</l>
<l>prima raccoglie i peregrini marmi</l>
<l>e i lucidi metalli e i cedri eletti,</l>
<l>i quai del tempo e de l'età vetusta</l>
<l>l'invido dente non consumi e roda;</l>
<l>poi forma il tutto, e la superba mole</l>
<l>comparte e compie; e le sue volte e gli archi</l>
<l>fonda sovra marmoree alte colonne,</l>
<l>o pur di Caria a' simulacri appoggia;</l>
<l>e fa teatri e loggie entro e d'intorno</l>
<l>con lavori di Ionia o di Corinto;</l>
<l>così di sua materia il fabro eterno</l>
<l>pria l'universo informa, e poi distingue</l>
<l>le varie parti, e l'abbellisce ed orna.</l></lg>
<lg>
<l>Nè vero è quel che si descrive e mostra</l>
<l>da' saggi, onde la Grecia ancor si vanta:</l>
<l>che tutta la materia al far d'un mondo</l>
<l>consumasse ei nell'opra, e quinci avvenga</l>
<l>che ne facesse un sol, che 'l tutto cinge,</l>
<l>e tutto accoglie ancor nel vasto grembo.</l></lg>
<lg>
<l>Ned infiniti sono i mondi e i cieli</l>
<l>(com'altri afferma), che d'opposta parte</l>
<l>il furor letterato adduce in guerra.</l>
<l>Ma Dio, che generò la forma, e 'nsieme</l>
<l>la materia del mondo allor produsse,</l>
<l>molti far ne potea di bolle in guisa,</l>
<l>che di spumoso umor riempie il vento.</l>
<l>Perchè a lato al poter che tutto avanza,</l>
<l>son quasi gonfie bolle i mondi e i cieli.</l></lg>
<lg>
<l>Ma pur ne fece un solo il fabro eterno,</l>
<l>perch'uno era l'essempio, ed uno il mastro;</l>
<l>e della sua virtù formollo impresso.</l>
<l>Uno è l'ordine ancora; e 'n un si volge,</l>
<l>ma in molte sfere si comparte e gira.</l>
<l>La somma de le spere, o 'l sommo cielo</l>
<l>che non ha moto, onde conosce il senso</l>
<l>umano e 'nfermo le sostanze eterne,</l>
<l>corpo ancora non è, ma pura forma</l>
<l>che di serena luce arde e fiammeggia,</l>
<l>e questo empireo ciel fra noi s'appella.</l>
<l>L'altro, ch'è pur corporea e vaga mole,</l>
<l>e conosciuto ancor da' sensi erranti,</l>
<l>in nove giri si divide e volve;</l>
<l>e de la sua materia è lite e guerra,</l>
<l>per cui la dialettica faretra</l>
<l>s'empie d'acuti sillogismi a prova</l>
<l>e n'arma le nemiche avverse parti.</l></lg>
<lg>
<l>Altri pur di mistura informe e rozza,</l>
<l>onde uscir gli elementi, il forma e finge</l>
<l>ruinoso e caduco, esposto a morte.</l>
<l>Ma con la forma sua, che tutto adempie,</l>
<l>un suo desio leggiadro il tiene in vita</l>
<l>eterna quasi, ed alle cose eterne</l>
<l>il fa sembiante in sì mirabil vista.</l>
<l>Altri de gli elementi il sommo e 'l puro</l>
<l>da l'immondo e feccioso aduna e scieglie;</l>
<l>e ne figura gli stellanti chiostri,</l>
<l>c'hanno dal foco la serena luce</l>
<l>e da la terra il suo costante e 'l saldo.</l>
<l>Questi libera ancor d'orrida morte,</l>
<l>quasi giudice amico, il nato mondo;</l>
<l>non per natura, che soggiace a forza</l>
<l>di tenebrosa morte al duro Fato,</l>
<l>ma perchè il suo fattore il regge e 'l folce;</l>
<l>e sol per suo volere eterno il serba.</l></lg>
<lg>
<l>Altri, via più vicino a' primi tempi,</l>
<l>de' suoi quattro princìpi, in sè diversi,</l>
<l>alternando le volte, il face e guasta,</l>
<l>ma come vuol discordia o vuole amore.</l>
<l>E se discordia è vincitrice in guerra,</l>
<l>ma vinto amor, nasce il sensibil mondo;</l>
<l>e s'a l'incontro la discordia è vinta,</l>
<l>amor vittorioso il suo riforma</l>
<l>a gli intelletti, e 'n lui trionfa e regna.</l></lg>
<lg>
<l>Altri un vano intelletto affanna e stanca</l>
<l>ne la confusion turbida, e mischia</l>
<l>de l'infinite parti; e quinci indarno</l>
<l>la mente pazza s'argomenta e 'ngegna</l>
<l>di separarle. Altri corporea mole</l>
<l>genera di figure in vari aspetti:</l>
<l>di piramide acuta il sottil foco,</l>
<l>di quadre forme poi la stabil terra,</l>
<l>di venti quasi faccie il vago e leve</l>
<l>spirante aer sublime egli compone,</l>
<l>e d'otto l'acqua, e vuol che peso e corpo</l>
<l>vane figure, e senza moto e pondo,</l>
<l>diano a' quattro elementi in varie guise.</l></lg>
<lg>
<l>Altri una quinta essenza al cielo assegna,</l>
<l>sciolta da tutte qualitati umane,</l>
<l>e da morte il difende, e d'ogni oltraggio</l>
<l>mortale il guarda, e nel suo corso eterno,</l>
<l>ch'egli volge e rivolge in vari giri</l>
<l>al suo motor, come bramoso amante.</l></lg>
<lg>
<l>Ma che? nostra ragion ha corti i vanni</l>
<l>dietro il senso fallace, e strada incerta</l>
<l>il vario moto ne dimostra e segna.</l>
<l>E perchè al mezzo pur s'inchini il grave,</l>
<l>ed inverso l'estremo il leve ascenda;</l>
<l>e 'l corpo non leggiero e non gravoso</l>
<l>d'intorno al centro si raggiri e volga;</l>
<l>e quinci e quindi a' non veduti oggetti</l>
<l>non trova ingegno umano aperto il varco;</l>
<l>e ne' veduti ancor sovente adombra;</l>
<l>ne gli altri, al troppo lume, i lumi abbaglia.</l></lg>
<lg>
<l>Di qual materia sian le stelle e 'l cielo</l>
<l>dicalo quel che lui spiegò d'intorno,</l>
<l>qual picciol velo, o quasi leggier fumo</l>
<l>fermare il volle; e 'l fè costante e fermo</l>
<l>più di cristallo assai, ch'al giel s'induri,</l>
<l>e lucido divenga in aspro monte;</l>
<l>più di metallo, che s'impetri e stringa,</l>
<l>e renda come specchio altrui l'imago.</l>
<l>Di sembiante materia il Padre eterno</l>
<l>fece ancor di cristallo un puro cielo,</l>
<l>se le cose terrene a le celesti</l>
<l>tanto pon simigliare; e questo ancora</l>
<l>girò d'intorno a le stellanti sfere,</l>
<l>confine estremo del sensibil mondo,</l>
<l>e sovra l'acque vi ripone o serba.</l>
<l>Quali acque, o Dio, sovra le stelle e 'l lume</l>
<l>del sol ponesti? ed a qual uopo, o quando,</l>
<l>come a te piace le riserbi e versi?</l>
<l>son le sostanze spiritali e pronte,</l>
<l>onde il tuo nome glorioso, eterno,</l>
<l>di chiarissime laudi ivi risuona?</l>
<l>ma che? ti loda la pruina e 'l foco?</l>
<l>son l'acque forse la materia informe?</l>
<l>ma da principio tu l'imprimi e fingi?</l>
<l>son l'acque gravi, ove non giunge il leve,</l>
<l>che vola appresso al ciel, nè passa inanzi?</l>
<l>dunque a natura in ciel mutata è legge?</l>
<l>Ma del turbato ciel l'orride porte</l>
<l>tu apristi a l'acque, e le spargesti a terra,</l>
<l>lei ricoprendo e i più superbi monti;</l>
<l>quando sommerso in gran diluvio il mondo,</l>
<l>a pena ricovrossi a' monti Armeni</l>
<l>il seme de' mortali in fragil legno.</l>
<l>Sono adunque di pena e di spavento</l>
<l>l'acque là sù nel ciel ministre eterne</l>
<l>a' miseri mortali; o pur sono anco</l>
<l>incontra 'l foco refrigerio e scampo,</l>
<l>onde ha sua vita 'l mondo in varie tempre?</l>
<l>S'è necessario il foco a l'uso, a l'arte</l>
<l>del viver nostro, e di natura amico,</l>
<l>necessarie son l'acque, e 'n varie sedi</l>
<l>l'uno da l'altro si difende e guarda.</l>
<l>E 'n paragon de l'acque ha seggio angusto</l>
<l>la terra, antica madre, e picciol giro.</l>
<l>Però nel grembo de gli oscuri abissi</l>
<l>già nascosa si giacque; a pena or mostra</l>
<l>parte de le sue membra, a pena inalza</l>
<l>da le spumose braccia al ciel la fronte.</l></lg>
<lg>
<l>Ma gran parte del mare anco è sommersa.</l>
<l>Nè solo accolte in uno oscuro fondo</l>
<l>son l'acque ascose entro perpetua notte,</l>
<l>o fan sotterra un tenebroso corso;</l>
<l>ma sovra il volto suo diffuse e sparte.</l>
<l>Quinci vedi stagnar paludi e laghi,</l>
<l>e sorger mormorando i chiari fonti,</l>
<l>e l'alte rive empier torrenti e fiumi.</l>
<l>Corron da l'oriente Idaspe ed Indo,</l>
<l>e de gli altri maggior trascorre il Gange,</l>
<l>ed il Caspio ed Arasse e Ciro e Battro.</l>
<l>La Tana ancor, cui l'onde 'l ghiaccio astringe,</l>
<l>ne la salsa discende alta palude,</l>
<l>e dal Caucaso il Fasi al mare Eussino.</l>
<l>Da l'occidente ancor Tarteso ed Istro;</l>
<l>quegli oltra le colonne in mar si sparge;</l>
<l>questi nel Ponto, e pria divide e parte</l>
<l>i popoli d'Europa e i campi e i regni.</l>
<l>Oh quanti ancor da gl'iperborei monti</l>
<l>corron veloci, e da Pirene ed Alpe,</l>
<l>distinguendo Germani e Belgi e Celti?</l>
<l>Dal mezzo giorno l'Etiopia inonda</l>
<l>il Nilo, e i campi impingua al verde Egitto,</l>
<l>e 'l Cremete e l'Egon e 'l Nisio e 'l Negro.</l>
<l>Altri nel nostro mar si spande e mesce,</l>
<l>altri si vota a l'Oceano in grembo.</l>
<l>E l'ondoso Ocean superbo in vista</l>
<l>l'umil terra percote e lei circonda.</l>
<l>E fu secreta providenza ed alta</l>
<l>che di tante acque e tanti umori occulti,</l>
<l>tanti palesi, assecurò la terra</l>
<l>dal foco violento, a lei nemico:</l>
<l>perch'ei, che signoreggia il tutto, vince</l>
<l>d'impeto e d'ira e di contraria possa,</l>
<l>non signoreggi ancor quasi tiranno</l>
<l>usurpando de gli altri i regni e i seggi,</l>
<l>sin a quel spaventoso estremo giorno,</l>
<l>da giudizio divino a lui prescritto.</l></lg>
<lg>
<l>Tempo certo verrà, come rimbomba</l>
<l>sacra fama in più lingue, e già vetusta,</l>
<l>che 'l foco infiammerà la terra e l'onde,</l>
<l>e tutto in uno incendio avolto il mondo</l>
<l>caderà sparso in cenere e 'n faville.</l>
<l>Allor tutti fian secchi i fiumi e i fonti,</l>
<l>nè fian sicuri i tenebrosi abissi</l>
<l>dal foco vincitor. N'affida intanto</l>
<l>quel che dispose in più soavi tempre</l>
<l>le cose tutte insin dal sommo a l'imo;</l>
<l>e quelle acque da queste allor distinse.</l></lg>
<lg>
<l>Acque son dunque; e la stellante sfera,</l>
<l>che sette giri in sè contiene e copre,</l>
<l>soggiace a l'acque. E 'l suo maestro eterno,</l>
<l>quando gli fece così adorni in vista,</l>
<l>quadrata lor non diè costante e salda</l>
<l>figura, over simìle a turbo acuto;</l>
<l>nè piramide volle, o pur cilindro</l>
<l>assomigliar nel magistero antico;</l>
<l>ma l'un ne l'altro giro intorno ei volse</l>
<l>in guisa tal che i più sublimi ed ampi</l>
<l>cingon gli altri e men ampi e men sublimi.</l>
<l>E come quel che pria disegna e fonda,</l>
<l>e ne le parti sue dispone il tutto,</l>
<l>e poi l'adorna e di colori e d'auro,</l>
<l>fa vari fregi al magisterio illustre</l>
<l>ed imagine aggiunge e simolacri;</l>
<l>così tutte ei facea del mondo intiero</l>
<l>le parti ornate; e la sublime spera</l>
<l>non figurava già di stelle ardenti</l>
<l>in vari modi, e le sue note e i segni</l>
<l>poi di sua mano impresse il mastro eterno</l>
<l>quel dì ch'ei fece i bei stellanti chiostri,</l>
<l>il quarto dì, quando l'accolta luce</l>
<l>in due gran lumi e 'n altri ancor distinse.</l>
<l>E non sol fece Arturo ed Orione,</l>
<l>ma tutte l'altre onde s'adorna il cielo,</l>
<l>imagini lucenti a' vaghi sensi,</l>
<l>a cui l'età futura i nomi impose.</l>
<l>E la rota al girar leggiera e pronta</l>
<l>sovra due punti in sè contrari affisse;</l>
<l>e i due poli nel ciel costanti e fermi.</l>
<l>L'un mai sempre si mostra ed erge in alto;</l>
<l>l'altro s'inchina a la profonda Stige,</l>
<l>e si rimane ognor sotterra ascoso.</l></lg>
<lg>
<l>Questo Dio fece, e poi l'umana gente</l>
<l>nel cielo imaginando i vari cerchi,</l>
<l>col pensiero il distinse; e 'n cinque zone</l>
<l>partillo; e 'n altrettante impari fasce</l>
<l>sotto il ciel dipartì l'opaca terra.</l>
<l>E 'l maggior cerchio, che 'n due parti eguali</l>
<l>seca per mezzo il cielo, e quinci e quindi</l>
<l>lascia i duo fissi poli incontra opposti,</l>
<l>fu nomato Equator, perch'egli adegua,</l>
<l>allor che il sol vi giunge, il giorno e l'ombra.</l>
<l>L'altro, ch'obliquo si rivolge intorno</l>
<l>sino a' duo punti, onde ritorna il sole</l>
<l>a ritesser di novo il giro stesso,</l>
<l>Cerchio de gli animali o de la vita,</l>
<l>e de' segni appellar future genti.</l>
<l>E i duo minori intorno al punto affissi,</l>
<l>onde il torto viaggio il sol converte,</l>
<l>Tropici fur chiamati; e gli altri duo</l>
<l>fatti da' poli, ebber di Poli il nome.</l>
<l>E i duo cerchi imperfetti anco nomaro</l>
<l>da le rivolte del pianeta illustre.</l>
<l>E quel che terminò l'umana vista</l>
<l>ne i tenebrosi e lucidi confini,</l>
<l>Orizonte fu detto; e dal meriggio</l>
<l>quello, a cui giunge a mezzogiorno il sole,</l>
<l>ch'a' vari abitator si cangia e varia.</l>
<l>Ma quell'obliquo, in cui distinto calle</l>
<l>fecer poscia girando erranti lumi,</l>
<l>seca in due parti eguali il largo cinto,</l>
<l>che parte il mondo, e notte a giorno agguaglia;</l>
<l>ed a' Tropici aggiunto è quindi e quinci,</l>
<l>tal ch'egli solo è con tre cerchi affisso.</l>
<l>E la metà di sè dimostra ogn'ora</l>
<l>con sei di stelle adorni, ardenti segni</l>
<l>sovra la terra, e l'altra parte ascosa</l>
<l>con altrettanti pur sotto rimansi;</l>
<l>e ciascun spazio eguale in cielo ingombra,</l>
<l>ma con tempo inegual or nasce, or cade,</l>
<l>veloce o tardo; e sei la notte oscura</l>
<l>si fuggon di là su cadenti segni;</l>
<l>e sei riveggon poi tornando il cielo</l>
<l>imagini di stelle accese e d'auro,</l>
<l>come le figurar gl'ingegni audaci</l>
<l>che già produsse il tenebroso Egitto.</l>
<l>E la Grecia i suoi mostri ancor ci finse,</l>
<l>e di favole vane il ciel ripieno,</l>
<l>più adorno il fece di menzogne illustri.</l></lg>
<lg>
<l>Primo (come si scrive e si figura)</l>
<l>senza l'aurate spoglie oscuro lume</l>
<l>dimostra il portator di Frisso e d'Elle,</l>
<l>che dopo il verno primavera adduce.</l>
<l>Poi col ginocchio ripiegato il Tauro</l>
<l>distende il corpo, e da l'accese corna</l>
<l>gravido fa di sua feconda luce</l>
<l>l'umor terrestre; e i duo Gemelli aggiunti</l>
<l>spargon da chiare stelle ardente foco.</l>
<l>E l'infiammato Cancro al sole indugio</l>
<l>par che sia quasi, e gli ritardi il corso.</l>
<l>E 'l superbo Leon con torvo aspetto</l>
<l>fiammeggia, e 'nsin dal cielo ancor minaccia.</l>
<l>La Vergine vicina a lui risplende</l>
<l>con l'aurea Spiga; e poi la luce e l'ombra</l>
<l>l'alta Libra celeste agguaglia in lance.</l>
<l>Indi lo Scorpion del cielo usurpa</l>
<l>più del suo giusto spazio; e par ch'ei faccia</l>
<l>con le branche ad Astrea lucida libra.</l>
<l>Il Sagittario ha ne l'orribil destra</l>
<l>l'arco piegato; e 'l Capricorno il segue</l>
<l>con fier sembiante, e del gran sole al corso</l>
<l>par ch'egli sia là sù di novo intoppo,</l>
<l>e ritenga le notti algenti e pigre.</l>
<l>Risplende dopo lui con lucida urna</l>
<l>il fanciullo troiano; e 'n una stella</l>
<l>luminosa catena ed aureo nodo</l>
<l>fan di squamosa coda umidi Pesci.</l>
<l>Così nel cerchio obliquo i segni ardenti</l>
<l>poi figurò nel cielo il secol prisco.</l></lg>
<lg>
<l>Altre imagini a destra, altre a sinistra</l>
<l>verso il freddo Aquilone o 'l nubilo Austro</l>
<l>collocò poscia, e i chiari nomi impose.</l>
<l>Vicina al Polo, che s'inalza e scopre,</l>
<l>con brevissimo giro intorno ruota</l>
<l>l'Orsa minor, che già fu scorta e segno</l>
<l>de la Fenicia a' naviganti audaci.</l>
<l>Di sette stelle poscia adorna il vello,</l>
<l>l'Orsa maggior fa brevi giri e lenti:</l>
<l>l'Orsa, ch'a' Greci in tempestoso mare</l>
<l>fu già fidata duce e segno amico.</l>
<l>Par ch'ei le gridi appresso ad alta voce</l>
<l>il suo pigro Boote, e 'l fiero Drago</l>
<l>fra l'Orsa fiammeggiando orrido serpe.</l>
<l>Cefeo poser non lunge, e d'Arianna</l>
<l>la stellata corona, e 'l grande Alcide,</l>
<l>e la Cetra col Cigno, e l'altro figlio</l>
<l>del favoloso Giove in ciel sublime,</l>
<l>cui d'Aquilone il fiato aspira e d'alto</l>
<l>il fiede, a Cassiopea la destra ei tende,</l>
<l>e i piedi alati vincitore al cielo</l>
<l>porta, quasi di terra alzato a volo,</l>
<l>polveroso e repente, e 'ntorno al manco</l>
<l>ginocchio con tremante e debil luce</l>
<l>le stelle picciolette anco locaro,</l>
<l>che Virgilie chiamò l'età vetusta:</l>
<l>segno nel ciel d'oscuro e picciol lume,</l>
<l>ma pur di nome ancora e chiaro e grande,</l>
<l>perchè i princìpi della state illustra,</l>
<l>e gl'industri mortali a l'opre invita:</l>
<l>perch'è già tempo ch'a l'antica madre</l>
<l>confidi il buon cultore il seme sparso.</l>
<l>Qui insieme collocar sublime Auriga,</l>
<l>che di serpente i piè nel carro ascose;</l>
<l>ed Esculapio (o così parve) a l'Angue</l>
<l>raffigurato; e la Saetta accesa</l>
<l>di cinque stelle, e l'Aquila superba</l>
<l>e 'l guizzante Delfino e 'l gran Pegaso,</l>
<l>che già portò Bellorofonte a volo.</l>
<l>E la figlia di Cefeo e 'l Delta appresso,</l>
<l>o quella imago che figura e segna</l>
<l>l'Isola, che tre monti inalza in mare;</l>
<l>e del nudo Monton l'oscura testa</l>
<l>del suo splendore infiamma, e 'n quella parte</l>
<l>a le vie de gli erranti è più vicina.</l>
<l>Da l'altra, verso il Polo opposto a l'Orse,</l>
<l>presso il torto viaggio è il fiero mostro,</l>
<l>a cui fu ignuda esposta in riva a l'acque</l>
<l>Andromeda legata al duro scoglio.</l>
<l>E par che 'n cielo ancor di lei ricerchi</l>
<l>già lontana, sicura in parti eccelse,</l>
<l>ricoverata d'Aquilone e l'aure.</l>
<l>Ed Orion di fiamme armato e d'auro</l>
<l>v'imaginar, che ne la notte estrema</l>
<l>allor che nasce Scorpio, egli s'asconde.</l>
<l>E l'imagin del Fiume ivi risplende</l>
<l>d'eterno foco; e timidetta Lepre</l>
<l>fuggir di Can veloce i fieri morsi</l>
<l>vi figuraro; e 'l minor Cane ardente</l>
<l>di rabbia il cielo ancor nascendo attrista</l>
<l>con l'infelice lume e i campi infiamma,</l>
<l>e dopo l'altro a noi sorgendo appare,</l>
<l>ma prima a quei, ch'oltre l'obliquo cinto</l>
<l>abitatori son di terra adusta.</l>
<l>Argo, conversa in ciel, si volge a dietro</l>
<l>con proda oscura, e fa ritroso corso;</l>
<l>ma l'altra parte ha luminosa, illustre.</l>
<l>Qui l'Idra e 'l Vaso e 'l Corvo e 'l gran Centauro;</l>
<l>e qui risplende il Lupo e qui l'Altare.</l>
<l>Altra Corona ancor di stelle adorna</l>
<l>da questo lato il cielo, ed altro Pesce</l>
<l>in più lontana parte in lui risplende.</l>
<l>Il Pesce, ch'adorò ne' propi alberghi,</l>
<l>sì come propio Dio, l'antica gente</l>
<l>di Siria abitatrice; a cui non basta</l>
<l>farlo in magion terrena e divo e nume,</l>
<l>ma nel cielo il figura e 'n ciel l'adora,</l>
<l>fatto, come stimò, nel cielo eterno.</l></lg>
<lg>
<l>Oh de le pazze genti antico errore,</l>
<l>e prisca fraude e mal nutrito inganno,</l>
<l>che torse il mondo al culto iniquo ed empio!</l>
<l>Oh di cerchi e di stelle in un congiunte</l>
<l>vane figure, imaginate indarno</l>
<l>contra la providenza e contra il vero!</l>
<l>Oh vana sapienza e vano ingegno</l>
<l>de la natura umana in Dio superba!</l>
<l>Van pensier, vano ardire e vano orgoglio,</l>
<l>che 'n ciel presume annoverar le stelle,</l>
<l>e qua giù le minute inculte arene;</l>
<l>e misurar gli smisurati campi</l>
<l>de la terra, del mar, del ciel profondo;</l>
<l>e terminar de gl'infiniti abissi</l>
<l>l'altezza e 'l fondo; e por costante meta</l>
<l>a questo spazio della vita incerto;</l>
<l>e prescriver de' fati eterna legge,</l>
<l>serva facendo la natura a forza,</l>
<l>e 'l libero voler, libero dono,</l>
<l>cui non vince, nè sforza o stella od astro.</l>
<l>Egli a l'incontra signoreggia e vince;</l>
<l>e può rapire il gran regno celeste</l>
<l>con violenza, se d'amor s'infiamma.</l>
<l>Ma d'altro amor più santo, e d'altre fiamme</l>
<l>di quelle, onde l'età vetusta e folle</l>
<l>con l'imagini sue mentite e false</l>
<l>tentò di far quasi profano e immondo</l>
<l>del cielo il luminoso e puro tempio.</l>
<l>Poco era adunque del lascivo Cigno</l>
<l>furto amoroso, o d'Aquila ministra,</l>
<l>non di folgori più, nè d'ire ardenti,</l>
<l>ma di piaceri, la rapina ingiusta?</l>
<l>E la corona d'Arianna, e mille</l>
<l>favole vaghe, e favolosi amori,</l>
<l>che Grecia aggiunse a le menzogne antiche</l>
<l>di Babilonia e del superbo Egitto,</l>
<l>se d'Alessandro il successor novello</l>
<l>non aggiungeva ancor la tronca chioma</l>
<l>di Berenice a l'altre stelle ardenti?</l>
<l>Tanto lece a' mortali adunque in terra,</l>
<l>ch'osan di far, non sol di rozza pietra,</l>
<l>o di ruvido pur selvaggio tronco,</l>
<l>lor dei terreni ed idoli superbi,</l>
<l>ma fanno oltraggio a le nature eterne,</l>
<l>ed a la gloria de' celesti giri?</l>
<l>Chè de le stelle è gloria il chiaro lume,</l>
<l>ond'è stella da stella in ciel diversa.</l>
<l>Ma quei già non devean sì pure forme</l>
<l>farsi cagion di sì dannoso inganno,</l>
<l>e 'n tenebre cader da pura luce,</l>
<l>precipitando ne gli oscuri abissi;</l>
<l>anzi salire a Dio di lume in lume,</l>
<l>e riconoscer lui ne l'opre eccelse,</l>
<l>che son del suo splendor faville e raggi.</l></lg>
<lg>
<l>Dio solo è quel che numerare a pieno</l>
<l>nel mar puote le stille e 'n ciel le stelle.</l>
<l>E Dio pose a ciascuna il propio nome,</l>
<l>onde, chiamata, al suo Signor risponde,</l>
<l>pronta al servizio del sublime impero.</l>
<l>E quai fidi guerrier locati in guardia</l>
<l>ne la più tenebrosa oscura notte</l>
<l>giran le mura vigilando attorno,</l>
<l>tai circondano ancor notturne e preste</l>
<l>l'alte parti del ciel le stelle ardenti,</l>
<l>come lor pria dispose il Re superno.</l>
<l>Lo qual non Orso e non Leone o Drago,</l>
<l>non Aquila sublime in ciel dipinse</l>
<l>d'eterni lumi e di perpetue fiamme;</l>
<l>non altra forma, che nel mar profondo,</l>
<l>o 'n fiume si rimiri o 'n monte o 'n bosco;</l>
<l>ma quella Croce, ove il suo Figlio estinto</l>
<l>trionfar poi dovea de' regni stigi,</l>
<l>in cielo impresse, e ne formò l'essempio</l>
<l>con quattro luminose e chiare stelle;</l>
<l>le quai non rimirò l'etate antica</l>
<l>in questo polo, in cui Boote e 'l Carro</l>
<l>imaginossi e l'altre forme illustri,</l>
<l>ma la nova le scorge in ciel sublimi;</l>
<l>e l'altro Polo, a' nostri sensi ascoso,</l>
<l>ad altri abitatori in sè l'esalta.</l>
<l>E di certa vittoria è segno eterno</l>
<l>al giusto Re, ne la pietosa guerra,</l>
<l>quella, che fiammeggiando in aria apparse</l>
<l>d'Elena al figlio glorioso invitto,</l>
<l>che 'l novo Faraon sommerso in Tebro</l>
<l>fece cader dal ruinoso ponte,</l>
<l>e Roma liberò dal giogo oppressa,</l>
<l>e gli idoli superbi a terra sparse.</l>
<l>E quella poi, che folgorando in alto</l>
<l>pur dimostrossi al successore indegno,</l>
<l>si dissolvea, come vapori accesi</l>
<l>in quei de l'aria tempestosi campi.</l>
<l>Ma questo in ciel di lumi eterni e fissi</l>
<l>è trofeo non caduco, e stabil segno</l>
<l>(se sperar lice) di costante impero,</l>
<l>e quasi nota, onde sue leggi inscrisse</l>
<l>il Re superno a' vincitori, a' vinti:</l>
<l>chè gloria a gli uni, e dà salute a gli altri.</l>
<l>Ben se n'avide ancor l'antico Egitto</l>
<l>ne le tenebre sue più fosche e dense,</l>
<l>onde fra l'altre sue figure e note</l>
<l>de' suoi misteri, ancor la croce impresse.</l>
<l>E figurò la croce il fabro eterno</l>
<l>ne le quattro del mondo avverse parti:</l>
<l>talchè la forma sua divide e segna</l>
<l>l'Orto e l'Occaso e l'Aquilone e l'Austro.</l></lg>
<lg>
<l>Son dunque segni di salute i segni</l>
<l>ch'impresse Dio nel magistero eterno.</l>
<l>Nè cosa feo là sù malvagia o fella,</l>
<l>o di morte cagione o d'altro danno</l>
<l>a' miseri mortali. Ah, cessi or l'empio,</l>
<l>cessi il superbo, che saetta e vibra</l>
<l>incontra il ciel l'ingiuriosa lingua!</l>
<l>Non son maligne le serene stelle,</l>
<l>nè pon nocer altrui con fiero aspetto</l>
<l>nè per elezion, nè per natura.</l>
<l>Non per elezion: chè senso ed alma</l>
<l>avrian le stelle, e d'animali in guisa</l>
<l>perturbate sarian da' nostri affetti.</l>
<l>Non per natura ancor, se Dio creolle:</l>
<l>che non è creator di mali Iddio,</l>
<l>nè mai d'opra non buona è mastro o fabro.</l>
<l>Nè mai, per variare il loco e 'l sito,</l>
<l>potrian di buone divenir maligne,</l>
<l>o pur buone di ree, chinando 'l guardo,</l>
<l>o mutando figura o pur sembiante:</l>
<l>come si dice che più lieta in vista</l>
<l>alcuna si rallegra allor che nasce,</l>
<l>e inanzi al suo cader si duole e turba.</l>
<l>Altra a l'incontro è lieta anzi l'occaso,</l>
<l>e dogliosa ne l'orto; altra si sdegna,</l>
<l>e poi si placa nel cangiare il grado.</l>
<l>Chè se ciò fusse, la natura umana</l>
<l>saria men variabile e 'ncostante</l>
<l>de la celeste, e 'n quelle eterne leggi</l>
<l>certezza non saria, ma vano errore.</l>
<l>Nè già convien che 'l messaggier di Giove,</l>
<l>come animal da' luoghi a cui s'appressa</l>
<l>in mille guise si colora e varia,</l>
<l>così mille colori e mille forme</l>
<l>prenda ei da' suoi vicini. Adunque in cielo</l>
<l>non si perde bontà per grado, o scema:</l>
<l>che 'l cielo è tutto buono, e 'n ogni grado</l>
<l>la divina bontà diletta e giova.</l></lg>
<lg>
<l>Tacciansi ancor de le sublimi stelle</l>
<l>gli odi celesti e i lor celesti amori,</l>
<l>ma non degni del cielo, e i vari aspetti,</l>
<l>ch'altri si miri da contraria parte,</l>
<l>altri congiunto, altri girando intorno</l>
<l>tre segni, o quattro, o sei, si trovi in mezzo,</l>
<l>mentre riguarda la sua amica stella,</l>
<l>o la nemica: chè discordia in cielo</l>
<l>esser non può, nè ingiurioso sdegno.</l>
<l>Ne' cinque aspetti soli, e 'n altre guise</l>
<l>l'una potria ver l'altra esser conversa</l>
<l>benigna stella in placido sembiante.</l>
<l>E se dimostra pur dal cielo e segna</l>
<l>quanto schivar, quanto seguir conviensi,</l>
<l>in questo spazio de la vita incerto,</l>
<l>non ci costringe a forza e non ci offende,</l>
<l>ma giova sempre, o 'l bene o 'l mal predica.</l>
<l>Giova al nocchiero entro al securo porto</l>
<l>la nave ritener, se 'l vento e l'onda</l>
<l>spaventosa tempesta a lui minaccia,</l>
<l>ed armato Orion guerra gli indice.</l>
<l>E giova al peregrin volgendo il passo</l>
<l>fuggir la noia d'importuna pioggia,</l>
<l>e ricovrarsi in solitario albergo.</l>
<l>E giova a gli egri l'osservar de i giorni</l>
<l>giudici della vita e della morte.</l>
<l>E 'l buon cultor de' campi, o i semi sparga</l>
<l>o piante, osserva pur ne l'opre usate</l>
<l>il nascere o 'l cader di stelle amiche,</l>
<l>ed opportuna la stagione e 'l tempo.</l></lg>
<lg>
<l>Ma che? l'alto Signore a noi predisse</l>
<l>ch'appariran gli spaventosi segni</l>
<l>del mondo, che ruina alfin minaccia,</l>
<l>nel sole e ne la luna e ne le stelle.</l>
<l>Ci negherà la luna il lume e i raggi,</l>
<l>e fia converso il sol turbato in sangue,</l>
<l>e questi fian de la ruina estrema</l>
<l>orridi i segni. Or chi trapassa il guado,</l>
<l>di nostra vita le ragioni assegna;</l>
<l>e quasi avinta con non saldo stame</l>
<l>al fatal fuso di severa Parca,</l>
<l>la fa soggetta al variar de' cieli;</l>
<l>e loda de' Caldei gl'ingegni e l'arti.</l>
<l>Ma concedasi pur che 'n ciel descritti</l>
<l>i segni sian non di tempesta o nembo,</l>
<l>o de l'incerto variar de' tempi,</l>
<l>ma de la vita, e di sue varie sorti:</l>
<l>che ne diran? che delle stelle erranti,</l>
<l>e de l'affisse ne l'obliquo cinto</l>
<l>congiunte insieme, gl'implicati nodi,</l>
<l>e le varie figure, e i vari incontri</l>
<l>sien di felice aventurosa vita</l>
<l>alta cagione a chi lo ciel sortilla?</l>
<l>o di contraria pur dogliosa sorte?</l>
<l>Ma pur dirò, per illustrare 'l dubbio,</l>
<l>quel che degli altri è detto, e i detti in prova</l>
<l>pur addurrò contra gl'istessi in lite.</l></lg>
<lg>
<l>Gl'inventori de l'arte in poco spazio</l>
<l>vider molte figure e 'n breve tempo,</l>
<l>chè disparian troppo veloci inanzi</l>
<l>a gli occhi loro: onde raccolte e chiuse</l>
<l>fur da gl'istessi entro misure anguste,</l>
<l>quasi in un solo indivisibil punto,</l>
<l>che 'n un sol batter d'occhio altrui disparve.</l>
<l>Quinci di quei che da' materni chiostri</l>
<l>nascer deveano a la serena luce,</l>
<l>nel primo punto o 'n quel che segue appresso,</l>
<l>molta varietà d'ingegno e d'arte</l>
<l>notaro, e di possanza e di fortuna.</l>
<l>Ch'altri ci nasce pur Cambise o Ciro,</l>
<l>od Alessandro o fortunato Augusto,</l>
<l>a scettro, a regno, a glorioso impero,</l>
<l>a l'onor de' trionfi e di vittoria.</l>
<l>Altri iro a ricercar di porta in porta</l>
<l>quel che sostegna la noiosa vita</l>
<l>in vergognosa povertate e grave.</l>
<l>Però in dodici parti il cerchio obliquo</l>
<l>diviser prima, ed ogni parte in trenta:</l>
<l>chè 'n tanti giorni un segno il sol trascorre</l>
<l>di que' dodici in lui segnati e impressi.</l>
<l>E poi secar le trenta, e risecaro</l>
<l>le sessanta in sessanta, e 'n sì minute</l>
<l>parti distinte fur gli aspetti e l'ore,</l>
<l>per trovar quella di chi nasce al mondo.</l>
<l>E non fur certi de l'instabil punto:</l>
<l>perchè sparire e dileguar repente</l>
<l>in cielo il vedi co 'l volar del tempo.</l></lg>
<lg>
<l>È nato a pena il fanciulletto ignudo</l>
<l>che si riguarda il sesso, e poi s'aspetta</l>
<l>il pianto, segno de l'umana vita</l>
<l>lacrimoso e dolente, a lei conforme:</l>
<l>predice indi il Caldeo le varie sorti.</l>
<l>Quanti punti trascorsi intanto a volo</l>
<l>son ne l'indugio? e chi descrive appunto</l>
<l>la figura del cielo? e quale ascenda</l>
<l>sublime stella, e signoreggi intanto,</l>
<l>e prescriva al fanciullo il propio fato?</l>
<l>Però ne le figure, e varie e vaghe,</l>
<l>è certo inganno e nel volar de l'ore.</l></lg>
<lg>
<l>Nasce costui di grazioso aspetto,</l>
<l>placido e grave e lento, e crespo il crine;</l>
<l>e l'ora sua da l'animal di Frisso</l>
<l>aver si crede; e questi è d'alto core</l>
<l>e magnanimo ancor, chè tal si mostra</l>
<l>l'animal, che de gli altri è quasi il duce,</l>
<l>ardito al cozzo ed al ferir di corno,</l>
<l>e mansueto poi, mentre si spoglia</l>
<l>senza dolor la molle e bianca lana,</l>
<l>di cui Natura poi l'orna e riveste</l>
<l>agevolmente. E quel ch'i lumi aperse</l>
<l>mentre ha nel Tauro il sol lucido albergo,</l>
<l>è faticoso, e tolerante a l'opre,</l>
<l>ed in atto servil se stesso ei doma,</l>
<l>però ch'avezzo è 'l Tauro al grave giogo.</l>
<l>Quegli a cui Scorpio in ciel lucente ascende,</l>
<l>altrui percote disdegnoso e fere,</l>
<l>come la fera che le piaghe attosca.</l>
<l>Ma Libra, che le cose agguaglia in lance,</l>
<l>giusto fa l'uomo e di giustizia amico.</l></lg>
<lg>
<l>Or tieni il riso? Il segno in via distorta,</l>
<l>onde prendi a la vita alto principio,</l>
<l>o sia il Monton, che già le notti adegua</l>
<l>co' dì sereni, o pur lucida Libra,</l>
<l>poca è del cielo e più lontana parte.</l>
<l>E da le fiere e da le greggie immonde</l>
<l>i costumi de l'uom figuri e formi?</l>
<l>e ferina per te, non pure immonda,</l>
<l>è la natura umana? al cielo ancora</l>
<l>la feritate assegni? il ciel dipende</l>
<l>da le contaminate e lorde mandre?</l>
<l>e fai soggette le celesti spere</l>
<l>a le terrene belve? Oh sciocca e stolta</l>
<l>sapienza mondana, ond'uom si gonfia</l>
<l>di vano fasto e di superbo orgoglio,</l>
<l>simile a tela d'infelice aracne,</l>
<l>che ne la sua testura a pena involve,</l>
<l>e 'ntrica l'ali a l'importuna mosca;</l>
<l>ma se peso più grave in lei s'incappa,</l>
<l>non si ritien, ma la dissolve e frange.</l>
<l>Oh piaccia a lui, che ne distringe e lega,</l>
<l>com'a lui piace, e talor solve e snoda</l>
<l>i lacci del peccato e i duri nodi,</l>
<l>onde il fato qua giù tien l'alme avinte;</l>
<l>oh piaccia, dico, a lui, cui tanto aggrada</l>
<l>il libero voler, celeste dono,</l>
<l>anzi divino, e non soggetto al cielo:</l>
<l>di squarciar de' contesti antiqui inganni</l>
<l>la fragil tela, e peso aggiunga a detto</l>
<l>liberator de gl'infelici ingegni.</l></lg>
<lg>
<l>Dunque dirò che nel continuo corso</l>
<l>de' sette erranti, altri al suo centro intorno</l>
<l>fan più veloce il giro, altri più tardo;</l>
<l>ed in un'ora altri guardarsi insieme</l>
<l>sogliono, altri celarsi; e mille e mille</l>
<l>fanno di sè ne gli stellanti chiostri</l>
<l>varie figure, e da minuto inganno</l>
<l>nel suo principio, che s'avanza e cresce,</l>
<l>un infinito errore alfin deriva.</l>
<l>E s'in ogni momento il ciel si cangia</l>
<l>e muta in un sol dì mille sembianze,</l>
<l>perchè non ogni giorno il re ci nasce?</l>
<l>o perch'al padre nel paterno regno</l>
<l>succede il figlio nato in vario clima</l>
<l>sotto varia del ciel figura e d'astro?</l>
<l>perchè non tutti i regi e i grandi augusti</l>
<l>regia figura in ciel, reale aspetto,</l>
<l>attendono de' figli al novo parto?</l>
<l>e qual nel generarli almeno elegge</l>
<l>l'ora opportuna? e di bramata prole</l>
<l>chiede il consiglio alle fatali stelle?</l>
<l>Ebbe forse nel ciel reale imago</l>
<l>di fortunate luci, allor che nacque</l>
<l>Gige, che re di servo alfin divenne?</l>
<l>o Servio, che di Roma al regno ascese?</l>
<l>o 'l Tartaro, che l'Asia e vinse e corse?</l>
<l>Creso a l'incontra con servile aspetto</l>
<l>nacque di fiera stella e di maligna.</l>
<l>E Perseo e 'l fier Iugurta e gli altri regi,</l>
<l>che 'l trionfo onorar di Roma invitta.</l>
<l>E come gli altri l'infelice Augusto</l>
<l>preso dal re de' Persi, e l'altro avinto</l>
<l>dal barbarico orgoglio ha pari scempio.</l></lg>
<lg>
<l>Ma ne l'estremo, quel che tutto avanza,</l>
<l>ponga omai fine a le question profonde:</l>
<l>perchè vane sarian le sacre leggi,</l>
<l>vani i giudìci, onde virtù s'onora</l>
<l>col guiderdone, e 'l vizio ha pena e scorno,</l>
<l>se i gran princìpi derivati altronde</l>
<l>fosser de l'opre giuste e de l'inique,</l>
<l>e non in noi medesmi; e ladro il ladro</l>
<l>non fora, e non faria col furto oltraggio,</l>
<l>nè, percotendo, il micidiale ingiusto,</l>
<l>se non potesse la sua errante destra</l>
<l>quel da l'oro astener, questi dal ferro,</l>
<l>sospinto a forza dal destino avverso.</l>
<l>Vani sariano i magisteri e l'arti,</l>
<l>e le fatighe ancora; e i campi indarno</l>
<l>segneria con l'aratro il buon cultore,</l>
<l>o domeria col rastro e col bidente,</l>
<l>aguzzando talor l'adunca falce,</l>
<l>se da l'ira del ciel matura messe</l>
<l>fosse negata, o dal voler del fato.</l>
<l>E 'nvano altri solcando il mare Eussino</l>
<l>o 'l Caspio o l'Eritreo travaglia e merca,</l>
<l>se 'l fato le ricchezze accoglie e sparge.</l>
<l>E quella de' fedeli antica speme,</l>
<l>ch'al gran regno del cielo invitta aspira,</l>
<l>perir potrebbe, ove il suo premio al giusto</l>
<l>non si conceda, e la sua pena a l'empio.</l>
<l>Chè dove il fato signoreggia e sforza,</l>
<l>la dignitate e la virtù sublime</l>
<l>non han loco fra noi conforme al merto.</l>
<l>Ma temer non debbiam che il ciel non serbi</l>
<l>a le buon'opre alfin corona e palma.</l></lg></div1>
<div1><head>3° Giorno</head>
<lg>
<l>Sono città del suo valor superbe,</l>
<l>e di bellezza e d'arti varie e d'opre</l>
<l>maravigliose, e di edifici eccelsi,</l>
<l>od onorate pur di gloria antica,</l>
<l>che dal nascer del giorno al sol cadente,</l>
<l>e talor anco insin che gira intorno</l>
<l>la fredda notte il suo stellato carro,</l>
<l>empion di turba lieta e di festante</l>
<l>piazze, campi, teatri adorni e logge,</l>
<l>ove a' diletti vari intende e passa</l>
<l>l'ore del dì fugaci e le notturne</l>
<l>lunghe ed algenti; e nel volar del tempo</l>
<l>pur se medesma volontaria inganna.</l></lg>
<lg>
<l>Altri da l'apparente e vana fraude</l>
<l>d'arte fallace, ond'è schernito il senso,</l>
<l>deluso pende, e ne' prestigi incerto</l>
<l>maravigliando quasi il falso afferma.</l></lg>
<lg>
<l>Ed altri a l'armonia di vari accenti,</l>
<l>o pur al dolce suon di cetra o d'arpa,</l>
<l>che l'alme acqueta e il cor lusinga e molce,</l>
<l>e gli tien lieti o mesti in varie tempre,</l>
<l>oblia le cure. Altri carole e balli</l>
<l>lieto rimira, e d'impudica donna,</l>
<l>che 'n varie guise, e quasi in varie forme</l>
<l>le pieghevoli membra e muove e cangia,</l>
<l>mira i lascivi salti e i modi e l'arti</l>
<l>lusinghieri e vezzosi, e parte agogna.</l></lg>
<lg>
<l>O dove splende pur dipinta scena</l>
<l>di colori e di lampe, e quinci inalza</l>
<l>gli archi e le mete, e 'ntorno a' sacri tempi</l>
<l>con marmorei giganti alte colonne,</l>
<l>piange i casi d'Edippo o di Tieste;</l>
<l>e 'n finto cielo il finto sol gli appare</l>
<l>tornar turbato a dietro in mezzo il corso;</l>
<l>o con Davo e con Siro allegro ride</l>
<l>degli scherniti vecchi i falsi inganni.</l></lg>
<lg>
<l>Altri i destrier feroci e pronti al corso,</l>
<l>a destra ed a sinistra in giro volti</l>
<l>risguarda, o 'n chiuso arringo o n'largo campo</l>
<l>i simolacri pur d'orrida guerra</l>
<l>al chiaro suon de la canora tromba</l>
<l>contempla, e de i guerrier l'insegne e l'arme.</l>
<l>E lor virtù con lieti gridi essalta.</l></lg>
<lg>
<l>Ma noi, che 'l Re del ciel, fattore e mastro</l>
<l>d'opre meravigliose invita e chiama</l>
<l>a contemplare il magistero e l'arte</l>
<l>divina, e questo suo lavoro adorno,</l>
<l>ch'è di cose celesti e di terrene</l>
<l>con sì diverse tempre in un contesto,</l>
<l>sarem pigri a mirarlo? o pur languenti</l>
<l>ascolterem come l'eterno fabro</l>
<l>fè di sua man le maraviglie eccelse?</l>
<l>E non più tosto rimirando intorno</l>
<l>questa sì varia e sì mirabil mole,</l>
<l>ciascun per sè con la sua mente indietro</l>
<l>ritornarà, pensando al primo tempo</l>
<l>ch'ebbe principio il tempo e 'l novo mondo?</l></lg>
<lg>
<l>In guisa di gran volta il ciel ricopre</l>
<l>le somme parti e gli stellanti chiostri,</l>
<l>onde con tante faci altrui risplende</l>
<l>questo sacrato a Dio sereno tempio.</l>
<l>E 'n se medesma si riposa e fonda</l>
<l>la gravissima, vasta e rozza terra;</l>
<l>e l'aer vago si diffonde intorno</l>
<l>tenero e molle, in cui non trova intoppo</l>
<l>chi si move per lui, sì pronto ei cede,</l>
<l>e ch'altri il fenda di leggier consente.</l>
<l>Senza contesa egli si sparge a tergo,</l>
<l>umido nutrimento a chi respira</l>
<l>porgendo, e dolce refrigerio interno,</l>
<l>tanto è l'aer amico al vago spirto.</l>
<l>L'acqua ancor nutre; ed opportuna a gli usi</l>
<l>della vita mortal nel mondo immondo</l>
<l>ordinata lor fu dal Padre eterno.</l>
<l>Ma non contenta già d'incerta sede</l>
<l>ebbe termine propio e certo loco</l>
<l>tra suoi certi confini, in cui s'accolse</l>
<l>ubbediente, e ragunossi insieme</l>
<l>al comandar de la divina voce.</l></lg>
<lg>
<l>Disse il gran Dio: "L'acqua, ch'è sotto al cielo,</l>
<l>in una ragunanza omai s'accoglia,</l>
<l>perchè l'arida fuori indi si veggia".</l>
<l>E così fatto fu. L'acqua repente,</l>
<l>ch'è sotto i giri del sereno cielo,</l>
<l>nelle sue ragunanze allor s'accolse,</l>
<l>onde veduta fu l'arida parte;</l>
<l>e l'eterno fattor per propio nome</l>
<l>l'arida chiamò terra, e l'acque ondose</l>
<l>mare nomò ne gli ampi spazi accolte.</l>
<l>E come suol talor ceruleo velo,</l>
<l>che gran teatro ricoprendo adombri,</l>
<l>quinci e quindi ritratto in sè raccorsi,</l>
<l>e discoprir de la dipinta mole</l>
<l>archi, statue, colonne, altari e tempi:</l>
<l>così al raccor de l'umida natura,</l>
<l>ne l'arida appariro il piano e i colli,</l>
<l>e gli altissimi monti alzar la fronte,</l>
<l>dianzi coperti, imperiosi in vista.</l>
<l>E 'l mare ondoso mormorando a pena</l>
<l>lavava i piedi al mauritano Atlante,</l>
<l>e del gran Tauro e di Parnaso e d'Ato,</l>
<l>ch'allungar può la breve e fragil vita</l>
<l>de' mortali egri, e d'Apennin nevoso</l>
<l>l'ime parti bagnava, e quinci e quindi.</l>
<l>E correvano al chin dal seno alpestro</l>
<l>de gli aspri monti i rapidi torrenti,</l>
<l>e con rimbombo impetuoso, al corso</l>
<l>precipitando gian le torbide onde;</l>
<l>correano a basso i quieti e lenti fiumi,</l>
<l>e 'n giù correano i lucidi ruscelli.</l>
<l>Però che Dio con la parola eterna,</l>
<l>che scendesser correndo a l'acque impose,</l>
<l>e da principio l'affrettare il passo</l>
<l>fu comandato a l'umida natura</l>
<l>de l'acque vaghe. E lor negò quiete</l>
<l>de la divina voce il santo impero.</l>
<l>Perchè ne l'ozio l'acqua è pigra e torpe;</l>
<l>e là dove ella s'impaluda e stagna,</l>
<l>da neghitoso grembo esala intorno</l>
<l>vapor grave e nocente, e fieri spirti</l>
<l>d'aure maligne, onde perturba il cielo</l>
<l>e quasi l'aria infetta, e parte in seno</l>
<l>malsano nutrimento accoglie e serba</l>
<l>nel suo limo tenace, onde sovente</l>
<l>lo sfortunato abitatore ammorba.</l></lg>
<lg>
<l>Ma l'acqua che veloce in giù discende,</l>
<l>da qual parte il suo corso ella rivolga,</l>
<l>salubre i sani in su l'erbose rive</l>
<l>nutre, e i tesori suoi lieta dispensa:</l>
<l>pesci con auree squame e molle argento,</l>
<l>o liquidi cristalli onde s'estingua</l>
<l>l'ardente sete a' miseri mortali.</l>
<l>Ma più salubre è, se tra vive pietre</l>
<l>rompendo l'argentate e fredde corna,</l>
<l>incontra il novo sol che 'l puro argento</l>
<l>co' raggi indora, i passi in bene avanza,</l>
<l>quasi rimembri obediente ancella</l>
<l>de l'alta voce ancora il suon celeste,</l>
<l>che pria la mosse e la fè pronta al corso.</l>
<l>Ma s'è natura pur ch'è propia a l'acque,</l>
<l>l'andare a basso e 'l non fermarsi in alto,</l>
<l>ricercando quiete in umil parte,</l>
<l>a che fu d'uopo la divina voce?</l>
<l>Bastar potea la sua natura al corso,</l>
<l>e fu soverchio il commandar severo</l>
<l>che le tolse il riposo, e 'n moto eterno</l>
<l>la fè inquieta, instabile e vagante.</l>
<l>E pur fu necessario il santo impero,</l>
<l>però che 'l suon de la parola eterna,</l>
<l>se criò l'acque, creatore insieme</l>
<l>fu de la mobil sua natura errante,</l>
<l>che la conserva; e nel suo moto eterna</l>
<l>quasi la rende, e l'assomiglia al cielo.</l>
<l>Onde la sua natura è certa legge</l>
<l>de l'immutabil verbo, e certa sede</l>
<l>dopo il suo lungo corso a lei prescrive.</l>
<l>Ma quivi ancor da le superne rote</l>
<l>agitata si move, e torna indietro,</l>
<l>cedendo intanto a l'arenosa terra</l>
<l>gli usurpati confini. E 'n questa guisa</l>
<l>segue del sole e de le stelle erranti,</l>
<l>ma più de la vicina e bianca luce,</l>
<l>il certissimo errore e 'l vago giro;</l>
<l>e da sei ore in sei s'avanza o scema.</l>
<l>Però che quando a l'orizonte ascende</l>
<l>la vaga luna, in riva al mar sonante</l>
<l>cresce il canuto flutto, e i lidi inonda</l>
<l>vittorioso, e parte o copre o sparge</l>
<l>d'arida terra, insin ch'al sommo cielo</l>
<l>aggiunga de la luna il freddo carro.</l>
<l>Quinci mentre ella a l'orizonte estremo</l>
<l>declina in ver l'occaso, il mar decresce,</l>
<l>e 'n se medesmo si raccoglie e scopre</l>
<l>di bianchissima spuma i lidi aspersi.</l>
<l>Ma ferve il mar di novo, e 'n fera vista</l>
<l>gonfia l'onde spumanti, e spazio ingombra</l>
<l>ne l'occupata terra, allor che torna</l>
<l>ella a quel punto de l'opposta parte,</l>
<l>e ne l'altro emispero ad altre genti</l>
<l>altissima risplende in mezzo al cielo.</l>
<l>Di novo cala il mare, e 'n umil faccia</l>
<l>l'onde, fervide dianzi, appiana e queta,</l>
<l>e par che fugga ed abandoni il lito,</l>
<l>quando la luna fa ritorno in alto</l>
<l>nel suo oriente, ond'ella a noi si mostra.</l></lg>
<lg>
<l>Ma non serba ogni mar l'istessa legge,</l>
<l>quando egli cresce o scema, e varia 'n parte</l>
<l>l'ordine e 'l moto, e 'n altri modi ondeggia.</l>
<l>Presso i Tauromitani assai più spesso,</l>
<l>e ne l'Eubea, come si legge, il mare</l>
<l>ben sette volte il dì s'avanza e scema.</l>
<l>Gran maraviglia, onde sublime ingegno,</l>
<l>affaticato e vinto, a morte aggiunse,</l>
<l>mentr'ei cercando la cagione occulta,</l>
<l>si dolse che natura a noi l'asconda</l>
<l>nel suo profondo e tenebroso grembo.</l>
<l>Ma tre fiate il giorno assorbe e mesce</l>
<l>l'onde la tempestosa empia Cariddi,</l>
<l>da cui latra non lunge orrida Scilla.</l>
<l>Altri mari vi son, come s'afferma,</l>
<l>che ne lo spazio pur d'un mese integro</l>
<l>soglion due volte alzar l'onde spumose</l>
<l>e due volte inchinarle in sè ripresse.</l>
<l>Anzi nel mar degli Etiopi adusti</l>
<l>non v'ha flusso e reflusso. E più lontano</l>
<l>sotto un altro emispero e un altro polo,</l>
<l>in cui non splende il pigro Arturo e l'Orsa,</l>
<l>solca un gran mar d'una perpetua pace</l>
<l>l'ardito navigante. E quel ch'intorno</l>
<l>la terra mormorando ognor circonda</l>
<l>indomit'ocean, respinge e caccia</l>
<l>lunge nel crescer suo torrenti e fiumi:</l>
<l>tal che paion, fuggendo, i porti e 'l lido</l>
<l>lasciar per tema, e le deserte arene,</l>
<l>e tornarsene indietro a' propi fonti:</l>
<l>tanto è il poter che gli reprime e sforza</l>
<l>de l'ocean, che mugge alto e superbo.</l>
<l>Ma 'l Ligustico seno, e quel de' Toschi,</l>
<l>ch'ondeggia appresso a la novella Pisa,</l>
<l>ch'a più onorati studi i premi serba,</l>
<l>e le corone a le più dotte fronti,</l>
<l>non ha quasi de l'onde il moto alterno.</l></lg>
<lg>
<l>Ma se da prima l'acque al chiaro suono</l>
<l>fur mosse già da la divina voce,</l>
<l>perchè cercare in terra o 'n mezzo a l'onde</l>
<l>altra cagion del lor perpetuo moto,</l>
<l>o pur là sù fra li stellanti chiostri?</l>
<l>Come fer molti, il cui pensiero ondeggia</l>
<l>pur quasi d'acqua il tremolante lume.</l></lg>
<lg>
<l>Altri al moto divino, onde si gira</l>
<l>la spera più sublime, assegna e rende</l>
<l>l'alta cagione; altri a le stelle erranti,</l>
<l>a quelle più de la più bassa luce,</l>
<l>ch'è più vicina, a quinci ha maggior forza</l>
<l>ne le cose mortali a lei soggette.</l>
<l>E di questi, altri vuol ch'obliquo o dritto</l>
<l>il bianco raggio inalzi l'onde o spiani;</l>
<l>altri che de la luna il pieno aspetto</l>
<l>riempia il mar di tempestoso flutto</l>
<l>e scemando lo scemi; ed altri afferma</l>
<l>che per consentimento di natura</l>
<l>tacito imiti il mar del cielo il corso;</l>
<l>ma sono questi in ciò quasi concordi.</l></lg>
<lg>
<l>Altri de' venti al respirare obliquo,</l>
<l>e 'n se stesso ritorto, il corso a l'onde</l>
<l>ritorce, e le commove or quinci or quindi.</l>
<l>Altri fu, che seguendo antica fama,</l>
<l>disse che 'l mar, quasi spirante e vivo</l>
<l>grande animal, che del gran mondo è parte,</l>
<l>manda fuori e raccoglie il corso e le onde,</l>
<l>spirando e respirando in vari modi.</l>
<l>Altri ne l'inegual suo letto angusto</l>
<l>non vuol che trovi il mar riposo o pace,</l>
<l>e quinci sempre egli si mova e lagni</l>
<l>con roco pianto; e l'inquieto regno</l>
<l>gli sia di guerra pur turbato campo.</l>
<l>Ma più si mova fra le parti eccelse,</l>
<l>che son quelle rivolte al freddo Carro,</l>
<l>là dove sempre di gelato umore</l>
<l>gravidi e pieni son gli orridi monti,</l>
<l>lo qual compresso in mar si stilla e versa.</l>
<l>E perchè la gelata alta palude,</l>
<l>che l'Aquilon superbo astringe e 'ndura,</l>
<l>è più sublime assai, però discende</l>
<l>ne l'inospite Eussino. E quel trascorre</l>
<l>nel mar Egeo col suo veloce flutto.</l>
<l>Ma poi respinto d'arenosa piaggia</l>
<l>fa l'Egeo ne l'Eussin ritorno, e riede</l>
<l>l'Eussin ne la Meotica palude.</l>
<l>Quinci hanno i mari ognor flusso e reflusso.</l></lg>
<lg>
<l>Alcun vi fu di più sublime ingegno,</l>
<l>ch'a non giuste bilance il mar somiglia,</l>
<l>ed una parte sua solleva in alto,</l>
<l>l'altra deprime a l'arenoso fondo;</l>
<l>ma da quel favoloso antico varco,</l>
<l>ove Alcide inalzò le mete e i segni,</l>
<l>come si disse, e da l'ondose porte,</l>
<l>se pur sue porte ha l'ocean profondo,</l>
<l>in guisa di torrente il mar si sgombra</l>
<l>di seno in seno; e con diversi aspetti</l>
<l>egli se stesso pur figura e stringe</l>
<l>tra' curvi lidi e l'arenose sponde.</l>
<l>Anzi fu l'alta man del mastro eterno,</l>
<l>che 'n tante forme figurollo e finse,</l>
<l>or facendo il mar lungo, or tondo, or quadro</l>
<l>e 'n guisa di piramide e di croce</l>
<l>anco formollo, e di mirabil vaso:</l>
<l>sì come là, dove il Tireno inonda</l>
<l>di Partenope bella i lidi e i colli,</l>
<l>gran tazza colma di spumoso umore.</l></lg>
<lg>
<l>Ma qual si sia del mar la forma o 'l moto,</l>
<l>posa diurna mai, posa notturna</l>
<l>non trova, nè silenzio in chiaro tempo</l>
<l>od in turbato, ed in orror profondo,</l>
<l>benchè i silenzi ne l'amica notte</l>
<l>abbia la luna. Io la cagion primiera</l>
<l>non reco al sole o a le stelle erranti,</l>
<l>non a' raggi di luna obliqui o dritti,</l>
<l>non al ritorto respirar la rendo</l>
<l>de gl'inquieti venti o al vario fondo,</l>
<l>in cui s'appende il mar sospeso in lance.</l>
<l>Chè la prima cagion fu l'alta voce,</l>
<l>movendo il cielo in giro e i mari insieme.</l>
<l>Da' quai, com'altri disse, in giro parte</l>
<l>l'onda, ed al suo principio in giro torna.</l></lg>
<lg>
<l>Deh, se giamai sovra una viva fonte</l>
<l>che d'acqua intorno larga copia spande,</l>
<l>sedesti lasso, e nel pensier t'occorse</l>
<l>chi è colui, che fuor del seno algente</l>
<l>della profonda e tenebrosa terra</l>
<l>manda fuor l'acqua, e chi la spinge avanti,</l>
<l>perch'ella mai non cessi e non s'arresti?</l>
<l>quai sono i vasi e le spelonche interne</l>
<l>da cui deriva? ed a qual loco affretta</l>
<l>mai sempre il corso? ed onde aviene e come</l>
<l>che questa mai non manchi e quel non s'empia?</l>
<l>Questi effetti sì ascosi al nostro senso</l>
<l>pendon da quella prima e chiara voce,</l>
<l>ch'a l'acque indulse, e le fè pronte al corso.</l></lg>
<lg>
<l>Tu, che volgesti pur le carte antiche</l>
<l>e spesso volgi le moderne illustri,</l>
<l>ricorda pur fra te come rimbombi</l>
<l>di quella prima voce il chiaro suono:</l>
<l>"Si ragunino l'acque". E quinci inalza</l>
<l>il tuo pensiero a le cagioni eterne.</l></lg>
<lg>
<l>Il correr pria fu necessario a l'acque,</l>
<l>per occupar la certa ed ampia sede:</l>
<l>giunte nel propio loco, a lor convenne</l>
<l>in se stesse fermarsi, ed oltre il corso</l>
<l>non affrettar con un perpetuo errore.</l>
<l>E quinci certo avien ch'al fin si scorga</l>
<l>ogni torrente in mare, e 'l mar non s'empie:</l>
<l>perchè fu dato in sorte a l'acque il corso,</l>
<l>e circonscritto entro a' confini il mare,</l>
<l>come impose il buon Re che fece il mondo.</l>
<l>E quel suo comandar fu prima legge:</l>
<l>legge eterna e comune, a cui rubella</l>
<l>non è natura, e tra gli spazi angusti</l>
<l>queta il mar violento il fiero orgoglio.</l>
<l>Se ciò non fosse, ei già diffuso e sparso</l>
<l>coperto avria con un dilluvio eterno</l>
<l>la bassa terra ch'ei circonda e parte.</l>
<l>Nè quel di lei, che fuor de l'acque appare,</l>
<l>picciolo spazio, ei lascerebbe intero</l>
<l>a' faticosi e miseri mortali.</l></lg>
<lg>
<l>Quando agitato è più fra tuoni e lampi</l>
<l>dal gran furor de' procellosi spirti,</l>
<l>e volge al lido e sino al cielo inalza</l>
<l>gran monti d'onda rapidi e spumanti,</l>
<l>a pena tocca l'arenose rive,</l>
<l>che 'l suo furor si frange; e 'n lieve spuma</l>
<l>d'impeto si dissolve, e rotti e sparsi</l>
<l>caggion i monti, ond'ei ritorna indietro:</l>
<l>qual de l'arena più minuta o vile</l>
<l>o debil cosa più trovar potreste?</l>
<l>o qual più violenta e più superba</l>
<l>de l'orgoglioso mare? E pure a freno</l>
<l>l'arena tien del mar l'orgoglio e l'ira.</l></lg>
<lg>
<l>E non temerem noi quel Re superno,</l>
<l>che pose al mar con sì mirabil arte</l>
<l>per termine l'arena? e perch'uom pensi</l>
<l>al magistero, egli medesmo il dice.</l>
<l>Qual potrebbe altro intoppo o qual divieto,</l>
<l>qual podestà terrena o legge o forza</l>
<l>tenere il Rosso mar, sublime e gonfio,</l>
<l>ch'a l'Egitto, di lui più cavo e basso,</l>
<l>fatto avria prima impetuoso assalto,</l>
<l>e lui sommerso entro i suoi vasti abissi?</l>
<l>Già con l'Indico mar si fora aggiunto</l>
<l>senza fatica e senza ingegno od opra</l>
<l>de gli industri mortali e senza il vanto</l>
<l>de' superbi tiranni. Il gran Sesostre,</l>
<l>ch'i regi catenati al duro giogo,</l>
<l>quasi cavalli o buoi, soggetti a forza</l>
<l>tenne, e tragger gli fece il propio carro</l>
<l>per le già dome e soggiogate genti,</l>
<l>quel Sesostre (dico io), terrore e scempio</l>
<l>de' regni d'Aquilone, ov'egli in alto</l>
<l>pose la sede (e ben di ciò si gloria</l>
<l>con fama antica il favoloso Egitto),</l>
<l>quell'istesso Sesostre il mar de gl'Indi</l>
<l>e l'Eritreo tentò d'unire insieme</l>
<l>con quel d'Egitto, e la mirabile opra</l>
<l>il re possente abbandonò, temendo</l>
<l>che sommersa dal mar la verde terra</l>
<l>non rimanesse. E quella istessa tema</l>
<l>poscia ritenne il successor di Ciro.</l></lg>
<lg>
<l>Eran, quando fu dato il corso a l'onde,</l>
<l>pieni di cavernosi e curvi monti</l>
<l>gli antri e le tenebrose atre spelunche,</l>
<l>e le valli palustri in varie forme</l>
<l>pendenti, ed ime in fra montagne e colli.</l>
<l>E, quasi eguali al mare, i larghi campi</l>
<l>eran già colmi di argentato umore,</l>
<l>e tutti insieme si votar repente</l>
<l>al comandar de la divina voce.</l>
<l>Da cui l'acque fur mosse, e in giù sospinte</l>
<l>da le quattro del mondo avverse parti,</l>
<l>e 'n una ragunanza insieme accolte.</l>
<l>Anzi nel tempo istesso allor costrutti</l>
<l>per opra fur de la divina destra</l>
<l>i larghissimi vasi, i fonti e l'urne,</l>
<l>e gli altri lochi, in cui s'accoglie o versa.</l>
<l>Non era ancor di là del varco angusto</l>
<l>che divide con l'onde Abila e Calpe,</l>
<l>anzi Libia ed Europa, il mar d'Atlante,</l>
<l>nè quel sì spaventoso a' naviganti</l>
<l>tempestoso ocean, che 'ntorno inonda</l>
<l>di Gerione i fortunati regni,</l>
<l>e l'Inghilterra e la vicina Irlanda;</l>
<l>ma fur di quella voce al gran rimbombo</l>
<l>fabricate le rive e 'l vasto letto,</l>
<l>in cui si radunar l'acque correnti.</l></lg>
<lg>
<l>Nè contra il vero insuperbire ardisca</l>
<l>l'esperienza de' mortali erranti</l>
<l>fallace e vana, a cui di pochi lustri</l>
<l>il brevissimo spazio orgoglio accresce.</l>
<l>Perchè, dico io, se ben riguardi e pensi</l>
<l>il numero de' secoli volanti,</l>
<l>a lui non giunge esperienza umana.</l>
<l>E non adduca incontra noi l'esperto</l>
<l>che del mondo cercò le parti estreme,</l>
<l>fosse, stagni fangosi, imi e palustri</l>
<l>laghi, in cui si raccoglie il pigro umore,</l>
<l>che Dio stimò di sì gran nome indegni,</l>
<l>e mari egli chiamò sol l'ampie e grandi</l>
<l>ragunanze de l'acqua, anzi quell'una</l>
<l>grandissima e perfetta, in cui s'accoglie,</l>
<l>come in suo luogo, il liquido elemento.</l></lg>
<lg>
<l>E come il foco, che diviso e scevro</l>
<l>in parti minutissime, risplende</l>
<l>qui per nostro uso in verde legno, e 'n esca</l>
<l>arida, in forma di carbone acceso,</l>
<l>o di lucida fiamma o di fumante,</l>
<l>per cui si sparge in cenere e 'n faville,</l>
<l>ma sotto il ciel, ch'è men sublime ed ampio,</l>
<l>nel cavo spazio si raccoglie insieme;</l>
<l>o come l'aria, che si spande e spira</l>
<l>per varie parti, e ne l'occulto grembo</l>
<l>passa de l'onda, onde gorgoglia e spuma,</l>
<l>e fra spelunche e cavernosi monti</l>
<l>penetra ancora, e ne l'interne vene</l>
<l>de la profonda e tenebrosa terra,</l>
<l>ma pure insieme il propio loco ingombra;</l>
<l>così l'acqua non men s'aduna e sparge</l>
<l>in vario letto e tra confini angusti,</l>
<l>ma poi raccolto in voto spazio e vasto,</l>
<l>empie il salso elemento il propio sito.</l>
<l>L'altre acque in varie parti insieme accolte,</l>
<l>a questa somiglianza anco sortiro</l>
<l>de' mari il nome sì famoso e illustre.</l>
<l>Sì come là, dove Aquilone algente</l>
<l>versa mai sempre le pruine e 'l gelo</l>
<l>e i larghi campi e gli aspri monti agghiaccia,</l>
<l>che son canuti di perpetua neve.</l>
<l>Ivi, come la fama a noi divulga,</l>
<l>sono ampissimi stagni, e nel profondo</l>
<l>letto e fra le superbe orride rive,</l>
<l>quasi emule del mar alte paludi;</l>
<l>e in gel converse, anzi indurate e strette,</l>
<l>quasi in lucente adamantino smalto,</l>
<l>de le veloci rote il corso e 'l pondo</l>
<l>sostengon del gravoso ed ampio carro</l>
<l>che gli animali ignoti a' nostri sensi</l>
<l>soglion tirar, la fronte alta e superba</l>
<l>di più ramose armati e lunghe corna,</l>
<l>facendo lunga strada al grave plaustro</l>
<l>là 've dianzi correa spalmata nave.</l></lg>
<lg>
<l>Ma di tutti maggior candido lago</l>
<l>là sotto i sette gelidi Trioni</l>
<l>biancheggia, e quasi eguale al mare Ircano</l>
<l>molte ha d'intorno a le sue algenti sponde</l>
<l>città, provincie, regni, ignote genti,</l>
<l>popoli barbareschi; e questi a caccia</l>
<l>van per le rive, chè gli augei volanti</l>
<l>o su per l'onde e dentro a l'onde istesse</l>
<l>cercan l'umida preda e 'l cibo usato</l>
<l>de gli animai squamosi e de gli alati.</l>
<l>Botnia, Botnia pescosa, assai vicina</l>
<l>a i più lontani ed ultimi Biarmi,</l>
<l>intra que' suoi gelati orridi monti</l>
<l>ha molti quasi mari; e nutre e pasce</l>
<l>pur di quell'esca le propinque genti,</l>
<l>e potria mezzo nutricarne il mondo.</l>
<l>Nè di Venere il lago in altra parte,</l>
<l>che sotto l'Orse si dilata e spande,</l>
<l>e nel suo spazioso e largo seno</l>
<l>per ventiquattro porte i fiumi accoglie,</l>
<l>ch'entrano in lui; ma solo aperto un varco</l>
<l>lascia al precipitoso uscir de l'acque,</l>
<l>che per sassoso calle al mar sonante</l>
<l>corrono, e 'l suono i suoi vicini assorda.</l>
<l>Ei molti accoglie ne l'ondoso grembo</l>
<l>isole e tempi sacri al Re celeste,</l>
<l>in cui s'adora con pietoso culto.</l>
<l>Quivi il lago di Melce anco vi stagna</l>
<l>fra 'l regno di Suezia e quel de' Goti.</l>
<l>Quel di Vetere appresso ivi mareggia,</l>
<l>e di fulmine il tuono, o di metallo</l>
<l>imitator del fulmine, rassembra</l>
<l>con quel de l'acque, allor che d'alto il corso</l>
<l>move precipitando: onde sovente</l>
<l>tonar diresti e fulminare il ferro,</l>
<l>che l'alte mura impetuoso atterra.</l>
<l>E l'uno e l'altro di metalli abonda,</l>
<l>sì ricche son l'aventurose rive</l>
<l>di gran vene d'argento e di ferrigne.</l>
<l>Ha 'l regno di Norvegia il propio lago,</l>
<l>che 'n vece di prodigio in sen si nutre</l>
<l>orrido, spaventoso, empio serpente.</l>
<l>L'ha quel d'Ibernia, ov'uom languente ed egro</l>
<l>non può stanco spirar lo spirto e l'alma,</l>
<l>se quinci non è tratto. E fra' Britanni</l>
<l>si vede un lago, che pur scema e cresce</l>
<l>con ordine contrario al mar sonoro:</l>
<l>in cui, quando egli cala, il lago inonda,</l>
<l>ma l'onde a sè raccoglie e torna indietro,</l>
<l>quando più ferve l'ocean superbo.</l>
<l>Ha Scozia il Tazio di famoso grido,</l>
<l>e la maravigliosa alta palude,</l>
<l>che quando è più sereno e puro il cielo,</l>
<l>nè si movon per l'aria o venti od aure,</l>
<l>si gonfia, non so come, e l'onde accresce.</l>
<l>Molti Germania e Francia, e quel famoso,</l>
<l>da cui il Rodan si parte e 'n mar trascorre.</l>
<l>A la palude Lugea, onde si vanta</l>
<l>la nobil Carnia, lunga età vetusta</l>
<l>non ha scemato ancor l'onore e 'l grido:</l>
<l>quivi si pesca prima; e poi ch'è fatta</l>
<l>secca ed asciutta, in lei si sparge il seme</l>
<l>e si raccoglie; e tra le verdi piante</l>
<l>prende l'abitator gl'incauti augelli.</l>
<l>E 'n tal guisa divien che 'n vari tempi</l>
<l>l'istessa sia palude e campo e selva.</l>
<l>E di Tracia e d'Arcadia ancor son conte</l>
<l>le maraviglie; e ne l'avversa parte</l>
<l>del mondo, dove il sole asciuga ed arde</l>
<l>la terra, sono ancor nel suolo adusto</l>
<l>di mirabil virtù paludi e stagni,</l>
<l>a cui di mar non fu negato il nome.</l></lg>
<lg>
<l>In Giudea per miracolo s'addita</l>
<l>quello in cui piovve già dal cielo ardente</l>
<l>la giusta fiamma, e l'altro a lui vicino,</l>
<l>onde prima il Giordan si move e scende.</l>
<l>Fra Palestina giace e 'l verde Egitto</l>
<l>ne' deserti d'Arabia un ampio lago</l>
<l>detto di Semhovite. Or perchè narro</l>
<l>o d'Arabi o di Siri acque stagnanti?</l>
<l>s'ancor la terra d'Etiopi e d'Indi,</l>
<l>via più soggetta al sol, s'irriga e bagna</l>
<l>de' suoi laghi famosi? e si racconta</l>
<l>che d'alcuni bevendo uom folle e stolto</l>
<l>tosto diviene, e pur dal sonno oppresso</l>
<l>si giace e da mortifero letargo.</l>
<l>Oltra le mete ancor d'Alcide e i segni,</l>
<l>fra 'l tropico del Cancro e l'ampio cinto</l>
<l>che la spera maggior divide e fascia,</l>
<l>ne' regni dianzi ignoti un lago ondeggia,</l>
<l>lo qual non d'ora in ora o scema o cresce</l>
<l>nè d'uno in altro giorno, e non s'avanza</l>
<l>di stagione in stagione o d'anno in anno.</l>
<l>Ma in guisa d'uom terren, che tardi aggiunga</l>
<l>al suo perfetto stato, e tardi ancora</l>
<l>declinando di sè minor divegna,</l>
<l>per cinquanta anni egli s'accresce e colma,</l>
<l>ed altrettanti poi si scema e vota.</l></lg>
<lg>
<l>Ma dove, Italia bella, omai tralascio</l>
<l>i laghi tuoi descritti in mille carte</l>
<l>e chiarissimi ancor di fama e d'onde?</l>
<l>Chi tace il Trassimeno? o quel ch'accoglie</l>
<l>nel dolce seno la città di Manto?</l>
<l>o 'l grandissimo Lario o 'l gran Benaco,</l>
<l>ch'assomiglia del mar l'orgoglio e l'onde?</l>
<l>o tanti altri, onde lieta ancor t'inondi?</l>
<l>Perchè taccio io le maraviglie antiche</l>
<l>de' stagni di Rieti, in cui vedeansi</l>
<l>l'isolette ondeggianti ir quasi a nuoto?</l>
<l>o nel lago Tarquinio i boschi ombrosi</l>
<l>ir su per l'onde, e variar sovente</l>
<l>forma e sembianza or con ritondo giro,</l>
<l>or con tre lati, e fare il terzo acuto?</l></lg>
<lg>
<l>Ma de l'opre di Iddio chi mi trasporta</l>
<l>a narrar di natura i vari effetti</l>
<l>antichi e novi? e riempir le carte</l>
<l>sacre a la maestà del Re superno</l>
<l>d'altro onor, d'altra istoria e d'altro nome,</l>
<l>o d'altre rare maraviglie eccelse,</l>
<l>che de le sue medesme? o pur son anco</l>
<l>l'opere di natura opre divine?</l>
<l>E 'l magistero di natura è l'arte</l>
<l>del fattor primo, ond'è fattura e figlia</l>
<l>la gran madre natura; e 'n lei s'onora,</l>
<l>e 'n lei si riconosce e si contempla</l>
<l>il saper e 'l poter che tutto avanza</l>
<l>de l'alto Re, ch'è suo fattore e Padre.</l>
<l>Lo qual de' mari diè l'imago e 'l nome,</l>
<l>e l'ondeggiar con tempestoso flutto</l>
<l>a l'acque insieme accolte. E pur di tante</l>
<l>fece un sol mar con magistero illustre,</l>
<l>ma pur in parte occulto a' sensi erranti,</l>
<l>ed uno sol de l'acque ampio elemento;</l>
<l>a cui fra la gravosa e stabil terra</l>
<l>e l'aer leve e vago egli prescrisse</l>
<l>la sede e 'l propio loco, e quinci e quindi</l>
<l>pose i fermi confini e quasi eterni.</l></lg>
<lg>
<l>Un solo adunque è il mare insieme aggiunto</l>
<l>d'acque infinite e d'infiniti abissi,</l>
<l>come affermar quei che di sole in guisa</l>
<l>lustrar la terra o circondarla intorno,</l>
<l>peregrinando da l'occaso a l'orto</l>
<l>o da' regni di Borea a' regni d'Austro.</l>
<l>Bench'alcun sia che stimi il mar Ircano</l>
<l>da ciascun altro mar scevro e disgiunto,</l>
<l>perchè tutto di rive intorno è cinto.</l>
<l>Nè dimostra altrimenti il vago senso,</l>
<l>come ben dimostrò l'antico errore</l>
<l>di chi pensò che ne l'istessa guisa</l>
<l>separato ancor fosse il mar Vermiglio</l>
<l>e quel de gl'Indi. Ma non senso o certa</l>
<l>esperienza di mortali industri</l>
<l>può dimostrar ch'a gli altri mar unite</l>
<l>sian l'onde caspie, che divise e 'ntorno</l>
<l>son circondate da sì lunga terra.</l>
<l>Ma sol il peregrino ed alto ingegno,</l>
<l>ch'ascende al cielo, e gli stellanti chiostri</l>
<l>di spera in spera alfin trapassa, e varca</l>
<l>i confini del mondo e i spazi angusti,</l>
<l>esposti a sensi, e con eterna pace</l>
<l>si congiunge a le pure eterne menti.</l>
<l>Il medesimo ingegno i letti e 'l fondo</l>
<l>cerca de' mari ondosi, e va sotterra</l>
<l>spiando le più occulte e interne parti,</l>
<l>che ne' secreti suoi natura asconde:</l>
<l>questo osò d'affermar del Caspio mare</l>
<l>che sotterra con gli altri ancor s'aggiunga,</l>
<l>come del greco Alfeo, come del Tigre,</l>
<l>come de gli altri fiumi ancor si legge.</l>
<l>Però che Iddio, qual fondatore antico</l>
<l>d'alta cittate, od architetto illustre,</l>
<l>che per uso di lei profonde e lunghe</l>
<l>strade faccia sotterra al corso occulto</l>
<l>de l'acque vaghe, e le conduca altronde</l>
<l>o da fonte o da fiume o da palude:</l>
<l>tal de' mari forò le vie nascoste</l>
<l>dentro la tenebrosa e fredda terra;</l>
<l>e da' suoi fonti le rivolse in giro</l>
<l>il Dedalo divin, se dir conviensi,</l>
<l>sì che non sol congiunto al mar di Gade</l>
<l>è l'Africano insieme e quel de' Sardi,</l>
<l>e 'l Ligustico appresso e 'l mar Tireno,</l>
<l>l'Adriano, l'Ionio e pur l'Egeo</l>
<l>con tante isole sue, con tanti porti,</l>
<l>e 'l Mirteo suo vicino, e seco il Ponto</l>
<l>con l'Ellesponto, e la palude amara.</l>
<l>Ma d'Arabi e di Persi e d'Indi adusti</l>
<l>i larghi seni a l'ocean profondo</l>
<l>son pur congiunti, e 'n più mirabil modo.</l>
<l>Il Caspio mar, che si rinchiude e copre</l>
<l>per tanto spazio, e poi da gli altri appare</l>
<l>diviso, e quasi peregrin solingo,</l>
<l>l'alta unione e 'l gran principio asconde.</l></lg>
<lg>
<l>Non disse allora Iddio: "La terra appaia",</l>
<l>ma "L'arida si veggia". Arida volle</l>
<l>chiamar la terra, e dimostrar col nome</l>
<l>ch'arida fu la terra avanti il sole,</l>
<l>avanti che nascendo il sole in cielo</l>
<l>la seccasse co' rai, e 'n membra asciutte</l>
<l>l'antichissima madre arida apparve.</l>
<l>Però ch'al suon de la divina voce</l>
<l>corsero tutte l'acque in giù repente,</l>
<l>ond'ella ne restò fangosa e mista</l>
<l>d'acque stagnanti in male adorno aspetto.</l>
<l>Ma fu sua prima qualità vetusta</l>
<l>l'esser arida; e secca è nota antica</l>
<l>che la disegna e sua sostanza adempie.</l></lg>
<lg>
<l>Come è propio de l'acqua il freddo, e 'l caldo</l>
<l>del foco, e l'aria è d'umida natura,</l>
<l>così a la terra l'arido conviensi.</l>
<l>E sì come al muggire è noto il tauro,</l>
<l>e 'l fier leone al suo ruggir superbo,</l>
<l>e 'l cavallo al nitrir, così la terra</l>
<l>per l'arido s'informa e si distingue.</l></lg>
<lg>
<l>Ma de' primi elementi ancora immisti</l>
<l>ciò solo intender può l'accorta mente</l>
<l>contemplatrice de gli obietti eterni.</l>
<l>Ma poi che a' nostri sensi omai soggetti</l>
<l>son de le cose instabili e caduche</l>
<l>i gran princìpi, onde perpetua guerra</l>
<l>è sotto il giro de l'algente luna,</l>
<l>in lor nulla di puro o, di sincero,</l>
<l>o di semplice vedi o di solingo;</l>
<l>ma son mischiati insieme, e 'n lor s'accoppia</l>
<l>l'una con l'altra qualità primiera.</l>
<l>Onde la terra insieme è secca e fredda,</l>
<l>fredda ed umida l'acqua, umida e calda</l>
<l>l'aria, ma sovra lei vicino al cielo</l>
<l>è caldo e secco per natura il foco.</l>
<l>Così le qualitati a coppia a coppia</l>
<l>ne' primi corpi son congiunte insieme,</l>
<l>per cui l'uno con l'altro in un si mesce</l>
<l>in breve pace. E come aviene in danza,</l>
<l>che alcuno in mezzo è con due mani avinto,</l>
<l>e con due mani avince, e quinci e quindi</l>
<l>l'intrecciata carola in lungo giro,</l>
<l>mentre ella si rivolge, 'n sè ritorna;</l>
<l>così de gli elementi il coro e 'l ballo</l>
<l>si gira in cerchio ed in se stesso ei riede,</l>
<l>però che l'acqua col suo freddo unita,</l>
<l>quasi con una mano, al suolo algente</l>
<l>è de la fredda terra, e d'altra parte,</l>
<l>con altra quasi mano umida tocca</l>
<l>l'aria, che posta pur fra l'acqua e 'l foco,</l>
<l>sè per l'umido suo con l'acqua implica,</l>
<l>e col suo caldo sè accompagna al foco.</l>
<l>E de le due nature in sè discordi</l>
<l>e guerreggianti, la contesa e l'ira</l>
<l>divide e parte, e lor congiunge in lega.</l></lg>
<lg>
<l>Oh mirabil del mondo, in un congiunta</l>
<l>con varie tempre e con tenaci nodi</l>
<l>catena indissolubile e più salda</l>
<l>che duro ferro o lucido adamante,</l>
<l>per magistero del superno fabro!</l>
<l>Oh de le cose instabili e caduche</l>
<l>ordin fermo, costante e quasi eterno!</l>
<l>Che nel tuo variar perpetuo osservi</l>
<l>leggi incorrotte, universali, antique,</l>
<l>che note sono a l'Etiope adusto</l>
<l>ed al gelido Scita; e parte assembri</l>
<l>ne le vicende e nel tuo moto incerto</l>
<l>le certe leggi, e sovra 'l ciel divine.</l></lg>
<lg>
<l>Ma poichè fur nel suo profondo sito</l>
<l>de l'acque scorse i gran diluvi accolti,</l>
<l>vide Dio ch'era bello il novo mare,</l>
<l>con gli occhi no, ma con la mente eterna,</l>
<l>onde il fatto da lui nobil lavoro</l>
<l>e l'opre sue medesme egli contempla.</l></lg>
<lg>
<l>Lieta vista, gioconda, e vago aspetto</l>
<l>quello è del mar, quando tranquillo e piano</l>
<l>biancheggia mormorando appresso il lito.</l>
<l>E bella vista ancor, se 'l dorso inaspra</l>
<l>lenta e piacevole aura, e l'onde increspa,</l>
<l>quando ei ceruleo over purpureo appare</l>
<l>a' riguardanti, e non percote irato</l>
<l>con violenza la vicina terra.</l>
<l>Ma dolcemente le distende intorno</l>
<l>l'amiche braccia, e le si avvolge in seno.</l>
<l>Ma non in questa guisa o bello o caro</l>
<l>fu il sembiante del mare al Re celeste;</l>
<l>nè qui de la beltà giudice è il senso,</l>
<l>ma la ragion de la mirabile opra</l>
<l>nel giudicio divino è bella, e piace.</l></lg>
<lg>
<l>In prima il mare a l'ampia terra intorno</l>
<l>è d'ogni umor di lei perpetuo fonte,</l>
<l>e per oscure e tenebrose strade</l>
<l>sotto la cavernosa e rara terra</l>
<l>se medesmo egli pur divide e parte,</l>
<l>quasi per mine occulte assai profonde.</l>
<l>E poi che da se stesso in lor s'è chiuso,</l>
<l>con gli obliqui suoi corsi ascende in alto:</l>
<l>da lo spirto che 'l move alfin sospinto,</l>
<l>rotto de l'aspra terra il duro grembo,</l>
<l>fuori se n'esce. E de' purgati umori</l>
<l>il terrestre amaror cangiato ha in dolce.</l>
<l>E, trapassando, da i metalli ei prende</l>
<l>qualità via più calda, onde sovente</l>
<l>con fervide acque egli s'accende e bolle</l>
<l>ne l'isole, che 'l mar circonda e bagna,</l>
<l>e ne' lochi vicini al salso lido,</l>
<l>talvolta in quei che son fra terra e lunge.</l></lg>
<lg>
<l>Bello il mar dunque è nel giudicio eterno,</l>
<l>perchè sotterra ha 'l suo profondo corso.</l>
<l>Bello, perchè nel salso ed ampio grembo</l>
<l>tutti raccoglie e d'ogni parte i fiumi,</l>
<l>e ne' termini suoi se stesso affrena.</l>
<l>Bello, perchè 'l principio e quasi il fonte</l>
<l>è de le pioggie, e d'ogni umor che versi</l>
<l>l'aria ristretta in brina o 'n neve o 'n gelo;</l>
<l>e riscaldato da gli ardenti raggi,</l>
<l>le sue parti più lievi esala in alto,</l>
<l>le quali arrivan poi nel loco algente,</l>
<l>ove di raggi ripiegati e torti</l>
<l>non giunge il caldo. Ivi ristrette insieme</l>
<l>sono dal freddo che circonda intorno</l>
<l>e caggiono in gravoso e denso umore.</l>
<l>Tal che l'arido seno indi s'impingua</l>
<l>de la terra, che poi concepe e figlia</l>
<l>tante e sì varie e sì leggiadre forme</l>
<l>di piante, d'animai, di fiori e d'erbe.</l></lg>
<lg>
<l>E chi negar può fede al ver ch'io parlo,</l>
<l>veggendo come ferve al foco ardente</l>
<l>e fuma il vaso che d'umore è colmo,</l>
<l>sì che le parti sue sottili e levi</l>
<l>spirando in aria, egli si vota o scema?</l>
<l>Ma de l'istesso mar l'onda sovente</l>
<l>ne le spugne raccolta e cotta al foco,</l>
<l>de gli assetati naviganti e lassi</l>
<l>serve al bisogno, e gli consola in parte.</l></lg>
<lg>
<l>Ma bellissimo è il mare inanzi a gli occhi</l>
<l>de la divina ed immutabil mente,</l>
<l>perchè con le spumose e torte braccia</l>
<l>tante isole nel sen raccoglie e stringe.</l>
<l>E perch'ei le remote e varie parti</l>
<l>de la terra congiunge, e i lidi opposti</l>
<l>da la natura; e largo e piano il varco</l>
<l>porge al nocchier, che lui trapassa e corre</l>
<l>care portando e preziose merci</l>
<l>e quindi e quinci: onde il difetto adempie</l>
<l>de l'una gente, a l'altra il peso alleggia</l>
<l>scemando quel che di soverchio abonda.</l>
<l>E porta insieme ancor di cose occulte,</l>
<l>anzi d'ignote maraviglie e strane</l>
<l>moderna istoria e peregrina fama.</l></lg>
<lg>
<l>Ma da qual alto e in mar pendente scoglio</l>
<l>e da qual più sublime eccelsa rupe,</l>
<l>da qual sommo di monti alpestre giogo</l>
<l>che signoreggi d'ambe parti il mare,</l>
<l>vedrò la sua beltà sì chiaro, e tanto,</l>
<l>quant'ella innanzi al suo fattor s'offerse?</l></lg>
<lg>
<l>Ma se pur è sì bello e sì lodato</l>
<l>anzi il divin cospetto il mare ondoso,</l>
<l>più bella assai festante e folta turba</l>
<l>è de' fedeli suoi raccolta e mista,</l>
<l>ch'anzi le porte e dentro il tempio ondeggia,</l>
<l>ed offre i voti; e le preghiere al cielo</l>
<l>devota sparge: onde s'ascolta un suono,</l>
<l>pur come d'onda che si rompa al lito.</l></lg>
<lg>
<l>Così quel suo pietoso e lieto aspetto</l>
<l>ne le maravigliose e sacre pompe,</l>
<l>e la serena sua tranquilla pace</l>
<l>conservi il gran Clemente; e 'l culto accresca</l>
<l>ne le quattro del mondo avverse parti,</l>
<l>mentre apre il cielo e i suoi tesori eterni,</l>
<l>e le sue grazie altrui comparte e dona;</l>
<l>nè faccia me di rimirarlo indegno.</l></lg>
<lg>
<l>Poi disse Dio: "La terra ancor germogli</l>
<l>l'erba sua verde, e 'l suo fecondo legno,</l>
<l>che produca i suoi frutti; e questo e quella</l>
<l>conforme al seme che nel seno asconde".</l>
<l>Così diss'egli. E la gran madre antica,</l>
<l>che scosso avea de l'acque il grave peso,</l>
<l>già respirava, ed alleggiata in parte</l>
<l>parea, quando fuor diede i novi parti.</l>
<l>Perchè la voce del soprano impero</l>
<l>costante e certa ed immutabil legge</l>
<l>fu quasi di natura; e 'n parte alcuna</l>
<l>ella non varia al variar de' lustri,</l>
<l>ma si conserva ancor di tempo in tempo.</l>
<l>Però de la pregnante e grave terra</l>
<l>quasi la prima prole è il verde germe;</l>
<l>e poi che dal suo freddo umido seno</l>
<l>egli s'inalza alquanto, erba diviene,</l>
<l>e vigore e fermezza alfin acquista,</l>
<l>talchè fien si dimostra, o 'n altra forma</l>
<l>perfetta appare, e 'n sua cresciuta etade</l>
<l>ha ciascuna di lor l'erboso e 'l verde.</l>
<l>Per cui, quasi sorelle e nate insieme,</l>
<l>non ci paion l'istesse, e non diverse</l>
<l>molto; ma l'una assai somiglia l'altra.</l>
<l>E senza aiuto altrui la vecchia madre</l>
<l>queste produsse, e non fu d'uopo altronde</l>
<l>strana virtute, oltre il divino impero.</l></lg>
<lg>
<l>Fu chi pensò ch'alta cagione il sole</l>
<l>fosse di ciò che 'n lei s'appiglia o nasce,</l>
<l>lo qual la scalda con gli ardenti raggi,</l>
<l>e 'l suo natio vigor dal suo profondo</l>
<l>con quel vital calore attragge in alto;</l>
<l>ma dietro sua ragion s'inganna e falle,</l>
<l>perchè la madre terra è più vetusta,</l>
<l>e nata pria che 'n ciel nascesse il sole.</l>
<l>Non gli perturbi adunque un vano errore</l>
<l>e lascin d'adorar del sole il lume,</l>
<l>come di vita sia cagione eterna.</l>
<l>Cessin le maraviglie antiche e nove,</l>
<l>cessino i preghi, i sacrifici e i voti;</l>
<l>cessin non pur marmorei alti colossi,</l>
<l>ma con gli altari i simolacri e i tempi.</l>
<l>E cessi ogni fallace ed empio culto,</l>
<l>onde ancor quella sciocca e rozza gente,</l>
<l>ch'oltre le mete e le colonne alberga,</l>
<l>sotto l'ignoto ciel, la terra ignota</l>
<l>che l'ocean da noi scompagna e parte,</l>
<l>adora il sole, e come a Dio supremo</l>
<l>gli idoli suoi bugiardi a lui consacra.</l>
<l>E sappia, scorta omai da santa voce,</l>
<l>per cui del nato mondo in lei rimbombi</l>
<l>la maraviglia, e del celeste fabro</l>
<l>l'opra e 'l lavoro e 'l magistero adorno:</l>
<l>sappia ella, dico omai, s'inganno o dubbio</l>
<l>in que' semplici petti ancor rimane,</l>
<l>sappia che quel lucente ardente sole</l>
<l>che tutto del suo lume il mondo illustra,</l>
<l>e tutto il corre, e lui circonda intorno,</l>
<l>quell'aureo fonte di serena luce,</l>
<l>quel grand'occhio del ciel, quell'alto padre</l>
<l>de la vita mortal, quel duce eccelso,</l>
<l>lo qual co' raggi suoi ne guida e scorge,</l>
<l>novo e giovane più di fieno e d'erba,</l>
<l>cede lor di vecchiezza il primo onore!</l>
<l>Ma che! Fu prima a le lanute gregge</l>
<l>ed a' cornuti armenti il verde pasto</l>
<l>preparato de l'erbe! e 'l cibo umano</l>
<l>fu d'ogni providenza allora indegno!</l>
<l>E quel Signor, ch'a' tardi e pigri buoi</l>
<l>ed a' cavalli rapidi e correnti</l>
<l>il facil nutrimento anzi dispose,</l>
<l>dolci apparecchi a te care vivande,</l>
<l>onde tu goda e ricca mensa ingombri.</l>
<l>Quel che le mandre tue ti nutre e pasce,</l>
<l>o pur le torme in prato erboso impingua,</l>
<l>in gran vasi d'argento e di fin oro</l>
<l>condisce il cibo, e ti nutrisce e giova,</l>
<l>e co' sapori ti lusinga il gusto.</l></lg>
<lg>
<l>Ma 'l germogliare ancor di seme sparso</l>
<l>altro non è ch'un prepararti avanti</l>
<l>quel che la vita ti mantenga e servi.</l>
<l>E l'erbe ancor son nutrimenti umani,</l>
<l>e l'altre che produce il suol fecondo,</l>
<l>quasi fra l'erbe e le frondose piante</l>
<l>in mezzo poste, e di natura incerta.</l>
<l>Benchè non tutti da l'erbosa terra</l>
<l>nascon di semi sparsi i germi e i parti;</l>
<l>nè la gramigna, onde corona illustre</l>
<l>ebbe ne' tempi antichi il buon romano;</l>
<l>nè la canna, che tempra in dolce suono</l>
<l>spesso al pigro pastore i rozzi amori;</l>
<l>nè la menta, nè 'l croco, e mille e mille</l>
<l>senza altro seme ancor produce e cria</l>
<l>la terra, umida il volto e pingue il seno:</l>
<l>perchè ne la radice o pur nel fondo</l>
<l>quasi è virtù di seme. E 'n questa guisa</l>
<l>la vota canna, poi ch'un anno intiero</l>
<l>cresce vestita di sue verdi spoglie,</l>
<l>da sua radice manda e sporge in fuori</l>
<l>un non so che, lo qual di seme ha forza</l>
<l>o pur ragione, e l'è di seme in vece.</l>
<l>Nè de la canna già l'oliva è nata,</l>
<l>ma da la canna pur nasce la canna,</l>
<l>l'oliva da l'oliva: onde s'adempie</l>
<l>quel che da prima Dio di lor dispose.</l>
<l>E quel che fu nel primo antico parto</l>
<l>generato di terra e fuor prodotto</l>
<l>da le tenebre oscure in chiara luce,</l>
<l>di stagion in stagion, di tempo in tempo,</l>
<l>nel simil suo rinasce e si rinova,</l>
<l>e ne la sua progenie è quasi eterno.</l></lg>
<lg>
<l>Deh pensa come al suon di pochi detti</l>
<l>e di comandar breve allor repente</l>
<l>la raffreddata e secca e steril terra</l>
<l>sentì del partorir la pena e 'l duolo.</l>
<l>E i cari frutti a generar commossa,</l>
<l>aprì del chiuso ventre i verdi chiostri.</l>
<l>Come donna pur dianzi egra e dolente,</l>
<l>deposto il negro manto e 'l vel lugubre,</l>
<l>veste di ricche spoglie e d'aurei fregi,</l>
<l>con arte vaga oltre l'usato adorna;</l>
<l>così la terra, che 'n dogliosa vista</l>
<l>mesta appariva e 'n squallido sembiante,</l>
<l>d'erbe e di fiori e di frondose e liete</l>
<l>piante novelle a l'abbellite membra</l>
<l>fece la verdeggiante e ricca veste,</l>
<l>tessendo al lungo crin varie ghirlande.</l></lg>
<lg>
<l>Deh pensa teco ancor di parte in parte,</l>
<l>quante fè maraviglie Iddio creando;</l>
<l>e perchè resti al cor profondo affisso</l>
<l>l'alto miracol suo, dovunque giri</l>
<l>gli occhi e 'l pensier ne l'opere create,</l>
<l>ti sovvenga di lui, che fece il tutto.</l>
<l>Perchè non è sì vile e rozza pianta,</l>
<l>o sì minuta in terra erba negletta,</l>
<l>che rinovar non possa al cor l'imago</l>
<l>e la memoria del fattore eterno,</l>
<l>e richiamarne i miseri mortali.</l></lg>
<lg>
<l>Prima del fien veggendo i fiori e l'erba,</l>
<l>pensa fra te che pur di fieno in guisa</l>
<l>l'umana carne si disfiora, e perde</l>
<l>il suo natio colore, arida in vista,</l>
<l>e la gloria mortal troncata in erba</l>
<l>cade repente. Oggi leggiadro amante</l>
<l>è nel più verde e più sereno aprile</l>
<l>de la felice sua gioiosa vita,</l>
<l>nudrito di pensier dolci e soavi,</l>
<l>e di speranze giovenili altero,</l>
<l>e di purpurei adorno e d'aurei fregi,</l>
<l>sparso d'arabo odor la chioma e 'l volto,</l>
<l>robusto per l'età, raggira intorno</l>
<l>un gran destriero, e lo sospinge al corso;</l>
<l>o con estrania pompa in finto aspetto</l>
<l>appare altrui sotto mentite larve,</l>
<l>gravi lance rompendo in chiuso arringo.</l>
<l>Domani è tinto di pallor di morte,</l>
<l>con occhi ne la fronte oscuri e cavi,</l>
<l>o con le membra debili e tremanti</l>
<l>preme odiose piume, e ferve e langue</l>
<l>con interrotte voci a pena intese.</l></lg>
<lg>
<l>Quegli di sue ricchezze antiche e nove,</l>
<l>da sè raccolte o pur da gli avi illustri,</l>
<l>de la sua fama e del suo onor superbo,</l>
<l>e da folta seguito ed umil turba,</l>
<l>anzi da numerosa e lunga greggia</l>
<l>de' propi servi e de' ministri eletti,</l>
<l>o pur de' lusinghieri e finti amici,</l>
<l>esce da l'alto suo dorato albergo,</l>
<l>e torna poi con orgoglioso fasto;</l>
<l>ed uscendo e tornando, invidia e sdegno</l>
<l>move nel primo e ne l'estremo occorso;</l>
<l>e d'ogni intorno vede a l'alte porte</l>
<l>accorrer gente, ch'ivi adduce e tragge</l>
<l>grazia, prezzo, favor, mercede e cibo.</l>
<l>A le ricchezze alta possanza arroge</l>
<l>di libera città governo, impero</l>
<l>d'armate squadre, e da gl'invitti regi</l>
<l>onor concesso e potestà sublime,</l>
<l>e peregrina guardia in lucide armi</l>
<l>temuta e fiera, e 'n disusata foggia:</l>
<l>quinci il timore o di gravoso essiglio,</l>
<l>o de la povertà spogliata e nuda,</l>
<l>o di tenebre oscure in carcer tetro,</l>
<l>di gravi ceppi o pur d'orrida morte,</l>
<l>la plebe e i cavalier perturba ed ange.</l>
<l>Ma che? lo spazio di una breve notte,</l>
<l>fianchi, stomaco, febre ardente e grave</l>
<l>l'assale e doma; e da sì lieto stato,</l>
<l>da sì sublime altezza, anzi dal mondo</l>
<l>l'infelice signor rapisce a forza,</l>
<l>dispogliando repente a lui d'intorno</l>
<l>di questa vita la dipinta scena.</l>
<l>E tanta maiestà sparir confusa</l>
<l>ratto si vede, e quasi in sogno e 'n ombra.</l>
<l>Così rassembra un fior languente e vile</l>
<l>la gloria de' mortali: alta e superba</l>
<l>pur dianzi, è di fortuna gioco e scherno.</l></lg>
<lg>
<l>Ma con le cose, onde la vita e 'l pasto</l>
<l>aver poscia devean gli egri mortali,</l>
<l>prodotto fu micidiale il tosco.</l>
<l>Nacque col grano la cicuta insieme,</l>
<l>con gli altri cibi immantinente apparve</l>
<l>l'elleboro, e 'l color fu bianco e negro.</l>
<l>Apparve noto a la matrigna ingiusta</l>
<l>poi l'aconito, e non rimase occulta</l>
<l>la mandragora in terra, e non s'ascose</l>
<l>il papaver, che sparge il grave succo.</l>
<l>Debbiam dunque accusar la mano eterna</l>
<l>che fece il mondo, e vi produsse in terra</l>
<l>quel che la vita poi guasti e corrompa?</l>
<l>Ma pensar non debbiam ch'al ventre ingordo</l>
<l>tutto debba servire empendo il sacco,</l>
<l>o lusingar con sua dolcezza il gusto?</l>
<l>Perch'ogni cibo preparato od esca</l>
<l>nota s'offerse ed opportuna e pronta.</l>
<l>Ed ha ciascuna e la ragione e il modo</l>
<l>ond'ella giovi. E se del tauro il sangue</l>
<l>fu già veneno a te, famoso duce,</l>
<l>che pria vinto fugasti il re de' Persi,</l>
<l>poi te medesmo al suo poter soggetto</l>
<l>far non sdegnasti e la tua patria antica,</l>
<l>devea però quell'animal robusto,</l>
<l>che si destina al giogo ed all'aratro,</l>
<l>e 'n molti usi ci giova e 'n mille modi,</l>
<l>non esser nato? od esser nato essangue?</l>
<l>Non hai ragione, onde tu schifi o fugga</l>
<l>quel che ti noce, e 'l tuo migliore elegga?</l></lg>
<lg>
<l>Le mansuete e semplicette agnelle,</l>
<l>o pur le capre, abitatrici alpestri</l>
<l>de gli aspri monti e de l'inculte rupi,</l>
<l>sanno schivar quel che l'affligge e noce</l>
<l>discernendo col senso. A te s'aggiunge</l>
<l>col senso la ragion, celeste dono,</l>
<l>e lunga insieme esperienza ed arte.</l>
<l>Ma da quel che ci noce, anco sovente</l>
<l>util si tragge, e 'n pro si volge il danno,</l>
<l>e giovevole altrui sovente appare</l>
<l>quel ch'è dannoso a gli altri. E 'n questa guisa</l>
<l>il mar col bene si contempra e mesce,</l>
<l>tal che nulla è da Dio creato indarno.</l>
<l>La cicuta a gli storni è caro cibo,</l>
<l>nè, benchè freddo, noce al caldo corpo</l>
<l>del picciolo animal. Ricerca ancora</l>
<l>la pernice il veratro, indi si pasce.</l>
<l>Tai son le tempre, onde si schifa il danno.</l>
<l>La mandragora e l'oppio il sonno allice,</l>
<l>ma giova ancora a la virtù languente</l>
<l>de le famose donne, e de gli eroi</l>
<l>vinti dal mal, benchè da l'armi invitti.</l>
<l>Del buon veratro il buon remedio antico</l>
<l>è ne la filosofica famiglia</l>
<l>in pregio ancor, perch'egli punge e desta</l>
<l>l'ingegno usato a le question profonde:</l>
<l>come di Preto già sepperle figlie,</l>
<l>e 'l forsennato Alcide, e quel famoso</l>
<l>ch'al buon Pericle fu maestro e duce.</l>
<l>E la cicuta ancor rabbiosa fame</l>
<l>rintuzzando reprime. Or volgi adunque</l>
<l>l'accuse in grazie, e Dio ringrazia e loda,</l>
<l>che deriva dal mal sì pronto il bene,</l>
<l>e da la morte ancor la vita ei trasse.</l>
<l>E non pensar ch'oltre l'impero e 'l suono</l>
<l>de la sua voce, generare ardisca</l>
<l>disdegnosa la terra audace parto;</l>
<l>benchè la folle antichità la finga</l>
<l>madre de' fieri mostri e de' giganti.</l>
<l>Ma l'infelice e sventurata felce,</l>
<l>che non produce mai frutto nè fiore,</l>
<l>e l'infecondo loglio uscir produtti</l>
<l>dal suo propio principio, e non altronde</l>
<l>corrotti e trasmutati in altra forma.</l>
<l>E di coloro ebber sembiante imago,</l>
<l>di cui devean poi le parole e i sensi</l>
<l>germogliar ne le sacre antiche carte</l>
<l>inutilmente, e mescolati al vero</l>
<l>farlo men puro e men sincero in parte:</l>
<l>sì come avien, quando a progenie illustre</l>
<l>l'illegittima prole insieme è mista.</l>
<l>Anzi il Signore istesso i suoi perfetti,</l>
<l>ch'ebbero in lui costante e salda fede,</l>
<l>poi rassomiglia a quel cresciuto seme,</l>
<l>ch'abbia prodotto al fin maturo il frutto.</l></lg>
<lg>
<l>E già per adempir l'eterna legge</l>
<l>de la sua voce e 'l suo sovrano impero,</l>
<l>in un momento avea la madre antica</l>
<l>maturati nel grembo i cari germi;</l>
<l>eran fecondi già gli erbosi prati,</l>
<l>e 'n guisa omai di tempestoso mare</l>
<l>ondeggiavan di spighe i verdi campi.</l>
<l>Ogn'erba, ogni virgulto, ogni arboscello,</l>
<l>ogni umil pianta, e con le spoglie eccelse</l>
<l>ogni arbor più frondoso e più sublime,</l>
<l>e ciò che per nutrirne o per altro uso</l>
<l>de la vita mortal germoglia e cresce,</l>
<l>era già sorto, e verdeggiando in alto</l>
<l>con larga copia empieva il fertil grembo</l>
<l>de l'ampia terra, e d'importuna pioggia</l>
<l>non si temea, nè d'improviso turbo,</l>
<l>o di sonora e torbida tempesta.</l>
<l>Chè non potea de l'inesperto e pigro</l>
<l>neghitoso cultor l'indugio e l'ozio,</l>
<l>o la sua tracotanza, od aria impura</l>
<l>e stemperata, o fulmine o procella,</l>
<l>od altro sdegno pur del cielo irato</l>
<l>nuocere al già maturo e dolce frutto,</l>
<l>o danno fare a l'ondeggianti spighe.</l>
<l>Nè de l'aspra sentenzia il gran divieto</l>
<l>de la terra impedia la copia ancora:</l>
<l>ch'erano allor più antichi i vari frutti</l>
<l>del peccar nostro e di vetusta colpa,</l>
<l>onde a sì duro e faticoso culto</l>
<l>siam condennati, ed a ritrarne il cibo</l>
<l>con lo sparso sudor del propio volto.</l></lg>
<lg>
<l>E tutti ancora al suon de l'alta voce</l>
<l>i boschi verdeggiar con denso orrore</l>
<l>di folte piante e d'intricati rami.</l>
<l>E quelli, che drizzar la verde cima</l>
<l>sogliono al ciel con più sublime altezza,</l>
<l>cedri odorati, abeti e pini, palme</l>
<l>premio de' vincitori, o pur cipressi</l>
<l>imitatori de le antiche mete.</l>
<l>L'umili ancor, come i ginebri e i salci,</l>
<l>dispiegavano omai la verde chioma,</l>
<l>e quelle piante ancor di cui s'ordiva</l>
<l>nobil corona a l'onorate fronti,</l>
<l>dico le rose e i sacri allori e i mirti,</l>
<l>sorgendo insieme frondeggiar repente,</l>
<l>con sua propia virtù distinte e scevre,</l>
<l>quasi di varie note in vari modi</l>
<l>da mano eterna a lor notizia inscritte.</l>
<l>Ma solamente allor ne' primi tempi</l>
<l>senza que' suoi pungenti ispidi dumi</l>
<l>spiegò le foglie la purpurea rosa.</l>
<l>A la bellezza poi del vago fiore</l>
<l>aggiunta fu la dura acuta spina,</l>
<l>perchè al nostro piacer sia appresso il duolo</l>
<l>e ci rammenti il peccar nostro antico,</l>
<l>per cui fu condannata (e ben convenne)</l>
<l>a partorir la terra ortiche e spine.</l>
<l>Ma come avien ch'a quel divino impero</l>
<l>molte, quasi ritrose e ribellanti,</l>
<l>neghino obedienza in fare il frutto,</l>
<l>e non sian nate ancor del propio seme?</l>
<l>L'arbore, onde già cinse il crine incolto,</l>
<l>sì com'è vecchia fama, il forte Alcide,</l>
<l>or biancheggiar si vede, or negra appare;</l>
<l>ma pur frutti non fanno o queste o quelle.</l>
<l>Son infecondi ancora il salce e l'olmo,</l>
<l>ma ciascun ha di lor suo propio seme,</l>
<l>come vedrai, se ben riguardi e pensi</l>
<l>che soggetto a le foglie è un picciol grano,</l>
<l><hi rend="italic">móskon</hi>nomato già dal Greco industre,</l>
<l>che pose lungo studio e molta cura</l>
<l>in fare i nomi, e fabricolli e finse.</l>
<l>E questo ha forza pur di seme occulto,</l>
<l>come hanno l'altre ancor, che da radice</l>
<l>sogliono germogliar. Ma legge impose</l>
<l>l'eterna voce a le più degne e conte,</l>
<l>di cui far volle Iddio memoria illustre.</l>
<l>Come la vite e la tranquilla oliva,</l>
<l>di cui l'una produce il dolce vino,</l>
<l>e l'altra l'olio; e 'l vin conforto e gioia</l>
<l>è de' più dolorosi afflitti cori,</l>
<l>l'olio ci fa lucente e lieto 'l volto.</l></lg>
<lg>
<l>Ma chi potrebbe annoverar, parlando,</l>
<l>tante e sì varie di virtù secreta</l>
<l>e di sembianza, e da sì varie parti</l>
<l>translate piante e peregrine illustri,</l>
<l>o nostre pure, e sotto il nostro cielo</l>
<l>cresciute od in selvaggia orrida parte,</l>
<l>o tra le mura pur del propio albergo,</l>
<l>che fanno istoria sì famosa e lunga?</l>
<l>Basta la vite sol, che in alto estende</l>
<l>le torte braccia, e con frondosi giri</l>
<l>a l'olmo amico s'avviticchia e lega.</l>
<l>Basta la vite solo a farci accorti</l>
<l>di nostra vita; e di natura essempio</l>
<l>a noi si mostra, anzi è più degna imago</l>
<l>di imagin naturale o di celeste.</l>
<l>E rassomiglia umilemente altera</l>
<l>della madre natura il Padre eterno,</l>
<l>Padre del cielo; o pur l'eterno Figlio,</l>
<l>ch'a se stesso di vite il nome impose,</l>
<l>e cultor nominò, parlando, il Padre,</l>
<l>e noi, per fede ne la Chiesa inserti,</l>
<l>di chiamar si degnò sarmenti e tralci:</l>
<l>però ch'a noi, come a la fertil vite,</l>
<l>conviensi, o come a la feconda oliva,</l>
<l>producer largamente i dolci frutti,</l>
<l>senza spogliar giamai per tempo o caso</l>
<l>de la speranza non terrena il verde;</l>
<l>ma con sempre fiorito e lieto aspetto</l>
<l>rassomigliarla, e verdeggiar ne l'opra</l>
<l>ed offerirne a Dio la gloria e 'l merto,</l>
<l>ch'è divino cultor di pura mente.</l></lg>
<lg>
<l>Ma sono in dignità vicine a queste</l>
<l>quelle felici piante aventurose,</l>
<l>che de la Madre sua son quasi imago:</l>
<l>la qual è nel cipresso e ne la palma</l>
<l>rassomigliata, e d'odorato cedro</l>
<l>e di platano ancor non prende a sdegno,</l>
<l>o pur di mirra la sembianza e 'l nome.</l>
<l>Ma pur queste medesme ed altre ancora</l>
<l>utili sono a' magisteri, a l'arte</l>
<l>di nostra vita, e quasi a ciò prodotte</l>
<l>da la natura, anzi dal fabro eterno</l>
<l>con la natura insieme allor create.</l>
<l>Altra par nata a gli edifici eccelsi,</l>
<l>altra a tesser di sè le navi o i carri,</l>
<l>altra a far lance o pur saette ed archi,</l>
<l>armi temute ne l'orribil guerra,</l>
<l>altra ci nacque destinata al foco,</l>
<l>altra a far ombra a' peregrini erranti</l>
<l>nel mezzo giorno, od a coprir d'intorno</l>
<l>con le ramose braccia i dolci fonti,</l>
<l>o pur le mense fortunate a pieno.</l>
<l>Ma che sia propio di ciascuna, o come</l>
<l>l'una da l'altra si distingua e parta,</l>
<l>o quai dentro a la rozza orrida scorza</l>
<l>siano amori secreti e odi occulti,</l>
<l>è studio forse d'ozioso ingegno.</l>
<l>E 'l ricercar qual nel profondo grembo</l>
<l>de l'ampia terra le radici estenda,</l>
<l>qual nel sommo di lei s'appigli a pieno,</l>
<l>qual dritta nasca, e sovra un saldo tronco</l>
<l>lieta s'avanzi e s'avvicini al cielo,</l>
<l>e qual cresca le braccia, e più distorta,</l>
<l>e in molti rami si divida e parta,</l>
<l>e qual umil serpendo, a terra inchina</l>
<l>le verdi fronde, e non ardisca alzarsi</l>
<l>senza il fido sostegno a cui s'apprenda,</l>
<l>cura oziosa è pur di vana mente.</l>
<l>Ma quelle che divise e quasi sparse</l>
<l>per l'aria son con molti rami intorno,</l>
<l>sogliono aver ancor profonde a dentro</l>
<l>le sue radici assai distese in giro,</l>
<l>perchè natura stabilisce e fonda</l>
<l>de le superne parti il grave peso</l>
<l>incontra il mormorar di Borea o d'Austro.</l>
<l>Ne la nativa ancora inculta scorza</l>
<l>è gran divaro. Altra l'ha rozza ed aspra,</l>
<l>altra men dura, altra più molle e liscia,</l>
<l>altra d'una corteccia appar contenta,</l>
<l>altra di molte si ricopre e veste.</l>
<l>Ma quel che maraviglia in vero apporta,</l>
<l>è che ritrovi in lor, se ben riguardi,</l>
<l>i diversi accidenti e i vari essempi</l>
<l>di gioventute e di vecchiezza umana,</l>
<l>perchè le piante ancor novelle e verdi</l>
<l>han polita la scorza e quasi estesa;</l>
<l>ma s'adivien che per molti anni invecchi,</l>
<l>s'empie di rughe ed increspata inaspra.</l>
<l>Ed altre germogliar recise e tronche</l>
<l>sogliono. Ad altra, nel troncar, il ferro</l>
<l>apporta quasi inevitabil morte.</l>
<l>Altra già fu che impetuoso turbo</l>
<l>da le radici sue divelse, e poscia</l>
<l>ella risorse, e s'appigliò di novo</l>
<l>nel duro grembo de l'antica madre,</l>
<l>sì come ben due volte almeno avvenne</l>
<l>ne' campi di Farsaglia; e 'n altra parte</l>
<l>altra non pur, come si scrive e conta,</l>
<l>ne la medesma terra anco s'apprese;</l>
<l>ma fu talvolta che reciso ed arso</l>
<l>il pino trapassò di selva in selva,</l>
<l>e verdeggiò tra le robuste querce:</l>
<l>miracol raro di natura e grande,</l>
<l>se maraviglie fa l'alma natura.</l></lg>
<lg>
<l>Ma chi riguarda come il buon cultore</l>
<l>i vizi curi dell'inferme piante,</l>
<l>e de l'egra natura in lor corregga</l>
<l>vari difetti e gli trasmuti in meglio,</l>
<l>di curar se medesmo apprenda il modo.</l>
<l>Il bel pomo african, che in molle scorza</l>
<l>mille quasi purpuree e bianche gemme</l>
<l>asconde e copre, e poi le sparge aperte,</l>
<l>onde l'arida sete estingua in parte,</l>
<l>l'acido suo sapore in dolce succo</l>
<l>cangia sovente. E 'l mandorlo d'amaro</l>
<l>dolce diviene, e l'amaror maligno</l>
<l>affatto lascia, se forato è il tronco</l>
<l>a le radici, e dentro il foro infitto</l>
<l>di pece un cuneo ei ricevendo accoglie</l>
<l>ne la pingue midolla. E l'orzo ancora</l>
<l>è medicina a le frondose piante,</l>
<l>e le fa belle oltre misura e liete,</l>
<l>tanto può l'arte del cultore industre.</l>
<l>Ma s'egli è neghitoso e pigro a l'opre,</l>
<l>per negligenza di coltura e d'arte</l>
<l>gli alberi vanno ognor di male in peggio.</l></lg>
<lg>
<l>Altri mutano ancor colore e forma,</l>
<l>senza l'aiuto di coltura amica.</l>
<l>E la candida pioppa in negro tinge</l>
<l>le bianche foglie, e si trasmuta in loglio</l>
<l>sovente il lino, ed il sisimbrio in menta</l>
<l>per soverchia coltura ancor si volge.</l></lg>
<lg>
<l>Così l'animo ancor, se studio o cura</l>
<l>delle sue macchie nol polisce e terge,</l>
<l>perde il natio candore, e tutto annera,</l>
<l>o pur di grande egli diviene angusto,</l>
<l>e d'alto basso, e se medesmo inchina;</l>
<l>ma per culto s'inalza, e lieto aspira</l>
<l>già quasi al cielo, e se medesmo avanza.</l>
<l>Dunque di coltivar l'umana mente</l>
<l>apprendano i mortali, e i vari morbi</l>
<l>sanar de l'alma in sè languente ed egra.</l></lg>
<lg>
<l>Or chi potrebbe annoverar, parlando,</l>
<l>i vari frutti, e dimostrar distinti</l>
<l>i colori, i sapori, i propi effetti</l>
<l>e la propia virtù mal nota al gusto?</l>
<l>Non sol mille maniere e mille forme</l>
<l>d'arbori fanno i frutti in mille guise,</l>
<l>ma in una sorte istessa, e 'n una parte</l>
<l>molta varietà s'osserva e mira</l>
<l>di color, di figura o pur di sesso.</l>
<l>Sì come ne la palma altri ritrova</l>
<l>da la femina sua distinto il maschio,</l>
<l>perchè, come ella sia commossa e spinta</l>
<l>d'interno amor, quasi le braccia estende,</l>
<l>e brama al suo marito esser congiunta.</l>
<l>Ed il medesmo avien tra fico e fico,</l>
<l>perchè 'l selvaggio a quel ch'alberga e nasce</l>
<l>tra le ben chiuse e ben guardate mura,</l>
<l>si pianta appresso, o pur si lega e stringe</l>
<l>l'uno con l'altro frutto; e 'n questa guisa</l>
<l>l'infirmità si cura; e si ritiene</l>
<l>ch'egli non caggia al fin disperso e guasto.</l>
<l>Qual di natura è questo oscuro enigma?</l>
<l>Forse in tal modo ella c'insegna e mostra</l>
<l>che da gli strani ancora a noi congiunti</l>
<l>virtù s'acquista a le buone opre, e ferma</l>
<l>costanza. Adunque Italia omai rimiri,</l>
<l>Italia ancor languente, ancora inferma,</l>
<l>via più che 'n guerra, in neghitosa pace,</l>
<l>che l'interno suo mal non vede o sente;</l>
<l>miri gli orridi monti, e 'n loco alpestre</l>
<l>cerchi la gente orribile e selvaggia:</l>
<l>quinci il tenero suo, che langue e cade,</l>
<l>anzi il morbido suo confermi e 'nduri</l>
<l>per unione o per essempio almeno.</l>
<l>Ma in niun peggior modo e più spiacente</l>
<l>traligna, e perde la robusta pianta</l>
<l>il suo vigor e la sua prima forza,</l>
<l>s'egli adivien, come sovente incontra,</l>
<l>che in femina di maschio egli si cangi.</l>
<l>E quinci l'uomo ancor si guardi e schivi</l>
<l>d'ammollir, quasi donna, il cor robusto</l>
<l>che natura gli diè, tra i vezzi e gli agi,</l>
<l>per ozio, per diletto o per lusinga.</l></lg>
<lg>
<l>Ma fra le piante ancor distinte e scevre</l>
<l>natura amica amor vi pose e pace;</l>
<l>pose fra l'altre inimicizia ed ira.</l>
<l>Il bel pomo gemmato e 'l verde mirto,</l>
<l>o pur il mirto e la feconda oliva</l>
<l>son per natura amici, e in breve spazio</l>
<l>piantati appresso senza oltraggio e danno.</l>
<l>Ma pur la dolce vite e 'l dolce fico</l>
<l>avversi sono oltra misura e 'nfesti.</l>
<l>Chi 'l crederebbe? e tu, natura, insegni</l>
<l>che tra' buoni talvolta è sdegno e guerra.</l>
<l>Ma si marita ancor la vite e 'l fico,</l>
<l>come adivien quando fra regno e regno</l>
<l>quetan le nozze l'odiosa guerra.</l>
<l>E chi 'l marito allor disbarba e svelle,</l>
<l>langue la sua consorte in breve e more.</l>
<l>Nobile essempio de l'amore umano</l>
<l>e di fè marital costante e salda.</l>
<l>Ma 'l caulo, s'a la vite s'avvicina,</l>
<l>tempra quel generoso e grande spirto,</l>
<l>onde poscia il suo vino avampa e ferve;</l>
<l>e giova a gli ebri: in cotal guisa ammorza</l>
<l>l'interna fiamma fervida e fumante.</l>
<l>Ma d'innocenza han sovra gli altri il vanto</l>
<l>il bel pomo granato e 'l dolce melo,</l>
<l>nè fanno ad altra pianta oltraggio ed onta.</l>
<l>Ed innocente il pino inalza e spande</l>
<l>la chioma al cielo, ed ampio spazio adombra</l>
<l>con larghi crini e con le braccia estese;</l>
<l>picciol loco sotterra ingombra e prende</l>
<l>con le radici. E sotto a l'ombra amica</l>
<l>verdeggiano securo il mirto e 'l lauro.</l>
<l>Sotto l'ombra così di re possente,</l>
<l>che di tesoro ingordo o di terreno</l>
<l>non si dimostra, e non si usurpa a forza</l>
<l>de' suoi vicini l'occupata parte,</l>
<l>crescon molti sovente in lieta pace,</l>
<l>e fiorisconvi ancor gli studi e l'arti</l>
<l>de l'eloquenza, e i meritati onori.</l>
<l>Vi sono piante di natura incerta</l>
<l>e di gemina vita in acqua e 'n terra.</l>
<l>La mirica è fra queste. E spesso abonda</l>
<l>ne' solitari luoghi e ne' deserti;</l>
<l>ne' laghi e ne gli stagni ancor ci nasce,</l>
<l>sembiante a quei che variar sovente</l>
<l>soglion le parti, e d'uno a l'altro campo</l>
<l>seguir fortuna, e d'un signore a l'altro,</l>
<l>per natura maligni e per costume.</l>
<l>Ma de le piante al fin chi tace il pianto?</l>
<l>chi tacer può le lagrime stillanti</l>
<l>de le ruvide scorze? e i vivi umori,</l>
<l>lucidi, trasparenti, insieme accolti?</l>
<l>Sparge dal legno suo tenace e lento</l>
<l>sue lagrime il lentisco, e 'l dolce succo</l>
<l>fuor versa ancor di lagrime odorate</l>
<l>il balsamo, arboscel pregiato e caro</l>
<l>nel regno de gli Ebrei. Ma 'l verde Egitto</l>
<l>e l'Africa arenosa ancora il pianto</l>
<l>de la ferula vide. Il chiaro elettro</l>
<l>è lagrimoso umor, che scarso cade</l>
<l>d'arbor fumosa, e 'n un bel pianto impetra.</l></lg>
<lg>
<l>Ma pur troppo il parlar s'avanza e cresce,</l>
<l>e ne gli aperti e smisurati campi</l>
<l>de la terra e del mar confine o freno</l>
<l>non trova al corso: ond'ei disperso, errante</l>
<l>per le cose minute andria vagando,</l>
<l>in cui sì grande appare e sì possente</l>
<l>Dio creator che fece ancor l'eccelse.</l>
<l>Dunque fia d'uopo di fermarlo, avinto</l>
<l>da la necessità, ch'è dura e salda,</l>
<l>prima ch'a la fatica il breve giorno</l>
<l>manchi di questa mia vita caduca.</l></lg>
<lg>
<l>Voi che mirate le diverse piante</l>
<l>ne gli orti, ne le selve o pur ne i monti,</l>
<l>ne le paludi ancora e ne gli stagni,</l>
<l>o pur de l'Eritreo nel rosso grembo,</l>
<l>e vagheggiate i verdi tronchi e i rami,</l>
<l>e le fiorite lor frondose chiome,</l>
<l>nel poco ormai riconoscete il molto,</l>
<l>e col pensiero a brevi e scarsi detti</l>
<l>gran maraviglie ancor giunger potrete,</l>
<l>pensando a quel Signor che fece il mondo</l>
<l>maraviglioso di lavoro e d'arte.</l>
<l>Lo qual disse: "Germogli ancor la terra</l>
<l>il legno, che produca il dolce frutto</l>
<l>sovra la terra". Allor a l'alta voce,</l>
<l>come paleo che nel suo ferro affisso</l>
<l>a la prima percossa ei va rotando,</l>
<l>e con molte sue rote in sè ritorna,</l>
<l>così la terra va girando a cerchio</l>
<l>le sue stagioni, onde si spoglia e veste,</l>
<l>e i cari frutti suoi produce e serba.</l>
<l>Chè pur la sferza con divina voce</l>
<l>quel che comanda a la natura, al cielo,</l>
<l>perch'ella d'anno in anno i certi giri</l>
<l>volga sembianti al primo. Alfin gli adempia,</l>
<l>quand'avrà fine il tempo e fine il mondo,</l>
<l>ned ella sola avrà quiete e pace,</l>
<l>ma i cieli avranno ancor riposo eterno.</l></lg></div1>
<div1><head>4° Giorno</head>
<lg>
<l>Quel che rimira le contese e i pregi</l>
<l>de' lottatori, o di chi leve al corso</l>
<l>le membra ignude in dì solenne affretti,</l>
<l>o de' guerrieri pur l'imprese e l'armi</l>
<l>diverse in largo campo o 'n chiuso arringo,</l>
<l>e i duri incontri in torneamento e in giostra,</l>
<l>sente in se stesso un movimento interno,</l>
<l>ond'è commosso e concitato insieme</l>
<l>con quei che fan tra lor duro contrasto,</l>
<l>e col suo propio affetto inchina e pende</l>
<l>più sempre ad una parte, e brama e spera</l>
<l>la vittoria da quella, e spesso inalza</l>
<l>per rincorar i suoi la voce e 'l grido.</l>
<l>Così chi di celesti obietti eterni</l>
<l>e de le cose smisurate e grandi</l>
<l>mira le maraviglie, o pure ascolta</l>
<l>quel ch'ogni estima, ogni giudizio avanza</l>
<l>de l'inerrabil sapienza ed arte,</l>
<l>convien che seco, anzi in se stesso apporti</l>
<l>gl'impeti interni e 'l vivo ardore, e 'l zelo</l>
<l>fervido, a contemplar rivolto e fisso</l>
<l>tai cose e tante, in pochi giorni al suono</l>
<l>fatte de la divina, eterna voce.</l>
<l>E dee con ogni forza insieme accolta,</l>
<l>come compagno e come fido amico,</l>
<l>trovarsi nel contrasto e darne aita,</l>
<l>perchè non si nasconda e non s'adombri</l>
<l>la verità; ma senza inganni o falli</l>
<l>risplenda e di sua luce i cori illustri.</l>
<l>Ma che dico? ed a chi ragiono e parlo?</l>
<l>Mentre in sì faticosa e giusta impresa</l>
<l>quasi ardisco di porre i cieli in lance</l>
<l>e pesar l'universo appeso in libra,</l>
<l>le prime opre narrando e i primi giorni</l>
<l>e i natali del mondo; e i primi e gli alti</l>
<l>princìpi suoi non ricercando a caso</l>
<l>fra le menzogne de la Grecia antica,</l>
<l>dove per suo voler s'accieca e perde</l>
<l>altri, filosofando, il dritto lume;</l>
<l>o pur ne l'Accademia e nel Liceo,</l>
<l>o ne l'error del tenebroso Egitto,</l>
<l>ma da colui, che fuor ne trasse, e scorse</l>
<l>i fidi suoi per mezzo al mar sonante:</l>
<l>egli mi tragga ancor securo a riva</l>
<l>da questo sì turbato e sì profondo</l>
<l>mar d'ignoranza e di superbia umana.</l></lg>
<lg>
<l>Anzi pur tu, che lui rassembri, o Padre</l>
<l>sommo, e rinovi il primo e santo essempio:</l>
<l>tu, che somigli lui, somigli ancora</l>
<l>il Re del cielo, ond'ei fu quasi imago,</l>
<l>ma pur nascosa fra gli orrori e l'ombra</l>
<l>del secol prisco; e tu sei l'altra or vera</l>
<l>spirante imago e simolacro illustre</l>
<l>de l'alta gloria sua, che nulla adombra,</l>
<l>onde co' raggi suoi riluci e splendi;</l>
<l>piacciati tanto al mio turbato ingegno</l>
<l>compartir di quel santo e puro lume,</l>
<l>che transfuso da te, conduca e scorga</l>
<l>l'alme gentili e i pellegrini spirti.</l>
<l>E se giamai gli occhi levaro in alto</l>
<l>in bel sereno, lucido, notturno</l>
<l>a l'immortal beltà de l'auree stelle,</l>
<l>pensando a l'opre del fattore eterno,</l>
<l>chi è colui che fece il cielo adorno</l>
<l>e tutto il variò, quasi dipinto</l>
<l>con sì diversi fior di luce e d'auro?</l>
<l>e come ne le cose esposte a' sensi</l>
<l>necessità tanto il piacere eccede?</l>
<l>E se 'n tal guisa fur mirando apprese</l>
<l>del sommo Dio le maraviglie eccelse,</l>
<l>e da quel che si vede e scopre agli occhi</l>
<l>fur note poi l'altre invisibil forme,</l>
<l>posson ben questi empier le sedi intorno</l>
<l>di questo sacro a Dio teatro, e i gradi</l>
<l>ove la gloria sua si narra e canta.</l>
<l>O possa io pur, sì come guida e scorta,</l>
<l>ch'ignoto peregrin conduce intorno,</l>
<l>e gli edifici e le mirabili opre</l>
<l>di famosa città gli addita e mostra,</l>
<l>così condur le peregrine menti</l>
<l>de' mortali qua giù mai sempre erranti</l>
<l>a le sublimi maraviglie occulte</l>
<l>di quest'ampia città, di questa io dico</l>
<l>città celeste, ove è la patria antica</l>
<l>di noi figli d'Adamo e l'alta reggia,</l>
<l>in cui gli eterni premi il Re comparte.</l>
<l>Ma poi cacciati in doloroso essiglio</l>
<l>fummo dal micidial demon superbo,</l>
<l>che pria dolce n'adesca e poi n'ancide</l>
<l>d'eterna morte, e 'n servitù n'adduce</l>
<l>a' duri lacci del peccato avinti</l>
<l>co' nodi di fortissimo adamante.</l>
<l>E qui potran veder securi e certi</l>
<l>de la nostra immortale e nobile alma</l>
<l>l'alto principio e la celeste origo.</l>
<l>E quella, che repente indi n'assalse,</l>
<l>orrida e spaventosa e fiera morte,</l>
<l>che del peccato è dolorosa figlia:</l>
<l>del peccato, ch'è prole e primo parto</l>
<l>del superbo demonio a Dio rubello,</l>
<l>principe di malizia, e quasi fonte</l>
<l>ond'ogni mal fra noi si versa e spande.</l>
<l>Qui conoscer potran se stessi ancora,</l>
<l>chè per natura son terreni e frali,</l>
<l>ma pur de la divina e santa destra</l>
<l>de l'eterno Signor fattura ed opra.</l>
<l>E conoscendo se medesmi alzarsi</l>
<l>a conoscer Iddio, che fece il tutto,</l>
<l>ed adorar il creator del mondo</l>
<l>e servir al Signor, dar gloria al Padre,</l>
<l>amar quel che ci nutre e ci conserva,</l>
<l>lodar quei ch'i suoi beni a noi comparte,</l>
<l>principe a noi de l'una e l'altra vita</l>
<l>caduca ed immortale, in terra e 'n cielo,</l>
<l>apprender qui potranno, e sazi e stanchi</l>
<l>non saran mai di celebrarlo a prova:</l>
<l>perch'ei co' doni, onde arricchisce e illustra</l>
<l>e fa lieti qua giù gli egri mortali,</l>
<l>conferma ancor le sue promesse antiche</l>
<l>de' tesori celesti e de l'eterno</l>
<l>regno divino, ove ne chiama a parte</l>
<l>e l'umana speranza inalza e folce,</l>
<l>che sempre per se stessa a terra serpe.</l></lg>
<lg>
<l>Ma se le cose, al variar de' tempi</l>
<l>qua giù soggette, son pur tali e tante,</l>
<l>quali e quante fian poi l'eterne in cielo?</l>
<l>e se quel che si vede a gli occhi nostri</l>
<l>piace cotanto, or quai saranno al fine</l>
<l>gl'invisibili oggetti a l'alta mente?</l>
<l>se del ciel la grandezza in guisa avanza</l>
<l>ogni misura de l'umano ingegno,</l>
<l>chi la natura senza fine eterna</l>
<l>fia che comprenda? e s'egli è pur sì bello,</l>
<l>o pur sì grande e sì veloce il sole,</l>
<l>e sì ordinato ne' suoi obliqui giri,</l>
<l>sì moderato al mondo e sì lucente,</l>
<l>in guisa d'occhio che l'adorni e illustri;</l>
<l>se mai de la serena e chiara vista</l>
<l>non ci lascia partendo a pien contenti,</l>
<l>bench'egli pur soggiaccia a tarda morte,</l>
<l>quando che sia, deh qual bellezza eterna</l>
<l>nel gran Sol di giustizia altri contempla?</l>
<l>se sol non veder questo al cieco è pena,</l>
<l>qual sarà pena al peccator ingrato</l>
<l>l'esser privo d'eterna e vera luce?</l></lg>
<lg>
<l>Era già fatto inanzi il primo cielo</l>
<l>e la terra, e la luce ancor creata,</l>
<l>e già distinta era la notte e 'l giorno,</l>
<l>ed era fatto ancor quel cielo appresso,</l>
<l>che da la sua fermezza il nome prende,</l>
<l>confine estremo del sensibil mondo.</l>
<l>E l'arida, pur dianzi occulta e immersa</l>
<l>tutta ne l'acqua, era scoperta in parte</l>
<l>da l'ondeggiante umore. E 'nsieme accolte</l>
<l>eran già l'acque nel lor propio loco.</l>
<l>Pieno la terra omai de' propi parti</l>
<l>aveva il grembo, e di fecondi germi</l>
<l>tutto d'erbe e di fior dipinto e sparso.</l>
<l>E frondeggiava de l'ombrose piante</l>
<l>la verde chioma; e pur ancor non era</l>
<l>il sole, over la luna; e quel nomato</l>
<l>non era de la luce eterno padre</l>
<l>e padre de le cose, e quasi fabro,</l>
<l>di quelle, dico, che produce e nutre</l>
<l>la madre terra; e 'l vano e falso errore</l>
<l>de' mortali che il senso inganna e guida,</l>
<l>quasi fallace e lusinghiera scorta,</l>
<l>non l'avea fatto Dio. Ma l'opre illustri</l>
<l>avea fornito Dio del terzo giorno,</l>
<l>e dava ormai lieto principio al quarto.</l></lg>
<lg>
<l>"E sian fatti" diss'egli "i duo gran lumi</l>
<l>del fermo cielo; e questo e quel risplenda</l>
<l>sopra la terra, e sia diviso e scevro</l>
<l>in disparte del giorno, ed in disparte</l>
<l>la metà de la fredda oscura notte."</l>
<l>Così diss'egli, e fece i duo gran lumi.</l>
<l>Ma chi disse? e chi fece? Or non intendi</l>
<l>de la doppia persona il grande, occulto,</l>
<l>ineffabil mistero e infuso e sparso,</l>
<l>la sacra istoria di saper profondo</l>
<l>rivelato per grazia a' vecchi Padri,</l>
<l>che ne l'antiche carte ancor s'adombra,</l>
<l>quasi per nube, e ne si vela in parte?</l>
<l>E non conosci ancor de l'alta voce</l>
<l>quanto giovi a' mortali il santo impero?</l></lg>
<lg>
<l>"Risplendan" disse Iddio "sovra la terra</l>
<l>per illustrarla, e l'agghiacciate membra</l>
<l>riscaldar col vital temprato foco."</l>
<l>Così disse egli; ed ab eterno impose</l>
<l>che 'l sole i raggi suoi spargesse al giusto</l>
<l>ed a l'ingiusto; ch'a l'ingiusto ancora</l>
<l>volle giovar, chi di giovar insegna.</l>
<l>E ne gli iniqui ancora ei spande e versa</l>
<l>i suoi beni, e le grazie in ciel cosparte,</l>
<l>e transfuse dal sole e da le stelle,</l>
<l>nè fu ne le parole o pur ne l'opre</l>
<l>discorde a se medesmo il Padre eterno</l>
<l>perch'ei primier creò la bella luce,</l>
<l>e poscia il sol. Fu senza il sole adunque</l>
<l>la chiara luce, e senza sole o stelle</l>
<l>fu certo prima. E come il corpo a l'alma,</l>
<l>e come serve il carro al propio auriga,</l>
<l>così a la prima luce i duo gran lumi</l>
<l>fur dati, ond'ella risplendendo apparse.</l>
<l>Perch'ella da se stessa a gli alti ingegni</l>
<l>prima risplende ed a le pure menti,</l>
<l>intelligibil parto e quasi eterno;</l>
<l>poi sovra il doppio carro a' vaghi sensi</l>
<l>nel dì riluce e ne l'ombrosa notte,</l>
<l>nè mai di carreggiar è stanca o tarda</l>
<l>per le strade là suso oblique e torte.</l>
<l>Fu dunque pura luce inanzi il giorno,</l>
<l>che poi di raggi adorno il sol distinse.</l>
<l>Anzi Dio stesso separar la luce</l>
<l>da le tenebre volle e dipartirla,</l>
<l>ma comandò che separasse il sole</l>
<l>il chiaro giorno da la notte oscura:</l>
<l>perch'a la nobil mente egli distingue</l>
<l>i puri oggetti, e poscia al sol comanda</l>
<l>che gli mostri divisi a' sensi erranti;</l>
<l>ed a la bianca luna ancor ministra</l>
<l>del suo splendore; e vuol che questo e quella</l>
<l>il tempo e l'ore in spazio egual comparta.</l>
<l>Osiamo adunque senza inganno o tema,</l>
<l>almen con l'animoso alto pensiero,</l>
<l>a separar da la sua luce il sole,</l>
<l>come nel foco si divide e parte</l>
<l>quel di lui che n'infiamma e quel ch'illustra.</l>
<l>E già il divise con mirabil vista</l>
<l>Iddio, quando egli al rubo il foco impose,</l>
<l>lucido assai, dal suo splendor disgiunta</l>
<l>l'altra propia virtù, quella ch'incende,</l>
<l>che rimane oziosa, allora occulta:</l>
<l>tanto è il poter de la divina voce,</l>
<l>che può del foco risecar la fiamma.</l>
<l>Anzi quando avverrà ch'i premi eterni</l>
<l>e le pene comparta, allor del foco</l>
<l>fia la natura alfin divisa e scevra;</l>
<l>e fia la luce destinata al giusto,</l>
<l>perchè ne goda, e l'altra ardente forza</l>
<l>a punir l'empio giù nel cieco inferno.</l></lg>
<lg>
<l>E 'l variar de l'incostante luna</l>
<l>il medesimo ancora insegna e mostra</l>
<l>con le cangiate sue diverse forme.</l>
<l>Perchè mentr'ella scema e 'l lume perde,</l>
<l>tutto già non consuma il bianco volto,</l>
<l>ma de' suoi rai la candida corona</l>
<l>con varia imago ora ripiglia, or lascia:</l>
<l>onde conoscer puoi ch'assai diverso</l>
<l>il suo corpo è da quello, ond'ei s'illustra.</l>
<l>Il somigliante ancor nel sole aviene,</l>
<l>ma 'l sole il lume suo, ch'è preso altronde,</l>
<l>poi ch'una volta ei se n'adorna e veste,</l>
<l>mai non depone. Ella del lume altrui</l>
<l>s'ammanta spesso, e spesso ancor si spoglia</l>
<l>con umil vista, e la sua vece alterna.</l>
<l>In questa guisa a' duo gran lumi impose</l>
<l>che da lor fosse dipartito il mezzo</l>
<l>del chiaro giorno, e de la notte il mezzo.</l>
<l>Perchè 'nsieme non sian confusi e misti,</l>
<l>nè compagnia, ned amicizia al mondo</l>
<l>fra la luce e le tenebre rimanga.</l>
<l>Ma qual nel giorno luminoso è l'ombra,</l>
<l>tal ne lo spazio de l'oscura notte</l>
<l>la tenebrosa ed orrida natura</l>
<l>l'ombra de' corpi cede opaci e densi</l>
<l>a lo splendor de' più lucenti opposti.</l>
<l>E in sul mattino a l'occidente è stesa,</l>
<l>e verso l'oriente a sera inchina,</l>
<l>e 'l mezzo giorno si raccorcia e stringe,</l>
<l>e contra l'Orse si dispiega a pena.</l>
<l>La notte volta dal contrario lato</l>
<l>cede a' lucidi raggi, e 'n sua natura</l>
<l>altro non è che l'ombra oscura algente,</l>
<l>ch'esce dal grembo de la terra opaca.</l>
<l>E sempre avanti a lo splendor diurno</l>
<l>fugge a la parte opposta e si dilegua.</l></lg>
<lg>
<l>In questa guisa impose il Padre eterno</l>
<l>le misure del giorno al chiaro sole,</l>
<l>e fè la bianca luna, allor che tutto</l>
<l>d'argento il cerchio e di splendor riempie,</l>
<l>principe de la fredda oscura notte.</l>
<l>Eran quasi per dritto allor conversi</l>
<l>l'un contra l'altro i due bei lumi in cielo,</l>
<l>perchè nascendo il sol imbruna e perde</l>
<l>de l'alma luna la ritonda imago.</l>
<l>E se precipitando il sol tramonta,</l>
<l>ella a l'incontra in oriente appare</l>
<l>sorgendo, e fuor dimostra ornato il viso.</l>
<l>Ma in altre sue figure, in altre forme,</l>
<l>con la notte sparir non suole insieme,</l>
<l>benchè nel suo perfetto intero stato,</l>
<l>quando ha colmo di luce il vago giro,</l>
<l>incoronata de' suoi bianchi raggi,</l>
<l>regina è de la notte, e tutte avanza</l>
<l>di luce e di beltà l'aurate stelle,</l>
<l>ed in vece del sol la terra illustra.</l>
<l>Ma 'l sole è re del luminoso giorno,</l>
<l>e come sposo dal celeste albergo</l>
<l>esce tutto di raggi e d'oro adorno,</l>
<l>di più lucente e di maggior corona</l>
<l>circondata la chiara accesa fronte.</l>
<l>E 'n guisa di gigante alto e superbo</l>
<l>trascorre il cielo e 'l signoreggia intorno,</l>
<l>tanto egli è grande e di tal luce è ardente.</l>
<l>È grande ancor la via men calda luna,</l>
<l>ma come è grande? o per rispetto altrui,</l>
<l>se pur riguardi a le minori stelle?</l>
<l>od in se stessa pur descritta e chiusa</l>
<l>da le sue linee entro il suo puro cerchio,</l>
<l>sì come è grande il mare e grande il cielo?</l>
<l>o perchè basti il suo splendor sereno</l>
<l>ad illustrar gli smisurati campi</l>
<l>de la terra, del mar, del ciel profondo?</l>
<l>Però d'ogni sua parte egual si mostra,</l>
<l>quando è ritonda, a gli Etiopi e a gl'Indi,</l>
<l>a' freddi Sciti, a gl'Iperborei ignoti,</l>
<l>o sia in oscuro occaso o 'n lucido orto,</l>
<l>o del ciel tenga più sublime parte.</l>
<l>Nè giunge o toglie a la grandezza alquanto</l>
<l>de l'ampia terra il largo seno o 'l dorso,</l>
<l>onde minor per lontananza appaia,</l>
<l>maggior, perchè s'appresse e s'avvicini,</l>
<l>come de l'altre cose in terra incontra.</l>
<l>Ma giamai dal gran sole è più remoto,</l>
<l>nè più vicino alcun; ma in spazio eguale</l>
<l>son gli abitanti in ogni clima estremo.</l></lg>
<lg>
<l>Pensa fra te, se mai d'eccelso giogo</l>
<l>d'orrido monte rimirando a basso,</l>
<l>umil campo vedesti od ima valle,</l>
<l>quanto i gioghi de' buoi sembrano in vista,</l>
<l>o quanto grandi gli aratori istessi!</l>
<l>Di minute formiche ebber sembianza</l>
<l>senza alcun dubbio, entro misura angusta</l>
<l>così accorciarsi e ranichiar le membra;</l>
<l>o tanto si consuma e si disperde</l>
<l>de la vista mortale il senso incerto</l>
<l>in mezzo a così grande e lungo spazio,</l>
<l>ch'a pena giunge a que' remoti oggetti!</l>
<l>Ma se da vetta o da sublime scoglio</l>
<l>volgesti il guardo al mar con gli occhi intenti,</l>
<l>quante l'isole in lui diffuse e sparse</l>
<l>ti si mostraro in vista? o negra nave</l>
<l>di care merci e preziose onusta,</l>
<l>spiegando in alto le sue bianche vele,</l>
<l>in guisa d'ale, da la salda antenna,</l>
<l>sovra il ceruleo suo spumante dorso?</l>
<l>Certo minor di candida colomba</l>
<l>s'offerse a gli occhi la minuta imago,</l>
<l>tanto nel vano e ne gli spazi immensi</l>
<l>l'umana vista indebilisce e perde.</l>
<l>Già gli alti monti a le profonde valli</l>
<l>credesti eguali, e di ritonda forma,</l>
<l>chè non apparve in mezzo antro o spelonca,</l>
<l>ned altra sua inegual scoscesa parte;</l>
<l>ma tutto si nasconde il cavo e il voto</l>
<l>per lontananza, e con aperto inganno</l>
<l>ogni disugguaglianza in lei s'adegua.</l>
<l>E ritonde le torri ancor diresti,</l>
<l>bench'abbian quattro lati e quattro facce,</l>
<l>e sian rivolte a l'Aquilone e a l'Austro,</l>
<l>ed a l'altre del mondo avverse parti.</l>
<l>Però senz'alcun dubbio esperto credi</l>
<l>che 'n lungo spazio ogni lontana imago</l>
<l>si confonde e s'inganna il senso errante</l>
<l>in molte guise. Adunque è grande il sole,</l>
<l>ma quel di sua grandezza è certo segno,</l>
<l>che, perchè sian stelle infinite in cielo,</l>
<l>da ciascuna di loro il lume sparse;</l>
<l>e 'n un raccolto a discacciar non basta</l>
<l>la mestizia e l'orror d'oscura notte;</l>
<l>ma solo il sol, che l'orizzonte ascende,</l>
<l>anzi, mentre s'aspetta, e pria ch'ei s'erga</l>
<l>sovra la terra e sparga i primi raggi,</l>
<l>le tenebre dissolve, e l'auree stelle</l>
<l>supera di splendore; e l'aria densa,</l>
<l>e dal freddo notturno in gel ristretta</l>
<l>diffonde e sparge; e 'l liquido sereno</l>
<l>con via più dolci tempre illustra e scalda.</l>
<l>Onde l'aure odorate inanzi al giorno</l>
<l>spirano mormorando, e piove intanto</l>
<l>il rugiadoso e cristallino umore.</l>
<l>E quinci apprendi del maestro eterno</l>
<l>l'arte divina, che lontano il sole</l>
<l>dispose, e in guisa moderò l'ardore</l>
<l>che per soverchio non infiamma il suolo,</l>
<l>nè per difetto ancor l'agghiaccia, o lascia</l>
<l>languido e mesto ed infecondo al parto.</l></lg>
<lg>
<l>E de la bianca luna intendi o pensa</l>
<l>cose conformi e somiglianti a queste.</l>
<l>Perchè (sì come dissi) il corpo è grande,</l>
<l>e se fuor traggi il sol lucente e bello,</l>
<l>più d'altro appare che nel ciel risplenda;</l>
<l>ma non sempre si vede, e non riluce</l>
<l>in ogni tempo con egual sembianza;</l>
<l>ma riempie talora il voto cerchio,</l>
<l>talvolta scema si dimostra in parte.</l>
<l>Anzi, mentre ella cresce, oscura e fosca</l>
<l>divien da un lato, e nel calar imbruna</l>
<l>da l'altro; e de l'eterno e saggio fabro</l>
<l>dir non possiamo il magistero e l'arte,</l>
<l>perchè dar volle in cielo un chiaro essempio</l>
<l>col variar de l'incostante luna</l>
<l>a l'incostanza umana, al modo incerto</l>
<l>di nostra vita instabile e vagante,</l>
<l>ch'un perpetuo tenor giamai non serba,</l>
<l>nè 'n fermo stato si mantiene e dura.</l>
<l>Ma cresce prima e se medesma avanza,</l>
<l>sin che di sua grandezza aggiunga al sommo;</l>
<l>dechina poscia e si consuma, e cade</l>
<l>sin ch'al fin pur s'estingue e torna in nulla.</l>
<l>Dunque nè di sua gloria in vista altero</l>
<l>alcun sen vada, o mostri orgoglio e fasto</l>
<l>per gran tesoro accolto, o 'n sua possanza</l>
<l>troppo confidi, oltra ragion superbo;</l>
<l>nè per corona antica ed aureo scettro</l>
<l>altrui rassembri imperioso e grave.</l>
<l>Ma di sè la caduca e fragil parte</l>
<l>disprezzi, e solo estimi i beni interni</l>
<l>e l'anima immortal, cui nulla estingue;</l>
<l>e de le cose umane i giri incerti</l>
<l>pensi e ripensi; e 'l suo pensier affisso</l>
<l>tenga a l'eterne pur, come a suo centro.</l>
<l>E se la luna impallidita e scema</l>
<l>col perturbato aspetto unqua l'attrista,</l>
<l>più de l'anima sua si dolga e gema,</l>
<l>ch'acquista la virtù, tesoro e dono</l>
<l>prezioso del cielo, onde s'avanza,</l>
<l>e poi la perde, e 'l primo onore antico</l>
<l>e la sua dignitate in sè non serba.</l>
<l>E veramente a' vaghi e lunghi errori</l>
<l>de l'instabil pianeta uom folle e stolto</l>
<l>vaneggiando somiglia; e 'n vari modi,</l>
<l>come la luna, si trasmuta e cangia.</l></lg>
<lg>
<l>Alcun vi fu, che de la mente umana</l>
<l>c'ha due potenze o pur due parti insieme,</l>
<l>e l'una a far, l'altra a patir acconcia,</l>
<l>quella ch'illustra rassomiglia il sole,</l>
<l>questa, ch'illuminata indi rischiara</l>
<l>il tenebroso e fosco, ei fa sembiante</l>
<l>a la luna, ch'altronde il lume prende</l>
<l>e de l'altrui splendor lucente appare.</l>
<l>Perchè la parte in noi soggetta a morte,</l>
<l>se l'intelletto ha parte a morte esposta,</l>
<l>pur col lume de l'altra alluma ed orna</l>
<l>in sè mille leggiadre e chiare forme.</l>
<l>Ma quella ch'i suoi raggi altrui comparte,</l>
<l>temer non può di morte il duro fato,</l>
<l>talchè Dio la credea nel secol prisco</l>
<l>filosofando l'ingegnosa turba.</l>
<l>Altri Dio no, ma creatura e parto</l>
<l>da Dio prodotto, a cui di sole il nome</l>
<l>per l'alta luce sua concede e dona.</l>
<l>Ma 'n disparte si stia di acuto ingegno</l>
<l>l'animosa ragione, e ceda intanto</l>
<l>a quel che più conferma antica fede,</l>
<l>ed animosa pur, che meglio il vero</l>
<l>d'ogni primo intelletto in Dio conosce.</l></lg>
<lg>
<l>Or dimostriam come l'errante luna</l>
<l>giovi col variare, e parte accresca</l>
<l>le cose che la terra in sen produce,</l>
<l>o nudre il mar nel salso umido grembo:</l>
<l>però che il crescer suo riempie e colma</l>
<l>d'umor i corpi, e 'l suo scemar gli scema,</l>
<l>e quasi vota: in sì soavi tempre</l>
<l>l'umido e 'l caldo ella congiunge e mesce.</l>
<l>Perchè fredda non è la bianca luna,</l>
<l>com'altri estima, e solo algente appare</l>
<l>a paragon del sole, onde si scalda.</l>
<l>Però, quando ella col suo cerchio intero</l>
<l>mostra da l'alto cielo il pieno aspetto,</l>
<l>emula vaga del fratello ardente,</l>
<l>e (se dir lece) quasi un sol notturno,</l>
<l>allor le notti tepide e serene</l>
<l>son più de l'altre, in cui d'adunca falce</l>
<l>mostra l'imago, o con argentee corna</l>
<l>s'incurva avanti il sole o pur da tergo.</l>
<l>Allor via più germoglia il verde tronco</l>
<l>con nove frondi e rami, e più s'impingua</l>
<l>l'umida sua midolla entro la scorza.</l>
<l>E più ripiena è in mar la dura conca</l>
<l>di prezioso cibo; e pur aviene</l>
<l>ch'altri dormendo sotto il cielo aperto,</l>
<l>la testa grave del suo umor riempie.</l>
<l>Lascio or da parte come l'aria e i venti</l>
<l>ella commova, o 'l mar perturbi e queti.</l>
<l>E tanto basti aver narrato omai</l>
<l>di sua grandezza e de' suoi vari effetti,</l>
<l>ond'ella giova. E non dee senso umano</l>
<l>esser giamai di mensurarla ardito,</l>
<l>chè quivi il suo giudizio è incerto e falso.</l>
<l>Cotanto è grande, e 'n cotal guisa illustra</l>
<l>gli abitatori e le città disgiunte</l>
<l>dal vastissimo mar, da l'ampia terra.</l>
<l>O sian in parte ove dechina il sole,</l>
<l>o pur ne' regni de la bella Aurora,</l>
<l>o sotto l'Orse e ne la zona algente,</l>
<l>o pur ne la fervente arida fascia</l>
<l>che per mezzo il terren divide e cinge,</l>
<l>gl'illustra, dico, e quasi al modo istesso,</l>
<l>non altri con obliqui e torti raggi,</l>
<l>altri con dritti; e questa è vera prova</l>
<l>ch'ella sia grande e 'nvan repugna il senso</l>
<l>o la falsa ragion, che 'l falso afferma,</l>
<l>e non v'ha luogo ingegno di sofista.</l>
<l>Ma quel che fece a noi sì caro dono</l>
<l>de la mente immortal, c'insegni ancora</l>
<l>a conoscer il vero. E quella eterna</l>
<l>sua sapienza, ond'egli fece il mondo,</l>
<l>grande in picciole cose ancor dimostra,</l>
<l>maggior ne le maggiori a noi la scopre,</l>
<l>sì come è il sole e la ritonda luna.</l>
<l>Benchè, se quello o questa in parte agguagli,</l>
<l>o paragoni al suo fattor sovrano,</l>
<l>verso di lui, ch'ogni grandezza accoglie</l>
<l>in se medesmo, e come cosa angusta</l>
<l>l'universo nel pugno astringe e serra,</l>
<l>e quello e questa avran sembianza e forma</l>
<l>d'avido pulce o di formica industre.</l></lg>
<lg>
<l>Fece nel tempo istesso ancor le stelle</l>
<l>quel che prima avea fatto il fermo cielo</l>
<l>nel dì secondo, e non a pieno adorno.</l>
<l>Bench'altri stelle di nomar presuma</l>
<l>i sublimi non pur celesti lumi,</l>
<l>e quasi eterni, nel suo giro affissi,</l>
<l>ma le comete e le figure ardenti,</l>
<l>che in varie forme fiammeggiar ne l'alta</l>
<l>aria veggiamo o nel sublime foco,</l>
<l>che sotto il giro de la luna accolto</l>
<l>con lei s'aggira di perpetuo moto.</l>
<l>Ma queste colà sù mai certo loco</l>
<l>aver non ponno o pur grandezza e forma,</l>
<l>od ordine costante; e 'n breve tempo</l>
<l>sparir da gli occhi, e dileguarsi in tutto</l>
<l>soglion per l'aria dissipate e sparse,</l>
<l>sì come quelle che dal sen fumante</l>
<l>han de la terra 'l nutrimento e l'esca.</l>
<l>O se la madre gli diniega il cibo</l>
<l>arido, che diviene in breve adusto,</l>
<l>viver non ponno, onde tra spazi angusti</l>
<l>la vita loro è terminata e chiusa.</l>
<l>Talor non passa un giorno, anco talvolta</l>
<l>nel punto che s'infiamma ella s'estingue.</l>
<l>Onde quell'animal che 'n riva nasce</l>
<l>de l'Ipani sonante e vede a pena</l>
<l>un solo e breve sol nato con l'alba,</l>
<l>giungendo inanzi sera al fato estremo:</l>
<l>quell'animal, dico io, ch'avara e scarsa</l>
<l>ebbe più d'altro la natura e 'l cielo,</l>
<l>con sorte via migliore in terra ei nasce,</l>
<l>che nel ciel queste varie accese forme.</l>
<l>E stelle pur altri le appella e noma,</l>
<l>altri stelle cadenti. Onde sì spesso</l>
<l>agogna rimirando il volgo errante,</l>
<l>se morir ponno, o se cader le stelle,</l>
<l>ch'esser devrian per dignitate eterne</l>
<l>o quasi eterne, e trapassar vivendo</l>
<l>de' secoli volanti il lungo corso.</l>
<l>Ma così parla chi ragiona a' sensi</l>
<l>del volgo infermo, e 'l suo parlar gli adatta.</l>
<l>Ma tra queste figure in cielo accese</l>
<l>e quasi impresse, e di sua nota aduste,</l>
<l>han loco alcune sì costante e certo</l>
<l>e così lunga e così stabil vita,</l>
<l>ch'altri le stima del sublime cielo</l>
<l>parte non pur, ma bella e cara parte:</l>
<l>sì come è quella via lucente e bianca,</l>
<l>che del latte al candor i lumi aggiunge</l>
<l>di tante fisse stelle ivi cosparse;</l>
<l>la qual è via, ch'adduce a l'alta reggia</l>
<l>de' favolosi divi; e strada ancora</l>
<l>onde a l'animo umano è aperto il varco,</l>
<l>per cui discenda nel corporeo albergo,</l>
<l>e poi ritorni rivolando in alto</l>
<l>a la sua pura e sua fatale stella.</l>
<l>Così credeano, e questa è fama antica.</l></lg>
<lg>
<l>Ma la cometa di possente aspetto,</l>
<l>ch'i purpurei tiranni e i regi invitti</l>
<l>ancide fiammeggiando, e muta i regni,</l>
<l>breve spazio ha di vita a tanta possa,</l>
<l>e di due anni il corso a pena adempie.</l>
<l>Così nel tempo de l'infanzia umana</l>
<l>invecchia e more la terribil luce,</l>
<l>che dà spavento a' miseri mortali.</l>
<l>Questa giamai tra 'l Capricorno e 'l Cancro</l>
<l>apparir non ci suole, o pur di rado</l>
<l>ivi si può mostrare, e pria ch'avampi</l>
<l>con sua gran forza la dissolve il sole.</l>
<l>Ma oltre quella obliqua e torta strada</l>
<l>per cui fanno i pianeti eterno giro,</l>
<l>s'infiamma, e splende tra quel cerchio e l'Orse;</l>
<l>indi spiegando la sua ardente chioma,</l>
<l>o pur la barba di sanguigna fiamma</l>
<l>accesa e sparsa, e spaventosa in vista,</l>
<l>con annunzio di morte altrui minaccia.</l>
<l>E questa ancor, benchè dannosa e fera,</l>
<l>sortì di stella il glorioso nome,</l>
<l>che non conviene a sì maligno aspetto;</l>
<l>nè d'innocente luce unqua si vanta,</l>
<l>bench'altri dica ch'a Nerone Augusto</l>
<l>innocente apparisse, e in ciò lusinga:</l>
<l>perch'ella nocque col lasciarlo in vita</l>
<l>al mondo tutto e fu nocente ed empia</l>
<l>più nel salvar sì dispietato mostro,</l>
<l>che in occider altrui sembrasse unquanco.</l></lg>
<lg>
<l>Ma se di queste fu la pura e bella</l>
<l>e santa luce, fida e cara scorta</l>
<l>de' peregrini regi d'Oriente,</l>
<l>sallo colui, che di sua mano eterna</l>
<l>formolla in prima, e le diè luce e moto</l>
<l>che parer volontario allor potea,</l>
<l>come s'ella intelletto avesse ed alma.</l>
<l>Ma questa fu de la divina destra</l>
<l>opra novella, e fatta a sì grande uopo.</l></lg>
<lg>
<l>L'altre create già nel quarto giorno</l>
<l>furon (come si stima) e mente e vita</l>
<l>ebbero dal celeste eterno fabro.</l>
<l>Vita non già, che si nutrisca e prenda</l>
<l>forza dal cibo, e per digiun languisca,</l>
<l>cercando col suo corso il vitto e l'esca</l>
<l>da la terra e dal mar, che sempre esala,</l>
<l>come alcuni affermar del secol prisco,</l>
<l>ch'ebber di sapienza ingiusta fama;</l>
<l>ma lieta e gloriosa e pura vita,</l>
<l>che in Dio sempre mirando, in lui s'eterna,</l>
<l>e di sapere e del suo amor si pasce.</l></lg>
<lg>
<l>Queste divine e gloriose menti</l>
<l>furon da Dio create il dì primiero</l>
<l>innanzi al sole e' bei stellanti giri.</l>
<l>E poi da lui divise il giorno quarto</l>
<l>ne' propi luoghi, come accorto duce</l>
<l>i suoi fidi guerrier distingue e squadra,</l>
<l>e 'n guardia lor dispone, e lor confida</l>
<l>città forte ed alpestra o torre eccelsa.</l>
<l>Parte fu messa a raggirar nel corso,</l>
<l>non faticoso e non costretto a forza,</l>
<l>quelle sublimi sue lucenti rote;</l>
<l>e parte ancor fin dal principio eterno</l>
<l>a la difesa de le genti umane</l>
<l>fur destinate da quel Re supremo,</l>
<l>e poi devean, quai messaggier volanti,</l>
<l>far manifesto il suo voler in terra,</l>
<l>portando e riportando or grazie, or preghi:</l>
<l>grazie divine ognor veloci e pronte,</l>
<l>e preghi umani spesso e lenti e tardi.</l>
<l>Altri mai sempre al suo servizio intenti</l>
<l>stanno fidi ministri appresso e 'ntorno,</l>
<l>e sembran quasi innumerabil prole.</l>
<l>Nè da quel dì che prima gli occhi aperse</l>
<l>il padre Adamo a la serena luce,</l>
<l>tanti del suo corrotto e impuro seme</l>
<l>de' faticosi e miseri mortali</l>
<l>fur già produtti a travagliar nel mondo,</l>
<l>quanti di quei divini alati spirti</l>
<l>fur destinati a quella eterna pace,</l>
<l>a quel piacer, che non ha fine o tempo,</l>
<l>che gli fa sempre neghittosi e lieti</l>
<l>d'un ozio eterno e senza officio ed opre,</l>
<l>e senza cura de' terreni affanni.</l>
<l>E chi gli astringe e quel gravoso impaccio</l>
<l>dei girar senza posa i cieli a forza,</l>
<l>quasi animali a la marmorea rota</l>
<l>legati, o 'n guisa d'Ission penoso,</l>
<l>ch'avinto giace e sempre è mosso in giro,</l>
<l>erra egualmente, e 'n sua menzogna adombra.</l></lg>
<lg>
<l>E 'l gran maestro di color che sanno,</l>
<l>quel che in tante sue scole insegna il mondo,</l>
<l>seguendo il moto e 'l senso, infide scorte,</l>
<l>erra egli ancor, ma con men grave errore,</l>
<l>quando ei quelle divine eterne menti</l>
<l>filosofando annoverar presume;</l>
<l>e 'n numero sì breve accoglie e stringe</l>
<l>i cittadini del celeste regno.</l>
<l>Però che quanti sono i vari moti,</l>
<l>onde con vari modi è mosso il cielo,</l>
<l>tanti motori a l'alte spere assegna.</l>
<l>Ed oltra questi non adora e placa,</l>
<l>o non conosce nel divino impero</l>
<l>altri offici, altri numi ed altri dei.</l>
<l>E senza propio ministero ed opra</l>
<l>non estimò che 'n oziosa vita</l>
<l>vivesser pigri e neghittosi indarno.</l>
<l>Dunque sol tanti, al suo giudicio errante,</l>
<l>esser potean quanti a' celesti giri</l>
<l>potesser poi bastar. Gli altri soverchi</l>
<l>tutti estimava, ed adorati invano,</l>
<l>finti di Grecia numi o pur d'Egitto.</l>
<l>E non s'avide il pellegrino ingegno</l>
<l>che ne la gloriosa eterna reggia</l>
<l>altri esser denno ancor gli offici e l'opre,</l>
<l>che quella sol di raggirare attorno</l>
<l>le eterne spere nel contrario moto.</l>
<l>E conoscer non volle, o pur s'infinse,</l>
<l>che più alto e più degno e nobil fine</l>
<l>si conveniva a gl'intelletti eterni,</l>
<l>di quello, senza cui soverchie estima</l>
<l>le nature divine, e quasi invano.</l>
<l>Chè 'l mover sempre le stellanti rote</l>
<l>è fin corporeo, e quasi a' corpi affisso,</l>
<l>e ne' corpi occupato, e basso ufficio,</l>
<l>verso di quel de' più sublimi spirti,</l>
<l>che stanno appresso e 'ntorno al Re superno.</l>
<l>Altro fin dunque più sublime ed alto,</l>
<l>altro più degno ed onorato oggetto,</l>
<l>altro più santo ministero e sacro,</l>
<l>numero via maggior ricerca e vuole</l>
<l>de le menti immortali. E già non debbe</l>
<l>il Signor de' signori e 'l Re de' regi</l>
<l>in solitaria reggia e 'n voto regno</l>
<l>regnar quasi solingo; e 'l basso mondo</l>
<l>empier d'abitatori, onde s'accresca</l>
<l>de l'imperio terren l'orgoglio e 'l fasto.</l>
<l>Nè devea dare a' gloriosi augusti</l>
<l>ed a gli altri qua giù corona e scettro,</l>
<l>tante genti, tante arme e tante squadre,</l>
<l>ed esserciti tanti, e 'n tante guise</l>
<l>ne la terra e nel mar raccolti e sparsi;</l>
<l>nè riserbar per sè schiera o falange,</l>
<l>bench'egli basti solo. Ah troppo indegno</l>
<l>era de la sua gloria, e troppo anguste</l>
<l>son le misure a la materia affisse.</l>
<l>Troppo i numeri scarsi, onde si conta</l>
<l>tutto ciò che la terra e 'l mar profondo</l>
<l>nel grembo accoglie o 'l cielo esposto a' sensi.</l>
<l>Altro numero è ancor, che non s'accresce</l>
<l>per secare il continuo, e tutti avanza</l>
<l>i numeri qua giuso. Or chi presume</l>
<l>d'annoverar le pure eterne menti?</l>
<l>Deh non vedete or quanti raggi intorno</l>
<l>sparga questo corporeo instabil sole,</l>
<l>lo qual del sommo Sole è quasi un raggio?</l>
<l>Or quanti sparger dee raggi lucenti,</l>
<l>quante fiamme là suso e quanti ardori</l>
<l>quel primo de la luce eterno fonte?</l>
<l>Ma nol cape il pensier, nè lingua esprime,</l>
<l>e quel che sovra 'l ciel si conta e segna,</l>
<l>innumerabil sembra a' sensi umani.</l></lg>
<lg>
<l>E certo alta ragion, giudicio eterno</l>
<l>mosse il sommo Signor, che fece il mondo,</l>
<l>a far più numerosi i più perfetti,</l>
<l>perchè ne gl'imperfetti ei non abonda.</l>
<l>Quinci adivien che le feroci belve</l>
<l>son poche e rare in solitaria selva,</l>
<l>o 'n monte ermo e selvaggio; e d'altra parte</l>
<l>pascono i campi i numerosi armenti,</l>
<l>e copiose ancor le greggie umili</l>
<l>seguono del pastor la fida scorta.</l>
<l>Ma de' figli d'Adamo il seme sparso</l>
<l>riempie Europa, e l'altre parti ingombra</l>
<l>de la terra, ch'è stretta e bassa mole</l>
<l>s'al ciel la paragoni ampio e sublime.</l>
<l>E 'l ciel de' propi abitatori illustra,</l>
<l>più che di stelle assai, le parti eccelse.</l>
<l>E non contento de' suoi primi antichi</l>
<l>e quasi eterni abitator celesti,</l>
<l>i peregrini ancora in sè raccoglie,</l>
<l>e nati in terra di terrestre limo.</l>
<l>E l'alte sedi a la straniera turba</l>
<l>lieto prepara e l'accompagna, e giunge</l>
<l>a l'angeliche squadre, e quasi agguaglia.</l>
<l>Benchè d'Adamo i mal concetti figli</l>
<l>non sian affatto a l'ampio cielo esterni,</l>
<l>perchè celeste è l'alta e bella origo</l>
<l>de l'alma umana; e lieta al ciel ritorna,</l>
<l>sì come a vera patria, e patria antica,</l>
<l>da questa de la terra ombrosa chiostra,</l>
<l>ove ella visse peregrina errante.</l>
<l>E se l'uom cinto di corporee membra</l>
<l>nacque d'Adam, che di fangosa terra</l>
<l>fu generato, ei pur di Dio rinacque</l>
<l>rigenerato poi d'acqua e di spirto,</l>
<l>e come erede de' paterni regni</l>
<l>aspira a le celesti alte corone.</l></lg>
<lg>
<l>Ma dove mi trasporta inanzi al tempo</l>
<l>l'umano amor, che 'n noi sì dolce inesta</l>
<l>nostra natura? Ora il mirabil corso</l>
<l>seguiam del cielo e de le stelle erranti,</l>
<l>a cui quasi motrici il Padre eterno</l>
<l>assegnò quelle eccelse e pure menti;</l>
<l>non quasi forme in sua materia immense,</l>
<l>ma quasi auriga al suo veloce carro.</l>
<l>E quinci incominciar del cielo i moti,</l>
<l>l'un da la destra a la sinistra parte,</l>
<l>l'altro da la sinistra in ver la destra.</l>
<l>E chiamo destra il lucido oriente,</l>
<l>onde si move il primo ciel rotando,</l>
<l>che tutti gli altri seco affretta e tragge,</l>
<l>e dal propio cammin quasi distorna.</l>
<l>Sinistra parte l'occidente appello,</l>
<l>onde si muovon gli altri, e 'l sole istesso,</l>
<l>che pur da l'oriente a noi si mostra</l>
<l>con l'altrui moto, e ne lo spazio integro</l>
<l>d'un giorno è ricondotto, ond'ei si parte.</l>
<l>Perchè in un dì, che in sè la luce e l'ombra</l>
<l>contegna, compie il suo perfetto giro</l>
<l>la prima sfera, e l'altre in vario tempo</l>
<l>col propio moto fan contrario il corso,</l>
<l>qual minuta formica o picciol verme,</l>
<l>che da rota corrente è tratto intorno,</l>
<l>ed egli intanto a la contraria parte</l>
<l>da se medesmo move assai più lento.</l></lg>
<lg>
<l>In trenta anni sen va correndo a cerco</l>
<l>quel che rassembra a noi pigro, Saturno,</l>
<l>più veloce de gli altri, e più corrente;</l>
<l>ed in due volte sei placido Giove,</l>
<l>ed in due anni appresso il fiero Marte</l>
<l>(chè 'n questa guisa ei si conosce e noma</l>
<l>dal volgo in terra), e 'n un sol anno il sole,</l>
<l>e 'n poco men la graziosa stella,</l>
<l>la qual lieta si leva inanzi a l'alba,</l>
<l>e Lucifero ha nome; e poi n'appare</l>
<l>Espero detta allor che 'l sol tramonta.</l>
<l>E 'n quasi pari spazio in sè ritorna</l>
<l>quel già creduto messaggier volante.</l>
<l>In venti giorni poscia e 'n sette appresso</l>
<l>fa il suo viaggio la più tarda luna,</l>
<l>che più veloce assembra, e questo aviene</l>
<l>perchè in giro minor si volge, e riede</l>
<l>colà più tosto, onde si mosse in prima.</l>
<l>E questa fu quasi maestra antica</l>
<l>di partir l'anno, che 'n sei mesi e 'n sei</l>
<l>divise a' suoi Romani il vecchio Numa.</l>
<l>Però che tante volte il sol raggiunge,</l>
<l>tornando a quel principio onde partissi.</l>
<l>Ma prima in questa guisa i Greci ancora</l>
<l>l'avean partito e i più vetusti Ebrei.</l>
<l>Romolo poi, meno al celeste corso</l>
<l>ch'al guerreggiare intento, e quasi rozzo</l>
<l>de le cose divine, in diece parti</l>
<l>l'avea diviso. E questo error corresse</l>
<l>il saggio re sabin, canuto il mento.</l>
<l>In questo modo i duo pianeti illustri,</l>
<l>da chi gli scorge nel perpetuo corso</l>
<l>furo ordinati col lor giro a l'anno.</l>
<l>Anno è il ritorno del corrente sole</l>
<l>dal segno istesso nel medesmo segno</l>
<l>onde si parte; anzi nel punto affisso</l>
<l>nel segno, quasi a termine costante.</l>
<l>Perchè tornando a la medesma stella</l>
<l>onde partissi, dilungata alquanto</l>
<l>la trovarebbe, e trasportata a cerco,</l>
<l>dal primo ciel col suo veloce ratto.</l>
<l>Ma chi gli scorge a far la state e 'l verno?</l>
<l>Questi l'Italia e tutta Europa appella</l>
<l>col nome de gli dei bugiardi e falsi,</l>
<l>ma pur angeli sono, e pure menti</l>
<l>de l'alta providenza in ciel ministre;</l>
<l>la qual dispose per camino obliquo</l>
<l>i sette erranti, e 'n mezzo a gli altri il sole,</l>
<l>perch'ei ci vari le stagioni e i tempi;</l>
<l>e 'n questa guisa sia cagione al mondo</l>
<l>ch'altri nasca, altri muoia, e vita in morte</l>
<l>trasmuti, e morte in vita in giro alterno.</l></lg>
<lg>
<l>Perchè, mentre lontano il sol dimora</l>
<l>in quel lato, onde spira il nubilo Austro,</l>
<l>di lunghissime notti il nostro adombra,</l>
<l>e l'aria si raffredda, e si perturba</l>
<l>d'ogni intorno a la terra, e in folta pioggia</l>
<l>condensati vapori, e in larghe falde</l>
<l>càgion di neve, che poi stretta in gelo</l>
<l>ricopre il dorso de gli alpestri monti,</l>
<l>e frenando a' gran fiumi il ratto corso,</l>
<l>tardi gli rende, e quasi in saldo vetro</l>
<l>converte paludi e i pigri stagni.</l>
<l>Ma quando ei dal meriggio a noi ritorna,</l>
<l>in mezzo quasi del camin ritondo,</l>
<l>parte la notte e 'l giorno in spazio eguale</l>
<l>e l'aria scalda con soavi tempre.</l>
<l>Allor Zefiro spira, allor se 'n riede</l>
<l>la primavera verdeggiante e lieta</l>
<l>con l'erbe e i fiori, sua dolce famiglia,</l>
<l>e gravida la terra il sen fecondo,</l>
<l>che pur dianzi chiudea la neve e 'l ghiaccio,</l>
<l>apre soavemente a' novi parti.</l>
<l>Germoglian le fiorite ombrose piante,</l>
<l>nascono gli animali in terra e 'n acqua,</l>
<l>e si conserva la perpetua prole,</l>
<l>insin che il sol, quanto più può, s'appressa</l>
<l>a' freddi regni d'Aquilon nevoso.</l>
<l>Dove ei nel Cancro si ritiene e ferma</l>
<l>quasi il suo corso, e fa più lungo il giorno,</l>
<l>e con più tardi passi omai per dritto</l>
<l>sul capo nostro quasi egli si spazia,</l>
<l>e l'aria d'ogn'intorno a noi riscalda.</l>
<l>Arida fa la terra e i semi sparsi,</l>
<l>e degli arbori i frutti ancor matura.</l>
<l>In questo mese è fiammeggiante il sole</l>
<l>oltre misura, e meno obliqui raggi</l>
<l>spiega più d'alto ad illustrar la terra.</l>
<l>Son lunghissimi allora i giorni estivi</l>
<l>e brevissime l'ombre; ed a l'incontro</l>
<l>ne' brevissimi giorni il corpo opaco</l>
<l>lunghissime fa l'ombre opposto al sole.</l></lg>
<lg>
<l>E questo aviene a noi che abbiamo albergo</l>
<l>infra quel cerchio onde ritorna Apollo,</l>
<l>e l'altro che da l'Orse il nome prende,</l>
<l>poste non lunge a' gelidi Trioni.</l>
<l>E noi mai sempre solo al destro lato</l>
<l>l'ombre mandiamo inverso Borea e 'l Carro;</l>
<l>ed altri sono in più fervente clima,</l>
<l>i quai de l'anno uno e duoi giorni interi</l>
<l>ombra non fanno, allor che gira il sole</l>
<l>nel cerchio del meriggio, e d'altra parte</l>
<l>con dritti raggi gli rischiara e scalda.</l>
<l>Ed allora adiviene in quelle parti</l>
<l>che per l'angusta bocca i cavi pozzi</l>
<l>illuminati siano insino al fondo,</l>
<l>come in Siene e 'n Berenice ancora,</l>
<l>e più lontan ne l'onorata reggia,</l>
<l>c'ha due rami del Nilo, e quinci e quindi,</l>
<l>e da la suora di Cambise estinta</l>
<l>ebbe già il nome e la famosa tomba.</l>
<l>Ed oltre l'odorata aprica terra</l>
<l>de gli Arabi felici, ha strana gente,</l>
<l>che sparge l'ombra (e ne sortisce 'l nome)</l>
<l>d'entrambi i lati, incontra 'l Borea e l'Austro.</l>
<l>E questo avien, mentre vicino il sole</l>
<l>a' freddi regni d'Aquilon trapassa,</l>
<l>e già lieto n'accoglie il novo autunno</l>
<l>ricco di pomi e del suo vin spumante,</l>
<l>con verde ancora e pampinosa spoglia.</l>
<l>Allora tempra i rai del sole estivo,</l>
<l>scema gli ardori e l'ombra amica accresce,</l>
<l>e la notte co' giorni in Libra agguaglia;</l>
<l>ed innocente ne conduce al verno,</l>
<l>in cui di novo il sol da noi si parte,</l>
<l>e s'avicina a gli Arabi ed a gl'Indi.</l>
<l>Questi sono del sole il moto e 'l corso,</l>
<l>queste del tempo le vicende e i giri,</l>
<l>per cui qui si governa umana vita.</l>
<l>Ma degna ancor di maraviglia è l'arte</l>
<l>del fabro eterno, e la sublime ed alta</l>
<l>sua providenza, ch'a le strade oblique</l>
<l>de' sette erranti il termine prescrisse,</l>
<l>e via più angusta via ristrinse al sole.</l>
<l>Però che solo il sol giamai non varia</l>
<l>la torta linea, che divide e fende</l>
<l>il cerchio de la vita in parti eguali.</l>
<l>Gli altri escon fuor, o l'una o l'altra parte,</l>
<l>qual più, qual meno; e la feconda luna</l>
<l>vagar per tutto il cerchio ardita suole.</l>
<l>Esce Venere fuor del cerchio istesso,</l>
<l>più de la luna audace, e più feconda;</l>
<l>e quinci avien che ne' deserti inculti</l>
<l>sia l'Africa arenosa e l'India adusta,</l>
<l>di sì vari animai nudrice e madre.</l>
<l>Nè qui biasmar la providenza eterna,</l>
<l>ch'a l'ordine del mondo, al sommo, al colmo</l>
<l>di tutte l'altre cose in lui produtte</l>
<l>giungon le dispietate e strane belve</l>
<l>maraviglia e decoro, e i fieri mostri.</l></lg>
<lg>
<l>Or mentre il sol per l'alta via rotando</l>
<l>giamai non esce dal camin prescritto,</l>
<l>mostra con questo chiaro illustre essempio</l>
<l>al monarca del mondo il calle angusto</l>
<l>da virtute e da legge a lui prefisso.</l>
<l>E s'egli ha incontra da l'opposta parte</l>
<l>la tonda luna, ch'al superbo Drago</l>
<l>preme la testa o pur la coda ingombra,</l>
<l>le niega i dolci raggi e 'l chiaro lume,</l>
<l>e 'n mezzo si frapon l'arida terra,</l>
<l>perchè la luna impallidita adombra.</l>
<l>E se la vaga luna a lui s'aggiunge,</l>
<l>il che due volte ne' Gemelli aviene,</l>
<l>il sole in parte a noi s'oscura e vela.</l>
<l>E quinci avisa che s'imbruna e perde</l>
<l>per difetto là sù celeste luce,</l>
<l>non è luce mortal nel basso mondo,</l>
<l>non splendor di fortuna, onde s'abbaglia</l>
<l>l'inferma vista de l'errante volgo,</l>
<l>la qual talvolta non si turbi e manchi.</l>
<l>E solleva il pensiero a l'alta e prima</l>
<l>santa luce divina, e luce eterna,</l>
<l>che là sù non conosce occaso od orto,</l>
<l>nè difetto giamai, nè scema o langue.</l>
<l>Ma già di nostra umanità vestita</l>
<l>fece seco ecclissar turbato il sole,</l>
<l>oltre suo stil, con maraviglia e scorno</l>
<l>de la natura lagrimosa e mesta,</l>
<l>nè la cagion conobbe umano ingegno.</l></lg>
<lg>
<l>Ma come appressi e s'allontani il sole,</l>
<l>perchè da sera la incostante luna</l>
<l>nasca sempre, e 'n su l'alba ella s'asconda;</l>
<l>perchè Saturno, Giove e 'l fiero Marte</l>
<l>serbin ordin contrario, inanzi il giorno</l>
<l>tutti nascendo, e poi caggendo a sera;</l>
<l>e d'altri effetti sì diversi e tanti</l>
<l>ch'appaion colà sù di spera in spera,</l>
<l>varie fur le cagioni addotte in prova</l>
<l>da varie sette in contemplar discordi.</l>
<l>Altri, osservando i duo contrari moti</l>
<l>ne' cieli, e dal primier conversi e rapti</l>
<l>i men sublimi incontra 'l propio corso,</l>
<l>disser che d'ogni cielo il propio centro</l>
<l>centro è del mondo, e 'ntorno a lui si volge</l>
<l>pieno e perfetto il lor ritondo giro.</l>
<l>Nè questi sovra a gli stellanti chiostri</l>
<l>han locato altro corpo ed altro cielo,</l>
<l>ma poser sotto lor que' sette erranti,</l>
<l>che fan sì varia l'armonia superna,</l>
<l>e l'ammirabil sua celeste lira,</l>
<l>molte dando a ciascun rotanti spere,</l>
<l>come rote diverse o molti carri</l>
<l>si danno ad un signor per vari effetti,</l>
<l>de' quali il porta alcuno, altro il riporta</l>
<l>per contrario sentiero, onde partissi.</l>
<l>E de' globi volgenti e rivolgenti,</l>
<l>qual più, qual meno, il lor giudizio abonda.</l>
<l>Ma tre de le portanti e vaghe spere</l>
<l>concede prima al sole il vecchio Eudoso.</l>
<l>Tre similmente a l'incostante luna,</l>
<l>quattro a gli altri pianeti. E di que' giri,</l>
<l>che riportano indietro, un meno assegna</l>
<l>fuor che a la luna, a cui nel loco estremo</l>
<l>uopo non è chi la riporti o torni.</l>
<l>Ma due poscia Calippo al sol n'aggiunse</l>
<l>de le portanti; e due portanti ancora</l>
<l>giunse al servigio del notturno lume.</l>
<l>Sinchè in tutto cinquanta oltre le cinque</l>
<l>fur numerate da gli antichi ingegni.</l>
<l>Tanti carri, di stelle e d'or cosparsi,</l>
<l>tante fervide rote e tanti ordigni,</l>
<l>tanti e sì vari moti e tanti giri</l>
<l>servono a la suprema eterna mole,</l>
<l>che 'n se medesma si raggira e volge.</l>
<l>E 'l gran maestro di color che sanno,</l>
<l>quel che 'n mille sue scole insegna il mondo,</l>
<l>seguì costoro, allor che 'n alto intese,</l>
<l>forse con doppio error, che i corpi accrebbe</l>
<l>molto, e molto scemò le pure menti.</l></lg>
<lg>
<l>Ma la novella età via più conturba</l>
<l>l'ordine antico, e sfere aggiunge a sfere,</l>
<l>e moti a' moti; anzi tremante il cielo</l>
<l>primo ci finge, e quasi infermo e stanco,</l>
<l>mentre ch'egli s'appressa, o fa lontano.</l>
<l>E 'n questa guisa baldanzosa ardisce</l>
<l>vincer d'arte e d'ingegno il secol prisco,</l>
<l>volgendo pur e rivolgendo intorno</l>
<l>al propio centro, che del mondo è centro,</l>
<l>i vari cieli a lor giudicio eterni.</l>
<l>Altri per altra via seguiro Iparco,</l>
<l>e Tolomeo, ch'a le stellanti sfere</l>
<l>fa quasi oltraggio, e 'n lor divisa o finge</l>
<l>i moti, e i cerchi assai distorti e strani.</l>
<l>Mirabil mostro! e mentre al sol concede</l>
<l>tre sfere erranti, senza dubbio afferma</l>
<l>che quella, che fra l'altre in mezzo gira,</l>
<l>non fa centro del mondo il propio centro,</l>
<l>l'ultima in parte ancor distorce e piega.</l>
<l>Afferma ancor che mentre il sol rotando</l>
<l>va in questa guisa, or più s'appressa al centro</l>
<l>de l'universo, or sen fa più lontano.</l>
<l>Nel maggior cerchio ancora un picciol cerchio</l>
<l>va immaginando, il qual si mova intorno</l>
<l>sovra i poli suoi propi, e lasci il centro</l>
<l>del mondo fuor del mezzo; e 'n lui ripone</l>
<l>il sole, ora in sublime ed alto sito,</l>
<l>ora in più basso, ora appressar la terra,</l>
<l>or dilungarsi, or con distorto corso</l>
<l>contra gli ordin de' segni andar errando,</l>
<l>ora seguirlo; e ne l'istesso modo</l>
<l>fa ritrosa la luna, e 'l suo bel cerchio</l>
<l>finge ineguale, e non ritondo a pieno;</l>
<l>e la figura le distorce e 'l corso.</l>
<l>Così di queste due discordi sette</l>
<l>l'una ben non dimostra e non ci appaga,</l>
<l>l'altra, mostrando, è ingiuriosa ed empia</l>
<l>contra i celesti giri, a cui la forma</l>
<l>e ritonda e perfetta invidia e toglie,</l>
<l>e 'l lor semplice moto. Onde natura</l>
<l>disdegnosa sen duole e sen richiama.</l>
<l>E la filosofia seco ripugna</l>
<l>a l'apparenza, e con ragioni invitte</l>
<l>le ribellanti scole a terra sparge.</l>
<l>Ma 'l senso ancora a la ragione amico</l>
<l>mostrar si può, s'altri in lontane parti</l>
<l>peregrinando, a gli Etiopi adusti</l>
<l>giungerà mai ne la fervente zona,</l>
<l>dov'è 'l cinto maggior che fascia il mondo.</l>
<l>Ivi, se 'l sole in quel suo picciol cerchio</l>
<l>inegual si movesse, egual non fora</l>
<l>il dì più lungo a la più lunga notte.</l>
<l>E se la luna, pur nel cerchio impari,</l>
<l>e non ritondo, si girasse attorno,</l>
<l>uopo saria mutar talvolta il sito</l>
<l>a quella macchia, ond'è 'l volto asperso.</l>
<l>Dunque più non presuma ardito ingegno,</l>
<l>incontra il vero, incontra il ciel superbo,</l>
<l>finger nove là sù figure e mostri.</l></lg>
<lg>
<l>Ma che? ci afferma ancor l'età vetusta</l>
<l>le non credute maraviglie antiche.</l>
<l>E de' suo' mille e mille e mille lustri,</l>
<l>e mille e mille il favoloso Egitto</l>
<l>par che si vanti; e 'n più moderne carte</l>
<l>de le menzogne sue famose e conte</l>
<l>la già vecchia memoria ancor non langue.</l>
<l>E si ragiona ancora, ancor si scrive</l>
<l>che nel girar de' secoli volanti</l>
<l>la prima spera si rivolge intorno,</l>
<l>non da l'orto lucente al nero occaso,</l>
<l>ma dal settentrione al mezzogiorno.</l>
<l>E quinci dimostrar, s'io dritto estimo,</l>
<l>come il veloce sol più e più si affretti,</l>
<l>mentr'ei declina pur dal cerchio obliquo.</l>
<l>E gl'istessi affermar, crescendo ardire,</l>
<l>che il sol due volte dal lucente occaso</l>
<l>nacque, e due volte ancor morì ne l'orto,</l>
<l>portando a noi da l'occidente il giorno,</l>
<l>e lui chiudendo ne l'avversa parte.</l>
<l>E 'l mutar di quel punto, in cui fermarsi</l>
<l>ci sembra il sole, e far più lungo il corso,</l>
<l>che solstizio nomò l'antica Roma,</l>
<l>di tanto variar cagione esterna</l>
<l>forse credeano; e fu da gli altri ascritto</l>
<l>a l'alto ingegno de gli Egizi industri.</l>
<l>E mutato il solstizio ancor si narra,</l>
<l>perchè fu già ne' lucidi Gemelli,</l>
<l>or è nel Cancro. È dunque instabil punto</l>
<l>quel che sembra là sù sì forte affisso?</l>
<l>Nè costante è del ciel l'ordine e l'arte,</l>
<l>nè costanza è ne' corpi, o sian d'immonda</l>
<l>rozza materia o di più scelta e pura.</l>
<l>E se pur questo è ver, è vero ancora</l>
<l>che del settentrion l'eccelsa parte</l>
<l>fia nel meriggio alfin cangiata e volta;</l>
<l>e quella in questa, e 'l sol che gira errando</l>
<l>per le distorte vie d'obliquo cerchio,</l>
<l>allor farà più dritto alto viaggio</l>
<l>per quella fascia ond'è partito il mondo.</l>
<l>Tante varietati e sì discordi</l>
<l>vedrà, quando che sia, l'età futura,</l>
<l>ne gli ordini supremi; e pur son queste</l>
<l>del ciel le veci, ov'è chi 'l crede e 'l pensa?</l>
<l>E di ciò la cagion si adorna e finge,</l>
<l>mutando i regni, anzi pur regi al cielo,</l>
<l>da cui l'un fu scacciato e l'altro impero</l>
<l>già prese, de le stelle alto monarca.</l>
<l>E regnando il primier, che fu Saturno,</l>
<l>da la parte or sinistra il ciel si mosse.</l>
<l>Poscia usurpando Giove alto governo,</l>
<l>repente il volse dal contrario lato;</l>
<l>e mutando del cielo il moto e 'l giro,</l>
<l>tutte insieme cangiò le cose a forza</l>
<l>qua giù soggette al variar de' cieli.</l>
<l>Allor, come si finge uom curvo e bianco</l>
<l>e ne l'ultima età vicino a morte,</l>
<l>rivolse indietro a gli anni il propio corso,</l>
<l>e ritornò verso l'età matura,</l>
<l>e già perfetta; e quinci passo passo</l>
<l>vago giovin divenne, e poi fanciullo,</l>
<l>e con tenere membra alfine infante;</l>
<l>e da l'infanzia giunse al fine estremo</l>
<l>di questa vita, e si nascose in grembo,</l>
<l>pargoleggiando, de l'antica madre.</l></lg>
<lg>
<l>Oh di favole antiche ombroso velo,</l>
<l>per cui traluce l'incostanza incerta</l>
<l>de' corpi tutti, e de' supremi ancora!</l>
<l>A' quali ha dato Dio perpetua legge,</l>
<l>e lunghissima ancor, ma non eterna.</l>
<l>Però, quando che sia, quiete averanno,</l>
<l>cessando il lor continuo e certo corso.</l>
<l>E ben di ciò vedransi in cielo i segni</l>
<l>anzi il gran dì de l'ultimo spavento,</l>
<l>in cui deve cadere accesa ed arsa</l>
<l>questa del mondo ruinosa mole.</l>
<l>Allor vedrassi il sol converso in sangue,</l>
<l>ed altri segni spaventosi e fieri</l>
<l>nel volto mostrerà l'orrida luna.</l>
<l>Però disse (creando) il fabro eterno:</l>
<l>"Siano i segni ne' tempi, e sian ne' giorni,</l>
<l>e sian ne gli anni i segni". E i segni or sono</l>
<l>pur quasi note ne la luna impresse,</l>
<l>e 'n fronte al sol medesmo, ond'ei ci mostra</l>
<l>ciò che fa d'uopo a la terrena vita</l>
<l>de' faticosi e rigidi mortali.</l>
<l>Spesso in turbata vista anunzia il cielo</l>
<l>venti e procelle e tempestosa pioggia.</l>
<l>E l'arida stagion conosce ancora</l>
<l>l'uom già canuto e per lungo uso esperto.</l>
<l>Ed una pur di tante cose insegna</l>
<l>quel ch'è vero Signore e vero mastro,</l>
<l>quando egli disse: "Rosseggiando il cielo</l>
<l>già si contrista, onde sarà tempesta".</l>
<l>E questo avien, quando si move il sole</l>
<l>per entro fosca e tenebrosa nube</l>
<l>de l'aer denso e 'mpuro, onde traluce,</l>
<l>quasi per colorato e grosso vetro.</l>
<l>Però sanguigno, quasi involto ei sembra,</l>
<l>o quando intorno al sol si gira e volge</l>
<l>gemino sole, e pur tre soli insieme</l>
<l>fan di sè spaventosa e fiera mostra,</l>
<l>sì come vide già l'antica Roma,</l>
<l>ed ora a' nostri tempi avien sovente</l>
<l>là sotto i sette gelidi Trioni.</l>
<l>Talor veggiam entro l'oscure nubi</l>
<l>distese in lungo variar le verghe</l>
<l>i colori de l'Iri, e fiero turbo</l>
<l>quinci ancor si dimostra e pioggia e nembo,</l>
<l>almen d'aria mutata indizio aperto.</l>
<l>L'instabil luna ancora a noi predice</l>
<l>col vario aspetto il variar de' tempi.</l>
<l>Perchè sottile e pura il terzo giorno,</l>
<l>stabil serenità promette e segna.</l>
<l>Ma s'ella ingrossa mai l'un corno e l'altro</l>
<l>quasi vermiglia, allor altrui minaccia</l>
<l>gran pioggia e folta, e pur di torbido Austro</l>
<l>il violento impetuoso assalto.</l>
<l>Ma i vari segni in ciel via più distingue</l>
<l>ne' regni d'Aquilon, canuto e scaltro</l>
<l>per lunga esperienza il buon nocchiero.</l>
<l>E se giamai quella che il sol circonda,</l>
<l>nebilosa corona, o l'auree stelle,</l>
<l>in se medesma si dilegua e cade,</l>
<l>quasi egualmente al suo sparir s'attende</l>
<l>un placido sereno e 'l mar tranquillo.</l>
<l>Ma quando ad una parte ella si frange,</l>
<l>da quella, onde si rompe il bel contesto</l>
<l>de l'aerea corona, attende il vento.</l>
<l>Se da più parti ella si squarcia e solve,</l>
<l>nascono da più lati i feri spirti</l>
<l>quasi repente, e fan contesa e guerra</l>
<l>in cielo e 'n mar, ch'è tempestoso campo</l>
<l>delle sonore e torbide procelle.</l>
<l>Ma questi segni fa costanti e vari</l>
<l>l'alto voler di lui, che move il tutto.</l></lg>
<lg>
<l>Così li piaccia a noi pace tranquilla</l>
<l>mostrar da l'alto, e disgombrar d'intorno</l>
<l>quel che sovrasta minaccioso e grave</l>
<l>a questa vita procellosa e 'ncerta.</l></lg></div1>
<div1><head>5° Giorno</head>
<lg>
<l>L'antico abitator d'estrania parte,</l>
<l>che tornar pensa a la sua patria illustre,</l>
<l>dopo varie fortune e grave essiglio,</l>
<l>e molti in faticosa e dura vita</l>
<l>trascorsi lustri, al suo fedele albergo,</l>
<l>ed al cortese albergator si mostra</l>
<l>grato ed amico anzi il partire estremo;</l>
<l>così noi, che bramiam di far ritorno</l>
<l>al ciel, quando che sia, tardi o per tempo,</l>
<l>da questa men sublime opaca chiostra</l>
<l>de la terra e del mar, che intorno inonda,</l>
<l>da cui molti anni il nudrimento e 'l cibo</l>
<l>sì caro avemmo, e sì gradito ostello,</l>
<l>debbiam gli ultimi offici e i detti e i doni</l>
<l>di pietate e d'amor, debbiamo i pegni</l>
<l>di non oscura e non mortal memoria</l>
<l>a questa nostra sì pietosa e cara</l>
<l>nudrice antica, che fanciulli in grembo</l>
<l>ne accolse, e vecchi ne sostiene e folce,</l>
<l>a questo mar, che ne trasporta e pasce,</l>
<l>a questo, onde spiriamo, aer sereno.</l>
<l>Dunque narriam come la santa destra,</l>
<l>poichè in tal guisa ebbe ciascuno adorno,</l>
<l>di vari abitator frequenti e lieti</l>
<l>facesse tutti alfin nel giorno quinto,</l>
<l>sì che non vi lasciò spazio nè clima</l>
<l>di vasta solitudine e dolente,</l>
<l>nè di perpetuo orrore incolto ed ermo.</l></lg>
<lg>
<l>Avea la dotta man del mastro eterno</l>
<l>de' bei fiori di stelle il ciel dipinto,</l>
<l>e pur come occhi suoi lucenti e vaghi,</l>
<l>già con la luna in lui creato il sole,</l>
<l>quando egli disse: "L'acqua omai produca,</l>
<l>e seco l'aria partorisca insieme</l>
<l>ogni vivo animal che vola e repe".</l>
<l>E nel suo commandar tutti repente</l>
<l>i fiumi diventar fecondi e i laghi,</l>
<l>e' vaghi armenti e le squammose torme</l>
<l>de' propi notatori il mar produsse.</l>
<l>E quanto ancor d'immondo e di palustre</l>
<l>limo è ripieno, e senza corso o moto</l>
<l>ristagna ed impaluda in pigro letto,</l>
<l>sortì il propio ornamento e 'l propio onore,</l>
<l>e non rimase neghitoso e voto,</l>
<l>allor che Dio creò di novo il mondo</l>
<l>ch'immantinente gracidar nascendo</l>
<l>ne lo stagnante umor rane palustri,</l>
<l>e sì fatti animai nasceano insieme,</l>
<l>in guisa ad esseguire il sommo impero</l>
<l>si mostrar l'acque frettolose e pronte.</l>
<l>E tutti quei, di cui potriansi a pena</l>
<l>le varie sorti annoverar parlando,</l>
<l>subito nati, in operosa vita</l>
<l>e sè movente, disegnaro a prova</l>
<l>di quei che gli creò, l'alta possanza,</l>
<l>che narrar non si può con lingua umana.</l>
<l>Ed allor prima fu creato, e nacque</l>
<l>dotato l'animal d'alma e di senso.</l>
<l>Perchè le piante e le frondose sterpi</l>
<l>de gli arbori ch'al ciel spiegar le chiome,</l>
<l>benchè abbian vita, onde si nutre e cresce</l>
<l>da l'umide radici il verde tronco,</l>
<l>animali non son, nè in cara dote</l>
<l>ebber dal Padre eterno il senso e l'alma,</l>
<l>onde sentiamo sì diversi obietti.</l>
<l>Benchè vi sia chi non dinieghi e toglia</l>
<l>a le scorze selvagge, a' rozzi tronchi</l>
<l>un inchinarsi, un ripiegar se stesso,</l>
<l>un distendere i rami in cara parte,</l>
<l>ch'è quasi un moto di frondose braccia</l>
<l>per secreto desio d'amore occulto.</l>
<l>E ne le piante ancor stupido senso</l>
<l>conobbe alcuno antico, o che gli parve.</l>
<l>Ma resti pur questa sentenzia errante</l>
<l>in quel silenzio, a lor cotanto amico.</l></lg>
<lg>
<l>Come si sia, creati il quinto giorno</l>
<l>fur gli animanti, a cui non lega e 'ndura</l>
<l>rozzo e tardo stupore i pigri sensi.</l>
<l>E qualunque animale, o repe o guizza,</l>
<l>o nel sommo de l'acque o pur nel fondo,</l>
<l>prodotto fu per obedir al suono</l>
<l>de la divina ed immutabil voce.</l>
<l>Nè in pochi e brevi detti alcun rimase</l>
<l>escluso dal soprano eterno impero.</l>
<l>Non quei, che l'animal figliando in parto,</l>
<l>soglion vivo produr, delfini e foche;</l>
<l>nè meno 'l picciol pesce, onde sovente</l>
<l>la man del pescatore al fune avolta,</l>
<l>per secreta virtù stupisce e torpe;</l>
<l>non chi l'ova produce, o chi si copre</l>
<l>di molle squamma o di più dura scorza;</l>
<l>non quei c'hanno le penne o pur non l'hanno,</l>
<l>ma tutti fur ne le parole accolti,</l>
<l>e quasi inchiusi sotto certa legge,</l>
<l>del lito i vaghi abitator guizzanti.</l>
<l>E quei che nel profondo il mare alberga,</l>
<l>e quei ch'affissi stanno a' duri scogli,</l>
<l>e quei che vanno insieme in ampia greggia,</l>
<l>e quelli ancor ch'erran dispersi a nuoto,</l>
<l>e le balene smisurate e l'orche,</l>
<l>co' pesci picciolissimi e minuti.</l>
<l>E se fra questi ha pur chi 'l molle peso</l>
<l>del corpo sovra i piè sostiene e porta,</l>
<l>son di natura ambigua e quasi incerta,</l>
<l>e 'l gemino lor vitto in terra e 'n onda</l>
<l>van ricercando, non contenti a pieno</l>
<l>di semplice esca, o d'un sol cibo al pasto.</l>
<l>E son fra questi le stridenti rane,</l>
<l>e granchi di più branche, a cui s'aggiunge</l>
<l>il cocodrillo, e 'l notator cavallo</l>
<l>che del Nilo trascorre i larghi campi,</l>
<l>ed ondeggianti per l'asciutte rive.</l>
<l>Perchè i piccioli, i grandi, i dubbi e i certi,</l>
<l>sotto il decreto d'uno eguale impero</l>
<l>esser vario sortiro e varia vita,</l>
<l>allor che disse Dio: "Producan l'acque".</l></lg>
<lg>
<l>E dimostrò con la mirabil voce</l>
<l>quanto la vaga ed umida natura</l>
<l>de l'instabile umor convenga a' pesci.</l>
<l>Però che quale è l'aria a' levi augelli,</l>
<l>o pur ad animal che spiri in terra,</l>
<l>cotale è l'acqua al notator marino,</l>
<l>ed a qualunque guizzi in fiume e 'n lago.</l>
<l>E la cagione è manifesta a' sensi,</l>
<l>perchè il pulmon ne la sinistra parte</l>
<l>fra le viscere nostre ha 'l propio sito</l>
<l>spongioso e raro e trasparente, in guisa</l>
<l>di specchio, o d'altro che riceve imago</l>
<l>e la ritorna; e si ristringe ed apre,</l>
<l>quasi mantice o folle, e 'l rezzo e l'aura</l>
<l>spirando e respirando, accoglie e rende,</l>
<l>e ventillando è refrigerio al core,</l>
<l>che di purpureo sangue è caldo fonte.</l>
<l>E con l'istesso spirto, onde rinfresca</l>
<l>l'interna arsura, anco si forma e finge</l>
<l>in vari detti la sonora voce.</l>
<l>Ma diè natura a le guizzanti torme</l>
<l>in vece di pulmon le curve branche,</l>
<l>e mentre le distende e le raccoglie,</l>
<l>dentro l'acqua riceve o pur la sparge;</l>
<l>e così in loro il propio officio adempie,</l>
<l>ch'è quasi un respirar d'umore e d'onda.</l></lg>
<lg>
<l>Ma pur voce non manda il muto pesce,</l>
<l>nè domestico mai, nè mansueto</l>
<l>diventa, nè sostiene il tatto e i vezzi,</l>
<l>onde palpa e lusinga umana destra.</l>
<l>Perchè d'alcuni pur si narri e scriva</l>
<l>c'han per propia natura e propia sorte,</l>
<l>oltre l'uso comun, sonoro spirto;</l>
<l>altri suono non pur, ma voce ancora,</l>
<l>altri quasi parole, in cui distingue</l>
<l>non ben loquace lingua i propi affetti.</l>
<l>Perchè non basta al suon lo spirto interno,</l>
<l>ond'ei si forma, e 'l suo spongioso e raro</l>
<l>pulmone, e la sua vota umida canna,</l>
<l>fistola detta; ma la voce appresso</l>
<l>sol ne la gola si figura e finge.</l>
<l>A le parole ancor la lingua e i denti</l>
<l>son d'uopo: onde non parla, e non informa</l>
<l>gli accenti suoi quel che di lingua è privo.</l>
<l>Ma 'l suon da l'altre parti ancor si frange,</l>
<l>come nel cinto che traversa e fascia</l>
<l>le vespe e l'api, si percote e rompe</l>
<l>l'interno spirto; e quinci s'ode un roco</l>
<l>mormorar, che per l'aria intorno aggira.</l>
<l>Altri rompendo ne l'istessa fascia,</l>
<l>che cinge il corpo suo, lo spirto interno,</l>
<l>canta, battendo l'ali, e i verdi boschi</l>
<l>suonano intorno a quei sonori accenti</l>
<l>de la cicala a' lunghi estivi giorni.</l>
<l>Ma fra' pesci nel mare o 'n fiume o 'n lago</l>
<l>che sia molle, o di crosta almen coperto,</l>
<l>alcun non manda fuori o voce o suono,</l>
<l>altri con vario suon grunnisce e stride,</l>
<l>talchè del suo stridor risuona intorno</l>
<l>l'onda sovente; e dal concento il nome</l>
<l>prese quel pesce in mar, che detto è lira.</l></lg>
<lg>
<l>Stride il pettine ancora, e stride a prova</l>
<l>la rondine marina, e questo e quella</l>
<l>stridendo vola, e si solleva in alto</l>
<l>con lunghe e larghe penne, e 'l mar non tocca.</l>
<l>Ma nel fiume Acheloo non solo stride,</l>
<l>ma voce il suo cinghiale aver si crede,</l>
<l>e 'l cucco notatore ha voce anch'egli,</l>
<l>ond'al cucco volante è quasi eguale.</l>
<l>Ma non è vera voce, e voce assembra</l>
<l>l'interno spirto, che si frega e frange</l>
<l>in quell'orride branche, ond'ei risuona.</l>
<l>Ma sue parole quasi e sua favella</l>
<l>tra l'acqua e 'l limo ha la loquace rana,</l>
<l>de le paludi abitatrice immonda.</l>
<l>E questo avien perc'ha pulmone e lingua,</l>
<l>di cui compiuta è l'una e l'altra parte:</l>
<l>la prima ha 'l modo pur de gli altri pesci,</l>
<l>e l'altra ancor, che manda il roco suono,</l>
<l>al gorgozzul s'attacca e si congiunge.</l>
<l>Ed ulular le rane, e gli altri ancora</l>
<l>sotto l'acque s'udir pesci lascivi.</l>
<l>E l'ululare è un amoroso invito,</l>
<l>onde il cupido maschio alletta e chiama</l>
<l>la femina consorte dolci nozze.</l>
<l>Ma 'l veloce delfino ha voce e suono,</l>
<l>perch'ei non è senza pulmone e sangue;</l>
<l>ma non ha lingua, ond'ei formi e distingua</l>
<l>quel suon che s'ode mormorar su l'acque.</l>
<l>Ma ronfar già dormendo ancora udisti,</l>
<l>e dormir son veduti umidi pesci,</l>
<l>e quei che dura crosta involve e copre,</l>
<l>benchè non abbian l'umide palpebre,</l>
<l>le quai chinate nel soave sonno</l>
<l>ricopron gli occhi a' notatori stanchi.</l>
<l>Ma dal placido lor queto riposo,</l>
<l>in cui sol mossa è la guizzante coda,</l>
<l>l'accorto pescator conosce il sonno.</l>
<l>Nè gli trafigge sol col suo tridente,</l>
<l>ma con la cauta man gli palpa e prende.</l>
<l>E spesso preda fa di quei ch'affissi</l>
<l>sono a gli scogli o ne l'arene avolti,</l>
<l>o sotto un sasso o sotto il curvo lido</l>
<l>dormono ascosamente o in imo gorgo.</l>
<l>In questa guisa è col pungente ferro</l>
<l>presa l'orata; e 'l lupo altri percosse:</l>
<l>si desta a pena, in così fisso ed alto</l>
<l>sopore è immerso, e 'l fin del suo riposo</l>
<l>è col principio di sua morte aggiunto,</l>
<l>anzi dal breve nel perpetuo sonno</l>
<l>desto ei trapassa, e se n'avede a pena.</l>
<l>Ma 'l veloce delfin, la grande e vasta</l>
<l>balena, mentre dorme in mezzo a l'onde,</l>
<l>fuor dal sommo de l'acque inalza e sparge</l>
<l>la sua fistola cava, ond'ella spira,</l>
<l>e leggiermente le sue pinne intanto</l>
<l>agita e muove. E ne l'ombrosa notte</l>
<l>via più che in altro tempo, il sonno a' pesci</l>
<l>s'irriga, e pur in sul meriggio estivo,</l>
<l>allor che pasce i favolosi armenti</l>
<l>Proteo ne le marine ampie spelunche,</l>
<l>come creduto fu, le pistri e l'orche,</l>
<l>a cui fa l'alga immonda un pigro letto,</l>
<l>stertono i lunghi giorni; e dorme appresso</l>
<l>l'indovino pastor, tre volte e quattro</l>
<l>già numerate le squammose greggie.</l></lg>
<lg>
<l>Ma le favole antiche in altra parte</l>
<l>han più opportuno loco. Io taccio adunque</l>
<l>di Proteo e d'Arion, che tratto a riva</l>
<l>dal veloce delfin, campò da morte.</l>
<l>E taccio ancora i mal creduti amori</l>
<l>del pio delfino e del fanciullo estinto,</l>
<l>per cui si dolse il suo marino amante,</l>
<l>e vinto al fin dal suo dolore insano,</l>
<l>morì gemendo in su l'asciutta arena.</l>
<l>Ma se di ciò si nega a prisca fama</l>
<l>credenza alcuna, almen di fede indegna</l>
<l>non sia l'antica istoria, in cui si legge</l>
<l>che la natura ancor pietate insegna,</l>
<l>quasi maestra a' pesci e quasi madre.</l>
<l>Quinci al curvo delfin le gonfie mamme</l>
<l>diede, perchè nudrisca i cari figli,</l>
<l>anzi ei di novo ancor nel curvo ventre</l>
<l>raccoglie i pargoletti; e si rientra,</l>
<l>onde uscì prima, il non cresciuto parto,</l>
<l>quando è più tempestoso il mar sonante.</l>
<l>Cresciuto poi fra le procelle e i nembi,</l>
<l>securo apprende il gir per l'onde a nuoto,</l>
<l>senza temer flutto spumoso o turbo,</l>
<l>arte paterna. E pur col padre appare</l>
<l>qual fida aita a' naviganti audaci:</l>
<l>onde antivede il buon nocchiero accorto</l>
<l>l'orrida guerra de' contrari venti,</l>
<l>e drizza al porto l'agitata proda.</l></lg>
<lg>
<l>Ma qual canuto pescatore e lasso,</l>
<l>ch'appo le rive del Tireno invecchi,</l>
<l>o del mar d'Adria o de l'Egeo canoro,</l>
<l>o lungo il Caspio o lungo il Ponto Eussino,</l>
<l>o 'n su' lidi vermigli, o dove inonda</l>
<l>il gran padre Ocean Germani e Franchi,</l>
<l>Scoti e Britanni od Etiopi ed Indi;</l>
<l>qual, dico, abbia ivi l'età fornita</l>
<l>ne l'infeconde e solitarie arene</l>
<l>e 'ntorno a' cavernosi e duri scogli,</l>
<l>or l'amo ed or le reti in mar gittando,</l>
<l>narrar potria de gli umidi notanti</l>
<l>le tante sorti, in cui distinta e scevra</l>
<l>è lor natura e la progenie antica?</l>
<l>E ben mille maniere e mille modi</l>
<l>di varia vita, e di costumi e d'opre</l>
<l>pur variate, e lor diverse parti?</l>
<l>Perch'altri ne conosce il mar d'Egitto,</l>
<l>e l'Eritreo, che fa l'onde sanguigne,</l>
<l>altri l'Ircano, e quel d'Assiri e Persi,</l>
<l>altri quello in cui lava i piedi Atlante,</l>
<l>e quello in cui biancheggia Indo ed Idaspe,</l>
<l>che sono al nostro mare o in tutto estrani,</l>
<l>od in gran parte peregrini ignoti.</l>
<l>Quanti ancor ne produce in grembo e pasce</l>
<l>l'Ocean sotto l'Orse, o sotto il cielo</l>
<l>in cui più non appare il Carro e l'Orsa,</l>
<l>che qui saria quasi mirabil mostro?</l>
<l>Ma pur da prima gli produsse in vita</l>
<l>tutti egualmente la divina voce,</l>
<l>e 'n sì varie maniere anco distinse.</l>
<l>E quinci avien ch'altri nel primo parto</l>
<l>manda fuor l'ovo, e nol riscalda e cova,</l>
<l>d'augello in guisa, e non si forma il nido,</l>
<l>nè con molta fatica i figli ei nutre.</l>
<l>Ma l'acqua il peso in sè caduto accoglie,</l>
<l>e 'l fa vivo animal, che guizza e nuota.</l>
<l>Altri produce l'animal da prima;</l>
<l>nè come 'n terra 'l mulo, o pur ne l'aria</l>
<l>soglion molti meschiar l'incerta prole</l>
<l>lascivi augelli, ma progenie immista</l>
<l>si perpetua fra lor sempre feconda</l>
<l>con legittime nozze. Se natura</l>
<l>ha certe leggi, onde i consorti accoppia,</l>
<l>e se pur mesce la murena al fiero</l>
<l>maschio serpente: l'un depone il tosco,</l>
<l>l'altra nol fugge, o 'l suo marito aborre.</l></lg>
<lg>
<l>Nulla sorte di pesci ha d'una parte</l>
<l>la bocca armata de gli acuti denti,</l>
<l>da l'altra affatto inerme e quasi ignuda,</l>
<l>come ha fra noi la pecorella e 'l bue.</l>
<l>E niun pesce ancor, come si narra,</l>
<l>suol ruminar omai sazio del pasto,</l>
<l>se lo scaro ne traggi; e tutti a prova</l>
<l>hanno in guisa di seca i bianchi denti</l>
<l>in due fila ristretti; e quinci e quindi</l>
<l>vario e distinto è il cibo. Altri di fango</l>
<l>si pasce e nutre, altri di fungi e d'alga,</l>
<l>altri d'erbe marine over palustri,</l>
<l>o di quelle onde i fiumi han verde il fondo.</l>
<l>Ed altri corre frettoloso a l'esca,</l>
<l>che suol gittar ne l'acque umana destra,</l>
<l>e pur di cibo uman vago si mostra;</l>
<l>altri il pesce minor ne l'amo ingoia.</l>
<l>La maggior parte pur de' pesci ingordi</l>
<l>scambievolmente si divora e strugge,</l>
<l>e del maggior sempre il minore è pasto.</l>
<l>E spesso avien che ne l'istesso modo</l>
<l>quel che pur dianzi del minor satolla</l>
<l>fece l'avida fame, or fugga invano</l>
<l>il suo maggior, che lo persegue e scaccia,</l>
<l>e dal gran predator sia preso al fine,</l>
<l>ed empia l'uno e l'altro il ventre istesso.</l></lg>
<lg>
<l>E questo ancor fra noi più spesso incontra,</l>
<l>perchè il possente, a cui fu dato in sorte</l>
<l>sovra umil plebe il greve imperio e 'ngiusto,</l>
<l>pasce de' più minuti avido il sangue,</l>
<l>e di qualunque gli è soggetto e servo.</l>
<l>E 'n che diverso è un fiero ingordo petto,</l>
<l>ch'avara fame di ricchezze e d'oro</l>
<l>stimola sempre e 'nsaziabil rende,</l>
<l>dal gran mostro del mar, che mille e mille</l>
<l>via men forti di lui persegue ed empie</l>
<l>di lor la sua profonda alta vorago?</l>
<l>Già colui, fatto ingiurioso ed empio,</l>
<l>del poverel vicino i beni ingombra;</l>
<l>e tu di lui, rapito e preso a forza,</l>
<l>godi le prede; e le rapine antiche</l>
<l>con tirannico dente e rodi e struggi,</l>
<l>e quasi parto a tue ricchezze aggiungi</l>
<l>quel che 'n molt'anni egli usurpò rapace,</l>
<l>e 'n guisa tal più de l'avaro avaro,</l>
<l>e de l'ingiusto più n'appari ingiusto.</l>
<l>Guarda che non t'attenda il fine istesso,</l>
<l>nel quale incappa e se medesmo avolge,</l>
<l>mentre gli altri persegue, il pesce incauto,</l>
<l>io dico amo pungente o nascia o rete.</l>
<l>Non fuggirai, non fuggirai superbo,</l>
<l>dopo tanti altrui fatti iniqui oltraggi,</l>
<l>l'ultima pena, che sovrasta e tarda,</l>
<l>e qual sasso pendente al fin minaccia.</l></lg>
<lg>
<l>Or d'un minuto animaletto e vile</l>
<l>riconosci l'insidie e i falsi inganni,</l>
<l>e fuggi omai di frodi indegno essempio.</l>
<l>Il granchio la soave e dolce carne</l>
<l>brama de la marina e nobil conca,</l>
<l>difficil preda e preziosa e cara,</l>
<l>perch'a tenero cibo un duro vallo</l>
<l>fece natura, e circondollo intorno,</l>
<l>e perchè in guisa si congiunge e serra</l>
<l>l'una con l'altra forte e salda testa,</l>
<l>che non vi ponno entrar l'orride branche.</l>
<l>Che fa dunque egli? quando in mar tranquillo,</l>
<l>sotto il sereno cielo al chiaro giorno,</l>
<l>de' dolci raggi e del soave aspetto</l>
<l>gode la conca, e si dispiega e spande,</l>
<l>allor quasi di furto egli nascoso</l>
<l>un piccol sasso entro vi getta, e vieta</l>
<l>ch'ella più si ricopra e si rinchiuda.</l>
<l>E 'n questa guisa de la debil forza</l>
<l>può adempire i difetti astuto ingegno.</l>
<l>Oh di malizia, e d'uomo iniquo e scaltro,</l>
<l>ma pur di rozza e d'infeconda lingua</l>
<l>maligno magistero e muta fraude!</l>
<l>Tu, se brami imitar l'industria e l'arte</l>
<l>ne l'acquistar, de' tuoi vicini il danno</l>
<l>schiva, e non fare a' tuoi fratelli oltraggio.</l>
<l>Fuggi de' condennati il vile essempio,</l>
<l>e di povero aver contento e lieto,</l>
<l>la povertà, ch'a se medesma basti,</l>
<l>a' diletti molesti, a' servi onori</l>
<l>umil preponi, a l'alterezza, al fasto,</l>
<l>e di te stesso in te trionfa e regna,</l>
<l>chè non han regno eguale o Sciti od Indi</l></lg>
<lg>
<l>Nè del polipo indietro i furti io lascio</l>
<l>e i falsi inganni: chè se mai s'appiglia</l>
<l>a qualunque si sia marina pietra,</l>
<l>egli repente si dipinge e veste</l>
<l>di colori di quella, e lei rassembra.</l>
<l>Però se 'l pesce, che trascorre a nuoto,</l>
<l>da' sembianti ingannato in lui s'aviene,</l>
<l>pur duro sasso il crede in mare occulto,</l>
<l>e di leggiero è sua rapina e cibo.</l>
<l>Di tai costumi i lusinghieri accorti</l>
<l>son ne' palagi de' possenti augusti</l>
<l>o de' regi sublimi, e 'n questa guisa</l>
<l>s'inchinan pronti ad onorar l'altezza</l>
<l>de la fortuna; e trasmutar se stessi</l>
<l>sogliono in color mille e 'n mille forme,</l>
<l>sì come l'uso o 'l tempo, o come chiede</l>
<l>la voglia del signor e 'l suo diletto,</l>
<l>variando tenor, sembianti e gesti,</l>
<l>parole e modi, e co' modesti insieme</l>
<l>sono modesti, e sospirosi in atto</l>
<l>co' più dolenti, e con gli allegri allegri,</l>
<l>protervi co' protervi. E legge e norma</l>
<l>si fanno d'altrui senno e d'altrui gusto,</l>
<l>talchè agevol non sembra, o leve cura</l>
<l>schivar l'insidioso e duro incontro</l>
<l>di questi, in guisa che si cessi 'l danno,</l>
<l>che l'empietà sotto il contrario aspetto</l>
<l>de la pietà suole apportar sovente.</l>
<l>Di tai costumi ancor rapaci lupi</l>
<l>soglion vestir di mansueto agnello</l>
<l>candido manto, e semplicetti in vista</l>
<l>altrui mostrarsi. Fuggi, ah fuggi, amico,</l>
<l>il costume sì doppio e sì perverso.</l>
<l>Segui la verità. Gradisci ed ama</l>
<l>il sincero candor d'alma innocente,</l>
<l>e la non violata e pura fede.</l></lg>
<lg>
<l>Vario è 'l serpente e l'angue; e quinci avenne</l>
<l>che 'l condannò sentenza antiqua e giusta</l>
<l>a trar per terra steso il propio corpo.</l>
<l>Sincero è il giusto, e nulla mente o finge,</l>
<l>come Giacob. Però gli accoglie e loca</l>
<l>l'alto Signore in sua magione eterna.</l>
<l>Ma questo così vario e 'ncerto albergo,</l>
<l>ove abitiam vivendo, e l'ampio mare</l>
<l>è grande e vasto, in cui serpenti e draghi</l>
<l>s'aggiran senza fine, e fieri mostri;</l>
<l>e 'n lui co' grandi son confusi e misti</l>
<l>i piccioli animali, e tutti insieme</l>
<l>saggio governo e giusta legge affrena</l>
<l>i popoli natanti. Ed hai ben onde</l>
<l>seguir d'alcun tu possa il raro essempio.</l>
<l>Non accusarlo sol, se vizio o colpa</l>
<l>di natura imperfetta in lor conosci.</l>
<l>E prima tu non pensi, e non rimiri,</l>
<l>come sian compartiti a' vaghi pesci</l>
<l>i propi luoghi, e quasi i propi alberghi,</l>
<l>e i propi regni: onde da quello a questo</l>
<l>non soglion trapassar, se non di rado,</l>
<l>gli altrui campi usurpando e 'l letto e 'l cibo,</l>
<l>ma tra' confini suoi quasi ristretto</l>
<l>ciascun si spazia entro 'l sortito regno.</l>
<l>Nè geometra i lunghi spazi ed ampi</l>
<l>divise lor, nè d'alte mura intorno</l>
<l>circondò le magioni umide algenti,</l>
<l>nè termine vi pose, e d'ogni parte</l>
<l>quel che lor giova è largamente aperto,</l>
<l>e quasi destinato in propia sorte.</l>
<l>Questo sen questi pesci accoglie e nutre;</l>
<l>l'altro pasce quegli altri, e fiume o monti</l>
<l>con l'aspre rupi, e con distesi gioghi</l>
<l>non gli disparte, e non recide il passo.</l>
<l>Ma certa legge di natura a tutti</l>
<l>divide con misura eguale e giusta,</l>
<l>come è pro di ciascun, l'albergo e 'l loco,</l>
<l>ove con gli altri ci si raduni e pasca,</l>
<l>e quel che basti in un sol giorno al vitto.</l></lg>
<lg>
<l>Già tali non siam noi, del padre Adamo</l>
<l>contaminata prole, e 'n Dio superba:</l>
<l>perchè noi trasportiam de' padri antichi</l>
<l>i termini già affissi; ed ampio acquisto</l>
<l>facciam pur sempre d'occupata terra,</l>
<l>casa a casa giungendo, e campo a campo,</l>
<l>città spesso a cittate, e regno a regno,</l>
<l>ch'a' vicini si scema e toglie a forza.</l></lg>
<lg>
<l>Conobber prima le balene e l'orche</l>
<l>il loco che natura a lor prescrisse,</l>
<l>e 'l preparato pasto; e 'l mar profondo</l>
<l>d'isole desolato oltre i paesi</l>
<l>abitati occupar, dove non resta</l>
<l>d'alcuna parte più la stabil terra,</l>
<l>dove più non appare o lido o monte,</l>
<l>dove arar non si ponno i vasti campi</l>
<l>d'innavigabil mare, ove non giunse,</l>
<l>spiando nove genti e novi regni</l>
<l>e nova gloria, il navigante audace.</l>
<l>Ove non prisca istoria o vecchia fama,</l>
<l>non ardir, non pensiero umano ed alto</l>
<l>del folle immaginar la nave approda.</l>
<l>Ma quel medesmo ignoto immenso mare</l>
<l>ingombrar le balene eguali a' monti,</l>
<l>come si narra da' nocchieri esperti,</l>
<l>ned isola o cittate oltraggio o danno</l>
<l>da lor riceve, o la nemica forza</l>
<l>provano unquanco ingiuriosa e 'nfesta,</l>
<l>ma qualunque di lor maniera e sorte,</l>
<l>quasi in città, quasi in contrada amica,</l>
<l>anzi paterna, con antique leggi</l>
<l>ne le parti del mare, ove sortilla</l>
<l>voler divino, e sua natura accampa.</l></lg>
<lg>
<l>Peregrinando ancor sen vanno i pesci,</l>
<l>e dalla patria in voluntario essiglio</l>
<l>son relegati in parte ignota e strana.</l>
<l>E si partono insieme accolti a stuolo,</l>
<l>e 'n guisa di guerrier, ch'al dato segno</l>
<l>lascian le propie tende e 'l primo campo,</l>
<l>seguendo il suon de la canora tromba,</l>
<l>allor che 'l tempo destinato appressa,</l>
<l>desti da la possente antica legge</l>
<l>de la natura, e frettolosi e pronti</l>
<l>verso il settentrion han volto il corso.</l>
<l>E gli vedresti, di torrente in guisa,</l>
<l>correr da la Propontide congiunti</l>
<l>nel mar Eussino. Or chi gli move e regge?</l>
<l>qual imperio di regi? o qual d'araldo</l>
<l>al suon di trombe publicato editto</l>
<l>il già prefisso tempo a lor dimostra?</l>
<l>Chi guida i peregrini? Or non conosci</l>
<l>l'ordine eterno, che penetra e passa</l>
<l>per le minute parti, e il tutto adempie?</l></lg>
<lg>
<l>Non fa contesa a la divina legge</l>
<l>ubediente 'l pesce, e lei contrasta</l>
<l>l'uomo, indarno ritroso e ribellante.</l>
<l>Perchè sia muto, non avere a scherno</l>
<l>il privo di ragion, chè via più folle</l>
<l>se' tu, mentre ripugni a l'alto impero</l>
<l>del Re celeste. Odi la voce, ascolta</l>
<l>del muto pesce le parole e i detti.</l>
<l>Perchè ci parla quasi il moto e l'opre,</l>
<l>onde a peregrinar t'invita e desta,</l>
<l>ed a lasciar torbido flutto amaro,</l>
<l>cercando in altra parte acque più dolci</l>
<l>ne' regni d'Aquilone, ove riscalda</l>
<l>men co' suoi raggi il sol, e meno attragge</l>
<l>de le sue parti più leggiere in alto.</l>
<l>Nè l'avaro desio di merci e d'auro</l>
<l>lor move a trapassar i mari e i fiumi,</l>
<l>come gli uomini suol, ma sol d'immista</l>
<l>e legittima prole amore e zelo.</l></lg>
<lg>
<l>Ma ricerchiam perch'i giganti altieri</l>
<l>più la natura non produce, e figlia</l>
<l>la terra pregna de l'orribil parto.</l>
<l>Ma d'elefanti ancora e di balene</l>
<l>non si ripente. E se fatture ed opre</l>
<l>son pur de la divina eterna destra,</l>
<l>son buone, e buone fur da lei prodotte;</l>
<l>che le produsse grandi, a' monti alpestri</l>
<l>ed a l'isole eguali; e 'l nostro orgoglio</l>
<l>volle abbassare, e darne alto spavento</l>
<l>con quel sì monstruoso e fiero aspetto,</l>
<l>e con la smisurata orribil mole.</l>
<l>Però che Dio quando creò primiero</l>
<l>tanti animali, e sì distinti e vari</l>
<l>e d'opere e di moto e di sembianti,</l>
<l>altri a servirne gli produsse in terra</l>
<l>per uso umano e ubedienti al nostro</l>
<l>placido impero, e talor grave ed aspro.</l>
<l>Per sua grandezza e per sua gloria ancora</l>
<l>alcuni altri produsse, e 'n lor dimostra</l>
<l>quella, che fa gran cose, arte divina,</l>
<l>e divina virtù, che presso e lunge</l>
<l>più e men chiaramente altrui risplende.</l>
<l>Ma de gl'industri Greci il folle ingegno</l>
<l>le maraviglie del Signore eterno</l>
<l>rivolse in gioco, ed adombrarle in parte</l>
<l>volle con varie sue menzogne adorne;</l>
<l>mentre descrisse oltre le mete e i segni</l>
<l>d'Alcide invitto i favolosi regni</l>
<l>di que' felici, e le già illustri e conte</l>
<l>Isole Fortunate, e 'l lungo corso</l>
<l>di temeraria nave, e ci dipinse</l>
<l>lo smisurato pesce, e 'l vasto grembo</l>
<l>che popoli diversi in sè rinchiude:</l>
<l>tal che 'l profondo e tenebroso ventre</l>
<l>a le genti nemiche, a l'arme infeste</l>
<l>è di battaglia un periglioso campo.</l>
<l>Ma le navi da' pesci in mar sommerse,</l>
<l>anzi da un pesce solo il fero assalto</l>
<l>fatto a mille superbe armate navi,</l>
<l>favola non fu già, nè scherzo o gioco.</l>
<l>Nè favola è quel Giona in mar sommerso,</l>
<l>ed inghiottito dal vorace mostro.</l>
<l>Ma de l'alto Signor l'alta possanza</l>
<l>ne le picciole cose altrui si scopre,</l>
<l>non sol ne le più grandi. Ecco trascorre</l>
<l>a vele piene e sparse il mar sonante</l>
<l>con destro vento corredata nave;</l>
<l>e pesce minutissimo repente</l>
<l>tarda e ritiene il suo veloce corso,</l>
<l>come s'ella radici in mar profondo</l>
<l>avesse fatte; e quinci al pesce il nome</l>
<l>dal ritardar fu dato. E gran temenza</l>
<l>non solo danno altrui balene ed orche,</l>
<l>o la sega marina acuta i denti,</l>
<l>o 'l cane o quella pur che spada assembra.</l>
<l>Ma tal pesce è nel mar, ch'alfine estinto</l>
<l>è spaventoso ancora, e 'n guisa punge</l>
<l>che presta apporta inevitabil morte,</l>
<l>e la picciola ancor marina lepre</l>
<l>repente ancide. E pur s'agguagli il danno</l>
<l>in paragon col pro, l'utile avanza,</l>
<l>e ci giova de' pesci ancor l'essempio.</l></lg>
<lg>
<l>Ma se te stesso ben misuri e stimi,</l>
<l>uom, tu sei pesce, e questa vita è il mare,</l>
<l>ed a la rete che si lancia in alto,</l>
<l>e tanti vari pesci in sè raccoglie,</l>
<l>è somigliante il gran regno del cielo,</l>
<l>che ne' suoi lacci ne raguna e stringe,</l>
<l>e poi gli eletti ne' suoi vasi accoglie,</l>
<l>gli altri fuor gitta, e gli distingue e parte.</l>
<l>Così avverrà nel consumar del mondo</l>
<l>che gli angeli usciran santi ministri</l>
<l>del giudicio divino, e fian divisi</l>
<l>i rei da i giusti; e quei dannati al foco,</l>
<l>questi a la gloria destinati in cielo.</l>
<l>Vi son dunque de' pesci e buoni e rei;</l>
<l>e 'l buon la rete non involve e lega,</l>
<l>ma 'l leva in alto, e l'amo non l'ancide,</l>
<l>ma d'innocente il bagna e puro sangue</l>
<l>di piaga preziosa. Uom, tu sei pesce,</l>
<l>tu sei quel pesce, a cui l'aperta bocca</l>
<l>dimostrò la statera entro nascosa.</l>
<l>E 'l libero voler, che 'n te riserbi,</l>
<l>son le bilancie tue distorte, o pari.</l>
<l>Uom, tu sei pesce; e 'l pescatore è Pietro,</l>
<l>o chi di Pietro ha qui sembianza e vece.</l>
<l>Questo mare è il Vangelo, in cui si fonda</l>
<l>la Chiesa, ch'è di Dio sacrato albergo.</l>
<l>Non temer, o buon pesce, o rete od amo,</l>
<l>che non ancide altrui, ma sol consacra.</l>
<l>Se pesce sei, fuor de le torbide onde</l>
<l>sorgi sublime, e 'l tempestoso flutto</l>
<l>non ti sommerga, e s'è tempesta in alto,</l>
<l>nuota sicuro o ti ricovra al fondo.</l>
<l>E s'è tranquillo il mar, fra l'onde scherza,</l>
<l>e s'è procella pur sonora e turbo,</l>
<l>guarda che 'l nembo impetuoso e denso</l>
<l>non ti percuota fra gli scogli al lito.</l></lg>
<lg>
<l>Ma sorgi omai, sorgi dal mar profondo,</l>
<l>e 'l nostro ragionar da l'onde emerga.</l>
<l>Miriamo in alto, alziamo al cielo i lumi,</l>
<l>veggiam mirabilmente il lido adorno;</l>
<l>il sal tratto da l'onde in bianco marmo</l>
<l>quasi indurarsi, e qual purpurea pietra</l>
<l>rosseggiar sotto il cielo il bel corallo</l>
<l>che dentro al mar fu molle e tenera erba,</l>
<l>e tra le conche biancheggiar lucente</l>
<l>la dura perla, e tra l'inculte arene</l>
<l>fiammeggiar l'oro, e quasi care gemme</l>
<l>di più colori le dipinte pietre.</l>
<l>Nutrito ancor ne l'acque è l'aureo vello.</l>
<l>Ed ha l'onda i suoi fior, che sparge e porta</l>
<l>sovra le sponde; e quivi il lucido ostro</l>
<l>anco risplende. E ciò che i duci invitti</l>
<l>in lieta pompa trionfale adorna,</l>
<l>ciò che s'adora ne' possenti regi,</l>
<l>o ne' purpurei padri oggi s'onora,</l>
<l>è bellezza e tesoro, e cara merce</l>
<l>del mare, anzi del mar cortese dono.</l>
<l>Mille altre aggiunge ancor bellezze e feste,</l>
<l>e maritime vaghe altere pompe.</l>
<l>Spira il vento soave, e placida aura</l>
<l>con dolce mormorar susurra e vaga,</l>
<l>e 'ncrespa l'onda, che spummoso argento</l>
<l>pur tra gli scogli o presso al curvo lido</l>
<l>somiglia, e spesso a' lucidi zaffiri</l>
<l>l'acqua profonda, ed a' soavi raggi</l>
<l>del sol si tinge di piropo in guisa.</l>
<l>Le vele sparse ventillar lontano</l>
<l>veggonsi biancheggiando a cento, a mille,</l>
<l>e 'n corso superar cavalli e carri.</l>
<l>E spiegar le famose insegne antiche</l>
<l>dipinte navi, e co' pungenti rostri</l>
<l>fender l'umili vie; guizzare intorno</l>
<l>gli umidi pesci, e dimostrar sovente</l>
<l>il veloce delfino il curvo tergo.</l>
<l>E liete rimbombare a suon di tromba</l>
<l>le sponde e l'acque e gli arsenali, e i porti</l>
<l>pieni di navi e d'altri in varie forme</l>
<l>contesti legni. E bella antica mole</l>
<l>far ampia strada a' cavalieri illustri,</l>
<l>e frenar di Nettun l'ira e l'orgoglio,</l>
<l>e i premi ancora, e l'onorate palme</l>
<l>de' vincitori io scorgo; e 'n varie antenne</l>
<l>la gloriosa inchino alta corona.</l></lg>
<lg>
<l>Ma già come uom che dentro il seno ondoso</l>
<l>de l'Adrian si tuffi in lieto giorno,</l>
<l>e 'n celebrato onor di pompa antica,</l>
<l>e cerchi i più riposti oscuri fondi,</l>
<l>e i duri e sotto l'acque accolti scogli,</l>
<l>e i secreti che 'l mare asconde in grembo,</l>
<l>per riportarne su gittata gemma</l>
<l>tra' suoi purpurei padri al veglio duce;</l>
<l>così dal suo profondo anch'io risorgo,</l>
<l>e da gli oscuri e tenebrosi abissi</l>
<l>la bella verità, ch'è più lucente</l>
<l>di gemme onde abbian pregio Arabi ed Indi,</l>
<l>la bella verità, ch'ivi sommersa</l>
<l>par che si giaccia, porto in chiara luce.</l>
<l>E pura a gli occhi de' mortali esposta</l>
<l>l'offro da contemplar; nè manto appanna</l>
<l>le care membra o velo il crin adombra.</l></lg>
<lg>
<l>Or da gli ondosi campi alzarmi a volo</l>
<l>a' ventosi de l'aria ardisco e tento.</l>
<l>Chi mi dà l'ale in guisa di colomba,</l>
<l>perch'io sovra le nubi e sovra i venti</l>
<l>m'inalzi? e fra' volanti al ciel vicino</l>
<l>mi spazi? Quel che sovra il ciel ne scorse,</l>
<l>m'affidi ancor, mi porti e mi sostegna</l>
<l>per questo procelloso e 'ncerto regno</l>
<l>de la fortuna che si varia e cangia</l>
<l>in tante guise; e tanti alberga e pasce</l>
<l>turbini e venti e pioggie e nevi e fiamme,</l>
<l>ond'è turbato delli augelli il volo.</l></lg>
<lg>
<l>Era già ornato il cielo e pieno il mare,</l>
<l>verdeggiavano i boschi e i prati e i monti,</l>
<l>quando Dio comandò che sovra il suolo</l>
<l>terrestre isser volando i vaghi augelli</l>
<l>per l'aria, in cui s'accoglie e si condensa</l>
<l>quell'umido vapor, ch'esala in alto</l>
<l>dal freddo grembo dell'opaca terra.</l>
<l>Talchè repente gli animai pennuti</l>
<l>ne l'aere incominciaro il volo e 'l canto.</l>
<l>E chi tra' muti pesci era pur dianzi</l>
<l>desto, tra 'l suon di tanti augei canori</l>
<l>or darà gli occhi in preda al pigro sonno?</l>
<l>E neghittoso e lento a i vaghi augelli</l>
<l>cederà nel lodare il Re superno,</l>
<l>o 'n render grazie a chi ci nutre e pasce?</l>
<l>Quelli due volte a prova e inanzi il giorno,</l>
<l>e quando il sol da sera i raggi accoglie,</l>
<l>e l'oriente scolorito imbruna,</l>
<l>fan di soavi note un bel concento.</l>
<l>Ed or tacita l'alba, e non sonoro</l>
<l>trar vorrà l'uno e l'altro estremo tempo,</l>
<l>che s'appella dal suono e 'n lui si chiude,</l>
<l>e s'apre il giorno strepitoso e 'ntento</l>
<l>a l'opre faticose de' mortali?</l>
<l>Ah non sia ver! Ma raccontiam seguendo</l>
<l>del quinto dì le buone e nobili opre.</l></lg>
<lg>
<l>Sono a' pesci sembianti i vaghi augelli,</l>
<l>e tra 'l notante e 'l volatore alato</l>
<l>è quasi parentado: a quello il nuoto,</l>
<l>a questo il volo diè natura in sorte.</l>
<l>E l'uno e l'altro i liquidi sentieri</l>
<l>con le sue penne seca e con la coda,</l>
<l>or mossa alquanto, or quasi in giro attorta,</l>
<l>che 'n vece di timon governa il corso.</l>
<l>Son diversi però, ch'a' pesci il cibo</l>
<l>ministra l'onda instabile e vagante,</l>
<l>a gli augelli la ferma e stabil terra.</l>
<l>Però al notante necessari i piedi</l>
<l>non son, come al volante; e quinci aviene</l>
<l>che questo n'è fornito, e quel n'è privo.</l>
<l>Ma pur al cocodrillo, il qual sovente</l>
<l>scende a predar su l'arenose rive</l>
<l>del Nilo, i corti piè natura diede.</l>
<l>Anzi i piedi dal suolo ebbero il nome,</l>
<l>chè "pedo" il suol fu detto in greca lingua.</l>
<l>A l'incontra un augel per l'aria a volo</l>
<l>si spazia, e sovra l'ali ognora il peso</l>
<l>porta e sostiene del suo debil corpo,</l>
<l>a cui piedi negò l'alma natura;</l>
<l>come gl'insegni nel sublime volo</l>
<l>a mirar alto, a disprezzar la terra,</l>
<l>e quinci porge essempio a nobile alma,</l>
<l>ch'aspira al cielo e prende il suolo a scherno.</l>
<l>Questo a la rondinella appar simile,</l>
<l>e tra sassi pendenti in verde speco</l>
<l>si forma il nido di tenace fango,</l>
<l>in cui s'apre a gran pena angusto il varco:</l>
<l>"cipselo" il nominò la Grecia antica.</l>
<l>Altri de' volatori han piedi in sorte,</l>
<l>ma pur son male acconci al far rapina</l>
<l>ed al cacciar il nutrimento, e l'esca</l>
<l>cercar ne l'aria. Annoverar fra questi</l>
<l>si può la rondinella peregrina,</l>
<l>a cui di piedi in vece è il basso volo,</l>
<l>che vicino al terren con l'ali il rade.</l>
<l>E quella ancor ch'è dell'erbose rive</l>
<l>abitatrice, onde riparia è detta.</l></lg>
<lg>
<l>Sono in molte altre guise ancor diversi</l>
<l>gli augelli, e di grandezza e di figura,</l>
<l>e vari di color, vari di vita,</l>
<l>d'opere variate e di costumi.</l>
<l>Ora lasciando a dietro i molti modi,</l>
<l>ond'han le penne scisse, o insieme aggiunte,</l>
<l>quasi di pelle o di vagina avolte,</l>
<l>o fuor di modo pur tenere e molli,</l>
<l>dirò ch'altri sian puri ed altri impuri.</l>
<l>Quelle, innocenti e mansuete, in terra</l>
<l>scelgono il vitto pur di seme o d'erba;</l>
<l>queste son vaghe di più fero pasto,</l>
<l>di cruda carne e d'atro sangue 'ngorde,</l>
<l>però l'unghie pungenti, e curvo il rostro</l>
<l>ebbero in vece d'armi, e penne al volo</l>
<l>più de l'altre veloci: onde la preda</l>
<l>sia tosto presa, e lacerata in parti.</l>
<l>E non si fa di queste o stormo o greggia,</l>
<l>ma soglion le feroci andar solinghe</l>
<l>a la rapina, e sol l'accoppia e giunge</l>
<l>amoroso desio di cara prole.</l>
<l>L'altre raccolte sono in vari stormi,</l>
<l>d'amica compagnia bramose e liete,</l>
<l>secure no: chè le perturba e sparge,</l>
<l>e spesso ancide il predator rapace.</l>
<l>E tali son le candide colombe,</l>
<l>a cui sì prezioso e bel monile</l>
<l>fa la natura di colori e d'auro,</l>
<l>e le gru peregrine e i magri storni.</l>
<l>Di questi, altri soggetti a grave impero</l>
<l>non sono, e 'n libertà tranquilla vita</l>
<l>vivon, quasi con propie antiche leggi.</l>
<l>Altre hanno 'l duce, ed ordinate a squadre</l>
<l>seguon la scorta lor per l'aria a volo.</l>
<l>Altre son propie abitatrici antiche</l>
<l>del suol nativo; altre volar da lunge</l>
<l>sogliono in terra estrana, e 'n altro clima</l>
<l>cercar più caldi soli inanzi al verno.</l>
<l>Altre ritornan pur co' freddi giorni,</l>
<l>peregrinando a la stagione estiva.</l>
<l>Tornano al fin d'autunno i tordi a volo</l>
<l>nel tepido confin del verno algente,</l>
<l>dove son tesi lor ben mille aguati</l>
<l>ne l'inospite terra. Altri l'inganna</l>
<l>con l'infedele e insidiosa gabbia.</l>
<l>Alcun le prende col tenace visco,</l>
<l>e ne le reti alcun gl'involge e lega.</l>
<l>E la cicogna ritornando, inalza</l>
<l>la primavera le sue verdi insegne.</l>
<l>Altre son de la mano a' vezzi avezze,</l>
<l>che dolcemente le lusinga e molce,</l>
<l>ed a la mensa del signore usate.</l>
<l>Altre son timorose; e i dolci nidi</l>
<l>fanno alcune altre ne gli umani alberghi.</l>
<l>Altre, selvaggie quasi e quasi alpestri,</l>
<l>prendono i luoghi solitari in grado.</l>
<l>Ma gran varietà la voce e 'l suono</l>
<l>fa ne' volanti augelli, e gran divaro.</l>
<l>Altre tacite sono, altre loquaci;</l>
<l>senza musica alcune e senza canto,</l>
<l>alcune altre canore. Ad altre insegna</l>
<l>d'assomigliar del suono i vari accenti</l>
<l>la natura maestra, e l'uso e l'arte.</l>
<l>E la pieghevol voce in dolci modi</l>
<l>inchina ed alza; altre ritrose, indotte,</l>
<l>con perpetuo tenore in un sol tono</l>
<l>mandan fuor sempre l'immutabil voce.</l>
<l>È pomposo il pavon, superbo il gallo,</l>
<l>e la colomba placida e lasciva,</l>
<l>e la pernice perfida e gelosa,</l>
<l>ch'a depredare i cacciatori aiuta.</l>
<l>Amano alcune di raccorsi insieme,</l>
<l>e congiunger le forze e i cari alberghi,</l>
<l>quasi in una città comune a tutti,</l>
<l>sotto un lor propio re. L'imperio e 'l fasto</l>
<l>ricusan altre del signor superbo,</l>
<l>talchè ciascuna a sè provede e pensa.</l></lg>
<lg>
<l>Sia da quelle il principio, onde l'essempio</l>
<l>prendiam per l'uso de l'umana vita.</l>
<l>Comuni han l'api la cittate, e i tetti</l>
<l>di molle cera e l'odorate celle;</l>
<l>comune il volo e la fatica, e l'opre</l>
<l>di mirabil lavoro, e i conti paschi;</l>
<l>e comune hanno ancor la prole e i figli,</l>
<l>che non son nati in doloroso parto</l>
<l>d'amor lascivo, il qual congiunge e mesce</l>
<l>l'affaticate insieme immonde membra,</l>
<l>ma con la bocca fuor succhiati e scelti</l>
<l>da gli odorati e rugiadosi fiori.</l>
<l>Poi tutte insieme in bella schiera accolte</l>
<l>sotto un ordine solo, un solo impero</l>
<l>seguon d'un re, ch'è venerato a prova.</l>
<l>E non sostiene alcuna uscire a' prati,</l>
<l>d'erbe vestiti e di bei fior dipinti,</l>
<l>se prima il re non incomincia il volo.</l>
<l>E non è questo re per caso eletto,</l>
<l>o per fortuna, che sovente inalza</l>
<l>a somma podestà l'indegno e 'l vile;</l>
<l>nè per giudicio de l'errante volgo,</l>
<l>nè come erede de l'antico regno</l>
<l>de gli avi antichi nel superbo soglio</l>
<l>s'asside, gonfio del paterno fasto,</l>
<l>e 'ntenerito da lusinghe e vezzi,</l>
<l>ne l'arti peregrine incolto e rozzo.</l>
<l>Ma per natura il nobil regno acquista,</l>
<l>e da natura ha le reali insegne</l>
<l>d'oro lucenti, onde s'adorna e splende;</l>
<l>e gli altri di grandezza e di figura</l>
<l>e di costumi mansueti avanza.</l>
<l>È ben d'aculeo il re pungente armato,</l>
<l>ma l'aculeo non usa in far vendetta:</l>
<l>perchè son leggi, non in breve carta,</l>
<l>od in aride foglie o 'n frale scorza,</l>
<l>o 'n durissima pietra impresse e scritte;</l>
<l>ma da natura entro le menti infisse,</l>
<l>ch'ove è più di possanza e di valore,</l>
<l>più vi sia di clemenza e di pietate.</l>
<l>Ma qualunque de l'api il re non segue</l>
<l>o pur si mostra in obedir ritrosa,</l>
<l>del temerario ardir tosto si pente</l>
<l>o di sua tracotanza, e sente il colpo</l>
<l>del propio aculeo, ond'è trafitta e more:</l>
<l>fiero castigo in se medesmo ed aspro,</l>
<l>che già soleano usar gli antichi Persi,</l>
<l>dando a se stessi voluntaria morte.</l>
<l>Niun barbaro re di Persi o d'Indi,</l>
<l>o di Sarmati pur, o novo o prisco,</l>
<l>con tanta riverenza al regio scettro</l>
<l>vide inchinarsi i popoli devoti,</l>
<l>quanti ne vede nel minuto stuolo</l>
<l>il fortunato re de l'api industri,</l>
<l>che l'arme, onde natura il fece adorno,</l>
<l>non opra ne' soggetti e ne gli umili.</l></lg>
<lg>
<l>Odan di Cristo i servi, a' quali è imposto</l>
<l>che non si renda mai per male il male,</l>
<l>ma che nel bene il mal s'avanzi e vinca.</l>
<l>Odan de l'api caste il santo essempio,</l>
<l>nè d'imitarlo alcun si prenda a sdegno:</l>
<l>ch'ella nel procurarsi il propio vitto</l>
<l>non guasta l'altrui cibo e nol corrompe,</l>
<l>ma di cera si finge i dolci alberghi,</l>
<l>la qual da vari fiori accoglie e mesce.</l>
<l>E pur di fiori l'ingegnosa, e d'erbe</l>
<l>d'ogn'intorno spiranti il vario odore,</l>
<l>loca a la sua capace angusta reggia</l>
<l>i primi fondamenti, e sovra asperge</l>
<l>d'umor celeste rugiadose stille,</l>
<l>liquido prima, e poi tenace e denso.</l>
<l>E con cera sottil divide e parte</l>
<l>minutissime celle, a cui di sovra</l>
<l>la somma parte, ch'è pendente e cava,</l>
<l>fa testudini e volte; e l'una a l'altra</l>
<l>s'appressa in guisa tal ch'aggiunte e scevre</l>
<l>la vicinanza lor distringe e lega</l>
<l>più forte insieme la tenace mole,</l>
<l>e fa non ruinoso a lei sostegno:</l>
<l>sì che può sostenere il dolce peso,</l>
<l>e ritener che giù non caggia il mele.</l>
<l>E ben si mostra l'ingegnosa pecchia</l>
<l>architetto ne l'opra e nel lavoro</l>
<l>maraviglioso, e saggia, e dotta a pieno</l>
<l>di quanto il geometra insegna e trova.</l>
<l>Perchè formò le celle in giusto spazio</l>
<l>con sei angoli tutte e fianchi eguali,</l>
<l>e non per dritto l'uno a l'altro appoggia,</l>
<l>ma quelle infime sedi in guisa adatta</l>
<l>a le sovrane sue concave parti,</l>
<l>che nulla ne patisce il sommo e l'imo.</l></lg>
<lg>
<l>Ma come annoverar potrò narrando</l>
<l>de' cari augelli le sì varie vite?</l>
<l>L'estrane gru dentro l'adunco piede</l>
<l>portano il sasso, onde si folce e libra</l>
<l>tra l'aure incerte l'agitato volo,</l>
<l>mentre ne' giorni nubilosi e brevi,</l>
<l>lasciando a dietro il Termodonte o l'Ebro,</l>
<l>passano i larghi mari; e 'n su l'apriche</l>
<l>sponde soglion vernar de l'ampio Nilo.</l>
<l>Tal per savorna in mar tra' venti e l'onde,</l>
<l>altre rive cercando ed altre parti,</l>
<l>regge il suo corso la spalmata nave.</l>
<l>Queste han di notte sentinelle e scorte,</l>
<l>che mentre l'altre in placida quiete</l>
<l>dormon sicure, van girando intorno;</l>
<l>e le notturne insidie e i venti e l'aure</l>
<l>spian da tutte parti impigre e pronte.</l>
<l>E poi fornìta quella guardia, e 'l tempo</l>
<l>di lor vigilia, al suon quasi di tromba</l>
<l>destan gli addormentati; e gli occhi al sonno</l>
<l>danno per breve spazio, e 'n quella vece</l>
<l>altri succede al faticoso officio.</l>
<l>Una precede l'altre, e quasi avanti</l>
<l>l'alte insegne precorre; e poi si volge</l>
<l>nel tempo dato, e la sua sorte e 'l loco</l>
<l>che si conviene al duce, altrui concede.</l>
<l>Dimostran molto di ragione e d'arte</l>
<l>le cicogne, e 'n tal guisa al tempo istesso</l>
<l>quasi a spiegate insegne in queste parti</l>
<l>vengon da più lontano ignoto clima.</l>
<l>E le nostre cornici amica guardia</l>
<l>lor fanno intorno, in ampio stuol congiunte.</l>
<l>E son fidata scorta al lungo volo</l>
<l>contra la forza de' nemici augelli,</l>
<l>come soglion guerrieri inglesi e scoti,</l>
<l>o germani ed iberi uniti in lega.</l>
<l>Ed in quella stagione in loco alcuno</l>
<l>non ci appar la cornice, e poi ritorna</l>
<l>tinta le piume d'onorate piaghe,</l>
<l>e del già dato aiuto i segni mostra.</l></lg>
<lg>
<l>Deh chi descrisse lor sì certe leggi</l>
<l>di sì pietoso officio? o chi minaccia</l>
<l>sì grave accusa o pur sì giuste pene</l>
<l>a chi gli ordini fermi, e 'l propio loco</l>
<l>per viltate abbandona in guerra o 'n campo?</l>
<l>Quinci prendete essempio, egri mortali,</l>
<l>e l'uomo impari da gli augei volanti</l>
<l>quai de gli ospiti sian le giuste leggi,</l>
<l>nè chiuda avaro albergator superbo</l>
<l>le dure porte a' peregrini erranti</l>
<l>a mezzanotte, o lor dinieghi il cibo;</l>
<l>se per gli estrani augelli i nostri augelli</l>
<l>non ricusan d'espor la vita in guerra,</l>
<l>e de' perigli altrui si fan consorti.</l>
<l>E qual altra cagion di fiera morte</l>
<l>in Sodoma versò di fiamme ardente</l>
<l>dal ciel turbato spaventosa pioggia,</l>
<l>che la ragion del violato albergo</l>
<l>sprezzata e rotta, e quell'iniquo oltraggio?</l>
<l>Ma la pietosa Providenzia e cara,</l>
<l>la qual de le cicogne a' vecchi è mastra,</l>
<l>destar ben può de' figli il dolce amore</l>
<l>verso gli antichi loro e stanchi padri.</l>
<l>Quelle d'intorno al genitor languente,</l>
<l>a cui per lunga età cadere a terra</l>
<l>sogliono i vanni e le minute piume,</l>
<l>stanno pietose. E le già afflitte membra,</l>
<l>e nude di pennate e lievi spoglie,</l>
<l>scaldano al volator lassato e grave</l>
<l>soavemente con le propie penne;</l>
<l>e gli portano il cibo ond'ei si pasca,</l>
<l>e sollevano ancora e quinci e quindi</l>
<l>con l'ali il tardo veglio, e 'n questa guisa,</l>
<l>le disusate membra a l'uso antico</l>
<l>già richiamanti, danno aiuto al volo.</l></lg>
<lg>
<l>Ma qual fra noi di sollevar l'infermo</l>
<l>padre non sembra fastidito e lasso?</l>
<l>Chi n'impone a le spalle il grave pondo?</l>
<l>Quel ch'è creduto ne l'istorie a pena.</l>
<l>E non più tosto disdegnoso e schivo</l>
<l>a l'altrui braccia le caduche membra</l>
<l>commette, e 'l mal locato officio a' servi?</l>
<l>Ora prendiam lodato e caro essempio</l>
<l>di materna pietate, e non si dolga</l>
<l>di povertate o di miseria alcuno,</l>
<l>nè de la vita sua dispere e pianga,</l>
<l>mentre riguarda il magistero e l'opre</l>
<l>de la pietosa rondinella industre.</l>
<l>La rondinella di minuto corpo,</l>
<l>ma di sublime egregia e chiaro affetto,</l>
<l>povera e bisognosa, il propio nido</l>
<l>ella medesma pur compone e finge,</l>
<l>prezioso via più di gemme e d'auro:</l>
<l>perchè d'ogni tesoro è vile il pregio</l>
<l>a lato a quell'albergo, in cui s'annida</l>
<l>la sapienza. E ben è saggia e scaltra,</l>
<l>mentre ella del volar mantiene e serba</l>
<l>la vaga libertate, e nutre e cresce</l>
<l>i pargoletti ancor teneri figli,</l>
<l>securi da l'insidie e da gli assalti</l>
<l>de gli altri augei, sotto i sublimi tetti</l>
<l>là dove l'uom ricovra, e per usanza</l>
<l>al conversar uman così gli avezza.</l>
<l>È mirabile ancor l'ingegno e l'arte,</l>
<l>onde a se stessa le sue propie case</l>
<l>fa senz'aita d'architetto o fabro;</l>
<l>e le festuche pria prepara e sceglie,</l>
<l>e le cosparge di tenace fango</l>
<l>per congiungerle insieme, e se coi piedi</l>
<l>non può in alto portar tenero limo,</l>
<l>l'ali d'acqua si sparge, e poi di polve</l>
<l>arida e leve, ond'ella fa di novo</l>
<l>la fangosa materia a l'umil casa.</l>
<l>Con questa, quasi colla, aggiunge insieme</l>
<l>le già scelte festuche, e di lor forma</l>
<l>il nido a' figli; a cui se gli occhi accieca,</l>
<l>pungendo alcuno, ella il perduto lume</l>
<l>a' ciechi rende con la medica arte.</l>
<l>Or chi di povertà si lagna e plora,</l>
<l>miri la rondinella, e grazia speri</l>
<l>da quel Signor, ch'a lei sì larga dote</l>
<l>diede, e sì ricco don d'arte e di ingegno,</l>
<l>onde di povertate e di fortuna</l>
<l>ogni sciagura, ogni difetto adempie</l>
<l>in sì lodata e sì felice inopia.</l></lg>
<lg>
<l>L'alcione, del mar picciol augello,</l>
<l>forma di palla in guisa il dolce nido</l>
<l>d'arido fior, che 'l mare in sè produce:</l>
<l>e i pargoletti figli a mezzo il verno</l>
<l>da la tenera scinde e frale scorza</l>
<l>ne l'arenoso lito, in cui depone</l>
<l>de l'ova il caro suo portato peso.</l>
<l>E questo avien quando da fieri venti</l>
<l>il mare a terra si percote e frange,</l>
<l>e biancheggiando di canuta spuma</l>
<l>sparge le molli arene e i duri scogli.</l>
<l>E de l'alcione al desiato parto</l>
<l>è sopito il furor d'orridi venti,</l>
<l>son quete l'onde tempestose, e 'ntorno</l>
<l>sgombre le nubi, e serenato il cielo</l>
<l>in sì tranquillo e sì felice aspetto</l>
<l>de' fidi augelli a la progenie arride.</l>
<l>E 'n sette prima di sì lieti giorni</l>
<l>suol covar l'ova la pennata madre,</l>
<l>ne gli altri sette nutre i nati figli.</l>
<l>Ed a questi ed a quelli ha imposto il nome</l>
<l>da l'alcione il navigante esperto,</l>
<l>ed al candor del lucido sereno</l>
<l>da tutti gli altri li distingue e segna.</l>
<l>Questo ci rassicuri e ci conforti,</l>
<l>perchè chiediamo a Dio le grazie e i doni;</l>
<l>lo qual, se 'n grazia d'un minuto augello</l>
<l>l'orribil placa e grande e vasto mare</l>
<l>in mezzo al tempestoso ed aspro verno,</l>
<l>e lo ritiene e 'l fa tranquillo e piano,</l>
<l>che farà, s'egli intende al nostro scampo?</l>
<l>o se provede a l'uom suo figlio eletto,</l>
<l>di sua divinità sembiante imago?</l></lg>
<lg>
<l>La tortorella dal suo amor disgiunta</l>
<l>non vuol novo consorte e novo amore,</l>
<l>ma solitaria e mesta vita elegge</l>
<l>in secco ramo, e 'n perturbato fonte</l>
<l>la sete estingue; e del marito estinto</l>
<l>così rinova la memoria amara.</l>
<l>A lui sua castità conserva e guarda,</l>
<l>a lui di moglie ancora il caro nome,</l>
<l>perchè solver non può l'iniqua morte</l>
<l>le sante leggi di vergogna, e i patti</l>
<l>a cui s'astrinse voluntaria in prima.</l>
<l>Quinci la vedovella essempio prenda,</l>
<l>nè baldanzosa a le seconde nozze</l>
<l>s'affretti, e tuffi ne l'oblio profondo</l>
<l>l'amor suo primo e la sua prima fede.</l></lg>
<lg>
<l>L'aquila in allevar la nobil prole</l>
<l>è via più d'altro disdegnosa e 'ngiusta:</l>
<l>chè di tre figli i duo percote e scaccia</l>
<l>con gli aspri colpi de' suoi duri vanni,</l>
<l>e 'l terzo alleva, a cui non manchi il cibo,</l>
<l>che suol rapire il predator volante.</l>
<l>E forse altra cagion più bella e giusta,</l>
<l>non avarizia del nutrir la spinge,</l>
<l>ma severo giudicio, onde riprova</l>
<l>com'a lei non convegna indegno parto,</l>
<l>perchè volge i suoi figli inverso il sole</l>
<l>sospesi in aria ne l'adunco artiglio;</l>
<l>e quel che non dechina a' raggi ardenti</l>
<l>la ripercossa vista e 'l debil guardo,</l>
<l>ma intrepido nel sol l'affissa e ferma,</l>
<l>è scelto a prova, e gli altri aborre e sdegna</l>
<l>pur come indegni di reale onore,</l>
<l>con quel suo generoso e gran rifiuto.</l>
<l>Ma gli scacciati entro 'l suo nido accoglie</l>
<l>quella che rompe l'ossa, e quinci il nome</l>
<l>prende, od aquila sia bastarda, e nata</l>
<l>di genitor diforme, od altro augello;</l>
<l>nè gli lascia perir d'orrida fame,</l>
<l>ma co' suoi figli lor nutrisce e serba.</l>
<l>E tali son quei duri acerbi padri,</l>
<l>che espongono i bambini, o sono iniqui</l>
<l>nel compartir fra' suoi l'avere e l'esca.</l>
<l>E tutti quei c'hanno l'artiglio adunco,</l>
<l>allor ch'i figli timidetti il volo</l>
<l>tentan primiero, e spiegan l'ale a pena</l>
<l>con mal sicure ancora e 'ncerte penne,</l>
<l>gli spingon tosto dal paterno nido;</l>
<l>e s'alcuno al partir è tardo e lento,</l>
<l>con l'ali sue percosso e ripercosso</l>
<l>precipitando 'l caccia il fiero padre.</l>
<l>Ma verso i figli suoi l'amore e 'l zelo</l>
<l>de la cornice assai di laude è degno,</l>
<l>che 'n atto di pietosa e fida madre</l>
<l>conduce nel lor primo ardito volo</l>
<l>la debil prole; e lor ministra 'l cibo</l>
<l>lunga stagion, perchè s'avanzi e cresca.</l></lg>
<lg>
<l>E molti sono ancora e vari augelli,</l>
<l>cui non fa d'uopo, in generare, il maschio,</l>
<l>come gravidi sian di vento e d'aura.</l>
<l>Ma son poscia infecondi i nati figli,</l>
<l>nè fan perpetua la ventosa prole</l>
<l>d'Euro i nepoti, o pur di Noto e d'Austro.</l>
<l>Ma senza mescolarsi, e senza coppia</l>
<l>di maritale amor concepe e figlia</l>
<l>l'avoltoio, che sì tardi a morte giunge</l>
<l>(maraviglioso al mondo e raro mostro),</l>
<l>e col secolo suo la vita agguaglia.</l>
<l>Or se deride alcun gli alti misteri</l>
<l>de la nostra divina invitta fede,</l>
<l>nè creder può che da' virginei chiostri</l>
<l>de l'intatta Regina il figlio uscisse,</l>
<l>di sua virginità servando il fiore,</l>
<l>miri qual dia famoso e certo essempio</l>
<l>a le cose divine alma natura.</l>
<l>E quel che può ne l'aria augel volante,</l>
<l>possibil creda a Dio, che puote il tutto.</l></lg>
<lg>
<l>E i medesmi avoltoi presagio e senso</l>
<l>hanno quasi divino, ond'è prevista</l>
<l>de' guerrieri la morte; anzi talvolta</l>
<l>sogliono accompagnar l'armate squadre,</l>
<l>antevedendo la sanguigna strage</l>
<l>de l'orrida battaglia e 'l fin dolente.</l>
<l>Ma chi potria de le locuste a pieno</l>
<l>gli spaventosi esserciti narrarti?</l>
<l>Ch'ad un quasi di guerra orribil segno</l>
<l>sogliono a schiere sollevarsi in alto,</l>
<l>ed accamparsi ed ingombrar d'intorno</l>
<l>quanto è 'l largo paese; e i dolci frutti</l>
<l>pria non toccar, che dal sovrano impero</l>
<l>lor sia permesso il depredare i campi?</l>
<l>Debbo anco dir come al meriggio estivo</l>
<l>le canore cicale i verdi boschi,</l>
<l>quasi nel petto avendo interna lira,</l>
<l>faccian sonar con quei continui accenti?</l>
<l>O come incontra al sol ripari e schermi</l>
<l>di luoghi tenebrosi e d'ore tarde</l>
<l>cerchi l'augel, che da l'antica Atene</l>
<l>a la sua diva fu nutrito e sacro?</l>
<l>E come ei solo infra gli augei volanti</l>
<l>adopri i denti, e in quattro piè si fermi,</l>
<l>benchè due n'abbia l'africano augello,</l>
<l>c'ha sì gran corpo e di sì grave peso?</l>
<l>Sovra due tanti egli il leggiero appoggia,</l>
<l>e l'ali sue quasi di cuoio dispiega;</l>
<l>e come penda l'un da l'altro avinto,</l>
<l>quasi catena inanellata e lunga,</l>
<l>e 'n questa guisa pur, natura, insegni</l>
<l>di scambievole amore i fermi nodi.</l>
<l>E come gli occhi de l'augel notturno</l>
<l>sian somiglianti ad uom, che tutto intenda</l>
<l>d'umana sapienza a' vani studi?</l>
<l>Perchè di quello in tenebroso orrore</l>
<l>la vista è forte, e poscia ha lumi infermi</l>
<l>là dove il sol le tenebre disperda.</l>
<l>Così di questi appare acuto ingegno</l>
<l>nel vano contemplar, ma in vera luce</l>
<l>la debil mente imbruna e tutta adombra.</l>
<l>Debbo anco dir come ti svegli a l'opre</l>
<l>di canoro augelin l'acuta voce,</l>
<l>che lunge intuona e 'l sol richiama, e desta</l>
<l>il peregrin e 'l buon cultor de' campi,</l>
<l>l'uno al suo faticoso aspro viaggio,</l>
<l>l'altro a secar le già mature spighe?</l>
<l>O dir come ne rompa il dolce sonno,</l>
<l>e n'inviti a vegghiar con fida guardia</l>
<l>contra l'insidie d'avversario antico</l>
<l>il tardo augel, che già sottrasse al rischio</l>
<l>la gran città, del mondo alta regina,</l>
<l>a lei scoprendo la notturna fraude,</l>
<l>e 'l barbaro crudel ne l'ombra occulto,</l>
<l>che per oscure vie saliva in alto</l>
<l>a quel suo trionfale altero monte,</l>
<l>ove già sorse in maiestate augusta</l>
<l>alta rocca a l'imperio, a Giove il tempio?</l>
<l>O descriver deggio io del bianco cigno</l>
<l>il divino presagio e 'l dolce canto</l>
<l>anzi l'antiveduta e lieta morte,</l>
<l>onde l'alma immortal s'affida e spera</l>
<l>farsi là sovra 'l ciel per grazia eterna?</l>
<l>O del verme indiano, a cui natura</l>
<l>mirabilmente fa le corna e l'ali,</l>
<l>espor sì varie e sì cangiate forme?</l>
<l>Però voi che sedendo, illustri donne,</l>
<l>tessete e ritessete in tronchi e 'n fiori</l>
<l>e 'n più maravigliose altre figure</l>
<l>prezioso lavoro, e cari stami</l>
<l>da lunge a voi mandati infin da gl'Indi,</l>
<l>per adornar di vaga e molle veste</l>
<l>le care membra; voi ne l'opra, o donne,</l>
<l>dovete richiamar ne l'alta mente</l>
<l>quel che altre volte ragionare udiste:</l>
<l>che risorger debbiam, ripreso il manto</l>
<l>di nostra umanitate, e farci eterni.</l>
<l>Tutte vestite allor di luce e d'auro</l>
<l>risplenderete al Sol che l'alme illustra,</l>
<l>assise in gloriosa ed alta sede,</l>
<l>e d'altro ornate che di perle e d'ostro.</l></lg>
<lg>
<l>Or a te mi rivolgo, e tu supremo</l>
<l>fra gli altri onore avrai ne gli alti carmi,</l>
<l>immortal, rinascente, unico augello.</l>
<l>E questo fia quasi odorato rogo</l>
<l>di chiare laudi, in cui la fama antica</l>
<l>si rinovi nel mondo e l'ali spanda,</l>
<l>e per questo sereno e puro cielo</l>
<l>lieta si spazi e gloriosa a volo,</l>
<l>a scherno avendo omai gli arabi monti.</l>
<l>Dio fra gli altri dipinti e vaghi augelli</l>
<l>quel dì che prima dispiegar le penne</l>
<l>per l'aria vaga al suon de l'alta voce,</l>
<l>fè la fenice ancor, come si crede,</l>
<l>se pur degna di fede è vecchia fama.</l>
<l>E 'n sì mutabil forma il Padre eterno</l>
<l>di mortal, rinascente, unico augello</l>
<l>figurar volle quasi in raro essempio</l>
<l>l'immortal e rinato unico Figlio,</l>
<l>che rinascer devea, come prescrisse,</l>
<l>quando ei ne generò l'eterno parto.</l></lg>
<lg>
<l>Loco è nel più remoto ultimo clima</l>
<l>de l'odorato e lucido Oriente,</l>
<l>là dove l'aurea porta al ciel diserra</l>
<l>uscendo il sol, che porta in fronte il giorno.</l>
<l>Nè questo loco è già vicino a l'orto</l>
<l>estivo, o pur a l'orto onde si mostra</l>
<l>il sol cinto di nubi a mezzo il verno;</l>
<l>ma solo a quello ond'ei n'appare ed esce</l>
<l>quando i giorni e le notti insieme agguaglia.</l>
<l>Ivi si stende ne gli aperti campi</l>
<l>un larghissimo pian; nè valle o poggio</l>
<l>in quell'ampiezza sua dechina o sorge,</l>
<l>ma quel loco è creduto alzare al cielo</l>
<l>sovra i nostri famosi orridi monti</l>
<l>sei volte e sei la verde ombrosa fronte.</l>
<l>E quivi senza luce al sole è sacra</l>
<l>opaca selva, e con perpetuo onore</l>
<l>di non caduche fronde è verde il bosco,</l>
<l>che l'ondoso ocean circonda intorno.</l>
<l>E quando de l'incendio i segni adusti</l>
<l>nel ciel lasciò nel carreggiar Fetonte,</l>
<l>securo il loco fu da quelle fiamme.</l>
<l>E quando giacque in gran diluvio il mondo</l>
<l>sommerso, ei superò l'orribili acque.</l>
<l>Nè giungon quivi mai pallidi morbi,</l>
<l>o pur l'egra vecchiezza o l'empia morte,</l>
<l>non cupidigia o fame infame d'oro,</l>
<l>non scelerata colpa, o fiero Marte,</l>
<l>o pure insano amor di morte iniqua.</l>
<l>Sono l'ire lontane e 'l duolo e 'l lutto,</l>
<l>e povertà d'orridi panni involta,</l>
<l>e i mal desti pensieri, e le pungenti</l>
<l>spinose cure, e la penuria angusta.</l>
<l>Quivi tempesta o di turbato vento</l>
<l>orrida forza il suo furor non mostra,</l>
<l>nè sovra i campi mai l'oscure nubi</l>
<l>stendono il negro e tenebroso velo,</l>
<l>nè d'alto cade impetuosa pioggia.</l>
<l>Ma in mezzo mormorando un vivo fonte</l>
<l>lucido sorge e trasparente e puro,</l>
<l>e d'acque dolci e cristalline abonda,</l>
<l>e ciascun mese egli si versa e spande,</l>
<l>talchè dodici volte il bosco irriga.</l>
<l>Quivi alza i rami da sublime tronco</l>
<l>arbor frondoso, e non caduchi e dolci</l>
<l>pendono i pomi tra le verdi fronde.</l></lg>
<lg>
<l>Tra queste piante e 'n quella selva alberga</l>
<l>appresso il fonte l'unica fenice,</l>
<l>che de la morte sua rinasce e vive:</l>
<l>augello eguale a le celesti forme,</l>
<l>che vivace le stelle adegua, e 'l tempo</l>
<l>consuma e vince con rifatte membra.</l>
<l>E come sia del sol gradita ancella,</l>
<l>ha questo da natura officio e dono,</l>
<l>che quando in cielo ad apparir comincia</l>
<l>sparsa di rose la novella aurora,</l>
<l>e dal ciel caccia le minute stelle,</l>
<l>ella tre volte e quattro in mezzo a l'acque</l>
<l>sommerge 'l corpo, e pur tre volte e quattro</l>
<l>liba quel dolce umor del vivo gorgo.</l>
<l>Poscia a volo s'inalza, e siede in cima</l>
<l>de l'arbore frondosa, e quinci intorno</l>
<l>la selva tutta signoreggia e mira.</l>
<l>Ed al nascer del sole indi conversa,</l>
<l>del sol già nato aspetta i raggi e 'l lume.</l>
<l>Ma poichè l'aura di quel lucido auro,</l>
<l>onde fiammeggia il sol, risplende e spira,</l>
<l>a sparger già comincia in dolci modi</l>
<l>il sacro canto; e la novella luce</l>
<l>con la mirabil voce affretta e chiama.</l>
<l>A cui voce di Cirra o di Parnaso</l>
<l>dolce armonia non si pareggia in parte,</l>
<l>nè di Mercurio la canora cetra</l>
<l>l'assembra, nè morendo il bianco cigno.</l>
<l>Ma poichè Febo del celeste Olimpo</l>
<l>trascorre i luminosi aperti campi,</l>
<l>e per quell'ampio cerchio intorno è volto,</l>
<l>ella tre volte ripercossa al petto</l>
<l>l'ali d'oro e dipinte, al sol applaude</l>
<l>con non errante suon la notte e 'l giorno.</l>
<l>E la medesma ancor parte e distingue</l>
<l>l'ore veloci, e quella accesa fronte,</l>
<l>venerata tre volte, alfin si tace,</l>
<l>pur come sia del sacro oscuro bosco,</l>
<l>e di que' tenebrosi ed alti orrori</l>
<l>sacerdote solinga, a cui son conti</l>
<l>i secreti del cielo e di natura:</l>
<l>però di riverenza e d'onor degna.</l>
<l>Ma poi forniti cento e cento lustri,</l>
<l>ne la vetusta età più grave e tarda,</l>
<l>ella che già passare a volo i nembi</l>
<l>poteva e le sonore atre procelle,</l>
<l>per rinovar la stanca vita, e 'l tempo</l>
<l>chiuso e ristretto pur da spazi angusti,</l>
<l>fugge del bosco usato il dolce albergo.</l>
<l>E di rinascer vaga, i lochi sacri</l>
<l>addietro lascia, e vola al nostro mondo,</l>
<l>ove ha suoi regni l'importuna morte.</l>
<l>E già drizza invecchiata il lento volo</l>
<l>in quella di Soria famosa parte,</l>
<l>a cui diede ella di Fenice il nome.</l>
<l>E di selve deserte ivi ricerca</l>
<l>per non calcate vie secreta stanza,</l>
<l>e si ricovra ne l'occulto bosco.</l>
<l>Ed allor coglie de l'aereo giogo</l>
<l>forte palma sublime, a cui pur anco</l>
<l>compartì di fenice il caro nome;</l>
<l>cui romper non potria co' feri denti</l>
<l>serpe squammosa o pur augel rapace,</l>
<l>od altra ingiuriosa orrida belva.</l>
<l>E chiusi allor ne le spelunche i venti</l>
<l>taccion fra cavernosi orridi chiostri,</l>
<l>per non turbar co' lor torbidi spirti</l>
<l>del bell'aer purpureo il dolce aspetto.</l>
<l>Nè condensata turbo i vani campi</l>
<l>del ciel ricopre, ed al felice augello</l>
<l>toglie la vista de' soavi raggi.</l>
<l>Quinci il nido si fa, sia nido o tomba</l>
<l>quello in cui pere, onde rinasca e viva</l>
<l>l'augel, che di se stesso è padre e figlio,</l>
<l>e se medesmo egli produce e cria.</l>
<l>Quinci raccoglie de la ricca selva</l>
<l>i dolci succhi e i più soavi odori,</l>
<l>che scelga il Tiro o l'Arabo felice,</l>
<l>o Pigmeo favoloso od Indo adusto,</l>
<l>o che produca pur nel molle grembo</l>
<l>de' Sabei fortunati aprica terra.</l>
<l>E quinci l'aura di spirante amomo,</l>
<l>con le sue canne il balsamo raguna;</l>
<l>nè cassia manca o l'odorato acanto,</l>
<l>nè de l'incenso lagrimose stille,</l>
<l>e di tenero nardo i novi germi,</l>
<l>e di mirra v'aggiunge i cari paschi.</l>
<l>Quando repente il variabil corpo,</l>
<l>e le già quete membra alluoga e posa</l>
<l>nel vital letto del felice nido,</l>
<l>e nel falso sepolcro ardente cuna</l>
<l>al suo nascer prepara, anzi la morte.</l>
<l>Sparge poi con la bocca i dolci sughi</l>
<l>intorno, e sovra a le sue propie membra.</l>
<l>Ivi l'essequie sue si fa morendo,</l>
<l>e debol già con lusinghieri accenti</l>
<l>saluta il sole, anzi l'adora e placa.</l>
<l>E mesce umil preghiera a l'umil canto,</l>
<l>chiedendo i cari incendi, onde risorga</l>
<l>col novo acquisto di perduta forza.</l>
<l>Fra vari odori poi l'alma spirante</l>
<l>raccomanda al sepolcro, e non paventa</l>
<l>l'ardita fede di sì caro pegno.</l>
<l>Parte di vital morte il corpo estinto</l>
<l>s'accende, e l'ardor suo fiamme produce,</l>
<l>e del lume lontan concepe il foco,</l>
<l>ond'egli ferve oltra misura e flagra,</l>
<l>lieto del suo morir, perchè veloce</l>
<l>al rinascer di novo egli s'affretta.</l></lg>
<lg>
<l>Splende quasi di stelle ardenti il rogo,</l>
<l>e consuma il già lasso e pigro veglio.</l>
<l>La luna il corso suo raffrena e tarda,</l>
<l>e par che tema in quel mirabil parto</l>
<l>natura, faticosa e stanca madre,</l>
<l>che non si perda l'immortale augello;</l>
<l>ma di gemina vita in mezzo il foco</l>
<l>posto il dubbio confin distingue e parte.</l>
<l>Ne le ceneri aduste alfin converso,</l>
<l>le sue ceneri accolte egli raduna</l>
<l>in massa condensate, e quasi in vece</l>
<l>è l'occulta virtù d'interno seme.</l>
<l>E quinci prima l'animal ci nasce,</l>
<l>e 'n forma d'ovo si raccoglie in giro.</l>
<l>Poi si riforma nel primier sembiante,</l>
<l>e da le nove sue squarciate spoglie</l>
<l>alfin germoglia l'immortal fenice.</l>
<l>Già la rozza fanciulla a poco a poco</l>
<l>si comincia a vestir di vaga piuma,</l>
<l>qual farfalla talvolta, a' sassi avinta</l>
<l>con debil filo, suol cangiar le penne.</l>
<l>Ma non ha per lei cibo il nostro mondo,</l>
<l>nè di nutrirla alcun si cura intanto,</l>
<l>ma celesti rugiade intanto liba,</l>
<l>da l'auree stelle e da l'argentea luna</l>
<l>cadute in cristallina e dolce pioggia.</l>
<l>Queste raccoglie, e fra ben mille odori,</l>
<l>sin che dimostri il suo maturo aspetto</l>
<l>ne le cresciute membra, indi si pasce.</l>
<l>Ma quando giovinetta omai fiorisce,</l>
<l>fa volando ritorno al primo albergo.</l>
<l>E quel ch'avanza del suo corpo estinto</l>
<l>e de l'aduste e 'ncenerite spoglie,</l>
<l>unge di caro ed odorato succo,</l>
<l>in cui balsamo solve e incenso e mirra,</l>
<l>e con pietosa bocca indi l'informa,</l>
<l>e tondo 'l fa, sì come palla o sfera,</l>
<l>e portandol co' piedi, al lucido orto</l>
<l>si rivolge del sole, e 'l volo affretta.</l>
<l>E l'accompagna innumerabil turba</l>
<l>d'augei sospesi, e lunga squadra e densa,</l>
<l>anzi essercito grande intorno intorno</l>
<l>fa quasi nube, e 'l volator circonda.</l>
<l>Nè di tanti guerrieri alcuno ardisce</l>
<l>al peregrino duce andare incontra,</l>
<l>ma de l'ardente re le strade adora.</l>
<l>Non il fero falcone ardita guerra</l>
<l>gli move, o quel ch'i folgori tonanti</l>
<l>(com'è favola antica) al ciel ministra.</l>
<l>Qual le sue barbaresche orride torme</l>
<l>scorgea dal fiume Tigre il re de' Parti,</l>
<l>di preziose gemme e d'aurea pompa</l>
<l>altero, e di corona il crine adorno,</l>
<l>purpureo il manto, ch'è dipinto e sparso</l>
<l>dal lago di Soria di perle e d'oro,</l>
<l>e col fren d'oro al suo destrier spumante</l>
<l>regger soleva il polveroso corso</l>
<l>per la città d'Assiria alto e superbo,</l>
<l>ov'ebbe fortunato ed ampio impero;</l>
<l>tale ancor va maraviglioso in vista</l>
<l>l'augel rinato, e con reale onore</l>
<l>e real portamento i vanni ei spiega.</l>
<l>Il color è purpureo, onde somiglia</l>
<l>il papavero lento, allor ch'al cielo</l>
<l>le sue foglie spargendo al sol rosseggia.</l>
<l>Di questo quasi velo a lui risplende</l>
<l>il corpo, la cervice, il capo e 'l tergo.</l>
<l>Sparge la coda che di lucido oro</l>
<l>rassembra, e d'ostro poi macchiata e tinta.</l>
<l>Ne le sue penne ancora orna e dipinge</l>
<l>pur come in rugiadosa e curva nube,</l>
<l>l'arco celeste, in cui si varia e mesce</l>
<l>verdeggiante smeraldo a' bianchi segni,</l>
<l>ed a gli altri cerulei e vaghi fiori.</l>
<l>Ha duo grandi occhi eguali a duo giacinti,</l>
<l>e riluce da lor vivace fiamma,</l>
<l>e pur gemma somiglia il rostro adunco.</l>
<l>La testa le circonda egual corona,</l>
<l>come la cinge al sol co' raggi ardenti.</l>
<l>Son le gambe squammose, e d'or distinte</l>
<l>l'unghie rosate, e la sua forma illustre</l>
<l>tra quella del pavon mista simiglia,</l>
<l>e de l'augel che 'n riva al Fasi annida.</l>
<l>Grande è così, ch'a pena augello o fera</l>
<l>nata in Arabia, sua grandezza agguaglia;</l>
<l>pur non è tarda, ma veloce e pronta,</l>
<l>e con reale onor nel ratto volo</l>
<l>la regia maiestate altrui dimostra.</l>
<l>Del verde Egitto una cittate antica</l>
<l>ne' secoli primieri al sol fu sacra:</l>
<l>quivi sorger solea famoso tempio</l>
<l>di ben cento colonne altero e grande,</l>
<l>già svelte dal tebano orrido monte.</l>
<l>E quivi, come è fama, il ricco fascio</l>
<l>repor solea sovra i fumanti altari;</l>
<l>e 'l caro peso destinato al foco,</l>
<l>a le fiamme credea, tre volte e quattro</l>
<l>adorando del sol l'ardente imago.</l>
<l>Fiammeggia il seme acceso, e 'l sacro fumo</l>
<l>con odorate nubi ondeggia e spira,</l>
<l>tal ch'egli aggiunge a gli stagnanti campi</l>
<l>di Pelusio, e spargendo odori intorno,</l>
<l>di sè riempie gli Etiopi e gli Indi.</l>
<l>Maravigliando a la mirabil vista</l>
<l>tragge l'Egitto, e 'l peregrino augello</l>
<l>lieto saluta, e festeggiando onora</l>
<l>repente. È la sua forma in sacri marmi</l>
<l>scolpita, e in lor segnato il nome e 'l giorno.</l></lg>
<lg>
<l>O fortunato, e di te padre e figlio,</l>
<l>felice augello, e di te stesso erede,</l>
<l>nutrito e nutritor, cui non distingue</l>
<l>il vario sesso, e lunga età vetusta</l>
<l>non manda, come gli altri, al fine estremo;</l>
<l>nè Venere corrompe, o 'l suo diletto</l>
<l>non cangia indebolito, e van dissolve;</l>
<l>cui di Venere in vece è lieta morte,</l>
<l>onde rinasci poi l'istesso, ed altri,</l>
<l>e con la morte immortal vita acquisti.</l>
<l>Tu, poichè la vecchiezza i mari e' monti</l>
<l>cangiato ha quasi e variato il mondo,</l>
<l>perpetuo ti conservi e quasi eterno</l>
<l>a te medesmo ognor pari e sembiante.</l>
<l>E tu sei pur del raggirar de' tempi,</l>
<l>e de' secoli tanti in lui trascorsi,</l>
<l>di tante cose e di tante opre illustri</l>
<l>sol testimonio, o fortunato augello.</l>
<l>E felice via più perchè a noi mostri,</l>
<l>quasi in figura di colori e d'auro,</l>
<l>l'unico Figlio del suo Padre Iddio,</l>
<l>Dio, come 'l Padre, a lui sembiante e pari.</l>
<l>E la natura col tuo raro essempio</l>
<l>insegna pur a l'animosa mente</l>
<l>(s'ella dubita mai) com'ei risorga</l>
<l>da la sua morte e dal sepolcro, eterno,</l>
<l>e benchè nostra pura e invitta fede</l>
<l>abbia lume più chiaro onde ci illustri,</l>
<l>te non disprezza, e con perpetuo onore</l>
<l>il tuo bel nome al tuo fattor consacra,</l>
<l>ch'è sommo sole, onde ha sua luce il sole.</l></lg>
<lg>
<l>Fatto avea tutti omai gli umidi campi,</l>
<l>ch'agitar suole il vento obliquo o l'onde,</l>
<l>co' propi abitatori il Padre eterno,</l>
<l>s'abitatori pur de l'aria vaga</l>
<l>i volatori augelli, e non più tosto</l>
<l>son de la terra, onde hanno il cibo e 'l volo.</l>
<l>Quando egli vide il suo lavoro, e l'opre</l>
<l>tutte esser buone, e gli animai feroci</l>
<l>buoni pur anco, e sua bontate impressa</l>
<l>in lor, qual nota del suo mastro o segno,</l>
<l>però gli benedisse, e 'n questa guisa</l>
<l>disse: "Crescete, e numerosa prole</l>
<l>tutte le acque riempia, e 'n su la terra</l>
<l>in gran numero ancor s'avanzi e cresca</l>
<l>ogni progenie de' volanti augelli".</l>
<l>E de la santa voce il santo impero</l>
<l>ancora è certa e 'nviolabil legge.</l>
<l>Perchè dopo tanti anni e tanti lustri,</l>
<l>tanti secoli a volo omai trascorsi</l>
<l>da' princìpi del mondo a questa estrema</l>
<l>e tarda etate, in cui s'appressa il fine,</l>
<l>nè progenie di lor, nè fera stirpe,</l>
<l>o per diluvio o per incendio ardente,</l>
<l>o per lunga mortale orrida peste,</l>
<l>o per lor feritate o per l'insidie</l>
<l>d'umano ingegno, o per le orribili armi</l>
<l>estinta non rimase o scema unquanco,</l>
<l>ma quasi eterna si perpetua e serba.</l>
<l>Tanta de la divina e santa voce</l>
<l>è la virtù che lor difende e guarda,</l>
<l>perchè sia a pieno, e 'n ogni parte adorno</l>
<l>questo che tutti abbraccia e tutti accoglie</l>
<l>ne l'ampissimo sen capace mondo.</l>
<l>Così fu fatto. Ed al mattino il vespro</l>
<l>giungendo, impose fine al quinto giorno.</l></lg></div1>
<div1><head>6° Giorno</head>
<lg>
<l>Là dove inalza il celebrato Olimpo,</l>
<l>creduto de gli dei lucente albergo,</l>
<l>sovra tutte le nubi e sovra i venti</l>
<l>ne l'aria queta la serena fronte;</l>
<l>e dove Alfeo ne le sue lucide onde</l>
<l>portar solea già l'onorata polve</l>
<l>de' vincitori, a cui le membra asperse,</l>
<l>propose i vari premi a' giochi illustri</l>
<l>l'antica Pisa; e i più veloci e i forti</l>
<l>vide sovente in dubbia lotta o 'n corso</l>
<l>affaticarsi, e i cavalieri e i carri</l>
<l>con le fervide ruote a l'alta meta</l>
<l>girarsi intorno, e 'n varie altre contese</l>
<l>ricercar pregio e fama e chiaro grido;</l>
<l>e vide a prova ancor sublimi ingegni</l>
<l>far di sè paragone, e 'n dolce canto</l>
<l>o con soave pur faconda lingua</l>
<l>gli udì maravigliando, è ben conobbe</l>
<l>che pari non avea mercede o palma.</l>
<l>Ma i primi dì ne le tenzoni antiche</l>
<l>talvolta sen passar dubbiosi e 'ncerti</l>
<l>senza corona, e sol nel giorno estremo,</l>
<l>in cui maggior fu la fatica e 'l rischio</l>
<l>del contrastare, o 'l vergognoso scorno</l>
<l>di ceder vinto, diede i cari pregi</l>
<l>fermo giudicio al vincitor felice,</l>
<l>e rimbombar d'intorno il chiaro nome</l>
<l>udissi al suon de la canora tromba.</l></lg>
<lg>
<l>Ma in questo quasi agone e quasi campo</l>
<l>di sapienza, ove adoriamo assiso</l>
<l>in altissima sede, a Dio sembiante,</l>
<l>quel cui permise il giudicarne in terra</l>
<l>giudice non severo, anzi Clemente,</l>
<l>più sollicita ancora e più gravosa</l>
<l>cura incerta d'onor ne preme e 'ngombra</l>
<l>nel giorno estremo e ne l'estremo corso,</l>
<l>in cui di faticosa aspra contesa</l>
<l>quasi corona, o premio è posto inanzi;</l>
<l>dura pena a l'incontra altrui minaccia.</l>
<l>Già non è pari il gioco, e pari il frutto</l>
<l>tra quel che lotta col nemico, o canta</l>
<l>al dolce suon de le sonore corde,</l>
<l>e 'l mio (se lece dir) contrasto indegno,</l>
<l>ch'ivi il periglio è sol fastidio e scherno</l>
<l>de gli uditori, e 'n questo è danno e morte.</l></lg>
<lg>
<l>Amici, adunque a me pietoso aiuto</l>
<l>date, vi prego, e quasi lena e spirto.</l>
<l>E di par meco entrate in questo adorno</l>
<l>maraviglioso grande ampio teatro</l>
<l>de le cose create, in cui mirando</l>
<l>il magistero del gran Padre eterno,</l>
<l>quasi per gradi alziam la pura mente</l>
<l>a l'invisibil suo felice regno,</l>
<l>ove gli ultimi premi altrui riserba.</l>
<l>Nè già ricerco io qui verde ghirlanda</l>
<l>d'allor frondoso, che si sfronda e perde</l>
<l>in breve tempo la vaghezza e 'l pregio;</l>
<l>o di pallida pur famosa oliva,</l>
<l>qual da' gran fonti già del gelido Istro</l>
<l>la riportò d'Anfitrione il figlio.</l>
<l>Ma siano i pregi miei salute e pace</l>
<l>in terra, e più ne gli stellanti chiostri.</l>
<l>Intanto a voi questa corona eccelsa</l>
<l>è posta inanzi, e voi medesmi al vostro</l>
<l>puro giudicio di lodevole opra</l>
<l>bramo di coronare. Udite adunque</l>
<l>con pietosa audienza, o fidi amici,</l>
<l>l'aspra natura de l'estranie belve,</l>
<l>de l'umil gregge e de i terreni armenti,</l>
<l>e de l'uom, cui di terra il Padre eterno</l>
<l>creò da sezzo, e da principio umile</l>
<l>formollo imperioso a scettro, a regno,</l>
<l>e di vita immortal, se propia colpa</l>
<l>non era a lui di faticoso essiglio</l>
<l>dura cagione e d'odiosa morte.</l></lg>
<lg>
<l>Poich'ebbe il grande Iddio spiegato il cielo</l>
<l>sovrano, e stesa ancor l'infima terra,</l>
<l>e fermato il ritegno in mezzo a l'acque,</l>
<l>che sovra e sotto le distingue e parte;</l>
<l>e comandato che s'aduni insieme</l>
<l>quella natura instabile e vagante,</l>
<l>e 'mposto al mare ed a la terra il nome,</l>
<l>e l'arida di piante ornata e d'erbe,</l>
<l>indi si volse a far più bello il mondo.</l>
<l>E diede al giorno ed a l'algente notte</l>
<l>i duo lumi maggiori e più lucenti,</l>
<l>e tutti variò di stelle e d'auro</l>
<l>con diverse figure e vaghi giri</l>
<l>i primi corpi, e con perpetue tempre</l>
<l>maravigliosa fè la vista e 'l corso.</l>
<l>Poscia prodotti entro l'ondoso grembo</l>
<l>de l'acque amare o dolci i vari pesci,</l>
<l>e ne l'aria i volanti e levi augelli,</l>
<l>disse Dio creator (e 'l sacro detto</l>
<l>fu certo impero e 'nviolabil legge):</l>
<l>"L'anime de' viventi ancor produca</l>
<l>d'ogni sorte la terra, e 'n quattro piedi</l>
<l>altri appoggi il corporeo e grave pondo,</l>
<l>altri nel suol disteso il porti e serpa;</l>
<l>e la progenie ancor produca e figli</l>
<l>di qualunque altro va rependo; e 'nsieme</l>
<l>con le fere produca armenti e gregge".</l>
<l>Così Dio fece le terrene belve</l>
<l>e le cornute o pur lanose mandre</l>
<l>de' mansueti, e quei ch'al suol congiunti</l>
<l>strisciando se n'andar col giro obliquo.</l>
<l>Dunque animata è questa antica madre?</l>
<l>dunque anima ha la terra, ond'ella al parto,</l>
<l>quasi femina, fu bramosa e pronta?</l>
<l>E loco han pur i Manichei superbi</l>
<l>di saper vano, e le menzogne antiche</l>
<l>di chi filosofando e mente e spirto</l>
<l>diede a questa mondana ed ampia mole?</l>
<l>Lo qual per entro lei trapassa e spira,</l>
<l>com'a lor parve; e 'l cielo e l'ima terra,</l>
<l>e la spera del sol lucente e vaga,</l>
<l>e 'l globo de la luna e l'auree stelle,</l>
<l>e de l'aria e del mare i larghi campi</l>
<l>nutre; e misto al gran corpo in vari modi</l>
<l>move agitando le diverse membra?</l></lg>
<lg>
<l>Ma chi vestire osò d'alma spirante</l>
<l>la terra, o volle dar sua mente al mondo,</l>
<l>e farlo Dio, non che spirante e vivo</l>
<l>animal, che tutti altri accoglie in grembo,</l>
<l>male intese di Dio que' sacri detti,</l>
<l>e 'n peggior parte la sentenzia ei torse.</l>
<l>Perch'alma non avea l'arida terra,</l>
<l>ma chi le comandò, largille ancora</l>
<l>la virtù di produrre i novi parti.</l>
<l>Nè quando detto fu: "Germogli il fieno,</l>
<l>e ferace di frutti il verde tronco",</l>
<l>ella il produsse allor, sì come occulto</l>
<l>il si tenesse nel profondo seno.</l>
<l>Nè palma o quercia o bel cipresso od elce,</l>
<l>pur come ascoso dal fecondo ventre</l>
<l>di fuor mandò sovra l'inculto suolo.</l>
<l>Ma delle cose, che si fanno o fersi,</l>
<l>è il divino parlar natura e vita.</l>
<l>Dunque quando il Signor disse: "Germogli",</l>
<l>intese in sua divina alta favella:</l>
<l>"Non cacci fuor quel che raccoglie in grembo,</l>
<l>ma quel ch'ella non ha di novo acquisti".</l>
<l>E la forza a lei diede il Padre eterno.</l>
<l>E 'n questa guisa or le comanda e dice:</l>
<l>"Produca l'alma", e non de l'alma innata</l>
<l>intender vuol, ma di virtù largita</l>
<l>con la mirabil sua divina voce.</l>
<l>Ma non comanda a l'acque al modo istesso,</l>
<l>sol l'impone il produr chi serpe e striscia</l>
<l>con alma viva; ed a la terra impone</l>
<l>che partorisca l'anima vivente.</l>
<l>E così disse Dio, se dritto estimo,</l>
<l>perchè ne l'acque a gli umidi notanti</l>
<l>compartir volle men perfetta vita,</l>
<l>e men degna natura. E quinci aviene</l>
<l>ch'entro il denso elemento e 'mpuro e misto</l>
<l>abian via men acuti e puri i sensi.</l>
<l>Grave è l'udire, e 'l lor vedere ottuso,</l>
<l>e memoria non hanno, e non s'imprime</l>
<l>nel senso interno imaginata imago,</l>
<l>nè contezza è fra loro o per lungo uso</l>
<l>notizia alcuna: onde in sì rozza vita</l>
<l>la carne e 'l ventre signoreggia e regna.</l>
<l>Ma ne' terrestri imperatrice e donna</l>
<l>è l'alma in guisa, che talor si crede</l>
<l>che di ragione e d'immortale ingegno</l>
<l>ella abbia larga parte e ricca dote.</l>
<l>Interi sensi, e ne' presenti oggetti</l>
<l>acuti sono, e del passato impressi</l>
<l>alti vestigi, e non dubbiose o 'ncerte</l>
<l>son le memorie; e lor virtù non langue.</l>
<l>E con la voce non oscura i segni</l>
<l>sogliono dar di loro interni affetti.</l>
<l>E quinci in lieto o 'n suon dolente e mesto</l>
<l>l'allegrezza si mostra o 'l duolo appare,</l>
<l>o di cibo il desio di fuor si scopre,</l>
<l>o rimbomba l'amor ch'entro gl'infiamma,</l>
<l>e non può starsi in fero petto ascoso</l>
<l>sotto tenera lana, o duro ed aspro</l>
<l>ispido vello: onde 'l belar de l'agne,</l>
<l>e 'l nitrir e 'l ringhiar son quasi note,</l>
<l>e 'l latrar, l'ulular in monte e 'n bosco,</l>
<l>o pur lungo un corrente e chiaro fiume,</l>
<l>e 'l muggire e 'l ruggir d'affetto interno.</l>
<l>Mille altri affetti ancor con mille voci</l>
<l>suol variando dimostrar natura.</l></lg>
<lg>
<l>Da l'altra parte de gli ondosi regni</l>
<l>l'errante abitator non solo è muto,</l>
<l>ma immansueto, e da l'usanza aborre</l>
<l>di nostra vita, e per lusinga o vezzo</l>
<l>mai non s'avezza, e nulla apprende o prende</l>
<l>di nostra umanità. Ma schiva e fugge</l>
<l>d'esser consorte a l'animal che regna.</l></lg>
<lg>
<l>In questa guisa Dio creò ne l'acque</l>
<l>corpi animati, e ne la terra ei volle</l>
<l>l'alme crear da cui si regge il corpo.</l>
<l>Quinci il suo possessor fu noto al bue,</l>
<l>conobbe l'asinel l'umil presepio</l>
<l>del suo Signor, ma non conobbe il pesce</l>
<l>il nutritor. Tale entro l'acque e tanto</l>
<l>fu lo stupor di tardo e grave senso.</l>
<l>Conobbe l'asinel l'usata voce,</l>
<l>e conobbe la via ch'egli trapassa,</l>
<l>e fu duce talora a l'uomo errante</l>
<l>ne l'incerto sentier ond'ei travia.</l>
<l>Nè di più acuto udire o più sottile,</l>
<l>se 'l ver si narra, altro animal terrestre</l>
<l>vantar si può sotto sì rozze membra.</l>
<l>Ma nel camelo portatore estrano</l>
<l>di gravi pesi e d'african deforme,</l>
<l>è de l'ingiurie alta memoria e salda,</l>
<l>ed ira grave al vendicar costante.</l>
<l>E, percosso talor, l'ira profonda</l>
<l>lunga stagion riposta in sen riserba</l>
<l>pur come estinta, e la ripiglia a tempo,</l>
<l>rendendo il male e 'l ricevuto oltraggio.</l></lg>
<lg>
<l>Udite voi, che di virtute in guisa</l>
<l>la memoria de l'onte in voi, di sdegno</l>
<l>e d'astio e di rancor nutrite occulta.</l>
<l>Udite il paragone, a cui sembianti</l>
<l>fate voi stessi, mentre l'ire ascose</l>
<l>tenete pur, come faville ardenti</l>
<l>sotto ingannevol cenere sepolte,</l>
<l>che accendendosi poscia in secco legno</l>
<l>o 'n arida esca, fiammeggiar repente</l>
<l>sogliono, e rinovare il foco estinto.</l>
<l>In cotal guisa l'anima superba</l>
<l>fu ne' bruti prodotta; e voi l'essempio</l>
<l>seguite pur de le sdegnose belve.</l></lg>
<lg>
<l>Ma qual si fosse già nel primo parto</l>
<l>l'alma vostra immortal, fia noto appresso;</l>
<l>or de l'alma ferina a voi si parla.</l>
<l>L'alma d'animal fero è vita e sangue,</l>
<l>ma 'l sangue in carne si condensa e cangia,</l>
<l>e la carne corrotta alfine in terra</l>
<l>pur si risolve: onde mortale è l'alma</l>
<l>di feroce animale, anzi più tosto</l>
<l>un non so che di morto. Udite adunque</l>
<l>perch'a la terra Iddio produrre impose</l>
<l>l'anima de' viventi, e come segua</l>
<l>che l'alma in sangue si trasmuti e volga,</l>
<l>e 'l sangue in carne, e quella carne in terra.</l>
<l>E per le stesse vie si volge e riede</l>
<l>la terra in carne, e poi la carne in sangue,</l>
<l>e 'l sangue in alma, onde ritrovi e vedi</l>
<l>che l'anima de' bruti è sangue e terra.</l>
<l>E non pensar che più del corpo antica</l>
<l>sia l'alma fera onde rimanga in vita</l>
<l>poscia che 'l suo mortale estinto giacque.</l>
<l>Ma riconosci le cangiate forme</l>
<l>e i variati giri, e fuggi intanto</l>
<l>degli ingegnosi le canore ciancie,</l>
<l>che starian meglio in lor silenzio occulte.</l></lg>
<lg>
<l>Non hanno questi pur rossore e scorno</l>
<l>di far che l'alma, ond'uom ragiona e 'ntende,</l>
<l>sia quella stessa, onde latrando il cane</l>
<l>sen corse, e sibilando empio serpente.</l>
<l>E fingon se medesmi in varie forme</l>
<l>esser mutati; e non pur servi e regi</l>
<l>sotto vari sembianti e varie membra</l>
<l>esser già stati, ma vezzose donne,</l>
<l>o pur marini pesci o piante o sterpi.</l>
<l>E ciò scrivendo, più di pesce o tronco</l>
<l>si mostrar di ragione ignudi e d'alma.</l></lg>
<lg>
<l>Ma fra tanti superbi e vari ingegni</l>
<l>non sorse alcuno in quella età vetusta,</l>
<l>che l'anima stimasse o limo o terra.</l>
<l>Ma seguendo del moto o pur del senso,</l>
<l>incerti duci, le vestigia e i segni,</l>
<l>altri la credea spirto ed aer leve,</l>
<l>altri foco sottile e viva fiamma,</l>
<l>altri pur la stimò nativo umore,</l>
<l>altri vapor da quei fumante e misto:</l>
<l>terra nessun. Così la madre antica,</l>
<l>la terra dico, che produce e figlia</l>
<l>l'alma de' vivi, quasi inculto germe,</l>
<l>fu defraudata allor del propio onore</l>
<l>da que' superbi e 'n contrastar costanti,</l>
<l>e discordi fra lor ritrosi ingegni.</l></lg>
<lg>
<l>Ma noi rendiamo a la gran madre antica</l>
<l>l'onor devuto del suo nobil parto,</l>
<l>e sua figlia chiamiam l'alma spirante</l>
<l>di feroce animal. Or non ci caglia,</l>
<l>se nulla ora di novo o di vetusto</l>
<l>de le figure de la vasta terra</l>
<l>osiamo d'affermar con certe prove,</l>
<l>quasi giudici giusti in tanta lite.</l>
<l>Perch'altri vuol ch'ella figura e forma</l>
<l>abbia di spera; altri la varia e finge</l>
<l>quasi un cilindro, e somigliante al disco.</l>
<l>Altri la fa, come sia cesta od aia,</l>
<l>vacua e cava nel mezzo, e d'ogni parte</l>
<l>pur egualmente la polisce ed orna.</l>
<l>E quel che rapto, imaginando, al cielo</l>
<l>fu, come scrisse ne' toscani carmi,</l>
<l>indi pur vide, o di veder gli parve,</l>
<l>la terra che ci fa tanto feroci,</l>
<l>quasi una bassa aiuola in vil sembianza,</l>
<l>ma pur in giro ei la circonda e forma.</l>
<l>Ed altri ancor ne le due estreme fasce</l>
<l>e ne l'ampia di mezzo e larga zona</l>
<l>la privò d'abitanti e nuda ed erma,</l>
<l>e con squallido aspetto orrida in vista</l>
<l>la ci dipinse; e 'n alta neve e 'n gelo</l>
<l>sepolte figurò le parti estreme.</l>
<l>E 'l maggior cinto da le fiamme acceso,</l>
<l>sol due zone lasciò soggette al sole,</l>
<l>che mai per dritto non l'infiamma e scalda,</l>
<l>in due grandi emisperi, e sempre avverso</l>
<l>fa con obliqui rai più dolci tempre.</l>
<l>E noi l'una abitiam, che quinci e quindi</l>
<l>viviam ristretti in breve spazio angusto</l>
<l>dal gel perpetuo o da l'ardor soverchio.</l>
<l>L'altra sotto altro ciel barbare genti</l>
<l>accoglie, a cui sparito è il Carro e l'Orsa.</l></lg>
<lg>
<l>Ma la novella età discopre e mostra</l>
<l>ch'ogni di lei gelata o accesa parte</l>
<l>l'uom da la prima sua terrena stirpe</l>
<l>duro animal costante alberga e pasce.</l>
<l>Tal che non sembra l'abitata terra</l>
<l>timpano più, com'affermando insegna</l>
<l>il gran maestro di color che sanno,</l>
<l>nè 'n forma di lorica a gli occhi appare;</l>
<l>ma pur in cerchio si rivolge e gira</l>
<l>di pomo in guisa che si fende ed apre.</l>
<l>Isola no, chè non si giace in seno</l>
<l>al gran padre Ocean, ma 'l tiene in grembo</l>
<l>come osa d'affermar l'età novella,</l>
<l>che per troppo veder men alto intende.</l>
<l>Ma sia di ciò quel che ragione e senso</l>
<l>può dimostrar ne' più vicini obietti.</l>
<l>Or tacciam sue figure, e i larghi spazi</l>
<l>non misuriam qual geometra in giro,</l>
<l>e non vogliam superbi al Re del cielo</l>
<l>di sapere agguagliarci e di possanza.</l>
<l>Perch'ei la terra ne la man rinchiuse,</l>
<l>e misurò pur con la mano i mari,</l>
<l>e tutte l'acque insieme e 'l ciel col palmo.</l>
<l>Chi pose i monti spaventosi in libra?</l>
<l>e 'n giogo i boschi, e l'aspre rupi in lance?</l>
<l>Chi tien de l'ampia terra il largo giro,</l>
<l>e 'n guisa di locuste in lei dispose</l>
<l>gli sparsi abitatori, e 'l ciel sublime</l>
<l>quasi camera sua si fece in volta,</l>
<l>se non il Re, che lui sostiene e folce?</l>
<l>Non affermiamo ancor con vano orgoglio</l>
<l>quanto l'opaca e tenebrosa terra</l>
<l>l'ombra fosca ed algente inalzi e stenda.</l>
<l>Nè come privi di splendor l'errante</l>
<l>luna, quando ella giunge incontr'al sole,</l>
<l>nè s'ella di Ciprigna ancora adombri</l>
<l>il vago aspetto, e la sua luce imbruni,</l>
<l>ma tutti siam per maraviglia intesi</l>
<l>a la voce di Dio, che corre e passa</l>
<l>a le cose create, e compie il mondo</l>
<l>ne le parti di mezzo e ne l'estreme.</l></lg>
<lg>
<l>Qual ampia spera o pur marmorea palla,</l>
<l>ch'è da robusta man percossa e spinta,</l>
<l>giunge in loco pendente, ed indi a basso</l>
<l>dal sito che s'avalla e 'n giù dechina,</l>
<l>e da la propia sua volubil forma</l>
<l>con veloci rivolte in giù rotando</l>
<l>portata va, sinchè l'arresta il corso</l>
<l>la piana terra, in cui si giace e posa;</l>
<l>tal de la santa voce al suon commossa</l>
<l>la natura trascorre, e passa a dentro</l>
<l>in tutto quel che nasce e si corrompe,</l>
<l>e va servando ogni progenie e stirpe</l>
<l>simile a sè, finch'ella al fine aggiunga.</l>
<l>E del cavallo il successor corrente</l>
<l>fa che ci nasca, e pur sembiante al padre;</l>
<l>dal tauro il tauro con sue dure corna;</l>
<l>dal superbo leon villoso il tergo</l>
<l>nasce il leone, ed ha pungente artiglio;</l>
<l>e 'nsieme col leon l'impeto e l'ira</l>
<l>nacque, e quel suo magnanimo disdegno,</l>
<l>onde l'umil nemico a terra steso</l>
<l>trapassa alteramente, e non l'offende.</l>
<l>Nacque l'amor di solitaria vita,</l>
<l>per cui sprezza i compagni e quasi aborre,</l>
<l>e per deserte arene, o 'n alta selva</l>
<l>de' Mauritani e de' Numidi errante</l>
<l>in caccia e ne i perigli, ei va solingo,</l>
<l>o pur fra 'l Nesso e l'Acheloo corrente,</l>
<l>dove i leoni producea l'Europa.</l>
<l>E 'n guisa di possente aspro tiranno,</l>
<l>e per natura indomito e superbo,</l>
<l>nè degna egual, nè de l'esterno cibo</l>
<l>pascer la cruda sua fame profonda.</l>
<l>Cotanto schiva il disdegnoso gusto</l>
<l>l'avanzo di non presa e immonda preda.</l>
<l>Sì larghe canne ancor le diede in sorte</l>
<l>natura, e grande è sì l'orribil voce,</l>
<l>che l'alto suo ruggir di tema ingombra</l>
<l>i più veloci e più leggieri al corso,</l>
<l>e sbigottiti alfin gli arresta e prende.</l>
<l>Ma dopo il pasto egli è giocoso e lieto,</l>
<l>e festeggiando con gli amici ei scherza,</l>
<l>quasi di nulla tema, e non sospetti.</l>
<l>Poi fatto grave ne l'età vetusta</l>
<l>e tardo in caccia, osa il feroce veglio</l>
<l>a le città far periglioso assalto,</l>
<l>e gli uomini infestar fra le alte mura.</l>
<l>Ma questa così fiera orrida belva,</l>
<l>quando più superbisce e 'n maggior rabbia</l>
<l>divenuta crudel, lo sdegno accende,</l>
<l>teme d'ardente face e fugge il foco;</l>
<l>e sbigottito ancora ei fugge il gallo,</l>
<l>e 'mpaurito è più dove biancheggia</l>
<l>il bel candor delle spiegate penne.</l></lg>
<lg>
<l>E la pantera, impetuosa belva</l>
<l>e repente agitata, a' vari moti</l>
<l>de l'alma sua veloce ha 'l corpo acconcio,</l>
<l>e le membra pieghevoli e leggiere.</l>
<l>E delle macchie sue quasi dipinto</l>
<l>mostra il bel pardo variata pelle,</l>
<l>ed ascondendo il suo feroce aspetto,</l>
<l>con la pittura de le spoglie allice</l>
<l>i semplici animali e troppo incauti.</l>
<l>Così gli prende, e 'nsidiosa fraude</l>
<l>le giova più ne la selvaggia preda,</l>
<l>che 'l suo corso veloce o 'l leggier salto.</l>
<l>Ma l'orsa è neghittosa e pigra e tarda,</l>
<l>e di costumi occulti e 'n alto ascosi,</l>
<l>e di simil figura ammanta e veste</l>
<l>l'alma feroce; ha grave e rozzo il corpo</l>
<l>quasi indistinta e mal composta mole,</l>
<l>ch'entro l'algente ed orrida spelunca</l>
<l>ha sue latebre, ove s'agghiaccia e torpe.</l>
<l>Ma poscia nel furor s'infiamma e ferve,</l>
<l>e cerca d'ogni ingiuria aspra vendetta.</l>
<l>E 'ncontra il ferro ella s'avventa e rota</l>
<l>ne' monti alpestri, e piaga aggiunge a piaga,</l>
<l>correndo quasi a volontaria morte.</l>
<l>Ma pur con lingua industre informa e finge,</l>
<l>di fabro in guisa, i suoi deformi orsacchi.</l></lg>
<lg>
<l>E tu, più rozzo assai d'orsa silvestre,</l>
<l>i costumi de' figli inculti ed aspri,</l>
<l>mentre è l'etate ancor tenera e molle,</l>
<l>non formi e non polisci e non adorni?</l>
<l>nè in pietosa opra hai lusinghiera lingua,</l>
<l>ma 'n officio crudel pungente e dura?</l></lg>
<lg>
<l>E l'orsa ancora a le sue propie piaghe</l>
<l>sa, com'insegna la natura industre,</l>
<l>ritrovare il rimedio onde risana:</l>
<l>perchè quando più son profonde e gravi</l>
<l>col verbasio le tura, e l'arida erba</l>
<l>terge la parte sanguinosa, e secca.</l>
<l>E la serpe d'inferma e scura vista,</l>
<l>di finocchio si nutre, e così scaccia</l>
<l>quell'infelice umor che gli occhi appanna.</l>
<l>L'aquila ancor con la lattuca agreste</l>
<l>conferma il vacillante, il debil lume.</l>
<l>La testudine allor che 'l fiero tosco</l>
<l>de la serpe l'ancide, e dentro serpe</l>
<l>il pasciuto velen, salute e vita</l>
<l>da l'oregano cerca, e non indarno.</l>
<l>E l'egra volpe in discacciar la morte</l>
<l>che le sovrasta, usa nel propio male</l>
<l>due lacrimette di stillante pino.</l>
<l>E la montana capra, allor ch'affisso</l>
<l>di pennata saetta in mezzo al fianco</l>
<l>ha 'l duro ferro, medicar se stessa</l>
<l>sa con quell'arte che natura insegna;</l>
<l>e 'l dittamo pascendo, il duro strale</l>
<l>l'esce per da l'interna e grave piaga.</l>
<l>De la scimia il leon languente ed egro</l>
<l>avidamente cerca il fero pasto,</l>
<l>e beve 'l pardo de la capra il sangue,</l>
<l>e pasce i ramoscei d'oliva il cervo.</l></lg>
<lg>
<l>E tu de l'alma tua languida a morte</l>
<l>il rimedio non trovi, e non conosci</l>
<l>la vera medicina, e non delibi</l>
<l>succo vital da le sacrate carte?</l></lg>
<lg>
<l>E i presagi del tempo ancora insegna</l>
<l>mastra natura, e 'l variar del cielo</l>
<l>dal caldo al freddo, e dal sereno al fosco;</l>
<l>e qual tempesta indi minacci o turbo.</l>
<l>Tal che 'n antiveder la pioggia e i venti</l>
<l>e le procelle torbide e sonanti</l>
<l>talor men dotti son gli umani ingegni.</l>
<l>La pecorella a l'appressar del verno</l>
<l>di largo cibo si provede e pasce:</l>
<l>quasi antivede la futura inopia,</l>
<l>che l'oscura stagion gelando apporta.</l>
<l>E i buoi rinchiusi nel più freddo tempo</l>
<l>entro le calde loro immonde stalle,</l>
<l>quando la primavera a noi ritorna,</l>
<l>mossi dal lor nativo e certo senso,</l>
<l>la domita cervice e 'l collo irsuto</l>
<l>stendono oltre i presepi, e pur guardando</l>
<l>braman d'uscire al tepido sereno.</l>
<l>L'istrice ancor ne le sue propie lustre</l>
<l>fa doppia quasi porta onde respiri,</l>
<l>e di lor una è volta al nubilo Austro,</l>
<l>e l'altra al fiato d'Aquilone algente,</l>
<l>e se teme di Borea il fiero spirto,</l>
<l>contra il settentrion si tura il varco;</l>
<l>ma se 'l vento african l'offende e turba,</l>
<l>quel suo foro ventoso incontra chiude,</l>
<l>e si ricovra a la contraria parte.</l></lg>
<lg>
<l>E quinci chiaramente a' sensi appare</l>
<l>che l'alta Providenza in ogni lato</l>
<l>trascorre e passa, e 'l tutto adempie ed orna;</l>
<l>e per le cose eccelse e per l'illustri,</l>
<l>non mette ella in non cal l'oscure e basse;</l>
<l>ma nel vile animale un certo senso</l>
<l>suol destar del futuro, onde proveggia</l>
<l>egli a se stesso. E l'uom mai sempre intento</l>
<l>si starà nel presente e quasi a bada,</l>
<l>senza pensar ne la futura vita?</l>
<l>Deh rimiri il lodato e raro essempio</l>
<l>de la formica faticosa e 'ndustre,</l>
<l>che 'l vitto onde si pasca al freddo verno,</l>
<l>ripon la state. E benchè lunge ancora</l>
<l>sian di stagion molesta i giorni algenti,</l>
<l>neghittosa non cessa e non s'allenta</l>
<l>la negra turba, anzi se stessa avezza</l>
<l>ne le fatiche; e per gli adusti campi</l>
<l>ferve l'opra, non men che l'ora e 'l giorno,</l>
<l>sin che abbia ne' suoi spechi il gran riposto.</l>
<l>Essa con l'unghie propie incide e sega</l>
<l>i cari frutti, e inumiditi, al sole</l>
<l>gli asciuga e secca; e 'l bel tempo sereno</l>
<l>spiando, già prevede i lieti giorni.</l>
<l>Talchè quando ella i grani a' raggi espone,</l>
<l>pioggia non stilla da l'oscure nubi,</l>
<l>e di serenità l'indizio è certo.</l>
<l>Quinci ripon ne le sue celle anguste</l>
<l>l'asciutta messe, e poi la serba e parte,</l>
<l>custode e dispensiera, e 'ntenta a l'opre.</l>
<l>E non sol mentre il sole accende i campi,</l>
<l>ma le fatiche sue notturne ancora</l>
<l>dal ciel rimira la ritonda luna;</l>
<l>e quelle più serene e calde notti</l>
<l>tolte al dolce riposo, al queto sonno,</l>
<l>e giunte al travagliar continuo e lungo:</l>
<l>tanta in minuto corpo industria e lena</l>
<l>di spirto infaticabile e 'ngegnoso</l>
<l>pose natura, ch'è mirabil madre;</l>
<l>anzi de la natura il sommo Padre</l>
<l>tanta virtù le diede in raro dono.</l></lg>
<lg>
<l>Oh come grandi sono e come eccelse,</l>
<l>come maravigliose, o mastro eterno,</l>
<l>tutte l'opere tue, che tu facesti</l>
<l>con infinita sapienza ed arte!</l></lg>
<lg>
<l>Ma noi nepoti del vetusto Adamo,</l>
<l>pur quasi doni di natura e doti,</l>
<l>abbiam molte virtù, che propie e nate</l>
<l>con l'ignudo bambin d'un seme stesso</l>
<l>sono, ed uscite da' materni chiostri.</l>
<l>Nè legge od arte o pur antica usanza,</l>
<l>o novo essempio le dimostra e 'nsegna</l>
<l>a l'alma ancora simplicetta e vaga</l>
<l>che pargoleggia entro le molli membra.</l>
<l>Ma sua propia vaghezza e suo desio</l>
<l>l'inchina e move con amico affetto.</l>
<l>Chi n'insegna d'odiar la febre e i morbi</l>
<l>seguaci e gravi, ond'è languente ed egra</l>
<l>l'umanitate? e d'aborrir la morte</l>
<l>senza maestro e senza altrui consiglio?</l>
<l>Non arte, non ragion, non uso o legge,</l>
<l>ma quella che ne fa cotanto amici</l>
<l>a noi medesmi, lusinghiera e dolce</l>
<l>nostra natura a noi l'insegna e detta.</l>
<l>In questa guisa ancor la nobile alma</l>
<l>dechina il vizio, e volontaria il fugge</l>
<l>senza altra cura o magistero od uso.</l>
<l>E veggendo virtù, ch'è bella in vista,</l>
<l>se n'invaghisce e la ricerca e segue,</l>
<l>talch'è fuga del vizio il primo passo,</l>
<l>ond'ella i suoi vestigi indrizza al cielo.</l>
<l>Ed ogni vizio è male interno, e morbo</l>
<l>de l'alma inferma e 'n van desire accesa.</l>
<l>E la virtù, ch'è sempre al vizio opposta,</l>
<l>è sanità de l'alma: ond'è ne l'opre</l>
<l>e ne gli offici suoi costante e salda.</l>
<l>E quinci a tutti la giustizia è cara,</l>
<l>e cara la prudenza, e grazie e laude</l>
<l>ha la modestia; e 'n più mirabil vista</l>
<l>la fortezza, virtù de l'alma invitta,</l>
<l>mal grado di fortuna empia e superba,</l>
<l>s'onora e cole; e simolacri ed archi</l>
<l>le sono alzati, e sacri altari e tempi.</l>
<l>E queste ha per fedeli e care amiche</l>
<l>l'alma domesticata, e se n'adorna</l>
<l>più che di sanità le membra e 'l corpo.</l></lg>
<lg>
<l>Amate i padri, o voi pietosi figli,</l>
<l>e voi pietosi padri i figli amate,</l>
<l>senza irritar il giovenile sdegno,</l>
<l>chè natura il v'insegna e ve 'n costringe.</l>
<l>S'ama la leonessa, orrida belva,</l>
<l>i pargoletti suoi, se 'l fero lupo</l>
<l>difende i lupicini, e insino a morte</l>
<l>per lor combatte, avrà suoi nati a scherno,</l>
<l>più crudel de le fere, il crudo padre?</l>
<l>tanto rigor, tanto odio e tanto oblio</l>
<l>di natura sarà nel petto umano?</l></lg>
<lg>
<l>Oh del materno amor soave e dolce</l>
<l>forza, che pieghi la feroce tigre,</l>
<l>e da la preda, a cui vicina e stanca</l>
<l>corre anelando, la rivolgi indietro</l>
<l>a la difesa de' suoi cari parti!</l>
<l>Com'ella trova depredato e sgombro</l>
<l>il suo covil de la gradita prole,</l>
<l>repente corre, e le vestigia impresse</l>
<l>preme del cacciator, che seco porta</l>
<l>la cara preda. E quel rapido inanzi</l>
<l>fugge portato dal destrier corrente,</l>
<l>e per sottrarsi a la veloce belva,</l>
<l>ch'altra fuga non giova od altro scampo,</l>
<l>con questa fraude d'ingegnoso ordigno</l>
<l>delude la rabbiosa, e sè difende.</l>
<l>Perchè di trasparente e chiaro vetro</l>
<l>una palla le gitta inanzi a gli occhi,</l>
<l>onde schernita da la falsa imago</l>
<l>la si crede sua prole, e ferma il corso</l>
<l>e l'impeto raffrena, e 'l dolce parto</l>
<l>brama raccor nel solitario calle,</l>
<l>e riportarlo a la sua fredda tana.</l>
<l>E ritenuta pur dal falso inganno</l>
<l>de le mentite forme, anco ritorna</l>
<l>via più veloce assai, ch'ira l'affretta,</l>
<l>dietro a quel predator ch'inanzi fugge,</l>
<l>e gli sovrasta omai rabbiosa al tergo.</l>
<l>Ma quel di novo col fallace obietto</l>
<l>de lo speglio bugiardo affrena e tarda</l>
<l>il corso de la tigre, e si dilegua.</l>
<l>Nè de la madre per oblio si perde</l>
<l>la sollecita cura e 'l pronto amore,</l>
<l>ma l'infelice si raggira intorno</l>
<l>a quella vana e ingannatrice imago,</l>
<l>quasi dar voglia a' propi figli il latte.</l>
<l>E 'n questa guisa la schernita belva</l>
<l>la cara prole e la vendetta ancora</l>
<l>perde in un tempo, ch'è bramata e dolce.</l></lg>
<lg>
<l>E se 'n tal guisa suole amar la tigre</l>
<l>e la consorte del leon superbo,</l>
<l>od il famelico orso i propi figli,</l>
<l>qual maraviglia fia s'amar vedrassi</l>
<l>la mansueta ed innocente agnella,</l>
<l>e la cerva selvaggia e fuggitiva</l>
<l>il dianzi nato ancor tenero parto?</l>
<l>Fra molte pecorelle in ampia mandra</l>
<l>il simplicetto agnel scherzando a salti,</l>
<l>esce dal chiuso ovile, e di lontano</l>
<l>ei riconosce la materna voce,</l>
<l>e ricercando del suo propio latte</l>
<l>i dolci fonti affretta il debil corso,</l>
<l>e dove sian le desiate mamme</l>
<l>vote del propio umor ei se n'appaga,</l>
<l>nè fugge l'altre più gravose e piene,</l>
<l>ma le tralascia, e 'l suo dovuto cibo</l>
<l>sol da la madre sua ricerca e brama.</l>
<l>La madre il dolce pargoletto figlio</l>
<l>fra mille e mille al suo belar conosce.</l>
<l>In questa guisa di ragion sublime</l>
<l>ogni difetto un largo senso adempie,</l>
<l>che per natura in umil greggia abonda,</l>
<l>forse acuto via più del nostro ingegno.</l></lg>
<lg>
<l>Ma nel suo partorir solinga cerva</l>
<l>mostra via più d'accorgimento e d'arte</l>
<l>d'altro animal, ch'abbia alcun seme o parte</l>
<l>di providenza e di ragione industre.</l>
<l>Però più tosto a la pietate umana</l>
<l>de' suoi cerbiatti cede il novo parto,</l>
<l>de le fere temendo; e l'aspre rupi,</l>
<l>e le selvagge lustre, e i lochi inculti</l>
<l>fugge la paurosa; e dove scorge</l>
<l>de' piedi umani le vestigia impresse,</l>
<l>presso le vie da lor calcate e corse,</l>
<l>ivi secura il suo portato espone,</l>
<l>e de l'erba siselia ivi si pasce;</l>
<l>o ne le stalle poi ricovra e scampa</l>
<l>gli artigli e i denti di selvaggia belva;</l>
<l>o dura cuna in rotta pietra elegge</l>
<l>là dove s'apre un solo e un picciol varco,</l>
<l>e i pargoletti suoi difende e guarda;</l>
<l>e lor da quattro mamme il latte istilla,</l>
<l>e da due mamme quelle a cui natura</l>
<l>fu di tal nutrimento avara e parca.</l>
<l>E perch'ella di fele amaro è priva,</l>
<l>ha lunghissima vita, onde talvolta</l>
<l>candida appare, e nel candor senile</l>
<l>è venerata da l'amiche genti:</l>
<l>sì come quella che sen giva errando</l>
<l>libera e sciolta la solitaria chiostra,</l>
<l>che liberolla il suo felice augusto.</l>
<l>La vaga fama a la famosa cerva</l>
<l>le corna d'oro ancor figura e finge,</l>
<l>e le circonda di monile il collo;</l>
<l>ma de l'onor de le ramose corna,</l>
<l>e di questa nativa altera pompa</l>
<l>la natura privolle, avara madre,</l>
<l>e ne fu più cortese e larga a i cervi,</l>
<l>i quai le soglion rinovar sovente,</l>
<l>e lasciando le vecchie a terra sparse</l>
<l>dal propio peso, onde son piene e dense,</l>
<l>rifar le nove a la superba fronte.</l>
<l>E ciascuno anno un lungo e novo ramo</l>
<l>aggiungon pur de le ramose corna.</l>
<l>Da le quali anco germogliò talvolta</l>
<l>l'edra seguace frondeggiando in alto.</l>
<l>Oh maraviglia, onde natura accrebbe</l>
<l>vaghezza e pompa a l'animal fugace,</l>
<l>ch'è pur fugace e paventoso e vile</l>
<l>in così altero e così fero aspetto,</l>
<l>armato di sue lunghe e 'nutili arme.</l>
<l>E 'l suo gran core, onde 'l formò natura,</l>
<l>non è d'orgoglio o d'orgoglioso ardire,</l>
<l>ma di viltate e di timore albergo.</l>
<l>E 'n guisa pur di timidetta lepre</l>
<l>il suo liquido sangue a pena ha fibre,</l>
<l>e quinci avien che non l'accoglie e stringe</l>
<l>tenace e saldo, ma simiglia il latte</l>
<l>mal senza caglio appreso, ond'ei trascorre.</l>
<l>Ma talvolta d'amore acceso e punto,</l>
<l>ne la stagion che intepidita il grembo</l>
<l>apre la verde terra, e 'l pigro gelo</l>
<l>già si dilegua, e per disfatta neve</l>
<l>corron turbati i rapidi torrenti,</l>
<l>risveglia il cervo al cor guerriero spirto,</l>
<l>e fa battaglia e di ferire ardisce,</l>
<l>s'alcun per alta selva a caso incontra.</l>
<l>Ed allora non pur le tigri e i lupi,</l>
<l>e gli orsi informi o la dipinta lince,</l>
<l>e 'l cinghial, che fregando al duro tronco</l>
<l>l'orride coste, di tenace fango</l>
<l>fassi a le dure spalle aspra lorica;</l>
<l>ma cupida d'amor la fiera madre</l>
<l>erra, obliando i pargoletti inermi,</l>
<l>che non han fatto ancor gli artigli e 'l vello:</l>
<l>e i più timidi ancora in furia e 'n foco</l>
<l>sospinti son da stimoli pungenti.</l>
<l>Smisurato furor conduce e porta</l>
<l>oltre il sonante Ascanio, e i gioghi alpestri</l>
<l>d'Ida sublime, oltre l'Eufrate e 'l Tauro</l>
<l>l'avide madri del guerriero armento.</l>
<l>Passano i monti, e gli alti fiumi a nuoto,</l>
<l>fuggon tra sassi dirupati e scogli,</l>
<l>e per valli profonde, e non incontra,</l>
<l>o sole, al nascer tuo, nè contr'ad Euro,</l>
<l>ma verso Borea e Cauro, e donde attrista</l>
<l>d'oscura pioggia i cieli il nubilo Austro.</l>
<l>Quinci lento veneno alfin distilla,</l>
<l>che ippomane chiamò la prisca lingua</l>
<l>de gli antichi pastori. E fu sovente</l>
<l>scelto già da l'iniqua empia matrigna,</l>
<l>e con erbe maligne, e con parole</l>
<l>non innocenti, fu adoprato e misto.</l>
<l>Tanto potea l'amore e 'l dolce zelo</l>
<l>di più tenera prole in fero petto,</l>
<l>tanto ardente desio di nozze immonde,</l>
<l>che per natura si risveglia e 'nfiamma,</l>
<l>e ne gli orridi boschi ad aspra guerra</l>
<l>move non pur le dispietate belve,</l>
<l>ma i duci ancor de' mansueti armenti</l>
<l>pendon sospesi a la battaglia incerta,</l>
<l>che di piaghe e di sangue il petto irsuto</l>
<l>lor empie e sparge, e la superba fronte,</l>
<l>le mute spose e le cornute torme,</l>
<l>di cui debban seguir l'audace impero,</l>
<l>e la vittoriosa altera scorta.</l>
<l>E non osan partir la fera zuffa</l>
<l>maravigliando i lor maestri istessi.</l></lg>
<lg>
<l>E se l'amor de' figli, o quel ch'aggiunge</l>
<l>insieme a generar cupida coppia,</l>
<l>può tanto in cor ferino e 'n rigida alma,</l>
<l>in quei che fa di sè vaghi e superbi</l>
<l>nostra ragione e 'l nostro umano orgoglio,</l>
<l>quanto potrà? Qual maraviglia adunque,</l>
<l>s'una e due volte, anzi tre volte e quattro</l>
<l>per l'istessa cagion s'accese ed arse</l>
<l>de l'odio antico inestinguibil fiamma?</l>
<l>E l'Asia e incontra la superba Europa</l>
<l>di ferro e di furore armata in guerra,</l>
<l>strage e ruine, e fieri incendi ardenti</l>
<l>meschiando, ne ingombrar la terra e l'onde.</l></lg>
<lg>
<l>Nel fido cane ancor, se dritto estimi,</l>
<l>dove manca ragione il senso abonda;</l>
<l>e quel che a pena i più sublimi ingegni,</l>
<l>filosofando ne l'antiche scole</l>
<l>conobber de gli acuti sillogismi,</l>
<l>mentre varie figure in varie guise</l>
<l>tessean di lor con intricati nodi,</l>
<l>quello istesso, dico io, subito il cane</l>
<l>per sua natura agevolmente apprende.</l>
<l>Perchè trovando le vestigia impresse</l>
<l>de la timida lepre o pur del cervo,</l>
<l>arriva là dove si fende e parte</l>
<l>una strada in più strade; e 'ntorno a' primi</l>
<l>princìpi de le vie s'avolge e gira,</l>
<l>odorando i sentieri o i passi sparsi.</l>
<l>E fra se stesso in questa guisa intanto</l>
<l>sembra sillogizzar: "La vaga fera</l>
<l>o 'n quella parte o 'n questa ha volto il corso,</l>
<l>o per quest'altra almen s'indrizza e corre,</l>
<l>ma non sen va per questo o quel sentiero:</l>
<l>dunque per questa calle i passi affretta".</l>
<l>Così conchiude argomentando il cane,</l>
<l>e 'l pronto senso è di lunga arte in vece,</l>
<l>per cui rifiuta il falso e trova il vero.</l>
<l>Nè più ne ritrovar le varie sette,</l>
<l>scrivendo con lo stile o con la verga</l>
<l>ne l'arena del lido o 'n secca polve,</l>
<l>de gli argomenti le diverse forme.</l>
<l>E di tre varie cose ivi descritte</l>
<l>due condennando, come false, a morte,</l>
<l>l'altra approvaro, in cui rimase impressa</l>
<l>la verità, che nel soffiar de l'Austro</l>
<l>poi si cancella o nel gonfiar de l'onda.</l>
<l>E non s'avvede la superba mente</l>
<l>de gli orgogliosi e miseri mortali</l>
<l>che in polve è scritta ed in minuta arena</l>
<l>la verità che trova umano ingegno</l>
<l>senza lume divin, che l'alme illustra.</l>
<l>Onde ne l'imbrunir d'un breve giorno</l>
<l>la si porta e disperde il mare e 'l turbo.</l>
<l>E benchè antica età si glori e vanti</l>
<l>di sacre note e di colonne eccelse,</l>
<l>in cui descritte fur le nobili arti</l>
<l>in quel sacro a Mercurio adorno tempio,</l>
<l>e sian per fama ancora illustri e conte</l>
<l>l'altre colonne in cui serbar credeva</l>
<l>da' diluvi sicure e da gli incendi</l>
<l>mille antiche memorie a terra esparte;</l>
<l>in queste e quelle e nel cangiar del tempo</l>
<l>non rimane di lor vestigio o polve,</l>
<l>sì lunga notte involve i nomi e l'opre.</l>
<l>Ma contra il senso de' veloci cani</l>
<l>i timidi animali han senso ed arte,</l>
<l>onde sovente i lor vestigi istessi</l>
<l>soglion guastar, perchè la fuga occulta</l>
<l>segno palese non discopra e mostri.</l>
<l>E conoscono ancora i venti e l'aure,</l>
<l>ond'è portato a gli odoranti cani</l>
<l>il noto odor che gli tradisce e perde.</l>
<l>Così la Providenza in ogni parte</l>
<l>trapassa e giunge; ed al fugace scampo</l>
<l>de' paurosi ella talora intende,</l>
<l>e spesso lor concede in giusta preda</l>
<l>a gli animosi, e la virtù ferina</l>
<l>con le spoglie de' vinti onora, e pasce</l>
<l>pur di rapina le robuste forze.</l></lg>
<lg>
<l>Ma qual memoria è sì tenace e salda,</l>
<l>com'è quella talor del fido cane?</l>
<l>O qual d'animo grato e di costante</l>
<l>altri può meritar più chiara laude,</l>
<l>s'ardisce il fido can con fiero assalto</l>
<l>scacciar empio latron dal caro albergo,</l>
<l>vietando i furti al predator notturno?</l>
<l>Ed al pugnare ed al morire è pronto</l>
<l>con l'amato signore, o per l'amato</l>
<l>signore almeno, e conservarlo in vita,</l>
<l>se stesso offrendo a gloriosa morte.</l>
<l>Spesso inanzi al sublime altero seggio</l>
<l>de' giudici severi il fido cane</l>
<l>fu de' nocenti accusator latrando,</l>
<l>e spesso il muto testimonio indegno</l>
<l>non fu di fede; e cade in giusta parte</l>
<l>sovra il reo la temuta orrida penna.</l></lg>
<lg>
<l>In Antiochia già (come si narra)</l>
<l>in solitaria parte estinto giacque</l>
<l>un uom, ch'un fedel cane avea compagno,</l>
<l>ne l'ora che, tra 'l lume incerta e l'ombra,</l>
<l>la queta notte dal sonoro giorno</l>
<l>strepitosa divide, e desta a l'opre</l>
<l>i mortai faticosi, e gli richiama</l>
<l>da le fatiche al lor riposo amico.</l>
<l>E l'uccisor ch'ebbe mercede in guerra,</l>
<l>era uom crudel di sangue e di corrucci,</l>
<l>che si pensò celar la fiera morte</l>
<l>sotto l'oscuro e tenebroso manto</l>
<l>della caliginosa e fredda notte;</l>
<l>e dal medesmo manto andò coperto</l>
<l>in più lontana e più secura parte.</l>
<l>Giacea ne l'atro sangue il corpo estinto,</l>
<l>squallido, immondo e pien di morte il volto.</l>
<l>Sparso era intorno a rimirarlo il volgo.</l>
<l>Il can gemendo in lagrimabil suono</l>
<l>piangea del suo signor l'orrida morte.</l>
<l>Intanto quel che de l'iniquo fatto</l>
<l>dianzi contaminato indi partissi,</l>
<l>per non esser sospetto e 'ntiera fede</l>
<l>d'innocenzia acquistarsi, ivi con gli altri</l>
<l>a parlar de l'atroce orribil caso</l>
<l>facea ritorno con sicura fronte,</l>
<l>tanta è la fraude de l'umano ingegno.</l>
<l>Entrando in quella folta ampia corona</l>
<l>del popol vario, assai pietoso in vista</l>
<l>s'appressava a colui ch'anciso giacque.</l>
<l>Allor cessando alquanto il fido cane</l>
<l>dal lamentabil gemito dolente,</l>
<l>prese de la vendetta orribil armi,</l>
<l>e preso il tenne con gli acuti denti,</l>
<l>e mormorando in miserabil verso</l>
<l>tutti converse in doloroso pianto.</l>
<l>E fede ei fatta a la mirabil prova,</l>
<l>solo il tenne fra molti, e non lasciollo,</l>
<l>nè rallentollo da' tenaci morsi;</l>
<l>alfin turbato il reo dal certo indizio,</l>
<l>ritorcer in altrui la grave colpa</l>
<l>non potea più de l'odio e de lo sdegno</l>
<l>e de l'ingiurioso e grave oltraggio,</l>
<l>nè 'l sospetto estirpar del propio fallo</l>
<l>ne l'altrui mente infisso. E 'n questa guisa</l>
<l>far vendetta potea, ma non difesa,</l>
<l>da un quasi muto accusator latrante.</l>
<l>È preso e vinto, e condannato a morte.</l></lg>
<lg>
<l>Ma chi potria le maraviglie antiche</l>
<l>narrar de' cani e i rari illustri essempi?</l>
<l>e chi sepolti entro l'istessa tomba</l>
<l>mostrarli col signore? o 'n rogo ardente</l>
<l>co' medesmi onorarli accesi ed arsi?</l>
<l>o 'n guerra pur tra folte schiere ed armi</l>
<l>celebrar la nativa e invitta fede?</l>
<l>chi de' tiranni e de' nemici estinti</l>
<l>oserà di sacrar sanguigne spoglie</l>
<l>a la gloria de' cani, e 'n viva pietra</l>
<l>scolpirli, e 'n lei segnar l'imprese e i nomi</l>
<l>di quei famosi, che da lunga guerra</l>
<l>e lungo essiglio trionfando insieme</l>
<l>co' fidi amici, ritornaro alfine</l>
<l>ne l'alta patria che circonda il mare?</l>
<l>Seppelo ben la Grecia antica e 'l vide,</l>
<l>che tante isole in seno inonda e chiude.</l>
<l>Taccio ne' monti e ne l'alpestri selve</l>
<l>tante vittorie loro antiche e nove,</l>
<l>taccio i capi recisi e 'n alto affissi,</l>
<l>e taccio di feroci orride belve</l>
<l>in guisa di trofei sospese spoglie.</l></lg>
<lg>
<l>Ma dove ancora io voi tralascio a dietro,</l>
<l>o 'n brevissimo dir astringo e premo,</l>
<l>destrier veloci e portatori illustri</l>
<l>de' cavalieri in gloriosa guerra</l>
<l>e 'n polveroso arringo, e 'n largo campo</l>
<l>de gli onori compagni e del periglio?</l>
<l>Sete guerrieri voi, che mossi a prova</l>
<l>al chiaro suon de la canora tromba</l>
<l>avete parte in sanguinosa preda,</l>
<l>e 'n auree spoglie e 'n onorata palma.</l>
<l>E 'l vide già non pur l'antica Pisa</l>
<l>ne' vari giochi, e 'l celebrato Olimpo,</l>
<l>ma Tebe e Troia, anzi gli spazi e i lustri</l>
<l>ch'ebber d'Olimpo misurato il nome,</l>
<l>e Maratona e Leutra, e poscia ed ante</l>
<l>de la nobil Farsaglia i piani e i monti,</l>
<l>ove portando pria sul forte dorso</l>
<l>ne le battaglie il cavalier novello,</l>
<l>miracol novo e non veduto mostro,</l>
<l>somigliaste il biforme alto centauro.</l>
<l>Chi potrebbe di voi le spoglie e i pregi</l>
<l>narrare a pieno e le fatiche e i merti?</l>
<l>Voi spargeste non pur ne l'alte imprese</l>
<l>col piagato signore il largo sangue,</l>
<l>ma, se creder ciò lece, il largo pianto</l>
<l>ancor versaste con affetto umano,</l>
<l>lagrimando sua dura, acerba morte.</l>
<l>Voi parte in gran trionfo e 'n nobil tomba</l>
<l>co' regi aveste e con gli eroi vetusti,</l>
<l>e deste 'l nome a la città famosa</l>
<l>sepolta, e serba ancor la fama il grido.</l>
<l>E voi non di tridente, onde percossa</l>
<l>partorisca la terra, altera prole</l>
<l>foste, nè vi formò terrena destra.</l>
<l>Ma l'alta voce del Signore eterno,</l>
<l>più di tromba sonante, al nascer vostro</l>
<l>principio diè, pria che di terra in terra</l>
<l>la sua possente man formasse Adamo.</l>
<l>E questa, che più chiara ognor rimbomba</l>
<l>ne la natura obediente ancella,</l>
<l>di voi perpetua la progenie e 'l nome.</l>
<l>Ma quel guerriero in voi superbo spirto,</l>
<l>ch'a l'uom quasi vi fa d'onor congiunti,</l>
<l>umilii con l'essempio il Re celeste,</l>
<l>che fra ben mille olive e mille palme</l>
<l>premer degnò d'un asinello il tergo,</l>
<l>e voi concesse a' gloriosi augusti,</l>
<l>a' magnanimi regi, a' duci invitti.</l>
<l>In guisa tal che l'alterezza e 'l fasto</l>
<l>ed ogni altra mondana illustre pompa</l>
<l>a l'umiltà conceda i primi onori,</l>
<l>ed a quell'umil sofferenza e queta</l>
<l>ch'al mansueto gli omeri prepara,</l>
<l>e nel presepio ha più sublime luogo</l>
<l>e più vicino al Regnator celeste,</l>
<l>che 'n ciel tra' favolosi e vani onori</l>
<l>non ha il destriero, o sua fallace imago.</l></lg>
<lg>
<l>Ma qual mi porta spaziando e tarda</l>
<l>studio o vaghezza oltre il prescritto giro?</l>
<l>Torniamo a contemplar de l'opre estreme</l>
<l>fatte da Dio la providenza e l'arte.</l>
<l>Chè providenza fu, non sorte o caso,</l>
<l>che de l'atroci e immansuete belve</l>
<l>fè la progenie indomita e superba</l>
<l>quasi infeconda, e la ristrinse in pochi.</l>
<l>Fece a l'incontra fertile e feconda</l>
<l>de' timorosi la fugace prole,</l>
<l>di cui suol farsi agevolmente in caccia</l>
<l>larga e diversa preda. E quinci aviene</l>
<l>che molti figli suol produrre al parto</l>
<l>la timidetta lepre. A coppia a coppia</l>
<l>gli parturisce la selvaggia capra,</l>
<l>e de' gemelli ancor l'agna silvestre</l>
<l>suol andar grave, e generarli insieme,</l>
<l>perchè non manchi da vorace fera</l>
<l>consumata la stirpe. E d'altra parte</l>
<l>la fiera leonessa a pena è madre</l>
<l>d'un figlio sol, che 'l lacerato ventre</l>
<l>s'apre co' duri artigli; e 'n questa guisa</l>
<l>ancidendo la madre allor ch'ei nasce,</l>
<l>al nascer suo fa sanguinoso il varco.</l>
<l>E la vipera ancor fiera mercede</l>
<l>rende a la genitrice, e fuor se n'esce</l>
<l>rodendo l'alvo a la pregnante serpe.</l>
<l>Se de' vari animali ancor rimiri</l>
<l>le varie parti, a te non fia nascosto</l>
<l>il magistero del fattore eterno,</l>
<l>che nulla fece in lor soverchio o manco.</l>
<l>Perchè volle adattare acuti denti,</l>
<l>e quinci e quindi, a le feroci belve</l>
<l>devoratrici di sanguigno pasto.</l>
<l>Ma d'una parte sola armaro i denti</l>
<l>quelle c'han vario cibo e vari paschi</l>
<l>ne' verdi prati, e 'l ruminar concesse</l>
<l>a le innocenti in oziosa vita.</l>
<l>E le gole e le pelli e i ventri e i seni</l>
<l>e le reti con l'altre incerte parti</l>
<l>ove s'accoglie, onde trapassa il cibo,</l>
<l>onde nutrisce le diverse membra</l>
<l>il puro e leve, e l'altro impuro e grave</l>
<l>poi ritrova a l'uscir aperto il varco,</l>
<l>non son vani artifici, o fatti indarno,</l>
<l>ma necessari; e di ciascuno appare</l>
<l>e l'uso e 'l pro per cui mantiensi in vita,</l>
<l>o breve o lunga, l'animal terrestre.</l>
<l>Del camelo africano è lungo il collo</l>
<l>in guisa tal ch'a' piedi egli s'adegua,</l>
<l>e giunge a l'erbe onde si pasce e vive.</l>
<l>Quasi a le spalle il breve collo inesta</l>
<l>l'orsa e 'l leone e la vorace tigre,</l>
<l>e gli altri tali che di frutti e d'erba</l>
<l>non hanno il caro nutrimento usato,</l>
<l>nè son costretti d'inchinarsi a terra,</l>
<l>ma sol vivon di sangue e di rapina.</l></lg>
<lg>
<l>A qual uso è prodotto e che ricerca</l>
<l>quel de' grandi elefanti orribil naso,</l>
<l>che proboscide ancor l'Italia appella?</l>
<l>Ad animal sì grande, e quasi vasto,</l>
<l>che di grandezza ogni terrena avanza</l>
<l>bestia superba, gli fu dato ad arte,</l>
<l>perchè dar possa altrui tema e spavento.</l>
<l>Quasi di collo ancor l'officio adempie,</l>
<l>però che breve ha 'l collo, e non l'agguaglia</l>
<l>a' piedi, e se l'avesse ancor più lungo</l>
<l>mal sostener potria la mole e 'l pondo.</l>
<l>Però col naso ei si provede, e prende</l>
<l>col naso il cibo, e 'n guisa è cavo a dentro</l>
<l>l'estranio naso, che raccoglie e serva</l>
<l>nel voto suo del ragunato umore</l>
<l>i quasi laghi onde la sete estingua.</l>
<l>Di fiume in guisa poi gli irriga e sparge,</l>
<l>come lucido fonte in bianco marmo</l>
<l>scolpito da maestra e dotta mano.</l>
<l>E d'urna in vece effigiata belva</l>
<l>con estrania sembianza orrida in atto,</l>
<l>la qual dal naso o da l'aperta bocca,</l>
<l>o d'altra parte d'acqua infonde e versa</l>
<l>i larghi rivi, e 'l suol n'asperge intorno.</l>
<l>Così la smisurata indica fera</l>
<l>del pria raccolto umor fa larga copia</l>
<l>mirabilmente: onde il suo naso assembra</l>
<l>fontana di natura emula e d'arte.</l>
<l>Ma con l'istesso naso ancor sovente</l>
<l>suol far l'officio di pieghevol mano,</l>
<l>in tante guise egli il ritorce e stende,</l>
<l>e col medesmo ancor placido e queto</l>
<l>ed innocente, ei suol passar per mezzo</l>
<l>le mansuete e semplicette gregge</l>
<l>senza noiar le pecorelle umili,</l>
<l>che le cedono il passo e quinci e quindi.</l>
<l>Ma i più feroci impetuoso afferra</l>
<l>e leva in aria, e poi gli spinge a forza</l>
<l>precipitando orribilmente a terra.</l>
<l>Così gran sasso, ancor levato in alto</l>
<l>da machina, talor ruina a basso</l>
<l>da lei sospinto o dal suo propio pondo.</l>
<l>Ma come il collo e la cervice è breve,</l>
<l>altrimenti saria soverchio peso</l>
<l>del vasto corpo, che s'appoggia e ferma</l>
<l>sovra i suoi mal composti e rozzi piedi,</l>
<l>che non mostran giuntura onde distinti</l>
<l>siano, e le gambe son di travi in vece,</l>
<l>o di colonne a la gravosa mole.</l>
<l>E 'n guisa d'uomo ei sol l'incurva e piega</l>
<l>mentre egli siede, ma si volge e pende</l>
<l>sempre o sul manco lato o pur sul destro,</l>
<l>perchè impedito dal soverchio pondo,</l>
<l>sovra entrambi non può star dritto e pari:</l>
<l>però si vede ognor pendente e chino</l>
<l>ne l'un de' lati allor che siede e posa.</l>
<l>Anzi de le ginocchia ei sol ripiega</l>
<l>le diretane, e l'uomo in ciò somiglia;</l>
<l>l'altre rigide stansi e dure e salde,</l>
<l>onde s'appoggia ad un selvaggio tronco</l>
<l>d'orrida pianta. Ivi riposa e dorme</l>
<l>un suo duro profondo e pigro sonno;</l>
<l>ma la pianta si piega al peso e frange.</l>
<l>Talvolta ancora ella recisa e tronca</l>
<l>dal cacciator, che dei suoi lunghi denti</l>
<l>cerca l'avorio, ch'è si cara merce</l>
<l>onde si faccia poi mirabil opra</l>
<l>e di barbara man raro lavoro,</l>
<l>cade al cader del suo rotto sostegno</l>
<l>la fera belva ruinosa a basso,</l>
<l>come edificio che di scossa terra</l>
<l>il moto crolla, e vacillando adegua</l>
<l>al suol ch'è di ruine ingombro e sparso.</l>
<l>Nè potendo ella poi levarsi in alto,</l>
<l>è dal gemito suo tradita a morte,</l>
<l>chè gli passan con l'armi il molle ventre;</l>
<l>nè potean penetrar l'irsuto dorso</l>
<l>con lance e strali, e l'altre esterne parti</l>
<l>de l'elefante, che si lagna e more.</l>
<l>Ma sovra le sue grosse orride spalle</l>
<l>ei suol portare in perigliosa guerra</l>
<l>torre che grave appar d'armate genti;</l>
<l>e portando il gran peso ei tutto atterra</l>
<l>ciò che rincontra, e par volubil monte</l>
<l>od animata rocca il fero mostro,</l>
<l>onde solean già gli Africani e gl'Indi</l>
<l>perturbar le nemiche avverse schiere,</l>
<l>e l'armi sanguinose a terra sparse</l>
<l>calcar sovente e le abbattute squadre.</l>
<l>Questa gran fera, se non more o cade</l>
<l>in lacrimosa guerra o 'n fera caccia,</l>
<l>anni trecento vive; e senso e spirto</l>
<l>ha di pietà, talchè devota adora</l>
<l>l'algente luna che le notti illustra.</l></lg>
<lg>
<l>Un'altra fera è là nel freddo clima,</l>
<l>dove l'Orsa dal cielo i fiumi agghiaccia,</l>
<l>nè di pietà, nè di grandezza eguale.</l>
<l>La qual pensando a la futura fame,</l>
<l>conserva fa del divorato pasto</l>
<l>in un propio nativo e largo vaso</l>
<l>ove il ripone, e al maggior uopo, e serva.</l>
<l>Trattone 'l poscia, indi si ciba e pasce.</l>
<l>Così di cibo l'un, d'umore e d'onda</l>
<l>provido l'altro, non patisce inopia,</l>
<l>in guisa di città ch'assedio e guerra</l>
<l>aspetta, e 'ntanto si provede, ed empie</l>
<l>di ciò ch'al vitto uom chiede, i cari alberghi</l>
<l>e i larghi vasi e le profonde fosse.</l>
<l>Ma pur questo animal sì fiero e grande,</l>
<l>cui Roma vide trionfante e lieta</l>
<l>quando Leon sedea ne l'alta sede,</l>
<l>domato a l'uom soggiace. E 'n questa guisa</l>
<l>volle mostrarne Dio, che tutto fece,</l>
<l>i feroci animali a l'uom soggetti,</l>
<l>a l'uom sua viva e sua diletta imago,</l>
<l>a l'uom che 'n guisa d'immortale erede</l>
<l>de le cose divine elegge e chiama</l>
<l>a l'alta gloria del celeste regno.</l>
<l>E non sol lece contemplar mirando</l>
<l>ne gli animali più feroci e grandi</l>
<l>quella divina providenza ed arte.</l>
<l>Chè ne' piccioli ancora ella si mostra,</l>
<l>sì come ancor non men de l'alto monte</l>
<l>che vicino a le nubi al ciel s'inalza,</l>
<l>mirabil sembra la profonda valle,</l>
<l>dove si schivi il fiero orgoglio e l'ira</l>
<l>de' venti usati a ricercar mai sempre</l>
<l>l'eccelse parti, e si ricovra e scampa</l>
<l>in queta parte e sotto un puro cielo</l>
<l>che 'n sè conserva tepido, sereno.</l>
<l>A l'elefante, ch'è sì fero e grande,</l>
<l>spavento dà con paurosa vista</l>
<l>(chi 'l crederebbe?) il vile e picciol topo.</l>
<l>Lo scorpio ancora orrido appare a' grandi,</l>
<l>d'armi pungenti e di veleno armato.</l></lg>
<lg>
<l>Ma non però la temeraria lingua</l>
<l>il suo veleno in Dio rivolga e versi,</l>
<l>nè le dia colpa che 'l serpente e 'l drago</l>
<l>egli facesse e 'l verme e 'l picciol angue,</l>
<l>che lunge saettando amaro tosco</l>
<l>ancide l'uom con dolorosa morte.</l>
<l>Chè 'n questa guisa ancor s'accusa il mastro,</l>
<l>se da la temeraria età proterva,</l>
<l>che ribellando a la ragion contrasta,</l>
<l>temer si fa con la severa sferza,</l>
<l>e con dure percosse e dure piaghe.</l>
<l>E 'l medico in tal modo ancor s'incolpa,</l>
<l>ch'indi ricerca medicina a' mali.</l>
<l>Tu, se confidi in Dio, securo ascendi</l>
<l>il basilisco venenoso e l'aspe,</l>
<l>e 'l leone e 'l dragon supprimi e calca,</l>
<l>che sopporran al piè securo e giusto</l>
<l>la domita cervice e 'l collo a forza.</l>
<l>E di Paulo t'affidi il chiaro essempio,</l>
<l>a la cui santa e inviolabil destra,</l>
<l>mentr'ei disceso ne l'apriche rive</l>
<l>di Malta raccogliea materia al foco,</l>
<l>la vipera non diè tormento o morte,</l>
<l>nè quel che di leggier s'appiglia e serpe</l>
<l>tosco micidiale a lei s'apprese,</l>
<l>tanto la grazia può d'alma innocente.</l>
<l>Ma debbo io far noiosa e fiera istoria</l>
<l>di vipere crudeli e di ceraste?</l>
<l>D'idre, che di colubri un folto vallo</l>
<l>sibilando si fan d'intorno al collo</l>
<l>ceruleo e gonfio, ed a l'orribil testa?</l>
<l>o pur d'aspidi sordi al forte carme?</l>
<l>o di faree, di cencri e di chelidri?</l>
<l>d'alfasibene, o del serpente acceso,</l>
<l>che dardo sembra, e come dardo il tosco</l>
<l>uccisor de' mortali avventa e lancia?</l>
<l>O pur di te, che più famosa palma</l>
<l>fra le pesti africane ancor t'acquisti</l>
<l>nocendo altrui? nè sol lo spirto e l'alma,</l>
<l>ma 'l cadavero istesso a morte involi,</l>
<l>anzi il rapisci, e gliel consumi a forza?</l></lg>
<lg>
<l>Come il pittor che de le membra estinte</l>
<l>il pallor, lo squallor dipinge, ed orna</l>
<l>di colori di morte essangue aspetto,</l>
<l>parte ci aggiunge orride fere e mostri</l>
<l>spaventosi, e gli fa sembianti al vero,</l>
<l>ma dove il vero di spavento ingombra,</l>
<l>de le pinte sembianze il falso inganno</l>
<l>altrui diletta e 'l magistero adorno;</l>
<l>così con questi miei colori e lumi</l>
<l>di poetico stil, con queste insieme</l>
<l>ombre di poesia, terribil forme</l>
<l>fingo, e fingendo di piacer m'ingegno</l>
<l>a gli alti ingegni, e dal profondo orrore</l>
<l>trar quel diletto che i più saggi appaghi.</l>
<l>Ma pur ischivo altrui fastidio e scherno,</l>
<l>e per questa di fere e di serpenti</l>
<l>arida, adusta e spaventosa arena</l>
<l>più non mi spazio; ed a più lieti obbietti</l>
<l>quasi novo Caton mirando io varco.</l></lg>
<lg>
<l>Ma i frettolosi passi anco ritarda</l>
<l>larga schiera di estrani orridi mostri,</l>
<l>e di vari animai volanti a stuolo,</l>
<l>che da putride membra estinto corpo</l>
<l>produsse; o senza seme e senza padre</l>
<l>l'antica madre ancor produce e figlia</l>
<l>dal riscaldato e 'nsieme umido grembo.</l>
<l>E queste innumerabili e vaganti</l>
<l>danno anzi noia che terrore o doglia.</l>
<l>Quante, oh quante ne veggio in nubi o 'n ombra</l>
<l>volarmi intorno ed oscurarne il cielo!</l>
<l>Ma chi gli scaccia in trapassando e sgombra?</l>
<l>Il tuo lume gli scacci, o Padre eterno,</l>
<l>ch'io chiedo a te, dove dal santo il santo</l>
<l>par che discordi e fu contrario in parte,</l>
<l>se tu Dio fosti creator di mosche.</l>
<l>Io, quanto lece per ragione umana,</l>
<l>ch'al tuo lume divin si illustri e 'nformi,</l>
<l>oso affermar che tu creasti allora</l>
<l>in lor perfetta età maturi i parti.</l></lg>
<lg>
<l>E la progenie e le diverse stirpi</l>
<l>di piante e d'animai perfette usciro</l>
<l>nel bel paese de la chiara luce</l>
<l>a l'alta voce del suo santo impero;</l>
<l>e non fu alcuna tralasciata a dietro</l>
<l>de le selvaggie ed infeconde piante,</l>
<l>o pur de le feconde; e già nascendo</l>
<l>sin dal principio erano adorne e gravi</l>
<l>di sue frondi ciascuna e de' suoi frutti.</l>
<l>E non, come oggi aviene, oggi a vicenda;</l>
<l>mentre sue volte ogni stagione alterna,</l>
<l>son generate, e non già tutte insieme.</l>
<l>Prima il fecondo seme è sparso in terra,</l>
<l>o pur la stirpe in suol profondo affissa,</l>
<l>e poi nascer veggiam le piante e l'erbe,</l>
<l>ed avanzar crescendo; e d'una parte</l>
<l>le radici mandar sotterra a dentro</l>
<l>di fondamenti in guisa, e d'altro lato</l>
<l>verso il cielo inalzare il tronco e i rami,</l>
<l>e poscia germogliar le fronde e i fiori.</l>
<l>Ultimo nasce il frutto, e 'nchino ei pende,</l>
<l>ma non maturo nè perfetto ancora</l>
<l>a poco a poco ei si trasmuta, e cangia</l>
<l>molti vari sembianti e molte forme.</l>
<l>Prima minuto è sì che gli occhi inganna,</l>
<l>e quasi da la vista egli s'invola,</l>
<l>e rassomiglia gli atomi volanti</l>
<l>che ci appaion del sole a' chiari raggi;</l>
<l>da poi nutrito de l'umor terrestre</l>
<l>ed irrigato da rugiade ed aure,</l>
<l>si nutre e cresce e si colora e tinge,</l>
<l>come opra ei fusse di pittore illustre.</l>
<l>Ma quando Dio creò di novo il mondo,</l>
<l>tutte le selve di frondose piante</l>
<l>perfette egli produsse, e i dolci frutti</l>
<l>tra' rami si vedean, non mica acerbi</l>
<l>quasi a pena cominci, anzi maturi</l>
<l>faceano invito a' non ancor prodotti</l>
<l>animali, e devean la fame e 'l gusto</l>
<l>lusingar tosto a le dolcezze ignote.</l>
<l>Gravida ancora a quel sovrano impero</l>
<l>la terra partorì la stirpe e l'erbe</l>
<l>e dolci frutti, in cui virtù nativa</l>
<l>era nascosta di fecondo germe</l>
<l>e di seme immortal, che quasi eterno</l>
<l>devea poi rinovar le cose estinte.</l>
<l>E gli animali poi creati insieme</l>
<l>vestiti fur de le sue pelli irsute,</l>
<l>o di candida, molle e pura lana,</l>
<l>e di sue corna e di pungenti artigli</l>
<l>ciascun apparve immantinente armato</l>
<l>ne l'età sua perfetta e già matura.</l>
<l>Nè de la prima infanzia allor conobbe</l>
<l>alcuno il tempo, e in non cresciute membra.</l></lg>
<lg>
<l>Anzi questa gran mole ancor novella,</l>
<l>questo grande, dico io, mirabil mondo</l>
<l>non conobbe l'infanzia, e tutto insieme</l>
<l>perfetto apparve, e ne l'aspettto adorno.</l>
<l>Ma non fur opre tue gli orridi mostri?</l>
<l>Opre tue non fur già, maestro e padre</l>
<l>de la natura, ma sol vizio e colpa</l>
<l>de la materia a dismisura ingiusta,</l>
<l>ch'or ha difetto, or nel soverchio abonda.</l>
<l>E s'adivien giamai che 'l maschio seme</l>
<l>debole e raro sia del veglio stanco,</l>
<l>o sparso dal fanciul, nè vincer possa</l>
<l>con quella sua virtù ch'informa e move</l>
<l>ne' chiostri occulti del femineo ventre</l>
<l>l'indigesta materia umida e informe,</l>
<l>femina nasce; e ch'ella nasca è d'uopo,</l>
<l>e se non caro, è necessario il parto.</l>
<l>Ma d'uopo già non è che sia prodotto</l>
<l>orrido mostro al mondo; e non ci nasce</l>
<l>per grazioso fin, ma grazia o fine</l>
<l>non ha nascendo, e la materia invitta</l>
<l>e ribellante a la miglior natura,</l>
<l>ch'al meglio è sempre in operando intenta,</l>
<l>è impossente cagion del nato mostro.</l>
<l>Ma la materia vinta, e non ribella</l>
<l>nè 'n contender ritrosa, accoglie in grembo</l>
<l>le forme obediente, e quinci nasce</l>
<l>maschio il figliolo, e di bellezze adorno</l>
<l>e di fattezze al genitor sembiante.</l>
<l>E chiunque traligna, al propio padre</l>
<l>ed a la stirpe de' maggior antica</l>
<l>dissimil fatto, è quasi al mondo un mostro.</l>
<l>E spesso avien ch'egli traligni in guisa</l>
<l>degenerando da progenie illustre,</l>
<l>che da l'umanità quasi è diverso.</l>
<l>Ned uomo è più, ma d'odioso aspetto</l>
<l>del male sparso e mal concetto seme</l>
<l>un mal nato animal ci nasce e vive</l>
<l>ch'è detto mostro. E la natura istessa</l>
<l>lo schiva ed odia, e disdegnando abborre.</l>
<l>E già, come divolga antica istoria,</l>
<l>con testa di monton nacque un fanciullo,</l>
<l>e con testa di bue poi l'altro apparse.</l>
<l>Ed un vitello ancora ebbe nascendo</l>
<l>il capo di fanciul, l'ebbe di toro</l>
<l>un'umil pecorella e mansueta.</l>
<l>Ma chi non sa la mostruosa forma</l>
<l>de la chimera, in cui la capra aggiunta</l>
<l>era al leone e 'l leon giunto al drago?</l>
<l>E chi non sa sì come accoppia e mesce</l>
<l>l'istessa fama a la giumenta il grifo</l>
<l>là fra le nevi d'iperborei monti</l>
<l>o de' Rifei, dove ei difende e guarda</l>
<l>l'or sì bramato da' mortali erranti?</l>
<l>E forme sono ancora illustri e conte</l>
<l>quelle che figurò l'antico Egitto,</l>
<l>o l'Africa arenosa. E questa affisse</l>
<l>a l'uom di bue la spaventosa fronte,</l>
<l>e col vel ricoprì l'altere corna,</l>
<l>Giove Amon nominando il falso nume,</l>
<l>ed adorollo in suo famoso tempio,</l>
<l>ch'un tempestoso mar d'arene intorno</l>
<l>cinger solea ne' solitari campi.</l>
<l>Quel con faccia di cane altrui dipinse</l>
<l>o pur impresse il suo latrante Anubi,</l>
<l>oltre mille altri idoli suoi bugiardi.</l>
<l>E la Giudea da l'africano inganno</l>
<l>non fè diverso il simolacro o 'l mostro,</l>
<l>quando a Moloc i sacrifici offerse.</l>
<l>Ed a questo fallace e vano errore</l>
<l>origin prima diè natura, errando</l>
<l>oltre il suo fin nel mostruoso parto.</l>
<l>Suol partorir ancor di molte membra</l>
<l>confusi i mostri, e sul medesmo busto</l>
<l>molte giungere insieme orride teste,</l>
<l>o molti piè supporre al corpo istesso.</l>
<l>E quinci preso ardir la Fama audace</l>
<l>Briareo fece ed Egeon gigante,</l>
<l>e gli armò cento mani e cento braccia.</l>
<l>E di corone ancora ornò la fronte</l>
<l>di Gerione, e ne l'antica Spagna</l>
<l>collocollo in sublime ed alta sede.</l>
<l>Ma in questa guisa forse ella dipinse</l>
<l>l'anima umana imperiosa altera</l>
<l>in cui son tre potenze insieme aggiunte.</l></lg>
<lg>
<l>Or lasciando da parte occulti sensi</l>
<l>e di favole antiche ombre e misteri,</l>
<l>onde sua luce al vero ancor s'adombra,</l>
<l>simigliante cagion produce i mostri,</l>
<l>e d'offeso animal confonde e guasta</l>
<l>dentro al materno sen tenere membra,</l>
<l>o sia difetto di confuso seme</l>
<l>o di materia pur maligna colpa</l>
<l>e vizio innato; e ciò più spesso incontra</l>
<l>in quei che fan sì numeroso il parto.</l>
<l>Tal è del gallo la pennata madre,</l>
<l>e tale ancor la semplice colomba,</l>
<l>i cui figli talor confuse e miste</l>
<l>ebber le membra. E con due teste ancora</l>
<l>fu già veduto un orrido serpente.</l>
<l>Ed al buon servo di Gesù diletto</l>
<l>in quel sogno divin con sette apparse</l>
<l>l'estrania belva, a cui lasciva donna</l>
<l>premendo assisa alteramente il tergo,</l>
<l>attrasse i regi a gli impudici amori.</l>
<l>Con sette è finto l'animal di Lerna,</l>
<l>orrida peste, e rinascenti al ferro</l>
<l>fur creduti que' capi e 'ndarno tronchi.</l>
<l>Tralascio alfin de l'animal rinchiuso</l>
<l>nel laberinto la dubbiosa forma,</l>
<l>e tralascio di Sfingi e di Centauri,</l>
<l>di Polifemo e di Ciclopi appresso,</l>
<l>di Satiri, di Fauni e di Silvani,</l>
<l>di Pani e d'Egipani e d'altri erranti,</l>
<l>ch'empier le solitarie inculte selve,</l>
<l>l'antiche maraviglie; e quello accolto</l>
<l>essercito di Bacco in Oriente,</l>
<l>ond'egli vinse e trionfò de gl'Indi,</l>
<l>tornando glorioso a' greci lidi,</l>
<l>sì com'è favoloso antico grido.</l>
<l>E lascio gli Arimaspi, e quei ch'al sole</l>
<l>si fan col piè giacendo e schermo ed ombra;</l>
<l>e i Pigmei favolosi in lunga guerra</l>
<l>con le gru rimarransi, e quanto unquanco</l>
<l>dipinse in carte l'Africa bugiarda.</l>
<l>Perchè vero non è che mai prodotti</l>
<l>fosser sì mostruosi e vari aspetti</l>
<l>da la natura; e s'è pur vero in parte,</l>
<l>Dio non produsse allor creando i mostri.</l>
<l>Però che mostro è quello in cui s'incolpa</l>
<l>difetto di materia o pur soverchio,</l>
<l>onde al suo genitor dissimil nasce;</l>
<l>ma rade volte, e 'n odiosa vista</l>
<l>è di natura vergognoso scorno.</l>
<l>O pur è segno onde il gran Re superno</l>
<l>sgomenta gli egri e miseri mortali,</l>
<l>e minaccia lor pena, morte e scempio.</l></lg>
<lg>
<l>Non fece allor creando il fabro eterno</l>
<l>i muli o pur le mule, e quelli e queste</l>
<l>illegittima prole e dubbio parto</l>
<l>fur poscia d'animai ch'aggiunse insieme</l>
<l>desio sfrenato di natura, e nacque</l>
<l>d'asino il forte mulo e di giumenta,</l>
<l>e di pronto destrier veloce al corso</l>
<l>la mula, ma di pigra e tarda madre.</l>
<l>E somigliando il generoso padre,</l>
<l>corse talvolta ne l'Olimpo a prova</l>
<l>e riportò correndo il caro pregio.</l>
<l>Ed or si gloria di portar sul dosso</l>
<l>sacri purpurei padri in Vaticano</l>
<l>in dì festo ed altero, e nobil pompa,</l>
<l>e incontra muove a' messaggieri eletti</l>
<l>de gli altri regi e de' famosi augusti.</l>
<l>Nacque talvolta del destrier corrente</l>
<l>il mulo ancora, e l'asina si vanta</l>
<l>pur anco di veloce e nobil madre.</l>
<l>Ma l'uno sparge non fecondo il seme,</l>
<l>l'altra l'accoglie in non fecondo ventre.</l>
<l>Però nascer non suol del mulo il mulo,</l>
<l>come da l'un veggiam nascer sovente</l>
<l>l'altro cavallo, e nel guerriero armento</l>
<l>succeder generoso al padre il figlio,</l>
<l>e la cagion di ciò varia s'adduce.</l>
<l>A' corrotti meati il cieco veglio</l>
<l>la reca, quel, dico io, per fama illustre,</l>
<l>ch'al vaneggiar de' miseri mortali</l>
<l>rider soleva, e le sciagure e i danni</l>
<l>del suo dotto ei degnò continuo riso.</l>
<l>Ma quel che si lanciò nel foco ardente</l>
<l>d'Etna sublime, e la sua vita (ahi folle!)</l>
<l>volse finir ne la fumante fiamma,</l>
<l>giudicò poi che mal s'apprenda insieme</l>
<l>il liquido col liquido commisto,</l>
<l>e si mescoli meglio il molle e 'l denso:</l>
<l>come adiviene a chi disface e fonde</l>
<l>i metalli diversi, e lor confonde,</l>
<l>che lo stagno e l'argento in un condensa.</l>
<l>Altri di più sublime e chiaro ingegno,</l>
<l>che fu maestro di color che sanno</l>
<l>quanto in mille sue scole insegna il mondo,</l>
<l>de la sterilità più tosto assegna</l>
<l>la più vera cagione al freddo seme.</l>
<l>Perch'è freddo animale e pigro e tardo</l>
<l>l'asino, e intolerante al freddo verno:</l>
<l>però di Scizia nel gelato clima</l>
<l>ei non ci nasce fra le nevi e 'l gelo,</l>
<l>benchè tra' Franchi ei nasca e fra' Britanni.</l>
<l>E de l'asino nato è freddo il mulo,</l>
<l>però sembiante al padre il freddo seme</l>
<l>il figlio non produce in freddo grembo.</l>
<l>Ma se addita talor per raro mostro,</l>
<l>maravigliando, de la mula il parto;</l>
<l>e 'l mulo ancor, quando sette anni ei compie,</l>
<l>si mesce alla giumenta, ed ella espone</l>
<l>novo portato del mirabil figlio.</l>
<l>Ma dove ardente sol la Siria accende</l>
<l>sovra Fenicia, già ne' tempi antichi</l>
<l>solean le mule partorir sovente</l>
<l>e de' muli nascean sembianti i muli,</l>
<l>talchè passò ne gli ultimi nepoti</l>
<l>la memoria de gli avi, e lungo tempo</l>
<l>la bastarda progenie in pregio fue.</l>
<l>Or mancata è la stirpe, e spento il nome</l>
<l>tra novi Siriani e tra Fenici,</l>
<l>nè vantar se ne può Sidone o Tiro.</l></lg>
<lg>
<l>Nascer soleva ancor ne' primi tempi</l>
<l>di cavallo e di cervo il figlio misto,</l>
<l>che prendeva l'onor di lunga chioma</l>
<l>e le vaghe ramose altere corna</l>
<l>d'entrambo suoi parenti insieme aggiunti:</l>
<l>illegitimo sì, ma bello e grande</l>
<l>mirabil figlio, e leve e presto al corso.</l>
<l>E poi crescendo gli pendeva al mento,</l>
<l>pur come barba fosse, il lungo vello.</l>
<l>Fra gli Aracoti già l'antiche selve</l>
<l>libera già pascendo errante fera,</l>
<l>dove pascer soleano i buoi selvaggi,</l>
<l>con muso adunco e con ritorte corna,</l>
<l>con nero pelo e con robuste membra.</l>
<l>Or non so chi più 'l veggia o dove appaia,</l>
<l>benchè ne' climi algenti orridi boschi</l>
<l>sogliano anco nutrire i buoi silvestri,</l>
<l>e sian fra noi famosi e gli uri e l'alce.</l>
<l>Ma del cavallo e del corrente cervo</l>
<l>par che non sia più noto il misto figlio;</l>
<l>nè 'l feroce destrier si giunge al pardo</l>
<l>in guisa tal che ne veggiamo il figlio,</l>
<l>sì come il rimirò l'età vetusta,</l>
<l>tanto l'onor de la bastarda prole</l>
<l>manca, volgendo gli anni, e 'l nome e 'l grido.</l>
<l>E questo avien perchè fatture ed opre</l>
<l>non fur di quel celeste eterno fabro,</l>
<l>il qual perpetue fa le varie stirpi</l>
<l>de gli animali, e lor rinova e serba.</l>
<l>Mancate son ancor l'estranie e miste</l>
<l>forme confuse d'animai feroci,</l>
<l>che presso a' fiumi accoppia Africa adusta,</l>
<l>d'orribil novità fiera e superba.</l>
<l>O van mancando, chè serbarsi in vita</l>
<l>lungamente non può di vario seme</l>
<l>la progenie illegitima ed incerta.</l>
<l>Sol legitima stirpe è quasi eterna,</l>
<l>sì come piacque al suo fattor creando.</l></lg>
<lg>
<l>Ma già vicino a l'alta e nobil meta,</l>
<l>a cui lasso cursor m'affretto e corro,</l>
<l>del bonaso m'avveggio e de l'iena</l>
<l>lasciata adietro, e de l'orribil fera</l>
<l>che l'ossa umane trae d'oscura tomba,</l>
<l>e la voce de l'uomo assembra e finge.</l>
<l>Veggio il rinoceronte adunco il naso,</l>
<l>e veggio te, che d'un bel corno altero,</l>
<l>purghi del tosco le turbate fonti.</l>
<l>Veggio che fra le nevi e l'alto ghiaccio</l>
<l>il rangifero, occulto al nostro mondo,</l>
<l>porta correndo le veloci rote.</l>
<l>Veggio mille altri, e ne l'algente zona</l>
<l>e 'n quella che più ferve e più s'infiamma,</l>
<l>qui non visti animai, ma chiari e conti</l>
<l>per lungo grido di perpetua fama.</l>
<l>Ma però non ritardo il lento corso,</l>
<l>già stanco e grave, e là m'appresso e giungo</l>
<l>dove tra le fiorite ombrose piante,</l>
<l>e fra mille vaghezze e mille odori,</l>
<l>l'uom creato da Dio m'aspetta e chiama.</l>
<l>Quale esperto figliol che 'n festa e 'n pompa</l>
<l>spaziò per città calcata e piena</l>
<l>de la minuta errante e bassa plebe,</l>
<l>se vede alfine in più sublime parte</l>
<l>del caro padre il venerato aspetto</l>
<l>là dove adorno di lontan risplende</l>
<l>un re possente di corone e d'ostro,</l>
<l>sdegna la varia turba e l'umil volgo,</l>
<l>e là ricovra ove l'affida e 'nvita</l>
<l>presso l'altera maiestate augusta</l>
<l>del genitore antico il lieto cenno</l>
<l>o pur l'imperiosa e nota voce;</l>
<l>tal per questo creato adorno mondo,</l>
<l>ch'è città di mortali e d'immortali</l>
<l>grande e sublime, in cui perpetue leggi</l>
<l>son prefisse ab eterno al viver nostro,</l>
<l>pur dianzi io m'avolgea bramoso e vago</l>
<l>di tante maraviglie a parte a parte,</l>
<l>tutte cercando e rimirando intorno,</l>
<l>onde fermai talvolta i tardi passi</l>
<l>fra gli animai, che son l'ignobil volgo.</l>
<l>Or che mi s'offre in venerabil fronte</l>
<l>nel paradiso il genitor vetusto,</l>
<l>non diviso anco dal suo Re sublime,</l>
<l>obliando tutto altro, a lui mi volgo,</l>
<l>ed odo voce che nel cor rimbomba,</l>
<l>non già da statua del bugiardo Apollo,</l>
<l>o da ruvida quercia o da spelunca,</l>
<l>nè d'idolo scolpito in legno o 'n marmi,</l>
<l>ma sin dal cielo e ben celeste assembra:</l>
<l>uom, conosci te stesso! Oh santa scorta</l>
<l>che per questo sentiero a Dio conduci,</l>
<l>perchè la nostra mente a Dio s'inalza</l>
<l>sovra se stessa, e lui conosce e intende,</l>
<l>nè contemplando i bei stellanti chiostri</l>
<l>e 'l gran giro del sol che tutto illustra,</l>
<l>così possiam ne l'invisibil luce</l>
<l>conoscere il gran Dio che fece il mondo,</l>
<l>come dal contemplar la nostra mente</l>
<l>a conoscer la sua leviamo in alto</l>
<l>l'ali del pronto e fervido pensiero,</l>
<l>che non si ferma ne gli umani obietti.</l>
<l>Ma qual luce de gli occhi, ove si giri,</l>
<l>ove si fermi, ivi rimira e scorge</l>
<l>prati, selve, campagne e mari e fiumi,</l>
<l>aspri monti, erti poggi ed ime valli,</l>
<l>pur non vede se stessa, e 'n chiaro speglio</l>
<l>sol di sè può veder la vera imago:</l>
<l>tal mente umana, che tutto altro intende,</l>
<l>quanto di fuor di lei dipinge ed orna</l>
<l>la mano e l'arte del gran mastro eterno,</l>
<l>non intende se stessa, e non conosce</l>
<l>quel ch'ella sia, se non s'illustra al sole</l>
<l>di verità, quasi cristallo ardente;</l>
<l>ed illustrata non rimira e guarda</l>
<l>come in ispeglio pur la propia forma,</l>
<l>e quel Signor che de la propia imago</l>
<l>la fece adorna, e di beltà sembiante.</l>
<l>S'ella è dunque di macchie orride aspersa,</l>
<l>tergasi, e puro in sè raccoglia il raggio</l>
<l>de la divinità, che in lei fiammeggia.</l></lg>
<lg>
<l>Poich'ebbe fatti gli animai terrestri,</l>
<l>l'opre sue buone Dio conobbe e disse:</l>
<l>"Facciam noi l'uom, come è la nostra imago</l>
<l>simil a noi". Fece la terra e 'l cielo</l>
<l>pur dianzi, e 'l sole e gli stellanti chiostri,</l>
<l>nè chiese aiuto o dimandò consiglio;</l>
<l>ed or creando l'uomo Ei si consiglia.</l>
<l>Tanta opra fu! Giudeo protervo ed empio,</l>
<l>odi la voce del Signor che parla.</l>
<l>Ed a chi parla? A se medesmo e seco.</l>
<l>Tu, che di verità sol vedi il lume,</l>
<l>sì come per fenestra acceso raggio,</l>
<l>ritroso e ribellante ancor ripugni?</l>
<l>nè tre varie persone in Dio conosci,</l>
<l>quasi sotto un bel velo a noi dimostre?</l>
<l>Qual sollecito mai notturno fabro,</l>
<l>o qual maestro di men nobile arte,</l>
<l>solo sedendo fra' suoi propi ordigni</l>
<l>là dove niuno altro insieme adopra,</l>
<l>dice a se stesso, e se medesmo affretta</l>
<l>con importuno e frettoloso impero:</l>
<l>"Facciam la spada, o pur l'adunca falce</l>
<l>facciamo immantinente, o 'l curvo aratro"?</l>
<l>Ciance son queste, anzi calunnie espresse</l>
<l>di falsa lingua a le menzogne avezza.</l>
<l>E s'infinge il giudeo, mentre figura</l>
<l>a se medesmo pur mentite larve.</l>
<l>E come orride belve a l'uomo infeste,</l>
<l>in angusta prigion ristrette e chiuse,</l>
<l>non potendo adempir l'ardente rabbia</l>
<l>fremono in quel serraglio, e 'n fero suono</l>
<l>dimostran l'amaror de l'ira accolto,</l>
<l>e la natia lor feritate interna;</l>
<l>così gli Ebrei sospinti a passi angusti</l>
<l>osano d'affermar che 'l Padre eterno</l>
<l>con gli angeli ragioni in questa guisa,</l>
<l>con gli angeli che stanno a lui d'intorno,</l>
<l>e gli angeli ministri a l'opre inviti.</l>
<l>Quasi egli chiami del consiglio a parte</l>
<l>i servi suoi, che sono a l'uom conservi,</l>
<l>e gli faccia signori in sì grande opra</l>
<l>in cui l'uomo è creato a Dio sembiante.</l>
<l>Qual magistero al suo maestro eguale</l>
<l>esser potrebbe? Oh sorda e cieca mente,</l>
<l>oh sciocchezza, oh follia d'alma profana!</l>
<l>Molti servi raccorre e farli degni</l>
<l>di tanto officio, e rifiutare il figlio?</l>
<l>Pensa a quel che poi segue: "A nostra imago</l>
<l>l'uomo facciam". Forse una imagin sola</l>
<l>ha con gli angeli Dio, come una forma</l>
<l>istessa è necessaria al Padre, al Figlio?</l>
<l>Ma ne l'uomo ed in Dio l'alta sembianza</l>
<l>non è figura o qualità del corpo,</l>
<l>ma solo è propio a la divina mente</l>
<l>l'imago, onde l'umana ancor s'informa,</l>
<l>e 'n tre potenze interne Iddio figura.</l>
<l>Perchè, sì come Dio se stesso intende,</l>
<l>e se stesso intendendo ama se stesso,</l>
<l>e quinci nasce l'intelletto eterno,</l>
<l>e d'ambo quindi e quinci eterno Amore</l>
<l>spira, e tre lumi sono e non tre dei,</l>
<l>ma tre persone in un sol Dio congiunte;</l>
<l>così la nostra mente in noi produce</l>
<l>la volontate e la memoria appresso</l>
<l>di questa e quella si figura e forma.</l>
<l>In guisa tal che la natura umana,</l>
<l>bench'una sia da tre virtù distinta,</l>
<l>in sè dimostra la divina imago</l>
<l>ed in se stessa Dio conosce ed ama.</l></lg>
<lg>
<l>Fece ancor somigliante il Padre eterno</l>
<l>l'anima e la ragion, ch'è l'uomo esterno,</l>
<l>a se medesmo, ch'è divino amore,</l>
<l>e de l'esterno Adam vestito intorno,</l>
<l>il tenne occulto e ricoperto a' sensi.</l>
<l>E però ch'egli è buono e saggio e giusto,</l>
<l>pietoso e forte in tolerar gli oltraggi,</l>
<l>lunga stagion ne soffre, e non s'affretta</l>
<l>a vendicarsi, e poi si placa e molce.</l>
<l>Tale ei creò l'uom primo, e 'l feo sembiante</l>
<l>nel puro amor, ch'è la virtù primiera,</l>
<l>e d'ogni altra virtù divina e sacra</l>
<l>impresse in lui mirabilmente i segni.</l>
<l>Come il pittore a la sua bella imago</l>
<l>col suo leggiadro stil colori e lumi</l>
<l>vari e diversi ognora aggiunge e sparge,</l>
<l>ed ombreggiando anco la va d'intorno,</l>
<l>sin ch'è perfetta la figura e l'arte;</l>
<l>così il pittor di nostra umana mente</l>
<l>colorò l'alma, e de' suoi raggi illustre</l>
<l>tutta la fece, e del color distinto</l>
<l>sempre accrescendo a lei splendori e lumi.</l>
<l>E come lo scultore al bianco marmo</l>
<l>col duro ferro e toglie sempre e scema</l>
<l>quel ch'è soverchio, e da l'incisa pietra</l>
<l>spira alfin quasi viva e vera forma,</l>
<l>così togliendo a la materia il fabro</l>
<l>de la natura, glorioso, eterno,</l>
<l>quel ch'avea di più duro e di terrestre,</l>
<l>l'uman sembiante in viva terra apparve:</l>
<l>talchè divenne l'uom sembiante imago</l>
<l>de la divinità che in Dio risplende.</l>
<l>Ma que' colori e la mirabil luce</l>
<l>d'altri falsi colori asperge e macchia</l>
<l>la progenie ch'ognor traligna e perde</l>
<l>le sue prime sembianze, e tutto adombra,</l>
<l>talchè Dio non somiglia, e quasi assembra</l>
<l>pittura tinta col pennel d'Averno</l>
<l>ed affumata in Flegetonte o in Lete,</l>
<l>la nostra umanità macchiata e lorda.</l>
<l>Dunque in se stesso l'uomo omai conosca</l>
<l>contaminate le divine forme,</l>
<l>e, mentre può, si ripolisca e terga,</l>
<l>e sempre a l'alma aggiunga e toglia al corpo,</l>
<l>perchè simil si veggia al primo essempio;</l>
<l>e l'uom figliolo al Re del ciel si mostri</l>
<l>e degno erede del celeste regno.</l></lg>
<lg>
<l>Poi benedisse Dio la cara imago</l>
<l>di sè, da sè creata, e disse appresso:</l>
<l>"Crescete in numerosa e bella prole,</l>
<l>riempite la terra, e lei soggetta</l>
<l>fate a l'arbitrio vostro, al vostro impero.</l>
<l>Signoreggiate in mar gli umidi pesci,</l>
<l>e ne i campi de l'aria i vaghi augelli,</l>
<l>e qualunque animal si move in terra</l>
<l>soggetto sia non meno al vostro regno".</l>
<l>In questa guisa tu creato a pena,</l>
<l>uom, creato re fosti, e l'alto impero</l>
<l>e la sublime potestate impressa</l>
<l>non ti fu data in secco o 'n fragil legno,</l>
<l>o ne le pieghe pur di breve carta,</l>
<l>perchè la roda alfin putrido verme,</l>
<l>ma la natura scritta in sè riserba</l>
<l>l'alta voce divina, e 'l chiaro suono</l>
<l>comandi, e 'l naturale e giusto impero</l>
<l>in terra estenda e dentro il mar sonante,</l>
<l>e nel sublime ancor de l'aria vaga.</l>
<l>Imperioso tu nascesti in prima.</l>
<l>Or perchè dunque servi a propi affetti</l>
<l>e la tua dignità disprezzi e perdi,</l>
<l>ligio omai fatto del peccato e servo?</l>
<l>Perchè te stesso prigionier cattivo</l>
<l>fai di Satàn, in sue catene avolto,</l>
<l>se già nascendo sei principe detto</l>
<l>de le cose create e re terrestre?</l>
<l>Perchè, quasi gittando, a terra spargi</l>
<l>quel che nostra natura ha in sè più degno</l>
<l>di riverenza e di sublime onore?</l>
<l>Qual a l'imperio tuo prescritto in terra</l>
<l>è fine, o pur ne l'aria o 'n mar profondo?</l>
<l>Se ben te stesso e lui misuri e scorgi,</l>
<l>non hai tu penne da volar nel cielo?</l></lg>
<lg>
<l>Ma l'ardita ragion nulla ritiene.</l>
<l>Questa con l'ali sue trapassa a volo</l>
<l>non pur de l'aria i più ventosi campi,</l>
<l>ma del ciel gli stellanti ed aurei chiostri.</l>
<l>E via men cupo e men profondo il mare</l>
<l>è del suo peregrino e vago ingegno,</l>
<l>che va spiando dentro a' salsi regni</l>
<l>i secreti de l'onde, e i seni, e i fondi,</l>
<l>e le sue occulte maraviglie, e quindi</l>
<l>vittorioso alfin ritorna in alto,</l>
<l>di saper ricco e d'immortal tesoro.</l>
<l>Così per arte de l'umano ingegno</l>
<l>prende tutte le cose e fa soggette.</l></lg>
<lg>
<l>E disse Dio di novo: "Ecco a voi diedi</l>
<l>ogni erba che da seme in terra sparso</l>
<l>germogli, ed ogni pianta, in cui semenza</l>
<l>è di sua stirpe. E quinci 'l cibo e l'esca</l>
<l>avrete, e 'l vitto insieme ancor n'avranno</l>
<l>i volanti del ciel sublimi augelli,</l>
<l>e i più gravi animai che in su la terra</l>
<l>move e trasporta l'anima vivente".</l>
<l>E 'n questa guisa ne l'antico stato</l>
<l>de l'innocenza, anco innocente il cibo</l>
<l>non macchiato di sangue e d'empia morte</l>
<l>contaminato, o da rapina ingiusta,</l>
<l>fu conceduto a l'uomo, e dato insieme</l>
<l>a l'animal, che senza sdegno ed ira</l>
<l>era soggetto al mansueto impero.</l>
<l>Non uccideva ancor d'erba nocente</l>
<l>maligno tosco o pur d'orribil angue,</l>
<l>ma tutto quel che producea nel grembo</l>
<l>la madre terra era salubre e caro.</l>
<l>Nè tinto ancor si avea l'artiglio e i denti</l>
<l>l'affamato leone o 'l lupo o l'orso;</l>
<l>nè l'avoltoio allor da corpo estinto</l>
<l>cercava il cibo, perchè morto ancora</l>
<l>non era alcuno, e de le morte membra</l>
<l>non era ancor molesto e grave il lezzo.</l>
<l>Ma pascolar ne' verdi erbosi prati,</l>
<l>in guisa di canori e bianchi cigni,</l>
<l>e sì come veggiam talvolta i cani,</l>
<l>cui la natura è mastra, andar pascendo</l>
<l>e ritrovar la medicina occulta,</l>
<l>così pascevan quei l'erbe novelle</l>
<l>ch'or son voraci di sanguigno pasto.</l>
<l>Non si faceva ancora ingiuria in caccia,</l>
<l>non eran tese ancor l'insidie ascoste</l>
<l>a la selvaggia e solitaria vita.</l>
<l>E i feroci animali a l'uomo amici,</l>
<l>tutti con lieto e con benigno aspetto,</l>
<l>placidi, umili, ivano errando intorno</l>
<l>obedienti a quel sì giusto impero.</l>
<l>Perchè non solo re d'orride belve,</l>
<l>e di serpenti o pur d'augei sublimi,</l>
<l>e di volanti in mare umidi pesci</l>
<l>era l'uom primo; ma signore e donno</l>
<l>ne' propi affetti avea lo scettro e 'l regno,</l>
<l>e suoi propi pensier teneva a freno</l>
<l>saldo e costante, imperioso e grave.</l>
<l>Ma poichè ribellante al santo impero</l>
<l>del Creator sprezzò l'alto divieto,</l>
<l>a lui mostrarsi ancor ribelle in guerra</l>
<l>l'orride belve; e le caduche membra,</l>
<l>che strugger poi devea l'orrida morte,</l>
<l>altro cibo nutria di sangue asperso,</l>
<l>cibo mortale, a' miseri mortali</l>
<l>dato per esca in men felice stato,</l>
<l>da poi che l'acque nel dilluvio accolte</l>
<l>ondeggiando coprir le piagge e i monti.</l></lg>
<lg>
<l>Ma perchè l'uom, divina e sacra imago,</l>
<l>l'alta origine prisca anco riserba,</l>
<l>non perde il natural suo primo impero</l>
<l>sovra le fiere, e può con giusta legge,</l>
<l>anzi con giusta e conceduta guerra,</l>
<l>farne preda e rapina e cibo e veste</l>
<l>a le sue faticose e dure membra.</l>
<l>Nè questa legge è ingiuriosa ed empia,</l>
<l>ma di natura, anzi del Re superno,</l>
<l>che fece serve a l'uom l'orride belve,</l>
<l>e le greggia e gli armenti e i vaghi augelli</l>
<l>e gli abitanti ancor del mare ondoso.</l></lg>
<lg>
<l>Così fu fatto. E Dio conobbe e vide</l>
<l>l'opere sue perfette. E 'l sesto giorno</l>
<l>ebbe qui fine, ed egli in sè riposo.</l></lg></div1>
<div1><head>7° Giorno</head>
<lg>
<l>Roma, da poi che 'l glorioso impero</l>
<l>ebbe disteso da l'occaso a l'orto</l>
<l>e per le parti d'Aquilone e d'Austro,</l>
<l>al popol vincitor mirabil vista</l>
<l>di duo teatri in un sol giorno offerse,</l>
<l>i quai si congiungean volgendo a torno.</l>
<l>Sì che le genti in lor divise e scevre,</l>
<l>di cui l'una pur dianzi a l'altra parte</l>
<l>si stava occulta, con l'unirsi insieme</l>
<l>ne l'ampia forma d'un perfetto giro,</l>
<l>si vider tutte, e non rimase ascosto</l>
<l>alcun di loro, anzi mirando a cerco</l>
<l>ripieni i gradi de l'assisa turba,</l>
<l>maraviglia e diletto ebber repente</l>
<l>pur de l'aspetto inusitato e novo.</l>
<l>Ma in questo ch'allor fece il mastro eterno</l>
<l>gran teatro e volubile e rotante,</l>
<l>ch'anfiteatro di sua gloria assembra,</l>
<l>bench'una spera sola in sè congiunti</l>
<l>duo rinchiuda diversi ampi emisperi,</l>
<l>pur l'uno a l'altro si nasconde e cela</l>
<l>e de l'opposte in lor divise genti</l>
<l>questa mai quella non rimira o scorge.</l>
<l>E già nulla n'intese, e 'n dubbio visse</l>
<l>se pur altri abitanti avesse il mondo,</l>
<l>o fosse in parte solitaria ed erma</l>
<l>la terra ignuda, o sotto l'onde ascosa.</l>
<l>Nè perchè sempre intorno il ciel si volga,</l>
<l>sarà giamai che la girante scena</l>
<l>mostri i popoli a noi c'han fissi incontra</l>
<l>i lor vestigi ne l'aprica terra,</l>
<l>o noi co' nostri alberghi a lor discopra</l>
<l>in questi quasi pur distinti gradi,</l>
<l>per cui s'inalza o si dechina il polo.</l>
<l>Ma quel che far non può volubil giro</l>
<l>di tanti cieli e 'nfaticabil corso,</l>
<l>fa de la mente che si volge e riede</l>
<l>in se medesma il rapido pensiero,</l>
<l>ch'è quasi un suo perpetuo e vario moto.</l>
<l>Perchè dinanzi a lui si toglie il velo</l>
<l>de la terra interposta, e 'n Dio mirando</l>
<l>scorge nel suo gran lume il mondo accolto,</l>
<l>che divien quasi angusto a l'alma accesa,</l>
<l>che fuor del mondo è rapta, e nulla adombra</l>
<l>i popoli co' regni a' lumi interni.</l>
<l>Talchè ne' gradi lor disposti intorno</l>
<l>sol contemplando, il pellegrino ingegno</l>
<l>scopre i Finmarchi e gli ultimi Biarmi,</l>
<l>e scopre insieme gli Etiopi e gli Indi.</l>
<l>E d'un lato gli appare il freddo Carro</l>
<l>e 'l pigro Arturo, e pur nel tempo istesso</l>
<l>altro polo, altri lumi insieme ei scorge.</l>
<l>Non perchè il mondo a lui s'accorci e stringa,</l>
<l>ma perchè la sua mente in Dio s'avanza,</l>
<l>e divien ampia sì ch'a lei soggetto</l>
<l>l'universo in un guardo accoglie e mira.</l>
<l>Come già vide il Benedetto Padre,</l>
<l>ch'a l'alto ciel di mille accese lampe</l>
<l>segnò morendo il luminoso calle,</l>
<l>parte seguendo il suo pensier sublime.</l>
<l>Ricerca pur dove il cultor eterno</l>
<l>il paradiso a maraviglia adorno</l>
<l>facesse, e 'n quale istranio ignoto clima</l>
<l>fiorisser le felici e nove piante,</l>
<l>quando pria fu creato il padre Adamo.</l></lg>
<lg>
<l>Era dunque compiuta omai la terra,</l>
<l>compiuti i cieli, e gli ornamenti e fregi</l>
<l>l'opere di sei giorni avean distinte,</l>
<l>e quel maraviglioso alto lavoro,</l>
<l>quando cessando Dio d'opra novella</l>
<l>e dal creare, ebbe nel dì seguente,</l>
<l>che fu settimo giorno, alto riposo.</l>
<l>Nè fu poi creator di nova prole,</l>
<l>ma le prodotte conservando in vita,</l>
<l>di lor prese il governo; e di quetarsi</l>
<l>ne le cose create a lui non piacque.</l>
<l>Già fece il cielo, ed acquetarsi in cielo</l>
<l>non prese in grado, e i bei stellanti giri</l>
<l>fece, e col vago sol l'errante luna,</l>
<l>nè volle riposar ne l'auree stelle</l>
<l>o ne la sfera del sovran pianeta,</l>
<l>over nel cerchio de la luna algente.</l>
<l>Fece la terra ancor, ch'è ferma e salda,</l>
<l>nè riposò nella gravosa terra</l>
<l>che in se medesma si mantiene e giace.</l>
<l>Dove adunque ed in chi quiete e posa</l>
<l>ebbe il fattor di cose eterne e magne?</l>
<l>Ben è ragion che le costanti e gravi</l>
<l>sian quelle sole, in cui non prenda a sdegno</l>
<l>di riposare, anzi quiete o moto</l>
<l>non fu giamai senza la stabil parte.</l>
<l>Però sempre si move il ciel rotando</l>
<l>sovra i suoi poli quinci e quindi affissi.</l>
<l>E non si moveria, se stabil centro</l>
<l>ei non avesse al suo perpetuo corso.</l>
<l>Onde si finge il favoloso Atlante,</l>
<l>che 'ntorno a' poli opposti il ciel rivolge,</l>
<l>e ne la ferma terra i piedi appoggia.</l>
<l>E gli animali ancor mobili e vaghi</l>
<l>mover non si potrian, se 'n lor non fosse</l>
<l>la stabil parte che s'acqueta e posa.</l>
<l>E però quella che si curva e piega</l>
<l>nel movimento, è lor di centro in vece.</l>
<l>Dunque se mover debbe il motor primo,</l>
<l>non sol convenne ch'egli immobil fosse,</l>
<l>ma che 'n non mobil parte il moto eterno</l>
<l>fermasse ancora. E di fermarlo in terra</l>
<l>ei non degnò. Dove fermollo adunque?</l>
<l>qual de la terra è più costante mole?</l>
<l>Ne l'uom quetollo, e l'uom alfin de l'opre</l>
<l>volle crear, perchè cessasse il moto,</l>
<l>e se moto non fu, l'arte divina</l>
<l>restasse di crear l'opre moderne.</l>
<l>Più de la terra adunque è l'uom costante,</l>
<l>sì come quel che de l'eterno essempio</l>
<l>è vera imago, e il suo caduco e grave</l>
<l>spogliar si deve; e 'ncorruttibil forma</l>
<l>rivestendo, là suso alfin s'eterna</l>
<l>ne la quiete d'invisibil regno.</l>
<l>In questa guisa volle Iddio creando</l>
<l>mostrar de la sua morte alto mistero,</l>
<l>quasi in figura. Anzi predir da lunge,</l>
<l>ch'anzi i tormenti de la morte, il Figlio</l>
<l>devea ne l'uom quetarsi, e 'n membra umane,</l>
<l>a guisa di mortale, al dolce sonno</l>
<l>conceder gli affannati e lassi spirti.</l>
<l>Dunque s'acquetò Dio ne l'uom terreno,</l>
<l>e l'uomo in sè non ha quiete o pace?</l>
<l>Non han quiete in sè gli egri mortali,</l>
<l>ned opra di natura in sè riposa.</l>
<l>Ma gira il foco nel perpetuo corso</l>
<l>del ciel sempre inquieto e sempre vago,</l>
<l>l'aria agitata da contrari venti</l>
<l>è da se stessa ognor divisa e sparsa,</l>
<l>l'acqua trascorre e senza pace ondeggia.</l>
<l>E questa, ch'a noi par gravosa e ferma,</l>
<l>terrestre mole ancor si scote e crolla</l>
<l>da' fondamenti, e ruinose atterra</l>
<l>le cittati e le terre eguali a' monti,</l>
<l>e i monti istessi, e scissa il petto e 'l grembo,</l>
<l>talor ne le voragini profonde</l>
<l>scopre i regni di Pluto e i ciechi abissi,</l>
<l>e l'ultima ruina altrui minaccia.</l></lg>
<lg>
<l>Ma nel suo creator pace e riposo</l>
<l>han le create cose. E 'n se medesmo</l>
<l>egli s'acqueta, nè d'esterna gloria,</l>
<l>nè d'altro ben fuor di se stesso ha d'uopo,</l>
<l>ch'è sommo bene, e con riposo eterno</l>
<l>governa l'immortal felice regno</l>
<l>là 've dal travagliar ne chiama a parte.</l>
<l>E se 'n terra ne l'uom quetarsi eci volle,</l>
<l>fu perchè l'uomo in Dio s'acqueti al fine.</l>
<l>Però quand'egli in sì mirabil tempre</l>
<l>l'umanitate al suo divin congiunse,</l>
<l>pose a la vita faticosa e stanca</l>
<l>in se medesmo alfin dolce restauro;</l>
<l>e gloria e grazia onde s'adempia e bea</l>
<l>nostra natura ch'essaltar cotanto</l>
<l>in lui si vide. Adunque il sesto giorno</l>
<l>a l'opre nove fin sul vespro impose,</l>
<l>nè poi nova progenie o nova stirpe</l>
<l>egli devea creare. E ben convenne</l>
<l>che del gran mondo producesse il parto,</l>
<l>e di tutte le specie in lui raccolte</l>
<l>col numero di sei ch'è più fecondo.</l></lg>
<lg>
<l>Ma narri quel c'ha la scienza e l'arte</l>
<l>del numerar, come pregnante il sei,</l>
<l>e ne le parti sue perfetto e pieno</l>
<l>generar poi di sè varie figure</l>
<l>di numeri egli possa, e tutto aggiunga</l>
<l>ciò che ne le sue scole insegna il mondo.</l>
<l>Dicavi ancor come è infecondo il sette,</l>
<l>perch'egli di sè nulla alfin produce,</l>
<l>e di nulla è produtto, e poi sen vanti</l>
<l>come ei faria di gran tesoro occulto.</l>
<l>Or tralasciam, quasi sprezzando, a dietro</l>
<l>quello onde tanto va gonfia e superba</l>
<l>mondana sapienza, e sol ci caglia</l>
<l>de l'uso de' fedeli antico e sacro,</l>
<l>onde al settimo dì s'aggiunse onore;</l>
<l>l'onoraro i Giudei nel sesto giorno,</l>
<l>quando lieti inalzar frondose tende,</l>
<l>e ricovrar sotto i selvaggi alberghi.</l>
<l>E l'onorar nel dì famoso ancora</l>
<l>che per le trombe e celebrata pompa</l>
<l>è sonoro e festante, e pregio al sette</l>
<l>non men de gli altri il dì propizio accrebbe.</l>
<l>E 'l settimo anno fra gli antichi Ebrei</l>
<l>fu d'ogni riverenza e d'onor degno:</l>
<l>perchè ne' sei ch'eran trascorsi avanti</l>
<l>lecito era a ciascun fender la terra</l>
<l>con duro aratro e ne' solcati campi</l>
<l>sparger con larga mano il fertil seme.</l>
<l>Ma nel settimo poi contento e pago</l>
<l>ei raccogliea dal non arato grembo</l>
<l>sol quanto volontaria ella produce.</l>
<l>E sei anni serviva il prisco Ebreo;</l>
<l>libero da fatica e da servaggio</l>
<l>era il settimo poscia. E 'l duro giogo</l>
<l>de gli Assiri superbi oltre l'Oronte,</l>
<l>oltre l'Eufrate, in Babilonia oppresse</l>
<l>anni sessanta i miseri captivi,</l>
<l>e nove appresso; e candida refulse</l>
<l>l'antica libertate al popol servo</l>
<l>quando il sette col diece ha pieno il giro.</l></lg>
<lg>
<l>Or trapassiam senza dimora a' nostri.</l>
<l>Ben sette volte il dì cade e risorge</l>
<l>il giusto, cui d'Adamo il grave incarco</l>
<l>e la natura sua caduca atterra;</l>
<l>ma la grazia il solleva, e 'n questa guisa</l>
<l>di tal numero noi consorti andremo.</l>
<l>Settimo Enoch dal genitor primiero</l>
<l>morte non vide; e 'l gran misterio adombra</l>
<l>questa ch'or vive, ed a l'imperio estinto</l>
<l>sorvive ancor, Chiesa immortale e santa.</l>
<l>E settimo Mosè dal padre Abramo</l>
<l>prese la legge. E la cangiata vita,</l>
<l>l'iniquità scacciata e 'l varco aperto</l>
<l>a la giustizia, e Dio ch'a noi discende</l>
<l>con membra umane, e s'avvicina e giunge,</l>
<l>e più santa virtute insegna al mondo</l>
<l>mirabilmente, e nova legge apporta,</l>
<l>pur da Mosè son figurate in parte.</l>
<l>Ed aggiungendo pure al diece il sette,</l>
<l>e 'l sette appresso, dal vetusto Adamo</l>
<l>il figlio di Maria produtto apparve.</l>
<l>E poi conobbe ancora il vecchio Pietro</l>
<l>del numero del sette alto mistero,</l>
<l>che di perdono e di quiete è segno;</l>
<l>ma nol conobbe a pien, chè dubbio e 'ncerto</l>
<l>prima ne parve, e poscia ei pur l'intese,</l>
<l>chè rivelollo il suo Signore e mastro,</l>
<l>lo quale in perdonando aperse il grembo</l>
<l>de le sue grazie e de i tesori eterni.</l>
<l>Nè sette volte sole, anzi settanta</l>
<l>sette fiate a perdonare insegna.</l>
<l>Onde a la pena di Caino ingiusto</l>
<l>e già macchiato del fraterno sangue</l>
<l>il perdono di Pietro allor risponde,</l>
<l>quasi da l'altra parte al fallo opposto.</l>
<l>Ma 'l perdon del Signore adegua e passa</l>
<l>di Lamech condannato antica colpa:</l>
<l>perchè di leve error perdono angusto</l>
<l>par che si dia; ma se 'l peccato abonda,</l>
<l>ivi la grazia oltra misura avanza.</l>
<l>Ed a chi molto si perdona e 'ndulge,</l>
<l>molto concede di fervente amore</l>
<l>quel ch'è verace amante, e non l'infinge.</l></lg>
<lg>
<l>È di perdono adunque e di riposo</l>
<l>segno il settimo giorno, in cui cessando</l>
<l>il Padre eterno, di cessare essempio</l>
<l>diede a l'antico Ebreo, che indarno or cessa</l>
<l>d'opre e di fede neghittoso e tardo.</l>
<l>E quel settimo dì mattino ed alba</l>
<l>ebbe, nè vide poi la sera e 'l vespro,</l>
<l>ch'ancor non giunge, e non adombra il giorno,</l>
<l>lo qual s'illustra di perpetua luce;</l>
<l>ma le veci del tempo e 'l corso e i giri</l>
<l>chiudono i nostri dì fra mane e vespro,</l>
<l>in cui ciascuno ancor s'adopra e cessa,</l>
<l>e col riposo le fatiche alterna.</l>
<l>Insin che giunga spaventoso in vista</l>
<l>quel, che dee consumar la terra e 'l cielo,</l>
<l>settimo giorno minacciato inanzi</l>
<l>orribilmente. Allor le mura eccelse</l>
<l>di questa luminosa antica mole</l>
<l>espugnate faranno alte ruine.</l>
<l>E 'l foco vincitor, predando intorno</l>
<l>gli umidi regni, e i già fumanti e negri</l>
<l>campi de la fervente arida terra,</l>
<l>parrà che tutto abbia converso in fiamma,</l>
<l>sì che a pena del mondo omai disfatto</l>
<l>vedransi l'arse e incenerite spoglie,</l>
<l>quasi trofeo de la giustizia eterna.</l>
<l>Ma nel principio de l'orribil giorno,</l>
<l>in aspettando i minacciati incendi,</l>
<l>nozze non si faran, nè liete pompe.</l>
<l>E non si cambieran le care merci</l>
<l>fra l'Indo e 'l Mauro, o fra lo Scita algente</l>
<l>e l'Etiopo, anzi il timore adusto</l>
<l>ne la coltura de' fecondi campi</l>
<l>de' mortali sarà studio e fatica.</l>
<l>Ma d'un novo stupor la terra ingombra</l>
<l>attonita parrà, parran tremanti</l>
<l>tutte l'opre di Dio create in prima,</l>
<l>per l'improvviso insolito spavento.</l>
<l>E i giusti ancor de la sentenza estrema</l>
<l>timore avranno. Allora il padre Abramo</l>
<l>temerà non di foco o di tormento,</l>
<l>ma del grado d'onore a cui sortillo</l>
<l>la providenza del suo Re superno,</l>
<l>e 'n qual ordin de' giusti a lui riserba</l>
<l>la giustizia divina i premi e 'l loco,</l>
<l>o sia il primo o 'l secondo o siasi il terzo.</l></lg>
<lg>
<l>E 'l Re del ciel folgoreggiando in alto</l>
<l>dimostrerassi in bianca nube avolto;</l>
<l>e come nube ch'è squarciata o velo,</l>
<l>i cieli a lui dinanzi aperti e scissi</l>
<l>vedransi rivelar l'alta possanza.</l>
<l>E mille appariran e mille ardenti</l>
<l>d'essercito divin falangi e squadre,</l>
<l>risplendendo là sù di luce e d'armi.</l>
<l>Fiammeggiarà con l'oro il fino elettro</l>
<l>entro le spaventose oscure nubi,</l>
<l>e vedransi ir vagando a nembo a nembo.</l>
<l>E più di tuoni spaventosi udransi</l>
<l>terribilmente le canore trombe.</l>
<l>Crollati e scossi i bei stellanti chiostri</l>
<l>tremar tutti vedransi al gran rimbombo;</l>
<l>tremarà ne l'orror confusa e vinta</l>
<l>la natura creata; avran temenza</l>
<l>gli angeli stessi, e riverenti in alto</l>
<l>al fulminante Re staranno intorno.</l>
<l>Qual re di Persi mai, d'Assiri e d'Indi</l>
<l>sì coronato fu d'orride schiere</l>
<l>entro presa città, che 'l foco e 'l sangue</l>
<l>correndo inonda orribilmente e 'ngombra,</l>
<l>e di recise membra e di cosparte</l>
<l>ruine il ferro ancor riempie e colma?</l>
<l>O qual imago d'Ilion superbo,</l>
<l>che fu dal greco incendio arso e combusto,</l>
<l>qual de l'imperiosa alta Cartago</l>
<l>ruinosa caduta, o di Corinto</l>
<l>o di Numanzia pur ruina e scempio,</l>
<l>quai di tutti, dico io, confusa e mista</l>
<l>lacrimosa, sanguigna, orrida imago</l>
<l>potrà rassomigliarsi al già distrutto</l>
<l>entro a fumanti incendi e vasto mondo,</l>
<l>che di se stesso a sè fia rogo e tomba?</l>
<l>Allor rapiti fian a volo i giusti,</l>
<l>e le nubi saran carri volanti</l>
<l>che porteranli. E i duci angeli eletti</l>
<l>d'auriga in vece, al nubiloso carro</l>
<l>ciascun farà veloce ed alto il corso.</l>
<l>Risplenderan come lucenti stelle</l>
<l>allora i giusti. E dal gravoso pondo</l>
<l>di lor peccati e di lor colpe avinti,</l>
<l>cadranno i rei nel precipizio eterno</l>
<l>oppressi, e non sarà ch'indi risorga</l>
<l>alcun giamai da l'odioso incarco.</l></lg>
<lg>
<l>Oh grande, spaventoso, orrido giorno!</l>
<l>E fia pur ver ch'abbia mattino ed alba,</l>
<l>nè fine imponga a tanto orrore il vespro?</l>
<l>O pur termine fia pur anco affisso</l>
<l>a quel gran dì de' premi e de le pene</l>
<l>in quell'ultima sera? e nova luce</l>
<l>risplenderà maravigliosa eterna</l>
<l>nel giorno ottavo, onde le menti illustri?</l>
<l>Qual Roma, già famosa e nobil opra</l>
<l>del gran Quirino e del nepote Augusto,</l>
<l>del novo imperio fondatore e padre,</l>
<l>da barbarica man percossa e vinta,</l>
<l>cadde in se stessa e fra ruine e morti</l>
<l>in se medesma poi sepolta giacque;</l>
<l>col vicario di Cristo indi risorse</l>
<l>più bella a gli occhi de la mente interni,</l>
<l>e maggior di se stessa, anzi del mondo,</l>
<l>che capace non è del santo e sacro</l>
<l>suo regno già fondato in salda pietra;</l>
<l>tal (s'agguagliar si può la parte al tutto)</l>
<l>avrà suo fin questa caduca mole</l>
<l>de l'universo, e col girar del tempo</l>
<l>il girevol teatro a terra sparso</l>
<l>cader vedrassi in cenere e 'n faville.</l>
<l>Poi rifatto sarà dal fabro eterno,</l>
<l>e risorgendo in più mirabil forma</l>
<l>non fia suggetto al variar de' lustri,</l>
<l>nè mai più temerà ruina o crollo.</l></lg>
<lg>
<l>Ma questo ora del ciel volubil tempio</l>
<l>fermo sarà col sole, e 'l torto corso</l>
<l>fermo ancor fia de l'altre stelle erranti.</l>
<l>Talchè i beati avran costante albergo</l>
<l>là dove eterna fia pace tranquilla,</l>
<l>e non commossa da tempesta o turbo</l>
<l>pura invisibil luce e stabil giorno,</l>
<l>cui termine non fia l'orrida notte.</l>
<l>Nè correr si vedrà da mane a vespro,</l>
<l>e non avrà con l'ombra il giro alterno,</l>
<l>nè con varia stagion vicenda e corso;</l>
<l>ma premio avran là sù le nobili alme</l>
<l>di riposo e di gloria in un congiunti,</l>
<l>e fia somma quiete il sommo onore.</l>
<l>Là dispensate fian corone e palme</l>
<l>a' gloriosi, e seggi alti e lucenti.</l>
<l>E quei che guerreggiaro in lunga guerra,</l>
<l>quanto è la vita de' mortali erranti</l>
<l>sovra la terra, e riportar vincendo</l>
<l>del nemico Satàn in duro campo</l>
<l>mille vittoriose e sacre spoglie,</l>
<l>là sù vedransi trionfando a schiera</l>
<l>nel gran trionfo eterno, e 'l gran vessillo</l>
<l>coronati seguir del Re possente</l>
<l>de gli altri regi. E la divina destra</l>
<l>in quel d'eternità lucido tempio,</l>
<l>onde precipitando angel rubello</l>
<l>cadde, sospenderà le spoglie eccelse</l>
<l>e i trofei de la Croce. Oh lieto giorno,</l>
<l>giorno sacro e felice, in cui s'eterna</l>
<l>la pompa trionfal, la gloria e 'l canto</l>
<l>e la quiete! Allor quiete e pace</l>
<l>avran le menti rapide e rotanti,</l>
<l>c'han sì vari pensier, sì vario il moto;</l>
<l>ed or fuor di se stesse un dritto corso</l>
<l>fanno, a le cose pur caduche e basse</l>
<l>quasi inchinando e con distorti giri</l>
<l>corron talvolta oblique, e 'n se medesme</l>
<l>si rivolgon talora e fanno il cerchio,</l>
<l>o 'ntorno a quel divino immobil centro,</l>
<l>di cui l'anima vaga è quasi spera.</l>
<l>E di fortuna ancor l'instabil rota</l>
<l>ferma allor fia, s'ella col ciel si volge.</l>
<l>Riposo avranno ancora i nostri affetti</l>
<l>che incontra la divina eccelsa mente</l>
<l>fanno ritrosi passi e torto calle,</l>
<l>sì come opposti al più sublime cielo</l>
<l>soglion volgersi ancor Giove e Saturno,</l>
<l>e la stella di Marte e di Ciprigna.</l>
<l>E giusto è ben che s'allor fine avranno</l>
<l>i moti de le stelle erranti e fisse,</l>
<l>l'abbiano quelli ancor di mente e d'alma</l>
<l>umana, ch'assembrar del cielo il corso.</l>
<l>Tutti avran pace allor nel fisso punto</l>
<l>de la Divinità. Riposo eterno</l>
<l>sarà l'intender nostro e 'l nostro amore,</l>
<l>che in tante guise ora si varia e cangia,</l>
<l>e con tante volubili rivolte.</l>
<l>Riposo eterno fia la grazia e 'l merto,</l>
<l>e 'n seggio eterno. Or chi fra noi s'attempa</l>
<l>in aspettando il giorno, e soffra e speri,</l>
<l>e del tempo e del fato i duri colpi</l>
<l>vinca sol tolerando, e giusto oltraggio</l>
<l>faccia a la dispietata orrida morte.</l>
<l>E mentre il gran Clemente al primo essempio</l>
<l>la Chiesa informa ed a l'idea celeste,</l>
<l>seco ciascuno ancor nel puro tempio</l>
<l>de la mente serena Iddio raccoglia,</l>
<l>e gli figuri il simolacro interno</l>
<l>di sua pietà. Sia l'alma il sacro altare,</l>
<l>vittima l'innocente acceso core,</l>
<l>amor di carità sia foco e fiamma.</l>
<l>Così prepari in sè l'interno albergo,</l>
<l>pur volubile ancora e pur costante</l>
<l>ne' giri incerti, insin che 'l nudo spirto</l>
<l>voli a quella sublime eterna reggia</l>
<l>là dove è 'l sacerdozio aggiunto al regno.</l></lg>
<lg>
<l>Ma dove, oh dove mi trasporta il corso</l>
<l>del fervido pensier? Dal giorno estremo</l>
<l>torniamo a quello, in cui creato in prima</l>
<l>fu dal celeste il genitor terreno.</l>
<l>Dio sparsa non avea la pioggia ancora</l>
<l>sovra l'arida faccia e 'l secco grembo</l>
<l>de l'ampia terra, e 'l buon cultor de' campi</l>
<l>nato non era faticoso a l'opre.</l>
<l>Ma sorgea dal terreno un chiaro fonte</l>
<l>che tutto l'irrigava, e i monti alpestri</l>
<l>talvolta ancor bagnava e l'aspre rupi,</l>
<l>sì come il Nilo il verde piano inonda</l>
<l>de l'Egitto fecondo, e i lieti campi</l>
<l>di negra arena ricoperti impingua.</l>
<l>E fosse quello o nube aerea o fonte,</l>
<l>era sublime sì ch'a gli erti gioghi</l>
<l>mormorando spargea l'onde correnti.</l>
<l>Fonte, fonte fu quella, e d'alta parte</l>
<l>ne' princìpi del mondo ancor novello</l>
<l>fu a' monti in vece di piovosa nube,</l>
<l>non pur al polveroso ed umil suolo.</l></lg>
<lg>
<l>Formò dunque il Signore e 'l Padre eterno,</l>
<l>eterno Dio, l'uom di terrestre limo.</l>
<l>Ed in far questa de la specie umana</l>
<l>quasi statua vivente, ei pura elesse</l>
<l>e sincera materia, allor di novo</l>
<l>da l'acque separata; e 'l misto umore</l>
<l>colonne e spresse, e quinci e quindi il meglio</l>
<l>de la terra ei v'aggiunse a prova scelto:</l>
<l>sì che in sè non avea o colpa o vizio</l>
<l>quella prima materia, in cui l'albergo</l>
<l>fabricar volle a la più nobile alma</l>
<l>fornita di ragione, e quasi il tempio.</l>
<l>Fu la malizia poi difetto e colpa</l>
<l>ne la materia del corrotto seme,</l>
<l>onde la fame e l'importuna sete,</l>
<l>e di languidi morbi essangue schiera,</l>
<l>e la pallida morte alfin deriva.</l>
<l>Buono era il fabro, e la materia e l'arte</l>
<l>fu buona anch'ella, onde leggiadre ed alte</l>
<l>e ben formate fur le nove membra</l>
<l>a maraviglia, e forti insieme e belle</l>
<l>del padre Adamo, e da vermiglia terra</l>
<l>preser vago color le guance e 'l pelo.</l>
<l>E 'l nome egli medesmo indi sortio,</l>
<l>misterioso nome in cui s'espresse</l>
<l>ch'egli in terra nascea signore e donno</l>
<l>de l'oriente e del contrario occaso,</l>
<l>e de le parti d'Aquilone e d'Austro.</l>
<l>Ne l'alma ancora usò mirabile arte,</l>
<l>nè 'n farla riguardò creato essempio,</l>
<l>ma 'n se medesmo e nel suo propio Verbo,</l>
<l>di cui fece ne l'uom divina imago.</l>
<l>E 'n faccia gli spirò spirto di vita,</l>
<l>non di se stesso già divina parte,</l>
<l>come altri stima, ma creato spirto,</l>
<l>e soffiato da lui, perch'egli avvivi</l>
<l>ed animato faccia il nobil corpo.</l></lg>
<lg>
<l>Sì come Fidia d'Alessandro invitto</l>
<l>dopoi facendo il simolacro illustre,</l>
<l>la magnanima fronte al ciel rivolse,</l>
<l>e ripiegando la cervice altera</l>
<l>gli alti di lui costumi in guisa espresse,</l>
<l>ch'ei non contento del terreno impero</l>
<l>par ch'aspiri a le stelle e chieda il cielo;</l>
<l>così il fabro primier la fronte e gli occhi</l>
<l>alzò de l'uomo a le stellanti spere,</l>
<l>perchè là guardi, onde celeste origo</l>
<l>ebbe l'alma immortal, ch'eterno regno</l>
<l>par che chieda per grazia al Padre eterno.</l>
<l>Ma tutti altri animali a terra ei volse</l>
<l>pendenti e proni, a rimirar costretti</l>
<l>pur sempre la commune ignobil madre,</l>
<l>come sian nati obbedienti al ventre,</l>
<l>perchè 'l lor fine è pure il pasto e 'l cibo,</l>
<l>e terreno piacer gli alletta e molce.</l>
<l>Ma se talora oltra ragione in alto</l>
<l>intende l'uomo, e senza grazia o merto</l>
<l>aspira al cielo e superbisce ed osa,</l>
<l>miri la terra, e 'n sè rivolga e posi,</l>
<l>ch'egli nato di polve, alfin in polve</l>
<l>sarà converso, e 'n cor superbo appiani</l>
<l>ogni pensier che di se stesso il gonfia.</l>
<l>E come quel che serva ignobil madre</l>
<l>di nobil genitor produsse in vita,</l>
<l>spira il paterno orgoglio e l'ire e 'l fasto</l>
<l>de la progenie antica, e 'n alte imprese</l>
<l>generoso talor s'arrischia e tenta,</l>
<l>poi ripensando a la materna stirpe</l>
<l>al soverchio ardimento ei stringe il freno;</l>
<l>così l'uom de l'antica e bassa madre</l>
<l>l'umil principio suo contempli e guardi</l>
<l>il seno ond'egli uscì, ch'ei preme e calca</l>
<l>con piè superbo irriverente audace,</l>
<l>come s'egli dal ciel recato avesse</l>
<l>di materia celeste aspetto e membra.</l>
<l>Pensi fra sè ch'egli è animal terrestre,</l>
<l>che per terra ei camina, e 'n terra ei cerca</l>
<l>il nutrimento e si riposa in terra,</l>
<l>e per la terra ancora è in lite e in guerra</l>
<l>sovente, e corre forsennato a l'armi.</l>
<l>E non fa grande mai nè lieve impresa,</l>
<l>se non sovra la terra, e l'ire estingua,</l>
<l>e gli ardenti desiri ammorzi e queti.</l>
<l>Questo pensier ch'a l'umiltà l'inchina</l>
<l>alcune volte, altre il solleva al cielo</l>
<l>il suo spirto immortal, che 'l fine affisso</l>
<l>non loca in terra o pur ne l'auree stelle,</l>
<l>ma nel Signor, al cui sublime seggio</l>
<l>il ciel del cielo è quasi terra umile,</l>
<l>tanto è lontano a la divina altezza.</l></lg>
<lg>
<l>Ma non sol ne l'aspetto e ne la fronte</l>
<l>mirabile arte fu del mastro eterno,</l>
<l>che 'n ogni parte ella trapassa a dentro,</l>
<l>e le celate ancor figura e forma.</l>
<l>Ma pur sì come in rocca e 'n torre eccelsa</l>
<l>son disposte le guardie intorno intorno,</l>
<l>onde sicura da notturna insidia</l>
<l>il nemico lontan si scopre e vede;</l>
<l>così a guardia i veloci e desti sensi</l>
<l>collocò nella testa il fabro eterno.</l>
<l>Fè quasi vallo le palpebre a gli occhi,</l>
<l>e le ciglia pilose; e 'l varco aperse</l>
<l>a le sonore voci, onde trapassa</l>
<l>di messaggiero in guisa, a dentro il suono,</l>
<l>e di fuor le novelle al cuor apporta.</l>
<l>Ma fece a l'altre cose il passo angusto,</l>
<l>e quell'umide vie rivolse in giro,</l>
<l>qual laberinto; e più spedito calle</l>
<l>per doppia strada a' dolci odori aperse.</l>
<l>Umida e molle diè la lingua al gusto,</l>
<l>che distingue i sapori; e sparse il tatto</l>
<l>per ogni membro umano, e 'ntorno al capo</l>
<l>fece de le sue propie e vaghe chiome</l>
<l>quasi natia corona, ond'ei s'adorna</l>
<l>questa mole, che l'ossa intera avinse</l>
<l>co' nervi, che son quasi i lacci e i nodi</l>
<l>tenaci e lenti, ond'ei s'incurva e piega.</l>
<l>Fece quasi di sangue un vivo fonte</l>
<l>il core, ed altre fonti interne appresso.</l>
<l>E quasi rivi di corrente umore</l>
<l>le vene, che dal core a l'altre membra</l>
<l>portano il sangue onde s'irriga il corpo.</l>
<l>E tutta in tutto lui diffuse e sparse</l>
<l>l'ama, che 'n ogni parte è tutta ancora,</l>
<l>benchè tre sian in una, e sian congiunte</l>
<l>le due mortali a l'immortal sorella.</l>
<l>Perch'ella avolta entro i corporei chiostri</l>
<l>non sdegni d'abitar terreno albergo,</l>
<l>sin che 'l Signor la si richiami al cielo</l>
<l>da quella guardia, ov'ei la pose in terra.</l>
<l>Ne l'alta adunque de la nobil testa</l>
<l>rocca fondolla, e quasi in propia reggia.</l>
<l>Ivi de l'uom, ch'è quasi un picciol mondo,</l>
<l>a lei concesse l'onorato impero.</l>
<l>L'altre, come soggette al giusto regno,</l>
<l>ne le più basse parti il fabro eterno</l>
<l>dispose, e rimovendo i lochi e i seggi,</l>
<l>da le profane separò la sacra</l>
<l>potenza. E l'ira, che di fiamme ardente</l>
<l>e di vendetta ingorda avampa e ferve,</l>
<l>precipitosa pose in mezzo al petto,</l>
<l>ed albergolla nel sanguigno core,</l>
<l>nè rinchiusa starà ne' seni angusti,</l>
<l>ma spesso per timor s'agghiaccia e stringe.</l>
<l>E 'l ventoso pulmone appresso ei giunse,</l>
<l>che di mantice in guisa accoglie e rende</l>
<l>l'aure di fuori, e quel calore interno</l>
<l>col dolce respirar tempra e rinfresca.</l>
<l>La cupidigia le supreme parti</l>
<l>altrui concesse, e quasi a forza spinta,</l>
<l>si ritirò ne l'ime: ivi ricovra.</l>
<l>E quel cinto che l'uom traversa e fascia,</l>
<l>la divise da l'altra, e quasi belva</l>
<l>al suo presepio ivi rimase avinta.</l>
<l>Avidamente ivi si nutre e pasce,</l>
<l>anzi mille rabiose ardenti brame</l>
<l>empier non può famelica e vorace.</l>
<l>Ch'ora avaro pensier la fiede ed ange</l>
<l>con dura sferza, or de la face avampa</l>
<l>di mille amori, e tutto è foco e fiamma.</l>
<l>Questo ora avien che l'una e l'altra a punto</l>
<l>de la ragione ha scosso il giogo e 'l freno</l>
<l>e nemica si mostra e ribellante.</l>
<l>Ma quando pria creolle il Padre eterno,</l>
<l>nè tumulto nè guerra era ne l'alma,</l>
<l>ma somma pace, e 'n sommo amor concordi</l>
<l>ubidian de la mente al giusto impero.</l>
<l>E 'l suo volere era costante legge</l>
<l>a l'alma, di giustizia ancora amica.</l></lg>
<lg>
<l>In questa guisa la divina destra</l>
<l>formò l'uom primo non soggetto a morte,</l>
<l>ma per grazia immortal, non per natura,</l>
<l>come l'angelo fu ch'è pura mente.</l>
<l>E lui formò là sovra il suolo aprico</l>
<l>de l'antica Damasco, e vecchia fama</l>
<l>(se degna è pur di fede) ancor l'afferma.</l>
<l>Poi trasportollo entro l'ameno e lieto</l>
<l>suo paradiso, che d'ombrose piante</l>
<l>e di feconde a maraviglia adorno</l>
<l>fè l'arte e l'opra del cultore eterno.</l></lg>
<lg>
<l>Loco è ne l'Oriente, ove percossa</l>
<l>dal sol vicino più s'accende e flagra</l>
<l>quella maggior del cielo adusta fascia</l>
<l>posta in mezzo fra 'l cerchio onde rivolge,</l>
<l>quasi fermato, il sole il corso errante</l>
<l>da l'albergo del Cancro, e l'altro giro</l>
<l>in cui dal Capricorno indietro ei torna.</l>
<l>Quivi di piante coronato e d'ombre</l>
<l>un altissimo sorge e sacro monte,</l>
<l>là dove nè vapor ristretto in nebbia</l>
<l>o 'n nube ascende o condensato in pioggia,</l>
<l>e non vi spira ancor procella o turbo</l>
<l>obliquo e denso o fulmine tonante.</l>
<l>Nè vi giunge del sol ritorto il raggio</l>
<l>in guisa ch'egli l'aria infiammi e scaldi.</l>
<l>Però benchè nel pian la terra avampi,</l>
<l>e tepidisca le frondose falde</l>
<l>del vago monte, al molle erboso tergo</l>
<l>col soverchio calor non toglie il verde,</l>
<l>variando stagione, o noia apporta,</l>
<l>nè a la sua fiorita e lieta fronte.</l>
<l>Ma l'odorate sue dipinte spoglie</l>
<l>fioriscon sempre e le corone eccelse.</l>
<l>E rugiada dal ciel, che 'n perle accolta</l>
<l>stilla più larga, le corone ingemma,</l>
<l>e d'argento le fa le spalle e 'l seno.</l>
<l>Però ch'ivi l'algente ed umida ombra</l>
<l>sempre col chiaro dì lo spazio adegua,</l>
<l>onde quanto le scema il caldo giorno,</l>
<l>tanto la fresca notte indi l'accresce.</l>
<l>Arroge il cristallino e chiaro fonte,</l>
<l>lo qual di largo umor l'irriga e sparge,</l>
<l>e versa di piacer ampio torrente.</l>
<l>E vi s'aggiunge ancora il rezzo e l'aura,</l>
<l>ch'aura non è, che di vapor terreno</l>
<l>fumante e grave esali impura e mista,</l>
<l>e col torbido volo i vaghi spirti</l>
<l>disperda per quell'aria e cresca e scemi,</l>
<l>e talor cessi e perda il moto e l'ali.</l>
<l>Ma (se creder ciò lece) aura celeste</l>
<l>fatta è dal giro del sereno cielo,</l>
<l>e move d'Oriente, e 'nchina e piega</l>
<l>le fronde e i rami a la contraria parte</l>
<l>dolce spirando e con perpetue tempre.</l></lg>
<lg>
<l>Qui pose il Padre eterno il padre Adamo.</l>
<l>E degno il fè di quel felice albergo,</l>
<l>in cui produsse ogni più bella in vista</l>
<l>stirpe frondosa o più soave al gusto.</l>
<l>Del paradiso ancor piantò nel mezzo</l>
<l>il legno de la vita, e 'l legno insieme</l>
<l>ch'a distinguer dal bene insegna il male.</l>
<l>E 'l fiume del piacer le piante asperge,</l>
<l>poi fuor del paradiso inonda e corre</l>
<l>rapidamente, e si divide in quattro.</l>
<l>Fison fu detto il primo, or detto è Gange,</l>
<l>quasi emulo del mare, il qual circonda</l>
<l>de gl'Indi la feconda aprica terra,</l>
<l>ove le vene son del lucido oro,</l>
<l>ove il carbonchio pur fiammeggia e vince</l>
<l>col suo splendor le tenebre notturne.</l>
<l>E, lieto, il prasio ancor verdeggia e splende</l>
<l>con mille altre lucenti e care gemme.</l>
<l>E somigliante a la più nota oliva</l>
<l>vi sorge il bdelio, e frondeggiando adombra</l>
<l>e lacrime odorate instilla e sparge</l>
<l>lacrime amare, ma lucenti in vista.</l>
<l>E Gebon il secondo, or Nilo appella</l>
<l>nova non pur, ma già vetusta etate.</l>
<l>Questo a la terra d'Etiopia intorno</l>
<l>corre, ed impingua i campi al verde Egitto.</l>
<l>Il terzo si chiamò dal corso il Tigre,</l>
<l>perch'ei nel corso la saetta assembra,</l>
<l>e serba ancor l'antica gloria e 'l nome.</l>
<l>Corre contra gli Assiri Eufrate il quarto.</l>
<l>E l'uno e l'altro pria congiunto, e scevro</l>
<l>poscia, e di novo alfin confuso e misto,</l>
<l>de la Mesopotamia il suol rinchiude.</l></lg>
<lg>
<l>Santissimo cultor di sacro monte,</l>
<l>a lato a cui Parnaso umile e basso</l>
<l>sarebbe in vista, e 'nchinerebbe a prova</l>
<l>la sua gemina fronte e 'l doppio giogo,</l>
<l>benchè di lauri s'incoroni ed orni;</l>
<l>non dirò, siami tu d'Apollo in vece,</l>
<l>ma tu discopri del fallace Apollo</l>
<l>mille menzogne, e tu rivela il vero,</l>
<l>che ne l'antichità si sta sepolto,</l>
<l>e ne' profondi tuoi misteri ascoso.</l>
<l>Tu, che 'l tuo paradiso adorno e lieto</l>
<l>facesti, in lui spargendo il rezzo e l'ombra,</l>
<l>tu, che versasti l'urne a' puri fonti,</l>
<l>ed apristi a' gran fiumi occulto il varco;</l>
<l>tu il sito scopri e 'l gran principio ignoto,</l>
<l>e 'l non costante lor cangiato corso.</l>
<l>Tu 'l facesti, e rifar la terra e 'l cielo</l>
<l>potresti ancora, e del tuo ardente spirto</l>
<l>spira a gran pena a me l'aura celeste.</l>
<l>È ver che 'l terzo cielo, ove fu rapto</l>
<l>già Paulo col pensier levato a volo,</l>
<l>sia terren paradiso? è terra in cielo?</l>
<l>e ne la sfera de l'opaca Luna</l>
<l>è pura terra forse? e spechi e selve</l>
<l>vi sono? e veri seggi e verdi chiostri</l>
<l>cingon là sù selvaggi ombrosi tempi?</l>
<l>e se terra non è confusa e mista</l>
<l>col cielo, onde la luna il volto adombra?</l>
<l>o pur onde l'adombra errante ingegno,</l>
<l>che terra e paradiso in ciel ricerca?</l>
<l>L'audace peregrino indarno agogna</l>
<l>mentre di qua del Cancro ei pur ne chiede,</l>
<l>o pur di là del Capricorno opposto,</l>
<l>in più temprata zona; e 'ndarno i fonti</l>
<l>ei spia del Nilo, ove la fama antica</l>
<l>già riporli solea nel vasto grembo</l>
<l>de' monti de la luna, o quei del Gange</l>
<l>nel Caucaso gelato, o 'n monti Armeni</l>
<l>quelli ond'escon veloci Eufrate e Tigre?</l>
<l>e s'ivi pure ei lor ritrova e scorge,</l>
<l>come il tuo paradiso il vivo fonte</l>
<l>ha di quattro famosi e chiari fiumi?</l>
<l>forse il tuo paradiso il giro integro</l>
<l>de l'inarata ancor terra feconda</l>
<l>fu in quel de l'innocenza antico stato?</l>
<l>o variaro i fiumi il letto e 'l corso?</l>
<l>e dal primiero or fan lungo viaggio?</l>
<l>cotanto può mutar l'età vetusta?</l>
<l>Forse nel paradiso i primi fonti</l>
<l>sorgono mormorando e chiari al cielo,</l>
<l>e poi sommersi entro 'l profondo grembo</l>
<l>de la caliginosa oscura terra</l>
<l>van sotterra girando i ciechi regni,</l>
<l>sin che di novo apparsi in chiara luce</l>
<l>altri fonti di sè ne l'erte rupi</l>
<l>fan de l'aspre montagne esposte a' sensi?</l></lg>
<lg>
<l>Ma i primi fonti ancor nascondi e copri</l>
<l>al vano studio de' mortali erranti,</l>
<l>non pur a l'animosa e debil vista.</l>
<l>Occulto è dunque il gran principio interno</l>
<l>del puro fonte, onde il piacer si versa.</l>
<l>E quando tutta ne' dilluvi accolti</l>
<l>giacque sommersa la gran madre antica,</l>
<l>quel fonte sol non si diffuse e sparse.</l>
<l>E fu da l'acque allor sicuro il sacro</l>
<l>monte di paradiso, e 'l loco eletto</l>
<l>a l'umana natura e 'l fido albergo,</l>
<l>ch'al cerchio de la luna è sì congiunto.</l>
<l>Ma qual di ciò sia l'ombra antica, o 'l vero</l>
<l>ch'illuminar può le moderne carte,</l>
<l>rivelal tu. Tu, che le menti illustri,</l>
<l>santissimo cultor del nostro ingegno,</l>
<l>che fai de l'alma un paradiso adorno,</l>
<l>in cui le piante son pensier sublimi</l>
<l>in contemplar di te nutriti e colti.</l>
<l>E d'una fonte istessa i quattro fiumi</l>
<l>son le quattro virtuti in sè distinte.</l>
<l>Ma quel fonte se' tu: tu vivo fonte,</l>
<l>che d'eterno piacer le menti aspergi,</l>
<l>ond'ogni alta virtù deriva e nasce.</l>
<l>Or te stesso dimostri a l'ombra, a l'aura,</l>
<l>or nel rubo fiammeggi, e in viva fiamma</l>
<l>altrui ti manifesti e 'n luce ardente.</l></lg>
<lg>
<l>Dio l'uomo in guisa di traslata pianta,</l>
<l>chè pianta è l'uom, nel paradiso ameno</l>
<l>locò portato dal fecondo suolo,</l>
<l>ove prima creollo; e quivi in guardia</l>
<l>il pose di quel lieto e dolce loco,</l>
<l>perch'egli oprasse, e già creato indarno</l>
<l>egli non era a neghittosa vita.</l>
<l>Bench'uopo non facea fatica od opra</l>
<l>a quella antica e più feconda madre,</l>
<l>madre da' parti non lassata e stanca,</l>
<l>ch'avea di mamme in vece i fiumi e fonti,</l>
<l>onde versava umor sì largo e dolce.</l>
<l>Certa, maravigliosa, alma Pandora,</l>
<l>che l'ampio vaso avea ripieno e colmo</l>
<l>di tutti i doni, onde diletta e giova.</l>
<l>Ma più belle opre, e di più belle parti</l>
<l>a l'uom si convenia l'alta coltura.</l>
<l>Perch'adornar devea la nobil mente</l>
<l>di cari fregi e di virtù sublimi,</l>
<l>fra cui tiene pietà le sedi eccelse.</l>
<l>Pietà, ch'è vero culto onde s'adora</l>
<l>ne l'alma riverente il Re del cielo.</l></lg>
<lg>
<l>È tra gli antichi Ebrei canuta e sacra</l>
<l>fama, ch'al figlio ereditaria il padre</l>
<l>lasciò quasi per mano, indi s'accrebbe,</l>
<l>e vola e spazia ancor canora e grande.</l>
<l>E questa afferma al suon di varie lingue,</l>
<l>e con mille ali il suon divolga e porta,</l>
<l>che mentre l'uom vivea sciolto e solingo,</l>
<l>senza la fragil sua consorte errante,</l>
<l>non ancora creata, il dolce loco</l>
<l>de' suoi diletti, il paradiso ameno</l>
<l>del suo piacer non fu sembiante a' nostri.</l>
<l>Perchè fra' nostri la non colta selva</l>
<l>lieta frondeggia, e non ha senso il bosco</l>
<l>d'arbori pieno, e con perpetuo onore</l>
<l>serbano alcuni ognor le frondi e 'l verde.</l>
<l>Altri sol verdeggiando i cari germi</l>
<l>mandano allor che giovinetto è l'anno,</l>
<l>e la stagione in giovenil sembianza</l>
<l>di sue ghirlande va superba e lieta.</l>
<l>Altri soglion produrre i dolci frutti</l>
<l>sì cari a l'uomo, altri a le fere il cibo.</l>
<l>Ma 'l paradiso del Signore adorno</l>
<l>animate avea già l'altere piante,</l>
<l>e tutte avean favella e senso o mente.</l>
<l>O maraviglie del Signore eccelse,</l>
<l>in cui nulla è di falso, o 'l finto adombra</l>
<l>quel che di vero si nasconde e cela.</l></lg>
<lg>
<l>E disser questi ancor che 'l novo mondo</l>
<l>era a l'uom, cche pur dianzi in terra nacque,</l>
<l>quasi un'ampia città, ch'ignobil mastro</l>
<l>non fè di rozzo legno e rozza pietra,</l>
<l>nè circondolla di caduche mura,</l>
<l>nè di stagnante umor fosse palustri</l>
<l>cavolle intorno. Ivi sicuro e lieto</l>
<l>l'uom si vivea, come signore e donno</l>
<l>de gli animai che 'l suolo e 'l mar produce,</l>
<l>che tutti ad obedir eran costretti.</l>
<l>Molti apprendean sotto il soave impero</l>
<l>a servir volontari in lieta pace.</l>
<l>Avea l'ampia città divine leggi,</l>
<l>assai più salde che 'n metalli e 'n marmi,</l>
<l>scritte ne la natura. Avea gli antichi</l>
<l>suoi cittadini illustri, anzi celesti:</l>
<l>gli angeli dico, e le superne menti,</l>
<l>che sortir colà sù sì larghi campi</l>
<l>di pura luce e di splendore eterno,</l>
<l>ed abitar ne gli stellanti alberghi.</l>
<l>L'uom felice vivea tranquilla vita,</l>
<l>sincerissima ancor, qual novo figlio</l>
<l>ed erede immortal del Re del cielo,</l>
<l>del suo zelo ripieno e del suo spirto,</l>
<l>formando a suo piacer la mente, e i passi</l>
<l>per le vestigia sue drizzando in alto,</l>
<l>o per le vie de la virtù sublime,</l>
<l>per le quai solo è di poggiar concesso</l>
<l>a l'alme che sen fanno a Dio ritorno.</l>
<l>E perchè a l'uomo ereditario il regno</l>
<l>si deveva qua giù nel basso mondo</l>
<l>sovra gli altri animai c'han vita ed alma,</l>
<l>ed al re nominare i suoi conviensi</l>
<l>soggetti e servi, e conosciuti a nome</l>
<l>separarli ne l'opre e ne gli offici,</l>
<l>come la virtù lor richiede e 'l merto,</l>
<l>tutti condusse il suo Signore e Padre</l>
<l>insieme gli animali a lui davanti,</l>
<l>perch'ei pensasse imporre a tutti i nomi</l>
<l>propi, e quai conveniansi a lor natura.</l>
<l>E fè come il maestro allor ch'ei sveglia</l>
<l>ne l'alma giovenil l'abito interno,</l>
<l>e prova fa del suo veloce ingegno:</l>
<l>però che allor non traviò dal vero</l>
<l>tanti nomi imponendo il padre Adamo,</l>
<l>anzi l'occulte qualitati espresse</l>
<l>de gli animali, e' lor costumi interni,</l>
<l>in guisa tal ch'al primo suon distinto</l>
<l>de l'umana favella era compresa</l>
<l>di ciascun la natura; anzi commossa</l>
<l>e placida obedia veloce e pronta</l>
<l>a quelle imperiose alte parole.</l>
<l>Ma se tanti animai che 'l mar produce,</l>
<l>e 'l fiume e 'l lago ne l'ondoso grembo,</l>
<l>tanti che l'ampia terra in seno alberga,</l>
<l>fur noti a l'uom primiero, e mossi e tratti</l>
<l>sol da la voce, e mansueti umili</l>
<l>venian, deposto il lor superbo orgoglio,</l>
<l>la natia ferità, gli sdegni e l'ire,</l>
<l>obedienti e chini al giusto impero,</l>
<l>qual maraviglia fia s'altri racconta</l>
<l>de' suoi tardi nepoti illustri essempi?</l>
<l>E Temistocle pur n'adduce, e Ciro</l>
<l>imperator de' Persi, e 'l duce mauro,</l>
<l>a cui non di cameli o d'elefanti</l>
<l>e di mille africane orride belve,</l>
<l>varie di forme, di natura e d'opre,</l>
<l>ma di fidi guerrieri i nomi a pieno</l>
<l>fur noti. Tanto da quel primo essempio</l>
<l>la natura miglior traligna e perde.</l>
<l>Ma perchè nulla è mai costante e ferma</l>
<l>cosa mortale, e si trasmuta e cangia</l>
<l>ivi più spesso, ove reale altezza</l>
<l>l'animoso pensier solleva ed erge,</l>
<l>convenne che l'uom primo e 'l re primiero,</l>
<l>ch'espressa aveva in sè del novo mondo</l>
<l>quasi l'imago e 'l simolacro esterno,</l>
<l>anzi l'imago pur del Re del cielo,</l>
<l>da cui formate avea la mente e l'alma,</l>
<l>convenne, io dico, a l'uomo, anzi fu d'uopo</l>
<l>ch'egli d'errore e di miseria umana</l>
<l>fosse a' nepoti il primo essempio in terra.</l>
<l>Femina fu cagion di tanta colpa,</l>
<l>di tanti mali e de l'istessa morte.</l>
<l>Femina a disprezzar l'alto divieto</l>
<l>del Re celeste lusingando il mosse.</l></lg>
<lg>
<l>Poich'ebbe collocato il Padre eterno</l>
<l>l'uomo in quel vago paradiso ameno,</l>
<l>sin ch'ei, come deveva, alfin traslato</l>
<l>fosse a la gloria del celeste Regno,</l>
<l>gli comandò, non per ministro o 'n sogno,</l>
<l>o traendol di sè, nè l'alta voce</l>
<l>risonò in rubo acceso o 'n vaga nube,</l>
<l>ma parlò per se stesso al padre Adamo</l>
<l>come a gli angeli suol, s'ei pur capace</l>
<l>era di sua divina alta favella.</l>
<l>E la sua mente in sì mirabil modo,</l>
<l>ch'esprimer non si puote, allor commosse.</l>
<l>"Prendi," gli disse "Adamo, il caro cibo</l>
<l>d'ogni pianta che sia nel paradiso,</l>
<l>chè le concedo tutte, e solo io vieto</l>
<l>quella de la scienza, onde s'apprende</l>
<l>e si distingue poi dal bene il male.</l>
<l>Perchè in qual giorno sia che di lei gusti,</l>
<l>morrai di morte". Oh minaccioso impero!</l>
<l>oh terribil sentenza! oh grave pena!</l>
<l>Ma l'uom semplice ancor nel puro stato</l>
<l>di quella pura e candida innocenza</l>
<l>il non commesso male, occulto, ignoto,</l>
<l>non conobbe ab experto, e non s'accorse</l>
<l>che Dio vita è de l'alma, e 'n preda a morte</l>
<l>l'abbandona partendo, ond'ella pere</l>
<l>nel suo peccato e ne la colpa ingiusta.</l>
<l>Ma doppia minacciava e fiera morte</l>
<l>ne l'aspro suo divieto il Re del cielo.</l>
<l>Come la bianca e semplice colomba</l>
<l>nata di novo, e non avezza ancora</l>
<l>a' perigli mortali, in mezzo a l'alma</l>
<l>porta seco un natio timore interno,</l>
<l>che la spaventa de la fiera morte,</l>
<l>onde visto da lunge augel rapace</l>
<l>spiega l'ali volanti, e si dilegue;</l>
<l>così ne l'uom fu di natura in vece</l>
<l>la voce minacciosa e 'l gran divieto,</l>
<l>per cui non conosciuta omai paventa</l>
<l>la morte; arroge poi la propia colpa</l>
<l>nata da quel sapere, anzi de l'opra,</l>
<l>chè non è nel sapere o colpa o vizio.</l></lg>
<lg>
<l>Ma pur fu da piacere e da lusinga</l>
<l>vinta alfin quella tema, ond'egli osando</l>
<l>de l'ignoto sapere il dolce gusto</l>
<l>provar, poi violò la prima legge.</l>
<l>E col peccato allor dischiuso il varco</l>
<l>trovò la morte, ond'ella entrò nel mondo</l>
<l>per ampissima porta; e 'n guisa ingombra</l>
<l>or le sue parti, che la terra e 'l mare</l>
<l>son un regno di morte atro e funesto.</l>
<l>E qui l'imperio trionfando a forza</l>
<l>non pur ella usurpò nel padre Adamo</l>
<l>e ne la stirpe che traligna e perde,</l>
<l>ma 'n tutti gli animai che 'l mondo accoglie</l>
<l>sin che la Vita le non giuste prede</l>
<l>ritolse a morte, e trionfò d'inferno.</l>
<l>Sì come egro languente è spesso ingordo</l>
<l>di caro cibo, che soave al gusto</l>
<l>a la salute è reo, talchè s'avanza</l>
<l>l'ardente febre, ond'ei morendo alfine</l>
<l>è de la morte sua cagione e colpa,</l>
<l>perchè male ubedì severa legge,</l>
<l>che 'l medico prescrisse a' vaghi sensi;</l>
<l>così dal dilettoso e dolce inganno</l>
<l>fu vinto Adamo, e la cagione antica</l>
<l>egli a se stesso fu d'orrida morte.</l>
<l>Non Dio: chè non creò la morte e i mali</l>
<l>la divina bontà, ma i nostri errori,</l>
<l>e del nostro peccar previde il fallo,</l>
<l>e 'l consentì. Chè se 'l peccar non fosse,</l>
<l>non sarebbe virtù di mente o d'alma.</l>
<l>E perch'alma ondeggiante in questo amaro</l>
<l>mar de la tempestosa e dubia vita</l>
<l>non s'affondasse alfin tra scogli e sirti,</l>
<l>quasi governo, onde rivolga il corso,</l>
<l>legge a lei diede, e dirizzolla al porto</l>
<l>de la salute e de la pace eterna.</l></lg>
<lg>
<l>Ma vide Dio che scompagnato e scevro</l>
<l>l'uom non devea menar sì lunga vita</l>
<l>in guisa pur di solitaria belva.</l>
<l>Però pensò di fare a l'uom solingo</l>
<l>la compagna e l'aiuto a lui simile.</l>
<l>Ed in Adamo infuse il dolce sonno,</l>
<l>ed irrigò di placida quiete</l>
<l>tutte le membra a sonnacchioso e lento.</l>
<l>E quinci d'una costa il molle corpo</l>
<l>edificò della consorte; e poscia</l>
<l>la nova sposa gli condusse inanzi.</l>
<l>E disse Adamo in placido sembiante:</l>
<l>"Osso de l'ossa, e di mia carne è carne</l>
<l>questa fatta da me donna e virago.</l>
<l>Però lasciando l'uom la madre e 'l padre,</l>
<l>a la consorte sua sarà congiunto".</l></lg>
<lg>
<l>L'uno e l'altro era allor le membra ignudo,</l>
<l>e non avea di ciò vergogna ancora:</l>
<l>perchè non anco era in caduche membra</l>
<l>legge, a quella sublime e giusta legge</l>
<l>de la ragione avversa e ribellante.</l>
<l>Però nulla bramaro il velo o 'l manto</l>
<l>a quelle nude alfine ascose parti,</l>
<l>a cui la nova età poi d'oro e d'ostro</l>
<l>cercò le vesti, e ricca e varia pompa</l>
<l>con mille preziosi ed aurei fregi.</l>
<l>In questa guisa fece il Padre eterno</l>
<l>questa del mondo sì mirabil mole,</l>
<l>e l'uom creò, ch'è quasi un picciol mondo,</l>
<l>e la compagna sua formò da sezzo,</l>
<l>e pose fine a le sue nobili opre.</l></lg>
<lg>
<l>Allor non solo le superne menti,</l>
<l>gli angeli dico e le virtù celesti,</l>
<l>essaltando lodar l'eterno Padre,</l>
<l>ma i cieli anco il lodaro, e 'nsieme a prova</l>
<l>l'acque ch'ei sovra i cieli avea raccolte,</l>
<l>il celebrar con alto e chiaro suono.</l>
<l>Lodollo il sole, e voi lucenti stelle,</l>
<l>e tu 'l lodasti ancora, o bianca luna.</l>
<l>O nubi, e voi, voi nubi oscure e nembi,</l>
<l>e voi nevi e pruine, e voi tonando</l>
<l>il celebraste ancor folgori ardenti.</l>
<l>E 'nsieme risonar la notte e 'l giorno</l>
<l>del suo gran nome, e 'l gran rimbombo accolto</l>
<l>s'udì ne la serena e chiara luce</l>
<l>e ne l'oscure ed orride tenèbre.</l>
<l>La terra ancor sovra se stessa al cielo</l>
<l>essaltava il Signor con lodi eccelse.</l>
<l>E l'essaltar sovra il lor giogo i monti</l>
<l>alpestri e duri, e i verdi ombrosi colli,</l>
<l>e mormorando insieme il mar sonante.</l>
<l>E mormorar i fonti e i vaghi fiumi</l>
<l>s'udian del glorioso e santo nome.</l>
<l>E gli augelli ne l'aria, e i vaghi pesci,</l>
<l>e le selvagge e mansuete belve</l>
<l>facean de le sue lodi un chiaro canto.</l>
<l>Lodarlo poscia entro gli adorni tempi</l>
<l>i sacerdoti ne' sonori carmi.</l>
<l>E l'anime de i giusti, e i nudi spirti</l>
<l>non tacquer le divine eterne lodi.</l>
<l>Talchè a lui di tre mondi un sol concento</l>
<l>de la sua eccelsa gloria ognor rimbomba,</l>
<l>ma pur questo corporeo e veglio e stanco,</l>
<l>e seco l'altro che s'invecchia e langue,</l>
<l>dopo sì lungo raggirar de' lustri,</l>
<l>già de' secoli al fine il loda e canta.</l>
<l>E dice: "O mio Signore e Padre eterno,</l>
<l>che già di nulla mi creasti adorno</l>
<l>mirabilmente, e mi servasti in vita</l>
<l>poscia nel gran dilluvio e ne gli incendi,</l>
<l>io per me son caduca e grave mole,</l>
<l>e ruinosa alfin, non pur tremante.</l>
<l>Ma la tua destra mi sostiene e folce</l>
<l>sì ch'io non caggio. E 'n me rivolge 'l corso</l>
<l>perpetuo ancor sopra la stabil terra.</l>
<l>Talchè 'n sì lunga età, lasso e vetusto,</l>
<l>a me stesso fanciullo ancor somiglio,</l>
<l>e gli ornamenti miei non vario o perdo,</l>
<l>nè di tanti lucenti ed aurei fregi</l>
<l>manca pur uno. E s'io da te disgiunto,</l>
<l>senza indugio sarei converso in nulla.</l>
<l>Quanto m'è dato, a te mi unisco amando,</l>
<l>e ne le parti mie ti adoro e cerco</l>
<l>umilemente, e te sospiro e bramo.</l>
<l>E ti piango talor, e in folta pioggia</l>
<l>quasi mi stillo, e 'l mio fallire incolpo.</l>
<l>E nel pianto e nel canto a te consacro,</l>
<l>quanto lece, me stesso, acciò che a sdegno</l>
<l>non prenda in me la tua divina imago,</l>
<l>e 'l simolacro di tua mano impresso.</l>
<l>Ma fuor di me pur ti ricerco e piango.</l>
<l>Dove sei? dove sei? chi mi ti asconde?</l>
<l>chi mi t'invola, o mio Signore e Padre?</l>
<l>Misero, senza te son nulla. Ahi lasso!</l>
<l>E nulla spero: ahi lasso! e nulla bramo.</l>
<l>E che posso bramar se 'l tutto è nulla,</l>
<l>Signor, senza tua grazia? A te di novo</l>
<l>sovra me stesso pur rifuggo, e prego</l>
<l>teco sovra me stesso unirmi amando.</l>
<l>Già mi struggo d'amor, languisco amando.</l>
<l>E s'altro incendio mi consuma e strugge,</l>
<l>l'amor tuo più lucente, e 'n altra forma</l>
<l>poi mi rifaccia, e le fatighe e 'l moto</l>
<l>tolga a la mia natura egra e languente.</l>
<l>Abbia riposo alfin lo stanco e veglio</l>
<l>mondo, che pur s'attempa, e 'n te s'eterni</l>
<l>sin che sempre non sia volubil tempio,</l>
<l>ma di tua gloria alfin costante albergo".</l></lg>
<lg>
<l>Così ragiona il mondo. E sorda è l'alma</l>
<l>che non ascolta i suoi rimbombi e 'l canto,</l>
<l>e seco non congiunge il pianto e i prieghi.</l></lg>
</div1>
</body></text></TEI.2>
