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      <title>Dissertazione sopra alcune qualità dell'animo umano, che non sono nè vizj nè virtù</title>
      <author>Giacomo Leopardi</author>
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    <extent>16 Kb in UTF-8</extent>
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      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
      <pubPlace>Roma</pubPlace>
      <date>2004</date>
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              personale o scientifico. Ogni uso commerciale è vietato</p>
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      <title>Collezione BibIt</title>
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        <title>Tutte le opere</title>
        <author>Leopardi, Giacomo</author>
        <editor id="ed">Felici, Lucio</editor>
        <publisher>Lexis Progetti Editoriali</publisher>
        <pubPlace>Roma</pubPlace>
        <date>1998</date>
        <note>L'edizione elettronica fa riferimento al testo Giacomo Leopardi, Dissertazioni filosofiche, a cura di T. Crivelli, Padova, Editrice Antenore 1995.</note>
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                    <p>Tutti i materiali paratestuali della fonte cartacea non riconducibili alla
                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                      digitale</p>
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                      <p>Livello medio: controllo a video con collazione con edizione di
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                      <p>I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea
                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
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                      <p>I trattini di sillabazione a fine riga sono stati soppressi e le parole
                        ricomposte</p>
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    <langUsage><language id="ita">Italiano</language><language id="lat">Latino</language></langUsage>
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        <term>195 - FILOSOFIA OCCIDENTALE MODERNA. ITALIA</term>
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<div1><head>Sopra alcune qualità dell'animo umano, che non sono nè vizj nè virtù</head> <p>Sonovi alcune qualità dell'animo umano, che considerate in se stesse non posson chiamarsi nè vizj nè virtù. Di questa specie son tutte quelle, che l'uomo può avere, o non avere, senza virtù, o colpa. Noi lasciate da banda quelle, che poco, o nulla sembrano atte a condur l'uomo alla felicità parleremo di quelle precipuamente, che o dispongono l'uomo alla virtù, o servono ad accrescere in questa vita mortale il numero dei beni sminuendo quello de' mali. Tali sono, secondo Aristotele, la virtù eroica, la tolleranza, la verecondia, lo sdegno, e l'amicizia, la quale di tutte queste qualità può dirsi la più interessante. Ci argomenteremo di sciorre nel miglior modo, che fia possibile le diverse questioni, che furon mosse da' morali Filosofi intorno all'amicizia, nè dimenticherem di parlare della benevolenza, dell'amore, della concordia, della beneficenza, della gratitudine, e dell'amor di se stesso, qualità, che più di qualunque altra sembrano consentanee alla natura dell'amicizia. Seguendo bene spesso il parer di Aristotele non crederemo di allontanarci da quello de' più savj Filosofi.</p>
<p>La virtù eroica, che Aristotele esclude dal numero delle virtù morali è una unione di tutte queste prodotte sino ad un grado, che oltrepassa gli ordinarj limiti, a cui soglion giungere le forze umane. Essendo però assai difficile per non dire impossibile all'uomo tutte le virtù possedere in grado eccellentissimo Aristotele non giudicò di porre la virtù eroica nel numero delle virtù morali, ma solo nel novero di quelle qualità dell'animo umano, che non sono nè vizj nè virtù. Certo peccaminoso dir non si può il difetto di questa qualità; come avvenir dovrebbe se ella fosse virtù; altramente ogni uomo dir si dovrebbe reo di tal colpa. Sembra dunque, che la virtù eroica non debba noverarsi, che tra le qualità dell'animo, di cui trattiamo come fece saggiamente Aristotele.</p>
<p>Segue nella enunciata enumerazione delle qualità dell'animo umano, che non sono nè vizj, nè virtù, la tolleranza, la quale fa sì, che l'uomo per una certa disposizione alla virtù della fortezza sostenga con animo quieto, e composto le avversità, e il dolore senza turbarsene più di ciò, che ragion vuole. Nè un uomo intollerante pecca cedendo al dolore, poichè sforzandosi egli di resistergli, e lasciandosi poi vincere dalla sua violenza non può ciò per niun modo ascriversegli a vizio qualora non degeneri in soverchio difetto di fortezza.</p>
<p>La verecondia, di cui parla Aristotele non versa intorno alla povertà, all'ignoranza, o ad altre simili cose, ma bensì intorno alla colpa, ed al vizio, ed ha luogo allorquando l'uomo conoscendo di aver operato poco onestamente ne sente, e mostra vergogna, e rossore. Egli è certo, che la verecondia è una delle più pregevoli qualità dell'animo umano mentre chi la possiede mostra pentimento della commessa azione, e sembra disposto a seguir nell'avvenire le leggi dell'onestà, e colui, che di nulla arrossisce mostra gran disposizione al vizio, e sembra come compiacersi della colpa. Non è però a dirsi esser virtù la verecondia mentre questa non si acquista per abito, o per esercizio ma vien dalla natura medesima, il che è contrario alla definizione della virtù.</p>
<p>Questa qualità dell'animo si appalesa al discuoprir, che fa l'uomo alcun difetto in se stesso; quella, di cui siam per parlare si manifesta al conoscerne, che egli fa alcuno in altrui. Lo sdegno adunque, di cui parla Aristotele si è quella proprietà dell'animo, per cui l'uomo si commuove, e si turba al veder premiato, ed esaltato il vizio, ed oltraggiata, e negletta la virtù. E sebbene assai da pregiarsi sia questa qualità mentre colui, che siffattamente si commuove mostra aver grande amore all'equità, ed odio al vizio, non può nondimeno chiamarsi virtù, mentre questo eziandio vien da natura, e non per abito, o per esercizio si acquista, il che è evidente. Egli è però certo, che quegli, il quale questa qualità non possiede avrà l'animo assai disposto al vizio mentre non rincrescendogli per niun modo l'oppression della virtù, mostrasi assai inclinato ad opprimerla egli medesimo qualora ne abbia occasione.</p>
<p>Eccoci alla più interessante delle qualità dell'animo umano, di cui parliamo, ed è questa l'amicizia. Innumerabili poeti, e filosofi sì de' passati tempi, che de' presenti non han lasciato, e non lasciano di deplorare la rarità della vera amicizia.</p>
<quote rend="block" lang="lat"><p>"Vulgare amici nomen sed rara est fides" <bibl>3. f. 9</bibl></p></quote>
<p>esclama il moral Liberto d'Augusto confermando poi la sua sentenza con un detto del principe, e padre de' Filosofi morali, che angusta casa essendosi fabbricata "<quote lang="lat">Utinam inquit veris hanc amicis impleam!</quote>" <bibl>ibid.</bibl> Sembra però, che la rarità medesima della vera amicizia accrescer la faccia di prezzo, e di stima mentre può dirsi che tutti i filosofi insiem si uniscano ad esaltarla, e magnificarla come il più prezioso tesoro, che mai rinvenir si possa nel corso di questa vita mortale. "<quote lang="lat">Haud scio</quote>, esclama <hi rend="italic">M. Tullio</hi>, <quote lang="lat">an, excepta sapientia, quidquam melius</quote> (amicitia) <quote lang="lat">homini sit a Diis immortalibus datam. Divitias alii praeponunt, bonam alii valetudinem, alii potentiam, alii honores, multi etiam voluptates. Belluarum hoc quidem extremum est; illa autem superiora caduca, et incerta, posita non tam in nostris consiliis quam in fortunae temeritate</quote>". Nè fia da maravigliarsi, che alcuni filosofi abbian preferita alla virtù l'amicizia qualor si consideri, che senza virtù non può darsi vera amicizia, e che quasi le virtù tutte vengono dagli amici scambievolmente esercitate. "<quote lang="lat">Qui in virtute summum bonum ponunt</quote>, soggiunge <hi rend="italic">M. Tullio</hi> al capo sesto <foreign lang="lat">de Amicizia</foreign> subito dopo le qui sopra accennate parole, <quote lang="lat">praeclare illi quidem, sed haec ipsa virtus amicitiam, et gignit, et continet: nec sine virtute amicitia esse ullo pacto potest</quote>". Noi parleremo adunque di questa sì sublime, e sì utile qualità dell'animo umano, e seguendo le traccie del nostro Aristotele daremo in prima la definizione dell'amicizia, passeremo quindi ad enumerarne, e definirne le diverse specie, e termineremo in fine coll'accennar la soluzione di alcune questioni, che soglion proporsi intorno all'amicizia.</p>
<p>L'amicizia vien definita una benevolenza manifestata, e scambievole. E qui notar si debbono accuratamente i termini della nostra definizione, mentre se alcun di questi tolto fosse, o cangiato essa non sarebbe sufficiente a spiegar la natura dell'amicizia. E primieramente noi diciam benevolenza, e non amore, poichè l'amore può volersi ancora a cose insensibili come al vino, alle ricchezze, e a simili cose; non così la benevolenza, la quale esprime doversi desiderar bene all'amico. Diciamo in secondo luogo benevolenza manifestata poichè se alcuno desideri bene ad alcun altro senza che egli sappia nulla della sua benevolenza, l'uno non potrà dirsi amico dell'altro, il che è evidente. Diciamo finalmente benevolenza scambievole poichè se ciò non fosse potrebbe alcuno amare, e desiderar bene ad alcun altro, ed in iscambio esser da questo odiato, e contuttociò dirsene amico, il che è falso manifestamente.</p>
<p>Questa benevolenza dunque scambievole, e scambievolmente manifestata esser può di tre sorte. Della prima si è quella, che nasce dalla utilità, della seconda quella, che nasce dal piacere, della terza finalmente quella, che nasce dalla virtù. E qui deve avvertirsi, che noi non intendiam di parlare di quella amicizia, che ci viene imposta dalla natura o dalle leggi come è quella, che passar dee tra il padre, e il figlio, o tra il principe, e il suddito, ma di quella solamente, che per pura elezion si contrae, e da niuna legge naturale, o civile ci viene imposta.</p>
<p>L'amicizia dunque, che nasce dalla utilità ha luogo, allorquando si ama alcuno perchè a noi ne vien bene, o allorquando si ama solo perchè facendoci egli del bene par giusto, che noi altresì a lui ne desideriamo. Nel primo caso la utilità è il fine dell'amicizia, nel secondo non ne è che il motivo. Egli è evidente, che quanto lodevole si è l'amicizia della seconda specie, la quale è indicio di animo grato, e virtuoso, altrettanto è vile quella della prima, nella quale seppur si dà giammai vera benevolenza essa non è diretta, che al ben proprio, e al proprio interesse, e non ha per cagione che la propria utilità; fine, e motivo ambedue vilissimi, e indegni di costituire la causa, e l'oggetto dell'amicizia.</p>
<p>L'amicizia, che nasce dal piacere può dirsi simile in parte a quella, che nasce dalla utilità mentre se il piacere sia il fine della benevolenza non sarà questa vera amicizia poichè colui, che ama il suo amico sol per trarne un piacer proprio ama piuttosto sè, che l'amico. Se però il piacere sia solo il motivo della benevolenza, così che alcuno ami il suo amico perchè studiandosi egli di dargli piacere par giusto mostrarglisi grato col desiderargli bene l'amicizia sarà molto onesta come dicemmo parlando di quella, che nasce dalla utilità.</p>
<p>La amicizia, che nasce dalla virtù si è la più nobile, e la più magnifica di ogni altra come quella, che non ha per motivo, che la virtù, non ha per fine, che la virtù, e non si mantiene, che per un continuato esercizio di quasi tutte le virtù. Essa ha luogo allorquando avvenendosi alcuno in un uomo ornato di probità, e di onestà questi gli sembra degno della sua benevolenza, ed amandolo ne è scambievolmente riamato. La Liberalità, la gentilezza, la piacevolezza, e le altre virtù vengono d'ordinario scambievolmente esercitate da' veri amici in modo, che l'amicizia, di cui parliamo può dirsi effetto insieme, e causa della virtù.</p>
<p>Potrà qui richiedersi se l'amicizia sia un atto, od un abito; se essa sia virtù; come sciolgansi le amicizie; e se finalmente l'uomo per esser felice abbia in vita bisogno di amici. A queste questioni noi ci argomenterem di rispondere colla possibile brevità. E primieramente par certo, che l'amicizia debba dirsi piuttosto un abito, che un atto, poichè questa non cessa benchè di tratto in tratto cessi l'operazione, nè per dormir, che faccia l'amico potrà mai dirsi, che l'amicizia sia sciolta. Non è però che l'amicizia debba dirsi virtù, mentre quest'abito non si acquista per esercizio, e per uso, come avvenir dovrebbe se virtù realmente contenesse. In riguardo poi all'altra questione, come cioè disciolgansi le amicizie può dirsi, che l'amicizia cessa al cessar della benevolenza, o in ambedue, o in uno solamente degli amici, poichè in tal caso la benevolenza non sarà scambievole, e però non conterrà amicizia. Può ancora rimanere in ambedue gli amici la benevolenza, e tuttavia per cattivo ufficio di nemiche persone ascondersi per modo, che non essendo questa manifestata non contenga amicizia. E in quanto all'ultima questione se l'uomo abbia per esser felice in vita bisogno di amici; noi con Aristotele ci dichiareremo per l'affermativa; giacchè riposta essendo la felicità della vita nella somma di tutti i beni, che si convengono alla natura dell'uomo, l'amicizia, che può chiamarsi uno de' maggiori beni convenienti alla sua natura dee necessariamente concorrere a formarla.</p>
<p>Avendo finquì parlato dell'amicizia, par convenevole, che alquanto c'interteniamo ad esaminare alcune qualità, che sembran partecipare della sua natura. Di questo numero sono la benevolenza, l'amore, la concordia, la beneficenza, la gratitudine, e l'amor di se stesso. Da ciò, che finaddora abbiam detto, bastantemente può conoscersi la natura della benevolenza, la quale in ciò differisce dall'amore che essa non può esser diretta, che a cose sensibili, laddove l'amore può aver per oggetto, e le sensibili, e le insensibili. Ci asterremo dunque dal parlar più allungo di queste due qualità. La concordia, di cui parla Aristotele altro non è che un consentimento di volontà, e questa sebbene sia necessaria all'amicizia, nondimeno non è sufficiente a formarla mentre due nemici possono unirsi a voler le stesse cose rimanendo tuttavìa inimici, il che è evidente. La beneficenza altresì, la quale non è, che una consuetudine di far beneficj ad altrui può aver luogo ancor tra nemici, potendo alcuno per grandezza d'animo beneficare il proprio inimico, e perciò appunto la gratitudine differisce dall'amicizia per cagione, che avendo alcuno ricevuto beneficj dal proprio nemico può essergli grato, e nondimeno rimanergli inimico. Per ciò, che spetta poi l'amor di se stesso, può dirsi, che luogo alcuno non siavi nella moral filosofia, su cui più questioni abbian mosse i sapienti, e più abbian tra loro differito in opinioni. L'amor di se stesso adunque altro non è, che un certo naturale instinto, per cui l'uomo è spinto a ricercare ciò, che sembragli bene, ed a fuggire ciò, che sembragli male. E di qui chiaramente si scorge, che qualora la ragione dell'uomo non sia dalle passioni offuscata, egli dall'amor di se stesso sarà tratto alla virtù, e all'onestà essendo in esse riposto il suo vero bene. Potrà qui richiedersi se l'uomo possa dirsi amico di se stesso, al che noi risponderemo, che ricercandosi a formar l'amicizia la scambievolezza, l'uomo non può chiamarsi amico di se medesimo non potendo darsi scambievolezza nell'amor di se stesso. Dalla definizione poi dell'amor di se stesso chiaramente comprendesi, che l'uomo sebbene amar possa l'amico quanto se stesso, nondimeno ama con più forza se stesso, che l'amico, mentre la forza dell'elezione, che ci trae ad amar l'amico non può per se medesima equivalere alla forza dell'istinto, che ci spinge ad amar noi stessi. Contuttociò non può dirsi, che l'amor di se stesso si opponga all'amicizia giacchè l'uomo essendo spinto da questo a ricercare il proprio bene, ne verrà tratto ancora a ricercar l'amicizia la quale è uno de' maggiori beni, che l'uomo in vita posseder possa.</p>
<p>Tali sono i pensieri dello Stagirita Filosofo sopra quelle qualità dell'animo umano, che considerate in se stesse non posson dirsi nè vizj nè virtù; pensieri che con ogni industria cercammo di brevemente compendiare, ed accuratamente dilucidare.</p></div1>
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