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      <title>Relazione di Germania (1736)</title>
      <author>Marco Foscarini</author>
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      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
      <pubPlace>Roma</pubPlace>
      <date>2005</date>
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        <title>Relazioni di ambasciatori veneti al Senato : tratte dalle migliori edizioni disponibili e ordinate cronologicamente</title>
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        <author>Firpo, Luigi</author>
        <publisher>Bottega d'Erasmo</publisher>
        <pubPlace>Torino</pubPlace>
        <date>1965</date>
        <note>Il volume quarto va dal 1658 al 1793.</note>
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                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                      digitale</p>
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<div1 n="Relazione di Germania (1736).">
<head>Relation des Marco Foscarini. 1736.</head>
<opener><salute>Serenissimo Principe.</salute></opener>
<p>Nei tre anni della mia residenza alla Corte di Vienna essendosi
perturbata l'Europa d'una strana, e fierissima guerra, la quale in
poco andar di tempo ebbe fine per mezzi impreveduti e lasciò di sè 
profondi vestigi nel cambiamento di Principati e nell'alterato 
sistema di questa medesima Provincia. Io mi trovo, Serenissimo 
Principe, in grande angustia d'animo, per tema o di fraudare la 
grandezza dell'argomento colla brevità, o di riuscire noioso colla 
lunghezza di questa Relazione che le leggi mi obbligano di stendere. 
Confido non ostante nella qualità delle cose da contenervisi, altre 
delle quali saranno curiose da intendere, altre utile da sapere, e 
tali pur anco opportune a vaticinar, l'avvenire, onde non abbia da 
venir meno in Vostre Eccellenze quella magnanima toleranza, di cui 
fanno esercizio continovo nella indefessa ammininistrazione del 
Governo.</p>
<p>Ma se da una parte la condizione dei tempi mi carica di gran peso, 
dall'altra me ne disgravano alcune circostanze della Corte, su di 
cui devo trattenermi. E ciò perchè non saranno da toccare, se non 
appena, molti particolari, che pur sogliono aver luogo in sì fatti 
cioè quelli di spiegare la forma civile del Governo, distinguendone 
gl'ufficij, di risconoscere ad una ad una le Provincie dominate, 
esaminandone le opportunità; di parlare dell'Erario, e 
conseguentemente delle angarie e delle rendite; di firmare il 
ritratto del Sovrano, e di quelli che riempiono i posti più elevati 
di grazia, e di autorità; e così pure di esaminare i rispetti, che 
quel tal Principato conserva inverso ciaschedun' altro di Europa. Le 
quali cose io non reputo bisognose di mettersi in luce, stante la 
natura del caso presente. Imperciochè la forma dell'Imperio è pur 
quella medesima, che acquistò da circa un secolo innanzi nella pace 
di Munster. E gl'Imperadori di Casa d'Austria ebbero tutti inver 
d'esso chi piu, chi meno le medesirne massime, e questi che oggi 
regna, conta ormai venticinque anni di dominio, onde Vostra 
Serenità ne ha ricevuta contezza pienissima da miei 
antecessori. Il simile può valere in riguardo al Ministero, 
quasi tutto composto d'uomini di vecchio servizio, e non solo 
conosciuti per descrizione, ma eziandio nella pratica dei maneggj 
avuti, onde al più anderà fatta menzione di que' soli, che 
rappresentano figura da poco in quà. Circa poi l'animo dei Principi 
d'Europa in verso Cesare, e così di lui verso loro, le azioni 
medesime della guerra scorsa lo han fatto palese. Oltrecchè 
essendosi variato di bel nuovo l'aspetto delle Corti mediante 
l'improvviso accordo di Vienna, mai riuscirebbe, il metter oggi a 
paragone i Governi su lo stato antico, e 'l ragionarne secondo 
l'odierno sarebbe per me uno trascendere i confini della mia 
legazione, il cui termine cadette appunto su lo spuntar della pace 
separata dell'Imperadore con Francia, la qual pace era bisognevole 
ancora di molta opera a volervi stabilir sopra la comune 
tranquillità, e dedurne accertati giudizj sul complesso universale 
delle cose.</p>
<p>Quindi restringendo il tema della Relazione dentro lo spazio
del Ministero, che sostenni, vi condurrò unicamente i fatti, e le
notizie spettanti a quel tempo. Ne perciò saranne la materia
scarsa, od infruttuosa, essendomi abbattuto a servire Vostra 
Serenità in tempi asprissimi quanto al negozio, ma utili poi 
altrettanto, e dilettevoli per la gravità, e copia degl'avvenimenti 
civili, e per gli esempj, che racchiudono in loro dell'una e l'altra 
fortuna. Seguendo però l'ordine stesso delle cose, le dividerò in 
tre parti. Nella prima di esse effigierò la Corte di Vienna, come 
la trovai al mio arrivo, e dirò dello stato suo, delle massime del 
Governo, e delle opinioni, che regnavano nei Ministri in que' dieci 
mesi, che precorsero alla guerra, rendendo conto delle principali 
cagioni combinatesi a produrre i successi miserabili della guerra 
medesima. Nella seconda parte discorrerò della pace e delle 
conseguenze di essa. E nella terza parlerò di alcune 
particolarità, ch' hanno rapporto colla Repubblica, e delle 
mutazioni arrivate nell'interno della Corte rispetto alle massime, o 
al favore dei Cortigiani. Ma tutto questo apparato di materia, 
dovendo io servire al comodo di Votra Serenità, e al costume di 
così fatti ragguaglj, lo anderò accennando, anzicche isvolgerlo 
distesamente. </p>
<p>Ricalmata l'Europa coi trattati di Utrecht, di Radstat e di Baden 
non rimaneva a perfezionare la pace universale, fuorchè di Comporre 
le differenze tra l'Imperadore e la Spagna, le quali poco dopo 
generarono la guerra di Sicilia, terminata, come ogn' un sa, a 
gran vantaggio di Casa d'Austria, se risguardinsi unicamente le cose 
d'allora, ma non così poi, quando si rifletta ai semi di nuova 
guerra sparsi da quel violente componimento, a cui formare concorse 
l'autorità di tre Principi sotto nome di quadruplice Alleanza. 
Punto principalissimo di quello fù il dichiarare che l'Infante Don 
Carlo avesse a succedere nel dominio della Toscana, e del Ducato di 
Parma. Qual motivo portasse gl'Austriaci a tirare nel cuore d'Italia 
un tralcio della Casa di Borbone, e perchè gl'Inglesi vi dessero 
mano, molte ragioni potrebbero addursene, ma la primaria di tutte 
fù la dura combinazione dei tempi, la quale non di rado violenta le 
menti dei Principi, e li guida a commettere azioni opposte ai loro 
interessi.
Certo è che l'accomodamento della quadruplice Alleanza dispiacque 
poco appresso agl'autori medesimi di quella, e fù riputato 
imprudentissimo, e mal sicuro. In fatti la cessione di que' Stati 
all'Infante diè argomento di continove inqetudini per quindici anni 
interi, le quali andarono poi a finire nella guerra ultimamente 
veduta.</p>
<p>Ora al mio arrivo alla Corte di Vienna, che fù sul fine di 
Novembre del 1733, vertevano acri differenze tra 
l'Imperadore e 'l Re Cattolico pretendendosi dal primo, che 
l'Infante avesse oltrepassati i termini della sua feudalità, col 
ricevere l'omaggio, e dichiararsi maggiore in anni acerbi, usando 
anche maniere opposte alle Costituzioni Imperiali. Questa querela, 
Serenissimo principe, che in sostauza fù di poco valore, anzi di 
più leggiera di quante avevano accopagnato per innanzi il negozio 
della successione di Don Carlo agli Stati Italiani, si tirò dietro 
effetti maggiori d'ogn' altra. Imperciocchè le differenze più 
grandi erano già composte, come quella d'introdurre Presidi 
Spagnuoli dentro Livorno invece di Svizzeri, e quella di mettere Don 
Carlo in Toscana vivente ancora il Gran Duca; difficoltà amendue di 
grave momento, e cedute dopo lunghi contrasti dalla Corte di Vienna 
per opera degl'Inglesi, i quali in prezzo di ciò soscrissero alla 
Prammatica Sanzione. Per la qual cosa non lasciò di parere un po' 
strano, che dopo così grande condiscendenze di Cesare volesse egli 
poi sostenere mordacemente un litiggio di pura formalità ed 
inquietarne l'animo alla Regina Elisabetta, in cui si univa un sommo 
amore verso il figliuolo e una dispotica autorità di governo su 
gl'affari del Regno.
Di sì fatto consiglio, secondocchè può giudicarsene, due 
furono le Cagioni; una può dirsi generale e di Stato, l'altra 
accidentale, e delle persone. Per la prima intendo il disgusto preso 
dagl'imperiali di veder in mano dell'Infante così belle, e 
doviziose Provinzie, che sebbene da quindici anni innanzi gliele 
avessero concedute e ne ratificassero la cessione colla pace del 
1725, nulladimeno essendone allora il caso rimoto, non 
ferì gl'animi più che tanto; anzi non mancavano fra i Ministri 
Cesarei di quelli, che fidando negl'accidenti, e nelle umane 
rivoluzioni, concepissero speranza di poter emendare l'errore, 
mettendo di mezzo partiti, onde non concedere all'Infante il 
possedimento degli Stati promessi. Ma di questo arcano disegno, 
ancorchè sospettato dai sottili indagatori di esso, io non 
asserirò cosa di fermo. Grandi veramente sono gl'indizj, che 
innanzi al 1725 si tentasse dalla Corte di Vienna di 
fratornare gl'accordi o con intenzione di renderli affatto vani, o 
con quella almeno di riformarli in maniera più vantaggiosa. La 
quale accusa non fù punto dissimulata dagli scritti che, dopo rotta 
la guerra, uscirono di Spagna, e che generalmente si attribuirono al 
Padre Ascanio. Vi si parla per entro d'intelligenze tenute da Cesare 
col Ministero Fiorentino, di persone segrete spedite colà a tentar 
gl'animi dei Nazionali, e vi si disseminano mille altre suspizioni, 
legate insieme con ingegno mirabile, sopra le quali, a volerne 
trarre la verità, sarebbe d'uopo di lungo commento.</p>
<p>Ma nel 1733, essendo ormai queste lusinghe svanite 
coll'introduzione in Toscana degli Spagnuoli, non restava più 
altro, se non di moderare in certo modo la condizione del nuovo 
Principato, mettendolo quanto più severamente si potesse sotto il 
freno delle Costituzioni Imperiali. Onde subito che si offerse il 
motivo, o come altri vogliono il pretesto di esercitare sopra di 
esso atti di sovranità, si accolse volontieri e se ne fece 
grandissimo strepito non tanto per sostenere la prerogativa 
dell'alto dominio appartenente all'Imperio, quanto per restringere 
l'autorità dell'Infante, e mortificarne l'invidiata grandezza.</p>
<p>L'altra cagione di quell'infausto consiglio attribuivasi per alcuni 
ai Signore di Berthestheim, Segretario della Conferenza di Stato, il 
qual uomo dall'ozio litterario e dalla scienza delle leggi 
trasferitosi alla Corte, riteneva in quel tempo, e si mantiene 
tutt' ora molto credito nell'animo dell'Imperadore, e quindi gli è 
conceduto di mischiarsi nelle materie politiche più che non 
acconsentirebbe la facoltà naturale del suo carico. Questi adunque 
dirigendosi unicamente secondo i principj della Giurisprudenza 
Allemana, senza temperarli coi riflessi politici, infiammò l'animo 
di Cesare a sostenere vigorosamente la controversia, e diede fomento 
a quei partiti, che provocarono a grande sdegno la Regina di Spagna.</p>
<p>Di mezzo a sì fatte contenzioni accadette la morte del Re di 
Polonia, a cui si avvisarono i Francesi di sostituire Stanislao 
Suocero del Re loro.</p>
<p>Sicchè avendo essi per l'innanzi ributtate le istanze replicate 
della Spagna circa il mover guerra a Casa d'Austria, cominciarono a 
farsene promotori, per metter Cesare in soggezione sul punto di 
Stanislao. Pure questo fatale combinamento d'accidenti o non fù 
conosciuto, o non fù curato abbastanza dalla Corte di Vienna, la 
quale anzi si recò a buona fortuna la morte del Re Augusto indicato 
di machinare nell'Imperio leghe sfavorevoli all'Imperadore. E 
siccome da molti anni indietro egli avea dato indizio di corta vita, 
sino a trovarsene in estremo pericolo, avvenne, che al caso della 
morte, Cesare si trovasse aver concertate le sue misure e fissato di 
fargli succedere l'Infante di Portogallo, il quale dimorava in 
Vienna mal contento del Re suo fratello.</p>
<p>Fù in ciò degno d'osservazione, ch' il Governo Tedesco, solito ad 
attendere i successi, e non prevenire di consiglio le contingenze 
rimote, siasi dimostrato impaziente, e sollecito in quella sola, che 
meglio era di negligere, e che per esservisi troppo impegnato, lo 
portò vicino a rovina. Ma la Corte di Vienna aveva già stabilita 
massima, di non volere sul Trono di Polonia un' aderente alla 
Francia. Perciò dissentiva similmente dall'Elettore di Sassonia, 
figliuolo del morto Re; ma conosciutolo in seguito di spiriti 
differenti dal padre, e disposto pur anco a riconoscere la 
Prammatica, si risolvette d'innalzarlo, abbandonando l'Infante, 
considerato di non aver costumi idonei a conciliarsi favore 
nella Nazione Polacca dove nè manco riteneva capital proprio di 
aderenze, o di amici. E credesi in oltre, che a questo cangiamento 
di persona, riuscito sensibile al Re di Portogallo, benchè ne 
dissimulasse il rammarico, contribuisse non poco in segreto 
l'Imperatrice Vedova, tratta dall'ambizione di vedere la figliuola 
con una corona sul capo. </p>
<p>La gara dunque di occupare il Trono di Polonia aprì il campo ad 
una guerra, la quale sebbene dovea scoppiare tra non molti anni, 
mediante il contrasto degli interessi politici, ciò non ostante non 
sarebbe accaduta così presto, se non era suscitata da un tal 
incontro l'occasione, per cui la Spagna e la Francia si 
congiungessero in un medesimo pensiero. La prima vi fù spinta dalla 
conceputa provocazione dei torti fatti a Don Carlo; la seconda vi si 
condusse per punto d'onore svegliato in lei dall'essersi negato a 
Stanislao, Padre della Regina, il dritto medesimo di poter aspirare 
al Trono di Polonia. Il terzo dei Collegati, che mosse guerra 
all'Imperadore fù il Duca di Savoja, il quale secondo il concetto 
d'uomini molto pratici di quella Corte, e versatissimi nelle cose di 
mondo non era d'animo di prender sè in contro Cesare, se avesse 
creduto di poter riuscire nelle sue pretensioni per via di maneggio; 
e queste pretensioni non le riduceva egli a più, che ad alcuni 
feudi delle Langhe, creduti appatenere a sè di ragione. Ma 
gl'Imperiali non vollero intenderne parola per quanto i Ministri del 
Duca si affaticassero di ridur l'affare in trattato. Malgrado però 
a così fatte circostanze, le quali preparvano strada alla Lega 
succeduta, il Governo Allemano stette saldo ne' suoi propositi, o 
credesse miglior partito incontrare una guerra in presente, che 
negl'anni appresso, oppur' anzi, come io tengo, si lusingasse, che 
questa guerra non avesse a venirgli sopra.</p>
<p>Erano per tanto di quelli, i quali sostenevano, che per istabilire 
la grandezza di Casa d'Austria, e assodare la Prammatica Sanzione 
facesse mestieri di guerra, e immaginandosi di averla a trattare 
contra i soli Francesi, riputavano quel tempo migliore d'ogni altro 
che fosse per succedere. Io toccherò appena i fondamenti, che 
appoggiavano un tal pensiero, e ridurrolli a tre soli, mentre 
l'esporli con esattezza mi tirerebbe troppo a lungo. Uno era che 
guerreggiandosi per dar Re alla Polonia, quel Regno a buon 
conto si verrebbe a dividere in fazioni, e resterebbe inabile a 
favoreggiare qualunque dei Principi contendenti, dove per contrario, 
occupato che fosse da Stanislao, venivane per conseguente, che a 
prima occasion di guerra si accostarebbe al partito Francese. In 
secondo lungo giudicavasi più facile in allora di tirare l'Imperio 
nelle viste dell'Imperadore, che non in avvenire, cioè quando fosse 
desta in esso qualche interna discordia, come pur troppo se ne 
andava stagionando il momento dalla invecchiata età dell'Elettor 
Palatino. In ultimo si adduceva la circostanza della guerra 
Persiana, la quale distraendo le forze Ottomane, dava campo a Cesare 
d'impiegare tutte le proprie nelle cose di Cristianità. Ma per dir 
vero, così fatti discorsi io li ho intesi fare da pochi, e 
solamenfe dopo la rottura della pace; sicchè li tengo piuttosto 
adoprati ad inanimire il popolo, come è costume di farsi nelle 
sovvegnenti necessità, che non promossi da sana e libera elezione 
di consiglio.</p>
<p>Ma i veri principj, onde il Ministero Tedesco fece fronte 
all'innalzamento di Stanislao, furono più presto una salda credenza 
avuta, che non si avesse per ciò a turbare la tranquillità 
dell'Europa, nè a mettere in pericolo gli Stati di Cesare e 
principalmente l'Italia. La quale opinione gl'Austriaci fondavano, 
parte nel credito della loro potenza, e ne' passati esempj, e parte 
nel bilanciare a lor modo le forze e gl'animi dei Principi sospetti, 
e facendone risultare un sistema assai comodo, e vantaggioso. Di 
così fatto sistema non sarà forse discaro a Vostra Serenità, se 
io le porgerò un qualche saggio, affinchè si veda quanto sia gran 
male fondare la salute dei Regni sopra imaginati supposti 
dell'altrui volontà, e negligere a un tempo stesso i pericoli, che 
sarebbero da incontrare, se andassero falliti i giudizj medesimi.</p>
<p>E per cominciare dalla Francia, tenevasi in Vienna, ch' ella non 
vorebbe ad ogni patto guastar la pace. Serviva in buona parte 
d'appogio a un simil concetto l'indole pacifica del Cardinal di 
Fleury, come quegli, che pieno d'anni pareva non fosse per voler 
destare nel Regno un incendio, di cui naturalmente non poteva 
sperare di veder il fine, perdendo così la gloria, e il nome 
aquistato di mantenitor della pace universale. E tanto più si 
accreditava questo parere, quanto che in tempi innocenti il Conte di 
Sinzendorf lo era andato istillando nella Corte dopo il suo ritorno 
dal Congresso di Soissons, dove, conversando coi Cardinale, aveane 
ben ponderate le intenzioni, e le massime. Riflettevasi poi, stare 
la Monarchia sotto un Re giovane, e inesperto degl'affari, e ch' il 
Regno di Francia non valeva ad intraprendere cose grandi, se il Re 
non erane attor principale, conciosiachè il fervore di quella 
Nazione intepidisca di leggieri non sostenuto dall'esempio del 
Sovrano, o per lo meno da una salda credenza di concorrere nelle sue 
voglie. Dicevano in oltre i sostenitori di un tal parere, che Sua 
Eminenza, vedendo averle a succedere nel posto il Guarda sigilli, 
uomo di accesa natura, e discordante dal suo modo di governare, non 
vorebbe consegnarli la Monarchia involta nelle agitazioni d'una 
guerra. Credevano poi, che gli stessero a cuore i movimenti di 
Religione, sopra de' quali ho inteso io medesimo più volte il 
Cancelliere di Corte a farne gran caso, e a parlarne senza disgusto 
nel conversar famigliare, onde si argomentava, che la Corte di 
Francia si asterrebbe dal facilitare il corso a simili controversie, 
use a pigliar fomento dalle distrazioni esterne del Regno. Per fine 
era invalso un generale scredito su l'Erario della Corona di 
Franchi, e sulla fede, che dicevasi smarrita, alla Real Camera dopo 
gl'irregolari andamenti della Reggenza. Per tutte le quali cose 
conchiudevano i Ministri di Vienna, che la Francia non porrebbe mano 
all'armi, e facendolo pure, non potrebbe da solo a solo competerla 
di forze coll'Imperadore, posciacchè riducendosi la guerra su le 
frontiere dell'Imperio, Cesare vi avrebbe spinto un grosso esercito, 
e nel tempo medesimo l'armata Russiana fiancheggiata da un corpo 
d'Imperiali, com' erano i primi concerti, compirebbe senza contrasto 
l'impresa di Polonia, dove, rispetto alla positura di quel Regno, 
non potevano capitare a Stanislao soccorsi Francesi. Ma perche tutto 
questo ragionamento si fonda nella supposizione, ch' il Re 
Cristianissimo non avesse a ritrovar alleati, resta ch' io disveli a 
Vostra Serenità le ragioni di una tale fiducia, entrata nel 
Ministero Austriaco, e prenderò a dire, com' ella avesse luogo in
risguardo al Re Cattolico, e al Duca di Savoia, come quelli 
che delusero con fatto gl'altrui vaticinj.</p>
<p>Quanto sia dunque alla Spagna, si voleva, ch' il genio circospetto 
del Cardinale non fosse da star insieme con quello della Regina 
Elisabetta, arrischiato e intraprendente. Anzi agitandosi di 
continovo dal Re l'antico proposito di rinunziare alla Corona, di 
che travagliava grandemente nella coscienza, sembrava mal sicuro di 
concertar seco misure per una guerra generale, le quali da un giorno 
all'altro potevano variarsi col nuovo Principato. Ne' minori 
difficoltà s'affacciavano dal canto della Regina medesima, perch' 
ella volesse legarsi coi Francesi; mentre gl'anni addietro essi 
avevano rifiutate le istanze, fatte loro dal Re Filippo, di 
cospirare a' danni di Cesare; della qual cosa, essendo fama, che la 
Regina restasse amareggiatissima sino a sfogarne lo sdegno in 
parole, sconcie contra del Cardinale, alcuni presagivano, che ne 
coglierebbe vendetta in quell'occasione trattando con esse del pari, 
ora che abbisognava di assistenza. Ma fuori anco di tal basso genere 
di passioni, che non istanno però sempre oziose nei Principi, 
eranvene delle altre più signorili, credute possenti a ritener 
l'animo di essa dall'imprendere inimicizia con Cesare. Annoveravasi 
fra queste l'amore che portava al figliuolo, il quale, entrato già 
in possesso d'una parte degli Stati promessigli, teneva in Parma la 
sua sede, et ivi reggendo un paese aperto, e sfornito di fortezze, 
nè avendo per sè altra guardia, che quella per dignità della 
persona, era quasi posto nella discrezione degl'Allemani, che lo 
fiancheggiavano per lungo tratto di confine, onde sembrava starsene 
Don Carlo in Italia, come ostaggio di pace, e di sicurtà 
all'Imperadore. E in fatti, se al primo scoppio della guerra i 
Tedeschi seguivano il consiglio del General Ligneville di entrare 
con solo 800 cavalli in Colorno, avrebbero colto prigione 
l'Infante.</p>
<p>Alla tema poi di non arrischiare la fortuna di esso andava 
congiunto nell'animo della madre il desiderio di vie più 
aggrandirlo con fargli avere in moglie l'Arciduchessa Marianna. E 
che tale speranza fosse penetrata nella Regina se lo persuadevano 
facilmente i Ministri Cesarei, consapevoli delle buone parole datele 
a nome dell'Imperadore dal Conte di Konighseh in Ispagna. Anzi in 
que' tempi medesimi alcuni dei Consiglieri favorivano in 
Vienna l'idea di quel maritaggio, e proponevanlo per unico spediente 
da cavarsi d'impaccio, i quali non saprei giudicare, se così 
oppinassero veramente, o se immaginandosi quel caso dover ad ogni 
modo arrivare, cercassero di mettersi fra gl'autori di esso. Dietro 
a questi principj dunque i Cortigiani di maggior autorità 
spacciavano, che la Spagna non si frammischierebbe nelle querele dei 
Francesi, ma che, tenendo una via di mezzo, cercherebbe di promovere 
il suo interesse, avvantaggiandosi delle altrui discordie, e delle 
opportunità, che frequenti sogliono presentarsi a chi sta vigilante 
nei torbidi forestieri. Oltrecchè appariva essa in sommo 
volonterosa di componere le differenze, che vertivano con Cesare, e 
ne facea maneggiare in Inghilterra. L'aggiustamento con vivacità 
estraordinaria, cui si conformava pur anco il Duca di Liria, 
Ministro del Re Filippo all'Imperadore. Ma così fatte lusinghe 
erano sostenute in modo segnalato dagli Spagnuoli di Vienna, i più 
de' quali usavano in ciò tanta risoluzione e sicurtà di maniere, 
come se fossero loro disvelate le più interne massime della Corte 
Cattolica, e non se ne rimossero neppure dopo la pubblicazione della 
Lega di Torino; ma sostenevano, che la Spagna non vi era compresa. 
Anzi quando le Truppe di quella calavano precipitosamente in Italia, 
a intendere il parlar loro, ciò non era per altro che per mettere a 
coperto dagl' insulti nemici le Provincie pertinenti a Don Carlo. 
Nè valsero a dileguare una tale credenza gl'avvisi contrarij di 
tutte le parti, nè le premurose ricerche inviate dal Visconte 
Vice-Re di Napoli, perchè si rinforzasse il presidio del Regno; 
tanta era in essi la presunzione di poter governare a lor voglia 
l'animo della Regina, mostrandole in isperanza le nozze 
dell'Arciduchessa Marianna con il figliuolo. Ciò non ostante 
sarebbe stato iscusabile in parte l'addormentamento della Corte 
Imperiale, se fosse vero quello, che da taluno fù sospettato per 
indizj segretissimi, cioè che tra l'Imperadore, e la Spagna 
passassero in allora strette pratiche di aggiustamento, le quali 
avessero apparenza di buon fine. Io non addurrò qui le prove d'una 
tale opinione, capitata in pochissimi, e che arriverà forse nuova a 
Vostre Eccellenze, mentre non vi aderisco nemmen io pienamente; ma 
il tempo darà forse l'ultima mano allo schiarimento del fatto, onde 
a quei, che sono per tramandare ai posteri le cose de giorni nostri, 
abbiane ad essere svelata la verità. Per lo chè lasciandola al suo 
luogo, aggiungerò come un altro argomento generalmente 
ricevuto di fondata sicurezza, la bassa estimazione, in cui erano 
presso i Tedeschi le forze Spagnuole, e in particolare quelle 
dell'Erario, il quale presumevasi consunto negl'armamenti degl'anni 
avanti, e distratto tuttavia nella pertinace difesa d'Orano.</p>
<p>Sul Duca poi di Savoja non si riponevano fiducie punto minori, 
correndo per costante, ch' egli non aprirebbe ai Francesi la porta 
dell'Italia, non tanto per la dura sperienza fattane dal padre, come 
per le accresciute ragioni di non muovere un tal passo dopo lo 
stabilimento dell'Infante nella Provincia, non essendogli utile nè 
sicuro, che la Casa di Borbone salisse a grandezza maggiore, e che 
gli Stati di lui fossero per ogni parte attorniati dalla medesima. 
Alla speciosa apparenza di un tale ragionamento aggiungeva credito 
la presunzione, che la Corte di Torino vi aderisse nel suo interno, 
mentre il Marchese di Breille, Plenipotenziario in Vienna per la 
Savoja, non si era occupato negl'anni precedenti d'altro più 
famigliare discorso, che di questo, inferendone che l'amicizia del 
suo padrone con Cesare era appoggiata su la base ferma dell'utilità 
vicendevole. Per ultimo finì di sciorre ogni suspicione contraria 
il vedere, come appunto nei mesi, che di poco precorsero la guerra, 
s'incalorissero le pratiche del Duca per avere le investiture dei 
feudi rilevanti dall'Imperio.</p>
<p>Appoggiati per tanto i Cesarei alle sopradette opinioni, le quali 
facevano lor credere, che il Re di Francia non si ardirebbe di 
pigliar guerra contro di essi, e pigliandola pur anco, non 
trovarebbe compagni, ciò fù cagione, che si misero a promovere il 
loro disegno di Polonia con modi franchi, e risoluti, e che 
trascurarono, così di evitare il cimento, come di apporvi 
convenevol difesa in caso di averne a far prova. E veramente non 
può negarsi, che la unione degli alleati non paja di prima vista 
una di quelle opere, che accadono sopra le ordinarie leggi 
dell'umano intendimento. Tuttavia esaminando la cosa dopo il fatto, 
e secondo i lumi dell'esperienza, potrebbe dimostrarsi la poca 
sicurezza di quelle conghietture, su le quali riposava il Ministero 
di Vienna. E ciò con addurre certe particolari eccezioni, o del 
tempo, o delle persone, o degl'accidenti, per le quali si è fatta 
violenza al corso naturale del governo, se non che il sublime 
giudizio di Vostra Serenità non abbisogna di sì fatti commenti, 
nè tampoco li comporta la natura del mio argomento, confinato 
a dire unicamente di quella Corte, ove ho sostenuta residenza. Ma 
perchè l'umana persuasione deriva talvolta più dai pregiudizj 
dell'animo, che dal peso delle ragioni, è da rifflettere, come 
nella Corte di Vienna regnassero appunto quegli affetti, che portano 
anzi alla fiducia del bene, che non al timore del male, quai 
sogliono procedere dalla felicità lungamente gustata. Confidenza 
nella milizia creduta superiore ad ogni altra d'Europa; abborrimento 
di sottomettere lo Stato a pesi di nuove gravezze, come era mestieri 
di fare, quando si avesse voluto dar corpo à sospetti delle 
disgrazie minacciate; e assuefazione di pronti sovvenimenti ritratti 
sempre dall'Italia nei gran bisogni. Veniva appresso la forte 
passione, ch' era in Sua Maestà, di promovere la sua Prammatica, 
guadagnando alla stessa il voto del Sassone, disposto di 
riconoscerla a patto di essere assistito ad ottenere la Corona di 
Polonia, il qual desiderio contribuì non poco a nascondere la vista 
dei pericoli, tanta era la brama di soddisfarlo. Molto sarebbe da 
dire intorno a questa legge Prammatica, per il cui mezzo pretende 
Cesare di consegnare tutta intera l'immensa mole de' suoi Stati 
ereditarj alla figliuola primogenita, ma come un tale disegno 
rimonta a più anni indietro, e che oltre di essere vulgato colle 
stampe, vi si sono anche fatte sopra dissertazioni d'una parte e 
d'altra, io non reputo di averlo ad esaminare per altro verso, se 
non in quanto ci fu incentivo a Cesare di pigliar impegno nei 
turbidi di Polonia, certo essendo, ch' il riflesso di corroborare la 
Prammatica del voto d'un Elettore indusse la Corte di Vienna ad 
assisterlo con vivacità superiore all'importar della cosa. Che che 
ne abbia però da essere di questa Prammatica, tutti, concordano, 
che niun divisamento d'idea contingente e rimota costasse mai tanto 
a Principe, come è costato al presente Imperadore il voler 
generalmente riconosciuta la sua disposizione domestica, il cui 
pensiero si tiene per derivato da Sua Maestà medesima, la quale, 
dirigendosi in ogni altra cosa col parere dei Ministri, in questa 
sola abbia fatto valere il suo proprio. Anzi non manca fra quelli 
del Governo, chi, parlando in particolare, si faccia tuttavia 
conoscere non appieno persuaso delle direzioni passate riandando 
colla mente quanto abbia Cesare dispendiato per voler con sì fatto 
modo provedere alla Successione de' Statti suoi, e come a questo 
fine siasi contentato di sottoporsi a condizioni pesantissime, e di 
contrarre impegni riusciti fatali, mercè che da più anni sopra 
nissun Principe abbia maneggiato negozio colla Corte di 
Vienna, che non v'introducesse il punto della Prammatica, e che non 
vi tirasse vantaggi, il trattato conchiuso l'anno 1725 
tra l'Imperadore e la Spagna, onde sollevossi la generale 
cospirazione di tutta Europa contro del primo, fù stretto da lui 
quasi unicamente a prezzo, che il Re Filippo si costituisse 
manutentore della mentovata succession feminile. Lo stesso arrivò 
nell'altro del 1731, per cui si permise, che fossero 
rovesciati i patti regolativi circa l'eredità promessa a Don Carlo, 
e ciò solo in grazia dell'assenso prestato dall'Inghilterra alla 
Prammatica. A questa finalmente si subordinavano dal Governo 
Austriaco tutti gl'altri affari, abbracciando sempre que' partiti, 
che giovassero un tal disegno. Così nella celebre controversia 
vertente fra il Re di Prussia, e l'Elettor Palatino si vuole, che 
Sua Maestà abbia promesso favore al primo, in gratificazione di 
aver esso conferito il suo voto alla mentovata legge. Il qual passo 
alienò grandemente la Casa di Baviera dall'Imperadore, e servì al 
Duca di argomento per tirare i fratelli nelle sue viste, come si è 
veduto per le direzioni loro in questa guerra. Ho io toccate queste 
cose con animo di mostrare a Vostra Serenità di quanto momento 
fosse nelle deliberazioni della Corte di Vienna il pensiero di 
tenere unita l'eredita di Casa d'Austria. Non è adunque fuor di 
ragione, che l'oggetto medesimo operasse a fomentare la guerra 
passata, inducendo Cesare a metter mano negl'affari di Polonia per 
avidità di guadagnare il suffraggio del Sassone.</p>
<p>Ma fra le cagioni, che mossero la Maestà Sua ad animosi consigli, 
vuol riporsi quella di aver essa confidato grandemente 
nell'assistenza dell'Inghilterra, e dell'Olanda, quando mai i nimici 
della sua casa avessero cospirato ad opprimerla. E di vero parevano 
saldi gl'argomenti di tali speranze, mediante l'essempio datone 
dalle potenze maritime, nel principio del secolo, con larga 
effusione di tesori, non meno che per la prova rinnovatane al tempo 
della guerra di Sicilia. Anzi lo stato delle cose giudicavasi 
invitare più che mai, e quasi forzare quelle Corti a porgere ajuto 
all'Imperadore, dopo l'aumento di potenza fatto alla Casa di Borbone 
coi nuovi Stati d'Italia. Aggiungasi a tutto questo, ch' il Ministro 
Inglese intervenne in Vienna ai maneggj, che Cesare ebbe col 
Sassone, e diè coraggio alle prese risoluzioni; talchè non 
sembrava ragionevole da sospettare, che quelli mancassero alla 
difesa, i quali erano concorsi nei motivi della guerra. Ma tutti 
questi per altro sani raziocinj andavono vuoti in grazia di 
alcuni interni, e particolari rispetti, esposti a Vostra 
Serenità nelle mie lettere.</p>
<p>Dirò solo qui di passaggio, ch' il negato ajuto spezialmente 
degl'Inglesi non pregiudicò tanto l'Imperadore, quanto lo 
pregiudicò la lusinga di quest' ajuto medesimo, imperocchè se i 
Cesarei ne disperavano per tempo, erano in grado di pigliare altri 
partiti, e di dar mano a quei negoziati, che fatalmente 
trascurarono, in fiducia di aver compagni nel cimento.</p>
<p>Tali dunque erano i consigli, e le opinioni della Corte al mio 
arrivo, e circa di molti persistette anco dopo scoppiata la guerra. 
Tuttavia la semplice delusione degl'umani giudizj, poco o niun male 
avrebbe fatto, se non vi andavano dietro le azioni ancora, per mezzo 
delle qualì si prepararono quasi le strade all'invasione nemica. 
Troppo ampio campo, Serenissimo Principe, mi si aprirebbe da 
scorrere, se tutte qui riandar volessi le rimote origini e le vicine 
di questi ultimi avvenimenti, ma dall'altro canto, per non lasciare 
ozioso del tutto un' argomento di così grande utilità e sustanza, 
mi ridurrò ad alcuni punti principali di esso.</p>
<p>E parlando spezialmente dell'Italia, dove Sua Maestà ha risentiti 
danni maggiori, cinque possono considerarsi essere state le cagioni, 
concorse ad operare quella rovina, alle quali sono riducibili tutte 
le censure, che s'intesero correre per le bocche degl'uomini, e che 
pervennero sino alle orecchie di Cesare, tolerando egli con 
magnanima grandezza lo svelamento della verità, e rimirando di 
buon' occhio quei tali, che deposto ogni privato rispetto, 
attendevano a considerare i motivi dei pubblici mali. Che sebbene 
tai querele nulla arrechino di conforto alle disgrazie presenti, 
servono però a disinganno per il tempo avvenire, e a ripurgare i 
Governi, nel qual pensiero la Maestà Sua era tutta immersa in sul 
fine della mia residenza, come Vostre Eccellenze intenderanno a 
luogo opportuno. Facendomi per tanto ad annoverare queste ragioni le 
riduco alle seguenti. Al non essersi ritrovato in Italia verun piede 
di milizia Italiana; all'irresoluzione di conchiudere il Capitolato 
di Milano cogli Svizzeri; al mineramento fraudolente, in cui erano 
ridotte le guarniggioni Tedcsche nella Provincia; alla mossa 
inopportuna per Silesia di tre reggimenti di Milano; e finalmente 
all'esaustezza dell'Erario Imperiale, riparata poscia con tardità 
non confacente al bisogno dell'imprese. Circa ogn' uno di questi 
particolari non sarà fatica perduta lo intrattenersi 
alquanto, essendo che soglia essere cosa utilissima lo esaminare con 
attenzione il corso delle altrui disgrazie, le quali possono 
sopravvenire ad ogni sorte di Governo, dove non sieno tenute lontane 
da quella sapienza che fù dote sempre propria, e singolare di 
Vostra Serenità.</p>
<p>Circa il punto della milizia Italiana, la cosa era tanto più 
giustamente deplorata, che i passati dominatori aveano lasciato 
differente esempio, cioè a dire i Re di Spagna, non eccettuatone il 
medesimo Filippo Quinto, sotto il cui nome sino a che si governò lo 
Stato di Milano, vi si contarono ben dieci reggimenti nazionali, e 
se un tal metodo si fosse custodito, non avrebbesi avuto bisogno di 
aspettare i tardi soccorsi di Allemagna all'apertura della guerra, 
ma sarebbonsi le forze potute rinvigorire di gente del paese con 
somma facilità, mediante l'inclinazione, che regnava nei popoli al 
nome di Casa d'Austria, i quali, trovato ch' avessero in lor difesa 
un qualche ragionevol fondo di milizia nazionale, avrebbonlo 
riempiuto in un volger d'occhio, massimamente nello stato di Milano, 
dove presso ogni ordine di persone era mal intesa la dominazione 
Savojarda. Eppure a disciogliere quei corpi Italiani, per quanto io 
sappia, non fù addotta altra ragione, se non oltre la disciplina 
loro non confacendosi con quella dei Tedeschi, mal si addattasse un 
tal miscuglio alla composizione d'un giusto esercito, pregiudizÝo 
forse vero, ma non di eguale momento alle considerazioni contrarìe, 
e ai vantaggi, che sarebbero derivati dall'opposto consiglio. In 
fatti sino che il Principe Eugenio stette in Milano, non fu spenta 
affatto la milizia italiana, ma tolto di là per invidia degl' 
emoli, e consegnatone lo Stato al governo de' Signori Spagnuoli, vi 
nacquero dapoi mille sconcerti, niuna intelligenza passando tra 
essi, che rappresentavano il reggimento civile e i Tedeschi, ch' 
avevano cura delle faccende militari, e così da un solo reggimento 
in poi di Napolitani comandato dal Conte Marulli, tutti gl'altri si 
sono andati disciogliendo, quantunque non si potesse negare dagli 
uomini, per poco memori delle cose passate, essere la nazione 
Italiana attissima al mestiere dell'armi. Ho io intesi però molti 
nobili di quella, sentir dire di non aver un corpo proprio di 
milizia, e rammemorare a chi li pungeva sopra di ciò, che la Spagna 
ne aveva fatto gran conto per sino traendo quelle truppe alle guerre 
esterne. E mettevano innanzi volontieri le belle prove operate da 
esse in pro degl'Imperadori Austriaci, le quali munivano col 
testimonio del celebre Waldstein Duca di Frisiandia uso ad esaltare 
fino al cielo quel corpo di soldatesca, tratta dal Regno di Napoli, 
ch' il Re Filippo Quarto mandò in ajuto all'Imperador Ferdinando. 
Rammemoravano pure, come per valore massimamente d'Italiani evasi 
ottenuta la segnalata vittoria di Praga, la quale salvò Casa 
d'Austria, anzi tutto l'Imperio da imminente ruina. E così dopo 
allegati mille altri esempj di simil fatta, conchiudevano dicendo, 
che questo Imperadore medesimo era stato mirabilmente assistito 
nella difesa di Barcellona da un reggimento d'Italiani, tuttocchè 
nuovo, ed ammaestrato alla presta. Le quali cose nell'atto 
d'intenderle mi risvegliavano con piacere la memoria dei 
sapientissimi Decreti di Vostra Serenità indrizzati a migliorare la 
disciplina dei sudditi proprj, e ad introdurre l'antica inclinazione 
alle armi nelle popolazioni del Levante, perchè, non potendosi 
tener sempre gli Stati muniti di guarniggioni possenti, al sostener 
delle guerre, nessun mezzo è più fidato, nè pronto più a 
difendersi contro un empito improvviso d'aggressione, quanto l'avere 
in casa propria di che rinfrancare il suo esercito. La qual verità 
fù autenticata sotto questo Imperadore, quantunque non avesse egli 
bisogno di mendicar truppe straniere, bastandogli di trasferire le 
sue proprÝe al luogo del bisogno.</p>
<p>Addussi per seconda cagione delle perdite precipitose 
degl'Allemani, lo aversi da loro trasandate le confederazioni cogli 
Svizzeri. È di vero, se fossero state in essere, non avrebbero 
avuta così agevole impresa Francesi, nè Savojardi. Due Leghe 
adunque passavano in addietro fra quelle genti, e la Casa d'Austria, 
una ereditaria con tutti i Cantoni, e questa propriamente 
apparteneva alla discendenza di Spagna, ed un altra sotto nome di 
Capitolato stipulata con i soli Cattolici a sicurezza del Milanese, 
della quale partecipava eziandio la linea di Germania. Ora quest' 
ultima era da stringere subito, che i Tedeschi ebbero conquistato il 
Milanese per avere in un bisogno, donde rinforzarne la difesa. Ne 
deve già credersi, che il Governo Tedesco non abbia conosciuta la 
forza di una tale alleanza, imperciocchè nel 1700 fra 
le prime providenze date dall'Imperador Leopoldo alla sovrastante 
guerra d'Italia erasi veduta quella di mandare il Baron Rost alla 
Repubblica Elvetica, promettendole di legar seco ambedue le 
confederazioni di Spagna, e di stendere a vantaggj più cosiderabili 
la particolare di Milano. In fatti nacque un tale pensiero anche 
sotto il governo presente, ma non se ne venne giammnai a termine, 
quantunque i Cantoni Cattolici lo sollecitassero per lettera scritta 
all'Imperadore l'anno 1721, cioè all'occasione di 
riconoscerlo in Re di Spagna. Ma a quella lettera, dettata pure con 
efficaci maniere, non fù data risposta veruna dalla Corte, o 
giudicasse allora di poco momento questo trattato, o desse troppo 
orecchio al Sanseforin Ministro d'Inghilterra, il quale, come nato 
nel paese di Berna, screditava le forze del partito ortodosso, e 
suggeriva di legare piuttosto colle popolazioni protestanti, 
spacciandole per meglio agguerrite, e più brave dell'altre; 
progetto invero nuovo e discordante dalle mire dei Re di Spagna, i 
quali avevano per appunto circoscritte ai soli Cattolici le loro 
Leghe, a fine di porger favore alla parte più debole, ed insieme 
alla seguace della vera Religione. I quai motivi parevano anzi 
aceresciuti in questi ultimi tempi, mediante la diminuita potenza 
dei Cattolici dopo le sfortunate prove dell'ultima guerra civile, 
sostenuta per le cose di Tochemburgo, in cui perdettero con molte 
Prefetture libere la Contea importante di Bada. Il che senza dubbio 
facea maggiore, che in passato la convenienza di assisterli, 
perocchè spento che fosse una volta tra gli Svizzeri il contrasto 
interno delle due fazioni, poco sicura diverrebbe, il Milanese la 
vicinanza di genti cotanto bellicose. Ma tutti questi risguardi, 
come ho detto di sopra, vennero rovesciati in Vienna dalle contrarie 
impressioni del Sanseforin, uomo di astuto raggiro, e sopra ogni 
credere potente sull'aninìo del Cancelliere di Corte, e ciò 
arrivò tanto più facilmente, quanto che non operava nei 
Consiglieri di Sua Maestà timor di pericolo vicino, stimando essi 
lunge da turbarsi la quiete d'Italia, e conseguentemente soverchio 
il mendicare straniere difese. A tutte le quali cose andava 
congiunto il fatal costume d'inopportuni risparmij nel tempo della 
Pace, abborrendosi d'ingiungere all'Erario nuovi pesi, o di 
affliggere gli Stati di angarie straordinarie, senza avvertire ch' 
una tale condotta menava appunto ad un fine tutto opposto, cioè 
allo sterminio dell'Erario, e alla desolazione delle provincie sul 
prÝmo aprirsi d'una guerra. Intanto gli Svizzeri si rimasero 
mortificati di veder neglette le loro istanze, e quelli in fra loro, 
che erano stati autori delle medesime, le intermisero subitamente 
per dispetto e per sazietà di negozio. Nè fù trovato da quel 
tempo in poi chi si avvisasse di rimettere in piedi la pratica 
interrotta, se non il Padre Agostino dell'Ordine dei Cappuccini, il 
quale ne risvegliò il pensiero l'anno 1732, per 
eccitamento avutone in Lugano sua Patria da alcuni deputati dei 
Cantoni Cattolici, soliti colà trasferirsi ad esaminare 
gl'andamenti delle giudicature ordinarie. Ma durando ancora l'idea, 
che si era concepita sulla debolezza di quelle genti, nè apparendo 
stringente necessità di munirsi della loro assistenza, se ne 
protrasse negligentemente l'effetto, sino a che, pubblicatasi la 
Lega di Torino contro Cesare, fù vista scaduta l'opportunità di 
venire a patto veruno cogli Svizzeri, i quali, blanditi dai 
Francesi, e incalzati dai Savojardi per truppe, avrebbero ripugnato 
a pigliar partito, o almeno sostenute a dismisura le condizioni 
delle leve, sicome l'esperienza lo ha dimostrato nei tentativi 
perduti del Marchese di Priè, e del Colonello Doxat, i quali 
ritrassero a gran pena due soli reggimenti per difesa delle Città 
Silvestri, dando nuova conferma a quel verissimo principio, che mal 
riescono le provvisioni fatte sotto l'urgenza del bisogno, isfuggita 
però sempre dai Principi, cui tornasse comodo l'aver pronte ad ogni 
cenno le milizie Svizzere, cioè dagli Spignuoli del tempo andato, 
dai Francesi, e dai Romani Pontefici, i quali mantengono leghe 
perpetue colla Nazione Elvetica, imitati in ciò anco da Vostre 
Eccellenze dietro i saggi istituti dei loro sapientissimi maggiori. 
Ma gl'Austriaci di Spagna vinsero ogni esempio in coltivare 
l'amicizia dei Cantoni, adoperandovi mezzi ingegnosi, oltre le annue 
pensioni, mentre si avvisarono di fondare Collegj per istruzione 
della gioventù Elvetica, ne spesarono dalla Camera un certo numero 
nelle Università di Milano e di Pavia, e distesero il medesimo 
privilegio 47 anni dapoi, cioè nel 1634 nella Contea 
di Borgogna. Nel riandar le quali memorie accrescevasì la sorpresa 
di quelli che vedevano un così differente contegno nella Corte di 
Vienna.</p>
<p>Il terzo disordine riuscito dannosissimo, e palesatosi in sul 
ratto stesso della guerra fù, che i Presidj delle Provincie 
Italiane trovaronsi dimezzati dal numero, in cui dovevano essere, e 
secondo cui li pagava la Camera. Come ciò avvenisse, potrei darne 
esatto ragguaglio a Vostra Serenità, se l'averne notizia valesse il 
pregio dell'opera; ma per uscirne in brevi parole, dirò che tre 
furono i fonti di un tanto disordine, la rapacità dei Comandanti, 
la mancata intelligenza tra gl'ufficj del Governo, per cui 
gl'amministratori delle faccende mililari non soggiacevano a nessuna 
censura dalla parte dei Magistrati economici, e per ultimo il 
confuso, e intricato metodo usato, in tener conto delle spese 
concernenti la milizia.</p>
<p>Inconveniente di pari consequenza ai fin qui esposti, sebbene di 
poco strepito, fù l'altro di aver tolti due reggimenti di fanti, ed 
uno di cavalieria allo Stato di Milano, e mandatili alle frontiere 
di Polonia a mezzo, il mese di Maggio, voglio dire in tempo, che 
romoreggiavano le voci di apparecchj nemici; circa il qual punto non 
fa mestieri d'altre riflessioni, giacche il Governo ebbene dapoi tal 
pentimento, ch' ogni uno cercava di non apparirne autore, altri 
dicendo, che quel consiglio non gli era stato conferito, ed altri, 
che si era pensato insieme a risarcire il Mlianese con nuove truppe, 
ma che non potevano capitarvi sì tosto per accidentali cagioni.</p>
<p>Di tutti i mancamenti però nessuno pregiudicò l'interesse di 
Cesare a par della penuria di danaro, la qual Verità, conosciuta in 
quell'incontro, disingannò molti da quella opinion popolare, che 
Sua Maestà possedesse un grand' Erario segreto, così movendo a 
credere il sapersi le tante industrie adoperate in cavar l'oro dalle 
Provincie Italiane. Di tutto quello, che per angarie ordinarie 
traevasi di Germania, e d'Italia, andava consunto nel provvedere 
agli Stati medesimi di modo che, calcolandosi la rendita di Cesare a 
sopra trentasei millioni di fiorini, non ne faceva egli mai in capo 
all'anno un avvanzo immaginabile. Ma per opposto sullo Stato di 
Milano e il Regno di Napoli esercitavansi di più delle maniere 
singolari, il cui profitto capitava immediatamente alle mani di Sua 
Maestà, che versavalo poi ne' Signori Spagnuoli, come sarebbe a 
dire il chiedere donativi sotto speziosi colori, il vender carichi, 
e titoli di nobiltà, oppur anche il trascinare a Vienna la 
deliberazione dei Dazj maggiori, dispensandoli per maneggio con 
patto sempre di comperarne la preferenza per via di grossi esborsi 
nella Cassa segrela dell'Imperadore. Oltre le quali cose 
eransi colte molte opportunità fortuite di ammassare danaro, mentre 
la Spagna contribuì lunga pezza somme rilevantissime in forza 
dell'accordo stipulato nel 1725. Ne pagarono assai 
anche i Genovesi per il prestito delle truppe Allemane chieste da 
loro a sottomettere i ribelli di Corsica. Nè minor tesoro 
fruttarono le vendite fatte di alcuni feudi, cioè a dire del 
Marchesato del Finale, ceduto ai Genovesi per due milioni, e 400 
mila fiorini, prezzo secondo alcuni non equivalente a tanto aquisto, 
in cui il Castello solo di Gavone, guarnito come stava di 
artiglieria, pareggiavane forse lo sborso, per non dire, che quel 
sito era preziosissinio a Cesare, dandosi per esso comunicazione fra 
il Milanese, e il Reame di Napoli, onde Filippo Segondo avealo 
sempre vagheggiato. Si alienò pure per 300 mila il feudo di 
Spegno, comperato dal Duca di Savoja, e a prezzo di 100 mila 
Monforte novello, e Gorzengo. Quindi fù che gl'Italiani, cui erano 
presenti questi tanti modi praticati di far danaro, e non vedevano 
appieno l'uscita del medesimo, tenessero per costante, che Cesare ne 
avesse ricolmo il suo Erario. Pure nel bel principio della guerra 
fù tanta inopia di soldo, che ne languivano gl'apparecchj militari, 
quantunque il Conte di Merci li sollecitasse con attività 
maravigliosa. E così ancora nel seguito della guerra sempre 
giunsero tardi le sovvenzioni agl'eserciti, e fù cagione, che si 
ritardassero le imprese; e che l'Uffizialità restata creditrice di 
grossi avvanzi non sapesse come sostenere il peso degl'equipaggj, 
cresciuti sommamente di lusso, a confronto delle pratiche antiche.</p>
<p>Erano però di quelli, i quali giudicavano, che stato fosse assai 
meglio dar di mano subito a spedienti vigorosi, da raccorre alquanti 
Milioni in un colpo, anzicche spremerli poco a poco con contratti 
ingiuriosissimi, e poi di fine lento ed incerto. Opportunissimo a 
tal pensiero era il Banco di Vienna, i cui fondi, oltre di reggere 
al puntuale pagamento dei censi, contribuiscono due milioni e mezzo 
ad uso di affrancazioni, ma una certa cura di preservar credito al 
Banco prevalse all'urgenza stessa dei pubblici bisogni. Essendo 
però le cose per questa via camminate assai male, parve, che la 
sperienza medesima desse ragione a quelli, che opinavano 
diversarnente. Dicevano essi che il Banco ad ogni modo era venuto 
meno di riputazione, mentre, essendo fondato con promessa di 
restituire i Capitali a chiunque li addimandasse, riggettava 
ogni dì le dimande di molti, trovandosi di non avere forze bastanti 
da soddisfare a tutti. Onde conchiudevano esser meglio di sospendere 
affatto la restituzione dei Capitali, e tenendo fermo il 
corrisponder dei censi, convertire l'avvanzo del fondo in trovar 
danaro da amministrare la guerra con prontezza, e vivacità, del 
qual modo sariansi potuti raccogliere molti milioni in una sol 
volta, e a patti discretissimi, dove che il provvedere d'altro modo 
riusciva tardo, e insieme gravoso alla Camera, i cui contratti 
venivano a costare all'Imperadore il dieci, e fino il quindici per 
cento, sebbene di primo aspetto sembrassero onesti. In fatti 
essendosi spesi nella guerra presente all'incirca settanta milioni 
di fiorini, Sua Maestà li ha procacciati colla cessione di rendite 
in aspettativa, colle gravezze straordinarie imposte sulle provincie 
patrimoniali, e coll'ipoteca di fondi principalmente di Fiandra, e 
di Slesia. 
Volevansi pur anche alienare le Citta Silvestri, cedendone il 
dominio agli Svizzeri, ma il negozio non venne a termine, e fù 
attraversato pur anco dalla Santa Sede in risguardo alla Religione. 
Certo è che il Governo Austriaco ritrovò difficoltà infinita di 
alimentare una guerra, da sè solo, contro tre nemici potenti, et 
essendo stato spogliato sul margine della medesima degli Stati 
Italiani, donde poteva sperare sovvenimento da intrattenerla.</p>
<p>Nocque poi davvantaggio all'intento d'attirar soldo, sì nazionale, 
che forestiero, la falligione della compagnia orientale, a cui stava 
mallevadore Cesare medesimo. E, se non sopravveniva la pace, non 
sapevasi veder più altro fonte da tirare innanzi, se non quello di 
metter mano sulle argenterie dei privati, le quali veramente 
eccedono in oggi la ricchezza di qualunque altro paese. Ma, per dire 
ciò, che ne sento, io credo, che quel minuto, e giornaliero modo di 
provvedere venisse consigliato alla Corte da certa lusinga, ritenuta 
sempre, di vincere un fatto d'armi, e rientrando in Lombardia 
mantenervi l'armata col fondo proprio di quello Stato. Di più come 
dissi di sopra, il Governo non iscadette se non tardissimo, dalla 
fatale opinione di aver compagni gl'Inglesi, e conseguentemente di 
trattar la guerra coll'oro forestiero, giusta la prova fattane in 
sul cominciamento di questo secolo.</p>
<p>Ma volendosi annoverare i mezzi mancati al maneggio dell'armi, due 
non sono da ommettersi, declamati liberamente da tutti 
gl'uomini militari senza risguardo nisssuno, con quella 
libertà d'animo che suol venire ispirata dalle avversità grandi, 
ma che meglio andarebbe usata nei tempi tranquilli, e di 
provvidenza. Uno fù il difetto di Cavalleria causato dalla riforma 
fattane due anni prima per intempestiva cura di risparmio, ed 
eseguita poi in maniera non buona, donde nacque, ch' il nerbo di 
quella venisse meno col licenziamento dei veterani, che i cavalli, 
venduti a dieci, e quindici talari, si avessero poscia a rimmettere 
con prezzo a quattro doppj maggiore, e in oltre giovani, e inetti 
alle fazioni; e per fine, che la gente riformata, non sentendosi 
più di tornare alle case, e di ritrattare l'aratro, passasse agli 
stipendj del Duca di Baviera, il quale ebbe con ciò di che raccorre 
senza fatica soldati di provata sperienza, in quella guisa appunto, 
che la riforma seguita sotto l'Imperadore Ferdinando Terzo era 
concorsa ad ingrossare l'armata del Re di Svezia, il quale poco dopo 
sottomise con quella due terzi dell'Allemagna. Di fatto corre un 
antica osservazione, che le riforme sieno sempre state fatali a Casa 
d'Austria, essendocchè di poco intervallo v'abbiano succeduto le 
nuove guerre. L'altro pregiudizio fù mancamento di buoni Ingegneri 
risentito nella difesa delle fortezze, le quali, sebbene fossero 
state condotte con immenso carico dei popoli, avevano imperfezioni 
grandissime, e però non tennero contro l'inimico quanto era dovere 
che avessero potuto. E se Mantova fosse venuta a prova d'assedio, 
sarebbe mancata pur essa, più presto assai, che non portava 
l'opinione sparsasi per Italia di quella piazza. Imperocchè non 
solo erano le sue fortificazioni deboli, e difettose, ma più vizj 
assai vi aveva indotti la mala cura di tenerle, sino a convertire in 
coltura deliziosa terreni d'importanza. Di qui fù, che molto avesse 
a travagliarvi intorno alla presta il Generale Walsech, e poscia il 
Wogtenau, che vi restò dentro quando il Conte di Konighsegh vi 
tolse di sotto il Campo, e condusselo a salvo in Tirolo.</p>
<p>Ora così trovandosi le cose, le quali perfettamente sapevansi dai 
Principi collegati, questi ne desunsero incitamento all'impresa, che 
poi tentarono. Ciò non ostante, malgrado tanti e così fatti 
svantaggj di sopraffazione, e di sprovista di mezzi, fu 
l'Imperadore vicino a trionfare de suoi nemici, se non che vi si 
attraversò la fortuna con que' strani accidenti, de quali non mi 
accade parlare, per essere avvenuti sotto gl'occhij di Vostre 
Eccellenze; e perchè, essendo fatti di pubblica fama, appartengono 
piuttosto agli Storici, che non a chi debba rappresentare l'interno 
stato di una Corte, come è l'assunto di questa scrittura.</p>
<p>Per altro non può negarsi, che non dessero l'ultima mano alle 
perdite dei Tedeschi alcune calamità frappostesi nel maneggio 
medesimo della guerra. Il primo segno d'infausto auspicio alle cose 
apparve nella cecità sopragiunta al Maresciallo di Mercy, la quale 
interruppe i disegni di quell'esperto Capitano. Ma fù peggior danno 
ancora, che la Corte non si determinasse a rimoverio dal comando, 
tenuta a bada dalla speranza, che riavesse l'uso degl'occhj. Del 
qual modo si corruppe coll'ozio una maravigliosa opportunità di 
attaccare il nemico, non assettato ancora nel possesso delle 
conquiste. Entrò poscia nel Conte la gelosia dell'autorità, e 
della gloria, affetto sempre fatale al riuscimento delle imprese, 
onde non acconsentì al Principe di Wirtemberg di approffittarsi 
dopo il passaggio del Pò, quanto gl'era conceduto dall'occasione. 
Quinci la battaglia di Parma, sebben da prima azzuffata con poco 
apparecchio di forze, mise in punto il Maresciallo di riparare ai 
danni passati, e di radrizzare gl'interessi di Cesare, ma la morte 
lo colse in sul forte della battaglia, non senza sospetto d'essere 
stato messo a terra da un colpo scagliato da uno de' suoi. Il 
mancamento di questo Generale ripose il comando nel Principe dì 
Wirtembergh, signore di grande aspettazione e prode della persona, 
ma inesperto delle battaglie, il quale convertì una mezza vittoria 
in una perdita inestimabiie colla ritirata che fece, quando col 
tenersi fermo dov' era, i Francesi rimanevano in figura di perdenti, 
e avrebbono sloggiato dal loro campo, secondo che si è saputo di 
poi. L'ultima disavventura finalmente avvenne nel fatto d'armi di 
Guastalla, azzuffato per imprudenza di poca gente, mandata ad 
iscoprire il nemico, la quale, mentre fu mestieri di sostenere, diè 
motivo ad un'azione generale, svantaggiata infinitamente dal sito, e 
dalla positura degl'eserciti. Attenuate così le forze Imperiali, e 
venute meno di soldati veterani, e di numero incredibile di 
Uffizialità, fù costretto l'avvanzo di esse a ricovrarsi nel 
Tirolo, dove tardi capitando i soccorsi di gente per la penuria del 
soldo, e mancandovi le cose necessarie al vivere degl'uomini e dei 
cavalli, non era possibile, che ritentasse l'entrata, se non a nuova 
stagione, essendo che non avesse seco il Maresciallo di Konigsegh 
più di 22,000 huomini, nei quali però stava il piede di ben 
settantamila. Avvenne in questo mezzo l'improvviso accordo fermato 
colla Fraricia, il quale appianò le difficoltà mentovate, e diè 
campo ai Tedeschi di rimettersi nella Provincia, benchè il 
facessero alla sfilata, e con disordine.</p>
<p>Ma traendosi fuor di Lombardia, e portando l'esame stesso alle
Due Sicilie, e alle cose arrivate in sul Reno, si affaccierranno 
somiglianti disastri, mentre la disfatta di Bitonto poteva in mille 
guise evitarsi, e fù incontrata per una rara combinazione di casi. 
Uno fù, che il Marcsciallo di Mercy ricusasse di debilitare la sua 
armata di Lombardia, e la volesse tener intiera, per lusinga d'aver 
egli a salvar ogni cosa, rompendo gl'inimici in battaglia anzicchè 
staccarne un soccorso per il Regno, come era desiderio dì Cesare, 
manifestatogli per lettera di pugno. E quando il Generale Lautron 
partì da Vienna per il campo d'Italia, spargendo voce mentita di 
essere destinato in Sicilia, portava egli seco un ordine di Sua 
Maestà, che preso animo dal fortunato successo di Quistello, voleva 
spedito immediatamente un soccorso per Napoli. Ma vi capitò egli 
per appunto nell'infelice giornata di Guastalla, il cui scompiglio 
tolse ai Cesarei la facoltà di dar mano a quel partito. Alla 
disgrazia poi degli sturbati soccorsi andò dietro la demissione del 
Caraffa, accaduta anch' essa nel dì medesimo, in cui egli stava per 
appigliarsi al salutare consiglio di ridurre a salvamento le truppe, 
scortandole per paesi, dove non era possibile a Spagnuoli 
d'inseguirlo, e cioè guadagnar tempo al raccoglimerito d'altri 
ajuti, e alla spedizione di nuovi.</p>
<p>Rispetto poi alla guerra d'Imperio nuocque in prima la tardità, 
con cui si mossero i differenti Corpi, che aveano da comporre 
l'esercito, talchè il principe Eugenio si pose in canimino sù la 
fede di trovare un armata di cinquantamila uomini, e ne trovò 
appena quattordici mila, di che si dolse amaramente col Conte 
Cufstein che gl'aveva insinuata credenza opposta al vero. E di 
quà venne, che a Francesi fosse data comodità di perfezionare le 
inespugnali linee di Filisburgo, le quali troncarono la via di 
soccorrere quella piazza. Di queste linee si raggionò molto 
dagl'Imperiali, i quali ammiratori dell'eccellenza dell'opera, e 
della prestezza di condurla, conobbero, siccome ho detto poco sopra, 
non poter eglino stare a petto dei nemici nelle mecaniche della 
guerra, e accusavano l'abbandono di simili arti nella milizia 
Tedesca, quando la Francese, per averle coltivate nella pace, erane 
divvenuta più esperta ancora dei tempi passati. Ciò non ostante il 
Principe Alessandro di Wirtemberg, e più altri Generali del campo 
Tedesco erano di avviso di attaccarle con pieno assalto, 
querelandosi di non poterne persuadere il Principe Eugenio. E fù 
bene per essi che Sua Altezza stesse ferma a negarlo, perchè 
l'Armata Cesarea vì si andava a perdere, come tutti poscia 
giudicarono, e furono astretti a confessarlo i confortatori medesimi 
dell'altro consiglio.</p>
<p>Ecco, Serenissimo Principe, quai furono le più vere, ed intime 
cagioni delle cose arrivate nei trè anni della mia Ambasceria. Le 
quali cagioni, a ridurr' in poco la dimostrazione, consistono in 
prima nella maniera di pensare, ch' ebbero gl'Austriaci, come 
quelli, che sentirono di sè stessi troppo vantaggiosamente, e degl' 
altri troppo scarsamente. Stabiliti così i fondamenti d'una intera 
fidanza, vi andò dietro la mala custodia delle provincie non 
riputate bisognevoli di difesa. E per fine diede l'ultimo urto 
all'interesse di Cesare una pertinace malvagità di fortuna. Per lo 
che terminata questa parte di relazione, entrerò nell'altra della 
pace, e delle circostanze della medesima, il qual' argomento, 
versando intorno allo stato odierno, conterrà materie d'importanza 
anco per Vostra Serenità, cui darà campo da riconoscere i legami 
della presente concordia, e gl'affetti restati dopo di quella nella 
Corte Imperiale.</p>
<p>Se i tanti sfortunati successi dell'armi succedutisi l'un l'altro a 
danno di Cesare misero lo stupore negl'uomini, che da lunge li 
rimiravano, più maraviglia ancora destò in loro la voce della pace 
segnata colla Francia, ma non così l'hanno ricevuta quelli, che 
più addentro visitando gl'interessi dei Principi, potevano formarne 
sano, e maturo giddizio. Quindi è che alcune persone d'altissimo 
intendimento, e di fina penetrazione nelle materie di Stato 
desiderassero da un gran pezzo innanzi che l'Imperadore si 
riconciliasse colla Francia, dimostrando con buone ragioni la 
possibilità in primo luogo di convenire insieme, e per secondo la 
somma utilità di tale concordia. E però questi tali non 
approvavano, che i Ministri di Cesare non tentassero di separare 
dalla lega i Francesi, e che preoccupati da certe antiche ragioni 
attribuissero alla Casa di Borbone pensieri esorbitanti 
d'ingrandimento, quando, al dir loro, era tutto altrimenti, 
essendocchè la guerra fosse nata per motivi esterni, il Regno poi 
stesse sotto un Re giovane, e di spiriti niente meno che bellicosi, 
e 'l governo retto da un Ministro decrepito per età e pacifico di 
genio, e i fondi da trar danaro consunti dai passati dispendj. 
Sostenevano non esser tanta, quanta si declainava l'unione tra i Re 
di Francia, e di Spagna da far ch' il primo volesse mettere l'Italia 
in mano dell'altro per questo solo, ch' avevano il sangue comune, 
mentre fino a tanto che formassero due Monarchie disgiunte, 
professarebbero anco rispetti, e fini differenti, i quali era giusto 
che prevalessero all'idea contingente d'amplificare i dominj della 
Casa di Borbone in vista del caso incertissimo, che le due linee si 
restringessero in una sola. Soggiungevano, dietro a questi principj, 
che i Francesi non avrebbero voluto stendere troppo innanzi il 
dominio Spagnuolo in Italia per non perdere in Europa l'arbitrio 
delle cose, e quella preminenza, ch' esercitavano sulla linea di 
Spagna, sì per titolo di maggioranza, che per vigore di forze. 
Essere per tanto da confidare, che se l'Imperadore avesse offerta al 
Re Cristianissimo una pace comportabile, si sarebbe da lui accolta 
con pieno grado. Tali ragionamenti uditi da me proferirsi assai per 
tempo da Personaggj di gran noine non giunsero, se non tardi a 
persuadere il Ministero Austriaco, il quale nell'anno pur terzo 
della guerra fluttuava tra mille lusinghe, sperando di scuotere la 
lentezza degl'Inglesi col senso delle sue medesime disgrazie, o di 
muovere il Re di Prussia a dar gl'ajuti promessi, o anche di variare 
fortuna colla mutazione dei Comandanti. Egli è vero però, ch' 
essendosi più volte palesato dal Cardinale di Fleury desiderio di 
riconciliazione coll'incontro di praticare complimenti di cerimonia 
verso l'Imperadore, questi vi avea corrisposto in termini di non 
inferiore volontà. Ma i semi di un tanto bene rimasero per lungo 
tratto infecondi sino a che piacque alla divina providenza di 
metterli in vera azione col mezzo dei Conti di Wied signori di 
antica, e illustre famiglia nell'Allemagna. Ciò accadette nel 
seguente modo. Le terre di questi signori stanno situate nel 
Westerwald, perlocchè, essendo esposte alle infestazioni delle 
armate di Francia, entravano pur esse in parte delle contribuzioni 
da pagare ai Francesi. Ora parendo alla Casa di Wied, che le fossero 
ingionti pesi oltre il giusto, il giovane conte fù spedito dal 
padre a Parigi a fine di tentare il ribassamento delle tasse. Il 
cardinale di Fleury, cui era già noto il Cavaliere, e insieme un 
certo Gentiluomo Lorenese venuto in compagnia di lui, persona di 
penetrante ingegno, e di singolare desterità, si fece a ragionare 
seco loro delle cose correnti, e delle pacifiche inenzioni del Re. 
Così fatti cenni ripportati alla Corte di Vienna da quelli, che li 
avevano uditi, sebbene in via di ragionamento famigliare, diedero 
principio alle pratiche di pace, che fortunatamente poi riuscirono 
al desiderato fine in meno che sei mesi di maneggio, giacchè la 
mentovata apertura fecesi dal Cardinale al principio di Maggio, e 
l'accordo colla Francia fù conchiuso il tre d'Ottobre, come scrissi 
a Vostra Serenità in quel tempo, quantunque la faccenda fosse non 
solo custodita in segreto, ma perfino ricoperta d'artifiziose 
simulazioui. Mille prove avrei da poter addurre, che sin d'allora la 
Francia e l'Imperadore abbiano convenuto insieme obbligando la fede 
su gl'articoli, che in presente si vanuo eseguendo; ma questa è 
verità troppo chiara per abbisognare di conferme, bastando il 
riflettere, che le condizioni dell'accordo uscite dapoi in luce 
furono quelle stesse, che per me si discuoprirono dieci mesi sono, e 
che sopra nessuno dei punti principali accadette variazione 
importante, ma tutte le vertenze, e tutti gl'intoppi frapposti 
presero moto o dalla dubbia intelligenza delle cose dettate 
frettolosamente, o dal modo di recarle in esecuzione, o da minute 
pretensioni. E sebbene i capi delle armate, trattando gl'interessi 
dei loro padroni con vivacità militare, trascorressero alcuna fiata 
in termini da far temere nuova rottura, non così era il linguaggio 
delle Corti, donde non s'ebbe mai riscontro nissuno, che il piano 
concertato fosse in cimento di rovesciarsi. Ma solamente fù 
scoperto bisognoso d'essere condotto a più chiara intelligenza, 
mercecchè le parti lo stipulassero in troppa fretta guidate a così 
fare dai loro interessi; la Francia per gelosia, che Spagnuoli non 
venissero in lume del fatto, e ne attraversassero il buon successo 
con maneggj opposti; e l'Imperadore per tema di perder Mantoa, e 
sconvolgere con un tale avvenimento il piano delle cose, anzi 
la base medesima delle pratiche intraprese. Pigliando però ormai 
questa pace per conchiusa, mi farò a dire come io lasciassi 
gl'animi di Cesare, e del Ministero intorno alla medesima, e come ne 
giudicassero le persone di più alto senno.</p>
<p>Grande universalmente fù la consolazione di un tal fatto sì per 
l'importare intrinseco di esso, come rispetto agl'interessi, e agli 
affetti degli uomini. In veder, che l'opportunità della pace fosse 
proceduta dalla premura, ch' ebbero i Francesi di aquistare il 
Ducato di Lorena, si ammirava per ogni uno, come la divina 
providenza tirasse d'alto l'orditura de suoi disegni, mentre sin da 
quando Sua Maestà si elesse per Genero il Duca, si preparò senza 
avvedersene il risorgimento da una guerra fatalissima, da cui forse 
non si sarebbe potuta svolgere nè colla forza delle sue armi, nè 
colla cessione di veruna di tante Provincie da lei dominate, nessuna 
delle quali conveniva alla Francia, se non forse le Fiandre, le 
quali però troppo imprudente consiglio sarebbe stato di metterle in 
mano de Francesi, ed anco di troppo rischio per lo sdegno, che ne 
avrebbero conceputo i Principi di Allemagna, e le potenze maritime, 
onde a ragione si celebrava per fortunato, e quasi miracoloso 
l'arbitrio conceduto a Cesare di far uso degli Stati altrui, 
applicandoli a compenso delle sue giatture, e a riparo della 
minacciata ruina. Ciò non ostante l'Imperadore, il quale aveva 
sostenute con maravigliosa costanza le ostinate calamità d'una 
guerra infelicissima, sembrò conturbarsi alquanto alla segnatura 
della pace, pesandogli, come si può credere, lo smembramento di due 
Regni, e di altrettante provincie del suo dominio d'Italia; i quali 
Stati preziosi per altro in sè medesimi lo erano vie più 
nell'animo di Sua Maestà per venire da essa considerati quai membri 
dell'antica Monarchia Spagnuola, a cui aveva aspirato negli anni 
suoi giovanili tra infiniti stenti e pericoli.</p>
<p>Gli rincresceva in oltre di vedersi mancar que' paesi appunto, 
sopra de quali traevano sussistenza i signori Spagnuoli, che di 
Catalogna aveanlo seguito in Allemagna, stantechè siagli del tutto 
impossibile annicchiarli in posti, e ufficj civili nella Germania, 
dove per la capitolazione del Fratello, e per quella giurata da lui 
medesimo devono le cariche tutte essere dispensate a Nazionali. E 
molto minor comodo ancora è per avere la Maestà Sua di sovvenirli 
colle solite pensioni, mancando alla Germania que' tanti fondi di 
soldo, che scaturivano continuamente dall'Italia. Ma questo punto 
basti di averlo accennato, ch' il trattarlo con accuratezza 
corrispondente al bisogno sarebbe impresa lunghissima. Ma dalle cose 
in sin qui dette può desumersi abbastanza, come i signori Spagnuoli 
di Vienna ricevessero l'avvenimento della pace. Sebbene nel tempo 
della mia residenza non volessero darsene apertamente per intesi, 
nondimeno, parlandone io con essi, e <foreign lang="lat">massime</foreign> con taluno, con 
cui aveva contratta dimestichezza intrinseca, parvemi di vedere, che 
fossero combattutti da due affetti contrarj, cioè dal 
rincrescimento di perdere la più ricca parte degli Stati a loro 
commessi in governo, e dal contento di vedersene preservato il 
restante, che tenevano per perduto.
L'universale poi dei signori Tedeschi tolerava il fatto di buon 
animo così per l'emulazione, che questi nutrono al partito 
Spagnuolo, a cui non doleva loro di veder scemato lo imperio, e 
diminuita l'autorità, come perchè guardavano l'Italia quasi un 
paese serbato al nodrimento di stranieri. Ma per contrario alcuni 
fra loro di più sedato costume e di più penetrante giudizio 
sentivano differentemente, cioè, che l'Italia fosse bensì di poca 
utilità all'Erario di Cesare, ma di grandissima poi alla nazione 
Allemana, e agli Austriaci massimamente per l'immenso danaro, che vi 
capitava di colà stante il continovo concorso alla Corte di signori 
Italiani, i quali vi venivano o per agitar cause feudali, o per 
chieder grazie, o per comperar titoli, oppur' anco per semplice 
diporto e vi consumavano il fiore delle loro sustanze. Senza di che 
tutto il soldo, che la provincia mandava a Vienna per soddisfare 
alle pensioni de' Spagnuoli, tutto spendevasi largamente dai 
medesimi secondo il genio liberale della nazione, ond' era che 
l'entrate degl'Austriaci per questo conto fossero notabilmente 
accresciute sì nei prodotti della terra innalzati di prezzo, come 
negl'affitti delle case, per non dire di mille altre comodità 
provvegnenti d'Italia, quali sarebbero l'arricchimento dei 
Governatorì di essa, le decime ecclesiastiche acconsentite dai 
Pontefici alle fortificazioni di Ungheria, e molte più cose di 
simil genere. Ma senz' altro dire degl' affetti particolari delle 
persone, il valore medesimo degli Stati ceduti ai Duca di Savoja, e 
all'Infante Don Carlo giustiticava il rattristamento di Sua Maestà, 
conciosiacchè le due provincie di Tortona, e Novarra sono di pregio 
grandissimo, la prima per il commercio del Genovesato, a cui fa 
strada, la seconda per la fertilità e per l'ampiezza del suo 
territorio; ond' è che di tutte le provincie componenti lo Stato di 
Milano ella si reputi la più doviziosa, toltane quella sola, 
che chiamano il Ducato, e che forma territorio alla città capitale. 
Di più è degno di rifflesso contarsi pocchissimi nobili, che non 
abbiano dentro il Novarrese una parte dei loro patrimonj, di modo 
che il Duca verrà ad avere soggetti a sè quasi tutti i signori 
Milanesi.
Ciò detto di questo punto, Vostra Serenità avrà forse a grado di 
sapere alcuna cosa circa la forza, e 'l vigore del Regno di Napoli 
per desumerne la misura non tanto della perdita, che in esso ha 
fatta la Casa d'Austria, quanto dell'aquisto dell'Infante Don Carlo, 
onde ricconoscere veramente il nerbo di questo nuovo principato 
eretto nella provincia.
Nè credo in ciò di scostarmi punto dal mio uffizio, appartenendo 
ai Ministri dei Principi non solo di saper render ragione delle 
Corti, ove hanno fatta dimora, ma delle proprietà ancora dei paesi 
dominati, circa di che le relazioni antiche solevano usare 
particolarissima diligenza. Nè faccia maraviglia, se lascio da 
parte la Sicilia, come quella che poca, o nessuna utilità rendeva 
ai Tedeschi sguarniti di forze maritime, perocchè ella non 
soddisfaceva nemmeno ai pesi suoi interni consistenti nel 
mantenimento degl'ufficj civili, e di poche truppe presidiali, per 
il qual conto se le inviavano danari da Napoli, se non voglia 
computarsi in ragione di profitto l'essersi colà eretto un 
tribunale detto dell'Inquisizione a guisa di quello di Spagna, e un 
commissariato detto della Crociata, i quali invero si nodrivano a 
spese de' Siciliani con solennità e carico superiore alla poca mole 
del negozio, e avendo fondata la sede in Vienna, era motivo, che da 
quel Regno sortissero importanti somme d'oro.
Restringendosi adunque al Reame di Napoli, questi in primo luogo 
tratteneva del proprio un corpo di quattordicimila soldati, i quali 
traevano puntualissimo il loro stipendio. Ne vale che in su 
l'aggressione della guerra siansi trovati di gran lunga mancanti di 
numero, poicchè ciò nulla monta all'intento di pesare le forze del 
Regno, da cui ciò non ostante si pagavano sul piede intiero. Di 
più vi rimanevano ancora i fondamenti di certa milizia urbana, la 
quale era stata una volta di grande uso, e ragunavasi, sotto nome di 
battaglione, in numero di ben 18000 uomini. Ora, quantunque fosse 
cancellata ogni immagine di tal milizia, duravano tuttavia al Regno 
i pesi dell'intrattenerla, essendosi concambiati in gravezze sù le 
provincie i privilegi personali, e certe minute paglie solite a 
darsi, ancor fuor di occasione, alla gente ascritta. Avevasi 
in oltre una squadra di mare consistente in tre navi da guerra, e 
quattro galee, per mantenimento delle quali stavano assegnati sopra 
buoni fondi quattrocentomila scudi napolitani. Ma è da notarsi che 
questo assegnamento, ben' impiegato che fosse, basterebbe a 
intrattenere il doppio più di forze maritime, e ciò lo posso 
affermare, per essere proporzione dimostratami a prove indubitabili 
dal Marchese Giovan Lucca Pallavicini, quegli che in tempo della 
guerra ebbe la sopraintendenza della marina sui Littorali Austriaci. 
E sò di più, che questo Cavaliere, cui non manca ingegno, nè 
attività, stese in tale proposito diligente scrittura 
all'Imperadore, facendogli vedere, che il danaro deputato alla 
flotta valeva niente meno, che a raddoppiarla. Ma ciò, che importa 
di sapere si è, che non ostante il peso delle mentovate forze, 
terrestri, e maritime, sostenuto dal Regno, usciva da esso 
annualmente una somma prodigiosa di soldo sotto varj titoli, ch' io 
non farò, che accennare per essere computazione di troppo mìnuta 
indagine. Uscivane per conto di certe gabelle amministrate 
direttamente a prò dell'Imperadore fuori d'ogni inspezion camerale, 
facendosi ciò col nome di certo Duca Carignani. Uscivane in copia 
grande per lo trasferirsi continovo a Vienna dei signori Napolitani 
quando per idee cappricciose e quando per necessarj motivi. 
Essendocchè il Governo avesse imbrigliata l'autorità del Vice Re, 
e dei tribunali provinciali assai più che non facevano i Re 
Cattolici, onde le occasioni di ricorrere alia Corte erano molte 
più che sotto il passato dominio. Uscivane poi per il mantenimento 
del Consiglio di Spagna, il quale ascendeva a 300.000 fiorini e 
pagavasi più che per metà dal Reame di Napoli. Uscivane finalmente 
per le pensioni di signori Spagnuoli calcolate in 500.000 fiorini, 
de quali pure la più grossa parte stava addossata in sul Regno, e 
così era di altre liberalità praticate da Cesare verso i Tedeschi 
medesimi, e così dei 150.000 fiorini assegnati al Principe 
Eugenio, come a Vicario Generale d'Italia.
Merita poi non esser tacciuto, che il danaro medesimo sborsato dal
Regno per i presidj delle sue piazze non circolava tutto nei popoli,
ma una porzione passavane in Germania, cioè quella, che abbisognava 
per le armi e per il vestiario dei soldati, le quali cose di colà
si fornivano, e questa era partita pur essa considerabile. Pure non
solamente i Napolitani ressero a cotanta effusione d'oro, portato 
ogn' anno fuor di paese, ma ebbero polso eziandio da far di tempo in
tempo grossi donativi all'Imperadore, ascendenti a quaranta 
milioni di scudi nei 23 anni del suo dominio. La qual verità 
statomi asserita da molti signori del Regno, non veniva disdetta dai 
Tedeschi ben informati di tai faccende. Anzi quando Cesare si 
avvisò di scrivere una lettera affezionatissima alla Città di 
Napoli, confortandola colla promessa di vicino soccorso, e 
animandola a resistere con forte animo all'empito de suoi nemici, 
questa gli formò una risposta, in cui fra le altre cose gli metteva 
sotto l'occhio le tante straordinarie sovvenzioni prestate ai 
bisogni di Sua Maestà. Per tali intese, l'aver rinfrancata, o 
piuttosto eretta del proprio la Cassa militare, non sò come 
diminuita, e impotente di reggere alle sue obbligazioni, l'aver 
sostenuta quasicchè interamente l'ultima guerra di Sicilia, e 
l'aver in fine mandati più volte danari a Vienna o sia sotto nome 
di fascie per nate Arciduchesse, o di viaggj di Sua Maestà, o per 
altri titoli presi dalle urgenze dello Stato.</p>
<p>Da questi pochi cenni Vostre Eccellenze possono ormai comprendere 
quai sieno le forze di quel Regno, il quale in oggi, perduta la 
condizione di provincia, è passato a stabilire una nuova Signoria 
in Italia; mutazione che avrebbe anzi da migliorarlo, essendocchè, 
in vece di trasmettere il danaro in paesi lontani, lo tratterrà 
dentro sè stesso; e se tanto poteva somministrare ai Tedeschi, 
malgrado il continovo disperdimento delle sue sustanze, ragion 
vuole, che cresca in vigore sotto un Principe naturale. Il qual 
principio potrebbe andarsi applicando a molti generi importanti e in 
particolare al punto dei commercj negletti da Casa d'Austria per 
desiderio di stabilirli nelle provincie sue patrimoniali, quando per 
altro le due Sicilie non mancano di buone opportunità, e 'l porto 
solo di Messina vale per molte; sebbene all'uso delle grandi 
navigazioni faranno contrasto i costumi dei Napolitani, ai quali le 
delizie del clima inspirarono sempre mai abborrimento dai lunghi e 
disastrosi viaggj del mare, onde non si curarono per innanzi nemmeno 
dei ricchi traffici dell'Indie, aperti loro dai Re di Spagna. Ed è 
provato dall'esperienza esser cosa più agevole il ridur le nazioni 
dalla barbarie alla coltura delle arti, che non dalla morbidezza 
richiamarle al parco e fruttuoso vivere. Ma tornando all'interna 
circolazione delle ricchezze, aquistata da quei Regni, fù saputo in 
Vienna, che dolendosi certi Nobili delle tasse loro imposte, il 
Conte di Santo Steffano si facesse forte sul mentovato vantaggio del 
vigore aggiunto al paese, dopo essere divenuto sede di 
Principato. Quanto poi all'Erario del Principe, oltre le sudette 
circostanze, le quali vagliono ad aumentarlo sopra le passate 
misure, evvi un modo speditissimo di arricchirlo, cioè quello di 
ricuperare i fondi alienati in più tempi dai Re Cattolici per 
sovvenir di danaro la linea di Germania implicata nelle guerre 
esterne, o travagliatta per le sollevazioni dei Boemi. Un tale 
pensiero passò per mente anco alla Corte di Vienna, ma non recollo 
ad effetto, forse perchè, non fù rÝputato d'inferire, scontento 
alla Nobiltà, giacchè per via dei donativi ne traeva conveniente 
profitto, <foreign lang="lat">massime</foreign> imponendo la Città le sue gravezze 
straordinarie su le fortune dei Baroni, e andandone immune la plebe 
accarezzata dagli Austriaci per massima di Governo. Ciò non ostante 
il progetto di ricuperare alla Camera questi fondi non fù del tutto 
ributtato da Cesare, il quale studiava piuttosto il modo dì 
eseguirlo in parte, e col minor senso dei sudditi. E di vero 
consistendo in tal beni alienati il nerbo delle private ricchezze, 
era da antivedere, che il richiamarli al fisco produrrebbe infinito 
sconcerto nel sistema civile del Regno. Dall'altro canto però non 
mancavano suggeritori, che proponessero a Sua Maestà l'utile 
immenso dell'Erario, e che si affaticassero di mostrarlo pur anco 
accompagnato da giustizia.</p>
<p>Conciossiachè dicevano che a buon conto, in quasi tutti que' 
contratti, i Re di Spagna si aveano riservato il dritto di 
reversione. Del resto essere state cedute le rendite della Corona a 
prezzi vilissimi, come è costume di farsi nei pubblici bisogni dei 
Principi, e massimamente di quelli, che praticano tali spedienti 
sopra Provincie lontane dall'occhio loro. In oltre aggiungevano, che 
per il maggiore appreziamento, che aveva l'oro nei tempi andati, 
erano le rendite odierne di quegli aquisti avvantaggiate sopra il 
prezzo sborsato, il quale tornava però conto di restituire ai 
compratori. Ma per quanto così fatte ragioni fossero potenti, non 
giunsero a segno di persuaderne la Maestà Sua o in lei prendessero 
altri rispetti politici, oppure se ne rimovesse per mansuetudine 
d'animo, aliena da partiti violenti. Checchè siane, Serenissimo 
Principe, a me si apparteneva dir tutto questo a fine di 
somministrare un'idea compiuta di un Regno passato recentemente in 
condizione di Principato Italiano. E ho creduto di soddisfare, 
all'intento, proponendo in tre aspetti, come ho fatto, questa isnova 
Potenza, cioè qual era sotto il governo degli Austriaci, qual 
divverrebbe, avendo Signor proprio, e come finalmente potessi 
farsi maggiore ancora per via di mezzi straordinarj.</p>
<p>Nè ho già prodotto questo ultimo punto di mia immaginazione, o 
per capriccioso indovinamento imperciocchè l'ho inteso mille volte 
a ricordare dai Signori Spagnuoli di Vienna, i quali presagivano ai 
Napolitani, che così sarebbe, capitati, che fossero in potestà 
dell'Infante. E ne davano in ragione, che quel Principe, assistito 
di soldo dalla Regina, avrebbe più facilità di ricomprare i dritti 
Regj alienati, che non ebbe l'Imperadore. Che di più ve lo 
stimolerebbe il desiderio di tener molte forze, e di rappresentare 
gran figura nella Provincia. E che non militerebbe presso lui il 
rispetto di non attentare le fortune dei Grandi, anzi questo 
medesimo gliene darebbe motivo secondo le massime vedutesi, 
praticare dal Re di Francia, e di Spagna nei Regni loro. Di tal 
fatta però essendo il profitto, che si traeva dal Regno di Napoli, 
non è da stupire, se Cesare provò dolore in cederlo alla 
discendenza del Re Filippo, verso cui in oltre Sua Maestà non è 
ben disposta di attimo per averlo avuto competitore nella 
successione delle Spagne. Può credersi ancora, che gli rincrescesse 
di farlo in risguardo ai comodi di commercio rilevanti dalla 
corrispondenza, che quelle spiaggie aveano coi lidi opposti 
all'altro canto dell'Adriatico. Qui caderebbe in acconcio parlar 
alquanto su i traffici voluti stabilire e su gli sforzi impiegati 
per rappresentar figura sul mare; privileggio sempre mancato 
agl'Imperadori Austriaci della lirica di Germania. Ma Vostrà 
Serenità n' è appieno informata dalle tante relazioni venutele sì 
dai suoi Ministri residenti in Vienna, che dai Magistrati urbani, e 
dai Rappresentanti di Terra Ferma. Dirò bensi, che lo smembramento 
di Napoli non ha sradicato dai Tedeschi il pensiero di ampliare i 
loro traffici, e sopra tutto quelli, che possono trarsi dalla 
coltivazione del Pò, a cui forse applicheranno d'ora innanzi con 
più intesa cura, trovandosi, dopo la perdita delle due Sicilie, 
sviluppati da mille divisamenti, ripugnanti uno all'altro, e di 
malagevole esecuzione. Del resto, sebbene al mio partire di Vienna 
si facesse mistero della pace, e se ne parlasse con riserbo, pur non 
ostante una delle circostanze, che si menzionavano volentieri era 
quella di aver a signoreggiare il Porto di Livorno, il quale cadendo 
in podestà della Casa di Lorena, si computava come acquisto di 
Cesare. Anzi alcuni, spingendo le mire innanzi, cominciavano a 
risvegliare discorsi su la Compagnia di Ostenda, e confidando 
di non aver più contraria la Francia in quel tentativo, stanti gli 
accordi recenti, aspiravano a rimettere in piedi gl'antichi 
progetti. Da che si può vedere quanto sia pertinace ne' Cesarei la 
brama di procacciare opulenza per mezzo di commercj, ed è lecito 
parimenti far conghiettura, che la perdita delle due Sicilie 
riuscisse acerba a Sua Maestà anco per sì fatto rispetto. Di più 
si è osservato, che due circostanze occorse in quello spoglio 
improvviso le inasprirono il senso della disgrazia.</p>
<p>Una fù di vedersi tolto il dominio di quei Paesi senza ne manco 
far prova dell'armi sue; mercecchè le Truppe Imperiali non vennero 
mai coi nemici a giusto termine di battaglia, ma ora furono 
sopraffatte dal numero, ora avventurate dalla mala direzione dei 
Capitani, quando respinte dalla svantoggiosa positura dei luoghi, e 
quando abbandonate di condotta per morte dei Generali, rapiti in sul 
forte delle azioni. Onde rincresceva a Sua Maestà, che agli occhj 
del mondo paresse venuta meno la riputazione della milizia Tedesca, 
e ardeva di desiderio, che gli fosse offerto un vero esperimento di 
valore, dicendo, che le sarebbe stato più comportabile assai il 
perdere le provincie per una sconfitta, che non della maniera, onde 
le aveva perdute. L'altra circostanza fù l'amore, e la fede 
riscontrata nei Popoli a lui soggetti, la quale cagionò più volte 
affetti di tenerezza nell'Imperadore, vie più rattristato di 
mancare alla difesa di Popoli cotanto affezionati, e volonterosi 
della sua soggezione. In fatti le storie d'Italia di sopra due 
secoli non somministrano un simile esempio di costanza trovata 
negl'Italiani, che anzi quante volte fù assalita la Lombardia, o 
tentata impresa contra il Regno di Napoli, sempre fù veduta una 
parte dei Provinciali dar favore all'agressore o per disgusto, o per 
tedio del provato dominio. Ma in questo ultimo caso eccettuatine i 
Palermitani (i quali ancora non fecero più, che dar segno di 
gustare il cambiamento arrivato) tutti gl'altri Popoli ne mostrarono 
anzi alienazione, e, quanto più in essi, contribuirono ogni cosa 
per mantenere lo stato presente. E quando gli eserciti di Francia, e 
di Savoja ruppero d'improvviso il confine Milanese, essendo la 
Città tutta piena di orrore, e di scompiglio, e potendo gl'uomini 
agevolmente ricuoprire i loro affetti sotto la scusa della 
necessità, pur non ostante il Palazzo del Governatore era pieno di 
Nobili offerenti le vite, e le sostanze loro ai pubblici bisogni. E 
dopo perduta la Patria, non si trovò alcuno di quei tanti, che 
militavano dentro le Truppe Imperiali, il quale abbandonasse 
il servigio per cura di riavere le sue rendite occupate dal Fisco in 
pena di contumacia. Raro poi, e memorando esempio diedero i Signori 
Napolitani, i quali accompagnarono la fuga del Vice-Re con 
larghissime sovvenzioni di soldo nei momenti stessi, che il partito 
contrario sovvrastava alla Città Capitale impotente di resistere. 
Sono trascorso nella commemorazione di questi fatti con animo di 
allegare una qualche prova di ciò, che dissi quì sopra, intorno al 
senso maggiore provato da Cesare nello spoglio de' suoi Stati per la 
volontà conosciuta in tutti gli ordini di perseverare sotto il suo 
dominio. Donde poi nascesse questo tanto affetto inverso 
gl'Allemani, e come potesse conciliarsi col duro trattamento, che 
essi facevano delle Provincie Italiane, egli è un punto curioso 
assai, e degno, che fosse discusso da maggior mente, che non è la 
mia. Fuordicchè la risoluzione di un tal quesito bisognerebbe 
ripeterla da alti principj, e accompagnarla d'una farragine immensa 
di particolari notizie, non atte a contenersi nel giro di questa 
scrittura. Per la qual cosa ne lascierò l'esame alla sublime 
sapienza di Vostra Serenità, contentandomi solo di farvi sopra una 
riflessione onoratissima al presente Imperadore, cioè ch' egli è 
amato veramente da suoi popoli, i quali conoscono albergare, in esso 
un cumulo di virtù civili e principesche, di rado congiunte in un 
uomo solo; onde giudicandolo incapace di scostarsi dal giusto, e 
piuttosto inclinato alla clemenza, lo assolvono dei disordini del 
Governo, e se la prendono col Ministero; cosicchè Cesare ha 
ottenuto, operando virtuosamente, ciò che non è riuscito 
all'astuzia di molti Principi, voglio dire di caricar d'odio i suoi 
Consiglieri, e liberarne la persona propria.</p>
<p>Dopo aver ponderato il successo della pace risguardo ai partiti di 
Corte e all'Imperadore medesimo, resta da riferire, quai ne fossero 
i concetti della Nazione Tedesca in generale. Non è dubbio alcuno, 
che i Popoli tutti di Germania, e in particolare gli Austriaci non 
l'abbiano accolta di buonissimo animo, veggendo di non poter 
continovare la guerra senza l'ultimo loro eccidio. Oltre di che le 
ostinate avversità aveano di maniera invilito il cuore delle 
persone, che pareva loro mille anni di metter argine al corso della 
fortuna. E così pensavano non già solo uomini di bassa lega, o 
quelli, al cui interesse la pace conveniva, ma persino i militari, 
il qual genere di gente s'intendeva con istupore persuadere 
agl'altri l'utilità di conciliarsi cogl'inimici, e palesarne 
desiderio ardentissimo. Tosto però, che trapelarono le condizioni 
dell'accordo, apparì, che alcune di loro non andassero a genio de' 
Tedeschi. Dispiacque in primo luogo la cessione della Lorena, per 
cui, riempiendosi la frontiera della Francia, se ne attorniava più 
strettamente l'Imperio. A taluno doleva ancora il non veder compreso 
nelle convenzioni il Duca di Baviera, del qual animo erano 
principalmente gl'Austriaci sino a bramare, che si promettesse al di 
lui figliuolo, tuttochè distante molti anni dall'età capace, 
l'Arciduchessa Marianna. E gli avrebbono pure acconsentita la 
Primogenita per vaghezza di trasferire l'Imperio in una Casa di 
Germania. Ma oltre l'affetto, che veniva portato all'Elettore, come 
a Nazionale, era il nome Bavaro asceso in gran favore degli Allemani 
in vita dei di lui Padre, il quale accarezzava in sommo quelli, che 
dagli Stati di Cesare passavano ne' suoi, o per fermarvi stanza, o 
per semplice curiosità, colle quali cortesie avevasi acquistata 
grazia non mediocre massimamente dai Boemi, e dagli Vngheri. Nè il 
Duca presente degenerò punto dagli esempj paterni, che anzi fù 
osservato battere le vie medesime. E giacchè mi è caduta menzione 
di questo Principe, sappia Vostra Serenità, che sino già due anni 
in Vienna correva di liti una fama limitatissima, ma dopo, che il 
Conte di Konigsegh ebbe a trattar seco, non è da creder quanto 
crescesse in estimazione per il l'avorevole giudizio formatone da 
quell'insigne Ministro, essendo quella stata la prima occasione, in 
cui la Corte di Vienna ebbe a provare il Duca in maneggj grandi. Il 
Conte però non finiva di fargli encomj, testificando, che 
l'Elettore governava da sè medesimo tutti gl'affari, e che univa ad 
una mente finissima altrettanta solerzia, e attività di azione. Ma 
il motivo Principale, che persuadeva i Tedeschi, e in particolare 
gl'Austriaci a dargli favore, era il sapersi, che egli mantiene 
delle forti pretensioni su di alcuni Stati Ereditarj di Casa 
d'Austria, e ciò in forza di Patti di famiglia convenuti sino dal 
primo Ferdinando, com' era opinione di persone espertissime. Del 
resto non volle egli mai produrre alla Corte di Vienna i fondamenti 
dei suoi titoli, e quando n'era provocato rispondeva, che a suo 
tempo li darebbe fuori. Ancorchè però il fatto sia oscuro nelle 
sue origini, non è da dubitare, che la Casa di Baviera non abbia 
delle apparenti, se non sode ragioni da inquietare l'eredità 
dell'Imperadore, e quindi nasceva il desiderio degli Austriaci di 
soffocare i semi delle venture contese, dando in isposa al 
Principe Elettorale almeno l'Arciduchessa secondogenita, colla dote 
di un qualche Stato, correndo <foreign lang="lat">massime</foreign> dubbio che i dritti del 
Duca stendansi anco su l'Austria superiore. La qual circostanza 
interessava a prò di lui i Ministri Imperiali bramosi di evitare le 
calamità di una guerra dentro quella provincia, ove hanno i fondi 
loro patrimoniali e il nerbo delle fortune domestiche. Ma o per 
questo, o per altro motivo, che fosse, la più parte dei Consiglieri 
di Sua Maestà pendeva verso del Duca, e la Città di Vienna era 
piena di favori per lui in ogni ordine di persone. Uscirono pur' 
anco dei misteriosi giudizj sopra certo libro dato in luce durante 
la guerra da un Giureconsulto Bavaro, nel qual libro l'autore si 
affaticava di tessere una Genealogia imperturbata, da Carlo Magno ai 
Duchi presenti di Baviera, riempiendo con ingegnosa critica alcuni 
vuoti, che vi ha indotti l'oscurità dei secoli. Tiensi, che questa 
opera fosse ordita per ordine dell'Elettore, come se avesse egli 
voluto in quelle congiunture far parlare di se, e assegnando alla 
sua Casa così augusti principj, allettarne il genio della Nazione 
Allemana stranamente vaga di tali derivazioni. In fatti la Corte di 
Vienna aggiunse corpo ai privati sospetti, pigliando ad impugnare 
quel libro colla penna, del Signor Spanaghel, Istorico di Sua 
Maestà.</p>
<p>Infra gl'affetti che hanno accompagnata questa pace non vuol 
neppure tacersi un gagliardo irritamento contro gl'Inglesi, e contro 
il Duca di Savoja; conciosiacchè pareva agl'Imperiali, che i primi 
avessero dovuto assistere la causa di Cesare, e che l'altro si fosse 
mosso a danni di lui senza nessuna apparenza di ragione, e averlo 
poi fatto con modi insidiosi. E sebbene i Principi sogliono por da 
banda le ingiurie accomodandosi alla forza dei tempi, ciò non 
ostante fù tanto il senso dell'Imperadore, e del Governo Austriaco 
su la condotta delle mentovate Potenze, da non aversi a dileguar di 
leggieri. Quindi sebbene gl'Allemani fossero per più di un verso 
amareggiati della pace stipulata coi Francesi, niente dimeno 
provavano soddisfazione in vederla condotta senza l'opera 
dell'Inghilterra, a cui si era come tolto di mano quell'odioso 
arbitrio su le cose universali di Europa da lei esercitato per 
innanzi con troppo fasto; di sorte che sembra verisimile, che ella 
non sia per riprendere facilmente l'antico posto di autorità dopo 
alienatosi l'Imperadore, e minuita generalmente la fede delle 
sue guarantie, col mancare a quella degli ultimi solenni trattati. 
Non dico già per questo, che alla Corte di Londra non fossero dagli 
Austriaci aperte le pratiche incamminate con Francia. Ma ciò fù in 
via di privata confidenza, e senza assegnare agl'Inglesi figura di 
sorte. Del resto le persone di miglior accorgimento non dubitavano, 
mentre io stava in Vienna che a negozio maturo non si avessero a 
ricercare le Potenze Maritime di concorrere coi nomi loro alla 
segnatura della pace o sia per blandirle di questo atto cortese, o 
anco per interesse medesimo di Cesare, il quale non vorrebbe 
defraudare di nessuna solennità o sicurezza il vicino accordo, 
<foreign lang="lat">massime</foreign> se vi si avesse a riconformare il punto della 
Prammatica.
Contro gli Ollandesi però fù il dispetto minore, conoscendosi 
benissimo aver essi delle ragioni interne di non impegnarsi nella 
guerra, cioè la miserabile positura delle loro finanze, e la 
gelosia dello Statolterato. Di più il Ministero Austriaco sapeva di 
aver dato loro non leggieri disgusti nelle vertenze su l'Ostfrisia 
non mai composte, e negli ostinati tentativi per la Compagnia di 
Ostenda. Come pure di aver preso impegno su le cose di Polonia senza 
saputa degli Stati Generali, fornendo ai medesimi di tal modo un 
comodo pretesto di non entrare in parte dei pericoli, dapoicchè non 
l'avevano avuta nel consiglio. Finalmente l'ultimo scampo degli 
Ollandesi era quello d'imputare a Cesare la mala custodia delle 
Provinze d'Italia, conchiudendone, che la fiducia nei guaranti non 
dispensava i Principi possessori dagli usi delle ordinarie 
provvidenze, e che il mancamento di quelle aveva ridotte da bel 
principio le cose della guerra ad estrema condizione di partito.
Anche il contegno del Duca di Baviera si provocò irritamento non 
mediocre, potendosi dire, ch' egli senza sfoderare la spada facesse 
almeno tanto male all'Imperadore quanto ne fece ogni una delle 
Potenze apertamente nemiche. Perchè dandogli continuo sospetto di 
sè, ed avendo gli Stati suoi opportuni ad ambedue i luoghi della 
guerra, impose soggezione alle Armate Allemane, e ritenne quella 
d'Imperio dall'eseguire molti disegni per cura, che dovette avere di 
non esporsi alle spalle.
Il Rè di Prussia fù pur tra quelli, che si hanno raccolta 
avversione dalla Corte Imperiale mediante la volubilità del suo 
procedere, e l'aver più volte deluse le speranze riposte in esso di 
grandiosi ajuti fatti magnificamente promettere a Sua Maestà 
colla voce da Baron Gotter suo Ministro in Vienna.</p>
<p>Quantunque poi la Corte di forma fosse nel numero dei Principi 
Neutrali, guardavasi nel mio tempo di malissimo occhio per concetto 
invalso, ch' ella favorisse nell'interno, e ajutasse coi mezzi, che 
poteva le mutazioni arrivate.</p>
<p>Ma dopo notati in ristretto gli affetti, che alcuni Principi 
generarono di sè nella Corte dì Vienna, è conveniente di 
praticare le medesime ricerche in risguardo a Vostra Serenità, e 
così far passaggio all'ultima parte della relazione, in cui 
entreranno pur anche non poche notizie circa le novità accadute al 
di dentro del Governo, oppur disegnate per il tempo avvenire.</p>
<p>L'Imperadore conserva una sincera affezione verso la Serenissima 
Repubblica, nè può avvenire altrimenti essendo la Maestà Sua 
Principe seguace della virtù, e amico della giustizia. Onde 
ritrovando in questo amirabile dominio i medesimi principj, e 
veggendolo pure indrizzare sempre mai i pubblici consigli a fini 
onesti forza è che ne abbia conceputa impressione favorevole. 
Conosce poi egregiamente che la lega perpetua stretta fra la sua 
casa e Vostra Serenità è appoggiata ad una base fermissima 
d'interesse comune, perchè sicome Vostre Eccellenze sono in grado 
di provar beneficio dall'aver in compagnia di guerra le valorose 
Truppe Cesaree, così all'Imperadore mancante di forza maritima si 
fa di grande momento l'alleanza di un principe capace di 
fronteggiare le forze Ottornane. Quindi è, che Sua Maestà ne 
desideri veramente la conservazione, dal qual sentimento non 
discorda nessuno de suoi ministri per quanto ho potuto rilevare 
indagando i loro concetti, e sperimentandoli nei frequenti maneggj 
avuti alla Corte. La ragione stessa fa pure, che mirino volentieri 
stare nelle mani di Vostra Serenità que' Stati di Levante, che 
mettono confine alla potenza de' Turchi, e fanno scudo alle spiaggie 
d'Italia. Ma perchè una tale opportunità di Stati sarebbe 
inofficiosa al fine sopradetto, se Vostre Eccellenze non 
possedessero insieme una ricca, e doviziosa parte d'Italia, donde 
traggono i mezzi della loro grandezza, di qui è, che Cesare abbia 
un eguale interesse, che non si metta a cimento la loro potenza 
nella terra ferma. La qual potenza essendo utile ad esso tra le mani 
di Vostra Serenità, gli divverrebbe anzi nociva, se passasse ad 
essere posseduta da qualche altro Principe Italiano. Non sembra 
nemmeno verisimile che Sua Maestà, oltre di essere amica del 
giusto e aliena da brutte azioni, possa mai inquietare Vostre 
Eccellenze per cupidigia di proprio ingrandimento. Imperocchè, 
ommettendo, che ella se ne conciterebbe invidia pericolosa, e se ne 
desterebbero clamori e gelosie in tutta Europa, non sarebbe mai 
tanta la di lei utilità che maggiore non avesse ad esserne il suo 
pregiudizio in attenuare le forze d'uno Stato a sè necessario, e a 
tutto il Mondo Cristiano. In proposito di tanta importanza io mi 
stimerei di aver commesso mancamento, occultando una simile verità 
disvelatami agli occhj nel conversare di tre anni coi principali 
Ministri dell'Imperadore.</p>
<p>Ma sebbene anco prima dell'apertura della guerra il Governo 
Austriaco nodrisse così fatto disposizioni verso la Serenità 
Vostra, e se ne credesse da lei corrisposto, nulladimeno tanta fù 
la forza di quell'improvvisa aggressione, che diventò incerto e 
pauroso del partito, che ella fosse per seguire. E quando io ebbi a 
dichiarare alla Corte la decretata Neutralità i Ministri tutti se 
ne dimostrarono contentissimi, e l'avrebbono pur anco firmata in 
trattato a patti assai buoni, se la pubblica sapienza avesse 
riputato di suo interesse di stipularla sotto forma severa di 
convenzione. Ma tosto che il successo infelice dell'armi cominciò a 
deprimere la fortuna di Cesare in Italia, parve altresì, che i genj 
degli uomini diventassero più fastidiosi, e inclinati alle querele, 
onde non rendevano più la debita ragione alla religiosa condotta 
della Repubblica, o credessero infatti, ch' ella rimirasse con gusto 
le conquiste della Lega, o pretendessero come io credo, piuttosto 
che le calamità dell'Imperadore meritassero di riscuoterla alquanto 
dalla fermezza de suoi propositi, e d'inclinarla a favorire in 
segreto la Maestà Sua. Dalla qual maniera di opinare nacque 
similmente, che non fosse dato il giusto peso a molte graziose 
deliberazioni pubbliche, e che si pigliasse a male ogni rifiuto, 
benchè ragionevole fatto alle ricchieste della Corte. Dall'altro 
canto era scabrosissimo al Ministro di Vostra Serenità il 
conciliarsi fede nelle doglianze credute per lo più ostentazioni di 
apparenza, e non altrimenti procedute da risentimento sincero, 
mediante un parere universalmente ricevuto, che fosse fatalissimo a 
Vostre Eccellenze lo spegnersi affatto in Italia della potenza 
Austriaca, e lo sottentrarvi in di lei luogo il dominio Spagnuolo. E 
quando fù il caso prossimo di un tanto avvenimento, cioè dopo la 
ritirata del Maresciallo di Konisegh, se ne parlava come di cosa 
calamitosa ai Principi antichi della Provincia. Comunque fosse 
di un tale giudizio, egli è indubitato, che tutto il Governo 
Austriaco fù d'avviso, che non si pensasse a ripor piede nei Paesi 
perduti, consigliando alcuni persino di smantellare la Città di 
Mantova, e ne stette in dubbio la deliberazione per alquanti giorni. 
Allora dunque i Signori Spagnuoli di Vienna abborrenti da si fatto 
consiglio, e per altro incapaci di contrastarlo per l'autorità loro 
mancata, non lasciarono di esaggerarne il mal effetto nelle 
occassioni di vedersi meco famigliarmente, persuadendosi essere in 
me un pari interesse, che andasse vuoto il machinato disegno. Quindi 
rammemoravano la moderatezza dei Principi di Casa d'Austria, e i 
legami loro colla Repubblica. E poi seguivano con additare in 
esempio i 23 anni dell'Imperio di Carlo Sesto, pretendendo, che 
Vostre Eccellenze non abbiano mai vicinato con più sicurtà, e 
sotto fede migliore; di che esse medesime, giusta il dir loro, 
aveano renduto buon testimonio colle pochissime truppe intrattenute 
a custodia della Terra Ferma, rispetto a cui dicevano tutte le 
differenze essere state per tenui litiggj di confine risorgenti di 
tratto in tratto, e rimasti senza effetto notabile. Ma così non 
sarebbe, ripigliavano essi, qualora la Casa di Spagna circondasse 
gli Stati Veneziani; e a questo passo mettevano in mezzo quante più 
ragioni sapevano per dedurne il peggioramento, che ne arriverebbe 
delle cose, le quali ragioni io lascierò da parte, perche, se sono 
fievoli, non occorre allungar di esse questa relazione, e se mai 
fossero buone, Vostra Serenità le saprà concepire da sè sola col 
suo altissimo intentimento.</p>
<p>Ma tornando al proposito fù detto allora, che Cesare abbia 
sostenuto solo il parere contrario e ricusato di abbandonare 
l'Italia, come si vuole, che facesse anco l'anno innanzi, non 
secondando il medesimo consiglio attribuito dalla fama al Principe 
Eugenio, sebben con oggetto differente, cioè di mettere a dovere il 
Bavaro, onde fatte libere le spalle trasferire l'empito della guerra 
al Reno, e penetrare nelle Provincie Francese cercando così di 
riavere il perduto in Italia anzi per via di diversione, che non 
guerreggiando in su la faccia del luogo. Del resto quanto a Vostra 
Serenità non si ebbe mai diffidenza formale del di lei animo, ma 
piuttosto fù temuto, che ella non si riducesse a compiacere gli 
Alleati per soggezione del loro predominio. E sopra tutto si stette 
in Vienna lungamente in paura, che d'un modo, o dell'altro non si 
assicurassero della Città di Verona. Intorno poi alla pace si 
giudicava, ch' ella piacerebbe alla Repubblica per 
l'equilibrio delle forze straniere rimesso in Italia, e 
perchè gli Stati Veneziani tornerebbero a vicinare con Casa 
d'Austria. Anzi parvemi di scuoprire, che il Governo Austriaco fosse 
d'animo di passare più che mai di buon accordo con Vostre 
Eccellenze solendo le amicizie dei Principi crescere di pregio a 
misura della scemata potenza in quelli, che le ricercano. Vale a 
prova di questo ciò, che io scrissi a Vostra Serenità allorchè il 
Conte di Sinzindorf mi fece quel tratto di cortesia distinta, 
indicandomi in generale le pratiche di concordia tenute colla 
Francia, e spargendo di tai lumi il suo parlare, che ben considerati 
dapoi mi servirono a trarne fuori il sistema intero della pace 
riuscita appunto nelle misure concepute su quella scarsa 
comunicazione. Mentre allora fù che Sua Eccellenza chiuse dicendo 
che farebbe mestieri d'intendersela bene con Vostra Serenità, 
alludendo, secondo il mio debil giudizzio, al venturo stato della 
Provincia avuto in occhio dal Cancelliere nel tempo di quel 
discorso. Per altro i Ministri davano a conoscere di non voler 
accettare dentro il maneggio della pace altri interessi, che i 
puramente necessarj a componerla. E quindi non favorivano punto il 
pensiero di convocare Congressi, e meno ancora di ammettervi 
Ministri di Principi indifferenti; prima perchè si ama di sfuggire 
la lunghezza nei trattati, donde i Tedeschi escono per lo più con 
iscapito, e poi perchè i negozj, che vi si potrebbono, accumulare 
sono di natura più presto da recar fastidio, che non vantaggio 
all'Imperadore o risguardino essi la Germania, oppure l'Italia. 
Poste le quali massime è da presagire, che tutto questo affare 
della universale concordia compirassi dai contendenti medesimi, 
adoperandovi la buona intelligenza, che i Cesarei hanno legata coi 
Francesi, dei quali la Corte di Vienna al mio tempo dava segno di 
essere soddisfatta, come anco di aver intiepidita alquanto l'antica 
rivalità colla Casa di Borbone, in grazia forse di alcune 
circostanze, che in oggi tengono mortificate le mire di Francia da 
quelle di prima. E la cagione medesima induceva a confidar durevole 
la pace dal canto dei Francesi, come quelli, che avevano provveduto 
abbastanza all'interesse loro nell'aquisto della Lorena, e si erano 
manifestati avversi da troppo ingrandire l'Infante. Quanto poi 
all'Imperadore, ancorchè stiagli a petto lo spoglio sofferto di una 
parte d'Italia, non sembra verisimile ch' egli voglia ritentare la 
fortuna dell'armi per farne riacquisto, essendo snervate, come sono, 
le forze del suo Erario, e giovandogli di tener calmati gli umori di 
Europa sino ad aver ben assicurato il destino della sua 
discendenza, e messovi sesto coll'elezione di Re de'Romani. I quai 
punti uniti a molti altri che risguardano lo stato interno 
dell'Allemagna, daranno a Cesare assai che fare, e lo distraeranno 
dal pensiero di nuovi impegni. Sicchè il più vicino pericolo 
sovrastante alla pace veniva dagli uomini comunemente riposto nella 
Regina di Spagna, se mai un qualche accidente le prestasse comodità 
di turbarla, e di procacciarsi compagni, i quali non avrebbe 
facilità di trovare nel tranquillo sistema delle cose presenti. Per 
altro spiacerebbe all'Imperadore il riassumer guerra, mentre per di 
lui conto le possibili perdite saranno sempre superiori alle 
sperabili conquiste. Ma se per altrui provocazione fosse egli 
astretto a rÝpeender le armi, e ad aver nemico nuovamente il Duca di 
Savoja, credo che la molestÝa del successo verrebbegli mitigata dal 
compiacimento di tentare la redintegrazione allo Stato di Milano 
delle Provincie perdute, la cui ricupera, oltre di essere utile, e 
facile da custodire, appagherebbe incredibilmente l'animo di Sua 
Maestà mal tolerante di veder il Duca aver messo piede in un così 
bel tratto di Paese per le due arti del Padre e per le sue medesime 
sempre assistite dalla fortuna.</p>
<p>Poco o nulla avrò da dire in risguardo ai Turchi. La guerra tenuta 
contro lor viva dai Persiani, e l'assistenza che i Moscoviti 
prestarono a Cesare, possono contarsi come i due soli vantaggj 
oppostisi alle altre combinazioni tutte avverse. E sebbene le 
gloriose prove delle ultime campagne di Ungheria abbiano insinuato 
ne' Tedeschi un vile concetto delle forze Ottomane, pure 
conoscevano, ch' in simile strettezza di congiuntura ogni moto da 
quella parte valuto avrebbe a dare il tracollo alla bilancia. Non è 
però da rappresentarsi lo smarrimento della Corte sull'avviso 
ricevuto di sedizione destata negli Ungheri, e di apprestati 
militari, che dai Turchi s'incamminavano a quella volta. Siccome fù 
buono, che tai sospetti non siansi avverati, così meglio era forse, 
se durato avessero alquanto più, mentre valsero appena a rianimare 
le provvidenze sù le frontiere, bisognevoli veramente di molta 
opera. Sò che Cesare allora, avvendole riconosciute nei disegni, ne 
rimase scontento, credendole a miglior termine, che non erano, 
<foreign lang="lat">massime</foreign> quelle, che risguardano la Bossina, dove poco altro 
più si era fatto, che diroccare le antiche fortificazioni. Ciò non 
ostante, qualora fosse quistione d'incontrare una guerra Turchesca, 
i Tedeschi non se ne conturberebbono punto, salvo che le cose di 
Cristianità, e massimamente dell'Italia non li distraessero 
con gelosie inopportune. Imperciocchè, come dissi, si fanno 
beffe del Turco in campagna, e la guerra poi di Ungheria è leggier 
cosa all'Imperadore, considerata l'immensa fertilità del paese. È 
ben vero, che dopo perduto il Reame di Napoli, gli acquisti, ch' 
egli potrebbe fare sopra Turchi, non sono di tanta opportunità per 
lui, quanta ne contenevano avanti, perchè la Bossina sarebbegli 
stata di comodo maraviglioso al trasferire delle Truppe di Ungheria 
sul Littorale Austriaco, e a tesserne la comunicazione coll'Italia. 
Per il qual conto ho uditi molti nomini savj querelarsi dell'ultima 
frettolosa pace di Passarovitz, come di quella, che avesse 
intercetto un così bell'acquisto, sostenendo che, se Sua Maestà 
avesse posseduta in oggi la Bossina, gli Alleati non avrebbero avuto 
così buon gioco nella guerra spirata pur' ora. Molta lode bensì 
per questo capo delle assicurate frontiere veniva data comunemente a 
Vostra Serenità, la quale deve compiacersi, che l'oro versato nella 
piazza di Corfù l'abbia ridotta a segno di essere ammirata dagli 
esteri, e riconosciuta daipiù esperti uomini di guerra per non 
inferiore a verun altra. Il cenno, che ho quì fatto di questa 
verità risvegliandomi in mente il nome del Signor Maresciallo di 
Schollenburgh stato autore di sì bell'opera, siccome fù ed è 
sempre confortatore di cose egregie, mi obbliga a testificare alla 
Serenità Vostra la somma riputazione in cui lo tengono tutte le 
nazioni di Europa, poicchè di tutte appunto essendo composta 
l'Uffizialità Allemana, riconobbi una sola essere la voce di esse 
in predicare le doti di questo illustre Capitano. Infinite volte me 
ne ricchiese il Principe Eugenio, nè giammai senza encomio. Lo 
stesso mi è accaduto nel Conte Guido di Starembergh, dopo i quai 
nomi vano è dire degli altri. Non è solo affetto di giustizia, o 
compiacimento di onorare la virtù quello, che mi ha spinto a 
rimarcare distintamente questa particolarità, ma il zelo vi ha 
avuta la sua parte sembrandomi, che un sì fatto esempio conforti 
vie più Vostre Eccellenze a persistere nella savissima pratica di 
preponere alle loro forze terrestri uomini di rara fama; mentre 
posso affermare con verità, che il credito del Signor Maresciallo 
valse non poco a indurre miglior opinione della milizia Veneziana, e 
ciò perche fù creduta raddrizzata in meglio, e condotta a più 
severo ordine di disciplina sotto la direzione di esso.</p>
<p>Prima di finire il proprosito dei Turchi mi chiama l'argomento 
medesimo a parlare della Moscovia, tra cui e Cesare passa una Lega
di vicendevol difesa, il cui effetto oggidì è prossimo a 
manifestarsi nella guerra mossa di recente dai Russi all'Impero 
Ottomano sotto titolo di provocazione avutane per le scorrerie dei 
Tartari. Nella qual guerra parendo, che l'Imperadore non ricusi di 
mischiarsi in ordine ai patti della mentovata Confederazione si fa 
altresi manifesto contenersi dentro la stessa, che la Czarina debba 
assistere il suo Collegato in caso somigliante. Già correvane fermo 
concetto da molto innanzi, e si diceva, che i Moscoviti avessero 
contratto obbligo di venire in ajuto di Cesare con 40,000 uomini, 
se fosse attaccato dai Turchi, anzi alcuni sospettavano promessa una 
pari assistenza all'occasione, che si turbasse per moti interni la 
tranquillità di Allemagna.</p>
<p>Stia però la cosa, come si voglia, piace forse negl'incontri 
presenti alla Nazione Allemana di avere un appoggio così fermo come 
è quello de' Moscoviti; ma non è già di suo gusto il vederli 
farsi cotanto potenti, lo agguerrirsi ogni giorno più, e che 
cerchino a pigliar parte nelle cose di Germania. Tuttavia deve 
accarezzarseli a guisa di chi ridotto in pericolo di naufragio si 
appiglia a ciò, che se gli offre, non guardando, se l'appoggio sia 
tale, che gli laceri il corpo nell'atto di rilevarlo. In fatti la 
presente Imperadrice, camminando su le traccie di Pietro il Grande, 
va ripulendo a gran passi i Popoli a lei soggetti, e affittando le 
parti tutte del Principato, trovandosi fornita di uomini 
proporzionati al disegno tanto per i maneggj politici, che per le 
cose della guerra. Rispetto a queste la Cavalleria non si conta 
valer molto, stante la mala condizion dei cavalli, ma la gente a 
piede prevale forse ad ogni altro dei dì nostri, essendo 
espertissima delle armi, e delle funzioni militari, dedita alla 
disciplina, osservatrice severa degli ordini nelle battaglie, 
disposta per natura alle fatiche, paziente dell'inedia, e spedita 
nel far cammino. Il Czar Pietro vi ha inculcate da bel principio le 
massime dell'onore, senza delle quali non furono mai operate gran 
cose dagli eserciti, onde i soldati recansi ad infamia l'abbandonare 
il posto, o qualsivoglia altra trasgressione d'uffizio, e tengonsi 
que' tali, che ciò commettono, non solo macchiati nella fama 
esteriore, ma rei di peccato innanzi Dio, riputando grave colpa la 
disubbidienza ai superiori, come a persone investite di autorità 
dal Sovrano venerato da quei Popoli con superstiziosa riverenza. Di 
tal fatta sono i Moscoviti presenti, il cui sterminato Imperio ricco 
di numerose popolazioni sta a portata di più mari, ed è 
irrigato da fiumi nobilissimi, per mezzo dei quali si pensò 
nell'età scorsa di poterlo far riuscire il centro del negozio tra 
l'Asia, e l'Europa. Questo Imperio dunque ormai potentissimo, e ad 
ogni ora crescente non è cotanto disgiunto dall'Allemagna, che non 
valesse a darle travaglio massimamente, se la trovasse divisa in 
parti. Anzi per essere Moscoviti di Religione Scismatici, 
troverebbero partiggiani tutti quelli di tal setta, che abitano le 
Provincie Austriache, come sono per esempio i Bassiani largamente 
seminati per l'Ungheria.</p>
<p>Rimane per ultimo di notare alcune mutazioni fatte al sistema 
antico della Corte, sull'intero di cui non ho creduto necessario di 
trattenermi per le ragioni allegate in principio. </p>
<p>Era solito l'Imperadore di non frammettere l'autorità sua nelle 
materie di Stato, ma proferendo la sua opinione assentiva quasi 
sempre al consiglio dei Ministri, i quali è fama, che l'abbiano 
sagaceniente scortato ad una simile, condiscendenza con aggravarlo 
da principio a bello studio del peso degli affari, a cui sentendosi 
impotente di reggere, ne addossasse in seguito i suoi consiglieri. 
Ma riscossa ultimamente la Maestà Sua dalle avversità delio Stato 
fù ella veduta ripigliare in parte il costume di prima, sebbene il 
facesse di nascosto, e quasi celandosi agli occhj del suo Ministero, 
onde teneva carteggio coi Generali, dava loro degli ordini, faceva 
spedizioni arcane alle Corti, e comandava ai Governatori delle 
Provincie. Nelle quali risoluzioni però usava quasi sempre l'opera 
di taluno del suo consiglio, eleggendolo secondo che credeva lo 
ricercasse la natura del negozio. E questo nuovo modo di operare 
generò al di fuori difficoltà grandissiina di sapere la verità 
delle cose, perche non si potevano confrontare insieme i parlari dei 
Ministri di Corte, stante la varietà dei linguaggio loro, secondo 
ch' erano, o no, a parte degli affari correnti. Anco nella Regnante 
Imperadrice, cui per il tempo innanzi non si concedeva di metter 
voce nelle pubbliche faccende, prevalse la forza dei tempi a farle 
vincere gli antichi rispetti, ed essendo Principessa di altissimo 
discernimento, e fina conoscitrice degli uomini, proruppe talvolta 
in isfoghi di zelo su i disordini dei Governo, e se la prese in 
ispezie contro ai Signori Spagnuoli. Ne fù sola in questo 
tentativo, ma ebbe compagni alcuni uomini di schietto costume, i 
quali entrarono per questo verso in grazia dell'Imperadore, essendo 
opinione costante che a Sua Maestà sieno state svelate di 
quelle cose intorno ai Signori Spagnuoli, che in addietro ella non 
aveva dato campo, che le fossero dette, ributtando coll'autorità 
della faccia coloro, che gliene promovevano ragionamento. Ciò non 
ostante o fosse in Cesare dolcezza di animo, o costanza di 
proposito, egli non volle dar segno precipitoso di variata opinione. 
Ma quelli, che tenevano l'occhio attento sulla faccia della Corte, 
conobbero essersi fatta minore l'autorità de' stranieri, e 
<foreign lang="lat">massime</foreign> di taluno più favorito degli altri. Dalle quali 
disposizioni era chi presagiva, che non ritornerebbe più in fiore 
l'autorità del consiglio di Spagna, e per contrario non mancavano 
di quelli, che pigliassero la cosa per un effetto accidentale delle 
circostanze presenti, asserendo, che al cessare di esse 
consegnerebbesi agli uomini medesimi il governo delle Provincie 
Italiane, mutato forse il grandioso nome di consiglio nel più umile 
di Presidenza, o altro somigliante. Quanto però al resto della 
Nazione composta nella maggior parte di Catalani traenti il vivere 
dalle liberalità dell'Imperadore, si pensava in sul mio partire di 
allogarne un gran numero, ciò le persone ignobili, nel Bannato di 
Temisvar, dove assegnar loro delle terre, o somininistrare qualche 
altro mezzo da campar la vita senza carico dell'Erario. Il qual 
pensiero fù immaginato dal Signor d'Amilton, che lo andava mettendo 
in sistema per ridurlo al più presto in esecuzione.</p>
<p>Dopo di ciò i declamatori contro i disordini del Principato 
esageravano i molti abusi della Milizia, cioè il vendersi dei posti 
militari da chi avrebbe dovuto dispensarli per giustizia, la 
libertà invalsa, che gl'Investiti dei medesimi li trasferissero in 
altri per via di contratto, e simili corruttele. Consideravano pur 
anco necessario di moderare il soverchio arbitrio arrogatosi dai 
Refferendarj di guerra, e di riporli dentro i termini del loro 
uffizio, oltra i quali erano trascorsi di molto, cosicchè la grazia 
di tai persone veniva arditamente ricercata dai pretendenti, 
conoscendo essi dipendere da quelle il buon esito dei loro affari, o 
per lo meno esser d'uopo di non averle contrarie. Questi tali però 
ebbero poco da travagliare a tirar dalla loro l'Imperadove il quale, 
se n'era avveduto da molto innanzi; onde assettate che fossero le 
cose della guerra, si attendeva di veder arrecato compenso a sì 
fatto disordine. Nuovo tema di emmenda somministravano i 
passati defraudi circa le guarnigioni d'Italia trovate manchevoli, 
sebbene fossero pagate in supposizione d'intiere. Anzi si 
pretendeva, che il danaro militare, ben dispensato che fosse, 
varrebbe a trattenere maggior corpo di esercito. Ed ho saputo, che 
un ministro camerale presentò a Cesare un computo dimostrante, che 
il fondo di guerra, come stava in Milano, valeva a fornire più 
truppe assai, che non erano le da lui sostenute in avanti. Del 
rimanente o gli Stati siano per potervi reggere, o vi si abbiano a 
spedire soccorsi di soldo d'Allemagna, io lasciai la Corte 
determinatissima di voler presidiare l'Italia con forze più 
poderose delle tenutevi il tempo sopra in proporzione del dominio 
restato. <foreign lang="lat">massime</foreign> dopo scoperta nel Duca di Savoja una tanta 
inclinazione, e abilità alle armi ammirata con sorpresa di tutti in 
un Principe nuovo alle guerre, e non messo in prospetto dalla fama 
per bellicoso. Sicchè questo genio marziale di lui, rendendone 
maggiormente sospetta la vicinanza, consigliava i Cesarei a tener 
ben guarnita d'Italia, e a vegliare su le cose proprie.
Ma per ciò fare sarà mestieri di gran supplementi alle armate di 
Sua Maestà, essendochè fossero ridotte in sul mio partire a bassissimo stato, e ciò che non è reparabile, vuote di gente veterana 
mancata nelle sanguinose battaglie di Lombardia, oppur dispersa 
dalle fughe, o consunta da malattie, i quai pregiudizj trapassarono 
l'ordinario costume per l'aspro trattamento, ch' ebbero i soldati in 
particolare nella seconda invernata, constando esservi morte nel 
Mantovano le migliaja di persone da difetto di paglia, su cui 
coricare i corpi afflitti dalle fatiche, e per non essere sovvenute 
nel male degli opportuni rimedj. Del qual modo avendo in piedi la 
Maestà Sua da ben 180.000 uomini, che mai tanti n'ebbe a suoi 
stipendj nessun Imperadore di Casa d'Austria, fù veduta non molto 
appresso penuriare di gente, e lasciar le Provincie per non averne 
assai da fronteggiare ì nemici. Non minor danno fù pur quello di 
aver perduto un tanto numero di buoni capi militari, e ciò in 
tempo, che Cesare non ne abbondava, come per altro ha ripiene le sue 
truppe di esperti bassi Uffiziali. Nè si può tampoco far querela 
della Soldatesca trovata quella di prima nel valore, e 
nell'ubbidienza, toltone che non fidava, come in passato ne' suoi 
Commandanti. Ma la perdita occorsa di tanti Generali conturbò 
infinitamente la Nazione, perchè fù in vero maggiore di quanto 
avrebbe importato la qualità delle straggi ricevute. E parve anche 
questi un effetto singolare del destino, di cui vide un 
consimile esempio l'Imperadore Ferdinando Terzo nei fatti d'armi di 
Boemia.</p>
<p>Tra le deliberazioni avvenire non è da lasciarsi indietro 
l'elezione di Re de Romani, e di sposo all'Arciduchessa secondo 
genita. Sulla prima concordano gli universali pareri, che abbia a 
verificarsi, nel figlio atteso dell'Arciduchessa Teresa ora Duchessa 
dì Lorena. Certo è però, che l'Imperadore non ha contratto di 
ciò verun impegno col Duca, ne manco al tempo, che dispose degli 
stati di esso nella pace con Francia, convenzione, come io scrissi a 
Vostra Serenità e come ha confermato l'Eccellentissimo mio 
Successore, ignorata dal Duca, o almeno a lui non comunicata in 
precisa forma dalla Corte di Vienna. Circa poi al secondo 
particolare risguardante il maritaggio dell'Arciduchessa Marianna 
vagheggiato dalla Regina di Spagna per l'Infante, sono fuori della 
necessità di ragionarne, avendolo trattato diffusamente in più mie 
lettere.</p>
<p>Perlocchè a metter fine a questa relazione mi resta solo di 
effigiare a Vostra Serenità alcuni personaggj saliti in posto nel 
tempo della mia residenza, e di far una qualche menzione 
dell'Imperadore, il quale, benchè regni da grandi anni, ed abbia 
avuto campo da manifestarsi, passando tra mezzo ad ogni sorta di 
umane vicende, in questa ultima occasione però ha fatta più chiara 
mostra dell'animo suo. Resse egli con intrepidezza stupenda ai colpi 
replicati delle avversità, ne fù mai veduto inquietarsene, o molto 
meno disperar delle cose. Non alterò punto l'ordine del suo vivere, 
disponendo le ore, come soleva in addietro, e perchè molte suol 
darne al culto religioso, seguì a farlo con tanta sedatezza, e 
raccoglimento, che niun segno traspariva in lui di mente alienata da 
ciò, che faceva, o rapita dal pensiero delle sue disgrazie. Faticò 
instancabilmente nelle cure del Governo, non passando giorno, che 
non parlasse coi suoi ministri, e non di rado convocavali insieme. 
Rivolgeva con diligenza tutte le spedizioni della Cancellaria, del 
Consiglio di Stato, e della Guerra, e vi aggiungeva istruzioni 
proprie, o regolavale con postille di sua mano. La qual'opera 
esercitandosi intorno a sterminati fascj di carte, faceva 
maravigliare i ministri nel riceverle indietro visitate, e soscritte 
in brevissimo tempo, che nessun di loro al certo durava altrettanta 
pena in servire la Maestà Sua. Conservò del pari il solito stile 
delle private Udienze, i cui accoglimenti non rissentivano 
alterazione nessuna dalle calamità dello Stato; ma vi si incontrava 
la medesima posatezza di persona, la cortesia e l'ilarità della 
faccia, secondo che volevano le circostanze delle persone, o dei 
negozj, Il che fù rimmarcato singolarmente nel ricevere, che fece 
innanzi a sè quelli che ritornavano a Corte dalle Provincie perdute 
sotto il loro commando; cosa invero d'insolito costume nei Principi 
misuranti d'ordinario il merito degli huomini dai successi, e 
persuasi in oltre di ricuoprire la dignità propria condannando gli 
esecutori delle imprese. Circa il quale proposito, se devo attenermi 
ai comuni giudizj fù anzi desiderata minor clemenza. Ma, per dir 
tutto, non pervennero sempre a Sua Maestà le intere notizie dei 
successi velati bene spesso o dall'interesse, o dalla suggezione dei 
relatori. Basti però il fin quì detto, poicchè non è questa la 
prima volta, che Vostre Eccellenze intendono far parola 
dell'Imperadore, e sanno bellissimo onde avvenga, che malgrado 
l'essere egli il più illuminato, ed il più virtuoso di quanti 
regnano, pure le azioni del suo Governo sempre non rendano suono 
conforme a sì rari principj. Vengo dunque agli altri personaggj. </p>
<p>Il Duca di Lorena è amatissimo da Sua Maestà, e non senza 
ragione, mentre oltre di essere signore di quelle doti, e che veniva 
considerato qual futuro sposo di una Principessa eredittera 
universale di Casa d'Austria visse, egli in Corte con cieca 
dipendenza da Cesare il cui genio cercò d'incontrare in ogni cosa 
ancorchè minuta, piuttosto avvenente della persona, di costumi 
soavi, e manierosi, e raccoglie in sè tutti gl'indizj di umano, e 
discreto Principe. Ama la caccia, e più ancora la musica, 
massimamente la strumentale, con cui passa volentieri qualche ora 
del giorno. Nel conversare si dimostra di spirito svegliato, e vi 
adopera maniere pieghevoli, che gli acquistano l'affetto di chi seco 
ragiona. Parlava non di rado anco degli affari di mondo, e amava di 
saper quelli, che occorrevano alla giornata, ma il faceva in forma 
assai modesta, e lontana da presunzione di giudizio. Di più non era 
dato di scuoprire nel Duca in quegli anni della mia Ambasceria, nei 
quali stava egli consegnato alla discrezione dell'Imperatore lungi 
da Stati suoi, e senz' altro più importante negozio, che quello di 
addochiare la sua vicina sfortuna nell'Arciduchessa, a cui, senza 
questo, portava affetto grandissimo.</p>
<p>Ella in fatti a comune giudizio è tale, che niun' altra che 
lei si eleggerebbe a sostenere l'eredità di Casa d'Austria, se 
fosse libero di cercarne l'ereditiera in tutto il mondo, e 
prescieglierla per merito di virtù, e di costumi. Non manca di 
bellezza, ed essendo piuttosto gracile di corporatura, e di poco 
vivo colore, aveva guadagnato assai nell'una condizione, e 
nell'altra da circa un'anno prima della mia partenza. Ha il 
portamento composto, e la guardatura inclinante al grave, ma non 
però scompagnata di grazia. Non è da potersi dire abbastanza, come 
adempia esattamente a tutte le convenienze della vita civile, 
dispensando le parole, e le azioni sue con misura isquisita. Sortì 
per altro in educatrice una dama di fino spirito, e di amiribile 
desterità, la quale conobbe, e coltivò, come era d'uopo, le rare 
disposizioni della Principessa. Ebbe maestri di grammatica latina, 
di geografia, e di storia, come nell'arte del disegnare, e nelle 
lingue Spagnuola, Francese, ed Italiana. Queste lingue le parla 
tutte compiutamente, e ne intende la forza, e la proprietà tanto 
che il signor Spagnaghel mi attestò, che negli autori latini fosse 
ella giunta a conoscere le differenze dello stile, e a parzializarsi 
più per l'uno, che per l'altro adducendone buone ragioni. Ma forse 
il pregio migliore di questa Principessa si è l'elevatezza del suo 
spirito congiunto ad una certa virilità di animo atto oggimai a 
trattare faccende grandi. E già mostra di sentire la sua fortuna, e 
quando le avvenga di esserne in possesso, è da tenersi per 
costante, che non avranno dispotico arbitrio quelli, che le staranno 
al fianco per consiglieri.</p>
<p>Non ha due anni, che nella Conferenza, o, sia nell'intimo Consiglio 
di Stato prese luogo il Conte di Arrach, quegli, che sostenne il 
Vice Regnato di Napoli, Cavaliere di nobil famiglia, e fra le 
ricchissime dell'Austria. Fù egli spedito nella prima gioventù in 
Ispagna, dove succedette al padre, che risedeva presso Carlo 
Segondo, e vi trattava l'aspro negozio della successione. Gran bene 
di lui ho inteso dire dai signori Napolitani, <foreign lang="lat">massime</foreign> per 
conto della giustizia, e dell'affabilità, e tale mi si dimostrò in 
pratica nelle frequenti occasioni di trattar seco.</p>
<p>Dalla morte del Conte di Althan, Sua Maestà non ebbe più nessuno 
in grado formale di favorito sino alla rottura di questa 
guerra. Dopo il qual caso prese in grazia distinta il Signor 
di Amilthon, Cavaliere Irlandese, dato alla professione militare 
esercitata di esso in Catalogna, e in Italia, e avuto caro tanto dal 
Principe Eugenio quanto dal Maresciallo di Starembergh. Egli venne 
in favore dell'Imperadore per una via molto particolare, anzi 
pericolosa da battersi, se non sotto un Principe magnanimo, qual'è 
veramente la Maestà Sua. Ciò fù parlando con libertà del Governo 
senza risparmiarne i personaggj più grandi, nè tampoco i più 
favoriti da Cesare. E credo lo facesse per zelo essendo signore di 
tratto ingenuo, inimico della menzogna, e alieno dall'adulare, il 
posto suo è di Capitano della guardia a piedi, ma ultimamente fù 
amesso nel Consigho di guerra, e ottenne l'importante Governo di 
Temisvar. L'Imperadore lo distingue con tratti di cortesia non 
ordinarj, e conferisce seco da solo sopra molte materie. Di che 
avveduti i Cortiggiani serbano inver lui ogni risguardo 
immaginabile, e i Militari lo cortegiano per averlo benevolo nelle 
loro pretensioni.</p>
<p>Un altro posto di favore occupa il signor di Bertesthein,
Segretario della Conferenza di Stato. Il suo forte è la 
giurisprudenza Allemana non senza accoppiamento di critica, avendo 
egli fatti buoni studj in Strasburgo, dove anco apprese la lingua 
Greca.
Venuto in Vienna trovò impiego nella Camera e di Re passò al 
Ministero politico sino a salire al grado di primo Segretario, il 
qual'uffizio, sebbene sia di mera esecuzione, pure il credito 
dell'uomo assistito dalla grazia dell'Imperadore lo rileva oltre 
l'usato. Quindi avviene, che la di lui casa sia ripiena di signori, 
e di poco in quà gli stessi ministri forestieri di seconda sfera 
hanno comminciato a frequentarla per disperazione di poter 
altrimenti riuscire nei' loro negozj. Quasi tutti gli scritti 
pubblici dati in luce in questi ultima guerra vengono dalla sua 
mano, e vi si discuopre un ingegno versatile, ma insieme acre, e 
puntiglioso. Di fatto le maniere di lui non sono delle più soavi, e 
chi lo maneggia trovalo un po' forte nelle espressioni, inflessibile 
poi di opinione, e vivace nei partiti. Posso ben dire a Vostra 
Serenità essere egli stato uno di que' pochissimi, i quali o 
seppero dissimulare più degli altri la costernazione dell'animo, o 
reggere con vera intrepidezza alle replicate avversità del 
Principato. Stando pur le cose all'estremo non diè seguo veruno, 
che gli fosse mancato il cuore, ma sempre volgeva per niente 
progetti, o immaginava vicina l'assistenza di un Principe o 
dell'altro. Per la qual via è verisimile, che si accrescesse la 
benevolenza di Cesare; essendo naturale di mettere affetto in quelle 
persone, che ci confortano contra le sciagure, e ci additano i mezzi 
da liberarcene. Oltracchè, appartenendo ad esso il tutelare i 
dritti Imperiali nelle controversie, che accadono in punto di 
ragione, egli vi si impiegava con solerzia infinita, blandendo così 
l'animo di Cesare e de' suoi MÝnistri.</p>
<p>Fra tali contingenze ho io passata la mia legazione di un triennio 
intiero, dentro il quale, se alcuna cosa riuscì di buona circa 
gl'interessi raccomandatimi, che non furono nè pochi nè leggieri, 
è da assegnarsene laude alle saggie istruzioni di Vostre 
Eccellenze. </p>
<p>Mi accompagnò nel viaggio e stette meco il primo anno 
dell'Ambasceria Sier Francesco Morosini dell'Eccellentissimo signor 
Michiel Cavalier, e nel partire, ch' egli fece di colà, lasciommi 
fondamenti non incerti, che riuscirebbe tal cittadino da non 
derogare agli onorati esempj de' suoi Antenati, e da corrispondere 
alla straordinaria coltura aggiuntagli nella pratica della più gran 
Corte di Europa.</p>
<p>Ebbe in Segretario il fedelissimo Gasparo Alberti trovato già 
molto esperto di quella Corte, dove dimorava da quasi cinque anni, 
onde la di lui perizia mi fù di conforto, siccome l'abilità sua mi 
aleggerì il peso del Ministero, e la fede poi, e la modestia de' 
costumi diedero l'ultimo compimento ai miei desiderj e al buon 
serviggio di Vostra Serenità.</p>
<p>Il clemente di lei aggradimento per l'Ambasceria sostenuta alla 
Corte Imperiale non mi si poteva manifestare in più onorato modo, 
che per mezzo dell'elezione, che Vostre Eccellenze si sono 
compiaciute fare di me all'altra di Roma. Io la ho abbracciata col 
medesimo proponimento, con cui intrapresi il passato servigio, cioè 
di consegrare tutto me stesso agli interessi della Repubblica, e di 
vincere colla diligenza il difetto delle altre parti, massimamente 
dopo aver conosciuto, che Vostra Serenità conta a grado di merito 
nei cittadini il solo desiderio, che in essi discuoprasi, di ben 
servire la Patria. </p>
<closer><dateline>A dì 13 Settembre 1736.</dateline>
<signed>Marco Foscarini Cavalier.
Ambassador ritornato. </signed></closer></div1></body></text></TEI.2>
