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            <title>Lettera al Ch. Pietro Giordani sopra il Frontone del Mai</title>
            <author>Giacomo Leopardi</author>
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         <extent>58270 Kb in UTF-8</extent>
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            <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
            <pubPlace>Roma</pubPlace>
            <date>2008</date>
            <idno>bibit001595</idno>
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               <p>Questa risorsa digitale è liberamente accessibile per uso
                        personale o scientifico. Ogni uso commerciale è vietato</p>
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            <title>Collezione BibIt</title>
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               <title>Tutte le opere</title>
               <author>Leopardi, Giacomo</author>
               <editor id="ed">Felici, Lucio</editor>
               <publisher>Lexis Progetti Editoriali</publisher>
               <pubPlace>Roma</pubPlace>
               <date>1998</date>
               <note>L'edizione elettronica fa riferimento al testo: Giacomo Leopardi, Tutte le opere, a cura di W. Binni-E. Ghidetti, I, Firenze, Sansoni 1989.</note>
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            <p>Tutti i materiali paratestuali della fonte cartacea non riconducibili alla
                responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                digitale</p>
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               <p>Livello medio: controllo a video con collazione con edizione di
                        riferimento</p>
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               <p>I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea
                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
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               <p>I trattini di sillabazione a fine riga sono stati soppressi e le parole
                        ricomposte</p>
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            <taxonomy id="CGB">
               <bibl>Classificazione generi BibIt</bibl>
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            <date>800</date>
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            <language id="ita">Italiano</language>
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            <keywords scheme="CGB">
               <term>Lettere ed epistolari</term>
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            <head>LETTERA AL CH. PIETRO GIORDANI SOPRA IL FRONTONE DEL MAI<note resp="aut" place="foot">
                  <foreign lang="lat">M. CORNELII FRONTONIS  <hi rend="italic">opera inedita cum epistulis item ineditis</hi> ANTONINI PII M. AURELII L. VERI ET APPIANI, <hi rend="italic">nec non aliorum veterum fragmentis. Invenit et commentario praevio notisque illustravit Angelus Maius Bibliothecae Ambrosianae a linguis orientalibus</hi>
                  </foreign>. <bibl>Mediolani, Regiis Typis, MDCCCXV, vol. II, in-4</bibl>.</note>
            </head>
            <p>Mio carissimo. Io credo che delle scoperte del nostro Mai pubblicate finora quella del Frontone e per l'apparenza e per la sostanza sia la principale: e dico per l'apparenza, perchè Autore antichissimo e novissimo, Maestro di Lucio Vero, e quel ch'è più, di Marco Aurelio; Lettere di lui a' suoi discepoli Imperatori e dei suoi discepoli a lui, due tomi di scritture per l'addietro ignotissime, sono parole grandiose che fanno romore ed empiono gli orecchi e destano la meraviglia e solleticano la curiosità. E dico per la sostanza, perchè nessuno vorrà mettere Frontone con Simmaco nè con Temistio, e non è chi per una lettera di quello non desse volentieri un trattato di Porfirio, nè alcuni frammenti di una Storia, della quale la maggior parte sopravviveva, potranno competere di nobiltà con quelli di un Oratore tanto famoso, nè perchè sieno preziosi gli scritti del principe dell'eloquenza romana, diremo che un tomettino di frammenti di Cicerone, aggiunti ai molti tomi d'opere che n'avevamo, vaglia tutti questi di un altro oratore celebratissimo, atteso massimamente che Cicerone già senza quelli lo conoscevamo tanto, che meglio per essi non lo conosciamo, e Frontone è stato fin qui sconosciutissimo; nè questo pregio della novità è sempre lodato dal volgo solo, perchè un ingegno di più e un artefice di più e una nuova maniera di scrivere, se sia veramente buona e celebrata, come questa è, da quelli che già la conobbero, sono cose notabili e insigni nelle lettere. Anzi io credo che i cultori dell'arti belle brameranno sempre che si scopra più tosto un'egregia opera di un maestro sconosciuto che un'egregia opera di un maestro già da tutti conosciuto e studiato, e questo non per amore solamente di un diletto infruttuoso o della maraviglia, ma dell'utile vero dell'arte soprattutto. Ed io per me non dubiterei di comperare, potendo, qualche ode d'Alceo o di Stesicoro o di Simonide con qualche ode di Pindaro, nè di dare parecchie elegie d'Ovidio per qualcheduna di Callimaco, e due o tre commedie di Plauto per altrettante di Cecilio o d'Afranio. Del valore poi e della fama di Frontone in lodare il quale gli antichi arrivarono più oltre che noi al presente non arriveremmo in lodare chicchessia, non consentendo pure che s'arrendesse a Cicerone, se io volessi parlare, ripeterei quello che il nostro Mai ha detto, nè io potrei dir meglio, e che oramai tutti sanno. Resta che io conchiuda che prendendo a scrivervi del Frontone del Mai, come l'anno addietro vi scrissi del Dionigi, non ho scelto materia frivola e da nulla, ma più veramente grave e delle più gravi, di maniera che se questa lettera per altre tacce potrà e dovrà, per la vanità del soggetto non potrà essere ripresa: e la scelta del soggetto non è piccolo nè facile assunto di chi scrive. Voi senz'altro dovete sapere che io due anni fa tradussi in volgare il Frontone appena uscito in luce, e questa mia traduzione, aggiunteci parecchie note e una vita dell'Autore fu veduta ed esaminata dal Mai, il quale stretto da continue e gravi occupazioni, non credè buttato quel tempo che concedeva all'umanità e alla cortesia: e se bene queste stesse persuasero al Mai di perdonarle molte cose e di scrivermene dissimulando o stenuando o scusando il male e amplificando il bene, io contuttociò fui da tanto che poco appresso la condannai a quello che meritava; e fui giusto giudice del mio parto. Ma se non lo sapete, non rileva nè io ve ne voglio dir altro, fuggendo, come dice Luciano, <quote>
                  <hi rend="itlic">il visco di questa faccenda</hi>
               </quote>, perocchè non posso credere che non vi siate accorto ch'io parlo volentieri di me medesimo, e come son facile a cominciare questo discorso e difficile a finirlo. Basterà che sappiate che quelle osservazioni ch'io feci allora e scrissi, che il Mai vide, non faranno appena un terzo di queste che ora vi scriverò, e le altre le ho fatte poi rileggendo le reliquie frontoniane in diverse occasioni. Nè dovrà parere intempestivo questo mio scrivervi sopra una scoperta pubblicata già da due anni e più, se non si credono intempestive le fatiche dei moderni sopra gli scrittori classici ritrovati nel quattrocento o prima, e se non è intempestivo quello ch'è maturo, e il maturare par proprio del tempo.</p>
            <p>Entrando dunque in materia, la prima cosa, recherò un passo di Claudiano Mamerto, scrittore, come sapete, del quinto secolo; il qual passo al Mai, quando raccoglieva le testimonianze degli antichi intorno a Frontone, non diede nell'occhio, così com'era fuor di mano e sepolto sotto una stipa di controversie ereticali e di Cronache di monasteri e di lettere d'Abati e di testamenti e di formole e d'atti e di privilegi e d'altri tali orrori. Lo recherò distesamente acciocchè vediate parole opposte ai concetti, e in uno stile barbaro buoni consigli e sentenze intorno allo scrivere; onde costui parrebbe di quella gente della quale dice Omero:
<quote rend="block">
                  <l rend="italic">Ch'altro in petto si cela, altro favella;</l>
               </quote>
ma in quegl'infelici tempi si peccava molto più per impotenza che per malizia. Dice dunque (<title lang="lat">Epist. ad Sapaudum rhetorem</title> appresso il Baluzio <title lang="lat">Miscellan.</title>, edizione di Parigi, t. VI, f. 535; edizione del Mansi, Lucca 1761-1764, t. III, f. 27: ma in questa il passo che segue è scorretto): «<quote>
                  <foreign lang="lat">Illud iam in fine sermonis perquam familiariter quaeso, ut spretis novitiarum ratiuncularum puerilibus nugis, nullum lectitandis his tempus insumas, quae dum resonantium sermunculorum taureas rotant, oratoriam fortitudinem plaudentibus concinnentiis evirant. Naevius et Plautus tibi ad elegantiam, Cato ad gravitatem, Varro ad peritiam, Gracchus ad acrimoniam, Chrysippus ad disciplinam, FRONTO AD POMPAM, Cicero ad eloquentiam capessendam usui sint. Quisquis enim recentiorum aliquid dignum memoria scriptitavit, non et ipse novitios legit. Illi ergo reventilandi memoriaeque mandandi sunt, de quibus isti potuere perficere quos miramur</foreign>
               </quote>». Vedete che questi attribuisce a Frontone la <emph>pompa</emph>, al qual Macrobio la <emph>secchezza</emph>; e queste due qualità paiono meglio ripugnanti che disparate, secondochè dirò poco stante. Ma prima mi voglio assicurare che non rigettiate l'autorità di Mamerto, come scrittore di nessuna levatura e non antichissimo, perchè, lasciando stare che Macrobio fu chiamato la scimia di Gellio, e paragonato alla cornacchia d'Esopo, e parve balbettante nel latino, e del resto non fu tutto un mezzo secolo avanti a Mamerto, la quale autorità, senza che per sè stessa non è gran cosa, per cagione del gusto allora parimente corrottissimo fa poca o nessuna forza; io non dubito che Mamerto non parlasse secondo l'opinione universale stabilita dal consenso degli studiosi e discesa dal secolo di Frontone infino al suo, la quale, come non è da dire che fosse falsa, così nè meno è da credere che Mamerto l'ignorasse, o non ne facesse conto e parlasse di suo capo. Certamente oggi nessuno è tra quelli che scrivono e stampano tanto idiota, il quale chiamasse Dante delicato nè il Petrarca austero nè il Boccaccio secco nè l'Ariosto nervoso nè l'Alfieri molle; e similmente nessuno è che se discordando dal parere comune, chiama qualcheduno di questi o altri tali autori altrimenti che non li chiama l'universale, non solamente non portasse nessuna ragione per la quale così facesse, ma nè anche desse segno di sconsentire dall'opinione pubblica. Più tosto saranno moltissimi che, ancorchè non intendano propriamente perchè il Petrarca sia leggiadro ed elegante e il Boccaccio copioso e soave e così dite degli altri, non per tanto a un bisogno li chiameranno così perchè sanno che così si chiamano. E Mamerto non fu al suo tempo de' più goffi, ma per lo contrario de' più dotti o vogliamo dei meno ignoranti. Ma tutto questo si può e dee parimente dire di Macrobio e della testimonianza di lui che attribuisce a Frontone la secchezza. Ed io so bene che san Girolamo e Sidonio ascrissero a Frontone la gravità: ma la gravità può stare colla secchezza e forse anche l'ama, la pompa non pare che possa; perchè, se io non fallo, non si dà pompa senza una certa copia, e la copia, poniamo che non sia l'opposto, certo è nemica della secchezza, e sono nemici della secchezza certi ornamenti dei quali la pompa non pare che possa far senza. E che la gravità sia cosa diversa dalla pompa comunque per lo più l'accompagni, nè dovrebbe essere per sè oscuro, e lo viene a dire manifestamente lo stesso Mamerto proponendo per la gravità Catone e Frontone per la pompa, e forse da quello che diremo sarà chiarito da vantaggio. Pomposo non mi pare che di tutti quegli oratori antichi, i quali ci è conceduto di leggere e giudicare da noi medesimi, si possa ordinariamente chiamare nessuno, fuori soltanto Cicerone: poichè Demostene, mentovato dagli antichi come fonte e specchio di gravità, non è pomposo, eccetto, se volete, in alcuni luoghi, contuttochè s'accosti alla pompa quanto nessun altro Greco; imperocchè quel suo concitamento e quell'ardire e quel fuoco e quello strepito e quell'avventarsi e quel precipitare e segnatamente quel ripetere, che è stranissimo tra i suoi, fanno che se alcuno già pratico dello scrivere dei greci, così viene per la prima volta a toglier Demostene, oltrechè stupisce della gagliardia dell'oratore, creda subito di trovarci un non so che di non greco o di più che greco: ma la gagliardia non è pompa, nè il fervore nè l'impeto, nè la gravità che con queste cose si congiunge; e possono stare senza la pompa, come la pompa alle volte potrà stare senza esse. Ho detto della gravità, <emph>che con queste cose si congiunge</emph>, avendo rispetto a quello che ora comunemente s'intende per gravità in materia di discorso; ma se avessi voluto adoperare questo vocabolo nel senso che spesso l'adoperavano gli antichi, avrei detto, che in queste cose principalmente consiste, cioè nella gagliardia e nell'impeto e in cose tali: perchè i latini ragionando d'eloquenza, solevano colla voce <foreign lang="lat" rend="italic">gravitas</foreign> significare non questo che non intendiamo per gravità, e che i greci chiamavano <foreign lang="grc">σεμνότητα</foreign>, o più veramente non questo solo, ma quella proprietà che dai greci era detta <foreign lang="grc">δεινότης</foreign>, e massimamente era riposta nella forza e nella veemenza: e di questa presso i greci era il capitale e più solenne esempio Demostene del quale dice Cicerone nell'Oratore che nessuno fu più <emph>grave</emph>; di maniera che <foreign lang="grc">ἡ Δημοσθένους δεινότης</foreign> andava per le bocche degli uomini non altrimenti che <foreign lang="grc">ἡ Ὁμήρου σοφία</foreign> o vero <foreign lang="grc">ἡ Πλάτωνος μεγαλοφροσᾣύνη</foreign>. Laonde io non discredo che san Girolamo e Sidonio, dove accennano la gravità di Frontone, vogliano dinotare questa qualità che è in somma quella primaria qualità di Demostene che io ho descritto poco sopra e che tanto s'ammira e si celebra: e, dato che io m'apponga, anche converrà dire che san Girolamo e Sidonio concordano in certa guisa con Mamerto, assegnando a Frontone una proprietà vicinissima alla pompa; se bene a ogni modo non ne discorderebbero attribuendo a Frontone la gravità la quale, intendasi pure questo vocabolo come ora s'usa, difficilmente desidererassi dovunque la pompa non si desideri. Come ho detto, non è dubbio che quella qualità primaria di Demostene non sia strettamente affine alla pompa; non però si può dire che questa e quella sieno tutt'uno, quando tra l'una e l'altra non ci corre così poco divario che sia bisogno aguzzare le ciglia per iscoprirlo, ma tanto che di primo lancio corre agli occhi di qualunque prende a paragonare con Demostene Cicerone, il quale come è, si può dire, il solo oratore latino che ci rimanga, così è il solo pomposo, non confacendosi la pompa allo stile dei greci: ma non tanto perchè il solo latino, quanto perchè fu il sommo, avviene che si trovi in lui quello che in nessun altro antico, col calore e col vigore e coll'impeto quel largo e splendido ornato di parole e di sentimenti, quella ricchezza quell'ubertà quello sfoggio, quella perenne, non dirò gravità nè nobiltà, ma più tosto altezza e maestà, quell'ampiezza quel suono vasto e solenne, quel clamore quel plauso quella baldanza quel giubilo dell'orazione: e tutto questo si vuole intendere per <emph>pompa</emph>. Ma Demostene più rotto e più aspro e più fiero e sempre nerboruto e robustissimo non si dà gran pensiero degli ornamenti, e purchè sia gagliardo non s'affatica d'esser magnifico; e purchè atterri e distrugga come il fulmine non fa troppo caso dello splendore, e purch'egli vinca colla forza, non si cura ch'altri possa combattere con più maestà, nè bada gran cosa nella palestra alla dignità dei movimenti, sol che non gli venga manco la lena, e ancora alle volte tra la gravità e l'energia non si fa coscienza per amore di questa di lasciar quella, e in genere non è pomposo ma veemente, nel che differisce da Cicerone; non già che a questo manchi la veemenza, ma manca a Demostene la pompa. Il quale si potrebbe paragonare a un torrente che dirocciando da una montagna caschi in un burrato e di lì con ispessi salti per dirupi e scheggioni si vada voltolando. Ma Cicerone si dovrebbe rassomigliare a un fiume non meno largo e profondo e poderoso e rapido, che maestoso, nè meno atto a schiantare e a sommergere che a far mostra della sua gran massa d'acque correndo fastosamente per la china delle montagne o per mezzo ai campi e rintronando del continuo le ripe. Non ignoro che questa differenza non è per maniera effetto della diversità degl'ingegni che non provenga più specialmente dalla diversità delle nazioni, e sopra ogni cosa, dell'età, e dell'avere Cicerone potuto leggere Demostene e Demostene non aver potuto Cicerone; nè che questi così appunto è più ornato di Demostene, come Virgilio più elegante e artifizioso d'Omero e Orazio di Pindaro e Livio di Tucidide; e non intendo in nessunissimo modo di mettere Cicerone sopra Demostene, o di paragonare la fierezza colla pompa nè la negligenza magnanima colla diligenza nè la natura coll'arte: ma queste cose ho dovuto dire o più tosto ripetere (giacchè non ho detto niente di nuovo) per chiarire che cosa propriamente sia la pompa del ragionare che s'attribuisce al nostro Frontone, e come si diversifichi dalla gravità che parimente gli s'attribuisce, e come sia nemica della secchezza che gli è assegnata da Macrobio.</p>
            <p>E per la <emph>secchezza</emph> del dire non bisogna mica intendere nè povertà nè grettezza nè fiacchezza nè cose tali, ma quella proprietà degli attici tanto famosa e lodata anticamente, che consisteva massime nella semplicità e nella sobrietà: la chiamavano i latini non pure <foreign lang="lat" rend="italic">siccitatem</foreign>, ma <foreign lang="lat" rend="italic">tenuitatem</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">subtilitatem</foreign>, e anche <foreign lang="lat" rend="italic">sanitatem</foreign> e <foreign lang="lat" rend="italic">integritatem</foreign>, dai quali nomi si può comprendere di che natura fosse. Imperocchè la più parte degli oratori Attici (io dico degli antichi, e veramente Attici non tanto di patria quanto di stile), e non solamente Lisia ch'era portato per esempio di questa maniera di ragionare, ma possiamo dir tutti qual più qual meno quelli che ci restano, eccettuati Eschine e Demostene che si volsero alla grandezza, soleva nelle orazioni seguitare più tosto la naturalezza e schiettezza e verecondia che lo splendore, e più tosto la posatezza che l'impeto, e più tosto la parsimonia che la copia; talmente che, non curandosi della ricchezza degli ornati e contenta della semplicità e del candore dello stile vigoroso veramente ed efficace ma tuttavia positivo e piano, non cercava il rumore non il dibattito non s'infiammava non s'innalzava ma con molta precisione e con molta disinvoltura s'innoltrava speditamente verso la mèta, tenendosi al tutto lontano dalla copia, o se non al tutto, certo non usavala altro che tenue e rimessa e riposata, gittando i concetti con una bella sprezzatura; dalle quali cose non è maraviglia che l'orazione venisse a ricevere quell'austerità e quell'asciuttezza e quella secchezza sana e incorrotta che tanto si decantava. Ora se egli sia credibile che un oratore fosse a un tempo secco e pomposo a ciascheduno è chiaro senza ch'io parli; perciò non sarò molesto inutilmente: solo dirò che la <emph>pompa</emph> e la <emph>secchezza</emph> tanto non pareano compatibili agli stessi antichi, che stimandosi propria degli attici la secchezza e di Cicerone essendo propria la pompa, questi a' suoi giorni era tacciato di non dire atticamente, perocchè voleva più tosto essere grandioso che secco; censuravano la sua magnificenza espressamente come nemica della secchezza e non punto attica; ond'egli in un luogo delle sue opere (<bibl>
                  <title lang="lat">De optimo genere oratorum</title>, cap. 4</bibl>) si difende contro chi riputava che collocato l'esercito nel foro e ne' tempii che erano intorno al foro, fosse convenuto dire per Milone non altrimenti che si costumasse in causa privata avanti al giudice solo.</p>
            <p>Ma le parole di Mamerto non sono l'unica anzi nè meno la principal cagione ch'io non sappia come attribuire al nostro Frontone la secchezza: imperocchè molto più grave argomento di dubitare mi nasce da quello che avanza degli stessi scritti di Frontone, dov'io vedo e larghezza d'ornamenti e nessuna scarsezza (anzi non so perch'io non dica, ubertà) così di parole come di cose, e molto splendore d'immagini e di sentenze, e maniera e garbo e leggiadria, e una certa soavità e un certo che di pastoso e di morbido nel colorito, e se bene la pompa propriamente parlando, non ce la trovo, perchè non si conviene la pompa a Lettere e tali scritture, nondimeno lo stile in genere mi pare a maraviglia acconcio a sollevarsi e a pigliare grandi forme e a vestire panni magnifici e ad atteggiarsi maestosamente e a procedere pomposamente quando faccia a proposito cioè massime nelle orazioni, ma nessuna orazion di Frontone e nessun frammento d'orazione s'è lasciato vedere, stante che quei pochissimi rimasugli giudiziali sieno più tosto rimasugli di lettere che di orazioni. Certo che gli ornamenti dello stile Frontoniano sono ben bene incorporati col resto e non lussureggiano nè soprabbondano, e nei frammenti che abbiamo non appariscono nè smorfie, nè sfacciataggini, nè gonfiezze, perocchè Frontone non era effemminato nè temerario nè ampolloso, e non esagerava nè sbraciava, nè sputava paroloni, nè cercava miracoli e cose dell'altro mondo, e non gittava sentenze sopra sentenze alzandone mucchi e cataste, ma metteva solo quelle che il soggetto gli porgeva e quasi frattanto gli produceva, nè le andava cercando, come i nostri antichi dicevano, col fuscellino, nè si mugneva e spremeva il cervello per cavarnele quando non voleano uscire, e non riputava vote quelle pagine o quegli scritti dove non fosse nessuna sentenza che, spiccandosi dal piano del discorso e soprastando, sùbito desse nell'occhio come un bitorzolo sulla pelle liscia, e nessuno di quei cavalletti di sentimenti o di parole che puntellandosi l'une l'altre e così scambievolmente sostenendosi fanno quella vaga figura della Contrapposizione o Antitesi che se la chiamino, e nessun'arguzia, e nessun concetto a facce o specchietti che quasi penzolo dondolando tremolasse e luccicasse. E se principalmente di queste cose che Frontone fuggiva, si compone la grassezza del dire e il carattere dello stile di Plinio giovane e di Simmaco che Macrobio mette per capitani del genere pingue e fiorito, certamente tra lo stile di Frontone e quello di Plinio e di Simmaco ci corre lo spazio, dicevano i latini, di tutto il cielo; e se la <emph>grassezza</emph> è il contrario della <emph>secchezza</emph>, sapremmo che cosa sia la secchezza di Frontone: ma il fuggire quelle cose è necessario sì bene alla secchezza, non però basta; o che saranno secchi e Cicerone, a cui Macrobio attribuisce non la secchezza, ma la copia, e Livio e tutti i buoni non che gli ottimi, tra i quali molto è lungi ch'io metta Plinio, poichè di Simmaco dove si parla dei buoni e degli ottimi non può esser parola.</p>
            <p>Pensando io alla maniera d'aggiustare coll'autorità di Mamerto, e soprattutto collo stile dei frammenti frontoniani, la testimonianza di Macrobio la quale sono persuaso per le ragioni addotte in proposito di Mamerto che sia vera testimonianza di quello nè più nè meno che era voce e opinione universale degli antichi, considerava quanta parte del dire sieno le parole e la lingua e come sovente le proprietà loro che si possono chiamare estrinseche nello stile sieno considerate quasi proprietà intrinseche; e questo dai savi e dotti, non solamente dal volgo, imperocchè come non è scrittura senza parole anzi di queste e non d'altro materialmente si compongono le scritture, e non da altro che dalle parole hanno corpo e vita le forme dello scrivere, sì come scrivendo non con altro si dimostrano ed esprimono i concetti dell'animo, laonde volere o non volere avviene che uno scrittore negligente delle parole non possa far, comunque nel resto sia nobile e segnalato, che a corto andare non perisca e non cada della memoria degli uomini; così è per maniera difficile il cernere e sceverare diligentemente le une dalle altre le proprietà di due cose talmente l'una dall'altra inseparabili, dico la favella e le forme, che di radissimo si riesce a fare in guisa che nessuna celatamente ne rimanga o di queste tra quelle o di quelle tra queste confusa e mescolata; onde poi non si ragioni di cosa attenente per esempio a quella parte che consiste nelle parole e che noi chiameremo la persona, come se fosse propria di quella parte che consiste nelle forme e che noi chiameremo le fattezze e gli atti e le maniere del discorso, restando che si rassomiglino all'anima i sentimenti e i concetti che possono animare infiniti e diversissimi corpi di svariatissimi atti e sembianze che è quanto dire esser espressi con forme e parole innumerabili e disparatissime. Ed effettivamente il vocabolo <emph>stile</emph> che comprende sì la persona che le sembianze e gli atti di lei, o vogliamo tutte e due le parti che dirò visibili dell'orazione, comunissimamente s'usa senza divario per dinotare quando l'una quando l'altra di queste parti staccatamente, non avuta nessuna considerazione di quella parte della quale si tace, e senza che chi scrive si dia pensiero di ammonire i lettori quale di esse parti voglia significare con quella voce, il che si viene a intendere solamente dal contesto, e noi non ci badiamo più che tanto: pare che il vocabolo sia proprio di ciascuna delle due parti presa da per sè e tanto dell'una quanto dell'altra, onde spessissimo vediamo accadere ch'altri intantochè va dicendo ch'egli parla dello stile di qualche scrittura, non tocchi però niente fuorchè le parole e la lingua: in somma si confondono insieme le due parti dello stile che tuttavia differiscono pure assai. E spero che se porrete mente alle cose che ho dette, vi dobbiate certificare che in verità la forza e l'uso della parola <emph>stile</emph> sono oscuri e quasi fluttuanti, io non dico presso i più, ma eziandio presso i dotti e oculati i quali parimente l'adoprano nei modi specificati di sopra; e che dove è bisogno discernere le qualità delle forme dello stile dalle qualità della materia o sia delle parole e della favella, lo strettissimo collegamento e quasi incorporamento di quelle con queste tratto tratto fa gabbo anche alle viste più fine e penetrative: e quando dico <emph>forme</emph>, intendo tutto l'intrinseco dello stile, come dire l'ingenuità, la piacevolezza, la forza, la dignità; e quando dico <emph>parole</emph> e <emph>favella</emph>, tutto l'estrinseco. Onde ci ebbe chi stimò che la gente prenda in effetto uno di quegli errori ch'io dico, attribuendo all'intrinseco dello stile di Sallustio la brevità che secondo lui sta tutta nell'estrinseco, cioè i periodi in verità sono brevi, e di punti non c'è carestia, ma, colui diceva, perch'altri valichi un certo spazio a forza di salti, ei non fa mica meno strada di chi tragitti quel medesimo o altrettanto spazio camminando alla distesa: e Sallustio non si sbriga de' suoi concetti in poco d'ora, ma li volge e li rimena e li frega e li ruzzola e anche alle volte posati che gli ha, da capo li ripiglia: ora uno scrittore così fatto non è breve, nè la brevità consiste nei molti punti. Ma questo parere io l'ho portato solamente per esempio, non perch'io ne faccia gran caso; però tal qual è lo lascio stare senz'altre parole, e mi basterà che serva a dichiarare le cose dette di sopra; dalle quali io voglio inferire in ultimo, che la secchezza attribuita alla <emph>forma</emph> dello stile frontoniano può essere che in vece s'aspetti alla materia, cioè alle parole.</p>
            <p>Imperocchè quanta austerità soglia derivare al discorso dalle parole e dai modi o antichi o disusati o singolari, se io mi mettessi a dimostrarlo accuratamente, farei sembianza d'avere dimenticato che scrivo a voi: sì che tralasciando i molti esempi che si potrebbero con poca o nessuna fatica raccogliere dalla nostra lingua, sarò contento di uno solo fatto, si può dire, a posta per questo luogo essendo preso da un autore del quale il nostro Mai pubblicò numerosi e splendidi avanzi non molto dopo il Frontone, e in proposito di cui mandaste fuori voi medesimo un libro, non fa per anche un anno, e io quindi a poco vi scrissi distesamente: e questi è Dionigi d'Alicarnasso il quale, come vago che fu di voci e maniere insolite, fu giudicato da Fozio che avesse dell'aspro: ora quest'asprezza è vicinissima e compagna della secchezza; ma bisogna che intendiate non la secchezza intrinseca dello stile, propria degli attici, della quale s'è detto più sopra, ma la secchezza estrinseca, cioè delle parole, giacchè adesso non ragioniamo d'altro che di parole. Ed è curioso a notare che le due primarie scoperte del Mai sono state di due scrittori in ciascheduno dei quali è osservabile l'aver voluto non solamente per molti pregi ma oltracciò per molte stranezze gramaticali essere osservati: ma in questo io crederei che Frontone, se si può dire vittorioso chi soprabbonda dove più tosto è vittoria lo scarseggiare, vincesse Dionigi di non poco; tuttavia non l'affermo, perchè ci vorrebbe molto più pratica dello stile di Dionigi che non ho io. Tacerò di quei vocaboli trovati in Frontone che per l'addietro non si conoscevano; parecchi ne segnò il Mai da principio; altri dopo, in fondo alle giunte e correzioni; altri ne restano da segnare, e gl'indicherò più avanti. Della stranezza dei quali basta dire che non si trovano in nessun libro nè scrittarello nè frammento latino, in nessuna parte salva del Lazio, che si sappia. Lascerò questo, che pure è molto: e come no? tante parole sconosciute in due volumi che comodissimamente si ristringerebbero in uno, e dove non si tratta di cosa che in genere non sia conosciutissima e usuale! Ma di voci, se bene già le avevamo ne' dizionari, nondimeno al tempo di Frontone antichissime o fuor d'uso, di costruzioni di frasi di significati rarissimi e stravaganti ne trovate pressoch'io non dissi a ogni pagina, e il Mai dietro a schiarire grammaticalmente quando uno quando altro passo, non dico buio ma non di rado oscuro, sempre per la lingua maraviglioso: aggiungeteci un'ortografia già vecchia decrepita di più secoli con cui Frontone anche le parole giovani aggrinza e incanutisce. Da queste cose la materia o sia l'estrinseco del suo stile, si dee credere per certo che ricavasse un sapore asciutto e brusco, e che in tutta quanta essa materia s'incarnasse e immedesimasse quell'austerità che vediamo in tanti de' nostri ne' quali purchè capiti l'occasione, non dubitiamo di chiamare questa qualità <emph>secchezza</emph>, che infatti viene a esser tutt'uno. E se altri opponesse che Frontone non ci fa punto al palato quell'effetto che ci fanno scrittori italiani ogni volta che tirino tanto o quanto al secco e stitico, anzi dà risolutamente nel dolce, facendomi dalla seconda opposizione che si spaccerebbe in un batter d'occhio, risponderei che la dolcezza può benissimo stare con quella qualità ch'io dico, e senza più, potendo dir molte cose, citerei Fozio che in Dionigi d'Alicarnasso trovò l'una e l'altra. E rimontando alla prima difficoltà, domanderei che fosse attribuito non a pertinacia di mantenere l'assunto ma a confidenza nel vero e a maturità di riflessione fatta, se francamente e più largamente che non occorresse per salvare il detto di sopra, affermassi che nè di questa nè d'altra tale proprietà di nessuno scrittore sia latino sia greco sia di qualsivoglia altra lingua morta, non è possibile presentemente di sentire il sapore fuorch'oltremodo svanito. Intendo tutte quelle proprietà che s'appartengono al di fuori dello stile, cioè alla favella, ma particolarmente certe più recondite per le quali a volere che si sentissero ci sarebbe più special bisogno ch'altri avesse imparata e adoprata quella tal lingua da fanciullo, o se la fosse col lungo e assiduo uso di favellarla sì cogli altri e sì con sè medesimo, dimesticata non altrimenti o quasi come l'imparata da fanciullo: tra le quali l'<emph>asprezza</emph> di cui si ragionava, non è l'ultima. Imperocchè quando altri si mette a leggere un libro scritto nella sua propria lingua (dico propria in qualunque si sia delle due maniere qui sopra specificate), non s'aspetta di trovare novità nè rarità nè difficoltà in quello ch'è per lui così antico e ordinario e che egli, quando bene si tenesse ignorante di ciascun'altra cosa, senza fallo si penserebbe d'avere su per le dita; e trovandone si maraviglia; e come chi palpa con mano nuda un panno ispido e setoluto, così prova e sente in sè stesso vivacemente gli effetti di quell'asprezza ch'io diceva. Ma noi come prima diamo di piglio a un libro, per esempio latino o greco, ci mettiamo naturalmente in animo di dover fare un sentiero non dico nuovo ma insolitissimo a petto al consueto, vale a dire alla lingua nostra propria; e leggendo, non ci possono dar troppo nell'occhio le rarità dove tutto è in certo modo raro; nè ci può far maraviglia, per una strada che non siamo usati di frequentare più che tanto, l'abbatterci in qualche oggetto, cioè in qualche vocabolo o modo, nuovo o poco noto, nè questi vocaboli o modi ci sanno punto d'aspro, perchè quell'asprezza di cui parliamo non è mica ingenita e nativa a quelle tali parole o frasi ma sta solamente nell'esser queste o vecchie o comunque inusitate, ora dell'inusitato accorgendoci noi poco o niente, e quel più o meno d'antico che può avere una voce o un modo non facendo quasi nessuna differenza di sapore in un libro antichissimo tutto, ci avviene caso che questo sia veramente aspro, come a chi palpi quella roba ruvida ch'io diceva con mano inguantata, il quale sa bene che il panno punge perciocchè vede com'egli è irsuto, non però si sente pungere, per molto ch'ei lo tasti. Io so che la mia esperienza non fa forza, so che altri m'opporrà i dotti e gli eruditi, e vorrà sgomentarmi coll'apparato della fama e della dignità, e sostenere che l'uomo possa coll'ingegno e collo studio lungo e continuo e diligente farsi il palato latino o greco di maniera che vaglia a sentire efficacemente e distintamente le diverse qualità degli stili in questa o in quella lingua, non altrimenti che faccia nella propria: ma io allora crederò che questo possa essere, quando vedrò un dotto favellare ordinariamente in latino o in greco o in altro tale idioma, e favellare com'è credibile che favellassero i Latini o i Greci, almeno quanto alla dizione, e favellare non con gente che non l'intenda o non gli risponda o gli risponda in altra lingua o ciancicando il latino o il greco, ma con gente che parli quella tal favella nè più nè meno come lui, essendo di primissima necessità, per arrivare a dimesticarsi una lingua nella maniera che ho detto, il sentirla favellare e non a caso o di quando in quando ma regolarmente e tutto giorno; e saprò ch'egli nel pensare adopri il latino o il greco non artatamente nè a posta, ma per forza d'abito sbadatamente e per lo più senz'avvedersene. E finattantochè non saprò nè vedrò queste cose; e finattantoch'esse per lo contrario si stimeranno e saranno impossibili, io mi riderò di chiunque crede che in una lingua che si studia solamente e si legge, altri possa acquistare un senso tanto o quasi tanto squisito, quanto in una lingua che si parla e si pensa. E che il fatto stia così come io dico, me ne rimetto alla coscienza dei dotti i quali sanno che se leggendo un libro per esempio latino inciampano in qualche parola o frase che anche senza essere troppo antica nondimeno giunga loro nuova o mal nota, qual se ne sia la cagione, a segno che non la possano intendere fuorchè dando di mano al vocabolario (il che può benissimo accadere o accade), non se ne sentono però l'orecchio in nessuna maniera offeso, nè quella voce o quel modo par loro aspro nè stiracchiato: laddove se a noi italiani vien trovato in un libro italiano qualche parola o modo niente o poco inteso, come subito ci accorgiamo quasi di uno stridere che faccia quella parola in mezzo alle altre; come spiccatamente sentiamo non so che di rincrescevole che ci fa dare al vocabolo del duro e del fastidioso e allo scrittore dell'affettato!</p>
         </div1>
         <div1>
            <head>[ABBOZZO DELLA STESSA LETTERA]</head>
            <p>Non si trova di gran lunga in Frontone quel pungente, quell'acutezza, quel sale e insomma quella forza dello spirito di Luciano. In effetto, leggendo <title lang="lat">de Bello Part.</title>, trovo tutto quanto lo stile di Frontone efficace e vibrato del continuo, per cagione principalmente della gran proprietà e bella scelta delle parole (e nervoso) e così pure le immagini, benchè prosaiche come conviene, e le similitudini e le figure ec. sono energiche e vivaci e risaltano e lo stile è robusto e di colorito forte e nervoso. Chi sa che questo non sia quello che chiamano secchezza. Certo la copia frontoniana non è punto lassa nè floscia, ma soda consistente e vigorosa, per la gagliardia delle parole frasi immagini similitudini figure traslati ec. come ho detto. Nondimeno Frontone ha certo che fare con Luciano non solo pel tempo ma per lo studio e amore degli antichi, e bella lingua e la continua energia e proprietà dell'espressione.</p>
            <p>Frontone di più buon cuore che Cicerone, buono per natura, non solo per filosofia. più affetto. scherzi più affettuosi. secchezza non grettezza però la pompa del suo dire mentovata da Mamerto. Non lussureggia non ha ornamenti fuori del corpo del discorso come Plinio chiamato pingue da Macrobio (opposto al secco) ma non però manca di ornamenti benchè tutti sieno interni o vogliamo intessuti e legati strettamente coll'orazione soda e robusta. Congettura che questa secchezza venga dall'uso delle parole e stile antico, e sia lo stesso che quell'asprezza di Dionigi Alicar. notata da Fozio, procedente dalle frasi che per essere inusitate hanno del duro come p.e. <emph>innanzi lui</emph> ec. difficoltà per noi italiani di sentire quest'asprezza e forse anche affettazione e ricercatezza di stile antico, come anche gli idiotismi e proverbi latini che per noi non hanno quel familiare che aveano certo per gli antichi mentre tutto il latino (de' classici) ci par nobile. certo a Frontone non manca la copia nè delle parole nè delle cose. gravità frontoniana notata da Sidonio. – non già che Cicerone non sia affettuoso ma egli è sempre più serio, anche negli scherzi... anche cogli amicissimi... sempre più grave sostenuto moderato anche nelle dichiarazioni d'affetto (come è naturalissimo in un politico dato all'amministrazione de' negozi e della repubblica) e non dà in quell'espansioni di cuore in quei trasporti di Frontone. – La difficoltà ch'io dico sta nel conoscere e sentire e distinguere i colori e le proprietà dello stile quanto alle parole e alla lingua, sì che comprende l'eleganza ec. Secondo me non è dubbio che i greci avranno trovato differente il sapor dello stile degli attici noti, e di quelli che avevano studiato quello stile: e a me stesso paragonando il purissimo e Atticiss. Luciano Samosat. con Isocrate tanto studiato, parea di trovare molto più studio e ricercatezza di eleganza in quello, e non dubitava che ai greci quella sua eleganza e Atticismo (benchè bello) non dovesse parere studiato e non punto spontaneo. ma a noi non è dato di sentir queste cose così bene come noi italiani sentiamo a prima giunta l'affettazione e lo studio ne' nostri per es. nel Bembo. Ma questo fonte bellissimo di osservazioni utilissime forse non mai fatte e nuove, dico il paragone dello studio del dialetto Attico tra greci con quello del Toscano tra noi porterebbe lungo discorso, e però ec. Altro è la gravità che può star colla secchezza e anche l'ama, altro è la pompa attribuita a Frontone che pare che non possa stare senza una certa copia. brusca austerità dello stile in chi cerca la purezza della lingua e l'imitazione degli antichi, che si vede ne' nostri e potea essere in Frontone, e farlo chiamar secco. E se in cosa manifesta ci fosse bisogno o utile per autorità allegherei Plutarco <emph>Vit. Demost.</emph> nel princip. ove dice di sè ec. e riprende Cecilio ec., contuttochè la lingua latina allora non solo fosse viva ma in fiore ed egli avesse convissuto coi Romani ec. Bisogna forse confessare che Frontone in qualcuno di que' suoi precetti oratorii ed usi e modi di esercitarsi, dà nel sofistico, e s'accosta all'uso dei sofisti greci nell'imitare gli antichi e lo stil loro: cosa di cui finora forse non si aveva esempio tra' latini. E qualche precetto è forse proprio nel confine dell'arte vera e giusta, e dell'eccessiva e sofistica. Simmaco pare una traduzionaccia latina di qualche arringa francese. Non vi so dire come mi faccia stomaco vedere la lingua latina in quest'arnese barbaresco che par proprio una statua del Canova vestita a panni e imparruccata (a Luciano detto di sopra aggiungi per l'eleganza ricercata Longino) o meglio, se la lingua va piuttosto paragonata a un sentimento essa, e i pensieri alla figura, par la pelle del Leone Nemeo sulle spalle... ma non voglio dir di Deianira la quale credo che fosse bella da vero e non da beffe come queste sfrontate delle opericciuole di Simmaco e de' suoi pari. Nelle opere presenti di Frontone piuttosto si vede scarsità che secchezza. Lo stesso M. Aurel. p. 65. loda Frontone, <foreign lang="lat" rend="italic">ob aemulationis felicitatem</foreign>, che insomma vuol dire per l'emulazione. Mi par che Longino Luciano ec. stieno agli antichi greci come Senofonte Tucid. Erodoto Platone ec. come i cinquecentisti ai trecentisti. – Credo certo che la Ep. 12 ad Pium sia di Frontone ad Aufid. Vittorino genero. 1. non sarebbe probab. che Antonino imperatore si trattenesse a parlare con interesse a M. Aurel. <emph>Cesare</emph> d'un fanciullo alieno, 2. nè che lo chiamasse nostro. 3. È naturalissimo nella mia supposizione il passaggio dal periodo precedente a quello <foreign lang="lat" rend="italic">cum isto quidem</foreign> ec. 4. Il fine dell'epistola consuona col carattere morale di Frontone espresso nel lib. <title lang="lat">De nepote amisso</title>. 5. quel Frontone o sia Vittorino sarà quello stesso di cui dice p. 208 <quote>
                  <foreign lang="lat" rend="italic">quem ipse sinu meo educo</foreign>
               </quote> ec. onde è manifesto che lo teneva con sè anche in assenza di Aufidio. 6. osservo per mia regola che in questa supposizione non c'è più bisogno del calcolo sull'età del fanciullo nel tempo della guerra Cattica ec. Insomma dato che si parli di un Frontone fanciullo è sempre più probabile che sia sempre di Frontone più che d'Antonino: e noto che quasi per complimento dice <emph>prima</emph> Vittorino <emph>poi</emph> Frontone.</p>
            <p>Non già più belle ma più studiate (che non è tutt'uno il più studiato e il più bello massime nelle lettere famigliari). Frontone ha spesso molta efficacia ed evidenza e splendore d'imagini (come p.e. p. 254 lin. 10) e robustezza ed energia, per la proprietà delle parole e delle frasi ec. robustezza ed energia così di frasi come d'immagini. È curioso che il Mai abbia fatto le due sue scoperte del Dionigi e Front. ambedue vaghi di parole e modi rari, onde spessissimo è convenuto al Mai illustrare grammaticamente molti luoghi di Frontone, ancorchè non abbiano parole nuove, vale a dire che son rare, o è rara l'ortograf. o la costruzione, significato ec. Però mi pare che Frontone ai latini non dovesse mancar di parere alle volte più tosto affettato e aspro e salebrosus con <emph>tutte</emph> questa rarità: p.e. p. 232 lin. 1 in quella frase che era già antiquata due secoli prima cioè al tempo di Cicerone. Efficacia di Frontone viene anche dai traslati, come p. 215 <quote>
                  <foreign lang="lat" rend="italic">verba fidicularia</foreign>
               </quote>, p. 246 <quote>
                  <foreign lang="lat" rend="italic">sententiae cordaces</foreign>
               </quote>, p. 254 <quote>
                  <foreign lang="lat" rend="italic">sermones gibberosos</foreign>
               </quote>, e così spessissimo nè solo di parole ed epiteti ma di frasi e d'intere figure ec.</p>
            <p>Frontone messo con Cicerone o coi più antichi non può stare in verità come i cinquecentisti ai trecentisti, ma piuttosto si rassomiglia ai settecentisti o a quelli del tempo nostro per lo studio impiegato pel risorgimento della lingua e così pure per lo stile assolutamente ec. ec. Lo stesso convien pur dire di Luciano e di Longino in qualche parte ma non in tutto che e Demost. Senof. ec. era più vicino ad Erodoto per esempio e al trecentismo che non Cicerone ai suoi antichi (anzi Senofonte è quasi un pretto trecentista) e i tempi della Grecia forse non corrispondevano come quelli del Lazio, Frontone vivente, al nostro settecento e ottocento. Nè la lingua era così corrotta ec. secondo che dice Giordani.</p>
            <p>Nelle epistole greche si vede un certo stento massime, mi pare, nella 1. e anche lì ci è uno studio di frasi singolari piuttosto che eleganti o parole ec. tratto tratto, non sempre. Assento al Mai p. XLVIII lin. 18 sino al fine.</p>
            <p>Volendo lodare un amico non gli direi: «dai versi che m'avete mandati conosco quanto... in cotesto genere ridondante e Frugoniano». E ho detto, volendo lodare e non ho detto, dovendo: che quando bisogna lodare, per lo più si finge una certa pazzia e alle volte si loda qualche difetto col pretesto di qualche insigne autore che ne patì, quasichè gli fosse stato non macchia ma ornamento, come Marziale lodava quel Gauro perchè ubbriacandosi imitava Catone, e vomitando rassomigliava Antonio e straviziando Apicio. Ma Frontone non lodava qui Cesare perchè dovesse, ma bensì, perchè voleva, essendo entrato a parlare delle sue lettere così d'improvviso e senza che la materia in nessun modo lo richiedesse, laonde non è credibile che essendosi messo in barca pensatamente, prima d'adagiarvisi, cominciasse a far getto di masserizia per non affondare.</p>
            <p>Non par che la pompa si possa accordare con quella semplicità che è inseparabile dalla secchezza (almeno così presa come noi la prendiamo) e pomposo veramente tra gli oratori appena saprei chiamare lo stesso Demostene se non in qualche luogo. Pomposo veramente è Cicerone, di lui è proprio la grandiloquenza, e quell'esultazione e quel grande e splendido ornato (<quote>
                  <foreign lang="lat" rend="italic">grandis verborum ornatus</foreign>
               </quote>, dice Cic.) e di parole e di pensieri, e quelle ripetizioni di parole, che nei greci fuori di Demostene difficilmente si troveranno, onde a chi è pratico degli altri greci e non di Demostene leggendolo parrà di trovare un non so che di non greco. La secchezza Attica consiste in una schiettezza, e semplicità, e in quello che chiamano verecondia, senza gran copia di parole nè di pensieri, o se anche ce n'è copia, esposti pianamente, con un procedere disinvolto e spedito, e un avanzarsi seriamente e gravemente e austeramente verso il suo fine, senza grandi ornati, senza gran plauso, senza grande strepito, insomma con quella gran naturalezza tutta propria dei greci delle parlate omeriche ec. dove anche l'importantissimo non è trattato con troppa veemenza ma quasi con una certa freddezza. Del resto questa sobrietà d'ornato, fa che lo stile sia più conciso, ma veramente la secchezza non è lo stesso che la brevità e Macrobio mette per la brevità Sallustio e Frontone per la secchezza: massime se si prenda per la brevità di parole: più tosto ha che fare con una brevità e sobrietà di pensieri, onde Cicerone esporrebbe certo l'istessa cosa con più carte, perchè anderebbe dietro a più ornamenti ec. Front. non è certo turgido, nè ridondante di parole o di pensieri, nè concettoso oltre il debito, nè esageratore nè delizioso e illecebroso ec. ma queste benchè sieno proprietà della secchezza non bastano e sono anche di Cicerone.</p>
            <p>Luciano partecipa ancora ma solamente tanto quanto basta per somigliare anche in questo a Frontone, di quel sofistico della sua età che appartiene all'imitaz. ec. dei Classici e allo studio classico e in particolare degli artifizi rettorici e di quei luoghi comuni <foreign lang="lat" rend="italic">ab exemplo a pari a simili</foreign> e che so io che si vedono molto spesso usati p.e. in molte parlate che egli o mette in bocca ad altri o dice da sè: non parlo delle buffonesche nelle quali questi artifizi saranno usati per metterli in ridicolo.</p>
            <p>Altra somiglianza è quel frequente uso di similitudine o meglio del parlar figurato e metaforico che ad ambedue dà occasione di sfoggiare la loro ricchezza di lingua e la proprietà ed efficacia dei vocaboli, per e. p. 447 mezzo. Quest'uso <emph>è più</emph> artifizioso <emph>che non conveniva perchè potesse</emph> esser frequente nei primi ingenui classici ec. ec.</p>
            <p>Anche Mamerto nello stesso luogo propon Catone per la gravità distinguendola così dalla pompa.</p>
            <p>1. pompa non è lo stesso che la gravità. Demostene non è pomposo. che cosa intendessero gli antichi per gravità, cosa vicina alla pompa, ma non la stessa. A voler la pompa bisogna andare a Cicerone. Descrizione della pompa.</p>
            <p>2. Questa è la pompa ma la secchezza pare che si debba intendere tanto in Macrob. che in Cic. ec. quella degli Attici, e questa consiste ec. Descrizione della secchezza. Or questa non può star colla pompa, ma nè anche si accorda con quello che noi vediamo negli scritti di Frontone, soavità piuttosto ec. Certo non è turgido, non lussureggia ec. e non è come Plin. e se la secchezza è l'opposto della pingued., certo Frontone non ha questa pinguedine, e sarebbe scoperta la sua secchezza, ma così secchi sono Cic. e Liv. e tutti i buoni.</p>
            <p>3. Pensando io come accordare insieme Macrobio e Mamerto e più gli scritti presenti considerava che lo stile antiquato ec. 1 difficoltà di capirlo per noi ec. 2 sofisticherie di Front. Affettazioni ec. 3 lingua attica Luciano cinquecentisti ec. 4 Dionigi d'Alicarnas. Tucidide, asprezza due scoperte d'autori di parole rare. 5 Ristoratore della lingua latina del buon gusto, paragonabile agli ottocentisti. ec.</p>
            <p>4. La brevità è cosa diversa e Macrob. la distingue, e Front. non è propriamente breve se non nei <title>prin. di Stor.</title> ec. La brevità no ma forse quella che ha molto che fare con la brevità cioè la</p>
            <p>5. Proprietà (la proprietà si avverta non è qualità intrinseca ma estrinseca. Si osservi che la brevità di Sallust. s'è detta essere non solo estrinseca ma intrinseca). efficacia traslati gagliardia ec. di Front. potrebbero aver che fare con questa secchezza. Paragone con Luciano con Cicerone nelle epist. Certo pare che la secchezza fosse in qualche modo propr. di Front. poichè egli nella lett. 1, Lib. 1, a M. Aur. oppone l'Attico al Tulliano che è appunto l'opposto suo e l'Attico l'ascrive a sè, e chiama <quote>
                  <foreign lang="lat" rend="italic">remissiorem</foreign>
               </quote> lo stile Tulliano, il che assento al Mai che sia un quid simile al copioso. E questo stesso stile pare che indichi M. Aur. nell'Ep. 10, l. 1, pag. 64 fine, 65 init. Ma forse Front. avrà accomodato questo stile alle orecchie latine avvezze a Cicerone ec. e questa secchezza non sarà stata così stretta, il che si deduce così da Mamerto come dagli scritti presenti: e l'avrà accomodata allo stile latino ec. E questo sia detto dello stile di Frontone preso argomento (ovvero) non motivo ma occasione dal passo di Mamerto che del resto non avrebbe meritate tante parole, tutto insieme insomma, cioè lingua affettata asprezza proprietà ec. potevan fare ragionevolmente chiamare il suo stile secco: (se bene è secchezza più di parole che di altro) quantunque la secchezza degli attici sia lontana dagli scritti presenti. E forse era nelle Orazioni che non ne abbiamo nessuna. E gli scritti presenti non si adattano male (e non indicano cattiva disposiz.) alla pompa. Si paragoni a Cicerone preso argomento dal luogo dell'ep. a Marco, dicendo che quanto allo stile epistolare Front. è più studiato ec. (Epistole Greche).</p>
            <p>copia. ricchezza. splendore. ubertà. ornato. grandiloquenza. magnificenza. sonito. clamore. plauso. nobiltà. maestà. esultazione. baldanza. baldanzeggiare. festeggiare. giubilare. suono. romore. sontuosità. sfoggio. solennità.</p>
            <p>sobrietà. schiettezza. semplicità. piano. senza ornamenti. disinvoltura. spedito. austero. tenue. verecondo. ingenuità. naturalezza. sprezzatura. candidezza. rimesso. posato. riposato. posatezza. precisione. asciuttezza. parsimonia.</p>
            <p>inguantato, non insito fuor di luogo, sconvenienza, italiani, scienze, trecentisti antichi ec. più sensibile assai l'affettazione di parole nelle prose: in versi appena per la preparaz. Toscani, accompagnamento di parole note. complesse, la stessa lingua ec. suono della frase ec. italiano.</p>
            <p>Se riprende in Cicerone la copia che cosa loda in lui che pur tanto loda chiamandolo <quote>
                  <foreign lang="lat" rend="italic">summum supremumque os</foreign>
               </quote> ec.</p>
            <p>Maggiore ricchezza di lingua in chi l'ha studiata che in chi l'ha naturale. Luciano Isocrate, onde in molti scritt. greci attici si trova frequentissimo uso di certe parole in ciascuno che pare una certa povertà. Dionigi Alicarnasseo <foreign lang="grc">εἰ μὲν, νῦν δέ</foreign>.</p>
            <p>Moreto. trasferire dalla sentina. spurgatoio. mondezzaio. Ci figuriamo questo sapore, ma non lo sentiamo.</p>
            <p>Dal discorso di Luciano, Atticismo ec. si passi a dire per la prima volta che parimente Frontone dee essere affettato.</p>
            <p>Asprezza. familiarità. bambini. figurarsi sapere non sentire, tutto par nobile, tutto è strano, nè anche dotti ci adattiamo sin dal cominciare a leggere a sentir cose nove. forse cerchiamo nel Dizionario ec.? proverbi Cicerone Terenz. Lasca, immaginiamo non sentiamo. anche la lingua francese chi non la parla nè l'à parlata che di rado non si sente familiare, benchè si sappia. Plutarco. da questo all'affettaz. o fluidità. Luciano Atticismo cinquecentisti, probab. che Frontone sia affettato. parola antiquata al tempo di Cicerone, tuttavia con ragione cercava l'antichità, ma forse non lo facea perfettamente. sofisticherie. altra somiglianza cogli ottocentisti. Lett. greche.</p>
            <p>Frontone non lussureggia soverchiamente, ma certo il carattere delle sue opere presenti non si può di gran lunga dire che sia quella sobrietà e precisione e semplicità stretta degli Attici, e astenersi per lo più dagli ornamenti ec. e insomma quella robusta secchezza e schiettezza attica; anzi vi si vede piuttosto della grassezza e degli ornamenti sufficienti, e copia così di cose o di pensieri come di parole, e dolcezza, e mollezza e pinguedine ec.</p>
            <p>
               <quote>
                  <foreign lang="lat" rend="italic">Dum enim italicam linguam quaque possum excolo, penitiora eius etc. abditissima etc. latinae quoque linguae penitus investigandae tempus et vires et animus deficiunt. Accipe haec igitur uti sunt inelegantia, in quibus si utilitatem non desideres, elegantiam quaeras facile patiar.</foreign>
               </quote>
            </p>
            <p>
               <quote>
                  <foreign lang="lat" rend="italic">Verum a perficiendo opus tum rei diurnitas et fastid. tum prorsus immutata studiorum ratio, praeterea multa vitae meae incommoda me ut hactenus deterruerunt, ita semper ut puto deterrebunt.</foreign>
               </quote>
            </p>
            <p>
               <quote>
                  <foreign lang="lat" rend="italic">Sed haec ille obiter et festinanter, facile enim vidisset vir doctis de Frontonis aetate frustra quaeri quum <title>Epistolae</title> aetas perspecta sit quam coniecturae meae non repugnare immo cum ea mirifice congruere modo ostendi. Neque enim hic vellicare Tullium potest quin M. Caes. simul vellicet quem in his remissum et Tullium pollere ait. Sed neque dispicio quidnam hic Fronto in Cic. reprehendere putari possit. Si enim Tullium remissioris stili in scribendis epistolis exemplum dicit, stilum utiq. optimum Tullio tribuit, namque epist. ut fert natura hominum familiariter inter se conloquentium, facili humilique stilo imprimis gaudere manifestum est</foreign>
               </quote>. <bibl>v. p. 141, lin. 16 fin.</bibl> Se riprende Cicerone come poco lavorato nelle Epist. Front. stesso quanto alle parole e al culto della frase e alla proprietà ed eleganza ec. ec. pare in verità più studiato, ma quanto alle cose e ai pensieri e al nucleo dell'eloquenza e al corpo ec. anche Cicerone nelle lettere è coltissimo e lavoratissimo, e agli artifizi dell'eloquenza e metter frizzi e astuzie...</p>
            <p>Da certe minuzie mi par di raccogliere per congettura che l'Arione sia traduzione dal greco; dico da certe parole o frasi o giri, che mi paiono scoprire la traduz. ed esser derivate dal greco. Non sarebbe facile andar dietro a tutte, essendo cose che poi per la loro piccolezza difficilmente le potrei dare ad intendere, ma p.e., quel <foreign lang="lat" rend="italic">secundum questum</foreign>, la ripetiz. p. 376, l. 6 di p. 374, l. 10, e quel <foreign lang="lat" rend="italic">composita</foreign> p. 376 l. ult. che non pare al tutto latino o almeno è raro assai, e nel Forcellini non ci sono esempi che facciano veramente al caso, e pare dal greco <foreign lang="grc">ἐσκευασμένος</foreign> o <foreign lang="grc">κατεσκευασμένος</foreign>. Ma si cerchi nello Scapula il vero significato di questo verbo, e se è composto forse di <foreign lang="grc">συσκευάζειν</foreign> ossia <foreign lang="grc">συνεσκευασμένος</foreign>.</p>
            <p>Frontone è notabile che p. 400 e 408 (dove v. anche le emendazioni) per nominare l'imp. in greco che altri dicevano <foreign lang="grc">αὐτοκράτωρ</foreign> non volendo chiamarlo re ch'era piccola cosa alle orecchie dei romani trionfatori e calpestatori di tanti re, e per proprio abito e genio disprezzatori e avvilitori della dignità regia, lo chiama il gran re, come appunto chiamavano i greci il Re di Persia prima di Alessandro. Povera Roma così assomigliata all'impero persiano. Il Peyron p. 11 scioccamente rende <quote>
                  <emph>di un gran re</emph>
               </quote> per <emph>del</emph> gran re. Gran re, detto all'imp. de' Romani si vede anche nel <title>Misopogone</title> di Giuliano p. 339, d.</p>
         </div1>
      </body>
   </text>
</TEI.2>