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            <title>Operette morali</title>
            <author>Giacomo Leopardi</author>
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         <extent>500830 Kb in UTF-8</extent>
         <publicationStmt>
            <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
            <pubPlace>Roma</pubPlace>
            <date>2008</date>
            <idno>bibit001472</idno>
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               <p>Questa risorsa digitale è liberamente accessibile per uso
                        personale o scientifico. Ogni uso commerciale è vietato</p>
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            <title>Collezione BibIt</title>
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            <bibl>
               <title>Operette morali</title>
               <author>Leopardi, Giacomo</author>
               <editor id="ed">Besomi, Ottavio</editor>
               <publisher>Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori</publisher>
               <pubPlace>Milano</pubPlace>
               <date>1979</date>
            </bibl>
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            <p>Tutti i materiali paratestuali della fonte cartacea non riconducibili alla
                responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                digitale</p>
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               <p>Livello medio: controllo a video con collazione con edizione di
                        riferimento</p>
            </correction>
            <quotation form="data" marks="all">
               <p>I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea
                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
            </quotation>
            <hyphenation eol="none">
               <p>I trattini di sillabazione a fine riga sono stati soppressi e le parole
                        ricomposte</p>
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         </editorialDecl>
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            <taxonomy id="CGB">
               <bibl>Classificazione generi BibIt</bibl>
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               <term>Prosa scientifica, morale e d'invenzione</term>
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            <head>I</head>
            <head>STORIA DEL GENERE UMANO</head>
            <p>Narrasi che tutti gli uomini che da principio popolarono
la terra, fossero creati per ogni dove a un medesimo tempo, e
tutti bambini, e fossero nutricati dalle api, dalle capre e
dalle colombe nel modo che i poeti favoleggiarono
dell'educazione di Giove. E che la terra fosse molto più
piccola che ora non è, quasi tutti i paesi piani, il cielo
senza stelle, non fosse creato il mare, e apparisse nel
mondo molto minore varietà e magnificenza che oggi non vi si
scuopre. Ma nondimeno gli uomini compiacendosi
insaziabilmente di riguardare e di considerare il cielo e la
terra, maravigliandosene sopra modo e riputando l'uno e
l'altra bellissimi e, non che vasti, ma infiniti, così di
grandezza come di maestà e di leggiadria; pascendosi oltre a
ciò di lietissime speranze, e traendo da ciascun sentimento
della loro vita incredibili diletti, crescevano con molto
contento, e con poco meno che opinione di felicità. Così
consumata dolcissimamente la fanciullezza e la prima
adolescenza, e venuti in età più ferma, incominciarono a
provare alcuna mutazione. Perciocchè le speranze, che eglino
fino a quel tempo erano andati rimettendo di giorno in
giorno, non si riducendo ancora ad effetto, parve loro che
meritassero poca fede, e contentarsi di quello che
presentemente godessero, senza promettersi verun
accrescimento di bene, non pareva loro di potere,
massimamente che l'aspetto delle cose naturali e ciascuna
parte della vita giornaliera, o per l'assuefazione o per
essere diminuita nei loro animi quella prima vivacità, non
riusciva loro di gran lungo così dilettevole e grata come a
principio. Andavano per la terra visitando lontanissime
contrade, poichè lo potevano fare agevolmente, per essere i
luoghi piani, e non divisi da mari, nè impediti da altre
difficoltà; e dopo non molti anni, i più di loro si avvidero
che la terra, ancorchè grande, aveva termini certi, e non
così larghi che fossero incomprensibili e che tutti i luoghi
di essa terra e tutti gli uomini, salvo leggerissime
differenze, erano conformi gli uni agli altri. Per le quali
cose cresceva la loro mala contentezza di modo che essi non
erano ancora usciti dalla gioventù, che un espresso fastidio
dell'esser loro gli aveva universalmente occupati. E di mano
in mano nell'età virile, e maggiormente in sul declinare
degli anni, convertita la sazietà in odio, alcuni vennero in
sì fatta disperazione, che non sopportando la luce e lo
spirito, che nel primo tempo avevano avuti in tanto amore,
spontaneamente, quale in uno e quale in altro modo, se ne
privarono.</p>
            <p>Parve orrendo questo caso agli Dei, che da creature viventi
la morte fosse preposta alla vita, e che questa medesima in
alcun suo proprio soggetto, senza forza di necessità e senza
altro concorso, fosse instrumento a disfarlo. Nè si può
facilmente dire quanto si maravigliassero che i loro doni
fossero tenuti così vili ed abbominevoli, che altri dovesse
con ogni sua forza spogliarseli e rigettarli parendo loro
aver posta nel mondo tanta bontà e vaghezza, e tali ordini e
condizioni, che quella stanza avesse ad essere, non che
tollerata, ma sommamente amata da qualsivoglia animale, e
dagli uomini massimamente, il qual genere avevano formato
con singolare studio a maravigliosa eccellenza. Ma nel
medesimo tempo, oltre all'essere tocchi da non mediocre
pietà di tanta miseria umana quanta manifestavasi dagli
effetti, dubitavano eziandio che rinnovandosi e
moltiplicandosi quei tristi esempi, la stirpe umana fra poca
età, contro l'ordine dei fati, venisse a perire, e le cose
fossero private di quella perfezione che risultava loro dal
nostro genere, ed essi di quegli onori che ricevevano dagli
uomini.</p>
            <p>Deliberato per tanto Giove di migliorare, poichè parea che
si richiedesse, lo stato umano, e d'indirizzarlo alla
felicità con maggiori sussidi, intendeva che gli uomini si
querelavano principalmente che le cose non fossero immense
di grandezza, nè infinite di beltà, di perfezione e di
varietà, come essi da prima avevano giudicato; anzi essere
angustissime, tutte imperfette, e pressochè di una forma; e
che dolendosi non solo dell'età provetta, ma della natura, e
della medesima gioventù, e desiderando le dolcezze dei loro
primi anni, pregavano ferventemente di essere tornati nella
fanciullezza, e in quella perseverare tutta la loro vita.
Della qual cosa non potea Giove soddisfarli, essendo
contraria alle leggi universali della natura, ed a quegli
uffici e quelle utilità che gli uomini dovevano, secondo
l'intenzione e i decreti divini, esercitare e produrre. Nè
anche poteva comunicare la propria infinità colle creature
mortali, nè fare la materia infinita, nè infinita la
perfezione e la felicità delle cose e degli uomini. Ben gli
parve conveniente di propagare i termini del creato, e di
maggiormente adornarlo e distinguerlo: e preso questo
consiglio, ringrandì la terra d'ogn'intorno, e v'infuse il
mare, acciocchè, interponendosi ai luoghi abitati,
diversificasse la sembianza delle cose, e impedisse che i
confini loro non potessero facilmente essere conosciuti
dagli uomini, interrompendo i cammini, ed anche
rappresentando agli occhi una viva similitudine
dell'immensità. Nel qual tempo occuparono le nuove acque la
terra Atlantide, non solo essa, ma insieme altri
innumerabili e distesissimi tratti, benchè di quella resti
memoria speciale, sopravvissuta alla moltitudine dei secoli.
Molti luoghi depresse, molti ricolmò suscitando i monti e le
colline, cosperse la notte di stelle, rassottigliò e ripurgò
la natura dell'aria, ed accrebbe il giorno di chiarezza e di
luce, rinforzò e contemperò più diversamente che per
l'addietro i colori del cielo e delle campagne, confuse le
generazioni degli uomini in guisa che la vecchiezza degli
uni concorresse in un medesimo tempo coll'altrui giovanezza
e puerizia. E risolutosi di moltiplicare le apparenze di
quell'infinito che gli uomini sommamente desideravano
(dappoi che egli non li poteva compiacere della sostanza), e
volendo favorire e pascere le coloro immaginazioni, dalla
virtù delle quali principalmente comprendeva essere
proceduta quella tanta beatitudine della loro fanciullezza;
fra i molti espedienti che pose in opera (siccome fu quello
del mare), creato l'eco, lo nascose nelle valli e nelle
spelonche, e mise nelle selve uno strepito sordo e profondo,
con un vasto ondeggiamento delle loro cime. Creò similmente
il popolo de' sogni, e commise loro che ingannando sotto più
forme il pensiero degli uomini, figurassero loro quella
pienezza di non intelligibile felicità, che egli non vedeva
modo a ridurre in atto, e quelle immagini perplesse e
indeterminate, delle quali esso medesimo, se bene avrebbe
voluto farlo, e gli uomini lo sospiravano ardentemente, non
poteva produrre alcun esempio reale.</p>
            <p>Fu per questi provvedimenti di Giove ricreato ed eretto
l'animo degli uomini, e rintegrata in ciascuno di loro la
grazia e la carità della vita, non altrimenti che
l'opinione, il diletto e lo stupore della bellezza e
dell'immensità delle cose terrene. E durò questo buono stato
più lungamente che il primo, massime per la differenza del
tempo introdotta da Giove nei nascimenti, sicchè gli animi
freddi e stanchi per l'esperienza delle cose, erano
confortati vedendo il calore e le speranze dell'età verde.
Ma in progresso di tempo tornata a mancare affatto la
novità, e risorto e riconfermato il tedio e la disistima
della vita, si ridussero gli uomini in tale abbattimento,
che nacque allora, come si crede, il costume riferito nelle
storie come praticato da alcuni popoli antichi che lo
serbarono<note place="end" resp="aut" n="1">
                  <p>
                     <bibl>Erodoto, lib. 5, cap. 4.</bibl>
                     <bibl>Strabone, lib. 11, edit. Casaub. p. 519.</bibl>
                     <bibl>Mela, lib. 2, cap. 2.</bibl>
                     <bibl>
                        <emph>Antologia greca</emph>, ed. H. Steph. p. 16.</bibl>
                     <bibl>Coricio sofista, <foreign lang="lat">
                           <emph>Orat. fun. in Procop. gaz.</emph>
                        </foreign> cap. 35, ap.</bibl>
                     <bibl>Fabric. <foreign lang="lat">
                           <emph>Bibl. Graec.</emph>
                        </foreign> ed. vet. vol. 8, p. 859.</bibl>
                  </p>
               </note>, che nascendo alcuno, si congregavano i parenti e
loro amici a piangerlo; e morendo, era celebrato quel giorno
con feste e ragionamenti che si facevano congratulandosi
coll'estinto. All'ultimo tutti i mortali si volsero
all'empietà, o che paresse loro di non essere ascoltati da
Giove, o essendo propria natura delle miserie indurare e
corrompere gli animi eziandio più bennati, e disamorarli
dell'onesto e del retto. Perciocchè s'ingannano a ogni modo
coloro i quali stimano essere nata primieramente
l'infelicità umana dall'iniquità e dalle cose commesse
contro agli Dei; ma per lo contrario non d'altronde ebbe
principio la malvagità degli uomini che dalle loro calamità.</p>
            <p>Ora poichè fu punita dagli Dei col diluvio di Deucalione la
protervia dei mortali e presa vendetta delle ingiurie, i due
soli scampati dal naufragio universale del nostro genere,
Deucalione e Pirra, affermando seco medesimi niuna cosa
potere maggiormente giovare alla stirpe umana che di essere
al tutto spenta, sedevano in cima a una rupe chiamando la
morte con efficacissimo desiderio, non che temessero nè
deplorassero il fato comune. Non per tanto, ammoniti da
Giove di riparare alla solitudine della terra; e non
sostenendo, come erano sconfortati e disdegnosi della vita,
di dare opera alla generazione; tolto delle pietre della
montagna, secondo che dagli Dei fu mostrato loro, e
gittatosele dopo le spalle, restaurarono la specie umana. Ma
Giove fatto accorto, per le cose passate, della propria
natura degli uomini, e che non può loro bastare, come agli
altri animali, vivere ed essere liberi da ogni dolore e
molestia del corpo; anzi, che bramando sempre e in qualunque
stato l'impossibile, tanto più si travagliano con questo
desiderio da se medesimi, quando meno sono afflitti dagli
altri mali; deliberò valersi di nuove arti a conservare
questo misero genere: le quali furono principalmente due.
L'una mescere la loro vita di mali veri; l'altra implicarla
in mille negozi e fatiche, ad effetto d'intrattenere gli
uomini, e divertirli quanto più si potesse dal conversare
col proprio animo, o almeno col desiderio di quella loro
incognita e vana felicità.</p>
            <p>Quindi primieramente diffuse tra loro una varia moltitudine
di morbi e un infinito genere di altre sventure: parte
volendo, col variare le condizioni e le fortune della vita
mortale, ovviare alla sazietà e crescere colla opposizione
dei mali il pregio de' beni; parte acciocchè il difetto dei
godimenti riuscisse agli spiriti esercitati in cose
peggiori, molto più comportabile che non aveva fatto per lo
passato; e parte eziandio con intendimento di rompere e
mansuefare la ferocia degli uomini, ammaestrarli a piegare
il collo e cedere alla necessità, ridurli a potersi più
facilmente appagare della propria sorte, e rintuzzare negli
animi affievoliti non meno dalle infermità del corpo che dai
travagli propri, l'acume e la veemenza del desiderio. Oltre
di questo, conosceva dovere avvenire che gli uomini oppressi
dai morbi e dalle calamità, fossero meno pronti che per
l'addietro a volgere le mani contra se stessi, perocchè
sarebbero incodarditi e prostrati di cuore, come interviene
per l'uso dei patimenti. I quali sogliono anche, lasciando
luogo alle speranze migliori, allacciare gli animi alla
vita: imperciocchè gl'infelici hanno ferma opinione che
eglino sarebbero felicissimi quando si riavessero dei propri
mali; la qual cosa, come è la natura dell'uomo, non mancano
mai di sperare che debba loro succedere in qualche modo.
Appresso creò le tempeste dei venti e dei nembi, si armò del
tuono e del fulmine, diede a Nettuno il tridente, spinse le
comete in giro e ordinò le eclissi; colle quali cose e con
altri segni ed effetti terribili, instituì di spaventare i
mortali di tempo in tempo: sapendo che il timore e i
presenti pericoli riconcilierebbero alla vita, almeno per
breve ora, non tanto gl'infelici, ma quelli eziandio che
l'avessero in maggiore abbominio, e che fossero più disposti
a fuggirla.</p>
            <p>E per escludere la passata oziosità, indusse nel genere
umano il bisogno e l'appetito di nuovi cibi e di nuove
bevande, le quali cose non senza molta e grave fatica si
potessero provvedere, laddove insino al diluvio gli uomini,
dissetandosi delle sole acque, si erano pasciuti delle erbe
e delle frutta che la terra e gli arbori somministravano
loro spontaneamente, e di altre nutriture vili e facili a
procacciare, siccome usano di sostentarsi anche oggidì
alcuni popoli, e particolarmente quelli di California.
Assegnò ai diversi luoghi diverse qualità celesti, e
similmente alle parti dell'anno, il quale insino a quel
tempo era stato sempre e in tutta la terra benigno e
piacevole in modo, che gli uomini non avevano avuto uso di
vestimenti; ma di questi per l'innanzi furono costretti a
fornirsi, e con molte industrie riparare alle mutazioni e
inclemenze del cielo. Impose a Mercurio che fondasse le
prime città, e distinguesse il genere umano in popoli,
nazioni e lingue, ponendo gara e discordia tra loro; e che
mostrasse agli uomini il canto e quelle altre arti, che sì
per la natura e sì per l'origine, furono chiamate, e ancora
si chiamano, divine. Esso medesimo diede leggi, stati e
ordini civili alle nuove genti; e in ultimo volendo con un
incomparabile dono beneficarle, mandò tra loro alcuni
fantasmi di sembianze eccellentissime e soprumane, ai quali
permise in grandissima parte il governo e la potestà di esse
genti: e furono chiamati Giustizia, Virtù, Gloria, Amor
patrio e con altri sì fatti nomi. Tra i quali fantasmi fu
medesimamente uno chiamato Amore, che in quel tempo
primieramente, siccome anco gli altri, venne in terra:
perciocchè innanzi all'uso dei vestimenti, non amore, ma
impeto di cupidità, non dissimile negli uomini di allora da
quello che fu di ogni tempo nei bruti, spingeva l'un sesso
verso l'altro, nella guisa che è tratto ciascuno ai cibi e a
simili oggetti i quali non si amano veramente, ma si
appetiscono.</p>
            <p>Fu cosa mirabile quanto frutto partorissero questi divini
consigli alla vita mortale, e quanto la nuova condizione
degli uomini, non ostante le fatiche, gli spaventi e i
dolori, cose per l'addietro ignorate dal nostro genere,
superasse di comodità e di dolcezza quelle che erano state
innanzi al diluvio. E questo effetto provenne in gran parte
da quelle maravigliose larve; le quali dagli uomini furono
riputate ora geni ora iddii, e seguite e culte con ardore
inestimabile e con vaste e portentose fatiche per
lunghissima età; infiammandoli a questo dal canto loro con
infinito sforzo i poeti e i nobili artefici, tanto che un
grandissimo numero di mortali non dubitarono chi all'uno e
chi all'altro di quei fantasmi donare e sacrificare il
sangue e la vita propria. La qual cosa, non che fosse
discara a Giove, anzi piacevagli sopra modo, così per altri
rispetti, come che egli giudicava dovere essere gli uomini
tanto meno facili a gittare volontariamente la vita, quanto
più fossero pronti a spenderla per cagioni belle e gloriose.
Anche di durata questi buoni ordini eccedettero grandemente
i superiori, poichè quantunque venuti dopo molti secoli in
manifesto abbassamento, nondimeno eziandio declinando e
poscia precipitando, valsero in guisa, che fino all'entrare
di un'età non molto rimota dalla presente, la vita umana, la
quale per virtù di quegli ordini era stata già, massime in
alcun tempo, quasi gioconda, si mantenne per beneficio loro
mediocremente facile e tollerabile.</p>
            <p>Le cagioni e i modi del loro alterarsi furono i molti
ingegni trovati dagli uomini per provvedere agevolmente e
con poco tempo ai propri bisogni; lo smisurato accrescimento
della disparità di condizioni e di uffici constituita da
Giove tra gli uomini quando fondò e dispose le prime
repubbliche; l'oziosità e la vanità che per queste cagioni,
di nuovo, dopo antichissimo esilio, occuparono la vita;
l'essere, non solo per la sostanza delle cose, ma ancora da
altra parte per l'estimazione degli uomini, venuta a
scemarsi in essa vita la grazia della varietà, come sempre
suole per la lunga consuetudine; e finalmente le altre cose
più gravi, le quali per essere già descritte e dichiarate da
molti, non accade ora distinguere. Certo negli uomini si
rinnovellò quel fastidio delle cose loro che gli aveva
travagliati avanti il diluvio, e rinfrescossi quell'amaro
desiderio di felicità ignota ed aliena dalla natura
dell'universo.</p>
            <p>Ma il totale rivolgimento della loro fortuna e l'ultimo
esito di quello stato che oggi siamo soliti di chiamare
antico, venne principalmente da una cagione diversa dalle
predette: e fu questa. Era tra quelle larve, tanto
apprezzate dagli antichi, una chiamata nelle costoro lingue
Sapienza; la quale onorata universalmente come tutte le sue
compagne, e seguita in particolare da molti, aveva altresì
al pari di quelle conferito per la sua parte alla prosperità
dei secoli scorsi. Questa più e più volte, anzi
quotidianamente, aveva promesso e giurato ai seguaci suoi di
voler loro mostrare la Verità, la quale diceva ella essere
un genio grandissimo, e sua propria signora, nè mai venuta
in sulla terra, ma sedere cogli Dei nel cielo; donde essa
prometteva che coll'autorità e grazia propria intendeva di
trarla, e di ridurla per qualche spazio di tempo a
peregrinare tra gli uomini: per l'uso e per la familiarità
della quale, dovere il genere umano venire in sì fatti
termini, che di altezza di conoscimento, eccellenza
d'instituti e di costumi, e felicità di vita, per poco fosse
comparabile al divino. Ma come poteva una pura ombra ed una
sembianza vota mandare ad effetto le sue promesse, non che
menare in terra la Verità? Sicchè gli uomini, dopo
lunghissimo credere e confidare, avvedutisi della vanità di
quelle profferte; e nel medesimo tempo famelici di cose
nuove, massime per l'ozio in cui vivevano; e stimolati parte
dall'ambizione di pareggiarsi agli Dei, parte dal desiderio
di quella beatitudine che per le parole del fantasma si
riputavano, conversando colla Verità, essere per conseguire;
si volsero con instantissime e presuntuose voci dimandando a
Giove che per alcun tempo concedesse alla terra quel
nobilissimo genio, rimproverandogli che egli invidiasse alle
sue creature l'utilità infinita che dalla presenza di quello
riporterebbero; e insieme si rammaricavano con lui della
sorte umana, rinnovando le antiche e odiose querele della
piccolezza e della povertà delle cose loro. E perchè quelle
speciosissime larve, principio di tanti beni alle età
passate, ora si tenevano dalla maggior parte in poca stima;
non che già fossero note per quelle che veramente erano, ma
la comune viltà dei pensieri e l'ignavia dei costumi
facevano che quasi niuno oggimai le seguiva; perciò gli
uomini bestemmiando scelleratamente il maggior dono che gli
eterni avessero fatto e potuto fare ai mortali, gridavano
che la terra non era degnata se non dei minori geni; ed ai
maggiori, ai quali la stirpe umana più condecentemente
s'inchinerebbe, non essere degno nè lecito di porre il piede
in questa infima parte dell'universo.</p>
            <p>Molte cose avevano già da gran tempo alienata novamente
dagli uomini la volontà di Giove; e tra le altre
gl'incomparabili vizi e misfatti, i quali per numero e per
tristezza si avevano di lunghissimo intervallo lasciate
addietro le malvagità vendicate dal diluvio. Stomacavalo del
tutto, dopo tante esperienze prese, l'inquieta, insaziabile,
immoderata natura umana; alla tranquillità della quale, non
che alla felicità, vedeva oramai per certo, niun
provvedimento condurre, niuno stato convenire,niun luogo
essere bastante; perchè quando bene egli avesse voluto in
mille doppi aumentare gli spazi e i diletti della terra, e
l'università delle cose, quella e queste agli uomini,
parimente incapaci e cupidi dell'infinito, fra breve tempo
erano per parere strette, disamene e di poco pregio. Ma in
ultimo quelle stolte e superbe domande commossero talmente
l'ira del dio, che egli si risolse, posta da parte ogni
pietà, di punire in perpetuo la specie umana, condannandola
per tutte le età future a miseria molto più grave che le
passate. Per la qual cosa deliberò non solo mandare la
Verità fra gli uomini a stare, come essi chiedevano, per
alquanto di tempo, ma dandole eterno domicilio tra loro, ed
esclusi di quaggiù quei vaghi fantasmi che egli vi avea
collocati, farla perpetua moderatrice e signora della gente
umana.</p>
            <p>E maravigliandosi gli altri Dei di questo consiglio, come
quelli ai quali pareva che egli avesse a ridondare in troppo
innalzamento dello stato nostro e in pregiudizio della loro
maggioranza, Giove li rimosse da questo concetto mostrando
loro, oltre che non tutti i geni, eziandio grandi, sono di
proprietà benefici, non essere tale l'ingegno della Verità,
che ella dovesse fare gli stessi effetti negli uomini che
negli Dei. Perocchè laddove agl'immortali ella dimostrava la
loro beatitudine, discoprirebbe agli uomini interamente e
proporrebbe ai medesimi del continuo dinanzi agli occhi la
loro infelicità; rappresentandola oltre a questo, non come
opera solamente della fortuna, ma come tale che per niuno
accidente e niuno rimedio non la possano campare, nè mai,
vivendo, interrompere. Ed avendo la più parte dei loro mali
questa natura, che in tanto sieno mali in quanto sono
creduti essere da chi li sostiene, e più o meno gravi
secondo che esso gli stima; si può giudicare di quanto
grandissimo nocumento sia per essere agli uomini la presenza
di questo genio. Ai quali niuna cosa apparirà maggiormente
vera che la falsità di tutti i beni mortali; e niuna solida,
se non la vanità di ogni cosa fuorchè dei propri dolori. Per
queste cagioni saranno eziandio privati della speranza;
colla quale dal principio insino al presente, più che con
altro diletto o conforto alcuno, sostentarono la vita. E
nulla sperando, nè veggendo alle imprese e fatiche loro
alcun degno fine, verranno in tale negligenza ed
abborrimento da ogni opera industriosa, non che magnanima,
che la comune usanza dei vivi sarà poco dissomigliante da
quella dei sepolti. Ma in questa disperazione e lentezza non
potranno fuggire che il desiderio di un'immensa felicità,
congenito agli animi loro, non li punga e cruci tanto più
che in addietro, quanto sarà meno ingombro e distratto dalla
varietà delle cure e dall'impeto delle azioni. E nel
medesimo tempo si troveranno essere destituiti della
naturale virtù immaginativa, che sola poteva per alcuna
parte soddisfarli di questa felicità non possibile e non
intesa, nè da me, nè da loro stessi che la sospirano. E
tutte quelle somiglianze dell'infinito che io studiosamente
aveva poste nel mondo, per ingannarli e pascerli, conforme
alla loro inclinazione, di pensieri vasti e indeterminati,
riusciranno insufficienti a quest'effetto per la dottrina e
per gli abiti che eglino apprenderanno dalla Verità. Di
maniera che la terra e le altre parti dell'universo, se per
addietro parvero loro piccole, parranno da ora innanzi
menome: perchè essi saranno instrutti e chiariti degli
arcani della natura; e perchè quelle, contro la presente
aspettazione degli uomini, appaiono tanto più strette a
ciascuno quanto egli ne ha più notizia. Finalmente,
perciocchè saranno stati ritolti alla terra i suoi fantasmi,
e per gl'insegnamenti della Verità, per li quali gli uomini
avranno piena contentezza dell'essere di quelli, mancherà
dalla vita umana ogni valore, ogni rettitudine, così di
pensieri come di fatti; e non pure lo studio e la carità, ma
il nome stesso delle nazioni e delle patrie sarà spento per
ogni dove; recandosi tutti gli uomini, secondo che essi
saranno usati di dire, in una sola nazione e patria, come fu
da principio, e facendo professione di amore universale
verso tutta la loro specie; ma veramente dissipandosi la
stirpe umana in tanti popoli quanti saranno uomini.
Perciocchè non si proponendo nè patria da dovere
particolarmente amare, nè strani da odiare; ciascheduno
odierà tutti gli altri, amando solo, di tutto il suo genere,
se medesimo. Dalla qual cosa quanti e quali incomodi sieno
per nascere, sarebbe infinito a raccontare. Nè per tanta e
sì disperata infelicità si ardiranno i mortali di
abbandonare la luce spontaneamente: perocchè l'imperio di
questo genio li farà non meno vili che miseri; ed
aggiungendo oltremodo alle acerbità della loro vita, li
priverà del valore di rifiutarla.</p>
            <p>Per queste parole di Giove parve agli Dei che la nostra
sorte fosse per essere troppo più fiera e terribile che alla
divina pietà non si convenisse di consentire. Ma Giove
seguitò dicendo. Avranno tuttavia qualche mediocre conforto
da quel fantasma che essi chiamano Amore; il quale io sono
disposto, rimovendo tutti gli altri, lasciare nel consorzio
umano. E non sarà dato alla Verità, quantunque potentissima
e combattendolo di continuo, nè sterminarlo mai dalla terra,
nè vincerlo se non di rado. Sicchè la vita degli uomini,
parimente occupata nel culto di quel fantasma e di questo
genio, sarà divisa in due parti; e l'uno e l'altro di quelli
avranno nelle cose e negli animi dei mortali comune imperio.
Tutti gli altri studi, eccetto che alcuni pochi e di
picciolo conto, verranno meno nella maggior parte degli
uomini. Alle età gravi il difetto delle consolazioni di
Amore sarà compensato dal beneficio della loro naturale
proprietà di essere quasi contenti della stessa vita, come
accade negli altri generi di animali, e di curarla
diligentemente per sua cagione propria, non per diletto nè
per comodo che ne ritraggano.</p>
            <p>Così rimossi dalla terra i beati fantasmi, salvo solamente
Amore, il manco nobile di tutti, Giove mandò tra gli uomini
la Verità, e diedele appo loro perpetua stanza e signoria.
Di che seguitarono tutti quei luttuosi effetti che egli avea
preveduto. E intervenne cosa di gran meraviglia; che ove
quel genio prima della sua discesa, quando egli non avea
potere nè ragione alcuna negli uomini, era stato da essi
onorato con un grandissimo numero di templi e di sacrifici;
ora venuto in sulla terra con autorità di principe, e
cominciato a conoscere di presenza, al contrario di tutti
gli altri immortali, che più chiaramente manifestandosi,
appaiono più venerandi, contristò di modo le menti degli
uomini e percossele di così fatto orrore, che eglino, se
bene sforzati di ubbidirlo, ricusarono di adorarlo. E in
vece che quelle larve in qualunque animo avessero
maggiormente usata la loro forza, solevano essere da quello
più riverite ed amate; esso genio riportò più fiere
maledizioni e più grave odio da coloro in che egli ottenne
maggiore imperio. Ma non potendo perciò nè sottrarsi, nè
ripugnare alla sua tirannide, vivevano i mortali in quella
suprema miseria che eglino sostengono insino ad ora, e
sempre sosterranno.</p>
            <p>Se non che la pietà, la quale negli animi dei celesti non è
mai spenta, commosse, non è gran tempo, la volontà di Giove
sopra tanta infelicità; e massime sopra quella di alcuni
uomini singolari per finezza d'intelletto, congiunta a
nobiltà di costumi e integrità di vita; i quali egli vedeva
essere comunemente oppressi ed afflitti più che alcun altro,
dalla potenza e dalla dura dominazione di quel genio.
Avevano usato gli Dei negli antichi tempi, quando Giustizia,
Virtù e gli altri fantasmi governavano le cose umane,
visitare alcuna volta le proprie fatture, scendendo ora
l'uno ora l'altro in terra, e qui significando la loro
presenza in diversi modi: la quale era stata sempre con
grandissimo beneficio o di tutti i mortali o di alcuno in
particolare. Ma corrotta di nuovo la vita, e sommersa in
ogni scelleratezza, sdegnarono quelli per lunghissimo tempo
la conversazione umana. Ora Giove compassionando alla nostra
somma infelicità, propose agl'immortali se alcuno di loro
fosse per indurre l'animo a visitare, come avevano usato in
antico, e racconsolare in tanto travaglio questa loro
progenie, e particolarmente quelli che dimostravano essere,
quanto a se, indegni della sciagura universale. Al che
tacendo tutti gli altri, Amore, figliuolo di Venere Celeste,
conforme di nome al fantasma così chiamato, ma di natura, di
virtù e di opere diversissimo; si offerse (come è singolare
fra tutti i numi la sua pietà) di fare esso l'ufficio
proposto da Giove, e scendere dal cielo; donde egli mai per
l'avanti non si era tolto; non sofferendo il concilio
degl'immortali, per averlo indicibilmente caro, che egli si
partisse, anco per piccolo tempo, dal loro commercio. Se
bene di tratto in tratto molti antichi uomini, ingannati da
trasformazioni e da diverse frodi del fantasma chiamato
collo stesso nome, si pensarono avere non dubbi segni della
presenza di questo massimo iddio. Ma esso non prima si volse
a visitare i mortali, che eglino fossero sottoposti
all'imperio della Verità. Dopo il qual tempo, non suole anco
scendere se non di rado, e poco si ferma; così per la
generale indegnità della gente umana, come che gli Dei
sopportano molestissimamente la sua lontananza. Quando viene
in sulla terra, sceglie i cuori più teneri e più gentili
delle persone più generose e magnanime; e quivi siede per
breve spazio; diffondendovi sì pellegrina e mirabile
soavità, ed empiendoli di affetti sì nobili, e di tanta
virtù e fortezza, che eglino allora provano, cosa al tutto
nuova nel genere umano, piuttosto verità che rassomiglianza
di beatitudine. Rarissimamente congiunge due cuori insieme,
abbracciando l'uno e l'altro a un medesimo tempo, e
inducendo scambievole ardore e desiderio in ambedue; benchè
pregatone con grandissima instanza da tutti coloro che egli
occupa: ma Giove non gli consente di compiacerli, trattone
alcuni pochi; perchè la felicità che nasce da tale
beneficio, è di troppo breve intervallo superata dalla
divina. A ogni modo, l'essere pieni del suo nume vince per
se qualunque più fortunata condizione fosse in alcun uomo ai
migliori tempi. Dove egli si posa, dintorno a quello si
aggirano, invisibili a tutti gli altri, le stupende larve,
già segregate dalla consuetudine umana; le quali esso Dio
riconduce per questo effetto in sulla terra, permettendolo
Giove, nè potendo essere vietato dalla Verità, quantunque
inimicissima a quei fantasmi, e nell'animo grandemente
offesa del loro ritorno: ma non è dato alla natura dei geni
di contrastare agli Dei. E siccome i fati lo dotarono di
fanciullezza eterna, quindi esso, convenientemente a questa
sua natura, adempie per qualche modo quel primo voto degli
uomini, che fu di essere tornati alla condizione della
puerizia. Perciocchè negli animi che egli si elegge ad
abitare, suscita e rinverdisce per tutto il tempo che egli
vi siede, l'infinita speranza e le belle e care
immaginazioni degli anni teneri. Molti mortali, inesperti e
incapaci de' suoi diletti, lo scherniscono e mordono tutto
giorno, sì lontano come presente, con isfrenatissima
audacia: ma esso non ode i costoro obbrobri; e quando gli
udisse, niun supplizio ne prenderebbe; tanto è da natura
magnanimo e mansueto. Oltre che gl'immortali, contenti della
vendetta che prendono di tutta la stirpe, e dell'insanabile
miseria che la gastiga, non curano le singolari offese degli
uomini; nè d'altro in particolare sono puniti i frodolenti e
gl'ingiusti e i dispregiatori degli Dei, che di essere
alieni anche per proprio nome dalla grazia di quelli.
</p>
         </div1>
         <div1 type="dialogo">
            <head>II</head>
            <head>DIALOGO D'ERCOLE E DI ATLANTE</head>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">ERCOLE.</hi>
               </speaker>
               <p> Padre Atlante, Giove mi manda, e vuole che io ti
saluti da sua parte, e in caso che tu fossi stracco di
cotesto peso, che io me lo addossi per qualche ora, come
feci non mi ricordo quanti secoli sono, tanto che tu pigli
fiato e ti riposi un poco.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">ATLANTE.</hi>
               </speaker>
               <p> Ti ringrazio, caro Ercolino, e mi chiamo anche
obbligato alla maestà di Giove. Ma il mondo<note place="end" resp="aut" n="2">
                     <p> Con tutto che Atlante il piÃ¹ delle volte sia detto sostenere il cielo, vedesi non di meno nel primo libro dell'<bibl>
                           <emph>Odissea</emph>, vers. 52 e seguenti</bibl>, e nel <bibl>
                           <emph>Prometeo</emph> d'Eschilo, v. 347 e seguenti</bibl>, che dagli antichi si fingeva eziando che egli sostenesse la terra.</p>
                  </note> è fatto così
leggero, che questo mantello che porto per custodirmi dalla
neve, mi pesa più; e se non fosse che la volontà di Giove mi
sforza di stare qui fermo, e tenere questa pallottola sulla
schiena, io me la porterei sotto l'ascella o in tasca, o me
l'attaccherei ciondolone a un pelo della barba, e me
n'andrei per le mie faccende.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">ERCOLE.</hi>
               </speaker>
               <p> Come può stare che sia tanto alleggerita? Mi
accorgo bene che ha mutato figura, e che è diventata a uso
delle pagnotte, e non è più tonda, come era al tempo che io
studiai la cosmografia per fare quella grandissima
navigazione cogli Argonauti: ma con tutto questo non trovo
come abbia a pesare meno di prima.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">ATLANTE.</hi>
               </speaker>
               <p> Della causa non so. Ma della leggerezza ch'io dico
te ne puoi certificare adesso adesso, solo che tu voglia
torre questa sulla mano per un momento, e provare il peso.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">ERCOLE.</hi>
               </speaker>
               <p> In fe d'Ercole, se io non avessi provato, io non
poteva mai credere. Ma che è quest'altra novità che vi
scuopro? L'altra volta che io la portai, mi batteva forte
sul dosso, come fa il cuore degli animali; e metteva un
certo rombo continuo, che pareva un vespaio. Ma ora quanto
al battere, si rassomiglia a un oriuolo che abbia rotta la
molla; e quanto al ronzare, io non vi odo un zitto.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">ATLANTE.</hi>
               </speaker>
               <p> Anche di questo non ti so dire altro, se non
ch'egli è già gran tempo, che il mondo finì di fare ogni
moto e ogni romore sensibile: e io per me stetti con
grandissimo sospetto che fosse morto, aspettandomi di giorno
in giorno che m'infettasse col puzzo; e pensava come e in
che luogo lo potessi seppellire, e l'epitaffio che gli
dovessi porre. Ma poi veduto che non marciva, mi risolsi che
di animale che prima era, si fosse convertito in pianta,
come Dafne e tanti altri; e che da questo nascesse che non
si muoveva e non fiatava: e ancora dubito che fra poco non
mi gitti le radici per le spalle, e non vi si abbarbichi.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">ERCOLE.</hi>
               </speaker>
               <p> Io piuttosto credo che dorma, e che questo sonno
sia della qualità di quello di Epimenide<note place="end" resp="aut" n="3">
                     <p>
                        <bibl>Plinio, lib. 7, cap. 52.</bibl>
                        <bibl>Diogene Laerzio, lib. 1, segm. 109.</bibl>
                        <bibl>Apollonio, <foreign lang="lat">
                              <emph>Hist. Commentit.</emph>
                           </foreign> cap. 1.</bibl>
                        <bibl>Varrone, <foreign lang="lat">
                              <emph>de Ling. lat.</emph>
                           </foreign> lib. 7.</bibl>
                        <bibl>Plutarco, <foreign lang="lat">
                              <emph>an seni gerenda sit respub.</emph>
                           </foreign> opp. Ed. Francof. 1620, tom. 2, p. 784.</bibl>
                        <bibl>Tertulliano, <foreign lang="lat">
                              <emph>de Anima</emph>
                           </foreign> cap. 44.</bibl>
                        <bibl>Pausania, lib. I, cap. 10, ed. Kuhn, pag. 35.</bibl>
                        <bibl>
                           <emph>Appendice vaticana  dei Proverbi</emph>, centur. 3, proverb. 97.</bibl>
                        <bibl>Suida, voc. <foreign lang="grc">Ἑπιμενίδης.</foreign>
                        </bibl>
                        <bibl>Luciano, <foreign lang="lat">
                              <emph>Timon.</emph>
                           </foreign> opp. ed. Amstel. 1687, tom.1, p. 69.</bibl>
                     </p>
                  </note>, che durò un mezzo
secolo e più: o come si dice di Ermotimo<note place="end" resp="aut" n="4">
                     <p>
                        <bibl>Apollonio, <foreign lang="lat">
                              <emph>Hist. commentit.</emph>
                           </foreign> cap. 3.</bibl>
                        <bibl>Plinio, lib. 7, cap. 52.</bibl>
                        <bibl>Tertulliano, <foreign lang="lat">
                              <emph>de Anima</emph>
                           </foreign> cap. 44.</bibl>
                        <bibl>Luciano, <foreign lang="lat">
                              <emph>Encom. Musc.</emph>
                           </foreign> opp. tom. 2, p. 376.</bibl>
                        <bibl>Origene, <foreign lang="lat">
                              <emph>contra Cels.</emph>
                           </foreign> lib. 3, cap. 32.</bibl>
                     </p>
                  </note>, che l'anima gli
usciva dal corpo ogni volta che voleva, e stava fuori molti
anni, andando a diporto per diversi paesi, e poi tornava,
finchè gli amici per finire questa canzona, abbruciarono
il corpo; e così lo spirito ritornato per entrare, trovò
che la casa gli era disfatta, e che se voleva alloggiare
al coperto, gliene conveniva pigliare un'altra a pigione,
o andare all'osteria. Ma per fare che il mondo non dorma
in eterno, e che qualche amico o benefattore, pensando
che egli sia morto, non gli dia fuoco, io voglio che noi
proviamo qualche modo di risvegliarlo.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">ATLANTE.</hi>
               </speaker>
               <p> Bene, ma che modo?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">ERCOLE.</hi>
               </speaker>
               <p> Io gli farei toccare una buona picchiata di questa
clava: ma dubito che lo finirei di schiacciare, e che io non
ne facessi una cialda, o che la crosta, atteso che riesce
così leggero, non gli sia tanto assottigliata, che egli mi
scricchioli sotto il colpo come un uovo. E anche non mi
assicuro che gli uomini, che al tempo mio combattevano a
corpo a corpo coi leoni e adesso colle pulci, non
tramortiscano dalla percossa tutti in un tratto. Il meglio
sarà ch'io posi la clava e tu il pastrano, e facciamo
insieme alla palla con questa sferuzza. Mi dispiace ch'io
non ho recato i bracciali o le racchette che adoperiamo
Mercurio ed io per giocare in casa di Giove o nell'orto: ma
le pugna basteranno.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">ATLANTE.</hi>
               </speaker>
               <p> Appunto; acciocchè tuo padre, veduto il nostro
giuoco e venutogli voglia di entrare in terzo, colla sua
palla infocata ci precipiti tutti e due non so dove, come
Fetonte nel Po.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">ERCOLE.</hi>
               </speaker>
               <p> Vero, se io fossi, come era Fetonte, figliuolo di
un poeta, e non suo figliuolo proprio; e non fossi anche
tale, che se i poeti popolarono le città col suono della
lira, a me basta l'animo di spopolare il cielo e la terra a
suono di clava. E la sua palla, con un calcio che le
tirassi, io la farei schizzare di qui fino all'ultima
soffitta del cielo empireo. Ma sta sicuro che quando anche
mi venisse fantasia di sconficcare cinque o sei stelle per
fare alle castelline, o di trarre al bersaglio con una
cometa, come con una fromba, pigliandola per la coda, o pure
di servirmi proprio del sole per fare il giuoco del disco,
mio padre farebbe le viste di non vedere. Oltre che la
nostra intenzione con questo giuoco è di far bene al mondo,
e non come quella di Fetonte, che fu di mostrarsi leggero
della persona alle Ore, che gli tennero il montatoio quando
salì sul carro e di acquistare opinione di buon cocchiere
con Andromeda e Callisto e colle altre belle costellazioni,
alle quali è voce che nel passare venisse gittando mazzolini
di raggi e pallottoline di luce confettate; e di fare una
bella mostra di sè tra gli Dei del cielo nel passeggio di
quel giorno, che era di festa. Insomma, della collera di mio
padre non te ne dare altro pensiero, che io m'obbligo, in
ogni caso, a rifarti i danni; e senza più cavati il cappotto
e manda la palla.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">ATLANTE.</hi>
               </speaker>
               <p> O per grado o per forza, mi converrà fare a tuo
modo; perchè tu sei gagliardo e coll'arme, e io disarmato e
vecchio. Ma guarda almeno di non lasciarla cadere, che non
se le aggiungessero altri bernoccoli, o qualche parte se le
ammaccasse, o crepasse, come quando la Sicilia si schiantò
dall'Italia e l'Affrica dalla Spagna; o non ne saltasse via
qualche scheggia, come a dire una provincia o un regno,
tanto che ne nascesse una guerra.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">ERCOLE.</hi>
               </speaker>
               <p> Per la parte mia non dubitare.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">ATLANTE.</hi>
               </speaker>
               <p> A te la palla. Vedi che ella zoppica, perchè l'è
guasta la figura.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">ERCOLE.</hi>
               </speaker>
               <p> Via dàlle un po' più sodo, chè le tue non arrivano.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">ATLANTE.</hi>
               </speaker>
               <p> Qui la botta non vale, perchè ci tira garbino al
solito, e la palla piglia vento, perch'è leggera.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">ERCOLE.</hi>
               </speaker>
               <p> Cotesta è sua pecca vecchia, di andare a caccia del
vento.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">ATLANTE.</hi>
               </speaker>
               <p> In verità non saria mal fatto che ne la
gonfiassimo, che veggo che ella non balza d'in sul pugno più
che un popone.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">ERCOLE.</hi>
               </speaker>
               <p> Cotesto è difetto nuovo, che anticamente ella
balzava e saltava come un capriolo.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">ATLANTE.</hi>
               </speaker>
               <p> Corri presto in là; presto ti dico; guarda per
Dio, ch'ella cade: mal abbia il momento che tu ci sei
venuto.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">ERCOLE.</hi>
               </speaker>
               <p> Così falsa e terra terra me l'hai rimessa, che io
non poteva essere a tempo se m'avessi voluto fiaccare il
collo. Oimè, poverina, come stai? ti senti male a nessuna
parte? Non s'ode un fiato e non si vede muovere un'anima, e
mostra che tutti dormano come prima.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">ATLANTE.</hi>
               </speaker>
               <p> Lasciamela per tutte le corna dello Stige, che io
me la raccomodi sulle spalle; e tu ripiglia la clava, e
torna subito in cielo a scusarmi con Giove di questo caso,
ch'è seguito per tua cagione.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">ERCOLE.</hi>
               </speaker>
               <p> Così farò. È molti secoli che sta in casa di mio
padre un certo poeta, di nome Orazio, ammessoci come poeta
di corte ad instanza di Augusto, che era stato deificato da
Giove per considerazioni che si dovettero avere alla potenza
dei Romani. Questo poeta va canticchiando certe sue
canzonette, e fra l'altre una dove dice che l'uomo giusto
non si muove se ben cade il mondo. Crederò che oggi tutti
gli uomini sieno giusti, perchè il mondo è caduto, e niuno
s'è mosso.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">ATLANTE.</hi>
               </speaker>
               <p> Chi dubita della giustizia degli uomini? Ma tu non
istare a perder più tempo, e corri su presto a scolparmi con
tuo padre, chè io m'aspetto di momento in momento un fulmine
che mi trasformi di Atlante in Etna.
</p>
            </sp>
         </div1>
         <div1 type="dialogo">
            <head>III</head>
            <head>DIALOGO DELLA MODA E DELLA MORTE</head>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">MODA.</hi>
               </speaker>
               <p> Madama Morte, madama Morte.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">MORTE.</hi>
               </speaker>
               <p> Aspetta che sia l'ora, e verrò senza che tu mi
chiami.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">MODA.</hi>
               </speaker>
               <p> Madama Morte.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">MORTE.</hi>
               </speaker>
               <p> Vattene col diavolo. Verrò quando tu non vorrai.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">MODA.</hi>
               </speaker>
               <p> Come se io non fossi immortale.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">MORTE.</hi>
               </speaker>
               <p> Immortale?
<quote rend="block">
                     <lg>
                        <l>Passato è già più che 'l millesim'anno</l>
                     </lg>
                  </quote>
che sono finiti i tempi degl'immortali.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">MODA.</hi>
               </speaker>
               <p> Anche Madama petrarcheggia come fosse un lirico
italiano del cinque o dell'ottocento?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">MORTE.</hi>
               </speaker>
               <p> Ho care le rime del Petrarca, perchè vi trovo il mio
Trionfo, e perchè parlano di me quasi da per tutto. Ma in
somma levamiti d'attorno.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">MODA.</hi>
               </speaker>
               <p> Via, per l'amore che tu porti ai sette vizi capitali,
fermati tanto o quanto, e guardami.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">MORTE.</hi>
               </speaker>
               <p> Ti guardo.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">MODA.</hi>
               </speaker>
               <p> Non mi conosci?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">MORTE.</hi>
               </speaker>
               <p> Dovresti sapere che ho mala vista, e che non posso
usare occhiali, perchè gl'Inglesi non ne fanno che mi
valgano, e quando ne facessero, io non avrei dove me
gl'incavalcassi.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">MODA.</hi>
               </speaker>
               <p> Io sono la Moda, tua sorella.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">MORTE.</hi>
               </speaker>
               <p> Mia sorella?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">MODA.</hi>
               </speaker>
               <p> Sì: non ti ricordi che tutte e due siamo nate dalla
Caducità?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">MORTE.</hi>
               </speaker>
               <p> Che m'ho a ricordare io che sono nemica capitale
della memoria.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">MODA.</hi>
               </speaker>
               <p> Ma io me ne ricordo bene; e so che l'una e l'altra
tiriamo parimente a disfare e a rimutare di continuo le cose
di quaggiù, benchè tu vadi a questo effetto per una strada e
io per un'altra.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">MORTE.</hi>
               </speaker>
               <p> In caso che tu non parli col tuo pensiero o con
persona che tu abbi dentro alla strozza, alza più la voce e
scolpisci meglio le parole; che se mi vai borbottando tra'
denti con quella vocina da ragnatelo, io t'intenderò domani,
perchè l'udito, se non sai, non mi serve meglio che la
vista.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">MODA.</hi>
               </speaker>
               <p> Benchè sia contrario alla costumatezza, e in Francia
non si usi di parlare per essere uditi, pure perchè siamo
sorelle, e tra noi possiamo fare senza troppi rispetti,
parlerò come tu vuoi. Dico che la nostra natura e usanza
comune è di rinnovare continuamente il mondo, ma tu fino da
principio ti gittasti alle persone e al sangue; io mi
contento per lo più delle barbe, dei capelli, degli abiti,
delle masserizie, dei palazzi e di cose tali. Ben è vero che
io non sono però mancata e non manco di fare parecchi
giuochi da paragonare ai tuoi, come verbigrazia sforacchiare
quando orecchi, quando labbra e nasi, e stracciarli colle
bazzecole che io v'appicco per li fori: abbruciacchiare le
carni degli uomini con istampe roventi che io fo che essi
v'improntino per bellezza; sformare le teste dei bambini con
fasciature e altri ingegni, mettendo per costume che tutti
gli uomini del paese abbiano a portare il capo di una
figura, come ho fatto in America e in Asia<note place="end" resp="aut" n="5">
                     <p> In proposito di quest' uso, il quale è comune a molti popoli barbari, di trasfigurare a forza le teste; è notabile un luogo d'<bibl>Ippocrate, <foreign lang="lat">
                              <emph>de Aere, Aquis et Locis</emph>
                           </foreign>, opp. ed. Mercurial. class. I, p. 29</bibl>, sopra una nazione del Ponto, detta dei Macrocefali, cioè Testelunghe; i quali ebbero per usanza di costringere le teste dei bambini in maniera, che elle riuscissero piÃ¹ lunghe che si potesse: e trascurata poi questa pratica, nondimeno i loro bambini uscivano colla testa lunga: perché, dice Ippocrate, cosÃ¬ erano i genitori.</p>
                  </note>; storpiare la
gente colle calzature snelle; chiuderle il fiato e fare che
gli occhi le scoppino dalla strettura dei bustini; e cento
altre cose di questo andare. Anzi generalmente parlando, io
persuado e costringo tutti gli uomini gentili a sopportare
ogni giorno mille fatiche e mille disagi, e spesso dolori e
strazi, e qualcuno a morire gloriosamente, per l'amore che
mi portano. Io non vo' dire nulla dei mali di capo, delle
infreddature, delle flussioni di ogni sorta, delle febbri
quotidiane, terzane, quartane, che gli uomini si guadagnano
per ubbidirmi, consentendo di tremare dal freddo o affogare
dal caldo secondo che io voglio, difendersi le spalle coi
panni lani e il petto con quei di tela, e fare di ogni cosa
a mio modo ancorchè sia con loro danno.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">MORTE.</hi>
               </speaker>
               <p> In conclusione io ti credo che mi sii sorella e, se
tu vuoi, l'ho per più certo della morte, senza che tu me ne
cavi la fede del parrocchiano. Ma stando così ferma, io
svengo; e però, se ti dà l'animo di corrermi allato, fa di
non vi crepare, perch'io fuggo assai, e correndo mi potrai
dire il tuo bisogno; se no, a contemplazione della
parentela, ti prometto, quando io muoia, di lasciarti tutta
la mia roba, e rimanti col buon anno.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">MODA.</hi>
               </speaker>
               <p> Se noi avessimo a correre insieme il palio, non so
chi delle due si vincesse la prova, perchè se tu corri, io
vo meglio che di galoppo; e a stare in un luogo, se tu ne
svieni, io me ne struggo. Sicchè ripigliamo a correre, e
correndo, come tu dici, parleremo dei casi nostri.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">MORTE.</hi>
               </speaker>
               <p> Sia con buon'ora. Dunque poichè tu sei nata dal
corpo di mia madre, saria conveniente che tu mi giovassi in
qualche modo a fare le mie faccende.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">MODA.</hi>
               </speaker>
               <p> Io l'ho fatto già per l'addietro più che non pensi.
Primieramente io che annullo o stravolgo per lo continuo
tutte le altre usanze, non ho mai lasciato smettere in
nessun luogo la pratica di morire, e per questo vedi che
ella dura universalmente insino a oggi dal principio del
mondo.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">MORTE.</hi>
               </speaker>
               <p> Gran miracolo, che tu non abbi fatto quello che non
hai potuto!
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">MODA.</hi>
               </speaker>
               <p> Come non ho potuto? Tu mostri di non conoscere la
potenza della moda.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">MORTE.</hi>
               </speaker>
               <p> Ben bene: di cotesto saremo a tempo a discorrere
quando sarà venuta l'usanza che non si muoia. Ma in questo
mezzo io vorrei che tu da buona sorella, m'aiutassi a
ottenere il contrario più facilmente e più presto che non ho
fatto finora.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">MODA.</hi>
               </speaker>
               <p> Già ti ho raccontate alcune delle opere mie che ti
fanno molto profitto. Ma elle sono baie per comparazione a
queste che io ti vo' dire. A poco per volta, ma il più in
questi ultimi tempi, io per favorirti ho mandato in disuso e
in dimenticanza le fatiche e gli esercizi che giovano al ben
essere corporale, e introdottone o recato in pregio
innumerabili che abbattono il corpo in mille modi e
scorciano la vita. Oltre di questo ho messo nel mondo tali
ordini e tali costumi, che la vita stessa, così per rispetto
del corpo come dell'animo, è più morta che viva; tanto che
questo secolo si può dire con verità che sia proprio il
secolo della morte. E quando che anticamente tu non avevi
altri poderi che fosse e caverne, dove tu seminavi ossami e
polverumi al buio, che sono semenze che non fruttano; adesso
hai terreni al sole; e genti che si muovono e che vanno
attorno co' loro piedi, sono roba, si può dire, di tua
ragione libera, ancorchè tu non le abbi mietute, anzi subito
che elle nascono. Di più, dove per l'addietro solevi essere
odiata e vituperata, oggi per opera mia le cose sono ridotte
in termine che chiunque ha intelletto ti pregia e loda,
anteponendoti alla vita, e ti vuol tanto bene che sempre ti
chiama e ti volge gli occhi come alla sua maggiore speranza.
Finalmente perch'io vedeva che molti si erano vantati di
volersi fare immortali, cioè non morire interi, perchè una
buona parte di se non ti sarebbe capitata sotto le mani, io
quantunque sapessi che queste erano ciance, e che quando
costoro o altri vivessero nella memoria degli uomini,
vivevano, come dire, da burla, e non godevano della loro
fama più che si patissero dell'umidità della sepoltura; a
ogni modo intendendo che questo negozio degl'immortali ti
scottava, perchè parea che ti scemasse l'onore e la
riputazione, ho levata via quest'usanza di cercare
l'immortalità, ed anche di concederla in caso che pure
alcuno la meritasse. Di modo che al presente, chiunque si
muoia, sta sicura che non ne resta un briciolo che non sia
morto, e che gli conviene andare subito sotterra tutto
quanto, come un pesciolino che sia trangugiato in un boccone
con tutta la testa e le lische. Queste cose, che non sono
poche nè piccole, io mi trovo aver fatte finora per amor
tuo, volendo accrescere il tuo stato nella terra, com'è
seguito. E per quest'effetto sono disposta a far ogni giorno
altrettanto e più; colla quale intenzione ti sono andata
cercando; e mi pare a proposito che noi per l'avanti non ci
partiamo dal fianco l'una dell'altra, perchè stando sempre
in compagnia, potremo consultare insieme secondo i casi, e
prendere migliori partiti che altrimenti, come anche
mandarli meglio ad esecuzione.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">MORTE.</hi>
               </speaker>
               <p> Tu dici il vero, e così voglio che facciamo.</p>
            </sp>
         </div1>
         <div1 type="parte">
            <head>IV</head>
            <head>PROPOSTA DI PREMI FATTA
DALL'ACCADEMIA DEI SILLOGRAFI</head>
            <p>L'Accademia dei Sillografi attendendo di continuo, secondo
il suo principale instituto, a procurare con ogni suo sforzo
l'utilità comune, e stimando niuna cosa essere più conforme
a questo proposito che aiutare e promuovere gli andamenti e
le inclinazioni</p>
            <quote rend="block">
               <lg>
                  <l>Del fortunato secolo in cui siamo,</l>
               </lg>
            </quote>
            <p rend="noindent">come
dice un poeta illustre; ha tolto a considerare
diligentemente le qualità e l'indole del nostro tempo, e
dopo lungo e maturo esame si è risolta di poterlo chiamare
l'età delle macchine, non solo perchè gli uomini di oggidì
procedono e vivono forse più meccanicamente di tutti i
passati, ma eziandio per rispetto al grandissimo numero
delle macchine inventate di fresco ed accomodate o che si
vanno tutto giorno trovando ed accomodando a tanti e così
vari esercizi, che oramai non gli uomini ma le macchine, si
può dire, trattano le cose umane e fanno le opere della
vita. Del che la detta Accademia prende sommo piacere, non
tanto per le comodità manifeste che ne risultano, quanto per
due considerazioni che ella giudica essere importantissime,
quantunque comunemente non avvertite. L'una si è che ella
confida dovere in successo di tempo gli uffici e gli usi
delle macchine venire a comprendere oltre che le cose
materiali, anche le spirituali; onde nella guisa che per
virtù di esse macchine siamo già liberi e sicuri dalle
offese dei fulmini e delle grandini, e da molti simili mali
e spaventi, così di mano in mano si abbiano a ritrovare, per
modo di esempio (e facciasi grazia alla novità dei nomi),
qualche parainvidia, qualche paracalunnie o paraperfidia o
parafrodi, qualche filo di salute o altro ingegno che ci
scampi dall'egoismo, dal predominio della mediocrità, dalla
prospera fortuna degl'insensati, de' ribaldi e de' vili,
dall'universale noncuranza e dalla miseria de' saggi, de'
costumati e de' magnanimi, e dagli altri sì fatti incomodi,
i quali da parecchi secoli in qua sono meno possibili a
distornare che già non furono gli effetti dei fulmini e
delle grandini. L'altra cagione e la principale si è che
disperando la miglior parte dei filosofi di potersi mai
curare i difetti del genere umano, i quali, come si crede,
sono assai maggiori e in più numero che le virtù; e
tenendosi per certo che sia piuttosto possibile di rifarlo
del tutto in una nuova stampa, o di sostituire in suo luogo
un altro, che di emendarlo; perciò l'Accademia dei
Sillografi reputa essere espedientissimo che gli uomini si
rimuovano dai negozi della vita il più che si possa, e che a
poco a poco dieno luogo, sottentrando le macchine in loro
scambio. E deliberata di concorrere con ogni suo potere al
progresso di questo nuovo ordine delle cose, propone per ora
tre premi a quelli che troveranno le tre macchine
infrascritte.</p>
            <p>L'intento della prima sarà di fare le parti e la persona di
un amico, il quale non biasimi e non motteggi l'amico
assente; non lasci di sostenerlo quando l'oda riprendere o
porre in giuoco; non anteponga la fama di acuto e di
mordace, e l'ottenere il riso degli uomini, al debito
dell'amicizia; non divulghi, o per altro effetto o per aver
materia da favellare o da ostentarsi, il segreto
commessogli; non si prevalga della familiarità e della
confidenza dell'amico a soppiantarlo e soprammontarlo più
facilmente; non porti invidia ai vantaggi di quello; abbia
cura del suo bene e di ovviare o di riparare a' suoi danni,
e sia pronto alle sue domande e a' suoi bisogni, altrimenti
che in parole. Circa le altre cose nel comporre questo
automato si avrà l'occhio ai trattati di Cicerone e della
Marchesa di Lambert sopra l'amicizia. L'Accademia pensa che
l'invenzione di questa così fatta macchina non debba essere
giudicata nè impossibile, nè anche oltre modo difficile,
atteso che, lasciando da parte gli automati del
Regiomontano, del Vaucanson e di altri, e quello che in
Londra disegnava figure e ritratti, e scriveva quanto gli
era dettato da chiunque si fosse; più d'una macchina si è
veduta che giocava agli scacchi per se medesima. Ora a
giudizio di molti savi, la vita umana è un giuoco, ed alcuni
affermano che ella è cosa ancora più lieve, e che tra le
altre, la forma del giuoco degli scacchi è più secondo
ragione, e i casi più prudentemente ordinati che non sono
quelli di essa vita. La quale oltre a ciò, per detto di
Pindaro, non essendo cosa di più sostanza che un sogno di
un'ombra, ben debbe esserne capace la veglia di un automato.
Quanto alla favella, pare che non si possa volgere in dubbio
che gli uomini abbiano facoltà di comunicarla alle macchine
che essi formano, conoscendosi questa cosa da vari esempi, e
in particolare da ciò che si legge della statua di Mennone e
della testa fabbricata da Alberto Magno, la quale era sì
loquace, che perciò san Tommaso di Aquino, venutagli in
odio, la ruppe. E se il pappagallo di Nevers<note place="end" resp="aut" n="6">
                  <p> Vedi il <bibl>
                        <emph>Vert-vert</emph> del Gresset.</bibl>
                  </p>
               </note>, con tutto che fosse una bestiolina, sapeva rispondere e favellare a
proposito, quanto maggiormente è da credere che possa fare
questi medesimi effetti una macchina immaginata dalla mente
dell'uomo e construtta dalle sue mani; la quale già non
debbe essere così linguacciuta come il pappagallo di Nevers
ed altri simili che si veggono e odono tutto giorno, nè come
la testa fatta da Alberto magno, non le convenendo
infastidire l'amico e muoverlo a fracassarla. L'inventore di
questa macchina riporterà in premio una medaglia d'oro di
quattrocento zecchini di peso, la quale da una banda
rappresenterà le immagini di Pilade e di Oreste, dall'altra
il nome del premiato col titolo: <hi rend="sc">PRIMO VERIFICATORE DELLE
FAVOLE ANTICHE</hi>.</p>
            <space type="stacco narrativo"/>
            <p>La seconda macchina vuol essere un uomo artificiale a
vapore, atto e ordinato a fare opere virtuose e magnanime.
L'Accademia reputa che i vapori, poichè altro mezzo non pare
che vi si trovi, debbano essere di profitto a infervorare un
semovente e indirizzarlo agli esercizi della virtù e della
gloria. Quegli che intraprenderà di fare questa macchina,
vegga i poemi e i romanzi, secondo i quali si dovrà
governare circa le qualità e le operazioni che si
richieggono a questo automato. Il premio sarà una medaglia
d'oro di quattrocento cinquanta zecchini di peso, stampatavi
in sul ritto qualche immaginazione significativa della età
d'oro e in sul rovescio il nome dell'inventore della
macchina con questo titolo ricavato dalla quarta egloga di
Virgilio, <quote>
                  <foreign lang="lat">
                     <hi rend="sc">QVO FERREA PRIMVM DESINET AC TOTO SVRGET GENS
AVREA MVNDO</hi>
                  </foreign>
               </quote>.</p>
            <space type="stacco-narrativo"/>
            <p>La terza macchina debbe essere disposta a fare gli uffici
di una donna conforme a quella immaginata, parte dal conte
Baldassar Castiglione, il quale descrisse il suo concetto
nel libro del Cortegiano, parte da altri, i quali ne
ragionarono in vari scritti che si troveranno senza fatica,
e si avranno a consultare e seguire, come eziandio quello
del Conte. Nè anche l'invenzione di questa macchina dovrà
parere impossibile agli uomini dei nostri tempi, quando
pensino che Pigmalione in tempi antichissimi ed alieni dalle
scienze si potè fabbricare la sposa colle proprie mani, la
quale si tiene che fosse la miglior donna che sia stata
insino al presente. Assegnasi all'autore di questa macchina
una medaglia d'oro in peso di cinquecento zecchini, in sulla
quale sarà figurata da una faccia l'araba fenice del
Metastasio posata sopra una pianta di specie europea,
dall'altra parte sarà scritto il nome del premiato col
titolo: <quote>
                  <hi rend="sc">INVENTORE DELLE DONNE FEDELI E DELLA FELICITÀ
CONIUGALE</hi>
               </quote>.</p>
            <space type="stacco-narrativo"/>
            <p>L'Accademia ha decretato che alle spese che occorreranno
per questi premi, suppliscasi con quanto fu ritrovato nella
sacchetta di Diogene, stato segretario di essa Accademia, o
con uno dei tre asini d'oro che furono di tre Accademici
sillografi, cioè a dire di Apuleio, del Firenzuola e del
Macchiavelli; tutte le quali robe pervennero ai Sillografi
per testamento dei suddetti, come si legge nella storia
dell'Accademia.
</p>
         </div1>
         <div1 type="dialogo">
            <head>V</head>
            <head>DIALOGO DI UN FOLLETTO E DI UNO GNOMO</head>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">FOLLETTO.</hi>
               </speaker>
               <p> Oh sei tu qua, figliuolo di Sabazio? Dove si va?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">GNOMO.</hi>
               </speaker>
               <p> Mio padre m'ha spedito a raccapezzare che diamine si
vadano macchinando questi furfanti degli uomini; perchè ne
sta con gran sospetto, a causa che da un pezzo in qua non ci
danno briga, e in tutto il suo regno non se ne vede uno.
Dubita che non gli apparecchino qualche gran cosa contro, se
però non fosse tornato in uso il vendere e comperare a
pecore, non a oro e argento; o se i popoli civili non si
contentassero di polizzine per moneta come hanno fatto più
volte, o di paternostri di vetro, come fanno i barbari; o se
pure non fossero state ravvalorate le leggi di Licurgo, che
gli pare il meno credibile.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">FOLLETTO.</hi>
               </speaker>
               <p>
                  <quote>
                     <lg>
                        <l>Voi gli aspettate invan: son tutti morti,</l>
                     </lg>
                  </quote> diceva
la chiusa di una tragedia dove morivano tutti i personaggi.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">GNOMO.</hi>
               </speaker>
               <p> Che vuoi tu inferire?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">FOLLETTO.</hi>
               </speaker>
               <p> Voglio inferire che gli uomini son tutti morti, e
la razza è perduta.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">GNOMO.</hi>
               </speaker>
               <p> Oh cotesto è caso da gazzette. Ma pure fin qui non
s'è veduto che ne ragionino.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">FOLLETTO.</hi>
               </speaker>
               <p> Sciocco, non pensi che, morti gli uomini, non si
stampano più gazzette?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">GNOMO.</hi>
               </speaker>
               <p> Tu dici il vero. Or come faremo a sapere le nuove
del mondo?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">FOLLETTO.</hi>
               </speaker>
               <p> Che nuove? che il sole si è levato o coricato,
che fa caldo o freddo, che qua o là è piovuto o nevicato o
ha tirato vento? Perchè, mancati gli uomini, la fortuna si
ha cavato via la benda, e messosi gli occhiali e appiccato
la ruota a un arpione, se ne sta colle braccia in croce a
sedere, guardando le cose del mondo senza più mettervi le
mani; non si trova più regni nè imperi che vadano gonfiando
e scoppiando come le bolle, perchè sono tutti sfumati; non
si fanno guerre, e tutti gli anni si assomigliano l'uno
all'altro come uovo a uovo.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">GNOMO.</hi>
               </speaker>
               <p> Nè anche si potrà sapere a quanti siamo del mese,
perchè non si stamperanno più lunari.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">FOLLETTO.</hi>
               </speaker>
               <p> Non sarà gran male, che la luna per questo non
fallirà la strada.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">GNOMO.</hi>
               </speaker>
               <p> E i giorni della settimana non avranno più nome.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">FOLLETTO.</hi>
               </speaker>
               <p> Che, hai paura che se tu non li chiami per nome,
che non vengano? o forse ti pensi, poichè sono passati, di
farli tornare indietro se tu li chiami?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">GNOMO.</hi>
               </speaker>
               <p> E non si potrà tenere il conto degli anni.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">FOLLETTO.</hi>
               </speaker>
               <p> Così ci spacceremo per giovani anche dopo il
tempo, e non misurando l'età passata, ce ne daremo meno
affanno, e quando saremo vecchissimi non istaremo aspettando
la morte di giorno in giorno.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">GNOMO.</hi>
               </speaker>
               <p> Ma come sono andati a mancare quei monelli?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">FOLLETTO.</hi>
               </speaker>
               <p> Parte guerreggiando tra loro, parte navigando,
parte mangiandosi l'un l'altro, parte ammazzandosi non pochi
di propria mano, parte infracidando nell'ozio, parte
stillandosi il cervello sui libri, parte gozzovigliando, e
disordinando in mille cose; in fine studiando tutte le vie
di far contro la propria natura e di capitar male.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">GNOMO.</hi>
               </speaker>
               <p> A ogni modo, io non mi so dare ad intendere che
tutta una specie di animali si possa perdere di pianta, come
tu dici.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">FOLLETTO.</hi>
               </speaker>
               <p> Tu che sei maestro in geologia, dovresti sapere
che il caso non è nuovo, e che varie qualità di bestie si
trovarono anticamente che oggi non si trovano, salvo pochi
ossami impietriti. E certo che quelle povere creature non
adoperarono niuno di tanti artifizi che, come io ti diceva,
hanno usato gli uomini per andare in perdizione.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">GNOMO.</hi>
               </speaker>
               <p> Sia come tu dici. Ben avrei caro che uno o due di
quella ciurmaglia risuscitassero, e sapere quello che
penserebbero vedendo che le altre cose, benchè sia dileguato
il genere umano, ancora durano e procedono come prima, dove
essi credevano che tutto il mondo fosse fatto e mantenuto
per loro soli.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">FOLLETTO.</hi>
               </speaker>
               <p> E non volevano intendere che egli è fatto e
mantenuto per li folletti.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">GNOMO.</hi>
               </speaker>
               <p> Tu folleggi veramente, se parli sul sodo.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">FOLLETTO.</hi>
               </speaker>
               <p> Perchè? io parlo bene sul sodo.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">GNOMO.</hi>
               </speaker>
               <p> Eh, buffoncello, va via. Chi non sa che il mondo è
fatto per gli gnomi?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">FOLLETTO.</hi>
               </speaker>
               <p> Per gli gnomi, che stanno sempre sotterra? Oh
questa è la più bella che si possa udire. Che fanno agli
gnomi il sole, la luna, il mare, le campagne?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">GNOMO.</hi>
               </speaker>
               <p> Che fanno ai folletti le cave d'oro e d'argento, e
tutto il corpo della terra fuor che la prima pelle?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">FOLLETTO.</hi>
               </speaker>
               <p> Ben bene, o che facciano o che non facciano,
lasciamo stare questa contesa, che io tengo per fermo che
anche le lucertole e i moscherini si credano che tutto il
mondo sia fatto a posta per uso della loro specie. E però
ciascuno si rimanga col suo parere, che niuno glielo
caverebbe di capo: e per parte mia ti dico solamente questo,
che se non fossi nato folletto, io mi dispererei.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">GNOMO.</hi>
               </speaker>
               <p> Lo stesso accadrebbe a me se non fossi nato gnomo.
Ora io saprei volentieri quel che direbbero gli uomini della
loro presunzione, per la quale, tra l'altre cose che
facevano a questo e a quello, s'inabissavano le mille
braccia sotterra e ci rapivano per forza la roba nostra,
dicendo che ella si apparteneva al genere umano, e che la
natura gliel'aveva nascosta e sepolta laggiù per modo di
burla, volendo provare se la troverebbero e la potrebbero
cavar fuori.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">FOLLETTO.</hi>
               </speaker>
               <p> Che maraviglia? quando non solamente si
persuadevano che le cose del mondo non avessero altro
uffizio che di stare al servigio loro, ma facevano conto che
tutte insieme, allato al genere umano, fossero una
bagatella. E però le loro proprie vicende le chiamavano
rivoluzioni del mondo e le storie delle loro genti, storie
del mondo, benchè si potevano numerare, anche dentro ai
termini nella terra, forse tante altre specie, non dico di
creature, ma solamente di animali, quanti capi d'uomini
vivi: i quali animali, che erano fatti espressamente per
coloro uso, non si accorgevano però mai che il mondo si
rivoltasse.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">GNOMO.</hi>
               </speaker>
               <p> Anche le zanzare e le pulci erano fatte per
benefizio degli uomini?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">FOLLETTO.</hi>
               </speaker>
               <p> Sì erano; cioè per esercitarli nella pazienza
come essi dicevano.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">GNOMO.</hi>
               </speaker>
               <p> In verità che mancava loro occasione di esercitar la
pazienza, se non erano le pulci.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">FOLLETTO.</hi>
               </speaker>
               <p> Ma i porci, secondo Crisippo<note place="end" resp="aut" n="7">
                     <p>
                        <quote>
                           <foreign lang="lat">
                              <emph>Sus vero quid habet praeter escam? cui quidem, ne putisceret, animam ipsam, pro sale, datam dicit esse Chrysippus</emph>
                           </foreign>.</quote>
                        <bibl>Cicerone, <foreign lang="lat">
                              <emph>de Nat. Deor.</emph>
                           </foreign> lib. 2, cap. 64.</bibl>
                     </p>
                  </note>, erano pezzi di
carne apparecchiati dalla natura a posta per le cucine e le
dispense degli uomini, e, acciocchè non imputridissero,
conditi colle anime in vece di sale.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">GNOMO.</hi>
               </speaker>
               <p> Io credo in contrario che se Crisippo avesse avuto
nel cervello un poco di sale in vece dell'anima, non avrebbe
immaginato uno sproposito simile.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">FOLLETTO.</hi>
               </speaker>
               <p> E anche quest'altra è piacevole; che infinite
specie di animali non sono state mai viste nè conosciute
dagli uomini loro padroni; o perchè elle vivono in luoghi
dove coloro non misero mai piede, o per essere tanto minute
che essi in qualsivoglia modo non le arrivavano a scoprire.
E di moltissime altre specie non se ne accorsero prima degli
ultimi tempi. Il simile si può dire circa al genere delle
piante, e a mille altri. Parimenti di tratto in tratto, per
via de' loro cannocchiali, si avvedevano di qualche stella o
pianeta, che insino allora, per migliaia e migliaia d'anni,
non avevano mai saputo che fosse al mondo; e subito lo
scrivevano tra le loro masserizie: perchè s'immaginavano che
le stelle e i pianeti fossero, come dire, moccoli da
lanterna piantati lassù nell'alto a uso di far lume alle
signorie loro, che la notte avevano gran faccende.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">GNOMO.</hi>
               </speaker>
               <p> Sicchè, in tempo di state, quando vedevano cadere di
quelle fiammoline che certe notti vengono giù per l'aria
avranno detto che qualche spirito andava smoccolando le
stelle per servizio degli uomini.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">FOLLETTO.</hi>
               </speaker>
               <p> Ma ora che ei sono tutti spariti, la terra non
sente che le manchi nulla, e i fiumi non sono stanchi di
correre, e il mare, ancorchè non abbia più da servire alla
navigazione e al traffico, non si vede che si rasciughi.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">GNOMO.</hi>
               </speaker>
               <p> E le stelle e i pianeti non mancano di nascere e di
tramontare, e non hanno preso le gramaglie.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">FOLLETTO.</hi>
               </speaker>
               <p> E il sole non s'ha intonacato il viso di ruggine;
come fece, secondo Virgilio, per la morte di Cesare: della
quale io credo ch'ei si pigliasse tanto affanno quanto ne
pigliò la statua di Pompeo.
</p>
            </sp>
         </div1>
         <div1 type="dialogo">
            <head>VI</head>
            <head>DIALOGO DI MALAMBRUNO E FARFARELLO</head>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">MALAMBRUNO.</hi>
               </speaker>
               <p> Spiriti d'abisso, Farfarello, Ciriatto,
Baconero, Astarotte, Alichino, e comunque siete chiamati; io
vi scongiuro nel nome di Belzebù, e vi comando per la virtù
dell'arte mia, che può sgangherare la luna, e inchiodare il
sole a mezzo il cielo: venga uno di voi con libero comando
del vostro principe e piena potestà di usare tutte le forze
dell'inferno in mio servigio.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">FARFARELLO.</hi>
               </speaker>
               <p> Eccomi.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">MALAMBRUNO.</hi>
               </speaker>
               <p> Chi sei?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">FARFARELLO.</hi>
               </speaker>
               <p> Farfarello, a' tuoi comandi.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">MALAMBRUNO.</hi>
               </speaker>
               <p> Rechi il mandato di Belzebù?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">FARFARELLO.</hi>
               </speaker>
               <p> Sì recolo; e posso fare in tuo servigio tutto
quello che potrebbe il Re proprio, e più che non potrebbero
tutte l'altre creature insieme.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">MALAMBRUNO.</hi>
               </speaker>
               <p> Sta bene. Tu m'hai da contentare d'un
desiderio.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">FARFARELLO.</hi>
               </speaker>
               <p> Sarai servito. Che vuoi? nobiltà maggiore di
quella degli Atridi?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">MALAMBRUNO.</hi>
               </speaker>
               <p> No.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">FARFARELLO.</hi>
               </speaker>
               <p> Più ricchezze di quelle che si troveranno nella
città di Manoa<note place="end" resp="aut" n="8">
                     <p> Città favolosa, detta altrimenti <emph>El Dorado</emph>, la quale immaginarono gli Spagnuoli, e la credettero essere nell'America Meridionale, tra il fiume dell'Orenoco e quel delle Amazzoni. Vedi i geografi.</p>
                  </note> quando sarà scoperta?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">MALAMBRUNO.</hi>
               </speaker>
               <p> No.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">FARFARELLO.</hi>
               </speaker>
               <p> Un impero grande come quello che dicono che
Carlo quinto si sognasse una notte?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">MALAMBRUNO.</hi>
               </speaker>
               <p> No.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">FARFARELLO.</hi>
               </speaker>
               <p> Recare alle tue voglie una donna più salvatica
di Penelope?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">MALAMBRUNO.</hi>
               </speaker>
               <p> No. Ti par egli che a cotesto ci bisognasse il
diavolo?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">FARFARELLO.</hi>
               </speaker>
               <p> Onori e buona fortuna così ribaldo come sei?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">MALAMBRUNO.</hi>
               </speaker>
               <p> Piuttosto mi bisognerebbe il diavolo se volessi
il contrario.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">FARFARELLO.</hi>
               </speaker>
               <p> In fine, che mi comandi?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">MALAMBRUNO.</hi>
               </speaker>
               <p> Fammi felice per un momento di tempo.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">FARFARELLO.</hi>
               </speaker>
               <p> Non posso.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">MALAMBRUNO.</hi>
               </speaker>
               <p> Come non puoi?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">FARFARELLO.</hi>
               </speaker>
               <p> Ti giuro in coscienza che non posso.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">MALAMBRUNO.</hi>
               </speaker>
               <p> In coscienza di demonio da bene.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">FARFARELLO.</hi>
               </speaker>
               <p> Sì certo. Fa conto che vi sia de' diavoli da
bene come v'è degli uomini.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">MALAMBRUNO.</hi>
               </speaker>
               <p> Ma tu fa conto che io t'appicco qui per la coda
a una di queste travi, se tu non mi ubbidisci subito senza
più parole.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">FARFARELLO.</hi>
               </speaker>
               <p> Tu mi puoi meglio ammazzare, che non io
contentarti di quello che tu domandi.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">MALAMBRUNO.</hi>
               </speaker>
               <p> Dunque ritorna tu col mal anno, e venga Belzebù
in persona.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">FARFARELLO.</hi>
               </speaker>
               <p> Se anco viene Belzebù con tutta la Giudecca e
tutte le Bolge, non potrà farti felice nè te nè altri della
tua specie, più che abbia potuto io.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">MALAMBRUNO.</hi>
               </speaker>
               <p> Nè anche per un momento solo?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">FARFARELLO.</hi>
               </speaker>
               <p> Tanto è possibile per un momento, anzi per la
metà di un momento, e per la millesima parte; quanto per
tutta la vita.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">MALAMBRUNO.</hi>
               </speaker>
               <p> Ma non potendo farmi felice in nessuna maniera,
ti basta l'animo almeno di liberarmi dall'infelicità?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">FARFARELLO.</hi>
               </speaker>
               <p> Se tu puoi fare di non amarti supremamente.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">MALAMBRUNO.</hi>
               </speaker>
               <p> Cotesto lo potrò dopo morto.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">FARFARELLO.</hi>
               </speaker>
               <p> Ma in vita non lo può nessun animale: perchè la
vostra natura vi comporterebbe prima qualunque altra cosa,
che questa.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">MALAMBRUNO.</hi>
               </speaker>
               <p> Così è.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">FARFARELLO.</hi>
               </speaker>
               <p> Dunque, amandoti necessariamente del maggiore
amore che tu sei capace, necessariamente desideri il più che
puoi la felicità propria; e non potendo mai di gran lunga
essere soddisfatto di questo tuo desiderio, che è sommo,
resta che tu non possi fuggire per nessun verso di non
essere infelice.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">MALAMBRUNO.</hi>
               </speaker>
               <p> Nè anco nei tempi che io proverò qualche
diletto; perchè nessun diletto mi farà nè felice nè pago.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">FARFARELLO.</hi>
               </speaker>
               <p> Nessuno veramente.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">MALAMBRUNO.</hi>
               </speaker>
               <p> E però, non uguagliando il desiderio naturale
della felicità che mi sta fisso nell'animo, non sarà vero
diletto; e in quel tempo medesimo che esso è per durare, io
non lascerò di essere infelice.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">FARFARELLO.</hi>
               </speaker>
               <p> Non lascerai: perchè negli uomini e negli altri
viventi la privazione della felicità, quantunque senza
dolore e senza sciagura alcuna, e anche nel tempo di quelli
che voi chiamate piaceri, importa infelicità espressa.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">MALAMBRUNO.</hi>
               </speaker>
               <p> Tanto che dalla nascita insino alla morte,
l'infelicità nostra non può cessare per ispazio, non che
altro, di un solo istante.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">FARFARELLO.</hi>
               </speaker>
               <p> Sì: cessa, sempre che dormite senza sognare, o
che vi coglie uno sfinimento o altro che v'interrompa l'uso
dei sensi.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">MALAMBRUNO.</hi>
               </speaker>
               <p> Ma non mai però mentre sentiamo la nostra
propria vita.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">FARFARELLO.</hi>
               </speaker>
               <p> Non mai.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">MALAMBRUNO.</hi>
               </speaker>
               <p> Di modo che, assolutamente parlando, il non
vivere è sempre meglio del vivere.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">FARFARELLO.</hi>
               </speaker>
               <p> Se la privazione dell'infelicità è
semplicemente meglio dell'infelicità.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">MALAMBRUNO.</hi>
               </speaker>
               <p> Dunque?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">FARFARELLO.</hi>
               </speaker>
               <p> Dunque se ti pare di darmi l'anima prima del
tempo, io sono qui pronto per portarmela.
</p>
            </sp>
         </div1>
         <div1 type="dialogo">
            <head>VII</head>
            <head>DIALOGO DELLA NATURA E DI UN'ANIMA</head>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">NATURA.</hi>
               </speaker>
               <p> Va, figliuola mia prediletta, che tale sarai tenuta
e chiamata per lungo ordine di secoli. Vivi, e sii grande e
infelice.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">ANIMA.</hi>
               </speaker>
               <p> Che male ho io commesso prima di vivere, che tu mi
condanni a cotesta pena?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">NATURA.</hi>
               </speaker>
               <p> Che pena, figliuola mia?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">ANIMA.</hi>
               </speaker>
               <p> Non mi prescrivi tu di essere infelice?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">NATURA.</hi>
               </speaker>
               <p> Ma in quanto che io voglio che tu sii grande, e non
si può questo senza quello. Oltre che tu sei destinata a
vivificare un corpo umano; e tutti gli uomini per necessità
nascono e vivono infelici.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">ANIMA.</hi>
               </speaker>
               <p> Ma in contrario saria di ragione che tu provvedessi
in modo, che eglino fossero felici per necessità; o non
potendo far questo, ti si converrebbe astenere da porli al
mondo.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">NATURA.</hi>
               </speaker>
               <p> Nè l'una nè l'altra cosa è in potestà mia, che sono
sottoposta al fato; il quale ordina altrimenti, qualunque se
ne sia la cagione; che nè tu nè io non la possiamo
intendere. Ora, come tu sei stata creata e disposta a
informare una persona umana, già qualsivoglia forza, nè mia
nè d'altri, non è potente a scamparti dall'infelicità comune
degli uomini. Ma oltre di questa, te ne bisognerà sostenere
una propria, e maggiore assai, per l'eccellenza della quale
io t'ho fornita.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">ANIMA.</hi>
               </speaker>
               <p> Io non ho ancora appreso nulla; cominciando a vivere
in questo punto: e da ciò dee provenire ch'io non t'intendo.
Ma dimmi, eccellenza e infelicità straordinaria sono
sostanzialmente una cosa stessa? o quando sieno due cose,
non le potresti tu scompagnare l'una dall'altra?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">NATURA.</hi>
               </speaker>
               <p> Nelle anime degli uomini, e proporzionatamente in
quelle di tutti i generi di animali, si può dire che l'una e
l'altra cosa sieno quasi il medesimo: perchè l'eccellenza
delle anime importa maggiore intensione della loro vita; la
qual cosa importa maggior sentimento dell'infelicità
propria; che è come se io dicessi maggiore infelicità.
Similmente la maggior vita degli animi inchiude maggiore
efficacia di amor proprio, dovunque esso s'inclini, e sotto
qualunque volto si manifesti: la qual maggioranza di amor
proprio importa maggior desiderio di beatitudine, e però
maggiore scontento e affanno di esserne privi, e maggior
dolore delle avversità che sopravvengono. Tutto questo è
contenuto nell'ordine primigenio e perpetuo delle cose
create, il quale io non posso alterare. Oltre di ciò, la
finezza del tuo proprio intelletto, e la vivacità
dell'immaginazione, ti escluderanno da una grandissima parte
della signoria di te stessa. Gli animali bruti usano
agevolmente ai fini che eglino si propongono, ogni loro
facoltà e forza. Ma gli uomini rarissime volte fanno ogni
loro potere; impediti ordinariamente dalla ragione e
dall'immaginativa; le quali creano mille dubbietà nel
deliberare, e mille ritegni nell'eseguire. I meno atti o
meno usati a ponderare e considerare seco medesimi, sono i
più pronti al risolversi, e nell'operare i più efficaci. Ma
le tue pari, implicate continuamente in loro stesse, e come
soverchiate dalla grandezza delle proprie facoltà, e quindi
impotenti di se medesime, soggiacciono il più del tempo
all'irresoluzione, così deliberando come operando: la quale
è l'uno dei maggiori travagli che affliggano la vita umana.
Aggiungi che mentre per l'eccellenza delle tue disposizioni
trapasserai facilmente e in poco tempo, quasi tutte le altre
della tua specie nelle conoscenze più gravi, e nelle
discipline anco difficilissime, nondimeno ti riuscirà sempre
o impossibile o sommamente malagevole di apprendere o di
porre in pratica moltissime cose menome in se, ma
necessarissime al conversare cogli altri uomini; le quali
vedrai nello stesso tempo esercitare perfettamente ed
apprendere senza fatica da mille ingegni, non solo inferiori
a te, ma spregevoli in ogni modo. Queste ed altre infinite
difficoltà e miserie occupano e circondano gli animi grandi.
Ma elle sono ricompensate abbondantemente dalla fama, dalle
lodi e dagli onori che frutta a questi egregi spiriti la
loro grandezza, e dalla durabilità della ricordanza che essi
lasciano di se ai loro posteri.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">ANIMA.</hi>
               </speaker>
               <p> Ma coteste lodi e cotesti onori che tu dici, gli
avrò io dal cielo, o da te, o da chi altro?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">NATURA.</hi>
               </speaker>
               <p> Dagli uomini: perchè altri che essi non li può
dare.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">ANIMA.</hi>
               </speaker>
               <p> Ora vedi, io mi pensava che non sapendo fare quello
che è necessarissimo, come tu dici, al commercio cogli altri
uomini, e che riesce anche facile insino ai più poveri
ingegni; io fossi per essere vilipesa e fuggita, non che
lodata, dai medesimi uomini; o certo fossi per vivere
sconosciuta a quasi tutti loro, come inetta al consorzio
umano.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">NATURA.</hi>
               </speaker>
               <p> A me non è dato prevedere il futuro, nè quindi
anche prenunziarti infallibilmente quello che gli uomini
sieno per fare e pensare verso di te mentre sarai sulla
terra. Ben è vero che dall'esperienza del passato io
ritraggo per lo più verisimile, che essi ti debbano
perseguitare coll'invidia; la quale è un'altra calamità
solita di farsi incontro alle anime eccelse; ovvero ti sieno
per opprimere col dispregio e la noncuranza. Oltre che la
stessa fortuna, e il caso medesimo, sogliono essere inimici
delle tue simili. Ma subito dopo la morte, come avvenne ad
uno chiamato Camoens, o al più di quivi ad alcuni anni, come
accadde a un altro chiamato Milton, tu sarai celebrata e
levata al cielo, non dirò da tutti, ma, se non altro, dal
piccolo numero degli uomini di buon giudizio. E forse le
ceneri della persona nella quale tu sarai dimorata,
riposeranno in sepoltura magnifica; e le sue fattezze,
imitate in diverse guise, andranno per le mani degli uomini;
e saranno descritti da molti, e da altri mandati a memoria
con grande studio, gli accidenti della sua vita; e in ultimo
tutto il mondo civile sarà pieno del nome suo. Eccetto se
dalla malignità della fortuna, o dalla soprabbondanza
medesima delle tue facoltà, non sarai stata perpetuamente
impedita di mostrare agli uomini alcun proporzionato segno
del tuo valore: di che non sono mancati per verità molti
esempi, noti a me sola ed al fato.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">ANIMA.</hi>
               </speaker>
               <p> Madre mia, non ostante l'essere ancora priva delle
altre cognizioni, io sento tuttavia che il maggiore, anzi il
solo desiderio che tu mi hai dato, è quello della felicità.
E posto che io sia capace di quel della gloria, certo non
altrimenti posso appetire questo non so se io mi dica bene o
male, se non solamente come felicità, o come utile ad
acquistarla. Ora, secondo le tue parole, l'eccellenza della
quale tu m'hai dotata, ben potrà essere o di bisogno o di
profitto al conseguimento della gloria; ma non però mena
alla beatitudine, anzi tira violentemente all'infelicità. Nè
pure alla stessa gloria è credibile che mi conduca innanzi
alla morte: sopraggiunta la quale, che utile o che diletto
mi potrà pervenire dai maggiori beni del mondo? E per
ultimo, può facilmente accadere, come tu dici, che questa sì
ritrosa gloria, prezzo di tanta infelicità, non mi venga
ottenuta in maniera alcuna, eziandio dopo la morte. Di modo
che dalle tue stesse parole io conchiudo che tu, in luogo di
amarmi singolarmente, come affermavi a principio, mi abbi
piuttosto in ira e malevolenza maggiore che non mi avranno
gli uomini e la fortuna mentre sarò nel mondo; poichè non
hai dubitato di farmi così calamitoso dono come è cotesta
eccellenza che tu mi vanti. La quale sarà l'uno dei
principali ostacoli che mi vieteranno di giungere al mio
solo intento, cioè alla beatitudine.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">NATURA.</hi>
               </speaker>
               <p> Figliuola mia; tutte le anime degli uomini, come io
ti diceva, sono assegnate in preda all'infelicità, senza mia
colpa. Ma nell'universale miseria della condizione umana, e
nell'infinita vanità di ogni suo diletto e vantaggio, la
gloria è giudicata dalla miglior parte degli uomini il
maggior bene che sia concesso ai mortali, e il più degno
oggetto che questi possano proporre alle cure e alle azioni
loro. Onde, non per odio, ma per vera e speciale benevolenza
che ti avea posta, io deliberai di prestarti al
conseguimento di questo fine tutti i sussidi che erano in
mio potere.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">ANIMA.</hi>
               </speaker>
               <p> Dimmi: degli animali bruti, che tu menzionavi, è per
avventura alcuno fornito di minore vitalità e sentimento che
gli uomini?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">NATURA.</hi>
               </speaker>
               <p> Cominciando da quelli che tengono della pianta,
tutti sono in cotesto, gli uni più, gli altri meno,
inferiori all'uomo; il quale ha maggior copia di vita, e
maggior sentimento, che niun altro animale; per essere di
tutti i viventi il più perfetto.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">ANIMA.</hi>
               </speaker>
               <p> Dunque alluogami, se tu m'ami, nel più imperfetto: o
se questo non puoi, spogliata delle funeste doti che mi
nobilitano, fammi conforme al più stupido e insensato
spirito umano che tu producessi in alcun tempo.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">NATURA.</hi>
               </speaker>
               <p> Di cotesta ultima cosa io ti posso compiacere; e
sono per farlo; poichè tu rifiuti l'immortalità, verso la
quale io t'aveva indirizzata.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">ANIMA.</hi>
               </speaker>
               <p> E in cambio dell'immortalità, pregoti di accelerarmi
la morte il più che si possa.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">NATURA.</hi>
               </speaker>
               <p> Di codesto conferirò col destino.
</p>
            </sp>
         </div1>
         <div1 type="dialogo">
            <head>VIII</head>
            <head>DIALOGO DELLA TERRA E DELLA LUNA</head>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TERRA.</hi>
               </speaker>
               <p> Cara Luna, io so che tu puoi parlare e rispondere;
per essere una persona; secondo che ho inteso molte volte
da' poeti: oltre che i nostri fanciulli dicono che tu
veramente hai bocca, naso e occhi, come ognuno di loro; e
che lo veggono essi cogli occhi propri; che in quell'età
ragionevolmente debbono essere acutissimi. Quanto a me, non
dubito che tu non sappi che io sono nè più nè meno una
persona; tanto che, quando era più giovane, feci molti
figliuoli: sicchè non ti maraviglierai di sentirmi parlare.
Dunque, Luna mia bella, con tutto che io ti sono stata
vicina per tanti secoli, che non mi ricordo il numero, io
non ti ho fatto mai parola insino adesso, perchè le faccende
mi hanno tenuta occupata in modo, che non mi avanzava tempo
da chiacchierare. Ma oggi che i miei negozi sono ridotti a
poca cosa, anzi posso dire che vanno co' loro piedi; io non
so che mi fare, e scoppio di noia: però fo conto, in
avvenire, di favellarti spesso, e darmi molto pensiero dei
fatti tuoi; quando non abbia a essere con tua molestia.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">LUNA.</hi>
               </speaker>
               <p> Non dubitare di cotesto. Così la fortuna mi salvi da
ogni altro incomodo, come io sono sicura che tu non me ne
darai. Se ti pare di favellarmi, favellami a tuo piacere;
che quantunque amica del silenzio, come credo che tu sappi,
io t'ascolterò e ti risponderò volentieri, per farti
servigio.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TERRA.</hi>
               </speaker>
               <p> Senti tu questo suono piacevolissimo che fanno i
corpi celesti coi loro moti?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">LUNA.</hi>
               </speaker>
               <p> A dirti il vero, io non sento nulla.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TERRA.</hi>
               </speaker>
               <p> Nè pur io sento nulla, fuorchè lo strepito del vento
che va da' miei poli all'equatore, e dall'equatore ai poli,
e non mostra saper niente di musica. Ma Pitagora dice che le
sfere celesti fanno un certo suono così dolce ch'è una
maraviglia; e che anche tu vi hai la tua parte, e sei
l'ottava corda di questa lira universale: ma che io sono
assordata dal suono stesso, e però non l'odo.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">LUNA.</hi>
               </speaker>
               <p> Anch'io senza fallo sono assordata; e, come ho detto,
non l'odo: e non so di essere una corda.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TERRA.</hi>
               </speaker>
               <p> Dunque mutiamo proposito. Dimmi: sei tu popolata
veramente, come affermano e giurano mille filosofi antichi e
moderni, da Orfeo sino al De la Lande? Ma io per quanto mi
sforzi di allungare queste mie corna, che gli uomini
chiamano monti e picchi; colla punta delle quali ti vengo
mirando, a uso di lumacone; non arrivo a scoprire in te
nessun abitante: se bene odo che un cotal Davide Fabricio,
che vedeva meglio di Linceo, ne scoperse una volta certi,
che spandevano un bucato al sole.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">LUNA.</hi>
               </speaker>
               <p> Delle tue corna io non so che dire. Fatto sta che io
sono abitata.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TERRA.</hi>
               </speaker>
               <p> Di che colore sono cotesti uomini?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">LUNA.</hi>
               </speaker>
               <p> Che uomini?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TERRA.</hi>
               </speaker>
               <p> Quelli che tu contieni. Non dici tu d'essere
abitata?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">LUNA.</hi>
               </speaker>
               <p> Sì: e per questo?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TERRA.</hi>
               </speaker>
               <p> E per questo non saranno già tutte bestie gli
abitatori tuoi.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">LUNA.</hi>
               </speaker>
               <p> Nè bestie nè uomini; che io non so che razze di
creature si sieno nè gli uni nè l'altre. E già di parecchie
cose che tu mi sei venuta accennando, in proposito, a quel
che io stimo, degli uomini, io non ho compreso un'acca.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TERRA.</hi>
               </speaker>
               <p> Ma che sorte di popoli sono coteste?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">LUNA.</hi>
               </speaker>
               <p> Moltissime e diversissime, che tu non conosci, come
io non conosco le tue.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TERRA.</hi>
               </speaker>
               <p> Cotesto mi riesce strano in modo, che se io non
l'udissi da te medesima, io non lo crederei per nessuna cosa
del mondo. Fosti tu mai conquistata da niuno de' tuoi?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">LUNA.</hi>
               </speaker>
               <p> No, che io sappia. E come? e perchè?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TERRA.</hi>
               </speaker>
               <p> Per ambizione, per cupidigia dell'altrui, colle arti
politiche, colle armi.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">LUNA.</hi>
               </speaker>
               <p> Io non so che voglia dire armi, ambizione, arti
politiche, in somma niente di quel che tu dici.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TERRA.</hi>
               </speaker>
               <p> Ma certo, se tu non conosci le armi, conosci pure la
guerra: perchè, poco dianzi, un fisico di quaggiù, con certi
cannocchiali, che sono instrumenti fatti per vedere molto
lontano, ha scoperto costì una bella fortezza, co' suoi
bastioni diritti, che è segno che le tue genti usano, se non
altro, gli assedi e le battaglie murali.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">LUNA.</hi>
               </speaker>
               <p> Perdona, monna Terra, se io ti rispondo un poco più
liberamente che forse non converrebbe a una tua suddita o
fantesca, come io sono. Ma in vero che tu mi riesci peggio
che vanerella a pensare che tutte le cose di qualunque parte
del mondo sieno conformi alle tue; come se la natura non
avesse avuto altra intenzione che di copiarti puntualmente
da per tutto. Io dico di essere abitata, e tu da questo
conchiudi che gli abitatori miei debbono essere uomini. Ti
avverto che non sono; e tu consentendo che sieno altre
creature, non dubiti che non abbiano le stesse qualità e gli
stessi casi de' tuoi popoli; e mi alleghi i cannocchiali di
non so che fisico. Ma se cotesti cannocchiali non veggono
meglio in altre cose, io crederò che abbiano la buona vista
de' tuoi fanciulli: che scuoprono in me gli occhi, la bocca,
il naso, che io non so dove me gli abbia.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TERRA.</hi>
               </speaker>
               <p> Dunque non sarà nè anche vero che le tue province
sono fornite di strade larghe e nette; e che tu sei
coltivata: cose che dalla parte della Germania, pigliando un
cannocchiale, si veggono chiaramente<note place="end" resp="aut" n="9">
                     <p> Vedi nelle gazzette tedesche del mese di marzo del 1824 le scoperte attribuite al sig. Gruithuisen.</p>
                  </note>.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">LUNA.</hi>
               </speaker>
               <p> Se io sono coltivata, io non me ne accorgo, e le
mie strade io non le veggo.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TERRA.</hi>
               </speaker>
               <p> Cara Luna, tu hai a sapere che io sono di grossa
pasta e di cervello tondo; e non è maraviglia che gli uomini
m'ingannino facilmente. Ma io ti so dire che se i tuoi non
si curano di conquistarti, tu non fosti però sempre senza
pericolo: perchè in diversi tempi, molte persone di quaggiù
si posero in animo di conquistarti esse, e a quest'effetto
fecero molte preparazioni. Se non che, salite in luoghi
altissimi, e levandosi sulle punte de' piedi, e stendendo le
braccia, non ti poterono arrivare. Oltre a questo, già da
non pochi anni, io veggo spiare minutamente ogni tuo sito,
ricavare le carte de' tuoi paesi, misurare le altezze di
cotesti monti, de' quali sappiamo anche i nomi. Queste cose,
per la buona volontà ch'io ti porto, mi è paruto bene di
avvisartele, acciò che tu non manchi di provvederti per ogni
caso. Ora, venendo ad altro, come sei molestata da' cani che
ti abbaiano contro? Che pensi di quelli che ti mostrano
altrui nel pozzo? Sei tu femmina o maschio? perchè
anticamente ne fu varia opinione<note place="end" resp="aut" n="10">
                     <p> Vedi <bibl>Macrobio, <foreign lang="lat">
                              <emph>Saturnal.</emph>
                           </foreign> lib. 3, cap. 8.</bibl>
                        <bibl>Tertulliano, <foreign lang="lat">
                              <emph>Apologet.</emph>
                           </foreign> cap. 15.</bibl> Era onorata la luna anche sotto nome maschile, cioè del dio Luno. <bibl>Sparziano, <foreign lang="lat">
                              <emph>Caracall.</emph>
                           </foreign>  cap. 6 et 7.</bibl> Ed anche oggi nelle lingue teutoniche il nome della luna è del genere del maschio.</p>
                  </note>. È vero o no che gli
Arcadi vennero al mondo prima di te<note place="end" resp="aut" n="11">
                     <p>
                        <bibl>Menandro rettorico, lib. I , cap. 15, in <foreign lang="lat">
                              <emph>Rhetor. graec. veter.</emph>
                           </foreign> A. Manut. vol. I, pag. 604.</bibl>
                        <bibl>Meursio, <foreign lang="lat">
                              <emph>ad Lycophron. Alexandr.</emph>
                           </foreign> opp. ed. Lamii, vol. 5, col. 951.</bibl>
                     </p>
                  </note>? che le tue donne, o
altrimenti che io le debba chiamare, sono ovipare; e che uno
delle loro uova cadde quaggiù non so quando<note place="end" resp="aut" n="12">
                     <p>
                        <bibl>Ateneo, lib. 2, ed Casaub. pag. 57.</bibl>
                     </p>
                  </note>? che tu sei
traforata a guisa dei paternostri, come crede un fisico
moderno<note place="end" resp="aut" n="13">
                     <p> Antonio di Ulloa. Vedi <bibl>Carli, <emph>Lettere Americane</emph>, par. 4, lett. 7, opp. Milano 1784, tom. 14, pag. 313 e seguente</bibl>, e le <bibl>
                           <emph>Memor. encicloped. dell'anno 1781, compilate dalla società letterar.</emph> di Bologna, pag. 6 e seguente.</bibl>
                     </p>
                  </note>? che sei fatta, come affermano alcuni Inglesi, di
cacio fresco<note place="end" resp="aut" n="14">
                     <p>
                        <quote>
                           <foreign lang="eng">
                              <emph>That the moon is made of green cheese</emph>
                           </foreign>.</quote> Si dice in proverbio di quelli che danno ad intendere cose incredibili.</p>
                  </note>? che Maometto un giorno, o una notte che fosse,
ti spartì per mezzo, come un cocomero; e che un buon tocco
del tuo corpo gli sdrucciolò dentro alla manica? Come stai
volentieri in cima dei minareti? Che ti pare della festa del
bairam?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">LUNA.</hi>
               </speaker>
               <p> Va pure avanti; che mentre seguiti così, non ho
cagione di risponderti, e di mancare al silenzio mio solito.
Se hai caro d'intrattenerti in ciance, e non trovi altre
materie che queste; in cambio di voltarti a me, che non ti
posso intendere, sarà meglio che ti facci fabbricare dagli
uomini un altro pianeta da girartisi intorno, che sia
composto e abitato alla tua maniera. Tu non sai parlare
altro che d'uomini e di cani e di cose simili, delle quali
ho tanta notizia, quanta di quel sole grande grande, intorno
al quale odo che giri il nostro sole.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TERRA.</hi>
               </speaker>
               <p> Veramente, più che io propongo, nel favellarti, di
astenermi da toccare le cose proprie, meno mi vien fatto. Ma
da ora innanzi ci avrò più cura. Dimmi: sei tu che ti pigli
spasso a tirarmi l'acqua del mare in alto, e poi lasciarla
cadere?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">LUNA.</hi>
               </speaker>
               <p> Può essere. Ma posto che io ti faccia cotesto o
qualunque altro effetto, io non mi avveggo di fartelo: come
tu similmente, per quello che io penso, non ti accorgi di
molti effetti che fai qui; che debbono essere tanto maggiori
de' miei, quanto tu mi vinci di grandezza e di forza.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TERRA.</hi>
               </speaker>
               <p> Di cotesti effetti veramente io non so altro se non
che di tanto in tanto io levo a te la luce del sole, e a me
la tua; come ancora, che io ti fo gran lume nelle tue notti,
che in parte lo veggo alcune volte<note place="end" resp="aut" n="15">
                     <p> Vedi gli astronomi dove parlano di quella luce, detta opaca o cenerognola, che si vede nella parte oscura del disco lunare al tempo della luna nuova.</p>
                  </note>. Ma io mi dimenticava una
cosa che importa più d'ogni altra. Io vorrei sapere se
veramente, secondo che scrive l'Ariosto, tutto quello che
ciascun uomo va perdendo; come a dire la gioventù, la
bellezza, la sanità, le fatiche e spese che si mettono nei
buoni studi per essere onorati dagli altri, nell'indirizzare
i fanciulli ai buoni costumi, nel fare o promuovere le
instituzioni utili; tutto sale e si raguna costà: di modo
che vi si trovano tutte le cose umane; fuori della pazzia,
che non si parte dagli uomini. In caso che questo sia vero,
io fo conto che tu debba essere così piena, che non ti
avanzi più luogo; specialmente che, negli ultimi tempi, gli
uomini hanno perduto moltissime cose (verbigrazia l'amor
patrio, la virtù, la magnanimità, la rettitudine), non già
solo in parte, e l'uno o l'altro di loro, come per
l'addietro, ma tutti e interamente. E certo che se elle non
sono costì, non credo si possano trovare in altro luogo.
Però vorrei che noi facessimo insieme una convenzione, per
la quale tu mi rendessi di presente, e poi di mano in mano,
tutte queste cose; donde io penso che tu medesima abbi caro
di essere sgomberata, massime del senno, il quale intendo
che occupa costì un grandissimo spazio, ed io ti farei
pagare dagli uomini tutti gli anni una buona somma di
danari.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">LUNA.</hi>
               </speaker>
               <p> Tu ritorni agli uomini; e, con tutto che la pazzia,
come affermi, non si parta da' tuoi confini, vuoi farmi
impazzire a ogni modo, e levare il giudizio a me, cercando
quello di coloro; il quale io non so dove si sia, nè se vada
o resti in nessuna parte del mondo; so bene che qui non si
trova; come non ci si trovano le altre cose che tu chiedi.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TERRA.</hi>
               </speaker>
               <p> Almeno mi saprai tu dire se costì sono in uso i
vizi, i misfatti, gl'infortuni, i dolori, la vecchiezza, in
conclusione i mali? intendi tu questi nomi?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">LUNA.</hi>
               </speaker>
               <p> Oh cotesti sì che gl'intendo; e non solo i nomi, ma
le cose significate, le conosco a maraviglia: perchè ne sono
tutta piena, in vece di quelle altre che tu credevi.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TERRA.</hi>
               </speaker>
               <p> Quali prevalgono ne' tuoi popoli, i pregi o i
difetti?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">LUNA.</hi>
               </speaker>
               <p> I difetti di gran lunga.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TERRA.</hi>
               </speaker>
               <p> Di quali hai maggior copia, di beni o di mali?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">LUNA.</hi>
               </speaker>
               <p> Di mali senza comparazione.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TERRA.</hi>
               </speaker>
               <p> E generalmente gli abitatori tuoi sono felici o
infelici?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">LUNA.</hi>
               </speaker>
               <p> Tanto infelici, che io non mi scambierei col più
fortunato di loro.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TERRA.</hi>
               </speaker>
               <p> Il medesimo è qui. Di modo che io mi maraviglio come
essendomi sì diversa nelle altre cose, in questa mi sei
conforme.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">LUNA.</hi>
               </speaker>
               <p> Anche nella figura e nell'aggirarmi, e nell'essere
illustrata dal sole io ti sono conforme; e non è maggior
maraviglia quella che questa: perchè il male è cosa comune a
tutti i pianeti dell'universo, o almeno di questo mondo
solare, come la rotondità e le altre condizioni che ho
detto, nè più nè meno. E se tu potessi levare tanto alto la
voce, che fossi udita da Urano o da Saturno, o da qualunque
altro pianeta del nostro mondo; e gl'interrogassi se in loro
abbia luogo l'infelicità, e se i beni prevagliano o cedano
ai mali; ciascuno ti risponderebbe come ho fatto io. Dico
questo per aver dimandato delle medesime cose Venere e
Mercurio, ai quali pianeti di quando in quando io mi trovo
più vicina di te; come anche ne ho chiesto ad alcune comete
che mi sono passate dappresso: e tutti mi hanno risposto
come ho detto. E penso che il sole medesimo, e ciascuna
stella risponderebbero altrettanto.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TERRA.</hi>
               </speaker>
               <p> Con tutto cotesto io spero bene: e oggi
massimamente, gli uomini mi promettono per l'avvenire molte
felicità.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">LUNA.</hi>
               </speaker>
               <p> Spera a tuo senno: e io ti prometto che potrai
sperare in eterno.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TERRA.</hi>
               </speaker>
               <p> Sai che è? questi uomini e queste bestie si mettono
a romore: perchè dalla parte dalla quale io ti favello, è
notte, come tu vedi, o piuttosto non vedi; sicchè tutti
dormivano; e allo strepito che noi facciamo parlando, si
destano con gran paura.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">LUNA.</hi>
               </speaker>
               <p> Ma qui da questa parte, come tu vedi, è giorno.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TERRA.</hi>
               </speaker>
               <p> Ora io non voglio essere causa di spaventare la mia
gente, e di rompere loro il sonno, che è il maggior bene che
abbiano. Però ci riparleremo in altro tempo. Addio dunque;
buon giorno.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">LUNA.</hi>
               </speaker>
               <p> Addio; buona notte.
</p>
            </sp>
         </div1>
         <div1 type="parte">
            <head>IX</head>
            <head>LA SCOMMESSA DI PROMETEO</head>
            <p>L'anno ottocento trentatremila dugento settantacinque del
regno di Giove, il collegio delle Muse diede fuora in
istampa, e fece appiccare nei luoghi pubblici della città e
dei sobborghi d'Ipernèfelo, diverse cedole, nelle quali
invitava tutti gli Dei maggiori e minori, e gli altri
abitanti della detta città, che recentemente o in antico
avessero fatto qualche lodevole invenzione, a proporla, o
effettualmente o in figura o per iscritto, ad alcuni giudici
deputati da esso collegio. E scusandosi che per la sua nota
povertà non si poteva dimostrare così liberale come avrebbe
voluto, prometteva in premio a quello il cui ritrovamento
fosse giudicato più bello o più fruttuoso, una corona di
lauro, con privilegio di poterla portare in capo il dì e la
notte, privatamente e pubblicamente, in città e fuori; e
poter essere dipinto, scolpito, inciso, gittato, figurato in
qualunque modo e materia, col segno di quella corona
dintorno al capo.
</p>
            <p>Concorsero a questo premio non pochi dei celesti per
passatempo; cosa non meno necessaria agli abitatori
d'Ipernèfelo, che a quelli di altre città; senza alcun
desiderio di quella corona; la quale in se non valeva il
pregio di una berretta di stoppa; e in quanto alla gloria,
se gli uomini, da poi che sono fatti filosofi, la
disprezzano, si può congetturare che stima ne facciano gli
Dei, tanto più sapienti degli uomini, anzi soli sapienti
secondo Pitagora e Platone. Per tanto, con esempio unico e
fino allora inaudito in simili casi di ricompense proposte
ai più meritevoli, fu aggiudicato questo premio, senza
intervento di sollecitazioni nè di favori nè di promesse
occulte nè di artifizi: e tre furono gli anteposti: cioè
Bacco per l'invenzione del vino; Minerva per quella
dell'olio, necessario alle unzioni delle quali gli Dei fanno
quotidianamente uso dopo il bagno; e Vulcano per aver
trovato una pentola di rame, detta economica, che serve a
cuocere che che sia con piccolo fuoco e speditamente. Così,
dovendosi fare il premio in tre parti, restava a ciascuno un
ramuscello di lauro: ma tutti e tre ricusarono così la parte
come il tutto; perchè Vulcano allegò che stando il più del
tempo al fuoco della fucina con gran fatica e sudore, gli
sarebbe importunissimo quell'ingombro alla fronte; oltre che
lo porrebbe in pericolo di essere abbrustolato o riarso, se
per avventura qualche scintilla appigliandosi a quelle
fronde secche, vi mettesse il fuoco. Minerva disse che
avendo a sostenere in sul capo un elmo bastante, come scrive
Omero, a coprirsene tutti insieme gli eserciti di cento
città, non le conveniva aumentarsi questo peso in alcun
modo. Bacco non volle mutare la sua mitra, e la sua corona
di pampini, con quella di lauro: benchè l'avrebbe accettata
volentieri se gli fosse stato lecito di metterla per insegna
fuori della sua taverna; ma le Muse non consentirono di
dargliela per questo effetto: di modo che ella si rimase nel
loro comune erario.
</p>
            <p>Niuno dei competitori di questo premio ebbe invidia ai tre
Dei che l'avevano conseguito e rifiutato, nè si dolse dei
giudici, nè biasimò la sentenza; salvo solamente uno, che fu
Prometeo, venuto a parte del concorso con mandarvi il
modello di terra che aveva fatto e adoperato a formare i
primi uomini, aggiuntavi una scrittura che dichiarava le
qualità e gli uffici del genere umano, stato trovato da
esso. Muove non poca maraviglia il rincrescimento dimostrato
da Prometeo in caso tale, che da tutti gli altri, sì vinti
come vincitori, era preso in giuoco: perciò investigandone
la cagione, si è conosciuto che quegli desiderava
efficacemente, non già l'onore, ma bene il privilegio che
gli sarebbe pervenuto colla vittoria. Alcuni pensano che
intendesse di prevalersi del lauro per difesa del capo
contro alle tempeste, secondo si narra di Tiberio, che
sempre che udiva tonare, si ponea la corona; stimandosi che
l'alloro non sia percosso dai fulmini<note place="end" resp="aut" n="16">
                  <p>
                     <bibl>Plinio, lib. 16, cap. 30; lib. 2, cap. 55.</bibl>
                     <bibl>Svetonio, <foreign lang="lat">
                           <emph>Tiber.</emph>
                        </foreign> cap. 69.</bibl>
                  </p>
               </note>. Ma nella città
d'Ipernèfelo non cade fulmine e non tuona. Altri più
probabilmente affermano che Prometeo, per difetto degli
anni, comincia a gittare i capelli; la quale sventura
sopportando, come accade a molti, di malissima voglia, e non
avendo letto le lodi della calvizie scritte da Sinesio, o
non essendone persuaso, che è più credibile, voleva sotto il
diadema nascondere, come Cesare dittatore, la nudità del
capo.
</p>
            <p>Ma per tornare al fatto, un giorno tra gli altri ragionando
Prometeo con Momo, si querelava aspramente che il vino,
l'olio e le pentole fossero stati anteposti al genere umano,
il quale diceva essere la migliore opera degl'immortali che
apparisse nel mondo. E parendogli non persuaderlo
bastantemente a Momo, il quale adduceva non so che ragioni
in contrario, gli propose di scendere tutti e due
congiuntamente verso la terra, e posarsi a caso nel primo
luogo che in ciascuna delle cinque parti di quella
scoprissero abitato dagli uomini; fatta prima reciprocamente
questa scommessa: se in tutti cinque i luoghi, o nei più di
loro, troverebbero o no manifesti argomenti che l'uomo sia
la più perfetta creatura dell'universo. Il che accettato da
Momo, e convenuti del prezzo della scommessa, incominciarono
senza indugio a scendere verso la terra; indirizzandosi
primieramente al nuovo mondo; come quello che pel nome
stesso, e per non avervi posto piede insino allora niuno
degl'immortali, stimolava maggiormente la curiosità.
Fermarono il volo nel paese di Popaian, dal lato
settentrionale, poco lungi dal fiume Cauca, in un luogo dove
apparivano molti segni di abitazione umana: vestigi di
cultura per la campagna; parecchi sentieri, ancorchè tronchi
in molti luoghi, e nella maggior parte ingombri; alberi
tagliati e distesi; e particolarmente alcune che parevano
sepolture, e qualche ossa d'uomini di tratto in tratto. Ma
non perciò poterono i due celesti, porgendo gli orecchi, e
distendendo la vista per ogn'intorno, udire una voce nè
scoprire un'ombra d'uomo vivo. Andarono, parte camminando
parte volando, per ispazio di molte miglia; passando monti e
fiumi; e trovando da per tutto i medesimi segni e la
medesima solitudine. Come sono ora deserti questi paesi,
diceva Momo a Prometeo, che mostrano pure evidentemente di
essere stati abitati? Prometeo ricordava le inondazioni del
mare, i tremuoti i temporali, le piogge strabocchevoli, che
sapeva essere ordinarie nelle regioni calde: e veramente in
quel medesimo tempo udivano, da tutte le boscaglie vicine, i
rami degli alberi che, agitati dall'aria, stillavano
continuamente acqua. Se non che Momo non sapeva comprendere
come potesse quella parte essere sottoposta alle inondazioni
del mare, così lontano di là, che non appariva da alcun
lato; e meno intendeva per qual destino i tremuoti, i
temporali e le piogge avessero avuto a disfare tutti gli
uomini del paese, perdonando agli sciaguari, alle scimmie,
a' formichieri, a' cerigoni, alle aquile, a' pappagalli, e a
cento altre qualità di animali terrestri e volatili, che
andavano per quei dintorni. In fine, scendendo a una valle
immensa, scoprirono, come a dire, un piccolo mucchio di case
o capanne di legno, coperte di foglie di palma, e circondata
ognuna da un chiuso a maniera di steccato: dinanzi a una
delle quali stavano molte persone, parte in piedi, parte
sedute, dintorno a un vaso di terra posto a un gran fuoco.
Si accostarono i due celesti, presa forma umana; e Prometeo,
salutati tutti cortesemente, volgendosi a uno che accennava
di essere il principale, interrogollo: che si fa?</p>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">SELVAGGIO.</hi>
               </speaker>
               <p> Si mangia, come vedi.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">PROMETEO.</hi>
               </speaker>
               <p> Che buone vivande avete?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">SELVAGGIO.</hi>
               </speaker>
               <p> Questo poco di carne.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">PROMETEO.</hi>
               </speaker>
               <p> Carne domestica o salvatica?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">SELVAGGIO.</hi>
               </speaker>
               <p> Domestica, anzi del mio figliuolo.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">PROMETEO.</hi>
               </speaker>
               <p> Hai tu per figliuolo un vitello, come ebbe
Pasifae?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">SELVAGGIO.</hi>
               </speaker>
               <p> Non un vitello, ma un uomo, come ebbero tutti
gli altri.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">PROMETEO.</hi>
               </speaker>
               <p> Dici tu da senno? mangi tu la tua carne propria?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">SELVAGGIO.</hi>
               </speaker>
               <p> La mia propria no, ma ben quella di costui: che
per questo solo uso io l'ho messo al mondo, e preso cura di
nutrirlo.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">PROMETEO.</hi>
               </speaker>
               <p> Per uso di mangiartelo?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">SELVAGGIO.</hi>
               </speaker>
               <p> Che maraviglia? E la madre ancora, che già non
debbe esser buona da fare altri figliuoli, penso di
mangiarla presto.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">MOMO.</hi>
               </speaker>
               <p> Come si mangia la gallina dopo mangiate le uova.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">SELVAGGIO.</hi>
               </speaker>
               <p> E l'altre donne che io tengo, come sieno fatte
inutili a partorire, le mangerò similmente. E questi miei
schiavi che vedete, forse che li terrei vivi, se non fosse
per avere di quando in quando de' loro figliuoli, e
mangiarli? Ma invecchiati che saranno, io me li mangerò
anche loro a uno a uno, se io campo<note place="end" resp="aut" n="17">
                     <p> Voglio recare qui un luogo poco piacevole veramente e poco gentile per la materia, ma pure molto curioso da leggere, per quella tal forma di dire naturalissima, che l'autore usa. Questi è un Pietro di Cieza, spagnuolo, vissuto al tempo delle prime scoperte e conquiste fatte da' suoi nazionali in America, nella quale militÃ², e stettevi diciassette anni. Della sua veracità e fede nelle narrative, si puÃ² vedere la prima nota del Robertson al sesto libro della Storia d'America. Riduco le parole all'ortografia moderna. <quote>«<foreign lang="spa">
                              <emph>La segunda vez que volvímos por aquellos valles, cuando la ciudad de Antiocha fué poblada en las sierras que están por encima dellos, oí decir, que los señores ó caciques destos valles de Nore buscaban por las tierras de sus enemigos todas las mugeres que podian, las quales traidas á sus casas, usaban con ellas como con las suyas proprias; y si se empreñaban dellos, los hijos que nacian los criaban con mucho regalo, hasta que habian doce ó trece años; y desta edad, estando bien gordos, los comian con gran sabor, sin mirar que eran su substancia y carne propria: y desta manera tenian mugeres para solamente engendrar hijos en ellas para despues comer; pecado mayor que todos los que ellos hacen. Y háceme tener por cierto lo que digo, ver lo que pasó con el licenciado Juan de Vadillo (que en este año está en España; y si le preguntan lo que digo dirá ser verdad): y es, que la primera vez que entraron Christianos españoles en estos valles, que fuimos yo y mis compañeros, vino de paz un señorete, que habia por nombre Nabonuco, y traia con sigo tres mugeres: y viniendo la noche, las dos dellas se echaron á la larga encima de un tapete ó estera, y la otra atraversada para servir de almohada; y el Indio se echó encima de los cuerpos dellas, muy tendido; y tomó de la mano otra muger hermosa, que quebada atras con otra gente suya, que luego vino.  con otra gente suya, que lego vino. Y como el licenciado Juan de Vadillo le viese de aquella suerte, preguntóle que para qué habia traido aquella muger que tenia de la mano: y mirandolo al rostro el Indio, respondió mansamente, que para comerla; y que si él no hubiera venido, lo hubiera yá hecho. Vadillo, oido esto, mostrando espantarse, le dijo: ¿pues como, siendo tu muger, la has de comer? El cacique, alzando la voz, tornòó á responder diciendo: mira mira; y aun al hijo que pariere tengo tambien de comer. Esto que he dicho, pasó en el valle de Nore: y en él de Guaca, que es él  que dije quedar atras, oí decirá este licenciado Vadillo algunas vezes, como supo por dicho de algunos Indios viejos, por la lenguas que traíamos, que cuando los naturales dél iban  á la guerra, á los Indios que prendian en ella, hacian sus esclavos; á los quales casabau con sus parientes y vecinas; y los hijios que habien en ellas aquellos esclavos, los comian: y que despues que los  mismos esclavos  eran muy viejos, y sin potencia para engendrar, los comian tambien á ellos. Y á la verdad, como estos Indios no teniam fe, ni conocian al demonio, que tales pecados les hacia hacer, cuan malo y perverso era; no me espanto dello, que talespecados les hacia hacer, cuan malo y perverso era; no me espanto dello: porque hacer esto, mas lo tenian ellos por valentia, que por pecado</emph>
                           </foreign>».</quote>
                        <bibl>Parte primera de la Chronica del Perú hecha por Pedro de  Cieza, cap. 12, ed. de Anvers 1554, hoja 30 y siguiente.</bibl>
                     </p>
                  </note>.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">PROMETEO.</hi>
               </speaker>
               <p> Dimmi: cotesti schiavi sono della tua nazione
medesima, o di qualche altra?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">SELVAGGIO.</hi>
               </speaker>
               <p> D'un'altra.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">PROMETEO.</hi>
               </speaker>
               <p> Molto lontana di qua?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">SELVAGGIO.</hi>
               </speaker>
               <p> Lontanissima: tanto che tra le loro case e le
nostre, ci correva un rigagnolo.
</p>
            </sp>
            <p> E additando un collicello, soggiunse: ecco là il sito
dov'ella era; ma i nostri l'hanno distrutta<note place="end" resp="aut" n="18">
                  <p>
                     <quote>«<foreign lang="fre">
                           <emph>Le nombre des indigènes indépendans qui habitent les deux Amériques dècroît annuellement. On en compte encore environ 500.000 au nord et à l'ouest des États-Unis, et 400.000 au sud des républiques de Rio de la Plata et du Chili. C'est moins aux guerres qu'ils ont à soutenir contre les gouvernemens américains, qu'à leur funeste passion pour les liqueurs fortes et aux combats d'extermination qu'ils se livrent entr'eux, que l'on doit attribuer leur décroissement rapide. Ils portent à un tel point ces deux excès, que l'on peut prédire, avec certitude, qu'avant un siècle  ils auront complétement disparu  de cette partie du globe. L'ouvrage de M. Schoolcraft</emph>
                        </foreign>
                     </quote> (intitolato, <bibl>
                        <foreign lang="eng">
                           <emph>Travels  in the central portions of the Mississipi Valley</emph>
                        </foreign>; pubblicato a New York, l'anno 1825</bibl>) <quote>
                        <foreign lang="fre">
                           <emph>est plein de détails curieux sur ces propriétaires primitifs du Nouveau-Monde; il devra être d'autant plus récherché, que c'est, pour ainsi dire, l'histoire de la dernière période d'existence d'un peuple qui va s' éteindre</emph>
                        </foreign>».</quote>
                     <bibl>
                        <foreign lang="fre">
                           <emph>Revue Encyclopédique</emph>
                        </foreign>, tom. 28, novembre 1825, pag. 444.</bibl>
                  </p>
               </note>. In questo parve
a Prometeo che non so quanti di coloro lo stessero mirando
con una cotal guardatura amorevole, come è quella che fa il
gatto al topo: sicchè, per non essere mangiato dalle sue
proprie fatture, si levò subito a volo; e seco similmente
Momo: e fu tanto il timore che ebbero l'uno e l'altro, che
nel partirsi, corruppero i cibi dei barbari con quella sorta
d'immondizia che le arpie sgorgarono per invidia sulle mense
troiane. Ma coloro, più famelici e meno schivi de' compagni
di Enea, seguitarono il loro pasto; e Prometeo, malissimo
soddisfatto del mondo nuovo, si volse incontanente al più
vecchio, voglio dire all'Asia: e trascorso quasi in un
subito l'intervallo che è tra le nuove e le antiche Indie,
scesero ambedue presso ad Agra in un campo pieno d'infinito
popolo, adunato intorno a una fossa colma di legne:
sull'orlo della quale, da un lato, si vedevano alcuni con
torchi accesi, in procinto di porle il fuoco; e da altro
lato, sopra un palco, una donna giovane, coperta di vesti
suntuosissime, e di ogni qualità di ornamenti barbarici, la
quale danzando e vociferando, faceva segno di grandissima
allegrezza. Prometeo vedendo questo, immaginava seco stesso
una nuova Lucrezia o nuova Virginia, o qualche emulatrice
delle figliuole di Eretteo, delle Ifigenie, de' Codri, de'
Menecei, dei Curzi e dei Deci, che seguitando la fede di
qualche oracolo, s'immolasse volontariamente per la sua
patria. Intendendo poi che la cagione del sacrificio della
donna era la morte del marito, pensò che quella, poco
dissimile da Alceste, volesse col prezzo di se medesima,
ricomperare lo spirito di colui. Ma saputo che ella non
s'induceva ad abbruciarsi se non perchè questo si usava di
fare dalle donne vedove della sua setta, e che aveva sempre
portato odio al marito, e che era ubbriaca, e che il morto,
in cambio di risuscitare, aveva a essere arso in quel
medesimo fuoco; voltato subito il dosso a quello spettacolo,
prese la via dell'Europa; dove intanto che andavano, ebbe
col suo compagno questo colloquio.
</p>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">MOMO.</hi>
               </speaker>
               <p> Avresti tu pensato quando rubavi con tuo grandissimo
pericolo il fuoco dal cielo per comunicarlo agli uomini, che
questi se ne prevarrebbero, quali per cuocersi l'un l'altro
nelle pignatte, quali per abbruciarsi spontaneamente?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">PROMETEO.</hi>
               </speaker>
               <p> No per certo. Ma considera, caro Momo, che quelli
che fino a ora abbiamo veduto, sono barbari: e dai barbari
non si dee far giudizio della natura degli uomini; ma bene
dagl'inciviliti: ai quali andiamo al presente: e ho ferma
opinione che tra loro vedremo e udremo cose e parole che ti
parranno degne, non solamente di lode, ma di stupore.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">MOMO.</hi>
               </speaker>
               <p> Io per me non veggo, se gli uomini sono il più
perfetto genere dell'universo, come faccia di bisogno che
sieno inciviliti perchè non si abbrucino da se stessi, e non
mangino i figliuoli propri: quando che gli altri animali
sono tutti barbari, e ciò non ostante, nessuno si abbrucia a
bello studio, fuorchè la fenice, che non si trova; rarissimi
si mangiano alcun loro simile; e molto più rari si cibano
dei loro figliuoli, per qualche accidente insolito, e non
per averli generati a quest'uso. Avverti eziandio, che delle
cinque parti del mondo una sola, nè tutta intera, e questa
non paragonabile per grandezza a veruna delle altre quattro,
è dotata della civiltà che tu lodi; aggiunte alcune piccole
porzioncelle di un'altra parte del mondo. E già tu medesimo
non vorrai dire che questa civiltà sia compiuta, in modo che
oggidì gli uomini di Parigi o di Filadelfia abbiano
generalmente tutta la perfezione che può convenire alla loro
specie. Ora, per condursi al presente stato di civiltà non
ancora perfetta, quanto tempo hanno dovuto penare questi
tali popoli? Tanti anni quanti si possono numerare
dall'origine dell'uomo insino ai tempi prossimi. E quasi
tutte le invenzioni che erano o di maggiore necessità o di
maggior profitto al conseguimento dello stato civile, hanno
avuto origine, non da ragione, ma da casi fortuiti: di modo
che la civiltà umana è opera della sorte più che della
natura: e dove questi tali casi non sono occorsi, veggiamo
che i popoli sono ancora barbari; con tutto che abbiano
altrettanta età quanta i popoli civili. Dico io dunque: se
l'uomo barbaro mostra di essere inferiore per molti capi a
qualunque altro animale; se la civiltà, che è l'opposto
della barbarie, non è posseduta nè anche oggi se non da una
piccola parte del genere umano; se oltre di ciò, questa
parte non è potuta altrimenti pervenire al presente stato
civile, se non dopo una quantità innumerabile di secoli, e
per beneficio massimamente del caso, piuttosto che di
alcun'altra cagione; all'ultimo, se il detto stato civile
non è per anche perfetto; considera un poco se forse la tua
sentenza circa il genere umano fosse più vera acconciandola
in questa forma: cioè dicendo che esso è veramente sommo tra
i generi, come tu pensi; ma sommo nell'imperfezione,
piuttosto che nella perfezione; quantunque gli uomini nel
parlare e nel giudicare, scambino continuamente l'una
coll'altra; argomentando da certi cotali presupposti che si
hanno fatto essi, e tengonli per verità palpabili. Certo che
gli altri generi di creature fino nel principio furono
perfettissimi ciascheduno in se stesso. E quando eziandio
non fosse chiaro che l'uomo barbaro, considerato in rispetto
agli altri animali, è meno buono di tutti; io non mi
persuado che l'essere naturalmente imperfettissimo nel
proprio genere, come pare che sia l'uomo, s'abbia a tenere
in conto di perfezione maggiore di tutte l'altre. Aggiungi
che la civiltà umana, così difficile da ottenere, e forse
impossibile da ridurre a compimento, non è anco stabile in
modo, che ella non possa cadere: come in effetto si trova
essere avvenuto più volte, e in diversi popoli, che ne
avevano acquistato una buona parte. In somma io conchiudo
che se tuo fratello Epimeteo recava ai giudici il modello
che debbe avere adoperato quando formò il primo asino o la
prima rana, forse ne riportava il premio che tu non hai
conseguito. Pure a ogni modo io ti concederò volentieri che
l'uomo sia perfettissimo, se tu ti risolvi a dire che la sua
perfezione si rassomigli a quella che si attribuiva da
Plotino al mondo: il quale, diceva Plotino, è ottimo e
perfetto assolutamente; ma perchè il mondo sia perfetto,
conviene che egli abbia in se, tra le altre cose, anco tutti
i mali possibili: però in fatti si trova in lui tanto male,
quanto vi può capire. E in questo rispetto forse io
concederei similmente al Leibnizio che il mondo presente
fosse il migliore di tutti i mondi possibili.</p>
            </sp>
            <p>Non si dubita che Prometeo non avesse a ordine una
risposta in forma distinta, precisa e dialettica a tutte
queste ragioni; ma è parimente certo che non la diede:
perchè in questo medesimo punto si trovarono sopra alla
città di Londra: dove scesi, e veduto gran moltitudine di
gente concorrere alla porta di una casa privata, messisi tra
la folla, entrarono nella casa: e trovarono sopra un letto un
uomo disteso supino, che avea nella ritta una pistola;
ferito nel petto, e morto; e accanto a lui giacere due
fanciullini, medesimamente morti. Erano nella stanza
parecchie persone della casa, e alcuni giudici, i quali le
interrogavano, mentre che un officiale scriveva.
</p>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">PROMETEO.</hi>
               </speaker>
               <p> Chi sono questi sciagurati?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">FAMIGLIO.</hi>
               </speaker>
               <p> Il mio padrone e i figliuoli.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">PROMETEO.</hi>
               </speaker>
               <p> Chi gli ha uccisi?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">FAMIGLIO.</hi>
               </speaker>
               <p> Il padrone tutti e tre.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">PROMETEO.</hi>
               </speaker>
               <p> Tu vuoi dire i figliuoli e se stesso?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">FAMIGLIO.</hi>
               </speaker>
               <p> Appunto.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">PROMETEO.</hi>
               </speaker>
               <p> Oh che è mai cotesto! Qualche grandissima
sventura gli doveva essere accaduta.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">FAMIGLIO.</hi>
               </speaker>
               <p> Nessuna, che io sappia.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">PROMETEO.</hi>
               </speaker>
               <p> Ma forse era povero, o disprezzato da tutti, o
sfortunato in amore, o in corte?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">FAMIGLIO.</hi>
               </speaker>
               <p> Anzi ricchissimo, e credo che tutti lo
stimassero; di amore non se ne curava, e in corte aveva
molto favore.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">PROMETEO.</hi>
               </speaker>
               <p> Dunque come è caduto in questa disperazione?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">FAMIGLIO.</hi>
               </speaker>
               <p> Per tedio della vita, secondo che ha lasciato
scritto.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">PROMETEO.</hi>
               </speaker>
               <p> E questi giudici che fanno?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">FAMIGLIO.</hi>
               </speaker>
               <p> S'informano se il padrone era impazzito o no: che
in caso non fosse impazzito, la sua roba ricade al pubblico
per legge: e in verità non si potrà fare che non ricada.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">PROMETEO.</hi>
               </speaker>
               <p> Ma, dimmi, non aveva nessun amico o parente, a
cui potesse raccomandare questi fanciullini, in cambio
d'ammazzarli?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">FAMIGLIO.</hi>
               </speaker>
               <p> Sì aveva; e tra gli altri, uno che gli era molto
intrinseco, al quale ha raccomandato il suo cane<note place="end" resp="aut" n="19">
                     <p> Questo fatto è vero.</p>
                  </note>.
</p>
            </sp>
            <p> Momo stava per congratularsi con Prometeo sopra i buoni
effetti della civiltà, e sopra la contentezza che appariva
ne risultasse alla nostra vita; e voleva anche rammemorargli
che nessun altro animale fuori dell'uomo, si uccide
volontariamente esso medesimo, nè spegne per disperazione
della vita i figliuoli: ma Prometeo lo prevenne; e senza
curarsi di vedere le due parti del mondo che rimanevano, gli
pagò la scommessa.
</p>
         </div1>
         <div1 type="dialogo">
            <head>X</head>
            <head>DIALOGO DI UN FISICO E DI UN METAFISICO</head>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">FISICO.</hi>
               </speaker>
               <p>
                  <foreign lang="grc">
                     <hi rend="italic">Eureca</hi>, <hi rend="italic">eureca</hi>
                  </foreign>
                  <note place="end" resp="aut" n="20">
                     <p> Famose voci di Archimede, quando egli ebbe trovato la via di conoscere il furto fatto dall'artefice nel fabbricare la corona votiva del re Gerone.</p>
                  </note>.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">METAFISICO.</hi>
               </speaker>
               <p> Che è? che hai trovato?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">FISICO.</hi>
               </speaker>
               <p> L'arte di vivere lungamente<note place="end" resp="aut" n="21">
                     <p> I desiderosi di quest'arte potranno in effetto, non so se apprenderla, ma studiarla certamente in diversi libri, non meno moderni che antichi: come, per modo di esempio, nelle <emph>Lezioni dell'arte di prolungare la vita umana</emph> scritte ai nostri tempi in tedesco dal signor Hufeland, state anco volgarizzate e stampate in Italia. Nuova maniera di adulazione fu quella di un Tommaso Giannotti medico da Ravenna, detto per soprannome il filologo, e stato famoso a' suoi tempi; il quale nell'anno1550 scrisse a Giulio terzo, assunto in quello stesso anno al pontificato, un libro <foreign lang="lat">
                           <emph>de vita hominis ultra CCX annos portrahenda</emph>
                        </foreign>, molto a proposito dei Papi, come quelli che quando incominciano a regnare, sogliono essere di età grande. Sarebbe libro da ridere, se non fosse oscurissimo. Dice il medico, averlo scritto a fine principalmente di prolungare la vita al nuovo Pontefice, necessaria al mondo; confortato anche a scriverlo da due Cardinali, desiderosi oltermodo dello stesso effetto. Nella dedicatoria, <quote>
                           <foreign lang="lat">
                              <emph>vives igitur</emph>
                           </foreign>
                        </quote>, dice, <quote>
                           <foreign lang="lat">
                              <emph>beatissime pater, ni fallor, diutissime</emph>
                           </foreign>
                        </quote>. E nel corpo del'opera, avendo cercato in un capitolo intero <quote>
                           <foreign lang="lat">
                              <emph>cur Pontificum supremorum nullus ad Petri annos pervenerit</emph>
                           </foreign>
                        </quote>, ne intitola un altro in questo modo: <quote>
                           <foreign lang="lat">
                              <emph>Iulius III papa videbit annos Petri et ultra; huius libri, pro longaeva hominis vita ac christianae religionis commodo, immensa utilitate</emph>
                           </foreign>
                        </quote>. Ma il Papa morÃ¬ cinque anni appresso, in età in età di sessantasette. Quanto a se, il medico prova che se egli per caso non passerà o non toccherà il centoventesimo anno dell'età sua, non sarà sua colpa, e i suoi precetti non si dovranno disprezzare per questo. Si conchiude il libro con una ricetta intitolata, <quote>
                           <foreign lang="lat">
                              <emph>Iulii III vitae longaevae ac semper sanae consilium</emph>
                           </foreign>
                        </quote>.</p>
                  </note>.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">METAFISICO.</hi>
               </speaker>
               <p> E cotesto libro che porti?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">FISICO.</hi>
               </speaker>
               <p> Qui la dichiaro: e per questa invenzione, se gli
altri vivranno lungo tempo, io vivrò per lo meno in eterno;
voglio dire che ne acquisterò gloria immortale.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">METAFISICO.</hi>
               </speaker>
               <p> Fa una cosa a mio modo. Trova una cassettina di
piombo, chiudivi cotesto libro, sotterrala, e prima di
morire ricordati di lasciar detto il luogo, acciocchè vi si
possa andare, e cavare il libro, quando sarà trovata l'arte
di vivere felicemente.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">FISICO.</hi>
               </speaker>
               <p> E in questo mezzo?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">METAFISICO.</hi>
               </speaker>
               <p> In questo mezzo non sarà buono da nulla. Più lo
stimerei se contenesse l'arte di viver poco.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">FISICO.</hi>
               </speaker>
               <p> Cotesta è già saputa da un pezzo; e non fu
difficile a trovarla.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">METAFISICO.</hi>
               </speaker>
               <p> In ogni modo la stimo più della tua.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">FISICO.</hi>
               </speaker>
               <p> Perchè?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">METAFISICO.</hi>
               </speaker>
               <p> Perchè se la vita non è felice, che fino a ora
non è stata, meglio ci torna averla breve che lunga.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">FISICO.</hi>
               </speaker>
               <p> Oh cotesto no: perchè la vita è bene da se
medesima, e ciascuno la desidera e l'ama naturalmente.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">METAFISICO.</hi>
               </speaker>
               <p> Così credono gli uomini; ma s'ingannano: come
il volgo s'inganna pensando che i colori sieno qualità degli
oggetti; quando non sono degli oggetti, ma della luce. Dico
che l'uomo non desidera e non ama se non la felicità
propria. Però non ama la vita, se non in quanto la reputa
instrumento o subbietto di essa felicità. In modo che
propriamente viene ad amare questa e non quella, ancorchè
spessissimo attribuisca all'una l'amore che porta all'altra.
Vero è che questo inganno e quello dei colori sono tutti e
due naturali. Ma che l'amore della vita negli uomini non sia
naturale, o vogliamo dire non sia necessario, vedi che
moltissimi ai tempi antichi elessero di morire potendo
vivere, e moltissimi ai tempi nostri desiderano la morte in
diversi casi, e alcuni si uccidono di propria mano. Cose che
non potrebbero essere se l'amore della vita per se medesimo
fosse natura dell'uomo. Come essendo natura di ogni vivente
l'amore della propria felicità, prima cadrebbe il mondo, che
alcuno di loro lasciasse di amarla e di procurarla a suo
modo. Che poi la vita sia bene per se medesima, aspetto che
tu me lo provi, con ragioni o fisiche o metafisiche o di
qualunque disciplina. Per me, dico che la vita felice, saria
bene senza fallo; ma come felice, non come vita. La vita
infelice, in quanto all'essere infelice, è male; e atteso
che la natura, almeno quella degli uomini, porta che vita e
infelicità non si possono scompagnare, discorri tu medesimo
quello che ne segua.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">FISICO.</hi>
               </speaker>
               <p> Di grazia, lasciamo cotesta materia, che è troppo
malinconica; e senza tante sottigliezze, rispondimi
sinceramente: se l'uomo vivesse e potesse vivere in eterno;
dico senza morire, e non dopo morto;credi tu che non gli
piacesse?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">METAFISICO.</hi>
               </speaker>
               <p> A un presupposto favoloso risponderò con
qualche favola: tanto più che non sono mai vissuto in
eterno, sicchè non posso rispondere per esperienza; nè anche
ho parlato con alcuno che fosse immortale; e fuori che nelle
favole, non trovo notizia di persone di tal sorta. Se fosse
qui presente il Cagliostro, forse ci potrebbe dare un poco
di lume; essendo vissuto parecchi secoli: se bene, perchè
poi morì come gli altri, non pare che fosse immortale. Dirò
dunque che il saggio Chirone, che era dio, coll'andar del
tempo si annoiò della vita, pigliò licenza da Giove di poter
morire, e morì<note place="end" resp="aut" n="22">
                     <p>
                        <bibl>Vedi Luciano, <foreign lang="lat">
                              <emph>Dial. Menip. et Chiron</emph>
                           </foreign>. opp. tom. I, pag. 514.</bibl>
                     </p>
                  </note>. Or pensa, se l'immortalità rincresce agli
Dei, che farebbe agli uomini. Gl'Iperborei, popolo
incognito, ma famoso; ai quali non si può penetrare, nè per
terra nè per acqua; ricchi di ogni bene; e specialmente di
bellissimi asini, dei quali sogliono fare ecatombe; potendo,
se io non m'inganno, essere immortali; perchè non hanno
infermità nè fatiche nè guerre nè discordie nè carestie nè
vizi nè colpe; contuttociò muoiono tutti: perchè, in capo a
mille anni di vita o circa, sazi della terra, saltano
spontaneamente da una certa rupe in mare, e vi si annegano<note place="end" resp="aut" n="23">
                     <p>
                        <bibl>Pindaro, <foreign lang="lat">
                              <emph>Pyth.</emph>
                           </foreign>  od. 10, v. 46 et seqq.</bibl>
                        <bibl>Strabone, lib. 15, p. 710 et seqq.</bibl>
                        <bibl>Mela, lib. 3, cap. 5. Plinio, lib. 4, cap. 12 in fine</bibl>.</p>
                  </note>.
Aggiungi quest'altra favola. Bitone e Cleobi fratelli, un
giorno di festa, che non erano in pronto le mule, essendo
sottentrati al carro della madre, sacerdotessa di Giunone, e
condottala al tempio; quella supplicò la dea che rimunerasse
la pietà de' figliuoli col maggior bene che possa cadere
negli uomini. Giunone, in vece di farli immortali, come
avrebbe potuto; e allora si costumava; fece che l'uno e
l'altro pian piano se ne morirono in quella medesima ora. Il
simile toccò ad Agamede e a Trofonio. Finito il tempio di
Delfo, fecero instanza ad Apollo che li pagasse: il quale
rispose volerli soddisfare fra sette giorni; in questo mezzo
attendessero a far gozzoviglia a loro spese. La settima
notte, mandò loro un dolce sonno, dal quale ancora s'hanno a
svegliare; e avuta questa, non dimandarono altra paga. Ma
poichè siamo in sulle favole, eccotene un'altra, intorno
alla quale ti vo' proporre una questione. Io so che oggi i
vostri pari tengono per sentenza certa, che la vita umana,
in qualunque paese abitato, e sotto qualunque cielo, dura
naturalmente, eccetto piccole differenze, una medesima
quantità di tempo, considerando ciascun popolo in grosso. Ma
qualche buono antico<note place="end" resp="aut" n="24">
                     <p>
                        <bibl>Plinio, lib. 6, cap. 30; lib. 7, cap. 2.</bibl>
                        <bibl>Arriano, <foreign lang="lat">
                              <emph>Indic.</emph>
                           </foreign>, cap. 9</bibl>.</p>
                  </note> racconta che gli uomini di alcune parti
dell'India e dell'Etiopia non campano oltre a quarant'anni;
chi muore in questa età, muor vecchissimo; e le fanciulle di
sette anni sono di età da marito. Il quale ultimo capo
sappiamo che, appresso a poco, si verifica nella Guinea, nel
Decan e in altri luoghi sottoposti alla zona torrida.
Dunque, presupponendo per vero che si trovi una o più
nazioni, gli uomini delle quali regolarmente non passino i
quarant'anni di vita; e ciò sia per natura, non, come si è
creduto degli Ottentotti, per altre cagioni; domando se in
rispetto a questo, ti pare che i detti popoli debbano essere
più miseri o più felici degli altri?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">FISICO.</hi>
               </speaker>
               <p> Più miseri senza fallo, venendo a morte più presto.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">METAFISICO.</hi>
               </speaker>
               <p> Io credo il contrario anche per cotesta
ragione. Ma qui non consiste il punto. Fa un poco di
avvertenza. Io negava che la pura vita, cioè a dire il
semplice sentimento dell'esser proprio, fosse cosa amabile e
desiderabile per natura. Ma quello che forse più degnamente
ha nome altresì di vita, voglio dire l'efficacia e la copia
delle sensazioni, è naturalmente amato e desiderato da tutti
gli uomini: perchè qualunque azione o passione viva e forte,
purchè non ci sia rincrescevole o dolorosa, col solo essere
viva e forte, ci riesce grata, eziandio mancando di ogni
altra qualità dilettevole. Ora in quella specie d'uomini, la
vita dei quali si consumasse naturalmente in ispazio di
quarant'anni, cioè nella metà del tempo destinato dalla
natura agli altri uomini; essa vita in ciascheduna sua
parte, sarebbe più viva il doppio di questa nostra: perchè,
dovendo coloro crescere, e giungere a perfezione, e
similmente appassire e mancare, alla metà del tempo; le
operazioni vitali della loro natura, proporzionalmente a
questa celerità, sarebbero in ciascuno istante doppie di
forza per rispetto a quello che accade negli altri; ed anche
le azioni volontarie di questi tali, la mobilità e la
vivacità estrinseca, corrisponderebbero a questa maggiore
efficacia. Di modo che essi avrebbero in minore spazio di
tempo la stessa quantità di vita che abbiamo noi. La quale
distribuendosi in minor numero d'anni basterebbe a
riempierli, o vi lascerebbe piccoli vani; laddove ella non
basta a uno spazio doppio: e gli atti e le sensazioni di
coloro, essendo più forti, e raccolte in un giro più
stretto, sarebbero quasi bastanti a occupare e a vivificare
tutta la loro età; dove che nella nostra, molto più lunga,
restano spessissimi e grandi intervalli, vòti di ogni azione
e affezione viva. E poichè non il semplice essere, ma il
solo essere felice, è desiderabile; e la buona o cattiva
sorte di chicchessia non si misura dal numero dei giorni; io
conchiudo che la vita di quelle nazioni, che quanto più
breve, tanto sarebbe men povera di piacere, o di quello che
è chiamato con questo nome, si vorrebbe anteporre alla vita
nostra, ed anche a quella dei primi re dell'Assiria,
dell'Egitto, della Cina, dell'India, e d'altri paesi; che
vissero, per tornare alle favole, migliaia d'anni. Perciò,
non solo io non mi curo dell'immortalità, e sono contento di
lasciarla a' pesci; ai quali la dona il Leeuwenhoek, purchè
non sieno mangiati dagli uomini o dalle balene; ma, in
cambio di ritardare o interrompere la vegetazione del nostro
corpo per allungare la vita, come propone il Maupertuis<note place="end" resp="aut" n="25">
                     <p>
                        <bibl>
                           <foreign lang="fre">
                              <emph>Lettres philosophiques</emph>
                           </foreign>, let. 11.</bibl>
                     </p>
                  </note>, io
vorrei che la potessimo accelerare in modo, che la vita
nostra si riducesse alla misura di quella di alcuni insetti,
chiamati efimeri, dei quali si dice che i più vecchi non
passano l'età di un giorno, e contuttociò muoiono bisavoli e
trisavoli. Nel qual caso, io stimo che non ci rimarrebbe
luogo alla noia. Che pensi di questo ragionamento?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">FISICO.</hi>
               </speaker>
               <p> Penso che non mi persuade; e che se tu ami la
metafisica, io m'attengo alla fisica: voglio dire che se tu
guardi pel sottile, io guardo alla grossa, e me ne contento.
Però senza metter mano al microscopio, giudico che la vita
sia più bella della morte, e do il pomo a quella,
guardandole tutte due vestite.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">METAFISICO.</hi>
               </speaker>
               <p> Così giudico anch'io. Ma quando mi torna a
mente il costume di quei barbari, che per ciascun giorno
infelice della loro vita, gittavano in un turcasso una
pietruzza nera, e per ogni dì felice, una bianca<note place="end" resp="aut" n="26">
                     <p>
                        <bibl>Suida, voc. <foreign lang="grc">Λευκὴ ἠμέρα.</foreign>
                        </bibl>
                     </p>
                  </note>; penso
quanto poco numero delle bianche è verisimile che fosse
trovato in quelle faretre alla morte di ciascheduno, e
quanto gran moltitudine delle nere. E desidero vedermi
davanti tutte le pietruzze dei giorni che mi rimangono; e,
sceverandole, aver facoltà di gittar via tutte le nere, e
detrarle dalla mia vita; riserbandomi solo le bianche:
quantunque io sappia bene che non farebbero gran cumulo, e
sarebbero di un bianco torbido.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">FISICO.</hi>
               </speaker>
               <p> Molti, per lo contrario, quando anche tutti i
sassolini fossero neri, e più neri del paragone, vorrebbero
potervene aggiungere, benchè dello stesso colore: perchè
tengono per fermo che niun sassolino sia così nero come
l'ultimo. E questi tali, del cui numero sono anch'io,
potranno aggiungere in effetto molti sassolini alla loro
vita, usando l'arte che si mostra in questo mio libro.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">METAFISICO.</hi>
               </speaker>
               <p> Ciascuno pensi ed operi a suo talento: e anche
la morte non mancherà di fare a suo modo. Ma se tu vuoi,
prolungando la vita, giovare agli uomini veramente; trova
un'arte per la quale sieno moltiplicate di numero e di
gagliardia le sensazioni e le azioni loro. Nel qual modo,
accrescerai propriamente la vita umana, ed empiendo quegli
smisurati intervalli di tempo nei quali il nostro essere è
piuttosto durare che vivere, ti potrai dar vanto di
prolungarla. E ciò senza andare in cerca dell'impossibile, o
usar violenza alla natura, anzi secondandola. Non pare a te
che gli antichi vivessero più di noi, dato ancora che, per
li pericoli gravi e continui che solevano correre, morissero
comunemente più presto? E farai grandissimo beneficio agli
uomini: la cui vita fu sempre, non dirò felice, ma tanto
meno infelice, quanto più fortemente agitata, e in maggior
parte occupata, senza dolore nè disagio. Ma piena d'ozio e
di tedio, che è quanto dire vacua, dà luogo a creder vera
quella sentenza di Pirrone, che dalla vita alla morte non è
divario. Il che se io credessi, ti giuro che la morte mi
spaventerebbe non poco. Ma in fine, la vita debb'essere
viva, cioè vera vita; o la morte la supera incomparabilmente
di pregio.
</p>
            </sp>
         </div1>
         <div1 type="dialogo">
            <head>XI</head>
            <head>DIALOGO DI TORQUATO TASSO
E DEL SUO GENIO FAMILIARE<note place="end" resp="aut" n="27">
                  <p> Ebbe Torquato Tasso, nel tempo dell'infermità della sua mente, un' opinione simile a quella famosa  di Socrate; cioè credette vedere di tratto in tratto uno spirito buono ed amico, e avere con esso lui molti e lunghi ragionamenti. CosÃ¬ leggiamo nella vita del Tasso descritta dal Manso: il quale si trovÃ² presente a uno di questi o colloqui o soliloqui che noi li vogliamo chiamare.</p>
               </note>
            </head>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">GENIO.</hi>
               </speaker>
               <p> Come stai, Torquato?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TASSO.</hi>
               </speaker>
               <p> Ben sai come si può stare in una prigione, e dentro
ai guai fino al collo.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">GENIO.</hi>
               </speaker>
               <p> Via, ma dopo cenato non è tempo da dolersene. Fa
buon animo, e ridiamone insieme.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TASSO.</hi>
               </speaker>
               <p> Ci son poco atto. Ma la tua presenza e le tue parole
sempre mi consolano. Siedimi qui accanto.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">GENIO.</hi>
               </speaker>
               <p> Che io segga? La non è già cosa facile a uno
spirito. Ma ecco: fa conto ch'io sto seduto.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TASSO.</hi>
               </speaker>
               <p> Oh potess'io rivedere la mia Leonora. Ogni volta che
ella mi torna alla mente, mi nasce un brivido di gioia, che
dalla cima del capo mi si stende fino all'ultima punta de'
piedi; e non resta in me nervo nè vena che non sia scossa.
Talora, pensando a lei, mi si ravvivano nell'animo certe
immagini e certi affetti, tali, che per quel poco tempo, mi
pare di essere ancora quello stesso Torquato che fui prima
di aver fatto esperienza delle sciagure e degli uomini, e
che ora io piango tante volte per morto. In vero, io direi
che l'uso del mondo, e l'esercizio de' patimenti, sogliono
come profondare e sopire dentro a ciascuno di noi quel primo
uomo che egli era: il quale di tratto in tratto si desta per
poco spazio, ma tanto più di rado quanto è il progresso
degli anni; sempre più poi si ritira verso il nostro intimo,
e ricade in maggior sonno di prima; finchè durando ancora la
nostra vita, esso muore. In fine, io mi maraviglio come il
pensiero di una donna abbia tanta forza, da rinnovarmi, per
così dire, l'anima, e farmi dimenticare tante calamità. E se
non fosse che io non ho più speranza di rivederla, crederei
non avere ancora perduta la facoltà di essere felice.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">GENIO.</hi>
               </speaker>
               <p> Quale delle due cose stimi che sia più dolce: vedere
la donna amata, o pensarne?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TASSO.</hi>
               </speaker>
               <p> Non so. Certo che quando mi era presente, ella mi
pareva una donna; lontana, mi pareva e mi pare una dea.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">GENIO.</hi>
               </speaker>
               <p> Coteste dee sono così benigne, che quando alcuno vi
si accosta, in un tratto ripiegano la loro divinità, si
spiccano i raggi d'attorno, e se li pongono in tasca, per
non abbagliare il mortale che si fa innanzi.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TASSO.</hi>
               </speaker>
               <p> Tu dici il vero pur troppo. Ma non ti pare egli
cotesto un gran peccato delle donne; che alla prova, elle ci
riescano così diverse da quelle che noi le immaginavamo?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">GENIO.</hi>
               </speaker>
               <p> Io non so vedere che colpa s'abbiano in questo,
d'esser fatte di carne e sangue, piuttosto che di ambrosia e
nettare. Qual cosa del mondo ha pure un'ombra o una
millesima parte della perfezione che voi pensate che abbia a
essere nelle donne? E anche mi pare strano, che non
facendovi maraviglia che gli uomini sieno uomini, cioè
creature poco lodevoli e poco amabili; non sappiate poi
comprendere come accada, che le donne in fatti non sieno
angeli.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TASSO.</hi>
               </speaker>
               <p> Con tutto questo, io mi muoio dal desiderio di
rivederla, e di riparlarle.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">GENIO.</hi>
               </speaker>
               <p> Via, questa notte in sogno io te la condurrò
davanti; bella come la gioventù; e cortese in modo, che tu
prenderai cuore di favellarle molto più franco e spedito che
non ti venne fatto mai per l'addietro: anzi all'ultimo le
stringerai la mano; ed ella guardandoti fisso, ti metterà
nell'animo una dolcezza tale, che tu ne sarai sopraffatto; e
per tutto domani, qualunque volta ti sovverrà di questo
sogno, ti sentirai balzare il cuore dalla tenerezza.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TASSO.</hi>
               </speaker>
               <p> Gran conforto: un sogno in cambio del vero.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">GENIO.</hi>
               </speaker>
               <p> Che cosa è il vero?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TASSO.</hi>
               </speaker>
               <p> Pilato non lo seppe meno di quello che lo so io.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">GENIO.</hi>
               </speaker>
               <p> Bene, io risponderò per te. Sappi che dal vero al
sognato, non corre altra differenza, se non che questo può
qualche volta essere molto più bello e più dolce, che quello
non può mai.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TASSO.</hi>
               </speaker>
               <p> Dunque tanto vale un diletto sognato, quanto un
diletto vero?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">GENIO.</hi>
               </speaker>
               <p> Io credo. Anzi ho notizia di uno che quando la donna
che egli ama, se gli rappresenta dinanzi in alcun sogno
gentile, esso per tutto il giorno seguente, fugge di
ritrovarsi con quella e di rivederla; sapendo che ella non
potrebbe reggere al paragone dell'immagine che il sonno
gliene ha lasciata impressa, e che il vero, cancellandogli
dalla mente il falso, priverebbe lui del diletto
straordinario che ne ritrae. Però non sono da condannare gli
antichi, molto più solleciti, accorti e industriosi di voi,
circa a ogni sorta di godimento possibile alla natura umana,
se ebbero per costume di procurare in vari modi la dolcezza
e la giocondità dei sogni; nè Pitagora è da riprendere per
avere interdetto il mangiare delle fave, creduto contrario
alla tranquillità dei medesimi sogni, ed atto a
intorbidarli<note place="end" resp="aut" n="28">
                     <p>
                        <bibl>Apollonio, <foreign lang="lat">
                              <emph>Hist. commentit.</emph>
                           </foreign> cap. 46.</bibl>
                        <bibl>Cicerone, <foreign lang="lat">
                              <emph>de Divinat.</emph>
                           </foreign> lib. 1, cap. 30; lib. 2, cap. 58.</bibl>
                        <bibl>Plinio, lib. 18, cap. 12.</bibl>
                        <bibl>Plutarco, <foreign lang="lat">
                              <emph>Convival. Quaestion.</emph>
                           </foreign>  lib. 8, quaest. 10, opp. tom. 2, p. 734.</bibl>
                        <bibl>Dioscoride, <foreign lang="lat">
                              <emph>de Materia Medica</emph>
                           </foreign>  lib. 2, cap. 127.</bibl>
                     </p>
                  </note>, e sono da scusare i superstiziosi che avanti
di coricarsi solevano orare e far libazione a Mercurio
conduttore dei sogni, acciò ne menasse loro di quei lieti;
l'immagine del quale tenevano a quest'effetto intagliata in
su' piedi delle lettiere<note place="end" resp="aut" n="29">
                     <p>
                        <bibl>Meursio, <foreign lang="lat">
                              <emph>Exercitat. critic.</emph>
                           </foreign> par. 2, lib. 2, cap. 19, opp. vol. 5, col. 662.</bibl>
                     </p>
                  </note>. Così, non trovando mai la felicità
nel tempo della vigilia, si studiavano di essere felici
dormendo: e credo che in parte, e in qualche modo,
l'ottenessero; e che da Mercurio fossero esauditi meglio che
dagli altri Dei.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TASSO.</hi>
               </speaker>
               <p> Per tanto, poichè gli uomini nascono e vivono al
solo piacere, o del corpo o dell'animo; se da altra parte il
piacere è solamente o massimamente nei sogni, converrà ci
determiniamo a vivere per sognare: alla qual cosa, in
verità, io non mi posso ridurre.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">GENIO.</hi>
               </speaker>
               <p> Già vi sei ridotto e determinato, poichè tu vivi e
che tu consenti di vivere. Che cosa è il piacere?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TASSO.</hi>
               </speaker>
               <p> Non ne ho tanta pratica da poterlo conoscere che
cosa sia.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">GENIO.</hi>
               </speaker>
               <p> Nessuno lo conosce per pratica, ma solo per
ispeculazione: perchè il piacere è un subbietto speculativo,
e non reale; un desiderio, non un fatto; un sentimento che
l'uomo concepisce col pensiero, e non prova; o per dir
meglio, un concetto, e non un sentimento. Non vi accorgete
voi che nel tempo stesso di qualunque vostro diletto,
ancorchè desiderato infinitamente, e procacciato con fatiche
e molestie indicibili; non potendovi contentare il goder che
fate in ciascuno di quei momenti, state sempre aspettando un
goder maggiore e più vero, nel quale consista insomma quel
tal piacere; e andate quasi riportandovi di continuo
agl'istanti futuri di quel medesimo diletto? Il quale
finisce sempre innanzi al giungere dell'istante che vi
soddisfaccia; e non vi lascia altro bene che la speranza
cieca di goder meglio e più veramente in altra occasione, e
il conforto di fingere e narrare a voi medesimi di aver
goduto, con raccontarlo anche agli altri, non per sola
ambizione, ma per aiutarvi al persuaderlo che vorreste pur
fare a voi stessi. Però chiunque consente di vivere, nol fa
in sostanza ad altro effetto nè con altra utilità che di
sognare; cioè credere di avere a godere, o di aver goduto;
cose ambedue false e fantastiche.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TASSO.</hi>
               </speaker>
               <p> Non possono gli uomini credere mai di godere
presentemente?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">GENIO.</hi>
               </speaker>
               <p> Sempre che credessero cotesto, godrebbero in fatti.
Ma narrami tu se in alcun istante della tua vita, ti ricordi
aver detto con piena sincerità ed opinione: io godo. Ben
tutto giorno dicesti e dici sinceramente: io godrò; e
parecchie volte, ma con sincerità minore: ho goduto. Di modo
che il piacere è sempre o passato o futuro, e non mai
presente.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TASSO.</hi>
               </speaker>
               <p> Che è quanto dire è sempre nulla.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">GENIO.</hi>
               </speaker>
               <p> Così pare.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TASSO.</hi>
               </speaker>
               <p> Anche nei sogni.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">GENIO.</hi>
               </speaker>
               <p> Propriamente parlando.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TASSO.</hi>
               </speaker>
               <p> E tuttavia l'obbietto e l'intento della vita nostra,
non pure essenziale ma unico, è il piacere stesso;
intendendo per piacere la felicità, che debbe in effetto
esser piacere; da qualunque cosa ella abbia a procedere.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">GENIO.</hi>
               </speaker>
               <p> Certissimo.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TASSO.</hi>
               </speaker>
               <p> Laonde la nostra vita, mancando sempre del suo fine,
è continuamente imperfetta: e quindi il vivere è di sua
propria natura uno stato violento.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">GENIO.</hi>
               </speaker>
               <p> Forse.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TASSO.</hi>
               </speaker>
               <p> Io non ci veggo forse. Ma dunque perchè viviamo noi?
voglio dire, perchè consentiamo di vivere?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">GENIO.</hi>
               </speaker>
               <p> Che so io di cotesto? Meglio lo saprete voi, che
siete uomini.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TASSO.</hi>
               </speaker>
               <p> Io per me ti giuro che non lo so.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">GENIO.</hi>
               </speaker>
               <p> Domandane altri de' più savi, e forse troverai
qualcuno che ti risolva cotesto dubbio.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TASSO.</hi>
               </speaker>
               <p> Così farò. Ma certo questa vita che io meno, è tutta
uno stato violento: perchè lasciando anche da parte i
dolori, la noia sola mi uccide.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">GENIO.</hi>
               </speaker>
               <p> Che cosa è la noia?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TASSO.</hi>
               </speaker>
               <p> Qui l'esperienza non mi manca, da soddisfare alla
tua domanda. A me pare che la noia sia della natura
dell'aria: la quale riempie tutti gli spazi interposti alle
altre cose materiali, e tutti i vani contenuti in ciascuna
di loro; e donde un corpo si parte, e altro non gli
sottentra, quivi ella succede immediatamente. Così tutti
gl'intervalli della vita umana frapposti ai piaceri e ai
dispiaceri, sono occupati dalla noia. E però, come nel mondo
materiale, secondo i Peripatetici, non si dà vòto alcuno;
così nella vita nostra non si dà vòto; se non quando la
mente per qualsivoglia causa intermette l'uso del pensiero.
Per tutto il resto del tempo, l'animo, considerato anche in
se proprio e come disgiunto dal corpo, si trova contenere
qualche passione; come quello a cui l'essere vacuo da ogni
piacere e dispiacere, importa essere pieno di noia; la quale
anco è passione, non altrimenti che il dolore e il diletto.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">GENIO.</hi>
               </speaker>
               <p> E da poi che tutti i vostri diletti sono di materia
simile ai ragnateli; tenuissima, radissima e trasparente;
perciò come l'aria in questi, così la noia penetra in quelli
da ogni parte, e li riempie. Veramente per la noia non credo
si debba intendere altro che il desiderio puro della
felicità; non soddisfatto dal piacere, e non offeso
apertamente dal dispiacere. Il buon desiderio, come dicevamo
poco innanzi, non è mai soddisfatto; e il piacere
propriamente non si trova. Sicchè la vita umana, per modo di
dire, è composta e intessuta, parte di dolore, parte di
noia; dall'una delle quali passioni non ha riposo se non
cadendo nell'altra. E questo non è tuo destino particolare,
ma comune di tutti gli uomini.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TASSO.</hi>
               </speaker>
               <p> Che rimedio potrebbe giovare contro la noia?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">GENIO.</hi>
               </speaker>
               <p> Il sonno, l'oppio, e il dolore. E questo è il più
potente di tutti: perchè l'uomo mentre patisce, non si
annoia per niuna maniera.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TASSO.</hi>
               </speaker>
               <p> In cambio di cotesta medicina, io mi contento di
annoiarmi tutta la vita. Ma pure la varietà delle azioni,
(!) delle occupazioni e dei sentimenti, se bene non ci
libera dalla noia, perchè non ci crea diletto vero,
contuttociò la solleva ed alleggerisce. Laddove in questa
prigionia, separato dal commercio umano, toltomi eziandio lo
scrivere, ridotto a notare per passatempo i tocchi
dell'oriuolo, annoverare i correnti, le fessure e i tarli
del palco, considerare il mattonato del pavimento,
trastullarmi colle farfalle e coi moscherini che vanno
attorno alla stanza, condurre quasi tutte le ore a un modo;
io non ho cosa che mi scemi in alcuna parte il carico della
noia.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">GENIO.</hi>
               </speaker>
               <p> Dimmi: quanto tempo ha che tu sei ridotto a cotesta
forma di vita?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TASSO.</hi>
               </speaker>
               <p> Più settimane, come tu sai.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">GENIO.</hi>
               </speaker>
               <p> Non conosci tu dal primo giorno al presente, alcuna
diversità nel fastidio che ella ti reca?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TASSO.</hi>
               </speaker>
               <p> Certo che io lo provava maggiore a principio: perchè
di mano in mano la mente, non occupata da altro e non
isvagata, mi si viene accostumando a conversare seco
medesima assai più e con maggior sollazzo di prima, e
acquistando un abito e una virtù di favellare in se stessa,
anzi di cicalare, tale, che parecchie volte mi pare quasi
avere una compagnia di persone in capo che stieno
ragionando, e ogni menomo soggetto che mi si appresenti al
pensiero, mi basta a farne tra me e me una gran diceria.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">GENIO.</hi>
               </speaker>
               <p> Cotesto abito te lo vedrai confermare e accrescere
di giorno in giorno per modo, che quando poi ti si renda la
facoltà di usare cogli altri uomini, ti parrà essere più
disoccupato stando in compagnia loro, che in solitudine. E
quest'assuefazione in sì fatto tenore di vita, non credere
che intervenga solo a' tuoi simili, già consueti a meditare;
ma ella interviene in più o men tempo a chicchessia. Di più,
l'essere diviso dagli uomini e, per dir così, dalla vita
stessa, porta seco questa utilità; che l'uomo, eziandio
sazio, chiarito e disamorato delle cose umane per
l'esperienza; a poco a poco assuefacendosi di nuovo a
mirarle da lungi, donde elle paiono molto più belle e più
degne che da vicino, si dimentica della loro vanità e
miseria; torna a formarsi e quasi crearsi il mondo a suo
modo; apprezzare, amare e desiderare la vita; delle cui
speranze, se non gli è tolto o il potere o il confidare di
restituirsi alla società degli uomini, si va nutrendo e
dilettando, come egli soleva a' suoi primi anni. Di modo che
la solitudine fa quasi l'ufficio della gioventù, o certo
ringiovanisce l'animo, ravvalora e rimette in opera
l'immaginazione, e rinnuova nell'uomo esperimentato i
beneficii di quella prima inesperienza che tu sospiri. Io ti
lascio; che veggo che il sonno ti viene entrando; e me ne vo
ad apparecchiare il bel sogno che ti ho promesso. Così, tra
sognare e fantasticare, andrai consumando la vita; non con
altra utilità che di consumarla; che questo è l'unico frutto
che al mondo se ne può avere, e l'unico intento che voi vi
dovete proporre ogni mattina in sullo svegliarvi.
Spessissimo ve la conviene strascinare co' denti: beato quel
dì che potete o trarvela dietro colle mani, o portarla in
sul dosso. Ma, in fine, il tuo tempo non è più lento a
correre in questa carcere, che sia nelle sale e negli orti
quello di chi ti opprime. Addio.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TASSO.</hi>
               </speaker>
               <p> Addio. Ma senti. La tua conversazione mi riconforta
pure assai. Non che ella interrompa la mia tristezza: ma
questa per la più parte del tempo è come una notte
oscurissima, senza luna nè stelle; mentre son teco, somiglia
al bruno dei crepuscoli, piuttosto grato che molesto. Acciò
da ora innanzi io ti possa chiamare o trovare quando mi
bisogni, dimmi dove sei solito di abitare.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">GENIO.</hi>
               </speaker>
               <p> Ancora non l'hai conosciuto? In qualche liquore
generoso.
</p>
            </sp>
         </div1>
         <div1 type="dialogo">
            <head>XII</head>
            <head>DIALOGO DELLA NATURA E DI UN ISLANDESE</head>
            <p>Un Islandese, che era corso per la maggior parte del mondo,
e soggiornato in diversissime terre; andando una volta per
l'interiore dell'Affrica, e passando sotto la linea
equinoziale in un luogo non mai prima penetrato da uomo
alcuno, ebbe un caso simile a quello che intervenne a Vasco
di Gama nel passare il Capo di Buona speranza; quando il
medesimo Capo, guardiano dei mari australi, gli si fece
incontro, sotto forma di gigante, per distorlo dal tentare
quelle nuove acque<note place="end" resp="aut" n="30">
                  <p>
                     <bibl>Camoens, <emph>Lusiad.</emph> canto 5.</bibl>
                  </p>
               </note>. Vide da lontano un busto grandissimo;
che da principio immaginò dovere essere di pietra, e a
somiglianza degli ermi colossali veduti da lui, molti anni
prima, nell'isola di Pasqua. Ma fattosi più da vicino, trovò
che era una forma smisurata di donna seduta in terra, col
busto ritto, appoggiato il dosso e il gomito a una montagna;
e non finta ma viva; di volto mezzo tra bello e terribile,
di occhi e di capelli nerissimi; la quale guardavalo
fissamente; e stata così un buono spazio senza parlare,
all'ultimo gli disse.</p>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">NATURA.</hi>
               </speaker>
               <p> Chi sei? che cerchi in questi luoghi dove la tua
specie era incognita?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">ISLANDESE.</hi>
               </speaker>
               <p> Sono un povero Islandese, che vo fuggendo la
Natura; e fuggitala quasi tutto il tempo della mia vita per
cento parti della terra, la fuggo adesso per questa.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">NATURA.</hi>
               </speaker>
               <p> Così fugge lo scoiattolo dal serpente a sonaglio,
finchè gli cade in gola da se medesimo. Io sono quella che
tu fuggi.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">ISLANDESE.</hi>
               </speaker>
               <p> La Natura?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">NATURA.</hi>
               </speaker>
               <p> Non altri.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">ISLANDESE.</hi>
               </speaker>
               <p> Me ne dispiace fino all'anima; e tengo per fermo
che maggior disavventura di questa non mi potesse
sopraggiungere.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">NATURA.</hi>
               </speaker>
               <p> Ben potevi pensare che io frequentassi specialmente
queste parti; dove non ignori che si dimostra più che
altrove la mia potenza. Ma che era che ti moveva a fuggirmi?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">ISLANDESE.</hi>
               </speaker>
               <p> Tu dei sapere che io fino nella prima gioventù,
a poche esperienze, fui persuaso e chiaro della vanità della
vita, e della stoltezza degli uomini; i quali combattendo
continuamente gli uni cogli altri per l'acquisto di piaceri
che non dilettano, e di beni che non giovano; sopportando e
cagionandosi scambievolmente infinite sollecitudini, e
infiniti mali, che affannano e nocciono in effetto, tanto
più si allontanano dalla felicità, quanto più la cercano.
Per queste considerazioni, deposto ogni altro desiderio,
deliberai, non dando molestia a chicchessia, non procurando
in modo alcuno di avanzare il mio stato, non contendendo con
altri per nessun bene del mondo, vivere una vita oscura e
tranquilla; e disperato dei piaceri, come di cosa negata
alla nostra specie, non mi proposi altra cura che di tenermi
lontano dai patimenti. Con che non intendo dire che io
pensassi di astenermi dalle occupazioni e dalle fatiche
corporali: che ben sai che differenza è dalla fatica al
disagio, e dal viver quieto al vivere ozioso. E già nel
primo mettere in opera questa risoluzione, conobbi per prova
come egli è vano a pensare, se tu vivi tra gli uomini, di
potere, non offendendo alcuno, fuggire che gli altri non ti
offendano; e cedendo sempre spontaneamente, e contentandosi
del menomo in ogni cosa, ottenere che ti sia lasciato un
qualsivoglia luogo, e che questo menomo non ti sia
contrastato. Ma dalla molestia degli uomini mi liberai
facilmente, separandomi dalla loro società, e riducendomi in
solitudine: cosa che nell'isola mia nativa si può recare ad
effetto senza difficoltà. Fatto questo, e vivendo senza
quasi verun'immagine di piacere, io non poteva mantenermi
però senza patimento: perchè la lunghezza del verno,
l'intensità del freddo, e l'ardore estremo della state, che
sono qualità di quel luogo, mi travagliavano di continuo; e
il fuoco, presso al quale mi conveniva passare una gran
parte del tempo, m'inaridiva le carni, e straziava gli occhi
col fumo; di modo che, nè in casa nè a cielo aperto, io mi
poteva salvare da un perpetuo disagio. Nè anche potea
conservare quella tranquillità della vita, alla quale
principalmente erano rivolti i miei pensieri: perchè le
tempeste spaventevoli di mare e di terra, i ruggiti e le
minacce del monte Ecla, il sospetto degl'incendi,
frequentissimi negli alberghi, come sono i nostri, fatti di
legno, non intermettevano mai di turbarmi. Tutte le quali
incomodità in una vita sempre conforme a se medesima, e
spogliata di qualunque altro desiderio e speranza, e quasi
di ogni altra cura, che d'esser quieta; riescono di non poco
momento, e molto più gravi che elle non sogliono apparire
quando la maggior parte dell'animo nostro è occupata dai
pensieri della vita civile, e dalle avversità che provengono
dagli uomini. Per tanto veduto che più che io mi restringeva
e quasi mi contraeva in me stesso, a fine d'impedire che
l'esser mio non desse noia nè danno a cosa alcuna del mondo;
meno mi veniva fatto che le altre cose non m'inquietassero e
tribolassero; mi posi a cangiar luoghi e climi, per vedere
se in alcuna parte della terra potessi non offendendo non
essere offeso, e non godendo non patire. E a questa
deliberazione fui mosso anche da un pensiero che mi nacque,
che forse tu non avessi destinato al genere umano se non
solo un clima della terra (come tu hai fatto a ciascuno
degli altri generi degli animali, e di quei delle piante), e
certi tali luoghi; fuori dei quali gli uomini non potessero
prosperare nè vivere senza difficoltà e miseria; da dover
essere imputate, non a te, ma solo a essi medesimi, quando
eglino avessero disprezzati e trapassati i termini che
fossero prescritti per le tue leggi alle abitazioni umane.
Quasi tutto il mondo ho cercato, e fatta esperienza di quasi
tutti i paesi; sempre osservando il mio proposito, di non
dar molestia alle altre creature, se non il meno che io
potessi, e di procurare la sola tranquillità della vita. Ma
io sono stato arso dal caldo fra i tropici, rappreso dal
freddo verso i poli, afflitto nei climi temperati
dall'incostanza dell'aria, infestato dalle commozioni degli
elementi in ogni dove. Più luoghi ho veduto, nei quali non
passa un dì senza temporale: che è quanto dire che tu dai
ciascun giorno un assalto e una battaglia formata a quegli
abitanti, non rei verso te di nessun'ingiuria. In altri
luoghi la serenità ordinaria del cielo è compensata dalla
frequenza dei terremoti, dalla moltitudine e dalla furia dei
vulcani, dal ribollimento sotterraneo di tutto il paese.
Venti e turbini smoderati regnano nelle parti e nelle
stagioni tranquille dagli altri furori dell'aria. Tal volta
io mi ho sentito crollare il tetto in sul capo pel gran
carico della neve, tal altra, per l'abbondanza delle piogge
la stessa terra, fendendosi, mi si è dileguata di sotto ai
piedi; alcune volte mi è bisognato fuggire a tutta lena dai
fiumi, che m'inseguivano, come fossi colpevole verso loro di
qualche ingiuria. Molte bestie salvatiche, non provocate da
me con una menoma offesa, mi hanno voluto divorare; molti
serpenti avvelenarmi; in diversi luoghi è mancato poco che
gl'insetti volanti non mi abbiano consumato infino alle
ossa. Lascio i pericoli giornalieri, sempre imminenti
all'uomo, e infiniti di numero; tanto che un filosofo antico<note place="end" resp="aut" n="31">
                     <p>
                        <bibl>Seneca, <foreign lang="lat">
                              <emph>Natural. Quaestion.</emph>
                           </foreign> lib. 6, cap. 2.</bibl>
                     </p>
                  </note>
non trova contro al timore, altro rimedio più valevole della
considerazione che ogni cosa è da temere. Nè le infermità mi
hanno perdonato; con tutto che io fossi, come sono ancora,
non dico temperante, ma continente dei piaceri del corpo. Io
soglio prendere non piccola ammirazione considerando come tu
ci abbi infuso tanta e sì ferma e insaziabile avidità del
piacere; disgiunta dal quale la nostra vita, come priva di
ciò che ella desidera naturalmente, è cosa imperfetta: e da
altra parte abbi ordinato che l'uso di esso piacere sia
quasi di tutte le cose umane la più nociva alle forze e alla
sanità del corpo, la più calamitosa negli effetti in quanto
a ciascheduna persona, e la più contraria alla durabilità
della stessa vita. Ma in qualunque modo, astenendomi quasi
sempre e totalmente da ogni diletto, io non ho potuto fare
di non incorrere in molte e diverse malattie: delle quali
alcune mi hanno posto in pericolo della morte; altre di
perdere l'uso di qualche membro, o di condurre perpetuamente
una vita più misera che la passata; e tutte per più giorni o
mesi mi hanno oppresso il corpo e l'animo con mille stenti e
mille dolori. È certo, benchè ciascuno di noi sperimenti
nel tempo delle infermità, mali per lui nuovi o disusati, e
infelicità maggiore che egli non suole (come se la vita
umana non fosse bastevolmente misera per l'ordinario); tu
non hai dato all'uomo, per compensarnelo, alcuni tempi di
sanità soprabbondante e inusitata, la quale gli sia cagione
di qualche diletto straordinario per qualità e per
grandezza. Ne' paesi coperti per lo più di nevi, io sono
stato per accecare: come interviene ordinariamente ai
Lapponi nella loro patria. Dal sole e dall'aria, cose
vitali, anzi necessarie alla nostra vita, e però da non
potersi fuggire, siamo ingiuriati di continuo: da questa
colla umidità, colla rigidezza, e con altre disposizioni; da
quello col calore, e colla stessa luce: tanto che l'uomo non
può mai senza qualche maggiore o minore incomodità o danno,
starsene esposto all'una o all'altro di loro. In fine, io
non mi ricordo aver passato un giorno solo della vita senza
qualche pena; laddove io non posso numerare quelli che ho
consumati senza pure un'ombra di godimento: mi avveggo che
tanto ci è destinato e necessario il patire, quanto il non
godere; tanto impossibile il viver quieto in qual si sia
modo, quanto il vivere inquieto senza miseria: e mi risolvo
a conchiudere che tu sei nemica scoperta degli uomini, e
degli altri animali, e di tutte le opere tue; che ora
c'insidii ora ci minacci ora ci assalti ora ci pungi ora ci
percuoti ora ci laceri, e sempre o ci offendi o ci
perseguiti; e che, per costume e per instituto, sei
carnefice della tua propria famiglia, de' tuoi figliuoli e,
per dir così, del tuo sangue e delle tue viscere. Per tanto
rimango privo di ogni speranza: avendo compreso che gli
uomini finiscono di perseguitare chiunque li fugge o si
occulta con volontà vera di fuggirli o di occultarsi; ma che
tu, per niuna cagione, non lasci mai d'incalzarci, finchè ci
opprimi. E già mi veggo vicino il tempo amaro e lugubre
della vecchiezza; vero e manifesto male, anzi cumulo di mali
e di miserie gravissime; e questo tuttavia non accidentale,
ma destinato da te per legge a tutti i generi de' viventi,
preveduto da ciascuno di noi fino nella fanciullezza, e
preparato in lui di continuo, dal quinto suo lustro in là,
con un tristissimo declinare e perdere senza sua colpa: in
modo che appena un terzo della vita degli uomini è assegnato
al fiorire, pochi istanti alla maturità e perfezione, tutto
il rimanente allo scadere, e agl'incomodi che ne seguono.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">NATURA.</hi>
               </speaker>
               <p> Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per
causa vostra? Ora sappi che nelle fatture, negli ordini e
nelle operazioni mie, trattone pochissime, sempre ebbi ed ho
l'intenzione a tutt'altro, che alla felicità degli uomini o
all'infelicità. Quando io vi offendo in qualunque modo e con
qual si sia mezzo, io non me n'avveggo, se non rarissime
volte: come, ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico,
io non lo so; e non ho fatto, come credete voi, quelle tali
cose, o non fo quelle tali azioni, per dilettarvi o
giovarvi. E finalmente, se anche mi avvenisse di estinguere
tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">ISLANDESE.</hi>
               </speaker>
               <p> Ponghiamo caso che uno m'invitasse
spontaneamente a una sua villa, con grande instanza, e io
per compiacerlo vi andassi. Quivi mi fosse dato per dimorare
una cella tutta lacera e rovinosa, dove io fossi in continuo
pericolo di essere oppresso; umida, fetida, aperta al vento
e alla pioggia. Egli, non che si prendesse cura
d'intrattenermi in alcun passatempo o di darmi alcuna
comodità, per lo contrario appena mi facesse somministrare
il bisognevole a sostentarmi; e oltre di ciò mi lasciasse
villaneggiare, schernire, minacciare e battere da' suoi
figliuoli e dall'altra famiglia. Se querelandomi io seco di
questi mali trattamenti, mi rispondesse: forse che ho fatto
io questa villa per te? o mantengo io questi miei figliuoli,
e questa mia gente, per tuo servigio? e, bene ho altro a
pensare che de' tuoi sollazzi, e di farti le buone spese; a
questo replicherei: vedi, amico, che siccome tu non hai
fatto questa villa per uso mio, così fu in tua facoltà di
non invitarmici. Ma poichè spontaneamente hai voluto che io
ci dimori, non ti si appartiene egli di fare in modo, che
io, quanto è in tuo potere, ci viva per lo meno senza
travaglio e senza pericolo? Così dico ora. So bene che tu
non hai fatto il mondo in servigio degli uomini. Piuttosto
crederei che l'avessi fatto e ordinato espressamente per
tormentarli. Ora domando: t'ho io forse pregato di pormi in
questo universo? o mi vi sono intromesso violentemente, e
contro tua voglia? Ma se di tua volontà, e senza mia saputa,
e in maniera che io non poteva sconsentirlo nè ripugnarlo,
tu stessa, colle tue mani, mi vi hai collocato; non è egli
dunque ufficio tuo, se non tenermi lieto e contento in
questo tuo regno, almeno vietare che io non vi sia tribolato
e straziato, e che l'abitarvi non mi noccia? E questo che
dico di me, dicolo di tutto il genere umano, dicolo degli
altri animali e di ogni creatura.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">NATURA.</hi>
               </speaker>
               <p> Tu mostri non aver posto mente che la vita di
quest'universo è un perpetuo circuito di produzione e
distruzione, collegate ambedue tra se di maniera, che
ciascheduna serve continuamente all'altra, ed alla
conservazione del mondo; il quale sempre che cessasse o
l'una o l'altra di loro, verrebbe parimente in dissoluzione.
Per tanto risulterebbe in suo danno se fosse in lui cosa
alcuna libera da patimento.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">ISLANDESE.</hi>
               </speaker>
               <p> Cotesto medesimo odo ragionare a tutti i
filosofi. Ma poichè quel che è distrutto, patisce; e quel
che distrugge, non gode, e a poco andare è distrutto
medesimamente; dimmi quello che nessun filosofo mi sa dire:
a chi piace o a chi giova cotesta vita infelicissima
dell'universo, conservata con danno e con morte di tutte le
cose che lo compongono?</p>
            </sp>
            <p>Mentre stavano in questi e simili
ragionamenti è fama che sopraggiungessero due leoni, così
rifiniti e maceri dall'inedia, che appena ebbero la forza di
mangiarsi quell'Islandese; come fecero; e presone un poco di
ristoro, si tennero in vita per quel giorno. Ma sono alcuni
che negano questo caso, e narrano che un fierissimo vento,
levatosi mentre che l'Islandese parlava, lo stese a terra, e
sopra gli edificò un superbissimo mausoleo di sabbia: sotto
il quale colui disseccato perfettamente, e divenuto una
bella mummia, fu poi ritrovato da certi viaggiatori, e
collocato nel museo di non so quale città di Europa.
</p>
         </div1>
         <div1 type="parte">
            <head>XIII</head>
            <head>IL PARINI OVVERO DELLA GLORIA</head>
            <div2 type="capitolo">
               <head>CAPITOLO PRIMO</head>
               <p>Giuseppe Parini fu alla nostra memoria uno dei pochissimi
Italiani che all'eccellenza nelle lettere congiunsero la
profondità dei pensieri, e molta notizia ed uso della
filosofia presente: cose oramai sì necessarie alle lettere
amene, che non si comprenderebbe come queste se ne potessero
scompagnare, se di ciò non si vedessero in Italia infiniti
esempi. Fu eziandio, come è noto, di singolare innocenza,
pietà verso gl'infelici e verso la patria, fede verso gli
amici, nobiltà d'animo, e costanza contro le avversità della
natura e della fortuna, che travagliarono tutta la sua vita
misera ed umile, finchè la morte lo trasse dall'oscurità.
Ebbe parecchi discepoli: ai quali insegnava prima a
conoscere gli uomini e le cose loro, e quindi a dilettarli
coll'eloquenza e colla poesia. Tra gli altri, a un giovane
d'indole e di ardore incredibile ai buoni studi, e di
espettazione maravigliosa, venuto non molto prima nella sua
disciplina, prese un giorno a parlare in questa sentenza.
</p>
               <p>Tu cerchi, o figliuolo, quella gloria che sola, si può
dire, di tutte le altre, consente oggi di essere colta da
uomini di nascimento privato: cioè quella a cui si viene
talora colla sapienza, e cogli studi delle buone dottrine e
delle buone lettere. Già primieramente non ignori che questa
gloria, con tutto che dai nostri sommi antenati non fosse
negletta, fu però tenuta in piccolo conto per comparazione
alle altre: e bene hai veduto in quanti luoghi e con quanta
cura Cicerone, suo caldissimo e felicissimo seguace, si
scusi co' suoi cittadini del tempo e dell'opera che egli
poneva in procacciarla; ora allegando che gli studi delle
lettere e della filosofia non lo rallentavano in modo alcuno
alle faccende pubbliche, ora che sforzato dall'iniquità dei
tempi ad astenersi dai negozi maggiori, attendeva in quegli
studi a consumare dignitosamente l'ozio suo; e sempre
anteponendo alla gloria de' suoi scritti quella del suo
consolato, e delle cose fatte da se in beneficio della
repubblica. E veramente, se il soggetto principale delle
lettere è la vita umana, il primo intento della filosofia
l'ordinare le nostre azioni; non è dubbio che l'operare è
tanto più degno e più nobile del meditare e dello scrivere,
quanto è più nobile il fine che il mezzo, e quanto le cose e
i soggetti importano più che le parole e i ragionamenti.
Anzi niun ingegno è creato dalla natura agli studi; nè
l'uomo nasce a scrivere, ma solo a fare. Perciò veggiamo che
i più degli scrittori eccellenti, e massime de' poeti
illustri, di questa medesima età; come, a cagione di
esempio, Vittorio Alfieri; furono da principio inclinati
straordinariamente alle grandi azioni: alle quali ripugnando
i tempi, e forse anche impediti dalla fortuna propria, si
volsero a scrivere cose grandi. Nè sono propriamente atti a
scriverne quelli che non hanno disposizione e virtù di
farne. E puoi facilmente considerare, in Italia, dove quasi
tutti sono d'animo alieno dai fatti egregi, quanto pochi
acquistino fama durevole colle scritture. Io penso che
l'antichità, specialmente romana o greca, si possa
convenevolmente figurare nel modo che fu scolpita in Argo la
statua di Telesilla, poetessa, guerriera e salvatrice della
patria. La quale statua rappresentavala con un elmo in mano,
intenta a mirarlo, con dimostrazione di compiacersene, in
atto di volerlosi recare in capo; e a' piedi, alcuni volumi,
quasi negletti da lei, come piccola parte della sua gloria<note place="end" resp="aut" n="32">
                     <p>
                        <bibl>Pausania, lib. 2, cap. 20, pag. 157.</bibl>
                     </p>
                  </note>.
</p>
               <p>Ma tra noi moderni, esclusi comunemente da ogni altro
cammino di celebrità, quelli che si pongono per la via degli
studi, mostrano nell'elezione quella maggiore grandezza
d'animo che oggi si può mostrare, e non hanno necessità di
scusarsi colla loro patria. Di maniera che in quanto alla
magnanimità, lodo sommamente il tuo proposito. Ma perciocchè
questa via, come quella che non è secondo la natura degli
uomini, non si può seguire senza pregiudizio del corpo, nè
senza moltiplicare in diversi modi l'infelicità naturale del
proprio animo; però innanzi ad ogni altra cosa, stimo sia
conveniente e dovuto non meno all'ufficio mio, che all'amor
grande che tu meriti e che io ti porto, renderti consapevole
sì di varie difficoltà che si frappongono al conseguimento
della gloria alla quale aspiri, e sì del frutto che ella è
per produrti in caso che tu la conseguisca; secondo che fino
a ora ho potuto conoscere coll'esperienza o col discorso:
acciocchè, misurando teco medesimo, da una parte, quanta sia
l'importanza e il pregio del fine, e quanta la speranza
dell'ottenerlo; dall'altra, i danni, le fatiche e i disagi
che porta seco il cercarlo (dei quali ti ragionerò
distintamente in altra occasione); tu possa con piena
notizia considerare e risolvere se ti sia più spediente di
seguitarlo, o di volgerti ad altra via.
</p>
            </div2>
            <div2 type="capitolo">
               <head>CAPITOLO SECONDO</head>
               <p>Potrei qui nel principio distendermi lungamente sopra le
emulazioni, le invidie, le censure acerbe, le calunnie, le
parzialità, le pratiche e i maneggi occulti e palesi contro
la tua riputazione, e gli altri infiniti ostacoli che la
malignità degli uomini ti opporrà nel cammino che hai
cominciato. I quali ostacoli, sempre malagevolissimi a
superare, spesso insuperabili, fanno che più di uno
scrittore, non solo in vita, ma eziandio dopo la morte, è
frodato al tutto dell'onore che se gli dee. Perchè, vissuto
senza fama per l'odio o l'invidia altrui, morto si rimane
nell'oscurità per dimenticanza; potendo difficilmente
avvenire che la gloria d'alcuno nasca o risorga in tempo
che, fuori delle carte per se immobili e mute, nessuna cosa
ne ha cura. Ma le difficoltà che nascono dalla malizia degli
uomini, essendone stato scritto abbondantemente da molti, ai
quali potrai ricorrere, intendo di lasciarle da parte. Nè
anche ho in animo di narrare quegl'impedimenti che hanno
origine dalla fortuna propria dello scrittore, ed eziandio
dal semplice caso, o da leggerissime cagioni: i quali non di
rado fanno che alcuni scritti degni di somma lode, e frutto
di sudori infiniti, sono perpetuamente esclusi dalla
celebrità, o stati pure in luce per breve tempo, cadono e si
dileguano interamente dalla memoria degli uomini; dove che
altri scritti o inferiori di pregio, o non superiori a
quelli, vengono e si conservano in grande onore. Io ti vo'
solamente esporre le difficoltà e gl'impacci che senza
intervento di malvagità umana, contrastano gagliardamente il
premio della gloria, non all'uno o all'altro fuor
dell'usato, ma per l'ordinario, alla maggior parte degli
scrittori grandi.
</p>
               <p>Ben sai che niuno si fa degno di questo titolo, nè si
conduce a gloria stabile e vera, se non per opere eccellenti
e perfette, o prossime in qualche modo alla perfezione. Or
dunque hai da por mente a una sentenza verissima di un
autore nostro lombardo, dico dell'autore del Cortegiano<note place="end" resp="aut" n="33">
                     <p>
                        <bibl>Lib. 1,ed. di Milano 1803, vol. 1,pag. 79.</bibl>
                     </p>
                  </note>: la
quale è che <quote>
                     <hi rend="italic">rare volte interviene che chi non è assueto a
scrivere, per erudito che egli si sia, possa mai conoscer
perfettamente le fatiche ed industrie degli scrittori, nè
gustar la dolcezza ed eccellenza degli stili, e quelle
intrinseche avvertenze che spesso si trovano negli
antichi</hi>
                  </quote>. E qui primieramente pensa, quanto piccolo numero
di persone sieno assuefatte ed ammaestrate a scrivere; e
però da quanto poca parte degli uomini, o presenti o futuri,
tu possa in qualunque caso sperare quell'opinione magnifica,
che ti hai proposto per frutto della tua vita. Oltre di ciò
considera quanta sia nelle scritture la forza dello stile;
dalle cui virtù principalmente, e dalla cui perfezione,
dipende la perpetuità delle opere che cadono in qualunque
modo nel genere delle lettere amene. E spessissimo occorre
che se tu spogli del suo stile una scrittura famosa, di cui
ti pensavi che quasi tutto il pregio stesse nelle sentenze,
tu la riduci in istato, che ella ti par cosa di niuna stima.
Ora la lingua è tanta parte dello stile, anzi ha tal
congiunzione seco, che difficilmente si può considerare
l'una di queste due cose disgiunta dall'altra; a ogni poco
si confondono insieme ambedue, non solamente nelle parole
degli uomini, ma eziandio nell'intelletto; e mille loro
qualità e mille pregi o mancamenti, appena, e forse in niun
modo, colla più sottile e accurata speculazione, si può
distinguere e assegnare a quale delle due cose appartengano,
per essere quasi comuni e indivise tra l'una e l'altra. Ma
certo niuno straniero è, per tornare alle parole del
Castiglione, <quote>
                     <hi rend="italic">assueto a scrivere</hi>
                  </quote> elegantemente nella tua
lingua. Di modo che lo stile, parte sì grande e sì rilevante
dello scrivere, e cosa d'inesplicabile difficoltà e fatica,
tanto ad apprenderne l'intimo e perfetto artificio, quanto
ad esercitarlo, appreso che egli sia; non ha propriamente
altri giudici, nè altri convenevoli estimatori, ed atti a
poter lodarlo secondo merito, se non coloro che in una sola
nazione del mondo hanno uso di scrivere. E verso tutto il
resto del genere umano, quelle immense difficoltà e fatiche
sostenute circa esso stile, riescono in buona e forse
massima parte inutili e sparse al vento. Lascio l'infinita
varietà dei giudizi e delle inclinazioni dei letterati; per
la quale il numero delle persone atte a sentire le qualità
lodevoli di questo o di quel libro, si riduce ancora a molto
meno.
</p>
               <p>Ma io voglio che tu abbi per indubitato che a conoscere
perfettamente i pregi di un'opera perfetta o vicina alla
perfezione, e capace veramente dell'immortalità, non basta
essere assuefatto a scrivere, ma bisogna saperlo fare quasi
così perfettamente come lo scrittore medesimo che hassi a
giudicare. Perciocchè l'esperienza ti mostrerà che a
proporzione che tu verrai conoscendo più intrinsecamente
quelle virtù nelle quali consiste il perfetto scrivere, e le
difficoltà infinite che si provano in procacciarle,
imparerai meglio il modo di superare le une e di conseguire
le altre; in tal guisa che niuno intervallo e niuna
differenza sarà dal conoscerle, all'imparare e possedere il
detto modo; anzi saranno l'una e l'altra una cosa sola. Di
maniera che l'uomo non giunge a poter discernere e gustare
compiutamente l'eccellenza degli scrittori ottimi, prima che
egli acquisti la facoltà di poterla rappresentare negli
scritti suoi: perchè quell'eccellenza non si conosce nè
gustasi totalmente se non per mezzo dell'uso e
dell'esercizio proprio, e quasi, per così dire, trasferita
in se stesso. E innanzi a quel tempo, niuno per verità
intende, che e quale sia propriamente il perfetto scrivere.
Ma non intendendo questo, non può nè anche avere la debita
ammirazione agli scrittori sommi. E la più parte di quelli
che attendono agli studi, scrivendo essi facilmente, e
credendosi scriver bene, tengono in verità per fermo, quando
anche dicano il contrario, che lo scriver bene sia cosa
facile. Or vedi a che si riduca il numero di coloro che
dovranno potere ammirarti e saper lodarti degnamente, quando
tu con sudori e con disagi incredibili, sarai pure alla fine
riuscito a produrre un'opera egregia e perfetta. Io ti so
dire (e credi a questa età canuta) che appena due o tre sono
oggi in Italia, che abbiano il modo e l'arte dell'ottimo
scrivere. Il qual numero se ti pare eccessivamente piccolo,
non hai da pensare contuttociò che egli sia molto maggiore
in tempo nè in luogo alcuno.
</p>
               <p>Più volte io mi maraviglio meco medesimo come, ponghiamo
caso, Virgilio, esempio supremo di perfezione agli
scrittori, sia venuto e mantengasi in questa sommità di
gloria. Perocchè, quantunque io presuma poco di me stesso, e
creda non poter mai godere e conoscere ciascheduna parte
d'ogni suo pregio e d'ogni suo magistero, tuttavia tengo per
certo che il massimo numero de' suoi lettori e lodatori non
iscorge ne' poemi suoi più che una bellezza per ogni dieci o
venti che a me, col molto rileggerli e meditarli, viene pur
fatto di scoprirvi. In vero io mi persuado che l'altezza
della stima e della riverenza verso gli scrittori sommi,
provenga comunemente, in quelli eziandio che li leggono e
trattano, piuttosto da consuetudine ciecamente abbracciata,
che da giudizio proprio e dal conoscere in quelli per veruna
guisa un merito tale. E mi ricordo del tempo della mia
giovinezza; quando io leggendo i poemi di Virgilio con piena
libertà di giudizio da una parte, e nessuna cura
dell'autorità degli altri, il che non è comune a molti; e
dall'altra parte con imperizia consueta a quell'età, ma
forse non maggiore di quella che in moltissimi lettori è
perpetua; ricusava fra me stesso di concorrere nella
sentenza universale; non discoprendo in Virgilio molto
maggiori virtù che nei poeti mediocri. Quasi anche mi
maraviglio che la fama di Virgilio sia potuta prevalere a
quella di Lucano. Vedi che la moltitudine dei lettori, non
solo nei secoli di giudizio falso e corrotto, ma in quelli
ancora di sane e ben temperate lettere, è molto più
dilettata dalle bellezze grosse e patenti, che dalle
delicate e riposte; più dall'ardire che dalla verecondia;
spesso eziandio dall'apparente che dal sostanziale; e per
l'ordinario più dal mediocre che dall'ottimo. Leggendo le
lettere di un Principe, raro veramente d'ingegno, ma usato a
riporre nei sali, nelle arguzie, nell'instabilità,
nell'acume quasi tutta l'eccellenza dello scrivere, io
m'avveggo manifestissimamente che egli, nell'intimo de' suoi
pensieri, anteponeva l'Enriade all'Eneide; benchè non si
ardisse a profferire questa sentenza, per solo timore di non
offendere le orecchie degli uomini. In fine, io stupisco che
il giudizio di pochissimi, ancorchè retto, abbia potuto
vincere quello d'infiniti, e produrre nell'universale quella
consuetudine di stima non meno cieca che giusta. Il che non
interviene sempre, ma io reputo che la fama degli scrittori
ottimi soglia essere effetto del caso più che dei meriti
loro: come forse ti sarà confermato da quello che io sono
per dire nel progresso del ragionamento.
</p>
            </div2>
            <div2 type="capitolo">
               <head> CAPITOLO TERZO</head>
               <p>Si è veduto già quanto pochi avranno facoltà di ammirarti
quando sarai giunto a quell'eccellenza che ti proponi. Ora
avverti che più d'un impedimento si può frapporre anco a
questi pochi, che non facciano degno concetto del tuo
valore, benchè ne veggano i segni. Non è dubbio alcuno, che
gli scritti eloquenti o poetici, di qualsivoglia sorta, non
tanto si giudicano dalle loro qualità in se medesime, quanto
dall'effetto che essi fanno nell'animo di chi legge. In modo
che il lettore nel farne giudizio, li considera più, per
così dire, in se proprio, che in loro stessi. Di qui nasce,
che gli uomini naturalmente tardi e freddi di cuore e
d'immaginazione, ancorchè dotati di buon discorso, di molto
acume d'ingegno, e di dottrina non mediocre, sono quasi al
tutto inabili a sentenziare convenientemente sopra tali
scritti; non potendo in parte alcuna immedesimare l'animo
proprio con quello dello scrittore; e ordinariamente dentro
di se li disprezzano; perchè leggendoli e conoscendoli
ancora per famosissimi, non iscuoprono la causa della loro
fama; come quelli a cui non perviene da lettura tale alcun
moto, alcun'immagine, e quindi alcun diletto notabile. Ora,
a quegli stessi che da natura sono disposti e pronti a
ricevere e a rinnovellare in se qualunque immagine o affetto
saputo acconciamente esprimere dagli scrittori, intervengono
moltissimi tempi di freddezza, noncuranza, languidezza
d'animo, impenetrabilità, e disposizione tale, che, mentre
dura, li rende o conformi o simili agli altri detti dianzi;
e ciò per diversissime cause, intrinseche o estrinseche,
appartenenti allo spirito o al corpo, transitorie o
durevoli. In questi cotali tempi, niuno, se ben fosse per
altro uno scrittore sommo, è buon giudice degli scritti che
hanno a muovere il cuore o l'immaginativa. Lascio la sazietà
dei diletti provati poco prima in altre letture tali; e le
passioni, più o meno forti, che sopravvengono ad ora ad ora;
le quali bene spesso tenendo in gran parte occupato l'animo,
non lasciano luogo ai movimenti che in altra occasione vi
sarebbero eccitati dalle cose lette. Così, per le stesse o
simili cause, spesse volte veggiamo che quei medesimi
luoghi, quegli spettacoli naturali o di qualsivoglia genere,
quelle musiche, e cento sì fatte cose, che in altri tempi ci
commossero, o sarebbero state atte a commuoverci se le
avessimo vedute o udite; ora vedendole e ascoltandole, non
ci commuovono punto, nè ci dilettano; e non perciò sono men
belle o meno efficaci in se, che fossero allora.
</p>
               <p>Ma quando, per qualunque delle dette cagioni, l'uomo è mal
disposto agli effetti dell'eloquenza e della poesia, non
lascia egli nondimeno nè differisce il far giudizio dei
libri attenenti all'un genere o all'altro, che gli accade di
leggere allora la prima volta. A me interviene non di rado
di ripigliare nelle mani Omero o Cicerone o il Petrarca, e
non sentirmi muovere da quella lettura in alcun modo.
Tuttavia, come già consapevole e certo della bontà di
scrittori tali, sì per la fama antica e sì per l'esperienza
delle dolcezze cagionatemi da loro altre volte; non fo per
quella presente insipidezza, alcun pensiero contrario alla
loro lode. Ma negli scritti che si leggono la prima volta, e
che per essere nuovi, non hanno ancora potuto levare il
grido, o confermarselo in guisa, che non resti luogo a
dubitare del loro pregio; niuna cosa vieta che il lettore,
giudicandoli dall'effetto che fanno presentemente nell'animo
proprio, ed esso animo non trovandosi in disposizione da
ricevere i sentimenti e le immagini volute da chi scrisse,
faccia piccolo concetto d'autori e d'opere eccellenti. Dal
quale non è facile che egli si rimuova poi per altre letture
degli stessi libri, fatte in migliori tempi: perchè
verisimilmente il tedio provato nella prima, lo sconforterà
dalle altre; e in ogni modo, chi non sa quello che importino
le prime impressioni, e l'essere preoccupato da un giudizio,
quantunque falso?
</p>
               <p>Per lo contrario, trovansi gli animi alcune volte, per una
o per altra cagione, in istato di mobilità, senso, vigore e
caldezza tale, o talmente aperti e preparati, che seguono
ogni menomo impulso della lettura, sentono vivamente ogni
leggero tocco, e coll'occasione di ciò che leggono, creano
in se mille moti e mille immaginazioni, errando talora in un
delirio dolcissimo, e quasi rapiti fuori di se. Da questo
facilmente avviene, che guardando ai diletti avuti nella
lettura, e confondendo gli effetti della virtù e della
disposizione propria con quelli che si appartengono
veramente al libro; restino presi di grande amore ed
ammirazione verso quello, e ne facciano un concetto molto
maggiore del giusto, anche preponendolo ad altri libri più
degni, ma letti in congiuntura meno propizia. Vedi dunque a
quanta incertezza è sottoposta la verità e la rettitudine
dei giudizi, anche delle persone idonee, circa gli scritti e
gl'ingegni altrui, tolta pure di mezzo qualunque malignità o
favore. La quale incertezza è tale, che l'uomo discorda
grandemente da se medesimo nell'estimazione di opere di
valore uguale, ed anche di un'opera stessa, in diverse età
della vita, in diversi casi, e fino in diverse ore di un
giorno.
</p>
            </div2>
            <div2 type="capitolo">
               <head> CAPITOLO QUARTO</head>
               <p>A fine poi che tu non presuma che le predette difficoltà,
consistenti nell'animo dei lettori non ben disposto,
occorrano rade volte e fuor dell'usato; considera che niuna
cosa è maggiormente usata, che il venir mancando nell'uomo
coll'andar dell'età, la disposizione naturale a sentire i
diletti dell'eloquenza e della poesia, non meno che
dell'altre arti imitative, e di ogni bello mondano. Il quale
decadimento dell'animo, prescritto dalla stessa natura alla
nostra vita, oggi è tanto maggiore che egli si fosse agli
altri tempi, e tanto più presto incomincia ed ha più rapido
progresso, specialmente negli studiosi, quanto che
all'esperienza di ciascheduno, si aggiunge a chi maggiore a
chi minor parte della scienza nata dall'uso e dalle
speculazioni di tanti secoli passati. Per la qual cosa e per
le presenti condizioni del viver civile, si dileguano
facilmente dall'immaginazione degli uomini le larve della
prima età, e seco le speranze dell'animo, e colle speranze
gran parte dei desiderii, delle passioni, del fervore, della
vita, delle facoltà. Onde io piuttosto mi maraviglio che
uomini di età matura, dotti massimamente, e dediti a
meditare sopra le cose umane, sieno ancora sottoposti alla
virtù dell'eloquenza e della poesia, che non che di quando
in quando elle si trovino impedite di fare in quelli alcun
effetto. Perciocchè abbi per certo, che ad essere
gagliardamente mosso dal bello e dal grande immaginato, fa
mestieri credere che vi abbia nella vita umana alcun che di
grande e di bello vero, e che il poetico del mondo non sia
tutto favola. Le quali cose il giovane crede sempre, quando
anche sappia il contrario, finchè l'esperienza sua propria
non sopravviene al sapere; ma elle sono credute
difficilmente dopo la trista disciplina dell'uso pratico,
massime dove l'esperienza è congiunta coll'abito dello
speculare e colla dottrina.
</p>
               <p>Da questo discorso seguirebbe che generalmente i giovani
fossero migliori giudici delle opere indirizzate a destare
affetti ed immagini, che non sono gli uomini maturi o
vecchi. Ma da altro canto si vede che i giovani non
costumati alla lettura, cercano in quella un diletto più che
umano, infinito, e di qualità impossibili; e tale non ve ne
trovando, disprezzano gli scrittori: il che anco in altre
età, per simili cause, avviene alcune volte agl'illetterati.
Quei giovani poi, che sono dediti alle lettere, antepongono
facilmente, come nello scrivere, così nel giudicare gli
scritti altrui, l'eccessivo al moderato, il superbo o il
vezzoso dei modi e degli ornamenti al semplice e al
naturale, e le bellezze fallaci alle vere, parte per la poca
esperienza, parte per l'impeto dell'età. Onde i giovani, i
quali senza alcun fallo sono la parte degli uomini più
disposta a lodare quello che loro apparisce buono, come più
veraci e candidi; rade volte sono atti a gustare la matura e
compiuta bontà delle opere letterarie. Col progresso degli
anni, cresce quell'attitudine che vien dall'arte, e decresce
la naturale. Nondimeno ambedue son necessarie all'effetto.
</p>
               <p>Chiunque poi vive in città grande, per molto che egli sia
da natura caldo e svegliato di cuore e d'immaginativa, io
non so (eccetto se, ad esempio tuo, non trapassa in
solitudine il più del tempo) come possa mai ricevere dalle
bellezze o della natura o delle lettere, alcun sentimento
tenero o generoso, alcun'immagine sublime o leggiadra.
Perciocchè poche cose sono tanto contrarie a quello stato
dell'animo che ci fa capaci di tali diletti, quanto la
conversazione di questi uomini, lo strepito di questi
luoghi, lo spettacolo della magnificenza vana, della
leggerezza delle menti, della falsità perpetua, delle cure
misere e dell'ozio più misero, che vi regnano. Quanto al
volgo dei letterati, sto per dire che quello delle città
grandi sappia meno far giudizio dei libri, che non sa quello
delle città piccole: perchè nelle grandi come le altre cose
sono per lo più false e vane, così la letteratura
comunemente è falsa e vana, o superficiale. E se gli antichi
reputavano gli esercizi delle lettere e delle scienze come
riposi e sollazzi in comparazione ai negozi, oggi la più
parte di quelli che nelle città grandi fanno professione di
studiosi, reputano, ed effettualmente usano, gli studi e lo
scrivere, come sollazzi e riposi degli altri sollazzi.
</p>
               <p>Io penso che le opere riguardevoli di pittura, scultura ed
architettura, sarebbero godute assai meglio se fossero
distribuite per le province, nelle città mediocri e piccole;
che accumulate, come sono, nelle metropoli: dove gli uomini,
parte pieni d'infiniti pensieri, parte occupati in mille
spassi, e coll'animo connaturato, o costretto, anche mal suo
grado, allo svagamento, alla frivolezza e alla vanità,
rarissime volte sono capaci dei piaceri intimi dello
spirito. Oltre che la moltitudine di tante bellezze adunate
insieme, distrae l'animo in guisa, che non attendendo a
niuna di loro se non poco, non può ricevere un sentimento
vivo; o genera tal sazietà, che elle si contemplano colla
stessa freddezza interna, che si fa qualunque oggetto
volgare. Il simile dico della musica: la quale nelle altre
città non si trova esercitata così perfettamente, e con tale
apparato, come nelle grandi; dove gli animi sono meno
disposti alle commozioni mirabili di quell'arte, e meno, per
dir così, musicali, che in ogni altro luogo. Ma nondimeno
alle arti è necessario il domicilio delle città grandi sì a
conseguire, e sì maggiormente a porre in opera la loro
perfezione: e non per questo, da altra parte, è men vero che
il diletto che elle porgono quivi agli uomini, è minore
assai, che egli non sarebbe altrove. E si può dire che gli
artefici nella solitudine e nel silenzio, procurano con
assidue vigilie, industrie e sollecitudini, il diletto di
persone, che solite a rivolgersi tra la folla e il romore,
non gusteranno se non piccolissima parte del frutto di tante
fatiche. La qual sorte degli artefici cade anco per qualche
proporzionato modo negli scrittori.
</p>
            </div2>
            <div2 type="capitolo">
               <head> CAPITOLO QUINTO</head>
               <p>Ma ciò sia detto come per incidenza. Ora tornando in via,
dico che gli scritti più vicini alla perfezione, hanno
questa proprietà, che ordinariamente alla seconda lettura
piacciono più che alla prima. Il contrario avviene in molti
libri composti con arte e diligenza non più che mediocre, ma
non privi però di un qual si sia pregio estrinseco ed
apparente; i quali, riletti che sieno, cadono dall'opinione
che l'uomo ne aveva conceputo alla prima lettura. Ma letti
gli uni e gli altri una volta sola, ingannano talora in modo
anche i dotti ed esperti, che gli ottimi sono posposti ai
mediocri. Ora hai a considerare che oggi, eziandio le
persone dedite agli studi per instituto di vita, con molta
difficoltà s'inducono a rileggere libri recenti, massime il
cui genere abbia per suo proprio fine il diletto. La qual
cosa non avveniva agli antichi; atteso la minor copia dei
libri. Ma in questo tempo ricco delle scritture lasciateci
di mano in mano da tanti secoli, in questo presente numero
di nazioni letterate, in questa eccessiva copia di libri
prodotti giornalmente da ciascheduna di esse, in tanto
scambievole commercio fra tutte loro; oltre a ciò, in tanta
moltitudine e varietà delle lingue scritte, antiche e
moderne, in tanto numero ed ampiezza di scienze e dottrine
di ogni maniera, e queste così strettamente connesse e
collegate insieme, che lo studioso è necessitato a sforzarsi
di abbracciarle tutte, secondo la sua possibilità; ben vedi
che manca il tempo alle prime non che alle seconde letture.
Però qualunque giudizio vien fatto dei libri nuovi una
volta, difficilmente si muta. Aggiungi che per le stesse
cause, anche nel primo leggere i detti libri, massime di
genere ameno, pochissimi e rarissime volte pongono tanta
attenzione e tanto studio, quanto è di bisogno a scoprire la
faticosa perfezione, l'arte intima e le virtù modeste e
recondite degli scritti. Di modo che in somma oggidì viene a
essere peggiore la condizione dei libri perfetti, che dei
mediocri; le bellezze o doti di una gran parte dei quali,
vere o false, sono esposte agli occhi in maniera, che per
piccole che sieno, facilmente si scorgono alla prima vista.
E possiamo dire con verità, che oramai l'affaticarsi di
scrivere perfettamente, è quasi inutile alla fama. Ma da
altra parte, i libri composti, come sono quasi tutti i
moderni, frettolosamente, e rimoti da qualunque perfezione;
ancorchè sieno celebrati per qualche tempo, non possono
mancar di perire in breve: come si vede continuamente
nell'effetto. Ben è vero che l'uso che oggi si fa dello
scrivere è tanto, che eziandio molti scritti degnissimi di
memoria, e venuti pure in grido, trasportati indi a poco, e
avanti che abbiano potuto (per dir così) radicare la propria
celebrità, dall'immenso fiume dei libri nuovi che vengono
tutto giorno in luce, periscono senz'altra cagione, dando
luogo ad altri, degni o indegni, che occupano la fama per
breve spazio. Così, ad un tempo medesimo, una sola gloria è
dato a noi di seguire, delle tante che furono proposte agli
antichi; e quella stessa con molta più difficoltà si
consegue oggi, che anticamente.
</p>
               <p>Soli in questo naufragio continuo e comune non meno degli
scritti nobili che de' plebei, soprannuotano i libri
antichi; i quali per la fama già stabilita e corroborata
dalla lunghezza dell'età, non solo si leggono ancora
diligentemente, ma si rileggono e studiano. E nota che un
libro moderno, eziandio se di perfezione fosse comparabile
agli antichi, difficilmente o per nessun modo potrebbe, non
dico possedere lo stesso grado di gloria, ma recare altrui
tanta giocondità quanta dagli antichi si riceve: e questo
per due cagioni. La prima si è, che egli non sarebbe letto
con quell'accuratezza e sottilità che si usa negli scritti
celebri da gran tempo, nè tornato a leggere se non da
pochissimi, nè studiato da nessuno; perchè non si studiano
libri, che non sieno scientifici, insino a tanto che non
sono divenuti antichi. L'altra si è, che la fama durevole e
universale delle scritture, posto che a principio nascesse
non da altra causa che dal merito loro proprio ed
intrinseco, ciò non ostante, nata e cresciuta che sia,
moltiplica in modo il loro pregio, che elle ne divengono
assai più grate a leggere, che non furono per l'addietro; e
talvolta la maggior parte del diletto che vi si prova, nasce
semplicemente dalla stessa fama. Nel qual proposito mi
tornano ora alla mente alcune avvertenze notabili di un
filosofo francese; il quale in sostanza<note place="end" resp="aut" n="34">
                     <p>
                        <bibl>Montesquieu, <foreign lang="fre">
                              <emph>Fragments sur le Goût: de la sensibilité</emph>
                           </foreign>.</bibl>
                     </p>
                  </note>, discorrendo intorno
alle origini dei piaceri umani, dice così. <quote>
                     <hi rend="italic">Molte cause di
godimento compone e crea l'animo stesso nostro a se proprio,
massime collegando tra loro diverse cose. Perciò bene spesso
avviene che quello che piacque una volta, piaccia similmente
un'altra; solo per essere piaciuto innanzi; congiungendo noi
coll'immagine del presente quella del passato. Per modo di
esempio, una commediante piaciuta agli spettatori nella
scena, piacerà verisimilmente ai medesimi anco nelle sue
stanze; perocchè sì del suono della sua voce, sì della
recitazione, sì dell'essere stati presenti agli applausi
riportati dalla donna, e in qualche modo eziandio del
concetto di principessa aggiunto a quel proprio che le
conviene, si comporrà quasi un misto di più cause, che
produrranno un diletto solo. Certo la mente di ciascuno
abbonda tutto giorno d'immagini e di considerazioni
accessorie alle principali. Di qui nasce che le donne
fornite di riputazione grande, e macchiate di qualche
difetto piccolo, recano talvolta in onore esso difetto,
dando causa agli altri di tenerlo in conto di leggiadria. E
veramente il particolare amore che ponghiamo chi ad una chi
ad altra donna, è fondato il più delle volte in sulle sole
preoccupazioni che nascono in colei favore o dalla nobiltà
del sangue, o dalle ricchezze, o dagli onori che le sono
renduti o dalla stima che le è portata da certi</hi>
                  </quote>; spesso
eziandio dalla fama, vera o falsa, di bellezza o di grazia,
e dallo stesso amore avutole prima o di presente da altre
persone. E chi non sa che quasi tutti i piaceri vengono più
dalla nostra immaginativa, che dalle proprie qualità delle
cose piacevoli?
</p>
               <p>Le quali avvertenze quadrando ottimamente agli scritti non
meno che alle altre cose, dico che se oggi uscisse alla luce
un poema uguale o superiore di pregio intrinseco all'Iliade;
letto anche attentissimamente da qualunque più perfetto
giudice di cose poetiche, gli riuscirebbe assai meno grato e
men dilettevole di quella; e per tanto gli resterebbe in
molto minore estimazione: perchè le virtù proprie del poema
nuovo, non sarebbero aiutate dalla fama di ventisette
secoli, nè da mille memorie e mille rispetti, come sono le
virtù dell'Iliade. Similmente dico, che chiunque leggesse
accuratamente o la Gerusalemme o il Furioso, ignorando in
tutto o in parte la loro celebrità; proverebbe nella lettura
molto minor diletto che gli altri non fanno. Laonde in fine,
parlando generalmente, i primi lettori di ciascun'opera
egregia, e i contemporanei di chi la scrisse, posto che ella
ottenga poi fama nella posterità, sono quelli che in
leggerla godono meno di tutti gli altri: il che risulta in
grandissimo pregiudizio degli scrittori.
</p>
            </div2>
            <div2 type="capitolo">
               <head> CAPITOLO SESTO</head>
               <p>Queste sono in parte le difficoltà che ti contenderanno
l'acquisto della gloria appresso agli studiosi, ed agli
stessi eccellenti nell'arte dello scrivere e nella dottrina.
E quanto a coloro che se bene bastantemente instrutti di
quell'erudizione che oggi è parte, si può dire, necessaria
di civiltà, non fanno professione alcuna di studi nè di
scrivere, e leggono solo per passatempo, ben sai che non
sono atti a godere più che tanto della bontà dei libri: e
questo, oltre al detto innanzi, anche per un'altra cagione,
che mi resta a dire. Cioè che questi tali non cercano altro
in quello che leggono, fuorchè il diletto presente. Ma il
presente è piccolo e insipido per natura a tutti gli uomini.
Onde ogni cosa più dolce, e come dice Omero,</p>
               <quote rend="block">
                  <lg>
                     <l>Venere, il sonno, il canto e le carole</l>
                  </lg>
               </quote>
               <p rend="noindent">presto e di necessità vengono a noia, se colla presente
occupazione non è congiunta la speranza di qualche diletto
o comodità futura che ne dipenda. Perocchè la condizione
dell'uomo non è capace di alcun godimento notabile, che
non consista sopra tutto nella speranza, la cui forza è tale,
che moltissime occupazioni prive per se di ogni piacere,
ed eziandio stucchevoli o faticose, aggiuntavi la speranza
di qualche frutto, riescono gratissime e giocondissime, per
lunghe che sieno; ed al contrario, le cose che si stimano
dilettevoli in se, disgiunte dalla speranza, vengono in fastidio
quasi, per così dire, appena gustate. E in tanto veggiamo noi
che gli studiosi sono come insaziabili della lettura, anco spesse
volte aridissima, e provano un perpetuo diletto nei loro
studi, continuati per buona parte del giorno; in quanto che
nell'una e negli altri, essi hanno sempre dinanzi agli occhi
uno scopo collocato nel futuro, e una speranza di progresso
e di giovamento, qualunque egli si sia; e che nello stesso
leggere che fanno alcune volte quasi per ozio e per
trastullo, non lasciano di proporsi, oltre al diletto
presente, qualche altra utilità, più o meno determinata.
Dove che gli altri, non mirando nella lettura ad alcun fine
che non si contenga, per dir così, nei termini di essa
lettura; fino sulle prime carte dei libri più dilettevoli e
più soavi, dopo un vano piacere, si trovano sazi: sicchè
sogliono andare nauseosamente errando di libro in libro, e
in fine si maravigliano i più di loro, come altri possa
ricevere dalla lunga lezione un lungo diletto. In tal modo,
anche da ciò puoi conoscere che qualunque arte, industria e
fatica di chi scrive, è perduta quasi del tutto in quanto a
queste tali persone: del numero delle quali generalmente si
è la più parte dei lettori. Ed anche gli studiosi, mutate
coll'andare degli anni, come spesso avviene, la materia e la
qualità dei loro studi, appena sopportano la lettura di
libri dai quali in altro tempo furono o sarebbero potuti
essere dilettati oltre modo; e se bene hanno ancora
l'intelligenza e la perizia necessaria a conoscerne il
pregio, pure non vi sentono altro che tedio; perchè non si
aspettano da loro alcuna utilità.
</p>
            </div2>
            <div2 type="capitolo">
               <head> CAPITOLO SETTIMO</head>
               <p>Fin qui si è detto dello scrivere in generale, e certe cose
che toccano principalmente alle lettere amene, allo studio
delle quali ti veggo inclinato più che ad alcun altro.
Diciamo ora particolarmente della filosofia; non intendendo
però di separar quelle da questa; dalla quale pendono
totalmente. Penserai forse che derivando la filosofia dalla
ragione, di cui l'universale degli uomini inciviliti
partecipa forse più che dell'immaginativa e delle facoltà
del cuore; il pregio delle opere filosofiche debba essere
conosciuto più facilmente e da maggior numero di persone,
che quello de' poemi, e degli altri scritti che riguardano
al dilettevole e al bello. Ora io, per me, stimo che il
proporzionato giudizio e il perfetto senso, sia poco meno
raro verso quelle, che verso queste. Primieramente abbi per
cosa certa, che a far progressi notabili, nella filosofia,
non bastano sottilità d'ingegno, e facoltà grande di
ragionare, ma si ricerca eziandio molta forza immaginativa;
e che il Descartes, Galileo, il Leibnitz, il Newton, il
Vico, in quanto all'innata disposizione dei loro ingegni,
sarebbero potuti essere sommi poeti; e per lo contrario
Omero, Dante, lo Shakespeare, sommi filosofi. Ma perchè
questa materia, a dichiararla e trattarla appieno, vorrebbe
molte parole, e ci dilungherebbe assai dal nostro proposito;
perciò contentandomi pure di questo cenno, e passando
innanzi, dico che solo i filosofi possono conoscere
perfettamente il pregio, e sentire il diletto, dei libri
filosofici. Intendo dire in quanto si è alla sostanza, non a
qualsivoglia ornamento che possono avere, o di parole o di
stile o d'altro. Dunque, come gli uomini di natura, per modo
di dire, impoetica, se bene intendono le parole e il senso,
non ricevono i moti e le immagini de' poemi; così bene
spesso quelli che non sono dimesticati al meditare e
filosofare seco medesimi, o che non sono atti a pensare
profondamente, per veri e per accurati che sieno i discorsi
e le conclusioni del filosofo, e chiaro il modo che egli usa
in espor gli uni e l'altre, intendono le parole e quello che
egli vuol dir, ma non la verità de' suoi detti. Perocchè non
avendo la facoltà o l'abito di penetrar coi pensieri
nell'intimo delle cose, nè di sciorre e dividere le proprie
idee nelle loro menome parti, nè di ragunare e stringere
insieme un buon numero di esse idee, nè di contemplare colla
mente in un tratto molti particolari in modo da poterne
trarre un generale, nè di seguire indefessamente coll'occhio
dell'intelletto un lungo ordine di verità connesse tra loro
a mano a mano, nè di scoprire le sottili e recondite
congiunture che ha ciascuna verità con cento altre; non
possono facilmente, o in maniera alcuna, imitare e reiterare
colla mente propria le operazioni fatte, nè provare le
impressioni provate, da quella del filosofo; unico modo a
vedere, comprendere, ed estimare convenientemente tutte le
cause che indussero esso filosofo a far questo o quel
giudizio, affermare o negare questa o quella cosa, dubitar
di tale o di tal altra. Sicchè quantunque intendano i suoi
concetti, non intendono che sieno veri e probabili, non
avendo, e non potendo fare, una quasi esperienza della
verità e della probabilità loro. Cosa poco diversa da quella
che agli uomini naturalmente freddi accade circa le
immaginazioni e gli affetti espressi dai poeti. E ben sai
che egli è comune al poeta e al filosofo l'internarsi nel
profondo degli animi umani, e trarre in luce le loro intime
qualità e varietà, gli andamenti, i moti e i successi
occulti, le cause e gli effetti dell'une e degli altri:
nelle quali cose, quelli che non sono atti a sentire in se
la corrispondenza de' pensieri poetici al vero, non sentono
anche, e non conoscono, quella dei filosofici.
</p>
               <p>Dalle dette cause nasce quello che veggiamo tutto dì, che
molte opere egregie, ugualmente chiare ed intelligibili a
tutti, ciò non ostante, ad alcuni paiono contenere mille
verità certissime; ad altri, mille manifesti errori: onde
elle sono impugnate, pubblicamente o privatamente; non solo
per malignità o per interesse o per altre simili cagioni, ma
eziandio per imbecillità di mente, e per incapacità di
sentire e di comprendere la certezza dei loro principii, la
rettitudine delle deduzioni e delle conclusioni, e
generalmente la convenienza, l'efficacia e la verità dei
loro discorsi. Spesse volte le più stupende opere
filosofiche sono anche imputate di oscurità, non per colpa
degli scrittori, ma per la profondità o la novità dei
sentimenti da un lato, e dall'altro l'oscurità
dell'intelletto di chi non li potrebbe comprendere in nessun
modo. Considera dunque anche nel genere filosofico quanta
difficoltà di aver lode, per dovuta che sia. Perocchè non
puoi dubitare, se anche io non lo esprimo, che il numero dei
filosofi veri e profondi, fuori dei quali non è chi sappia
far convenevole stima degli altri tali, non sia piccolissimo
anche nell'età presente, benchè dedita all'amore della
filosofia più che le passate. Lascio le varie fazioni, o
comunque si convenga chiamarle, in cui sono divisi oggi,
come sempre furono, quelli che fanno professione di
filosofare: ciascuna delle quali nega ordinariamente la
debita lode e stima a quei delle altre; non solo per
volontà, ma per avere l'intelletto occupato da altri
principii.
</p>
            </div2>
            <div2 type="capitolo">
               <head> CAPITOLO OTTAVO</head>
               <p>Se poi (come non è cosa alcuna che io non mi possa
promettere di cotesto ingegno) tu salissi col sapere e colla
meditazione a tanta altezza, che ti fosse dato, come fu a
qualche eletto spirito, di scoprire alcuna principalissima
verità, non solo stata prima incognita in ogni tempo, ma
rimota al tutto dall'espettazione degli uomini, e al tutto
diversa o contraria alle opinioni presenti, anco dei saggi;
non pensar di avere a raccorre in tua vita da questo
discoprimento alcuna lode non volgare. Anzi non ti sarà data
lode, nè anche da' sapienti (eccettuato forse una loro
menoma parte), finchè ripetute quelle medesime verità, ora
da uno ora da altro, a poco a poco e con lunghezza di tempo,
gli uomini vi assuefacciano prima gli orecchi e poi
l'intelletto. Perocchè niuna verità nuova, e del tutto
aliena dai giudizi correnti; quando bene dal primo che se ne
avvide, fosse dimostrata con evidenza e certezza conforme o
simile alla geometrica; non fu mai potuta, se pure le
dimostrazioni non furono materiali, introdurre e stabilire
nel mondo subitamente; ma solo in corso di tempo, mediante
la consuetudine e l'esempio: assuefacendosi gli uomini al
credere come ad ogni altra cosa; anzi credendo generalmente
per assuefazione, non per certezza di prove concepita
nell'animo: tanto che in fine essa verità, cominciata a
insegnare ai fanciulli, fu accettata comunemente, ricordata
con maraviglia l'ignoranza della medesima, e derise le
sentenze diverse o negli antenati o nei presenti. Ma ciò con
tanto maggiore difficoltà e lunghezza, quanto queste sì
fatte verità nuove e incredibili, furono maggiori e più
capitali, e quindi sovvertitrici di maggior numero di
opinioni radicate negli animi. Nè anche gl'intelletti acuti
ed esercitati, sentono facilmente tutta l'efficacia delle
ragioni che dimostrano simili verità inaudite, ed eccedenti
di troppo spazio i termini delle cognizioni e dell'uso di
essi intelletti; massime quando tali razioni e tali verità
ripugnano alle credenze inveterate nei medesimi. Il
Descartes al suo tempo, nella geometria, la quale egli
amplificò maravigliosamente, coll'adattarvi l'algebra e
cogli altri suoi trovati, non fu nè pure inteso, se non da
pochissimi. Il simile accadde al Newton. In vero, la
condizione degli uomini disusatamente superiori di sapienza
alla propria età, non è molto diversa da quella dei
letterati e dotti che vivono in città o province vacue di
studi: perocchè nè questi, come dirò poi, da' lor cittadini
o provinciali, nè quelli da' contemporanei, sono tenuti in
quel conto che meriterebbero; anzi spessissime volte sono
vilipesi, per la diversità della vita o delle opinioni loro
da quelle degli altri, e per la comune insufficienza a
conoscere il pregio delle loro facoltà ed opere.
</p>
               <p>Non è dubbio che il genere umano a questi tempi, e insino
dalla restaurazione della civiltà, non vada procedendo
innanzi continuamente nel sapere. Ma il suo procedere è
tardo e misurato: laddove gli spiriti sommi e singolari che
si danno alla speculazione di quest'universo sensibile
all'uomo o intelligibile, ed al rintracciamento del vero,
camminano, anzi talora corrono, velocemente, e quasi senza
misura alcuna. E non per questo è possibile che il mondo, in
vederli procedere così spediti, affretti il cammino tanto,
che giunga con loro o poco più tardi di loro, colà dove essi
per ultimo si rimangono. Anzi non esce del suo passo; e non
si conduce alcune volte a questo o a quel termine, se non
solamente in ispazio di uno o di più secoli da poi che
qualche alto spirito vi si fu condotto.
</p>
               <p>È sentimento, si può dire, universale, che il sapere umano
debba la maggior parte del suo progresso a quegl'ingegni
supremi, che sorgono di tempo in tempo, quando uno quando
altro, quasi miracoli di natura. Io per lo contrario stimo
che esso debba agl'ingegni ordinari il più, agli
straordinari pochissimo. Uno di questi, ponghiamo, fornito
che egli ha colla dottrina lo spazio delle conoscenze de'
suoi contemporanei, procede nel sapere, per dir così, dieci
passi più innanzi. Ma gli altri uomini, non solo non si
dispongono a seguitarlo, anzi il più delle volte, per tacere
il peggio, si ridono del suo progresso. Intanto molti
ingegni mediocri, forse in parte aiutandosi dei pensieri e
delle scoperte di quel sommo, ma principalmente per mezzo
degli studi propri, fanno congiuntamente un passo; nel che
per la brevità dello spazio, cioè per la poca novità delle
sentenze, ed anche per la moltitudine di quelli che ne sono
autori, in capo di qualche anno, sono seguitati
universalmente. Così, procedendo, giusta il consueto, a poco
a poco, e per opera ed esempio di altri intelletti mediocri,
gli uomini compiono finalmente il decimo passo; e le
sentenze di quel sommo sono comunemente accettate per vere
in tutte le nazioni civili. Ma esso, già spento da gran
tempo, non acquista pure per tal successo una tarda e
intempestiva riputazione; parte per essere già mancata la
sua memoria, o perchè l'opinione ingiusta avuta di lui
mentre visse, confermata dalla lunga consuetudine, prevale a
ogni altro rispetto; parte perchè gli uomini non sono venuti
a questo grado di cognizioni per opera sua; e parte perchè
già nel sapere gli sono uguali, presto lo sormonteranno, e
forse gli sono superiori anche al presente, per essersi
potute colla lunghezza del tempo dimostrare e dichiarare
meglio le verità immaginate da lui, ridurre le sue
congetture a certezza, dare ordine e forma migliore a' suoi
trovati, e quasi maturarli. Se non che forse qualcuno degli
studiosi, riandando le memorie dei tempi addietro,
considerate le opinioni di quel grande, e messe a riscontro
con quelle de' suoi posteri, si avvede come e quanto egli
precorresse il genere umano, e gli porge alcune lodi, che
levano poco romore, e vanno presto in dimenticanza.
</p>
               <p>Se bene il progresso del sapere umano, come il cadere dei
gravi, acquista di momento in momento, maggiore celerità;
nondimeno egli è molto difficile ad avvenire che una
medesima generazione d'uomini muti sentenza, o conosca gli
errori propri, in guisa, che ella creda oggi il contrario di
quel che credette in altro tempo. Bensì prepara tali mezzi
alla susseguente, che questa poi conosce e crede in molte
cose il contrario di quella. Ma come niuno sente il perpetuo
moto che ci trasporta in giro insieme colla terra, così
l'universale degli uomini non si avvede del continuo
procedere che fanno le sue conoscenze, nè dell'assiduo
variare de' suoi giudizi. E mai non muta opinione in
maniera, che egli si creda di mutarla. Ma certo non potrebbe
fare di non crederlo e di non avvedersene, ogni volta che
egli abbracciasse subitamente una sentenza molto aliena da
quelle tenute or ora. Per tanto, niuna verità così fatta,
salvo che non cada sotto ai sensi, sarà mai creduta
comunemente dai contemporanei del primo che la conobbe.
</p>
            </div2>
            <div2 type="capitolo">
               <head> CAPITOLO NONO</head>
               <p>Facciamo che superato ogni ostacolo, aiutato il valore
dalla fortuna, abbi conseguito in fatti, non pur celebrità,
ma gloria, e non dopo morte ma in vita. Veggiamo che frutto
ne ritrarrai. Primieramente quel desiderio degli uomini di
vederti e conoscerti di persona, quell'essere mostrato a
dito quell'onore e quella riverenza significata dai presenti
cogli atti e colle parole, nelle quali cose consiste la
massima utilità di questa gloria che nasce dagli scritti,
parrebbe che più facilmente ti dovessero intervenire nelle
città piccole, che nelle grandi; dove gli occhi e gli animi
sono distratti e rapiti parte dalla potenza, parte dalla
ricchezza, in ultimo dalle arti che servono
all'intrattenimento e alla giocondità della vita inutile. Ma
come le città piccole mancano per lo più di mezzi e di
sussidi onde altri venga all'eccellenza nelle lettere e
nelle dottrine; e come tutto il raro e il pregevole concorre
e si aduna nelle città grandi; perciò le piccole, di rado
abitate dai dotti, e prive ordinariamente di buoni studi,
sogliono tenere tanto basso conto, non solo della dottrina e
della sapienza, ma della stessa fama che alcuno si ha
procacciata con questi mezzi, che l'una e l'altre in quei
luoghi non sono pur materia d'invidia. E se per caso qualche
persona riguardevole o anche straordinaria d'ingegno e di
studi, si trova abitare in luogo piccolo; l'esservi al tutto
unica, non tanto non le accresce pregio, ma le nuoce in
modo, spesse volte, quando anche famosa al di fuori, ella è,
nella consuetudine di quegli uomini, la più negletta e
oscura persona del luogo. Come là dove l'oro e l'argento
fossero ignoti e senza pregio, chiunque essendo privo di
ogni altro avere, abbondasse di questi metalli, non sarebbe
più ricco degli altri, anzi poverissimo, e per tale avuto;
così là dove l'ingegno e la dottrina non si conoscono, e non
conosciuti non si apprezzano, quivi se pur vi ha qualcuno
che ne abbondi, questi non ha facoltà di soprastare agli
altri, e quando non abbia altri beni, è tenuto a vile. E
tanto egli è lungi da potere essere onorato in simili
luoghi, che bene spesso egli vi è riputato maggiore che non
è in fatti, nè perciò tenuto in alcuna stima. Al tempo che,
giovanetto, io mi riduceva talvolta nel mio piccolo Bosisio;
conosciutosi per la terra ch'io soleva attendere agli studi,
e mi esercitava alcun poco nello scrivere; i terrazzani mi
riputavano poeta, filosofo, fisico, matematico, medico,
legista, teologo e perito di tutte le lingue del mondo; e
m'interrogavano, senza fare una menoma differenza, sopra
qualunque punto di qual si sia disciplina o favella
intervenisse per alcun accidente nel ragionare. E non per
questa loro opinione mi stimavano da molto; anzi mi
credevano minore assai di tutti gli uomini dotti degli altri
luoghi. Ma se io li lasciava venire in dubbio che la mia
dottrina fosse pure un poco meno smisurata che essi non
pensavano, io scadeva ancora moltissimo nel loro concetto, e
all'ultimo si persuadevano che essa mia dottrina non si
stendesse niente più che la loro.
</p>
               <p>Nelle città grandi, quanti ostacoli si frappongano, siccome
all'acquisto della gloria, così a poter godere il frutto
dell'acquistata, non ti sarà difficile a giudicare dalle
cose dette alquanto innanzi. Ora aggiungo, che quantunque
nessuna fama sia più difficile a meritare, che quella di
egregio poeta o di scrittore ameno o di filosofo, alle quali
tu miri principalmente, nessuna con tutto questo riesce meno
fruttuosa a chi la possiede. Non ti sono ignote le querele
perpetue, gli antichi e i moderni esempi, della povertà e
delle sventure de' poeti sommi. In Omero, tutto (per così
dire) è vago e leggiadramente indefinito, siccome nella
poesia, così nella persona; di cui la patria, la vita, ogni
cosa, è come un arcano impenetrabile agli uomini. Solo, in
tanta incertezza e ignoranza, si ha da una costantissima
tradizione, che Omero fu povero e infelice: quasi che la
fama e la memoria dei secoli non abbia voluto lasciar luogo
a dubitare che la fortuna degli altri poeti eccellenti non
fosse comune al principe della poesia. Ma lasciando degli
altri beni, e dicendo solo dell'onore, nessuna fama nell'uso
della vita suol essere meno onorevole, e meno utile a esser
tenuto da più degli altri, che sieno le specificate or ora.
O che la moltitudine delle persone che le ottengono senza
merito, e la stessa immensa difficoltà di meritarle, tolgano
pregio e fede a tali riputazioni; o piuttosto perchè quasi
tutti gli uomini d'ingegno leggermente culto, si credono
avere essi medesimi, o potere facilmente acquistare, tanta
notizia e facoltà sì di lettere amene e sì di filosofia, che
non riconoscono per molto superiori a se quelli che
veramente vagliono in queste cose; o parte per l'una, parte
per l'altra cagione; certo si è che l'aver nome di mediocre
matematico, fisico, filologo, antiquario; di mediocre
pittore, scultore, musico; di essere mezzanamente versato
anche in una sola lingua antica o pellegrina; è causa di
ottenere appresso al comune degli uomini, eziandio nelle
città migliori, molta più considerazione e stima, che non si
ottiene coll'essere conosciuto e celebrato dai buoni giudici
per filosofo o poeta insigne, o per uomo eccellente
nell'arte del bello scrivere. Così le due parti più nobili,
più faticose ad acquistare, più straordinarie, più stupende;
le due sommità, per così dire, dell'arte e della scienza
umana; dico la poesia e la filosofia; sono in chi le
professa, specialmente oggi, le facoltà più neglette del
mondo; posposte ancora alle arti che si esercitano
principalmente colla mano, così per altri rispetti, come
perchè niuno presume nè di possedere alcuna di queste non
avendola procacciata, nè di poterla procacciare senza studio
e fatica. In fine, il poeta e il filosofo non hanno in vita
altro frutto del loro ingegno, altro premio dei loro studi,
se non forse una gloria nata e contenuta fra un piccolissimo
numero di persone. Ed anche questa è una delle molte cose
nelle quali si conviene colla poesia la filosofia,
<quote>
                     <hi rend="italic">povera</hi>
                  </quote> anch'essa <quote>
                     <hi rend="italic">e nuda</hi>
                  </quote>, come canta il Petrarca<note place="end" resp="aut" n="35">
                     <p>
                        <bibl>
                           <emph>Povera e nuda vai, filosofia</emph>. Petrarca, parte 4, son. 1. <emph>La gola e 'l sonno</emph>.</bibl>
                     </p>
                  </note>, non
solo di ogni altro bene, ma di riverenza e di onore.
</p>
            </div2>
            <div2 type="capitolo">
               <head> CAPITOLO DECIMO</head>
               <p>Non potendo nella conversazione degli uomini godere quasi
alcun beneficio della tua gloria, la maggiore utilità che ne
ritrarrai, sarà di rivolgerla nell'animo e di compiacertene
teco stesso nel silenzio della tua solitudine, con pigliarne
stimolo e conforto a nuove fatiche, e fartene fondamento a
nuove speranze. Perocchè la gloria degli scrittori, non
solo, come tutti i beni degli uomini, riesce più grata da
lungi che da vicino, ma non è mai, si può dire, presente a
chi la possiede, e non si ritrova in nessun luogo.
</p>
               <p>Dunque per ultimo ricorrerai coll'immaginativa a
quell'estremo rifugio e conforto degli animi grandi, che è
la posterità. Nel modo che Cicerone, ricco non di una
semplice gloria, nè questa volgare e tenue, ma di una
molteplice, e disusata, e quanta ad un sommo antico e
romano, tra uomini romani e antichi, era conveniente che
pervenisse; nondimeno si volge col desiderio alle
generazioni future, dicendo, benchè sotto altra persona<note place="end" resp="aut" n="36">
                     <p>
                        <bibl>
                           <foreign lang="lat">
                              <emph>De Senect.</emph>
                           </foreign> Cap. 23.</bibl>
                     </p>
                  </note>:
<quote>
                     <hi rend="italic">pensi tu che io mi fossi potuto indurre a prendere e a
sostenere tante fatiche il dì e la notte, in città e nel
campo, se avessi creduto che la mia gloria non fosse per
passare i termini della mia vita? Non era molto più da
eleggere un vivere ozioso e tranquillo, senza alcuna fatica
o sollecitudine? Ma l'animo mio, non so come, quasi levato
alto il capo, mirava di continuo alla posterità in modo,
come se egli, passato che fosse di vita, allora finalmente
fosse per vivere</hi>
                  </quote>. Il che da Cicerone si riferisce a un
sentimento dell'immortalità degli animi propri, ingenerato
da natura nei petti umani. Ma la cagione vera si è, che
tutti i beni del mondo non prima sono acquistati, che si
conoscono indegni delle cure e delle fatiche avute in
procacciarli; massimamente la gloria, che fra tutti gli
altri, è di maggior prezzo a comperare, e di meno uso a
possedere. Ma come, secondo il detto di Simonide<note place="end" resp="aut" n="37">
                     <p> Appresso a <bibl>Stobeo, ed. Gesner. Tigur. 1559, serm. 96, pag. 529.</bibl>
                     </p>
                  </note>,</p>
               <quote rend="block">
                  <lg>
                     <l>La bella speme tutti ci nutrica</l>
                     <l>Di sembianze beate;</l>
                     <l>Onde ciascuno indarno si affatica;</l>
                     <l>Altri l'aurora amica, altri l'etate</l>
                     <l>O la stagione aspetta;</l>
                     <l>E nullo in terra il mortal corso affretta,</l>
                     <l>Cui nell'anno avvenir facili e pii</l>
                     <l>Con Pluto gli altri iddii</l>
                     <l>La mente non prometta;</l>
                  </lg>
               </quote>
               <p rend="noindent">così, di mano in mano che altri per prova è fatto certo
della vanità della gloria, la speranza, quasi cacciata e
inseguita di luogo in luogo, in ultimo non avendo più dove
riposarsi in tutto lo spazio della vita, non perciò vien
meno, ma passata di là dalla stessa morte, si ferma nella
posterità. Perocchè l'uomo è sempre inclinato e necessitato
a sostenersi del ben futuro, così come egli è sempre
malissimo soddisfatto del ben presente. Laonde quelli che
sono desiderosi di gloria, ottenutala pure in vita, si
pascono principalmente di quella che sperano possedere dopo
la morte, nel modo stesso che niuno è così felice oggi, che
disprezzando la vana felicità presente, non si conforti col
pensiero di quella parimente vana, che egli si promette
nell'avvenire.
</p>
            </div2>
            <div2 type="capitolo">
               <head> CAPITOLO UNDECIMO</head>
               <p>Ma in fine, che è questo ricorrere che facciamo alla
posterità? Certo la natura dell'immaginazione umana porta
che si faccia dei posteri maggior concetto e migliore, che
non si fa dei presenti, nè dei passati eziandio; solo perchè
degli uomini che ancora non sono, non possiamo avere alcuna
contezza, nè per pratica nè per fama. Ma riguardando alla
ragione, e non all'immaginazione, crediamo noi che in
effetto quelli che verranno, abbiano a essere migliori dei
presenti? Io credo piuttosto il contrario, ed ho per
veridico il proverbio, che il mondo invecchia peggiorando.
Miglior condizione mi parrebbe quella degli uomini egregi,
se potessero appellare ai passati, i quali, a dire di
Cicerone<note place="end" resp="aut" n="38">
                     <p>
                        <bibl>
                           <emph>Somm. Scip.</emph> cap. 7.</bibl>
                     </p>
                  </note>, non furono inferiori di numero a quello che
saranno i posteri, e di virtù furono superiori assai. Ma
certo il più valoroso uomo di questo secolo non riceverà
dagli antichi alcuna lode. Concedasi che i futuri, in quanto
saranno liberi dall'emulazione, dall'invidia, dall'amore e
dall'odio, non già tra se stessi, ma verso noi, sieno per
essere più diritti estimatori delle cose nostre, che non
sono i contemporanei. Forse anco per gli altri rispetti
saranno migliori giudici? Pensiamo noi, per dir solamente di
quello che tocca agli studi, che i posteri sieno per avere
un maggior numero di poeti eccellenti, di scrittori ottimi,
di filosofi veri e profondi? poichè si è veduto che questi
soli possono fare degna stima dei loro simili. Ovvero, che
il giudizio di questi avrà maggiore efficacia nella
moltitudine di allora, che non ha quello dei nostri nella
presente? Crediamo che nel comune degli uomini le facoltà
del cuore, dell'immaginativa, dell'intelletto, saranno
maggiori che non sono oggi?
</p>
               <p>Nelle lettere amene non veggiamo noi quanti secoli sono
stati di sì perverso giudizio, che disprezzata la vera
eccellenza dello scrivere, dimenticati o derisi gli ottimi
scrittori antichi o nuovi, hanno amato e pregiato
costantemente questo o quel modo barbaro; tenendolo eziandio
per solo convenevole e naturale; perchè qualsivoglia
consuetudine, quantunque corrotta e pessima, difficilmente
si discerne dalla natura? E ciò non si trova essere avvenuto
in secoli e nazioni per altro gentili e nobili? Che certezza
abbiamo noi che la posterità sia per lodar sempre quei modi
dello scrivere che noi lodiamo? se pure oggi si lodano
quelli che sono lodevoli veramente. Certo i giudizi e le
inclinazioni degli uomini circa le bellezze dello scrivere,
sono mutabilissime, e varie secondo i tempi, le nature dei
luoghi e dei popoli, i costumi, gli usi, le persone. Ora a
questa varietà ed incostanza è forza che soggiaccia
medesimamente la gloria degli scrittori.
</p>
               <p>Anche più varia e mutabile si è la condizione così della
filosofia come delle altre scienze: se bene al primo aspetto
pare il contrario: perchè le lettere amene riguardano al
bello, che pende in gran parte dalle consuetudini e dalle
opinioni; le scienze al vero, ch'è immobile e non patisce
cambiamento. Ma come questo vero è celato ai mortali, se non
quanto i secoli ne discuoprono a poco a poco; però da una
parte, sforzandosi gli uomini di conoscerlo,
congetturandolo, abbracciando questa o quella apparenza in
sua vece, si dividono in molte opinioni e molte sette: onde
si genera nelle scienze non piccola varietà. Da altra parte,
colle nuove notizie e coi nuovi quasi barlumi del vero, che
si vengono acquistando di mano in mano, crescono le scienze
di continuo: per la qual cosa, e perchè vi prevagliono in
diversi tempi diverse opinioni, che tengono luogo di
certezze, avviene che esse, poco o nulla durando in un
medesimo stato, cangiano forma e qualità di tratto in
tratto. Lascio il primo punto, cioè la varietà; che forse
non è di minore nocumento alla gloria dei filosofi o degli
scienziati appresso ai loro posteri, che appresso ai
contemporanei. Ma la mutabilità delle scienze e della
filosofia, quanto pensi tu che debba nuocere a questa gloria
nella posterità? Quando per nuove scoperte fatte, o per
nuove supposizioni e congetture, lo stato di una o di altra
scienza sarà notabilmente mutato da quello che egli è nel
nostro secolo; in che stima saranno tenuti gli scritti e i
pensieri di quegli uomini che oggi in essa scienza hanno
maggior lode? Chi legge ora più le opere di Galileo? Ma
certo che furono al suo tempo mirabilissime; nè forse
migliori, nè più degne di un intelletto sommo, nè piene di
maggiori trovati e di concetti più nobili, si potevano
allora scrivere in quelle materie. Nondimeno ogni mediocre
fisico o matematico dell'età presente, si trova essere,
nell'una o nell'altra scienza, molto superiore a Galileo.
Quanti leggono oggidì gli scritti del cancellier Bacone? chi
si cura di quello del Mallebranche? e la stessa opera del
Locke, se i progressi della scienza quasi fondata da lui,
saranno in futuro così rapidi, come mostrano dover essere,
quanto tempo andrà per le mani degli uomini?
</p>
               <p>Veramente la stessa forza d'ingegno, la stessa industria e
fatica, che i filosofi e gli scienziati usano a procurare la
propria gloria, coll'andare del tempo sono causa o di
spegnerla o di oscurarla. Perocchè dall'aumento che essi
recano ciascuno alla loro scienza, e per cui vengono in
grido, nascono altri aumenti, per li quali il nome e gli
scritti loro vanno a poco a poco in disuso. E certo è
difficile ai più degli uomini l'ammirare e venerare in altri
una scienza molto inferiore alla propria. Ora chi può
dubitare che l'età prossima non abbia a conoscere la falsità
di moltissime cose affermate oggi o credute da quelli che
nel sapere sono primi, e a superare di non piccolo tratto
nella notizia del vero l'età presente?
</p>
            </div2>
            <div2 type="capitolo">
               <head> CAPITOLO DUODECIMO</head>
               <p>Forse in ultimo luogo ricercherai d'intendere il mio parere
e consiglio espresso, se a te, per tuo meglio, si convenga
più di proseguire o di omettere il cammino di questa gloria,
sì povera di utilità, sì difficile e incerta non meno a
ritenere che a conseguire, simile all'ombra, che quando tu
l'abbi tra le mani, non puoi nè sentirla, nè fermarla che
non si fugga. Dirò brevemente, senz'alcuna dissimulazione,
il mio parere. Io stimo che cotesta tua maravigliosa
acutezza e forza d'intendimento, cotesta nobiltà, caldezza e
fecondità di cuore e d'immaginativa, sieno di tutte le
qualità che la sorte dispensa agli animi umani, le più
dannose e lacrimevoli a chi le riceve. Ma ricevute che sono,
con difficoltà si fugge il loro danno: e da altra parte, a
questi tempi, quasi l'unica utilità che elle possono dare,
si è questa gloria che talvolta se ne ritrae con applicarle
alle lettere e alle dottrine. Dunque, come fanno quei poveri
che essendo per alcun accidente manchevoli o mal disposti di
qualche loro membro, s'ingegnano di volgere questo loro
infortunio al maggior profitto che possono, giovandosi di
quello a muovere per mezzo della misericordia la liberalità
degli uomini: così la mia sentenza è, che tu debba
industriarti di ricavare a ogni modo da coteste tue qualità
quel solo bene, quantunque piccolo e incerto, che sono atte
a produrre. Comunemente elle sono avute per benefizi e doni
della natura, e invidiate spesso da chi ne è privo, ai
passati o ai presenti che le sortirono. Cosa non meno
contraria al retto senso, che se qualche uomo sano
invidiasse a quei miseri che io diceva, le calamità del loro
corpo; quasi che il danno di quelle fosse da eleggere
volentieri, per conto dell'infelice guadagno che
partoriscono. Gli altri attendono a operare, per quanto
concedono i tempi, e a godere, quanto comporta questa
condizione mortale. Gli scrittori grandi, incapaci, per
natura o per abito, di molti piaceri umani; privi di altri
molti per volontà; non di rado negletti nel consorzio degli
uomini, se non forse dai pochi che seguono i medesimi studi;
hanno per destino di condurre una vita simile alla morte, e
vivere, se pur l'ottengono, dopo sepolti. Ma il nostro fato,
dove che egli ci tragga, è da seguire con animo forte e
grande; la qual cosa è richiesta massime alla tua virtù, e
di quelli che ti somigliano.
</p>
            </div2>
         </div1>
         <div1 type="dialogo">
            <head>XIV</head>
            <head>DIALOGO DI FEDERICO RUYSCH E DELLE
SUE MUMMIE<note place="end" resp="aut" n="39">
                  <p> Vedi, tra gli altri, circa queste famose mummie, che in linguaggio scientifico si  direbbero preparazioni anatomiche, il <bibl>Fontenelle, <foreign lang="fre">
                           <emph>Eloge de mons. Ruysch</emph>
                        </foreign>.</bibl>
                  </p>
               </note>
            </head>
            <stage>CORO DI MORTI NELLO STUDIO DI FEDERICO RUYSCH</stage>
            <lg>
               <l>Sola nel mondo eterna, a cui si volve</l>
               <l>Ogni creata cosa, </l>
               <l>In te, morte, si posa</l>
               <l>Nostra ignuda natura, </l>
               <l>Lieta no, ma sicura</l>
               <l>Dall'antico dolor. </l>
               <l>Profonda notte</l>
               <l>Nella confusa mente</l>
               <l>Il pensier grave oscura; </l>
               <l>Alla speme, al desio, l'arido spirto</l>
               <l>Lena mancar si sente: </l>
               <l>Così d'affanno e di temenza è sciolto, </l>
               <l>E l'età vote e lente</l>
               <l>Senza tedio consuma. </l>
               <l>Vivemmo: e qual di paurosa larva, </l>
               <l>E di sudato sogno, </l>
               <l>A lattante fanciullo erra nell'alma</l>
               <l>Confusa ricordanza: </l>
               <l>Tal memoria n'avanza</l>
               <l>Del viver nostro: ma da tema è lunge</l>
               <l>Il rimembrar. Che fummo? </l>
               <l>Che fu quel punto acerbo</l>
               <l>Che di vita ebbe nome? </l>
               <l>Cosa arcana e stupenda</l>
               <l>Oggi è la vita al pensier nostro, e tale</l>
               <l>Qual de' vivi al pensiero</l>
               <l>L'ignota morte appar. </l>
               <l>Come da morte</l>
               <l>Vivendo rifuggia, così rifugge</l>
               <l>Dalla fiamma vitale</l>
               <l>Nostra ignuda natura; </l>
               <l>Lieta no ma sicura, </l>
               <l>Però ch'esser beato</l>
               <l>Nega ai mortali e nega a' morti il fato. </l>
            </lg>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">RUYSCH</hi>
               </speaker>
               <p>
                  <hi rend="italic">fuori dello studio, guardando per gli spiragli
dell'uscio</hi>. Diamine! Chi ha insegnato la musica a questi morti,
che cantano di mezza notte come galli? In verità che io sudo
freddo, e per poco non sono più morto di loro. Io non mi
pensava perchè gli ho preservati dalla corruzione, che mi
risuscitassero. Tant'è: con tutta la filosofia, tremo da
capo a piedi. Mal abbia quel diavolo che mi tentò di
mettermi questa gente in casa. Non so che mi fare. Se gli
lascio qui chiusi, che so che non rompano l'uscio, o non
escano pel buco della chiave, e mi vengano a trovare al
letto? Chiamare aiuto per paura de' morti, non mi sta bene.
Via, facciamoci coraggio, e proviamo un poco di far paura a
loro.</p>
               <stage>
                  <hi rend="italic">Entrando.</hi>
               </stage>
               <p>Figliuoli, a che giuoco giochiamo? non vi ricordate di
essere morti? che è cotesto baccano? forse vi siete
insuperbiti per la visita dello Czar<note place="end" resp="aut" n="40">
                     <p> Lo studio del Ruysch fu visitato due volte dallo Czar Pietro primo: il quale poi, comperato, lo fece condurre a Pietroburgo.</p>
                  </note>, e vi pensate di non
essere più soggetti alle leggi di prima? Io m'immagino che
abbiate avuto intenzione di far da burla, e non da vero. Se
siete risuscitati, me ne rallegro con voi; ma non ho tanto,
che io possa far le spese ai vivi, come ai morti; e però
levatevi di casa mia. Se è vero quel che si dice dei
vampiri, e voi siete di quelli, cercate altro sangue da
bere; che io non sono disposto a lasciarmi succhiare il mio,
come vi sono stato liberale di quel finto, che vi ho messo
nelle vene<note place="end" resp="aut" n="41">
                     <p> Il mezzo usato dal Ruysch a conservare i cadaveri, furono le iniezioni di una certa materia composta da esso, la quale faceva effetti maravigliosi.</p>
                  </note>. In somma, se vorrete continuare a star quieti e
in silenzio, come siete stati finora, resteremo in buona
concordia, e in casa mia non vi mancherà niente; se no,
avvertite ch'io piglio la stanga dell'uscio, e vi ammazzo
tutti.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">MORTO.</hi>
               </speaker>
               <p> Non andare in collera; che io ti prometto che
resteremo tutti morti come siamo, senza che tu ci ammazzi.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">RUYSCH.</hi>
               </speaker>
               <p> Dunque che è cotesta fantasia che vi è nata adesso,
di cantare?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">MORTO.</hi>
               </speaker>
               <p> Poco fa sulla mezza notte appunto, si è compiuto per
la prima volta quell'anno grande e matematico, di cui gli
antichi scrivono tante cose; e questa similmente è la prima
volta che i morti parlano. E non solo noi, ma in ogni
cimitero, in ogni sepolcro, giù nel fondo del mare, sotto la
neve o la rena, a cielo aperto, e in qualunque luogo si
trovano, tutti i morti, sulla mezza notte, hanno cantato
come noi quella canzoncina che hai sentita.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">RUYSCH.</hi>
               </speaker>
               <p> E quanto dureranno a cantare o a parlare?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">MORTO.</hi>
               </speaker>
               <p> Di cantare hanno già finito. Di parlare hanno
facoltà per un quarto d'ora. Poi tornano in silenzio per
insino a tanto che si compie di nuovo lo stesso anno.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">RUYSCH.</hi>
               </speaker>
               <p> Se cotesto è vero, non credo che mi abbiate a
rompere il sonno un'altra volta. Parlate pure insieme
liberamente; che io me ne starò qui da parte, e vi ascolterò
volentieri, per curiosità, senza disturbarvi.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">MORTO.</hi>
               </speaker>
               <p> Non possiamo parlare altrimenti, che rispondendo a
qualche persona viva. Chi non ha da replicare ai vivi,
finita che ha la canzone, si accheta.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">RUYSCH.</hi>
               </speaker>
               <p> Mi dispiace veramente: perchè m'immagino che
sarebbe un gran sollazzo a sentire quello che vi direste fra
voi, se poteste parlare insieme.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">MORTO.</hi>
               </speaker>
               <p> Quando anche potessimo, non sentiresti nulla; perchè
non avremmo che ci dire.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">RUYSCH.</hi>
               </speaker>
               <p> Mille domande da farvi mi vengono in mente. Ma
perchè il tempo è corto, e non lascia luogo a scegliere,
datemi ad intendere in ristretto, che sentimenti provaste di
corpo e d'animo nel punto della morte.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">MORTO.</hi>
               </speaker>
               <p> Del punto proprio della morte, io non me ne accorsi.</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">GLI ALTRI MORTI.</hi>
               </speaker>
               <p> Nè anche noi.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">RUYSCH.</hi>
               </speaker>
               <p> Come non ve n'accorgeste?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">MORTO.</hi>
               </speaker>
               <p> Verbigrazia, come tu non ti accorgi mai del momento
che tu cominci a dormire, per quanta attenzione ci vogli
porre.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">RUYSCH.</hi>
               </speaker>
               <p> Ma l'addormentarsi è cosa naturale.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">MORTO.</hi>
               </speaker>
               <p> E il morire non ti pare naturale? mostrami un uomo,
o una bestia, o una pianta, che non muoia.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">RUYSCH.</hi>
               </speaker>
               <p> Non mi maraviglio più che andiate cantando e
parlando, se non vi accorgeste di morire.
<quote rend="block">
                     <lg>
                        <l>Così colui, del colpo non accorto,</l>
                        <l>Andava combattendo, ed era morto,</l>
                     </lg>
                  </quote>
dice un poeta italiano. Io mi pensava che sopra questa
faccenda della morte, i vostri pari ne sapessero qualche
cosa più che i vivi. Ma dunque, tornando sul sodo, non
sentiste nessun dolore in punto di morte?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">MORTO.</hi>
               </speaker>
               <p> Che dolore ha da essere quello del quale chi lo
prova, non se n'accorge?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">RUYSCH.</hi>
               </speaker>
               <p> A ogni modo, tutti si persuadono che il sentimento
della morte sia dolorosissimo.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">MORTO.</hi>
               </speaker>
               <p> Quasi che la morte fosse un sentimento, e non
piuttosto il contrario.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">RUYSCH.</hi>
               </speaker>
               <p> E tanto quelli che intorno alla natura dell'anima
si accostano col parere degli Epicurei, quanto quelli che
tengono la sentenza comune, tutti, o la più parte,
concorrono in quello ch'io dico; cioè nel credere che la
morte sia per natura propria, e senza nessuna comparazione,
un dolore vivissimo.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">MORTO.</hi>
               </speaker>
               <p> Or bene, tu domanderai da nostra parte agli uni e
agli altri: se l'uomo non ha facoltà di avvedersi del punto
in cui le operazioni vitali, in maggiore o minor parte, gli
restano non più che interrotte, o per sonno o per letargo o
per sincope o per qualunque causa; come si avvedrà di quello
in cui le medesime operazioni cessano del tutto, e non per
poco spazio di tempo, ma in perpetuo? Oltre di ciò, come può
essere che un sentimento vivo abbia luogo nella morte? anzi,
che la stessa morte sia per propria qualità un sentimento
vivo? Quando la facoltà di sentire è, non solo debilitata e
scarsa, ma ridotta a cosa tanto minima, che ella manca e si
annulla, credete voi che la persona sia capace di un
sentimento forte? anzi questo medesimo estinguersi della
facoltà di sentire, credete che debba essere un sentimento
grandissimo? Vedete pure che anche quelli che muoiono di
mali acuti e dolorosi, in sull'appressarsi della morte, più
o meno tempo avanti dello spirare, si quietano e si riposano
in modo, che si può conoscere che la loro vita, ridotta a
piccola quantità, non è più sufficiente al dolore, sicchè
questo cessa prima di quella. Tanto dirai da parte nostra a
chiunque si pensa di avere a morir di dolore in punto di
morte.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">RUYSCH.</hi>
               </speaker>
               <p> Agli Epicurei forse potranno bastare coteste
ragioni. Ma non a quelli che giudicano altrimenti della
sostanza dell'anima; come ho fatto io per lo passato, e farò
da ora innanzi molto maggiormente, avendo udito parlare e
cantare i morti. Perchè stimando che il morire consista in
una separazione dell'anima dal corpo, non comprenderanno
come queste due cose, congiunte e quasi conglutinate tra
loro in modo, che constituiscono l'una e l'altra una sola
persona, si possano separare senza una grandissima violenza,
e un travaglio indicibile.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">MORTO.</hi>
               </speaker>
               <p> Dimmi: lo spirito è forse appiccato al corpo con
qualche nervo, o con qualche muscolo o membrana, che di
necessità si abbia a rompere quando lo spirito si parte? o
forse è un membro del corpo, in modo che n'abbia a essere
schiantato o reciso violentemente? Non vedi che l'anima in
tanto esce di esso corpo, in quanto solo è impedita di
rimanervi, e non v'ha più luogo; non già per nessuna forza
che ne la strappi e sradichi? Dimmi ancora: forse
nell'entrarvi, ella vi si sente conficcare o allacciare
gagliardamente, o come tu dici, conglutinare? Perchè dunque
sentirà spiccarsi all'uscirne, o vogliamo dire proverà una
sensazione veementissima? Abbi per fermo, che l'entrata e
l'uscita dell'anima sono parimente quiete, facili e molli.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">RUYSCH.</hi>
               </speaker>
               <p> Dunque che cosa è la morte, se non è dolore?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">MORTO.</hi>
               </speaker>
               <p> Piuttosto piacere che altro. Sappi che il morire,
come l'addormentarsi, non si fa in un solo istante, ma per
gradi. Vero è che questi gradi sono più o meno, e maggiori o
minori, secondo la varietà delle cause e dei generi della
morte. Nell'ultimo di tali istanti la morte non reca nè
dolore nè piacere alcuno, come nè anche il sonno. Negli
altri precedenti non può generare dolore: perchè il dolore è
cosa viva, e i sensi dell'uomo in quel tempo, cioè
cominciata che è la morte, sono moribondi, che è quanto dire
estremamente attenuati di forze. Può bene esser causa di
piacere: perchè il piacere non sempre è cosa viva; anzi
forse la maggior parte dei diletti umani consistono in
qualche sorta di languidezza. Di modo che i sensi dell'uomo
sono capaci di piacere anche presso all'estinguersi; atteso
che spessissime volte la stessa languidezza è piacere;
massime quando vi libera da patimento; poichè ben sai che la
cessazione di qualunque dolore o disagio, è piacere per se
medesima. Sicchè il languore della morte debbe esser più
grato secondo che libera l'uomo da maggior patimento. Per
me, se bene nell'ora della morte non posi molta attenzione a
quel che io sentiva, perchè mi era proibito dai medici di
affaticare il cervello, mi ricordo però che il senso che
provai, non fu molto dissimile dal diletto che è cagionato
agli uomini dal languore del sonno, nel tempo che si vengono
addormentando.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">GLI ALTRI MORTI.</hi>
               </speaker>
               <p> Anche a noi pare di ricordarci altrettanto.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">RUYSCH.</hi>
               </speaker>
               <p> Sia come voi dite: benchè tutti quelli coi quali ho
avuta occasione di ragionare sopra questa materia,
giudicavano molto diversamente: ma, che io mi ricordi, non
allegavano la loro esperienza propria. Ora ditemi: nel tempo
della morte, mentre sentivate quella dolcezza, vi credeste
di morire, e che quel diletto fosse una cortesia della
morte; o pure immaginaste qualche altra cosa?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">MORTO.</hi>
               </speaker>
               <p> Finchè non fui morto, non mi persuasi mai di non
avere a scampare di quel pericolo; e se non altro, fino
all'ultimo punto che ebbi facoltà di pensare, sperai che mi
avanzasse di vita un'ora o due: come stimo che succeda a
molti, quando muoiono.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">GLI ALTRI MORTI.</hi>
               </speaker>
               <p> A noi successe il medesimo.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">RUYSCH.</hi>
               </speaker>
               <p> Così Cicerone<note place="end" resp="aut" n="42">
                     <p>
                        <bibl>
                           <foreign lang="lat">
                              <emph>De Senect. cap. 7</emph>
                           </foreign>.</bibl>
                     </p>
                  </note> dice che nessuno è talmente
decrepito, che non si prometta di vivere almanco un anno. Ma
come vi accorgeste in ultimo, che lo spirito era uscito del
corpo? Dite: come conosceste di essere morti? Non
rispondono. Figliuoli, non m'intendete? Sarà passato il
quarto d'ora. Tastiamogli un poco. Sono rimorti ben bene:
non è pericolo che mi abbiano da far paura un'altra volta:
torniamocene a letto.</p>
            </sp>
         </div1>
         <div1 type="parte">
            <head>XV</head>
            <head>DETTI MEMORABILI DI FILIPPO OTTONIERI</head>
            <div2 type="capitolo">
               <head>CAPITOLO PRIMO</head>
               <p>Filippo Ottonieri, del quale prendo a scrivere alcuni
ragionamenti notabili, che parte ho uditi dalla sua propria
bocca, parte narrati da altri; nacque, e visse il più del
tempo, a Nubiana, nella provincia di Valdivento; dove anche
morì poco addietro; e dove non si ha memoria d'alcuno che
fosse ingiuriato da lui, nè con fatti nè con parole. Fu
odiato comunemente da' suoi cittadini; perchè parve prendere
poco piacere di molte cose che sogliono essere amate e
cercate assai dalla maggior parte degli uomini; benchè non
facesse alcun segno di avere in poca stima o di riprovare
quelli che più di lui se ne dilettavano e le seguivano. Si
crede che egli fosse in effetto, e non solo nei pensieri, ma
nella pratica, quel che gli altri uomini del suo tempo
facevano professione di essere; cioè a dire filosofo. Perciò
parve singolare dall'altra gente; benchè non procurasse e
non affettasse di apparire diverso dalla moltitudine in cosa
alcuna. Nel quale proposito diceva, che la massima
singolarità che oggi si possa trovare o nei costumi, o
negl'instituti, o nei fatti di qualunque persona civile;
paragonata a quella degli uomini che appresso agli antichi
furono stimati singolari, non solo è di altro genere, ma
tanto meno diversa che non fu quella, dall'uso ordinario de'
contemporanei, che quantunque paia grandissima ai presenti,
sarebbe riuscita agli antichi o menoma o nulla, eziandio ne'
tempi e nei popoli che furono anticamente più inciviliti o
più corrotti. E misurando la singolarità di Gian Giacomo
Rousseau, che parve singolarissimo ai nostri avi, con quella
di Democrito e dei primi filosofi cinici, soggiungeva, che
oggi chiunque vivesse tanto diversamente da noi quanto
vissero quei filosofi dai Greci del loro tempo, non sarebbe
avuto per uomo singolare, ma nella opinione pubblica,
sarebbe escluso, per dir così, dalla specie umana. E
giudicava che dalla misura assoluta della singolarità
possibile a trovarsi nelle persone di un luogo o di un tempo
qualsivoglia, si possa conoscere la misura della civiltà
degli uomini del medesimo luogo o tempo.
</p>
               <p>Nella vita, quantunque temperatissimo, si professava
epicureo, forse per ischerzo più che da senno. Ma condannava
Epicuro; dicendo che ai tempi e nella nazione di colui,
molto maggior diletto si poteva trarre dagli studi della
virtù e della gloria, che dall'ozio, dalla negligenza, e
dall'uso delle voluttà del corpo; nelle quali cose quegli
riponeva il sommo bene degli uomini. Ed affermava che la
dottrina epicurea, proporzionatissima all'età moderna, fu
del tutto aliena dall'antica.
</p>
               <p>Nella filosofia, godeva di chiamarsi socratico; e spesso,
come Socrate, s'intratteneva una buona parte del giorno
ragionando filosoficamente ora con uno ora con altro, e
massime con alcuni suoi familiari, sopra qualunque materia
gli era somministrata dall'occasione. Ma non frequentava,
come Socrate, le botteghe de' calzolai, de' legnaiuoli, de'
fabbri e degli altri simili; perchè stimava che se i fabbri
e i legnaiuoli di Atene avevano tempo da spendere in
filosofare, quelli di Nubiana, se avessero fatto
altrettanto, sarebbero morti di fame. Nè anche ragionava, al
modo di Socrate, interrogando e argomentando di continuo;
perchè diceva che, quantunque i moderni sieno più pazienti
degli antichi, non si troverebbe oggi chi sopportasse di
rispondere a un migliaio di domande continuate, e di
ascoltare un centinaio di conclusioni. E per verità non
aveva di Socrate altro che il parlare talvolta ironico e
dissimulato. E cercando l'origine della famosa ironia
socratica, diceva: Socrate nato con animo assai gentile, e
però con disposizione grandissima ad amare; ma sciagurato
oltremodo nella forma del corpo; verisimilmente fino nella
giovinezza disperò di potere essere amato con altro amore
che quello dell'amicizia, poco atto a soddisfare un cuore
delicato e fervido, che spesso senta verso gli altri un
affetto molto più dolce. Da altra parte, con tutto che egli
abbondasse di quel coraggio che nasce dalla ragione, non
pare che fosse fornito bastantemente di quello che viene
dalla natura, nè delle altre qualità che in quei tempi di
guerre e di sedizioni, e in quella tanta licenza degli
Ateniesi, erano necessarie a trattare nella sua patria i
negozi pubblici. Al che la sua forma ingrata e ridicola gli
sarebbe anche stata di non piccolo pregiudizio appresso a un
popolo che, eziandio nella lingua, faceva pochissima
differenza dal buono al bello, e oltre di ciò deditissimo a
motteggiare. Dunque in una città libera, e piena di
strepito, di passioni, di negozi, di passatempi, di
ricchezze e di altre fortune; Socrate povero, rifiutato
dall'amore, poco atto ai maneggi pubblici; e nondimeno
dotato di un ingegno grandissimo, che aggiunto a condizioni
tali, doveva accrescere fuor di modo ogni loro molestia; si
pose per ozio a ragionare sottilmente delle azioni, dei
costumi e delle qualità de' suoi cittadini: nel che gli
venne usata una certa ironia; come naturalmente doveva
accadere a chi si trovava impedito di aver parte, per dir
così, nella vita. Ma la mansuetudine e la magnanimità della
sua natura, ed anche la celebrità che egli si venne
guadagnando con questi medesimi ragionamenti, e dalla quale
dovette essergli consolato in qualche parte l'amor proprio;
fecero che questa ironia non fu sdegnosa ed acerba, ma
riposata e dolce.
</p>
               <p>Così la filosofia per la prima volta, secondo il famoso
detto di Cicerone, fatta scendere dal cielo, fu introdotta
da Socrate nelle città e nelle case, e rimossa dalla
speculazione delle cose occulte, nella quale era stata
occupata insino a quel tempo, fu rivolta a considerare i
costumi e la vita degli uomini, e a disputare delle virtù e
dei vizi, delle cose buone ed utili, e delle contrarie. Ma
Socrate da principio non ebbe in animo di fare
quest'innovazione, nè d'insegnar che che sia, nè di
conseguire il nome di filosofo; che a quei tempi era proprio
dei soli fisici o metafisici; onde egli per quelle sue tali
discussioni e quei tali colloqui non lo poteva sperare: anzi
professò apertamente di non saper cosa alcuna; e non si
propose altro che d'intrattenersi favellando dei casi
altrui; preferito questo passatempo alla filosofia stessa,
niente meno che a qualunque altra scienza ed a qualunque
arte, perchè inclinando naturalmente alle azioni molto più
che alle speculazioni, non si volgeva al discorrere, se non
per le difficoltà che gl'impedivano l'operare. E nei
discorsi, sempre si esercitò colle persone giovani e belle
più volentieri che con altri; quasi ingannando il desiderio,
e compiacendosi d'essere stimato da coloro da cui molto
maggiormente avrebbe voluto essere amato. E perciocchè tutte
le scuole dei filosofi greci nate da indi in poi, derivarono
in qualche modo dalla socratica, concludeva l'Ottonieri, che
l'origine di quasi tutta la filosofia greca, dalla quale
nacque la moderna, fu il naso rincagnato, e il viso da
satiro, di un uomo eccellente d'ingegno e ardentissimo di
cuore. Anche diceva, che nei libri dei Socratici, la persona
di Socrate è simile a quelle maschere, ciascuna delle quali
nelle nostre commedie antiche, ha da per tutto un nome, un
abito, un'indole; ma nel rimanente varia in ciascuna
commedia.
</p>
               <p>Non lasciò scritta cosa alcuna di filosofia, nè d'altro che
non appartenesse a uso privato. E dimandandolo alcuni perchè
non prendesse a filosofare anche in iscritto, come soleva
fare a voce, e non deponesse i suoi pensieri nelle carte,
rispose: il leggere è un conversare, che si fa con chi
scrisse. Ora, come nelle feste e nei sollazzi pubblici,
quelli che non sono o non credono di esser parte dello
spettacolo, prestissimo si annoiano, così nella
conversazione è più grato generalmente il parlare che
l'ascoltare. Ma i libri per necessità sono come quelle
persone che stando cogli altri, parlano sempre esse, e non
ascoltano mai. Per tanto è di bisogno che il libro dica
molto buone e belle cose, e dicale molto bene; acciocchè dai
lettori gli sia perdonato quel parlar sempre. Altrimenti è
forza che così venga in odio qualunque libro, come ogni
parlatore insaziabile.
</p>
            </div2>
            <div2 type="capitolo">
               <head>CAPITOLO SECONDO</head>
               <p>Non ammetteva distinzione dai negozi ai trastulli; e sempre
che era stato occupato in qualunque cosa, per grave che ella
fosse, diceva d'essersi trastullato. Solo se talvolta era
stato qualche poco d'ora senza occupazione, confessava non
avere avuto in quell'intervallo alcun passatempo.
</p>
               <p>Diceva che i diletti più veri che abbia la nostra vita,
sono quelli che nascono dalle immaginazioni false; e che i
fanciulli trovano il tutto anche nel niente, gli uomini il
niente nel tutto.
</p>
               <p>Assomigliava ciascuno de' piaceri chiamati comunemente
reali, a un carciofo di cui, volendo arrivare alla castagna,
bisognasse prima rodere e trangugiare tutte le foglie. E
soggiungeva che questi tali carciofi sono anche rarissimi;
che altri in gran numero se ne trovano, simili a questi nel
di fuori, ma dentro senza castagna; e che esso, potendosi
difficilmente adattare a ingoiarsi le foglie, era contento
per lo più di astenersi dagli uni e dagli altri.
</p>
               <p>Rispondendo a uno che l'interrogò, qual fosse il peggior
momento della vita umana, disse: eccetto il tempo del
dolore, come eziandio del timore, io per me crederei che i
peggiori momenti fossero quelli del piacere: perchè la
speranza e la rimembranza di questi momenti, le quali
occupano il resto della vita, sono cose migliori e più dolci
assai degli stessi diletti. E paragonava universalmente i
piaceri umani agli odori: perchè giudicava che questi
sogliano lasciare maggior desiderio di se, che qualunque
altra sensazione, parlando proporzionatamente al diletto; e
di tutti i sensi dell'uomo, il più lontano da potere esser
fatto pago dai propri piaceri, stimava che fosse l'odorato.
Anche paragonava gli odori all'aspettativa dei beni; dicendo
che quelle cose odorifere che sono buone a mangiare, o a
gustare in qualunque modo, ordinariamente vincono coll'odore
il sapore; perchè gustati piacciono meno ch'a odorarli, o
meno di quel che dall'odore si stimerebbe. E narrava che
talvolta gli era avvenuto di sopportare impazientemente
l'indugio di qualche bene, che egli era già certo di
conseguire; e ciò non per grande avidità che sentisse di
detto bene, ma per timore di scemarsene il godimento con
fare intorno a questo troppe immaginazioni, che glielo
rappresentassero molto maggiore di quello che egli sarebbe
riuscito. E che intanto aveva fatta ogni diligenza, per
divertire la mente dal pensiero di quel bene, come si fa dai
pensieri de' mali.
</p>
               <p>Diceva altresì che ognuno di noi, da che viene al mondo, è
come uno che si corica in un letto duro e disagiato: dove
subito posto, sentendosi stare incomodamente, comincia a
rivolgersi sull'uno e sull'altro fianco, e mutar luogo e
giacitura a ogni poco; e dura così tutta la notte, sempre
sperando di poter prendere alla fine un poco di sonno, e
alcune volte credendo essere in punto di addormentarsi;
finchè venuta l'ora, senza essersi mai riposato, si leva.
</p>
               <p>Osservando insieme con alcuni altri certe api occupate
nelle loro faccende, disse: beate voi se non intendete la
vostra infelicità.
</p>
               <p>Non credeva che si potesse nè contare tutte le miserie
degli uomini, nè deplorarne una sola bastantemente.
</p>
               <p>A quella questione di Orazio, come avvenga che nessuno è
contento del proprio stato, rispondeva: la cagione è, che
nessuno stato è felice. Non meno i sudditi che i principi,
non meno i poveri che i ricchi, non meno i deboli che i
potenti, se fossero felici, sarebbero contentissimi della
loro sorte, e non avrebbero invidia all'altrui: perocchè gli
uomini non sono più incontentabili, che sia qualunque altro
genere: ma non si possono appagare se non della felicità.
Ora, essendo sempre infelici, che maraviglia è che non sieno
mai contenti?
</p>
               <p>Notava che posto caso che uno si trovasse nel più felice
stato di questa terra, senza che egli si potesse promettere
di avanzarlo in nessuna parte e in nessuna guisa; si può
quasi dire che questi sarebbe il più misero di tutti gli
uomini. Anche i più vecchi hanno disegni e speranze di
migliorar condizione in qualche maniera. E ricordava un
luogo di Senofonte<note place="end" resp="aut" n="43">
                     <p>
                        <bibl>
                           <foreign lang="lat">
                              <emph>Oeconom.</emph>
                           </foreign> cap. 20, Â§ 23</bibl>.</p>
                  </note>, dove consiglia che avendosi a comperare
un terreno, si compri di quelli che sono male coltivati;
perchè, dice, un terreno che non è per darti più frutto di
quello che dà, non ti rallegra tanto, quanto farebbe se tu
lo vedessi andare di bene in meglio; e tutti quegli averi
che noi veggiamo che vengono vantaggiando, ci danno molto
più contento che gli altri.
</p>
               <p>All'incontro notava che niuno stato è così misero, il quale
non possa peggiorare; e che nessun mortale, per
infelicissimo che sia, può consolarsi nè vantarsi, dicendo
essere in tanta infelicità, che ella non comporti
accrescimento. Ancorchè la speranza non abbia termine, i
beni degli uomini sono terminati; anzi a un di presso il
ricco e il povero, il signore e il servo, se noi compensiamo
le qualità del loro stato colle assuefazioni e coi desiderii
loro, si trovano avere generalmente una stessa quantità di
bene. Ma la natura non ha posto alcun termine ai nostri
mali; e quasi la stessa immaginativa non può fingere alcuna
tanta calamità, che non si verifichi di presente, o già non
sia stata verificata, o per ultimo non si possa verificare,
in qualcuno della nostra specie. Per tanto, laddove la
maggior parte degli uomini non hanno in verità che sperare
alcuno aumento della quantità di bene che posseggono; a
niuno mai nello spazio di questa vita, può mancar materia
non vana di timore: e se la fortuna presto si riduce in
grado, che ella veramente non ha virtù di beneficarci da
vantaggio, non perde però in alcun tempo la facoltà di
offenderci con danni nuovi e tali da vincere e rompere la
stessa fermezza della disperazione.
</p>
               <p>Ridevasi spesse volte di quei filosofi che stimarono che
l'uomo si possa sottrarre dalla potestà della fortuna,
disprezzando e riputando come altrui tutti i beni e i mali
che non è in sua propria mano il conseguire o evitare, il
mantenere o liberarsene; e non riponendo la beatitudine e
l'infelicità propria in altro, che in quel che dipende
totalmente da esso lui. Sopra la quale opinione, tra le
altre cose, diceva: lasciamo stare che se anche fu mai
persona che cogli altri vivesse da vero e perfetto filosofo,
nessuno visse nè vive in tal modo seco medesimo; e che tanto
è possibile non curarsi delle cose proprie più che delle
altrui, quanto curarsi delle altrui come fossero proprie. Ma
dato che quella disposizione d'animo che dicono questi
filosofi, non solo fosse possibile, che non è, ma si
trovasse qui vera ed attuale in uno di noi; vi fosse anche
più perfetta che essi non dicono, confermata e connaturata
da uso lunghissimo, sperimentata in mille casi; forse perciò
la beatitudine e l'infelicità di questo tale, non sarebbero
in potere della fortuna? Non soggiacerebbe alla fortuna
quella stessa disposizione d'animo, che questi presumono che
ce ne debba sottrarre? La ragione dell'uomo non è sottoposta
tutto giorno a infiniti accidenti? innumerabili morbi che
recano stupidità, delirio, frenesia, furore, scempiaggine,
cento altri generi di pazzia breve o durevole, temporale o
perpetua; non la possono turbare, debilitare, stravolgere,
estinguere? La memoria, conservatrice della sapienza, non si
va sempre logorando e scemando dalla giovinezza in giù?
quanti nella vecchiaia tornano fanciulli di mente! e quasi
tutti perdono il vigore dello spirito in quella età. Come
eziandio per qualunque mala disposizione del corpo, anco
salva ed intera ogni facoltà dell'intelletto e della
memoria, il coraggio e la costanza sogliono, quando più,
quando meno, languire; e non di rado si spengono. In fine, è
grande stoltezza confessare che il nostro corpo è soggetto
alle cose che non sono in facoltà nostra, e contuttociò
negare che l'animo, il quale dipende dal corpo quasi in
tutto, soggiaccia necessariamente a cosa alcuna fuori che a
noi medesimi. E conchiudeva che l'uomo tutto intero e
sempre, e irrepugnabilmente, è in potestà della fortuna.
</p>
               <p>Dimandato a che nascano gli uomini rispose per ischerzo: a
conoscere quanto sia più spediente il non esser nato.
</p>
            </div2>
            <div2 type="capitolo">
               <head> CAPITOLO TERZO</head>
               <p>In proposito di certa disavventura occorsagli, disse: il
perdere una persona amata, per via di qualche accidente
repentino, o per malattia breve e rapida, non è tanto
acerbo, quanto è vedersela distruggere a poco a poco (e
questo era accaduto a lui) da una infermità lunga, dalla
quale ella non sia prima estinta, che mutata di corpo e
d'animo, e ridotta già quasi un'altra da quella di prima.
Cosa pienissima di miseria: perocchè in tal caso la persona
amata non ti si dilegua dinanzi lasciandoti, in cambio di
se, la immagine che tu ne serbi nell'animo, non meno amabile
che fosse per lo passato; ma ti resta in sugli occhi tutta
diversa da quella che tu per l'addietro amavi: in modo che
tutti gl'inganni dell'amore ti sono strappati violentemente
dall'animo; e quando ella poi ti si parte per sempre dalla
presenza, quell'immagine prima, che tu avevi di lei nel
pensiero, si trova essere scancellata dalla nuova. Così
vieni a perdere la persona amata interamente; come quella
che non ti può sopravvivere nè anche nella immaginativa: la
quale, in luogo di alcuna consolazione, non ti porge altro
che materia di tristezza. E in fine, queste simili
disavventure non lasciano luogo alcuno di riposarsi in sul
dolore che recano.
</p>
               <p>Dolendosi uno di non so qual travaglio, e dicendo: se
potessi liberarmi da questo, tutti gli altri che ho, mi
sarebbero leggerissimi a sopportare; rispose: anzi allora ti
sarebbero gravi, ora ti sono leggeri.
</p>
               <p>Dicendo un altro: se questo dolore fosse durato più, non
sarebbe stato sopportabile; rispose: anzi, per
l'assuefazione, l'avresti sopportato meglio.
</p>
               <p>E in molte cose attenenti alla natura degli uomini, si
discostava dai giudizi comuni della moltitudine, e da quelli
anco dei savi talvolta. Come, per modo di esempio, negava
che al dimandare e al pregare, sieno opportuni i tempi di
qualche insolita allegrezza di quelli a cui le dimande o le
preghiere sono da porgere. Massimamente, diceva, quando la
instanza non sia tale, che ella, per la parte di chi è
pregato o richiesto, si possa soddisfare presentemente, con
solo o poco più che un semplice acconsentirla; io reputo che
nelle persone il giubilo, sia cosa, a impetrar che che sia
da esse, non manco inopportuna e contraria, che il dolore.
Perciocchè l'una e l'altra passione riempiono parimente
l'uomo del pensiero di se medesimo in guisa, che non
lasciano luogo a quelli delle cose altrui. Come nel dolore
il nostro male, così nella grande allegrezza il bene,
tengono intenti e occupati gli animi, e inetti alla cura dei
bisogni e desiderii d'altri. Dalla compassione specialmente,
sono alienissimi l'uno e l'altro tempo; quello del dolore,
perchè l'uomo è tutto volto alla pietà di se stesso; quello
della gioia, perchè allora tutte le cose umane, e tutta la
vita, ci si rappresentano lietissime e piacevolissime; tanto
che le sventure e i travagli paiono quasi immaginazioni
vane, o certo se ne rifiuta il pensiero, per essere troppo
discorde dalla presente disposizione del nostro animo. I
migliori tempi da tentar di ridurre alcuno a operar di
presente, o a risolversi di operare, in altrui beneficio,
sono quelli di qualche allegrezza placida e moderata, non
istraordinaria, non viva; o pure, ed anco maggiormente,
quelli di una cotal gioia, che, quantunque viva, non ha
soggetto alcuno determinato, ma nasce da pensieri vaghi, e
consiste in una tranquilla agitazione dello spirito. Nel
quale stato, gli uomini sono più disposti alla compassione
che mai, più facili a chi li prega, e talvolta abbracciano
volentieri l'occasione di gratificare gli altri, e di
volgere quel movimento confuso e quel piacevole impeto de'
loro pensieri, in qualche azione lodevole.
</p>
               <p>Negava similmente che l'infelice, narrando o come che sia
dimostrando i suoi mali, riporti per l'ordinario maggior
compassione e maggior cura da quelli che hanno con lui
maggiore conformità di travagli. Anzi questi in udire le tue
querele, o intendere la tua condizione in qualunque modo,
non attendono ad altro, che ad anteporre seco stessi, come
più gravi, i loro a' tuoi mali: e spesso accade che, quando
più ti pensi che sieno commossi sopra il tuo stato, quelli
t'interrompono narrandoti la sorte loro, e sforzandosi di
persuaderti che ella sia meno tollerabile della tua. E
diceva che in tali casi avviene ordinariamente quello che
nella Iliade si legge di Achille, quando Priamo
supplichevole e piangente gli è prostrato ai piedi: il quale
finito che ha quel suo lamento miserabile, Achille si pone a
piangere seco, non già dei mali di quello, ma delle sventure
proprie, e per la ricordanza del padre, e dell'amico ucciso.
Soggiungeva, che ben suole alquanto conferire alla
compassione l'avere sperimentato altre volte in se quegli
stessi mali che si odono o veggono essere in altri, ma non
il sostenerli al presente.
</p>
               <p>Diceva che la negligenza e l'inconsideratezza sono causa di
commettere infinite cose crudeli o malvage; e spessissimo
hanno apparenza di malvagità o crudeltà: come, a cagione di
esempio, in uno che trattenendosi fuori di casa in qualche
suo passatempo, lascia i servi in luogo scoperto infracidare
alla pioggia; non per animo duro e spietato, ma non
pensandovi, o non misurando colla mente il loro disagio. E
stimava che negli uomini l'inconsideratezza sia molto più
comune della malvagità, della inumanità e simili; e da
quella abbia origine un numero assai maggiore di cattive
opere: e che una grandissima parte delle azioni e dei
portamenti degli uomini che si attribuiscono a qualche
pessima qualità morale, non sieno veramente altro che
inconsiderati.
</p>
               <p>Disse in certa occasione, essere manco grave al benefattore
la piena ed espressa ingratitudine, che il vedersi
rimunerare di un beneficio grande con uno piccolo, col quale
il beneficato, o per grossezza di giudizio o per malvagità,
si creda o si pretenda sciolto dall'obbligo verso lui; ed
esso apparisca ricompensato, o per civiltà gli convenga far
dimostrazione di tenersi tale: in modo che dall'una parte,
venga ad essere defraudato anche della nuda e infruttuosa
gratitudine dell'animo, la quale verisimilmente egli si
aveva promessa in qualunque caso; dall'altra parte, gli sia
tolta la facoltà di liberamente querelarsi
dell'ingratitudine, o di apparire, siccome egli è
nell'effetto, male e ingiustamente corrisposto.
</p>
               <p>Ho udito anche riferire come sua, questa sentenza. Noi
siamo inclinati e soliti a presupporre in quelli coi quali
ci avviene di conversare, molta acutezza e maestria per
iscorgere i nostri pregi veri, o che noi c'immaginiamo, e
per conoscere la bellezza o qualunque altra virtù d'ogni
nostro detto o fatto; come ancora molta profondità, ed un
abito grande di meditare, e molta memoria, per considerare
esse virtù ed essi pregi, e tenerli poi sempre a mente:
eziandio che in rispetto ad ogni altra cosa, o non
iscopriamo in coloro queste tali parti, o non confessiamo
tra noi di scoprirvele.
</p>
            </div2>
            <div2 type="capitolo">
               <head> CAPITOLO QUARTO</head>
               <p>Notava che talora gli uomini irresoluti sono
perseverantissimi nei loro propositi, non ostante qualunque
difficoltà; e questo per la stessa loro irresolutezza;
atteso che a lasciare la deliberazione fatta, converrebbe si
risolvessero un'altra volta. Talora sono prontissimi ed
efficacissimi nel mettere in opera quello che hanno
risoluto: perchè temendo essi medesimi d'indursi di momento
in momento ad abbandonare il partito preso, e di ritornare
in quella travagliosissima perplessità e sospensione
d'animo, nella quale furono prima di determinarsi;
affrettano la esecuzione, e vi adoprano ogni loro forza;
stimolati più dall'ansietà e dall'incertezza di vincere se
medesimi, che dal proprio oggetto dell'impresa, e dagli
altri ostacoli che essi abbiano a superare per conseguirlo.
</p>
               <p>Diceva alle volte ridendo, che le persone assuefatte a
comunicare di continuo cogli altri i propri pensieri e
sentimenti, esclamano, anco essendo sole, se una mosca le
morde, o che si versi loro un vaso, o fugga loro di mano; e
che per lo contrario quelle che sono usate di vivere seco
stesse e di contenersi nel proprio interno, se anco si
sentono cogliere da un'apoplessia, trovandosi pure in
presenza d'altri, non aprono bocca.
</p>
               <p>Stimava che una buona parte degli uomini, antichi e
moderni, che sono riputati grandi o straordinari,
conseguissero questa riputazione in virtù principalmente
dell'eccesso di qualche loro qualità sopra le altre. E che
uno in cui le qualità dello spirito sieno bilanciate e
proporzionate fra loro; se bene elle fossero o straordinarie
o grandi oltre modo, possa con difficoltà far cose degne
dell'uno o dell'altro titolo, ed apparire ai presenti o ai
futuri nè grande nè straordinario.
</p>
               <p>Distingueva nelle moderne nazioni civili tre generi di
persone. Il primo, di quelle in cui la natura propria, ed
anco in gran parte la natura comune degli uomini, si trova
mutata e trasformata dall'arte, e dagli abiti della vita
cittadinesca. Di questo genere di persone diceva essere
tutte quelle che sono atte ai negozi privati o pubblici; a
partecipare con diletto nel commercio gentile degli uomini,
e riuscire scambievolmente grate a quelli coi quali si
abbattono a convivere, o a praticare personalmente in uno o
altro modo; in fine, all'uso della presente vita civile. E a
questo solo genere, parlando universalmente, diceva toccare
ed appartenere nelle dette nazioni la stima degli uomini. Il
secondo, essere di quelli in cui la natura non si trova
mutata bastantemente dalla sua prima condizione; o per non
essere stata, come si dice, coltivata; o perciocchè, per sua
strettezza e insufficienza, fu poco atta a ricevere e a
conservare le impressioni e gli effetti dell'arte, della
pratica e dell'esempio. Questo essere il più numeroso dei
tre; ma disprezzato non manco da se medesimo che dagli
altri, degno di piccola considerazione; e in somma
consistere in quella gente che ha o merita nome di volgo, in
qualunque ordine e stato sia posta dalla fortuna. Il terzo,
incomparabilmente inferiore di numero agli altri due, quasi
così disprezzato come il secondo, e spesso anco
maggiormente, essere di quelle persone in cui la natura per
soprabbondanza di forza, ha resistito all'arte del nostro
presente vivere, ed esclusala e ributtata da se; non
ricevutone se non così piccola parte, che questa alle dette
persone non è bastante per l'uso dei negozi e per governarsi
cogli uomini, nè per sapere anco riuscire conversando, nè
dilettevoli, nè pregiate. E suddivideva questo genere in due
specie: l'una al tutto forte e gagliarda; disprezzatrice del
disprezzo che le è portato universalmente, e spesso più
lieta di questo, che se ella fosse onorata; diversa dagli
altri non per sola necessità di natura, ma eziandio per
volontà e di buon grado; rimota dalle speranze o dai piaceri
del commercio degli uomini, e solitaria nel mezzo delle
città, non meno perchè fugge essa dall'altra gente, che per
essere fuggita. Di questa specie soggiungeva non si trovare
se non rarissimi. Nella natura dell'altra, diceva essere
congiunta e mista alla forza una sorta di debolezza e di
timidità; in modo che essa natura combatte seco medesima.
Perocchè gli uomini di questa seconda specie, non essendo di
volontà punto alieni dal conversare cogli altri, desiderando
in molte e diverse cose di rendersi conformi o simili a
quelli del primo genere, dolendosi nel proprio cuore della
disistima in cui si veggono essere, e di parere da meno di
uomini smisuratamente inferiori a se d'ingegno e d'animo;
non vengono a capo, non ostante qualunque cura e diligenza
vi pongano, di addestrarsi all'uso pratico della vita, nè di
rendersi nella conversazione tollerabili a se, non che
altrui. Tali essere stati negli ultimi tempi, ed essere
all'età nostra, se bene l'uno più, l'altro meno, non pochi
degl'ingegni maggiori e più delicati. E per un esempio
insigne, recava Gian Giacomo Rousseau; aggiungendo a questo
un altro esempio, ricavato dagli antichi, cioè Virgilio: del
quale nella Vita latina che porta il nome di Donato
grammatico<note place="end" resp="aut" n="44">
                     <p>
                        <bibl>Cap. 6.</bibl>
                     </p>
                  </note>, è riferito coll'autorità di Melisso pure
grammatico, liberto di Mecenate, che egli fu nel favellare
tardissimo, e poco diverso dagl'indotti. E che ciò sia vero,
e che Virgilio, per la stessa maravigliosa finezza
dell'ingegno, fosse poco atto a praticare cogli uomini, gli
pareva si potesse raccorre molto probabilmente, sì
dall'artificio sottilissimo e faticosissimo del suo stile, e
sì dalla propria indole di quella poesia: come anche da ciò
che si legge in sulla fine del secondo delle Georgiche. Dove
il poeta, contro l'uso dei Romani antichi, e massimamente di
quelli d'ingegno grande, si professa desideroso della vita
oscura e solitaria; e questo in una cotal guisa, che si può
comprendere che egli vi è sforzato dalla sua natura, anzi
che inclinato; e che l'ama più come rimedio o rifugio, che
come bene. E perciocchè, generalmente parlando, gli uomini
di questa e dell'altra specie, non sono avuti in pregio, se
non se alcuni dopo morte, e quelli del secondo genere vivi,
non che morti, sono in poco o niun conto; giudicava potersi
affermare in universale, che ai nostri tempi, la stima
comune degli uomini non si ottenga in vita con altro modo,
che con discostarsi e tramutarsi di gran lunga dall'essere
naturale. Oltre di questo, perciocchè nei tempi presenti
tutta, per dir così, la vita civile consiste nelle persone
del primo genere, la natura del quale tiene come il mezzo
tra quelle de' due rimanenti; conchiudeva che anche per
questa via, come per altre mille, si può conoscere che
oggidì l'uso, il maneggio, e la potestà delle cose, stanno
quasi totalmente nelle mani della mediocrità.
</p>
               <p>Distingueva ancora tre stati della vecchiezza considerata
in rispetto alle altre età dell'uomo. Nei principii delle
nazioni, quando di costumi e d'abito, tutte le età furono
giuste e virtuose; e mentre la esperienza e la cognizione
degli uomini e della vita, non ebbero per proprietà di
alienare gli animi dall'onesto e dal retto; la vecchiezza fu
venerabile sopra le altre età; perchè colla giustizia e con
simili pregi, allora comuni a tutte, concorreva in essa,
come è natura che vi si trovi, maggior senno e prudenza che
nelle altre. In successo di tempo, per lo contrario,
corrotti e pervertiti i costumi, niuna età fu più vile ed
abbominabile della vecchiezza; inclinata coll'affetto al
male più delle altre, per la più lunga consuetudine, per la
maggior conoscenza e pratica delle cose umane, per gli
effetti dell'altrui malvagità, più lungamente e in maggior
numero sopportati, e per quella freddezza che ella ha da
natura; e nel tempo stesso impotente a operarlo, salvo colle
calunnie, le frodi, le perfidie, le astuzie, le simulazioni,
e in breve con quelle arti che tra le scellerate sono
abbiettissime. Ma poichè la corruttela delle nazioni ebbe
trapassato ogni termine, e che il disprezzo della
rettitudine e della virtù precorse negli uomini l'esperienza
e la cognizione del mondo e del tristo vero; anzi, per dir
così, l'esperienza e la cognizione precorsero l'età, e
l'uomo già nella puerizia fu esperto, addottrinato e guasto;
la vecchiezza divenne, non dico già venerabile, che da indi
innanzi molto poche cose furono capaci di questo titolo, ma
più tollerabile delle altre età. Perocchè il fervore
dell'animo e la gagliardia del corpo, che per l'addietro,
giovando all'immaginativa, ed alla nobiltà dei pensieri, non
di rado erano state in qualche parte cagione di costumi, di
sensi e di opere virtuose; furono solamente stimoli e
ministri del mal volere e del male operare, e diedero
spirito e vivezza alla malvagità: la quale nel declinare
degli anni, fu mitigata e sedata dalla freddezza del cuore,
e dall'imbecillità delle membra; cose per altro più
conducenti al vizio che alla virtù. Oltre che la stessa
molta esperienza e notizia delle cose umane, divenute al
tutto inamabili, fastidiose e vili; in luogo di volgere
all'iniquità i buoni come per lo passato, acquistò forza di
scemarne e talvolta spegnerne l'amore nei tristi. Laonde, in
quanto ai costumi, parlando della vecchiezza a comparazione
delle altre età, si può dire che ella fosse nei primi tempi,
come è al buono il migliore; nei corrotti, come al cattivo
il pessimo; nei seguenti e peggiori, al contrario.
</p>
            </div2>
            <div2 type="capitolo">
               <head> CAPITOLO QUINTO</head>
               <p>Ragionava spesso di quella qualità di amor proprio che oggi
è detta egoismo, porgendosegli, credo io, frequentemente
l'occasione di entrarne in parole. Nella qual materia
narrerò qualcuna delle sue sentenze. Diceva che oggidì,
qualora ti è lodato alcuno, o vituperato, di probità o del
contrario, da persona che abbia avuto a fare seco, o che di
presente abbia; tu non ricevi di quel tale altra contezza,
se non che questa persona che lo biasima o loda, è bene o
male soddisfatta di lui: bene, se lo rappresenta per buono;
male, se per malvagio.
</p>
               <p>Negava che alcuno a questi tempi possa amare senza rivale;
e dimandato del perchè, rispondeva: perchè certo l'amato o
l'amata è rivale ardentissimo dell'amante.
</p>
               <p>Facciamo caso, diceva, che tu richiegga di un piacere una
qualsivoglia persona; della qual dimanda non ti si possa
soddisfare senza incorrere nell'odio o nella mala volontà di
un terzo; e questo terzo, tu e la persona richiesta,
supponghiamo che in istato e in potere, siete tutti e tre
uguali, poco più o meno. Io dico che verisimilmente la tua
dimanda non ti verrà conseguita per nessun modo; posto
eziandio che il gratificartene avesse dovuto obbligarti
grandemente al gratificatore, e fargli anche più benevolo
te, che inimico quel terzo. Ma dall'odio e dall'ira degli
uomini si teme assai più che dall'amore e dalla gratitudine
non si spera: e ragionevolmente: perchè in generale si vede,
che quelle due prime passioni operano più spesso, e
nell'operare mostrano molto maggiore efficacia, che le
contrarie. La cagione è, che chi si sforza di nuocere a
quelli che egli odia, e chi cerca vendetta, opera per se;
chi si studia di giovare a quelli che egli ama, e chi
rimerita i benefizi ricevuti, opera per gli amici e i
benefattori.
</p>
               <p>Diceva che universalmente gli ossequi e i servigi che si
fanno agli altri con isperanze e disegni di utilità propria,
rade volte conseguiscono il loro fine; perchè gli uomini,
massimamente oggi, che hanno più scienza e più senno che per
l'addietro, sono facili a ricevere e difficili a rendere.
Nondimeno, che di tali ossequi e servigi, quelli che sono
prestati da alcuni giovani a vecchie ricche o potenti,
ottengono il loro fine, non solo più spesse volte che gli
altri, ma il più delle volte.
</p>
               <p>Queste considerazioni infrascritte, che concernono
principalmente i costumi moderni, mi ricordo averle udite
dalla sua bocca. Oggi non è cosa alcuna che faccia vergogna
appresso agli uomini usati e sperimentati nel mondo, salvo
che il vergognarsi; nè di cosa alcuna questi sì fatti uomini
si vergognano, fuorchè di questa, se a caso qualche volta
v'incorrono.
</p>
               <p>Maraviglioso potere è quel della moda: la quale, laddove le
nazioni e gli uomini sono tenacissimi delle usanze in ogni
altra cosa, e ostinatissimi a giudicare, operare e procedere
secondo la consuetudine, eziandio contro ragione e con loro
danno; essa sempre che vuole, in un tratto li fa deporre,
variare, assumere usi, modi e giudizi, quando pur quello che
abbandonano sia ragionevole, utile, bello e conveniente, e
quello che abbracciano, il contrario.
</p>
               <p>D'infinite cose che nella vita comune, o negli uomini
particolari, sono ridicole veramente, è rarissimo che si
rida; e se pure alcuno vi si prova, non gli venendo fatto di
comunicare il suo riso agli altri, presto se ne rimane.
All'incontro, di mille cose o gravissime o convenientissime,
tutto giorno si ride, e con facilità grande se ne muovono le
risa negli altri. Anzi le più delle cose delle quali si ride
ordinariamente, sono tutt'altro che ridicole in effetto; e
di moltissime si ride per questa cagione stessa, che elle
non sono degne di riso o in parte alcuna o tanto che basti.
</p>
               <p>Diciamo e udiamo dire a ogni tratto: <hi rend="italic">i buoni antichi</hi>,
<hi rend="italic">i nostri buoni antenati</hi>; e <hi rend="italic">uomo fatto all'antica</hi>,
volendo dire uomo dabbene e da potersene fidare. Ciascuna
generazione crede dall'una parte, che i passati fossero
migliori dei presenti; dall'altra parte, che i popoli
migliorino allontanandosi dal loro primo stato ogni giorno
più; verso il quale se eglino retrocedessero, che allora
senza dubbio alcuno peggiorerebbero.
</p>
               <p>Certamente il vero non è bello. Nondimeno anche il vero può
spesse volte porgere qualche diletto: e se nelle cose umane
il bello è da preporre al vero, questo, dove manchi il
bello, è da preferire ad ogni altra cosa. Ora nelle città
grandi, tu sei lontano dal bello: perchè il bello non ha più
luogo nessuno nella vita degli uomini. Sei lontano anche dal
vero: perchè nelle città grandi ogni cosa è finta, o vana.
Di modo che ivi, per dir così, tu non vedi, non odi, non
tocchi, non respiri altro che falsità, e questa brutta e
spiacevole. Il che agli spiriti delicati si può dire che sia
la maggior miseria del mondo.
</p>
               <p>Quelli che non hanno necessità di provvedere essi medesimi
ai loro bisogni, e però ne lasciano la cura agli altri, non
possono per l'ordinario provvedere, o in guisa alcuna, o
solo con grandissima difficoltà, e meno sufficientemente che
gli altri, a un bisogno principalissimo che in ogni modo
hanno. Dico quello di occupare la vita: il quale è maggiore
assai di tutti i bisogni particolari ai quali, occupandola,
si provvede; e maggiore eziandio che il bisogno di vivere.
Anzi il vivere, per se stesso, non è bisogno; perchè
disgiunto dalla felicità, non è bene. Dove che posta la
vita, è sommo e primo bisogno il condurla con minore
infelicità che si possa. Ora dall'una parte, la vita
disoccupata o vacua, è infelicissima. D'altra parte, il modo
di occupazione col quale la vita si fa manco infelice che
con alcun altro, si è quello che consiste nel provvedere ai
propri bisogni.
</p>
               <p>Diceva che il costume di vendere e comperare uomini, era
cosa utile al genere umano: e allegava che l'uso
dell'innestare il vaiuolo venne in Costantinopoli, donde
passò in Inghilterra, e di là nelle altre parti d'Europa,
dalla Circassia; dove l'infermità del vaiuolo naturale,
pregiudicando alla vita o alle forme dei fanciulli e dei
giovani, danneggiava molto il mercato che fanno quei popoli
delle loro donzelle.
</p>
               <p>Narrava di se medesimo, che quando prima uscì delle scuole
ed entrò nel mondo, propose, come giovanetto inesperto e
amico della verità, di non voler mai lodare nè persona nè
cosa che gli occorresse nel commercio degli uomini, se non
se qualora ella fosse tale, che gli paresse veramente
lodevole. Ma che passato un anno, nel quale, mantenendo il
proposito fatto, non gli venne lodata nè cosa nè persona
alcuna; temendo non si dimenticare al tutto, per mancamento
di esercizio, quello che nella rettorica non molto prima
aveva imparato circa il genere encomiastico o lodativo ruppe
il proposito; e indi a poco se ne rimosse totalmente.
</p>
            </div2>
            <div2 type="capitolo">
               <head> CAPITOLO SESTO</head>
               <p>Usava di farsi leggere quando un libro quando un altro, per
lo più di scrittore antico; e interponeva alla lettura
qualche suo detto, e quasi annotazioncella a voce, sopra
questo o quel passo, di mano in mano. Udendo leggere nelle
Vite dei filosofi scritte da Diogene Laerzio<note place="end" resp="aut" n="45">
                     <p>
                        <bibl>Lib. 1, segm. 69.</bibl>
                     </p>
                  </note>, che
interrogato Chilone in che differiscano gli addottrinati
dagl'indotti, rispose che nelle buone speranze; disse: oggi
è tutto l'opposto; perchè gl'ignoranti sperano, e i
conoscenti non isperano cosa alcuna.
</p>
               <p>Similmente, leggendosi nelle dette Vite<note place="end" resp="aut" n="46">
                     <p>
                        <bibl>Lib. 2, segm. 31.</bibl>
                     </p>
                  </note> come Socrate
affermava essere al mondo un solo bene, e questo essere la
scienza; e un solo male, e questo essere l'ignoranza; disse:
della scienza e dell'ignoranza antica non so; ma oggi io
volgerei questo detto al contrario.
</p>
               <p>Nello stesso libro<note place="end" resp="aut" n="47">
                     <p>
                        <bibl>Ibid., segm. 95.</bibl>
                     </p>
                  </note> riportandosi questo dogma della setta
degli Egesiaci: <quote>
                     <hi rend="italic">il sapiente, che che egli si faccia, farà
ogni cosa a suo beneficio proprio</hi>
                  </quote>; disse: se tutti quelli
che procedono in questo modo sono filosofi, oramai venga
Platone, e riduca ad atto la sua repubblica in tutto il
mondo civile.
</p>
               <p>Commendava molto una sentenza di Bione boristenite, posta
dal medesimo Laerzio<note place="end" resp="aut" n="48">
                     <p>
                        <bibl>Lib. 4, segm. 48.</bibl>
                     </p>
                  </note>, che i più travagliati di tutti, sono
quelli che cercano le maggiori felicità. E soggiungeva che,
all'incontro, i più beati sono quelli che più si possono e
sogliono pascere delle minime, e anco da poi che sono
passate, rivolgerle e assaporarle a bell'agio colla memoria.
</p>
               <p>Recava alle varie età delle nazioni civili quel verso greco
che suona: <quote>
                     <hi rend="italic">i giovani fanno, i mezzani consultano, i vecchi
desiderano</hi>
                  </quote>; dicendo che in vero non rimane all'età
presente altro che desiderio.
</p>
               <p>A un passo di Plutarco<note place="end" resp="aut" n="49">
                     <p>
                        <bibl>
                           <foreign lang="lat">
                              <emph>Praecept. gerend. reipub.</emph>
                           </foreign> Opp. tom. 2, pag . 709 et seq.</bibl>
                     </p>
                  </note>, che è trasportato da Marcello
Adriani giovane in queste parole: <quote>
                     <hi rend="italic">molto meno arieno ancora
gli Spartani patito l'insolenza e buffonerie di Stratocle:
il quale avendo persuaso il popolo</hi> (ciò furono gli
Ateniesi) <hi rend="italic">a sacrificare come vincitore; che poi, sentito
il vero della rotta, si sdegnava; disse: qual ingiuria
riceveste da me, che seppi tenervi in festa ed in gioia per
ispazio di tre giorni?</hi>
                  </quote> soggiunse l'Ottonieri: il simile si
potrebbe rispondere molto convenientemente a quelli che si
dolgono della natura, gravandosi che ella, per quanto è in
se, tenga celato a ciascuno il vero, e coperto con molte
apparenze vane, ma belle e dilettevoli: che ingiuria vi fa
ella a tenervi lieti per tre o quattro giorni? E in altra
occasione disse, potersi appropriare alla nostra specie
universalmente, avendo rispetto agli errori naturali
dell'uomo, quello che del fanciullo ridotto ingannevolmente
a prendere la medicina, dice il Tasso: <quote>
                     <hi rend="italic">e da l'inganno suo
vita riceve</hi>
                  </quote>.
</p>
               <p>Nei Paradossi di Cicerone<note place="end" resp="aut" n="50">
                     <p>
                        <bibl>
                           <emph>Parad.</emph> 1 in fine.</bibl>
                     </p>
                  </note> essendogli letto un luogo, che in
volgare si ridurrebbe come segue: <quote>
                     <hi rend="italic">forse le voluttà fanno
la persona migliore o più lodevole? e hacci per avventura
alcuno che del goderle si magnifichi o pavoneggi?</hi>
                  </quote> disse:
caro Cicerone, che i moderni divengano per la voluttà o
migliori o più lodevoli, non ardisco dire; ma più lodati, sì
bene. Anzi hai da sapere che oggi questo solo cammino di
lode si propongono e seguono quasi tutti i giovani; cioè
quello che mena per le voluttà. Delle quali non pure si
vantano, ottenendole, e ne fanno infinite novelle cogli
amici e cogli strani, con chi vuole e con chi non vorrebbe
udire; ma oltre di ciò moltissime ne appetiscono e ne
procacciano, non come voluttà, ma come cagione di lode e di
fama, e come materia da gloriarsi; moltissime eziandio se ne
attribuiscono o non ottenute, o anco pure non cercate, o
finte del tutto.
</p>
               <p>Notava nell'istoria che scrisse Arriano delle imprese di
Alessandro Magno<note place="end" resp="aut" n="51">
                     <p>
                        <bibl>Lib. 2, cap. 8, sect. 9; c. 9, sect. 5.</bibl>
                     </p>
                  </note>, che alla giornata dell'Isso, Dario collocò
i soldati mercenari greci nella fronte dell'esercito, e
Alessandro i suoi mercenari pur greci alle spalle; e stimava
che da questa circostanza sola senza più si fosse potuto
antivedere il successo della battaglia.
</p>
               <p>Non riprendeva, anzi lodava ed amava, che gli scrittori
ragionassero molto di se medesimi: perchè diceva che in
questo, sono quasi sempre e quasi tutti eloquenti, e hanno
per l'ordinario lo stile buono e convenevole, eziandio
contro il consueto o del tempo, o della nazione, o proprio
loro. E ciò non essere maraviglia; poichè quelli che
scrivono delle cose proprie, hanno l'animo fortemente preso
e occupato dalla materia; non mancano mai nè di pensieri nè
di affetti nati da essa materia e nell'animo loro stesso,
non trasportati di altri luoghi, nè bevuti da altre fonti,
nè comuni e triti, e con facilità si astengono dagli
ornamenti frivoli in se, o che non fanno a proposito, dalle
grazie e dalle bellezze false, o che hanno più apparenza che
di sostanza, dall'affettazione, e da tutto quello che è
fuori del naturale. Ed essere falsissimo che i lettori
ordinariamente si curino poco di quello che gli scrittori
dicono di se medesimi: prima, perchè tutto quello che
veramente è pensato e sentito dallo scrittore stesso, e
detto con modo naturale e acconcio, genera attenzione, e fa
effetto, poi, perchè in nessun modo si rappresentano o
discorrono con maggior verità ed efficacia le cose altrui,
che favellando delle proprie: atteso che tutti gli uomini si
rassomigliano tra loro, sì nelle qualità naturali, e sì
negli accidenti, in quel che dipende dalla sorte; e che le
cose umane, a considerarle in se stesso, si veggono molto
meglio e con maggior sentimento che negli altri. In
confermazione dei quali pensieri adduceva, tra le altre
cose, l'aringa di Demostene per la Corona, dove l'oratore
parlando di se continuamente, vince se medesimo di
eloquenza: e Cicerone, al quale, il più delle volte, dove
tocca le cose proprie, vien fatto altrettanto: il che si
vede in particolare nella Miloniana, tutta maravigliosa, ma
nel fine maravigliosissima, dove l'oratore introduce se
stesso. Come similmente bellissimo ed eloquentissimo nelle
orazioni del Bossuet sopra tutti gli altri luoghi, è quello
dove chiudendo le lodi del Principe di Condé, il dicitore fa
menzione della sua propria vecchiezza e vicina morte. Degli
scritti di Giuliano imperatore, che in tutti gli altri è
sofista, e spesso non tollerabile, il più giudizioso e più
lodevole è la diceria che s'intitola Misopogone, cioè
<hi rend="italic">contro alla barba</hi>; dove risponde ai motti e alle
maldicenze di quelli di Antiochia contro di lui. Nella quale
operetta, lasciando degli altri pregi, egli non è molto
inferiore a Luciano nè di grazia comica, nè di copia,
acutezza e vivacità di sali, laddove in quella dei Cesari,
pure imitativa di Luciano, è sgraziato, povero di facezie,
ed oltre alla povertà, debole e quasi insulso. Tra
gl'Italiani, che per altro sono quasi privi di scritture
eloquenti, l'apologia che Lorenzino dei Medici scrisse per
giustificazione propria, è un esempio di eloquenza grande e
perfetta da ogni parte; e Torquato Tasso ancora è non di
rado eloquente nelle altre prose, dove parla molto di se
stesso, e quasi sempre eloquentissimo nelle lettere, dove
non ragiona, si può dire, se non de' suoi propri casi.
</p>
            </div2>
            <div2 type="capitolo">
               <head> CAPITOLO SETTIMO</head>
               <p>Si ricordano anche parecchi suoi motti e risposte argute:
come fu quella ch'ei diede a un giovanetto, molto studioso
delle lettere, ma poco esperto del mondo; il quale diceva,
che dell'arte del governarsi nella vita sociale, e della
cognizione pratica degli uomini, s'imparano cento fogli il
dì. Rispose l'Ottonieri: ma il libro fa cinque milioni di
fogli.
</p>
               <p>A un altro giovane inconsiderato e temerario, il quale per
ischermirsi da quelli che gli rimproveravano le male
riuscite che faceva giornalmente, e gli scorni che
riportava, era usato rispondere, che della vita non è da
fare più stima che di una commedia; disse una volta
l'Ottonieri: anche nella commedia è meglio riportare
applausi che fischiate; e il commediante male instrutto
nell'arte sua, o mal destro in esercitarla, all'ultimo si
muore di fame.
</p>
               <p>Preso dai sergenti della corte un ribaldo omicida, il quale
per essere zoppo, commesso il misfatto, non era potuto
fuggire; disse: vedete, amici, che la giustizia, se bene si
dice che sia zoppa, raggiunge però il malfattore, se egli è
zoppo.
</p>
               <p>Viaggiando per l'Italia, essendogli detto, non so dove, da
un cortigiano che lo voleva mordere: io ti parlerò
schiettamente, se tu me ne dai licenza; rispose: anzi avrò
caro assai di ascoltarti; perchè viaggiando si cercano le
cose rare.
</p>
               <p>Costretto da non so quale necessità una volta, a chiedere
danari in prestanza a uno, il quale scusandosi di non
potergliene dare, concluse affermando, che se fosse stato
ricco, non avrebbe avuto maggior pensiero che delle
occorrenze degli amici; esso replicò: mi rincrescerebbe
assai che tu stessi in pensiero per causa nostra. Prego Dio
che non ti faccia mai ricco.
</p>
               <p>Da giovane, avendo composto alcuni versi, e adoperatovi
certe voci antiche; dicendogli una signora attempata, alla
quale, richiesto da essa, li recitava, non li sapere
intendere, perchè quelle voci al tempo suo non correvano;
rispose: anzi mi credeva che corressero; perchè sono molto
antiche.
</p>
               <p>Di un avaro ricchissimo, al quale era stato fatto un furto
di pochi danari, disse, che si era portato avaramente ancora
coi ladri.
</p>
               <p>Di un calcolatore, che sopra qualunque cosa gli veniva
udita o veduta, si metteva a computare, disse: gli altri
fanno le cose, e costui le conta.
</p>
               <p>Ad alcuni antiquari che disputavano insieme dintorno a una
figurina antica di Giove, formata di terra cotta; richiesto
del suo parere; non vedete voi, disse, che questo è un Giove
in Creta?
</p>
               <p>Di uno sciocco il quale presumeva saper molto bene
raziocinare, e ne' suoi discorsi, a ogni due parole,
ricordava la logica; disse: questi è propriamente l'uomo
definito alla greca; cioè un animale logico.
</p>
               <p>Vicino a morte, compose esso medesimo questa inscrizione,
che poi gli fu scolpita sopra la sepoltura.
</p>
               <epigraph>
                  <lg>
                     <l>OSSA</l>
                     <l>DI FILIPPO OTTONIERI</l>
                     <l>NATO ALLE OPERE VIRTUOSE</l>
                     <l>E ALLA GLORIA</l>
                     <l>VISSUTO OZIOSO E DISUTILE</l>
                     <l>E MORTO SENZA FAMA</l>
                     <l>NON IGNARO DELLA NATURA</l>
                     <l>NÈ DELLA FORTUNA</l>
                     <l>SUA</l>
                  </lg>
               </epigraph>
            </div2>
         </div1>
         <div1 type="dialogo">
            <head>XVI</head>
            <head>DIALOGO DI CRISTOFORO COLOMBO
E DI PIETRO GUTIERREZ</head>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">COLOMBO.</hi>
               </speaker>
               <p>Bella notte, amico.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">GUTIERREZ.</hi>
               </speaker>
               <p> Bella in verità: e credo che a vederla da terra,
sarebbe più bella.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">COLOMBO.</hi>
               </speaker>
               <p>Benissimo: anche tu sei stanco del navigare.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">GUTIERREZ.</hi>
               </speaker>
               <p> Non del navigare in ogni modo; ma questa
navigazione mi riesce più lunga che io non aveva creduto, e
mi dà un poco di noia. Contuttociò non hai da pensare che io
mi dolga di te, come fanno gli altri. Anzi tieni per certo
che qualunque deliberazione tu sia per fare intorno a questo
viaggio, sempre ti seconderò, come per l'addietro, con ogni
mio potere. Ma, così per via di discorso, vorrei che tu mi
dichiarassi precisamente, con tutta sincerità, se ancora hai
così per sicuro come a principio, di avere a trovar paese in
questa parte del mondo; o se, dopo tanto tempo e tanta
esperienza in contrario, cominci niente a dubitare.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">COLOMBO.</hi>
               </speaker>
               <p>Parlando schiettamente, e come si può con persona
amica e segreta, confesso che sono entrato un poco in forse:
tanto più che nel viaggio parecchi segni che mi avevano dato
speranza grande, mi sono riusciti vani; come fu quel degli
uccelli che ci passarono sopra, venendo da ponente, pochi dì
poi che fummo partiti da Gomera, e che io stimai fossero
indizio di terra poco lontana. Similmente, ho veduto di
giorno in giorno che l'effetto non ha corrisposto a più di
una congettura e più di un pronostico fatto da me innanzi
che ci ponessimo in mare, circa a diverse cose che ci
sarebbero occorse, credeva io, nel viaggio. Però vengo
discorrendo, che come questi pronostici mi hanno ingannato,
con tutto che mi paressero quasi certi; così potrebbe essere
che mi riuscisse anche vana la congettura principale, cioè
dell'avere a trovar terra di là dall'Oceano. Bene è vero che
ella ha fondamenti tali, che se pure è falsa, mi parrebbe da
un canto che non si potesse aver fede a nessun giudizio
umano, eccetto che esso non consista del tutto in cose che
si veggano presentemente e si tocchino. Ma da altro canto,
considero che la pratica si discorda spesso, anzi il più
delle volte, dalla speculazione: e anche dico fra me: che
puoi tu sapere che ciascuna parte del mondo si rassomigli
alle altre in modo, che essendo l'emisfero d'oriente
occupato parte dalla terra e parte dall'acqua, seguiti che
anche l'occidentale debba essere diviso tra questa e quella?
che puoi sapere che non sia tutto occupato da un mare unico
e immenso? o che invece di terra, o anco di terra e d'acqua,
non contenga qualche altro elemento? Dato che abbia terre e
mari come l'altro, non potrebbe essere che fosse inabitato?
anzi inabitabile? Facciamo che non sia meno abitato del
nostro: che certezza hai tu che vi abbia creature razionali,
come in questo? e quando pure ve ne abbia, come ti assicuri
che sieno uomini, e non qualche altro genere di animali
intellettivi? ed essendo uomini; che non sieno
differentissimi da quelli che tu conosci? ponghiamo caso,
molto maggiori di corpo, più gagliardi, più destri; dotati
naturalmente di molto maggiore ingegno e spirito; anche,
assai meglio inciviliti, e ricchi di molta più scienza ed
arte? Queste cose vengo pensando fra me stesso. E per
verità, la natura si vede essere fornita di tanta potenza, e
gli effetti di quella essere così vari e moltiplici, che non
solamente non si può fare giudizio certo di quel che ella
abbia operato ed operi in parti lontanissime e del tutto
incognite al mondo nostro, ma possiamo anche dubitare che
uno s'inganni di gran lunga argomentando da questo a quelle,
e non sarebbe contrario alla verisimilitudine l'immaginare
che le cose del mondo ignoto, o tutte o in parte, fossero
maravigliose e strane a rispetto nostro. Ecco che noi
veggiamo cogli occhi propri che l'ago in questi mari declina
dalla stella per non piccolo spazio verso ponente: cosa
novissima, e insino adesso inaudita a tutti i navigatori;
della quale, per molto fantasticarne, io non so pensare una
ragione che mi contenti. Non dico per tutto questo, che si
abbia a prestare orecchio alle favole degli antichi circa
alle maraviglie del mondo sconosciuto, e di questo Oceano;
come, per esempio, alla favola dei paesi narrati da Annone<note place="end" resp="aut" n="52">
                     <p>
                        <bibl>
                           <foreign lang="lat">
                              <emph>Peripl.</emph>
                           </foreign> In <foreign lang="lat">
                              <emph>Geogr. graec. min.</emph>
                           </foreign> pag. 5.</bibl>
                     </p>
                  </note>,
che la notte erano pieni di fiamme, e dei torrenti di fuoco
che di là sboccavano nel mare: anzi veggiamo quanto sieno
stati vani fin qui tutti i timori di miracoli e di novità
spaventevoli, avuti dalla nostra gente in questo viaggio;
come quando, al vedere quella quantità di alghe, che pareva
facessero della marina quasi un prato, e c'impedivano
alquanto l'andare innanzi, pensarono essere in sugli ultimi
confini del mar navigabile. Ma voglio solamente inferire,
rispondendo alla tua richiesta, che quantunque la mia
congettura sia fondata in argomenti probabilissimi, non solo
a giudizio mio, ma di molti geografi, astronomi e navigatori
eccellenti, coi quali ne ho conferito, come sai, nella
Spagna, nell'Italia e nel Portogallo; nondimeno potrebbe
succedere che fallasse: perchè, torno a dire, veggiamo che
molte conclusioni cavate con ottimi discorsi, non reggono
all'esperienza; e questo interviene più che mai, quando elle
appartengono a cose intorno alle quali si ha pochissimo
lume.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">GUTIERREZ.</hi>
               </speaker>
               <p> Di modo che tu, in sostanza, hai posto la tua
vita, e quella de' tuoi compagni, in sul fondamento di una
semplice opinione speculativa.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">COLOMBO.</hi>
               </speaker>
               <p>Così è: non posso negare. Ma, lasciando da parte
che gli uomini tutto giorno si mettono a pericolo della vita
con fondamenti più deboli di gran lunga, e per cose di
piccolissimo conto, o anche senza pensarlo; considera un
poco. Se al presente tu, ed io, e tutti i nostri compagni,
non fossimo in su queste navi, in mezzo di questo mare, in
questa solitudine incognita, in istato incerto e rischioso
quanto si voglia; in quale altra condizione di vita ci
troveremmo essere? in che saremmo occupati? in che modo
passeremmo questi giorni? Forse più lietamente? o non
saremmo anzi in qualche maggior travaglio o sollecitudine,
ovvero pieni di noia? Che vuol dire uno stato libero da
incertezza e pericolo? se contento e felice, quello è da
preferire a qualunque altro; se tedioso e misero, non veggo
a quale altro stato non sia da posporre. Io non voglio
ricordare la gloria e l'utilità che riporteremo, succedendo
l'impresa in modo conforme alla speranza. Quando altro
frutto non ci venga da questa navigazione, a me pare che
ella ci sia profittevolissima in quanto che per un tempo
essa ci tiene liberi dalla noia, ci fa cara la vita, ci fa
pregevoli molte cose che altrimenti non avremmo in
considerazione. Scrivono gli antichi, come avrai letto o
udito, che gli amanti infelici, gittandosi dal sasso di
Santa Maura (che allora si diceva di Leucade) giù nella
marina, e scampandone; restavano, per grazia di Apollo,
liberi dalla passione amorosa. Io non so se egli si debba
credere che ottenessero questo effetto; ma so bene che,
usciti di quel pericolo, avranno per un poco di tempo, anco
senza favore di Apollo, avuta cara la vita, che prima
avevano in odio; o pure avuta più cara e più pregiata che
innanzi. Ciascuna navigazione è, per giudizio mio, quasi un
salto dalla rupe di Leucade; producendo le medesime utilità,
ma più durevoli che quello non produrrebbe; al quale, per
questo conto, ella è superiore assai. Credesi comunemente
che gli uomini di mare e di guerra, essendo a ogni poco in
pericolo di morire, facciano meno stima della vita propria,
che non fanno gli altri della loro. Io per lo stesso
rispetto giudico che la vita si abbia da molto poche persone
in tanto amore e pregio come da' navigatori e soldati.
Quanti beni che, avendoli, non si curano, anzi quante cose
che non hanno pur nome di beni, paiono carissime e
preziosissime ai naviganti, solo per esserne privi! Chi pose
mai nel numero dei beni umani l'avere un poco di terra che
ti sostenga? Niuno, eccetto i navigatori, e massimamente
noi, che per la molta incertezza del successo di questo
viaggio, non abbiamo maggior desiderio che della vista di un
cantuccio di terra; questo è il primo pensiero che ci si fa
innanzi allo svegliarci, con questo ci addormentiamo; e se
pure una volta ci verrà scoperta da lontano la cima di un
monte o di una foresta, o cosa tale, non capiremo in noi
stessi dalla contentezza; e presa terra, solamente a pensare
di ritrovarci in sullo stabile, di potere andare qua e là
camminando a nostro talento, ci parrà per più giorni essere
beati.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">GUTIERREZ.</hi>
               </speaker>
               <p> Tutto cotesto è verissimo: tanto che se quella
tua congettura speculativa riuscirà così vera come è la
giustificazione dell'averla seguita, non potremo mancar di
godere questa beatitudine in un giorno o l'altro.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">COLOMBO.</hi>
               </speaker>
               <p>Io per me, se bene non mi ardisco più di
promettermelo sicuramente, contuttociò spererei che fossimo
per goderla presto. Da certi giorni in qua, lo scandaglio,
come sai, tocca fondo; e la qualità di quella materia che
gli vien dietro, mi pare indizio buono. Verso sera, le
nuvole intorno al sole, mi si dimostrano d'altra forma e di
altro colore da quelle dei giorni innanzi. L'aria, come puoi
sentire, è fatta un poco più dolce e più tepida di prima. Il
vento non corre più, come per l'addietro, così pieno, nè
così diritto, nè costante; ma piuttosto incerto, e vario, e
come fosse interrotto da qualche intoppo. Aggiungi quella
canna che andava in sul mare a galla, e mostra essere
tagliata di poco; e quel ramicello di albero con quelle
coccole rosse e fresche. Anche gli stormi degli uccelli,
benchè mi hanno ingannato altra volta, nondimeno ora sono
tanti che passano, e così grandi; e moltiplicano talmente di
giorno in giorno; che penso vi si possa fare qualche
fondamento; massime che vi si veggono intramischiati alcuni
uccelli che, alla forma, non mi paiono dei marittimi. In
somma tutti questi segni raccolti insieme, per molto che io
voglia essere diffidente, mi tengono pure in aspettativa
grande e buona.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">GUTIERREZ.</hi>
               </speaker>
               <p> Voglia Dio questa volta, ch'ella si verifichi.</p>
            </sp>
         </div1>
         <div1 type="parte">
            <head>XVII</head>
            <head>ELOGIO DEGLI UCCELLI</head>
            <p>Amelio filosofo solitario, stando una mattina di primavera,
co' suoi libri, seduto all'ombra di una sua casa in villa, e
leggendo; scosso dal cantare degli uccelli per la campagna,
a poco a poco datosi ad ascoltare e pensare, e lasciato il
leggere; all'ultimo pose mano alla penna, e in quel medesimo
luogo scrisse le cose che seguono.
</p>
            <p>Sono gli uccelli naturalmente le più liete creature del
mondo. Non dico ciò in quanto se tu li vedi o gli odi,
sempre ti rallegrano; ma intendo di essi medesimi in se,
volendo dire che sentono giocondità e letizia più che alcuno
altro animale. Si veggono gli altri animali comunemente seri
e gravi; e molti di loro anche paiono malinconici: rade
volte fanno segni di gioia, e questi piccoli e brevi; nella
più parte dei loro godimenti e diletti, non fanno festa, nè
significazione alcuna di allegrezza; delle campagne verdi,
delle vedute aperte e leggiadre, dei soli splendidi, delle
arie cristalline e dolci, se anco sono dilettati, non ne
sogliono dare indizio di fuori: eccetto che delle lepri si
dice che la notte, ai tempi della luna, e massime della luna
piena, saltano e giuocano insieme, compiacendosi di quel
chiaro, secondo che scrive Senofonte<note place="end" resp="aut" n="53">
                  <p>
                     <bibl>
                        <foreign lang="lat">
                           <emph>Cyneget.</emph>
                        </foreign> cap. 5, Â§ 4.</bibl>
                  </p>
               </note>. Gli uccelli per lo più
si dimostrano nei moti e nell'aspetto lietissimi; e non da
altro procede quella virtù che hanno di rallegrarci colla
vista, se non che le loro forme e i loro atti,
universalmente, sono tali, che per natura dinotano abilità e
disposizione speciale a provare godimento e gioia: la quale
apparenza non è da riputare vana e ingannevole. Per ogni
diletto e ogni contentezza che hanno, cantano; e quanto è
maggiore il diletto o la contentezza, tanto più lena e più
studio pongono nel cantare. E cantando buona parte del
tempo, s'inferisce che ordinariamente stanno di buona voglia
e godono. E se bene è notato che mentre sono in amore,
cantano meglio, e più spesso, e più lungamente che mai; non
è da credere però, che a cantare non li muovano altri
diletti e altre contentezze fuori di queste dell'amore.
Imperocchè si vede palesemente che al dì sereno e placido,
cantano più che all'oscuro e inquieto: e nella tempesta si
tacciono, come anche fanno in ciascuno altro timore che
provano; e passata quella, tornano fuori cantando e
giocolando gli uni cogli altri. Similmente si vede che usano
di cantare in sulla mattina allo svegliarsi; a che sono
mossi parte dalla letizia che prendono del giorno nuovo,
parte da quel piacere che è generalmente a ogni animale
sentirsi ristorati dal sonno e rifatti. Anche si rallegrano
sommamente delle verzure liete, delle vallette fertili,
delle acque pure e lucenti, del paese bello. Nelle quali
cose è notabile che quello che pare ameno e leggiadro a noi,
quello pare anche a loro; come si può conoscere dagli
allettamenti coi quali sono tratti alle reti o alle panie,
negli uccellari e paretai. Si può conoscere altresì dalla
condizione di quei luoghi alla campagna, nei quali per
l'ordinario è più frequenza di uccelli, e il canto loro
assiduo e fervido. Laddove gli altri animali, se non forse
quelli che sono dimesticati e usi a vivere cogli uomini, o
nessuno o pochi fanno quello stesso giudizio che facciamo
noi, dell'amenità e della vaghezza dei luoghi. E non è da
maravigliarsene: perocchè non sono dilettati se non
solamente dal naturale. Ora in queste cose, una grandissima
parte di quello che noi chiamiamo naturale, non è; anzi è
piuttosto artificiale: come a dire, i campi lavorati, gli
alberi e le altre piante educate e disposte in ordine, i
fiumi stretti infra certi termini e indirizzati a certo
corso, e cose simili, non hanno quello stato nè quella
sembianza che avrebbero naturalmente. In modo che la vista
di ogni paese abitato da qualunque generazione di uomini
civili, eziandio non considerando le città, e gli altri
luoghi dove gli uomini si riducono a stare insieme; è cosa
artificiata, e diversa molto da quella che sarebbe in
natura. Dicono alcuni, e farebbe a questo proposito, che la
voce degli uccelli è più gentile e più dolce, e il canto più
modulato, nelle parti nostre, che in quelle dove gli uomini
sono selvaggi e rozzi; e conchiudono che gli uccelli, anco
essendo liberi, pigliano alcun poco della civiltà di quegli
uomini alle cui stanze sono usati.
</p>
            <p>O che questi dicano il vero o no, certo fu notabile
provvedimento della natura l'assegnare a un medesimo genere
di animali il canto e il volo; in guisa che quelli che
avevano a ricreare gli altri viventi colla voce, fossero per
l'ordinario in luogo alto; donde ella si spandesse
all'intorno per maggiore spazio, e pervenisse a maggior
numero di uditori. E in guisa che l'aria, la quale si è
elemento destinato al suono, fosse popolata di creature
vocali e musiche. Veramente molto conforto e diletto ci
porge, e non meno, per mio parere, agli altri animali che
agli uomini, l'udire il canto degli uccelli. E ciò credo io
che nasca principalmente, non dalla soavità de' suoni,
quanta che ella si sia, nè dalla loro varietà, nè dalla
convenienza scambievole; ma da quella significazione di
allegrezza che è contenuta per natura, sì nel canto in
genere, e sì nel canto degli uccelli in ispecie. Il quale è,
come a dire, un riso, che l'uccello fa quando egli si sente
star bene e piacevolmente.
</p>
            <p>Onde si potrebbe dire in qualche modo, che gli uccelli
partecipano del privilegio che ha l'uomo di ridere: il quale
non hanno gli altri animali; e perciò pensarono alcuni che
siccome l'uomo è definito per animale intellettivo o
razionale, potesse non meno sufficientemente essere definito
per animale risibile, parendo loro che il riso non fosse
meno proprio e particolare all'uomo, che la ragione. Cosa
certamente mirabile è questa, che nell'uomo, il quale infra
tutte le creature è la più travagliata e misera, si trovi la
facoltà del riso, aliena da ogni altro animale. Mirabile
ancora si è l'uso che noi facciamo di questa facoltà: poichè
si veggono molti in qualche fierissimo accidente, altri in
grande tristezza d'animo, altri che quasi non serbano alcuno
amore alla vita, certissimi della vanità di ogni bene umano,
presso che incapaci di ogni gioia, e privi di ogni speranza;
nondimeno ridere. Anzi, quanto conoscono meglio la vanità
dei predetti beni, e l'infelicità della vita; e quanto meno
sperano, e meno eziandio sono atti a godere; tanto
maggiormente sogliono i particolari uomini essere inclinati
al riso. La natura del quale generalmente, e gl'intimi
principii e modi, in quanto si è a quella parte che consiste
nell'animo, appena si potrebbero definire e spiegare; se non
se forse dicendo che il riso è specie di pazzia non
durabile, o pure di vaneggiamento e delirio. Perciocchè gli
uomini, non essendo mai soddisfatti nè mai dilettati
veramente da cosa alcuna, non possono aver causa di riso che
sia ragionevole e giusta. Eziandio sarebbe curioso a
cercare, donde e in quale occasione più verisimilmente,
l'uomo fosse recato la prima volta a usare e a conoscere
questa sua potenza. Imperocchè non è dubbio che esso nello
stato primitivo e selvaggio, si dimostra per lo più serio,
come fanno gli altri animali; anzi alla vista malinconico.
Onde io sono di opinione che il riso, non solo apparisse al
mondo dopo il pianto, della qual cosa non si può fare
controversia veruna; ma che penasse un buono spazio di tempo
a essere sperimentato e veduto primieramente. Nel qual
tempo, nè la madre sorridesse al bambino, nè questo
riconoscesse lei col sorriso, come dice Virgilio. Che se
oggi, almeno dove la gente è ridotta a vita civile,
incominciano gli uomini a ridere poco dopo nati; fannolo
principalmente in virtù dell'esempio, perchè veggono altri
che ridono. E crederei che la prima occasione e la prima
causa di ridere, fosse stata agli uomini la ubbriachezza;
altro effetto proprio e particolare al genere umano. Questa
ebbe origine lungo tempo innanzi che gli uomini fossero
venuti ad alcuna specie di civiltà; poichè sappiamo che
quasi non si ritrova popolo così rozzo, che non abbia
provveduto di qualche bevanda o di qualche altro modo da
inebbriarsi, e non lo soglia usare cupidamente. Delle quali
cose non è da maravigliare; considerando che gli uomini,
come sono infelicissimi sopra tutti gli altri animali,
eziandio sono dilettati più che qualunque altro, da ogni non
travagliosa alienazione di mente, dalla dimenticanza di se
medesimi, dalla intermissione, per dir così, della vita;
donde o interrompendosi o per qualche tempo scemandosi loro
il senso e il conoscimento dei propri mali, ricevono non
piccolo benefizio. E in quanto al riso, vedesi che i
selvaggi, quantunque di aspetto seri e tristi negli altri
tempi, pure nell'ubbriachezza ridono profusamente;
favellando ancora molto e cantando, contro al loro usato. Ma
di queste cose tratterò più distesamente in una storia del
riso, che ho in animo di fare: nella quale, cercato che avrò
del nascimento di quello, seguiterò narrando i suoi fatti e
i suoi casi e le sue fortune, da indi in poi, fino a questo
tempo presente; nel quale egli si trova essere in dignità e
stato maggiore che fosse mai; tenendo nelle nazioni civili
un luogo, e facendo un ufficio, coi quali esso supplisce per
qualche modo alle parti esercitate in altri tempi dalla
virtù, dalla giustizia, dall'onore e simili; e in molte cose
raffrenando e spaventando gli uomini dalle male opere. Ora
conchiudendo del canto degli uccelli, dico, che imperocchè
la letizia veduta o conosciuta in altri, della quale non si
abbia invidia, suole confortare e rallegrare; però molto
lodevolmente la natura provvide che il canto degli uccelli,
il quale è dimostrazione di allegrezza, e specie di riso,
fosse pubblico; dove che il canto e il riso degli uomini,
per rispetto al rimanente del mondo, sono privati: e
sapientemente operò che la terra e l'aria fossero sparse di
animali che tutto dì, mettendo voci di gioia risonanti e
solenni, quasi applaudissero alla vita universale, e
incitassero gli altri viventi ad allegrezza, facendo
continue testimonianze, ancorchè false, della felicità delle
cose.
</p>
            <p>E che gli uccelli sieno e si mostrino lieti più che gli
altri animali, non è senza ragione grande. Perchè veramente,
come ho accennato a principio, sono di natura meglio
accomodati a godere e ad essere felici. Primieramente, non
pare che sieno sottoposti alla noia. Cangiano luogo a ogni
tratto; passano da paese a paese quanto tu vuoi lontano, e
dall'infima alla somma parte dell'aria, in poco spazio di
tempo, e con facilità mirabile; veggono e provano nella vita
loro cose infinite e diversissime; esercitano continuamente
il loro corpo; abbondano soprammodo della vita estrinseca.
Tutti gli altri animali, provveduto che hanno ai loro
bisogni, amano di starsene quieti e oziosi; nessuno, se già
non fossero i pesci, ed eccettuati pure alquanti
degl'insetti volatili, va lungamente scorrendo per solo
diporto. Così l'uomo silvestre, eccetto per supplire di
giorno in giorno alle sue necessità, le quali ricercano
piccola e breve opera; ovvero se la tempesta, o alcuna
fiera, o altra sì fatta cagione non lo caccia; appena è
solito di muovere un passo: ama principalmente l'ozio e la
negligenza: consuma poco meno che i giorni intieri sedendo
neghittosamente in silenzio nella sua capannetta informe, o
all'aperto, o nelle rotture e caverne delle rupi e dei
sassi. Gli uccelli, per lo contrario, pochissimo soprastanno
in un medesimo luogo; vanno e vengono di continuo senza
necessità veruna; usano il volare per sollazzo; e talvolta,
andati a diporto più centinaia di miglia dal paese dove
sogliono praticare, il dì medesimo in sul vespro vi si
riducono. Anche nel piccolo tempo che soprasseggono in
luogo, tu non li vedi stare mai fermi della persona; sempre
si volgono qua e là, sempre si aggirano, si piegano, si
protendono, si crollano, si dimenano; con quella vispezza,
quell'agilità, quella prestezza di moti indicibile. In
somma, da poi che l'uccello è schiuso dall'uovo, insino a
quando muore, salvo gl'intervalli del sonno, non si posa un
momento di tempo. Per le quali considerazioni parrebbe si
potesse affermare, che naturalmente lo stato ordinario degli
altri animali, compresovi ancora gli uomini, si è la quiete;
degli uccelli, il moto.
</p>
            <p>A queste loro qualità e condizioni esteriori corrispondono
le intrinseche, cioè dell'animo; per le quali medesimamente
sono meglio atti alla felicità che gli altri animali. Avendo
l'udito acutissimo, e la vista efficace e perfetta in modo,
che l'animo nostro a fatica se ne può fare una immagine
proporzionata; per la qual potenza godono tutto giorno
immensi spettacoli e variatissimi, e dall'alto scuoprono, a
un tempo solo, tanto spazio di terra, e distintamente
scorgono tanti paesi coll'occhio, quanti, pur colla mente,
appena si possono comprendere dall'uomo in un tratto;
s'inferisce che debbono avere una grandissima forza e
vivacità, e un grandissimo uso d'immaginativa. Non di quella
immaginativa profonda, fervida e tempestosa, come ebbero
Dante, il Tasso, la quale è funestissima dote, e principio
di sollecitudini e angosce gravissime e perpetue; ma di
quella ricca, varia, leggera, instabile e fanciullesca; la
quale si è larghissima fonte di pensieri ameni e lieti, di
errori dolci, di vari diletti e conforti; e il maggiore e
più fruttuoso dono di cui la natura sia cortese ad anime
vive. Di modo che gli uccelli hanno di questa facoltà, in
copia grande, il buono, e l'utile alla giocondità
dell'animo, senza però partecipare del nocivo e penoso. E
siccome abbondano della vita estrinseca, parimente sono
ricchi della interiore: ma in guisa, che tale abbondanza
risulta in loro benefizio e diletto, come nei fanciulli; non
in danno e miseria insigne come per lo più negli uomini.
Perocchè nel modo che l'uccello quanto alla vispezza e alla
mobilità di fuori, ha col fanciullo una manifesta
similitudine; così nelle qualità dell'animo dentro,
ragionevolmente è da credere che lo somigli. I beni della
quale età se fossero comuni alle altre, e i mali non
maggiori in queste che in quella; forse l'uomo avrebbe
cagione di portare la vita pazientemente.
</p>
            <p>A parer mio, la natura degli uccelli, se noi la
consideriamo in certi modi, avanza di perfezione quelle
degli altri animali. Per maniera di esempio, se consideriamo
che l'uccello vince di gran lunga tutti gli altri nella
facoltà del vedere e dell'udire, che secondo l'ordine
naturale appartenente al genere delle creature animate, sono
i sentimenti principali; in questo modo seguita che la
natura dell'uccello sia cosa più perfetta che sieno le altre
nature di detto genere. Ancora, essendo gli altri animali,
come è scritto di sopra, inclinati naturalmente alle quiete,
e gli uccelli al moto; e il moto essendo cosa più viva che
la quiete, anzi consistendo la vita nel moto, e gli uccelli
abbondando di movimento esteriore più che veruno altro
animale; e oltre di ciò, la vista e l'udito, dove essi
eccedono tutti gli altri, e che maggioreggiano tra le loro
potenze, essendo i due sensi più particolari ai viventi,
come anche più vivi e più mobili, tanto in se medesimi,
quanto negli abiti e altri effetti che da loro si producono
nell'animale dentro e fuori; e finalmente stando le altre
cose dette dinanzi; conchiudesi che l'uccello ha maggior
copia di vita esteriore e interiore, che non hanno gli altri
animali. Ora, se la vita è cosa più perfetta che il suo
contrario, almeno nelle creature viventi; e se perciò la
maggior copia di vita è maggiore perfezione; anche per
questo modo seguita che la natura degli uccelli sia più
perfetta. Al qual proposito non è da passare in silenzio che
gli uccelli sono parimente acconci a sopportare gli estremi
del freddo e del caldo; anche senza intervallo di tempo tra
l'uno e l'altro: poichè veggiamo spesse volte, che da terra,
in poco più che un attimo, si levano su per l'aria insino a
qualche parte altissima, che è come dire a un luogo
smisuratamente freddo; e molti di loro, in breve tempo,
trascorrono volando diversi climi.
</p>
            <p>In fine, siccome Anacreonte desiderava potersi trasformare
in ispecchio per esser mirato continuamente da quella che
egli amava, o in gonnellino per coprirla, o in unguento per
ungerla, o in acqua per lavarla, o in fascia, che ella se lo
stringesse al seno, o in perla da portare al collo, o in
calzare, che almeno ella lo premesse col piede; similmente
io vorrei, per un poco di tempo, essere convertito in
uccello, per provare quella contentezza e letizia della loro
vita.
</p>
         </div1>
         <div1 type="parte">
            <head>XVIII</head>
            <head>CANTICO DEL GALLO SILVESTRE</head>
            <p>Affermano alcuni maestri e scrittori ebrei, che tra il
cielo e la terra, o vogliamo dire mezzo nell'uno e mezzo
nell'altra, vive un certo gallo salvatico; il quale sta in
sulla terra coi piedi, e tocca colla cresta e col becco il
cielo<note place="end" resp="aut" n="54">
                  <p> Vedi, tra gli altri, il <bibl>Buxtorf, <foreign lang="lat">
                           <emph>Lexic. Caldaic. Talmud. et Rabbin.</emph>
                        </foreign> Col . 2653 et seq.</bibl>
                  </p>
               </note>. Questo gallo gigante, oltre a varie particolarità che
di lui si possono leggere negli autori predetti, ha uso di
ragione; o certo, come un pappagallo, è stato ammaestrato,
non so da chi, a profferir parole a guisa degli uomini:
perocchè si è trovato in una cartapecora antica, scritto in
lettera ebraica, e in lingua tra caldea, targumica,
rabbinica, cabalistica e talmudica, un cantico intitolato,
<quote>
                  <foreign lang="heb">
                     <hi rend="italic">Scir detarnegòl bara letzafra</hi>
                  </foreign>
               </quote>, cioè <hi rend="italic">Cantico mattutino
del gallo silvestre</hi>: il quale, non senza fatica grande, nè
senza interrogare più d'un rabbino, cabalista, teologo,
giurisconsulto e filosofo ebreo, sono venuto a capo
d'intendere, e di ridurre in volgare come qui appresso si
vede. Non ho potuto per ancora ritrarre se questo Cantico si
ripeta dal gallo di tempo in tempo, ovvero tutte le mattine;
o fosse cantato una volta sola; e chi l'oda cantare, o chi
l'abbia udito; e se la detta lingua sia proprio la lingua
del gallo, o che il Cantico vi fosse recato da qualche
altra. Quanto si è al volgarizzamento infrascritto; per
farlo più fedele che si potesse (del che mi sono anche
sforzato in ogni altro modo), mi è paruto di usare la prosa
piuttosto che il verso, se bene in cosa poetica. Lo stile
interrotto, e forse qualche volta gonfio, non mi dovrà
essere imputato; essendo conforme a quello del testo
originale: il qual testo corrisponde in questa parte all'uso
delle lingue, e massime dei poeti, d'oriente.
</p>
            <p>Su, mortali, destatevi. Il dì rinasce: torna la verità in
sulla terra, e partonsene le immagini vane. Sorgete;
ripigliatevi la soma della vita; riducetevi dal mondo falso
nel vero.
</p>
            <p>Ciascuno in questo tempo raccoglie e ricorre coll'animo
tutti i pensieri della sua vita presente; richiama alla
memoria i disegni, gli studi e i negozi; si propone i
diletti e gli affanni che gli sieno per intervenire nello
spazio del giorno nuovo. E ciascuno in questo tempo è più
desideroso che mai, di ritrovar pure nella sua mente
aspettative gioconde, e pensieri dolci. Ma pochi sono
soddisfatti di questo desiderio: a tutti il risvegliarsi è
danno. Il misero non è prima desto, che egli ritorna nelle
mani dell'infelicità sua. Dolcissima cosa è quel sonno, a
conciliare il quale concorse o letizia o speranza. L'una e
l'altra insino alla vigilia del dì seguente, conservasi
intera e salva; ma in questa, o manca o declina.
</p>
            <p>Se il sonno dei mortali fosse perpetuo, ed una cosa
medesima colla vita; se sotto l'astro diurno, languendo per
la terra in profondissima quiete tutti i viventi, non
apparisse opera alcuna; non muggito di buoi per li prati, nè
strepito di fiere per le foreste, nè canto di uccelli per
l'aria, nè sussurro d'api o di farfalle scorresse per la
campagna; non voce, non moto alcuno, se non delle acque, del
vento e delle tempeste, sorgesse in alcuna banda; certo
l'universo sarebbe inutile; ma forse che vi si troverebbe o
copia minore di felicità, o più di miseria, che oggi non vi
si trova? Io dimando a te, o sole, autore del giorno e
preside della vigilia: nello spazio dei secoli da te
distinti e consumati fin qui sorgendo e cadendo, vedesti tu
alcuna volta un solo infra i viventi essere beato? Delle
opere innumerabili dei mortali da te vedute finora, pensi tu
che pur una ottenesse l'intento suo, che fu la
soddisfazione, o durevole o transitoria, di quella creatura
che la produsse? Anzi vedi tu di presente o vedesti mai la
felicità dentro ai confini del mondo? in qual campo
soggiorna, in qual bosco, in qual montagna, in qual valle,
in qual paese abitato o deserto, in qual pianeta dei tanti
che le tue fiamme illustrano e scaldano? Forse si nasconde
dal tuo cospetto, e siede nell'imo delle spelonche, o nel
profondo della terra o del mare? Qual cosa animata ne
partecipa; qual pianta o che altro che tu vivifichi; qual
creatura provveduta o sfornita di virtù vegetative o
animali? E tu medesimo, tu che quasi un gigante
instancabile, velocemente, dì e notte, senza sonno nè
requie, corri lo smisurato cammino che ti è prescritto; sei
tu beato o infelice<note place="end" resp="aut" n="55">
                  <p> Come un buon numero di Gentili e di Cristiani antichi, molti anco degli Ebrei (tra' quali Filone di Alessandria, e il rabbino Mosè Maimonide) furono di opinione che il sole, e similmente i pianeti e le stelle, avessero anima e vita. Veggasi il <bibl>Gassendi, <foreign lang="lat">
                           <emph>Physic.</emph>
                        </foreign> sect. 2., lib. 2, cap. 5</bibl>; e il <bibl>Petau, <foreign lang="lat">
                           <emph>Theologic. dogm. de sex dier. opific.</emph>
                        </foreign> lib. 1, cap. 12, Â§ 5 et seqq.</bibl>
                  </p>
               </note>?
</p>
            <p>Mortali, destatevi. Non siete ancora liberi dalla vita.
Verrà tempo, che niuna forza di fuori, niuno intrinseco
movimento, vi riscoterà dalla quiete del sonno; ma in quella
sempre e insaziabilmente riposerete. Per ora non vi è
concessa la morte: solo di tratto in tratto vi è consentita
per qualche spazio di tempo una somiglianza di quella.
Perocchè la vita non si potrebbe conservare se ella non
fosse interrotta frequentemente. Troppo lungo difetto di
questo sonno breve e caduco, è male per se mortifero, e
cagione di sonno eterno. Tal cosa è la vita, che a portarla,
fa di bisogno ad ora ad ora, deponendola, ripigliare un poco
di lena, e ristorarsi con un gusto e quasi una particella di
morte.
</p>
            <p>Pare che l'essere delle cose abbia per suo proprio ed unico
obbietto il morire. Non potendo morire quel che non era,
perciò dal nulla scaturirono le cose che sono. Certo
l'ultima causa dell'essere non è la felicità; perocchè niuna
cosa è felice. Vero è che le creature animate si propongono
questo fine in ciascuna opera loro; ma da niuna l'ottengono:
e in tutta la loro vita, ingegnandosi, adoperandosi e
penando sempre, non patiscono veramente per altro, e non si
affaticano, se non per giungere a questo solo intento della
natura, che è la morte.
</p>
            <p>A ogni modo, il primo tempo del giorno suol essere ai
viventi il più comportabile. Pochi in sullo svegliarsi
ritrovano nella loro mente pensieri dilettosi e lieti; ma
quasi tutti se ne producono e formano di presente: perocchè
gli animi in quell'ora, eziandio senza materia alcuna
speciale e determinata, inclinano sopra tutto alla
giocondità, o sono disposti più che negli altri tempi alla
pazienza dei mali. Onde se alcuno, quando fu sopraggiunto
dal sonno, trovavasi occupato dalla disperazione;
destandosi, accetta novamente nell'animo la speranza,
quantunque ella in niun modo se gli convenga. Molti
infortuni e travagli propri, molte cause di timore e di
affanno, paiono in quel tempo minori assai, che non parvero
la sera innanzi. Spesso ancora, le angosce del dì passato
sono volte in dispregio, e quasi per poco in riso, come
effetto di errori, e d'immaginazioni vane. La sera è
comparabile alla vecchiaia; per lo contrario, il principio
del mattino somiglia alla giovanezza: questo per lo più
racconsolato e confidente; la sera trista, scoraggiata e
inchinevole a sperar male. Ma come la gioventù della vita
intera, così quella che i mortali provano in ciascun giorno,
è brevissima e fuggitiva; e prestamente anche il dì si
riduce per loro in età provetta.
</p>
            <p>Il fior degli anni, se bene è il meglio della vita, è cosa
pur misera. Non per tanto, anche questo povero bene manca in
sì piccolo tempo, che quando il vivente a più segni si
avvede della declinazione del proprio essere, appena ne ha
sperimentato la perfezione, nè potuto sentire e conoscere
pienamente le sue proprie forze, che già scemano. In
qualunque genere di creature mortali, la massima parte del
vivere è un appassire. Tanto in ogni opera sua la natura è
intenta e indirizzata alla morte: poichè non per altra
cagione la vecchiezza prevale sì manifestamente, e di sì
gran lunga, nella vita e nel mondo. Ogni parte dell'universo
si affretta infaticabilmente alla morte, con sollecitudine e
celerità mirabile. Solo l'universo medesimo apparisce immune
dallo scadere e languire: perocchè se nell'autunno e nel
verno si dimostra quasi infermo e vecchio, nondimeno sempre
alla stagione nuova ringiovanisce. Ma siccome i mortali, se
bene in sul primo tempo di ciascun giorno racquistano alcuna
parte di giovanezza, pure invecchiano tutto dì, e finalmente
si estinguono; così l'universo, benchè nel principio degli
anni ringiovanisca, nondimeno continuamente invecchia. Tempo
verrà, che esso universo, e la natura medesima, sarà spenta.
E nel modo che di grandissimi regni ed imperi umani, e loro
maravigliosi moti, che furono famosissimi in altre età, non
resta oggi segno nè fama alcuna; parimente del mondo intero,
e delle infinite vicende e calamità delle cose create, non
rimarrà pure un vestigio; ma un silenzio nudo, e una quiete
altissima, empieranno lo spazio immenso. Così questo arcano
mirabile e spaventoso dell'esistenza universale, innanzi di
essere dichiarato nè inteso, si dileguerà e perderassi<note place="end" resp="aut" n="56">
                  <p>Questa è conclusione poetica, non filosofica. Parlando filosoficamente, l'esistenza, che mai non è cominciata, non avrà mai fine.</p>
               </note>.
</p>
         </div1>
         <div1 type="parte">
            <head>XIX</head>
            <head>FRAMMENTO APOCRIFO DI STRATONE
DI LAMPSACO</head>
            <div2 type="capitolo">
               <head>PREAMBOLO</head>
               <p>Questo Frammento, che io per passatempo ho
recato dal greco in volgare, è tratto da un codice a penna
che trovavasi alcuni anni sono, e forse ancora si trova,
nella libreria dei monaci del monte Athos. Lo intitolo
<title>
                     <hi rend="italic">Frammento apocrifo</hi>
                  </title> perchè, come ognuno può vedere, le
cose che si leggono nel capitolo <hi rend="italic">della fine del mondo</hi>,
non possono essere state scritte se non poco tempo addietro;
laddove Stratone da Lampsaco, filosofo peripatetico, detto
il fisico, visse da trecento anni avanti l'era cristiana. È
ben vero che il capitolo <hi rend="italic">della origine del mondo</hi>
concorda a un di presso con quel poco che abbiamo delle
opinioni di quel filosofo negli scrittori antichi. E però si
potrebbe credere che il primo capitolo, anzi forse ancora il
principio dell'altro, sieno veramente di Stratone; il resto
vi sia stato aggiunto da qualche dotto Greco non prima del
secolo passato. Giudichino gli eruditi lettori.</p>
            </div2>
            <div2 type="capitolo">
               <head>DELLA ORIGINE DEL MONDO</head>
               <p>Le cose materiali, siccome
elle periscono tutte ed hanno fine, così tutte ebbero
incominciamento. Ma la materia stessa niuno incominciamento
ebbe, cioè a dire che ella è per sua propria forza abeterno.
Imperocchè se dal vedere che le cose materiali crescono e
diminuiscono e all'ultimo si dissolvono, conchiudesi che elle
non sono per se nè ab eterno, ma incominciate e prodotte, per
lo contrario quello che mai non cresce nè scema e mai non
perisce, si dovrà giudicare che mai non cominciasse e che non
provenga da causa alcuna. E certamente in niun modo si potrebbe
provare che delle due argomentazioni, se questa fosse falsa,
quella fosse pur vera. Ma poichè noi siamo certi quella esser
vera il medesimo abbiamo a concedere anco dell'altra. Ora noi
veggiamo che la materia non si accresce mai di una eziandio
menoma quantità, niuna anco menoma parte della materia si
perde, in guisa che essa materia non è sottoposta a perire.
Per tanto i diversi modi di essere della materia, i quali si
veggono in quelle che noi chiamiamo creature materiali, sono
caduchi e passeggeri; ma niun segno di caducità nè di
mortalità si scuopre nella materia universalmente, e però
niun segno che ella sia cominciata, nè che ad essere le
bisognasse o pur le bisogni alcuna causa o forza fuori di
se. Il mondo, cioè l'essere della materia in un cotal modo,
è cosa incominciata e caduca. Ora diremo della origine del
mondo.
</p>
               <p>La materia in universale, siccome in particolare le piante
e le creature animate, ha in se per natura una o più forze
sue proprie, che l'agitano e muovono in diversissime guise
continuamente. Le quali forze noi possiamo congetturare ed
anco denominare dai loro effetti, ma non conoscere in se, nè
scoprir la natura loro. Nè anche possiamo sapere se quegli
effetti che da noi si riferiscono a una stessa forza,
procedano veramente da una o da più, e se per contrario
quelle forze che noi significhiamo con diversi nomi, sieno
veramente diverse forze, o pure una stessa. Siccome tutto dì
nell'uomo con diversi vocaboli si dinota una sola passione o
forza: per modo di esempio, l'ambizione, l'amor del piacere
e simili, da ciascuna delle quali fonti derivano effetti
talora semplicemente diversi, talora eziandio contrari a
quei delle altre, sono in fatti una medesima passione, cioè
l'amor di se stesso, il quale opera in diversi casi
diversamente. Queste forze adunque o si debba dire questa
forza della materia, muovendola, come abbiamo detto, ed
agitandola di continuo, forma di essa materia innumerabili
creature, cioè la modifica in variatissime guise. Le quali
creature, comprendendole tutte insieme, e considerandole
siccome distribuite in certi generi e certe specie, e
congiunte tra se con certi tali ordini e certe tali
relazioni che provengono dalla loro natura, si chiamano
mondo. Ma imperciocchè la detta forza non resta mai di
operare e di modificar la materia, però quelle creature che
essa continuamente forma, essa altresì le distrugge,
formando della materia loro nuove creature. Insino a tanto
che distruggendosi le creature individue, i generi nondimeno
e le specie delle medesime si mantengono, o tutte o le più,
e che gli ordini e le relazioni naturali delle cose non si
cangiano o in tutto o nella più parte, si dice durare ancora
quel cotal mondo. Ma infiniti mondi nello spazio infinito
della eternità, essendo durati più o men tempo, finalmente
sono venuti meno, perdutisi per li continui rivolgimenti
della materia, cagionati dalla predetta forza, quei generi e
quelle specie onde essi mondi si componevano, e mancate
quelle relazioni e quegli ordini che li governavano. Nè
perciò la materia è venuta meno in qual si sia particella,
ma solo sono mancati que' suoi tali modi di essere,
succedendo immantinente a ciascuno di loro un altro modo,
cioè un altro mondo, di mano in mano.</p>
            </div2>
            <div2 type="capitolo">
               <head>DELLA FINE DEL MONDO</head>
               <p>Questo mondo presente del quale
gli uomini sono parte, cioè a dir l'una delle specie delle
quali esso è composto, quanto tempo sia durato fin qui, non si
può facilmente dire, come nè anche si può conoscere quanto tempo
esso sia per durare da questo innanzi. Gli ordini che lo reggono
paiono immutabili, e tali sono creduti, perciocchè essi non si
mutano se non che a poco a poco e con lunghezza incomprensibile
di tempo, per modo che le mutazioni loro non cadono appena
sotto il conoscimento, non che sotto i sensi dell'uomo. La
quale lunghezza di tempo, quanta che ella si sia, è ciò non
ostante menoma per rispetto alla durazione eterna della materia.
Vedesi in questo presente mondo un continuo perire degl'individui
ed un continuo trasformarsi delle cose da una in altra; ma
perciocchè la distruzione è compensata continuamente dalla
produzione, e i generi si conservano, stimasi che esso mondo non
abbia nè sia per avere in se alcuna causa per la quale debba nè
possa perire, e che non dimostri alcun segno di caducità. Nondimeno
si può pur conoscere il contrario, e ciò da più d'uno indizio, ma
tra gli altri da questo.
</p>
               <p>Sappiamo che la terra, a cagione del suo perpetuo
rivolgersi intorno al proprio asse, fuggendo dal centro le
parti dintorno all'equatore, e però spingendosi verso il
centro quelle dintorno ai poli, è cangiata di figura e
continuamente cangiasi, divenendo intorno all'equatore ogni
dì più ricolma, e per lo contrario intorno ai poli sempre
più deprimendosi. Or dunque da ciò debbe avvenire che in
capo di certo tempo, la quantità del quale, avvengachè sia
misurabile in se, non può essere conosciuta dagli uomini, la
terra si appiani di qua e di là dall'equatore per modo, che
perduta al tutto la figura globosa, si riduca in forma di
una tavola sottile ritonda. Questa ruota aggirandosi pur di
continuo dattorno al suo centro, attenuata tuttavia più e
dilatata, a lungo andare, fuggendo dal centro tutte le sue
parti, riuscirà traforata nel mezzo. Il qual foro
ampliandosi a cerchio di giorno in giorno, la terra ridotta
per cotal modo a figura di uno anello, ultimamente andrà in
pezzi; i quali usciti della presente orbita della terra, e
perduto il movimento circolare, precipiteranno nel sole o
forse in qualche pianeta.
</p>
               <p>Potrebbesi per avventura in confermazione di questo
discorso addurre un esempio, io voglio dire dell'anello di
Saturno, della natura del quale non si accordano tra loro i
fisici. E quantunque nuova e inaudita, forse non sarebbe
perciò inverisimile congettura il presumere che il detto
anello fosse da principio uno dei pianeti minori destinati
alla sequela di Saturno; indi appianato e poscia traforato
nel mezzo per cagioni conformi a quelle che abbiamo dette
della terra, ma più presto assai, per essere di materia
forse più rara e più molle, cadesse dalla sua orbita nel
pianeta di Saturno, dal quale colla virtù attrattiva della
sua massa e del suo centro, sia ritenuto, siccome lo
veggiamo essere veramente, dintorno a esso centro. E si
potrebbe credere che questo anello, continuando ancora a
rivolgersi, come pur fa, intorno al suo mezzo, che è
medesimamente quello del globo di Saturno, sempre più si
assottigli e dilati, e sempre si accresca quello intervallo
che è tra esso e il predetto globo, quantunque ciò accada
troppo più lentamente di quello che si richiederebbe a voler
che tali mutazioni fossero potute notare e conoscere dagli
uomini, massime così distanti. Queste cose, o seriamente o
da scherzo, sieno dette circa all'anello di Saturno.
</p>
               <p>Ora quel cangiamento che noi sappiamo essere intervenuto e
intervenire ogni giorno alla figura della terra, non è
dubbio alcuno che per le medesime cause non intervenga
somigliantemente a quella di ciascun pianeta, comechè negli
altri pianeti esso non ci sia così manifesto agli occhi come
egli ci è pure in quello di Giove. Nè solo a quelli che a
similitudine della terra si aggirano intorno al sole, ma il
medesimo senza alcun fallo interviene ancora a quei pianeti
che ogni ragion vuole che si credano essere intorno a
ciascuna stella. Per tanto in quel modo che si è divisato
della terra, tutti i pianeti in capo di certo tempo, ridotti
per se medesimi in pezzi, hanno a precipitare gli uni nel
sole, gli altri nelle stelle loro. Nelle quali fiamme
manifesto è che non pure alquanti o molti individui, ma
universalmente quei generi e quelle specie che ora si
contengono nella terra e nei pianeti, saranno distrutte
insino, per dir così, dalla stirpe. E questo per avventura,
o alcuna cosa a ciò somigliante, ebbero nell'animo quei
filosofi, così greci come barbari, i quali affermarono
dovere alla fine questo presente mondo perire di fuoco. Ma
perciocchè noi veggiano che anco il sole si ruota dintorno
al proprio asse, e quindi il medesimo si dee credere delle
stelle, segue che l'uno e le altre in corso di tempo debbano
non meno che i pianeti venire in dissoluzione, e le loro
fiamme dispergersi nello spazio. In tal guisa adunque il
moto circolare delle sfere mondane, il quale è
principalissima parte dei presenti ordini naturali, e quasi
principio e fonte della conservazione di questo universo,
sarà causa altresì della distruzione di esso universo e dei
detti ordini.
</p>
               <p>Venuti meno i pianeti, la terra, il sole e le stelle, ma
non la materia loro, si formeranno di questa nuove creature,
distinte in nuovi generi e nuove specie, e nasceranno per le
forze eterne della materia nuovi ordini delle cose ed un
nuovo mondo. Ma le qualità di questo e di quelli, siccome
eziandio degl'innumerevoli che già furono e degli altri
infiniti che poi saranno, non possiamo noi nè pur solamente
congetturare.
</p>
            </div2>
         </div1>
         <div1 type="dialogo">
            <head>XX</head>
            <head>DIALOGO DI TIMANDRO E DI ELEANDRO</head>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TIMANDRO.</hi>
               </speaker>
               <p> Io ve lo voglio anzi debbo pur dire liberamente.
La sostanza e l'intenzione del vostro scrivere e del vostro
parlare, mi paiono molto biasimevoli.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">ELEANDRO.</hi>
               </speaker>
               <p> Quando non vi paia tale anche l'operare, io non
mi dolgo poi tanto: perchè le parole e gli scritti importano
poco.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TIMANDRO.</hi>
               </speaker>
               <p> Nell'operare, non trovo di che riprendervi. So
che non fate bene agli altri per non potere, e veggo che non
fate male per non volere. Ma nelle parole e negli scritti,
vi credo molto riprensibile, e non vi concedo che oggi
queste cose importino poco; perchè la nostra vita presente
non consiste, si può dire, in altro. Lasciamo le parole per
ora, e diciamo degli scritti. Quel continuo biasimare e
derider che fate la specie umana, primieramente è fuori di
moda.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">ELEANDRO.</hi>
               </speaker>
               <p> Anche il mio cervello è fuori di moda. E non è
nuovo che i figliuoli vengano simili al padre.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TIMANDRO.</hi>
               </speaker>
               <p> Nè anche sarà nuovo che i vostri libri, come ogni
cosa contraria all'uso corrente, abbiano cattiva fortuna.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">ELEANDRO.</hi>
               </speaker>
               <p> Poco male. Non per questo andranno cercando pane
in sugli usci.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TIMANDRO.</hi>
               </speaker>
               <p> Quaranta o cinquant'anni addietro, i filosofi
solevano mormorare della specie umana; ma in questo secolo
fanno tutto al contrario.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">ELEANDRO.</hi>
               </speaker>
               <p> Credete voi che quaranta o cinquant'anni
addietro, i filosofi, mormorando degli uomini, dicessero il
falso o il vero?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TIMANDRO.</hi>
               </speaker>
               <p> Piuttosto e più spesso il vero che il falso.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">ELEANDRO.</hi>
               </speaker>
               <p> Credete che in questi quaranta o cinquant'anni,
la specie umana sia mutata in contrario da quella che era
prima?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TIMANDRO.</hi>
               </speaker>
               <p> Non credo; ma cotesto non monta nulla al nostro
proposito.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">ELEANDRO.</hi>
               </speaker>
               <p> Perchè non monta? Forse è cresciuta di potenza, o
salita di grado; che gli scrittori d'oggi sieno costretti di
adularla, o tenuti di riverirla?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TIMANDRO.</hi>
               </speaker>
               <p> Cotesti sono scherzi in argomento grave.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">ELEANDRO.</hi>
               </speaker>
               <p> Dunque tornando sul sodo, io non ignoro che gli
uomini di questo secolo, facendo male ai loro simili secondo
la moda antica, si sono pur messi a dirne bene, al contrario
del secolo precedente. Ma io, che non fo male a simili nè a
dissimili, non credo essere obbligato a dir bene degli altri
contro coscienza.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TIMANDRO.</hi>
               </speaker>
               <p> Voi siete pure obbligato come tutti gli altri
uomini, a procurar di giovare alla vostra specie.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">ELEANDRO.</hi>
               </speaker>
               <p> Se la mia specie procura di fare il contrario a
me, non veggo come mi corra cotesto obbligo che voi dite. Ma
ponghiamo che mi corra. Che debbo io fare, se non posso?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TIMANDRO.</hi>
               </speaker>
               <p> Non potete, e pochi altri possono, coi fatti. Ma
cogli scritti, ben potete giovare, e dovete. E non si giova
coi libri che mordono continuamente l'uomo in generale; anzi
si nuoce assaissimo.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">ELEANDRO.</hi>
               </speaker>
               <p> Consento che non si giovi, e stimo che non si
noccia. Ma credete voi che i libri possano giovare alla
specie umana?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TIMANDRO.</hi>
               </speaker>
               <p> Non solo io, ma tutto il mondo lo crede.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">ELEANDRO.</hi>
               </speaker>
               <p> Che libri?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TIMANDRO.</hi>
               </speaker>
               <p> Di più generi; ma specialmente del morale.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">ELEANDRO.</hi>
               </speaker>
               <p> Questo non è creduto da tutto il mondo; perchè
io, fra gli altri, non lo credo; come rispose una donna a
Socrate. Se alcun libro morale potesse giovare, io penso che
gioverebbero massimamente i poetici: dico poetici, prendendo
questo vocabolo largamente; cioè libri destinati a muovere
la immaginazione; e intendo non meno di prose che di versi.
Ora io fo poco stima di quella poesia che letta e meditata,
non lascia al lettore nell'animo un tal sentimento nobile,
che per mezz'ora, gl'impedisca di ammettere un pensier vile,
e di fare un'azione indegna. Ma se il lettore manca di fede
al suo principale amico un'ora dopo la lettura, io non
disprezzo perciò quella tal poesia: perchè altrimenti mi
converrebbe disprezzare le più belle, più calde e più nobili
poesie del mondo. Ed escludo poi da questo discorso i
lettori che vivono in città grandi: i quali, in caso ancora
che leggano attentamente, non possono essere giovati anche
per mezz'ora, nè molto dilettati nè mossi, da alcuna sorta
di poesia.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TIMANDRO.</hi>
               </speaker>
               <p> Voi parlate, al solito vostro, malignamente, e in
modo che date ad intendere di essere per l'ordinario molto
male accolto e trattato dagli altri: perchè questa il più
delle volte è la causa del mal animo e del disprezzo che
certi fanno professione di avere alla propria specie.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">ELEANDRO.</hi>
               </speaker>
               <p> Veramente io non dico che gli uomini mi abbiano
usato ed usino molto buon trattamento: massime che dicendo
questo, io mi spaccerei per esempio unico. Nè anche mi hanno
fatto però gran male: perchè, non desiderando niente da
loro, nè in concorrenza con loro, io non mi sono esposto
alle loro offese più che tanto. Ben vi dico e vi accerto,
che siccome io conosco e veggo apertissimamente di non saper
fare una menoma parte di quello che si richiede a rendersi
grato alle persone; e di essere quanto si possa mai dire
inetto a conversare cogli altri, anzi alla stessa vita; per
colpa o della mia natura o mia propria; però se gli uomini
mi trattassero meglio di quello che fanno, io gli stimerei
meno di quel che gli stimo.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TIMANDRO.</hi>
               </speaker>
               <p> Dunque tanto più siete condannabile: perchè
l'odio, e la volontà di fare, per dir così, una vendetta
degli uomini, essendone stato offeso a torto, avrebbe
qualche scusa. Ma l'odio vostro, secondo che voi dite, non
ha causa alcuna particolare; se non forse un'ambizione
insolita e misera di acquistar fama dalla misantropia, come
Timone: desiderio abbominevole in se, alieno poi
specialmente da questo secolo, dedito sopra tutto alla
filantropia.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">ELEANDRO.</hi>
               </speaker>
               <p> Dell'ambizione non accade che io vi risponda;
perchè ho già detto che non desidero niente dagli uomini: e
se questo non vi par credibile, benchè sia vero; almeno
dovete credere che l'ambizione non mi muova a scriver cose
che oggi, come voi stesso affermate, partoriscono vituperio
e non lode a chi le scrive. Dall'odio poi verso tutta la
nostra specie, sono così lontano, che non solamente non
voglio, ma non posso anche odiare quelli che mi offendono
particolarmente; anzi sono del tutto inabile e impenetrabile
all'odio. Il che non è piccola parte della mia tanta
inettitudine a praticare nel mondo. Ma io non me ne posso
emendare: perchè sempre penso che comunemente, chiunque si
persuade, con far dispiacere o danno a chicchessia, far
comodo o piacere a se proprio; s'induce ad offendere; non
per far male ad altri (che questo non è propriamente il fine
di nessun atto o pensiero possibile), ma per far bene a se;
il qual desiderio è naturale, e non merita odio. Oltre che
ad ogni vizio o colpa che io veggo in altrui, prima di
sdegnarmene, mi volgo a esaminare me stesso, presupponendo
in me i casi antecedenti e le circostanze convenevoli a quel
proposito; e trovandomi sempre o macchiato o capace degli
stessi difetti, non mi basta l'animo d'irritarmene. Riserbo
sempre l'adirarmi a quella volta che io vegga una malvagità
che non possa aver luogo nella natura mia: ma fin qui non ne
ho potuto vedere. Finalmente il concetto della vanità delle
cose umane, mi riempie continuamente l'animo in modo, che
non mi risolvo a mettermi per nessuna di loro in battaglia;
e l'ira e l'odio mi paiono passioni molto maggiori e più
forti, che non è conveniente alla tenuità della vita.
Dall'animo di Timone al mio, vedete che diversità ci corre.
Timone, odiando e fuggendo tutti gli altri, amava e
accarezzava solo Alcibiade, come causa futura di molti mali
alla loro patria comune. Io, senza odiarlo, avrei fuggito
più lui che gli altri, ammoniti i cittadini del pericolo, e
confortati a provvedervi. Alcuni dicono che Timone non
odiava gli uomini, ma le fiere in sembianza umana. Io non
odio nè gli uomini nè le fiere.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TIMANDRO.</hi>
               </speaker>
               <p> Ma nè anche amate nessuno.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">ELEANDRO.</hi>
               </speaker>
               <p> Sentite, amico mio. Sono nato ad amare, ho amato,
e forse con tanto affetto quanto può mai cadere in anima
viva. Oggi, benchè non sono ancora, come vedete, in età
naturalmente fredda, nè forse anco tepida; non mi vergogno a
dire che non amo nessuno, fuorchè me stesso, per necessità
di natura, e il meno che mi è possibile. Contuttociò sono
solito e pronto a eleggere di patire piuttosto io, che esser
cagione di patimento agli altri. E di questo, per poca
notizia che abbiate de' miei costumi, credo mi possiate
essere testimonio.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TIMANDRO.</hi>
               </speaker>
               <p> Non ve lo nego.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">ELEANDRO.</hi>
               </speaker>
               <p> Di modo che io non lascio di procurare agli
uomini per la mia parte, posponendo ancora il rispetto
proprio, quel maggiore, anzi solo bene che sono ridotto a
desiderare per me stesso, cioè di non patire.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TIMANDRO.</hi>
               </speaker>
               <p> Ma confessate voi formalmente, di non amare nè
anche la nostra specie in comune?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">ELEANDRO.</hi>
               </speaker>
               <p> Sì, formalmente. Ma come tuttavia, se toccasse a
me, farei punire i colpevoli, se bene io non gli odio; così,
se potessi, farei qualunque maggior benefizio alla mia
specie, ancorchè io non l'ami.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TIMANDRO.</hi>
               </speaker>
               <p> Bene, sia così. Ma in fine, se non vi muovono
ingiurie ricevute, non odio, non ambizione; che cosa vi
muove a usare cotesto modo di scrivere?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">ELEANDRO.</hi>
               </speaker>
               <p> Diverse cose. Prima, l'intolleranza di ogni
simulazione e dissimulazione: alle quali mi piego talvolta
nel parlare, ma negli scritti non mai; perchè spesso parlo
per necessità, ma non sono mai costretto a scrivere; e
quando avessi a dire quel che non penso, non mi darebbe un
gran sollazzo a stillarmi il cervello sopra le carte. Tutti
i savi si ridono di chi scrive latino al presente, che
nessuno parla quella lingua, e pochi la intendono. Io non
veggo come non sia parimente ridicolo questo continuo
presupporre che si fa scrivendo e parlando, certe qualità
umane che ciascun sa che oramai non si trovano in uomo nato,
e certi enti razionali o fantastici, adorati già lungo tempo
addietro, ma ora tenuti interamente per nulla e da chi gli
nomina, e da chi gli ode a nominare. Che si usino maschere e
travestimenti per ingannare gli altri, o per non essere
conosciuti; non mi pare strano: ma che tutti vadano
mascherati con una stessa forma di maschere, e travestiti a
uno stesso modo, senza ingannare l'un l'altro, e
conoscendosi ottimamente tra loro; mi riesce una
fanciullaggine. Cavinsi le maschere, si rimangano coi loro
vestiti; non faranno minori effetti di prima, e staranno più
a loro agio. Perchè pur finalmente, questo finger sempre,
ancorchè inutile, e questo sempre rappresentare una persona
diversissima dalla propria, non si può fare senza impaccio e
fastidio grande. Se gli uomini dallo stato primitivo,
solitario e silvestre, fossero passati alla civiltà moderna
in un tratto, e non per gradi; crediamo noi che si
troverebbero nelle lingue i nomi delle cose dette dianzi,
non che nelle nazioni l'uso di ripetergli a ogni poco, e di
farvi mille ragionamenti sopra? In verità quest'uso mi par
come una di quelle cerimonie o pratiche antiche, alienissime
dai costumi presenti, le quali contuttociò si mantengono,
per virtù della consuetudine. Ma io che non mi posso
adattare alle cerimonie, non mi adatto anche a quell'uso; e
scrivo in lingua moderna, e non dei tempi troiani. In
secondo luogo; non tanto io cerco mordere ne' miei scritti
la nostra specie, quanto dolermi del fato. Nessuna cosa
credo sia più manifesta e palpabile, che l'infelicità
necessaria di tutti i viventi. Se questa infelicità non è
vera, tutto è falso, e lasciamo pur questo e qualunque altro
discorso. Se è vera, perchè non mi ha da essere nè pur
lecito di dolermene apertamente e liberamente, e dire, io
patisco? Ma se mi dolessi piangendo (e questo si è la terza
causa che mi muove), darei noia non piccola agli altri, e a
me stesso, senza alcun frutto. Ridendo dei nostri mali,
trovo qualche conforto; e procuro di recarne altrui nello
stesso modo. Se questo non mi vien fatto, tengo pure per
fermo che il ridere dei nostri mali sia l'unico profitto che
se ne possa cavare, e l'unico rimedio che vi si trovi.
Dicono i poeti che la disperazione ha sempre nella bocca un
sorriso. Non dovete pensare che io non compatisca
all'infelicità umana. Ma non potendovisi riparare con
nessuna forza, nessuna arte, nessuna industria, nessun
patto; stimo assai più degno dell'uomo, e di una
disperazione magnanima, il ridere dei mali comuni; che il
mettermene a sospirare, lagrimare e stridere insieme cogli
altri, o incitandoli a fare altrettanto. In ultimo mi resta
a dire, che io desidero quanto voi, e quanto qualunque
altro, il bene della mia specie in universale; ma non lo
spero in nessun modo; non mi so dilettare e pascere di certe
buone aspettative, come veggo fare a molti filosofi in
questo secolo; e la mia disperazione, per essere intera, e
continua, e fondata in un giudizio fermo e in una certezza,
non mi lascia luogo a sogni e immaginazioni liete circa il
futuro, nè animo d'intraprendere cosa alcuna per vedere di
ridurle ad effetto. E ben sapete che l'uomo non si dispone a
tentare quel che egli sa o crede non dovergli succedere, e
quando vi si disponga, opera di mala voglia e con poca
forza; e che scrivendo in modo diverso o contrario
all'opinione propria, se questa fosse anco falsa, non si fa
mai cosa degna di considerazione.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TIMANDRO.</hi>
               </speaker>
               <p> Ma bisogna ben riformare il giudizio proprio
quando sia diverso dal vero; come il vostro.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">ELEANDRO.</hi>
               </speaker>
               <p> Io giudico quanto a me di essere infelice, e in
questo so che non m'inganno. Se gli altri non sono, me ne
congratulo seco loro con tutta l'anima. Io sono anche sicuro
di non liberarmi dall'infelicità, prima che io muoia. Se gli
altri hanno diversa speranza di se, me ne rallegro
similmente.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TIMANDRO.</hi>
               </speaker>
               <p> Tutti siamo infelici, e tutti sono stati: e credo
non vorrete gloriarvi che questa vostra sentenza sia delle
più nuove. Ma la condizione umana si può migliorare di gran
lunga da quel che ella è, come è già migliorata
indicibilmente da quello che fu. Voi mostrate non
ricordarvi, o non volervi ricordare, che l'uomo è
perfettibile.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">ELEANDRO.</hi>
               </speaker>
               <p> Perfettibile lo crederò sopra la vostra fede; ma
perfetto, che è quel che importa maggiormente, non so quando
l'avrò da credere nè sopra la fede di chi.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TIMANDRO.</hi>
               </speaker>
               <p> Non è giunto ancora alla perfezione, perchè gli è
mancato tempo; ma non si può dubitare che non vi sia per
giungere.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">ELEANDRO.</hi>
               </speaker>
               <p> Nè io ne dubito. Questi pochi anni che sono corsi
dal principio del mondo al presente, non potevano bastare; e
non se ne dee far giudizio dell'indole, del destino e delle
facoltà dell'uomo: oltre che si sono avute altre faccende
per le mani. Ma ora non si attende ad altro che a
perfezionare la nostra specie.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TIMANDRO.</hi>
               </speaker>
               <p> Certo vi si attende con sommo studio in tutto il
mondo civile. E considerando la copia e l'efficacia dei
mezzi, l'una e l'altra aumentate incredibilmente da poco in
qua, si può credere che l'effetto si abbia veramente a
conseguire fra più o men tempo: e questa speranza è di non
piccolo giovamento a cagione delle imprese e operazioni
utili che ella promuove o partorisce. Però se fu mai dannoso
e riprensibile in alcun tempo, nel presente è dannosissimo e
abbominevole l'ostentare cotesta vostra disperazione, e
l'inculcare agli uomini la necessità della loro miseria, la
vanità della vita, l'imbecillità e piccolezza della loro
specie, e la malvagità della loro natura: il che non può
fare altro frutto che prostrarli d'animo; spogliarli della
stima di se medesimi, primo fondamento della vita onesta,
della utile, della gloriosa; e distorli dal procurare il
proprio bene.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">ELEANDRO.</hi>
               </speaker>
               <p> Io vorrei che mi dichiaraste precisamente, se vi
pare che quello che io credo e dico intorno all'infelicità
degli uomini, sia vero o falso.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TIMANDRO.</hi>
               </speaker>
               <p> Voi riponete mano alla vostra solita arme; e
quando io vi confessi che quello che dite è vero, pensate
vincere la questione. Ora io vi rispondo, che non ogni
verità è da predicare a tutti, nè in ogni tempo.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">ELEANDRO.</hi>
               </speaker>
               <p> Di grazia, soddisfatemi anche di un'altra
domanda. Queste verità che io dico e non predico, sono nella
filosofia, verità principali, o pure accessorie?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TIMANDRO.</hi>
               </speaker>
               <p> Io, quanto a me, credo che sieno la sostanza di
tutta la filosofia.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">ELEANDRO.</hi>
               </speaker>
               <p> Dunque s'ingannano grandemente quelli che dicono
e predicano che la perfezione dell'uomo consiste nella
conoscenza del vero, e tutti i suoi mali provengono dalle
opinioni false e dalla ignoranza, e che il genere umano
allora finalmente sarà felice, quando ciascuno o i più degli
uomini conosceranno il vero e a norma di quello solo
comporranno e governeranno la loro vita. E queste cose le
dicono poco meno che tutti i filosofi antichi e moderni.
Ecco che a giudizio vostro, quelle verità che sono la
sostanza di tutta la filosofia, si debbono occultare alla
maggior parte degli uomini; e credo che facilmente
consentireste che debbano essere ignorate o dimenticate da
tutti: perchè sapute, e ritenute nell'animo, non possono
altro che nuocere. Il che è quanto dire che la filosofia si
debba estirpare dal mondo. Io non ignoro che l'ultima
conclusione che si ricava dalla filosofia vera e perfetta,
si è, che non bisogna filosofare. Dal che s'inferisce che la
filosofia, primieramente è inutile, perchè a questo effetto
di non filosofare, non fa di bisogno esser filosofo;
secondariamente è dannosissima, perchè quella ultima
conclusione non vi s'impara se non alle proprie spese, e
imparata che sia, non si può mettere in opera; non essendo
in arbitrio degli uomini dimenticare le verità conosciute, e
deponendosi più facilmente qualunque altro abito che quello
di filosofare. In somma la filosofia, sperando e promettendo
a principio di medicare i nostri mali, in ultimo si riduce a
desiderare invano di rimediare a se stessa. Posto tutto ciò,
domando perchè si abbia da credere che l'età presente sia
più prossima e disposta alla perfezione che le passate.
Forse per la maggior notizia del vero; la quale si vede
essere contrarissima alla felicità dell'uomo? O forse perchè
al presente alcuni pochi conoscono che non bisogna
filosofare, senza che però abbiano facoltà di astenersene?
Ma i primi uomini in fatti non filosofarono, e i selvaggi se
ne astengono senza fatica. Quali altri mezzi o nuovi, o
maggiori che non ebbero gli antenati, abbiamo noi, di
approssimarci alla perfezione?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TIMANDRO.</hi>
               </speaker>
               <p> Molti, e di grande utilità: ma l'esporgli
vorrebbe un ragionamento infinito.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">ELEANDRO.</hi>
               </speaker>
               <p> Lasciamoli da parte per ora: e tornando al fatto
mio, dico, che se ne' miei scritti io ricordo alcune verità
dure e triste, o per isfogo dell'animo, o per consolarmene
col riso, e non per altro; io non lascio tuttavia negli
stessi libri di deplorare, sconsigliare e riprendere lo
studio di quel misero e freddo vero, la cognizione del quale
è fonte o di noncuranza e infingardaggine, o di bassezza
d'animo, iniquità e disonestà di azioni, e perversità di
costumi: laddove, per lo contrario, lodo ed esalto quelle
opinioni, benchè false, che generano atti e pensieri nobili,
forti, magnanimi, virtuosi, ed utili al ben comune o
privato; quelle immaginazioni belle e felici, ancorchè vane,
che danno pregio alla vita; le illusioni naturali
dell'animo; e in fine gli errori antichi, diversi assai
dagli errori barbari; i quali solamente, e non quelli,
sarebbero dovuti cadere per opera della civiltà moderna e
della filosofia. Ma queste, secondo me, trapassando i
termini (come è proprio e inevitabile alle cose umane); non
molto dopo sollevati da una barbarie, ci hanno precipitati
in un'altra, non minore della prima; quantunque nata dalla
ragione e dal sapere, e non dall'ignoranza; e però meno
efficace e manifesta nel corpo che nello spirito, men
gagliarda nelle opere, e per dir così, più riposta ed
intrinseca. In ogni modo, io dubito, o inclino piuttosto a
credere, che gli errori antichi, quanto sono necessari al
buono stato delle nazioni civili, tanto sieno, e ogni dì più
debbano essere, impossibili a rinnovarveli. Circa la
perfezione dell'uomo, io vi giuro, che se fosse già
conseguita, avrei scritto almeno un tomo in lode del genere
umano. Ma poichè non è toccato a me di vederla, e non
aspetto che mi tocchi in mia vita, sono disposto di
assegnare per testamento una buona parte della mia roba ad
uso che quando il genere umano sarà perfetto, se gli faccia
e pronuncisi pubblicamente un panegirico tutti gli anni; e
anche gli sia rizzato un tempietto all'antica, o una statua,
o quello che sarà creduto a proposito.</p>
            </sp>
         </div1>
         <div1 type="dialogo">
            <head>XXI</head>
            <head>IL COPERNICO</head>
            <head>DIALOGO</head>
            <div2 type="scena">
               <head>SCENA PRIMA</head>
               <head>
                  <hi rend="italic">L'Ora prima e il Sole.</hi>
               </head>
               <sp>
                  <speaker>
                     <hi rend="sc">ORA PRIMA.</hi>
                  </speaker>
                  <p> Buon giorno, Eccellenza.
</p>
               </sp>
               <sp>
                  <speaker>
                     <hi rend="sc">SOLE.</hi>
                  </speaker>
                  <p> Sì: anzi buona notte.
</p>
               </sp>
               <sp>
                  <speaker>
                     <hi rend="sc">ORA PRIMA.</hi>
                  </speaker>
                  <p> I cavalli sono in ordine.
</p>
               </sp>
               <sp>
                  <speaker>
                     <hi rend="sc">SOLE.</hi>
                  </speaker>
                  <p> Bene.
</p>
               </sp>
               <sp>
                  <speaker>
                     <hi rend="sc">ORA PRIMA.</hi>
                  </speaker>
                  <p> La diana è venuta fuori da un pezzo.
</p>
               </sp>
               <sp>
                  <speaker>
                     <hi rend="sc">SOLE.</hi>
                  </speaker>
                  <p> Bene: venga o vada a suo agio.
</p>
               </sp>
               <sp>
                  <speaker>
                     <hi rend="sc">ORA PRIMA.</hi>
                  </speaker>
                  <p> Che intende di dire vostra Eccellenza?
</p>
               </sp>
               <sp>
                  <speaker>
                     <hi rend="sc">SOLE.</hi>
                  </speaker>
                  <p> Intendo che tu mi lasci stare.
</p>
               </sp>
               <sp>
                  <speaker>
                     <hi rend="sc">ORA PRIMA.</hi>
                  </speaker>
                  <p> Ma, Eccellenza, la notte già è durata tanto, che
non può durare più; e se noi c'indugiassimo, vegga,
Eccellenza, che poi non nascesse qualche disordine.
</p>
               </sp>
               <sp>
                  <speaker>
                     <hi rend="sc">SOLE.</hi>
                  </speaker>
                  <p> Nasca quello che vuole, che io non mi muovo.
</p>
               </sp>
               <sp>
                  <speaker>
                     <hi rend="sc">ORA PRIMA.</hi>
                  </speaker>
                  <p> Oh, Eccellenza, che è cotesto? si sentirebbe
ella male?
</p>
               </sp>
               <sp>
                  <speaker>
                     <hi rend="sc">SOLE.</hi>
                  </speaker>
                  <p> No no, io non mi sento nulla; se non che io non mi
voglio muovere: e però tu te ne andrai per le tue faccende.
</p>
               </sp>
               <sp>
                  <speaker>
                     <hi rend="sc">ORA PRIMA.</hi>
                  </speaker>
                  <p> Come debbo io andare se non viene ella, chè io
sono la prima Ora del giorno? e il giorno come può essere,
se vostra Eccellenza non si degna, come è solita, di uscir
fuori?
</p>
               </sp>
               <sp>
                  <speaker>
                     <hi rend="sc">SOLE.</hi>
                  </speaker>
                  <p> Se non sarai del giorno, sarai della notte; ovvero le
Ore della notte faranno l'uffizio doppio, e tu e le tue
compagne starete in ozio. Perchè, sai che è? io sono stanco
di questo continuo andare attorno per far lume a quattro
animaluzzi, che vivono in su un pugno di fango, tanto
piccino, che io, che ho buona vista, non lo arrivo a vedere:
e questa notte ho fermato di non volere altra fatica per
questo; e che se gli uomini vogliono veder lume, che tengano
i loro fuochi accesi, o provveggano in altro modo.
</p>
               </sp>
               <sp>
                  <speaker>
                     <hi rend="sc">ORA PRIMA.</hi>
                  </speaker>
                  <p> E che modo, Eccellenza, vuole ella che ci
trovino i poverini? E a dover poi mantenere le loro lucerne,
o provvedere tante candele che ardano tutto lo spazio del
giorno, sarà una spesa eccessiva. Che se fosse già ritrovato
di fare quella certa aria da servire per ardere, e per
illuminare le strade, le camere, le botteghe, le cantine e
ogni cosa, e il tutto con poco dispendio; allora direi che
il caso fosse manco male. Ma il fatto è che ci avranno a
passare ancora trecento anni, poco più o meno, prima che gli
uomini ritrovino quel rimedio: e intanto verrà loro manco
l'olio e la cera e la pece e il sego; e non avranno più che
ardere.
</p>
               </sp>
               <sp>
                  <speaker>
                     <hi rend="sc">SOLE.</hi>
                  </speaker>
                  <p> Andranno a caccia delle lucciole, e di quei
vermicciuoli che splendono.
</p>
               </sp>
               <sp>
                  <speaker>
                     <hi rend="sc">ORA PRIMA.</hi>
                  </speaker>
                  <p> E al freddo come provvederanno? che senza
quell'aiuto che avevano da vostra Eccellenza, non basterà il
fuoco di tutte le selve a riscaldarli. Oltre che si morranno
anco dalla fame: perchè la terra non porterà più i suoi
frutti. E così, in capo a pochi anni, si perderà il seme di
quei poveri animali: che quando saranno andati un pezzo qua
e là per la Terra, a tastone, cercando di che vivere e di
che riscaldarsi; finalmente, consumata ogni cosa che si
possa ingoiare, e spenta l'ultima scintilla di fuoco, se ne
morranno tutti al buio, ghiacciati come pezzi di cristallo
di roccia.
</p>
               </sp>
               <sp>
                  <speaker>
                     <hi rend="sc">SOLE.</hi>
                  </speaker>
                  <p> Che importa cotesto a me? che, sono io la balia del
genere umano; o forse il cuoco, che gli abbia da stagionare
e da apprestare i cibi? e che mi debbo io curare se certa
poca quantità di creaturine invisibili, lontane da me i
milioni delle miglia, non veggono, e non possono reggere al
freddo, senza la luce mia? E poi, se io debbo anco servir,
come dire, di stufa o di focolare a questa famiglia umana, è
ragionevole, che volendo la famiglia scaldarsi, venga essa
intorno del focolare, e non che il focolare vada dintorno
alla casa. Per questo, se alla Terra fa di bisogno della
presenza mia, cammini ella e adoprisi per averla: che io per
me non ho bisogno di cosa alcuna dalla Terra, perchè io
cerchi di lei.
</p>
               </sp>
               <sp>
                  <speaker>
                     <hi rend="sc">ORA PRIMA.</hi>
                  </speaker>
                  <p> Vostra Eccellenza vuol dire, se io intendo bene,
che quello che per lo passato ha fatto ella, ora faccia la
Terra.
</p>
               </sp>
               <sp>
                  <speaker>
                     <hi rend="sc">SOLE.</hi>
                  </speaker>
                  <p> Sì: ora, e per l'innanzi sempre.
</p>
               </sp>
               <sp>
                  <speaker>
                     <hi rend="sc">ORA PRIMA.</hi>
                  </speaker>
                  <p> Certo che vostra Eccellenza ha buona ragione in
questo: oltre che ella può fare di se a suo modo. Ma pure
contuttociò, si degni, Eccellenza, di considerare quante
cose belle è necessario che sieno mandate a male, volendo
stabilire questo nuovo ordine. Il giorno non avrà più il suo
bel carro dorato, co' suoi bei cavalli, che si lavavano alla
marina: e per lasciare le altre particolarità, noi altre
povere Ore non avremo più luogo in cielo, e di fanciulle
celesti diventeremo terrene; se però, come io aspetto, non
ci risolveremo piuttosto in fumo. Ma sia di questa parte
come si voglia: il punto sarà persuadere la Terra di andare
attorno; che ha da esser difficile pure assai: perch'ella
non ci è usata, e le dee parere strano di aver poi sempre a
correre e affaticarsi tanto, non avendo mai dato un crollo
da quel suo luogo insino a ora. E se vostra Eccellenza
adesso, per quel che pare, comincia a porgere un poco di
orecchio alla pigrizia; io odo che la Terra non sia mica più
inclinata alla fatica oggi che in altri tempi.
</p>
               </sp>
               <sp>
                  <speaker>
                     <hi rend="sc">SOLE.</hi>
                  </speaker>
                  <p> Il bisogno, in questa cosa, la pungerà, e la farà
balzare e correre quanto convenga. Ma in ogni modo, qui la
via più spedita e la più sicura è di trovare un poeta ovvero
un filosofo che persuada alla Terra di muoversi, o che
quando altrimenti non la possa indurre, la faccia andar via
per forza. Perchè finalmente il più di questa faccenda è in
mano dei filosofi e dei poeti; anzi essi ci possono quasi il
tutto. I poeti sono stati quelli che per l'addietro
(perch'io era più giovane, e dava loro orecchio), con quelle
belle canzoni, mi hanno fatto fare di buona voglia, come per
un diporto, o per un esercizio onorevole, quella
sciocchissima fatica di correre alla disperata, così grande
e grosso come io sono, intorno a un granellino di sabbia. Ma
ora che io sono maturo di tempo, e che mi sono voltato alla
filosofia, cerco in ogni cosa l'utilità, e non il bello; e i
sentimenti dei poeti, se non mi muovono lo stomaco, mi fanno
ridere. Voglio, per fare una cosa, averne buone ragioni, e
che sieno di sostanza: e perchè io non trovo nessuna ragione
di anteporre alla vita oziosa e agiata la vita attiva; la
quale non ti potria dar frutto che pagasse il travaglio,
anzi solamente il pensiero (non essendoci al mondo un frutto
che vaglia due soldi); perciò sono deliberato di lasciare le
fatiche e i disagi agli altri, e io per la parte mia vivere
in casa quieto e senza faccende. Questa mutazione in me,
come ti ho detto, oltre a quel che ci ha cooperato l'età,
l'hanno fatta i filosofi; gente che in questi tempi è
cominciata a montare in potenza, e monta ogni giorno più.
Sicchè, volendo fare adesso che la Terra si muova, e che
diasi a correre attorno in vece mia; per una parte veramente
sarebbe a proposito un poeta più che un filosofo: perchè i
poeti, ora con una fola, ora con un'altra, dando ad
intendere che le cose del mondo sieno di valuta e di peso, e
che sieno piacevoli e belle molto, e creando mille speranze
allegre, spesso invogliano gli altri di faticare; e i
filosofi gli svogliano. Ma dall'altra parte, perchè i
filosofi sono cominciati a stare al di sopra, io dubito che
un poeta non sarebbe ascoltato oggi dalla Terra, più di
quello che fossi per ascoltarlo io; o che, quando fosse
ascoltato, non farebbe effetto. E però sarà il meglio che
noi ricorriamo a un filosofo: che se bene i filosofi
ordinariamente sono poco atti, e meno inclinati, a muovere
altri ad operare; tuttavia può essere che in questo caso
così estremo, venga loro fatta cosa contraria al loro usato.
Eccetto se la Terra non giudicherà che le sia più espediente
di andarsene a perdizione, che avere a travagliarsi tanto:
che io non direi però che ella avesse il torto: basta, noi
vedremo quello che succederà. Dunque tu farai una cosa: tu
te n'andrai là in Terra; o pure vi manderai l'una delle tue
compagne, quella che tu vorrai: e se ella troverà qualcuno
di quei filosofi che stia fuori di casa al fresco,
speculando il cielo e le stelle; come ragionevolmente ne
dovrà trovare, per la novità di questa notte così lunga;
ella senza più, levatolo su di peso, se lo gitterà in sul
dosso; e così torni, e me lo rechi insin qua: che io vedrò
di disporlo a fare quello che occorre. Hai tu inteso bene?
</p>
               </sp>
               <sp>
                  <speaker>
                     <hi rend="sc">ORA PRIMA.</hi>
                  </speaker>
                  <p> Eccellenza sì. Sarà servita.
</p>
               </sp>
            </div2>
            <div2 type="scena">
               <head>SCENA SECONDA</head>
               <stage>
                  <p>COPERNICO in sul terrazzo di casa sua, guardando in
cielo a levante, per mezzo d'un cannoncello di carta;
perché non erano ancora inventati i cannocchiali.</p>
               </stage>
               <p>Gran cosa è questa. O che tutti gli oriuoli
fallano, o il sole dovrebbe esser levato già e più di
un'ora: e qui non si vede nè pure un barlume in oriente; con
tutto che il cielo sia chiaro e terso come uno specchio.
Tutte le stelle risplendono come fosse la mezza notte.
Vattene ora all'Almagesto o al Sacrobosco, e dì che ti
assegnino la cagione di questo caso. Io ho udito dire più
volte della notte che Giove passò colla moglie d'Anfitrione:
e così mi ricordo aver letto poco fa in un libro moderno di
uno Spagnuolo, che i Peruviani raccontano che una volta, in
antico, fu nel paese loro una notte lunghissima, anzi
sterminata; e che alla fine il sole uscì fuori da un certo
lago, che chiamano di Titicaca. Ma insino a qui ho pensato
che queste tali, non fossero se non ciance; e io l'ho tenuto
per fermo; come fanno tutti gli uomini ragionevoli. Ora che
io m'avveggo che la ragione e la scienza non rilevano, a dir
proprio, un'acca; mi risolvo a credere che queste e simili
cose possano esser vere verissime: anzi io sono per andare a
tutti i laghi e a tutti i pantani che io potrò, e vedere se
io m'abbattessi a pescare il sole. Ma che è questo rombo che
io sento, che par come delle ali di uno uccello grande?
</p>
            </div2>
            <div2 type="scena">
               <head>SCENA TERZA</head>
               <head>
                  <hi rend="italic">L'Ora ultima e Copernico</hi>.</head>
               <sp>
                  <speaker>
                     <hi rend="sc">ORA ULTIMA.</hi>
                  </speaker>
                  <p> Copernico, io sono l'Ora ultima.
</p>
               </sp>
               <sp>
                  <speaker>
                     <hi rend="sc">COPERNICO.</hi>
                  </speaker>
                  <p> L'ora ultima? Bene: qui bisogna adattarsi. Solo,
se si può, dammi tanto di spazio, che io possa far
testamento, e dare ordine a' fatti miei, prima di morire.
</p>
               </sp>
               <sp>
                  <speaker>
                     <hi rend="sc">ORA ULTIMA.</hi>
                  </speaker>
                  <p> Che morire? io non sono già l'ora ultima della
vita.
</p>
               </sp>
               <sp>
                  <speaker>
                     <hi rend="sc">COPERNICO.</hi>
                  </speaker>
                  <p> Oh, che sei tu dunque? l'ultima ora dell'ufficio
del breviario?
</p>
               </sp>
               <sp>
                  <speaker>
                     <hi rend="sc">ORA ULTIMA.</hi>
                  </speaker>
                  <p> Credo bene io, che cotesta ti sia più cara che
l'altre, quando tu ti ritrovi in coro.
</p>
               </sp>
               <sp>
                  <speaker>
                     <hi rend="sc">COPERNICO.</hi>
                  </speaker>
                  <p> Ma come sai tu cotesto, che io sono canonico? E
come mi conosci tu? che anche mi hai chiamato dianzi per
nome.
</p>
               </sp>
               <sp>
                  <speaker>
                     <hi rend="sc">ORA ULTIMA.</hi>
                  </speaker>
                  <p> Io ho preso informazione dell'esser tuo da
certi ch'erano qua sotto, nella strada. In breve, io sono
l'ultima ora del giorno.
</p>
               </sp>
               <sp>
                  <speaker>
                     <hi rend="sc">COPERNICO.</hi>
                  </speaker>
                  <p> Ah, io ho inteso: la prima Ora è malata; e da
questo è che il giorno non si vede ancora.
</p>
               </sp>
               <sp>
                  <speaker>
                     <hi rend="sc">ORA ULTIMA.</hi>
                  </speaker>
                  <p> Lasciami dire. Il giorno non è per aver luogo
più, nè oggi nè domani nè poi, se tu non provvedi.
</p>
               </sp>
               <sp>
                  <speaker>
                     <hi rend="sc">COPERNICO.</hi>
                  </speaker>
                  <p> Buono sarebbe cotesto; che toccasse a me il
carico di fare il giorno.
</p>
               </sp>
               <sp>
                  <speaker>
                     <hi rend="sc">ORA ULTIMA.</hi>
                  </speaker>
                  <p> Io ti dirò il come. Ma la prima cosa, è di
necessità che tu venga meco senza indugio a casa del Sole,
mio padrone. Tu intenderai ora il resto per via; e parte ti
sarà detto da sua Eccellenza, quando noi saremo arrivati.
</p>
               </sp>
               <sp>
                  <speaker>
                     <hi rend="sc">COPERNICO.</hi>
                  </speaker>
                  <p> Bene sta ogni cosa. Ma il cammino, se però io
non m'inganno, dovrebbe esser lungo assai. E come potrò io
portare tanta provvisione che mi basti a non morire affamato
qualche anno prima di arrivare? Aggiungi che le terre di sua
Eccellenza non credo io che producano di che apparecchiarmi
solamente una colazione.
</p>
               </sp>
               <sp>
                  <speaker>
                     <hi rend="sc">ORA ULTIMA.</hi>
                  </speaker>
                  <p> Lascia andare cotesti dubbi. Tu non avrai a
star molto in casa del Sole; e il viaggio si farà in un
attimo; perchè io sono uno spirito, se tu non sai.
</p>
               </sp>
               <sp>
                  <speaker>
                     <hi rend="sc">COPERNICO.</hi>
                  </speaker>
                  <p> Ma io sono un corpo.
</p>
               </sp>
               <sp>
                  <speaker>
                     <hi rend="sc">ORA ULTIMA.</hi>
                  </speaker>
                  <p> Ben bene: tu non ti hai da impacciare di
cotesti discorsi, che tu non sei già un filosofo metafisico.
Vien qua: montami in sulle spalle; e lascia fare a me il
resto.
</p>
               </sp>
               <sp>
                  <speaker>
                     <hi rend="sc">COPERNICO.</hi>
                  </speaker>
                  <p> Orsù: ecco fatto. Vediamo a che sa riuscire
questa novità.
</p>
               </sp>
            </div2>
            <div2 type="scena">
               <head>SCENA QUARTA</head>
               <head>
                  <hi rend="italic">Copernico e il Sole</hi>.</head>
               <sp>
                  <speaker>
                     <hi rend="sc">COPERNICO.</hi>
                  </speaker>
                  <p> Illustrissimo Signore.
</p>
               </sp>
               <sp>
                  <speaker>
                     <hi rend="sc">SOLE.</hi>
                  </speaker>
                  <p> Perdona, Copernico, se io non ti fo sedere; perchè
qua non si usano sedie. Ma noi ci spacceremo tosto. Tu hai
già inteso il negozio dalla mia fante. Io dalla parte mia,
per quel che la fanciulla mi riferisce della tua qualità,
trovo che tu sei molto a proposito per l'effetto che si
ricerca.
</p>
               </sp>
               <sp>
                  <speaker>
                     <hi rend="sc">COPERNICO.</hi>
                  </speaker>
                  <p> Signore, io veggo in questo negozio molte
difficoltà.
</p>
               </sp>
               <sp>
                  <speaker>
                     <hi rend="sc">SOLE.</hi>
                  </speaker>
                  <p> Le difficoltà non debbono spaventare un uomo della
tua sorte. Anzi si dice che elle accrescono animo
all'animoso. Ma quali sono poi, alla fine, coteste
difficoltà?
</p>
               </sp>
               <sp>
                  <speaker>
                     <hi rend="sc">COPERNICO.</hi>
                  </speaker>
                  <p> Primieramente, per grande che sia la potenza
della filosofia, non mi assicuro che ella sia grande tanto,
da persuadere alla Terra di darsi a correre, in cambio di
stare a sedere agiatamente; e darsi ad affaticare, in vece
di stare in ozio: massime a questi tempi; che non sono già i
tempi eroici.
</p>
               </sp>
               <sp>
                  <speaker>
                     <hi rend="sc">SOLE.</hi>
                  </speaker>
                  <p> E se tu non la potrai persuadere, tu la sforzerai.
</p>
               </sp>
               <sp>
                  <speaker>
                     <hi rend="sc">COPERNICO.</hi>
                  </speaker>
                  <p> Volentieri, illustrissimo, se io fossi un Ercole
o pure almanco un Orlando; e non un canonico di Varmia.
</p>
               </sp>
               <sp>
                  <speaker>
                     <hi rend="sc">SOLE.</hi>
                  </speaker>
                  <p> Che fa cotesto al caso? Non si racconta egli di un
vostro matematico antico, il quale diceva che se gli fosse
dato un luogo fuori del mondo, che stando egli in quello, si
fidava di smuovere il cielo e la terra? Or tu non hai a
smuovere il cielo; ed ecco che ti ritrovi in un luogo che è
fuor della Terra. Dunque, se tu non sei da meno di
quell'antico, non dee mancare che tu non la possa muovere,
voglia essa o non voglia.
</p>
               </sp>
               <sp>
                  <speaker>
                     <hi rend="sc">COPERNICO.</hi>
                  </speaker>
                  <p> Signor mio, cotesto si potrebbe fare: ma ci si
richiederebbe una leva; la quale vorrebbe essere tanto
lunga, che non solo io, ma vostra signoria illustrissima,
quantunque ella sia ricca, non ha però tanto che bastasse a
mezza la spesa della materia per farla, e della fattura.
Un'altra difficoltà più grave è questa che io vi dirò
adesso; anzi egli è come un groppo di difficoltà. La Terra
insino a oggi ha tenuto la prima sede del mondo, che è a
dire il mezzo; e (come voi sapete) stando ella immobile, e
senza altro affare che guardarsi all'intorno, tutti gli
altri globi dell'universo, non meno i più grandi che i più
piccoli, e così gli splendenti come gli oscuri, le sono iti
rotolandosi di sopra e di sotto e ai lati continuamente; con
una fretta, una faccenda, una furia da sbalordirsi a
pensarla. E così, dimostrando tutte le cose di essere
occupate in servizio suo, pareva che l'universo fosse a
somiglianza di una corte; nella quale la Terra sedesse come
in un trono; e gli altri globi dintorno, in modo di
cortigiani, di guardie, di servitori, attendessero chi ad un
ministero e chi a un altro. Sicchè, in effetto, la Terra si
è creduta sempre di essere imperatrice del mondo: e per
verità, stando così le cose come sono state per l'addietro,
non si può mica dire che ella discorresse male; anzi io non
negherei che quel suo concetto non fosse molto fondato. Che
vi dirò poi degli uomini? che riputandoci (come ci
riputeremo sempre) più che primi e più che principalissimi
tra le creature terrestri; ciascheduno di noi, se ben fosse
un vestito di cenci e che non avesse un cantuccio di pan
duro da rodere, si è tenuto per certo di essere uno
imperatore; non mica di Costantinopoli o di Germania, ovvero
della metà della Terra, come erano gl'imperatori romani, ma
un imperatore dell'universo; un imperatore del sole, dei
pianeti, di tutte le stelle visibili e non visibili; e causa
finale delle stelle, dei pianeti, di vostra signoria
illustrissima, e di tutte le cose. Ma ora se noi vogliamo
che la Terra si parta da quel suo luogo di mezzo; se
facciamo che ella corra, che ella si voltoli, che ella si
affanni di continuo, che eseguisca quel tanto, nè più nè
meno, che si è fatto di qui addietro dagli altri globi; in
fine, che ella divenga del numero dei pianeti; questo
porterà seco che sua maestà terrestre, e le loro maestà
umane, dovranno sgomberare il trono, e lasciar l'impero;
restandosene però tuttavia co' loro cenci, e colle loro
miserie, che non sono poche.
</p>
               </sp>
               <sp>
                  <speaker>
                     <hi rend="sc">SOLE.</hi>
                  </speaker>
                  <p> Che vuol conchiudere in somma con cotesto discorso il
mio don Niccola? Forse ha scrupolo di coscienza, che il
fatto non sia un crimenlese?
</p>
               </sp>
               <sp>
                  <speaker>
                     <hi rend="sc">COPERNICO.</hi>
                  </speaker>
                  <p> No, illustrissimo; perchè nè i codici, nè il
digesto, nè i libri che trattano del diritto pubblico, nè
del diritto dell'Imperio, nè di quel delle genti, o di
quello della natura, non fanno menzione di questo
crimenlese, che io mi ricordi. Ma voglio dire in sostanza,
che il fatto nostro non sarà così semplicemente materiale,
come pare a prima vista che debba essere; e che gli effetti
suoi non apparterranno alla fisica solamente: perchè esso
sconvolgerà i gradi della dignità delle cose, e l'ordine
degli enti; scambierà i fini delle creature; e per tanto
farà un grandissimo rivolgimento anche nella metafisica,
anzi in tutto quello che tocca alla parte speculativa del
sapere. E ne risulterà che gli uomini, se pur sapranno o
vorranno discorrere sanamente, si troveranno essere
tutt'altra roba da quello che sono stati fin qui, o che si
hanno immaginato di essere.
</p>
               </sp>
               <sp>
                  <speaker>
                     <hi rend="sc">SOLE.</hi>
                  </speaker>
                  <p> Figliuol mio, coteste cose non mi fanno punto paura:
chè tanto rispetto io porto alla metafisica, quanto alla
fisica, e quanto anche all'alchimia, o alla negromantica, se
tu vuoi. E gli uomini si contenteranno di essere quello che
sono: e se questo non piacerà loro, andranno raziocinando a
rovescio, e argomentando in dispetto della evidenza delle
cose; come facilissimamente potranno fare; e in questo modo
continueranno a tenersi per quel che vorranno, o baroni o
duchi o imperatori o altro di più che si vogliano: che essi
ne staranno più consolati, e a me con questi loro giudizi
non daranno un dispiacere al mondo.
</p>
               </sp>
               <sp>
                  <speaker>
                     <hi rend="sc">COPERNICO.</hi>
                  </speaker>
                  <p> Orsù, lasciamo degli uomini e della Terra.
Considerate, illustrissimo, quel ch'è ragionevole che
avvenga degli altri pianeti. Che quando vedranno la Terra
fare ogni cosa che fanno essi, e divenuta uno di loro, non
vorranno più restarsene così lisci, semplici e disadorni,
così deserti e tristi, come sono stati sempre; e che la
Terra sola abbia quei tanti ornamenti: ma vorranno ancora
essi i lor fiumi, i lor mari, le loro montagne, le piante, e
fra le altre cose i loro animali e abitatori; non vedendo
ragione alcuna di dovere essere da meno della Terra in
nessuna parte. Ed eccovi un altro rivolgimento grandissimo
nel mondo; e una infinità di famiglie e di popolazioni
nuove, che in un momento si vedranno venir su da tutte le
bande, come funghi.
</p>
               </sp>
               <sp>
                  <speaker>
                     <hi rend="sc">SOLE.</hi>
                  </speaker>
                  <p> E tu le lascerai che vengano; e sieno quante sapranno
essere: chè la mia luce e il calore basterà per tutte, senza
che io cresca la spesa però; e il mondo avrà di che cibarle,
vestirle, alloggiarle, trattarle largamente, senza far
debito.
</p>
               </sp>
               <sp>
                  <speaker>
                     <hi rend="sc">COPERNICO.</hi>
                  </speaker>
                  <p> Ma pensi vostra signoria illustrissima un poco
più oltre, e vedrà nascere ancora un altro scompiglio. Che
le stelle, vedendo che voi vi siete posto a sedere, e non
già su uno sgabello, ma in trono; e che avete dintorno
questa bella corte e questo popolo di pianeti; non solo
vorranno sedere ancor esse e riposarsi, ma vorranno altresì
regnare: e chi ha da regnare, ci hanno a essere i sudditi:
però vorranno avere i loro pianeti, come avrete voi;
ciascuna i suoi propri. I quali pianeti nuovi, converrà che
sieno anche abitati e adorni come è la Terra. E qui non vi
starò a dire del povero genere umano, divenuto poco più che
nulla già innanzi, in rispetto a questo mondo solo; a che si
ridurrà egli quando scoppieranno fuori tante migliaia di
altri mondi, in maniera che non ci sarà una minutissima
stelluzza della via lattea, che non abbia il suo. Ma
considerando solamente l'interesse vostro, dico che per
insino a ora voi siete stato, se non primo nell'universo,
certamente secondo, cioè a dire dopo la Terra, e non avete
avuto nessuno uguale; atteso che le stelle non si sono
ardite di pareggiarvisi: ma in questo nuovo stato
dell'universo avrete tanti uguali, quante saranno le stelle
coi loro mondi. Sicchè guardate che questa mutazione che noi
vogliamo fare, non sia con pregiudizio della dignità vostra.
</p>
               </sp>
               <sp>
                  <speaker>
                     <hi rend="sc">SOLE.</hi>
                  </speaker>
                  <p> Non hai tu a memoria quello che disse il vostro
Cesare quando egli, andando per le Alpi, si abbattè a
passare vicino a quella borgatella di certi poveri Barbari:
che gli sarebbe piaciuto più se egli fosse stato il primo in
quella borgatella, che di essere il secondo in Roma? E a me
similmente dovrebbe piacer più di esser primo in questo
mondo nostro, che secondo nell'universo. Ma non è
l'ambizione quella che mi muove a voler mutare lo stato
presente delle cose: solo è l'amor della quiete, o per dir
più proprio, la pigrizia. In maniera che dell'avere uguali o
non averne, e di essere nel primo luogo o nell'ultimo, io
non mi curo molto: perchè, diversamente da Cicerone, ho
riguardo più all'ozio che alla dignità.
</p>
               </sp>
               <sp>
                  <speaker>
                     <hi rend="sc">COPERNICO.</hi>
                  </speaker>
                  <p> Cotesto ozio, illustrissimo, io per la parte
mia, il meglio che io possa, m'ingegnerò di acquistarvelo.
Ma dubito, anche riuscendo la intenzione, che esso non vi
durerà gran tempo. E prima, io sono quasi certo che non
passeranno molti anni, che voi sarete costretto di andarvi
aggirando come una carrucola da pozzo, o come una macina;
senza mutar luogo però. Poi, sto con qualche sospetto che
pure alla fine, in termine di più o men tempo, vi convenga
anco tornare a correre: io non dico, intorno alla Terra; ma
che monta a voi questo? e forse che quello stesso aggirarvi
che voi farete, servirà di argomento per farvi anco andare.
Basta, sia quello che si voglia; non ostante ogni
malagevolezza e ogni altra considerazione, se voi
perseverate nel proposito vostro, io proverò di servirvi;
acciocchè, se la cosa non mi verrà fatta, voi pensiate ch'io
non ho potuto, e non diciate che io sono di poco animo.
</p>
               </sp>
               <sp>
                  <speaker>
                     <hi rend="sc">SOLE.</hi>
                  </speaker>
                  <p> Bene sta, Copernico mio: prova.
</p>
               </sp>
               <sp>
                  <speaker>
                     <hi rend="sc">COPERNICO.</hi>
                  </speaker>
                  <p> Ci resterebbe una certa difficoltà solamente.
</p>
               </sp>
               <sp>
                  <speaker>
                     <hi rend="sc">SOLE.</hi>
                  </speaker>
                  <p> Via, qual è?
</p>
               </sp>
               <sp>
                  <speaker>
                     <hi rend="sc">COPERNICO.</hi>
                  </speaker>
                  <p> Che io non vorrei, per questo fatto, essere
abbruciato vivo, a uso della fenice: perchè accadendo
questo, io sono sicuro di non avere a risuscitare dalle mie
ceneri come fa quell'uccello, e di non vedere mai più, da
quell'ora innanzi, la faccia della signoria vostra.
</p>
               </sp>
               <sp>
                  <speaker>
                     <hi rend="sc">SOLE.</hi>
                  </speaker>
                  <p> Senti, Copernico: tu sai che un tempo, quando voi
altri filosofi non eravate appena nati, dico al tempo che la
poesia teneva il campo, io sono stato profeta. Voglio che
adesso tu mi lasci profetare per l'ultima volta, e che per
la memoria di quella mia virtù antica, tu mi presti fede. Ti
dico io dunque che forse, dopo te, ad alcuni i quali
approveranno quello che tu avrai fatto, potrà essere che
tocchi qualche scottatura, o altra cosa simile; ma che tu
per conto di questa impresa, a quel ch'io posso conoscere,
non patirai nulla. E se tu vuoi essere più sicuro, prendi
questo partito: il libro che tu scriverai a questo
proposito, dedicarlo al papa<note place="end" resp="aut" n="57">
                        <p> Copernico in effetto lo dedicÃ² al pontefice Paolo terzo.</p>
                     </note>. In questo modo, ti prometto
che nè anche hai da perdere il canonicato.
</p>
               </sp>
            </div2>
         </div1>
         <div1 type="dialogo">
            <head>XXII</head>
            <head>DIALOGO DI PLOTINO E DI PORFIRIO</head>
            <stage>
               <hi rend="italic">Una volta essendo io Porfirio entrato in pensiero di
levarmi la vita, Plotino se ne avvide: e venutomi innanzi
improvvisamente, che io era in casa; e dettomi, non
procedere sì fatto pensiero da discorso di mente sana, ma da
qualche indisposizione malinconica; mi strinse che io
mutassi paese.</hi> Porfirio nella vita di Plotino. Il simile
in quella di Porfirio scritta da Eunapio: il quale aggiunge
che Plotino distese in un libro i ragionamenti avuti con
Porfirio in quella occasione.</stage>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">PLOTINO.</hi>
               </speaker>
               <p> Porfirio, tu sai ch'io sono amico; e sai quanto: e
non ti dei maravigliare se io vengo osservando i tuoi fatti
e i tuoi detti e il tuo stato con una certa curiosità;
perchè nasce da questo, che tu mi stai sul cuore. Già sono
più giorni che io ti veggo tristo e pensieroso molto; hai
una certa guardatura, e lasci andare certe parole: in fine,
senza altri preamboli e senza aggiramenti, io credo che tu
abbi in capo una mala intenzione.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">PORFIRIO.</hi>
               </speaker>
               <p> Come, che vuoi tu dire?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">PLOTINO.</hi>
               </speaker>
               <p> Una mala intenzione contro te stesso. Il fatto è
stimato cattivo augurio a nominarlo. Vedi, Porfirio mio, non
mi negare il vero; non far questa ingiuria a tanto amore che
noi ci portiamo insieme da tanto tempo. So bene che io ti fo
dispiacere a muoverti questo discorso; e intendo che ti
sarebbe stato caro di tenerti il tuo proposito celato: ma in
cosa di tanto momento io non poteva tacere; e tu non
dovresti avere a male di conferirla con persona che ti vuol
tanto bene quanto a se stessa. Discorriamo insieme
riposatamente, e andiamo pensando le ragioni: tu sfogherai
l'animo tuo meco, ti dorrai, piangerai; che io merito da te
questo: e in ultimo io non sono già per impedirti che tu non
facci quello che noi troveremo che sia ragionevole, e di tuo
utile.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">PORFIRIO.</hi>
               </speaker>
               <p> Io non ti ho mai disdetto cosa che tu mi
domandassi, Plotino mio. Ed ora confesso a te quello che
avrei voluto tener segreto, e che non confesserei ad altri
per cosa alcuna del mondo; dico che quel che tu immagini
della mia intenzione, è la verità. Se ti piace che noi ci
ponghiamo a ragionare sopra questa materia; benchè l'animo
mio ci ripugna molto, perchè queste tali deliberazioni pare
che si compiacciano di un silenzio altissimo, e che la mente
in così fatti pensieri ami di essere solitaria e ristretta
in se medesima più che mai; pure io sono disposto di fare
anche di ciò a tuo modo. Anzi incomincerò io stesso; e ti
dirò che questa mia inclinazione non procede da alcuna
sciagura che mi sia intervenuta, ovvero che io aspetti che
mi sopraggiunga: ma da un fastidio della vita; da un tedio
che io provo, così veemente, che si assomiglia a dolore e a
spasimo; da un certo non solamente conoscere, ma vedere,
gustare, toccare la vanità di ogni cosa che mi occorre nella
giornata. Di maniera che non solo l'intelletto mio, ma tutti
i sentimenti, ancora del corpo, sono (per un modo di dire
strano, ma accomodato al caso) pieni di questa vanità. E qui
primieramente non mi potrai dire che questa mia disposizione
non sia ragionevole: se bene io consentirò facilmente che
ella in buona parte provenga da qualche mal essere
corporale. Ma ella nondimeno è ragionevolissima: anzi tutte
le altre disposizioni degli uomini fuori di questa, per le
quali, in qualunque maniera, si vive, e stimasi che la vita
e le cose umane abbiano qualche sostanza; sono, qual più
qual meno, rimote dalla ragione, e si fondano in qualche
inganno e in qualche immaginazione falsa. E nessuna cosa è
più ragionevole che la noia. I piaceri sono tutti vani. Il
dolore stesso, parlo di quel dell'animo, per lo più è vano:
perchè se tu guardi alla causa ed alla materia, a
considerarla bene, ella è di poca realtà o di nessuna. Il
simile dico del timore; il simile della speranza. Solo la
noia, la qual nasce sempre dalla vanità delle cose, non è
mai vanità, non inganno; mai non è fondata in sul falso. E
si può dire che, essendo tutto l'altro vano, alla noia
riducasi, e in lei consista, quanto la vita degli uomini ha
di sostanzievole e di reale.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">PLOTINO.</hi>
               </speaker>
               <p> Sia così. Non voglio ora contraddirti sopra questa
parte. Ma noi dobbiamo adesso considerare il fatto che tu
vai disegnando: dico, considerarlo più strettamente, e in se
stesso. Io non ti starò a dire che sia sentenza di Platone,
come tu sai, che all'uomo non sia lecito, in guisa di servo
fuggitivo, sottrarsi di propria autorità da quella quasi
carcere nella quale egli si ritrova per volontà degli Dei;
cioè privarsi della vita spontaneamente.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">PORFIRIO.</hi>
               </speaker>
               <p> Ti prego, Plotino mio; lasciamo da parte adesso
Platone, e le sue dottrine, e le sue fantasie. Altra cosa è
lodare, commentare, difendere certe opinioni nelle scuole e
nei libri; ed altra è seguitarle nell'uso pratico. Alla
scuola e nei libri, siami stato lecito approvare i
sentimenti di Platone e seguirli; poichè tale è l'usanza
oggi: nella vita, non che gli approvi, io piuttosto gli
abbomino. So ch'egli si dice che Platone spargesse negli
scritti suoi quelle dottrine della vita avvenire, acciocchè
gli uomini, entrati in dubbio e in sospetto circa lo stato
loro dopo la morte; per quella incertezza, e per timore di
pene e di calamità future, si ritenessero nella vita dal
fare ingiustizia e dalle altre male opere<note place="end" resp="aut" n="58">
                     <p>
                        <bibl>Diogene Laerzio, <foreign lang="lat">
                              <emph>Vit. Plat.</emph>
                           </foreign> segm 80.</bibl>
                     </p>
                  </note>. Che se io
stimassi che Platone fosse stato autore di questi dubbi, e
di queste credenze; e che elle fossero sue invenzioni; io
direi: tu vedi, Platone, quanto o la natura o il fato o la
necessità, o qual si sia potenza autrice e signora
dell'universo, è stata ed è perpetuamente inimica alla
nostra specie. Alla quale molte, anzi innumerabili ragioni
potranno contendere quella maggioranza che noi, per altri
titoli, ci arroghiamo di avere tra gli animali; ma nessuna
ragione si troverà che le tolga quel principato che
l'antichissimo Omero le attribuiva; dico il principato della
infelicità. Tuttavia la natura ci destinò per medicina di
tutti i mali la morte: la quale da coloro che non molto
usassero il discorso dell'intelletto, saria poco temuta;
dagli altri desiderata. E sarebbe un conforto dolcissimo
nella vita nostra, piena di tanti dolori, l'aspettazione e
il pensiero del nostro fine. Tu con questo dubbio terribile,
suscitato da te nelle menti degli uomini, hai tolta da
questo pensiero ogni dolcezza, e fattolo il più amaro di
tutti gli altri. Tu sei cagione che si veggano
gl'infelicissimi mortali temere più il porto che la
tempesta, e rifuggire coll'animo da quel solo rimedio e
riposo loro, alle angosce presenti e agli spasimi della
vita. Tu sei stato agli uomini più crudele che il fato o la
necessità o la natura. E non si potendo questo dubbio in
alcun modo sciorre, nè le menti nostre esserne liberate mai,
tu hai recati per sempre i tuoi simili a questa condizione,
che essi avranno la morte piena d'affanno, e più misera che
la vita. Perciocchè per opera tua, laddove tutti gli altri
animali muoiono senza timore alcuno, la quiete e la sicurtà
dell'animo sono escluse in perpetuo dall'ultima ora
dell'uomo. Questo mancava, o Platone, a tanta infelicità
della specie umana. Lascio che quello effetto che ti avevi
proposto, di ritenere gli uomini dalle violenze e dalle
ingiustizie, non ti è venuto fatto. Perocchè quei dubbi e
quelle credenze spaventano tutti gli uomini in sulle ore
estreme, quando essi non sono atti a nuocere: nel corso
della vita, spaventano frequentemente i buoni, i quali hanno
volontà non di nuocere, ma di giovare; spaventano le persone
timide, e le deboli di corpo, le quali alle violenze e alle
iniquità non hanno nè la natura inclinata, nè sufficiente il
cuore e la mano. Ma gli arditi, e i gagliardi, e quelli che
poco sentono la potenza della immaginativa; in fine coloro
ai quali in generalità si richiederebbe altro freno che
della sola legge; non ispaventano esse, nè tengono dal male
operare: come noi veggiamo per gli esempi quotidianamente, e
come la esperienza di tutti i secoli, da' tuoi dì per insino
a oggi, fa manifesto. Le buone leggi, e più la educazione
buona, e la cultura dei costumi e delle menti, conservano
nella società degli uomini la giustizia e la mansuetudine:
perocchè gli animi dirozzati e rammorbiditi da un poco di
civiltà, ed assuefatti a considerare alquanto le cose, e ad
operare alcun poco l'intendimento; quasi di necessità e
quasi sempre abborriscono dal por mano nelle persone e nel
sangue dei compagni; sono per lo più alieni dal fare ad
altri nocumento in qualunque modo; e rare volte e con fatica
s'inducono a correre quei pericoli che porta seco il
contravvenire alle leggi. Non fanno già questo buono effetto
le immaginazioni minacciose, e le opinioni triste di cose
fiere e spaventevoli: anzi come suol fare la moltitudine e
la crudeltà dei supplizi che si usino dagli stati, così
ancora quelle accrescono, in un lato la viltà dell'animo, in
un altro la ferocità; principali inimiche e pesti del
consorzio umano. Ma tu hai posto ancora innanzi e promesso
guiderdone ai buoni. Qual guiderdone? Uno stato che ci
apparisce pieno di noia, ed ancor meno tollerabile che
questa vita. A ciascheduno è palese l'acerbità di que' tuoi
supplicii; ma la dolcezza de' tuoi premii è nascosa, ed
arcana, e da non potersi comprendere da mente d'uomo. Onde
nessuna efficacia possono aver così fatti premii di
allettarci alla rettitudine e alla virtù. E in vero, se
molto pochi ribaldi, per timore di quel tuo spaventoso
Tartaro si astengono da alcuna mala azione; mi ardisco io di
affermare che mai nessun buono, in un suo menomo atto, si
mosse a bene operare per desiderio di quel tuo Eliso. Che
non può esso alla immaginazione nostra aver sembianza di
cosa desiderabile. Ed oltre che di molto lieve conforto
sarebbe eziandio la espettazione certa di questo bene, la
quale speranza hai tu lasciato che ne possano avere anco i
virtuosi e i giusti; se quel tuo Minosse e quello Eaco e
Radamanto, giudici rigidissimi e inesorabili, non hanno a
perdonare a qualsivoglia ombra o vestigio di colpa? E quale
uomo è che si possa sentire o credere così netto e puro come
lo richiedi tu? Sicchè il conseguimento di quella qual che
si sia felicità viene a esser quasi impossibile: e non
basterà la coscienza della più retta e della più travagliosa
vita ad assicurare l'uomo in sull'ultimo, dalla incertezza
del suo stato futuro, e dallo spavento dei gastighi. Così
per le tue dottrine il timore, superata con infinito
intervallo la speranza, è fatto signore dell'uomo: e il
frutto di esse dottrine ultimamente è questo; che il genere
umano, esempio mirabile d'infelicità in questa vita, si
aspetta, non che la morte sia fine alle sue miserie, ma di
avere a essere dopo quella, assai più infelice. Con che tu
hai vinto di crudeltà, non pur la natura e il fato, ma ogni
tiranno più fiero, e ogni più spietato carnefice, che fosse
al mondo. Ma con qual barbarie si può paragonare quel tuo
decreto, che all'uomo non sia lecito di por fine a' suoi
patimenti, ai dolori, alle angosce, vincendo l'orrore della
morte, e volontariamente privandosi dello spirito? Certo non
ha luogo negli altri animali il desiderio di terminar la
vita; perchè le infelicità loro hanno più stretti confini
che le infelicità dell'uomo: nè avrebbe anco luogo il
coraggio di estinguerla spontaneamente. Ma se pur tali
disposizioni cadessero nella natura dei bruti, nessuno
impedimento avrebbero essi al poter morire; nessun divieto,
nessun dubbio torrebbe loro la facoltà di sottrarsi dai loro
mali. Ecco che tu ci rendi anco in questa parte, inferiori
alle bestie: e quella libertà che avrebbero i bruti se loro
accadesse di usarla; quella che la natura stessa, tanto
verso noi avara, non ci ha negata; vien manco per tua
cagione nell'uomo. In guisa che quel solo genere di viventi
che si trova esser capace del desiderio della morte, quello
solo non abbia in sua mano il morire. La natura, il fato e
la fortuna ci flagellano di continuo sanguinosamente, con
istrazio nostro e dolore inestimabile: tu accorri, e ci
annodi strettamente le braccia, e incateni i piedi; sicchè
non ci sia possibile nè schermirci nè ritrarci indietro dai
loro colpi. In vero, quando io considero la grandezza della
infelicità umana, io penso che di quella si debbano più che
veruna altra cosa, incolpare le tue dottrine; e che si
convenga agli uomini, assai più dolersi di te che della
natura. La quale se bene, a dir vero, non ci destinò altra
vita che infelicissima; da altro lato però ci diede il poter
finirla ogni volta che ci piacesse. E primieramente non si
può mai dire che sia molto grande quella miseria la quale,
solo che io voglia, può di durazione esser brevissima: poi,
quando ben la persona in effetto non si risolvesse a lasciar
la vita, il pensiero solo di potere ad ogni sua voglia
sottrarsi dalla miseria, saria tal conforto e tale
alleggerimento di qualunque calamità, che per virtù di esso,
tutte riuscirebbero facili a sopportare. Di modo che la
gravezza intollerabile della infelicità nostra, non da altro
principalmente si dee riconoscere, che da questo dubbio di
poter per avventura, troncando volontariamente la propria
vita, incorrere in miseria maggiore che la presente. Nè solo
maggiore, ma di tanto ineffabile atrocità e lunghezza, che
posto che il presente sia certo, e quelle pene incerte,
nondimeno ragionevolmente debba il timore di quelle, senza
proporzione o comparazione alcuna, prevalere al sentimento
di ogni qual si voglia male di questa vita. Il qual dubbio,
o Platone, ben fu a te agevole a suscitare; ma prima sarà
venuta meno la stirpe degli uomini, che egli sia risoluto.
Però nessuna cosa nacque, nessuna è per nascere in alcun
tempo, così calamitosa e funesta alla specie umana, come
l'ingegno tuo. Queste cose io direi, se credessi che Platone
fosse stato autore o inventore di quelle dottrine; che io so
benissimo che non fu. Ma in ogni modo, sopra questa materia
s'è detto abbastanza, e io vorrei che noi la ponessimo da
canto.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">PLOTINO.</hi>
               </speaker>
               <p> Porfirio, veramente io amo Platone, come tu sai.
Ma non è già per questo, che io voglia discorrere per
autorità; massimamente poi teco e in una questione tale: ma
io voglio discorrere per ragione. E se ho toccato così alla
sfuggita quella tal sentenza platonica, io l'ho fatto più
per usare come una sorta di proemio, che per altro. E
ripigliando il ragionamento ch'io aveva in animo, dico che
non Platone o qualche altro filosofo solamente, ma la natura
stessa par che c'insegni che il levarci dal mondo di mera
volontà nostra, non sia cosa lecita. Non accade che io mi
distenda circa questo articolo: perchè se tu penserai un
poco, non può essere che tu non conosca da te medesimo che
l'uccidersi di propria mano senza necessità, è contro
natura. Anzi, per dir meglio, è l'atto più contrario a
natura, che si possa commettere. Perchè tutto l'ordine delle
cose saria sovvertito, se quelle si distruggessero da se
stesse. E par che abbia repugnanza che uno si vaglia della
vita a spegnere essa vita, che l'essere ci serva al non
essere. Oltre che se pur cosa alcuna ci è ingiunta e
comandata dalla natura, certo ci comanda ella
strettissimamente e sopra tutto, e non solo agli uomini, ma
parimente a qualsivoglia creatura dell'universo di attendere
alla conservazione propria, e di procurarla in tutti i modi;
ch'è il contrario appunto dell'uccidersi. E senza altri
argomenti, non sentiamo noi che la inclinazione nostra da
per se stessa ci tira, e ci fa odiare la morte, e temerla,
ed averne orrore, anche a dispetto nostro? Or dunque, poichè
questo atto dell'uccidersi, è contrario a natura; e tanto
contrario quanto noi veggiamo; io non mi saprei risolvere
che fosse lecito.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">PORFIRIO.</hi>
               </speaker>
               <p> Io ho considerata già tutta questa parte: che,
come tu hai detto, è impossibile che l'animo non la scorga,
per ogni poco che uno si fermi a pensare sopra questo
proposito. Mi pare che alle tue ragioni si possa rispondere
con molte altre, e in più modi: ma studierò d'esser breve.
Tu dubiti se ci sia lecito di morire senza necessità: io ti
domando se ci è lecito di essere infelici. La natura vieta
l'uccidersi. Strano mi riuscirebbe che non avendo ella o
volontà o potere di farmi nè felice nè libero da miseria,
avesse facoltà di obbligarmi a vivere. Certo se la natura ci
ha ingenerato amore della conservazione propria, e odio
della morte; essa non ci ha dato meno odio della infelicità,
e amore del nostro meglio; anzi tanto maggiori e tanto più
principali queste ultime inclinazioni che quelle, quanto che
la felicità è il fine di ogni nostro atto, e di ogni nostro
amore e odio; e che non si fugge la morte, nè la vita si
ama, per se medesima, ma per rispetto e amore del nostro
meglio, e odio del male e del danno nostro. Come dunque può
esser contrario alla natura, che io fugga la infelicità in
quel solo modo che hanno gli uomini di fuggirla? che è
quello di tormi dal mondo: perchè mentre son vivo, io non la
posso schifare. E come sarà vero che la natura mi vieti di
appigliarmi alla morte, che senza alcun dubbio è il mio
meglio; e di ripudiar la vita, che manifestamente mi viene a
esser dannosa e mala; poichè non mi può valere ad altro che
a patire, e a questo per necessità mi vale e mi conduce in
fatto?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">PLOTINO.</hi>
               </speaker>
               <p> A ogni modo queste cose non mi persuadono che
l'uccidersi da se stesso non sia contro natura: perchè il
senso nostro porta troppo manifesta contrarietà e
abborrimento alla morte: e noi veggiamo che le bestie; le
quali (quando non sieno forzate dagli uomini o sviate)
operano in ogni cosa naturalmente; non solo non vengono mai
a questo atto, ma eziandio per quanto che sieno tribolate e
misere, se ne dimostrano alienissime. E in fine non si
trova, se non fra gli uomini soli qualcuno che lo commette:
e non mica fra quelle genti che hanno un modo di vivere
naturale; che di queste non si troverà niuno che non lo
abbomini, se pur ne avrà notizia o immaginazione alcuna; ma
solo fra queste nostre alterate e corrotte, che non vivono
secondo natura.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">PORFIRIO.</hi>
               </speaker>
               <p> Orsù, io ti voglio concedere anco, che questa
azione sia contraria a natura, come tu vuoi. Ma che val
questo; se noi non siamo creature naturali, per dir così?
intendo degli uomini inciviliti<note place="end" resp="aut" n="59">
                     <p> Molto differiscono le opinioni del secolo decimonono da quelle di Porfirio nel proposito dello stato naturale della civiltà. Ma questa differenza non importerebbe altra contesa che di nomi in ciÃ² che appartiene agli argomenti di Porfirio per la morte volontaria. Chiamando miglioramento o perfezionamento o progresso quello che Porfirio chiama corruttela, e natura migliorata o perfezionata quella che il medesimo chiama seconda natura, il valore dei ragionamenti di quello non iscemerebbe in alcuna parte.</p>
                  </note>. Paragonaci, non dico ai
viventi di ogni altra specie che tu vogli, ma a quelle
nazioni là delle parti dell'India e della Etiopia, le quali,
come si dice, ancora serbano quei costumi primitivi e
silvestri, e a fatica ti parrà che si possa dire, che questi
uomini e quelli sieno creature di una specie medesima. E
questa nostra, come a dire, trasformazione; e questa
mutazion di vita, e massimamente d'animo; io quanto a me, ho
avuto sempre per fermo che non sia stata senza infinito
accrescimento d'infelicità. Certo che quelle genti
salvatiche non sentono mai desiderio di finir la vita; nè
anco va loro per la fantasia che la morte si possa
desiderare: dove che gli uomini costumati a questo modo
nostro e, come diciamo, civili, la desiderano spessissime
volte, e alcune se la procacciano. Ora, se è lecito all'uomo
incivilito, e vivere contro natura, e contro natura essere
così misero; perchè non gli sarà lecito morire contro
natura? essendo che da questa infelicità nuova, che risulta
a noi dall'alterazione dello stato, non ci possiamo anco
liberare altrimenti, che colla morte. Che quanto a
ritornarci in quello stato primo, e alla vita disegnataci
dalla natura; questo non si potrebbe appena, e in nessun
modo forse, circa l'estrinseco; e per rispetto
all'intrinseco, che è quello che più rileva, senza alcun
dubbio sarebbe impossibile affatto. Qual cosa è manco
naturale della medicina? così di quella che si esercita con
la mano, come di quella che opera per via di farmachi. Che
l'una e l'altra, la più parte, sì nelle operazioni che
fanno, e sì nelle materie, negli strumenti e nei modi che
usano, sono lontanissime dalla natura: e i bruti e gli
uomini selvaggi non le conoscono. Nondimeno, perocchè ancora
i morbi ai quali esse intendono di rimediare, sono fuor di
natura, e non hanno luogo se non per cagione della civiltà,
cioè della corruttela del nostro stato; perciò queste tali
arti, benchè non sieno naturali, sono e si stimano
opportune, e anco necessarie. Così questo atto
dell'uccidersi, il quale ci libera dalla infelicità recataci
dalla corruzione, perchè sia contrario alla natura, non
seguita che sia biasimevole: bisognando a mali non naturali,
rimedio non naturale. E saria pur duro ed iniquo che la
ragione, la quale per far noi più miseri che naturalmente
non siamo, suol contrariar la natura nelle altre cose; in
questa si confederasse con lei, per torci quello estremo
scampo che ci rimane; quel solo che essa ragione insegna; e
costringerci a perseverare nella miseria.</p>
               <p>La verità è
questa, Plotino. Quella natura primitiva degli uomini
antichi, e delle genti selvagge e incolte, non è più la
natura nostra: ma l'assuefazione e la ragione hanno fatto in
noi un'altra natura; la quale noi abbiamo, ed avremo sempre,
in luogo di quella prima. Non era naturale all'uomo da
principio il procacciarsi la morte volontariamente: ma nè
anco era naturale il desiderarla. Oggi e questa cosa e
quella sono naturali; cioè conformi alla nostra natura
nuova: la quale, tendendo essa ancora e movendosi
necessariamente, come l'antica, verso ciò che apparisce
essere il nostro meglio; fa che noi molte volte desideriamo
e cerchiamo quello che veramente è il maggior bene
dell'uomo, cioè la morte. E non è maraviglia: perciocchè
questa seconda natura è governata e diretta nella maggior
parte dalla ragione. La quale afferma per certissimo, che la
morte, non che sia veramente un male, come detta la
impressione primitiva; anzi è il solo rimedio valevole ai
nostri mali, la cosa più desiderabile agli uomini, e la
migliore. Adunque domando io: misurano gli uomini inciviliti
le altre azioni loro dalla natura primitiva? Quando, e quale
azione mai? Non dalla natura primitiva, ma da quest'altra
nostra, o pur vogliamo dire dalla ragione. Perchè questo
solo atto del torsi di vita, si dovrà misurare non dalla
natura nuova o dalla ragione, ma dalla natura primitiva?
Perchè dovrà la natura primitiva, la quale non dà più legge
alla vita nostra, dar legge alla morte? Perchè non dee la
ragione governar la morte, poichè regge la vita? E noi
veggiamo che in fatto, sì la ragione, e sì le infelicità del
nostro stato presente, non solo estinguono, massime negli
sfortunati e afflitti, quello abborrimento ingenito della
morte che tu dicevi; ma lo cangiano in desiderio e amore,
come io ho detto innanzi. Nato il qual desiderio e amore,
che secondo natura, non sarebbe potuto nascere; e stando la
infelicità generata dall'alterazione nostra, e non voluta
dalla natura; saria manifesta repugnanza e contraddizione,
che ancora avesse luogo il divieto naturale di uccidersi.
Questo pare a me che basti, quanto a sapere se l'uccider se
stesso sia lecito. Resta se sia utile.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">PLOTINO.</hi>
               </speaker>
               <p> Di cotesto non accade che tu mi parli, Porfirio
mio: che quando cotesta azione sia lecita (perchè una che
non sia giusta nè retta non concedo che possa esser di
utilità), io non ho dubbio nessuno che non sia utilissima.
Perchè la quistione in somma si riduce a questo: quale delle
due cose sia migliore; il non patire, o il patire. So ben io
che il godere congiunto al patire, verisimilmente sarebbe
eletto da quasi tutti gli uomini, piuttosto che il non
patire e anco non godere: tanto è il desiderio, e per così
dir, la sete, che l'animo ha del godimento. Ma la
deliberazione non cade fra questi termini: perchè il
godimento e il piacere, a parlar proprio e diritto, è tanto
impossibile, quanto il patimento è inevitabile. E dico un
patimento così continuo, come è continuo il desiderio e il
bisogno che abbiamo del godimento e della felicità, il quale
non è adempiuto mai: lasciando ancora da un lato i patimenti
particolari ed accidentali che intervengono a ciascun uomo,
e che sono parimente certi; intendo dire, è certo che ne
debbono intervenire (più o meno, e d'una qualità o d'altra),
eziandio nella più avventurosa vita del mondo. E per verità,
un patimento solo e breve, che la persona fosse certa che,
continuando essa a vivere, le dovesse accadere; saria
sufficiente a fare che, secondo ragione, la morte fosse da
anteporre alla vita: perchè questo tal patimento non avrebbe
compensazione alcuna; non potendo occorrere nella vita
nostra un bene o un diletto vero.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">PORFIRIO.</hi>
               </speaker>
               <p> A me pare che la noia stessa, e il ritrovarsi
privo di ogni speranza di stato e di fortuna migliore, sieno
cause bastanti a ingenerar desiderio di finir la vita, anco
a chi si trovi in istato e in fortuna, non solamente non
cattiva, ma prospera. E più volte mi sono maravigliato che
in nessun luogo si vegga fatta menzione di principi che
sieno voluti morire per tedio solamente, e per sazietà dello
stato proprio, come di genti private e si legge, e odesi
tuttogiorno. Quali erano coloro che udito Egesia, filosofo
cirenaico, recitare quelle sue lezioni della miseria della
vita; uscendo della scuola, andavano e si uccidevano: onde
esso Egesia fu detto per soprannome <hi rend="italic">il persuasor di morire</hi>; e si dice, come credo che tu sappi, che all'ultimo
il re Tolomeo gli vietò che non disputasse più oltre in
quella materia<note place="end" resp="aut" n="60">
                     <p>
                        <bibl>Cicerone, <foreign lang="lat">
                              <emph>Tuscul.</emph>
                           </foreign> lib. 1, cap. 34.</bibl>
                        <bibl>Valerio Massimo, lib. 8, cap. 9.</bibl>
                        <bibl>Diogene Laerzio, lib. 2, segm. 86.</bibl>
                        <bibl>Suida, voc. <foreign lang="grc">Ἀρίστιππος</foreign>
                        </bibl>
                     </p>
                  </note>. Che se bene si trova di alcuni, come del re
Mitridate, di Cleopatra, di Ottone romano, e forse di
alquanti altri principi, che si uccisero da se stessi;
questi tali si mossero per trovarsi allora in avversità e in
miseria, e per isfuggirne di più gravi. Ora a me sarebbe
paruto credibile che i principi più facilmente che gli
altri, concepissero odio del loro stato, e fastidio di tutte
le cose; e desiderassero di morire. Perchè, essendo eglino
in sulla cima di quella che chiamasi felicità umana, avendo
pochi altri a sperare, o nessuno forse, di quelli che si
dimandano beni della vita (poichè li posseggono tutti); non
si possono prometter migliore il domani che il giorno
d'oggi. E sempre il presente, per fortunato che sia, è
tristo e inamabile: solo il futuro può piacere. Ma come che
sia di ciò; in fine, noi possiamo conoscere che (eccetto il
timor delle cose di un altro mondo) quello che ritiene gli
uomini che non abbandonino la vita spontaneamente; e quel
che gl'induce ad amarla, e a preferirla alla morte; non è
altro che un semplice e un manifestissimo errore, per dir
così, di computo e di misura: cioè un errore che si fa nel
computare, nel misurare, e nel paragonar tra loro, gli utili
o i danni. Il quale errore ha luogo, si potrebbe dire,
altrettante volte, quanti sono i momenti nei quali
ciascheduno abbraccia la vita, ovvero acconsente a vivere e
se ne contenta; o sia col giudizio e colla volontà, o sia
col fatto solo.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">PLOTINO.</hi>
               </speaker>
               <p> Così è veramente, Porfirio mio. Ma con tutto
questo, lascia ch'io ti consigli, ed anche sopporta che ti
preghi, di porgere orecchie, intorno a questo tuo disegno,
piuttosto alla natura che alla ragione. E dico a quella
natura primitiva, a quella madre nostra e dell'universo; la
quale se bene non ha mostrato di amarci, e se bene ci ha
fatti infelici, tuttavia ci è stata assai meno inimica e
malefica, che non siamo stati noi coll'ingegno proprio,
colla curiosità incessabile e smisurata, colle speculazioni,
coi discorsi, coi sogni, colle opinioni e dottrine misere: e
particolarmente, si è sforzata ella di medicare la nostra
infelicità con occultarcene, o con trasfigurarcene, la
maggior parte. E quantunque sia grande l'alterazione nostra,
e diminuita in noi la potenza della natura; pur questa non è
ridotta a nulla, nè siamo noi mutati e innovati tanto, che
non resti in ciascuno gran parte dell'uomo antico. Il che,
mal grado che n'abbia la stoltezza nostra, mai non potrà
essere altrimenti. Ecco, questo che tu nomini error di
computo; veramente errore, e non meno grande che palpabile;
pur si commette di continuo; e non dagli stupidi solamente e
dagl'idioti, ma dagl'ingegnosi, dai dotti, dai saggi; e si
commetterà in eterno, se la natura, che ha prodotto questo
nostro genere, essa medesima, e non già il raziocinio e la
propria mano degli uomini, non lo spegne. E credi a me, che
non è fastidio della vita, non disperazione, non senso della
nullità delle cose, della vanità delle cure, della
solitudine dell'uomo; non odio del mondo e di se medesimo;
che possa durare assai: benchè queste disposizioni
dell'animo sieno ragionevolissime, e le loro contrarie
irragionevoli. Ma contuttociò, passato un poco di tempo;
mutata leggermente la disposizion del corpo; a poco a poco;
e spesse volte in un subito, per cagioni menomissime e
appena possibili a notare; rifassi il gusto alla vita, nasce
or questa or quella speranza nuova, e le cose umane
ripigliano quella loro apparenza, e mostransi non indegne di
qualche cura; non veramente all'intelletto; ma sì, per modo
di dire, al senso dell'animo. E ciò basta all'effetto di
fare che la persona, quantunque ben conoscente e persuasa
della verità, nondimeno a mal grado della ragione, e
perseveri nella vita, e proceda in essa come fanno gli
altri: perchè quel tal senso (si può dire), e non
l'intelletto, è quello che ci governa.</p>
               <p>Sia ragionevole
l'uccidersi; sia contro ragione l'accomodar l'animo alla
vita: certamente quello è un atto fiero e inumano. E non dee
piacer più, nè vuolsi elegger piuttosto di essere secondo
ragione un mostro, che secondo natura uomo. E perchè anche
non vorremo noi avere alcuna considerazione degli amici; dei
congiunti di sangue; dei figliuoli, dei fratelli, dei
genitori, della moglie; delle persone familiari e
domestiche, colle quali siamo usati di vivere da gran tempo;
che, morendo, bisogna lasciare per sempre: e non sentiremo
in cuor nostro dolore alcuno di questa separazione; nè
terremo conto di quello che sentiranno essi, e per la
perdita di persona cara o consueta, e per l'atrocità del
caso? Io so bene che non dee l'animo del sapiente essere
troppo molle; nè lasciarsi vincere dalla pietà e dal
cordoglio in guisa, che egli ne sia perturbato, che cada a
terra, che ceda e che venga meno come vile, che si trascorra
a lagrime smoderate, ad atti non degni della stabilità di
colui che ha pieno e chiaro conoscimento della condizione
umana. Ma questa fortezza d'animo si vuole usare in quegli
accidenti tristi che vengono dalla fortuna, e che non si
possono evitare; non abusarla in privarci spontaneamente,
per sempre, della vista, del colloquio, della consuetudine
dei nostri cari. Aver per nulla il dolore della disgiunzione
e della perdita dei parenti, degl'intrinsechi, dei compagni;
o non essere atto a sentire di sì fatta cosa dolore alcuno;
non è di sapiente, ma di barbaro. Non far niuna stima di
addolorare colla uccisione propria gli amici e i domestici;
è di non curante d'altrui, e di troppo curante di se
medesimo. E in vero, colui che si uccide da se stesso, non
ha cura nè pensiero alcuno degli altri; non cerca se non la
utilità propria; si gitta, per così dire, dietro alle spalle
i suoi prossimi, e tutto il genere umano: tanto che in
questa azione del privarsi di vita, apparisce il più
schietto, il più sordido, o certo il men bello e men
liberale amore di se medesimo, che si trovi al mondo.</p>
               <p>In
ultimo, Porfirio mio, le molestie e i mali della vita,
benchè molti e continui, pur quando, come in te oggi si
verifica, non hanno luogo infortuni e calamità
straordinarie, o dolori acerbi del corpo; non sono
malagevoli da tollerare; massime ad uomo saggio e forte,
come tu sei. E la vita è cosa di tanto piccolo rilievo, che
l'uomo, in quanto a se, non dovrebbe esser molto sollecito
nè di ritenerla nè di lasciarla. Perciò, senza voler
ponderare la cosa troppo curiosamente; per ogni lieve causa
che se gli offerisca di appigliarsi piuttosto a quella prima
parte che a questa, non dovria ricusare di farlo. E
pregatone da un amico, perchè non avrebbe a compiacergliene?
Ora io ti prego caramente, Porfirio mio, per la memoria
degli anni che fin qui è durata l'amicizia nostra, lascia
cotesto pensiero; non volere esser cagione di questo gran
dolore agli amici tuoi buoni, che ti amano con tutta
l'anima; a me, che non ho persona più cara, nè compagnia più
dolce. Vogli piuttosto aiutarci a sofferir la vita, che
così, senza altro pensiero di noi, metterci in abbandono.
Viviamo, Porfirio mio, e confortiamoci insieme: non
ricusiamo di portare quella parte che il destino ci ha
stabilita, dei mali della nostra specie. Sì bene attendiamo
a tenerci compagnia l'un l'altro; e andiamoci incoraggiando,
e dando mano e soccorso scambievolmente; per compiere nel
miglior modo questa fatica della vita. La quale senza alcun
fallo sarà breve. E quando la morte verrà, allora non ci
dorremo: e anche in quest'ultimo tempo gli amici e i
compagni ci conforteranno: e ci rallegrerà il pensiero che,
poi che saremo spenti, essi molte volte ci ricorderanno, e
ci ameranno ancora.</p>
            </sp>
         </div1>
         <div1 type="dialogo">
            <head>XXIII</head>
            <head>DIALOGO DI UN VENDITORE D'ALMANACCHI
E DI UN PASSEGGERE</head>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">VENDITORE.</hi>
               </speaker>
               <p> Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi.
Bisognano, signore, almanacchi?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">PASSEGGERE.</hi>
               </speaker>
               <p> Almanacchi per l'anno nuovo?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">VENDITORE.</hi>
               </speaker>
               <p> Sì signore.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">PASSEGGERE.</hi>
               </speaker>
               <p> Credete che sarà felice quest'anno nuovo?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">VENDITORE.</hi>
               </speaker>
               <p> Oh illustrissimo sì, certo.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">PASSEGGERE.</hi>
               </speaker>
               <p> Come quest'anno passato?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">VENDITORE.</hi>
               </speaker>
               <p> Più più assai.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">PASSEGGERE.</hi>
               </speaker>
               <p> Come quello di là?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">VENDITORE.</hi>
               </speaker>
               <p> Più più, illustrissimo.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">PASSEGGERE.</hi>
               </speaker>
               <p> Ma come qual altro? Non vi piacerebb'egli che
l'anno nuovo fosse come qualcuno di questi anni ultimi?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">VENDITORE.</hi>
               </speaker>
               <p> Signor no, non mi piacerebbe.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">PASSEGGERE.</hi>
               </speaker>
               <p> Quanti anni nuovi sono passati da che voi
vendete almanacchi?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">VENDITORE.</hi>
               </speaker>
               <p> Saranno vent'anni, illustrissimo.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">PASSEGGERE.</hi>
               </speaker>
               <p> A quale di cotesti vent'anni vorreste che
somigliasse l'anno venturo?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">VENDITORE.</hi>
               </speaker>
               <p> Io? non saprei.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">PASSEGGERE.</hi>
               </speaker>
               <p> Non vi ricordate di nessun anno in particolare,
che vi paresse felice?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">VENDITORE.</hi>
               </speaker>
               <p> No in verità, illustrissimo.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">PASSEGGERE.</hi>
               </speaker>
               <p> E pure la vita è una cosa bella. Non è vero?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">VENDITORE.</hi>
               </speaker>
               <p> Cotesto si sa.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">PASSEGGERE.</hi>
               </speaker>
               <p> Non tornereste voi a vivere cotesti vent'anni,
e anche tutto il tempo passato, cominciando da che nasceste?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">VENDITORE.</hi>
               </speaker>
               <p> Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">PASSEGGERE.</hi>
               </speaker>
               <p> Ma se aveste a rifare la vita che avete fatta
nè più nè meno, con tutti i piaceri e i dispiaceri che avete
passati?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">VENDITORE.</hi>
               </speaker>
               <p> Cotesto non vorrei.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">PASSEGGERE.</hi>
               </speaker>
               <p> Oh che altra vita vorreste rifare? la vita
ch'ho fatta io, o quella del principe, o di chi altro? O non
credete che io, e che il principe, e che chiunque altro,
risponderebbe come voi per l'appunto; e che avendo a rifare
la stessa vita che avesse fatta, nessuno vorrebbe tornare
indietro?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">VENDITORE.</hi>
               </speaker>
               <p> Lo credo cotesto.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">PASSEGGERE.</hi>
               </speaker>
               <p> Nè anche voi tornereste indietro con questo
patto, non potendo in altro modo?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">VENDITORE.</hi>
               </speaker>
               <p> Signor no davvero, non tornerei.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">PASSEGGERE.</hi>
               </speaker>
               <p> Oh che vita vorreste voi dunque?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">VENDITORE.</hi>
               </speaker>
               <p> Vorrei una vita così, come Dio me la mandasse,
senz'altri patti.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">PASSEGGERE.</hi>
               </speaker>
               <p> Una vita a caso, e non saperne altro avanti,
come non si sa dell'anno nuovo?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">VENDITORE.</hi>
               </speaker>
               <p> Appunto.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">PASSEGGERE.</hi>
               </speaker>
               <p> Così vorrei ancor io se avessi a rivivere, e
così tutti. Ma questo è segno che il caso, fino a tutto
quest'anno, ha trattato tutti male. E si vede chiaro che
ciascuno è d'opinione che sia stato più o di più peso il
male che gli è toccato, che il bene; se a patto di riavere
la vita di prima, con tutto il suo bene e il suo male,
nessuno vorrebbe rinascere. Quella vita ch'è una cosa bella,
non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce;
non la vita passata, ma la futura. Coll'anno nuovo, il caso
incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si
principierà la vita felice. Non è vero?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">VENDITORE.</hi>
               </speaker>
               <p> Speriamo.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">PASSEGGERE.</hi>
               </speaker>
               <p> Dunque mostratemi l'almanacco più bello che
avete.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">VENDITORE.</hi>
               </speaker>
               <p> Ecco, illustrissimo. Cotesto vale trenta soldi.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">PASSEGGERE.</hi>
               </speaker>
               <p> Ecco trenta soldi.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">VENDITORE.</hi>
               </speaker>
               <p> Grazie, illustrissimo: a rivederla. Almanacchi,
almanacchi nuovi; lunari nuovi.
</p>
            </sp>
         </div1>
         <div1 type="dialogo">
            <head>XXIV</head>
            <head>DIALOGO DI TRISTANO E DI UN AMICO</head>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">AMICO.</hi>
               </speaker>
               <p> Ho letto il vostro libro. Malinconico al vostro
solito.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TRISTANO.</hi>
               </speaker>
               <p> Sì, al mio solito.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">AMICO.</hi>
               </speaker>
               <p> Malinconico, sconsolato, disperato; si vede che
questa vita vi pare una gran brutta cosa.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TRISTANO.</hi>
               </speaker>
               <p> Che v'ho a dire? io aveva fitta in capo questa
pazzia, che la vita umana fosse infelice.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">AMICO.</hi>
               </speaker>
               <p> Infelice sì forse. Ma pure alla fine...
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TRISTANO.</hi>
               </speaker>
               <p> No no, anzi felicissima. Ora ho cambiata
opinione. Ma quando scrissi cotesto libro, io aveva quella
pazzia in capo, come vi dico. E n'era tanto persuaso, che
tutt'altro mi sarei aspettato, fuorchè sentirmi volgere in
dubbio le osservazioni ch'io faceva in quel proposito,
parendomi che la coscienza d'ogni lettore dovesse rendere
prontissima testimonianza a ciascuna di esse. Solo immaginai
che nascesse disputa dell'utilità o del danno di tali
osservazioni, ma non mai della verità: anzi mi credetti che
le mie voci lamentevoli, per essere i mali comuni, sarebbero
ripetute in cuore da ognuno che le ascoltasse. E sentendo
poi negarmi, non qualche proposizione particolare, ma il
tutto, e dire che la vita non è infelice, e che se a me
pareva tale, doveva essere effetto d'infermità, o d'altra
miseria mia particolare, da prima rimasi attonito,
sbalordito, immobile come un sasso, e per più giorni
credetti di trovarmi in un altro mondo; poi, tornato in me
stesso, mi sdegnai un poco; poi risi, e dissi: gli uomini
sono in generale come i mariti. I mariti, se vogliono viver
tranquilli, è necessario che credano le mogli fedeli,
ciascuno la sua; e così fanno; anche quando la metà del
mondo sa che il vero è tutt'altro. Chi vuole o dee vivere in
un paese, conviene che lo creda uno dei migliori della terra
abitabile; e lo crede tale. Gli uomini universalmente,
volendo vivere, conviene che credano la vita bella e
pregevole; e tale la credono; e si adirano contro chi pensa
altrimenti. Perchè in sostanza il genere umano crede sempre,
non il vero, ma quello che è, o pare che sia, più a
proposito suo. Il genere umano, che ha creduto e crederà
tante scempiataggini, non crederà mai nè di non saper nulla,
nè di non essere nulla, nè di non aver nulla a sperare.
Nessun filosofo che insegnasse l'una di queste tre cose,
avrebbe fortuna nè farebbe setta, specialmente nel popolo:
perchè, oltre che tutte tre sono poco a proposito di chi
vuol vivere, le due prime offendono la superbia degli
uomini, la terza, anzi ancora le altre due, vogliono
coraggio e fortezza d'animo a essere credute. E gli uomini
sono codardi, deboli, d'animo ignobile e angusto; docili
sempre a sperar bene, perchè sempre dediti a variare le
opinioni del bene secondo che la necessità governa la loro
vita; prontissimi a render l'arme, come dice il Petrarca<note place="end" resp="aut" n="61">
                     <p>
                        <bibl>Parte 2, Canzone 5, <emph>Solea dalla fontana di mia vita</emph>.</bibl>
                     </p>
                  </note>,
alla loro fortuna, prontissimi e risolutissimi a consolarsi
di qualunque sventura, ad accettare qualunque compenso in
cambio di ciò che loro è negato o di ciò che hanno perduto,
ad accomodarsi con qualunque condizione a qualunque sorte
più iniqua e più barbara, e quando sieno privati d'ogni cosa
desiderabile, vivere di credenze false, così gagliarde e
ferme, come se fossero le più vere o le più fondate del
mondo. Io per me, come l'Europa meridionale ride dei mariti
innamorati delle mogli infedeli, così rido del genere umano
innamorato della vita; e giudico assai poco virile il voler
lasciarsi ingannare e deludere come sciocchi, ed oltre ai
mali che si soffrono, essere quasi lo scherno della natura e
del destino. Parlo sempre degl'inganni non
dell'immaginazione, ma dell'intelletto. Se questi miei
sentimenti nascano da malattia, non so: so che, malato o
sano, calpesto la vigliaccheria degli uomini, rifiuto ogni
consolazione e ogn'inganno puerile, ed ho il coraggio di
sostenere la privazione di ogni speranza, mirare
intrepidamente il deserto della vita, non dissimularmi
nessuna parte dell'infelicità umana, ed accettare tutte le
conseguenze di una filosofia dolorosa, ma vera. La quale se
non è utile ad altro, procura agli uomini forti la fiera
compiacenza di vedere strappato ogni manto alla coperta e
misteriosa crudeltà del destino umano. Io diceva queste cose
fra me, quasi come se quella filosofia dolorosa fosse
d'invenzione mia, vedendola così rifiutata da tutti, come si
rifiutano le cose nuove e non più sentite. Ma poi,
ripensando, mi ricordai ch'ella era tanto nuova, quanto
Salomone e quanto Omero, e i poeti e i filosofi più antichi
che si conoscano; i quali tutti sono pieni pienissimi di
figure, di favole, di sentenze significanti l'estrema
infelicità umana; e chi di loro dice che l'uomo è il più
miserabile degli animali; chi dice che il meglio è non
nascere, e per chi è nato, morire in cuna; altri, che uno
che sia caro agli Dei, muore in giovanezza, ed altri altre
cose infinite su questo andare<note place="end" resp="aut" n="62">
                     <p> Vedi <bibl>Stobeo, Serm. 96, p. 527 et seqq. Serm. 119, p. 601 et seqq.</bibl>
                     </p>
                  </note>. E anche mi ricordai che da
quei tempi insino a ieri o all'altr'ieri, tutti i poeti e
tutti i filosofi e gli scrittori grandi e piccoli, in un
modo o in un altro, avevano ripetute o confermate le stesse
dottrine. Sicchè tornai di nuovo a maravigliarmi: e così tra
la maraviglia e lo sdegno e il riso passai molto tempo:
finchè studiando più profondamente questa materia, conobbi
che l'infelicità dell'uomo era uno degli errori inveterati
dell'intelletto, e che la falsità di questa opinione, e la
felicità della vita, era una delle grandi scoperte del
secolo decimonono. Allora m'acquetai, e confesso ch'io aveva
il torto a credere quello ch'io credeva.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">AMICO.</hi>
               </speaker>
               <p> E avete cambiata opinione?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TRISTANO.</hi>
               </speaker>
               <p> Sicuro. Volete voi ch'io contrasti alle verità
scoperte dal secolo decimonono?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">AMICO.</hi>
               </speaker>
               <p> E credete voi tutto quello che crede il secolo?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TRISTANO.</hi>
               </speaker>
               <p> Certamente. Oh che maraviglia?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">AMICO.</hi>
               </speaker>
               <p> Credete dunque alla perfettibilità indefinita
dell'uomo?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TRISTANO.</hi>
               </speaker>
               <p> Senza dubbio.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">AMICO.</hi>
               </speaker>
               <p> Credete che in fatti la specie umana vada ogni
giorno migliorando?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TRISTANO.</hi>
               </speaker>
               <p> Sì certo. È ben vero che alcune volte penso che
gli antichi valevano, delle forze del corpo, ciascuno per
quattro di noi. E il corpo è l'uomo; perchè (lasciando tutto
il resto) la magnanimità, il coraggio, le passioni, la
potenza di fare, la potenza di godere, tutto ciò che fa
nobile e viva la vita, dipende dal vigore del corpo, e senza
quello non ha luogo. Uno che sia debole di corpo, non è
uomo, ma bambino; anzi peggio; perchè la sua sorte è di
stare a vedere gli altri che vivono, ed esso al più
chiacchierare, ma la vita non è per lui. E però anticamente
la debolezza del corpo fu ignominiosa, anche nei secoli più
civili. Ma tra noi già da lunghissimo tempo l'educazione non
si degna di pensare al corpo, cosa troppo bassa e abbietta:
pensa allo spirito: e appunto volendo coltivare lo spirito,
rovina il corpo: senza avvedersi che rovinando questo,
rovina a vicenda anche lo spirito. E dato che si potesse
rimediare in ciò all'educazione, non si potrebbe mai senza
mutare radicalmente lo stato moderno della società, trovare
rimedio che valesse in ordine alle altre parti della vita
privata e pubblica, che tutte, di proprietà loro,
cospirarono anticamente a perfezionare o a conservare il
corpo, e oggi cospirano a depravarlo. L'effetto è che a
paragone degli antichi noi siamo poco più che bambini, e che
gli antichi a confronto nostro si può dire più che mai che
furono uomini. Parlo così degl'individui paragonati
agl'individui, come delle masse (per usare questa
leggiadrissima parola moderna) paragonate alle masse. Ed
aggiungo che gli antichi furono incomparabilmente più virili
di noi anche ne' sistemi di morale e di metafisica. A ogni
modo io non mi lascio muovere da tali piccole obbiezioni,
credo costantemente che la specie umana vada sempre
acquistando.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">AMICO.</hi>
               </speaker>
               <p> Credete ancora, già s'intende, che il sapere, o,
come si dice, i lumi, crescano continuamente.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TRISTANO.</hi>
               </speaker>
               <p> Certissimo. Sebbene vedo che quanto cresce la
volontà d'imparare, tanto scema quella di studiare. Ed è
cosa che fa maraviglia a contare il numero dei dotti, ma
veri dotti, che vivevano contemporaneamente cencinquant'anni
addietro, e anche più tardi, e vedere quanto fosse
smisuratamente maggiore di quello dell'età presente. Nè mi
dicano che i dotti sono pochi perchè in generale le
cognizioni non sono più accumulate in alcuni individui, ma
divise fra molti; e che la copia di questi compensa la
rarità di quelli. Le cognizioni non sono come le ricchezze,
che si dividono e si adunano, e sempre fanno la stessa
somma. Dove tutti sanno poco, e' si sa poco; perchè la
scienza va dietro alla scienza, e non si sparpaglia.
L'istruzione superficiale può essere, non propriamente
divisa fra molti, ma comune a molti non dotti. Il resto del
sapere non appartiene se non a chi sia dotto, e gran parte
di quello a chi sia dottissimo. E, levati i casi fortuiti,
solo chi sia dottissimo, e fornito esso individualmente di
un immenso capitale di cognizioni, è atto ad accrescere
solidamente e condurre innanzi il sapere umano. Ora, eccetto
forse in Germania, donde la dottrina non è stata ancora
potuta snidare, non vi par egli che il veder sorgere di
questi uomini dottissimi divenga ogni giorno meno possibile?
Io fo queste riflessioni così per discorrere, e per
filosofare un poco, o forse sofisticare; non ch'io non sia
persuaso di ciò che voi dite. Anzi quando anche vedessi il
mondo tutto pieno d'ignoranti impostori da un lato, e
d'ignoranti presuntuosi dall'altro, nondimeno crederei, come
credo, che il sapere e i lumi crescano di continuo.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">AMICO.</hi>
               </speaker>
               <p> In conseguenza, credete che questo secolo sia
superiore a tutti i passati.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TRISTANO.</hi>
               </speaker>
               <p> Sicuro. Così hanno creduto di se tutti i secoli,
anche i più barbari; e così crede il mio secolo, ed io con
lui. Se poi mi dimandaste in che sia egli superiore agli
altri secoli, se in ciò che appartiene al corpo o in ciò che
appartiene allo spirito, mi rimetterei alle cose dette
dianzi.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">AMICO.</hi>
               </speaker>
               <p> In somma, per ridurre il tutto in due parole,
pensate voi circa la natura e i destini degli uomini e delle
cose (poichè ora non parliamo di letteratura nè di politica)
quello che ne pensano i giornali?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TRISTANO.</hi>
               </speaker>
               <p> Appunto. Credo ed abbraccio la profonda filosofia
de' giornali, i quali uccidendo ogni altra letteratura e
ogni altro studio, massimamente grave e spiacevole, sono
maestri e luce dell'età presente. Non è vero?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">AMICO.</hi>
               </speaker>
               <p> Verissimo. Se cotesto che dite, è detto da vero e
non da burla, voi siete diventato de' nostri.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TRISTANO.</hi>
               </speaker>
               <p> Sì certamente, de' vostri.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">AMICO.</hi>
               </speaker>
               <p> Oh dunque, che farete del vostro libro? Volete che
vada ai posteri con quei sentimenti così contrari alle
opinioni che ora avete?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TRISTANO.</hi>
               </speaker>
               <p> Ai posteri? Io rido, perchè voi scherzate; e se
fosse possibile che non ischerzaste, più riderei. Non dirò a
riguardo mio, ma a riguardo d'individui o di cose
individuali del secolo decimonono, intendete bene che non
v'è timore di posteri, i quali ne sapranno tanto, quanto ne
seppero gli antenati. <quote>
                     <hi rend="italic">Gl'individui sono spariti dinanzi alle masse</hi>
                  </quote>, dicono elegantemente i pensatori moderni. Il
che vuol dire ch'è inutile che l'individuo si prenda nessun
incomodo, poichè, per qualunque suo merito, nè anche quel
misero premio della gloria gli resta più da sperare nè in
vigilia nè in sogno. Lasci fare alle masse; le quali che
cosa sieno per fare senza individui, essendo composte
d'individui, desidero e spero che me lo spieghino
gl'intendenti d'individui e di masse, che oggi illuminano il
mondo. Ma per tornare al proposito del libro e de' posteri,
i libri specialmente, che ora per lo più si scrivono in
minor tempo che non ne bisogna a leggerli, vedete bene che,
siccome costano quel che vagliono, così durano a proporzione
di quel che costano. Io per me credo che il secolo venturo
farà un bellissimo frego sopra l'immensa bibliografia del
secolo decimonono; ovvero dirà: io ho biblioteche intere di
libri che sono costati quali venti, quali trenta anni di
fatiche, e quali meno, ma tutti grandissimo lavoro. Leggiamo
questi prima, perchè la verisimiglianza è che da loro si
cavi maggior costrutto; e quando di questa sorta non avrò
più che leggere, allora metterò mano ai libri improvvisati.
Amico mio, questo secolo è un secolo di ragazzi, e i
pochissimi uomini che rimangono, si debbono andare a
nascondere per vergogna, come quello che camminava diritto
in paese di zoppi. E questi buoni ragazzi vogliono fare in
ogni cosa quello che negli altri tempi hanno fatto gli
uomini, e farlo appunto da ragazzi, così a un tratto, senza
altre fatiche preparatorie. Anzi vogliono che il grado al
quale è pervenuta la civiltà, e che l'indole del tempo
presente e futuro, assolvano essi e loro successori in
perpetuo da ogni necessità di sudori e fatiche lunghe per
divenire atti alle cose. Mi diceva, pochi giorni sono, un
mio amico, uomo di maneggi e di faccende, che anche la
mediocrità è divenuta rarissima: quasi tutti sono inetti,
quasi tutti insufficienti a quegli uffici o a quegli
esercizi a cui necessità o fortuna o elezione gli ha
destinati. In ciò mi pare che consista in parte la
differenza ch'è da questo agli altri secoli. In tutti gli
altri, come in questo, il grande è stato rarissimo; ma negli
altri la mediocrità ha tenuto il campo, in questo la
nullità. Onde è tale il romore e la confusione, volendo
tutti esser tutto, che non si fa nessuna attenzione ai pochi
grandi che pure credo che vi sieno; ai quali, nell'immensa
moltitudine de' concorrenti, non è più possibile di aprirsi
una via. E così, mentre tutti gl'infimi si credono illustri,
l'oscurità e la nullità dell'esito diviene il fato comune e
degl'infimi e de' sommi. Ma viva la statistica! vivano le
scienze economiche, morali e politiche, le enciclopedie
portatili, i manuali, e le tante belle creazioni del nostro
secolo! e viva sempre il secolo decimonono! forse povero di
cose, ma ricchissimo e larghissimo di parole: che sempre fu
segno ottimo, come sapete. E consoliamoci, che per altri
sessantasei anni, questo secolo sarà il solo che parli, e
dica le sue ragioni.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">AMICO.</hi>
               </speaker>
               <p> Voi parlate, a quanto pare, un poco ironico. Ma
dovreste almeno all'ultimo ricordarvi che questo è un secolo
di transizione.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TRISTANO.</hi>
               </speaker>
               <p> Oh che conchiudete voi da cotesto? Tutti i
secoli, più o meno, sono stati e saranno di transizione,
perchè la società umana non istà mai ferma, nè mai verrà
secolo nel quale ella abbia stato che sia per durare. Sicchè
cotesta bellissima parola o non iscusa punto il secolo
decimonono, o tale scusa gli è comune con tutti i secoli.
Resta a cercare, andando la società per la via che oggi si
tiene, a che si debba riuscire, cioè se la transizione che
ora si fa, sia dal bene al meglio o dal male al peggio.
Forse volete dirmi che la presente è transizione per
eccellenza, cioè un passaggio rapido da uno stato della
civiltà ad un altro diversissimo dal precedente. In tal caso
chiedo licenza di ridere di cotesto passaggio rapido, e
rispondo che tutte le transizioni conviene che sieno fatte
adagio; perchè se si fanno a un tratto, di là a brevissimo
tempo si torna indietro, per poi rifarle a grado a grado.
Così è accaduto sempre. La ragione è, che la natura non va a
salti, e che forzando la natura, non si fanno effetti che
durino. Ovvero, per dir meglio, quelle tali transizioni
precipitose sono transizioni apparenti, ma non reali.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">AMICO.</hi>
               </speaker>
               <p> Vi prego, non fate di cotesti discorsi con troppe
persone, perchè vi acquisterete molti nemici.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TRISTANO.</hi>
               </speaker>
               <p> Poco importa. Oramai nè nimici nè amici mi
faranno gran male.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">AMICO.</hi>
               </speaker>
               <p> O più probabilmente sarete disprezzato, come poco
intendente della filosofia moderna, e poco curante del
progresso della civiltà e dei lumi.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TRISTANO.</hi>
               </speaker>
               <p> Mi dispiace molto, ma che s'ha a fare? se mi
disprezzeranno, cercherò di consolarmene.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">AMICO.</hi>
               </speaker>
               <p> Ma in fine avete voi mutato opinioni o no? e che
s'ha egli a fare di questo libro?
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TRISTANO.</hi>
               </speaker>
               <p> Bruciarlo è il meglio. Non lo volendo bruciare,
serbarlo come un libro di sogni poetici, d'invenzioni e di
capricci malinconici, ovvero come un'espressione
dell'infelicità dell'autore: perchè in confidenza, mio caro
amico, io credo felice voi e felici tutti gli altri; ma io
quanto a me, con licenza vostra e del secolo, sono
infelicissimo; e tale mi credo; e tutti i giornali de' due
mondi non mi persuaderanno il contrario.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">AMICO.</hi>
               </speaker>
               <p> Io non conosco le cagioni di cotesta infelicità che
dite. Ma se uno sia felice o infelice individualmente,
nessuno è giudice se non la persona stessa, e il giudizio di
questa non può fallare.
</p>
            </sp>
            <sp>
               <speaker>
                  <hi rend="sc">TRISTANO.</hi>
               </speaker>
               <p> Verissimo. E di più vi dico francamente, ch'io
non mi sottometto alla mia infelicità, nè piego il capo al
destino, o vengo seco a patti, come fanno gli altri uomini;
e ardisco desiderare la morte, e desiderarla sopra ogni
cosa, con tanto ardore e con tanta sincerità, con quanta
credo fermamente che non sia desiderata al mondo se non da
pochissimi. Nè vi parlerei così se non fossi ben certo che,
giunta l'ora, il fatto non ismentirà le mie parole; perchè
quantunque io non vegga ancora alcun esito alla mia vita,
pure ho un sentimento dentro, che quasi mi fa sicuro che
l'ora ch'io dico non sia lontana. Troppo sono maturo alla
morte, troppo mi pare assurdo e incredibile di dovere, così
morto come sono spiritualmente, così conchiusa in me da ogni
parte la favola della vita, durare ancora quaranta o
cinquant'anni, quanti mi sono minacciati dalla natura. Al
solo pensiero di questa cosa io rabbrividisco. Ma come ci
avviene di tutti quei mali che vincono, per così dire, la
forza immaginativa, così questo mi pare un sogno e
un'illusione, impossibile a verificarsi. Anzi se qualcuno mi
parla di un avvenire lontano come di cosa che mi appartenga,
non posso tenermi dal sorridere fra me stesso: tanta
confidenza ho che la via che mi resta a compiere non sia
lunga. E questo, posso dire, è il solo pensiero che mi
sostiene. Libri e studi, che spesso mi maraviglio d'aver
tanto amato, disegni di cose grandi, e speranze di gloria e
d'immortalità, sono cose delle quali è anche passato il
tempo di ridere. Dei disegni e delle speranze di questo
secolo non rido: desidero loro con tutta l'anima ogni
miglior successo possibile, e lodo, ammiro ed onoro
altamente e sincerissimamente il buon volere: ma non invidio
però i posteri, nè quelli che hanno ancora a vivere
lungamente. In altri tempi ho invidiato gli sciocchi e gli
stolti, e quelli che hanno un gran concetto di se medesimi;
e volentieri mi sarei cambiato con qualcuno di loro. Oggi
non invidio più nè stolti nè savi, nè grandi nè piccoli, nè
deboli nè potenti. Invidio i morti, e solamente con loro mi
cambierei. Ogni immaginazione piacevole, ogni pensiero
dell'avvenire ch'io fo, come accade, nella mia solitudine, e
con cui vo passando il tempo, consiste nella morte, e di là
non sa uscire. Nè in questo desiderio la ricordanza dei
sogni della prima età, e il pensiero d'esser vissuto invano,
mi turbano più, come solevano. Se ottengo la morte morrò
così tranquillo e così contento, come se mai null'altro
avessi sperato nè desiderato al mondo. Questo è il solo
benefizio che può riconciliarmi al destino. Se mi fosse
proposta da un lato la fortuna e la fama di Cesare o di
Alessandro netta da ogni macchia, dall'altro di morir oggi,
e che dovessi scegliere, io direi, morir oggi, e non vorrei
tempo a risolvermi.

</p>
            </sp>
         </div1>
      </body>
   </text>
</TEI.2>