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      <title>Allegoria della Gerusalemme liberata</title>
      <author>Torquato Tasso</author>
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      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
      <pubPlace>Roma</pubPlace>
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      <title>Collezione BibIt</title>
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        <title>Tutte le opere</title>
        <author>Tasso, Torquato</author>
        <editor id="ed">Quondam, Amedeo</editor>
        <publisher>Lexis Progetti Editoriali</publisher>
        <pubPlace>Roma</pubPlace>
        <date>1997</date>
        <note>L'edizione elettronica fa riferimento al testo Le prose diverse, a cura di C. Guasti, I, Firenze, Le Monnier 1875.</note>
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                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
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                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
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<div1><head>ALLEGORIA DELLA GERUSALEMME LIBERATA.</head>
<p>L'eroica poesia, quasi animale in cui due nature si
congiungono, d'imitazione e d'allegoria è composta. Con
quella alletta a sè gli animi e gli orecchi degli uomini, e
maravigliosamente gli diletta; con questa nella virtù o
nella scienza, o nell'una e nell'altra, gli ammaestra. E sì
come l'epica imitazione altro già mai non è che somiglianza
ed imagine d'azione umana; così suole l'allegoria degli
Epici, dell'umana vita esserci figura. Ma l'imitazione
riguarda l'azioni dell'uomo, che sono a i sensi esteriori
sottoposte; ed intorno ad esse principalmente affaticandosi,
cerca di rappresentarle con parole efficaci ed espressive,
ed atte a por chiaramente dinanzi a gli occhi corporali le
cose rappresentate: nè considera i costumi, o gli affetti, o
i discorsi dell'animo in quanto essi sono intrinseci; ma
solamente in quanto fuori se n'escono, e nel parlare e negli
atti e nell'opere manifestandosi accompagnano l'azione.
L'allegoria, all'incontra, rimira le passioni e le opinioni
ed i costumi, non solo in quanto essi appaiono, ma
principalmente nel lor essere intrinseco; e più oscuramente
le significa con note (per così dire) misteriose, e che solo
da i conoscitori della natura delle cose possono essere a
pieno comprese. Ora lassando l'imitazion da parte,
dell'allegoria, ch'è nostro proposito, ragionerò. Ella, sì
come è doppia la vita degli uomini, così or dell'una or
dell'altra ci suole essere figura: però che ordinariamente
per uomo intendiamo questo composto di corpo e d'anima e di
mente; ed allora vita umana si dice quella che di tal
composto è propria, nelle operazioni della quale ciascuna
parte d'esso concorre; ed operando, quella perfezione
acquista, della quale per sua natura è capace. Alcuna volta,
benchè più di rado, per uomo s'intende non il composto, ma
la nobilissima parte d'esso, cioè la mente: e secondo
quest'ultimo significato si dirà, che il viver dell'uomo sia
il contemplare e l'operare semplicemente con l'intelletto;
come che questa vita molto paia participare della divinità,
e quasi transumanandosi angelica divenire. Or della vita
dell'uomo contemplante è figura la Comedia di Dante, e
l'Odissea quasi in ogni sua parte: ma la vita civile in
tutta l'Iliade si vede adombrata, e nell'Eneide ancora,
benchè in questa si scorga più tosto un mescolamento
d'azione e di contemplazione: ma perchè l'uomo contemplativo
è solitario, e l'attivo vive nella compagnia civile; quindi
avviene che Dante, ed Ulisse nella sua partita da Calipso,
si fingano non accompagnati da esercito o da moltitudine di
seguaci, ma soli si fingano; dove Agamennone ed Achille ci
sono descritti, l'uno generale dell'esercito Greco, l'altro
conduttiere di molte schiere de' Mirmidoni. Ed Enea si vede
accompagnato quando combatte e quando fa l'altre civili
operazioni; ma quando scende a l'Inferno ed a i Campi Elisi,
lassa i compagni, e resta, non ch'altri, il suo fedele
Acate, il quale non soleva mai dal fianco allontanarglisi.
Nè a caso finge il Poeta, che vada egli solo; perchè in quel
suo viaggio ci è significata una sua contemplazione delle
pene e de' premi, che nell'altro secolo a l'anime buone ed a
le ree si riserbano. Oltra di ciò, l'operazion
dell'intelletto speculativo, che è operazion d'una sola
potenza, commodamente da l'azion d'un solo ci vien figurata;
ma l'operazion politica, che procede da l'intelletto ed
insieme da l'altre potenze dell'animo, che sono quasi
cittadini uniti in una republica, non può così commodamente
essere adombrata d'azione in cui molti insieme e ad un fine
operanti non concorrano. A queste ragioni ed a questi esempi
avendo io riguardo, formai l'Allegoria del mio poema tale
quale ora si manifesterà.</p>
<p>L'esercito composto di varii principi e d'altri soldati
cristiani, significa l'uomo virile, il quale è composto
d'anima e di corpo: e d'anima non semplice, ma distinta in
molte e varie potenze. Gerusalemme, città forte ed in aspra
e montuosa regione collocata; a la quale, sì come ad ultimo
fine, sono dirizzate tutte le imprese dell'esercito fedele;
ci segna la felicità civile, qual però conviene ad uomo
cristiano, come più sotto si dichiarerà: la quale è un bene
molto difficil da conseguire, e posto in cima a l'alpestre e
faticoso giogo della virtù: ed a questo sono volte, come ad
ultima meta, tutte le azioni dell'uomo politico. Goffredo,
che di tutta questa adunanza è capitano, è in vece
dell'intelletto, e particolarmente di quell'intelletto che
considera non le cose necessarie, ma le mutabili, e che
possono variamente avvenire. Ed egli, per voler d'Iddio e
de' principi, è eletto capitano in questa impresa. Però che
l'intelletto è da Dio e da la natura constituito signore
sovra l'altre virtù dell'anima, e sovra il corpo; e comanda
a quelle con potestà civile, ed a queste con imperio regale.
Rinaldo, Tancredi, e gli altri principi sono in luogo
dell'altre potenze dell'animo; ed il corpo da i soldati men
nobili ci vien dinotato. E perchè per l'imperfezione
dell'umana natura, e per gl'inganni dell'inimico d'essa,
l'uomo non perviene a questa felicità senza molte interne
difficoltà e senza trovar fra via molti esterni impedimenti,
questi tutti ci sono da la figura poetica dinotati. La morte
di Sveno e de' compagni, i quali, non congiunti al campo, ma
lontani, sono uccisi, può dimostrarci la perdita che l'uomo
civile fa degli amici e de' seguaci, e d'altri beni esterni,
che sono instrumenti della virtù ed aiuti a conseguir la
felicità. Gli eserciti e d'Africa e d'Asia, e le pugne
avverse, altro non sono che i nemici e le sciagure e gli
accidenti di contraria fortuna. Ma venendo a gli intrinseci
impedimenti, l'amor che fa vaneggiar Tancredi e gli altri
cavalieri, e gli allontana da Goffredo, e lo sdegno che
desvia Rinaldo da l'impresa, significano il contrasto che
con la ragionevole fanno la concupiscibile e l'irascibile
virtù, e la ribellion loro. I demoni che consultano per
impedir l'acquisto di Gerusalemme, sono insieme figura e
figurato, e ci rappresentano se medesmi, che s'oppongono a
la nostra civile felicità, acciò che ella non ci sia scala a
la cristiana beatitudine. I due magi Ismeno ed Armida,
ministri del Diavolo, che procurano di rimovere i Cristiani
dal guerreggiare, sono due diaboliche tentazioni che
insidiano a due potenze dell'anima nostra, da le quali tutti
i peccati procedono. Ismeno significa quella tentazione che
cerca d'ingannare con false credenze la virtù (per così
dire) opinatrice; Armida è la tentazione che tende insidie a
la potenza ch'appetisce: e così da quello procedono gli
errori dell'opinione, da questa quelli dell'appetito. Gli
incanti d'Ismeno nella selva, che ingannano con delusioni,
altro non significano che la falsità delle ragioni e delle
persuasioni, la qual si genera nella selva, ciò è nella
moltitudine e varietà de' pareri e de' discorsi umani. E
però che l'uomo segue il vizio e fugge la virtù, o stimando
che le fatiche ed i pericoli siano mali gravissimi ed
insopportabili, o giudicando (come giudicò Epicuro ed i suoi
seguaci) che ne' piaceri e nell'ozio si ritrovi la felicità,
per questo doppio è l'incanto e la delusione. Il fuoco, il
turbine, le tenebre, i mostri e l'altre sì fatte apparenze;
sono gl'ingannevoli argomenti che ci dimostrano le oneste
fatiche, gli onorati pericoli, sotto imagine di male. I
fiori, i fonti, i ruscelli, gl'instrumenti musici, le ninfe;
sono i fallaci sillogismi che ci mettono innanzi gli agi e i
diletti del senso sotto apparenza di bene. Ma tanto basti
aver detto degl'impedimenti che truova l'uomo così in se
stesso, come fuori di sè: però che, se ben d'alcune cose non
si è espressa la allegoria, con questi principii ciascuno
per se stesso potrà investigarla. Ora passiamo a gli aiuti
esterni ed interni, e co' quali l'uomo civile superando ogni
difficultà, si conduce a la desiderata felicità. Lo scudo di
diamante che ricopre Raimondo, e poi si mostra apparecchiato
in difesa di Goffredo, deve intendersi per la particolare
custodia del Signor Iddio. Gli angioli significano or
l'aiuto divino, ed or le divine inspirazioni; le quali
ancora ci sono adombrate nel sogno di Goffredo e ne' ricordi
dell'Eremita. Ma l'Eremita, che per la liberazione di
Rinaldo indrizza i due messaggieri al Saggio, figura la
cognizione sopranaturale ricevuta per divina grazia, sì come
il Saggio la umana sapienza. Imperò che da l'umana sapienza
e da la cognizione dell'opere della natura, e de magisteri
suoi, si genera e si conferma negli animi nostri la
giustizia, la temperanza, il disprezzo della morte e delle
cose mortali, la magnanimità, ed ogn'altra virtù morale: e
grande aiuto può ricever l'uomo civile in ciascuna sua
operazione da la contemplazione. Si finge che questo Saggio
fosse nel suo nascimento pagano; ma che, da l'Eremita
convertito a la vera fede, si sia renduto cristiano; e
ch'avendo deposta la sua prima arroganza, non molto presuma
del suo sapere, ma s'acqueti al giudizio del Maestro. Però
che la filosofia nacque e si nutrì tra' Gentili nell'Egitto
e nella Grecia, e di là a noi trapassò; presontuosa di se
stessa, e miscredente, e audace e superba fuor di misura: ma
da san Tomaso e da gli altri santi Dottori è stata fatta
discepola e ministra della teologia; e, divenuta per opera
loro modesta e più religiosa, nessuna cosa ardisce
temerariamente affermare contra quello che a la sua maestra
è rivelato. Nè indarno è introdotta la persona di questo
Saggio; potendo per consiglio solo dell'Eremita esser
trovato e ricondotto Rinaldo: per che ella s'introduce per
dimostrare che la grazia del Signor Iddio non opera sempre
negli uomini immediatamente, o per mezzi estraordinarii, ma
fa molte fiate sue operazioni per mezzi naturali. Ed è molto
ragionevole che Goffredo, il quale di pietà e di religione
avanza tutti gli altri, ed è, come abbiamo detto, figura
dell'intelletto, sia particolarmente favorito e privilegiato
con grazie le quali a nissun altro non siano communicate.
Questa umana sapienza, adunque, indirizzata da virtù
superiore, libera l'anima sensitiva dal vizio, e v'introduce
la moral virtù. Ma perchè questa non basta, Pietro Eremita
confessa Goffredo e Rinaldo, e prima avea convertito
Tancredi: ma essendo Goffredo e Rinaldo le due persone che
nel poema tengono il loco principale, non sarà forse se non
caro a' lettori che io, replicando alcuna delle già dette
cose, minutamente manifesti l'allegorico senso che sotto il
velo delle loro azioni si nasconde. Goffredo, il qual tiene
il primo luogo nella favola, altro non è nell'allegoria che
l'intelletto; il che si accenna in alcun luogo del poema,
come in quel verso:
<quote rend="block"><p>
<hi rend="italic">Tu il senno sol, tu sol lo scettro adopra;</hi></p></quote>
e più chiaramente in quell'altro:
<quote rend="block"><p>
<hi rend="italic">L'anima tua, mente del campo e vita;</hi></p></quote>
e si soggiunge «vita», perchè nelle potenze più nobili le
men nobili son contenute. Rinaldo dunque, il quale
nell'azione è nel secondo grado d'onore, deve ancora
nell'allegoria in grado corrispondente esser collocato: ma
qual sia questa potenza dell'animo che tiene il secondo
grado di dignità, or si farà manifesto. Irascibile è quella
la quale fra tutte l'altre potenze dell'anima men
s'allontana da la nobiltà della mente; intanto che par che
Platone cerchi, dubitando, s'ella sia diversa da la ragione,
o no. E tale ella è nell'animo, quali sono nell'adunanza
degli uomini i guerrieri: e sì come di costoro è ufficio,
ubidendo a i principi che hanno l'arte e la scienza del
comandare, combattere contra i nemici; così è debito
dell'irascibile, parte dell'animo guerriera e robusta,
armarsi per la ragione contra le concupiscenze, e con quella
veemenza e ferocità, che è propria di lei, ribattere e
discacciare tutto quello che può essere d'impedinento a la
felicità: ma quando essa non ubidisce a la ragione, ma si
lascia trasportare dal suo proprio impeto, a le volte
avviene che combatte non contra le concupiscenze, ma per le
concupiscenze; o a guisa di cane, reo custode, non morde i
ladri, ma gli armenti. Questa virtù impetuosa, veemente ed
invitta, come che non possa interamente essere da un sol
cavaliero figurata, è nondimeno principalmente significata
da Rinaldo; come ben s'accenna in quel verso ove di lui si
parla:
<quote rend="block"><p>
<hi rend="italic">Sdegno guerrier della ragion feroce</hi>.</p></quote>
Il quale mentre combattendo contra Gernando trapassa i
termini della vendetta civile, e mentre serve ad Armida ci
può dinotare l'ira non governata da la ragione; mentre
disincanta la selva, espugna la città, rompe l'esercito
nemico, l'ira dirizzata da la ragione. Il ritorno dunque di
Rinaldo e la riconciliazion sua con Goffredo, altro non
significa che l'ubidienza che rende la potenza irascibile a
la ragionevole. Ed in queste riconciliazioni due cose si
avvertiscano: l'una, che Goffredo con civil moderazione si
mostra superiore a Rinaldo; il che c'insegna, che la ragione
comanda a l'ira non regalmente, ma cittadinescamente:
all'incontra Goffredo, imperiosamente imprigionando
Argillano, reprime la sedizione per darci a divedere che la
potestà della mente sovra il corpo è regia e signorile.
L'altra cosa degna di considerazione è, che, sì come la
parte ragionevole non dee (chè molto in ciò s'ingannorono
gli Stoici) escludere l'irascibile da le azioni, nè
usurparsi gli uffici di lei; chè questa usurpazione sarebbe
contra la giustizia naturale; ma dee farsela compagna e
ministra: così non doveva Goffredo tentar la ventura del
bosco egli medesimo, nè attribuirsi gli altri uffici debiti
a Rinaldo. Minor artificio, dunque, si sarebbe dimostro, e
minor riguardo avuto a quella utilità la quale il Poeta,
come sottoposto al Politico, deve aver per fine, quando si
fosse finto che da Goffredo solo fosse stato operato tutto
ciò che era necessario per la espugnazione di Gerusalemme.
Non è contrario o diverso da quello che s'è detto, ponendo
Rinaldo e Goffredo per segno della ragionevole e della
irascibile virtù, quel che dice Ugone nel sogno, quando
paragona l'uno al capo e l'altro a la destra: perchè il capo
(se crediamo a Platone) è sede della ragione; e la destra,
se non è sede dell'ira, è almeno suo principalissimo
instrumento. Ma per venir finalmente a la conclusione;
l'esercito in cui già Rinaldo e tutti gli altri cavalieri,
per grazia d'Iddio e per umano avvedimento, sono ritornati e
sono ubidienti al Capitano, significa l'uomo già ridotto
nello stato della giustizia naturale, quando le potenze
superiori comandano come debbono, e le inferiori ubidiscono:
ed oltre a ciò, nello stato della ubidienza divina, allora
facilmente è disincantato il bosco, espugnata la città, e
sconfitto l'esercito nemico; cioè, superati agevolmente
tutti gli esterni impedimenti, l'uomo conseguisce la
felicità politica. Ma perchè questa civile beatitudine non
deve esser ultimo segno dell'uomo cristiano, ma deve egli
mirar più alto a la cristiana felicità; per questo non
desidera Goffredo d'espugnar la terrena Gerusalemme per
averne semplicemente il dominio temporale, ma perchè in essa
si celebri il culto divino, e possa il Sepolcro liberamente
esser visitato da' pii e devoti peregrini. E si chiude il
Poema nella adorazione di Goffredo, per dimostrarci che
l'intelletto, affaticato nelle azioni civili, deve
finalmente riposarsi nelle orazioni e nelle contemplazioni
de' beni dell'altra vita beatissima ed immortale.</p></div1></body></text></TEI.2>
