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      <title>Canzoni (ed. Bologna 1824)</title>
      <author>Giacomo Leopardi</author>
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    <extent>164 Kb in UTF-8</extent>
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      <publisher>Biblioteca Italiana</publisher>
      <pubPlace>Roma</pubPlace>
      <date>2004</date>
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              personale o scientifico. Ogni uso commerciale è vietato</p>
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      <title>Collezione BibIt</title>
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      <bibl>
        <title>Tutte le opere</title>
        <author>Leopardi, Giacomo</author>
        <editor id="ed">Felici, Lucio</editor>
        <publisher>Lexis Progetti Editoriali</publisher>
        <pubPlace>Roma</pubPlace>
        <date>1998</date>
        <note>L'edizione elettronica fa riferimento al testo Giacomo Leopardi, Canti, ed. critica a cura di D. de Robertis, Milano, Il Polifilo 1984.</note>
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                    <p>Tutti i materiali paratestuali della fonte cartacea non riconducibili alla
                      responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                      digitale</p>
                  </samplingDecl>
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                      <p>I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea
                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
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                      <p>I trattini di sillabazione a fine riga sono stati soppressi e le parole
                        ricomposte</p>
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        <term>851.7 - POESIA ITALIANA. 1814-1859</term>
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<text>
<front>
<div1>
<head>A CHI LEGGE</head>
	<p>Con queste <title>Canzoni</title> l'autore s'adopera dal canto suo di ravvivare negl'Italiani quel tale amore verso la patria dal quale hanno principio, non la disubbidienza, ma la probità e la nobiltà così de' pensieri come delle opere. Al medesimo effetto riguardano, qual più qual meno dirittamente, le istituzioni dei nostri governi, i quali procurano la felicità de' loro soggetti, non dandosi felicità senza virtù, nè virtù vera e generale in un popolo disamorato di se stesso. E però dovunque i soggetti non si curano della patria loro, quivi non corrispondono all'intento de' loro Principi. Di queste <title>Canzoni</title> le due prime uscirono l'anno 1818, premessavi allora quella dedicatoria ch'hanno dinanzi. La terza l'anno 1820 colla lettera ch'anche qui se le propone. E dopo la prima stampa tutte tre sono state ritoccate dall'autore in molti luoghi. L'altre sono nuove.</p>
</div1>
</front>
<body>
<div1>
<head>1. ALL'ITALIA</head>
<div2>
<head>GIACOMO LEOPARDI AL CAVALIERE VINCENZO MONTI</head>
	<p>Consacro a voi, Signor Cavaliere, queste <title>Canzoni</title> perchè quelli che oggi compiangono o esortano la patria nostra, non possono fare di non consolarsi pensando che voi con quegli altri pochissimi (i nomi de' quali si dichiarano per se medesimi quando anche si tacciano) sostenete l'ultima gloria degl'Italiani; dico quella che deriva loro dagli studi e singolarmente dalle lettere e dalle arti belle; tanto che per anche non si potrà dire che l'Italia sia morta. Se queste <title>Canzoni</title> uguagliassero il soggetto, so bene che non mancherebbe loro nè grandiosità nè veemenza: ma non dubitando che non cedano alla materia, mi rimetto del quanto e del come al giudizio vostro, non altrimenti ch'io faccia a quello dell'universale; conformandomi in questa parte a molti valorosi ingegni italiani che per l'ordinario non si contentano se le opere loro sono approvate per buone dalla moltitudine, quando a voi non soddisfacciano; o lodate che sieno da voi, non si curano che il più dell'altra gente le biasimi o le disprezzi. Una cosa nel particolare della prima <title>Canzone</title> m'occorre di significare alla più parte degli altri che leggeranno; ed è che il successo delle Termopile fu celebrato veramente da quello che in essa <title>Canzone</title> s'introduce a poetare, cioè da Simonide, tenuto dall'antichità fra gli ottimi poeti lirici, vissuto, che più rileva, ai medesimi tempi della scesa di Serse, e greco di patria. Questo suo fatto, lasciando l'epitaffio riportato da Cicerone e da altri, si dimostra da quello che scrive Diodoro nell'undecimo libro, dove recita anche certe parole d'esso poeta in questo proposito, due o tre delle quali sono espresse nel quinto verso dell'ultima strofe. Rispetto dunque alle predette circostanze del tempo e della persona, e d'altra parte riguardando alle qualità della materia per se medesima, io non credo che mai si trovasse argomento più degno di poema lirico e più fortunato di questo che fu scelto o più veramente sortito da Simonide. Perocchè se l'impresa delle Termopile fa tanta forza a noi che siamo stranieri verso quelli che l'operarono, e con tutto questo non possiamo tener le lagrime a leggerla semplicemente come passasse, e ventitrè secoli dopo ch'ell'è seguita; abbiamo a far congettura di quello che la sua ricordanza dovesse potere in un greco, e poeta, e de' principali, avendo veduto il fatto si può dire, cogli occhi propri, andando per le stesse città vincitrici d'un esercito molto maggiore di quanti altri si ricorda la storia d'Europa, venendo a parte delle feste, delle maraviglie, del fervore di tutta una eccellentissima nazione, fatta anche più magnanima della sua natura dalla coscienza della gloria acquistata, e dall'emulazione di tanta virtù dimostrata pur allora dai suoi. Per queste considerazioni riputando a molta disavventura che le cose scritte da Simonide in quella occorrenza fossero perdute, non ch'io presumessi di riparare a questo danno, ma come per ingannare il desiderio, procurai di rappresentarmi alla mente le disposizioni dell'animo del poeta in quel tempo, e con questo mezzo, salva la disuguaglianza degl'ingegni, tornare a fare la sua canzone; della quale io porto questo parere, che o fosse maravigliosa, o la fama di Simonide fosse vana e gli scritti perissero con poca ingiuria. Voi, Signor Cavaliere, sentenzierete se questo mio proponimento abbia avuto più del coraggioso o del temerario; e similmente farete giudizio della seconda <title>Canzone</title>, ch'io v'offro insieme coll'altra candidamente e come quello che facendo professione d'amare più che si possa la nostra povera patria, mi tengo per obbligato d'affetto e riverenza particolare ai pochissimi Italiani che sopravvivono. E ho tanta confidenza nell'umanità dell'animo vostro, che quantunque siate per conoscere al primo tratto la povertà del donativo, m'assicuro che lo accetterete in buona parte, e forse anche l'avrete caro per pochissima o niuna stima che ne convenga fare al vostro giudizio.</p>
</div2>
<div2>
<head>ALL'ITALIA.</head>
<argument><p>CANZONE PRIMA.</p></argument>

	<lg><l>O patria mia, vedo le mura e gli archi</l>
<l>E le colonne e i simulacri e l'erme</l>
<l>Torri de gli avi nostri,</l>
<l>Ma la gloria non vedo,</l>
<l>Non vedo il lauro e 'l ferro ond'eran carchi</l>
<l>I nostri padri antichi. Or fatta inerme,</l>
<l>Nuda la fronte e nudo il petto mostri.</l>
<l>Oimè quante ferite,</l>
<l>Che lividor, che sangue: oh qual ti veggio,</l>
<l>Formosissima donna. Io chiedo al cielo</l>
<l>E al mondo: dite dite;</l>
<l>Chi la ridusse a tale? E questo è 'l peggio</l>
<l>Che di catene ha carche ambe le braccia;</l>
<l>Sì che sparte le chiome e senza velo</l>
<l>Siede in terra negletta e sconsolata,</l>
<l>Nascondendo la faccia</l>
<l>Tra le ginocchia, e piange.</l>
<l>Piangi, chè n'hai ben donde, Italia mia,</l>
<l>Le genti a vincer nata</l>
<l>E ne la fausta sorte e ne la ria.</l></lg>
	<lg><l>Se fosser gli occhi miei due fonti vive,</l>
<l>Non potrei pianger tanto</l>
<l>Ch'adeguassi il tuo danno e men lo scorno;</l>
<l>Chè fosti donna, or se' povera ancella.</l>
<l>Chi di te parla o scrive</l>
<l>Che rimembrando il tuo passato vanto,</l>
<l>Non dica; già fu grande, or non è quella?</l>
<l>Perchè, perchè? dov'è la forza antica,</l>
<l>Dove l'armi e 'l valore e la costanza?</l>
<l>Chi ti discinse il brando?</l>
<l>Chi ti tradì? qual arte o qual fatica</l>
<l>O qual tanta possanza</l>
<l>Valse a spogliarti il manto e l'auree bende?</l>
<l>Come cadesti o quando</l>
<l>Da tanta altezza in così basso loco?</l>
<l>Nessun pugna per te? non ti difende</l>
<l>Nessun de' tuoi? L'armi, qua l'armi: io solo</l>
<l>Combatterò, procomberò sol io.</l>
<l>Dammi o Ciel, che sia foco</l>
<l>A gl'italici petti il sangue mio.</l></lg>
	<lg><l>Dove sono i tuoi figli? Odo suon d'armi</l>
<l>E di carri e di voci e di timballi:</l>
<l>In estranie contrade</l>
<l>Pugnano i tuoi figliuoli.</l>
<l>Attendi, Italia, attendi. Io veggio, o parmi,</l>
<l>Un fluttuar di fanti e di cavalli,</l>
<l>E fumo e polve, e luccicar di spade</l>
<l>Come tra nebbia lampi.</l>
<l>E taci, e piangi, e i tremebondi lumi</l>
<l>Piegar non soffri al dubitoso evento?</l>
<l>A che pugna in quei campi</l>
<l>L'itala gioventude? O numi o numi:</l>
<l>Pugnan per altra terra itali acciari.</l>
<l>Oh misero colui che in guerra è spento,</l>
<l>Non per li patrii lidi e per la pia</l>
<l>Consorte e i figli cari,</l>
<l>Ma da' nemici altrui</l>
<l>Per altra gente, e non può dir morendo;</l>
<l>Alma terra natia,</l>
<l>La vita che mi dèsti ecco ti rendo.</l></lg>
	<lg><l>Oh venturose e care e benedette</l>
<l>Le antich'età, che a morte</l>
<l>Per la patria correan le genti a squadre;</l>
<l>E voi sempre onorate e gloriose</l>
<l>O tessaliche strette,</l>
<l>Dove la Persia e 'l fato assai men forte</l>
<l>Fu di poch'alme franche e generose.</l>
<l>Io credo che le piante e i sassi e l'onda</l>
<l>E le montagne vostre al passeggere</l>
<l>Con indistinta voce</l>
<l>Narrin siccome tutta quella sponda</l>
<l>Coprìr le invitte schiere</l>
<l>De' corpi ch'a la Grecia eran devoti.</l>
<l>Allor, vile e feroce,</l>
<l>Serse per l'Ellesponto si fuggia</l>
<l>Fatto ludibrio a gli ultimi nepoti;</l>
<l>E sul colle d'Antela, ove morendo</l>
<l>Si sottrasse da morte il santo stuolo,</l>
<l>Simonide salia,</l>
<l>Guardando l'etra e la marina e 'l suolo.</l></lg>
	<lg><l>E di lacrime sparso ambe le guance,</l>
<l>E 'l petto ansante, e vacillante il piede,</l>
<l>Toglieasi in man la lira:</l>
<l>Beatissimi voi,</l>
<l>Ch'offriste il petto a le nemiche lance</l>
<l>Per amor di costei ch'al sol vi diede;</l>
<l>Voi che la Grecia cole, e 'l mondo ammira.</l>
<l>Ne l'armi e ne' perigli</l>
<l>Qual tanto amor le giovanette menti,</l>
<l>Qual ne l'acerbo fato amor vi trasse?</l>
<l>Come sì lieta o figli,</l>
<l>L'ora estrema v'apparve, onde ridenti</l>
<l>Correste al passo lagrimoso e duro?</l>
<l>Parea ch'a danza e non a morte andasse</l>
<l>Ciascun de' vostri o a splendido convito:</l>
<l>Ma v'attendea lo scuro</l>
<l>Tartaro e l'onda morta;</l>
<l>Nè le spose vi fòro o i figli accanto</l>
<l>Quando su l'aspro lito</l>
<l>Senza baci moriste e senza pianto.</l></lg>
	<lg><l>Ma non senza de' Persi orrida pena</l>
<l>Ed immortale angoscia.</l>
<l>Come lion di tori entro una mandra</l>
<l>Or salta a quello in tergo e sì gli scava</l>
<l>Con le zanne la schiena,</l>
<l>Or questo fianco addenta or quella coscia;</l>
<l>Tal fra le pèrse torme infuriava</l>
<l>L'ira de' greci petti e la virtute.</l>
<l>Ve' cavalli supini e cavalieri;</l>
<l>Vedi intralciar de' vinti</l>
<l>La fuga i carri e le tende cadute,</l>
<l>E correr fra' primieri</l>
<l>Pallido e scapigliato esso tiranno;</l>
<l>Ve' come infusi e tinti</l>
<l>Del barbarico sangue i greci eroi,</l>
<l>Cagione a i Persi d'infinito affanno,</l>
<l>A poco a poco vinti da le piaghe,</l>
<l>L'un sopra l'altro cade. Evviva evviva:</l>
<l>Beatissimi voi</l>
<l>Mentre nel mondo si favelli o scriva.</l></lg>
	<lg><l>Prima divelte, in mar precipitando,</l>
<l>Spente ne l'imo strideran le stelle,</l>
<l>Che la memoria e 'l vostro</l>
<l>Amor trascorra o scemi.</l>
<l>Ara vi fia la tomba; e qua mostrando</l>
<l>Verran le madri a i parvoli le belle</l>
<l>Orme del vostro sangue. Ecco i' mi prostro</l>
<l>O benedetti, al suolo,</l>
<l>E bacio questi sassi e queste zolle,</l>
<l>Che fien lodate e chiare eternamente</l>
<l>Da l'uno a l'altro polo.</l>
<l>Deh foss'io pur con voi qui sotto, e molle</l>
<l>Fosse del sangue mio quest'alma terra.</l>
<l>Che se ripugna il fato, e non consente</l>
<l>Ch'io per la Grecia i moribondi lumi</l>
<l>Chiuda prostrato in guerra,</l>
<l>Così la vereconda</l>
<l>Fama del vostro vate appo i futuri</l>
<l>Possa, volendo i numi,</l>
<l>Tanto durar quanto la vostra duri.</l></lg>
</div2>
</div1>
<div1>
<head>2. SOPRA IL MONUMENTO DI DANTE CHE SI PREPARA IN FIRENZE.</head>
<argument><p>CANZONE SECONDA.</p></argument>

	<lg><l>Perchè le nostre genti</l>
<l>Pace sotto le bianche ali raccolga,</l>
<l>Non fien da' lacci sciolte</l>
<l>De l'antico sopor l'itale menti</l>
<l>S'a i patri esempi de la prisca etade</l>
<l>Questa terra fatal non si rivolga.</l>
<l>O Italia, a cor ti stia</l>
<l>Far a i passati onor, che d'altrettali</l>
<l>Oggi vedove son le tue contrade,</l>
<l>Nè c'è chi d'onorar ti si convegna.</l>
<l>Volgiti indietro, e guarda o patria mia,</l>
<l>Quella schiera infinita d'immortali,</l>
<l>E piangi e di te stessa ti disdegna;</l>
<l>Che se non piangi, ogni speranza è stolta:</l>
<l>Volgiti e ti vergogna e ti riscuoti,</l>
<l>E ti punga una volta</l>
<l>Pensier de gli avi nostri e de' nipoti.</l></lg>
	<lg><l>D'aria e d'ingegno e di parlar diverso</l>
<l>Per lo toscano suol cercando gia</l>
<l>L'ospite desioso</l>
<l>Dove giaccia colui per lo cui verso</l>
<l>Il meonio cantor non è più solo.</l>
<l>Ed (oh vergogna) udia</l>
<l>Che non che 'l cener freddo e l'ossa nude</l>
<l>Giaccian esuli ancora</l>
<l>Dopo il funereo dì sott'altro suolo,</l>
<l>Ma non sorgea dentro a tue mura un sasso</l>
<l>Firenze, a quello per la cui virtude</l>
<l>Tutto il mondo t'onora.</l>
<l>Oh voi pietosi onde sì tristo e basso</l>
<l>Obbrobrio laverà nostro paese:</l>
<l>Bell'opra hai tolta e di ch'amor ti rende,</l>
<l>Schiera prode e cortese,</l>
<l>Qualunque petto amor d'Italia accende.</l></lg>
	<lg><l>Amor d'Italia o cari,</l>
<l>Amor di questa misera vi sproni,</l>
<l>Ver cui pietade è morta</l>
<l>In ogni petto omai, perciò che amari</l>
<l>Giorni dopo il seren dato n'ha il Cielo.</l>
<l>Spirti v'aggiunga e vostra opra coroni</l>
<l>Misericordia o figli,</l>
<l>E duolo e sdegno di cotanto affanno</l>
<l>Onde bagna costei le guance e 'l velo.</l>
<l>Ma voi di quale ornar parola o canto</l>
<l>Si debbe, a cui non pur cure o consigli,</l>
<l>Ma de l'ingegno e de la man daranno</l>
<l>I sensi e le virtudi eterno vanto</l>
<l>Oprate e mostre ne la dolce impresa?</l>
<l>Quali a voi note invio, sì che nel core,</l>
<l>Sì che ne l'alma accesa</l>
<l>Nova favilla indurre abbian valore?</l></lg>
	<lg><l>Voi spirerà l'altissimo subbietto,</l>
<l>Ed acri punte premeravvi al seno.</l>
<l>Chi dirà l'onda e 'l turbo</l>
<l>Del furor vostro e de l'immenso affetto?</l>
<l>Chi pingerà l'attonito sembiante?</l>
<l>Chi de gli occhi il baleno?</l>
<l>Qual può voce mortal celeste cosa</l>
<l>Agguagliar figurando?</l>
<l>Lunge sia, lunge alma profana. Oh quante</l>
<l>Lagrime al chiaro avello Italia serba.</l>
<l>Come cadrà? come dal tempo ròsa</l>
<l>Fia vostra gloria o quando?</l>
<l>Voi, di che 'l nostro mal si disacerba,</l>
<l>Sempre vivete o care arti divine,</l>
<l>Conforto a nostra sventurata gente,</l>
<l>Fra l'itale ruine</l>
<l>Gl'itali pregi a celebrare intente.</l></lg>
	<lg><l>Ecco voglioso anch'io</l>
<l>Ad onorar nostra dolente madre</l>
<l>Porto quel che mi lice,</l>
<l>E mesco a l'opra vostra il canto mio</l>
<l>Sedendo u' vostro ferro i marmi avviva.</l>
<l>O de l'ausonio carme inclito padre,</l>
<l>Se di cosa terrena,</l>
<l>Se di colei che tanto alto locasti</l>
<l>Qualche novella a i vostri lidi arriva,</l>
<l>Io so ben che per te gioia non senti,</l>
<l>Chè saldi men che cera e men ch'arena,</l>
<l>Verso la fama che di te lasciasti,</l>
<l>Son bronzi e marmi; e da le nostre menti</l>
<l>Se mai cadesti ancor, s'unqua cadrai,</l>
<l>Cresca, se crescer può, nostra sciaura,</l>
<l>E in sempiterni guai</l>
<l>Pianga tua stirpe a tutto il mondo oscura.</l></lg>
	<lg><l>Ma non per te; per questa ti rallegri</l>
<l>Povera patria tua, s'unqua l'esempio</l>
<l>De gli avi e de' parenti</l>
<l>Ponga ne' figli sonnacchiosi ed egri</l>
<l>Tanto valor che un tratto alzino il viso.</l>
<l>Quale e da quanto scempio</l>
<l>Vedi guasta colei che sì meschina</l>
<l>Te salutava allora</l>
<l>Che di nuovo salisti al paradiso:</l>
<l>Allor beata pur (qualunque intende</l>
<l>A' novi affanni suoi) donna e reina</l>
<l>Ch'or nulla, ove non fòra</l>
<l>Somma pietade assai, pietade attende.</l>
<l>Taccio gli altri nemici e l'altre doglie;</l>
<l>Ma non la Francia scelerata e nera,</l>
<l>Per cui presso a le soglie</l>
<l>Vide la patria mia l'ultima sera.</l></lg>
	<lg><l>Beato te che 'l fato</l>
<l>A viver non dannò fra tanto orrore;</l>
<l>Che non vedesti in braccio</l>
<l>L'itala moglie a barbaro soldato;</l>
<l>Non predar non guastar cittadi e colti</l>
<l>L'asta innimica e 'l peregrin furore;</l>
<l>Non de gl'itali ingegni</l>
<l>Tratte l'opre divine a miseranda</l>
<l>Schiavitude oltre l'alpe, e non da' folti</l>
<l>Carri impedita la dolente via;</l>
<l>Non gli aspri cenni ed i superbi regni;</l>
<l>Non udisti gli oltraggi e la nefanda</l>
<l>Voce di libertà che ne schernia</l>
<l>Tra 'l suon de le catene e de' flagelli.</l>
<l>Chi non si duol? che non soffrimmo? intatto</l>
<l>Che lasciaron quei felli?</l>
<l>Qual tempio, quale altare o qual misfatto?</l></lg>
	<lg><l>Perchè venimmo a sì perversi tempi?</l>
<l>Perchè 'l nascer ne dèsti o perchè prima</l>
<l>Non ne dèsti il morire,</l>
<l>Acerbo fato? onde a stranieri ed empi</l>
<l>Nostra patria vedendo ancella e schiava,</l>
<l>E da mordace lima</l>
<l>Roder la sua virtù, di null'aita</l>
<l>E di nullo conforto</l>
<l>Lo spietato dolor che la stracciava</l>
<l>Ammollir ne fu dato in parte alcuna.</l>
<l>Ahi non il sangue nostro e non la vita</l>
<l>Avesti o cara, e morto</l>
<l>Io non son per la tua cruda fortuna.</l>
<l>Qui l'ira al cor, qui la pietate abbonda:</l>
<l>Pugnò, cadde gran parte anche di noi;</l>
<l>Ma per la moribonda</l>
<l>Italia no; per li tiranni suoi.</l></lg>
	<lg><l>Padre, se non ti sdegni,</l>
<l>Mutato se' da quel che fosti in terra.</l>
<l>Morian fra le rutene</l>
<l>Squallide piagge, ahi d'altra morte degni,</l>
<l>Gl'itali prodi; e lor fea l'aere e 'l cielo</l>
<l>E gli uomini e le belve immensa guerra.</l>
<l>Cadeano a squadre a squadre</l>
<l>Semivestiti, maceri e cruenti,</l>
<l>Ed era letto a gli egri corpi il gelo.</l>
<l>Allor, quando traean l'ultime pene,</l>
<l>Membravan questa desiata madre,</l>
<l>Dicendo; oh non le nubi e non i venti,</l>
<l>Ma ne spegnesse il ferro, e pel tuo bene</l>
<l>O patria nostra. Ecco da te rimoti,</l>
<l>Quando più bella a noi l'età sorride,</l>
<l>A tutto il mondo ignoti,</l>
<l>Moriam per quella gente che t'uccide.</l></lg>
	<lg><l>Ma di lor fato il boreal deserto</l>
<l>E conscie fur le sibilanti selve</l>
<l>Così vennero al passo,</l>
<l>E i negletti cadaveri a l'aperto</l>
<l>Su per quello di neve orrido mare</l>
<l>Dilaniàr le belve;</l>
<l>E sarà 'l nome de gli egregi e forti</l>
<l>Pari mai sempre ed uno</l>
<l>Con quel de' tardi e vili. Anime care,</l>
<l>Ben che infinita sia vostra sciaura,</l>
<l>Datevi pace; e questo vi conforti</l>
<l>Che conforto nessuno</l>
<l>Avrete in questa o ne l'età futura.</l>
<l>In seno al vostro smisurato affanno</l>
<l>Posate o di costei veraci figli,</l>
<l>Al cui supremo danno</l>
<l>Il vostro solo è tal che rassomigli.</l></lg>
	<lg><l>Di voi già non si lagna</l>
<l>La patria vostra, ma di chi vi spinse</l>
<l>A pugnar contra lei,</l>
<l>Sì ch'ella sempre amaramente piagna</l>
<l>E 'l suo col vostro lagrimar confonda.</l>
<l>Oh di costei, che tanta verga strinse,</l>
<l>Pietà nascesse in core</l>
<l>A tal de' suoi ch'affaticata e lenta</l>
<l>Di sì torbida notte e sì profonda</l>
<l>La ritraesse. O glorioso spirto,</l>
<l>Dimmi, d'Italia tua morto è l'amore?</l>
<l>Dimmi, la vampa che t'accese, è spenta?</l>
<l>Dimmi, nè mai rinverdirà quel mirto</l>
<l>Che tu festi sollazzo al nostro male?</l>
<l>E saran tue fatiche a l'aria sparte?</l>
<l>Nè sorgerà mai tale</l>
<l>Che ti rassembri in qualsivoglia parte?</l></lg>
	<lg><l>In eterno perì la gloria nostra?</l>
<l>E non d'Italia il pianto e non lo scorno</l>
<l>Ebbe verun confine?</l>
<l>Io mentre viva andrò sclamando intorno,</l>
<l>Volgiti a' padri tuoi, guasto legnaggio;</l>
<l>Mira queste ruine</l>
<l>E le carte e le tele e i marmi e i tèmpi;</l>
<l>L'avite ossa rimembra, e se destarti</l>
<l>Il radiar non può di tanti esempli,</l>
<l>Che stai? lèvati e parti.</l>
<l>Non si conviene a sì corrotta usanza</l>
<l>Questa di prodi ingegni altrice e scola:</l>
<l>Se di codardi è stanza,</l>
<l>Meglio l'è rimaner vedova e sola.</l></lg>
</div1>
<div1>
<head>3. AD ANGELO MAI</head>
<div2>
<head>GIACOMO LEOPARDI AL CONTE LEONARDO TRISSINO</head>
	<p>Voi per animarmi a scrivere siete solito d'ammonirmi che l'Italia non sarà lodata nè anco forse nominata nelle storie de' tempi nostri, se non per conto delle lettere e delle sculture. Ma da un secolo e più siamo fatti servi e tributari anche nelle lettere, e quanto a loro io non vedo in che pregio o memoria dovremo essere, avendo smarrita la vena d'ogni affetto e d'ogni eloquenza, e lasciataci venir meno la facoltà dell'immaginare e del ritrovare, non ostante che ci fosse propria e speciale in modo che gli stranieri non dismettono il costume d'attribuircela. Nondimeno restandoci in luogo d'affare quel che i nostri antichi adoperavano in forma di passatempo, non tralasceremo gli studi, quando anche niuna gloria ce ne debba succedere, e non potendo giovare altrui colle azioni, applicheremo l'ingegno a dilettare colle parole. E voi non isdegnerete questi pochi versi ch'io vi mando. Ma ricordatevi che si conviene agli sfortunati di vestire a lutto, e parimente alle nostre canzoni di rassomigliare ai versi funebri. Diceva il Petrarca: <quote rend="italic">ed io son un di quei che 'l pianger giova</quote>. Io non dirò che il piangere sia natura mia propria, ma necessità de' tempi e della fortuna.</p>
</div2>
<div2>
<head>AD ANGELO MAI QUAND'EBBE TROVATO I LIBRI DI CICERONE DELLA REPUBBLICA.</head>
<argument><p>CANZONE TERZA.</p></argument>

	<lg><l>Italo ardito, a che giammai non pòsi</l>
<l>Di svegliar da le tombe</l>
<l>I nostri padri? e a favellar gli meni</l>
<l>A questo secol morto al quale incombe</l>
<l>Tanta nebbia di tedio? E come or vieni</l>
<l>Sì forte a' nostri orecchi e sì frequente,</l>
<l>Voce antica de' nostri</l>
<l>Muta sì lunga etade? e perchè tanti</l>
<l>Risorgimenti? In un balen feconde</l>
<l>Venner le carte; e a la stagion presente</l>
<l>I polverosi chiostri</l>
<l>Serbaro intatti i generosi e santi</l>
<l>Detti de gli avi. E che valor t'infonde,</l>
<l>Italo egregio, il fato? O con l'umano</l>
<l>Valor contrasta il duro fato invano?</l></lg>
	<lg><l>Certo senza de' numi alto consiglio</l>
<l>Non è ch'ove più lento</l>
<l>E grave è 'l nostro disperato obblio,</l>
<l>A percoter ne rieda ogni momento</l>
<l>Novo grido de' padri. Ancora è pio</l>
<l>Dunque all'Italia il Cielo; anco si cura</l>
<l>Di noi qualche immortale:</l>
<l>Chè dov'è questa o nessun'altra poi</l>
<l>L'ora da ripor mano a la virtude</l>
<l>Rugginosa de l'itala natura,</l>
<l>Tanto è sì strano e tale</l>
<l>È 'l clamor de' sepolti, e de gli eroi</l>
<l>Dimenticati il nome si dischiude,</l>
<l>O patria o patria, anco in età sì tarda</l>
<l>Chiedendo se ti giovi esser codarda.</l></lg>
	<lg><l>Noi miseri la speme aurea non fugge,</l>
<l>O gloriosi? in tutto</l>
<l>Non siam periti? A voi certo il futuro</l>
<l>Non velano i destini: altro che lutto</l>
<l>Sdegnano i sensi miei, chè torbo e scuro</l>
<l>M'è l'avvenire, e tutto quanto io scerno</l>
<l>È tal che sogno e fola</l>
<l>Fa parer la speranza. Anime prodi,</l>
<l>A i tetti vostri inonorata, immonda</l>
<l>Plebe successe; al vostro sangue è scherno</l>
<l>E d'opra e di parola</l>
<l>Ogni valor; di vostre inclite lodi</l>
<l>Tace l'itala riva; egro circonda</l>
<l>Ozio le tombe vostre, e di viltade</l>
<l>Siam fatti esempio a la futura etade.</l></lg>
	<lg><l>Bennato ingegno, or quando altrui non cale</l>
<l>De' nostri alti parenti,</l>
<l>A te ne caglia, a te cui fato aspira</l>
<l>Benigno sì che per tua man presenti</l>
<l>Paion que' giorni allor che da la dira</l>
<l>Obblivione antica ergean la chioma,</l>
<l>Con gli studi sepolti,</l>
<l>I vetusti Divini a cui Natura</l>
<l>Parlò nè disvelossi, onde i riposi</l>
<l>Magnanimi allegràr d'Atene e Roma.</l>
<l>Oh tempi oh tempi avvolti</l>
<l>In sonno eterno. Allora anco immatura</l>
<l>La ruina d'Italia, anco sdegnosi</l>
<l>Eravam d'ozio turpe, e l'aere a volo</l>
<l>Una favilla ergea da questo suolo.</l></lg>
	<lg><l>Eran calde le tue ceneri sante,</l>
<l>Non domito nemico</l>
<l>De la Fortuna, al cui sdegno e dolore</l>
<l>Fu più l'Averno che la terra amico.</l>
<l>L'Averno: e qual non è parte migliore</l>
<l>Di questa nostra? E le tue dolci corde</l>
<l>Tremolavano ancora</l>
<l>Dal tocco di tua destra o sfortunato</l>
<l>Amante. Ahi dal dolor comincia e nasce</l>
<l>L'italo canto. E pur mèn grava e morde</l>
<l>Il mal che n'addolora</l>
<l>Del tedio che n'affoga. Oh te beato</l>
<l>A cui fu vita il pianto. A noi le fasce</l>
<l>Cinse il fastidio; a noi presso la culla</l>
<l>Immoto siede, e su la tomba, il nulla.</l></lg>
	<lg><l>Ma tua vita era allor con gli astri e 'l mare,</l>
<l>Ligure ardita prole,</l>
<l>Quand'oltre a le colonne, ed oltre a i liti</l>
<l>Cui strider parve in seno a l'onda il sole,</l>
<l>Novo di prore incarco a gl'infiniti</l>
<l>Flutti commesso, ritrovasti il raggio</l>
<l>Del Sol caduto, e 'l giorno</l>
<l>Che nasce allor ch'a i nostri è giunto al fondo;</l>
<l>E rotto di Natura ogni contrasto,</l>
<l>Ignota immensa terra al tuo viaggio</l>
<l>Fu gloria e del ritorno</l>
<l>A i rischi. Ahi ahi, ma conosciuto il mondo</l>
<l>Non cresce, anzi si scema, e assai più vasto</l>
<l>L'etra sonante e l'alma terra e 'l mare</l>
<l>Al fanciullin, che non al saggio, appare.</l></lg>
	<lg><l>Nostri beati sogni ove son giti</l>
<l>De l'ignoto ricetto</l>
<l>D'ignoti abitatori, o del diurno</l>
<l>De gli astri albergo, e del rimoto letto</l>
<l>De la giovane Aurora, e del notturno</l>
<l>Occulto sonno del maggior pianeta?</l>
<l>Ecco svaniro a un punto,</l>
<l>E figurato è 'l mondo in breve carta;</l>
<l>Ecco tutto è simìle, e ritrovando,</l>
<l>Solo il nulla s'accresce. A noi ti vieta</l>
<l>Il vero appena è giunto,</l>
<l>O caro immaginar; da te s'apparta</l>
<l>Nostra mente in eterno; a l'ammirando</l>
<l>Poter tuo primo ne sottraggon gli anni,</l>
<l>E il conforto perì de' nostri affanni.</l></lg>
	<lg><l>Nascevi a' dolci sogni intanto, e 'l primo</l>
<l>Sole splendeati in vista,</l>
<l>Cantor vago de l'arme e de gli amori</l>
<l>Che in età de la nostra assai men trista</l>
<l>Empièr la vita di felici errori:</l>
<l>Nova speme d'Italia. O torri o celle</l>
<l>O donne o cavalieri</l>
<l>O giardini o palagi, a voi pensando,</l>
<l>In mille vane amenità si perde</l>
<l>L'ingegno mio. Di vanità, di belle</l>
<l>Fole e strani pensieri</l>
<l>Si componea l'umana vita: in bando</l>
<l>Gli cacciammo: or che resta? or poi che 'l verde</l>
<l>È spogliato a le cose? il certo e solo</l>
<l>Veder che tutto è vano altro che 'l duolo.</l></lg>
	<lg><l>O Torquato o Torquato, a noi promesso</l>
<l>Eri tu allora; il pianto</l>
<l>A te, non altro, prometteva il Cielo.</l>
<l>Oh misero Torquato; il dolce canto</l>
<l>Non valse a consolarti o a sciorre il gelo</l>
<l>Onde l'alma t'avean, ch'era sì calda,</l>
<l>Cinta l'odio e l'immondo</l>
<l>Livor privato e de' tiranni. Amore,</l>
<l>Amor, di nostra vita ultimo inganno,</l>
<l>T'abbandonava. Ombra reale e salda</l>
<l>Ti parve il nulla, e 'l mondo</l>
<l>Inabitata piaggia. Al tardo onore</l>
<l>Non sorser gli occhi tuoi; mercè, non danno,</l>
<l>L'estrema ora ti fu. Morte domanda</l>
<l>Chi nostro mal conobbe, e non ghirlanda.</l></lg>
	<lg><l>Torna torna fra noi, sorgi dal muto</l>
<l>E sconsolato avello,</l>
<l>Se d'angoscia se' vago, o miserando</l>
<l>Esemplo di sciaura. Assai da quello,</l>
<l>Che ti parve sì mesto e sì nefando,</l>
<l>È peggiorato il viver nostro. O caro,</l>
<l>Chi ti compiangeria,</l>
<l>Se, fuor che di se stesso, altri non cura?</l>
<l>Chi stolto non direbbe il tuo mortale</l>
<l>Affanno anche oggidì, se 'l grande e 'l raro</l>
<l>Ha nome di follia;</l>
<l>Nè livor più, ma ben di lui più dura</l>
<l>La noncuranza avviene a i sommi? o quale,</l>
<l>Se più de' carmi, il computar s'ascolta,</l>
<l>Ti appresterebbe il lauro un'altra volta?</l></lg>
	<lg><l>Da te fino a quest'ora uom non è sorto</l>
<l>(O sventurato ingegno),</l>
<l>Pari a l'italo nome, altro ch'un solo,</l>
<l>Solo di sua codarda etate indegno</l>
<l>Allobrogo feroce, a cui dal polo</l>
<l>Disusata virtù, non da la mia</l>
<l>Stanca ed arida terra,</l>
<l>Scese nel core, onde privato, inerme</l>
<l>(Memorando ardimento) in su la scena</l>
<l>Mosse guerra a' tiranni: almen si dia</l>
<l>Questa misera guerra</l>
<l>E questo vano campo a l'ire inferme</l>
<l>Del mondo. Ei primo e sol dentro a l'arena</l>
<l>Scese, e nullo il seguì, chè l'ozio e 'l brutto</l>
<l>Silenzio or preme a i nostri innanzi a tutto.</l></lg>
	<lg><l>Disdegnando e fremendo, immacolata</l>
<l>Trasse la vita intera,</l>
<l>E morte lo scampò dal veder peggio.</l>
<l>Vittorio mio, questa per te non era</l>
<l>Età nè suolo. Altri anni ed altro seggio</l>
<l>Conviene a gli alti ingegni. Or di riposo</l>
<l>Paghi viviamo, e scorti</l>
<l>Da mediocrità: sceso il sapiente</l>
<l>E salita è la turba a un sol confine,</l>
<l>Che 'l mondo agguaglia. O scopritor famoso,</l>
<l>Segui; risveglia i morti,</l>
<l>Poi che dormono i vivi; arma le spente</l>
<l>Lingue de' prischi eroi; tanto che in fine</l>
<l>Questo secol di fango o vita agogni</l>
<l>E sorga ad atti illustri, o si vergogni.</l></lg>
</div2>
</div1>
<div1>
<head>4. NELLE NOZZE DELLA SORELLA PAOLINA</head>
<argument><p>CANZONE QUARTA.</p></argument>

	<lg><l>Poi che del patrio nido</l>
<l>I silenzi lasciando, e le beate</l>
<l>Larve e l'antico error, celeste dono,</l>
<l>Ch'abbella a gli occhi tuoi quest'ermo lido,</l>
<l>Te ne la polve de la vita e 'l suono</l>
<l>Tragge il destin; l'obbrobriosa etate</l>
<l>Che 'l duro cielo a noi prescrisse impara,</l>
<l>Sorella mia, che in gravi</l>
<l>E luttuosi tempi</l>
<l>L'infelice famiglia a l'infelice</l>
<l>Italia accrescerai. Di forti esempi</l>
<l>Al tuo sangue provvedi. Aure soavi</l>
<l>L'empio fato interdice</l>
<l>A l'umana virtude,</l>
<l>Nè pura in gracil petto alma si chiude.</l></lg>
	<lg><l>O miseri o codardi</l>
<l>Figliuoli avrai. Miseri eleggi. Immenso</l>
<l>Tra fortuna e valor dissidio pose</l>
<l>Il corrotto costume. Ahi troppo tardi</l>
<l>E ne la sera de l'umane cose</l>
<l>Acquista oggi chi nasce il moto e 'l senso.</l>
<l>Al Ciel ne caglia: a te nel petto sieda</l>
<l>Questa sovr'ogni cura,</l>
<l>Che di fortuna amici</l>
<l>Non crescano i tuoi figli, e non di vile</l>
<l>Timor gioco o di speme: onde felici</l>
<l>Sarete detti ne l'età futura:</l>
<l>Poichè (nefando stile,</l>
<l>Di schiatta ignava e finta)</l>
<l>Virtù viva spregiam, lodiamo estinta.</l></lg>
	<lg><l>Donne, da voi non poco</l>
<l>La patria aspetta, e non in danno e scorno</l>
<l>De l'umana progenie al dolce raggio</l>
<l>De le pupille vostre il ferro e 'l foco</l>
<l>Domar fu dato. A senno vostro il saggio</l>
<l>E 'l forte adopra e pensa; e quanto il giorno</l>
<l>Col divo carro accerchia, a voi s'inchina.</l>
<l>Ragion di nostra etate</l>
<l>Io chieggo a voi. La santa</l>
<l>Fiamma di gioventù dunque si spegne</l>
<l>Per vostra mano? attenuata e franta</l>
<l>Da voi nostra natura? e le assonnate</l>
<l>Menti, e le voglie indegne,</l>
<l>E di nervi e di polpe</l>
<l>Scemo il valor natio son vostre colpe?</l></lg>
	<lg><l>A gli atti egregi è sprone</l>
<l>Amor, chi ben l'estima, e d'alto affetto</l>
<l>Maestra è la beltà. D'amor digiuna</l>
<l>Siede l'alma di quello a cui nel petto</l>
<l>Non brilla, amando, il cor quando a tenzone</l>
<l>Scendono i venti, e quando nembi aduna</l>
<l>L'olimpo, e fiede le montagne il rombo</l>
<l>De la procella. O spose</l>
<l>O verginette, a voi</l>
<l>Chi de' perigli è schivo, e quei che indegno</l>
<l>È de la patria e che sue brame e suoi</l>
<l>Volgari affetti in basso loco pose,</l>
<l>Odio mova e disdegno;</l>
<l>Se nel femmineo core</l>
<l>D'uomini ardea non di fanciulle amore.</l></lg>
	<lg><l>Madri d'imbelle prole</l>
<l>V'incresca esser nomate. I danni e 'l pianto</l>
<l>De la virtude a tollerar s'avvezzi</l>
<l>La stirpe vostra, e quel che pregia e cole</l>
<l>Il vergognoso tempo, aborra e sprezzi;</l>
<l>Cresca a la patria, e gli alti gesti, e quanto</l>
<l>A gli avi suoi deggia la terra impari.</l>
<l>Qual de' vetusti eroi</l>
<l>Tra le memorie e 'l grido</l>
<l>Crescean di Sparta i figli al greco nome;</l>
<l>Fin che la sposa giovanetta il fido</l>
<l>Brando cingeva al caro lato, e poi</l>
<l>Spandea le negre chiome</l>
<l>Sul corpo esangue e nudo</l>
<l>Quando reddia nel conservato scudo.</l></lg>
	<lg><l>Virginia, a te la molle</l>
<l>Gota molcea con le celesti dita</l>
<l>Beltade onnipossente, e de gli alteri</l>
<l>Disdegni tuoi si sconsolava il folle</l>
<l>Signor di Roma. Eri pur vaga, ed eri</l>
<l>Ne la stagion ch'a i dolci sogni invita</l>
<l>Quando il rozzo paterno acciar ti ruppe</l>
<l>Il bianchissimo petto,</l>
<l>E a l'Erebo scendesti</l>
<l>Volonterosa. A me disfiori e scioglia</l>
<l>Vecchiezza i membri, o padre; a me s'appresti,</l>
<l>Dicea, la tomba anzi che l'empio letto</l>
<l>Del tiranno m'accoglia.</l>
<l>E se pur vita e lena</l>
<l>Roma avrà dal mio sangue, e tu mi svena.</l></lg>
	<lg><l>O generosa, ancora</l>
<l>Che più bello a' tuoi dì splendesse il sole</l>
<l>Ch'oggi non fa, pur consolata e paga</l>
<l>È quella tomba cui di pianto onora</l>
<l>L'alma terra nativa. Ecco a la vaga</l>
<l>Tua spoglia intorno la romulea prole</l>
<l>Di nova ira sfavilla. Ecco di polve</l>
<l>Lorda il tiranno i crini,</l>
<l>E libertade avvampa</l>
<l>Gli obbliviosi petti, e ne la doma</l>
<l>Terra il marte latino arduo s'accampa</l>
<l>Dal buio polo a i torridi confini.</l>
<l>Così l'eterna Roma</l>
<l>Ne' duri ozi sepolta</l>
<l>Femmineo fato avviva un'altra volta.</l></lg>
</div1>
<div1>
<head>5. A UN VINCITORE NEL PALLONE</head>
<argument><p>CANZONE QUINTA.</p></argument>

	<lg><l>Di gloria il viso e la gioconda voce,</l>
<l>Garzon bennato, apprendi,</l>
<l>E quanto al femminile ozio sovrasti</l>
<l>La sudata virtude. Attendi attendi,</l>
<l>Magnanimo campion (s'a la veloce</l>
<l>Fuga de gli anni il tuo valor contrasti</l>
<l>La spoglia di tuo nome), attendi e 'l core</l>
<l>Movi ad alto desio. Te l'echeggiante</l>
<l>Arena e 'l circo, e te fremendo appella</l>
<l>A i fatti illustri il popolar favore;</l>
<l>Te rigoglioso de l'età novella</l>
<l>Oggi la patria cara</l>
<l>L'antiche lodi a rinnovar prepara.</l></lg>
	<lg><l>Non del barbaro sangue in Maratona</l>
<l>Sparse l'invitta destra</l>
<l>Que' che gli atleti ignudi e 'l campo eleo,</l>
<l>Che stupido mirò l'ardua palestra,</l>
<l>Nè la palma beata e la corona</l>
<l>D'emula brama il punse. E ne l'Alfeo</l>
<l>Spesso le chiome polverose e i fianchi</l>
<l>De le cavalle vincitrici asterse</l>
<l>Tal che le greche insegne e 'l greco acciaro</l>
<l>Spinse de' Medi fuggitivi e stanchi</l>
<l>Ne le pallide torme; onde sonaro</l>
<l>Di sconsolato grido</l>
<l>Gli alti gorghi d'Eufrate e 'l servo lido.</l></lg>
	<lg><l>Vano dirai quel che disserra e scote</l>
<l>De la virtù nativa</l>
<l>Le riposte faville? e che del fioco</l>
<l>Spirto vital ne gli egri petti avviva</l>
<l>Il caduco fervor? Le meste rote</l>
<l>Da poi che Febo instiga, altro che gioco</l>
<l>Son le cure mortali? ed è men vano</l>
<l>De la menzogna il vero? A noi di lieti</l>
<l>Inganni e di felici ombre soccorse</l>
<l>Natura istessa; e là dove l'insano</l>
<l>Costume a i forti errori esca non porse,</l>
<l>Ne gli ozi infermi e nudi</l>
<l>Mutò la plebe i gloriosi studi.</l></lg>
	<lg><l>Tempo forse verrà ch'a le ruine</l>
<l>De le italiche moli</l>
<l>Insultino gli armenti, e 'l greve aratro</l>
<l>Sentano i sette colli; e pochi Soli</l>
<l>Andranno forse, e le città latine</l>
<l>Abiterà la cauta volpe, e l'atro</l>
<l>Bosco mormorerà fra l'alte mura;</l>
<l>Se la funesta de le patrie cose</l>
<l>Obblivion da le perverse menti</l>
<l>Non isvelgono i fati, e la matura</l>
<l>Clade non vieta a le codarde genti</l>
<l>Il Ciel fatto cortese</l>
<l>Da la pietà de le passate imprese.</l></lg>
	<lg><l>A la patria infelice, o buon garzone,</l>
<l>Sopravviver ti doglia.</l>
<l>Chiaro per lei stato saresti allora</l>
<l>Che del serto fulgea di ch'ella è spoglia,</l>
<l>Nostra colpa e fatal. Passò stagione,</l>
<l>Chè nullo di tal madre oggi s'onora:</l>
<l>Ma per te stesso al polo ergi la mente.</l>
<l>Nostra vita a che val? solo a spregiarla;</l>
<l>Beata allor che ne' perigli avvolta,</l>
<l>Se stessa obblia nè de le putri e lente</l>
<l>Ore il danno misura e 'l flutto ascolta;</l>
<l>Beata allor che 'l piede</l>
<l>Spinto al varco letèo, più grata riede.</l></lg>
</div1>
<div1>
<head>6. BRUTO MINORE</head>
<div2>
<head>COMPARAZIONE DELLE SENTENZE DI BRUTO MINORE E DI TEOFRASTO VICINI A MORTE</head>
	<p>Io non credo che si trovi in tutte le memorie dell'antichità voce più lagrimevole e spaventosa, e con tutto ciò, parlando umanamente, più vera di quella che Marco Bruto, poco innanzi alla morte, si racconta che profferisse in dispregio della virtù: la qual voce, secondo ch'è riportata da Cassio Dione, è questa. <quote rend="italic">O virtù miserabile, eri una parola nuda, e io ti seguiva come tu fossi una cosa: ma tu sottostavi alla fortuna</quote>. E comunque Plutarco nella <title>Vita di Bruto</title> non tocchi distintamente di questa sentenza, laonde Pier Vettori dubita che Dione in questo particolare faccia più del poeta che dello Storico, si manifesta il contrario per la testimonianza di Floro, il quale afferma che Bruto vicino a morire proruppe esclamando <quote rend="italic">che la virtù non fosse cosa ma parola</quote>. Quei moltissimi che si scandalezzano di Bruto e gli fanno carico della detta sentenza, danno a vedere l'una delle due cose; o che non abbiano mai praticato familiarmente colla virtù, o che non abbiano esperienza degl'infortuni, il che, fuori del primo caso, non pare che si possa credere. E in ogni modo è certo che poco intendono e meno sentono la natura infelicissima delle cose umane, o si maravigliano ciecamente che le dottrine del Cristianesimo non fossero professate avanti di nascere. Quegli altri che torcono le dette parole a dimostrare che Bruto non fosse mai quell'uomo santo e magnanimo che fu riputato vivendo, e conchiudono che morendo si smascherasse, argomentano a rovescio: e se credono che quelle parole gli venissero dall'animo, e che Bruto, dicendo questo, ripudiasse effettivamente la virtù, veggano come si possa lasciare quello che non s'è mai tenuto, e disgiungersi da quello che s'è avuto sempre discosto. Se non l'hanno per sincere, ma pensano che fossero dette con arte e per ostentazione; primieramente che modo è questo di argomentare dalle parole ai fatti, e nel medesimo tempo levar via le parole come vane e fallaci? volere che i fatti mentano perchè si stima che i detti non suonino allo stesso modo, e negare a questi ogni autorità dandoli per finti? Di poi ci hanno a persuadere che un uomo sopraffatto da una calamità eccessiva e irreparabile; disanimato e sdegnato della vita e della fortuna; uscito di tutti i desiderii, e di tutti gl'inganni delle speranze; risoluto di preoccupare il destino mortale e di punirsi della propria infelicità; nell'ora medesima che sta per dividersi eternamente dagli uomini, s'affatichi di correr dietro al fantasma della gloria, e vada studiando e componendo le parole e i concetti per ingannare i circostanti, e farsi avere in pregio da quelli che si dispone a fuggire, e in quella terra che se gli rappresenta per odiosissima e dispregevole. Ma basti di ciò.</p>
	<p>Laddove le soprascritte parole di Bruto s'hanno tutto giorno, si può dir, fra le mani; queste che soggiungerò di Teofrasto moribondo, non credo che uscissero mai delle scritture degli eruditi (dove anche non so il conto che se ne faccia), non ostante che sieno degnissime di considerazione, e abbiano molta corrispondenza col detto di Bruto sì per l'occasione in cui furono pronunziate, e sì per la sostanza loro. Diogene Laerzio le riferisce, copiando, per quello ch'io mi persuado, qualche scrittore più antico e più grave, com'è solito di fare. Dice dunque che Teofrasto venuto a morte e <quote rend="italic">domandato da' suoi discepoli se lasciasse loro nessun ricordo o comandamento, rispose: Niuno; salvo che l'uomo disprezza e gitta molti piaceri a causa della gloria. Ma non così tosto incomincia a vivere, che la morte gli sopravviene. Perciò l'amor della gloria è così svantaggioso come che che sia. Vivete felici, e lasciate gli studi, chè vogliono gran fatica; o coltivategli a dovere, chè portano gran fama. Se non che la vanità della vita è maggiore dell'utilità. Per me non è più tempo a deliberare: voi altri considerate quello che vada fatto. E così dicendo spirò</quote>.</p>
	<p>Altre cose dette da Teofrasto vicino a morte si trovano mentovate da Cicerone e da San Girolamo, e sono più divulgate; ma non fanno a proposito. Per queste che abbiamo veduto si risolve che Teofrasto in età di sopra cent'anni; avendola spesa tutta a studiare e scrivere, e servire indefessamente alla fama; ridotto, come dice Suida, all'ultimo della vita per l'assiduità medesima dello scrivere; circondato da forse due mila discepoli, ch'è quanto dire seguaci e predicatori delle sue dottrine; riverito e magnificato per la sapienza da tutta la Grecia, moriva, diciamo così, penitente della gloria, come poi Bruto della virtù. Le quali due voci, gloria e virtù, non veramente oggi, ma fra gli antichi sonavano appresso a poco il medesimo. E però Teofrasto non seguitò dicendo che la stessa gloria le più volte è opera della fortuna piuttosto che del valore; il che non si poteva dire anticamente così bene come oggidì: ma se Teofrasto l'avesse potuto aggiungere, non mancava al suo concetto nessuna parte, che non fosse ragguagliatissimo a quello di Bruto.</p>
	<p>Questi tali rinnegamenti e, come dire, apostasie da quegli errori magnanimi che abbelliscono o più veramente compongono la nostra vita, cioè tutto quello che ha della vita piuttosto che della morte, riescono ordinarissimi e giornalieri dopo che l'intelletto umano coll'andar dei secoli ha scoperto, non dico la nudità, ma fino agli scheletri delle cose, e dopo che la sapienza, tenuta dagli antichi per consolazione e rimedio principale della nostra infelicità, s'è ridotta a denunziarla e quasi entrarne mallevadrice a quei medesimi che, non conoscendola, o non l'avrebbero sentita, o certo l'avrebbero medicata colla speranza. Ma fra gli antichi assuefatti com'erano a credere, secondo l'insegnamento della natura, che le cose fossero cose e non ombre, e la vita umana destinata ad altro che alla miseria, questi rinnegamenti o vogliamo apostasie cagionate, non da passioni o vizi, ma dal senso e discernimento della verità, non si trova che intervenissero se non di rado; e però, quando si trova, è ragione che il filosofo le consideri attentamente.</p>
	<p>E più maraviglia ci debbono fare le sentenze di Teofrasto, quanto che le condizioni della sua morte non si potevano chiamare infelici, e non pare che Teofrasto se ne potesse rammaricare, avendo conseguito e goduto fino allora per lunghissimo spazio il suo principale intento, ch'era stata la gloria. Laddove il concetto di Bruto fu come un'ispirazione della calamità, la quale alcune volte ha forza di rivelare all'animo nostro quasi un'altra terra, e persuaderlo vivamente di cose tali, che ci bisogna poi lungo tempo a fare che la ragione le trovi da se medesima, e le insegni all'universale degli uomini, o anche de' filosofi solamente. E in questa parte l'effetto della calamità si rassomiglia al furore de' poeti lirici, che d'un'occhiata (come quelli che si vengono a trovare quasi in grandissima altezza) scuoprono tanto paese quanto non ne sanno scoprire i filosofi nel tratto di molti secoli. In quasi tutti i libri antichi (o filosofi o poeti o storici o qualunque sieno gli scrittori) s'incontrano molte sentenze dolorosissime che sebbene oggidì corrono più volgarmente, non per questo si può dire che fra gli uomini di quei tempi fossero pellegrine. Ma per lo più derivano dalla miseria particolare ed accidentale di chi le scriveva, o di chi si racconta o si finge che le profferisse. E quei concetti o, parlando generalmente, quella tristezza e quel tedio che s'accompagnano tanto all'apparenza della felicità quanto alle miserie medesime e ch'hanno rispetto alla natura ed all'ordine immutabile e universale delle cose umane, è raro assai che si trovino significati ne' monumenti degli antichi. I quali antichi quando erano travagliati dalle sventure, se ne dolevano in modo come se per queste sole fossero privi della felicità, che stimavano possibilissima a conseguire, anzi propria dell'uomo, se non quanto la fortuna gliela vietasse.</p>
	<p>Ora volendo cercare quello che potesse avere indotto nell'animo di Teofrasto il sentimento della vanità della gloria e della vita, che a ragguaglio di quel tempo e di quella nazione, riesce straordinario; troveremo primieramente che la scienza del detto filosofo non si conteneva dentro ai termini di tale o tal altra parte delle cose, ma si stendeva poco meno che a tutto lo scibile (quanto era lo scibile in quell'età), come si raccoglie dalla tavola degli scritti di Teofrasto, lasciati perire la massima parte. E questa scienza universale non fu subordinata da lui, come da Platone, all'immaginativa, ma solamente alla ragione e all'esperienza, secondo l'uso d'Aristotele; e indirizzata, non allo studio nè alla ricerca del bello, ma del suo maggior contrario, ch'è propriamente il vero. Atteso queste particolarità, non è maraviglia che Teofrasto arrivasse a conoscere la somma della sapienza, cioè la vanità della vita e della sapienza medesima; essendo che le molte scoperte fatte da' filosofi degli ultimi secoli circa la natura degli uomini e delle cose, vengono principalmente dal confrontare e dal rapportar che s'è fatto le diverse scienze, e quasi tutte le discipline fra loro, e dall'averle collegate l'une coll'altre e per questo mezzo considerate le relazioni che intervengono fra le varie parti della natura ancorchè lontanissime scambievolmente.</p>
	<p>Oltracciò dal libro dei <title>Caratteri</title> si comprende che Teofrasto vide nelle qualità e nei costumi degli uomini così addentro, che pochissimi scrittori antichi gli possono stare a lato per questo rispetto se non forse i poeti. Ma questa facoltà è segno certo d'un animo che sia capace d'affezioni molte e varie e potenti. Perciocchè le qualità morali come anche gli affetti degli uomini, volendoli rappresentare al vivo, non si possono ricavare dall'osservazione materiale de' fatti e delle maniere altrui, ma solamente dall'animo proprio, anche quando sono disparatissimi dagli abiti dello scrittore. Secondo quello che fu detto dal Massillon interrogato come facesse a dipingere così al naturale i costumi e i sentimenti delle persone, praticando assai più nella solitudine che fra la gente. Rispose: considero me stesso. Così fanno i Drammatici e gli altri poeti. Ora un animo capace di molte conformazioni, cioè molto delicato e vivo, non può far che non senta la nudità e l'infelicità irreparabile della vita e non inclini alla tristezza, quando i molti studi l'abbiano assuefatto a meditare, e specialmente se questi riguardano all'essenza medesima delle cose, nel modo che s'appartiene alle scienze speculative.</p>
	<p>Certo è che Teofrasto, amando gli studi e la gloria sopra ogni cosa, ed essendo maestro o vogliamo dir capo di scuola, e di scuola frequentatissima, conobbe e dichiarò formalmente l'inutilità de' sudori umani, e così degl'istituti suoi propri come degli altrui; la poca proporzione che passa tra la virtù e la felicità della vita; e quanto prevaglia la fortuna al valore in quello che spetta alla medesima felicità così degli altri come anche de' sapienti. E forse in queste conoscenze passò tutti i filosofi greci, massime quelli che vennero avanti Epicuro, con tutto che fosse diversissimo e ne' costumi e nelle sentenze da quello che poi furono gli Epicurei. Tutto questo si ricava, non solamente dalle cose dette di sopra, ma da' riscontri che s'hanno degl'insegnamenti di Teofrasto in parecchi luoghi degli scrittori antichi. E quasi ch'egli avesse avuto a dimostrare cogli accidenti suoi propri la verità delle sue dottrine; primieramente non è tenuto da' filosofi moderni in quella stima che dovrebbe, essendo perduti già da più secoli, per quello che se ne sappia, tutti i suoi libri morali, eccetto solamente i <title>Caratteri</title>; come anche sono perduti i libri politici o appartenenti alle leggi e quasi tutti quelli di metafisica. Oltre di ciò, non che i filosofi antichi lo celebrassero per aver veduto più di loro, anzi per questo rispetto lo vituperarono e maltrattarono, e particolarmente quelli, tanto meno sottili quanto più superbi, i quali si compiacevano d'affermare e di sostenere che il sapiente è felice per se, volendo che la virtù o la sapienza basti alla beatitudine, quando sentivano pur troppo bene in se medesimi che non basta, se però avevano effettivamente o l'una o l'altra di quelle condizioni. Della qual fantasia non pare che i filosofi sieno ancora guariti, anzi pare che sieno peggiorati non poco, volendo che ci debba menare alla felicità questa filosofia presente, la quale in somma non dice e non può dir altro, se non che tutto il bello, il piacevole e il grande è falsità e nulla. Ma per non dividerci da Teofrasto, i più degli antichi erano incapaci di quel sentimento doloroso e profondo che l'animava. <quote rend="italic">Teofrasto è malmenato nei libri e nelle scuole di tutti i filosofi per aver lodato nel Callistene quel motto: “non la sapienza ma la fortuna è signora della vita”. Negano che un filosofo dicesse mai cosa più fiacca di questa</quote>. Sono parole di Cicerone, il quale in altro luogo scrive che Teofrasto nel libro della vita beata dava molto alla fortuna, vale a dir che la sentenziava per cosa di gran momento in riguardo alla felicità. E quivi a poco soggiunge: <quote rend="italic">a ogni modo serviamoci di Teofrasto in molti punti, salvo che s'attribuisca alla virtù più consistenza e più gagliardia che questi non le diede</quote>. Vegga esso Cicerone quello che se le possa dare.</p>
	<p>Forse per questi ragionamenti conchiuderemo che Teofrasto avesse a far professione di poco affezionato agli errori naturali, anzi che dal canto suo dovesse provvedere cogl'insegnamenti e colle azioni di sequestrarli dall'uso domestico e pubblico della vita, e di stringere gli effetti e la signoria dell'immaginativa, allargando i termini alla ragione. Ma s'ha da sapere che Teofrasto fu ed operò tutto il contrario. In quanto alle azioni, abbiamo in Plutarco nel libro contra Colote che il nostro filosofo liberò due volte la sua patria dalla tirannide. In quanto agl'insegnamenti, Cicerone dice che Teofrasto in un libro che scrisse delle ricchezze, si distendeva molto a lodare la magnificenza e l'apparato degli spettacoli e delle feste popolari, e metteva nella facoltà di queste spese molta parte dell'utilità che proviene dalle ricchezze. La qual sentenza è biasimata da Cicerone e data per assurda. Io non voglio contendere con Cicerone sopra questa materia, sebbene io so e vedo ch'egli si poteva ingannare e tastar le cose con quella filosofia che penetra poco addentro. Ma l'ho per uomo così ricco d'ogni virtù privata e civile, che non mi basta l'animo d'imputargli che non conoscesse i maggiori incitamenti e i più fermi propugnacoli della virtù che s'abbiano a questo mondo, voglio dir le cose appropriate a stimolare e scuoter gli animi ed esercitare la facoltà dell'immaginazione. Solamente dirò che qualunque o fra gli antichi o fra' moderni conobbe meglio e sentì più forte e più dentro al cuor suo la nullità d'ogni cosa e l'efficacia del vero, non solamente non procurò che gli altri si riducessero in questa sua condizione, ma fece ogni sforzo di nasconderla e dissimularla a se medesimo, e favorì sopra ogni altro quelle opinioni e quegli effetti che servono a distornarla, come quello che per suo proprio esperimento era chiarito della miseria che nasce dalla perfezione e sommità della sapienza. Nel qual proposito si potrebbero allegare alcuni esempi molto illustri, massimamente de' moderni. E in vero se i nostri filosofi intendessero pienamente quello che s'affaticano di promulgare, o (posto che l'intendano) se lo sentissero, vale a dire, se l'intendessero per prova, e non per sola speculazione; in cambio d'aversi a rallegrare di queste conoscenze, ne piglierebbero odio e spavento; s'ingegnerebbero di scordarsi quello che sanno e quasi di non vedere quello che vedono; rifuggirebbero, il meglio che potessero fare, a quegl'inganni fortunatissimi che, non questo o quel caso, ma la natura universale avea posto di sua propria mano in tutti gli animi; e finalmente non crederebbero che importasse gran cosa il persuadere altrui che niuna cosa importa quando anche paia grandissima. E se fanno questo per appetito di gloria, concedano che in questa parte dell'universo non possiamo vivere se non quanto crediamo e ponghiamo studio a cose da nulla.</p>
	<p>Altra circostanza per la quale il caso di Teofrasto differisce notabilmente da quello di Bruto, si è la natura diversa de' tempi. Perocchè Teofrasto gli ebbe, se non propizi, tuttavia non ripugnanti a quei sogni e quei fantasmi che governarono i pensieri e gli atti degli antichi. Laddove possiamo dire che i tempi di Bruto fossero l'ultima età dell'immaginazione, prevalendo finalmente la scienza ed esperienza del vero e propagandosi anche nel popolo quanto bastava a portar la vecchiezza del mondo. Chè se ciò non fosse stato, nè quegli avrebbe avuta occasione di fuggir la vita, come fece, nè la Repubblica romana sarebbe morta con lui. Ma non solamente questa, bensì tutta l'antichità, voglio dir l'indole e i costumi antichi di tutte le nazioni civili, erano vicini a spirare insieme colle opinioni che gli avevano generati e gli alimentavano. E già mancato ogni pregio a questa vita, cercavano i sapienti quel che gli avesse a consolare, non tanto della fortuna, quanto della vita medesima, non riputando per credibile che l'uomo nascesse propriamente e semplicemente alla miseria. Così ricorrevano alla credenza e all'espettativa d'un'altra vita, dove stèsse quella ragione della virtù e de' fatti magnanimi, che s'era ben trovata fino a quell'ora, ma già non si trovava e non s'aveva a trovare mai più nelle cose di questa terra. Dai quali pensieri nascevano quei sentimenti nobilissimi che Cicerone lasciò spiegati in più luoghi, e particolarmente nell'<title>Orazione per Archia</title>.</p>
</div2>
<div2>
<head>BRUTO MINORE.</head>
<argument><p>CANZONE SESTA.</p></argument>

	<lg><l>Poi che divelta, ne la tracia polve</l>
<l>Giacque ruina immensa</l>
<l>L'italica virtute, onde a le valli</l>
<l>D'Esperia verde e al tiberino lido</l>
<l>Il calpestio de' barbari cavalli</l>
<l>Prepara il fato, e da le selve ignude</l>
<l>Cui l'Orsa algida preme</l>
<l>A spezzar le romane inclite mura</l>
<l>Chiama i gotici brandi;</l>
<l>Sudato, e molle di fraterno sangue,</l>
<l>Bruto per l'atra notte in erma sede,</l>
<l>Certo già di morir, gl'inesorandi</l>
<l>Numi e l'Averno accusa</l>
<l>E di feroci note</l>
<l>Invan la sonnolenta aura percote.</l></lg>
	<lg><l>Stolta virtù, le cave nebbie e 'l vano</l>
<l>De le trepide larve</l>
<l>Seggio t'accoglie, e ti si volge a tergo</l>
<l>Il pentimento. A voi, marmorei numi,</l>
<l>(Se numi avete in Flegetonte albergo</l>
<l>O ne l'etereo sen) ludibrio e scherno</l>
<l>È la prole infelice</l>
<l>A cui templi chiedeste, e frodolenta</l>
<l>Legge al mortale insulta.</l>
<l>Dunque tanto i celesti odii commove</l>
<l>La terrena pietà? dunque de gli empi</l>
<l>Siedi, Giove, a tutela? e quando esulta</l>
<l>Per l'aere il nembo, e quando</l>
<l>Il tuon rapido spingi,</l>
<l>Ne' giusti e pii la sacra fiamma stringi?</l></lg>
	<lg><l>Preme il destino invitto e la ferrata</l>
<l>Necessità gl'infermi</l>
<l>Schiavi di morte: e s'a campar non vale</l>
<l>Gli oltraggi lor, de' necessarii danni</l>
<l>Si consola il plebeo. Men duro è 'l male</l>
<l>Che riparo non ha? dolor non sente</l>
<l>Chi di speranza è nudo?</l>
<l>Guerra impavida, eterna, o fato indegno,</l>
<l>Teco il prode guerreggia</l>
<l>Di cedere inesperto; e la tiranna</l>
<l>Tua destra, allor che vincitrice il grava,</l>
<l>Indomito scrollando si pompeggia,</l>
<l>Quando ne l'alto lato</l>
<l>L'amaro ferro intride,</l>
<l>E maligno a le nere ombre sorride.</l></lg>
	<lg><l>Spiace a gli Dei chi violento irruppe</l>
<l>Nel Tartaro. Non fòra</l>
<l>Tanto valor ne' molli eterni petti.</l>
<l>Forse i pallidi lustri, e forse il Cielo</l>
<l>Gli umani casi e gl'infelici affetti</l>
<l>Giocondo a gli ozi suoi spettacol pose?</l>
<l>Non fra sciaure e colpe,</l>
<l>Ma libera ne' boschi e pura etade</l>
<l>Natura a noi prescrisse</l>
<l>Reina un tempo e Diva. Or poi ch'a terra</l>
<l>Sparse i regni beati empio costume,</l>
<l>E 'l viver macro a nova legge addisse;</l>
<l>Quando le infauste luci</l>
<l>Virile alma ricusa,</l>
<l>Riede Natura, e 'l non suo dardo accusa?</l></lg>
	<lg><l>Di colpa ignare e di lor proprii danni</l>
<l>Le fortunate belve</l>
<l>Serena adduce al non previsto passo</l>
<l>La tarda età. Ma se spezzar la fronte</l>
<l>Ne' rudi tronchi, o da montano sasso</l>
<l>Dare al vento precipiti le membra,</l>
<l>Lor suadesse affanno,</l>
<l>Al barbaro desio nulla contesa</l>
<l>Legge arcana farebbe</l>
<l>O tenebroso ingegno. A voi, fra quante</l>
<l>Stirpi il cielo avvivò, l'aprica stanza,</l>
<l>Soli, di Prometèo nipoti, increbbe:</l>
<l>A voi le morte ripe</l>
<l>(Se 'l fato ignavo pende)</l>
<l>Soli, o miseri, a voi Giove contende.</l></lg>
	<lg><l>E tu del mar cui nostro sangue irriga,</l>
<l>Candida luna, sorgi,</l>
<l>E l'inquieta notte e la funesta</l>
<l>A l'ausonio valor campagna esplori.</l>
<l>Cognati petti il vincitor calpesta,</l>
<l>Fremono i poggi, da le somme vette</l>
<l>Roma antica ruina;</l>
<l>Tu sì placida sei? Tu la nascente</l>
<l>Lavinia prole, e gli anni</l>
<l>Lieti vedesti e i memorandi allori;</l>
<l>E tu su l'alpe l'immutato raggio</l>
<l>Tacita verserai quando ne' danni</l>
<l>Del servo italo nome,</l>
<l>Sotto barbaro piede</l>
<l>Rintronerà la solitaria sede.</l></lg>
	<lg><l>Ecco tra nudi sassi o in verde ramo</l>
<l>E la fera e l'augello,</l>
<l>Del consueto obblio gravido il petto,</l>
<l>L'alta ruina ignora e le mutate</l>
<l>Sorti del mondo: e come prima il tetto</l>
<l>Rosseggerà del villanello industre,</l>
<l>Al mattutino canto</l>
<l>Ridesterà le valli, o per le balze</l>
<l>La paurosa plebe</l>
<l>Agiterà de le minori belve.</l>
<l>Oh casi! oh gener frale! abbietta parte</l>
<l>Siam de le cose; e non le tinte glebe,</l>
<l>Non gli ululati spechi</l>
<l>Turbò nostra sciaura,</l>
<l>Nè scolorò le stelle umana cura.</l></lg>
	<lg><l>Non io d'Olimpo o di Cocito i sordi</l>
<l>Regi, o la terra indegna,</l>
<l>E non la notte moribondo appello;</l>
<l>Non te, de l'atra morte ultimo raggio,</l>
<l>Conscia futura età. Sdegnoso avello</l>
<l>Placàr femminee grida, e laudi ornaro</l>
<l>Di vil caterva? In peggio</l>
<l>Precipitano i tempi; e mal s'affida</l>
<l>A putridi nepoti</l>
<l>L'onor d'egregie menti e la suprema</l>
<l>De' miseri vendetta. A me dintorno</l>
<l>Le penne il bruno augello avido roti;</l>
<l>Prema la fera, e 'l nembo</l>
<l>Tratti l'ignota spoglia;</l>
<l>E l'aura il nome e la memoria accoglia.</l></lg>
</div2>
</div1>
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<head>7. ALLA PRIMAVERA O DELLE FAVOLE ANTICHE.</head>
<argument><p>CANZONE SETTIMA.</p></argument>

	<lg><l>Per che i celesti danni</l>
<l>Ristori il sole e per che l'aure inferme</l>
<l>Zefiro avvivi, onde fugata e sparta</l>
<l>De le nubi la grave ombra s'avvalla;</l>
<l>edano il petto inerme</l>
<l>Gli augelli al vento, e la diurna luce</l>
<l>Novo d'amor disio, nova speranza</l>
<l>Ne' penetrati boschi e fra le sciolte</l>
<l>Pruine induca a le commosse belve;</l>
<l>Forse a le stanche e nel dolor sepolte</l>
<l>Umane menti riede</l>
<l>La bella età, cui la sciagura e l'atra</l>
<l>Face del ver consunse</l>
<l>Innanzi tempo? Ottenebrati e spenti</l>
<l>In sempiterno al misero non sono</l>
<l>Di febo i raggi? ed anco,</l>
<l>Primavera odorata, ispiri e tenti</l>
<l>Questo gelido cor, questo ch'amara</l>
<l>Nel fior de gli anni suoi vecchiezza impara?</l></lg>
	<lg><l>Vivi tu, vivi o santa</l>
<l>Natura? vivi, e 'l dissueto orecchio</l>
<l>De la materna voce il suono accoglie?</l>
<l>Già di candide ninfe i rivi albergo,</l>
<l>Placido albergo e specchio</l>
<l>Furo i liquidi fonti. Arcane danze</l>
<l>D'immortal piede i ruinosi gioghi</l>
<l>Scossero e l'ardue selve (oggi romita</l>
<l>Stanza de' venti): e 'l pastorel ch'a l'ombre</l>
<l>Meridiane incerte e a la fiorita</l>
<l>Margo adducea de' fiumi</l>
<l>Le sitibonde agnelle, arguto carme</l>
<l>Sonar d'agresti Pani</l>
<l>Udì lungo le ripe; e tremar l'onda</l>
<l>Vide, e stupì, chè non palese al guardo</l>
<l>La faretrata Diva</l>
<l>Scendea ne' caldi flutti, e da l'immonda</l>
<l>Polve tergea de la sanguigna caccia</l>
<l>Il niveo lato e le verginee braccia.</l></lg>
	<lg><l>Vissero i fiori e l'erbe,</l>
<l>Vissero i boschi un dì. Conscie le molli</l>
<l>Aure, le nubi e la titania lampa</l>
<l>Fur de l'umana gente, allor che ignuda</l>
<l>Te per le piagge e i colli,</l>
<l>Ciprigna luce, a la deserta notte</l>
<l>Con gli occhi intenti il viator seguendo,</l>
<l>Te compagna a la via, te de' mortali</l>
<l>Pensosa immaginò. Che se gl'impuri</l>
<l>Cittadini consorzi e le fatali</l>
<l>Ire fuggendo e l'onte,</l>
<l>Gl'ispidi tronchi al petto altri ne l'ime</l>
<l>Selve remoto accolse,</l>
<l>Viva fiamma agitar l'esangui vene,</l>
<l>Spirar le foglie, e palpitar segreta</l>
<l>Nel doloroso amplesso</l>
<l>Dafne o la mesta Filli o di Climene</l>
<l>Pianger credè la sconsolata prole</l>
<l>Quel che sommerse in Eridano il sole.</l></lg>
	<lg><l>Nè de l'umano affanno,</l>
<l>Rigide balze, i luttuosi accenti</l>
<l>Voi negletti ferìr mentre le vostre</l>
<l>Paurose latebre Eco solinga,</l>
<l>Non vano error de' venti,</l>
<l>Ma di ninfa abitò misero spirto,</l>
<l>Cui grave amor, cui duro fato escluse</l>
<l>De le tenere membra. Ella per grotte,</l>
<l>Per nudi scogli e moribonde arene</l>
<l>Le non ignote ambasce e l'alte e rotte</l>
<l>Nostre querele al curvo</l>
<l>Etra insegnava. E te d'umani eventi</l>
<l>Disse la fama esperto,</l>
<l>Flebile augel che tra chiomato bosco</l>
<l>Non lunge il rinascente anno salùti,</l>
<l>E lamentar ne l'alto</l>
<l>Ozio de' campi, a l'aer muto e fosco,</l>
<l>Antichi danni e scelerato scorno,</l>
<l>E da nefando suol profugo il giorno.</l></lg>
	<lg><l>Ma non cognato a l'empio</l>
<l>Genere il gener tuo; le varie note</l>
<l>Dolor non finge, e te di colpa ignudo,</l>
<l>Men caro assai la bruna valle asconde.</l>
<l>Ahi ahi, poscia che vote</l>
<l>Son le stanze d'Olimpo, e cieco il tuono</l>
<l>Per l'atre nubi e le montagne errando,</l>
<l>Gl'iniqui petti e gl'innocenti a paro</l>
<l>In freddo orror dissolve; e poi che strano</l>
<l>Il suol nativo, e di sua prole ignaro</l>
<l>Le meste anime educa:</l>
<l>Tu le cure infelici e i fati indegni</l>
<l>Tu de' mortali ascolta,</l>
<l>Vaga Natura, e la favilla antica</l>
<l>Rendi a l'ingegno mio; se tu pur vivi,</l>
<l>E se de' nostri affanni</l>
<l>Cosa veruna in ciel, se ne l'aprica</l>
<l>Terra s'alberga o ne l'equoreo seno,</l>
<l>Pietosa no, ma spettatrice almeno.</l></lg>
</div1>
<div1>
<head>8. ULTIMO CANTO DI SAFFO.</head>
<argument><p>CANZONE OTTAVA.</p></argument>

	<lg><l>Placida notte, e verecondo raggio</l>
<l>De la cadente luna; e tu che spunti</l>
<l>Fra la tacita selva in su la rupe,</l>
<l>Nunzio del giorno; oh desiate e care</l>
<l>(Mentre ignote mi fur l'erinni e 'l fato)</l>
<l>Sembianze a gli occhi miei; già non arride</l>
<l>Spettacol molle a i disperati affetti.</l>
<l>Noi l'insueto allor gaudio ravviva</l>
<l>Quando per l'etra liquido si volve</l>
<l>E per li campi trepidanti il flutto</l>
<l>Polveroso de' Noti, e quando il carro,</l>
<l>Grave carro di Giove a noi sul capo,</l>
<l>Tonando, il tenebroso aere divide.</l>
<l>Noi per le balze e le profonde valli</l>
<l>Natar giova tra' nembi, e noi la vasta</l>
<l>Fuga de' greggi sbigottiti, o d'alto</l>
<l>Fiume a la dubbia sponda</l>
<l>Il suono e la vittrice ira de l'onda.</l></lg>
	<lg><l>Vago il tuo manto, o divo cielo, e vaga</l>
<l>Se' tu, roscida terra. Ahi de la vostra</l>
<l>Infinita beltà parte nessuna</l>
<l>A la misera Saffo i numi e l'empia</l>
<l>Sorte non fenno. A' tuoi superbi regni</l>
<l>Vile, o Natura, e grave ospite addetta,</l>
<l>E dispregiata amante, a le vezzose</l>
<l>Tue forme il core e le pupille invano</l>
<l>Supplichevole intendo. A me non ride</l>
<l>L'aprico margo, e da l'eterea porta</l>
<l>Il mattutino albòr; me non il canto</l>
<l>De' colorati augelli, e non de' faggi</l>
<l>Il murmure saluta: e dove a l'ombra</l>
<l>De gl'inchinati salici dispiega</l>
<l>Candido rivo il puro seno, al mio</l>
<l>Lubrico piè le flessuose linfe</l>
<l>Disdegnando sottragge,</l>
<l>E preme in fuga l'odorate spiagge.</l></lg>
	<lg><l>Qual de la mente mia nefando errore</l>
<l>Macchiommi anzi 'l natale, onde sì crudo</l>
<l>Il Ciel mi fosse e di fortuna il senno?</l>
<l>Qual ne la prima età (mentre di colpa</l>
<l>Nudi viviam), sì ch'inesperto e scemo</l>
<l>Di giovanezza e sconsolato al fuso</l>
<l>De l'indomita parca si devolva</l>
<l>Mio ferrugineo dì? Malcaute voci</l>
<l>Schiude il tuo labbro: i destinati eventi</l>
<l>Move arcano consiglio. Arcano è tutto,</l>
<l>Fuor di nostro dolor. Negletta prole</l>
<l>Nascemmo al pianto, e la cagione in grembo</l>
<l>De' Celesti si posa. Oh cure oh speme</l>
<l>De' più verd'anni! A le sembianze il Padre,</l>
<l>A l'amene sembianze eterno regno</l>
<l>Diè ne' caduchi, e per virili imprese,</l>
<l>Per dotta lira o canto,</l>
<l>Virtù non lùce in disadorno ammanto.</l></lg>
	<lg><l>Morremo. Il velo indegno a terra sparto,</l>
<l>Rifuggirà l'ignudo animo a Dite</l>
<l>E 'l tristo fallo emenderà del cieco</l>
<l>Dispensator de' casi. E tu cui lungo</l>
<l>Amore indarno e lunga fede e vano</l>
<l>D'implacato desio furor mi strinse,</l>
<l>Vivi felice, se felice in terra</l>
<l>Visse nato mortal. Me non asperse</l>
<l>Del soave licor l'avara ampolla</l>
<l>Di Giove indi che 'l sogno e i lieti inganni</l>
<l>Perir di fanciullezza. Ogni più caro</l>
<l>Giorno di nostra età primo s'invola.</l>
<l>Sottentra il morbo e la vecchiezza, e l'ombra</l>
<l>De la gelida morte. Ecco di tante</l>
<l>Sperate palme e dilettosi errori,</l>
<l>Il Tartaro m'avanza; e 'l prode ingegno</l>
<l>Han la tenaria Diva</l>
<l>E l'atra notte e la silente riva.</l></lg>
</div1>
<div1>
<head>9. INNO AI PATRIARCHI, O DE' PRINCIPII DEL GENERE UMANO.</head>
<argument><p>CANZONE NONA.</p></argument>

	<lg><l>E voi de' figli dolorosi il canto,</l>
<l>O di misera prole incliti padri,</l>
<l>Lodando appellerà; molto a l'eterno</l>
<l>De gli astri agitator più cari e molto</l>
<l>Di noi men lacrimabili ne l'alma</l>
<l>Luce prodotti. Immedicati affanni</l>
<l>Al misero mortal, nascere al pianto,</l>
<l>E de l'etereo lume assai più dolci</l>
<l>Sortir l'opaca tomba e 'l fato estremo</l>
<l>Non la diva pietà non l'equa impose</l>
<l>Legge del Cielo. E se di vostro antico</l>
<l>Error che l'uman seme a la tiranna</l>
<l>Possa de' morbi e di sciagura offerse,</l>
<l>Grido antico ragiona, altre più dìre</l>
<l>Colpe de' figli, e pervicace ingegno,</l>
<l>E demenza maggior l'offeso Olimpo</l>
<l>N'armaro incontra, e la negletta mano</l>
<l>De l'altrice Natura; onde la viva</l>
<l>Fiamma n'increbbe, e detestato il parto</l>
<l>Fu del grembo materno, e violento</l>
<l>Emerse il disperato Erebo in terra.</l></lg>
	<lg><l>Tu primo il giorno, e le purpuree faci</l>
<l>De le rotanti spere e la novella</l>
<l>Prole de' campi, o duce antico e padre</l>
<l>De l'umana famiglia, e tu l'errante</l>
<l>Per li giovani prati aura contempli.</l>
<l>Quando le rupi e le deserte valli</l>
<l>Precipite l'alpina onda ferìa</l>
<l>D'inudito fragor; quando gli ameni</l>
<l>Futuri seggi di lodate genti</l>
<l>E di cittadi romorose, occulta</l>
<l>Pace regnava; e gl'inarati colli</l>
<l>Solo e muto ascendea l'aprico raggio</l>
<l>Di febo e l'aurea luna. Oh fortunata,</l>
<l>Di colpe ignara e di lugubri eventi,</l>
<l>Erma terrena sede. Oh quanto affanno</l>
<l>Al gener tuo, padre infelice, e quale</l>
<l>D'amarissimi casi ordine immenso</l>
<l>Preparano i destini. Ecco di sangue</l>
<l>Gli avari còlti e di fraterno scempio</l>
<l>Furor novello incesta, e le nefande</l>
<l>Ali di morte il divo etere impara.</l>
<l>Trepido, errante il fratricida, e l'ombre</l>
<l>Solitarie fuggendo e la secreta</l>
<l>Ne le profonde selve ira de' venti,</l>
<l>Primo i civili tetti, albergo e regno</l>
<l>A le macere cure, inalza; e primo</l>
<l>Il disperato pentimento i ciechi</l>
<l>Mortali egro, anelante, aduna e stringe</l>
<l>Ne' consorti ricetti: onde negata</l>
<l>L'improba mano al curvo aratro, e vili</l>
<l>Fur gli agresti sudori; ozio le soglie</l>
<l>Scelerate occupò; l'immonda eruppe</l>
<l>Fame de l'oro, e ne le tarde membra</l>
<l>Domo il vigor natio, languide, ignave</l>
<l>Giacquer le menti; e servitù le imbelli</l>
<l>Umane vite, ultimo danno, accolse.</l></lg>
	<lg><l>E tu da l'etra infesto e dal mugghiante</l>
<l>Su i nubiferi gioghi equoreo flutto</l>
<l>Scampi l'iniquo germe, o tu cui prima</l>
<l>Da l'aer cieco e da' natanti poggi</l>
<l>Segno arrecò d'instaurata spene</l>
<l>La candida colomba, e de le antiche</l>
<l>Nubi l'occiduo Sol naufrago uscendo,</l>
<l>L'atro polo di vaga iri dipinse.</l>
<l>Riede a la terra, e 'l crudo affetto e gli empi</l>
<l>Studi rinnova e le seguaci ambasce</l>
<l>La riparata gente. A gl'inaccessi</l>
<l>Regni del mar vendicatore illude</l>
<l>Profana destra, e la sciagura e 'l pianto</l>
<l>A novi liti e novo cielo insegna.</l></lg>
	<lg><l>Or te, padre de' pii, te giusto e forte,</l>
<l>E di tuo seme i generosi alunni</l>
<l>Medita il petto mio. Dirò siccome</l>
<l>Sedente, oscuro in sul meriggio a l'ombre</l>
<l>Del riposato albergo, appo le molli</l>
<l>Rive del gregge tuo nodrici e sedi,</l>
<l>Te de' celesti peregrini occulte</l>
<l>Beàr l'eteree menti; e quale, o figlio</l>
<l>De la saggia Rebecca, in su la sera,</l>
<l>Presso al rustico pozzo e ne la dolce</l>
<l>Di pastori e di lieti ozi frequente</l>
<l>Aranitica valle, amor ti punse</l>
<l>De la vezzosa Labanìde: invitto</l>
<l>Amor, ch'a lunghi esigli e lunghi affanni</l>
<l>E di servaggio a l'odiata soma</l>
<l>Volenteroso il prode animo addisse.</l></lg>
	<lg><l>Fu certo, fu (nè d'error vano e d'ombra</l>
<l>L'aonio canto e de la fama il grido</l>
<l>Pasce l'avida plebe) amica un tempo</l>
<l>Al sangue nostro e dilettosa e cara</l>
<l>Questa misera piaggia, ed aurea corse</l>
<l>Nostra caduca età. Non che di latte</l>
<l>Onda rigasse intemerata il fianco</l>
<l>De le balze materne, o su le rive</l>
<l>De l'infecondo mar l'adunca falce</l>
<l>E gli acri gioghi esercitasse il bruno</l>
<l>Agricoltor; ma di suo fato ignara</l>
<l>E de gli affanni suoi, vòta d'affanno</l>
<l>Visse l'umana gente; a le riposte</l>
<l>Leggi del Cielo e di Natura indutto</l>
<l>Valse l'ameno error, le fraudi e 'l molle</l>
<l>Pristino velo; e di sperar contenta</l>
<l>Nostra placida nave in porto ascese.</l></lg>
	<lg><l>Tal fra le vaste californie selve</l>
<l>Nasce beata prole, a cui non sugge</l>
<l>Pallida cura il petto, a cui le membra</l>
<l>Fera tabe non dòma, e vitto il bosco,</l>
<l>Nidi l'intima rupe, ònde minìstra</l>
<l>L'irrigua valle, inopinato il giorno</l>
<l>De l'atra morte incombe. Oh ne l'umana</l>
<l>Scelerata baldanza inermi regni</l>
<l>De la saggia Natura. I lidi e gli antri</l>
<l>E le quiete selve apre l'invitto</l>
<l>Nostro furor; la violata gente</l>
<l>Al peregrino affanno, a gl'inesperti</l>
<l>Desiri educa; e la fugace, ignuda</l>
<l>Felicità per l'imo sole incalza.</l></lg>
</div1>
<div1>
<head>10. ALLA SUA DONNA.</head>
<argument><p>CANZONE DECIMA.</p></argument>

	<lg><l>Cara beltà che amore</l>
<l>Lunge m'insegni o nascondendo il viso</l>
<l>Fuor se nel sonno il core</l>
<l>Ombra diva mi scuoti</l>
<l>O ne' campi ove splenda</l>
<l>Più vago il giorno e di Natura il riso;</l>
<l>Forse tu l'innocente</l>
<l>Secol beasti che da l'oro ha nome,</l>
<l>Or leve intra la gente</l>
<l>Anima voli? o te la sorte avara</l>
<l>Ch'a noi t'asconde, a gli avvenir prepara?</l></lg>
	<lg><l>Viva mirarti omai</l>
<l>Nulla spene m'avanza;</l>
<l>S'allor non fosse, allor che ignudo e solo</l>
<l>Per novo calle a peregrina stanza</l>
<l>Verrà lo spirto mio. Già sul novello</l>
<l>Aprir di mia giornata incerta e bruna,</l>
<l>Te viatrice in questo arido suolo</l>
<l>I' mi pensai. Ma non è cosa in terra</l>
<l>Che ti somigli; e s'anco pari alcuna</l>
<l>Ti fosse al volto, a gli atti, a la favella,</l>
<l>Saria, così conforme, assai men bella.</l></lg>
	<lg><l>Fra cotanto dolore</l>
<l>Quanto a l'umana età propose il fato</l>
<l>Se vera e tal qual io pensando esprimo,</l>
<l>Alcun t'amasse in terra, a lui pur fòra</l>
<l>Questo viver beato:</l>
<l>E ben chiaro vegg'io siccome ancora</l>
<l>Seguir lòda e virtù qual ne' prim'anni</l>
<l>L'amor tuo mi farebbe. Or non aggiunse</l>
<l>Il Ciel nullo conforto a i nostri affanni;</l>
<l>E teco la mortal vita saria</l>
<l>Simile a quella che nel cielo indìa.</l></lg>
	<lg><l>Per le valli, ove suona</l>
<l>Del faticoso agricoltore il canto,</l>
<l>Ed io seggo e mi lagno</l>
<l>Del giovanile error che m'abbandona;</l>
<l>E per li poggi, ov'io rimembro e piagno</l>
<l>I perduti desiri, e la perduta</l>
<l>Speme de' giorni miei; di te pensando,</l>
<l>A palpitar mi sveglio. E potess'io,</l>
<l>Nel secol tetro e in questo aer nefando,</l>
<l>L'alta specie serbar; chè de l'imago,</l>
<l>Poi che del ver m'è tolto, assai m'appago.</l></lg>
	<lg><l>Se de l'eterne idee</l>
<l>L'una se' tu, cui di sensibil forma</l>
<l>Sdegni l'eterno senno esser vestita</l>
<l>E fra caduche spoglie</l>
<l>Provar gli affanni di funerea vita;</l>
<l>O s'altra terra ne' superni giri</l>
<l>Fra' mondi innumerabili t'accoglie,</l>
<l>E più vaga del Sol prossima stella</l>
<l>T'irraggia, e più benigno etere spiri;</l>
<l>Di qua dove son gli anni infausti e brevi,</l>
<l>Questo d'ignoto amante inno ricevi.</l></lg>
</div1>
<div1>
<head>ANNOTAZIONI</head>
	<p>Non credere, lettor mio, che in queste <title>Annotazioni</title> si contenga cosa di rilievo. Anzi se tu sei di quelli ch'io desidero per lettori, fa conto che il libro sia finito, e lasciami qui solo co' pedagoghi a sfoderar testi e citazioni, e menare a tondo la clava d'Ercole, cioè l'autorità, per dare a vedere che anch'io così di passata ho letto qualche buono scrittore italiano, ho studiato tanto o quanto la lingua nella quale scrivo, e mi sono informato all'ingrosso delle sue condizioni. Vedi, caro lettore, che oggi in Italia, per quello che spetta alla lingua, pochissimi sanno scrivere, e moltissimi non lasciano che si scriva; nè fra gli antichi o i moderni fu mai lingua nessuna civile nè barbara così tribolata a un medesimo tempo dalla rarità di quelli che sanno, e dalla moltitudine e petulanza di quelli che non sapendo niente, vogliono che la favella non si possa stendere più là di quel niente. Co' quali, per questa volta e non più, bisogna che mi dii licenza di fare alle pugna come s'usa in Inghilterra, e di chiarirli (sebbene, essendo uomo, non mi reputo immune dallo sbagliare) che non soglio scrivere affatto affatto come viene, e che in tutti i modi non sarà loro così facile come si pensano, il mostrarmi caduto in errore.</p>
<div2>
<head>Canzone 1</head>
<div3>
<head>Stanza VI Verso 10.</head>

<quote rend="block"><lg rend="italic"><l>Vedi ingombrar de' vinti</l>
<l>La fuga i carri e le tende cadute.</l></lg></quote>

	<p>Cioè <hi rend="italic">trattenere, contrastare, impacciare, impedire</hi>. Questo sentimento della voce <hi rend="italic">ingombrare</hi> ha due testi nel <title>Vocabolario</title> della Crusca; ma quando non ti paressero chiari, accompagnali con quest'altro esempio, ch'è del Petrarca [<bibl><title>Tr. d'Am.</title> capit. 3, vers. 22</bibl>]: <quote><emph>Quel sì pensoso è Ulisse, affabil ombra, Che la casta mogliera aspetta e prega; Ma Circe amando <hi rend="sc">GLIEL</hi> ritiene e <hi rend="sc">'NGOMBRA</hi></emph></quote>. Dietro a questo puoi notare il seguente, ch'è d'Angelo di Costanzo [<bibl><title>Son.</title> 13</bibl>]. <quote><emph>Che quel chiaro splendor ch'offusca e <hi rend="sc">INGOMBRA</hi>, Quando vi mira, <hi rend="sc">OGNI</hi> più acuto <hi rend="sc">ASPETTO</hi> <seg type="inciso">(cioè vista)</seg>, D'un'alta nube la mia mente adombra</emph></quote>. Ed altri molti ne troverai della medesima forma leggendo i buoni scrittori, e vedrai come anche si dice <hi rend="italic">ingombro</hi> nel significato d'<hi rend="italic">impedimento</hi> o di <hi rend="italic">ostacolo</hi>; e se la Crusca non s'accorse di questo particolare, o non fu da tanto di spiegarlo, tal sia di lei.</p>
</div3>
<div3>
<head>Stanza VI Verso 12.</head>

<quote rend="block"><lg rend="italic"><l>E correr fra' primieri</l>
<l>Pallido e scapigliato esso tiranno.</l></lg></quote>

	<p>Del qual tiranno il nostro Simonide avanti a questo passo non ha fatto menzione alcuna. Il <title>Volgarizzatore antico dell'Epistola</title> di Marco Tullio Cicerone a Quinto suo fratello intorno al Proconsolato dell'Asia [<bibl>Firenze 1815, pag. 3</bibl>]: <quote><emph>Avvengach'io non dubitassi che questa epistola molti messi, ed eziandio <hi rend="sc">ESSA FAMA</hi> colla sua velocità vincerebbono</emph></quote>. Queste sono le primissime parole dell'<title>Epistola</title>. Similmente lo Speroni [<bibl><title>Dial. d'Amore. Dialoghi dello Sper.</title> Venez. 1596, pag. 3</bibl>] dice che <quote><emph>amor vince essa natura <seg type="inciso"> volendo dir</seg> fino alla natura</emph></quote>.</p>
</div3>
<div3>
<head>Stanza VI Verso 14.</head>

<quote rend="block"><lg rend="italic"><l>Ve' come infusi e tinti</l>
<l>Del barbarico sangue.</l></lg></quote>

	<p><hi rend="italic">Infusi</hi> qui vale <hi rend="italic">aspersi</hi> o <hi rend="italic">bagnati</hi>. Il Casa [<bibl><title>Canz.</title>4, st.3</bibl>]:<quote><emph>E ben conviene Or penitenzia e duol l'anima lave De' color atri e del terrestre limo <hi rend="sc">OND'</hi>ella è per mia colpa <hi rend="sc">INFUSA</hi> e grave</emph></quote>. Sopra le quali parole i comentatori adducono quello che dice lo stesso Casa in altro luogo [<bibl><title>Son.</title>45</bibl>]: <quote rend="italic">Poco il mondo già mai t'infuse o tinse, Trifon, nell'atro suo limo terreno</quote>. Ho anche un esempio simile a questi del Casa nell'<title>Oreficeria</title> di Benvenuto Cellini [<bibl>cap.7. Milano 1811, p.95</bibl>], ma non lo tocco per rispetto d'una lordura che gli è appiccata e non va via.</p>
</div3>
<div3>
<head>Stanza VI Verso 18.</head>

<quote rend="block"><lg rend="italic"><l>Evviva evviva.</l></lg></quote>

	<p>L'acclamazione <hi rend="italic">Viva</hi> è portata nel <title>Vocabolario</title> della Crusca, ma non <hi rend="italic">evviva</hi>. E ciò non ostante io credo che tutta l'Italia, quando fa plauso, dica piuttosto <hi rend="italic">evviva</hi> che <hi rend="italic">Viva</hi>; e quello non è vocabolo forestiero ma tutto quanto nostrale, e composto, come sono infiniti altri, d'una particella o vogliamo interiezione italiana, e d'una parola italiana, a cui l'accento della detta particella o interiezione monosillaba raddoppia la prima consonante. Questo è quanto alla purità della voce. Quanto alla convenienza, potranno essere alcuni che non lodino l'uso di questa parola in un poema lirico. Io non ho animo d'entrare in quello che tocca alla ragion poetica o dello stile o dei sentimenti di queste <title>Canzoni</title>, perchè la povera poesia mi par degna che, se non altro, se l'abbia questo rispetto di farla franca dalle chiose. E però taccio che laddove s'ha da esprimere la somma veemenza di qualsivoglia affetto, i vocaboli o modi volgari e correnti, non dico hanno luogo, ma, quando sieno adoperati con giudizio, stanno molto meglio dei nobili e sontuosi, e danno molta più forza all'imitazione. Passo eziandio che in tali occorrenze i principali maestri (fossero poeti o prosatori) costumarono di scendere dignitosamente dalla stessa dignità, volendo accostarsi più che potessero alla natura, la quale non sa e non vuole stare nè sul grave nè sull'attillato quando è stretta dalla passione. E finalmente non voglio dire che se cercherai le <title>Poetiche e Rettoriche</title> antiche o moderne, troverai questa pratica, non solamente concessa nè commendata, ma numerata fra gli accorgimenti necessari al buono scrittore. Lascio tutto questo, e metto mano all'arme fatata dell'esempio. Che cosa pensiamo noi che fosse quell'<hi rend="italic">io</hi> che troviamo in Orazio due volte nell'<title>Ode</title> seconda del quarto libro [<bibl>v.49, 50</bibl>], e due nella nona dell'<title>Epodo</title> [<bibl>v. 21, 23</bibl>]? Parola, anzi grido popolare, che non significava altro se non se indeterminatamente l'applauso (come il nostro <hi rend="italic">Viva</hi>), o pure la gioia: la quale per essere la più rara e breve delle passioni, è fors'anche la più frenetica; e per questo e per altri molti rispetti, che non si possono dare ad intendere ai pedagoghi, mette la dignità dell'imitazione in grandissimo pericolo. E i Greci, ai quali altresì fu comune la detta voce, l'adoperavano fino coi cani per lusingarli e incitarli, come puoi vedere in Senofonte nel libro della <title>Caccia</title> [<bibl>c.6, art. 17</bibl>]. E nondimeno Orazio, poeta coltissimo e nobilissimo, e così di stile come di lingua ritiratissimo dal popolo, volendo rappresentare l'ebbrietà della gioia, non si sdegnò di quella voce nelle canzoni di soggetto più magnifico.</p>
</div3>
</div2>
<div2>
<head>Canzone 2</head>
<div3>
<head>Stanza IV Verso 1.</head>

<quote rend="block"><lg rend="italic"><l>Voi spirerà l'altissimo subbietto.</l></lg></quote>

	<p>Io credo che s'altri può essere <hi rend="italic">spirato da</hi> qualche persona o cosa (come i santi uomini dallo Spirito Santo [<bibl><title>Vocab. della Crusca</title>, v. Spirato</bibl>]), ci debbano esser cose e persone che <hi rend="italic">lo</hi> possano <hi rend="italic">spirare</hi>; e tanto più che non mancano di quelle che <hi rend="italic">lo ispirano</hi>; sebbene il <title>Vocabolario</title> non le conobbe; ma te ne possono mostrare il Petrarca, il Tasso, il Guarini e mille altri. Dice il Petrarca [<bibl><title>Canz. Chiare, fresche e dolci acque</title>, st.3</bibl>] in proposito di Laura: <quote><emph>Amor <hi rend="sc">L'INSPIRI</hi> In guisa che sospiri</emph></quote>. Dice il Tasso [<bibl><title>Gerus. liber.</title> canto 12, stanza 5</bibl>]: <quote><emph>Buona pezza è, signor, che in se raggira Un non so che d'insolito e d'audace La mia mente inquieta: o <hi rend="sc">DIO L'INSPIRA</hi>; O l'uom del suo voler suo dio si face. <seg type="inciso">Ed altrove [<bibl>c.14, st.17</bibl>]:</seg> Guelfo ti pregherà (<hi rend="sc">DIO</hi> sì <hi rend="sc">L'INSPIRA</hi>) Ch'assolva il fier garzon di quell'errore</emph></quote>. Dice il Guarini [<bibl><title>Past. Fido</title>, Atto 1, scena 4, v. 206</bibl>]: <quote><emph>Chè bene <hi rend="sc">INSPIRA IL CIELO QUEL COR</hi> che bene spera</emph></quote>. Aggiungi le <title>Vite dei santi Padri</title>. <title>Il giovane ispirato da Dio</title> [<bibl>par.1, c.1. Fir.1731–1735, t.1, p.3</bibl>], <title>Antonio inspirato da Dio</title> [<bibl>c.5, p.12</bibl>], <title>uno sceleratissimo uomo inspirato da Dio</title> [<bibl>c.35, p.103</bibl>], e simili. Anche i versi infrascritti convengono a questo proposito, i quali sono del Guidi [<bibl><title>Endim.</title> At.5, scena 2, v.35</bibl>]. <quote><emph>Vedrai come <hi rend="sc">IL MIO SPIRTO</hi> ivi comparte Ordini e moti, e come<hi rend="sc"> INSPIRA</hi> e volve <hi rend="sc">QUESTA</hi> grande <hi rend="sc">ARMONIA</hi> che 'l mondo regge</emph></quote>. E il Guidi fu annoverato dagli Accademici Fiorentini l'anno 1786 fra gli scrittori che sono o si debbono stimare autentici nella lingua.</p>
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<head>Stanza VIII Verso 14.</head>

<quote rend="block"><lg rend="italic"><l>Qui l'ira al cor, qui la pietate abbonda.</l></lg></quote>

	<p>Il Sannazzaro nell'egloga sesta dell'<title>Arcadia</title> [<bibl>v.19</bibl>]: <quote><emph>E per <hi rend="sc">L'IRA</hi> sfogar <hi rend="sc">CH'AL CORE ABBONDAMI</hi></emph></quote>. Non credere ch'io vada imitando appostamente, o che facendolo, me ne pregiassi e te ne volessi avvertire. Ma quest'esempio lo reco per quelli che dubitassero, e dubitando affermassero, com'è l'uso moderno in queste materie, che <hi rend="italic">abbondare</hi> col terzo caso, nel modo che lo dico io, fosse detto fuor di regola. E so bene anche questo, che fra gl'Italiani è lode quello che fra gli altri è biasimo, anzi per l'ordinario (e singolarmente nelle lettere) si fa molta più stima delle cose imitate che delle trovate. In somma negli scrittori si ricerca la facoltà della memoria massimamente; e chi più n'ha e più n'adopera, beato lui. Ma contuttociò, se paresse a qualcuno ch'io non l'abbia adoperata quanto si richiedeva, non voglio che le annotazioni o la fagiolata che sto facendo mi levi nessuna parte di questo carico. Circa il resto poi, la voce <hi rend="italic">abbondare</hi> importa di natura sua quasi lo stesso che <hi rend="italic">traboccare</hi>, o in latino <hi rend="italic">exundare</hi>; secondo il quale intendimento è presa in questo luogo della <title>Canzone</title>, e famigliare ai Latini del buon tempo, e usata dal Boccaccio nell'ultimo de' testi portati dal <title>Vocabolario</title> sotto la voce <hi rend="italic">Abbondante</hi>.</p>
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<head>Stanza X Verso 16.</head>

<quote rend="block"><lg rend="italic"><l>Al cui supremo danno</l>
<l>Il vostro solo è tal che rassomigli.</l></lg></quote>

	<p>Io credo che se una cosa può <hi rend="italic">somigliare a</hi> un'altra, <hi rend="italic">le</hi> debba potere anche <hi rend="italic">rassomigliare</hi>, e parimente <hi rend="italic">assomigliarle</hi> o <hi rend="italic">assimigliarle</hi>, oltre a <hi rend="italic">rassomigliarsele</hi> o <hi rend="italic">assomigliarsele</hi>, o <hi rend="italic">assimigliarsele</hi>; e tanto più che io trovo <hi rend="italic">le viscere delle chiocciole terrestri</hi>, non <hi rend="italic">rassomigliantisi</hi>, ma <hi rend="italic">rassomiglianti a quelle de' lumaconi ignudi terrestri</hi> [<bibl><title>Voc. della Crus.</title> v. Rassomigliante</bibl>], e certi <hi rend="italic">rettori assomiglianti a' priori</hi> di Firenze [<bibl>v. Assomigliante</bibl>], e il cielo <hi rend="italic">assimigliante quasi ad immagine d'arco</hi> [<bibl>v. Assimigliante</bibl>]. Oltracciò vedo che le cose alcune volte <hi rend="italic">risomigliano</hi> e <hi rend="italic">risimigliano</hi> l'une <hi rend="italic">all'</hi>altre.</p>
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<head>Stanza XI Verso 13.</head>

<quote rend="block"><lg rend="italic"><l>Dimmi, nè mai rinverdirà quel mirto</l>
<l>Che tu festi sollazzo al nostro male?</l></lg></quote>

	<p>Io so che a certi, che non sono pedagoghi, non è piaciuto questo <hi rend="italic">sollazzo</hi>: e tuttavia non me ne pento. Se guardiamo alla chiarezza, ognuno si deve accorgere a prima vista che il <hi rend="italic">sollazzo</hi> de' mali non può essere il <hi rend="italic">trastullo</hi> nè il <hi rend="italic">diporto</hi> nè lo <hi rend="italic">spasso</hi> de' mali, ma è quanto dire il <hi rend="italic">sollievo</hi>, cioè quello che propriamente è significato dalla voce latina <hi rend="italic">solatium</hi>, fatta dagl'Italiani <hi rend="italic">sollazzo</hi>. Ora stando che si permetta, anzi spesse volte si richiegga allo scrittore, e massimamente al poeta lirico, la giudiziosa novità degli usi metaforici delle parole, molto più mi pare che di quando in quando se gli debba concedere quella novità che nasce dal restituire alle voci la significazione primitiva e propria loro. Aggiungasi che la nostra lingua, per quello ch'io possa affermare, non ha parola che oltre a valere quanto la sopraddetta latina, s'accomodi facilmente all'uso de' poeti; fuori di <hi rend="italic">conforto</hi>, che nè anche suona propriamente il medesimo. Perocchè <hi rend="italic">sollievo</hi> e altre tali non sono voci poetiche, e <hi rend="italic">alleggerimento, alleviamento, consolazione</hi> e simili appena si possono adattare in un verso. Fin qui mi basti aver detto a quelli che non sono pedanti e che non si contentarono di quel mio <hi rend="italic">sollazzo</hi>. Ora voltandomi agli stessi pedagoghi, dico loro che <hi rend="italic">sollazzo</hi> in sentimento di <hi rend="italic">sollievo</hi>, cioè di <hi rend="italic">solatium</hi>, è voce di quel secolo della nostra lingua ch'essi chiamano il buono e l'aureo. Leggano l'antico <title>Volgarizzamento</title> del primo trattato di San Giovanni Grisostomo sopra la Compunzione, a capitoli otto [<bibl>Roma 1817, p.22</bibl>]. <quote><emph>Ora veggiamo quello che sèguita detto da Cristo: se forse in alcuno luogo o in alcuna cosa io trovassi <hi rend="sc">SOLLAZZO</hi> o rimedio <hi rend="sc">DI TANTA CONFUSIONE</hi></emph></quote>. E ivi a due versi. <quote><emph>Oimè, credevami trovare <hi rend="sc">SOLLAZZO DELLA MIA CONFUSIONE,</hi> e io trovo accrescimento</emph></quote>. Così a capitoli undici [<bibl>p.33</bibl>]. <quote><emph>Tutta la pena che pativa <seg type="inciso">(S. Paolo)</seg>, piuttosto riputava <hi rend="sc">SOLLAZZO D'AMORE</hi>, che dolore di corpo</emph></quote>. E nel capo susseguente [<bibl>p. 35</bibl>]. <quote><emph>Onde ne parlano spesso, acciocchè almeno per lo molto parlare di quello che amano, si scialino un poco e trovino <hi rend="sc">SOLLAZZO</hi> e refrigerio <hi rend="sc">DEL FERVENTE AMORE</hi> ch'hanno dentro</emph></quote>. L'antica version latina in tutti questi luoghi ha <hi rend="italic">solatium</hi> o <hi rend="italic">solatia</hi>. Veggano eziandio nello stesso <title>Vocabolario della Crusca</title>, sotto la voce <hi rend="italic">Spiraglio</hi>, un esempio simile ai soprascritti, il qual esempio è cavato dal <title>Volgarizzamento</title> di non so che altro libro del medesimo San Grisostomo. E di più veggano, s'hanno voglia, nell'<title>Asino d'oro</title> del Firenzuola [<bibl>lib.6. Mil. 1819, p.185</bibl>] come <quote><emph>le lagrime sono ultimo <hi rend="sc">SOLLAZZO DELLE MISERIE</hi> de' mortali</emph></quote>. Anzi è costume dello scrittore nella detta opera [<bibl>l.2, p.61; l.3, p.75; l.4, p.103; l.5, p.148 e 169</bibl>] di prendere la voce <hi rend="italic">sollazzo</hi> in significato di <hi rend="italic">sollievo, consolazione, conforto</hi>, ad esempio di quei del trecento, come anche fece il Bembo [<bibl><title>Lett.</title> vol.4, part.2. <title>Op. del Bem.</title> Ven. 1729, t.3, p.310</bibl>] nel passo che segue. <quote><emph>Messer Carlo, mio solo e caro fratello, unico sostegno e <hi rend="sc">SOLLAZZO DELLA MIA VITA</hi>, se n'è al cielo ito</emph></quote>.</p>
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<head>Stanza XII Verso 10.</head>
<quote rend="block"><lg rend="italic"><l>Che stai?</l></lg></quote>
	<p>La particella interrogativa <hi rend="italic">che</hi> usata in vece di <hi rend="italic">perchè</hi> non ha esempio nel <title>Vocabolario</title> se non seguìta dalla negativa <hi rend="italic">non</hi>. Ma che anche senza questa si dica ottimamente, recherò le prime autorità che mi vengono alle mani, fra le innumerabili che si potrebbero addurre. Il Casa nell'<title>Orazione</title> a Carlo quinto [<bibl><title>Op. del Casa.</title> Ven. 1752, tom.3, p.344</bibl>]: <quote><hi rend="sc">CHE PARLO</hi> <emph>io degli uomini? Questa terra, sacra Maestà, e questi liti parea che avessono vaghezza e disiderio di farvisi allo 'ncontro</emph></quote>. Il Caro nel <title>Volgarizzamento</title> del primo <title>Sermone</title> di San Cipriano sopra l'elemosina [<bibl>Ven. appresso Aldo Manuz. 1569, p.131</bibl>]: <quote><hi rend="sc">CHE VAI</hi> <emph>mettendo innanzi quest'ombre e queste bagattelle per iscusarti in vano?</emph></quote> Il Tasso nel quarto della <title>Gerusalemme</title> [<bibl>st.12</bibl>]: <quote><emph>Ma <hi rend="sc">CHE RINNOVO</hi> i miei dolor parlando?</emph></quote> E similmente in altri luoghi [<bibl>c.8, st.68; c.11, st.63 e 75; c.13, st.64; c.16, st.47 e 57; c.20, st.19</bibl>]. Il Varchi nel <title>Boezio</title> [<bibl>l.2, prosa 4. Ven.1785, p.36</bibl>]: <quote><hi rend="sc">CHE STARÒ</hi> <emph>io a raccontarti i tuoi figliuoli stati Consoli?</emph></quote> Ed altre volte [<bibl>prosa 7, p.50; l.3, pr.5, pag.69, e pr.11, p.90 e 91</bibl>]. Il Castiglione nel <title>Cortegiano</title> [<bibl>l.2, Mil. 1803, vol.1, pag.190</bibl>]: <quote><emph>Come un litigante a cui in presenza del giudice dal suo avversario fu detto, <hi rend="sc">CHE BAI</hi> tu? subito rispose, <hi rend="sc">PERCHÈ</hi> veggo un ladro</emph></quote>. Il Davanzati nel primo libro degli <title>Annali</title> di Tacito [<bibl>c.17</bibl>]: <quote><hi rend="sc">CHE</hi> <emph>tanto <hi rend="sc">UBBIDIRE</hi>, come schiavi, a quattro scalzi centurioni e meno tribuni?</emph></quote>Dove il testo originale dice: <quote><hi rend="sc">CUR</hi> <emph>paucis centurionibus, paucioribus tribunis, in modum servorum <hi rend="sc">OBEDIRENT?</hi></emph></quote> Aggiungi Bernardino Baldi, autore correttissimo nella lingua, e molto elegante. <quote><emph>Ma <hi rend="sc">CHE STIAMO</hi> Perdendo il tempo, e altrui biasmando insieme, Quando altro abbiam che fare?</emph></quote> [<bibl><title>Egloga</title> 10, v.16. <title>Versi e Prose</title> di Mons. Bernardino Baldi. Ven. 1590, p.196</bibl>] Ed altrove [<bibl><title>Egl.</title> 11, v.81, p.209</bibl>]: <quote><emph>Ma <hi rend="sc">CHE PERDIAMO</hi> il tempo, e non andiamo Ad impetrar da lei</emph></quote> con quello che segue. Sia detto per incidenza che sebbene delle <title>Egloghe</title> di questo scrittore è conosciuta e riputata solamente quella che s'intitola <title>Celeo o l'Orto</title>, nondimeno tutte l'altre (che sono quindici, senza un Epitalamio che va con loro), e maggiormente la quinta, la duodecima e la decimaquarta, sono scritte con semplicità, candore e naturalezza tale, che in questa parte non le arrivano quelle del Sannazzaro nè qual altro si sia de' nostri poemi pastorali, eccettuato l'<title>Aminta</title> e in parecchie scene il <title>Pastor Fido</title>.</p>
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<head>Stanza XII Verso 12.</head>

<quote rend="block"><lg rend="italic"><l>Altrice.</l></lg></quote>

	<p>Credo che ti potrei portare non pochi esempi dell'uso di questa parola, pigliandoli da' poeti moderni: ma se non ti curi degli esempi moderni, e vuoi degli antichi, abbi pazienza ch'io li trovi, come spero, e in questo mezzo aiùtati col seguente, ch'è del Guidiccioni [<bibl>Son. <title>Viva fiamma di Marte, onor de' tuoi</title></bibl>]. <quote><emph>Mira che giogo vil, che duolo amaro Preme or l'<hi rend="sc">ALTRICE</hi> de' famosi eroi</emph></quote>.</p>
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<head>Stanza XII Verso 13.</head>

<quote rend="block"><lg rend="italic"><l>Se di codardi è stanza,</l>
<l>Meglio l'è rimaner vedova e sola.</l></lg></quote>

	<p><hi rend="italic">Solo</hi> in forza di <hi rend="italic">romito, disabitato, deserto</hi> non è del <title>Vocabolario</title>, ma è del Petrarca [<bibl>Son. <title>Tra quantunque leggiadre donne e belle</title></bibl>]. <quote><emph>Tanto e più fien <hi rend="sc">LE COSE</hi> oscure e <hi rend="sc">SOLE</hi> Se morte gli occhi suoi chiude ed asconde</emph></quote>. E del Poliziano [<bibl><title>Orfeo</title>, At.3, ediz. dell'Affò, Ven. 1776, v.16, p.41</bibl>]. <quote><emph>In qualche <hi rend="sc">RIPA SOLA</hi> E lontan da la gente <seg type="inciso">(dice d'Orfeo)</seg> Si dolerà del suo crudo destino</emph></quote>. E del Sannazzaro nel <title>Proemio dell'Arcadia</title>. <quote><emph>Per <hi rend="sc">LI SOLI BOSCHI</hi> i salvatichi uccelli sovra i verdi rami cantando</emph></quote>. E nell'egloga undecima [<bibl>v.16</bibl>]. <quote><emph>Piangete, <hi rend="sc">VALLI</hi> abbandonate e <hi rend="sc">SOLE</hi></emph></quote>. E del Bembo [<bibl><title>Son.</title>35</bibl>]. <quote><emph>Parlo poi meco, e grido, e largo fiume Verso per gli occhi in qualche <hi rend="sc">PARTE SOLA</hi></emph></quote>. E del Casa [<bibl><title>Son.</title>43</bibl>]. <quote><emph>Ne i monti e per le <hi rend="sc">SELVE</hi> oscure e <hi rend="sc">SOLE</hi></emph></quote>. E del Varchi [<bibl>Son.<title>Tesilla amo, Tesilla onoro e sola</title></bibl>]. <quote><emph>Dice per questa <hi rend="sc">VALLE</hi> opaca e <hi rend="sc">SOLA</hi> Tirinto</emph></quote>. E del Tasso [<bibl><title>Ger. lib.</title> c.10, st.3</bibl>]. <quote><emph>Per quella <hi rend="sc">VIA</hi> ch'è più deserta e <hi rend="sc">SOLA</hi></emph></quote>. È tolto ai Latini, fra' quali Virgilio nella <title>Favola d'Orfeo</title> [<bibl>Georg. l.4, v.465</bibl>]: <quote><emph>Te, dulcis coniux, te <hi rend="sc">SOLO</hi> in <hi rend="sc">LITORE</hi> secum, Te veniente die, te decedente canebat</emph></quote>. E nel quinto dell'<title>Eneide</title> [<bibl>v.613</bibl>]: <quote><emph>At procul in <hi rend="sc">SOLA</hi> secretae Troades <hi rend="sc">ACTA</hi> Amissum Anchisen flebant</emph></quote>. Così anche nel sesto [<bibl>v.268</bibl>]: <quote><emph>Ibant obscuri <hi rend="sc">SOLA</hi> sub <hi rend="sc">NOCTE</hi> per umbram</emph></quote>. E Stazio nel quarto della <title>Tebaide</title> [<bibl>v.438</bibl>]: <quote><emph>Ingentes infelix terra tumultus, Lucis adhuc medio, <hi rend="sc">SOLAQUE</hi> in <hi rend="sc">NOCTE</hi> per umbras, Exspirat</emph></quote>.</p>
</div3>
</div2>
<div2>
<head>Canzone 3</head>
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<head>Stanza I Verso 4.</head>

<quote rend="block"><lg rend="italic"><l>Incombe.</l></lg></quote>

	<p>Questa ed altre molte parole, e molte significazioni di parole, e molte forme di favellare adoperate in queste <title>Canzoni</title>, furono tratte, non dal <title>Vocabolario della Crusca</title>, ma da quell'altro <title>Vocabolario</title> dal quale tutti gli scrittori classici italiani, prosatori o poeti (per non uscir dell'autorità), dal padre Dante fino agli stessi compilatori del <title>Vocabolario della Crusca</title>, incessantemente e liberamente derivarono tutto quello che parve loro convenevole e che fece ai loro bisogni o comodi, non curandosi che quanto essi pigliavano prudentemente dal latino fosse o non fosse stato usato da' più vecchi di loro. E chiunque stima che nel punto medesimo che si pubblica il vocabolario d'una lingua, si debbano intendere annullate senz'altro tutte le facoltà che tutti gli scrittori fino a quel punto avevano avute verso la medesima; e che quella pubblicazione, per sola e propria sua virtù, chiuda e stoppi a dirittura in perpetuo le fonti della favella; costui non sa che diamine si sia nè vocabolario nè lingua nè altra cosa di questo mondo.</p>
</div3>
<div3>
<head>Stanza I Verso 14.</head>

<quote rend="block"><lg rend="italic"><l>O con l'umano</l>
<l>Valor contrasta il duro fato invano?</l></lg></quote>

	<p>Il Casa nella prima delle <title>Orazioni per la Lega</title> [<bibl><title>Lione</title> (Venezia), p.7</bibl>]: <quote><emph>Nè io voglio di questo <hi rend="sc">CONTRASTARE CON</hi> esso lui</emph></quote>. E nell'altra [<bibl>p.38</bibl>]: <quote><emph>Conciossiachè di tesoro non possa alcuno pur <hi rend="sc">COL</hi> Re solo <hi rend="sc">CONTRASTARE</hi></emph></quote>. Angelo di Costanzo nel centesimosecondo <title>Sonetto</title>: <quote><emph>Accrescer sento e non già venir meno Il duol, nè posso far sì che <hi rend="sc">CONTRASTI CON</hi> la sua forza o che a schermirsi basti Il cor del suo vorace aspro veneno</emph></quote>.</p>
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<head>Stanza IV Verso 3.</head>

<quote rend="block"><lg rend="italic"><l>A te cui fato aspira</l>
<l>Benigno.</l></lg></quote>

	<p>I vari usi del verbo <hi rend="italic">aspirare</hi> cercali nei buoni scrittori latini e italiani; chè se ti fiderai del <title>Vocabolario della Crusca</title>, giudicherai che questo verbo propriamente e unicamente significhi <hi rend="italic">desiderare e pretendere di conseguire</hi>, laddove questa è forse la più lontana delle metafore che soglia patire il detto verbo. E ti farai maraviglia come Giusto de' Conti [<bibl><title>Bella Mano</title>, canz.1, st.1</bibl>] pregasse <quote rend="italic">Amore che gli affrancasse e aspirasse la lingua</quote>, e come il Molza [<bibl>Son. <title>Voi cui fortuna lieto corso aspira</title></bibl>] dicesse che la <quote rend="italic">fortuna aspirava lieto corso ad Annibal Caro</quote>, e il Rucellai che <quote rend="italic">il sole aspira vapori caldi <seg type="inciso">e che</seg> il vento aspira il freddo boreale <seg type="inciso">[<bibl><title>Api</title>, v.159</bibl>] e che</seg> l'orto aspira odor di fiori e d'erbe</quote> [<bibl>v.404</bibl>], e come Remigio Fiorentino (avverti questo soprannome) scrivesse in figura di <title>Fedra</title> [<bibl><title>Epist.</title>4 d'Ovid. v.309</bibl>]: <quote><emph><hi rend="sc">IL QUAL</hi> sì come acerbamente infiamma Il petto a me <seg type="inciso">(parla d'Amore)</seg>, così <hi rend="sc">BENIGNO</hi> e pio A tutti i voti tuoi cortese <hi rend="sc">ASPIRI</hi></emph></quote>. E prima [<bibl>v.40</bibl>] avea detto parimente d'Amore: <quote><emph>Così <hi rend="sc">BENIGNO</hi> A i miei bei voti <hi rend="sc">ASPIRI</hi></emph></quote>. Similmente dice in persona di Paride [<bibl><title>Ep.</title>15, v.51</bibl>]: <quote><emph>Nè leve <hi rend="sc">ASPIRA</hi> A l'alta impresa mia negletto <hi rend="sc">NUME</hi></emph></quote>. E in persona di Leandro [<bibl><title>Ep.</title>17, v.130</bibl>]: <quote><emph>O benigna del ciel notturna <hi rend="sc">LUCE</hi> <seg type="inciso">(viene a dir la luna)</seg>, Siami benigna ed <hi rend="sc">AL</hi> mio nuoto <hi rend="sc">ASPIRA</hi></emph></quote>. Così anche in altri luoghi [<bibl><title>Ep.</title>15, v.70 e 392</bibl>].</p>
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<head>Stanza VI Verso 3.</head>

<quote rend="block"><lg rend="italic"><l>Quand'oltre a le colonne, ed oltre a i liti</l>
<l>Cui strider parve in seno a l'onda il sole.</l></lg></quote>

	<p>Di questa fama anticamente divulgata, che in Ispagna e in Portogallo, quando il sole tramontava, s'udisse a stridere di mezzo al mare a guisa che fa un carbone o un ferro rovente che sia tuffato nell'acqua, sono da vedere il secondo libro di Cleomede [<bibl><title>Circular. Doctrin. de Sublimibus</title>, l.2, c.1. Edit. Bake, Lugd. Bat. 1820, p.109 et seq.</bibl>], il terzo di Strabone [<bibl>Amstel. 1707, p.202 B.</bibl>], la quartadecima <title>Satira</title> di Giovenale [<bibl>v.279</bibl>], il secondo libro delle <title>Selve</title> di Stazio [<bibl><title>Genethliac. Lucani</title>, v.24 et sequent.</bibl>] e l'<title>Epistola</title> decimottava d'Ausonio [<bibl>v.2</bibl>]. E non tralascerò in questo proposito quello che dice Floro [<bibl>l.2, c.17, sect.12</bibl>] laddove accenna le imprese fatte da Decimo Bruto in Portogallo: <quote rend="italic">Peragratoque victor Oceani litore, non prius signa convertit, quam cadentem in maria solem, obrutumque aquis ignem, non sine quodam sacrilegii metu, et horrore, deprehendit</quote>. Vedi altresì le annotazioni degli eruditi sopra il quarantesimoquinto capo di Tacito delle Cose germaniche.</p>
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<head>Stanza VII Verso 5.</head>

<quote rend="block"><lg rend="italic"><l>E del notturno</l>
<l>Occulto sonno del maggior pianeta.</l></lg></quote>

	<p>Mentre il più degli uomini ebbero poco o niun conoscimento della rotondità della terra, e dell'altre varie dottrine ch'appartengono alla cosmografia, non sapendo quello che il sole nel tempo della notte operasse o patisse, fecero intorno a questo particolare molte e belle immaginazioni, secondo la vivacità e la freschezza di quella fantasia che oggidì non si può chiamare altrimenti che fanciullesca, ma pure in ciascun'altra età degli antichi poteva poco meno che nella puerizia. E s'alcuni s'immaginarono che il sole si spegnesse la sera e che la mattina si raccendesse, altri si persuasero che dal tramonto si posasse e dormisse fino all'aggiornare; e Mimnermo poeta greco antichissimo pone il letto del sole in un luogo della Colchide. Stesicoro [<bibl>ap. <title>Athenaeum</title>, l.11, c.38. Ed. Schveighaeuser, tom.4, p.237</bibl>], Antimaco [<bibl>ap. eumd. loc. cit. p.238</bibl>], Eschilo [<bibl><title>Heliad.</title> ap. eumd. l. c.</bibl>], ed esso Mimnermo [<bibl><title>Nannone</title>, ap. eumd. loc. cit. c.39, p.239</bibl>] più distintamente degli altri dice anche questo, che il sole dopo calato si pone a giacere in un letto concavo a uso di navicella, tutto d'oro, e così dormendo naviga per l'Oceano da ponente a levante. Pitea marsigliese allegato da Gemino [<bibl><title>Elem. Astron.</title> c.5: in <title>Petav. Uranolog. Antuerp.</title> (Amstel.) 1703, p.13</bibl>] e da Cosma egiziano [<bibl><title>Topogr. christian.</title> l.2. Ed. Montfauc. p.149</bibl>] racconta di non so quali Barbari che mostrarono a esso Pitea la stanza dove il sole, secondo loro, s'adagiava a dormire. E il Petrarca s'avvicinò a queste tali opinioni volgari in quei versi [<bibl><title>Canz. Ne la stagion che 'l ciel rapido inchina</title>, st.3</bibl>]: <quote rend="italic">Quando vede 'l pastor calare i raggi Del gran pianeta al nido ov'egli alberga</quote>. Siccome in questi altri [<bibl>st.1</bibl>] seguì la sentenza di quei filosofi che per via di raziocinio e di congettura indovinavano gli antipodi: <quote rend="italic">Ne la stagion che 'l ciel rapido inchina Verso occidente, e che 'l dì nostro vola A gente che di là forse l'aspetta</quote>. Dove quel <hi rend="italic">forse</hi>, che oggi non si potrebbe dire, è notabilissimo e poetichissimo, perocchè lasciava libero all'immaginazione di figurarsi a modo suo quella gente sconosciuta, o d'averla in tutto per favolosa; dal che si dee credere che, leggendo questi versi, nascessero di quelle concezioni vaghe e indeterminate che sono effetto principalissimo ed essenzialissimo delle bellezze poetiche, anzi di tutte le maggiori bellezze del mondo. Ma, come ho detto, non mi voglio allargare in queste materie.</p>
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<head>Stanza IX Verso 12.</head>

<quote rend="block"><lg rend="italic"><l>Al tardo onore</l>
<l>Non sorser gli occhi tuoi; mercè, non danno,</l>
<l>L'estrema ora ti fu. Morte domanda</l>
<l>Chi nostro mal conobbe, e non ghirlanda.</l></lg></quote>

	<p>S'ha rispetto alla congiuntura della morte del Tasso accaduta quando si disponeva d'incoronarlo in Campidoglio.</p>
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<head>Stanza XI Verso 5.</head>

<quote rend="block"><lg rend="italic"><l>Polo.</l></lg></quote>

	<p>È pigliato all'usanza latina per <hi rend="italic">cielo</hi>. Ma il <title>Vocabolario</title> con questo senso non lo passa. Manco male che la <title>Dafne</title> del Rinuccini, per decreto dello stesso <title>Vocabolario</title>, fa testo nella lingua. Sentite dunque, signori pedagoghi, quello che dice il Rinuccini nella <title>Dafne</title> [<bibl>coro 3, v.1</bibl>]. <quote><emph>Non si nasconde in selva Sì dispietata belva, Nè su per l'alto <hi rend="sc">POLO</hi> Spiega le penne a volo augel solingo, Nè per le piagge ondose Tra le fere squamose alberga core Che non senta d'Amore</emph></quote>. Vi pare che questo polo sia l'artico o l'antartico, o quello della calamita, o l'una delle teste d'un perno o d'una sala da carrozze? Oh bene inghiottitevi questa focaccia soporifera da turarvi le tre gole che avete, e lasciate passare anche questo vocabolo.</p>
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<head>Stanza XII Verso 3.</head>

<quote rend="block"><lg rend="italic"><l>E morte lo scampò dal veder peggio.</l></lg></quote>

	<p>Il Petrarca [<bibl>Son. <title>Solo e pensoso i più deserti campi</title></bibl>]: <quote><emph>Altro schermo non trovo che <hi rend="sc">MI SCAMPI DAL</hi> manifesto accorger de le genti</emph></quote>. Il medesimo in altro luogo [<bibl><title>Canz. Spirto gentil, che quelle membra reggi</title>, st.7</bibl>]: <quote><emph>Questi in vecchiezza <hi rend="sc">LA SCAMPÒ DA</hi> morte</emph></quote>. Il Passavanti nello <title>Specchio</title> [<bibl>distinz.3, c.1. Fir. 1681, p.34</bibl>]: <quote><emph>Si facesse beffe di colui che avesse saputo <hi rend="sc">SCAMPAR LA</hi> vita e <hi rend="sc">LE</hi> cose <hi rend="sc">DALLA</hi> fortuna, e <hi rend="sc">DA'</hi> pericoli del mare</emph></quote>. Il Guarini nell'<title>Argomento del Pastor Fido</title>: <quote><emph>Mentre si sforza per <hi rend="sc">CAMPARLO DA</hi> morte di provare con sue ragioni ch'egli sia forestiero</emph></quote>. Sègno questi luoghi per ogni buon rispetto, avendo veduto che la Crusca non mette esempio nè di <hi rend="italic">scampare</hi> nè di <hi rend="italic">campare</hi> costruiti nell'uso attivo col sesto caso oltre al quarto.</p>
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<head>Canzone 4</head>
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<head>Stanza I Verso 1.</head>

<quote rend="block"><lg rend="italic"><l>Poi che del patrio nido</l>
<l>I silenzi lasciando,</l>
<l>Te ne la polve de la vita e 'l suono</l>
<l>Tragge il destin.</l></lg></quote>

	<p>Questa e simili figure grammaticali, appartenenti all'uso de' nostri gerondi, sono così famigliari e così proprie di tutti gli scrittori italiani de' buoni secoli, che volendole rimuovere, non passerebbe quasi foglio di scrittura antica dove non s'avesse a metter le mani. Puoi vedere <title>il Torto e 'l Diritto del Non si può</title> nel capitolo quinto, dove si dichiara in parte questa proprietà del nostro idioma: dico in parte, e poveramente, a paragone ch'ella si poteva illustrare con infinita quantità e diversità d'esempi. E anche oggidì, non che tollerata, va custodita e favorita, considerando ch'ella spetta a quel genere di locuzioni e di modi, quanto più difformi dalla ragione tanto meglio conformi e corrispondenti alla natura, de' quali abbonda il più sincero, gentile e squisito parlare italiano e greco. E siccome la natura non è manco universale della ragione, così non dobbiamo pensare che questa e altre tali facoltà della nostra lingua producano oscurità, salvo che s'adoprino con avvertenza e naturalezza. Piuttosto è da temere che se abbracceremo con troppa affezione l'esattezza matematica, e se la studieremo e ci sforzeremo di promuoverla sopra tutte le altre qualità del favellare, non riduciamo la lingua italiana in pelle e ossa, com'è ridotta la francese, e non sovvertiamo, e distrugghiamo affatto la sua proprietà: essendo che la proprietà di qualsivoglia lingua non tanto consista nelle nude parole e nelle frasi minute, quanto nelle facoltà e forme speciali d'essa lingua, e nella composizione della dicitura. Laonde possiamo scrivere barbaramente quando anche evitiamo qualunque menoma sillaba che non si possa accreditare con dieci o quindici testi classici (quello che oggi s'ha in conto di purità nello scrivere italiano); e per lo contrario possiamo avere o meritare opinione di scrittori castissimi, accettando o formando voci e frasi utili o necessarie, che non sieno registrate nel Vocabolario nè protette dall'autorità degli antichi.</p>
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<head>Stanza III Verso 14.</head>

<quote rend="block"><lg rend="italic"><l>E di nervi e di polpe</l>
<l>Scemo il valor natio.</l></lg></quote>

	<p>L'aggettivo <hi rend="italic">scemo</hi> negli esempi che la Crusca ne riferisce, è detto assolutamente e non regge caso. Dunque segnerai nel margine del tuo <title>Vocabolario</title> questi altri quattro esempi; l'uno ch'è dell'Ariosto [<bibl><title>Fur.</title> c.36, st.9</bibl>] e dice così: <quote><emph>Festi, barbar crudel, <hi rend="sc">DEL</hi> capo <hi rend="sc">SCEMO</hi> Il più ardito garzon che di sua etade</emph></quote> con quello che segue. L'altro del Casa [<bibl><title>Son.</title>36</bibl>]. <quote><emph>E 'mpoverita e <hi rend="sc">SCEMA DEL</hi> suo pregio sovran la terra làssa</emph></quote>. Il terzo dello Speroni nel <title>Dialogo delle Lingue</title> [<bibl><title>Dialoghi dello Sper.</title> Ven. 1596, p.102</bibl>]. <quote><emph>La quale <hi rend="sc">SCEMA DI</hi> vigor naturale, non avendo virtù di fare del cibo sangue onde viva il suo corpo, quello in flemma converte</emph></quote>. L'ultimo dello stesso nell'<title>Orazione contro le Cortigiane</title> [<bibl>par.2. <title>Orazioni dello Sper.</title> Ven. 1596, p.201</bibl>]. <quote><emph>Che <hi rend="sc">SCEMA</hi> essendo <hi rend="sc">DI</hi> questa parte, sarebbe tronca e imperfetta</emph></quote>.</p>
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<head>Canzone 5</head>
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<head>Stanza IV Verso 4.</head>

<quote rend="block"><lg rend="italic"><l>E pochi Soli</l>
<l>Andranno forse.</l></lg></quote>

	<p>Cioè pochi anni. <hi rend="italic">Sole</hi> detto poeticamente per <hi rend="italic">anno</hi> vedilo nel <title>Vocabolario</title>. E si dice tanto bene quanto chi dice <hi rend="italic">luna</hi> in cambio di <hi rend="italic">mese</hi>.</p>
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<head>Stanza V Verso 5.</head>

<quote rend="block"><lg rend="italic"><l>Nostra colpa e fatal.</l></lg></quote>

	<p>Cioè colpa nostra e del fato. Oggi s'usa comunemente in Italia di scrivere e dir <hi rend="italic">fatale</hi> per <hi rend="italic">dannoso</hi> o <hi rend="italic">funesto</hi> alla maniera francese; e quelli che s'intendono della buona favella non vogliono che questo si possa fare. Nondimeno io lo trovo fatto dall'Alamanni nel secondo libro della <title>Coltivazione</title>. <quote><emph>Non quello orrendo tuon, che s'assimiglia Al fero fulminar di Giove in alto, Di quell'arme <hi rend="sc">FATAL</hi> che mostra aperto Quanto sia più d'ogni altro il secol nostro Già per mille cagion là su nemico</emph></quote> [<bibl>v.747</bibl>]. Parla, come avrai capito, dell'arme da fuoco. E di nuovo nel quinto [<bibl>v.933</bibl>]. <quote><emph>La <hi rend="sc">FATAL</hi> bellezza Sopra l'onde a mirar Narcisso torna</emph></quote>. Vero è che il poema della <title>Coltivazione</title> e l'altre opere scritte dall'Alamanni in Francia, come il <title>Girone</title> e l'<title>Avarchide</title>, sono macchiate di parecchi francesismi: e quel ch'è peggio, la detta <title>Coltivazione</title> ridonda maravigliosamente di rozzissime, sregolatissime e assurdissime costruzioni e forme d'ogni genere; tanto ch'ella è forse la più difficile e scabrosa poesia di quel secolo, non ostante la semplicità dello stile; che per verità non fu cercata dal buono Alamanni, anzi fuggita a più potere, benchè non gli riuscì di schivarla. Ma quelle medesime cagioni che da un lato produssero questi difetti (e che parimente generarono sui principii del cinquecento l'imperfezione della lingua e dello stile italiano), dall'altro lato arricchirono straordinariamente il predetto poema di voci, metafore, locuzioni che quanto hanno d'ardire, tanto sono espressive e belle; e quanto potrebbero giovare, non solamente agli usi poetici, ma eziandio gran parte di loro alla prosa, tanto in ogni modo sono tutte sconosciutissime al più degli scrittori presenti.</p>
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<head>Canzone 6</head>
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<head>Stanza I Verso 1.</head>

<quote rend="block"><lg rend="italic"><l>Poi che divelta, ne la tracia polve</l>
<l>Giacque..........</l>
<l>Prepara.</l></lg></quote>

	<p>Acciò che questa mutazione di Tempo non abbia da pregiudicare agli stomachi gentili de' pedagoghi, la medicheremo con un pizzico d'autorità virgiliana. <quote><emph>Postquam res Asiae, Priamique evertere gentem Immeritam <hi rend="sc">VISUM</hi> Superis, <hi rend="sc">CECIDITQUE</hi> superbum Ilium et omnis humo <hi rend="sc">FUMAT</hi> neptunia Troia; Diversa exsilia et desertas quaerere terras Auguriis <hi rend="sc">AGIMUR</hi> Divum <seg type="inciso">[<bibl><title>Aen.</title> l.3, v.1</bibl>]</seg>. Irim de caelo <hi rend="sc">MISIT</hi> saturnia Iuno Iliacam ad classem, ventosque <hi rend="sc">ADSPIRAT</hi> eunti <seg type="inciso">[<bibl>l.5, v. 607</bibl>]</seg>. Ille intra tecta vocari <hi rend="sc">IMPERAT</hi> et solio medius <hi rend="sc">CONSEDIT</hi> avito <seg type="inciso">[<bibl>l.7, v.168</bibl>]</seg>. At non sic phrygius <hi rend="sc">PENETRAT</hi> Lacedaemona pastor, Ledaeamque Helenam troianas <hi rend="sc">VEXIT</hi> ad urbes <seg type="inciso">[<bibl>v.363</bibl>]</seg>. Haec <hi rend="sc">AIT</hi>, et liquidum ambrosiae <hi rend="sc">DIFFUNDIT</hi> odorem, Quo totum nati corpus <hi rend="sc">PERDUXIT</hi></emph></quote> [<bibl><title>Georg.</title> l.4, v.415</bibl>]. Reco questi soli esempi dei mille e più che si potrebbero cavare dal solo Virgilio, accuratissimo e compitissimo sopra tutti i poeti del mondo.</p>
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<head>Stanza II Verso 2.</head>

<quote rend="block"><lg rend="italic"><l>De le trepide larve.</l></lg></quote>

	<p><hi rend="italic">Trepidus</hi> è quel che sarebbe <hi rend="italic">tremolo</hi> o pure <hi rend="italic">agitato</hi>, e <hi rend="italic">trepidare</hi> latino è come <hi rend="italic">tremolare</hi> o <hi rend="italic">dibattersi</hi>. E perchè la paura fa che l'animale trema e s'agita, però le dette voci spesse volte s'adoprano a significazione della paura; non che dinotino la paura assolutamente nè di proprietà loro. E spessissime volte non hanno da far niente con questa passione, e quando s'appagano del senso proprio e quando anche non s'appagano. Ma la Crusca termina il significato di <hi rend="italic">trepido</hi> in quello di <hi rend="italic">timoroso</hi>. Va errata: e se non credi a me, che non son venuto al mondo fra il dugento e il seicento, e non ho messo i lattaiuoli nè fatto a stacciabburatta in quel di Firenze, credi al Rucellai, ch'ebbe l'una e l'altra virtù. <quote><emph>Allor <seg type="inciso">[<bibl><title>Api</title>, v.272</bibl>]</seg> concorron <hi rend="sc">TREPIDE</hi>, e ciascuna Si mostra ne le belle armi lucenti, ... e con voce alta e roca Chiaman la gente in lor linguaggio a l'arme</emph></quote>. Questa è la paura dell'api <hi rend="italic">trepide</hi>. E così la sentenza come la voce ritrassela il Rucellai da Virgilio [<bibl><title>Georg.</title> l.4 v.73</bibl>]. <quote><emph>Tum <hi rend="sc">TREPIDAE</hi> inter se coeunt, pennisque coruscant, ... magnisque vocant clamoribus hostem</emph></quote>. Anche il testimonio dell'Ariosto, benchè l'Ariosto non fu toscano, potrebb'essere che fosse creduto. <quote><emph>Ne la <seg type="inciso"> [<bibl><title>Fur.</title> c.9, st.7</bibl>]</seg> stagion che la frondosa vesta Vede levarsi e discoprir le membre <hi rend="sc">TREPIDA</hi> pianta fin che nuda resta</emph></quote>. Quanto poi tocca al verbo italiano <hi rend="italic">trepidare</hi>, che la Crusca definisce similmente per <hi rend="italic">aver paura, temere, paventare</hi>, venga di nuovo in campo a farla discredere il medesimo Rucellai. <quote><emph>A te <seg type="inciso">[<bibl><title>Api</title>, v.266</bibl>]</seg> bisogna gli animi del vulgo, <hi rend="sc">I TREPIDANTI</hi> petti e i moti loro Vedere innanzi al maneggiar de l'armi;</emph></quote> cioè <hi rend="italic">gli ondeggianti, inquieti, fremebondi petti</hi>. Anche questo è di Virgilio [<bibl><title>Georg.</title> l.4, v.69</bibl>]. <quote><emph>Continuoque animos vulgi et <hi rend="sc">TREPIDANTIA</hi> bello Corda licet longe praesciscere</emph></quote>. Venga fuori eziandio l'Alamanni. <quote><emph>Egli <seg type="inciso">[<bibl><title>Coltiv.</title> l.4, v.792</bibl>]</seg> stesso alla fin cruccioso prende <hi rend="sc">LA TREPIDANTE INSEGNA</hi>, e 'n voci piene Di dispetto e d'onor, la porta e 'n mezzo Dell'inimiche schiere a forza passa</emph></quote>. Cioè <hi rend="italic">la barcollante</hi> o <hi rend="italic">la tremolante insegna</hi>. E forse ch'ha paura anche <hi rend="italic">il polso trepidante</hi> dalla febbre amorosa nel testo del Firenzuola [<bibl><title>Voc. della Crus.</title> v. Trepidante</bibl>]?</p>
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<head>Canzone 6</head>
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<head>Stanza III Verso 1.</head>

<quote rend="block"><lg rend="italic"><l>E la ferrata</l>
<l>Necessità.</l></lg></quote>

	<p><hi rend="italic">Ferrata</hi> cioè <hi rend="italic">ferrea</hi>. Nel difendere questa sorta di favellare metterò più studio che nelle altre, come quella che non è combattuta da' pedagoghi ma dal cavalier Monti, il quale [<bibl>Proposta di alcune correz. ed aggiunte al <title>Voc. della Crusca</title>, vol.2, par.1, p.103</bibl>] dall'una parte biasima Fra Bartolomeo da San Concordio che in un luogo degli <title>Ammaestramenti</title> dicesse <hi rend="italic">ferrate</hi> a guisa di <hi rend="italic">ferree</hi>, dall'altra i compilatori del <title>Vocabolario</title> che riportassero il detto luogo dove registrarono gli usi metaforici della voce <hi rend="italic">ferrato</hi>. In quanto al <title>Vocabolario</title>, è certissimo che sbaglia, come poi si dirà. Ma il fatto del buono antico mi persuado che, oltre a scusarlo, si possa anche lodare. Primieramente la nostra lingua ha per usanza di mettere i participii, massimamente passivi, in luogo de' nomi aggettivi (come praticarono i Latini), e per lo contrario i nomi aggettivi in luogo de' participii; secondo che diciamo <hi rend="italic">lodato</hi> o <hi rend="italic">laudato</hi> per <hi rend="italic">lodevole</hi> [<bibl>Petr. <title>Canz. O aspettata in ciel beata e bella</title>, st.5</bibl>], <hi rend="italic">onorato</hi> per <hi rend="italic">onorevole, fidato</hi> per <hi rend="italic">fido, rosato</hi> in vece di <hi rend="italic">roseo</hi>; e dall'altro canto <hi rend="italic">affannoso</hi> per <hi rend="italic">affannato, doloroso</hi> per <hi rend="italic">dolorato, faticoso</hi> per <hi rend="italic">affaticato</hi> [<bibl>Sannaz. <title>Arcad.</title> egl.2, v.12</bibl>]; o come quando si dice <hi rend="italic">essere</hi> o <hi rend="italic">aver pieno</hi> o <hi rend="italic">ripieno</hi> o <hi rend="italic">morto</hi> per <hi rend="italic">essere</hi> o <hi rend="italic">aver empiuto</hi> o <hi rend="italic">riempiuto</hi> o <hi rend="italic">ucciso</hi>. Anche diciamo ordinariamente <hi rend="italic">essere</hi> o <hi rend="italic">aver sazio, privo, quieto, fermo, netto</hi>, e mille altri, per <hi rend="italic">essere</hi> o <hi rend="italic">aver saziato, privato, quietato, fermato, nettato</hi>. Ma lascio questo, perchè possiamo credere che si faccia piuttosto per contrazione degli stessi participii che per surrogazione degli aggettivi. In sostanza <hi rend="italic">ferrato</hi> detto per <hi rend="italic">ferreo</hi> mi par ch'abbia tanto dell'italiano quanto n'ha <hi rend="italic">rosato</hi> in cambio di <hi rend="italic">roseo</hi>. Nel secondo luogo soggiungerò che quantunque io non sappia di certo se i nostri poeti antichi e moderni quando chiamarono e chiamano <hi rend="italic">aurati, orati</hi> o <hi rend="italic">dorati</hi> i raggi del sole [<bibl>Bembo, <title>Canz.</title>6, chiusa</bibl>], i ricci delle belle donne [<bibl>Giusto de' Conti, B.M. son.22; Bembo, Son.13; Arios. Fur. c.10, st.96; Bern. Tasso, Son. Superbo scoglio, che con l'ampia fronte</bibl>], gli strali d'Amore [<bibl>Petr. Son. <title>Fera stella, se 'l cielo ha forza in noi</title>; Poliz. <title>Stanze</title>, l.1, st.82; Ar. <title>Fur.</title> c.11, st.66</bibl>] e cose tali, ed <hi rend="italic">argentata</hi> o <hi rend="italic">inargentata</hi> la luna [<bibl>Bocc. <title>Ameto</title>, Fir. 1521, car.62; Tasso <title>Ger. lib.</title>, c.18, st. 13; Remig. Fiorent. <title>Ep.</title>17 d'Ovid. v.156</bibl>], i ruscelli [<bibl>Bocc. <title>Ameto</title>, car.65</bibl>] o altro, volessero e vogliano intendere che quei raggi, quei ricci, quei dardi sieno inverniciati d'oro o che sieno d'oro massiccio, e che la luna e i ruscelli sieno incrostati d'argento o sieno fatti d'argento; so bene che il <hi rend="italic">colore aurato</hi> del raspo d'uva [<bibl>Alam. <title>Coltiv.</title> l.2, v.499</bibl>] e il <hi rend="italic">color dorato</hi> del cotogno [<bibl>ivi, l.3, v.493</bibl>] nell'Alamanni, e parimenti il <hi rend="italic">colore arientato</hi> della luna in Francesco da Buti [<bibl><title>Voc. della Crus</title>. v. Arientato</bibl>], sono colori, quelli <hi rend="italic">d'oro</hi>, e questo <hi rend="italic">d'argento</hi>, e non vestiti dell'uno o dell'altro metallo, perchè non vedo che al colore, in quanto colore, se gli possa fare una camicia nè d'argento nè d'oro nè d'altra materia. Lo stesso dovremo intendere del <hi rend="italic">color dorato</hi> che diciamo comunemente di certi cavalli, di certi vini e dell'altre cose che l'hanno: e così lo chiamano anche i Francesi. Un cotal ponte che il Tasso chiama <hi rend="italic">dorato</hi>, so certamente che fu <hi rend="italic">d'oro</hi>, per testimonio del medesimo Tasso, che lo fabbricò del proprio. <quote><emph>Ecco <seg type="inciso">[<bibl><title>Ger. lib.</title> c.18, st.21</bibl>]</seg> un ponte mirabile appariva, Un ricco ponte <hi rend="sc">D'OR</hi>, che larghe strade Su gli archi stabilissimi gli offriva. Passa il <hi rend="sc">DORATO</hi> varco; e quel giù cade</emph></quote>. Oltre a questo so che l'<hi rend="italic">aurata pellis</hi> di Catullo [<bibl><title>De nupt. Pel. et Thet.</title> v.5</bibl>] è propriamente il famoso vello <hi rend="italic">d'oro</hi>, il quale se fosse stato indorato a bolo, a mordente o come si voglia, o ricamato d'oro, o fatto a uso delle tocche, non si moveva Giasone per andarlo a conquistare, e non era il primo a cacciarsi per forza in casa de' pesci. E so che gli <hi rend="italic">aurati vezzi</hi> [<bibl>Ovid. <title>Metam.</title> l.5, v.52</bibl>] che portava al collo quel giovanetto indiano descritto da Ovidio per galante e magnifico nell'ornamento della persona, sarebbe stata una miseria che non fossero <hi rend="italic">d'oro</hi> solido; che la <hi rend="italic">pioggia aurata</hi> di Claudiano [<bibl><title>De laud. Stilic.</title> l.3, v.226</bibl>] è pioggia <hi rend="italic">d'oro</hi> del finissimo; che l'asta <hi rend="italic">aeratae cuspidis</hi> nelle <title>Metamorfosi</title> d'Ovidio [<bibl>l.5, v.9</bibl>] è probabile ch'abbia la punta <hi rend="italic">di rame</hi> o <hi rend="italic">di ferro</hi>, e in ultimo che gli <hi rend="italic">aerati nodi</hi> [<bibl><title>Propert.</title> l.2, <title>Eleg.</title>20, al.16, v.9</bibl>], l'<hi rend="italic">aeratae catenae</hi> [<bibl>v.11</bibl>] e l'<hi rend="italic">aerata pila</hi> [<bibl>l.4, <title>El.</title>1, v.78</bibl>] di Properzio sono altresì <hi rend="italic">di ferro</hi> o <hi rend="italic">di rame</hi>. Posto dunque che sia ben detto <hi rend="italic">aeratus</hi> in vece di <hi rend="italic">aereus; auratus</hi>, ed <hi rend="italic">aurato, orato</hi> o <hi rend="italic">dorato</hi> in vece d'<hi rend="italic">aureus</hi> e d'<hi rend="italic">aureo; argentato</hi> o <hi rend="italic">inargentato</hi> in vece d'<hi rend="italic">argenteo</hi>; non potrà stare che <hi rend="italic">ferrato</hi> in vece di <hi rend="italic">ferreo</hi> sia detto male. Ed eccoti fra i Latini Valerio Flacco nel sesto libro chiama <hi rend="italic">ferrate</hi> certe immagini di ferro. <quote><emph>Densique <seg type="inciso">[<bibl>v.89</bibl>]</seg> levant vexilla Coralli, Barbaricae queis signa rotae, <hi rend="sc">FERRATAQUE</hi> dorso <hi rend="sc">FORMA</hi> Suum</emph></quote>. Lascio stare che dove nel terzo delle <title>Georgiche</title> [<bibl>v.399</bibl>] si legge, <quote rend="italic">Primaque ferratis praefigunt ora capistris</quote>, dice Servio che <hi rend="italic">ferrati</hi> sta per <hi rend="italic">duri</hi>: intende che sia metaforico, e salvo questo, viene a dire che sta per <hi rend="italic">ferrei</hi>: sicchè, o ragione o torto ch'egli abbia in questo luogo, mostra che <hi rend="italic">ferratus</hi> nel sentimento di <hi rend="italic">ferreus</hi> non gli sa nè vizioso nè strano. Queste tali non sono metafore, cioè traslazioni, ma catacresi, o vogliamo dire, come in latino, abusioni: la qual figura differisce sostanzialmente dalla metafora in quanto la metafora trasportando la parola a soggetti nuovi e non propri, non le toglie per questo il significato proprio (eccetto se il metaforico a lungo andare non se lo mangia, connaturandosi col vocabolo) ma, come dire, gliel accoppia con un altro o con più d'uno, raddoppiando o moltiplicando l'idea rappresentata da essa parola. Dovechè la catacresi scaccia fuori il significato proprio e ne mette un altro in luogo suo; talmente che la parola in questa nuova condizione esprime un concetto solo come nell'antica, e se lo appropria immediatamente per modo che tutta quanta ell'è, s'incorpora seco lui. Come interviene appunto nel caso nostro, che la voce <hi rend="italic">ferrato</hi> importa onninamente <hi rend="italic">ferreo</hi>, e chi dice <hi rend="italic">ferreo</hi>, dice altrettanto nè più nè meno. Laddove se tu chiami lampade il sole, come fece Virgilio, quantunque la voce <hi rend="italic">lampade</hi> venga a dimostrare il <hi rend="italic">sole</hi>, non perciò si stacca dal soggetto suo proprio, anzi non altrimenti ha forza di dare ad intendere il sole, che rappresentando quello come una figura di questo. E veramente le metafore non sono altro che similitudini o comparazioni raccorciate. Occorrendo poi (secondo che fece Fra Bartolomeo da San Concordio) che si chiamino ferrate le menti degli uomini, allora il vocabolo <hi rend="italic">ferrate</hi> sarà metaforico; in guisa nondimeno che la metafora non consisterà nello scambio della voce <hi rend="italic">ferree</hi> colla voce <hi rend="italic">ferrate</hi>, il quale sarà fatto per semplice catacresi, ma nell'accompagnamento di tale aggettivo con tale sostantivo; perchè in effetto le menti degli uomini, credo bene che sieno quali di fumo, quali di vento, quali di rapa, quali d'altre materie, ma per quello ch'io sappia, non sono <hi rend="italic">di ferro</hi>. Il che nè più nè meno sarà il senso letterale della metafora; cioè che quelle menti sieno <hi rend="italic">di ferro</hi>, non già che sieno <hi rend="italic">munite di ferro</hi>. E qui pecca il <title>Vocabolario</title>, che senza più mette l'esempio di Fra Bartolomeo tra gli usi metaforici di <hi rend="italic">ferrato</hi> fatto da <hi rend="italic">ferrare</hi> cioè <hi rend="italic">munire di ferro</hi>, quando bisognava specificare appartatamente che <hi rend="italic">ferrato</hi> s'usa talora in cambio di <hi rend="italic">ferreo</hi>, non solamente nel proprio, ma eziandio nell'improprio, e quivi allegare il suddetto esempio. Al quale aggiungerò quello d'uno scrittore meno antico d'età e molto più ragguardevole d'ingegno e di letteratura che non fu quel buon Frate, cioè del Poliziano, che sotto la persona d'Orfeo dice a' guardiani dell'inferno [<bibl><title>Orfeo</title>, At. 4, ed. dell'Affò, v.16, p.45</bibl>]: <quote><emph>Dunque m'aprite <hi rend="sc">LE FERRATE PORTE</hi></emph></quote>. Non può voler dire che queste porte sieno <hi rend="italic">guarnite di ferro</hi>, come sono anche le più triste porte di questo mondo, ma dee volere che sieno <hi rend="italic">di ferro</hi>, come si possono immaginare le porte di casa del diavolo, che non ha carestia di metalli, essendo posta sotterra, nè anche di fuoco da fonderli, essendo come una fornace. Altrimenti quell'aggettivo nel detto luogo avrebbe del fiacco pur assai. Così quando Properzio [<bibl>l.2, El. 20, al.16, v.12</bibl>] chiamò <hi rend="italic">ferrata</hi> la casa di Danae, <quote rend="italic">ferratam Danaes domum</quote>, si può stimare che non avesse riguardo a' saliscendi o a' paletti delle porte nè agl'ingraticolati che potevano essere alle finestre, ma volesse intendere ch'ella fosse <hi rend="italic">di ferro</hi>, come Orazio [<bibl>l.3, <title>Od.</title>16, v.1</bibl>] la fece di bronzo, o d'altro metallo ch'ei volesse denotare con quell'<hi rend="italic">ahenea</hi>. E nello stesso Poliziano, poco avanti al predetto luogo [<bibl>At.3, v.39, p.42</bibl>], il <hi rend="italic">ferrato inferno</hi> è <hi rend="italic">spietato</hi> o <hi rend="italic">inesorabile</hi> e se non fosse la traslazione, <hi rend="italic">ferreo</hi>. Di più troverai nel Chiabrera [<bibl><title>Canz. Era tolto di fasce Ercole appena</title>, st.7</bibl>] un <hi rend="italic">ferrato usbergo</hi>, il quale io mi figuro che sia <hi rend="italic">di ferro</hi>; e nel Redi [<bibl>Son. <title>Aperto aveva il parlamento Amore</title></bibl>] <hi rend="italic">le ferrate porte</hi> del palazzo d'Amore: se non che dicendo il poeta che su queste porte ci stavano le guardie, mostra che dobbiamo intendere delle soglie; e però quell'aggiunto mi riesce molto male appropriato, che che si voglia significare in quanto a se. Dato finalmente che gli arpioni, vale a dire i gangheri, delle porte e delle finestre, come anche le bandelle, cioè quelle spranghe che si conficcano nelle imposte, e per l'anello che hanno all'una delle estremità, s'impernano negli arpioni, sieno fatte, e non foderate o fasciate, di ferro effettivo; resta che <hi rend="italic">ferrato</hi> nel passo che segue, sia detto formalmente in luogo di <hi rend="italic">ferreo</hi>, e non di <hi rend="italic">ferreo</hi> traslato, ma del proprio e naturale quanto sarebbe se dicessimo, verbigrazia, <hi rend="italic">ferreo secolo</hi>. Il passo è riferito nel <title>Vocabolario della Crusca</title> alla voce <hi rend="italic">Bandella</hi>, e parte ancora alla voce <hi rend="italic">Arpione</hi>, e spetta all'antico <title>Volgarizzamento</title> manoscritto dell'<title>Eneide</title>, nella quale corrisponde alquanto sotto il mezzo del secondo libro [<bibl>v.479</bibl>]. <quote><emph>Ma Pirro risplendiente in arme, tolta una mannaia a due mani, taglia le dure porte, e <hi rend="sc">LI FERRATI ARPIONI DELLE BANDELLE</hi></emph></quote>. Da tutte le sopraddette cose conchiuderemo, a parer mio, che la voce <hi rend="italic">ferrato</hi> posta per <hi rend="italic">ferreo</hi>, non tanto che si debba riprendere, ma nella poesia specialmente, s'ha da tenere per una dell'eleganze della nostra lingua.</p>
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<head>Stanza IV Verso 13.</head>

<quote rend="block"><lg rend="italic"><l>Quando le infauste luci</l>
<l>Virile alma ricusa.</l></lg></quote>

	<p><hi rend="italic">Luci</hi> per <hi rend="italic">giorni</hi> sta nella Crusca veronese con un testo del Caro, al quale aggiungendo il seguente, ch'è d'uomo fiorentino, anzi fiorentinissimo, cioè del Varchi [<bibl><title>Boez.</title> l.3, rim.1</bibl>], non sei per fare opera perduta. <quote><emph>Dopo atre notti, più lucenti e belle <hi rend="sc">LUCI</hi> più vago il Sol mena a le genti</emph></quote>. Il Petrarca [<bibl>Son. <title>Quand'io son tutto volto in quella parte</title></bibl>] usa il singolare di <hi rend="italic">luce</hi> per <hi rend="italic">vita</hi>. <quote><emph>I' che temo del cor che mi si parte, E veggio presso il fin de la mia <hi rend="sc">LUCE</hi></emph></quote>.</p>
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<div3>
<head>Stanza V Verso 4.</head>

<quote rend="block"><lg rend="italic"><l>Ma se spezzar la fronte</l>
<l>Ne' rudi tronchi, o da montano sasso</l>
<l>Dare al vento precipiti le membra,</l>
<l>Lor suadesse affanno.</l></lg></quote>

	<p>Il <title>Vocabolario</title> ammette le voci <hi rend="italic">suadevole, suado, suasione, suasivo</hi>. Ma che vale? Se non porta a lettere di scatola il verbo <hi rend="italic">suadere</hi>, chi mi proscioglie dal peccato d'impurità? Non certo i Latini: di modo ch'io me ne vo dannato senz'altro; e mi terrà compagnia l'Ariosto, che nel terzo del <title>Furioso</title> [<bibl>st.64</bibl>] disse di Bradamante: <quote><emph>Quivi l'audace giovine rimase Tutta la notte, e gran pezzo ne spese A parlar con Merlin, che <hi rend="sc">LE SUASE RENDERSI</hi> tosto al suo Ruggier cortese</emph></quote>. Anzi troverò fra la gente perduta anche il Bembo, capitato male per lo stesso misfatto, e che più? fino al padre Dante, che non s'astenne dal participio suaso. E quanto al peccato di questi due, vedi il <title>Dizionario</title> dell'Alberti.</p>
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<head>Canzone 7</head>
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<head>Stanza I Verso 5.</head>

<quote rend="block"><lg rend="italic"><l>Credano il petto inerme</l>
<l>Gli augelli al vento.</l></lg></quote>

	<p>Se tu credi al <title>Vocabolario della Crusca</title>, non puoi <hi rend="italic">credere</hi> cioè <hi rend="italic">fidare</hi> altrui se non quel danaio che ti paresse di dare in prestito, voglio dire a usura, chè in altro modo è fuor di dubbio che non puoi, quando anche lo permetta il <title>Vocabolario</title>. Ma se credi agli ottimi scrittori latini e italiani, <hi rend="italic">crederai</hi> cioè <hi rend="italic">fiderai</hi> così la roba come la vita, l'onore e quante cose vorrai, non solamente alle persone, ma eziandio, se t'occorre, alle cose inanimate. Per ciò che spetta ai latini, domandane il <title>Dizionario</title>; o quello del Forcellini o quello del Gesner o di Roberto Stefano o del Calepino o del Mandosio o di chi ti pare. Per gl'italiani vaglia l'esempio seguente, ch'è dell'Alamanni [<bibl><title>Coltiv.</title> l.6, v.118</bibl>]. <quote><emph>Tutto aver si convien, nè men che quelli Ch'<hi rend="sc">AL</hi> tempestoso <hi rend="sc">MAR CREDON LA VITA</hi></emph></quote>. E quest'altro, ch'è del Poliziano [<bibl><title>Stanze</title>, l.1, st.20</bibl>]. <quote><emph>Nè <hi rend="sc">SI CREDEVA</hi> ancor <hi rend="sc">LA VITA A' VENTI</hi></emph></quote>. E questo, ch'è del Guarini [<bibl><title>Past. Fido</title>, At.4, sc.5, v.101</bibl>]. <quote><emph>Dunque <hi rend="sc">A L'AMANTE L'ONESTÀ CREDESTI?</hi></emph></quote> Al che l'autore medesimo fa quest'annotazione [<bibl><title>P.F.</title> Ven. app. G.B. Ciotti 1602, p.292</bibl>]. <hi rend="italic">Ripiglia acutamente Nicandro la parola di</hi> credere, <hi rend="italic">ritorcendola in Amarilli con la forza d'un altro significato, che ottimamente gli serve; perciocchè il verbo</hi> credere <hi rend="italic">nel suo volgare e comunissimo sentimento significa</hi> dar fede, <hi rend="italic">e in questo l'usa Amarilli. Significa ancora</hi> confidare sopra la fede, <hi rend="italic">sì come l'usano molte volte i latini; e in questo l'usa Nicandro in significazione attiva, volendo dire</hi>. Dunque confidasti tu in mano dell'amante la tua onestà? E forse il Molza ebbe la medesima intenzione de' poeti sopraddetti usando il verbo <hi rend="italic">credere</hi> in questo verso della <title>Ninfa Tiberina</title> [<bibl>st.30</bibl>]: <quote rend="italic">Troppo credi e commetti al torto lido</quote>.</p>
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<div3>
<head>Stanza II Verso 2.</head>

<quote rend="block"><lg rend="italic"><l>Dissueto.</l></lg></quote>

	<p>Questo forestiere porta una patente di passaggio fatta e sottoscritta da <hi rend="italic">Dissuetudine</hi> e autenticata da <hi rend="italic">Insueto, Assueto, Consueto</hi> e altri tali gentiluomini italiani, che la caverà fuori ogni volta che bisogni. Ma non si cura che gli sia fatta buona per entrare nel <title>Vocabolario della Crusca</title>, avendo saputo che un suo parente, col quale s'acconcerebbe a stare, non abita in detto paese. E questo parente si è un cotal <hi rend="italic">Mansueto</hi>; non quello che, secondo la Crusca, è <hi rend="italic">di benigno e piacevole animo</hi>, o <hi rend="italic">che ha mansuetudine</hi>, vale a dire è mansueto; in somma non quel <hi rend="italic">Mansueto</hi> ch'è mansueto, ma un altro, che sotto figura di participio, come sarebbe quella del mio <hi rend="italic">Dissueto</hi>, significa <hi rend="italic">mansuefatto</hi> o <hi rend="italic">ammansato</hi>, anche di fresco, e si trova in casa del Tasso. <quote><emph>Gli umani ingegni Tu placidi ne rendi, e l'odio interno Sgombri, signor, da' <hi rend="sc">MANSUETI</hi> cori, Sgombri mille furori</emph></quote> [<bibl><title>Amint.</title> At.4, Coro</bibl>]. Questi che opera tanti miracoli, se già non l'hai riconosciuto, è colui che 'l mondo chiama Amore. Per giunta voglio che sappiano i pedagoghi ch'io poteva dire <hi rend="italic">disusato</hi> per <hi rend="italic">dissueto</hi> colla stessissima significazione; ed era parola accettata nel <title>Vocabolario</title>, oltre che in questo senso riusciva elegante, e di più si veniva a riporre nel verso come da se stessa. A ogni modo volli piuttosto quell'altra. E perchè? Questo non tocca ai pedanti di saperlo. Ma in iscambio di ciò, li voglio servire d'un bello esempio della voce <hi rend="italic">dissuetudine</hi>, che lo metteranno insieme con quello che sta nel <title>Vocabolario</title>; come anche d'un esempio della parola <hi rend="italic">disusato</hi> posta in quel proprio senso ch'io formo il vocabolo <hi rend="italic">dissueto</hi>. <quote><emph>Mi sveglia dalla <hi rend="sc">DISSUETUDINE</hi> e dalla ignoranza di questa pratica</emph></quote>. Il qual esempio è del Caro, e si trova nel <title>Comento</title> sopra la <title>Canzone de' Gigli</title> [<bibl>st.1, v.13 : fra le Lett. di diversi eccellentiss. uomini, Ven. 1554, p.515</bibl>]. L'altro esempio è del Casa, e leggesi nel <title>Trattato degli Uffici comuni</title> [<bibl>c.11. <title>Op. del Casa.</title> Ven. 1752, t.3, p.215</bibl>]. <quote><emph>Perciocchè a lui pareva dovere avvenire ch'essi a poco a poco da quello che di lui pensar solevano, <hi rend="sc">DISUSATI</hi>, avrebbero cominciato a concepire nelle menti loro non so che di maggiore istima</emph></quote>. Il latino ha <hi rend="italic">desuefacti</hi>.</p>
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<head>Stanza II Verso 9.</head>

<p><quote rend="block"><lg rend="italic"><l>E 'l pastorel ch'a l'ombre</l>
<l>Meridiane incerte</l></lg> (col rimanente della stanza)</quote></p>

	<p>Anticamente correvano parecchie false immaginazioni appartenenti all'ora del mezzogiorno, e fra l'altre, che gli Dei, le ninfe, i silvani, i fauni e simili, aggiunto le anime de' morti, si lasciassero vedere o sentire particolarmente su quell'ora; secondo che si raccoglie da Teocrito [<bibl><title>Idyll.</title> 1, v.15 et sequent.</bibl>], Lucano [<bibl>l.3, v.422 et sequent.</bibl>], Filostrato [<bibl><title>Heroic.</title> c.1, art.4. <title>Op. Philostr.</title> ed. Olear. p.671</bibl>], Porfirio [<bibl><title>De antro nymph.</title> c.26 et 27</bibl>], Servio [<bibl><title>ad Georg.</title> l.4, v.401</bibl>] ed altri, e dalla <title>Vita di san Paolo primo eremita</title> [<bibl>c.6, in <title>Vit. Patr. Rosveydi, Antuerp.</title> 1615, l.1, p.18</bibl>] che va con quelle de' Padri e fra le cose di san Girolamo. Anche puoi vedere il Meursio [<bibl><title>Auctar. Philologic.</title> c.6</bibl>] colle note del Lami [<bibl><title>Op. Meurs. Florent.</title> 1741–1763, vol.5, col.733</bibl>], il Barth [<bibl><title>Animadversion. ad Stat.</title> par.2, p.1081</bibl>], e le cose disputate da' comentatori e specificatamente dal Calmet in proposito del demonio meridiano detto nella <title>Scrittura</title> [<bibl><title>Psalm.</title> 90, v.6</bibl>]. Circa all'opinione che le ninfe e le dee sull'ora del mezzogiorno si scendessero a lavare ne' fiumi o ne' fonti, dà un'occhiata all'<title>Elegia</title> di Callimaco sopra i <title>Lavacri</title> di Pallade [<bibl>v.71 et sequent.</bibl>], e in particolare quanto a Diana, vedi il terzo libro delle <title>Metamorfosi</title> [<bibl>v.144 et sequent.</bibl>].</p>
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<head>Stanza II Verso 10.</head>

<quote rend="block"><lg rend="italic"><l>E a la fiorita</l>
<l>Margo adducea de' fiumi.</l></lg></quote>

	<p>Se per gli esempi recati nel <title>Vocabolario</title> la voce <hi rend="italic">margo</hi> non ha sortito altro genere che quello del maschio, non ti maravigliare ch'io te l'abbia infemminita. E non credere ch'a far questo ci sia bisognato qualche gran forza di stregheria, qualche fatatura, o un miracolo come quelli delle <title>Trasformazioni</title> d'Ovidio. Già sai che da un pezzo addietro non è cosa più giornaliera e che faccia meno maraviglia del veder la gente effemminata. Ma lasciando questo, considera primieramente che la voce <hi rend="italic">margine</hi>, in quanto significa <hi rend="italic">estremità, orlo, riva</hi>, ha l'uno e l'altro genere; e secondariamente che <hi rend="italic">margine</hi> e <hi rend="italic">margo</hi> non sono due parole, ma una medesima con due varie terminazioni, quella del caso ablativo singolare di <hi rend="italic">margo</hi> voce latina, e questa del nominativo. Dunque, siccome dicendo, per esempio, <hi rend="italic">imago</hi> in vece d'<hi rend="italic">imagine</hi>, tu non fai mica una voce mascolina, ma femminina, perchè <hi rend="italic">imagine</hi> è sempre tale; parimente se dirai <hi rend="italic">margo</hi> in iscambio, non di <hi rend="italic">margine</hi> sostantivo mascolino, ma di quell'altro <hi rend="italic">margine</hi> ch'è femminino, avrai <hi rend="italic">margo</hi> non già maschio, non già ermafrodito, ma tutto femmina bella e fatta in un momento, come la sposa di Pigmalione, che fino allo sposalizio era stata di genere neutro. O pure (volendo una trasmutazione più naturale) come l'amico di Fiordispina, se non che questa similitudine cammina a rovescio del caso nostro in quanto ai generi.</p>
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<div3>
<head>Stanza V Verso 2.</head>

<quote rend="block"><lg rend="italic"><l>Le varie note</l>
<l>Dolor non finge.</l></lg></quote>

	<p>Cioè <hi rend="italic">non forma, non foggia</hi>, secondo che suona il verbo fingere a considerarlo assolutamente. Non è roba di Crusca. Ma è farina del Rucellai già citato più volte. <quote><emph>Indi <seg type="inciso">[<bibl><title>Api</title>, v.986 e seguenti</bibl>]</seg> potrai veder, come vid'io, Il nifolo, o proboscide, come hanno Gl'indi elefanti, onde con esso <hi rend="sc">FINGE</hi> <seg type="inciso"> (parla dell'ape)</seg> Sul rugiadoso verde e prende <hi rend="sc">I FIGLI</hi></emph></quote>. E dello Speroni [<bibl><title>Dial. d'Amore. Dialoghi dello Sper.</title> Ven. 1596, p.25</bibl>]. <quote><emph>Egli al fin trovi una donna ove Amore con maggior magisterio e miglior subbietto, conforme agli alti suoi meriti <hi rend="sc">LO</hi> voglia <hi rend="sc">FINGERE</hi> ed iscolpire</emph></quote>. È similmente del Caro nell'<title>Apologia</title> [<bibl>Parma 1558, p.25</bibl>]; la quale, avanti che uscisse, fu riscontrata coll'uso del parlar fiorentino e ritoccata secondo il bisogno da quel medesimo [<bibl>Caro <title>Lett. famil.</title> ed. Comin. 1734, vol.2, let.77, p.121</bibl>] che nell'<title>Ercolano</title> fece la famosa prova di rannicchiare tutta l'Italia in una porzione di Firenze. <quote><emph>E le <seg type="inciso">(voci)</seg> nuove, e <hi rend="sc">LE</hi> nuovamente <hi rend="sc">FINTE</hi>, e le greche, e le barbare, e le storte dalla prima forma e dal propio significato tal volta?</emph></quote> Dove il Caro ebbe l'occhio al detto d'Orazio [<bibl><title>De art. poet.</title> v.52</bibl>] <quote><emph>Et nova <hi rend="sc">FICTAQUE NUPER</hi> habebunt <hi rend="sc">VERBA</hi> fidem, si Graeco fonte cadant, parce detorta</emph></quote>.</p>
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<head>Stanza V Verso 18.</head>

<quote rend="block"><lg rend="italic"><l>S'alberga.</l></lg></quote>

	<p><hi rend="italic">Albergare</hi> attivo, o neutro assoluto, dicono i testi portati nel <title>Vocabolario</title> sotto questa voce. <hi rend="italic">Albergare</hi> neutro passivo, dico io coll'Ariosto.</p>
	<p><quote><emph>Pensier <seg type="inciso">[<bibl><title>Fur.</title> c.6, st.73</bibl>]</seg> canuto nè molto nè poco <hi rend="sc">SI PUÒ</hi> quivi <hi rend="sc">ALBERGARE</hi> in alcun core</emph></quote>.</p>
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<div2>
<head>Canzone 8</head>
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<head>Stanza I Verso 14.</head>

<quote rend="block"><lg rend="italic"><l>Noi per le balze e le profonde valli</l>
<l>Natar giova tra' nembi.</l></lg></quote>

	<p>Il verbo <hi rend="italic">giovare</hi> quando sta per <hi rend="italic">dilettare</hi> o <hi rend="italic">piacere</hi>, s'attendiamo solamente agli esempi che ne registra sotto questo significato il <title>Vocabolario</title>, non ammette altro caso che il terzo. Ma qui voglio intendere che sia detto col quarto, bench'io potessi allegare che <hi rend="italic">noi, voi, lui, lei</hi> si trovano adoperati eziandio nel terzo senza il segnacaso. Ora lasciando a parte i Latini, i quali dicono <hi rend="italic">iuvare</hi> in questo medesimo sentimento col caso quarto; e lasciando altresì che <hi rend="italic">giovare</hi>, quando suona il contrario di <hi rend="italic">nuocere</hi>, non rifiuta il detto caso, come puoi vedere nello stesso <title>Vocabolario</title>, e che l'accidente di ricevere quell'altra significazione traslata, o comunque si debba chiamare, non cambia la regola d'esso verbo; dirò solamente questo, che in uno dei luoghi del Petrarca citati qui dalla Crusca, il verbo <hi rend="italic">giovare</hi>, costruito col quarto caso, non ha la significazione sua propria, sotto la quale è recato il detto luogo nel <title>Vocabolario</title>, ma ben quella appunto di <hi rend="italic">piacere</hi> o <hi rend="italic">dilettare</hi>, come ti chiarirai, solamente che il verso allegato dalla Crusca si rannodi a quel tanto da cui dipende. <quote><emph>Novo <hi rend="sc">PIACER</hi> che ne gli umani ingegni Spesse volte si trova, <hi rend="sc">D'AMAR</hi> qual cosa nova Più folta schiera di sospiri accoglia. Ed io son un di quei <hi rend="sc">CHE</hi> 'l pianger <hi rend="sc">GIOVA</hi></emph></quote>. Il Poliziano usa il verbo <hi rend="italic">giovare</hi> in questa significazione assolutamente, cioè senza caso. <quote><emph>Quanto <seg type="inciso">[<bibl><title>Stanze</title>, l.1, st.18</bibl>]</seg> <hi rend="sc">GIOVA</hi> a mirar pender da un'erta Le capre e pascer questo e quel virgulto!</emph></quote> E il Rucellai fra gli altri, adopera nella stessa forma la voce <hi rend="italic">gradire</hi>. <quote><emph>Quanto <seg type="inciso">[<bibl><title>Api</title>, v.199</bibl>]</seg> <hi rend="sc">GRADISCE</hi> il vederle ir volando Pe i lieti paschi e per le tenere erbe!</emph></quote> Dice delle api.</p>
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<div3>
<head>Stanza IV Verso 8.</head>

<quote rend="block"><lg rend="italic"><l>Me non asperse</l>
<l>Del soave licor l'avara ampolla</l>
<l>Di Giove.</l></lg></quote>

	<p>Vuole intendere di quel vaso pieno di felicità che Omero [<bibl><title>Il.</title> l.24, v.527</bibl>] pone in casa di Giove; se non che Omero dice una botte, e Saffo un'ampolla, ch'è molto meno, come tu vedi: e il perchè le piaccia di chiamarlo così, domandalo a quelli che sono pratichi di questa vita.</p>
</div3>
<div3>
<head>Stanza IV Verso 10.</head>

<quote rend="block"><lg rend="italic"><l>Indi che.</l></lg></quote>

	<p>Cioè <hi rend="italic">d'allora che, da poi che</hi>. Della voce <hi rend="italic">indi</hi> costrutta colla particella <hi rend="italic">che</hi>, se ne trovano tanti esempi nella <title>Coltivazione</title> dell'Alamanni, ch'io non saprei quale mi scegliere che facesse meglio a proposito. E però lascio che se li trovi chi n'avrà voglia, massimamente bastando la ragione grammaticale a difendere questa locuzione, senza che ci bisogni l'autorità nè degli antichi nè della Crusca. <quote><emph>I' fuggo <hi rend="sc">INDI OVE</hi> sia Chi mi conforte ad altro ch'a trar guai</emph></quote>, dice il Bembo [<bibl><title>Son.</title>41</bibl>]. Cioè <hi rend="italic">di là dove</hi>. Ma siccome la voce <hi rend="italic">indi</hi> talvolta è di luogo, e significa <hi rend="italic">di là</hi>, talvolta di tempo, e significa <hi rend="italic">d'allora</hi>, perciò sèguita che questo passo della nostra <title>Canzone</title>, dove <hi rend="italic">indi</hi> è voce di tempo, significhi <hi rend="italic">d'allora che</hi> nè più nè meno che il passo del Bembo significa <hi rend="italic">di là dove</hi>, e nel modo che dice Giusto de' Conti [<bibl><title>B.M.</title> canz.2, st.4.</bibl>]: <quote><emph>E il ciel d'ogni bellezza Fu privo e di splendore <hi rend="sc">D'ALLOR CHE</hi> ne le fasce fu nudrita</emph></quote>. Cioè <hi rend="italic">da che</hi>. Il quale avverbio temporale <hi rend="italic">da che</hi> non è registrato nel <title>Vocabolario</title>; e perchè fa molto a questo proposito, lo rincalzerò con un esempio del Caro [<bibl><title>Lett. fam.</title> ed. Comin. 1734, vol.2, let.233, p.399</bibl>]. <quote><hi rend="sc">DA CH'</hi><emph>io la conobbi, non è cosa ch'io non me ne prometta</emph></quote>. Altri esempi ne troverai senza molto rivolgere, e nel Caro e dovunque meglio ti piaccia. Ma io ti voglio pur mostrare questa medesima locuzione <hi rend="italic">indi che</hi>, adoperata in quel proprio senso ch'io le attribuisco; per la qual cosa eccoti un luogo di Terenzio [<bibl><title>Heaut.</title> Act.1, sc.1, v.1</bibl>]. <quote><emph>Quamquam haec inter nos nupera notitia admodum'st (<hi rend="sc">INDE</hi> adeo <hi rend="sc">QUOD</hi> agrum in proxumo hic mercatus es), Nec rei fere sane amplius quidquam fuit; Tamen</emph></quote> col resto. Dalle quali parole i più de' comentatori e de' traduttori non ne cavano i piedi. Terenzio vuol dire: <quote><emph>Non ostante che tu ed io siamo conoscenti di poco tempo, cioè <hi rend="sc">DA QUANDO</hi> hai comperato questo podere qui nel contorno, e che poco o nient'altro abbiamo avuto da fare insieme; tuttavia</emph></quote> con quello che segue.</p>
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<head>Canzone 9</head>
	<p>Chiamo quest'Inno, <title>Canzone</title>, per esser poema lirico, benchè non abbia stanze nè rime, ed atteso anche il proprio significato della voce <hi rend="italic">canzone</hi>, la quale importa il medesimo che la voce greca <hi rend="italic">ode</hi>, cioè <hi rend="italic">cantico</hi>. E mi sovviene che parecchi poemi lirici d'Orazio, non avendo strofe, e taluno oltre di ciò essendo composto d'una sola misura di versi, tuttavia si chiamano Odi come gli altri; forse perchè il nome appartiene alla qualità non del metro ma del poema, o vogliamo dire al genere della cosa e non al taglio della veste. In ogni modo mi rimetto alla tua prudenza: e se qui non ti pare che ci abbia luogo il titolo di <title>Canzone</title>, radilo, scambialo, fa quello che tu vuoi.</p>
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<head>v.10</head>

<quote rend="block"><lg rend="italic"><l>Equa.</l></lg></quote>

	<p>Tra l'altre facezie del nostro <title>Vocabolario</title>, avverti anche questa, che la voce <hi rend="italic">equo</hi> non si può dire, perchè il <title>Vocabolario</title> la scarta, ma ben si possono dire quarantadue voci composte o derivate, ciascheduna delle quali comincia o deriva dalla suddetta parola.</p>
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<head>v.15</head>
<quote rend="block"><lg rend="italic"><l>E pervicace ingegno.</l></lg></quote>
	<p>Qui non vale semplicemente <hi rend="italic">ostinato</hi> e <hi rend="italic">che dùra e insiste</hi>, ma oltre di ciò significa <hi rend="italic">temerario</hi> e <hi rend="italic">che vuol fare o conseguire quello che non gli tocca nè gli conviene</hi>. Orazio nell'<title>Ode</title> terza del terzo libro [<bibl>v.69</bibl>]: <quote><emph>Non haec iocosae conveniunt lyrae. Quo, Musa, tendis? desine <hi rend="sc">PERVICAX</hi> Referre sermones deorum, et Magna modis tenuare parvis</emph></quote>. Vedi ancora la diciannovesima del secondo libro [<bibl>v.9</bibl>], nella quale <hi rend="italic">pervicaces</hi> viene a inferire <hi rend="italic">petulantes, procaces</hi> e, come dichiarano le glose d'Acrone, <hi rend="italic">protervas</hi>; ma è pigliato in buona parte. E nòto l'uno e l'altro luogo d'Orazio perchè non sono avvertiti dal Forcellini e perchè la voce <hi rend="italic">pervicax</hi>, a guardarla sottilmente, non dice in questi due luoghi quel medesimo ch'ella dice negli esempi recati da esso Forcellini.</p>
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<head>v.32</head>

<quote rend="block"><lg rend="italic"><l>E gl'inarati colli</l>
<l>Solo e muto ascendea l'aprico raggio</l>
<l>Di febo.</l></lg></quote>

	<p>I verbi <hi rend="italic">salire, montare, scendere</hi> sono adoperati da' nostri buoni scrittori, non solamente col terzo o col sesto caso, ma eziandio col quarto senza preposizione veruna. Dunque potremo fare allo stesso modo anche il verbo <hi rend="italic">ascendere</hi>, come lo fanno i Latini, e come lo fa medesimamente il Tasso in due luoghi della <title>Gerusalemme</title> [<bibl>c.3, st.10, e c.20, st.117</bibl>].</p>
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<head>v.43</head>

<quote rend="block"><lg rend="italic"><l>Fratricida.</l></lg></quote>

	<p>Il <title>Vocabolario</title> dice solamente <hi rend="italic">fraticida</hi> e <hi rend="italic">fraticidio</hi>. Ma io, non trovando ch'Abele si facesse mai frate, chiamo Caino <hi rend="italic">fratricida</hi> e non <hi rend="italic">fraticida</hi>.</p>
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<head>v.46</head>

<quote rend="block"><lg rend="italic"><l>Primo i civili tetti, albergo e regno</l>
<l>A le macere cure, inalza; e primo</l>
<l>Il disperato pentimento i ciechi</l>
<l>Mortali egro, anelante, aduna e stringe</l>
<l>Ne' consorti ricetti.</l></lg></quote>

	<p><quote rend="italic">Egressusque Cain a facie Domini, <seg type="inciso">dice il quarto della <title>Genesi</title> [<bibl>vers.16</bibl>],</seg> habitavit profugus in terra ad orientalem plagam Eden. Et aedificavit civitatem</quote>.</p>
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<head>v.53</head>

<quote rend="block"><lg rend="italic"><l>Eruppe.</l></lg></quote>

	<p>Sia pregato il <title>Vocabolario</title> ad accettare per buona la voce <hi rend="italic">erompere</hi> o <hi rend="italic">erumpere</hi>, e gl'insegni di farle questa cortesia l'autore del <title>Cortegiano</title> [<bibl>l.2. Mil. 1803, vol.1, p.226</bibl>]. <quote><emph>Quasi come scoppio di bombarda <hi rend="sc">ERUMPE</hi> dalla quiete, che è il suo contrario</emph></quote>.</p>
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<head>v.77</head>

<quote rend="block"><lg rend="italic"><l>Nodrici.</l></lg></quote>

	<p>Hai questo vocabolo nel <title>Dizionario</title> dell'Alberti coll'autorità del Tasso.</p>
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<head>v.100</head>

<quote rend="block"><lg rend="italic"><l>A le riposte</l>
<l>Leggi del Cielo e di Natura indutto</l>
<l>Valse l'ameno error, le fraudi e 'l molle</l>
<l>Pristino velo.</l></lg></quote>

	<p>Maniera tolta ai Latini, ma per amore, non per forza. L'Ariosto nel ventesimosettimo del <title>Furioso</title> [<bibl>st.69</bibl>]: <quote><emph>Ed egli e Ferraù <hi rend="sc">GLI AVEANO INDOTTE L'ARME</hi> del suo progenitor Nembrotte</emph></quote>. Questa locuzione al mio palato è molto elegante; ma quelli che non mangiano se non Crusca, sappiano che questa non è Crusca, e perciò la sputino. Vuol dire <hi rend="italic">gliele aveano vestite</hi>, ed è frequentissima nella buona latinità con questa e con altre significazioni.</p>
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<head>v.116</head>

<quote rend="block"><lg rend="italic"><l>Inesperti.</l></lg></quote>

	<p>Qui è voce passiva. Non la stare a cercare nel <title>Vocabolario</title>, chè sotto questo significato non ce la troverai; ma piuttosto cerca la voce <hi rend="italic">esperto</hi>, e vedi anche <hi rend="italic">inexpertus</hi> nei <title>Vocabolari</title> latini.</p>
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<head>v.117</head>

<quote rend="block"><lg rend="italic"><l>E la fugace, ignuda</l>
<l>Felicità per l'imo sole incalza.</l></lg></quote>

	<p>Non occorre avvertire che la California sta nell'ultimo termine occidentale del continente. La nazione de' Californii, per ciò che ne riferiscono i viaggiatori, vive con maggior naturalezza di quello ch'a noi paia, non dirò credibile, ma possibile nella specie umana. Certi che s'affaticano di ridurre la detta gente alla vita sociale, non è dubbio che in processo di tempo verranno a capo di quest'impresa; ma si tiene per fermo che nessun'altra nazione dimostrasse di voler fare così poca riuscita nella scuola degli Europei.</p>
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<head>Canzone 10</head>
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<head>Stanza V Verso 1.</head>

<quote rend="block"><lg rend="italic"><l>Se de l'eterne idee</l>
<l>L'una se' tu.</l></lg></quote>

	<p>La nostra lingua usa di preporre l'articolo al pronome <hi rend="italic">uno</hi>, eziandio parlando di più soggetti, e non solamente, come sono molti che lo credono, quando parla di soli due. Basti recare di mille esempi il seguente, ch'io tolgo dalla quindicesima novella del Boccaccio. <quote><emph>Egli era sopra due travicelli <hi rend="sc">ALCUNE</hi> tavole confitte, <hi rend="sc">DELLE QUALI</hi> tavole quella che con lui cadde era <hi rend="sc">L'UNA</hi></emph></quote>.</p>
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<head>[Conclusione]</head>
	<p>Lettor mio bello, (è qui nessuno o parlo al vento?) se mai non ti fossi curato de' miei consigli, e t'avesse dato il cuore di venirmi dietro, sappi ch'io sono stufo morto di fare, come ho detto da principio, alle pugna; e la licenza ch'io t'ho domandata per una volta sola, intendo che già m'abbia servito. E però <hi rend="italic">hic caestus artemque repono</hi>. Per l'avvenire, in caso che mi querelino d'impurità di lingua e che abbiano tanta ragione con quanta potranno incolpare i luoghi notati di sopra e gli altri della stessa data, verrò cantando quei due famosi versi che Ovidio compose quando in Bulgaria gli era dato del barbaro a conto della lingua.</p>

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</TEI.2>
