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      <title>Poesie</title>
      <author>Leonardo Bruni</author>
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    <extent>13 Kb in UTF-8</extent>
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      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
      <pubPlace>Roma</pubPlace>
      <date>2004</date>
      <idno>bibit001561</idno>
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        <p>Questa risorsa digitale è liberamente accessibile per uso
              personale o scientifico. Ogni uso commerciale è vietato</p>
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      <title>Collezione BibIt</title>
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      <bibl>
        <title>Lirici toscani del Quattrocento</title>
        <title type="part">v.</title>
        <editor id="ed">Lanza, Antonio</editor>
        <publisher>Bulzoni</publisher>
        <pubPlace>Roma</pubPlace>
        <date>1973</date>
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                    <p>Tutti i materiali paratestuali della fonte cartacea non riconducibili alla
                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
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                  </samplingDecl>
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                      <p>Livello medio: controllo a video con collazione con edizione di
                      riferimento</p>
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                      <p>I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea
                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
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                      <p>I trattini di sillabazione a fine riga sono stati soppressi e le parole
                        ricomposte</p>
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<div1 type="poesia">
<head>I</head>

<lg type="canzone"><lg>
<l>Lunga quistion fu già tra' vecchi saggi</l>
<l>ed ancora nel mondo sen contende</l>
<l>per qual om meglio intende:</l>
<l>che sia felicità e in che consista.</l>
<l>E' fu alcuno che, vinto da li raggi</l>
<l>dello sprendor che l'onoranza stende,</l>
<l>per sua ragion difende</l>
<l>onor essere il fin di nostra vista.</l>
<l>Per onor acquistar, l'uomo s'immista</l>
<l>ne' pericoli stremi, e di fatiga</l>
<l>e d'affanni s'imbriga,</l>
<l>riputando essere in felice stato</l>
<l>chi sopra gli altri al mondo è onorato.</l></lg><lg>
<l>Questo appetito il generoso core</l>
<l>veggiam che sprona sempre agli alti affari,</l>
<l>sì che divenga pari</l>
<l>o che vantaggi de' sommi la loda.</l>
<l>Onor par che sia il fin d'ogni valore,</l>
<l>onor fa noi a noi esser discari,</l>
<l>che in pericoli amari</l>
<l>talor c'incalcia; e, se pur non aproda,</l>
<l>di ferute e di morte par che goda.</l>
<l>Il laudabil pensier, ch'è 'n cor, ci agogna</l>
<l>che noi fuggiàn vergogna,</l>
<l>confortando la vita d'onor priva</l>
<l>esser peggio che morte in fama viva.</l></lg><lg>
<l>Altri fu di non meno autoritade,</l>
<l>che lo stato felice d'esto mondo</l>
<l>sol nel viver giocondo</l>
<l>pensò che fosse, e di questo fa prove</l>
<l>che ogni atto dell'uom, se veritade</l>
<l>dicer vogliam pensando a tondo a tondo.</l>
<l>procede che secondo</l>
<l>piacere aspetta, e questo sol ci move.</l>
<l>Chi cercherebbe onor, chi gloria dove</l>
<l>onore e gloria fosse con dispetto?</l>
<l>Ma perch'elli è diletto</l>
<l>nell'onoranza, questo estremo tira</l>
<l>nostro appetito al gaudio che ne spira.</l></lg><lg>
<l>Né nessun ben tanto comune a tutti</l>
<l>gli animanti è quanto solo il piacere;</l>
<l>questo veggiàn volere</l>
<l>il savio, il matto, il mansüeto, il fiero,</l>
<l>onde natura par che i suoi costrutti</l>
<l>converta in questo più che in altro avere.</l>
<l>Poi che tanto è in calere</l>
<l>a tutti gli animanti il lor pensiero,</l>
<l>chi domandassi su nel cielo Impero</l>
<l>della vita di Dio e di sua corte</l>
<l>fien le risposte accorte:</l>
<l>nïente altro far lui e sua milizia</l>
<l>se non vivere in gaudio ed in letizia.</l></lg><lg>
<l>Chi negar può adunque giù fra noi</l>
<l>quel de l'uomo esser il felice stato,</l>
<l>ch'è più assimigliato</l>
<l>alla felice vita delli dei,</l>
<l>voluttà gaüdiosa con li suoi</l>
<l>piacer soavi, il cor contento e grato</l>
<l>ed in sé appagato</l>
<l>d'ogni disio e vôto d'ogni omei?</l>
<l>Certo, quand'io ricerco i pensier miei,</l>
<l>s'altr'osan chieder, e' diventan muti</l>
<l>e stan come perduti,</l>
<l>ché riprovar gli argomenti gli è duro;</l>
<l>e questa oppinïon fu d'Epicuro.</l></lg><lg>
<l>A Socrate e Platone e lor famiglia,</l>
<l>sublimi autor d'ogni ragion sottile,</l>
<l>parve troppo esser vile</l>
<l>ponere in dilettanza nostra voglia,</l>
<l>e disser l'uom dovere alzar le ciglia</l>
<l>a maggior eccellenzia, a cor virile,</l>
<l>scacciando il püerile</l>
<l>pensier di voluttà over di doglia</l>
<l><del resp="ed">(e così paion tutti d'altra scoglia)</del>,</l>
<l>confortando a virtù ed a durezza,</l>
<l>ad affanni, ad asprezza,</l>
<l>per lo ben fare, ed a questo esser nato,</l>
<l>perché vir da virtù è nominato.</l></lg><lg>
<l>Cernesi di natura questa impronta</l>
<l>ne' fanciulletti ancor non depravati,</l>
<l>né fuor di via tirati,</l>
<l>che sori drieto a natura sen vanno;</l>
<l>questi veggiàn con isdegno e con onta</l>
<l>soffrir, se dagli equal son superati,</l>
<l>e tutti lor conati</l>
<l>drizzano a vantaggiare in quel che fanno.</l>
<l>Per questo gli agi lassano, e l'affanno</l>
<l>di lor voluntà prendono; e ciò mostra</l>
<l>che questa vita nostra</l>
<l>non è nata a goder, ma a eccellenzia</l>
<l>ed a virtù: quest'è vera sentenzia.</l></lg><lg>
<l>Ma nasce un punto qui dubbioso e scuro</l>
<l>che setteggiar fa poi questa famiglia</l>
<l>e tra sé la scompiglia,</l>
<l>sì ch'a litigio ed a piato la mena,</l>
<l>che l'uom, quantunque virtüoso e puro,</l>
<l>in guai puote cadere a maraviglia,</l>
<l>se fortuna il capiglia,</l>
<l>posto in calamità, tormento e pena,</l>
<l>in povertà, in essilio, in catena.</l>
<l>Chiamar costui felice è dura cosa,</l>
<l>sì che par vizïosa</l>
<l>questa sentenzia: che vertù non basta</l>
<l>sanza favor del cielo e stella fausta.</l></lg><lg>
<l>Questo altri consentîro, altri negâro;</l>
<l>e così altercando, d'una scola,</l>
<l>avanti unita e sola,</l>
<l>se ne fêr due e contrarie e diverse:</l>
<l>que' che consenton che 'n quantunque amaro</l>
<l>stato felicità dura e non cola,</l>
<l>dicon alta parola,</l>
<l>pur che sia vera, e che 'l vantar non verse;</l>
<l>e dicon che, 'n quantunque aspre e perverse</l>
<l>iniurie di fortuna, sta sicura</l>
<l>virtù, e ciò non cura.</l>
<l>O Dio, se questo è vero e tal valore</l>
<l>regna nell'uomo, egli è un gran signore!</l></lg><lg>
<l>Ma temo che non sia questa sentenzia</l>
<l>più specïosa che verace a dire,</l>
<l>e che non abbia ardire;</l>
<l>di lunge dal pericol poi s'asconda,</l>
<l>se di crudel tiranno vïolenzia</l>
<l>spogli de' beni e lui ponga in martire,</l>
<l>e facciali morire</l>
<l>in sua presenza i figli. Or qui risponda</l>
<l>Zenon, che tenne questa dura sponda:</l>
<l>dir non cura e non duole el crudo carmo,</l>
<l>più insensato che marmo;</l>
<l>e, se l'affligge il duol, come è beato</l>
<l>l'uomo inquïeto ed ansio di suo stato!</l></lg><lg>
<l>Gli altri, per schifar la grande ostanza,</l>
<l>virtù non poser, ma operazione</l>
<l>in lor diffinizione,</l>
<l>sì che schiudesser quindi ogni difetto,</l>
<l>ché l'uom, posto in tormento ed in tristanza,</l>
<l>virtù ben ha, ma operar non pòne;</l>
<l>e questa è la ragione</l>
<l>perché non è felice con effetto:</l>
<l>adunque l'un richiede atto perfetto,</l>
<l>all'altro abito basta; e così fanno</l>
<l>color che più ne sanno</l>
<l>vacillar tutti, e la lite ancor dura,</l>
<l>perché darne sentenza è cosa oscura.</l></lg><lg>
<l>Pur, raccogliendo a nostra utilitade,</l>
<l>teniam che la vertù piena e perfetta</l>
<l>operando ci assetta</l>
<l>nello stato felice d'esto mondo.</l>
<l>Questo pare aver più di veritade,</l>
<l>quest'è la meno scropulosa setta,</l>
<l>quest'è la più eletta</l>
<l>da' sapïenti, e qui 'l ver non nascondo.</l>
<l>Quinc'è l'onor, quinc'è 'l viver giocondo,</l>
<l>ché la virtù degni d'onor ci face,</l>
<l>e 'l ben oprar sì piace</l>
<l>alla sua coscïenzia che 'n dolzore</l>
<l>fa viver quel che n'è operatore.</l>
<l>— Canzon, non ragionar con li cattivi,</l>
<l>ma dimostrati a' buoni e quelli invita</l>
<l>alla felice vita,</l>
<l>e, se non è superbo questo a dire,</l>
<l>moral ti puoi chiamar sanza mentire.</l>
</lg>
</lg></div1>
<div1 type="poesia">
<head>II</head>
<lg type="canzone"><lg>
<l>O Venere formosa, o sacro lume,</l>
<l>o salutar fulgore, o alma stella</l>
<l>bella sopra ogni bella,</l>
<l>che dal sublime cielo amor diffondi,</l>
<l>qual lingua, o quale stilo, o qual volume,</l>
<l>quale eloquenzia prisca over novella</l>
<l>può con mortal favella</l>
<l>gl'immortal don contar, che ne fecondi?</l>
<l>Da te provengon tutti e ben giocondi;</l>
<l>tu 'l cielo illustri con tua chiara lampa,</l>
<l>e giù nel mondo avampa</l>
<l>ogni animante, sì che tua potenza</l>
<l>perpetüar costrigne lor semenza.</l></lg><lg>
<l>Quando prim'entra il luminar del cielo</l>
<l>in quella regïon, la qual disegna</l>
<l>l'aurata sopransegna</l>
<l>del trïangol celeste, allor s'esplìca</l>
<l>la tua virtù e scaccia vento e gelo.</l>
<l>Voluttà, gioia e amicizia regna,</l>
<l>e la terra si degna</l>
<l>di fior vestirsi e diventar aprica;</l>
<l>il mar pon giù la guerra sua antica</l>
<l>e placido si fa ed a te ride,</l>
<l>e gli augeletti stride,</l>
<l>percossi da tua forza, gittan fuore,</l>
<l>e tutto il mondo grida: «Amore, amore!»</l></lg><lg>
<l>Non monti eccelsi, non rapaci fiumi,</l>
<l>non valli tenebrose o selva scura</l>
<l>ostan, ché sanza cura</l>
<l>trapassan, quando sprona il tuo impero.</l>
<l>Tu, dea, permuti gli antichi costumi</l>
<l>e fai placido tal che prima fura,</l>
<l>e l'armi tue secura</l>
<l>rendono ogn'alma e di coraggio altero.</l>
<l>Per ogni bosco e per ogni sentero</l>
<l>pace, amicizia e concordia si vede,</l>
<l>e l'uno all'altro crede</l>
<l>placido sanza fraude ed in fé pura,</l>
<l>e per questa salute il mondo dura.</l></lg><lg>
<l>D'esta virtù ch'io t'ho mostrato e veggio</l>
<l>nasce l'amore. O insensata turba,</l>
<l>certo chi 'n lui si turba</l>
<l>degno è che in estremo odio al mondo gema!</l>
<l>L'alma gentil, che su nell'alto seggio</l>
<l>vidde beltade vera sanza turba,</l>
<l>poi giù quando s'inurba</l>
<l>se simil vede a quella alta e suprema,</l>
<l>attonita la guata, e pare scema</l>
<l>d'ogni altro senso, e propinquar disia.</l>
<l>E questa fantasia</l>
<l>distrugge l'alma, o dio! mirabil cosa,</l>
<l>ché fuor di sé la mente in altri posa.</l></lg><lg>
<l>Chi amor crede biasimare il loda,</l>
<l>quando insano e furente in suo dir chiama</l>
<l>colui che fervente ama,</l>
<l>perché divin furor è ben perfetto.</l>
<l>La Sibilla non mai il vero isnoda</l>
<l>se non quand'è furente, matta e grama,</l>
<l>e la divina trama</l>
<l>cerne il commosso e non il sano petto,</l>
<l>e gli vaticinanti, c'han predetto,</l>
<l>furenti vider; sì che non è rio</l>
<l>il furor che da Dio</l>
<l>discende nella mente, e così amore</l>
<l>da Vener nasce ed è divin furore.</l></lg><lg>
<l>Essa beata cogli occhi ridenti</l>
<l>su del colmo del ciel guarda nostre opre</l>
<l>e dintorno la cuopre</l>
<l>l'auriga con le sue dorate spalle.</l>
<l>Le picciole Virgilïe lucenti</l>
<l>alli suo piè festeggiano, e di sopre</l>
<l>dal destro omero scopre</l>
<l>Perseo armato con sue stelle gialle;</l>
<l>con l'altra mano in sul sinistro calle</l>
<l>la fiera coma d'Orïon minaccia,</l>
<l>e quei si rimbonaccia</l>
<l>e pon giù l'ira e l'armi, e tale aspetto</l>
<l>spande nel mondo un fiume di diletto.</l>
<l>— Questo inno a tuo onor, Ciprigna bella,</l>
<l>ha fatto un'alma che su nel ciel forse</l>
<l>dentro a tue rote corse,</l>
<l>dove improntata fu della tua grazia;</l>
<l>però di te lodar non fie mai sazia.</l>
</lg>
</lg></div1>
<div1 type="poesia">
<head>III</head>

<lg type="sonetto"><lg>
<l>Spenta veggio merzé sopra la terra,</l>
<l>e gl'intelletti nostri, infimi e bassi,</l>
<l>d'amore e carità tutti esser cassi,</l>
<l>ché morte saria pace e fin di guerra;</l></lg><lg>
<l>el giusto esser punito da chi erra,</l>
<l>chi vuol usar virtù non è chi lassi,</l>
<l>veggio cupidità c'ha preso i passi</l>
<l>e nostra coscïenza accieca e serra.</l></lg><lg>
<l>E veggio carità discara e rasa</l>
<l>e la nimica sua posseder tutto,</l>
<l>sicché del suo fetor put'ogni casa.</l></lg><lg>
<l>E veggio il fonte di pietà sì asciutto,</l>
<l>che, se alcuna virtù c'è più rimasa,</l>
<l>regna in sì pochi che tardi fa frutto.</l>
</lg>
</lg></div1>
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</text>
</TEI.2>
