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      <title>Il Padre di famiglia</title>
      <author>Torquato Tasso</author>
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    <extent>109 Kb in UTF-8</extent>
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      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
      <pubPlace>Roma</pubPlace>
      <date>2003</date>
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      <title>Collezione BibIt</title>
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        <title>Dialoghi</title>
        <author>Tasso, Torquato</author>
        <editor id="ed">Raimondi, Ezio</editor>
        <publisher>Sansoni</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date>1958</date>
        <note>3 v. in 4</note>
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                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                      digitale</p>
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                      <p>I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea
                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
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    <langUsage><language id="ita">Italiano</language><language id="lat">Latino</language></langUsage>
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        <term>853.4 - Letteratura narrativa italiana. 1542-1585</term>
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<div1 type="dedica" n="Dedica">
<opener><add>All'illustrissimo signor Scipion Gonzaga.</add></opener>

	<salute>Illustrissimo mio signore,</salute>

<p>Dedico a Vostra Signoria illustrissima questo mio dialogo per arra d'alcun'altre cose che m'apparecchio di scriverle. E le bacio le mani.</p>
	<p>Di Vostra Signoria illustrissima</p>
<closer>
affezionatissimo servitore
<signed>TORQUATO TASSO.</signed>
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<titlePart type="main"> IL PADRE DI FAMIGLIA </titlePart>
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<div1 type="dialogo" n="Dialogo">


	<p>Era ne la stagione che 'l vindemiatore suol premer <add>da l'uve</add> mature il vino e che gli arbori si veggono in alcun luogo spogliati de' frutti, quando io, ch'in abito di sconosciuto peregrino tra Novara e Vercelli cavalcava, veggendo che già l'aria cominciava ad annerare e che tutto <add>intorno</add> era cinto di nuvoli e quasi pregno di pioggia, cominciai a pungere più forte il cavallo. Ed ecco intanto <add>mi</add> percosse negli orecchi un latrato di cani confuso da gridi: e volgendomi indietro, vidi un capriolo che, seguito da <add>due</add> velocissimi veltri, già stanco, fu da loro sovragiunto, sì che quasi mi venne a morire innanzi a' piedi. E poco stante <add>arrivò</add> un giovinetto d'età di diciotto o venti anni, alto <add>di</add> statura, vago d'aspetto, proporzionato di membra, asciutto e nerboruto, il quale, percotendo i cani e sgridandoli, la fera, che scannata avevano, lor tolse di bocca e diedela ad un villano, il qual, recatala in ispalla, ad un cenno del giovinetto innanzi con veloce passo s'incaminò; e 'l giovanetto, verso me rivolto, disse: Ditemi, per cortesia, ov'è il vostro viaggio? E io: A Vercelli vorrei giungere questa sera, se l'ora il concedesse. Voi potreste forse arrivarvi, diss'egli, se non fosse che 'l fiume, che passa dinanzi alla città e che divide i confini del Piemonte da quelli di Milano, è in modo cresciuto che non vi sarà agevole il passarlo: sì che vi consiglierei che meco questa sera vi piacesse d'albergare; ché di qua del fiume ho una picciola casa, ove potrete star con minor disagio ch'in altro luogo vicino.</p>
	<p>Mentr'egli queste cose diceva, io gli teneva gli occhi fissi nel volto, e parevami di conoscere in lui un non so che di gentile e di grazioso. Onde, di non basso affare giudicandolo, tutto ch'a piè il vedessi, renduto il cavallo al vetturino che meco veniva, a piedi dismontai e gli dissi che su la ripa del fiume prenderei consiglio, secondo il suo parere, di passar oltre o di fermarmi: e dietro a lui m'inviai. Il qual disse: Io innanzi anderò non per attribuirmi superiorità d'onore, ma per servirvi come guida. E io risposi: Di troppo nobil guida mi favorisce la mia fortuna: piaccia a Dio ch'ella in ogni altra cosa prospera e favorevol mi si dimostri. Qui tacque; e io lui, che taceva, seguitava; il quale spesso si rivolgeva a dietro e tutto con gli occhi dal capo a le piante mi ricercava, quasi desideroso di saper chi io mi fossi. Onde a me parve di voler, prevenendo il suo desiderio, in alcun modo sodisfarlo, e dissi: Io non fui mai in questo paese, percioché altra fiata ch'andando in Francia passai per lo Piemonte, non feci questo camino; ma, per quel ch'a me ne paia, non ho ora da pentirmi d'esserci passato, perché assai bello è il paese è da assai cortese gente abitato. </p>
	<p>Qui egli, parendogli ch'io alcuna occasione di ragionar gli porgessi, non poté più lungamente il suo desiderio tener celato, ma mi disse: Ditemi, di grazia, chi siete e di qual patria, e qual fortuna in queste parti vi conduce. Son, risposi, nato nel regno di Napoli, città famosa d'Italia, e di madre napolitana, ma traggo l'origine paterna da Bergamo, città di Lombardia; il nome e 'l cognome mio vi taccio, ch'è sì oscuro che, perch'io pur il vi dicessi, né più né meno sapreste delle mie condizioni: fuggo sdegno di principe e di fortuna, e mi riparo negli stati di Savoia. Ed egli: Sotto magnanimo e giusto e grazioso principe vi riparate. Ma come modesto, accorgendosi ch'io alcuna delle mie condizioni gli voleva tener celata, d'altro non m'addomandò. E poco eravamo oltre cinquecento passi caminati, ch'arrivammo in ripa al fiume, il qual correva così rapido che niuna saetta con maggior velocità da arco di Partia uscì giamai, ed era tanto cresciuto che più dentro alle sue sponde non si teneva; e per quel ch'ivi da alcuni villani mi fu detto, il passatore non voleva dispiccarsi dall'altra riva e aveva negato di tragittare alcuni cavalieri francesi, che con insolito pagamento avevan voluto pagarlo. Ond'io, rivolto al giovinetto che m'aveva guidato, dissi: La necessità m'astringe ad accettar quello invito che per elezione ancora non avrei ricusato; ed egli: Se ben io vorrei più tosto questo favore riconoscer dalla vostra volontà che dalla fortuna, piacemi nondimeno ch'ella abbia fatto in modo che non ci sia dubbio del vostro rimanere. Io m'andava più sempre per le sue parole confermando ch'egli non fosse d'ignobile nazione né di picciolo ingegno; onde, contento d'essermi a così fatto oste avenuto: S'a voi piace, risposi, quanto prima riceverò il favor dell'esser albergato, tanto più mi sarà grato. A queste parole egli la sua casa m'additò, che dalla ripa del fiume non era molto lontana. </p>
	<p>Ella era di nuovo fabricata ed era di tanta altezza ch'alla vista di fuor si poteva comprendere che più ordini di stanze, l'uno sovra l'altro, contenesse; aveva dinanzi quasi una picciola piazza d'alberi circondata; vi si saliva per una scala doppia, la qual era fuor della porta e dava due salite assai commode per venticinque gradi, larghi e piacevoli, da ciascuna parte. Saliti la scala, ci ritrovammo in una sala di forma quasi quadrata e di convenevol grandezza; perciò che aveva due appartamenti di stanze a destra e due altri a sinistra, e altrettanti appartamenti si conosceva ch'erano nella parte della casa superiore. Aveva incontra alla porta per la quale noi eravamo entrati un'altra porta; e da lei si discendeva per altrettanti gradi in un cortile, intorno al quale erano molte picciole stanze di servitori e granai, e di là si passava in un giardino assai grande e ripieno d'alberi fruttiferi, con bello e maestrevole ordine disposti. La sala era fornita di corami e d'ogni altro ornamento ch'ad abitazion di gentiluomo fosse conveniente: e si vedeva nel mezzo la tavola apparecchiata e la credenza carica di candidissimi piatti di creta, piena d'ogni sorte di frutti. </p>
	<p>Bello e commodo è l'alloggiamento, diss'io, e non può esser se non da nobile signore posseduto, il quale tra' boschi e nella villa la dilicatura e la politezza della città non lassa desiderare; ma sietene forse voi il signore? Io non, rispose egli, ma mio padre n'è signore, al quale piaccia Iddio di donar lunga vita: il qual non negherò che gentiluomo non sia della nostra città non del tutto inesperto delle corti e del mondo, se ben gran parte della sua vita ha spesa in contado, come colui c'ha un fratello che lungamente è stato cortigiano nella corte di Roma e ch'ivi ancor si dimora, carissimo al buon cardinal Vercelli, del cui valore e della cui auttorità in questi nostri paesi è fatta molta stima. E in qual parte d'Europa e d'Italia è conosciuto, dissi io, il buon cardinale, ove non sia stimato? </p>
	<p>Mentre così ragionava, sopragiunse un altro giovinetto di minor età, ma non di men gentile aspetto, il qual della venuta del padre portava aviso, che da veder sue possessioni ritornava. Ed ecco sopragiungere il padre a cavallo, seguito da uno staffiero e da un altro servitore a cavallo: il quale, smontato, incontanente salì le scale. Egli era uomo d'età assai matura e vicina più tosto a' sessanta ch'a' cinquant'anni, d'aspetto piacevole insieme e venerando, nel quale la bianchezza de' capelli e della barba tutta canuta, che più vecchio l'avrian fatto parere, molto accresceva di degnità. Io, fattomi incontra al buon padre di famiglia, il salutai con quella riverenza ch'a gli anni e a' sembianti suoi mi pareva dovuta; ed egli, rivoltosi al maggior figliuolo, con piacevol volto gli disse: Onde viene a noi questo oste, che mai più mi ricordo d'avere in questa o 'n altra parte veduto? A cui rispose il maggior figliuolo: Da Novara viene e a Turino se ne va. Poi, fattosi più presso al padre, gli parlò con bassa voce in modo ch'egli si ristette di volere spiar più oltre di mia condizione, ma disse: Qualunque egli sia, sia il bene arrivato: ch'in luogo è venuto ov'a' forestieri si fa volentieri onore e servizio. E io, della sua cortesia ringraziandolo, dissi: Piaccia a Dio che, come ora volentieri ricevo da voi questo favore dell'albergo, così in altra occasione ricordevole e grato mene possa dimostrare. </p>
	<p>Mentre queste cose dicevamo, i famigliari avevan recata l'acqua alle mani; e poi che lavati ci fummo, a tavola ci sedemmo, come piacque al buon vecchio, che volle me come forestiero onorare. E 'ncontinente de melloni fu quasi carica la mensa: e gli altri frutti vidi ch'all'ultimo della cena ad un suo cenno furono riserbati. Ed egli così cominciò a parlare: Quel buon vecchio Coricio, coltivator d'un picciolo orto, del quale mi sovviene d'aver letto in Vergilio,

<quote rend="block"><lg lang="lat">
<l>Dapibus mensas onerabat inemptis.</l>
</lg></quote></p>

<p>E a questa imitazione disse il Petrarca, del suo bifolco ragionando:

<quote rend="block"><lg>
<l>E poi la mensa ingombra</l>
<l>Di povere vivande,</l>
<l>Simili a quelle ghiande</l>
<l>Le quai fuggendo tutto il mondo onora.</l>
</lg></quote></p>

<p>Sì che non dovete maravigliarvi s'anch'io ad imitazion loro potrò caricarvi la mensa di vivande non comprate, le quali se tali non saranno quali voi altrove sete solito di gustare, ricordatevi che sete in villa, e a casa di povero oste vi sete abbattuto. Estimo, diss'io, parte di felicità il non esser costretto di mandare alle città per le cose necessarie al ben vivere, non ch'al vivere, delle quali mi pare che qui sia abbondanza. </p>
	<p>Non occorre, diss'egli, ch'io per alcuna cosa necessaria o convenevole a vita di povero gentiluomo mandi alla città, percioché dalle mie terre ogni cosa m'è, la dio mercé, copiosamente somministrata: le quali in quattro parti, o specie che vogliam dirle, ho divise. L'una parte è la maggiore e da me arata e seminata di frumento e d'ogn'altra sorte di legumi; l'altra è lasciata a gli alberi e alle piante, i quali sono necessari o per lo fuoco o per l'uso delle fabriche e degli instrumenti delle case, comech'in quella parte ancora che si semina sian molti ordini d'alberi su' quali le vite secondo l'usanza de' nostri piccioli paesi sono appoggiate; la terza è prateria, nella quale gli armenti e le greggi ch'io ho usano di pascolare; la quarta ho riserbata a l'erbe e a' fiori, ove sono ancora molti alveari d'api: perciò ch'oltre questo giardino nel quale tanti alberi fruttiferi vedete da me piantati e il quale dalle possessioni è alquanto separato, ho un bruolo molto grande, che d'ogni maniera d'erbaggio è copiosissimo molto. Bene avete le vostre terre compartite, dissi io, e ben si pare che di Varrone, non sol di Virgilio, siate studioso. Ma questi melloni, che sono così saporosi, nascono anch'essi su le vostre terre? Nascono, diss'egli, e, se vi piacciono, mangiatene a vostra voglia, né riguardate a me: che se poco n'ho gustati, non l'ho fatto perché ce ne sia carestia, ma perch'io gli giudico assai malsani, come quelli che, se ben sono oltre tutti gli altri di dolcissimo sapore e gratissimi al gusto, nondimeno, non sollevandosi mai di terra né ogni lor parte scoprendo al sole, conviene che molto quasi beano del soverchio umor della terra, il quale il più delle volte non potendo essere né bene né egualmente maturato dalla virtù del sole, che non percuote tutte le parti loro, aviene che pochi melloni buoni si ritrovino e molti di sapore alle zucche e a' cucumeri, ch'anch'essi non s'inalzan dalla terra, sian somiglianti. </p>
	<p>Qui egli si tacque; e io, mostrando d'approvare ciò ch'egli diceva, mi taceva, sapendo ch'i vecchi, o quelli che già cominciano ad invecchiare, sogliono esser più vaghi del ragionare che di alcun'altra cosa e che non si può far loro maggiore piacere ch'ascoltarli con attenzione. Ma egli, quasi pur allora aveduto che la moglie vi mancasse, disse: La mia donna, dalla vostra presenza ritenuta, aspetta forse d'essere invitata, onde, s'a voi pare, la farò chiamare: perché, se ben so ch'i modesti forestieri con alquanto di vergogna e di rispetto maggiore dimorano in presenza delle donne che degli uomini, nondimeno non solo la villa, ma l'uso de' nostri paesi porta seco una certa libertà, alla quale sarà bene che cominciate ad avezzarvi. </p>
	<p>Venne la moglie chiamata, e s'assise in capo di tavola in quel luogo che voto era rimaso per lei; e il buon padre di famiglia rincominciò: Omai avete veduto tutte le mie più care cose, perché figliuola femina non m'è stata concessa dal cielo: del ch'io certo molto avrei da ringraziarlo, se non fosse che la mia donna, che da' maschi, com'è costume de' giovani, spesso è abbandonata, della solitudine si lamenta; ond'io penserei di dar moglie al maggior de questi miei figliuoli, s'egli l'animo molto alieno non ne dimostrasse. Allora io dissi: Io non posso in alcun modo lodar questa usanza di dar così tosto moglie a' giovani, percioché ragionevolmente non si dovrebbe prima attendere a l'uso della generazione che l'età dell'accrescimento fosse fornita, nella quale vostro figliuolo ancora mi par che sia. Oltre di ciò i padri dovrebbon sempre eccedere i lor figliuoli almeno di ventiotto o di trent'anni, conciosia cosa che, di meno eccedendoli, son anco nel vigor dell'età quando la giovinezza de' figliuoli comincia a fiorire; onde né essi hanno sopite ancora tutte quelle voglie le quali, se non per altro, almeno per essempio de' figliuoli debbon moderare, né lor da' figliuoli è portato a pieno quel rispetto che si dee al padre, ma quasi compagni e fratelli son molte fiate nel conversare, e talora, il ch'è più disdicevole, rivali e competitori nell'amore. Ma se di molto maggiore numero d'anni eccedessero, non potrebbono i padri ammaestrare i figliuoli e sarebbon vicini alla decrepità quando i figliuoli fossero ancor nella infanzia o nella prima fanciulezza, né da lor potrebbono quell'aiuto attendere e quella gratitudine che tanto dalla natura è desiderata. E in questo proposito mi ricordo che, leggendo Lucrezio, ho considerata quella leggiadra forma di parlare ch'egli usa: <quote rend="block"><foreign lang="lat">Natis munire senectam</foreign></quote>; percioch'i figliuoli sono per natura difesa e fortezza del padre, né tali potrebbon essere s'in età ferma e vigorosa non fossero quando i padri alla vecchiaia sono arrivati; alla quale voi essendo già vicino, mi par che non meno dell'età che delle altre condizioni de' vostri figliuoli debbiate esser sodisfatto e rimaner parimente che 'l vostro maggior figliuolo oltre il piacere, che ragionevole certo è molto, non cerchi di piacervi nel prender moglie, la quale fra dieci o dodici anni assai a tempo prenderà. </p>
	<p>Io m'accorgeva, mentre queste cose diceva, che più al figliuolo ch'al padre il mio ragionamento era grato; ed egli, del mio accorgere accorgendosi, con volto ridente disse: Non in tutto indarno sarò oggi uscito fuori alla caccia, poiché non solo ho fatto preda, ma, quel ch'anco non isperai, così buono avocato nella mia causa ho ritrovato. Così dicendo, mi mise su 'l piattello alcune parti più delicate del capriolo, che parte era stato arrostito e parte condito in una maniera di manicaretti assai piacevole al gusto. Venne co 'l capriolo compartito in due piatti alquanto di cinghiaro, concio secondo il costume della mia patria in brodo lardiero, e in due altri due paia di piccioni, l'uno arrosto e l'altro lesso; e il padre di famiglia disse allora: Il cinghiaro è preda d'un gentiluomo nostro amico e vicino, il qual con mio figliuolo suole il più delle volte accomunar le prede, e i piccioni sono stati presi da una colombaia: e in queste poche vivande sarà ristretta la nostra cena, perch'il bue si porta più tosto per un cotal riempimento delle mense che perché da alcuno in questa stagione ancor calda sia gustato. A me basterà, dissi io, se pur non è soverchio, il mangiar delle due sorti di carni salvatiche, e mi parrà d'essere a cena con gli eroi, al tempo de' quali non si legge che si mangiasse altra carne che di bue, di porco e di cervo o d'altri somiglianti: percioché i conviti d'Agamennone, come si legge in Omero, tutto che per opinion di Luciano meritasser d'aver Nestore quasi per parasito, non eran d'altre vivande composti; e i compagni d'Ulisse non per cupidità di fagiani o di pernici, ma per mangiare i buoi del sole sopportarono tante sciagure. Vergilio parimente, per non dilungarsi da questo costume, introduce Enea che nell'Africa uccide sette cervi: ove per altro non di cervi, ma d'alcuna sorte d'augelli doveva far preda, perciò che nell'Africa non nascono cervi; ma mentre egli volle aver riguardo alla convenevolezza e al costume degli eroi, si dimenticò, o dimenticar si volle, di quel ch'era proprio di quella provincia. E perché, disse il buon vecchio, è stato finto da' poeti che gli eroi solo di sì fatte carni mangiassero? Perché, risposi, son di gran nutrimento, ed essi, come coloro che molto nelle fatiche s'essercitavano, di gran nutrimento avevan bisogno, il quale non posson dare gli uccelli, che molto agevolmente son digeriti; ma le carni degli animali selvaggi, benché sian di gran nutrimento, sono nondimeno sane molto, perché son molto essercitate, e la lor grassezza è molto più naturale che non è quella de' porci o d'altro animale che studiosamente s'ingrassi, sì che non sì tosto stucca come quella farebbe degli animali domestici. E convenevolmente fu detto da Virgilio:

<quote rend="block"><lg lang="lat">
<l>Implentur veteris Bacchi pinguisque ferinae,</l>
</lg></quote> </p>

<p>perché ne mangiavano a corpo pieno senza alcuna noiosa sazietà. </p>
	<p>Qui mi taceva io; quando il buon padre di famiglia così cominciò: La menzione che voi avete fatta del vino e de' tempi eroici mi fa sovvenire di quel che da alcuni osservatori d'Omero ho udito, cioè ch'egli sempre, lodando il vino, il chiamava nero e dolce, le quali due condizioni non son molto lodevoli nel vino; e tanto più mi par maraviglioso ch'egli dia sì fatta lode al vino, quanto più mi par d'aver osservato ch'i vini che di Levante a noi sono recati sian di color bianco, come sono le malvagìe e le romanìe e altri sì fatti ch'io in Vinezia ho bevuti: oltre ch'i vini che nel regno di Napoli greci son chiamati, i quali peraventura sortirono questo nome perché le viti di Grecia furono portate, sono bianchi o dorati più tosto di colore, sì come dorato è quel di tutti gli altri de' quali abbiamo ragionato, e bianchi sono più propriamente i vini del Reno, di Germania e gli altri che nascono in paese freddo ove il sole non ha tanto vigore che possa a fatto maturar l'uve inanzi la stagione della vindemmia, se ben forse il modo ancora, co' quali son fatti, di quella bianchezza è cagione. Quivi egli taceva; quando io risposi: I vini son da Omero detti dolci con quella maniera di metafora con la quale tutte le cose, o grate a' sensi o care all'animo, dolci sono addomandate, se ben io non negherò ch'egli il vino alquanto dolcetto non potesse amare, il quale a me ancora suol molto piacere, e questa dolcezza sin a certo termine non è spiacevole nel vino; e le malvagìe e i grechi e le romanìe, delle quali abbiam fatta menzione, tutte hanno alquanto del dolce, la qual dolcezza si perde con la vecchiaia: onde si legge: <quote rend="block"><foreign lang="lat">Ingere mihi calices amariores</foreign></quote>, non perch'il poeta desiderasse il vino amaro, ch'alcun non è a cui l'amaritudine nel vino non fosse spiacevole, ma perch'il vin vecchio, perdendo la dolcezza, acquista quella forza piena d'austerità ch'egli chiama amaritudine. Onde vorrei che così intendeste che da Omero sia chiamato il vin dolce come da Catullo è chiamato amaro: negro poi il chiama Omero, avendo forse riguardo ad alcun vin particolare ch'in quel tempo fosse in pregio come è ora la lacrima, la quale, tutto che sia premuta da quell'uve stesse dalle quali è espresso il greco, è nondimeno di color vermiglio. </p>
	<p>Così diceva io; e avendo la prima volta co' melloni assaggiato d'un vin bianco assai generoso, invitato da lui bevvi un'altra volta d'un claretto molto dilicato, e traponendo tra 'l mangiare alcuna parola, la lieta cena quasi al suo fine conducemmo; per che, levate le carni e i manicaretti di tavola, vi furono posti frutti d'ogni sorte in molta copia, de' quali poi ch'alquanti ebbe il buon vecchio solamente gustati, così a ragionar cominciò: Io ho molte fiate udito questionar della nobiltà delle stagioni e ho due lettere vedute che stampate si leggono, del Muzio l'una e del Tasso l'altra, nelle quali tra 'l verno e la state di nobiltà si contende; ma a me pare che niuna stagione all'autunno possa paragonarsi, percioché la state e 'l verno co 'l soverchio del freddo e del caldo sono altrui tanto noiose che né l'una co' frutti né l'altra co' giuochi e con gli spettacoli può la sua noia temperare: e sono impedimento non solo al nocchiero, che nel verno non ardisce uscir del porto, e al peregrino e al soldato e al cacciatore, ch'or sotto un'ombra, or sotto un tetto d'una chiesa tra' boschi dirupata sono necessitati di ripararsi da gli ardori intolerabili e da' nembi e dalle pioggie e dalle procelle che sopragiungono all'improvviso; ma al padre di famiglia eziandio, che non può senza molto suo discommodo i suoi campi andar visitando. L'una stagion poi è tutta piena di fatica e di sudore, né gode de' frutti ch'ella raccoglie se non in picciola parte; l'altra, pigra e neghittosa, tra l'ozio e la crapula ingiustamente consuma e disperde quel che dalle fatiche altrui l'è stato acquistato. La quale ingiustizia si conosce egualmente nella disegualità delle notti e de' giorni, percioché nel verno il giorno, che per natura è di degnità superiore, cede alla notte, dalla quale è irragionevole ch'egli sia superato, e breve e freddo e nubiloso non concede a gli uomini convenevole spazio d'operare o di contemplare, sì che l'operazioni e le contemplazioni sono nella notte riserbate: tempo all'une e all'altre poco opportuno, come quello in cui i sensi, che son ministri dell'intelletto, non possono intieramente il loro ufficio essercitare. Ma nella state il giorno divien vincitore non come giusto signore, ma come tiranno, il qual s'usurpa molto più della parte conveniente, non lassando alla notte pure tanto spazio ch'ella possa a bastanza ristorare i corpi risoluti dal soverchio caldo e afflitti dalle fatiche del giorno; della cui brevità non solo gli amanti, che lunghissime le vorrebbono, soglion lamentarsi, ma la buona madre di famiglia ancora, ch'in quell'ora che nelle braccia del marito vorrebbe di nuovo addormentarsi, è da lui desta e abbandonata. </p>
	<p>Così diceva il buon padre, con un cotal sorriso lieto riguardando la sua donna, ch'a quelle parole, tinta alquanto di vergogna, chinò gli occhi; e poi seguitò: Queste sono le noie e gli incommodi, se non m'inganno, del verno e della state, delle quali la primavera e l'autunno son privi, e son pieni di mille diletti: e in loro il sole, giustissimo signore, rende così eguali le notti al giorno che l'uno dell'altro con ragion non può lamentarsi. Ma se vorremo anco della primavera e dell'autunno far paragone, troveremo che tanto la primavera dell'autunno dee esser giudicata inferiore, quanto è ragionevole che cedano le speranze a gli effetti e i fiori a' frutti, de' quali ricchissimo oltre tutte l'altre stagioni è l'autunno, conciosia cosa che tutti quelli che ha prodotti la state durano ancora in lui, e molti ancora egli n'ha, che sono proprissimi della sua stagione: della quale è propria ancor la vindemmia, ch'è la maggior cura e la più nobil che possa avere il padre di famiglia; percioché, s'egli da' villani è ingannato nelle raccolte de' frumenti, ne sente alcun incommodo e alcun danno solamente, ma s'egli nel fare i vini usa trascuraggine alcuna, non solo danno ne sente, ma vergogna eziandio, quando aviene che nell'occasione d'alcun oste, ch'onori la sua casa, egli non possa onorar la sua cena con buoni vini, senza i quali non sol Venere è fredda, ma insipide son tutte le vivande che potesse condire il più eccelente cuoco ch'abbia il duca. Concludo dunque che l'autunno sia la nobilissima e l'ottima de le stagioni, e quella ch'al buon padre di famiglia più di tutte l'altre suole esser grata: e mi sovviene d'aver udito dir da mio padre, dal quale ancora alcuna delle cose dette udii dire, il qual fu uomo, se 'l vero di lui fu creduto, della naturale e moral filosofia e degli studî dell'eloquenza più che mediocremente intendente, ch'in questa stagione ebbe principio il mondo, s'in alcuna ebbe principio, come per fede certissimamente tener debbiamo ch'avesse. </p>
	<p>Cotesta, diss'io allora, è stata opinion d'alcuni dottori ebrei e cristiani di gran grido, della quale, poi ch'ella non è articol di fede, ciascun può credere a suo modo. E io per me son un di coloro che son di contraria opinione; e mi par più verisimile che, se 'l mondo ebbe principio, come si dee supporre, l'avesse la primavera: il che così mi sforzerò di provare. Dovete sapere ch'il cielo è ritondo e ha tutte le sue parti sì uniformi che non si può assignare in lui né principio né fine, né destro né sinistro, né sovra né sotto, né inanzi né dietro, che sono le sei posizioni del luogo, se non forse solo in rispetto del moto, percioché destra è quella parte dalla quale ha principio il movimento; ma perch'il movimento del sole va contra il movimento del primo mobile, dubitar si potrebbe se queste sei differenze del luogo si debbano principalmente prendere secondo il moto del primo mobile o secondo il moto del sole: nondimeno, perché tutte le cose di questo nostro mondo alterabile e corruttibile dipendono dal movimento principalmente, il quale è cagione della generazione e della corruzione e padre degli animali, è ragionevole ch'il moto del sole ditermini le differenze del luogo. Secondo il moto del sole dunque il nostro polo è il superiore, il qual secondo il movimento del primo mobile sarebbe l'inferiore; stante questo fondamento, se noi vorremo investigare da quale stagione è ragionevole che 'l mondo abbia avuto principio, vedremo ch'è molto ragionevole ch'egli l'abbia avuto in quella nella quale il sole, movendosi, non s'allontana da noi, ma a noi s'avvicina e comincia la generazione e non la coruzione: perché secondo l'ordin della natura le cose prima si generano e poi si corrompono. Ma il sole, movendosi dall'Ariete, a noi s'avvicina e alla generazion delle cose dà principio; è ragionevol dunque che, quando il mondo ebbe principio, il sole fosse in Ariete: il che senza alcun dubbio così vedrà essere chi diligentemente considererà le cose che nel <emph>Timeo</emph> di Platone da Iddio padre son dette agli dei minori. Ben è vero che chi volesse prender le posizion del luogo dal movimento del primo mobile, ne seguirebbe ch'il polo antartico fosse il soprano per natura e che 'l mondo dovesse avere avuto principio in quella stagione nella quale il sole, movendosi, s'avvicina a' nostri antipodi e comincia la generazione in quelle parti dell'altro mondo che sono opposte a queste: il che chi concedesse, più ragionevol sarebbe ch'il moto avesse avuto principio nell'equinozio autunnale, quando il sole era in Libra. Tutta volta ne seguirebbe anco ch'egli avuto l'avesse nella primavera, perché questo, ch'è autunno a noi, è primavera a coloro in rispetto de' quali il principio del moto si prenderebbe. Ma la prima opinione, sì come per ragion naturale è più ragionevole, così anco più commodamente dalle persuasioni può esser accompagnata, perciò ch'il nostro mondo fu degnato della presenza del vero figliuol d'Iddio, il quale elesse di morire in Gierusalemme, che secondo alcuni è nel mezzo del nostro emisperio: oltre di ciò egli volle morir la primavera per riscuotere l'umana generazione in quel tempo ch'egli prima l'aveva creata. </p>
	<p>Qui mi taceva io; quando il buon padre di famiglia, mosso da queste mie parole, con maggiore attenzione cominciò a risguardarmi e disse: A maggior ospite ch'io non credeva conosco d'aver dato ricetto, e voi sete uno peraventura del quale alcun grido è arrivato in queste nostre parti, il quale, per alcuno umano errore caduto in infelicità, è altrettanto degno di perdono per la cagione del suo fallire, quanto per altro di lode e di maraviglia. E io: Quella fama che peraventura non poteva derivar dal mio valore, del quale voi sete troppo cortese lodatore, è derivata dalle mie sciagure; ma, qualunque io mi sia, io mi son uno che parlo anzi per ver dire che per odio o per disprezzo d'altrui o per soverchia animosità d'opinioni. Se voi tal sete, rispose il buon padre di famiglia, poi che non voglio altro per ora investigar de' vostri particolari, non potrete essere se non convenevol giudice d'un ragionamento che 'l mio buon padre, carico d'anni e di senno, mi fece alcuni anni innanzi che morisse, rinunziandomi il governo della casa e la cura famigliare. </p>
	<p>Mentr'egli così diceva, i servitori levavano i piatti, ch'in parte eran voti, dalla tavola, e la moglie, accompagnata da' figliuoli, si levò e ritirossi alle sue stanze; i quali poco stante ritornando, dissi io: A me sarà oltre modo grato d'udir ciò ch'in questo proposito da vostro padre vi fu ragionato; ma perché mi sarebbe grave l'ascoltar con disagio degli altri ascoltatori, vi prego che voi commandiate a' vostri figliuoli che seggano. I quali avendo ubbedito al cortese commandamento del padre, egli così cominciò: In quel tempo che Carlo Quinto depose la monarchia e dall'azioni del mondo alla vita contemplativa, quasi da tempesta in porto, si ritirò, il mio buon padre, ch'era d'età di settanta anni, avendo io passati quelli di trenta, a sé mi chiamò e in questa guisa cominciò a ragionarmi: L'azioni de' grandissimi re che convertono gli occhi a sé di tutte le genti, se ben per la grandezza loro non pare che possano avere alcuna proporzione con quelle di noi altri uomini privati, nondimeno ci muovono talora con l'auttorità dell'essempio ad imitarle in quel modo che noi vediamo che la providenza d'Iddio onnipotente e della natura è imitata non solo dall'uomo, animal ragionevole ch'a gli angioli di dignità s'avicina, ma dalla industria d'alcuni piccioli animaletti eziandio; onde non ti dovrà parer strano se, ora che Carlo Quinto gloriosissimo imperatore ha deposto il peso della monarchia, io penso co 'l suo essempio di sgravarmi di questo della casa, il quale alla mia privata persona non è men grave di quel che sia l'imperio alla sua eroica. Ma prima ch'io a te dia il governo, il quale più a te ch'a tuo fratello non solo per la maggioranza dell'età si conviene, ma per la maggior inclinazione ancora che dimostri all'agricoltura, cura alla famigliare congiuntissima molto, io voglio così delle cose appertenenti al buon governo ammaestrarti com'io da mio padre fui ammaestrato, il quale, di povero padre nato e di picciolo patrimonio erede, con l'industria e con la parsimonia e con tutte l'arti di lodato padre di famiglia molto l'accrebbe: il qual poi ne le mie mani non è scemato, ma fatto maggiore che da mio padre no 'l ricevei. Perché, se bene con tanta fatica non ho atteso all'agricoltura con quanta egli diede opera, né con tanta parsimonia son vissuto, nondimeno (siami lecito con te, mio figliuol, di gloriarmi) la cognizion ch'io aveva maggior della natura delle cose e de' commerci del mondo è stata cagione che con maggiore spesa agevolmente ho fatto quello ch'egli, uomo senza lettere e non esperto del mondo, co 'l risparmio e con la fatica eziandio della persona difficilmente faceva. </p>
	<p>Or cominciando, dico che la cura del padre di famiglia a due cose si stende, alle persone e a le facoltà, e che con le persone tre uffici dee essercitare, di marito, di padre e di signore; e nelle facultà due fini si propone, la conservazione e l'accrescimento: e intorno a ciascuno di questi capi partitamente ragionerò, e prima delle persone che delle facultà, perché la cura delle cose ragionevoli è più nobile che quella delle irragionevoli. Dee dunque il buon padre di famiglia principalmente aver cura della moglie con la qual sostiene persona di marito, che con altro nome forse più efficace è detto consorte, conciò sia cosa ch'il marito e la moglie debbon esser consorti d'una medesima fortuna e tutti i beni e tutti mali della vita debbono fra loro esser communi in quel modo che l'anima accomuna i suoi beni e le sue operazioni co 'l corpo e che 'l corpo con l'anima suole accomunarle: e sì come, quando alcuna parte del corpo ci duole, l'animo non può esser lieto e alla mestizia dell'animo suol seguitar l'infermità del corpo, così il marito dee dolersi co' dolori della moglie e la moglie con quei del marito. E la medesima comunanza dee essere in tutti gli affetti e in tutti gli offici e in tutte l'operazioni: e tanto è simile la congiunzione che 'l marito ha con la moglie a quella che 'l corpo ha con l'anima, che non senza ragione così il nome di consorte al marito e alla moglie s'attribuisce, com'a l'anima è stato attribuito; conciosia cosa che, dell'anima ragionando, disse il Petrarca:

<quote rend="block"><lg>
<l>L'errante mia consorte,</l>
</lg></quote></p>

<p>ad imitazion forse di Dante, che nella canzona della nobiltà aveva detto che l'anima si sposava al corpo, benché per alcun altro rispetto ella più tosto al marito ch'alla moglie debba essere assomigliata. E sì come, poi che s'è disciolto una volta quel nodo che lega l'anima co 'l corpo, non pare che l'anima a niun altro corpo possa congiungersi, perché pazza a fatto fu l'opinion di coloro che volevan che l'anima d'uno in altro corpo trapasasse in quella guisa che 'l peregrino d'uno in altro albergo suol trapassare, così parrebbe convenevole che la donna o l'uomo che per morte sono stati disciolti dal primo nodo di matrimonio, non si legassero al secondo; né senza molta lode e molta maraviglia della sua pudicizia sarebbe Didone continovata nel suo proponimento di non volere il secondo marito: la qual così dice:

<quote rend="block"><lg lang="lat">
<l>Sed mihi vel tellus optem prius ima dehiscat</l>
<l>Vel pater omnipotens adigat me fulmine ad umbras</l>
<l>Ante, pudor, quam te violem aut tua iura resolvam.</l>
<l>Ille meos primus qui me sibi iunxit amores</l>
<l>Abstulit; ille habeat secum servetque sepulchro.</l>
</lg></quote></p>

	<p>Nondimeno, perché l'usanza e le leggi in ciò dispensano, può così la donna come l'uomo senza biasmo passare alle seconde nozze, massimamente se vi trapassano per desiderio di successione, desiderio naturalissimo in tutte le ragionevoli creature; ma più felici nondimeno sono coloro i quali da un sol nodo di matrimonio nella vita loro sono stati legati. Quanto maggiore e più stretta dunque è la congiunzione del marito con la moglie, tanto più dee ciascun procurar di far convenevole matrimonio. E la convenevolezza del matrimonio in due cose principalmente si considera, nella condizione e nell'età, percioché, sì come due destrieri o duo buoi di grandezza molto diseguali non possono esser ben congiunti sotto un giogo stesso, così donna d'alto affare con uomo di picciola condizione o per lo contrario uomo gentile con donna ignobile non ben si posson sotto il giogo del matrimonio accompagnare. Ma quando pure avenga che per qualch'accidente di fortuna l'uomo tolga donna superiore per nobiltà in moglie, dee, non dimenticandosi però d'esser marito, più onorarla che non farebbe una donna d'eguale o di minor condizione, e averla per compagna nell'amore e nella vita, ma per superiore in alcuni atti di publica apparenza, i quali da niuna esistenza sono accompagnati: quali sono quegli onori che per buona creanza si soglion fare altrui; ed ella dee pensare che niuna differenza di nobiltà può esser sì grande che maggior non sia quella che la natura ha posta fra gli uomini e le donne, per le quali naturalmente nascono lor soggette. Ma se l'uomo torrà in moglie donna di condizione inferiore, considerar dee ch'il matrimonio è aguagliator di molte disaguaglianze e ch'egli tolta l'ha non per serva ma per compagna della vita: e tanto sia detto intorno alle condizioni del marito e della moglie. </p>
	<p>Or passando all'età, dico ch'il marito dee procurar d'averla anzi giovinetta ch'attempata, non solo perch'in quell'età giovenile la donna è più atta a generare, ma anco perché secondo il testimonio d'Esiodo può meglio ricever e ritener tutte le forme de' costumi ch'al marito piacerà d'imprimerle. E perciò che la vita della donna è circonscritta ordinariamente entro più breve spazio che non è la vita dell'uomo, e più tosto invecchia la donna che l'uomo, come quella in cui il calor naturale non è proporzionato alla soverchia umidità, dovrebbe sempre l'uomo esceder la donna di tant'anni che 'l principio della vecchiaia dell'uno con quel dell'altro non venisse insieme ad accozzarsi e che non prima l'uno che l'altro divenisse inabile alla generazione. </p>
	<p>Or, s'averrà che 'l marito con le condizioni già dette tolga la moglie, molto più agevolmente potrà in lei essercitar quella superiorità che dalla natura all'uomo è stata concessa, senza la quale alle volte aviene ch'egli così ritrosa e inobediente la ritrovi ch'ove credeva d'aver tolta compagna che l'aiutasse a far più leggiero quel che di grave porta seco la nostra umanità, si trova d'essersi avenuto ad una perpetua nemica, la qual non altramente sempre a lui ripugna di quel che faccia negli animi nostri la cupidità smoderata alla ragione; percioché tale è la donna in rispetto dell'uomo, quale è la cupidità in rispetto dell'intelletto. E sì come la cupidità, ch'è per sé irragionevole, prestando ubbedienza all'intelletto, s'informa di molte belle e leggiadre virtù, così la donna ch'all'uomo ubbedisca, di quelle virtù s'adorna delle quali, s'ella ribella si dimostrasse, non sarebbe adornata. </p>
	<p>Virtù dunque della donna è il sapere ubbedire all'uomo non in quel modo che 'l servo al signore e 'l corpo all'animo ubbedisce, ma civilmente in quel modo che nelle città ben ordinate i cittadini ubbediscono alle leggi e a' magistrati, o nell'anima nostra, nella quale, così ordinate le potenze come nelle città gli ordini de' cittadini, la parte affettuosa suole alla ragionevole ubbedire: e in ciò convenevolmente dalla natura è stato adoperato, perciò che, dovendo nella compagnia ch'è fra l'uomo e la donna esser diversi gli uffici e l'operazioni dell'uno da quelli dell'altro, diverse convenivano che fosser le virtù. Virtù propria dell'uomo è la prudenza e la fortezza e la liberalità, della donna la modestia e la pudicizia; con le quali l'uno e l'altro molto ben può far quell'operazioni che son convenienti. Ma benché la pudicizia non sia virtù propria dell'uomo, dee il buon marito offender men che può le leggi maritali, né esser sì incontinente che lontano dalla moglie non possa astenersi da' piaceri della carne; perciò che, se non violerà egli le leggi maritali, molto confermerà la castità della donna, la qual, per natura libidinosa e inclinata a' piaceri di Venere non men dell'uomo, solo da vergogna e da amore e da timore suole esser ritenuta a non romper fede al marito: fra' quali tre affetti anzi di lode che di biasmo è degno il timore, ove gli altri due son lodevolissimi molto. E perciò con molta ragione da Aristotele fu detto che la vergogna, che nell'uomo non merita lode, è laudevol nella donna; e con molta ragion disse la figliuola sua che niun più bel colore orna le guance della donna di quel che da vergogna vi suole esser dipinto: il qual tanto alle donne accresce di vaghezza, quanto lor peraventura ne tolgono que' colori artificiali de' quali, quasi maschere o scene, si soglion colorare. E certo che, sì come giudiciosa donna a niun modo dovrebbe le bellezze naturali con gli artificiali imbellettamenti guastare e ricoprire, così il marito non dovrebbe consentirlo; ma perché l'imperio del marito conviene che sia moderato, in quelle cose massimamente ch'alle donne come cura feminile appertengono, le quali, perché dall'usanza son ricevute, in alcun modo d'impudicizia non possono esser argomento, con niun'altra maniera potrà meglio il marito far che non s'imbelletti che co 'l mostrarsi schivo de' belletti e de' lisci: percioch'essendo tutte le donne vaghe di parer belle e di piacere altrui, e l'oneste donne particolarmente di piacere al marito desiderose, qualora l'onesta moglie s'accorgerà di non piacer così lisciata agli occhi del marito, dal lisciarsi si rimarrà. Molto più facile nondimeno dee essere il marito in concederle ch'ella degli ornamenti e delle vaghezze conveniente a sua pari sia a bastanza fornita, perché, se ben la soverchia pompa par cosa più conveniente a' teatri e alla scena ch'alla persona d'onesta matrona, nondimeno molto si dee in questa parte attribuire all'usanza, né si dee così acerbamente offender l'animo feminile, che per natura è vago d'ornare il corpo. </p>
	<p>E se ben vediamo che la natura negli animali ha voluto che più adorni siano i corpi de' maschi che delle femine, come quella c'ha adornati i cervi di belle e ramose corna e i leoni di superbe come, le quali alle lor femine ha negate, e ha adornata la coda del pavone di molta più vaga varietà di colori che quella delle sue femine, nondimeno vediamo che nella specie dell'uomo ella ha avuto maggior riguardo alla bellezza della femina ch'a quella del maschio, perciò che le carni della donna, sì come son più molli così per l'ordinario sono ancora più vaghe da riguardare, né hanno il volto ingombrato dalla barba, la qual se ben non si disdice nell'uomo, essendo propria di lui, tuttavolta non si può negare ch'i volti de' giovinetti a' quali non è ancor venuta la barba, non sian più belli di quelli degli uomini barbuti; e Amore non barbuto, ma senza barba dalla giudiziosa antichità è stato figurato, e Bacco e Apolline, che fra tutti gli dei furono bellissimi, senza barba furono dipinti, ma con lunghissime chiome: onde i poeti chiamano Febo con aggiunto quasi perpetuo “non tosato” o “comato”. Ma le chiome, le quali sono grandissimo ornamento della natura, non crescono mai negli uomini tanto, né sono così molli e sottili come nelle donne, le quali così delle lor chiome si rallegrano come gli alberi delle lor fronde, e ragionevolmente nelle morti de' mariti, quando di tutti gli altri ornamenti sogliono spogliarsi, usano anco in alcune parti d'italia di troncarsi le chiome: la qual usanza fu usanza degli antichi eziandio, come d'Elena si legge appresso Euripide. </p>
	<p>Quanto più dunque la natura ha avuto risguardo alla bellezza delle donne, tanto più è convenevole ch'esse l'abbiano in pregio e che con giudiziosi ornamenti procurino d'accrescerla: onde, se tu prenderai moglie, quale io desidero che tu la prenda, bella e giovinetta e di condizione eguale alla tua e d'ingegno modesto e mansueto, da buona e pudica madre sotto buona disciplina allevata, quanto ella a te piacerà, tanto dèi tu procurare non sol di piacere a lei, ma di compiacerla. Di che né di vestimenti né degli altri ornamenti men ornata dèi consentir che vada di quel che vadano l'altre sue pari e di quel che porti l'uso della nostra città; né sì ristretta tener la dèi ch'ella non possa talora andare alle feste e agli spettacoli publici, ove nobile e onesta brigata di donne suol ragunarsi, né d'altra parte tanto allentarle il freno della licenza ch'ella in tutte le danze, in tutte le comedie, in tutte le solennità sia fra le prime vedute e vagheggiate. Ma dovrai ad alcune sue oneste voglie, le quali la gioventù così suol seco apportare come la primavera reca i fiori e l'altre vaghezze, non far così severo disdetto ch'ella t'odii o ti tema con quel timore co 'l quale i padroni da' servi son temuti; né anco esser così facile a secondarle ch'ella baldanzosa ne divenga e deponga quella vergogna che nelle oneste donne tanto è conveniente, la quale è una specie di timore distinta dal timor servile, che con l'amor così facilmente s'accompagna come il timor servile con l'odio: e di questo timore, che propiamente è vergogna, e della riverenza intese Omero, quando disse:

<quote rend="block"><lg>
<l>O da me ognor temuto e paventato</l>
<l>suocero caro.</l>
</lg></quote></p>

<p>E non solo dovrà egli procurar di conservare in lei la vergogna in tutti gli atti e in tutte l'operazioni della vita, ma negli abbracciamenti eziandio, perché non viene a gli abbracciamenti il marito in quel modo stesso che viene l'amante: onde non è maraviglia s'a Catelda parvero più saporiti i baci dell'amante che quei del marito fossero paruti, bench'io crederei più tosto che niuna dolcezza maggiore fosse in amore di quella che dall'onestà del matrimonio è moderata, e assomigliarei gli abbracciamenti del marito e della moglie alle cene degli uomini temperanti, i quali non men gustano delle vivande di quel che gli incontinenti soglian gustarne, anzi peraventura tanto più quanto il senso moderato dalla ragione è più dritto giudice degli oggetti. Né voglio in questo proposito tacere che, quando Omero finge che Giunone, togliendo il cinto di Venere, va a ritrovare il marito su 'l monte Ida e, allettatolo nel suo amore, con lui si corca nell'erba, ricoperta da una nuvola maravigliosa, altro non significa se non ch'ella, vestitasi la persona d'amante e spogliatasi quella di moglie, va a ritrovar Giove; perché le lusinghe e i vezzi e i molli susurri ch'ella da Venere aveva presi insieme co 'l cinto, sono cosa anzi d'amante che da moglie: onde convenevol fu che, vergognandosi ella di se medesima, le fosse concessa una nuvola che la ricoprisse. Ben è vero che, dicendogli Giove che non aveva avuto egual desiderio di lei da quel dì che prima la prese per moglie, par che ci dia a divedere ch'a gli sposi di sostener per alcun breve tempo la persona d'amante non si disdica; la qual nondimeno molto tosto si dee deporre, percioch'è inconvenientissima a coloro che come padre o madre di famiglia voglion con onestà e con amor maritale regger la casa. Né altro mi soviene che dire del vicendevole amore che dee esser tra 'l marito e la moglie e delle leggi del matrimonio; perciò che il considerare se 'l marito dee uccider la moglie impudica o 'n altro modo secondo le leggi punirla, è considerazione che peraventura può più opportunamente in altro proposito esser avuta. E se tu tale la prenderai qual figurata l'abbiamo, non dèi temer che mai ti venga occasione per la quale d'esser da me stato intorno a ciò consigliato debba desiderare. </p>
	<p>Or passando a' figliuoli, dee la cura loro così tra il padre e la madre esser compartita ch'alla madre tocchi il nutrirli e al padre l'ammaestrarli: ché non dee la madre, se da infermità non è impedita, negare il latte a' propi figliuoli, conciò sia cosa che quella prima età, tenera e molle e atta ad informarsi di tutte le forme, agevolmente suol ber co 'l latte alcuna volta i costumi delle nutrici; e s'il nutrimento non potesse molto alterare i corpi e in conseguenza i costumi de' bambini, non sarebbe alle nutrici interdetto l'uso soverchio del vino; ma essendo le nutrici per l'ordinario vili feminelle, è convenevole che quel primo nudrimento che da lor prendono i bambini non sia così gentile e delicato come quel delle madri sarebbe. Oltreché chi niega il nutrimento par ch'in un certo modo nieghi d'esser madre, percioché la madre si conosce principalmente per lo nutrimento. Ma passata quella prima età che di latte è nudrita e che di cibi più sodi può esser pasciuta, rimangono anco i bambini sotto la custodia delle madri, le quali sogliono esser così tenere de' figliuoli ch'agevolmente potrebbono in soverchia dilicatura allevarli; onde conviene ch'il padre proveda ch'essi non siano troppo mollemente nudriti: e percioché quella prima età abonda di calor naturale, non è inconveniente l'assuefarli a sopportare il freddo, conciosiacosa che, tanto più restringendosi dentro il caldo naturale e facendo quella ch'antiparistasi è detta da' filosofi, la complession de' fanciulli ne diventa gagliarda e robusta. Ed era costume d'alcune antiche nazioni, e de' Celti particolarmente, come leggiamo appresso Aristotele, di lavare i bambini nel fiume per indurarli contra il freddo: la qual usanza è da Virgilio attribuita a' Latini, come si legge in que' versi:

<quote rend="block"><lg lang="lat">
<l>Durum a stirpe genus, natos ad flumina primum</l>
<l>Deferimus saevoque gelu duramus et undis:</l>
<l>Venatu invigilant pueri silvasque fatigant</l>
<l>Flectere ludus equos et spicula tendere cornu.</l>
</lg></quote></p>

<p>E bench'io quel costume non vitupero, mi pare nondimeno d'ammonirti che, se piacerà al cielo di darti figliuoli, tu non debba educarli sotto sì molle disciplina che riescan simili a que' Frigi, de' quali dal medesimo poeta si fa menzione:

<quote rend="block"><lg lang="lat">
<l>Vobis picta croco et fulgenti murice vestis,</l>
<l>Et tunicae manicas et habent redimicula mitrae.</l>
<l>O vere Phrigiae (neque <add>enim</add> Phriges), ite per alta</l>
<l>Dindima, ubi assuetis biforem dat tibia cantum.</l>
<l>Tympana vos buxusque vocat Berecyntia matris</l>
<l>Ideae: sinite arma viris et cedite ferro;</l>
</lg></quote></p>

<p>simili a' quali mi pare ch'oggi siano quelli d'alcuna città di Lombardia, percioché, s'alcuno n'esce valoroso, molti ancora tra' Frigi erano valorosi. Ma non vorrei anco che sì severamente gli allevassi come i Lacedemoni erano allevati o pur come Achille da Chirone fu nudrito: non vorrei, dico, che sì fattamente gli allevassi, perché quella educazione rende gli uomini fieri, come de' Lacedemoni fu giudicato; e quando ella pur fusse conveniente a gli eroi, benché tale non fu Achille ne' costumi ch'alcun eroe se 'l debba proporre per essempio, la tua privata condizione ricerca che tu pensi d'allevare in modo i tuoi figliuoli ch'essi possan riuscir buon cittadini della tua città e buon servitori del tuo principe, il quale de' soggetti ne' negozî, nelle lettere e nella guerra è usato di servirsi: alle quali professioni tutte i tuoi figliuoli riesceranno non inabili, se tu cercherai che divengano di complessione non atletica né feminile, ma virile e robusta, e che s'essercitino negli essercizî del corpo e dello intelletto parimente. Ma percioché tutta questa parte dell'educazion de' figliuoli è cura in guisa del padre di famiglia ch'ella insieme è del politico, il quale dovrebbe prescrivere a' padri il modo co 'l quale dovessero i figliuoli allevare accioché la disciplina della città riuscisse uniforme, voglio questo ragionamento lasciar da parte o almeno da quel della cura famigliare separarlo: e mi basterà solo di consigliarti che tu gli allevi nel timor d'Iddio e nella ubbedienza paterna, egualmente nell'arti lodevoli dell'animo e del corpo essercitati. </p>
	<p>Abbiam già parlato, quanto è stato convenevole, di quel che tu dovrai far come marito e come padre: or rimane che vegnamo alla considerazione della terza persona, a quella di padrone, dico, o di signore che vogliam chiamarla, il quale al servo è relativo. E se noi vogliam prestar fede a gli antichi che del governo famigliare hanno scritto, con l'opera, co 'l cibo e co 'l castigo il signore dee tener sodisfatti ed essercitati i servitori in ubbedienza; ma perciò ch'anticamente i servi erano schiavi presi nella guerra, i quali furono detti servi <emph>a servando</emph> perché da morte erano conservati, e oggi sono per lo più uomini liberi, mi pare che tutta questa parte del castigo si debba lasciare a dietro come poco convenevole a' nostri tempi e alle nostre usanze, se non forse in quelle sole parti ove degli schiavi si servono, e in vece del castigo debba dal padrone essere usata l'ammonizione, la qual tal non dee essere qual dal padre co 'l figliuolo è usata, ma piena di maggiore austerità e di più severo imperio: e se questa anco non gioverà, dee il padrone dar licenza al servitore inobbediente e inutile e provedersi d'altro che maggiormente gli sodisfaccia. </p>
	<p>Una cosa anco dagli antichi è stata lasciata a dietro, la qual con gli schiavi non era convenevole, ma co' liberi uomini è non sol convenevole ma necessaria: e questa è la mercede; con la mercede dunque, co 'l cibo, con l'opera e con l'ammonizione il padre di famiglia governerà in modo ch'essi resteranno contenti di lui ed egli dell'opera loro rimarrà sodisfatto. Ma percioché, se ben le leggi e l'usanze degli uomini sono variabili, come vediamo in questo particolar de' servi, i quali oggi son per lo più uomini di libertà, le leggi nondimeno e le differenze della natura non si mutano per varietà di tempi e d'usanze, tu hai da sapere che questa differenza di servo e di signore è fondata sovra la natura, percioch'alcuni ci nascono naturalmente a commandare, altri ad ubbedire; e colui che per ubbedire è nato, se ben fosse di schiatta di re, veramente è servo, nondimeno tale non è giudicato percioch'il popolo, che guarda solamente alle cose esteriori, giudica delle condizioni degli uomini non altramente ch'egli faccia nelle tragedie, nelle quali re è chiamato chi, vestito di porpora e risplendente d'oro e di gemme, sostiene la persona d'Agamennone o d'Atreo o d'Eteocle: e s'aviene ch'egli non ben rappresenti la persona della quale s'è vestita, non perciò altro che re è chiamato, ma si dirà ch'il re non bene ha fatta la sua parte. Similmente chi non ben sostiene la persona di principe o di gentiluomo ch'in questa vita, ch'è quasi teatro del mondo, dalla fortuna l'è stata imposta, non sarà però dagli uomini chiamato se non principe o gentiluomo, tuttoch'a Davo o a Siro o a Geta sia somigliante. Ma quando aviene che si ritrovi alcuno non sol di condizione e di fortuna ma d'ingegno e d'animo servile, costui è propissimamente servo, e di lui e de' simili a lui il buon padre di famiglia, che vuol per servitori persone alle quali egli ragionevolmente possa commandare, compone la sua famiglia, né desidera in loro se non tanto di virtù solamente quanto gli renda capaci ad intendere i suoi commandamenti e a esseguirli; i quali da' cavalli e dall'altre bestie che la natura ha formate docili e atte ad essere ammaestrate dall'uomo, in tanto son differenti, che, lontani ancora dalla presenza del padrone, ritengono a memoria le cose a lor commandate e possono esseguirle: il che delle bestie non aviene. È dunque il servo animal ragionevole per participazione in quel modo che la luna e le stelle per participazion del sole son luminose, o che l'appetito per participazione del lume dell'intelletto ragionevole diventa; percioché, sì come l'appetito ritiene in sé le forme delle virtù che dalla ragione in lui sono state impresse, così il servo ritiene le forme delle virtù impressegli nell'animo dagli ammaestramenti del padrone: e si può di loro e de' padroni dire alcuna fiata quel che, di sé e di madonna Laura ragionando, disse il Petrarca:

<quote rend="block"><lg>
<l>... Sì che son fatto uom ligio</l>
<l>Di lei, ch'alto vestigio</l>
<l>M'impresse al core e fece 'l suo simile.</l>
</lg></quote></p>

	<p>E perché non t'inganni l'auttorità d'Esiodo, antichissimo poeta, il quale, annoverando le parti della casa, pose il bue in vece del servo, voglio che tu intenda più propriamente che 'l modo co 'l quale sono ammaestrati i servi da quel co 'l quale sono ammaestrate le bestie è molto differente, conciosia cosa che la docilità delle bestie non è disciplina e non è altro ch'una assuefazione scompagnata da ragione, simile a quella con la qual la man destra adopra meglio la spada che la sinistra, benché non più di ragione abbia in sé che la sinistra. Ma la docilità de' servi è con ragione, e può divenir disciplina come quella de' fanciulli eziandio: onde irragionevolmente parlano coloro che spogliano i servi dell'uso della ragione, conciosia cosa che lor si conviene non meno ch'a' fanciulli, anzi più peraventura, e in loro è ricercato tanto di temperanza e di fortezza quanto lor basti per non abbandonare l'opere commandate da' padroni o per ubbriachezza o per altro piacere, o pure i padroni medesimi ne' pericoli delle brighe civili e negli altri che possono avenire. E però convenevolmente fu detto dal poeta toscano:

<quote rend="block"><lg>
<l>Ch'innanzi a buon signor fa servo forte.</l>
</lg></quote></p>

<p>E convenevolmente i servi di Milone da Cicerone nella sua difesa furon lodati, e tutti quegli altri de' quali si leggono in Valerio Massimo alcuni memorabili essempi; benché, s'io volessi addurre tutti gli essempi memorabili de' servi, mi dimenticherei di quel che pur ora dissi, che servi propriamente son coloro che son nati per ubbidire, i quali agli uffici della cittadinanza sono inabili per difetto di virtù, della quale tanto hanno, e non più, quanto gli rende atti ad ubbedire. E se tu hai letto nell'istorie ch'i Romani ebbero una guerra pericolosa assai, la quale addimandaro guerra servile perché da servi fu concitata, e se parimente hai letto ch'a' nostri tempi gli esserciti de' Soldani eran formati di schiavi e oggi per lo più quell'osti formidabili ch'il gran Turco suol ragunare di schiavi son formate, riduci alla memoria la nostra distinzione, la qual da te ogni dubbio discaccerà: e questa è che molti son servi per fortuna, che tali non son per natura, e da questi alcuna maraviglia non è ch'alcuna pericolosa guerra sia concitata. Tuttavolta grand'argomento della viltà che la fortuna servile suol negli animi generare, è l'essempio degli Sciti, i quali, avendo assemblata un'oste contra i servi loro che s'eran ribellati, non potendo altramente debellarli, presero per consiglio di portare in guerra le sferze, le quali rinovellando ne' servi la memoria delle battiture che sotto il giogo della servitù avevan ricevute, gli posero in fuga. </p>
	<p>Ma ritornando a' servi de' quali dee esser composta la famiglia, questi non loderei che fossero né d'animo né di corpo atti alla guerra, ma sì bene di complession robusta, atta alle fatiche e a gli essercizî nella casa e nella villa necessarî. Questi in due specie distinguerei, l'una all'altra sottordinata: l'una di soprastanti o di sopraintendenti, o di mastri che vogliam chiamarla; l'altra d'operarî. Nella prima sarà il mastro di casa, a cui dal padrone la cura di tutta la casa è raccomandata, e quel che della stalla ha particolar cura, come nelle case grandi suole avenire, e il fattore, c'ha la sopraintendenza sovra le cose di villa tutte; nell'altra saranno coloro ch'a' primi ubbediscono. Ma percioché la nostra fortuna non ha a noi data tanta facoltà che tu possa così distinti e così moltiplicati aver gli uffici della famiglia, basterà che d'uomo ti provegga il quale di mastro di casa e di stalla e di fattore faccia l'ufficio: e commanderai a gli altri tutti ch'a lui ubbediscono, dando il salario a ciascuno maggiore e minore secondo il merito e la fatica loro, e ordinando che 'l cibo sia lor dato sì che più tosto soverchi che manchi. Ma dèi nondimeno nutrir la famiglia di cibi differenti da quelli che verranno su la tua mensa, su la quale non ti sdegnare che vengano ancora le carni più grosse che secondo le stagioni saran comprate per li servitori, acciò ch'essi, vedendo che tu ti degni di gustarne talora, le mangino più volentieri. Fra' quali quelle reliquie delle carni e delle vivande più nobili che dalla tua mensa saran levate, debbon esser compartite in modo che s'abbia riguardo alla condizione e al merito di ciascuno. </p>
	<p>Ma perché la famiglia ben nutrita e ben pagata nell'ozio diverrebbe pestilente e produrrebbe malvagi pensieri e triste operazioni in quel modo che gli stagni e l'acque che non si muovon soglion marcire e generar pesci poco sani, sarà tua cura principale, e anco del tuo mastro di casa, di tener ciascuno essercitato nel suo ufficio e tutti in quelli che sono indivisi, percioché non ogni cosa nella casa necessaria può esser fatta da una persona ch'abbia una cura particolare. Onde, quando lo spenditore avrà compro da mangiare e 'l cameriero avrà fatto il letto e nettate le vesti e 'l famiglio di stalla stregghiati i cavalli e ciascun altro avrà fatto quello che di fare è tenuto, dee il sollecito mastro di casa imporre or a l'uno, or a l'altro alcuna di quelle opere che sono indivise, e sovra tutto aver dee cura che niuna bruttura si veda nella casa o nel cortile o nelle tavole o nelle casse, ma che le mura, il pavimento, il solaro e tutti gli arnesi e instrumenti della casa sian politi e, per così dire, risplendano a guisa di specchi: perché la politezza non solo è piacevole a risguardare, ma giunge anco nobiltà e dignità alle cose vili e sordide per natura, sì com'all'incontra la lordura le toglie alle nobili e alle degne; oltre ch'altrettanto giova alla sanità la politezza quanto nuoce la sordidezza. E ciascun servitore dee così particolarmente aver cura che gli instrumenti i quali egli adopera nel suo ufficio sian politi, come il soldato l'ha della politezza de l'arme: ché tali sono a ciascuno gli instrumenti ch'egli adopera, quali sono l'arme al soldato; onde, de gli instrumenti del zappatore parlando, il Petrarca disse:

<quote rend="block"><lg>
<l>L'avaro zappator l'arme riprende, </l>
</lg></quote></p>

<p>ad imitazion di Vergilio, il quale prima aveva chiamate armi quegli instrumenti ch'adoperano i contadini:

<quote rend="block"><lg lang="lat">
<l>Dicendum et quae sint duris agrestibus arma, </l>
</lg></quote></p>

<p>e arme eziandio gli instrumenti da fare il pane:

<quote rend="block"><lg lang="lat">
<l>Tum Cerere corruptam undis cerealiaque arma</l>
<l>Expediunt fessi rerum. </l>
</lg></quote></p>

<p>Ma percioch'alle volte aviene ch'alcun sia di soverchio occupato nel suo ufficio e alcun altro avanzi sempre molto più del giorno che dell'opera, dee così l'uno l'altro conservo aiutare come veggiamo che nel corpo, quando l'una gamba è stanca, su l'altra si suol riposare, e come l'una mano affaticata chiama l'altra per aiutatrice delle sue operazioni. E quando amore e cortesia vicendevole a ciò fare non gli inviti, dee il mastro di casa o 'l padrone stesso commandare al neghitoso e allo scioperato ch'al faticoso e affacendato porga aiuto. Ma sovratutto la carità del padrone e de' conservi nelle infermità dee dimostrarsi, nelle quali gli infermi in letti più morbidi e agiati debbono esser posti a giacere e di più dilicate vivande esser nutricati; né 'l padrone dee della sua visita esser loro superbo o discortese, perché, se gli animali bruti si rallegrano delle carezze de' padroni, come veggiamo ne' cani, quanto più creder debbiamo che se ne rallegrino gli uomini, animali ragionevoli: onde i buoni servitori, diventando affezionati a' padroni, non altramente intendono i padroni a cenno e ubbediscono ad un picciol movimento del ciglio o della fronte loro di quel che que' cani soglion fare, che barboni sono addomandati. Anzi più tosto non come il cane al padrone, ma come la destra si muove ad ubbedire a' commandamenti dell'animo, il servo ad ubbedire a' commandamenti del padrone si mostra pronto; conciò sia cosa che, sì come la mano è detta instrumento degli instrumenti, essendo quella che s'adopera in nutrire, in vestire, in pulire tutte l'altre membra, ch'instrumenti pur son detti, così il servo è addomandato instrumento degli instrumenti, percioch'egli adopera tutti gli instrumenti che nella casa sono stati ritrovati affine non sol di vivere, ma di ben vivere: differente dagli altri instrumenti, perch'ove gli altri sono inanimati, il servo è animato. È differente dalla mano, perché la mano è congiunta al corpo, ed egli è separato dal signore; è differente ancora dagli artefici, perché gli artefici sono instrumenti di quelle che propriamente si dicon fattura, e 'l servo è instrumento dell'azione, la qual dalla fattura è distinta. </p>
	<p>È dunque il servo, se tu vuoi aver di lui perfetta cognizione, instrumento dell'azioni, animato e separato. Ma perché dell'azioni alcune si fermano nella cura famigliare e ne' bisogni della casa, alcune escono fuori e si distendono a' negozî civili, tengon talvolta gli agiati gentiluomini, fra' quali desidero che tu sii, alcun giovane che nelle opportunità cittadinesche possa servirli, a' quali dando l'ufficio di scrivere e di trattare alcune lor bisogne, sogliono anco dare il nome di cancelliero: ma questi dagli altri sono molto diversi, conciosia cosa che per lo più sono e debbono essere d'ingegno non punto servile o materiale e atto alle azioni e alle contemplazioni, e tra loro e i padroni non è propriamente servitù o signoria, ma più tosto quella sorte d'amicizia che da Aristotele è detta in eccelenza; se ben ne' buoni secoli della romana republica questi ancora erano tolti dal numero degli altri servi. E tale fu Terenzio, scrittore delle comedie, il quale di Lelio e di Scipione fu così famigliare che fu creduto ch'essi nell'opere sue avessero alcuna parte; tale anco fu Tirone, al quale sono scritte molte lettere di Marco Tullio: il quale, eruditissimo grammatico, era diligente osservatore d'alcune cosette delle quali Cicerone fu più tosto sprezzatore ch'ignorante. Ma percioché tutta quella usanza di servitù, come detto abbiamo, è affatto mancata, oggi tra' padroni e questi sì fatti le leggi dell'amicizia in superiorità debbon essere osservate; e sovra questi particolarmente fu scritto dal signor Giovanni della Casa quel trattato degli uffici minori il qual da te, che molto sei vago di legger l'opere sue, so che molte fiate dee esser letto e riletto: sì ch'altro di loro non dirò di quello ch'ivi n'è scritto. Ma perché della cura della persona a bastanza s'è ragionato, se non forse quanto tu potessi desiderare che così delle fantesche si parlasse come de' servitori s'è favellato, e perché niuna cosa è stata da me lasciata a dietro, ch'a buon marito o a buon padre o a buon signore appertenga, mi pare che debbiamo venire a quella che fu da noi posta per seconda parte del nostro ragionamento: alla cura, dico, della facoltà, nella quale dell'ufficio della madre di famiglia e delle donne con buon proposito faremo menzione. </p>
	<p>La cura delle facoltà, come dicemmo, s'impiega nella conservazione e nell'accrescimento ed è divisa tra 'l padre e la madre di famiglia, percioché par così proprio del padre di famiglia l'accrescere come della madre il conservare; nondimeno a chi minutamente considera, la cura dell'accrescimento è propria del padre di famiglia e l'altra è commune, che che gli antichi in questo proposito s'abbiano detto. Ma perché niuna cosa può essere accresciuta se prima o 'nsieme non è conservata, dee il padre di famiglia, che la sua facoltà desidera di conservare, saper minutamente la quantità e la qualità dell'entrate sue e anco delle spese ch'egli per sostener onorevolmente la sua famiglia è costretto di fare, e, agguagliando le ragioni delle rendite con quella delle spese, fare in modo che sempre la spesa sia minore e abbia quella proporzion con l'entrata c'ha il quattro con l'otto o almeno co 'l sei: percioché, s'egli tanto volesse spendere quanto raccoglie dalle sue possessioni, non potrebbe poi ristorare i danni che sogliono avenire per caso o per fortuna, se pur avenissero, quali sono gli incendî e le tempeste e l'innondazioni, né supplire a' bisogni d'alcune spese che non possono esser provedute. E per chiarirsi delle sue facoltà e della valuta loro, conviene ch'egli stesso abbia vedute e misurate le sue possessioni con quelle misure le quali diedero principio alla geometria in Egitto, le quali se ben varie sono secondo la varietà de' paesi, la varietà nondimeno non è cagione di differenza sostanziale: e conviene che sappia com'il raccolto risponde alla semenza e con quale proporzione la terra gratissima suol restituir le cose ricevute. E la medesima notizia conviene ch'egli abbia dell'altre cose appertenenti all'agricoltura o a gli armenti; né minore averla dee de' prezzi ch'alle cose sono imposti o da publici magistrati o dal consenso degli uomini, né meno essere informato come le cose si vendano o si comprino in Turino, in Milano, in Leone o 'n Vinezia che come nella sua patria sian vendute o comprate: della quale cognizione s'egli sarà bene instrutto, non potrà da' fattori o da altri nella raccolta o nella vendita delle sue entrate esser ingannato. Ma percioch'io ho detto ch'egli dee essere instrutto della quantità e della qualità delle sue facoltà, chiamo quantità non sol quella che dalle misure di geometria è misurata; come sono i campi e le vigne e i prati e i boschi, o quella ch'è misurata da' numeri aritmetici, come il numero delle greggi e degli armenti, ma quell'anco che dal danaro è misurata: percioché nell'agguagliare della entrata e della spesa niuna quantità viene in maggior considerazione che quella del danaro che dalle rendite si può raccorre, la quale è molto incerta e molto variabile, conciosia cosa che le terre non sono sempre nel medesimo pregio e molto meno i frutti loro, e 'l danaro, non ch'altro, suole or crescere, or calare: nella quale incertitudine e varietà di cose il giudizio e la esperienza e la diligenza del buon padre di famiglia tanto suol giovare quanto basta non sol per conservare, ma per accrescer le facoltà, le quali in mano de' trascurati padri di famiglia soglion molto diminuire. </p>
	<p>Qualità chiamo poi delle facoltà ch'elle siano o artificiali o naturali, o animate o inanimate. Artificiali sono i mobili della casa e forse la casa stessa e i danari, i quali per instituzion degli uomini sono stati ritrovati, potendosi viver senza, come si viveva negli antichissimi secoli ne' quali la permutazion delle cose si faceva senza il danaro. Fu poi trovato il danaro per legge degli uomini: onde <emph><foreign lang="lat">numus </foreign></emph> fu detto, quasi <emph><foreign lang="lat">nomos </foreign></emph>, ch'in lingua greca significa “legge”; il qual, commodamente agguagliando tutte le disaguaglianze delle cose cambiate, ha renduto il commerzio facile e anco più giusto che non era ne' tempi che s'usava solo la permutazione. </p>
	<p>Artificiali ricchezze potranno esser chiamate ancora tutte quelle cose nelle quali più tosto l'artificio del maestro che la materia è venduta o estimata. Naturali son poi le cose dalla natura prodotte, delle quali alcune sono inanimate, come son le possessioni, le vigne e i prati e metalli; altre sono animate, come le greggi e gli armenti: dalle quali cose tutte il buon padre di famiglia suol raccorre entrata. Nella considerazione ancora della qualità viene se le possessioni siano vicine o lontane dalla città; s'abbiano vicino stagno o palude ch'esali maligni vapori onde l'aria ne divenga cattiva, o rivo o fiume che per lungo corso acquisti virtù di purgar l'aria; se siano ristrette da' colli o 'n parte percossa e signoreggiata da' venti; s'in ripa ad alcuna acqua navigabile o 'n paese piano per lo quale l'entrade su' carri agevolmente alla città posson esser trasportate; o pur in erto e malagevole e faticoso ne' quali l'opera de' somari sia necessaria; se vicine a strade correnti per le quali i peregrini e i mercanti d'Italia in Germania o 'n Francia soglion trapassare, o lontane dalla frequenza de' viandanti e de' commerci; s'in colle che signoreggi e che goda di bella veduta, o 'n valle umile che ne sia priva: le quali condizioni tutte, sì come molto accrescono o diminuiscon di valore e di prezzo alle cose possedute, così possono esser cagione di risparmiar le spese e di conservare e accrescer l'entrate, se ben saranno dal padre di famiglia considerate. </p>
	<p>Ma per venire alquanto più a' particolari della cura che da lui si ricerca, egli dee far che dalla villa alla città sia portato tutto ciò che per l'uso della casa è necessario o convenevole, e lasciare anco la casa di villa fornita di quel che basti a nudrir lui e la sua famiglia in que' tempi che suole venirvi, il rimanente vendere a' tempi che più caro si vende, e co' danari che ne trae comprare quelle cose che dalle sue possessioni non raccoglie e che nell'uso di gentiluomo son necessarie, a' tempi ne' quali con minor prezzo son comprate: il ch'agevolmente potrà fare, quando co 'l risparmio della spesa che prima avrà fatto si troverà avere avanzata alcuna somma di danari. E potrà anche trattener alcuna volta l'entrate secondo i pronostichi e i giudìci che si fanno della carestia e dell'abbondanza degli anni e delle stagioni, e ricordarsi dell'essempio di Talete, che per la cognizione delle cose naturali ch'egli aveva facilmente arricchì con la compra dell'oglio ch'egli fece. Questa sarà cura del padre di famiglia. Ma le cose che nella casa saranno dalla villa o da' mercati portate, tutte alla cura della madre di famiglia debbono esser raccomandate, la quale dee riserbarle in luoghi separati secondo la natura loro; perch'alcune amano l'umidità e il freddo, altre i luoghi asciutti, altre vogliono talora al sole e al vento esser dimostrate, e alcune si possono lungamente conservare, altre breve tempo. Le quali considerazioni avendo la buona madre di famiglia, dee procurar che più tosto sian mangiate quelle che si corrompono più facilmente e far conserva dell'altre che più lungamente si difendono dalla corruzione, se ben quelle ancora che son corruttibili posson ricever molti aiuti, co' quali si conservano lungamente: percioch'il sale e l'aceto difendono dalla corruzione non solo le carni, che son di più lunga durata, ma i pesci e i piccioni eziandio, che son corruttibilissimi molto; e i frutti, che facilmente son soggetti alla putrefazione, s'acerbetti son colti anzi che no, lunga stagione nell'aceto sogliono mantenersi, e il fumo e il forno, traendo dalle carni e da' pesci e dall'uve e da' fichi e da altri frutti la soverchia umidità, la quale è cagion della corruzione, fan ch'essi si mantengano lunga stagione. Sono alcune cose all'incontra le quali aride diverrebbono e dure e non buone da mangiare, se non fossero con alcuna sorte di liquore conservate; delle quali cose tutte avendo fatta copiosa conserva la buona madre di famiglia, qualora averrà che per alcuno impedimento non sian portate vivande di piazza a bastanza per la tavola o per la famiglia, o qualora da qualche forestiero saran sopragiunti, potrà in un punto arricchire la mensa in modo che non lassi desiderar la copia delle vivande comprate. Deve ella ancora aver cura che tutti i frumenti ch'in casa sono si macinino e se ne faccia il pane, il qual con debita misura a' servitori e alle fanti sia distribuito: fra le quali così ella avrà una principale come ha il padrone fra' servitori, e fra questi due saran comuni le chiavi, accioch'in difetto del mastro di casa, il qual molte fiate fuor della casa e della città si ritrova, sia chi comparta le cose necessarie e chi ancora, s'arriva un forestiero, possa dargli bere; ché strana usanza è certo quella d'alcune case nelle quali il canevaro o 'l dispensiero sene porta con le chiavi ogni facoltà ancora di sovvenire a' bisogni della famiglia o agli appetiti de' padroni e degli amici loro. Dee nondimeno la buona madre di famiglia procurar che tutte le cose, s'occasione di forestieri altramente non ricercasse, sian compartite parcamente, perché la parsimonia è virtù così propria di lei come dell'uomo la liberalità, e dee ella stessa andar rivedendo molto spesso le cose conservate e misurando le misurabili e le numerabili numerando. Né solo la cura sua si dee stendere nelle dispense e nell'altre cose già dette, ma sovra i vini ancora, i quali, potendo lunga stagione conservarsi, sogliono anco tanto esser migliori quanto più invecchiano: parlo de' vini generosi, i quali acquistan forza con l'età, perché i piccioli e di poco spirito, che facilmente la perdono, debbono i primi esser bevuti o venduti, se soverchiano. </p>
	<p>Ma principalissima cura sua dee esser quella de' lini e delle tele e delle sete, con le quali ella potrà non solamente provedere a' bisogni e alla orrevolezza della casa, ma fare anco alcuno onesto guadagno, il qual così è a lei convenevole com'all'uomo par che sia quel che dalle altre cose vendute o comprate o cambiate si raccoglie. Né dee la buona madre di famiglia sdegnarsi di porre anco talvolta le sue mani in opera, non nella cucina o 'n altre cose sordide che posson bruttare il corpo, perché le sì fatte da nobil matrona non debbon esser maneggiate, ma in quelle solamente che senza lordura e senza viltà possono esser trattate: e tali sono particolarmente le tele e l'altre opere dell'arte del tessere con le quali la buona madre di famiglia può fare alla figliuola ricco e orrevol corredo. Né senza ragione quest'arte a Minerva, dea della sapienza, fu attribuita, sì che da lei prese il nome, come si comprende in quei versi di Vergilio:

<quote rend="block"><lg lang="lat">
<l>Inde, ubi prima quies medio iam noctis abactae</l>
<l>Curriculo expulerat somnum, cum foemina primum, </l>
<l>Cui tolerare colo vitam tenuique Minerva, </l>
<l>Impositum cinerem et sopitos suscitat ignes, </l>
<l>Noctem addens operi castum ut servare cubile</l>
<l>Coniugis et possit parvos educere natos. </l>
</lg></quote></p>

	<p>Ne' quali versi si comprende ch'egli parla non delle vili feminelle ma della madre di famiglia, la qual da molte serve suol esser servita; e tanto di nobiltà par che questa arte abbia recata seco che non solo alle private madri di famiglia, ma anco alle donne di reale condizione è stata attribuita, come di Penelope si legge:

<quote rend="block"><lg>
<l>Come la Greca ch'a le tele sue</l>
<l>Scemò la notte quanto il giorno accrebbe; </l>
</lg></quote></p>

<p>e Virgilio di Circe, che non solo era donna ma dea, cantò:

<quote rend="block"><lg lang="lat">
<l>Arguto tenueis percurrens pectine telas, </l>
</lg></quote></p>

<p>nel quale essempio seguì Omero, che non solo Penelope e Circe introduce a tessere, ma anche Nausicaa, figliuola del re Alcinoo, pone in ischiera fra le lavatrici. E se ben i Greci non osservano tanto il decoro quanto par convenevole, i Romani nondimeno, che ne furono maggiori osservatori, tutto ch'il cucinare e altre simili operazioni alla madre di famiglia proibessero, gli concedevano il tessere non senza molta laude della tessitrice: e in questa operazione fu ritrovata Lucrezia da Collatino, da Bruto e da Tarquinio, quando se n'inamorò. Ma ritornando alla nostra madre di famiglia la qual, quando che sia, madre sia fortunata de' suoi figliuoli, quanto ella più sarà lontana dalla condizione reale, tanto meno dovrà sdegnarsi d'adoprarsi in opere ancora che portan seco men di degnità e d'artificio che non porta la testura: e in questa parte par ch'ella in un certo modo s'avanzi e che co 'l marito possa venire in paragone, percioché non solo con l'opere di tali arti conserva, ma acquista eziandio; tuttavolta, perché gli acquisti sono assai piccioli, assolutamente parlando, diremo che della moglie è proprio il conservare e del marito l'acquistare. </p>
	<p>Ma perché le cose conservate molto meglio si possono porre in opera se sono ordinate, d'ordine diligente dee sovra ogn'altra cosa esser vaga la buona madre di famiglia, percioché, se non riserverà le cose confuse, ma separate secondo la natura e l'opportunità degli usi loro, l'avrà sempre preste ad ogni sua voglia e sempre saprà quel ch'ella abbia e quel che non abbia. E se niun paragone si può addurre in questo proposito degno di considerazione, degnissimo è quel dell'umana memoria, la qual, facendo conserva in se medesima di tutte le imagini e di tutte le forme delle cose visibili e intelligibili, non potrebbe in tempo opportuno trarle fuori e alla lingua e alla penna dispensarle, s'ella non le ordinasse, e molte fiate cose in sé conterrebbe ch'ella medesima quasi non saprebbe di contenere; di tanta virtù è l'ordine quanta detta abbiamo, ma è di non minor bellezza. Il che di leggiero potrà comprendere chi leggerà i poeti, i quali con niuno altro artificio aggiungono più di vaghezza a' versi loro che con ordinare le parole in guisa che l'una con l'altra o come simile o come pari s'accordi o come contraria risponda: artificio che parimente dagli oratori è stato usato, il quale, comeché sia di molto ornamento, agevola ancora molto la fatica di coloro ch'imparano le prose e i versi a mente. E se vero è quel che dicono alcuni filosofi, che la forma dell'universo altro non sia che l'ordine, le cose picciole alle grandi paragonando, diremo che la forma d'una casa sia l'ordine e che 'l riformare la casa o la famiglia altro non sia che riordinarla. Né voglio tacere in questo proposito cosa la qual, se ben per se stessa non pare che possa portare alcuna dignità, tutta volta tanto acquista per l'ordine e per la politezza che, sì come non solo senza schifo, ma con maraviglia fu da me veduta, così, se non con maraviglia, senza indegnità almeno potrà esser raccontata. </p>
	<p>Io ritornava da Parigi e, passando per Beona, entrai nello spedale, nel quale, comech'ogni stanza ch'io vidi mi paresse degna di lode, la cucina nondimeno mi parve maravigliosa, la quale (ben è vero che non era quella che di continuo era adoperata) così polita ritrovai come sogliono esser le camere delle novelle spose: e vidi in lei tanta moltitudine d'instrumenti necessarî non sol per uso proprio ma della mensa eziandio, e con sì discreto ordine compartiti e con tanta proporzione l'uno dopo l'altro acconcio o contra l'altro collocato, e così il ferro netto dalla rugine risplendeva al sole, che per alcune fenestre di bellissimo vetro purissimo v'entrava, che mi parve di poter rassomigliarla a l'armeria de' Viniziani o degli altri principi, ch'a' forestieri sogliono esser dimostrate. E se Gnatone, ch'ordinò la famiglia del suo glorioso capitano in guisa d'uno essercito, questa avesse veduto, son sicuro che con più alto paragone che con quello dell'armeria l'avrebbe inalzata. </p>
	<p>Ma passando omai dalla conservazione all'acquisto, si può dubitare se questa arte dell'acquistare sia la stessa che la famigliare, o pur parte d'essa o vero ministra; e se ministra, perché ministri gli instrumenti come il fabbro dell'armi dà la corazza e l'elmetto a' soldati, o perché ministri il soggetto, o la materia che vogliam chiamarla, come colui che fa le navi riceve il legno da colui che taglia le selve. E cominciando a risolvere i dubbi, chiara cosa è che non sia un'arte istessa la famigliare e quella dell'acquisto, percioch'all'una conviene apparecchiar le cose, all'altra porre in opra le apparecchiate: or resta che si consideri se l'arte dell'acquisto sia una specie <add>o</add> una parte della famigliare, o pur se sia a fatto estranea e diversa da lei. La facoltà dell'acquisto può esser naturale e non naturale: naturale chiamo quella ch'acquista il vitto da quelle cose che dalla natura sono state prodotte per servigio dell'uomo; e perciò che niuna cosa è più naturale che 'l nutrimento che la madre porge al figliuolo, pare oltre tutti gli altri acquisti naturale quello che si trae da' frutti della terra, conciosia cosa che la terra è madre naturale di ciascuno. Naturali sono ancora gli alimenti che si traggono dalle bestie e dagli acquisti che si fanno d'essi, i quali si distinguono secondo la distinzion delle bestie, perché delle bestie altre sono muntuose e congregabili, altre solitarie ed erranti: di quelle si formano le greggi e gli armenti e altre congregazioni, dalle quali tutte non picciola utilità si suol raccorre; di queste si fanno prede, con le quali molti soglion sostentar la vita. </p>
	<p>Pare ancora che la natura abbia generato non solo i bruti a servigio de gli uomini, ma gli uomini che sono atti ad ubbedire a servigio di coloro che sono atti a commandare, sì che par naturale l'acquisto eziandio che si fa nelle prede della guerra, quando la guerra sia giusta; né voglio tacere quel che da Tucidide nel proemio della sua istoria è osservato, cioè che negli antichissimi secoli l'arte del predare non era vergognosa: onde si legge ne' poeti che l'uno addomanda a l'altro s'egli è corsaro, quasi niuna ingiuria gli faccia con sì fatta dimanda. Alla quale usanza, o più tosto ragione, avendo riguardo Vergilio, introduce Numano così a vantarsi:

<quote rend="block"><lg lang="lat">
<l>Caniciem galea premimus semperque recentes</l>
<l>Coniectare iuvat praedas et vivere rapto; </l>
</lg></quote> </p>

<p>e oggi acquisto naturale e giusto si può chiamar quello ch'i cavalieri di Malta e gli altri fanno delle prede de' Barberi. Tutte quest'arti dunque dell'acquisto naturale par che convengano al padre di famiglia, e l'agricultura principalmente; e chi tutte le mescolasse e le cose che da questi acquisti raccoglie cambiasse, non farebbe arte peraventura al padre di famiglia disdicevole. La qual arte quella è che mercantia oggi si chiama comunemente, la quale è di molte sorti; ma giustissima è quella la quale, prendendo le cose soverchie di là ove soverchiano, le porta ove n'è difetto, e in quella vece ivi altre ne porta delle quali v'è carestia: e di questa ragionando, disse negli <emph>Uffici</emph> M. Tullio che la mercantia, s'era picciola, era sordida, ma se grande, non era molto da vituperare: </p>
	<p>Ma le sue parole debbono esser prese in quel luogo come dette da filosofo stoico, il qual troppo severamente parla di queste materie; percioch'in altri luoghi, ov'egli come cittadino ne ragiona, loda e difende i mercanti e le lor ragioni, e chiama onestissimo l'ordine de' publicani, il quale aveva in mano l'entrate della republica e da' quali la mercantia era essercitata. Ma sì come giusta è quella mercantia la qual porta le cose ove mancano e ne trae utilità, così assai ingiusta è quella la qual, comprando le cose native d'un paese, le rivende nel medesimo luogo, aspettando l'opportunità del tempo con molto vantaggio; se ben ch'altri aspetti l'opportunità nel vender le sue proprie entrate e le cose che raccoglie dalle sue possessioni e dagli armenti suoi, non pare che sia in alcun modo disconveniente al buon padre di famiglia. E tanto sia detto dell'acquisto naturale ch'al padre di famiglia è conveniente, nel quale egli molto s'avanzerà se sarà a pieno instrutto non sol della natura e della bontà e del valor di tutte le cose che si cambiano o che da luogo a luogo si trasportano, ma anco in qual provinzia nascano le migliori, in qual le peggiori, e in quale in maggiore abbondanza, in quale in minore, ove con maggior prezzo, ove con minor sian vendute: e dee essere parimente informato de' modi e delle facilità e delle difficultà del trasportarle, e de' tempi e delle stagioni nelle quali ciò più commodamente si può fare, e delle corrispondenze c'hanno le città con le città e le provinzie con le provinzie, e de' tempi ne' quali si raccogliono quei mercati che comunemente fiere sono addomandate. </p>
	<p>Dee nondimeno trattare il padre di famiglia quest'arti come padre di famiglia e non come mercante: percioch'ove il mercante si propone per principal fine l'accrescimento della facoltà, che si fa con la trasmutazione, e per questo molte volte si dimentica della casa e de' figliuoli e della moglie e va in paesi lontanissimi, lasciandone la cura a' fattori e a' servitori, il padre di famiglia ha l'acquisto della trasmutazione per obietto secondo e dirizzato al governo della casa, e tanto solo egli vi spende o dell'opera o del tempo, quanto la prima e principal sua cura non ne può essere impedita. Oltre di ciò, sì come ciascun'arte vuole i suoi fini in infinito, percioch'il medico vuol sanar quanto può e l'architetto vuol l'eccelenza della fabrica in soprana perfezione, così il mercante par che desideri il guadagno in infinito; ma il padre di famiglia ha i desideri delle ricchezze terminati. Percioché le ricchezze altro non sono che multitudine d'instrumenti appertenenti alla cura famigliare e publica; ma gli instrumenti in alcun'arte non sono infiniti né di numero né di grandezza: che s'infiniti fossero di numero, non potrebbe l'artefice aver di loro cognizione, conciosia cosa che l'infinito, in quanto infinito, non è compreso dal nostro intelletto; se di grandezza, non potrebbono esser maneggiati; oltreché non si concede corpo d'infinita grandezza. E sì com'in ciascun'arte gli instrumenti debbono esser proporzionati non meno a colui che gli adopera ch'alla cosa intorno alla quale sono adoperati, ché nella nave il timone non dee esser minore di quel che basti a dirizzare il suo corso, né sì grande che non possa esser trattato dal nocchiero, e nella scoltura lo scarpello non dee esser sì grave che non possa esser sostenuto dallo scultore, né sì leggiero che con fatica rompa le scheggie del marmo, così parimente le ricchezze debbono esser proporzionate al padre di famiglia e alla famiglia ch'egli sostiene e che di quelle dee essere erede: e tante, e non più, quanto bastino non solo per vivere, ma per ben vivere secondo la condizion sua e 'l costume de' tempi e della città nella quale egli vive. E se Crasso diceva che non era ricco colui che non poteva nutrire un essercito, aveva peraventura risguardo alla ricchezza ch'era convenevole ad un principe cittadin di Roma, la quale ad un di Preneste o di Nola sarebbe stata smoderata, e fors'anco in uomo romano era soverchia: percioch'il poter assoldar gli esserciti si conviene a' re e a' tiranni e a gli altri principi assoluti, non al cittadino della città libera, il qual non dee esceder gli altri tanto in alcuna condizione che guasti quella porzione ch'è ricercata in una ragunanza d'uomini liberi, conciò sia cosa che, come in un corpo il naso, crescendo oltre il convenevole, tanto potrebbe crescere che non sarebbe più naso, così nella città un cittadino che tanto s'avanzi non è più cittadino. Comunque sia, perché le ricchezze si consideran sempre in rispetto di colui che le possede, non si può prescriver quante debbian essere, ma solo si può dire ch'elle debbon esser proporzionate al posseditore, il quale tanto e non più dee procurar d'accrescerle, quanto poi possano, compartite tra' figliuoli, bastar al ben vivere cittadinesco. </p>
	<p>Né più mi riman che dire intorno all'acquisto naturale, conveniente al padre di famiglia, il qual propriamente si trae dalle terre e da gli armenti, comeché possa esser fatto ancor con la mercantia e con la caccia e con la milizia: percioché ricordar ci debbiamo che molti Romani dall'aratro eran chiamati a' magistrati e, deposta la porpora, ritornavano all'aratro. Ma percioch'il padre di famiglia dee aver cura della sanità non come medico, ma come padre di famiglia, dee più volentieri ancora attendere a quella maniera d'acquisto che maggiormente conserva la sanità; onde volentieri esserciterà se medesimo e vedrà essercitare i suoi in quell'operazioni del corpo le quali, non bruttandolo né rendendolo sordido, giovano alla sanità, alla quale l'ozio e la soverchia quiete suole esser contraria: amerà dunque la caccia e più stimerà quelle prede le quali con la fatica e co 'l sudore s'acquistano, che quelle che con l'inganno, scompagnato da ogni fatica, sono acquistate. Ma poiché abbiam ragionato di quella maniera d'acquisti ch'è naturale, non è disconveniente che facciamo menzion dell'altra che naturale non è, tutto ch'ella al padre di famiglia non appertenga. Questa in due specie si divide, l'una detta cambio, l'altra usura: e non è naturale, perch'è pervertimento dell'uso proprio, conciò sia cosa ch'il danaro fu ritrovato per agguagliare le disaguaglianze delle cose cambiate e per misurare i prezzi, non perch'egli dovesse cambiarsi; percioché del danaro, in quanto metallo, non ci è alcun bisogno, né se ne riceve alcun commodo nella vita privata o civile, ma in quanto aguagliator della disugualità delle cose e misurator del valor di ciascuna, è necessario e commodo. Quando dunque il danaro si cambia, in quanto danaro non dirizzato ad altro uso, è usato oltre l'uso suo proprio: non s'imita poi la natura nel cambio, perché, così il cambio come l'usura potendo multiplicare i guadagni suoi in infinito, si può dire ch'egli non abbia alcun fine determinato; ma la natura opera sempre a fine determinato, e a fine determinato operano tutte quell'arti che della natura sono imitatrici. Ho detto ch'il cambio può multiplicare i guadagni in infinito, perch'il numero, in quanto numero non applicato alle cose materiali, cresce in infinito e nel cambio il danaro non si considera applicato ad alcun'altra cosa. Ma accioché tu meglio intenda quel che si ragiona, tu hai a sapere ch'il numero o si considera secondo l'essere suo formale o secondo il materiale: numero formale è una ragunanza d'unità non applicata alle cose numerate, numero materiale è la ragunanza delle cose numerate. Il numero formale può crescere in infinito, ma 'l materiale non può multiplicare in infinito: perché, se ben per rispetto della sezione, o della division che vogliam dirla, par ch'in infinito possa multiplicare, nondimeno, poiché nel nostro proposito non ha luogo divisione, diremo ch'egli non possa crescere in infinito perché gli individui in ciascuna specie sono di numero finito. </p>
	<p>Stante questa divisione, molto più può multiplicare la ricchezza che consiste nel danaro, in quanto danaro, che quella che consiste nelle cose misurate e numerate dal danaro: perché, se ben il numero del danaro non è formale, come quello ch'è applicato all'oro e all'argento, più facilmente si può raccogliere gran multitudine de danari che d'altre cose; e par che co 'l desiderio s'aspiri all'infinito. Fra 'l cambio nondimeno e l'usura è qualche differenza, e 'l cambio può essere ricevuto non solo per l'usanza, che l'ha accettato in molte nobilissime città, ma per la ragione eziandio, percioch'il cambio è in vece del trasportamento del danaro di luogo in luogo; il quale non potendosi far senza discommodo e senza pericolo di fortuna, è ragione ch'al trasmutatore sia proposto alcun convenevole guadagno. Oltrech'essendo il valor de' danari vario e alterabile così per legge e instituzion degli uomini come per la diversa finezza delle leghe dell'oro e dell'argento, si possono i cambi reali del danaro ridurre in alcun modo ad industria naturale, alla quale l'usura non si può ridurre, come quella ch'è scompagnata da ogni pericolo e che niuna di queste cose considera: la quale non sol fu dannata da Aristotele, ma proibita ancora nella nuova legge e nella vecchia; e di lei ragionando, Dante disse:

<quote rend="block"><lg>
<l>E se tu ben la tua fisica note, </l>
<l>Tu trovera' dopo non molte carte</l>
<l>Che l'arte vostra quella, quanto pote, </l>
<l>Segue, come 'l maestro fa il discente, </l>
<l>Sì che vostr'arte a Dio è quasi nipote. </l>
<l>Da queste due, se tu ti rechi a mente</l>
<l>Lo Genesì dal principio, convene</l>
<l>Prender sua vita ed avanzar la gente. </l>
<l>E perché l'usuriere altra via tiene, </l>
<l>Per sé natura e per la sua seguace</l>
<l>Dispregia, poi ch'in altro pon la spene. </l>
</lg></quote></p>


	<p>Co' quai versi mi par che non solo possa aver fine il nostro ragionamento dell'acquisto naturale e non naturale, ma quel tutto ch'intorno alla cura famigliare proponemmo di fare; la qual già hai veduto come si volga alla moglie e com'a' figliuoli e com'a' servi e com'alla conservazione e all'acquisto delle facoltà: che furon le cinque parti delle quali partitamente dicemmo di voler trattare. Ma perch'io desidero che le cose delle quali ora ho ragionato ti si fermin nella mente in modo ch'in alcun tempo non tene debba dimenticare, io le ti darò scritte; perché, spesso rileggendole, possa non solo appararle, ma porle in opera eziandio, percioch'il fine degli ammaestramenti ch'appertengono alla vita dell'uomo è l'operazione. </p>
	<p>Questo fu il ragionamento di mio padre, il qual fu da lui raccolto in picciol libretto, letto da me e riletto tante volte che non vi dee parer maraviglia se così bene ciò che da lui mi fu detto ho saputo narrarvi. Or rimarrebbe solo, accioché questo mio lungo ragionare non fosse stato indarno, che, s'alcuna cosa da lui detta vi paresse che potesse ricever miglioramento, non vi fosse grave di darglielo. Per quel ch'a me ne paia, dissi io, ogni cosa non solo da lui bene e dottamente vi fu insegnata, ma da voi bene e diligentemente è stata posta in opera: solo si potrebbe forse desiderare ch'alcuna cosa alle cose da lui dette s'aggiungesse, e questa particolarmente, s'una sia la cura e 'l governo famigliare o se più, e se, più essendo, son cognizione e operazione d'un solo o di più. Vero dite, egli rispose, ch'in ciò il ragionamento di mio padre fu manchevole, percioch'altro è il governo famigliare delle case private e altro quello delle case de' principi; ma io direi ch'egli non ne ragionasse perché la cura delle case de' principi ad uomo privato non s'appartiene. Molto più veloce intenditore siete stato voi, diss'io, ch'io non avrei creduto; ma poi che trovato abbiamo che più siano i governi famigliari, resta che consideriamo se l'uno dall'altro per grandezza solamente o ancora per ispezie sia differente, conciosiacosa che, se per grandezza solo sarà diverso, sì com'al medesimo architetto appertiene il considerar la forma del gran palagio e della picciola casa, così del medesimo curatore sarà propria la cura della gran casa e della picciola. Così diss'io; ed egli: Se veloce intenditore sono stato, non sarò pronto ritrovatore o giudizioso giudice delle cose trovate; ma pur direi che, s'a me darebbe il cuore di governare qual si voglia gran casa privata, ma non peraventura la famiglia d'un picciol principe, posso creder che la casa del privato da quella del principe per altro che per la grandezza sola sia differente. Ben avete estimato, diss'io, perché, sì come il principe dal privato per ispezie è distinto e sì come distinti sono i modi del lor commandare, così anco distinti sono i governi delle case de' principi e de' privati; perch'in parità di numero eziandio, quando pur avenisse che la famiglia d'un povero principe fosse sì picciola come quella d'un ricchissimo privato, diversamente debbono esser governate. </p>
	<p>Tutta volta, se vero è quel che nel <emph>Convito</emph> di Platone da Socrate ad Aristofane è provato, ch'ad un medesimo artefice appertenga il comporre la comedia e la tragedia, se ben la comedia e la tragedia sono non sol diverse di spezie ma quasi contrarie, vero dee esser in conseguenza ch'il buono economico non meno sappia governar la famiglia d'un principe che la privata, e ch'alla medesima facoltà appertenga trattar parimente di tutti i governi: e io ho veduto in un libretto, ch'ad Aristotele è attribuito, che quattro sono i governi, o le dispensazioni della casa che vogliam chiamarle, la regia, la satrapica, la civile e la privata. La qual distinzion io non riprovo, perché, se bene i tempi nostri sono dagli antichi in molte cose differenti, veggo ch'i governi delle case del viceré di Napoli e di Sicilia e del governator di Milano così per proporzione corrispondono a quello delle case reali com'anticamente quello de' satrapi; la qual proporzione ancora si può ritrovare fra le case de i duchi di Savoia, di Ferrara e di Mantova e quelle de' governatori d'Asti, di Vercelli, di Modona e di Reggio e di Monferrato. Ma non veggo già come sia diverso il governo civile della casa dal privato, se forse civile egli non chiama quello dell'uomo ch'attende a gli onori della republica, e privato quel di colui che, separato dalla republica, tutto s'impiega nella cura famigliare: e che ciò così stia, si può raccorre da quelle parole ch'egli dice, che 'l governo privato è minimo e trae utilità eziandio dalle cose che dagli altri son disprezzate; ove per altri dee intender gli uomini civili ch'occupati in cose d'alto affare, molte cose disprezzano che da' privati non son disprezzate. Ma percioch'esser potrebbe ch'alcun de' vostri figliuoli, seguendo gli essempi del zio, ne' servigi delle corti volesse adoperarsi, vorrei ch'alcuna cosa ancora della cura della famiglia reale si ragionasse; ma già l'ora è sì tarda che no 'l concede, tuttoché poche cose oltre le dette si possono addurre, le quali egli parte da' libri d'Aristotele e parte dall'esperienza delle corti potrà facilmente apparare. </p>
	<p>Così diss'io; ed egli, mostrando di rimanere alle mie parole sodisfatto, levandosi, in quella camera mi condusse che per me era stata apparecchiata, ov'io in un agiatissimo letto diedi le membra affaticate dal viaggio al riposo e alla quiete.</p>
</div1>
</body>
</text>
</TEI.2>
