<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?>
<!DOCTYPE TEI.2 SYSTEM "http://bibliotecaitaliana.it/dtd/bibit.dtd">
<TEI.2>
   <teiHeader>
      <fileDesc>
         <titleStmt>
            <title>Storia dell'astronomia</title>
            <author>Giacomo Leopardi</author>
         </titleStmt>
         <extent>921030 Kb in UTF-8</extent>
         <publicationStmt>
            <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
            <pubPlace>Roma</pubPlace>
            <date>2008</date>
            <idno>bibit001598</idno>
            <availability>
               <p>Questa risorsa digitale è liberamente accessibile per uso
                        personale o scientifico. Ogni uso commerciale è vietato</p>
            </availability>
         </publicationStmt>
         <seriesStmt>
            <title>Collezione BibIt</title>
         </seriesStmt>
         <sourceDesc>
            <bibl>
               <title>Tutte le opere</title>
               <author>Leopardi Giacomo</author>
               <editor id="ed">Felici, Lucio</editor>
               <publisher>Lexis progetti editoriali</publisher>
               <pubPlace>Roma</pubPlace>
               <date>1998</date>
               <note>L'edizione elettronica fa riferimento al testo: Giacomo Leopardi, Tutte le opere, a cura di Walter Binni con la collaborazione di Enrico Ghidetti, I; Firenze: Sansoni 1989</note>
            </bibl>
         </sourceDesc>
      </fileDesc>
      <encodingDesc>
         <samplingDecl>
            <p>Tutti i materiali paratestuali della fonte cartacea non riconducibili alla
                responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                digitale</p>
         </samplingDecl>
         <editorialDecl>
            <correction method="silent" status="medium">
               <p>Livello medio: controllo a video con collazione con edizione di
                        riferimento</p>
            </correction>
            <quotation form="data" marks="all">
               <p>I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea
                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
            </quotation>
            <hyphenation eol="none">
               <p>I trattini di sillabazione a fine riga sono stati soppressi e le parole
                        ricomposte</p>
            </hyphenation>
         </editorialDecl>
         <classDecl>
            <taxonomy id="CGB">
               <bibl>Classificazione generi BibIt</bibl>
            </taxonomy>
         </classDecl>
      </encodingDesc>
      <profileDesc>
         <creation>
            <date>800</date>
         </creation>
         <langUsage>
            <language id="ita">Italiano</language>
         </langUsage>
         <textClass>
            <keywords scheme="CGB">
               <term>Trattati</term>
            </keywords>
         </textClass>
      </profileDesc>
      <revisionDesc>
         <change>
            <date>Data sconosciuta anteriore al 2000</date>
            <respStmt>
               <name>LEXIS</name>
            </respStmt>
            <item>Digitalizzazione</item>
         </change>
         <change>
            <date>Data sconosciuta anteriore al 2000</date>
            <respStmt>
               <name>LEXIS</name>
            </respStmt>
            <item>Correzione linguistica</item>
         </change>
         <change>
            <date>2008-01-21T00:00:00.000+02:00</date>
            <respStmt>
               <name>Valeriano Fiori</name>
               <name>BIBIT</name>
            </respStmt>
            <item>Codifica XML - Codifica manuale</item>
         </change>
         <change>
            <date>2008-02-07T00:00:00.000+02:00</date>
            <respStmt>
               <name>Carla Deiana</name>
               <name>BIBIT</name>
            </respStmt>
            <item>Validazione</item>
         </change>
      </revisionDesc>
   </teiHeader>
   <text>
      <body>
         <div1>
            <head>STORIA DELLA ASTRONOMIA DALLA SUA ORIGINE FINO ALL'ANNO MDCCCXI DI GIACOMO LEOPARDI MDCCCXIII</head>
            <epigraph>
               <l>Felices animae, quibus haec cognoscere primum,</l>
               <lg>
                  <l>Inque domos superas scandere cura fuit:</l>
                  <l>Credibile est illos pariter vitiisque iocisque</l>
               </lg>
               <lg>
                  <l>Altius humanis exeruisse caput.</l>
                  <l>Non Venus et vinum sublimia pectora fregit,</l>
               </lg>
               <lg>
                  <l>Officiumve fori, militiaeque labor,</l>
                  <l>Nec levis ambitio, perfusaque gloria fuco,</l>
               </lg>
               <lg>
                  <l>Magnarumve fames sollicitavit opum.</l>
                  <l>Admovere oculis distantia sidera nostris,</l>
               </lg>
               <lg>
                  <l>Aetheraque ingenio supposuere suo.</l>
               </lg>
               <bibl>(Ovidius Fastor. lib. I)</bibl>
            </epigraph>
            <epigraph lang="grc">
               <l>Ἡ σοφίη στίβον εὖρεν ες οὐρανόν. Ὦ μέγα θαῦμα.</l>
               <lg>
                  <l>Καὶ νόος ἐξ αὐτῶν ἧλθεν ἐπουσανίων.</l>
                  <l>Ἠνίδε καὶ γυρὰ σφαίρας ἐπετάσσατο νῶτα,</l>
               </lg>
               <lg>
                  <l>Ἴσα δὲ κᾣᾣύκλα τομαῖς οὐχ ὁμαλαῖσι τέμε.</l>
                  <l>Σκέπτεο τείρεα πάντα πρὸς ἄντυγα, τῆς ἔπι Τιτᾶν</l>
               </lg>
               <lg>
                  <l>Νᾣᾣύκτα ταλαυτείει καὶ φάος ἐρχόμενος.</l>
                  <l>Δέξο ζωδιακοῦ λοξώσια, μηδέ σε λήσει</l>
                  <l>Κλεινὰ μεσημβρινῆ κέντρα συνηλᾣᾣύσεος.</l>
               </lg>
               <bibl>Συνέσιος ἐν τῷ πρὸς Παιόνον ὑπὲρ τοῦ δωροῦ λόγῳ.</bibl>
            </epigraph>
            <div2>
               <head>Introduzione</head>
               <p>La più sublime, la più nobile tra le Fisiche scienze ella è senza dubbio l'Astronomia. L'uomo s'innalza per mezzo di essa come al di sopra di se medesimo, e giunge a conoscere la causa dei fenomeni più straordinari. Una così utile scienza dopo essere stata per molto tempo soggetta alle tenebre dell'errore ed alle follie degli antichi filosofi, venne finalmente ne' posteriori secoli illustrata a segno, che meritamente può dirsi poche esser quelle scienze, che ad un tal grado di perfezione sieno ancor giunte. L'uomo può certamente vantarsi di aver superati i maggiori ostacoli, che la natura oppor potesse al prepotente suo ingegno, e d'esser quasi giunto all'apice della sapienza. Gli uomini han fatto mai sempre grande stima della scienza degli astri. Lucrezio, Orazio, Virgilio, Ovidio, Manilio, Lucano, Claudiano, ne han parlato come di una scienza poco meno che divina. Ovidio ci annunzia, che egli vuol prendere il suo volo verso le stelle:
<quote lang="lat" rend="block">
                     <l>...Iuvat ire per alta</l>
                     <l>Astra, iuvat terris, et inani sede relicta</l>
                     <l>Nube vehi, validique humeris insidere Atlantis.</l>
                     <note place="foot">Metamorph. XV. 147. sqq.</note>
                  </quote>
               </p>
               <p>David prendeva dalle stelle argomento di elevarsi a Dio. «Videbo coelos tuos opera digitorum tuorum, Lunam, et stellas, quae tu fundasti».<note place="foot">Psal. VIII. 4.</note> E Derham nella Teologia Astronomica ci presenta le scoperte, che sono state fatte nella scienza degli astri come altrettante prove dell'esistenza dell'Essere Supremo. E il P. Gaubil dice, che all'astronomia si è debitori dell'ingresso della religione nella Cina. Nel libro di Giobbe Dio stesso parla di Astronomia. «Numquid coniungere valebis micantes stellas Pleiadas, aut gyrum Arcturi poteris dissipare? Numquid producis Luciferum in tempore suo et Vesperum super filias terrae consurgere facis?».<note place="foot">XXXVIII. 31</note>
               </p>
               <p>Gli antichi e i moderni principi han fatto come a gara nel proteggere gli astronomi. Giulio Cesare si piccava di astronomia, come vedesi in un discorso, che Lucano gli fa tenere ad un sacerdote di Egitto.<note place="foot">Phars. X. 194. segg.</note> Tiberio, al riferir di Svetonio,<note place="foot">In Tiber.</note> fu grande amatore di questa scienza. L'imperator Claudio previdde, che nel giorno anniversario della sua nascita dovea succedere una ecclisse, e temendo di qualche tumulto dalla parte del popolo, ne avvertì i Romani con uno scritto, nel quale spiegò la cagione di questo fenomeno. Adriano e Severo imperatori, Carlo Magno, Leone V imperatore di Costantinopoli, Alfonso re di Castiglia, Federico II imperatore di Occidente coltivarono con successo l'Astronomia. La protezione, che hanno accordata a questa scienza Maometto II conquistatore dell'impero Greco, il grande Carlo V, Carlo II re d'Inghilterra, Luigi XIV e Luigi XV, non fa meno onore a questi principi illuminati di quello ne faccia all'Astronomia.</p>
               <p>Che poi dovrà dirsi della stima, che han fatto in ogni tempo i sapienti di questa scienza? Essendo stato chiesto quasi per rimprovero ad Anassagora, se egli avea alcuna cura della sua patria egli rispose di averne moltissima additando il cielo.<note place="foot">Laert. in vit. Anaxag. 83.</note> Non mancò chi dicesse, che gli occhi sono stati dati all'uomo a cagione dell'Astronomia, al che forse fe' allusione Ovidio allorchè disse nelle sue Metamorfosi:<note place="foot">I. 83. segg.</note>
                  <quote lang="lat" rend="block">
                     <l>Finxit in effigiem moderantum cuncta Deorum,</l>
                     <l>Pronaque cum spectent animalia coetera terram,</l>
                     <l>Os homini sublime dedit coelumque tueri</l>
                     <l>Iussit, et erectos ad sidera tollere vultus.</l>
                  </quote>
               </p>
               <p>E diffatto qual cosa più nobile insieme e più utile dell'Astronomia? Nicia generale degli Ateniesi, al vedere una ecclissi della luna si atterrisce, e il suo spavento è cagione della rovina dell'armata di Atene. Alessandro prima della battaglia di Arbella rimane spaventato da una ecclissi, egli ordina sacrifizi al sole, alla luna, e alla terra, come alle Divinità, che cagionano questi fenomeni. Luigi il buono figlio di Carlo Magno all'apparire di una cometa nell'837 cade infermo per lo spavento, e muore nell'839 per il terrore concepito all'accadere di una ecclissi totale del sole. Apparisce una cometa mentre i Turchi annientato l'impero Greco minacciano d'invadere l'Europa, ed è creduta foriera d'imminenti disastri. Il papa Calisto III, benchè verisimilmente conosca l'errore nel quale sono i popoli ordina nondimeno pubbliche preghiere ed accorda delle indulgenze a chi tre volte il giorno recita la orazione dominicale e la salutazione angelica.<note place="foot">Paulian, art. <title>Comete</title>.</note> Si credette, che lo scisma d'Inghilterra fosse stato prenunziato da una cometa. Nel 1680 mentre l'immortal Newton meditava sopra il moto delle comete, e le rendeva soggette alle sue leggi il mondo ignorante tremava tuttora all'apparir che fece una di esse. Io medesimo fui testimonio dello spavento cagionato nel volgo da una ecclissi del sole accaduta agli 11 di Febbraio dell'anno 1804.<note place="foot">Teoria delle Ecclissi e specialmente di quella del sole quasi totale, che ha da seguire nel prossimo anno 1804 li 11 Febbraio.</note>
               </p>
               <p>Di quali stravaganze non è capace lo spirito umano alloraquando non è regolato dalle cognizioni astronomiche! I Neri Maomettani abitanti delle parti interiori della Guinea credono che un gatto, ponendo la sua zampa tra la luna e la terra, cagioni le ecclissi. I Lapponi stimano che il Diavolo voglia divorare la luna, e all'accader di una ecclissi tirano con armi da fuoco verso il cielo per discacciare il maligno spirito. I Siamesi e gli abitanti del Malabar urtano le caldaie le une contro le altre, e fanno un orribile strepito per spaventare il Dragone, che come essi credono, vuole inghiottire la luna. I Persiani credevano che il sole si ecclissasse per essere sdegnato con la nazione, e colle preghiere e coi doni cercavano di placarlo. S'immaginavano ancora che le ecclissi della luna dinotassero che ella era inferma, e temendo che questo corpo non venisse morendo a cadere sulla terra, distruggendone gli abitanti, attaccavano dei cani ad alcuni alberi, e li battevano affinchè i loro gridi risvegliassero la luna e la facessero rinvenire dal suo svenimento. Ecco dove conduce la ignoranza nella scienza degli astri.</p>
               <p>Per lo contrario di quale utilità non sono ad ogni genere di persone le cognizioni astronomiche? Pericle con una comparazione familiare rassicura un piloto colpito dallo spavento alla vista di una ecclissi del sole. Mentre un giorno si equipaggiavano i vascelli di una flotta ateniese, il sole si ecclissò siffattamente, che il giorno sembrò cangiarsi in una notte tenebrosa. L'esercito ateniese, che era per montare i vascelli, fu spaventato da questo fenomeno, che soleasi in quei tempi riguardare come un funesto presagio. Vedendo Pericle, che quivi trovavasi, il suo piloto incerto e smarrito, gli pose sul volto il suo mantello, e gli domandò poi, se vedeva. Al che avendo risposto il piloto, che glielo impediva il suo mantello, Pericle mostrogli, che per simile causa il corpo della luna, interposto fra essi ed il sole, impediva loro di vedere quest'ultimo. Agatocle re di Siracusa in una guerra di Affrica vede la sua armata in un giorno decisivo atterrita, e tremante all'accader di una ecclissi. Egli si presenta al suo esercito gli spiega la cagione di questo fenomeno, e dissipa i suoi vani timori. De' simili fatti si narrano di altri principi, o generali, che in così fatte occorrenze videro di quale utilità fosse loro il possedere delle cognizioni astronomiche.</p>
               <p>Che poi dovrà dirsi della necessità somma, in cui sono di possedere l'Astronomia e i geografi e i cosmografi e i gnomonisti? Come sarebbesi potuta perfezionare la navigazione senza l'aiuto della scienza degli astri? Come render sicuro il commercio senza le osservazioni astronomiche? Come sarebbesi potuto riuscire nell'agricoltura senza le interessantissime nozioni di Astronomia, che han servito a determinare i tempi propri alle diverse rustiche operazioni? Ben si sa quanto la Marina sia necessaria a tutte le Nazioni, e il successo degl'Inglesi nella guerra del 1761 ha ben dimostrato, che la sola Marina decide della sorte degl'Imperi, ed ha verificato quel detto di M. Le Mire: «Le trident de Neptune est le sceptre du monde».</p>
               <p>Questo è ciò, che Temistocle inculcava agli Ateniesi, Pompeo ai Romani,<note place="foot">Cic. ad Att. X. 8.</note> Cromwell agli Inglesi, Richelieu e Colbert ai Francesi. Or dunque, se così interessante è la scienza della Marina, e se essa non può sussistere senza quella degli astri; chi potrà mai dubitare, non dirò già della utilità, ma della espressa necessità dell'Astronomia? Qual cosa più utile di un calendario, il quale determini i tempi ed i giorni per mezzo di un esatto calcolo, e di accurate osservazioni de' moti solari? Ma come costruire un perfetto calendario senza l'aiuto dell'Astronomia? La cronologia antica è fondata principalmente sopra le ecclissi, e forse le date dell'antica Istoria non sarebbono sì incerte se in ogni tempo fossero vissuti degli Astronomi. Si sa diffatto, che la Cronologia deve moltissimo all'Astronomia, come può vedersi nell'<title>Arte di verificar le date</title>, e nell'opera inglese di Kennedy: <title lang="eng">A complete system of astronomical chronology</title>. Se dunque sì utile e pregevole è la scienza degli astri non abbiamo noi certamente a stupirci degli onori, che gli uomini han reso in ogni tempo agli Astronomi. Fu battuta una medaglia allorchè il celebre Cassini scoprì i satelliti di Saturno. I re di Lacedemone aveano degli astronomi nel loro consiglio; Alessandro eziandio ne avea alcuni nel suo seguito, e dicesi che Aristotele lo esortasse a niente intraprendere senza ascoltare i loro consigli.</p>
               <p>L'Astronomia dunque sì stimata da tutti i sapienti, sì favorita da tutti i principi saggi ed illuminati, sì utile ad ogni genere di persone, condotta dalle umane ricerche allo stato in cui al presente si ritrova merita alcerto che lo studioso filosofo si applichi ad indagarne l'origine, a ricercarne i progressi, e a conoscerne l'epoche principali. Non credei far cosa discara alla letteraria repubblica nel tesser la Storia delle più ardite imprese dell'umano intelletto. I più celebri astronomi sì antichi, che moderni, e le più interessanti vicende dell'Astronomia verranno in questa con la possibile esattezza noverate e descritte.</p>
            </div2>
            <div2>
               <head>Capitolo I</head>
               <argument>
                  <p>STORIA DELLA ASTRONOMIA DALLA SUA ORIGINE SINO ALLA NASCITA DI TALETE</p>
               </argument>
               <p>L'Astronomia sembra una delle più antiche scienze tra quelle, che sono a nostra cognizione. L'uomo non tardò gran tempo ad avvedersi della necessità ed utilità dello studio degli astri. Secondo Cassini ella fu inventata al principio del mondo, poichè, per servirmi delle sue parole, «non fu la sola curiosità, che trasportò gli uomini ad applicarsi alle osservazioni astronomiche; si può dire che vi furon costretti dalla necessità. Perchè se non si osservano le stagioni, che si distinguono dal moto del sole, è impossibile di riuscire nell'Agricoltura». Quantunque sappiasi, che questa scienza è antichissima, è nondimeno assai difficile il determinare presso qual popolo ebbe ella la prima sua origine. Molti scrittori attribuiscono l'invenzione dell'Astronomia ai Caldei. Credesi che i Caldei conoscessero il periodo luni-solare di 600 anni e il ciclo Sarö di 223 mesi lunari, che riconduce il sole e la luna quasi al medesimo punto del cielo. Rudbeck, autore di un trattato sulla cometa del 1667, nella sua Atlantica sostiene, doversi l'invenzione dell'Astronomia agli Svedesi, ma le ragioni, che egli adduce non sembrano certamente atte a persuadercelo. Gli Svedesi, egli dice, vedendo le differenti lunghezze de' loro giorni, la freddezza del lor clima, l'intemperie di quasi tutte le loro stagioni, avranno naturalmente concluso che la figura della terra è rotonda, e che eglino abitano in una delle sue estremità. Ammesso un tal principio essi saranno quindi passati a misurare la distanza del sole, e dopo ciò l'altezza delle stelle, e così di mano in mano saranno giunti ad avere una perfetta cognizione dell'Astronomia. Un simil raziocinio può solamente dimostrarci, che gli Svedesi poterono essere gli inventori dell'Astronomia, non mai però, che essi lo furono in effetto. Oltreacchè è assai difficile il supporre gli Svedesi inventori dell'astronomia, per la ragione che, essendo il loro cielo quasi sempre offuscato dalle nubi, e l'aria ingombra dei vapori si rendeva ad essi quasi impossibile l'osservare esattamente le leggi e le variazioni de' fenomeni celesti, laddove la purezza dell'aria e la serenità del cielo rendevan facili ai Caldei le osservazioni astronomiche. Per questa stessa cagione molti scrittori attribuiron l'invenzione dell'Astronomia agli Egiziani. Varie altre ragioni contribuiscono a farci credere questi popoli inventori della scienza degli astri. Difatto essi per le inondazioni del Nilo, aveano una certa agricoltura lor propria, bisognosa oltremodo dell'Astronomiche osservazioni. Si sa che eglino chiamavano i loro magnifici obelischi secondo Plinio,<note place="foot">Hist. Nat. XXXVI. 14.</note> raggi, e, secondo Daviler,<note place="foot">Dict. d'Archit. art. <title lang="fre">Obélisque</title>. Così Goguet, Orig. des loix, des arts etc. II. 190 note (2) e (a); ma Daviler dice solo dei Sacerdoti Egiziani.</note> dita del sole, dal che s'inferisce, che gli Egiziani se ne servivan come di gnomoni, co' quali regolaron l'anno solare, che fissarono a 365 giorni e quasi 6 ore, e lo insegnarono come credesi, a Platone ed Eudosso.<note place="foot">Strabone, Georg. XVII; Mém. de l'Acad. des Inscript. XIV; Coguet, part. II. Lib. 3. cap. 2. art. 2. p. 190; Buonafede, Stor. e ind. d'ogni Filosofia 1. 247.</note> Il famoso Achille Tazio<note place="foot">Isag. cap. I. Ed. Petav. III. 121.</note> dice: <foreign lang="grc">Αἰγυπτίους λόγος ἔχει πρώτους τὸν οὐρανὸν ὡς καὶ τὴν γῆν καταμετρῆσαι.</foreign>Teodoro Gaza,<note place="foot">Ap. Petav. in Uranolog.</note> Lattanzio<note place="foot">L. Coel. Lactant. Firmian. Divin. inst. l. 2. de orig. erroris c. 14. p. 163</note> e Macrobio<note place="foot">Saturnal. I; 21. v. Burnet, Archeol. lib. I.</note> asserirono pure inventata l'Astronomia nell'Egitto. Asserisce Diodoro<note place="foot">Lib. I; Nic. VII. 143.</note> che gli Egiziani furono assai bene informati delle rivoluzioni, e stazioni dei pianeti, dei loro influssi e dei loro effetti, e che eran col mezzo in una lunga esperienza divenuti capaci di prevedere i tempi dell'abbondanza e della carestia, la comparsa delle comete ed altre cose, il predir le quali sembra a prima vista impossibile allo spirito umano.<note place="foot">Diod. l. I.</note> Diogene Laerzio<note place="foot">In Prooem.; Lande, astr. I. 122.</note> dice che dal tempo di Nilo sino a quello di Alessandro gli Egiziani aveano osservato 373 ecclissi del sole, e 842 della luna. A quanto abbiam detto si aggiunge ancora l'osservazione fatta da Giovanni Matteo de Chazelles,<note place="foot">Fontenelle, Élog. de Chezell., Buonafede dell'ist. e ind. d'ogni filos. I 257.</note> il quale esaminò la maggior piramide del Cairo, e dopo diligente osservazione trovò, che i quattro lati della medesima corrispondevano alle quattro principali regioni del mondo, laddove il Picard esaminando a Uraneburgo la meridiana di Ticone, trovolla in errore. Da questa osservazione, che sembrava innalzare l'Astronomia degli Egiziani sopra quella degli Europei, venne a conoscersi, che le superbe piramidi di Egitto non erano monumenti soltanto dell'ambizione de' monarchi Egiziani, come affermano generalmente gli storici; ma destinavansi ancora a servire gli usi astronomici.<note place="foot">V. Procl., in Tim.; Stor. univ. III. 73 nota.</note> Malgrado tutto ciò, pensò Diodoro<note place="foot">Lib. V. Stor. univ. III. 184.</note> che gli Eliadi, e Strabone,<note place="foot">XVI. 2. 24.</note> che i Fenici furono astronomi prima degli Egizi; e gli Etiopi son chiamati inventori della scienza del cielo e maestri degli Egiziani;<note place="foot">Lucian. De astrolog. 3.</note> e molti attribuirono l'invenzione dell'Astronomia agli antichi Ebrei, a Caino e ad Enoc, il quale è il medesimo che Atlante se crediamo ad Eupolemo<note place="foot">Ap. Euseb. Pamph. Praep. Evang. IX. 17.</note> e al Drusio,<note place="foot">Dissert. de Haenoch, 3.</note> e di cui dicesi che fece la distinzione dei segni celesti<note place="foot">Hotting, Hist. Orient. p. 21; Nicolai, III. 251.</note> e che instruito dall'angelo Uriele nelle rivoluzioni degli astri e degli anni riformò il calcolo di quest'ultimi i quali soleano dividersi non in mesi, ma in settimane.<note place="foot">Calm. Diss. lat. t. I. 25, (v. Salmas. de ann. climacter.).</note> Origene<note place="foot">Homil. 28. in lib. Numer. et in Anaceph. c. de principe.</note> ricorda un libro attribuito ad Enoc, contenente alcuni arcani che appartenevano ai nomi delle regioni del cielo, delle stelle e costellazioni, opera, che dicesi serbarsi presso gli Etiopi scritta nel loro linguaggio.<note place="foot">Genebrard. chronol. p. 14.</note> Ma Peiresc ha fatto invano le più accurate ricerche per averne copia.<note place="foot">Herbelot, Bibl. orient. Stor. univ. fino al Diluv. cap. I. Sez. 4. not. 2.</note> Nel libro <title lang="lat">De Divinatione</title> di M. T. Cicerone noi abbiamo le seguenti parole: «Principio Assyrii propter planitiem magnitudinemque regionum, quas incolebant, cum coelum ex omni parte patens et apertum, intuerentur, traiectiones, motusque stellarum observarunt».<note place="foot">Luciano Samosatense (de astrolog. 5) asserisce, che la causa delle fasi della luna, e la cognizione del moto dei pianeti furono ritrovate e communicate agli Egizi dagli Etiopi, per i quali, giusta il Tommasini (<title lang="fre">Méthod. d'étudier etc. les lettres humain</title>. part. II. lib. I. c. 7. par. 13; Nic. III 239) debbono intendersi gli Etiopi orientali ed asiatici, cioè gli Arabi, e i Babilonesi. <foreign lang="grc">Ἡ δὲ</foreign>dice Michele Glica (Ann. par. II. Stor. Biz. IX, 99) <foreign lang="grc">τῶν φαινομένων θεωρία παρ'Ἕλλησιν ἐτελειώθη τῶν πρώτων τηρήσεων ἐν Βαβιλῶνι γενομένων</foreign>.</note> Gran parte dei moderni scrittori si accordano difatto nel supporre inventori dell'Astronomia gli Assiri, e specialmente i Babilonesi.<note place="foot">Vossio soprattutto è stato persuaso, che ai Babilonesi si debba l'onore di questa invenzione (Lande, Astr.).</note> Il luogo in cui Babilonia fu fabbricata, il quale nelle sacre carte è chiamato la campagna di Sennaar, è quello stesso, che in Arabo appellasi Sinjar, secondo suol dimostrare il dotto abate Renaudot nella sua <emph>dissertazione sopra la sfera</emph>; e questo luogo appunto fu eletto dal Califo Almamon e dal Sultano Galaheddin Melikschah terzo de' Seliukidi per farvi fare le osservazioni astronomiche. Da ciò si rileva che questo luogo fu sempre creduto il più idoneo per delle osservazioni di tal fatta. Oltreacciò i Babilonesi aveano a preferenza dell'altre nazioni una specola delle più eccellenti nel Tempio di Belo,<note place="foot">Arriano, de exped. Alex. VII.</note> il quale secondo S. Girolamo<note place="foot">In Isai. v. 14.</note> ed il Bochart è lo stesso che la torre di Babel, essendo fabbricato, a dir di Erodoto, di Strabone, di Diodoro e di Arriano,<note place="foot">L. c.</note> di mattoni e di bitume, come attestano le sacre carte della torre sovraccennata.<note place="foot">Herbelot, Bibl. orient. art. <title>Hit</title>.</note> Questo Tempio al riferir di alcuni autori sorpassava in altezza le più sublimi piramidi di Egitto, essendo composto di otto torri, sopra l'ultima delle quali era una specie di vedetta, che ragionevolmente credesi destinata dai Babilonesi agli usi astronomici.<note place="foot">Stor. univ. II. 399.</note> La sua altezza era, secondo Adone,<note place="foot">Ado, in Chron.; Stor. univ. II. 309.</note> di 5000 miglia, secondo Eutichio patriarca alessandrino,<note place="foot">Eutich. Alex. in Annal.</note> di 10000 pertiche; secondo altri, dai quali ciò riseppe S. Girolamo,<note place="foot">In Isai. c. 14. l. 5.</note> giungeva a 4000 passi. I Rabbini però nel libro Pirke la fanno ascendere a 70000 passi.<note place="foot">Calmet. Diss. lat. to. II. 290.</note> Ma Strabone la fissa ad uno stadio, la qual misura, benchè fosse ai tempi di questo geografo molto più considerabile, di quel che lo fosse negli antichi secoli,<note place="foot">Goguet, part. III. lib. 2. c. I.</note> è nondimeno di gran lunga inferiore alle altre sovraccennate. Ma ciò che mostra quanto antico stato sia presso i Babilonesi l'uso della scienza degli astri si è, che Epigeno autor grave secondo Plinio,<note place="foot">Hist. Nat. VII, 57.</note> del quale riferisce Seneca<note place="foot">Nat. quaest. VII. 3. 6.</note> alcuni detti sulle comete, fa menzione di osservazioni fatte dai Babilonesi, e scolpite in pietra cotta, che abbracciavano 720 anni,<note place="foot">Fabric. Bibl. graec. II. 85.</note> e inviò ad Aristotele da Babilonia, secondo Porfirio citato da Simplicio.<note place="foot">Ad Arist. de coelo lib. II; Lande, Astr. I. 109.</note> Callistene, filosofo della corte di Alessandro, parla ancor egli di osservazioni celesti ritrovate in Babilonia dopo la presa fattane da Alessandro, le quali abbracciavano 1903 anni, il che giunge sino a cento quindici anni dopo il Diluvio, e quaranta cinque dopo l'edificazione di Babele. Mossi da queste ragioni, molti de' moderni autori attribuirono ai Babilonesi l'invenzione dell'Astronomia, non negando però agli Egiziani l'onore di averla con ogni cura illustrata.</p>
               <p>La invenzione e l'origine dei segni dello Zodiaco merita anch'essa una particolare osservazione. L'Ariete, espresso nella figura ***, mostra, secondo M. Pluche,<note place="foot">Hist. du ciel, liv. I. chap. 3. par. 3.</note> la robustezza degli agnelli, i quali al cominciar di primavera sono omai pronti a seguire al pascolo il montone ne' prati. Il Toro ancor egli figurato nel segno *** ingrossa la mandra unito ai capretti, i quali, secondo l'osservazione del sig. Hyde,<note place="foot">Hist. relig. vet. Persar. c. 32; Goguet, Dissert. IV.</note> occupavano nell'antico Zodiaco il luogo de' Gemelli (***). Il Cancro, o Granchio, il quale cammina allo indietro ed obbliquamente contrassegnato nella figura ***, esprime il moto retrogrado ed obbliquo, che fa il sole dopo oltrepassato questo segno.<note place="foot">Macrob. Saturnal. I. 21.</note> La ferocia del Leone, rappresentato nel segno ***, simboleggia l'ardore e la forza de' raggi del sole, allorchè egli si inoltra verso il medesimo. La Vergine (***), che porta in mano spighe, esprime chiaramente la mietitura. Il nome Erigone dato alla Vergine, il quale significava in Oriente color rosso,<note place="foot">Pluche, I. 27. e II. 40.</note> indica le spighe, le quali nella lor perfetta maturità esser denno rosseggianti, secondo attesta Virgilio:<note place="foot">Georg. I. 297.</note>
                  <quote lang="lat">... Rubicunda Ceres medio succiditur aestu</quote>. La Bilancia, significata nella figura ***, vale a contrassegnare l'equinozio, ed il veleno dello Scorpione (***) a dinotare le malattie autunnali. La caccia delle fiere selvaggie, che gli antichi solean fare all'approssimarsi del verno vien simboleggiata dal Sagittario (***), ed il costume della Capra di andar per le montagne, inerpicandosi, in cerca del pascolo, mostra evidentemente l'ascendere che fa il sole per lo Zodiaco, dopo oltrepassato un tal segno (***). L'Acquario (***) dinota le invernali pioggie, ed il segno *** de' Pesci, l'abbondanti pesche, che soglion farsi al declinar della fredda stagione. Il numero dodici delle parti, nelle quali vien diviso lo Zodiaco, indica i dodici giri compiti dalla Luna nel tempo di un sol giro del sole. L'invenzione di tutti questi segni non può (riflette M. Pluche)<note place="foot">Liv. I. chap. I. par. 3.</note> attribuirsi agli Egizi, poichè essendo lor necessaria, per le inondazioni del Nilo una Agricoltura differente da quella degli altri popoli la messe compivasi presso di essi prima del tempo contrassegnato dalla Vergine. L'Acquario similmente non poteva in modo alcuno convenire agli Egizi rarissime essendo le pioggie nel loro paese. Ma ritrovandosi ne' più antichi monumenti degli Egiziani indicati i segni tutti dello Zodiaco, sembra assai naturale il credere, che eglino facessero uso dell'invenzione de' loro antichi compatriotti. Questa osservazione ci guida quasi per mano, dice il sig. Pluche,<note place="foot">Hist. du ciel. l. I. c. par. 3; Nicolai, II. p. 139.</note> alle campagne di Sennaar, dalle quali usciron gli Egizi e tutte le famiglie, che ripopolarono la terra. Tra i figliuoli di Noè, adunati ne' contorni di Babele, convien cercare dunque, secondo il sig. Pluche,<note place="foot">Hist. du ciel., II.</note> il più antico uso della denominazione de' segni celesti.</p>
               <p>È questa, a dir vero, una cosa necessarissima e benissimo immaginata. Se all'uomo facea d'uopo una esatta cognizione del corso del sole, del che niun può dubitare, ognun vede quanta fosse la utilità di un tal pensamento. «Tutta la serie, dice M. Pluche nella storia del cielo,<note place="foot">Ivi.</note> degli apparecchi e delle operazioni, che dovevano occupare la società nel corso di un intiero anno, fu espressa con dodici vocaboli. Or se l'uso di questi dodici vocaboli e delle corrispondenti dodici porzioni dell'anno si allargò alla maggior parte dei popoli, ciò è un novello argomento della communità di origine dell'uman genere». Ma l'epoca del ritrovamento de' segni dello Zodiaco stabilita dal sig. Pluche, eccitò gran controversia fra i dotti della Francia.<note place="foot">Nicolai, II. 141.</note> Il P. Le Mire gesuita volle dimostrare in una dissertazione che non dee la invenzione del presente Zodiaco attribuirsi ad uomini sì antichi quali furono i figliuoli di Noè, ma bensì ai Greci, e che il Sig. Pluche troppo congetturalmente ritrova le relazioni e le analogie tra i segni celesti e le cose terrestri. In difesa del sistema del Sig. Pluche accorse il Boyer, cui avendo replicato il primo dissertatore, a questo replicò di nuovo il Boyer. Tra le altre ragioni adduce il P. Le Mire quella, che non può con verisimiglianza in tempi sì vicini al Diluvio quali furon quelli ne' quali il Sig. Pluche stabilì il primo uso della denominazione de' segni celesti, supporsi cotanta scienza astronomica, che dasse modo di osservare e dividere sì esattamente. Osserva il Iablonski,<note place="foot">Panth. Aegypt. Ill. 2. 9.</note> dopo Achille Tazio,<note place="foot">Isagog. ad Arat. in Petav. Uranol. p. 164</note> che le costellazioni tutt'altri nomi e tutt'altre figure rappresentative aveano presso i Greci. Il Sig. de la Nauze ebbe ancor egli idee contrarie al Sig. Pluche, ed attribuì la invenzione del presente Zodiaco a Chirone. Il Sig. Goguet<note place="foot">Orig. des loix etc. part. I. liv. III. chap. 2. art. 2. par. 1.</note> pone la distribuzione dei segni dello Zodiaco<note place="foot">Non si dica <emph>dello Zodiaco</emph>, perchè Goguet dice, che il circolo dello Zodiaco non era noto.</note> verso l'anno 1690 avanti Gesù Cristo, e pensa che nel libro di Giobbe,<note place="foot">XXXVIII. 32.</note> allora quando si nominano i ***, <emph>mazzaroth</emph>, che compariscono ciascuno nel loro tempo, vengono indicati i segni dello Zodiaco.<note place="foot">Goguet, part. I. dissert. 3.</note> Di tal sentimento sono pure i Talmudisti, il Rabbino Salamone Isaki, il Pagnini, lo Schindeler e l'autore della traduzione francese della Bibbia, pubblicata in Colonia nel 1739. Fuvvi chi la divisione de' segni zodicali attribuì a Pitagora, chi ad Oenopide di Chio, chi a Talete e chi a Cleostrato. I dotti comunemente la invenzione dello Zodiaco attribuiscono agli Egiziani, e il P. Kirker<note place="foot">Oedip. aegypt. to. II. par. 2. cl. 7. Astrol. aegypt. cap. 2.</note> credè, che questi per i 12 segni dello Zodiaco ponessero 12 Dei minori come consiglieri del sole, e da questi Dei egli trasse le figure, i nomi e le significazioni dei 12 segni, quali sono da noi rappresentati.<note place="foot">Nicolai, II. 138.</note> C'insegna Ermippo,<note place="foot">Ap. Hygin. in Poet. Astronom.</note> che gli Egizi sotto la figura dell'Ariete rappresentar vollero quel montone, che additò l'acqua a Bacco, allorquando nell'Affrica ebbe a morir per la sete. A questa medesima costellazione applicarono i Greci la favola di quel montone, che trasportò Frisso ed Elle nel paese dei Colchi.<note place="foot">Carli, Della spediz. degli Argonauti, X. 294.</note> Fra i vari sistemi proposti sull'invenzione dello Zodiaco, curioso è quello, in cui supponsi che i 12 segni di questo abbiano tratta origine da Giacobbe. Ebbe questi 12 figli ed una figliuola, cioè Dina. I 12 figli fanno 11 segni, giacchè Simeone e Levi non formano che un segno solo, cioè i Gemelli. Dina è il segno della Vergine. Giacobbe vicino a morte, dice l'autor del sistema, diede a ciascuno de' suoi figlioli profetiche benedizioni, ed accennò i loro caratteri, i loro vizi e le loro virtù.<note place="foot">Gen. XLIX.</note> Or questi caratteri veggonsi simbolicamente rappresentati nei 12 segni. Di Aser disse il padre: «Aser pinguis panis eius, et praebebit delicias regibus».<note place="foot">Ivi v. 20.</note> Aser dunque, riflette l'autore del sistema, può considerarsi come un mercatante che vende il suo pane a peso e a libbra. Per venderlo in tal modo fa d'uopo la bilancia; ecco pertanto l'origine del segno della bilancia; o della Libbra. Neftali vien da Giacobbe rassomigliato ad un cervo. «Nephtali cervus emissus, et dans eloquia pulchritudinis».<note place="foot">Gen. v. 21.</note> Ma, dice l'autore del sistema, può anche la parola Ebraica significar montone; ed ecco l'origine del segno dell'Ariete. Al più però afferma il Bochart,<note place="foot">Hierozoic. par. I. lib. III. cap. 18.</note> che se tolgansi dalla detta parola i punti vocali, può significare albero, non mai ariete. Issacar vien dal padre chiamato asino. «Issachar asinus fortis accubans inter terminos».<note place="foot">Genesi, XLIX. 14.</note> Ma l'autore lo fa toro. Beniamino è detto lupo. «Beniamin lupus rapax».<note place="foot">Ivi v. 27.</note> Ma dall'autore è fatto Cancro, perchè di lui si dice: «mane comedet praedam, et vespere dividet spolia»,<note place="foot">Ivi.</note> il che è quasi camminare all'indietro, sembrando doversi prima dividere, e poi divorare la preda. In tutti gli altri confronti l'autore di questo sistema ragiona quasi nella stessa guisa; quindi argomentisi con qual fondamento egli conchiuda, che nello Zodiaco vien rappresentata la famiglia di Giacobbe. Delle analogie così incerte, e dei rapporti pe' quali cose affatto disparate sì violentemente fra loro congiungonsi, non possono darci che una idea affatto sfavorevole di questo sistema.</p>
               <p>Io non mi fermerò qui ad esaminare presso qual popolo abbia avuto origine, e quali siano stati i progressi dell'Astrologia Giudiciaria, parto infelice dell'umana ambizione e follia.<note place="foot">Possono vedersi presso il Fabricio, B. gr. XIV. 150 segg., le antiche opere astrologiche attribuite ad Adamo, Abele ec.</note> Alcuna nazione non potrà certo pregiarsi di aver dato alla luce una produzione sì mostruosa. Credono alcuni che essa sia stata inventata nella Caldea, e che quindi sia passata agli egizi, e v'è ancora chi crede che i veri primi inventori dell'astrologia stati siano gli arabi. Se ne ascrive l'invenzione a Cham, e nei frammenti dell'apocrifo libro della profezia di Enoc si dice che l'angelo Chobabiel insegnò la virtù dell'astrologia, Sampsich quella dei segni del sole, e Sariel quella dei segni della Luna.<note place="foot">In Stor. Univ. II. 39.</note> La conoscenza degli effetti e la ignoranza delle cause produsse l'astrologia. Gli uomini viddero che le piogge accadevano quando il sole si levava tra le Iadi; che al comparir di Sirio il caldo era ardente: coloro, che, considerati gli effetti, dedussero la causa, non sepper conoscerne la vera da ciò, che gli astri hanno una particolare influenza sulla terra, ed ecco dalla cognizione degli effetti e dalla ignoranza della causa prodotta l'Astrologia. Stabilito che gli astri influiscono sulla terra e sulla natura, si credè che influissero ancora sull'uomo, il quale stimavasi che fosse per ogni parte come circondato dalle emanazioni degli astri. Ecco però stabilito ancora, che la volontà, le passioni dell'uomo, i beni e i mali della sua vita sono soggetti alla influenza degli astri. Ben presto si credè ancora che la durata del suo vivere, la sua morte istessa dipendesse da questa influenza. Il desiderio di saper l'avvenire fece sì che si osservassero gli astri per trarne delle cognizioni delle cose future. L'uomo sempre ambizioso volle conoscer troppo, e cadde in errore. I filosofi esclamarono contro una sì mostruosa invenzione, ma il volgo non ne divenne più savio, e gl'impostori applauditi dal volgo seguirono ad ingannarlo. Il creder possibile la cognizion del futuro serve a pascere la curiosità dell'uomo, e il riputar di conoscerlo in effetto lusinga la sua ambizione. Questa infermità di mente fu ed è tuttora incurabile, e gli astrologi divennero ben presto l'oggetto dell'ammirazione del volgo. Gli astrologi furono sì potenti in Roma, che giunsero a disubbidire temerariamente agli editti degl'imperatori, che discacciavanli dalla città. Al tempo della regina Caterina de' Medici nulla intraprendevasi senza consultar gl'indovini, e le lor predizioni formavano d'ordinario il soggetto delle conversazioni della corte di Francia sotto Enrico III e IV. Innumerabili sono coloro, che o per i loro scritti astrologici,<note place="foot">Fab. B. gr. II. 503.</note> o per la loro propensione verso quest'arte vana hanno lasciata alla posterità la memoria della loro leggerezza, e si sono assicurati per sempre un posto nel regno della follia ed un bando eterno dal catalogo dei sapienti. Il voler dare la Storia dell'Astrologia sarebbe un voler tessere gli annali del pregiudicio ed il volere enumerare i ciechi seguaci di essa sarebbe un tentar l'impossibile, mentre furonvi tali età, nelle quali la maggior parte di coloro, che davansi alle lettere, correa dietro alle baie dell'astrologia. I principali di questi e i più cogniti sono Claudio Ptolomeo, come ognun sa, che alle savie dottrine dell'astronomia mescolò le follie della Scienza Giudiciaria; Paolo Alessandrino, famoso autore mentovato da Suida e dal Lambecio,<note place="foot">Bibl. Vindob.</note> la cui <foreign lang="grc">Εἰσαγωγὴ εἰς τὴν ἀποτελεσματικήν</foreign>
                  <note place="foot">Cioè, <title>Isagoge alla apotelesmatica</title>, o astrologia, nome derivato da <foreign lang="grc">ἀποτέλεσμα</foreign>, <foreign lang="lat">apotelesma, effectus</foreign>, e da <foreign lang="grc">ἀποτελέω</foreign>, <foreign lang="lat">efficio</foreign>.</note> fu pubblicata in Wittemberga nel 1586; Efestione tebano, commemorato dal Labbé,<note place="foot">Nov. bibl. mss. libror.</note> Ladvocat e dal Salmasio, autore di tre libri sull'Apotelesmatica;<note place="foot">Fab. B. gr. II. 512. e 506.</note> Gioachino Camerario, seguace della scienza giudiziaria<note place="foot">Voss. de scient. math.</note> e collettore di più opere astrologiche, che diè alla luce in Norimberga nel 1532, fra le quali contasi un frammento del primo libro dell'Antologia<note place="foot">Che l'Antologia sia lo stesso che i Floridi vedi Fabricio B. gr. II. 508.</note> Astrologica di Vestio o piuttosto Vezzio Valente, famoso astrologo rammentato dallo Scaligero,<note place="foot">Can. isagog. et de emend. tempor.</note> dal Reinesio, dal Seldeno,<note place="foot">De Diis Syr. Proleg. c. 3. e Syntagm. I. c. I; De iur. nat. et gent. iuxta discipl. Haebr. lib. III. c. 20, e Comment. ad marm. Arundell.</note> dal Dodwell, dall'Huet,<note place="foot">In not. ad Origen.</note> dal Salmasio e da Tommaso Gale; Achmet,<note place="foot">V. Meurs. in glossar.</note> che scrisse una introduzione all'Astrologia Persiana; Antigono Niceno, che scrisse <foreign lang="grc">ἀποτελεσματικά</foreign>, cioè sull'apotelesmatica, mentovato dal De Nessel;<note place="foot">Catal. Garampi, v. 109.</note> Astrampsico, autore dell'astrologia Persiana; Critodemo, che scrisse <foreign lang="grc">ἀποτελέσματα</foreign>, ricordato da Giulio Firmico, da Vezzio Valente e dal Lambecio; Giovanni Antiocheno, sul quale è a consultarsi il Labbé; Giovanni Lido, chiamato da Suida <foreign lang="grc">Φιλαδελφός</foreign>,<note place="foot">Meurs. VI. 918. note.</note> il quale scrisse a Gabriele prefetto della città di Costantinopoli tre libri, l'uno dei mesi, l'altro <foreign lang="grc">περὶ διοσημείων καὶ ἄλλων τινῶν ὑποθέσεων μαθηματικῶν</foreign>,<note place="foot">Fab. B. gr. II. 512.</note> e il terzo sopra argomento istorico e civile, i due primi dei quali furono mentovati da Fozio e da Suida, e di essi quello che i mesi ha per oggetto, sospetta il Meursio<note place="foot">VI. 917.</note> e il Rutgersio,<note place="foot">Var. lection. III. 16.</note> esser lo stesso che quello dal Rutgersio medesimo pubblicato col titolo <foreign lang="grc">Ἐφήμερος βροντοσκοπία τοπικὴ πρὸς τὴν σελήνην κατὰ τὸν ῾Ρωμαῖον Φίγουλον ἐκ τῶν Τάγητος καθ' ἑρμηνείαν πρὸς λέξιν</foreign>,<note place="foot">Fab. B. gr. II. 513.</note> conghiettura, cui mostrasi alieno dal consentire il Fabricio;<note place="foot">Ivi.</note> P. Nigidio, chiamato Figulo, secondo alcuni,<note place="foot">Tiraboschi, stor. lett. I. 264.</note> per la ragione accennata da S. Agostino<note place="foot">De Civ. Dei, v. 3.</note> (astrologo rammentato da Cicerone,<note place="foot">Orat. pro Sulla, ad Q. Fratr. I. 2., ad Att. II. 2.</note> che indirizzogli una sua epistola,<note place="foot">Ad Famil. IV. 13.</note> da Macrobio,<note place="foot">Saturn. III. 16.</note> da Dione,<note place="foot">XLV. init.</note> da Svetonio,<note place="foot">In Octav. 94.</note> da Apuleio,<note place="foot">Apol. de Magia.</note> da Lucano,<note place="foot">Pharsal. I. 634.</note> da Aulo Gellio,<note place="foot">Noct. Att. II. 26. III. 10. IV. 16. V. 21. VIII. 14. IX. 12. X. 11. XIII. 10. XVIII. 4. XIX. 14. ed in più altri luoghi.</note> da Bayle,<note place="foot">Dict. art. <title>Nigid.</title>
                  </note> dal Brucker, dal Burigny),<note place="foot">Hist. de l'Acad. des Inscript.</note> del quale ricorda Servio<note place="foot">Georg. I. 218.</note> un Commentario alla sfera greca e barbara, opera su cui è a consultarsi lo Scaligero ed il Salmasio; Petosiride filosofo (di cui dal Salmasio è fatta menzione e dal Marsham<note place="foot">Can. Chron.</note> e dal Labbé, dal Lambecio e dal Silburgio) autore di uno scritto intitolato <foreign lang="grc">Ὄργανον Ἀστρονομικόν</foreign>, o <foreign lang="grc">Ψῆφος σεληνιακή</foreign>, cioè <foreign lang="lat">instrumentum astronomicum</foreign>, ovvero <foreign lang="lat">decretum lunare</foreign>, diretto ad insegnare il modo di predire il successo delle malattie; Retorio mentovato dal Lambecio, un di cui scritto sui 12 segni dello Zodiaco trovasi nei tesori apotelesmatici di Antioco; Serapione Alessandrino, mentovato dal più volte citato Lambecio, autore di un opuscolo Astrologico; Stefano Alessandrino, del quale parla col Labbé<note place="foot">Nov. Bibl. mss. libror.</note> il Silburgio; Teofilo pure Alessandrino, la di cui introduzione all'Apotelesmatica trovasi rammentata dal Du Cange;<note place="foot">Glossar. ad scriptor. med. et inf. graecit. voce <foreign lang="grc">πρωταστάσιον</foreign>, to. p. 1268.</note> Eleuterio Zebelino, ricordato dal Silburgio, che scrisse sul modo di conoscere i diversi successi della vita; Giovanni Zonara, che contraddisse ad uno scritto di Manuele Comneno imperatore, diretto ad un monaco, a cui venìa rimproverato di troppo occuparsi intorno all'Astrologia»; Cassandro e Scillace di Alicarnasso, l'uno dei quali è chiamato da Cicerone<note place="foot">De Divinat. II. 42.</note> «summus astrologus», e l'altro «excellens in Astrologia; Antipatro ed Achinapolo commemorati da Vitruvio, Ascletarione matematico, il quale interrogato da Domiziano, qual dovesse essere il fine di lui stesso, rispose, saper egli, dover sè esser fra poco lacerato dai cani, onde fatto immediatamente da Domiziano uccidere con ordine che accuratamente si seppellisse per render vana la predizione, destossi mentre ciò facevasi una improvvisa tempesta, per la quale rimasto scoperto il cadavere di Ascletarione, venne questo, se crediamo a Svetonio,<note place="foot">In Domit. 15.</note> lacerato dai cani; Giamasp. astrologo, su cui sono a consultarsi il dottor Hyde<note place="foot">Hist. relig. vet. Persar. c. 31.</note> e l'Herbelot,<note place="foot">Bibl. Orient. art. <title>Giamasp.</title>
                  </note> autore di un libro sulle grandi congiunzioni dei pianeti, che in lingua Arabica comparve nell'anno 1280;<note place="foot">Stor. Univ. XII. 416. 417. note.</note> Apollonio Laodiceno, che diè fuori cinque libri di Astrologia Apotelesmatica, al dire di Paolo Alessandrino,<note place="foot">Praef. ad Isagog. in Apotelesmat.; Fab. B. gr. II. 531.</note> nel cui testo però hassi a leggere, per mio avviso, Antioco, non Apollonio, poichè parla Demofilo,<note place="foot">In Ptolem. Tetrabibl.</note> di un Antioco astrologo, a cui attribuiscono il Gale e il Petit una introduzione al Tetrabiblo di Ptolomeo, communemente ascritta a Porfirio, e di cui esistono manoscritti i tesori apotelesmatici<note place="foot">Fab. B. gr. IV. 188.</note> rammentati dal Labbé<note place="foot">Nov. Bibl. mss. libror.</note> e dal Nesselio,<note place="foot">Fab. B. gr. II. 510.</note> e questo Antioco astrologo è, per sentimento del Meursio,<note place="foot">III. 1107. C.</note> lo stesso che il Laodiceno mentovato dal Laerzio;<note place="foot">In Timone.</note> Adriano imperatore, di cui dice Sparziano,<note place="foot">In Hadr. 16.</note> che al primo dì di Gennaio scrivea tuttociò, che in quell'anno poteva avvenirgli;<note place="foot">Tiraboschi, Stor. lett. II. 184.</note> Barbillio, astrologo vissuto al tempo di Vespasiano; Beroso, uomo sì celebre, e che ha dato materia a tante controversie,<note place="foot">Octav. Ferrar. de orig. Rom. in Graev. Thes. to. I. p. 10; Fab. B. gr. XIV. 175.</note> il quale aprì, al riferir di Vitruvio, una scuola di Astrologia Caldaica nell'isola e città di Coo, e meritò, se vogliamo prestar fede a Plinio,<note place="foot">Hist. Nat. VII. 37.</note> per le sue ammirabili predizioni, che gli ateniesi gli alzassero una statua con lingua d'oro nel loro ginnasio; Dioscoride, astrologo, del quale è fatta menzione da Censorino;<note place="foot">Fab. B. lat. II. 51.</note> Belese, condottiere dei Babilonesi, di cui parlano Diodoro di Sicilia<note place="foot">Bibl. Hist. II. 24.</note> e Tzetze;<note place="foot">Chil. III. 411; Fab. B. gr. X. 258.</note> L. Tarrunzio Firmano, mentovato da Cicerone<note place="foot">De Divinat. II. 47.</note> da Plutarco<note place="foot">In Romulo 12.</note> e da Plinio, giusta il quale egli scrisse in greco delle cose astrologiche; Nechepso, re di Egitto, scrittore antichissimo dell'Astrologia Egiziana, di cui trovasi fatta menzione da Vezzio Valente, da Galeno,<note place="foot">De facul. simpl. medicament. IX. 2.</note> da Firmico e da Plinio;<note place="foot">V. Marsham, in Can. chron.</note> Pancario allegato in un Sintagma Greco astrologico, di cui parla il Lambecio; Trasibulo, astrologo rammentato da Lampridio;<note place="foot">In Alex. Sev. 62.</note> Teucro babilonese, ricordato da Psello e da Porfirio, il quale dagli arabi è chiamato Tenkelo, secondo osserva il Salmasio nella prefazione alla sua opera sugli anni climaterici; Teogene, matematico, che visse al tempo di Augusto, al riferire di Svetonio;<note place="foot">In Octav. 94.</note> Trasillo, matematico, di cui servissi Tiberio, al dir di Tacito,<note place="foot">Annal. VI. 21.</note> rammentato da Dione,<note place="foot">Lib. LV. e LVIII.</note> da Svetonio<note place="foot">In Tiber. 62.</note> e dal Ionsio; Guido Bonatti, il più celebre fra gli astrologi dell'età sua, su cui scrissero il Fabricio,<note place="foot">Bibl. med. et inf. lat. lib. VIII. art. <title>Bonatti</title>.</note> il Marchesi,<note place="foot">Fab. ivi.</note> il Negri,<note place="foot">Scrittori Fiorentini 317; Tirab. IV. 156.</note> il Mazzucchelli<note place="foot">Scrittori d'Ital. art. <title>Bonatti</title>.</note> e il Villani,<note place="foot">Tirab. IV. 159.</note> il quale benchè astrologo, pure mostrò nei suoi scritti di possedere tutta quella scienza astronomica, che a que' tempi di tenebre è a supporsi in un letterato;<note place="foot">Ivi 156.</note> Reffentlovio, o Reventlovio, astrologo, sul quale ragionano Giovanni Wolfio, Giovanni Müller, Giovanni Meursio,<note place="foot">IX. 736. C.</note> Giovanni Grammio<note place="foot">Adnot. ad Meurs. l. c.</note> ed il sì famoso Nostradamus, il di cui carattere fu espresso graziosamente in quei notissimi versi attribuiti a Stefano Indelle:<note place="foot">Ladvocat, art. <title>Nostradamus</title>.</note>
                  <quote lang="lat" rend="block">
                     <l>Nostra damus cum falsa damus, nam fallere nostrum est;</l>
                     <l>Et cum falsa damus, nil nisi nostra damus.</l>
                  </quote>
               </p>
               <p>Non mancarono però quasi mai dei sapienti, i quali, nel tempo che l'astrologia era nel suo maggior splendore, si scagliassero con ogni loro potere contro questa scienza, se pure scienza può dirsi quella, che dal moto degli astri pretende ricavar quelle cognizioni, che son riserbate al solo Ente supremo. Tra gli antichi Teofrasto, Plotino,<note place="foot">Enneade, II. lib. 3. III. lib. I. V. Porphyr. Vit. Plotin. c. 15.</note> Porfirio, ed i medici Ippocrate, Galeno, Avicenna certo è che l'ebber tutti a vile. Di Aristotele si osserva, che non degnò pur farne menzione in alcun suo libro, fosse fisico, o morale. Socrate aveala condannata come temeraria. Cicerone<note place="foot">De Divinat. II. 42. segg.</note> predicolla per arte ingannatrice e lo stesso fecero Sesto Empirico<note place="foot">Advers. Mathemat. lib. V.</note> e Favorino appresso Gellio.<note place="foot">Noct. Att. XIV. I.</note> Sui decreti poi pubblicamente emanati contro gli astrologi, e i cattivi trattamenti, che loro furono fatti soffrire, sono a leggersi Valerio Massimo,<note place="foot">I. 3.</note> Procopio di Cesarea,<note place="foot">Hist. arch. c. II., stor. Biz. II. 303. B.</note> Giovanni Zonara,<note place="foot">Annal. XI. 1O, stor. Biz. X. 427. B.</note> Costantino Manasse,<note place="foot">Compend. Chronic., stor. Biz. XII. 33. B.</note> Giusto Lipsio nei commentari sopra il secondo libro degli Annali di Tacito, il Vertranio nei commentari sopra il primo libro della storia dello stesso autore, Giacomo Goffredo nei suoi scritti sul Codice Teodosiano, e Suida sulla voce <foreign lang="grc">Βλάκα</foreign>, il quale riferisce che in Alessandria gli astrologi eran tenuti a pagare un <foreign lang="grc">βλακενόμιον</foreign>, <foreign lang="grc">blachenomion</foreign>, quasi tributo degli stolti, da <foreign lang="grc">βλακός</foreign>, <foreign lang="grc">blacos</foreign>, stolto e <foreign lang="grc">νόμος</foreign>, <foreign lang="grc">nomos</foreign>, moneta. Fra gli antichi cristiani, innumerabili furono gli avversari dell'Astrologia, tra i quali Agostino,<note place="foot">De Civ. Dei v. 5, e De Doctr. christ. II. 21, e in altri molti luoghi, sui quali v. Possevino, II. 279.</note> il Crisostomo,<note place="foot">Homil. VI. in Matth., Possevino, II. 280.</note> Cirillo Gerosolimitano,<note place="foot">Cathec. 4. e 9.</note> Cirillo Alessandrino,<note place="foot">Contra Iulian. V.</note> il Pseudo Clemente,<note place="foot">Recognit. IX. 19.</note> Origene,<note place="foot">In Genes.</note> Cesario,<note place="foot">Quaest. XLVII. 509.</note> Metodio,<note place="foot">Conviv. virg. 225. v. p. 608.</note> Teodoreto,<note place="foot">Quaest. in Genes.</note> Gregorio Nisseno,<note place="foot">Philosoph. VI. I.</note> Gregorio Neocesariense,<note place="foot">In Ecclesiast. c. II.</note> Gregorio Nazianzeno,<note place="foot">Orat. in laud. Caes.</note> Gregorio Magno,<note place="foot">Homil. X. in Evang.</note> Eusebio Pamfilo,<note place="foot">Praep. Evang. VI. cap. ult.</note> Nemesio,<note place="foot">De nat. hom.</note> Giovanni Damasceno,<note place="foot">II. 7.</note> Basilio,<note place="foot">Homil. VI. in Hexaemer. et Homil. quod Deus non sit auctor mali.</note> Ambrogio,<note place="foot">Hexaemer. IV. 4.</note> Cipriano,<note place="foot">De singularit. clericor.</note> Epifanio,<note place="foot">Haeresi. 16.</note> Giustino,<note place="foot">Orat. ad Senat. Rom.</note> Leone Magno,<note place="foot">Serm. VII. de Nativit.</note> Lattanzio<note place="foot">II. 77.</note> e Michele Glica.<note place="foot">Annal. par. I, Stor. Biz. IX. 20. 21. - si vede in più luoghi di quell'opera che egli è cristiano.</note> Alcuni dei più moderni oppugnatori della Astrologia sono Giovanni Pico della Mirandola, che dodici interi libri spese a combatterla; dietro al di cui esempio si diè a perseguitare le imposture Astrologiche Giovanni Francesco Pico di lui nipote;<note place="foot">De rer. praenot.</note> l'eresiarca Calvino; Giovanni Barclay;<note place="foot">Argen. lib. II. pag. 188.</note> il Pithou, autore di un libro intitolato «Traité curieux de l'astrologie judiciaire, ou préservatif contre l'astronomie des Généthliaques»; il Deradon, che fe' un «Discours contre l'astrologie judiciaire»; Sisto di Emminga, la di cui «Astrologia confutata con la ragione e con l'esperienza» comparve nel 1583; Alessandro de Angelis della Compagnia di Gesù, autore di un'opera bellissima divisa in cinque libri contro gli astrologi,<note place="foot">Granelli, lez. I. 116.</note> il quale sfidò in essa tutti quelli dell'età sua a segnare il preciso momento, in cui era venuto al mondo, senza che alcuno riuscisse contro di lui a far prova della sua arte; e Giovanni Pietro Pinamonti, di cui nel 1701 fu pubblicata in Bologna un'opera che aveva per titolo «Le leggi dell'impossibile, ovvero le regole dell'astrologia per rintracciare l'avvenire, esposte alla luce per disinganno dei creduli». Oltre a questi, impugnarono l'astrologia Claudio di Saumaise, volgarmente Salmasio, nel libro degli anni climaterici, il quale dice ancora di averlo più diffusamente fatto in un'opera del nascimento e del progresso dell'Astrologia; Giovanni Battista della Porta, nella sua opera intitolata «Magia naturalis»; Pietro Bayle in vari luoghi del suo Dizionario e nei «Pensieri sulle comete», come anche nella loro continuazione; Enrico Moro; Giorgio Paschio; Antonio Vandale;<note place="foot">De divinat. idolatr.</note> Pietro Gassendi;<note place="foot">Phys. sect. II. lib. VI. c. 2. 3 .4. 5.</note> Giulio Cesare Bulenger;<note place="foot">De tota ratione divinat. lib. I. c. 6, seg. e lib. II., Ladvocat.</note> Mehus;<note place="foot">Vit. Ambros. Camald.</note> Geminiano Montanari;<note place="foot">Astrologia convinta di falso.</note> Gerardo Giovanni Vossio;<note place="foot">De idolatria.</note> Francesco Patrizi;<note place="foot">Nova de univers. Philosoph. lib. XXI., Tirab. VII. par. I.407.</note> il Pererio;<note place="foot">Comment. in Genes. lib. II., Disp. advers. astrolog., De astromant., hoc est de divinit. ex astris.</note> Antonio Possevino;<note place="foot">Bibl. select. lib. XV. c. 10. a. 15.</note> l'opera «Destructionis astrologiae» altramente <foreign lang="grc">κατὰ εἱμαρμένης</foreign>, <foreign lang="lat">contra fatum</foreign> di Diodoro Tarsense, e commentata dal caldeo Hebediesu,<note place="foot">Catal. libror. Caldaeor.</note> gli scrittori di cose celesti mentovati dal quale sono Tommaso di Edessa, che compose «solutio astrologiae»; un tal Timoteo, autore di un libro sui pianeti; Davide Bethraban, che «de metiendis climatibus» e «de variatione dierum et noctium» e Salomone Chalatia, che «de figura coeli et terrae» fecer parola.</p>
               <p>Onde meritamente può dirsi, che l'astrologia giudiciaria è direttamente opposta alla sana ragione, al parer dei savi filosofi ed ai santi dogmi della Cattolica Fede. Contuttociò essa ha prodotto qualche bene. Ne' secoli barbari, quando le scienze non aveano attrattiva, il desiderio di saper l'avvenire ha occupato il cuore dell'uomo, ed ha sostenuta in qualche modo l'astronomia.<note place="foot">Calmet, Dissert. lat. I. 26.</note> Ciò serve a provare, che non v'è quasi alcun male, dal quale non tragga origine qualche bene.</p>
               <p>Altro deplorabile effetto delle osservazioni del cielo si fu l'Astrolatria, vale a dire il culto religioso tributato agli astri. Non solo un tal culto fu antichissimo, ma, a parer di molti scrittori, gli astri furono il primo oggetto della idolatria. Narra Sanconiatone che Genus e Genea, figli <foreign lang="grc">Πρωτογόνου καὶ Αἰῶνος</foreign>, come li chiama Filone traduttore di Sanconiatone, cioè <emph>di Protogono e di Aione</emph>, il primo dei quali vale <emph>primo generato</emph>, ed il secondo <emph>tempo</emph>, essendo sopravvenuta una gran siccità ed arsura nella Fenicia, alzarono le mani al cielo verso il sole, e lo invocarono col nome di Beclsamen, che in lingua fenicia esprime <emph>signore del cielo</emph>, dal che deducono i Letterati inglesi autori della Storia universale<note place="foot">II. 55.</note> che l'idolatria ebbe principio nel mondo dal culto del sole. Platone<note place="foot">In Crat. ap. Euseb. Praep. Evang. III. 2.</note> non dubita punto che presso i greci il sole, la luna, gli astri, il cielo; la terra sieno state le prime divinità. «Si scriptores, dice l'erudito Iablonski,<note place="foot">Pant. Aegypt. proleg. cap. II. par. 24.</note> divinitus inspiratos in consilium adhibeamus, docebunt illi nos, quad et historia populorum omnium confirmat, solem, lunam et lucida coeli sidera prima fuisse cultus idolatrici in orbe obiecta». Questi erano, a dir del ch. P. D. Agostino Calmet, degli Dei clementi, comodi ed utili, che nulla esigendo e nulla vietando, favorivano il genio degli uomini senza porre alcun freno alle loro inclinazioni. L'astrolatria difatto dimostrasi universalissima dalle memorie di quasi tutte le nazioni, Egiziana, Caldea, Araba, Cananea, Persiana, Greca, Romana, Affricana e Germana.<note place="foot">Nicolai, IV. 37.</note> Consultisi il Van-Dale,<note place="foot">De orig. et progr. Idol. Diss. I.</note> il Seldeno,<note place="foot">De Diis. Syr. proleg. c. 3.</note> il Buddeo, il Banier,<note place="foot">Mitholog. expliq.</note> il Fourmont, il Shuckford, il Warburton, il Poupart,<note place="foot">Mém. de Trévoux, an. 1712. mois de Septemb.</note> lo Scheuchzer, l'Osterman.<note place="foot">Fab. B. Ant. I. 333.</note> Attestano ancora i viaggiatori di aver ritrovata l'astrolatria tra gli Americani eziandio. Assicurocci il Laffiteau<note place="foot">Moeurs des Sçauvag. amériquains compar. aux moeurs des premiers temps.</note> che nel vasto continente dell'America non eravi alcun popolo conosciuto, che non tributasse omaggi al sole. Gl'Incas del Perù e i Natchi della Luigiana chiamavansi figliuoli del Sole. Erodoto asserisce che i Massageti e gli Sciti non adoravano altri che il sole, e dice che i popoli della Libia non offrivano sacrifici se non al sole e alla luna. Ciò che egli dice de' Massageti, vien confermato da Strabone. Tutte quasi finalmente le nazioni hanno riconosciuta nel sole la Divinità, eccettuati alcuni abitatori della zona torrida, che, arsi dai suoi raggi, in luogo di tenerlo per oggetto di venerazione e di culto, con molte imprecazioni lo maledicono. Sul culto reso al sole sono a leggersi il Braun, il Vossio,<note place="foot">De idolatr. lib. II.</note> lo Spon,<note place="foot">Miscell. erud. antiq. e Recherche des Antiquités.</note> il Bona,<note place="foot">De div. psalmod.</note> l'Ursino, il Grandis, l'Aleandro,<note place="foot">Expos. tab. Heliac. ap. Graev. in Thes. v. 702.</note> il Lubbert, il Nettelblast: sui cavalli del sole lo Spanheim, il Bartio, il Iessen, il Bose, il Bochart:<note place="foot">Hierozoic. II. 175. 176.</note> sul Colosso di Rodi, dedicato al sole, il Turnebo, l'Allacci, il Du Cange, il Meursio:<note place="foot">III. 715.</note> sugli altri colossi costruiti a simiglianza di quello di Rodi, il Voet nei commentari ad Erodiano.<note place="foot">Fab. B. Ant. I. 332. 333.</note> Si studia Macrobio di far vedere che tutti gli Dei dei poeti non sono che adombramenti del sole. «Cave, egli dice,<note place="foot">Saturn. I. 17.</note> existimes, mi Aviene, poetarum gregem, cum de diis fabulantur, non ab adytis plerumque philosophiae semina mutuari. Nam quod omnes pene deos dumtaxat qui sub coelo sunt, ad solem referunt, non una superstitio, sed ratio divina commendat. Si enim sol (ut veteribus placuit) dux et moderator est reliquorum luminum, et solus stellis errantibus praestat: ipsarum vero stellarum cursus, ordinem rerum humanarum (ut quibusdam videtur) pro potestate disponunt: vel (ut Plotino constat placuisse) significant: necesse est ut solem, qui moderatur nostra moderantes, omnium, quae circa nos geruntur, fateamur auctorem». Convengono i poeti che Apollo sia il sole, e diffatto il suo nome composto dalla particella negativa e dalla voce <foreign lang="grc">πολλός</foreign>, è simile al nome di <foreign lang="lat">sol</foreign> o <foreign lang="lat">solus</foreign>, <emph>solo</emph>. Tanto dice Macrobio, ma altri pensa che esso derivi da <foreign lang="grc">ἀπόλλυμι</foreign>, per ciò, perchè i raggi del sole sono agli animali perniciosi in tempo di pestilenza.<note place="foot">Hom. Il. I. 43.</note> Secondo Macrobio il sole è similmente lo stesso che Bacco.<note place="foot">Saturn. I. 18.</note> Riferisce egli su tal proposito quelle parole di Euripide:<note place="foot">In Licymn. ap. Macrob. 1. c.</note>
                  <foreign lang="grc">Δέσποτα φιλοδάφνε, Βάκχε, Παιάν, Ἄπολλον εὔλυρε</foreign>, aggiungendo, che nelle misteriose preghiere chiamavasi Apollo il Sole, quando esso trovavasi nell'emisfero superiore, o durante il giorno; e quando esso era nell'emisfero inferiore, cioè in tempo di notte, appellavasi <foreign lang="lat">Dionysius</foreign>, cioè <foreign lang="lat">Liber pater</foreign>. Il nome <foreign lang="lat">Dionysius</foreign> si crede significare <foreign lang="grc">Διὸς νοῦς</foreign>, <emph>mente di Giove</emph>, cioè del cielo, a dir di Macrobio;<note place="foot">Ivi.</note> ma altri credelo nato da <foreign lang="grc">Διός</foreign>, <foreign lang="lat">Iovis</foreign>
                  <note place="foot">Lucian. Deor. Dial.</note> e Nysa, isola, in cui diceasi essere stato Bacco educato,<note place="foot">Nieupoort, rituum etc. Sect. IV. c. I. par. 19. p. 226.</note> ed il Sig. Pluche<note place="foot">Liv. I. chap. II. par. 17.</note> è persuaso che una tal voce derivi da <emph>Dio Nusi</emph>
                  <emph>Signore, siate mia guida</emph>. Riflette lo stesso autore, che Virgilio non distingue Bacco dal sole, mentre canta al principio delle Georgiche.<note place="foot">Lib. I. v. 5. segg.</note>
                  <quote lang="lat" rend="block">
                     <l>...Vos, o clarissima mundi</l>
                     <l>Lumina, labentem coelo quae ducitis annum,</l>
                     <l>Liber et alma Ceres...</l>
                  </quote>
Parla Macrobio di un tempio eretto in onore di Bacco, di figura rotonda con un foro nel mezzo del tetto, e riflette, che per tal modo voleasi significare la rotondità del sole, lo splendore del quale veniva indicato dalla luce che penetrava per il foro mentovato. Che lo stesso che il sole sia ancor Marte, confuso da molti con Bacco, il quale perciò viene chiamato <foreign lang="grc">ἐνυάλιος</foreign>, nome proprio di Marte; è opinione dello stesso autore,<note place="foot">Saturn. I. 19.</note> il quale si studia di provare che una sola cosa col sole formano pure Mercurio,<note place="foot">Ivi.</note> le di cui ali esprimono, a suo dire, la velocità di quest'astro; Esculapio, la cui virtù medica esprime, giusta lo stesso, la salubrità del sole;<note place="foot">Ivi c. 20.</note> Ercole, il di cui nome, derivante da <foreign lang="grc">Ἥρας κλέος</foreign>, vale <emph>gloria dell'aria</emph>, per la qual gloria dee intendersi, secondo il citato scrittore, la illuminazione del sole;<note place="foot">Ivi.</note> Serapide, una risposta del di cui oracolo mostra la di lui identità con questo astro;<note place="foot">Ivi.</note> Adone finalmente,<note place="foot">Ivi c. 21.</note> Ati,<note place="foot">Ivi.</note> Osiride,<note place="foot">Ivi.</note> Oro,<note place="foot">Ivi.</note> Nemesi,<note place="foot">Ivi c. 22.</note> Pane,<note place="foot">Ivi.</note> Saturno<note place="foot">Ivi.</note> e Giove.<note place="foot">Ivi c. 23.</note> Che quest'ultimo sia lo stesso che il sole, vuol provarsi da quel luogo di Omero,<note place="foot">Il. I.</note> in cui dicesi, che Giove, accompagnato da tutti gli altri Dei, portossi nel paese degli Etiopi a ritrovar l'Oceano e che di là dovea dopo dodici giorni fare ritorno al cielo. Difatto il sole, come pure gli altri astri, tramontano nell'Oceano degli Etiopi occidentali, non ritornando al luogo, donde erano partiti, se non dopo dodici ore, o dopo che hanno scorsi i 12 segni dello Zodiaco. Osserva Giuliano l'Apostata,<note place="foot">Orat. IV. in Reg. Sol.</note> che i Cipriotti ergevano altari al sole ed a Giove, come se fossero stati un Dio solo, che dal supremo Dio dell'universo avesse ricevuto il governo di questo mondo visibile; ed aggiunge che su questo riflesso, il sole fu fatto figliuolo <foreign lang="grc">Ὑπερίονος καὶ Θειάς</foreign>, <emph>d'Iperione e di Teia</emph>
                  <note place="foot">Hesiod. Theog. 371. 399; Hom. hymn. in Apoll. 369; Claudian. de rapt. Pros. II. 44; Diod. sic. Bibl. hist. III. 57...; Mimnerm. ap. Athen. Deipnos. XI. 470.; Carli, XVI. 222.</note> ciascuno dei quali nomi indica manifestamente il Dio Supremo. Soggiunge anzi: «Quid hic horum commemorem aliave Deorum nomina, quae in solem universa conveniunt?». Di Belo dice Servio:<note place="foot">Aen. I. 646.</note> «Apud Assyrios autem Bel dicitur, quadam sacrorum ratione, et Saturnus et sol». Damascio infatti nella vita del filosofo Isidoro dice, che i Siri e i Fenici chiamavano Saturno Belo, ed El, ed egli par verisimile che da questa voce <emph>El</emph> sia nato il greco vocabolo <foreign lang="grc">Ἥλιος</foreign>, che vale <emph>sole</emph>. Adone in lingua fenicia significava lo stesso che Baal, o Belo, quindi par che possa inferirsi, non essere ancor egli altri che il sole. Il Marna dei Palestini credesi ancor esso non diverso dal sole. Può sul medesimo consultarsi il Noris<note place="foot">Diss. v. de Syromaced. epochis.</note> e il Seller.<note place="foot">Fab. B. Ant. I. 332.</note> C'insegna Erodoto, che gli arabi non adoravano alcun Dio, oltre Bacco ed Urania, e che davano al primo il nome di Urotalt. <emph>Uroth</emph> e <emph>Tal</emph> compongono un tal nome, e queste due parole significano <foreign lang="lat">Ros lucis</foreign>. Giusta Tertulliano gli arabi aveano ancora il Dio Dusares, e poichè il sole riempie di allegrezza la terra, si pretende che <emph>Dusares</emph> altro non sia che questo astro, mentre <emph>Duts arets</emph> vale <foreign lang="lat">Gaudium terrae</foreign>. Lo stesso dicesi del famoso Mithras dei persiani. Che questi difatto adorassero il sole, lo dicono Erodoto,<note place="foot">I. 131.</note> Strabone,<note place="foot">XV. 3. 13.</note> Senofonte,<note place="foot">Cirop. VIII. 3.</note> Quinto Curzio<note place="foot">IV. 13. 14.</note> e Giustino.<note place="foot">I. 10.</note> Alcuni fanno derivare il nome Mithras dalla voce <emph>Mihr</emph>, e questa presso i persiani significa sole. In alcune iscrizioni Mithras è chiamato Dio Sole, Invitto, Onnipotente, e in altri simili modi, come vedesi presso Filippo della Torre,<note place="foot">Mon. Vet. Ant.</note> il Van-Dale,<note place="foot">Ad antiq. Marm. Diss. IX.</note> lo Spanheim<note place="foot">Ad Iul. Caes.</note> ed il Grutero.<note place="foot">P. 34.</note> In una epistola inserita tra le opere attribuite a S. Dionigi Areopagita, Mithras vien detto <foreign lang="grc">τριπλάσιος</foreign>, <emph>triplice</emph>. Quivi gl'interpreti greci han creduto ravvisare il sole, che al tempo di Ezechia fe' quasi triplicato il giorno, tornando indietro; e il Vossio ha sospettato che nella parola <foreign lang="grc">τριπλάσιος</foreign> vengano indicati i tre particolari effetti del sole, cioè il riscaldamento, la illuminazione e la distinzione dei tempi, ovvero gli altri tre, di produrre i giorni ora uguali alla notte, ora più brevi, ed ora più lunghi.<note place="foot">Iac. Mart. Relig. des Gaulois.</note> Il leone è propriamente il simbolo di Mithras, onde i di lui misteri chiamavansi talvolta Leonzii, anzi, giusta Tertulliano<note place="foot">Apol.</note> e S. Girolamo,<note place="foot">Ep. ad. Laetam.</note> egli era dipinto colla testa del leone, ciò che vedesi pure in alcuni monumenti, che lo rappresentano. Evvi chi crede esser ciò, perchè quando il sole è nel segno del Leone, in cui trovasi dopo aver passato il Cancro, egli è nella sua maggior forza ed attività. In un marmo spettante a Mithras vedesi appunto il Leone, dopo di esso il Cancro. Mithras si vede accompagnato dal corvo, augello, che fra i Greci e i Romani era il simbolo del sole. Finalmente Strabone afferma manifestamente, che il sole è il Mithras dei persiani: «colunt solem, quem Mithram putant». Ciò che Esichio pure asserisce, <foreign lang="grc">Μίθρας ὁ Ἥλιος ἐν Πέρσαις</foreign>, <emph>Mithras è il sole tra i persiani</emph>; e con Esichio lo Scoliaste di Luciano;<note place="foot">Ad Iov. tragoed.</note>
                  <foreign lang="grc">Μίθρης ἐστὶ παρὰ Πέρσαις ὁ Ἥλιος</foreign>. Per provare che Mithras non è altri che il sole, raccoglie più notizie Tommaso Gataker,<note place="foot">Adversar. Miscell. Cap. 21.</note> uno de' più dotti critici Inglesi vissuto nel secolo XVI e XVII, a cui consente M. Goguet.<note place="foot">Part. I. diss. 5. to. II. 315.</note> Veggansi il Reland,<note place="foot">Dissert. miscell. VI. 2.</note> lo Spon,<note place="foot">Miscell. erud. Antiq.</note> il Banier,<note place="foot">Mythol. expliq.</note> il Guillemau,<note place="foot">Mém. Sur un basrél. du Dieu Mithras dans les Mém. de Trévoux, an 1724 mois de Février.</note> e l'autore del libro intitolato «Explication de divers monuments».<note place="foot">Fab. B. Ant. I.332.</note> L'Osiride degli egizi è pur creduto lo stesso che il sole. Diodoro di Sicilia è di questo parere, e difatto la parola Osiri, a dir del Sig. Pluche,<note place="foot">Liv. I. chap. I. par. 10.</note> significa giusta i più dotti degli antichi <emph>Inspettore, Cocchiere o Conduttore, Re, Guida, Moderatore degli astri, Anima del mondo, Reggitore della natura</emph>. Diogene Laerzio<note place="foot">Prooem. segm. 10.</note> così parla: <foreign lang="grc">Θεοὺς δ' εἷναι ἥλιον καὶ σελήνην· τὸν μὲν Ὄσιριν· τὴν δ' Ἶσιν καλουμένην</foreign>. Sanconiatone presso Eusebio confonde Osiri con Bacco, il quale credesi e con più ragione vuol dimostrarsi, esser il medesimo che il sole. Ausonio similmente<note place="foot">Epigr. 30.</note> unisce Bacco ad Osiri:
<quote lang="lat" rend="block">
                     <l>Ogygia me Bacchum vocat,</l>
                     <l>Osirin Aegyptus putat,</l>
                     <l>Mysi Phanacen nominant,</l>
                     <l>Dionyson Indi existimant,</l>
                     <l>Romana sacra Liberum,</l>
                     <l>Arabica gens Adoneum,</l>
                     <l>Lucaniacus Pantheum.</l>
                  </quote>
Si riferiscono ad Eusebio<note place="foot">Praep. Evang. III. 15.</note> alcuni versi che diconsi parole di Apollo nei quali s'insegna che il sole è Osiri, Oro, Bacco ed Apollo:
<quote lang="grc" rend="block">
                     <l>Ἥλιος, Ὦρος, Ὄσιρις, Ἄναξ, Διόνυσος,</l>
                     <l>Ἀπόλλων.</l>
                     <l>Ὡρῶν καὶ καιρῶν ταμίης, ἀνέμων τε καὶ ὄμβρων,</l>
                     <l>Ἠοῦς καὶ νυκτὸς πολυαστέρος ἡνία νωμῶν,</l>
                     <l>Ζαφλεγέων ἄστρων βασιλεᾣᾣύς, ἡδ' ἀθάνατον πῦρ.</l>
                  </quote>
Nigidio presso Macrobio<note place="foot">Saturn. I. 9.</note> confonde Giano con Apollo, che comunemente è creduto lo stesso che il sole. «Incipiamus, dice Arnobio, a Iano patre, quem quidam ex vobis mundum, annum alii, solem etiam prodidere nonnulli». Dicesi che egli fingasi di doppia faccia per significare il sole, signore di ambedue le porte celesti, mentre apre, nascendo, il giorno, e lo chiude tramontando, e che se gli ponea nella mano destra il numero di 300, e nella sinistra di 65 ad oggetto d'indicare una delle principali proprietà del sole, cioè la durata del suo corso.<note place="foot">Ivi</note> Arpocrate vedendosi talvolta presso il Cupero<note place="foot">Scelta di dissertaz. I. 116.</note> con il capo raggiato, stimossi confuso dagli antichi con Oro e col sole. Da quell'astro credesi pure derivata la favola del serpente Pitone, che fu ucciso da Apollo. «Est et alia ratio, dice Macrobio,<note place="foot">Saturn. I. 17.</note> draconis perempti. Nam solis meatus licet ab ecliptica linea numquam recedat: sursum tamen ac deorsum ventorum vices certa defectione variando, iter suum velut flexum draconis involvit. Unde Euripides: <foreign lang="grc">πυριγενὴς δὲ δράκων ὅλον ἡγεῖται (ταῖς) τετραμόρφοις - Ὥραις ζευγνὺς ἁρμονίᾳ πολὺ καρπὸν ὄχημα</foreign>. Sub hac ergo appellatione coelestis itineris sol, cum confecisset suum cursum, draconem confixisse dicebatur. Inde fabula exorta est de serpentis nece. Sagittarum autem nomine non nisi radiorum iactus ostenditur: qui tunc longissimi intelliguntur, quo tempore altissimus sol diebus longissimis solstitio aestivo conficit annuum cursum. Unde <foreign lang="grc">ἑκηβόλος</foreign> dictus <foreign lang="grc">καὶ ἑκατηβόλος ἕκαθεν τὰς ἀκτῖνας βάλλων,</foreign>, e longissimo altissimoque radios in terram usque demittens». Dice Porfirio presso Eusebio,<note place="foot">Praep. Evang. III. 11.</note> che Plutone è il sole, che verso il tempo del solstizio invernale portandosi sotterra, dassi a scorrere ignote ed ascose regioni, che le dodici parti del circolo celeste dieder luogo alla favola delle dodici imprese d'Ercole, il quale si fe' vestito di una pelle di leone per indicare la forza che ha il sole quando trovasi nel segno che porta questo nome, simboleggiando la sua clava la inuguaglianza del moto del sole stesso; che quest'astro fu detto Oro perchè <foreign lang="grc">περὶ τὰς ὥρας τοῦ κόσμου περιπολεῖ, καὶ χρόνων ἐστὶ ποιητικός, καὶ καιρῶν</foreign>, vale a dire <emph>si trasporta per le regioni del mondo</emph> (grecamente dette <foreign lang="grc">ὤραι</foreign>, <foreign lang="grc">orai</foreign>) <emph>e forma i tempi e le età</emph>; e che le tre teste di Cerbero indicano i tre celesti domicili del sole, vale a dire l'oriente, il meriggio e l'occidente. Fuvvi chi pensò che gli Ammoniti nel Dio Moloch intendessero di adorare il sole,<note place="foot">Voss. de idolatr.; Selden. de Diis Syr. Syntag. I. cap. 6.</note> mosso a ciò credere dal sapere che nella immagine del Dio, secondo alcuni, e dirimpetto ad essa, secondo altri, facevansi sette nicchie, il numero delle quali corrisponde perfettamente a quello dei pianeti uniti al sole ed alla luna.<note place="foot">Stor. univ. IV. 192.</note> Finalmente dice Orfeo che il sole è tutto in questi versi citati da Macrobio:<note place="foot">Saturn. I. 23.</note>
                  <quote lang="grc" rend="block">
                     <l>Κέκλυθι τηλεπόρου δίνης ἑλικαυγέα κᾣᾣύκλον.</l>
                     <l>Οὐρανίαις στροφάλιγξι περίδρομον αἰὲν ἐλίσσων.</l>
                     <l>Ἀγλαὲ Ζεῦ Διόνυσε, πάτερ πόντου, πάτερ αἴης,</l>
                     <l>Ἥλιε παγγενέτορ, παναίολε, χρυσεοφεγγές.</l>
                  </quote>
               </p>
               <p>Sin qui si è veduta la origine, che, secondo la opinione di molti dotti, ha dato il sole a cotanti favoleggiamenti degli antichi. Non poche però delle divinità del paganesimo credonsi dover ridursi alla luna, tra le quali Cerere, che nel principio delle Georgiche è invocata da Virgilio sotto il nome di «lumen mundi». Orazio distingue Diana dalla luna, mentre dice:<note place="foot">Carm. Saecul. V. I. segg., 33. segg.</note>
                  <quote lang="lat" rend="block">
                     <l>Phoebe, silvarumque potens Diana,</l>
                     <l>Lucidum coeli decus, o colendi</l>
                     <l>Semper et culti, date quae precamur</l>
                     <l>Tempore sacro.</l>
                     <l>...</l>
                     <l>Condito mitis placidusque telo,</l>
                     <l>Supplices audi pueros, Apollo:</l>
                     <l>Siderum regina bicornis audi,</l>
                     <l>Luna, puellas.</l>
                  </quote>
Similmente Catullo<note place="foot">Carm. saecul. ad. Dianam.</note> parlando di Diana, la confonde con la luna:
<quote lang="lat" rend="block">
                     <l>Tu potens Trivia, et notho es</l>
                     <l>Dicta lumine Luna.</l>
                     <l>Tu cursu, Dea, menstruo</l>
                     <l>Metiens iter annuum</l>
                     <l>Rustica agricolae bonis</l>
                     <l>Tecta frugibus exples.</l>
                  </quote>
Di fatti il nome di Diana par che derivi da Divana, e come il sole chiamavasi <foreign lang="lat">Ianus</foreign>, così la luna dicevasi <foreign lang="lat">Iana</foreign>, ciò che vedesi in Varrone,<note place="foot">De L. L. I. 37.</note> poichè essa era come un sole minore, a dire di Aristotele.<note place="foot">De generat. animal. IV. 1O.</note> Apuleio<note place="foot">De Deo socrat. init.</note> la chiama «solis aemulam, noctis decus: seu corniculata, seu dividua, seu protumida, seu plena sit». <foreign lang="grc">Τὴν δὲ Σελήνην</foreign>, dice Porfirio,<note place="foot">Ap. Euseb. Praep. Evang. III. 11.</note>
                  <foreign lang="grc">παρὰ τὸ σέβας ὑπολαβόντες Ἄρτεμιν προσηγόρευσαν, οἷον ἀερότομιν. Λοχία τε ἡ Ἄρτεμις καίπερ αὖσα παρθένος ὅτι τῆς νουμηνίας δᾣᾣύναμις προσθετικὴ εἰς τὸ τίκτειν</foreign>. Vuol dimostrare il Vossio<note place="foot">De idolatr. II. 21.</note> che la luna non distinguevasi da Urania, o Celeste, celebre in prima fra gli Assiri, e adorata di poi in Fenicia, in Cipro, nella Grecia, e nella Italia, della quale scrisse Pausania:<note place="foot">I. 27.</note>
                  <foreign lang="grc">πρώτοις δὲ ἀνθρώπων Ἀσσυρίοις κατέστη σέβεσθαι τὴν Οὐρανίαν, μετὰ δὲ Ἀσσυρίους Κυπρίων Παφίοις καὶ Φοινίκων τοῖς Ἀσκάλωνα ἔχουσιν ἐν τῇ Παλωστείῃ παρὰ δὲ Φοινίκων Κυθήσιοι μαθόντες σέβουσιν· Ἀθηναίοις δὲ κατεστήσατο Αἰγεᾣᾣύς, αὐτῷ τε οὐκ εἶναι παῖδας νομίζων, οὐ γὰρ πω τότε ἧσαν, καὶ ταῖς ἀδελφαῖς γενέσθαι τὴν συμφορὰν ἐκ μηνίματος τῆν Οὐρανίας</foreign>. Dice Origene<note place="foot">Contra Cels. lib. V.</note> che gli Arabi adoravano Urania, e ciò pure asserisce Erodoto, il quale aggiunge che gli Arabi stessi davanle il nome di Aliat, parola che credesi derivata da Lilit <emph>notte</emph>, onde deducesi che ella era considerata come la regina della notte. Urania è nome greco e deriva dalla parola <foreign lang="grc">Οὐρανός</foreign>
                  <foreign lang="grc">Uranos</foreign>, doricamente <foreign lang="grc">Ὠρανός</foreign>
                  <foreign lang="grc">Oranos</foreign>, <emph>Cielo</emph>, onde in latino idioma Urania era chiamata <foreign lang="lat">Coelestis</foreign>. Si reputa verosimile che Urania fosse adorata dagli assiri sotto il nome di Astarte, che Erodiano<note place="foot">Ap. Selden. de Diis Syr. Syntag. II. c. 2., Stor. Univ. V. 145 note.</note> disse Astroarche significando appunto <foreign lang="grc">Ἀστήρων ἀρχή,</foreign>, <foreign lang="grc">Asteron Arche</foreign>, <emph>dominio degli astri</emph>, alla qual proprietà, che gli antichi poeti diceano doversi alla luna, alluse forse Orazio allorchè disse:<note place="foot">Lib. I. Od. 12 v. 47.</note>
                  <quote lang="lat" rend="block">
                     <l>....velut inter ignes</l>
                     <l>Luna minores.</l>
                  </quote>
Sanconiatone infatti ed il suo interprete Filone Biblio, presso Eusebio,<note place="foot">Praep. Evang. I. 10.</note> fanno di ciò testimonianza. Dicono che ella portava un capo di toro ciò che molto si uniforma alle corna della luna. Luciano<note place="foot">De Dea Syra. 4.</note> infine, parlando del tempo di Astarte, che esisteva in Fenicia, dice manifestamente che egli stima esser questa Dea la stessa che la luna, <foreign lang="grc">Ἀστάρτην δ' ἐγὼ Σεληναίην ἔμμεναι</foreign>. A Luciano consentiva la opinione de' Fenici per testimonianza di Erodiano.<note place="foot">Stor. Univ. V. 145. note.</note> I Romani, dice Macrobio,<note place="foot">Saturn. I. 15.</note> non distinguevano Giunone dalla luna, dal nascer della quale aveano principio i mesi, che cominciavano col giorno delle Calende dedicato a Giunone. Apuleio disse:<note place="foot">Metamorph. VI. 112.</note> «Magni Iovis germana et coniuga... quam cunctus Oriens Zygiam veneratur, et omnis Occidens Lucinam appellat; sis meis extremis casibus Iuno sospita». Similmente parlano Cicerone,<note place="foot">De Nat. Deor. III. 23.</note> Catullo,<note place="foot">Saec. Carm. ad Dian.</note> Terenzio,<note place="foot">Andr. III. I 15.</note> Varrone<note place="foot">De R. R. I. 37.</note> ed Ovidio.<note place="foot">Fast. II. 436.</note> Lucina è lo stesso che Diana, e questa credesi non esser altri che la luna. Nel modo stesso vuol dimostrarsi che l'Anaiti dei persiani non è a distinguersi dalla luna, mentre Pausania e Plutarco<note place="foot">In Vit. Artaxer. 27.</note> non la distinguono da Diana. Erodoto confonde Urania, che vuolsi esser la stessa che la luna, con Militta, Alitta e Mithras. Diodoro citato da Eusebio,<note place="foot">Praep. Evang. II. 1.</note> dice che gli Egizi credevano essere Iside la stessa che Cerere, la quale vedemmo non aver Virgilio distinta dalla luna. In altro luogo infatti di Eusebio<note place="foot">Ivi III. 2.</note> dicesi manifestamente che Osiride chiamato era il sole, ed Iside la luna, ciò, che da Diodoro vien pure confermato in altro luogo del medesimo Eusebio.<note place="foot">Ivi III. 3.</note> Si credea che Iside fosse la moglie di Osiride, e che avesse nella luna la sua dimora. Afferma Plutarco<note place="foot">De Isid. et Osirid.</note> che Iside era creduta la stessa che Minerva ed altrove<note place="foot">Ivi e De fac. in orb. lun.</note> chiaramente asserisce che alla luna davasi il nome di quest'ultima Dea. Lo conferma Porfirio presso Eusebio:<note place="foot">Praep. Evang. III. 11.</note>
                  <foreign lang="grc">Ὅπερ δὲ Ἀπολλων ἐν ἡλίῳ, τοῦτο, Ἀθήνα ἐν σελήνῃ· ἔστι γὰρ τῆς φρονήσεως σᾣᾣύμβολον, Ἀθηνᾶ τις οὖσα</foreign>. Dionigi di Alicarnasso dice che i Romani confondevano Giunone con Ilitia (nome, che credesi derivato da *** <emph>ieled</emph>, <emph>generare</emph>)<note place="foot">Pluche, I. 157.</note> ed Orfeo non la distingue da Diana, che, come vedemmo, credesi non dover separarsi dalla luna. Plutarco infatti confonde Ilitia con questo corpo celeste. Giulio Firmico asserisce che Proserpina era detta la stessa che la luna e Servio<note place="foot">Ad. Georg. I. 5.</note> dice che gli Stoici non distinguevanla da Diana, da Cerere, da Giunone, e che tutte queste confondeano con la luna. Dirigendo Apuleio<note place="foot">Metamorph. XL. 238.</note> le sue parole alla luna, dice: «Regina coeli, sive tu Ceres alma frugum parens originaiis... seu Phoebi soror... seu nocturnis ululatibus horrenda Proserpina... redde etc.». Finalmente dice Plutarco,<note place="foot">De fac. in orb. lun.</note> che il nome di Proserpina davasi a quella parte della luna, che ci riguarda. Il medesimo,<note place="foot">In vit. Num. Pomp. 12.</note> parlando di Libitina, dubita se ella sia la stessa che Proserpina; il che essendo, verrebbe essa a confondersi con la luna, giusta quelli, che da essa non disgiungon Proserpina. Di Ecate dice Servio:<note place="foot">Aen. IV. 511.</note> «Nonnulli eandem, Lucinam, Dianam; Hecaten appellant ideo quia uni deae tres adsignant potestates, nascendi, valendi, moriendi: et quidem nascendi Lucinam deam esse dicunt; valendi Dianam, moriendi Hecaten! ob quam triplicem potestatem, triformem eam triplicemque finxerunt, cuius in triviis templa ideo struxerunt». E lo Scoliaste di Aristofane asserisce che Ecate anticamente detta era la stessa che la luna e Diana, e veneravasi nei trivi; perlochè Virgilio:<note place="foot">Aen. IV. 609.</note>
                  <quote lang="lat" rend="block">
                     <l>Nocturnisque Hecate triviis ululata per urbes.</l>
                  </quote>
Afferma Porfirio, presso Eusebio,<note place="foot">Praep. Evang. III. II.</note> che la luna era detta Ecate per la varietà de' suoi aspetti e delle sue forze. Artemisa, secondo il Sig. Pluche,<note place="foot">Liv. I. chap. 2. par. 11.</note> è un nome dato ad Iside, presa per la luna. Esso deriva, giusta lo stesso<note place="foot">Ivi nota.</note> da ***, <emph>hartem</emph>, <emph>sapiente</emph>, e da ***, <emph>ishah</emph>, <emph>donna</emph> perchè Iside fu così chiamata a cagione della opinione, in cui erasi, che la luna fosse presaga dell'avvenire. Dice Varrone che le Parche anticamente dicevansi «Partae a partiendo», ed infatti la parola <foreign lang="grc">μοῖρα</foreign>, <foreign lang="grc">moira</foreign>, ionicamente <foreign lang="grc">μοίρη</foreign>, <foreign lang="grc">moire</foreign> che in greco idioma significa <emph>Sorte</emph>, <emph>Destino</emph>, <emph>Parca</emph>, ha qualche correlazione con il verbo <foreign lang="grc">μείρω</foreign>, <foreign lang="grc">meiro</foreign>, o <foreign lang="grc">μείρομαι</foreign>, <foreign lang="grc">meiromai</foreign>, <foreign lang="lat">partior</foreign>. Ora alcuni han preso <foreign lang="lat">Parta</foreign> per <emph>Partua</emph>, o <foreign lang="lat">Partula</foreign>, che presiede ai parti, ed è la stessa che Lucina la quale, secondo alcuni, non dee distinguersi dalla luna. Riferisce Clemente Alessandrino<note place="foot">Strom. VI.</note> che Epigene per le tre Parche, delle quali si parla da Orfeo, intese tre parti della età della luna, cioè il novilunio, il dì quindicesimo ed il trigesimo.<note place="foot">Gassendi, I. 569.</note> Tutte le Parche difatto con questa confonde il più volte citato Porfirio presso Eusebio.<note place="foot">Praep. Evang. III. II.</note>
                  <foreign lang="grc">Πάλιν</foreign>, dic'egli, <foreign lang="grc">δ' αὗ αἱ μοῖραι ἐπὶ τὰς δυνάμεις αὐτῆς (Σελήνης) ἀναφέρονται ἡ μὲν Κλωθὼ ἐπὶ τὴν γεννητικήν, Λάχεσις δὲ κατὰ τὴν θρεπτικήν, Ἄτροπος δὲ κατὰ τὸ ἀπαραίτητος τοῦ θεοῦ</foreign>. Leggevasi in un luogo riferito da Pausania,<note place="foot">In Attic.</note> che quella, che tra le Parche era maggiore di età, non distinguevasi da Venere celeste, o Urania, che, come vedemmo, evvi chi confonde con la luna.<note place="foot">Tommas. 224.</note> Chiudiamo questo discorso sulla luna con le seguenti parole di Apuleio,<note place="foot">Metamorph. XI. 241.</note> nelle quali egli confonde questo corpo celeste con le principali divinità femminili del paganesimo. «En adsum dic'egli ponendo queste parole in bocca della luna medesima, tuis commota, Luci, precibus, rerum natura parens, elementorum omnium domina, saeculorum progenies initialis, summa numinum, regina manium, prima coelitum, deorum dearumque facies uniformis, quae coeli luminosa culmina, maris salubria flamina, inferorum deplorata silentia, nutibus meis dispenso. Cuius numen unicum, multiformi specie, ritu vario, nomine multiiugo totus veneratur orbis. Me primigenii Phryges Pessinunticam nominant Deum matrem; hinc Autochthones Attici Cecropiam Minervam; illinc fluctuantes Cyprii Paphiam Venerem; Cretes sagittiferi Dictynnam Dianam; Siculi trilingues Stygiam Proserpinam; Eleusini vetustam Deam Cererem: Iunonem alii, Bellonam alii, Hecatem isti, Rhamnusiam illi; et, qui nascentis Dei solis inchoantibus illustrantur radiis, Aethiopes Ariique, priscaque doctrina pollentes Aegyptii, caerimoniis me propriis percolentes, appellant vero nomine Reginam Isidem».<note place="foot">Sulla Senolatria, o culto reso alla luna leggansi il Calovio, il Frischmuth, il Filmann; sui vari nomi dati al pianeta Venere, il Patin; sul culto reso ai pianeti Mercurio, Marte, Giove, Saturno, lo Scheidio nell'<title>Astronomia Biblica</title> pubblicata in Strasburg 1660. (Fab. B. ant. I. 333).</note>
               </p>
               <p>Se alle riferite opinioni intorno alle favole originate dal sole e dalla luna vuol prestarsi credenza, qual riflessivo filosofo può astenersi dal compiangere la sorte infelice dell'uomo, schiavo miserabile dell'errore, e cieco seguace del più visibile inganno? Nel contemplare quei globi meravigliosi, quelle lumiere splendidissime, che l'Ente supremo appese alla volta maestosa dei cieli, quasi marche del suo dominio e contrassegni della sua sovrana onnipotenza, in luogo di farsene scala per giungere alla cognizione del creatore, si arresta vilmente al visibile, e lungi dal riconoscere una intelligenza divina, uno spirito preeminente autore e regolatore dell'ammirevol macchina dell'Universo, rappresenta in mille foggie alla sua immaginazione quegli stupidi corpi, dà mille forme a quegli esseri insensati, e giunge a piegare il ginocchio innanzi a numi sognati e a larve divinizzate. La sublime idea della Divinità altamente impressa nell'intelletto dell'uomo non può cancellarsi dalla sua mente: egli è costretto a riconoscere un Dio, ma nell'atto che a lui si rivolge non sa scuotere il ferreo giogo, che schiavo lo rende dei sensi, e frammischiando alla idea del sovrano motore quella delle immagini corporee, cade nel baratro orribile della idolatria. Egli giaceva tuttora in esso sepolto, la ragione avvilita raddoppiava invano i suoi sforzi per innalzarsi dall'abbisso nel quale era caduta. Ma spuntarono intanto i raggi dell'Evangelo, squarciarono le tenebre pesanti del paganesimo; divenne il firmamento un gradino per ascendere al trono dell'Eterno; ammirò l'uomo nelle stelle la onnipotenza, conobbe nella luna e nel sole la provvidenza del Creatore, cedè l'errore il luogo alla ragione, che aiutata dalla rivelazione, stese la mano allo scettro, che non lascierà rapirsi mai più.</p>
               <p>Il carattere avventuroso di seguace dell'Evangelo, di cui vado per Divina mercè rivestito, è capace di autorizzarmi ad introdurre questa digressione, quasi in qualsivoglia argomento. Il Fedele mi accorderà di buona voglia un tal diritto, che indarno vorrà contrastarmi l'incredulo. Ritorno nel sentiero intrapreso.</p>
               <p>L'astronomia nata, come dicemmo, tra i Babilonesi, secondo la opinione di alcuni autori, fece dei grandi progressi presso gli Egiziani. Raccontasi<note place="foot">Stor. Univ. IV. 129.</note> che un monarca egiziano per nome Saurid sì antico che spacciasi ricordarsi in alcuni vecchi libri de' Copti aver egli regnato 300 anni avanti il Diluvio; vidde in sogno le stelle cadenti dal cielo, gli uomini rovesciati e giacenti a terra e il tutto posto in confusione e scompiglio, ed avendo nell'anno seguente avuto lo stesso sogno, ne fu sì sbigottito che adunati i più dotti sacerdoti e i più sapienti professori delle scienze arcane di Egitto scongiurolli a voler dichiarargli quali cose pronosticassero tali sogni. Al che avendo quelli risposto che la Terra stata sarebbe inondata da uno spaventoso Diluvio; deliberò egli di far costruire delle Piramidi, ed altre vaste moli, perchè a sè e ai familiari suoi servissero di ricovero, ed ai loro cadaveri di sepolcro. Oltreacchè ordinò che venissero quegli edifizi fregiati di geroglifici atti a spiegare le scienze tutte allora conosciute dagli Egiziani, e riputò ancor saggio consiglio l'indicar su quei monumenti la figura delle stelle e dei segni celesti, le loro significazioni e i loro effetti. Non fa d'uopo avvertire il leggitore di assegnare a somigliante racconto onorifico luogo tra le favole, delle quali abbondano, oltre a ogni credere, le istorie dell'antichità. Clemente Alessandrino, parlando di alcune processioni, che negli antichi tempi costumavasi far nell'Egitto, annovera tra gli individui, che le componevano, un Astrologo, che portava un Orologio Solare ed una palma, ed era tenuto, serbare a memoria quattro libri astrologici di Mercurio, il primo dei quali conteneva la descrizione dei luoghi che le Stelle fisse prendono nel cielo, e i tre seguenti parlavano del sole e della luna, delle loro ecclissi, del diffondimento della loro luce, e di altre cose ad essi appartenenti.<note place="foot">Stor. Univ. III. 252.</note> Fa ancor parola il citato scrittore dell' <foreign lang="grc">Ἱερογραμματεᾣᾣύς</foreign>, cioè <emph>scrittor sacro</emph> (da <foreign lang="grc">ἱερός</foreign>
                  <emph>sacro</emph>, e <foreign lang="grc">γραμματεᾣᾣύς</foreign>
                  <emph>scrittore</emph> ), altro personaggio delle mentovate processioni, il quale era in obbligo di tenere in mente il soggetto di dieci libri trattanti di più cose, e tra queste del Sole, della luna e dei pianeti.</p>
               <p>Gli egizi con tanto maggiore ardore si diedero a coltivare l'astronomia, quanto maggiore di quello degli altri popoli era il bisogno che essi ne aveano. Osservarono che l'inondazione del Nilo era preceduta da un vento Etesio, cioè vento annuale, che cacciava i vapori verso la plaga meridionale e causava le abbondanti pioggie, che ingrossando il Nilo producevano l'inondazione nell'Egitto. Questo vento servì ben presto di regola agli abitanti. Era lor necessario un mezzo sicuro per conoscere il tempo esatto, in cui doveano esser pronti, ed aver le provvisioni allestite per potersi portare sulle eminenze e salvarsi con il bestiame. Dovettero pertanto ricorrere alle stelle, osservare il loro moto e servirsi di esso come di regola e di guida. Ecco gli egizi astronomi per necessità. Osservarono una stella assai splendida e brillante, la quale elessero per pubblica regolatrice. Essa avvertiva gli Egizi a tenersi pronti per l'allagamento, e facea come l'uffizio di un cane, che avvisa il suo padrone della vicinanza de' ladri. Fugli perciò dato il nome di Cane, o di abbaiatore, di Anubis in lingua Egizia, di Hannobeach in lingua Fenicia. Può vedersi ampiamente trattato questo argomento nell'eccellente opera della Storia del cielo di M. Pluche.<note place="foot">Lib. I. c. I. par. 7. p. 529.</note>
               </p>
               <p>Nell'Egitto, secondo alcuni al riferir di Censorino, antichissimo fu l'anno di due mesi, che dal re Pisone fu prolungato sino a quattro mesi, e fu finalmente condotto a dodici mesi e cinque giorni, dell'aggiunta dei quali al fine dell'ultimo mese i sacerdoti tebani davano la gloria a Toth, e da Eusebio e Sincello è data ad Aseth.<note place="foot">Goguet, lib. III. c. 2. art. 2.</note> Che gli egiziani conoscessero l'anno di 365 giorni, lo mostra il circolo d'oro commemorato da Diodoro di Sicilia, il quale avea 365 cubiti, ciascuno relativo ad un giorno dell'anno con il giro delle stelle corrispondente, circolo, che trovossi sopra la tomba di Osimandia re d'Eliopoli, e fu rapito da Cambise circa l'anno 524 avanti Gesù Cristo. Sembra però al Carli e al Goguet<note place="foot">Part. I. lib. III. cap. 2., Part. II. lib. III. cap. 2. art. 2.</note> che più antica di questa divisione sia stata quella di 360 giorni, numero assegnato egualmente alla divisione dello Zodiaco. Alcuni, e tra questi il P. Petau,<note place="foot">Doctr. Tempor. I. 1. 2.</note> colla riguardevole autorità di Gemino, son d'avviso che l'anno egiziano fosse sempre di 365 giorni. La posteriore divisione, giusta il Carli, non fu conservata, mentre regnò sempre la anteriore di 360 gradi corrispondenti ad altrettanti giorni. Più ragioni di fatto, al dire del citato scrittore ci persuadono a creder così. Riferisce Diodoro che in Acant, di là dal Nilo verso la Libia, 120 stadi lontano da Menfi, v'era un gran vaso, nel quale 360 sacerdoti poneano, ciascuno in un giorno, un vaso di acqua del Nilo; ed altrove narra che nell'isola del Nilo, che è fra l'Etiopia e l'Egitto, esisteva un tempio dedicato ad Osiride, dove vedeansi in buon ordine 360 vasi, uno dei quali per ciascun giorno veniva dai sacerdoti riempito di latte. Lo Scaligero,<note place="foot">De emend. temp. lib. III.</note> il Kircher,<note place="foot">Oed. Aegypt.</note> il Martin,<note place="foot">Explic. de divers. monum. par. I.</note> il Newton, ed il Shuckford con Eusebio pensano, che gli egiziani avessero per alcun tempo l'anno di 360 giorni senza veruna aggiunta. Erodoto altresì dice, che a principio gli Egizi divisero l'anno in dodici mesi, ciascuno di trenta giorni, ai quali furono in seguito aggiunti altri cinque. Di più Aristotele, presso Teodoro Gaza,<note place="foot">De anno.</note> assicura che era stato considerato dagli antichi, che la quinta parte dell'anno fosse di 72 giorni. Evvi chi pensa che così fosse di fatto nei tempi anteriori al Diluvio. Agostino<note place="foot">De Civ. Dei XV. 14.</note> in tal modo espone la sua sentenza intorno all'anno antidiluviano: «Tantus mensis, dic'egli, quantus et nunc est, quem luna coepta et finita concludit. Tantus annus, quantus et nunc est, quem, duodecim menses lunares, additis propter cursum solarem quinque diebus et quadrante, consummant». Sebbene in questo luogo sembri che Agostino parli dei mesi di trenta a vicenda e di ventinove giorni; veramente però, come altrove egli stesso dichiara,<note place="foot">Ivi XV. 12, e De Trinit. IV. 4.</note> intende parlare dei mesi uguali e tricenari vale a dire ciascuno di trenta giorni. La sentenza di S. Agostino, intesa in siffatta guisa è favorita dal Kepler,<note place="foot">Eccl. Chron.</note> dallo Scaligero,<note place="foot">De emend. temp. III. 7.</note> dal Petau,<note place="foot">De doctr. temp. IX. 9. 10.</note> dal Meyer,<note place="foot">De temp. sacr. par. I. c. 4.</note> dal Langio,<note place="foot">De ann. christ. I. 12.</note> dal Reland,<note place="foot">Antiq. Sacr. par. IV.</note> dal Fabricio,<note place="foot">De Mens. art. 13.</note> dall'Usserio, dal Lydiat, dal Goguet,<note place="foot">Part. I. liv. III. chap. 2. art. 2.</note> e da altri, alcuno dei quali a torto vien citato dal Riccioli<note place="foot">Chron. refor. I. 10.</note> come partigiano dell'anno lunisolare. Dice il cardinal Noris,<note place="foot">Epoc. Syro-maced. diss. 1.</note> che da principio presso tutte le genti fu in uso l'anno lunare, il che spiega però co' mesi tricenari, e reca l'autorità di S. Agostino e di Dionigi il piccolo.<note place="foot">Ad Petron. Episc.</note> È fondata questa sentenza in particolar modo sopra il computo, che fa Mosè circa i giorni ed i mesi del Diluvio, imperciocchè cinque mesi eran, come egli dice, composti di cento cinquanta giorni, ed appunto dalla moltiplicazione del numero 30 fatta per il 5 risulta quello di 150. Da questo computo di Mosè trae il Newton<note place="foot">Chron. c. 1., e Observ. in Dan. c. 10 in not.</note> la stessa conclusione, ed argomenta, che quindi avesse origine la divisione della ecclittica in 360 gradi. Ai 360 giorni componenti l'anno credesi che o dopo ciascuno di essi si aggiungessero i 5 giorni e quel più, che mancava per compir l'anno solare, ovvero che dopo una determinata rivoluzione di anni s'interponesse un mese composto dei nominati avanzi, benchè questa intercalazione con poco concludenti ragioni venga contraddetta dal Shuckford e da Alfonso de Vignolles,<note place="foot">Chron. Sacr. VI. I.</note> i quali il primo ritrovamento ne attribuiscono agli egiziani molti secoli dopo il Diluvio. Dubita il Carli<note place="foot">Lett. americ. par. II. let. 13.</note> col Weidler che a' tempi antichissimi di 360 giorni fosse infatti il vero anno solare, e che poi per una rivoluzione del globo, chiamata Diluvio dal Weidler, siasi accresciuta la forza di proiezione della terra, in modo che, diminuendosi quella dell'attrazione del sole, l'orbita terrestre non potesse esser percorsa che nello spazio di 365 giorni e 6 ore circa. Non so quanti seguaci ritroverà tale opinione, che pur vien favorita dal Burnet<note place="foot">Archeol. Sacer. II. 3.</note> e dal Shuckford.<note place="foot">Hist. to. I. pref.</note> Evvi chi si avvisa di dimostrare, che gli anni antidiluviani non aveano in alcun modo la lunghezza nemmen somigliante appresso a poco a quella che hanno gli anni al presente.<note place="foot">Granelli, Lez. II. 54.</note> Fondamento di tale opinione si è il numero sterminato di anni, che, al rapporto di Mosè, formavano la vita degli uomini antidiluviani. Leggesi infatti in Censorino<note place="foot">De die nat.</note> ed in Plinio<note place="foot">Hist. Nat. XI. 37.</note> una osservazione degli egiziani, che il cuore dell'uomo cresce in ogni anno di peso dal primo del suo nascere sino al cinquantesimo, ed altrettanto diminuisce da quest'epoca in poi; onde conchiudesi, che non può la vita dell'uomo progredire oltre al centesimo anno per il mancar che farebbe il suo cuore. Adducesi ancora in campo la inverosimiglianza, che gli antidiluviani non avesser figlioli prima del sessantesimo quinto anno, che è, dicesi, la meno avanzata età in cui Mosè faccia padri Malaleele ed Enoc. Finalmente si cita l'autorità di Plinio,<note place="foot">Hist. Nat. VII. 49.</note> che, parlando delle grandi età attribuite agli antichi, dice, esser ciò perchè gli anni furono un tempo assai più brevi di quel che ora sono, mentre alcuni li avean di sei mesi,<note place="foot">Iul. Solin. Polyhist. cap. 2; Plutarch. in Numa; Zonara, ann. VII. 5.; Stor. Biz. X. 243. A.</note> altri aveanli di tre mesi,<note place="foot">Solin. ivi; Zonara, ivi.</note> altri gli avean mensuali, cioè compìansi ad ogni mese:<note place="foot">Zonara, ivi; Proc. in Tim. ex Eudox., Stob. sect. phys. 21; Gemin. p. 34, Suida, voc. <foreign lang="grc">Ἥλιος</foreign>; Goguet, Part. I. liv. III. chap. 2. art. 2; Fréret, Défens. de la chronol.; De la Lande, astron. liv. II.</note> per lo che non è a maravigliarsi se gli antichi contavano un numero sterminato di anni di età misurati in cotal guisa. Infatti mille anni computati per lunazioni, non compongono che circa 83 dei nostri anni. A Plinio si uniformano Vittorino<note place="foot">In Solino, c. 3. nel lib. VII. 9. 28.</note> e Varrone presso Lattanzio.<note place="foot">II. 13.</note> Ma checchè sia di anni sì brevi, egli è certo che Mosè nella Genesi,<note place="foot">VIII. 6.</note> parlando del Diluvio, accenna il settimo mese dell'anno seicentesimo della vita di Noè, il che oltrepassa ancora l'anno semestre, che è il più lungo dei brevi anni sopraccennati, e nel luogo stesso fa ancora menzione del mese decimo.<note place="foot">Ivi VIII. 5.</note> Ed in vero della singolar lunghezza della vita degli antichi fecero testimonianza, oltre Mosè, Manetone, Beroso, Moco, Esticeo e Girolamo Egiziano, citati da Giuseppe Ebreo<note place="foot">Ant. Iud. I. 349.</note> il quale aggiunge, che Esiodo, Ecateo, Ellanico, Acusilao, Eforo e Nicolao hanno attestato che la vita degli antichi giungeva sino a mille anni. Di tali testimonianze non ci rimane che quella di Esiodo.<note place="foot">Op. et dies. 130.</note> Alcuni presso S. Agostino<note place="foot">De Civ. Dei XV. 12.</note> pretendono che gli anni dei patriarchi antidiluviani fosser composti di soli 36 giorni, ma tale errore riprende il detto padre, ed infatti dando Mosè a Malaleele<note place="foot">Gen. V. 15.</note> ed Enoc,<note place="foot">Ivi 21.</note> quando generarono l'uno Iared, e l'altro Matusalem, non più che 65 anni di età, si ridurrebbon questi a sei e mezzo degli anni presenti, nella quale età è incredibile che potessero generare figliuoli. Quali poi fossero le cagioni, per le quali giungevano gli antidiluviani a sì lunga età, non è del nostro intento il ricercare. Scrisse un valoroso fisico<note place="foot">Beverovicius, Thes. Sanit. lib. III.; Stor. Univ. II. 142.</note> che essi cibavansi di carni crude, le quali in tal modo eran più nodritive, dissipando l'azione del fuoco gli spiriti più sustanziosi e riducendo in fumo la miglior parte.<note place="foot">Stor. Univ. ivi.</note> Quanto alla difficoltà, come gli uomini differissero cotanto in quei tempi, ad aver figliuoli, rispondesi, che niuno può asserire Enos, a cagion d'esempio generato da Set, essendo questo in età di 105 anni, essere stato il primogenito, non dicendolo Mosè per niun modo. Per ciò che spetta poi alla mentovata osservazione degli Egizi sul crescere e diminuire del cuore umano, ed alla impossibilità che vuol dedursene di vivere oltra ai cento anni, traesi lo scioglimento di tal difficoltà da Plinio stesso,<note place="foot">Hist. Nat. VII. 49.</note> il quale parlando del censo fatto ai suoi giorni in Italia dai due Cesari Vespasiani, dice, che ritrovaronsi cinquantasette uomini di 110 anni di età, due di 125, quattro di 130, altrettanti di 135 o 137, tre di 140, e due di 150. Luciano Samosatense nell'opuscolo a Quintillo, intitolato <foreign lang="grc">Μακρόβιοι</foreign>, <foreign lang="lat">longaevi</foreign> (da <foreign lang="grc">μακρός</foreign>
                  <emph>lungo</emph>, e <foreign lang="grc">βίος</foreign>
                  <emph>vita</emph>), oltre Nestore, cui Omero attribuì una vita di tre secoli, e Tiresia, cui se ne attribuì una molto più lunga, annovera Argantonio, re di Tartesi, vissuto, al riferir di Erodoto e di Anacreonte, per lo spazio di 150 anni, sebbene aggiunga Luciano: <foreign lang="grc">ἀλλὰ τοῦτο μὲν μῦθός τισι δοκεῖ</foreign>; Goeso vissuto 115 anni, al riferir di Isidoro Caraceno;<note place="foot">Ap. Lucian. Longaev. 17.</note> Democrito Abderita morto in età di 104 anni;<note place="foot">Menag. ad. Laert. IX. 43. p. 409.</note> Senofilo musico, vissuto, a dir di Aristosseno,<note place="foot">Laert. 501. not.</note> oltre a 105 anni; Ctesibio, morto, giusta Apollodoro,<note place="foot">In chronicis ap. Menag. 268.</note> nel 124° anno dell'età sua, o nel 104° volendo il Meursio,<note place="foot">VII. 118. not.</note> che in luogo di <foreign lang="grc">ἑκατὸν εἰκοσιτεσσάρων ἐτῶν</foreign>si legga nel testo di Luciano <foreign lang="grc">ἑκατὸν τεσσάρων ἐτῶν</foreign>; Girolamo di professione guerriero, il qual visse 104 anni, siccome narra Agatarchide;<note place="foot">Hist. Asiat. lib. IX ap. Meurs. 1. c.</note> e Gorgia morto nell'anno della sua età 108°. Nè in ciò vi ha nulla d'incredibile, mentre eziandio ai nostri giorni si è veduta una Negra di 120 anni conservar tuttavia del vigore insieme con l'uso di tutti i suoi sensi,<note place="foot">Linguet, VIII. 27.</note> ed un'altra se ne è ritrovata nel Tucuman provincia dell'America Meridionale, la di cui età era per lo meno di 174 anni. Un professore di Dantzica, per nome Santorio, che si è occupato a radunar delle notizie su questi esseri viventi, che sembrano avere arditamente calpestati i confini della vita marcati dal tempo e dalla umana caducità, parla di alcuni vecchi pervenuti alla età di 184 anni. Egli cita Cramers, medico imperiale, che avea in Ungheria fatte più osservazioni su tale oggetto, ed avea veduti a Temeswar due fratelli, l'uno di 110, l'altro di 112 anni, ambedue divenuti padri in questa età. Egli pretendea perfino di aver trovato in Valachia un uomo di 190 anni.</p>
               <p>Ritornando agli Egizi, dai quali per lunga digressione ci dipartimmo, noi abbiam veduto come le piramidi e gli obelischi venivano destinati agli usi astronomici. Col nome degli Egiziani vien contraddistinto un sistema, il quale venne ne' posteriori secoli imitato da Ticone Brahe, ed è il seguente. La terra è posta immobile nel centro del mondo, vicino ad essa è l'orbita della luna, e quindi l'orbita del sole, intorno a cui si aggirano i due pianeti, Mercurio e Venere. Seguono poi l'orbite degli altri pianeti, Marte, Giove e Saturno, i quali tutti si aggirano intorno ad un istesso centro, vale a dire intorno alla terra, ed il tutto poi termina il cielo delle stelle fisse. Egli è evidente che in questo sistema si spiega chiaramente come Venere e Mercurio sieno talvolta superiori al Sole, il che non può in modo alcuno spiegarsi nel sistema di Ptolomeo, e se ancor egli è soggetto a molte difficoltà, che lo rendono inammissibile, è nondimeno assai più del Ptolemaico consentaneo alla verità. È fama ancora che gli Egizi dubitassero del moto della terra.</p>
               <p>Lo stesso dicesi degl'Indiani e de' Cinesi,<note place="foot">Bailly.</note> i quali, secondo molti scrittori, erano negli antichi tempi assai periti nell'Astronomia. Dicesi che eglino conoscevano la vera lunghezza dell'anno,<note place="foot">Buonafede, ist. e ind. d'ogni filos. I. 174.</note> i mesi solari e lunari, i movimenti de' pianeti, e nelle loro tavole astronomiche avean segnate quelle stelle eziandio, che senza l'aiuto di alcun instrumento non posson da' nostri occhi ravvisarsi. Nell'Ohu-King è registrato<note place="foot">Carli, XII. 212.</note> che sotto Ichoung-Kang nel primo giorno della luna, all'equinozio di autunno alle ore 7 della mattina fuori della costellazione Fang, cioè dello Scorpione, accadde una ecclissi del sole, che fu fatale agli astronomi Hi ed Ho, poichè non avendola questi predetta, furono messi a morte. Si legge ancora che allor quando l'imperatore Tchuene-hio, creduto autore di una macchina astronomica, fe' il calendario, e stabilì il principio dell'anno al cominciar della primavera, in quest'anno nel giorno primo della prima luna, che diè cominciamento alla primavera, accadde la congiunzione di pianeti passata la costellazione; ma un astronomo cinese ha notato che questa fu una congiunzione ipotetica.<note place="foot">Martsinic, hist. 1. I.; Stor. Univ. XLIX. 278.</note> Dicesi che Hi-tchong fu spedito all'est verso il 2357 avanti Gesù Cristo ad esaminare qual fosse la stella che precedea l'equinozio di primavera; Hi-chou ad osservare qual fosse quella, che era al punto del solstizio di estate; Ho-tchoug all'occidente per esaminare quella dell'equinozio di Autunno; ed Hochou al nord affin di osservare quella del solstizio d'inverno: e che fu ritrovato che la stella al Nias era all'equinozio di primavera, quella denominata Ho al solstizio d'estate, la Hia all'equinozio di autunno, e la stella Mao al solstizio d'inverno. Lieu-iu autore del Uai-ki dice<note place="foot">Goguet, III. 242.</note> che Tiene-hoang diede il nome ai dieci Kane e ai dodici Tchi per determinare il luogo dell'anno. Parla egli dei caratteri ciclici. Tiene hoang vale Imperatore del cielo ed è chiamato ancora Tiene ling, che è quanto dire il cielo intelligente. Dicesi nell'Uai-ki che Ti-hang, successore di Tiene-hoang, divise il giorno, e la notte, ed ordinò che trenta giorni facessero una luna. Aggiunge il libro Tong-li che questo imperatore stabilì il solstizio d'inverno nella luna undecima.<note place="foot">Ivi 248.</note> Narrasi che Ssee-hoang penetrò tutti i cangiamenti del cielo e della terra, ed osservò le diverse figure che fanno insieme le stelle e che Tou-hi inventò il periodo di 60 anni.<note place="foot">Ivi 254.</note> Dice lo Tsiene-piene che questo Principe per determinare stabilmente l'anno, fece un calendario, che è l'autore del Kia-tse, ossia ciclo di 60 anni.<note place="foot">Ivi 257.</note> Il Sane-sene afferma lo stesso ed asserisce l'Hane-li-tchi che Tou-hi fe' il primo calendario per mezzo del Kia-tse. Contuttociò si attribuisce il Kia-tse ad Hoang-ti,<note place="foot">Ivi.</note> o si crede che Ta-nao lo facesse per suo ordine. Spacciasi che Shun fe' costruire una sfera, che mostrava i sette pianeti rappresentati ciascuno dalla pietra preziosa più acconcia a contrassegnarli; che questo principe nella serie degl'imperatori Cinesi è il primo imperatore astronomo dopo Hoang-ti o Wiang-ti, come vedesi nella Storia Universale.<note place="foot">XLIX. 283. Ora rifletto che è meglio porlo dopo Yong-Yuene poichè al tempo di questo Hoang-ti ancor vivea.</note> Chin-nong assiso su d'un carro tirato da sei dragoni, misurò il primo la figura della terra e determinò i quattro mari; che Yong-tcheng fece una sfera rappresentante i segni celesti e scoprì la stella polare; che Ling-lune determinò il cangiamento delle quattro stagioni, e diede dei calcoli per l'astronomia; che Young-Yuene per ordine di Hoang-ti fuse dodici campane di rame corrispondenti alle lune, le quali servivano a determinare le stagioni;<note place="foot">Goguet, ivi 258.</note> che Sse-ma-tsien osservò (sempre dopo l'epoca dei 206 anni avanti Gesù Cristo) le altezze del sole per mezzo dell'ombra d'un gnomone di 8 piedi, si serviva di circoli, che aveano 2 piedi e 5 pollici di diametro, calcolava la lunghezza dei giorni, la dimora dei pianeti e delle stelle sull'orizonte, componea l'anno di 365 giorni, 6 ore, dividea il circolo in parti 365 1/4 e l'anno in 24 tsieki o in 24 parti, e misurò la estensione di 28 costellazioni; che per opera dell'astronomo Li-fang fu riformato il calendario e le tavole dei solstizi e delle nuove lune; che l'imperatore Ho ti fece fare un grande strumento di rame per osservare il moto degli astri; che Tchang-heng stese un catalogo di più di 2500 stelle, il quale si è perduto nel seguito; che Lieu hong e Tsay-yong conobbero non esser la lunghezza dell'anno esattamente di 365 giorni e 6 ore: che Kiang-ki diè un metodo per il calcolo delle ecclissi, e determinò il moto dei nodi della luna; che Yu-hi parlò del movimento delle stelle, e nel 460 dopo Gesù Cristo si conobbe il moto diurno della stella polare, che si credea fissa ed immobile; che Tchang-tse-sin dette delle regole per calcolare la parallassi della luna, il principio e il fine di una ecclissi, e stese delle tavole per calcolare i luoghi dei pianeti; che un Bonzo per nome Y-hang fece fare delle osservazioni per tutto l'impero, fe' costruire uno strumento di rame per rappresentare i movimenti dei pianeti, e le eclissi, esaminò la rivoluzione di Giove e riputò il moto proprio delle stelle in longitudine esser di un grado in 83 anni; che Su-gang chiaramente esplicò la parallassi di longitudine e il suo uso nelle ecclissi del sole; che Pien kang pose in chiaro il metodo immaginato da Y-hang per calcolare l'ecclissi, stese un gran catalogo, che più non esiste, delle longitudini e latitudini delle città, e parlò dello stabilimento di un primo meridiano per il calcolo delle longitudini geografiche; che l'imperator Gin-tsong fe' considerabili spese per degli stromenti, e fe' comporre un gran corso di astronomia, e che un'astronomia fu pur fatta comporre dall'imperatore Houpiliè morto nel 1294. Si narra che l'astronomia fu più volte in decadimento nella Cina. L'imperatore Tsin-chi-hoang fe' bruciare i libri di astronomia; si perdè allora il metodo, che dicesi insegnato dagli antichi, e in particolare dall'imperatore Hiao, spettante ai pianeti e alle fisse, e ai cinesi non restarono che tradizioni confuse, cataloghi di stelle e costellazioni, e frammenti di libri ascosi. Ciò che loro trasmise Confucio, non è che assolutamente inintelligibile ed inutile. L'imperatore Lieou-pang, primo della dinastia degli Ham, fu protettore dell'astronomia, e ristabilì un tribunale di matematiche. Dopo la morte di Houpiliè l'astronomia fu negletta dai cinesi, ella era stata quasi posta in totale abbandono quando nel 1368 Hong-vou ascese al trono. Si fe' nel 1385 una nuova astronomia, ma malgrado le cure di Hong vou e dei suoi successori l'astronomia seguì sempre a declinare sino al tempo del principe Tching; egli e l'astronomo Hing-yunlou nel 1573 si applicarono a perfezionar questa scienza, esplicarono il metodo pel calcolo delle ecclissi, ed esaminarono la maggior parte di quelle delle quali era fatta menzione nella Istoria della Cina. Il P. Gaubil molto apprezza questa loro opera. Ecco in breve la Storia della Astronomia Cinese.</p>
               <p>Secondo il Sig. Voltaire, duecento e trent'anni prima di un'ecclissi, che avvenne, come egli assicura, 2155 anni avanti l'era volgare, regnava nella China l'imperatore Hiao, il quale attese moltissimo alla Astronomia e cercò con ogni cura d'illustrarla. Ma il P. Verbiest gesuita e missionario nella Cina ci assicura, che egli avendo dovuto riformare il calendario de' Cinesi, e dimostrato loro il modo a renderlo esatto, essi stentarono assai per intenderlo, e molto più per porlo in esecuzione. Un'ecclissi è presso di loro un affare di stato: i mandarini si presentano nel tribunale delle matematiche, e si pongono intorno a grandi tavole, ove è rappresentata la ecclissi. Riflettono sopra le sue influenze, ed allorquando essa comincia si gettano in ginocchio, percuotono colla fronte la terra, e si fa strepito per tutta la città con tamburi e timpani per spaventare il dragone, che essi credono stia per divorare la luna.<note place="foot">Bailly, I. 12.</note> Diego Pantoja spagnuolo, uomo peritissimo nelle cose della Cina, dice<note place="foot">Lib. III. c. 14. p. X. e XXXII. nota (1), a cui rimanda la p. X.</note> che i Cinesi non coltivavano nè matematica, nè filosofia, asserisce però esservi nella Cina alcuni tenuti a vegliar la notte per avvertire l'Imperatore della comparsa delle comete e di cose somiglianti, se alcuna ne ravvisano, e narra che in Nanchin fu ritrovato un globo, nel quale apparivano i gradi e i meridiani, come ancora un astrolabio e una sfera, lavoro di egregia mano, delle quali cose eragli l'uso affatto sconosciuto. Magalhaens, dopo molte osservazioni fatte durante il suo soggiorno nella Cina, attesta che i Cinesi non avean per anco trovato il metodo di predire una ecclissi molto tempo prima che ella accadesse. Si sa che i Cinesi sono affatto dediti all'astrologia, e che questa va a ridursi, che essi considerano il sole come l'immagin del sovrano, e la luna come quella dei sudditi, e che la loro astronomia si perde in simili inezie. Nella storia del principio e dei progressi della missione della Compagnia di Gesù presso i Cinesi, tratta dalle lettere del P. Giovanni Adamo Schall, si annoverano gli errori commessi in astronomia da Cokeukim, uno dei riformatori in questa scienza nella Cina. Si narra, che avendo errato la classe matematica nel predire una ecclissi del sole, ed essendogli perciò state fatte delle minaccie, quelli che presiedevano al calcolo scusaronsi col dire di aver esattamente adempito ciò che venia prescritto nel loro metodo, e col mostrare che non era loro lecito di abbandonare il metodo di osservare dei loro maggiori.<note place="foot">Hist. narrat. de init. et progres. mission. soc. Ies. ex litt. R. P. Io. Ad Schall. collecta cap. 2.</note> Vi si annoverano le operazioni fatte per una riforma dal dottore, Siû Paolo, del detto P. Schall e dal P. Giacomo Rho<note place="foot">Ivi cap. 2 e 3.</note> e vi si descrivono le contrarietà, che per tale oggetto dovetter soffrire dalla parte dei Cinesi,<note place="foot">Ivi cap. 3 e 4.</note> le quali non sono molto atte a dare una vantaggiosa idea dell'Astronomia di quella nazione. I cinesi credevano che la terra è quadrata, in conformità di questa opinione dicesi che Tou-hi fece correre una moneta rotonda al di dentro per imitare il cielo, e quadrata al di fuori per somigliare la terra.<note place="foot">Goguet, III. 255. testo e note.</note> Spacciavano che sotto il regno d'Hiao il sole stette sull'orizonte dieci giorni continui, il che fu creduto esser annunzio di qualche terribile incendio. Da ciò deduce il P. Martini, che la sì decantata astronomia de' Cinesi non è in realtà che una chimera, il che sembra certamente assai probabile.<note place="foot">Jaquelot, Dissert. sur l'exist. de Dieu, Anc. rélat. des Indes et de la Chine; Pluche, spect. de la nat. to. VIII. p. 1; Goguet, part. III. dissert. 3. p. 225; Stor. Univ. stor. de' cinesi sez. I. XLIX. 223. 262. e Sez. II. p. 286.</note>
               </p>
               <p>L'antica forma dell'anno degli ebrei era molto grossolana. Non era fondata sopra alcun calcolo astronomico. Il primo ciclo, di cui si servirono, fu quello di 164 anni. Ma scopertosi che questo ciclo era difettoso, fu eletto il ciclo di Metone, e la forma dell'anno de' giudei fu fondata sopra questo ciclo. Il primo che travagliò per introdur questa regola fu Rabbi Samuele, rettore della scuola giudaica di San nella Mesopotamia. Un abile Astronomo chiamato Rabbi Adda, e dopo questo Rabbi Hillel lo seguirono, e gli Ebrei han sempre conservata questa forma di anno, che dicono dover durare sino alla venuta del Messia. Sopra l'anno Giudaico sono a consultarsi Sebastiano Münster, Giuseppe Scaligero,<note place="foot">De emend. temp. et can. isagog.</note> Gilberto Genebrardo, Giulio Bartolocci,<note place="foot">Bibl. magn. Rabbin.</note> Giovanni Selden,<note place="foot">De an. civ. vet. Iudaeor.</note> Umfredo Prideaux,<note place="foot">Hist. des Juifs.</note> il P. D. Agostino Calmet,<note place="foot">Dict. de la Bible.</note> Agostino Tornielli negli annali del Vecchio Testamento, Federico Spanheim nella Cronologia sacra, Carlo Schulten nel Calendario Giudaico pubblicato in Ebraico e latino nel 1711, Ermanno Zoesio nel suo Calendario Ebraico pubblicato nel 1701, Giovanni Salpio nel Calendario Ebraico da lui dato in luce nel 1697 in Vittemberga, Giovanni Battista Roeshel nella opera sull'anno dei patriarchi pubblicata nel 1692, Enrico Klausing nella opera sullo stesso argomento pubblicata nel 1716, Carlo Daniele Claver nella opera pubblicata nell'anno stesso sulla forma Mosaico-profetica dell'anno ebraico, Egidio Strauch nella opera sul computo Talmudico-Rabbinico, e sull'anno ecclesiastico degli Ebrei, venuta in luce nel 1655, Giacomo Cappel nei tematismi delle epoche illustri con la esplicazione di alcuni luoghi scelti dalle ss. Scritture, pubblicati in Sedan nel 1605, Giovanni Andrea Michele Nagel nella opera sul Calendario degli antichi Ebrei, che comparve in Altdorf nel 1746, Giovanni Cristoforo Fischer nell'opera sull'anno degli Ebrei pubblicata nel 1710, Gustavo Sommel nel trattato sull'anno ebraico ecclesiastico e civile pubblicato nel 1748, il Uriemot nella opera sul vero principio dell'anno presso gli Ebrei, pubblicata nel 1734 e 1740, Cristoforo Langhasen nel trattato sul mese lunare degli antichi Ebrei, Goffredo Felseisen nella opera sul giorno civile ebraico, venuta in luce nel 1702 in Lipsia, Davide Nieto giudeo nel ***, Immanuel Abobab nella Nomologia, e il Gusset nei Commentari della lingua ebraica alle voci *** e *** e Giovanni Alberto Fabricio nella sua opera sui mesi. Gli Ebrei, se crediamo ad Eusebio, non furono inabili alla scienza degli astri. Si sa che Salomone fu in questa siccome nelle altre peritissimo, dicendo egli stesso nel libro della Sapienza:<note place="foot">VII. 17. segg.</note> «Ipse enim (Deus) dedit mihi horum, quae sunt, scientiam veram: ut sciam dispositionem orbis terrarum et virtutes elementorum, initium et consummationem, et medietatem temporum, vicissitudinum permutationes et commutationes temporum anni cursus et stellarum dispositiones». Degli Ebrei dice il citato Eusebio:<note place="foot">Praep. Evang. XI. 7.</note>
                  <foreign lang="grc">περὶ τῶν ἐν οὐρανῷ ἀστέρων ἔφρασαν ἐπεὶ καὶ Ἄρκτου, καὶ Πλειάδος, Ὠρίωνός τε καὶ Ἄρκτοᾣᾣύρου, ὃν Ἀρκτοφᾣᾣύλακα καὶ Βοώτην Ἕλλησι φίλον ὀνομάζειν, μνήμη τις οὐχ ἡ τυχοῦσα τοῖς τῶν δηλουμένων ἐμφέρεται γράμμασιν. Ἀλλὰ καὶ περὶ συστάσεως κόσμου, τὰ τε περὶ τῆς τοῦ παντὸς τροπῆς τε καὶ ἀλλοιώσεως, ψυχῆς τε περιουσίας, καὶ λογικῶν πάντων φᾣᾣύσεως ὁρωμένης τε καὶ ἀφανοῦς δημιουργίας, τῆς τε καθόλου προνοίας, καὶ τοᾣᾣύτων ἔτι πρότερον τὰ περὶ τοῦ πρώτου τῶν ὅλων αἰτίου, τῆς τε τοῦ δευτέρου θεολογίας καὶ τῶν ἄλλων τῶν διανοίᾳ μόνῃ λεπτῶν, τοὺς λόγους καὶ τὰς θεωρίας εὖ καὶ ἀκριβῶς περιελήφασιν</foreign>.</p>
               <p>Ai Caldei con più giustizia, secondo il Sig. Pluche<note place="foot">Spectacl. de la Nat. VII, part. II. entret. I.</note> venne ascritto da Sesto Empirico<note place="foot">Advers. mathem. lib. V.</note> un metodo attribuito da Macrobio<note place="foot">In Somn. Scip. I. 21.</note> agli Egizi, e riportato eziandio da Teone, il quale dicesi essere stato messo in pratica per conoscere esattamente la linea, che il sole descrive sotto il cielo nei suoi perpetui cangiamenti di luogo. Vedevasi quotidianamente il sole rivolgersi con tutto il cielo, e andare dall'oriente all'occidente. Osservavasi nel medesimo tempo che il sole andava discostandosi da certe stelle per porsi sotto delle altre, avanzandosi sempre verso l'oriente. La luna facea dodici giri nel tempo che dal sole era impiegato per compierne non più che uno solo, ma essa ricominciava un tredicesimo giro prima che il sole si trovasse alla fine del suo. L'uso fatto, dice il citato Sig. Pluche, di divider l'anno presso a poco in dodici lunazioni, fece desiderare di avere dodici porzioni di anno perfettamente uguali, che fossero equivalenti all'anno medesimo. Ecco dunque, segue sempre lo stesso Pluche, come si distinse la strada del sole in dodici parti o in dodici masse di stelle, alle quali diedesi il nome di Asterismi. Presero i Caldei due vasi di rame, scoperti ambedue, forato l'uno sul fondo e l'altro no. Chiuso poi il foro del primo vaso ed empitolo di acqua, lo collocarono in modo che il liquore ne potesse scorrere nell'altro vaso tosto che si aprisse il foro. Osservarono quindi in quella parte del cielo, dove è l'annuo sentiero del sole, il levar di una stella notabile per il suo splendore, e tosto che ella comparve sull'orizonte cominciarono a far scorrere l'acqua del vaso, in cui erasi fatto il foro, e la lasciaron cadere nell'altro per il resto della notte e per il giorno seguente sino al momento, in cui la stella medesima si vide di nuovo comparire sull'orizonte. Tosto che essa comparve fu tolto il vaso inferiore, e fu versata l'acqua che rimaneva nell'altro. Eran certi quegli osservatori che fra il primo comparir della stella ed il suo ritorno erasi compita una intera rivoluzione del cielo. Il liquore, che si era versato in questo spazio di tempo, potea somministrar loro un mezzo di misurare la durata di una rivoluzione del cielo, e dividere questa durata in diverse parti uguali, poichè dividendo quel liquore medesimo in dodici porzioni uguali, eran certi di aver la duodecima parte di una rivoluzione del cielo finchè scorreva una dodicesima parte dell'acqua. Divisero pertanto l'acqua del vaso inferiore in dodici parti perfettamente uguali, e prepararono due altri vasi minori, capaci ciascuno di contenere non più di una di queste porzioni. Si gittò di nuovo l'acqua nel vaso superiore, tenendone chiuso il foro, e se gli sottopose uno de' piccoli vasi, tenendo l'altro allato per fare succedere al primo, allorquando questo fosse riempito. Fatti cotesti preparativi, osservarono nella notte seguente verso quella parte del cielo, verso cui avean veduto che il sole, la luna e i pianeti prendevano il loro cammino al levare della costellazione dell'Ariete; comparsa appena la quale lasciarono scorrere l'acqua nel picciol vaso, il quale essendo riempiuto, se gli sostituì il secondo. Così appoco appoco giunsero ad avere la esatta distribuzione del cielo in dodici porzioni uguali. Tale è il racconto di Sesto Empirico approvato dal Sig. Pluche, e trattato da favola dal Goguet.<note place="foot">Part. I. lib. III, cap. 2. art. 2 par. I. not.</note>
               </p>
               <p>I Persiani ebbero anch'essi cognizione dell'astronomia. Spacciasi che presso questi venne la detta scienza introdotta al tempo del re Gjemschid, o Gjamschid,<note place="foot">Stor. Univ. Cap. II. Sez. V. to. XII. p. 284.</note> il quale dicesi che intraprese e perfezionò la rettificazione del calendario, instituendo due anni, l'uno civile e l'altro ecclesiastico, ed ordinando che nello spazio di 130 anni avesse luogo un mese intercalare.<note place="foot">Hyde, hist. relig. vet. persar. c. 14.; stor. Univ. ivi.</note> Abbiamo da Celso,<note place="foot">Ap. Origen. contra Cels. lib. VI.</note> che i Persiani nei loro riti Mitriaci innalzavano una scala, per ascender la quale eranvi sette porte con un'ottava sulla cima. La prima di esse era di piombo, che con il suo peso contrassegnava la lentezza del moto di Saturno, la seconda di stagno, la cui mollezza e lucentezza indicavano Venere; la terza di rame, la cui solidità denotava Giove; la quarta di ferro, che, atto essendo a lavori profittevoli di più specie, rappresentava Mercurio; la quinta di varia e irregolare mistura, che destinata era ad esprimere le proprietà di Marte; la sesta di argento, metallo che ben dava col suo colore a dividere il color della luna; la settima di oro, la cui non ordinaria fulgida giallezza, non dissimile dal colore del sole, riputavasi acconcia a simboleggiare quest'astro.<note place="foot">Stor. Univ. XII. 379. note.</note>
               </p>
               <p>Gli Arabi, che ne' secoli di languore per le scienze tra le altre nazioni coltivarono, siccome vedremo, con grande ardore e con felice successo la scienza celeste, divideano l'anno in dodici mesi, ai quali davano anticamente i nomi che seguono,<note place="foot">Ivi XLV. 15. Vita di Maometto, lib. 1. cap. I. sez. 1a.</note>
                  <emph>Al Moharram</emph>, <emph>Safar</emph>, il primo <emph>Rabi</emph>, il secondo <emph>Rabi</emph>, il primo <emph>Fomada</emph>, il secondo <emph>Fomada</emph>, <emph>Raieb</emph>, <emph>Shaabân</emph>, <emph>Ramdân</emph>, <emph>Shavvâl</emph>, <emph>Dhu' lkaada</emph>, <emph>Dhu' lkajja</emph>. Avendo però Kelàb, figlio di Morrah, a cagione di alcuni eventi accaduti in ciascun mese, dati loro nuovi nomi, declinarono gli antichi alla obblivione, e furono poscia per l'autorità di Maometto intieramente aboliti in ogni parte dell'Arabia. L'anno veniva a' tempi antichi diviso dagli Arabi in sei Stagioni, cioè 1a la stagione delle erbe, de' fiori ec., 2a la Estate, 3a la stagione calda, 4a la stagione delle frutta, 5a l'Autunno, o a dir meglio la parte ultima di Autunno, 6a l'Inverno. L'antico anno Arabico era lunisolare. La costumanza d'intercalare i mesi, onde al corso della luna venisse ad accordarsi quello del sole, si tolse da Maometto. Che gli Arabi nelle rimote età computassero anch'eglino il tempo per settimane si raccoglie dall'autorità di antichissimo poeta Arabo il quale ce ne addita i vecchi nomi. Essi sono i seguenti.<note place="foot">Stor. Univ. Stor. degli Arabi, lib. I. cap. 2.</note>
                  <emph>Euvel</emph>, <emph>Bahùn</emph>, <emph>Gebár</emph>, <emph>Debár</emph>, <emph>Múmis</emph>, <emph>Aruba</emph>, e <emph>Shijar</emph>. Gli Arabi molto occuparonsi intorno alle stelle.<note place="foot">Ivi pp. 16 e 17.</note> Il loro linguaggio abbonda di nomi di stelle, e costellazioni, per la maggior parte allusivi al bestiame, e alle greggi. Gli Arabi avean cognizione dell'arte divinatoria, loro era comune la onirocritica, l'arte cioè d'interpretare i sogni, e la divinazione per mezzo di frecce, e par verosimile che avesser notizia eziandio dell'Astrologia genetliaca.<note place="foot">Pocock, orat. ante carn. Tograi, et not. in spec. hist. arab.; Hyde, in not. ad tab. longit. et latit. Stellar. fixar. ex observation.; Wug-beighi, Stor. Univ. st. degli arabi cap. 18. Sez. II.</note>
               </p>
               <p>I Druidi, se prestiam fede a quanto della loro sapienza dicono essi medesimi presso Pomponio Mela,<note place="foot">III. 1.</note> erano assai versati nella scienza celeste. Conoscevano la grandezza e la forma della terra e del mondo, e i moti del cielo e delle stelle. Reca meraviglia un passo di Ecateo, conservatoci da Diodoro, in cui si narra, come i Druidi di un'isola, che par possa prudentemente divisarsi esser la Gran Brettagna, ovver l'Irlanda, poteano mostrare più vicina la luna e discoprirvi delle montagne, quasi avesse contezza del telescopio.<note place="foot">Stor. Univ. XLVI. 53. testo e p. 32. note.</note> Aggiunge Ecateo, esser quell'isola dedicata ad Apollo, il quale, come riputavasi, fu solito di venire a conversare con gli abitanti per lo spazio di 19 anni, numero che sembra manifestamente indicare il ciclo del sole.<note place="foot">Ivi note e testo.</note>
               </p>
               <p>Gli Etiopi erano sì versati nell'Astronomia, che, come dicemmo, furon detti gl'inventori della scienza del cielo, ed i maestri degli Egiziani. Il loro anno è anch'esso di giorni 365. Gl'Indiani per la grande stima, che faceano degli astri gli assegnarono un posto onorevole nella fronte del loro Dio, affermando le stelle, la Luna ed il Sole esser gli occhi dell'Ente supremo. Una simil cosa ritrovasi nell'Apocalissi dell'evangelista S. Giovanni, dove si dice, che gli occhi del Figlio dell'Uomo risplendevano, come fiamme.</p>
               <p>Il nuovo mondo ancor esso non fu mancante di astronomi. Il dottissimo Gianrinaldo Carli credè gli antichi popoli dell'America discendenti in gran parte dagli antichissimi Atlantidi; e grandi, non v'ha dubbio, sono le prove di simile proposizione.<note place="foot">Lett. Americ. XI. 47.</note> È sorprendente la conformità, che trovasi fra l'Astronomia Americana e quella del nostro emisfero. Gli Americani conoscevano le Iadi e, come noi, le chiamavano Tapyra Kayouba, cioè Testa o Mascella del Toro. Avean cognizione della costellazione dell'Orsa, e le davano il nome di Mosko Pan Kunnaie, vale a dire Orsa.<note place="foot">Ivi XII. 289.</note> Un simile consenso tra gli abitatori dell'uno e dell'altro emisfero sembrò ben singolare al Carli<note place="foot">Ivi l. c. par. II. lett. 13. p. 289.</note> e al Condamine,<note place="foot">Ivi XIV. 264.</note> e tale sembrerà forse ad ognuno. Ai Peruviani eran note le Pleiadi,<note place="foot">Garcillas de la Vega, Istor. degl'Incas re del Perù, lib. II. cap. 21.</note> che distinguevano col nome di Coylur, termine molto simile a quello di Coluro, con cui son da noi chiamati quei due circoli della sfera, che passando per i poli, si tagliano scambievolmente fra loro.<note place="foot">Lett. Americ. XII. 287.</note> Avvisa Achille Tazio<note place="foot">Isag. cap. 27. ap. Petav.; V. Macrob. in Somn. Scip. 1. 15 e Procl. De Sphera c. 9.</note> che questo nome sia derivato dall'esser essi senza coda, perchè in parte si nascondono verso l'Antartico. Le nazioni dell'Orenocco, a testimonianza del P. Gumilla, davano alle Pleiadi da loro ben conosciute il nome di Ucassi. I Peruviani assai rispettavano le Pleiadi a causa della maravigliosa disposizione di queste stelle, che loro sembravano tutte uguali l'una all'altra in grandezza.<note place="foot">Lett. Americ. XI. 340.</note> Aveano esse presso i Peruviani il loro edifizio, siccome lo aveano le altre stelle in generale, Venere, la luna ed il sole. Curiosa è la descrizione, che di somiglianti edifizi ci ha dato il famoso Garcillas de la Vega nella sua Storia degl'Incas re del Perù. Dic'egli<note place="foot">Garcillas de la Vega, ivi III. 20.</note> che la città di Cuzco essendo in gran venerazione presso i Peruviani, i re di quell'impero la abbellirono, più che lor fu possibile, di palagi reali e di magnifiche fabbriche. Ma fra queste, quella che più venne stimata dai Peruviani, fu il tempio del sole, che fu colmato d'incredibili ricchezze, mentre ciascuno degl'Incas cercava di sorpassare il suo predecessore in questa magnificenza. L'altare di questo tempio, che noi chiameremo così, dice Garcillas,<note place="foot">Ivi.</note> benchè i Peruviani non sapessero nemmeno che cosa fosse altare, era dalla parte dell'oriente, e il tetto era di legno coperto di stoppie, poichè eglino non aveano l'uso nè delle tegole, nè dei mattoni. Le quattro muraglie del tempio erano tutte ornate di piastre d'oro. La figura del sole, fatta sopra una piastra d'oro del doppio più massiccia delle altre, rappresentata con una faccia rotonda circondata di raggi si vedea sul grande altare ed occupava quasi tutto lo spazio, che passava tra una muraglia e l'altra. Nel tempio erano più porte coperte tutte di lame d'oro, e la principale di esse era rivolta dalla parte del nord. Di più intorno alle muraglie di questo magnifico tempio vedeasi una corona, o ghirlanda d'oro di non piccola larghezza. Allato del tempio v'era un Chiostro a quattro facciate, circondato ancor esso da una ghirlanda di oro e intorno al medesimo vedeansi cinque grandi edifizi in quadrato, coperti a foggia di piramide. Il primo di questi era dedicato alla luna, moglie del sole, e trovavasi più vicino degli altri alla gran Cappella del Tempio. Le sue porte ed il suo recinto erano coperti di piastre di argento per indicare col mezzo del color bianco, che era quello l'appartamento della luna, la di cui immagine era rappresentata come quella del sole con questa differenza, che essa trovavasi sopra una piastra di argento, ed aveva il volto di donna. Ivi andavano quegli idolatri a porgere i loro voti alla luna, che, a dir loro, era sorella e moglie del sole, e madre del loro Incas, e che quest'ultima qualità era da essi chiamata Mama Quilla, cioè Madre Luna. I Peruviani però non gli offrivano sacrifici, come al sole. L'appartamento più vicino a quello della luna, segue Garcillas,<note place="foot">Garcillas de la Vega, ivi cap. 21.</note> era quello di Venere, delle Pleiadi e delle altre stelle in genere. Si dava a Venere il nome di Chasca per mostrare che ella avea una chioma lunga ed increspata. Essa era venerata estremamente perchè venia creduta il paggio del sole a cui dicevasi che andava ora innanzi od ora dietro. Le Pleiadi erano rispettate per la cagione sopraccennata; le altre stelle poi in generale eran chiamate le serve della luna, e perciò loro venne dato un appartamento vicino alla loro signora, affinchè potessero servirla più commodamente, giacchè credevasi che le stelle fossero destinate al servizio della luna, e non a quello del sole, perchè esse vedeansi nella notte, e non nel giorno. Questo appartamento era coperto come quello della luna, di piastre d'argento, ed il suo tetto era simile ad un cielo sparso di stelle di differenti grandezze.</p>
               <p>Benchè la ridicola opinione, che i Peruviani aveano intorno alle ecclissi<note place="foot">Ivi capo 23.</note> ed intorno al levare e tramontare del sole, non possa darci che un'assai svantaggiosa idea della loro Astronomia; pure sappiamo che essi conoscevano i Solstizi della Primavera, e dell'Inverno, come pure gli equinozi, e faceano uso di alcune colonne, le quali esercitavano l'ufficio di veri gnomoni. Vi erano a Cuzco<note place="foot">Ivi cap. 22.</note> sedici torri, otto all'est, ed altrettante all'ovest: esse erano ordinate quattro a quattro, e le due di mezzo erano minori delle altre. Le torri erano distanti l'una dall'altra sino ad otto, dieci e venti piedi. I Peruviani se ne servivano per fissare il Solstizio. Collocandosi in un luogo opportuno si osservava con attenzione se il sole si levava e tramontava tra le due piccole Torri situate all'est e all'ovest, e per tal modo cercavasi di determinare i Solstizi. I Peruviani formavano l'anno di dodici lune, e la mediocrità delle loro cognizioni non dava loro modo di accordarle con l'anno solare. Volendo però conoscere i solstizi, erano naturalmente obbligati a ricorrere al corso del sole, e separavano l'un anno dall'altro, servendosi del Solare quando lor facea di mestieri seminare i propri campi. Alcuni autori han detto che ai Peruviani non era ignota l'arte di accordare i due anni insieme; ma vi ha grande apparenza, dice Garcillasso,<note place="foot">Ivi.</note> che essi siano in errore, poichè se gl'Indiani avessero saputo far questo calcolo, avrebbono ancora indicati i solstizi per mezzo de' giorni del mese, e non sarebbonsi data cotanta cura di osservare il levarsi ed il tramontare del Sole.</p>
               <p>I Peruviani si serviano di un altro mezzo per conoscere gli equinozi. Aveano essi innalzate nel mezzo delle Piazze che erano avanti al Tempio del sole, alcune colonne assai ricche e molto ben lavorate. Le piazze dove esse eran collocate formavano un cerchio dal centro del quale tiravasi una linea dall'est all'ovest. Per mezzo dell'ombra, che la colonna facea sulla linea, giudicavasi della lontananza, o della prossimità dell'equinozio. Se dal levare del sole per fino al tramontare l'ombra vedevasi intorno alla colonna, e se non ve n'era alcuna a mezzodì da qualunque parte si ricercasse; prendeasi questo giorno per quello dell'equinozio. Si adornavano quelle colonne con fiori ed erbe odorifere e sopra vi si collocava il trono del sole, in cui dicevasi che egli veniva ad assidersi in quel giorno. A causa di questo pregiudizio le colonne del Quito e delle sue vicinanze erano più venerate delle altre, perchè, stante che il sole vi era sopra a piombo, e che nel meriggio non vi si vedeva alcun'ombra, quegl'Indiani s'immaginavano che quest'astro non trovasse sede a lui più gradita, mentre ivi prendeva piacere di dimorarvi perpendicolarmente, laddove negli altri luoghi non si arrestava che daccanto.</p>
               <p>Tale era l'Astronomia dei Peruviani. Da questo popolo dell'America passiamo ad un altro popolo di questo paese, cioè a quello del Messico. Che l'Astronomia non fosse negletta in questo regno, conoscesi da molti tratti. Nezahualcojotl, Principe di questa nazione, stabilì delle adunanze a guisa di Accademie per la Poesia, per la Musica, per la Pittura, per la Storia e per l'Astronomia,<note place="foot">Fr. Sav. Clavigero, Stor. ant. del Messico, lib. IV. par. 4.</note> ed egli stesso acquistò delle cognizioni astronomiche, per mezzo delle frequenti osservazioni, che facea sul corso degli astri.<note place="foot">Ivi par. 15. to. I. 246.</note> Il re Nezahualpilli allorquando, dopo aver posseduto il trono per 45 anni, si ritirò nel suo palagio di diporto in Tezcotziuco, si dava nella notte alla osservazione del cielo, ed erasi perciò fatto fare un piccolo osservatorio nel terrazzo del palagio. Egli conferiva ancora con alcuni intendenti di Astronomia, lo studio della quale essendo stato sempre in pregio presso quei popoli, lo fu ancor più quando ad eccitarveli contribuì l'esempio di Nezahualcojotl e di Nezahualpilli suo successore.<note place="foot">Ivi lib. V. par. 15.</note>
               </p>
               <p>Ma ciò che molto interessa in riguardo all'Astronomia di questa nazione, si è il modo, che aveano i Messicani di regolare il loro Calendario. Distinguevano essi quattro diverse età con altrettanti Soli.<note place="foot">Ivi lib. VI. par. 6. 24.</note> La prima, chiamata Atonatuch, cominciando dalla creazione del mondo continuava sino a quel tempo, in cui unitamente al primo sole, a dir de' Messicani, perirono quasi tutti gli uomini in una inondazione universale. La seconda avea nome Tlaltonatiuh, e comprendeva quello spazio di tempo che era passato tra la generale inondazione e la rovina di Giganti, come anche i terribili tremuoti e la fine del secondo sole. La terza detta Ehècatonatiuh, si estendeva dalla distruzione de' Giganti sino ai grandi turbini per i quali finirono tutti gli uomini insieme col terzo sole. La quarta finalmente, alla quale si dava il nome di Tletouatiuh, dovea dall'ultima restaurazione del genere umano giungere sino a quel tempo in cui il quarto sole, e la terra aveano col fuoco ad esser distrutti. Questa età credevasi dover terminare al fine di qualcuno dei loro secoli. Era composto il secolo Messicano di 52 anni<note place="foot">Clavigero, lib. VI. par. 6. 24; De Solis, Istor. della conquista del Mess. lib. III. p. 346; Carli, Lett. Amer. par. II. lett. 2.</note> distribuiti in quattro periodi ciascuno di 13 anni. Di due secoli si componeva una età chiamata Huehuetiliztti cioè <emph>vecchiaia di 104 anni</emph>. Davasi alla fine del secolo il nome di Toxiuhmolpia vale a dire legatura dei nostri anni perchè in esso i due secoli si univano per comporre un'Età. Si distinguevano gli anni con quattro nomi, cioè Tochtli <emph>Coniglio</emph>, Acatl <emph>Canna</emph>, Tecpatl <emph>Selce</emph>, e Calli <emph>Casa</emph>. Il primo anno del secolo avea nome Tochtli, il secondo Acatl, il terzo Tecpatl, il quarto Calli il quinto di nuovo Tochtli, e così sino al decimo terzo anno, che appellavasi pure Tochtli. Il secondo periodo di 13 anni cominciava coll'anno Acatl e finiva pure coll'anno di questo nome. Cominciava il terzo periodo coll'anno chiamato Tecpatl ed il quarto coll'anno detto Calli, e finiva l'uno coll'anno Tecpatl, e l'altro con l'anno Calli, che era l'ultimo del secolo, il quale cominciava di nuovo coll'anno Tochtli. Vien contraddetta questa opinione dal cav. Boturini il quale pretende che i secoli cominciassero ancora dagli anni Acatl, Tecpatl e Calli; ma a torto, poichè dalle pitture esaminate dal celebre ab. Francesco Saverio Clavigero<note place="foot">Liv. VI. par. 24. nelle note.</note> e dagli antichi scrittori consta, che il secolo messicano avea sempre principio dall'anno Tochtli. Era compreso l'anno messicano di 365 giorni, ed era distribuito in 18 mesi, ciascuno di giorni 20,<note place="foot">Ivi par. 24; De Solis, lib. III. p. 345.</note> ai quali si aggiungevano dopo l'ultimo mese cinque giorni detti Nemoutemi, cioè <emph>inutili</emph>, poichè in essi altro non faceano i Messicani che visitarsi scambievolmente. I nomi, che davansi ai loro mesi, eran tratti dalle operazioni e dalle feste, che in essi faceansi, e dalle vicende delle stagioni, nelle quali essi cadevano. Leggonsi questi nomi con qualche varietà presso gli scrittori, e vari erano diffatto non solo tra differenti popoli ma tra eziandio i Messicani medesimi. I più communi eran quelli, che seguono:<note place="foot">Clavig. II. 59.</note> 1. <emph>Atlacabualco</emph> - 2. <emph>Tlacaxipehualiztli</emph> - 3. <emph>Tozoztoutli</emph> - 4. <emph>Hueitozoztli</emph> - 5. <emph>Toxcatl</emph> - 6. <emph>Etzalcualiztli</emph> - 7. <emph>Tecuilhuihoutli</emph> - 8. <emph>Hueitecuiltuitl</emph> - 9. <emph>Tlaxochimaco</emph> - 10. <emph>Xocohuetzi</emph> - 11. <emph>Ochpauiztli</emph> - 12. <emph>Teotleco</emph> - 13. <emph>Tepeilhuitl</emph> - 14. <emph>Quecholli</emph> - 15. <emph>Panquetzaliztli</emph> - 16. <emph>Atemoztli</emph> - 17. <emph>Tititl</emph> - 18. <emph>Izcalli</emph>. Gomara, Valdès ed il citato Gianrinaldo Carli<note place="foot">Lett. amer. par. II. lett. 2. to. XII. 20.</note> pongono per primo mese dell'anno quello di Tlacaaipehualittzi, il quale nella tavola, che si è data, occupa il secondo luogo. Ma il Motolinia ed il Clavigero<note place="foot">VI. par. 24. note. to. II. p. 59.</note> pongono per primo mese quello di Attacahuala, e con esso loro sentono il Torquemada, li Betancurt e Martino di Leon. I nomi dei venti giorni, dei quali componevansi i mesi dei Messicani, sono i seguenti:<note place="foot">Ivi II. 60.</note> 1. <emph>Cipactli</emph> - 2. <emph>Ehécatl</emph> - 3. <emph>Calli</emph> - 4. <emph>Cuetzpalin</emph> - 5. <emph>Coatl</emph> - 6. <emph>Miquiztli</emph> - 7. <emph>Mazatl</emph> - 8. <emph>Tochtli</emph> - 9. <emph>Atl</emph> - 10. <emph>Itzcuintli</emph> - 11. <emph>Ozomatli</emph> - 12. <emph>Malinalli</emph> - 13. <emph>Acatl</emph> - 14. <emph>Ocelotl</emph> - 15. <emph>Quauhtli</emph> - 16. <emph>Cozcaquauhtli</emph> - 17. <emph>Oliu touatiub</emph> - 18. <emph>Tecpatl</emph> - 19. <emph>Quiahuitl</emph> - 20. <emph>Xochitl</emph>. Benchè i segni o caratteri significati da questi nomi fossero distribuiti per i 20 giorni, giusta l'ordine indicato, pure nel contarli non aveasi riguardo alla divisione dei mesi e degli anni, ma bensì ad alcuni periodi di 13 giorni, che senza venire interrotti, scorrevano ancor dopo terminato il mese, ovver l'anno. Il primo giorno del mese avea nome Cipactli, il secondo Ehécatl, e così secondo l'ordine mentovato sino al giorno 13 dello Acatl. Quivi cominciava un altro periodo col giorno 14 detto Ocelotl, ed il settimo giorno di questo periodo era l'ultimo del mese. Il primo giorno del mese seguente era l'ottavo del secondo periodo. Venti di cosiffatti periodi formavano in 13 mesi un periodo di 260 giorni. Nel primo giorno del quattordicesimo mese cominciava un altro ciclo col numero medesimo di periodi del primo. Se oltre ai 18 mesi l'anno non avesse avuti ancora i cinque giorni detti Nemoutemi, o se in questi non fosser continuati i periodi, il giorno primo dell'anno secondo del secolo sarebbe stato, come nell'antecedente, quello contrassegnato col nome Cipactli, e similmente il giorno ultimo di tutti gli anni non sarebbe stato se non quello distinto col nome Xochitl; ma continuandosi, siccome faceasi di fatto, nei giorni Nemoutemi il periodo di giorni 13, i nomi di essi giorni cangiavan luogo, di sorte che il primo nome Cipactli, che apparteneva al primo giorno dell'anno primo, apparteneva al sedicesimo del secondo, ed il nome Miquiztli, che nel primo anno denotava il sesto giorno, serviva nel secondo anno a denotare il primo. Riflette qui opportunamente il citato ab. Francesco Saverio Clavigero,<note place="foot">Clavig. II. p. 61.</note> che i Messicani in singolar pregio aver doveano il numero di 13. Di 13 anni di fatto erano i quattro periodi, dei quali componeasi il secolo, di 13 mesi il loro ciclo di 260 giorni, e di giorni 13 i periodi, dei quali questo era composto. Di tale sistema fu cagione, a seconda di quanto disse il Siguenza, l'esser questo stato il numero dei loro Dei maggiori. L'anno Messicano era composto di 73 periodi, ciascuno di 13 giorni, ed il secolo di 73 periodi, ciascuno di 13 mesi, ossia di 73 cicli di 260 giorni. Curiosa era la festa secolare, che i Messicani celebravano al termine dei 52 anni, che componevano il loro secolo.<note place="foot">Ivi II. 84.</note> Nell'ultima notte del cinquantesimo secondo anno<note place="foot">Ivi par. 36.</note> spegnevano il fuoco delle case e dei templi, e faceano in pezzi i vasi e le stoviglie, rendendosi così disposti per attendere la fine del mondo, se essa fosse per avvenire, giacchè temevano che ella potesse accadere al termine di ciascun secolo. Uscivano dal tempio e dalla Città i Sacerdoti con vari abiti ed insegne dei loro Dei, accompagnati da immenso popolo s'incamminavano verso l'Huixachtla monte situato presso alla Città d'Iztapalapan più di 6 miglia distante dalla Capitale. Col mezzo delle osservazioni delle stelle regolavano il viaggio in modo che un poco prima della mezza notte potessero giungere a quel monte sulla cima del quale avea ad accendersi il nuovo fuoco. Restava frattanto il popolo in un'ansiosa aspettazione, sperando dall'un canto di vedere col nuovo fuoco assicurato al mondo un nuovo secolo, e temendo dell'altro la totale rovina del mondo stesso, se per disposizione divina il fuoco non si fosse acceso. Due legni erano gl'istrumenti co' quali dovea suscitarsi la fiamma, accesa la quale, gridavano tutti ad una voce per il giubilo: e nel monte stesso accendevasi un gran fuoco perchè fosse veduto da lungi, e bruciavasi in esso la vittima. Andavan tutti a provvedersi di quel fuoco sacro, che con la maggiore celerità trasportavano alle loro case. Nei 13 giorni seguenti attendevano i Messicani ad accomodare ed imbiancare gli edifizi sì pubblici, che privati, ed a procacciarsi nuove stoviglie, onde tutto fosse, o sembrasse nuovo sul cominciar del nuovo secolo. Questi 13 giorni erano gl'intercalari, i quali non eran contati nel secolo compìto nè nel seguente,<note place="foot">Ivi II. 62. 85.</note> ma servivano per accordar gli anni col corso solare, senza che in essi venissero continuati i periodici.<note place="foot">Clavig. II. par. 26.</note> Nel primo giorno dell'anno e del secolo seguente,<note place="foot">Ivi II. 85.</note> il quale avea principio nel dì 26 del nostro Febbraio,<note place="foot">II. 63. 85.</note> non era lecito ad alcuno l'assaggiar l'acqua sino al meriggio: in quell'ora cominciavano i sacrifizi, i quali corrispondevano alla magnificenza della festa. Le scambievoli congratulazioni per il nuovo secolo accordato dal cielo, le illuminazioni in quelle prime notti, i conviti, le gale, i giuochi pubblici rendevano palese la commune allegrezza. Tra gli spettacoli che si davano in quel tempo, annoveravasi il giuoco dei Volatori, nei quali quattro erano coloro che si esercitavano nel fare dei voli, e 13 i giri che nel suo volo faceva ciascuno, per dinotare i quattro periodi di 13 anni dei quali il secolo era composto. Non dubita il più delle volte citato ab. Clavigero,<note place="foot">Ivi.</note> che i Messicani non avessero i loro mesi astronomici accomodati ai periodi della luna, mentre quelli dei quali si è fatta menzione erano i religiosi, e non gli astronomici, dei quali non sappiamo se non che vennero dai messicani divisi in due tempi, l'uno cioè quello della vigilia, e l'altro quello del sonno della luna. Parimente è persuaso il mentovato scrittore che i Messicani avessero qualche carattere per distinguere un secolo dall'altro, cosa sì facile e al tempo stesso sì necessaria; sebbene egli non abbia potuto ritrovarlo presso alcun autore.</p>
               <p>I Messicani rappresentavano il mese dipingendo un circolo, o una ruota divisa in 20 figure significando i 20 giorni, figuravano l'anno in un altro circolo diviso in 18 figure, rappresentanti i 18 mesi, dipingendo spesso dentro quel circolo l'immagine della luna: e rappresentavano il secolo in un terzo circolo distribuito in 52 figure, o per dir meglio in 4 figure disegnate 13 volte, e intorno ad esso solean dipingere un serpe, che con 4 piegature del suo corpo indicava i 4 venti cardinali, e i princìpi dei 4 periodi di 13 anni componenti il secolo.<note place="foot">Ivi par. 28.</note>
               </p>
               <p>I Chiapanesi, i quali tra i tributari alla Corona del Messico erano i più lontani dalla capitale, in luogo dei nomi e delle figure di Tochtli, Acatl, Tecpatl e Calli, faceano uso di quei di Votan, Lambat, Been e Chinax, ed in cambio dei nomi dei giorni messicani si servivano di quelli di 20 illustri loro Antenati, tra i quali gli accennati nomi occupavano quel luogo stesso che fra i giorni messicani occupavano quelli di Tochtli, Acatl, Tecpatl e Calli. I nomi Chiapanesi dei giorni del mese erano quelli che seguono.<note place="foot">Clavig. to. II. p. 66.</note> 1 <emph>Mox</emph> - 2. <emph>Igh</emph> - 3. VOTAN - 4. <emph>Ghanan</emph> - 5. <emph>Abagh</emph> - 6. <emph>Tox</emph> - 7. <emph>Moxic</emph> - 8. LAMBAT - 9. <emph>Mòlo</emph>, o <emph>Mùlu</emph> - 10. <emph>Elah</emph> - 11. <emph>Batz</emph> - 12. <emph>Enoh</emph> - 13. BEEN - 14. <emph>Hix</emph> - 15. <emph>Tziquin</emph> - 16. <emph>Chabin</emph> - 17. <emph>Chix</emph> - 18. CHINAX - 19. <emph>Cabogh</emph> - 20. <emph>Aghual</emph>.</p>
               <p>Che i Toltechi fossero abili nell'Astronomia non sembra poter dubitarsi, se crediamo a quanto dice il cav. Boturini,<note place="foot">Idea d'una storia generale della Nuova Spagna.</note> sulla fede delle storie antiche di questa nazione. Osservando questi, secondo egli narra, l'eccesso di 6 ore circa dell'anno solare sopra il civile, che era in uso presso di loro, lo regolarono col giorno intercalare, che frapponevano ad ogni quattro anni: ciò che essi fecero più di un secolo avanti l'Era Cristiana. Inoltre nel 660, regnando in Tula Ixtlacuechahuac, un astronomo per nome Huematzin convocò i savi della Nazione, e dipinse con essi quel famoso libro, che fu chiamato Teoamoxtli, cioè <emph>libro Divino</emph>, e che tra le altre cose conteneva la descrizione dei cieli, dei Pianeti, delle Costellazioni ed il Calendario Tolteco con i suoi cicli. Aggiunge il citato Boturini, che nelle pitture dei Toltechi vedevasi notata la ecclissi del sole avvenuta nella morte del Redentore, e che avendo alcuni dotti Spagnuoli confrontata la cronologia dei Toltechi colla nostra trovarono che quel popolo dalla creazione del mondo sino al tempo della nascita di Cristo contava 5199 anni, numero, che corrisponde alla Cronologia del Calendario Romano.</p>
               <p>Ciò si narra intorno all'Astronomia Americana alla quale per disavventura andavan congiunte presso i Messicani le superstiziose follie della Divinazione e dell'Astrologia Giudiziaria.<note place="foot">Clavig. Stor. ant. del Mess. lib. VI. to. II. p. 64.</note>
               </p>
               <p>Il tempo diviso in settimane è dedicato ai pianeti dagli Egizi, come pensa Dione Cassio,<note place="foot">Hist. Rom. lib. XXXVII. to. I. p. 123.</note> e da questi passò poi un tale stabilimento a' Greci e a' Romani. Ciascuno de' sette giorni della settimana dedicavasi ad uno de' pianeti. Il giorno presso gli Ateniesi<note place="foot">Varro ap. Gell. Noct. Att. III. 2., e ap. Macrob. Saturn. 1. 3.</note> e i Giudei<note place="foot">Levit. XXIII. 32.</note> cominciava al tramontare del Sole, benchè ciò sia vanamente contraddetto da Alfonso de Vignolles,<note place="foot">Chron. sacr. lib. III. par. 5.</note> presso i Babilonesi,<note place="foot">Varro, ap. Gell. l. c.</note> i Siri e i Persiani avea principio al levar del Sole, e tra gli Ausoni, i Romani<note place="foot">Ivi.</note> e gli Egizi cominciava a mezza notte. Varrone aggiunge che molti nell'Umbria cominciavano il giorno dal mezzodì.<note place="foot">Ivi.</note> Il giorno e la notte furon da principio divisi in quattro parti, mattina, mezzodì, sera e mezza notte. Ma ciò non era sufficiente. Siccome la misura e la cognizione del tempo fu il primo scopo delle astronomiche fatiche, così fu pensato a dividere il tempo in parti uguali. A tale effetto furono impiegate le clepsidre e i quadranti. Le clepsidre per mezzo della caduta dell'acqua, e i quadranti per mezzo dell'ombra di uno stilo, indicavano le ore. Questo nome dato alle diverse parti del giorno credesi derivato da quello di Oro, che, giusta Macrobio, non è a distinguersi dal sole.<note place="foot">Calmet, Diss. lat. I. 27.</note> Non so qual fede meriti Vittorino,<note place="foot">In lib. I. Rhetoric. M. T. Cic., Fab. B. gr. I. 81.</note> il quale attribuisce la divisione del giorno in dodici ore ad Ermete: opinione sulla quale è a consultarsi il Fabricio.<note place="foot">Ivi.</note> Ciò che vi è di certo si è, che gli antichi divisero il giorno in dodici ore, e lo stesso fecero della notte, senza aver riguardo alla loro lunghezza, che varia secondo le stagioni. Ciò cagionò una gran confusione in questa divisione di tempi. Per apprestar rimedio a questo inconveniente, si pensò a dividere la notte ed il giorno in ventiquattro parti eguali. Ciascuna di queste parti fu posta sotto la protezione di un pianeta, o del sole. La prima ora fu posta dunque sotto la protezione di Saturno, la seconda sotto quella di Giove, la terza sotto quella di Marte, la quarta sotto quella del Sole, la quinta sotto quella di Venere, la sesta sotto quella di Mercurio, e la settima sotto quella della Luna. La ottava ritornava sotto l'autorità di Saturno, la nona sotto quella di Giove, e così in seguito. Si dice che questi medesimi pianeti suggerirono agli egiziani la divisione del tempo per settimane. Ciascun giorno avea il nome del pianeta, sotto la cui protezione era la prima ora. Pertanto il primo giorno della settimana fu detto «dies Saturni», il secondo «dies Solis», il terzo «dies Lunae», il quarto «dies Martis», il quinto «dies Mercurii», il sesto «dies Iovis», e il settimo «dies Veneris».</p>
               <p>Quest'ordine dei giorni e delle ore potrà più comodamente vedersi nella seguente tavola.<note place="foot">V. Saverien, art. <foreign lang="fre">Semaine</foreign>, e Gul. Xiland. adnot. in Dion. Cass. Hist. Rom. lib. XXXVII.</note>
               </p>
               <p>Secondo il Sig. Pluche,<note place="foot">Liv. I. chap. 3. par. 8.</note> l'ordine della settimana ed il riposo di un giorno per ciascuna settimana tanto è lungi che imitino la distribuzione de' giorni fatta in onore dei pianeti dai pagani; che sono anzi un uso della religione più remota, antico al pari del mondo.<note place="foot">Nicolai, II. 269.</note> Il Marsham<note place="foot">Can. ad Sec. IX.</note> e lo Spencero<note place="foot">De legib. Haebr. lib. I. cap. 4. sect. II.</note> son d'avviso che gli Egiziani fossero i primi a dividere il tempo in settimane; ma ciò vien contrastato dal Meyer<note place="foot">De temp. sacr. Haebr. par. II cap. 9.</note> e dal Witsio:<note place="foot">Aegyptiac. III. 9.</note> Jurieu<note place="foot">Hist. des dogmat.</note> ed Ugone Grozio,<note place="foot">De verit. Relig. Christ. I. 16.</note> con l'Hebenstreit, l'Ernest e Cherubino da S. Giuseppe,<note place="foot">Fab. B. ant. I. 427.</note> tengono per fermo, che nell'oriente l'uso delle settimane ebbe principio col mondo, e fu un residuo di memoria della creazione. Apparisce dagli autori, che han fatto delle ricerche su tal materia, aver fatto uso delle settimane gli ebrei, gli assiri, gli arabi, gl'indiani e tutte le nazioni dell'oriente.<note place="foot">Scalig. de emend. temp.; Selden. de iur. nat. et gent., iuxta discipl. Haebr., Mémoir de l'Acad. des inscript.; Goguet, liv. III. chap. 2. art. 2.; Censorino, de die nat. c. 18.; Meur. VII. 165 not.</note> Della santità del giorno settimo parlarono i più antichi autori. Aristobulo presso Eusebio<note place="foot">Praep. Evang. XIII. 12.</note> cita i seguenti passi di Omero:
<quote lang="grc" rend="block">
                     <l>Ἑβδομάτη δ' ἤπειτα κατήλυθεν, ἱερὸν ἦμαρ.</l>
                     <l>Ἕβδομον ἧμαρ ἔην, καὶ τῷ τετέλεστο ἄπαντα.</l>
                     <l>Ἑβδομάτῃ δή οἱ λίπομεν ῥόον ἐξ Ἀχέροντος</l>
                  </quote>
i seguenti di Esiodo:
<quote lang="grc" rend="block">
                     <l>Πρῶτον ἕνη, τετράς τε καὶ ἑβδόμη, ἱερὸν ἦμαρ.</l>
                     <l>Ἑβδομάτη δ' αὖθις, λαμπρὸν φάος ἠελίοιο</l>
                  </quote>
i seguenti di Lino:
<quote lang="grc" rend="block">
                     <l>Ἑβδομάτῃ δή οἱ τετελεσμένα πάντα τέτυκται.</l>
                     <l>Ἑβδόμη εἰν ἀγαθοῖς, καὶ ἡβδόμη ἐστὶ γενέθλη.</l>
                     <l>Ἑβδόμη ἐν πρώτοισι, καὶ ἑβδόμη ἐστὶ τελείη.</l>
                     <l>Ἑπτὰ δὲ πάντα τέτυκται ἐν οὐρανῷ ἀστερόεντι,</l>
                     <l>Ἐν κᾣᾣύκλοισι φανέντ' ἐπιτελλομένοις ἐνιαυτοῖς.</l>
                  </quote>
A questi, che egli pur cita, aggiunge Clemente Alessandrino un altro passo di Omero, cioè <foreign lang="grc">Ἑβδόμη ἦν ἱερή</foreign>.<note place="foot">Strom. lib. V. ap. Euseb. p. 677.</note> Sulla religiosa osservanza del giorno settimo veggansi il Marsham,<note place="foot">Can. Chron.</note> Luigi Celio Rodigino,<note place="foot">Lect. antiq. XIII. 21.</note> Giovanni Giorgio Grevio,<note place="foot">Ad Lucian. II. 895.</note> Giovanni Meursio,<note place="foot">III. 851.</note> Iablonski,<note place="foot">Panth. Aegypt. proleg. et lib. II. c. 7.</note> Luigi Cappel nel trattato del Sabato, Giacomo Syrbio nella dissertazione sul Sabato dei gentili, Giovanni Cristoforo Wolfio nei Commentari a Teofilo Antiocheno, Enrico Erestio nel libro sugli studi non convenevoli ai dì festivi, Teofilo Spizelio nella opera sugli Israeliti americani, ed Ezechiele Spanheim nei Commentari a Callimaco.<note place="foot">Fab. B. ant. I. 427.</note> Sul settimo giorno sacro ad Apolline leggansi Esiodo,<note place="foot">Op. et dies.</note> Proclo,<note place="foot">Ad Hesiod. op. et dies, e Comment. in Tim. Plat.</note> Plutarco,<note place="foot">Sympos. VIII. quaest. 1.</note> Eustazio<note place="foot">Ad Odyss. <foreign lang="grc">ψ</foreign>.</note> e Suida.<note place="foot">Meurs. III. 851.</note>
               </p>
               <p>Ma egli è omai tempo di parlare di quegli astronomi, che fiorirono ne' primi secoli del mondo, essendo ciò uno degli oggetti principale della nostra istoria.</p>
               <p>Giuseppe Ebreo nelle Antichità Giudaiche dice, che l'Astronomia cominciò in Adamo, e fece de' gran progressi al tempo di Set e de' suoi figli, i quali avendo inteso da Adamo, che il mondo perirebbe tanto per diluvi d'acqua, quanto per fuoco, registrarono le loro osservazioni sopra due colonne, di mattoni l'una, perchè resistesse al fuoco, di marmo l'altra affinchè potesse reggere all'acqua. Evvi chi narra, che Cainan scrisse sull'Astronomia, avendo rinvenuti i nomi degli astri esposti su di una tavola di pietra da Set e dai suoi posteri.<note place="foot">V. Mich. Glyca, annal. par. I., Stor. Biz. to. IX. p. 1OO.; Ioel, chronograph. Compend., ivi to. XII. 117. B.</note> Della scienza celeste attribuita a Set, oltre il citato Giuseppe Ebreo, parlarono Teodoreto,<note place="foot">In Gen.; Nicolai, III. 239.</note> Suida,<note place="foot">Art. <foreign lang="grc">Σεθ</foreign>.</note> Abulfaragio,<note place="foot">Hist. Dynast.</note> Teodoro Meliteniota,<note place="foot">Astron. c. 1., Fab. B. gr. IX. 208.</note> Giovanni Malala,<note place="foot">In Excerpt. Chronol.</note> Costantino Manasse,<note place="foot">In Annal.</note> Michele Glica,<note place="foot">In Annal. par. II.; Stor. Biz. IX. 94.</note> Cedreno,<note place="foot">Hist. compend., Stor. Biz. VIII. 6 D.</note> Zonara<note place="foot">Annal. To. I. p. 3, ivi X. 11. A.</note> e Gioele.<note place="foot">Chronograph. compend., ivi XII. 117. A.</note> Parla il Lambecio<note place="foot">Bibl. Vindob. lib. VII.; Fab. B. gr. XIV. 152.</note> di un manoscritto greco della biblioteca Cesarea di Vienna intitolato: «Astronomia tradita ab Angelo Patriarchae Seth». Riguardo alle colonne, che antichissimo uso sia stato il registrare in pietre le cose appartenenti allo Stato, alle arti, alle scienze; egli è indubitabile per la testimonianza concorde degli antichi autori, siccome vedesi nell'Huet,<note place="foot">Dem. Evang. prop. IV. c. 2. par. 14.</note> nel Prideaux,<note place="foot">In not. ad marm. Oxonien.</note> nell'Holstenio, nell'Anselmo,<note place="foot">Acad. des Bell. lett. mém. sur les monum. qui ont supplée au défaut de l'écriture.</note> in Ermanno Ugone, in Pietro Holmio,<note place="foot">Fab. B. gr. I. 73.</note> e nel Fabricio.<note place="foot">Ivi.</note> Diede lo stesso Dio a Mosè la legge scritta in tavole di pietra,<note place="foot">Exod. XXXII. 15. seq.</note> e Mosè medesimo ordinò che su pietre si scrivesse il Deuteronomio.<note place="foot">Deuteron. XXVII. 2. seqq.</note> C'insegna Plinio,<note place="foot">Hist. nat. VII. 56.</note> che i Babilonesi teneano su pietre di mattone registrate le loro osservazioni astronomiche, e Clemente Alessandrino<note place="foot">Strom. lib. I.</note> narra, che Democrito avea trascritti i suoi ragionamenti morali da un pilastro di Babilonia, sul quale erano scolpiti.<note place="foot">Stor. Univ. III. 200.</note> Crede il dotto Iablonski<note place="foot">Panth. Aegypt. lib. V. cap. 5. par. 13.</note> che quelle alzate pietre dette stele non fossero propriamente colonne, ma pietre di forma quadrata, lisciate e polite per modo che atte fossero a ricevere la impronta dei caratteri. «Stelae, dice l'antico scoliaste di Sofocle,<note place="foot">In Electr. V. 722.</note> dicuntur lapides formae quadratae, in quibus res memoratu dignae inscribuntur». Che gli Egiziani si servissero delle stele per communicare ai posteri i loro pensieri, lo abbiamo da Ammiano Marcellino<note place="foot">XXII. 15.</note> e da Marziano Minucio Felice Capella.<note place="foot">Satyr. II. III. VIII.</note> Delle cose astronomiche dagli Egiziani registrate sulle colonne, fa menzione Achille Tazio.<note place="foot">Isagog. ap. Petav. cap. I. p. 73.</note> Sappiamo da Tacito,<note place="foot">Annal. II. 60.</note> che viaggiando Germanico per l'Egitto ed abbattendosi in simili stele e in obelischi coperti tutti di caratteri geroglifici, interrogò un sacerdote Egiziano per intenderne la significazione, e n'ebbe in risposta, che eranvi registrate le rendite e le ricchezze del regno. Si narra che Gnefacto re di Egitto, chiamato anche Nechocabis, e da Plutarco<note place="foot">De Isid. et Osir. 8.</note> detto Technactis, per rendere odiosa al mondo la memoria di Menes, col consenso dei Sacerdoti fe' scolpire delle parole ad esso ingiuriose in una colonna, che vedeasi nel tempio di Tebe.<note place="foot">Stor. Univ. C. III. Sez. 5. 465.</note> Delle stele dice Galeno:<note place="foot">In Apol. aphorismor. Hippocr. contr. Iulian.; Fab. B. gr. I. 73.</note>
                  <foreign lang="grc">Ἐν Αἰγᾣᾣύπτῳ πάλιν τῶν κατὰ τὰς τέχνας εὑρισκομένων ἕκαστος ὑπὸ κοινοῦ συνεδρίου τῶν πεπαιδευμένων κριθὲν ἐνεγράφετο στήλαις τισὶν ἀποκειμέναις ἐν ἱεροῖς χωρίοις</foreign>. E Diodoro di Sicilia:<note place="foot">Lib. V. Fab. ivi.</note>
                  <foreign lang="grc">στήλην χρυσῆν μεγάλην γράμματα ἔχουσαν τὰ παρ' Αἰγυπτίοις ἱερὰ καλοᾣᾣύμενα, δι' ὦν ἦσαν αἱ πράξεις Οὐρανοῦ τε καὶ Διὸς γεγραμμέναι, καὶ μετ' αὐτὰς αἱ Ἀρτέμιδος καὶ Ἀπόλλωνος ὑφ' Ἑρμοῦ προσαναγεγραμμέναι</foreign> Luciano Samosatense fa anch'egli menzione delle stele: <foreign lang="grc">Ὁρῶμέν</foreign>, ei dice,<note place="foot">Ver. hist. I. 7.</note>
                  <foreign lang="grc">τινα στήλην χαλκοῦ πεποιημένην Ἑλληνικοῖς γράμμασι καταγεγραμμένην, ἀμυδροῖς δὲ καὶ ἐκτετριμμένοις, λέγουσαν</foreign> « <foreign lang="grc">ἄχρι τοᾣᾣύτων Ἡρακλῆς καὶ Διόνυσος ἀφίκοντο </foreign>». Ne fa pur menzione Dione Crisostomo,<note place="foot">Menag. 52. col. 2.</note> Marziano Minucio Felice Capella<note place="foot">V. Amm. Marcell. 263. not. (e).</note> e Plinio.<note place="foot">Hist. nat. VI. 32. 34.</note> Manetone<note place="foot">Apotelesm. lib. V.</note> dice: «Mercurium invenisse columnas arcanas, inque iis sculpi et inscribi iussisse astrorum decreta», e ci avverte Iamblico<note place="foot">De Myster. I. 2.</note> che i sacerdoti Egiziani trattavano ogni dottrina secondo le antiche colonne di Mercurio. Professa il citato Manetone di aver tratti i suoi racconti «ex stelis vel columnis positis in terra Seriadica, quibus quondam Thoth primus Mercurius, dialecto sacra, et characteribus sacerdotalibus usus ea inscripserat».<note place="foot">V. Procl. ap. Burnet Archaeol. lib. I. cap. 8., e Philon. Bybl. ap. Euseb. Pamph. Praep. Evang. lib. I. cap. 9. Fab. B. gr. I. 72.</note> Sulle colonne di Mercurio è a consultarsi Tommaso Gale nei suoi scritti sopra Iamblico, che presso Teofilo Antiocheno, ove dicesi <foreign lang="grc">στήλαις Ἡρακλέους</foreign>, legge <foreign lang="grc">Ἑρμοῦ</foreign> in luogo di <foreign lang="grc">Ἡρακλέους</foreign>, vale a dire in cambio di <emph>stele di Ercole</emph> legge <emph>stele d'Ermete</emph>. Credesi però che esistessero eziandio, le colonne di Ercole composte di oro misto all'argento, e da Ercole scritte in caratteri inintelligibili al volgo e che furono spiegati da Apollonio Tianeo, se crediamo a Filostrato.<note place="foot">In vit. Apoll. Tyan. lib. V. cap. I.</note> Presso Procopio, Evagiro, Niceforo e Teofane è fatta menzione di due colonne poste nell'Affrica, che in lingua Fenicia esprimevano questa sentenza:<note place="foot">Fab. B. gr. I. 74.</note>
                  <foreign lang="grc">Ἡμεῖς ἐσμεν οἱ φυγόντες ἀπὸ προσώπου Ἰησοῦ τοῦ ληστοῦ υἱοῦ Ναυῆ</foreign>. Ancor dopo la invenzione del papiro si seguì a scriver le cose pubbliche sulle colonne, come mostrano la famosa colonna «lex rostrata» di Duillio<note place="foot">Quintil. I. 7.; V. Pitisc. antiq. Rom. art. <title lang="lat">columnae</title>.</note> e quella di Appio Claudio, oltre le magnifiche di Traiano e di Antonino, che si ammirano in Roma. Rammenta Strabone<note place="foot">Lib. X. 1. 1.</note> la colonna Amarintia, in cui i popoli di Eretria e di Calcide determinarono in iscritto di quali armi dovean far uso nella battaglia; e quella, in cui fu scritta la lega di Alessandro con quei di Mitilene. Parlano Erodoto e Diodoro di Sicilia delle colonne che innalzavansi ad onor di Sesostri re di Egitto in rimembranza delle conquiste da lui fatte di là dalla Tracia. Egli avea in costume di farne innalzare in tutti i paesi da lui conquistati con questa, o simile iscrizione: «Sesostri re dei re, signore dei signori ha sottomesso questo paese colla forza delle sue armi».<note place="foot">Stor. Univ. IV, 42.</note> Riferisce Aminta,<note place="foot">Ap. Athen. Deipnos. XII. 529.</note> che in una colonna fu ritrovata in caratteri caldei, se non vuol piuttosto dirsi in assirii, la seguente inscrizione che così fu tradotta da Cherilo poeta<note place="foot">Ap. Athen. l. c. stor. Univ. IX. 407. note.</note> nel greco idioma: <foreign lang="grc">Ἐγὼ δὲ ἐβασίλευσα καὶ ἄχρι ἑώρων τοῦ ἡλίου φῶς ἐπιόν, ἔφαγον, ἠφροδισίασα, εἰδὼς τόν τε χρόνον ὄντα βραχᾣᾣύν, ὃ ζῶσιν οἱ ἄνθρωποι, καὶ τοῦτον πολλὰς ἔχοντα μεταβολὰς καὶ κακοπαθείας, καὶ ὦν ἂν καταλίπω ἀγαθῶν, ἄλλοι ἕξουσι τὰς ἀπολαᾣᾣύσεις. Διὸ κἀγὼ ἡμέραν οὐδεμίαν παρέλιπον τοῦτο ποιῶν</foreign>Erodoto pur fa menzione delle due colonne di Dario re di Persia, scritta l'una con lettere Assire e l'altra con lettere greche. Contuttociò le colonne di Set, se mai state vi fossero, avanzerebbono di molto in antichità gli accennati monumenti, siccome quelle che di considerevol tempo sariano state anteriori al Diluvio. Che queste abbiano realmente esistito lo crederono Freculfo,<note place="foot">Cron. lib. I. cap. 12.</note> il grande Ticone Brahe, Niceforo nelle ecloghe inedite lodato da Bernhart,<note place="foot">In not. ad Ioseph.</note> Cedreno,<note place="foot">Hist. compend., stor. Biz. VII. 6. D.</note> il Tacquet,<note place="foot">Hist. narrat. de ortu et progr. mathes. p. 11.</note> il Kortholt.<note place="foot">Tract. de orig. et progr. phil. barb. par. 5.; v. Fab. B. gr. XIV. 150. seqq.</note> Sembra ancora che il chiarissimo istorico M. Rollin<note place="foot">Hist. anc. lib. XXVII. chap. 2. de l'astronom. to. XIV. 292.</note> favorisca questa opinione. La contraria sentenza è tenuta dallo Strauchio,<note place="foot">Exercit. 6. in Falsc. 5. Crenii.</note> dal Boecler,<note place="foot">Dissert. Acad.</note> dal Langio,<note place="foot">Cael. orient. Exerc. qu. 3.</note> dal Le Moyne,<note place="foot">Var. sac.</note> da Iacopo Jaquelot<note place="foot">Dispu. sur l'exist. de Dieu.</note> e dal Simon,<note place="foot">Bibl. crit.</note> il quale avvisa che di tal favola, come egli la crede, non sia stato primo autore Giuseppe, ma bensì gli Ebrei ellenisti di Egitto, i quali volendo fare intendere che la invenzione delle discipline, non agli Egiziani, ma ai propri maggiori era dovuta, e producendo gli Egizi molte colonne coperte di caratteri; ne vollero ancor essi mostrar di più antiche. Il Dodwell<note place="foot">In Append. ad Dissert. Cyprian.</note> e lo Scaligero pensano, che se è genuino il luogo di Giuseppe, questi prendesse per monumenti di Set figlio di Adamo, i pilastri di Egitto innalzati dal re Seth o Sothi, detto altramente Tisone, dei quali è fatta parola dal Manetone, da Plutarco,<note place="foot">De Isid. et Osir.</note> da Giulio Affricano e dal Kircher.<note place="foot">Fab. B. gr. 1. 74.</note> L'Huet fu d'opinione, che tali colonne esistessero, e che fossero confuse dagli antichi con quelle di Mercurio.<note place="foot">Carli, XII. 36; Nicolai, III. 244.</note> E dicendosi presso Manetone che le colonne di Mercurio erano nella terra Seriadica, ne desume egli argomento per istabilirle nella Siria. Il nome di detto paese leggesi variamente nei manoscritti, <foreign lang="grc">Συρίαδ</foreign>
                  <foreign lang="grc">Siriad</foreign>, a cagion d'esempio, <foreign lang="grc">Συρίδα</foreign>
                  <foreign lang="grc">Siride</foreign>, come presso Glica, Cedreno ed altri, <foreign lang="grc">Σοριάδα</foreign>
                  <foreign lang="grc">Soriade</foreign>, come presso Eustazio.<note place="foot">Stor. Univ. II. 34.</note> Il Perizonio, lo Scaligero, il Simon riguardarono le parole di <emph>terra Seriadica</emph>, come assolutamente inintelligibili. Il Bronferio,<note place="foot">Onomast. art. <title>Seirath</title>.</note> il Vossio<note place="foot">De 70. interpr. et de aet. Mund.; Stor. Univ. II. 34.</note> e il Marsham<note place="foot">In Can. chron.</note> credono esser questa terra quella Seirath, di cui parlasi nel libro dei Giudici,<note place="foot">III. 26.</note> e pensano che i <emph>pesilim</emph> quivi nominati nel testo Ebraico, fossero le rovine della colonna di Set, ciò che è contrario alla Volgata, e ai Settanta, secondo i quali la voce <emph>pesilim</emph> vale <emph>idoli</emph>. Il Seldeno,<note place="foot">De Diis Syr. Synt. I. c. 4.</note> il Dodwell,<note place="foot">In Append. ad Dissert. Cyprian. par. 13.</note> lo Stillingfeet<note place="foot">Orig. Sacr.</note> e i letterati inglesi autori della Storia Universale<note place="foot">To. II. p. 34. note.</note> portano opinione, che la Seriade abbia a ricercarsi nell'Egitto, ed il Fourmont la trova difatto nella provincia di Seir di Egitto. L'autore delle note al Saggio del Warburton sopra i geroglifici Egiziani osserva che gli Egizi davano alla Canicola il nome di Nila, il qual fiume è chiamato dalla Scrittura Scheir, o Sihor, o Sir, e da Plutarco,<note place="foot">De Isid. et Osir.</note> Plinio<note place="foot">Hist. Nat. V. 9.</note> e da Dionigi Affricano<note place="foot">De situ orbis, p. 43.</note> Siris; donde credesi derivato il nome Syrius dato alla Canicola, il levarsi della quale ha cotanta relazione con il crescer del Nilo. E credesi pertanto verisimile, che gli antichi chiamassero l'Egitto col nome di terra Seriadica, o terra Seriad, vale a dire terra per cui scorre il fiume Siris, ossia il Nilo. Passa poi il citato autore delle note sopra mentovate a provare che Manetone, ove parla di un Diluvio, non intende contrassegnare il Diluvio universale, ma una qualche straordinaria inondazione del Nilo. Egli sospetta ancora, che Giuseppe in tutta la sua narrazione abbia seguìto una tradizione degli Arabi riferita da Abulfaragio, la quale è che gli antichi greci credeano esser Enoc, chiamato Edris dagli Arabi, lo stesso che il più antico Ermes, il quale temendo che le scienze, e le arti non venissero a perdersi, fe' costruire delle piramidi, e scolpire su di esse le diverse classi di dottrina speculativa e meccanica con gli strumenti necessari, perchè ne pervenisse la cognizione alla posterità. Dai Sabi di Egitto fu adottata la opinione che Enoc, facesse innalzare delle piramidi, e per loro sentimento riferisce il Greave, che quelle piramidi sono le tombe di Set, e di Enoc e Sabi suoi figliuoli, riguardati da loro come autori della religione. Aggiunge il Greave che i Sabi a quelle tombe offerivano incensi e sacrificavano un gallo ed un vitello nero. L'Herbelot eziandio<note place="foot">Bibl. orient. art. <title>Sabi</title>.</note> fa menzione del grande rispetto, in cui i Sabi tenevano le piramidi di Egitto, perchè da loro credevasi che Sabi, figlio di Edris ossia Enoc fosse sepolto nella terza di esse. Ma, facendo ritorno alla terra Seriadica, s'indussero il Valesio<note place="foot">Ad Amm. Marcell. lib. XXII. c. 15. nota (f) p. 263.</note> ed il Cudworth<note place="foot">Syst. intell.</note> a sospettare, che in luogo di <foreign lang="grc">ἐν τῇ Σηριαδικῇ γῇ</foreign>, nel testo di Manetone originalmente si leggesse <foreign lang="grc">ἐν τῇ Συριγγικῇ γῇ</foreign>, cioè che in cambio di leggersi: <emph>nella terra Seriadica</emph>, dovesse leggersi: <emph>nella terra Siringica, ovvero delle Siringe</emph>; congettura che ha poca apparenza di verità, secondo il Fabricio.<note place="foot">Bibl. gr. I. 72.</note> Da Ammiano Marcellino sappiamo che cosa debba intendersi per queste Siringe degli Egiziani. «Sunt et Syringes, dic'egli,<note place="foot">Lib. XXII; Nicolai III. 246.</note> subterranei quidam et flexuosi secessus, quos, ut fertur, periti rituum vetustorum adventare diluvium praescii metuentesque ne ceremoniarum obliteraretur memoria, penitus operosis digestos fodinis per loca diversa struxerunt; et excisis parietibus volucrum ferarumque genera sculpserunt, quas hieroglyphicas litteras appellarunt, latinis ignorabiles». Delle Siringi parlarono ancora Pausania, Callistrato, Eliodoro,<note place="foot">Hist. Aethiop. lib. II.</note> Eliano<note place="foot">De animal. VI. 43.</note> e Sinesio.<note place="foot">Ep. 104., Amm. Marcell. p. 263. nota (e).</note> Concludesi che la terra Siringica è l'Egitto, e che Giuseppe dal testo già alterato di Manetone trasse ciò che egli dice della terra Seriadica. Evvi chi pensa che il fiume Sere ed il paese seriaco debbano stabilirsi in Etiopia.<note place="foot">Carli, XII. 236.</note> Io lascerò ai lettori il pronunziar giudizio sopra tante questioni originate dalle parole di Giuseppe, le quali però, se vogliamo prestar fede al Maffei<note place="foot">Osserv. letterar.</note> non sono da considerarsi che come apocrife, e seguirò il sentiero della mia storia.</p>
               <p>Non so quanto fondata sia l'opinione di coloro, che fanno il patriarca Matusalem osservatore delle stelle. Vuole il citato Giuseppe che Abramo insegnasse agli Egiziani l'Astronomia.<note place="foot">Calmet, comment. litter. in Genes. cap. 22.; V. Filone, de Abr. et de praemiis et poenis; Sincello, in Chronogr.; il Pseudo Clemente, Recognit. lib. I; Eustazio Antiocheno, Hexaem.; Cassiodoro ap. Fab. B. lat. II. 178; Cesario e Teodoro Meliteniota, Astron. prooem. et c. I; Eupolemo presso Alessandro Polistore citato da Eusebio, Praep. Evang. IX. 17 (di Eupolemo dice Eusebio: «Abraam solis lunaeque conversiones Phoenices docuit»), Cedreno, Hist. compend. Stor. Biz. VII. 26. E.; Giovanni Zonara, Ann. 1. 6., Stor. Biz. X. 14. B.</note> Fra gli antichi astronomi vengono ancora annoverati Andubario,<note place="foot">Georg. Cedren. Compend. Histor. a mundo cond. etc.; Chron. Pasch. a mundo cond. etc.</note> Esculapio, Elio, Giapeto, Espero, Saturno, Titano, Cefeo Atreo,<note place="foot">Serv. Aen. I. 572.; Io. Philopon. in Meterolog.; Ach. Tat. Isag. in Arat. c. I.</note> Iperione,<note place="foot">Diodoro, V. 67.</note> Endimione.<note place="foot">Plinio, Hist. Nat. II. 6.</note> Ossane, ovvero Otane, come leggesi presso Erodoto e Teodoro Meliteniota,<note place="foot">Astron. c. 1.; Suida, art. <foreign lang="grc">Ἀστρονομία</foreign> Fab. B. gr. I. 92.</note> Astreo,<note place="foot">V. Anton. Diogen. in Incredibil. de Thule insula ap. Phot. cod. 166.</note> Prometeo ed altri.<note place="foot">Fab. B. gr. II. 81.</note> Evvi ancora chi pensa che tra gli antichi illustratori della scienza degli astri possano contarsi Frisso,<note place="foot">Lucian. De astrolog.</note> Bellerofonte, Tieste, Dedalo, Icaro, Fetonte,<note place="foot">Ivi.</note> Noè,<note place="foot">Pseudo Beros. De antiquit. totius orbis lib. III; V. Ioann. Ann. comment. in Beros. De antiquit. totius orbis lib. I, De tempor. ante Diluv.</note> Nauplio,<note place="foot">Fab. B. gr. II. 469; Theo Alexandrin. ad Arati Phoenom.; Goguet, II. 248 nota (1).</note> Sem,<note place="foot">Scip. Sgambat. Archiv. vet. Test. lib. I; V. Calmet, Dict. de la Bible, art. <title>Sem</title>; Stor. Univ. X. 105.</note> Ippes figlia di Chirone,<note place="foot">S. Cyrill. Alex. IV. contr. Iulian., Fab. B. gr. II. 82.</note> Fauno figlio di Pico o di Giove,<note place="foot">Fab. B. gr. IX. 704.</note> Oe ovvero Oanne,<note place="foot">Ivi 516.</note> mostro semi-uomo veduto, secondo narrasi, nel Mare Rosso.<note place="foot">V. Hellad. Besantinoum, Chrestomath. ap. Phot. cod. 279.</note> Checchè sia di queste opinioni, un uomo della cui scienza astronomica sembra abbiasi fondata notizia, è Mosè, il quale essendo istruito «in omni scientia Aegyptiorum», a dire di S. Stefano negli Atti degli Apostoli; pare dovesse esserlo ancora nell'astronomia, a cui sempre attesero gli egiziani, sebbene dica S. Giustino,<note place="foot">Respons. ad orthodox. quaest. 25. p. 329.</note> non essere stato Mosè istruito nell'astronomia, perchè tal disciplina aveasi nell'Egitto a quel tempo in basso concetto. Filone<note place="foot">In vit. Mois.</note> narra, avere Mosè appresa la scienza celeste dai caldei.<note place="foot">Clem. Aless. I. 413. nota 1; Stor. Univ. VII. 40. note.</note> Marsham parla di due Mercurii, l'uno soprannomato Toth, che consideravasi come l'inventore dell'astronomia, e vivea poco dopo il Diluvio, e l'altro chiamato Trismegisto, che vivea poco dopo Mosè. Vogliono alcuni che un certo Zoroastro, figlio di Urania e di Mercurio, fosse un grande astronomo,<note place="foot">Fab. B. gr. I. 245.</note> e Suida parla ancora di un altro Zoroastro, astronomo egli pure, che vivea al tempo di Nino, re degli assiri.<note place="foot">Ivi IX. 819.</note> Riferisce il Laerzio<note place="foot">In Prooem. 4.</note> che Lino scrisse sopra il corso del Sole e della Luna. Si stima che astronomo fosse ancor Belo,<note place="foot">Plin. Hist. nat. VI. 30; Solin. c. 56.; Coguet, I. 181. note.</note> creduto dal Bochart lo stesso che Nemrod<note place="foot">Nicolai, V. 56.</note> il quale pretendesi che communicasse ai Caldei l'anno di 365 giorni.<note place="foot">Ivi I. 120.</note> Spacciano gli orientali che egli traesse il modello della corona reale, di cui ornossi il capo, da una somigliante figura osservata da lui nel firmamento, dal che trassero i suoi partigiani occasione di dire, che simil corona eragli venuta in dono dal cielo.<note place="foot">V. Eutych. Annal.; Stor. Univ. II. 222. nota (o).</note> E parlasi ancora di Urano, re degli Atlanti nell'Affrica, il quale riunì nelle città i suoi sudditi sparsi per le campagne, dirozzò i loro barbari costumi, ed avendo con gran cura osservato il corso delle stelle, misurò gli anni, le stagioni ed i mesi. I popoli attoniti nel vedere esattamente avverarsi le sue predizioni, lo crederono un Nume, e gli attribuirono onori divini.<note place="foot">Lande, Astr. I. 100. In un frammento di Diodoro conservato da Eusebio (Praep. Evang. II. 2) si dice che nell'isola Pancaia, all'oriente dell'Affrica, vedeasi registrato su d'una colonna d'oro, che Urano era un uomo versatissimo nell'astronomia. Il medesimo istorico (non presso Eusebio, ma in altro luogo) narra, esservi nella stessa isola una montagna, sulla quale Urano compiaceasi di portarsi a contemplare il cielo e gli astri.</note> Atlante suo figlio re della Mauritania, inventò la sfera secondo l'opinione di alcuni,<note place="foot">Diodoro, III. 60; Plin. Hist. Nat. II. 6.</note> e per la sua perizia nell'Astronomia fu creduto che egli portasse sugli omeri il peso dell'Universo, secondo afferma Cicerone nelle Tusculane;<note place="foot">Lib. V. c. 3.</note> «Nec vero Atlas coelum sustinere traderetur, nisi coelestium divina cognitio nomen eorum ad errorem fabulae traduxisset».<note place="foot">V. Sidon. in Panegyr. Aviti V. 4; Euripid. Ion.; Pisid. Hexaemer. V. 116.; Fab. B. gr. II. 81. nota (m); Diodor. XXVII. 5.; Cedren. Hist. Compend., Stor. Biz. VII. 26 c.</note> «Atlas in historia formatur, dice Vitruvio,<note place="foot">De Architectura VI. 1O.</note> sustinens mundum, ideo quod is primum cursum Solis et Lunae siderumque omnium ortus et occasus, mundique versationum rationes, vigore animi solertiaque curavit hominibus tradendas». Questa favola però, al dire di Aristotele, di Strabone, di Erodoto,<note place="foot">Melpom.; Carli, X. 169.</note> derivò dall'altezza del monte della Libia, chiamato Atlante, il quale essendo d'ordinario nella sommità coperto di nubi, fe' dire che esso sostenea il cielo.<note place="foot">Carli, ivi.</note> La invenzione della sfera attribuita da alcuni, come dissi, ad Atlante, venne ancora attribuita ad Ercole ed a Museo. Di Museo dice il Laerzio:<note place="foot">In Prooem. p. 3.</note>
                  <foreign lang="grc">φασὶ ποιῆσαι δὲ θεογονίαν καὶ σφαῖραν πρῶτον</foreign>. La parola <foreign lang="grc">ποιῆσαι</foreign>è diversamente resa dagli interpreti. Ambrogio Camaldolese, seguìto dal Carli,<note place="foot">Spediz. degli Argon. l. II. art. 15.</note> spiega <foreign lang="lat">invenisse</foreign>.<note place="foot">Ed. del 400.</note> Il Meursio,<note place="foot">I. 572. E.</note> allegando una volta questo passo del Laerzio, adotta simigliante interpretazione, non citandolo però ad oggetto di esaminare un tal punto. Marco Meibomio, emendando la versione dell'Ambrogio, alla parola <foreign lang="lat">invenisse</foreign> sostituì <foreign lang="lat">carmine scripsisse</foreign>, ed il Menagio<note place="foot">Ad Laert. Prooem.</note> eziandio prese la parola <foreign lang="grc">ποιῆσαι</foreign> in significato di <foreign lang="lat">scripsisse</foreign>. Il Meursio similmente nella Biblioteca Attica<note place="foot">II. 836.</note> annoverò la Sfera fra gli scritti di Museo. Quindi, secondo la interpretazione dei primi, narrasi dal Laerzio, come alcuni asserivano avere Museo rinvenuta la sfera; secondo quella degli altri, narra il medesimo riferirsi da alcuni come Museo scrisse sopra la sfera. A più sicuro partito si appigliò l'Aldobrandini,<note place="foot">Laert. p. 4. col. I. note.</note> il quale interpretò non <foreign lang="lat">invenisse</foreign> nè <foreign lang="lat">scripsisse</foreign>, ma <foreign lang="lat">fecisse</foreign>, lasciando così al lettore la facoltà di dare a questa parola quel senso, che più gli aggrada. Il Fabricio<note place="foot">B. gr. I. 103.</note> lascia indeciso quale interpretazione meriti la preferenza. In un ridicolo errore cade il grande Isacco Newton, il quale riflettendo che Nausicaa, figlia di Alcinoo re di Corcira, era tenuta dai Corcirei per l'inventrice della sfera, pensa che ella fosse della sfera debitrice agli Argonauti, i quali, essendo di ritorno al loro paese, fecero vela a quell'isola. Egli cita Suida alla voce <title>Anagalli</title>, e questo autore dice infatti, che Anagalli, grammatica corcirea, attribuiva a Nausicaa la invenzione <foreign lang="grc">τῆς σφαίρας</foreign>, <emph>della sfera</emph>, e riporta la testimonianza di Ateneo. Scrive quest'ultimo,<note place="foot">Deipnosoph. I. 14.</note> che sola fra le altre eroine Nausicaa è fatta da Omero giuocar colla sfera. Questo poeta è pertanto il fonte di simil credenza. Ma curiosa è la metamorfosi, che nella Odissea fa questa sfera trasformandosi in una palla da giuoco. Nausicaa, mentre asciugansi i panni da lei lavati, giuoca alla palla sulla riva del mare. Dice Omero:<note place="foot">Odys. VI. 115. seq.</note>
                  <quote lang="lat" rend="block">
                     <l>Pilam postea iecit in ancillam regina,</l>
                     <l>Ab ancilla quidem erravit: profundum</l>
                     <l>autem cecidit in vorticem.</l>
                     <note place="foot">Vers. Andr. Div. Iustinopol.</note>
                  </quote>
Newton non pensò forse che la voce <foreign lang="grc">σφαῖρα</foreign> può ancora significar <emph>palla</emph>, e che i greci così chiamavano le palle da giuoco. <foreign lang="grc">Σφαῖραν ἐυτρόχαλον</foreign>, disse Apollonio di Rodi,<note place="foot">Argon. III. 135.</note> parlando della palla, colla quale Giove giuocava nell'antro d'Ida; ed altrove, parlando di alcune fanciulle, disse: <foreign lang="grc">σφαίρῃ ἀθᾣᾣύρουσι</foreign>, <emph>giuocano alla sfera</emph>. È noto, che il giuoco della palla è stato sin dai tempi più antichi commune a molti popoli; che di quattro sorte di palle faceano uso i Greci e i Romani, e che non isdegnavano di esercitarsi in simil giuoco gli stessi patrizi, ancora dei più rispettabili, sì in pubblico che in privato.</p>
               <p>Ma per ritornare ad Atlante, dice Diodoro di Sicilia, che questo re fece parte ad Ercole delle sue cognizioni astronomiche in ricompensa del beneficio fattogli da questo eroe di liberare le sue figlie rapite dai ladri. Ercole insegnò ai Greci quanto avea appreso da Atlante, e ciò fece che egli fosse creduto inventore dell'Astronomia. Ma, secondo il P. Petau, Ercole visse 400 anni dopo di Atlante, il quale viveva 1638 anni avanti Gesù Cristo. Altri affermano, che egli vivesse al tempo di Noè, vale a dire 2400 anni avanti Gesù Cristo. Pensa Monsig. Huet<note place="foot">Demonstr. Evang. Prop. IV. 17.</note> che Atlante ed Ercole non sian che simboli rappresentanti Mosè e Giosuè. Pensa il dotto Gianrinaldo Carli<note place="foot">Lett. americ. Par. II. lett. 12.</note> che intorno ai tempi di Atlante fosser notate le Pleiadi e le Iadi, le prime delle quali chiamavansi <emph>Coylur</emph>, e le seconde <emph>Tapyra Kayruba</emph>,<note place="foot">Ivi.</note> e tutte furon riconosciute dagli antichi per figlie di Atlante. Si crede che Lot, il quale nel sistema del chiarissimo Fourmont è lo stesso che Atlante,<note place="foot">Nicolai, To. V. pag. XVI. dove dice più chiaro che nel testo.</note> coltivasse la scienza degli astri.<note place="foot">Ivi V. 267.</note> Secondo Servio<note place="foot">Aen. VIII. 134.</note> furonvi tre Atlanti, uno della Mauritania, l'altro dell'Italia, e l'ultimo della Grecia.<note place="foot">V. Ioann. Ann. lib. De prim. temp. et quatuor ac viginti regibus Hispan. c. 16., et De antiq. et reb. Ethruriae.</note> Ma tutto ciò non è per la maggior parte che favoloso, o per lo meno sommamente incerto. Secondo il Sig. Pluche<note place="foot">I. 2. par. 22. to. I. 202. 509.</note> Atlante non fu in verun modo una persona reale.</p>
               <p>Molto parlano gli storici de' progressi, che gli uomini fecero nell'astronomia dopo la famosa spedizione degli Argonauti, principi greci, che si unirono a Giasone per la conquista del vello d'oro. Essa, secondo la testimonianza di Newton e di Freret, sembra legata con lo stabilimento delle costellazioni nella Grecia. Seneca che scrivea 65 anni dopo Gesù Cristo, dice,<note place="foot">Nat. quaest. VII. 25.</note> che non erano ancora 1500 anni, che la Grecia avea contate e nominate le stelle, dal che si vede, che egli ponea la denominazione delle stelle 1400 anni incirca avanti l'era volgare, e verso questo tempo alcuni credono che avvenisse la spedizione degli Argonauti, uno dei quali chiamato Linceo, era abilissimo nell'osservare gli astri e nel discoprirne le mine d'oro e di argento per il che finsero li poeti che egli avesse la vista così acuta che penetrasse sin nell'interno. Il Centauro Chirone Tessalo, su cui tanto favoleggiarono i poeti, come credesi, insegnò il primo agli uomini la giustizia e la figura del cielo, secondo l'autore della Titanomachia citato da Clemente Alessandrino.<note place="foot">Strom. I. 15.</note> Chirone, se prestiam fede al Newton, formò le costellazioni celesti per uso degli Argonauti, e fissò i punti solstiziali ed equinoziali al 15° grado, o alla metà delle costellazioni del Cancro, della Libra, del Capricorno e dell'Ariete. Pensa però il Carli,<note place="foot">Della Spediz. degli Argonauti, II. 14.</note> che Chirone nemmen sia da annoverarsi tra gli Astronomi, fondato sopra l'autorità di Vitruvio, che nell'enumerare coloro, che in Grecia portarono, coltivarono e migliorarono l'Astronomia, non fa di lui parola; e Goguet<note place="foot">Part. II. liv. III. ch. 2. art. 25.</note> muove sulle cognizioni attribuite a Chirone dei dubbi, i quali non sembrano che troppo fondati. Ad Orfeo venne attribuita un' <foreign lang="grc">Ἀστρονομία</foreign> mentovata in Suida ed in Tzetze,<note place="foot">Proleg. ad Lycophr.; Fab. B. gr. I. 120.</note> ed un <foreign lang="grc">ποιημάτιον</foreign> intitolato <foreign lang="grc">Σφαῖρα</foreign>.<note place="foot">Fab. ivi. I. 127.</note> Così Eustazio: <foreign lang="grc">φασὶ γὰρ οἱ παλαιοὶ ποιημάτιόν τι ἐπὶ τῷ Δίνῳ εἶναι ὃ Σφαῖρα μὲν καλεῖται, εἰς Ὀρφέα δὲ ἁναφέρεται</foreign>.<note place="foot">Ivi I. 96.</note> Virgilio fa menzione di un certo Iopa, che nel convito dato da Didone ad Enea canta più cose appartenenti all'astronomia.
<quote lang="lat" rend="block">
                     <l>... cithara crinitus Iopas</l>
                     <l>Personat, aurata docuit quae maximus Atlas.</l>
                     <l>Hic canit errantem lunam solisque labores;</l>
                     <l>Unde hominum genus et pecudes, unde imber et ignes,</l>
                     <l>Arcturum pluviasque Hyadas geminosque Triones;</l>
                     <l>Quid tantum Oceano properent se tingere soles</l>
                     <l>Hiberni: vel quae tardis mora noctibus obstet.</l>
                     <note place="foot">Aen. I. 744. seqq.</note>
                  </quote>
Di Omero attestano Crate ed Apione presso Achille Tazio,<note place="foot">Isag. ap. Petav. cap. I. p. 74.</note> che fu ancor egli perito nell'astronomia. Palamede, figlio di Nauplio re d'Eubea, fu, secondo molti scrittori, uno de' maggior Astronomi degli antichi secoli. Egli fu fatto lapidar da Ulisse nel tempo dell'assedio di Troia nel qual tempo avea dato mille prove del suo ingegno. A lui si attribuisce l'invenzione di alcune lettere dell'Alfabeto Greco, e narrasi,<note place="foot">Filostrato; Fab. B. gr. I. 149.</note> che trovandosi i soldati intimoriti per un'ecclissi del Sole, egli tolse loro ogni spavento con ispiegar la cagione di questo fenomeno. Di Palamede fecer menzione vari scrittori. Suida ne parla nel modo seguente:<note place="foot">Meurs. III. 1033.</note>
                  <foreign lang="grc">Τάβλα. ὄνομα παιδιᾶς· ταᾣᾣύτην ἐφεῦρε Παλαμήδης, εἰς συναγωγὴν τοῦ Ἑλληνικοῦ στρατοῦ, σὺν φιλοσοφίᾳ πολλῇ· τάβλα γὰρ ἐστιν ὁ γήϊνος κόσμος· δώδεκα δὲ κάσοι, ὁ ζωδιακὸς ἀριθμός· τὸ δὲ ψηφοβόλον, καὶ τὰ ἐν αὐτῷ ἑπτὰ κοκκία, τὰ ἑπτὰ ἄστρα τῶν πλανητῶν. ὁ δὲ πᾣᾣύργος, τὸ ὕψος τοῦ οὐρανοῦ· ἐξ οὖ ἀνταποδίδοται πᾶσι πολλά, καὶ καλά, καὶ κακά</foreign> Cedreno così:<note place="foot">Ivi.</note>
                  <foreign lang="grc">Οὗτός ἐστι Παλαμήδης, ὁ καὶ τὴν ταῦλαν ἐφευρὼν πρὸς μετεωρισμὸν τοῦ στρατοῦ, καὶ τὴν ἑν αὐτῇ σᾣᾣύνθεσιν σὺν φιλοσοφίᾳ πολλῇ καταστήσας. ὥνισε γὰρ εἶναι τὴν ταῦλαν, τὸν γήϊνον κόσμον· τοὺς δὲ δώδεκα κάσους, τὸν ζωδιακὸν ἀριθμόν· τὸ δὲ ψηφοβόλον, καὶ τὰ ἐν αὐτῷ κοκκία τὰ ἑπτὰ ἄστρα τῶν πλανητῶν. τὸν δὲ πᾣᾣύργον, τὸ ὕψος τοῦ οὐρανοῦ, ἐξ οὖ ἀνταποδίδοται πᾶσι καλά, ἢ κακά</foreign> Isacco Porfirogeneta nella seguente maniera:<note place="foot">Meurs. ivi.</note>
                  <foreign lang="grc">Ὁ δὲ (Παλαμήδης) πρῶτος τὸ ταυλίζειν ἐξεᾣᾣύρηται· ἐκ γοῦν τῆς κινήσεως τῶν ἐν οὐρανῷ ἑπτὰ πλανητῶν, τῶν κατὰ μοιρικὴν τᾣᾣύχην, ὥς φασιν, ἐπαγόντων χαρὰς τοῖς ἀνθρώποις, καὶ λᾣᾣύπας ὡρίσατο τὴν ταῦλαν, ἤτοι τὸν πίνακα τοῦ παιγνίου, τὸν γήϊνον κόσμον. τοὺς δὲ δώδεκα κάσους, ἤτοι τὰ χαρακώματα τοᾣᾣύτου, τὸν ζωδιακὸν ἀριθμόν</foreign> Sofocle così ne parla presso Achille Tazio:<note place="foot">Isag. ad Arat. cap. I. ap. Petav. Uranolog.</note>
                  <quote lang="grc" rend="block">
                     <p>Ἐφεῦρε δ' ἄστρων μέτρα, καὶ περιστροφάς,</p>
                     <p>...</p>
                     <p>Ἄρκτου στροφάς τε καὶ κυνὸς ψυχρὰν δᾣᾣύσιν</p>
                  </quote>
Oltre questi autori, parlarono di Palamede Euripide, Dione Crisostomo, Suida, S. Atanasio.<note place="foot">Contra gent. lib. I; Fab. B. gr. I. 146 seqq.</note> Credesi, benchè forse con poco fondamento, che fosse il primo tra' Greci a regolar l'anno secondo il corso del Sole, ed i mesi secondo quello della Luna. Checchè sia di questa opinione, noi, seguendo il nostro instituto, passeremo al presente a vedere i progressi della scienza degli astri dalla nascita del famoso astronomo Talete, sino a quella di Ptolomeo, che forma una delle epoche principali della storia dell'Astronomia.</p>
            </div2>
            <div2>
               <head>Capitolo II</head>
               <argument>
                  <p>STORIA DELL'ASTRONOMIA DALLA NASCITA DI TALETE SINO A QUELLA DI PTOLOMEO</p>
               </argument>
               <p>Talete, il primo, al dir di Minuzio Felice,<note place="foot">Fab. B. gr. I. 238. nota.</note> che disputò sulle cose celesti, e uno dei più grandi Astronomi dell'antichità, nacque 640 anni circa avanti Gesù Cristo. Egli venne comunemente chiamato Milesio, e Mileto da Pomponio Mela<note place="foot">Lib. I. c. 6.</note> è detta sua patria, ma Erodoto<note place="foot">In Clio; Laer. 14. not. (I), 15. not. (2).</note> lo fa fenicio: e riferisce di fatto Eusebio,<note place="foot">Praep. Evang. c. 4.</note> che alcuni lo stimarono di questa nazione. Pensa il Menagio,<note place="foot">Ad Diog. Laer. lib. I. segm. 22.</note> che egli nascesse in Mileto, ma fosse oriundo della Fenicia. Bramoso Talete d'istruirsi nelle scienze, viaggiò sino in Egitto, dove queste erano nel maggior loro splendore. Quivi avendo conferito co' Sapienti e co' Sacerdoti Egiziani divenne assai perito nell'Astronomia. Questa scienza ancor bambina al tempo di Talete, deve a lui una gran parte del suo avanzamento. Dicesi che egli scoprì le stelle piccole dell'orsa minore,<note place="foot">Callimach. ap. Laert. in vit. Thalet. et ap. Ach. Tat. Isag. p. 132; Fab. B. gr. I. 239; V. Tehon. ad Arat. Phaenom. e Pseudo-Didimo ad Iliad. II. 487; Menag. 13. col. 1.</note> e diè a questa il nome di Arctos, secondo Igino, o chiunque altro è l'autore del Poetico-Astronomico.<note place="foot">Poet. Astron. lib. II. c. 3.; Lande, Astr. I. 138.</note> Intorno all'anno 601 avanti Gesù Cristo, secondo alcuni, accadde un fatto, che posta la sua verità, fa poco onore all'Astronomia. Per venirne in piena cognizione fa di mestieri cominciare alquanto da lungi. Un esercito spaventoso di Sciti marciava sotto la condotta di Madias loro re, ed avanzandosi sempre più penetrò per fin nella Media. Ciassare, primo re di questo paese, levato l'assedio di Ninive, marciò contro gli Sciti, i quali, vinti i Medi, e non trovando più ostacolo al loro furore, si sparsero per quasi tutta l'Asia e s'impadronirono delle due Armenie, della Cappadocia, del Ponto, della Colchide e dell'Iberia. I Medi per disfarsi di questi Barbari, invitaronli ad un convito, che faceasi in ogni famiglia, e riscaldati dal vino gli uccisero, il che fatto, di nuovo s'impadronirono di tutti i paesi che avean perduti. Alcuni Sciti scampati dalle mani de' Medi si rifugiarono nella Lidia, dove furono cortesemente accolti dal re Aliate. Ciò inteso Ciassare condusse sulle frontiere della Lidia le sue soldatesche, e diede cominciamento ad una guerra, la quale durò cinque anni senza che alcuna delle due parti rimanesse stabilmente superiore. Nel sesto anno di questa guerra trovandosi le armate nemiche impegnate in una battaglia, il Sole si oscurò per modo, che spaventati i due eserciti si ritirarono e conclusero la pace. Questa ecclissi del sole era già stata predetta, secondo Erodoto e Plinio,<note place="foot">Hist. Nat. II. 9.</note> Giovanni Malala,<note place="foot">Chronogr. libr. VI., Stor. Biz. XXIII. 2364.</note> Eudemo<note place="foot">Hist. Astrol. ap. Laert. lib. I. in vit. Thalet. et in Hist. Geometr. ap. Procl. ad Euclid., V. Voss. De Hist. Graec. lib. III.</note> e Temistio,<note place="foot">Orat. 15; V. Clem. strom. lib. I.; Cic. de Divinat. I. 49.; Menag. ad Laert. lib. I. segm. 23.</note> da Talete, il quale tornato dall'Egitto insegnò ai greci la vera causa di questo fenomeno.<note place="foot">Talete, a dir di Tzetze (il quale, Chil. II. 55, afferma che Talete <foreign lang="grc">ἐκλείψεις περιόδους τε σελήνς εὗρε πρῶτος</foreign>, Menag. 14, col. 1.) predisse a Ciro una ecclissi della Luna (Tacquet, de ortu mathes. p. 3).</note> Dicesi, che cotesta ecclissi è la prima che sia stata predetta. M. de la Lande<note place="foot">Liv. II. to. I. 137.</note> sparge però dei dubbi sulla verità di questa predizione. Il grande Isacco Newton e Riccioli pongono questa ecclissi nell'anno 585 avanti Gesù Cristo,<note place="foot">Stor. Univ. XI. 26. note.</note> e M. Costard col Bayer nel 603 ai 17 di Marzo. È quindi da considerarsi che gli antichi fan menzione delle ecclissi del sole come di avvenimenti assai rimarcabili. Ne han parlato Omero, Pindaro, Plinio,<note place="foot">Hist. Nat. II. 72.</note> Dionigi d'Alicarnasso<note place="foot">Credo anche ne Parli Tacito, Ann. XIV. 12.; Crévier, 426.</note> e altri.<note place="foot">Lande, p. 280. n. 635.</note> Accaddero simili ecclissi negli anni 190 e 50 avanti Gesù Cristo, e negli anni dopo Gesù Cristo 59, 100 237, 360, 787, 840 878, 957, 1133, 1187, 1191, 1241, 1415, 1485, 1544, 1560 ec.<note place="foot">Kepler. Astron. pars opt.</note> Le ecclissi cagionavano un grande spavento. L'uomo comincia dalla timidezza e dalla ignoranza. La esperienza è la guida della sua vita. Essa gli somministra lumi e coraggio, e l'uomo arriva finalmente a ridersi dei pregiudizi. Può dirsi, che presso gli antichi lo spavento all'avvenir di una ecclissi non abbia cessato giammai. Il re Archelao nel giorno, in cui accadde una ecclissi del sole fu sì spaventato, che giunse perfino a chiuder la reggia e a tondere il suo figlio, cosa che solea praticarsi in occasione di mestizia e di lutto.<note place="foot">Seneca, De benefic. V. 6.</note> Se dunque le ecclissi cagionavano siffatto spavento nei popoli, non può non riconoscersi in colui, che il primo trovò l'arte di predirle, un insigne benefattore del genere umano. La mente si illumina e si rassicura allorchè trova ordine e regola, ove non credeva che confusione e ruina. Beneficio grande è fatto all'uomo dall'Astronomia.</p>
               <p>Talete trovò in qual ragione è il diametro del Sole al cerchio, che quest'astro sembra descrivere intorno al nostro globo.<note place="foot">Paulian, to. I, p. 61.: Ladvocat, art. <title>Talete</title>.</note> Egli come narra Apuleio,<note place="foot">Florid. IV. 18. 6.</note> fu sì contento di questa sua scoperta, che avendola manifestata ad un tal Mandraito, il quale in ricompensa gli offerse tutto ciò che sapea bramare: egli lo pregò solo a non ascriversi questa invenzione, ma a far palese, che la gloria di essa era dovuta a lui.</p>
               <p>Communicò Talete a' Greci di Ionia, e per loro mezzo a tutta la Grecia, la cognizione della stella polare, e rese per tal modo la navigazione più sicura e felice. Dicesi che Talete credè, che la Luna fosse 720 volte minore in solidità del sole.<note place="foot">Laert. in vit. Thalet. I. 24.</note> Egli insegnò ancora che la Terra è rotonda, mostrò la causa delle Fasi Lunari, e divise in cinque circoli paralleli la sfera celeste. Più scritti attribuironsi a Talete, ignoto se con ragione. Attesta il Laerzio avere taluno opinato, che Talete nulla abbia scritto, e Temistio<note place="foot">Orat. 26.</note> formalmente asserisce, non avere Talete poste in iscritto le sue invenzioni, il che nè lui fece, aggiunge egli, nè verun altro a quei tempi.<note place="foot">Fab. B. gr. I. 238.</note> Plutarco<note place="foot">Lib. <foreign lang="lat">quare Pithia</foreign> etc. 18.</note> nulladimanco annovera Talete fra coloro, che la propria filosofia esposero in versi, aggiungendo però:<note place="foot">Ivi.</note>
                  <foreign lang="grc">εἴ γε Θαλῆς ἐποίησεν, ὡς ἀληθῶς εἰπεῖν, τὴν αὐτῷ ἀναφερομένην Ἀστρολογίαν</foreign>. A Talete e a Foco Samio fu attribuita un'Astrologia Nautica. Così il Laerzio.<note place="foot">P. 15.</note> Dice Simplicio, spacciarsi che da Talete nulla lasciossi scritto, eccetto l'Astrologia Nautica.<note place="foot">Ad I. Phys.; Fab. B. gr. VIII. 634. I. 238. not.</note> Fuvvi chi credè, due soli scritti essere stati i suoi <foreign lang="grc">περὶ τροπῆς</foreign> e <foreign lang="grc">περὶ ἰσημερίας</foreign>.<note place="foot">Fab. B. gr. I. 239.</note> Suida<note place="foot">Ivi 293.</note> al contrario dice, avere egli scritto «delle Meteore in versi, dell'Equinozio, e di molte altre cose». Secondo Lobone Argivo,<note place="foot">Ap. Laert. p. 21.</note> ciò che scrisse Talete giungea sino a 200 versi. Narrasi,<note place="foot">Ivi.</note> che essendo un giorno caduto in una fossa mentre contemplava le stelle: E come (gli disse una Vecchia, che lo accompagnava) potrete voi conoscere ciò, che è in Cielo, mentre non vedete neppure ciò, che è vicino ai vostri piedi? Talete morì dopo aver vissuto un secolo, come narra Luciano,<note place="foot">Longaevi, 18.</note> e fugli fatto questo epitaffio:<note place="foot">Laert. in vit. Thalet. p. 24.</note>
                  <quote lang="grc" rend="block">
                     <l>Η ὀλίγον τόδε σῆμα· τὸ δὲ κλέος οὐρανόμηκες</l>
                     <l>Τῷ πολυφροντίστῳ τοῦτο Θάλητος ὅρη</l>
                  </quote>
               </p>
               <p>Verso il 594 avanti Gesù Cristo pubblicò Solone le sue leggi, nelle quali stabilì l'anno Lunare presso gli Ateniesi. Ciò ha dato motivo ad alcuni di crederlo l'inventore di codesto anno; ma facendo di esso menzione Omero ed Esiodo, è necessario, come ognun vede, mandarne più addietro l'origine.</p>
               <p>Verso il 547 avanti Gesù Cristo fioriva Anassimandro di Mileto,<note place="foot">Pom. Mela, De Sit. orb. I. 6.</note> discepolo di Talete. Egli costruì una sfera, secondo Diogene Laerzio;<note place="foot">In vit. Anaximandri, I. 79.</note> distese carte geografiche, al riferir di Strabone; sostenne che la terra è rotonda, e credesi che egli scoprisse l'obliquità dell'ecclittica,<note place="foot">Plin. Hist. nat. II. 6.</note> scoperta, che vien da alcuni attribuita a Talete;<note place="foot">Saverien.</note> spiegò assai bene come la terra può sostenersi nel mezzo dello spazio, senza cadere. Di lui dice Diogene Laerzio,<note place="foot">In vit. Anaxim. I. 79.</note> che «Primus... gnomonem invenit, ipsumque Lacedaemone in solariis statuit, quo, ut ait Phavorinus in Omnimoda Historia, conversiones solis et aequinoctia notaret». Il Salmasio nelle Esercitazioni Pliniane, lo Scaligero delle Note a Manilio, il Casaubono,<note place="foot">Ad Athenaeum, I. 1.</note> il Menagio<note place="foot">Ad Laert. II. 1.</note> e M. de la Canaye nella Storia dell'Accademia dell'Iscrizioni esaminano in che potesse consister il gnomone di Anassimandro.<note place="foot">Lande, I. 140.</note> Anassimandro, al riferire di Plutarco, credè il sole<note place="foot">De plac. Philosophor. II. 20.</note> e la luna<note place="foot">Ivi 25.</note> essere due ruote che spirino fuoco da un foro e avvenire le loro ecclissi al chiudersi di cotesto foro.<note place="foot">Plutarch., De plac. phil. 24. e 29.</note> Ma che tale non fosse la opinione di Anassimandro intorno alla luna, si prova e dall'autorità del Laerzio, che narra, opinione di Anassimandro essere stata che la luna non splenda per propria luce, ma per quella del sole, e della testimonianza dello stesso Plutarco, il quale asserisce,<note place="foot">Ivi 28.</note> che di tal parere furono Talete e <foreign lang="grc">οἱ ἀπ' αὐτοῦ</foreign>, <emph>coloro che lo seguirono</emph>, nel numero dei quali fu Anassimandro, che Talete ebbe per maestro, al riferire di Strabone, che lo chiama <foreign lang="grc">ὁ Θαλοῦ μαθητής</foreign>,<note place="foot">Menag. 71. col. I.</note> e di Eusebio,<note place="foot">Praep. Evang. lib. X. c. ult.; Menag. 70.</note> che di lui dice: <foreign lang="grc">Θαλοῦ δὲ γίνεται ἀκουστής</foreign>, e del Laerzio, che dice di Talete:<note place="foot">Prooem. p. 10.</note>
                  <foreign lang="grc">Θαλῆς Ἴων ὤν (Μιλήσιος γάρ) καθηγήσατο Ἀναξιμάνδρου</foreign>: Temistio similmente:<note place="foot">Orat. 26.; Fab. B. gr. I. 238.</note>
                  <foreign lang="grc">τοᾣᾣύτου (Θαλοῦ)</foreign>, dice, <foreign lang="grc">γενόμενος ζηλωτὴς Ἀναξίμανδρος</foreign>, e Agatemero:<note place="foot">Compend. Geograph. exposit. lib. I.; Fab. B. gr. III. 38.</note>
                  <foreign lang="grc">Ἀναξίμανδρος ὁ Μιλήσιος ἀκουστὴς Θάλεω</foreign>. Anassimandro, se crediamo a Suida,<note place="foot">Fab. B. gr. IX. 658.</note> scrisse sulle stelle fisse e sulla sfera.</p>
               <p>Discepolo di Anassimandro fu Anassimene di Mileto, il quale, al dir di Plinio:<note place="foot">Hist. Nat. II. 78.</note> «Umbrarum hanc rationem, et quam vocant gnomonicen invenit... primusque horologium, quod appellant Sciothericon Lacedaemone ostendit». La conformità di questo testo con quello di Diogene Laerzio, che ho citato parlando di Anassimandro, ha dato all'Aldobrandini<note place="foot">Not. in Diog. Laert. lib. II. in. vit. Anaximandri, I. 79.</note> luogo a dubitare, che o presso Plinio debba leggersi Anassimandro in luogo di Anassimene, o presso il Laerzio Anassimene in luogo di Anassimandro.</p>
               <p>Anassagora maestro di Pericle e nativo di Clazomene, città della Ionia chiamata poi dai turchi Kelisman,<note place="foot">Fab. B. gr. I. 813. note.</note> avea delle stravaganti idee intorno agli astri. Dicesi, che essendo dal cielo caduta una pietra, egli insegnò, che tutto il cielo era composto di pietre, che si tenean sospese per il veloce lor giro, tolto il quale precipiterebbono necessariamente. Cadde questa pietra essendo Dimilo Arconte, <foreign lang="grc">ἐπὶ ἄρχοντος Διμᾣᾣύλου</foreign>così leggesi nel Laerzio.<note place="foot">In vit. Anaxag.</note> Ma corrotta è tal lezione, giusta lo Scaligero, il quale pensa che nel testo di Diogene manchi il nome dell'Arconte, e dopo la parola <foreign lang="grc">ἐπὶ ἄρχοντος</foreign> debba porsi <foreign lang="grc">Λυσανίου</foreign>, e leggersi <foreign lang="grc">δίμυλον</foreign>, in luogo di <foreign lang="grc">Διμᾣᾣύλον</foreign>, unendo siffattamente tutto il passo <foreign lang="grc">ἐπὶ ἄρχοντος Λυσανίου δίμυλον λίθον</foreign> etc., <foreign lang="lat">sub Archonte Lysanio lapidem duarum molarum</foreign> etc. Vuole il Selden che si legga in Laerzio non <foreign lang="grc">Λυσανίου</foreign>, ma <foreign lang="grc">Θεαγενίδου</foreign>, appoggiato a queste parole, che leggonsi sui marmi Arundelliani:<note place="foot">Menag. 78. col. 1.</note>
                  <foreign lang="grc">Ἀφ' οὗ ἐν Αἰγὸς ποταμοῖς ὁ λίθος ἔπεσε, καὶ Σιμωνίδης ὁ ποιητὴς</foreign> etc. <foreign lang="grc">ἄρχοντος Ἀθήνῃσι Θεαγενίδου</foreign>. Tale fu pure la opinione del Grentemesnilio. Fu Teagenide Arconte nel primo anno della 78a Olimpiade; così Diodoro:<note place="foot">Lib. XI.; Menag. ivi.</note>
                  <foreign lang="grc">μετὰ δὲ ταῦτα Ἀθήνῃσι μὲν ἦν ἄρχων Θεαγενίδης· Ὀλυμπιὰς δ' ἤχθη ἑβδομηκοστὴ καὶ ὀγδόη, καθ' ἣν ἐνίκα στάδιον Παρμενίδης</foreign> Dionigi d'Alicarnasso:<note place="foot">Lib. IX.; Menag. ivi.</note>
                  <foreign lang="grc">κατὰ τὴν ἑβδομηκοστὴν καὶ ὀγδόην ὀλυμπιάδα, καθ' ἥν ἐνίκα στάδιον Παρμενίδης Ποσειδωνιάτης Ἀθηνῃσι δὲ τὴν ἐνιαᾣᾣύσιον ἀρχὴν ἔχοντος Θεαγενίδου</foreign>. E la Descrizione delle Olimpiadi:<note place="foot">Menag. ivi. Di questa descrizione è autore, o piuttosto collettore, Scaligero; Fab. B. gr. VI. 36.</note>
                  <foreign lang="grc">Ὀλυμπιὰς ἄρχων</foreign>. Plinio dice, esser caduta tal pietra nell'anno secondo della 78a Olimpiade, onde forse dovrà leggersi nel suo testo: «anno primo», in luogo di «anno secundo». Secondo Eusebio<note place="foot">In Chron.</note> cadde essa nell'anno quarto. Era in quel tempo Arconte Lisiteo, come sappiamo da Diodoro, onde altri potrebbe leggere nel Laerzio <foreign lang="grc">ἐπὶ ἄρχοντος Λυσιθέου</foreign>Checchè ne sia, dicesi ancora che egli predisse la caduta di quella pietra, sulla quale Plinio:<note place="foot">Hist. Nat. II. 59.</note> «Celebrant Graeci Anaxagoram Clazomenium Olympiadis septuagesimae octavae secundo anno praedixisse coelestium litterarum scientia, quibus diebus saxum casurum esset e sole. Idque factum interdiu in Thraciae parte ad Aegos flumen. Qui lapis etiam nunc ostenditur, magnitudine vectis, colore adusto, comete quoque illis noctibus flagrante. Quod si quis praedictum credat, simul fateatur necesse est, maioris miraculi divinitatem Anaxagorae fuisse; solvique rerum naturae intellectum, et confundi omnia, si aut ipse sol lapis esse, aut unquam lapidem in eo fuisse credatur: decidere tamen crebro, non erit dubium. In Abydi gymnasio ex ea causa colitur hodieque, modicus quidem, sed quem in medio terrarum casurum idem Anaxagoras praedixisse narratur. Colitur et Cassandriae, quae Potidaea vocitata est, ob id deducta. Ego ipse vidi Vocontiorum agro paulo ante delatum». Di somigliante caduta fecer menzione Diogene Laerzio,<note place="foot">In Vit. Anaxag. I. 85.</note> Tzetze,<note place="foot">Chil. VI.</note> Eusebio,<note place="foot">Chron. an. 4.</note> Plutarco,<note place="foot">In vit. Lysandri, 12.</note> Michele Glica,<note place="foot">Ann. par. I.; Stor. Biz. IX. 16.</note> Damaco.<note place="foot">Ap. Plutarch. l. c.; Stor. Univ. VIII. 47. note; Calmet. Dissert. lat. I. 117.</note> Filostrato ed Ammiano Marcellino<note place="foot">XXII. 15.</note> riferiscono, che Anassagora avea predetto, dover cadere più pietre dal cielo.<note place="foot">Menag. obser. ad Laert. II. 10; Meurs. I. 802; Vales. ad Amm. Marcell. XXII. 16. 268. nota (5); Aristot. Meterol. II. 7.</note> La realtà di somiglianti fenomeni, vale a dire della caduta dei bolidi, ossiano pietre atmosferiche, è ora dimostrata per siffatta guisa, che non può porsi più in dubbio. La pioggia, che, giusta il racconto del sacro testo, cadde sopra i Cananei al tempo di Giosuè,<note place="foot">Ios. X. II.</note> fu creduta di pietre reali dal Grozio, e non di grandine, come opinò il Clerc. Sono ben note le piogge di pietre delle quali sì frequentemente è fatta menzione da Tito Livio.<note place="foot">Lib. I. 31., XXI. 62., XXII. I., XXVI. 23., XXVII. 37., XXIX. 14., XXX. 38.</note> Riferisce Marcellino Conte d'Illirico,<note place="foot">Latin. Script. Chron. to. II.</note> che nel 452 caddero dal cielo tre grosse pietre sulla Tracia. Nella Cronica latina per l'anno 951<note place="foot">V. Ann. di Scien. XI. i. 2. to. IV. p. 133.</note> dice Conrado abate di Ursperga, parlando di Ottone il grande: «Foederisque spontanei diem locumque urbem Augustam designat. Ubi cum conventus fieret, Berengarius, manus filii sui Adelberti manibus suis implicans, coram omni exercitu famulatui regis cum filio se subiugavit, et ita dimissus cum gratia et pace in Italiam remeavit. Ibi mirae magnitudinis lapis tonitru ac tempestate iactus de coelo ingens miraculum multis praebuit». Ermano il Contratto, autore più antico, si esprime nel modo seguente:<note place="foot">Ivi p. 134.</note> «Berengarius Ottoni Regi ad deditionem venit, eique subiectionem promittit. Inter alia prodigia ignitus lapis, quasi massa candentis ferri, ab occidente per aera venit et Draco visus est ambulans». Più antico ancora, anzi contemporaneo dell'avvenimento è Witichindo Corbeiense, il quale fa ancor egli menzione del fatto, dicendo nei suoi Annali:<note place="foot">Ivi.</note> «Interea rex regem alloquitur in gratiamque regis ac reginae susceptus deditionis sponsionem dat, foederis spontanei diem apud urbem Augustam designans. Ubi cum conventus fieret, Berengarius, manus filii sui Adelberti suis manibus implicans, licet olim Hugonem fugiens regi subderetur, tunc tamen renovata fide coram omni exercitu famulatui regis se cum filio subiugavit. Et ita dimissus in Italiam remeavit cum gratia et pace. Ibi mirae magnitudinis lapis, grandinis tonitru ac tempestate turbulenta de coelo iactus, ingens miraculum multis visentibus praebuit». Parole, che sono state, quasi ad una ad una riportate da Conrado di Ursperga. Sembra che tutte queste testimonianze rendano la verità del fatto incontrastabile. Oltre di che il Sig. Ohladni ha dato alla luce uno scritto sopra questa materia, dove parla eruditamente di tutte le pietre, o masse di ferro, delle quali si trova fatta menzione presso gli storici, e fa ascendere a 90 il numero di cosiffatti fenomeni. Questo erudito catalogo merita di esser consultato, sebbene non vi si faccia parola di quella pietra caduta al tempo di Ottone, di cui ho parlato qui sopra. Si narra che nel 1492 ai 7 di novembre cadde insieme con grandine una gran pietra, che attesta il Calmet<note place="foot">Dissert. lat. I. 117.</note> di aver egli stesso veduta in una chiesa parrocchiale dell'Alsazia. Era essa di colore simile al nero, quasi fosse stata abbronzata dal fuoco, ed aveva una superficie inuguale e scabrosa. Dicesi che il suo peso era di circa 300 libbre.<note place="foot">V. Ansel. de Boot, Hist. lapid. et gemm.</note> Raccontasi che nel 1510 cadde una pioggia di 1200 pietre, che aveano un odore come di zolfo, ed erano di un'estrema durezza: il peso di una di esse giungeva a 60 libre, e quello di un'altra delle medesime a 130.<note place="foot">Cardan. De variet. rer. lib. XIV. cap. 71.</note> Riferisce il Gassendi che ai 29 di novembre del 1637 si udirono due colpi come di cannone, l'uno più terribile dell'altro e due uomini viddero una pietra sospesa nell'aria, intorno alla quale comparve un cerchio di più colori del diametro circa di 4 piedi. Volò fischiando questa pietra elevata sopra il suolo all'intorno di 5 pertiche, e giunse con forte strepito e fumo a cadere 300 passi circa distante dai detti uomini spettatori del fenomeno. Accorsi i vicini viddero uno spazio di circa 5 piedi di diametro marcato dalle nevi, che vi si scorgevan disciolte, nel quale aprivasi una fossa di un piede di larghezza, e di tre di profondità. Nel fondo di questa fossa fu ritrovata una pietra durissima, di grandezza non dissimil da quella di un capo umano, del peso di 54 libre e di color fosco, che si ebbe cura di conservare. Le pietre circostanti vedevansi ridotte a stato calcareo. Il nostro secolo decimonono è stato ancor egli testimonio di somigliante fenomeno, il quale da alcuni anni in poi è divenuto assai comune. Nell'anno 1810 il dì 25 di novembre (circostanza rimarcabile per essere in questo stesso mese accaduti i fenomeni mentovati del 1492 e 1637) fu sentito nella città di Orleans un forte strepito, simile a quello, che avrebbe prodotto un magazzino di polvere, il quale fosse scoppiato a qualche distanza. In seguito alle false conghietture, inseparabili da somiglianti avvenimenti, si sparse che nel detto giorno, un'ora e mezzo dopo il meriggio, erasi veduto nella comune di Charsonville un globo di fuoco, il quale era scoppiato spandendo una viva luce, e facendo uno spaventevole strepito, e che scoppiando la meteora eran cadute tre pietre di un volume considerabilissimo, accompagnate da fumo, e scagliate con tal violenza, che venendo a cadere un quarto di lega distanti l'una dall'altra, si sprofondarono notabilmente nella terra. Si pretese poi da un testimonio di veduta, il quale assicurò di aver sopra di ciò interrogati due o trecento individui, che la circostanza del globo di fuoco fosse supposta. Le pietre erano tuttora cocenti allorquando furono estratte dalla terra. Erano assai dure, nè poterono spezzarsi che con forti colpi di martello: vedeansi ricoperte di una crosta nera di ferro puro e fuso senza veruna mistura; come si conobbe sperimentandole con la lima. Il ferro v'era nell'interno in minor quantità che nella superficie, e vi stava amalgamato con una sostanza assai compatta di un color grigio azzurrognolo e chiaro. Quelle pietre percosse con gran violenza facean fuoco sotto il martello: irruginivano esposte all'umidità: erano suscettibilissime dell'attrazione magnetica; e poste al fuoco il più violento di una fucina, presentavano gli effetti medesimi, che presenta il ferro non lavorato. Questo singolare fenomeno, di cui sì chiari vestigi ritrovansi nell'antichità, darà molto che fare agli amatori della meteorologia, ed è veramente degno delle loro ricerche. Poniamo fine alla digressione, la quale non ha qui luogo, se non in vista del motivo, che diede uno di simili fenomeni ad Anassagora di credere tutto il cielo composto di pietre.</p>
               <p>Facendo ora ritorno a questo astronomo, dicesi che egli credea che la Luna avesse colli e valli,<note place="foot">Laert. in vit. Anaxag.</note> che la via lattea fosse il lume del Sole riflesso dai corpi celesti non illuminati e che le comete fossero una unione di stelle erranti. Stimò il sole un ferro infocato, <foreign lang="grc">μᾣᾣύδρον διάπυρον</foreign>, maggiore del Peloponneso. <foreign lang="grc">Μᾣᾣύδρον</foreign> dicono il Laerzio,<note place="foot">Ivi.</note> Taziano,<note place="foot">Orat. contra gentes.</note> e Giuseppe Ebreo,<note place="foot">Contra Apion. lib. II.</note> nel cui testo altri legge <foreign lang="grc">μῦλον</foreign>. Ma <foreign lang="grc">λίθον</foreign>, <emph>pietra</emph>, non ferro dicono Senofonte<note place="foot">Memorabil. IV.</note> e S. Cirillo Alessandrino.<note place="foot">Contra Iulian. VI.</note> Altri dice <foreign lang="grc">πέτρον ἢ μᾣᾣύδρον διάπυρον</foreign>, <emph>pietra o ferro infuocato</emph>,<note place="foot">Menag. 74. col. 1.</note> e Cedreno:<note place="foot">Hist. Comp., Stor. Biz. VII. 127. A.</note>
                  <foreign lang="grc">μᾣᾣύδρον διάπυρον, τουτέστι πᾣᾣύρινον λίθον</foreign>Fuvvi chi disse, essere stato Tantalo sostenitore della sentenza, che asserisce, essere il sole un ferro infuocato.<note place="foot">Laert. in vit. Anaxag.</note> Ecco le parole dello Scoliaste di Pindaro:<note place="foot">Ad. Od. I. Olymp., V. Menag. 77. col. 1.</note>
                  <foreign lang="grc">ἔνιοι δὲ ἀκοᾣᾣύουσι τὸν πέτρεον ἐπὶ τοῦ ἡλίου· τὸν γὰρ Τάνταλον, φυσιολόγον γενόμενον, καὶ μᾣᾣύδρον ἀποφήναντα τὸν ἥλιον, ἐπὶ τοᾣᾣύτῳ δίκας ὑποσχεῖν· ὥστε καὶ ἐπηωρεῖσθαι αὐτοῦ τὸν ἥλιον· ὑφ' οὗ δειματοῦσθαι καὶ καταπτήσσειν. περὶ δὲ τοῦ ἡλίου οἱ Φυσικοί φασιν, ὡς λίθος καλεῖται ὁ ἥλιος· καὶ Ἀναξαγόρου δὲ γενόμενον τὸν Εὐριπίδην</foreign>
                  <note place="foot">In Phaeton., Laert. 87.</note>
                  <foreign lang="grc"> παθητὴν πέτρον εἰρηκέναι τὸν ἥλιον, διὰ τῶν προκειμένων</foreign>. Diogene Laerzio,<note place="foot">In vit. Anaxag.</note> parlando di ciò, che si riferisce di Euripide, in luogo di <foreign lang="grc">πέτρον</foreign>
                  <emph>pietra</emph>, dice <foreign lang="grc">χρυσέαν βῶλον</foreign>
                  <emph>aurea zolla</emph>. Anassagora predisse la ecclissi del sole, di cui parla Tucidide, avvenuta nel primo anno della guerra del Peloponneso, 431 avanti Gesù Cristo.<note place="foot">Lande, Astron. I. 141.</note> Raccontasi, che narrando Anassagora ad Alessandro il grande, esservi fuori di questo altri mondi, proruppe egli in sospiri per non averne ancora conquistato uno solo. Così il Meursio.<note place="foot">V. 144.</note> Ma come potè Anassagora, vissuto nel secolo quinto avanti Gesù Cristo, trattare con Alessandro, vissuto nel quarto? Certo l'eruditissimo Meursio ha preso abbaglio. Colui, che mosse Alessandro a attristarsi, fu Anassarco, e ciò provasi dall'autorità di Simplicio,<note place="foot">In II. de coelo Comment. 30; Fab. B. gr. I. 133.</note> di Plutarco,<note place="foot">De tranquill., Menag. 426. col. 1.</note> di Valerio Massimo,<note place="foot">VIII. 14.</note> di Ammiano Marcellino<note place="foot">XV. 1.</note> e del Fabricio.<note place="foot">B. gr. I. 133.</note> Eliano<note place="foot">Var Hist. IV. 29.; Menag. 412. col. 1.</note> narra il fatto dicendo, avere udito Alessandro come Democrito ammettea nei suoi scritti la pluralità dei mondi; ecco le sue parole: <foreign lang="grc">Οὐ γὰρ δὴ δᾣᾣύναμαι πείθειν ἐμαυτὸν μὴ γεγᾶν ἐπ' Ἀλεξάνδρῳ τῷ Φιλίππου, εἴ γε ἀπείρους ἀκοᾣᾣύων εἶναι τινας κόσμους λέγοντος Δημοκρίτου ἐν τοῖς συγγράμμασιν, ὃ δὲ ἠνιᾶτο μηδὲ τοῦ ἑνὸς καὶ κοινοῦ κρατῶν. Πόσον δὲ ἐπ' αὐτῷ Δημόκριτος ἐγέλασεν ἂν αὐτός, τί δεῖ καὶ λέγειν ᾦ ἔργον τοῦτο ἦν</foreign>. Riferisce eziandio il fatto Michele Glica,<note place="foot">Annal. pars. II.; Stor. Biz. IX. 110.</note> ma senza accennare il nome di verun filosofo: <foreign lang="grc">Λέγεται δὲ ὅτι καὶ φιλοσόφου τινὸς ἤκουσεν εἰπόντος, ἀπείρους εἶναι κόσμους, καὶ μέγα στενάξας ἔφη· ἀπείρων ὄντων μηδενὸς ἐγὼ κεκράτηκα</foreign>. Presso Giovanni di Salisbury<note place="foot">Policratici, VIII., 5.</note> male è detto Anacarsi, in luogo di Anassarco.<note place="foot">Fab. B. gr. I. 133. nota (y).</note> Riferisce Sozione<note place="foot">In Success. philosoph. ap. Laert. in Vit. Anaxag.</note> che Anassagora fu accusato da Cleone di empietà per aver detto che il sole è un ferro<note place="foot">Così nel greco.</note> infuocato, e fu condannato a pagare cinque talenti, essendo stato difeso da Pericle, il quale fu suo discepolo, secondo narrano Cicerone,<note place="foot">In Brut. e de Orat. lib. III.</note> Quintiliano,<note place="foot">Lib. XII.</note> Plutarco,<note place="foot">In vit. Pericl.</note> Demostene,<note place="foot">In orat. amator.</note> Eusebio<note place="foot">Praep. Evang. X. 14.</note> e Suida.<note place="foot">Voce <foreign lang="grc">Περικλῆς</foreign> Menag. 78. col. 2.</note> Satiro<note place="foot">Ap. Laert. in Vit. Anaxag.</note> afferma che Anassagora fu accusato da Tucidide non solo di empietà, ma eziandio di tradimento, e che assente fu condannato a morte. Sopra l'accuse di Anassagora avvi questo epigramma del Laerzio:<note place="foot">P. 88.</note>
                  <quote lang="grc" rend="block">
                     <l>Ἠέλιον πυρόεντα μᾣᾣύδρον ποτ' ἔφασκεν ὑπάρχειν,</l>
                     <l>Καὶ διὰ τοῦτο θανεῖν μέλλεν Ἀναξαγόρας</l>
                     <l>Ἀλλ' ὁ φίλος Περικλῆς μὲν ἐρᾣᾣύσατο· τοῦτον ὁ δ' αὐτὸν</l>
                     <l>Ἐξάγαγεν βιότου μαλθακίῃ σοφίης</l>
                  </quote>
               </p>
               <p>Portatosi in Lampsaco ed ivi essendo morto, se gli fece dai Lampsaceni questo epitaffio:<note place="foot">Ivi.</note>
                  <quote lang="grc" rend="block">
                     <l>Ἐνθάδε, πλεῖστον ἀληθείης ἐπὶ τέρμα περήσας</l>
                     <l>Οὐρανίου κοσμου, κεῖται Ἀναξαγόρας</l>
                  </quote>
               </p>
               <p>Isacco Casaubono<note place="foot">Ad Laert. ivi.</note> legge <foreign lang="grc">Ἐνθάδ' ὁ πλεῖστον</foreign> in luogo di <foreign lang="grc">ἐνθάδε πλεῖστον</foreign>. Suida dice che Anassagora fu chiamato <foreign lang="grc">νοῦς</foreign>, cioè <emph>mente</emph>,<note place="foot">Fab. B. gr. IX. 658.</note> Eugubino, Eusebio e Socrate presso Platone<note place="foot">In Phaed.</note> parlarono di Anassagora.<note place="foot">Fab. B. gr. I. 813.</note>
               </p>
               <p>Gareggiò con questo filosofo nel vanto di sostenere le più ridicole opinioni Senofane, filosofo Greco nativo di Colofone, il quale visse verso il 540 avanti Gesù Cristo, commemorato da Sesto Empirico, da Eusebio, dal Laerzio, da Luciano, da Censorino e dal Fabricio nella Biblioteca Greca.<note place="foot">I. 796.</note> Egli insegnò, che le stelle si estinguono nella mattina per poi riaccendersi nella sera; che il sole non è che una nube infiammata; che le ecclissi accadono allorchè si spegne il sole, il quale poco dopo si riaccende; che vi sono più lune e più soli per illuminare i diversi climi della terra;<note place="foot">Stob. Ecl. phys.; Gassendi. I. 587.</note> che nella luna i giorni son quindici volte più lunghi dei nostri; che questo corpo ha i suoi abitatori,<note place="foot">Cic. Acad. quaest. IV.</note> e che questi sono quindici volte maggiori di noi.</p>
               <p>La questione della pluralità de' mondi può dirsi la più famosa e la più insolubile di tutte le questioni, sebbene il pazzo Davide Fabricio avvisasse di averla di già sciolta dicendo, siccome riferisce il Vitali, di aver co' propri occhi veduti gli abitatori della luna. Certo se fortunato fu il Fabricio, non lo fu meno Luciano Samosatense,<note place="foot">Ver. Hist.</note> che dopo sette giorni di aerea navigazione, giunse nell'ottavo a scoprire una terra a guisa d'isola rotonda e lucente, che riconobbe esser la luna, ed approdato felicemente al porto di questo nuovo paese, ne udì da Endimione le novelle, e ce ne descrisse poi gli abitanti, narrandoci la guerra, che da essi fu sostenuta contra quelli del sole; la strage, per cui vennero a tingersi di sangue le nubi, e ad esser bagnata la nostra stessa terra; la sua disavventura nell'esser trasportato prigioniero nel sole, ed il suo ritorno alla luna, e ci diè mille altre gioconde novelle di quelle incognite terre. Simil ventura narrarono Antonio Diogene<note place="foot">In Incredibil. de Thule ins. ap. Phot. Cod. 166.</note> e Cirano de Bergerac.<note place="foot">Fab. B. gr. I. 133.</note> Lasciando questi scherzi, non v'ha dubbio, che la pluralità de' mondi ha avuto ed ha tuttavia un numero sterminato di fautori. Petrone d'Imera non solo ammise la moltiplicità de' mondi, ma osò ancora determinarne il numero, che fece ascendere a 183.<note place="foot">Plutarch. De Oraculor. defect. 22.</note> Al pari degli Egizi egli assomigliò l'universo a un triangolo.<note place="foot">Idem, De Isid. et Osir.</note> Le sue cuspidi sono occupate da tre mondi, i suoi lati da sessanta per ciascuno. La verità è nel centro del triangolo: ivi, sepolte in una quiete profonda, abitano le somiglianze e gli esemplari delle cose, che furono e che saranno. Intorno a quelle pure essenze si aggira l'eternità, esce dal suo seno il tempo, che scorrendo a guisa di ruscello perenne, si disperde in quella moltitudine di mondi.<note place="foot">Idem, De Oraculor. defect. 22.</note> Metrodoro, al riferir di Plutarco,<note place="foot">De plac. Philos. I. 5.</note> diceva, esser tanto assurdo il porre nell'infinito un sol mondo, quanto il supporre una sola spiga in una vasta campagna. Credesi che Orfeo fosse il primo ad estimar gli astri abitati siccome la nostra terra. Che tal dottrina si leggesse nelle Orfiche, cioè in quegli antichi versi greci attribuiti ad Orfeo, lo attestano Plutarco,<note place="foot">Ivi. lib. II. 13.; Lande, 438.</note> e dietro lui Eusebio,<note place="foot">Praep. Evang. XV. 30.</note> Galeno,<note place="foot">Hist. Philos. cap. 50.</note> e Stobeo,<note place="foot">Eclog. phys.</note> presso il quale dicesi, avere Eraclide ed i Pitagorici (Ocello, a cagion d'esempio, Filolao, Niceta o Iceta di Siracusa, Oecete, Empedocle ed altri) tratta cotesta dottrina dalle Orfiche. Proclo<note place="foot">In Timae. lib. IV.</note> ci ha conservati alcuni versi orfici, nei quali s'insegna esser la luna abitata.<note place="foot">Ivi. Fab. B. gr. I. 131.</note>
                  <quote lang="grc" rend="block">
                     <l>Μὴσατο δ' ἄλλην γαῖαν ἀπείρατον ἤντε σελήνην</l>
                     <l>Ἀθάνατοι κλήζουσιν, ἐπιχθόνιοι δέ τε μήνην</l>
                     <l>Ἣ πόλλ' οὔρεα ἔχει, π/ολλ' ἄστεα, πολλὰ μέλαθρα</l>
                  </quote>
               </p>
               <p>Proclo stesso <foreign lang="grc">ἔστι</foreign>, dice,<note place="foot">Fab. B. gr. l. c.</note>
                  <foreign lang="grc">γὰρ καὶ ἐν γῇ οὐρανὸς καὶ ἐν οὐρανῷ γῆ καὶ ἐνταῦθα μὲν ὁ οὐρανὸς χθονίως, ἐκεῖ δὲ οὐρανίως ἡ γῆ. Καὶ γὰρ οὐρανίαν γῆν καὶ τὴν σελὴνην Ὀρφεὺς προσηγόρευσεν</foreign>.<note place="foot">V. Plutarch. De Oraculor. defect. e De fac. in orb. lun.</note> Piacque il dogma della pluralità dei mondi a non pochi degli antichi quali sono Pitagora,<note place="foot">Chalcid. in Timae., Gassendi, I. 459.</note> Anassimandro,<note place="foot">Cic. De Nat. Deor. I. 10.; Stob. Ecl. phys.; Tertull. De pall. cap. 2.; Theodoret. De Evang. verit. etc. lib. IV.; Simplic. Comm. in lib. III. de coelo.</note> Anassimene,<note place="foot">Theodoret. l. c.</note> Aristarco,<note place="foot">Ivi; Vives ad Aug. De civ. Dei, VII. 9.</note> Archelao, Leucippo,<note place="foot">Menag. ad Laert. X. 45.; Theodoret. l. c.</note> Epicuro,<note place="foot">Cic. De Nat. Deor. I. 26.; Plutarch. De plac. phil. II. 1., e advers. Colot., e lib. de Oraculor. defect.; Laert. IX 45. 74. 89.; Euseb. Praep. Evang. XIV.; Hieron. contra Rufin.; Hermias Irris. gentil. philos.; Lindborg. ad Amm. Marcell. XV. 1.; Gassendi, Phil. Epic. Syntag. sect. 2. c. 8; Theodoreto l. c.</note> ed il suo seguace Lucrezio,<note place="foot">II. 1083. Lande, 438.</note> Diogene Apolloniate,<note place="foot">Euseb. Praep. Evang. I. 8.; Laert. in vit. Apolloniat.</note> Zenone Eleate,<note place="foot">Laert. IX. 29.; Hesych. Miles.; Menag. ad Laert. X. 45.</note> Seleuco, Platone,<note place="foot">Macrob. in Somn. Scip.; Plutarch. De oraculor. defect.; e quaest. Platon.; Lindborg. l. c.</note> e non pochi dei Platonici, come Alcinoo,<note place="foot">Coel. Rhodig. I. 4.</note> Plotino<note place="foot">Ivi.</note> e Plutarco.<note place="foot">De oraculor. defect.; Nicolai, II. 110.</note> Viene ancora attribuita a Talete la opinione della pluralità de' mondi, benchè Stobeo<note place="foot">Ecl. phys.</note> lo faccia seguace della contraria sentenza. Eraclito altresì, sulla testimonianza di Plutarco<note place="foot">De plac. phil. II. 13.</note> viene annoverato tra i fautori della pluralità de' mondi, ma sembra in realtà che abbia a leggersi <foreign lang="grc">Ἡρακλείδης</foreign>, cioè <emph>Eraclide</emph>, in luogo di Eraclito, conghiettura, che è appoggiata sopra Stobeo. Della pluralità de' mondi parlò pure Macrobio nei commentari al Sogno di Scipione.<note place="foot">I. 11.</note> «Denique, dice egli, illam (lunam) aetheream terram physici vocaverunt, et habitatores eius lunares populos nuncupaverunt. Quod ita esse plurimis argumentis, quae nunc longum est enumerare, docuerunt». Erodoro Eracleota presso Ateneo<note place="foot">Deipnos. II. 57.</note> favoleggiò, esser le femmine lunari ovipare, dicendo, essere i feti, che dalle uova vengono alla luce, di statura 15 volte maggiori di noi. E Neocle Crotoniate<note place="foot">Ivi.</note> narra, essere una di tali uova caduta dalla luna.</p>
               <p>Non è certamente a paragonarsi al numero degli antichi, quello dei moderni filosofi partigiani della moltiplicità dei mondi. Oltre un Ticone, un Keplero, un Descartes ed un Newton, che essa conta tra i suoi seguaci, numera ancora con questi Niccolò di Cusa,<note place="foot">De doct. ignorant. II. 11.</note> Giordano Bruno, Tommaso Campanella, Guglielmo Gilbert, Ottone Guerrick, Antonio Maria di Rhetia,<note place="foot">Ocul. Enoch. atq. Eli. IV. 1.</note> Domenico Gonsalez, Cristiano Hughens,<note place="foot">In Cosmotheor.</note> Francesco Godusin, Wilkins, Roberto Burton, Niccola Hill, Giacomo Howell, Potter, Roberto Fuld, Tommaso Burnet, Pietro Bayle, Giovanni Locke, Giorgio Cheyne,<note place="foot">Princ. filsof. di Relig. natur.</note> Neemia Grew, Giovanni le Clerc, Giorgio Cristoforo Eimmart,<note place="foot">Ichonograph. nova Contemplation. de Sole.</note> Riccardo Bentley, Whiston, Nicholson, Fontenelle,<note place="foot">Entretiens sur la pluralité des mond.</note> Martin, Saverien, Dutens, De la Lande,<note place="foot">Abrégé etc. liv. XX.</note> Derham<note place="foot">Theol. astron. Discours prelim.</note> e Genovesi. A questi si aggiungono l'autore del Dizionario filosofico,<note place="foot">Nonnotte, to. I. 125.</note> quello di un libro sullo stato de' beati dopo questa vita, la felicità dei quali pensa dover essere accresciuta dalla contemplazione di tanti mondi; lo scrittore di un libro sul mondo di Mercurio,<note place="foot">Rélation du monde de Mercure.</note> il quale piacevolmente descrive le ideali qualità degli abitatori di quel pianeta protestando però che egli solamente crede i pianeti poter essere abitati; e l'autore di un'opera intitolata il Mondo della Luna, divisa in due libri, nel primo de' quali si cerca di provare che la luna può essere un mondo, e nel secondo, che la terra può essere un pianeta. Un elegante poemetto di 86 stanze sopra gli abitatori della luna scrisse il celebre poeta ab. Saverio Bettinelli,<note place="foot">Il Mondo della Luna, Canti 2.</note> Cristiano Wolfio<note place="foot">Elem. Astronom. Par. II. Cap. 2. Theorem. 7. schol. num. 527.; Nicolai, II. 108.</note> non solo ammise gli abitatori de' corpi celesti, ma avanzossi a misurare quelli di Giove, che egli suppose di statura uguali ad Og re di Basan, il di cui letto, giusta il racconto di Mosè,<note place="foot">Deuteronom. III. 11.</note> avea nove cubiti di lunghezza e quattro di larghezza. M. Lambert nella sua opera sul sistema del mondo, pubblicata in Buglione 1770 ha riputate le comete abitate.<note place="foot">Encicl. Mat. par. I. 424.</note> Ancora tra le men colte nazioni trovò seguaci il dogma della pluralità de' mondi. Che i giudei non fossero alieni da tal sentenza, vedesi nel Wagenseil e nel Buxtorfio. Maometto nell'Alcorano invoca il Dio dei mondi. Che i Bracmani eziandio fossero favorevoli a questa opinione, leggesi nelle memorie di Trévoux pubblicate nel 1701.</p>
               <p>Non è però che la pluralità dei mondi non abbia avuti avversari, e non sia stata col maggior calore impugnata. Lattanzio Firmiano<note place="foot">Div. Inst. lib. III. cap. 23.</note> scherza piacevolmente sopra questo sistema. «Xenophanes dixit intra cavum lunae sinum, dic'egli, esse aliam terram, et ibi aliud genus hominum simili modo vivere, quo nos in hac terra vivimus. Habent igitur illi lunatici homines alteram lunam, quae illis nocturnum lumen exhibeat, sicut haec exhibet nobis. Et fortasse noster hic orbis alterius inferioris terrae luna sit. Fuisse Seneca inter Stoicos ait, qui deliberaret, utrum ne soli quoque suos populos daret; inepte scilicet quod dubitaverit. Quid enim perderet, si dedisset? Sed, credo, calor deterrebat, ne tantam multitudinem periculo committeret; ne si aestu nimio periissent, ipsius culpa evenisse tanta calamitas diceretur». Sembra che Luciano stesso,<note place="foot">Dial. Icaromenip. 20.</note> antecedentemente mentovato, si rida di una tale opinione, allorchè introduce Menippo a narrare di essere stato con voce donnesca chiamato dalla luna, e di averne uditi de' lamenti sulla curiosità degli uomini intorno alle cose che ad essa appartenevano, tra le quali annovera l'essere abitata. <foreign lang="grc">Οὔπω στάδιον ἀνεληλᾣᾣύθειν καὶ ἡ Σελήνη γυναικείαν φωνὴν προιεμένη, Μένιππε, φησίν, οὔτως ὄναιο, διακόνησαί μοί τι πρὸς τὸν Δία. Λέγοις ἄν, ἦν δὲ ἐγώ · βαρὺ γὰρ οὐδεν, ἢν μή τι φέρειν δέν. Πρεσβείαν, ἔφη, τινὰ οὐ χαλεπὴν καὶ δέησιν ἀπενέγκαι παρ' ἐμοῦ τῷ Διί· ἀπείρηκα γὰρ ἤδη , Μένιππε, πολλὰ χαὶ δεινὰ παρὰ τῶν φιλοσόφων ἀκοᾣᾣύουσα, οἷς οὐδὲν ἕτερόν ἐστιν ἔργον ἢ τἀμὰ πολυπραγμονεῖν, τίς εἰμι καὶ πηλίκη ἢ καὶ δι' ἥντινα αἰτίαν διχότομος ἢ ἀμφίκυρτος γίγνομαι. Καὶ οἱ μὲν κατοικεῖσθαί μέ φασιν, οἱ δὲ καθόπτρου δίκην ἐπικρέμασθαι τῇ θαλάττῃ, οἱ δὲ ὅ τι ἂν ἕκαστος ἐπινοὴσῃ τοῦτό μοι προσάπτουσι</foreign>. Cirano de Bergerac<note place="foot">Not. letter.</note> volle porre in ridicolo il sistema della moltiplicità dei mondi, e l'autore del viaggio di Descartes finì di contestare la debolezza dei fondamenti, sui quali esso era stabilito. Un canonico di Cremona, per nome Cadonici, si diè a confutar cattolicamente questa opinione, contro la quale ragionò pure un anonimo scrittore in occasione di confutare su tal soggetto il parere dell'autore della Frusta letteraria. Paulian e Leibnitz<note place="foot">Ivi.</note> sono ancora essi a porsi nel numero degli avversari della pluralità dei mondi: il primo colla sodezza delle ragioni, il secondo colla vivacità dei motteggi cercò di atterrare questo sistema. Scherzò pure su tale argomento l'autore del Romanzo intitolato Micromegas, nome derivato dai greci vocaboli <foreign lang="grc">μικρός</foreign>
                  <emph>piccolo</emph>, e <foreign lang="grc">μέγας</foreign>
                  <emph>grande</emph>, perchè esso fondasi sul principio, che non v'è nè grandezza nè picciolezza assoluta. Ivi viene introdotto un abitatore di Sirio, e gli vengono date otto leghe di prodigiosa statura. Lo scherzo non sarebbe spiacevole, ma non può perdonarsi all'autore di aver manomessa, oltre a ogni limite, la decente modestia e l'autorità rispettabile dei sovrani, e di avere sparso il suo libro dell'empie massime del materialismo, Spinosismo e Pirronismo.</p>
               <p>Nelle Memorie dell'Accademia delle Inscrizioni ve n'ha una di M. Bonamy, che ha per titolo «Les sentimens des anciens Philosophes sur la pluralité des mondes».<note place="foot">Lande, Astr. I. 126.</note> Nel 1790 uscì in Parigi alla luce un'opera del Sig. Girard intitolata «Des philosophes, qui ont cru à la pluralité des mondes, et de ceux, qui n'ont point adoptée cette opinion». Dopo avere schierata innanzi agli occhi del leggitore la turba di questi filosofi, riferisce egli in una istruttiva appendice le ragioni, che dall'una parte e dall'altra possono arrecarsi lasciando a' suoi lettori l'arbitrio di giudicare della forza di tali argomenti. Prima di avanzarsi a far pompa del loro raziocinio, si fermano i fautori della moltiplicità dei mondi a considerare l'idea magnifica, che il riflesso di tanti corpi abitati suscita nella nostra mente, della divina onnipotenza. «Nous voyons, dice il Sig. de la Lande,<note place="foot">Astr. liv. XX. pag. 1268.</note> à la vûe simple, plusieurs milliers d'étoiles, il n'y a aucune région du ciel où une lunette ordinaire, n'en fasse voir presque autant que l'oeil en distingue dans tout un hémisphère; quand nous passons à de grands télescopes, nous découvrons un nouvel ordre, et une autre moltitude d'étoiles qu'on ne supçonnoit pas avec les lunettes; et plus les instrumens sont parfaits, plus cette infinité de nouveaux mondes se multiplie et s'étend: l'imagination perce au de là du télescope, elle y voit une nouvelle multitude de mondes, infiniment plus grande que celle dont nos foibles yeux apercevoient la trace: ce n'est pas assez pour l'imagination, elle va plus loin, elle cherche des bornes; quel spectacle!». Quanto è grande Iddio! esclama un vivace pensatore,<note place="foot">Young. notte 21. I cieli, Pluralità dei mondi.</note> quanto è possente colui, che tra gli oscuri globi spande i volumi sfolgoranti di luce; che avendo formato il sistema splendidissimo della natura, ha sospeso l'universo, quasi ricco diamante, alla base del suo trono. Già sospira la mia anima di separarsi da questa creta, che la circonda: libera dalla salma corporea, s'alza di sfera in sfera, e vola in seno agli immensi spazi sovrapposti alla mia abitazione. Questa già non è più che un punto agli occhi miei, essa già dileguossi ed io mi sento con la maggior celerità trasportato in altre regioni. L'astro della notte è sotto i miei piedi, il velo azzurrino dei cieli si squarcia, ed i recessi più lontani dello spazio mi si aprono d'innanzi. Di tratto in tratto mi veggo vicini quei corpi, per i quali sudano gli uomini muniti di quelle armi, che ai loro occhi appresta la scienza. Lascio sotto di me il vostro anello di Saturno, e seguo coraggioso il volo ardito di una cometa. Con essa mi reco in mezzo a que' fulgidissimi soli, che non han d'uopo di altrui luce per splendere e per illuminare spazi infiniti. Ma la mia carriera non è appena cominciata: questo che io veggo non è che il portico del palagio dell'Onnipotente. Posso dir tuttora di serpeggiare sul suolo. Quanto più m'inoltro verso l'Eterno, tanto più egli sembra allontanarsi da me. Qual sarà mai la magione del divino architetto, se per albergar degli insetti egli ha innalzato un sì maestoso edifizio? Qui fermiamoci alquanto e riposiamo alcun poco. Terra, Sole, dove siete voi? Quanto angusto è mai ciò, che noi crediamo immenso. Il mio sguardo abbraccia ora tutta l'estensione della natura. Quante migliaia di mondi si muovono sotto i miei piedi, quasi luccicanti granelli di arena. Io cerco sempre maggiori argomenti per ammirare la possanza del Creatore. Quale è mai la natura degli abitatori di questi globi, quale quella dei loro pensieri? La ragione è forse tra loro assisa in un trono? Ribellansi questi esseri contro lei? Quando la sua face si spegne, ne hanno essi una seconda, che loro serva di guida? Regna qui tuttora la virtù, l'innocenza? Godono questi esseri della immortalità, o son sottoposti al dolore e alla morte? Qual luogo li attende dopo il loro transito? V'è tra essi chi sieda sul trono, chi sia fregiato di corona e di scettro, chi divinizzi i distruttori del suo genere, chi arda incensi ai tiranni della sua nazione? Hanno essi idea alcuna dell'uomo e della terra? Disprezzano, come noi, la ragione e schiavi volontari si rendono della follia? Se io m'inganno col moltiplicare i mondi, il mio è un error sublime, ed ha per base l'idea della divina grandezza. E chi potrà mostrarmi che io sia nell'inganno? Chi oserà prescriver limiti alla divina possanza? Un suo cenno può far che esistano migliaia di mondi. Non si condanni il mio entusiasmo; sacro è il fuoco, che m'accende. Non mi si tolgano le idee, che mi agrandiscono e m'infiammano. Allargando i confini della esistenza, non cerco che accrescere la gloria del Creatore.</p>
               <p>Io mi avveggo di essermi troppo lasciato trasportare dai voli di questo immaginoso scrittore. Vuole l'instituto del mio argomento che si ascoltino le ragioni dai fautori della pluralità dei mondi arrecate per sostenere il loro sistema.</p>
               <p>La uniformità, dicono essi,<note place="foot">Nicolai, II. 112.</note> che tra i pianeti e la terra si scorge, è uno degli argomenti più forti per persuaderci, che essi sono abitati. Veduto l'interno d'un cane, dice l'Hughens,<note place="foot">Cosmoth. lib. I.</note> si giudica, e con ragione, che tutti gli altri cani, che a quello son simili nell'esterno, gli siano simili ancor nell'interno. Similmente noi vediamo, a cagion d'esempio, nella luna monti e vulcani; si congettura prudentemente che ella abbia atmosfera; che le sue macchie siano occasionate da boscaglie e da caverne; conosciamo che la sua figura è simile a quella della terra: perchè dunque non dovremo supporre che essa abbia, come la terra stessa, degli abitatori? Sino dagli antichi tempi furono i Pitagorici persuasi della forza di questo argomento. Di essi dice Plutarco:<note place="foot">De Plac. Philos. II. 30.</note>
                  <foreign lang="grc">Οἱ Πυθαγόρειοι, γεώδη φαίνεσθαι τὴν σελήνην, διὰ τὸ περιοικεῖσθαι αὐτὴν καθάπερ τὴν παρ' ἡμῖν γῆν μείζοσι ζῴοις καὶ φυτοῖς καλλίοσιν</foreign> Dio nulla opera invano, ora a qual fine avrebbe prodotto nella luna il bisognevole alla vegetazione ed al cibo, se non vi fosse, come nel nostro globo, chi ne facesse uso?<note place="foot">Wolf. num. 4.</note> Possibile che nella sola terra, la quale non è che un punto in rispetto alla moltitudine e alla grandezza de' globi celesti, vi siano esseri capaci di conoscere, di amare e di ammirare la grandezza, la bontà, la onnipotenza del Creatore? Possibile che, tolto questo solo terrestre globetto, tutta la vastità dello spazio, tutta l'estensione della natura non sia che un immenso deserto, quanto vago per la bellezza dei suoi ornamenti; tanto orribile per la mancanza di esseri, che lo animino? Supponiamo, dice il Sig. di Fontenelle,<note place="foot">Entretiens sur la pluralité des Mon., soir. 2.</note> che non vi abbia mai avuta alcuna comunicazione tra Parigi e S. Denis, e che un cittadino di Parigi, non mai uscito dalla sua città, salga sulla torre di Notre-Dame e veduto da lungi S. Denis, venga interrogato se crede, che S. Denis sia abitato come Parigi. Benchè egli vegga in S. Denis torri, case e mura, come in Parigi, in modo che non gli manchi che l'essere abitato per somigliare in tutto questa città, egli si atterrà sicuramente alla negativa, perchè, dirà, io veggo bene della gente in Parigi, ma non veggo alcuno in S. Denis, e non ho mai udito dire che vi siano degli abitatori. Noi somigliamo in tutto questo Parigino. Non potendo noi uscire dal nostro paese, ci è impossibile il vedere gli abitatori della luna, e così degli altri pianeti, e quindi è che, malgrado la conformità, che vediamo tra essi e la terra, non sappiamo risolverci a crederli abitati. Si obbietta, che volendo credere i pianeti abitati, converrebbe detrar fede alla suprema divina autorità delle S. Scritture, non potendo gli uomini, che discendono da Adamo, essersi recati a popolare la luna e i pianeti; ma in realtà la opposizione riconosce per base un principio falsissimo, quale è quello, che vogliano supporsi i pianeti abitati da uomini, quando al contrario non possono credersi abitati se non da esseri, la natura dei quali sia conformata a quella del clima del loro globo. Come infatti potrebbero uomini della nostra specie vivere nel clima infuocato di Mercurio, o nel freddissimo di Urano? La divina potenza non ha limiti, e la sapienza del Creatore sa bene variare la natura degli esseri a seconda dei climi, ai quali sono destinati. Sarebbe follia il presumere che gli esseri viventi non possano avere natura diversa da quella degli abitatori del nostro globo. A questo raziocinio dei seguaci della pluralità dei mondi rispondono gli avversari di questo sistema:<note place="foot">Costantini, Lett. Crit. to. I. <title>Luna abitata</title>.</note> che non può essere se non chimerica la gloria, che si pretende risulti al Creatore da esseri ideali, e che noi ci formiamo nella nostra immaginazione. Dunque, dicono essi, i motivi di glorificar Dio, che ci somministrano la contemplazione della natura, la bellezza di questa terra che noi abitiamo, lo spettacolo sorprendente e maestoso dei cieli, sono sì meschini e sì piccioli, che ci è di mestieri formarci nella mente degli esseri immaginari, e da questi desumere argomento di ammirare la potenza del Creatore? Soggiungono poi che la uniformità che si scorge tra i pianeti e il nostro globo, non può servire che di debolissimo fondamento alla opinione della pluralità dei mondi, e che ignorando noi i fini altissimi della provvidenza, dal ritrovarsi nella luna il bisognevole alla vegetazione, ed al cibo, non possiamo dedurre che vi si trovino ancora degli abitatori.</p>
               <p>Se dopo un sì lungo discorso bramasse il lettore di udire con quelli di tanti illustri ingegni di sopra mentovati, ancora il mio parere; io non pronunzierei su tal questione altro giudizio, che quello sopra simil controversia pronunciato da Plinio.<note place="foot">Hist. Nat. II. 1.</note> «Furor est, dic'egli, mensuram eius (mundi) animo quosdam agitasse, atque prodere ausos: alios rursus occasione hinc sumpta, aut his data, innumerabiles tradidisse mundos, ut totidem rerum naturas credi oporteret: aut, si una omnes incubaret, totidem tamen Soles, totidemque Lunas, et caetera, ut iam in uno, et immensa et innumerabilia sidera: quasi non eadem quaestione semper in termino cogitationis occursura, desiderio finis alicuius: aut si haec infinitas naturae omnium artifici possit adsignari, non illud idem in uno facilius sit intelligi, tanto praesertim opere. Furor est, profecto furor, egredi ex eo, et tamquam interna eius cuncta plane iam sint nota, ita scrutari extera: quasi vero mensuram ullius rei possit agere, qui sui nesciat: aut mens hominis videre, quae mundus ipse non capiat». Qual danno, che tanti filosofi occupino la loro mente di dubbi dalla discussione dei quali si avveggono essi stessi di non poter ritrarre il minimo frutto, o dei quali conoscono di non poter mai venire alla decisione:<note place="foot">Ant. Costantini, Lett. Crit. to. I. <title>Sistemi del mondo</title>.</note> «... cum lux altera venit, Iam cras hesternum consumpsimus: ecce aliud cras».<note place="foot">Pers. Sat. V. 67.</note> Lasciamo l'agitare questa controversia a degli uomini assai folli per spendere le loro ricerche in cosiffatte inutilità, e proseguiamo, senza ulteriore interrompimento, il filo della nostra storia.</p>
               <p>Circa il tempo di Senofane credesi vissuto Ferecide, che da Tzetze è fatto maestro di Talete. Ci avverte l'autore medesimo che egli fu il primo a predire le ecclissi e ad osservare i periodi della Luna. Fu sentimento di alcuni scrittori, che Ferecide fosse nativo di Babilonia, ad appoggiar la quale opinione allegossi Eustazio; ma, a dir vero, questo autore, appunto nel luogo citato, fa aperta testimonianza, essere Ferecide nativo di Syro. Nel testo dello scrittore mentovato leggono alcuni <foreign lang="grc">βάβιος</foreign> in luogo di <foreign lang="grc">βαβιλώνιος</foreign>, siccome vedesi in Suida, ovvero credesi che debba leggersi <foreign lang="grc">βάδιος</foreign>,<note place="foot">Menag. 65.</note> siccome si trova in Laerzio, vale a dire figliuolo di Babis, o Badis. Eraclide, Apuleio, Eliano, Pausania, Porfirio, Giamblico parlano di due altri, che portano il nome di Ferecide, l'uno di Atene, e l'altro dell'isola di Leros. Alcuni fanno di questi due un solo, nato, per loro avviso, in Atene, ed allevato in Leros. Strabone in niun luogo rammenta Ferecide di Leros, parla bensì sovente di due Ferecidi, l'uno appellando filosofo, e l'altro istorico. Evvi chi avvisa, non esser vissuto che un sol Ferecide, e tanto l'ateniese, quanto quel di Leros e quel di Syros non essere stati che una sola persona; e di vero i luoghi degli altri due citati da Dionigi di Alicarnasso, da Germanico, da Marcellino, da Igino, da Eusebio, sembrano tratti dai libri attribuiti a Ferecide di Syro. Lo scoliaste di Euripide,<note place="foot">Ad Alcest.</note> Macrobio,<note place="foot">Saturn. V. 21.</note> Origene<note place="foot">Contra Cels. lib. I.</note> citano Ferecide, nè da essi vien fatta parola del loro paese. Quindi portò qualcuno opinione, poter raccogliersi la identità dei creduti vari Ferecidi. Agli Inglesi autori della Storia Universale sembra, malgrado ciò, più sano consiglio arrendersi all'autorità di Strabone, accuratissimo scrittore e oculatissimo, anzichè a quella dei più recenti critici.<note place="foot">Stor. Univ. II. 118, note.</note> Il nome di Ferecide trovasi ricordato da Cicerone,<note place="foot">Tusc. quaest. I. 16.</note> dal Laerzio, da Suida, da Lattanzio,<note place="foot">Div. Inst. VII. 8.</note> dal Menagio<note place="foot">Ad Laert. in più luoghi.</note> e da altri non pochi.</p>
               <p>Intorno all'anno 539 avanti Gesù Cristo vivea il famoso Pitagora, di Samo, secondo Ippoboto<note place="foot">Ap. Clem. Alex. Strom. lib. I.</note> e Suida;<note place="foot">Voc. <foreign lang="grc">Πυθαγ</foreign>.</note> Toscano, secondo Lucio Pittagorico, Aristosseno, Aristarco e Teopompo,<note place="foot">Clem. Alex. l. c.</note> ai quali consente il Maffei;<note place="foot">Osserv. letter.</note> Siro o Tiro, secondo Neante.<note place="foot">Clem. Alex. l. c.; Laert. in vit. Pythag.; Porphyr. in vit. Pythag.; Euseb. Praep. Evang. X. 4.</note> Egli conobbe la sfericità degli astri, la cagione del lume e dell'ecclissi della Luna, la rotondità della terra, e l'esistenza degli antipodi,<note place="foot">Laert. in vit. Pythag.</note> e il corso regolare delle comete, secondo M. Dutens, che una tal cognizione di Pitagora raccoglie da un passo di Stobeo.<note place="foot">Tirabos. I. 33.</note> Dice Apollodoro<note place="foot">Ap. Stob. Ecl. phys.; Goguet, III. 86.</note> (e questa opinione sembra esser favorita da Plinio),<note place="foot">Hist. Nat. II. 6.</note> che egli insegnò il primo, che Espero e Lucifero non erano che un sol pianeta, del che Favorino<note place="foot">Ap. Laert. in vit. Parmen.; Aldobandin. Not. ad Laert. in vit. Pythag. e in vit. Parmen.</note> attribuì la gloria a Parmenide. Dicesi che insegnò la terra aggirarsi intorno al Sole, il quale rimane immobile nel centro dell'Universo. Mostrò l'errore, in cui erano i Greci, i quali avean fatto di Venere due pianeti, chiamati Esperos ed Eosphoros. Pitagora insegnò che gli astri formano tra di essi un concerto, del quale godono i Numi del Cielo. Orfeo al riferire di Servio,<note place="foot">Aen. VI. 645.</note> ebbe ancor egli un somigliante pensiero. «Orpheus, <emph>dic'egli</emph>, Calliopes Musae et Oeagri fluminis filius fuit, qui primus Orgia instituit, primus etiam deprehendit harmoniam, id est circulorum mundanorum sonum, quos novem esse novimus, e quibus summus, quem <foreign lang="grc">ἄναστρον</foreign> dicunt, sono caret, item ultimus qui terrenus est. Reliqui septem sunt quorum sonum deprehendit Orpheus». Cicerone sembrò adottare questa opinione della musica celeste di Pitagora. Nel frammento del libro sesto <title lang="lat">De Republica</title>
                  <note place="foot">Macrob. in Somn. Scip. II 1. 2. 3. 4.; Gassendi, Phys. sect. 2. lib. II. c. 4; Id. Exam. philos. Rob. Fluddi, par. I. art. 28. e 29. III. 210. I. par. 2. art. 9. e 28.; Arist. de coelo II. 9.; Boeth. de Mus. I. 27.; Victorin. art. gramm. lib. I.; Plin. Hist. Nat. II. 20.</note> egli introduce Scipione richiedente all'Affricano: «Quid? hic... quis est, qui complet aures meas, tantus et tam dulcis sonus? Hic est, risponde l'Affricano, qui intervallis coniunctus imparibus, sed tamen pro rata parte ratione distinctis, impulsu et motu ipsorum orbium conficitur, qui, acuta cum gravibus temperans, varios aequabiliter concentus efficit. Nec enim silentio tanti motus incitari possunt: et natura fert, ut extrema ex altera parte graviter, ex altera autem acute sonent. Quam ob causam summus ille coeli stellifer cursus, cuius conversio est concitatior, acuto et excitato movetur sono, gravissimo autem hic lunaris atque infimus. Nam terra nona immobilis manens ima sede semper haeret, complexa medium mundi locum. Illi autem octo cursus, in quibus eadem vis est duorum, septem efficiunt distinctos intervallis sonos: qui numerus omnium fere nodus est». Alcuni han creduto che la nostra musica tragga la sua origine da quella del cielo.<note place="foot">Nicomac. Gerassen. Harmonic. Manual. lib. I.; Meurs. VI. 431.</note> Censorino ha creduto immortalarsi determinando gli intervalli dei tuoni di questa celeste armonia. Filone Ebreo, S. Agostino, S. Ambrogio, S. Isidoro<note place="foot">Origin. III. 16.</note> ammisero anche essi questa celeste armonia. Ma la follia giunse ancor più innanzi, e M. Pelisson conobbe un uomo, il quale dicea di sentir il suono e il romore delle sfere celesti. Si volle spiegare per qual cagione noi non ascoltiamo questi soavissimi suoni, e si disse, che il fragore era troppo grande, perchè potesse essere percepito dai nostri sensi, e si paragonò l'uomo a coloro, che abitavano vicino alle cateratte del Nilo, dei quali diceasi, che per la grandezza dello strepito fosser privi del senso dell'udito. Si suppose ancora, che l'orecchio assuefattissimo sin dalla nascita dell'uomo a questo suono, non fosse atto a distinguerlo. Deesi però render giustizia agli antichi, i quali non fecero alcun conto di questo pensiero di Pitagora.</p>
               <p>Vivea circa l'anno 536 avanti Gesù Cristo Cleostrato, celeberrimo Astronomo nativo di Tenedo, chiamato a torto, da Cornelio Vitellio, Leostrato.<note place="foot">Fab. B. gr. II. 83.</note> Dicesi,<note place="foot">Plin. Hist. Nat. II.83.</note> che egli osservò i segni dello Zodiaco, sopra i quali egli scrisse prima di ogni altro, se prestiam fede a Roberto Stefano, che ciò deduce da quel passo di Plinio:<note place="foot">Hist. Nat. II. 6.; Fab. B. gr. II. 83.</note> «Obliquitatem signiferi intellexisse, hoc est rerum fores aperuisse Anaximander Milesius traditur primus olympiade LVIII signa deinde in eo Cleostratus, et prima Arietis Sagittarii». Di Cleostrato dice Igino, o chiunque altro è l'autore del Poetico Astronomico:<note place="foot">Lib. II. cap. 13.; Fab. B. gr. II. 83.</note> «Hos autem haedos Cleostratus Tenedius dicitur primus inter sidera ostendisse». A Cleostrato viene attribuita la invenzione <foreign lang="grc">Ὀκταετηρίδος</foreign>
                  <emph>della Ottaeride</emph>, ossia periodo di otto anni, di cui parlano Censorino, lo Scaligero,<note place="foot">De emend. tem.</note> il Petau<note place="foot">II. 2.</note> e il Dodwell. Cleostrato emendò gli errori dell'anno dei Greci, e fu però assai benemerito dell'Astronomia.</p>
               <p>Verso il 480 avanti Gesù Cristo vivea Arpalo, Astronomo Greco. Egli è rammentato da Plinio<note place="foot">In indic. lib. XVIII.</note> e da Rufo Festo Avieno,<note place="foot">In Arateis prognost. V. 42.</note> che dice, aver egli inventato il ciclo di 9 anni, e da Censorino, il quale asserisce, aver Arpalo composto l'anno di 365 giorni ed ore equinoziali 13, ovvero 12 come legge lo Scaligero.</p>
               <p>Arpalo fu seguìto da Socrate, il quale, secondo afferma Senofonte, era assai versato nell'Astronomia, che formava il principale oggetto dello studio dei filosofi di quel tempo. Egli il primo, giusta l'espressione di M. Tullio,<note place="foot">Tusc. quaest. V. 4.</note> fe' scendere la filosofia dal cielo in terra, e nelle città la introdusse, ed abitar la fece tra le mura delle domestiche magioni, e la stabilì regolatrice della vita e dei costumi degli uomini. «Primus omnium Socrates Philosophiam devocavit e coelo, et in urbibus collocavit, et in domos etiam introduxit, et coegit de vita, moribus rebusque bonis et malis quaerere». Socrate nacque in Atene 469 anni avanti Gesù Cristo, morì 400 anni avanti il medesimo.</p>
               <p>Circa il tempo di Socrate vivea Faino, antico celebre astronomo nativo di Elide. Egli solea fare le sue osservazioni stando sull'alto del monte Licabetto, vicino ad Atene. Faino formò del corso degli astri la base dell'Astronomia. Credesi che egli sia stato il primo a scuoprire il tempo del Solstizio.<note place="foot">Ladvocat.</note> Mentre un giorno si equipaggiavano i vascelli di una flotta Ateniese, il sole si eclissò siffattamente, che il giorno sembrò cangiarsi in una notte tenebrosa. L'esercito Ateniese, che era per montare i vascelli, fu spaventato di questo fenomeno, che solevasi in quei tempi riguardare come funesto presagio. Vedendo Pericle che grave trovavasi il suo piloto, incerto e smarrito, li pose sul volto il suo mantello, e gli dimandò se vedeva: al che avendo risposto il piloto che glielo impediva il suo mantello, Pericle mostrogli, che per simile causa il corpo della luna interposto tra essi e il sole impediva loro di veder quest'ultimo.</p>
               <p>Discepolo di Faino fu il famoso Metone, insigne illustratore dell'Astronomia. Celeberrimo è il suo ciclo detto Enneadecateride, sulla quale sono a consultarsi i Triumviri della cronologia, come li appella il Fabricio,<note place="foot">B. gr. II. 84.</note> lo Scaligero,<note place="foot">De emend. temp.</note> il Petau<note place="foot">II. 9. seg.</note> ed il Dodwell. Compose Metone il suo ciclo di anni 19, coi quali pretese di accordare il giro del sole con quello della luna, facendo che nel tempo medesimo cominciassero gli anni solari e lunari. Diede principio al suo periodo nel solstizio, ossia nel giorno 13 del mese Scirroforione nel quarto anno della Olimpiade 86a. Descrisse Metone il suo periodo lunisolare a lettere d'oro in alcune tavolette bianche, quali solea al cominciar dell'anno esporre nella piazza di Atene. Quindi forse è derivato il nome di Aureo Numero solito a darsi a questo periodo di anni 19. Aldo Manuzio, figlio di Paolo, crede rilevar da T. Livio,<note place="foot">I. 19.</note> che la Enneadecateride, attribuita a Metone, fu conosciuta da Numa; ma invero ben fu diverso il periodo di questo principe, come osservossi dai dotti. Tzetze<note place="foot">Chil. II. v. 884.</note> attribuisce per errore a Metone la Dodecateride. Metone avea nelle sue osservazioni per compagno Eutemone Ateniese, commemorato da Plinio e da Vitruvio.<note place="foot">Fab. B. gr. II. 85.</note> Ambedue osservarono il solstizio di estate, e fecero uso di un istrumento chiamato Cliometro, che serviva loro per misurare il corso del sole. De' solstizi osservati da Metone e segnati su delle colonne, fa menzione Eliano.<note place="foot">Var. hist.</note> Eutemone e Metone osservarono di più il levarsi ed il tramontare di alcune stelle. Tutte coteste osservazioni di Metone lo hanno reso celebre presso gli astronomi. Invano Aristofane, autore drammatico, volle porlo in ridicolo nella sua Commedia degli Uccelli, facendolo parlare come un insensato sull'Astronomia. Il suo nome vivrà sempre immortale presso tutti coloro che conosceranno la utilità delle sue scoperte. Di Metone han parlato, oltre i già mentovati Ptolomeo,<note place="foot">De Appar. e' Signif. inerrant.</note> Gemino,<note place="foot">C. ult.</note> Diodoro Siculo,<note place="foot">XII.</note> Arato,<note place="foot">Prognost. V. 21.</note> il Salmasio e Teofrasto.<note place="foot">De Sign. aquar. et ventor.</note> Il luogo di quest'ultimo riguardante Metone, Cleostrato, Faino e Matriceta di Metimno,<note place="foot">Anarcarsi, V. 94.</note> altro antico Astronomo, merita di esser riferito. Esso è il seguente.<note place="foot">Fab. B. gr. II. 82.</note>
                  <foreign lang="grc">Διὸ καὶ ἀγαθοὶ γεγένηται κατὰ τόπους ἀστρονόμοι, οἷον Ματρικέτας ἐν Μηθᾣᾣύμνῃ ἀπὸ τοῦ Λεπετᾣᾣύμνου, καὶ Κλεόστρατος ἐν Τενέδῳ ἀπὸ τὴς Ἴδης καὶ Φαεινὸς Ἀθήνῃσιν ἀπὸ τοῦ Λυκαμβητοῦ τὰ περὶ τὰς προτὰς συνεῖδε, παρ' οὗ Μέτων ακοᾣᾣύσας τὸν τοῦ ἑνὸς δέοντα εἴκοσιν ἐνιαυτὸν συνέταξε. Ἦν δὲ ὁ μὲν Φαεινὸς μέτοικος Ἀθήνῃσιν, ὁ Μέτων Ἀθηναῖος. Καὶ ἄλλοι δὲ τοῦτον τὸν τρόπον ἠστρολόγησαν</foreign>.</p>
               <p>Circa l'anno 428 avanti Gesù Cristo visse il famoso Leucippo, discepolo di Zenone. Sua invenzione si è la ipotesi dei vortici, perfezionata poi da Descartes. Egli credeva che il sole si aggirasse in una grande orbita intorno alla luna, e che la figura della terra fosse simile a quella di un tamburo, che le stelle si accendessero per la velocità del moto che il sole venisse infiammato dalle stelle, e che la luna si contentasse per sè di alcun poco di fuoco.<note place="foot">Laert. in vit. Leucipp.</note> Questo avvenimento servì a mostrare la utilità della Astronomia, quello che siamo per narrare servì a mostrarne la necessità. Essendo stati più volte superati dai Siracusani e dagli Spartani, Nicia e Demostene generali dell'esercito di Atene, determinarono di levarne l'assedio. Disposto il tutto, non dubitando i nemici di cosa alcuna, l'esercito era già per partire, quando nella mezzanotte, la luna si eclissò totalmente. Nicia, spaventato e confuso, consultò gl'indovini, i quali dissero che facea di mestieri non partire, se non dopo ventisette giorni. I nemici però non dettero a Nicia il tempo di effettuare la sua risoluzione, ma sconfittolo, ed obbligatolo a rendersi a discrezione, uccisero o fecero prigioniero quasi tutto l'esercito Ateniese. Nicia medesimo condannato a morte insieme con Demostene pagò col suo sangue il fio della sua credulità ed Atene conobbe quanto sia dannosa la ignoranza della Scienza degli astri.</p>
               <p>Intorno al tempo di Metone, vale a dire circa il 392 avanti Gesù Cristo, visse Filolao di Crotone, famoso filosofo Pittagorico commemorato da Giamblico, dal Laerzio, da Plutarco<note place="foot">De gen. Socr.</note> e dal Fabricio.<note place="foot">B. gr. I. 513.</note> Egli pensò che la terra avesse due moti, l'uno di rotazione sul suo asse, e l'altro di progressione, o di traslazione sulla ecclittica, e sostenne che il sole non ha per se medesimo nè lume nè calore, ma che tutto ciò gli viene dai pianeti, e che egli lo riflette a guisa di specchio.<note place="foot">Saverien, p. 111.</note>
               </p>
               <p>Al tempo di Filolao visse il celebre filosofo Platone, il quale facea grandissimo caso della astronomia, come può vedersi dal suo trentesimo quinto libro intitolato <title lang="lat">Epinomis vel Philosophus</title>, che Marsilio Ficino chiamò il Tesoro di Platone. Sappiamo da Cicerone<note place="foot">De fin. lib. I.; Rap. in Plat. et Arist. 62.</note> che egli «in Geometria, Musica, Astris et Numeris se contrivit». Ebbe per discepolo Filippo Medmeo ricordato da Vitruvio, da Plinio e da Plutarco,<note place="foot">Quod non lic. suav. viv. sec. Epicur.; Fab. B. gr. II. 83.</note> il quale diligentemente contemplò le stelle, e delle di cui osservazioni fecero uso Immarco, Gemino, Ptolomeo,<note place="foot">Fab. ivi 87; giusta Plutarco in vit. Dionis.</note> ed Elicone Ciziceno, il quale predisse una ecclissi del sole al re Dionigi.<note place="foot">Acad. quaest. IV.</note> Evvi chi crede che Platone ascoltasse in Italia Timeo, uomo chiamato da Calcidio peritissimo nell'astronomia. Platone collocò la terra nel centro dell'Universo, ma si sa dal Laerzio che egli diè a questo corpo un moto intorno a se stesso; e ciò dice Cicerone<note place="foot">De coel. II. 13.</note> ritrovarsi, secondo alcuni, nel Timeo, sebbene con oscure espressioni. Infatti nel Timeo dice Platone, che la terra cagiona i giorni e le notti, e Aristotele<note place="foot">Gassendi, Phys. sect. 2. lib. III. cap. 3.</note> cita Timeo tra quelli, che han creduto, la terra, collocata nel mezzo, aggirarsi intorno al proprio asse.<note place="foot">In Numa; Menag. 388.</note>
                  <foreign lang="grc">Πλάτωνά</foreign>, dice Plutarco, <foreign lang="grc">φασι πρεσβᾣᾣύτην γενόμενον, διανενοῆσθαι περὶ τῆς γῆς, ὡς ἑτέρᾳ καθεστώσης, τὴν δὲ μέσην καὶ κυριωτάτην ἑτέρῳ τινὶ κρείττονι</foreign>. Ed altrove dice, che ciò di Platone narra Teofrasto.<note place="foot">Ap. Plut. quaest. Platon.; Menag. 389. col. 1.</note>
               </p>
               <p>Verso il 390 avanti Gesù Cristo fioriva Eudosso di Gnido, figlio di Eschine, Geometra, Legislatore ed Astronomo. Questi è quell'Eudosso, che desiderava d'incontrar la morte, purchè gli fosse stato permesso di contemplar davvicino la natura del sole.<note place="foot">Plutarch. Quod non lic. viv. sec. Epicur.</note> Egli fu discepolo di Archita Tarentino, di cui Orazio:<note place="foot">Od. 1. 28. - Che Eudosso nostro sia discepolo di quell'Archita, di cui parla Orazio, vedasi Fabricio (B. gr. XIV. 26.), ove dicesi che quell'Archita Tarentino, che fe' una colomba volante, di cui dice il Foresti che Orazio ne parla, fu maestro di Eudosso Cnidio, figlio di Eschine.</note>
                  <quote lang="lat" rend="block">
                     <l>Te maris et terrae numeroque carentis arenae</l>
                     <l>Mensorem cohibent, Archyta,</l>
                     <l>Pulveris exigui prope litus parva Matinum</l>
                     <l>Munera: nec quidquam tibi prodest</l>
                     <l>Aerias tentasse domos, animoque rotundum</l>
                     <l>Percurrisse polum, morituro!</l>
                  </quote>
Eudosso morì circa il 350 avanti Gesù Cristo. Si crede che Eudosso non osservasse quasi nulla il cielo, e non scrivesse che dietro gli Egiziani, presso i quali egli era stato per apprendere l'Astronomia, benchè dica Petronio,<note place="foot">Satyr. cap. 48.; Lande, Astr. I. 144.</note> che egli «in cacumine excelsissimi montis consenuit ut astrorum coelique motus deprehenderet». Seneca<note place="foot">Quaest. Nat. VII. 3.</note> dice, che egli portò il primo dall'Egitto la cognizione de' moti planetari. L'astronomia <foreign lang="grc">δι' ἐπῶν</foreign> di Eudosso è ricordata da Suida, il quale però s'inganna nel farlo poeta, mentre ciò, che di Eudosso cita Ipparco, è scritto prosaicamente, e ad Arato, il quale trattò in versi dei fenomeni, fu ingiunto dal re Antigono di fare <foreign lang="grc">Εὤδοξον ἐνδοξότερον</foreign>, cioè ammollire co' versi e rendere più amena la di lui prosa. Forse il Menagio non ebbe alla mente presenti queste ragioni allorchè nei suoi scritti sopra il Laerzio,<note place="foot">VIII. 88. in Vit. Eudox.</note> parlando di Eudosso, non sembrò disapprovare l'opinione di Suida.<note place="foot">Ivi 392. col. 1.</note> Il Laerzio nella vita di Eudosso rammenta i suoi <foreign lang="grc">ἀστρολογοᾣᾣύμενα</foreign>, e l'autore della vita di Arato dice, aver egli scritto sui fenomeni: <foreign lang="grc">καὶ γὰρ Εὔδοξος ὁ Κνίδιος ἔγραψε φαινόμενα</foreign>. Ipparco<note place="foot">In Arat. lib. I.</note> c'insegna, aver esistito due libri di Eudosso, l'uno intitolato <foreign lang="grc">ἔνοπτρον</foreign>, e l'altro <foreign lang="grc">φαινόμενα</foreign>. Presso l'autore della vita di Arato leggesi <foreign lang="grc">κάτοπτρον</foreign>, in luogo di <foreign lang="grc">ἔνοπτρον</foreign>.<note place="foot">Meurs. VII. 163.; Menag. VIII. 88; Fab. B. gr. II. 86.</note> Riguardano la mentovata opera di Eudosso, citando questo Astronomo, Gemino, Vitruvio, Ptolomeo<note place="foot">De apparent. et signif. inerrant.</note> ed Avieno.<note place="foot">In Arateis phoenom. V. 53. 102.</note> Egli assegnò a ciascun pianeta quattro sfere atre, e tre pure.<note place="foot">Aristot. Metaphys. lib. XII.</note> Onde egli stabilì venticinque sfere, e con quelle, che diè alle fisse, ventisette, (Callippo però ed Aristotele accrebbero il numero di queste sfere)<note place="foot">Gassendi, Phys. sect. 2. lib. III. c. 2. to. 524.</note> ed inventò, se prestiam fede a Vitruvio, una specie di quadrante solare.</p>
               <p>Nel 384 avanti Gesù Cristo nacque in Stagira, piccola città della Macedonia, l'immortale Aristotele, capo della setta dei Peripatetici, il quale alle tante scienze da lui possedute unir volle quella degli astri. Circa l'anno 340 avanti Gesù Cristo, osservò una ecclissi di Marte con la luna,<note place="foot">Paulian, art. <emph>astronomia</emph>.</note> e scrisse un libro sulle cose Astronomiche, come attesta il Laerzio.<note place="foot">In vit. Aristot.</note> Egli riguardò le comete come corpi di una esistenza passeggera. Di questa stessa opinione furono Ptolomeo, Riccioli, M. de la Hire, Hevelio, Longomontano ed altri.<note place="foot">Lande, n.i 394. 885.</note> Aristotele morì a Calcide, città dell'Eubea, ora Negroponte, nel 322 avanti Gesù Cristo, in età di anni 63. Secondo alcuni egli si avvelenò, secondo altri morì di una colica. La opinione di coloro, i quali vogliono che Aristotele si gettasse nell'Euripo per non aver potuto conoscere la cagione del suo flusso e riflusso, dicendo: «si non te capio, tu me cape», par lontana dal verisimile. S. Giustino e S. Gregorio Nazianzeno credono, che Aristotele morisse di dolore per non aver potuto comprendere la causa del flusso e riflusso del mare. Quindi forse avrà avuto origine la surriferita opinione.</p>
               <p>Uno dei discepoli di Aristotele fu Dicearco di Messina, tra le cui opere vengono annoverate due Introduzioni all'astronomia. Famosissimo si fu questo filosofo, di cui parlano Cicerone,<note place="foot">Ad. Att. II. 2. 16. VI. 2. XIII. 31. 32.; Fab. B. gr. II. 297.; Acad. qaest. V. 39.; Tusc. quaest. I. 10; De offic. II. 5.; De Divinat. I. 3. 50.</note> Ateneo,<note place="foot">Deipnos. IV. XI. XIII. XIV. XV.</note> Plinio,<note place="foot">Hist. Nat. II 65.</note> Gemino,<note place="foot">Elem. astr. c. 14.; Fab. B. gr. II. 99.; e X. nella p. ult. dei proleg., o e aggiunge male <foreign lang="grc">Δικάναρπος</foreign>.</note> Porfirio,<note place="foot">De abstin. ab usu animal. lib. IV.</note> Suida,<note place="foot">Fab. B. gr. II. 299.</note> Plutarco,<note place="foot">Advers. Colot.</note> Sesto Empirico,<note place="foot">Fab. B. gr. III. 597.</note> Censorino,<note place="foot">Fab. ivi. II. 297.</note> Diogene Laerzio,<note place="foot">In vit. Platon.</note> Stobeo,<note place="foot">Eclog. phys.</note> Attico Platonico presso Eusebio,<note place="foot">Praep. Evang. XV. 9.</note> lo Scoliaste di Aristofane,<note place="foot">Ad. Nub. V. 1367.</note> Aulo Gellio,<note place="foot">Noct. Att. IV. 11.</note> il Dodwell,<note place="foot">Fab. B. gr. II. 293.</note> il Menagio,<note place="foot">Obser. et emend. in Laert. III. 5.</note> lo Ionsio,<note place="foot">Fab. B. gr. II. 295.</note> il Casaubono,<note place="foot">Animadvers. in Athen. XV. 11.</note> il Vossio,<note place="foot">De hist. graec., Fab. gr. II. 296.</note> Enrico Stefano,<note place="foot">Fab. ivi.</note> Davide Chytré,<note place="foot">Ser. philosophor. etc., Gronov. X. 347. E.</note> il Meursio,<note place="foot">B. gr. lib. III.</note> il Fabricio,<note place="foot">B. gr. lib. III. c. 11.</note> Lattanzio,<note place="foot">Div. Inst. VII. 8., e Div. Inst. Epit. c. 10.</note> S. Girolamo,<note place="foot">Advers. Iovin. lib. II.; Fab. B. gr. g. II. 296.</note> Tertulliano<note place="foot">De anima, Fab. B. gr. II. 297.</note> ed il Priorio.<note place="foot">Not. ad Tertull. lib. de Anima.</note>
               </p>
               <p>Al tempo di Aristotele visse Democrito di Abdera, o, come altri vuole, di Mileto,<note place="foot">Laert. in vit. Democr.</note> il quale morì nel 361 avanti Gesù Cristo, in età di 109 anni, secondo Diogene Laerzio. Egli udì i Magi e i Caldei, dai quali imparò la Teologia e l'Astrologia.<note place="foot">Ivi.</note> Stimò che il mondo, fosse un composto di atomi, e che altri ve ne fossero fuori di esso.<note place="foot">Ivi, Origen. in Philosoph.; Aelian. var. hist. IV. 29.; Menag. 412. col. 1.; Hesych. Miles.; Cic. Acad. quaest. IV. 18.; Val. Max. XIII. 14. Exter.; Amm. Marcell. XV. 1.; Plutarch. Plac. phil. II. 1. e Sympos. VIII. 9.; Philopon. De Mund. aetern. VI. 29. XIII. 18.; Fab. B. gr. I. 132.; Alex. Aphrod. ap. Philopon. l. c. VI. 27.; Ambros. Hexaemer. I. 1.; Augustin. contra Acad. III. 10.; Phil. haeres 112.; Stobaeus, Ecl. Phys.</note> Democrito fu, a testimonianza di Seneca<note place="foot">Nat. quaest. VII. 3.</note> «subtilissimus antiquorum omnium». Riguardò le comete come dei corpi, il moto dei quali esser dovea perpetuo, e le rivoluzioni costanti, e insegnò che nella luna vi hanno montagne, come sulla terra.<note place="foot">Plut. de Plac. phil. II. 25.; Lande, Astr. I. 142.</note> Dicesi che si accecasse con un bacino rovente per non esser distolto dalle sue filosofiche meditazioni,<note place="foot">Lande, p. 398. n. 884.</note> ma ciò non par verisimile. Egli morì, al riferir di Luciano,<note place="foot">Longaevi.</note> in età di 104 anni. Annoverasi tra le opere di Democrito <foreign lang="grc">Μέγας ἐνιαυτός, ἢ Ἀστρονομίης παράπηγμα</foreign>essendo per tal modo a correggersi il luogo del Laerzio, in cui leggevasi <foreign lang="grc">Μέγας ἐνιαυτός, ἢ Ἀστρονομίη, παράπηγμα</foreign>.<note place="foot">Menag. 416, col. 1.</note> È questa la tavola del grande anno composta da Democrito. Soleano infatti gli antichi pubblicare il <foreign lang="grc">παράπηγμα</foreign>del periodo di più anni da loro composto, cioè proporre in una tavola esposta al pubblico il canone del nascere e tramontare delle fisse, delle ecclissi solari e lunari, degli equinozi, dei solstizi e di cose simiglianti. «Siderum occasus et ortus, così Vitruvio,<note place="foot">IX. 7., Menag. l. c.</note> tempestatumque significatus, Eudoxus, Euctemon, Callippus, Meton, Phainus, Hipparcus, Aratus caeterique ex astrologia parapegmatorum disciplinis infixerunt, et eas posteris explicatas reliquerunt».<note place="foot">Può consultarsi il Salmasio a Solino, e il Menagio al Laerzio IX. 48.</note> Dallo Scoliaste di Apollonio<note place="foot">Lib. II.; Menag.; Fab. B. gr. I. 807.</note> è citato Democrito <foreign lang="grc">ἐν τῷ περὶ Ἀστρονομίας</foreign>. Se però in tal luogo abbia riguardo il detto Scoliaste al <foreign lang="grc">Μέγας ἐνιαυτός</foreign>di Democrito, o più tosto all'altra opera, che sappiamo avere egli scritta, e che avea per titolo <foreign lang="grc">Οὐρανογραφίη</foreign>, non saprei decidere. Sembra che il Fabricio<note place="foot">B. gr. I. 807.</note> per il libro <foreign lang="grc">περὶ Ἀστρονομίας</foreign>intenda la <foreign lang="grc">Οὐρανογραφίη</foreign>; e il <foreign lang="grc">Μέγας ἐνιαυτός</foreign>il Menagio.<note place="foot">L. c.</note> Rammenta ancora il Laerzio tre opere di Democrito, intitolata l'una <foreign lang="grc">Αἰτίαι οὐράνιαι</foreign>, l'altra <foreign lang="grc">Ἅμιλλα κλεψᾣᾣύδρας</foreign>, e la terza <foreign lang="grc">περὶ τῶν πλανητῶν</foreign>. Riguardo alla seconda è a notarsi che Giovan Cristoforo Magneno<note place="foot">In Democrito reviviscente.</note> interpreta le parole <foreign lang="grc">Ἅμιλλα κλεψᾣᾣύδρας</foreign>
                  <foreign lang="lat">Certamen clepsydrae, ovvero Examen motus clepsydrae cum motu coeli</foreign>. Altri legge separatamente <foreign lang="grc">Ἅμιλλα, Κλεψᾣᾣύδρα</foreign>. Intorno alla terza è a riferirsi che Eraclide scrisse contra Democrito: <foreign lang="grc">περὶ τῶν ἐν οὐρανῷ</foreign>, o, come altri legge, <foreign lang="grc">περὶ τῶν οὐρανῶν</foreign>a dire del Laerzio.<note place="foot">In vit. Heraclid., Fab. gr. I, 805.</note> Di Democrito fecer menzione Eliano, Dionigi Alessandrino presso Eusebio, Leonteo e Metrodoro presso Plutarco. Un lungo catalogo delle opere smarrite di Democrito leggesi nella Biblioteca Greca di Giovanni Alberto Fabricio.<note place="foot">Lib. II. cap. 23. par. 5.</note>
               </p>
               <p>Della setta di Democrito fu Bione, matematico, di Abdera, il quale disse per primo, secondo Diogene Laerzio,<note place="foot">In vit. Bion.</note> che i giorni e le notti in alcune regioni durano sei mesi. Di Bione parlarono Esichio Milesio<note place="foot">De his qui erudit. etc.</note> e Strabone.<note place="foot">Lib. I., Menag. 182.</note> Vitruvio sostiene che Beroso introdusse l'Astronomia nella Grecia, ed aprì una scuola Astronomica nell'isola di Coo. Narra Plinio che gli Ateniesi gli alzarono una statua con lingua d'oro in considerazione delle sue ammirabili predizioni.</p>
               <p>Succedè a Democrito il filosofo Autolico di Eolide, precettore di Archesilao che passò poscia ad udir Teofrasto giusta Laerzio<note place="foot">IV. 29.</note> dal che raccogliesi qual fosse la età di Autolico, mentre Teofrasto successe ad Aristotele nell'anno 322 avanti Gesù Cristo. Ricordasi questo filosofo da Pappo,<note place="foot">In Mathemat. Collect.</note> Simplicio,<note place="foot">Ad Aristot. de coelo.</note> Filopono<note place="foot">Ad Aristot. Phys. lib. II.</note> e da altri autori. La sua opera <foreign lang="grc">περὶ κινουμένης σφαίρας</foreign>, <foreign lang="lat">de mota sphaera</foreign>, e l'altra, <title lang="lat">De vario ortu et occasu siderum inerrantium</title>, divisa in due libri, ci fanno conoscere il suo sapere matematico. Quest'ultima comparve per opera di Corrado Dasipodio in Trasburg nel 1572, anno, in cui venne alla luce in Parigi la versione della medesima opera fatta in francese dal P. Forcadel. La interpretazione latina di questa opera medesima e degli Scoli Greci ad essa appartenenti fu pubblicata in Roma nel 1588. Ella è opera di Giuseppe Auria napoletano.</p>
               <p>Al tempo di Alessandro il grande, 330 anni circa avanti Gesù Cristo, visse, secondo la comune opinione, il famoso Pitea, nativo di Marsiglia. Per il suo sapere astronomico fu tenuto in grande stima dai suoi compatriotti. Questi bramando di estendere il loro commercio, lo mandarono alla scoperta di novi paesi nel Nord. Andò Pitea sino all'Islanda, dove osservò, che il Sole nel solstizio di Estate si ascondeva appena in 24 ore sotto l'orizzonte. Di ritorno scrisse il suo viaggio, il quale pubblicò poi col titolo <title lang="lat">De ambitu terrae</title>. Strabone criticò questo libro, e diede a Pitea la taccia di mentitore. Questi avea detto, che al di là dell'Islanda non vi era nè aria, nè terra, nè mare; ma un luogo, sul quale la terra e il mare erano come sospesi, e che serviva di una specie di legame per congiungere le parti tutte dell'universo. Strabone fe' rimarcare l'assurdità di questo pensiero, e la Mothe le Vayer, il quale si unisce a Strabone per criticare Pitea, racconta che un anacoreta vantavasi di essere stato perfino nella parte estrema del mondo, ove aveva dovuto chinar le spalle per non urtar col capo nel cielo il quale in quel luogo univasi quasi alla terra. L'autore di un'opera attribuita a Cosma Indopleuste insegnava, al dir di Fozio,<note place="foot">Bibl. cod. 36.</note> «Extrema coeli ultimi terrae iungi». In quest'opera insegnavasi ancora «Coelum, al dir dello stesso, non esse orbiculari figura, nec terram adeo, sed illud, fornicis instar, terrae incumbere, hanc longiorem esse quam latiorem... astra singula moveri ministerio Angelorum, et id genus alia».<note place="foot">Fab. B. gr. lib. III. c. 25. par. 3.</note> Fece Pitea una osservazione famosa sull'altezza del sole nel solstizio di Estate, dalla quale osservazione si è poi dedotta una variazione nella obliquità della ecclittica.</p>
               <p>Circa l'anno 306 avanti Gesù Cristo, per le cure di Papirio Cursore comparve per la prima volta, secondo Fabio Vestale citato da Plinio,<note place="foot">Hist. Nat. VII. 60; Tirab. I. 273.</note> un quadrante solare, il quale fu collocato nel tempio di Quirino. Esso era assai imperfetto. Qualche tempo dopo, trionfando M. Valerio Messala de' Siciliani, videsi condecorare il suo trionfo un orologio solare orizontale, che venìa da Catania, e che secondo M. Varrone citato da Plinio stesso, fu il primo che in Roma comparve;<note place="foot">Tirab. I. 273.</note> Messala lo collocò nel foro sopra un piedestallo vicino alla tribuna delle arringhe.<note place="foot">Rollin, St. Rom. V. 296.</note> Questo orologio però fu inutile per Roma, essendo stato disegnato per il clima di Sicilia. Quindi il censore Marco Filippo ne collocò un altro vicino a quello di Messala: cum clima Siciliae descriptum ad horas Romae non conveniret Marcus Philippus Censor aliud iuxsta constituit.<note place="foot">Censorin. De die nat. cap. 22.</note> Gli orologi solari divennero coll'andar del tempo molto communi, come si rileva da alcuni versi di Plauto conservatici da Aulo Gellio,<note place="foot">Noct. Att. III. 3.</note> nei quali dice un affamato parassito:
<quote lang="lat" rend="block">
                     <l>Ut illum Dii perdant, primus qui horas repperit,</l>
                     <l>Quique adeo primus statuit hic solarium,</l>
                     <l>Qui mihi comminuit misero articulatim diem.</l>
                     <l>Nam me puero vetus hic erat solarium,</l>
                     <l>Multo omnium istorum optimum et verissimum,</l>
                     <l>Ubi istic monebat esse, nisi cum nihil erat,</l>
                     <l>Nunc etiam quad est, non est nisi Soli lubet</l>
                     <l>Itaque adeo iam oppletum est oppidum solariis.</l>
                     <l>Maior pars populi aridi reptant fame.</l>
                  </quote>
               </p>
               <p>Gli orologi solari servendo solo per il giorno, anzi solo per il sole, cinque anni dopo la censura di Marzio un altro censore, cioè Scipione Nasica, ne espose uno che serviva sì per il giorno, che per la notte, vale a dire una clepsidra.<note place="foot">Plin. Hist. Nat. VII. 60.</note>
               </p>
               <p>Circa il 300 avanti Gesù Cristo visse il famoso Euclide. Egli fu quello, che riunì le verità geometriche elementari, e ne formò quella sì famosa opera degli Elementi di Geometria, della quale sono state fatte cotante traduzioni ed edizioni in tutte le lingue. Si deve ad Euclide l'avere geometricamente spiegati i fenomeni delle inclinazioni. A' tempi più antichi la sfera non significava se non che la descrizione del cielo, delle costellazioni e della loro posizione fra di esse, e relativamente ai grandi circoli del mondo. Non credevasi che differenti fossero in altri paesi i fenomeni del levare e tramontare degli astri. Ma i viaggi istruirono, e la teoria della sfera divenne ben presto la cognizione dei grandi cerchi del cielo e della posizion loro rispetto all'orizzonte, donde risultano differenti, secondo i diversi climi e fenomeni del levare e tramontare degli astri. Euclide formò gli elementi di questa scienza, la quale noi dobbiamo alla scuola di Alessandria. Si ha di Euclide un'opera Astronomica intitolata <foreign lang="grc">φαινόμενα</foreign>, ovvero <foreign lang="grc">ἀρχαὶ ἀστρονομίας</foreign>, rammentata da Filopono,<note place="foot">Ad Aristot. Physic.</note> da Pappo<note place="foot">Syntax. mathem.</note> e da Marino Napoletano,<note place="foot">In Prothar. ad Eucl. dat. geom.; Fab. B. gr. II. 379., VIII. 463.</note> pubblicata in Greco e latino da Corrado Dasipodio in Trasburg nel 1571 tra gli altri scritti di Euclide, tra i quali pure comparve traslatata in latino da Bartolomeo Zamberto in Basilea 1537, 1546. Venne anche alla luce in Roma nel 1591, e nella Sinopsi Matematica del Mersenne in Parigi nel 1644 tradotta da Giuseppe Auria. Altra edizione ne diede Davide Gregory nel 1703, contenente il testo greco, tratto da un codice manoscritto, e la versione dell'Auria talvolta emendata. Questa edizione comprendeva ancora le altre opere di Euclide. Le osservazioni di Francesco Maurolico su quella, di cui ragionò, vider la luce in Roma nel 1591 accompagnate dalla interpretazione dell'Auria.<note place="foot">Fab. B. gr. II. 379. 380.</note>
               </p>
               <p>Venne al mondo 276 anni avanti Gesù Cristo<note place="foot">Ivi. 471.</note> il celebre Eratostene, nativo di Cirene. Egli fu custode della biblioteca di Alessandria e discepolo di Aristone e di Callimaco. Migliorò la sfera armillare, e con questo strumento misurò la distanza dei due Tropici, che trovò di 47° 42'. La più interessante intrapresa di Eratostene fu quella di misurare la circonferenza della terra. L'uomo non può non riconoscere in essa un ardire generoso, un ingegno sublime e delle difficoltà a prima vista insormontabili. I nostri passi ripetuti ci danno la misura dello spazio, il cubito, la pertica, o la tesa, ci danno ancor esse il modo di misurarlo. Ma come applicare successivamente queste misure di sì piccola estensione alle parti tutte, che compongono la circonferenza del nostro globo, come misurarla co' nostri passi, come sorpassare gl'insuperabili ostacoli, che a simile intrapresa oppongono i monti, i mari, i precipizi? Volò l'ingegno attraverso de' precipizi, dei mari, dei monti, e potè l'uomo misurare il mondo senza togliersi dal suo gabinetto. Volò l'ingegno, e trovò fra il cielo e la terra una corrispondenza, che gli diede il metodo di misurare il mondo senza neppur muoversi dal suo gabinetto.<note place="foot">Bailly, I. c. 5. Misure.</note> Eratostene sapeva che il sole nel solstizio di Estate passava per il punto verticale della città di Siene, posta sotto il tropico del Cancro nei confini della Etiopia e dell'Egitto, della qual città parlando Lucano dice:<note place="foot">Phars. II. 587</note>
                  <quote lang="lat" rend="block">
                     <l>...Umbras nusquam flectente Syene.</l>
                  </quote>
In questa città vedevasi un pozzo, il quale sul meriggio del giorno del solstizio era al di dentro illuminato tutto dai raggi del sole, che sopra di esso stava perpendicolarmente.<note place="foot">Plin. Hist. Nat. II. 75.; Macrob. in Somn. Scip. II. 7.; Arrian. Nicom. c. 25.; Heliodor. Hist. aethiop. lib. IX.; Amm. Marc. XXII. 15.; Eustath. ad Dionys. Perieg. V. 223.; Strab., Cellar. II. 827. 828. Martinière.</note> Ora supponendo Eratostene Alessandria e Siene appresso a poco sotto un medesimo meridiano, inventò un metodo, col mezzo del quale credette aver scoperto la circonferenza terrestre esser di 1.250.000 stadi, o sieno misure di 125 passi, ciascuno di 5 piedi. Eratostene trovò di più la distanza, che passa tra la terra ed il sole di 804.000.000 di stadi di 20.200 semidiametri terrestri, e quella che passa tra la terra e la luna più di 300 volte minore. Egli credè che il diametro del sole fosse 27 volte maggiore di quello della terra, descrisse le costellazioni e contovvi 675 stelle, e scrisse ancora sulla geografia in età di anni 80, o, secondo Luciano,<note place="foot">Fab. B. gr. II. 472.</note> di 82, nel 194, o 196 avanti Gesù Cristo. Esiste di Eratostene il libro <foreign lang="grc">καταστερισμοί</foreign>, male chiamato presso Achille Tazio<note place="foot">C. 24.</note>
                  <foreign lang="grc">καταμερισμός</foreign>, e presso Suida <foreign lang="grc">καταστεριγμοί</foreign>, opera contenente la descrizione degli astri e la storia favolosa dei medesimi. Fu essa pubblicata in Greco da Giovanni Fell in Oxford nel 1672, con un planisferio, giusta i sentimenti degli antichi, elegantemente inciso in rame. Quindi, con la versione latina di Tommaso Gale, comparve tra gli Opuscoli Fisici ed Etici stampati in Amsterdam nel 1688. Raccontasi, che prima di morire egli perdè la vista, e che, non potendo godere dello spettacolo del cielo, volle morire di fame. Il Meursio,<note place="foot">Ad Hesyc. Miles. et ad Nicom. Gerasen. Manuale.</note> il Vossio,<note place="foot">De Hist. gr. I. 57.</note> il Ionsio,<note place="foot">De script. hist. Philos.</note> il Fell, il Gale e il Fabricio<note place="foot">B. gr. lib. III. cap. 18. par. 14.</note> dieder notizia di alcuni scritti smarriti del nostro astronomo. Di questi, quelli, che appartengono alla scienza celeste sono i seguenti. <foreign lang="grc">Ἀστρονομία</foreign>, di cui parla Suida;<note place="foot">Art. <foreign lang="grc">Ἐρατοσθ</foreign>.</note>
                  <foreign lang="grc">Ὀκταετηρίς</foreign>, rammentata da Gemino<note place="foot">Cap. 6.</note> ed Achille Tazio,<note place="foot">Cap. 19.</note> presso cui mal si legge <foreign lang="grc">οπτωκαιδεκαετηρίς</foreign>, e da cui veniamo avvertiti, che fuvvi chi dubitò se questo scritto fosse in realtà di Eratostene; <foreign lang="grc">Μετρήσεις</foreign>, ovvero <foreign lang="grc">καταμετρήσεις</foreign>, rammentata da Macrobio,<note place="foot">In Somn. Scip. I. 20.</note> contenente la misura della terra. Marciano Eracleota,<note place="foot">In Epit. Artemid. Ephes.</note> commemorando il libro di Timostene <foreign lang="grc">σταδιασμῶν ἐπιδρομή</foreign>, dice, meravigliarsi come questi abbia trascritto tutto intero il libro di Eratostene, senza eccettuarne neppure il proemio, facendoci solo poche addizioni.</p>
               <p>Intorno al tempo di Eratostene, 272 anni circa avanti Gesù Cristo, visse il celebre Arato; Solese di Cilicia, secondo Callimaco, Strabone ed altri, e Trasense, secondo Asclepiade Mirleano.<note place="foot">De Grammaticis lib. II. ap. Anonym. auct. Arati Gen. et vit. in Petav. Uranol.; Fab. B. gr. II. 451.</note> Compose egli un poema astronomico in versi greci intitolato <foreign lang="grc">Φαινόμενα</foreign>
                  <emph>i Fenomeni</emph>, che fu tradotto in versi latini da M. Tullio Cicerone. Dicesi che Arato fu medico del re Antigono, il quale volle che gli scrivesse sopra l'Astronomia, e che il suo Astronomo Nicandro poetasse sopra la Teriaca. Questo racconto però è trattato da favola dal Fabricio,<note place="foot">B. gr. lib. III. cap. 268. par. 1.</note> il quale afferma che Nicandro visse in tempi molto posteriori ad Arato, ciò che pur dice l'anonimo scrittore della vita di questo poeta pubblicata dal Vittorio e dal Petau.<note place="foot">In Uranol.</note> Nega ancora il Fabricio di consentire al Giraldi, il quale conghiettura, un altro Nicandro perito nella scienza celeste, diverso dal mentovato poeta di tal nome, esser vissuto al tempo di Arato. Arato non scrisse sulle proprie osservazioni, ciò che viene affermato da Cicerone e da Ipparco, il quale altresì attesta che egli servissi di due libri di Eudosso. Salmasio, il quale credè che non Eudosso, ma Faino, o Metone avesse seguito il nostro poeta, vien confutato dal dottissimo Petau.<note place="foot">Variar. Dissertation. ad Actuar. op. de doctr. temp. VI. 9.</note> Di Arato parlarono più autori, Ovidio<note place="foot">Am. I. 15. 16.</note> tra gli altri, che di lui dice: «Cum sole et luna semper Aratus erit»; e Papinio Stazio,<note place="foot">Sylv. lib. V. 3. 19. seg.</note> il quale dice parlando di suo padre:
<quote lang="lat" rend="block">
                     <l>At tu, seu membris emissus in ardua tendis,</l>
                     <l>Fulgentesque plagas rerumque elementa recenses,</l>
                     <l>Quis Deus, unde ignes, quae ducat semita solem,</l>
                     <l>Quae minuat Phoeben, quaeque integrare latentem</l>
                     <l>Causa queat, doctique modos extendis Arati.</l>
                  </quote>
Di Arato parla assai a lungo, e con la usata sua erudizione vastissima, Giovanni Alberto Fabricio nella Biblioteca greca.<note place="foot">Lib. III. cap. 18. par. 1.</note> Gli altri scrittori dei Fenomeni sono Laso Magnesio, Ermippo Egesianatte, o Agesianatte, Aristofane di Bisanzio, l'anonimo autore della Vita di Arato.<note place="foot">Ap. Petav. in Uranol. III. 49. I.; Fab. B. gr. l. c.; Meurs. III. 1122Z.</note> Benchè questo scrittore, a giudizio d'Ipparco, <foreign lang="grc">ἀπλοῦς τε καὶ σᾣᾣύντομός ἐστι ποιητής, ἔτι δὲ σαφὴς τοῖς καὶ μετρίως παρηκολουθηκόσι</foreign>;<note place="foot">Fab. B. gr. II. 454.</note> nondimeno egli ha dato materia di scrivere a non pochi degli antichi e ad alcuni ancora dei moderni. Attalo di Rodi, matematico, è lodato da Ipparco per le sue fatiche sopra Arato, benchè spesso sia poi da lui ripreso. Suida fa menzione di un tal Mariano, autore di una metafrasi dei Fenomeni, di Arato in 1140 giambi greci, composta al tempo di Anastasio imperatore. Critolao, che occupossi pure sui fenomeni è lodato da Plutarco. Una dissertazione <foreign lang="grc">περὶ κατασκευῆς Ἀρατείας σφαίρας</foreign>,<note place="foot">Fab. B. gr. II. 456.</note> cioè <foreign lang="lat">de extructione sphaerae Arateae</foreign>, scrisse Leonzio Meccanico. Tra quelli, che illustrarono Arato, o che di lui trattarono, annovera Fabricio,<note place="foot">Ivi 454. sgg.</note> Alessandro Etolo,<note place="foot">Forse lo stesso che il Licno, ma si guardi se Fabricio li distingue nell'indice to. XIV. della B. gr.; egli lo distingue to. II. 232. 233.</note> Antigono grammatico, Aristillo maggiore, Aristillo minore, Boeto,<note place="foot">Gemino, El. Astr. ap. Petav. in Uran. c. 14 p. 35.</note> Callimaco, che di Arato fece menzione,<note place="foot">Ap. auct. Arati gen. et vit. in Petav. Uranol.</note> Callistrato di Tenedo, Crate Grammatico, Didimo Alessandrino, Didimo Gnidio,<note place="foot">Non so se il Gnidio sia lo stesso che l'Alessandrino, come vuol provare Mittarel. nei prolegom. a Didimo <foreign lang="lat">de Trinitate</foreign>.</note> due Eveneti, Eliodoro, Numenio Grammatico, Parmenisco,<note place="foot">Plin. Hist. Nat. XVIII. 74.</note> Pirro, Sminte, Sporo, Timoteo, Zenone, Zenodoto ed altri. Esistono al presente tre libri d'Ipparco ad Escrione sopra Eudosso, Arato, ed Attalo ad Arato, che in greco furono dati alla luce da Pietro Vittorio nel 1561, ed in greco e latino dal P. Dionigi Petau.<note place="foot">Fab. B. gr. II. 96.</note> Una erudita Isagoge ad Arato di Achille Tazio, anch'essa greca e latina, vedesi presso lo stesso Petau;<note place="foot">In Uranol.</note> Suida, il quale, a torto, secondo il Fabricio,<note place="foot">B. gr. II. 105.</note> lo chiama <foreign lang="grc">Στάτιος</foreign>, <emph>Stazio</emph>, in luogo di Tazio, dice che egli, di pagano fattosi cristiano, divenne vescovo, e scrisse degli amori di Leucippe e di Clitofonte, e <foreign lang="grc">περὶ σφαίρας</foreign>, <emph>della sfera</emph>; ma il Gesner distingue lo scrittore della prima opera da quello della seconda, ed essendo il primo capo della nominata Isagoge intitolato: <foreign lang="grc">περὶ τοῦ παντός</foreign>, <emph>dell'Universo</emph>, egli tutto il libro intitola <emph>dell'Universo</emph>. Salmasio pensa che Achille fosse detto Tazio per esser figlio, o liberto di Tazio.</p>
               <p>Un commentario imperfetto ad Arato, falsamente attribuito ad Eratostene, o ad Ipparco, del quale astronomo ivi si parla, facendovisi anche menzione del mese di Luglio, il qual nome non si udì in Roma se non lungo tempo dopo la morte di Eratostene, fu pubblicato da Pietro Vittorio, come anche un altro commentario pure imperfetto di scrittore anonimo. Di un inedito scoliaste di Arato è fatta menzione dal Salmasio e dal Bochart.<note place="foot">Hieroz. I. 189.</note>
               </p>
               <p>I Fenomeni di Arato furono trasportati in versi latini da Cicerone peranco assai giovane, siccome attesta egli stesso.<note place="foot">De nat. Deor. II. 41.</note> A questo luogo, non spetta la questione, se M. Tullio fosse, o no, poeta dispregevole. Osserverem solo che Plutarco<note place="foot">In vit. Cic.</note> e Desmarais si dichiarano per la negativa, e questa opinione è favorita dal Fabricio,<note place="foot">B. lat. I. 141.</note> benchè le poesie di Cicerone sieno state caratterizzate col nome di ridicole da Giovenale, e benchè Marziale<note place="foot">Epigr. II. 89. in Gaurum.</note> abbia scherzevolmente assomigliato a M. Tullio un poeta, il quale scriveva «Musis et Apolline nullo». Osserva il citato Fabricio,<note place="foot">B. lat. I. 141.</note> che a' tempi di Lupo Ferrarese<note place="foot">Ep. 69. ad Ansbaldum.</note> sembra aver tuttora esistito intero il poema di Arato reso latino da Cicerone, del quale ora non rimangono se non alcuni frammenti, che furono illustrati dal Cochanovio e dal Grutero.</p>
               <p>Altra metafrasi latina dei Fenomeni di Arato è quella, che noi dobbiamo a Cesare Germanico, come con tante ragioni dimostra il Bartio,<note place="foot">Advesar. I. 21.</note> benchè a Domiziano l'attribuiscano il Vossio<note place="foot">De scient. Mathemat.</note> e il Rutgersio,<note place="foot">Var. lect. II. 9.</note> il quale, a dir del Colomesio, evidentemente dimostrò la sua proposizione. Della detta metafrasi fa menzione S. Girolamo<note place="foot">V. Fab. B. lat. I. 355. note</note> allorchè dice: «In Phaenomenis Arati legitur, quem Cicero in latinum sermonem transtulit, et Germanicus Caesar, et nuper Avienus et multi, quos enumerare perlongum est». Comparve questa metafrasi nel 1474, nel 1549, nel 1559, nel 1570, e nel 1649 in Basilea,<note place="foot">Fab. B. lat. I. 461.</note> e quindi nel 1589 con il così detto Scoliaste di Germanico,<note place="foot">Ivi I. 356. 361. note.</note> dal Delrio e da Fulvio Ursino attribuito a Calpurnio Basso, e da altri a Cesio Basso. Fu esso pubblicato da Aldo Manuzio con questo titolo: «Fragmenta Arati phaenomenorum per Germanicum in latinum versi<note place="foot">Anche la Collect. Pisauren. dice <emph>versi</emph>.</note> cum commento in Sicilia reperto». Ma secondo Giovanni Fell un tal commento non è propriamente se non la versione latina dei Catasterismi di Eratostene con alcune aggiunte. Pensò egli, benchè diversamente opinassero lo Scaligero ed altri dotti, che il mentovato commento si dovesse allo stesso Germanico, ciò che sembrò pure al Poliziano<note place="foot">Miscell. c. 3.</note> ed al Bartio; e che non solo Arato, ma Eratostene eziandio fosse stato da Germanico trasportato nell'idioma latino, ed una tal sentenza appoggiò sopra l'autorità di Lattanzio,<note place="foot">Divin. Inst. lib. I. c. 11.</note> il quale parlando dell'Arato di Cesare riporta alcune parole che si ritrovano tanto nel detto commentario, quanto nel greco Eratostene. Con tutto ciò osserva il Bartio istesso, che dal nominato Scoliaste vengon citati, senza nome di autore, alcuni versi, i quali trovansi esser di Prudenzio autore tanto posteriore a Germanico e ad Eratostene. Alcuni luoghi del detto commentario risanò Tommaso Muncker, ed illustrò Giovanni Meursio.<note place="foot">Critici Arnobiani, VI. 90.</note>
               </p>
               <p>Rufo Festo Avieno il quale da Niccolò Antonio<note place="foot">Bibl. vet. Hisp. II. 9.</note> fondato, giusta il Fabricio,<note place="foot">B. lat. II. 93.</note> sopra assai deboli argomenti, è chiamato cristiano, scrisse ancor egli in esametri una metafrasi di Arato, che comparve per la prima volta in Venezia nel 1488, e di nuovo, appresso il Manuzio, nel 1499 unitamente a quella di Cicerone e di Germanico, con le quali pure fu pubblicata da Giovanni Commelin nel 1589,<note place="foot">Ladvocat.</note> e nel 1766 in Pesaro nel Corpo dei poeti latini. In essa non poche cose inserì egli, siccome osserva il Grozio, tolte dalla metafrasi di Germanico e dai Greci scoliasti di Arato, i quali consultò diligentemente, giusta il Grozio medesimo. A questi unisce il Bartio<note place="foot">Adversar. X. 21.</note> Ovidio Nasone; e Lattanzio<note place="foot">Div. inst. II. 5.</note> di fatto parlando di questo poeta disse: «Is eum librumque <foreign lang="grc">φαινόμενα</foreign>breviter comprehendit, his tribus versibus terminavit:
<quote lang="lat" rend="block">
                     <l>Tot numero, talique Deus simulacra figura</l>
                     <l>Imposuit coelo: perque atras sparsa tenebras</l>
                     <l>Clara pruinosae iussit dare lumina nocti».</l>
                  </quote>
Sopra quest'opera di Ovidio è a consultarsi ancor Probo.<note place="foot">In Georg. Vergil.</note> A tutti i mentovati scrittori volenterosamente aggiungerei C. Giulio Cesare, se non vi fosse luogo a dubitare, che egli inavvertitamente sia stato posto da Frinico, da Prisciano e da Suida per Cesare Germanico.<note place="foot">Fab. B. gr. II. 457., e B. lat. I. 187. 355. not.</note>
               </p>
               <p>Tra i più moderni Niccola Aleno ed Elia Schedio composero delle metafrasi latine di Arato, quella del primo comparve tra le sue poesie in Parigi nel 1651, quella del secondo nel 1631. A questi può aggiungersi Ugone Grozio, che in età appena di 16 anni pubblicò i frammenti della metafrasi di Cicerone con i propri supplementi, che rendevanla intera e con le altre metafrasi di Germanico e di Avieno, aggiuntevi le sue note a ciascuna di esse. Quest'opera comparve in Leiden nel 1600. Ai latini traduttori di Arato aggiunge l'Hendreich, ma a torto Giunio Paolo Crasso.</p>
               <p>In versi francesi furono i frammenti della metafrasi di M. Tullio tradotti dal Burer ripreso dal Lescaloplier.<note place="foot">Ad Cic. De Nat. Deor. lib. I; Nicolai, I. 274.</note> I Fenomeni di Arato tradusse in verso sciolto italiano il famoso Bernardino Baldi,<note place="foot">
                     <title>Arato Solese degli Apparenti, di greca in toscana favella per B. Baldi tradotto e commentato</title>.</note> commemorato per questa sua fatica dall'Argelati, dal Maffei e dal Fabricio.<note place="foot">Fab. B. gr. II. 458.</note>
               </p>
               <p>La opera di Arato comparve in Parigi nel 1566, tra i Poeti principi di Enrico Stefano, e con il libro di Giacomo Ziegler sulla costruzione della sfera ed altre opere in Basilea nel 1536. Quindi in Parigi nel 1559, ed in Oxford per le cure di Giovanni Fell nel 1672. In questa ultima edizione veggonsi aggiunti dopo il verso 470 questi che seguono, tratti da un codice manoscritto e inseriti nel poema di Arato da Massimo Planude, come sospetta l'editore, da altro bramoso di rendere Arato più consentaneo ai pensamenti di Ptolomeo.<note place="foot">Ivi.</note>
                  <quote lang="grc" rend="block">
                     <l>Ἐν δὲ οἱ ἐσπομένου διδᾣᾣύμων τὸ μέσον καθορᾶται</l>
                     <l>Ἐν δὲ τοι ὑάδες ἃς ἀνέχει λοφιῆς ἐπὶ ταῦρος.</l>
                     <l>Γλωχὶν Πληϊάδων, ἥ γ' ἐς βορέην σκοπιάζει.</l>
                     <l>Ἰχθᾣᾣύος αὗ κεφαλὴ βορεωτέρου ἐστὶν ἐν αᾣᾣύτῷ,</l>
                     <l>Ἀνδρομέδης κεφαλὴν δὲ καὶ ὀρνίθειον ἀθρήσεις</l>
                     <l>῾Ράμφος ὑπερκᾣᾣύκλοιο βορειοτέρης ἐπὶ χώρης</l>
                     <l>Μικρὰ βορειοτέρης, καὶ ἀπέστασαν ἄμφω ἐς ἴσσην.</l>
                     <l>Ἐς μέσον ἀμφοτέρων δ' ἵππου γόνυ μᾶλλον ἐκείνων</l>
                     <l>Ἄγχι τροχοῦ κέκλιται καὶ μικροῦ δεῖν ἐν ἐκείνῳ.</l>
                     <l>Τοῦτ' ἐν γοᾣᾣύνασι δεξιτερὸς διατέμνεται ὦμος</l>
                     <l>Καὶ πολυπλεθροτάτου μυκτὴρ ὄφεως ὀφιοᾣᾣύχου,</l>
                     <l>Αὐτοῦ τ' Ἀρκτοᾣᾣύρου ἀριδείκετος ἐς πόλον ἀστήρ.</l>
                     <l>Αὐτὰρ ἔπειτα λεοντέη ὀσφᾣᾣύς, ἔπειτα δὲ χαίτη.</l>
                     <l>Εἶτα δ' ὄνων ὁ βόρειος ἐπόψια σήματα κᾣᾣύκλου,</l>
                     <l>Καρκίνον ἐς μῆκος γὰρ ὅλον τρόχαλος διαμείβων</l>
                     <l>Δοιὰ μὲν ἐς νότον, ἓν δὲ βόρειον ἐς ἄντυγα λείπει</l>
                     <l>Τοῦ μὲν ὅσον τε μάλιστα δι' ὀκτὼ μετρηθέντος</l>
                     <l>Πέντε μὲν ἔνδια στρέφεται καθυπέρτερα γαίης</l>
                     <l>Τὰ τρία δ' ἐν περάτῃ, θέρεος δὲ αἱ ἐντροπαί εἰσι.</l>
                     <l>Ἀλλ' ὁ μὲν ἐν βορέῳ περὶ καρκίνον ἐστήρικται,</l>
                     <l>Ἅλλος δ' ἀντιόωντι νότων, ὅτι αἰγοκερῆος</l>
                     <l>Τέμνει, καὶ στροφάλιγγα μέσην ὑδροχεᾣᾣύμενος ὑγροῦ,</l>
                     <l>Οἷς ἅμα κήτεος οὐραῖον νοτιώτατον αἱρεῖ,</l>
                     <l>Καὶ πόδα προσθίδιον νότιόν τε θοοῖο λαγωοῦ.</l>
                     <l>Μεσσάτιός τε κᾣᾣύων ἀπομείρεται ἔνθα καὶ ἔνθα,</l>
                     <l>Εἶτα δ' ἀκροστόλιόν τε καὶ ἱστίον ἀργόος ἄκρον</l>
                     <l>Σχίζει καὶ κεφαλὴν κόρακος βορέην δ' ἀπολείπει.</l>
                     <l>Αὐτὰρ ὕδροιο δίεισιν ἀειρομένης ἄκρον οὐρῆς,</l>
                     <l>Ἀνταρέως τ' ἔχεται, τὸν σκορπίος ἴσχει ἐν αὐτῷ</l>
                     <l>Ἀστέρα παμφανόωντα καὶ οὐδὲ σὺ τοξότα φεᾣᾣύγεις</l>
                     <l>Ἀλλὰ καὶ ὑμετέρην κεφαλὴν διὰ μέσσον ὁρίζει</l>
                     <l>Τὸν πᾣᾣύματον. etc.</l>
                  </quote>
Dopo il verso 504 seguono questi tratti dal medesimo codice:<note place="foot">Fab. B. gr. II.</note>
                  <quote lang="grc" rend="block">
                     <l>Σῆμα δέ οἱ σᾣᾣύνδεσμος, ὃς ἰχθᾣᾣύας ἐς ἓν ἐλαᾣᾣύνει</l>
                     <l>Ἓν δὲ γένυς μεγάλη μεγακήτεος ἔπλετο κήτευς,</l>
                     <l>Καὶ μέσον Ὠρίωνος, ὅπη ζώνη κατὰ μῆκος</l>
                     <l>Ἐκτέταται, καὶ ὕδρου πρώτη καμπὴ κρυεροῖο.</l>
                     <l>Παρθενικῆς δ' εἴδωλον ἔπειτα διάνδιχα τέμνει</l>
                     <l>Λοξὸν ἀπὸ πτέρυγος λαιῆς, ἄλλην ἐπιπέζαν.</l>
                     <l>Εἶτ' ὄφεως μεγάλοιο, τὸν ἀμφοτέραις ὀφιοῦχος</l>
                     <l>Δραξάμενος κατέχει καμπὴν πρώτην κατὰ χερσίν,</l>
                     <l>Οὐρὴν δ' ἀκροτάτην καὶ δεξιὸν ἀνέρος ὦμον.</l>
                     <l>Οᾣᾣύ πολὺ πρὸς βορέην ἀπολείπεται, ἐς μέτρα δ' ἴσσα</l>
                     <l>Αἰετὸς ἐκτανᾣᾣύσας, δ' ὠκυπτερον ἐς νίτου οἶμον</l>
                     <l>Δεξιτερὸν κᾣᾣύκλοιο παράπτεται· ὑδροχόος δὲ</l>
                     <l>Αὐτοῦ ἔχει κεφαλὴν ἐπικᾣᾣύκλου· τῶν νεπόδων δὲ</l>
                     <l>Ὃς νοτιώτερός ἐστι, διχάζεται ἄλλ' ἐπὶ μῆκος.</l>
                     <l>Τοὺς μὲν παρβολάδην ὀρθοὺς περιτέλλεται ἄξων.</l>
                  </quote>
               </p>
               <p>Il poema di Arato è stato, a dir vero, la vittima dell'audacia licenziosa dei Critici e Novatori.<note place="foot">Fab. B. gr. II. 460.</note> Attesta l'anonimo scrittore della vita di Arato pubblicata dal Vittorio e dal Petau,<note place="foot">In Uranol.</note> essere stato non solo depravato dai pittori, Grammatici e Astronomi colle loro interpretazioni; ma da taluno eziandio troncato, interpolato. Fuvvi chi ommise i primi versi del poema di Arato sino al 19°, negando esser questi del nostro poeta, chi il disse incominciato in tal tenore:<note place="foot">Fab. ivi. 460.</note>
                  <quote lang="grc" rend="block">
                     <l>Ἀμφί μοι ἠελίοιο περικλειτοῖο τε μήνης</l>
                     <l>Ἔσπετέ μοι Μοῦσαι...,</l>
                  </quote>
chi nel modo che segue:
<quote lang="grc" rend="block">
                     <l>Ἕπταχα σὺν δεκάδεσσι περιπλομένων</l>
                     <l>ἐνιαυτῶν,</l>
                  </quote>
chi nella seguente foggia, quasi dedicato ad un tale Anclide:<note place="foot">Ivi.</note>
                  <quote lang="grc" rend="block">
                     <l>Ἀγκλείδη ξείνων ἱερὸν θάλος, εἰδ' ἄγε σᾣᾣύ μοι</l>
                     <l>Οὐρανίην ψαᾣᾣύσειας ἐπὶ τρίβον..., </l>
                  </quote>
chi quasi lo fosse al re Antigono:<note place="foot">Ivi.</note>
                  <foreign lang="grc">Ἀντίγονε ξείνων ἱερὸν θάλος</foreign> In Greco e latino, con prefazione di Filippo Melantone comparve il poema di Arato nel 1521. Con la versione prosaica e con brevi note di Giovanni Coperin in Basilea nel 1534, 1547, 1561, e nella collezione di Poeti greci, per le cure di Giacomo Lezio, in Ginevra nel 1606.</p>
               <p>Arato scrisse più opere, oltre i Fenomeni, e tra queste una, di cui parla Suida, intitolata <foreign lang="grc">Ἀστρολογία καὶ ἀστροθεσία</foreign>. Arato <foreign lang="grc">ἐν τῇ πέμπτῃ τῶν ἀστρικῶν</foreign> vien commemorato da Tzetze.<note place="foot">Ad Hesiod.; Fab. B. gr. II. 462.</note> La riferita opera è, per congettura del Fabricio,<note place="foot">B. gr. II. 463.</note> la stessa che il <foreign lang="grc">Κανών</foreign>, <title lang="lat">Canon</title>, mentovato da Achille Tazio,<note place="foot">Isagog. c. 158. e 16.</note> il quale asserisce, che l'autore trattò in esso a parte a parte dei cinque pianeti.</p>
               <p>Circa il tempo di Arato visse il famoso Conone, matematico ed astronomo nativo di Samo, lodato da Archimede e da Pappo e commemorato da Properzio.<note place="foot">Lib. IV. El. I. v. 80.</note> Avendo la famosa Berenice appesa in voto al tempio di Venere la sua chioma, questa dopo qualche tempo scomparve. Allora gli adulatori dissero, che essa era stata tolta dagli Dei, e Conone: ella è, disse, in quell'ammasso di stelle. Questa chioma, posta da Conone tra gli astri, fu celebrata da Callimaco,<note place="foot">Ap. scholiast. Arati.</note> da Teone<note place="foot">In Aratum.</note> e da altri citati dal Fabricio.<note place="foot">B. gr. II. 93.</note> Vedesi presso Catullo<note place="foot">De Coma Berenic.</note> una poesia, in cui introducesi la chioma di Berenice favellar di sè a Berenice medesima. Dice un antico epigramma:
<quote lang="lat" rend="block">
                     <l>E Bereniceo detonsum vertice crinem</l>
                     <l>Rettulit esuriens graecus in astra Conon.</l>
                  </quote>
Di Conone dice Probo:<note place="foot">Ad Verg. Ecl. III. 40.</note> «Conon mathematicus; sed quamvis plures fuerint mathematici, eleganter errantem rusticum inducit dicentem: quis fuit alter? alter enim accipitur unus de duobus. Is autem Conon de astrologia libros septem reliquit». Egli morì prima di Archimede suo amico, il quale lo tenea in grande stima.</p>
               <p>Altro astronomo greco fu Aristarco, vissuto, come credesi, verso il 264 avanti Gesù Cristo,<note place="foot">Lande, Astr. I. 148.</note> benchè considerabilmente più antico lo facciano il Fromondo e il Simler presso il Vossio,<note place="foot">De scient. Mathem. c. 35. par. 1.</note> ripresi però dal Fabricio.<note place="foot">B. gr. II. 89 in not.</note> Di lui fecer menzione Vitruvio Ptolomeo e Varrone presso Gellio,<note place="foot">Noct. Att. III. 10.</note> nel quale, in luogo di Aristide Samio, è a leggersi Aristarco. Egli determinò la distanza del sole dalla terra, che egli credè circa 19 volte maggiore di quella della terra medesima dalla luna, e trovò la distanza della terra dalla luna di 56 semidiametri del nostro globo. Credè che il diametro del sole fosse non più che 6 in 7 volte maggiore di quello della terra, e che quello della luna fosse circa un terzo di quello della terra medesima. Fu dogma di Aristarco il moto della terra,<note place="foot">Archimed. in Psamm.; Sext. Empir. adv. Math.; Plut. quaest. Platon.; Menag. ad Laert. 389.; Fab. B. gr. II, 89.</note> e egli per tale opinione riputossi da Cleante reo d'empietà, quasi avesse turbato il riposo dei Lari e di Vesta. Sembra che Plutarco asserisca, essere stato Cleante, e non Aristarco, fautore del moto della terra, così leggendosi nel suo libro <title lang="lat">De facie in orbe lunae</title>:<note place="foot">Menag. 388. col. 2.</note>
                  <foreign lang="grc">μόνον, εἶπεν, ὦ τᾶν, μὴ κρίσιν ἡμῖν ἀσεβείας ἐπαγγείλης· ὥσπερ Ἀρίσταρχος ὤετο δεῖν Κλεάνθη τὸν Σάμιον ἀσεβείας προκαλεῖσθαι τοὺς Ἕλληνας, ὡς κινοῦντα τοῦ κόσμου τὴν ἑστίαν, ὅτι αἰνόμενα σώζειν ἀνὴρ ἐπειρᾶτο, μένειν τὸν οὐρανὸν ὑποτιθέμενος, ἐξελίττεσθαι δὲ κατὰ λοξοῦ κᾣᾣύκλου τὴν γῆν, ἅμα καὶ περὶ τὸν αὐτῆς ἄξονα δινουμένην</foreign>. Ma opinione del Menagio, favorita dal Fabricio<note place="foot">B. gr. II. 89. in not.</note> e fiancheggiata dal consentimento universale degli scrittori e dello stesso Plutarco in altra opera, i quali del sentimento del moto della terra fanno autore Aristarco; si è che corregger si debba il luogo del citato autore e leggersi:<note place="foot">Menag. 389. col. 1.</note>
                  <foreign lang="grc">ὥσπερ Ἀρίσταρχον τὸν Σάμιον ᾦετο Κλεάνθης δεῖν ἀσεβείας προκαλεῖσθαι τοὺς Ἕλληνας</foreign> in luogo di: <foreign lang="grc">ὥσπερ Ἀρίσταρχος ᾦετο δεῖν Κλεάνθη τὸν Σάμιον ἀσεβείας προκαλεῖσθαι τοὺς Ἕλληνας</foreign>. Fa menzione Plutarco<note place="foot">L. c.</note> del libro di Aristarco <foreign lang="grc">περὶ μεγεθῶν καὶ ἀποστημάτων (τοῦ ἡλίου καὶ τῆς σελήνης)</foreign>
                  <emph>delle grandezze e distanze del sole e della luna</emph> il quale, rivolto nel latino idioma da Giorgio Valla, comparve in Venezia nel 1498, ed in greco e latino, fu pubblicato da Giovanni Wallis in Oxford nel 1688 con la versione e le note di Federico Commandino e son le proprie osservazioni. Fu riprodotta quest'opera, giusta la ora accennata edizione, nel terzo tomo delle opere del Wallis stampate in Oxford nel 1699. Due versioni arabiche della medesima opera, esistenti in dei manoscritti ricordansi dal Fabricio,<note place="foot">B. gr. II. 90.</note> e rammentansi dal Labbé<note place="foot">Nov. Bibl. Mss. libror.</note> le Predizioni matematiche dei pianeti di Aristarco. Il libro <foreign lang="lat">de mundi systemate, partibus et motibus</foreign>, pubblicato nel 1644 in Parigi, sotto il nome di Aristarco, quasi traslatato dal Greco per opera di Robervall, e inserito dal Mersenne nel terzo tomo delle osservazioni fisico-matematiche; è parto dell'ingegno di Robervall medesimo,<note place="foot">Menag. ad Laert. p. 3898. cod. 2.; Baillet, des auteurs déguiséz; Fab. B. gr. II. 90.</note> il quale volle graziosamente prendersi giuoco dei letterati del suo tempo, siccome han fatto il Sigonio, che diè fuori il libro <foreign lang="lat">de Consolatione</foreign> quasi opera di M. Tullio, mentre non era che lavoro della propria penna; ed il Regnier, che contraffece una canzone del Petrarca, fingendola ritrovata tra la polve di vecchi manoscritti, e trasse nell'inganno la stessa Accademia della Crusca; ed il Mureto soprattutto, che ebbe la gloria di veder citato il frammento di Trabea da lui contraffatto nel commento a Varrone del grande Giuseppe Scaligero.<note place="foot">Algarotti, Pensieri, 171.</note>
               </p>
               <p>Perge nella Pamfilia ebbe la gloria di produrre anch'essa un Astronomo e un Matematico di gran fama, qual fu Apollonio<note place="foot">Non fu Apollonio Pergeo quello che successe ad Eratostene. Così Ladvocat.</note> celebre per il suo trattato delle sezioni coniche. Egli tentò di spiegare le stazioni e retrogradazioni dei pianeti, e a tale effetto inventò gli epicicli, circoli uniti a quello, che fu detto deferente, perchè porta l'epiciclo. Ad onta dell'assurdità degli epicicli, non può negarsi, che molto debbasi ad Apollonio di Perge per avere applicata all'astronomia la matematica, la quale ha con la scienza degli astri un intimo legame, e dei più grandi rapporti. L'Astronomia ha bisogno della Matematica, ma questa non è che uno strumento nelle sue mani. Dacchè l'Astronomia ebbe l'appoggio della Geometria, ella fece grandi progressi. Matematica ed Astronomia sono a considerarsi come due sorelle, che debbono scambievolmente amarsi e servirsi. Per ritornare ad Apollonio, sappiamo da Eraclide, citato da Eutocio, essere egli vissuto sotto Ptolomeo Evergete. Successore di questo principe fu Ptolomeo Filopatore, e appunto ai tempi di esso leggiamo essere vissuto un Apollonio <foreign lang="grc">ἐπ' Ἀστρονομίᾳ περιβόητος γεγονώς</foreign> chiamato <foreign lang="grc">ἐψιλόν</foreign>, a dire di Ptolomeo Efestione, perchè la figura di questa somiglia quella della luna, nella considerazione della quale molto egli spese di tempo e di studio. Ora stante la prossimità delle epoche, parmi essere, se non ad asserirsi, almeno a sospettarsi che cotesto Apollonio astronomo altri non sia, che Apollonio Pergeo. È a notarsi che al tempo di Ptolomeo Efestione la figura della Epsilon approssimavasi a quella della luna ma che nei monumenti più antichi dell'impero di Domiziano non si scorge tal lettera, se non in figura quadrata; onde potrebbe inferirsi, avere errato Ptolomeo Efestione nello assegnare la origine del nome <foreign lang="grc">ἐψιλόν</foreign> dato ad Apollonio.<note place="foot">Fab. B. gr. II. 829.</note>
               </p>
               <p>L'anno avanti Gesù Cristo 208 è di funesta rimembranza agli astronomi per cagione della morte seguita in esso del famoso Archimede, insigne matematico, chiamato dal Vossio,<note place="foot">De art. et scient. Nat. c. 16; Tirab. I. 43.</note> uomo d'ingegno divino. Egli nacque in Siracusa, ed essendo nobilissimo di sangue e parente del re Ierone, volle ancor più nobilitarsi con lo studio delle scienze, alle quali si applicò con una specie di furore. I suoi domestici erano costretti a toglierlo con violenza dal suo gabinetto per obbligarlo a cibarsi. Dopo aver ben appresi i moti del sole, della luna e dei pianeti, si applicò a far uso dei suoi lumi. Costruì una sfera,<note place="foot">Cic. de Nat. Deor. II. 35., e Tusc. quaest. I. 25.; Sex. Empir. advers. mathem. Lactant. Div. inst. II. 5.; Fab. B. gr. II. 552.; Ovid. Fast. VI.</note> i circoli della quale seguivano i movimenti celesti con una mirabile esattezza. Il Mazzucchelli, nelle sue notizie istoriche sopra Archimede, adduce varie opinioni sulla materia di questa sfera. Fuvvi chi la credè di vetro, ma Sesto Empirico la stimò fatta di legno. Questa sfera vien giustamente chiamata da Cassiodoro «naturae speculum». Claudiano la descrisse con molta eleganza in un epigramma che merita di esser conosciuto. Esso è il seguente:
<quote lang="lat">
                     <lg>
                        <head>IN SPHAERAM ARCHIMEDIS EPIGRAMMA</head>
                        <l>Iupiter in parvo cum cerneret aethera vitro,</l>
                        <l>Risit, et ad superos talia dicta dedit:</l>
                        <l>Huccine mortalis progressa potentia curae?</l>
                        <l>Iam meus in fragili luditur orbe labor.</l>
                        <l>Iura poli, rerumque fidem, legesque Deorum</l>
                        <l>Ecce Syracosius transtulit arte senex.</l>
                        <l>Inclusus variis famulatur spiritus astris,</l>
                        <l>Et vivum certis motibus urget opus.</l>
                        <l>Percurrit proprium mentitus signifer annum,</l>
                        <l>Et simulata ovo Cynthia mente redit.</l>
                        <l>Iamque suum volvens audax industria mundum,</l>
                        <l>Gaudet et humana sidera mente regit.</l>
                        <l>Quid falso insontem tonitru Salmonea miror?</l>
                        <l>Aemula naturae parva reperta manus.</l>
                     </lg>
                  </quote>
Archimede lasciò la descrizione di tale instrumento in un suo libro intitolato <title>Sphaeropeia</title>.<note place="foot">Tirab. I. 51.</note> Fa menzione M. Tullio<note place="foot">De Nat. Deor. II. 34.</note> di una sfera fatta da Posidonio a somiglianza di quella di Archimede.<note place="foot">Fab. B. gr. II. 410.</note> Ecco le sue parole: «Si in Scythiam aut Britanniam Sphaeram aliquis attulerit hanc, quam nuper familiaris noster effecit Posidonius, cuius singulae conversiones idem efficiunt in sole et in luna et in quinque stellis errantibus, quod efficitur in coelo singulis diebus et noctibus: quis in illa barbarie dubitet, quin ea sphaera sit perfecta ratione?». Archimede fu ucciso, nella presa di Siracusa fatta da Marcello, da un insolente soldato, mentre stava intento allo studio delle matematiche, e come estatico in descrivere nella polve alcune figure geometriche.<note place="foot">Liv. XXV. 31.; Plutarch. in vit. Marcel.; Val. Max. VIII. 7. Exter. par. 7.</note> Egli fu assai compianto da Marcello, il quale, entrando vittorioso in Siracusa, avea pubblicamente vietato d'ucciderlo. Si dice che egli fece appendere il soldato, che lo avea ucciso. M. Tullio Cicerone, essendo questore in Sicilia, scoprì il sepolcro di Archimede, su di una picciola colonna del quale era stata posta la figura di un cilindro e di una sfera.<note place="foot">Cic. Tusci quaest. V.; Fab. B. gr. II. 545. not.</note> Ci rimangono di questo insigne matematico alcune opere, nelle quali si scorge il profondo di lui sapere.</p>
               <p>Circa l'anno 180 avanti Gesù Cristo nacque il celebre Ipparco, uno dei più grandi Astronomi dell'Antichità. Rodiotto lo appella Ptolomeo; Niceno, Strabone e Suida.<note place="foot">Fab. B. gr. II. 94.; Voss. de Scient. math.; Menag. 4298. col. 2.</note> Si applicò allo studio dell'Astronomia con grande ardore. Osservò per lungo tempo il moto del sole, o vogliam dire della terra, e per conoscere se le sue osservazioni erano esatte, le paragonò con quelle di Aristarco. Determinò la durata dell'anno, il quale egli disse esser di 365 giorni 5 ore e 55 minuti e 12 secondi. Compose il suo ciclo di anni 304. Aggiunse le pinnule all'alidade, strumento astronomico. Misurò la durata delle rivoluzioni della luna, determinò la inclinazione dell'orbita lunare sulla ecclittica, e la di lei eccentricità, e pubblicò il risultato delle sue osservazioni in due opere intitolate l'una <title lang="lat">De menstruo revolutionis tempore</title>, e l'altra <title lang="lat">De motu lunae in latitudinem</title>. Ipparco volle ancora misurare la distanza, che passa tra la Terra e i corpi celesti, e determinare la grandezza dell'universo. Per porre in esecuzione questo progetto egli osservò i diametri apparenti degli astri, le parallassi orizzontali del Sole e della Luna, le distanze e le grandezze rispettive de' corpi celesti, e il diametro dell'ombra della terra nelle ecclissi della luna. In seguito di tutte queste osservazioni egli disse, che la più gran distanza del Sole dalla terra è di 1556 semidiametri terrestri, la sua distanza media di 1472, e la piccola di 1357; che la sua parallassi orizontale è di tre secondi; che la distanza media della Luna dalla Terra è di 59 semidiametri terrestri; che il diametro della luna è un poco meno del terzo di quello della terra; e che il diametro del sole è cinque volte e mezza più grande di quello del nostro globo.</p>
               <p>Mentre Ipparco era occupato nelle sue operazioni astronomiche, una nuova stella comparve nel cielo. Attonito per questo fenomeno, Ipparco affermò che il cielo è soggetto a dei cangiamenti. Egli enumerò tutte le stelle, delle quali formò un catalogo, e le divise in costellazioni. Ipparco volle accertarsi della esattezza delle sue osservazioni, paragonandole con quelle di Aristillo e di Timocaris, celebri astronomi antichi, i quali avean fatto sì gran numero di osservazioni, che si eran trovati in istato di comporre un catalogo delle stelle. Ipparco conobbe, che gli astri avean retrogradato, secondo l'ordine dei segni, circa due gradi con un movimento, il quale egli congetturò che avesse luogo intorno ai poli dello Zodiaco. Ipparco misurò la durata delle rivoluzioni della luna, paragonando con le sue le antiche osservazioni delle ecclissi, e formò un periodo lunare, che porta il suo nome. Egli calcolò ancora tutte le ecclissi del sole, e della luna, che doveano accadere nello spazio di 600 anni. Insegnò in fine a far uso delle longitudini per determinare la posizione dei luoghi sulla terra, ed a servirsi per ciò delle ecclissi della luna. Dopo cotante utilissime osservazioni e scoperte terminò la sua carriera questo illustre matematico, che può giustamente dirsi uno de' più grandi Astronomi dell'antichità. Plinio, il quale parla frequentemente d'Ipparco, facendone magnifici elogi, lo chiama il confidente della natura, «Consiliorum Naturae particeps»,<note place="foot">Hist. Nat. II. 9.</note> e dice, che cotesto insigne astronomo non può giammai essere abbastanza lodato.<note place="foot">Ivi 24.</note> Del commentario d'Ipparco ad Arato feci menzione parlando di questo poeta. Altri scritti però d'Ipparco si ricordano dagli antichi, e si piangono perduti dagli astronomi e dagli eruditi. Di questo numero è quello, che avea per titolo <foreign lang="grc">περὶ μεγεθῶν καὶ ἀποστημάτων (τοῦ ἡλίου καὶ τῆς σελήνης)</foreign> rammentato da Pappo e da Calcidio.<note place="foot">Comm. ad Plat. Timae.; Meurs. V. 270. B.</note> Altro scritto d'Ipparco <foreign lang="grc">περὶ τῶν ἀπλανῶν ἀναγραφαί</foreign>
                  <foreign lang="lat">de inerrantibus</foreign> (cioè <foreign lang="lat">non errantibus</foreign>) <foreign lang="lat">stellis commentarii</foreign>, è mentovato da Ptolomeo nell'Almagesto.<note place="foot">Magn. Syntax. lib. VII.</note> La <foreign lang="grc">ἔκθεσις ἀστερισμῶν</foreign> pubblicata in greco sotto il nome d'Ipparco da Pietro Vittorio in Firenze nel 1567, leggesi quasi parola per parola nel libro appunto dell'Almagesto, in cui da Ptolomeo è fatta menzione dell'opera d'Ipparco sulle fisse. Ricorda Pappo la opera di questo astronomo <foreign lang="lat">de duodecim signorum adscensione</foreign>, di cui sembra parli ancora Ptolomeo nella sua opera <foreign lang="lat">de apparentiis et significationibus inerrantium</foreign>. L'altra opera d'Ipparco<note place="foot">Fab. B. gr. II. 95.</note>
                  <foreign lang="grc">περὶ τῆς κατὰ πλάτος μηνιαίας τῆς σελήνης κινήσεως</foreign> è mentovata da Suida, l'altra<note place="foot">Ivi.</note>
                  <foreign lang="grc">περὶ μηνιαίου χρόνου</foreign>, da Galeno; e quella finalmente, che avea per titolo<note place="foot">Ivi.</note>
                  <foreign lang="grc">περὶ τῆς μεταπτώσεως τῶν τροπικῶν καὶ ἰσημερινῶν σημείων</foreign> ricordasi da Ptolomeo.<note place="foot">Magn. Syntax. lib. VIII.</note> Un codice contenente uno scritto d'Ipparco <foreign lang="grc">περὶ τῶν δώδεκα Ζωδίων</foreign>, che comincia: <foreign lang="grc">Μὴν μάρτιος ἔχων ἡμέρας λα'</foreign>, rammenta il Mingarelli.<note place="foot">Cod. 114. n. 28.</note>
               </p>
               <p>Intorno al tempo d'Ipparco visse C. Sulpicio Gallo, famoso Astronomo. Nel libro <foreign lang="lat">de senectute</foreign> M. Tullio introduce il vecchio Catone a parlar per tal modo di Gallo al giovane Affricano: «Mori poene videbamus studio dimetiendi coeli atque terrae C. Gallum familiarem patris tui, Scipio. Quoties illum lux noctu aliquid describere ingressum; quoties nox oppressit, cum mane coepisset! Quam delectabat eum defectiones solis et lunae multo nobis ante praedicere!». Essendo egli tribuno militare nell'esercito di Paolo Emilio, radunati un giorno i soldati li avvertì che la luna sarebbesi ecclissata; aggiunse che alcuno non rimanesse spaventato da questo fenomeno, mentre esso non avvenia se non per le ordinarie leggi della natura. I soldati, animati da questo discorso, attaccarono i Macedoni, i quali spaventati dalla ecclissi furono facilmente rotti, e messi in fuga. Secondo Valerio Massimo, egli rassicurò l'esercito solo allorchè era di già cominciata la ecclissi. «Rationem, dice Plinio,<note place="foot">Hist. Nat. II. 10.</note> defectus utriusque primus Romam generis in vulgus extulit Sulpicius Gallus». Egli fu certo uno de' più abili astronomi del Lazio, il quale fu assai povero in questo genere di letterati. Sotto i primi Cesari l'Astronomia fu sommamente negletta. Oltre Plinio il vecchio, che scrisse sull'Astronomia ciò, che trovò sparso nei libri Greci, che avea tra le mani, Seneca il filosofo, che nelle Questioni Naturali trattò di alcuni casi interessanti l'Astronomia, ed Aurelio Macrobio, il quale dubitasi che scrivesse dei libri <foreign lang="lat">de differentia stellarum, et de magnitudine solis</foreign>;<note place="foot">Fab. B. lat. II. 117.</note> pochissimi latini ritrovansi, che periti fossero in questa scienza. Gli antichi Romani, occupati dall'arte militare, assai poco la coltivarono.</p>
               <p>Nel 77 avanti Gesù Cristo, secondo il P. Petau, e intorno al 137 avanti il medesimo, secondo Bonjour, vivea Gemino da Rodi, matematico famoso, di cui esistono gli Elementi dell'astronomia, ossia la <foreign lang="grc">εἰσαγωγὴ εἰς τὰ φαινόμενα</foreign>
                  <emph>introduzione ai fenomeni</emph>, la quale fece che egli venisse annoverato tra gli illustratori d'Arato. Fu quest'opera pubblicata da Edone Ilderico con la propria versione in Altdorf nel 1590, e dedicata all'Elettore di Sassonia, e quindi venne di nuovo alla luce in Leyden nel 1603. Il P. Petau la riprodusse nel suo Uranologio. Nota l'Usserio che l'Introduttorio astrologico pubblicato sotto il nome di Ptolomeo, e da Abramo di Balmes traslatato dall'arabico, non altro è che l'accennata opera di Gemino. Di questo autore è fatta parola da Eutocio,<note place="foot">Ad Apollon. Conica.</note> da Pappo, da Proclo,<note place="foot">Fab. B. gr. I. 98.</note> dal Biancani,<note place="foot">Chronolog. math.</note> che il fa per errore maestro di Proclo, dal Vossio,<note place="foot">De scient. math.</note> dal Fabricio.<note place="foot">B. gr. lib. III. c. 5. par. 20.</note> Il Sig. Origlia<note place="foot">Suppl. al Diz. stor. portat. dell'ab. Ladvocat. art. <title>Girolamo di Rodi</title>.</note> graziosamente ha dato il nome Girolamo al nostro Gemino. Si è in perfetta ignoranza delle cause, senza dubbio fortissime, che lo avranno spinto a fare tal bizzarro cangiamento di nome.</p>
               <p>Verso l'anno 66 avanti Gesù Cristo credesi che vivesse un Astronomo Cinese chiamato Lieou-hin, il quale scrisse, per quanto dicesi, un corso di Astronomia, e suppose la obbliquità della ecclittica essere di 24 gradi Cinesi, o di 23 gradi, 39 minuti e 18 secondi.<note place="foot">Lande, Astron. 173.</note>
               </p>
               <p>Intorno al tempo di Lieou-hin visse Posidonio, famoso Astronomo, che ebbe con Pompeo commercio, e di cui parlano Strabone, Plutarco,<note place="foot">In vit. Cic.</note> il Menagio, il Vossio, il Meursio,<note place="foot">III. 763.</note> il Fabricio,<note place="foot">B. gr. II. 409.</note> ed altri citati da quest'ultimo. Questo astronomo particolarmente applicossi a cercare quante miglia contenesse un grado del circuito della terra e a misurare il medesimo circuito col mezzo delle distanze conosciute di alcune città poste sotto uno stesso meridiano, o sotto una linea dal Nord tirata al Sud.</p>
               <p>Intorno all'anno 43 avanti Gesù Cristo, Caio Giulio Cesare, abilissimo matematico, il quale, a dir di Macrobio,<note place="foot">Saturn. I. 16.</note> e di Plinio,<note place="foot">Hist. Nat. XVIII. 57.</note> scrisse sopra il moto delle stelle, di cui fan menzione Simplicio, Plinio e Proclo,<note place="foot">Fab. B. lat. I. 187.</note> chiamato da Sosigene d'Alessandria il più celebre astronomo del suo tempo; con l'opera di lui e di altri filosofi e matematici, fra i quali Macrobio<note place="foot">Saturnu I. 14.</note> nomina singolarmente Marco Flavio, intraprese la riforma del Calendario. Compose l'anno solare di 365 giorni, facendo che ad ogni quattro anni ve ne fosse uno di 366 giorni, il quale fu chiamato Bisestile. Nella occasione di questa riforma del Calendario fuvvi l'anno detto di confusione il quale secondo Censorino fu di giorni 445, secondo Giuseppe Scaligero di giorni 444 e secondo Macrobio<note place="foot">Ivi.</note> di giorni 443. I mesi furono posti nell'ordine seguente:<note place="foot">V. Saverien, Hist. des progrès etc. III. 193.</note> Gennaio, Febbraio, Marzo, Aprile, Maggio, Giugno, Luglio, Agosto, Settembre, Ottobre, Novembre, Decembre. Giulio Cesare pubblicò con un Editto la riforma da lui fatta del Calendario, la quale fu adottata da quasi tutte le Nazioni, che la chiamarono il Computo Giuliano. Coloro però, che, stanchi del suo potere e invidiosi della sua grandezza, ben eran lungi dall'approvar un atto di dominio esercitato su di loro da Cesare, ancora siffatta in realtà utilissima azione gli ascrissero a delitto. Lo stesso Cicerone, al riferir di Plutarco,<note place="foot">In Caes. 59.</note> avendo udito dir da certuno, che nel dì seguente nascerebbe la Lira: Sì, rispose, per l'editto di Cesare; volendo significare, che questi pretendea arrogarsi il dominio sul cielo eziandio. Tanto odioso riesce il beneficio medesimo allorquando, contra i diritti dell'uomo beneficato, usurpossi il benefattore il potere di conferirlo.<note place="foot">Stor. Univ. XXXII. 251.; Plutarch. in Caes. 59.</note> Augusto, a testimonianza di Svetonio,<note place="foot">Vit. XII. Caes. lib. II. c. 31.</note> pose poi di nuovo il calendario in quell'ordine, in cui lo avea posto Giulio Cesare, il qual ordine si era confuso e perturbato per la negligenza usata dopo la di lui morte. Il medesimo, dietro l'esempio degli Egiziani fe' innalzare un obelisco nel Campo Marzio, che fu destinato a servir di gnomone. Della costruzione di questo gnomone altri attribuiscon la gloria a un cotal Manlio, ed altri ad un matematico per nome Facundino. Il nominato Manlio è creduto esser lo stesso che Marco Manilio, celebre poeta latino, autore di un assai famoso poema astronomico scritto in versi di genere epico. Poema erudito, di cui abbiamo cinque libri, sebbene il quinto non intero, ma che sembra essere stato composto di libri in maggior numero. Scaligero chiama Manilio, poeta ingegnosissimo e nitidissimo scrittore, uguale nella soavità, superiore nella maestà del dire ad Ovidio; gli dà lode di aver saputo espor chiaramente le cose oscure e giocondamente adornare le aride materie, e giunge con poetica espressione a paragonare i suoi versi alla voce di un cigno canoro. Egli nota però, che Manilio non fu assai perito nelle matematiche, ciò che di Arato eziandio fu rimarcato da Firmico. Fu il nostro poeta appassionato sostenitore e propugnator gagliardo del Fato, siccome vedesi nel suo poema, in cui s'induce a dare agli uomini il consiglio di porre ogni cura in dimenticanza, e di abbandonarsi nelle braccia del destino.
<quote lang="lat" rend="block">
                     <l>Solvite, mortales, animos curasque levate,</l>
                     <l>Totque supervacuis vitam deplete querelis.</l>
                     <l>Fata regunt orbem, certa stant omnia lege.</l>
                     <l>...</l>
                     <l>Scilicet est aliud, quod nos cogatque regatque,</l>
                     <l>Maius, et in proprias ducat mortalia leges,</l>
                     <l>Attribuatque suos ex se nascentibus annos,</l>
                     <l>Fortunaeque vices. Permiscet saepe ferarum</l>
                     <l>Corpora cum membris hominum: non seminis ille</l>
                     <l>Partus erit; quid enim nobis commune ferisque?</l>
                     <l>Quisve in portenti noxam peccarit adulter?</l>
                     <l>Astra novant formas, coelumque interserit ora.</l>
                     <note place="foot">
Lib. IV. vers. 12. segg. 98. segg.</note>
                  </quote>
Osserva il Fabricio,<note place="foot">B. lat. I. 349. in not.</note> che Manilio credè ancora di essere spinto dal Fato a scrivere il suo poema.
<quote lang="lat" rend="block">
                     <l>Hoc quoque fatale est sic ipsum expendere fatum.</l>
                     <note place="foot">Lib. IV. v. 118.</note>
                  </quote>
Evvi chi, appoggiato sopra l'autorità di un manoscritto, che il Buonincontri ricevè da Antonio Panormitano, e sopra quella di alcune medaglie, nelle quali si vede l'effigie di C. Manilio<note place="foot">Fab. l. c. dice <emph>Manlio</emph>; ma la Collect. Pisaur. <emph>Manilio</emph>.</note> con una sfera astronomica, dà a Manilio il prenome di Caio e non di Marco. Ma sopra di ciò è a consultarsi lo Scaligero ed il Bartio nei suoi scritti sopra Claudiano, il quale osserva, che Gerberto, ossia Silvestro II,<note place="foot">Ep. 130.</note> dà a Manilio il prenome di Marco.</p>
               <p>Citando il Lenfant, il Maittaire negli Annali tipografici, e Giambattista Recanati nella vita del Poggio, riflette il Fabricio,<note place="foot">B. lat. I. 350.</note> che Manilio fu per la prima volta ritrovato dal Poggio stesso nel 1416 circa. «Tu Tertullianum, dice Francesco Barbaro scrivendo al Poggio,<note place="foot">Ep. I.; Tirab. VI. par. I. 105.</note> tu M. Fabium Quintilianum, tu Q. Ascorium Pedianum, tu Lucretium, Silium Italicum, Marcellinum, tu Manilium Astronomum: Lucium Septimium, Valerium Flaccum, tu Caprum, Eutychium, Probum gramaticos, tu complures alios Bartholomaeo collega tuo adiutore, vel fato functos vita donastis, vel longo, ut aiunt, postliminio in Latium reduxistis». Occuparonsi intorno a Manilio, Lorenzo Buonincontri, Francesco Giunio, Giuseppe Scaligero, Gasparo Gervarzio,<note place="foot">Fab. B. lat. I. 351.</note> Tommaso Reinesio, Ismaele Bonillaud, Michele du Fay,<note place="foot">Tirab. I. 179.</note> Pietro Daniele Huet, Riccardo Bentley,<note place="foot">Ivi 333.</note> Giovanni di Crol<note place="foot">Observ. sacr. et histor. in nov. Test. cap. 35.</note> ed il Sherbrun.<note place="foot">Lande, Astr. I. 204. 214. 216.</note> Venne il poema di Manilio alla luce in Bologna nel 1474; in Norimberga per Giovanni Regiomontano s.a. (forse nel 1472); in Basilea, per cura di Riccardo Bentley nel 1740; in Strasburgo, per cura di Elia Stoeber, nel 1767; e nel corpo de' poeti latini in Pesaro nel 1766.</p>
               <p>Vuole lo Scaligero che Firmico abbia in molti luoghi copiati parola per parola gli scritti del nostro poeta, ed il Reinesio non dubita di asserire, che il libro ottavo di Firmico non è che una compilazione del quinto di Manilio: siccome altri affermano aver Firmico tratto il terzo capo del primo suo libro dal proemio del libro quarto di Manilio. Almeno però osserva l'Huet che Firmico non fu cieco seguace di Manilio. Errò Gerardo Giovanni Vossio, il quale pensò che Manilio avesse in versi espressi gli scritti di Firmico: opinione, che da lui stesso fu ritrattata.<note place="foot">G. Io. Voss. De poet. lat.</note> Ed infatti s'ingannano coloro i quali dicono aver Manilio vissuto ai tempi di Costantino Magno, come ancor quelli, i quali ne fissano l'epoca ai tempi di Teodosio con il mentovato Vossio nel libro terzo dell'Analogia, il quale però altrove più rettamente pensò su tal soggetto.<note place="foot">Ivi, e De scient. Math.</note> Migliore è la opinione del Tristano, del Bartio, del Crenio e del le Clerc,<note place="foot">Bibl. chois.; Tirab. I. 179.</note> i quali credono, aver vissuto Manilio ai tempi di Augusto.</p>
               <p>Impropriamente venne il nostro Manilio confuso con Teodoro Manlio, celebrato da Claudiano<note place="foot">In Consulat. Manl. Theod. Panegyr.</note> e mentovato da S. Agostino,<note place="foot">De Ord. I. 11. e Retractation. 7. 2.</note> dal Salmasio,<note place="foot">In praef. ad Ampel.</note> dal Rubenio, dal Fabricio<note place="foot">B. lat. 7. 353.</note> e dall'Argelati;<note place="foot">Bibl Script. Mediol. art. <title>Flagrius</title>, e in Append. art. <title lang="lat">Manlius</title>.</note> il quale pure scrisse sulle cose celesti, non però in versi come Manilio. Che egli fosse diverso da questo poeta fu creduto dal Salmasio, dal Bartio, dal Tristano, dal Possin, dal Rubenio, dall'Huet, dal Bentley e dal Fabricio.<note place="foot">B. lat. l. c.</note> Fu Manilio parimente ma a torto giusta l'autore testè citato<note place="foot">Ivi. I. 349. in not.</note> confuso dal Riccioli<note place="foot">Almages. nov.</note> con Manlio Antiocheno, mentovato da Plinio.<note place="foot">Hist. Nat. XXXV. 17.</note> Errò similmente ancora il Biancani, il quale confondendo Manlio Antiocheno con M. Manilio, chiamò il nostro poeta C. Manilio Antiocheno astrologo, che benchè Greco cantò in versi latini sull'Astronomia.<note place="foot">Blancan. in Chronol. Mathem.</note>
               </p>
               <p>Manilio non fu il solo che poetasse sull'astronomia. Oltre Arato, di cui accennammo il poema Astronomico sui Fenomeni, e Talete, che, come vedemmo, trattò in versi di cose celesti; secondo la opinione di alcuni, poetarono ancora sulle cose celesti Doroteo di Sidone, il poema del quale è commemorato dal Salmasio e dallo Scaligero nelle note a Manilio;<note place="foot">Pag. 34.</note> Teodoro Prodromo, o Ptochoprodromo, sul di cui poema astronomico è a consultarsi il Lambecio; Anubione, o Anubio, come Firmico lo chiama, una di cui elegia sull'oroscopo rammenta il Salmasio nel libro degli anni climaterici, e pubblica nei commentari a Solino;<note place="foot">Marsham, Can. Chron.</note> ed Empedocle filosofo, se prestiam fede a coloro, che un elegante poema greco sulla sfera di 168 giambi ad esso lui attribuiscono. Vedesi questo poema presso il Fabricio nella Biblioteca greca<note place="foot">To. I. p. 478. segg.</note> colla interpretazione latina e le note di Quinto Settimo Florente Cristiano. Fuvvi chi autore, ne stimò Demetrio Triclinio, il quale in realtà non fe' che emendarlo e porlo in ordine. Attribuillo il suo interprete Florente Cristiano a Giorgio Pisside; ma oltrechè, come osserva il Fabricio,<note place="foot">L. c.</note> alcuni versi di questo poema<note place="foot">I versi 75 a 79.</note> sembrano in qualche modo contrari alla religione del nominato autore; vennero ancora osservati in esso dei tratti, che indicano una più remota antichità. Di Alessandro Retore, detto Licno, così parla Strabone:<note place="foot">Meurs. III. 1083. E.</note> «Ex iunioribus autem Alexander rhetor, qui Lychnus cognominatus est, qui etiam rempublicam gessit, et historiam conscripsit, et carmina reliquit, in quibus disponit coelestia, et mediterranea describit, de singulis edens poemata». Più antico del Licno e di Empedocle fu il famoso Esiodo Ascreo, a cui un poema si attribuì, che avea per titolo <foreign lang="grc">Ἀστρονομία μεγάλη</foreign>, ovvero <foreign lang="grc">ἀστρικὴ βίβλος</foreign>opera, a cui ha riguardo Plinio<note place="foot">Hist. Nat. XVIII. 57.</note> allora che dice: «Occasum matutinum Vergiliarum Hesiodus (nam huius quoque nomine extat Astrologia) tradidit fieri, cum acquinoctium autumni conficeretur». Alcuni versi <foreign lang="grc">τῆς ἀστρι κῆς βίβλου</foreign>di Esiodo, allegati dallo scoliaste di Arato,<note place="foot">Ad v. 255.</note> sono citati pure da Giovanni Tzetze.<note place="foot">In schol. ad Op. et dies, e Chil. XII, 169.</note> È a riputarsi, che quest'opera avesse in mira Callimaco, allorchè disse, avere Arato imitato Esiodo in questo epigramma, che trovasi presso l'autore anonimo della vita di Arato pubblicata dal Petau,<note place="foot">In Uranol.</note> e che fu emendato da Isacco Casaubono, da Fulvio Ursino, da Ugone Grozio, dal Salmasio, da Isacco Vossio, dall'Holstenio, da Riccardo Bentley, dall'Ernesto e dal Toupio.<note place="foot">Ad Longin sect. 14. p. 185.</note>
                  <quote lang="grc" rend="block">
                     <l>Ἡσιόδου τό τ' ἄεισμα καὶ ὁ τρόπος, οὐ τὸν ἀοιδῶν</l>
                     <l>Ἔσχατον, ἄλλ' ὀκανέω μὴ τὸ μελιχρότατον</l>
                     <l>Τῶν ἐπέων ὁ Σολεὺς ἀπεμάξατο. χαίρετε λεπταὶ</l>
                     <l>῾Ρήσεις Ἀρήτου σᾣᾣύμβολον ἀγρυπνίης</l>
                  </quote>
               </p>
               <p>Il poema di Esiodo fu pure rammentato da Ateneo,<note place="foot">Lib. XIII.</note> dal Casaubono,<note place="foot">Ad Athen. lib. XI. c. 12.</note> dal Fabricio<note place="foot">B. gr. I. 379.</note> e dal Carli.<note place="foot">Lett. intorno ad Esiodo, par. 15.</note> Rozze e semplici essendo le osservazioni, delle quali parlasi in quel poema e nell'altro, che ha per titolo <foreign lang="grc">Ἔργα καὶ ἡμέραι</foreign> presso Platone ed altri, coloro che le cose astronomiche trattavano non matematicamente, ma in modo acconcio a renderle intelligibili al volgo, appellaronsi <foreign lang="grc">ἀστρονομοῦντες καθ' Ἡσίοδον</foreign>
               </p>
               <p>A Quinto Cicerone, fratello di M. Tullio, vengono attribuiti 20 esametri <foreign lang="lat">de Signis coelestibus</foreign>, che furon pubblicati da Cristiano Gottlieb Schwartz nel 1719. Di un Poetico Astronomico distinto in quattro libri, trattanti della sfera, della storia dei segni celesti e dei pianeti, è creduto autore C. Giulio Igino egizio,<note place="foot">Fab. B. lat. lib. II. c. 2. par. 5.</note> a cui attribuisce Suida alcuni scritti, che egli chiama <foreign lang="grc">Ἀστρονοᾣᾣύμενα</foreign>, <foreign lang="grc">Astronumena</foreign>; ma evvi chi stima, che quest'opera debba attribuirsi ad alcuno scrittore del basso secolo. Una poesia <foreign lang="grc">περὶ Ζωδιακοῦ κᾣᾣύκλου καὶ τῶν ἄλλων ἁπάντων τῶν ἐν οὐρανῷ</foreign> scrisse ad Emmanuele Comneno imperatore Giovanni Camatero.<note place="foot">Fab. B. gr. II. 512.; Cange, II. par. 3. 27.</note> Triboniano Sidete, che fiorì al tempo di Giustiniano imperatore scrisse, al riferir di Suida, oltre una poesia di genere epico sul canone di Ptolomeo, un'opera intitolata <foreign lang="grc">Συμφωνία τοῦ κοσμικοῦ καὶ ἁρμονιακοῦ διαθέματος</foreign>.<note place="foot">Fab. B. gr. II. 518.</note> Tra gli scritti di Massimo institutore dell'imperator Giuliano, annovera Suida un'opera <foreign lang="grc">περὶ καταρχῶν</foreign>, che tuttavia esiste, in esametri, in un codice, in cui però sembrano mancare più capi di questo scritto. Tratta esso di Astrologia, e comincia: <foreign lang="grc">Εἰ δὲ νεμειήταο μέσην κατὰ μοῖραν ὁδεᾣᾣύοι</foreign> I capi, che ne rimangono trattano <foreign lang="grc">περὶ ξενιτείας, περὶ γάμου, περὶ νόσων, περὶ τομῆς καὶ χειρουργίας, περὶ δραπετῶν, περὶ παιδῶν διδασκαλίας, περὶ γεωργίας, περὶ τῶν ἐν δεσμοῖς, περὶ κλοπῆς</foreign>; cioè <emph>dell'assenza dalla patria, delle nozze, delle infermità, delle sezion della vena e della chirurgia, dei fuggitivi, dell'ammaestramento dei fanciulli, dell'agricoltura, dei prigioni, del furto</emph>. Questo poema con la versione di Giovanni Rentdorff fu pubblicato da Giovanni Alberto Fabricio nella sua Biblioteca greca.<note place="foot">Lib. V. c. 25.</note> Prisciano e Fulgenzio vengono ancor essi annoverati tra gli scrittori, che poeticamente trattarono delle cose celesti; benchè a quest'ultimo poco verisimilmente, giusta il Fabricio,<note place="foot">B. lat. II. 207.</note> venga attribuito il frammento sull'ecclissi della luna, o sull'astronomia, che comincia:
<quote lang="lat" rend="block">
                     <l>Tu forte in loco laetus vaga carmina gignis.</l>
                  </quote>
Congetturò il Pithou,<note place="foot">Carta 35. c. 39.</note> che ne fosse autore Varrone Atacino; ma questa opinione vien contraddetta dal Salmasio. Di queste (<emph>delle cose celesti</emph>) scrisse pure poeticamente il famoso Marziano Mineo Felice Capella.<note place="foot">De nupt. Philolog. et Mercur. lib. VIII. de astronom.</note> Elperico monaco compose nel 975 un trattato in versi del Computo ecclesiastico, e Bandulfo Capuano, monaco anch'egli, scrisse poeticamente sulla Pasqua degli ebrei. Tra i più moderni, poeticamente trattarono delle cose celesti Francesco di Simone degli Stabili, che accusato per mago ed eretico fu, dopo vari accidenti, arso in Firenze ai 20 di Settembre del 1327; fra Leonardo Dati dell'ordine dei PP. Predicatori, che scrisse un poema in ottava rima sopra la sfera, del quale a torto, giusta il Manni,<note place="foot">Pref. al volgarizz. delle Fav. d'Esopo.</note> si credè autore Goro di Staggio Dati, fratello di Leonardo, che non fe' se non copiarlo;<note place="foot">Tirab. VI. par. I. 349, testo e note.</note> Lorenzo Buonincontri che scrisse in versi esametri tre libri <title lang="lat">Rerum naturalium et Divinarum, sive de rebus coelestibus</title>;<note place="foot">Ivi 351.</note> Agostino Lomellino, autore di quattordici sonetti sopra l'Astronomia, che furono più volte stampati; Giacopo Antonio Tognali;<note place="foot">De Mund. Sphaer.; Maffei, Ver. illustr. to. VII. 186.</note> Vincenzo Filliucci morto nel 1622, che cantò le macchie solari ed alcune nuove stelle; Edmondo Halley famoso astronomo inglese; Marcello Palingenio,<note place="foot">Zodiacus vitae.</note> che è anagramma di Pier Angelo Manzolli, giusta il Facciolati, da cui dissente il Tiraboschi;<note place="foot">VII. par. 3a 286.</note> l'ab. Conti nel suo Globo di Venere;<note place="foot">Carli, XIII. 169. XVI. 281.</note> l'ab. conte Pellegrini nel poemetto sopra i cieli;<note place="foot">Ivi XVI. 281.</note> Buchanan;<note place="foot">De Sphaera.</note> il P. Souciet; il P. Boschovich; l'ab. Cassola; M. Stay; M. du Lard.<note place="foot">Il trattato dei sistemi del mondo planetario di M. du Lard fu tradotto in versi sciolti dal conte Cornelio Pepoli.</note> Non è piccolo il vantaggio, che ancor questi autori recarono all'Astronomia. L'uomo volgare, che considera lo studio degli astri come uno studio sterile, incapace di appagare la propria immaginazione, trova nei loro scritti con che pascer l'intelletto, e quasi senza avvedersene apprende con piacere le dottrine di quella scienza.</p>
               <p>Nell'anno faustissimo della nascita del Redentore, come vogliono alcuni, apparve un astro maraviglioso, il quale annunziò ai Magi la venuta dell'aspettato Messia. Questo fu da alcuni riputato una cometa, da altri un angelo vestito di luce ed apparso sotto la figura di un astro, da altri una stella affatto nuova, e creata espressamente per annunziare la nascita del Redentore, da altri finalmente un astro, nel mezzo del quale, secondo essi affermano, apparivano una Croce, ed un Fanciullo, che invitò i Magi a trasferirsi nella Giudea. Quest'astro, secondo S. Ignazio Martire, superava nello splendore tutti gli altri corpi celesti, e traeva con sè il sole, la luna, e le stelle, talmente che il mondo tutto rimase attonito alla vista di sì meraviglioso fenomeno. Vogliono alcuni, che quest'astro fosse a tutti visibile, altri che esso non lo fosse se non ai Magi, alcuno, che il medesimo apparisse due anni prima della nascita di Gesù Cristo, altri, che si rendesse manifesto nell'istante della incarnazione del Redentore, ed altri finalmente, che esso comparisse nel momento appunto della nascita del medesimo.</p>
               <p>Visse 30 anni circa dopo Gesù Cristo Teodosio Tripolita, lodato da Teone,<note place="foot">Ad Ptolom.</note> da Pappo e da Proclo,<note place="foot">In Hypotyp. Astron. posit.</note> scrittore, che a torto, secondo il Menagio<note place="foot">Ad Laert. p. 429.</note> e il Fabricio,<note place="foot">B. gr. II. 91.</note> fu confuso dal Pena<note place="foot">Pref. ad Theodos. Tripolit. Sphaerica.</note> e dal Vossio con Teodosio di Bitinia, cui Strabone e Vitruvio attribuiscono l'invenzione di un orologio solare adattato a qualunque clima. Trattò il nostro Teodosio in due opere dei diversi fenomeni che debbono aver luogo nelle differenti parti della terra.<note place="foot">Saverien, 78.</note> Di queste una ha per titolo <foreign lang="grc">περὶ νυκτῶν καὶ ἡμερῶν</foreign>, <foreign lang="lat">de noctibus et diebus</foreign>. Essa è divisa in due libri e fu pubblicata in latino da Corrado Dasipodio in Trasburg nel 1527; e, con la traslazione latina di Giuseppe Auria e con antichi scolii, in Roma nel 1587. L'altra intitolata: <foreign lang="grc">περὶ οἰκήσεων</foreign>, <foreign lang="lat">de habitationibus</foreign>, con la versione latina di Francesco Maurolico, comparve in Messina nel 1558, e di nuovo, per le cure dell'Auria, venne nel 1587 alla luce in Roma nell'idioma latino. Essa fu ancora pubblicata nella Sinopsi matematica di Mario Mersenne. Sì quest'opera che la precedente esistono tuttavia nei linguaggi Greco ed Arabico.<note place="foot">Fab. B. gr. II. 92.</note>
               </p>
               <p>Circa l'anno 79 dopo Gesù Cristo, al tempo di Vespasiano Imperatore comparve una cometa crinita. Discorrendo alcuni su di essa: se questa cometa minaccia qualcuno, disse loro Vespasiano, alludendo all'irragionevol timore, che arrecar sogliono cotesti corpi celesti, la sua minaccia riguarderà il re de' Parti, che ha una lunga chioma, e non me, che son privo di capelli.</p>
               <p>Dal tempo di Nerone sino a quello di Adriano fiorì Plutarco Cheronese, scrittore delle cui lodi superfluo sarebbe il ragionare. Tra i moltissimi libri di Plutarco contasi un Dialogo, il quale esiste tuttavia benchè mancante, <foreign lang="grc">περὶ τοῦ ἐμφαινομένου προσώπου τῷ κᾣᾣύκλῳ τῆς σελήνης</foreign>, <emph>dello aspetto, che apparisce nel cerchio della luna</emph>, in cui ragionasi sulle macchie di questo pianeta,<note place="foot">Fab. B. gr. III. 362.</note> ed in cui introduconsi a far parola Silla Cartaginese, Apollonide, Lucio Pitagorico, Farnace, Teone, Aristotele giuniore, Menelao matematico e Lampria fratello di Plutarco. Comparve questo Dialogo cogli altri scritti di Plutarco più volte impressi e trasportati in molte lingue. Fra le traduzioni del Dialogo stesso merita di essere ricordata la italiana di Girolamo Pompei. Sopra la mentovata opera di Plutarco può consultarsi l'Astronomia lunare di Keplero, opera postuma pubblicata in Francfort 1634.<note place="foot">Fab. ivi.</note> Uno scritto di Plutarco è rammentato dal suo figliuolo Lampria,<note place="foot">De script. Plut.; Fab. B. gr. III. 338.</note> intitolato <foreign lang="grc">αἰτίαι τῶν Ἀράτου διοσημείων</foreign>.<note place="foot">Fab. ivi 339.</note> Plutarco <foreign lang="grc">ἐν τοῖς κατὰ τὸν Ἄρατον</foreign> è citato da Eustazio.<note place="foot">Fab. B. gr. I. 318.</note> Queste opere sonosi smarrite.</p>
               <p>Circa 14 anni dopo la morte di Vespasiano, verso il 93 dopo Gesù Cristo, vivea Agrippa, commemorato da Proclo, da Ptolomeo<note place="foot">Magn. Syntax. lib. VII.</note> e dal Fabricio,<note place="foot">Nel 5o capo del libo III della sua B. gr., che egli ha consecrato alla storia degli astronomi greci, al par. 21, in cui fa pur menzione di Dione Neapolite, rammentato da S. Agostino (De civ. Dei XX. 8) e da Censorino: di Areta Dirrachino ricordato da Censorino stesso; di Andromaco cretese vissuto al tempo di Nerone, che dicesi aver pubblicate le teoriche dei pianeti; di Afrodisio, di cui parlasi dal citato Censorino, ovvero di Aplirodio, come leggesi in alcuni codici, o anche di Alfrodio; e di altri coltivatori della scienza celeste, dei quali si è ragionato in vari luoghi di questa storia. Egli parla ancora di Carimandro; onde si pensi di metterlo nel par. Comete.</note> il quale dietro all'esempio di Ipparco si applicò a conoscere il moto delle stelle. Dicesi che verso il fine del primo secolo dell'era cristiana egli osservò una occultazione delle Pleiadi.</p>
               <p>Intorno al tempo di Agrippa, 98 anni circa dopo Gesù Cristo, visse, sotto il regno di Traiano, Menelao matematico, il quale determinò la longitudine di più stelle per mezzo delle congiunzioni della luna. Ci rimangono di lui tre libri <title lang="lat">Sphaericorum</title>, che furono pubblicati dal P. Mersenne nel 1644 in Parigi. Di Menelao fece menzione Pappo. Corrottamente fu chiamato Mileo in luogo di Menelao dagli Arabi, i quali leggevano *** in cambio di ***.<note place="foot">Fab. B. gr. II. 574</note>
               </p>
               <p>Tali progressi fece lo spirito umano nell'Astronomia in tutto il tempo, che passò dalla nascita di Talete sino a quella di Ptolomeo. Ciò che accadde, da quest'epoca sino al nascimento di Copernico, intorno alla scienza degli astri, formerà il soggetto del seguente Capitolo.</p>
            </div2>
            <div2>
               <head>Capitolo III</head>
               <argument>
                  <p>STORIA DELL'ASTRONOMIA DALLA NASCITA DI PTOLOMEO SINO A QUELLA DI COPERNICO</p>
               </argument>
               <p>La scienza astronomica, illustrata precipuamente da Talete, da Anassimandro, da Pitagora, da Metone, da Eratostene e da Ipparco, non era ancora che un composto di dottrine disordinate e confuse. L'immortale Claudio Ptolomeo pose in ordine coteste dottrine, e dette una forma regolare alla scienza degli astri. Nacque questo grand'uomo verso il principio del secondo secolo dell'era Cristiana, o verso lo spirare del primo. Il suo genio per l'Astronomia non tardò a manifestarsi. Egli si dette intieramente allo studio di questa scienza. Volle determinare la parallasse del sole, ossia la sua distanza dalla terra. Misurò a questo effetto il diametro dell'ombra, che la terra getta nella luna nell'ecclissi di quest'ultima, e trovò la parallasse del sole di 2'5", la sua distanza di 1210 semidiametri terrestri, e quella della luna di 64. Osservato il corso dei corpi celesti, ed esaminato il luogo di questi corpi, compose egli il suo sì famoso sistema astronomico, che dal nome di Ptolomeo trasse quello di Ptolemaico. Esso è il seguente. La terra è collocata immobile nel centro del mondo. Immediatamente vicina alla terra è l'orbita della luna. Seguono quelle di Mercurio, Venere, il Sole, Marte, Giove e Saturno. Per render ragione de' movimenti celesti, Ptolomeo suppose che vi fossero tre cieli. L'uno, che egli chiamò primo mobile, è, a suo dire, quello, che fa muovere le Stelle e i Pianeti intorno alla terra. Gli altri, che egli chiamò cristallini, hanno un moto di vibrazione, che cagiona, secondo Ptolomeo, gli altri movimenti de' pianeti. Questo astronomo, seguendo l'esempio d'Ipparco, osservò per lungo tempo le stelle fisse. Egli paragonò le sue osservazioni con quelle di Ipparco, e conobbe in tal modo, che le stelle nello spazio di 263 anni aveano avanzato due gradi e quaranta minuti parallelamente alla ecclittica. Da ciò egli dedusse che le stelle avanzavano un grado in ciascun secolo. Cotesto insigne astronomo formò di esse un catalogo, contenente la latitudine e la longitudine di mille e ventidue delle medesime. Gran fama ottenne nell'antichità e celebre riman tuttavia la grande opera di Ptolomeo, contenente una completa notizia dell'astronomia, quale a quel tempo ritrovavasi, tratta dalle osservazioni di Aristillo, Timocharis, Metone, Eutemone ed in particolar modo d'Ipparco <foreign lang="grc">ἀνὴρ φιλόπονός τε ὁμοῦ καὶ φιλαληθής</foreign> come lo appella Ptolomeo.<note place="foot">Magn. Syntax. lib. III.; Fab. B. gr. II. 94.</note> È distribuita quest'opera in tredici libri, e porta il titolo di <foreign lang="grc">Μεγάλη σᾣᾣύνταξις τῆς Ἀστρονομίας</foreign>cioè <title>Grande costruzione dell'astronomia</title>; ovvero, come il riporta Suida, <foreign lang="grc">Μέγας Ἀστρονόμος</foreign>cioè <title>Grande Astronomo</title>; o finalmente, come piace ad Abulfaragio e ad altri Arabi, di Almagesto; nome, sotto cui suole al dì d'oggi essere indicata. Sopra l'Arabica versione e la Persiana di questa famosa opera scrissero il Labbé<note place="foot">Nov. Bibl. mss. libror.</note> e l'Herbelot;<note place="foot">Bibl. Orient.</note> la Ebraica è ricordata dal Fabricio.<note place="foot">B. gr. III. 415.</note> Con commentarii, autore di una parte dei quali è Teone Alessandrino,<note place="foot">Fab. B. gr. VIII. 212.</note> comparve l'opera di Ptolomeo in Basilea nel 1538. Le <foreign lang="grc">ἐξηγήσεις</foreign> di Ammonio, che, a testimonianza di Damascio presso Fozio,<note place="foot">Bibl. Cod. 181.</note> espose a Damascio medesimo la opera stessa;<note place="foot">Ivi Cod. 160.</note> e di altri degli antichi sonosi smarrite.<note place="foot">Fab. B. gr. III. 415.</note> Rimane però tuttavia quella di Niccolò Cabasila sul terzo libro dell'opera di Ptolomeo, ed esiste nella nominata edizione di Basilea.<note place="foot">Fab. ivi III. 416 e VIII. 212.</note> Credonsi esistere tuttavia, benchè inediti, commentari allo Almagesto, di Teodoro Metochita.<note place="foot">Fab. ivi IX. 229.</note> Da Giorgio Trapezunzio, autore di una Greca isagoge all'Almagesto rammentata dall'Allacci,<note place="foot">Diatrib. de Georg.</note> traslatossi questa medesima opera nel latino idioma ma giusta la sua costumanza con poca accuratezza. Venne la sua versione alla luce in Venezia nel 1515 e 1525, in Basilea con altre opere di Ptolomeo nel 1541, in Tubingen nel 1551, e in Parigi nel 1556. Fu l'Almagesto illustrato da Giorgio Purbach e Giovanni Müller con una breve epitome latina pubblicata in Basilea nel 1543. Il primo libro di quest'opera, con la sua versione e co' suoi commentari, pubblicò Erasmo Reinhold nel 1549. Il medesimo libro ed il secondo, in latino idioma, comparvero in Parigi nel 1556. Altra opera di Ptolomeo porta per titolo, <foreign lang="grc">φάσεις ἀπλανῶν ἀστέρων, καὶ συναγωγὴ ἐπισημασιῶν</foreign>,<note place="foot">Fab. B. gr. III. 421.</note> ed è ricordata da Suida. Fu questa pubblicata da Federico Bonaventura in Urbino nel 1592 recata in latino e con note. Con la propria traslazione ne diè una parte alla luce il P. Dionisio Petau nel suo Uranologio, ed un'altra in greco e latino pubbliconne il Fabricio.<note place="foot">Ivi.</note> È tratta quest'opera dalle osservazioni degli Egiziani, di Cesare, di Conone, di Democrito, di Dositeo, di Eutemone, di Eudosso, d'Ipparco, di Metone, di Metrodoro, di Filippo, di Medemo e di Filemone. Su quest'ultimo nome muove però giustamente dei dubbi il Fabricio,<note place="foot">Fab. B. III. 437.</note> il quale inducesi in suspicione che o Eutemone debba leggersi, o Filippo, in luogo di Filemone. Evvi tal manoscritto, nel quale in cambio di quest'ultimo nome si legge quello di Filone, che vedesi anche altra volta rammentato nella stessa opera, ma dubita il Fabricio che in ambedue i luoghi abbia a leggersi Filippo in cambio di Filone.</p>
               <p>La opera di Ptolomeo <foreign lang="grc">περὶ ἀναλήμματος</foreign>, <foreign lang="lat">de analemmate</foreign>, comparve in Roma nel 1562. L'altra, che ha per titolo <foreign lang="grc">Ὑπόθεσις τῶν πλανωμένων</foreign>, con la versione latina dell'astronomo Giovanni Bainbridge,<note place="foot">Gassendi, V. 712.</note> venne alla luce in Londra nel 1620. Di un bellissimo codice di quest'opera, esistente nella Biblioteca del sig. di Montchall, fa menzione il Labbé.<note place="foot">Nov. Bibl. mss. libror.</note> Il secondo libro <foreign lang="grc">ὑποθέσεων</foreign>di Ptolomeo è citato da Simplicio.<note place="foot">Ad Aristot. lib. II. de coelo, comment. 33.</note> Emendato da Marco monaco Celestino Beneventano, autore di un'opera <foreign lang="lat">de aequinoctiis adversus Albertum Pighium</foreign>,<note place="foot">Ladvocat, art. <title>Beneventano (Odofredo)</title>.</note> comparve a Roma nel 1507 il piccolo libro di Ptolomeo <foreign lang="grc">Ἅπλωσις ἐπιφανείας σφαίρας</foreign>, <title lang="lat">Explanatio apparitionis sphaerae</title>, ossia <title lang="lat">Planisphaerium</title>, mentovato da Suida. Per le cure di Giovanni Valder comparve questo di nuovo nel 1536 con altre opere di diversi autori in Basilea, e fu quindi riprodotto in Venezia nel 1558. Ptolomeo seguì in questa parte l'astronomo Ipparco, come attesta Sinesio.<note place="foot">De dono astrolab.</note> Le opere astrologiche di Ptolomeo non meritano di essere ricordate.<note place="foot">Esse sono nel Fab. B. gr. III. 417. 418.</note> Fa rossore all'umanità che un uomo sì grande, sì versato nella scienza degli astri, che meritò di esser chiamato il primo astronomo dell'antichità, sebbene a pregiudicio d'Ipparco;<note place="foot">Saverien.</note> sia debolmente caduto in errori sì palpabili. Ma la facilità d'ingannarsi fu sempre il retaggio dell'uomo.</p>
               <p>Ptolomeo credesi di patria Pelusiense, tale lo chiama il Fabricio,<note place="foot">B. gr. III. 411.</note> tale egli è appellato nella edizione dei suoi libri <foreign lang="grc">Ἁρμονικῶν</foreign> fatta in Venezia nel 1562,<note place="foot">Ivi note e 450.</note> e tale è detto in alcuni codici, nei quali leggesi il nome <foreign lang="grc">Κλαυδίου Πτολεμαίου τοῦ Πελουσιέως</foreign>. Dicendo però egli medesimo<note place="foot">Magn. Syntax. lib. VII.</note> di aver fatte delle osservazioni astronomiche in Alessandria, venne appellato Alessandrino da Suida e da altri. Teodoro Meliteniota<note place="foot">Astron. cap. I.</note> il dice nato in Ptolemaide detta di Ermio, città della Tebaide.<note place="foot">Fab. B. gr. IX. 212.</note> Fiorì il nostro astronomo, secondo Suida, al tempo dell'imperatore M. Aurelio Antonino, ed infatti attesta il medesimo Ptolomeo<note place="foot">Magn. Syntax. lib. VII.</note> di aver fatte delle osservazioni nel secondo anno di Antonino, che corrisponde al 139 dopo Gesù Cristo. Vuole Giacomo Goffredo che Ptolomeo non abbia scritto al tempo di Antonino ed appoggio di questa sua opinione si è il parlare che fa il nostro astronomo dei Saraceni, il nome dei quali, a testimonianza di Ammiano Marcellino,<note place="foot">Rer. gestar. lib. XIV. c. 4.</note> dice Goffredo, non fu noto prima dei tempi di Marco imperatore. Ma, a dir vero, o Goffredo, mentre ciò scrisse non ebbe presente il testo di Ammiano, o certo non ne intese il senso, poichè egli per niun conto asserisce essere stato il nome dei Saraceni conosciuto non prima dell'imperatore Marco. Cita Goffredo il capo 4 del libro XIV di Ammiano, primo di quelli che rimangono della sua opera. Ora eccolo quale egli è del tutto intero. «Saraceni tamen nec amici nobis unquam, nec hostes optandi, ultro citroque discursantes, quidquid inveniri poterat, momento temporis parvi vastabant, milvorum rapaci vitae similes: qui si praedam dispexerint celsius, volatu rapiunt celeri, aut si impetraverint, non immorantur. Super quorum moribus licet in actibus principis Marci, et postea aliquoties meminerim retulisse, tamen nunc quoque pauca de iisdem expediam carptim. Apud has gentes, quarum exordiens initium ab Assyriis ad Nili cataractas porrigitur et confinia Blemyarum, omnes pari sorte sunt bellatores, seminudi, coloratis sagulis pube tenus amicti, equorum adiumento pernicium graciliumque camelorum per diversa reptantes, in tranquillis vel turbidis rebus. Nec eorum quidquam aliquando stivam apprehendit, vel arborem colit, aut arva subigendo quaeritat victum: sed errant semper per spatia longe lateque distenta, sine lare, sine sedibus fixis aut legibus. Nec idem perferunt diutius coelum, aut tractus unius soli illis unquam placet. Vita est illis semper in fuga, uxoresque mercenariae conductae ad tempus ex pacto: atque ut sit species matrimonii, dotis nomine futura coniunx hastam et tabernaculum offert marito, post statum diem si id elegerit discessura: et incredibile est, quo ardore apud eos in Venerem uterque solvitur sexus. Ita autem quoad vixerint, late palantur, ut alibi mulier nubat, in loco pariat alio, liberosque procul educat, nulla copia quiescendi permissa. Victus universis caro ferina est, lactisque abundans copia qua sustentantur, et herbae multiplices, et si quae alites capi per aucupium possint, et plerosque nos vidimus frumenti usum et vini penitus ignorantes. Hactenus de natione perniciosa: nunc ad textum propositum revertamur». Ognun vede quanto a torto deduca Goffredo da questo capo una prova della sua proposizione. Oltreacchè dei Saraceni parlossi ancora da Plinio<note place="foot">Hist. Nat. VII. 28.</note> e da Dioscoride. Quindi la opinion di Goffredo riman priva di appoggio. Secondo Olimpiodoro,<note place="foot">Ad Platon. Phaedon.</note> Ptolomeo abitò per lo spazio di 40 anni in Canopo, ed ebbe cura che i suoi astronomici ritrovati rimanessero scolpiti sopra colonne ivi collocate. Questo astronomo sopravvisse all'imperatore Antonino poichè nella sua famosa opera <foreign lang="grc">Κανὼν βασιλέων</foreign>egli nota la durata dell'impero di questo principe. L'errore commesso da Servio,<note place="foot">Ad Verg. Ecl. 3.</note> riguardante la età di Ptolomeo, notossi dal Vossio.<note place="foot">De Histor. graec.</note> Il nostro astronomo è ben diverso e dai re Egiziani di tal nome, con alcuno dei quali fu confuso da S. Isidoro di Siviglia,<note place="foot">Orig. III. 25.</note> da Albumasar, dal Grineo, e da Ptolomeo astrologo, vissuto ai tempi di Galba e di Ottone, rammentato da Plutarco<note place="foot">In vit. Galb.</note> e da Tacito,<note place="foot">Hist. I. 22.</note> e chiamato Seleuco da Svetonio.<note place="foot">VIII. 4.</note> Il nome Ptolomeo, usato da Amyot, Bossuet, Corneille, Boileau, Menagio, Ozanam, Fontenelle, Lenglet, Martini, Rollin, Bruzen, La Martinière,<note place="foot">Grand Dict. géogr. et crit. passim.</note> de la Lande e Voltaire,<note place="foot">Astronomie, liv. I. to. I. p. 154. note e testo.</note> ha prevaluto a quello di Ptolomeo, benchè di questo si serva Cassini, Dacier, Vossio, Weidler e frequentemente l'Accademia delle Iscrizioni, e benchè il nome greco sia <foreign lang="grc">Πτολεμαῖος</foreign>. Per tale modo l'uso, «quem penes arbitrium est et ius et norma loquendi», ha saputo trionfare di questo argomento, che sembrava dover persuadere i dotti ad appigliarsi al partito contrario a quello, che hanno abbracciato.</p>
               <p>Verso il principio del terzo secolo dell'era Cristiana visse S. Ippolito vescovo di Porto. È celebre il suo Canone Pasquale, che nel 1551 fu trovato descritto in un antico marmo, ove vedevasi la figura sedente di un Vescovo, il qual marmo fu collocato nella Biblioteca Vaticana. Consistea questo Canone in un periodo di 16 anni, cominciando dall'anno primo di Alessandro Severo, 222 dopo Gesù Cristo. Fu esso in Greco dato al pubblico ed illustrato da Giuseppe Scaligero, e fu ancora inserito nel Tesoro delle Iscrizioni del Grutero. In particolar modo però fu questo Canone Pasquale, male inteso dallo Scaligero, illustrato e difeso da Francesco Bianchini<note place="foot">De Calendar. et Cyclo Caesar. ac. de Can. Pasq. S. Hippol. Mart.; Fab. B. gr. V. 214.</note> famoso scrittore Veronese. Venne cotesto Canone rammentato da Eusebio, da Niceforo e da altri commemorati dal Fabricio.<note place="foot">B. gr. lib. V. cap. I. par. 25.</note>
               </p>
               <p>Verso il fine del secolo terzo S. Anatolio compose un trattato sopra la Pasqua, ed immaginò un ciclo di 19 anni, tra i quali non ammise che due bisestili.</p>
               <p>Eusebio di Cesarea, autore di un'opera sulla Festa Pasquale,<note place="foot">De vit. Const.</note> credè che dovesse farsi uso del ciclo di Metone; e Dionigi il piccolo, scita di nazione, commemorato dal Vossio, dal Mabillon, dal Riccioli,<note place="foot">Chron. reform. VVIII. 1.</note> dall'Hamberger, da Francesco Maria Fiorentino, da Giovanni Guglielmo Giano e da altri:<note place="foot">V. Moreri al fine dell'art. <title lang="fre">Denis le petit</title>.</note> il quale scrisse sul calendario, e fu il primo ad introdurre la maniera di contare gli anni dopo la nascita di Gesù Cristo, e a favor di cui scrisse un'opera astronomica Andrea Kobavio della Compagnia di Gesù;<note place="foot">Bibl. scriptor. soc. Ies., Ed. Rom. 1676, pag. 52.</note> rinnovellò il ciclo Pasquale di 95 anni. Essendosi nell'anno 325 dell'era Cristiana adunato il concilio di Nicea, narrasi che i Padri del concilio approvarono quello di 19, incaricando però il Patriarca di Alessandria della cura di farlo verificare dai più abili astronomi di quel tempo. Ma il Patriarca non adempì a questo incarico, e fu adottato puramente e semplicemente il ciclo di Metone. Questo ciclo non è però esatto. L'anno solare non è di giorni 365 e ore 6, come erasi determinato, ma egli è minore di più minuti. Il famoso venerabile Beda, uomo assai ingegnoso, fe' rimarcare che l'equinozio anticipava di tre giorni. Al principio del decimoquinto secolo il Cardinale Pietro d'Aillì, od Alliaco, il quale scrisse del vero ciclo lunare e della correzione del calendario,<note place="foot">Fab. B. lat. med. et inf. aet. lib. XV. c. 6. 237.</note> rappresentò al concilio di Costanza la necessità di una riforma. Il cardinale di Cusa fece ancor egli le stesse istanze al concilio Lateranense. Questa riforma, la quale ebbero in pensiero di fare Niccolò V, Leone X e Sisto IV, ebbe effetto sotto il Pontificato di Gregorio XIII, come vedremo in appresso.</p>
               <p>Intorno all'anno 355 dopo Gesù Cristo visse Giulio Materno Firmico, autore di un libro eccellente degli errori delle Religioni Profane. Vengono a lui attribuiti otto libri di Astronomia. Credesi però che il vero autore di questi libri sia un altro Giulio Firmico, il quale vivea al tempo di questo scrittore.</p>
               <p>Nel quarto secolo dell'era Cristiana vissero Ieraca Egizio e Didimo Alessandrino, ambedue intelligenti in Astronomia;<note place="foot">Fab. B. gr. VIII. 333. 351.</note> Pappo commentatore di Ptolomeo;<note place="foot">Ivi.</note> Diodoro Tarsense, il quale scrisse <title lang="lat">De sphaera et quinque zonis et contrario astrorum motu</title>, <title lang="lat">Contra Aristotelem de corpore coelesti, et quomodo sol sit calidus, et contra eos, qui coelum animal esse dicunt</title>; e Teone di Alessandria famoso matematico. Questo astronomo osservò, nel 365 dopo Gesù Cristo, in questa città, una ecclissi solare,<note place="foot">Ivi 211.</note> e scrisse varie opere, tra le quali conta Suida una <foreign lang="lat">de ortu Caniculae</foreign>, ed un'altra <foreign lang="grc">Εἰς τὸν μικρὸν ἀστρολόγον ὑπόμνημα</foreign>, cioè <title lang="lat">In parvum astrologum commentarius</title>, poichè così crede aversi a leggere il Fabricio,<note place="foot">Ivi.</note> in luogo di <foreign lang="grc">Εἰς τὸν μικρὸν ἀστρολάβον</foreign>. Oltre la <foreign lang="grc">μεγάλη Σᾣᾣύνταξις</foreign>di Ptolomeo, ossia il <foreign lang="grc">μέγας Ἀστρονόμος</foreign>, <emph>il grande Astronomo</emph>, come l'appella Suida, aveano gli Alessandrini una Collezione matematica di varie opere, autori delle quali erano Teodosio Tripolite, Euclide, Autolico, Aristarco, Ipsicle e Menelao; ed a questo appunto davasi il nome di <foreign lang="grc">μικρὸς Ἀστρονόμος</foreign> o <foreign lang="grc">Ἀστρολόγος</foreign>, cioè <emph>il piccolo Astronomo</emph> o <emph>Astrologo</emph>, ovvero, come osserva il Vossio,<note place="foot">De Scient. Mathem. c. 33. par. 18.; Fab. B. gr. II. 88.</note> di <foreign lang="grc">μικρὸς Ἀστρονομοᾣᾣύμενος</foreign>. Questo è il libro commentato da Teone.<note place="foot">Fab. B. gr. II. 457.</note> Dei commentarii sui libri 1°, 2° e 4a parte del 5°, sul 6°, 7°, 8°, 9°, 10° e 13° della Grande Sintassi di Ptolomeo pubblicati in Basilea nel 1538, è creduto autore il nostro Teone, ma sapendosi da Suida che Pappo Alessandrino, famoso matematico, scrisse<note place="foot">Ivi VIII. 208.</note>
                  <foreign lang="grc">ὑπόμνημα εἰς τὰ τέσσαρα βιβλία τῆς Πτολεμαίου μεγάλης συντάξεως</foreign> sospetta il Fabricio<note place="foot">Ivi.</note> che i commentarii sul 1°, 2°, e 4° libro siano di Pappo, il quale avendo dato principio al suo lavoro e compiti i commentarii sui primi quattro libri, giunto al quinto cessò di vivere, e Teone, per conghiettura del Fabricio, supplì al rimanente. I Commentarii di Pappo, giusta il Fabricio, sul libro terzo essendosi smarriti, supplissi con quelli, che su di esso scrisse Niccolò Cabasila Arcivescovo Tessalonicense, vissuto verso il 1350, sul quale autore è a consultarsi l'Allacci.<note place="foot">Diatriba de Nilis.</note> I commentarii alla grande Sintassi di Pappo e di Teone vengono mentovati da Eutocio.<note place="foot">Ad Archimed. de circuli dimens.</note>
                  <foreign lang="grc">Εἴρηται δὲ</foreign>, dic'egli,<note place="foot">Fab. B. gr. VIII. 209.</note>
                  <foreign lang="grc">Πάππῳ καὶ Θέωνι καὶ ἑτέροις πλείοσιν ἑξηγουμένοις τὴν μεγάλην σᾣᾣύνταξιν τοῦ Κλαυδίου</foreign>. Ed altrove:<note place="foot">Eutoc. ad Archimed. de Sphaer. et Cylind.</note>
                  <foreign lang="grc">ὤς ἐστιν εὑρεῖν ἐντυγχάνοντας Πάππῳ τε καὶ Θέωνι καὶ Ἀρκαδίῳ ἐν πολλοῖς συντάγμασι οὐκ ἀποδεικτικῶς ἀλλ' ἐπαγωγῇ τὸ λεγόμενον παριστῶσιν</foreign>. Riferisce il Mabillon nel suo Viaggio d'Italia di aver ricevuta dal Viviani una interpretazione manoscritta dei nominati commentarii fatta da Giovanni Battista Teofilo urbinate; ma il Vossio<note place="foot">De scient. mathem.</note> attesta che il libro dei commentarii di Teone fu pubblicato in Napoli nel 1605 colla versione latina di Giovanni Battista Napoletano.<note place="foot">Forse lo stesso che Giovanni Battista Benedetti, che par napoletano da ciò che dice Gassendi (V. 295), e che deve esser quello, di cui parlai in Piccolomini.</note> Di molti astronomi si fa menzione nei commentarii attribuiti a Teone; di Aristarco, di Autolico e di Dionigi, tra gli altri, il quale osservò le stelle, vissuto 50 anni circa dopo la morte di Alessandro il grande.<note place="foot">Fab. B. gr. VIII. 214.</note>
               </p>
               <p>Diverso da Teone Alessandrino è Teone Smirneo, matematico, cui, non meno che al precedente, devesi un luogo in cotesta istoria. Fu questi, a parer del Bonillaud, più antico di Ptolomeo, non avendo di quest'ultimo fatta menzione giammai in alcuno dei suoi scritti. A parere del Biancani<note place="foot">Chronol. math.</note> fiorì egli nell'undecimo, o dodicesimo secolo dell'era volgare,<note place="foot">Fab. B. gr. II. 100. nota (XX).</note> ma molte e di gran peso sono le difficoltà e le opposizioni, che far si possono a somigliante pensamento. Ed in primo luogo, stante la scienza astronomica che si sa avere avuta il nostro Teone, chi ricuserà di accordare, essere per lo meno assai probabile, che quel Teone matematico, le cui osservazioni celesti dei pianeti Mercurio e Venere ritrovansi presso Ptolomeo,<note place="foot">Magn. Syntax. IX. 9. X. 1.</note> non altri sia che Teone Smirneo? Or la distanza del tempo di Ptolomeo da quella, cui il Biancani riferisce la età del nostro Teone, non è minore di dieci secoli. In posterior luogo la età di Plutarco non è men distante da quella di Ptolomeo dal tempo, in cui fiorì giusta il Biancani Teone Smirneo. Ora egli è ben verosimile che quel Teone il quale da Plutarco<note place="foot">De fac. in orb. lun.</note> è introdotto a far dottamente parola delle macchie della luna non sia diverso dal Teone di cui ragiono. Finalmente Teone Alessandrino, scrittore, siccome vedemmo del terzo secolo e Proclo scrittore del quarto fanno ambedue menzione di un Teone chiamato dal primo <foreign lang="grc">Θέων παλαιός</foreign>
                  <emph>Teone l'antico</emph>, e dal secondo Teone Platonico.<note place="foot">Procl. in Plat. Timae. lib. I.</note> Tutto ciò si oppone al parere del Biancani, mentre gli allegati argomenti, tratti da Ptolomeo e da Plutarco, favoriscono quello del Bouillaud. Scrisse Teone Smirneo un'opera sulle quattro matematiche discipline, Geometria, Aritmetica, Musica ed Astronomia, opera rammentata dal Bessarione. <foreign lang="grc">Μετὰ δὲ</foreign>, dice Teone medesimo,<note place="foot">Fab. B. gr. II. 101.</note>
                  <foreign lang="grc">τὸν περὶ πάντων τῶν μαθηματικῶν λόγον τελευταῖον ἐπάξομεν καὶ τὸν περὶ τῆς ἐν κόσμῳ ἁρμονίας λόγον</foreign>. <foreign lang="lat">Post vero impletum de omnibus mathematicis tractatum, sermonem addam de mundi harmonia</foreign>. Testimoniò il Vossio al Bouillaud, esistere nella Biblioteca Ambrosiana un trattato di Astronomia di Teone, e riferisce il Labbé,<note place="foot">Nov. Bibl. Mss. libror.</note> come fu nella Biblioteca del Sig. di Montchall un'opera di Teone Smirneo, trattante della figura della terra e del cielo, la quale comincia:<note place="foot">Fab. B. gr. II. 102.</note>
                  <foreign lang="grc">ὅτι πᾶς ὁ κόσμος</foreign>, e termina così: <foreign lang="grc">τὰ ἐλάχιστα κινοᾣᾣύμενος</foreign>.</p>
               <p>Un frammento del trattato di Astronomia di Teone rivenuto dal Bouillaud nel fine di un codice contenente i libri di Cleomede, fu dal medesimo dato alla luce. Riccioli,<note place="foot">Almagest. Nov.</note> Ludolfo Kuster,<note place="foot">Ad Suid.</note> ed altri dotti attribuirono a Teone degli scoli sopra Arato.</p>
               <p>Teone fu padre della celebre Ipazia, ed egli medesimo la istruì ed ammaestrò. Questa fece sì grandi progressi nelle scienze, ed in particolare nell'Astronomia: che fu tenuta per la più dotta persona del suo tempo. Compose vari trattati di Matematica, che disgraziatamente si sono smarriti. Venne crudelmente massacrata perchè credevasi che ella impedisse la riconciliazione di S. Cirillo con Oreste governatore della città, o, come vuole Esichio Milesio,<note place="foot">De his qui erudit. fama claruere.</note> a cagione della invidia, che contro di lei avea suscitata la sua perizia in particolare nelle cose astronomiche.<note place="foot">Tillemont, Mém. pour servir à l'hist. eccles. etc.; S. Cyrille Patriarch. d'Alexandr. art. 3.; Menag. hist. mulier. philosoph.</note> Questa opinione è seguita da M. de la Lande,<note place="foot">Astr. liv. II. to. I. 158.</note> egli cita Bouillaud, dal quale vengon citati Suida e il mentovato Esichio.<note place="foot">Lande dice, che fu per la scienza astronomica d'Ipazia, non in generale per la sua scienza.</note> Sinesio di Cirene, suo discepolo che fu poi vescovo, la chiamava sua madre, sua sorella, sua maestra nella filosofia e sua benefattrice. Scrisse Ipazia <foreign lang="grc">ἀστρονομικὸν κανόνα</foreign>, a parer del Menagio<note place="foot">Hist. mulier. philos. 495. col. 2. segm. 53.</note> e del Fabricio,<note place="foot">B. gr. VIII. 221.</note> il quale così distingue quel passo di Suida, in cui parlasi degli scritti d'Ipazia. <foreign lang="grc">Ὑπόμνημα εἰς Διόφαντον</foreign>
                  <title>Commentario a Diofanto</title>, e <foreign lang="grc">ἀστρονομικὸν κανόνα</foreign>, <emph>canone astronomico</emph>. Legge il Kuster in Suida:<note place="foot">Ivi.</note>
                  <foreign lang="grc">Ὑπόμνημα εἰς Διοφάντου ἀστρονομικὸν κανόνα</foreign>, <title>Commentario al canone astronomico di Diofanto</title>. Ma dice il Fabricio, Diofanto non fu giammai considerato come astronomo. Tuttavia è ad osservarsi, avervi avuto un Diofanto astrologo, di cui Lucilio:<note place="foot">Fab. B. gr. IV. 17.</note>
                  <quote lang="grc" rend="block">
                     <l>Βουλόμενός ποθ' ὁ λεπτὸς ἀπάγξασθαι Διόφαντος,</l>
                     <l>Νῆμα λαβὼν ἀράχνης αὑτὸν ἀπηγχόνισεν</l>
                  </quote>
               </p>
               <p>D'Ipazia fu discepolo Sinesio,<note place="foot">Fab. ivi VIII. 220. not. (I).</note> Vescovo non di Cirene, come scrive Fozio,<note place="foot">Cod. 26.</note> ma di Ptolemaide;<note place="foot">Fab. l. c. 222.</note> uomo di dottrina tra le cui opere contasi un brevissimo discorso, <foreign lang="grc">πρὸς Παιόνιον ὑπὲρ τοῦ δώρου</foreign>nel quale entrato a far parola sullo studio della Filosofia, passa poi ad un breve elogio dell'Astronomia, della quale scienza lievemente accenna alcune vicende, nominando gli astronomi Ipparco e Ptolomeo. Indirizza egli questo discorso a Peonio, uomo che avea, come dice Sinesio,<note place="foot">Pag. 309.</note> della inclinazione per l'Astronomia. Fu questa sua opera tradotta da Guglielmo Cantere, pubblicata in greco e latino nel 1567, quindi traslatossi da Federico Morel e venne alla luce in Parigi nel 1601, 1604, e con le altre opere di Sinesio nel 1612, giusta la quale edizione le opere di Sinesio furono riprodotte nel 1631<note place="foot">In alcuni titoli leggesi 1633.</note> e 1640.<note place="foot">Fab. B. gr. VIII. 228. 231.</note> Di questa sua opera fa menzione Sinesio stesso in una epistola ad Ipazia <foreign lang="grc">τῇ φιλοσόφῳ.</foreign>
                  <note place="foot">Ep. 153. in fine.</note>
                  <foreign lang="grc">Ἵνα τέλειος ἀριθμὸς ᾖ</foreign>, dic'egli, <foreign lang="grc">προσέθηκα τὸν περὶ τοῦ δώρου, πάλαι γενόμενον ἐν τῷ καιρῷ τῆς πρεσβείας πρὸς ἄνδρα παρὰ βασιλεῖ παραδυναστεᾣᾣύοντα· καί τι τοῦ λόγου τε καὶ τοῦ δώρου Πεντάπολις ὤνατο</foreign>. Parla dell'opera stessa ancora Niceforo.<note place="foot">Fab. B. gr. VIII. 228.</note>
               </p>
               <p>Verso il principio del quinto secolo dell'era Cristiana credesi che si facesse la prima osservazione circostanziata della Luce Zodiacale, fenomeno, che molti fisici han riguardato come una prova della esistenza dell'Atmosfera solare. Ecco come ne parla Filostorgio:<note place="foot">Hist. eccl. lib. XII.; Fab. B. gr. VI. 115. Le parole di Filostorgio paion le stesse che quelle che cita il Paulian, dicendo che son di Niceforo.</note> «Eo ipso tempore quo sol defecit, fulgor quidam in coelo apparuit, coni similitudinem referens: quem nonnulli prae imperitia cometam vocarunt. In iis enim quae fulgor ille nobis ostendit, nihil erat simile cometae. Nam neque in comam desinebat lux illa, neque ullam omnino stellae speciem praeferebat. Sed velut lampadi cuiusdam ingens flamma per se ipsam subsistens videbatur, nulla subtus stella Ellicnii speciem praeferente. Sed et motus eius longe diversus fuit a motu cometarum. Mota enim primum ab ortu solis acquinoctiali, inde ultimam stellam in cauda Ursae sitam transgressa, paulatim ad occasum processit. Post quam vero universum coelum permensa est, tandem disparuit, cum cursus eius plus quam quatuor menses durasset. Porro eius vertex nunc quidem in magnam longitudinem acuebatur; adeo ut coni modum ac mensuram excederet nunc vero ad coni mensuram redibat. Alias praeterea prodigiosas species oculis subiecit, quae a vulgarium signorum natura illam differre ostendebant. Coepit autem a media aestate et ad exitum ferme autumni perseveravit». Il poeta Pontano ci fa una elegante descrizione di un pescatore, il quale mirando questa luce, che comparisce sotto l'aspetto di lancia, o di piramide, crede che gli Dei abbian tolte all'Egitto le sue piramidi più belle, e le abbiano confuse con gli astri.
<quote lang="lat" rend="block">
                     <l>Tunc aliquis limosa agitans ad flumina Nili</l>
                     <l>Piscator dum nocte oculos ad sidera tollit,</l>
                     <l>Obstupuit, doluitque simul super astra referri</l>
                     <l>Pyramides, veterumque rapi monumenta virorum</l>
                     <l>Aegyptumque suis superos spoliare trophaeis.</l>
                  </quote>
Credesi che la seconda osservazione metodica della luce zodiacale fosse fatta intorno all'anno 1461 e la terza intorno al 1650. Quella che fu fatta nel 1683 può dirsi la più famosa osservazione della luce zodiacale, di cui si parli nelle storie. Nel 1644 il P. Francesco Natale Gesuita osservò la Luce Zodiacale viaggiando nelle Indie Orientali. Dall'anno 1685 sino al 1694 il P. le Comte Gesuita osservò più volte nel Cielo a Siam e alla China delle lunghe striscie di luce, alle quali si era dato il nome di verghe. Agli 8 di Gennaio del 1730 la luce Zodiacale avea 85, o 90 gradi di lunghezza. Nel 1731 fu la luce Zodiacale osservata più volte dal Signor de Mairan. Nel 1732 fu veduto questo fenomeno ai 16, 17, 19, 24 e 26 di Gennaio; ai 15, 19, 21 22, 23, 26 e 28 di Febbraio; ai 15 e ai 24, 25 di Marzo; ai 14, 18 e 21 di Aprile, e ai 5 di Settembre, e nel 1733 ai 29 di Gennaio; ai 14 di Febbraio; agli 8, 9 e 13 di Marzo; ai 4, 8, 9 e 12 di Aprile, e ai 22 di Luglio. La luce Zodiacale comparve ancora alcuna volta nel 1734, ma fu quasi sempre dubbiosa ed informe. Chi bramasse essere posto ancor più al giorno di ciò che riguarda questo fenomeno, può vedere la lettera, che sopra di esso scrisse da Ginevra al Sig. Cassini il famoso Fazio de Duillier, ed il trattato, che sopra l'aurora boreale e la luce zodiacale compose il Signor de Mairan. Ma senza più ripigliamo il filo della nostra istoria.</p>
               <p>Intorno all'anno 427 dopo Gesù Cristo, sotto Teodosio II, visse a parere di alcuni, il famoso Cleomede, di cui si hanno <title lang="lat">Considerationis cyclicae meteorarum libri II</title>, dove il nome di meteore è preso a significare le cose celesti. Fu quest'opera pubblicata in greco per la prima volta in Parigi nel 1539, ed in latino con la versione di Giorgio Valla comparve in Venezia nel 1498 portando questo titolo<note place="foot">Orlandi, Orig. e progres. della Stampa, pag. 315.</note>
                  <title lang="lat">Cyclometriae de Mundo, sive circularis inspectionis Meteororum Libri duo, Lat. Geor. Valla interpr</title>. Escì nuovamente alla luce in greco e latino con la versione stessa del Valla in Basilea nel 1547, nel 1561 e nel 1585. Roberto Balforeo scrisse de' Commentarii a Cleomede, i quali vennero alla luce nel 1605. Alcuni scoli greci manoscritti di Giovanni Pediasimo diacono a Cleomede, ed altri d'incerto autore vengono rammentati dal Labbé.<note place="foot">Nov. Bibl. Mass. libror.</note> Un manoscritto greco dell'opera di Cleomede intitolato <foreign lang="grc">Κλεομήδους κυκλικῆς θεορίας μετεώρων α'</foreign>e <foreign lang="grc">β'</foreign>vedesi indicato nel Catalogo dei Codici Greci manoscritti esistenti presso la famiglia dei Nani patrizi Veneti pubblicato in Bologna nel 1784<note place="foot">Cod. 296.</note> in cui si annoverano ancora le seguenti opere trattanti di cose celesti:<note place="foot">Cod. 159. n.° 9.</note>
                  <foreign lang="grc">Πῶς δεῖ παρατηρεῖν τὰς φᾣᾣύσεις τῶν ιβ' ζωδίον πρὸς τὸν δρόμον τῆς σελήνης</foreign>, cioè <title>In qual modo faccia duopo osservare le nature dei 12 segni dello zodiaco relativamente al corso della luna</title>;<note place="foot">Cod. 252. n.° 1.</note>
                  <foreign lang="grc">Αἱ μεταβάσεις τοῦ ἡλίου ἀπὸ ζωδίου εἰς ζώδιον</foreign> cioè <title>Passaggio del sole da un segno all'altro dello zodiaco</title>,<note place="foot">Ivi cod. cit. n.° 2.</note>
                  <foreign lang="grc">Ἐξήγησις μερικὴ περὶ τοῦ ἀστρολάβου σαφεστάτη καὶ σᾣᾣύντομος</foreign> vale a dire <title>Chiarissima, breve e particolare esposizione dell'astrolabio</title>.<note place="foot">Ivi cod. 296. n.° 3.</note> A queste si aggiungono un <foreign lang="grc">Πασχάλιον</foreign>, ossia <title>Canone pasquale</title>,<note place="foot">Ivi cod. 173. n.° 3.</note> ed un manoscritto astronomico mancante di titolo, che sembra formare una sola opera con un altro manoscritto privo pure di titolo, che trovasi nello stesso codice.<note place="foot">Ivi cod. 272. n.° 2. 3. to. V, p. 336.</note>
               </p>
               <p>Nel secolo, in cui credesi fiorisse Cleomede, vissero la celebre Eudocia, detta Atenaide prima del suo battesimo, di cui dice Niceforo, che nella scienza astronomica superò tutti i dotti della sua età;<note place="foot">Menag. hist. mulier. philos.</note> il famoso Simplicio filosofo peripatetico, celebre per i suoi commentarii ad Aristotele, il quale con Ammonio, uno de' suoi maestri, osservò il cielo in Alessandria, come esso medesimo attesta;<note place="foot">Simplic. in Arist. de coel., Fab. B. gr. lib. V. cap. 29. par. 1 e seg.</note> Proterio vescovo di Alessandria, rammentato da Niceforo, da S. Isidoro e dall'Henschenio, la di cui epistola Pasquale, che fu tradotta in latino da Dionigi il piccolo, venne pubblicata da Pascasio Quesnello, e vedesi presso il Petau ed il Bucher; ed il famoso Proclo Diadoco nativo di Licia su cui han parlato Marino Napoletano,<note place="foot">In vit. Procl.; Fab. B. gr. VIII. 455.</note> Giorgio Pachimere,<note place="foot">Fab. B. gr. VIII. 516.</note> il Labbé,<note place="foot">Ivi 517.</note> l'Heinsio,<note place="foot">Ivi 521.</note> Fozio,<note place="foot">Ivi 522.</note> Suida,<note place="foot">Ivi.</note> Guglielmo Cave,<note place="foot">Hist. litter. scriptor. ecclesiasticor.; Fab. ivi 522.</note> l'Holstenio,<note place="foot">Fab. ivi 523.</note> Rodolfo Ludovico Cudwort,<note place="foot">Ivi 525.</note> Lilio Gregorio Giraldi, Paolo Colomesio,<note place="foot">Ivi 532.</note> Marsilio Ficino, Ismaele Bouillaud, Ammonio,<note place="foot">Ivi.</note> Tzetze<note place="foot">Ivi 533.</note> e Giovanni Alberto Fabricio.<note place="foot">B. gr. lib. V. c. 26. par. 1. segg.</note> Morì egli in Atene nell'anno 485 di Gesù Cristo, 75 della età sua e 124 dall'impero di Giuliano l'Apostata, siccome provasi da questo passo di Marino Napoletano suo discepolo:<note place="foot">In vit. Procl. c. 36.; Fab. B. gr. VIII. 456. not. (X).</note>
                  <foreign lang="grc">ἐτελεᾣᾣύτησε δὲ τῷ δ' καὶ κ' καὶ ρ' ἀπὸ τῆς Ἰουλιανοῦ βασιλείας, ἂρχοντος Ἀθήνῃσι Νικανόρου τοῦ νεωτέρου, μηνὸς κατὰ μὲν Ἀθηναίους Μουνιχιῶνος ιζ', κατὰ δὲ ῾Ρωμαίους Ἀπριλίου ιζ'</foreign>Quindi errò Giovanni Keplero,<note place="foot">Harmonia Mundi.</note> che seguendo Cedreno asserì, Proclo esser vissuto sotto l'impero di Costantino, Massenzio e Giuliano. Di questo filosofo hassi un'opera intitolata:<note place="foot">Fab. B. gr. VIII. 518.</note>
                  <foreign lang="grc">Ὑποτᾣᾣύπωσις τῶν Ἀστρονομικῶν ὑποθέσεων</foreign>, la quale comparve in greco in Basilea nel 1540, e fu tradotta dal Rudinger e da Giorgio Valla, la cui versione letteraria venne alla luce in Venezia nel 1498, e di nuovo in Basilea nel 1541 unitamente all'Almagesto di Ptolomeo. Quest'opera mal fu annoverata dal Lambecio tra le inedite. Una parte di essa, che tratta<note place="foot">Ivi.</note>
                  <foreign lang="grc">περὶ τοῦ ἀστρολαβικοῦ ὄργανον</foreign>, comparve separatamente in Venezia nel 1491 tradotta dal Valla, e in Parigi nel 1557. Altra opera di Proclo, che ha per titolo<note place="foot">Ivi.</note>
                  <foreign lang="grc">Σφαῖρα</foreign>, di picciolissimo volume, tradotta prima in latino poco esattamente, fu con maggior accuratezza traslatata da Tommaso Linacro, che dedicò la sua versione, giusta il Giovio, al Principe Arturo, e, al riferire di Erasmo, ad Enrico VII re d'Inghilterra, il quale, avvertito come già esistevane altra versione, e disprezzò la offerta, e concepì un odio inestinguibile contra il Linacro, siccome contra un impostore. Altra interpretazione di quest'opuscolo è quella di Elia Vinet pubblicata in Parigi nel 1557; altra quella di Giovanni Laurenspergio pubblicata in Rostock nel 1611; altra quella di Giovanni Bainbridge pubblicata in Londra nel 1620, ed altra finalmente quella italiana d'Ignazio Danti venuta alla luce in Firenze nel 1573 con copiose annotazioni, premessa la vita di Proclo tratta da Suida, Sparziano, Filostrato e dal Volaterrano, in cui per errore è stabilita la età di Proclo al tempo di Traiano imperatore.<note place="foot">Lib. XIII. 1. 7.</note> Autori di note, di commenti, di scoli alla sfera di Proclo sono, oltre il nominato Danti, il Tusano, Giorgio Henisch, Erasmo Oswaldo Schrekenfuchs, Giacomo Ziegler e Giovanni Hofler. Le note del primo comparvero in Parigi nel 1562, quelle del secondo vennero alla luce nel 1609, gli scoli del terzo in Basilea nel 1561, quelli del quarto nella stessa città nel 1536, e i commentarii del quinto in Tubingen nel 1534.<note place="foot">Voss. De scient. mathem.</note> Moltissime volte vide la luce la piccola opera di Proclo sulla sfera: essa comparve in greco in Venezia nel 1490 presso Aldo Manuzio, in greco e latino in Basilea nel 1523, 1547, 1561, 1585; in Parigi nel 1553. Lo scritto astrologico di Proclo<note place="foot">Fab. B. gr. VIII. 529.</note>
                  <foreign lang="lat">de effectibus eclipsium solis et lunae iuxta singulas signorum triplicitates et decanos</foreign> fu stampato in latino unitamente ad altra opera astrologica in Vienna nel 1551. Esiste ancora nelle Biblioteche un'opera di Proclo intitolata <title lang="lat">Uranodromus</title>,<note place="foot">Ivi 530.</note> ovvero<note place="foot">Ivi 518.</note>
                  <foreign lang="grc">σχόλιον Πρόκλου οὐρανοδρόμου</foreign> la quale comincia:<note place="foot">Ivi.</note>
                  <foreign lang="grc">Περὶ ἀνατολῶν καὶ δᾣᾣύσεων εἰπεῖν ἀστρολογικῶς ὀρμωμένῳ μοι κ. τ. λ.</foreign> Essa è ricordata dal Lambecio e dal Fabricio.<note place="foot">Ivi.</note>
               </p>
               <p>Al principio del secolo sesto dell'era Cristiana visse a Squillace il celebre Cassiodoro. Egli fu console sotto Teodorico re de' Goti<note place="foot">Tirab. III. 10.</note> nel 514. Ritiratosi in un monastero della Calabria, ove si occupò a costruire degli orologi da sole e da acqua, trattò della Grammatica, della Rettorica, della Dialettica, della Musica, della Geometria, dell'Aritmetica e dell'Astronomia.<note place="foot">Magn. Aurel. Cassiod. de artibus ac disciplin. liberal. litterar., Fab. B. lat. II. 169.</note> Compose un Computo Pasquale, ossia dei brevi precetti per rinvenire le indizioni, i cicli solari e lunari, e simili cose, che furono ampiamente illustrati da Giuseppe Scaligero, da Dionigi Petau e da Egidio Bucher, il quale nel suo commentario sulla dottrina dei tempi, pubblicato in Anversa nel 1634, sparse di molta luce gli antichi Canoni Pasquali.<note place="foot">Fab. B. Ant. I. 252.</note> Morì circa il 262 dopo Gesù Cristo.</p>
               <p>Nel settimo e nell'ottavo secolo dell'era Cristiana l'Astronomia fu molto negletta. Pure nel settimo fiorirono Giovanni Filopone, autore di un'opera <foreign lang="lat">de usu astrolabii</foreign>, e illustratore di Ptolomeo;<note place="foot">Fab. B. gr. IX. 359. 366.</note> come ancora Andrea Cretense, di cui hassi un metodo per ricercare il ciclo solare e lunare,<note place="foot">Ivi IX. 128.</note> con S. Isidoro di Siviglia, a cui vengono attribuite non poche opere sulle cose celesti, siccome vedesi nelle Isidoriane di Faustino Arevalo,<note place="foot">Cap. 86.</note> di una delle quali è creduto il vero autore Onorio di Autun: e nell'ottavo vissero Giovanni Damasceno, peritissimo nell'Astronomia, al riferir di Giovanni Gerosolimitano;<note place="foot">Fab. B. gr. VIII. 799.</note> il B. Flacco Albino, o Alcuino, il quale scrisse <foreign lang="lat">de cursu et saltu lunae ac Bissexto</foreign>, opera di cui parla egli stesso in una sua epistola;<note place="foot">P. 36.</note> il ven. Beda, tra le opere del quale si contano <title lang="lat">De argumentis Lunae</title>; - <title lang="lat">De Cyclo Paschali</title>; - <title lang="lat">De circulis Spherae et polo</title>; - <title lang="lat">De planetarum signorum coelestium ratione</title>; - <title lang="lat">De mensura horologii</title>; - <title lang="lat">De astrolabio</title>; - <title lang="lat">De Paschae celebratione; sive de aequinoctio vernali</title>; ed un tal Dungalo, di cui abbiamo una lunga lettera scritta nell'811 a Carlo Magno, il quale avealo addimandato della ragione di due ecclissi solari, che dicevansi seguite nel precedente anno.<note place="foot">Tirab. III. 181.</note>
               </p>
               <p>Verso la metà del settimo secolo fu bruciata la famosa Biblioteca di Alessandria e fu soggiogato l'Egitto dal Generale Amron Ebno l'Aas, avvenimento, che fu assai fatale all'astronomia. Invano Filopone scongiurò Amron a risparmiar la Biblioteca. Il Califo Omar, al quale scrisse il vincitore per udirne il destino: bruciatela, rispose; se in essa non trovasi che ciò, che si contiene nell'Alcorano, è inutile; se v'ha qualche cosa di più è pericolosa. Questa barbara sentenza ridusse in cenere i più bei monumenti dell'antichità, e i libri di quella vasta Biblioteca, in cui i diligenti Ptolomei avean raccolti più di 400.000 manoscritti, servirono per più di un anno a riscaldare le stufe di Alessandria.</p>
               <p>Le scienze erano nel massimo languore, quando il famoso Almansor, secondo degli Abassidi, uomo pieno di cognizioni, cominciò a sparger ne' paesi del suo dominio il gusto per gli studi. Il principe Haroun al Raschid protesse ancor egli le scienze. È famoso l'orologio da lui con altri doni mandato a Carlo Magno. Era questo una macchina di metallo mossa da una clepsidra, che marcava le 12 ore, ed eranvi alcune palle, che cadevano sopra di un piatto. Si aprivano dodici porte, e per queste passavano dodici cavalieri per indicare le ore.</p>
               <p>Nell'anno 813 dopo Gesù Cristo diede principio al suo impero il Califo Abu Abbas Almamoun, figlio di Haroun al Raschid, il quale si diede con tanto ardore allo studio dell'Astronomia, che sopra le sue osservazioni furono stese delle tavole astronomiche. Determinò l'obbliquità della ecclittica a 23° 35', o, come si legge in alcuni manoscritti a 23° 33'.<note place="foot">Lande, Astr. I. 162.</note> Ebbe per istitutore Giovanni Mesna, medico cristiano, che suo padre gli diede per guida ne' suoi viaggi. Ebbe ancora per maestro un Persiano per nome Kessai il quale essendosi un giorno presentato all'appartamento del principe per dargli lezione, questo, che trovavasi a tavola co' suoi amici, gli scrisse sopra una foglia di mirto: «v'è un tempo di studiare, e un altro di sollazzarsi. Questo è il tempo degli amici, della rosa e del mirto, che ho in capo». Kessai gli rispose: «Se tu conoscessi la eccellenza del sapere, non preferiresti il piacere, che ora ti prendi, a quello, che esso arreca. Se sapessi chi è alla tua porta, verresti subito a lui e ringrazieresti Dio della grazia, che ti fa». Almamoun abbandonò i suoi amici e corse al suo maestro. Egli accordò la pace a Michele III imperatore di Costantinopoli, colla condizione di poter dalla Grecia raccorre tutti i libri di filosofia. Almamoun li fe' tradurre in arabo. L'Almagesto di Ptolomeo fu fatto da lui tradurre da Isacco Ben-honain e Thabet Ben-korah, secondo Herbelot, secondo altri, da Alhozen e da Sergio.<note place="foot">Ivi.</note> Sotto gli auspicii di questo principe alcuni matematici intrapresero di misurare un grado del meridiano, ma la loro misura non riuscì assai esatta.</p>
               <p>Circa l'anno 870 dopo Gesù Cristo visse il celebre Mohammed Ben Geller, conosciuto sotto il nome di Albategni. Egli corresse alcuni errori di Ptolomeo e pubblicò circa l'anno 880 dopo Gesù Cristo un'opera, che ha per titolo <title lang="lat">De scientia stellarum</title>, la quale nel 1537 fu stampata in Norimberga con la traduzione latina di Platone di Tibur e con delle addizioni di Giovan Müller, e nel 1645 in Bologna.<note place="foot">Ivi. 16.</note> Mohammed determinò con esattezza la eccentricità dell'orbita del sole, o vogliam dire della Terra, e la durata del suo corso, la quale egli disse esser di 365 giorni, 5 ore, 46 minuti e 24 secondi. Diede alla obbliquità della ecclittica 23° e 35', e alla longitudine della prima stella dell'Ariete 18° 2'.<note place="foot">Ivi.</note>
               </p>
               <p>Più Arabi, dietro l'esempio di questo illustre loro compatriotta, si diedero allo studio della scienza degli astri. Tra questi si distinse il celebre Ibn Iounis, o Eben Iounos, o Ebn Younis,<note place="foot">Ivi 165.</note> il quale calcolò delle nuove Tavole ed osservò tre ecclissi al gran Cairo nel 977, 978 e 979.<note place="foot">Ivi.</note> Il famoso Arsachel, altro Arabo, si applicò a determinare gli elementi della storia del sole, ed osservò, per quanto spacciasi, la obbliquità della ecclittica, che egli disse, esser di 23 gradi e 33 ovver 34 minuti; ma questa osservazione credesi doversi ad Almamoun.<note place="foot">Ivi liv. II. p. 167.</note>
               </p>
               <p>Le scienze presero un nuovo aspetto al tempo de' benemeriti Abassidi. Il famoso Abn Yusef Iaacub Ebn Eshak Alckendi si applicò alla scienza degli astri e fe' alcuni scritti matematici ed astronomici. Egli fu chiamato Stella di prima grandezza, Fenice della sua età, uno de' nove Giudici degli astri, ed uno dei dodici massimi ingegni. Albumasar, o Abosssar Alckendi, che visse secondo alcuni nel nono, secondo altri nel decimo secolo, la cui opera delle rivoluzioni degli anni lo ha fatto riguardare come uno dei più grandi astronomi del suo tempo; Alpetragio di Marocco, il quale fece muovere i pianeti in delle spirali, ricevè degli elogi per il suo sapere astronomico, ed ebbe con tutto ciò la debolezza di attribuire a Mercurio e a Venere una luce lor propria; l'astronomo Omar Cheyam, il quale determinò l'anno di 365 giorni, 5h 48'48".</p>
               <p>Il famoso Alfragano Alfergani, o Fargani, Ahmed, o Mohammed ben-cothair, o Ketir, nato a Fergan nella Sogdiana, che per la sua abilità nel calcolare fu chiamato il Calcolatore, visse ancor egli al tempo di Almamoun. Scrisse degli <title>Elementi di astronomia, ed alcuni trattati degli orologi solari e dell'astrolabio</title>. La prima di queste opere è distinta in trenta capi, contiene un compendio di tutta l'Astronomia, in cui l'autore siegue quasi sempre Ptolomeo, di cui fa spesso menzione. Tre traduzioni latine si hanno di quest'opera. La prima, che fu fatta nel XII secolo, comparve in Ferrara nel 1493, e a Norimberga nel 1537 con prefazione di Filippo Melantone. La seconda traduzione, eseguita da Giacomo Christman sulla versione ebraica di Giacomo Antoli, venne in luce a Francfort nel 1590. Il traduttore vi aggiunse un ampio commentario al primo capo, nel quale fe' il paragone tra i calendari dei Romani, degli Egizi, degli Arabi, dei Persiani, dei Siri, degli Ebrei e mostrò la corrispondenza dei loro anni. La terza traduzione fu fatta da Giacomo Golio, professore di matematiche e di lingue orientali a Leyden: ella comparve dopo la morte del traduttore nel 1669 accompagnata dal testo arabo e da più note sui nove primi capi.<note place="foot">Lande, Astr. I. 163.</note> Habash vissuto sotto il regno di Almamoun compose tre sorte di tavole astronomiche che dal Sig. de la Lande<note place="foot">Astron. liv. II.</note> si giudican fatte giusta quelle di Ptolomeo.</p>
               <p>Nei tempi, ne' quali l'Astronomia era negletta dalle colte nazioni, i barbari furon quelli, che la coltivarono. Sempre volubili ed incostanti, arsero la Biblioteca di Alessandria, e tornarono poi fra le faville a ricercarne gli avanzi. Contansi tra i loro astronomi Mohammed Ben Musa, autore di tavole astronomiche assai celebri, e benemerito della trigonometria; Thabet Ben-korah, o Thebit<note place="foot">Dubito che Thebit sia lo stesso che Thabet, di cui a p. 194 [del ms.].</note> Ebn-chora, il quale stabilì la rivoluzione completa del sole a 365 giorni, 6 ore, 9 minuti e 12 secondi, osservò la obbliquità della ecclittica;<note place="foot">Lande, astr. lib. II. 165.</note> e il quale conobbe nel moto delle stelle la oscillazione, o librazione, chiamata da lui trepidazione delle fisse;<note place="foot">Se questa trepidazione è la nutazione della terra in realtà, e in apparenza delle fisse, si lasci; se è l'aberrazione, si tolga affatto; poichè è contrario in particolare a ciò, che di Manfredi si dice p. 368 [del ms.].</note> e Albumasar Nassiredin, favorito dal tartaro Holagu Ilecu-kan, che lo elesse presidente delle scuole Persiane e Mongolesi, e massimamente delle astronomiche, e che diede luogo colle sue beneficenze alla teoria de' movimenti celesti, al trattato dell'astrolabio di Nassiredin ed alle tavole astronomiche dette Ilecamiche dal nome di Ilecu. Il numero degli astronomi Arabi è tale, che per testimonianza di Eduardo Bernardi, uomo versatissimo nelle lingue orientali, la sola Biblioteca di Oxford possiede 400 manoscritti di tali astronomi. Tanto fu l'ardore, col quale questi barbari coltivarono l'astronomia! I Tartari, che sotto Gengis Kan soggiogarono la Persia, vi protessero pure questa scienza. Dicesi che gli astronomi vi sono ora sì considerati, che il loro capo ha perfino 20.000 scudi annui di appuntamento, e che il re spende annualmente per essi più di 800.000 scudi.</p>
               <p>Mentre i barbari coltivavano in tal modo le scienze, le civili nazioni poco conto facean degli studi. Pure in quei tempi di languore godè gran fama il celebre Gerberto, poi Silvestro II, creato Papa nel 999, e morto nel 1003. Di lui dice Guglielmo di Malmesbury: «Vicit scientia Ptolomaeum in astrolabio, Alkindum in astrorum interstitio, Iulium Firmicum in fato». Scrisse Gerberto <foreign lang="lat">de compositione astrolabii</foreign>, e <foreign lang="lat">de Sphaerae constructione</foreign>, e fe' il famoso orologio di Magdeburgo, oggetto di stupore per quella età. Lo scismatico Bennone<note place="foot">Baron. Ann. eccl. an. 999. n.° 3. seg.</note> lo divulgò per mago, ma sebbene le sue calunnie sieno state rapportate da Sigiberto, da Martino di Polonia, da S. Antonino, da Vincenzo di Beauvais, da Uvernero Rolewinck, da Guglielmo di Malmesbury e da Bartolommeo Platina; è nondimeno assai facile il liberare Gerberto dalla taccia datagli da Bennone coll'autorità di scrittori a lui contemporanei, che come virtuoso uomo e prudente cel dipingono.</p>
               <p>Nel secolo decimoprimo Alhazen, famoso Ottico, fe' le tavole dette Toledane, perchè egli era di Toledo, sulle quali scrisse poi l'astronomo Giovanni Siciliano.<note place="foot">Fab. B. lat. med. et inf. aet. IV. 144.</note> Pretese di correggere Albategni senza esaminare se le proprie osservazioni fosser più esatte di quelle di questo astronomo. Fe' un trattato di ottica e spiegò gli effetti della rifrazione, fenomeno stabilito dalla natura come per farci passare dalla luce alle tenebre, e dalle tenebre alla luce, senza quasi che noi ce ne avvediamo. I raggi di luce si piegano all'entrare nella nostra atmosfera, e ci fanno comparire gli astri prima che nascono e dopo che son tramontati. Se noi non avessimo atmosfera, se non avesse luogo la rifrazione, l'apparire e scomparir del sole si farebbono in un tratto e la luce e le tenebre si succederebbono in un istante. A quale altezza però giunga il nostro atmosfera, Alhazen nol determinò e non fissò nemmeno la quantità della rifrazione. Un dotto Polacco, per nome Vitellio, travagliò a migliorare l'ottica di Alhazen e a renderla più intelligibile e più chiara. La sua opera comparve nell'anno 1270. Oltre Alhazen, Costantino Cartaginese, uomo dottissimo in Astronomia;<note place="foot">Bettinelli, Risorg. d'Ital. par. I. cap. 2. to. I. p. 5.</note> Giovanni Garlandio, o di Garlandia, di cui rammenta il Fabricio<note place="foot">B. lat. med. et inf. aet. lib. VII.</note> un computo fatto ad imitazione di Beda, ed una tavola pasquale; S. Guglielmo Abate di Hirsange, il quale scrisse <foreign lang="lat">de Horologio</foreign> e tre libri <title lang="lat">Philosophicarum et astronomicarum institutionum</title>;<note place="foot">Ivi to. III. 150.</note> Ermanno, per la debolezza delle membra detto il Contratto, il quale avendo scritto della composizione dell'astrolabio e della sua utilità, venne a torto riguardato da Guglielmo Durando e da altri come l'inventore del medesimo;<note place="foot">Ivi 237.</note> Pandolfo Capuano,<note place="foot">Questo Pandolfo Capuano deve esser lo stesso che Bandulfo, Capuano, di cui parlo p. 383 [del ms.]; onde si veda se qui deve cassarsi, si veda anche nell'indice del Quadrio se egli sbagliò nel dir Bandulfo.</note> il quale scrisse sul corso del sole, sul ciclo solare e sulla Pasqua;<note place="foot">Fab. B. lat. med. et inf. aet. V. 193.</note> Raimondo monaco, autore di alcuni scritti astronomici; Abramo Chua, rabbino Spagnuolo, che scrisse <foreign lang="lat">de rebus astronomicis</foreign>, <foreign lang="lat">de Calendario Graecorum, Romanorum et Ismaelitarum</foreign>, ed altre opere;<note place="foot">Lampillas, II. 173. 174.</note> Michele Psello, il quale trattò della sostanza del cielo, dei circoli celesti, del circolo Latteo, della grandezza del sole, della luna e della terra, delle ecclissi, della sostanza degli astri, della figura, moto, ordine e lume delle stelle: Simeone Set, o figliuolo di Set, che nella sua opera intitolata <foreign lang="grc">Σᾣᾣύνοψις καὶ ἀπάνθισμα φυσικῶν τε καὶ φιλοσόφων δογμάτων</foreign>in cui spesso non fe' che trascrivere parola per parola il libro <foreign lang="lat">de omnifaria doctrina</foreign> di Psello, trattò di non poche cose astronomiche assai interessanti:<note place="foot">Fab. B. gr. X 320. 322.</note> resero celebre il secolo decimo primo.</p>
               <p>Verso il terminar del medesimo e il cominciare dell'altro viveva Aleardo, o Atelardo. Inglese, monaco dell'ordine di S. Benedetto. Rammenta il Pitseo il suo libro <foreign lang="lat">de septem artibus</foreign>, e l'altro <foreign lang="lat">de astrolabio</foreign>, e ricorda il Fabricio<note place="foot">B. lat. med. et inf. aet. lib. I.</note> la traduzione da lui fatta di un libro <foreign lang="lat">de septem planetis</foreign>, che sospetta il medesimo debba attribuirsi ad un matematico, la di cui Isagoge minore all'Astronomia fu altresì dall'arabico traslatata da Aleardo. Un matematico per nome Gerardo, cremonese, secondo Francesco Arisi,<note place="foot">Cremona liter.; Tirab. III. 333.</note> e carmonese, secondo Niccolò Antonio<note place="foot">Bibl. Hisp. vet.; Tirab. ivi.</note> e Giovanni Alberto Fabricio,<note place="foot">B. lat. med. et inf. aet. lib. VII.</note> il quale visse nel duodecimo secolo merita un luogo nella storia dell'Astronomia per aver tradotti de' libri spettanti a questa scienza, tra' quali l'Almagesto di Ptolomeo. Un'opera a lui attribuita dal Fabricio,<note place="foot">Ivi.</note> e creduta dal Tiraboschi<note place="foot">III. 334.</note> di un altro Gerardo Cremonese, detto da Sabionetta, intitolata <title lang="lat">Theorica planetarum</title>, fu impugnata in un Dialogo da Giovanni Müller. Che la scienza celeste non fosse in quei tempi affatto negletta in Italia si raccoglie da ciò, che narra S. Pier Damiano<note place="foot">Lib. XI. Ep. 17.</note> di un tal chierico della Chiesa di Parma, per nome Ugone, che congiungendo l'ambizione allo studio procacciossi un astrolabio di fino argento.<note place="foot">Tirab. III. 338.</note>
               </p>
               <p>Due astronomi mantennero il gusto della scienza astronomica durante il dodicesimo secolo, l'uno cioè il rabbino Aben Ezra, morto, secondo alcuni, nel 1174, secondo altri nel 1194, e secondo Genebrardo nel 1217; al quale alcuni attribuiscono la divisione del cielo in dodici parti eguali per mezzo dell'equatore:<note place="foot">Bartolocci, Bibl. Rabin.</note> e l'altro il famoso Averroe nato a Cordova in una famiglia di Giupendi, di sacerdoti e di teologi maomettani, il quale scrisse sulla medicina, sulla matematica e sull'astronomia. Il suo vero nome arabo è Eba Roschd. Egli fu poco contento del sistema di Ptolomeo. Credè veder Mercurio sul sole, ma Copernico non pensò che fosse possibile vederlo coll'occhio nudo. Egli avea ragione. Keplero credè ancor egli di aver veduto Mercurio sul sole senza l'aiuto del cannocchiale, ma conobbe in seguito che una macchia del sole avea cagionato il suo inganno. Queste macchie possono talvolta vedersi ancor senza il soccorso dei cannocchiali. Galilei assicurava di averle, senza soccorso di tal fatta, vedute e mostrate ad alcuni. Negli annali di Francia stampati a Parigi nel 1588 si legge, che nell'anno 1507 Mercurio comparve sul sole come una piccola macchia nera, che fu veduta in Francia per lo spazio di otto giorni, e che le nubi impedirono di osservare in qual tempo accadesse la sua entrata e la sua uscita. Si crede con ragione che una macchia del sole sia stata quella, che fu allora osservata, e che fu confusa col pianeta Mercurio. Errò dunque Averroe nel credere di aver veduto questo corpo sul sole, e le tenebre dell'astronomia del suo tempo furono la causa del suo errore. Questa scienza, benchè coltivata da molti, non fece in quel secolo grandi progressi. La superstizione e la ignoranza davano in que' tempi credito all'astrologia. Nell'anno 1179 tutti gli astrologi orientali annunziarono per il mese di Settembre del 1186 la congiunzione di tutti i pianeti, e conseguentemente la distruzione di tutte le cose. Dopo un lungo terrore cagionato dall'aspettiva di questo disastro, giunse finalmente l'anno 1186, e passò tranquillamente a confusione de' superstiziosi indovini. Gli uomini imbarazzati da siffatti pregiudizi non poteano far grandi progressi nella scienza degli astri. Il duodecimo secolo passò senza che questa facesse considerabili avanzamenti, e giunse il secolo decimoterzo, sommamente benemerito dell'Astronomia, che vide allora i principi più illuminati darsi a promuoverla e a cercar d'illustrarla.</p>
               <p>Circa il 1230 l'imperatore Federico II preparò il risorgimento delle scienze, facendosi protettore de' Sapienti. Egli ristabilì la Università di Napoli, fondonne una in Vienna, diede vigore alle scuole di Bologna e di Palermo, e fece tradurre l'Almagesto di Ptolomeo. Egli volea portar seco, al riferir del Montucla, un globo, nella cui superficie rappresentate erano le costellazioni, e al di dentro del quale raffiguravansi le disposizioni delle orbite e i moti dei pianeti.</p>
               <p>Alfonso IX re di Leone e di Castiglia chiamato il Savio e l'Astronomo, prese anche maggior cura dell'Astronomia. Egli chiamò da tutti i paesi dell'Europa degli astronomi che alloggiò magnificamente in uno de' suoi palazzi. Il primo loro travaglio fu di rettificare le Tavole di Ptolomeo. L'ebreo Abensid, chiamato Hazan, cominciò a correggerle. Egli vi fece de' cangiamenti, e i suoi compagni formarono il progetto di calcolare delle nuove Tavole (e immaginarono perciò una nuova Teoria del moto delle stelle), le quali costarono, come dicesi, al loro protettore 40.000 ducati. Esse comparvero nel giorno stesso, in cui Alfonso ascese al trono, e furono come una seconda corona, che cinsegli la fronte. Dopo quattro anni di travaglio pubblicarono nel 1252 delle nuove Tavole col titolo <title lang="lat">Tabulae Alphonsinae</title>. Comparse queste appena, furono sottoposte ad una severissima critica da un astronomo Arabo chiamato Alboacen. Egli mostrò gli errori degli astronomi di Alfonso, i quali, operando da uomini docili e savi, si ritrattarono, e nell'anno 1256 pubblicarono delle Tavole più esatte. Il loro protettore ricompensolli generosamente, non imputando i loro errori a mancanza di sapere e di penetrazione, ma alla costruzione dell'Universo, intorno alla quale egli disse, che se Dio lo avesse consultato quando creò il mondo, esso lo avrebbe consigliato a crearlo in un modo più semplice e con un ordine meno complicato. Il pensiero era empio, dice il Sig. di Fontenelle,<note place="foot">Plur. des mond. soir I; Nicolai, II. 140.</note> ma egli è pur bello il vedere che il sistema di Ptolomeo, per la sua confusione, fosse la causa di tal peccato. Ed il Sig. Pluche<note place="foot">Spect. de la Nat. part. II. entret. 6.</note> dice, che questo scherzo poco Cristiano non fa onore nè al re astronomo nè alla ipotesi che cagionava la sua impazienza. Evvi però chi cerca di scusare Alfonso, dicendo che egli volea con questo scherzo condannar solamente il ridicolo sistema di quel tempo, e non il vero sistema del mondo, quale è uscito dalle mani del Creatore. Alfonso fu detronizzato come il principe Ulag-Beg, onde fu detto che perdè la terra per contemplare il cielo. Egli morì di cordoglio ai 21 di Aprile dell'anno 1284.</p>
               <p>Intorno a quest'epoca sospetta il Fabricio<note place="foot">B. gr. IX. 198. in not.</note> che vivesse Teodoro Meliteniota, autore di una sintassi Astronomica. Il proemio di quest'opera e il capo primo, dal greco trasportati nel latino idioma, vedonsi presso il Fabricio medesimo nella sua grand'opera della Biblioteca greca.<note place="foot">Ivi. 199 segg.</note>
               </p>
               <p>Al tempo di Alfonso visse il celebre Sacrobosco morto nel 1256 il quale scrisse due opere assai stimate intitolate l'una <title lang="lat">De Sphaera Mundi</title>, e l'altra <title lang="lat">De computo ecclesiastico</title>. Sulla prima di queste opere, opina il Fabricio,<note place="foot">B. lat. med. et inf. aet. lib. VIII.</note> compose un commentario Enrico Snirenberg, autore di uno scritto <title lang="lat">De figuris planetarum</title>, come anche Silvestro Mozolino, nativo di Prierio, villaggio presso Savona. Quest'opera fu ancora commentata da Francesco di Simone degli Stabili, detto l'Ascolano, o Cecco d'Ascoli; da Ulisse Aldrovandi;<note place="foot">Fantuzzi, notizie degli scrittori Bologn. to. I. p. 189.</note> da Francesco Pifferi;<note place="foot">La sfera di Giov. Sacrobosco tradotta e dichiarata da Franc. Pifferi.</note> da Bartolomeo Arienti da Casi;<note place="foot">Fantuzzi, ivi I. 289.</note> da Pier Vincenzo Dante de' Rinaldi;<note place="foot">La sfera di Mess. Giov. Sacrobosco trad. emend. e distinta in Capi ec.</note> da Pietro Ciruel;<note place="foot">Comment. in Sphaer. Io. de Sactobosco.</note> da Pontico Virunio, o Virumnio;<note place="foot">Schoett. Supl. ad Fab. B. lat. med. et inf. aet. lib. XVI. p. 66.</note> e da Erasmo Oswaldo Schrekenfuchs; e fu recata nell'italiano idioma da Mauro Fiorentino, che scrisse sopra di essa delle annotazioni.<note place="foot">Ladvocat, art. <title>Fiorentino</title>.</note> Questa opera fu pubblicata insieme con Prosdocimo di Beldemando, o Beldimendo, scrittore di alcune Tavole astronomiche, con Michele Scoto autore di una questione sulla natura del sole e della luna,<note place="foot">Schoett. op. cit. lib. XII.</note> con Bartolomeo Vespucci, con Roberto Grosthead, e con l'annulo astronomico del giudeo Latepze.</p>
               <p>Intorno all'anno 1278 un Astronomo Cinese, nomato Cocheou king, fece a Pekin delle osservazioni con un gnomone di 40 piedi di altezza. Egli fissò la latitudine di Pekin a 40 gradi cinesi, ed impiegò la trigonometria sferica, e la risoluzione dei triangoli, nell'astronomia.<note place="foot">Lande, Astr. I. 176.</note>
               </p>
               <p>Circa 16 anni dopo quest'epoca morì in Oxford l'immortale Ruggero Bacone, uomo nato per le scienze, e di esse al sommo benemerito. Applicossi egli precipuamente allo studio della chimica, delle Matematiche e dell'Astronomia, nella quale riuscì eccellentemente. Egli scoprì un considerabile errore nel calendario, del quale propose la correzione al Papa Clemente IV nel 1257. Pretendono alcuni, che questo grand'uomo avesse cognizione del telescopio. Ma il vero merito non fu giammai esente dall'invidia. Bacone, come narran gli storici, sperimentò la verità di questa proposizione. Egli avea scoperti alcuni segreti, col mezzo de' quali facea delle cose straordinarie. Ora si racconta che alcuni, i quali vedeano di malocchio la sua dottrina innalzarsi sopra quella quasi di ogni altro del suo secolo, lo accusarono ai superiori come stregone. Questo infelice filosofo divenne l'oggetto della indignazione de' malaccorti, i quali prestaron fede a' suoi invidiosi accusatori. Fugli vietato di scrivere, ma siccome il suo merito brillava malgrado questa umiliazione, i suoi nemici tanto si adoperarono, che Bacone fu finalmente rinchiuso in una prigione, dalla quale egli non fu assolutamente liberato, che nella sua estrema vecchiezza per il credito di alcuni considerabili personaggi, che s'interessarono in suo favore. Queste persecuzioni, che egli dovè soffrire, sono certamente la prova più grande, che si abbia del merito di Bacone.</p>
               <p>Verso il principio del secolo decimo quarto visse Enrico di Bruxelles, il quale «calculatoriae artis peritus, dice Enrico di Gand,<note place="foot">Fab. B. lat. Med. et inf. aet. III. 211.</note> discordiam naturalis computi lunae et cycli decemnovennalis diligenter absolvens, kalendarium ita distinxit, ut positis secundum Cyclum decemnovennalem suo loco primiluniis, ipse e regione non solum qua die vel qua hora, sed etiam qua parte horae singularum lunationum singulis mensibus accensio contingeret, annotaret».</p>
               <p>Verso il principio del secolo stesso visse Flavio Gioia Amalfitano, il quale circa il 1302 inventò la bussola, come comunemente si crede. Si sa difatto, che intorno a quel tempo gli Amalfitani erano sì esperti della navigazione, che si resero gli arbitri di quasi tutte le controversie di mare. Contuttociò i Francesi vogliono che un loro poeta del secolo decimo secondo parli della bussola come di uno strumento già in uso tra i piloti della sua nazione. Credono altri, che Marco Polo Veneziano ci recasse la bussola dalla China circa il 1260. Gli storici più accurati però convengono fra loro nell'asserire, che la invenzione dalla bussola, strumento utilissimo agli astronomi, devesi a Flavio Gioia.</p>
               <p>Nell'anno 1332 morì Teodoro Metochite uomo abile in Astronomia. Di lui così parla Giovanni Cantacuzeno:<note place="foot">Hist. lib. I. c. 11.; stor. Biz. XIV. 30; Fab. B. gr. X. 214.</note> «Id ipsum et magnus logotheta Metochites praestitit, qui tum domum imperatoriam, sive aulam regebat, vir alioqui solers, et non Christianis modo, sed externis etiam literis politissimus. Etenim cum astronomiae principia a quodam Bryennio minuta, et imperfecta accepisset, ipse in eo studio accuratissima diligentia sua tantos processus effecit, ut deinde quoque permulti in eadem scientia ipso praeceptore progressus eximios adepti sint».</p>
               <p>Appunto nel secolo decimo quarto visse Gregora, autore di più opere astronomiche, discepolo di Teodoro Metochite<note place="foot">Niceph. Gregor. Hist. Biz. lib. VIII. c. 7.</note> ed il celebre Giacomo Dondo, ovvero de Dondis, matematico ed astronomo,<note place="foot">Tirab. V. par. I. 198., VI. 300, 304.</note> il quale giusta lo Scardeone, il Portenari e M. Falconet,<note place="foot">Felicità di Padova, lib. VII.; Tirab. V. par. I. 194.</note> compose un orologio celebre pel grido, che mosse di mirabile opera e portentosa, onde lo inventore, come dalla debellata Affrica il latino Scipione, dalla invenzione medesima assunse il nome che, a perpetua ricordanza di acquisto sì decoroso, ereditario divenne e serbossi nella di lui famiglia. Evvi però chi ragionevolmente, per mio avviso, a lui contende l'onore di così famosa invenzione. Si è questo il Lazeri che col testimonio di autore contemporaneo, proprietà a creder mio decisiva in siffatto genere di questioni, cercato ha di mostrare doversi la mentovata invenzione non altrimenti al detto Giacomo ma bensì a Giovanni de Dondis. Si fu egli figliuolo di Giacomo stesso, astronomo di gran fama, ed autore di un'opera intitolata <title lang="lat">Planetarium</title>, di cui più copie tuttora conservansi, due delle quali rammentansi nel catalogo dei manoscritti delle Biblioteche d'Inghilterra e d'Irlanda. Che al primo de Dondis, per nome Giacomo, si debba la fabbrica di un Orologio, vuolsi arguire dalla Iscrizione posta sulla sua Tomba, e riferita dal Papadopoli,<note place="foot">Hist. Gymnas. Patav.</note> in cui fra gli altri sono a leggersi i seguenti versi:
<quote lang="lat" rend="block">
                     <l>Quin procul excelsae monitus de vertice turris</l>
                     <l>Tempus et instabiles numero quod colligit horas,</l>
                     <l>Inventum cognosce meum, gratissime lector,</l>
                     <l>Vel pacem mihi, vel veniam tacitusque precare.</l>
                  </quote>
Malgrado però l'apparente difficoltà di sciogliersi dall'impaccio, che dar può somigliante iscrizione di cui l'antichità, e l'autorità conseguentemente volge il Lazeri in dubbio; credo niun vorrà contrastarmi, nell'accennata iscrizione venir solo indicato un orologio, da cui notate eran le ore, collocato sulla sommità di una torre. Che tale fosse difatto il mentovato orologio, si raccoglie eziandio sì dalla Cronaca di Padova scritta da' Cortusii, sì dalle parole, che riferiremo, di Pietro Vergerio, scrittor vicino ai tempi dei quali ragiona. Per comando di Ubertino Carrara signore di Padova fu posto nel 1344, al riferir della Cronaca de' Cortusii, un orologio sulla sommità della torre del pubblico palagio. «Eodem mense (Martio) Horologium 24 horarum iussu Domini ponitur in summo turris Palatii». Le parole del Vergerio, che le riferite confermano, sono le seguenti: «Horologium, quo per diem et noctem quatuor et viginti horarum spatia sponte sua designarentur, in summa turri constituendum curavit (Ubertinus)». Da tutto ciò, e dalla iscrizione sovraccennata null'altro apparisce se non, essere il vecchio de Dondis autore di un Orologio, da cui le ore indicavansi durante il corso del giorno e della notte. Or ben diverso si è quello, di cui la invenzione fu ad esso lui impropriamente attribuita, e che per noi vuolsi rivendicare al di lui figlio Giovanni. Posciachè questo grande istrumento, chiamato da alcuni, a dir di Filippo Mazières, sfera, o orologio del moto del sole, mostrava a dir del medesimo tutti i movimenti delle costellazioni e dei pianeti con loro cerchi, epicicli e distanze, con moltiplicazione di ruote senza numero, e il tutto disposto per modo che in esso ciascun pianeta avea il suo particolar movimento. V'apparia chiaramente in qual grado i pianeti ritrovavansi, e malgrado la moltitudine delle ruote tutto il di lui moto regolavasi da un sol contrappeso onde i più celebri astronomi da lontani paesi recavansi a visitare quale oggetto di meraviglia, e l'opera e l'autore, affermando i più intelligenti non avervi memoria nè per iscritto, nè per tradizione, che mai sì celebre e sì ingegnoso strumento si fosse da altri costrutto. Tale era l'orologio, di cui ricerchiamo l'autore; e doversi questo a Giovanni de Dondis si mostra sì dall'autorità di Michele Savonarola,<note place="foot">De laudib. Pad.</note> di Pier Candido Decembrio, e di Giovanni Müller, autori del secolo immediatamente vicino a quello in cui fiorì il nostro Giovanni, i due primi dei quali apertamente attribuiscongli la fabbrica di somigliante strumento, ed il terzo quella di un Astrario serbato in Pavia,<note place="foot">Müller, Orat. introduct. in scient. mathem.</note> ove appunto servasi lo strumento di cui parliamo: sì dal passo pubblicato dall'Ab. Lebeuf nelle Memorie dell'Accademia delle Iscrizioni, tratto dall'opera intitolata <title lang="fre">Le vieux Pèlerin</title> di Filippo de Mazières, scrittore contemporaneo e amico di Giovanni, e dalla lettera, pubblicata dall'ab. Lazeri, scritta al nostro Giovanni da Giovanni Manzini il quale si estende nella descrizione di questa macchina, e Giovanni de Dondis ne fa autore, siccome il De Mazières. Sembranmi, a vero dire, di tal peso queste autorità, che l'errore di coloro, i quali di tal macchina fanno Giacomo autore, divenga per esse incontrastabile. E di vero, quale autorità di tal considerazione si recherà da questi in campo, che valga a vincere quella di scrittori o vissuti ai tempi dei quali si tien discorso, o in secolo per immediata connessione vicino a quello, su cui hassi questione? Attendendo che essi alcuna ne producano, si stimerà per noi assai fermamente stabilito, essere lo strumento, di cui si ragiona, opera di Giovanni de Dondis. Fu questo strumento, a dir del Savonarola, risarcito da un artefice di Francia, recatosi in Pavia, ma convien dire che breve e passeggero fosse l'effetto di tale risarcimento, poichè, a testimonianza di Bernardo Sacco, morto Gian Galeazzo Visconti, si giacque esso per lungo tratto abbandonato e discomposto, sinchè recato così com'era iscompigliato e rugginoso, innanzi a Carlo V, ne ammirò questi il lavoro, e per ogni parte diessi a ricercare artefice, che il ricomponesse. Fattosi innanzi Giovanni Torriani<note place="foot">Tiraboschi, VII. par. I. 458.</note> da Cremona, detto Gianello, uomo quanto d'aspetto deforme, tanto d'ingegno sottile, ed osservata attentamente la Macchina, diè a divedere, potersi essa ricomporre; ma da ciò niun giovamento doversi attendere, rosi essendo i ferri e consumati dalla ruggine: stimare egli quindi migliore consiglio il formarne una nuova a somiglianza dell'antica. Accintosi difatto al lavoro, e condottolo felicemente a termine, volle l'Imperatore che esso insieme coll'Artefice si recasse in Ispagna. Tale è il racconto del Sacco. Il Cardano<note place="foot">De Subtil. lib. XVII.</note> parla di una da lui così detta, Macchina del mondo, opera di un tal Guglielmo Zelandino, coll'andar del tempo scompaginata e guasta, e ricomposta quindi da uno che egli nomina, a cui somiglianza, aggiunge egli, averne un'altra fatta costruire Carlo V. Certo se del nostro orologio intende il Cardano di ragionare, egli ragiona a ritroso dell'autorità di tutti gli scrittori contemporanei, che il de Dondis, e non il Zelandino, ne fanno autore.</p>
               <p>Altro Astronomo della famiglia de Dondis si fu Gabriele, fratello, siccome afferma il Papadopoli,<note place="foot">Hist. Gymn. Patav.</note> del mentovato Giovanni, il quale, a dir del Savonarola, difettose scorgendo e inaccurate le famose Tavole Alfonsine, diessi a formarne delle nuove, che riuscirono di gran lunga superiori alle prime.</p>
               <p>Nello stesso secolo decimo quarto vissero Isacco Argiro, il quale compose un Canone Pasquale ed una Tavola astronomica; Giorgio Crisococca, che viene ancora esso annoverato tra gli scrittori di cose astronomiche; Tommaso Bradwart, che scrisse alcune Tavole astronomiche;<note place="foot">Fab. B. lat. med. et inf. aet. I. 268. 271.</note> Giovanni Danco, astronomo, che scrisse sull'astrolabio<note place="foot">Ivi.</note> e compose un commentario sopra Alcabizio, altro astronomo;<note place="foot">Ivi I. 11.</note> Guglielmo Grisanuto, il quale scrisse <title lang="lat">De magnitudine Solis</title>;<note place="foot">Ivi III. 148.</note> Enrico cognominato di Langenstein, peritissimo nell'Astronomia, come mostrano i suoi commentari sulla Genesi, il quale scrisse varie cose Astronomiche commemorate dal Purbach;<note place="foot">Praef. ad. Tab. Eclips.</note> Giovanni Legnano canonista, filosofo e matematico, il quale finì di vivere nel 1383, al suo sepolcro fu posto il seguente epitaffio:
<quote lang="lat" rend="block">
                     <l>Frigida mirifici terret hic lapis ossa Iohannis,</l>
                     <lg>
                        <l>Ivit in astriferas mens generosa domos.</l>
                        <l>Gloria Legnani titulo decoratus utroque</l>
                     </lg>
                     <lg>
                        <l>Legibus et sacro Canone dives erat.</l>
                        <l>Alter Aristoteles erat, Hipocras et Ptolemaei</l>
                     </lg>
                     <lg>
                        <l>Signifer, aetherei noverat astra poli.</l>
                        <l>Abstulit hunc nobis inopinae syncopa mortis.</l>
                     </lg>
                     <lg>
                        <l>Heu dolor: hic mundi portus et aura iacet;</l>
                     </lg>
                  </quote>
Giovanni Avonio, Inglese, autore di un calendario ecclesiastico perpetuo e di un'opera Astronomica, in cui trattasi di misurare l'altezza del sole;<note place="foot">Fab. B. lat. med. et inf. aet. IV. 53.</note> Giovanni Kyllingworth, che fe' delle Tavole astronomiche;<note place="foot">Ivi IX. 64.</note> Giovanni Eliger, che scrisse <title lang="lat">De compositione et de utilitate astrolabii</title>, <title lang="lat">De utilitate quadrantis</title>; <title lang="lat">De astrogemetro</title>;<note place="foot">Ivi 73.</note> Giovanni de' Ligneriis, filosofo ed Astronomo, autore di un libro della sfera e delle tavole del primo mobile;<note place="foot">Ivi 96.</note> Giovanni Sommer, abile in Astronomia, il quale scrisse <title lang="lat">Astrorum Canones</title>, <title lang="lat">De qualitate anni</title>, <title lang="lat">Calendarii castigationes</title>;<note place="foot">Wadding, Scriptor. ord. minor. art. <title lang="lat">Joan Somerius</title>.</note> Ludovico di Kaerleon, che scrisse sulle tavole delle ecclissi di Riccardo Walingford, matematico Inglese, compose i canoni delle ecclissi ed altre cose Astronomiche;<note place="foot">Fab. B. lat. med. et inf. aet. IV. 288.</note> Niccolò di Trireth, Treveth o Traveth, il quale scrisse <title lang="lat">De Astronomia</title>, <title lang="lat">Canones de coniunctionibus, oppositionibus et eclipsibus Solis et Lunae</title>;<note place="foot">Ivi V. 133.</note> Profacio, o Prefacio, che fe' delle Tavole Astronomiche.<note place="foot">Schoett. Suppl. ad Fab. B. lat. med. et inf. aet. VI. 12.</note>
               </p>
               <p>Nell'anno 1397 nacque il dottissimo astronomo Paolo Toscanelli. Egli fece diverse diligenti osservazioni intorno ai moti solari e lunari, e intorno alle stelle, e del suo sapere lasciò un solenne monumento nel gran Gnomone della Metropolitana di Firenze, sua patria. Egli fu ancora eccellente geografo, e morì ai 15 di Maggio del 1482. Il famoso Ximenes parla di questo astronomo, e prova che egli fu l'autore del detto Gnomone, che fu fatto circa il 1468. Il medesimo fa ancora menzione del segno solstiziale estivo posto sul pavimento di S. Giovanni di Firenze, del quale è creduto autore Strozzo Strozzi, morto nel 1102.</p>
               <p>Nel decimoquinto secolo vissero Giovanni Gmunden, Astronomo e matematico, il quale scrisse per il meridiano di Vienna <title lang="lat">Tabulae de planetarum motibus et luminarium ecclipsibus</title>;<note place="foot">Fab. B lat. med. et inf. aet. IX. 79.</note> Giovanni Gualterio, che scrisse de' canoni astronomici;<note place="foot">Ivi 82.</note> Giovanni Holibroc, Inglese, le cui <title lang="lat">Novae tabulae mediorum motuum</title> etc., e la continuazione del libro trattante della riduzione delle tavole di Alfonso agli anni di Gesù Cristo, i mesi, i giorni e le ore, vengono commemorate dal Leland, alle quali aggiungono il Baleo e il Pitteo i Canoni astronomici;<note place="foot">Ivi 84.</note> Giovanni Kent, che scrisse delle Tavole astronomiche;<note place="foot">Ivi IV. 222.</note> Niccolò di Dacia, famoso astronomo dell'ordine dei Predicatori, autore di un'opera astronomica trattante dei pianeti, delle ecclissi, degli anni, delle sfere celesti, e di somiglianti materie;<note place="foot">Quetif et Echard, Scriptor. ord. Praedicator. Hist. I. 826. 827.</note> Filippo Aubin, i di cui Canoni delle Tavole astronomiche, fatte ad esempio di quelle di Alfonso, vengono rammentati dal Leland, dal Baleo, dal Pitisco e dal Fabricio;<note place="foot">B. lat. Med. et inf. aet. XV 280.</note> Alfonso Tostato, celeberrimo spagnuolo, il quale scrisse sul calendario; Raffaele Fondulo, Cremonese, medico ed Astronomo;<note place="foot">Ivi lib. XVII. 49.</note> Ramantino di Firenze, matematico, autore di un'opera, in cui cercò di emendare il calendario;<note place="foot">Ivi 48.</note> Ruggiero Svinshed o Sviset, matematico, soprannomato il Calcolatore, che lasciò <title lang="lat">Calculationes astronomicae</title>;<note place="foot">Ivi 120.</note> Ugone di Castello, il quale scrisse sulla sfera del Sacrobosco;<note place="foot">Quetif et Echard, Script. ord. Praed. Hist.</note> Roberto Holkot, sul di cui trattato delle stelle è a consultarsi l'opera dei PP. Quetif ed Echard sugli scrittori dell'Ordine de' Predicatori; un tal Giacomo grecamente detto <foreign lang="grc">Τζίαι</foreign>, un di cui Canone Pasquale, intitolato <foreign lang="grc">ἀρχὴ σὺν θεῷ τοῦ πασχαλίου· ποίημα τοῦ Ἰακώβου</foreign> esiste con altri opuscoli in un codice greco manoscritto del secolo XIV;<note place="foot">Moreri, codd. ap. Nanios etc. p. 387.</note> Demetrio Crisolora, uomo perito nella scienza astronomica;<note place="foot">Fab. B. gr. X. 394.</note> egli fu amico di Manuele Crisolora, il quale visse nel secolo XIV, come pone Fabricio;<note place="foot">Ivi 392 not.</note> infatti Manuele scrisse a Giovanni Crisolora, a cui pure scrisse Niceforo Gregora, vissuto nel secolo XIV.<note place="foot">Ivi 393.</note> Giorgio Gemisto Pletone, commemorato dal Trapezunzio, dal Card. Bessarione, da Leone Allacci,<note place="foot">Diatr. de Georg.</note> dal Giraldi, dal Gesner, da Teodoro Gaza,<note place="foot">De Mens. cap. 1. 11. 19. 20., ap. Petav.</note> dal Vossio,<note place="foot">De ist. gr. lib. II. c. 70.</note> dal Fabricio,<note place="foot">B. gr. lib. I. c. 36. par. 7, 8., lib. IV. c. 1. par. 3. to. X. 730.</note> dall'Oudin,<note place="foot">De scriptor. eccl.</note> e dal Brucker,<note place="foot">Hist. crit. philos.; Tirab. VI. par. I. 304.</note> il quale scrisse<note place="foot">Fab. B. gr. X. 748.</note>
                  <foreign lang="grc">Μηνῶν καὶ ἐτῶν τάξις καὶ ἡμερῶν ἀπαρίθμησις</foreign>, cioè <title lang="lat">Mensium et annorum ordo et dierum recensio</title>; Barlaam, di monaco Basiliano fatto vescovo nel regno di Napoli, uomo erudito, ricordato dal Cantacuzeno,<note place="foot">Lib. II. c. 39. 40., III. 98, IV. 23. 24.</note> da Niceforo Gregora,<note place="foot">Lib. II.</note> dal Lambecio, dallo Spanheim, dal Mazzucchelli,<note place="foot">Scrittori d'Ital.</note> dal Manetti, dal Boccaccio,<note place="foot">Geneal. Deor. XV. 6.; Tirab. V. par. II. 399.</note> dal Gradenigo,<note place="foot">Della letter. gr. ital.</note> dal Giorgi, dall'Oudin,<note place="foot">De scriptor. eccl.; Tirab. ivi 400.</note> dall'ab. De Sade,<note place="foot">Mém. de Petrar.</note> dal Bzovio,<note place="foot">Fab. B. gr. X. 427. nit. (c).</note> dal Werthon,<note place="foot">Ivi 432.</note> dal Gesner,<note place="foot">Ivi.</note> dal Blondel,<note place="foot">Ivi.</note> da Leonardo Nicodemo, dall'Allacci,<note place="foot">Diatr. de Georg.</note> dal Fabricio,<note place="foot">B. gr. X. 421.</note> di cui conservasi manoscritta un'opera <title lang="lat">De lunari eclipsi deprehendenda</title>, tratta dall'Almagesto di Ptolomeo, la quale comincia: <foreign lang="grc">ἀναγκαῖον ἡμησάμην ἐκθέσθαι σοι</foreign>, cioè <foreign lang="lat">necessarium duxi exponere tibi</foreign>;<note place="foot">Ivi 432.</note> e il celeberrimo Georgio Purbach, così detto dalla città di Purbach nei confini dell'Austria e della Baviera, dove egli nacque nel 1423,<note place="foot">Lande, Astr. I. 180.</note> il quale travagliò con grandissima assiduità per verificare la teoria dell'astronomia antica. Egli immaginò de' nuovi strumenti, corresse la teoria de' pianeti di Ptolomeo, osservò il luogo delle stelle e stese un gran numero di tavole; ma nel mezzo de' suoi travagli fu sorpreso dalla morte, che pose fine alla di lui gloriosa carriera. Le opere di Purbach, che sono state date alla luce, hanno i seguenti titoli. <title lang="lat">Theoricae planetarum</title>, che fu commentata da Alberto Proseno,<note place="foot">Orlandi, 392.</note>
                  <title lang="lat">Observationes Hassiacae</title>, <title lang="lat">Tabulae ecclipsium</title>.<note place="foot">Melch. Adam. vit. Germ. Philost.</note> Le questioni del matematico Cristiano Wurstisio sulla prima di queste opere furono pubblicate in Basilea nel 1569,<note place="foot">Come mai l'opera dopo il Commentario?</note> ed un ampio commentario sopra la stessa di Erasmo Oswaldo Schreckenfuchs comparve nel 1556 nella stessa città.<note place="foot">Wolf. V. 78.</note>
               </p>
               <p>Nel giorno 15 di Giugno dell'anno 1429 morì in Padova, in età giovanile, il famoso Paolo Veneto Agostiniano, il quale tra le molte sue opere una ne scrisse intitolata <title lang="lat">De conceptione mundi, qui astronomiae ianua nuncupari potest</title>.</p>
               <p>Verso l'anno 1430 regnava nella Battriana Ulug-Beg, discendente da Tamerlano. Noi abbiamo di lui un catalogo celebre delle longitudini e delle latitudini delle stelle. Egli compose delle Tavole astronomiche per il meridiano di Samarcanda tanto sopra le sue osservazioni, che sopra quelle di Salaheddin Al-Bournì. Ulug-Beg stabilì un osservatorio a Samarcanda, e quando volle cominciare le sue osservazioni, fece fare un quarto di circolo di una grandezza sì prodigiosa, che il suo raggio uguagliava l'altezza della chiesa di S. Sofia di Costantinopoli.<note place="foot">Moreri.</note> Il titolo delle tavole della longitudine e latitudine delle fisse fatte sulle sue osservazioni illustrate da Tommaso Hyde è il seguente: <title lang="lat">Tabulae longitudinis et latitudinis stellarum fixarum ex observationibus Ulug-Beighi Tamerlanis M. nepotis, regiorum ultra citraque Giihum Principis potentissimi. Ex tribus invicem collatis mss. Persicis iam primum luci et Latio donavit et commentariis illustravit Themas Hyde. A M. e Colleg. Reg. Oxon. In calce accesserunt Mohammedis Tisini tabulae declinationum et rectarum ascensionum. Additur elenchus nominum stellarum</title>.<note place="foot">Lande, Astr. I. 169.</note> Queste tavole comparvero nel 1665 in Oxford,<note place="foot">Wolf. I. 80.</note> e di nuovo nel 1768 nella stessa città.<note place="foot">Lande, ivi.</note>
               </p>
               <p>Alcuni anni dopo quest'epoca, cioè nel 1436, nacque in Köningshoven nella Franconia il celebre Giovanni Müller, conosciuto sotto il nome di Regiomontano. Egli per opera del Card. Bessarione, grande amatore della scienza degli astri, fu nominato in Padova professore di Astronomia.<note place="foot">Facciolati, Fasti Gymn. Patav. to. II., Tirab. VI. par. I. 356. 379.</note> Pubblicò il ristretto dell'Almagesto di Ptolomeo, cominciato già da Purbach, insieme col quale egli avea fatto un gran numero di osservazioni. Müller scrisse un buon numero di opere, delle quali vedesi il catalogo presso il Fabricio,<note place="foot">B. lat. med. et inf. aet.</note> fece alcune Tavole e delle effemeridi, che furono stampate in Venezia nel 1484 insieme col Centiloquio di Ptolomeo, il quale nel 1493 fu pubblicato di nuovo insieme con i trattati astronomici di Zachel Messalachi<note place="foot">Orlandi, 397.</note> e d'altri.<note place="foot">Ivi IV. 123.</note> In fine osservò con molta esattezza la cometa, che apparve nel 1472, ne fissò il luogo nel cielo, la distanza e la grandezza. Questa fu la prima cometa osservata in Europa. Egli fu chiamato a Roma, perchè riformasse il calendario, dal Papa Sisto IV, il quale lo nominò vescovo di Ratisbona, ma la sua morte, avvenuta essendo egli in età di anni 40, impedì al Pontefice di effettuare i suoi disegni. Si crede che Müller fosse vittima dei figli di Giorgio Trapezunzio, i quali stimando che egli avesse cagionata la morte del loro padre coll'aver troppo liberamente rimarcata una quantità grandissima di falli nella traduzione latina dell'Almagesto di Ptolomeo fatta da Trapezunzio, risolverono di trarne vendetta.<note place="foot">Naudé, Consid. polit. sur les coups d'état; Tirab. III. 418.</note> Il chiarissimo istorico Morery, seguìto in ciò fedelmente dall'ab. Ladvocat,<note place="foot">Art. <title>Müller Jean</title> et <title>Jean de Mont-Réal</title>.</note> ha trattato, in due articoli separati del suo gran Dizionario, di Giovanni Müller e di Giovanni di Mont-Réal, ossia Regimontano, come di due persone differenti,<note place="foot">Ivi.</note> senza avvedersi che le circostanze da lui narrate della vita dell'uno e dell'altro, sono tra loro perfettamente uguali.</p>
               <p>Dietro l'esempio di Regimontano un ricco cittadino di Norimberga si applicò allo studio dell'Astronomia. Questi fu il celebre Walther, al quale si attribuisce comunemente la gloria della scoperta della rifrazione astronomica. Osservando Venere egli conobbe che questo pianeta era visibile sebben fosse sotto l'orizonte. Sorpreso da questo fenomeno ne ricercò la cagione, e conobbe che esso proveniva dalla rifrazione della luce, i di cui raggi, attraversando l'atmosfera, si curvavano spezzandosi, e rendevano per tal modo visibile il pianeta. Due matematici aveano già scritto sopra questo disordinamento della luce; ma a Walther erano sconosciute le loro opere. Le osservazioni di Walther con quelle di Müller e di Guglielmo, Langravio di Assia, furono pubblicate a Leyden nel 1618.<note place="foot">Wolf. V. 73.</note> Walther fu il primo a far uso degli orologi per misurare il tempo nelle osservazioni astronomiche.<note place="foot">Al famoso Pacifico, Arcidiacono di Verona, il quale nacque nell'anno 778, e morì nell'anno 846, si attribuisce l'invenzione degli orologi a ruote e a peso senza acqua. Questi orologi moltiplicaronsi appoco appoco ed acquistarono maggior perfezione, ma siccome erano allora molto apprezzati ed il lor valore era considerabile, non si resero così tosto assai comuni e non furon collocati che ne' pubblici edifici. Maffei, Degli Scrittori Veronesi, lib. IV.</note> Dopo la morte di Müller egli fece acquisto delle sue carte e de' suoi strumenti. Credevasi che egli fosse per pubblicare gli scritti di questo insigne matematico, ma Walther ne fu sì geloso, che non permise ad alcuno di vederli, ed essi non furono resi pubblici se non dopo la sua morte.</p>
               <p>Intorno al tempo di Walther vissero Giambattista Capuano di Manfredonia, dell'ordine dei Canonici Regolari, chiamato al sacro fonte Francesco,<note place="foot">Ladvocat, art. <title>Manfredonia</title>.</note> che fu professore di astronomia in Padova e lasciò dei commenti sopra le opere di Sacrobosco e del Purbach;<note place="foot">Facciolati, Fast. Gymn. Patav. par. II.; Tirab. VI. par. II. 347.</note> Giorgio Valla il quale scrisse qualche commento sulle opere astronomiche di Ptolomeo e di altri antichi, alcune ancora delle quali egli recò in latino; Guglielmo Botoner, il quale scrisse varie cose astronomiche;<note place="foot">Fab. B. lat. med. et inf. aet. II. 266.</note> Giovanni Marliani medico famoso e matematico, su cui scrisse l'Argelati<note place="foot">Bibl. Scriptor. Mediolanen.</note> ed il Corte,<note place="foot">Notizie de' Med. milan.; Tirab. VI. par. I. 404.</note> il quale fu riputato un nuovo Aristotele in filosofia, un secondo Ippocrate in Medicina, e un altro Ptolomeo in astronomia;<note place="foot">Tirab. ivi 403. 404.</note> Giovanni Angelo e Giovanni Bianchini, ambedue astronomi di qualche grido. L'ultimo di questi letterati pubblicò delle nuove tavole astronomiche degne di stima. Di un codice del quale, esistente nella Laurenziana, fa menzione il Bandini. Di questo Astronomo parlarono il Borsetti,<note place="foot">Hist. Gymn. Ferrarien.</note> il Mazzucchelli,<note place="foot">Scrittor. d'Ital.; Fantuzzi, II. 118. not.</note> il Biancani, che a torto lo fe' Ferrarese,<note place="foot">Anche il Borsetti e il Barotti lo fan Ferrarese (Tiraboschi).</note> il Barotti,<note place="foot">Mem. de' lett. ferrar.; Tirab. VI. par. I. 343. not.</note> l'Achillini, il Riccioli,<note place="foot">Chronolog. Reform.</note> il Baldi,<note place="foot">Cron. de' Matematici.</note> l'Orlandi,<note place="foot">Orig. della stampa, e Notiz. degli Scrittori Bolognesi.</note> il Burzio,<note place="foot">Bonon. illustr. et Elog. Bonon.</note> il Marchetti,<note place="foot">Mon. viror. illustr. Gallice togat.</note> il Gesner, il de la Lande,<note place="foot">Astr. liv. II. 1. 181.</note> il Garzoni,<note place="foot">De dign. urb. Bonon.</note> il Morandi,<note place="foot">De laudib. Bonon.</note> il Tiraboschi,<note place="foot">Stor. lett. lib. II. c. 2. par. 32.</note> ed ultimamente il Fantuzzi.<note place="foot">Notiz. degli Scrittori Bolognesi, art. <title>Bianchini Gio.</title>
                  </note> I servigi dal Bianchini prestati alla Casa d'Este ed i suoi meriti letterari mossero l'imperatore Federico III a dichiararlo nobile e a concedergli un'arma, sulla quale volle si vedesse una sfera, che valesse a dinotare la sua abilità nella scienza degli astri, siccome apparisce dal diploma riportato dal sopraddetto scrittore.<note place="foot">Ivi nelle note.</note>
               </p>
               <p>Nel secolo appunto di Walther, oltre le opere dei fin qui mentovati scrittori, vennero ancora date alla luce una di Egidio Guglielmo intitolata <title lang="lat">Liber super coelestium motuum indagatione sine calculo</title>, un'altra di Gianfrancesco de' Tuci col titolo <title lang="lat">Inventio astronomiae</title>, ed una terza <title lang="lat">De compositione astrolabii</title> del Genovese Andalone del Nero, astronomo ed astrologo di qualche fama, il quale scrisse pure altre opere, che han per titolo <title lang="lat">Tractatus de Sphaera</title>, <title lang="lat">Theorica planetarum</title>, <title lang="lat">Expositio in canones Profacii Iudaei de aequationibus planetarum</title>, <title lang="lat">Introductio ad iudicia astrologica</title>.</p>
               <p>Circa l'anno 1443 nacque il celeberrimo pittore Leonardo da Vinci, il quale amò non meno le lettere, che le arti, e fu assai versato nelle Matematiche, nell'Anatomia e nell'Architettura. Uomini degni di fede hanno assicurato che vi è in Toscana un suo manoscritto, nel quale egli spiega la causa di quel lume secondario, che si vede nella luna allora che è nuova, o vecchia; lume, il quale secondo egli dice, mostra l'emisfero della Luna illuminato dalla luce, che vien ripercossa dalla Terra. Opinione, che fu seguìta dal gran Keplero, dal Galilei, da Schikard, da Gassendi<note place="foot">Phys. Sect. II. 1. IV. c. 2.</note> e da altri astronomi. «Che peccato, dice un moderno autore,<note place="foot">Algarotti, Pensieri diversi sopra materie filosofiche ec. vol. IX. p. 186.</note> che tanti suoi manoscritti si stiano nascosti nelle tenebre della Biblioteca Ambrosiana, quando si fa vedere la luce a tante vecchie pergamene, a tante inezie, che altro non mostrano, che la barbarie degli andati secoli, della quale troppo siamo convinti». Non ignoro che di tale scoperta evvi chi fa autore Moestelin,<note place="foot">Gassendi, ivi: Lande.</note> morto nel 1590, ma egli par ben verosimile che, senza l'intesa della scoperta di Leonardo, egli rinvenisse la causa di tal fenomeno, ed altri credessero il primo autore di tal ritrovato.</p>
               <p>Verso il 1450 vivea il famoso Manfredi, astronomo di Bologna, il quale ebbe per concorrente nella lettura di Astronomia Giovanni Tondi professore di questa scienza,<note place="foot">Fantuzzi, II. 181.</note> e quasi al tempo suo visse Niccolò di Cusa cardinale di S. R. C. Questi si diede allo studio dell'Astronomia, la quale pose in considerazione con la sua dignità. Egli era nato in Cusa, villaggio situato sulla Mosella nella diocesi di Treveri, figlio di un pescatore, o barcaiuolo, chiamato Giovanni Erobs. Il suo non ordinario talento gli procurò la stima de' grandi. Egli applicossi intorno alle Tavole Alfonsine, intorno alle quali occuparonsi ancora Alberto di Sassonia, Enrico Bathen, Giovanni Virdundo, Giovanni Lucilio Santritter e Giovanni Schindelio,<note place="foot">Fab. B. med. et inf. lat. I. 72; Morery, I. 165. art. <title>Albert</title> e <title>Bathen</title>; Orlandi, 403.</note> e credè che la terra girasse intorno al sole, scrisse un'opera intitolata <title lang="lat">Repartio calendarii</title>.<note place="foot">Fab. ivi II. 440.</note> Morì in Todi in età di 63 anni agli 11 di Agosto del 1464.</p>
               <p>Alcuni anni dopo la morte di questo illustre Cardinale nacque il grande Niccolò Copernico. Di tutto ciò, che dopo il nascimento di quest'uomo immortale accadde di spettante all'Astronomia, ci serbiamo a parlare nel seguente Capitolo.</p>
            </div2>
            <div2>
               <head>Capitolo IV</head>
               <argument>
                  <p>STORIA DELL'ASTRONOMIA DALLA NASCITA DI COPERNICO SINO ALLA COMETA DELL'ANNO 1811</p>
               </argument>
               <p>Benchè gli uomini fatti avessero de' grandi progressi nella scienza degli Astri, non aveano ancora sufficiente cognizione del vero sistema del mondo. Il famoso Copernico fu quello, che pose in chiaro la ipotesi di Pitagora, di Aristarco di Samo e del Cardinale di Cusa, e rese finalmente manifesta la verità. Il sistema di Ptolomeo avea bene avuti degli inimici. Ma la loro opposizione non avea forse servito che a maggiormente stabilire il suo impero. Essi erano stati de' sediziosi impotenti, e la vittoria riportata sopra di essi dai Ptolemaici avea sempre più consolidato il trono di Ptolomeo. Questo fu rovesciato da Copernico. Ad onta del suo assoluto dominio continuato per tanti secoli, ad onta della persuasione quasi di tutto il mondo, Copernico si accinse all'impresa, e le difficoltà istesse accrebbero il suo coraggio. Convenia convincere di errore tutti gli uomini, mostrar loro che il credere la terra immobile e mobili gli astri, era un inganno, e persuaderli a negar fede ai loro sensi. Copernico disprezzò tutti questi ostacoli, e ne trionfò. Egli fu un fortunato conquistatore, che fondò il suo trono sulle ruine di quello di Ptolomeo. Egli fu, giusta la graziosa espressione di Fontenelle e di Algarotti, quell'ardimentoso Prussiano, che fe' man bassa sopra gli epicicli degli antichi, e spirato da un nobile estro astronomico, dato di piglio alla terra, cacciolla lungi dal centro dell'Universo ingiustamente usurpato, e a punirla del lungo ozio, nel quale avea marcito, le addossò una gran parte di quei moti, che venivano attribuiti a' corpi celesti, che ci sono d'intorno. Quest'uomo immortale nacque in Thorn, secondo alcuni, nell'anno 1473 e, secondo altri, nel 1474. Egli era di nobil condizione studiò la Filosofia, la Medicina e le Matematiche, per le quali egli ebbe una singolare inclinazione. Bramoso di sempre maggiormente istruirsi risolvè di partire per l'Italia, dove le scienze fiorivano allora più che in qualunque altro luogo del mondo. Egli andò dunque a Bologna, ove era il celebre Domenico Maria Novara, famoso osservatore, il quale era tenuto dai Sapienti in grande stima. Copernico strinse amicizia con lui, e lo aiutò nelle sue osservazioni. Essendosi portato a Roma vi fu accolto da tutti i dotti con segni di grande stima. Insegnò quivi per alcun tempo le matematiche, ma Luca Watzelrod, Vescovo di Warmia, suo zio materno avendogli dato un canonicato nella sua chiesa, egli abbandonò Roma e si consacrò interamente allo studio dell'Astronomia. Egli attese principalmente a porre in chiaro il vero sistema del mondo. Riflettendo su quello di Ptolomeo lo trovò si imbarazzato e confuso, che pensò ad adottarne un altro. Gittò gli occhi pertanto sul sistema di Pitagora, e dopo averlo diligentemente esaminato, risolvette di tenderne manifesta la verità. Egli travagliò a quest'effetto assiduamente pel corso di trentasei anni, e persuaso finalmente che nulla si potea immaginare di più atto a spiegare i movimenti celesti, pubblicò il suo sistema, conosciuto poi sotto il nome di Copernicano. Copernico espose la sua ipotesi in Roma a moltissimi uditori, che soleano in numero di più di 2000 portarsi presso di lui, e dedicolla al Pontefice Paolo III, uomo intelligente in astronomia, lo studio della quale eragli molto a cuore siccome attesta il Fracastoro nel dedicargli che fece il suo trattato degli Omocentrici,<note place="foot">Tirab. VII. par. I. 25.</note> imitato in ciò dall'altro Pontefice, che dopo la morte dell'immediato successore di Paolo ascese alla prima ecclesiastica dignità, vale a dire il sì celebrato e sì presto mancato alle universali speranze Marcello II.<note place="foot">Ivi 29.</note> Esso è il seguente. Il sole occupa il centro del nostro sistema planetario. Intorno ad esso si aggirano Mercurio, Venere, la Terra, Marte, Giove e Saturno ed il tutto è terminato dal cielo delle stelle fisse. I pianeti vanno da occidente in oriente e la luna gira intorno alla Terra, la quale cotidianamente si rivolge intorno al suo asse. Il sistema Copernicano è certamente il più ragionevole. Le stelle, il sole ci sembrano mobili, il globo, nel quale abitiamo, ci sembra immobile. Le apparenze vogliono che noi ammettiamo il diurno moto del sole e delle stelle, e la immobilità della terra; ma la ragione nol vuole. Il sistema dell'attrazione, sistema sì solidamente stabilito, non può sussistere senza il moto della terra. Come può questo globo, considerate le leggi della forza nominata, far muovere intorno a sè il sole e quei pianeti, che son maggiori di esso? Come può il sole essere ritenuto nella sua orbita da un corpo, del quale esso è più di 1.000.000 di volte maggiore? Ma il sistema di Copernico è ad esaminarsi più da Filosofi, che da astronomi. Posto che il movimento della terra sia sufficiente a dare adeguata spiegazione de' fenomeni celesti creduti da Ptolomeo dipendenti dal moto del sole e delle stelle, ciò che invincibilmente è stato dagli astronomi dimostrato; perchè in luogo di ammettere questo movimento del nostro globo, dovran porsi in moto delle masse immense, quali sono il sole e le stelle, in grazia di un corpo, che in riguardo ad esse non occupa che un punto dell'Universo? Copernico, astronomo e filosofo,<note place="foot">«Copernico non è della stessa classe di Tico e d'Ipparco: quegli era più grande come filosofo, che come astronomo». (Bailly, lib. I. c. 15).</note> comprese la ragionevolezza della ipotesi del moto della terra, e la adottò. Il suo sistema ebbe non pochi avversari; ma di ciò non è a farsi meraviglia. L'uomo divien suo nemico sin dalle fascie. I suoi sensi lo persuadono a credere che le stelle ed il sole si muovono, e ad un uomo volgare sembra una spezie di follia l'ammettere nella terra un moto, che egli non vede e non sente, e che tutte le relazioni e gli oggetti, che egli ha d'intorno, cospirano a dimostrargli impossibile. Fu questa la cagione, per cui i dotti eziandio, dominati loro malgrado dai sensi, stentarono ad ammettere il sistema Copernicano. Si cercò di coprire questa debolezza propria dell'uomo con mendicare nelle sacre pagine dei testi, che sembrassero contrari alla ipotesi di Copernico. Furono opposti quei passi sì noti: «Sol contra Gabaon ne movearis... steteruntque sol et luna... stetitque sol in medio coeli et non festinavit occumbere spatio unius diei».<note place="foot">Iosue III. 12. 13.</note> «Et reversus est sol decem lineis per gradus, quo descenderat».<note place="foot">Isaiae, XXXVIII. 8.</note> «Firmavit orbem terrae qui non commovebitur».<note place="foot">Psal. CXII. 2.</note> «Quid fundasti terram super stabilitatem suam: non inclinabitur in saeculum saeculi».<note place="foot">Psal. CIII. 5.</note> «Generatio praeterit et generatio advenit: terra autem in aeternum stat. Oritur sol et occidit, et ad locum suum revertitur; ibique renascens gyrat per meridiem, et flectitur ad Aquilonem».<note place="foot">Ecclesiast. I. 4. 5. 6.</note> Ma egli fu facile rispondere a tutto ciò con quelle parole di S. Tommaso:<note place="foot">Par. I. Quaest. 70. art. I., ad. 3.</note> «Moyses rudi populo condescendens sequutus est quod sensibiliter apparet». «Vengono per avventura, dice il dottissimo P. Agostino Calmet,<note place="foot">Dissertaz. sopra il sist. del mondo secondo gli antichi ebrei.</note> obbligati i filosofi e i teologi, quando parlano al popolo, a valersi delle medesime espressioni, che nelle scuole, e nei libri a bello studio composti, per spiegare i segreti della natura, o i misteri della religione? E se ciò permettesi giornalmente ai dotti, e ai filosofi, perchè non sarà stato permesso ad autori, che volevano rendersi utili a molti, ed esprimersi in modo che fosse dai più semplici inteso?». Non mancano però altre obbiezioni, colle quali si volle impugnare il sistema Copernicano. La più commune e più solita a farsi a questo sistema fu espressa da Buchanan in que' versi:<note place="foot">Sphaer. lib. I.</note>
                  <quote lang="lat" rend="block">
                     <l>Ipsae etiam volucres tranantes aera leni</l>
                     <l>Remigio alarum, celeri vertigine terrae</l>
                     <l>Abreptas gemerent silvas nidosque tenella</l>
                     <l>Cum sobole et cara forsan cum coniuge, nec se</l>
                     <l>Auderet zephyro solus committere turtur.</l>
                  </quote>
Ma egli è facile di fare svanire cotesta obbiezione col rispondere, che i corpi, che trovansi sulla superficie della terra partecipano del di lei moto; che essi han ricevuta una impressione e una direzione commune, e che nella terra mobile tutto cammina, come se ella fosse in riposo.<note place="foot">Galilei, Dial. sopra i due mass. sist. ec. Giornata 2a.</note> «Il est étonnant, dice il Sig. de la Lande,<note place="foot">Astr. liv. V. to. I. p. 344.</note> que le P. Riccioli, et tous ceux qui ont répété le même argument sous tant de formes différentes, n'aient pas su que lorqu'on jette une pierre du haut du mât d'un vaisseau en mouvement, elle tombe directement au pied du mât, comme quand le vaisseau étoit en repos: le mouvement du vaisseau est communiqué d'avance au mât, à la pierre, et à tout ce qui existe dans le vaisseau, en sorte que tout arrive dans le navire comme s'il étoit immobile; il n'y a que le choc des obstacles étrangers qui fait qu'on en apperçoit le mouvement lorsqu'on est dans le navire; mais comme la terre ne rencontre aucun obstacle étranger, il n'y a absolument rien dans la Nature, ni sur la terre qui puisse par sa résistance, par son mouvement, de par son choc, nous faire apperçevoir le mouvement de la terre. Ce mouvement est commun à tous les corps terrestres; ils ont beau s'élever en l'air, ils ont reçu d'avance l'impression du mouvement de la terre, sa direction et sa vîtesse, et lors même qu'ils sont au plus haut de l'atmosphère, ils continuent à se mouvoir comme la terre». Dopo aver pubblicato il suo sistema ed essersi per ciò reso l'oggetto dell'ammirazione de' sapienti, Copernico morì ai 24 di Maggio nel 1543. Di lui havvi un trattato <title lang="lat">De motu octavae sphaerae</title>, nel quale egli dimostra e sviluppa il suo sistema; ed un altro <title lang="lat">De revolutionibus</title>, tra le edizioni del quale è da mentovarsi quella fattane in Basilea nel 1566.<note place="foot">Wolf. V. 76.</note>
               </p>
               <p>Al tempo di Copernico accadde un fatto, che non fe' poco onore alla scienza degli Europei. Cristoforo Colombo, uomo abile in Astronomia, siccome pur lo fu l'altro navigatore Americo Vespucci, che in questa scienza ebbe perizia non ordinaria per quella età;<note place="foot">Tirab. VI. par. I. 214. 219.</note> essendo vicino alla Giammaica fe' sapere ai barbari di quell'isola, che se essi non recavangli ciò che bramava, egli avrebbe tolto il lume alla luna. Que' barbari ciò udendo si fecero beffe della minaccia di Colombo. Ma quando la luna per una ecclissi, che Cristoforo avea preveduta, cominciò ad oscurarsi, atterriti essi ed attoniti, stimando un effetto del potere degli Europei ciò, che non provenia se non da cause naturali, si sottomisero ai voleri di Colombo e recarongli ciò che volle.</p>
               <p>Nel 1492, in età di 82 anni, morì il famoso Piasio Cremonese, medico ed astronomo. Egli fu chiamato ad insegnare pubblicamente la astronomia da Leonello d'Este a Ferrara, da Francesco Sforza a Milano e da Pio II a Roma. Di lui trattarono l'Arisi, il Borsetti,<note place="foot">Hist. Gymn. Ferrar.</note> Niccolò Lucaro ed il P. Lyron Maurino.<note place="foot">Tirab. VI. par. I. 347. 348.</note>
               </p>
               <p>Alcuni anni dopo la sua morte, cioè nel 1509 nacque in Urbino il celebre matematico Federico Commandino, il quale tradusse e commentò varie opere di antichi astronomi. Egli scrisse un trattato <title lang="lat">De centro gravitatis solidorum</title> ed un altro intitolato <title lang="lat">Horologiorum descriptio</title>. Morì nel 1575 in età di anni 66. Vien rammentato con lode dal Vossio,<note place="foot">De scient. mathem.</note> Tessier,<note place="foot">Élog. des hommes savans.</note> de Thou, Bayle<note place="foot">Dict. hist. crit.</note> e Niceron.<note place="foot">Mém. pour servir à l'hist. des hommes illustres.</note> Ne parla ancora in più luoghi Giovanni Alberto Fabricio.<note place="foot">B. gr. lib. III. c. 5. par. 14b., c. 14. par. 6., c. 22. par. 8. 19., c. 24. par. 7., e lib. V. c. 22. par. 2.</note> Le opere astronomiche, sulle quali egli occupossi, sono le seguenti:<note place="foot">Bibl. Picena to. III. 272.</note>
                  <title lang="lat">Ptolomaei Planispherium</title>, <title lang="lat">Iordani Planispherium</title>, <title lang="lat">Federici Commandini Urbinatis in Ptolomaei Planispherium Commentarius, in quo universa scenographices ratio quam brevissime traditur, ac demonstrationibus confirmatur</title>; - <title lang="lat">Claudii Ptolomaei liber de Analemmate, a Federico etc. instauratus, qui nunc primum eius opera e tenebris in lucem prodiit. Eiusdem Federici liber de Horologiorum descriptione</title>; - <title lang="lat">Aristarchi de magnitudinibus et distantiis Solis et Lunae liber cum Pappi Alexandrini explicationibus quibusdam in latinum conversus et Commentariis illustratus</title>. A queste si aggiungono, a testimonianza del Baldi, alcune opere di Teodosio e di Autolico, le quali restarono imperfette.<note place="foot">Nel Possevino, Bibl. selecta lib. XV. cap. 8, si fa menzione delle opere del Commandino sogli orologi e gnomoni.</note>
               </p>
               <p>Al tempo di Commandino visse il famoso Fracastoro poeta, filosofo, medico ed astronomo. Egli ebbe una idea della decomposizione del moto: egli fu ancora il primo dei moderni che ammise la diminuzione costante della obbliquità della Ecclittica, annunziando, che finalmente si confonderà col piano dell'Equatore. Fracastoro morì nel 1553. Famoso è il suo libro degli Omocentrici, in proposito del quale disse Bernardino Baldi nella Cronica de' matematici,<note place="foot">In Maffei, Scrittor. veron. VII. 70. edit. di Ven. 1709.</note> che il Fracastoro «si sforzò di mantenere quel fondamento amato da Eudosso, Aristotele, Calippo, Averroe, Alpetragio ed altri, per salvar le apparenze, e le varietà de' moti celesti senza supposizione d'eccentrici, nè d'epicicli... e certo i suoi pensieri furono ingegnosissimi, se bene a giudizio de' migliori, non conseguì il fine al quale tendeva». Assicura il Maffei,<note place="foot">Ivi lib. IV.</note> che il Fracastoro fece strada all'uso del cannocchiale. E questo astronomo disse in fatti,<note place="foot">In lib. Omocentr. cap. 23.</note> che riguardando con alcuni vetri la luna e le stelle, venian queste a parer vicinissime: ed altrove<note place="foot">Ivi cap. 8; V. Maffei. Scritt. Veron. VII. 72.</note> «si quis per duo Specilla ocularia perspiciat, altero alteri superposito, maiora multo, et propinquiora videbit omnia».</p>
               <p>Intorno al tempo di Copernico vissero Erasmo Reinhold, che fe' le Tavole dette <foreign lang="lat">Prusenicae</foreign>, dedicate ad Alberto di Brandeburg Duca di Prussia, giusta le quali stese Giovanni Stadio le sue Efemeridi, che dal 1577 si estendevano sino al 1590;<note place="foot">Wolf. V. 88.</note> Gioachino Retico, che nel 1540 si dichiarò pubblicamente partigiano del sistema di Copernico ed inventò l'uso delle secanti nel calcolo astronomico; quello delle tangenti vi fu introdotto da Regimontano. Ptolomeo Gallina, celebre Astronomo, creduto autore di un trattato <title lang="lat">De rebus astrologicis</title>; Giovanni Pontano, che scrisse <title lang="lat">De rebus coelestibus</title>, <title lang="lat">De luna</title>, <title lang="lat">Urania sive de stellis</title>;<note place="foot">Christ. Schoettgen. suppl. ad Fab. B. lat. med. et inf. aet. lib. XVI. to. VI. p. 5.</note> Giacomo Ferrer catalano e Pietro Giovanni Oliver, o Olivario, ambedue dottissimi nella Geografia ed Astronomia; Giovanni Battista della Torre, o Turriani, filosofo ed astronomo di gran fama commemorato dal Fracastoro,<note place="foot">In Omocentr.</note> da Marc'Antonio Flaminio, da Gian Giorgio Trissino<note place="foot">De morte Batti.</note> e da Scipione Maffei;<note place="foot">Scritt. Veron. VII. 19. 20. 21. ed. di Ven. 1790.</note> Giacomo Benacci professore di Astronomia e di Astrologia, giusta l'Achillini, l'Alidosi, l'Orlandi e l'Alberti,<note place="foot">Descriz. di tutta Ital. 14. regione.</note> il quale diè fuori molti di que' Tacuini contenenti le indicazioni delle fasi della luna e de' segni dello Zodiaco corrispondenti alle posizioni del sole, alla pubblicazione dei quali eran tenuti i professori di astronomia e di astrologia di que' tempi, diverso dall'altro Benacci per nome Giorgio, il quale scrisse sull'astronomia, come vedesi presso il moderno autore delle Notizie degli scrittori Bolognesi,<note place="foot">Fantuzzi, notiz. degli scritt. Bologn. art. <title>Benacci Giorgio</title>.</note> siccome pure da Lattanzio Benacci, astronomo ancor egli commemorato dall'Alidosi, dal Bumaldi, dall'Orlandi, dal Mazzucchelli e dal citato moderno scrittore;<note place="foot">Ivi art. <title>Benacci Lattan.</title>
                  </note> Giovanni Werner, che fu professore di Matematiche nella Università di Vienna, e che compose un'opera assai famosa sopra il moto delle stelle fisse; Gabriele Falloppio, celeberrimo medico, botanico, filosofo ed astronomo; Pietro Appiano di Lipsia, detto in tedesco Bienewitz, seguace di Ptolomeo, il quale osservò la cometa, che apparve nell'anno 1531, e fu il primo a provare che le code delle comete erano sempre appresso a poco opposte al sole, il che è stato confermato da tutte le osservazioni posteriori. Egli fu seguace di Tolomeo e così fu anche Erasmo Reinhold che fece le Tavole Prussiane dedicate ad Alberto di Brandeburgo Duca di Prussia, regola che fu confermata da Cornelio Gemma e da Cardano, e pubblicò nel 1540 un'opera intitolata <title lang="lat">Astronomicum Caesareum</title>, che contiene delle importanti osservazioni:<note place="foot">Lande, Astr. I. 187.</note> Giovanni Fernel nato nel 1506 e morto nel 1558, il quale fu il primo dei moderni ad intraprendere la misura di un grado della terra, che eseguì nel 1550;<note place="foot">Ivi I. 189.</note> Girolamo Tagliavia calabrese, di cui è fama, dice Tommaso Cornelio<note place="foot">Problem. Phys.</note> scrittore del secolo decimosettimo, che alcune cose ponesse in iscritto sul sistema, che venne illustrato da Copernico; Lorenzo Buonincontri, astronomo e astrologo, che scrisse <title lang="lat">Tractatus astrologicus electionum</title>, <title lang="lat">De revolutionibus annorum</title> ed altre opere; Gasparino Borro, astronomo, il quale scrisse un commento sulla sfera; ed Antonio Flaminio siciliano, il quale due volumi scrisse sopra i movimenti celesti.</p>
               <p>I travagli e le osservazioni di questi Astronomi e quelle di Copernico posero in grande considerazione la scienza degli astri la quale acquistò poi maggiore splendore quando il Langravio di Assia-Cassel Guglielmo II si consacrò allo studio della medesima. Questo Principe colpito dalle bellezze dell'Astronomia, fece fabbricare un osservatorio, il quale corredò di buoni stromenti, e quivi travagliò da se solo per lo spazio di sedici anni. Commise poi a Giusto Birgio ed a Cristoforo Bothman, ambedue abili matematici, il primo de' quali inventò il compasso di proporzione e, come si vuole anche da alcuni, l'applicazione del pendolo agli orologi, e i logaritmi;<note place="foot">Tirab. VIII. 158.; Bailly, I. 14.</note> di porre in ordine le sue osservazioni. Questi trovarono che il Langravio avea con somma esattezza osservato 400 stelle, delle quali formarono un catalogo. Guglielmo per ritrovare il sito delle stelle introdusse il nuovo metodo de' circoli d'Azimuth, cioè di quelli che posson passare per lo zenit. Siccome questo metodo abbisogna di orologi perfettamente regolati; così, mancando allora gli orologi di esattezza, esso fu vivamente biasimato. Ma qualora sian perfetti gli orologi, questo metodo non può non esser la base di tutte le ricerche astronomiche.</p>
               <p>Ma mentre Guglielmo travagliava in Assia-Cassel per perfezionare l'Astronomia, Ticone Brahe coltivava con gran successo questa scienza in Danimarca. Egli era nato ai 19 di Decembre dell'anno 1546 a Kundstrup nel paese di Schonen. Egli mostrò sin da fanciullo una grandissima inclinazione per le Matematiche. Di anni 14 avendo veduta una ecclissi del sole, la quale avvenne appunto nel momento, in cui gli astronomi avean predetto che essa era per avvenire, egli riguardò l'Astronomia come una scienza Divina, e desiderò grandemente di apprenderla. Essendo stato mandato a Lipsia per istudiare il diritto, egli senza saputa de' suoi maestri si occupò in fare delle osservazioni astronomiche. Si avvezzò sin da giovinetto a conoscere le costellazioni col mezzo di un globo grosso non più di un pugno, e ritornato nella sua patria senza avere volontà di trattenervisi, trovò uno de' suoi zii, il quale approvò e lodò la sua applicazione, e gli offerse anche un luogo commodo in una delle sue terre, ove egli potesse fare le sue osservazioni. Ticone accettò con gioia questa offerta. Appena egli vi si era stabilito, che osservò nella costellazione di Cassiopea una nuova stella, che fu veduta col principio di Novembre dell'anno 1572. La storia fa più volte menzione della comparsa di simili nuove stelle. Una ne comparve al tempo dell'imperatore Adriano, 130 anni dopo Gesù Cristo, ed una al tempo di Keplero, come vedremo in appresso. Fortunio Liceti, o Liceto celebre medico, nato ai 3 di Ottobre del 1577 e morto in Padova nel 1656, del quale abbiamo moltissimi trattati, ed uno tra gli altri <title lang="lat">De cometarum attributis</title>, ne compose uno altresì <title lang="lat">De novis astris</title>, nel quale può trovarsi una vasta erudizione sopra le nuove stelle, delle quali gli antichi hanno parlato. Egli riferisce che nell'anno 389 Cuspiniano osservò una stella nuova vicino all'Aquila, e che questa comparve brillante come Venere per tre settimane, ed in seguito disparve. Essa era forse la stessa che quella, la quale dice Cassini, essere comparsa al tempo dell'imperatore Onorio, e che alcuni riferiscono al 388, o 389, ed altri al 398. Riferisce Cipriano Leowiez, che nel 945 al tempo dell'imperatore Ottone si vide tra Cefeo e Cassiopea una nuova stella, ed una altra, che non ebbe alcun movimento, nell'anno 1264 appresso a poco nello stesso luogo del cielo.<note place="foot">Lande, Astr. I. 313., e liv. III, ove parla di molte stelle nuove.</note> La stella del 1572 non avea alcuna parallassi sensibile, nè alcun movimento proprio apparente. Ticone, che la osservò, stimò che la sua materia fosse celeste simile a quella delle altre stelle ma formata di parti men pure. Credè che la materia celeste fosse sparsa per tutto, ma più abbondantemente nella Via Lattea, in cui avendo veduto come un buco oscuro prodotto, se pur vi esisteva, dallo splendore della nuova stella, che occupava la bianchezza della Via Lattea, pensò che fosse un vuoto lasciato quivi dalla materia celeste riunitasi per compor la nuova stella. Ticone era preoccupato dalla idea della formazione e della distruzione degli astri, e li paragonò ai metalli. Le osservazioni che egli fece intorno alla nuova stella gli acquistarono della riputazione.<note place="foot">Saverien, p. 140.</note> Il nostro astronomo si guadagnò la stima del Langravio di Assia, il quale parlò in suo favore al re di Danimarca. Questo Principe offrì a Ticone tutti i soccorsi che egli poteva aspettarsi dalla sua liberalità, gli concesse da piccola isola di Ween, situata tra la Scania e la Zelanda, e quivi fu dove venne fabbricato il castello di Uraneburgo, o città del cielo, e la meravigliosa torre di Stelleburgo, e quella piccola isola divenne il santuario della scienza e l'albergo di uno de' più grandi astronomi, che sieno giammai comparsi sulla terra. La isola di Stuene è la stessa che quella di Ween, perchè Broukner dice che in la Stuene fu fabbricato il Castello di Uraneburgo, e lo stesso dice Bailly di Ween; la torre di Stelleburgo fu anche essa fabbricata nell'isola di Ween come dice il Moreri. Ticone vi chiamò de' cooperatori per calcolare ed osservare, instruendoli e mantenendoli a sue spese. Egli immaginò un sistema, nel quale fece girare il sole la luna e le stelle fisse intorno alla terra immobile, e suppose che Mercurio, Venere, Marte, Giove e Saturno si aggirassero intorno al sole. Comparso questo nuovo sistema, un astronomo, per nome Raimard, sostenne che egli lo avea già pubblicato in una sua opera intitolata <title lang="lat">Fundamentum astronomiae</title>, e che per conseguenza egli ne era l'inventore. Raimard disse ancora che il Langravio di Assia avea fatta costruire una sfera armillare conforme al suo sistema. Ma Ticone sostenne che Raimard avea appreso questo sistema da lui medesimo, e se lo era poi ingiustamente appropriato. Vi è però una differenza tra il sistema di Raimard e quello di Ticone, ed è che il primo di questi astronomi suppone nel suo che la Terra nello spazio di 24 ore si aggiri intorno al proprio asse.</p>
               <p>Ticone sostenne che le comete sono veri pianeti, il che era stato già detto dal famoso Apollonio Mindio, da Ippocrate di Chio, da Eschilo, da Favorino, da Artemidoro e da altri; e che i cieli al di là della luna sono pieni di una materia sommamente sottile. Egli sottomise di più al calcolo le rifrazioni astronomiche, e fece importanti scoperte intorno al moto della Luna. Stabilì la esatta posizione di 177 stelle. Trovò il loro moto in longitudine, ossia la loro retrogradazione dai punti equinoziali di 51" per anno, o di un grado in anni 71. Scoprì che la latitudine delle stelle credute da Ptolomeo immobili avea cambiato, e ne attribuì la causa alla variazione della obbliquità della ecclittica.</p>
               <p>Ticone, applicato ne' suoi travagli astronomici, consecrato interamente alle scienze, non potea non chiamar sopra di sè gli sguardi di tutti i dotti. Questi di fatto si portavano presso di lui per consultarlo, mentre i grandi lo visitavano per vedere un raro esempio di amore alle scienze. Nel 1590 Giacomo IV re di Scozia, andato per prendere in isposa la sorella del re di Danimarca, volle con tutta la corte visitare Ticone. Quest'uomo immortale resosi l'oggetto dell'ammirazione di tutta l'Europa, non andò esente dall'invidia, sempre nimica della virtù. Egli occupato ne' suoi travagli, intento a sollevarsi sopra se stesso colla contemplazione del cielo, a beneficare i suoi simili colle chimiche applicazioni e col dispensare gratuitamente delle medicine, era felice. La sua felicità dispiacque ai cattivi, la loro mente agitata non potè sopportare la sua pace. Morto il re suo protettore, la barbarie de' suoi nemici giunse a proibirgli perfino i lavori astronomici e chimici. Ticone abbandonò finalmente la sua patria ingrata. Tutti lo accolsero come uomo raro, vittima della propria virtù, la quale avea suscitata la invidia dei malvagi. Egli per le vive istanze dell'imperatore Rodolfo II si ritirò a Praga, ma dopo quattro anni, dacchè era partito dalla diletta sua isola, morì ai 24 di ottobre del 1601 in età di anni 55 e fugli fatto il seguente epitaffio.<note place="foot">Moreri.</note>
                  <quote lang="lat" rend="block">Esse potius quam haberi.</quote>
Illustris et generosus Dominus Tyco-Brahe Danus, Dominus in Kundstrup, arcis Uraniburgi in insula Hellesponti Danici Huenna fundator; instrumentorum astronomicorum qualia nec ante sol vidit ingeniosissimus idemque liberalissimus inventor et instructor, antiquissima nobilitate clarus, sua auctior, animo quaecumque coelo continentur immortali gloria complexus, astronomorum omnis saeculi longe princeps, totius orbis commodo sumptibus immensis, exactissimas intra minuta minutorumque partes, triginta amplius annorum observationes mundo primus intulit, affixa sidera intra minutum eiusque semissem restituit, Hipparchi solius ab orbe condito vel diis improbo sin octava duntaxat gradus parte conatus longissime antegressus, utriusque luminaris cursum exquisite restauravit, pro reliquis erraticis solidissima tabularum Rodulphaearum fundamenta iecit, mathematicarum peritis inveteratam Aristotelis et asseclarum doctrinam de sublunari cometarum novorumque siderum situ demonstrationibus invictis exemit, novarum hypothesium auctor: in spagyricis et universa philosophia admirandus: evocatus ab invictissimo Romanorum imperatore Rudolpho II, mira doctrinae et candoris exempla dedit; ne frustra vixisse videretur, immortalitatem etiam apud Antipodes scriptor perennitate sibi comparavit, planeque qualis esse quam haberi maluit, nunc vita functus aeternum vivit. Eius exuvias uxorisque triennio post defunctae heredes liberique sacro hoc loco composuerunt. Obiit 4 cal. nov. anni christiani dionysiaci 1601, aetat. suae 55.
<quote lang="lat" rend="block">
                     <l>Non fasces, nec opes,</l>
                     <l>Sola artis sceptra perennant.</l>
                  </quote>
               </p>
               <p>Le principali opere di Ticone sono: <title lang="lat">De nova stella anno 1572 die Novembris 2 vespere in asterismo Cassiopeae circa verticem existente, annoque insequenti conspicua, sed mense Maio magnitudine et splendore iam diminuta</title>; - <title lang="lat">De mundi aetherei recentioribus phaenomenis</title>; - <title lang="lat">Epistolarum astronomicarum liber</title>; - <title lang="lat">Astronomiae instauratae mechanica</title>; - <title lang="lat">Responsio apologetica ad epistolam Scoti cuiusdam de cometa anno 1577</title>; - <title lang="lat">Stellarum octavi orbis inerrantium accurata restitutio ad augustissimam Imperatorem Rodulpham II</title>; - <title lang="lat">Catalogus absolutissimus M affixarum stellarum</title>; - <title lang="lat">Historiae coelestis partes duae, quarum prior continet observationes Uraniburgicas sexdecim libris inclusas, posterior observationes tum Wandesburgicas, tum Wittenbergenses, Pragenses ex Benatianas quatuor libris inclusas</title>.</p>
               <p>La inclinazione che ebbe Ticone per gli studi fu contrariata, fu sperimentata e fu depurata dagli ostacoli. Egli era di nobil condizione, e i suoi parenti, i quali credevano che la ignoranza dovesse esser l'appannaggio delle persone della sua qualità, non approvarono la sua applicazione. Ma il suo gusto purgato dalle contrarietà lo innalzò ad un grado sublime; egli fu osservatore infaticabile, fu astronomo per genio, e brillò fra tutti gli astronomi della terra. Ticone tra gli altri suoi pregi ebbe quello di conoscer se stesso. Fece incidere in uno de' suoi strumenti le immagini di quattro de' più distinti astronomi, cioè di Ptolomeo, di Albategni, di Copernico e di Ticone. L'uomo superiore ai pregiudizi, che rende giustizia al merito ovunque questo si trovi, non fu giammai biasimevole, anzi fu sempre degno di lode.</p>
               <p>Fra tante prerogative Ticone ebbe un grave difetto. E qual fu mai quell'uomo, che non ne ebbe alcuno? Egli credè all'Astrologia, egli fu superstizioso. Intraprese di difender quest'arte vana, ed impegnossi di riconciliarla colla religione e colla ragione. Gran monumento della debolezza dell'uomo! Ticone fu un ingegno sublime, fu e sarà l'oggetto dell'ammirazione di tutta la terra, eppure l'astrologia, quella mostruosa produzione dell'orgoglio, e quel pazzo allievo della follia ebbe in lui un zelante apologista. Esempio grande e specchio a coloro, che si credono senza diffetti.</p>
               <p>Al tempo di Ticone Brahe visse il famoso Enrico Briggs. Egli si diede allo studio delle Matematiche, nelle quali riuscì eccellentemente. Stese una Tavola utilissima per trovare la latitudine di qualunque luogo nella più grande oscurità, senza il soccorso del sole, della luna o delle stelle. Il suo secreto consisteva in servirsi della declinazione dell'ago della bussola. Avendo udita la invenzione de' logaritmi fatta da Giovanni Neper, gentiluomo scozzese Barone di Merchiston, invenzione utilissima agli astronomi, Briggs, che era amico di questo matematico, pubblicò <title lang="lat">Arithmetica logarithmica, sive logarithmorum chiliades triginta pro numeris naturali serie crescentibus ab unitate ad 20,000 et a 90,000 ad 100,000</title>. Egli avea in pensiero di andar più lungi, ma un matematico, per nome Ulacq, lo prevenne stendendo delle tavole assai estese, che egli pubblicò nel 1628. Briggs morì ai 26 di Gennaio del 1630 in età di anni 70.</p>
               <p>Nel secolo di Ticone Brahe vissero il famoso Wendelin, di cui abbiamo <title lang="lat">Eudoxus, seu de motu fixarum stellarum</title>; - <title lang="lat">Solis ac lunae motus tabellae facillimae</title>; - <title lang="lat">Theoricae planetarum novae</title>; Giannantonio Delfino, che nel 1559 diè alla luce in Bologna un trattato de' globi celesti e de' loro movimenti, diverso da Federico Delfino padovano, professore di astronomia nella sua patria, di cui più opere astronomiche accenna il Papadopoli;<note place="foot">Hist. Gymn. Patav., Tirab. VII. par. I. 433.</note> Gioachino Ringelberg, autore di tre libri di istituzioni astronomiche, e di altre opere; Martino Fernandez, il quale nel 1519 pubblicò in Siviglia un'opera intitolata <title>Somma di Geografia, dove si tratta di tutte le provincie del mondo e dell'arte di navigare, con un trattato della sfera, del sole e del norte</title>.<note place="foot">Lampillas, III. 283.</note> Genesio Sapulveda, che verso l'anno 1537 scrisse un trattato <title lang="lat">De corectione anni et mensium Romanorum</title>;<note place="foot">Lampillas, IV. 272.</note> Giovanni Salon, autore di un'opera intitolata <title lang="lat">De emendatione Romani Kalendarii et de Paschalis solemnitatis ad propriam diem reductione</title>,<note place="foot">Wadding, 226.</note> che fu pubblicata in Firenze nel 1576; Giovanni d'Aquilera, di cui nel 1527 fu pubblicata un'opera astronomica col titolo <title lang="lat">Canones astrolabii universalis</title>; Girolamo Mugnoz, autore di un trattato sopra le comete; della nazione del quale, vale a dire della spagnuola, oltre i quattro anteriormente da noi nominati, fu pure Alfonso di Cordova, le di cui tavole astronomiche furono stampate in Venezia nel 1492 col titolo<note place="foot">Orlandi, 345.</note>
                  <title lang="lat">Tabulae Astronomicae, ac in easdem Demonstrationum Theoremata Elizabethae Reginae dicatae Ven. 1492 Cum Tabulis Alphonsi Regis</title>, e di nuovo nella stessa città nel 1527; Pietro Sordi, che pubblicò in Parma nel 1578 un discorso sulle Comete; Paolo Interiano, che adoperossi, sebbene con successo poco felice, per far conoscere il modo di fissare i gradi di longitudine in un suo trattato, che comparve in Lucca nel 1551, a cui aggiunse un opuscolo sulla sfera; Nicodemo Sebastiano Ansalonio di Palermo, filosofo ed astronomo di gran grido, morto nel 1599, il quale scrisse delle rime, e alcune cose di Astronomia ed un almanacco perpetuo pubblicato sotto il nome di Rutilio Benincasa, il quale fu suo servo; Pietro Nunnez,<note place="foot">V. Moreri.</note> o Nonnio, eccellente matematico, nativo di Alcazar, autore di più libri, assai stimati, di Algebra, di Ottica e di Astronomia; Giacomo Fabro, autore di un commentario sulla sfera del Sacrobosco e di un'opera intitolata <title lang="lat">Introductorium astronomicum</title>;<note place="foot">Fab. B. lat. med. et inf. aet. II. 136.</note> Liberato Abile, matematico, che lasciò, tra le altre sue opere, delle tavole lunari; Francesco Rabelais e Claudio Achillini, ambedue famosi poeti, filosofi, medici teologi ed astronomi; Giampaolo Gallucci autore di più opere di Astronomia, il quale inventò un istrumento per osservare i fenomeni celesti; Giambattista Vimercati, che scrisse sopra gli orologi solari; Pietro Pitati;<note place="foot">Maffei, Scritt. veron. VII. 116.</note> Basilio Lappi; Antonio Dulciati; Giuliano Ristori; Filippo Fantoni; Paolo di Middelburg, vescovo di Fossombrone;<note place="foot">Fab. B. lat. med. et inf. aet. V. 217.</note> Pietro Cacon;<note place="foot">Lampillas, II. 224.</note> Cirillo Franchi;<note place="foot">Fantuzzi, III. 361.</note> Giovanni Maria de' Tolosani;<note place="foot">Quetif et Echard, II. 123.</note> Sante Marmochino;<note place="foot">Ivi 124.</note> un tal Raggio Fiorentino<note place="foot">Tirab. VII. par. I. 435.</note> e altri, che occuparonsi intorno al calendario; ed Ettore Bottrigari, famoso scrittore Bolognese, tra le opere del quale si contano,<note place="foot">Fantuzzi, II. 322.</note>
                  <title>Trattato della Descrizione della sfera celeste in piano di Claudio Tolomeo Alessandrino tradotto in parlare italiano, et molti luoghi di quello corrotti, oscuri et difficili alla sua integritate ridotti et dichiarati, aggiuntovi anche la ragionevole informatione di alcune demonstrationi et operationi, et nel fine tutte le occorrenti operationi numerali secondo il puro et vero senso delle proprie parole dell'Autore ec.</title>; - <title lang="lat">Mathematicae operationes omnes, quae in magna Cl. Ptolomaei Pelusiensis Alexandrini compositione Astronomica, Almagestum vulgo nuncupata, continentur libris XIII demonstratae, hisque nonnulla etiam opportunis suis in locis superaddita, et propositae speculationes ipsae quarum haec quidem tamquam dilucidissimae explicationes sunt facilius atque clarius innotescunt</title>; - <title>Le Dimostrazioni de' movimenti delle stelle così erranti, come fisse raccolte in un breve Trattato</title>; - <title>Ragione della sfera Epilogismira</title>; - <title>De' movimenti delle stelle erranti, secondo le supposizioni de' Peripatetici, per circoli concentrici</title>; - <title>Le apparenze celesti di Euclide tradotte in parlare italiano e con chiare e facili dimostrazioni dichiarate</title>; - <title>Libro degli Horologi solari</title>. Il Zeno nelle sue note alla Biblioteca Italiana di Giusto Fontanini attesta di aver presso di sè una medaglia di bronzo con la effigie del Bottrigari da una parte ed intorno la iscrizione «Hercules Buttrigarius sacr. Later. Au. Mil. Aur.» e dall'altra una sfera, un melone, strumento di musica, una squadra, un compasso ed una tavolozza, indicanti le scienze, nelle quali egli era versato, col motto «Nec has quaesisse satis»; Sisto di Siena, o Senese, che scrisse delle questioni astronomiche;<note place="foot">Ladvocat e Moreri, art. <title lang="lat">Sixte</title>.</note> Giuseppe Biancani, o Blancano, il quale scrisse <title lang="lat">Sphaera mundi seu Cosmographia demostrativa ac facili methodo tradita, Constructio instrumenti ad Horologia solaria describenda</title>;<note place="foot">Fantuzzi, II. 167.; Ladvocat, art. <title>Blancano</title>.</note> Stefano Conventi, autore di un'opera <title lang="lat">De intrinsecis corporum coelestium principiis</title>, che venne alla luce in Bologna nel 1562; Lodovico Ferrari uomo assai dotto in Astronomia, diverso da Bartolommeo Ferrari, autore di un'opera intitolata <title>Descrizione dello sferologio e sue operazioni fabricato da Bartolommeo Ferrari ad istanza dell'Eccellenza del Sig. Gio. Francesco Gonzaga Duca di Sabioneta</title> ec., principe versatissimo nelle scienze astronomiche, che profuse dell'oro per la fabbrica del nominato sferologio, il quale era una macchina in forma di globo, somigliante alla sfera di Archimede; Camillo Agostini, autore di un'opera <title>Degli orbi celesti</title>;<note place="foot">Bibl. Picena, ove si vede che non [è] astrologica, ma astronomica.</note> Giovanni Renard, autore di un trattato sulla sfera del Sacrobosco;<note place="foot">Quetif et Echard, 30.</note> Giovanni Lucido, il quale scrisse <title lang="lat">Emendationes temporum ab orbe condito</title>, <title lang="lat">De vero die Passionis Christi</title>, <title lang="lat">Epitoma emendationis calendarii Romani</title>, <title lang="lat">Canones in tabulam perpetuam temporum</title>, opere che insieme unite furono stampate in Venezia nel 1546; Bernardino Baldi, di cui parlarono lo Scarloncini,<note place="foot">De vit. et scr. B. Baldi.</note> il Bayle,<note place="foot">Dict. crit.</note> il Grassi,<note place="foot">Baldus redivivus.</note> il Crescimbeni,<note place="foot">Ist. d. Volg. Poes.</note> il Niceron,<note place="foot">Mém. pour servir à l'hist. des hom. ill.</note> il Ghilini<note place="foot">Teatr. d'uom. lett.</note> e il Poleni;<note place="foot">Exerc. vitruv.</note> traduttore dei Fenomeni di Arato, ed autore di cinque libri <title lang="lat">Novae Gnomices</title>, contenenti delle nuove invenzioni;<note place="foot">Bibl. pic. II. 53. 34.</note> Tommaso Bozio commemorato dal Boccalini,<note place="foot">Rag. di Parn. cent. 2.</note> dal Caferro,<note place="foot">Synthem. vetust., sive Flores historiar. ab orbe condito.</note> dallo Zeiller,<note place="foot">Degli stor. cronol. et geogr. cel. par. II.</note> dal Riccioli,<note place="foot">Chronol. Reform.</note> dal Le Long,<note place="foot">Bibl. sac. to. II. p. 637.</note> dal Clement,<note place="foot">Bibl. Curieuse.</note> dal Saussay e dall'Eritreo, il quale scrisse <title lang="lat">De reparatione temporum et Calendario</title>;<note place="foot">Bibl. pic. III. 51.</note> Domenico Ceva, che lasciò tra le sue opere <title lang="lat">Tabulae radiorum solis</title>, <title lang="lat">Quadrans omnium horarum</title>, <title lang="lat">Opusculum de arte gnomonica</title>; Alessio Garcia, il quale diede alla luce, come attesta il Padilla, <title lang="lat">Kalendarium perpetuum</title>,<note place="foot">Quetif et Echard, II. 280. 251.</note> opera che pure fu scritta da Giovanni di Zamora Spagnuolo;<note place="foot">Wadding. 229.</note> Cipriano Beneto dell'Ordine de' Predicatori,<note place="foot">Quetif et Echard, II. 49.</note> il quale scrisse <title lang="lat">De non mutando paschate</title>,<note place="foot">Nicol. Anton. Bibl. vet. Hisp.</note> Camillo Leonardi commemorato dal Possevino,<note place="foot">Bibl. selecta.</note> dal P. Millet de Chales,<note place="foot">De progres. mathem. et illustr. mathemat.</note> dall'Olivieri e dal Tiraboschi,<note place="foot">Lib. II. c. 2. par. 36.</note> che lasciò<note place="foot">Bibl. Pic. V. 282.</note>
                  <title lang="lat">Liber desideratus Canonum Aequatorii Motuum celestium absque Calculo. Venetiis per Georgium de Arrivabene</title> 1496 in 4; diverso da Giuseppe Leonardi, che diè alla luce<note place="foot">Bibl. Pic. V. 282.</note>
                  <title>Tavole Astronomiche e Geometriche per delineare Orologi Orizontali</title> ec., opera che comparve in Fuligno nel 1690; Gasparo Pencer nato nel 1525 e morto nel 1602, il quale<note place="foot">Lande, astr. I. 199.</note> fu professore di matematiche in Wittemberga e vi pubblicò diverse opere astronomiche; Bartolomeo Pitisco nato nel 1561 e morto nel 1613, il quale pubblicò nel 1599 una trigonometria astronomica;<note place="foot">Ivi 200.</note> un matematico per nome Digges, il quale diede un metodo per rinvenire la parallassi degli astri in un'opera intitolata <title lang="lat">Ala seu Scala mathematica</title>, che egli pubblicò nel 1573 in occasione della nuova stella comparsa nel 1572;<note place="foot">Carta 47.</note> il Gran Duca di Toscana Francesco I venuto a morte nel 1587, uomo al sommo amante delle lettere, e che la Filosofia, la Matematica, l'astronomia non solo protesse, ma possedè per modo, che udito era ragionarne dai più esperti con istupore;<note place="foot">Tirab. VII. par. I. 38.</note> il Card. Ippolito d'Este, detto il vecchio, morto nel 1520 che gli studi astronomici coltivò con ardore, ed una sfera meravigliosa, e molti stromenti e molti libri matematici ebbe presso di sè;<note place="foot">Ivi. 42. 43.</note> Luigi Gonzaga che a testimonianza del Campana,<note place="foot">Arbori delle famiglie che hanno signoreggiato in Mantova.</note> assai dilettavasi dello studio di Astronomia, ed aveasi perciò eretta una specola su cui frequentemente ascendeva affine di contemplare il cielo; Antonio Lupicini, di cui un discorso comparve in Firenze nel 1582 sulla fabbrica e l'uso delle nuove verghe astronomiche; Fra Paolo Sarpi della Religione dei Servi, non so se più celebre per la sua empietà, o per il suo ingegno, uomo in Astronomia assai versato, e che molto col mezzo delle sue osservazioni e dei suoi studi avanzossi nella scienza della teoria della luna;<note place="foot">Tirab. VII. par. I. 451. Buonafede, Della restauraz. d'ogn. filos. II. 20. 44.</note> Guidubaldo Marchese del Monte, che scrisse sulla emendazione del calendario, e diè in luce nel 1579 la teoria dei planisferi, e di cui dopo la sua morte furono pubblicati sette libri di Problemi Astronomici;<note place="foot">Ivi 456. 457.</note> Cristoforo Sabbadino, di cui conservansi alcune riflessioni sul flusso e riflusso del mare, e sui movimenti della luna;<note place="foot">Ivi 499. 500.</note> Giuseppe Scaligero, dottissimo illustratore della tecnica cronologica, i di cui sette libri <title lang="lat">De emendatione temporum</title> (della cui opera, da pochi letta, più pochi ancora compresero l'eccellenza, dice l'Huet) furono impressi nel 1583, nel 1598 in Leyda, e in Ginevra nel 1629; Giovanni Camillo Glorioso, autore di una dissertazione astronomica <title lang="lat">De cometis</title>.<note place="foot">Ladvocat.</note>
               </p>
               <p>Nel 1547, in età di anni 62, morì il famoso matematico Giovanni Schoner. Contansi tra le sue opere <title lang="lat">Aequatorium astronomicum</title>; <title lang="lat">Globus astronomicus</title>; <title lang="lat">De usu globi coelestis</title>; <title lang="lat">De compositione globi coelestis</title>,<note place="foot">Wolf. V. 85.</note> oltre alcune osservazioni sulla costruzione del rettangolo, o raggio astronomico, un Planisferio, un Organo uranico, e delle Tavole astronomiche, opere tutte, che insieme unite, corrette ed accresciute, furono per le cure di Andrea Schoner, figlio del nostro matematico, date alla luce in Norimberga nel 1561.<note place="foot">Ivi.</note>
               </p>
               <p>Alcuni anni dopo la morte di Schoner, cioè nel 1555, ai 6 di Ottobre accadde quella di Oronzio Finè, eccellente matematico. Egli pubblicò, tra le altre, le seguenti opere. <title lang="lat">Quadrans universalis astrolabicus</title>; <title lang="lat">Nova descriptio terrarum ad intelligentiam utriusque Testamenti conducentium</title>; <title lang="lat">Planisphaerium geographicum</title>; <title lang="lat">De invenienda locorum longitudinis diferentia aliter quam per lunares ecclipses etiam dato quovis tempore</title>; <title lang="lat">Aequatorium planetarum sub quadrangulo et altera parte longiore firma comprehensum</title>; <title lang="lat">Almanach coniunctionum et oppositionum luminarium cum iis, quae ad Ecclesiasticum computum spectare videntur 35 annis inserviens</title>; <title>La teorica dei cieli e dei sette pianeti necessarissima per l'uso e la pratica delle Tavole astronomiche</title>.</p>
               <p>La morte di Finè fu seguita da quella di Luca Gaurico accaduta secondo vogliono alcuni nell'anno 1559. Tra le sue opere contansi le seguenti. <title lang="lat">Calendarium ecclesiasticum novum</title>; <title lang="lat">De miraculosa eclipsi in Passione Domini observata</title>; <title lang="lat">Annotationes in Ptolomaei Almagestum</title>; <title lang="lat">De astronomiae inventoribus, utilitate, fructu et laudibus oratio</title>; <title lang="lat">Stellarum fixarum longitudines et quantitates Sphaerae coelestis descriptio</title>; <title lang="lat">De Sphaerarum motu atque quinque Planetarum et duorum Luminarium secundum quosdam philosophos opiniones</title>; <title lang="lat">Tabulae de primo Mobili</title>.</p>
               <p>Nell'anno 1561 nacque nella Zelanda il celebre matematico Filippo Lausberg, celebre per le sue Tavole intitolate <title lang="lat">Tabulae mutationum coelestium perpetuae</title>. Questi fu per molto tempo ministro in Anversa, e morì a Middelburgo nel 1632 in età di anni 71. Lasciò una Cronologia sacra ed alcune opere matematiche, tra le quali tre libri dell'Uranometria, una introduzione al Quadrante astronomico e geometrico e all'Astrolabio, una Orologiografia piana ed altri scritti astronomici, che, con le altre sue opere, furono pubblicati in Middelburgo nel 1663.<note place="foot">Wolf. V. 12.</note>
               </p>
               <p>Nel 1562 nacque in un villaggio di Danimarca il famoso Cristiano Severini, chiamato impropriamente Cristoforo in Vossio, Moreri e in altri autori, conosciuto sotto il nome di Longomontano. Egli fu figlio di un povero agricoltore, e per guadagnarsi il vitto fu costretto a dividere il suo tempo tra lo studio e la coltura della terra. In età di anni 14 egli andò in un collegio a Viburgo, ove restò per lo spazio di undici anni. Portatosi poi a Copenaghen si guadagnò la stima de' sapienti ed in ispezialtà del celeberrimo Ticone Brahe, presso del quale passò otto anni, e molto lo aiutò nelle sue osservazioni. Fu quindi provveduto di una cattedra di Matematica, e morì agli 8 di Ottobre del 1647. Longomontano fu eccellente astronomo ed insigne matematico, ristabilì l'Astronomia in Danimarca e vi fe' erigere un osservatorio sotto il re Cristiano IV. Degna di lode è la sua Astronomia Danese, in cui parla di tutta l'Astronomia, ne propone le regole illustrandole con esempi, e ne sviluppa le teorie.<note place="foot">Ivi.</note>
               </p>
               <p>L'anno 1564 sarà sempre memorabile presso gli astronomi per la nascita accaduta in esso dell'immortale Galileo Galilei, celeberrimo astronomo e matematico. Questi fu figlio di Vincenzo Galilei nobile Fiorentino. Datosi allo studio delle scienze Matematiche, fece in queste ammirabili progressi. Egli fu che pose i fondamenti della scienza del moto: scienza i di cui misteri ci son sempre presenti, senza che destino in noi alcuna meraviglia. Noi nasciamo e viviamo col moto, i suoi fenomeni si cangiano, si succedono, si moltiplicano di continuo intorno a noi; ma l'abitudine di vederli fa sì che da noi non vengano apprezzati. Il filosofo però, sempre intento a considerare gli arcani della natura, nei meravigliosi fenomeni del moto ravvisa i profondi misteri di essa, e si applica ad indagarne le cause e a rintracciarne le leggi. Galilei era filosofo, era matematico; due prerogative, che lo resero abilissimo a porre i fondamenti della scienza del moto. Egli bandì i moti naturali e violenti, i rettilinei e i circolari, ed ogni ridicola distinzione di corpi leggieri e pesanti. Mostrò che un corpo, spinto in due diverse direzioni da due forze, segue una direzione intermedia, e se le direzioni son lati di un quadrato, segue la diagonale. Galilei considerò la gravità come una forza inerente ai corpi e che in loro opera continuamente. Poichè la gravità agisce nel primo istante della caduta di un corpo, ella deve agire eziandio nel secondo istante, nel terzo, nel quarto ed in tutti i seguenti. La già acquistata velocità e la velocità nuova formano una velocità proporzionale ai tempi, ed il moto si accelera.</p>
               <p>Il nostro matematico, osservando in Pisa le oscillazioni di una lampada sospesa alla volta di una chiesa, si avvide che tutte le oscillazioni facevansi in tempi sensibilmente uguali, benchè la di loro estensione diminuisse di continuo sino al riposo.<note place="foot">Tirab. VIII. 155.</note> Egli conobbe ancora che la velocità delle oscillazioni era minore quanto più lungo era il pendolo. Questo fenomeno appellasi l'isocronismo de' pendoli. Galilei ebbe dunque uno strumento atto a misurare il tempo col mezzo d'intervalli uguali, che possono aumentarsi, o diminuirsi a piacimento. Il famoso Hughens, secondo alcuni,<note place="foot">Montucla, Hist. des Mathem.</note> e secondo altri lo stesso Galilei si avvisò di applicare i pendoli agli orologi per avere una misura del tempo esatta e costante. La scoperta de' pendoli divenne pertanto utilissima, e il metodo di fare le osservazioni fisiche ed astronomiche acquistò una grandissima perfezione per la scoperta dei pendoli fatta da Galilei<note place="foot">Leopol. de' Medici e Campani nelle Lett. ined. d'uom. ill.; Nelli, Sag. di Stor. Fior.; Viviani nelle lett. famigl. del Magalotti; Magalotti, Sag. di nat. esper.; Tirab. VIII. 155. 158.</note> e per il modo di applicarli agli orologi rinvenuto da Hughens, ovvero per la maggior perfezione da lui aggiunta a questo ritrovato. Quando due uomini grandi dirigono ad un sol punto le loro vedute, non possono dalle loro ricerche non risultare grandi scoperte.</p>
               <p>Ma se fu vantaggiosa all'astronomia la invenzione dei pendoli, certo meno utile non fu quella dei telescopi. La impresa di avvicinare gli astri sembra da annoverarsi tra le impossibili ad eseguirsi; eppure si può dir quasi che l'uomo vi è riuscito perfettamente. Se prestasi fede a quanto ci si narra intorno alla fortuita invenzione di questo meraviglioso istrumento, quali riflessioni non si affollano alla mente del saggio! tutto il mondo avea tra le mani quelle lenti, che dovean servire a comporre il telescopio; eppure quanto tardossi prima di giungere alla invenzione di esso! Non si trattava che di congegnare e comporre in proporzionata distanza quelle lenti, che a tutti eran cognite; ma questa combinazione d'idee, questo concatenamento di cognizioni, sì facile in apparenza, è in realtà la più difficile operazione dell'uomo, è l'ultima cosa, a cui giunge la mente limitata di questo essere. Gli antichi, riflette un sensato scrittore,<note place="foot">Algarotti, Dialoghi sopra l'ottica Neutoniana, Dial. V.</note> avean cognizioni dei caratteri rilevati, ed usavano improntar cifre con forme gittate di metallo. Or perchè non far di tutte le lettere altrettante simili forme combinate insieme e stampare? Qual cosa in apparenza più facile di questa? Eppure passarono de' secoli in gran numero, e l'uomo ignorava che cosa fosse stampare. Così, se crediamo a coloro che stabiliscono la invenzione del telescopio nel secolo decimo settimo, avvenne all'uomo in riguardo a questo istrumento. Varie sono le opinioni degli storici intorno alla invenzione di esso. Alcuni l'attribuiscono a Zaccaria Iansen, nativo di Middelburg nella Zelanda; parecchi al famoso Ruggiero Bacone; altri a Giacomo Mezio e a Giovanni Lapprey. Dicesi che i figliuoli di un occhialaio fecero osservare al loro padre, che tenendo essi due vetri ad occhiale, l'uno davanti all'altro in qualche distanza, e guardando attraverso i medesimi, vedeano il gallo d'oro di un campanile più grande del solito. Il padre seppe trar profitto, come raccontasi, da questa osservazione, e Mezio e Iansen fecero a gara uso della medesima. Evvi chi dice che Mezio fu mosso a costruire dei cannocchiali dall'osservare che alcuni scolari avendo posti alcuni pezzi di ghiaccio sulla cima de' loro calamai, rimanean meravigliati nel vedere come avvicinarsi a loro gli oggetti lontani. Si sa che molto prima di Mezio erano in uso dei tubi per dirigere la vista agli oggetti lontani. Il P. Mabillon attesta di aver veduto in un monastero del suo Ordine, alla terza pagina delle opere di Comestore, scritte nel decimoterzo secolo, una effigie di Ptolomeo in atto di contemplare gli astri con un tubo di quattro canne. Questi tubi però non erano forniti di vetri, e Giacomo Mezio Olandese, fratello di Adriano Mezio, che pubblicò alcune istituzioni astronomiche, fu, secondo alcuni autori, il primo, che ai tubi li applicasse. Egli è però certo che il famoso Giambattista Porta, il quale fiorì verso la metà del secolo XVI, fa menzione, nella sua Magia naturale,<note place="foot">Lib. XVII. cap. 11.</note> di uno specillo, mercè di cui potean gli oggetti vedersi chiaramente, benchè lontanissimi. Ed infatti fu ancor egli considerato come il vero inventore del telescopio.<note place="foot">Montucla, Hist. des Mathem. par. III. liv. V. chap. 2.; Denina, Rivol. d'Ital. IV. 325.; Wolf. Elem. Dioptr. schol. 318; Tirab. VII. par. I. 447.</note> Checchè ne sia, narrasi dagli storici che nell'anno 1609 essendo stati inventati i telescopi, la fama di una tale invenzione si sparse ben presto per tutta l'Europa e fissò l'attenzione de' dotti. Galilei avendo inteso parlare di cotesti istrumenti, per mezzo de' quali vengon gli oggetti come ad ingrandirsi, fece intorno ad essi sì profonde riflessioni che senza averne giammai veduto alcuno, trovò il modo di fabbricare i cannocchiali, siccome riferisce egli stesso.<note place="foot">In Syder. Nunc. e nel Saggiat.</note> Egli seppe approfittarsi di questa invenzione. Osservando la luna vide sulla sua superficie delle inuguaglianze, che sembrarongli vere montagne. Egli volle ancora misurare la più alta di queste montagne, la quale, secondo egli ritrovò, superava in altezza tutti i monti della terra.<note place="foot">In Syder. Nunc.</note> Vide in Venere delle fasi simili a quelle della luna, ed osservò la Via chiamata Lattea, che egli stimò un confuso ammasso di stelle.<note place="foot">Lo stesso egli dice delle Nebulose, ivi.</note> È memorabile la circostanza, in cui Galilei ritrovossi allorchè dai Senatori di Venezia fu invitato a venire nella loro presenza a far prova de' suoi nuovi stromenti. Andato egli a Venezia e scelta una bella notte, fe' vedere ai Senatori per mezzo del suo telescopio le novità, che di già la fama cominciava a render pubbliche, ma che i dotti stentavano ad ammettere, perchè troppo le ritrovavan contrarie alle loro idee. Fu questa notte fatale al sistema delle scuole, e sul campanile di S. Marco si decise una delle più interessanti questioni astronomiche.<note place="foot">Spettac. della nat. to. VIII. 143.</note>
               </p>
               <p>Nell'anno 1610 Galilei scoprì tre piccoli pianeti, che si aggirano intorno a Giove, e poco dopo ne scoprì un quarto. Egli dette ad essi il nome di Satelliti di Giove. Ma il celebre Simone Marco, astronomo dell'Elettore di Brandeburg, volle togliere a Galilei la gloria della scoperta di questi Satelliti, attribuendola a se medesimo. Egli pubblicò un'opera <title lang="lat">Mundus Iovialis anno 1609 dedectus</title>, nella quale dà alcune tavole per calcolare i movimenti dei Satelliti, ma sì gravi furono gli errori, nei quali egli cadde, che Galileo non dubitò di asserire che Marco non solo non avea scoperti i Satelliti, ma che era ancora assai probabile che non gli avesse nemmeno osservati giammai.<note place="foot">Saggiat. II. 235.</note> Quasi tutti gli astronomi difatto attribuiscono l'onore della scoperta di questi Satelliti a Galileo. Le inaspettate novità celesti, rese pubbliche dal famoso <title>Nunzio Sidereo</title>, non mancarono di contraddittori, altri de' quali con scritture private, ed altri ancor colle stampe cercarono di deriderle, stimandole vanità e deliri del Galilei, ovvero illusioni e false apparenze. Martino Orchio e Francesco Sizzi furono nel numero dei contraddittori del Galilei. Nè mancò chi, temendo affronto alla deità del loro Aristotele, ricusasse perfino di avvicinar l'occhio al telescopio, volendo, piuttosto che al loro maestro, usare incredulità alla stessa natura; ma ben presto furono i più savi costretti a cedere alla forza della verità e della evidenza.</p>
               <p>Mentre però il Galilei travagliava assiduamente per illustrare e perfezionare l'Astronomia, il P. Cristoforo Scheiner Gesuita, autore di più opere astronomiche, quali sono delle Ricerche matematiche sulle controversie e novità astronomiche, pubblicate in Ingolstadt nel 1614, un Trattato delle rifrazioni celesti, che nel luogo stesso comparve nel 1617, ed il Sole ellittico, che venne a luce in Ausburg;<note place="foot">Wolf. V. 83.</note> osservando il sole con un telescopio, vide in esso delle macchie. Egli fece questa scoperta nel 1611 ai 12 di Novembre. Scheiner non ignorando la opinione dei Peripatetici, i quali credevano che il sole fosse tutto luminoso e brillante, dubitò sulle prime di essersi ingannato; ma ripetute con ogni esattezza le sue osservazioni, egli conobbe finalmente che il sole ha in realtà delle macchie. Scheiner comunicò questa scoperta al suo Provinciale, zelante Peripatetico, il quale facendosi beffe di lui, lo consigliò a meglio nettare i suoi vetri. Il P. Scheiner si ritirò offeso da questo insulto, e sembrò disposto a tacere della sua scoperta. Frattanto un Senatore di Ausburg, chiamato Velser, uomo avido di gloria, pensò ad attribuirsi l'onore della scoperta di Scheiner. Egli la comunicò a Galilei, il quale lo assicurò che il P. Scheiner non si era ingannato. Velser compose dunque un libro, nel quale si attribuì l'onore della scoperta delle macchie del sole. Questo libro comparve col titolo di <title lang="lat">Apelles post tabulam</title>.<note place="foot">Galilei, II. 165. dice <title lang="lat">Apelles post tabulam latens</title>.</note> Il pubblico rimase attonito al vedere questo libro, non sapendo comprendere come un magistrato, il quale non era per niun conto seriamente applicato allo studio dell'Astronomia, avesse potuto fare una scoperta sì interessante. Ma il P. Scheiner finalmente manifestò l'inganno, e Velser non gli contrastò l'onore della sua scoperta; ma volgendo l'affare in ischerzo, seppe trarsi d'intrigo. Scheiner per mezzo delle macchie del sole conobbe che questo astro si ravvolge intorno ad un asse inclinato al piano della ecclittica. Alcuni fisici,<note place="foot">Lande, 424.</note> crederono che queste macchie fossero dei piccioli pianeti, che girassero intorno al sole, e il P. Malapert e M. Tarde, canonico di Sarlat, loro dettero il nome, il primo di <foreign lang="lat">Austriaca Sidera</foreign>, e l'altro di <foreign lang="lat">Sidera Borbonia</foreign>. Scheiner, riconosciuto per lo scopritore delle macchie del sole, compose un'opera, che comparve col titolo <title lang="lat">Rosa Ursina, sive sol ex admirando facularum et macularum suarum phoenomeno varius a Christophoro Scheiner Germano Svevo e Societate Iesu</title>. La impressione di quest'opera fu cominciata nel 1626 a Bracciano e condotta a termine nel mese di Giugno del 1630.<note place="foot">Ivi III. 386.</note> Nella quale rese conto al pubblico delle sue osservazioni. Quasi tutti gli astronomi concordemente gli resero giustizia; ma Galilei sostenne che egli le avea osservate senza aver avuta cognizione delle osservazioni del P. Scheiner. Dicesi che questo astronomo sdegnato, vedendo come divisa, e però diminuita, la sua gloria, fu la cagione delle sventure, che soffrì Galilei per parte della Inquisizione. Le opinioni da lui sostenute, e quelle in particolare del moto della terra, avendo di già cominciato ad oscurare presso il volgo non solo, ma eziandio presso i dotti la di lui fama, v'ebbe chi pensò far mostra di argutissimo ingegno coll'indirizzargli dal pergamo quelle parole di S. Luca «Viri Galilei quid statis aspicientes in coelum?» alludendo con meravigliosa acutezza al nome di quel grandissimo uomo. Stimò questi opportuno, a persuasione eziandio del Gran Duca di Toscana, il recarsi a Roma, ove datosi principio alle dispute sul dubbio, se la opinione Copernicana fosse o no a condannarsi come eretica, fu tratto il Galilei in qualche pericolo per il calore, con cui prese a sostenere tal sistema; sicchè giuntogli ordine del Gran Duca di ricondursi a Firenze, diè fine al contrasto un comando in nome del Pontefice, fatto dal Bellarmino al Galilei, di abbandonare le parti di patrocinatore del Copernico. Contuttociò, ottenuta che ebbe il Galilei, ridottosi di nuovo a Roma nel 1630, dal Maestro del Sacro Palazzo la facoltà di render pubblico il suo <title>Dialogo sul sistema del mondo</title>, comparve questo in Firenze nel 1632. Venuto appena in luce, destossi nuova tempesta contro l'autore, che nella età sua settuagenaria videsi obbligato a far ritorno a Roma, e quivi costretto a condannare la opinione del Copernico, con giuramento di non più insegnarla, e udì intimarsi la pena della prigionia ad arbitrio della Congregazione del S. Officio; pena, che dal Pontefice commutossi in una rilegazione al giardino della Trinità dei Monti, appartenente al Gran Duca. Quindi assegnato per carcere al Galilei l'Arcivescovado di Siena, vi fu egli amorevolissimamente accolto dall'Arcivescovo Piccolomini. Ma permessogli di ritirarsi nella sua villa di Arcetri fuor di Firenze, ivi occupandosi ne' consueti suoi studi passò il rimanente della sua vita.<note place="foot">Tirab. VIII. 146.</note> Morì quest'uomo incomparabile, vero splendore della sua nazione, il di cui nome, a dir del Sig. di Fontenelle,<note place="foot">Élog. de M. Viviani; Tirab. VIII. 171.</note> si vedrà sempre alla testa delle più interessanti scoperte, che servono di fondamento alla buona filosofia, agli 8 di Gennaio del 1642,<note place="foot">Ho poi veduto che anche la vita di Galileo dice 8 Gennaio. Così il Lancisi nel to. IV. alla pag. segnata all'art. <title>Galilei</title> al fine del tomo nell'ind. alfab. Questo è certissimo che io non lo avea veduto nello scrivere che Galilei morì agli 8; ma io non posso ricordarmi dove lo abbia trovato. Quindi è certo che due autori dicono agli 8, Saverien solo dice ai 18, tanti altri da me consultati dicono solo che morì nel 1642, senza dire il giorno.</note> vissuto lungamente per l'ordinario corso della natura, assai per la sua gloria, troppo poco per l'Italia e per la filosofia. Le sue opere furono raccolte e stampate con questo titolo: <title>L'opere di Galileo Galilei Linceo Nobile Florentino già Lettore delle Mathematiche nella Università di Pisa et di Padova, di poi sopra ordinario nello Studio di Pisa, Primario Filosopho e Mathematico del Serenissimo Duca di Toscana: dedicate al Serenissimo Ferdinando II Gran Duca</title>.</p>
               <p>Le principali opere astronomiche del Galilei sono le seguenti. <title lang="lat">Sydereus Nuncius</title>; - <title>Istoria e dimostrazioni intorno alle macchie solari e loro accidenti comprese in tre lettere scritte all'Illustrissimo Signor Marco Velseri Linceo</title>; - <title>Il Saggiatore</title>; - <title>Lettera al serenissimo Principe Leopoldo di Toscana in proposito di quanto discorre l'Eccellentissimo Fortunio Liceti nel cinquantesimo capitolo del suo Liteosforo</title>; - <title>Lettera al P. Cristoforo Grienlerger della Compagnia di Gesù in materia delle montuosità della luna</title>; - <title>Lettera in proposito di trovare le longitudini per via de' pianeti Medicei</title>; - <title>Trattato della sfera, o Cosmografia</title>; - <title>Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, Tolemaico e Copernicano</title>.</p>
               <p>Al tempo di Galilei visse il celebre Giovanni Keplero, che meritò di esser detto il Padre dell'Astronomia. Nacque egli a Wiel il 27 Decembre dell'anno 1571. Si applicò allo studio delle Matematiche sotto il famoso Michele Moestin, astronomo anch'egli ed autore di un'epitome di questa scienza, che comparve in Tubingen nel 1610.<note place="foot">Wolf. V. 78.</note> Con un ingegno riformatore egli si diede ad esaminare le diverse parti dell'Astronomia. Una di queste, cioè l'ottica, era assai negletta. Keplero si applicò a perfezionarla. La rifrazione è, tra i fenomeni spettanti all'ottica, uno de' più importanti per gli astronomi. Keplero occupossi appunto a meditare sopra di questa. Cercò di generalizzare la causa delle rifrazioni, e trovò che la rifrazione non è la stessa su tutta la superficie della terra, ma è maggiore nelle regioni, nelle quali l'aria è più densa. L'applicazione dell'ottica all'astronomia è l'epoca de' suoi avanzamenti, è un beneficio fatto da Keplero alla scienza degli astri, che lo renderà immortale. Conobbe che la superficie della luna è scabrosa, che ha valli e montagne. Attribuì un'atmosfera al sole, del quale seppe ben calcolare le ecclissi, e si servì di questi fenomeni per le longitudini terrestri. Egli credè da principio che i pianeti splendessero parte per la propria luce, e parte per quella del sole; ma i telescopi, co' quali Galilei fe' conoscere la verità, lo tolser d'inganno, ed egli si persuase che i pianeti son corpi opachi e terre simili al nostro globo. Keplero pubblicò nel 1596 la eccellente opera <title lang="lat">Prodromus dissertationum de proportione orbium coelestium, deque causis coelorum numeri, magnitudinis motuumque periodicorum genuinis et propriis</title>. Essendo nel 1603 comparsa appiè del Serpentario una nuova stella, che sparì nel 1606, Keplero prese da essa occasione di ridersi della astrologia. Egli non fu però esente da ogni superstizione, e credè che le congiunzioni dei pianeti potessero aver qualche correlazione cogli affari politici. Keplero ebbe in pensiero che la scintillazione delle stelle fosse cagionata dal loro moto di rotazione, per cui mostrassero delle parti ora più ed ora meno brillanti. Scaligero credè che questa scintillazione provenisse dai vapori nuotanti per l'aria, i quali togliendo alternativamente e dando la luce, la facessero comparir tremolante. Difatto M. Garcin essendo in Arabia appresso a poco sotto il tropico di Cancro a Gomron, o Bander-Abassi, porto famoso del golfo Persico, scrivea a M. di Beaumur che era egli in un paese affatto esente dai vapori: la secchezza dei contorni del golfo Persico è tale, che erba di sorta alcuna non apparisce in quella piuttosto cenere, che terra, durante le tre stagioni calde dell'anno, almeno nei luoghi esposti al sole. Le stelle vi presentano uno spettacolo, che colpisce: esse risplendono di una luce pura ferma e senza alcuna scintillazione, la quale non ha luogo che assai debolmente al mezzo dell'inverno (au milieu de l'hiver). In conseguenza M. Garcin non dubitava che la scintillazione non provenisse dai vapori, che s'innalzano continuamente nell'atmosfera nei paesi meno secchi.<note place="foot">Lande, Astr. III. 172.</note> Keplero stabilì che i pianeti si muovono in una ellissi. Una congettura, che fece Keplero, mostra quali sublimi idee egli avesse intorno al meccanismo dell'universo: questa è, che il sole si aggiri intorno al suo asse. Guglielmo Gilbert<note place="foot">De mundo nostro sublunari Philosophia nova, lib. II. cap. 19. p. 187.</note> inglese avea paragonata la terra ad una gran calamita, Keplero considerò il sole come una calamita ancor più grande e più attiva. Attribuì ai pianeti un polo che è attratto, ed un altro che è respinto. Egli rimarcò ancora la forma ellittica del sole e della luna quando questi corpi sono vicini all'orizzonte. Questo grand'uomo avrebbe certamente fatto ancora delle altre osservazioni. Ma era necessario che egli calcolasse delle tavole astronomiche dietro la sua teoria dei pianeti. Keplero sacrificò a questo lavoro il restante de' suoi giorni. Egli è pur fatale alla umanità che il tempo manchi sì spesso ai bei genii. Sembra che la natura si prenda piacere di rapirci nel più bello della loro carriera quegli uomini, che ella ha caricato di favori. Qual danno che Keplero non sia vissuto dei secoli! Nato con un ingegno straordinario, con un genio brillante, con un talento riformatore, non avrebbe mai cessato di esser utile all'uman genere. Ma egli avea quasi appena terminate le sue Tavole, che pagò il tributo fatale alla natura. Keplero meditando sulla irregolarità del moto di Marte, scoprì quelle famose leggi del movimento de' pianeti, che han reso immortale il suo nome; e sono: 1a. Le aree astronomiche percorse dai pianeti son come i tempi da essi impiegati a percorrerle: 2a. I quadrati dei tempi periodici dei pianeti, che girano intorno ad un centro comune, sono come i cubi delle lor distanze dal centro.</p>
               <p>Le sue Tavole comparvero in Ratisbona nell'anno 1636 sotto il nome di Tavole Rodolfine in onore di Rodolfo II. Le opere principali di Keplero sono le seguenti: <title lang="lat">Harmonia Mundi</title>, che fu pubblicata nel 1619,<note place="foot">Wolf. V. 83.</note>
                  <title lang="lat">De cometis libri tres</title>, che nello stesso anno vennero alla luce in Ausburg, <title lang="lat">Epitome Astronomiae Copernicanae</title>, che nel 1635, dopo la morte dell'autore, comparve in Francfort,<note place="foot">Ivi 76.</note>
                  <title lang="lat">Astronomia nova</title>, che fu pubblicata nel 1609,<note place="foot">Ivi.</note>
                  <title lang="lat">Chílias logarithmorum</title> etc., <title lang="lat">Dioptrice</title>, <title lang="lat">Ad Vitellionem Paralipomena, in quibus Astronomiae pars ottica traditur</title>. Luigi Keplero, figlio di questo matematico, pubblicò un'opera di suo padre intitolata <title lang="lat">Somnium Lunarisve astronomia</title>, che comparve in Francfort nel 1634, e nella quale il nostro astronomo sostiene che la terra, ed il sole sono ambedue animati ed hanno delle sensazioni.</p>
               <p>Keplero fu il precursore di Newton. La natura, che tanto avea operata per lui, riposò per elevare il filosofo Inglese. Ma se questi non fosse stato preceduto da Galilei e da Keplero, avria dovuto far ciò, che essi fecero, e le sue cognizioni non sarebbon giunte a quel grado sublime, a cui giunsero in effetto; la sua vita sarebbesi dileguata prima che egli, riformata l'antica filosofia, fosse pervenuto a quelle meravigliose scoperte, alle quali pervenne mercè di Keplero e di Galilei. È da rimarcarsi che quasi tutte le più sublimi idee di Keplero appartengono alla di lui giovinezza. Ella è osservazione già fatta, che gli uomini grandi, nati per il bene della umanità e per l'avanzamento delle scienze, hanno d'ordinario concepite nella loro gioventù le idee più belle, che furon poi maturate dal tempo e dalla esperienza. Keplero avea appena trenta anni, quando propose a Ticone suo maestro le proprie riflessioni. Ma i dotti ascoltan con pena un giovine riformatore. Keplero non fu ascoltato da Ticone, ma egli trasportato dal bollore della sua età e inasprito dal disprezzo, con cui si riceveano le sue ragioni, intraprese calcoli enormi. Calcolò in 10 pagine in foglio l'orbita di Marte, e giunse a ripeterne i calcoli fino a 70 volte. Diede pertanto 700 pagine di calcoli. Eppure queste spinose ricerche e queste noiose applicazioni non indebolirono il suo ammirabile ingegno. Egli fu un uomo grande, un uomo meraviglioso; e il titolo, brillante di Padre dell'astronomia è appena sufficiente a rimunerarlo de' benefizi inestimabili, che egli ha fatti a questa scienza.</p>
               <p>Nell'anno 1574 morì a Lawingen Cipriano Leowiez astronomo, nativo di Boemia, di cui abbiamo molte tavole ed efemeridi stampate in Ausburg nel 1557.<note place="foot">Lande, Astr. I. 189.</note> Egli ebbe con Ticone Brahe una conferenza sopra l'Astronomia nel 1569. Oscurò la sua gloria col fare delle vane predizioni, le quali indussero Bodin a porlo in ridicolo. Lasciò le Efemeridi ed alcune altre opere.</p>
               <p>Nell'anno 1575 morì il celeberrimo matematico Maurolico, il quale applicossi a ricercare il modo di misurare il cerchio della terra, e scoprì le intersezioni, che hanno fra loro le linee orarie.<note place="foot">Clavius, in Gnomon.; Tirab. VII. par. I. 442.</note> Si racconta che mentre la sua madre era gravida di lui, sognò di vedere uscire dal suo ventre una fiamma, che s'innalzava sino al cielo, ciò che fu come un presagio, che il suo figlio dato sarebbesi alla contemplazione degli astri. Diede egli alla luce le seguenti opere. <title lang="lat">Euclidis Phoenomena brevissime demonstrata</title>; - <title lang="lat">Compendium Mathematicae</title>; - <title lang="lat">Cosmographia de forma, situ numereque coelorum et elementorum aliisque ad astronomica rudimenta spectantibus</title>; - <title lang="lat">De Sphaera Computus Ecclesiasticus</title>; - <title lang="lat">Tractatus instrumentorum astronomicorum</title>; - <title lang="lat">Problemata mechanica cum appendice et ad Magnetem et ad Pixidem nauticam pertinentia</title>, ed altre di tal genere.</p>
               <p>Alcuni anni dopo la morte di questo matematico, cioè nel 1579, accadde quella di Cornelio Gemma, figlio di Reniero Gemma, ancor egli dotto matematico, il quale scrisse <title lang="lat">De usu annuli Astronomici</title>. Cornelio compose alcuni trattati, ed uno fra gli altri sopra la stella che apparve nel 1572.</p>
               <p>Ma un interessantissimo oggetto chiama ora la nostra attenzione. Quest'è la riforma del Calendario, cioè dell'opera la più bella, la più ingegnosa e la più utile dello spirito umano. Senza di esso la situazione dell'uomo sarebbe infelice. Egli ignorerebbe il tempo di disporre il terreno, di seminare, e di far mille altre opere necessarie per l'agricoltura. L'ordine delle sue rustiche operazioni sarebbe in una estrema confusione. Le sue occupazioni civili non sarebbono in migliore stato. Le annue ricorrenze, le feste ed altre simili cose, che servono a mantenere lo spirito ed il brio della società, non avrebbon luogo senza il Calendario, e l'uomo privo di esso non godrebbe che della metà della sua esistenza. Egli però si avvide ben presto della necessità di un tale stabilimento. La prima divisione del tempo fu suggerita dalla natura. Si cominciò a contar per giorni. Ma questa non era ancor sufficiente:<note place="foot">Bailly, I. 2.</note> il loro numero, che sempre accrescevasi, rendeva un tal metodo di contare assai incomodo. Si osservò il moto della luna, e si composero i mesi. Indi si contò per mesi lunari di 28 giorni. Al comparir della nuova luna si celebrò da pertutto la festa detta Neomenia. Questa era una festa,<note place="foot">Pluche, Hist. du ciel I. 23.</note> nella quale radunavansi i popoli per lodare Iddio e per offrire de' sacrifizi. Essi eran soliti di radunarsi in luoghi elevati, o lontani dall'abitato, per più facilmente scoprire la nuova luna. I Novilunii, i quali concorrevano col rinnovellamento delle stagioni, e che corrispondono con i nostri quattro-tempi, erano i più solennizzati. Il costume di radunarsi sui luoghi elevati, o deserti, quello di osservare la nuova fase, di celebrare la Neomenia, di far de' sacrifizi; servivano a mantener viva la società e la unione fra gli uomini. L'uso di solennizzare la Neomenia fu in vigore presso gli Ebrei,<note place="foot">«Buccinate in Neomenia tuba, in insigni die solemnitatis vestrae» Psal. 80. ver. 40.; Spencer, De leg. rit. lib. III. c. I. dissert. 4.; Selden, De an. civ. vet. Iudeor.; Nicolai, II. 59.</note> gli Arabi, da' quali, col Maomettismo, è passato ai Persiani ed ai Turchi. Il costume medesimo fu comune ai greci,<note place="foot">Plutarc. quaest. Rom.; Meurs. Graec. feriat. lib. V.; Iulian. Misopog.; Petav. ad Sines. p. 32; Porphyr. vit. Plot. c. 10; Demost. orat. I. in Aristog.; Liban. orat. 8.; Io. Fasoldus, De fest. Graecor. ap. Gronov. in Thes. VII. 582.</note> ai romani, ai galli e ad altre nazioni, e v'è ancora chi lo crede introdotto presso i Caraibi ed altri popoli americani. Indi si contò per mesi lunari di 28 giorni. Ma il contar per mesi riuscì ancora incomodo. Si osservò che i fenomeni delle stagioni e delle meteore si succedeano regolarmente e variavano al variar della posizione del sole, o vogliam dir della terra. Fu però facile osservare il ritorno delle medesime stagioni e delle medesime meteore, ed in tal modo conoscere appresso a poco la durata del sole, e comporre l'anno. La luna compisce dodici giri circa nel tempo di un sol corso del sole, si divise pertanto l'anno in dodici mesi. Ma siccome i dodici giri della luna non equivalgono esattamente ad un sol corso del sole, perciò l'anno da principio non potè non essere imperfetto. Si vollero conciliare i due movimenti della luna e del sole, ma una siffatta intrapresa richiedeva più cognizioni di quelle allora possedute dai popoli. Verdegerd re di Persia compose l'anno in 365 giorni, dividendolo in 12 mesi, ciascuno di 30 giorni, ed aggiungendovi poi 5 giorni. Ma avendo i Persiani osservato che il tempo impiegato dal sole per compire il suo corso, non equivale esattamente a 365 giorni, composero di giorni 365 l'anno comune, e di 366 l'anno bissestile. I popoli dell'Italia, a dir di Censorino, si servirono di diverse maniere di computare gli anni. Presso i Lavini erano di 374 giorni,<note place="foot">Iul. Solin. Polyhist. cap. 2.</note> e presso gli Umbri di 14 mesi.<note place="foot">Calmet, Diss. lat. I. 31.</note> Romolo, poco istruito intorno al moto del sole, compose l'anno di 10 mesi,<note place="foot">
                     <quote lang="lat">Tempora dirigeret cum conditor Urbis in anno/ Constituit menses quinque bis esse suo./ Scilicet arma magis, quam sidera, Romule, noras;/ Curaque finitimos vincere maior erat.</quote> (Ovid. Fast. I).</note> che furono chiamati <foreign lang="lat">Martius</foreign>, <foreign lang="lat">Aprilis</foreign>, <foreign lang="lat">Maius</foreign>, <foreign lang="lat">Iunius</foreign>, <foreign lang="lat">Quintilis</foreign>, <foreign lang="lat">Sextilis</foreign>, <foreign lang="lat">September</foreign>, <foreign lang="lat">October</foreign>, <foreign lang="lat">November</foreign>, <foreign lang="lat">December</foreign>. Il Dio Marte diede il nome al primo <foreign lang="lat">Martius</foreign>; la parola <foreign lang="lat">aperire</foreign> al secondo, <foreign lang="lat">Aprilis</foreign>, perchè esso dà luogo alle produzioni della terra; ovvero il nome <foreign lang="grc">ἄφρον</foreign> spuma, da cui nacque Venere madre di Enea, progenitore dei Romani.<note place="foot">Macrob. Saturn. I. 12.</note> Il nome <foreign lang="lat">Maius</foreign> del terzo mese deriva, secondo Cingio, o Cincio,<note place="foot">In Comment. ad Fast. Ovid. l. c.</note> da Maia moglie di Vulcano, secondo altri da quello di Maia, madre di Mercurio, e secondo altri ancora dal nome di Giove detto <foreign lang="lat">Maius</foreign> per la maestà e grandezza.<note place="foot">Macrob. l. c.</note> Si crede che il quarto mese, <foreign lang="lat">Iunius</foreign>, abbia preso il suo nome da Giunio Bruto, il quale scacciò i Tarquini da Roma, sebbene Cingio, o Cincio e Miso<note place="foot">In Comment. ad Fast. Ovid. l. c.</note> pensino che questo mese avesse anticamente il nome di <foreign lang="lat">Iunonius</foreign>; il quinto, il sesto, il settimo, l'ottavo, il nono e il decimo mese, <foreign lang="lat">Quintilis</foreign>, <foreign lang="lat">Sextilis</foreign>, <foreign lang="lat">September</foreign>, <foreign lang="lat">October</foreign>, <foreign lang="lat">November</foreign>, <foreign lang="lat">December</foreign>, presero la loro denominazione dal luogo in cui eran collocati nell'ordine de' mesi. Però il quinto mese dell'anno fu detto <foreign lang="lat">Quintilis</foreign>, il sesto <foreign lang="lat">Sextilis</foreign>, e così i rimanenti. Il quinto e il sesto mese sono ora chiamati col nome di <foreign lang="lat">Iulius</foreign>
                  <note place="foot">Si può vedere nel tomo della Stor. Univ. XXXII. p. 251 circa la opinione intorno alla causa, per cui <foreign lang="lat">Quintilis</foreign> fu chiamato <foreign lang="lat">Iulius</foreign>, poichè mi par che vi sia varietà di opinioni.</note> e di <foreign lang="lat">Augustus</foreign>, il primo perchè in quel mese era nato Giulio Cesare, ed il secondo in onore di Augusto.<note place="foot">Sveton. II. 31.; Macrob. Saturn. l. c.; Stor. Univ. XXXIII. 264 not.</note> L'anno di Romolo però era troppo difettoso. Numa Pompilio suo successore aggiunse a quest'anno due mesi, che chiamò <foreign lang="lat">Ianuarius</foreign> e <foreign lang="lat">Februarius</foreign>. Il primo di Giano, il secondo a cagione delle espiazioni, o purificazioni, che solean farsi in quel tempo. Queste espiazioni chiamavansi <foreign lang="lat">Februa</foreign>,<note place="foot">
                     <quote lang="lat">Februa Romani dixere piamina patres/ Nunc quoque dant verbo plurima signa fidem.</quote> (Ovid. Fast. II.)</note> e quindi derivò il nome di Februarius. I mesi furon dunque posti nell'ordine seguente; Marzo - Aprile - Maggio - Giugno - Quintile - Sestile - Settembre - Ottobre - Novembre - Decembre. Giunio presso Censorino attribuisce l'onore di una tal riforma al re Tarquinio,<note place="foot">Calmet., Dissert. lat. to. I. 31.</note> ma la sua opinione è convinta di falsità dalla testimonianza universale degli scrittori, che concordemente asseriscono tal riforma eseguita al tempo di Pompilio. Tali sono T. Livio,<note place="foot">I. 19.</note> P. Ovidio Nasone,<note place="foot">Fast. I. 43. seg.</note> C. Giulio Solino,<note place="foot">Polyhist. c. 2.</note> L. Anneo Floro,<note place="foot">De Gest. Rom. l. 2.</note> Macrobio,<note place="foot">Saturn. I. 13.</note> Magno Aurelio Cassiodoro,<note place="foot">Chron. Reg. Rom.; Latin. Script. Chron. to. II. 166.</note> S. Isidoro di Siviglia,<note place="foot">Chron. IV. aetas saeculi, ivi 433. col. 2.</note> Suida,<note place="foot">Fab. B. gr. IX. 746, mette la voce gr., a cui Suida ne parla.</note> Giorgio Sincello<note place="foot">Chronogr.; Stor. Biz. V. 168. E.</note> e l'autore delle vite degli uomini illustri di Roma pubblicate nel 1485 sotto il nome di C. Plinio Cecilio Secondo Giuniore, nel 1535 e 1600 sotto quello di Cornelio Nepote,<note place="foot">Fab. B. lat. I. 77.</note> attribuite da Giovanni Metello<note place="foot">Epist. ad Steph. Pichium; Vittor. Prolegom.</note> ad Asconio Pediano,<note place="foot">Fab. B. lat. II. 79.</note> da altri ad Emilio Probo, a Svetonio,<note place="foot">Ivi I. 77.</note> a Tacito,<note place="foot">Ivi II. 79.</note> e finalmente da Andrea Scoto,<note place="foot">Ladvocat, art. <title>Rossi</title>.; Fab. l. c.</note> dal Vossio,<note place="foot">De Hist. lat. II. 8.; Vittore, proleg.</note> da Martino Hank<note place="foot">De Rom. Rer. script. lib. I.; Vittore, proleg.; Fab. l. c.</note> e dal Fabricio<note place="foot">B lat. I. 6. par. 7., II. 22. par. 7. 24. par. 4., III. 9. par. 3.</note> riconosciute per opera di Sesto Aurelio Vittore;<note place="foot">Sex. Aur. Vict. De Vir. ill. Urb. Rom. cap. 3.</note> in Eutropio,<note place="foot">Brev. Hist. Rom. I. 3.</note> ove si legge «annum descripsit in decem menses prius sine aliqua computatione<note place="foot">Altri legge <foreign lang="lat">Supputatione</foreign> (Cod. Fuldens, ed. Paris 1513 et Ven. 1520), altri <foreign lang="lat">disputatione</foreign> (Cod. Leidens, et ed. Elzevir).</note> confusum»; o è certo errore di fatto, siccome pensa il Galerano,<note place="foot">Ad Eutrop. l. c.</note> attribuendosi a Numa ciò che doveasi a Romolo, vale a dire la divisione dell'anno in 10 mesi; o queste parole furono, come reputa l'Hermanno,<note place="foot">Ad Eutrop. l. c.</note> aggiunte da mano altrui, non ritrovandosi, siccome avverte il Verheik,<note place="foot">Ad Paean. Metaphr. in Eutrop. Rom. Hist.</note> nella Metafrasi greca dell'opera d'Eutropio fatta da Peanio, nella quale dalle parole <foreign lang="grc">ἀφ' ὦν λησταί τινες πρότερον ὑπειλημμένοι καὶ μισοβάρβαροι, ἀμεινόνων ἀνδρῶν δόξαν ἐκτήσαντο</foreign>, fassi tosto passaggio alle altre <foreign lang="grc">ἱερὰ δὲ αὐτοῖς ἐτέλεσε ναοᾣᾣύς τε κατεσκεᾣᾣύασεν</foreign>,<note place="foot">
                     <foreign lang="grc">Παιάν. Μετάφρ. εἰς τὴν τοῦ Ἐυτροπίου ῾Ρωμαικ. Ἱστορ. βιβλ. Α. Κεφ α'.</foreign>.</note> corrispondenti a quelle, che nel latino succedono immediatamente alle riferite da noi, riguardanti l'anno corretto da Numa; ovvero finalmente le parole «in decem menses» debbono riferirsi non alle precedenti «annum descripsit», ma bensì alle seguenti «prius sine aliqua computatione confusum», in modo che intendasi, aver Numa corretto l'anno male antecedentemente distribuito in 10 mesi. Tale è l'interpretazione, che alle parole di Eutropio dà Giovanni Arutzen,<note place="foot">Ad Sex. Aur. Victor. de vir. ill. Urb. Rom. cap. 3.</note> a cui consentono il Gruner e il Verheik,<note place="foot">Ad Eutrop. Brev. Hist. Rom. c. 3.</note> ed essa ha il vantaggio di liberare Eutropio della taccia o di poco istruito nelle materie sulle quali prese a scrivere, per aver errato nell'asserire di Numa ciò che era ad asserirsi di Romolo, o di poco accurato per aver trascorso su d'una delle principali azioni di Numa senza farne parola. È però da avvertirsi come trovasi tal manoscritto, nel quale, in luogo di 10, leggesi nel testo di Eutropio 12 mesi.<note place="foot">Ivi varie lezioni.</note>
               </p>
               <p>Pompilio adottò la divisione dei mesi e i nomi, che davansi ad alcuni giorni marcati. Il Pontefice minore de' romani, dopo avere osservata la nuova luna, chiamava il popolo al Campidoglio, affinchè apprendesse quanti giorni passavano dal primo del mese, ossia dalle Calende, nome derivato da <foreign lang="grc">καλῶ</foreign>, <foreign lang="grc">calo</foreign>, <emph>chiamare</emph>,<note place="foot">Macrob. Saturn. i. 15.</note> sino alle None. Questo nome davasi al settimo giorno di Marzo, Maggio, Quintilio, o Luglio, ed Ottobre, ed al quinto degli altri mesi. Alle None succedevano le Idi. Queste ne' mesi di Marzo, Maggio, Luglio e Ottobre cominciavano nell'ottavo giorno, e terminavano nel quindicesimo, e negli altri mesi cominciavano nel giorno sesto, e finivano nel decimoterzo. Le None si credon così dette perchè fra le None e le Idi correva sempre lo spazio di Nove giorni,<note place="foot">Porretti, gram. p. 295.</note> compresovi però quello delle Idi e quello delle None.<note place="foot">Macrob. l. c.</note> Il nome di Idi deriva, secondo Varrone e Macrobio,<note place="foot">Ivi.</note> dal verbo <foreign lang="lat">Iduo</foreign>, che in lingua etrusca significava <emph>dividere</emph>, perchè il giorno ultimo delle Idi divideva il mese in due parti quasi uguali. Onde disse Orazio.<note place="foot">Od. IV. 11. 14 segg.</note>
                  <quote lang="lat" rend="block">
                     <l>... Idus tibi sunt agendae,</l>
                     <l>Qui dies mensem Veneris mariae</l>
                     <l>Findit aprilem.</l>
                  </quote>
Altri però, perchè nel giorno delle Idi vedeasi la luna piena han creduto che il nome <foreign lang="lat">Idus</foreign> derivasse dal verbo <foreign lang="lat">video</foreign>, detratta la V, senza la qual lettera <foreign lang="grc">ἰδέω</foreign>, <foreign lang="grc">ideo</foreign>, ha in greco lo stesso significato che <foreign lang="lat">video</foreign> in latino: opinione, cui dà il dotto Nieuport<note place="foot">Rit. Rom. etc. sect. IV. cap. 4. par. 2.</note> il nome di probabile.</p>
               <p>Numa Pompilio avendo riconosciuto che la lunghezza dell'anno da lui regolato non si accordava con quella dell'anno solare, stabilì che alla fine di quattro anni vi fosse una intercalazione di 45 giorni, formò alcuni regolamenti per il tempo delle cerimonie religiose, e ne commise la esecuzione ai pontefici; ma questi offesi per un tal ordine, si appigliarono, per vendicarsi, ad operare al contrario del regolamento. Ne seguì quindi un disordine grandissimo, al quale Giulio Cesare volle arrecar rimedio, e come abbiam veduto riformò il Calendario. Malgrado l'applauso, col quale fu ricevuta la nuova riforma, essa era difettosa. L'anno solare non è precisamente di 365 giorni e 6 ore, come si era supposto, ma è più breve, secondo il Sig. de la Lande,<note place="foot">Carli, XII. 22.</note> di 11 minuti e un dodicesimo. Questi 11 minuti circa di eccesso produssero un disordine, che coll'andar del tempo divenne considerabile. Dopo più tentativi e più progetti per nuove riforme, il famoso matematico ed astronomo Luigi Lilio Veronese, secondo il Card. Noris<note place="foot">De Cycl. Ravenn.</note> il Montucla<note place="foot">Hist. des Mathem.</note> ed altri moltissimi, Romano secondo altri, e Calabrese secondo il Maffei,<note place="foot">Scritt. Veron. VII. 121.</note> ed il Nardi,<note place="foot">Carm. spec. etc.: Tirab. VII, par. I. 435.</note> il quale venne a torto confuso dal Moreri e dall'ab. Ladvocat<note place="foot">Art. <title>Giraldi</title>; V. Maffei l. c. lib. IV. e le note al Moreri, e le giunte al Diz. dell'ab. Ladvocat del P. D. Anton Maria di Lugo Somasco.</note> con Lilio Gregorio Giraldi: presentò nel 1582 un progetto di riforma del Calendario, il quale essendo stato generalmente approvato, il Papa Gregorio XIII riunì un'assemblea di scelte persone tra le quali furono il famoso Pietro Ciaconio,<note place="foot">Lampillas, IV. 273, dice che fu Pietro, e che sbagliò Tiraboschi dicendolo Alfonso Ciaconio.</note> il Card. Sirleto e Vincenzo Laureo, per travagliare alla esecuzione di questa importante riforma. Lilio morì mentre faceansi queste disposizioni gloriose per lui, e Antonio suo fratello prese cura di esporre all'assemblea il nuovo piano di riforma. Fu dunque stabilito che l'anno 1582 avrebbe dieci giorni di meno, e che per 400 gli ultimi anni dei tre primi secoli non sarebbero bissestili, ma che lo sarebbe però l'ultimo anno del quarto secolo. Siccome però tutti gli astronomi conveniano che per fissare nel Calendario il giorno dei Noviluni fosse d'uopo rinunziare al ciclo di Metone, Luigi Lilio propose le Epatte, le quali altro non sono che il numero dei giorni, onde la luna precede il principio dell'anno.<note place="foot">Paulian, art. <title>Calendario</title>.</note> Piacque il pensiero di Lilio alla Congregazione della riforma, la quale communicò al Papa le risoluzioni, che ella avea prese intorno al nuovo Calendario. Il Sommo Pontefice ne fece parte a tutti i Sovrani cattolici per intendere il loro sentimento. Sicuro che questa riforma era generalmente approvata, egli nel mese di Marzo dell'anno 1582 pubblicò un Breve, col quale abrogò il Calendario Giuliano, ed ordinò la esecuzione del nuovo. Il P. Clavio Gesuita, abile matematico, autore di un gran trattato diviso in otto libri contenente la teoria della Gnomonica, di un'opera intitolata <title>Astrolabio dimostrativo</title> pubblicata in Roma nel 1595, di alcuni commentari alla sfera del Sacrobosco pubblicati nell'anno stesso in Lione, e di altri famosi scritti;<note place="foot">Possevino, II. 277. col. 1., 40. col. 3.</note> fu incaricato di mostrare la utilità di questa riforma, ciò che egli fece in un libro intitolato <title lang="lat">De Calendario Gregoriano</title>. Ma annunziata appena questa riforma, i Protestanti presero ad esaminarla con un eccedente rigore. Un astronomo assai abile, ma inasprito contro la S. Sede, pubblicò nel 1583 una severissima critica del nuovo Calendario. Questa censura non fu considerata, ma ben presto una critica ancor più austera comparve col titolo <title lang="lat">Alterum examen novi Calendarii Gregoriani</title>. Clavio diede allora di piglio alla penna e confutò gli scritti de' suoi Avversari. Scaligero criticò ancor egli il nuovo Calendario, ma Clavio fece valere la sua superiorità, confutandolo in un modo, che inasprì maggiormente i suoi avversari. Viete, celebre matematico, il quale fece nel 1600 presentare al Sommo Pontefice un nuovo Calendario pieno di errori, rimproverò a Clavio di aver corrotto il piano di Lilio; ma Clavio esaminò rigorosamente lo scritto di Viete, e prendendo un tuono di superiorità assai confacentesi alle circostanze, ridusse agli estremi i suoi avversari. Un'altra censura del Calendario Gregoriano, che comparve col titolo <title lang="lat">Elenchus Calendarii Gregoriani</title>,<note place="foot">Op. di Set. Calvisio, Wolf. V. 92.</note> fu confutata dal P. Guldin con un'opera intitolata <title lang="lat">Elenchi Calendarii Gregoriani refutatio</title>. La riforma del Calendario fu ancora difesa da Alessandro Canobio, da Giovanni Zanti e da Ugolino Martelli, che a favor di essa pubblicò due opere, l'una nel 1582 col titolo <title lang="lat">De anni integra in integrum restitutione una cum apologia, quae est sacrorum annorum assertio</title>, l'altra dell'anno seguente intitolata <title>La chiave del Calendario Gregoriano</title>.<note place="foot">Tirab. VII. par. i. 4368.</note> Il nuovo Calendario non era però senza ragione attaccato da ogni parte.<note place="foot">Saverien, Chronol. 195-99.</note> L'equinozio di primavera, che cade sovente ai 20, 22 ed anche 23 di Marzo, era stato fissato ai 21 di questo mese, ed ai Noviluni non erasi assegnato il vero lor tempo. Questi difetti uniti all'odio, che i protestanti portavano al Romano Pontefice, impedirono che in Inghilterra, in Olanda e in gran parte dell'Alemagna si adottasse il nuovo Calendario. Questi paesi vollero ostinarsi a far uso del Calendario Giuliano, malgrado le sue imperfezioni. Ma i Protestanti si avvidero in fine del loro errore e risolvettero di adottare l'anno Gregoriano. Mentre essi erano in queste disposizioni, i cattolici vollero sottomettere il Calendario a un nuovo esame. Clemente XI<note place="foot">Questi non fu Clemente XII, come dice Saverien, ma XI, come dice Fontenelle (to. II. p. 156), perchè Bianchini e Cassini eran nati prima, che Clemente XII fosse assunto al Pontificato. Che Cassini, il padre e non il figlio fosse quello che propose questi mezzi, memorie ec., si vede nel Fontenelle (Élog. de Cassini).</note> formò pertanto una Congregazione, composta de' più abili astronomi d'Italia, presieduta dal Card. Noris, e Bianchini ne fu dichiarato il secretario. Cassini inviò a questa Congregazione delle memorie contenenti un metodo per fissare gli equinozi invariabilmente al giorno medesimo e per regolare le epatte e i noviluni. Il P. Bonjour, autore di un'opera sul Calendario Romano, pubblicata in Roma nel 1701;<note place="foot">Wolf. V. 92.</note> Manfredi e Maffei si occuparono ancor eglino intorno a questa riforma. Bianchini scoprì un periodo di 1184 anni, che riconduceva la festa di Pasqua ed i noviluni al medesimo giorno e al medesimo minuto. Egli propose un ciclo, nel quale rinchiudeva tutte le variazioni delle nuove lune e le feste mobili. Ma tutti questi travagli divennero inutili, e la Congregazione vide i migliori progetti, che proponevansi, sì difficili ad eseguirsi; che ella stimò meglio lasciare co' suoi difetti il Calendario, di quello che correggerlo con tali mezzi. Frattanto fu confermato l'uso delle Lettere Domenicali, che servono ad indicare le Domeniche di ciascun anno. Esse sono A B C D E F G. Allora che il primo giorno dell'anno è una Domenica, la lettera domenicale è A. Se l'anno comincia in giorno di Sabato, la lettera domenicale sarà B, e così successivamente. Queste lettere seguirebbono il loro ordine naturale, se nol turbasse l'anno bissestile, che ritorna ad ogni quattro anni. Quest'ordine non può pertanto esser ristabilito, che al termine di 28 anni, che sono il prodotto del numero 7 delle lettere domenicali e del numero 4. Cotesto spazio di tempo chiamasi Ciclo Solare. Fu ancora risoluto di continuare a dividere il tempo per Indizioni, ossia per dei cicli di 15 anni, che furono immaginati da Costantino il Grande, affinchè si abbandonasse il costume di contare gli anni per Olimpiadi. Si suppone che essi abbian cominciato 3 anni avanti la nascita di Gesù Cristo. Se ne fa uso per conservare la memoria del Concilio di Nicea. Giuseppe Scaligero moltiplicò insieme il ciclo di Metone di anni 19, il ciclo solare di anni 28, e quello delle indizioni di anni 15. Il prodotto 7980 formò un nuovo ciclo, al quale si è dato il nome di Periodo Giuliano. Supponendo che questo periodo sia cominciato 4713 anni avanti la nascita di Gesù Cristo, egli serve a caratterizzare ciascun anno, perciocchè i tre cicli, Metonico, Solare e d'Indizione, non potendo incontrarsi insieme che una volta in 7980; esso serve ad indicare i veri tempi e a corregger gli errori. Un altro periodo, chiamato Vittoriano, perchè ritrovato da un tal Vittorio, contiene il prodotto di 28 anni moltiplicati per 19, cioè anni 532, ed un altro inventato da un Cappuccino, per nome Giovanni Luigi d'Amiens, il quale rimarcò che del periodo Giuliano non potea farsi uso da quelli, che contano più di 4713 anni dalla Creazione sino al Messia; contiene il prodotto dei cicli lunare e solare moltiplicato per il numero 30, cioè 15960 anni.</p>
               <p>Ai 23 di Febbraio dell'anno 1583 nacque Giovanni Battista Morin, medico e matematico famoso, nemico del sistema di Copernico. Egli scrisse un'opera intitolata <title lang="lat">Famosi problematis de telluris motu vel quiete hactenus optata solutio</title>, nella quale dichiarossi contro Copernico. Essendo stata impugnata la sua opera, egli rispose scrivendo <title lang="lat">Responsio pro telluris quiete</title>, e <title lang="lat">Ticho Brahaeus in Philolaum pro telluris quiete</title>. Gassendi entrò in questa disputa, e sostenne il Copernicanismo, ma Morin scrisse contro Gassendi <title lang="lat">Alae telluris fractae</title>. Egli ebbe ancora una disputa letteraria sopra il soggetto delle longitudini. Si hanno di lui le seguenti opere. <title>Trattato di Astronomia</title>; - <title>La scienza delle longitudini ridotta ad una esatta e facile pratica sul globo celeste sì per la terra, che per il mare</title>; - <title lang="lat">Appendix ad scientiam longitudinum</title>; - <title lang="lat">Coronis astronomiae, iam a fundamentis restitutae qua respondetur ad Introductionem in Theatrum Astronomiae Cl. V. Christiani Longomontani Hafriae in Dania Regii professoris</title>; - <title lang="lat">Tabulae Rudolphinae ad meridianum Uranisburgi supputatae</title>.</p>
               <p>Nell'anno 1586 morì il celebre Ignazio Danti, dotto matematico. Dietro l'esempio del suo avolo Pier Vincenzo, di cui ricordai, parlando del Sacrobosco, il commento fatto alla sfera di questo scrittore, e della sua zia Teodora Danti, che acquistò celebrità nella di lei patria per la sua scienza celeste; si diè allo studio di questa medesima scienza, e si rese non meno celebre dei suoi antenati. Egli da Cosimo de' Medici Gran Duca di Toscana fu chiamato con onorato stipendio in Firenze affinchè insegnasse a' giovani la Matematica. Quivi con lineamenti e figure rappresentò le Tavole di Ptolomeo, e lasciò nella facciata della Chiesa di S. Maria Novella i monumenti del suo sapere astronomico, cioè un quadrante di marmo ed un'Armilla equinoziale e meridiana. Fe' ancora dei tentativi per costruire nella Chiesa stessa un gnomone, ma rimasero essi senza effetto per la sua partenza da Firenze. Venuto in Bologna dopo la morte di Cosimo, vi fu professore di Astronomia, e nella Chiesa di S. Petronio di questa città tracciò la famosa meridiana perfezionata poi dopo la sua morte dal Cassini.<note place="foot">Fontenelle, Élog. de M. Cassini.</note> Alcune delle sue opere hanno per titolo <title>Trattato dell'uso della sfera</title> opuscolo pubblicato in Firenze nel 1573; <title>La sfera del mondo ridotta in cinque tavole</title>; - <title>Annotazioni intorno all'astrolabio</title> e <title>Planisferio Universale</title>, <title>Tavole di Matematica dell'uso e Fabbrica dell'Astrolabio</title>.</p>
               <p>Nell'anno 1588 morì in Padova il celebre Giuseppe Moletti, filosofo, medico e matematico, nativo di Messina, e gli fu fatta la seguente iscrizione. «Iosepho Moletio Messanensi doctrina, probitate, affabilitate viro clarissimo post egregiam operam datam Vincentio Mantuae Principi Serenissimo, ad mathematicas disciplinas instituendo iisdem per anno XII in Gymnasio Patavino interpretandis operibus et lucubrandis, Kalendario ex voluntate Gregorii XIII Pont. Max. et Serenissimae Venetorum Reip. corrigendo aetate ann. LVII extincto Procuratores haereditatis Anno MDLXXXVIII». Si hanno di lui dell'Efemeridi ed alcune tavole intitolate <title lang="lat">Tabulae Geographicae ex Prutenicis deductae pro motu octavae sphaerae ac luminum</title>.</p>
               <p>Nell'anno 1592 ai 22 di Gennaio nacque in Chantersier il famoso Pietro Gassendi, astronomo e matematico. Il suo straordinario talento non tardò a manifestarsi. In età di quattro anni egli componea de' piccoli sermoni, ed avendo preso del gusto per l'Astronomia, si privava del sonno per avere il piacere di contemplare il cielo stellato. Il di lui padre parlò di tutto ciò al suo Parroco, il quale prese la cura d'istruirlo. Andato a Digne per compire i suoi studi, egli ebbe una cattedra di Rettorica, essendo in età di sedici anni. Nel 1631 osservò il passaggio di Mercurio sul disco del sole, predetto già da Keplero. Egli si disponeva ad osservare quello di Venere, che era stato predetto dal medesimo astronomo, ma sebbene per più giorni di seguito stasse a questo effetto nel suo osservatorio, egli non vide nulla. Pubblicò pertanto un'opera intitolata <title lang="lat">De Mercurio in sole viso et Venere invisa</title>. M. Schickard pretese però di provare che il passaggio di Venere era avvenuto, sebbene fosse stato invisibile all'Europa. Gassendi osservò la obbliquità della ecclittica, e misurò il diametro del sole e dei pianeti. Fu osservatore infaticabile «atque utinam, dice il Sorbière,<note place="foot">Praef. ad Op. Petr. Gassendi, p. XXVIII.</note> si quae oriantur in posterum, quod absit tamen, inter viros doctos dissentiones, attendatur sedulo ad exemplum mansuetudinis, non minus quam solertiae et acuminis, cuius satis amplum specimen edidit Gassendus, unde iudicari possit an ingenii acutissimi titulum meritus fuerit». Gassendi compose un'opera sopra la filosofia di Aristotele, che fece stampare a Grenoble. Scrisse varie opere astronomiche, le Vite di Niccolò di Peiresc, di Epicuro, di Copernico, di Ticone Brahe, di Purbach e di Regimontano, e delle Epistole. Egli morì ai 24 di Ottobre dell'anno 1655, quattro ore dopo il mezzodì.</p>
               <p>Al tempo di Gassendi visse il celeberrimo Renato Descartes, astronomo, matematico e filosofo immortale. Egli nacque ai 31 di Marzo dell'anno 1596. Sin dall'infanzia egli mostrò grandissima inclinazione per le scienze. Studiò le Lettere Greche e Latine, la Mitologia e la Filosofia. Applicatosi allo studio delle Matematiche, vi fece in poco tempo incredibili progressi. Benchè però fosse colmato di elogi, e ammirato da tutti i sapienti, egli non fece gran caso delle sue cognizioni, le quali secondo lui riducevansi a delle incertezze, de' dubbi, e degli imbarazzi. Qual disavventura per le scienze se questo grand'uomo avesse affatto rinunziato agli studi! Egli li abbandonò per alcun poco, ma avendo avuta occasione di parlare di scienze con il P. Mersenne, risvegliossi in lui l'amore che avea avuto per esse, onde non tardò a darsi di nuovo allo studio. Il frutto che egli trasse dalla sua applicazione è ben noto. La natura, che avea formato Descartes per cagionare una rivoluzione nelle scienze avea già disposto il tutto per questa rivoluzione. Ella avea per mezzo della bussola riunite le parti più lontane del globo, per mezzo del telescopio avea aperta la strada alla scoperta di nuovi mondi, per mezzo della stampa avea facilitato il rapido spargimento delle opere di spirito dall'una all'altra estremità della terra. Comparve Descartes, e il gran cangiamento fu fatto. L'uomo avea bisogno di un metodo, che regolasse i suoi pensieri. Descartes lo propose. Egli vide il mondo schiavo dell'Antichità, adoratore di errori, incerto e confuso fra il falso, che non sapeva distinguere, e il vero, che non sapeva separare dal falso. Vide che per giungere a sapere, convenia por tutto in oblio. Distrusse tutto, per di nuovo crear tutto. Ecco la vera epoca del risorgimento delle scienze e del regno della ragione.</p>
               <p>Descartes fu un gran matematico. Egli passò di conseguenza in conseguenza con ordine e con successione di pensieri e di raziocini. Corse sulle tracce della verità, giunse talvolta ad afferrarla, ma questa bene spesso fuggì davanti a lui, e lo lasciò in braccio all'errore. Descartes eccedè ne' sospetti, cercò una guida, che lo conducesse alla verità, non si fidò de' sensi, che stimò ingannatori. Ecco il primo error di Descartes. Una più matura riflessione gli avrebbe mostrato che non i sensi, ma i temerari giudizi, che noi formiamo sopra le nostre sensazioni, son quelli che ci portano all'inganno. Descartes seguì un falso principio, ed allora la sua matematica istessa gli divenne fatale. Egli passando da conseguenza in conseguenza, passò da errore in errore: sorte deplorabile per un uomo qual era Descartes. Con tutto ciò il suo ardire fu fortunato. Egli osò congiurare contro gli antichi tiranni della ragione,<note place="foot">Paulian, art. <title>Cartesio</title>.</note> osò calpestare quegli idoli, che erano stati l'oggetto dell'adorazione di tanti secoli. Il tempo ha distrutto i suoi sistemi, ma la sua gloria sussiste tuttora. Si separi il genio di Descartes dalle sue chimere, e si vedrà in lui l'uomo superiore nato per il bene delle scienze, e per la riforma dello spirito umano. Fino a tanto che Filosofia e verità saranno qualche cosa sopra la terra, si onorerà quell'uomo immortale, che ha gettati i fondamenti delle nostre cognizioni. Ai piedi della statua di Newton, dice M. Thomas,<note place="foot">Éloge de René Descartes.</note> dovrebbe pronunziarsi l'elogio di Descartes, o per meglio dire Newton istesso dovrebbe pronunziar quest'elogio. Niuno meglio di Newton saprebbe misurare la carriera corsa avanti di lui. Egli ci scoprirebbe tutti i pensieri di Descartes, e mostrerebbe di quanto egli sia debitore a quello stesso del quale ha distrutti i sistemi. L'uomo è giunto più innanzi di Descartes, ha conosciuta la falsità dei sistemi di questo filosofo e li ha abbandonati, ma questo filosofo istesso gli ha mostrata la via per cui egli è pervenuto a scoprire i di lui errori. Si segua Newton ma non si sprezzi Descartes. Lodiamo Magellano per aver fatto il giro del globo, dice M. Thomas,<note place="foot">Ivi.</note> ma rendiamo giustizia a Colombo, che il primo ha cercato, ha trovato, ha fatto conoscere un nuovo mondo.</p>
               <p>Descartes fu uomo grande, ma cadde in molti errori. Egli fu dedito alla meditazione, fu uno spirito sublime, e al tempo stesso affatto singolare. Fu in Italia, nè si curò di veder Galilei. Sprezzò uomini e libri, e quindi le produzioni del suo ingegno non furono che Romanzi fisici. Con tutto ciò il di lui straordinario talento scintillò attraverso le sue strane opinioni. Il suo sistema de' vortici, quantunque inammissibile è nondimeno assai ingegnoso. Descartes considerò la materia come composta primitivamente di parti uguali. Messa questa in moto, le parti angolose, le une con le altre si logorarono. Ne risultò una finissima polvere, una materia sottile, agitata sempre e pronta ad occupare tutti gl'interstizi. Questa è il grande agente dell'Universo. Alcune parti più grosse, tondeggiate dallo strofinamento, formaron la luce.<note place="foot">Ivi.</note> Altre parti grossolane compongono gli altri esseri dell'Universo. Tutte coteste parti hanno un moto per tutti i sensi. Fu questo un grande errore di Descartes. Cotesto moto è contraddittorio alla bella legge della perseveranza stabilita da lui medesimo. Descartes credette che le comete fossero una volta state nel numero delle stelle fisse, e che quindi avendo perduto il loro lume a cagione di molte macchie formatesi sulla loro superficie, avessero errato di vortice in vortice, finchè alcune illuminate dai raggi del sole avessero di nuovo cominciato a risplendere.</p>
               <p>Descartes scoprì la forza centrifuga, scoperta assai interessante. Un corpo, che muovesi intorno ad un centro, tende ad allontanarsene, e scapperebbe per la tangente, ove non fosse ritenuto. Ecco la forza centrifuga</p>
               <p>La Regina Cristina di Svezia fu ammiratrice di Descartes. M. de Chanut fu quello che eccitolla a legger le opere di questo uomo celebre. Nel 1647 ella gli fece scrivere per intender da lui in che consisteva il sommo bene. I principi non soglion fare simili domande ai filosofi: eglino s'indirizzano piuttosto ai cortigiani, ed è facile allora preveder la risposta. Descartes soddisfece la Regina, e fece consistere il sommo bene nella volontà sempre ferma di esser virtuoso, e nel piacere della coscienza, che gode della sua virtù. Questo era per una Regina una bella lezione di morale. Cristina ne fu soddisfatta, e gli scrisse di propria mano per ringraziarlo. Poco tempo dopo Descartes inviogli il suo trattato <title>Delle passioni</title>.<note place="foot">Éloge de René Descartes.</note> Nel 1649 la Regina gli fece fare le più vive istanze per impegnarlo a portarsi a Stokolm. Descartes dopo avere esitato per lungo tempo vi si recò finalmente, e fu ricevuto dalla Regina con grandi dimostrazioni di stima. In quella città egli morì agli 11 di Febbraio del 1650 in età di 53 anni, 10 mesi e 11 giorni, lasciando un gran numero di opere.</p>
               <p>Un insigne matematico, per nome Faulhaber, rimase sì meravigliato del sapere di Descartes, che dubitò che egli fosse un angelo, e cercò di chiarirsi colle proprie mani se egli avea veramente un corpo.</p>
               <p>Non molto dopo la nascita di Descartes, cioè nel 1598, accadde in Milano quella del famoso matematico Bonaventura Cavalieri. Essendo egli incommodato dalla gotta, Benedetto Castelli, discepolo di Galilei e famoso astronomo anch'egli, lo consigliò di applicarsi alla Geometria per liberarsi dalla noia. Cavalieri seguì il consiglio di Castelli, ed essendosi dato allo studio di questa scienza, vi fece in breve de' considerabili progressi. Nel 1629 immaginò la Geometria degl'indivisibili, compose un trattato delle sezioni coniche, e dopo essersi guadagnata la stima di tutti i sapienti morì nel 1647. Tra le sue opere una se ne conta intitolata <title lang="lat">Directorium generale Uranometricum, in quo trigonometriae logarithmicae fundamenta et regulae demonstrantur, astronomiaeque supputationes ad solam fere vulgarem additionem reducuntur. Opus utilissimum Astronomis, Geometris etc. Authore Fr. Bonaventura Cavalieri</title>; ed un'altra, che ha per titolo <title>Centuria di varii problemi per dimostrare l'uso e la facilità de' logaritmi nella Gnomonica, Geografia, Altimetria, Planimetria, Stereometria e Aritmetica; toccandosi anco qualche cosa nella Mecanica, nell'arte militare e nella Musica</title>.</p>
               <p>Nell'anno appunto della nascita di Cavalieri accadde quella di Giovanni Battista Riccioli, dottissimo Gesuita Italiano. Questi dietro l'esempio di Ptolomeo compose un corpo completo di Astronomia, che intitolò <title lang="lat">Almagestum novum</title>, il quale venne alla luce in Bologna nel 1651,<note place="foot">Wolf. V. 73.</note> opera, dice il Montucla, che può veramente appellarsi un tesoro di erudizione e di sapere astronomico.<note place="foot">Tirab. VIII. 192.</note> Nella sua <title lang="lat">Astronomia reformata</title>, pubblicata nella stessa città nel 1665,<note place="foot">Wolf. V. 73.</note> espose delle nuove ipotesi, che ottenner pochi seguaci. Prese a combattere in un <title>Argomento Fisico-matematico</title>, pubblicato in Venezia nel 1669, il sistema Copernicano con quel successo, che è stato comune a tutti coloro, che hanno assunto un tale incarico.<note place="foot">Tirab. VIII. 192.</note> Morì nel 1671 dopo aver pubblicato più opere, delle quali vedesi il catalogo presso il Sotwel.<note place="foot">Bibl. Scriptor. Soc. Ies.; Tirab. ivi.</note> Egli e il P. Grimaldi, suo compagno, accrebbero di 305 stelle il Catalogo di Keplero. Il medesimo P. Grimaldi provò che la luce è capace di frazione, cioè che un raggio luminoso non può passar vicino ad un corpo solido senza accostarsi ad esso sensibilmente, con che fu spiegata la cagione di quel fenomeno, che in particolare nel 1715 fu osservato dagli astronomi nel tempo di una ecclissi del sole, cioè che il lembo della luna sembrava circondato da un anello chiaro; che distinguevasi dal rimanente dell'aria.</p>
               <p>Nel 1599 in età di anni 73 morì il famoso Enrico Rantzaw. Le sue principali opere sono <title>Astrologia</title>; - <title lang="lat">Certitudo Astrologiae</title>; - <title lang="lat">Diarium, seu Calendarium Romanum, Oeconomicum, Ecclesiasticum, Astronomicum et fere perpetaum</title>.</p>
               <p>Poco dopo la morte di Rantzaw circa l'anno 1600 accadde quella del celebre Alessandro Piccolomini, oratore, poeta, filosofo e matematico. Scrisse egli un libro <title>Delle stelle fisse</title>; - <title>La teorica de' pianeti</title>; - <title>La sfera</title>; - <title>Della grandezza dell'acque e della Terra</title>. Contro quest'ultima opera Antonio Berga, lettore di Filosofia nella Università di Torino, pubblicò nel 1579 un discorso, che fu nello stesso anno impugnato con una nuova opera da Giovanni Battista Benedetti filosofo del Duca di Savoia. Il Piccolomini per ordine del Gran Duca Francesco de' Medici, scrisse un'opera, che venne impressa in Siena, sulla riforma del Calendario Romano ordinata da Gregorio XIII.<note place="foot">Tirab. ivi.</note>
               </p>
               <p>Nell'anno 1603 Giovanni Bayer di Ausburg pubblicò una descrizione delle costellazioni, nella quale indicò ciascuna stella con una lettera Greca, o latina. Questa descrizione comparve sotto il titolo di <title lang="lat">Uranometria</title>.<note place="foot">Saverien, p. 153.</note>
               </p>
               <p>Poco dopo quest'epoca, cioè ai 28 di Settembre dell'anno 1605, nacque Ismaele Bouillaud, celebre astronomo e matematico. Cercò egli di spiegare la irregolarità de' moti della luna, ciò che argomentossi di fare immaginando un sistema, che comparve in un'opera intitolata <title lang="lat">Astronomia Philolaica</title>, pubblicata in Parigi nel 1645.<note place="foot">Wolf. V. 77.</note> Ma Set Ward, matematico inglese, vescovo di Salisbury, nato nel contado di Stretford nel 1617 e morto nel 1689,<note place="foot">Lande, Astr. I. 211.</note> in un'opera, che comparve in Oxford nel 1653, mostrò che Bouillaud si era ingannato, e propose una nuova ipotesi, che pubblicò in un libro intitolato <title lang="lat">Astronomia Geometrica</title>, la quale venne alla luce in Londra nel 1656.<note place="foot">Wolf. V. 77.</note> Emendò il Bouillaud i suoi errori nei fondamenti dell'Astronomia Filolaica contro Set Ward, e questo matematico scrisse un esame di questa ultima opera di Bouillaud. Vincenzo Wing non avendo alcun riguardo alle obbiezioni di Ward, adottò le ipotesi di Bouillaud, e compose delle nuove tavole celesti, che comparvero nella sua <title lang="lat">Astronomia Britannica</title>. Esse non furono però assai applaudite dagli astronomi. Street, Gian Giacomo Zimmermann<note place="foot">Wolf. V. 80.</note> e Giovanni Newton, autore ancor egli di un'<title lang="lat">Astronomia Britannica</title>, che venne alla luce in Londra nel 1567, ne stesero delle altre; ma quelle dei secondi sono meno stimate di quelle del primo, la di cui <title lang="lat">Astronomia Carolina</title> comparve in Londra nel 1661 ed, accresciuta, venne di nuovo alla luce nella stessa città nel 1710, essendo prima stata pubblicata in Norimberga nel 1705 recata dall'idioma latino da Gabriele Doppelmayer</p>
               <p>Ai 28 di Gennaio dell'anno 1611 nacque in Dantzica l'instancabile astronomo Giovanni Hevelio. Egli si applicò assai di buon'ora allo studio della scienza degli astri, la quale coltivò poi con somma assiduità in tutta la sua vita. Egli fu amico di Bouillaud, di Gassendi e del P. Mersenne. Nel 1641 stabilì presso di sè un osservatorio, fe' costruire un sestante e un quarto di circolo, e fabbricò egli medesimo dei grandi cannocchiali ed altri instrumenti.<note place="foot">Lande, Astr. I. 208.</note> Travagliò insieme con la sua moglie e fece molte osservazioni. Hevelio avea determinato di dare alle macchie della luna i nomi de' filosofi e de' matematici; ma pensando poi che ciò avrebbe suscitate grandi discordie tra i sapienti del suo tempo, giudicò più approposito di servirsi de' nomi della nostra geografia. Di altra nomenclatura servissi il Riccioli, ed altra ne immaginò Giovanni Caramuel Kowitz.<note place="foot">Gassendi, I. 576. 2., 577. 1.</note> La topografia della luna fu quindi illustrata dal Sig. Schroeter in una introduzione alla conoscenza di questo pianeta, pubblicata in Gottinga nel 1791. Egli assicurò di avere date carte più dettagliate della luna, di quelle che abbiamo dello interno dell'Affrica e dell'America.<note place="foot">Notizie letter. di Cesena, II. 184.</note> Hevelio morì ai 28 di Gennaio del 1688 in età di anni 67. Le sue opere son le seguenti. <title lang="lat">Selenographia</title>, che comparve in Dantzica nel 1667; - <title lang="lat">De motu lunae libratorio</title>; - <title lang="lat">Dissertatio de nativa Saturni facie</title>, che venne alla luce nel 1656; - <title lang="lat">Prodromus cometicus</title>, che comparve nel 1665;<note place="foot">Lande, Astr. I. 210.</note> - <title lang="lat">Machina coelestis</title>, il di cui primo tomo fu pubblicato nel 1673, ed il secondo nel 1679;<note place="foot">Ivi 73.</note> - <title lang="lat">Annus climatericus, seu rerum Uranicarum annus quadragesimus nonus</title>, che comparve nel 1685;<note place="foot">Ivi.</note> - <title lang="lat">Firmamentum Sobieskianum</title>, che fu pubblicato nel 1690;<note place="foot">Ivi 81.</note> - <title lang="lat">Prodromus Astronomiae et novae tabulae solares una cum catalogo fixarum</title>, il quale venne alla luce nell'anno stesso.<note place="foot">Ivi 80.</note> Questo catalogo fu ristampato nel terzo volume della <title>Istoria Celeste</title> di Flamsteed.<note place="foot">Lande, Astr. I. 210.</note>
               </p>
               <p>Intorno al tempo di Hevelio visse il celebre Snellio, abile matematico. Egli formò il progetto di misurare la grandezza del nostro globo. Per porre in esecuzione il suo disegno egli immaginò un metodo, col mezzo del quale determinò la grandezza di un grado del Meridiano. Nel 1617 uscì in Leyden il suo <title>Eratostene Batavo, ossia della grandezza del circuito della terra</title>. Avendo ripetute le sue osservazioni, Snellio si avvide di esser caduto in alcuni errori, de' quali lasciò manoscritte le correzioni, e che veggonsi emendati nella <title>Dissertazione sulla grandezza della terra</title> di Pietro Van Muschenbroek, che comparve pure in Leyden nel 1729.<note place="foot">Wolf. V. 96.</note> La misura di Snellio riuscì assai esatta, come asserirono più dotti matematici, che la esaminarono. Riccardo Norwod, volle però che la misura di Snellio [fosse] di circa 300 tese inferiore alla vera grandezza del Meridiano, che egli avea misurato, nel che s'ingannò in forza del suo metodo, che era assai cattivo. Ma un altro astronomo attaccò la misura di Snellio. Fu questi il famoso Riccioli, il quale pretese che nella misura, che Snellio avea fatta di un grado del Meridiano, vi fosse un errore di più di 7000 tese. Picard prese a misurare uno di cotesti gradi, e credè riconoscere che la sua grandezza era di 57060 tese. Si dubitò però della esattezza di questa misura, e fu creduto che il grado del Meridiano fosse in effetto di 57095 tese.</p>
               <p>Agli 11 di febbraio dell'anno 1617 morì in Bologna il famoso Giannantonio Magini, astronomo e matematico. Si hanno di lui le <title lang="lat">Efemeridi</title> ed altre opere, tra le quali contansi le seguenti. <title lang="lat">Coelestium Orbium theoriae congruentes cum observationibus Nicolai Copernici</title>; - <title lang="lat">Confutatio Diatribae Iosephi Scaligeri in aequinoctiorum processiones</title>; - <title lang="lat">Tabulae secundorum mobilium coelestium pro longitudine urbis Venetiarum</title>; - <title lang="lat">Magnus Canon Mathematicus ab auctore auctus, castigatus et in novam formam redactus</title>; - <title lang="lat">Supplementum Ephemeridum ac Tabularum secundorum mobilium</title>; - <title lang="lat">Primum mobile 12 libris contentum</title>; - <title lang="lat">Tabulae et Canones primi Mobilis</title>; - <title lang="lat">Commentarius in Geographiam et Tabulas Ptolomei</title>.</p>
               <p>Alcuni anni dopo la morte di Magini nacque Lorenzo Book, il quale fu professore di Astronomia nel collegio di Gresham. Egli osservò con molta esattezza le immersioni ed emersioni dei Satelliti di Giove.</p>
               <p>Il 25 di Febbraio dell'anno 1623 nacque Pietro Megerlin, famoso matematico. Egli compose un trattato a favore del sistema Copernicano, che nel 1682 comparve in Amsterdam;<note place="foot">Wolf. V. 84.</note> alcuni altri trattati sopra le comete e diverse altre opere. Morì nell'Ottobre 1686.</p>
               <p>Nell'anno 1624 nacque in Vire il celebre Giovanni Battista du Hamel. Essendo egli in età di anni 18, dilucidò con un breve trattato gli Sferici di Teodosio, e vi aggiunse una Trigonometria assai chiara per servire di introduzione all'Astronomia. Nel 1660 furono stampate la sua <title>Astronomia fisica</title> e il suo trattato <title lang="lat">De Meteoris et Fossilibus</title>. La fisica era al tempo di du Hamel, giusta l'espressione del Sig. di Fontenelle,<note place="foot">Éloge de M. du Hamel.</note> come un gran regno smembrato. Le provincie di questo regno eran divenute sovranità indipendenti; l'Astronomia, l'Ottica, la meccanica, la chimica niente avean di commune con ciò che chiamavasi fisica; onde a questa scienza impoverita e spogliata non rimaneano che delle noiose e sterili questioni, e delle pesanti e spinose ricerche. Du Hamel intraprese di rendergli quel che se gli era tolto, cioè moltissime utili cognizioni proprie a restituirgli quella stima, che gli era dovuta. Le due opere nominate dieder principio alla esecuzione di tale importante progetto. Son queste dei dialoghi, ne' quali compariscon Teofilo, grande amatore degli antichi; Menandro, zelante Cartesiano, e Simplicio, filosofo indifferente tra i due partiti, che rappresenta la persona stessa di du Hamel. L'<title>Astronomia Fisica</title> è una raccolta de' principali pensieri de' filosofi sopra la luce, i colori e i sistemi del mondo. Ciò che appartiene alla sfera, alla teoria dei pianeti e al calcolo delle ecclissi, vi è spiegato matematicamente. Se gli volle fare un rimprovero di non essere stato favorevole a Descartes, ma du Hamel rispose, che Teofilo, partigiano degli antichi, incapace di gustare alcun moderno, era quello, che avea maltrattato questo filosofo, e che mai Simplicio ne avea mal parlato. Così era difatto veramente; ma in realtà non altri che Simplicio era quello che faceva parlare Teofilo. Du Hamel morì ai 6 di Agosto dell'anno 1706 in età di anni 83, dopo aver con molte opere reso immortale il suo nome. Queste opere sono undici, come si vede nel Fontenelle, e tutte pubblicate prima della sua morte.</p>
               <p>L'Italia, la quale avea prodotto in Galileo Galilei il ristauratore dell'astronomia, ne produsse ancora uno de' più insigni illustratori in Giandomenico Cassini. Nacque quest'uomo immortale a Perinaldo nella Contea di Nizza agli 18 di Giugno dell'anno 1625. Alcuni libri di Astrologia giudiziaria venutigli nelle mani furono per seppellirlo fatalmente nell'errore. Egli ne fece un estratto, e portato naturalmente ad osservare gli Astri, non seppe da principio distinguere l'Astronomia dall'astrologia. Cassini andava ad esser la vittima de' pregiudizi e della ignoranza, quando il suo ingegno straordinario e la sua soda pietà lo riscossero. Egli fece delle profonde riflessioni, comprese che l'arte di predire non potea esser che chimerica, ed avendo letto la eccellente opera di Pico della Mirandola contro gli astrologi, rinunciò all'Astrologia e bruciò il suo estratto. Attraverso però del frivolo e del ridicolo di quest'arte vana egli avea conosciuti i solidi allettativi dell'Astronomia, e dedicossi a questa scienza. Ecco l'Astrologia benemerita in qualche modo della umanità. Nel 1650 Cassini, essendo in età di soli 25 anni, fu eletto ad occupare, nella Università di Bologna, la prima cattedra di Astronomia, vacante già da qualche tempo per la morte del P. Cavalieri, al quale non si era per anche potuto ritrovare un degno successore. Gloria grande per un uomo di sì poca età, qual era allora Cassini. Al suo arrivo in Bologna egli fu ricevuto presso il famoso Cornelio Marchese di Malvasia, Senatore nella sua patria, Generale delle truppe del Duca di Modena, il quale calcolò alcune efemeridi. Il nostro Astronomo, che si era liberato dall'errore di credere all'astrologia, da un altro errore pur anche liberossi ben presto. Da giovinetto egli credè le comete provenienti da esalazioni, ma avvedutosi pel loro moto consimile a quello dei pianeti, che eran corpi celesti al pari di essi, concepì la idea del loro ritorno. Cassini con un felice e saggio ardire intraprese di sciogliere un problema che Keplero e Bouillaud avean creduto impossibile a sciogliersi, e riuscì nella sua impresa. Questo problema fondamentale per tutta l'Astronomia era il seguente. Dati due intervalli fra il luogo vero ed il medio di un pianeta, determinare geometricamente il suo Apogeo e la sua eccentricità. Il suo problema cominciava ad aprirgli la strada ad un'Astronomia nuova e più esatta; ma siccome per profittare della propria invenzione egli avea bisogno di molte osservazioni, che non aveva ancora avuto il tempo di fare, poichè trovavasi appena in età di anni 26, scrisse in Francia a Gassendi, al quale richiese quelle, che egli potea avere fatte principalmente sopra i pianeti superiori. Cassini le ottenne facilmente da un uomo, qual era Gassendi, sempre zelante per l'avanzamento delle scienze ed interessato per coloro, che egli prevedea dover contribuire al progresso delle medesime.</p>
               <p>Nell'Astronomia restavano dei dubbi assai importanti e delle difficoltà essenziali. Egli è certo che il sole sembra andare più lentamente nell'estate, che nell'inverno, e che esso è nella estate più lontano dalla terra. Questa maggior lontananza deve diminuir l'apparenza della sua prestezza. Ma egli è poi certo che in questa prestezza non vi sia pur anche una diminuzione reale? Da questa questione dipendea in gran parte la certezza della teoria del sole e dei pianeti. Bisognava per deciderla osservare, se allorchè il sole era più lontano dalla terra, la diminuzione del suo diametro corrispondeva esattamente alla diminuzione della sua prestezza. In caso che ella esattamente vi corrispondesse, la diminuzione della prestezza non potea essere che del tutto apparente; ma la difficoltà consisteva nel fare sopra ciò le necessarie osservazioni con diligenza, che non lasciasse alcun dubbio sulla verità del risultato. Gli stromenti eran troppo piccoli per misurare esattamente la grandezza del diametro del sole, e nell'Astronomia è di una necessità indispensabile la precisione ed esattezza degli stromenti.</p>
               <p>Al nostro astronomo presentossi fortunatamente l'occasione di averne uno di non ordinaria grandezza. Il famoso Ignazio Danti avea, siccome vedemmo, nella Chiesa di S. Petronio di Bologna tirata nel 1575 una linea che indicava il cammino del sole durante l'anno, ed in particolare il suo arrivo ai solstizi. Questa linea però non era esatta. Cassini pensò a tirarne una più lunga, più esatta e più utile in un altro luogo della Chiesa. Siccome questa linea dovea necessariamente andare tra due colonne, si dubitò se ella vi potesse passare ed i Magistrati, che avean cura della fabbrica di S. Petronio, rimasero dubbiosi se dovessero o no acconsentire ad un'intrapresa, della quale credevasi l'esito assai incerto. Ma Cassini li convinse e seppe sì bene prendere le sue misure, che la linea andò a radere le due pericolose colonne, che aveano cagionato l'imbarazzo.</p>
               <p>Fecesi nel tetto un foro tondo orizzontale, di un pollice di diametro, atto a mandare e rappresentare sulla linea l'immagine del sole. La Meridiana riuscì molto accurata, e Cassini un nuovo oracolo di Apollo, e del sole, a cui potessi francamente ricorrere per averne decisive risposte intorno alle difficoltà astronomiche. Cassini invitò con uno scritto pubblico tutti i matematici alla osservazione del solstizio di estate del 1655, e fece imprimere sopra l'uso della sua Meridiana un'opera, che dedicò alla Regina di Svezia. Egli conobbe che il moto della terra era inuguale, e compose delle tavole del sole, le quali, sebben fossero più esatte di quante sino allora eran comparse, aveano però un difetto, di cui il suo oracolo non mancò di avvertirlo. Questo difetto verteva intorno alle rifrazioni. Cassini dietro le sue nuove scoperte calcolò delle tavole più esatte delle prime. Egli credeva, benchè ancora con qualche incertezza, che la parallassi del sole potesse essere di dieci secondi, e perciò allontanava il sole dalla terra 6 volte più che non avea fatto Keplero, e 18 volte più, che non avean fatto alcuni altri.</p>
               <p>Alla fine dell'anno 1664 comparve una cometa, che Cassini osservò in Roma alla presenza della Regina di Svezia, la quale dilettavasi talvolta di osservare essa medesima, e sacrificava le notti a questo piacere. Cassini tracciò arditamente sul globo celeste la strada, che la cometa dovea tenere; ai 22 di Decembre assicurò che ella non era ancora nella sua più gran vicinanza alla terra, ai 23 osò predire che ella vi giungerebbe ai 29, e benchè la cometa superasse la luna in velocità, e sembrasse dover fare il giro del cielo in poco tempo; Cassini disse che essa si arresterebbe nell'Ariete, e che dopo esservi stata stazionaria acquisterebbe un moto retrogrado per rapporto alla direzione, che avea avuta. Molti vi furono, i quali sostennero che la cometa deluderebbe l'aspettazione dell'Astronomo; ma si sottomisero allora quando conobbero che la cometa medesima si era a lui interamente sottomessa.</p>
               <p>Una seconda cometa comparve nel mese di Aprile dell'anno 1665. Alcuni pretesero che ella fosse la medesima che la prima, ma s'ingannarono. Cassini, sempre infaticabile, pubblicò un trattato latino sopra la teoria di coteste due comete dedicato alla Regina di Svezia, ed alcune lettere italiane indirizzate all'Abate Ottavio Falconieri. La Regina di Svezia ricevè dalla Francia una Efemeride di Auzout sul moto della prima cometa. Avendola communicata a Cassini, questi vi riconobbe, attraverso di alcuni affettati travestimenti, quella medesima ipotesi, di cui si era servito con un successo sì brillante. Egli scrisse su di ciò alla Regina, e all'abate Falconieri con una gioia, che diede a vedere la bontà del suo animo tocco più dal piacer di vedere il suo sistema confermato da siffatta conformità; che dal timore di veder per tal modo divisa, e diminuita la sua gloria.</p>
               <p>Cassini conobbe nel 1665 sul disco di Giove le ombre che vi gettano i suoi satelliti nel passar che fanno tra il pianeta ed il sole. Osservò in Giove delle macchie e conobbe il moto di rotazione, che ha questo pianeta intorno al suo asse. Cotesta rotazione si compie in 9 ore e 56 minuti. Nuova prova dell'ammissibilità della ipotesi di Copernico. Se un globo mille volte più grande della terra si aggira intorno al suo asse in men di 10 ore, non potrà la terra rivolgersi più agiatamente in 24 ore? Noi conosciamo il moto di Giove, ma non ci avvediamo di quello del nostro globo. Questa è la sorte deplorabile dell'uomo. Egli conosce tutto fuorchè se medesimo, illuminato per tutto ciò, che non gli appartiene, è cieco per ciò che lo riguarda. Se in Giove vi sono abitanti, ignoreranno essi ancora il moto del loro globo, immagineranno forse de' falsi sistemi e sostituiranno de' moti supposti ad un moto reale, il quale non sarà forse nemmeno caduto loro in pensiero.</p>
               <p>Cassini datosi ad osservare il pianeta Marte, giudicò per il moto di alcune macchie, che questo corpo si ravvolgesse intorno al suo asse nello spazio di 24 ore e di alcuni minuti. Egli ne scrisse ad alcuni osservatori di Roma, i quali vollero prevenirlo, ma Cassini seppe ben far valere i suoi diritti, e provò che le loro osservazioni erano posteriori alle sue e poco esatte. Egli fissò la rivoluzione di Marte a 24 ore e 40 minuti. Nuova gloria per Copernico. Il suo sistema acquistava nuovi appoggi a misura che si moltiplicavano le conquiste astronomiche di Cassini.</p>
               <p>Questo grand'uomo vidde delle macchie sul disco di Venere, e credè che la sua rivoluzione potesse essere appresso a poco uguale a quella di Marte, la di cui orbita è tra il sole e la terra. Ma siccome Venere è soggetta alle variazioni medesime delle fasi, alle quali è soggetta la luna, e perciò è assai difficile il riconoscere con sicurezza i ritorni delle sue macchie; così il nostro astronomo non determinò nulla. La sua circospezione intorno alle osservazioni incerte, fu una prova della esattezza delle altre.</p>
               <p>Cassini scoprì che Giove è compresso ai poli. Fe' delle osservazioni sopra i Satelliti di questo pianeta per uso delle longitudini geografiche, ne dette le Efemeridi nel 1668, e delle nuove tavole ne dette quindi nel 1693.<note place="foot">V. nell'Elog. di uomini del Fontenelle, che sta nelle Mem. di Parigi, se è 1693, o 83; perchè qualche dubbio muove la Pref. al Galilei XLIV.</note> Vi aggiunse un Discorso istruttivo sopra l'Astronomia di Giove, che procurò di render facile ad ognuno. Altre Efemeridi de' Satelliti di Giove diede Ignazio Vossunti, o chi sotto questo nome è il vero autore di esse, ed avendole calcolate sino al 1700 dedicolle al Principe Francesco Maria di Toscana, chiamandole <title lang="lat">Lunularum Iovialium seu Planetarum Mediceorum Tabulae</title>.</p>
               <p>La fama della straordinaria dottrina di Cassini si sparse per tutta l'Europa. La Francia invidiò all'Italia quest'uomo grande, che brillava fra tutti i dotti del suo tempo. Egli arrivò a Parigi al principio dell'anno 1669, chiamato dall'Italia da Luigi XIV appunto, al dir del Sig. di Fontenelle,<note place="foot">Éloge de M. Cassini.</note> come Sosigene fu chiamato da Giulio Cesare dall'Egitto.</p>
               <p>Nel mese di Decembre del 1680 comparve una cometa assai famosa. Cassini la osservò e il mondo rimase attonito in vederla passare per i punti fissati da questo astronomo.</p>
               <p>Un travaglio assai felice fu quello, al quale si diede Cassini per determinare con un solo osservatore la parallassi di un pianeta.<note place="foot">Saverien; Fontenelle ivi.</note> Questo astronomo infaticabile osservò con gran diligenza il moto di Saturno, e scoprì intorno a questo pianeta quattro satelliti. Egli vide il quarto sulla fine di Ottobre del 1671, il terzo ai 23 di Decembre dell'anno susseguente, ed osservò i due interiori, cioè il primo e il secondo, nel mese di Marzo del 1684. Il pubblico, che ammirò questa importante scoperta, volle trasmetterla alla posterità per mezzo di un durevol monumento. Fu battuta a questo effetto una medaglia colla leggenda «Saturni satellites primum cogniti». Scoperte di tal fatta ricercano una estrema esattezza e precisione, del che fe' testimonianza l'errore di P. Antonio Maria di Rheita, il quale stimò che alcune piccole stelle fisse fossero de' nuovi satelliti di Giove, e li nominò <emph>Astri Urbanottaviani</emph> e <emph>Ferdinandoterziani</emph> in onore di Urbano VIII e di Ferdinando imperatore:<note place="foot">Gassendi, I. 481, col. 2.</note> siccome un altro osservatore, al riferir del Borelli,<note place="foot">Galilei, Pref. XLIV.</note> diede il nome delle sette provincie unite ad alcuni corpi celesti che egli pretendea di avere scoperti, e che in realtà erano sette fisse dell'Orsa Maggiore. Si dubitava in Inghilterra della esistenza dei satelliti scoperti da Cassini, ma nel 1718 M. Pound avendo fatto elevare al di sopra del campanile della sua parrocchia un eccellente obbiettivo, che Hughens avea donato alla Società Reale di Londra, li osservò tutti insieme con quello, che era stato scoperto da Hughens, e furon verificati gli elementi della lor teoria.</p>
               <p>Un avvenimento di una specie più singolare degli altri da noi narrati, servì a far conoscere il profondo sapere di Cassini. M. de la Loubère essendo stato a Siam, ed avendo in questo paese fatte quelle ricerche, che gli permise di fare il suo breve soggiorno, ne riportò un metodo, che suol praticarvisi per calcolare i moti del sole e della luna. Era questo estremamente intricato e confuso, composto di addizioni, o sottrazioni, moltiplicazioni, o divisioni di alcuni numeri, de' quali appena potea distinguersi alcun rapporto co' moti celesti. La oscurità vi compariva affettata, e lo era forse in effetto. Il mistero è uno degli appannaggi della barbarie. Questo enigma spaventoso dette M. de la Loubère a diciferare al Cassini. Le difficoltà impegnano maggiormente l'uomo superiore in una intrapresa. Cassini si approfondò in quelle tenebre e vi scoprì due differenti epoche, l'una civile, che cadeva nell'anno 544 avanti Gesù Cristo, l'altra astronomica, che cadeva nell'anno 638 dopo la sua nascita. Siffatte epoche ritrovate erano la chiave del rimanente, ma vi volea un Cassini per servirsi con successo di questa chiave. Il nostro astronomo uscì con onore dal suo impegno. Convenia ben esser familiarizzato col cielo per riconoscerlo, quantunque siffattamente travestito. Nell'anno 1695 Cassini fe' un viaggio in Italia. Non mancò di portarsi a rivedere il suo Oracolo, e giunse a proposito per riparare ad alcuni danneggiamenti sofferti dalla Meridiana. Quest'uomo grande, che sapea qual tesoro lasciasse in cotesta sua opera all'Italia, non si fermò al presente. Egli estese le sue cure sino all'avvenire, e pregò il famoso Guglielmini a pubblicare una istruzione su tutto ciò, che era a farsi per la conservazione, e riparazione di questo grande istrumento. Guglielmini soddisfece il nostro astronomo. Questo grand'uomo sì benemerito dell'Astronomia, e per conseguenza di tutto il genere umano, terminò la sua carriera ai 14 di Settembre del 1712, in età di anni ottanta sette e mezzo. Si hanno di lui le seguenti opere in latino idioma. <title lang="lat">De cometa anni 1652 et 1653</title>; - <title lang="lat">Specimen observationum Bononiensium, quae novissime in Divi Petronii templo ad astronomiae novae constructionem haberi coepere, videlicet observatio aequinoxii Verni anni 1656 etc.</title>; - <title lang="lat">Theoria motus Cometae anni 1664</title>; - <title lang="lat">Tabulae quotidianae revolutionis macularum Iovis nuperrime adinventae</title>; - <title lang="lat">De solaribus hypothesibus et de refractionibus siderum ad dubia R. P. I. B. Riccioli S. I.</title>; - <title lang="lat">Disceptatio apologetica de maculis Iovis et Martis</title>; - <title lang="lat">Martis circa proprium axem revolubilis observationes Bononiae habitae</title>; - <title lang="lat">Nova ratio inveniendi geometrice et directe Apogaea, excentricitates et anomalias motus planetarum</title>. Le seguenti in lingua italiana. <title>Apparizioni celesti dell'anno 1668 osservate in Bologna</title>; - <title>La Meridiana del tempio di S. Petronio tirata e preparata per le osservazioni astronomiche l'anno 1665, rivista e ristaurata l'anno 1695</title>. Le seguenti in lingua francese: <title lang="fre">Découverte de deux nouvelles planètes autour de Saturne</title>; - <title lang="fre">Règlement des temps par une méthode facile et nouvelle, proposée par M. Cassini, par la quelle il fixe pour toujours les Équinoxes au même jour de l'année, et rétablit l'usage du Nombre d'Or pour régler toujours les Épactes d'une même façon</title>; - <title lang="fre">Observation et Réflexions sur la Comète de 1681</title>; - <title lang="fre">Planisphère fait et présenté au Roi par M. Cassini. Sa description et son usage</title>.</p>
               <p>Cassini prima di morire divenne cieco, come già lo era divenuto il Galilei. Questi due astronomi, dice il Sig. de Fontenelle,<note place="foot">Éloge de M. Cassini.</note> possono paragonarsi a Tiresia, che divenne cieco per aver veduti alcuni secreti degli Dei. Cassini fu assiduo nel travagliare, e la sua assiduità fu cagione delle scoperte brillanti, a cui giunse. Egli formava della contemplazione degli astri le sue delizie: contuttociò perdendo la vista non perdè nulla della sua ordinaria giocondità. L'uomo saggio sa sopportare i colpi della fortuna, e trionfa delle avversità, che non giungono ad abbattere la sua costanza. Cassini ebbe un figlio, che dietro l'esempio del suo genitore immortale si diede allo studio della scienza degli astri, e nel 1738 mise al giorno delle Tavole astronomiche. La sua famiglia non mai stanca di produrre astronomi, ne produsse uno nel figlio del secondo Cassini, e questo altresì ebbe un figlio, che avendo preso a correre la medesima carriera, fece nel 1768 un viaggio in America per l'oggetto delle longitudini.<note place="foot">Lande, Astr. I. 231.</note>
               </p>
               <p>Contemporaneo di Giandomenico Cassini fu il celeberrimo Cristiano Hughens, nato all'Aia in Olanda ai 14 di Aprile dell'anno 1629. Questo grand'uomo apprese in poco tempo le lingue greca e latina, ed il suo padre Costantino Hughens signore di Zuglichem gl'insegnò l'Aritmetica, la Geografia e la Musica. Cristiano fece de' grandi progressi nelle Matematiche, viaggiò in Danimarca, in Francia e in Inghilterra, e guadagnossi la stima di tutti i sapienti di Europa. Esaminò la forza centrifuga nel moto circolare de' corpi accennata da Descartes, e sperimentolla più grande ne' cerchi più piccoli, perchè quanto maggiori sono i cerchi, tanto minore è la loro curvatura. Ne' cerchi grandi la curva differisce poco da una retta, ne' cerchi piccoli all'incontro la curvatura è più marcata, maggiormente si allontana dalla tangente, e maggiore in conseguenza è lo sforzo, che tende a portarvi il corpo. È ancora più grande la forza centrifuga quanto più grande è la velocità de' corpi circolanti. Ma se questi corpi cercano di scappare per la tangente, una forza contraria deve esservi che li trattenga. Hughens scoprì questa forza, che chiamò centrale, o centripeta. Cotesta forza centripeta è sempre uguale alla centrifuga. Quando si aggira una fionda, la pietra tende il filo e fa sforzo per iscappare; ecco la forza centrifuga. La mano, che tiene il filo, impedisce alla pietra di scappare; ecco la forza centripeta diretta verso il centro del movimento circolare, che è la mano. Se la forza centripeta fosse maggiore della centrifuga, il filo si allenterebbe, e la pietra cadrebbe sulla mano; e si romperebbe il filo se la forza centrifuga fosse maggiore della centripeta. È però necessario che queste due forze siano precisamente uguali fra loro.<note place="foot">Jacquier, to. I. p. 53.</note> Hughens perfezionò il telescopio, e scoprì una nebulosa nel centro di Orione. Datosi ad osservare il pianeta Saturno, scoprì intorno ad esso un corpo piatto in forma di anello, col mezzo del quale spiegansi ora adequatamente i fenomeni, che presenta questo pianeta. Una tale scoperta fece ad Hughens un onore immortale. Galilei aveva chiamato triforme il pianeta Saturno, Gassendi avea creduto che esso fosse accompagnato da due globi, Hevelio chiamollo «Monosphaericum, trisphaericum, sphaerico cuspidatum, sphaerico-ansatum, elliptico-ansatum diminutum, elliptico-ansatum plenum». Varie sono le opinioni de' dotti intorno all'origine di questo anello. Maupertuis congettura che esso sia stato formato dalla coda di una cometa obbligata da Saturno a circondarlo: la cometa divenne satellite, e dalla coda formossi l'anello; Buffon, che questo una volta formasse parte del pianeta, e che se ne sia distaccato per l'eccesso della forza centrifuga; e Cassini congetturò che l'anello di Saturno fosse un ammasso di satelliti disposti presso a poco in un medesimo piano vicinissimi fra di loro e sì piccoli, che non si potesse rilevare ciascuno separatamente.<note place="foot">Paulian, art. <title>Saturno</title>.</note> Hughens incoraggiato dalle lodi che furongli date per la sua scoperta, seguì a travagliare e scoprì un satellite di Saturno, di cui fissò la rivoluzione a 16 giorni circa.<note place="foot">Saverien.</note> Egli morì all'Aia il dì 8 di Giugno del 1695, in età di anni 66, lasciando delle eccellenti opere.</p>
               <p>Nel 1630 morì il famoso Niccola Mulerio, eccellente medico e matematico. Egli era nato nel 1564. Pubblicò due libri d'instituzioni astronomiche, un libro sopra l'anno Giudaico e Turco, e varie altre opere stimate.</p>
               <p>Nell'anno appunto della morte di Mulerio accadde quella di M. di Peiresc, nato nel 1580 ai 10 di Decembre. Egli prese insieme con Morin a ridurre in tavole i movimenti dei satelliti di Giove.</p>
               <p>Ai 20 di Ottobre dell'anno 1632 nacque il celebre matematico Cristoforo Wren. Egli fece in brevissimo tempo de' progressi sì grandi negli studi, che essendo in età di soli anni 16 avea già fatte delle scoperte interessanti nell'Astronomia, nella Gnomonica, nella Statica e nelle Meccaniche, Wren fu fatto professore di Astronomia nel collegio di Gresham a Londra e nel collegio Saviliano a Oxford. Morì ai 25 di Febbraio del 1723 in età di anni 91.</p>
               <p>Intorno al tempo di questo matematico visse Lorenzo Eicstadio, autore di alcune tavole astronomiche.</p>
               <p>Nel 1635 nacque nell'isola di Wight il celebre Roberto Hooke, dottissimo matematico Inglese. Egli perfezionò i microscopi, fece più osservazioni astronomiche, e nel 1664 scoprì una macchia nel pianeta Giove,<note place="foot">Lande, astr. I. 216.</note> fu uno dei primi membri della Società Reale di Londra. Hooke ebbe delle grandi idee sul sistema del mondo e sulla causa nascosta de' movimenti celesti. Stabilì tre principii: 1° che i corpi, i quali hanno un moto semplice, continuano il loro movimento in linea retta qualora da qualche forza non sian costretti a muoversi in una curva. Questo principio fu noto a Galilei, a Keplero e a Descartes: 2° che i corpi celesti, oltre la tendenza che hanno nelle loro parti verso il centro, ne hanno ancora una, per cui si attraggono scambievolmente l'un l'altro, quando si rincontrano nella loro sfera di attività: 3° che l'attrazione ha tanto maggior vigore, quanto più vicini sono i corpi. Hooke riunì questi principii, li fece universali e riguardolli come la base di un sistema generale. Un gran pregio è quello di riunire le idee, di assegnare i principii e di formarne la base di un sistema. Quando l'uomo procede con ordine e con metodo nelle sue ricerche può sicuramente sperare di rinvenir la verità, di cui va in traccia. Hooke morì ai 3 di Marzo del 1703.</p>
               <p>Ai 21 di Ottobre del 1638 morì il famoso Blaeu, dotto Stampatore di Amsterdam, in età di anni 67. Egli fu amico e discepolo di Ticone Brahe. Abbiamo di esso una <title>Instituzione dell'Astronomia</title>, un <title>Atlante</title> e un <title>Trattato de' globi</title>, opera alla quale è analoga quella di Bion, pubblicata in Parigi nel 1699, che ha per titolo<note place="foot">Wolf. V. 81.</note>
                  <title lang="fre">Usage des Globes célestes et des sphères</title>, e che tradotta nella lingua tedesca ed accresciuta da Cristiano Filippo Berger comparve nel 1736 col titolo<note place="foot">Wolf. ivi.</note>
                  <title lang="ger">Des Herrn Bions Abbandlung von der Welt-Beschreibung und dem Gebranch der Himmels - und Erd Kugeln auch Sphaeren</title>. Un'altra opera di Bion intitolata<note place="foot">Ivi 82.</note>
                  <title lang="fre">L'usage des Astrolabes tant universels que particuliers</title> venne alla luce in Parigi nel 1702.</p>
               <p>Nell'anno della morte di Blaeu accadde la nascita di Luca Tozzi, uomo assai versato nella Filosofia nella Medicina nella Matematica e nell'Astronomia. Egli pubblicò in Napoli un suo scritto intitolato <title lang="lat">Recondita naturae opera iam detecta, ubi circa quatuor causas observati cometae de mense Decembris transacti anni 1674 astronomice physice edisseritur</title>.</p>
               <p>Nell'anno appunto della nascita di Luca Tozzi ai 22 di Agosto venne al mondo il famoso Eimmart. Ei si diede con trasporto allo studio dell'astronomia, fece acquisto di molti istromenti spettanti a questa scienza, e ne inventò ancora de' nuovi. Fra le molte sue opere contasi <title lang="lat">Ichonographia contemplationum de sole</title>, che egli dedicò al Re di Francia Luigi XIV.</p>
               <p>Intorno al tempo di questo letterato visse il celebre Goffredo Kirch astronomo nato a Guben. Egli pubblicò delle Efemeridi nel 1681<note place="foot">Lande, Astr. I. 221.</note> e morì ai 25 Luglio del 1713 a Berlino, ove si era stabilito sino dal 1700. Le sue osservazioni furono raccolte ne' manoscritti di M. de l'Isle, egualmente che quelle di Wagner, Hoffmann, Eimmart ed altri. La famiglia di Goffredo fu una famiglia di astronomi. La sua moglie Maria Margherita Winkelman Kirch osservò come esso lui e scoprì la cometa del 1700 ai 20 Aprile, ed il suo figlio Cristoforo Federico Kirch, nato a' 24 di Decembre dell'anno 1694, diessi ancor egli allo studio dell'astronomia, e fe' molte osservazioni nell'osservatorio di Berlino e di Dantzica con le sue tre sorelle. Fu assai stimato dai Sapienti di Europa, pubblicò delle osservazioni scelte nel 1730 e morì in Berlino li 9 di Marzo del 1740, in età di anni 46.</p>
               <p>Contemporaneo di Goffredo Kirch fu il dottissimo astronomo Filippo de la Hire. Nacque in Parigi ai 18 di Marzo dell'anno 1640. Studiò la Geometria, la Matematica e la Gnomonica. Nel 1682 egli diede sopra quest'ultima scienza un trattato, che accresciuto e abbellito, fu di nuovo impresso nel 1698. La gnomonica era quasi del tutto limitata alla pratica abbandonata a degli operai il più delle volte grossolani e poco intelligenti, de' quali di raro veniansi a conoscere i falli, perchè poco curavansi d'indagarli. M. de la Hire ridusse la gnomonica alle operazioni più sicure e più facili, la fornì di principii e di dimostrazioni, ed ebbe perfino l'avvertenza di fare imprimere le dimostrazioni con un carattere differente da quello delle operazioni, onde i semplici operai avesser comodità di lasciar ciò, che essi non si curavan di leggere. Tanta cautela fa duopo che la scienza impieghi con la ignoranza, che ella trova sempre in possesso della mente dell'uomo. Il nostro astronomo continuò la famosa Meridiana cominciata da Picard, fe' delle osservazioni sopra il pianeta Venere e morì ai 21 di Aprile del 1718 in età di 78 anni. Ebbe de la Hire un figlio per nome Gabriele Filippo, morto nell'anno susseguente alla morte del suo genitore, il quale si crede aver calcolate le Efemeridi dell'Accademia delle scienze per gli anni 1701, 1702 1703; ma M. le Fèvre pretende che egli non ne sia che l'autore supposto.</p>
               <p>Al tempo di Filippo de la Hire, visse la celeberrima Maria Cunitz, la quale si applicò con tanto ardore a perfezionare la scienza degli astri che passava la maggior parte della notte in fare dei calcoli, o delle osservazioni, riserbandosi a dormire durante il giorno. La sua <title>Urania propizia</title> è un'opera assai stimata. Ella ebbe per isposo M. di Lewen, che fu anch'egli famoso astronomo.</p>
               <p>Ai 3 di Gennaio dell'anno 1641 morì il celebre Geremia Howockes in età di 22 o 23 anni. Egli si diede allo studio dell'Astronomia e compose un trattato intitolato <title lang="lat">Venus in sole visa</title>. Difese Ticone Brahe e Keplero attaccati da Filippo Lansberg, rovesciando i nuovi principi di questo astronomo. La sua morte immatura fu meritamente compianta da tutti i dotti.</p>
               <p>Come il suo amico Howockes, Guglielmo Crabtree morì nel 1641. Egli osservò il passaggio di Venere accaduto nel 1639. Fece degli sforzi felici per ispiegare la irregolarità de' moti della luna e fu però assai benemerito dell'Astronomia.</p>
               <p>La repubblica letteraria, che gemea per la perdita di questi astronomi, non si avvedea che la natura non avea tardato a compensarnela abbondantemente. L'immortale Isacco Newton, nato poco dopo la morte di questi letterati, ornamento e splendore della sua nazione, genio il più sublime che sia giammai comparso sulla terra, fu l'uomo grande dalla natura destinato a compir la rivoluzione della Filosofia, e ad innalzar l'umano intelletto ad un grado il più elevato di cognizioni. Venne questi al mondo il dì di Natale dell'anno 1642, giusta il vecchio stile. Un moderno scrittore<note place="foot">Algarotti, Pensieri, p. 97.</note> lo ha fatto nascere nel dì della morte di Galilei. L'errore è manifesto. A testimonianza degli storici, Galilei venne a morte nel Gennaio del 1642, e Newton uscì alla luce, giusta lo stile Gregoriano, nel Gennaio del 1643.<note place="foot">Saverien.</note> Sembrò che la natura, la quale avea posto ogni studio in ornare ed abbellire lo spirito di Newton, avesse voluto altresì collocarlo in tutto il suo lume. Essa spogliò in quel tempo l'Europa de' più bei geni. La nascita di Newton fu di circa un anno prevenuta dalla morte di Galilei, e Descartes finì di vivere non essendo Newton che in età di circa sette anni. Questi uomini grandi partiron dal mondo quasi per dar luogo all'immortal filosofo, che venìa a por l'ultima mano alla riforma dell'umano intendimento. Solitario e modesto egli si accinse a grandi intraprese, giunse alla conquista di quasi tutto il mondo sapiente, e rovesciò il trono di Descartes, quasi appena fondato.</p>
               <p>Newton fe' nascere un'astronomia nuova, l'astronomia fisica, la scienza delle cause, dalle quali risultan quegli effetti, che per tanti secoli sono stati l'oggetto delle umane ricerche. Le scienze furono da principio isolate, si ravvicinarono appoco appoco, e si prestarono vicendevolmente soccorso, ed allora cominciarono a far considerabili progressi. L'astronomia era una volta la scienza de' fenomeni lontani: la fisica consisteva nello studio di ciò, che si opera intorno a noi, nella considerazione degli elementi e delle meteore. Keplero ebbe la idea di un tutto, e cercò di legare la natura celeste colla natura terrestre; ma non giunse a conoscer le leggi di questa unione, e nelle cause da lui immaginate conteneansi più errori, che verità. Descartes ripigliò questa grande idea, ma i suoi sistemi non furono ammissibili. Per congiungere la natura celeste colla terrestre convenìa mostrare che i loro fenomeni sono identici, operati dalle stesse cause e regolati dalle stesse leggi. Questo è ciò che noi dobbiamo a Newton. Nato in un tempo propizio, quando tanti uomini grandi co' loro travagli e colle loro scoperte avean disposti gli spiriti a conoscer la verità e a gustarla, egli seppe approfittarsi delle fatiche de' filosofi suoi predecessori, pose i fondamenti dell'astronomia fisica, separò la luce dal caos e dissipò de tenebre che offuscavano la filosofia di quei tempi. Newton in età di 12 anni fu posto nella grande scuola di Grantham, e passò poi al collegio della Trinità nella Università di Cambridge, ove fu ricevuto nel 1660 in età di anni 18.</p>
               <p>Per apprendere le matematiche egli non istudiò Euclide, che sembrogli troppo chiaro e indegno di lui. Gli uomini grandi amano le difficoltà, che danno al loro ingegno campo di esercitarsi. Newton sapea quasi il contenuto degli scritti di Euclide prima di leggerli. Un'occhiata, che egli dasse sulla esposizione de' teoremi, gliene facea conoscere la dimostrazione. Newton era fatto per le matematiche, le apprese con incredibile facilità, ed essendo in età di anni 27 fu destinato ad insegnarle nell'Università di Cambridge.<note place="foot">Saverien; Paulian, art. <title>Newton</title>.</note>
               </p>
               <p>A questo grand'uomo potrebbe applicarsi, dice il Sig. di Fontenelle,<note place="foot">Éloge de M. Newton.</note> ciò che Lucano disse del fiume Nilo, di cui gli antichi non conosceano la sorgente, cioè, che agli uomini non fu dato di vedere il Nilo debole e nascente. Newton non era ancor giunto alla età di cinque lustri, quando nel 1666 ritirato in campagna vide cader de' pomi dagli alberi. La caduta de' corpi non eccita la meraviglia del volgo, ma risveglia l'attenzione de' filosofi. Un simile moto non può aver luogo senza una forza, che lo produca. Newton vide agire questa forza nella profondità degli abbissi, sull'altezza delle montagne e nell'atmosfera medesima, donde cadono le piogge, le nevi e le grandini. Questa forza, che spinge i corpi a cadere perpedicolarmente sulla terra, tende al di lei centro, ed agisce sino ad una gran distanza da questo centro. La luna gira intorno alla terra: v'è dunque un legame tra questi due corpi. Questo legame è la forza di gravità, che ritien la luna nella sua orbita. Se questo corpo gravita verso la terra, deve tendere al di lei centro. Ecco dunque nella luna una forza centripeta. Newton vide che i corpi, che circolano intorno ad un punto fisso in una curva qualunque, in virtù di una forza diretta sempre a cotesto punto, descrivono intorno ad esso aie proporzionali ai tempi. Due forze fanno muovere ellitticamente i Pianeti e Satelliti. Una di queste nasce dalla impulsione primitiva data al corpo allora quando fu posto in movimento. Questa, se fosse sola, spingerebbe il corpo a muoversi per una retta. L'altra forza è l'attrazione, che agisce in ragione inversa dei quadrati delle distanze: perilchè il moto dei Pianeti e dei Satelliti è inuguale. Se prevalesse la forza centrifuga i corpi scapperebbero, come le pietre scappano dalle fionde. Se la forza centrale superasse la centrifuga, i corpi cadrebbon nel centro, i Satelliti cadrebbon sui Pianeti, la luna sulla terra, e la terra stessa, i pianeti e le comete cadrebbon sul sole. Queste due forze contrarie fra loro, che tendono scambievolmente a distruggersi, si concatenano, si equilibrano, si conservano, e mantengono il meccanismo dell'Universo. Meccanismo ammirabile e degno di quella Sapienza, che ne formò le leggi, e di quella Provvidenza, che ne veglia alla esecuzione!</p>
               <p>La forza centripeta proveniente dal nostro globo, la quale ritiene la luna nella sua orbita, è la stessa che la gravità, la quale spinge i corpi a cadere verso il centro della terra. Se questo corpo ha una forza di attrazione atta a ritenere la luna nella sua orbita, una simil forza dee avere il sole per ritenere nella loro orbita i pianeti e le comete, che girano intorno ad esso. E se la terra agisce sulla luna, e i pianeti sui loro satelliti, devesi altresì credere che i pianeti agiscano ancora gli uni sugli altri, e se il sole estende sino ai pianeti la sua potenza, deve la forza di questi giungere sino a lui. Sole, pianeti, comete e satelliti operano dunque scambievolmente gli uni sugli altri, agiscono e reagiscono, combattono fra loro, ed il più forte riman vincitore. Il sole, intorno a cui girano pianeti e comete, è più grande di tutti questi corpi; la terra è più grande della luna, e i pianeti che hanno satelliti, son più grandi di questi satelliti. Non è però che la maggiore o minor grandezza sia segno infallibile di maggiore o minor potenza. I corpi più compatti, più duri e più pesanti hanno maggior forza; i men densi e men pesanti hanno una forza minore. I corpi celesti sono di inugual densità, e son composti di differente quantità di materia: quindi differente è la loro forza attrattiva. Le rispettive lor forze sono dunque proporzionali alla quantità della loro materia, o alla loro massa.</p>
               <p>L'attrazione non ha solamente luogo tra i corpi celesti, considerati l'uno relativamente all'altro. Questa forza agisce altresì in tutte le parti della materia. I liquori si alzano ne' tubi capillari al di sopra del loro livello a causa dell'attrazione del tubo. L'acqua in un vaso ha una superficie alquanto concava, perchè il contorno del vaso la attira e la solleva. Due lastre di cristallo bagnate e poste a combaciamento l'una dell'altra manifestano tra loro una sensibilissima attrazione. Un tubo di vetro sovrapposto orizzontalmente ad una lamina parimenti di vetro bagnata di acqua, non cade nemmeno se questa lamina si volti sossopra.<note place="foot">Jacquier, II. 29.</note> Due palle di piombo appianate in una piccola parte della loro superficie, applicate l'una all'altra e premute con violenza, si uniscono per modo, che senza una forza considerabile non possono separarsi, mantengono talvolta sospese parecchie libbre senza disgiungersi.<note place="foot">Poli, I. 36.</note> Due di simili palle, benchè non pesassero che una libbra per ciascuna, e non si toccassero che in una parte della loro superficie uguale ad 1/30 di pollice quadrato; giunsero a sollevare un peso di 200 libbre.<note place="foot">Ivi.</note> Ciò ha luogo ancora nel vuoto, onde è chiaro che non può stimarsi un effetto dell'aria, ma dee considerarsi come effetto dell'attrazione.</p>
               <p>Noi dunque vediamo nelle parti tutte della materia un'attrazione reciproca: quindi le parti de' corpi celesti sono tutte dotate di una forza attrattiva. L'attrazione generale di un corpo risulta pertanto dalla particolare attrazione di ciascuna delle sue parti. Questa forza è la regolatrice dell'Universo: gli attacchi e le resistenze scambievoli dei corpi sono siffattamente bilanciate, che ne risulta un ammirabile equilibrio. Qual differenza tra il sistema di Newton fondato sopra la forza attrattiva, e quel di Descartes fondato sopra la sua immaginazione.</p>
               <p>Si comprende assai facilmente come la forza di attrazione inerente alla materia si mantenga finchè questa dura. Non però sembra così facile lo spiegar la cagione per cui quella forza, che pose primitivamente in moto i corpi celesti, si conservi tuttavia. Una palla da cannone, benchè acquisti all'accendersi della polvere una grandissima velocità, pure dopo qualche tempo si riduce alla quiete e perde il suo moto. Ma essa lo perde a cagione della resistenza dell'aria, la qual resistenza fa sì che il moto della palla s'indebolisca appoco appoco, e finalmente del tutto si estingua. Newton calcolò che all'altezza di settanta leghe l'aria deve essere 75.000.000 di volte più rara, che alla superficie della terra, e stabilì che i pianeti si muovono nel vuoto.</p>
               <p>Colla forza di attrazione, che il sole e la luna esercitano sulle acque dell'Oceano, questo grand'uomo spiegò il fenomeno del flusso e riflusso del mare.<note place="foot">Paulian, art. <title>Flusso e Riflusso</title>.</note> Il più antico autore che abbia parlato delle maree, come osserva Strabone, fu Omero, che nella sua Odissea parlando di Cariddi dice, che ella si alza e si ritira tre volte il giorno. «Ter quidem enim emittit in diem, ter autem resorbet».<note place="foot">Odyss. XII. 105. Andr. Div. Iustinopolit. interpr.</note> Strabone pensa che la parola <foreign lang="grc">τρίς</foreign> sia stata posta in luogo di <foreign lang="grc">δίς</foreign>, <emph>due volte</emph>, a causa della poesia. Può ancora supporsi che Omero fosse male informato, o che il testo sia stato corrotto. In generale i Greci furono poco al giorno sulla materia delle maree. Può vedersi in Quinto Curzio,<note place="foot">De Reb. gest. Alex. Magn. Hist. IX. 16.</note> quanto i soldati di Alessandro arrivati alle Indie rimasero meravigliati al vedere i vascelli rimasti in secco. Cornelio Tacito,<note place="foot">Annal. I.</note> Strabone, Plutarco,<note place="foot">De plac. phil. III. 18.; Gassendi, II. 24.</note> C. Giulio Cesare,<note place="foot">De Bell. Gall. III. 8., IV. 16.</note> L. Anneo Seneca,<note place="foot">Nat. Quaest. III. 28., De Provid. I.</note> e Pomponio Mela<note place="foot">Lib. III. c. 1.</note> parlano dell'esto marino. Plinio<note place="foot">Hist. Nat. II. 97.</note> assegnò per causa del flusso e riflusso del mare l'azione del sole e della luna; Eraclito ne assegnò per causa il sole;<note place="foot">Plutarc. de plac. phil. III. 18.</note> Pitea;<note place="foot">Ap. Plutarc. l. c.</note> Posidonio presso Strabone;<note place="foot">Lib. III.</note> Manilio<note place="foot">Astron. lib. II.</note> e Silio Italico<note place="foot">De Bell. Pun. sec. lib. III.</note> attribuirono alla luna la causa dell'esto marino, e Keplero riconobbe l'attrazione come causa di questo fenomeno. Ma Galilei pensò che esso potesse derivare dal moto della terra.<note place="foot">Dial. sul sist. ec. Giorn. 4a.</note> Fuvvi chi credè che l'esto marino dovesse attribuirsi ai fiumi che nel mare precipitano le loro acque;<note place="foot">Plutarc. De plac. phil. III. 18.</note> chi immaginò immense voragini producenti un assorbimento e una emissione successiva delle acque marine; chi ricorse ad un bollore cagionato da fuochi sotterranei; e chi alla inspirazione ed espirazione delle narici del mondo poste nei profondi abbissi dell'Oceano.<note place="foot">Solin. Polyhist. c. 25. Non si creda che questa opinione sia la stessa che quella delle grotte, poichè Pomponio Mela (p. 30) parla di ambedue distinguendo l'una dall'altra.</note> Seleuco matematico credè che il vento destatosi tra la terra e la luna, la quale dicea egli che moveasi con un moto contrario a quel della terra, che pur ponea in movimento, gettandosi nel mare Atlantico, ne producesse il flusso e riflusso;<note place="foot">Plutarc. De plac. phil. III. cap. ult.</note> opinione, che venne contrariata dal Galilei.<note place="foot">L. c.</note> Di questo trattarono ancora, tra gli altri dei moderni, lo Scaligero, Federico Delfino, Agostino Cesareo, Girolamo Borro, Annibale Raimondi, Astronomo di gran fama,<note place="foot">Maffei, Scritt. Veron. VII. 119.</note> Niccolò Sagro, Gualtiero Burley, o Ruggiero Bacone, come vuole Antonio Wood,<note place="foot">Fab. B. med. et inf. lat. lib. II. to. I. 306.</note> Lodovico Nogarola,<note place="foot">Maffei, Scritt. Veron. VII. 62.</note> Giovanni Taysner, Guglielmo Gilbert,<note place="foot">De Mund. nostr. sub. lun. Phil. nov. lib. V. c. 10 sgg.</note> Federico Bonaventura,<note place="foot">De aestu Maris.</note> giusta l'Eritreo, secondo il quale egli scrisse pure <title lang="lat">De via lactea</title>; - <title lang="lat">De calore coeli</title>; Giovanni Bianchi, celebre medico e naturalista,<note place="foot">Bibl. Picen. III. 5.</note> il Marchese cav. Carlo Mosca in due sue lettere, Giovanni Wallis,<note place="foot">Wolf. V. 14.</note> che scrisse sulla ecclissi del sole avvenuta ai 2 di Agosto del 1654,<note place="foot">Wolf. ivi.</note> Francesco Patrizi, Federico Grisogono,<note place="foot">Tirab. VII. par. I. 405.</note> Giammaria Benedetti,<note place="foot">Ivi.</note> Daniele Bernoulli,<note place="foot">Traité sur le Flux et Reflux de la mer.</note> Mac-Laurin,<note place="foot">De Caus. phys. flux. et reflux. mar.</note> Euler.<note place="foot">Inquisit. phys. in Causs. Flux. et Reflux.</note> Un Benedettino, chiamato D. Alessandro, e un nobile Genovese per nome Baliani, per ispiegare l'esto marino fecero girare la terra intorno alla luna. Il conte Papini avendo osservato che appressando un ferro rovente alla superficie di un vaso pieno d'acqua, i leggieri corpi galleggianti sulla superficie del liquore moveansi tutti verso quel punto, al quale il ferro corrispondea; pensò che ciò, che quel ferro facea sopra il punto corrispondente della superficie dell'acqua, dovesse fare eziandio il sole sopra il corrispondente punto del mare nella regione equatoriale, a cui sovrasta. Ciò posto egli così ragionò. Le acque marine per restituire alla loro superficie il livello toltole mediante la elevazione di una loro parte in vapore, elevazione cagionata dal calore del sole, debbono da tutte le parti accorrer con impeto e formare in quel punto un considerabile innalzamento. Quindi dopo essersi adunate ed aver lasciate le coste, per quanto la località il consentia, più o meno scoperte, debbono pel violento lor peso retrocedere e produrre alle coste una affluenza oltre al limite naturale.</p>
               <p>Ma mentre il conte Papini così ragionava, Mac-Laurin, d'Alembert ed altri davano nuovo lume alla teoria Newtoniana. Ora che le osservazioni e le fatiche di questi uomini insigni hanno assicurato il primato alla nominata teoria, egli è impossibile il dubitare della verità del sistema, nel quale la forza attrattiva del sole e della luna è posta come causa del flusso e riflusso del mare.</p>
               <p>Moltissime son le prove di questo sistema. Osservasi in primo luogo che le due maree giornaliere non avvengono sempre alle ore medesime, ma da un giorno all'altro ritardano di 48' e 46" corrispondentemente al ritardo dell'arrivo della luna al meridiano.<note place="foot">Poli, X. 179.</note> In secondo luogo è da osservare che il periodo delle maree non differisce punto da quello della luna, mentre al fine di ogni lunazione, o vogliam dire di ogni rivoluzione sinodica, veggonsi seguir le maree presso a poco all'ora medesima. Vedesi in terzo luogo che le maree sono più considerabili nel tempo delle sigizie, ossia della luna nuova, o della luna piena, che in quello delle quadrature. Inoltre egli è certo che le maree, di cui ragioniamo, sono più sensibili nel tempo, in cui la luna è perigea, vale a dire è nella sua maggior vicinanza alla terra, che nel tempo, in cui essa è apogea, cioè a dire è nella massima sua distanza dalla medesima; onde l'azione della luna sulle acque marine non può porsi in dubbio. Dall'osservarsi poi constantemente che le maree sono maggiori nel tempo delle sigizie, deducesi che l'azione della luna congiunta a quella del sole produce un effetto notabilmente maggiore, e che quindi il sole ha ancor egli qualche influenza sulle acque marine, tanto più che si è osservato che le maree del solstizio d'inverno, nel tempo del quale il sole trovasi più vicino alla terra, sono maggiori di quelle del solstizio di estate, in cui il sole è più lontano dalla medesima. Il sole pertanto, e la luna influiscono sulle acque del mare, e la forza attrattiva di questi corpi è la causa dell'esto marino, poichè traendo questa le acque, debbono esse alzarsi ed abbandonare il lido e ritornarvi quando son poste in abbandono dall'attrazione. Il mare non potrebbe, secondo la teoria, innalzarsi che sino all'altezza di 11 piedi: s'innalza però sino a 40, e perfin anche a 50 piedi a cagione delle circostanze locali delle coste, dei seni e dei venti.</p>
               <p>La teoria delle comete, come quella dell'esto marino, era destinata a ricevere una gran luce dai travagli e dalle osservazioni del nostro Filosofo. Le comete create, come gli altri pianeti, sin dal principio del mondo, traggono la loro luce dal sole e intorno ad esso percorrono, nel vuoto, delle ellissi molto eccentriche. Una delle forze, in virtù delle quali percorrono coteste ellissi, cioè la centripeta, è in ragione inversa dei quadrati delle diverse distanze, in cui sono dal sole; l'altra, cioè quella di proiezione, è costante e uniforme. Halley, Bradley, Monnier, Messier ed altri svilupparono la teoria delle comete proposta da Newton. Fu dimostrata la identità delle comete e dei pianeti, si calcolarono i periodi di alcune, se ne predisse il ritorno e si apprese a distinguerle. H. de Séjour dileguò alcuni timori concepiti sulle comete. Si temè che alcuno di questi corpi non urtasse funestemente il nostro globo, che non lo trasportasse lungi dal sole, e che, passandoci assai vicino non sollevasse il mare in modo da sommergere parte della terra. M. de Séjour con un calcolo rigoroso fe' svanire questi timori. Le comete sono molte numerose ed assai più di quelle, che veggonsi con l'occhio disarmato. Una volta non vedeansi se non quelle, che compariano con la chioma, con la barba, o con la coda. Non poche se ne sono scoperte dopo l'invenzione dei cannocchiali. M. Messier ne scoprì moltissime. Nel 1795 non si conosceano che 83 comete; ben presto il numero delle comete cognite si estese oltre il 90. M. Lambert fe' congettura che esistessero milioni di comete. Halley determinò, per mezzo di antiche osservazioni, 24 parabole, o orbite cometarie; e più altre ne calcolarono M. de la Caille, M. Struick, M. de la Lande ed altri astronomi.<note place="foot">Lande, p. 409, n.° 908.</note>
               </p>
               <p>L'Alstedio osserva che in quasi tutti gli anni che precederono e seguirono il 1101, furono vedute delle comete. Egli è talvolta accaduto che più comete si vedessero in uno stesso tempo. Riccioli ne reca più esempi. Nel mese di Marzo del 1748 si credè averne vedute tre in una medesima notte, e due se ne videro agli 11 di Febbraio del 1760.</p>
               <p>M. Desaguliers dette una macchina, che fu chiamata istrumento cometario, per mezzo della quale può rappresentarsi la inuguaglianza del moto delle comete in ellissi assai eccentriche.<note place="foot">Ivi, p. 412. n.° 918.</note> M. Fergusson ha data la descrizione di questo istrumento.<note place="foot">Astronomy explained.</note>
               </p>
               <p>Gli antichi trassero il nome delle comete da quello splendore inuguale, da cui le vedean circondate, e le distinsero per tal mezzo in più specie. Alcune delle comete più meravigliose, di cui si parli nelle storie, sono le seguenti. Quella, di cui parlò Aristotele, la quale verso l'anno 371 avanti Gesù Cristo occupava la terza parte dell'emisfero, o circa 60°. Quella, di cui parla Giustino,<note place="foot">Hist. lib. XXXVII.</note> la quale, come egli narra, fu stimata un presagio della futura grandezza di Mitridate: essa occupava, al riferir di questo autore, la quarta parte del cielo. «Huius (Mithridatis) magnitudinem etiam coelestia ostenta praedixerant. Nam et quo genitus est anno, et eo, quo regnare primum coepit, stella cometes per utrumque tempus septuaginta diebus ita luxit, ut coelum omne flagrare videretur. Nam et magnitudine sui quartam partem coeli occupaverat, et, fulgore sui, solis nitorem vicerat; et, cum oriretur occumberetque, quatuor spatium horarum consumebat». Un'altra cometa, a testimonianza di Seneca il filosofo,<note place="foot">Nat. Quaest. lib. VII. c. 15.</note> giungea ad uguagliare colla sua grandezza la via lattea. «Attalo regnante, initio cometes apparuit modicus. Deinde sustulit se diffuditque et usque in aequinoctialem circulum venit, ita ut illam plagam coeli, cui lactea nomen est, in immensum extensus aequaret». La cometa del 1006, in alcuni libri riportata per abbaglio al 1200, la quale fu osservata da Haly Ben-Rodoan, era quattro volte più grossa che Venere.<note place="foot">Lande, Astr. III. 311.</note> Quella del 1774 comparve con una coda divisa in più rami. Scrisse su di essa un trattato M. de Cheseaux. Una grandissima coda ebbe la cometa del 1680. Ella passò sì vicina al sole, che Newton stimò che il calore da lei concepito fosse 28000 volte maggiore di quello che noi sogliam provare nel cuor della estate.<note place="foot">Poli, I. 133.</note> Questo grand'uomo calcolò che un globo di ferro della grandezza della terra arroventato al fuoco non si raffredderebbe prima di 50. anni. M. de Buffon ha fatte però delle esatte esperienze sopra l'infuocamento e il raffreddamento dei globi, e i risultati, che egli ha tratti, non furon conformi ai calcoli di Newton. Quest'ultimo fu d'avviso che le code delle comete altro non fossero che un leggerissimo vapore sollevato dal corpo delle medesime e illuminato dalla luce del sole.<note place="foot">Ivi I. 134.</note>
               </p>
               <p>L'attrazione fu il grande agente di Newton. Nella massima parte de' fenomeni della natura si ravvisa questa forza meravigliosa, che è da riguardarsi come la molla principale del meccanismo dell'Universo. L'attrazione è quella, che assoggetta la luna alla terra, i satelliti ai pianeti; quella, che fa girare intorno al sole pianeti e comete; quella, che regola i moti celesti, che produce l'esto marino, che fa cadere i gravi verso il centro della terra, che domina nell'Universo, che dappertutto è manifestata dalla natura. Ma questa attrazione che produce tanti fenomeni non è ella stessa che un effetto. Qual ne è dunque la causa? L'uomo non giunge sì avanti. Le cause delle cause primitive gli sono ignote. Egli dee contentarsi di conoscere quello a cui giunse il suo intendimento, nè dee presumere di portar più innanzi le sue cognizioni.</p>
               <p>Ma noi non abbiam ancor veduto lo spirito di Newton in tutto il suo splendore. La scienza del moto dei corpi celesti condotta da quest'uomo singolare ad una sì gran perfezione, non fu la sola, che lo rese immortale. L'ottica da lui riformata costituisce ancor essa una parte della sua celebrità. La luce è un fluido infinitamente sottile, viene slanciata e sparsa dai corpi luminosi, e cade sopra gli oggetti, che incontra. Dacchè il sole si avvicina al nostro orizonte, l'emisfero, che noi abitiamo, comincia ad essere illuminato. E quando quest'astro s'innalza sopra l'orizonte si dissipano le tenebre della notte, e la luce si diffonde per tutto il nostro emisfero. Noi non possiamo fissar gli occhi nel sole, e se pure osiam tentarlo, un fulgore abbagliante li investe per modo, che ci obbliga a tostamente ritrarneli. Quando il sole si nasconde sotto il nostro orizonte, la luce scomparisce appoco appoco, e ci lascia finalmente sepolti nelle tenebre. I sensi dunque ci fanno fede che il sole è la sorgente della luce. Essi però sogliono ingannarci, gli occhi ci fan credere, che il sole gira intorno a noi, e la ragione smentisce la loro testimonianza. Ma se la ragione non ismentisce la testimonianza dei sensi, non dobbiamo crederli veritieri. Si riguardi dunque il sole come la vera sorgente della luce, giacchè la ragione non ismentisce in ciò la testimonianza de' sensi. Ma il sole perdendo quotidianamente una grandissima quantità della sua luce dovrà finalmente esaurirsi. Ciò non ripugna alla ragione. Niuno può affermare che il sole non deve durar in eterno. Può però supporsi che il sole riassorbisca la stessa sua luce riflettuta, mandatagli dai corpi celesti, e Newton fu d'avviso, che le comete fosser destinate ad esser di tratto in tratto assorbite dal sole, ed a servirgli di pabolo per rinfrancarlo per la perdita della sua luce. Forse, aggiunse egli, le stelle, che spiccano tutto ad un tratto, ci erano prima invisibili per mancanza di fuoco attivo, e si riaccendono per la caduta di qualche cometa. La luce tramandata dal sole alla terra, e ai pianeti, è l'anima dell'universo. Che cosa farebbe mai l'uomo senza di essa. Sepolto nelle tenebre, cieco e vacillante, sempre incerto e sempre in pericolo, senza altra guida dei suoi passi che quella de' suoi quattro sensi troppo insufficienti a servir di regola al suo cammino, egli errerebbe miseramente, e la morte istessa preferirebbe ad una tal vita. La luce lo illumina e lo rischiara, essa dirigge i suoi passi, lo libera dai pericoli che la sua mancanza renderebbe inevitabili ed apre tra il cielo e la terra una communicazione, che provvede a' bisogni più essenziali della sua vita.</p>
               <p>La luce è come un legame, che passa tra l'uomo e gli oggetti visibili. Questi non potrebbon fare alcuna impressione sull'occhio dell'uomo se una sostanza non vi fosse, che ribattuta dai primi giungesse a colpire il secondo e a produr nell'uomo il senso della visione. Questa sostanza è la luce. Essa benchè tenuissima, essendo materiale, è soggetta alle leggi del moto. È riflettuta dalla superficie dei corpi a cagione della sua elasticità.<note place="foot">Paulian, II. 287.</note> Passando obbliquamente da un mezzo men denso in un altro più denso, si rifrange accostandosi alla perpendicolare, cioè lascia la linea, che descrivea per descriverne un'altra men distante dalla perpendicolare,<note place="foot">Ivi I. 273.</note> e passando obbliquamente da un mezzo men raro in uno più raro, si rifrange allontanandosi dalla perpendicolare.<note place="foot">Paulian, II. 287.</note> Ecco ciò che si chiama rifrazione della luce. Newton trovò nell'attrazione reciproca dei corpi la causa fisica della rifrazione. I corpi si attraggono in ragione diretta delle masse: quindi un raggio di luce passando da un mezzo men denso in uno più denso, è dal primo meno attratto che dal secondo; e passando da un mezzo men raro in uno più raro, è dal secondo più attratto che dal primo: dunque un raggio di luce passando dal mezzo men denso nel più denso, riceve un aumento di moto perpendicolare; e passando dal mezzo men raro nel più raro, riceve una diminuzione del moto medesimo; giacchè il moto di attrazione è un moto centripeto, e il moto centripeto si fa sempre secondo la perpendicolare.<note place="foot">Ivi.</note> Tale è il sistema Newtoniano intorno alla causa fisica della rifrazione della luce.</p>
               <p>Newton decompose la luce, e ricevendone per il prisma un raggio in una camera oscura, si assicurò che ogni raggio di luce, per piccolo che sia, è composto di moltissimi raggi variamente coloriti. Nella loro moltitudine si distinguono sette colori, che possono considerarsi come primitivi, e sono il rosso, l'arancio, il giallo, il verde, il turchino, l'indaco e il violetto. Il bianco è la mescolanza di tutti i colori primitivi,<note place="foot">Ivi, art. <title>Bianco</title>.</note> il nero non è che la privazione della luce. Quindi un corpo appar nero quando non riflette nessun raggio di luce. Le osservazioni che Newton fece sopra i colori primitivi, gli mostrarono che il raggio rosso è il meno rifrangibile, e che la rifrangibilità segue l'ordine dei colori, di maniera che il raggio violetto è il più rifrangibile.<note place="foot">Ivi art. <title>Colori</title>.; Saverien, Optique.</note> I diversi colori dei corpi provengono dalla diversa disposizione della loro superficie, la quale non riflette che i raggi di questa, o di quella specie, ed assorbisce gli altri.</p>
               <p>Newton travagliando intorno all'ottica, fissò la sua attenzione sopra un oggetto assai interessante. Egli pensò a perfezionare una idea di Gregory sopra la costruzione di un nuovo telescopio, che dovea considerabilmente ingrandire gli oggetti. Dovea questo esser composto di uno specchio e di un vetro lenticolare. Newton trovò il modo di disporre lo specchio e la lente, e costruì un telescopio di riflessione. Questo istrumento fu perfezionato, e divenne superiore al telescopio ordinario.<note place="foot">Saverien, p. 170.</note>
               </p>
               <p>Newton così singolare per le sue scoperte, non lo fu meno per il suo carattere morale. Tranquillo, inalterabile, dolce e modesto, quest'uomo immortale non manifestava giammai il minor sentimento di vanità. Quanti uomini grandi, generalmente applauditi, hanno mescolate le loro voci agli applausi communi, e si sono per tal modo mostrati indegni delle lodi, delle quali eran colmati. La vera superiorità non va quasi mai disgiunta dalla modestia.</p>
               <p>Newton fu quasi idolatrato dalla sua nazione. Essa fu la prima a conoscere il suo merito straordinario, lo premiò con onori e con dignità, e adottò la sua Filosofia. Tutti i Sapienti della nazione posero questo grand'uomo alla loro testa, lo riconobbero per loro capo e loro maestro: un ribelle non avrebbe osato manifestarsi, sarebbesi appena sofferto un mediocre ammiratore. Tacito, dice il Sig. di Fontenelle,<note place="foot">Éloge de M. Newton.</note> che rimproverò ai Romani la loro estrema indifferenza per gli uomini grandi della loro nazione, avrebbe data agl'Inglesi la lode del tutto opposta.</p>
               <p>Newton morì in Londra a' 20 di Marzo del 1727, in età di anni 83. La nazione mostrò la sua riconoscenza verso quell'uomo che tanto gli apportava di splendore e di gloria col fargli de' funerali, che non sogliono accordarsi che al merito il più straordinario. Fugli fatto questo epitaffio:
<quote lang="lat" rend="block">
                     <l>Hic Situs Est</l>
                     <l>Isacus Newton Eques Auratus</l>
                     <l>Qui Animi Vi Prope Divina</l>
                     <l>Planetarum Motus Figuras</l>
                     <l>Cometarum Semitas Oceanique Aestus</l>
                     <l>Sua Mathesi Facem Praeferente</l>
                     <l>Primus Demonstravit</l>
                     <l>Radiorum Lucis Dissimilitudines</l>
                     <l>Colorumque Inde Nascent. Proprietates</l>
                     <l>Quas Nemo Antea Vel Suspicatus Erat Pervestigavit</l>
                     <l>Naturae Antiquitatis S. Scripturae</l>
                     <l>Sedulus Sagax Fidus Interpres</l>
                     <l>Dei Opt. Max. Maiestatem Philosophia Asseruit</l>
                     <l>Evangelii Simplicitatem Moribus Expressit</l>
                     <l>Sibi Gratulantur Mortales Tale Tantumque exititisse</l>
                     <l>Humani Generis Decus.</l>
                  </quote>
               </p>
               <p>Le principali opere di Newton sono le seguenti. <title lang="lat">Philosophiae naturalis principia mathematica</title>, che fu arricchita di ottimi commenti dai PP. Jacquer e le Seur dell'Ordine de' Minimi, la opera dei quali con quella di Newton fu impressa in Ginevra nel 1760 e divisa in tre tomi; - <title lang="lat">Arithmetica universalis</title>; - <title>Trattato di Ottica sopra le riflessioni e le rifrazioni, la luce e i colori</title>; - <title>La Cronologia degli antichi regni corretta</title>; - <title lang="lat">Isaaci Newtoni Equitis Aurati Opuscula Mathematica, Philosophica et Philologica</title>.<note place="foot">Oltre queste opere vi sono i Commentari sopra Daniele e l'Apocalissi.</note>
               </p>
               <p>Le sublimi scaperte di Newton erano, non v'ha dubbio, preparate. Non pochi materiali erano ammassati per la costruzione del vasto edifizio di un sistema, che fondato sopra le più certe esperienze e sopra le verità più conosciute, svelasse all'uomo i segreti della natura e manifestasse il meccanismo ammirabile dell'Universo. Gilbert avea paragonata la terra ad una calamita;<note place="foot">De mundo nostro sublunari philosophia nova lib. II. c. 19.</note> Keplero avea riguardato il sole come una calamita ancora più attiva, aveagli data una virtù motrice diminuita dall'accrescimento della distanza, ed avea trovate le famose leggi del movimento de' pianeti, che lo fecero riguardare come il padre dell'Astronomia; Galilei avea data quella della caduta dei gravi; Descartes annunciò la forza centrifuga; Hughens ne stabilì i principii e le variazioni; Hooke pensò che l'attrazione fosse universale e soggetta a leggi. Questi passi verso la verità annunziavano alla scienza delle cause un considerabile avanzamento. Il grande Francesco Bacone, Barone di Verulamio, ebbe prima di Newton una idea assai precisa dell'attrazione. Egli così esprimesi in una sua opera. «Bisogna cercare se vi possa essere una specie di forza magnetica, che operi tra la terra e le cose pesanti, tra la Luna e l'oceano, tra i pianeti ec.». E in altro luogo: «Bisogna o che i corpi gravi sian portati verso il centro della terra, o ch'eglino ne siano scambievolmente attratti; in quest'ultimo caso egli è evidente che più che i corpi cadendo s'accosteranno alla terra, più fortemente si attrarranno. Vuolsi, segue egli, far la sperienza, se lo stesso orologio a pesi andrà più presto sulla vetta d'una montagna, o nel fondo d'una mina. Se la forza de' pesi diminuisce sulla montagna e cresce nella mina, egli è verisimile che la terra abbia una verace attrazione».</p>
               <p>Newton si elevò sopra le congetture e le scoperte de' suoi antecessori. Ma questi, insieme colle verità più sublimi e più utili, avean lasciati degli errori considerabili. Newton separò dalle immondezze quest'oro impuro, lo fe' comparire in tutto il suo splendore, e rimossi dalle verità quegli errori che ne offuscavano la bellezza, giunse a costruir quel sistema, che distrutta l'antica Filosofia trionfò de' vortici di Descartes, e fu adottato dalla universalità dei sapienti.</p>
               <p>Newton e Descartes, due uomini grandi tra i quali ritrovansi cotante opposizioni, ebbero tuttavia fra loro de' grandi rapporti. Ambedue genii sublimi, ambedue nati per regnare, si contrastarono l'impero e il dominio sulle menti de' filosofi. Descartes soccombè, ma egli è tuttavia simile a quei re detronizzati, che benchè privi di corona e di scettro mostrano nondimeno di esser nati per comandare. Newton trionfò, ma la ragione e la verità, le quali fanno plauso alla sua vittoria, rendono altresì giustizia a Descartes, il quale pose i fondamenti delle umane cognizioni ed aprì a Newton la strada, per cui giunse questi a compir la riforma della filosofia.</p>
               <p>Newton e Descartes furono ambedue Geometri eccellenti, viddero la necessità di trasportar la Geometria nella fisica, e questa scienza fondarono ambedue sopra quella.<note place="foot">Paulian, II. 210.</note> Andò ciascuno per diverse strade in traccia della verità, Newton ebbe un più felice successo, Descartes ebbe la gloria di averlo preceduto e di essere stato in qualche modo la causa dei suoi avanzamenti.<note place="foot">Ivi.</note>
               </p>
               <p>Giuseppe Privat de Molières nelle sue lezioni di fisica conservò la sostanza delle osservazioni di Newton. Egli ammise le prove, colle quali mostravasi che la stessa causa, che fa gravitare una pietra sopra la terra, fa gravitar la terra sopra il sole, e la luna sopra il nostro globo. Ma sembrogli che la forza attrattiva ammessa nel sistema Newtoniano fosse contraria alle idee, che noi abbiamo delle meccaniche, che ella non fosse atta a formare un vincolo sufficiente ad unir fra loro corpi separati da un gran vuoto, e l'un dall'altro moltissimo distanti.<note place="foot">Spettac. della Nat. VIII. 224.</note> Egli ritornò ai vortici, la cui esistenza sembrogli quasi palpabile. Furono però i suoi vortici assai differenti da quelli di Descartes. Non furon composti, come quelli di questo filosofo, di globetti duri e inflessibili, ma fluidi, elastici, capaci di dilatazione e di contrazione.<note place="foot">Mairan, p. 215.</note>
               </p>
               <p>M. de Molières lasciò Descartes quando questo gli parve allontanarsi dalla natura, non ebbe difficoltà di porre in opera i calcoli e le scoperte di Newton, risoluto però di abbandonarlo, o di combatterlo quando i suoi dogmi non gli sembrassero consentanei a soddisfare alla ragione. Descartes fu quello, che egli prese a seguire;<note place="foot">Ivi p. 220. 221.</note> malgrado il merito e la riputazione degli avversari di questo filosofo, egli ebbe il coraggio di dichiararsi in suo favore. Non si trattava più allora, come ne' principii del Cartesianismo, di combattere colla vil turba dei Peripatetici, privi di geometria, schiavi piuttosto che seguaci di Aristotele, e al tempo istesso amanti di quel giogo, che li opprimea, e di quelle tenebre, che rendeanli ciechi adoratori degli Dei della scuola;<note place="foot">Paulian, to. I. art. <title>Cartesio</title>.</note> ma convenia contrastare co' Newtoniani agguerriti sotto gli stendardi di Newton, armati di tutto il sapere astronomico e fisico, abili osservatori e grandi geometri all'esempio del loro capo. Tutto ciò non giunse a spaventare il nostro fisico; egli si dichiarò per Descartes, e questo grand'uomo, se fosse vissuto, si sarebbe pregiato di un tal seguace. M. de Molières però corresse Descartes, e la sua predilezione per questo filosofo non fu cieca. Egli andò con purità d'intenzione in traccia della verità, fu un filosofo imparziale, abbandonò Descartes quando non giudicò i suoi dogmi degni di essere abbracciati, e si allontanò da Newton quando non gli parve ragionevole il seguirlo. M. de Molières era nato nel 1677, e morì ai 12 di Maggio del 1742. Scrisse più opere, una tra le altre sopra le leggi astronomiche delle velocità dei pianeti nelle loro orbite spiegate meccanicamente nel sistema del pieno, ed un'altra intitolata <title>Lezioni di Fisica contenenti gli elementi della fisica determinati per le sole leggi delle Meccaniche</title>.</p>
               <p>I vortici di M. de Molières essendo stati impugnati nel 1740 dall'Abbate Sigorgne, trovarono un difensore nell'Abbate di Launay discepolo di M. de Molières.<note place="foot">V. M. d'Ortons de Mairan. Éloge de M. l'Abbé de Molières.</note>
               </p>
               <p>Altro avversario di Newton fu Niccola Hartsoeker, nato nel 1656 ai 26 di Marzo in Olanda. Il suo padre, ministro rimostrante, disegnava di porlo nella sua professione, o in qualche altra egualmente utile, ma egli non si aspettava di vedere i suoi progetti attraversati dal gusto, che il suo figliuolo avea di contemplare il cielo e le stelle. Il giovine Hartsoeker si prendea piacere di cercar negli almanacchi tutto ciò, che eglino riferivano sopra un simile soggetto, e in età di 12 o 13 anni avendo inteso che ciò apprendevasi nelle matematiche, desiderò studiarle. Ma il suo padre essendosi opposto a questo suo desiderio, egli ammassò in segreto dell'argento, e si pose in istato di ritrovare un maestro di Matematiche, che lo istruisse in queste scienze. Cominciò egli dunque dall'applicarsi alle prime regole dell'Aritmetica, ma siccome il suo argento non era sufficiente che per sette mesi, egli fu obbligato a studiare con tutto l'ardore possibile. Temendo che il suo padre, veduto il lume, che in tutte le notti trovavasi nella sua camera, non venisse a conoscere che egli le impiegava nello studiare; prese il partito di stendere avanti la sua finestra ciò che dovea servire per coprire il suo letto, facendo così che quel che era destinato a render tranquillo il suo sonno, servisse ad assicurare la sua vigilia. Un giorno che per giuoco egli presentò un filo di vetro alla fiamma di una candela, si avvide che la estremità di quel filo si conformava in una piccola palla, e siccome egli sapea che una palla di vetro aggrandisce gli oggetti collocati nel suo foco, presa la piccola palla, che si era formata alla estremità di quel filo, ne costruì un microscopio, ed avendone fatta la prova sopra un capello, fu assai lieto nel trovarlo buono, e nel conoscere di possedere l'arte di costruirne con molta facilità. Hartsoeker affezionatosi alla diottrica applicossi a lavorare de' vetri da telescopi, e ne costruì uno, che fu trovato assai cattivo. Un secondo non fu migliore, e un terzo trovossi passabile. Questa perseveranza fece predire a Cassini, che Hartsoeker, se avesse continuato, sarebbe infallibilmente riuscito. Spesso accade che le predizioni sieno esse medesime le cause del loro adempimento. Ciò avvenne nel nostro caso, poichè Hartsoeker incoraggiato, fece de' buoni vetri di ogni grandezza, ed uno perfino di 600 piedi di foco, del quale non volle giammai disfarsi a causa della sua rarità. Nel 1694 egli fece imprimere in Parigi il suo saggio di diottrica, il quale è anche un Saggio di Fisica Generale. Egli vi pone per primi principii due unici elementi: l'uno cioè una sostanza perfettamente fluida, sempre in movimento, niuna parte della quale è mai intieramente distaccata dal suo tutto; e l'altra de' piccioli corpi differenti in grandezza e in figura, perfettamente duri e inalterabili, che nuotano in quel gran fluido, s'incontrano, si riuniscono, e compongono i diversi corpi sensibili. Un gran numero de' fenomeni di Fisica generale, che egli spiega, lo portano alla formazione del sole, dei pianeti e delle comete. Egli pensa che le comete siano delle macchie del sole, che cacciate impetuosamente fuori di questo globo vanno fino ad una certa distanza, e ricadono in seguito nel sole, il quale le assorbisce, o le discioglie, ovvero le respinge fuori di lui.</p>
               <p>Alla diottrica appartiene la Storia delle scoperte fatte nel Cielo o col mezzo dei Telescopi: Hartsoeker la dà accompagnata da alcune Riflessioni sopra tante singolari novità, e finisce con le osservazioni microscopiche.</p>
               <p>Nel 1722 Hartsoeker fece imprimere una raccolta di opuscoli di Fisica, in cui il principal disegno è di mostrare la invalidità del sistema di Newton. Hartsoeker entra coraggiosamente in lizza e si dichiara contrario a quegli spazi vuoti, ne' quali si muovono i pianeti obbligati a descrivere delle curve dalle gravitazioni o attrazioni scambievoli, ed ama meglio appigliarsi ai vortici di Descartes. La morte di Hartsoeker, seguìta ai 10 di Decembre del 1723, precedè quella del suo illustre avversario, la di cui nascita avea preceduta la sua.<note place="foot">Fontenelle, Éloge de M. Hartsoeker.</note>
               </p>
               <p>Al tempo di Newton visse il celebre matematico Antonio Monforte, nato nell'anno 1644. Si hanno di lui le seguenti opere. <title lang="lat">Epistola ad clarissimum ed eruditissimum Virum Antonium Magliabecchi</title> etc.; - <title lang="lat">De problematum determinatione</title>; - <title lang="lat">De siderum intervallis et magnitudinibus</title>.</p>
               <p>Nell'anno stesso in cui nacque questo matematico, venne al mondo il famoso Olao Boemero. Egli scoprì il moto progressivo della luce, scoperta utilissima agli astronomi, ed insegnò che il lume del sole scorre intorno a 4.000.000 di leghe in ogni minuto. L'incendio avvenuto a Copenaghen ai 20 di Ottobre dell'anno 1728 consumò disgraziatamente alcuni suoi manoscritti.</p>
               <p>Ai 23 di Giugno dell'anno 1646 nacque a Lipsia l'immortale Guglielmo Gottifredo barone di Leibnitz, eccellente matematico ed uno dei più grandi filosofi del suo secolo. Egli studiò le belle lettere, la Filosofia e le Matematiche, ed avendo presi a leggere i libri di una numerosa biblioteca, sì filosofici che poetici, storici e teologici, divenne versato in ogni genere di letteratura. Nell'anno 1684 egli pubblicò negli Atti di Lipsia le regole del calcolo differenziale, utilissime agli astronomi. Morì ai 14 di Novembre del 1716 in età di anni 70. Le sue principali opere sono: <title lang="lat">De Arte Combinatoria</title>; - <title lang="lat">Notitia opticae promotae</title>, ed alcuni trattati sopra materie di Matematica.</p>
               <p>Nell'anno appunto della nascita di quest'uomo immortale accadde quella del celeberrimo Giovanni Flamsteed, astronomo Inglese. Egli diedesi da principio allo studio della Storia Ecclesiastica e Civile, ma avendo poi letto il libro della Sfera di Giovanni Sacrobosco, dedicossi interamente all'Astronomia, nella quale fece incredibili progressi. Andato a Cambridge strinse amicizia con Newton, Barrow e Wroe. Flamsteed fu astronomo del Re d'Inghilterra, il quale affidogli la direzione dell'osservatorio di Greenwich. Egli è autore di un catalogo astronomico di tremila stelle. Intraprese di provare la paralassi delle stelle per le sue osservazioni, ma Cassini sodamente combattè le conseguenze, che egli avea voluto trarne.<note place="foot">Lande, Astr. I. 224.</note> Morì ai 18 di Gennaio del 1720 in età di anni 75. Lasciò <title lang="lat">Historia coelestis Britannica</title>, opera, che divisa in tre volumi comparve in Londra nel 1712 e di nuovo nel 1725, e che tra le molte cose astronomiche contiene il catalogo delle stelle australi che non si veggono giammai dal nostro orizonte, calcolato da Abramo Sharp famoso astronomo;<note place="foot">Wolf. V. 74.</note> - <title>La Dottrina della sfera</title>, ed altre opere, tra le quali un Atlante celeste, che in ampia forma comparve in Londra nel 1729. Analoghe a quest'opera sono l'<title lang="lat">Astrognosia</title> di Egidio Stranchio pubblicata in Witemberga nel 1684, e l'<title>Astroscopia</title> di Guglielmo Schickard, che venne alla luce in Lipsia nel 1698.<note place="foot">Wolf. V. 81.</note>
               </p>
               <p>Nell'anno 1650 nacque il celebre Filippo Villemot, noto per il suo nuovo sistema, o nuova spiegazione del moto de' pianeti, che comparve a Lione nel 1707. Egli morì agli 11 di Ottobre del 1713.</p>
               <p>Nell'anno della nascita di Villemot accadde in Parigi quella di Nicola di Malézieu. Egli ebbe una particolare amicizia con Cassini e con Maraldi, fece delle osservazioni astronomiche, e morì di apoplessia ai 4 di Marzo del 1727 in età di 77 anni.<note place="foot">Fontenelle, Éloge de M. Malézieu.</note>
               </p>
               <p>Nel 1652 alli 11 di Decembre morì in Parigi nel collegio di Luigi il Grande in età di anni 69 Dionigi Petau, celeberrimo Gesuita, eccellente critico ed uno de' più dotti uomini del suo secolo. Egli godè durante la sua vita di una straordinaria riputazione per la profonda sua dottrina. Le di lui opere principali hanno per titolo: <title lang="lat">Rationarium temporum</title>; - <title lang="lat">De doctrina temporum</title>. Quest'ultima opera, trattante della cronologia e del calendario, fu stampata in Parigi nel 1627,<note place="foot">Wolf. V. 91.</note> e di nuovo nel 1703 in Anversa, come porta il titolo dell'opera, ma realmente in Amsterdam,<note place="foot">Fab. B. gr. III. 421.</note> con l'aggiunta del terzo intero tomo contenente l'<title>Uranologia</title>, ossia una collezione di antichi autori che trattarono di cose celesti, il quale separatamente era stato pubblicato in Parigi nel 1630; otto libri di dissertazioni in accrescimento dell'opera <foreign lang="lat">de Doctrina temporum</foreign>, ed altri opuscoli. Nell'Uranologio si contengono <title lang="lat">Gemini Isagoge</title>; - <title lang="lat">Ptolemaeus de apparentiis inerrantium</title>; - <title lang="lat">Ptolemaei inerrantium significationes</title>; - <title lang="lat">Calendarium vetus Romanorum cum ortu occasuque stellarum ex Ovidio, Columella, Plinio</title>; - <title lang="lat">Calendarium Romanum ab Ioanne Georgio Hervuart editum</title>; - <title lang="lat">Achillis Tatii Isagoge ad Arati Phaenomena</title>; - <title lang="lat">Eiusdem Tatii fragmenta graeca</title>; - <title lang="lat">Hipparchi Bithyni ad Arati et Eudoxi Phaenomena libri tres</title>; - <title lang="lat">Achillis Tatii ad Arati Phaenomena, qui liber falso Eratostheni tribuitur</title>; - <title lang="lat">Arati genus et vita</title>; - <title lang="lat">Theodorus Gaza de mensibus</title>; - <title lang="lat">S. Maximi computus</title>; - <title lang="lat">Isaaci Argyri computus</title>; - <title lang="lat">Eiusdem computus alter</title>; - <title lang="lat">S. Andreae computus</title>; - <title lang="lat">Fragmentum Graecum de Paschate</title>; - <title lang="lat">Fragmentum Aetii de significationibus stellarum</title>.</p>
               <p>Nell'anno della morte di Petau avvenne quella di Florimondo di Beaune, famoso matematico ed intimo amico di Descartes. Egli inventò molti istrumenti astronomici ed alcuni cannocchiali fra gli altri, di un ammirabile artifizio.</p>
               <p>Ai 17 di Decembre dell'anno 1654 venne al mondo Giacomo Bernoulli, dottissimo matematico. Il suo padre, che destinavalo ad essere ministro, gli fece fare i suoi studi in un collegio dove egli applicossi alle lettere latine e Greche ed alla filosofia ed alla Scolastica. Avendo a caso vedute alcune figure geometriche volle darsi allo studio della Geometria; ma il suo padre temendo che ciò lo distogliesse dall'abbracciare quello stato, al quale lo avea destinato, gli proibì di applicarsi a questa scienza. Bernoulli fu dunque obbligato a studiarla nascostamente, ed avendo appresa la Geometria, passò all'Astronomia. Egli fe' un medaglione rappresentante il carro del sole guidato da Fetonte, con la leggenda «Io son tra gli astri, malgrado il mio genitore».<note place="foot">Fontenelle, Éloge de M. Bernoulli.</note> La cometa del 1680, che fe' nascere opere sì famose, trasse altresì alla pubblica luce la prima opera di Bernoulli, che fu da lui intitolata <title lang="lat">Conamen novi systematis cometarum pro motu eorum sub calculum revocando et apparitionibus praedicendis</title>. Essa comparve nel 1682 in Amsterdam.<note place="foot">Wolf. V. 84.</note> Egli suppose che le comete fossero satelliti di un medesimo pianeta elevato al di sopra di Saturno sino a rendersi sempre invisibili ai nostri occhi; e che questi satelliti non ci divenisser visibili che quando si trovassero nella inferior parte del loro cerchio. Quindi venne a concludere che le comete sono corpi celesti e che i loro ritorni possono venir predetti. Bernoulli dovè rispondere ad una obbiezione, che gli fu proposta assai seriamente, ed è che se le comete fosser soggette a regole, più non sarebbono straordinari indizi dello sdegno del cielo. La obbiezione non meritava risposta; pure le circostanze dei tempi faceanla comparire opportuna. Bernoulli giunse a dire, che la testa delle comete non è un segno, essendo eterna; ma che può esserlo bensì la loro coda, la quale, secondo Bernoulli, non è che un accidente. Tanta cautela facea duopo impiegare per non rendersi nemico il volgo, dominato sempre dai pregiudizi. Bernoulli morì ai 16 di Agosto del 1705 in età di anni 50 e mesi 7. A somiglianza di Archimede, che fe' porre la sfera e il cilindro sul suo sepolcro, egli volle che si scolpisse sulla sua tomba una linea curva spirale, col motto: «Eadem mutata resurgo», alludente alla speranza della risurrezione rappresentata in qualche modo dalle proprietà di quella linea.</p>
               <p>Diverso da questo insigne astronomo è il più recente Bernoulli per nome Giovanni, matematico anch'egli e benemerito pure dell'astronomia. Celebri sono le sue due opere intitolate, l'una <title>Raccolta per gli astronomi</title>, e l'altra <title>Lettere astronomiche</title>. La utilità e il sollievo degli astronomi è l'oggetto della prima. Ha l'autore in mira di facilitare i calcoli e di perfezionare l'uso delle osservazioni. Esamina a questo effetto i metodi e le formole più importanti, e presenta in un sol punto di vista quanto di nuovo erasi a quel tempo scoperto nell'astronomia. In uno dei tomi di questa preziosa raccolta dà varie importanti opere astronomiche, tra le quali una Memoria del Sig. Mallet, professore onorario di astronomia in Ginevra, contenente alcune tavole dei moti di Saturno. Nella seconda delle nominate opere vuole Bernoulli dare una idea dello stato dell'astronomia pratica in molte città dell'Europa. Egli parla in essa di alcune osservazioni sulle macchie solari di M. Silberschlag di Magdeburgo e dello stato dell'astronomia a Gottinga, a Cassel, a Francfort, a Giengen, a Marbourg e negli Elettorati situati sul Reno. Fa conoscere gli offici e macchinisti più abili di Londra, e dà notizia degli stromenti e dei particolari osservatori di questa città e delle sue vicinanze, ed in ispezialtà di Oxford e di Cambridge. Passando quindi alla Francia parla dell'Osservatorio di Parigi, degli stromenti e dei travagli di Monnier, de la Lande, Jeurat e Messier. Si ammirano in Gottinga quegli stromenti, coi quali il famoso, M. Mayer arricchì l'astronomia di accuratissime osservazioni, e si esalta il celebre Koestner, insigne osservatore, chiamato giustamente il Fontenelle della Germania. L'astronomia fiorisce nell'Inghilterra mediante le cure di Bayley, del professore Hornsby e di altri. Cambridge abbonda di astronomi, a Strasburgo si fa qualche disposizione per un osservatorio sotto la direzione del professore Borackenoffer, e a Basilea si ritrova M. Huber, capace di far uso degli stromenti astronomici, che egli possiede.</p>
               <p>Nel 1656 morì in età di 96 anni Tommaso Finck Danese, oratore, medico, matematico ed astronomo. Diede egli alla luce molte opere, e tra le altre <title lang="lat">Horoscopographia, sive de inveniendo stellarum situ</title>; - <title lang="lat">Tabula multiplicationis et divisionis</title>; - <title lang="lat">De constitutione philosophiae mathematicae</title> etc.</p>
               <p>La natura non distrugge, che per creare, e non crea, che per distruggere. Togliendo la vita a Finck, la diede ad Halley, uno dei più insigni illustratori della Scienza degli astri. Egli fu Inglese, venne al mondo nel 1656 il dì 8 di Novembre. Mentre l'Olanda andava superba per il suo Hughens, Dantzica, per il suo Hevelio; mentre la Francia additava i suoi Descartes, Auzout, de la Hire; mentre l'Italia spargeva tuttora di lacrime la tomba del suo Galilei e risuonava delle lodi di Cassini: l'Inghilterra, che avea prodotto un Flamsteed e un Newton, produsse eziandio il grande Edmondo Halley, astronomo de' più celebri, che sien comparsi in Europa. Dotato di una gran facilità di apprendere e fornito di una dotta curiosità, egli sentissi da principio portato quasi egualmente verso tutte le scienze; ma l'Astronomia arrestò il suo spirito ed impegnollo a determinarsi in suo favore. Ella è una cosa interessantissima per gli astronomi il conoscere il numero, e la posizione esatta delle stelle fisse, le quali cose hanno con grandissima cura cercato di determinare gli astronomi di tutti i secoli. Ma come gli antichi viaggiavano di raro al di là dell'Equatore, ed i moderni, che vi si eran portati, aveano d'ordinario avuto tutt'altro oggetto, che quello di perfezionare l'Astronomia; così le stelle dell'emisfero australe, ed in particolare quelle, che vi si veggono presso al polo, rimaneano o affatto sconosciute, o mal collocate sul globo celeste. Fu per riempir questo vuoto, che Halley si propose di portarsi all'isola Sant'Elena, il più meridionale dei paesi, che l'Inghilterra avea allora sotto il suo dominio. Il Re d'Inghilterra Carlo II accordò liberalmente tutto ciò, che giudicossi necessario per la felice riuscita di questa intrapresa, ed Halley essendosi posto in viaggio nel mese di Novembre del 1676, giunse in tre mesi all'isola Sant'Elena, vi eseguì pienamente il suo progetto, e fu di ritorno a Londra verso l'autunno del 1678. Egli pubblicò il suo Catalogo delle stelle australi, dove fra le altre novità viddesi comparire quell'albero, che avea servito di ritiro al Re Carlo II perseguitato da Cromwell dopo la rotta di Worcester con queste parole:<note place="foot">Mairan, Éloge de M. Halley, nell'«Histoire de l'Académie des sciences», a p. 1742. 175.</note> «Robur Carolinum, in perpetuam sub illius latebris servati Caroli Secundi Magnae Britanniae Regis, memoriam in coelo merito translatum». Così volle il nostro Astronomo segnalare la sua gratitudine verso Carlo II in quel cielo stesso, che i benefizi di questo Principe aveangli dato campo di conoscere.</p>
               <p>Halley osservò all'isola Sant'Elena il passaggio di Mercurio sul disco del sole, che egli sapea dovere avvenire nel 1677, e che fu ancora osservato da M. Gallet in Avignone, e da un anonimo in Montpellier.<note place="foot">Lande, Astr. II. 570.</note> Fece delle savie riflessioni sopra l'utilità di questa sorta di passaggi dei pianeti inferiori per iscuoprire la parallassi del sole e la sua distanza dalla terra; diede un metodo e delle tavole per predirli, previde il passaggio di Venere, che dovea accadere nel 1761, ed esortò con termini patetici tutti gli astronomi, che sarebbon vissuti in quel tempo, a prepararsi per osservarlo, e a porre in opera tutta la loro sagacità per ben determinare le circostanze di un sì raro e decisivo fenomeno. Egli non potea naturalmente sperare di vivere sino a quel tempo ma la Filantropia si estende al di là della tomba, e la morte non è capace di togliere al vero filosofo il desiderio di esser utile, nè di privarlo della soddisfazione, che provasi nell'arrecar vantaggio ai suoi simili. Spinto dal desiderio di conferire con Hevelio, il nostro astronomo partì per Dantzica e vi giunse nel 1679 ai 26 di Maggio. Questi due sapienti contrassero insieme una stretta amicizia, come Hevelio attestò nel suo <title lang="lat">Annus Climatericus</title>. Halley volle ancora conoscere i sapienti d'Italia e di Francia. Trovandosi alla metà del cammino da Calais a Parigi vide la famosa cometa del 1680 sì considerabile per la sua grandezza. Egli compose sopra questa sorta di corpi celesti un'opera delle più eccellenti, in cui ridusse le orbite di tali corpi a delle semplici parabole che hanno il sole, per foco, come la ellissi dei pianeti ordinari; e in una tavola di una sola pagina pose sotto gli occhi i nodi, i perieli, le distanze, i movimenti di 24 comete delle più considerevoli e delle meglio osservate. Il posto di astronomo reale all'osservatorio di Greenwich essendo venuto a vacare per la morte di Flamsteed, Halley lo ottenne, e fu allora che l'Astronomia esercitò sopra lo spirito del nostro matematico tutti i suoi diritti. Halley osservò il cielo a Greenwich sino al principio del 1740 con quell'ardore e con quell'assiduità che formava una parte essenziale del suo carattere. Egli avea da gran tempo in pensiero di riunire un seguito completo di osservazioni sopra i luoghi della luna, per paragonarli coi suoi calcoli e per ridurre a qualche legge costante il corso di questo corpo celeste. Halley determinò siffatti luoghi non solo per rapporto alle stelle visibili e conosciute dello Zodiaco; ma per rapporto ancora a un gran numero di altre, delle quali avea fissata la posizione in una Carta celeste assai dettagliata, da lui data al pubblico sopra questo soggetto. Egli stese delle Tavoli lunari, e carico di gloria morì nel 1742 il dì 25 di Gennaio al principio del suo ottantesimo sesto anno. Alcune delle opere di Halley sono le seguenti. <title lang="lat">Catalogus stellarum Australium, sive supplementum catalogi Tychonici exhibens longitudines et latitudines stellarum fixarum, quae prope polum Antarticum sitae in horizonte Uraniburgico Tychoni incospicuae fuere, accurato calculo ex distantiis supputatas, et ad annum 1677 completum correctas, cum ipsis observationibus in insula S. Helenae summa cura et sextante satis magno de coelo depromptis. Opus ab Astronomis hactenus desideratum. Accedit Appendicula de rebus quibusdam Astronomicis notatu non indignis. Authore Edmundo Halleyo</title>; - <title lang="lat">Methodus directa et geometrica investigandi aphelia, excentricitates proportionesque orbium planetarum primariorum; - Tabulae astronomicae</title>; - <title lang="lat">Synopsis Astronomiae cometicae</title>; - <title lang="lat">De visibili coniunctione inferiorum planetarum cum sole</title>; - <title>Teoria della ricerca del focolare dei vetri ottici</title>; - <title lang="lat">De Iride, sive de arcu coelesti</title>; - <title lang="lat">Methodus singularis, qua solis parallaxis sive distantia a terra, ope Veneris intra solem conspiciendae, tuto determinati poterit</title>; - <title>Sul cambiamento delle latitudini di alcune stelle fisse</title>; - <title>Metodo semplice ed esatto per determinare il tempo dei solstizi</title>; - <title>Metodo per determinare i posti dei pianeti coll'osservare il loro appressarsi alle stelle fisse</title>.</p>
               <p>Al tempo di Halley visse Gian Matteo di Chazelles, celebre matematico, nato ai 24 di Luglio dell'anno 1657. Portatosi a Parigi nel 1675 guadagnossi la stima del Signor du Hamel e di Cassini. Nel 1695 M. de Pontchartram risolvè di far travagliare per un secondo volume del Nettuno Francese, che comprendesse il mare Mediterraneo. M. de Chazelles propose di andare a stabilire per mezzo di osservazioni astronomiche la esatta posizione dei principali punti del levante, e non domandò che un anno per il suo viaggio. Egli partì difatto, scorse la Grecia, l'Egitto, la Turchia, sempre con il quarto di circolo e il cannocchiale alla mano. Il viaggio di questo astronomo diede sopra la scienza degli astri uno schiarimento di grande importanza. La perfezione di questa scienza richiede che gli astronomi di tutti i secoli si trasmettano le loro cognizioni e si prestin soccorso: ma per profittare dei travagli degli antichi fa duopo poter calcolare, per il luogo dove i moderni si trovano, ciò che eglino avean calcolato per il luogo dove essi trovavansi. Fa ancor di mestieri non lasciarsi ciecamente guidare dall'autorità degli antichi, i travagli de' quali sono ai moderni sospetti per quella precisione, che si ha al presente, e di cui essi mancavano per difetto di acconci strumenti. Gli astronomi, de' quali più interessava paragonare le osservazioni con le moderne, erano Ipparco, Ptolomeo e Ticone Brahe. I due primi erano stati in Alessandria nell'Egitto, il terzo nell'isola di Ween, ove fu fabbricato il castello di Uraneburgo. Picard nel 1671 intraprese il viaggio verso quest'ultimo, vi tracciò la meridiana del luogo e rimase attonito in vedere che ella differiva di 18' da quella, che Ticone avea determinata. Ciò potea far credere che i meridiani cangiassero, vale a dire che la terra non girasse sempre sopra i medesimi poli, poichè se un altro punto fosse divenuto polo, tutti i meridiani, che avrebbon dovuto passare per questo nuovo punto, avrebbon cangiata situazione. La questione della variazione, o invariabilità dei poli della terra e dei meridiani, era assai interessante. M. de Chazelles, essendo in Egitto, misurò le Piramidi, e trovò che le quattro parti della maggiore corrispondevano precisamente alle quattro regioni del mondo. Sembrando che questa corrispondenza sì giusta dovesse essere stata ricercata da quelli, che elevarono la Piramide, ne fu dedotto che in quel gran numero di anni, che era passato dalla fabbrica di questo insigne monumento fino al tempo, in cui fu esaminato, niente erasi cangiato nei poli della terra, o nei meridiani. Dopo aver molto travagliato, dopo aver fatte più osservazioni, M. de Chazelles morì in Marsiglia a' 6 di Gennaio dell'anno 1710.<note place="foot">Fontenelle,Éloge de M. de Chezelles.</note>
               </p>
               <p>Nell'anno 1660 morì il famoso Andrea Tacquet, dottissimo Gesuita, nativo di Anversa. Egli è autore di un Trattato di Astronomia, e di alcune opere di Matematica, che nel 1669 furono stampate in Anversa.</p>
               <p>Nell'anno 1662 ai 13 di Decembre nacque in Verona il celeberrimo letterato Francesco Bianchini. Portossi questi a Roma, ove fu bibliotecario del Cardinale Ottoboni, che fu poi Papa Alessandro VIII, e canonico prima di S. Maria della Rotonda, poscia di S. Lorenzo in Damaso. Fu in gran credito presso tutti i letterati ed ancora presso i Sommi Pontefici, i quali gli diedero pubblici contrassegni della loro stima. Egli fu, che fe' costruire il famoso gnomone della Chiesa dei Certosini di Roma, simile a quello di S. Petronio in Bologna. Clemente XI fece battere una medaglia per questo gnomone, e Bianchini pubblicò un'ampia dissertazione <title lang="lat">De numero et gnomone Clementino</title>.<note place="foot">Fontenelle, Éloge de M. Bianchini.</note> Due altre dissertazioni egli pubblicò nel 1703 col titolo <title lang="lat">De Calendario</title> e <title lang="lat">Cyclo Caesaris ac de Canone Paschali Sancti Hippolyti martyris</title>. Egli diessi a difendere il Canone pasquale di S. Ippolito, che Scaligero avea trattato da puerile, e argomentossi di provare che quest'opera era eccellente. Ma fra le fatiche astronomiche di Bianchini una delle più interessanti è quella, alla quale egli dedicossi per porre in chiaro la teoria del pianeta Venere. Cassini nel 1666 e 1667 avea cercato di scuoprire le macchie di questo corpo, affine di determinare col mezzo di esse il suo moto diurno, o di rotazione, se egli ne avea alcuno. Cristiano Hughens cercò in seguito inutilmente le macchie di Venere, egli non ne distinse alcuna su questo corpo. In ultimo luogo il P. Briga Gesuita, che travagliava per una grand'opera sopra Venere, avea invitati degli osservatori, sì nella Europa, che nella Cina, a cercare le macchie di questo pianeta co' loro migliori telescopi, e gli avean tutti risposto che essi avean gettato al vento le loro fatiche.</p>
               <p>Alla teoria di Venere mancava ancora che la parallassi di questo corpo fosse esattamente determinata. Dalla ricerca appunto di tal parallassi cominciò Bianchini. Egli volle tentare di applicarvi il metodo da Cassini ritrovato per la parallassi di Marte, il quale consiste nel paragonare ad una stella fissa, vicinissima al pianeta, del quale si cerca la parallassi, il moto di questo pianeta, e ciò per un tempo assai lungo. Venere può vedersi in pieno giorno e nel meridiano con dei cannocchiali, e talvolta ancora con occhio nudo; ciò che fornisce il tempo necessario per somigliante osservazione. Non così però vedonsi le Fisse, quando esse non sieno di prima grandezza; e deve ascriversi a ventura di trovarne qualcuna assai vicina a Venere veduta in pieno giorno e al meridiano. Bianchini sperò che Venere ai 3 di Luglio del 1716 sarebbesi trovata con Regolo, o col Cuor di Leone; e difatto egli vide questi due astri nella medesima apertura del suo cannocchiale. Bianchini ripetè le osservazioni nei tre giorni seguenti, e trovò la parallassi di Venere di 24 secondi. Nel 1724 egli disegnava di ricominciare le sue osservazioni, dovendo Venere in quell'anno, passando pel meridiano, ritrovarsi appresso a poco nella stessa posizione rispetto a Regolo. Ma alcune moleste circostanze avendo sconcertati i suoi disegni, egli si lusingò di riprendere il suo travaglio nel 1732, poichè Venere non ritornava con Regolo che dopo lo spazio di 8 anni; ma la sua vita non giunse ad estendersi sino a quel tempo.</p>
               <p>Bianchini fu più fortunato nella osservazione delle macchie di Venere, che egli fece nel 1726. Egli vide queste macchie nel pianeta, preso in tutte le situazioni, ove esso può trovarsi, e siccome le medesime, vedute con i grandi vetri, de' quali Bianchini facea uso, sono come le macchie della luna vedute con occhio nudo; egli si fe' a consigliare quelli, che avrebbon voluto ben veder le macchie di Venere, di accostumarsi prima ad esaminare attentamente quelle della luna, onde poi l'occhio, disposto col mezzo di questo esercizio, fosse più abile ad osservare le macchie di Venere.</p>
               <p>Bianchini stabilì verso il mezzo del disco di questo pianeta sette mari communicantisi insieme per quattro stretti, e verso le estremità due altri mari senza communicazione con i primi. Egli chiamò promontori alcune parti, che sembravano distaccarsi dal contorno di questi mari. Bianchini, dice il Sig. di Fontenelle,<note place="foot">Éloge de M. Bianchini.</note> avea un diritto di proprietà sopra questo globo quasi del tutto nuovo, e la cognizione del quale era dovuta ai suoi travagli. Quindi è che egli diede de' nomi a questi mari, a questi stretti e a questi promontori. Bianchini impose al primo mare il nome del Re di Portogallo, dal quale avea ricevuto delle grazie. Venere fu pertanto destinata a segnalare la gratitudine di questo Astronomo. Egli dispose del rimanente di quel vasto paese, del quale era assoluto padrone, in favore dei Generali Portoghesi più illustri per le loro conquiste nelle due Indie, dei navigatori più famosi, che aprirono la strada a queste conquiste, di Galilei, di Cassini, degni di aver luogo in quel globo, l'uno per avere in esso vedute delle fasi simili a quelle della luna, l'altro per aver cercato di determinare la rotazione. L'Accademia delle Scienze e l'Instituto di Bologna ebbero luogo ancor essi nel pianeta Venere.</p>
               <p>Bianchini determinò la rotazione di questo globo, scoprì il parallelismo costante del di lui asse sulla sua orbita simile a quello, che Copernico fu obbligato a dare alla terra. Egli temè però che il parallelismo di Venere ed alcuni altri punti, dove necessariamente era tratto dalla buona astronomia, non comparisse troppo favorevole a Copernico, ed ebbe cura di avvertire che tutto ciò potea accordarsi con Ticone.</p>
               <p>Bianchini avea in pensiero di tracciar per l'Italia una meridiana all'esempio di quella di Francia; ma la morte non gli diè nemmeno il tempo di cominciare la esecuzione di questo disegno. Egli cessò di vivere ai 2 di Marzo del 1729 in età di anni 67.</p>
               <p>Al tempo di Bianchini visse il celebre Antonio Laval, eccellente Matematico. In età di 16 anni egli entrò nella Compagnia di Gesù, ove si distinse per il profondo suo sapere. Laval fece moltissime osservazioni astronomiche, e morì ai 5 di Settembre del 1728 in età di circa 66 anni.</p>
               <p>Al tempo di questo insigne letterato visse il celebre Giacomo Filippo Maraldi, nipote del famoso astronomo Cassini. Nacque egli ai 21 di Agosto dell'anno 1665. Fu chiamato in Francia dal suo zio nel 1678, e guadagnossi la stima di tutti i sapienti colla sua dottrina e colle sue osservazioni. Andò nel 1718 con altri tre matematici a terminare a settentrione la meridiana promulgata dal Cassini sino all'estremità meridionale del regno di Francia. Il catalogo delle stelle fisse fu l'opera alla quale egli si diede col più grande ardore. Sin da quando egli si pose ad osser... ...Morì in età di anni 64 nel primo dì di Decembre del 1729. Il nipote di questo astronomo, Giovanni Domenico Maraldi, travagliò ancor egli per perfezionare la scienza degli astri.</p>
               <p>Nell'anno della nascita di Giacomo Filippo Maraldi avvenne la morte di Biagio Francesco Conte di Pagan, dotto matematico. Le principali sue opere sono la <title>Teoria de' pianeti</title> pubblicata in Parigi nel 1657, e le <title>Tavole astronomiche</title>.</p>
               <p>Al tempo di Giacomo Filippo Maraldi visse il celebre Auzout, il quale è comunemente riguardato come l'inventore del Micrometro, strumento utilissimo agli astronomi. La invenzione di esso gli fece molto onore. Alcuni invidiosi vollero spogliarlo di questa gloria. Un Inglese chiamato Riccardo Townley asserì che un altro Inglese, conosciuto sotto il nome di Gascoygne, avea inventato il Micrometro prima che comparisse la descrizione di quello di Auzout. In prova di quanto asseriva, egli citò alcune carte e pretese con queste mostrare che la gloria della invenzione del Micrometro doveasi a Gascoygne. Checchè sia di tutto ciò, egli è certo che Auzout è comunemente riguardato come inventore del Micrometro.</p>
               <p>Circa l'anno 1671 nacque in Iscozia il celebre Giovanni Keill. Egli fu fatto professore di Astronomia in Oxford, e fu uno de' migliori e più illustri letterati della Società Reale di Londra. Morì nel 1721 in età di anni 50. La sua <title lang="lat">Introductio ad veram physicam et ad veram astronomiam</title> è un'opera molto stimata.</p>
               <p>Nell'anno 1672 il celebre astronomo Richer fece a Caienna il suo famoso esperimento, che fu come il germe di una nuova teoria della figura della terra. Richer osservò che per fare che un pendolo oscillasse nell'isola di Caienna ad ogni minuto secondo, come facea a Parigi, conveniva accorciarlo di una linea e un quarto. Hughens conobbe che ciò non poteva accadere se non mediante la forza centrifuga della terra, posta la quale era assai conveniente il credere che questo pianeta avesse la figura di una sferoide schiacciata verso i poli. Newton avea concluso il medesimo, ma in Francia si credè che la terra fosse compressa all'Equatore, e allungata ai poli. Le osservazioni però di Maupertuis, Clairant, le Camus, le Monnier, Outhier e Celsio, che nell'anno 1734 per ordine di Luigi XV partirono per il Nord, e quelle di Bouguer, la Condamine e Godin, che nello stesso anno partirono per il Perù, hanno evidentemente dimostrato che la terra è una sferoide schiacciata verso i poli ed elevata verso l'Equatore.<note place="foot">Paulian, I. 68.</note> La scoperta di questa importante verità fu come predetta dal celeberrimo matematico Claudio Francesco Millet de Chales, il quale così parla in una sua opera: «Haec observationum discrepantia aliquibus fecit suspicionem, terram non esse perfecte sphaericam, sed sphaeroides ellipticam, ita ut versus polos in minorem circulum abiret. Sed opos esset pluribus observationibus ad id persuadendum».</p>
               <p>Ai 16 di Maggio dell'anno 1675 morì avvelenato il celebre Stanislao Lubienietski gentiluomo polacco. Il suo <title lang="lat">Theatrum cometicum</title> è un'opera assai stimata.</p>
               <p>Pochi anni dopo la morte di Andre, cioè nel 1680, accadde la morte di Leonardo Omodeo palermitano, matematico e poeta. Diede egli alle stampe <title>Osservazioni di nove ecclissi, cinque solari e quattro lunari</title>; <title>Trattati astrologi, cioè della sfera, della teorica de' pianeti secondo il sistema di Ticone</title>; - <title>Osservazioni delle comete degli anni 1652 e 1664, nelle quali con dimostrazioni matematiche si fa chiaramente conoscere dette comete esser nella regione Eterea sopra la luna, e non sublunari</title>; - <title>Osservazioni di molte stelle fisse, del Giove e comiti di Giove, di Saturno e Satelliti detti di Saturno, non solo con istrumenti matematici, ma ancora col Tubo ottico, e s'insegna la fabbrica di detto tubo con quanti vetri vorrà l'artefice</title>.</p>
               <p>Nell'anno della morte di Omodeo apparve la famosa cometa che fu osservata dal Newton e da Giandomenico Cassini. Ella fu scoperta da Flamsteed ai 22 di Decembre. Ebbe un moto realmente diretto dal segno di Capricorno sino a quello di Gemini. Sopra di essa scrisse Pietro Bayle i suoi pensieri diversi.</p>
               <p>Ai 12 di Ottobre dell'anno 1682 morì il celebre Picard. Egli fu mandato a Uraneburgo ad esaminare la meridiana di Ticone. Picard fu il primo che osservò le altezze delle stelle in pieno giorno. Si crede che egli il primo unitamente ad Auzout immaginasse l'applicazione del cannocchiale al quarto di circolo astronomico. Ma M. de la Lande<note place="foot">Astr. liv. I.</note> dice di essere stato assicurato da M. de l'Isle che tale idea dovevasi a Roberval. Checchè ne sia, ella fu certo utilissima agli astronomi questa invenzione, benchè Hevelio però non adottasse una tale invenzione, temendo che le rifrazioni dei vetri non disordinassero l'asse visuale. Egli fu però assai facile di mostrare per mezzo delle leggi della Diottrica che questo timore di Hevelio non era che mal fondato. Picard esaminando le carte della Francia vi riconobbe molta inesattezza. Ciò proveniva dal poco riguardo, che nel formarle si era avuto alla situazione de' luoghi per rapporto al cielo. Per apportar rimedio a questo disordine, egli formò il disegno di tracciare una meridiana per il regno di Francia. L'Accademia delle scienze approvò questo progetto, e si pose mano all'esecuzione. Picard si stabilì nel 1673 nell'Osservatorio Reale. Il Re essendovi andato nel dì primo di Maggio del 1682 rimase assai soddisfatto dell'attività, dello zelo e de' progressi di coloro, che vi travagliavano. Inviò i suoi ordini per la continuazione della meridiana di Francia; ma Picard morì nel dì 12 di Ottobre dello stesso anno. Egli ebbe però la gloria di aver gettati i fondamenti di questa utilissima impresa.</p>
               <p>Vissero al tempo di Picard il famoso Bordoni, che nel 1685 occupossi a far delle correzioni alla meridiana di Bologna, ed il celeberrimo Geminiano Montanari, matematico ed astronomo, nativo di Modena, morto nel 1687. Si hanno di lui molte opere, e tra le altre un Trattato sulla instabilità del Firmamento; un Discorso sulle stelle fisse, che più non appariscono in cielo e su quelle che cominciano a mostrarvisi; delle Osservazioni sui pianeti; un Trattato sul modo di osservare i fenomeni celesti; e due opere in fine col titolo, l'una <title lang="lat">Astronomico-Physica Dissertatio de cometa</title>, e l'altra <title>La Livella Diottrica, nuova invenzione per livellare il Cannocchiale con maggior esattezza e facilità, che per l'addietro con altre livelle non si è fatto; aggiuntovi il modo di misurare una distanza incognita con una sola stazione guardando nel cannocchiale, ed un nuovo e facil modo di misurare mediante la livella medesima il vero circuito della terra</title>.</p>
               <p>Nell'anno 1688 ai 4 di Aprile nacque a Parigi il celebre Niccola Giuseppe De l'Isle, geografo ed astronomo eccellente. Egli fece un gran numero di osservazioni. Il Czar Pietro il Grande, avendo formato il disegno di stabilire a Pietroburgo una scuola di Astronomia, volle che De l'Isle ne fosse il fondatore. Si sa con quanti stabilimenti cercò questo principe di facilitare gli avanzamenti delle scienze in Moscovia.<note place="foot">Fontenelle, Éloge du Czar Pierre I.</note> A Gottorp, di cui era signore il Re di Danimarca, egli vide uno smisurato globo celeste al di dentro, e terrestre al di fuori, fatto secondo un disegno di Ticone Brahe. Dodici persone poteano sedervi al di dentro e farvi delle osservazioni celesti facendo girare questo enorme globo. La curiosità del Czar ne fu colpita, egli lo chiese al Re di Danimarca e lo fe' portare sopra una fregata a Pietroburgo.<note place="foot">Ivi.</note> De l'Isle dimorò a Pietroburgo 22 anni, e vi fece molti allievi, che furono abilissimi nell'Astronomia. La gloria principale di De l'Isle è di avere avuti per discepoli i due celeberrimi astronomi De la Caille e De la Lande. Egli morì in Parigi il dì 12 di Settembre del 1768, in età di anni 80 e mesi 5.</p>
               <p>Fratello di Giuseppe Niccola fu Luis De l'Isle, morto assai prima di lui nel 1741, il quale si portò per fare delle osservazioni nel 1727 alle parti settentrionali della Russia, e nel 1733 al Kamtschatka.<note place="foot">Lande, Astr. I. 226.</note>
               </p>
               <p>Nell'anno della nascita di De l'Isle accadde la morte di Ferdinando Verbiest Gesuita, abile matematico. Si ha di lui <title lang="lat">Astronomia Europae sub Imperatore Tartaro Sinico Cam-Hy in lucem revocata</title>.</p>
               <p>Nell'anno 1696 Francesco Fontana matematico Napoletano e famoso astronomo pubblicò <title lang="lat">Novae coelestium terrestriumque rerum observationes, et fortasse hactenus non vulgatae specillis a se inventis et ad summam perfectionem perductis</title>. Ad esso viene comunemente attribuita la invenzione del Microscopio. Egli pretese ancora che se gli dovesse quella del Telescopio.<note place="foot">Saverien, p. 247.</note>
               </p>
               <p>Appunto nell'anno 1696 accadde la morte di Eduardo Bernardi, famoso astronomo inglese. Egli fu professore di Astronomia in Oxford, pubblicò varie opere astronomiche e critiche, assai stimate. Compose un catalogo di matematici, al sommo interessante, che fu, unito da Tommaso Smith alla vita di questo astronomo stampata in Londra nel 1704. In esso si annovera un gran numero di autori, che trattarono della scienza degli astri, e che trasportarono da una lingua all'altra dei libri, che ne trattavano. Ci si rende indispensabile il por qui il catalogo di una parte di questi scrittori, giacchè molti di essi non meritando che di loro si faccia separatamente e particolarmente menzione, sembran potersi non isconvenevolmente adunar tutti in un luogo ed esporre allo sguardo del leggitore. Vi si annoveran pertanto Giovanni Rasel, traduttore dell'Almagesto di Ptolomeo; Al Sufio, che scrisse sulle stelle fisse;<note place="foot">Può essere Haly Ben Rodoan.</note> Mohammed Abdu, Omar Ebn Kasem, Abn Isaac Ibrahim, Ebn Mezerkal, che scrissero sull'astronomia; Yahga Ebn Mohammed; Gelatoddoin Mansur; Hosein Ebn Hosein; Chowaresmio Alkobreo; Fessol Hatem; Ali Sergiandi;<note place="foot">Forse lo stesso che Sergio. Lande, Astr. I. 162.</note> Ali Koshigio Zacuth Kenubi; Giovanni Papiense; Riccardo Monke e Tio, famosi astronomi; Bredon, che scrisse sull'Almagesto di Ptolomeo; Giacobbe ben Macir e l'Imperatore Eraclio, che occuparonsi intorno all'astrolabio; Husain Ebn Mohammed, che fe' un commentario alle Instituzioni astronomiche di Nassireddin; ed Evesham, il quale scrisse sul moto dell'ottava sfera. A questi si aggiungono Ougthred, che occupossi sulla gnomonica; Linnemann, Hecker, Santbech, Diaz, Baroccio, ancor essi astronomi.</p>
               <p>Ai 21 di Marzo dell'anno 1699 morì il celebre matematico Wegelio. Egli fu amico di Bartolomeo Schimpfer famoso astronomo e mostrossi degno di tale amicizia con le sue scoperte ed invenzioni astronomiche. Si hanno di lui <title lang="lat">Philosophia mathematica</title>; - <title lang="lat">Memoria temporum</title>; - <title lang="lat">Idea matheseos universae</title>; - <title>Cosmologia</title>; - <title lang="lat">Globorum correctorum descriptio</title>, e molte altre opere.</p>
               <p>Alcuni anni dopo la morte di questo letterato, cioè nel 1708, seguì quella del famoso Davide Gregory, nipote di Iacopo Gregory, eccellente matematico, che ci diede la idea del telescopio di riflessione. Fu Davide nativo di Alberdon; insegnò la Matematica e l'Astronomia in Edimburgo e poscia in Oxford, ove morì. Tra le sue opere contasi <title lang="lat">Astronomiae, Physicae et Geometriae elementa</title>, che comparvero in Oxford nel 1702,<note place="foot">Wolf. V. 77.</note> e di nuovo in Ginevra nel 1726.<note place="foot">Ivi 78.</note>
               </p>
               <p>La morte di Gregory fu seguìta da quella di Domenico Guglielmini, famoso medico e matematico, accaduta in Padova nel 1710. Egli era nato in Bologna ai 27 di Settembre dell'anno 1655. La cometa del 1680 e 1681 avendo spinto Montanari, maestro di Guglielmini a dire che questo corpo non avea potuto disparire a causa della sua distanza, non essendosi trovato bastantemente lontano dalla terra, e che conseguentemente dovea avere avuto luogo una qualche dissoluzione fisica; Guglielmini si vide impegnato per questa ragione, uscita dalla bocca di un maestro che egli amava, a cercare di spiegare in qualche modo la generazione delle comete. Egli pensò che i vortici de' pianeti, a cagion d'esempio di Giove e di Saturno, avvicinandosi il più che fosse possibile, poteano tagliarsi verso le loro estremità. Ora ciò posto egli suppose che in questo intrecciamento e in questo imbarazzo della materia dei vortici si formasse, in virtù dei moti scambievolmente opposti, un nuovo vortice, le di cui parti più grossolane andassero ad occupare il centro, e producessero un nuovo corpo solido, cioè la testa della cometa. Guglielmini dichiarò che egli non credea questo sistema nè vero nè verisimile, ma riputavalo solamente proprio a spiegare i fenomeni, e lo propose con una modestia, che riparò alla debolezza della sua ipotesi. «Les grands génies, dice con ragione il famoso P. Rapin,<note place="foot">Comparaison de Platon et d'Aristot., part. II. chap. 2.</note> hésitent où les petits esprits ne s'expliquent que par des décisions, parce qu'ils n'ont pas assez de lumière pour douter». Guglielmini osservò a Bologna la ecclissi solare del dì 12 di Luglio del 1684. Tra le opere di questo matematico contansi <title lang="lat">De cometarum natura et ortu epistolica dissertatio</title>; - <title lang="lat">Volantis flammae Epitropeia, sive propositiones Geographico-Astronomicae</title>; - <title lang="lat">Opticae a D. G. Montanari discipulo demonstrata</title>.</p>
               <p>Ai 15 di Marzo dell'anno 1713 nacque a Rumignì, vicino a Reims, il celeberrimo Nicola Luigi de la Caille, uno de' più grandi astronomi del secolo decimottavo. Naturalmente portato alle matematiche, rinunziò alla teologia, tra lo studio della quale e quello del cielo avea antecedentemente diviso il suo tempo e tutto dedicossi all'astronomia. Emulo d'Ipparco e di Ticone, aprì e rese facile ad ognuno la via di noverar tutte le stelle, ridusse ad accuratissimo calcolo le ecclissi del sole e della luna dalla nascita di Cristo perfino all'anno 1800, brevemente espose e mise in chiaro, onde alla utilità servisse degli astronomi e dei geografi, il viaggio del P. Feuillée dell'Ordine de' Minimi fatto all'isole Canarie, e restituì al pubblico le osservazioni di Walther e di altri, sebbene antiche, utilissime nondimeno all'Astronomia.</p>
               <p>L'emisfero Settentrionale fu poco al la Caille. L'Australe rimanea tuttora oscuro e il nostro astronomo, inquieto finchè tutto il cielo non vedeasi aperto ai suoi occhi, meditò di portarsi al Capo di Buona Speranza, principal sede degli Olandesi nell'Affrica. Approvato il disegno dal ministro regio, e favorito dalla Repubblica di Olanda, perchè al la Caille facean d'uopo altri osservatori, che alle sue con le loro osservazioni scambievolmente rispondessero; avvertì egli del suo disegno quelli, che favorevoli erano ai suoi studi, e le note aggiunse delle stelle, dei luoghi e dei giorni, onde più facilmente l'opera loro prestar potessero al bramato conseguimento del fine. Erano questi, a Londra, Bradley, Bevis e Morton; Muller e Grischow a Pietroburgo; Struick ad Amsterdam; Wargenton a Stokolm; Ferner ad Upsal; Mayer a Gottinga; Boscovich a Roma; Hell, Liesganig e Scheffer a Vienna; Ximenes a Firenze; Pezenas a Marsiglia; Bereand a Lione; Gaubil a Pekin.</p>
               <p>Disposta la necessaria suppellettile e i matematici strumenti, partì il nostro astronomo da Parigi ai 21 di Ottobre del 1750, e dopo le osservazioni fatte, durante il viaggio, intorno alle longitudini e alle latitudini, giunse al Capo di Buona Speranza il dì 19 di Aprile del 1751. Quivi il trar dalla nave il fardello degli strumenti, l'innalzare una specola Astronomica, e tutta dirigere la forza delle macchine, quasi ad espugnare, colla maestà dell'apparato, l'australe emisfero, furon le principali sue cure. L'opera, dice un dotto scrittore,<note place="foot">Brotier. <title lang="lat">Clarissimi viri Nicolai Ludovici de la Caille vita</title>.</note> maggiore dei travagli di Atlante fu cominciata il dì 10 di Maggio. Era sereno e puro l'aspetto del cielo, ma un vento assai veemente incusse nel nostro osservatore ammirazione a un tempo e spavento. Poichè sembrava che la luna al suo soffiare quasi scossa ondeggiando tremasse, e parean le stelle medesime, somiglianti alle comete, allungarsi a guisa di barba e di chioma. Benchè smarrito quasi alla prima vista, crebbe poi nondimeno all'aspetto delle difficoltà il coraggio del nostro astronomo: perseverò questi nel travaglio, si diè a combattere colla natura, e giunse finalmente a superarla. Vittorioso il la Caille, mediante l'assiduo travaglio di 27 notti, divenne signore dell'emisfero australe, numerò più di diecimila stelle e collocò nel cielo quegli strumenti co' quali l'uomo era giunto a rendersi soggetta la natura, volendo quasi che questa medesima servisse a render testimonianza della propria sconfitta, e in mezzo alle sue meraviglie i monumenti additasse del trionfo dell'uomo.</p>
               <p>Dopo avere ricercata la parallassi del sole, della luna, di Marte e di Venere, e dopo essersi applicato a ricercar la misura de' gradi paralleli della parte australe, secondato in questo travaglio da Bestbier e da un giovine artefice per nome Retail, tornò il la Caille a Parigi ai 28 di Giugno del 1754. Osservò e descrisse nel 1760 due comete, una delle quali con velocissimo movimento scorse quasi quaranta gradi nello spazio di 24 ore. Affermando gli astronomi che essa era più della luna medesima vicina alla terra, un grandissimo spavento destossi nel volgo, che asseriva dover ella fare scempio del nostro globo. Cercò il la Caille di calmare gli spiriti atterriti e le false congetture e i vani timori represse colla forza delle dimostrazioni. Nel nominato anno e nel seguente osservò 515 stelle zodiacali, stabilì accuratissime leggi delle rifrazioni, cercò di facilitare la via per cui rinvenir navigando le longitudini col mezzo della luna, e soccombè finalmente alla fatale necessità ai 23 di Marzo del 1762 nell'immatura età di 49 anni. Le sue opere astronomiche sono: <title>Lezioni elementari di Astronomia Geometrica e fisica</title>; - <title>Tavole delle rifrazioni</title>; - <title>Tavole del sole</title>; - <title lang="lat">Astronomiae fundamenta</title>; - <title lang="lat">Coelum australe stelliferum</title>, e delle Efemeridi.</p>
               <p>Nell'anno 1714 il duodecimo del regno della Regina Anna, pubblicossi in Inghilterra un atto del Parlamento, col quale promettevansi 20. lire sterline a chi scoprisse le longitudini in mare di circa mezzo grado; 15000 Lire a chi non le scoprisse che circa a due terzi di grado, e 10. lire a chi le scoprisse circa ad un grado. Stabilironsi ancora de' commissari, i quali giudicassero del merito de' metodi, che venissero suggeriti su tal proposito. Ne' viaggi di mare si conosce facilmente la latitudine. Ma egli è ancor necessario conoscer la longitudine. I matematici hanno in ogni modo cercato di sciogliere questo interessante problema. M. Ditton insieme con un altro letterato credè di aver data la soluzione del problema delle longitudini proponendo di fissar sul mare ad ogni 200 leghe dei vascelli incaricati di far partire a mezza notte precisamente una bomba secondo una direzione perpendicolare, affinchè i naviganti vedendo il crepar della bomba, paragonassero l'ora contrassegnata da questa con quella indicata nel vascello e venissero a conoscere i meridiani, e per conseguenza le longitudini. Ma questo progetto fu trovato assai difficile ad eseguirsi. Se può nel medesimo istante conoscersi qual ora è in due diversi luoghi, la differenza delle ore indicherà quella delle longitudini. Se si osservi l'istante di un fenomeno celeste e si calcoli l'istante, in cui il medesimo fenomeno è osservato in altro luogo, la differenza di questi istanti dà quella delle longitudini. Ma non sempre il cielo è sereno, nè sempre per conseguenza far si possono le necessarie osservazioni. Il metodo più facile consisteva nell'imbarcare sul vascello un orologio, il quale esattamente, e senza disordinarsi, conservasse l'ora del luogo della partenza. L'orologeria è una delle arti più necessarie all'astronomia. Questa fu migliorata da Suily, Graham, le Roi, e dai loro successori fu utilmente applicata alla navigazione. Egli è Bailly che dice questo, quello stesso che dice, che il Sig. Giovanni Harrison costruì una mostra, della quale fe' prova ponendola sopra un gran battello in un fiume in occasione di un tempo burrascoso. Trasportolla sopra una nave sino a Lisbona, e da Lisbona sino in Inghilterra, e diede molto esattamente all'ingresso della Manica la differenza tra il meridiano di Lisbona e quello della nave. Harrison fece ancora due altre mostre e la Società Reale accordogli una medaglia d'oro. Egli fece un quarto strumento, il quale essendo assai ben riuscito, furongli sborsate 5000 lire sterline, ed altrettante ancora dopo una seconda prova. Harrison in conseguenza di una determinazione del Banco delle longitudini, a tenore della quale doveano le altre 10. lire, che richiedevansi a compir la somma delle 20., venirgli sborsate quando egli avesse reso intelligibile al pubblico il secreto del suo metodo; consegnò la sua macchina e ne diè loro in iscritto la spiegazione. Le Roi e Berthoud fecero ancor essi consimili orologi marini, ciascuno di sua invenzione.</p>
               <p>Intorno al tempo di Nicola Luigi de la Caille vissero Giovanni Witty, che nel 1714 pubblicò in Londra un'opera intitolata <title lang="eng">A Treatise of the sphere</title>;<note place="foot">Wolf. V. 82.</note> Saverio Brunetti commemorato dal Wolfio<note place="foot">De praecip. scriptor. mathem. par. 39.</note> e dal Santini,<note place="foot">Picenor. Mathematicor. Elog.</note> il quale scrisse:<note place="foot">Bibl. Picen. III. 103.</note>
                  <title>Trattenimenti scientifici sulla Sfera Geografica Istorica, Meteore ed Astronomia</title>; Eusebio Amort, canonico Bavaro, il quale tentò di rimettere in piedi il sistema di Ptolomeo; Giacomo Bradley; Domenico Luchini Pesarese, che diè alla luce<note place="foot">Ivi V. 291.</note>
                  <title>Trattenimenti matematici, i quali comprendono copiose tavole orarie per gli orologi a sole orizzontali, verticali, riflessi, e portatili. Per tutte le altezze di polo, e per tutte le sorti di ore con una breve notizia pratica della Geometria e Trigonometria sferica, e piana, con diversi quesiti e problemi astronomici, e del Calendario Ecclesiastico i quali facilmente si sciolgono con le Tavole de' Logaritmi</title>: opera che comparve in Roma nel 1730, Lotario Zumbach de Koesfeld, che costruì un Planetolabio, coll'aiuto di Gherardo Valk, atto a mostrare distintamente il moto dei pianeti, la descrizione del quale comparve nel 1700 in Amsterdam, come anche un Iovilabio ed un Saturnilabio per determinar senza calcolo in qualunque tempo il luogo dei satelliti di Giove e di Saturno, la descrizione del primo dei quali fu pubblicata in Amsterdam nel 1716, e quella del secondo nella stessa città nel 1726;<note place="foot">Wolf. V. 82.</note> Giovanni Alberto Klimmio, che nel 1723 diè alla luce in Norimberga le Tavole di Filippo de la Hire con una nuova, compìta ed accurata descrizione del calcolo astronomico, ottima per gl'inesperti in questo calcolo, per i quali utilissima è pure l'Astrosofia numerica, ossia il metodo della supputazione astronomica di Angelo Cappello, canonico e professore di Astronomia, la qual opera divisa in due parti comparve in Venezia nel 1733 e 1736;<note place="foot">Ivi 85.</note> Filippo Wurtzelban, il quale nel 1697 pubblicò in Norimberga un'opera sulla situazione geografica di quella città, vi aggiunse nel 1713 un supplemento astronomico geografico, il quale fu seguito da un'opera interessante sulla natura del moto annuo del sole, o della terra, giusta le osservazioni fatte per tre secoli sotto il meridiano di Norimberga, la qual opera comparve nella stessa città nel 1719;<note place="foot">Ivi 87.</note> Pietro Horebow, che diè alla luce nel 1725 in Copenaghen una <title>Chiave</title> dell'astronomia, in cui parla della parte fisica di questa scienza, e cerca precipuamente la parallassi del sole; nel 1735, una <title>Base</title> dell'astronomia, che tratta della parte meccanica di questa scienza;<note place="foot">Ivi.</note> nel 1732 <title>L'Atrio dell'astronomia</title>, dove ragiona delle rifrazioni, della obbliquità della ecclittica e della elevazione del polo;<note place="foot">Ivi 88.</note> Giacomo Lieutand morto a Parigi nel 1733 ai 30 Luglio, il quale diede la cognizione dei tempi dal 1702 sino al 1729, e delle efemeridi, le quali però, spacciossi, doversi meno ad esso lui che a Bomie, Desplaces e Beaulieu, finto nome sotto cui si ascose M. Desforges, che pubblicò alcune efemeridi, le quali dal 1702 si estendevano sino al 1715;<note place="foot">Lande, I. 222. 225.</note> M. Drencuc, il quale calcolò una tavola delle amplitudini del sole, tenendo conto delle rifrazioni e degli archi semidiurni;<note place="foot">Lande, 485.</note> M. le Gentil, che nel 1747 vide nella costellazione di Andromeda una piccola nebulosa, ed assicurò di averne osservate più altre nuove, una tra il tallone sinistro del Serpentario e l'arco del Sagittario, una alla estremità della coda del Cigno, una sul collare del Gran Cane, e due al di sopra del corno boreale del Toro, benchè queste due ultime non sieno che degli ammassi di stelle;<note place="foot">Ivi 330.</note> il Sig. Nicollic dell'Accademia delle scienze, morto ai 4 Maggio del 1751 a Reheims, autore di una memoria sulla determinazione delle orbite planetarie;<note place="foot">Ivi 229.</note> M. di Vancel, matematico conosciuto per diverse memorie astronomiche; il P. Grammatici Gesuita, che nel 1726 pubblicò delle piccole tavole della luna,<note place="foot">Ivi to. II. 222.</note> diverso da un altro più antico Grammatici, che scrisse sull'astrolabio;<note place="foot">Possevino, II, 227. col. 3.</note> Leadbetter, che nel 1728 diè in luce delle nuove tavole dei moti celesti, e nell'anno seguente delle tavole particolari della luna, giusta la teoria di Newton,<note place="foot">Lande, II, 222.</note> giusta la quale è pure l'opera di Riccardo Dunthorne pubblicata in Cambridge nel 1739, che ha per titolo <title lang="eng">The practical astronomy of the moon, or new tables of the moon's motions, exactly constructed from sir Isaac Newton's theory by Richard Dunthorne</title>; Roberto Wright, che in un indirizzo ai Lord deputati ad esaminare le memorie sulla scoperta delle longitudini,<note place="foot">Non dice altro, nè in mare, nè in terra.</note> cercò di mostrare, esser sufficiente a quest'oggetto la teoria della luna, e pubblicò in seguito, col dettaglio del calcolo di trenta osservazioni per la maggior parte delle ecclissi della luna, le sue tavole, che comparvero nel 1732 col titolo <title lang="eng">New and corrected tables of the lunar Motions according to the Newton theory by Robert Wright</title>; Wintrop, che a Cambridge nella nuova Inghilterra osservò il passaggio di Mercurio sul sole, avvenuto ai 2 di Maggio del 1740;<note place="foot">È meglio di mettere <emph>al tempo di Frisi</emph>, poichè Lande dice che scriveva nel 1769.</note> il P. Gaubil, famoso missionario Gesuita, che osservò a Pekin quello accaduto nel 1756 ai 7 di novembre, il quale fu osservato, pure in Pekin, dal P. Amiot, e a Pondicheri dal P. Coeurdoux, ambedue, come il Gaubil, missionari Gesuiti;<note place="foot">Lande, Astr. III. 580.</note> Heinsio, di cui nel 1745 comparve in Lipsia una dissertazione <title lang="lat">De apparentiis annuli Saturni</title>;<note place="foot">Lande, 444.</note> il famoso astronomo Kegler della Compagnia di Gesù, che osservò con molta esattezza la cometa del 1723 e fece a Pekin più osservazioni delle ecclissi dei satelliti di Giove.</p>
               <p>Al tempo di Kegler visse il famoso Giovanni Poleni, eccellente matematico. Tra le sue opere contansi una lettera al Manfredi <title lang="lat">De Mercurio in sole viso anno 1723</title>, un'altra al Marinoni, autore di un'opera pubblicata in Vienna nel 1745,<note place="foot">Ivi to. I. p. XXXVIII.</note> intitolata <title lang="lat">De astronomica specula domestica et de organico apparatu astronomico</title>, sopra una ecclissi del sole avvenuta nel 1724, ed un'altra all'abbate Grandi sopra la figura della terra. Furono queste lettere, insieme con le altre, stampate in Padova nel 1728 col titolo <title lang="lat">Ioannis Poleni Epistolarum Mathematicarum Fasciculus</title>.</p>
               <p>Nel 1727 Bradley e Molineux scoprirono la causa dell'aberrazione delle stelle fisse. Il nome del primo di questi vivrà sempre immortale presso gli astronomi. Egli si diede ad osservare gli astri con una assiduità affatto straordinaria. Vedevasi perfino passare de' mesi interi senza uscire dal suo osservatorio. Egli travagliava incessantemente senza giammai prendere alcun riposo. La sua assiduità gli procurò una cognizione importante, ed è che l'asse della terra s'inclina più o meno sul piano della ecclittica. M. d'Alembert spiegò questo fenomeno e quello della precessione degli equinozi colle leggi del moto e coll'attrazione in ragione inversa dei quadrati delle distanze. La precessione degli equinozi, o l'effetto delle attrazioni, che il sole e la luna esercitano sopra la sferoide terrestre, è una delle parti più difficili del calcolo delle attrazioni celesti. Newton vi cadde in errore, Simpson, Eulero, il Cavalier d'Arcy, M. de Silvabelle, il P. Walmesley<note place="foot">Lande, Abrégé 486, e Astr. III. 606.</note> e più altri si esercitarono su questa materia, e M. d'Alembert diede la soluzione del problema della precessione degli equinozi.</p>
               <p>Ai 22 di Marzo del 1727 morì, in età di 39 anni, un mese ed otto giorni, il famoso Giovanni Leonardo Rost. Egli diessi allo studio della scienza degli astri, ed ebbe commercio di lettere con i più abili astronomi del suo tempo. Pubblicò nel 1718 in Norimberga un'opera col titolo <title lang="ger">Astronomisches Handbuch</title>, <title>Manuale astronomico</title>, a cui nel 1727 aggiunse un'altra parte intitolata <title lang="ger">Aufrichtiger Astronomus</title>, <emph>l'Astronomo ingenuo</emph>. Il Manuale Astronomico di Rost comparve con considerabili aggiunte del Sig. Kordenbusch, dotto matematico e benemerito dell'Astronomia.<note place="foot">Gaz. lett. II. 189.</note> Oltre a quest'opere di Rost, abbiamo ancora di lui una <title>Descrizione istorica dell'aurora boreale</title>, che comparve nel 1721 ed un <title>Atlante celeste</title> portatile.</p>
               <p>Nel 1732 ai 10 di Settembre morì il famoso Giacomo Eugenio d'Allonville, cavaliere di Louville, autore di più dissertazioni di fisica e di astronomia. Egli credè la obbliquità della ecclittica decrescente d'un minuto in 100 anni. Nel 1715 fece un viaggio in Inghilterra espressamente per vedervi la ecclissi del sole, che accadde ai 3 di Maggio del detto anno, perchè dovea quivi esser più sensibile che altrove. Egli fu quello, che pensò ad applicare il micrometro al quarto di circolo, fu membro della Società Reale di Londra, e fu ricevuto in qualità di astronomo nell'Osservatorio di Parigi.<note place="foot">Fontenelle, Éloge de M. le Chevalier de Louville.</note>
               </p>
               <p>Ai 15 di Febbraio dell'anno 1739 morì il celebre Eustachio Manfredi, matematico ed astronomo eccellente. Poeta di non piccola fama, egli non lasciò di applicarsi alle matematiche, scienze per la loro severità così disparate dalla poesia. La famosa Meridiana di Bologna, opera del gran Cassini, quel meraviglioso gnomone sì grande, e per conseguenza sì vantaggioso all'Astronomia, rimaneva abbandonato nella Chiesa di S. Petronio, mancante di astronomi che ne facessero uso. Manfredi risolvè di divenirlo per liberar la sua patria da questa specie di obbrobrio. Egli fu secondato da Stancari, suo particolare amico, si pose a studiare di concerto con esso lui dei libri di Astronomia, e ben presto essi passaron le notti occupati ad osservare coi migliori strumenti, che poterono ottenere dai loro operai. Essi furono forse i primi in Italia, che ebbero un orologio a cicloide. Questi degni amici si formarono un piccolo osservatorio, dove veniano i tre fratelli di Manfredi, e, ciò che è più singolare, le due sorelle ancor esse, non per frivola curiosità, ma per desiderio di apprendere e d'istruirsi nell'Astronomia. Manfredi fece in questa scienza dei progressi considerabili. Nel 1711 ebbe nell'Instituto delle scienze di Bologna luogo di astronomo, e pubblicò poi due volumi di efemeridi, il primo dei quali è una introduzione alle efemeridi in generale, o piuttosto a tutta l'Astronomia, della quale egli mostra e sviluppa i principii; ed il secondo contiene le efemeridi di 10 anni, dal 1715 sino al 1725. Si trovano nelle efemeridi di Manfredi le ecclissi dei Satelliti di Giove, il passaggio dei pianeti pel meridiano, le congiunzioni della luna con le stelle più considerevoli, le carte dei paesi che doveano essere coperti dall'ombra della luna nelle ecclissi solari. Due nuovi tomi comparvero in seguito di simiglianti efemeridi, l'uno che dal 1726 si estende al 1737, e l'altro che giunge dal 1738 sino al 1750. Quest'opera divenne sì celebre, che i missionari della Cina se ne servirono per mostrare ai cinesi il genio europeo, che essi stentano a credere uguale solamente al loro. Si deve molto alle due sorelle di Manfredi, le quali fecero la maggior parte dei calcoli dei primi due tomi e che con una pazienza invincibile richiesta da somiglianti travagli affatto disaggradevoli per se medesimi, sepper superar degli ostacoli sì direttamente opposti all'ordinario carattere del loro sesso.</p>
               <p>La scoperta dell'aberrazione delle stelle fisse fece che Manfredi si ponesse con la maggior cura a studiare il cielo per rapporto a questa novità, che richiedeva le osservazioni più assidue e più delicate, mentre essa era stata per tanto tempo nascosta agli occhi dei più veggenti osservatori. Egli pubblicò sopra questo soggetto un'opera, in cui rese conto e delle sue osservazioni e delle conclusioni che egli ne cavava. Comparve questa nel 1729 in Bologna col titolo <title lang="lat">Eustachii Manfredii Bononiensis scientiarum Instituti Astronomi de annuis inerrantium stellarum aberrationibus</title>.<note place="foot">Lande, Astr. III. 166. note.</note> Ricevè in seguito ciò che in Inghilterra ed altrove si era dato sopra questa materia, e la trattò in una nuova opera nel 1730. Per dovere di gratitudine diede nel 1736 un'opera sopra la Meridiana di S. Petronio, sua prima scuola di Astronomia: occupossi intorno ad una gran quantità di osservazioni Astronomiche e geografiche, che Bianchini avea lasciata in un disordine e in una confusione spaventosa, e pervenne a fare una scelta, che fu bene accolta dal pubblico. Finalmente nel 1739 morì, come dicemmo, meritamente compianto da tutti coloro, che conoscevano il suo merito.<note place="foot">Fontenelle, Éloge de M. Manfredi.</note>
               </p>
               <p>Nell'anno 1741 il dì primo di Marzo morì il famoso P. Orazio Borgondio, dottissimo matematico. Egli era nato in Brescia a' 7 di Ottobre dell'anno 1679. Nelle Memorie di Trévoux del 1727, al nono articolo del mese di Gennaio, parlasi di una osservazione della ecclissi del sole avvenuta ai 25 di Settembre dell'anno 1726, fatta in Roma dal P. Borgondio. Le principali opere di questo letterato sono le seguenti. <title lang="lat">Motus telluris in orbe annuo ex novis observationibus impugnatus</title>; - <title lang="lat">Mapparam constructio in planis sphaeram tangentibus</title>; - <title lang="lat">Constructio eclipsium in disco terrae demonstrata</title>; - <title lang="lat">Antilarum leges</title>; - <title lang="lat">De computo ecclesiastico</title>; - <title lang="lat">Constructionum astronomicarum theoria et praxis</title>; - <title lang="lat">De situ telluris</title>; - <title lang="lat">Telescopium gaeodeticum</title>; - <title lang="lat">De genesi motus circularis ex recto</title>; - <title lang="lat">Constructio Calendarii Gregoriani</title>; - <title lang="lat">De maris aestu</title>; - <title lang="lat">Hypothesis planetarum elliptica</title>; - <title lang="lat">De cohaerentia calculi astronomici cum aequationibus Gregorianis</title>.</p>
               <p>Discepolo di Borgondio fu il chiarissimo matematico Ruggiero Giuseppe Boscovich, nato nell'anno 1711,<note place="foot">Lande, Voyage en Italie, V. 89.</note> autore di un bellissimo poema sopra le ecclissi del sole e della luna, che fu stampato in Londra, in Venezia e in Parigi;<note place="foot">Ivi 90.</note> di un opuscolo <title lang="lat">De inaequalitatibus quas Saturnus et Iupiter sibi mutuo videntur inducere praesertim circa tempus coniunctionis</title>, e di altre opere eccellenti, che han reso immortale il suo nome. Egli fu mandato dal Sommo Pontefice a misurare due gradi del meridiano, in occasione della quale spedizione uscì alla luce un'opera intitolata <title lang="lat">Christophori Mayr et Rogerii Boschovich de litteraria expeditione per Pontificiam ditionem ad dimetiendos duos Meridiani gradus</title> etc. Nell'elogio di lui fatto dal Signor Giulio Baiamonti havvi un tratto, che merita di esser riferito, nel quale si dà una idea dei travagli astronomici di questo insigne matematico. «Se alla corta umana veduta, dice l'encomiatore di Boschovich, fosse lecito di tener dietro a questo grande uomo, anche per colà donde a nessuno si concede di ritornare, chi sa quante belle e nuove cose non s'avrebbono a dirne! Pio qual fu ed illibato di sentimenti, non meno che di costumi, e benemerito per gli studi e per le dotte ed utili produzioni, ben potrà credersi che ne ritragga egli in un altro stato degni e dolcissimi frutti. Se l'anima sua anche impacciata dal velo corporeo poggiò sì alto e giunse a penetrare ne' più secreti ordigni della macchina mondiale, e a riconoscere e a calcolare la massa, il volume, il moto, le forze de' più rimoti ed inaccessibili corpi dello spazio creato; chi mai troverebbe assurdo l'immaginare che con molto maggiore perspicacità possa ella vedere ed intendere tutto ciò, sciolta essendo e libera da ogni materiale inviluppo? Chi sa quale compiacenza non debba essa provare al riconoscimento di tanti cieli e di tanti astri da lei già sì bene conosciuti anche di lontano in grazia delle sue applicazioni? Al maestoso spettacolo di tanti risplendentissimi globi sparsi nella celeste immensità dalla mano dell'Onnipotente, chi sa quale ineffabile sorpresa sentir non debba sì por la novità d'innumerabili oggetti, sì ancora per il modo affatto nuovo di contemplare i già noti? Oh il gran potere della scienza, aver già fatto giungere a sì interminabili distanze l'occhio e l'intelletto di un atomo ragionatore, che rampa intorno a una gran massa di fango! Ecco, forse dee dire l'immortale spirito di Ruggiero, ecco l'igneo centro del piccolo sistema, a cui appartiene il pianeta da me poco anzi abitato: queste ne sono le macchie, che furono il suggetto delle mie prime astronomiche osservazioni. Ecco il minore de' pianeti, il cui passaggio sotto al sole m'occupò su' principii dell'astronomica mia carriera, e fu da me osservato senza gli ordinari stromenti con un apparato suggeritomi dal solo mio ingegno. Ecco gli opachi globi di Giove e di Saturno, sopra i quali ebbi a scrivere in concorrenza all'amico Eulero: certamente io non gli sono restato addietro per altro riguardo, se non perchè dopo di lui sono qui arrivato a misurar questi globi senz'aiuto di occhi nè di telescopio. Ecco il novello pianeta Urano, che raddoppia l'estensione del nostro solare sistema: eccone degli altri non per anco veduti dalla terra, i quali sempre più lo estendono verso le stelle fisse. Ecco quelle comete, la cui considerazione mi portò a dimostrare un errore dell'immortale Newton: ed oh quante altre io qui ne scorgo, di cui gli osservatori di colaggiù non hanno contezza o memoria! Ecco gl'infiniti luminosi centri d'infiniti sistemi planetari. Oh come tutto qui corrisponde ai principii e alle teorie della scienza! Come tutto qui conferma l'esattezza de' miei calcoli, de' miei metodi, delle mie osservazioni!»</p>
               <p>Ai 14 di Gennaio del 1744 morì in età di anni 73 il famoso P. Stefano Sauciet, il quale poetò sulle comete. Abbiamo di lui <title lang="lat">Observations mathématiques, astronomiques, géographiques et physiques tirées des anciens livres Chinois par le P. E. Souciet</title>, ed altre opere.</p>
               <p>Nell'anno 1746 comparvero nelle Memorie di Upsal le eccellenti Tavole di M. Wargentin, utilissime per calcolare le ecclissi dei satelliti di Giove. Le sue nuove Tavole furono stampate nell'Astronomia di M. de la Lande.</p>
               <p>Nell'anno 1747 comparve in Lucca, divisa in quattro tomi, la opera di Giacomo Filippo Simonelli intitolata <title lang="lat">Scientia eclypsium ex commercio Sinarum illustrata</title>; e poco dopo, cioè nel 1750, fu impresso in Venezia il <title>Trattato della sfera ed Introduzione alla Navigazione per uso de' piloti</title> di Giovanni Pagnini.</p>
               <p>Ai 25 di Giugno dell'anno 1749 morì in Siena il dotto Gesuita Melchiorre della Briga. Tra le sue opere contansi <title lang="lat">Theses physicomathematicae de planetarum systemate iuxta astronomica Aegyptiorum dogmata a Ioanne Dominico Baldigiani publice propugnanda</title>; - <title lang="lat">Sphaerae geographicae paradoxa</title>; - <title lang="lat">Stellarum inerrantium theoria physica</title>; - <title lang="lat">Scientia eclipsium ex imperio et commercio Sinarum illustrata</title> etc.</p>
               <p>Nell'anno 1750 morì Gian Paolo Guglienzi, gentiluomo Veronese, il quale consacrossi precipuamente allo studio della Fisica, dell'Astronomia. Lasciò una <title>Lettera dell'inuguaglianza de' giorni italiani, e di più Osservazioni della cometa di quest'anno 1744 e di due ecclissi lunari fatte in Verona insieme con Gian-Francesco Seguier con la posizione geografica di detta città</title>.</p>
               <p>Nell'anno 1755 fu stampata a Vittemberga la <title>Bibliografia Astronomica</title> di Giovanni Federico Weidler. Quest'opera è utilissima a tutti coloro, che bramano applicarsi allo studio dell'Astronomia.</p>
               <p>Nell'anno 1759 apparve la famosa cometa che era già stata osservata nel 1531 da Appiano, nel 1607 da Longomontano e da Keplero, e nel 1682 da Flamsteed, da Cassini e da Newton. Intorno ad essa si applicarono ora M. de Ratte, M. de la Nux e moltissimi altri.<note place="foot">Lande, 47; Paulian.</note> Il ritorno di questa cometa, atteso con impazienza da tutti gli astronomi del secolo decimottavo, servì a mostrare che siffatti corpi celesti sono veri pianeti che girano intorno al sole periodicamente.</p>
               <p>Nell'anno appunto nel quale apparve questa cometa furono impresse in Padova le <title>Istituzioni elementari di Astronomia sferica e di Geografia matematica ad uso della gioventù italiana</title>, opera del Sig. D. Antonio Rocchi.</p>
               <p>Poco dopo quest'epoca, cioè nel 1760 morì a Basworth il famoso Tommaso Simpson. Egli scrisse sopra la teoria della luna, sopra l'aberrazione delle stelle, sopra la figura della terra, sopra le vibrazioni dei pendoli, e sopra altri simili argomenti.</p>
               <p>Nell'anno 1761 accadde il famoso passaggio di Venere sul disco solare; passaggio atteso con somma ansietà da tutti i dotti di quel tempo. Dal celebre astronomo Perelli e da un Religioso Domenicano furono eseguite, nel breve corso di quattro ore, fino a trentatre osservazioni, mediante le quali segnarono ambedue con la possibile esattezza i gradi dell'avanzamento di detto pianeta sul disco solare. Fecero uso entrambi delle Tavole di Cassini, e non omisero alcuna possibile diligenza perchè le loro osservazioni riuscissero al sommo esatte ed accurate. Il celebre Signor de la Lande nella specola del palazzo di Lucemburgo osservò ancor egli questo famoso passaggio. Il P. Clovart non tralasciò ancor egli di fare intorno a questo fenomeno delle osservazioni, le quali di poco differirono da quelle del P. Melville, che fece uso di un telescopio Newtoniano di sei piedi, esistente nel collegio di Luigi il grande. Questo fenomeno servì principalmente agli astronomi per fissare con maggiore accuratezza la parallassi del sole.</p>
               <p>Nell'anno appunto, nel quale accadde questo famoso passaggio di Venere, fu scoperto ai 3 di Maggio da M. Montagne un satellite intorno allo stesso pianeta.<note place="foot">M. de la Lande (p. 393. n.° 874) dice che questo satellite è un'illusione ottica; può vedersi sopra questo soggetto l'Enciclopedia art. <title>Satell.</title> ec.</note> In questa occasione M. Baudouin lesse all'Accademia reale delle scienze di Parigi una memoria interessantissima, nella quale parlò della rivoluzione del Satellite di Venere, e determinò la distanza del medesimo dal pianeta. Dai calcoli di questo abile astronomo risulta che questo Satellite ha un diametro grande circa quanto la quarta parte di quello di Venere; che il medesimo Satellite è distante da questo pianeta appresso a poco quanto la luna è distante dalla terra, e che la durata della sua rivoluzione periodica è di nove giorni e sette ore.</p>
               <p>Nell'anno 1764 fu pubblicata in due volumi l'eccellente Astronomia di M. de la Lande, insigne matematico dell'Accademia Reale delle Scienze di Parigi, e di quelle di Londra, di Pietroburgo, di Berlino, di Stockolm, di Bologna ec. L'Astronomia di questo celeberrimo letterato fu in tre volumi pubblicata poi nel 1771. Un Compendio di Astronomia del medesimo Autore fu stampato poscia in Parigi nel 1775 col titolo <title lang="fre">Abrégé d'astronomie par M. de la Lande Lecteur Royal en Mathématiques de l'Académie Royale des sciences de Paris, de celles de Londres, de Petersbourg, de Berlin, de Stocholm, de Bologne</title> etc. <title lang="fre">Censeur Royal</title>. Questo dottissimo matematico fu nella composizione della sua grande Astronomia aiutato dal P. de la Grange, dal P. Boscovich, dal P. Dumas, da M. de Chaligny, da M. Bouin, da Maraldi, da M. Pingré e dal P. Luino.<note place="foot">Lande, Astr. Préface p. IX.</note> Le tavole delle equazioni dei cinque pianeti ivi inserite furono calcolate da M. de Chaligny, quelle dei movimenti medi da M. l'Éméry, la precessione delle stelle in ascensione diritta e in declinazione da M. Guérin e da M. de Chaligny, le aberrazioni e le mutazioni per il 1780 da M. Mallet e le tavole delle rifrazioni da M. Bonne.<note place="foot">Ivi p. X.</note>
               </p>
               <p>Nell'anno seguente alla prima pubblicazione del Lande comparvero i <title>Principii di Astronomia sferica</title> di M. Mauduit, che nel 1768 furono trasportati nell'idioma Inglese da Crakelt.<note place="foot">Ivi III. 704.</note>
               </p>
               <p>Nel mese di Maggio del 1765 morì il celeberrimo Alessi Clairaut. Egli era nato nel 1711. Il suo genio per le scienze non tardò a manifestarsi. Essendo in età di 16 anni egli compose alcune Ricerche, che servirono a mostrare la straordinaria inclinazione, che egli avea per le Matematiche. Clairaut intraprese di perfezionare il sistema di Newton, che avea adottato. Fece delle interessanti scoperte, le quali venendo a cangiare in qualche parte questo sistema, non poterono non destare lo sdegno de' zelanti Newtoniani. M. de Buffon si dichiarò contro di lui. Le censure, che Clairaut dovè sostenere, non lo privarono di coraggio. Egli rispose alle critiche de' suoi avversari, e corretti i suoi calcoli, seppe far valere la verità, della quale andò costantemente in traccia nelle sue ricerche. Avendo M. Mayer inviate alla Società Reale di Londra delle tavole de' moti della Luna, che furono bene accolte e ricompensate, Clairaut ne stese delle altre, le quali inviò alla Reale Società. Ma essendogli state queste rimandate senza ricompensa, egli rimase sì afflitto per questa specie di disprezzo, col quale erano state accolte le di lui produzioni, che la sua sanità divenne vacillante. Una febbre essendosi unita a questa indisposizione, lo condusse in otto giorni alla tomba.</p>
               <p>La cura che ebbero d'illustrare l'Astronomia il celebre Eustachio Zanotti, il dottor Petronio Matteucci, che insieme col nominato astronomo intraprese di correggere la Meridiana di Bologna,<note place="foot">De Bononien. Scientiar. et Artium Instit. Commentar. to. VI. p. 110.</note> ed il chiarissimo abbate D. Paolo Frisi, fecero ben presto dimenticare alla repubblica letteraria la perdita, che essa avea fatta di questo grand'uomo. Frisi era nato in Milano ai 13 di Aprile del 1728. Trovandosi in Lodi ad insegnare la Filosofia in età di anni 22, compose una bellissima dissertazione sulla figura della terra. La sua dissertazione sul moto annuo di questo pianeta fu premiata dalla Reale Accademia di Berlino con una medaglia d'oro. Egli dimostrò che i corpi celesti hanno atmosfere, trattò di quelle del sole, di Giove, Marte, Venere e Mercurio, di quella della luna, di quelle de' satelliti di Giove e di Saturno. Nell'anno 1768 pubblicò in Milano la sua opera sulla gravità, nella quale parlò della figura della terra, del flusso e riflusso del mare, delle inuguaglianze de' moti de' pianeti e delle macchie solari. La sua morte seguì nella sera de' 22 di Novembre del 1784, essendo egli in età di anni 56 e mesi 7.</p>
               <p>Nell'anno 1769 ai 23 di Maggio fu di nuovo osservato dagli astronomi il passaggio di Venere avanti il disco del Sole. Sopra di questo passaggio Massimiliano Hell, il quale ebbe sopra di esso delle vivissime dispute con M. Lexell, scrisse <title lang="lat">De parallaxi solis ex observatione transitus Veneris an. 1769</title>; e Christiano Mayer, autore di un'opera intitolata <title lang="lat">Observatio astronomica eclipseos solis et lunae facta Schwezingae a. 1764 diebus 7 Martii et 1 Aprilis</title>, scrisse <title lang="lat">De transitu Veneris ante discum solis die 23 Maii 1769</title>, opera che fu pubblicata nello stesso anno in Pietroburgo. Il passaggio di Venere avverrà ancora nel 1874 nel 1882, nel 2004, nel 2012, nel 2117, nel 2125 ec. Dei passaggi di tal sorta sono utilissimi per determinare la parallassi del sole. Le osservazioni fatte per tal mezzo dal Sig. Plauman a Cajaneburg nella Finlandia, dal P. Hell a Wardus, dall'abate Chappe nella California, e da coloro, che la Società Reale di Londra inviò al forte del Principe di Galles sulla baia d'Hudson e all'isola de' Taiti, ci hanno insegnato che la parallassi del sole era di 8 secondi e 5 o 6 decimi.</p>
               <p>Apparve appunto nel 1769 una cometa, che fu osservata dal famoso P. Pingré, dal Zanotti, dal Matteucci e dal Canterzani.<note place="foot">Mem. Encicl. III. 269.</note> In occasione di questa dalle stampe dell'Accademia Reale delle Scienze di Pietroburgo fu pubblicata un'opera intitolata <title lang="fre">Recherches et calculs sur la vraie orbite elliptique de la comète de 1760 et son temps périodique executés sous la direction de M. Léonard Euler par les sains de M. Lexell adjoint de l'Académie impériale des sciences de Petersbourg</title>. La cometa nominata compariva assai più chiara all'occhio nudo, che armato del telescopio, ed avea una coda portentosa. La teoria di questa cometa, come pure quella dell'altra del 1770, trovasi in un opuscolo del famoso astronomo di Pisa Giuseppe Slop, che fu pubblicato nelle Memorie dell'Accademia delle scienze e delle arti di Bologna.</p>
               <p>Al tempo di Frisi vissero Daniello Melander, professore di astronomia, autore di alcune meditazioni sopra la macchina del mondo, che contengono delle cose spettanti alla scienza degli astri, come ancora di una lettera astronomica diretta al nominato matematico; il Sig. Wiesan, professore di astronomia a Glascow nella Scozia, autore di una memoria riguardante le macchie solari; i PP. Hullersteins ed Espenha, che osservarono in Pekin la ecclissi avvenuta nel dì 27 di Maggio del 1770; il P. Giuseppe Asclepi, il quale scrisse<note place="foot">Bibl. Pic. I. 227.</note>
                  <title lang="lat">De Veneris per solem transitu, exercitatio astronomica, habita in Colleg. Romano</title> etc. <title lang="lat">an 1761</title>; - <title lang="lat">Solis defectus observatus in Collegio Romano</title> etc. <title lang="lat">die 1. Aprilis 1764, tempore vero post mediam noctem</title>; - <title lang="lat">De menstrua Solis parallaxi Senis observata, Exercitatio astronomica</title> etc. <title lang="lat">ann. 1764</title>; - <title lang="lat">De obiectivi micrometri usu in planetarum diametris metiendis, Exercitatio optico-astronomica, habita</title> etc. <title lang="lat">ann. 1765</title>; - <title lang="lat">De annua fixarum aberratione, Exercitatio optico-astronomica habita</title> etc. <title lang="lat">ann. 1768</title>. - <title lang="lat">De cometarum motu, Exercitatio astronomica habita</title> etc. <title lang="lat">ann. 1770</title>; - <title lang="lat">Addenda ad Exercitationum de Cometarum motu habita in Collegio Romano</title> etc. <title lang="lat">1770</title>; - <title lang="lat">De axis terrestris mutatione, exercitatio astronomica</title>;<note place="foot">Gaz. letter. 1773. 131.</note> Ferdinando Bassi; Petronio e Gabriele Brunelli, tutti abili in astronomia, come attesta il famoso astronomo Eustachio Zanotti:<note place="foot">Efemer. p. X.</note> Erasmo Froelich, autore di un dialogo <title lang="lat">De figura telluris</title>, che comparve in Vienna nel 1741;<note place="foot">Ladvocat.</note> Giambattista Bertucci, chiamato dal Santini<note place="foot">Picenor. Mathematicor. Elog.</note> «Mathematicus et astronomus celeberrimus», il quale scrisse <title lang="lat">De telluris et syderum vita</title>;<note place="foot">Bibl. Pic. II. 251.</note> Francesco Niccola Broglio, autore di due opere intitolate<note place="foot">Ivi III. 82.</note>
                  <title lang="lat">Modus, seu ratio formandi horologii solaris geometrici, inveniendique meridianam lineam et mensurandi quascumque attitudines ex umbra</title>: - <title lang="lat">Dioptrica pratica, sive de Microscopiorum ac Telescopiorum utilitate fabrica et usu</title>; Giuseppe Dionisj, che scrisse <title lang="lat">De habitatoribus planetarum</title>; - <title lang="lat">De astrorum scintillatione</title>, la prima delle quali comparve in Macerata nel 1775, e la seconda nello stesso luogo nel 1783; Camillo Garulli, il quale scrisse sul sistema di Copernico; il P. Giovanni Battista Audifredi, astronomo piemontese, il quale pubblicò delle osservazioni e dissertazioni astronomiche negli anni 1754, 1762 e 1770;<note place="foot">Lande, voyage etc. III. 92.</note> il P. Troili, che scrisse sulle comete;<note place="foot">Ivi. II. 37.</note> il famoso Leonardo Ximenes, che fu primo matematico del Gran Duca di Toscana, astronomo conosciuto in Europa per la sua opera <title>Del vecchio e nuovo gnomone Fiorentino</title>, che comparve nel 1757;<note place="foot">Ivi 367. 161.</note> il P. Papiani, letterato abile in teologia ed astronomia, sulle quali scienze esercitò la sua penna; l'abate Pietro Francesco Fuggini morto nel 1782, autore di una dotta opera sopra il Calendario Romano;<note place="foot">Ivi V. 94.</note> Witchell e Sabatelli, astronomi di qualche fama;<note place="foot">Ivi III. 788.</note> l'abate Vito Caravelli, autore di un voluminoso trattato di astronomia;<note place="foot">Ivi IV. 67.</note> Francesco Rodolfo Correard, nato a Lione nel 1725, che travagliò lungo tempo nell'osservatorio di Marsiglia;<note place="foot">Ivi VII. 326.</note> il Sig. Cagnoli, nato nel 1743 ai 29 di settembre, uno dei più abili astronomi del suo secolo, che per cooperare agli avanzamenti della scienza degli astri fabbricò un osservatorio in Parigi nel 1782;<note place="foot">Ivi 175.</note> il conte Francesco Garampi, lodato dal P. Boscovich nel suo poema sopra le ecclissi, il quale nel 1753 osservò insieme con questo matematico, il passaggio di Mercurio sul sole;<note place="foot">Ivi VI. 333.</note> l'abate Mascheroni, che pubblicò nel 1784 una memoria sulle curve, che servono a delineare le ore ineguali degli antichi nelle superfizie piane;<note place="foot">Ivi VII. 2. 58.</note> Ruggiero Long, morto in età di 90 anni nel 1770, il quale diede un'Astronomia, che comparve divisa in due volumi;<note place="foot">Land. Astr. p. XXXIII.</note> il P. Helfenzriede che osservò una cometa apparsa nel 1766;<note place="foot">Ivi III. 368. - dubito che in quell'anno ne comparissero due.</note> il celeberrimo Gian Giacomo de Mairan, il quale morì in Parigi ai 20 di Febbraio dell'anno 1770. Egli scrisse con successo sopra l'astronomia, la cronologia, la geometria, la pittura, la scultura, la musica, ed in particolare sopra la fisica. Egli credette che le Aurore Boreali non fossero originate che dall'atmosfera solare, e servissero perciò di certa prova della esistenza di questa atmosfera, giusta la quale opinione in un assai elaborato poema cantò il chiarissimo Noceti.<note place="foot">De Auror. Boreal. vers. 637. segg.; Nicolai, VIII. 285.</note> Mairan stese ancora una tavola compendiosa delle Aurore Boreali, che sono apparse, la quale giudichiamo opportuno di qui riportare.
<list>
                     <head>TAVOLA COMPENDIOSA DELLE AURORE BOREALI CHE SONO APPARSE</head>
                     <item>
                        <label>Dal 394 sino al 500</label> alcune</item>
                     <item>
                        <label>Dal 500 al 1550</label> 27</item>
                     <item>
                        <label>Dal 1707 al 1716</label> 28</item>
                     <item>
                        <label>Dal 1622 al 1707</label> 4</item>
                     <item>
                        <label>Dal 1550 al 1622</label> 7</item>
                     <item>
                        <label>Nel 1716</label> 7</item>
                     <item>
                        <label>Nel 1717</label> 5</item>
                     <item>
                        <label>Nel 1718</label> 8</item>
                     <item>
                        <label>Nel 1719</label> 8</item>
                     <item>
                        <label>Nel 1720</label> 10</item>
                     <item>
                        <label>Nel 1721</label> 8</item>
                     <item>
                        <label>Nel 1722</label> 15</item>
                     <item>
                        <label>Nel 1723</label> 10</item>
                     <item>
                        <label>Nel 1724</label> 2</item>
                     <item>
                        <label>Nel 1725</label> 4</item>
                     <item>
                        <label>Nel 1726</label> 7</item>
                     <item>
                        <label>Nel 1727</label> 8</item>
                     <item>
                        <label>Nel 1728</label> 30</item>
                     <item>
                        <label>Nel 1729</label> 8</item>
                     <item>
                        <label>Nel 1730</label> 16</item>
                     <item>
                        <label>Nel 1731</label> 17</item>
                  </list>
               </p>
               <p>Quella, che apparve ai 19 di Ottobre del 1726, può dirsi la più famosa Aurora Boreale, di cui si faccia menzione nelle storie. Il Signor di Mairan ha preteso di mostrare per mezzo di essa, che l'atmosfera terrestre ha più di 266 leghe di altezza.</p>
               <p>Nell'anno 1781 ai 17 di Marzo accadde la famosa scoperta del nuovo pianeta fatta a Bath in Inghilterra dall'immortale astronomo Guglielmo Herschel,<note place="foot">Poli, I. 140.</note> nato in Annover nel 1738. Questo pianeta fu sulle prime creduto una cometa, ma poi si venne in chiaro del vero. Annunziata appena la sua scoperta, gli astronomi furon tosto in movimento per illustrare la teoria. Lexell, Klinkemberg, Monnier, Melander, Wargentin furono di questo numero.<note place="foot">Mem. Epcicl. II. 204.</note> Si stimò che la sua rivoluzione si facesse in 81 anni, ma ora è noto che egli scorre la sua orbita nello spazio di anni 83, giorni 150 e ore 18; talchè il suo cammino orario è di 5700 leghe. Egli supera 4 volte in diametro, ed in grandezza 88 volte la terra. Mentre Herschel era tutto occupato ne' suoi travagli, altri non attendevano che a cercare un nome conveniente al nuovo pianeta. M. Poinsinet, considerando che gli altri pianeti sogliono contrassegnarsi co' nomi degli Dei dell'antichità, stimò che il nuovo dovesse chiamarsi col nome di Cibele, cioè della madre de' Dei. M. Prosperin, astronomo Svedese, credè che esso dovesse chiamarsi Nettuno; e M. Bode, astronomo insigne, stimò che fosse conveniente chiamarlo Urano. Quest'ultimo nome è stato generalmente adottato. Herschel lo chiamò «Giorgianum Sidus» in onore di Giorgio III Re d'Inghilterra, suo insigne benefattore. Egli scoprì ancora intorno ad esso alcuni satelliti.</p>
               <p>L'insigne scopritore del nuovo pianeta costruì un telescopio di sette piedi di foco, e di sei pollici di apertura, il quale ingrandisce 650 volte il diametro dell'oggetto, ed un altro formonne, il quale lo ingrandisce 932 volte, ed uno perfino ne inventò che lo aumenta presso a 7000 volte.</p>
               <p>Herschel con l'aiuto del suo gran telescopio scoprì nell'anno 1788 due nuovi satelliti di Saturno, i quali sebbene dovessero essere riguardati come i primi, trovandosi, più degli altri cinque, vicini al pianeta, furono nondimeno dagli astronomi contrassegnati co' nomi di Sesto e Settimo</p>
               <p>Egli ha pubblicato nelle Transazioni Anglicane un ampio Commentario di un'idea del Sig. de la Lande, il quale ha creduto che il sole non abbia solamente il moto di rotazione, ma ancora un moto di traslazione, per il quale insieme colla terra, co' pianeti e colle comete, che girano intorno a lui, si avanzi nell'immensità degli spazi celesti, non si sa verso qual parte. Herschel crede aver conosciuto che noi avanziamo verso la parte della costellazione di Ercole.</p>
               <p>Mentre Herschel, astronomo il di cui nome vivrà sempre immortale presso coloro, che conosceranno il prezzo delle sue scoperte, travagliava assiduamente e facea quasi conoscere un nuovo mondo, oltre quello additato dal Galilei; gli altri astronomi, incoraggiti e spinti dal di lui esempio, attendeano ancor essi con calore ad arrecar nuovo lume alla scienza degli astri. Tra questi merita un luogo distinto la figlia dell'incomparabile Herschel, per nome Carolina, che, emulatrice delle Ipazie e delle Cunitz, diessi ancor ella alla osservazione del cielo.<note place="foot">Notiz. letter. di Cesena, I. 292.</note> Il Méchain, il Sig. de Saron, Lanlbre, de la Place, Pingré, Beauchamp, François, Ungeschick, de la Chapelle contribuiron tutti all'avanzamento dell'Astronomia. I Sigg. Lanlbre e de la Place operarono di concerto per formare nuove tavole dei satelliti di Giove. Il Sig. Pingré calcolò tutte l'ecclissi per lo spazio di 2860 anni; opera ben maggiore di quella d'Ipparco, che pure recò grandissimo stupore all'antichità,<note place="foot">Saverien, 442.</note> e fe' una collezione delle osservazioni astronomiche degli ultimi secoli, discusse, paragonate e calcolate, cominciando da quelle di Ticone, cioè dal fine del secolo decimosesto. Il Sig. Beauchamp fe' molte osservazioni sopra Mercurio in Bagdad, ove stabilì il suo osservatorio. Nei nostri climi sì rare e difficili sono le osservazioni su cotesto pianeta, che Copernico morì col dolore di non averlo giammai veduto. Il Sig. Beauchamp non potrà lagnarsi di simile disavventura. I Sigg. François ed Ungeschick insieme col Sig. de la Lande, di cui erano allievi, si occuparono intorno alle stelle boreali, ed il Sig. de la Chapelle eresse un osservatorio in Montauban.</p>
               <p>Nel 1788 tra le Memorie dell'Accademia Reale delle scienze di Torino, ne comparve una sull'orbita di Urano con nuove tavole ad esso relative dell'abate di Caluso,<note place="foot">Nuov. Giorn. letter. d'Ital. n.° 31. p. 494.</note> e nel seguente anno 1789 l'Oriani pubblicò la <title>Teoria del nuovo pianeta Urano</title>. Ciò fu un anno prima che il Delambre presentasse all'Accademia delle scienze la sua, che fu solennemente premiata. Egli però, secondo asserì il Burckardt come testimonio di vista, prima di pubblicare le sue Tavole, ebbe sott'occhio quelle dell'astronomo Italiano, delle quali non fece motto. Un tal torto fatto agl'italiani non è il primo in genere di letteratura.</p>
               <p>Nel 1791 furon pubblicate un'opera del Sig. Palcani sopra le ecclissi del sole; un'altra del prof. Cossali in occasione della ecclissi del di 3 di Aprile del detto anno;<note place="foot">Notiz. letter. di Cesena, I. 282. 193.</note> la soluzione di un problema astronomico consistente in ritrovare l'angolo, che fanno due stelle col meridiano, data la loro latitudine, declinazione ed ascensione retta con il tempo preciso, in cui ciascuna avrà avuta la medesima elevazione sull'orizonte, del Sig. Nordmarck; un'altra opera intitolata <title lang="lat">Schedismata astronomica</title> di Giuseppe Toaldo, famoso professore di astronomia nella Università di Padova, il quale credè riconoscere che il periodo di 19 anni della luna porta le annate piovose.<note place="foot">Ivi 229.</note> Oltre la mentovata opera, fece questo matematico delle nuove tavole del barometro e dell'esto marino che furono pubblicate nel 1773. Applicossi egli principalmente intorno alla questione, se la luna per mezzo dell'impressione fatta sull'atmosfera agisca sopra il Barometro.<note place="foot">Gaz. letter. II. 291.</note> In seguito alle osservazioni del Sig. Temanza già fatte in Venezia, esaminò le variazioni della marea, esposte nella prima tavola ed analoghe alle variazioni del Barometro, considerate relativamente alla impressione fatta dalla luna sopra la nostra atmosfera; espose la marea media del perigeo della luna, dell'apogeo, delle sigizie e delle quadrature, e le maree medie corrispondenti ai segni dello Zodiaco riguardo alla luna; esaminò le maree pei segni dello Zodiaco rispetto al sole e trovolle notabilmente minori nella estate; mostrò le altezze medie del Barometro intorno all'apogeo ed al perigeo della luna, come anche intorno alle sigizie ed alle quadrature; espose l'altezza media del Barometro per i segni dello Zodiaco rispetto alla luna, e condusse per mezzo di confronti astronomici a conoscere che il Barometro suol variare per causa della luna a seconda delle sue situazioni. Conclusione sulla quale egli ebbe delle vive controversie coll'abate Frisi, il quale negava una simile influenza della luna sul barometro.<note place="foot">Mem. Encicl. III. 53.</note>
               </p>
               <p>Un'opera analoga all'argomento trattato dal Toaldo fu pubblicata nel 1792 in Brusselles col titolo <foreign lang="fre">sur les marées aériennes, c'est à dire sur l'effet produit dans l'atmosphère terrestre par l'action du Soleil et de la Lune</foreign>. L'autore di quest'opera è il Sig. Abate Mann, segretario dell'Accademia di Brusselles.</p>
               <p>Nel dì primo di Gennaio dell'anno 1801 il P. Piazzi Teatino scoprì in Palermo un nuovo pianeta, che fu da lui osservato pel corso di quaranta giorni. Era questo piccolo come una stella di 8va grandezza. Burckardt, Olbers, Bode si sono impiegati intorno a questo nuovo pianeta, e Maskelyne ha trovato che la sua luce è più forse di una metà di quella del pianeta Pallade, del quale parleremo fra poco. Herschel ha creduto riconoscere che il diametro del pianeta scoperto da Piazzi è di 55 leghe di Francia, ossia presso a poco di 162 miglia inglesi. Ma Schroter ha trovato che il diametro di questo pianeta è di 529 miglia geografiche. Piazzi ha dato al suo pianeta il nome di Cerere Ferdinandea, in onore di Ferdinando IV Re di Napoli.</p>
               <p>Il dottor Olbers osservando questo pianeta, e scorrendo col suo cannocchiale le piccole stelle, che sono ai fianchi della Vergine, per istabilire con più facilità il luogo del pianeta, scoprì un nuovo corpo celeste, che è stato creduto un pianeta ancor esso, sebbene alcuni lo abbiano stimato una cometa. Questa scoperta fu fatta nel giorno 28 di Marzo dell'anno 1802. Sembrò allo scopritore di questo corpo celeste che esso avesse 4 minuti secondi di diametro; ma osservato che fu con più diligenza, trovossi che appena egli ha un mezzo secondo di diametro apparente. Supposto ciò, Girolamo la Lande, ha creduto che egli non avesse più di 100 leghe di diametro reale; ma, secondo i calcoli di Herschel, il suo diametro giunge appena a 24 leghe. La sua orbita sembra una ellissi inclinata di 35 gradi, secondo ha ritrovato Gauss, astronomo di Brunswik. Herschel lo annoverò tra le asteroidi, nuova specie di corpi ammessa da questo astronomo; e lo stesso egli fece del pianeta scoperto da Piazzi, perchè sì questo, che quello sono fuori dello Zodiaco. Al suo pianeta diede Olbers il nome di Pallade.</p>
               <p>La scoperta di questi due corpi celesti fu ben presto seguita da quella di un nuovo pianeta fatta da Harding nell'anno 1804. Esso ha un diametro presso a poco uguale a quello, che presenta una stella di 8va grandezza, una eccentricità di un quarto di raggio, una inclinazione di gradi 21, ed una distanza dal sole poco maggiore di quella di Cerere e di Pallade. La sua rivoluzione si fa in cinque anni e mezzo.</p>
               <p>Tutti cotesti corpi nuovamente scoperti accrescono considerabilmente il numero de' pianeti del nostro sistema. Ecco pertanto l'ordine, col quale i corpi celesti sono collocati secondo il sistema di Copernico, del quale ho già parlato, ma che ora è necessario ripetere. Il sole, come abbiam veduto, occupa il centro di questo sistema. Girano intorno ad esso Mercurio, Venere e la Terra. Seguono Marte, Pallade, Cerere, Giunone, Giove, Saturno ed Urano. Vien terminato il tutto dal cielo delle stelle fisse. Tale è il nostro sistema, accresciuto e perfezionato per cotante nuove scoperte dai moderni astronomi.</p>
               <p>Nell'anno 1811 apparve una cometa di non ordinaria grandezza, la quale non lasciò di eccitare i vani spaventi del volgo. La sua apparizione fu predetta dal dottor Olbers di Brema. Essa fu scoperta dal Sig. Flaugergnes a Viviers ai 25 di Marzo, dal Sig. Pons a Marsiglia agli 11 di Aprile, e dal Sig. Canturegli, astronomo soprannumerario della specola di Bologna, ai 4 di Settembre. Nella Università di Gottinga, nel regno di Sassonia, dall'Osservatorio imperiale di Parigi, e da più astronomi in diversi luoghi, sopra di essa furono fatte varie osservazioni. Alcune sopra la medesima ne pubblicò il celebre Sig. Canonico Stark.<note place="foot">Casamia, Faenza 1813.</note>
               </p>
               <p>Qui pongo fine alla Storia dell'Astronomia. Plinio<note place="foot">Hist. Nat. II. 91.</note> lamentossi un tempo della negligenza degli antichi nello scrivere la storia de' progressi dello spirito umano nella scienza degli astri. Ella è, dic'egli, una vera depravazione di spirito, che si ami riempir le carte di narrazioni di guerre, di stragi e di delitti, e non si voglia poi tramandare alla posterità nelle storie i benefici di coloro, che han posta ogni cura nell'illustrar una scienza così utile. Mosso da questo sì giusto rimprovero, intrapresi di scrivere la Storia dell'Astronomia, della quale son giunto al compimento. Se di cotesto mio lavoro non curasi la presente età, possano almeno sapermene grado le ombre sacre di coloro, che contribuirono all'avanzamento della scienza degli astri.</p>
            </div2>
            <div2>
               <head>Capitolo V</head>
               <argument>
                  <p>PROGRESSI FATTI DALLA ASTRONOMIA</p>
               </argument>
               <p>La principal cura dell'uomo esser dee quella di riordinar le sue idee, e di dare un'adequata distribuzione ai suoi pensieri. Noi abbiam veduto il successivo sviluppo dell'Astronomia in tutte le sue parti prese insieme. Vediamolo ora nelle sue parti considerate separatamente l'una dall'altra. Abbiamo sin qui veduta la scienza degli astri acquistar sempre maggior perfezione nelle mani di quegli uomini grandi che si sono applicati ad illustrarla, ad apprenderla e ad accrescerla. Ma questi uomini grandi han perfezionato diverse parti dell'Astronomia, hanno impiegato diversi mezzi a tale effetto. Sminuzziamo ora il loro lavoro. Vediamo a parte a parte i progressi della scienza degli astri. Così verrà vie meglio a conoscersi lo sviluppo delle nostre cognizioni, ed il carattere dello spirito umano.</p>
               <p>1. <emph>Origine dell'Astronomia</emph>. L'Astronomia è nata coll'uomo. Egli vidde che il sole si alzava sopra l'orizonte, e recava la luce, e colla luce il giorno, che tramontando il lasciava nelle tenebre, e che queste scomparivano all'apparir che egli facea di nuovo; vidde che dileguandosi la luce del giorno comparian nel cielo de' punti luminosi, e che la loro luce non impedia di fissar in essi lo sguardo come impedivalo quella del sole. Vidde che quest'astro sembrava cangiar luogo nel cielo, e che il tempo della luce superava talora quello delle tenebre, talora lo uguagliava, e ne era talvolta superato. Ecco le prime osservazioni astronomiche, ed ecco l'origine dell'Astronomia. La luna fissò altresì l'attenzione de' nostri primi osservatori. Un corpo talora falcato, talora rotondo, che avvanzandosi con maestà facea scomparir la plebe delle stelle, concedendo sol di risplendere alle più luminose e più brillanti, che essendo più grande in apparenza del sole spandea nondimeno minor copia di luce, il cui splendore delicato ed argenteo ricreava l'occhio senza offenderlo, non potea non eccitar la meraviglia de' primi astronomi. La luna fu certamente uno de' principali oggetti delle loro ricerche, specialmente allor che fu veduta diminuirsi appoco appoco, e finalmente rendersi del tutto invisibile. I primi osservatori spinti dalla curiosità si posero ad indagare il tempo in cui compivasi il corso de' diversi fenomeni della luna, e ben presto lor venne fatto di rinvenirlo.</p>
               <p>2. <emph>Prime osservazioni astronomiche</emph>. A queste prime osservazioni tenner dietro altre ricerche più interessanti. Conosciuto il corso della luna si seguì ad osservare, e si vidde che lo spettacolo del cielo non era sempre lo stesso, e che le stelle cangiavan posto. Una tra queste fu osservata la quale non cambiava sensibilmente sito in tutto il corso della notte. Si stimò dunque che le altre stelle girassero intorno a questa come intorno ad un punto fisso. Questo punto fu chiamato Polo, e quella stella fu detta Stella polare.</p>
               <p>Non meno interessanti di queste ricerche furon quelle che gli antichi fecero intorno al sole.</p>
               <p>Si cercò perchè quest'astro non fosse visibile durante la notte. Si stimò che si spegnesse nel mare per poi di nuovo riaccendersi. Fu anche creduto sentire un certo fragore verso ponente, quando il sole, a dir degli antichi, tuffavasi ed estinguevasi nelle onde.<note place="foot">Audiet Hercules stridentem gurgite solem. Iuvenalis, Sat. 14.; Stridebatque freto Titan insignis Ibero. Auson. Ep., 19.; V. Posidon. ap. Strabon. l. 3.; Gassendi, t. I. 587. 1. fine.</note> Questi eran de' sogni che dinotavano un'Astronomia bambina. La scienza delle cause non era per quella età. Convenia prima conoscer gli effetti, assicurarsi della loro esistenza, indagare i loro cangiamenti, e quindi passare a ricercarne le cause. Il giudizio che gli antichi pronunziarono su la cagione della mancanza dello splendor del sole durante la notte, fu precipitato. L'errore è quasi sempre compagno della precipitazione.</p>
               <p>Le osservazioni che fecero gli antichi sopra il corso del sole, furono assai interessanti. L'uomo non fu da principio spinto ad osservare gli astri, che dalla curiosità. Lo spettacolo imponente di tanti corpi luminosi e brillanti, di una picciolezza compensata dalla loro moltitudine invitava la sua vista fatigata dalla luce del giorno a riposarsi in quell'azzurro che rivestia la volta celeste diversamente illuminata dallo splendore di que' piccioli fuochi. L'uomo seguì quest'invito con compiacenza. Preso da una profonda ammirazione, egli si rivolse a contemplare quei corpi che, camminando tranquillamente, senza urtarsi e senza distruggersi, annunziavano la potenza del Creatore e la magnificenza della natura. L'uomo riflessivo seguì quietamente il corso delle sue idee. Le solitudini, i deserti furono i primi osservatorii astronomici. Quivi l'uomo, abbandonato al riposo, e lasciato in balìa di se stesso, contemplò lo spettacolo del cielo con curiosità e con ammirazione. Ben presto però l'Astronomia, figlia della curiosità, divenne l'allievo della necessità. L'uomo nato agricoltore avea bisogno di un metodo che dasse regola e norma alle sue rustiche operazioni. Egli ritrovò questo metodo nel corso del sole. Dodici giri della luna si compiono nel tempo di un sol giro del sole. Si divida dunque questo in 12 mesi. Conosciuti i mesi lunari e l'anno solare, l'Astronomia cominciò a divenire scienza. L'uomo che da principio non osservò gli astri che per curiosità, li osservò poi per trarne delle cognizioni utili. Ma i Greci vollero troppo tosto avvanzarsi a parlar delle cause e la loro ambizione fu punita dall'errore in cui caddero. Cercarono perchè il sole si arrestasse in un certo sito del cielo, e ritornasse in dietro, e conclusero che verso i poli trovavasi un'aria densa, impenetrabile al sole, il quale però rivolgeasi indietro. Inclinando la strada del sole verso i poli, non fu d'uopo ricorrere a quest'aria chimerica. Conosciuta la ecclittica, ossia il corso del sole, si osservò che la luna e i pianeti seguivano ancor essi presso a poco la strada medesima, non allontanandosene che di alcuni gradi, al di sopra o al di sotto. Si formò quindi una fascia larga 16 gradi, alla quale si diede il nome di Zodiaco. Nel mezzo di questa fascia è collocata la ecclittica.</p>
               <p>Così venne appoco appoco avvanzandosi la scienza degli astri. Dacchè la terra ebbe degli uomini, il cielo ebbe degli ammiratori. L'ammirazione congiunta alla necessità cagionò i progressi dell'Astronomia. Utilità e diletto sono le cause principali che muovono l'uomo ad operare. Queste cause appunto furon quelle che lo spinsero ad osservare gli astri. Quindi l'Astronomia fu considerata come una scienza utile e dilettosa. L'uomo esaminò queste due prerogative, conobbe la eccellenza dell'Astronomia, e si diede alla osservazione del cielo. Le scienze han bisogno dell'uomo, e l'uomo ha bisogno delle scienze. Le scienze non esisterebbono se l'uomo non esistesse, e l'uomo non saprebbe come provvedere ai suoi bisogni se le scienze non gli prestasser soccorso.</p>
               <p>3. <emph>Sole</emph>. Il sole fu creduto da Anassagora un ferro infuocato, una lamina da Alcmeone, una nube infiammata da Senofane. Filolao non gli concesse nè lume nè calore proprio, ma sostenne che l'uno e l'altro gli vengono dai pianeti, e son da esso riflettuti. Un moderno, il signor Juliard, riguardò il sole come un corpo diafano e trasparente, il quale poichè da Dio fu creato e collocato nel centro della luce, corsero tosto i raggi di questa a riunirsi al centro del corpo solare, e dal centro si rifletterono alla circonferenza.<note place="foot">Stob. Ecl. Phys.,;Gass. t. I, 510. 2. mezzo; Nicolai, Dissert. e Lez.; Nicolai, t. 2. 99.</note> Talete trovò in qual ragione è il diametro del sole al cerchio che egli sembra descrivere intorno alla terra. I moderni fanno il diametro del sole uguale a un di presso a 319.314 leghe di Francia, e il suo volume 1.400.000 volte maggiore di quello del nostro globo. Eraclito non diede al sole più di un piede di diametro.<note place="foot">Plutarc. De Placitis Philosophorum, lib. 2. c. 21.; Anacar. t. 5. p. 48 e 110.</note> Eudosso gliene concesse uno 9 volte maggiore di quello della luna. Aristarco uno 6 in 7 volte maggiore di quello della terra, Eratostene uno 27 volte maggiore di quest'ultimo, Ipparco uno 5 volte e mezza maggiore del medesimo, Cleomede uno della misura di 52.000 stadii, Posidonio uno di stadii 300.000.<note place="foot">Gassen. I. 502. 2. princ.</note> Eratostene trovò la distanza che passa tra il sole e la terra 804 milioni di stadii, ossia di 20.200 semidiametri terrestri,<note place="foot">Poli, t. 1. p. 136.</note> Aristarco credè che ella fosse 19 volte maggiore di quella che passa tra la terra e la luna, Ptolomeo trovolla di 1210 semidiametri terrestri, Ipparco disse che la più gran distanza del sole dalla terra è di 1556 semidiametri terrestri, la sua distanza media di 1472 e di 1357 la piccola. Computata dal Whiston<note place="foot">Nicolai, t. 2. 123.</note> la distanza del sole dalla terra ascende ad 82 milioni 135 mila 943 miglia inglesi. Sul sole tra gli antichi scrissero, a riferir di Achille Tazio,<note place="foot">Cap. 19, p. 56.</note> Trasillo e Adrasto peripatetico.<note place="foot">9. l. p. 202.</note>
               </p>
               <p>I Peripatetici dietro il loro Duce Aristotele crederono il sole luminoso tutto, e brillante; il padre Scheiner, o, secondo vogliono alcuni, il Galilei scoprì in esso delle macchie. Keplero credè che Giovanni Fabricio, figlio di Davide Fabricio, le avesse vedute prima di Scheiner.<note place="foot">De la Lande, p. 420.</note> Queste macchie suscitarono delle grandi controversie fra i dotti. Galilei<note place="foot">Ivi p. 425.</note> ed Hevelio pensarono che esse fossero una specie di fumo di nubi, o di schiuma, formati sulla superficie del sole, e nuotanti sopra un oceano di materia, fluida e sottile.<note place="foot">Nicolai, t. 2. 916.</note> Alcuni fisici stimaronle piccioli pianeti aggirantisi intorno al sole. Derham<note place="foot">Theologic. Astron.; Nicolai, p. 983.</note> le crede cagionate da 2 grandi vulcani, e da innumerabili montagne simili all'Etna esistenti nel sole. Ma il sig. di Fontenelle<note place="foot">M. de Fontenelle, Entretiens sur la Pluralité des mon. Soir IV.</note> si ride di queste montagne, che si è preteso di avere osservate co' cannocchiali. M. de la Hire riguardò le macchie del sole come le eminenze di una materia solida opaca, e irregolare, che nuota sulla materia fluida del sole, e talvolta vi s'immerge.<note place="foot">De la Lande, p. 425.</note> M. de la Lande trova il sentimento di M. de la Hire molto più probabile di quello di Galilei e di Hevelio.<note place="foot">De la Lande, Astr. liv. XX. p. 302. t. 3.</note>
               </p>
               <p>Le macchie del sole han fatto conoscere che questo corpo gira intorno a due punti che debbon chiamarsi i poli del sole.<note place="foot">Ivi p. 426.</note> Il cerchio del globo solare, che è egualmente distante dai due poli, dee chiamarsi l'equatore solare.<note place="foot">Ivi p. 431.</note> La inclinazione di quest'equatore sulla ecclittica, come afferma il sig. de la Lande,<note place="foot">De la Lande, Abrégé d'Astr. liv. II. 2. n. 959.</note> è di circa 7 gradi, e la sua rotazione vera è, secondo il medesimo autore, di 25 giorni, 14 ore, e 16'. Le macchie del sole in riguardo a noi ritornano al medesimo punto del disco solare in 27 giorni, 12 ore e 20'.</p>
               <p>Il sole è circondato da un'atmosfera che è stata da molti fisici riguardata come la causa della luce zodiacale, ossia di quel fenomeno luminoso che in alcuni tempi si scorge nel cielo dopo il tramontar del sole, o prima del suo spuntare,<note place="foot">Paulian, Art. Luce zodiacale.</note> a maniera di lancia o di piramide. Oltre la luce zodiacale, l'aurora boreale altresì vien riguardata dal sig. de Mairan come una prova dell'Atmosfera solare.<note place="foot">Ivi Art. Aurora boreale, p. 79.</note> Questa atmosfera ora più ora meno estesa, giunge talvolta ad estendersi sino a trenta e più milioni di leghe di là dal sole.</p>
               <p>Ciò si è osservato intorno al diametro, volume, distanza, macchie, rotazione e atmosfera del sole. Quest'astro meraviglioso fu tra gli oggetti che il cielo offriva agli sguardi dell'uomo il primo che fissò la sua attenzione. Quale spettacolo non ci presenta questo corpo luminoso che avvanzandosi nel cielo dà norma e legge alle nostre operazioni e sembra esser costituito il regolator della natura! Mentre il tutto tace, e langue l'uomo abbandonato all'ozio ed al sonno, egli è che richiama agli spiriti l'usato vigore, e invita l'uomo alla fatica e al travaglio. Un debol chiarore comincia ad imbiancar l'orizonte,<note place="foot">Pluche, Sp. d. Nat. t. 7. p. 38.</note> e annunzia la vicinanza dell'astro del giorno. Appoco appoco gli oggetti che poteano scorgersi appena cominciano ad essere illuminati dal crescente splendore, e possono omai distinguersi con chiarezza. Quel cerchio che dalla parte dell'oriente imbiancava l'azzurro del cielo si allarga e si solleva, ed il crepuscolo dà luogo all'Aurora. Finalmente la Natura sembra offrirci ciò che ella ha di più grande: il sole si leva. Un primo raggio ha superata la sommità delle montagne, che cel tenevano ascosto, e rapidamente è corso a propagarsi e a diffondersi. Nuovi raggi avvalorano il primo: siegue il sole ad innalzarsi, e finalmente tutta si mostra e si sviluppa la sua rotondità. L'uomo contemplativo si sente rapito da questo spettacolo. La natura è già tutta in moto per salutare il suo regolatore. Tutto fa plauso al suo arrivo, tutto al suo levarsi sembra compreso dalla gioia e dal piacere. L'uomo non tarda a partecipare dell'allegrezza della natura. La luce da lui discaccia il torpore ed il sonno. Egli si desta e segue l'invito dell'astro del giorno. Il sole si rende accessibile a tutti gli occhi per ricevere i primi saluti. Si avvanza con maestà e con pompa, e fa mostra di tutte le sue bellezze. Ma il suo incarico è di diffonder per ogni dove insieme con la luce il calore e la vita. Egli si affretta per adempiere a questo incarico: scaglia i suoi fuochi penetranti, ravviva tutto ciò a cui giunge il suo calore, scorre da un lato all'altro del cielo, e termina la sua carriera come un instancabile atleta. Tutto si anima, tutto acquista un nuovo vigore, al diffondersi de' suoi benefici raggi, egli apporta alla natura refrigerio e sollievo, e colle penetranti sue fiamme giunge perfino in quei luoghi ove giunger non possono i suoi raggi.</p>
               <p>4. <emph>Luna</emph>. Ma già il sole è giunto al termine del diurno suo corso. Egli ha abbandonato il nostro emisfero, ed altri popoli ed altre nazioni godono ora de' suoi benefici influssi. Il palagio della natura non rimane però privo di luce. Benchè la notte non sia destinata che al silenzio ed al sonno, può nondimeno l'uomo aver mestieri di prolungare il suo travaglio, o di continuare i suoi viaggi. La natura sempre attenta a provvedere a tutti i suoi bisogni oltre le varie fiaccole che nel cielo ha disposte, e che abbastanza rischiarano il suo cammino, gli ha altresì somministrato un luminare superiore in chiarezza a tutte le stelle, un magnifico specchio, da cui gli vien resa nella notte una parte della luce solare che avea perduta.<note place="foot">Pluche, Sp. d. Nat. t. 7. n. 321.</note> Questo corpo richiamò l'attenzione de' primi osservatori. Le sue fasi comparvero dapprima assai meravigliose. Quando la luna comincia ad apparir nella sera al tramontar del sole, presenta la forma di una falce o di un filo luminoso e curvo le di cui corna son verso l'oriente e la di cui convessità è verso il sole. La falce ben presto si allarga, la luna si allontana dal sole, e rimane per più lungo tempo sull'orizonte. La parte illuminata sensibilmente si accresce, e comparisce un mezzo disco: la luna allora al venir della notte è nel mezzo del cielo. Quattordici giorni circa dopo la sua prima apparizione, la luna si leva quando il sole tramonta; allora è piena, cioè mostra un disco tutto illuminato. Ma il suo lume comincia tosto a scemare: il sole è preceduto dalla luna che si leva prima di esso. Finalmente la luna non si leva più, si rende per alcun poco invisibile, e torna poi di nuovo a riprendere le stesse apparenze.</p>
               <p>Osservati questi fenomeni si dovè conchiudere, che la luna risplende per luce altrui e che questa luce le viene dal sole. È all'uom naturale il passar dagli effetti alle cause. Conosciuto un effetto l'uomo si sente spinto ad indagarne la cagione. Questa dotta curiosità è la madre delle scoperte più belle. Se dagli effetti ben esaminati l'uomo non facesse passaggio alle cause, egli si troverebbe tuttora nella più profonda ignoranza.</p>
               <p>Talete fe' la luna 720 volte minore in solidità del sole, Parmenide la fe' uguale a quest'astro,<note place="foot">Plac. phil. lib. 2.</note> Fidia di Acupatro diegli un diametro in ragione duodecupla di quella del sole,<note place="foot">ap. Archimed. in Aren.</note> ed Eudosso minore in ragione novacupla,<note place="foot">ap. Eumd. l. c.; Gassen. I. 500. 2 fine.</note> Plinio<note place="foot">l. 2. c. 11.</note> la credè maggiore della terra, Aristotele<note place="foot">ap. Stob. Ecl. phys.</note> minore,<note place="foot">ib. 501. 1 princ.</note> Aristarco gli diè un diametro equivalente a un terzo circa di quello della terra. Egli trovò la distanza della terra medesima dalla luna di 56 semidiametri del nostro globo, Eratostene, trovolla 500 e più volte minore di quella che passa tra la terra ed il sole. Secondo Ptolomeo la distanza della luna è di 64 semidiametri terrestri, secondo Ipparco la sua distanza media dalla terra è di semidiametri terrestri 59.<note place="foot">Poli, t. 1. pag. 138.</note> Dai moderni vien dato alla luna un diametro di 782 leghe e un volume 49 volte minore di quello della terra, da cui ella vien posta lungi 86.324 leghe.<note place="foot">Poli, ibid.</note>
               </p>
               <p>La luna fa il suo giro intorno al nostro globo nello spazio di 27 giorni, 7 ore e 43 minuti, ravvolgendosi nel tempo stesso insieme colla terra all'intorno del sole. Questo è ciò che si appella mese periodico. Ma siccome la luna dopo aver terminato un tal corso non ritrova la terra nel punto ove l'avea lasciata nel cominciarlo per aver questa avvanzato nella sua carriera, conviene che ella impieghi altri 2 giorni, 5 ore, 1 minuto e 3 secondi, per porsi di nuovo fra la terra ed il sole. Or questo tempo aggiunto al mese periodico sovr'accennato forma lo spazio di 29 giorni, 12 ore, 44 minuti e 3 secondi, cui si dà il nome di mese sinodico della luna, nome che esprime l'intervallo di tempo che passa tra l'una e l'altra nuova luna consecutiva.<note place="foot">Poli. l. c.; biog. Laert., p. 457. n. 72: Anacar. 5. 87; et. Ach. Tat. ec.</note> Il cammino orario della luna è di 828 leghe.<note place="foot">39. V. p. 389.</note> Antifonte affermò che la luna ha una luce sua propria e si ecclissa allora quando il sole che ha una luce più viva offusca la sua scomparendo la luce più debole all'apparire della più forte.<note place="foot">Plut. Plac. 2. 28.</note> Beroso Caldeo, al riferir di Cleomede e di Vitruvio, stimò esser la luna una palla parte ignea e infuocata, parte oscura e cerulea, e credè dalla rivoluzione della luna intorno al suo centro e dalla diversa posizione di queste parti, esser cagionate le sue fasi<note place="foot">Gassen. I. 569. 2. mezzo.</note> e avvenire le sue ecclissi alloraquando verso noi si rivolge la parte oscura.<note place="foot">Plut. Ib. c. 29.</note>
               </p>
               <p>Eraclito credè la luna una terra costituita in una nube caliginosa e diede a essa, come ancora al sole, la forma di un battello.<note place="foot">Ivi l. c.; De plac. philos. lib. 2. cap. 22 et 27, et Diog. Laert. in V. Heracle, 1. 359, et Aesyc. Miles. ec., et Tat. c. 19.</note> Altri diedero alla luna la figura d'un cilindro. Cleante gli diè quella di un cono poichè sembra <foreign lang="grc">κωνοειδῇ</foreign>non <foreign lang="grc">πηλοειδῇ</foreign> doversi leggere presso Stobeo.<note place="foot">Gass. I. Gior. 1. mezzo.</note> Commune opinione però non solo tra gli stoici mentovati da Plutarco<note place="foot">Plut. l. c. cap. 27; Stob. Ecl. 36; Lande, Ast. Phys. 3. 416.</note> ma tra gli altri filosofi eziandio, fu esser la luna un globo, onde disse anche il poeta Lucrezio<note place="foot">L. 5.</note>
                  <quote lang="lat">Lunaique globum</quote>, e Virgilio<note place="foot">Aen. 6.; ib. fine.</note>
                  <quote lang="lat">Lucentemque globum Lunae</quote>.</p>
               <p>M. de la Grange suppone con Newton in uno scritto citato dal Sig. de la Lande<note place="foot">De la Lande, Astr. liv. XX.</note> che la luna sia una sferoide allungata verso la terra, ed egli trova che questo corpo deve avere intorno al suo asse una specie di oscillazione per cui la sua velocità di rotazione è ora accelerata ora ritardata.<note place="foot">80 V. p. 447.</note> Fuvvi chi credè la luna spoglia di ogni calor sensibile. M. Tschirnausen non potè scoprirne alcuno con i suoi vetri ardenti e M. de la Hire avendo raccolti i raggi della luna piena in uno specchio concavo di 55 pollici di diametro non vidde che questi raggi producessero il minore effetto sul termometro di M. Montans facilissimo a risentirsi. Con tutto ciò il famoso Toaldo escogitò un nuovo metodo per esplorare il calor lunare e credè averne ritrovato alcuno. Può dirsi «con tutto ciò» poichè il Lande che riporta le esperienze di Tschirnausen e de la Hire a pag. 248 è stampato nel 1775, laddove l'opera di Toaldo fu stampata nel 1791, come dicono le Notizie Letterarie t. II 222.<note place="foot">Paulian, t. 2 art. Luna.</note> Nella luna veggonsi delle macchie le quali giusta i Peripatetici altro non sono che le parti più rare della luna, le quali imbevendosi della luce del sole non sono, come le più dense, atte a ripercuoterla; secondo Plinio<note place="foot">l. 2. c. 9.</note> sono esse <quote lang="lat">terrae raptae cum humore sordis</quote>: secondo i Pitagorici essendo la luna un'altra terra con mari ed isole, sono le macchie non altro che mari inabili a rifletter luce.<note place="foot">Plut. Plac. 2. 9.; Gass. 1. 576. 2 princ. e 1. fine.</note> Il Wolfio<note place="foot">Christ. Wolff, Elem. Ast. par. 2. c. 1.theorem. 4. n. 479; Nicolai, t. 2. p. 107.</note> scrive esser nella luna lunghi tratti di superficie uguale che poca luce riflettono e sembrano aver tutti i contrassegni de' corpi fluidi. Onde dopo le sue osservazioni e le altrui pensa esser quelli e mari e fiumi, e poichè alcune parti di tali piani rifletton luce, egli vien deducendone che le acque della luna sono intramezzate da scogli, da promontorii, da isole e da penisole.<note place="foot">Paulian, l. c.</note> Alcune delle macchie della luna credonsi provenienti dall'ombra che spargono sopra la sua superficie le rupi ed i monti, da cui ella è coperta. Egli è dimostrato che la luna ha le sue montagne, e a queste si son dati di già i nomi di Appennino, monte Tauro, monte Porfirite, ec.<note place="foot">Poli, t. 1. p. 139.</note> Le inuguaglianze vedute da Galilei sulla superficie della luna, parvero a questo astronomo vere montagne.<note place="foot">Saverien, p. 140.</note> La più alta di coteste montagne da esso lui misurata vinceva in altezza, secondo egli ritrovò, i monti tutti della terra. Il monte Porfirite<note place="foot">Poli, l. c.</note> fu riputato un vulcano estinto dal celebre astronomo Hevelio. La esistenza de' vulcani nella luna è comprovata da molte osservazioni. Il sig. don Antonio de Ulloa, uno di quei matematici che occuparonsi intorno alla questione della figura della terra, il quale nel 1748 presentò all'Accademia delle Scienze di Bologna insieme col sig. D. Giorgio Juan il risultato dei loro viaggi e delle loro operazioni, nella ecclissi del 24 di giugno del 1778 vidde nella luna un punto luminoso grande come una stella di 3a o 4a grandezza, distante una linea e mezza dal lembo, ma giudicò che ciò potesse provenire da una caverna o da un foro attraversante la luna; pubblicando uno scritto sopra questo fenomeno diegli difatto il nome di «Caverna la Spagna». Il Padre Giambattista Beccaria, dotto fisico che di concerto con il signor Canonica intraprese la grand'opera della misura d'un grado della terra,<note place="foot">De la Lande, Voyage en Italie, 1. 200.</note> pubblicò questa medesima osservazione, di cui diè la prima gloria ai suoi due piccoli nipoti, i quali scherzavano col di lui telescopio in tempo di una ecclissi, ed attribuì quello splendore alla eruzione di un vulcano.</p>
               <p>La opinione del Beccaria ad onta di quelli che han creduto quella luce essere effetto di un'aurora boreale vien comprovata dalle osservazioni del sig. Guglielmo Herschel, il quale ha nella luna ravvisati 3 vulcani, e tra questi uno la cui grandezza superava di molto quella del nostro Vesuvio. Bouquer ha ritrovato che il lume della luna è 300.000 volte minore di quello del sole, e ciò paragonando la luce dell'una e dell'altro con quella di un lume collocato nella oscurità. Un insigne filosofo e matematico credè o finse di credere<note place="foot">Galil. II. 29.</note> che le eminenze che si scorgono nella luna fossero state fatte a mano dagli abitatori di questo globo e che si trovassero in esse delle caverne che servissero di ricovero a quegli abitanti, difendendogli dall'eccessivo caldo<note place="foot">De la Lande, p. 248.</note> nei lunghi giorni e dal rigorosissimo freddo nelle notti potendo poi quelli uscirne e passeggiare per la luna nel tempo del minore rigore del freddo e della minor violenza del caldo. Pensò ancora che nella luna si vedessero le strade conducenti a queste eminenze che posson chiamarsi le case dei lunicoli. Il pensiero è assai bizzarro ed ha più del poetico che del filosofico. Gli antichi non davano alla luna alcuna atmosfera.<note place="foot">Paulian, art. Luna.</note> Il Sig. De Mairan credè però che niente vi fosse di men concludente quanto le ragioni che si erano addotte per risguardar la luna come spoglia di qualunque atmosfera, il Galilei<note place="foot">Galil. in Sydereo Nuncio, t. 3. 9.</note> dice chiaro che l'ha, non dubitando ma affermando: est circa lunare corpus ec.: gliene attribuì una: e il famoso Paolo Frisi nella sua Dissertazione sopra l'atmosfera de' corpi celesti, che nel 1758 fu premiata dalla reale accademia delle scienze di Parigi,<note place="foot">Frisi, t. I. p. 89.</note> di provar si argomenta che la luna è in realtà fornita di un'atmosfera.<note place="foot">Frisi, Dissertat. de Atmosph. coelestium corporum, cap. 1.; Nicolai, t. 2. 20.</note> Il chiarissimo P. Boschovich nega però che la luna abbia un'atmosfera simile alla nostra, ma ammette intorno al corpo lunare un fluido simile alla nostra acqua, benchè forse più trasparente e più tenue.<note place="foot">Bosch. Dissert. de Luna atm.</note>
               </p>
               <p>La notte sembra incaricata di far sì che il Re della natura tranquillamente riposi, e che si rispetti in ogni dove il suo sonno.<note place="foot">Sp. d. Nat., t. 7. p. 17; Nicolai, t. 2. p. 118.</note> Non era però conveniente che a coloro che vegliano, un lume si dasse capace di disturbare la quiete di coloro che riposano. Fu quindi disposto che la luna non risplendesse che di una luce soave e poco brillante, capace di recar soccorso all'uomo che veglia, e incapace di recar molestia all'uom che riposa. Tutto è provvidamente distribuito nella natura. La confusione, e il disordine non possono aver luogo nelle opere di quella sapienza che detta leggi a tutto il creato.</p>
               <p>5. <emph>Stelle</emph>. La luna non è la sola che adorna e rende bello lo spettacolo della notte. Quelle innumerabili faci, che per ogni dove disperse diffondono i loro tremuli raggi, e rischiarano non men le celesti che le terrestri regioni, ne accrescon la bellezza e lo rendon del tutto meraviglioso e sorprendente. L'uomo divien come estatico nel contemplare l'ordine ammirabile in cui schierate sono e disposte quelle sfolgoranti lumiere che brillan sospese alla ricca volta che cuopre la sua abitazione.<note place="foot">Sp. d. Nat. t. 7. 21.</note> Ma le loro scintille son dolci, e soavi i loro raggi si dispergono negl'immensi spazi, interposti tra que' corpi e la terra. Il Creatore ha così provveduto perchè l'uomo godesse della vista di quella moltitudine di globi senza che questi arrecassero alcun pregiudizio alla freschezza della notte e alla tranquillità del suo sonno. Crederon gli antichi che alzandosi dalla terra delle parti ignite si andassero nel giorno a riunire in un sol punto del cielo, per formare il sole, e la notte in parecchi punti formando le stelle;<note place="foot">Anacarsi, t. 5. p. 84.</note> che queste esalazioni consumandosi facilmente si riproducessero per proccurare all'uomo un nuovo sole ogni giorno e nuove stelle ogni notte,<note place="foot">Plat. de repub. lib. 6; Plutar. Plac. philosoph. lib. 2. cap. 24; Xenophanes ap. Stobaeum Eclog. Phisyc. lib. I; Brucker, Hist. philos.</note> e che se il sole fosse immobile facilmente esaurirebbe i vapori dei quali si nutre.<note place="foot">Aristot. Meteor. lib. 2. cap. 2.</note> Essi spacciavano ancora che talvolta era avvenuto che il sole per un mese intero non si riaccendesse per mancanza di alimento.<note place="foot">Plutar. De placitis phil. lib. 2 cap. 24; Stob. Eclog. physic.</note> Il riputar le stelle affamate e assetate, è pensamento antichissimo, onde Omero scrisse<note place="foot">Roberti, t. 9. p. 268; Nicolai, t. 2. 95.</note> che dal mare si estraggono i vapori per pascer le stelle. Per cosiffatta ragione disse il greco Anacreonte <quote lang="lat">Bibit... sol ipsum Aequor</quote>,<note place="foot">Anacr. ode 19.</note> l'Epicureo Lucrezio<note place="foot">T. Lucr. Car. De rerum Nat. lib. I. v. 226.</note>
                  <quote lang="lat">unde aether sidera pascit</quote>, e Virgilio Marone<note place="foot">P. Virg. Mar. Aeneid. l. 1. v. 610.</note>
                  <quote lang="lat">polus dum sidera pascet</quote>, e lo stoico Lucano<note place="foot">M. An. Lucan. Pharsal. l. 10. vv. 258-259.</note>
                  <quote lang="lat">nec non Oceano pasci Phoebumque polumque credimus</quote>.</p>
               <p>La fame degli astri fu dottrina ancora di Seneca: <quote lang="lat">Totum hoc caelum</quote>, dic'egli,<note place="foot">L. An. Sen. Philos. Nat. quaest. l. 6. cap. 16.</note>
                  <quote lang="lat">quod igneus aether mundi summa pars claudit, omnes hae stellae, quarum iniri non potest numerus, omnis hic caelestium coetus, et ut alia praeteream, hic tam prope a nobis agens cursum sol, omni terrarum ambitu non semel maior alimentum ea terreno trahunt, et inter se partiuntur: nec ullo alio scilicet, quam halitu terrarum sustinentur. Hoc illis alimentum hic pastus est</quote>: ed altrove:<note place="foot">Ivi l. c. lib. 2 e 5.</note>
                  <quote lang="lat">terra et pars est mundi, et materia. Pars quare sit, non puto te interrogaturum, aut aeque interroges, qua re caelum pars sit: qua scilicet non magis sine hoc, quam sine illa universum esse potest, quad cum is universum est ex quibus id est, tam ex illo quam ex ista, alimenta omnibus animalibus, omnibus satis, omnibus stellis dividuntur. Hinc quid quid est virium singulis, hinc ipsi mundo tam multa poscenti subministratur: hinc profertur quo sustineantur tot sidera tam exercitata, tam avida per diem noctemque ut in opere ita et in pastu</quote>. Trovasi ancora presso Plutarco<note place="foot">Plutarch. De facie in orbe lunae, 52. V. p. 402.</note> e presso il Laerzio<note place="foot">Diog. Laert. lib. 7. in Vita Zenonis, 1. 456.</note> il dogma della fame degli astri. Luciano Samosatense, famoso scrittore del II secolo,<note place="foot">Lucian. Samosaten. in Dial. cui tit. Icaromenippos, sive Hypernephelus.</note> piacevolmente deride la sete delle stelle, dicendo che il sole, come provvido padre di famiglia, attinge quasi con una secchia pendente da gran fune l'acqua marina, la quale con saggio ordine e discreta misura dà a bere alle sue stelle.<note place="foot">V. Io. Meurs. Not. ad Catonis lib. de Agricult. sive de re rustica, cap. 28.</note>
               </p>
               <p>Nè è meraviglia che gli antichi credesser le stelle affamate e sitibonde se le credeano ancora animate.<note place="foot">Roberti, t. 13. 268.</note> Viddero essi dice Lattanzio,<note place="foot">L. Coel. Lactant. Firmian. Divinarum institut. lib. 2. De origin. erroris.</note> l'ordine ammirabile che inviolabilmente venìa ne' moti degli astri, e per render ragione di tal meravigliosa regolarità, gli astri paragonarono agli animali, e supposero che eglino quasi co' propri piedi camminando si avvanzassero nella loro strada:<note place="foot">Lactant. p. 119.</note>
                  <quote lang="lat">quam solertiam divinae potestatis in machinandis itineribus astrorum quia philosophi non videbant, animalia esse sidera putaverunt tamquam pedibus et sponte non divina ratione procederent</quote>. A stento tra gli antichi filosofi, se Epicuro e Democrito<note place="foot">Achil. Tat. Irg. ad Arat. cap. 13. ap. P. Dionys. Petav. in Uranolog. Nicolai. t. 2. 95.</note> si eccettuino, alcuno potrà rinvenirsi che creduto non abbia esser gli astri dotati di anima ed ancor di anima ragionevole. Che gli astri animati riputassero Talete, Pitagora, Platone,<note place="foot">Plat. in Tim.; V. Euseb. Pamph. Praeparat. Evangel. lib. 13. cap. 18. p. 703.</note> non è quasi a dubitare, e ciò probabilissimamente di Aristotele si crede, siccome mostra il Gassendi.<note place="foot">Gass. Phis. sec. 2. l. 2. cap. 5 t. 1. 455.</note> Similmente che Crisippo ancor egli credesse gli astri animati lo attesta Achille Tazio.<note place="foot">Chrysippus, lib. De Provident. et Diis ap. Ach. Tat. l. c. in P. Dion. Pet. Uranol.</note> Zenone a dir di Stobeo credeva esser la luna un ente fornito d'intelligenza.<note place="foot">Tommasini, Poeti, t. 3. 214 t. 1. V. p. 579</note> Varrone al riferir di S. Agostino<note place="foot">S. Aug. De civit. Dei. l. 7. c. 6.</note> asseriva: <quote lang="lat">A summo... circuitu caeli usque ad circulum lunae aethereas animas esse astra ac stellas</quote>: Plutarco riprende quelli che pensano inanimati il sole e la luna. Marco Tullio:<note place="foot">De nat. Deorum, l. 2.</note>
               </p>
               <quote lang="lat" rend="block">
                  <p>Tribuenda est sideribus eadem divinitas, quae ex mobilissima purissimaque aetheris parte gignuntur, neque ulla praeterea sunt admixta natura totaque sunt calida atque perlucida, ut ea quoque rectissime et animantia esse et sentire atque intellegere dicantur. Atque ea quidem tota esse ignea duorum sensum testimonio confirmari Cleanthes putat, tactus et oculorum. Nam solis et candor inlustrior est quam ullius ignis, quippe qui immenso mundo tam longe lateque colluceat, et is eius tactus est, non ut tepefaciat solum, sed etiam saepe comburat, quorum neutrum faceret, nisi esset igneus.</p>
                  <p>Ergo, inquit, cum sol igneus sit Oceanique alatur umoribus, (quia nullus ignis sine pastu aliquo possit permanere), necesse est aut et similis sit igni, quem adhibemus ad usum atque victum, aut ei, qui corporibus animantium continetur. Atqui hic noster ignis, quem usus vitae requirit, confector est et consumptor omnium, idemque, quocumque invasit, cuncta disturbat ac dissipat; contra ille corporeus vitalis et salutaris omnia conservat, alit, auget, sustinet sensuque afficit. Negat ergo esse dubium, horum ignium sol utri similis sit, cum is quoque efficiat, ut omnia floreant et in suo quaeque genere, pubescant. Quare cum solis ignis similis eorum ignium sit, qui sunt in corporibus animantium, solem quoque animantem esse oportet, et quidem reliqua astra, quae oriantur in ardore caelesti, qui aether vel caelum nominatur. Cum igitur aliorum animantium ortus in terra sit, aliorum in aqua, in aere aliorum absurdam esse Aristoteli videtur in ea parte, quae sit ad gignenda animantia aptissima, animal gigni nullum putare. Sidera autem aetherium locum obtinent: qui quoniam tenuissimus est et semper agitatur et viget, necesse est, quod animal in eo gignatur, id et sensu acerrimo et mobilitate celerrima esse. Quare in aethere astra gignantur, consentaneum est in his sensum inesse et intellegentiam, ex quo efficitur in deorum numero astra esse ducenda.</p>
                  <p>Etenim licet videre acutiora ingenia et ad intellegendum aptiora eorum, qui terras incolant eas, in quibus aer sit purus ac tenuis, quam illorum, qui utantur crasso caelo atque concreto. Quin etiam cibo quo utare, interesse aliquid ad mentis aciem putant. Probabile est igitur praestantem intellegentiam in sideribus esse, quae et aetheriam partem mundi incolant et marinis terrenisque umoribus longo intervallo extenuatis alantur. Sensum autem astrorum atque intellegentiam maxume declarat ordo eorum atque constantia (nihil est enim, quod ratione et numero moveri possit sine consilio), in quo nihil est temerarium, nihil varium, nihil fortuitum. Ordo autem siderum et in omni aeternitate constantia neque naturam significat (est enim plena rationis) neque fortunam, quae amica varietati constantiam respuit. Sequitur ergo ut ipsa sua sponte, suo sensu ac divinitate moveantur. Nec vero Aristoteles non laudandus, in eo, quod omnia, quae moventur, aut natura moveri censuit aut vi aut voluntate; moveri autem solem et lunam et sidera omnia; quae autem natura moverentur, haec aut pondere deorsum aut levitate in sublime ferri, quorum neutrum austris contingeret, propterea quad eorum motus in orbem circumque ferretur. Nec vero dici potest vi quadam maiore fieri, ut contra naturam astra moveantur; (quae enim potest maior esse?). Restat igitur ut motus astrorum sit voluntarius.</p>
               </quote>
               <p>Cotta presso lo stesso autore:<note place="foot">Cotta, ap. M. T. Cic. De nat. Deorum, lib. 3; Diog. Laert. t. 1. p. 456 note.</note>
                  <quote lang="lat">Quid enim, non eisdem vobis placet omnem ignem pastus indigere, nec permanere ullo modo posse, nisi alatur, ali autem solem, lunam, reliqua astra aquis, alia dulcibus, alia marinis; eamque causam Cleanthes adfert cur se sol referat nec longius progrediatur solstitiali orbi itemque brumali, ne longius discedat a cibo.</quote>
               </p>
               <p>Piacque ancora all'ebreo Filone<note place="foot">Nicolai, t. 2. 94.</note> l'errore dell'anima delle stelle:<note place="foot">Phil. l. de Mundi Opiph.</note> e il Rabbino Maimonide chiamò questo pensamento certissimo.<note place="foot">Maimon. More Nevoch. sive dux dubitant. par. 2. c. 4 seg. Nel Nicolai non si capisce se dice More ma si vede ciò nel Ladvocat art. Maimonide, il quale nello stesso art. dice che More Nevochim è lo stesso che Dux o Docto dubitantium.</note> Il Rabbi Salomone insegnava che il sole cantava in ciascun'ora alcuna cosa in lode di Dio, ciò che nega il Tostato dicendo che dato ancora che i corpi celesti fossero animati, non potrebbero formar voci per mancanza di organi essendo totalmente sferici ed uniformi.<note place="foot">Tostat. in Tes. cap. 10. quaest. 13.</note> L'opinione degli astri animati sembra essere stata generalmente abbracciata dagli Ebrei, tratti com'è da credere in simile inganno da alcune male interpretate metafore della Scrittura, quali sono in riguardo al sole: <quote lang="lat">exultavit ut gigas ad currendam viam:</quote>
                  <note place="foot">
                     <title lang="lat">Psalm. 18. vers. 6.</title>
                  </note>
                  <quote lang="lat">sol cognovit occasum suum</quote>.<note place="foot">Psalm. 103. vers. 19.</note> Non solo tra i Gentili e tra gli Ebrei, ma tra i Cristiani eziandio trovò luogo l'errore dell'anima degli astri. Origene di cosiffatta opinione parla in più luoghi, e pensa perfino<note place="foot">Origen. De princip. l. 1. cap. 7. t. 1. p. 72 e lib. 2. cap. 8. t. 1. 96; t. 1. n. 40. lib. De oratione; t. 1. 209; Commentar. in Ioan. t. 4. p. 42.</note> che Cristo sia morto non sol per gli umani peccati, ma per quelli ancora degli astri, a ciò indotto da quel passo del libro di Giobbe, ove dicesi che gli astri non son mondi al cospetto di Dio.<note place="foot">Iob. c. 25. vers. 5.</note> Egli vuol provare ancora con quelle parole del Salmo: <quote lang="lat">laudate eum omnes stellae et lumen: laudate eum coeli coelorum</quote>
                  <note place="foot">Psalm. 148. vers. 3-4.</note> che gli astri lodano Iddio e gli offron preghiere.<note place="foot">Origen. l. 5. Contra Celsum, n. 13; t. 4. par. 2. p. 206.</note> S. Pamfilo nell'Apologia di Origene dice che al suo tempo non era per anco nella Chiesa definita la questione dell'anima de' corpi celesti, <quote lang="lat">de luminaribus coeli, diversa singuli, etiam ipsi, qui sunt in Ecclesiis, sentiunt: aliis quidem opinantibus esse animantia et rationabilium animantium, aliis vero putantibus quod irrationabilia sint, imo vero quod non solum anima sed et omni sensu penitus careant, et sola sine spiritu ac sensu sint corpora: nemo tamen merito alterum eorum qui haec ita diverse sentiunt haereticum dixerit, propterea quod non aperte de his traditum est in Apostolica praedicatione</quote>.<note place="foot">S. Pamphil. Apolog. pro Orig. cap. 9 De anima; t. 4. sec. part. p. 44. columna 2 A B.</note> E l'Angelico dottor delle scuole, S. Tommaso, afferma<note place="foot">Huet, Origenian. p. 208.</note> che la questione degli astri animati non appartiene alla Dottrina della Fede.<note place="foot">S. Thom. l. 2. Contra Gent. cap. 70; v. Daniel Huet, Origenian. l. 2. cap. 2. quaest. 8. par. 3.</note> Il Pseudo-Clemente nelle Ricognizioni<note place="foot">Pseudo Clem. Recognit. lib. 5.</note> ammette ancor egli l'anima delle stelle. Si è pur dubitato di S. Ambrogio, di S. Girolamo, di S. Agostino; ma li difende con l'usato suo valore il P. Petau, il quale fa vedere oltre a ciò che gli altri Padri condannano generalmente siffatta opinione. Rufino, parlando delle citate parole del libro di Giobbe, nelle quali dicesi che gli astri non son mondi innanzi a Dio, <quote lang="lat">neque enim</quote>, dice,<note place="foot">Rufin. lib. De fide.</note>
                  <quote lang="lat">eo quod (astra), non sunt munda in conspectu Dei, ideo dicuntur animalia, alioquin etiam menstrua mulierum ab ipsis animalia nuncupentur et leprosa domus, quoniam ne ista quidem munda sunt apud Deum, secundum legem Moysi. Multa enim eorum quae sine anima sunt, ratione quadam saepe legimus immunda</quote>.</p>
               <p>Didimo Alessandrino manifestamente chiama gli astri inanimati<note place="foot">Didym. Alexandrin. De Trinitate lib. I. cap. 32. p. 97.</note> e privi di ragione.<note place="foot">Ivi l. c. l. 2. cap. 7; Ioann. Aloys. Mingarelli, De Didymo Commentar. lib. 2. cap. 8. p. 192 e VLVII.</note> Di Clemente Alessandrino però non può dubitarsi che non ammettesse le stelle animate, poichè dice<note place="foot">Clem. Alexandr. in Eclog. ex Scripturis propheticis.</note> che esse sono spirituali ed hanno commune cogli Angeli l'amministrazione delle cose. Chi crederebbe che ancora tra i moderni un Ticone e un Keplero ai quali pure si aggiungono il Ricio, il Baudin e il Gaetano, fosser caduti nell'errore degli astri animati? Quali ridicole opinioni possono aver luogo nelle menti più grandi! Le filosofiche ragioni contro la ipotesi degli astri animati veder si possono nel Gassendi.<note place="foot">Gassen. Phis. sec. 2. l. 2. c. 5.; Nicolai, l. c.</note> Oggidì non v'ha più chi per fermo non tenga esser le stelle e in ugual modo gli altri corpi celesti, non altramente che l'aria, le pietre, le piante, del tutto insensati.</p>
               <p>Assai più di tutti cotesti errori degli uomini degne dell'attenzione de' sapienti sono le osservazioni che gli antichi fecero sopra le stelle. I bisogni dell'agricoltura fecer che l'uomo studiasse<note place="foot">Pluche, Sp. t. 8. 30.</note> il corso del sole, i bisogni del commercio fecer che egli osservasse le stelle. I navigatori sapeano che alcune non tramontavano ed intesero l'uso che far poteano delle medesime perchè sempre loro mostravano un lato istesso del mondo.<note place="foot">Nicolai, t. 2. 131.</note> Se talvolta il tempo burrascoso li facea andare fuori di strada, e volgeva la poppa o la prora della loro nave verso queste stelle che avean da principio avute di fianco, faceano in maniera che il vascello si rimettesse nella sua prima situazione in riguardo di quelle stelle sempre costanti. Veggendo il popolo quella costellazione fare stabilmente lo stesso giro la chiamò il <emph>carro</emph>; ma da' navigatori Fenici fu chiamata con più ragione ora <emph>Parasis</emph> ora <emph>Caliza</emph> cioè <emph>liberazione</emph>, da <emph>calats, salvare, liberare</emph>: ma più comunemente fu appellata <emph>dobeè</emph> o <emph>doubè</emph> vale a dire <emph>colei che parla</emph>, da <emph>dabab, parlare</emph>.<note place="foot">M. Pluche, Spect. de la Nat. t. 4. 2 par. Entret. 2.</note> Ma come nella lingua fenicia la voce <emph>doubè</emph> significava parimente <emph>Orsa</emph>, in questo senso assolutamente straniero ai beneficii di quella costellazione fu ricevuta dai poeti, i quali vi fabbricaron sopra delle favole,<note place="foot">Ivi l. c.</note> e finsero che quest'Orsa fosse stata una donzella nomata Callisto, nata a Parrasa città d'Arcadia, che Giove crucciato in vedere che la gelosia di Giunone avea cangiata Callisto in un'orsa, volle almeno avere la soddisfazione di collocarla nel cielo, ma che Giunone la obbligò a stare in un sito del cielo donde ella non potesse discendere sotto l'orizonte per rinfrescarsi nelle acque dell'Oceano.</p>
               <p>Dopo la osservazione dell'Orsa, non si tardò a rimarcare che occupando essa un assai ampio spazio del cielo,<note place="foot">Nicolai, t. 2. p. 151, e Pluche, l. c.</note> e facendo un grandissimo giro, esponeva i piloti al pericolo di deviare assai dalla dirittura del loro cammino, se eglino avesser creduto che sul finir della notte l'Orsa fosse nella stessa situazione in cui trovavasi al cominciare. Si osservò in buon punto un'altra costellazione men lucida bensì, ma che essendo quasi della forma medesima della prima, occupava minore spazio, e variava pochissimo situazione. A questa costellazione fu dato il nome di Orsa minore: le tre stelle che ne forman la coda imitando quella di un cane ebbero il nome di <foreign lang="grc">Cynosura</foreign>; cioè <emph>coda del cane</emph>: <foreign lang="grc">κυνὸς οὐρά</foreign>
                  <foreign lang="lat">canis cauda</foreign>.<note place="foot">Didym. In Iliad. l. 18, v. 487. Cynosura carinis, M. An. Lucan. Pharsal. l. 3 v. 511.</note> I navigatori fissarono principalmente la loro attenzione nell'ultima stella di questa coda, perchè essendo essa pochissimo distante dal polo, cioè da quel punto su cui sembra aggirarsi tutto il Cielo, descrive un cerchio picciolissimo e quasi insensibile in guisa che ella si vede sempre al punto stesso del cielo. Questa è la stella polare. Prima che Talete communicasse ai naviganti di Ionia, e per mezzo loro a tutta la Grecia questa osservazione, i popoli di queste regioni esercitavano assai timidamente il loro commercio. Non avendo coraggio di dilungarsi dalle coste, non ardivano intraprendere alcun viaggio di lungo corso. Si possono ora ritenere appena le risa nel leggere presso Omero<note place="foot">Hom. Odyss. l. 3.; Nicolai, l. c.</note> le deliberazioni, i timori, gli apprestamenti di coloro che aveano a fare il tragitto del mare Egeo. La spedizione degli Argonauti, vale a dire il tragitto della Propontide e del mare Eussino, fu stimata un'impresa che avesse del prodigioso, diede materia a più belli poemi, ed il meraviglioso vascello<note place="foot">Nicolai, l. c.; Gret. l. c.</note> impiegato a far quel viaggio, fu collocato tra le più lucenti costellazioni. Giudiziosamente Virgilio intento a far sì che le avventure di Enea sian conformi ai costumi de' tempi di Enea medesimo, fa in modo che questo eroe navigando costeggi la Grecia, la Italia e la Sicilia nè mai si porti in alto mare.</p>
               <p>Ma mentre per non conoscer le stelle ed in ispezialtà la stella polare erano i Greci così timidi sul mare, la navigazione era condotta a somma perfezione presso i Fenici, primi discopritori del vantaggio che gli astri arrecar potevano alla navigazione;<note place="foot">Dionys. Perieget. V. 909; Plin. l. 5. sect. 13. l. 7. sect. 57; Propert. l. 2. Eleg. 27. Così Goguet, 1. 237.</note> il territorio de quali, che era un picciolo stato di pochissima lunghezza e di quasi niuna larghezza, opulento poi divenne e famoso.<note place="foot">Nicolai, l. c.</note> Il dotto Samuele Bochart<note place="foot">Sam Bochart, Geogragh. sacrae par. poster. cui tit. Chanaan seu de Colon. et sermone Phoenic. lib. I. de Phoenic. Colon.</note> annovera le nuove colonie trasportate dai Fenici in tutte le coste e in tutte le isole del mare mediterraneo. Scoprirono le Sporadi, che sono disperse sulla destra, e le Cicladi, che occupano la sinistra dell'Arcipelago. Ebbero ancora il coraggio di passare lo stretto e s'impadronirono dell'isola di Cadice o dir vogliamo di Gadir, come essi la chiamarono. Si aprirono il commercio delle coste dell'Affrica e dell'Asia per il Golfo Arabico,<note place="foot">Nicolai, l. c.</note> ossia il Mar Rosso. I piloti d'Iram Re di Tiro serviron di guida alla flotta di Salomone costruita in Asiongaber luogo nell'Idumea vicino ad Ailath che andata in Ofir riportò al Re Salomone una somma di oro del valore di 420 talenti, come attestano le Sacre Carte.<note place="foot">Reg. lib. 3. cap. 9. vers. 26 27. 28.</note> Altre volte ancora si parla nella Scrittura di somiglianti viaggi.<note place="foot">Ivi cap. 10. vers. 11. 22. Paralipomen. lib. 2. cap. 8. vers. 18. cap. 9. vers. 10; Dissert. St. univ. 9. 99. Prideaux non si oppone in niente a ciò che io dico e sebben dica 450 talenti, ciò deve essere in altro viaggio, poichè, i Paralip. che egli cita nel luogo da me citato dicono 420.</note> Così i popoli escono dalla loro oscurità, si riuniscono dopo il lungo allontanamento cagionato dalla dispersione, si comunicano scambievolmente i prodotti delle loro terre, ed i frutti delle loro fatiche. La società acquista un nuovo vigore, e questi beni sì grandi sono frutto della osservazione di una stella. La geografia comincia appoco appoco a formarsi. Gli antichi divisero le stelle in diversi gruppi ai quali si diede il nome di costellazioni. Presso i Cinesi, lo Zodiaco ha 28 costellazioni, presso gli Indiani ne ha 27. Queste però appartengono soltanto al moto giornaliero della luna, ed ambedue i popoli hanno come noi i 12 segni relativi al moto del sole. La divisione più naturale, e più facile dello Zodiaco, e conseguentemente la prima, deve essere stata quella di 27 in 28 costellazioni. Vedesi infatti che la luna percorre lo Zodiaco e lo divide in diversi spazi col suo moto diurno. Osservando in ogni notte le stelle corrispondenti alla luna si divise lo Zodiaco in 27 parti ed un terzo. In queste parti alcuni posero 27 ed altri 28 costellazioni. Ecco pertanto la più naturale divisione dello Zodiaco. Alle costellazioni si diedero i nomi di differenti animali, e quindi è che l'annuo cerchio ha ricevuto il nome di Zodiaco, che vale a significare <emph>cerchio degli animali</emph>.<note place="foot">V. M. Pluche, l. c. Entret. 1. p. 20.</note> Fu estesa in progresso la classificazione delle stelle per il rimanente del cielo, il quale fu popolato di animali e di differenti arnesi. Di più la vanità greca volle nel cielo far l'apoteosi de' suoi eroi e scrivere i loro nomi in quel libro eterno. Al tempo di Ptolomeo non si contavano che 48 costellazioni;<note place="foot">Saverien, p. 54.</note> Keplero ve ne aggiunse 26, che egli compose di quelle stelle che Ptolomeo aveva chiamate informi, e alle quali egli diede i nomi di animali come sono la Fenice, il Pavone, l'Ape, ec. Un astronomo alemanno non seppe tollerare che tante bestie avesser luogo nel cielo. Egli compose pertanto un cielo cristiano, nel quale sostituì i nomi dei Santi a quelli degli animali. Ma questi travagli non ebbero un esito favorevole: le cose furon lasciate nell'ordine primitivo senza che si facesse attenzione a questo pensamento. Giustissimo è il giudizio che sopra somigliante innovazione pronunziò il celebre M. di Peiresch al riferir di Gassendi:<note place="foot">Gassen. in Vita Peireskii.</note>
                  <quote lang="lat">commendavit quidem, Peireskius pietatem, qua illi vulgatis Planetarum nominibus substituerunt propria Adami, Moysis, aliorumque Patriarcharum: indideruntque duodecim signis Apostolorum vocabula et asterismis ceteris aliorum sanctorum verumque religiosarum noncupationes, praeter figuras recens confictas, conditaque nova de iis carmina: sel institutum non comprobavit perventendi confundendique quicquid coelestis notitiae a memoria usque antiquissima respersum est in omnes libros. Quamquam serio non timuit, ne propterea Astronomi universam illam astrorum nomenclaturam immutarent, quoniam illico perviderent nihil se inde adiutari turbari vero plurimum. Addebat pervetustos illos schematismos siderum, tametsi profanos nihil officere Christianae pietati, cum et ipse olim observasset Vercellis huiusmodi imagines a mille et ducentis annis fornici impressas. Denique optare, ut quae solers manus novas istas caelaverat, Vercellenses illas sua antiquitate commendabile expressisset</quote>. (Fabric. Biblioth. Graec. t. 3. p. 459, note). Più tollerabile fu la istituzione di Schickard<note place="foot">De la Lande, p. 92.</note> il quale nel suo Astroscopio alle antiche figure unì nuove significazioni, intendendo a cagion d'esempio per i Gemelli, Giacobbe ed Esau, per i Pesci quelli moltiplicati da Cristo coi quali furon pasciute le turbe affamate nel deserto, e simili cose per le altre antiche immagini.</p>
               <p>Per apprendere a conoscere le differenti costellazioni per le loro figure, le loro situazioni e i loro nomi, può farsi uso di globi o di carte celesti come son quelle di Flamsteed, di Hevelio, di Jenex, del P. Pardies e quelle di Agostino Royer pubblicate nel 1679 o dei due grandi emisferi del sig. di Vaugondy.<note place="foot">Ivi Ast. 1. 290-291.</note> Una tavola di 100 costellazioni che vengono rappresentate sui globi celesti<note place="foot">Fabr. l. c. p. 460.</note> può vedersi presso il sig. de la Lande.<note place="foot">De la Lande, Abrégé d'Astr. l. 1. n. 130.</note> Nella costellazione della Nave degli Argonauti situata sopra il polo della Ecclittica, e sotto l'Idra tra il Centauro ed il Cane, osservò Eratostene 27 stelle, il Postello 45, il Bayer 65 e Filippo Cesio 70. Infatti secondo notò il famoso astronomo Geminiano Montanari se ne dileguarono 2 di prima grandezza, ed affermò il March. Poleni che manca nella Nave di tratto in tratto una qualche stella.</p>
               <p>
                  <quote>Bisogna creder però</quote>, dice l'erudito Gianrinaldo Carli,<note place="foot">Carli, Della Spedizione degli Argonauti in Colco, lib. 1. art. 24 nelle Opere, Milano 1784 sgg. t. 10. p. 99 e seg.</note>
                  <quote>che tutti questi</quote> [Eratostene, Postello, Baiero, Filippo Cesio] <quote>abbiano travveduto, o pure che una volta la nave fosse di stelle assai più fornita di quello che è al presente: perchè il valentissimo astronomo d'Inghilterra Giovanni Flamsteedio non ne vide che ventidue</quote>.</p>
               <p>Sappiamo da Plutarco<note place="foot">Plut. ex Tim.</note> che il diametro della terra paragonato a quello delle minime stelle fu creduto averne il triplo. Cicerone fe' la grandezza delle stelle maggiore di quella della terra<note place="foot">Somn. Scip. n. 3.</note> ed a lui assentì il suo commentatore Macrobio.<note place="foot">Ivi 2. c. 3.</note> Alfragano fe' quelle di prima grandezza maggiori della terra 108 volte, quelle della 2a, 90 volte, quelle della 3a, 72, quelle della 4a, 54, quelle della 5a, 36, quelle della 6a, 18: Albategni giudicò quelle di 1a grandezza 102 volte maggiori della terra, quelle della 6a, 16 volte. Fu sentenza di Metrodoro,<note place="foot">Plut. t. 10. 143; Plac. p. 17.</note> di Diotimo, di Stratone<note place="foot">Stob. Ecl. phis.</note> e di Plinio<note place="foot">L. 2. c. 6.</note> che le stelle fisse ricevessero il loro lume dal sole. Assai ristrette con ciò mostrarono essere le loro idee, e credendo il sole bastare ad illuminare il mondo tutto, fecer palese che stimavasi da loro l'universo ben più angusto di ciò che è nel vero. Non v'ha oggidì chi tenga certo risplender le stelle per propria luce; v'ha bensì chi le reputa altrettanti soli circondati sì come il nostro dal loro sistema planetario.<note place="foot">Gass. I. 580. 2. mezzo.</note>
               </p>
            </div2>
            <div2>
               <head>GIUNTE ALLA STORIA DELL'ASTRONOMIA</head>
               <div3>
                  <head>1</head>
                  <p>Curioso è il sistema, che dicesi aver tenuto alcuni degli antichi cristiani intorno al nascere e al tramontare del sole, come pure intorno alla causa della maggiore o minore lunghezza della notte. Credevano essi che un altissimo monte di figura conica producesse questi fenomeni, che il sole si nascondesse al suo tramontare dietro a questo monte, e che alzandosi venisse ad allungare la notte, stante la conica configurazione del monte.<note place="foot">Cosma, Topogr. Cristiana.</note> Questo sistema verrà posto in chiaro dalla seguente figura, tratta da quella che vedesi nel terzo libro della Biblioteca Greca di Giovanni Alberto Fabricio. Attraverso alle ridicole frivolezze di questo sistema, non può per mio avviso non ravvisarsi un tal quale ingegnoso artificio. Fautore di esso fu Patricio matematico, da cui apprese ciò che insegna sul mondo l'autore <foreign lang="grc">τοπογραφίας χριστιανικῆς</foreign>,<note place="foot">Fab. B. gr. II. 612.</note>
                     <emph>della topografia cristiana</emph>, opera attribuita a Cosma Indopleuste, o Indicopleuste, di cui feci menzione parlando di Pitea. Che però egli ne sia il vero autore fu posto in dubbio dal Vossio e dal Fabricio,<note place="foot">Ivi II. 612.</note> il quale riflette saggiamente, che come Giovanni Abate Sinaita fu detto Climaco per l'opera che egli scrisse intitolata <foreign lang="grc">Κλῖμαξ</foreign>, <foreign lang="lat">Climax</foreign>; così verosimilmente l'autore della Topografia Cristiana avrà avuto il nome di Cosma a cagione della sua opera intitolata Topografia Cristiana <foreign lang="grc">κόσμου</foreign>
                     <emph>del mondo</emph>, essendo poi stato detto Indopleuste a causa della navigazione da lui intrapresa verso lontane regioni. L'autore della Topografia Cristiana scrisse ancora due altre opere, oltre una scritturale, delle quali egli stesso fa menzione. La prima contenea la Descrizione della terra, opera, la di cui perdita è degna di lacrime, giusta il Montfaucon. La seconda, diretta ad Omologo diacono, versava sopra la immagine dell'Universo e del moto delle stelle, fatta ad imitazione della sfera armillare dei Greci.<note place="foot">Cosm. Indopleust. Topograph. Christ. lib. I.</note> Ma è tempo di por fine alla digressione.</p>
               </div3>
               <div3>
                  <head>2</head>
                  <p>Fuvvi chi avanzossi a favoleggiare,<note place="foot">Filosofismo delle Belle, XIII. lib. 31. p. 120.</note> esser la luna di figura simile ad una berretta concava nella parte a noi invisibile, ed esalante da quella immensa caverna un'aria umida, opportuna per la vegetazione delle piante, per la propagazione degli animali, ed altre simili cose. E continuando la sua favola disse, aver questo corpo formato da principio con Venere un sol globo, il quale spaccato dalla mano del supremo Agente, venne una parte di esso avvicinata alla terra e formò la luna, e l'altra al sole e formò quel pianeta, che noi chiamiam Venere.</p>
               </div3>
               <div3>
                  <head>3</head>
                  <p>La luna, secondo avvertì il Galilei,<note place="foot">Not. al Galil. lett. sulla titub. della luna, to. III. 51. 52.</note> tituba in longitudine, come dicesi e in latitudine con un movimento che chiamasi di librazione. Questo movimento si raccoglie dal vedersi alcune macchie presso al margine cangiare notabilmente la distanza tra loro, anzi dall'apparire di alcune e sparire per tal modo, che, secondo calcolarono alcuni astronomi, giunge sino a 7 gradi la parte del disco lunare, che talora si occulta, talora si mostra. Oltre di questo moto venne ancora da eccellenti astronomi attribuito alla luna un movimento intorno al proprio asse col tempo appunto del suo corso periodico, cioè di 27 giorni, 7 ore e 43 minuti. I Sigg. de l'Isle, Monnier, de la Lande,<note place="foot">Astr. II. 268. 269.</note> Messier e Darquier han fatte moltissime osservazioni sopra la luna. Le tavole lunari, che diede il famoso Mayer, nato nel 1723 ai 17 di Febbraio e morto ai 20 di Febbraio del 1762, hanno ottenuta una grande estimazione.<note place="foot">Ivi I. 230.</note>
                  </p>
               </div3>
               <div3>
                  <head>4</head>
                  <argument>
                     <p>SECOLO DI GALILEI</p>
                  </argument>
                  <p>[Panagiota di Bizanzio] lodato da Demetrio Procopio;<note place="foot">Ap. Fab. B. gr. XI. 781.</note> Niccolò di Moldavia, commendato dallo stesso scrittore,<note place="foot">Ivi 789.</note> uomo, a suo dire,<note place="foot">Ivi.</note>
                     <foreign lang="grc">σοφὸς πολυμαθὴς ἐν φιλοσοφίᾳ καὶ μαθηματικῇ καὶ ἀστρονομίᾳ ἐπίσημος</foreign> cioè <emph>versato egregiamente nella filosofia, nella matematica e nell'astronomia</emph>; Tommaso Campanella, il quale scrisse<note place="foot">Quetif ec. II. 514. col. 2.</note>
                     <title lang="lat">Apologia pro Galileo mathematico Florentino, ubi disquiritur utrum ratio philosophandi, quam Galileus celebrat, faveat sacris scripturis aut adversetur</title>; - <title lang="lat">De astronomia nova libri sex contra Aristotelem, Ptolemaeum, Copernicum et Telesium demtis orbibus</title> etc.;<note place="foot">Ivi 520 col. 2.</note> Antonio Maria di Rheita cappuccino, autore di un'opera intitolata<note place="foot">Wadding, scriptor. ord. minor. p. 35.</note>
                     <title lang="lat">Oculus Enoch, et Eliae, sive radius sydereomysticus, veros visosque motus stationes, et retrocessiones planetarum omnium unico circulo, sine aequantibus et Epicyclis tradens</title>; Ottaviano Gentili di nobile famiglia Sanseverinate, il quale distese varie regole ed osservazioni per costruire orologi solari, e calcolò a tale effetto delle tavole, che trovansi in un libro da lui intitolato <title>Degli orologi a sole sotto il grado 43</title>;<note place="foot">Bibl. Picen. V. 54.</note> Tommaso Lydiat, sulle cui opere astronomiche vedi Moreri; Giacomo Bartschio nato in Lusazia nel 1600, e morto nel 1633, il quale pubblicò delle tavole, delle efemeridi e un libro sopra l'uso de' globi; Natale Darret professore di matematiche a Parigi, che compose delle tavole astronomiche e delle efemeridi, le quali comparvero nel 1641; Guglielmo Gascoygne, che molto occupossi nelle osservazioni astronomiche, perfezionò i cannocchiali, ed immaginò anche il Micrometro, secondo più autori Inglesi, sino dal 1639; Michele Florente Van Langren d'Anversa, che pubblicò nel 1645 una selenografia o descrizione delle macchie della luna, che egli pretendea di far servire alle longitudini, osservandole nel primo istante, in cui perdono la loro luce, e in quello in cui ricompariscono<note place="foot">Lande, Astr. I. 204.</note> e fu uno dei primi ad avvedersi, che facea duopo diminuire di molto la parallassi del sole; Eleazaro Feranzio giardiniero di M. di Vallois, di cui si hanno più osservazioni in alcuni manoscritti con quelle di Bouillaud, e del quale fe' menzione il Gassendi;<note place="foot">Comment. De Reb. coelest. an. 1625 to. 5. 101, e 1632 n.° 111. e 1635. p. 279.</note> Cristoforo Arnold paesano vissuto presso a Lipsia, che scoprì la cometa dell'anno 1683 otto giorni prima di Hevelio, osservò la cometa del 1686 e il passaggio di Mercurio sul sole nel 1690, e fu imitato nel suo gusto per osservazioni di tal genere da altri uomini della sua condizione, quali sono Pietro Anich paesano del Tirolo, di cui parla il P. Hell nelle sue efemeridi per il 1767; Giangiorgio Palitizch paesano di Prohlis, che scoprì il primo la cometa del 1759 aspettata con impazienza da tutti gli astronomi; un paesano di Bolkowitz, per nome Guertener, di cui parlano M. de la Lande<note place="foot">Astr. liv. II.</note> e M. de l'Isle; Pietro Borelli, abile in costruire dei vetri da cannocchiali, autore di un trattato sulla invenzione di questi strumenti e di un altro sulle osservazioni microscopiche, in cui parla delle osservazioni astronomiche e della ricerca delle longitudini, impresso all'Aia nel 1655 e 1656; Gianalfonso Borelli nato a Napoli nel 1608, il quale molto occupossi sulla teoria dei satelliti di Giove, ne pubblicò l'efemeridi in Roma nel 1666, scrisse sul movimento della cometa del 1664 e sulla ecclissi lunare degli 11 Gennaio 1675;<note place="foot">Fabroni, vit. italor. etc. Dec. 4a.; Tirab. VIII. 192. 139.</note> Sedilau, che travagliò all'osservatorio Reale di Parigi dall'anno 1682 fino all'anno 1693, che fu quello della sua morte, e di cui diverse osservazioni venner conservate nei manoscritti di M. de l'Isle;<note place="foot">Lande, Astr. I. 216.</note> Filippo Desplaces nato nel 1659 ai 3 di Giugno, il quale calcolò delle efemeridi e stese delle tavole di grande commodità per gli astronomi; Abramo Ihle, che a dir di Kirch, scuoprì una nebulosa nel 1665;<note place="foot">Ivi 329.</note> Giovanni Battista Cisati Gesuita e Giovanni Remo Quietano,<note place="foot">Ivi II. 576.</note> i quali osservarono, il primo ad Inspruck, e l'altro a Rufac in Alsazia, il passaggio di Mercurio sul sole avvenuto nel 1631; il P. Fontanay Gesuita, che osservò quello avvenuto nel 1690, il quale fu pure osservato dal P. Le Comte e da Kochanski, e quello avvenuto nel 1697, che fu pure osservato dal P. Visdeloup Gesuita e da altri molti; il P. Bartoli, astronomo della Compagnia di Gesù, che rimarcò in Napoli, come pure il P. Zuppi, altro Gesuita, le fascie oscure che appariscono sul disco di Giove;<note place="foot">Carta 48.</note> Gian Giorgio Herwart, autore di un'opera, che ha per titolo <title lang="lat">Chronologia nova vera et ad calculum astronomicum revocata</title>, la di cui prima parte fu pubblicata a Monaco, nel 1612, e l'altra nel 1626;<note place="foot">Moreri.</note> Enrico Dodwell, dotto Irlandese, nato nel 1641,<note place="foot">Ladvocat.</note> la cui opera sugli antichi cicli dei Greci e dei Romani comparve in Oxford nel 1701;<note place="foot">Fab. B. Ant. I. 252.</note> di M. di Valois;<note place="foot">Gassendi, V. 97. 188.</note> Rabbi Salomone Azoby;<note place="foot">Ivi 189.</note> il Cruger; il Gellibrand;<note place="foot">Ivi 279.</note> Bernardo de Magistris; Giovanni Ladron di Guevara;<note place="foot">Gassendi, V. 295.</note> il Petit;<note place="foot">Ivi 321.</note> Samuele Fosser; Giovanni Tuisden;<note place="foot">Ivi 435.</note> il P. Niceron;<note place="foot">Ivi 477.</note> il P. Paolo Giunio;<note place="foot">Ivi 296.</note> il P. Francesco Bressan della Compagnia di Gesù;<note place="foot">Ivi 474.</note> il P. Leonardo Dulir;<note place="foot">Ivi 487.</note> Giuseppe<note place="foot">Ivi 80. 495. 497.</note> ed Onorato Galtier;<note place="foot">Ivi 496.</note> Gabriele Rover;<note place="foot">Ivi 497.</note> Giovanni e Francesco Bochart;<note place="foot">Ivi 496.</note> il Neurè;<note place="foot">Ivi.</note> il San-Leger;<note place="foot">Ivi 506.</note> il Milon;<note place="foot">Ivi.</note> il P. Burdin; il Gagnot; il Bechet;<note place="foot">Ivi 307.</note> il Gutiscon;<note place="foot">Ivi 486.</note> Giovanni Fabro;<note place="foot">Ivi 494. 495. 499.</note> i PP. Agatangelo<note place="foot">Ivi 296. 464.</note> e Michelangelo cappuccini;<note place="foot">Ivi 296.</note> e il P. Celestino da S. Liduina Carmelitano scalzo, astronomi osservatori, mentovati tutti dal Gassendi nei Commentari <title lang="lat">De rebus coelestibus</title>; Melchiorre Inchofer, matematico della Compagnia di Gesù, nato nel 1584 e morto nel 1648, autore di un trattato sul moto della terra e del sole.<note place="foot">Ladvocat.</note>
                  </p>
               </div3>
               <div3>
                  <head>5</head>
                  <argument>
                     <p>SECOLO DI GALILEI</p>
                  </argument>
                  <p>Giambattista Odierna, il quale stese e fe' pubblicare in Palermo nel 1656 le Efemeridi dei mentovati Satelliti, e scrisse moltissime opere o di astronomia o di diverso argomento;<note place="foot">Mongitor. Bibl. sicul.; Tirab. VIII. 191.</note> il P. Gottigniez, famoso Gesuita, che scrisse una lettera sulle ecclissi cagionate in Giove dai suoi Satelliti, pubblicata in Bologna, e pretese di avere in alcune scoperte prevenuto Gian Domenico Cassini, e rimossolo da qualche errore astronomico; Candido del Buono, astronomo e matematico, cui attribuì il Magalotti la invenzione del metodo di misurare il diametro di Saturno, che fu quindi proposto dall'Huygens, fratello dell'altro matematico Paolo del Buono, discepolo del Galilei ed abile anch'egli in Astronomia, siccome raccogliesi da due sue epistole pubblicate nella raccolta delle lettere inedite d'uomini illustri;<note place="foot">Tirab. VIII. 206.</note> Pier Cortese, medico ed astronomo, il quale scrisse <title lang="lat">Discursus astronomicus novissimus</title>; - <title lang="lat">Discursus duplex, alter circa excellentiam astronomiae in salvandis apparentiis coelestibus, alter circa necessitatem eius ad medicam facultatem</title>;<note place="foot">Ladvocat, art. <title>Cortese Giulio</title>.</note> Giacomo Micalore, canonico della Chiesa di Urbino, il quale nel 1625 pubblicò in Bologna uno scritto, che ha per titolo <title lang="lat">Disputatio de Sphaera mundi</title>;<note place="foot">Ladvocat.</note> Giovan Paolo Chiarantano, dottissimo Gesuita Siciliano, morto nel 1701, lasciando manoscritti <title lang="lat">De horologiis rotalibus et solaribus</title>; - <title lang="lat">De Sphaera</title>; - <title lang="lat">De astronomia</title>.<note place="foot">Ivi.</note>
                  </p>
               </div3>
               <div3>
                  <head>6</head>
                  <argument>
                     <p>SECOLO DI GALILEI</p>
                  </argument>
                  <p>Il Campani, autore di una lettera <emph>sulle ombre delle stelle medicee nel volto di Giove</emph> stampata in Bologna nel 1666, come ancora di un Ragguaglio di nuove osservazioni da lui fatte coi suoi cannocchiali, pubblicata in Roma nel 1664;<note place="foot">Tirab. VIII. 152.</note> Manfredo Settala e il conte Carlo Antonio Mancini Bolognese, ambedue abili nell'arte del Divini e del Campani, ed il secondo autore di un trattato su questa materia, che pubblicò nel 1660.</p>
               </div3>
               <div3>
                  <head>7</head>
                  <argument>
                     <p>SECOLO DI GALILEI</p>
                  </argument>
                  <p>... Credè il primo di questi astronomi che alcune delle macchie solari pareggiassero e superassero ancora in grandezza l'Europa e l'Asia; ma ciò egli pronunziò, attesa l'ampiezza della mole, che in quei tempi davasi al sole: ora però che si sa, essere il sole molto maggiore di quello che allora credevasi, convien dire, esservi tal macchia, che vinca in grandezza tutto il globo terraqueo. Sì vasti essendo questi spazi oscurati, ed occupando un sì gran campo nel sole, credè il Sig. D. Giuseppe Caselli, astronomo napoletano, di poter giustamente riguardar la nettezza del disco solare come causa dello straordinario calore, che sperimentossi nell'anno 1807, in cui nel mese di Settembre innalzossi il liquore nel termometro sin sopra il grado 26, siccome risulta dalle osservazioni meteorologiche pubblicate dal detto astronomo.</p>
               </div3>
               <div3>
                  <head>8</head>
                  <argument>
                     <p>SECOLO DI GALILEI</p>
                  </argument>
                  <p>Pietro Paolo e Francesco Brunacci, fratelli del sopraddetto Gaudenzio, il primo de' quali scrisse.<note place="foot">Bibl. Picen. III. 90.</note>
                     <title>Discorso fisico-matematico sopra la Cometa nuovamente apparsa del 1680 nel mese di novembre, e dicembre, e del 1681 nel mese di gennaio</title>; - <title>Varie dissertazioni sulla scienza delle longitudini, e disegni di prospettive, tavole di equazioni, corrette colle tavole del sole, della luna e de' Satelliti</title>; ed il secondo <title>Osservazione dell'Ecclissi lunare del dì 25 di Aprile 1679</title>; - <title>Del Planisferio, o descrizione del globo celeste</title>; Paolo Castelli, commemorato dal Maffei<note place="foot">Osserv. letter.</note> e dal Gimma ne' suoi Elogi, il quale diede alla luce<note place="foot">Bibl. Picen. III. 178.</note>
                     <title>Il giorno Pasquale rettamente assegnato nel Calendario Gregoriano sì nel secolo decorso 1600, sì nel presente 1700, sì nell'altro avvenire, difeso contra l'impugnazione de' moderni</title>; - <title>Replica ad una Risposta stampata in Firenze contro la difesa del giorno Pasquale</title>; - <title>Nuova Replica ad una seconda Risposta stampata contro la difesa del giorno Pasquale</title>; Giambattista Chiodini lodato dal Crescimbeni e dal Beughem,<note place="foot">Bibliogragh. Mathem.</note> che tra le altre sue opere una ne diede alle stampe intitolata<note place="foot">Bibl. Picen. III. 207.</note>
                     <title lang="lat">Praxis Sphaerica clarissima de motibus et proprietatibus Coelorum et Planetarum</title>; Paolo Ferretti, nobile anconitano, il quale compose un trattato sopra gli orologi solari.<note place="foot">Ivi IV. 118.</note>
                  </p>
               </div3>
               <div3>
                  <head>9</head>
                  <p>Pietro Leopoldo Gherardo Corsini, uomo inetto e da nulla, che pur si credea valente astronomo, pretese di aver trovato in errore la Meridiana di S. Petronio del Cassini, pubblicò <title>Confutazione, o sia il disinganno a' seguaci del sistema di Copernico</title>, e si diè a formare almanacchi, cangiando i nomi ai mesi e alle fasi della luna, in modo che fe' dire al Zanotti
<quote rend="block">
                        <l>Avea uno stile saltellante e vario,</l>
                        <l>Un certo stile del sapor del sorbo,</l>
                        <l>Come scrive il Corsini il suo Lunario.</l>
                     </quote>
Il P. D. Ercole Corazzi, il quale scrisse una orazione <title lang="lat">De studio rerum coelestium</title> ed un trattato di Astronomia; Onorato Fabri, famoso matematico, che scrisse sul moto della terra, diverso da Agostino Fabri, di cui nel 1677 fu pubblicata in Bologna un'opera intitolata <title>Efemeridi, Premonizioni astronomiche ed astrologiche mediche per l'anno bisestile 1676</title>; Giovanni Fantuzzi Bolognese, autore di un'opera stampata nel 1637 nella detta città, la quale ha per titolo <title lang="lat">Universi orbis structura et partium eius motus et quietis Peripateticis principiis constabilita contra pravam quorundam astronomorum opinionem</title>;<note place="foot">Fantuzzi, III, 297.</note> Giulio Acquaticci, autore di uno scritto sull'Astrolabio;<note place="foot">Bibl. Picen. I. 44.</note> Ilario Altobelli astronomo, il quale, al dire del Lami, congetturò che Saturno avesse cinque Satelliti, il che poi verificossi (sebbene quindi, come vedremo, siasi trovato maggiore il lor numero), come anche che vi fossero tre satelliti di Marte, e scrisse <title lang="lat">Tabulae Regiae divisionum duodecim partium coeli et syderum obviationum ad mentem Ptolemaei</title>; - <title lang="lat">De occultatione stellae Martis</title>; - <title lang="lat">De nova stella</title>; - <title lang="lat">Animadversio Physica in novilunium eclipticum observatum Veronae die 24 Decembris 1601 ad Rodulphum II</title>;<note place="foot">Ivi I. 189.</note> Pietro Martire Mevana dell'ordine de' Predicatori, il quale fe' delle Tavole dell'altezza delle stelle;<note place="foot">Quetif etc. II. 329.</note> Cesare Becillo che scrisse <title lang="lat">De anno Hebraeorum solari et lunari</title>; - <title lang="lat">De Calendariis Hebraeorum</title>; - <title lang="lat">De annis Iulianis Computus Ecclesiasticus</title>; - <title lang="lat">De Cyclo Solis et litterarum Dominicalium</title>; - <title lang="lat">De annis Herodianis</title>; - <title lang="lat">Anni solaris Iuliani institutio</title>; - <title lang="lat">De Ara Dionysiana</title>; - <title lang="lat">De anno Numae Pompilii</title>; - <title lang="lat">Historia Paschatis et Cyclus Maximus</title>; - <title lang="lat">De emendatione Calendarii</title>;<note place="foot">Bibl. Picen. II. 136.</note> Tommaso Pio Maffei, il quale scrisse <title lang="lat">De Cyclorum solilunarium inconstantia et emendatione</title>.<note place="foot">Carta 33.</note>
                  </p>
               </div3>
               <div3>
                  <head>10</head>
                  <p>Sul commercio dei Fenici e la navigazione di Salomone sono a consultarsi il Witsio, il Reland,<note place="foot">Dissert. Miscell. p. I.</note> l'Huet,<note place="foot">De Navigat. Salom.</note> lo Scheuchzer, il Varenio, il Blumio, il Notnagel, il Prideaux,<note place="foot">Hist. des Juifs, liv. I.</note> il Pluche,<note place="foot">Spect. de la nat. to. IV. part. 2. entret. 2.</note> il Benzelio, il Lipenio, il Wegner, il Goguet, il Beck, l'Artopè, il Wichmanshausen, il Junghans e Antonio Giulio von der Hardt.<note place="foot">Fab. Bibl. antiq. II. 782.</note>
                  </p>
               </div3>
            </div2>
            <div2>
               <head>Indice</head>
               <argument>
                  <p>OPERE DELLE QUALI SI È FATTO USO NELLO SCRIVERE LA STORIA DELLA ASTRONOMIA</p>
               </argument>
               <list>
                  <head>A</head>
                  <item>
                     <label>ALBERTI</label> - Descrizione di tutta Italia.</item>
                  <item>
                     <label>ALBINUS, sive ALCUINUS (B. Flaccus)</label> - De cursu et saltu Lunae ac Bissexte. Epistolae.</item>
                  <item>
                     <label>ALDOBRANDINI</label>. Notae in Diogenem Laertium.</item>
                  <item>
                     <label>ALGAROTTI</label> - Pensieri diversi sopra materie filosofiche e filologiche. Dialoghi sopra l'ottica Neutoniana.</item>
                  <item>
                     <label>ALLATIUS LEO</label> - De Psellis et eorum scriptis diatriba. De Georgiis et eorum scriptis diatriba.</item>
                  <item>
                     <label>AMBROSIUS (S.)</label> - Hexaemeron libri VI.</item>
                  <item>
                     <label>AMMIANUS MARCELLINUS</label> - Rerum gestarum libri qui supersunt.</item>
                  <item>
                     <label>ANACREONTE</label> - Odi tradotte dal Rogati.</item>
                  <item>
                     <label>ANNIUS IOANNES</label> - Commentaria in Berosum de antiquitatibus totius orbis. De primis temporibus et quatuor ac viginti Regibus Hispaniae. De antiquitate et rebus Ethruriae.</item>
                  <item>
                     <label>APULEIUS (L.)</label> - Floridorum libri IV. Liber de Deo Socratis. Metamorphoseon libri XI.</item>
                  <item>
                     <label>ARATI GENUS ET VITA AREVALUS FAUSTINUS</label> - Isidoriana.</item>
                  <item>
                     <label>ARISTOTELES</label> - Politicorum libri VIII. Meteorologicorum libri IV. De generatione animalium libri V.</item>
                  <item>
                     <label>ARNTZENIUS</label> - Notae ad Sex. Aurel. Victoris librum de viris illustribus urbis Romae.</item>
                  <item>
                     <label>ARRIANUS NICOMEDENSIS</label> - Expeditionis Alexandri libri VII.</item>
                  <item>
                     <label>ATHENAEUS</label> - Deipnosophistae.</item>
                  <item>
                     <label>AUGUSTINUS (Divus Aurelius)</label> - De Civitate Dei.</item>
                  <item>
                     <label>AVIENUS (Rufus Festus)</label> - Paraphrasis Phoenomenon Arati.</item>
               </list>
               <list>
                  <head>B</head>
                  <item>
                     <label>BAILLY</label> - La storia dell'astronomia ridotta in compendio dal Sig. Francesco Milizia.</item>
                  <item>
                     <label>BARCLAY</label> - Argenis.</item>
                  <item>
                     <label>BARTHÉLEMY</label> - Viaggio del giovane Anacarsi nella Grecia tradotto dal francese da Vincenzo Formaleoni.</item>
                  <item>
                     <label>BECCATINI</label> - Istoria politica, ecclesiastica e militare del secolo XVIII.</item>
                  <item>
                     <label>BERNINO</label> Storia di tutte l'eresie, compendiata da Domenico Lancisi.</item>
                  <item>
                     <label>BERNOULLI</label> - Traité sur le flux et le reflux de la mer.</item>
                  <item>
                     <label>BEROSI</label> - De Antiquitatibus totius Orbis.</item>
                  <item>
                     <label>BETTINELLI</label> - Risorgimento d'Italia. Mondo della Luna.</item>
                  <item>
                     <label>BIOT</label> - Della influenza delle scienze sui pregiudizi popolari.</item>
                  <item>
                     <label>BOCHART</label> - Geographia sacra. Hierozoicon.</item>
                  <item>
                     <label>BOETIUS (Anitius Manlius Severinus)</label> - De Musica.</item>
                  <item>
                     <label>BONONIENSI (DE)</label> - Scientiarum et artium Instituti atque Academiae Commentarii.</item>
                  <item>
                     <label>BOSCOVICH</label> - De inaequalitatibus, quas Saturnus et Iupiter sibi mutuo videntur inducere praesertim circa tempus coniunctionis.</item>
                  <item>
                     <label>BRISSON</label> - Fisica esperimentale.</item>
                  <item>
                     <label>BROTIER</label> - Vita Nicolaì Ludovici de la Caille ad clarissimum virum Dominicum</item>
                  <item>
                     <label>Maraldi</label>.</item>
                  <item>
                     <label>BROUCKNER</label> - Dizionario geografico portatile.</item>
                  <item>
                     <label>BRUZEN LA MARTINIÈRE</label> - Dictionnaire geographique et critique.</item>
                  <item>
                     <label>BUONAFEDE NICCOLÒ</label> - Storia e indole di ogni filosofia. Saggio di commedie filosofiche.</item>
               </list>
               <list>
                  <head>C</head>
                  <item>
                     <label>CAESAR (C. Julius)</label> - Commentaria.</item>
                  <item>
                     <label>CALMET AGOSTINO</label> - Dictionarium Sanctae Scripturae. Dissertezione sopra il sistema del mondo degli antichi Ebrei. Commentarius litteralis in omnes libros Veteris et Novi Testamenti. Dissertazione dell'origine dell'Idolatria. Dissertatio de turre Babelica. Dissertatio de pluvia lapidum in Chananaeos, ad Iosue caput XXI versiculum 10. Disquisitiones in Chronologiam, annos, menses, dies, horas Aegyptiorum, Graecorum, Romanorum et Hebraeorum.</item>
                  <item>
                     <label>CANGE (DU)</label> - Glossarium ad scriptores mediae et infimae Graecitatis.</item>
                  <item>
                     <label>CANTACUZENUS IOANNES</label> - Historia.</item>
                  <item>
                     <label>CAPELLA (Martianus Mineus Felix)</label>. De nuptiis Philologiae et Mercurii.</item>
                  <item>
                     <label>CARLI</label> - Lettere Americane. Della spedizione degli Argonauti in Colco libri IV. Lettera intorno ad Esiodo.</item>
                  <item>
                     <label>CASAUBONUS ISAAC</label> - Animadversiones in Athenaeum.</item>
                  <item>
                     <label>CASSIODORUS (Magnus Aurelius)</label> - De Artibus ac disciplinis liberalium litterarum. Chronicon.</item>
                  <item>
                     <label>CATULLUS (C. Valerius)</label> - De coma Berenices. Saeculare carmen ad Dianam.</item>
                  <item>
                     <label>CEDRENUS GEORGIUS</label> - Compendium Historiarum a mundo condito usque ad Isaacum Comnenum.</item>
                  <item>
                     <label>CESENA</label> (Notizie letterarie di) per gli anni 1792-1793.</item>
                  <item>
                     <label>CHAMBERS</label> - Dizionario universale.</item>
                  <item>
                     <label>CHRONICON PASCHALE</label> a mundo condito ad Heraclii imperatoris annum XX.</item>
                  <item>
                     <label>CHYTRÈ</label> - Series philosophorum et sectae eorum praecipuae a Thalete et Socrate imprimis usque ad Ciceronem deducta.</item>
                  <item>
                     <label>CICERO (M. Tullius)</label> - Somnium Scipionis. De Divinatione. Epistolae ad Atticum. Cato Maior, seu de senectute. Academicae quaestiones. Ad Familiares. De Natura Deorum. Tusculanarum quaestionum libri V. De officiis. Orationes. Ad Q. Fratrem.</item>
                  <item>
                     <label>CLAUDIANUS</label> - In Consulatum Manlii Theodori Panegyris. Epigrammata.</item>
                  <item>
                     <label>CLAVIGERO</label> - Istoria del Messico.</item>
                  <item>
                     <label>CLEMENS ALEXANDRINUS</label> - Stromatum libri VIII. Ex Scripturis propheticis Eclogae.</item>
                  <item>
                     <label>COMPAGNONI</label> - Chimica per le donne.</item>
                  <item>
                     <label>CONTARINO</label> - Il vago e dilettevole Giardino contenente cose istoriche spettanti anche alle scienze e alle arti.</item>
                  <item>
                     <label>CREVIER</label> - Storia degl'Imperatori romani.</item>
                  <item>
                     <label>CURTIUS (Q.) RUFUS</label> - De rebus gestis Alexandri Magni.</item>
                  <item>
                     <label>CYRILLUS HIEROSOLYMITANUS</label> - Cathecheseos.</item>
               </list>
               <list>
                  <head>D</head>
                  <item>
                     <label>DANTI</label> - Trattato dell'uso della sfera.</item>
                  <item>
                     <label>DENINA</label> - Delle Rivoluzioni d'Italia.</item>
                  <item>
                     <label>DIDYMUS ALEXANDRINUS</label> - De Trinitate.</item>
                  <item>
                     <label>DIO CASSIUS</label> - Historia Romana. Variorum notae ad Dionis Cassii Historiam Romanam.</item>
                  <item>
                     <label>DIODORUS SICULUS</label> - Bibliotheca historica.</item>
                  <item>
                     <label>DIOGENES LAERTIUS</label> - Vitae cum notis Casauboni et aliorum.</item>
                  <item>
                     <label>DIONYSIUS AFER</label> - Poema de orbis situ.</item>
                  <item>
                     <label>DIOSDADUS</label> - De prima typographiae Hispanicae aetate specimen.</item>
               </list>
               <list>
                  <head>E</head>
                  <item>
                     <label>ENCICLOPLEDIE</label> - Art. Mathématiques. Art. Antiquités.</item>
                  <item>
                     <label>EULER</label> - Inquisitio physica in causam fluxus ac refluxus maris.</item>
                  <item>
                     <label>EUSEBIUS PAMPHILUS</label> - Historia ecclesiastica. Praeparatio evangelica.</item>
                  <item>
                     <label>EUTROPIUS</label> - Breviarium Historiae Romanae.</item>
               </list>
               <list>
                  <head>F</head>
                  <item>
                     <label>FABRICIUS</label> - Bibliotheca graeca. Bibliotheca latina veterum auctorum. Bibliotheca latina mediae et infimae aetatis cum Dominici Mansi additamentis et correctionibus. Bibliographia antiquaria.</item>
                  <item>
                     <label>FANTUZZI</label> - Notizie degli scrittori Bolognesi.</item>
                  <item>
                     <label>FASOLDI</label> - Graecorum veterum Ierologia.</item>
                  <item>
                     <label>FERRARIUS OCTAVIUS</label> - Liber de Origine Romanorum.</item>
                  <item>
                     <label>FLAVIUS IOSEPH</label> - Antiquitates Iudaicae.</item>
                  <item>
                     <label>FLORUS (L. Annaeus)</label> - De gestis Romanorum.</item>
                  <item>
                     <label>FONTANINI</label> - Biblioteca italiana.</item>
                  <item>
                     <label>FONTENELLE (DE)</label> - Trattenimenti sulla pluralità dei mondi. Éloges.</item>
                  <item>
                     <label>FORESTI</label> - Mappamondo istorico.</item>
                  <item>
                     <label>FRISI</label> - Dissertatio de atmosphaera coelestium corporum.</item>
               </list>
               <list>
                  <head>G</head>
                  <item>
                     <label>GALILEI GALILEO</label> - Prefazione universale a tutte le sue opere. Sydereus nuncius. Il Saggiatore. Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, Tolemaico e Copernicano. Note ad una lettera del Galilei sopra le macchie solari. Note ad una lettera del Galilei sopra la titubazione lunare scritta al Sig. Alfonso Antonini. Trattato della sfera o Cosmografia. Istoria e dimostrazione delle macchie solari e loro accidenti comprese in tre lettere all'Illustrissimo Sig. Marco Velseri Linceo. Lettere in proposito di trovare le longitudini per via de' Pianeti Medicei. Lettera al serenissimo Principe Leopoldo di Toscana in proposito di quanto discorre l'eccellentissimo Fortunio Liceti nel I Capitolo del suo Liteosforo. Lettera al P. Cristoforo Grienberger della Compagnia di Gesù in materia delle montuosità della Luna. Note al nunzio sidereo di Galilei.</item>
                  <item>
                     <label>GARAMPI IOSEPHI</label> Card. Bibliothecae Catalogus.</item>
                  <item>
                     <label>GARCILLASSO DE LA VEGA</label> - Histoire des Yncas Rois du Pérou traduite de l'espagnol par Baudoin.</item>
                  <item>
                     <label>GASSENDI</label> - Physica. Philosophiae Epicuri Syntagma. Examen philosophiae Roberti Fluddi. Commentarii de rebus coelestibus.</item>
                  <item>
                     <label>GAZA THEODORUS</label> - Liber de Mensibus. Gazzetta letteraria di Milano per gli anni 1772-1773.</item>
                  <item>
                     <label>GELLIUS (Aulus)</label> - Noctes Atticae.</item>
                  <item>
                     <label>GEMINI</label> - Elementa Astronomiae.</item>
                  <item>
                     <label>GERASSENUS NICOMACHUS</label> - Harmonices Manuale.</item>
                  <item>
                     <label>GILBERTUS GUILIELMUS</label> - De mundo nostro sublunari philosophia nova. Giornale (Nuovo) letterario d'Italia.</item>
                  <item>
                     <label>GLAREANUS</label> - Notae ad Eutropii Breviarium historiae Romanae.</item>
                  <item>
                     <label>GLYCA</label> - Annales.</item>
                  <item>
                     <label>GOGUET</label> - Della origine delle leggi, delle arti e delle scienze.</item>
                  <item>
                     <label>GRAMMIUS</label> - Adnotationes ad Meursii historiam Danicam.</item>
                  <item>
                     <label>GRANELLI</label> - L'istoria santa dell'antico Testamento spiegata in Lezioni morali, istoriche, critiche e cronologiche.</item>
                  <item>
                     <label>GREGORA NICEPHORUS</label> - Historia Byzantina.</item>
               </list>
               <list>
                  <head>H</head>
                  <item>
                     <label>HENEDIESU</label> - Catalogus librorum chaldaeorum.</item>
                  <item>
                     <label>HESIODUS</label> - Theogonia.</item>
                  <item>
                     <label>HESYCHIUS MILESIUS</label> - De his qui eruditionis fama claruere.</item>
                  <item>
                     <label>HEUMANNUS</label> - Notae ad Eutropium.</item>
                  <item>
                     <label>HIERONYMUS (S.)</label> - Adversus Iovinianum.</item>
                  <item>
                     <label>HOMERUS</label> - Odyssea, Andrea Divo Iustinopolitano interprete, ad verbum relata.</item>
                  <item>
                     <label>HORATIUS (Q.) FLACCUS</label> - Carmina.</item>
                  <item>
                     <label>HUETIUS PETRUS DANIEL</label> - Origeniana.</item>
               </list>
               <list>
                  <head>I</head>
                  <item>
                     <label>JACQUIER</label> - Institutiones philosophicae.</item>
                  <item>
                     <label>IOEL</label> - Chronographia compendiaria.</item>
                  <item>
                     <label>ISIDORUS (S.) HISPALENSIS</label> - De viris illustribus. Chronicon.</item>
                  <item>
                     <label>IULIANUS IMPERATOR</label> - Orationes.</item>
                  <item>
                     <label>IUSTINUS (Divus)</label> - Responsiones ad Hortodoxos.</item>
                  <item>
                     <label>IUSTINUS</label> - Historiarum Philippicarum ex Historia Trogi Pompeii libri XLIV.</item>
               </list>
               <list>
                  <head>L</head>
                  <item>
                     <label>LACOMBE</label> - Dictionnaire portatif des belles arts.</item>
                  <item>
                     <label>LACTANTIUS (L. Caecilius) FIRMIANUS</label> - Divinarum Institutionum libri VII. Divinarum Institutionum Epitome.</item>
                  <item>
                     <label>LADVOCAT</label> - Dizionario storico portatile, col supplemento intiero di Giangiuseppe Origlia Paulino, e colle note del P. D. Anton Maria Lugo Somasco.</item>
                  <item>
                     <label>LAMI</label> - Dissertazione sopra i serpenti sacri.</item>
                  <item>
                     <label>LAMPILLAS</label> - Saggio storico apologetico della letteratura spagnuola contro le pregiudicate opinioni di alcuni moderni scrittori italiani.</item>
                  <item>
                     <label>LAMPRIAS</label> - De scriptis Plutarchi.</item>
                  <item>
                     <label>LANDE (De la)</label> - Voyage en Italie. Astronomie. Abrégé d'astronomie.</item>
                  <item>
                     <label>LANINI</label> - Dissertazione sopra la religione de' Persiani.</item>
                  <item>
                     <label>LASCARIS CONSTANTINUS</label> - De scriptoribus graecis patria Calabris.</item>
                  <item>
                     <label>LINDEBROCK</label> - Ad Ammiani Marcellini quae supersunt.</item>
                  <item>
                     <label>LINGUET</label> - Annales politiques, civiles et littéraires du dixhuitième siècle.</item>
                  <item>
                     <label>LIVIUS (T.)</label> - Historiae.</item>
                  <item>
                     <label>LUCANUS (M. Annaeus)</label> - Pharsalia.</item>
                  <item>
                     <label>LUCIANUS SAMOSATENSIS</label> - Icaromenippus, sive Hypernephelus. De Astrologia. Iudicium vocalium. De Syria Dea. Historiae verae libri III. Macrobii. Scholia in Lucianum.</item>
                  <item>
                     <label>LUCIDI IOANNES</label> - Emendationes temporum ab orbe condito. Canones in tabulam perpetuam temporum. De vero die Passionis Christi. Epitoma emendationis calendarii Romani.</item>
                  <item>
                     <label>LUCRETIUS (T.) CARUS</label> - De rerum natura.</item>
               </list>
               <list>
                  <head>M</head>
                  <item>
                     <label>MAC-LAURIN</label> - De causa physica fluxus et refluxus maris.</item>
                  <item>
                     <label>MACROBIUS</label> - Saturnal. libri VII. In somnium Scipionis libri II.</item>
                  <item>
                     <label>MAFFEI</label> - Verona illustrata.</item>
                  <item>
                     <label>MAIRAN (DE)</label> - Éloges des Académiciens de l'Académie Royale de Sciences morts dans les années 1741, 1742 et 1743.</item>
                  <item>
                     <label>MANASSES CONSTANTINUS</label> - Compendium chronicum.</item>
                  <item>
                     <label>MANILIUS (M.)</label> - Astronomicon libri V.</item>
                  <item>
                     <label>MARTIALIS (M. Valerius)</label> - Epigrammata.</item>
                  <item>
                     <label>MARTIN</label> - Elementi delle scienze.</item>
                  <item>
                     <label>MELA (Pomponius)</label> - De situ orbis.</item>
                  <item>
                     <label>MENAGIUS</label> - In Diogenem Laertium observationes et emendationes. Historia mulierum philosopharum.</item>
                  <item>
                     <label>METELLUS IOANNES</label> - Epistola ad Stephanum Pichium.</item>
                  <item>
                     <label>MEURSIUS</label> - De Theodoro Metochita. De ludis Graecorum. Rhodus. Ad Nicomachi Gerasseni Harmonices Manuale. Ad Hesychium Milesium virum illustrem. Graecia feriata, sive de festis Graecorum. Ad Apollonii Dyscoli historiam commentitiam. Ad Phlegontem Trallianum De longaevis. Bibliotheca Graeca. Historia Danica. Ad Catonis librum de Agricultura. De gloria liber unus. Notae ad Leonis Imperatoris Tacticam, sive de re militari. Piraeus. Spicilegium in Theocritum.</item>
                  <item>
                     <label>MINELLIUS</label> - Ad P. Vergilium Maronem.</item>
                  <item>
                     <label>MINGARELLI</label> - De Didymo Commentarius. Graeci Codices manuscripti apud Nanios patricios Venetos asservati.</item>
                  <item>
                     <label>MORATELLI</label> - Corso elementare di fisica ad uso delle Università e Licei del Regno d'Italia.</item>
                  <item>
                     <label>MORERI</label> - Dictionnaire historique.</item>
               </list>
               <list>
                  <head>N</head>
                  <item>
                     <label>NICOLAI</label> - Dissertazioni e Lezioni di Sacra Scrittura.</item>
                  <item>
                     <label>NIEUPOORT</label> - Rituum qui olim apud Romanos obtinuerunt succincta explicatio.</item>
                  <item>
                     <label>NEWTON</label> - Philosophiae naturalis principia mathematica cum commentario perpetuo PP. Le Seur et Jacquier.</item>
                  <item>
                     <label>NONNOTTE</label> - Dizionario filosofico della Religione. Notizie sopra i Bolidi, ossia pietre atmosferiche.</item>
               </list>
               <list>
                  <head>O</head>
                  <item>
                     <label>ORIGENES</label> - Commentaria in Ioannem. De principiis. De oratione.</item>
                  <item>
                     <label>ORLANDI</label> - De artis typographicae progressibus, deque authorum et scriptorum temporibus praerogativis et operibus editis ab anno 1457 usque ad annum 1500.</item>
                  <item>
                     <label>OVIDIUS (P.) NASO</label> - Fastorum libri VI.</item>
               </list>
               <list>
                  <head>P</head>
                  <item>
                     <label>PAEANIUS</label> - Metaphrasis in Eutropii Romanam historiam.</item>
                  <item>
                     <label>PAGNINI</label> - Trattato della sfera ed introduzione alla Navigazione per uso dei Piloti.</item>
                  <item>
                     <label>PALINGENIUS MARCELLUS</label> - Zodiacus vitae.</item>
                  <item>
                     <label>PAMPHILIUS (S.) MARTYR</label> - Apologia pro Origene.</item>
                  <item>
                     <label>PAULIAN</label> - Dictionnaire de Physique. Spectacle de la nature.</item>
                  <item>
                     <label>PERERIUS</label> - Commentaria in Genesim.</item>
                  <item>
                     <label>PETAVIUS</label> - De doctrina temporum. Variarum dissertationum ad Auctarium operis De Doctrina temporum libri VII.</item>
                  <item>
                     <label>PHILOSTORGIUS</label> - Historiae ecclesiasticae epitome.</item>
                  <item>
                     <label>PHOTIUS</label> - Bibliotheca. Pietra (Della) atmosferica caduta l'anno 951 sotto il regno di Ottone il Grande.</item>
                  <item>
                     <label>PINAMONTI</label> - Le leggi dell'impossibile, o le regole dell'astrologia esposte al pubblico per disinganno de' creduli.</item>
                  <item>
                     <label>PITISCUS SAMUEL</label> - Lexicon, antiquitatum Romanarum.</item>
                  <item>
                     <label>PLINIUS (C.) SECUNDUS</label> - Historia naturalis.</item>
                  <item>
                     <label>PLUTARCHUS</label> - Vitae. De facie in orbe Lunae. De placitis philosophorum. Quaestiones Romanae. Liber adversus Colotem.</item>
                  <item>
                     <label>POLENI</label> - Epistolarum mathematicarum fasciculus.</item>
                  <item>
                     <label>POLI</label> - Elementi di Fisica sperimentale.</item>
                  <item>
                     <label>POLIDORO VIRGILIO</label> - Degl'inventori delle cose.</item>
                  <item>
                     <label>PONTEDERA</label> - Antiquitatum latinarum graecarumque enarrationes atque emendationes.</item>
                  <item>
                     <label>PORTA IOANNES BAPTISTA</label> - Magiae Naturalis libri XX.</item>
                  <item>
                     <label>PORTA (Della)</label> - Fisonomia celeste.</item>
                  <item>
                     <label>PORPHYRIUS</label> - De vita Plotini.</item>
                  <item>
                     <label>POSSEVINUS</label> - Bibliotheca selecta.</item>
                  <item>
                     <label>PRIDEAUX</label> - Storia de' Giudei e de' popoli vicini.</item>
                  <item>
                     <label>PRIORIUS</label> - Notae ad Tertulliani librum De anima.</item>
                  <item>
                     <label>PROCLO</label> - Sfera tradotta da Egnatio Danti, con annotazioni.</item>
                  <item>
                     <label>PROCOPIUS CAESARENSIS</label> - Historia arcana.</item>
                  <item>
                     <label>PROCOPIUS DEMETRIUS</label> - Succincta eruditissimorum graecorum superioris et praesentis saeculi recensio.</item>
                  <item>
                     <label>PROPERTIUS (Sex. Aurelius)</label> - Carmina.</item>
                  <item>
                     <label>PSELLUS MICHAEL</label> - De omnifaria doctrina.</item>
               </list>
               <list>
                  <head>Q</head>
                  <item>
                     <label>QUADRIO</label> - Istoria e ragione d'ogni poesia.</item>
                  <item>
                     <label>QUETIF et ECHARD</label> - Scriptores Ordinis Praedicatorum recensiti notisque historicis et criticis illustrati.</item>
                  <item>
                     <label>QUINTILIANUS (M. Fabius)</label> - Institutiones oratoriae.</item>
               </list>
               <list>
                  <head>R</head>
                  <item>
                     <label>RAPIN</label> - La comparaison de Platon et de Aristote.</item>
                  <item>
                     <label>RINGELBERGIUS</label> - Institutiones astronomicae ternis libri contentae.</item>
                  <item>
                     <label>RISTORI</label> - Memorie enciclopediche.</item>
                  <item>
                     <label>ROBERTI</label> - Lettera sopra l'uso della Fisica nella poesia. Lezioni sulla fine del mondo.</item>
                  <item>
                     <label>ROLLIN</label> - Storia antica. Storia Romana.</item>
                  <item>
                     <label>ROUX, (LE) DES HAUTES-RAYES</label> - Lettera sopra alcuni passi tratti dagli storici cinesi.</item>
               </list>
               <list>
                  <head>S</head>
                  <item>
                     <label>SACROBOSCO</label> - La sfera tradotta e dichiarata da Francesco Pifferi. La sfera tradotta, emendata e distinta in capi da Pier Vincenzo Dante de' Rinaldi con annotazioni del medesimo.</item>
                  <item>
                     <label>SAVERIEN</label> - Histoire des progrès de l'esprit humain dans les sciences exactes, et dans les arts.</item>
                  <item>
                     <label>SCHALL IOANNES ADAMUS</label> - Historica narratio de initio et progressu missionis Societatis Iesu apud Chinenses ac praesertim in Regia Pequinensi ex litteris R. P. Ioannis Adami Schall ex eadem societate supremi ac Regii mathematum tribunalis ibidem praesidis collecta.</item>
                  <item>
                     <label>SCHEINERUS</label> - Apelles post tabulam latens. De maculis solaribus epistolae ad Marcum Velserum.</item>
                  <item>
                     <label>SCHOETTGENIUS</label> - Supplementa ad Fabricii Bibliothecam latinam mediae et infimae aetatis.</item>
                  <item>
                     <label>SENECA (L. Annaeus)</label> - Naturales quaestiones. De Beneficiis. De Providentia.</item>
                  <item>
                     <label>SILIUS ITALICUS</label> - De bello Punico Secundo.</item>
                  <item>
                     <label>SOLINUS (Iulius)</label> - Polyhistor.</item>
                  <item>
                     <label>SORBERIUS</label> - Praefatio ad opera Petri Gassendi in qua de eius vita et moribus disseritur.</item>
                  <item>
                     <label>STATIUS (C. Papinius)</label> - Silvarum libri V. Storia Universale scritta da una Compagnia di letterati inglesi.</item>
                  <item>
                     <label>SVETONIUS (C.) TRANQUILLUS</label> - Vitae duodecim Caesarum.</item>
                  <item>
                     <label>SYNCELLUS GEORGIUS</label> - Chronographia.</item>
                  <item>
                     <label>SYNESIUS</label> - De dono Astrolabii sermo. Epistolae.</item>
               </list>
               <list>
                  <head>T</head>
                  <item>
                     <label>TACQUET</label> - Historica narratio de ortu et progressu matheseos.</item>
                  <item>
                     <label>TATIUS (Achilles)</label> - Isagoge in Aratum. Teoria degli Eclissi, e specialmente di quello del sole quasi totale, che ha da seguire nel prossimo anno 1804 li 11 Febbraro.</item>
                  <item>
                     <label>TERENTIUS</label> - Andria.</item>
                  <item>
                     <label>TERTULLIANUS</label> - Liber De anima.</item>
                  <item>
                     <label>THEOCRITUS</label> - Idyllia.</item>
                  <item>
                     <label>THEODORETUS</label> - De evangelicae veritatis, ex Graecorum atque Gentium philosophis, cognitione libri XII.</item>
                  <item>
                     <label>THOMAS</label> - Éloge de René Des Cartes.</item>
                  <item>
                     <label>TILLEMONT</label> - Mémoires pour servir à l'histoire ecclesiastique de six premiers siècles.</item>
                  <item>
                     <label>TIRABOSCHI</label> - Istoria della letteratura italiana.</item>
                  <item>
                     <label>TOMMASINI</label> - Metodo di studiare e d'insegnare cristianamente le lettere umane in riguardo alle lettere divine e alle Scritture.</item>
                  <item>
                     <label>TOSTATI</label> - Commentaria in librum Iosue.</item>
                  <item>
                     <label>TRALLIANUS PHLEGON</label> - De longaevis libellus.</item>
                  <item>
                     <label>TURNER</label> - Storia universale antica e moderna in una serie di lettere per uso de' giovani.</item>
               </list>
               <list>
                  <head>V</head>
                  <item>
                     <label>VALERIUS MAXIMUS</label> - Dictorum factorumque memorabilium libri IX.</item>
                  <item>
                     <label>VALESIUS</label> - Ad Ammiani Marcellini quae supersunt.</item>
                  <item>
                     <label>VECCHIETTI</label> - Biblioteca Picena, o sia Notizie istoriche delle opere e degli scrittori Piceni.</item>
                  <item>
                     <label>VERGILIUS (P.) MARO</label> - Aeneis. Georgicorum libri IV. Doctissimorum virorum notationes ad P. Virgilium Maronem.</item>
                  <item>
                     <label>VERHEIK</label> - Ad Eutropium. Ad Paeanii metaphrasin in Eutropii Romanam Historiam.</item>
                  <item>
                     <label>VICTORIUS (Sex. Aurelius)</label> - De viris illustribus urbis Romae.</item>
                  <item>
                     <label>VIVIANI</label> - Racconto istorico della vita del Sig. Galileo Galilei al Serenissimo Principe Leopoldo di Toscana.</item>
                  <item>
                     <label>WADDING</label> - Scriptores Ordinis Minorum.</item>
                  <item>
                     <label>WOLFF (DE)</label> - De praecipuis scriptis mathematicis brevis commentatio. Elementa matheseos universae.</item>
               </list>
               <list>
                  <head>X</head>
                  <item>
                     <label>XYLANDER</label> - Annotationes ad Dionis Cassii Historiam Romanam.</item>
               </list>
               <list>
                  <head>Z</head>
                  <item>
                     <label>ZANOTTI</label> - Ephemerides motuum coelestium ab anno 1763 in annum 1774 ad meridianum Bononiae ex Halleii tabulis supputatae.</item>
                  <item>
                     <label>ZONARA</label> - Annales.</item>
               </list>
            </div2>
         </div1>
      </body>
   </text>
</TEI.2>