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      <title>Relazione di Francia di Francesco Venier (1740)</title>
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      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
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        <title>Relazioni di ambasciatori veneti al Senato : tratte dalle migliori edizioni disponibili e ordinate cronologicamente</title>
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        <author>Firpo, Luigi</author>
        <publisher>Bottega d'Erasmo</publisher>
        <pubPlace>Torino</pubPlace>
        <date>1965</date>
        <note>Il volume settimo va dal 1659 al 1792.</note>
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<div1 n="Relazione di Francesco Venier">
<opener><salute><hi rend="italic">Serenissimo Principe</hi>, </salute></opener>
<p>Nel riferire a Vostra Serenità, in obbedienza delle publiche leggi, 
lo stato presente del Regno di Francia dopo il mio ritorno da quella 
Corte, credo di non dover trattenermi né sopra quegli articoli, che sono 
stati a Vostre Eccellenze esattamente esposti da miei eccellentissimi antecessori, né sopra gli altri, che né hanno né possono avere conseguenza 
veruna. Lo scoprire, per quanto si può, le interne fondamentali massime 
di un governo, deve esser l'opera d'un ministro, e la più autentica loro 
prova sono le direzioni, che si prendono negli affari. Convien far poco 
conto delle parole e delle promesse, allorché le imprese e l'esecuzioni 
ne rischiarano il vero disegno. Da quegli avvenimenti dunque, che 
accadettero nel mio triennio, alli quali connettendo gli altri, d'onde 
quelli ebbero origine, ne deriveranno, come per necessaria conseguenza, 
le massime del Ministero, e il carattere de' ministri. È noto all'eccellentissimo Senato, che, tra le massime di Lodovico il grande, la principale 
e la più costante era quella di sostenere il predominio in Europa. 
Infatti erasi egli, con le sue vittorie, e con le sue conquiste, svegliata 
non solo la gelosia di tutti li Principi, ma infine si erano questi rivolti 
tutti contro la Francia, perché a gran passi vedevasi questa avvicinarsi 
all'arbitrio ed all'autorità universale. Gli avvenne fortunatamente però 
di poter disgiungere l'Inghilterra da' suoi alleati, e di promovere in 
tal modo li principî della pace d'Utrecht, il che, se non succedeva, 
era ridotto a mal partito il Regno di Francia. Morto poco di poi quel 
potentissimo Re, e succeduta la Reggenza del Duca d'Orleans, il quale 
governò il Regno con massime particolari, parvero assopire le gelosie 
dell'Europa. Il signor cardinale di Fleury, quando entrò nel Ministero, 
trovò tali disposizioni negli interessi de' Principi, principalmente per 
il recente procedere del signor Duca di Bourbon, che prendendosi le altre 
Corti poca, e quasi nessuna gelosia della Francia, poté egli francamente 
pensare al ristoro della Monarchia, esausta di danaro, oppressa da aggravî, e con non abbondante numero de soldati. Ottenne questo ministro 
eziandio il suo disegno, e, rimessa a poco a poco la Monarchia dalle 
passate sue perdite, poté poi imprendere una delle più memorabili e 
più fortunate guerre, che mai abbia trattato la Francia. Dall'esito della 
medesima, e da quelli avvenimenti che la precedettero, si conosce da 
chi ben vuole considerarli, che la massima del signor cardinale non è 
niente dissimile da quella di Lodovico il grande, né vi è che il modo 
di maneggiarla, che ne sia differente. Quella del Re defonto era condotta dalla forza, dalle minaccie, e dall'elatezza; questa dalla piacevolezza, dall'industria, e da genio di pace, e il signor cardinale procedendo con tali modi, ne' quali è mirabilmente riuscito, Vostre Eccellenze conosceranno nel racconto di questa mia imperfetta relazione, 
che Sua Eminenza ha eziandio sorpassato quel glorioso Monarca. È soverchio il dire, come siasi fatta la pace. Parve che l'assedio di Mantoa, e il suo possesso vagheggiato dalla Regina di Spagna, e dal Duca 
di Savoia ne siano stati la più decisiva ragione. Io dirò solamente, che il 
signor cardinale, temendo le gelosie delle altre potenze, e riguardando 
insieme l'economia dell'erario, si determinò finalmente a render la 
pace all'Europa in quel modo, che a Vostra Serenità è già noto. </p>
<p>Trovai dunque al mio arrivo alla Corte segnati già li preliminari 
di pace con l'Imperatore, e si maneggiavano le negoziazioni per ridurre ed accordare in un formale trattato le pretese scambievoli di 
que' Principi, ch'ebbero parte in la passata guerra. Stava impresso 
altamente nel cuore della Regina di Spagna il torto fatto alli suoi alti 
disegni dall'improviso accordo de' preliminari; viveva ancora il riputato ministro Patigno, che ne fomentava il fervore, e la Corte di Turino che pareva andasse congiunta di massime con quella di Spagna 
facevano insorgere ad ogni passo nuove difficoltà. La principale, e la 
più importante era quella dell'evacuazione, che li Spagnuoli dovean 
fare della Toscana. </p>
<p>Premeva sommamente al signor cardinale, che un tal articolo si 
terminasse, non tanto per cercar testimonî alla Corte di Vienna della 
fede sua, ma principalmente perché ardentemente bramava, che la 
Francia andasse al possesso del riguardevole Stato della Lorena. Dall'altro canto la Corte di Turino osservando la resistenza del Re Filippo, e nel differire sperando ulteriori vantaggi da qualche improviso 
avvenimento si mostrava malcontenta delle arbitrarie disposizioni della 
Francia, contrarie agl'impegni presi nel trattato, ch'erasi prima della 
guerra conchiuso. In mezzo a queste difficoltà, che ingombravano sommamente l'animo del signor cardinale, muore il ministro Patigno, e 
in conseguenza l'artefice più industrioso delle idee e delle imprese della 
Regina di Spagna. È cosa certa, che per mancanza di questo ministro 
si rese più docile la Regina Elisabetta, la Corte di Turino perdette il 
suo appoggio, si evacuò quindi la Toscana, e si segnarono le avversioni 
dell'una e l'altra Corte a' preliminari. Ne rimase contenta la Corte 
di Vienna, ma nel giro della negoziazione seminò diffidenze, che riuscirono dispiacevoli al signor cardinale. Temeva l'Imperatore, che nel 
giro delli maneggi, che precedettero le avversioni, non ne avesse parte 
non solo il ministro Patigno, ma eziandio il ministro di Francia. Il 
principale sospetto cadeva sopra il guardasigilli, a cui s'imputavano 
secrete intelligenze con la Corte di Spagna. Se ne poté agevolmente 
accorgere il signor cardinale, e perché non se gli potesse mai imputare 
veruna colpa, medita ed eseguisce la rovina del guardasigilli. Dovrei 
qui trattenermi, e sopra un avvenimento, che fece grande rumore in 
Europa, dovrei parlare un poco più distesamente, ma per non interrompere il filo di questa narrazione si riservi l'articolo ad altra occasione. 
La Corte di Vienna adunque contenta oltre modo di veder cacciato il 
guardasigilli si unì così strettamente con quella di Francia, che si può 
dir dipendesse dalli consigli del signor cardinale. Questo accorto e riputato ministro vedendosi per così dir in sua mano ogni arbitrio della 
Corte di Vienna seppe così ben prevalersene, che finalmente ridusse 
a fine la grand'opera del trattato di pace. Fu questo accordato tra la 
Corte di Vienna e quella di Francia, e fu esibito poi a quella di Spagna 
e di Turino. Nuove lamentazioni quindi dell'una e dell'altra Corte; la 
Spagna non voleva aderire ad un trattato, ch'erasi conchiuso senza 
che ne fosse stata a parte. Sosteneva che era bastevole l'aversione 
de' preliminari, e che se per avventura dovesse accedere al trattato 
non vi accederebbe, che per quegli articoli che aspettar le potessero. 
Anche la Corte di Turino non contenta della dispotica autorità, con cui 
erasi concertato dalla Francia il trattato con Cesare, dolevasi in oltre, 
che sopra l'articolo del possesso di Seravale, si introducessero cose non 
accordate, e si volesse sforzarla ad acconsentirvi. Di lunga e non agevole discussione fu il nuovo maneggio, e senza riandar cose, già scritte 
a Vostre Eccellenze nel corso della mia legazione, si contentarono in 
fine le Corti di Francia e di Vienna, che la Spagna accedesse al trattato in quegli articoli solamente che a lei aspettavano, e il Duca di Savoia, con una premessa dichiarazione ch'intorno l'articolo di Seravale 
non s'infrangessero in verun modo le cose accordate ne' preliminari, 
accedette anch'egli al trattato. Il Re di Napoli seguendo gli ordini 
della Corte Cattolica, da cui, com'è noto, intieramente dipende, spedì 
li pieni poteri al suo ambasciator a Parigi, e con le ordinarie scambievoli ricognizioni d'ogni pieno potere de' Principi contrattanti, si stabilì, si sottoscrisse, e ratificato il trattato si publicò finalmente la pace. 
Prima che si concludesse, furono chiamate ad accedervi le potenze 
Anglollande, ma queste con desterità ricusarono d'aderirvi, come quelle 
che non ne ebbero parte veruna, il che appunto era uniforme al desiderio del signor cardinale. </p>
<p>In tal modo dopo una corta, ma sanguinosissima guerra andarono 
li Principi al possesso dei loro respettivi stati, e la Francia s'impadronì 
finalmente di quello, a cui tante volte, ma indarno, aspirato avea 
Luigi XIV. La scienza delle circostanze è il vero modo di governare 
ed avvantaggiare li Principati, e il signor cardinale ottimamente ne 
sa conoscere il tempo. Non si curò che la Francia, nel manifesto con 
cui dichiarò la guerra all'Imperatore, avesse protestato di non voler 
per essa veruna conquista, quando la congiuntura gli promoveva 
vantaggi forse già machinati, ma non mai attesi dalle altre Corti d'Europa. Sogliono esservi nelle direzioni di un Ministero massime, che 
possono dirsi perpetue, cambiano bensì i modi del maneggiarle, e gli 
uomini, che rare volte sanno penetrare il mistero, si appagano facilmente delle apparenze. La Francia dunque stabilito il possesso della 
Lorena vi collocò, com'erasi già accordato, il Re Stanislao. L'autorità 
di questo Principe dipende unicamente dai cenni del signor cardinale, 
e si può dire che Stanislao non ne abbia che l'ombra. Quella provincia, 
che tale al presente può nominarsi, annessa al Regno di Francia, governata colle stesse leggi, con cui si governano le altre provincie, diviene 
un riguardevole accrescimento alla potenza e alle vaste rendite di quel 
Regno. Nel trattato di pace si riservarono le pretese degli allodiali, 
le quali dovevano esser trattate coll'intervento della Francia in vigore 
degl'impegni contratti dal Cristianissimo. Mentre resta a decidersi 
questo articolo, che quantunque di non grande importanza, potrebbe 
divenire un giorno fatale motivo e pretesto di qualche nuova insorgenza, 
trattavasi dalla Moscovia la guerra contro la Porta. L'Imperatore, 
speditosi appena da quella contro la Francia, medita d'imprenderne 
un'altra contro de' Turchi, giacché l'alleanza con la Moscovia gliene 
somministrava una opportuna occasione. Speravasi dalla Corte Cesarea di cogliere immensi vantaggi, perché riputava assai agevole impresa il muover guerra a' Turchi, che si decantavano abbattuti di forze 
e ridotti quasi all'inopia. Ho più volte inteso parlarne i ministri cesarei 
in Parigi con tal confidenza, che già sembrava potersi cantare il trionfo 
prima della vittoria. È soverchio il riferire come siasi agitata quella 
guerra, e quali ne siano stati gl'infelici avvenimenti. Io non li ripeterò 
a Vostre Eccellenze, e seguendo l'oggetto di questa narrazione credo 
dovermi ristringere solamente al racconto del trattato di pace, che 
col mezzo della Corte di Francia si conchiuse tra li tre imperî. Può 
dirsi che nel tempo medesimo che l'Imperatore mosse le armi contro 
la Porta, si cominciarono li maneggi di pace. Li Turchi addimandarono 
più volte la mediazione della Francia; la Moscovia voleva quella delle 
Potenze Anglollande, e l'Imperatore stando perplesso per li riguardi, 
che aveva verso la Francia, e verso la Corte di Russia, non sapeva decidere, se dovesse riporre il maneggio negli arbitrî del solo signor cardinale, ovvero unirvi anche quello delle potenze Anglollande. </p>
<p>Non fu corto, né senza amarezze scambievoli il maneggio in Francia, 
ma finalmente il signor cardinale protestò, che quando li Turchi ne fosser 
contenti, la Francia non ricusarebbe d'unirsi anco cogli Anglollandesi 
per conchiuder la pace. Li ambasciatori d'Inghilterra e d'Olanda 
si maneggiavano a Costantinopoli cogliendo la congiuntura delle ordinarie vicende di quel governo, onde le di loro respettive Corti fossero 
a parte del grand'affare. Ma come sapevasi dal Ministero ottomano, 
che il signor cardinale mostrava d'acconsentirvi anzi per certa apparenza, che per un vero suo compiacimento; così li Turchi mai vollero 
acconsentirvi. Per questo vi è qualche spregevole argomento per credere, che coltivando il signor cardinale l'ordinaria propensione de' Turchi 
verso la Francia abbia attraversato col destro maneggio dell'ambasciatore Villanova il disegno delli ministri Anglollandi. Era uniforme il 
procedere del ministro di Francia, al quale come era già riuscito nell'ultima pace di Vienna di escluderne gli Anglollandi, onde toglier loro 
la riputazione ed il credito, così voleva allontanarli anche da questo 
maneggio. Furono secretissimi ed industriosi li rigiri della Francia 
e delle Corti Anglollande; di quella di escluder queste, e di queste per 
allontanarne quella, o almeno per congiungersi seco nella mediazione 
talmente che fu disteso un progetto di pace dalli ministri Anglollandi, 
colla speranza che potessi riuscir aggradevole alli Principi in guerra. 
Cesare ne fu informato; ma da una parte temendo di disgustare il signor cardinale, dall'altra sperando che la seconda campagna riuscir 
potesse più fortunata, amò meglio di continuare la guerra. Li Turchi 
dunque non acconsentendo mai alla mediazione degli Anglollandi, 
l'Imperatore si vide costretto di gettarsi anche in questa occasione 
agli arbitrî della Francia, e vi ridusse eziandio la Corte di Russia. </p>
<p>Qui cade in acconcio di parlare delle gelosie della Francia contro 
della Moscovia, e dell'indifferenza di questa verso del Cristianissimo. 
E noto quali siano state le vicende della guerra, che si trattò da' Francesi in Polonia a favore di Stanislao. Quantunque siasi terminata per 
opera della Francia, nondimeno rimasero altamente impresse nell'animo 
de' ministri francesi le sue vicende in modo, che da quel tempo in poi 
non si poté veder di buon occhio quella potenza, che fu la principale 
fautrice del partito del Re Augusto. Parve alla Francia, che dalli sfortunati avvenimenti successi in Polonia si fosse denigrata la sua gloria 
come la sua potenza, ma come non potevasi farne conoscere il risentimento contro la Russia per esser questa non solo potentissima, ma 
eziandio troppo lontana, si fomentò nell'animo il dispiacere, e si meditarono industriosi e secreti risentimenti. La Corte di Svezia, e per l'antica amicizia con quella di Francia, e per l'innata aversione de' Svezesi contro della Moscovia, si credette un valevole mezzo per machinare 
qualche disegno. Questo anche restò eseguito con un trattato, che si 
chiamò de' sussidi, che la Francia dovea pagare alla Svezia per certo 
numero di truppe da mantenersi da questa, pronte ad ogni esigenza 
e richiesta di quella, li colorì un tal trattato con il pretesto, che non 
fosse che una rinovazione dell'ultimo ch'era già spirato, e se ne publicarono anche gli articoli. Infatti non potevano questi recar ombra 
veruna, ma la secretezza di qualche altro articolo, che non si seppe, 
e che fu certamente accordato, diede motivo di sospettare ciò che infatti si fece. Il signor cardinale con le solite sue maniere dolci, ma 
accorte ne parlava come di cosa assai indifferente, ma tutte le mire tendevano a mover li Svezesi contro la Russia nel tempo che agitavasi 
la guerra de' Turchi. Si voleva compagna la Danimarca, ed anche 
con questa si propose un trattato poco dissimile da quello ch'erasi 
con la Svezia accordato; e a tal oggetto si mandò a Copenaghen il 
signor di Savigni, ministro, per li passati suoi impieghi, espertissimo. 
Quantunque la principal direzione si portava contro la Russia, nondimeno gli effetti potevano esser fatali anche all'abbondante e ricco 
comercio, che gl'Inglesi fanno nei mari del Nort. Erasi così bene condotta la machina che la Svezia pronta già a muoversi contro la Russia 
non aspettava che il momento d'aver seco congiunta anche la Danimarca. Ma tutto abortì per gl'industriosi rigiri del Ministero Inglese, 
che bene intendevasi con la Corte di Russia. Prevenne questo la Danimarca, e con condizioni a questa più vantaggiose accordò un trattato 
che pur fu detto de' Sussidî, e che ruppe affatto ogni maneggio della 
Francia. Sconcertato dunque il disegno, ch'erasi machinato, si risolvé 
il signor cardinale al ripiego di procurare quanto per lui si poteva, 
la pace co' Turchi. Restavano non dimeno secrete amarezze e fortissime 
negli animi della Czarina e dell'Imperatore, allorché si penetrarono 
tutti li maneggi fatti dalla Francia colle potenze del Nort. </p>
<p>Li Turchi non volevano scostarsi dalla mediazione del Cristianissimo, e l'Imperatore, che non poteva ritirare un passo ch'era già fatto, 
condiscese, che l'ambasciator Villanova fosse al campo del primo Visir 
per trattare la pace. </p>
<p>Può anche sembrare che questo ministro l'abbia concluso, ma le 
direzioni del general Neupergh, e quelle dell'emissario Cagnoni, mandati 
entrambi, il primo dall'Imperatore, l'altro dalla Czarina al campo del 
primo Visir, fan conoscere le diffidenze, che si erano concepite della 
mediazione della Francia. La pace dunque coi Turchi fu conchiusa 
nel modo e con le condizioni a Vostra Serenità già note; e senza che la 
Czarina attribuisse colpa veruna al suo emissario, fu disapprovata poi 
la condotta del general Neupergh dall'Imperatore, imputandolo d'aver 
sorpassate le commissioni, e di aver a modo suo conchiusa la pace. 
La Czarina non fece alcuna lamentazione, e con il silenzio dimostrò 
la sua indifferenza. Ne' miei devoti dispacci ho già distesamente scritto 
a Vostre Eccellenze il misterioso procedere della Corte di Vienna, accadendo il più delle volte, che compariscono li ministri colpevoli, allorché 
si vuol salvare qualche oggetto di maggior importanza. Segnati dunque 
li articoli preliminari da que' ministri, lasciò che la Francia facesse il 
resto. Questi furono li maneggi corsi in una pace, che tanto sorprese 
l'Europa; e dalle cose sopra discorse agevolmente si può dedurre, quali 
siano le massime, e il carattere del Ministero di Francia. Le idee di 
arbitrio e di autorità si riconoscono niente dissimili da quelle, che stavan 
nel cuore de' ministri del Re defonto, e al presente non se ne coloriscono che li modi. </p>
<p>Nuovo argomento e quasi evidente delle cose sopra enunziate è il 
procedere della Francia nella guerra, che presentemente si agita tra 
Spagnuoli ed Inglesi. Non ha mancato il Ministero di Francia d'infonder speranze nell'animo del Re Filippo, onde animarlo ad una guerra 
che può essere né a' Spagnuoli, né agl'Inglesi giovevole, ma che può 
ridondare in vantaggio e gloria maggior del Cristianissimo. Il signor cardinale osserva tranquillamente gli avvenimenti che insorgono, o per 
trattare a tempo opportuno una pace, in cui si riconoscano li gloriosi 
arbitrî della Francia, e forse anche per framischiarsi in la guerra. Egli 
è ministro in fatti alieno dalle armi, ma non convien credere, che egli 
a tal segno ne sia lontano, che sperandole avvantaggiose o necessarie 
ricusi di maneggiarle. Io non posso asserire, quali siano stati li secreti 
movimenti, che si sieno dati li ministri di Francia a Londra, onde tener animato il partito contrario alla Corte; ma è certo, che si volle 
sostenere da alcuni, che la Francia ne abbia avuto qualche secreta parte. 
In tal modo conosce il signor cardinale, che tenendosi animati li due partiti in Londra, e fomentandosi per conseguenza le pretese, e l'ardor 
della guerra, può la Francia una volta rimanendo spettatrice degli 
avvenimenti esser arbitra eziandio di questa pace. Mostra bensì il signor cardinale d'esser impegnatissimo a favore del Re di Spagna, ma 
sin ora non corsero che promesse. E per meglio comprovare l'attaccamento suo alla Corte di Spagna, e per tenere in soggezione gl'Inglesi, 
si conchiuse il matrimonio dell'Infante don Filippo colla figlia primogenita del Re di Francia. Ho scritto a Vostre Eccellenze nelle mie divotissime lettere, che il principal oggetto di questo matrimonio, allorché 
si conchiuse, fu di moderare l'ardor della nazion Inglese, la quale vedendo con nuovo vincolo di parentela congiunta la Spagna con il Re 
Cristianissimo, dovesse temere un giorno, che questa nuova alleanza 
ritornar potesse a danno dell'Inghilterra. Dall'altro canto si lusingò 
l'animo della Regina Elisabetta, le di cui mire sembra, che tender 
possano al presente all'ingrandimento di don Filippo. Così il signor cardinale mirabilmente innestando una mira con l'altra si rende necessario 
alla Corte di Spagna, si fa temere dall'Inghilterra con l'oggetto di 
divenir arbitro e mediatore delle pretese dell'una e dell'altra. Sarà 
sempre d'un grande appoggio alli disegni del signor cardinale il far 
conoscere amica la Francia della Corte di Spagna. </p>
<p>Benché la Regina Elisabetta non sia infatti amica del signor cardinale, perché tante volte vide riuscir vane le speranze concepite sopra 
le di lui promesse, non ostante la necessità delle circostanze e l'indole 
del Re Filippo fa ch'ella riponga le sue confidenze nell'asistenza del Re 
Cristianissimo. Non ha ella ove più rivolgliersi, svanita ogni speranza 
di gettarsi dal partito dell'Imperatore; e questo fu uno de' più accorti 
maneggi del signor cardinale nell'unirsi colla Corte di Vienna, onde 
togliere alla Regina di Spagna ogni lusinga verso di Cesare, e indurla 
nella necessità di gettarsi al partito del Re di Francia. </p>
<p>Dirigendo il signor cardinale in tal modo li suoi disegni, non vi è 
chi non scorga chiaramente, che la Francia diviene arbitra delle cose 
d'Europa, impone dolcemente la legge agli altri Principi, e con altri 
modi assai più lodevoli ottiene, senza sconvoglier né il Regno suo, né 
gli altrui Stati, quello che non poté ottenere Luigi XIV. Memore il 
signor cardinale delle pericolose vicende, che soffrì il Regno di Francia 
al tempo della guerra per la successione delle Spagne sino a temer invasa la capitale dagli alleati, crede convenevole di non ridurre mai più 
la Francia ad un partito così geloso; ma dall'altro canto ne sostiene 
con maniere assai più industriose e tranquille la gloria e gli arbitrî suoi. </p>
<p>Maneggiati dunque nel modo sopra discorso tre gravissimi ed importanti affari, quali furono la pace di Vienna, quella de' Turchi, e la 
guerra tra Spagnuoli ed Inglesi, resta a discorrere d'un altro, che può 
essere ugualmente importante per le sue conseguenze, ed è quello della 
successione di Iuliers e Bergh. È cadente l'età dell'Elettor Palatino, 
e quando non si accorra prontamente al rimedio di que' torbidi, che il 
Re di Prussia va minacciando, potrebbe questo divenire un articolo 
fatale all'Impero e forse a tutta l'Europa. L'affare è in maneggio 
e come la Francia conosce utile al buon esito del medesimo l'andar 
d'accordo con la Corte di Vienna, non si discosta da quella per tener 
in soggezione il Re di Prussia. Ha così destramente maneggiato l'affare 
il signor cardinale, che ha condotto l'Imperatore a nominare governator del principe di Sussbach l'Elettor di Baviera, e unendo in tal 
modo il cuore di due principi, cioè di Cesare e dell'Elettore, fa conoscere gli arbitrî, che conserva sulla Corte Imperiale, tiene in soggezione 
il Re di Prussia, e non si rende disaggradevole colla sua condotta anche 
alle Corti Anglollande. Furono queste chiamate più volte a prender 
parte nella faccenda, ma o sia che vi veggano bastevolmente impegnata 
la Francia e per il proprio interesse, e in forza degli antichi trattati, 
o sia infatti, che abbiano gli Olandesi principalmente rinunziato per 
ora alli riguardi di questo affare, se ne rimangono spettatori, e fuor 
d'impegno. Conoscendosi dal signor cardinale le massime della Republica di Olanda, diviene colpa degli Olandesi, se anche in questa occasione la Francia adopera li suoi arbitri, e con un giro de' più industriosi 
si scopre l'altrui debolezza, e si stabilisce la propria forza. Il negozio 
è ancora pendente, e può essere di gravissime conseguenze. </p>
<p>Con tali arti sommamente lodevoli dirige e governa il signor cardinale il potentissimo Regno di Francia, dispotico egli insieme della 
Monarchia e del cuore del suo Sovrano. Seriamente considerate le cose 
sopra discorse, non è malagevol cosa il riconoscere di qual tempra sia 
il cuore di questo illustre ministro. Io non saprei meglio delineare il 
di lui carattere, che col chiamarlo un vero ministro di Stato. Delle doti 
sue personali, della sua probità nel maneggiare l'economia del Regno, 
della sua sincerità, delle indefesse sue applicazioni non ne parlerò, 
come di cose già dette da' miei eccellentissimi antecessori. Abbondantissimi e assai fecondi sono li mezzi, di cui può egli servirsi per condurre a suo termine le imprese che medita. </p>
<p>È così florido il Regno di Francia, che somministra abbondanti 
ricchezze, numerosa popolazione; questa per formarne un numerosissimo esercito, quelle per estraere da' sudditi abbondantissime somme 
di denaro onde accorrere all'esigenza del Regno. Il comercio poi vi 
fiorisce talmente, che ardirei asserire esser almeno ugualmente industrioso, che quello dell'Inghilterra, quand'anche non lo sorpassi. Io 
non mi trattenirò a discorrerne, come né manco dell'interna polizia del 
Regno, né delle forze terrestri e maritime, come articoli anche questi, 
de' quali i miei eccellentissimi antecessori ne hanno bastevolmente 
parlato. Mi basterà dir solamente per recare all'eccellentissimo Senato 
la vera idea di quel Regno, che nello stato, in cui presentemente si 
trova, è cosa facile per chi lo dirige, il proporsi, ed eseguire qualunque 
più difficile impresa. E perché se ne rendi agevole qualunque esecuzione, sa tenere il signor cardinale totalmente da lui dipendenti tutti 
gli altri ministri di Corte documentati a non scostarsi dalla sua autorità, per quello che accadde al guardasigilli, quantunque suo favorito. 
Mi onorai di scrivere a Vostre Eccellenze, sin dal principio della mia legazione, quali sieno stati le ragioni, per cui rovinò quel ministro, al 
quale lo stesso signor cardinale, anche dopo la sua caduta, rendeva 
quelle lodi che merita il di lui raro talento. L'essersi lui discostato 
dalle direzioni del signor cardinale, da cui riconosceva la sua fortuna, 
l'elatezza, con cui trattava gli affari forastieri e del Regno, le intelligenze, che manteneva col ministro Patigno e colla Regina di Spagna, 
comprovate d'autentiche carte, che si trovarono, furono li motivi della 
sua rovina. Vi si aggiunse la gelosia, che il signor cardinale concepì 
delle sue direzioni, le quali facendo soverchiamente comparir quella 
massima, che il signor cardinale voleva tener nascosta, avevano già 
sparsi semi di mala fede non solo nella Corte Imperiale, come ho detto 
di sopra, ma ancora in qualche altra. È cosa assai rimarchevole, che 
non si abbiano praticate ulteriori diligenze, onde cercare, se questo ministro fosse colpevole di qualche più grave delitto. Per questo conserva 
egli alla Corte appoggi sommamente autorevoli; e se una volta possa 
ritornare nel Ministero, non è della mia scarsa cognizione il deciderlo. 
Se per qualche altro motivo, fuorché per quello di non volersi uniformare alli estrinseci modi del signor cardinale nel trattare gli affari 
giacché le massime eran sempre le stesse, fosse stato egli cacciato, doveva piombare sopra di lui un più rovinoso castigo, e l'esilio non poteva 
esser pena bastevole, tanto più che se gli lasciò in libertà un ricchissimo 
patrimonio, con cui passare agiatamente i suoi giorni. Per quanto mi 
fu riferito, nel tempo della mia legazione, soffre egli con costanza le 
sue vicende, e forse dal tempo ne spera il rimedio. </p>
<p>Potrebbesi dire, che per l'indole dolce del signor cardinale non si 
vollero fare ulteriori esami sulla condotta del guardasigilli. Ma chi 
vuol ragionar appositamente, non può asserire, che la dolcezza debbasi 
preferire all'interesse dello Stato. Insomma io non saprei concludere 
in altro modo, se non che col dire, che se il guardasigilli fosse stato 
riconosciuto dal Re per un Ministro colpevole di qualche grave delitto, 
non sarebbe probabile che più ritornasse nel ministero. Ma se il di lui 
sacrifizio si fece in grazia solamente del signor cardinale, può quegli 
una volta risorgere, quando però li di lui emoli sian costretti a cedere 
alli validissimi appoggi che mantiene, ed agli ordinarî artifiziosi rigiri 
della Corte. Gli altri ministri di Stato sono acerbi di lui nemici, temono 
la di lui alta capacità, e la di loro rovina, se mai risorgesse. Tra questi 
principalmente e con faccia aperta si fa conoscere il signor di Maurepas, segretario della marina; ministro di non mediocre capacità, 
ma pieno d'ardore. Nel corso della mia legazione potei da fonti sicuri 
ritrarre, che questo ministro unito di massime col contralor generale, 
o sia presidente delle finanze, oltre aver anch'egli grandi appoggi alla 
Corte, ed esser ben accolto dal Re, ne cerca eziandio degli esterni. Fa 
insinuare destramente alla Corte di Spagna, che in mancanza del signor cardinale vi saranno ministri in Francia, li quali secondino e sostengano le mire della Regina Elisabetta senza l'appoggio e la propensione del guardasigilli. In tutti questi rigiri non comparisce il 
signor cardinale, ma egli ne sarà certamente a parte, appunto per troncare 
quanto per lui si può ogni speranza al guardasigilli di ritornare dopo 
la sua morte nel Ministero. Per altro quale sia il sistema di governo, 
che il Re stabilisca in mancanza del signor cardinale, è cosa assai 
dubbia. Benché mi avvenne di veder Sua Eminenza quasi agli estremi 
periodi della sua vita, nondimeno anche allora vi rimaneva nell'incertezza. Intanto è secretario di Stato agli affari stranieri sostituito al 
guardasigilli il signor Amelot, il quale da intendente delle finanze passò 
a quel riguardevole grado. Egli è uomo dolce, sincero, e desideroso 
oltre modo di supplire al debito del suo uffizio. Riconosce tutta la sua 
fortuna dal signor cardinale, né si arroga la menoma autorità, bramando di conservarsi nel posto, a cui fu inaspettatamente promosso. </p>
<p>Il Re, alieno dal recare grand'applicazione agli affari di Stato, 
distratto egli dalle sue piacevoli occupazioni, e principalmente da quella 
della caccia, da cui forse con pregiudizio della sua salute si lascia trasportare, ha riposto e ripone ogni sua confidenza negli arbitri e nelli 
consigli del signor cardinale. </p>
<p>Luigi XV è principe di amabilissime qualità, umano oltre modo, 
di facile accesso, e sembra anche dotato di capacità. Di questa però 
non si può parlare sin dove giunga, perché non avendo recati saggi 
ancora di se stesso, ne lascia incerto il giudizio con non spregievoli 
indizî, che quando ne avvenga il caso, manifesti talento atto a governare lo stato. Non conserva al presente quella tenerezza che altre volte 
avea per la Regina sua moglie, la quale conoscendo ottimamente il 
tempo e le circostanze, colloca ogni sua premura e piacere nel custodire il Reale Delfino, il quale anche nella sua tenera età fa concepire 
grandi speranze. Per altro la Regina ripone ogni sua confidenza nelli 
consigli del signor cardinale, al quale, come arbitro del Re, espone li 
suoi pensieri, e qualunque elle sieno, le sue premure. Così il signor cardinale dispotico ugualmente del Monarca, del Regno, e della Regia Famiglia, reca animo e moto a qualunque affare interno ed esterno, in 
suo arbitrio riposti essendo tutti li mezzi, li quali possano agevolare 
li di lui saggi disegni. </p>
<p>Tale essendo dunque il sistema della Corte di Francia, dal quale 
si riconoscono li di lei interessi verso li Principi sumenzionati, mi rivolgo 
brevemente ad esaminare, come sia maneggiato verso li Prencipi del Nort, 
dell'Impero, e verso quelli d'Italia. Servono questi nel coltivarli di 
valevole mezzo alla massima già indicata, e a quelle imprese, che la 
Francia per avventura volesse tentare, come si è conosciuto dalle cose 
discorse rispetto a quelli del Nort. Quelli dell'Impero si coltivano e 
si accarezzano; alcuni per tenerli propensi, come sono l'Elettor di Baviera e il Palatino, altri, per impor loro destramente, e soggezione e 
timore. Le mire della Francia tender possono per aggrandirsi verso 
le Fiandre, aspirandosi internamente e con somma cautela alla conquista di qualch'altra riguardevole piazza. È corto il confine di quelle 
parti rispetto alla capitale, e il Ministero non solo, ma la Nazione tutta, 
vorrebbe colà vederlo ampliato. Ma perché il pubblicarne la massima 
potrebbe svegliar gelosie dalla parte dell'Imperio e degli Olandesi, 
si discredita tale idea, ma si fomenta nel cuore onde, allorché avvengano favorevoli le congiunture, si possa eziandio eseguire. </p>
<p>Di mirabile strumento può servire l'Italia. La Francia non vuole, 
né può già stabilirvi possesso, ma si cerca per altro di tenersi ben affetto 
il Duca di Savoia, onde con le promesse d'ampliazione di stato sia 
quel Principe sempre pronto a secondare li disegni del Cristianissimo. 
Sin tanto che si mantenga nel Ministero il marchese d'Ormea, è da 
credere (almeno per quanto ho potuto scoprire in Francia) che la Corte 
di Turino voglia conservarsi l'amicizia e l'alleanza del Re Cristianissimo. 
Questo dall'altro canto procura di sempre più coltivare il Duca non 
solo con testimonî di amicizia, ma eziandio con non mal fondate 
speranze di nuova parentela. Per questo si crede che sia proposto 
qualche maneggio per il matrimonio della seconda figlia del Re di 
Francia col primogenito del Duca, il quale però sembra ancora immaturo. </p>
<p>Rispetto il Re delle due Sicilie si adoperano li stessi modi, che 
quelli, che si usano in Spagna. Si fa conoscere a quella Corte, che il 
sicuro possesso, ed anche un ingrandimento maggiore può sperarsi 
dall'appoggio delle armi francesi, che un giorno comparir potessero 
nell'Italia, né io oso asserire che possa esser rimoto il caso, quand'è 
facil cosa il vedere, che da ogni parte sono sparsi fatalissimi semi di 
amarezze, e di dispareri tra Prencipi. </p>
<p>Il Papa si coltiva dalla Corte di Francia, ma con dignità. L'averlo 
benevolo nelle cose che riguardar possano la religione, egli è un articolo, che si maneggia con desterità insieme e con forza, mostrando 
per altro dal canto suo la Corte la giusta sua propensione, e dovere 
nel difendere li dogmi della nostra Santa Fede, e nel correggere le note 
opinioni del Giansenismo. </p>
<p>Non è uffizio mio il discorrere intorno così fatte materie, dirò bensì 
solamente, che il signor Cardinale, collocando nelle diocesi del Regno 
pastori imbevuti della sana dottrina, ha troncato senza rumore li progressi ad un male, che poteva divenir fatale alla Francia. Li giansenisti sarebbero forse a temere, se avessero in loro favore alcun principe 
della Casa Reale, ma questo lor manca, e in tanto si perdono tra di loro 
a fomentare lo spirito di partito. Così appoggiata la Corte di Roma 
dal Cristianissimo conta egli moltissimo nell'elezione de' sommi Pontefici, li quali per li riguardi della Santa Sede, e per riconoscenza coltivano la Corte di Francia, non potendo dispiacer loro, che si mantengano in lei quegli arbitrî nelle cose d'Europa, che il più delle volte 
ritornano in di loro vantaggio. </p>
<p>Poco dirò degl'impegni della Francia per l'isola di Corsica, che 
sono a Vostre Eccellenze già noti. Vi si mantiene in tanto un non mediocre corpo di truppe, col quale sembra, che a poco a poco si voglia
se non stabilirvi dominio, almeno l'arbitrio di disporne secondo le opportunità, che accadessero. Può servir di pretesto per infonder 
speranze nell'animo della Regina di Spagna a favore di D. Filippo, benché 
sin ora resti ignoto il vero motivo, per cui, sedate già le conturbazioni 
di quell'isola, la Francia vi mantenga eziandio le sue truppe. Che se il 
Cristianissimo dimostrasse qualche disegno, potrebbe avvenire, che la 
Corte di Vienna risvegliasse la sua garanzia a favore de' Genovesi. </p>
<p>Ed eccomi giunto al fine di questa imperfetta relazione, non dovendo 
discorrere se non della disposizione di quella Corte verso Vostra Serenità, e di Vostre Eccellenze. Benché si consideri la Republica per un 
antico e sincero alleato della Corte di Francia, nondimeno non si lascia 
di sospettare, che vi potrebbe esser qualche maggior propensione, a 
confronto di quella, che temono li Francesi, si mantenga verso di Cesare. Nel corso del mio ministero me ne furon recati di tempo in tempo 
tronchi, ma chiari cenni, alli quali io contraposi quelle ragioni, che doveano infatti calmare. Forse anche quindi riescono non agevoli li negozi 
meno importanti, ed io ne potrei addurre prove non molto aggradevoli. 
Ciò non ostante posso asserire con verità, che è sommamente stimato 
il saggio governo di Vostre Eccellenze, e si crede massima consentanea 
all'equilibrio della Provincia, che la Republica vi si mantenga rispettabile 
e ferma. Si cerca però industriosamente nel giro e nella consumazione 
de' negozi, di tener sempre aperto qualche motivo di nuova querela, 
onde mantener certa tal qual ragione di dignità. Così per quanto può 
sembrarmi, resta bastevolmente provato il sistema del Ministero di Francia, il quale con la stessa massima, ma con modi diversi da quelli di Lodovico XIV procurando di mantenere, quanto per lui si può, l'autorità sua nei maneggi d'Europa ha reso il Re presente più rispettabile, 
e più potente del Re defonto. Tanto più lodevole il signor cardinale, 
che, con la placidezza e con mille altre dolcissime arti, ha saputo guadagnarsi la stima, ed il cuore delle Corti le più potenti, ammirabile 
egli ne' tempi nostri, ma più memorabile a' posteri. È facil cosa ad una 
grande potenza lo stabilire qualunque sistema, ed eseguire qualunque 
disegno. </p>
<p>Servì in quella secreteria il fedelissimo Marco Agazzi, dotato di capacità, e d'indefessa attenzione al servizio di Vostre Eccellenze. Lo proseguisce con distinto suo merito anche nella presente legazione del mio 
eccellentissimo successore ed avendo egli supplito con fede, e con 
mia ugual sodisfazione ai doveri delle sue incombenze, si è reso certamente degno dell'umanissimo aggradimento, e delle solite retribuzioni 
dell'eccellentissimo Senato. </p>
<p>Non oso poi, Principe Serenissimo, parlare dell'umilissima mia persona. Tutto quello studio, che per me si poté maggiore, fu certamente 
impiegato, onde li riguardi di Vostra Serenità ne risentissero il possibile minor pregiudizio. Ne aggiungo un scarsissimo testimonio nel cerimoniale di quell'ambasciata, che mi onoro d'accludere; e se per avventura alcuna cosa avenne uniforme alle venerabili intenzioni di Vostre Eccellenze, fu tutta opera delli sapientissimi publici consigli. Devo 
quindi umilmente confondermi, e se per alcun conforto mi si può recare, tutto provenga dalla publica autorità, che volle indicarmi il suo 
generoso compatimento con il nuovo comando di dover servir Vostre Eccellenze nell'importantissima legazione alla Corte di Roma, nel di cui 
esercizio, allorché m'avvenga d'imprenderla, mi adoperarò in modo, 
onde il mio povero spirito, le mie sostanze rimangano sempre un sacrifizio costante al decoro, e all'interesse della mia adoratissima Patria. </p>
<closer><dateline>Data li 2 marzo 1740. </dateline>
<signed>FRANCESCO VENIER, ambasciator ritornato dalla Corte di Francia. </signed></closer></div1></body></text></TEI.2>
