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      <title>Il Minturno overo de la Bellezza</title>
      <author>Torquato Tasso</author>
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      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
      <pubPlace>Roma</pubPlace>
      <date>2003</date>
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      <title>Collezione BibIt</title>
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        <title>Dialoghi</title>
        <author>Tasso, Torquato</author>
        <editor id="ed">Raimondi, Ezio</editor>
        <publisher>Sansoni</publisher>
        <pubPlace>Firenze</pubPlace>
        <date>1958</date>
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                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                      digitale</p>
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                      <p>I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea
                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
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        <term>853.4 - Letteratura narrativa italiana. 1542-1585</term>
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<titlePart type="main"> IL MINTURNO OVERO DE LA BELLEZZA </titlePart>
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	<castList n="Interlocutori"><head><emph>Interlocutori:</emph></head> <castItem type="role"><role>ANTONIO MINTURNO, </role></castItem> <castItem type="role"><role>GERONIMO RUSCELLI. </role></castItem></castList>


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<div1 type="dialogo" n="Dialogo">

	<sp><speaker>A.M.</speaker><p> Poche volte abbiam grazia di vedervi in questo nostro amenissimo lido, gentile e dottissimo signor Geronimo. </p></sp>
	<sp><speaker>G.R.</speaker> <p>Non m'è conceduto ozio di venirvi se non di rado, perché già l'occupazioni del marchese mio signore s'usurpavano la maggior parte di me medesimo: ora sono impiegato assai spesso in cose ch'appertengono a la maestà e a la gloria de l'imperatore, né si tratta di pace o di guerra o di lega, né si arma essercito, né si raccoglie armata, né si fortifica città senza il mio parere: laonde aviene ch'io soglia meno frequentare questa piaggia e questi colli ne' quali solevano essere i miei diporti. </p></sp>
	<sp><speaker>A.M.</speaker><p> In ciò si conosce ancora la vostra prudenza, con la quale vi siete seperato dal volgo e da le scuole de' fanciulli e congiunto con gli uomini di stato, inalzandovi a la cognizione de le cose del mondo e de' principi, anzi a la familiarità de' re e de gli imperatori. Però non so conoscere la cagione per la quale l'Aretino, il Dolce, il Clario, il Franco, il Muzio, il Fortunio, il Domenichi, il Flavio, il Corso, l'Atanagi e tanti altri nostri amici, i quali hanno in questa età fama di letterati, non abbiano voluto imitarvi. </p></sp>
	<sp><speaker>G.R.</speaker> <p>S'io non m'inganno, la cagione è stata debilezza d'ingegno, per la quale non hanno saputo trattare insieme le cose publiche e le private, e in un medesimo tempo acquistar gloria ne l'azione e ne la contemplazione. Anzi l'Ariosto medesimo, che fu assai adoperato da' suoi principi e poté avere esperienza eguale al sapere, ne l'azioni del mondo riuscì freddo anzi che no: e, vinto da pusillanimità, si ritirò da' servigi di quel suo magnanimo cardinale, il quale fu l'ornamento e la gloria di quell'età. </p></sp>
	<sp><speaker>A.M.</speaker><p> Adunque, s'egli rinascesse, sarebbe peraventura da noi schernito, quasi nuovo Dedalo da gli scultori che poi seguirono, i quali si beffavano de l'opere ch'a' suoi tempi parvero maravigliose e gli acquistarono gloria immortale. </p></sp>
	<sp><speaker>G.R.</speaker> <p>Così averrebbe senza dubbio, signor Minturno; ma io soglio sempre e in tutte l'occasioni preporre gli uomini antichi a' moderni per ischivar l'invidia de' vivi e l'indignazione de' morti. </p></sp>
	<sp><speaker>A.M.</speaker><p> Buona è senza fallo la vostra opinione e degne di fede e d'auttorità le vostre parole; e s'il mio testimonio può confermarle, io posso affermare senza bugia d'aver conosciuto in questa città il Bonfadio e il Flaminio e molti altri i quali se ne partirono quasi arrichiti co' doni o almeno onorati con le ricchezze de' signori napolitani. Nondimeno il loro sapere e l'intelletto non mi pareva chi si potesse paragonare a l'acume e al sottile avedimento del quale sono forniti i più moderni, e voi oltre tutti gli altri, leggiadrissimo signor Ruscelli, al quale non si può tanto donare che più non meritiate. </p></sp>
	<sp><speaker>G.R.</speaker> <p>Io sin ora son più ricco di favori e d'amicizia che di facoltà; e oltre quelli ornamenti che possono far riguardevole la persona e la casa, poche sono quelle cose che m'avanzino o più tosto che mi bastino. </p></sp>
	<sp><speaker>A.M.</speaker><p> Grande sciagura è veramente di questi secoli o più tosto di queste bellissime lettere di poesia e d'umanità, a le quali non si concede altro premio che quel de la gloria; là dove i leggisti, i medici, gli architetti, gli scultori e i pittori sogliono non solamente arrichire ma trarichire, come a' nostri tempi ha fatto Rafaello, Michel Angiolo e il cavaliero Pacciotto. </p></sp>
	<sp><speaker>G.R.</speaker> <p>I poeti sono pagati de l'istessa moneta, cioè de la gloria, la quale almeno devrebbe essere simile a la moneta di cuoio che si spende a' tempi de la necessità e in miglior fortuna si ricompensa con l'oro e con l'argento; ma io veramente ho ceduto ad alcuno nel fare i poemi, ma nel darne giudicio a niuno: laonde volentieri fui ascoltato in Roma, in Toscana, in Venezia, in Napoli e in Sicilia: e da tutte le parti assai d'onore e di gloria ho riportato, e alcuna volta congiunta con molta utilità. </p></sp>
	<sp><speaker>A.M.</speaker><p> O gentilissimo signor Ruscelli, ben si pare che la vostra sapienza è conforme a questa età, la quale è tutta gentilezza e cortesia; ma i letterati de' tempi a dietro erano rozzi anzi che no e sapevano poco accomodarsi a l'opinioni de' principi e del mondo: ma pur in qual parte la vostra virtù fu più onorata? in Roma forse? </p></sp>
	<sp><speaker>G.R.</speaker> <p>Non veramente, perch'in Roma ogni cosa più volentieri si soleva ascoltare che quelle de le quali io fo professione; ma s'io ragionava d'arme e d'imprese e de la bellezza di questa nostra lingua e de' nostri poeti, o pur di cortesia e di quel ch'appertiene al corteggiare e al cortesaggiare, era alcuna volta udito non mal volentieri: ma il premio de l'udienza era una simplice lode di virtuoso. Ne l'arti più secrete, com'è l'alchimia, non era chi mi prestasse credenza; ne le cose di stato molti discordavano da l'opinione e pochi per mio giudicio erano seguaci de le parti cesaree; ma grandissimi onori erano fatti a chi disputava se 'l papa avesse autorità sovra il concilio o se la residenza de' vescovi fosse <emph><foreign lang="lat">de iure divino</foreign></emph>. Laonde io mi partii di quella città poco sodisfatto di me medesimo, che non avessi atteso a cose più gravi; e me ne tornai a Napoli. </p></sp>
	<sp><speaker>A.M.</speaker><p> In questa città senza dubbio la vostra virtù fu raccolta con maggiore cortesia. </p></sp>
	<sp><speaker>G.R.</speaker> <p>È vero: nondimeno erano in maggiore pregio i musici e cantori, o pur i lottatori e gli schermitori e i maestri di cavalcare: laonde io fui costretto ad andarmene a Vinezia, dove per alcun breve spazio di tempo attesi a la correzione de le stampe e procurai ch'i libri da me stampati fossero i più belli e i meglio intesi di tutti gli altri; ma fui richiamato a questo regno da la cortesia del signor marchese, al quale aveva fatte alcune imprese bellissime che potrebbono esser scolpite co' trofei di Carlo Quinto. E bench'io ne' suoi servigi, essercitandomi ne l'officio di secretario, abbia atteso principalmente a le cose di stato, laonde ho fatto quasi una ferma scienza de' regni e de le republiche e de' costumi e de le leggi e de le mutazioni di ciascuna, nondimeno io non ho potuto dimenticarmi lo studio de le belle lettere, anzi di tutte le cose belle e de l'amore ch'io porto a la bellezza. Però, quando si pensa di fare uno essercito o di mettere in mare un'armata, io soglio pensare non solamente al numero e a la qualità de' soldati, de' cavalli, de' legni e de l'armi e degli instrumenti che sono necessari ne le guerre maritime e terrestri, ma a le divise, a l'insegne, a l'imprese de' principi e de' cavalieri, e sovra tutto al ben comparire e al far bella mostra, estimando ch'abbia gran parte de la vittoria colui il quale si mostra ne l'apparenza degno de l'essercizio de l'arme. </p></sp>
	<sp><speaker>A.M.</speaker><p> Voi dunque vorreste vincer più tosto con la bellezza che con la virtù de' soldati: ma questo peraventura è impossibile, perché le ricche sopraveste e i cimieri e i padiglioni e gli altri impedimenti de l'essercito sogliono esser più tosto preda del nimico che spavento. </p></sp>
	<sp><speaker>G.R.</speaker> <p>Non è sempre vero, anzi molte volte la bellezza de l'arme e de l'imprese è congiunta co 'l terrore: laonde io vorrei ch'i nostri esserciti fossero simili a quelli de' Cimbri, i quali, come si legge in Plutarco, portavano negli scudi orsi, lupi, leoni, cinghiali e altri animali feroci: laonde somigliavano uno essercito di fiere armate da la natura medesima a spavento de' nemici. Tanto importa per mio giudicio il terrore de l'armi congiunto con la bellezza. </p></sp>
	<sp><speaker>A.M.</speaker><p> Io credeva che voi non ricercaste la bellezza, de la qual sete sì vago, ne gli esserciti e fra lo splendore de l'acciaio e il fumo e il rimbombo de l'artigliarie, ma più tosto ne' giardini e ne' palagi ornati di marmi e di pitture, i quali si veggono in questa fertilissima piaggia e in questi amenissimi colli, in cui peraventura non si contempla alcuna imagine così bene scolpita o dipinta come son quelle c'ha formate la natura medesima. </p></sp>
	<sp><speaker>G.R.</speaker> <p>La natura ha voluto dare i suoi angeli al suo paradiso, perché non era convenevole ch'in questo paese, il quale, curvandosi a guisa di luna, è quasi imagine del cielo, gli abitatori e l'abitatrici fosser d'altra natura che di celeste e d'angelica: anzi, s'è vero quel che dicono alcuni de' nostri teologi, ch'Iddio crei sempre nuovi angeli, mi pare che più in questa parte ch'in alcuna dimostri questi suoi miracoli. Ma io cercava la bellezza in tutte le cose e in molte: però ho creduta di trovarla negli alloggiamenti e fra l'imprese de' cavalieri. </p></sp>
	<sp><speaker>A.M.</speaker><p> Peraventura, quando scriveste il vostro libro de le bellezze del <emph>Furioso</emph>, la cercavate più tosto fra l'arme che fra gli amori. </p></sp>
	<sp><speaker>G.R.</speaker> <p>In tutte le cose veramente io la ricercai, benché non la riconoscessi. </p></sp>
	<sp><speaker>A.M.</speaker><p> Ancora ne la pazzia d'Orlando la raffiguraste, quando egli così lordo e pieno di brutture e orribile e spaventoso ne l'aspetto apparve a' suoi compagni ch'a pena il raffigurarono. </p></sp>
	<sp><speaker>G.R.</speaker> <p>Bellissima è senza dubbio l'invenzione. </p></sp>
	<sp><speaker>A.M.</speaker><p> Ma in Rodomonte che, tutto sparso di sangue, si lavò nel fiume de la Sena, vi parve egli di vederla similmente? </p></sp>
	<sp><speaker>G.R.</speaker> <p>Mi parve, e forse prima che nel fiume; nondimeno alcuna volta dubbitai di non averla trovata. </p></sp>
	<sp><speaker>A.M.</speaker><p> Se la bellezza è o si ritrova fra le cose del mondo, chi può meglio di voi averla ritrovata? </p></sp>
	<sp><speaker>G.R.</speaker> <p>Niuno peraventura la ricercò più di me; ma spesse volte quel ch'io giudicai bello non fu essistimato da gli altri o non da tutti, come aviene del <emph>Furioso</emph>.</p></sp>
	<sp><speaker>A.M.</speaker><p> Possiamo di ciò assicurarci in modo alcuno? A me pare che, sì come tutti coloro che son savi son savi per la sapienza, e tutti i giusti son giusti per la giustizia, così tutti i belli o tutte le cose belle sian belle per la bellezza; e che la bellezza, o il bello che vogliam dirlo, sia quel che le fa quali esse sono. Parò con questa osservazione e quasi regola cerchiamo di conoscer la bellezza in modo che niuna altra cosa sia presa in cambio, se pur altra cosa è quella che fa parer belle le figure orribil e mostruose, come sarebbono i serpenti o diavoli dipinti da Rafaello e da Michele Angelo, o pur le favole del Ciclopo e de l'Orco. </p></sp>
	<sp><speaker>G.R.</speaker> <p>È la bellezza de l'ingegno poetico per la quale si conosce senza dubbio c'hanno del terribile e del maraviglioso; nondimeno io la cerco più tosto in Marfisa e in Bradamante e in Olimpia, le cui bellezze furono descritte da l'Ariosto con tanta felicità di parole e di pensieri: laonde, s'io fossi costretto a dir quel che sia la bellezza, direi che fosse una bella ad Olimpia somigliante, la qual non coperta da alcun manto o d'alcun velo, ma ignuda si dimostrasse agli occhi de' riguardanti. </p></sp>
	<sp><speaker>A.M.</speaker><p> S'a la bellezza togliete il velo, peraventura ella si troverà solamente ne l'anime separate; perch'i corpi sogliono essere quasi un velo de la bellezza de l'animo. L'Ariosto nondimeno, descrivendo la bellezza d'Angelica e d'Olimpia, fu simile a quel Dedalo che dianzi nominaste, anzi meno artificioso, perché Dedalo diede il moto a le statue e l'Ariosto il tolse a le persone vive; però si legge d'Angelica:

<quote rend="block"><lg>
<l>Ed in quel suo dolor tanto penetra</l>
<l>Che par cangiata in insensibil pietra. </l>
</lg></quote></p>

<p>E de l'istessa:

	<quote rend="block"><lg>
<l>Creduta avria che fosse statua finta, </l>
<l>O d'alabastro o d'altri marmi illustri, </l>
<l>Ruggiero, e su lo scoglio così avinta</l>
<l>Per artificio di scultori illustri, </l>
<l>Se non vedea la lacrima distinta</l>
<l>Fra bianche rose e candidi ligustri</l>
<l>Far rugiadose le crudette pome</l>
<l>E l'aura sventolar l'aurate chiome. </l>
</lg></quote></p>
</sp>

	<sp><speaker>G.R.</speaker> <p>È per mio parere eguale artificio il dare il moto a le cose inanimate e il toglierlo a l'animate: però l'Ariosto ne la sua Olimpia non è artefice men maraviglioso di Dedalo. </p></sp>
	<sp><speaker>A.M.</speaker><p> Nondimeno io non vi dimandava una statua de la bellezza, ma quel che sia la bellezza, la qual può far belle l'altre cose non belle, come la balena e l'orca. </p></sp>
	<sp><speaker>G.R.</speaker> <p>La bellezza è la bella vergine che fa belli i pensieri e l'invenzioni del poema, belli i sospiri, belle le lacrime, i dolori e le passioni amorose, bella ancora la morte e le ferite che per lei si sostengono, bella l'aria, la terra, i fiumi, i fonti, i giardini, le selve, le valli, i monti, le spelunche e tutta ciò che le s'appressa: e a guisa del sale illustra con la sua luce tutte le cose vicine. </p></sp>
	<sp><speaker>A.M.</speaker><p> Voi avete quasi descritta la figliuola del signor marchese vostro; ma se due sono le figliuole fra le quali è malagevole il far giudicio, due ancora sono le bellezze. Ma noi ricerchiamo una bellezza che faccia bella l'una e l'altra e tutte le vergini che ne participano, né si perda con la virginità: altrimenti la bellezza sarebbe fior troppo caduco e simile a quella rosa descritta dal medesimo poeta, la qual perde l'onore con la stagione. Ma la bellezza, se non m'inganno, può fare ancora bella l'età matura: laonde ne l'onorato aspetto de la signora marchesa lor madre traluce un non so che di maraviglioso e di divino che n'empie di stupore e di piacere incredibile. </p></sp>
	<sp><speaker>G.R.</speaker> <p>Così è come voi dite: nondimeno ne la bellezza d'una bella vergine nulla più si desidera e nulla si può aggiungere; però io direi che la signora marchesa fosse bella come sua madre. </p></sp>
	<sp><speaker>A.M.</speaker><p> La bellezza è quella di cui participando l'altre cose divengono belle e care; ma i figliuoli participano de la bellezza del padre e de la madre, non a l'incontro: dunque per questa ragione la bellezza sarà più ne la madre che ne la figliuola. </p></sp>
	<sp><speaker>G.R.</speaker> <p>Io estimo che la bellezza sia propiamente ne l'età giovenile come l'Amore. </p></sp>
	<sp><speaker>A.M.</speaker><p> S'Amore nacque inanzi il principio del mondo, come dicono i poeti, conviene che sia antichissimo: e per questa ragione ancora la bellezza; perché l'amore è desiderio di bellezza. Ma lasciam ciò da parte, e ditemi, vi prego: di questa signora, che voi stimate la bellezza istessa, non vi paiono belli ancora i vestimenti? </p></sp>
	<sp><speaker>G.R.</speaker> <p>Anzi bellissimi. </p></sp>
	<sp><speaker>A.M.</speaker><p> Per arte del sartore o del ricamatore, o per altro artificio? </p></sp>
	<sp><speaker>G.R.</speaker> <p>È bello tutto ciò ch'ella porta: perch'ella aggiunge bellezza a le cose portate. </p></sp>
	<sp><speaker>A.M.</speaker><p> Ma 'l cavallo dal quale ella è portata e la carretta sono belli ancora? </p></sp>
	<sp><speaker>G.R.</speaker> <p>Si possono assomigliare a' carri del sole, tanto son belli. </p></sp>
	<sp><speaker>A.M.</speaker><p> Ma che diremo de l'istesse cose, s'elle fossero altrui? </p></sp>
	<sp><speaker>G.R.</speaker> <p>Forse sarebbono belle e non belle. </p></sp>
	<sp><speaker>A.M.</speaker><p> Perché potrebbono esser di tale a cui non converrebbono, o per altra cagione? </p></sp>
	<sp><speaker>G.R.</speaker> <p>Per questa che voi dite. </p></sp>
	<sp><speaker>A.M.</speaker><p> Il convenevole dunque, o 'l decoro, è quello che fa bello ciascuno ornamento, perché gli istessi abiti in persona d'una Grabina non sarebbono dicevoli e per conseguente non sariano belli; e 'l color de l'oro non è bello ne gli occhi: però Fidia fece ne la statua di Minerva gli occhi d'avorio e la pupilla di pietra. </p></sp>
	<sp><speaker>G.R.</speaker> <p>Così pare. </p></sp>
	<sp><speaker>A.M.</speaker><p> L'abito dunque d'Onfale non era bello in Ercole, né la pelle del leone in Onfale: perché ne l'uno e ne l'altro era sconvenevole l'abito non propio. </p></sp>
	<sp><speaker>G.R.</speaker> <p>Assai vero mi pare quel che divisate. </p></sp>
	<sp><speaker>A.M.</speaker><p> Dunque il decoro e 'l bello è una stessa cosa per vostra opinione, percioch'il decoro è quel che fa belle tutte le cose. </p></sp>
	<sp><speaker>G.R.</speaker> <p>Senza fallo. </p></sp>
	<sp><speaker>A.M.</speaker><p> Ma l'abito pastorale non sarebbe bello ne la vostra donna, perch'a lei non converebbe, ma il reale più tosto. </p></sp>
	<sp><speaker>G.R.</speaker> <p>Anzi tutti gli abiti sono belli in lei; perch'ella fa belle tutte le cose, e non apparirebbe solamente bella in forma di regina, ma in quella di pastorella e di ninfa e di cacciatrice ne la quale Venere apparve al figliuolo. </p></sp>
	<sp><speaker>A.M.</speaker><p> La vostra signora adunque non solamente è la bellezza, ma il decoro medesimo: poiché fa parer belle e convenevoli tutte le cose, quantunque non fossero tali per se stesse. </p></sp>
	<sp><speaker>G.R.</speaker> <p>Così è senza dubbio. </p></sp>
	<sp><speaker>A.M.</speaker><p> Io dubbito nondimeno di due cose: l'una, che di lei avenga quel che de l'uomo sapientissimo il quale, paragonato con gli dei, come stimò Eraclito, è quasi una scimia: similmente la bellissima donna, paragonandosi a la bellezza degli angeli, apparirà deforme anzi che no. </p></sp>
	<sp><speaker>G.R.</speaker> <p>Già ho detto per opinion d'alcun teologo che Dio fa novi angeli quando crea l'anime umane simile a la natura angelica. </p></sp>
	<sp><speaker>A.M.</speaker><p> Lasciam questa opinione da parte, bench'ella non sia la medesima con quella d'Evagrio, che fu rifiutata per eretica, e concediamo a' poeti il dire:

<quote rend="block"><lg>
<l>Nova angioletta sovra l'ali accolta; </l>
</lg></quote></p>

<p>o pur:

	<quote rend="block"><lg>
<l>Questa, angel novo fatta, al ciel sen vola, </l>
<l>Suo propio albergo, e 'mpoverita e scema</l>
<l>Del suo pregio sovran la terra or lassa. </l>
</lg></quote></p>

<p>E, se vi piace, solvetemi questo altro dubbio: s'egli è pur vero che 'l decoro faccia parer belle le cose che non sono, egli non sarà il bello, ma un inganno del bello: perché il bello fa le cose belle, ma il decoro le fa parer tali. Quella differenza adunque è tra 'l decoro e il bello ch'è tra il vero e il falso e tra l'essere e l'apparere: laonde, se la vostra donna fa parer belle tutte le cose, io direi ch'ella fosse ingannatrice o una incantatrice più tosto, da la quale devreste guardarvi non altrimenti che da la fraude. </p></sp>
	<sp><speaker>G.R.</speaker> <p>Non è inganno né fraude ne la bellezza di quella gentilissima signora: ma come il lume del sole scaccia gli inganni che fa la notte con le sue tenebre, e scopre le forme varie e i diversi colori de le cose, così la luce de la sua bellezza fa apparire quella mirabil maniera di costumi e di virtù ch'altrimenti starebbe ascosta. Laonde io non concedo che 'l decoro sia uno inganno de la bellezza, ma una sua luce, ne la quale chiaramente apparisce: fra 'l decoro adunque e l'inganno è quella differenza ch'è tra la notte e il giorno e fra le tenebre e lo splendore. </p></sp>
	<sp><speaker>A.M.</speaker><p> O dottissimo signor Ruscello, mi giova d'avere inteso da voi che 'l decoro non faccia parere ma apparir la bellezza: laonde si può conchiudere che, s'alcuna bellezza è congiunta co 'l decoro, non può essere occulta e, all'incontro, l'occulte non hanno bellezza. Ma s'occulta è la bellezza de la sapienza e occulta la beltà intelligibile, ne segue che siano senza decoro: il che par malagevole molto e duro d'affermare, se pur il decoro non è l'istesso che l'inganno, come parve a Socrate; perché l'altra opinione di Plotino, che sia quasi uno splendore per cui appaiono le virtù, è peraventura soggetta a l'opposizione ch'abbiamo fatta de le bellezze non apparenti a' sensi umani. </p></sp>
	<sp><speaker>G.R.</speaker> <p>Io non consentirei in modo alcuno che la bellezza o 'l decoro fosse un tacito inganno, come volle Teofrasto, o 'l decoro un inganno de la bellezza, come piacque a Ippia; ma più tosto mi pare che la bellezza sia una violenzia de la natura la quale sforzi gli animi ad amare in guisa che non si possa far difesa o resistenza: e chi chiamò la bellezza una tirannide di picciol tempo assai dimostrò de la sua natura. Né miglior definizione di questa mi sovviene d'aver letto o inteso giamai, perch'i belli son simili a' tiranni, e in quel modo istesso vogliono esser temuti e adorati: laonde non fu mai alcun re di Menfi o di Babilonia tanto superbo per l'ampiezza de l'imperio, quanto sono i belli per la forza de la bellezza, la quale astringe, costringe, rapisce, lega, infiamma e consuma, e a guisa di fuoco trasmuta gli animi in una altra natura. Direi adunque che la bellezza fosse una potenzia e una piacevol violenza e una graziosa tirannide de la natura, come volle Socrate, o un regno solitario, come estimò Carneade, perch'il <add>bello</add> non vuol compagnia nel regnare, ma regna solo come l'amore. All'incontra io chiamarei la bruttezza impotenzia, debilezza e servitù naturale, perché, s'alcuno è servo per natura, al brutto più ch'a ciascuno altro si conviene il servire; e se gli Etiopi o gli Indiani eleggevano i re bellissimi, ragionevolmente i bruttissimi devrebbono esser servi de' servi. </p></sp>
	<sp><speaker>A.M.</speaker><p> Vorreste ancora ch'i servi de la vostra vergine fossero brutti o brutte le donzelle? </p></sp>
	<sp><speaker>G.R.</speaker> <p>Voi mi sforzate a concedervi e mi cacciate da la mia opinione quasi vinto, perch'ella meriterebbe d'esser servita da le Grazie e da gli Amori, quasi nova dea: ma il brutto e 'l bello è da me deffinito in comperazione e quasi in relazione; però le sue damigelle, che per rispetto de l'altre son bellissime, in sua comperazione sono brutte anzi che no. </p></sp>
	<sp><speaker>A.M.</speaker><p> Voi riponete il bello ne l'ordine de la relazione come il bene, volendo che fra il brutto e il bello sia quella relazione ch'è fra il padre e il figliuolo; ma forse non fu vera l'opinione d'Ippocrate, che pose il bene nel predicamento de' relativi. Ma se 'l bello ha quella forza e quella violenza che voi dite, è necessario che sia una sostanza e una qualità efficacissima; ma come può esser violenta e naturale, se tutte le cose violente sono contra natura? E se la bellezza fosse violenza, come si trovarebbe alcuno amor volontario e per elezione? Tuttavolta noi sappiamo che molti non solamente vogliono amare, ma eleggono d'amare; e questa deliberazione da lungo consiglio è confermata. Né tirannide adunque per questa cagione, né violenza direi che fosse la bellezza, né regno solitario, perché del bello come del bene è propio il far parte di se medesimo a molti. </p></sp>
	<sp><speaker>G.R.</speaker> <p>Ma chi può negare ch'ella sia una potenza? Perché bellissima cosa è nel regno e ne la republica l'esser possente: ma nel regno d'Amore, s'Amore ha regno come si crede, il bellissimo è il potentissimo; e qual potenza si può aguagliare a quella di Cleopatra che vinse Cesare, vincitore del mondo, e di lui quasi trionfò? Onde si legge:

	<quote rend="block"><lg>
<l>Quel ch'in sì signorile e sì superba</l>
<l>Vista vien prima, è Cesar, ch'in Egitto</l>
<l>Cleopatra legò tra i fiori e l'erba. </l>
	<l>Or di lui si trionfa, ed è ben dritto, </l>
<l>Se vinse il mondo ed altri ha vinto lui, </l>
<l>Che del suo vincitor si glorii il vitto. </l>
</lg></quote></p>
</sp>

	<sp><speaker>A.M.</speaker><p> Questa potenza nondimeno, così nel regno che voi chiamate d'Amore, come negli altri, può far le cose buone solamente o pur le ree e le scelerate? Per mio aviso malvagia potenza fu senza fallo che Cleopatra costringesse Cesare prima e poi M. Antonio a cosa indegna de la virtù romana, e al fine a la vergognosa fuga, de la quale niuna cosa è più indegna a chi desidera di signoreggiare. Ma la bellezza a me non pare che possa esser cagione de le cose non buone: laonde non è l'istessa con la potenza, da la quale, come abbian già detto, soglion procedere le male operazioni e le pessime, come incendi, essili, rapine, omicidi, guerre e distruzione de le città e degli imperi. </p></sp>
	<sp><speaker>G.R.</speaker> <p>Se ciò fosse vero, Elena non sarebbe stata bella, perché ella mosse l'Asia e l'Europa a guerreggiare e fu la fiamma e la ruina de l'antichissimo regno troiano; e se i rapti non son buoni, non potevano esser cagionati da la sua bellezza, la qual costrinse Teseo e Alessandro a l'una e a l'altra rapina; ma a me sovviene d'aver letto tutto il contrario, ch'Elena per la sua bellezza fu degna d'eterna gloria a giudicio prima di Teseo, poi d'Alessandro, che poté giudicar de la divina, non solamente de l'umana. </p></sp>
	<sp><speaker>A.M.</speaker><p> Potrei peraventura rispondere ch'i rapti non sempre sono mala cosa, come non fu quel de le Sabine, co 'l quale crebbe e multiplicò la generazione de' Romani; ma risponderei più tosto che la bellezza per sé non sia cagione di rapine, ma d'onor e di riverenza. Però si legge:

<quote rend="block"><lg>
<l>Quella ch'amare e riverire insegna, </l>
<l>E vuol che 'l gran desio, l'accesa spene, </l>
<l>Ragion, vergogna e riverenza affrene, </l>
<l>Di nostro ardir fra se stessa si sdegna. </l>
</lg></quote></p>

<p>Ma l'incontinenza de gli uomini e l'impudicizia de le donne può dare occasione a le rapine e a le guerre; laonde forse, s'Elena fu impudica, non fu bella, perché la bellezza è sempre congiunta con l'onestà, e con la voce greca <emph><foreign lang="grc">tò kalón </foreign></emph> altrettanto il bello quanto l'onesto è significato. E se ciò è vero, si potrebbe affermare ch'il bello fosse il giovevole e quel ch'è utile, e ch'il bello avesse quasi l'idea di padre per rispetto del bene; percioch'il bello è quasi cagione, il bene quasi effetto: laonde sogliam estimar bella cosa la prudenzia e la sapienza, perché son causa di grande utilità ne la vita de gli uomini. Che ne dite, signor Geronimo? </p></sp>
	<sp><speaker>G.R.</speaker> <p>A me pare assai buona questa opinione. </p></sp>
	<sp><speaker>A.M.</speaker><p> Ma s'ella è pur vera, non è vera quell'altra che da tutti è ricevuta, ch'il bello sia il bene e il bene all'incontro il bello: perché il padre non è figliuolo né il figliuolo è padre, né l'una persona può mutarsi ne l'altra, variandosi fra due il rispetto o la relazione, com'aviene a colui ch'è destro, il qual può divenir sinistro, e il sinistro da l'altra parte può divenir destro: oltre acciò la bellezza è una di quelle cose che s'ama per se medesima, ma le cose utili e le giovevoli non sono amate per se stesse. Che diremo adunque che sia la bellezza, o signor Geronimo? Poich'ella non è la bella vergine, non è decoro, come parve ad Ippia; non inganno, come esistimò Teofrasto; non tirannide, come disse Socrate; non violenzia né potenzia, come fu opinione del medesimo Sofista, anzi pur de molti Platonici; non regno solitario, come giudicò Carneade; non quel che giova, come Socrate mostrò di credere con Ippia disputando: ma poi non fu costante ne la sua opinione. </p></sp>
	<sp><speaker>G.R.</speaker> <p>Diciamo che bello sia quel che piace. </p></sp>
	<sp><speaker>A.M.</speaker><p> Dunque il bello sarà piacevole e il piacevol sarà bello a l'incontro. </p></sp>
	<sp><speaker>G.R.</speaker> <p>Senza dubbio. </p></sp>
	<sp><speaker>A.M.</speaker><p> Ma quel che piace a l'uno rade volte suol piacere a gli altri, perch'alcuni lodano in una leggiadra donna

<quote rend="block"><lg>
<l>Un pallor di viola e d'amor tinto; </l>
</lg></quote></p>

<p>altri il candido insieme co 'l purpureo colore; altri s'invaghiscono de gli occhi azzurri; ad altri sogliono piacere i negri maggiormente; a molti la severità diletta, a molti la mansuetudine: né la umiltà e la alterezza piacciono a tutti egualmente; laonde ad un uomo istesso in diversi tempi sogliono piacere diverse cose. Però disse il poeta:

	<quote rend="block"><lg>
<l>Ed in donna amorosa ancor m'aggrada</l>
<l>Ch'in vista vada altera e disdegnosa, </l>
<l>Non superba, ritrosa. </l>
</lg></quote></p>


<p>E altrove più loda la gentilezza e la cortesia, come in que' versi:

<quote rend="block"><lg>
<l>Chinava a terra il bel guardo gentile, </l>
<l>E tacendo dicea, come a me parve: </l>
<l>Chi m'allontana il mio fedele amico? </l>
</lg></quote></p>

<p>e ne' precedenti. Però il bello sarà trasmutabile, e a guisa di camaleonte prenderà diversi colori, diverse forme e diverse imagini e apparenze; ma io crederei più tosto ch'il bello paresse bello a tutti e facesse belle tutte le cose: perch'io non ricerco quel ch'è bello per alcuno uso, il quale suole essere ancora soavissimo, ma quel che per sé è bello. </p></sp>
	<sp><speaker>G.R.</speaker> <p>Diciamo adunque ch'il bello sia quel ch'a tutti piace, sì come il bene è quel che da tutti è desiderato. </p></sp>
	<sp><speaker>A.M.</speaker><p> Ma di qual piacere vogliamo intendere, di quel che piace a tutti i sentimenti o di quel che piace a la vista e a l'udito solamente? Perché, se bello è ciò che piace al gusto e al tatto e a l'odorato, come Aristotele mostra di credere ne' suoi <emph>Problemi</emph> e il Nifo in quel libro ch'egli scrisse de la bellezza, le cose dolci in quanto dolci e le morbide in quanto morbide saranno belle, e belli saranno gli odori de l'ambra e del muschio e del fumo de gli incensi. </p></sp>
	<sp><speaker>G.R.</speaker> <p>Così avrei creduto senza dubbio. </p></sp>
	<sp><speaker>A.M.</speaker><p> Né vi sarebbe forse dispiaciuto il parer d'Aristotele, il quale ne la medesima parte de' <emph>Problemi</emph> afferma che quello suol parer bello ch'è più soave al congiungimento, e che le bevande ancora paiono belle a l'assetato per la soavità che se n'aspetta nel bere. </p></sp>
	<sp><speaker>G.R.</speaker> <p>A me certo non dispiace. </p></sp>
	<sp><speaker>A.M.</speaker><p> E peraventura non è falsa opinione, s'intende di quelle cose che sono belle per alcuno uso; ma il servire a l'uso è propio de le cose utili, non de le belle o de le piacevoli: e noi ricerchiamo quel che per sé è bello, senza aver risguardo al modo co 'l qual si possa usare o abusare. E perché la bellezza è veramente cosa divina, estimo sconvenevole molto ch'ella sia sottoposta al giudizio di sensi materiali come sono il gusto e 'l tatto; e a pena può esser giudicata da la vista e de l'udito, sensi assai più spirituali, riserbandosi nondimeno il pieno giudicio de la bellezza a l'intelletto, essercitato ne la contemplazione de le forme separate da questa mescolanza e quasi feccia de la materia. </p></sp>
	<sp><speaker>G.R.</speaker> <p>Il bello adunque sarà una parte del piacevole: perch'essendo quel che ci suol dilettare obietto di tutti i sentimenti, quella sola particella che da' sensi più nobili è giudicata merita il nome di bello: belli adunque sono non solamente i colori e gli splendori e le varie imagini de le cose, ma i canti e i suoni e la musica suole parer a gli orecchi ben purgati bellissima armonia. Ma mi pare ch'a questi sensi ancora appertenga tutto ciò che si scrive de' costumi, de le leggi e de le scienze, le quali rinchiudono quasi nel seno bellezze maravigliose. </p></sp>
	<sp><speaker>A.M.</speaker><p> Vero è senza fallo quel che voi dite: nondimeno i sensi giudicano del colore e del suono in un modo, e in uno altro de le proporzioni o delle cose ch'appertengono a le scienze: perché di queste non possono i sensi far giudicio che vero sia, ma, quasi ministri e messaggieri de l'intelletto, portano a la mente quel che di fuori s'apprende; laonde non pare ch'una sia la bellezza che noi andiamo ricercando, perché gli oggetti de' sensi materiali deono esser corruttibili, come è il senso medesimo, ma la mente divina e immortale non fa giudicio se non di cose a lei somiglianti. Non è dunque uno il genere de la bellezza o univoco, come dicono i filosofi e com'esistimò il Nifo; ma come lo splendore de le lucciole e de' funghi putridi, che suol di notte apparire, è diverso dal lume de le stelle o da la luce del sole, così ancora la bellezza de le cose terrene è assai dissomigliante da quella che si contempla ne le forme eterne e divine. E se ciò è vero, quel che per sé è bello non piacerà a' sensi perché non potranno essi darne giudicio. </p></sp>
	<sp><speaker>G.R.</speaker> <p>Se non è bello quel che piace a' sensi de l'udito e de la vista, qual altra definizione trovaremo de la bellezza, che tanto ci piaccia? </p></sp>
	<sp><speaker>A.M.</speaker><p> Non ci sia grave ancora di ricercarne. </p></sp>
	<sp><speaker>G.R.</speaker> <p>Io ho letto assai spesso che la bellezza <add>è</add> proporzione di parti ben composte: e questa opinione, come approvata comunemente da molti, malagevolmente può esser ripresa. </p></sp>
	<sp><speaker>A.M.</speaker><p> La proporzione si considera ne le parti dissimili; ma se la bellezza fosse proporzione de le parti dissomiglianti, non sarebbe alcuna bellezza ne le cose semplici: ma bello è l'oro e l'argento al giudizio de' miseri mortali, belli i diamanti, i rubini e l'altre pietre preziose, belli i colori e bellissima la luce, ne la quale non è alcuna proporzione: oltre acciò alcune volte rimane la proporzione de le parti, come ne' corpi già vecchi e languidi, ma non rimane la bellezza, ch'è perduta co 'l fior de la gioventù. Però di questa diffinizione ancora non rimango sodisfatto. </p></sp>
	<sp><speaker>G.R.</speaker> <p>Io non so quale altra addurne che più vi piaccia; ma vi deono pur sovvenire quelle di Plutarco e di Plotino: l'una è che la bellezza sia un ornamento o vero un onore de l'animo che risplenda nel corpo; l'altra che sia una vittoria che la forma vittoriosa riporta de la materia. A queste si potrebbe aggiungere che la bellezza sia uno sembiante overo una imagine del bene, sì come la bruttezza è una oscura faccia del male. </p></sp>
	<sp><speaker>A.M.</speaker><p> Già mi sovviene d'averne udito ragionare e letto alcuna cosa; ma io m'avolgo ne' medesimi dubbi: perché, se la bellezza è ornamento de l'animo compartito al corpo o vittoria de la materia sovra la forma, ella pur è ne le cose corporee e materiali, ne le quali peraventura non è alcuna bellezza, o non quella che noi ricerchiamo. Laonde io mi maraviglio del Nifo e de gli altri Peripatetici che riposero la bellezza nel corpo e ne la materia, perch'ella è per sua natura brutta e deforme oltra modo, anzi è la bruttezza istessa: laonde il bello si troverebbe nel brutto quasi in propio soggetto; il che pare molto sconvenevole, perch'il bello dee germogliar nel bello quasi fiore in fiore. Oltre acciò, se vera fosse l'opinione di coloro che in questo modo l'hanno definita, gli angeli non sarebbono belli, perché ne la natura angelica la materia non è superata da la forma e non si trova corpo a cui sia participato l'onore de l'animo. Lasciamo adunque ne le cose basse e terrene questa vittoria e quasi trofeo de la forma: ne le cose, dico, ne le quali la materia quasi ribella fa mille mutazioni d'una in altra sembianza e, dispogliandosi de l'antiche forme, de le nuove si riveste, rimanendo sempre in lei un perpetuo desiderio di trasmutarsi in tutte a guisa di città o di republica male ordinata, che faccia mille mutazioni, variando leggi, governi e costumi. Ma ne le cose celesti, ne le quali la materia è obbediente a la forma e non fa mai ribellione o contrasto, o in quelle dove non è alcuna materia, qual vittoria può esser quella de la forma o de l'arte divina? Niuna, se non m'inganno. Dunque, s'a voi ancora così pare, diremo che la beltà sia in quei soggetti fra' quali, non essendo guerra o discordia, non vi fa d'uopo di vittoria: e per l'avenire non cercheremo la beltà fra le armi discordi de' regi e degli imperatori, ma più tosto fra' pacifici studi de le scienze, s'ella può ritrovarsi in modo alcuno. E a voi che ne pare, signor Ruscelli? </p></sp>
	<sp><speaker>G.R.</speaker> <p>Io non so ricercarne con altra guida che con questa de' sentimenti, co' quali posso ancora inalzarmi a la contemplazione del sole e de le stelle e de l'ordine loro, ch'oltre tutti gli altri è bellissimo. </p></sp>
	<sp><speaker>A.M.</speaker><p> Ditemi, vi prego: credete voi che la bellezza, s'ella pur si ritrova, sia fra le cose false o fra le vere più tosto? </p></sp>
	<sp><speaker>G.R.</speaker> <p>Fra le vere. </p></sp>
	<sp><speaker>A.M.</speaker><p> Ma quali vi paiono vere, quelle che si mutano o si rimutano, o quelle che durano sempre in uno stato medesimo? Io estimo senza fallo che l'instabile e l'incostante sia simile al bugiardo: però l'uomo che fa mille mutazioni d'aspetto, di costumi, d'età, non è vero uomo, né 'l fanciullo è vero fanciullo, né 'l giovine è vero giovine, né 'l vecchio è vero vecchio; ma l'uomo è più tosto una imagine e una fantasia de l'umana essenzia, come afferma Mercurio Trimegisto, e una grandissima bugia. Solo è vero quel che mai non si muta né si varia né patisce augumento o diminuzione, ma sempre rimane in se stesso e simigliante a se medesimo. Però tutte le cose generabili e corruttibili sono false; e 'l sole, del quale disse il nostro poeta:

<quote rend="block"><lg lang="lat">
<l>... Solem quis dicere falsum</l>
<l>Audeat?, </l>
</lg></quote></p>

<p>per le mutazione ch'egli fa, contiene in se stesso un non so che di bugia: e gli altri corpi celesti similmente. </p></sp>
	<sp><speaker>G.R.</speaker> <p>L'uomo adunque è imagine e bugia; e i cieli e i pianeti sono buggiardi anzi che no. </p></sp>
	<sp><speaker>A.M.</speaker><p> Così mi pare che si possa conchiuder per questa ragione: laonde non solamente si può conoscere quanto sian vani e fallaci i giudici de gli astrologi, ma quanto inganni l'apparenza di quelle cose le quali da' miseri mortali son giudicate belle: e quelle particolarmente che chiamiamo feminili bellezze sono fraudi e inganni de le cose de la natura, ombre di luce, larve e simolacri di bellezza, e in somma somma e manifesta bugia, a pena non conosciuta da' ciechi. </p></sp>
	<sp><speaker>G.R.</speaker> <p>Non è dunque la bellezza nel sole e ne le stelle e ne le sfere celesti, perch'elle contengono qualche parte di falsità, e molto meno ne le cose caduche e mortali. </p></sp>
	<sp><speaker>A.M.</speaker><p> Non è; ma dove sarà ella? forse ne la natura angelica o pur ne l'anima umana, signor Geronimo? </p></sp>
	<sp><speaker>G.R.</speaker> <p>Ne l'una ne l'altra per mio parere. </p></sp>
	<sp><speaker>A.M.</speaker><p> Ma se l'anima, come si scrive, è composta di quel ch'è indivisibile e di quel che si può dividere, la parte divisibile è soggetta a le mutazioni e a l'alterazioni e per conseguente assai meno capace di bellezza; l'altra che non si può partire è, s'io non m'inganno, assai bella, ma la bellezza in lei non è tirannide, non regno, non inganno, non violenza, non proporzione, non misura, non vittoria de la materia, non onore participato al corpo: e quantunque io non nieghi ch'ella sia un non so che d'eterno e divino, non so però quel che sia, perché, se potesse definirsi, potrebbe aver termine; ma la bellezza de l'anima peraventura non patisce d'esser descritta o circoscritta dal luoco, dal tempo, da la materia o da le parole, e 'l ricercarne più oltra è peraventura ardire e presunzione o fede troppo animosa e simile a quella di coloro che, passando dentro al velo del tempio, entrano in <emph><foreign lang="lat">sancta sanctorum</foreign></emph>. Ivi si conosce, ivi si contempla, ivi solamente si può sapere quel che ella sia; ma noi altri fuor del velo andiamo rimirando le colonne e le travi di cedro e di cipresso odorifero, gli archi, la testudine, il vaso e l'imagini da le quali è sostenuto, chiamando bello quel ch'appare o che pare più tosto e lusinga i nostri sentimenti: però non v'ingannaste, signor Geronimo, quando consacraste a la gloria immortale de la signora donna Giovanna d'Aragona il <emph>Tempio</emph>, perché nulla cosa è più simile a la bellezza che 'l tempio. </p></sp>
	<sp><speaker>G.R.</speaker> <p>Io veramente fui l'archittetto di quel maraviglioso magistero; ma tante furono l'imagini, tanti i pittori, tanti gli scultori di tutte le nazioni, i quali ivi dimostrarono quanto avevano d'ingegno e d'artificio, ch'a me toccò la minor parte de la fatica e de l'onore similmente. </p></sp>
	<sp><speaker>A.M.</speaker><p> O voi glorioso, e gloriosi i poeti a' quali fu conceduto di celebrarla, perché ne le sue laudi furono simili a coloro i quali cantano le laudi divine; ma ella oltre tutti gli altri è gloriosissima ch'a voi fece parte de la sua gloria: e direi bellissima com'è descritta dal Nifo, s'io devessi a guisa di peripatetico in questa materia scrivere e ragionare. </p></sp>
	<sp><speaker>G.R.</speaker> <p>Bellissima almeno è l'anima sua, quantunque la lunga età non abbia tolta al corpo la grazia e la maestà. </p></sp>
	<sp><speaker>A.M.</speaker><p> Questo è così creduto da tutti, bench'il velo de l'umanità sia impedimento a la contemplazione; ma in qual modo crediamo, signor Girolamo, che l'anima divenga bella? </p></sp>
	<sp><speaker>G.R.</speaker> <p>Ciò meglio si può apprendere da l'imitazione di questa signora che da niuna altra ragione o artificio. </p></sp>
	<sp><speaker>A.M.</speaker><p> Assomigliam dunque il suo intelletto medesimo a lo scultore il quale, volendo fare una bella statua, parte ne taglia, parte ancora ne drizza e ne rade per nettarla, parte ne liscia e ne polisce insino a tanto ch'appaia ne la statua una bella faccia espressa co 'l suo artificio: così potranno l'altre co 'l suo essempio, togliendole il soverchio, dirizzando quel ch'appare distorto e obliquo, illustrando le cose oscure, essercitarsi ne la propia statua e non cessar prima che risplenda una divina luce de la virtù, con la quale si veda la temperanza sedere in maestà. </p></sp>
	<sp><speaker>G.R.</speaker> <p>Maravigliose scultrici sono quelle che sovra le colonne de la propia nobiltà hanno polite le statue d'eterna bellezza. </p></sp>
	<sp><speaker>A.M.</speaker><p> Dicono ancora che l'anima non si fa bella per acquisto d'alcuna cosa esteriore, ma purgandosi a guisa di fuoco ne la fiamma: laonde le umane virtù, che paiono così belle, altro non sono che purgazione de l'impurità appresa in loro per la compagnia del corpo. Sono dunque le virtù naturali ne l'anima e nativa è la bellezza; ma la bruttezza è straniera e derivata da la contagione del corpo, e sciocco è senza fallo il giudicio di coloro i quali cercano la bellezza in queste membra terrene: e mi paiono simili a quelli che rimirano l'imagini e l'ombre ne l'acque, come si favoleggia di Narcisso, e, mentre abbracciano l'onde e i fuggitivi simolacri, restano sommersi senza avedersene. Però alcuno potrebbe sgridarci: “Fuggiamo, amici, da questi fonti e da queste acque ingannatrici, e ne la dolce patria facciamo ritorno. Ma qual ragione è nel fuggire? O per quale strada fuggiremo gli incanti e le malie di Circe? Benché la favola d'Ulisse, oscura anzi che no, ci dimostri la via de la fuga, schivando que' piacevoli oggetti i quali ci si fanno quasi a l'incontro e allettano i sentimenti. Ma dove è la nostra patria, donde venimo, là debbiamo ritornare. Qual sarà dunque la fuga? Qual l'armata che ci conduca? Già non si può fuggire a piè, perch'i piè portano in una altra terra assai lontana: né per questa cagione debbiamo apprestarci cavalli da cavalcare o navi da navigare; ma tutte queste cose a dietro si debbiano tralasciare, anzi non si dee pur riguardarle, ma fuggir con gli occhi del corpo, usando in quella vece gli occhi de la mente, i quali hanno tutti, ma da pochi sono usati”. Però accortamente disse quel nostro giovine poeta, anzi ancora fanciullo, di cui molti fanno alto e maraviglioso presagio: piaccia a Dio che l'infelicità de la fortuna non perturbi la felicità de l'ingegno. Udiste mai questi versi?

	<quote rend="block"><lg>
<l>Io, che forma terrena in terra scorsi, </l>
<l>Rinchiusi i lumi e dissi: Ahi, com'è stolto</l>
<l>Sguardo ch'in lei sia d'affisarsi ardito. </l>
	<l>Ma de l'altro periglio or non m'accorsi, </l>
<l>Che mi fu per gli orecchi il cor ferito, </l>
<l>E i detti andaro ove non giunse il volto. </l>
</lg></quote></p>
</sp>

	<sp><speaker>G.R.</speaker> <p>Sono i versi, se non m'inganno, di Torquato, figliuolo del signor Bernardo Tasso, ch'in anni giovenili ha mossa di sé molta espettazione. </p></sp>
	<sp><speaker>A.M.</speaker><p> Sottile senza dubbio è l'avedimento del giovine, co 'l quale ci ammonisce a fuggir non solamente con gli occhi rinchiusi ma con gli orecchi: ma egli, incappato ne le reti d'Amore e punto da' suoi strali, non è presto a la fuga. </p></sp>
	<sp><speaker>G.R.</speaker> <p>Io sono omai attempato anzi che no, ma non ho ancora molto sospetto de le cose belle e piacevoli: anzi alcuna volta vorrei mille occhi e mille orecchi per mirare e per udire a pieno la bellezza e l'armonia de la mia signora, la qual a guisa di sole ci dimostra una obliqua via di salire al cielo e di tornare a noi medesimi. Ma voi, signor Minturno, sete troppo severo ne l'opinioni e ne' pensieri, e quasi dimenticato de' vostri amori e del vostro amore innamorato. Io nondimeno soglio prestar credenza a coloro i quali vogliono che la bellezza sia proporzione e misura de le cose c'hanno parti dissimili: laonde né la terra né l'acqua né l'aria né 'l foco né 'l cielo medesimo è bello, perch'egli non ha parti dissomiglianti di figura e di natura, bench'egli sia scolpito e adorno; e però, se crediamo a Plinio, è detto <emph><foreign lang="lat"> caelum</foreign></emph>. Non parlo de gli angeli e d'Iddio, il quale per opinione d'alcuno non è bello né perfetto, perché non è fatto: ma se gli angeli son belli in cielo, niuna cosa in terra è più bella di quella signora, ch'è di costumi e di natura veramente angelica. </p></sp>
	<sp><speaker>A.M.</speaker><p> Io non voglio con voi di ciò più lunga contesa: credete dunque a vostro senno, sol che non ve ne privi questa vostra cortese opinione, la qual v'è ficcata ne la testa

<quote rend="block"><lg>
<l>Per maggior chiodi che d'altrui sermone: </l>
</lg></quote></p>

<p>per la liberalità dico, del signor marchese suo padre, in cui la prudenza, il valore e tutte l'arti civili e militari sono bellissime virtù e degne di lode immortale.</p></sp>
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</body>
</text>
</TEI.2>
