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      <title>Relazione di Francia di Lorenzo Tiepolo (1708)</title>
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      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
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        <title>Relazioni di ambasciatori veneti al Senato : tratte dalle migliori edizioni disponibili e ordinate cronologicamente</title>
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        <author>Firpo, Luigi</author>
        <publisher>Bottega d'Erasmo</publisher>
        <pubPlace>Torino</pubPlace>
        <date>1965</date>
        <note>Il volume settimo va dal 1659 al 1792.</note>
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                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
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<div1 n="Relazione di Francia di Lorenzo Tiepolo (1708)">
<head>RELAZIONI DEGLI AMBASCIATORI VENETI AL SENATO</head>
<opener><salute><hi rend="italic">Serenissimo Principe</hi>, </salute></opener>
<p>Il decreto dell'eccellentissimo Senato di tempo in tempo rinovato, 
che prescrive agli ambasciatori nel loro ritorno presentare relazione di 
quella Corte alla quale hanno risieduto, è un effetto della publica ammirabile saviezza che sa quanto sia vantaggiosa e necessaria a chi pressiede al Governo la recente cognizione degli altri Principi. Io Lorenzo 
Tiepolo cavalier, ritornato dall'ambasciata di Francia, instrutto del publico comando, scopro molto bene che questo non riguarda la relazione 
del sito, del clima, e dei costumi di quel Regno, come nemmeno il 
modo con cui la reale autorità è pervenuta al grado presente, perché 
cose tutte note a Vostre Eccellenze per le istorie, ma bensì l'interno 
stato di quel Ministerio, e le secrete intenzioni che lo stesso può avere 
nella presente rivoluzione dell'Europa. Quanto più poi manifesto e 
chiaro mi si presenta il vero scopo della publica volontà in tale comando, 
tanto più difficile ne conosco una esatta, e giusta essecuzione. Questa 
viene resa tale prima dalla mia scarsa abilità che soccombe al grave 
peso, poi in secondo luoco anche dalla difficoltà della materia stessa, 
perché come che ora tutta l'Europa arde in una sanguinosa ed universal guerra che fa insorger giornalmente nuovi accidenti, così dipendendo dalli stessi le misure ed i progetti dei Prencipi, non si può 
far nemeno di cose così varie una stabile relazione. Con tutto che, 
dunque, queste considerazioni rendino sommamente difficile l'assunto, 
ad ogni modo la mia ubbidienza sorpassando ogni altro riguardo s'accinge all'essecuzione. E per dar qualche ordine a materia così vasta 
studierò di brevemente dividerla in tre parti. </p>
<p>La prima formerà una succinta esposizione dello stato in cui erano 
gli affari della Francia al mio arrivo in quell'ambasciata, e come che 
nelli stessi vi furono accidenti lontani da ogni espettazione così par 
naturale il dover rappresentare la qualità del Ministero, ed altre circostanze dalle quali si vuole che li stessi in parte siano derivati. </p>
<p>La seconda tenderà all'oggetto d'esponer quello che per legge di 
natura deve succedere, onde indispensabile ne riesce l'esame di quei 
soggetti che in mutazione di scena dovranno rappresentare sopra il 
teatro di quel Regno. </p>
<p>In terzo luoco infine succederà quali siano le corrispondenze, le amicizie, e gl'interessi di quella Corte verso gli altri Principi, e particolarmente verso la Republica, con quel di più che nel sconvolgimento 
presente dell'Europa si può congetturare nell'avvenire. Confesso che 
l'intrapresa è di molto superiore alle mie forze, e se questa fosse effetto 
d'una libera elezione meriterei senza dubbio il rimprovero di troppo 
ardito, ma essendo debito d'obbedienza, ne spero un pieno generoso 
compatimento. </p>
<p>Seguì il mio arrivo in quella Corte nel principio dell'anno 1703, 
nel cui tempo la Francia agiva in alcuni luoghi difensivamente, in altri 
offensivamente per sostenere intiera la Monarchia al nipote Filippo quinto, collocato sopra il trono delle Spagne in vigore del testamento di 
Carlo secondo. Un diffuso discorso sopra l'origine della guerra presente, 
come sarebbe necessario a chi prendesse l'assunto di scrivere un'istoria, 
così pare ora affatto superfluo e lontano dall'oggetto proposto che è 
di portare, in obbedienza dei publici comandi, con la maggior possibile 
brevità a lume dell'eccellentissimo Senato una sola e semplice relazione dello stato in cui ritrovai nel mio soggiorno e lasciai nel mio 
partire la Corte di Francia; anzi per tale riguardo io non m'estenderò 
nel racconto d'ogni parte, ma solamente toccherò che da per tutto le 
sue armate avevano la superiorità. Fra tanto dunque che la fortuna 
dell'armi era favorevole, elate erano le speranze di terminar con gloria 
la guerra, e molto più elati erano i discorsi universali sopra la sorte di 
tutti i Principi, tanto di quelli già dichiarati nemici, quanto di quelli 
tenutisi neutrali. Ma quando si credeva poter entrar in Lisbona con le 
forze del Re di Spagna, in Vienna con le francesi dirette dall'Elettor 
di Baviera, successe la strepitosa battaglia d'Hochstet. È superfluo 
all'eccellentissimo Senato il racconto della stessa, come anche inutile 
e lontano al fine proposto. Le conseguenze dunque furono che le truppe 
francesi uscirono con precipizio dalla Germania e che l'Elettor di Baviera, abbandonando il suo stato, passò al governo dei Paesi Bassi. 
Come che questo prencipe ha rappresentato un distinto personaggio 
nel corso di questa guerra, cioè nel principio per le felicità delle sue 
intraprese, ed ora per le sue disgrazie, così sopra lo stesso ne caderà 
a suo luoco il discorso. Grande fu la costernazione dei Francesi per così 
grave colpo e simile la lusinga degli alleati di poter ripportar per l'avvenire uguali vantaggi. La Corte però di Francia riparò assai bene la 
disgrazia, e ristabilì con prontezza, e con ammirazione dei suoi nemici, 
le armate, così che poté nella seguente campagna, se non rimettere 
i discapiti avuti, almeno arenarne il corso rendendo vani li vantati progetti degl'Inglesi di entrare nel Regno dalla parte della Mosella. A questa seguì la campagna del 1706 nella quale si può dir che gl'interessi 
delle due Corone ebbero l'ultimo crollo. È vero che successe più tosto 
nel fine dell'antecedente che nella sopradetta campagna l'ingresso dell'Arciduca in Barcellona, perdita conosciuta importante molto più dalle 
conseguenze, che creduta tale nel principio, perché già se n'era meditato il riacquisto. Infatti l'intrapresa non potè cominciarsi più felicemente, perché le speranze erano non solamente sopra la presa della 
città, ma della persona stessa del nemico prencipe. In un punto tutto 
si sconvolse, perché chi assediava, per parlar con verità, prese la fuga, 
chi era in pericolo della propria libertà restò vincitore. Il successo 
è troppo famoso in sé stesso, e troppo recente per il tempo per non esser 
alla memoria d'ognuno, e perciò sarebbe vano ogni più lungo racconto. La battaglia di Ramelie che tirò seco la perdita di tutta la Fiandra Spagnuola accrebbe la disgrazia che restò si può dire compita da 
quella di Torino, la quale poi produsse il precipitoso abbandono di 
tutta l'Italia. Nella campagna seguente la Francia assicurò gli affari 
di Spagna con la battaglia d'Almanzà, non essendo poi accaduti grandi 
accidenti, contando la perdita del Regno di Napoli come una conseguenza indispensabile delle cose passate. Terminai poi l'ambasciata 
nel principio dell'estate 1708 nel quale s'udivano i grandi preparamenti degli alleati per esseguire i loro progetti. </p>
<p>Questo racconto, creduto necessario per maggior chiarezza, contiene nel breve spazio di poco tempo accidenti molto diversi da quella 
felicità che quel Regno godé nel lungo corso di più anni. Non vi è dubbio 
che tutto si deve riconoscere dalla divina disposizione, ma come che la 
medesima opera col mezzo delle cause seconde, così confessando ciò 
che quella esigge, la prudenza umana non può dispensarsi di non passare all'esame di queste. È già noto quanto la Francia abbia fiorito sotto 
questo Regno, e che sola abbia si può dir data la legge all'Europa: 
ma appunto ciò dà a conoscere che se un Stato fa per qualche tempo 
tentativi superiori a quelle forze che ha per l'addietro in ogni incontro 
palesate, ciò segue per lo più con pregiudizio dell'avvenire, consumando 
antecipatamente quel vigore che successivamente si matura. </p>
<p>Ed infatti molto differenti sono le forze che ora la Francia mantiene, da quelle che per il passato ha avuto. Presentemente si trova 
si può dir senza armata navale, perché, se bene abbia più bastimenti, 
il numero però è di molto inferiore al sostenuto, anzi in questi ultimi 
anni non furono nemeno armati. Il tentativo degli alleati praticato 
nell'anno scorso contro Tolone, se avesse avuto un esito felice, avrebbe 
in tal maniera distrutta la marina della Francia, che, oltre li tesori che 
sarebbero stati necessarî, vi si ricercherebbero, se è permesso di parlare 
in tal maniera, più secoli per poterla rimetter in piedi. Infatti questo 
era l'oggetto degl'Anglolandi d'intieramente esterminare quelle poche 
forze che sole vi restano per contrastarli il libero dominio del Mediterraneo e l'intiero commercio del Levante. Tolone dunque è il migliore 
per non dir l'unico porto che la Francia abbia sopra il Mediterraneo, 
dove conserva ricchissimi magazeni per gli armamenti navali. Alla perdita della città v'andava unita anche quella di tanti attrezzi ch'erano 
stati raccolti con il dispendio di più milioni, e nello spazio del presente 
lungo regno. È vero che la Corte conoscendo il pericolo, e nello stesso 
tempo la necessità di porvi, se non un intiero, almeno qualche riparo, 
tentò più precauzioni che per la loro parte non lasciarono d'inferire 
un non leggiero pregiudizio. Prima ordinò il trasporto dentro terra 
di tutto ciò che potè esser levato, operazioni che mai seguono senza 
danno; di più, come nel tempo dell'assedio fu temuto un bombardamento, ed un incendio delle navi ch'erano in porto, furono queste per 
esimerle da tal pericolo espressamente calate a fondo, ma nel progresso 
si scoperse che, se tale ripiego difese li bastimenti dal fuoco, li stessi 
restarono sommamente danneggiati dall'acque, così gl'Anglolandi, senza 
riportare la vittoria, hanno in gran parte ottenuto il loro intento di 
ridurre la marina di Francia in un così infelice stato, che non si potrà 
rimettere che con eccedente dispendio. Ma, per passare al discorso 
delle truppe, nella guerra passata la Francia ebbe al suo soldo, per 
quello che comunemente vien asserito, 400 mille uomini, comprese le 
truppe di Marina; ora, benché sia difficile averne esatte e distinte notizie, che sono celate per così dire al Governo stesso, mantiene poco più 
della metà per difetto d'uomini e di fondi. Non si può negare che il 
Regno non abbondi di quel numero di uomini che vi fu per il passato 
e non è meraviglia che nel corso di 60 e più anni, in cui una guerra succedé immediatamente all'altra, il Paese non se ne rissentì. </p>
<p>Sia per effetto di lusinga, o di verità, si spera che il rigor d'un decreto uscito in quest'ultima guerra contribuisca a ripararne la perdita. 
Provava il Re difficoltà a reclutar le sue armate diminuite dai colpi 
già noti, perché come che nei tempi passati non erano presi che giovini che non fossero maritati, così questi per sottrarsi dal duro giogo 
della guerra passarono al più soave del matrimonio, il che poi produsse 
che tutti indistintamente fossero tenuti ad obbedire, onde pare che questo 
Regno non possi da tal canto ricever detrimento. </p>
<p>Differente è il discorso sopra il soldo che manca non al Regno, ma 
al Re. Vien computato che le summe entrate dall'Indie siano di molto 
superiori a quelle sortite fuori del Paese per il mantenimento delle armate; ben è vero che, non potendo esser maggiore la diffidenza dei particolari verso il Governo, questi antepongono la sicurezza del soldo, 
con tenerlo rinchiuso, al profitto che ne ricaverebbero se lo ponessero 
nel commercio; per tal causa si trova scarso il contante, e per la stessa 
il Re non ne gode alcun vantaggio. Non è possibile il poter fare relazione 
esatta delle regie entrate perché da una parte vengono sempre accresciute da nuove imposizioni, dall'altra assorbite da eccedenti interessi 
che il Re è obligato a pagare per i dispendî della guerra, oltre il mantenimento della regia sua famiglia. Pure dirò che dalle computazioni 
che si hanno potuto avere, le sue entrate in tempo di pace ascendevano 
circa a cento dieciotto milioni; ben è vero che in tempo di guerra sono 
diminuite di 24 in circa, perché come il maggior nervo delle rendite 
consiste nelle cinque grosse ferme e nelle taglie, così queste non si 
possono mantenere in tempo di guerra per difetto di commercio sopra 
quel piede che ordinariamente sono in tempo di pace. A tal diminuzione vien supplito con la capitazione che unitamente col Clero monta 
in circa a 36 milioni. Oltre tutto ciò vi sono gli affari estraordinarî 
che hanno asceso ogn'anno alla summa di 50 milioni, e che vengono 
ogn'anno più assorbiti dai gravosi censi che il Re è obligato a pagare. 
Questi montano, fra la cassa della Città ed altri depositi, a più di 50 milioni annui che indispensabilmente devono sempre aumentarsi perché 
si ricevono nuove summe. </p>
<p>La necessità di supplire a tali dispendî ha prodotto l'invenzione 
di rendere venali le cariche, non le civili perché fu introdotta sotto i 
regni passati, ma le militari. Questa venalità dunque delle seconde 
per opinione comune ha causato non leggiero pregiudizio perché molti 
officiali d'esperienza, non avendo altre fortune che quelle del proprio 
merito, disperarono di potersi avanzare, anzi, vedendosi alla testa dei 
loro reggimenti giovini pervenutivi col solo mezzo del soldo, hanno 
abbandonato il servizio. Da ciò insorge poi che il valore, e la disciplina 
delle truppe tanto vantata per il passato, si è conosciuta in più incontri 
di molto diminuita. Questo disordine per comune opinione deriva anche, 
oltre dalla già detta, d'altra causa, cioè dal lusso introdotto principalmente nelle tavole, che obliga ad aumentare eccessivamente gli equipaggi, che rendono più lenti i movimenti delle armate e producono 
molti altri non leggieri pregiudizî. </p>
<p>Sono universalmente note le doti del Monarca che per lo spazio di 
sessanta e più anni gloriosamente governa un sì gran Regno. A suo luoco 
vi saranno le notizie che il mio soggiorno ha permesso di poter scoprire 
nel suo particolare, ma pare naturale che a queste debba precedere il 
discorso che riguarda il Politico. Lunga però non ne sarà la descrizione, 
perché pochi sono li ministri che compongono il Consiglio di Stato, 
e questi intieramente dipendenti dalla reale volontà. Il Delfino ed il 
Duca di Borgogna vi intervengono quando si trovano a Versailles, 
essendone, principalmente il Delfino, spesso per il piacere delle caccie 
lontano. Quattro dunque sono li soggetti che compongono il detto Consiglio. Il Gran Cancelliere, padre del conte di Pontchartrain, segretario 
di Stato, e sopra la Marina, il duca di Beauvilliers, signor di Chamillart, e signor marchese di Torcy. Il primo, cioè il cancelliere, prima di 
pervenire a dignità così distinta nel Regno, ebbe la direzione delle Finanze. Tutti indistintamente lo fanno dotato di capacità e di penetrazione, vivo e pronto ad agire, ma nello stesso tempo anche con ponderazione. Questo soggetto fu sempre contrario all'accettazione del testamento di Carlo secondo, quando nel Consiglio ne fu portato l'esame. 
Ora che è già pervenuto a tal posto, per il dispiacere di non aver l'accesso che bramerebbe appresso il padrone, poco si cura, o mostra poco 
curarsi degli affari di Stato, godendo solamente del lustro e del profitto 
che gl'apporta la prima dignità del Regno che riguarda la giustizia. 
Il duca di Beauvilliers, soggetto distinto per gli onori che possiede di 
duca e pari di Francia, capo del Consiglio reale delle Finanze, primo 
gentiluomo della Camera del Re, e governator dei principi di Francia, 
fatto perciò dal Re di Spagna grande di quel Regno; questo soggetto, 
dico, è considerato per la pietà e per la saviezza, per la rettitudine 
e per la sua dolcezza, così che se alle dette doti avesse unito un talento 
corrispondente, non vi sarebbe che desiderarsi per un perfetto ministro. Mi valsi di questo soggetto in più incontri, e lo ritrovai sempre 
portato per la giustizia, e ben disposto per i publici riguardi e, se alcune 
volte non si ottenne intieramente l'intento, non fu per difetto di buona 
volontà, ma più tosto effetto del temperamento sempre portato alle 
facilità; ma non sempre atto in caso d'opposizione a sostenerle con 
vigore. </p>
<p>Il signor di Chamillart fece in breve tempo la presente sua fortuna. 
Levato da una carica assai ordinaria della Robba, fu impiegato nel 
servizio di madame di Maintenon, di là passò al Ministero delle Finanze,
poi gli fu dato quello della Guerra. Tutti lo fanno di buona intenzione, 
ma di capacità disuguale al peso di così importanti impieghi, che tennero nei tempi scorsi occupati due grand'uomini, cioè il signor di Louvois sopra la Guerra, e il signor di Colbert sopra le Finanze, ma se anche 
l'abilità fosse quale viene richiesta da quelle due difficili incombenze, 
vi si deve il tempo per le necessarie riflessioni, e per acquistar una certa 
indispensabile esperienza: e pure ebbe appena tempo di conoscere 
l'intrinseco dell'una, che gli fu addossata l'altra. </p>
<p>Tal unione fu fatta dal Re ad oggetto d'evitare quelle contestazioni 
che ordinariamente insorgono fra chi propone le intraprese della guerra, 
e chi deve somministrare li fondi per eseguirle. Questo ministro dunque 
fu così oppresso dalla mole degli affari che dovette per così dire operare 
solo meccanicamente, non ne avendo parte lo spirito perché senza 
tempo d'impiegarlo, così che se anche avesse una più vasta estesa di 
mente, non avrebbe potuto apparire per difetto di tempo. Da ciò poi 
nacque che non potendo sostenere un così gran travaglio, reso anche 
più pesante dalla difficoltà delle congionture, alterò la salute, e fu costretto a dimettersi della carica di controlore. Questa fu data al signor 
De Maretz, e se bene ordinariamente il soggetto che la sostiene venga 
fatto ministro di Stato, ad ogni modo non essendo ciò finora seguito 
ne viene per tal causa omessa la descrizione. </p>
<p>Resta in ultimo luogo il signor di Torcy per gli affari stranieri. È 
dotato di più distinte doti e di non mediocre abilità, che apparirebbe 
molto più se lo spirito trovasse maggior piacere nell'applicazione, ma 
si mostra più contento del lustro e del profitto della sua carica, che 
dell'essercizio e dell'autorità. È affabile e cortese nel tratto, principalmente in difetto di negozio, e quando ne è chiamato cerca più volentieri qualche uscita, che l'esame. Ha una intiera dipendenza negli affari 
alla reale volontà, facendo che in quella più volte prevalga la somissione sempre lodevole di suddito alla giusta fermezza in molti incontri necessaria di ministro. Tali sono i soggetti che compongono il 
Consiglio sopra gli affari di Stato, coi quali però il Re spesse volte molto 
più palesa che consulta la sua intenzione. </p>
<p>Per quello che riguarda la persona del Re, sono note al mondo le 
sue eroiche qualità, perciò inutile affatto ne sarebbe ogn'altro racconto, 
anzi un simile assunto non potrebbe esser eseguito senza diminuzione 
della verità. È arrivato al settantesimo anno della sua età con sì prospera salute, che promette secondo la stessa una più lunga vita. Fu 
sempre principe pio e religioso, e se nei tempi passati la gioventù ebbe 
il suo sfogo, ora vi si ammira una esemplare regolarità. Sempre uniforme è il tenore della sua vita. La mattina interviene nei consigli, il 
dopopranzo alla caccia o al passeggio, la sera si ritira nelli appartamenti 
di madame di Maintenon dove o travaglia particolarmente con li segretarî di Stato, o familiarmente si divertisce con poche dame della 
compagnia della già nominata. Non si pone più in dubbio il secreto 
matrimonio non potendo essere più assidua la pratica, né maggiore 
la confidenza. Questa, benché di poco tempo, pure passa l'età del Re, 
onde, essendo affatto cessati gli allettamenti ordinarî della gioventù, 
supplisce con un'ammirabile desterità nel conservarsi la sua amicizia. 
Il signor di Chamillart, come ho già esposto sua creatura, prima di portar 
al Re qualche aviso dispiacevole sopra lo stato delle due sue incombenze, doveva ricever gli ordini per il modo dell'esposizione che ordinariamente seguiva con diminuzione della verità acciò che non restasse 
alterata la salute del Re, che con diligenza se ne procura la conservazione; anzi in più incontri seguì che arrivando notizie per altre parti 
al Re, che non erano di sua cognizione, ne avanzò doglianze al ministro, che per sua difesa fu costretto confessare l'ordine ricevuto di 
dover farne in tal maniera il racconto. Si sa con certezza che le deliberazioni della guerra e le distribuzioni di tutte le cariche del Regno 
vengono o partecipate o destinate con l'assenso di tal compagnia, che 
non manca di mezzi e di persone delle quali si serve per appoggiar le 
sue premure. Da qui ne nasce che il favore ed i secreti raggiri hanno 
in più occasioni prevalso al merito. In somma quanto il Re fa apparire 
con ogn'altra persona l'autorità e l'indipendenza, altrettanto ha di 
connivenza e di facilità con questa. Può essere che nei tempi scorsi, 
quando li successi erano assistiti da tutta la fortuna, la verità che 
espongo non si scoprisse con tanta chiarezza, ma ora apertamente si 
conosce che anche i gran principi non possono spogliarsi dell'umanità 
e che se bene si mostrino tanto gelosi della propria libertà d'agire, 
non lasciano o in uno o nell'altro modo d'esser da altri diretti e condotti. </p>
<p>Non v'è dubbio che quel gran Monarca merita l'interesse universale per la sua lunga presservazione, ma per quanto fervidi possino esser 
i voti de' suoi sudditi per ottenergliela dal Cielo, la legge della natura 
a tutti è eguale, onde non sarà biasimata la considerazione di quello 
possi succeder dopo la sua morte. Erede della Corona è il Delfino, unico 
suo figlio, arrivato già all'età di quarantasette anni. Resta in dubbio 
se si debba maggiormente ammirare in questo principe o la sua penetrazione, che da quelli che familiarmente lo conoscono vien asserita 
non mediocre, o la sua rara dipendenza al Re. Lodevole ma non frequente è l'esempio che un figlio erede del comando non si fastidisca 
d'una così lunga vita del padre, ma questo principe, e da più contrasegni dati nelle malattie del Re, e dal tenore della sua vita, fa assai 
ben conoscere che, contento dello stato presente, poco si cura del comando. Può essere che, quando fosse asceso sopra il trono, l'esercizio 
dell'autorità, risvegliandone il piacere, producesse una intiera mutazione. A mio debole credere un simile discorso può esser tenuto da chi 
parla, molto più con motivo d'adulazione, che con l'oggetto della verità. 
perché non si cambia con facilità un abito da così lungo tempo 
contratto. Può esser contratto dalla virtù, ma sempre però con l'aiuto 
del temperamento, onde pare cosa naturale il giudicare che quando sia passata di molto la metà della vita, con un metodo non mai interrotto, 
rare volte succede, e con non poca pena, una total mutazione, cioè dalla 
quiete al travaglio. Da ciò si può giustamente indurre la conseguenza 
che montando questo principe sopra il trono incaricherà altri del peso 
del Governo, il quale poi riuscirà secondo la natura di quelli che saranno 
prescelti. Se un particolare si eleva con piena fortuna a così gran posto, 
esempio raro ma pur principalmente veduto in quel Regno, vano anzi 
impossibile viene ogni prognostico perché dipendente dal temperamento 
di quel soggetto. Se poi li principi che per la nascita, e per la continua 
pratica avuta col Delfino, possono con ragione concepirne speranza, 
pervengono a tal grado di favore, Vostre Eccellenze ne faranno le loro 
congetture nel ritratto d'ogn'uno che mi studierò d'esporre. </p>
<p>Precederà a tutti il Duca di Borgogna, primogenito del Delfino, 
e perciò immediatamente chiamato alla Corona. Non passa l'età di 
ventisei anni, ma con rara esemplarità di costumi, di divozione, e di 
studio, che si astiene d'ogni publico spettacolo, godendo solamente del 
ritiro e dell'applicazione. Il modo con cui vive non permette che vi si 
conosca quel spirito che per altro gli vien ascritto, parendo che quanto 
la natura le sia stata poco favorevole per la forma del corpo, che per dir 
il vero non è né la più felice, né la più avvenente, abbia supplito nel 
talento. Si mostra assai attaccato alle insinuazioni del suo direttore 
spirituale che è gesuita, ed in fatti avendo abbandonato ogni piacere 
che somministra la Corte, impiega tutto il suo tempo nelli studî e nelli 
esercizî di pietà e di divozione, prendendo il solo sollievo delle caccie. 
Tale è presentemente; qual poi possa essere quando sarà arrivato al 
comando, il rigoroso tenore della sua vita e la fresca sua età non permette che se ne possa formar alcun certo giudicio. </p>
<p>Deve qui aver luogo la Duchessa di Borgogna sua moglie, e figlia 
del Duca di Savoia. È vero che questa principessa, come finora occupata nel procurarsi i piaceri naturali della sua età, non ha avuto campo 
né incontro per ben manifestarsi, ad ogni modo non ha mancato in cose 
di poco momento far traspirare lo spirito e la desterità che averebbe 
nelle maggiori. È amata dal marito molto più di quello che l'ama, ma 
all'incontro impiega ogni finezza con madame di Maintenon acciò che 
contribuisca a fargli ottenere le sodisfazioni che brama. Vien communemente detto rassomigliare al padre, e nell'essere direttamente lontana 
da ogni prodigalità e nell'essere superiore ad ogni amicizia, avendo 
per solo oggetto il suo piacere ed il suo vantaggio. In somma dalle 
disposizioni presenti si può molto ben congetturare che a suo tempo 
può procurarsi parte nel comando. </p>
<p>Segue il Duca di Berry, giovine che per quello apparisce preferirà 
il piacere al negozio, essendo il suo temperamento molto più portato 
al primo, che il suo spirito al secondo. </p>
<p>Il Duca d'Orleans, se ben dovesse secondo il costume solamente 
occupar il primo luogo fra i principi del sangue, ad ogni modo, per 
grazia speciale del Re accordatagli per aver sposato una sua figlia naturale, gode gli onori dei principi della famiglia reale, distinzione che lo 
rende dai primi invidiato, e perciò poco amato. Questo palesò così 
apertamente il suo scontento nella guerra presente d'esser lasciato 
ozioso, che ottenne in fine il comando d'un'armata. Fu già in Italia, 
e perciò Vostre Eccellenze dalle relazioni che gli saranno state portate, 
l'averanno potuto conoscere. Non vi è dubbio che il detto principe 
quando non avesse in altro Governo quella considerazione che stima doversi alla sua nascita, averebbe fatica a poterne celare ed alle occasioni 
sopire il suo dispiacere. </p>
<p>Gli altri principi del sangue, cioè il Principe di Condè, il Duca di Borbone suo figlio, ed il Principe di Conti si vedono con non leggiero sentimento privi d'ogni autorità, ma sono costretti tollerar tal dipendenza. 
È però vero che il primo è in stato così poco felice di salute che non si 
lascia più vedere, non avendolo io per tal causa visitato nel mio partire. </p>
<p>Fra li due altri, cioè il Duca di Borbone ed il Principe di Conti, 
il secondo ha più stima nell'universale, e pare anche più distinto dal 
Delfino. Vien lodato per soggetto di valore e di capacità, ma come che 
non ebbe incontri per darne più publiche prove, così non si può aggiunger cosa alcuna alla fama che gode. </p>
<p>Il Re ha collocato il Duca du Maine ed il Conte di Tolosa suoi figli 
naturali nel rango dei principi del sangue dopo i già detti. Il primo 
è altrettanto infelice per la disposizione del suo corpo, che considerato 
per il suo spirito. È però vero che come sommamente ritirato, e dato 
solo alla pietà ed alla divozione, perché forse non è creduta sincera, 
così non è universalmente amato. Di differente carattere è il secondo, 
perché, se bene cedi di molto di capacità al fratello, lo sorpassa però 
in molto nell'affetto che gli viene portato. Il Re lo ha fornito di fortune e cariche distinte, onde si serve delle stesse per rendere più pomposi, e più grati a quelli con quali conversa, li continui suoi divertimenti. </p>
<p>Non deve esser omesso il Duca di Vendome, benché non sia fra i 
principi del sangue, ma che deriva da Enrico quarto e da Gabrielle 
d'Estrèes nominata la bella, principal fondamento della casa di tal 
nome: il comando che ha avuto in questa guerra l'ha reso abbastanza 
noto. Tutti gli ascrivono le qualità d'un gran capitano, considerato tale 
dal Re, e distinto con particolar affetto dal Delfino, così che nel regno 
di questo potrebbe fare una più riguardevole figura, se non fosse eccedentemente amante si può dir più dell'ozio, che del riposo. Il solo desiderio di gloria lo risveglia, avendosi fatto conoscer tale nelle campagne 
che ha comandato, ma passata l'occasione trascura ogni ufficiosità 
della Corte, ed ogni attenzione a suoi particolari interessi passando 
in tal maniera in una casa di campagna, secondo alcuni oscuramente, 
secondo lui comodamente la sua vita. La descrizione di questi soggetti 
fu da me creduta necessaria perché la loro nascita li solleva e li distingue sopra gli altri, ma non per questo si può né predire, né congetturar sicuramente l'avvenire, che dipende non tanto da quello che ora 
si scopre, ma molto più da accidenti lontani da ogni previdenza ed 
espettazione. </p>
<p>Resta infine ad esporre le corrispondenze e le amicizie che la Francia 
mantiene con li Principi dell'Europa. La sussistenza della Casa d'Austria in Spagna formava per il passato un stabile sistema, perciò riusciva 
facile anco conoscere quali fossero gli interessi e le inclinazioni dei 
Principi verso la Francia, come reciprocamente di questa verso di loro. 
Ma come che ora tutta l'Europa è agitata da una così dubbiosa guerra 
e che la prudenza umana non può congetturare quale ne possa esser 
il fine, così è intrapresa difficilissima il poterne far tal descrizione 
perché quello che sarà vero nel giorno d'oggidì, può esser intieramente da 
qualche violento successo mutato nel seguente; pure dirò ciò che nella presente confusione si può giudicare. Più unito a questo Regno non può 
ora essere quello di Spagna per l'uniformità degl'interessi, e per conseguenza delle premure. Alcuni consideravano che il vero vantaggio 
della Francia fosse la divisione di quella Monarchia che per l'addietro 
gli fu così contraria, ma prevalse nel Re il motivo della gloria di collocare il nipote sopra quel trono, e comunemente si vuole che sincero 
ne fosse l'oggetto di veramente preservarne intiera la successione, ma 
già che gli accidenti arrivati ne hanno impedito l'effetto, le premure 
si sono ristrette nelli soli Regni di Spagna. Affatto unite sono dunque 
le due Corti, dipendendo quella di Madrid assolutamente da quella di 
Versailles. Non si sa poi se vi sia la medesima unione fra le due Nazioni. 
Convien confessare che la spagnuola ha avuto nel progresso di questa 
guerra più motivi di scontento, e per vedersi regolata da un ministro francese, e si può dir dipendente dalla volontà d'una dama 
della stessa nazione che in più incontri s'ha servito della regia autorità per sodisfar, come alcuni dicono, solamente la propria passione. 
A ciò vi si aggiunge il pregiudizio del commercio che la Nazione ne 
risente in questa guerra. Veramente la Francia non contrasta alle 
Spagne il possesso delle Indie, ma se ne appropria il vantaggio, perché 
spedendo continuamente bastimenti carichi di tutte quelle mercanzie 
che sono necessarie nell'America, hanno così abbondantemente proveduto quei paesi che li gallioni di Spagna non hanno mai potuto esitare quello che portavano; onde quelle prodigiose ricchezze che tutta 
l'Europa tirava di Spagna soggiacendo alla leggiera ricognizione che 
dovevano al regio tesoro, sono passate senza alcun aggravio in Francia. 
Pure con tutti questi scontenti li Castigliani s'hanno sempre fatto conoscere fedeli a Filippo quinto, principalmente nell'ingresso delle 
truppe degl'Alleati in Madrid. Non è che per questo non vi possino 
esser per l'avvenire le sue apprensioni, ma non si può riferir che quello 
che presentemente si vede. </p>
<p>Quanto poi uniformi sono le premure fra la Spagna e la Francia, 
altrettanto contrarie sono quelle fra la Francia e l'Inghilterra. Di già 
gli Inglesi sono per lo più stati nemici della Nazione francese, ma nella 
guerra presente hanno fin adesso fatta la prima figura, animati ora 
a sostenerla con molto maggior piacere dopo che il Re di Francia tentò 
di sbarcare il Principe di Galles in Scozia. Quelli poi che ben considerano i suoi interessi anco separati dal tempo presente giudicano che 
quel Regno deve esser sempre opposto alla grandezza della Francia, 
così che anche se il Principe di Galles fosse pervenuto, o pervenisse 
al trono goduto da' suoi maggiori, il riguardo del suo interesse sarebbe 
diverso da quello della gratitudine. </p>
<p>Non è poi possibile nelle presenti confusioni parlar dell'Olanda. 
Altre volte si è veduta la Francia altrettanto interessata per la difesa 
di quella Repubblica, quanto sotto questo Regno risoluta d'abbatterla. 
Ma non si può formarne alcun certo giudicio dell'avvenire, perché dipendente dal fine di questa guerra. Si deve vedere dunque in mano 
di chi resterà la Fiandra, mentre da tal punto per comune aviso dipenderà la corrispondenza o la gelosia di queste due Potenze. </p>
<p>Un consimile discorso si può fare del Portogallo, in cui ora regna, 
la Casa di Braganza. Li Francesi ora la rimproverano d'ingratitudine 
d'esser nemica di quella Corte dai cui soccorsi, come dicono, deve riconoscer la sua corona; ma fin tanto che la Spagna è stata posseduta 
da una famiglia poco amica ed emula della Francia, il Portogallo fu 
costretto dimandar con premura la sua amicizia, ma come ora succede 
diversamente, così quel Principe deve ricercare altrove quell'assistenza 
che per il passato ha goduto dalla Francia. </p>
<p>Le due Corone del Nord, cioè Svezia e Danimarca, se ben lontane 
devono però esser considerate in riguardo della Francia. È però vero 
molto più per le diversioni che per il bene o male che immediatamente 
possano inferire. Non ha mancato quel ministro nella guerra presente 
d'usar ogni mezzo per guadagnar il Re di Svezia, ma, o sia che quel 
Principe essendo occupato nella Polonia e nella Moscovia non abbia 
potuto rivolger altrove le sue premure, o che abbia espressamente cercato di conservarsi d'ambe le parti la stima per poter ottenere nella 
ventura pace l'onore della mediazione goduto nella passata, o che veramente poco curando gli altrui impegni s'abbia solamente fissato 
nell'esecuzione de' suoi vasti disegni in Germania, o che vi siano stati 
uniti tutti questi riflessi, è cosa certa che ha sempre rigettato ogni 
proposizione fattagli dalla Francia. Alcuni anche vogliono che il detto 
Principe in più incontri sia restato poco contento di quella Corte, così 
che unito ai motivi della sua indifferenza vi sia una scarsa inclinazione. </p>
<p>La Danimarca è considerata nella guerra presente come nemica 
della Francia, perché, sebbene non sia unita con gl'Alleati, ad ogni 
modo gli assiste con gran numero di truppe che sono al loro soldo. Per 
quello riguarda l'avvenire pare che ora non si possi fare che una certa 
riflessione, che è che, come quella Corona per suo interesse deve esser 
nemica alla Svezia, così l'una sarà sempre unita al partito opposto 
dell'altra. </p>
<p>Altre volte l'esame della Germania doveva esser distinto per la 
diversità dei Principi che la compongono, ma nella guerra presente, 
eccettuati i due fratelli di Baviera e di Colonia, tutto l'Imperio è nemico della Francia. L'Imperatore fu tale anche nei tempi passati e 
sebbene sia impossibile una certa congettura dell'avvenire ad ogni 
modo par naturale il credere che sarà sempre forte la gelosia fra la Casa 
di Austria e di Bourbon. È però vero che, minacciando li Principi protestanti sotto pretesto di religione novità nell'Imperio, convien sospendere ogni giudicio perché dipendente dai successi che sopraveniranno. </p>
<p>Li due fratelli Elettori in questa guerra furono li soli principi in 
Germania che s'unirono con le due Corone. Si sa che l'Elettor di Baviera tirò dietro quello di Colonia, ed il primo fu guadagnato dalla 
Francia con più esibizioni fra le quali vi era quella d'assistenza per la 
Corona Imperiale. </p>
<p>L'evento fu intieramente contrario perché non solamente non ottenne quello sperava, ma perdé quello possedeva, così che è ora sostenuto dalla Francia che gli somministra 60 mille scudi al mese ed 
all'Elettor di Colonia suo fratello 29 mille con la condizione però di 
mantenere il piede di quelle truppe che avevano quando uscirono dalla 
Germania, il che ora non succede e viene intieramente ommessa ogni 
attenzione da quella Corte. L'Elettor di Baviera è riguardato come 
lo può esser un principe che è d'aggravio; non resta però che non 
venga amato, ma pare che il compatimento prevalga alla stima, e forse 
la presente sua condotta ne può esser la causa, perché non può negarsi 
che nelle disgrazie è sempre lodevole la superiorità, ma non mai l'abbandono ai piaceri come alcuni l'accusano. Ha sempre ripportato da 
quella Corte tutti gl'impegni in suo vantaggio, ma ora si trova alla 
condizione degli altri che devono sperar non tanto nelle promesse, 
quanto nelle congionture. L'Elettor di Colonia è conosciuto per un 
buon principe, venendo comprese sotto tal lode tutte le sue qualità. </p>
<p>Non deve esser omessa la relazione della corrispondenza che la 
Francia ha con li malcontenti dell'Ungheria, della quale però non si 
può farne nemmeno un importante caso perché non è cosa facile che 
la Francia nello stato in cui si trova, a considerazione di quei popoli, 
ritardi alcun accomodamento che se gli presentasse. </p>
<p>Li Svizzeri con ragione devono aver il suo luogo per essere una potenza considerata. Come che fra la Francia e questi sempre sussiste 
un reciproco bisogno perché la prima mantiene delle truppe di quella 
Nazione, e li secondi ritraggono per tale causa molto soldo e molte 
provisioni, così con ragione si può credere che costante ne sarà l'amicizia. </p>
<p>Non parlo della Moscovia, né della Polonia; potenze ambedue lontane dalla Francia di sito e di commercio. Con la prima non vi è alcuna corrispondenza, anzi la Francia diede scarsi contrasegni di stima 
a quel principe quando ultimamente un ambasciatore moscovita venne 
in Francia per reclamare alcuni bastimenti presi. Con la seconda vi 
possono esser maggiori occasioni principalmente nelle elezioni dei Re, 
nelle quali la Francia frequentemente ne prende parte o per sollevare 
qualche soggetto suddito come seguì in quest'ultimo incontro per il 
Principe di Conti, o per allontanarne qualche altro sospetto, o conosciuto contrario. </p>
<p>La Francia mantiene poi regolarmente un ambasciatore in Costantinopoli. Questo ha per uno dei principali suoi oggetti la protezione 
del commercio che è di molta conseguenza fra il Levante e la Provenza, 
e principalmente la città di Marsiglia. Assai dilatata è l'opinione che 
nella guerra presente siano stati praticati più tentativi per persuadere 
la Porta a profittare delle occasioni movendosi contro l'Imperatore. 
Il ministro a riguardo della religione si protestò alieno di tal diversione, ma che forse tutti i passi che possono esser stati avanzati, saranno 
stati prodotti da un puro particolare zelo dell'ambasciatore per il 
vantaggio del suo Re. Qualunque poi sia sopra di ciò il fatto, la verità 
è che li Turchi furono sempre costanti a rigettare ogni eccitamento 
della Francia. </p>
<p>Per quello riguarda l'Italia, il Papa riporta da quella Corte la venerazione che si deve al capo della Chiesa, principalmente nel stato 
presente in cui fiorisce la divozione. Non cesseranno mai le contese 
sopra il temporale e li privilegi della Chiesa Gallicana; e si può credere 
che seguirà per l'avvenire quello si è più volte veduto per il passato, 
cioè che alternativamente o il zelo si distinguerà nell'accordar, o il risentimento si affretterà nel riprender. Tutta la considerazione poi che 
la Francia averà per il Pontefice riguarderà il motivo della religione, 
parlandosi per altro comunemente con una totale indifferenza delle 
sue forze. </p>
<p>Ben differente è il discorso sopra il Duca di Savoia; non è che questo 
prencipe imprimi timore per la sua potenza, essendovi per dir il vero 
troppa sproporzione fra quella della Savoia e della Francia, ma non 
resta che non gli possi essere di non leggiero incomodo, quando vi sia 
un principe come adesso che sa approfittar delle occasioni. Riuscì 
sensibilissimo al Re il passo fatto dal Duca nella guerra presente d'unirsi 
con gl'Alleati. Gli fu rimproverato il difetto di fede, e l'ingratitudine 
ai contrassegni di distinzione datigli per li matrimonî delle sue due figlie. 
Con tutto questo la Corte di Francia quando fosse invitata da qualche 
favorevole congiontura, e per il temperamento della Nazione, come 
alcuni vogliono, egualmente facile a scordarsi delle ingiurie e dei beneficî, e per terminar una guerra così pesante, accetterebbe ogni accomodamento anche con proprio discapito. </p>
<p>Poco poi si può dir degli altri Principi d'Italia. Il Duca di Parma 
è compatito per le molestie che riceve dagli Alemanni, per altro conosciuto di buona intenzione, ma mancante di forze. Quello di Modena 
è corrisposto di quell'avversione che publicamente si sa che ha per la 
Francia. Si vede con passione lo stato presente di Mantova, e sarebbe 
desiderabile che quel principe s'avesse conciliato qualche stima, ma 
quando si parla della sua persona, ogni discorso termina nel commiserare il suo stato. Li Genovesi sono creduti attaccati alla Casa d'Austria, e per riconoscenza delle fortune fatte nel Governo passato della 
Spagna, o per speranza che continuando lo stesso continuerebbero a 
ripportare li medesimi vantaggi che sotto il Re presente gli furono 
levati dai Francesi. </p>
<p>Sopra il Granduca poco se ne parla perché, se è creduto portato 
per la Francia, la distanza non lascia sperarne grandi effetti, o se è 
supposto d'inclinazione contraria, non si forma gran concetto delle 
sue forze, tanto più quanto è nota la sua dipendenza dalla Corte di Roma. </p>
<p>Mi resta per ultimo di parlare della Serenissima Republica. Se è 
vero che le corrispondenze e le inclinazioni fra i Principi si possono 
scoprire principalmente nel tempo delle maggiori confusioni, certamente 
io dovrei per li accidenti nati nel mio soggiorno portarne all'eccellentissimo Senato una esatta relazione. Non posso dunque celare che 
continuati furono i lamenti in quella Corte sopra la pretesa parzialità 
che veniva praticata verso gli Allemanni. Le replicate, anzi le non mai 
interrotte relazioni che gli officiali e generali portarono alla Corte, avevano prodotto così svantaggioso effetto che non solo il comune che 
giudica per lo più senza le necessarie cognizioni, ma le persone più 
distinte, i ministri e principi stessi, mostravano d'esserne persuasi. Si 
doveva e fu anche praticato far conoscere la falsità di tali supposti, 
esaminando con distinzione i fatti sopra i quali erano fondati le doglianze, ma come che gl'interessi di quella Corte avevano bisogno d'appoggio in Italia, così faceva più impressione il senso dei pregiudizî 
che risentivano, che tutta la solidità delle ragioni allegate, ed il tenor 
dei suoi lamenti ne serve di prova. </p>
<p>Che se l'eccellentissimo Senato avesse voluto, la Lombardia non 
avrebbe sofferto la guerra, e li Stati del Re di Spagna sarebbero ancora 
sotto il suo dominio, parlando sempre come se ogni Principe dovesse 
ciecamente procurare il solo loro vantaggio a costo anche del proprio 
interesse. Ora che fu ceduta l'Italia con quel precipizio che è noto, 
benché si procuri dissimulare, pure se ne scopre il dispiacere che apparisce anco più chiaramente quando si vanta in vendetta sodisfazione 
dei danni che gli Allemanni come dicono vi inferiscono. Il ministro però 
conosce che sarà sempre interesse della Francia la presservazione del 
Stato della Republica, perché per servirsi dei proprî suoi sentimenti, 
se nella guerra presente non ha riportato quello aspettava, o almeno 
per suo vantaggio desiderava, possono per l'avvenire succedere incontri tali che la Republica sarà in maggior stato e volontà di procurar qualche profitto alla Francia. Fondano il loro discorso sopra la 
considerazione che un Principe averà sempre maggior gelosia d'una Potenza che per lungo spazio di paese confina, che d'un'altra benché 
maggiore ma lontana, e passando da tale proposizione generale all'esame 
particolare concludono che per motivo di proprio interesse l'eccellentissimo Senato deve (può esser) aver più riguardi per l'Imperatore, 
ma però più inclinazione per la Francia. </p>
<p>Questo discorso che ora espongo mi fu più volte tenuto dai ministri, ben è vero con quei termini che gli venivano suggeriti dal senso 
delle sfortune. Ultimamente però prima della mia partenza il duca 
di Beauvilliers mi disse che gli accidenti passati non dovevano alterare 
quella corrispondenza per l'addietro sempre praticata fra la Corona 
di Francia e la Republica; che mi assicurava che tanto il Re quanto 
li principi conoscevano di suo vantaggio conservare la publica amicizia, 
e che ne hanno e ne averanno per l'avvenire sempre un'eguale attenzione e premura per mantenerla; e qui lasciò cadere l'espressione tanto 
frequente principalmente nei tempi correnti, che bisognerebbe che 
Vostre Eccellenze mostrassero dalla loro parte una reciproca disposizione. Insomma tanto dal discorso del detto ministro, e d'ogn'altro, 
quanto da tutto ciò che ho in quel mio soggiorno potuto scoprire, la 
Francia crede di suo vantaggio la presservazione della Republica perché 
può servire di diversione alla potenza nemica di Casa d'Austria. Da 
qui poi ne nasce che appoggiati sopra questo fondamento, quando 
ne succede l'incontro, e che l'effetto non corrisponde alla loro espettazione si passa ai lamenti, ed alle esagerazioni, come appunto seguì. </p>
<p>Quanto poi difficile, altrettanto necessario pare qualche discorso 
non solamente sopra la continuazione, ma anche sopra il fine di questa 
guerra. Non è ch'io presuma formarne alcun giudicio, assunto superiore 
a qualunque mente ed in particolare alla mia, ma d'esponere puramente a publica cognizione le congetture che in quella Corte vengono 
fatte. Se la prevenzione generale può servire di qualche pronostico, 
questo non pare molto fortunato alla Francia. </p>
<p>L'oggetto d'ambidue li partiti contendenti è rivolto nella Spagna 
a causa dell'Indie. Non si può negare che secondo le presenti apparenze gli Alleati con fatica potranno levare con forza le Spagne, ma se 
disperano in tal modo, si lusingano riportarne l'effetto con la diversione. 
A tal fine hanno sempre fatto i maggiori sforzi, ora sopra la Mosella, 
ed ora in Fiandra, acciò che la Francia sia costretta ad abbandonare, 
o almeno diminuire la difesa di quei Regni. Sarebbe poi una inescusabile pretensione il voler congetturare quale possi esserne l'evento perché 
la presente rivoluzione d'Europa non può terminare con ordinario 
metodo, ma solamente con qualche violento colpo, o sia sopra la vita 
di qualche Principe, o qualche successo militare. Il precipitoso abbandono dell'Italia fa conoscere quanto quella Corte sia naturalmente 
portata a prendere simili risoluzioni, e già s'ode che la Francia può 
mantenere tutti li principi della Casa Reale, senza che siano obligati 
cercar altrove la sussistenza. Che l'unione delle due Corone porta più 
gloria che profitto; che anche avanti la morte di Carlo secondo la Francia godeva il medesimo lustro, e manteneva le medesime per non dir 
superiori forze, disseminazioni che meritano riflesso, e che possono in 
qualche incontro aver maggior vigore. </p>
<p>Conosco molto bene che tal discorso dovrebbe esser accompagnato 
da molti altri in riguardo d'altre Potenze, ma come il mio ministero 
fu in Francia, così le mie relazioni non possono più ampiamente estendersi. Dirò dunque in fine che quella Potenza per comune opinione sarà 
sempre considerabile, e superiore ad ogni altra dell'Europa pur che 
non sia internamente da civili discordie lacerata, come seguì nel secolo passato. È vero che ora ne pare lontano ogni timore perché le 
guerre interne che si videro nei tempi scorsi ebbero per principio, e 
per parlar più giustamente, per pretesto la religione. Questa è ridotta 
in una sola, essendo stati cacciati dal Regno gli ugonotti, risoluzione 
sempre lodevole in riguardo alla pietà del Re, ma sempre dannosa al 
Regno, per la diminuzione del popolo. </p>
<p>Con tutto che dunque non vi sia ora altro esercizio che quello della 
Religione cattolica romana, non resta che non sussistino molti seguaci della setta già scacciata che nascondono per timor del castigo 
la loro inclinazione. Si è veduto in questa guerra di quanta gelosia sono 
stati li movimenti della Linguadocca li quali, se non fossero stati subito 
ripressi, avrebbero apportato alla Francia danno maggiore a quello 
che ora possino far tutte l'armi forestiere. Esente dunque quella Monarchia da interni movimenti, la natura gli ha accordato vantaggi tali 
che può in proporzionata successione di tempi rimettersi da qualunque 
incomodo, perché abbonda di frutti della terra non solamente per 
proprio bisogno, ma anche per gli altri Paesi. L'esito che la Francia 
ha fuori del Regno di vini, acquavite, telami, canapi ed altro, ascende 
a somme considerabilissime, così che anche attualmente nel maggior 
ardore della guerra, tutta l'Olanda ed il Nord contribuiscono alla Francia più milioni; per tal causa quella Potenza quando non sia internamente lacerata sarà sempre formidabile nell'Europa. </p>
<p>Se nel principio di questa mia relazione conobbi le difficoltà, ora che 
è fatta ne conosco le imperfezioni non però prodotte da difetto d'attenzione e di premura nel portar all'eccellentissimo Senato tutte le 
possibili cognizioni, ma bensì prodotte dalla vastità della materia e 
dalla mia scarsa capacità. La publica saviezza però da esposizione 
anche così imperfetta saprà rilevare i più profittevoli lumi, deducendo 
dal solo racconto dei fatti quei riflessi che sono altrettanto naturali 
della publica mente, quanto superiori alla mia. </p>
<p>Adempite dunque quelle parti che mi correvano, passerò a ciò che 
riguarda la persona del fedelissimo Giovan Francesco Vincenti che servì 
l'eccellentissimo Senato in qualità di segretario di quell'ambasciata. 
Questo non solamente imitò, ma si può dir sorpassò il zelo dei suoi 
benemeriti maggiori, essendo stata la mia la quarta ambasciata in cui 
fece conoscere tutta l'abilità ed il zelo nel publico servizio con intiero 
incomodo delle sue scarse facoltà e già abattute dal padre in più residenze nelle quali anche vi mancò. La munificenza dell'eccellentissimo Senato non potrà esser impiegata con maggior giustizia, per i meriti della 
persona e famiglia che praticò sempre una cieca rassegnazione al publico comando, né con maggior frutto per animar gli altri a servir con 
egual zelo, rendendosi degni come questo delle publiche grazie. </p>
<p>Poco poi incomoderò l'eccellentissimo Senato sopra la mia divota 
persona, e prima di tutto umilierò il ritratto che il Re ha costume di 
dare agli ambasciatori prima del loro partire. Non vi è dubbio che deve 
esser riverita la mano da cui viene, ma con tutto questo riceve il maggior prezzo dal publico generoso assenso che è umilmente supplicato 
perché indicante benigno compatimento alli dispendî ed alle fatiche 
di chi serve. Io non mi estenderò nel racconto dei primi, perché sono 
già noti, oltre di che qualunque giusto e lodevole uso possi farsi delle 
proprie facoltà, superiore ad ogn'altro sarà sempre quello del publico 
servizio, che per dir il vero esige non solamente cieca rassegnazione, 
ma sincera prontezza nel sacrifizio, e questa mal apparirebbe ogni volta 
che troppo frequenti ne fossero li racconti dei dispendî perché il merito consiste non solamente nel far l'azione, ma nel farla con buon cuore, 
il quale poi non può ammetter sentimenti che possino indicar dispiacere dell'operazione; ma non vorrei per sfuggir un difetto cader in un 
altro, e nello stesso tempo che procuro allontanarmi dall'uno, incontrar 
l'altro estremo. </p>
<p>Dirò dunque brevemente la verità che gli aggravî dell'ambasciata 
di Francia sono grandi, né certamente ho rimorso d'aver mancato a 
quel lustro che è dovuto al publico carattere. Ciò che ora espongo per 
quella di Francia che ho già fatto, posso senza diminuzione della dovuta 
modestia e con ragione parlar in simile maniera di quella di Vienna 
che intraprendo. Se poi tali impieghi sono pesanti per il dispendio, non 
lo sono niente meno per le difficoltà. E superfluo d'esponere all'eccellentissimo Senato quanto siano state spinose le congionture, riconoscendo 
dalla divina assistenza, e dal publico generoso compatimento, tutto 
quello che avessi saputo fare. Confesso con rossore, ma con ingenuità, 
che mi conosco di capacità sommamente inferiore a quella che vien ricercata tanto dal ministero già passato, quanto da quello nuovamente 
addossatomi; ma terminerò con assicurar l'eccellentissimo Senato che 
se il Signor Iddio mi avesse accordato abilità eguale al zelo che ho 
per il publico servizio, arditamente direi che la Patria non averebbe 
un infruttuoso cittadino. </p>
<closer><dateline>Data li 14 giugno 1708. </dateline>
<signed>LORENZO TIEPOLO cavalier. </signed></closer></div1></body></text></TEI.2>
