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      <title>Relazione di Marco Contarini (1746)</title>
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        <title>Relazioni di ambasciatori veneti al Senato : tratte dalle migliori edizioni disponibili e ordinate cronologicamente</title>
        <author>Firpo, Luigi</author>
        <publisher>Bottega d'Erasmo</publisher>
        <pubPlace>Torino</pubPlace>
        <date>1965</date>
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                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
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<div1 n="Relazione di Marco Contarini (1746)">
<opener><salute>Serenissimo Prencipe. </salute></opener>
<p>Antiche sapientissime leggi de' maggiori indifferentemente 
prescrivono a quelli, che hanno avuto l'onore di servire Vostra Serenità alle Corti, di rassegnare al ritorno relazione di quanto sia 
occorso di notabile nei tempi di lor residenza, o in riguardo a cose 
di mondo, o molto più per ciò che appartenesse a qualunque interesse 
dell'Eccellentissimo Senato. </p>
<p>Benché per gravissime fatalità di salute io non abbia consumato 
il solito triennio di Ambasceria ordinaria alla Corte di Vienna; non 
ostante nel corso di circa nove mesi, tanti furono gli avvenimenti, e 
vicende, che temerei di defraudare le pubbliche intenzioni, se mi 
dispensassi dal riferirle; e sebbene di tempo in tempo ne abbia reso 
conto co' riverenti dispacci, credo pure indispensabile dovere ritoccarne cenno, formando breve serie del politico, e militare di allora, 
nominando le forze, l'economico, e varie altre interne circostanze 
che formavano quel Gabinetto, il quale cangiatosi forse oggidì in 
qualehe parte per la ricuperata dignità Imperiale, a me non spetta 
dire di più di quanto correva in allora. </p>
<p>Giunsi in Vienna ne' primi di Gennaio 1743, ed arrivai in giorni 
non indifferenti, ne' quali la Corte era solamente attenta alla grandezza delle funzioni per il matrimonio dell'Arciduchessa Marianna 
col Prencipe Carlo di Lorena. Terminate quelle illustri splendissime 
nozze, durò pochissimo il giubilo amareggiato particolarmente nella 
Maestà della Regina per la morte del Maresciallo Keweniller, il quale 
aveva sostenuta a fianco del Prencipe Carlo al Reno la campagna 
precedente, ed era destinato in egual posto per l'altra, che dovevasi aprire con molta sollecitudine. Lasciò il detaglio delle disposizioni, che meditava egli di eseguire; ma frappostisi vari accidenti, 
che ritardorono la partenza da Vienna del Prencipe Carlo, e molto 
più differita la di lui comparsa al Reno, per avere prima accompagnata la sposa al Governo delle Fiandre, avvenne, che quanto il 
defonto Maresciallo aveva scritto, non poté combinarsi con la irresoluzione, e dilazioni successe. </p>
<p>Nel frattempo, maneggiò in vari modi la Corte di Vienna di 
assicurarsi del voto di Boemia per il caso di nuova elezione di Imperadore, quale per la infelice costituzione di salute, in cui ritrovavasi Carlo VII fu sempre creduta vicina. Quante scritture siano 
state prodotte all'Elettore di Magonza come Arcicancelliere dell'Impero, non lo ripetto a Vostre Eccellenze, avendole già tutte inserite nelli 
dispacci. Finalmente l'ultima fu admessa da cinque Corti Elettorali, 
e tacitamente registrata nella Cancellaria Imperiale, onde bastò 
questo alla Regina, sicura, che sarebbe stato invitato anche il Regno 
di Boemia alla Dieta di elezione; anzi fu procurato silenzio, per non 
promovere torbidi nelli altri Elettori, che non vi avevano prestato 
preciso consentimento. </p>
<p>E qui non ho da sorpassare, che succeduta appunto l'elezione 
d'Imperadore nel Gran Duca di Toscana, come questo grande avvenimento accaddette dopo la mia partenza da Vienna, così nominerò il 
nuovo Monarca, e la Imperadrice, con que' soli titoli, che correvano 
in allora, e ciò per non uscire dalle proprie ispezioni, e per non 
confondere la serie delle relazioni, che Vostre Eccellenze fanno custodire 
nella segreta, a notizia delle cose correnti, ed a memoria de' posteri. </p>
<p>Continuava la guerra coll'Imperatore Carlo VII, e già la Regina 
possedeva tutta la Baviera, la quale somministrò il sostentamento 
per li quartieri  d'inverno alla maggior parte delle forze Austriache, 
e fu riguardevole il risparmio, che ritrasse il Reggio erario, e l'armata da que' forastieri Stati. </p>
<p>Stava l'Imperatore in Francfort, né mancavano li Ministri di 
Francia, e di Prussia di soffiare risentimento nell'animo di Cesare, 
prestando forze, e consiglio, perché agisse a ricuperarsi il naturale 
paese, e si pretende, che la Spagna, per minorare i mezzi alla Casa 
d'Austria di rivogliersi all'Italia, col turbare il Re di Napoli, e 
coll'impedire a Don Filippo l'ingresso e gli acquisti nella medesima, 
le prometesse gran somme, ed alcune anco ne abbia somministrate. 
Ma il Re di Prussia, sopra ogni altro Prencipe, dava giusta gelosia 
alla Corte di Vienna. L'armo incessante che faceva, manifestò 
che ad onta della recente sonora pace conclusa col possesso di quasi 
tutta la Slesia volesse egli pensare a di più. Accrebbe universale 
amarezza contro questo Prencipe l'aversi comunemente saputa una 
spedizione, che fece a Costantinopoli di persona, sotto altro pretesto, 
per invitare la Porta ad unirsi seco, movendo guerra alla Regina 
nell'Ungheria, e mettendo in vista ragioni di entrambi sopra molta 
porzione di quel Regno. La cosa fu esaminata nel Divano, ma non 
abbracciata, per li motivi che saranno già stati significati a Vostra Signoria 
dall'Eccellentissimo Bailo Donado. </p>
<p>Le gran Corti, e spezialmente quando sono agitate da esterne 
guerre, sentono relazione da qualunque evento, anche de' Prencipi 
più lontani, mutandosi, per così dire, ogni giorno circostanze, che 
meritano rifflesso, e per questo oggetto perdoneranno Vostre Eccellenze se 
non solamente descrivo le cose immediate di quella Corte, dove ho 
servito, ma altresì accenno le più importanti di alcuni Gabinetti di 
Europa, che diedero occasione di qualche cangiamento di massime 
nel Ministero di Vienna. Tra questi avvenimenti vi entra la pace, 
segnata in que' giorni con la Svezia, e la Danimarca, che fece ottimo 
effetto per ingelosire il Turco, posciaché, resa libera di tal modo la 
potenza della Moscovia, dove temerla, né impegnarsi in nuove 
guerre, oltre la gravissima, che lo occupa col Persiano. </p>
<p>Fu sempre oggetto di grande curiosità il sapersi, se la Moscovia 
appunto darà soccorsi, o entrerà in qualche trattato di unione con 
la Regina per le cose di Germania. La parte degli uomini più intesi 
di mondo supponeva, che terminando in forma agradevole alla Russia 
l'affare del Marchése Rotta, come successe, essa averebbe date truppe 
almeno alla Sassonia, onde ne derivasse pure vantaggio di conseguenza alla Corte di Vienna. Comparve, e si rese noto il gran trattato di Worms, che per quanto li Prencipi di Europa avessero procurato di preventivamente scoprirlo, vi lessero qualche articolo, che 
a tutti non piacque. </p>
<p>La troppo grandezza, che per tal mezzo accrescevasi al Re di 
Sardegna, e nella cessione del Piacentino oltre il fiume Nura, e 
nella nota intelligenza e convenzione per il Finale, ingelosì la Francia, e dispiacque ancora alla Regina di Spagna, che non lasciò di 
commettere alli Ministri tutti della Corona alle Corti di palesare 
risentimento, così che crescendo l'impegno di unione alla Casa di 
Borbon continuerebbe ad ardere guerra in ogni parte, dove già era
accesa. </p>
<p>Fu improvisa, ma non indifferente la uscita del figlio del Pretendente Stuardo, e l'essersi egli imbarcato sulla flotta Francese di 
Brest, per tentare un repentino ingresso nei Regni dell'Inghilterra, 
commosse al più alto segno il Governo Brittanico, che custodisce 
con attenta gelosia il presente sistema di libertà e di religione. 
Egualmente si allarmò l'Olanda, ed in brevissimo spazio furono 
spediti reciprochi Ministri da Londra all'Aia; gli uni per ricercare 
soccorsi nella grande congiontura, gli altri per accertare di tutta la 
prontezza e fervore in momento così rimarcabile. </p>
<p>La cosa si stese anche a danno della Regina; mentre li due 
inviati in Vienna d'Inghilterra e di Olanda furono comandati di 
esporre, che per sopravenienza di tanto peso non potevano mantenerle quegli aiuti di forze promesse, e solamente l'Inghilterra le confermò li sedeci mila Hannoveriani, a' quali pensava di non far passare 
il mare, avendo nei propri Regni gente bastevole, quando l'Olanda 
le dava quell'assistenza di milizia e di navi che prometteva. Entrata 
nel mentre in Oceano la flotta Francese nacque la gran tempesta, 
che l'obbligò a retrocedere, né più si vide, né più si seppe per tanto 
tempo cosa fosse stato del Giovane Prencipe. Andarono perciò in 
allora cessandole grandi agitazioni per il tentativo; nonostante l'Olanda 
mandò sei mila nomini con qualche vascello, e ne preparava più assai. 
Per tre mesi si dilaziorono però i rinforzi all'armata degli alleati in 
Fiandra, e ne s'offerse l'interesse della Regina, mentre li venti mila 
primi Olandesi giunsero tardi, e tardissimo, e quasi al chiudere delle 
mozioni militari gli altri dodeci mila, che la Republica le aggiunse. </p>
<p>Sebbene non poteva la Francia agire con più di ostilità contro 
l'Inghiltera, che nell'assistere, almeno per le proprie mire, il figlio 
Stuardo, nonostante intimòlle formalmente aperta guerra, la dichiarazione della quale per qualche settimana fu in modo vario interpretata, 
per le incerte espressioni, che comprendeva, cioè di Re d'Inghilterra, 
e come Elettore di Hannover. Ma il fatto fu, che le forze Inglesi 
terrestri, e maritime, essendo già pronte, uscirono, previa la risposta 
di guerra, che essa pure dichiariva alla Francia, prendendo rispettivamente un congruo termine per avvertire li mercanti per le imbarcazioni, e poscia permisero le prede, rilasciando patenti ad armatori, 
e portando il teatro della guerra nelle Fiandre, richiamati li Ministri 
delle due Corti. Tutti osservavano, e spezialmente il Gabinetto di 
Vienna, se l'Olanda, come Alleata dell'Inghilterra, entrava nell'impegno. </p>
<p>Poco dopo fu anche dichiarita dalla Francia guerra alla Regina, 
che non si considerò di avere un nemico di più, mentre già i Francesi, 
al Reno, nell'Impero, e nelle Fiandre, operavano uniti ad altri Prencipi, ed anche soli, a danno di Casa d'Austria. Nulladimeno rispose 
con formalità alla Francia, ed allora incominciò a farsi più solenne 
l'universale incendio con probabile sicurezza di non breve durata. </p>
<p>L'Olanda, che come indicai a Vostra Signoria, era venuta oggetto di 
grande osservazione, invitata dall'Inghilterra, e stimolata dalla 
Regina ad intimare guerra attiva anch'essa alla Francia, per li forti 
motivi di non potersi esimere, in vigor de' trattati, dal prender 
querella, e le ragioni de' suoi amici, studiò co politica di temporeggiare, adoperando bensì le proprie forze contro Francesi, ma non 
in figura di parte belligerante, e spedì due volte un Ambasciadore al 
Re Cristianissimo, al campo, dove era, per indurlo a proggetti, e 
per farsi auttrice di pace comune, onde giovare agli Alleati suoi, e 
sottrarsi da ogni briga maggiore. Il commercio, che è la speziosa 
pupilla de' Stati Generali, restò per così fatte cose illeso, mentre 
non essendo loro in guerra con la Francia, ma solamente di necessaria diffesa agli alleati, la bandiera della nazione non soffriva 
ingiurie. E fu cosa notabilissima, che attaccata da' Francesi la 
prima piazza della Barriera, le tre prime cannonate del presidio 
Olandese fossero senza palla, onde far comprendere con ciò a' Francesi medesimi, che il diffendersi era un effetto, più della necessità, 
che del volere. Quattro piazze della Barriera, come è noto, acquistò 
la Francia in brevissimo spazio, e posso asserire all'Eccellentissimo Senato 
di avere osservata più volte la Regina, turbata della lentezza degli 
Olandesi, per la ragionevole probabilità di perdere anche le rimanenti; dando modo alle armi Francesi di stendersi estremamente 
nelle Fiandre, e divenire oggetto di maggiore gelosia a que' Prencipi, 
la sussistenza, e sicurezza dei quali dipende spezialmente dall'equilibrio di Europa. Manifestava la Maestà Sua il dispiacimento universalmente, e lo disse a me pure, che questo era un scostarsi affatto 
dal proprio dovere, assunto con il trattato di barriera fra l'Imperatore Carlo di lei Padre, e quella Republica, cioè di mantenere pressidiate, con tanto numero di milizia e di ogn'altro attreccio necessario, le piazze consegnatele, per il quale impegno Casa d'Austria 
ogni anno esborsa, o rilascia agli Stati Generali somme non indifferenti, 
e volse esprimersi Sua Maestà, meco seguitando il discorso, che nelle due 
piazze d'Ipri e di Furnes non vi era la quinta parte né della gente, 
né delle munizioni capitolate. </p>
<p>Nel frattempo giunse il Prencipe Carlo al Reno, dove aveva il 
fiore delle forze Austriache, perché certamente superiore al numero 
di cento e quattro mila soldati, gente eletta, ed aguerrita. A precisa 
battaglia mai s'incontrò co' Francesi, benché uniti questi agli 
Imperiali non vi fosse notabile disparità fra li due eserciti. Ebbe 
egli in mente di effettuare ciò che sapeva pensato, e lasciò scritto il fu 
Maresciallo Keweniller, come significai a Vostre Eccellenze e forse 
maggiormente le premeva di passare il Reno con l'armata, per condurla in Lorena, per la quale conserva amore, e passione di non 
vederla posseduta dalla propria famiglia. Ma sanno Vostre Eccellenze, 
quante fortissime piazze, e quasi inespugnabili, che esistono da 
quella parte. Conobbe il Prencipe, che avendo solamente un esercito (benché grande) in campagna senza fortezze, che difendan le 
spalle, e più ancora senza grossa artiglieria per formare assedi in 
stagione tardissima, era troppo arrischiato il passo, e dové contentarsi di mantenere per due mesi circa le truppe in paese nemico 
facendo solo qualche mozione verso i monti, ed incontrando scaramuccie non rimarcabili. Andava sentendo in Vienna caute, ma universali 
lamentazioni, che si tenesse il miglior nerbo delle forze così lontano, 
ed innoperoso; quando il fatto avvenne, che il Re di Prussia con 
poderosissima armata di sopra ottanta mila Combattenti incominciò 
a marchiare in modo, che tanto poteva dirigersi in Boemia, quanto 
nell'Austria, e la Regina non aveva che circa trenta mila nomini fra Baviera e Moravia, e speranze di conveniente numero di insurgenti Ungari, non però aguerriti, per animare li quali si trasferì tosto in persona 
a Presburg. Li timori non erano rimoti anche per la stessa capitale 
di Vienna, nella quale ritrovavatisi due soli reggimenti, e le fortificazioni fatte con tanta fretta l'anno 1742 per la maggior parte 
devastate, cosicché intrapresero a ripararle con violente sollecitudine, e 
calore. La Corte, ogni ordine di persone, ed il basso popolo comprendevano il pericolo, e sopra tutto temevano, che l'esercito del Prencipe 
Carlo venisse impedito da' nemici di ripassare il Reno, quando giunse 
la gran novella, che non solamente non gli avevano i Francesi ostato 
il regresso, ma che la di lui armata era in piena marchia in tre colonne, 
e che in trenta sei giorni sarebbe stato in grado di opporsi a qualunque idea del nuovo nemico, il che saputosi pure dal Re di Prussia, 
lo fece risolvere di entrare in Boemia, intraprendendo tosto l'assedio 
di Praga per acquistarla, prima che sopravenisse il grosso delle 
truppe Austriache, giacché in allora il numero era scarso, di quelle 
che potevano li Comandanti della Regina far chiudere nel pressidio 
della vasta Città, e di picolissimo rimarco il rimanente, che doveva 
formare il campo di diversione agli Assedianti. Con brevissimo intervallo, e con poco sangue acquistò il Prussiano la Città di Praga, e furono 
così forti, e rissolute le minaccie de' vincitori alli abitanti, che intimoriti per li omicidi, et incendi già incominciati senza distinzione, 
loro stessi obbligorono il pressidio de' castelli ad arrendersi, a condizioni disavvantaggiose, e di poco onore. Negli istanti di staccarmi 
da Vienna venne l'espresso con queste notizie, le quali più dispiacquero 
alla Corte, perché, presa Praga così sollecitamente, non vedeva come 
potesse intrattenersi il nemico fino che giugnesse la grande armata dal 
Reno a divertire ogn'altro passo. E qui conosco, Prencipe Serenissimo, dover sospendere qualunque descrizione delle cose, accadute 
poscia nella Germania, nell'Impero, e nelle Fiandre, mentre a me 
non spetta, che riferire ciò di che fui testimonio in attualità di Ministero. Solamente merita contezza quanto li Francesi siano stati incolpati dagli Imperiali, e da' Prussiani della innazione al Reno, tanto 
decisiva alli riguardi de' loro Alleati. </p>
<p>La malattia gravissima, che soffriva il Re Cristianissimo in 
Metz in que' giorni, fu il motivo, con cui si copersero li Comandanti 
del loro ozio, per altro universalmente creduto di massima, per non 
voler troppo oppressa Casa d'Austria, e mantenere bilanciate le forze 
de' Prencipi di Germania. </p>
<p>Ho fin'ora tacciute ogni avvenimento d'Italia, per formarne 
separato paragrafo, come di cosa, in cui più d'avvicino vi possono 
essere oggetti di interessante curiosità per l'Eccellentissimo Senato. E devo 
perciò ritoccare il trattato di Worms, grande in sé, e maggiore forse 
per le conseguenze, non ancora rischiarate, dell'avvenire. Comprendendo la mentovata cessione del Piacentino al Re di Sardegna, ben 
conoscono Vostre Eccellenze quanto maggior piede sia stato accordato di ponere 
a questo Prencipe nella Provincia. Già continuar nel possedimento del 
Tortonese, ed altre adiacenze acquistate, e cedute nel precorso 
movimento d'armi in Italia, anzi per assicurarsi ampiezza più considerabile, volle aprirsi il caso del Finale, da cui le deriverebbe l'opportunità del commercio, e della navigazione. A maggior sorte di 
questo Re si strinse in fortissimo nodo di alleanza con l'Inghilterra, la 
quale gli somministra, durante la guerra, duecento mila lire Sterline 
all'anno, e queste per essere Alleato della Regina di Ungheria, e 
difendere di unanime consentimento i reciprochi Stati d'Italia, ad 
esclusione di altri Prencipi forastieri. Pretese adunque il Re, che la 
Corte di Vienna dovesse mantenere milizia numerosa in Lombardia, 
il che sarebbe anche stato in allora pure eseguito, se il tentativo per 
Napoli non avesse intieramente assorbite le forze, per darle tutte 
al Prencipe Lobkowitz, che le comandava in Veletri. All'incontro non 
piaceva alla Regina, che tanto insistesse il Re Sardo a voler gente da 
lei per Lombardia, quando sapeva egli, esservi in di lui favore 
articolo segreto nel trattato di Worms, che spiega, per quanto dicesi, 
di rimettere nella Casa di Savoia il Regno di Sicilia, quando ritornasse in quella  d'Austria l'altro di Napoli, onde anzi pareva a Vienna, 
che il Re dovesse vedere di buon occhio il tentativo delle Sicilie, e 
lasciar correre che l'Armiraglio Inglese Mathews staccasse qualche 
nave dalla sua flotta per fare, con un mediocre sbarco nelle spiaggie 
di Napoli, riguardevole diversione a' Napolispani, e facilitare i progressi oltre il Tronto alla Armata del Lobkowitz. Ma gl'Inglesi 
erano comandati di operare sempre di concerto col Re di Sardegna, 
né questi ebbe cuore di scemare forze maritime nel Mediterraneo, 
coll'invitar forse le flotte Gallispane ad approdare sulle rive di 
Genova, ed aprire sentiero troppo facile anche agli eserciti a lui 
nemici, che campeggiavano nel Piemonte. Furono queste le escusazioni, che faceva in Vienna il Conte Canal, inviato di Sardegna alla 
Sovrana, e di più anzi prestava sempre, perché fosse mandata gente 
in Italia, dimostrando, che il suo Re era troppo occupato ad impedire 
l'ingresso a' nemici dalla parte de' monti, dovendo dividere le proprie limitate forze in varie venute, e che erano lasciate in deplorabile abbandono tutte le piazze, mentre in Milano, in Mantova, e nelle 
altre principali di Lombardia non vi era pressidio, che di poca 
milizia urbana, e di cernide, e seppe l'esperto Ministro così avvedutamente maneggiare le commissioni del suo padrone, che vi interessò nelle medesime anche l'altro inviato Inglese, cosa che non 
fu bene intesa dal Gabinetto di Vienna, poiché come l'amicizia e gli 
aiuti dell'Inghilterra alla Sardegna furono procurati nella presente 
guerra dalla Regina, così pareva, che troppo s'inoltrasse ad interessar 
l'altra, in certo modo, anche in di lei disfavore, e coll'impedire le 
navi per Napoli, e coll'obbligarla a maggiore spedizione di truppe. 
Corsero però senza effetto le premure dell'una, e le rappresentanze 
dell'altro, mentre né il Re lasciò staccare navi per Napoli, né la Regina 
spedì gente nel Milanese, e fu gran sorte, che per estrema ubbidienza 
a' recenti dispacci di Madrid li Comandanti Spagnoli non abbiano 
proseguito quel cammino, che li conduceva tanto prima con sicurezza, e senza opposizione in Italia. Con tutto ciò devo dire a Vostre 
Eccellenze, che tanto era il desiderio della Regina di ricuperare le Sicilie, 
che a questa sola cosa tendevano le sue mire; e so di certo che 
in molti consigli di stato e di guerra fecero con libertà alcuni 
dei principali Ministri rifflessioni gagliarde, perché quello forse non 
fosse il momento migliore per Napoli, ma più tosto di dar gente alla 
Lombardia, aggiugnendo forza al Re di Sardegna, e tentando di 
far decidere, nella campagna di allora, che Don Filippo non dovesse 
divenire Prencipe Italiano. Che assicurata cosa di così alta inspezione, 
era obbligato il Sardo per la recente alleanza di dare poscia soccorsi 
per Napoli, e che a quel tempo anche gli Inglesi farebbero il gioco 
desiderato per rendere agevole, e quasi sicuro l'acquisto. </p>
<p>L'animo, e la mente della Regina sempre inclinata a rettamente 
pensare, e far eseguire, ascoltò bensì ragioni, che non avevano cosa 
contraria, e in questo solo caso sofferse il Gabinetto la disgrazia, che 
l'unico, ma deeisivo voto della padrona fosse così prevenuto, e tendesse di farsi Regina di Napoli, che anzi spiegò con fermezza il voler 
suo, e proibì di più discutere materia già decretata. Non bastò ad 
ogni modo la premura di Sua Maestà per divenirne al possesso, mentre, 
o per disuguaglianza di forze, o per tepidezza in chi le comandava, 
stettero oziose le truppe per tanto tempo, che diminuite da diserzioni, 
da malattie, e dalla picola guerra di scaramuccie sempre sfortunate per 
gli Austriaci, mai poterono tentare azione, né oltrepassare Veletri. </p>
<p>Pressavano sempre più le cose in Germania per la Prussia, 
quando colse il momento il Re di Polonia di proponere un trattato di 
Alleanza con la Regina, promettendole appoggio di Sassoni, appunto 
contro il Re di Prussia, o nella Boemia, o in altro luogo. </p>
<p>Stava a cuore, e infinitamente dispiaceva a tutta la Reale famiglia di Sassonia di vedere inquietato il genero nel possedimento 
de' Regni delle Sicilie, onde è fama che il primo articolo del 
breve trattato, concluso con la Regina fosse: che dovesse seguire 
un armistizio fra lei e la Corte di Napoli, ed ecco in tal modo 
compito, e sciolto quell'accampamento così lungo, et insistente per una 
operazione, nella quale tutti giudicavano un poco acerbo, e troppo 
anticipato il momento. </p>
<p>Terminato anche questo impegnatissimo affare, non però 
rimase libero lo Stato Ecclesiastico da stazione di milizia, che tanto 
lo afflisse da ogni lato, per il che il Pontefice fece varie volte nel 
tempo, che era in Vienna portare dolenze alla Regina dal Cardinal 
Paulucci suo Nunzio. Mai furono ascoltate, mettendo in vista le 
necessità della guerra, e che altre armate, nemiche a lei, dimoravano nelli territori della chiesa, lasciandosi cadere qualche cenno 
del minore disgusto, con cui erano dissimulate. Questi pensieri di 
parzialità accrescevano vie più le amarezze già intavolate fra le due 
Corti, delle quali non fu menzione, mentre nulla risguardano l'interesse dell'Eccellentissimo Senato. </p>
<p>La Repubblica di Genova diede argomento in Vienna a vari 
discorsi, relativi alle cose politiche, e militari di quella Corte, che 
descrivo a Vostre Eccellenze. L'Inviato Marchese Spinola, colà Residente, 
tenne meco lunghissimi ragionamenti, e voleva pure, che io le 
rispondessi; che l'affare del Finale era un nuovo modo di dirigersi 
di alcuni Prencipi, li quali, per accomodare se stessi, dispongono di cose altrui; esempio non indifferente, né da trascurarsi. 
Mai sono uscito in minima cosa, che indicasse né meraviglia, né 
dispiacere, per non darle maggior adito ad internarsi in negozio, 
in cui conobbi la gelosia, le conseguenze, e quanto io dovessi starne 
lontano. </p>
<p>Il fatto sta, che oltre l'articolo, già noto, per il Finale, et 
oltre quello segreto, che si suppone della Sicilia per il Re di Sardegna, ve ne è certamente (per quanto almeno tutti giudicano) un
altro di arcano, inserito nel trattato stesso di Worms, e lo credono 
di partaggio, e da pubblicarsi al caso di pace. La gelosia di questo 
gravissimo mistero ha posto in tanta agitazione il Senato di Genova, 
che quantunque ancora non fossero saldate le gravi spese sofferte per 
li malcontenti di Corsica (non per anco acquietati) fu ad ogni modo 
decretato un armo di 10.000 nomini, il quale poscia andò crescendo, 
aperti già i banchi per due milioni di Genovine a buon conto. </p>
<p>Queste cose che non potevano celarsi dallo Spinola, venivano 
considerate in Vienna a favore de' Spagnoli, e mai disse di più l'Inviato, se non che, a indemnità, e diffesa de' propri Stati, e sudditi, 
la Republica si vedeva obbligata di così contenersi. Ogni settimana 
però scrivevano da Turino, che li Genovesi assistevano li Spagnoli, 
o preparando magazzini, o disponendo artiglierie, o finalmente accordandole passaggi per propri Stati, senza di che l'Infante Don Filippo 
non sarebbe così facilmente entrato in Italia; dalle quali indicanti 
cose pareva sicura e prossima la aperta dichiarazione, di prendere 
partito con il medesimo. Ecco la vista, nella quale ho lasciata quella 
Repubblica. </p>
<p>Vorrei con brevità maggiore riferire alla MaeStà Vostra le forze presenti di Casa d'Austria, di gran lungo diminuite dopo la morte di 
Carlo VI Con tale opportunità dovrò parlare delle Provincie, contermini a quelle dell'Eccellentissimo Senato, e dalle quali pur troppo frequentemente scaturiscono molestie per colpa, a vero dire, alternativa 
de' confinanti. Prima però di entrare in argomento, che esige paragrafo, non unito ad altre materie, descriverò il piede di milizia, che 
manteneva la Regina. Egli era, per li confronti più sicuri, ed imparziali, superiore a due cento mila teste, compresivi circa quaranta 
quattro mila soldati a cavallo, e non computate le genti Ungaresi 
d'insurezione, quali accrescono, e sminuiscono alla giornata, a norma 
degli accidenti, e della volontà della Sovrana, anellando quei popoli 
di contrasegnarle prontezza e divozione. Il corpo però, che mantiene 
Sua Maestà per le guerre presenti è uno sforzo, a cui non corrispondono di gran lunga le rendite ordinarie del Reggio Erario, posciacché 
se l'Imperatore di lei padre con li Regni di Napoli poteva contare 
36.000 milioni di fiorini annui, in adesso senza le Sicilie, senza le 
porzioni del Milanese, e Piacentino, cedute a Sardegna, e finalmente 
senza la rifflessibile ricchissima Slesia tutti accordano, che a venti 
milioni malamente vi arrivi; mentre la dignità Imperiale, che rende 
più di quello, costi l'impegno di sostenerla, e li Stati di Toscana 
sono del marito, né possono dirsi di Casa d'Austria. Li Ministri delle 
finanze stanno sempre agitando per rinvenire sorgenti, da ricavare 
più copiosi modi per tanti impegni, e vi riescono nelle maniere non 
nuove a' Prencipi, li quali poscia in tempi di tranquillità desiderano 
rimettersi in moderato equilibrio. </p>
<p>Ma quasi sopra tutto è prodigiosa l'Inghilterra, instancabile ne' 
suoi aiuti. Non solamente soministra le trecento mila lire sterline 
patuite, ma in nove mesi di mio soggiorno, tre volte ottenne la Regina 
soldo, e mai meno di un milione di fiorini per volta. Né è facile 
pronosticarsi come quella pensi di venire un giorno, almeno di queste 
ultime somme, rimborsata, mentre mancando a Casa d'Austria le miniere 
della Slesia, in altri tempi assegnate, ora perdute, e somiglianti 
mezzi da ritraere quantità grande di soldo, credono tutti, che attenta 
la nazione a sempre progredire in commercio, ciò succeder possa in 
di lei favore dalle parti di Ostenda, se Francesi non opponessero, 
essendovi però altri, che nominano il Porto di Livorno, ma questo 
averebbe conseguenze, ed obbiezioni tali, che né meno può francamente indicarsi il proggetto. </p>
<p>E parlando di commercio la Regina di Ungheria, dacché salì 
al Trono, non poté assaggiare dominio pacifico, anzi dovette sempre 
pensare a guerre, e diffese con sorte varia, ed in qualche momento, 
di grande pericolo. Così non fiorisce né commercio, né arti, e la 
Germania, toltone li naturali prodotti, e le manifatture di quelle date 
cose (nelle quali sono già accostumati ad impiegarsi li instancabili 
Tedeschi), nulla ha di più in presente, né scopersi inclinazione a 
pensarvi. </p>
<p>Sanno già Vostre Eccellenze che lasciai in Vienna l'Inglese Porter, 
spedito da Londra per il noto trattato di commercio, e mi sovviene di 
aver reso conto all'Eccellentissimo Senato, che, ogni dì più, s'incrociava il 
maneggio, e gli stessi Olandesi, che a primo aspetto concepirono 
gelosia, se non fossero stati inclusi nel trattato, o non avessero, 
separati, ottenute pari facilità, parevano contenti col credere che per 
ora almeno niente sarebbe stato effettuato. Il solo Porto di Trieste 
è la cosa non intieramente scordata, avendo ancora mediocre ingerenza in qualche dicasterio alcuni di quei Ministri, che tanto animarono Carlo VI, e che per fino lo ridussero personalmente a visitarlo. 
Conosce il Ministero tutte le opportunità, che derivano ai Prencipi, 
ed ai loro domini dal mare, ma non per questo è da calcolarsi, che 
oggidì si esaminino proposizioni per tali beni. </p>
<p>Li Segnani, e gli altri popoli di que' Contorni ottengono veramente con troppa di facilità patenti di armare in corso, bastando 
ogni picciolo pretesto per accordargliele. Implicata questa grave 
materia da nuova confusione, ella è presentemente divisa sotto 
l'antorità di vari consigli, cioè a quello di guerra, al Prencipe di 
Hibersausen, e fino al Regno di Ungheria per una piciolissima 
porzione di coloro; né basta portar dolenze ad uno per ottenere quelle 
risposte, e quegli ordini, che in passato eran più facili, sebbene 
sempre di eguale giustizia agli oggetti dell'Eccellentissimo Senato. Non vi è 
dubbio, che la virtù de' soggetti, che temporaneamente serviranno 
Vostra Signoria a quella Corte non sappia, secondo i casi, portarne 
querella a chi spetta, ma sopra tutto so, che giova informarne 
Sua Maestà, e direttamente proponerle, che con supremo suo comandamento prescriva, che da un solo abbia a dipendere la disamina del 
dato affare, onde, per una accidentale involutezza di ordine, non 
soffra pregiudizi, e ritardi merito così chiaro, ed evidente. </p>
<p>Estese da molti lati sono le confinazioni, che Vostra Signoria tiene 
con li Stati della Regina, e quasi ogni giorno si odono argomenti di 
reciproche lamentazioni. Ne maneggiai moltissime di ardue, principalmente per il Friuli, Cadore, Istria, Raspo e Vicentino. Non bastano 
sempre verità di ragioni per sostenere la pubblica causa, mentre 
trattasi per lo più con Refferendari, li quali oltre di essere forniti 
delle intrinseche cognizioni col lodevole pretesto di sostenere i 
diritti della Sovrana, appoggiano, e ferocemente proteggono i popoli 
a loro per tali materie commessi. Aveva qualche preventiva contezza 
delle vertenze di Avronzo, e Doblaco, e di quelle ancora di Requaro, 
e Valarsa per due sostenute Rapresentanze nel Vicentino, e Friuli. 
Oserei troppo, se dicessi, che ciò abbia in qualche parte giovato 
all'interesse de' sudditi, non essendomi certamente lasciato vincere, 
almeno nei fatti, quali opponeva con sicurezza, se mi venivano in 
modo equivoco significati. </p>
<p>Così avesse permesso il tempo, che si fossero effettuati i disegni, ed i modelli nel Cadore, ma tardi li Tedeschi, fecero sopravenire la stagione, nella quale furono comandati di sciogliersi per la 
seconda volta dal luogo li deputati, prevedendo, che non potevasi 
ultimare l'opera prima del nuovo cadere delle nevi. Né devo io 
sapere, ciò che sia occorso nel frattempo fin oggi, perciò niente 
aggiungo alla materia; solamente non posso astenermi dal ripetere, 
che se li nostri Avronzani cercheranno, che siino proposti alla Corte 
di Vienna conteggi di danni antichi, e moderni, e che questi si calcolino per asporti, e per consumi specialmente de' Fieni, e Pascoli 
da luoghi contenziosi, la risposta che danno è brevissima, dicendo, 
che quando sarà deciso in massima di quelle precise situazioni, potrà 
allora parlarsi anche di ciò, che fosse stato preventivamente levato
dalle medesime. </p>
<p>Li promiscui, in altra lontana parte del Friuli, sono un vasto 
argomento per non trascurar passo, vegliando sempre, perché l'accortezza, e l'interesse altrui non pregiudichi né il dominio, né li 
sudditi dell'Eccellentissimo Senato. Senza entrare in discussione troppia 
ampia, direi debolmente, non essere questa materia di genere così 
indifferente, né mediocre, che basti una deputazione nobile di terra 
ferma per maneggiarla. Quando li commissari non abbino alla mano 
tutti li documenti, da' quali deriva l'alto dominio in Vostra Serenità, 
né siano loro note tutte le convenzioni, li trattati, le consuetudini, 
e dirò anche le dissimulazioni de' Prencipi per oggetti di prudenza 
secondo i tempi, e i casi, mai potranno sostenere con proffitto il 
maneggio; né tali cose possono sapersi, se non da que' soggetti, 
che hanno l'accesso nella secreta per la serie degli avvenimenti 
rimoti, e che intervengono nell'Eccellentissimo Senato per la prosecuzione 
e contezza de' fatti recenti; oltre di che dovendosi concambiare 
luoghi, acquistarne forse, o venderne a danaro per l'equabilità, e 
per delineare dalli monti al Mare senza intersecazione, facendo tutto 
il trato di un solo Prencipe, e dando all'altro equivalente di terreni 
oltre la linea; ben scorgono Vostre Eccellenze quante viste delicatissime 
averebbe questo trattato, e se il sostenerlo, o per più vero dire, il 
crearlo in via durevole a secoli, e di reciproco odierno consentimento delle parti contrattanti, non sia cosa da bilanciarsi nel modo 
più grave, e posato. Per le esposte ragioni adunque oso indicare, 
che, venendo affrettato in Vienna il Ministero di Vostre Eccellenze per 
nuove unioni delli ordinari deputati, gioveranno sempre le dilazioni, 
finoché la Pubblica sapienza conosca l'opportunità di entrare 
nell'affare in via più solenne, e probabile di ottimo fine. </p>
<p>Nel Vicentino, e nelle parti di Raspo, e dell'Istria, vale molto 
rispondere alle occasioni secondo che avvengono. Appagarebbe assai 
il dimostrare facilità di punire ad esempio qualche suddito, verificato 
trasgressore delle Pubbliche conosciute rettissime prescrizioni di 
non tolerare, né provocare. Di tal modo anche gli esteri starebbero 
più a dovere per timore del castigo, che le derivarebbe con più di 
facilità, quando fosse reciproca questa forma di contenersi. </p>
<p>Il Cancelliere Conte Sailer pressiede a queste vertenze. Nel 
consiglio suo ha luogo il Prencipe d'Hibersausen in molte materie, 
e spezialmente dove si tratti de' littorali maritimi. Ottenne questi 
un'irrevocabile diploma dal fu Imperatore Carlo VI di tanta antorità, 
che nelle Provincie della Stiria, Carintia, Carniola, Cranio e Friuli 
Austriaco devono rispettarlo, come superiore unicamente soggetto 
alla Sovrana. </p>
<p>Nata recente separazione del Contado di Gradisca dal Goriziano 
in favore del Baron Dufin, sarà sempre più rifflessibile il contegno 
di questo nuovo Capitano sopra ogni affare, che risguardi Vostre Eccellenze, 
o per confinazioni appunto nel Friuli, o per maggiori oggetti in 
que' contorni, e saprà la prudenza degli Eccellentissimi Signori Proveditori 
di Palma tenerlo coltivato, avendo in Vienna aderenze, forti a segno, 
Generali che lo fecero superare cosa, sempre opposta da' Goriziani, ed ottenersi in vita, carica da molti, anche per un solo triennio, desiderata. 
Col Prencipe d'Hibersausen, il quale compone inoltre il Consiglio di 
guerra, sarebbe desiderabile, che gli Ambasciadori di V. Stà potessero con più di frequenza seco lui conversare; ma si frappongono 
pretese inadmissibili di cerimoniali, di non visitare primo, e di 
volere il titolo di Altezza. Io però lo vedeva, o alla Corte, o in altri 
luoghi accidentali, e senza precisione di titoli lo trattavo alla Francese, cosicchè se continuavano ad insistere, che sei mila Croati 
dovessero entrare in Italia per il Friuli, come egli è quasi l'arbitro di 
riguardevole porzione di coloro, così oltre li maneggi tenuti col Presidente di guerra, e col Cancelliere Conte d'Ulfeld, averei pure parlato con lui di negozio, troppo importando, che in materia di tanto 
rimarco non si trascurino tutti i modi, che vagliano a ben riuscire. </p>
<p>Sarebbe più imperfetta la presente relazione, se ommettessi 
dire alcune essenziali cose circa la persona di Sua Maestà, della 
Corte, e dei principali Ministri, che formavano quel gabinetto. Difficile sempre il delineare ritratti de' Prencipi, ciò non è certamente 
nel descrivere la Imperadrice Regina, posciachè quando non si voglia 
negarle quelli attributi, che con tanta giustizia le convengono, tutte 
le virtù che la circondano, danno largo argomento di verità per 
descriverla. Possede primamente dotti singolari di animo sempre retto, 
e docilissimo, lontana affatto, anzi nemica delle adulazioni, et attenta 
ad obligare ogn'uno, che se le presenti. Dalla prontezza di mente 
nel distinguere, anche a prima vista, gli affari, nel discernere gli 
obietti, o gli equivoci, che possono avere, ne deriva una sicura decisione di equità, e di giustizia, a grado che mantiene tutti in estrema 
soggezione di non proporle, se non ciò, che sia puramente sereno, e 
discorre de' negozi con tanta penetrazione, che sebbene siano per 
lo più composti, e derivanti da lunga precedente serie de' fatti, ne' 
quali non basta la memoria, ma vi si richiede almeno grande esperienza di governo, non ostante non sorpassa circonstanza alcuna 
essenziale, e domina le materie col più intrinseco, e sostanziale 
possedimento delle medesime; cosa questa tanto più da ammirarsi, 
quanto che è noto, che l'Imperadore Carlo VI non la volle positivamente istrutta de' modi atti al regnare, per non pronosticarsi 
mancanza di un Arciduca in successore. Ha per base immutabile una 
pietà singolare, mai interrota da altre occupazioni, che dilazionino 
un momento le non poche ore destinate al culto Divino, cosicché 
da l'ultimo luogo alli divertimenti della Corte, non mancando però 
di comparire, anche in questi, sempre ilare, e con volto tranquillo. 
In prospera o avversa fortuna possede mirabile imperturbabilità a 
Sì alto grado che sarebbe preggievole in animo virile, proffessando 
un'esterna eguaglianza in ogni evento, che però internamente comprende, e minutamente distingue; ed in oltre mantiene un arcano 
fedelissimo alle materie, il quale difondendosi per conseguenze, e 
per soggezione ne' Ministri, rende più rare, e malagevoli le scoperte 
di ogni genere. La principale, ed unica sua passione era di non 
vedersi eguale il marito, cosicché tutti convenivano nel credere, che 
sebbene desiderasse al più alto segno la pace, mai averebbe aderito 
alla medesima, se non fosse stato prima assicurato allo stesso avvanzamento di titoli, e di diguità, come successe. Stima, ed apprezza 
l'amicizia cogli altri Prencipi per massima di prudenza, ma più forse 
ancora per la docilità di animo, inclinata al bene, </p>
<p>Riguarda con distinzione, ed impegno tutto ciò, che deriva 
dall'Eccellentissimo Senato, avendo più volte avuta la consolazione di sentirmi a dire da Sua Maestà, che la rettitudine, prudenza, e costanza 
delle massime di Vostre Eccellenze le servivan di norma in molti consigli, 
e che l'amicizia di repubblica così vicina a lei, e tanto utile alli 
riguardi della religione sarebbe dal canto suo coltivata, ed accresciuta in ogni tempo con le più sensibili prove di interesse e di 
impegno. </p>
<p>In fatti nelle due viste, che sogliono osservarsi i Sovrani, cioè, 
o come nomini, o come Prencipi, essa corrisponde ad entrambi in 
grado eccellente, e sublime, accoppiandosele per fino fortunatissime 
circostanze di venustà, che maggiormente la rendono preggievole ad 
ogn'uno. </p>
<p>Le succedeva il Gran Duca, ora Imperadore, Prencipe anch'egli 
di sommo merito, e più stimato in quel tempo per la soggezione, 
in cui tutti erano tenuti dalla Regina, la quale lo ama, e lo considera 
infinitamente; né solo le comunicava gli affari come Corregente, ma 
lo averebbe fatto anche senza questo titolo, onde avveniva, che chi 
aveva negozi in Corte, doveva prestarle omaggio con picciolissima 
disparità dalla Regina. </p>
<p>Il Prencipe Carlo di Lorena, Cognato di Sua Maestà, era pure 
risguardato da lei con non ordinaria predilezione, e come quegli 
che le abbia assicurato il Trono nelle prime corse vicende dopo la 
morte del padre. Questi ha modi in sé universali, e da attirarsi l'affetto 
anche volgare, onde era amato, e figurava moltissimo appresso il 
maggior numero della Corte; ma questa acclamazione non la se gli 
manteneva costante, e in qualche grado la viddi minorata, dopo di 
avere condotto l'esercito oltre il Reno, e dopo di non avere secondate alcune posate considerazioni del Marescial Traun, che gli era 
vicino. </p>
<p>Della vedova Imperadrice Elisabetta nulla resta a dirsi dopo 
l'esatissimo conto, che ne resero a V. Stà tanti Eccellentissimi Predecessori, e molto più perché li pronostici sopra il vivere della medessima sono poco favorevoli per le abituate sue indisposizioni. </p>
<p>Al mio partire vi era un solo Arciduca con tre Principesse 
sorelle. Di questa Reale Figliolanza non può abbastanza dirsi l'ottima indole, la vivacità, e quanto spezialmente nell'Arciduca traspiri 
di indizi avvantaggiosi per divenire Prencipe di molta mente, et 
adorno nelle scienze, nelle armi, e nelle lingue, corrispondendo 
all'educazione singolarissima, che si osserva per massima di ereditaria 
eticheta in Casa d'Austria, e che a proporzione di grado, e di fortune 
disende in tutte le famiglie di Vienna, e di Germania, cosiché ne 
derivano conseguenze ottime per il serviggio de' Prencipati, per 
l'onore delle Città, e per il civile commercio degli uomini. </p>
<p>La Cancellaria, che possedeva il vecchio Conte di Sizindorf, fu 
divisa dopo la morte di quel famoso Ministro in due soggetti, separandone le ispezioni col dare ad uno gli affari politici, e forastieri colle 
altre Corti, et all'altro la cura delle cose interne delli Stati, nelli 
quali comprendonsi particolarmente tutte le confinazioni, onde l'interesse di Vostre Eccellenze per questo genere di negozio devesi maneggiar 
sempre con il nominato Conte Seiler, Ministro di molta età, avvezzo 
all'antico metodo Tedesco, di elatezza nelle proposizioni, e tardanza 
nel risolvere, cosicché se li Refferendari non lo eccitassero a quella 
sollecitudine, che oggi dì vuole la Regina in tutte le cose, pochi sarebbero li negozi, che si vedessero per lui consumati. Ciò che fa per 
incalito universale costume, non deriva da diffetto alcuno di ossequio 
al nome di Vostra Signoria; avendomelo anzi più volte espressamente palesato, e prendendosi egli stesso l'obbietto col dire, che le materie non 
possono conoscersi a primo aspetto, e che dal tempo procede la 
sicurezza di ben definirle. Ma come è assai facile, che non si mantenga per lungo spazio nel Ministero, dandogli la Regina qualche 
impiego fuori di Vienna, che lo allontani con sua convenienza dalla 
Corte, perciò ogni maggiore descrizione di lui sarebbe superflua. </p>
<p>Il Conte d'Ulfeld era in sostanza il primo Ministro del governo, 
così portando le materie spettanti all'uffizio suo, anziché un certo 
favore della Sovrana. Non ostante figura molto, e conta auttorità 
nella maggior parte de' grandi affari, avendo luogo anche nella conferenza. Non manca d'emoli, ma tanto sono le aderenze, che ha in 
Vienna per le più cospicue attinenze, e congiunzioni, che naturalmente lo manteneranno nell'eminente posto, in cui si trova. Nelli 
mesi che stetti in Vienna conobbi notabile differenza di contegno, 
posciaché tanto più si assicurava nel Ministero, altrettanto si sosteneva con dignità nel non dar adito a certe scoperte, le quali si lasciava cadere con qualche familiarità, quando entrò nella Cancellaria 
per coltivarsi la benevolenza di chi trattava con lui. Non posso dire 
però con quanto di confidenza, e di verità si contenesse meco. 
Manifestava l'ossequio, che nutre per l'Eccellentissimo Senato, onorando al 
più alto grado il carattere, di cui Vostra Signoria mi coperse, et avendo 
sostenuta la straordinaria strepitosa Ambasceria di Carlo VI alla 
Porta Ottomana, vantava intrinsichezza coll'Eccellentissimo Signore Cavaliere 
Erizzo, Bailo in allora di Vostre Eccellenze alla Corte medesima, onde la 
virtù, l'esperienza, e le tante insigni prerogative di così cospicuo 
cittadino colgono in presente riguardevoli vantaggi da opportunità 
così grande in proffitto ed onore della patria. </p>
<p>Il Conte Tarroca, Presidente per altro sfortunato del consiglio 
delle Fiandre, ha il merito, e la fortuna di essere tanto stimato e 
dalla Regina, e dal gran Duca, che non v'è cosa in Corte, ch'egli 
non sappia, e nella quale l'opinione sua molto non vaglia. Non avendo 
aderenze nel paese per essere forastiere, anzi essendo molto invidiato, come è da supponersi per la grazia, che gode, va così guardingo, ed usa condotta così circospetta, che naturalmente può credersi permanente la sorte sua, non avendo mancato molti a quest'ora 
di tentare di opprimerlo. </p>
<p>Ha mente, ed avvedutezza non ordinaria, e se alle molte informazioni di mondo congiungerà massime sincere, e leali ne' consigli, 
de' quali viene sovente ricercato dalla Sovrana, egli farà progressi 
notabili, ed otterrà li primi importanti impieghi in Corte, e fuori. 
Fu in Italia, e spezialmente in Padova per molto tempo, dove ebbe 
occasione di conoscere molti di Vostre Eccellenze, de' quali mi parlò 
con preggio di rispettosa ricordanza, e per quanto può combinarsi con l'esatissimo suo contegno di non impegnarsi in favore 
di alcun negozio, per niente arrischiare del proprio ristabilimento, vi scopersi ottimo genio per tutte le cose, che risguardavano l'Eccellentissimo Senato, alcune delle quali ne confidai, perché sentendole, come n'era sicuro, dalla voce di Sua Maestà, non le 
riuscissero nuove, e vi ponesse qualche parola di facilità, oltre di 
che pare buona massima di mostrare confidenza con quelli, che vengono stimati da' Sovrani, indicando così approvare la scelta loro; ed 
in fatti so, che la Regina osserva chi l'onora. Vuole far credere, che 
nulla possa, e nulla sappia, ma apprezza le attenzioni, e si compiace 
di essere riputato mezzo di credito, e da stimarsi. Non è di conferenza più (per non esporsi troppo fra Tedeschi) di quello che non 
potesse esserne stato promosso da molto tempo. </p>
<p>Li Ministri appunto della Conferenza sono già tutti noti, e 
descritti all'Eccellentissimo Senato in altre occasioni. La decrepitezza di 
alcuni, o la poca sorte di altri, produrrà cambiamento in quella 
radunanza, la quale forma la vera imagine del Gabinetto. </p>
<p>Il di Harrach Presidente di guerra, dev'essere distintamente 
rappresentato a Vostre Eccellenze per la costantissima inclinazione, che 
vanta di incontrare sempre il loro genio e piacere. In tanti affari, 
che ho trattati con lui, non lo rinvenni dissimile in alcuno, e vi si 
vede sincerità, et ottimo cuore. Quelli che compongono il Consiglio 
d'Italia sono la maggior parte Spagnuoli, né contan più certa fortuna in Corte. V'entrano fra questi delli degnissimi soggetti, e vi si 
distingue il Presidente Conte di Monte Santo, ma la memoria 
delle cose corse intorno all'Italia sotto Carlo VI e specialmente per 
il Regno di Napoli, in colpa di alcuni, fa confondere tutti, e reca 
disavantaggio anche agli ottimi. Così lasciai composto il Governo di 
Vienna al partir dall'Ambasciata, ma è facile che oggidì abbia 
sofferte delle mutazioni nel Ministero per essere, come dissi, ritornata quella Corte Imperiale, e maggiori ne succederanno alla pace 
universale di Europa. </p>
<p>Ho voluti vicini li due figli, perché, oltre li studi all'età loro 
convenienti, approffitino delle opportunità quotidiane in così gran 
Corte, ed apprendano da tanti esempi, anche forastieri, i modi più 
sicuri di ben servire il proprio Principe. </p>
<p>Dovette fermarsi qualche mese il circospetto Segretario Santorio per attendere il circospetto Pietro Vignola, che da Roma passava, 
per concessione dell'Eccelso, alla Segreteria di Vienna. Averei 
troppo rimorso se tacessi laudi ad entrambi, il primo de' quali 
sostenne due successivi incharichi cogli Eccellentissimi Predecessori 
Cavalier e Procurador Zen e Cavalier Capello. Fui testimonio anch'io del 
contegno lodevole, con cui si diresse in quella Corte. Venne per 
l'ingresso, con non minor merito, il Vignola, il quale corrispose alla 
espettazione, e continua inegual posto coll'Eccellentissimo Signor Cavalier 
Erizzo, avendo onorevolmente risvegliato il nome delli zii viventi, che servirono colà nella stessa figura. </p>
<p>Assoggetto per fine a Vostre Eccellenze il Gioiello, che la Maestà della 
Regina ha voluto graziarmi, come cosa di ordinaria consuetudine 
verso tutti li Reggi Ministri. Questo dono però non devo riconoscerlo, 
che dalla benefica mano dell'Eccellentissimo Senato, e concedendomelo con 
la suprema antorità de' suoi voti, minorerà in me il ragionevole 
dubbio di averlo troppo imperfettamente servito. Grazie. 
Venezia li 14 Maggio 1746. </p>
<closer><signed>Marco Contarini Cavalier ritornato 
dall'Ambasciata di Vienna. </signed></closer></div1></body></text></TEI.2>
