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            <title TEIform="title">Volgarizzamento da Luciano</title>
            <author TEIform="author">Giacomo Leopardi</author>
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         <extent TEIform="extent">6080 Kb in UTF-8</extent>
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            <publisher TEIform="publisher">Biblioteca Italiana</publisher>
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            <date TEIform="date">2008</date>
            <idno TEIform="idno">bibit001704</idno>
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               <p TEIform="p">Questa risorsa digitale è liberamente accessibile per uso
                        personale o scientifico. Ogni uso commerciale è vietato</p>
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            <title TEIform="title">Collezione BibIt</title>
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               <title TEIform="title">Tutte le opere</title>
               <author TEIform="author">Leopardi, Giacomo</author>
               <editor id="ed" role="editor" TEIform="editor">Felici, Lucio</editor>
               <publisher TEIform="publisher">Lexis progetti editoriali</publisher>
               <pubPlace TEIform="pubPlace">Roma</pubPlace>
               <date TEIform="date">1998</date>
               <note place="unspecified" anchored="yes" TEIform="note">L'edizione elettronica fa riferimento al testo: Giacomo Leopardi, Tutte le opere, I, a cura di Walter Binni con la collaborazione di Enrico Ghidetti, Firenze: Sansoni 1989</note>
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            <p TEIform="p">Tutti i materiali paratestuali della fonte cartacea non riconducibili alla
                responsabilità dell'autore dell'opera sono stati soppressi nella versione
                digitale</p>
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               <p TEIform="p">Livello medio: controllo a video con collazione con edizione di
                        riferimento</p>
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               <p TEIform="p">I simboli di citazione e di discorso diretto presenti sulla fonte cartacea
                        sono stati rappresentati sulla versione digitale</p>
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               <p TEIform="p">I trattini di sillabazione a fine riga sono stati soppressi e le parole
                        ricomposte</p>
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               <term TEIform="term">Commenti, traduzioni e volgarizzamenti</term>
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            <head TEIform="head">Cap. I<lb TEIform="lb"/>
COME VADA SCRITTA LA STORIA</head>
            <p TEIform="p">È fama che sotto il regno di Lisimaco sopravvenisse, o mio buon Filone, agli Adderiti questa malattia. Li prendeva tutti quanti a dirittura una febbre gagliarda sino dal primo giorno e continua: poi circa il settimo o gran sudore o gran sangue ingorgato dalle narici la discioglieva. Ora questo male faceva un effetto bizzarro ne' cervelli, stante che tutti coloro si mettevano a fare i tragici, recitando giambi e gridando forte, e in ispecie si cantavano ciascheduno da se l'<title TEIform="title">Andromeda</title> d'Euripide, e parimente in cadenza la parlata di Perseo; sicchè per tutta la città non si vedeva altro che quegl'istrioni d'una settimana tutti pallidi e smunti, che gridavano ad alta voce,
<quote rend="block" TEIform="quote">Tu re de' numi e de' mortali Amore,</quote>
col resto. E durò un pezzo questa faccenda finattanto che un'invernata molto brusca mise fine a quelle pazzie. Questo avvenimento io credo che fosse cagionato dal recitante di tragedie Archelao ch'a quel tempo era in grido, e nel cuore dell'estate in mezzo a un gran caldo rappresentò loro l'<title TEIform="title">Andromeda</title>, in maniera che la più parte della gente fu colta dalla febbre in teatro e appresso levatasi, ricadeva col pensiero nell'<title TEIform="title">Andromeda</title> che se l'era stanziata nella memoria, e Perseo con Medusa l'andava svolazzando per la fantasia. Ora questo morbo Adderitano anche presentemente va in giro per le teste dei più de' letterati, non già che facciano gl'istrioni, che questo sarebbe manco male, se fossero occupati da alquanti versi altrui non cattivi, ma da poi che sono incominciate queste vicende presenti, dico la guerra contro i barbari e la sconfitta Armeniaca e le vittorie continue, non c'è uno che non voglia scrivere la sua storia, anzi tutti sono tanti Erodoti e Tucididi e Senofonti. E mostra che sia vero quel detto, che la guerra è madre d'ogni cosa, mentre ch'ella t'ha prodotto un diluvio di storici a una sola percossa. Vedendo dunque, o carissimo e sentendo tutto questo m'è sovvenuto di quel fatto di Diogene. Quand'era voce che Filippo fosse già mosso contro Corinto, i cittadini tutti sossopra e in faccende, chi rassettava armi chi trasportava pietre chi rinfiancava il muro chi rincalzava i bastioni...</p>
         </div1>
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            <head TEIform="head">Note</head>
            <note resp="aut" place="end" anchored="yes" TEIform="note">
               <p TEIform="p">
                  <emph TEIform="emph">p. 600. lin. 16.</emph> – <quote TEIform="quote">
                     <foreign lang="grc" TEIform="foreign">μονδεν</foreign>
                  </quote> qui non vuol dire come l'interprete, <quote TEIform="quote">
                     <foreign lang="lat" TEIform="foreign">flebiliter canebant</foreign>
                  </quote>, ma ha il suo primo significato ch'io ho espresso nella versione italiana (si cantavano ciascheduno da se). Anche lo Scoliaste p. 45, lin. ult. malamente rende <quote TEIform="quote">
                     <foreign lang="grc" TEIform="foreign">θρηνεν</foreign>
                  </quote>.</p>
            </note>
            <note resp="aut" place="end" anchored="yes" TEIform="note">
               <p TEIform="p">
                  <emph TEIform="emph">ib. lin. 11.</emph> – Quel <quote TEIform="quote">
                     <foreign lang="grc" TEIform="foreign">πολς κα οτος</foreign>
                  </quote>
                  <quote TEIform="quote">molto anche questo</quote> risponde a quell'altro <quote TEIform="quote">
                     <foreign lang="grc" TEIform="foreign">πολ</foreign>
                  </quote>
                  <quote TEIform="quote">molto</quote> che sta sopra, come vede ogni cristiano, ma non il Grevio che leggendo <quote TEIform="quote">
                     <foreign lang="grc" TEIform="foreign">οτως</foreign>
                  </quote> concia il periodo in maniera che non si capisce come possa camminare.</p>
            </note>
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               <p TEIform="p">
                  <emph TEIform="emph">p. 601. lin. 17.</emph> – Qui Luciano ha un proverbio al quale non corrisponde nessuno de' nostri ch'io sappia; e il proverbio è di quelli che renduti secondo che suonano, o restano insulsissimi o anche senza senso: ora, parafrasato e dichiarato nessun proverbio è più proverbio, e per l'ordinario diventa una freddura. Sicch'io l'ho saltato di netto: e pure in questa traduzione ho proposto d'essere fedelissimo. Per tanto mi riprenda chi crede.</p>
            </note>
            <note resp="aut" place="end" anchored="yes" TEIform="note">
               <p TEIform="p">
                  <emph TEIform="emph">ib. lin. 15.</emph> – <foreign lang="grc" TEIform="foreign">ναστντας στερον</foreign> vuol dir quello ch'io ho espresso nella versione italiana e non quello che va impicciando l'interprete latino.</p>
            </note>
            <note resp="aut" place="end" anchored="yes" TEIform="note">
               <p TEIform="p">
                  <emph TEIform="emph">p. 602. lin. 5.</emph> – Allude alla favola di Pallade che percossa la terra coll'asta, ne fece uscire un olivo. Per questo dice, <quote TEIform="quote">a una sola percossa</quote>. Nè l'interprete nè forse nessun altro hanno capito: sì che non hanno inteso certamente nè pure il luogo: che altrimenti non si sa che voglia dire quel <foreign lang="grc" TEIform="foreign">πληγ</foreign>. Il greco poi non dice <foreign lang="grc" TEIform="foreign">μι πληγ</foreign> o <foreign lang="grc" TEIform="foreign">μι τ πληγ</foreign> ma <foreign lang="grc" TEIform="foreign">π μι τ πληγ</foreign>.</p>
            </note>
         </div1>
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